VINCENZO SIRIZZOTTI APPUNTI di Vita Missionaria Da una sponda all’altra A mia madre ELISA 2 Missione “ad Gentes”
Da una sponda all’altra
La storia delle Missioni “ad Gentes”.
Una specie di filmato, a scene continue, fatte di piccole o grandi “storie”
degli attori stessi della Missione. Vescovi, Sacerdoti, religiosi/e, laici, che si
fanno scrittori, direttori, sceneggiatori, attori di questo grande film che è la
vita stessa delle persone, della Chiesa e delle Chiese, a cui sono inviate,
della gente che incontrano sui loro passi.
Queste persone“tuttofare” sono inviate, in primis, per l’annuncio del
Vangelo, l’annuncio della Salvezza, la liberazione dalle varie schiavitù, al
seguito del Cristo, il primo Evangelizzatore del Padre e dello Spirito, il
sommo Liberatore dell’umanità. Sono inviate alla salvezza integrale
dell’uomo. Come diceva Paolo VI°: salvezza di ogni uomo e di tutto
l’uomo.
Lo Spirito del Signore guida alla Missione, ispira in continuazione gli
operatori dell’evangelizzazione. Ispira anche, sotto la spinta dei segni dei
tempi, i modi e tempi di passare all’atto e di testimoniare all’uomo e alla
donna concreti l’amore del Padre. Da aggiungere i carismi, le sensibilità, le
capacità intellettuali e pratiche, il livello spirituale, l’ardore apostolico, i
compagni di avventura.
La mia lunga esperienza missionaria ben trentasette bugie, l’11 ottobre
2010, al momento in cui mi accingo a stendere queste note ) mi ha fatto
conoscere persone che si son trovate coinvolte in avventure esaltanti che
non erano sicuramente nella programmazione dei singoli, almeno al
momento dell’invio in missione o dell’entrata in scena, in loco.
In questa variegata scena della Missione, ogni attore scrive e fà la sua
parte: fondatori di comunità cristiane, fondatori di scuole, di chiese, di
ospedali, di dispensari, orfanatrofi, creatori di centri professionali, di
aziende agricole, di università, ispiratori di movimenti ecclesiali, di istituti
religiosi. Gente talmente impegnata nel sociale, nella difesa dei più piccoli,
che si fa espellere dal Paese, pur di non lasciarsi mettere la “museruola” alla
bocca. Gente che, per questo, ci ha rischiato e/o ci ha rimesso la vita.
La storia della Missione è arcipiena di queste “storie”. Ogni Missione ha
la sua storia e le sue “storie”.
Qui, in Madagascar, scelgo due figure, totalmente contrapposte.
mmmmmmmm
L’una: il gesuita Silvain Urfer. Già attivo nel sociale, in Tanzania, dove
pubblicò libri, che non piacquero a tutti, tanto che si disse che fu espulso dal
Paese. Venuto, in Madagascar, da anni tiene la “sua” battaglia, tanto che il
3 10 maggio 2007 fu espulso malamente dall’allora Presidente della
Repubblica, Marco Ravalomanana. Solamente con la caduta di quest’ultimo
(moti popolari, guidati Andry Rajoelina, nei primi mesi del 2009) il gesuita
ha potuto rimettere piede in Madagascar. In data 26 aprile 2009, eccoti un
altro suo libro (“La crise et le rebond”), dove attacca il governo di
transizione in carica. Una vocazione anche questa!
L’altra figura : Pedro Opeka, lazzarista, sloveno, di origini argentine.
L’Opeka, stimolato dalle varie e multiforme “miserie” della Capitale
(Antananarivo), - da oltre un ventennio, esattamente dal maggio 1989 -, ha
messo su la sua Associazione Akamasoa (amico buono), e si è trasformato
in un vero costruttore immobiliare (sociale), salvando migliaia e migliaia di
famiglie dall’immondizia e dalla fame. Due grandi centri “residenziali”,
tutti e due chiamati Akamasoa. L’uno, a Andralanitra (Antananarivo-città).
Sulla cima di una collina si stagliano, ben allineate, centinaia e centinaia di
piccole casette, che, viste da lontano, sembrano costituire un immenso
alveare. L’altro centro è a Ankazobe, al nord della Capitale. Si parla di mille
piccole abitazioni costruite, tre mila operai fissi, 10.000 alunni (dalla scuola
materna al liceo), una popolazione di 17mila anime.
Idea – guida: non tanto elemosina, ma piuttosto ricupero delle persone,
coinvolgendole nello stesso progetto Akamasoa, creando lavoro e
sollecitando iniziative personali per rientrare, in maniera dignitosa, nel
“privato”, quanto prima possibile.
Agli inizi – sotto il regime Ratsiraka – non ebbe vita facile il lazzarista.
Lo si rimproverava di intrusione nell’area dello Stato. Ma il motivo ultimo
erano i soldi che i bailleurs de fonds e i vari ONG ormai indirizzavano
totalmente all’Associazione Akamasoa.
Ambanja: missione cappuccina (1932)
Per quanto riguarda i miei confratelli, sempre nel Madagascar, - pur col
massimo rispetto per tutti, senza distinzione - potrei citare tre casi. Tre
carismi, tre segni dei tempi seguiti.
Il compianto confratello Norbert Meyer, cappuccino di Strasbourg,
missionario in Madagascar, dal lontano 1937.
La regione d’Ambanja - fino agli anni 1940-1960 - era vittima della
terribile malattia della lebbra. Varie le cause. Il confratello alsaziano seppe
“leggere”, in tempo, i segni dei tempi.
Nel 1953, il via. Vescovo della diocesi Mgr Adolphe Léon Messmer1.
1
Mgr. Adolphe Léon Messmer (Madagascar 1932 -­‐1975). Ex missionario in India , uno dei primi battistrada alsaziani, al momento del cambio di guardia Cssp-­‐OFMcap di Strasbourg, nel 4 Nasce il “Centre hansénien St François”. Opera di Norbert Meyer e del
Dott. Roger Lehmann, che coinvolgerà sua moglie Elisabeth e i suoi stessi
figli. La famiglia Lehmann darà al Centre hansénien St François la bellezza
di venti anni di servizio amoroso.
Franca e efficace la collaborazione delle Suore Francescane di Notre
Dame de Blois.
Il lebbrosario d’Ambanja nasce con una duplice sede: Pavillon
hansénien, in città (dépistages, cure, ecc.), Village d’accueil (accoglienza
dei malati mutilati, ecc.), a 4 km, in piena campagna, su un terreno di 40
ettari, messi a disposizione da una “Compagnie” del luogo, commerciante di
prodotti tropicali. Al villaggio – in seguito – sarà dato il significativo nome
sakalava di Mahajanga (luogo che guarisce, ridà salute).
Collaboratori finanziari e tecnici: Stato malagasy e Istituzione “Raul
Follereau”. Benefattori benevoli, fin d’all’inizio. Nel 1960, il Centre
hansénien St François viene dichiarato “Oeuvre territoriale”.
Dal punto di vista sanitario, il Dott. Lehmann sarà rimpiazzato dal Dott.
Lezoma, a sua volta sostituito dal confratello medico Stefano Scaringella,
dal 1988 (data della fondazione del “ Bloc Chirurgical-St Damien”) ai nostri
giorni.
Per quanto riguarda l’amministrazione finanziaria e l’animazione
spirituale, Norbert Meyer rimarrà al timone della sua opera, fino alla vigilia
del suo decesso (+ 23.11.1983).
Norbert Meyer. Una figura gracile, muscoli e pelle, forse una quarantina
di kg di peso. Un cuore grosso quanto una montagna!
Nello spazio d’una cinquantina d’anni, il terribile male è quasi
scomparso dal nord della Grande Isola. “Circuits-lèpre”, con depistaggi
sistematici, e cure in loco. Cure intensive, in tempo.
Le statistiche annuali attuali segnalano appena una trentina di nuovi casi.
Lebbra che non fa più paura. Malattia che non sa più di vergogna. I malati
non vengono più nascosti. Lebbra che non mutila e non sfigura più, come
negli anni andati. Vantaggi socio-economici enormi. Anch’essi da mettere
in conto. I nuovi casi, in effetti, non richiedono le cure e le spese di una
volta!
lontano 1932, convisse, da primo attore, con l’ancora giovane cristianità cattolica sakalava-­‐
tsimihety. Prefetto Apostolico, il 14.06.1938; Vicario Apostolico, 08.03.1951; Vescovo Residenziale, dal 14.09.1955 fino al 05-­‐06.1975. Nel 1975 fu nominato Amministratore Apostolico delle Isole Comore. Mgr. Adolphe Léon Messmer si spense nella sua Provincia-­‐
madre (Strasbourg), il 10.02.1987. 5 Battaglia quasi vinta, dunque. Tanto che il successore di Norbert Meyer,
il confratello Marino Brizi2 ha dovuto “riciclare” se stesso e molte strutture
dell’ormai vecchiotto lebbrosario, aprendo il tutto alla cura e prevenzione
dell’altra grave malattia che (ancora) colpisce detta regione: la tbc.
Nuove modeste strutture, per cominciare. Centro TBC, Pavillon
Elisabeth et Roger Lehmann, nel 1994. Opera di lotta contro il BK,
attualmente integrata nel “Programme National de lutte contro la
Tuberculose”. Statistische recenti segnalano: quasi duecento nuovi casi di
tbc, all’anno. Una trentina di collaboratori (salariati). Laboratori con
strumenti di punta. Farmacia e dispensario. Scuola per i bambini, nati nel
villaggio – lebbrosario. Un discreto budget annuale.
Una bella “storia” quella di Norbert Meyer e del suo amico-collaboratore
Dr. Roger Lehmann! Storia che continua, sempre a Ambanya.
Stefano Scaringella - diplomato-laureato dell’Università Cattolica di
Roma, arrivo in Madagascar 20.09.1983 - e il suo grande Centro MedicoChirurgico “San Damiano” d’Ambanja, a cui collabora, puntualmente e con
efficacia - oltre le Suore Francescane de Notre Dame de Blois e alcuni
confratelli malagasy , il confratello Alessandro Munari di Latina (arrivo in
Madagascar, 28.06.2002), più volte, vittima di attacchi banditeschi, che ne
hanno messo in pericolo perfino la vita.
Intuizione geniale, realizzazioni coraggiose, conduzione a tutta prova,
quelle dello Scaringella. Il confratello medico chirurgo ha saputo leggere, in
tempo, - forse anche aiutato dalla sua precedente esperienza africana
(maggio 1980-luglio 1983) di Libenge (regione Équateur, Nord RDC, ex
Zaire) - il sitz im leben della Chiesa e della regione, che il Signore della
messe, gli affidò circa un trentennio fa.
Dal 1988, al 1991, fu esimio collaboratore di Stefano Scaringella un
chirurgo d’eccellenza: il Prof. Albert Zafy, futuro Presidente della
Repubblica malagasy (1992-1996).
Tappe principali. 1988: data di fondazione. Strutture: una sala
operatoria, ambulatorio, laboratorio analisi, radiologia, servizio di
odontoiatria, 45 posti letto. 1992: seconda sala operatoria, sevizio di
oftalmologia, 62 posti letto. 2004: aggiunta di sala parto, sala maternità, 100
posti letto.
Il tutto per malati che vengono, spesso, anche da molto lontano: 250-300
km, al sud; 100-230 km al nord.
Prevenire, si dice, è la medicina migliore. Un’équipe sanitaria mobile
(medico, ostetrico, specialista in laboratorio analisi), ogni anno, fa visita “a
2
Maremmano di Pianzano (Vt), con diploma di Infermiere Professionale Arrivo in
Madagascar, 31 marzo 1983, entrato in carica del detto Centre hansénien St François, nel
1988. 6 domicilio”, per donne incinte e bambini da zero a 54 mesi. Nel 2009, - in 12
comuni - l’équipe ha visitato 4.420 donne, in stato interessante. Distribuito
latte a 13.960 bambini. Cifre che parlano da sole!
Personale salariato: 110, di cui 17 infermieri, e 4 medici.
Budget annuale, in Ariary malagasy, da molti zeri. In Euro, Alessandro
Munari – bilanci redatti con pazienza e precisione certosina - mi ha dato le
seguenti cifre : entrate locali 163.836 € ; doni vari dall’estero : 216.206 € ;
uscite totali : 383.386 €.
Fin dall’inizio si è voluto evitare l’assistenzialismo tout court. Tuttavia,
circa un 40% dei malati - causa povertà estrema - vengono curati
gratuitamente.
Il Centro Medico “San Damiano” si regge con aiuti finanziari esterni, più
o meno aleatori. Tanto che lo Scaringella, ogni anno, si deve “sciroppare”
ore e ore di aereo (e di treno) per “questuare”, a destra e a sinistra, euro,
dollari o franchi svizzeri, affinché il suo aiutante di campo, amministratore
finanziario-contabile, Alessandro Munari, possa sbarcare il lunario, ad ogni
fine mese e ad ogni fine anno. Il grande benefattore del C.M. “San
Damiano” sarà il compianto Carlo Vaquer, per oltre 30 anni, procuratore
delle missioni cappuccine di Roma3.
Come terza “storia”, cito Pasquale De Gasperis, mio compagno di
seminario serafico (Veroli, Montefiascone, Velletri), di studi filosoficoteologici, negli studentati d’Alatri (Fr) e di Viterbo.
Anche per lui, la sua “storia” e i suoi “segni dei tempi”.
Apostolato missionario e evangelizzazione tout court, a parte, il carisma
particolare del confratello sembra che sia stato il binomio cimento – ferro.
Innumerevoli costruzioni: le grandiose case di formazione dell’Ordine,
dispensari, scuole, cappelle, chiese (una, quella di Fianarantsoa, vera e
propria cattedrale), centri sociali, sale polivalenti, acquedotti , ponti, centri
diocesani giovanili.
Due grossi volumi di indirizzi di ONG, cattolici e non, alle cui porte –
con i crismi dei timbri e delle firme generose dei vari vescovi diocesani –
sta bussando, ormai da anni. Milioni e milioni di valuta pregiata. Una vera
mini-impresa di costruzione, aperta a tutti: locale fraternità cappuccina,
3
Il confratello -­‐ vero “questuante” delle missioni ad Gentes -­‐, dalla parola facile e convincente , sapeva toccare il cuore dei suoi amici benefattori, soprattutto nelle sue omelie di animazione nelle “giornate missionarie” -­‐ scaglionate su tutto il corso dell’anno -­‐ che lo ospitavano nelle parrocchie (anche fuori del Lazio) o nelle chiese dei conventi dei Cappuccini del Lazio. Fece tentativi anche con altri espedienti (mostre di pittura, mostre missionarie, calendario missionario, ecc:), sempre in vista della raccolta di fondi a sostegno delle varie attività e opere missionarie, in cui erano impegnati i suoi confratelli Cappuccini del Lazio. Il confratello si spense a Roma il 3 agosto 2008. 7 parrocchie, case religiose (soprattutto femminili). La diocesi di
Fianarantsoa, soprattutto, ha beneficiato (ne sta tuttora beneficiando) dei
suoi talenti e della sua “passione” nell’“immobiliare” sociale.
Cito solo Fianarantsoa – Antamponjina.
Una collina brulla (Antamponjina), quasi deserta, è stata trasformata - in
una decina d’anni - in una mini-city: chiesa parrocchiale, autentica
cattedrale (“San Francesco e Santa Chiara d’Assisi”, di cui il confratello ne
è tuttora “curé”, parrocchia completa di tutte le strutture, centrali e
periferiche; la grandiosa casa del post-noviziato dei Cappuccini e quella, a
fianco, delle Suore FMM; sale di formazione professionale; edifici (a due/
tre piani) per scuole elementari, medie e liceo; campi sportivi; cappelle ;
sale polivalenti e scuole nei quartieri periferici, sia all’est, sia all’ovest di
Antamponjina; ponti, acquedotti.
Il confratello, dove è passato - da Befandriana-Nord a Fianarantsoa - ha
“seminato”, dappertutto, belle e efficienti realizzazioni, che – se messe
insieme - potrebbero costituire un quartiere - media grandezza - di qualche
cittadina italiana! Non sappiamo quanto abbia “seminato”, in quel di Capo
Verde, nella sua decennale missione nell’Arcipelago omonimo.
E, poi, quella mano destra che fruga nella tasca posteriore dei pantaloni
(sempre piuttosto malandati) alla ricerca dell’obolo (di solito sostanzioso)
da passare alle mani aperte dei suoi fedeli “clienti”, che - misteriosamente,
quasi collegati via satellite – lo seguono e “perseguono” ovunque, nei suoi
spostamenti. Carisma speciale, il suo! Squisito “senso” della carità, che credo - non è fatto solo di soldi da dare o da poter dare, ma anche di tanta
pazienza, di tanto bisogno di discernimento di fronte alla varietà delle
situazioni personali di quanti, come dicevo or ora, lo seguono e perseguono,
ovunque. Fare bene, il bene non è cosa facile!
Dimenticavo di dire che il confratello – per quasi 20 anni – è stato
responsabile, come Superiore Regolare, prima, e, come Vice Provinciale ,
dopo, della Fraternità Cappuccina, nel Madagascar. E da 20 anni è
Assistente Nazionale dell’OFS4.
Sì: l’azione dello Spirito e i suoi i carismi, i vari segni dei tempi, che ti
stimolano nel contesto della missione evangelizzatrice della Chiesa, e per il
4
Il confratello P. Pasquale De Gasperis (fu anche Vicario Generale della diocesi d’Ambanja,
nomina 8 giungo 1978), era stato trasferito, nel mese di ottobre 2011, nella piccola isola di
Nossibe, nel nord-ovest del Madagascar, con compiti ancora molto impegnativi: costruzione
di una grande chiesa - da dedicare a San Pio da Pietrelcina - nell’ “isola dei profumi”; casa
dell’Ordine, nella nuova fondazione cappuccina, a Antsiranana (Diego Suarez). Durante la
visita pastorale del vescovo diocesano, Mons. Saro Vella, salesiano di Sicilia, nell’isola di
Nossibe - consunto dal lavoro, compianto da tutti - si è spento, il 15 aprile 2012, all’età di 75
anni (02.03.1937- 04.15.2012). Le sue spoglie mortali riposano a Ambanja, accanto alla chiesa
cattedrale, di cui era stato parroco. 8 bene integrale dei fratelli e delle sorelle, con i quali sei chiamato a
convivere. Ogni uomo, tutto l’uomo. Da sempre. Ancora oggi. Anche se lo
Spirito Santo – anima della Chiesa e del mondo – avrà, anche Lui, - mi si
lasci passare la battuta - il suo da fare per aggiornarsi e far aggiornare i suoi
carismi ai ritmi dei segni dei tempi. Oggi come oggi, soprattutto. Èra della
mondializzazione, dell’internet!
Esperienza personale
La mia esperienza missionaria non la posso mettere al livello di quanto
detto sopra. Sarebbe semplicemente presunzione.
Lo scopo di queste linee è di condividere, tout court, soprattutto, con i
lettori di Continenti - in continuità con quanto ho fatto, spesse volte, negli
anni passati5, qualche momento più rilevante della mia ormai lunga
esperienza missionaria, lungo il fiume della mia piccola “storia” missionaria
personale. Nei miei diversi stop, nelle diverse sponde da me approdate e
accostate. Solo soletto e/o in compagnia di miei compagni (cappuccini e
non) di avventura. Condividere la santa avventura della MISSIONE.
Altra finalità, oltre la condivisione tout court: sollevare, insieme, gli
occhi a Colui che guida i nostri passi nel cammino della Vita; dire anche un
grazie, sempre insieme, al Padrone della mèsse, che chiama e invia ciascuno
di noi nella Sua mèsse: l’umanità, la Chiesa. In ultimo, un gesto di
gratitudine per tutte quelle persone care (alcune di famiglia) che si son fatte
– lungo tutto il tratto dei miei 376 anni di apostolato missionario - canali di
Provvidenza, per quanto lo Spirito del Signore e i segni del tempo mi hanno
chiamato a realizzare, - insieme con i miei confratelli cappuccini,
religiosi/e, e collaboratori/trici laici vari - a pro del Vangelo e del bene
integrale dell’uomo e della donna, che ho incontrato sulle varie “sponde”
della mia vita missionaria.
Una “memoria”, tout court. Un flash back d’insieme, una“memoria”
semplice,“tout de go”, sciorinata in quasi piccoli quadretti.
La “memoria”. Valido sussidio di saggezza, e di discernimento “delle
bontà del Signore” (Salmo 106).
Tutto questo, alla vigilia di una nuova avventura missionaria, di cui
parlerò a chiusura di queste note.
5
6
Ultime mie note, in Continenti, n° 5/2005, pp. 26-30. Oggi alla soglia dei quaranta. 9 Prima sponda
Arrivo nel Madagascar, l’11 ottobre 1973.
Una vocazione missionaria quasi sofferta: tre richieste d’invio (1962,
alla vigilia della mia ordinazione sacerdotale, per la missione di Capo
Verde; 1966 e 1970, in piena attività universitaria e d’insegnamento, per la
missione del Madagascar, il cui primo appello veniva lanciato, nel 1966,
dall’allora Ministro Provinciale di Roma, Biagio Terrinoni, futuro vescovo
ausiliare di Roma e vescovo residenziale di Avezzano.
Una vocazione missionaria, sempre dono, ma quasi ricercata, inseguita:
quella piccola, quasi minuscola, rivista missionaria “Il Massaia-Continenti”,
che circolava tra le mani di noi giovani fraticelli cappuccini; l’Associazione
“Divina Pastora” e la rivista Cor Unum, da noi stessi fondate nello
studentato teologico di Viterbo, la Missione d’Etiopia (Massaia), quella
d’Eritrea (Roma), con i suoi vari eroi-attori. Una vocazione missionaria,
infine, - “complice” (!) l’obbedienza - abbordata con un certo bagaglio di
esperienza teologico - pastorale (insegnamento, assistenza scout, assistenza
ospedaliera, predicazione spicciola, gioventù francescana-OFS, ecc.) e,
anche, sanitaria (mi riferisco al mio diploma di infermiere professionale,
acquisito, con l’allora corso biennale, all’ospedale civile di Viterbo).
Partenza prevista per il primo ottobre 1973. Una vera e propria carovana:
tre Suore Benedettine della Carità di Centocelle, il P. Ugo Nanni e il
sottoscritto. Ma eccoti quello che sicuramente nessuno si aspettava: la morte
tragica di mio fratello Sante, a New York, il 27 settembre 1973.
Il grosso della carovana partì ugualmente.
Venerdì 5 ottobre, i funerali. Mercoledì 10 ottobre, in serata, ero in volo
(il primo della mia vita) verso l’Isola Rossa (chiamata così dal colore della
sua terra). Viaggiai, - a partire da Roma-Fiumicino in buona compagnia:
Manfrded Marent del Tirolo del nord, già nel Madagascar dagli anni 60,
futuro Superiore Regolare e maestro di novizi; l’anziano
fratello
missionario, Étienne Krauss (+ 22.02.1991), grande costruttore di chiese,
scuole, case parrocchiali, e il Dott. Lehmann, il quale – causa studi dei suoi
figli – si preparava a dare il suo addio definitivo alla sua amata Ambanja,
alla quale – insieme alla sua famiglia – aveva dato un buon ventennio della
sua vita .
A Majunga (l’attuale Mahajanga), la prima notte in “gabbia”. Quella
famosa zanzariera che non sapevo nemmeno cosa fosse e come fosse fatta.
L’indomani – sempre in compagnia dei miei due compagni di viaggio –
10 destinazione Antsohihy. In serata ero già a Befandriana Nord, casa-madre
dei missionari italiani. Il primo volo in Twin Otter, e le prime paure. Quei
sali e scendi che ti mozzavano il fiato e che ti facevano ballare le “budella”
( intestini).
Nel Madagascar, mi avevano preceduto, oltre l’ultimo arrivato (Ugo
Nanni), i quattro battistrada della prima ora (novembre 1967): Ignazio
d’Ercole (rientra In Italia, settembre 2004; + 04. 02. 2010), Carlo Frasca ( +
29.11.2008), Ambrogio Artuso, Franco (Gabriele) Nicolai7.
Dopo il corso di lingua malagasy, a Ambositra, i primi quatto confratelli
- nel corso dell’anno 1968 - furono destinati, quasi “localizzati”,
provvisoriamente, nelle seguenti missioni: Carla Frasca e Ambrogio Artuso,
a Bealalana; Franco Nicolai (Gabriele) a Antsohihy; Ignazio d’Ercole a
Befandriana (il confratello vi resterà fino al suo rientro definitivo in Italia,
settembre 2004).
Tra parentesi: la prima destinazione sembra che fosse Mandritsara, per la
fondazione di una nuova diocesi, al sud-est di Befandriana Nord. Tutto –
sembra - finì con la partenza del Nunzio Apostolico in carica, Mons. Felice
Pirozzi (1960-1967).
Il 9 marzo 1973, erano giunti - da Capo Verde - anche Pasquale De
Gasperis8 e Enrico Ranaldi ( + 29.10.1998, in Montefiascone - Vt).
Vescovo d’Ambanja, Mgr. Adolphe Léon Messmer.
Superiore Regolare della Custodia, Irénée Noé (Madagascar 1964-1998,
+ 02.12.2002).
Si era ancora nel vecchio regime dei “blocchi”: missionari di Strasbourg,
nei centri tradizionali del nord (Nossibe, Ambanja), Bealalana (dove trovò
posto – come già accennato sopra anche Carlo Frasca, fino al suo rientro
forzato, - causa malattia - dopo appena tre anni, nel 1970), Befotaka,
Analalava, Maromandia, Antsohihy; Nord Tirolo, Antsakabary ; Romani,
Befandriana-Nord: Ignazio d’Ercole, Pasquale De Gasperis e Enrico
Ranaldi; Franco Nicolai e Ambrogio Artuso, a Antonibe. Quest’ultimo,
grosso villaggio ai bordi della grande baia di Narindra, sul canale del
7
Mi permetto di dare il quadro completo dei missionari Cappuccini Romani: Ignazio d’Ercole,
Carlo Frasca, Ambrogio Artuso, Franco Nicolai, Pasquale De Gasperis, Enrico Ranaldi,
Massimino Faenza, Giuliano Giorgi, Roberto di Fabio, Antonio Pazienza, Marino Brizi,
Stefano Scaringella, Ilidio da Luz Ramos, Alessandro Munari.
8
P. Pasquale De Gasperis -­‐ frate cappuccino dal 22 agosto 1954, ordinato sacerdote il 7 aprile 1962 -­‐ partì missionario nell’arcipelago di Cabo Verde (missione, avviata in collaborazione con i Cappuccini piemontesi, da circa una diecina d’anni) -­‐ nel mese di dicembre 1962. Sarà incaricato dell’isola Do Sal. Vi resterà fino al 6 novembre 1962. Il 6 marzo 1973 -­‐ insieme al confratello p. Enrico Ranaldi -­‐ raggiungerà il Madagascar. 11 Mozambico, dove gli Israeliani progettavano di costruire un grande porto di
scalo commerciale, progetto caduto in acqua con la svolta social-comunista
di Didier Ratsiraka (1976-1993 ; 1997-2002).
Terminato il corso di lingua malagasy, a Antananarivo (novembre ’73marzo ’74), si pose il problema della “localizzazione” degli ultimi due
arrivati. I tempi per la terza stazione missionaria non sembrarono pronti. La
visita del Provinciale di Roma, Corrado Gneo, aveva deciso - in attesa di
eventi futuri - per due nuove “accoppiate”: Franco Nicolai e Vincenzo
Sirizzotti, a Antonibe; Ambrogio Artuso e Ugo Nanni, nella missione di
Antsohihy, insieme ai confratelli di Strasbourg e al confratello malagasy,
Amédée Tovolaza, responsabile del distretto missionario, più volte
candidato vescovo; per anni, segretario coordinatore della CEM
(Conferenza Episcopale Malagasy).
Ci fu un cambiamento. Al sottoscritto toccò l’ ”accoppiata” con il suo
compagno di corso di lingua malagasy, appunto Ugo Nanni, nella missione
di Antsohihy, sede (allora) anche del Superiore Regolare.
Il diploma d’infermiere professionale - sebbene mi sarà molto utile nella
vita pratica - andò a farsi benedire e se ne resterà, per sempre, solo soletto e
buono, nel fondo delle mie valige! Visto il seguito degli eventi, non me ne
dispiacerà punto!
Annata 1974-1975. I primi passi della Missione li feci, appunto ad
Antsohihy, grande centro della tribù tsimihety, al sud di Ambanja.
Al confratello Ugo Nanni, toccò il nord. Al sottoscritto fu affidato il sud
del distretto missionario, tra cui c’era anche Anahidrano, villaggio natale di
Philibert Tsiranana, (primo Presidente della Repubblica malagasy), che ebbi
l’onore di conoscere personalmente, di essere suo ospite, e di averlo sempre con la sua Signora - , e spesse volte, durante l’anno, come fedele,
alle Messe domenicali e/o festive, celebrate nella chiesetta del villaggio.
Sempre puntuali e generosi, Président Philibert Tsiranana e Madame
Kalotody Justine, all’appuntamento del rakitra (obolo) offertoriale!
Un anno indimenticabile. Sotto la guida del “curé”, Amédée Tovolaza, a cui affidavo la messa a punto dei miei brevi toriteny (omelie) domenicali,
in lingua ufficiale malagasy, omelie che facevano dormire i miei amici –
piuttosto pochini e anziani – nelle mie visite alle varie cappelle, a me
affidate. Mio primo compagno di avventura, un anziano catechista, che non
conosceva una parola di francese. Provvidenziale. Da lui fui introdotto al
dizionario tsimihety, da lui appresi i primi detti e proverbi locali. Detti e
proverbi, ancora vivi nella mia memoria non più giovanile.
Non fu cosa facile, il primo impatto con la realtà tsimihety locale. Marce
a piedi, ore e ore spesso appesantite da bagagli e bagaglini, sotto un sole
cocente, durante tutto l’arco dell’anno. E quelle simpatiche bestioline
12 (cimici e pulci) che ti “solleticavano”, appena si spegneva la candelina,
messa disposizione dalla famiglia, che – di turno – mi ospitava nella sua
capanna di paglia. Bestioline che non ti facevano chiudere un occhio, la
notte; bestioline, che ti lasciavano - per giorni - sulla pelle, irritata e
tumefatta, i segni delle loro gentili “carezze”, e che, spesso - con grande
meraviglia della nostra lavandaia -, allegre compagne di viaggio,
emigravano, seguendomi fino a casa.
Quella zanzariera che, ogni sera, ti piombava addosso come una gabbia.
L’impatto col famoso vary (riso). mattima-pranzo-cena. E, poi, quelle brevi
omelie che mi sembrava durassero un secolo. Omelie, anche se più o meno
elementari, ma che la gente semplice delle campagne non comprendeva, e
che sembrava volessero favorire qualche – sia pur breve - loro pisolino.
Quei brevi toriteny ben limati, mi misero subito seriamente in crisi.
Decisi di abbandonare quei benedetti fogli e foglietti. Tentai il primo
discorsetto a braccio. Due lunghi minuti di brividi di freddo. Quella volta mi
accompagnava una suora malagasy. Il tutto avvenne all’interno di una
capanna, sulla strada di Befandriana-Nord, dove celebrai l’Eucarestia. Trequattro persone. Da quel giorno, - l’ultimo della mia vita missionaria - sono
andato avanti sempre a braccio, live. Ricordi inobliabili.
Seconda sponda: Maromandia
Finito il primo anno di noviziato missionario ad Antsohihy, si pose di
nuovo il problema della localizzazione degli ultimi due arrivati, Ugo Nanni
e il sottoscritto. Per Ugo Nanni e il sottoscritto, “cap”, direzione
Maromandia. Vero secondo anno di noviziato missionario e lancio vero e
proprio della mia avventura apostolica “ad Gentes”.
Maromandia: stazione missionaria, fondata nel 1934 e gestita da noi
Cappuccini, fino dal 1994, al sud di Ambanja, al nord d’Antsohihy.Terza
stazione missionaria passata – appunto nel 1975 - al blocco romano.
Ci accompagnò P. Pasquale De Gasperis (anche qui ci fu un
cambiamento, in quanto - come prima idea – sembrò che il P. Pasquale
stesso fosse destinato a Maromandia e per me si profilasse la
“localizzazione” a Befandriana-Nord). Il 15 agosto 1975, concelebrammo la
Messa, tutti e tre (P. Pasquale, P. Ugo Nanni e il sottoscritto), nella piccola
chiesa del centro, dedicata a Santa Teresa del Bambin Gesù. Gli effetti sicuramente “over-dose” - della nivaquine (medicina antimalarica)
cominciavano a farsi sentire sui fragili timpani delle mie orecchie. Celebrai
13 la Messa, quasi sordo! Questione di cerume fortemente concentrato. Poi,
tutto normale, con qualche attenzione in più.
Partimmo in due, dunque, ma dopo due anni, Ugo Nanni – al primo
“congé” (vacanza rituale) - rientrò definitivamente in Italia. Rimasi solo
soletto, come sacerdote. Un fratello laico - il compianto Michelangelo di
Fava (+ 31.12.2008) - fu mio compagno.
Nel centro della missione - curata, fino al nostro arrivo, dal confratello
alsaziano Bérard Ackermann (+ 23.10.1991) - trovammo un funzionale
presbiterio (edificato dal grande architetto – costruttore, il Fratello Étienne
Krauss), la chiesa9, un grande bacino per la raccolta dell’acqua piovana, le
scuole elementari, cui aggiunsi, in seguito, per i più piccoli, la sezionescuola materna. Un discreto numero di alunni.
Nelle campagne esistevamo: una piccola scuola elementare, a
Ampomaventy; 8-9 cappelle, più o meno fatiscenti, 4-5 luoghi di preghiera,
provvisori e quasi volanti, dispersi in alcuni piccoli villaggi, soprattutto
all’est di Maromandia.
All’ovest, - oltre le 4 quasi dignitose cappelle - esisteva una larva di
fiangonana (cappella e comunità cristiana), a Anorotsangana. Villaggio, ai
bordi del mare, sul canale di Mozambico, uno dei tanti ex porti negrieri, sul
suolo malagasy; porto militare, durante il periodo coloniale francese. Una
grossa faticata arrivarvi. Di solito via mare. Una sola volta potetti
raggiungere il villaggio in jeep. La prima volta che – adulti e meno adulti –
potevano vedere, de visu, in loco, - occhi sbarrati e orecchie ben tese - una
macchina e quel strano aggeggio del motore!
Vecchia cappella distrutta. Si pregava in una capanna, dal cui tetto
entravano beatamente i raggi di fratello sole e di sorella luna, soprattutto nei
pleniluni australi. Casa-capanna, proprietà del presidente del fiangonana.
Signore tri-poligamo, con tre donne, piazzate in tre diverse piantagioni di
caffè, da lui “visitate” a turno; non battezzato. Dopo qualche anno, sollecitai
- quasi per scherzo - il battesimo. Risposta immediata: - Subito!…, insieme
con le mie tre donne!
Dopo qualche tempo (non ricordo esattamente quando) ci raggiunsero le
Suore Benedettine della Carità. All’arrivo della nuova missionaria, Suor
Gemma, tutta vazaha (europea/bianca), in scarpette bianche, da corsia
d’ospedale, volli farle fare subito il primo “bagno”. Rischio di farlo sul
serio. Lo dirò subito. Prima, un particolare: quella bevanda vegetale...
9
La cui prima pietra fu benedetta da Mgr. Adolphe Léon Messmer, allora Prefetto Apostolico
d’Ambanja, il 19 maggio 1949, all’occasione di una sua visita per amministrare il sacramento
della Cresima. La costruzione era stata portata avanti - per ben due anni, causa non facile
reperibilità di operai muratori - dal P. Gérad Rapp (che sarà mio primo compagno a IvatoAmbositra). Così si legge in Esto Fidelis, 14è Année Mars 1947, pp. 329-­‐331. 14 servita in vaso da notte! E poi quella piroga, impazzita, frustrata da un
vento improvviso, quasi violento, sul canale del Mozambico, in quel
pomeriggio, intenti all’amo, a qualche metro dalla costa. Rischiammo
grosso. Fortunatamente la costa non era lontana.
Riveniamo alla grande comunità cristiana locale: un insieme di
minuscole comunità cristiane, sia al centro, sia nei vari villaggi di campagna
(montagna!). Gente sperduta nelle foreste, e tutti impegnati nelle culture del
caffè, del cacao e del pepe. Pochissimi i battezzati, quasi inesistenti i
matrimoni. In quasi cinque anni, riuscii a benedirne due.
Una missione durissima, dunque. Forse - con il senno del poi - compito
troppo oneroso per un “novizio” della Missione? Un interrogativo serio che
mi pongo, post factum, e après coup (dicono i francesi), dopo tanti anni.
Passiamo ad altro. Lato geografico - esistenziale.
Maromandia. Una missione, il cui centro era situato ai bordi del grande
fiume Andranomalaza-Maitsomalaza, ai bordi della strada nazionale, in
direzione della punta nord del Madagascar, Diego Suarez (l’attuale
Antsiranana). Nel sud, direzione Antsohihy, punta nord della provincia
civile di Mahajanga. Pista, al nord (la più terribile); pista, al sud; piste
battute da grandi camion, spesso sovraccarichi d’ogni ben Dio, fino alla
vigilia della stagione delle piogge (novembre-marzo). Strada disastrata, con
punti di difficoltà quasi impossibili a superare, in certi momenti dell’anno.
Aneddoti a non finire. Due soli. Una volta, viaggio in due verso
Ambanja. Ugo Nanni al volante. Piccola inavvertenza. Un piccolo tronco, di
traverso sulla pista. Perdita totale dei freni. Non era finita. Dopo qualche
km: un filo strano viaggiava al fianco della jeep. Pensate! Era il filo del
telefono che faceva le sue danze sulla strada! Piccola sbirciata al di sotto
della jeep. Un cordone massiccio, al livello del blocco di trasmissione. Una
faticaccia per liberalo. Ancora qualche metro, ed eccoti la scoperta del
danno. Il para-olio, gravemente danneggiato. Stop obbligatorio. Ugo Nanni
resta a guardia della vettura. Al sottoscritto, una diecina di km di marcia,
fino al centro della Missione d’Ambanja, per allertare i soccorsi.
Un’altra volta. La radio nazionale annunciò la fine del ciclone. Urgenze
varie - tra cui i viveri - mi spinsero ad avventurarmi verso il nord, in
compagnia di un amico della missione. Non partii alla sprovvista: argano,
cavi, asce, vanga, ecc. Un ponte in legno saltato. Impiegai un giorno e
mezzo per fare i 90 km, tra Maromandia e Ambanja.
In poco tempo feci fuori una potente jeep. Sempre senza freni, rosi dai
vari passaggi di canali e canaletti di acqua salata. Tentai anche con una
piccola moto.
Clima micidiale. Caldo umido, intenso.
15 Geografia. Zona montagnosa, sia all’ovest (canale di Mozambico), sia
all’est (regione di Manongarivo e di Bealalana), sia al nord-ovest (direzione
d’Ambanja), dove erano la maggioranza delle cappelle. Al sud, due grossi
fiume da attraversare L’uno (Maevarano, a Befotaka Nord), con il “bac”
(grosso barcone a fondo piatto per traversare i fiumi) per traversare il fiume.
Aneddoto. Jeep senza freni. Il confratello Michelangelo di Fava si
avventura lo stesso. Ha fretta di rientrare. Partenza da Antsohihy. Una volta
sul “bac”, a Befotaka, invece di spegnere subito il motore, cercò (invano) i
freni. Tutti/tutto in bagno. Vi rischiò la pelle, schiacciato da un fusto pieno
di carburante. Le avventure - sempre a lieto fine - con quelle strade sono
stati talmente tali che hanno segnato il mio inconscio più profondo: in quasi
ogni incubo notturno (quando ci sono), eccoti la macchina senza freni...
marcia indietro... shock.. risveglio liberatorio.
L’altro fiume, Manambaro, ad una quarantina di km, al sud di
Maromandia, da attraversare a piedi. Grossi guai, quando era in piena.
Metà Novembre 1976: viaggio su Antananarivo. Primo mio “congé,
prima visita rituale, in Italia. Tutto già programmato. La notte, un autentico
diluvio. Arrivati sul posto, eccoti il fiume Manambaro in piena. Corrente
abbastanza forte. Traversata a sghembo. Il mio aspirante catechista Pascal
mi precedeva con la mia valigia sulla testa. Acqua fino alle ascelle. Per
fortuna nostra, non vi furono segni di coccodrilli nei paraggi.
Viaggi quasi tutti a piedi o in piroga. Una volta - impossibilitato a
continuare a marciare a piedi, causa la puntura di uno roitry (erba spinosa,
per me super allergica), dovetti fare l’esperienza della zattera. Tutta una
giornata di salti, sul fiume Andranomalaza-Maitsomalaza, aggrappato alle
grosse canne di bambù.
Da qualche anno, le cose sono cambiate! Le piste di una volta sono
scomparse, cambiando anche il paesaggio circostante. Una magnifica strada
asfaltata passa nel centro del paese. Magnifici ponti, - di cui il più lungo
all’entrata della cittadina di Maromandia, sul fiume AndranomalazaMaitsomalaza - ovunque. Un’ora, un’ora e un quarto e sei già a Ambanja!
Un paio d’ore e ti trovi già alle porte d’Antsohihy!
Da una zona, quasi deserta della tribù Tsimihety, ricoperta soprattutto di
satrana (sorta di palmizio) e di mokonasy (alberello spinoso ricoperto di
piccoli frutti, di un certo gusto se ben maturi), passavo a quella Sakalava.
Altra regione, altro dialetto. Altra natura, altro ambiente naturale. Regione,
ancora, attraversata dall’est (regione di Bealalana) all’ovest (canale di
Mozambico) dal già citato grande fiume Andranomalaza-Maitsomalaza.
Regione arci-verde. Ai bordi climatici (parte sud) della regione di Nossibe –
Ambanja – costa est, dell’oceano Indiano.
16 I quasi due ettari di terra del centro della nostra missione: un vero
giardino. Il tutto, popolato di bonara, alla cui ombra scoppiavano di vita
caffè , cacao, pepe, banane e moltissimi altri frutti tropicali.
Lato ecologico … francescano. Ci facevano compagnia e ci rallegravano
dei loro gorgheggi polifonici - giorno e notte - una moltitudine variegata di
uccelli. Una vera orchestra. Non rara la visita di qualche do (boa),
fortunatamente non velenoso, ma che - ogni tanto - ci faceva fuori qualche
pollo del nostro già magro pollaio.
Nei momenti liberi, mi dilettavo a passare alcune ore all’ombra dei
grandi bonara, curando quanto già piantato, e piantando diecine e diecine di
nuove piantine di caffè. Spesso pagando il “fio” alle punture-fulmine
(terribilmente dolorose) dei fanendry (una specie di vespa che nidifica sotto
le foglie delle piante) e alle carezze del famigerato tainghilitro (erba
rampicante, una volta secca, appena sfiorata, ti lancia addosso una
polverina terribilmente allergica.
Cultura e costumi locali
Arrivavo in terra sakalava, a Maromandia, già sulla quarantina. Senza
una guida esperta a fianco, dovetti cavarmela da solo. Pagando più di
qualche “fio”.
L’impatto con le realtà locali - stregoneria, tabù di ogni sorta,
sottosviluppo grave nel campo dell’educazione, dominazione possente dei
re e reucci sakalava locali -, pur non disdegnando rispetto e contatti con le
autorità civili costituite con i vari “saggi” tradizionali della regione e con la
popolazione, specialmente quella a noi più vicina, fu veramente frontale.
Di questo primo vero periodo di Missione - a parte i disagi di cui parlavo
sopra - ricordo gli sforzi, quasi sovrumani, cui dovetti far fronte,
nell’esecuzione di un acquedotto, per il quale dovetti affrontare - a Befitina,
regione di Ambanja - insieme al capo villaggio di Maromandia-centro, certo
signor Pierrot - anche una seduta spiritica, interloquendo direttamente, per
più minuti, col possessore dello tsiny (spirito). Motivo: la sorgente
principale, abitata da detto spirito, a cui - tramite il suo“possessore” – si
doveva riverenza, e il permesso di poter invadere il suo “dominio”
arcisacro.
Alla fine della seduta, pregai il signor possessore dello tsiny - per il bene
della popolazione, e garantendogli tutte le spese di viaggio, ecc. -, di venire
a Maromandia e liberarci la sorgente, per poter cominciare subito i lavori.
17 Era un lunedì (giorno propizio per la seduta) di metà di novembre 1978, e la
stagione delle piogge era alle porte. - Sì, sì.
Appuntamento per il giovedì seguente. Non se ne fece niente. Il tutto,
una vera e propria turlupinatura! Mi dissero, in seguito, che tutto si sarebbe
risolto, a Befitina stesso, hic et nunc, con un biglietto cash di 50 mila FMG.
La stessa cosa era successa a Jangoa d’Ambanja. Ma - per l’occasione - la
gente mandò, semplicemente, a quel paese il nostro amico di Befitina.
Fallito Befitina, - dietro consiglio d’una vecchia signora, meticcia
vazaha (bianca) e d’accordo i con tutti i capi villaggi - si concluse di passare
al famoso joro (sacrificio) di rito: un giovane torello, alcune monete, alcune
gocce di miele, un mpijoro (sacerdote sacrificatore), accreditato all’uopo.
Giorno convenuto, un venerdì. Mi aspettavo una folla di gente. Una diecina
di persone, piuttosto anziane, tra cui la vecchia signora meticcia vazaha
(bianca), Marguerite Privot.
Nessuno aveva il coraggio di fare il mpijoro. – Fai tu, fai tu! Due - tre
giri. Alla fine, un vecchio signore (non cristiano), cieco ad un occhio,
afferrò la coda del torello, che, per nostra fortuna, se ne stette buono
(altrimenti tutto saltava, subito), e il rito potette cominciare. Si promise allo
tsiny un altro joro, a esecuzione compiuta dei lavori. Ci si divide la carne
del giovane torello. Rito compiuto. Tsiny abbonito. Tutti a casa. Tutto a
posto. Si può stare in pace. - Tutte le paure finite? Il resto della storia dirà di
no.
Un’operazione colossale, che alla fine, finì per lasciare la gente – nel
corso dei lavori e, anche, a cose fatte – con l’ancestrale paura. Le scoperte
le facemmo man mano. Sul luogo - al lato est, ai bordi della sorgente e
nascosti tra arbusti e foglie - un fijoroana”(specie d’altarino), ricoperto da
una buona chilata di monete e monetine. Ai piedi d’un grande albero: una
grossa buca piena di bottiglie e bottigliette. Seri problemi nell’abbattere
alberi e arbusti, di cui era coperta una delle due sorgenti. Per fortuna nostra,
si fecero avanti i nostri catechisti, in riunione bimensile, in loco. Scavare il
canale, - opera affidata ai rappresentanti dei vari villaggi - non fu cosa
facile, causa - appunto - bottiglie e bottigliette rituali, sepolte nei dintorni
della sorgente principale. Paura a non finire!
Due sorgenti. Due bacini di raccolta.
Al momento dei lavori (quasi all’inizio), - alla fatica ordinaria dei
trasporti, via terra e via acqua, del cimento e tubi PVC, comprati a mille km
di distanza (Antananarivo) - si aggiunsero altre paure e minacce.
Nonostante gli sforzi d’intesa e di collaborazione con i vari capi locali e
l’intesa con la gente, la collaborazione, in mano d’opera spicciola, saltò al
secondo turno, e i nostri due muratori - originari degli Altipiani ricevettero minacce (verbali) di morte! – Non sarete voi a terminare i lavori!
18 Ma, alla fine, ci si arrivò, e l’acqua ancora corre e scorre, tuttora, nelle
fontanelle del villaggio. La gente - che prima beveva l’acqua saporita e
profumata (!) del fiume Andranomalaza-Maitsomalaza, - da quel lontano
fine anno 1978, beve acqua pura di sorgente. Quello che conta! Dal “mio”
tempo, fino ad oggi: molta acqua si è riversata - fiume AndronomalazaMaitsomalaza tramite - nel canale del Mozambico. Qualche paura di meno,
forse. Qualcosa di buono e di meglio, forse anche qualche barlume di fede
cristiana - lo credo fermamente - sarà anche entrato nel cuore e nella testa
dei miei cari amici sakalava della regione!
Cinque anni di vita a ritmi un tantino elevati, in piena zona malarica,
con un’alimentazione - causa isolamento - non al 100%. Nemmeno una
linea di febbre. In simili circostanze - non lo sapevo ancora, per esperienza
- ci si deve aspettare, quasi sempre, la comparsa delle febbri malariche,
sempre piuttosto violenti, soprattutto le prime. Così fu, per me. Siamo nel
marzo 1979. Mi toccò la forma più cattiva.
A Maromandia si gridò subito ad una “vendetta” del famoso “tsiny”.
Una lezione alla mia “sfida”, nei riguardi dello tsiny stesso e dei suoi
“adepti”. I bambini - sempre piena la jeep, nei miei vai e vieni da e per la
sorgente d’Ankirìky - si vedevano, spesso, rimbrottati dai loro genitori, che
li apostrofavano con “adala”, “lefaka” (scemi), ammonendoli a non
seguirmi, perché - si diceva loro, i vazaha (bianchi) non hanno paura degli
siny e, poi: - Masina ry Mompera ! I Padri sono“santi”; ma, probabilmente,
alludevano a protezioni speciali di Zanahary-Dio, dall’alto.
Vari tentativi di completo riposo (Nossibe, Antsirabe). Invano. Dovetti
rassegnarmi a partire per l’Italia. Ospedali: clinica tropicale (Umberto I°) e
San Giacomo. Analisi a non finire. Si arrivò fino alla biopsia epatica. Una
buona annata. Ricupero quasi completo.
A Maromandia, mi ritennero spacciato per sempre, già morto, e
seppellito. Tanto che, al mio ritorno, - maggio 1980 - di passaggio nel
villaggio, la gente non credeva ai suoi occhi. Qualcuno osò dirmi
candidamente: - Sei ancora vivo! Ti credevamo già “lasa”(partito).
Eufemismo, per non dire, tout court, spacciato, morto!
Dopo il mio abbandono forzato, i confratelli Ambrogio Artuso e il
compianto Giuliano Giorgi10 furono incaricati del distretto missionario di
Maromandia.
10
Il confratello, arrivato nel Madagascar nel 1984, lavorò – sempre generosamente – a Maromandia e, poi, più a lungo, a Befandriana Nord. Famose le sue “tournées” a piedi. Morì a Antananarivo, colpito da tifoide non curata in tempo, il 5 giugno 1998.. Le sue spoglie mortali furono riportate in Italia. Fu sepolto nel cimitero del suo paesino natale, Montorio Romano (Roma). 19 Antananarivo: lavoro cercasi
I medici sconsigliavano assolutamente il ritorno in missione. Qualche
esitazione anche da parte dei Superiori di Roma. Non mollai. Nei primi di
maggio 1980, ri-volavo verso la “La Grande Isola”.
Impossibilitato a far ritorno in zone ad alto rischio malarico, i Superiori
del tempo - Superiore Regolare, il nord tirolese Manfred Marent - decisero
per tentare una nostra presenza nella diocesi di Antsirabe, al sud della
Capitale. Rischiai di diventare “curé” del distretto missionario di Tritriva,
non lontano dalla casa madre dei nostri fratelli OFM, (giunti a AntsirabeAndraikiba il 30.11.1960 e che avevano appena aperto il loro noviziato in
terra malagasy ), con i quali si prospettava una collaborazione a livello delle
case di formazione. Rimasi nella loro fraternità per quattro mesi,
sostituendo Antoine Jacomy OFM nel distretto missionario di Mahaiza. Una
bella esperienza, soprattutto sul piano francescano.
In alto loco – soprattutto con la visita dell’allora Ministro Generale
dell’Ordine, Pasquale Riwalski - fu deciso altrimenti. Fine novembre 1980,
raggiunsi l’appena aperta casa di Analamahitsy (1979), nella Capitale
(Antananarivo), in compagnia di tre Confratelli malagasy: un sacerdote (lo
stesso che avevo avuto come primo responsabile del distretto missionario
del centro tsimihety (Antsohihy), fr. Amédée Tovolaza11, uno studente di
teologia, Pierre Jaomazava (+ 04.08.2009), un fratello laico, Raymond
Denis, - figlio del mio catechista-guida d’Antsohihy - apprendista in
meccanica.
Il sottoscritto, senza arte e senza parte.
La Provvidenza guida i nostri passi e dà il pane secondo i denti. Questa
volta – connivente la zanzara – dovetti inventarmi e trovarmi un lavoro.
Con un fisico piuttosto debilitato, non avrei potuto lanciarmi in lavori fisici
di un certo impegno. E così - pur dedicandomi moramora (piano piano)
all’apostolato settimanale e domenicale spicciolo - decisi di lanciarmi nel
francescanesimo, che finirà per essere un’autentica manna, in primis per me
stesso, e, poi, per l’animazione delle vocazioni francescane e non, in genere
Si era alla vigilia del VIII° Centenario della nascita di San Francesco
(1981-1982). La Famiglia Francescana - OFM, OFMCap, OSC (Clarisse),
11
Il venerato confratello - oltre che “curé” d’Antsohihy - è stato il primo “curé” cappuccino
della parrocchia “St. Jean Baptiste” d’Ambohimalaza-Antananarivo, educatore nello studentato
cappuccino d’Ambohimalaza-Antananarivo. Intelligenza sveglia e acuta. Sostegno spirituale
delle Sorelle Clarisse. In data 5 settembre 2010, si è spento a Antsirabe, dove è stato per lunghi
anni tra i zoky (fratello maggiore) della fraternità dello studentato di filosofia. E’sepolto nel
cimitero dei Cappuccini, a Antananarivo-Ambohimalaza. 20 ben cinque Congregazioni di Suore Francescane, centinaia di Terziari OFS era tutta una specie di scompartimento stagno. Ognuno per sé, Dio per tutti.
Da Antsohihy ,- dove avevo fatto (come detto sopra), nel 1974-1975, il
mio primo anno di noviziato missionario,- nel mese di maggio 1980, lanciai
l’idea di un Comitato Interfrancescano di Madagascar CIFM). Una lettera ai
singoli Responsabili della grande Famiglia Francescana. La novità dell’idea
non trovò di sorpresa nessuno. Alcuni incontri di contatto. Qualche messa a
punto. Il CIFM vide la luce.
Data ufficiale di fondazione: 16 dicembre 1980. I Fratelli/Sorelle
fondatori/trici furono, nell’ordine: François Simon Perret, OFM; Manfred
Marent, OFMCap; Jean-Bapiste (OSC, Clarisse); Cécile Rasoarisoa (FMM),
Emilienne Bouvin, Petites Franciscaines de Marie; Lucienne Bourreau,
Franciscaines Servantes de Marie de Blois; Teresa Marguerita Fontana,
Francescane dell’Immacolata di Palagano (Mo); Mr Denis Randrianasolo,
OFS. Alla testa del neo nato CIFM (Comitato Inter-Francescano di
Madagascar, più tardi (2008) convertito in Conferenza Inter-Francescana
di Madagascar) furono messi Fr. Jacques Tronchon, OFM e Fr. Vincenzo
Sirizzotti, OFM Cap.
Nella riunione di fondazione - che si tenne nella nostra casa di
Analamahisty-Antananarivo, il 16 dicembre 1980, di fresca fondazione - si
misero, subito e bene, appunto gli scopi del CIFM: animazione francescana,
traduzioni di fonti francescane, preparazione immediata delle celebrazioni
del VIII° Centenario della nascita del Serafico Padre San Francesco (19811982).
I Fratelli/Sorelle fondatori/fondatrici – eccetto François Perret e Denis
Randrianasolo - sono ancora sulla breccia. Quest’anno 2010 corre il terzo
decennio di fondazione. La ricorrenza sarà celebrata, a AmbohimalazaAntananarivo, da tutta la Famiglia Francescana della Capitale, unitamente
alla celebrazione annuale di San Francesco d’Assisi, il 10 ottobre 2010).
L’imminenza delle celebrazioni centenarie francescane (VIII°
Centenario della nascita del Poverello d’Assisi, appunto) ci impegnò subito
e seriamente: traduzione di una vita di San Francesco (si scelse quella
d’Ivan Gobry), animazione della famiglia francescana (ritiri, esercizi
spirituali, conferenze...) con l’invito di francescanofili di un certo calibro: il
Ministro Provinciale del Tirolo,W. Egger (futuro Mgr. W. Egger, vescovo
di Bressanone-Brixen), OFMCap; Michel Hubaut, OFM; Hubert Delesty,
OFMCap.
L’intero anno 1981 fu tutta una fioritura d’iniziative, che coinvolsero un
po’ tutta la Chiesa Cattolica, in particolare, le scuole cattoliche di
Madagascar. Per le scuole cattoliche fu lanciato un concorso di disegno
nazionale, la cui esposizione (nel 1982) fu ospitata alla sede
21 dell’Ambasciata d’Italia, a Ankadivato. Furono coinvolti anche uomini della
cultura e della vita civile. Un certo Vahandanitra, compositore e attore alla
Radio malagasy, ci preparò il testo e la messa in scena della vita di San
Francesco, nella cui esecuzione - nella sala di teatro del Collegio “Saint
Antoine” delle Suore FMM d’Ankadifotsy - egli stesso ne fu direttore e
attore, nel personaggio di Innocenzo III.
Una conferenza di alto livello, sempre su San Francesco, - tenuta nel
Centro Culturale Francese “Albert Camus”, animata dalla corale della
parrocchia “Saint Étienne” d’Ambandia-Antananarivo, corale diretta dal
parroco-compositore, Don Pietro Ganapini, sacerdote “Fidei Donum”, di
Reggio Emilia - fu affidata all’ex Ministro dell’Educazione Nazionale della
neonata prima Repubblica del Madagascar (indipendenza 26 giugno 1960),
certo Laurent Botokeky, originario di Belo sur Tsiribihina, fervente OFS
(volle essere sepolto con l’abito francescano OFS), alla cui Famiglia,
Madame Hélène Setopulos Botokeky e figli, - tutti tanto simpatici - , sono
tuttora legato da vincoli di amicizia fraterna francescana.
Chiusura solenne – nella chiesa Saint François d’Assise, a AntananarivoAndravohangy – il 4 ottobre 1982. Festa tutta francescana e di colore,
soprattutto OFS: tutti – giovani e meno giovani – rivestiti del marrone saio
francescano.
Stampa e opere sociali
Il seguito della vita del CIFM sarà segnato - oltre che dall’animazione
spirituale - da tutta una serie di traduzioni di libri francescani : scritti di San
Francesco e di Santa Chiara, Fioretti – fumetti (Franco Nicolai) e testo
completo - , Anonimo di Perugia, altra vita di San Francesco (Omer
Engelbert), una vita di Santa Chiara (Chiara Augusta Lainati), Regole
TOR e OFS, Statuti Gioventù Francescana, Manuale OFS, Messale
francescano; piccole biografie di santi Cappuccini (San Crispino, San
Leopoldo) e di Padre Pio (di quest’ultimo – al momento in cui stendo
queste note – è in corso di stampa una biografia aggiornata e un libretto sui
“Gruppi di Preghiera”), Costituzioni OFMCap.
A ridosso delle celebrazioni centenarie, due iniziative importanti.
In collaborazione con le monache Trappiste di Vitorchiano (Vt) e con
l’aiuto dell’amico gesuita, Santi Zocco di Siracusa (economo - tuttofare
della diocesi di Fianarantsoa), si cominciò la stampa e la diffusione - per
migliaia e migliaia di copie - di preghiere di San Francesco. E altre: le più
significative e le più conosciute. Tutto in lingua malagasy.
22 Il CIFM - tramite il gruppo musicale nazionale Ankalazao, sotto la
direzione di Gilles Gaide, OSB - si fece promotore anche della messa in
musica di varie preghiere e temi francescani. Il Cantico delle Creature e le
“Lodi di Dio Altissimo” sono passate a far parte del libro dei canti, a livello
nazionale. Le “lodi di Dio Altissimo” sono state cooptate come “Gloria”
della Messa.
Ulteriormente (1998) – dietro iniziativa delle Suore Clarisse e sostegni
finanziari procurati dal nostro Pasquale De Gasperis - il CIFM , oltre i testi
tout court, pubblicò, con note musicali, officio e messa di san Francesco e
di santa Chiara.
Le attività del CIFM - passato in seguito in altre mani - sono continuate
senza soluzione di continuità: esercizi spirituali annuali, animati
alternativamente da un OFM e da un OFMCap.; incontri fraterni informali,
capitoli delle stuoie, celebrazioni di voti o di ordinazioni sacerdotali,
giubilei, lutti. Ultimamente, gennaio 2010, si è aggiunto - fortemente voluto
dal Provinciale Francesco Vinci - un corso (due volte l’anno) di formazione
francescana e delle scienze educative in generale, per tutti gli educatori e
educatrici della Famiglia Francescana. Animatori/trici: membri esperti della
Famiglia Francescana.
Ma forse, senza forse, il fiore all’occhiello del CIFM è stato, e resta, la
creazione dell’Associazione ASA (1991) con il suo Centro CASA (Centre
d’Action Sociale, 1995) - nel contesto del “Village Saint François”
d’Antananarivo-Andrianarivo - , fortemente voluto dai confratelli OFM, col
sostegno costante, soprattutto finanziario, di Pasquale De Gasperis.
Il centro, Antananarivo-Andrianarivo - di proprietà della Famiglia
Francescana, e a qualche centinaia di metri dalla grande Casa Penale della
Capitale - accoglie, da anni: un Foyer de vie (centro per persone anziane),
un dispensario, una farmacia popolare, una bella cappella, FIEFA
(Associazione per la protezione dei diritti civili), l’École Sainte Thérèse
(scuola materna e elementari; nel 2007-2008: apertura delle scuole medie).
Il confratello Pasquale De Gasperis - in qualità di Assistente Nazionale
dell’OFS -, vi ha fissato, in seguito, la sede nazionale dell’OFS, istituzione
intitolata a Lucien Botosoa, terziario OFS, morto martire della fede,
nell’insurrezione del 1947.
Cosa chiama cosa. Dalla CASA - sollecitato dal particolare sitz im leben
della Capitale - ebbe origine un’altra bella realtà, tipicamente francescana: il
grande centro agricolo d’Ampasipotsy, nell’ovest della Capitale
(Antananarivo), nella regione di Tsiroanomandidy, il cui primo fondatore è
stato l’OFM, Fr. Jacques Tronchon, di formazione storica (noto il suo libro
sull’insurrezione malagasy del 1947), fratello non chierico, tuttora sulla
breccia. Migliaia di ettari di terreno (cifra esatta 20.000!), quasi desertici,
23 salvati ai rituali fuochi stagionali annuali , e ora ricoperti di verde; fondi
valle, abbandonati a se stessi, trasformati in fiorenti risaie. Paesaggi quasi
lunari, una volta. Un villaggio pimpante di vita e “brulicante” di bambini,
attualmente.
Chiesa ecumenica (dedicata alla “Sacra Famiglia, consacrata nel 2.000).
La comunità cattolica - retta attualmente da un sacerdote originario
d’Ambanja - è ancora sotto il distretto di Mahasolo. Per l’animazione
spirituale e per la gestione delle le scuole l’ASA si è assicurato l’aiuto e la
collaborazione di tre comunità religiose: Suore Divine Providence de St
Jean de Bassel (8 settembre 2004), OFM (natale 2009), Clarisse congolesi
(8 settembre 2009). Le scuole: dalla scuola materna alla terza media,
distribuite in tre centri - Ampasipotsy, Kambantsoa, Ambalatalahihazo, per
un totale di 1645 alunni, anno 2009-2010). I tre centri scolastici sono
affidati, soprattutto, alla cura delle Suore Divine Providence de St Jean de
Bassel.
Centro Sanitario di Base (2005), dispensario, atelier per legno e ferro.
Lavoro, salute, famiglie unite. Una comunità variegata. E, poi, per tutti:
una vita degna ad essere vissuta.
Detto Centro, fu concepito e creato, dopo accurate analisi e ricerche
sociologiche, con lo scopo specifico di salvare gli accattoni (e loro famiglie)
della Capitale dalle immondizie e dai ricoveri fortuiti delle strade e delle
arcate del centro d’Antananarivo.
Nel 2001 – a dieci anni dalla fondazione – Ampasipotsy ospitava già 100
famiglie!
Il Centro agricolo - attualmente ben 29 villaggi, di cui 15 per contadini
senza terra - forma due fokontany (unità civile malagasy di base),
Ampasipotsy e Kambantsoa, per un totale di 3.000 anime. L’ASA si prepara
a chiedere allo Stato malagasy l’erezione di un comune rurale autonomo!
Anche qui, la Provvidenza si è fatto, e si fa onore.
Aiutato per qualche tempo dall’UE, attualmente l’ASA va avanti con
aiuti di diversa provenienza: Raul Follereau, Partage, ASA/France, Famiglia
Francescana (tra cui la MZF, tedesca) .
Il CASA d’Antananarivo-Andrianarivo, il giovedì Santo, 12 aprile 2001,
ebbe l’onore della visita dell’Abbé Pierre.
Terza sponda: in paese Betsileo
Dal 27 agosto 1932 - data dello sbarco dei primi confratelli cappuccini
di Alsace-Lorraine, a Nossibe, nel nord del Madagascar - la presenza
24 cappuccina, a parte la prima fondazione nella Capitale (Antananarivo), anno
1979, di cui sopra, si era ristretta alla sola diocesi d’Ambanja, la cui
estensione – dopo la grande aggiunta territoriale dell’8 luglio 1947 comprendeva la parte sud della provincia civile di Diégo Suarez (attuale
Antsiranana) e la punta nord della provincia di Majunga (attuale
Mahajanga).
Ci si preparava all’erezione della Vice Provincia “St. Fidèle de
Sigmaringen”12 .
L’implantatio Ordinis (impiantazione dell’Ordine cappuccino) imponeva
altre presenze, in ambienti - culturali e religiosi - più favorevoli alle
vocazioni religiose e sacerdotali. La scelta cadde su Fianarantsoa, regione
abitata dalla tribù betsileo, evangelizzata, da oltre un secolo, dai Padri
Gesuiti. Terreno fecondo di vocazioni.
Il sottoscritto stesso fu incaricato di preparare, d’intesa con il vescovo
diocesano, il gesuita Mgr. Gilbert Ramanantoanina, il luogo più adatto alla
nostra fondazione. Dopo varie ricerche, la scelta cadde – con grande
sorpresa del Vescovo stesso - su Ivato-Alakamisy, a 15 km d’Ambositra,
capitale dell’artigianato malagasy.
Siamo a fine dicembre 1983. Il Pastore diocesano, all’annuncio della mia
scelta, (ricordo come adesso), prese la sua agendina e decise, hic et nunc,
subito, la data della nostra istallazione. Qualche esitazione e paura da parte
di Gesuiti e clero locale. Si temeva la nostra “pesca” furibonda vocazionale,
nei seminari e nelle parrocchie della grande diocesi betsileo. Molto positiva
l’accoglienza dei confratelli cappuccini dell’allora, ancora, Custodia del
Madagascar.
Sul posto trovammo un anziano missionario, gesuita siciliano, (P.
Lombino), un buon presbiterio e la chiesa del centro, dedicata a Saint
Vincent de Paul. Tre scuolette di campagna. Al centro, ancora, quattro
palmi di terra, al nord della chiesa, e un grande stabile incompiuto, con
destinazione scuola, e che ospitava - con seri disagi per i pochi giovani
alunni (una cinquantina) e maestri (2), la scuola elementare cattolica. Le
due piccole e malandate scuole di campagna Soafandry e
Andranonanakova), registravano, in tutto, una sessantina di alunni. Due
maestri.
12
La Prefettura Apostolica d’Ambanja – con Rescritto n° 69/46 dell’ allora Sacra
Congregazione dei Riti del 1° dicembre 1946 - era stata messa sotto la protezione del
protomartire di Propaganda Fide, il cappuccino svizzero, Fedele da Sigmaringen. (In Esto
Fidelis, 14è Année Mars 194). La Vice Provincia “Saint Fidèle de Sigmaringen de
Madagascar” sarà proclamata all’occasione della visita del Ministro Generale, Flavio Carraro,
il 21 agosto 1987. 25 Il 15 gennaio 1984, il vescovo diocesano ci istallava ufficialmente nel
distretto missionario d’Ivato-Ambositra. Ricordo ancora una frase della sua
omelia. Si augurava che lo spirito militare di Sant’Ignazio di Loyola facesse
unità e armonia con la semplicità e umiltà del Santo di Assisi!
Un paio di anni dopo, il distretto d’Ivato annetterà anche il distretto
d’Antoetra, tribù Zafimaniry, in piena foresta, all’est d’Ambositra,
anch’essa famosa per le sculture in “art malagasy”.
Si cominciò in due: l’ormai anziano confratello alsaziano, Gérard Rapp
(uno dei fondatori della diocesi d’Ambanja) e il sottoscritto. Il confratello
Gérard Rapp13, causa età avanzata e disturbi di salute, dovette rientrare in
Francia, nel corso del 1986.
Nei primi di luglio 1984, ci raggiunsero due confratelli della Provincia di
Siracusa: Michele Lombardo e Francesco Vinci.
Michele Lombardo - già professore di teologia morale nella sua
Provincia monastica di Siracusa -, si fece subito la mamma di casa della
nostra casa, ancora sprovvista di tutto. Metà novembre 1984 – durante il
corso di lingua malagasy – lo sorpresi, bocconi a terra, ai piedi del suo
tavolo, in una stanza dei Padri Gesuiti, a Ambositra. Un mezzo infarto. Due
suoi compagni di corso di lingua malagasy, un gesuita ungherese e suor
Rossella delle Suore Orsoline (tutti e due medici) gli prestarono i primi
soccorsi. In fondo, lo salvarono.
Dovette farsi operare di cuore a Parigi. Ritentò di nuovo il coraggioso
confratello. Nel luglio 1986, Michele Lombardo, lasciava definitivamente
Ivato-Ambositra e il Madagascar. Si ritirò a Leonforte (En), suo paese
natale, dove si spense il 24.12.1997.
Francesco Vinci (attuale Provinciale del Madagascar), invece, resterà sul
posto per dieci anni, dando un contributo di qualità sia all’apostolato
missionario, sia alla formazione dei nostri giovani postulanti.
Qualche altro confratello ci darà una mano. Oltre i fratelli malagasy che
saranno a Ivato/Ambositra - dal 1995 -, come corresponsabili del distretto
missionario e del postulato, ci saranno d’aiuto l’ex missionario alle
Seychelles, André Marie Koller, fratello laico della Provincia Svizzera,
specialista nelle costruzioni14., Ilidio da Luz Ramos (capoverdiano della
provincia di Roma), Angelo Tricomi e Angelo Catalano (tutti e due della
Provincia di Siracusa).
In fondo saremo noi due - Francesco Vinci e il sottoscritto - a portare,
per oltre un decennio, il grosso del peso del distretto missionario e della
13
Arrivo in Madagascar, nel 1937; morto e sepolto a Srasbourg, + 04.05. 1995. Giunto a Madagascar, in data 15.09.1981; + a Ambanja, 22.07.2010. Fu sepolto nel piccolo
cimitero, accanto alla chiesa cattedrale d’Ambanja. 14
26 formazione dei giovani postulanti, sempre piuttosto numerosi e con
conseguenti problemi seri di gestione logistica e educativa.
Il 5 novembre 1994, Francesco Vinci rivolava verso la sua Sicilia, nella
sua Provincia monastica di Siracusa, di cui sarà guida e animatore per un
sessennio. “Accoppiata” ciociaro-aretusea, finita. Missione compiuta per
Francesco Vinci.
Scuola di formazione agricola e artigianale
Il sitz im leben locale impose, fin dagli inizi, un’attenzione particolare
alla scuola e alle scuole, al centro e nelle singole cappelle della campagna.
Per i bambini in età di scolarizzazione, ci si attaccò, senza soluzione di
continuità, alla fondazione di nuove scuole della missione. In poco tempo se
ne misero su una dozzina.
Le Suore Orsoline rimisero in sesto il grande stabile lasciato incompiuto
dal sacerdote diocesano Georges Ranaivoson. In seguito – dato l’aumento
degli alunni - aggiungemmo noi stessi 4 nuove magnifiche aule scolastiche
- giusto ai bordi della strada nazionale Antananarivo-Fianarantsoa -,
inaugurate il 12 dicembre 1992.
Le Figlie di Angela Merici si incaricarono subito della scuola del centro
che diventò “Collège Sainte Angèle Merici”: scuola materna e scuola
elementare, prima; scuole medie, subito dopo.
Le Suore Orsoline si presero cure anche delle scuole di campagna.
Sia la scuola centrale che quelle di campagna (ormai sulla diecina) si
riempirono subito di alunni, e con eccellenti risultati pedagogici.
Quello che, però, ci interpellò più intensamente fu quella massa di
giovani (ragazzi e ragazze) della campagna, senza arte e senza parte,
cresciuti senza una scolarizzazione degna del suo nome e senza una
preparazione umana e tecnica, per la loro situazione specifica di gente della
campagna, già alla vigilia della formazione di una loro famiglia.
Siamo agli anni 1980-1990, in piena rivoluzione socialista, in piena crisi
di valori (ancestrali e più ancora cristiani).
Il vescovo diocesano ci allertò fin dall’inizio. Ci parlò subito di un liceo
agricolo.
La nostra risposta fu una struttura polivalente di formazione agricola artigianale, che ci guidò alla creazione (mi dovetti inventare architetto) di
un complesso strutturale imponente, comprendente un grande foyer (ostello
di accoglienza, completo di dormitori, aule, refettori, ecc.), un grande
atelier (officina) per falegnameria e forgia (atelier, subito riempito di
27 macchine varie, dono generoso del compianto confratello Carlo Vaquer,
segretario dell’Animazione Missionaria della Provincia di Roma), una
grande sala di riunioni e spettacolo.
Il centro di formazione, cui demmo il nome “Soa Fiadanana” (Bene e
Pace15), nacque sotto il segno della collaborazione tra i responsabili del
distretto missionario (noi cappuccini, appunto), le Suore Orsoline di
Verona16 col centro CAPR (famoso centro di formazione agricolo professionale, gestito dai Gesuiti di Fianarantsoa). Tre sessioni annuali di
formazione. Durata quindici giorni.
Alla prima sessione, rispose all’appello un centinaio di giovani, ragazzi e
ragazze. Le ragazze, affidate alle Suore Orsoline; i ragazzi, ai nostri
“monitori” laici. La sessione si chiuse con una foto souvenir (che ancora
conservo nel mio album fotografico) di tutto il gruppo, con i giovani che
brandivano in mano, con orgoglio, la loro “sarcleuse” (macchinetta per
sarchiare le giovani piantine di riso), strumento prezioso, costruito, di sana
pianta, dalle loro mani, nell’atelier del loro centro di formazione.
Due parole sul riso (vary): cereale, non tanto amato dagli italiani,
piuttosto pastaroli e spaghettari, ma di cui si nutre, probabilmente, una
buona metà del globo. Una piantina fragile ma prodigiosa, che può
moltiplicarsi fino al 60-70-80%. Produzione: fino a 10-12 tonnellate,
all’ettaro, per soli sei kg di sementi (coltivazioni SRI del Giappone e dei
Paesi del sud-est asiatico).
15
Il nome l’ho mutuato dal catechista-­‐ispettore del luogo, certo Ravarista,il quale – nella ricerca d’un appellativo significativo da dare al nostro di formazione agricolo-­‐artigianale per i nostri giovani -­‐ mi disse di non mettere Pace e Bene , ma Bene e Pace. Motivo: solo quando c’è bene c’è pace! 16
Le Figlie di Sant’Angela Merici si istallarono a Ivato-Ambositra l’8 settembre 1986. 28 Riso e salute
Riveniamo a noi. - Sì, il riso (vary). Alimento base del popolo
malgascio, tanto che far colazione, far pranzo o cena = mihinam-bary
(mangiare il riso). La sua coltivazione - in modo tecnico e moderno (SRI) ci si impose come uno dei punti forti della formazione del centro Soa
Fiadanana, inaugurato dal Cardinale Razafimahatratra Victor, S.J.,
arcivescovo d’Antananarivo, il 16 luglio 1992.
Il terreno non manca, anche se spesso distrutto dai fuochi stagionali
insulsi, l’acqua non manca, il sole nemmeno. In molte regioni del
Madagascar (vedi Morondava, di cui parleremo più in basso), si possono
fare fino a due-tre raccolte di riso, l’anno! Quello che manca - e che
gravemente pesa e resta tuttora un handicap grave - è la tecnica di
produzione: piantine di riso, - trapianto ideale a 10-15 giorni dalla momento
della semina - che vengono trapiantate dopo tre - quattro mesi, quando la
povera piantina è già rachitica. Fisicamente e biologicamente impossibile un
rendimento dignitoso, anche medio; per cui, alla fine, quel poco che si
produce viene a costare molto più caro di quello che si può comprare al
piccolo bazar del villaggio.
La forza delle cose ci spinse a scendere personalmente (per qualcuno fu
quasi uno scandalo) nelle risaie, insieme ai nostri giovani del centro Soa
Fiadanana, ai nostri postulanti e alla gente del villaggio. Francesco Vinci e
il sottoscritto ci facemmo uno di loro. Personalmente, vi dovetti pagare il
“pedaggio” della bilarziozi intestinale.
Per cominciare, affittammo un piccolo appezzamento di terreno, dove
facemmo le nostre prime belle esperienze: dai circa 550 kg iniziali,
passammo, nello spazio delle tre raccolte seguenti a 1,550 kg. Per soli due
kg di semenza!
Un po’ più tardi, comprammo due ettari di terra che trasformammo in
magnifiche risaie. Un lavoro ciclopico la sistemazione del terreno: duecento
angady (vanga malgascia) trasformarono quei due ettari di terreno,
sconnesso e ricoperto di erbacce d’ogni genere, in quattro perfette risaie. Il
tutto, per un piatto di riso. Il gesto mi commosse. Anche qui, una magnifica
foto di souvenir, tuttora nel mio album fotografico.
Attualmente, nelle campagne d’Ivato-Ambositra, varie famiglie seguono
i nostri metodi di cultura SRI.
Le suore Orsoline penseranno alla salute della gente, con un
provvidenziale dispensario. Noi pensammo all’acqua. Vari pozzi, - di cui
uno con castello e maxi-bacino - nel dominio della missione. Due magnifici
acquedotti: uno per Ivato (inaugurazione il 31 luglio 1998), con doppia
29 sorgente ; l’altro - opera soprattutto di Francesco Vinci - a Ankarénana.
(Antoetra).
La gente beveva l’acqua profumata del fiume Ivato. Noi stessi
attingemmo, per qualche tempo, in una quasi pozzanghera, al di là della
strada nazionale. Acqua potabile e lavaggio della biancheria a Ambositra
(15 km). Anche qui - dall’estate 1987 - l’acqua pura di roccia corre e scorre
nella diecina di fontane d’Ivato-Alakamisy, centro del Comune omonimo.
Una notizia dell’ultima ora.
Una dei tanti fiangonana (cappelle e comunità) del mio ex distretto
missionario d’Ivato/Antoetra, Soafandry-Ivato – in quest’anno 2010 è in
festa per i suoi 100 di vita. Come “souvenir”di questo fausto evento, ho
suggerito - all’occasione della festa patronale del 19 marzo scorso, cui ebbi
l’onore di essere presente e di presiedere, in compagnia d’un mio fratello
sacerdote malagasy, l’eucarestia festiva – l’erezione di un edificio
scolastico, degno del centenario.
Grazie alla collaborazione dell’OFS e della Fraternità cappuccina di
Monte San Giovanni Campano (Fr), mi sono impegnato - come ex loro
“curé - a collaborare nell’opera di costruzione dello stabile, garantendo le
lamiere - terribilmente care in loco - per i tetti delle quattro nuove aule
scolastiche (7m x 6m), tutto in duro 17.
Altra sponda: Congo – Brazzaville
Metà novembre 1996 – come risposta agli appelli dei Superiori della mia
Provincia-madre di Roma, per l’apertura di una nuova missione, tra i
pigmèi, nel nord del Congo-Brazzaville, - dopo 25 anni dati al missione
cappuccina del Madagascar - lasciavo (anche dietro consiglio dell’allora
Consigliere Generale per l’Africa, Juda Taddeus Ruwa’ichi, dal 15.01.2005,
vescovo di Dodoma archidiocesi di Dar-es-Salaam, in Tanzania, nell’estate
1996, in visita nel Madagascar), via l’isola di La Réunion, dove passai una
gradevole settimana in casa della Famiglia André, la Grande Isola
dell’oceano Indiano, per l’Africa,.
Mi costò molto, ma mi sembrò onesto dare ascolto all’appello
dell’Africa. Lo feci anche, credendo all’urgenza dell’appello stesso che mi
veniva dalla mia Provincia-madre di Roma, cui credevo di essere in debito
di gratitudine e di riconoscenza per quanto mi aveva dato, durante i lunghi
17
Dati i ritardi di esecuzione del progetto, il piccolo fondo l’ho destinato al primo lotto di aule
scolastiche del centro della mia nuova missione, Tanambao Marofototra, a Morondava. 30 della formazione iniziale, degli studi universitari, ecc. Al momento della
partenza - dopo 12 intensissimi anni, di cui 10 partecipati con intesa fraterna
perfetta con il confratello Francesco Vinci - lasciai a Ivato-Ambositra, una
missione lanciatissima. 11 ettari di terra, di cui otto di bosco. Agricoltura e
allevamenti di punta; trattore, macchina per pilare il riso, macchina per
farine e mangimi; grande gruppo elettrogeno. Il centro Soa Fiadanana
(foyer super equipaggiato, atelier pieno di macchine, ecc.), in piena
efficienza. Oltre la scuola “Collège Sainte Angèle Merici” del centro, 9
nuove scuole di campagna, 7 nuove chiese (molte costruite con l’aiuto delle
Suore Missionarie di San Pietro Claver di Roma), il grande stabile della
casa di formazione “P. Pio”.
Detta casa di formazione – al momento dell’inaugurazione - fatta
nell’agosto 1987, all’occasione della visita fraterna del Ministro Generale
dell’Ordine, Flavio Roberto Carraro18, fu messa sotto la protezione del santo
Confratello di Pietrelcina, di cui ricorreva, in quell’anno, il centenario della
nascita. Il postulato, tuttavia, aveva aperto le sue porte ai primi giovani
candidati – in uno stabile affittato, ai bordi della strada AmbositraFianarantsoa - già dal 1985.
Il tutto - al momento della mia partenza per l’Africa - fu lasciato nelle
mani e sotto lo sguardo materno della Mamma di tutti, che dall’alto della
grotta di Ankarinjato (inaugurazione il 13 maggio 1990) ha continuato a
seguire i passi dei confratelli malagasy, la comunità cristiana locale, la
comunità delle Suore Orsoline, le quali - impegnate nella fiorente scuola
della Missione, e in quelle della campagna - hanno già “pescato” molte e
solide vocazioni nel distretto missionario d’Ivato.
Incontrarsi - dopo anni - con queste giovani Suore, conosciute ragazze
nel fondo delle campagne d’Ivato-Ambositra, è una gioia (direi quasi una
festa), sia per loro che per noi missionari. Questo soprattutto, alle occasioni
delle celebrazioni dei loro voti solenni.
Tra parentesi, devo segnalare che le Suore Orsoline FMI di Verona –
insieme alle Suore San Giuseppe d’Aosta, alle Suore del Sacro di Gesù di
Ragusa, alle Suore Carmelitane di Santa Teresa di Torino, tutte fondazioni
“italiane” (degli anni 1960), in numero e in qualità -, sono una bella realtà
nel contesto delle Congregazioni religiose femminili in terra malagasy.
In Congo - Brazzaville vi arrivai i primi di marzo 1997, insieme con un
collaboratore laico, che fu, anche, un po’ la mia croce. In loco, trovai una
situazione alquanto difficile. L’impatto fu abbastanza duro. Ma, ormai, già
ben rodato alle situazioni difficili, la cosa non mi turbò più di tanto.
18
Futuro vescovo di Arezzo, Cortona, San Sepolcro (08-06-1996 – 25-07-1998) e di Verona
(25.07.1998 – 08.05.2007). 31 Dalla metà maggio 1997, avevo iniziato il corso di lingua lingala, a
Brazzaville. Dopo il vai e vieni tra centre-ville e Ouenze, mi stabilii nella
parrocchia omonima Santa Maria delle Vittorie, a Ouenze, al nord della
Capitale.
Guerra civile. Rifugiato a Kinshasa
Il 5 giugno mattina, scoppiò la guerra. Guerra civile. Il pomeriggio del 5
giugno, l’ultimo contatto con l’esterno. Si trattò di una telefonata di Franco
Nicolai, che potette ascoltare live gli spari dei Cobras impazziti e gli scoppi
assordanti delle prime bombe. Dopo mezz’ora, tentai di richiamarlo, per
rassicurarlo della mia pelle. Black out completo. Forse fino alla fine della
guerra, mese di ottobre seguente.
Una guerra civile folle, per la follia del potere e del petrolio, con Elf,
Agip e C. a contendersi le diecine di pozzi di petrolio di Pointe Noire, e a
far gara per accattivarsi i detentori del Potere, anche aiutando a farli fuori
causa, prima del tempo, per annullare vecchi contratti o per motivarne dei
nuovi più vantaggiosi. Così si bisbigliò, in loco, a proposito della guerra
civile del 1997.
Si parlò di 15.000 morti. Brazzaville quasi distrutta, soprattutto il centrocittà.
Per me, lo scoppio della guerra, significò lo stop forzato al corso di
lingua lingala, e, soprattutto, 10 giorni di grosse paure. Alle nostre spalle a qualche centinaia di metri - il fronte di Sassu Ngesso e i suoi Cobras. Dal
centro-città, la risposta dell’altro fronte, di Lissouba. Un via vai di minimissili, a grossa gittata, che passavano sulle nostre teste. Nella tarda serata,
e, talvolta, la notte: un vero spettacolo pirotecnico!
Il 14 giugno, l’abbandono forzato di Ouenze. Partenza, decisa, in primis,
dalla paura delle bombe. Il mercoledì seguente lo scoppio della guerra: nella
prima mattinata fu portata via la macchina della parrocchia; verso le dieci,
la visita di una squadra di Cobras. Ero sulla piccola veranda della mia
stanza. – Sautez! Sautez! (salta! salta!). Ma, probabilmente – a corto di
francese – volevano dire: scendi giù! Lo feci.
Pensai che fosse il giorno della fine. I visitatori furenti erano alla
rabbiosa ricerca d’una radio BLU (radio emittente – trasmittente), che, di
fatto, si celava nella casa contigua delle Suore, le quali (sempre furbe le
Suore!) - per prevenire problemi e eventuali saccheggi, sempre all’aria e
quasi di moda, in simili frangenti - avevano subito assoldato due-tre Cobras,
32 a protezione della loro casa e dei loro beni, compresa appunto la BLU, che
continuava a funzionare, nonostante la guerra già in atto!
Un altro giorno, trovai una pallottola sulla piccola veranda della mia
stanza.
Ci si aggiunse anche la fame. La canonica si era trasformata in vero
proprio asilo e ostello. La già povera dispensa del bravo e simpatico parroco
- Yves Monot, Cssp, attuale vescovo di Ouesso - si era svuotata
completamente. Rifornimenti quasi impossibili. - Un piatto di meno a
tavola. Mi dissi. E, poi, salvare la pelle. - La morte in guerra o a causa della
guerra, non ha fatto martire nessuno! Mi dissi, ancora.
Alcuni studenti Cssp, nigeriani, rimasti ingabbiati nella parrocchia allo
scoppio della guerra, - anch’essi affamati e con la volontà di salvare la pelle
- quella mattina del famoso mercoledì, terrorizzati dall’arrivo dei Cobras saltarono il muro di cinta che dava sulla casa delle Suore. Qualche giorno
dopo se la dettero a gambe e passarono a Kinshasa.
Tentare non nuoce. Dietro consiglio del parroco, decisi di avviarmi verso
la riva del fiume Congo. Ero senza documenti (depositati al Ministero degli
Interni, per richiesta di vista di soggiorno). Chiesi - come passaporto - una
dichiarazione dal parroco. Due righe. Passaporto da guerra, che compì, a
perfezione, la sua missione.
14 giugno, nella prima mattinata. Se ben ricordo, era di sabato.
Mi guidò un giovane della parrocchia. Ci aspettavano i temuti Cobras.
Milizia, specialmente addestrata, al servizio di Sassu Ngesso, già al potere
per 11 anni, durante i famosi due blocchi (est-ovest). L’ex dittatore all’approssimarsi delle elezioni generali (previste per il mese di luglioagosto 1997) -, dopo diverse provocazioni nel nord del Paese, aveva
dichiarato guerra al presidente in carica, legittimamente eletto, Lissouba. Ci
aspettavano vari posti di blocco. A parte il pedaggio del mbongo (denaro),
obbligatorio nei vari stop - trasformatisi subito in quasi “dogana-pedaggio”,
quasi salario di guerra, a pro immediato dei Cobras stessi - non furono, poi,
così, malvagi. Mi credevano di residenza a Ouenze, e, quasi, si
meravigliavano che abbandonassi il mio posto di servizio pastorale!
Un’autentica avventura, la traversata del fiume Congo. Un grosso
barcone in ferro, spinto da un vecchio motore, che ogni tanto faceva cilecca.
Deriva, e abbandoni frequenti del barcone alla corrente (abbastanza forte)
del fiume. Mi adattai subito alla situazione, dando una mano, sollevando il
piccolo serbatoio, affinché la poca benzina arrivasse nel carburatore. Un’ora
e mezzo di traversata, contro i 15-20 minuti dei tempi normali. Sbarcato a
Kinshasa Beach, mi sembrò di entrare nella Terra Promessa!
Accoglienza superlativa all’Ambasciata d’Italia. Brindisi, e una discreta
somma di dollari. Molto calda e fraterna l’accoglienza dei confratelli di
33 Limeté, che avevo visitato recentemente (7-12 maggio), mentre Laurent
Désiré Kabila avanzava, a gran passi su Kinshasa, e che trepidavano della
mia sorte.
Venti interminabili giorni a Kinshasa, in attesa del nuovo passaporto e di
qualche contatto con Roma, che finalmente - tramite telefono satellitare
d’occasione - si rese possibile. Fr. Antonio Ascenzi, futuro Vicario
Generale dell’Ordine Cappuccino (+ tragicamente, a Francofonte-SR,
31.05.2003), allora Ministro Provinciale di Roma, mi pregò di rientrare,
appena possibile, in Italia.
Abbandono forzato di Sembé, e della missione, appena aperta (ottobre
1996).
Il 4 luglio 1997, lasciavo Kinshasa, e ripartivo per Roma, via Bruxelles.
L’altro confratello di Cosenza, P. Leonardo, se n’era già andato, per
conto suo, via Cameroun. Non seppi nulla della sorte delle Suore.
Suppongo, però, che anche loro - anche se il fronte della guerra era ben
lontano dalla regione Sangha - abbandonarono Sembé, per raggiungere le
loro Consorelle, a Yaoundé (Cameroun).
Varie pressioni - Nunziatura Apostolica di Brazzaville, Vaticano e,
probabilmente, anche Madre Ines Pavani, Superiora Generale delle Suore
Francescane del S. Cuore – decisero per il non abbandono definitivo della
missione cappuccina di Ouesso (Souanké e Sembé). I Superiori Generali
dell’Ordine convinsero i Superiori Provinciali di Roma e dell’Abruzzo a
formare una nuova équipe, e a far ritorno nella diocesi di Ouesso, diocesi
poverissima di sacerdoti (4-5) e con gravi problemi di gestione.
Ritorno. Nuova équipe
Nuova partenza, quindi, con una nuova équipe. In quattro. Un confratello
abruzzese, P. Carmelo Sciore ( + 24.03.2007), e tre confratelli di Roma :
Umile Giletti, Franco Nicolai e il sottoscritto. Tutti non più giovani (66, 61,
58, 57 candele già spente) e, anche, di una certa “stazza” fisica. “Cap”,
direzione: regione della Sangha, in piena foresta tropicale. La gente - da
Kinshasa, a Brazzaville, a Ouesso - ci guardava come bestie rare! Quella
barba biblica, quel lungo saio francescano-cappuccino, quel suo “gabarit” ,
quel suo incedere maestoso… fecero di Umile Giletti (gli chiedo venia, se
faccio il suo nome) la nostra vedetta. – Héros ou bien fous !?... (tradotto
alla romanesca : - ‘Sti fratoni so’ eroi o so’ scemi!?). Si saranno domandati.
34 Gennaio-febbraio 1998. Via Bruxelles, arrivammo a Kinshasa in due
mini-scaglioni. Il primo - P. Umile Giletti e il sottoscritto -, arrivava a
Kinshasa il 13 gennaio 1998.
In attesa degli altri due confratelli, che arrivarono verso la metà di
febbraio; in attesa anche delle condizioni minime di sicurezza per entrare
nell’altra sponda del Congo-Brazzaville, ebbi a disposizione una buona
mesata. Ne approfittai per approfondire un po’ la lingua lingala, il cui
apprendimento l’avevo iniziato, appunto, a Brazzaville, dalla metà di
maggio fino allo scoppio della guerra, il 5 giugno 1997. Mi portai a
Gemena, nella regione dell’Équateur, dove era superiore-parroco, fr.
Nadonye Jean Bertin, attuale Vice Provinciale della RDC.
A Bwamanda - a 75 km di pista da Gemena - potetti ammirare le grandi
opere sociali della giovane Fraternità congolese, da quattro anni eretta in
Vice Provincia Generale. Opere grandiose. Già totalmente in mano
congolese. Il responsabile locale, al nord, era, allora fr. Nadonye Jean
Bertin. Il direttore generale - aiutato, nella sede di Kishasa, da Suor Chiara,
torinese di Torino – era il Vice Provinciale, fr. Fridolin Ambongo Besungu
(vescovo di Bokungu-Ikela (Mbandaka-Bikoro, dall’11 novembre 2004) ne
era il Direttore Generale.
Opere ideate e realizzate dai confratelli missionari fiamminghi, in primis
Gérulf Evenes e Léonard van Baelen (ex primo Vice Provinciale e attuale
professore di teologa morale alla facoltà cattolica di Kishasa), e dal Dr. Van
Mullen.
Il famoso C.D.I. (Centre de Développement Intégral). Attività agricole,
medico-sanitarie, socio-culturali e tecniche. Il C.D.I., oltre che all’Équateur,
raccoglieva prodotti anche a Batuntu, nei dintorni di Kinshasa. Due grossi
battelli solcavano, in continuazione, il fiume Congo, ai cui bordi - a
Kinshasa - dominavano i grandiosi capannoni dell’ex Bata, trasformati in
immensi magazzini di stoccaggio.
Bwamanda: 50.000 abitanti (la regione), centro di raccolta di prodotti
agricoli (mais, soia, riso, caffè, olio di palma), grandiosi magazzini di
stoccaggio, un via vai di giganteschi camion. Diecine e diecine di persone
salariate. Migliaia e migliaia di tonnellate di prodotti agricoli, acquistati a
prezzi reali ai contadini-produttori, riversati, parte, in loco (a metà prezzo),
parte (soprattutto caffè), esportati e rivenduti (in Europa), secondo i prezzi
di mercato. I benefici finanziari ricadevano direttamente sulle opere sociali,
dipendenti e sostenute dal C.D.I. stesso, che - giocoforza - doveva contare
su sostanziosi aiuti esterni, soprattutto C.E.E.
Una grossa “boutique”, questo C.D.I. Il suo progetto e i suoi programmi
avevano valicato, da qualche tempo, le frontiere di Bwamanda,
raggiungendo anche vari centri delle diocesi di Molengbe, di Bujala e di
35 Lisala. Un campo, in cui il C.D.I. si era impegnato a 360°, era quello
sanitario, campo in cui lo Stato era quasi assente. Una delle priorità
essenziali era stata l’acqua potabile. In quel periodo, il C.D.I. aveva
impiantato - appunto per l’acqua - 500 pompe manuali, per altrettanti
villaggi. Venivano, poi, le strutture sanitarie, vere e proprie.
Il C.D.I., in quel tempo, gestiva 8 ospedali e 50 centri sanitari, due
scuole per infermieri (Bwmanda e Wapinda). A Bwamanda, una farmacia
comunale assicurava medicine per buona parte della popolazione. Un
sistema mutualistico, semplice ma efficace, assicurava l’accesso alle cure
sanitarie di oltre 100.000 persone, nei vari ospedali gestiti dal C.D.I., il cui
fiore all’occhiello era sicuramente il grande ospedale di Bwamanda-centro.
Ogni giorno: una folla immensa di gente, un vero formicaio umano. Qui
feci conoscenza diretta della mosca tsè-tsè e dei suoi effetti devastatori sulle
persone. Ancora fissi nei miei occhi, gli occhi sbarrati di un giovane
infermo, vittima appunto della “malattia del sonno”, con encefalopatia
grave, quasi terminale.
Dopo la gloriosa storia missionaria dei Cappuccini Italiani dei secoli
XVII° - XIX° (1645 - !865), nel regno dell’antico Congo - chiamato in quel
tempo Bassa Etiopia o Etiopia inferiore -, Congo, definito “cimitero dei
Cappuccini”, l’Ordine Cappuccino fece ritorno in una parte dell’ex regno
del Congo (l’ex Zaire, l’attuale RDC), nel 1910, con i Cappuccini della
Provincia delle Fiandre, fiamminghi e valloni.
A Kinshasa e a Bwamanda, potetti ammirare gli sforzi dell’“implantatio
Ordinis” (impiantazione dell’Ordine), oramai sotto direzione congolese. Dal
marzo 1997, infatti, una nuova équipe guidava la giovane Vice Provincia
Generale: tre congolesi, un italiano, un fiammingo.
Come Vice Provinciale era stato eletto Fr. Fridolin Ambongo Besungu,
allora appena trentasettenne. I Cappuccini congolesi erano, in quel tempo,
una dozzina. Una dozzina, anche, gli studenti di teologia-filosofia. Due
novizi. Una diecina di postulanti.
Ancora molto attiva – anche se quasi a “fine corsa”- la presenza dei
confratelli missionari era la seguente: fiamminghi (10), italiani
(Alessandria, Salerno), una diecina: un vallone. Tre confratelli sardi, dal
1989, si erano trasferiti nella Missione delle Seychelles. Giulio Baldus e
Federico Furcas raggiunsero Mahé il 25 febbraio 1989. Ferdinando Tuveri,
invece, il 19 luglio dello stesso anno.
Lo studentato (filosofia e teologia) di Kinshasa - Limeté, era nelle mani
del salernitano Modesto Fragetti. Il postulato di Bwamanda, invece, era
diretto dall’alessandrino P. Anselmo.
Quasi dimenticavo di dire che - durante il mio soggiorno a Gemena moriva a Bwamanda, soccombendo ad un grave attacco di malaria, preso
36 forse - si disse - un po’ alla leggera, il confratello P. Domenico di Salerno,
allora missionario-parroco a Libenge, ai bordi del grande fiume Oubangui.
Ebbi modo di accompagnare il feretro da Bwamanda a Libenge. Una folla
straordinaria, lungo tutto il tragitto. Pianti e ovazioni ai suoi funerali, a
Libenge, dove riposano i sui resti mortali. Un gran missionario! Così, lo
pianse la gente.
Di nuovo tra i Pigmèi
Verso la metà di febbraio - sempre via Kinshasa-, arrivò il secondo miniscaglione: Franco Nicolai e Carmelo Sciore. Fui subito richiamato a
Kinshasa.
Accertata lo stato di sicurezza minima nel Congo-Brazzaville, il 18
febbraio 1998, passammo all’altra sponda dell’ex Zaire. Dovevamo
ricuperare il nostro fuoristrada a Douala (Cameroun). Toccò al sottoscritto.
Il 26 febbraio, viaggio-lampo a Douala, via Bangui, dove rischiammo la
pelle, causa - al momento dell’atterraggio - il blocco completo dei carrelli
dell’Air Afrique. Solo paura. Un giorno e una notte di sosta forzata.
Il 10 marzo ero a Ouesso, capitale della regione Sangha, pronto a
raggiungere gli altri tre confratelli che mi avevano preceduto, a Souanké,
dove pensavamo costituire, a quattro, la nostra fraternità missionaria. Non
fu così. Date le distanze e i disagi degli spostamenti, si finì per dividerci le
due stazioni missionarie: Franco Nicolai e Carmelo Sciore19, a Souanké;
Umile Giletti e Vincenzo Sirizzotti, a Sembé.
In piena foresta tropicale. Oltre duecento km di pista tra Ouesso (centro
della diocesi, retta allora da Mons. Hervé Itoua) Sembé - Souanké. Stradaparaocchi: ammantata di verde da un viaggio all’altro, quasi un grande
corridoio-tunnel, tagliato in una foresta fittissima, alberi giganteschi a destra
e a sinistra, cielo, strada che spesso diventava sapone, alberi giganteschi che
spesso ti sbarravano la strada. Motosega sempre a bordo.
Clima arci-micidiale. Ne fecero le spese, quasi subito, i confratelli
Carmelo Sciore e Umile Giletti, che dovettero abbandonare la missione.
Carmelo Sciore, appena quindici giorni dopo il suo arrivo. Umile Giletti dopo due tentativi (vani) Brazzaville-Roma-Brazzavile - ci lasciò anche lui,
dopo qualche mese.
A Sembé, ci avevano preceduto le Suore Missionarie Francescane del S.
Cuore, il cui primo impatto segnò, fin dall’inizio, la loro presenza in terra
19
Ex missionario di Colombia, ex Provinciale degli Abbruzzi. Si spense a Pescara il 24.03.2007. 37 pigmèa. La Superiora Generale, Madre Ines Pavani, in visita esplorativa alla
loro futura missione, a mezza strada - causa l’ingombro stradale
invalicabile, opera dei giganteschi alberi di foresta, di traverso sulla strada dovette fare marcia indietro.
Due per due stazioni missionarie. Distanze, isolamento e disagi per gli
spostamenti, come già accennato. I due confratelli restanti fecero il loro
meglio per assistere le Suore Francescane e le piccole comunità bantù e
pigmèe, stagliate lungo la pista Souanké-Sembé-Ouesso.
La sicurezza ancora aleatoria, la mancanza di prospettive per l’avvenire,
fecero decidere, in alto loco, dopo una visita ufficiale del Vicario
Provinciale di Roma, Fr. Carmine Antonio De Filippis, attuale Ministro
Provinciale del Lazio, la chiusura della missione.
Ci piangeva un po’ il cuore, soprattutto nel dover abbandonare le Suore
Francescane, che avevano atteso per mesi l’arrivo del primo missionario
cappuccino (P. Leonardo di Cosenza), che erano state, anche, un po’ il
nostro sostegno morale, e che ora si vedevano abbandonate di nuovo.
Le Suore20, meritavano le nostre attenzioni. Ben sostenute dalla loro
fiorente fondazione del Cameroun, avevano fondato un rispettabile
dispensario (con annessa farmacia) e una piccola scuola per bambini
pigmèi. Erano pronte per altre fondazioni, verso la strada di Ouesso.
La gente le amava e le rispettava. Aiutarono molto il confratello P.
Umile Giletti. Rimasto solo soletto, mi erano state, personalmente, molto di
aiuto e di sostegno morale, soprattutto all’occasione d’un serio attacco di
malaria21.
Decidemmo di lasciare un “ricordo” del nostro quasi-passaggio, della
nostra presenza, sia pur breve, cappuccina. A Souanké, Franco Nicolai
completò definitivamente - ornandola anche di pitture murali - la grande
chiesa, lasciata incompiuta dall’Abbé congolese che l’aveva preceduto. Un
gran bel lavoro, come suo stile, di gusto artistico. A Sembé, lasciammo la
nuova casa parrocchiale e la chiesina (ex sala di teatro), completamente
trasformata. Una piccola grotta di Lourdes.
20
Suor Rita Pia, superiora, infermiera-ostretica; Suor Pier Domenica, tutto fare; una Suora
camerunese, Sylvie, unitamente ad una volontaria laica, della svizzera italiana, Poncini Anita,
loro benefattrice e aiutante di campo. 21
Contatti recentissimi con la Casa Madre “Assisium” di Grotta Rossa di Roma mi
confermano la continuazione della Missione di Sembé. Suor Rita Pia e Anita Poncini sono
ancora in loco. Suor Pier Domenica è da un anno in Italia per motivi di salute. Suor Sylvie
sarebbe in Cameroun, vittima d’un grave incedente automobilistico in cui ha perso la vita la
Vicaria Generale della Congregazione. 38 Missione compiuta!? Credo fermamente di no. Credemmo, fino
all’ultimo istante ad un possibile salvataggio. Mi risulta che ci furono vari
solleciti da parte della nostra Curia Generale. Più in basso vedremo il resto.
Partenza definitiva - via Cameroun - con il confratello Franco Nicolai, il
18 agosto 1999, all’indomani dell’inaugurazione dei due lavori completati.
Io rientrai a Roma, via Douala-Nairobi-Amsterdam, il 30 agosto 1999
L’Africa lascia i suoi segni. Che cosa ricordare, in modo particolare?
I pigmèi e i loro “trulli” di foglie, stagliati ai bordi della grande pista
(Sembé-Ouesso). Abitazioni quasi volanti, che scomparivano da un giorno
alla’altro. I loro “mobili”, fatti di rametti d’albero di foresta. Le loro mani
lunghe (i pigmèi sono scalatori di alberi di alto fusto e dalla circonferenza
ben pronunciata), i piedi piuttosto corti, petto e i seni (uomini e donne)
piuttosto pronunciati. Ricordo con piacere uno di loro: sposato
cattolicamente (cosa rarissima), fedele collaboratore delle Suore nella
gestione di piccole scuole, per bantù e pigmèi. Nostro battistrada nei nostri
contatti con la popolazione pigmèa. Aspirante (se fossi rimasto in loco!)
mio maestro di lingua baka.
Il contatto diretto con la piccola e grande stregoneria locale. Non
lontano da noi, era sorto un quasi ospedale, gestito da una grande matrona stregone, che accoglieva gente anche dal lontano Cameroun. Gente che
veniva da 500 km. Due decessi “misteriosi”, alla vigilia di Natale 1998:
AIDS e incidente automobilistico, in piena foresta. Ricerca affannosa del
“chi”: lo zio paterno del giovane, schiacciato da un fusto pieno di gasolio;
l’ex amante - lontano mille miglia da Sembé - per la giovane nostra
catechista!
Quelle cerimonie di circoncisione di giovani, bantù e pigmèi, ormai
ventenni: un mese di isolamento, entro i trulli di foglie, sempre (giorno e
notte) unti di oli di foresta, con temperature che toccavano i 40-50 gradi - se
non più - all’ombra. Quelle veglie mortuarie che, a turno, si ripetevano giorno e notte e fino ad alba inoltrata -, intorno alla nostra casa, e che non ti
lasciavano chiudere un occhio. Quei fulmini che - durante le tempeste
tropicali - si abbattevano nei circondari immediati del nostro villaggio e
della nostra missione. Una vera guerra! Infine, quella canna di fucile,
respinta di forza, tra lo stipite e la porta, alla vigilia della nostra partenza!
Un grido e via. Un po’ di paura. L’ultima, in terra d’Africa.
Un’esperienza unica, quella biennale tra i pigmèi. Oltre le fortissime
febbri malariche, feci l’esperienza anche della filaria, curata
tempestivamente, con l’aiuto di Suor Rita Pia.
Il tempo libero mi permise il passatempo della lettura. Sui pigmei, in
primis. Su di loro feci un lungo servizio per Continenti.
39 I miei due brevi soggiorni in RDC (ex Zaire) mi avevano abbastanza
“solleticato” sulla storia della Chiesa locale, sulla sua liturgia. Soprattutto il
rito zairese, di cui avevo tanto sentito parlare. Il giorno dell’Ascensione, 7
maggio 1997, nella chiesa di “Sainte Catherine de Sienne” - celebrante
principale Modesto Fragetti di Salerno, già da dieci anni, missionario in
loco - ebbi la “chance” (occasione) di vivere “live” quella magnifica
liturgia. Non, poi, troppo strana, come logica liturgico - teologica! Il
Cardinale Malula e i suoi Mongambe (sorta di laci-parroci), la facoltà
teologica di Kinshasa, quelle numerose congregazioni religiose.
La Missio antiqua
Oltre il già detto sulla Missione cappuccina congolese moderna, mi
incuriosì molto la famosa Missio antiqua (1645 – 1865). Interesse vivo
anche per la più recente Missione Cappuccina Veneta, nel Congo
Portoghese/Angola (1948), missione impiantata sulla “memoria” dei 12 loro
confratelli della Missio antiqua. Da ricordare: P. Giovanni da Belluno. Si
dice che portasse le stimmate. Dopo 9 anni di missione, morì in mare
mentre rimpatriava. Sepoltura, in mare! Aveva 53 anni.
Partii da Roma già abbastanza equipaggiato. Tre libri importanti nelle
mie valige22. A Brazzavile, comprai un quarto libro sulla Missione dei Padri
Spiritani: Jean Ernoult, Les Spiritains au Congo de 1865 à nos jours.
Matériaux pour une histoire de l’Église au Congo.
Quattro libri, ad hoc, per il mio scopo, e per le mie “curiosità” libresche.
Il più interessante, sicuramente, il libro del Filesi T.- Isidoro da
Villapadierna. Me li “sciroppai” tutti e quattro. Quello del duo T. FilesiIsidoro daVillapadierna, soprattutto. Una miniera di notizie su quella che fu
- sicuramente - la storia missionaria più gloriosa, scritta dai missionari
cappuccini italiani.
Un lungo articolo. Continenti, prima, L’Italia Francescana (n° 1,
gennaio-aprile 2002, pp.43-60), dopo, se ne fecero tramite per i lettori delle
due riviste.
Missio antiqua del Congo.
22
Carlo Toso, Il Congo, cimitero dei cappuccini nell’inedito di p. Cavazzi ; Teobaldo FilesiIsidoro da Villapadierna , La Missio antiqua dei Cappuccini nel Congo (1645-1835); Lorenzo
da Fara, La Missione dei Cappuccini veneti in Angola.
40 Cominciamo dall’antico regno di Loango, punta ovest dell’attuale
Congo-Brazzavile. Qui la presenza dei missionari della Missio antiqua fu
quasi fugace. In effetti, vi lavorò, praticamente, un solo missionario,
Bernardino Ungaro, della provincia religiosa di Roma. Col suo compagno il
fratello Leonardo da Nardo, l’Ungaro vi mise piede nella prima metà del
1663. Lavoro intenso, e senza sosta. Battezzò e unì in matrimonio il figlio
del re e un gran numero di cortigiani. In meno di un anno, 6mila battezzati e
molti matrimoni (Cavazzi). Causa siccità e carestia prolungate, e seguente
caduta di piogge abbondanti - tutto (creduto) dovuto alle preghiera del
confratello - , l’Ungaro si vide attribuito il titolo di “Sacerdote della
pioggia”. Il suo cadavere – per paura di dissacrazione – fu gettato in mare
(18.06.1664).
Altro vano tentativo, nel 1777.
Missio antiqua del Congo, soprattutto: tutto l’ex Zaire (RDC), tutto l’ex
Congo Portoghese (attuale Angola). Territori immensi. Difficoltà - fisicosanitarie, tecnico-pedagogiche, ecc. - sovrumane. 440 missionari
cappuccini. Vi si andava “per evangelizzare e per morire”. Così si diceva in
quel tempo. Duecento venti morti, nei 190 anni effettivi della Missio
antiqua (1645-1835). Morti su terra, morti ( e sepolti!) in mare. Morto
trucidato, con cadavere che suda di liquido odorifero, Giorgio da Gell.
Morti avvelenati: Francesco Maria da Volterra (1660); Stefano da
Castelletto e Giacinto da Faenza. Questi ultimi, appena dopo qualche giorno
del loro arrivo, a Soyo (1777).
Quel Padroado (Patronato d’Oriente) portoghese, che, talvolta, si
trasformava in vera e propria persecuzione; quelle poco edificanti presenze
delle gerarchie civili e ecclesiastiche, quella vita godereccia dei molti
residenti bianchi. Quel problema grave della “lingua naturale”. Quei
maestri-interpreti, traduttori-traditori! Quei frequenti pericoli di
cannibalismo (antropofagia)!
Dire Missio antiqua - oltre che il numero delle vittime - significa anche
cifre mirabolanti di battesimi, matrimoni, confessioni, ecc. Emblematici i
nomi di Cherubino da Savona, considerato “il più grande missionario di tutti
i tempi”: 700mila congolesi battezzati e 37mila coppie unite in matrimonio.
Il tutto, in tredici anni e mezzo. Girolamo da Montesarchio: 100mila
battesimi, in 20 anni (1648-1668). Media quotidiana: 400, 500 600…, fino
1070, “in modo che dalla mattina alla sera non havea tempo di rifiatare”
(una sua lettera).
Qualche altra cifra. Raimondo da Dicomano, rimasto a Salvador dal
1792 al 1795, scrive di avervi battezzato 25mila bambini. Luigi Maria da
Assisi, nella sua “missione volante” di 10 mesi a S. Salvador, nel 1814,
battezzò 27mila persone e ascoltato circa 6mila confessioni!
41 Secondo studi fatti, la media annuale scese di molto negli ultimi 35 anni
(1800-1835). Ma le cifre sono là. Ogni commento è difficile e imbarazzante.
“Il dubbio che sorge spontaneo - sussumono i due autori citati - è che, se
sotto queste cifre grandiose […], potesse nascondersi un cristianesimo del
tutto superficiale”. - Sacramentalizzazione ad oltranza? Ci si domanderebbe,
oggi. Cito ancora i nostri due autori: “Si badava forse più alla quantità che
alla qualità? Gli elementi che militano a favore dell’una o dell'altra
interpretazione sono vari e più o meno credibili”.
Altri tempi, altri metodi di evangelizzazione. Figure poliedriche di
missionari, rimaste scolpite nella “memoria” storica delle moderne Chiese
dell’ex Zaire, del Congo-Brazzaville e dell’Angola.
Qualche nome. Bonaventura da Alessano, Serafino da Cortona, Antonio
da Gaeta, Francesco da Licodia, Giovanni Antonio Cavazzi da
Montecuccolo. Missionari dai notevoli contributi scientifico-linguistici,
sulle lingue kimbundu e kikongo23.
Contributi storico-geografico-etnografico-antropologici, con la colossale
opera di Giovanni Antonio Cavazzi da Montecuccolo24. “Senza dubbio
l’opera più monumentale, più nota e più ricca di notizie e di osservazioni
d’ordine missionario, storico, tra quelle redatte dai cappuccini italiani del
Congo e dell’Angola” ( T. Filesi e I. da Villapadierna).
Il 7 maggio 1845, Bernardo da Burgo, ultimo prefetto della “Missio
antiqua”, - in compagnia del fratello converso congolese Bernardo da San
Salvador - lasciava il Congo, imbarcandosi a Luanda. Conclusione di una
storia di 190 anni. Con almeno 440 missionari cappuccini italiani che, - pur
con i limiti storici del tempo - avevano evangelizzato, il più delle volte
mettendo a repentaglio la propria vita, quelle immense regioni dei due
Congo e dell’Angola moderni.
Vari tentativi furono avanzati - dietro solleciti di Propaganda Fide
(10.08.1854; 20.04.1865) - per richiamare in vita la Missio antiqua.
Risposta negativa (definitiva) dei Superiori Generali OFMCap, 31 luglio
1865.
Propaganda Fide, con decreto del 10.08.1865, affidava - con la stessa
posizione giuridica e gli stessi diritti - l’ormai ex Missio antiqua alla
Congregazione dello Spirito Santo (Spiritani).
Il 14 marzo 1866, i primi padri Spiritani sbarcavano a Ambriz,
nell’attuale Angola.
23
In primis, Bernardo Maria da Canicattì. Poi, i nomi eccellenti di Bonaventura da Sardegna,
Giuseppe da Pernambuco, Francesco da Veas, Serafino da Cortona, Giacinto Brugiotti da
Vetralla, Antonio Maria da Monteprandone, Serafino da Cortona, Antonio da Tenuel... 24
Istorica descrizione de’ tre regni Congo, Matamba et Angola. 42 Per quanto riguarda l’ex regno di Loango, e l’attuale Congo-Brazzaville,
la nostra presenza di due anni, a SouanKé e Sembè, non fu vana. Oltre che
lasciare qualche piccolo “segno” sul posto, servì anche a smuovere le acque,
in vista di un ritorno definitivo dell’Ordine cappuccino, anche in questa
piccola porzione della Missio antiqua La nostra partenza, effettivamente,
risultò una chiusura provvisoria. La Provvidenza pensò a trovarci degni
epigoni, senza problemi di “lingua naturale”.
Da domenica 20 ottobre 2001 - dietro mandato del Ministro Generale,
John Corriveau, che accoglieva positivamente la domanda di Mgr. JeanClaude Makaya, vescovo di Pointe-Noire - la Vice Provincia Generale del
Congo (Kishasa) metteva piede - questa volta definitivamente - nell’altro
Congo (Congo-Brazzavile). Fraternità a tre. Chiesa parrocchiale di “St.
François d’Assise”, a Pointe-Noire.
In presenza del Vice Provinciale, Fridolin Ambongo Besungu e del suo
primo consigliere, Nadonye Jean-Bertin, il Vicario Generale della diocesi
congolese (Mgr Jean-Claude Makaia assente, causa sinodo dei Vescovi, a
Roma), istallava ufficialmente i Cappuccini a Pointe-Noire.
Un vuoto (nostro quasi fugace passaggio, a parte) di 224 anni (17772001). Lunga vita alla presenza cappuccina-congolese, in CongoBrazzaville!
Madagascar: altre sponde
L’Africa aveva dato un’altra pennellata alla mia vita missionaria. La
natura arci-ricca - in flora e fauna - della foresta tropicale, mi aveva quasi
ammaliato. La popolazione pigmèa mi aveva toccato un po’ al cuore. La
maestà fisica dei bantù non mi lasciò indifferente. I bisogni dell’Africa,
immensi.
Ci furono varie “sirene” che tentarono di fermarmi sul suolo del
continente nero. In primis il Generale d’allora che pensava di spedirmi in
qualche casa di formazione cappuccina dell’Africa dell’ovest. Ma
quell’infinità di dialetti (lingue?)! Pensate: a Sembé, omelia in francese,
bisogno di interprete, e la gente rideva; omelia, in lingala, ancora interprete,
la gente rideva, ancora. Traduttore – traditore! Morale della favola: tutto
doveva passare tramite la lingua-dialetto locale, già differente a Souanké. Se
fossi rimasto, mi ero già impegnato con la lingua “baka” dei pigmèi.
Non più giovane per far fronte ad altri inizi (in Africa – causa,
soprattutto, i problemi linguistici appena accennati - più difficili che
altrove), feci subito richiesta ai Superiori (sia a Roma che in Madagascar) di
43 poter far ritorno nell’ormai mia seconda “patria”, e la cui lingua ufficiale compresi dialetti vari - era diventata da tempo la mia seconda lingua. E,
poi, quel bagaglio enorme di antropologia e cultura malagasy; quei detti e
quei proverbi, ormai “tandra vadin-koditra” della mia vita (profondamente
assimilati). Poi, non ultimo, quella massa di giovani fraticelli malagasy,
ancora imberbi, non troppo maturi, ecc., a cui, forse, potevo essere utile,
come zoky (fratello maggiore) e/o come ex mpanabe (educatore-formatore).
Un insieme di cose e di motivazioni, che pesavano sulla bilancia, e che
pendevano - di nuovo - verso l’altra sponda, al sud dell’Africa.
Sette mesi e mezzo a Monte San Giovanni Campano (Fr), in attesa della
celebrazione del capitolo provinciale di Roma. Mi godetti un po’ gli ultimi
giorni di vita di mia madre Elisa, anche lei arci-felice - dopo anni di assenza
e visite triennali passeggere - di avermi accanto per così lungo tratto di
tempo.
2 marzo 2000. Pranzo di addio, nel convento di Monte San Giovanni
Campano. Alla fine del pranzo - quasi scherzando, ma con voce chiara e
alquanto sostenuta, (lo ricordo come fosse ora, mentre stendo queste note) –
mi dissi testualmente: - Adesso ci salutiamo. Quando ritornerai, se mi trovi,
bene; altrimenti, vieni a trovarmi, dove sto, accanto a tuo padre!
Il 19 maggio seguente - in piena celebrazione del giubileo dell’anno
200025 a Bemaneviky d’Ambanja - mamma Elisa se ne andò.
Lo seppi due-tre giorni dopo, di ritorno a Nossibe. Mamma della mia
vocazione religiosa, mamma e benefattrice della mia vocazione missionaria.
Benedette mamme di sacerdoti, di persone consacrate! Benedette mamme di
missionari/e!
Il 14 marzo 2000 ero di nuovo nel Madagascar.
L’apertura della nuova missione di Belo sur Tsiribihina, in diocesi di
Morondava, nel sud-ovest del Madagascar, era nell’aria da qualche tempo.
In attesa di una decisione finale, fui mandato dal nostro Superiore d’allora,
Pasquale De Gasperis da Castelliri (Fr), al nord del Madagascar. Un anno a
Nossibe, fraternità “Mgr. Calliste Lopinot”, come incaricato di Nosy
Komba, l’isola dei Lemuri.
Un’esperienza indimenticabile. L’ habitat paradisiaco dei lemuri con la
loro visita quotidiana pomeridiana: quella mezz’ora di “mu… mu”,
sull’albero dell’ ylang-ylang, accanto alla grande veranda della nostra casa,
in attesa della rituale banana ; quel profumo intenso degli ylang-ylang, da
cui i vecchi missionari alsaziani avevano estratto, fino a qualche decennio
prima, e per quasi mezzo secolo, probabilmente, migliaia e migliaia di litri
25
Unitamente a tutti i sacerdoti della diocesi di Ambanja, guidati dal giovane Pastore Odon
Marie Arsène Razanakolona, vecchia mia conoscenza in quel di Fianarantsoa. 44 di essenza; quei fondi marini popolati di coralli di ogni genere, di tartarughe
di mare che spesso le vedevano galleggiare beatamente sulle onde azzurre
del canale del Mozambico, nei dintorni di Nossibe, Nosy Komba, ecc.; quel
mare spesso minaccioso, ma anche tanto attraente. Quella gente - soprattutto
i pescatori - tanto simpatica.
La nuova chiesa a Antitorona, la grotta di Lourdes, le piantagioni di
ananas, i fiori… Anche qui bei ricordi.
Belo sur Tsiribihina
Fine aprile 2001, raggiunsi Belo sur Tsiribihina, e vissi, quasi 4 mesi,
con l’ équipe missionaria locale: un missionario della Salette e un sacerdote
diocesano. Presi contatto con la nuova realtà locale.
Il primo settembre 2001, la nostra istallazione ufficiale da parte del
vescovo diocesano, l’americano Mgr Joseph Donald Leo Pelletier, ms. La
popolazione locale si incuriosì subito dei nostri sai cappuccini. Si attendeva
da noi qualcosa di grosso e forse di nuovo, il cui piano era già maturo nella
mia testa. Lo rivelai subito al Vescovo diocesano: al centro, ritorno delle
Suore Francescane Missionarie di Maria alla gestione della scuota, apertura
del liceo, istallazione di una radio FM; nelle campagne: scuola e scuole ad
oltranza.
Équipe iniziale: il sottoscritto e tre confratelli malagasy (due sacerdoti e
un fratello laico).
Da una missione - Ivato Ambositra, ai bordi della strada nazionale,
strada asfaltata, molto frequentata, la strada del sud dell’Isola - passavo ad
una regione quasi completamente isolata, con piste disastrate, con un grande
fiume (Tsiribihina) da traversare, fiume che durante la stagione delle piogge
si trasforma in mare aperto. Da una popolazione cristianizzata quasi al
100%, passavo alla cura - a parte Belo-centro - di una dozzina comunità più
o meno vive, con chiese-cappelle, eccetto una manata, quasi tutte fatiscenti.
Al centro, trovai la grande istituzione scolastica “San Francesco
d’Assisi” con i suoi 600 -700 alunni, dalla scuola materna alla terza media.
Scuola della Missione, sotto la responsabilità dei sacerdoti, ma a gestione
laica; scuola, che avrebbe dovuto funzionare, ma che in realtà “girava” poco
e male: diplomi facili, gestione del denaro poco chiara, serietà morale e
professionale a scappamento ridotto.
I problemi del distretto missionario erano vari, e tutti di non facile
soluzione immediata. Cominciai dal centro, dando, come si dice, un colpo al
cerchio, e un colpo alla botte.
45 Il livello di formazione dei maestri - tutti figli della rivoluzione social comunista di Didier Ratsiraka - era preoccupante. Notai, fin dall’inizio, la
mancanza quasi assoluta di libri, sia per i maestri, sia per gli alunni. I
maestri andavano avanti (ancora) con i loro quaderni di appunti delle loro
scuole medie e del loro liceo.
Di qui, l’urgenza di libri scolastici e di una biblioteca. Corsi di
formazione intensiva, corsi di lingua francese (tramite l’Alliance Française);
apertura internazionale per maestri e alunni (canale TV satellitare). Quasi
uno shock per molti! Qualche maestro “marinò” i corsi di lingua francese!
Si fondò una biblioteca, ben presto fornita di qualche migliaio di libri,
direttamente scolastici e non scolastici. Il canale satellitare fu messo a
disposizione di tutta la scuola. I maestri, pian piano, si accomodarono ai
nuovi ritmi di formazione.
Con l’aumento del numero degli alunni e il miglioramento del livello
scolastico, nel 2005, aprimmo anche il liceo. Mettere fuori il direttore laico
(oltre tutto, senza diploma adatto) non fu cosa facile. La Provvidenza ci
venne incontro con l’arrivo dell’attuale direttore, il confratello P. Élisée
Jean Philippe de Neri Ratoloniainomenjanahary26, neo diplomato nelle
scienze della comunicazione all’università salesiana di Roma. Le Suore
Francescane Missionarie di Maria - da oltre trenta anni presenti in loco,
fondatrici della scuola, ma lontane da qualche tempo dall’istituto scolastico
- fecero ritorno all’ovile. La scuola ritrovò il suo nuovo soffio vitale. Dai
600-700 alunni del 2001, si passò ben presto alla bella cifra di 1500.
A Belo sur Tsiribihina-centro - grazie al gemellaggio con le scuole
elementari e medie di Veroli (Fr), mio paese natale, e all’aiuto spicciolo di
vari amici benefattori (citazione a parte per una cara famiglia di CarpiModena, la famiglia Anna Maria e Luciano Malagoli, mia fedelissima e
generosa benefattrice) -, ci fu possibile comprare libri, costruire la
biblioteca, e quattro nuove aule scolastiche.
L’aiuto importante da parte dell’“Église en Détresse” e della Missione
Francescana Tedesca (MFZ) ci permise di costruire un magnifico salone di
riunioni e di spettacolo. Con l’aiuto finanziario di “ Manos Unidas” di
Spagna, costruimmo un efficiente “foyer” per le ragazze. Un vecchio stabile
fu adattato per i ragazzi. Tutti studenti al “San Francesco d’Assisi”.
Nelle campagne s’imponeva una duplice azione: culturale e direttamente
evangelizzatrice.
- Dove cominciare? Pio XI diceva: prima scuola, poi chiesa. Seguimmo
tale tattica. Scegliemmo come motto-guida: scuola-passaporto-per-il
26
Nel Madagascar, praticamente, non esistono i cognomi. Si tratta di nomi veri propri -­‐ cui spesso si aggiungono quelli del battesimo -­‐, nomi che spesso esprimono sentimenti particolari dei genitori stessi, al momento della nascita del loro figlio/a. 46 Vangelo e-per-la-vita. Mancando delle strutture scolastiche minime,
lanciammo il nostro programma-scuola e scuole ad oltranza, accogliendo i
primi bambini (scuola materna, età 3 anni e mezzo-4 anni ) nelle cappelle
fatiscenti, dove esistevano. Primo lotto di apertura: 8. Secondo lotto: 3. Si
arrivò quasi subito ad una popolazione scolastica di oltre 1.000 alunni. Le
tasse scolastiche, in pratica, coprirono, fin dall’inizio, le spese per i salari
dei maestri.
Costruzione di nuove aule scolastiche.
Una a Berendrika, all’est di Belo sur Tsiribihina, in direzione di Berevo ai bordi del fiume omonimo. Qui, grazie agli aiuti di una cara famiglia, la
famiglia Raffaele e Fabiola Sbaraglia di Alatri (Fr), mettemmo su piede unitamente alla nuova cappella – una nuova scuola (scuola materna e
elementari), insieme ad un pozzo. Sorella acqua. Acqua = vita. Fu il nostro
motto.
La gente beveva l’acqua saporita e profumata del fiume Tsiribihina (a
noi familiare, soprattutto, per la doccia e per il caffè mattutino!).
Un’altra scuola - anche qui unitamente alla nuova cappella - a
Ambakivao, sul canale del Mozambico. Grazie al sostanzioso aiuto d’una
coppia di coniugi, Giuseppe e Laura Afferni, di Vespolate (No). Anche qui oltre la scuola-cappella - potemmo dotare d’acqua dolce e potabile tutto il
villaggio, che beveva acqua salmastra.
Nella costruzione di queste cappelle e scuole, abbiamo sempre richiesto come condizione previa, quasi conditio sine qua non - la collaborazione, in
materiale locale e forza umana, della comunità locale interessata.
Principio base: da parte nostra, “aiuto”, ma non sostituzione tout court
del carico che doveva portare la popolazione interessata. In effetti, esperienza insegna - la collaborazione personale all’impresa, dovunque e
qualsiasi essa sia, dà valore aggiunto alla stessa opera e la fa sentire propria,
garantendone efficacia e perseveranza nel tempo. In tre-quattro casi,
dovemmo far marcia indietro e respingere le domande dei capi del villaggio
e della popolazione.
Fu davvero duro mettere in moto l’animazione di una popolazione
abbandonata un po’ a se stessa. Ci appoggiammo molto sulla collaborazione
delle autorità civili e scolastiche locali, che sollecitammo attraverso la radio
locale, lettere, e i contatti personali.
Le scuole di campagna divennero presto “mature” e cominciarono a
sfornare alunni con diploma elementare BPC. Alcune sono talmente
cresciute (vedi quelle di Antsiraraka e di Masoarivo) che da tempo fanno
pressione per l’apertura, in loco, del CEG (scuola media). Tutto questo
senza dimenticare la scuola “San Francesco d’Assisi” di Belo sur
Tsiribihina-centro che sarà la prima beneficiaria della fioritura delle piccole
47 scuole di campagna. Effettivamente: scuole di campagna significò subito
vivaio per la grande scuola-liceo di Belo sur Tsiribihina-centro.
Dal punto di vista più strettamente ecclesiale e civile cercammo di
investire di responsabilità sia la sparuta comunità cristiana sia la
popolazione dei vari villaggi. Per i pochi cristiani, motto-guida: Isika no
fiangonana, antsika ny fiangonana (Noi siamo la chiesa, la chiesa è nostra).
Per tutti: antsika ny sekoly (la scuola è nostra). La scuola: parte integrante
della vita cristiana e della vita sociale, in genere. Cosa non facile far entrare
quest’idea vitale nella testa e nel cuore della gente, attanagliata da ben altri
problemi.
I frutti? I primi benefici sono stati per le famiglie. Sono stati i nostri
giovanissimi alunni che si son fatti piccole guide dell’intera famiglia. Dal
lavarsi mani e alla preghierina, prima dei pasti, alla Domenica.
I frutti, in effetti, si sono visti anche per le nostre cappelle. Dopo
qualche tempo dall’apertura della scuola (aula scolastica la stessa cappella
traballante), le abbiamo viste riempite di adulti e di giovani. Apostoli,
ancora, i nostri piccoli allievi. In un luogo (Masoarivo) esisteva una specie
di cappella, una vera catapecchia. Vi trovai letteralmente quattro vecchie
signore. Tramite le Suore di San Pietro Claver di Roma, potemmo costruire
- oltre due pozzi - la nuova scuola e la cappella. Quest’ultima si rivelò
subito insufficiente!
Il fiore all’occhiello
La modesta radio locale ci servì - oltre che per i nostri programmi
direttamente religiosi, tutti i venerdì sera - per lanciare i nostri programmi
scolastici, e per l’animazione delle autorità civili e scolastiche locali e della
gente comune.
I mass media sono stati da sempre un po’ la mia passione. Li ho utilizzati
quasi tutti: mini proiettori a pile, per diapositive; il super 8 e il 16mm, per il
cinema; i moderni video-proiettori con schermi giganti.
Mi restava la radio. Come detto sopra, una delle tre priorità di cui parlai
subito al Vescovo diocesano. Un’impresa colossale, che fa venire i capelli
bianchi al solo pensiero della vastità dei problemi cui far fronte, sia per la
sua messa in atto e, soprattutto, per la sua gestione quotidiana.
Dove trovare i soldi per le apparecchiature sì costose? É risaputo che
dette apparecchiature radio non sono bruscolini (dicono a Roma).
Richiedono soldoni e tecnici specializzati di supporto, sia per l’acquisto del
materiale che per l’istallazione delle apparecchiature. Per quest’ultimo
48 aspetto ci appoggiammo subito ai sacerdoti Salesiani, già lanciati in radio
locali e Radio Don Bosco d’Antananarivo (che trasmette da anni, via
satellite, su tutto il Madagascar). Collaborazione e sostegno perfetto.
I finanziamenti? - Bussate e vi sarà aperto! Bussammo, in primis - con
semplicità francescana, ma anche con un di po’ coraggio - ai nostri
confratelli cappuccini francesi. Risposta quasi immediata e positiva. I
confratelli francesi ci garantivano l’acquisto delle apparecchiature. Per le
strutture murarie più essenziali (pilone per l’antenna, studio e annessi vari),
bussammo ai nostri confratelli Cappuccini di San Giovanni Rotondo.
Dimenticavo di dire che alla Radio - fin dall’inizio - fu dato il nome di
Filongoa Soa-P. Pio. I confratelli di Foggia furono altrettanto solleciti nella
loro risposta. La Provvidenza, per le cose belle, c’è stata e ci sarà sempre!
Ci rimaneva la direzione tecnica e l’animatore spirituale. Dovetti
battermi un po’ con il nostro superiore provinciale locale (Serge Rufin
Andrianjava) dell’epoca, per avere la persona adatta. Alla fine la spuntai.
Il confratello P. Élisée Ratoloniainomenjanahary - di mia conoscenza, a
Ivato-Ambositra, fin dall’età di 12 anni -, tornava in Patria, diplomato in
scienze della comunicazione, nell’università salesiana di Roma. Oltre la
direzione del Liceo, si apprestò a prendere in mano l’istallazione della
Radio Filongoa Soa – Padre Pio, e la sua direzione.
Un’altra provvidenza!
Ancora altra sponda: Seychelles
Alla vigilia del lancio della messa in opera di tutte le strutture,
l’Obbedienza mi destinava all’apertura della prima missione della Fraternità
Cappuccina “San Fedele da Sigmaringen” del Madagascar27 nelle isole
Seychelles (missione dei cappuccini savoiardi-svizzeri-sardi per oltre 150
anni).
Feci l’obbedienza con un bemolle. Due anni, e poi ritorno “in patria”.
Arrivammo là in tre (due sacerdoti e un diacono28), il 23 ottobre 2006. Il
vescovo diocesano – Mgr. Denis Wiehe, Cssp, originario di Mauritius - ci
accolse nella splendida panoramica montagna del Beauvoir - La Misère,
27
Provincia, 10.07.2005, con visita del Ministro Generale John Corriveau. Più tardi si aggiunsero un diacono e un fratello laico. In tutto arrivammo ad essere in cinque 28
49 affidandoci la cura del santuario nazionale, dedicato al S. Cuore, metà di
mega-pellegrinaggi annuali.
Ci demmo da fare per rimettere in onore - col contributo dei due
Comitati (pastorale e finanziario) - sia la cappella-santuario, sia le
celebrazioni annuali. Lanciammo l’idea di una nuova grotta di Lourdes,
meta di nutriti pellegrinaggi settimanali. Facemmo la nostra piccola parte,
sia nella collaborazione con i vari parroci (Mahé e Praslin), sia
nell’assistenza spirituale alle due comunità religiose locali, le Suore di St.
Joseph de Cluny e la congregazione delle Suore Filles de Marie-Suore de
Sainte Elisabeth (fusione 16 dicembre 1998), quest’ultime fondate dal
Cappuccino svizzero, Maurice Roh (ultimi mesi del 1939).
Seychelles: Eden! È vero. Oltre Mahé - l’isola più importante, con la
capitale, Victoria - ho avuto la gioia di visitare cinque delle isole minori, tra
cui quella di Bird (l’isola degli uccelli).
Madre-Natura sembra si sia divertita a spargere, a piene mani le sue
meraviglie, su tutte le 115 isole e isolotti (veri punti delle carte geografiche
ufficiali): flora (tra l’altro, il famoso cocco di mare) e fauna (in primis, la
tartaruga “Esmeralda” di Aldabra) da sogno; fondi marini da giardino.
I due anni passati alle Seychelles mi permisero di ammirare - attraverso
le opere murarie e la comunità locale già ben solidamente affermata l’immenso lavoro fatto dai missionari savoiardi (1851-1922), prima, e
svizzeri (1922-1995), dopo. Rilevante, anche se breve (1989-1992), l’opera
dei cappuccini sardi. Attraverso i documenti storici, ho potuto ammirare
l’immane opera pedagogica dei Fratelli delle Scuole Cristiane (fine
settembre 1867 - primi mesi 1876), dei Fratelli Maristi (4 gennaio 1884 - 6
settembre 1946), i Fratelli dell’Istruzione Cristiana di Ploërmel (21
novembre 1949 – 12 dicembre 1998).
Da parte delle religiose, immane il bene operato dalle Suore St. Joseph
de Cluny, nel campo dell’educazione, soprattutto femminile, dal loro arrivo
nell’Arcipelago (15 gennaio 1861; dieci anni appena dopo la fondazione
della Missione) fino alla nazionalizzazione delle scuole della Missione
(1977), opera del social-comunista France Albert René.
Immane la fatica (le lotte continue) dei missionari, sia savoiardi che
svizzeri, per l’affermazione dell’educazione cattolica, soprattutto attraverso
le scuole della missione, fondate, fin dagli inizi, sulle isole principali di
Mahé, Praslin e La Digue.
50 Per quanto riguarda le vocazioni locali, grandi sforzi sono stati fatti sia
per religiosi/e che per il clero diocesano. Particolare attenzione - soprattutto
con l’arrivo di Mgr. Denis Wiehe – ai movimenti laicali moderni29.
Il tempo disponibile, la mia curiosità intellettuale e il sollecito di P.
Egidio Picucci, direttore della rivista missionaria dei Cappuccini italiani
(Continenti), per un articolo per la sua rivista, mi lanciarono, fin dall’inizio,
in ricerche storiche amatoriali sulla Missione delle Seychelles. Ricerche che
si sono, col tempo, allargate - dato il loro legame storico - alle isole
Mauritius e La Réunion, e alla chiesa anglicana. Il lavoro di ricerca mi ha
fatto entrare pian piano in tutto il fenomeno della politica coloniale francobritannica dell’oceano Indiano del tempo, con riferimento specifico alla
tratta negriera. L’articolo per P. Egidio Picucci ancora non l’ho fatto, ma il
lavoro è molto avanzato! Spero nella mano esperta di qualche confratello
“storico” di professione, per la messa a punto30.
L’opera infaticabile dei missionari savoiardi e, soprattutto, svizzeri, sono
tuttora evidenti nelle bellissime chiese e campanili, piazzati negli angoli più
suggestivi delle isole di Mahé, Praslin, La Digue. Menzione a parte per la
cattedrale di Victoria e la cosiddetta “Domus”, opera semplicemente
monumentale, terminata fine anno 1934. E poi quegli innumerevoli istituti
scolastici, sparsi su Mahé e nelle altre isole principali. (istituti – come già
accennato sopra - nazionalizzati nel 1977). Il tutto, opera, per lo più, di
Fratelli laici di alto calibro intellettuale.
I Missionari svizzeri hanno segnato le Seychelles, oltre che con pietre e
cimento, con la loro intensa opera di evangelizzazione, portata avanti esito molto al dirlo - piuttosto al singolare che al plurale (vita fraterna). Un
limite che ha influito, probabilmente, sull’”impiantazione” dell’Ordine
nell’Arcipelago, e forse - con-causa anche l’isolamento insulare - anche sul
conflitto generazionale degli anni ’70-80. Grosso punto interrogativo.
Dei Cappuccini sardi, devo ricordare, in modo particolare, l’opera
coraggiosa di Giulio Baldus nella conduzione della rivista diocesana L’Écho
des Îles.
29
Nota a parte merita l’OFS (l’ex TOF-­‐Terz’Ordine Francescano), che beneficiò dell’opera pastorale notevole, soprattuto, di due grandi Pastori: Mgr. Symphorien Mouard, savoiardo (Vicario Apostolico, 1882-­‐1888); Mgr. Marcel Olivier Maradan, svizzero (Vescovo, 1937-­‐
1972). L’OFS era presente tutte le comunità parrocchiali delle Seychelles. Al nostro arrivo trovammo silenzio quasi assoluto. Dappertutto. 30
Il lavoro, fine febbraio 2012, è stato affidato alle cure del confratello cappuccino Salvatore
Vacca, direttore della Rivista Lauretianum del Collegio internazionale dei Cappuccini in
Roma e vice preside della scuola teologica di Palermo. 51 Voce chiara e potente
Fine Luglio 2007, visita lampo a Bel sur Tsiribihina. Anteprima, a
Tsaraotana, villaggio ai bordi del fiume Tsiribihina, sulla strada di Berevo:
inaugurazione di una nuova scuola, finanziata - tramite di amici di San
Giovanni Rotondo - da una banca dell’omonima cittadina garganica.
Celebrazione, solenne e alquanto extra, di un matrimonio di una giovane
coppia di fidanzati di San Giovanni Rotondo, super innamorati del
Madagascar: Marianna e Sascha. Celebrante: P. Elisée. Testimone:
Vincenzo Sirizzotti. Invitati: celebrante e testimone. Pranzo di nozze: il
solito piatto di vary (riso). Macchina nuziale: un vecchio rimorchio, trainato
dal trattore della missione. Il tutto, 26 luglio 2007. A Praslin e Bird
(Seychelles) ho benedetto due matrimoni di coppie italiane. Tutt’altro
contesto!
A Belo sur Tsiribihina, l’opera-radio - insieme ad altre belle iniziative erano già in “gestazione” avanzata, al momento della mio trasferimento alle
Seychelles. Il confratello P.Élisée portò allegramente e felicemente
(contrariamente - sono obbligato a dirlo - a Ivato-Ambositra) a termine tutta
l’opera di “gestazione”: radio, scuole, chiese, ecc.
Attualmente il confratello - oltre che la direzione della scuola-liceo, la
cura delle scuole elementari di campagna, e della radio FM - è impegnato
nell’agricoltura e allevamenti e, soprattutto, nella costruzione di un grande
centro medico-chirurgico, finanziato da un ONG belga (“Louvain Coopération au Développement”), opera di cui la regione di Belo sur
Tsiribihina ne aspettava, da molti anni, la realizzazione, e di cui mi ero già
fatto promotore, anche attraverso la stampa.
Per il felice evento della “nascita” e per il lancio ufficiale della radio
Filongoa Soa – Padre Pio,- seconda emittente cattolica del Menabe - ebbi
la gioia di assistere al felicissimo evento della sua inaugurazione.
Il 27 luglio 2007 - in presenza del Ministro Provinciale di Roma, fr.
Carmine Antonio De Filippis, e del Segretario Provinciale dell’Animazione
Missionaria di Roma, fr. Franco Nicolai31 - il vescovo diocesano, Mgr.
Joseph Donald Leo Pelletier, ms, benediceva solennemente la nostra Radio
Filongoa Soa – Padre Pio.
Felici e benèfici inizi d’una voce ormai di casa, in tutta la regione, e
familiare a tutti, grandi e piccoli.
Il confratello, ex missionario del Madagascar, delle isole Comore e del Congo- Brazzaville,
il 17 di ottobre 2010, alla soglia di quasi 70 anni, rivedrà il suolo d’Africa, nella missione
cappuccina del Benin - missione fondata dai confratelli cappuccini delle Marche -, seguito, il
19 ottobre 2011, dal giovane Fra Alessandro Di Blasio. 31
52 Ogni volta che torno in Italia, aprendo la mia radiolina, ho l’impressione
di essere investito da una valanga di onde che sembrano quasi di voler far
violenza sull’ascoltatore. Qui, no. Una sola voce o, per esser più precisi, una
voce e mezzo (il “mezzo” si riferisce alla radio locale, veramente a
scappamento ridotto).
Una voce chiara e potente, quella di Filongoa Soa –Padre Pio. Raggio di
diffusione sui 100 km, a linea d’aria, soprattutto verso il sud-est
Programmazione completa: catechesi e formazione cristiana, programmi
culturali, educazione civica, formazione sanitaria, ecologica, agricola;
informazioni locali, nazionali e internazionali, sport...
Il tutto, in una regione immensa e senza strade. Nonostante l’arrivo del
telefonino e dell’internet, la Radio FM Filongoa Soa-Padre Pio conserva
sovrana la sua posizione di guida e di punto di riferimento per una
popolazione di oltre 100.000 abitanti.
La Radio Filongoa Soa-Padre Pio - grazie all’aiuto sostanzioso della
famiglia Frasca-Riccitelli, famiglia del compianto confratello Carlo Frasca
di Veroli (Fr)32, aiuto giuntoci tramite un giovane OFM, Mario Silvio
Riccitelli, membro di famiglia – vive e vivrà sogni tranquilli, almeno per
qualche tempo.
Tramite questa sponsorizzazione, (un buon gruzzoletto), di cui siamo
sommamente grati alla famiglia Frasca- Riccitelli di Artena-Roma, la Radio
Filongoa Soa-Padre Pio - oltre che il beneficio di un sostegno finanziario a
lungo termine -, ha potuto essere subito dotato di un pezzo preziosissimo,
atteso da lungo tempo: l’antenna parabolica, per il collegamento satellitare
stabile con la Radio Don Bosco dei Salesiani della Capitale (Antananarivo).
Radio che - come già accennato sopra - trasmette via satellite i suoi
programmi (compresa la Radio Vaticana) su tutto il Madagascar. Salto di
qualità, dunque, che sicuramente porterà i suoi frutti su tutta la regione
Menabe.
Ognuno di noi carpisce il valore apostolico e culturale di un simile
strumento, possente e altamente performante. Pensate: 5 sacerdoti per meno
di 2.000 cristiani battezzati. Domenica e/o giorni festivi: un migliaio - sì e
no, ma più no che sì - di fedeli praticanti. Radio Filongoa Soa: un solo
microfono per 100mila anime, dalle 6 del mattino fino alle 22. Tutti i
giorni!
La bontà della cosa, non ci risparmia dal considerare da vicino il suo
costo: spese di gestione (pezzi nuovi, computer, gruppi elettrogeni,
carburante, salari del personale, ecc.) che si cifrano a più zeri. Soldoni - in
32
Come detto sopra, tra i quattro missionari cappuccini romani del primo scaglione, partito per
la missione del Madagascar, nel novembre 1967. 53 ariary malagasy - a vari pacchetti. La propaganda spicciola, gli annunci
pubblicitari ecc., permettono di ricuperare qualcosa. Ma siamo molto
lontani dall’ammontare delle spese ordinarie e straordinarie cui si deve far
fronte, mensilmente. Si annunciano crisi di gestione economico-finaziaria
serie. Crisi già in atto, mi diceva recentemente il confratello Direttore.
Crisi, dovuta in gran parte all’aumento dei prezzi della fattura
dell’elettricità, dei pezzi di ricambio, e, anche, alla diminuzione degli
annunci pubblicitari, conseguenza della diffusione crescente dei cellulari,
anche nei fondi più reconditi delle campagne.
Un budget annuale da capogiro33.
L’ultima sponda
Il 14 settembre 2008 - missione compiuta per il Seychelles - ho fatto
ritorno nel Madagascar. Nel frattempo la giovane Provincia “Saint Fidèle”
del Madgascar - dal 29.04. 2008 - è stata affidata a Fr. Francesco Vinci di
Siracusa, mio compagno di missione, a Ambositra.
Fine anno 2008, l’équipe iniziale, cui si erano aggiunti, in seguito, altri
due confratelli (un diacono e un fratello laico), lascia definitivamente Mahé.
Una mezza crisi, aggravata da altri elementi. Ma, alla fine, Fr. Francesco
Vinci vi trovò una soluzione. Oggi come oggi, tre confratelli malagasy, tutti
e tre sacerdoti, risiedono nella Fraternità “San Pio”, a Beauvoir-La Misère.
Quanto al sottoscritto, in attesa di una possibile destinazione e decisione
ulteriore - nel mio cuore e nella mia mente c’è stato sempre il desiderio di
un ritorno in una vera zona di missione, possibilmente da partenza zero -,
per due anni mi sono adattato ad un lavoro piuttosto intellettuale e di
animazione spirituale, in una nostra casa alla periferia est della Capitale, a
Ambohimalaza, all’ombra dello studentato di teologia “Sain Laurent de
Brindes”, membro della fraternità responsabile del foyer “Sainte Marie des
Anges”.
Due anni molto intensi, appunto in attesa della decisione finale
sull’apertura di una seconda casa-missione nella diocesi di Morondava, di
cui mi ero fatto sostenitore già dai primi anni della nostra prima fondazione
a Belo sur Tsiribihina, di cui abbiamo lungamente parlato sopra.
L’anziano vescovo, Mgr. Donald Pelletier, ms, aveva già avanzato la sua
richiesta ufficiale, nel mese di novembre 2009.
33
AAA. Benefattori e Sponsor stabili cercasi!
54 Il nuovo Vescovo, Mgr. Marie Fabien Raharilamboniaina, ocd, ha
reiterato la stessa richiesta. Il Definitorio Provinciale, fine giugno 2010,
dava la sua decisione ufficiale: semaforo verde per l’apertura della seconda
casa, nella diocesi di Morondava.
Oltre il servizio apostolico nel nuovo distretto missionario e la presenza
del nostro carisma francescano-cappuccino nel contesto della vita
consacrata locale, detta nuova fondazione sarà anche un valido aiuto - come
piede a terra - per i nostri confratelli di Belo sur Tsiribihina, finora obbligati
a trovare ospizio occasionale, bussando - a qualsiasi ora - alle porte delle
case religiose di Morondava, ormai quasi indisponibili.
Il centro di detta nuova casa-missione, Tanambao Marofototra, è situato
a 15 km da Morondava-città, ai bordi della strada nazionale MorondavaMahabo, all’incrocio della strada (pista) che va verso il nord, in direzione di
Belo sur Tsiribihina, fino a circa 70 km.
Già abituato alle “fondazioni”, i Superiori mi hanno affidato nuovamente
quest’arduo compito. Dico “arduo” per non usare un altro aggettivo. Senza
contare l’età avanzata, effettivamente, si tratta di partire da zero, sia al
centro sia alla periferia. Una periferia (che qui significa: aperta campagna,
foresta, villaggi sperduti) ancora da definire e dove quasi non esiste la pur
minima struttura e traccia di vita cristiana. Tutto da inventare, dunque:
cappelle, scuole, catechisti, maestri, collaboratori.
Come da esperienza ormai più che trentennale, cominceremo dalle
piccole scuole, e dai piccoli, che saranno i nostri primi amici e battistradacollaboratori di sfondamento.
Per cominciare, saremo in tre: un diacono, un fratello (già mio compagno
alle Seychelles), il sottoscritto. Inizi forzatamente in sordina. Ma avremo
bisogno, subito, di altre forze giovani.
La Provvidenza ci ha fatto subito un preziosissimo regalo: le Suore MIC
Missionnaires Immaculée Conception, (fondazione di origine canadese),
specializzate nella gestione delle scuole, che dal primo ottobre p.v. saranno
già a lavoro per le iscrizioni dei bambini della scuola materna e della prima
elementare, classi con le quali daremo inizio alla nostra Missione, a
Tanambao Marofototra di Morondava.
Oltre l’evangelizzazione, che passerà, soprattutto, attraverso le scuole e
la scolarizzazione tout court, avremo l’arduo compito dell’animazione
agricola, soprattutto la SRI (cultura intensiva del riso).
Avremo bisogno di terreno e di mezzi, ma anche di tanto coraggio.
Dovremo scendere nelle risaie, insieme con la nostra gente. La riuscita, in
questo campo dovrebbe, anch’essa, contribuire a dare peso, quasi valore
aggiunto, e “autorità” morale alla nostra presenza, in una zona benedetta da
Madre Natura: acqua, sole, terra ancora quasi vergine. Culture del riso
55 (senza parlare di manioca, mais, cocco, papaia...) fino a due-tre raccolte
l’anno. Le indimenticabili esperienze del SRI d’Ivato-Ambositra, vorremmo
portarle e attuarle, in pieno e in comunione con la nostra gente, in questa
nuova fondazione.
Avevo già programmato, dall’ottobre 2009, con la benedizione dei
Superiori di costruire, a Ambohimalaza (Antananarivo), una cappella, un
vero e proprio santuario mariano, con annessa grotta di Lourdes, in piena
foresta, a forma d’anfiteatro, che potesse accogliere circa cinquecento
pellegrini. Detto santuario - che credo fermamente sarà bene accolto dalla
gente della Capitale e farà tanto bene - porterà il nome di Oasis Notre Dame
du Rosaire.
Al momento in cui scrivo queste note i lavori sono in pieno corso. Le
pareti interne saranno ornate di artistiche pitture dei tre grandi promotori del
Rosario (San Luigi Grignon di Monfort, Beato Bartolo Longo, San Pio da
Pietrelcina) e dei quattro Beati della Chiesa Cattolica nel Madagascar. Ci
sarà anche il Beato Giovanni Paolo II. Totus tuus! Papa, innamorato della
Madonna e del Rosario.
Il 12 dicembre 2010: l’inaugurazione.
Il tutto sarà a ricordo di due carissime persone della mia famiglia
d’origine, compagne fedeli e benefattrici generose, per anni, della mia
ormai lunga vita missionaria.
Per la giornata mondiale delle Missioni (24 ottobre 2010) - in presenza
del nostro provinciale, Francesco Vinci, di molti nostri confratelli - il nuovo
Vescovo diocesano, Mgr. Marie Fabien Raharilamboniaina, ocd, ci
presenterà ufficialmente alla comunità locale, sicuramente curiosa dei nostri
sai cappuccini, curiosi sicuramente anche di vederci all’opera, tra di loro,
con il nostro stile francescano-cappuccino. Le autorità locali, clero e
religiosi/e i cristiani di Morondava, rappresentanti delle comunità cattoliche
e delle Chiese cristiane sorelle di Morondava e dintorni, faranno
sicuramente corona alla comunità di Tanambao Marofototra. Quest’ultima,
sicuramente felice del privilegio di aver una comunità religiosa di Frati
Cappuccini, tutta per loro.
Ci si richiederà fede e coraggio. Partenza zero - come già detto - su tutta
la linea. Tutto da inventare.
Il nuovo distretto missionario, nel suo insieme, e la futura chiesa del
centro - accordo già avuto dal Vescovo diocesano.- saranno messi sotto la
protezione di San Pio da Pietrelcina. Sarà la prima chiesa a lui dedicata, in
tutto il Madagascar.
Il Santo Confratello ci sarà modello permanente di ardore apostolico e
d’illuminata ricerca del bene materiale e spirituale della nostra gente, in
questa seconda fondazione cappuccina, nella regione del Menabe.
56 Conclusione della “memoria”
-Tutto perfetto? - Lungi!
La Chiesa, nella liturgia, ci fa quotidianamente coniugare due verbi:
magnificare (Magnificat) e confiteri (Confiteor). Due verbi molto
francescani.
Ovvero, due parole brevissime, ma densissime di significato: - Deo
gratias!34 - Miserere!
Il famoso missionologo svizzero, il cappuccino Walbert Bühlmann,
parlava di una duplice missione da parte del/la missionario/a “ad Gentes” :
in primis, missione “ad intra” (animazione delle proprie fraternità, delle
proprie comunità, e chiese locali, di origine, di partenza), e missione “ad
Gentes” tout court, poi.
Se queste linee fossero - sia pur modestamente - occasione di aiuto –
specialmente, in questo momento in cui tutta la Chiesa è chiamata a
riflettere sulla “nuova evangelizzazione” - all’approfondimento della nostra
vocazione missionaria battesimale, sia all’origine - per giovani, soprattutto
– oltre l’impegno “attivo” nella vita domestica e parrocchiale - anche di
qualche nuova vocazione speciale, sacerdotale-religiosa-missionaria, o la
nascita di qualche nuovo gruppo missionario avrebbero, già, raggiunto
pienamente il loro scopo.
Antananarivo (Madagascar)
Edizione finale, in data 20 settembre 2010
Fra Vincenzo Sirizzotti. OFMCap
34
Motto-­‐vita di Felice da Cantalice (“Frate-­‐Deo gratias”), primo santo della Famiglia francescana dei Cappuccini, di cui ricorre quest’anno il 300° anniversario della canonizzazione (22 maggio 1712 -­‐ 22 maggio 2012). 57 AGGIORNAMENTI.
Nuovissima
fondazione
missionaria:
Tanambao
Marofototra,
Morondova, Madagascar
Fatta l’inaugurazione del santuario mariano Oasis Notre Dame du
Rosaire, - con la partecipazione dell’Arcivescovo della Capitale malagasy,
Mgr Odon Arsène Razanakolona, mia vecchia conoscenza nella diocesi di
Fianarantsoa, che considera subito l’opera come una benedizione per
l’arcidiocesi d’Antananarivo, il 12 dicembre 2012 – il 14 dicembre ero già
in viaggio verso Morondava. Due confratelli malagasy - già dai primi di
settembre 2010 - mi avevano preceduto in questa nuova sponda della mia
missione di Tanambao Maoroftotra, nella diocesi di Morondava, regione del
Menabe, sul canale del Mozambico.
Nuovissima missione !... veramente
PRIORITA’ ASSOLUTA
Tutto da inventare, ma priorità assoluta alle piccole SCUOLE,
soprattutto di campagna.
Il 26 marzo 2011 - sotto la presidenza del giovane Vescovo diocesano,
Mgr. Marie Raharilamboniaina, ocd, le cui priorità pastorali diocesane sono
appunto scuola e scuole - lanciammo il nostro programma “Scuola e scuole
a oltranza”, chiamando a raccolta tutti i responsabili civili della regione. Un
successo!
Di scuole, per ora, ne abbiamo già aperte tre, nella povertà più assoluta.
Puntiamo su una diecina.
Dal Belgio, l’Associazione (OFS) MADA QUATRE, ci dà già una
mano, ed è pronta a sostenerci per creare strutture complete per un centro
scolastico per elementari, a Andranomena a circa 20 km dal centro della
missione, ai bordi della pista, verso Belo sur Tsiribihina.
Al centro abbiamo già realizzato un primo lotto, per una scuola
elementare completa e che porterà il nome “Laurent e Hélène Botokeky”.
Quattro belle e spaziose aule scolastiche. Scuola già ben lanciata (circa 120
alunni, per cominciare), scuola gestita, sotto l’aspetto economicopedagogico - in collaborazione con le nostre Suore MIC (che ci aiutano
anche per le scuole di campagna). Un grazie sentito all’OPAM che ci ha
aiutato per banchi, tavoli, armadi e scansie.
58 Prima nuova chiesa. Cantiere già in stato molto avanzato. Piccolo stop, a
causa della stagione delle piogge. Chiesa, in onore della Madonna delle
Lacrime di Siracusa, finanziata da Mons. Pasquale Magnano, un sacerdote
di Siracusa, ex rettore dell’omonimo santuario aretuseo. Inaugurazione
prevista per il 2 settembre 2012. Per l’occorrenza - in concomitanza con le
celebrazioni in Siracusa - si profila una nutrita presenza aretusea nel
Menabe.
Progetti: una chiesa (al centro) in onore di San Padre Pio da Pietrelcina
(ora preghiamo riparati da un gran tetto di paglia, sempre con la paura che
qualche ciclone ce lo spazzi via!), e un salone di riunioni (cultura e
ricreazione) in onore del Padre Mariano Paolo Roasenda da Torino, il
predicatore della TV italiana degli anni 60-70, oggi Venerabile, in attesa
della Beatificazione.
Sogno (anche): l’apertura di un dispensario. Da mettere sotto la
protezione del Beato Giovanni Paolo II. Abbiamo già delle Suore pronte a
portarlo avanti. Presi contatti per la ricerca di eventuali sponsor, sia per la
chiesa centrale (San Pio) che per la sala multiuso e il dispensario.
In vista di una testimonianza credibile di amore al lavoro per i nostri
confratelli malagasy, in vista anche di una educazione al lavoro per la
nostra gente - dietro aiuto dei nostri fratelli cappuccini di Francia - abbiamo
acquistato 12 ettari di terreno, da destinare in parte a rimboschimento di
essenze pregiate locali, alberi da frutta (soprattutto mango), manioca e altri
prodotti destinati all’alimentazione, quale complemento del famoso piatto di
riso quotidiano.
Davvero notevole la precarietà della nostra vita quotidiana: acqua
potabile e doccia a 150 m. dalla casa. Traino: carriola. Acqua per servizi
igienici: pozzo provvisorio, acqua tirata con corda e secchio. Illuminazione:
candela e torcia a pile.
Segnaliamo le seguenti URGENZE:
Pozzo e castello per l’acqua. Istallazione di un sia pur modesto impianto
fotovoltaico. Terreno di basket per i nostri bambini della scuola e per la
grande massa dei nostri giovani. Li aiuteremo subito con DVD. Per il
momento, nella sala spettacolo esistente: la nostra chiesa in paglia35.
35
Questi aggiornamenti, insieme alle brevi note a piede di pagina, sono state introdotte in Roma-­‐Verano, in data 15 maggio 2012. Chi desiderasse avere queste note (Appunti di vita missionaria) via email, può rivolgersi a fr. Luca Casalicchio o al sottoscritto, Vincenzo Sirizzotti, secondo gli indirizzi di posta elettronica indicati nella pagina che segue. 59 MISSIONE P. Vincenzo Sirizzotti, in MADAGASCAR
INDICAZIONI UTILI
Per il dispensario,
Referente: Dott. Passi Mauro, Via della Repubblica,2 - 03029-Veroli
(Fr). Cellulare: 331.309.74.00. Email: [email protected]
Per il tutto.
Referente: Fr. Luca Casalicchio, procuratore missioni cappuccini
romani, Via V.Veneto, 27 – 00187 Roma. Cellulare:388.858.09.52
email: [email protected]
Mass media, Locandina “verde” e sito web: sosbaobabmakisos
In Italia:
5 x mille, pro missionari cappuccini romani, ONLUS
C.F. 975448700588.
Conto corrente bancario: Monte dei Paschi di Siena, filiale n° 8682 di
Roma. IBAN: IT97R0103003268000001613981
In Madagascar:
email: [email protected] .
Tel. 00261.33.19.138.03 o 00261.34.96.447.89
Indirizzo postale: P. Vincenzo Sirizzotti, BP. 132 – 619 MORONDAVA
Madagascar.
Conto corrente bancario: BFV-SOCIETE GENERALE, sede di
Morondava 619. Titolare: ECAR EGLISE SAINT PIO MORONDAVA.
IBAN: MG4600008007700500400630402. BIC BFAVMGMG
GRAZIE VIVISSIME a AMICI e BENEFATTORI
Grazie sentite a Fr. MARCO PALMERANI per la sua preziosa
collaborazione tecnica.
Roma Verano, 22 maggio 2012
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APPUNTI di Vita - Servizio "missio ad gentes"