Associazione Culturale "Giulianova sul Web" - C.F. 91040070673 Rivista Madonna dello Splendore n° 19 del 22 Aprile 2000 Primo Riccitelli e Giulianova fra tradizione e innovazione Scorci di vita musicale nei primi decenni del Novecento di Enrico Bogatti Lo stimolo primario per queste note mi è venuto dall’infaticabile Pierino Santomo, curatore ed animatore, con Mario Orsini e Sergio Di Diodoro, di questo nostro annuario che si attesta ormai da anni come punto d’incontro fra studiosi, cittadini, appassionati che cercano una miglior comprensione della società locale e delle proprie origini. Sono quindi lieto di poter proseguire un discorso cominciato nel 19971 e proseguito nel 19982. Primo Riccitelli Allora rimasi stupito dell’insospettabile vitalità cosmopolita da questa cittadina rivierasca in campo musicale, nei primi anni del ‘900; animazione artistico-intellettuale che sembra purtroppo non aver avuto seguito, tanto da doversi constatare nel secondo dopoguerra un rapido oblio di autori ed opere, complice l’incuria degli archivi che é figlia della pigrizia di musicisti ed Istituzioni musicali. Un personaggio annoverabile tra le vittime illustri, di tale oblio, in ambito provinciale, è senza dubbio Primo Riccitelli, nato a Campli nel 1875 e giuliese d’adozione (quivi morì nel 1941). Il panorama musicale italiano nei primi quindici anni del sec. XX è caratterizzato da palesi contraddizioni culturali e politiche: tradizionalismo e continuità, ma anche reazione e rinnovamento. La provincia teramana non fa eccezione in questo turbine di fermenti contrastanti che investe la cultura musicale nazionale ancora incentrata sul melodramma di tradizione romantica. Sono veramente gli anni difficili della musica italiana, come giustamente osserva Roberto Zanetti3, ma Riccitelli dà prova della sua maturità componendo nel 1910 (a 35 anni) l’opera teatrale Madonnetta4, da rappresentarsi a Roma l’anno dopo ma andata perduta5. Il respiro nazionale del Nostro è provato essenzialmente da due fattori: l’essere stato considerato, alla fine dell’Ottocento, il miglior allievo di Pietro Mascagni (1863-1945)6 e il coraggioso tentativo di darsi un afflato veristico che gli consentisse di tirarsi fuori dalle paludi del tardo-romanticismo ancora dominante. L’opera del 1910 rappresenta bene questi due aspetti della personalità musicale dell’illustre camplese, anche perché il libretto è opera di Luigi Illica (1857-1919) che aveva già collaborato con grandi musicisti del calibro di Puccini, Giordano, Mascagni, Alfano, Franchetti; un intellettuale campagnolo padano (cito ancora R. Zanetti) che appartenenva alla cerchia di letterati e musicisti raccolti a Milano attorno ad Arrigo Bòito alla fine dell’800, ambiente denso anch’esso di fermenti contraddittori7. Un certo atteggiamento anticonformista e tendenzialmente innovativo del Riccitelli traspare dalle sue stesse scelte giovanili di studio musicale: anziché rivolgersi a Roma o a Napoli, luoghi ~i~ tradizionali (per ragioni storico-geografiche) di acculturazione per gli intellettuali abruzzesi, egli preferì andare a Pesaro dove il Liceo Musicale gli poté offrire l’insegnamento compositivo del grande Mascagni e la compagnia del condiscepolo Riccardo Zandonai (1883-1944) che, morto a Pesaro, darà il suo nome a quell’Istituto trasformatosi nel frattempo in Conservatorio Statale. Il Maestro Primo Riccitelli visto da G. Melarangelo (1932) Il Camplese appartiene quindi a quel folto gruppo di musicisti nati nell’ultimo quarto di Ottocento che vanno a rinforzare nel primo ‘900 la nutrita schiera di operisti continuatori del movimento di sprovincializzazione e aggiornamento avviato dai musicisti prima citati8. L’opera successiva di Riccitelli è Maria sul monte, tragedia lirica del bolognese Carlo Zangarini rappresentata a Milano nel 1916, pienamente collocata in tale ambito culturale; ma senz’altro più importante appare l’atto unico I compagnacci su libretto del toscano Giovacchino Forzano (Roma, 1923), un lavoro che segue in qualche modo l’esperienza pucciniana del Gianni Schicchi (Roma, 1919) procurando quindi al suo autore una certa risonanza. Ne parlerò più avanti, in queste mie note, per un approfondimento. Già al tempo di Maria sul monte Primo Riccitelli era considerato come il più promettente seguece di Giacomo Puccini (1858-1924): con un soggetto tratto da una leggenda ligure, l’opera del 1916 fu accolta dal pubblico lombardo accorso al Teatro Càrcano (ma anche dalla critica) come espressione di esuberante musicalità e di sicura tecnica compositiva9. Nel 1932 un Riccitelli quasi sessantenne scrisse Madonna Oretta, rappresentata a Roma (secondo alcuni, su elaborazione nel 1927 di un ignoto librettista); ma non ripeté il successo precedente. Ugual sorte avranno altri lavori non rappresentati e in gran parte perduti, fra i quali una Francesca da Rimini da Silvio Pèllico (forse influenzata dall’omònima tragedia dannunziana pubblicata nel 1902 e musicata da Zandonai, ex-compagno di studi di Riccitelli, nel 1914). Pietro Mascagni A quest’ultimo gruppo di composizioni ignote appartengono anche l’opera teatrale Giuliano; la scena lirica siciliana Nena; il poema sinfonico per soli, cori e orchestra Eremos; liriche, preludi, intermezzi e altro10. Tale produzione è collocabile tra il 1920 e il 1930: un periodo in cui, nonostante numerose requisitorie e ripulse, i giovani autori italiani (cioé la generazione successiva al Riccitelli) operano nel campo del teatro musicale, filone che continuava ad ingrossarsi senza sosta pur con indici di crescita inferiori che in precedenza. Su tutti naturalmente domina un Mascagni assai prolifico, a cui la sorte riserverà una lunga vita e una vasta produzione operistica per un pubblico che gli tributerà un notevole apprezzamento; morirà quattro anni dopo il suo allievo abruzzese, il quale peraltro era pressocché inattivo ormai da anni a parte i tentativi inconclusi del Capitan Fracassa (di cui parlerò alla fine). Luigi Illica Arrigo Boito ~ ii ~ Il pubblico fra le due guerre rimaneva certamente legato saldamente alla grande tradizione operistica ottocentesca, favorendo così una prosperosa coralità stilistica e d’interessi da parte dei compositori (lo sprovincializzato Riccitelli non se ne poté sottrarre), il che portò a una esasperante comunità d’indirizzo e d’intenti11. Riccardo Zandonai L’opera I compagnacci cominciò a prender corpo proprio nel 1919, dopo il congedo dalle armi del sottufficiale Pancrazio Riccitelli (tale era il suo vero nome) seguito alla I° guerra mondiale, quando a Milano ebbe l’incarico dall’impresario A. Laganà12 di musicare l’opera in un atto I compagnacci che nel 1923 vincerà il premio bandito dal Ministero della P.I. per le opere nuove13. Ebbe gran successo al Teatro Costanzi di Roma il 10 aprile 1923, con una trama coraggiosa considerata la nuova temperie politica instauratasi proprio in quell’anno - poiché ambientata a Firenze al tempo delle lotte interne fra seguaci di Gerolamo Savonarola e della Signoria dei Medici. Il lavoro si presenta dignitosamente, ad onta del banale svolgimento sul cliché della storia d’amore con lieto fine, appartenendo come ho già detto al genere verista pucciniano destinato a far moda per qualche tempo14: il porsi su questa strada fu sufficiente al pubblico e parte della critica per eleggere Riccitelli e i suoi Compagnacci a campioni dell’italianità melodrammatica. Una tempestiva tournée internazionale - il Metropolitan Opera House di New York l’ebbe in cartellone per la stagione 1923/24 - parve preannunciare all’opera un avvenire al livello di passati capolavori come Cavalleria rusticana di Mascagni (da una novella di G. Verga del 1880, prima rappresentazione al Costanzi di Roma nel 1890). Si rivelò purtroppo un fuoco di paglia di cui in breve non si parlò più; anche la già menzionata opera senile Madonna Oretta, che per la prima rappresentazione dovette attendere vari anni, dopo la premiere al Teatro Reale dell’Opera (Roma, 3 febbraio 1932) fu presto dimenticata e a mai più ripresa a tutt’oggi. L’ipotesi formulata da alcuni storici di una rappresentazione nel 1927 (ne ho già accennato prima) appare poco attendibile, come osserva R. Zanetti, anche perché qualche scritto del 1928 lamentava come il lavoro non avesse ancora trovato un teatro che ne promovesse la rappresentazione; inoltre il Teatro Reale dell’Opera, quando la realizzò, lo presentò come novità assoluta15. Negli ultimi anni, senza mai muoversi da Giulianova, Riccitelli stava portando a termine con fatica il Capitan Fracassa, ma la morte lo colse a 65 anni il 27 marzo 1941 lasciando l’opera incompiuta. Essa era tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore francese Théophile Gautier pubblicato a Parigi nel 1863, concepito dall’autore come puro divertissement fantastico ricco di avventura e colpi di scena, con ambientazione nella Francia del primo Seicento. Certamente l’opera avrebbe potuto rappresentare una svolta radicale nel pensiero musicale riccitelliano, ma il destino ha deciso diversamente. NOTE: 1. Madonna d. S., Annuario n. 16, pp. 57-61. 2. Madonna d. S., Annuario n. 17, pp. 81-85. 3. R. Zanetti, “La musica italiana nel Novecento”, vol. I, Ed. Bramante, Busto Arsizio (VA) 1985, p. 53. 4. Il 1910 su un anno significativo per le arti: A. Palazzeschi pubblicava la raccolta di poesie “L’incendiario”, introducendo in Italia il “Futurismo” che F. T. Marinetti aveva codificato l’anno prima nel famoso “Manifesto” su “Le Figaro” (Parigi, febbraio 1909). Ma il Riccitelli non vi aderì. 5. R. Aurini (“Dizionario Bibliografico della Gente d’Abruzzo”, vol. V, Edigrafital, Teramo 1973, p. 357) riferisce che l’opera non fu rappresentata per dissidi sorti fra Riccardo e Renzo Sonzogno, editori milanesi di quasi tutti i lavori del Riccitelli. 6. Sul percorso e l’esito finale dei suoi studi di composizione troviamo notizie contrastanti: R. Aurini (op. cit. p. 356) c’informa della fuga dal Seminario di Teramo seguita dall’intervento d’uno zio che riuscì ad iscriverlo al Liceo Musicale di Pesaro ( 1896) nonostante avesse superato i limiti d’età, uscendone nel 1903 col diploma autografato da Mascagni che ne era il direttore; il DEUM biografie (vol VI, UTET, Torino 1988, p. 328) riferisce che il maestro abruzzese non conseguì il diploma per la sospendione degli esami in seguito ad una ~ iii ~ 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. controversia fra Mascagni e l’Amministrazione comunale, ma dopo un sostitutivo autografo il Mascagni gli procurò un contratto con l’Editore Sonzogno a Milano. A. Boito ( 1842-1918) fu l’ultimo grande librettista dell’800; dopo di lui si cadde nella mediocrità con l’eccezione proprio del giornalista piacentino Illica, e la generazione successiva fu segnata dalla crisi, se si eccettua un gruppo di “onesti librettisti” fra cui spicca l’aquilano Ettore Moschino (1872-1941), contemporaneo del Riccitelli. Poeta, giornalista e commediografo, Moschino scrisse il suo più importante libretto per “L’ombra di Don Giovanni” di Franco Alfano (1914). Morto a Roma nel 1941, non risultano suoi contatti con Riccitelli. R. Zanetti (op. cit., ivi) osserva: «Dal 1900 al 1915 i teatri italiani sfornano una quantità impressionante di nuove opere, almeno 250, con punte di oltre 30 ‘prime’ negli anni 19045 e 1908». A questa enormità vanno aggiunte le tante composizioni non rappresentate (o addirittura perdute anche per cause belliche) come la “Madonnetta” riccitelliana. R. Zanetti, op; cit., p. 74, nota 54. DEUM, v. nota 6. R. Aurini (op. cit. p. 358) aggiunge altre informazioni e precisazioni: “Lory”, opera lirica in 3 atti, partitura perduta nella I° guerra mondiale (lo stesso destino di “Francesca da Rimini”, “Nena” ed “Eremos”); “Capitan Fracassa”, inedito (G. Riccitelli, oma); “Ave Maria”, id. (A. Caravelli, Giulianova). R. Zanetti, op. cit., vol. II p. 869. v. nota 6, R. Aurini. R. Aurini (ibidem) dice nel 1922, ma è un evidente errore di stampa: la prima rappresentazione fu il 10 aprile 1923 e il dato è confermato in DEUM (op. cit.). R. Zanetti, op. cit., p. 870. R. Zanetti, op. cit., ivi nota 181. ~ iv ~