1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Na zaåetku prejšnjega stoletja so se ob istoåasnem splošnem gospodarskem razvoju avstro-ogrskega cesarstva in pri nas še posebej tržaškega pristanišåa zaåele razvijati tudi vasi. Precejšen
razvoj je bil opazen tudi na Opåinah, in to še predvsem po dograditvi openskega tramvaja ter po
uveljavitvi železniškega prometa, še posebej Južne železnice.
7
All’inizio del secolo scorso, in concomitanza con la generale crescita economica registrata nell’impero austro-ungarico, ed in particolare del porto di Trieste fondamentale per le nostre zone, si
sono cominciati a sviluppare anche i villaggi. Opicina in modo particolare, specialmente dopo il
collegamento con la città grazie alla linea tranviaria e con l’affermarsi del traffico su rotaia lungo la
cosiddetta “ferrovia meridionale”.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Col progredire dello sviluppo economico si è accen­
agli esponenti politici che vedevano nella cooperaziotuata la necessità di istituti di credito locali, in quanto i
ne il motore di un comune sviluppo economico e del
villaggi erano alla mercé delle istituzioni bancarie citconseguente superamento della povertà delle zone
tadine, di solito emanazione di capitali stranieri, che
rurali. Con il progredire del benessere economico si
ben volentieri si approfittavano delle situazioni critirafforzava anche il senso di appartenenza al proprio
che degli agricoltori, degli artigiani, degli esercenti ed
popolo e questo accadeva presso le diverse nazionalità
in generale della popolazione rurale.
costituenti l’impero austro-ungarico ed altrove. Non
Tale necessità veniva sentita anche ad Opicina,
dobbiamo inoltre dimenticare che tra gli scopi prindove un gruppo di lungimiranti imprenditori giuncipali delle cooperative non vi è l’utile, bensì l’aiuto
se alla determinazione di costituire una banca locale
reciproco dei soci, il che permette che la cooperativa
in forma di cooperativa, cioè una Cassa Rurale. Alla
operi in modo diverso rispetto ad una società di capibase di tale scelta vi erano molteplici ragioni. Tra le
tale, dove lo scopo precipuo è appunto l’utile ovvero la
principali possiamo evidenziare senz’altro il minimo
remunerazione del capitale.
capitale iniziale richiesto, il quale gravava in modo
Sulla fondazione ha però indubbiamente influito
relativamente basso sul singolo socio. Per le casse
anche il fatto che tra i membri del direttivo e dell’amcostituite in forma di società cooperative a responsaministrazione, e ancor prima tra i promotori della
bilità illimitata, non vi era l’obbligo di
Cassa Rurale, vi fossero alcuni tra i
un capitale minimo, in quanto i soci
L’assemblea costitutiva dirigenti della cooperativa Società di
garantivano con l’intero patrimonio
prestiti e consumo ‘Opicina’, successisi
tenne
il
28
ottobre
1908
personale per tutti gli impegni della
vamente rinominata Trattoria sociacassa, che si intendevano sia a garanzia
le continuando l'attività, ovvero un
a Opicina, nella sede
dei depositi a risparmio ricevuti, che
gruppo di persone che già avevano ladella
Società
di
prestiti
per il regolare rientro dei finanzia­
vorato nell’ambito del cooperativismo
menti concessi, come pure per qual­
in favore della comunità locale.
e consumo dell’epoca.
siasi obbligazione assunta dalla cassa
Come già accennato in precedenza,
presso altre banche od istituzioni.
lo scopo principale della fondazione della Cassa Rurale
Quale ragione di secondaria importanza possiamo
o “Cassa di Prestiti e Risparmi”, come allora denomicitare l’aiuto che l’Unione delle cooperative offriva a
nata, fu quello di promuovere le attività economiche
qualsiasi neo costituita unità. Intendiamo con questo
dei soci contribuendo a fornire il credito necessario
il supporto amministrativo e giuridico che l’Unione
per avviarle, come si legge nel secondo articolo deloffriva a tutti coloro che si decidevano a costituire una
lo statuto. Il territorio di competenza operativa della
cooperativa a sostegno dello sviluppo locale. ConsiCassa Rurale era limitato “alle parrocchie di Opicina e
derando il livello di scolarità della popolazione rurale
Repenj (Rupingrande)”, come risulta dal primo artiche, tranne rare eccezioni, aveva per lo più frequencolo dello statuto. La cooperazione con l’Unione deltato solamente le scuole elementari, difficilmente si
le cooperative si evince chiaramente dall’articolo 38,
poteva costituire un gruppo di promotori in grado di
che termina con la frase “... la cooperativa si associa
concretizzare la costituzione di una cooperativa o di
all’Unione delle cooperative slovene di Lubiana”.
una cassa rurale e successivamente di gestirla.
L’assemblea costitutiva si tenne il 28 ottobre 1908 a
Ulteriore ma non minore motivo era l’allora vivo e
Opicina, nella sede della Società di prestiti e consumo
sentito principio di mutuo sostegno, in quanto il sendell’epoca. Con una missiva in sloveno datata 5 gennaso di responsabilità e di reciproco aiuto erano allora
io 1909, il Tribunale commerciale e marittimo di Trieassai diffusi anche in considerazione del fatto che il
ste approvò l’iscrizione e con questo la Cassa Rurale
mondo cooperativo era in continuo sviluppo, grazie
acquisì l’autorizzazione ad iniziare la propria attività.
9
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
porto del prestito erogato con l’indicazione di tutte
Il supporto dell’Unione delle cooperative è evile competenze che il debitore era tenuto a corrispondente già dalla bollatura dei libri contabili obbligatori
dere, come i vari bolli, le eventuali spese per la firma
che fu eseguita presso il Tribunale di Lubiana, un dato
del contratto, gli importi e i termini entro i quali si
che risulta alquanto illogico considerando che il Tridovevano corrispondere gli interessi, e ovviamente
bunale di Trieste era molto più vicino.
le rate corrisposte del capitale e il debito rimanente.
Prima dell’inizio della sua attività, la Cassa Rurale si
Venivano annotati anche eventuali variazioni del tasprocurò tutti i libri contabili obbligatori, che all’epoca
so d’interesse.
venivano ovviamente tenuti a mano. Il libro principale
Più o meno gli stessi dati venivano inseriti nel libro
fu il libro mastro, ovvero il giornale contabile contedei depositi di risparmio e dei conti correnti, dove olnente i sunti giornalieri di tutti i conti che evidenziatre all’intestatario venivano elencati anche eventuali
vano qualsiasi movimentazione contabile, sulla base
delegati che potevano operare sul conto o sul deposito
del quale si poteva fare un sunto finale della situazione
a risparmio. Ogni rapporto riportava il versamento
contabile della Cassa Rurale.
iniziale e quelli successivi, i prelievi oppure - sui conti
La base di tutti i resoconti contabili era il giornale
correnti - gli altri pagamenti o bonifici, e ovviamente
di cassa, nel quale venivano prontamente riportate in
gli interessi maturati e riconosciuti,
ordine cronologico entrate e uscite. Il
oppure pagati, sui conti correnti e sui
numero d’ordine del registro o libro
La base di tutti
prestiti.
cassa era anche la base per ogni suci resoconti contabili era
Il collegamento tra ogni rapporcessiva registrazione. Il supplemento
to e il giornale di cassa era il numedel registro di cassa era il partitario
il giornale di cassa,
ro d’ordine evidenziato nel libro di
di cassa, nel quale veniva registranel quale veniva
cassa, che era al contempo collegato
to un sunto dei movimenti di cassa in
base al tipo delle annotazioni contabi- prontamente riportata in a tutte le registrazioni contabili, ai
mandati per il pagamento o alle riceli che rappresentavano i movimenti e
ordine cronologico ogni
vute dei versamenti.
le registrazioni giornaliere. In questo
Il socio o cliente riceveva per prolibro venivano giornalmente riassunentrata e/o uscita.
pria evidenza, e come prova per il
ti i movimenti contabili, suddivisi in
prestito concessogli o per l’apertura del deposito di
rubriche separate per le spese, i proventi, i mutui, i
risparmio, un libretto che fungeva da attestato di un
depositi di risparmio, e così via.
rapporto aperto e dello stato di questo.
Ovviamente non potevano mancare il libro mastro
Il partitario delle entrate e delle spese era il libro
dei prestiti, dei depositi di risparmio, dei conti cornel quale venivano riassunte sotto la stessa voce tutrenti, delle uscite e entrate o partitario delle perdite le entrate e le spese. I dati venivano suddivisi nei
te e dei redditi, come veniva chiamato all’epoca. Nei
gruppi principali di spese ed entrate; nel primo ad
libri contabili venivano annotati i prestiti concessi o i
esempio i costi di gestione e la loro ulteriore suddidepositi di risparmio e i conti correnti aperti.
visione in spese postali, tasse e imposte, costi per il
Nel libro dei prestiti c’erano di fatto tutti i dati
personale, interessi passivi; nel secondo i vari tipi di
sui prestiti: i dati personali del richiedente, il tipo di
entrate come gli interessi attivi, ovvero gli interessi
garanzia (ipoteca, avallo), le condizioni del prestito
dei prestiti, dei depositi presso le banche, gli interessi
(tasso d’interesse, interessi anticipati o posticipati),
sui titoli, commissioni varie, ecc. Il libro evidenziava
l’ammontare e la periodicità delle rate e ovviamente
in sostanza la situazione quotidiana del conto econola data della delibera del consiglio d’amministrazione
mico della Cassa Rurale in base alle entrate incassate
per l’assegnazione del prestito. Per quel che riguarda
e alle spese sostenute.
la situazione contabile, il libro comprendeva l’im-
13
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Tra i libri contabili obbligatori vi era anche l’inventario, in cui veniva evidenziata l’attrezzatura della
Cassa Rurale e riportato il bilancio annuale.
Come libri ausiliari c’erano il libro dei prestiti
concessi e delle condizioni, l’indice dei depositi, dei
prestiti e dei soci, nonché il libro delle copie delle
lettere spedite. Nel libro dei prestiti concessi si annotavano tutti i prestiti approvati, il loro importo, le
loro condizioni: il tasso d’interesse, eventuali spese,
modalità di pagamento degli interessi – anticipati o
posticipati, le rate e la durata del prestito, le garanzie – ipoteca o fideiussione. La rubrica dei nominativi conteneva in ordine alfabetico i nomi dei debitori
degli eventuali garanti, dei depositanti, dei titolari di
conti correnti, nonché dei soci.
Questa struttura contabile iniziale è rimasta in vigore per più di 50 anni, ovvero fino all’introduzione
della prima macchina contabile nel 1960.
Oltre ai libri contabili, all’inizio dell’attività vennero introdotti altri due libri dei verbali, ovvero il
verbale delle riunioni del consiglio di amministrazione e il verbale delle riunioni del collegio dei sindaci. Nei primi anni di attività, però, non c’è traccia
di alcun verbale delle assemblee.
Nelle disposizioni provvisorie del regolamento cooperativo si nota già la composizione del consiglio con
le seguenti funzioni: presidente Ivan Vidav, possidente
a Opicina 291, vicepresidente Andrej Sosiå, possidente a Opicina 194; consiglieri: Ivan Sosiå, possidente a
Opicina 291, Andrej Sosiå, possidente a Opicina 146 e
Andrej Danev, possidente a Opicina 159.
I primi a svolgere la funzione di sindaci furono i
signori Josip Hrovatin, Opicina 70, presidente, e i
membri Ivan Sosiå sen., Lovrenc Sosiå e Anton Sosiå.
L’attività della Cassa Rurale era per le condizioni
di quell’epoca alquanto estesa, se consideriamo la gestione dei conti correnti attivi e passivi, dei depositi
di risparmio e dei prestiti basati su garanzie reali o
fideiussioni. Controllando i primi prestiti si nota che
era necessaria una garanzia reale per quelli che superavano le 500 corone. L’ipoteca veniva iscritta su edifici e/o terreni. La valutazione di questi beni veniva
calcolata in base alla conoscenza diretta dell’immobi-
le, o anche in base al valore attribuitogli dagli allora
sindaci dei singoli paesi.
Il lavoro impiegatizio veniva svolto da due membri del consiglio, ovvero il presidente Ivan Vidav ed il
consigliere Ivan Sosiå.
Il primo punto discusso alla prima riunione del
consiglio di amministrazione, svoltasi il 7 febbraio
1909, fu l’adesione all’Unione delle cooperative slovene di Lubiana. Durante la stessa riunione fu approvata la quota d’iscrizione alla cooperativa per i soci,
che ammontava a 2 corone. Furono altresì decisi gli
interessi sui depositi e sui prestiti, i primi ammontavano a 4,5% e i secondi a 5,5%. Inoltre fu deciso che
la Cassa Rurale avrebbe operato nei locali della Società di Prestiti e Consumo (nelle vicinanze della chiesa
di Opicina all’allora numero civico 399) e che l’orario
ufficiale di apertura sarebbe stato la domenica dalle 8
alle 12 e il martedì dalle 15 alle 20.
Dai verbali si evince che fin dall’inizio un buon
numero di abitanti richiedeva l’iscrizione in qualità
di socio e successivamente un prestito, e da questo si
può dedurre che in quegli anni numerose persone riparavano o ingrandivano edifici per attività commerciali, o intraprendevano varie attività imprenditoriali. Per buona parte del suo tempo il direttivo, ovvero
il consiglio d’amministrazione, si dedicava esclusivamente all’accettazione di nuovi soci e alla concessione di prestiti.
L’attività iniziale fu alquanto vivace e spesso probabilmente troppo estenuante, considerate le due
brevi aperture settimanali, e ciò provocò i malumori
soprattutto di quanti richiedevano un prestito; costoro infatti si lamentavano presso il collegio sindacale dei lunghi tempi d’attesa per una risposta o per
l’ottenimento del denaro. Considerando che sia l’attività di cassa che le altre occupazioni venivano svolte dal presidente e da un consigliere, che non erano
impiegati di professione, la gente si lamentava anche
del loro lavoro e della scarsa attrezzatura della banca
stessa. Questo risulta dalla lettura dei verbali del collegio dei sindaci, che suggerisce vivamente al consiglio di eliminare le citate carenze, di procurare alla
Cassa Rurale l’attrezzatura necessaria e innanzitutto
15
Sklep C. Kr. Trgovske in
pomorske sodnije z dne 5.1.1909
o vpisu »Posojilnice in hranilnice
na Opåinah« v register podjetij
Comunicazione dell’I.R. Tribunale
Commerciale e Navale di Trieste
dd. 5.1.1910 dell’avvenuta
iscrizione nel Registro delle
Imprese della Posojilnica in
hranilnica na Opåinah - Cassa di
Prestiti e Depositi di Opicina
17
una cassaforte dove conservare il contante, nonché
di consentire l’ingresso negli uffici esclusivamente
a chi effettivamente si servisse della Cassa. Nonostante questi avvertimenti, però, nella riunione del
21 gennaio 1910 lo stesso collegio sindacale espresse
un giudizio entusiasta per la fruttuosa attività occorsa
durante il primo esercizio, augurando altrettanto successo per il futuro.
La giustificata gioia dell’amministrazione riguardo all’attività del primo esercizio trova conferma nei
valori del bilancio per l’anno 1909, che vengono qui
elencati in forma abbreviata.
Dal sunto dei conti – come anche dagli altri libri
contabili – si evince che nell’anno 1909 aderirono
alla Cassa Rurale ben 215 soci. I depositi a risparmio alla fine dell’anno erano 43 per un ammontare
complessivo superiore a 8.654 corone. I movimenti che riguardavano i prestiti furono invece di molto
superiori, infatti sono riscontrabili ben 245 prestiti
per un ammontare complessivo che supera le 84.000
corone, di cui vennero restituite nel primo anno più
di 14.000 corone, in modo che il saldo contabile dei
prestiti ammontava a 70.054 corone. L’utile netto
dell’esercizio fu anche positivo ed ammontava a 67
corone.
Dalle cifre riportate si può desumere che gli abitanti del luogo in quell’epoca avevano bisogno di più
di quanto riuscissero a risparmiare. I versamenti sui
depositi a risparmio in quell’anno ammontavano a
quasi 11.900 corone. Il capitale rimborsato sui prestiti fu invece di 14.000 corone, il che è un buon indice del rapporto con i prestiti concessi e dimostra
anche l’adempimento dei propri doveri da parte dei
debitori, salvo rare eccezioni.
Per essere in grado di soddisfare la domanda dei
crediti, la Cassa Rurale doveva procurarsi le risorse
presso terzi, principalmente presso l’Unione delle cooperative, per un ammontare di quasi 61.000 corone.
I movimenti di cassa nell’anno furono pari a 202.903
corone. Gli interessi riconosciuti ai depositanti erano, in proporzione agli interessi incassati dai prestiti, alquanto modesti: i primi solo 221 corone contro
Obraåun prvega upravnega leta
1909 z izrecno navedbo,
da je zadruga ålanica Zveze
slovenskih zadrug v Ljubljani
Bilancio del primo esercizio 1909
con l’esplicita indicazione che la
cooperativa è socia della Zveza
slovenskih zadrug v Ljubljani –
Unione delle cooperative slovene
di Lubiana
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
le 3.143 dei secondi. Gli interessi pagati all’Unione
delle cooperative per i prestiti ricevuti ammontarono
invece a 1.950 corone. Vale la pena di aggiungere che
i soci nel primo anno versarono 1.105 corone di quote
di partecipazioni, ovvero più di un ottavo dei depositi
complessivi.
L’esercizio del 1910 fu ancora migliore, registrando un aumento di quasi il 50% dei movimenti di cassa.
I movimenti maggiori vennero registrati per i depositi a risparmio, che furono praticamente raddoppiati,
raggiungendo quasi 30.000 corone, mentre i prelievi
erano paria a 29.000 corone. Durante l’anno i depositi aumentarono di 1.181 corone. Un volume d’affari
lievemente minore fu registrato per i prestiti concessi, se consideriamo che i nuovi prestiti ammontarono
a poco più di 41.000 corone mentre i rimborsi invece
più che raddoppiarono, superando le 29.000 corone.
Il saldo dei finanziamenti a fine esercizio era aumentato a 81.240 corone, l’utile d’esercizio invece a 437
corone.
Come già menzionato in precedenza, il lavoro impiegatizio veniva svolto da due membri del consiglio,
e non era sufficiente per una conduzione corrente ed
ineccepibile dei libri contabili e delle altre faccende
amministrative che si rendevano necessarie in un’attività di questo tipo, soprattutto se consideriamo il
fatto che tutto il lavoro veniva svolto manualmente e
probabilmente in tempi relativamente brevi, e che
le persone che lo svolgevano non erano impiegate a
tempo pieno.
Un impiego insufficiente di risorse ha influito
sul modo di gestione della Cassa Rurale, in quanto i
controlli del collegio dei sindaci accertarono incongruenze nella gestione dei libri contabili e degli altri
documenti, come le fideiussioni ricevute, nonché le
insufficienti verifiche delle restituzioni dei prestiti e
la conseguente riscossione delle insolvibilità.
I sindaci allora durante l’anno richiesero e ottennero che i due organi si riunissero congiuntamente,
con lo scopo di discutere e cercare di eliminare le
incongruenze riscontrate nella gestione dell’attività.
Nell’anno 1911 i sindaci proposero inoltre di sollevare il presidente dall’attività impiegatizia, che sarebbe
stata conferita ad un altro consigliere per consentire
al presidente di dedicarsi esclusivamente alla gestione dell’istituto e di portare all’ordine del giorno dei
consigli d’amministrazione anche i problemi generici della gestione oltre alle domande per i prestiti.
Erano inoltre del parere di rafforzare ulteriormente
l’attività del collegio stesso.
Dal maggio 1911 fino al 1923 non riscontriamo più
la tenuta dei verbali del collegio dei sindaci, e da questo si può presupporre che vi fossero delle evidenti
incomprensioni tra i membri dei due organi. In egual
modo, dal marzo 1911 fino agli inizi del 1914 non si
riscontrano più neppure verbali del consiglio d’amministrazione. Appena il 26 maggio 1918 si ritrova
nel libro dei verbali del consiglio d’amministrazione
il verbale dell’assemblea dei soci.
Nonostante la mancanza dei verbali negli anni
1911, 1912 e 1913, sono disponibili i “bilanci annuali con le relative relazioni sulla gestione”, dai quali se
ne ricava che i tre esercizi furono positivi almeno a livello gestionale. Il numero dei soci in questo periodo
era aumentato, passando da 307 a 377 unità. I depositi a risparmio aumentarono dalle 9.836 corone della
fine del 1910 a 17.250 corone. Nello stesso periodo i
prestiti diminuirono da 89.307 a 70.698 corone. Nel
conteggio per l’anno 1913 viene indicata anche la partita “immobili” del valore di 4.103 corone. Negli anni
1912 e 1913 si riscontrano anche alcuni cambiamenti
nella composizione del consiglio di amministrazione
e del collegio dei sindaci.
Nel 1914, con l’inizio del primo conflitto mondiale, quasi tutti i membri del consiglio d’amministrazione vennero chiamati alle armi, e l’istituto si trovò
in enorme difficoltà non avendo più a disposizione
personale che lo potesse gestire. I libri furono inizialmente messi al sicuro presso l’Unione delle cooperative di Celje. Il 21 aprile 1915 invece i libri e la disponibilità di cassa vennero consegnati ai rappresentanti
della Cassa Triestina di Credito e Risparmio – Tržaška
posojilnica in hranilnica. Al momento della consegna
delle disponibilità di cassa sono state accertate consistenti differenze tra la consistenza reale e il saldo
contabile evidenziato nel libro cassa.
19
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
I problemi operativi durante la gestione della Cassa Triestina venivano alla luce soprattutto nell’operatività sui depositi a risparmio, e in maggior modo
nei casi di un intestatario deceduto, quando gli eredi
dovevano dimostrare la successione giuridica. Dalle
lettere che vari studi legali inviavano alla Cassa Triestina di Credito e Risparmio, e per conoscenza anche
all’istituto di Opicina, emergono i problemi che affliggevano gli eredi per poter incassare le somme dei
libretti di risparmio.
Il 26 maggio 1918 si tenne l’assemblea ordinaria
durante la quale si discusse della situazione creatasi.
Il motivo principale per la convocazione dell’assemblea era la volontà di alcuni soci di accertare la situazione non del tutto chiara dell’istituto.
Dalla relazione letta nel corso dell’assemblea
dall’amministratore Franc Dolenc, si capiva che la
cooperativa non rischiava perdite, in quanto i suoi
crediti, concessi in modo irregolare, erano comunque
assistiti da un’ipoteca. I soci vennero ufficialmente informati del fatto che allo scoppiare della guerra
l’attività ordinaria era stata quasi del tutto soppressa
a causa della chiamata alle armi che aveva coinvolto
praticamente tutti. L’attività ordinaria era stata per
questo trasferita alla Cassa Triestina.
Nell’assemblea furono approvati i rendiconti degli esercizi passati e furono eletti un nuovo consiglio e
un nuovo organo di controllo. Nel consiglio d’amministrazione furono eletti: Franc Dolenc come presidente, Lovro Sosiå come vicepresidente, Ferdo Ferluga, Matija Kalin e Anton Škerlavaj come consiglieri.
Il nuovo collegio dei sindaci era invece composto da
Anton Hrovatin, Jernej Danev, Ivan Danev e Franc
Brišåek.
Fu deciso inoltre di ricominciare con l’attività ordinaria a Opicina e gli amministratori appena nominati, dovettero provvedere a tutto il necessario.
Nella prima riunione dopo l’assemblea, tenutasi il
26 maggio 1918, si decise di affittare una stanza presso il signor Hrovatin per ospitare gli uffici. La ripresa dell’attività corrente fu pubblicata nel quotidiano
Edinost. Dopo la consegna dei libri e delle chiavi da
parte della Cassa Triestina fu approvata la nota spe-
se di 900 corone, presentata dalla stessa per i servizi
prestati.
Nella riunione successiva fu approvata l’adesione
all’Unione delle cooperative di Celje, e come consulente giuridico venne scelto l’avvocato Ivan Marija
Åok. Nella riunione del 6 giugno 1918 venne decisa
l’assunzione di un impiegato a tempo indeterminato e
il rimborso spese dei viaggi a Trieste per le autentiche
delle firme dei consiglieri. Nella riunione successiva
fu approvata la vendita di immobili preventivamente
pignorati a Monrupino, e furono incassate 1.700 corone di crediti in contenzioso.
Nel settembre dello stesso anno fu revocata la delibera di associazione all’Unione delle cooperative di
Celje, e l’istituto aderì alla Federazione dei Consorzi a
Trieste (Zadružna zveza v Trstu).
21
Poslovanje v novi
upravni stvarnosti
L’operatività nella nuova
realtà amministrativa
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Po vojni so naši kraji prešli pod italijansko upravo. Pri banånem poslovanju je bilo potrebno preiti tudi
na novo valuto, ki je v tistem obdobju prišla v obtok, ter se prilagoditi novim upravnim predpisom. V
knjigovodskih knjigah ugotovimo, da so na novo valuto, to je lire, prešli na dan 1. aprila 1919. Zamenjava vrednosti je bila doloåena po teåaju 2,5: to pomeni, da sta 2,5 krone veljali 1 liro.
23
Dopo la fine della guerra questi territori passarono sotto l’amministrazione italiana. Venne introdotta la nuova valuta messa in circolazione in quel periodo e l’attività dovette conformarsi alle
nuove disposizioni amministrative. Dai libri contabili si evince che il passaggio alla nuova valuta è
avvenuto il 1° aprile 1919. I saldi vennero convertiti al cambio di 2,5: quindi 2,5 corone corrispondevano ad 1 lira.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
quale presidente del collegio dei sindaci. Il presidenTutti i depositi e i prestiti vennero così convertiti
te Franc Sosiå assunse anche il ruolo di segretario del
in lire, e da quel momento in poi gestiti in tale valuconsiglio d’amministrazione. Vennero approvate anta. Nei verbali del consiglio d’amministrazione non
che alcune delibere per migliorare l’attività corrente,
ci sono delibere o discussioni su questo fatto. Non si
come l’erogazione immediata dei prestiti già approtrovano note nemmeno riguardo l’accredito del 20%
vati che per lungo tempo non si riusciva ad erogare.
su tutti i depositi, operazione eseguita in data 1° genInoltre si decise di informare dell’eventuale irregonaio 1920 quale parziale rifusione all’alta inflazione
larità dei pagamenti dei finanziamenti anche i garanti
di quell’epoca.
oltre ai debitori stessi.
Negli anni 1919, 1920 e 1921 il consiglio d’amminiNelle riunioni successive il consiglio d’amministrazione si riuniva regolarmente per discutere princistrazione si prese cura delle situazioni correnti non
palmente sulla concessione dei prestiti. Abitualmente
risolte, come il mancato pagamento delle fatture anvenivano approvati due prestiti per riunione.
cora aperte, e soprattutto deliberò l’avvio delle azioni
Tra la varia documentazione è disponibile il verdi recupero dei prestiti irregolari, tra i quali anche
bale dell’assemblea del 25 gennaio 1920, durante la
quelli del presidente uscente. Vennero prese in esaquale, tra le altre cose, fu approvato il bilancio per
me anche alcune irregolarità ovvero
l’anno 1918 e nominato il nuovo collegio dei sindaci composto da Franc
Nel 1909 tutti i depositi denunce riguardo alle irregolarità
commesse dal precedente cassiere.
Raubar, Anton Sosiå, Josip Sosiå e
e
i
prestiti
vennero
Il nuovo consiglio iniziò a risolJanko Hrovatin.
vere i problemi con grande impeNel 1921 ci furono nuovi attriti nel
convertiti in lire, e da
gno, sebbene questo fatto provocasse
consiglio d’amministrazione che fu
quel
momento
in
poi
parecchi malumori soprattutto tra i
parzialmente cambiato. Alle riuniodebitori, che spesso cercavano scuse
ni, come già scritto, si discutevano,
gestiti in tale valuta.
affermando di aver già pagato il dovuo meglio vengono riportate, esclusito ai consiglieri precedenti. Le obievamente le concessioni dei prestiti. I
zioni venivano accettate solo in caso di un’adeguata
verbali venivano sottoscritti da un solo membro del
documentazione.
consiglio.
Il consiglio dovette affrontare i problemi di creCon la convocazione dell’assemblea il 21 ottobre
dibilità dell’istituto stesso, in quanto iniziarono a gi1922 si cerca di risolvere le questioni problematirare delle voci infondate sull’illiquidità della banca.
che. L’assemblea nominò prima di tutto “due garanti
Il consiglio d’amministrazione decise di denunciare
dell’assemblea” in quanto il presidente non partecipò
chiunque propagasse queste notizie mendaci sullo
alla riunione. In seguito furono approvati i bilanci per
stato dell’istituto. É infatti verosimile sospettare che
il 1920 e il 1921. Come terzo punto all’ordine del giorle voci venissero diffuse dai debitori che non ademno troviamo l’elezione del consiglio “sostitutivo”.
pivano ai propri doveri e tentavano in questo modo di
I soci eletti nel consiglio d’amministrazione fucreare ulteriori problemi e difficoltà all’amministrarono Franc Sosiå – presidente, che successivamente
zione che aveva il compito di sanare la situazione.
fu alla guida della Cassa Rurale fino a tutto il 1950,
Come curiosità possiamo riprendere un dato del
Anton Sosiå – cassiere, Matija Kalin, Ferdo Ferluga e
1922 che attesta l’esistenza nel Paese di ben 3.540
Anton Škerlavaj – consiglieri. Nel collegio dei sindaci
casse rurali. Si tratta del numero più alto di banche
furono invece eletti Vincenc Malalan, Franc Raubar,
di questa categoria, banche poi progressivamente
Josip Sosiå e Andrej Sosiå.
soppresse dall’autorità politica dell’epoca che non ne
Nella prima riunione dopo l’assemblea, il consiglio
gradiva l’attività.
d’amministrazione nominò il signor Vincenc Malalan
25
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
L’assemblea del 6 maggio 1923 approvò il bilancio dell’anno antecedente, confermando inalterati il
consiglio di amministrazione ed il collegio dei sindaci. Nell’agosto dello stesso anno fu convocata un’assemblea straordinaria per adattare lo statuto della
cooperativa al fine di poter conferire prestiti accettando come garanzia le cambiali anziché le “ricognizioni di debito”, in quanto le prime venivano bollate
a cifre decisamente inferiori. In base alla normativa
della legge italiana bisognava infatti tradurre le ricognizioni di debito nella lingua italiana, depositando
oltretutto all’Ufficio del Registro ogni documento di
questo genere decuplicandone il costo rispetto alle
cambiali.
Nel verbale della riunione del 23 settembre 1925
si legge che il consiglio d’amministrazione prese in
esame l’offerta ricevuta dall’Istituto Federale di Credito relativa alla possibilità di concedere dei finanziamenti a condizioni agevolate (prestito di conduzione) a tutti i produttori di cereali. In considerazione
del fatto che nel territorio non vi erano agricoltori che
potessero trarre vantaggio da questa offerta, in quanto era necessario coltivare delle superfici alquanto
estese, il consiglio decise di non propagare l’offerta.
Questo comunicato è uno dei primi segnali della realtà che si andava pian piano istituendo e che legava
l’istituto al sistema bancario italiano.
Nella riunione del 28 ottobre 1925 il consiglio discusse un problema che aveva delle connessioni marginali con l’attività della banca di per sé, ma gravava
sui contadini che abitavano le zone in cui la banca
svolgeva la propria attività. Si trattava della vendita
diretta di latte in città. Secondo le nuove normative
era diventato obbligatorio convogliare il latte esclusivamente alla latteria centrale di Trieste, mentre la
vendita diretta alle latterie o al domicilio dei cittadini
era stata proibita. Il consiglio decise di informare di
questo problema la cooperativa dei proprietari fondiari di Opicina.
L’Istituto Federale di Credito, già menzionato in
precedenza, notificò alla banca il dovere di inviare allo stesso vari tipi di documentazione. Si trattava
soprattutto di rendiconti annuali sull’attività, lo sta-
tuto della cooperativa, la composizione del consiglio
di amministrazione e del collegio dei sindaci, nonché
altri dati riguardanti l’attività. Nella riunione del 14
aprile 1926 il consiglio decise di soddisfare quanto
prima quest’obbligo.
Le misure sistematiche e continue del consiglio
d’amministrazione eliminarono via via le carenze e
soprattutto regolarizzarono i finanziamenti, scongiurando il pericolo che la banca scivolasse in una
posizione più pesante. Tutto questo si può evincere
dalle relazioni dei revisori della Federazione fra Consorzi di Trieste, che cominciò a controllare l’istituto
a intervalli regolari. Nel corso di 4 anni, la situazione cambiò completamente in quanto la banca, nonostante le perdite prevedibili, disponeva di un proprio
capitale libero o di riserve. Anche le irregolarità causate dai membri dei consigli precedenti, risalenti al
periodo della prima guerra, vennero in gran misura
appianate. I controlli della Federazione fra Consorzi
ebbero però ancora a lamentarsi sull’attività del collegio dei sindaci, che si limitava al controllo dei conti
annuali e alla stesura di una relazione succinta all’assemblea. Dopo la succitata assemblea straordinaria
tenuta nell’agosto 1923 venivano regolarmente convocate le assemblee annuali e stesi i relativi verbali.
La noncuranza e l’inefficienza del collegio dei sindaci nello svolgimento dell’incarico si possono notare anche nei verbali da esso redatti. Nel 1923 nel libro
furono registrati solamente 2 verbali. L’anno successivo solamente uno e appena nel 1927 si può finalmente leggere nuovamente un verbale.
Il Tribunale commerciale e marittimo di Trieste,
con una missiva del 26 marzo 1927, invitò il consiglio d’amministrazione ad approvare lo statuto anche
nella lingua italiana e ad integrare lo stesso con gli
articoli all’epoca in vigore per tutte le cooperative di
questo tipo in Italia.
Negli anni 1928 e 1929 i legami amministrativi con
gli istituti italiani si consolidarono ulteriormente, sostituendo progressivamente contatti e collaborazioni
fino ad allora intercorsi con gli istituti sloveni come la
Federazione fra Consorzi di Trieste e la Cassa Triestina. I contatti ormai rari con le istituzioni slovene a Lu-
29
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Delni posnetek prve strani
Riproduzione parziale
ålanske knjige - imenika ålanov,
della prima pagina del
prvi ålani
libro soci
biana stavano progressivamente venendo meno. Nel
verbale del consiglio d’amministrazione del 29 agosto
1928 si legge della restituzione alla Federazione fra
Consorzi di Trieste della copia della chiavi fino ad allora custodite dall’Unione delle cooperative a Lubiana.
Il 1° febbraio 1928 il consiglio d’amministrazione decise di abbonarsi alla rivista mensile Finanza
Cooperativa tra le Casse Rurali ed Ausiliari. Il mese
successivo venne approvato l’abbonamento alla Rivista mensile della finanza cooperativa e deliberato un
contributo di 100 lire per la riunione annuale finanziaria fascista delle banche.
L’anno 1929 fu un anno nero per l’economia slovena del territorio e altrettanto per la situazione nazionale degli sloveni. Nei verbali si legge di numerosi
tristi accadimenti e notizie. Fra le prime la soppressione del quotidiano Edinost di Trieste, a seguito della quale il consiglio pubblicò l’avviso di convocazione
dell’assemblea nel Novi list di Gorizia.
In seguito alla liquidazione forzata della Federazione fra Consorzi, l’istituto dovette rivolgersi alla
Cassa di Risparmio Triestina con cui cominciò a collaborare. Nella riunione del 17 aprile 1929 il consiglio
decise di chiedere alla Cassa di Risparmio un prestito
di 70.000 lire, con lo scopo di ripianare il debito residuo nei confronti dell’Unione Cooperative, allora già
rinominata Federazione fra Consorzi, che ammontava a circa 42.000 lire, e per eventuali altre necessità o
per la disponibilità di cassa.
Nel maggio dello stesso anno l’istituto venne invitato dalla Federazione fra Consorzi a saldare gli impegni entro il 16 giugno 1929. Visto che la Cassa di
Risparmio aveva accettato la prima domanda solo in
parte, ovvero per 30.000 lire, il consiglio d’amministrazione chiese un secondo finanziamento di 25.000
lire che venne accolto limitatamente a 24.000 lire,
sufficienti tuttavia a coprire l’esposizione debitoria.
All’istituto venne richiesto un ulteriore pagamento
a favore del processo di liquidazione della Federazione fra Consorzi. Il disavanzo, creato artificialmente,
venne distribuito tra gli enti associati alla Federazione. Alla Cassa Rurale venne poi richiesto un successivo versamento di 7.000 lire, per il pagamento del
31
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
rone) a 40.372 lire alla fine del 1928, ovvero si molobånih zborov in posnetek
delle assemblee e copia
tiplicarono di quasi 12 volte. I prestiti concessi nello
izrednega obånega zbora
dell’assemblea straordinaria
stesso anno ammontavano a 110.202 lire contro le
z dne 26. avgusta 1923
tenutasi il 26 agosto 1923
28.021 lire del 1909, ovvero si erano quadruplicati.
L’utile da 27 passò a 4.809 lire. In questo periodo si
registrò però un’enorme variazione dei tassi d’interesse: quelli sui depositi aumentarono solo lievemente, da 4,5 a 5%, mentre quelli sui prestiti passarono
quale fu concessa proprio alla fine dell’anno una didal 5 al 10%. I movimenti di cassa ammontavano a più
lazione fino al 1° aprile 1930.
di 232.000 lire, ovvero due volte e mezzo i movimenti
La Cassa Rurale adempì all’invito già citato del Tridel primo esercizio.
bunale commerciale del 26 marzo 1927 all’assemblea
Nel 1930 la banca trasferì l’attività bancaria quasi
del 12 maggio 1929, quando venne approvato il bilaninteramente alla Cassa di Risparmio Triestina, anche
cio per l’anno 1928. Dalla relazione del presidente si
a causa del fatto che il ministero non approvò la coevince la soddisfazione per l’aumento dell’attività nel
stituzione di una Cassa Centrale delle
1928, superiore di più di un terzo ribanche cooperative a Trieste. Grazie
spetto all’anno precedente, proprio in
Il nome “Posojilnica”
ad un’amministrazione ordinata e
occasione del ventesimo anniversautilizzato
fino
ad
migliorata, la Cassa Rurale acquistò
rio di attività aziendale. Come risulta
fiducia presso la Cassa di Rispardalla relazione annuale, la cooperativa
allora dovette essere
mio Triestina. Sebbene inizialmente
poteva orgogliosamente misurarsi con
obbligatoriamente
sembrasse che il risultato contabile
gli altri istituti similari della regione.
sarebbe stato negativo, a causa del
La seconda parte della relazione
sostituito con “Cassa
pagamento straordinario della liquinon risulta però altrettanto felice, in
Rurale
di
Villa
Opicina,
dazione alla Federazione fra consorzi
quanto il nome “Posojilnica” utilizzato fino ad allora dovette essere obconsorzio registrato con che ammontava a 7.000 lire, la Cassa
di risparmio tramutò il prestito cambligatoriamente sostituito con “Cassa
garanzia
illimitata”.
biario, concesso per il pagamento del
Rurale di Villa Opicina, consorzio redebito nei confronti della Federagistrato con garanzia illimitata”. Oltre
zione fra Consorzi, in un’apertura di credito in conto
al cambiamento del nome furono apportate alcune alcorrente. A garanzia della stessa, richiese un’impetre correzioni riguardanti le disposizioni che regolagnativa, firmata dall’intero consiglio d’amministravano la convocazione dell’assemblea e l’associazione
zione, di rilasciare in qualsiasi momento una cambiaalla Federazione centrale delle cooperative triestine,
le in bianco per un eventuale incasso dell’esposizione.
essendo stata soppressa la Federazione fra Consorzi.
Oltre alle garanzie personali degli amministratori, la
Il verbale del consiglio d’amministrazione dell’8
Cassa Rurale dovette garantire l’affidamento con ulagosto 1929 è l’ultimo in sloveno di quel periodo.
teriori cambiali di nominali 30.000 lire rilasciate alla
Comparando i valori nel bilancio del primo eserCassa Rurale da vari debitori per i prestiti loro concizio con quelli del ventesimo, si constata che l’istitucessi. Secondo l’opinione del consiglio d’amminito progredì con discreto successo nonostante tutte le
strazione, le condizioni offerte dalla Cassa Triestina
difficoltà incontrate. Il numero dei soci aumentò dai
erano favorevoli, in quanto gli interessi richiesti per
215 del 1909 a 421. Per quel che riguarda gli importi
l’affidamento in conto corrente erano pari al 5,75%.
dei depositi a risparmio e dei prestiti concessi, il vaGli anni successivi furono alquanto tranquilli dal
lore del 1909 fu convertito in lire in base al cambio
punto di vista amministrativo. Il consiglio d’ammidel 1919. I depositi aumentarono da 3.462 (8.654 coPrva knjiga zapisnikov
Primo libro verbale
33
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
nistrazione durante le sue riunioni discuteva prevalentemente di amministrazione ordinaria, soprattutto della concessione dei prestiti, dell’ammissione
ed espulsione di soci, e di procedure di recupero nei
confronti di debitori morosi, ovvero dei loro garanti.
Con l’adattamento delle disposizioni sulla gestione delle casse rurali e artigiane, la competenza territoriale si allargò automaticamente a tutto il territorio
del comune di Trieste. All’inizio degli anni Trenta la
Cassa concedeva prestiti sempre più numerosi nei
paesi vicini, situati nel comune di Trieste, che non
appartenevano alla parrocchia di Opicina, come Trebiciano, Gropada, Barcola, e in altre zone triestine
come Piscianzi, Roiano, ecc., ma anche a Borgo Grotta
Gigante. A causa del periodo difficile dal punto di vista economico, molte delle richieste furono respinte.
Come curiosità possiamo citare il fatto che nel
1933 il presidente Franc Sosiå prese parte all’assemblea dell’Unione nazionale delle Casse Rurali ed Artigiane tenutasi a Roma il 10 giugno. Nello stesso anno
al consiglio d’amministrazione venne conferito un
modesto premio in denaro in occasione del venticinquesimo anniversario della Cassa Rurale.
Comparando il bilancio del 1933, venticinquesimo anno di attività della Cassa, con quello del ventesimo anno si nota il progresso compiuto in questi
cinque anni nonostante le condizioni economiche
avverse di quel periodo. Un dato particolarmente positivo è il notevole aumento dei depositi di risparmio,
passati da 41.500 a 56.044 lire. Questa è un’indubbia
prova che la Cassa si conquistava fiducia nel proprio
territorio. I prestiti nello stesso periodo diminuirono lievemente da 114 a 113 migliaia di lire. L’utile
d’esercizio in quell’anno ammontò a ben 15.311 lire,
triplicando di fatto il patrimonio netto. I soci a fine
anno erano 344.
In questi anni di attività il consiglio d’amministrazione si adoperava per contenere quanto più possibile
i costi amministrativi. Bisogna infatti considerare il
fatto che, con il pagamento obbligatorio della quota
nella liquidazione forzata della Federazione fra Consorzi, la perdita delle quote presso la stessa, e il pagamento di 4.000 lire di partecipazioni presso la Cassa di
Credito e Depositi, perse notevole liquidità e ciò pesava decisamente sull’attività ordinaria. La disponibilità
fu garantita principalmente dalla Cassa di Risparmio
Triestina. Gli interessi che era costretta a pagare erano ovviamente ben più alti di quelli che avrebbe pagato sui depositi dei soci e altri depositanti.
A metà 1934 la banca chiuse il conto corrente di
corrispondenza presso la Cassa di Credito e Depositi,
con sede a Trieste in via Torrebianca 19, ritirandosi come socio di un ente dove aveva ben 4.000 lire di
partecipazioni sociali, trasferendo la gestione interamente alla Cassa di Risparmio Triestina.
Come già riferito, la Cassa acquisì piena fiducia
presso la Cassa di Risparmio Triestina, che dimostrava la sua benevolenza soprattutto fornendo la disponibilità necessaria a condizioni alquanto favorevoli. Il
consiglio d’amministrazione ha sempre ringraziato la
Cassa di Risparmio Triestina nelle relazioni annuali
e anche nelle assemblee. Un ringraziamento simile si
rileva anche nella relazione per l’esercizio del 1934,
dove si legge che la Cassa di Risparmio aveva ridotto
da 5,75% a 5% il tasso d’interesse sull’affidamento
utilizzato. Oltre al già menzionato aumento dei depositi nel 1934, anche l’abbassamento del tasso d’interesse è indice della maggiore fiducia acquisita nel
tempo dalla Cassa.
In base alle istruzioni di allora la Cassa di Risparmio iniziò a controllare l’attività della Cassa Rurale.
La prima relazione sui controlli effettuati, dalla quale
non risultavano irregolarità di gestione, fu presentata
al consiglio d’amministrazione della Cassa Rurale nel
marzo 1935. Occasionalmente si notano anche circolari e chiarimenti che venivano spediti dalla Cassa
di Risparmio al consiglio di amministrazione, informandolo sulle novità legali riguardanti l’attività e la
gestione. La Cassa Rurale invece recapitava da parte
sua alla Cassa di Risparmio i rapporti annuali, la situazione contabile e altri dati riguardo all’attività.
Negli anni 1936 e 1937 la banca registrò un regresso annuale dei prestiti, in quanto le restituzioni superavano ampiamente i nuovi crediti emessi. I depositi a
risparmio invece aumentarono di molto in questo periodo. La prima partita diminuì fino a 16.800 lire, la
35
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
fatti approvato un nuovo codice bancario che tra l’alseconda invece aumentò a poco meno di 32.000 lire.
tro vietava alle banche di avere in proprietà le aziende
Nel bilancio del 1937 viene per la prima volta evideno di essere azionisti di queste. Le banche furono riziato l’investimento obbligatorio in titoli di Stato per
organizzate e riclassificate in categorie specifiche che
6.140 lire.
dovevano operare esclusivamente nell’ambito previNel 1936 la Cassa Rurale venne autorizzata tramisto dalla legge.
te decreto ministeriale a concedere crediti agrari. In
Come ultimo provvedimento nell’ambito della
questo modo i soci potevano accedere direttamente
rivisitazione della legislazione bancaria nel 1937 fu
presso la Cassa Rurale a prestiti agevolati con scadenapprovato il testo unico delle casse rurali e artigiane.
za annuale o pluriennale che servivano a coprire i coLe disposizioni di quell’epoca sono rimaste in vigore
sti annuali di conduzione, di acquisto delle sementi,
quasi interamente fino al nuovo testo unico del 1993.
del bestiame, delle macchine e di terreni agrari, di
Le nuove prescrizioni regolavano in modo severo
costruzione o riparazione di edifici ad uso agricolo
l’attività delle casse rurali e artigiane. In quanto cooo delle proprie abitazioni nel caso fossero coltivatoperative dovevano far servizio ai soci, ovvero i prestiti
ri diretti o qualora l’attività agricola fosse loro fonte
potevano essere concessi esclusivamente ai soci. Lo
primaria di guadagno.
statuto dell’epoca prevedeva che il consiglio d’amNello stesso anno fu fondato con decreto legislatiministrazione prendesse in esame
vo l’Ente nazionale delle Casse Rurali
ed Enti Ausiliari, al quale dovettero Nel 1936 la Cassa Rurale le richieste dei non-soci solamente
in circostanze straordinarie. 4/5 dei
aderire tutte le casse rurali e artigiane.
venne
autorizzata
tramite
soci dovevano essere contadini e/o
Lo scopo dell’istituzione fu il controlartigiani. Mentre le società non potelo delle casse rurali, nei confronti deldecreto ministeriale a
vano essere associate. Le casse rurali
le quali l’autorità dell’epoca non era
concedere
crediti
agrari.
potevano operare esclusivamente nel
ben disposta. L’Ente sostituì l’Unione
comune in cui avevano la sede, e nei
nazionale volontaria delle casse rurali,
comuni limitrofi solo a seguito dell’autorizzazione
che fu soppressa per legge.
della Banca d’Italia. Considerando che la Cassa RuraDal semplice controllo contabile dell’attività del
le già operava nel comune o, più precisamente, nella
1936, il controllo si estese alla presenza concreta alle
parrocchia di Monrupino, fu incluso nello statuto che
riunioni del consiglio d’amministrazione e del collela Cassa operava anche su questo territorio. Nonogio sindacale. In base alle prescrizioni allora in vigore,
stante la previsione nello statuto, l’anno seguente la
la Cassa Triestina nominò un sindaco aggiuntivo efCassa Rurale dovette comunque far domanda per pofettivo e uno sostitutivo. Il sindaco designato divenne
ter regolarmente concedere prestiti in quel territorio
il presidente del collegio sindacale. Dei sindaci così
– cosa che le fu consentita. Il nuovo statuto, approvato
nominati vale la pena di menzionare l’architetto Pio
dall’assemblea straordinaria il 24 luglio 1938, per la
Ulian, che all’epoca abitava a Opicina e che esercitò la
prima volta prevedeva, in caso di scioglimento della
funzione di sindaco o di supplente anche in seguito,
cooperativa, di ripartire il capitale residuo netto in
regolarmente eletto, fino agli anni Settanta del secolo
beneficenza.
scorso. Con la nomina dei sindaci designati dalla CasPer quel che riguarda la nomina del consiglio
sa Triestina si riscontra nuovamente la regolare sted’am­ministrazione, lo statuto prevedeva che il presisura dei verbali del collegio sindacale.
dente venisse eletto all’assemblea per un periodo di 4
In quegli anni, in concomitanza con una crisi ecoanni. I rimanenti quattro consiglieri invece venivano
nomica generale, anche il sistema bancario italiano
eletti ogni due anni. Il consiglio d’amministrazione
subì una grave crisi, dalla quale riuscì a riemergere
nominava il vicepresidente. I soci eleggevano nel col­
grazie all’aiuto risolutivo dell’autorità statale: fu in-
37
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
legio sindacale due membri effettivi e un sostituto,
mentre per un sindaco effettivo e per un supplente
era prevista la nomina da parte del governo. Di fatto
queste due nomine venivano poi conferite dalla Cassa
di Risparmio Triestina, in quanto questa competenza
venne successivamente attribuita alle casse di risparmio cittadine. Come curiosità vale la pena di menzionare che lo statuto prevedeva che tutti gli obblighi assunti dalla cassa rurale dovevano essere controfirmati
da ameno un consigliere oltre al presidente.
Sebbene i prestiti siano diminuiti negli anni 1936
e 1937, la Cassa Rurale acquisiva della liquidità presso
la Cassa di Risparmio Triestina e, considerando il fatto
che l’Ispettorato per la difesa del risparmio e la concessione dei crediti, ovvero il reparto che si occupava
del credito agrario, forniva alle banche la possibilità
di erogare credito per conto dello stesso, il consiglio
d’amministrazione prese la decisione di richiedere
al suddetto Ispettorato di firmare il relativo accordo.
L’ispettorato accettò la richiesta di collaborazione,
autorizzando la Cassa Rurale a concedere prestiti in
suo nome, fornendo ovviamente la corrispondente
provvista; l’Istituto ovviamente pretese che i prestiti venissero garantiti anche dalla Cassa stessa. Verso
la fine dell’anno si riscontra che tutti i crediti agrari
vennero erogati per conto dell’Ispettorato con garanzia sussidiaria della Cassa Rurale. La firma della convenzione è una conferma diretta che la realtà locale
godeva fiducia anche presso gli istituti centrali.
L’attività nel periodo 1938-1940 fu relativamente
tranquilla. Nel 1938 la richiesta di prestiti aumentò
considerevolmente, mentre nei due anni successivi
diminuì. Anche per quel che riguarda i depositi non si
riscontrano grandi cambiamenti, in quanto dapprima
diminuirono per poi stabilizzarsi, ovvero registrare un lieve aumento che corrispondeva agli interessi
corrisposti. I crediti concessi erano principalmente
finanziamenti agrari ad agricoltori o agricoltori part
time, con un tasso d’interesse agevolato. Analizzando i dati sulla professione dei richiedenti i prestiti,
è possibile notare che una gran parte dei paesani si
occupava di vari mestieri, mantenendo però di fatto
lo status di agricoltore. Periodicamente si notano an-
che richieste di commercianti e osti che ne avevano
bisogno per l’acquisto di merci. Gli agricoltori o agricoltori part time di solito richiedevano prestiti per
l’acquisto di bestiame: una mucca, un bue, dei suini.
Tra gli sporadici crediti concessi a favore di artigiani,
si nota che servivano per l’acquisto di attrezzatura e
macchinari nuovi.
Nel febbraio 1939 il consiglio di amministrazione
integrò lo statuto approvato nell’assemblea dell’anno
precedente. Un eventuale completamento fu previsto
già dal verbale dell’assemblea. Lo statuto sociale fu
completato in base alla circolare dell’Ispettorato per
la difesa del risparmio. I cambiamenti riguardavano
la forma legale, in quanto le casse rurali dovettero
trasformarsi da consorzi a “cooperative a responsabilità illimitata” e fare menzione specifica nello statuto
di concedere crediti “principalmente ad agricoltori e
artigiani”. Anche la menzione del comune di Monrupino dovette essere cancellata dallo statuto, e così
rimase menzionato solamente il comune di Trieste.
Inoltre si dovette modificare l’articolo che regolava la
distribuzione del patrimonio netto in caso di un’eventuale liquidazione: al posto di “beneficenza” fu indicato “in favore dell’Ente Comunale di Assistenza”.
Nella riunione del 14 ottobre 1940, la Cassa Rurale accettò tra i soci anche l’Ente Nazionale delle Casse
Rurali ed Artigiane, in base alle istruzioni della circolare n° 26 del 9 ottobre 1940 dell’Ente stesso. All’assemblea del marzo 1941 nel discorso introduttivo il
presidente si ricordò di tutti i soldati in guerra, e l’assemblea commemorò tutti i caduti con un minuto di
raccoglimento.
Come già accennato in precedenza, la Cassa di
Risparmio Triestina nominò nel 1937 due sindaci
in conformità alle disposizioni del governo; successivamente si registra un’attività regolare del collegio
sindacale. Il primo verbale più dettagliato risale al 14
dicembre 1937, quando il collegio, in presenza del
presidente del consiglio di amministrazione, il sig.
Franc Sosiå, verificò la situazione contabile, la tenuta
dei libri contabili e di altri libri obbligatori, nonché la
validità delle cambiali in garanzia ai crediti concessi,
e analizzò in dettaglio le voci del bilancio. Seguiro-
39
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
no poi controlli ordinari. I sindaci avevano modo di
accertare che il consiglio di amministrazione avesse un’attività regolare e dirigesse la banca con zelo.
Inoltre si soffermavano su piccole irregolarità, come
le cambiali scadute ma ancora esecutive, la mancanza
di alcune firme degli scrutinatori nei verbali delle assemblee. Alla conclusione di ogni esercizio, i sindaci
si pronunciarono in modo del tutto positivo riguardo all’approvazione del bilancio, e nei loro verbali si
trovano anche elogi nei confronti della gestione della
banca, soprattutto nei riguardi del presidente e del
cassiere. Contemporaneamente, negli anni in cui i
depositi di risparmio non registravano aumenti, invitarono i membri del consiglio ad adoperarsi, a prescindere dal momento, al fine di trovare comunque
nuovi afflussi, ovvero nuovi risparmiatori.
Nel periodo di guerra dal 1941 al 1945 l’attività si
ridusse. La gente richiedeva prestiti solo saltuariamente. La maggioranza dei crediti venivano richiesti
da agricoltori e agricoltori part time, soprattutto per
l’acquisto di animali da traino, cavalli o buoi, vacche,
vitelli o suini. Ci furono anche alcune domande per
l’acquisto di case, per la sistemazione di immobili ereditati e, negli ultimi due anni di guerra, per la
ristrutturazione di case. Una caratteristica di questo
periodo sono anche i rimborsi regolari e quasi eccessivi dei crediti, tanto che nel bilancio del 1945 i prestiti ammontano a meno di 10.000 lire.
Un quadro completamente diverso è quello dei depositi a risparmio. Già nel 1941 il bilancio registra un
lieve aumento della voce. Nel 1942 i depositi salirono
da 69 a 115.000 lire, ovvero di ben 46.000, di cui gli interessi accreditati ammontavano a 2.600 lire. Nel 1943
i depositi diminuirono di 2.500 lire. Un nuovo stravolgimento avvenne nel 1944, quando i depositi aumentarono a ben 232.000 lire, e nel 1945 venne registrato
un ulteriore aumento che superò le 274.000 lire.
Le esigue richieste di prestiti influirono anche
sull’attività del consiglio di amministrazione, che si
riuniva saltuariamente. Nel 1943 ci furono 9 riunioni, l’anno dopo solo 2, di cui una ebbe all’ordine del
giorno la convocazione dell’assemblea e l’approvazione del suo ordine. Nel 1945 il consiglio di ammini-
strazione si riunì solamente tre volte. Nel 1944 venne
presentata, e accolta, una sola domanda di prestito.
A causa del rapporto tra crediti e depositi è com­
pren­sibile l'impatto sulla redditività dell’attività stes­­
sa: i bilanci evidenziano degli utili minimi di poche lire
e anche una perdita che però non superò le 10 lire.
Anche durante la guerra il collegio dei sindaci effettuava i controlli previsti. Dai verbali si evince che il
sindaco Luigi Daneu era assente giustificato in quanto richiamato alle armi. I sindaci confermano l’attività regolare della Cassa Rurale, manifestando preoccupazione quando le partite principali del bilancio
– i prestiti e i depositi – diminuivano, e soddisfazione
quando invece aumentavano.
Nonostante la guerra, in questo periodo la Cassa
rinnovava regolarmente gli organi sociali che rimanevano in sostanza invariati.
41
Povojno obdobje
Il periodo postbellico
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Prvo povojno leto je bilo poslovanje v Hranilnici dokaj skromno, vsaj glede podeljevanja posojil, saj
bi si priåakovali veåje povpraševanje po le-teh predvsem za popravila porušenih ali poškodovanih hiš. Podoben trend beležimo tudi leta 1947, ko zasledimo že nekaj prošenj za obnovo raz­nih
obrt­niških dejavnosti oziroma za nakup opreme. Povpraševanje po kreditih za popravilo hiš se
odloåneje poveåa leta 1948 in 1949. Leta 1948 povprašujejo za kredite za popravila hiš predvsem
Openci, naslednjega leta pa zasledimo številne prošnje Trebencev.
43
Il primo anno dopo la fine della guerra l’attività della Cassa Rurale fu alquanto scarsa, almeno per
quel che riguarda la concessione di prestiti, sebbene ci si aspettasse una maggior richiesta per la
ricostruzione delle case distrutte o danneggiate durante il periodo bellico. Un trend simile viene registrato anche nel 1947, ma già in quest’anno riscontriamo alcune richieste per la ristrutturazione
delle attività artigianali o per l’acquisto di attrezzature. La richiesta dei crediti per il restauro delle
case aumenta decisamente negli anni 1948 e 1949. Nel 1948 a richiederli sono soprattutto gli abitanti di Opicina, nell’anno successivo invece si riscontrano diverse richieste per lo stesso scopo tra
gli abitanti di Trebiciano.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
L’esatto opposto si registra negli stessi anni per i
depositi. I mezzi affidati aumentano di anno in anno.
Dall’importo già citato di 274.000 lire del 1945 si arriva ai 3,5 milioni alla fine del 1948.
All’assemblea del 1947 i soci furono chiamati a
eleggere un nuovo membro del consiglio di amministrazione. Il presidente Franc Sosiå informò i presenti che il consigliere Milan Dolenc non aveva fatto
ritorno dalle fila dei partigiani e, non avendo alcuna
notizia su di lui fino alla data dell’assemblea, si dovette annoverarlo fra i caduti. Al suo posto fu eletto il sig.
Mario Danev “Kogljev”, che cooperò come membro
del consiglio per molti anni a seguire.
Nel 1947 la Cassa Rurale fu tra i fondatori dell’Associazione Economica Slovena, in quanto i presidenti del consiglio d’amministrazione e del collegio dei
sindaci, Franc Sosiå e Luigi Antonaz, firmarono in
data 8 ottobre 1947 il modulo d’adesione.
Come curiosità riportiamo la proposta del consiglio d’amministrazione all’assemblea del 1948 di
cancellare il debito di 1.000 lire di un debitore nel
frattempo trasferitosi, facendo di fatto perdere ogni
traccia di sé, con l’impegno di agire contro di lui o i
suoi garanti nel caso fosse tornato, ovvero se i garanti
avessero successivamente avuto la possibilità di pagare il dovuto.
Nel 1948 ha fine il controllo diretto che veniva
eseguito dalla Cassa di Risparmio Triestina. Alla riu­
nione del consiglio d’amministrazione del 19 settembre 1948 fu presente per l'ultima volta il presidente del collegio dei sindaci nominato dalla Cassa
di Risparmio, dott. Marcello Barbo. Inoltre i membri
esterni del collegio non furono nominati né confermati probabilmente a causa della poca chiarezza
amministrativa di quel periodo: Opicina apparteneva alla Zona A del Territorio Libero di Trieste, e a
causa della legislazione parzialmente non conforme i
membri esterni furono nuovamente nominati appena in seguito.
Nonostante la nomina imposta del presidente del
collegio dei sindaci, il controllo “ufficiale” durante
il periodo esaminato fu alquanto modesto rispetto al
passato. Negli anni del dopoguerra si riscontrano solo
scarni verbali stilati dal succitato presidente. In essi,
più che altro scritture di routine, venivano di solito
annotati la situazione di cassa e i controlli ordinari
dei libri obbligatori. Dai verbali non risultano irregolarità di alcun tipo o incongruità delle voci contabili. Negli anni dal 1948 al 1952 venne annotata nel
verbale solamente la relazione del collegio dei sindaci
sul bilancio d’esercizio. Nella relazione i membri del
collegio dichiarano di aver controllato con regolarità
l’attività e i libri contabili.
L’anno 1949 rappresenta un momento di svolta
nella gestione del dopoguerra, l’attività della Cassa
Rurale infatti si ravviva notevolmente. Le riunioni
del consiglio d’amministrazione si fanno sempre più
numerose, in quanto aumentano notevolmente le richieste di prestiti che a fine anno superano l’ammontare di 2.343.000 lire. Proporzionalmente, e in misura ancora maggiore, aumentano anche i depositi a
risparmio, che nello stesso periodo superano il valore
di 5,5 milioni di lire.
Secondo le testimonianze dei diretti interessati (il
sig. Giuseppe Podobnik e l’ing. Milan Sosiå), lo sviluppo imprevisto dell’attività in quel periodo influì
sulla decisione del presidente Franc Sosiå di dimettersi dalla posizione che aveva accettato nel lontano
ottobre 1922. Secondo le parole dei succitati egli si
sentiva stanco, e l’attività, che diveniva sempre più
impegnativa, lo convinse ad invitare a far parte del
consiglio soci nuovi e più giovani che godessero la
fiducia sia a Opicina che nei suoi più ampi dintorni.
Sembra fosse convinto che la banca non avrebbe avuto prospettive se il consiglio non si fosse ringiovanito
e se non vi fossero stati inclusi anche soci dei paesi
limitrofi, dai quali arrivava un numero sempre maggiore di richieste di prestiti. La necessità di allargare
il consiglio d’amministrazione fu necessaria in quanto la conoscenza diretta dei richiedenti rappresentò
in molti casi il fattore decisivo per la concessione di
un credito.
All’assemblea del 1950 ci furono quindi sostanziali cambiamenti nel consiglio d’amministrazione. Per
prima cosa, il numero dei consiglieri aumentò da 5 a
6. Solo tre membri del consiglio precedente si erano
45
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
per quel che riguarda la crescita e la redditività. In base
ricandidati per le loro funzioni: Luigi Antonaz, Mario
a una richiesta sempre maggiore di crediti, il consiglio
Danev e Carlo Vremez. Come nuovi candidati furod’amministrazione controllava oculatamente la liquino proposti il dott. Antonio Danieli, il sig. Giuseppe
dità, approvando in certi casi i prestiti esclusivamente
Podobnik e l’ing. Milan Sosiå. L’assemblea elesse
a condizione che potessero essere emessi disponendo
il presidente Giuseppe Podobnik, mentre il nuovo
di sufficiente liquidità primaria. Riguardo la gestioconsiglio d’amministrazione nominò vicepresidenne di liquidità si può notare che nella riunione del 18
te il dott. Luigi Antonaz. Il presidente uscente Franc
settembre 1952 il consiglio d’amministrazione decise
Sosiå fu eletto come sindaco supplente, il consigliere
di acquistare 3 milioni nominali di Buoni del Tesoro
uscente Luigi Danieli invece come sindaco. Gli alPluriennali, il che comprova la presenza di disponitri sindaci eletti furono Luigi Kalin e Antonio Sosiå.
bilità, deliberando però al contempo crediti alla citata
Come supplente, oltre all’ex presidente, fu scelto ancondizione. Nello stesso verbale si nota anche che fu
che l’architetto Pio Ulian, che copriva la stessa funeffettuato un controllo della gestione da due ispettori
zione già quando venne nominato dalla Cassa di Ridella Banca d’Italia. Sui punti critici riscontrati sasparmio Triestina.
rebbe seguita una relazione scritta.
Nell’ambito della realtà nazionale delle casse ruNella riunione del 14 novembre dello stesso anno
rali, il 1950 vide la nuova costituzione della Federail consiglio d’amministrazione apzione Nazionale delle Casse Rurali ed
Artigiane. All’assemblea costituente e L’anno 1949 rappresenta provò il contenuto della risposta con
la quale si comunicavano all’Organo
agli atti formali però non seguirono i
un
momento
di
svolta
di vigilanza i provvedimenti intrafatti, e la Federazione iniziò con l’attipresi per eliminare i punti critici rività regolare appena nel 1958.
nella gestione del
scontrati durante l’ispezione.
Anche negli anni successivi la
dopoguerra,
l’attività
All’assemblea generale del 1953
Cas­sa registrò un aumentato volume
dell’attività. Le riunioni del consiglio della Cassa Rurale infatti oltre all’approvazione del bilancio i
soci dovettero decidere l’adeguamend’amministrazione avevano cadenze
si
ravviva
notevolmente.
to delle quote sociali e delle quote
bi­settimanali, con qualche saltuaria
d’iscrizione, l’importo massimo dei
ri­un
­ ione straordinaria. L’attività di
prestiti chirografari e i tassi d’interesse. Riguardo al
se­gretariato del consiglio d’amministrazione veniva
primo punto, le quote sociali furono fissate a 250 lire,
cura­ta a turno da quasi tutti i suoi membri.
rispetto alle 25 lire vigenti fino ad allora. La quota
Gli aumenti delle voci principali del bilancio sono
d’iscrizione aumentò da 2 a 100 lire. L’importo maspiù che soddisfacenti, infatti i depositi di risparmio
simo di un prestito con garanzia personale fu confernel 1950 superarono le 13.254.000 lire, i prestiti in
mato a 600.000 lire. I tassi d’interesse furono fissati
essere invece quasi i 9 milioni. Nell’anno successivo
all’8,5% per i prestiti, all’1,5% per i depositi liberi e
si registrano aumenti ancora più sostanziali: a fine
al 2% per quelli vincolati a 6 mesi. L’utile d’esercizio
esercizio i depositi ammontano a 22.310.000 lire e i
del 1952 ammontava a più di 164.000 lire, i depositi
prestiti a più di 14.757.000 lire. In proporzione alle
aumentarono a 33,8 milioni di lire, i prestiti a 14,7
voci del bilancio aumenta in questo periodo anche
milioni di lire, e i soci a 639.
anche il risultato annuale: 49.000 lire nel 1950, l’anNonostante l’attività propizia, nel 1953 i verbali
no successivo invece 93.321 lire. In questi due anni
registrano alcuni punti critici. Come prima cosa, la
furono anche accettati 118 nuovi soci, per un totale di
reiterata presenza di un presidente esterno nel col489 alla fine del 1951.
legio dei sindaci, nella persona del dott. Ugo Verza, e
Per la Cassa Rurale i due anni successivi furono
del sindaco supplente dott. Vinicio Vaglieri, la prima
fruttuosi anche dal punto di vista operativo, almeno
49
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
presenza dei quali si riscontra nella riunione del collegio del 28 luglio 1953.
Al 3 settembre 1953 risale l’ultimo verbale del
consiglio d’amministrazione di quell’anno. Il successivo risale appena al 18 febbraio 1954. Probabilmente a causa della situazione politica poco chiara, nella
seconda metà dell’anno vennero prelevati numerosi
depositi a risparmio, che secondo i verbali dovrebbero ammontare a più di 7 milioni di lire. Nonostante
questo, i depositi a fine anno aumentarono a 38 milioni dai 33,8 iniziali. Anche i prestiti avevano uno
sviluppo positivo, raggiungendo i 26 milioni di lire.
L’utile netto d’esercizio superava le 455.000 lire,
considerando l’accantonamento a riserve non obbligatorie di 400.000 lire e il contributo straordinario di
100.000 lire che fu conferito dalla Cassa Rurale alla
famiglia del defunto Franc Sosiå – a lungo presidente,
come ringraziamento e in memoria dell’attività pluriennale svolta per la Cassa stessa.
All’assemblea del 1954 si registrano cambiamenti
nel collegio dei sindaci e nel consiglio d’amministrazione. In quest’ultimo vennero confermati il presidente Giuseppe Podobnik, il vicepresidente Milan
Sosiå e il consigliere Luigi Antonaz per un periodo di
4 anni, mentre per due anni vennero eletti il dott. Antonio Danieli e il dott. Edoardo Križniå. Nel collegio
dei sindaci furono eletti l’avv. Francesco Tonåiå e gli
ex consiglieri Luigi Danieli e Mario Danev. Oltre agli
eletti, il collegio dei sindaci era composto anche dal
presidente designato dott. Ugo Verza e dal supplente
arch. Vinicio Vaglieri.
Secondo la testimonianza del defunto ing. Milan Sosiå, l’esercizio del 1954 fu alquanto instabile,
ma nonostante questo gli indici d’esercizio furono
del tutto soddisfacenti. Durante il 1954 venne infatti
decisa l’abrogazione del Territorio Libero di Trieste.
L’incertezza politica provocava paura tra i risparmiatori, e molti domandavano cosa ne sarebbe stato del
loro denaro in quanto non si capiva e non era sicuro
dove sarebbero stati inclusi i paesi del Carso e Opicina
stessa. Molti risparmiatori preferivano per questo ritirare il proprio denaro e tenerlo a casa. I consiglieri e
soprattutto il presidente e il vicepresidente riusciro-
no a convincere i maggiori risparmiatori a mantenere
i risparmi nella Cassa Rurale, spiegando che anche
loro continuavano a tenere le proprie disponibilità
nella banca che gestivano. La fiducia di cui godevano
tra gli abitanti della zona contribuì a contenere al minimo le fughe dei capitali depositati. Nella situazione
instabile si registrarono anche, proprio come negli
anni della guerra, dei notevoli rimborsi dei prestiti,
che nonostante i numerosi nuovi prestiti emessi, non
superarono a fine esercizio il valore all’inizio d’anno.
Nonostante questo fatto negativo, però, il volume
dell’attività registrò un notevole aumento, che convinse il consiglio d’amministrazione di assumere, già
nella prima metà dell’anno, il primo impiegato a tempo pieno, il sig. Giuseppe Gorkiå che esordì in questo
ruolo il 1° maggio 1954.
L’ampliamento dell’attività si evince anche da altri
fattori, tra cui la decisione del consiglio d’amministrazione, nel febbraio dello stesso anno, di acquistare
una macchina calcolatrice del valore di 220.000 lire,
ma anche dalle considerazioni e dalla decisione finale
di trasferire gli uffici dalla sede di via di Prosecco 39
(primo piano dell’edificio di fronte alla chiesa, dove
aveva sede la trattoria sociale) in un posto più visibile,
ovvero il pian terreno dell’edificio in via di Prosecco
al numero 22. Per il trasloco, però, si dovette aspettare le apposite delibere dell’assemblea, e il permesso
dell’Organo di Vigilanza.
51
Preselitev in poslovanje
v novih uradih
Il trasferimento della sede
e l’operatività nei nuovi uffici
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Leto 1955 je bilo ponovno »mirno« in obseg poslovanja se je znova obåutno poveåal. Politiåno stanje se je umirilo in negotovost pri vlagateljih je splahnela. Vloge so ponovno krepko rasle in upravni
odbor je lahko v veåjem sorazmerju ponovno podeljeval posojila, ker se je razpoložljivost veåala,
kljub temu pa je še vedno veå kot polovico zaupanih sredstev nalagal v državne vrednostne papirje
in banåne vloge.
53
L’anno 1955 fu nuovamente “tranquillo”, e il volume d’affari aumentò di nuovo in modo sensibile.
La situazione politica si tranquillizzò e l’insicurezza dei depositanti svanì. I depositi ripresero a crescere notevolmente e il consiglio d’amministrazione poté nuovamente emettere prestiti più numerosi in quanto la disponibilità aumentava; nonostante ciò, però, più della metà dei mezzi fiduciari
veniva investiti in titoli di Stato e depositi bancari.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Il 22 agosto dello stesso anno avvenne il trasloco
ufficiale nei nuovi uffici, situati in un luogo più visibile, il che contribuì ulteriormente al fiorire dell’attività. Le spese per l’adattamento dei locali e le nuove
attrezzature ammontarono a 400.000 lire.
Nella riunione del 10 novembre 1955 il consiglio d’amministrazione analizzò scrupolosamente gli
elenchi dei soci, cancellandone 132. Ben 111 di questi
erano deceduti. 13 soci vennero cancellati in quanto
si trovavano al di fuori dei confini di Stato o si erano
trasferiti all’estero a causa delle condizioni economiche sfavorevoli dell’epoca. Durante l’anno, però, venero iscritti alla Cassa Rurale 70 nuovi soci. Il numero
totale dei soci a fine anno ammontava a 566.
L’aumento del volume dell’attività viene confermato dai dati del bilancio dell’esercizio: i depositi a
risparmio a fine anno raggiunsero 70.871.000 lire
contro i 49,7 milioni dell’anno precedente, i prestiti invece 33.316.000 contro i precedenti 25,7 milioni. Sul risultato d’esercizio influirono però le imposte degli anni precedenti. Alla Cassa Rurale fu infatti
recapitata una cartella esattoriale di ben 438.000 lire
per il pagamento corrente delle imposte sui redditi
degli anni precedenti.
All’assemblea del 15 aprile 1956 i soci ebbero parecchio lavoro da svolgere. Oltre all’approvazione del
bilancio d’esercizio per l’anno 1955, dovettero deliberare riguardo alle modifiche dello statuto della cooperativa ed eleggere i nuovi organi sociali. Lo statuto
fu adattato al testo di base redatto dall’Ente nazionale
delle Casse Rurali agrarie ed ausiliari. Lo statuto adattato prevedeva la competenza territoriale nei comuni
di Trieste e di Monrupino con la possibilità che l’assemblea deliberasse di allargare la competenza ad altri comuni limitrofi previa autorizzazione della Banca
d’Italia.
Oltre agli adattamenti suggeriti dall’Ente nazionale, i soci deliberarono riguardo a un testo addizionale
che prevedesse l’autorizzazione a istituire il cambio
valute. La necessità di un cambio valute fu giustificata,
secondo i consiglieri e i soci, in considerazione della
posizione geografica della Cassa Rurale a ridosso del
confine, punto d’incontro di collegamenti stradali e
ferroviari tra due Stati, la presenza sempre maggiore
di viaggiatori stranieri a Opicina, numerosi turisti e,
non ultimi, gli invii di rimesse in valuta straniera alle
famiglie da parte degli emigranti originari di questi luoghi. Nonostante l’approvazione unanime della
proposta, la Cassa Rurale dovette purtroppo aspettare
ancora per moltissimi anni l’autorizzazione.
Tra le modifiche statutarie era anche previsto che,
in caso di cessazione dell’attività, il patrimonio netto
sarebbe stato devoluto a favore di iniziative da realizzarsi a Opicina, e non più a favore dell’Ente comunale
di assistenza. Tra le modifiche più importanti citiamo
anche la rielezione dell’intero collegio dei sindaci da
parte dell’assemblea. I sindaci nominati d’autorità
vennero così meno. Lo statuto prevedeva anche un
elenco di controlli annuali obbligatori, che sarebbero dovuti essere svolti dal collegio dei sindaci. Dopo
l’approvazione del nuovo statuto, i due sindaci nominati dalle autorità decaddero. Il presidente dott. Ugo
Verza firmò l’ultimo verbale il 17 marzo 1956 con la
proposta ai soci di approvazione del bilancio 1955.
Si prevedeva inoltre un numero di consiglieri proporzionale al numero dei soci. Oltre al presidente, il
consiglio era composto da 8 o 10 amministratori se
il numero dei soci era superiore a 300 o 500. Il presidente e il vicepresidente del consiglio d’amministrazione venivano eletti all’assemblea generale. Era
prevista inoltre la possibilità che il consiglio d’amministrazione scegliesse il segretario tra i soci anche se
questi non fosse stato membro del consiglio. Il consiglio d’amministrazione aveva inoltre la competenza di
nominare il direttore della banca, nomina che doveva
però essere ratificata dall’assemblea.
I soci deliberarono inoltre sull’importo massimo
dei prestiti concedibili. Per quelli con garanzia personale, fu deciso l’importo di 1.000.000 lire, mentre per
i mutui ipotecari 1.500.000 lire. Il tasso d’interesse
attivo rimase invariato all’8,5%, per quello passivo invece il consiglio d’amministrazione fu autorizzato ad
adattarsi alle condizioni dell’accordo interbancario.
Nel consiglio d’amministrazione furono eletti il
presidente, sig. Giuseppe Podobnik, il vicepresidente,
ing. Milan Sosiå, i membri del consiglio sig. Giusep-
55
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
altri soci e clienti. Nell’assemblea il presidente inforpe Bizjak, dott. Antonio Danieli, sig. Luigi Danieli, sig.
mò i soci che gli interessi pagati sui mutui erano deMario Danev, dott. Edoardo Križniå, sig. Ignazio Marc,
traibili dalle imposte, e che questa opportunità poteva
sig. Luigi Crismancich e sig. Carlo Podobnik; nel colleessere sfruttata da chi aveva usufruito di mutui. La
gio dei sindaci: presidente dott. Luigi Antonaz, sindaCassa Rurale era autorizzata a rilasciare una ricevuta
ci dott. Giuseppe Tonåiå e sig. Luigi Kalin, i supplenti
degli interessi pagati da utilizzare per la dichiarazione
erano il sig. Emilio Daneu e l’architetto Pio Ulian.
dei redditi.
L’apertura dei nuovi uffici consolidò ulteriorIn considerazione di un’attività e un volume d’afmente l’attività della Cassa Rurale: in considerazione
fari di denaro sempre maggiore, nella riunione del 3
dell’ampliamento dell’attività, il consiglio d’amminiaprile 1957 il consiglio d’amministrazione decise di
strazione decise già durante la riunione del 1° marzo
acquistare una cassaforte più grande. La cassafor1956 di assumere un secondo impiegato fisso, il sig.
te era simbolicamente importante, in quanto dava ai
Sergio Bandelj.
clienti un maggiore senso di sicurezza e contribuiva a
Nello stesso anno la Cassa Rurale iniziò ad offrire
innalzare la consapevolezza di usufruire dei servizi di
una serie di nuovi servizi, ovvero la gestione di conti
una “banca moderna”.
correnti. Il servizio fu inizialmente utilizzato prevaIn considerazione del fatto che all’epoca l’Organo
lentemente da commercianti, esercenti e artigiani, in
di vigilanza – la Banca d’Italia – conquanto agevolava la gestione del denatrollava con regolarità la prevalenro e i pagamenti di varie obbligazioni,
Nella riunione del
za operativa con i soci, il consiglio
soprattutto nei confronti dei fornito3
aprile
1957
il
consiglio
d’amministrazione fu costretto a veri. Con il nuovo servizio la Cassa Rurificarne il rispetto. Per questo morale aumentò la propria visibilità, in
d’amministrazione
tivo controllava spesso gli elenchi dei
quanto gli assegni emessi dai titolari
decise
di
acquistare
una
soci, prendendo le opportune misure
di conti correnti iniziarono a circolare
in base allo statuto se si verificavano
prima in ambito locale ma poi anche
cassaforte più grande.
incongruità. Verso la fine del 1957
in ambito regionale e statale. Con l’indecise quindi di radiare 4 soci a causa
troduzione dei conti correnti, l’attività
dei pagamenti non regolari dei prestiti, nonché una
tipica della Cassa rurale iniziò ad avvicinarsi all’atticooperativa a causa di fallimento. Di norma chiunque
vità delle altre banche più grandi, seppure in forma
ricevesse un prestito veniva anche fatto socio.
limitata. Le casse rurali e artigiane in quel periodo
Nel dicembre 1957 due ispettori della Banca d’Itaerano quasi sconosciute nelle città più grandi. I loro
lia eseguirono un’ispezione sulla gestione della banassegni venivano spesso accettati con diffidenza e nel
ca. La relazione sulla visita fu inviata alla Cassa Rurale
dubbio che non fossero nemmeno tratti su un’azienda
nel giugno dell’anno successivo.
bancaria.
In considerazione del volume d’affari sempre magNella sua relazione all’assemblea del 1957, il congiore e dei clienti sempre più numerosi dal comune
siglio d’amministrazione invitava i soci presenti ad
di S. Dorligo, il consiglio d’amministrazione iniziò a
utilizzare il nuovo servizio e a consigliarlo anche agli
ipotizzare l’apertura di una filiale in quel territorio,
anche perché in quel comune non c’erano agenzie
bancarie. All’assemblea del 1958 i soci discussero la
Vknjižbe na dopisovalni
Registrazioni nel conto corrente di
proposta del consiglio di aprirvi una filiale.
raåun Zveze slovenskih
corrispondenza dell’Unione delle
Il consiglio d’amministrazione motivò la proposta
zadrug v Ljubljani
cooperative slovene di Lubiana –
per l’apertura della filiale con le seguenti consideraZveza slovenskih zadrug v Ljubljani
zioni: nel comune c’era un numero notevole di agri-
59
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
coltori e artigiani che poteva rappresentare la base
per un allargamento della compagine sociale e conseguentemente dell’attività. Considerarono anche il
sempre più elevato numero di assunzioni di abitanti locali nella vicina zona industriale assicurando un
reddito certo e influendo positivamente sul tenore di
vita, nonché il fatto che il reddito garantito già mostrava i suoi frutti sul territorio in quanto numerosi
abitanti ristrutturavano le proprie abitazioni o costruivano nuove case. E ciò costituisce una valida motivazione e una base sicura per la concessione di crediti. Il
consiglio inoltre ricevette numerose raccomandazioni e richieste di apertura di un’agenzia in quella zona
da parte della popolazione locale. L’assemblea accolse
all’unanimità la proposta, autorizzando il consiglio
d’amministrazione a formulare la richiesta all’Organo di Vigilanza e al contempo ad acquistare fin da quel
momento gli eventuali locali necessari.
Durante la stessa assemblea i soci esonerarono i
dirigenti dal prestare cauzione per il loro lavoro che
avrebbe potuto danneggiare l’istituto, con la motivazione che sono loro stessi anche soci, e quindi garantiscono illimitatamente nell’interesse della cooperativa. Inoltre furono accolte le dimissioni del consigliere Carlo Podobnik, in quanto non eletto in conformità all’articolo 24 dello statuto sociale (parentela
tra consiglieri).
L’attività nell’anno del cinquantenario si concluse con dati molto soddisfacenti. Il numero dei soci al
termine del cinquantesimo anno di ininterrotta attività ammontava a 640. Durante l’anno furono emessi
ben 238 prestiti per un valore complessivo di oltre 65
milioni di lire. Negli ultimi tre anni i prestiti concessi si erano più che duplicati, infatti dai 33,3 milioni
del 1955 erano passati a 76.290.000 lire. Dello stesso
periodo fu però caratteristica la restituzione veloce
dei finanziamenti, la durata media dei prestiti emessi era infatti di soli 14 mesi. Un aumento equivalente
si registrò nella raccolta che dai 70,9 milioni del 1955
passa a ben 162.229.000 lire alla fine del 1958. L’utile netto d’esercizio fu di 318.319 lire, con la contemporanea crescita delle varie riserve per 425.000 lire.
Nel 1958 la Cassa Rurale festeggiò per la prima vol-
ta la giornata mondiale del risparmio. Nell’occasione
il consiglio d’amministrazione decise di devolvere un
contributo al Centro Mariano – Marijanišåe.
All’assemblea del 1959 i soci approvarono il bilancio di cui sopra. Contemporaneamente però, in presenza di un notaio, si discusse nuovamente la richiesta di apertura di una filiale nel comune di S. Dorligo.
Il consiglio, a causa del silenzio ovvero della mancata
risposta alla richiesta già presentata, decise di riproporla ai soci. Per dare un peso maggiore e una maggiore autenticità alle decisioni e ai desideri di questi,
fu invitato un notaio per assumere la delibera in forma di atto pubblico. Nonostante la nuova delibera e i
numeri del tutto positivi che la Cassa Rurale registrava ogni anno, l’Organo di Vigilanza non si pronunciò
positivamente per l’apertura di un nuovo sportello.
Come si vedrà in seguito, l’apertura di una filiale nel
comune di S. Dorligo poté realizzarsi solamente alcuni decenni più tardi.
L’assemblea elesse anche il collegio dei sindaci e
il consiglio d’amministrazione. Come curiosità, ricordiamo che, in conformità allo statuto, il numero
dei consiglieri salì a undici, di cui ben quattro nuovi.
Il collegio eletto era così composto: presidente sig.
Giuseppe Podobnik, vicepresidente sig. Milan Sosiå,
consiglieri sig. Luigi Crismancich, sig. Luigi Danieli,
sig. Mario Danev, sig. Giuseppe Jerman, dott. Edoardo
Križniå, sig. Ignazio Marc, ing. Giuseppe Sosiå, dott.
Milan Starc e sig. Emilio Štekar. Presidente del collegio dei sindaci fu eletto il dott. Luigi Antonaz, sindaci
erano il sig. Edoardo Furlani e l’arch. Pio Ulian, nonché i supplenti sig. Giuseppe Bizjak e Emilio Daneu.
L’assemblea decise inoltre la soglia massima dei
prestiti con garanzia personale in 2 milioni di lire.
Inoltre i compensi per la presenza alle sedute furono
fissati per una somma di 1.000 lire e il compenso annuale per i sindaci di 15.000 lire. Il tasso d’interesse attivo sui prestiti personali fu fissato all’8,5%, per quelli
sui depositi invee il consiglio d’amministrazione fu autorizzato a fissarli in base all’accordo interbancario.
Nella seconda metà degli anni ‘50 e all’inizio degli anni ‘60 si registra una nuova rinascita dell’attività delle casse rurali anche a livello nazionale. L’Ente
63
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
singolo correntista. La gestione manuale delle posinazionale delle Casse Rurali allacciò degli ottimi rapzioni di ogni singolo conto infatti era troppo dispenporti con la dirigenza della Banca Nazionale del Lavodiosa e a volte anche poco affidabile. Nella riunione
ro dell’epoca, che aveva delle radici cooperative e che
del 3 marzo 1960 il consiglio d’amministrazione dedivenne di fatto l’anello di congiunzione a livello nacise l’acquisto di una macchina contabile elettromeczionale tra le casse rurali e le altre banche. Allo stesso
canica, che fu utilizzata poi fino ai primi anni ‘70.
tempo, si iniziava a pensare di istituire un ente banCon l’acquisto della macchina contabile, mutò parcario centrale delle casse rurali. Nella seconda metà
zialmente la tenuta dei conti, soprattutto di quelli padel 1959 fu sottoscritto il primo contratto di lavoro
trimoniali, ovvero i depositi di risparmio, i conti corcollettivo per gli impiegati delle casse rurali.
renti e i prestiti. Con la nuova contabilità si introdusse
All’assemblea del 1960 fu approvato il bilancio
il processo di automatizzazione parziale dei conteggi,
positivo dell’esercizio passato. I depositi a risparmio
soprattutto degli interessi. La supervisione dell’attivisuperarono i 176 milioni di lire alla fine del 1959, i
tà fu semplificata e risultò più efficace.
prestiti concessi i 90 milioni. L’utile d’esercizio suIl volume d’affari aumentato esigeva anche un
però le 768.000 lire. All’assemblea i soci accolsero
maggior impegno dei consiglieri. Ad inizio del 1961 si
la proposta di rinunciare al dividendo che competeregistra quindi la delega al vicepresiva loro, deliberando inoltre 100.000
dente di compiere, oltre al presidenlire al fondo premi per alunni delle
L’assemblea
del
1960
te, le transazioni sul conto di corrielementari e studenti di scuola mespondenza con la Cassa di Risparmio
dia degli istituti locali, con importi
autorizzò il consiglio
di Trieste.
rispettivamente di 3.000 e 5.000 lire.
d’amministrazione
ad
Nell’ottobre dello stesso anno il
L’iniziativa ebbe seguito anche negli
anni successivi.
acquistare dei locali più consiglio d’amministrazione discusse
sulle raccomandazioni in merito alla
Poiché non era ancora pervenuta
grandi
per
gli
uffici.
gestione della Cassa Rurale, inviata
una risposta alla richiesta di apertura
dall’Ente Nazionale delle Casse Rurali.
di una filiale nel comune di S. Dorligo,
L’Ente, che veniva pian piano sostituito dalla Federae considerando le richieste di prestiti sempre più nuzione nazionale nelle sue funzioni, suggeriva alle casse
merose proprio da quella zona, i soci decisero di aururali di emettere i prestiti agli artigiani con rimbortorizzare il consiglio d’amministrazione, su proposta
si rateali anziché a soluzione unica. Suggeriva inoltre
dello stesso, di richiedere all’Organo di Vigilanza il
di fare attenzione all’irreprensibilità dei correntisti,
permesso di un’attività continuativa nel comune citadi verificare la loro affidabilità e di non consentire
to. Su proposta dei soci presenti, l’assemblea ridusse
lo sconfinamento dei saldi dei conti correnti, ovvero
i tassi d’interesse di base sui prestiti dall’8,5 all’8%
di non effettuare pagamenti senza copertura. L’Enper i prestiti con garanzia personale e dal 7,5 al 7%
te consigliava inoltre in modo particolare di curare
per i prestiti ipotecari.
l’istruzione professionale degli impiegati. Per quanto
L’assemblea autorizzò inoltre il consiglio d’ammiriguarda la concessione dei prestiti, suggeriva di fare
nistrazione ad acquistare dei locali più grandi per gli
attenzione all’affidabilità dei richiedenti e alla loro
uffici, in quanto i locali a disposizione erano diventati
capacità di rimborso e, non ultimo, di considerare il
inadeguati per l’attività ordinaria.
loro stato patrimoniale, cioè la proprietà di immobili.
L’attività sempre più vivace costrinse il consiglio
Nell’assemblea del 1962 si discusse nuovamente
d’amministrazione a introdurre una contabilità più
della nuova sede. Non avendo trovato locali liberi per
veloce e chiara. Questo cambiamento fu necessario
gli uffici, il consiglio d’amministrazione decise di resoprattutto a causa dei conti correnti che esigevano
perire un terreno adatto alla costruzione di un nuovo
un aggiornamento immediato della situazione di ogni
65
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Levo, delni posnetek
zemljeknjižnega izpiska iz
leta 1909. Desno, poziv C. kr.
Namestništvenega Svetnika
z dne 22.6.1909 Hranilnici naj
predstavi obraåun in razne
podatke za leto 1908, åeprav
Hranilnica ni v letu še poslovala
A sinistra, riproduzione parziale
di un estratto tavolare del 1909.
A destra, lettera dell’I.R.
Sostituto Consigliere alla Cassa
Rurale con l’invito a presentare
il bilancio 1908 ed altri dati,
sebbene in quell'anno l’istituto
non fosse ancora operativo
67
edificio nel quale adibire gli uffici e l’abitazione per
un impiegato o un custode. Le spese previste per la
realizzazione del progetto furono di venti milioni di
lire. L’assemblea lo approvò senza indugi e autorizzò
il consiglio d’amministrazione a concretizzarlo.
All’assemblea fu inoltre fissato l’importo massimo
dei prestiti con garanzia personale a 4 milioni di lire.
Furono poi eletti due nuovi consiglieri, ovvero il sig.
Ernesto Malalan e il sig. Luigi Purich, che avrebbero
poi mantenuto questo ruolo per lunghi anni. Come
sindaco fu per la prima volta eletto il dott. Carlo Gantar, che nel 1972 divenne direttore.
Dopo il trasloco in via di Prosecco 22, l’attività era
in costante espansione. Nel giugno 1963 il consiglio
d’amministrazione decise di assumere il terzo impiegato a tempo pieno, ovvero il rag. Albino Vaclik.
Nell’assemblea del 1964 si discute nuovamente
della nuova sede. Il consiglio d’amministrazione aveva scelto il terreno preparando nei dettagli il progetto
di costruzione, che era però molto più ampio rispetto
alla prima stesura. Le spese previste erano pratica-
mente raddoppiate, e ammontavano a 40 milioni di
lire. I soci approvarono il nuovo progetto senza riserve, in quanto non vi erano dubbi sul successo della
Cassa Rurale. Il bilancio del 1963, che fu approvato,
mostrava un risultato più che soddisfacente. I depositi a risparmio aumentarono durante il 1963 per ben
27,5%, ammontando a fine esercizio a 452.667.566
lire, ovvero addirittura il triplo rispetto al 1958. Una
simile e ancora maggiore crescita fu registrata dei
prestiti, che nello stesso periodo erano aumentati
da 76 a 195,6 milioni. L’utile d’esercizio ammontò a
1.805.903 lire, dopo che 980.000 lire furono accantonate in vari fondi.
Dall’assemblea fu anche ratificata la delibera del
consiglio d’amministrazione per l’acquisto di 2 azioni di 100.000 lire ciascuna come compartecipazione
all’appena fondato Istituto di Credito delle Casse Rurali ed Artigiane S.p.A. - I.C.C.R.E.A., con sede a Roma.
Dal 1964 in poi il consiglio d’amministrazione si
adoperò soprattutto per il raggiungimento dei seguenti tre obiettivi: la costruzione della propria sede,
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
l’apertura di una filiale e l’acquisizione dell’autorizzazione di cambio valute. Nel contempo, però, si nota
una nuova e maggiore collaborazione con il movimento delle casse rurali cooperative italiane, che proprio
in quegli anni rinacque nuovamente e iniziò progressivamente, ma con sempre maggiore decisione, ad
affermarsi sia nell’ambito delle singole casse rurali
sia come movimento, ovvero come parte del sistema
bancario nazionale.
Nel maggio 1964 la Cassa Rurale ricevette il permesso per la costruzione della nuova sede, e contemporaneamente il permesso per il trasloco a lavori ultimati. In base al patrimonio netto disponibile all’epoca, l’Organo di Vigilanza pretese dal consiglio d’amministrazione la costituzione con mezzi propri di un
“fondo di garanzia” dell’ammontare di 15 milioni di
lire, affinché la costruzione non influisse sulla liquidità o gravasse in qualsiasi modo sull’attività ordinaria. L’autorizzazione per l’investimento immobiliare
ammontava a 40 milioni di lire. Il fondo, per il quale
alcuni membri del consiglio d’amministrazione contribuirono con mezzi propri, rimase vincolato per più
anni, fin quando il patrimonio netto non superò notevolmente i costi della costruzione.
Come già riferito, anche la collaborazione con gli
enti centrali nazionali si rafforzava man mano. Nella riunione del 6 maggio 1965 il consiglio d’amministrazione deliberò l’apertura di un conto corrente
di corrispondenza con l’istituto bancario centrale
– l’I.C.C.R.E.A. di Roma. Nel settembre dello stesso
anno la Cassa Rurale raddoppiò la sua compartecipazione presso l’Istituto centrale a quattro azioni per
complessive 400.000 lire nominali, in quanto fu accettata la proposta di aumento di capitale dell’Istituto
da 300 a 600 milioni di lire.
Nella riunione del 7 ottobre dello stesso anno, il
presidente annunciò ai presenti la buona notizia che
il Comune aveva rilasciato la concessione edilizia. I
lavori iniziarono immediatamente, eseguiti dall’impresa edile dell’ing. Giuseppe Sosiå.
Nell’assemblea del 1966 si sarebbe dovuto deliberare le variazioni dello statuto, ma in mancanza di
un’autorizzazione preventiva dell’Organo di Vigilan-
za, l’approvazione di questo punto fu rinviata all’assemblea successiva.
Durante l’assemblea fu illustrato ai soci lo stato di
avanzamento dei lavori di costruzione e annunciata la
prevista conclusione degli stessi per il mese di ottobre. All’assemblea si discusse nuovamente dell’attività continuativa nei comuni di S. Dorligo e Sgonico.
Le richieste di crediti dai due comuni erano sempre
più numerose, e di conseguenza il consiglio d’amministrazione decise che per la Cassa Rurale si rendeva necessario richiedere l’autorizzazione a svolgere
un’attività continuativa in queste aree, senza dover
richiedere un permesso preventivo per ogni singolo
affidamento agli abitanti di questi comuni. Per il comune di S. Dorligo fu richiesta l’autorizzazione per
l’attività continuativa nonostante fosse già stata presentata la domanda per l’apertura di una filiale nella
stessa zona. L’autorizzazione sarebbe servita anche a
sostegno della domanda per l’apertura della filiale.
L’assemblea si dichiarò nuovamente a favore della richiesta per l’autorizzazione per il cambio valute. Oltre
alle motivazioni elencate nelle domande precedenti,
si fece riferimento all'imminente apertura della nuova sede e della disponibilità di spazi appropriati per
poter offrire il servizio citato. La nuova sede avrebbe inoltre rappresentato un’ubicazione ideale per
un servizio di questo tipo trovandosi a Opicina, sulla
strada principale che collegava l’Italia alla Jugoslavia. All’assemblea fu inoltre deciso il nuovo importo
massimo per i prestiti con garanzia personale, pari a
5 milioni di lire.
69
Poslovanje v lastneM sedeŒu
L’attività nella propria sede
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Nekoliko kasneje kot napovedano na obånem zboru so 22. aprila 1967 slovesno odprli novi sedež
v Bazoviški ulici št. 2. Otvoritve se je udeležilo veliko število ljudi, in kar je bilo zelo pomembno za
ustanovo, tudi krajevnih predstavnikov oblasti ter predstavnikov deželnega in državnega vodstva
gibanja zadružnega kredita. Zgradbo je blagoslovil tržaški škof.
71
Come anticipato all’assemblea, il 22 aprile 1967 fu solennemente inaugurata la nuova sede in via di
Basovizza 2. All’inaugurazione prese parte un gran numero di persone e, cosa significativa per l’istituto, anche di rappresentanti delle autorità e degli esponenti regionali e nazionali del movimento
del credito cooperativo. La benedizione fu impartita dal vescovo di Trieste.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Opominjalnica za plaåilo
zaostalih davšåin
Monitorio al pagamento di
imposte arretrate
73
In considerazione della sede appena inaugurata,
il consiglio d’amministrazione nel dicembre dello
stesso anno fece un’ennesima richiesta all’Organo di
Vigilanza per il cambio valute, descrivendo la nuova
situazione e mettendo in particolare evidenza la dislocazione della nuova sede, di fatto raggiungibile a
tutti quelli che lasciavano il Paese o vi arrivavano attraverso il valico di Fernetti.
All’inizio del 1967 il consiglio d’amministrazione controllò la situazione dei soci eliminando ben 99
soci deceduti, ma il numero complessivo dei soci superava comunque le 700 unità.
All’assemblea straordinaria dell’aprile 1967 fu
nuovamente adattato lo statuto. Per questa assemblea
fu peculiare la numerosa presenza dei soci, infatti vi
parteciparono ben 374 soci, molto di più del quorum prescritto. Come curiosità si nota che fu variato
anche il primo articolo dello statuto che prevedeva
l’attività della Cassa Rurale nei comuni di Trieste e
Monrupino. Il nuovo testo comprendeva solamente il
nome del comune di Trieste e aggiungeva “e nei co-
muni limitrofi”. L’assemblea autorizzò nuovamente il
consiglio d’amministrazione a richiedere l’autorizzazione di operare in via continuativa nei comuni di S.
Dorligo e Sgonico con l’aggiunta anche del Comune di
Monrupino. In questa occasione l’Organo di Vigilanza rispose in tempi brevi alla richiesta inoltrata, ma
in maniera affermativa solamente per il comune di
Monrupino, dove la banca, di fatto, già operava.
I cambiamenti dello statuto prevedevano inoltre
che la cooperativa venisse gestita dal “consiglio d’amministrazione” anziché da “presidente e consiglio
d’amministrazione” come era riportato fino ad allora. Inoltre, secondo il nuovo statuto, il presidente e il
vicepresidente venivano eletti direttamente dai consiglieri e non più dall’assemblea. Fu anche introdotta
una parziale scadenza dei consiglieri, nella proporzione di un terzo all’anno, anziché dell’intero consiglio contemporaneamente.
L’attività ampliata e soprattutto una maggiore disponibilità di contanti hanno fatto sì che il consiglio
d’amministrazione stipulasse una polizza assicurativa
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
bre il consiglio d’amministrazione decise di associarche prevedeva tra l’altro anche la copertura in caso di
si all’istituenda Federazione Regionale delle C.R.A.,
furto e/o rapina, assicurando il contante per un valore
che fu in seguito fondata il 14 dicembre.
di 5 milioni di lire.
Il sessantesimo anno di attività si concluse con
Nel settembre dello stesso anno, non avendo ricesuccesso. I depositi di risparmio aumentarono a
vuto ancora alcuna risposta riguardo al cambio valute
oltre 1.195.581.000 lire, i prestiti concessi a ole alla filiale, il consiglio d’amministrazione inoltrò
tre 760.292.000 lire. L’utile d’esercizio superò gli
nuovamente le due richieste all’Organo di Vigilan8.533.000 lire, dopo l’aumento di varie riserve per
za. Una copia dell’istanza precedente fu spedita anben 8 milioni di lire.
che alla Federazione nazionale di Roma, con la quale,
Nell’ultimo lustro (1964-68) i depositi a risparnell’ottobre dello stesso anno, ci fu un incontro in cui
mio e i prestiti concessi erano più che raddoppiati, i
fu espresso il supporto per le due questioni sospese.
primi passando da 522 a 1.196 milioni, e i prestiti da
Nella domanda per la filiale del comune di S. Dorli318 a 760 milioni di lire. Questi due numeri sono un
go fu sottolineata anche la disponibilità degli abitanti
chiaro segnale dello sviluppo della Cassa Rurale e non
del luogo di sottoscrivere una petizione in favore della
necessitano di alcun commento sul modo di gestione
nuova filiale.
della realtà aziendale.
In considerazione dell’attività amIl sessantesimo anno di
All’assemblea del 27 marzo 1969
pliata, il consiglio d’amministrazione
decise nello stesso mese di assumere
attività si concluse con fu approvato il bilancio d’esercizio e
al contempo anche parzialmente rinnuovi impiegati. Per assicurarsi persuccesso. I depositi di
novato il consiglio d’amministraziosonale idoneo, decise di bandire un
con­corso con esame scritto e orale. Il
risparmio aumentarono a ne. Per la prima volta fu eletto il sig.
Paolo Miliå, futuro vicepresidente
1° novembre fu quindi assunto il quar­
oltre 1.195.581.000 lire. e presidente della Cassa Rurale per
to dipendente.
mol­ti anni. Alla stessa assemblea fu
Negli ultimi mesi dell’anno si spar­
anche aumentato a 10 milioni l’importo massimo di
se la notizia che una cassa rurale friulana aveva regiun prestito con garanzia personale.
strato una perdita molto consistente per quei tempi.
Il 1969 e gli anni successivi ebbero un’influenza
Per ripianare il deficit, la Federazione nazionale chienotevole sullo sviluppo della Cassa Rurale. Già nella
se aiuto a tutte le casse rurali della regione. Il consiglio
prima metà di gennaio l’Organo di Vigilanza eseguì
d’amministrazione si dichiarò disposto a ripianare in
un controllo radicale della gestione della banca e sototo il deficit creatosi, a condizione di ricevere in camprattutto dello stato dei prestiti in essere. Con ogni
bio l’autorizzazione per la filiale nel comune di S. Dorprobabilità il controllo era legato alle richieste per
ligo. I consiglieri espressero inoltre la disponibilità di
l’apertura della filiale e del cambio valute, sebbene
garantire personalmente per il valore dell’intervenl’Organo di Vigilanza non avesse rilasciato alcuna into, per assicurare in questo modo un’attività regolare
formazione al riguardo. I risultati del controllo furono
della Cassa Rurale e per fare in modo che l’intervento
sostanzialmente positivi, in quanto non vennero alla
non avesse alcuna ripercussione sulla liquidità della
luce incongruità o irregolarità maggiori. Il rapporto
gestione. Anche questa disponibilità, però, non diede
finale tra l’altro suggeriva al consiglio d’amministraalcun risultato.
zione e alla dirigenza di fare maggiore attenzione al
Nell’aprile del 1968 la Cassa Rurale sottoscrisse
rispetto dei piani di rimborso, soprattutto dei mutui
un accordo con l’I.C.C.R.E.A., l’istituto centrale delle
ipotecari concessi. Sulla redditività dell’attività incasse rurali, per poter emettere i suoi assegni circolavece non ci furono commenti. Fu inoltre suggerito di
ri. Fino a quel momento, venivano emessi gli assegni
trasformare la Cassa Rurale da una cooperativa a recircolari della Cassa di Risparmio di Trieste. In otto-
75
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
sponsabilità illimitata in cooperativa a responsabilità
limitata, invitando nel contempo i soci e soprattutto
nuovi soci a sottoscrivere quote maggiori a quelle che
sottoscrivevano abitualmente, con lo scopo di aumentare il capitale sociale.
Nel marzo dello stesso anno il consiglio d’amministrazione decise di bandire un nuovo concorso per
l’assunzione di nuovi impiegati. Il bando fu giustificato dall’aumento dell’attività dell’istituto, nonché
dall'imminente pensionamento dell’allora direttore
sig. Giuseppe Gorkiå, al quale subentrò il 1° maggio il
sig. Sergio Bandelj.
In previsione dell’ulteriore assunzione, il consiglio d’amministrazione approvò un regolamento
interno che assegnava incarichi e responsabilità ad
ogni impiegato. L’aumento dell’attività determinò
che il direttore e il suo sostituto fossero autorizzati,
congiuntamente alla presidenza, a sottoscrivere tutti
i documenti e le transazioni contabili che la Cassa Rurale emetteva per poter operare correntemente. Fino
a marzo 1969 tale competenza spettava esclusivamente al presidente e al vicepresidente. Dopo il pensionamento del direttore sig. Giuseppe Gorkiå, nel maggio 1969 la Cassa Rurale assunse il quinto impiegato a
tempo pieno.
L’ampliamento dell’attività e soprattutto un maggior utilizzo degli assegni bancari influirono sulle decisioni di aprire conti di corrispondenza con banche
che operavano a livello nazionale e avevano filiali a
Trieste, e questo per ricevere in minor tempo possibile la conferma che i loro assegni, inviati all’incasso,
fossero stati pagati diventando così disponibili per i
depositanti. Nel mese di ottobre la Cassa Rurale aprì
un conto di corrispondenza con il Credito Italiano.
Nella riunione del 13 novembre 1969 il consiglio
d’amministrazione decise di acquistare la macchina contabile NCR 449. Si trattò di una vera novità in
quanto questa non era una normale macchina contabile bensì un vero e proprio computer che, a differenza di una macchina contabile, utilizzava delle schede
contabili magnetiche e disponeva di 200 “celle” di
memoria le quali permettevano di programmare la
macchina per le varie procedure contabili. La mac-
china consentiva il calcolo automatico degli interessi
sui depositi a risparmio, sui conti correnti e prestiti,
eseguendo al contempo anche altri lavori come vari
calcoli, piani di ammortamento, compilazione automatica di inventari, calcolo degli stipendi, ecc. L’investimento fu invidiabile per quel periodo: il prezzo
della macchina era infatti di 16.500.000 lire.
Nella stessa riunione si discusse di un incontro
con i rappresentanti della Cassa Rurale di Aurisina.
I colloqui riguardavano soprattutto la collaborazione
e gli aiuti reciproci, considerando che anche la Cassa
di Aurisina all’epoca registrava un notevole aumento
dell’attività. Si menzionò anche la possibilità di una
fusione, per la quale i rappresentanti della realtà di
Aurisina non avevano pregiudizi. Fu quindi nominata una commissione di tre membri, composta da
presidente, vicepresidente e un sindaco, che dovette
ponderare assieme agli interlocutori le possibilità di
un’eventuale fusione.
77
Uvajanje »sodobnega«
poslovanja
L’introduzione
dell’operatività “moderna”
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
V zaåetku leta 1970 se je na finanånih trgih pojavila nekakæna negotovost in tudi delno pomanjkanje likvidnosti, kar je vplivalo na porast obrestnih mer. Na seji 26.2.1070 je upravni odbor sklenil
prilagoditi obrestne mere tržnim razmeram in sprejel sklep, da se obrestne mere na prostih vlogah povišajo za pol odstotka, na vezanih pa za odstotek, obrestne mere za posojila pa kar za dva
odstotka.
79
All’inizio del 1970 si creò sui mercati finanziari una certa incertezza, accompagnata da una parziale
mancanza di liquidità. Questa situazione influì su un aumento dei tassi d’interesse. Nella riunione
del 26 febbraio 1970 il consiglio d’amministrazione decise di adeguare i tassi d’interesse alle condizioni di mercato e prese la decisione di aumentare il tasso d’interesse dei depositi liberi di mezzo
punto percentuale, su quelli vincolati invece di un punto percentuale, il tasso dei finanziamenti aumentò invece per ben due punti percentuali.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Nella stessa riunione fu deciso di assumere un altro impiegato, ovvero il sottoscritto, che fu incaricato
di preparare tutto il necessario per poter utilizzare il
computer appena ordinato la cui consegna era prevista per l’inizio del secondo semestre.
All’assemblea ordinaria di aprile fu approvato il
bilancio del 1969 e si deliberò inoltre sui tassi d’interesse, che furono fissati al 10% per i prestiti ipotecari
e all’11,5% per prestiti con garanzia personale. I soci
inoltre espressero il sostegno alla Federazione nazionale delle casse rurali ed artigiane per il lavoro che questa svolgeva a favore del movimento, soprattutto presso
il Servizio di Vigilanza della Banca d’Italia, e nell’informare il pubblico sull’esistenza e sull’attività delle casse
rurali ed artigiane. Il supporto fu dimostrato anche autorizzando i rappresentanti della banca a prender parte
all’assemblea della Federazione nazionale.
Nell’approvare la divisione degli utili i soci si
espressero in favore alla ripartizione del 10% dello
stesso al Fondo di Garanzia Regionale delle Casse Rurali ed Artigiane, istituito dalla Federazione regionale delle casse rurali ed artigiane con lo scopo di poter
intervenire con disponibilità del Fondo in caso di necessità a favore delle casse regionali.
In seguito ad ulteriori colloqui riguardo alla fusione con la Cassa Rurale di Aurisina, il consiglio d’amministrazione comunicò l’intenzione all’Organo di
Vigilanza che, con una missiva del 27 luglio 1970, si
dichiarò favorevole in linea di principio alla fusione
invitando le due casse rurali a predisporre una bozza
del nuovo statuto e di spedirla quanto prima in visione e in approvazione preventiva.
Nella riunione del 19 novembre 1970 il consiglio
d’amministrazione approvò la bozza del nuovo statuto
e delle altre disposizioni che avrebbero regolamentato la fusione. La banca avrebbe preso il nome di Cassa
Rurale ed Artigiana di Opicina e Aurisina, cooperativa
a responsibilità illimitata. Il numero dei consiglieri
sarebbe rimasto invariato e il nuovo consiglio sarebbe stato composto in proporzione al numero dei soci
delle due Casse. La rappresentanza di almeno un consigliere e un sindaco del territorio di Aurisina fu comunque garantita per il futuro.
All’ultima riunione del consiglio d’amministrazione del 1970 assistette il presidente della Federazione regionale delle casse rurali, il dott. Leopoldo
Delser. Lo scopo della sua presenza era informarsi sui
modi di svolgimento e conduzione delle riunioni dei
consigli nella varie casse rurali, e al contempo riferire
ai direttori e consiglieri delle stesse sull’attività e sui
progetti della Federazione.
Nell’assemblea ordinaria del 7 marzo 1971 prese
parte come ospite l’allora presidente della Cassa Rurale di Aurisina, Giuseppe Teråon, che ringraziò il
consiglio d’amministrazione ed i soci della Cassa di
Opicina per l’aiuto prestato alla Cassa Rurale di Aurisina per l’attività corrente, complimentandosi con
l’assemblea anche per i risultati e i successi conseguiti. I soci furono informati del progetto di fusione e
del consenso di massima dell’Organo di Vigilanza. La
previsione era che l’autorizzazione definitiva sarebbe
stata sottoscritta entro breve, conseguentemente si
prevedevano prossime le convocazioni delle assemblee straordinarie di entrambi gli istituti per l’approvazione della fusione e del nuovo statuto.
Nella riunione del 14 aprile 1971 il consiglio d’amministrazione fu informato che la Banca d’Italia e il
consiglio regionale avevano espresso il parere favorevole alla fusione. Come già detto, la fusione dovette
essere confermata dalle assemblee straordinarie di
entrambe le banche. I soci di Opicina approvarono
la fusione all’assemblea del 20 giugno 1971. Anche
la bozza del nuovo statuto fu approvata senza obiezioni, come pure la proposta di composizione del nuovo consiglio d’amministrazione e del nuovo collegio
dei sindaci. Inoltre fu previsto che la Cassa Rurale di
Aurisina avrebbe iniziato l’attività ordinaria a tempo
pieno subito dopo la fusione.
Purtroppo gli intenti e la fusione già approvata
furono annullati da un problema amministrativo. In
quel periodo una banca emiliana restituì con un ritardo di vari mesi alcune decine di milioni di assegni
protestati, nel frattempo già utilizzati dal correntista.
Questo fu il primo segnale di problemi finanziari di
due imprese collegate, e provocarono alla Cassa Rurale consistenti crediti di dubbio realizzo, e successi-
81
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
vamente inesigibili, superiori dell’allora patrimonio
sociale.
Dopo la constatazione della situazione occorsa,
il consiglio d’amministrazione si trovò di fronte a
una scelta: tenere nascosta la situazione verificatasi
all’Organo di Vigilanza – la Banca d’Italia – e portare
a termine la procedura di fusione già approvata, oppure informare della situazione imprevista e inaspettata. La scelta cadde sulla seconda opzione, in quanto
ebbero il loro peso l’opinione e la convinzione che la
Cassa Rurale dovesse avere sempre un comportamento onesto, mantenendo un rapporto di trasparenza e credibilità con l’Organo di Vigilanza. L’Organo
avrebbe potuto infatti prendere misure severe in caso
di accertamento di propria iniziativa della situazione
che si era creata, esigendo uno scioglimento forzato
della nuova realtà, ovvero di entrambi gli istituti ormai già fusi.
L’estate che seguì non fu delle più facili. A garanzia
dei finanziamenti irregolari la banca riuscì a iscrivere un’ipoteca su un terreno inedificabile di grandi dimensioni nelle vicinanze di Bologna e su alcuni
edifici parzialmente eretti che non riuscirono però
a coprire per intero l’esposizione al rischio. Tuttavia
in questi mesi critici il consiglio d’amministrazione
fu coerente e fortemente convinto di poter appianare
la situazione che si era creata e di poter trovare una
soluzione favorevole per la Cassa Rurale, per i suoi
soci, per i suoi dipendenti e per l’intera comunità.
La convinzione derivava dal fatto che l’attività aveva
degli sviluppi molto incoraggianti in quel periodo, e
incoraggiante era soprattutto l’aumento dei depositi.
La banca aveva formato nel frattempo un gruppo di
lavoro che fu in grado di tener testa alle difficoltà e,
alla fine, di superarle.
Dopo le irregolarità accertate il consiglio d’amministrazione sostituì il direttore. La funzione fu assunta, inizialmente come collaboratore esterno, dal
sindaco dott. Carlo Gantar. Ancora prima della sostituzione del direttore, il consiglio d’amministrazione
comunicò alla Banca d’Italia di essere disposto a costituire con mezzi propri un fondo speciale a garanzia della soluzione positiva della situazione che si era
creata, ovvero della copertura dell’eventuale perdita
che la Cassa Rurale avrebbe potuto registrare e avrebbe potuto non essere in grado di coprire con l’attività
ordinaria.
Il 4 ottobre 1971 iniziò nella Cassa Rurale un controllo non annunciato, ma atteso, di due ispettori della Banca d’Italia per verificare la situazione corrente.
Il controllo fu minuzioso, soprattutto a riguardo di
alcuni finanziamenti. I due ispettori si soffermarono
particolarmente sulle prospettive degli sviluppi futuri
e della redditività futura dell’istituto. In una conversazione confidenziale ammisero di essere stati inviati
per certificare la situazione e accertare l’impossibilità
della banca di salvarsi dai problemi creatisi, proponendo di conseguenza la liquidazione in quanto l’Organo di Vigilanza dubitava di un esito positivo della
situazione.
Una crescita notevole dell’attività e soprattutto un
aumento del quasi 50% dei depositi registrato in quel
periodo, l’introduzione di nuove pro­cedure contabili,
la possibilità di con­teggiare rapidamente e con precisione gli interessi e eventuali cambiamenti che potessero influire sul risultato dell’attività, i nuovi quadri
dirigenziali, la coerenza del consiglio d’amministrazione e del collegio dei sindaci, nonché la disponibilità dei consiglieri e dei sindaci ad esporsi personalmente in favore della Cassa Rurale, furono i fattori
che lasciarono un’impronta positiva negli ispettori;
essi infatti mutarono la loro convinzione iniziale convincendosi che l’istituto aveva la possibilità di salvarsi
dalla situazione che si era venuta a creare. Questo non
si poteva leggere nella relazione finale ma si poteva
intendere, in quanto non consigliarono all’Organo
centrale di nominare un commissario; il consiglio
d’amministrazione poté così gestire in modo normale
l’attività dell’istituto.
Come già accennato, nel 1971 l’attività si concluse
in modo positivo. I depositi aumentarono a 2.645 milioni di lire, registrando ben 863 milioni di aumento annuale, ovvero il 48,42% in più rispetto all’anno
precedente. Anche il risultato d’esercizio fu positivo, infatti l’utile ammontò a più di 5 milioni, dopo
l’aumento di vari fondi per più di 21 milioni, e tutto
85
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Nel luglio 1972 la Cassa Rurale subì una nuova ispequesto confermava che la banca sarebbe potuta uscire
zione da parte dei funzionari della filiale di Trieste della
dalla crisi in pochi anni senza gravi ripercussioni.
Banca d’Italia. Il controllo serviva principalmente per
Nell’assemblea che approvò il bilancio per il 1971
verificare le voci del bilancio. Nel contempo fu confu approvato di aumentare da 10 a 25 milioni l’imtrollato l’evolversi della situazione dei crediti dubbi e
porto massimo di un prestito con garanzia personadelle misure messe in atto dalla Cassa per assicurarsi il
le. Anche la nomina del direttore dott. Carlo Gantar
recupero degli stessi. Su pressione dell’Organo di Vifu ratificata all’unanimità. A nome della Federazione
gilanza fu necessario dimettere l’ex direttore Bandelj.
regionale e dell’istituto centrale I.C.C.R.E.A. prese
In considerazione dello sviluppo positivo dell’atparte all’assemblea il dott. Enrico Piacentini, il quale
tività, la banca bandì nel novembre 1972 un nuovo
annunciò ai presenti che anche le casse rurali avrebconcorso per l’assunzione di impiegati e il consiglio
bero potuto emettere prestiti pluriennali agevolati a
d’amministrazione decise inoltre che i singoli impievari settori dell’economia in base a un accordo che gli
gati avrebbero alternativamente supportato la Cassa
istituti centrali avevano raggiunto con la Banca d’ItaRurale di Aurisina la quale aveva iniziato a svolgere la
lia, con vari Ministeri ed amministrazioni regionali.
sua attività a tempo pieno proprio allora.
Anche il 1972 non fu tra i periodi più lievi per il
Al contempo il consiglio d’ammiconsiglio d’amministrazione e per
nistrazione si adoperò in quel periol’intera Cassa Rurale. L’attività, però,
L’attività aveva
do per allargare l’attività e presentò
continuava a svilupparsi in maniera
degli
sviluppi
molto
una nuova domanda per l’apertura
positiva. L’organizzazione interna e il
di un ufficio di cambio valute. La ritrasferimento delle procedure containcoraggianti in quel
chiesta si risolse questa volta in modo
bili al nuovo computer proseguivano
periodo,
e
incoraggiante
positivo, e il 18 gennaio 1973 la banca
con successo. Lo sviluppo dell’attività
ricevette l’autorizzazione per attivare
influiva positivamente sulla consapeera soprattutto
il servizio delle operazioni di cambio
volezza del consiglio d’amministral’aumento
dei
depositi.
dal primo marzo 1973. Prima della
zione, del collegio dei sindaci e dei
fine del 1972 sottoscrisse anche un
dipendenti, in quanto prevalse l’ottiaccordo con l’amministrazione regionale per poter
mismo di poter uscire da una situazione difficile.
concedere prestiti agevolati al settore commerciale in
Nonostante il notevole sviluppo, l’Organo di Vibase alle leggi regionali n° 25 dell’11 novembre 1965
gilanza congelò il progetto di fusione, seppure senza
e n° 9 del 5 giugno 1967.
comunicarlo ufficialmente. Nell’aprile 1972 il conL’esercizio del 1972 si concluse in modo soddisfasiglio d’amministrazione e il collegio dei sindaci fucente. I depositi passarono da 2.645 a 3.551 milioni
rono obbligati a costituire un fondo per la copertura
di lire, aumentando di 1.899 milioni, ovvero del 34%
di eventuali perdite che si sarebbero potute verificare
rispetto all’anno precedente. I prestiti aumentarono
a causa dei prestiti irregolari. L’Organo di Vigilanza
di 416 milioni, superando i 1.899 milioni di lire. In
pretese che il fondo si costituisse direttamente presso
percentuale aumentarono di 28 punti base. Dalla reladi loro, in contanti o con deposito di titoli. Il consiglio
zione del consiglio d’amministrazione si evince che il
d’amministrazione evase questa richiesta in breve
vicepresidente, ing. Milan Sosiå, decise di presentare
tempo. Per poter acquistare i titoli gli amministraricorso, a titolo personale, contro la legge sulle risertori e i sindaci, nonché il nuovo direttore, dovettero
ve del Carso a causa della presunta incostituzionaliindebitarsi personalmente presso il Fondo Regionale
tà della stessa, in quanto prevedeva delle limitazioni
di Garanzia, presso l’I.C.C.R.E.A. e presso la stessa
eccessive per il diritto di proprietà sui terreni senza
Cassa Rurale. Al fondo contribuì in parte anche l’ex
alcun corrispettivo o risarcimento ai proprietari.
direttore Bandelj.
87
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Nel 1973 si introducono diversi nuovi servizi che
determinano l’allargamento dell’attività. La Cassa Rurale sottoscrive un accordo con l’Ente Regionale per lo
Sviluppo dell’Agricoltura – E.R.S.A. – per la concessione di prestiti agrari a condizioni agevolate, che prevedeva anche un’eventuale garanzia dell’ente stesso
per i prestiti concessi. In ambito nazionale venne stipulato un accordo con l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale per il pagamento e/o l’accredito delle
pensioni sui conti correnti o sui libretti bancari. La
banca acquisì poi anche l’autorizzazione a offrire servizi assicurativi come rappresentante della compagnia
assicurativa del movimento cooperativo MO.CRA.
Durante i primi mesi dell’anno la Federazione nazionale decise di istituire nuovamente una “festa nazionale” di tutte le casse rurali associate che si sarebbe
tenuta a Udine. Alla notizia dell’organizzazione della
festa, la Federazione invitò le casse rurali a comunicare i nomi dei consiglieri e sindaci che contribuirono allo sviluppo del credito cooperativo per eventuali
riconoscimenti a livello nazionale. Il consiglio d’amministrazione decise di proporre due nominativi. Il
primo era quello del presidente. Il signor Giuseppe
Podobnik era allora presidente da 25 anni ininterrotti, e con la sua opera disinteressata aveva contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’istituto.
Come secondo fu scelto il presidente del collegio dei
sindaci, il dott. Luigi Antonaz, che collaborava con la
Cassa Rurale da più di 50 anni ricoprendo varie funzioni – da consigliere a presidente del collegio dei
sindaci, quest’ultima dal 1956. La commissione nazionale accettò le proposte, conferendo agli interessati un riconoscimento d’oro e d’argento.
Nella riunione del 12 settembre 1973 il consiglio
d’amministrazione approvò la proposta di aprire un
conto di corrispondenza con la Banca di Credito di
Trieste con la quale la Cassa Rurale collaborava già
da tempo, conto fino allora non attivato a causa delle limitazioni previste dallo statuto dell’epoca: esso
infatti poteva essere allora intrattenuto solo previa
autorizzazione dell’Organo di Vigilanza. Il conto in
questione fu aperto quindi dopo l’ottenimento di tale
autorizzazione.
Nello stesso anno, la Cassa Rurale festeggiò per la
prima volta in modo ufficiale la giornata del risparmio. Il 31 ottobre pubblicò un’inserzione sul Primorski dnevnik, premiando inoltre i migliori studenti delle scuole medie superiori slovene di Trieste
e i migliori alunni delle scuole medie ed elementari
delle direzioni didattiche, italiane e slovene, di Opicina.
Con il 1973 il periodo di crisi iniziato nel 1971
ebbe fine in quanto l’entità dei valori contabili conseguiti confermarono le aspettative e la convinzione che
la Cassa Rurale avrebbe continuato a espandersi superando il periodo negativo. Nonostante i risultati positivi, però, l’Organo di Vigilanza non liberò la garanzia
costituita, che rimase per lungo tempo vincolata in
attesa della soluzione definitiva, ovvero dell’incasso
totale dei crediti in sofferenza che si trascinò ancora per diversi anni creando non poche difficoltà. La
crisi che si verificò, seppur superata in breve tempo,
avrebbe poi influito per lungo tempo su ogni richiesta
di espansione dell’attività formulata dalla Cassa Rurale negli anni a venire.
La conferma dello sviluppo favorevole delle Casse
Rurali a livello nazionale fu l’autorizzazione ricevuta
dalle Casse nel Trentino e nell’Alto Adige per la costituzione di un istituto bancario regionale sia a Trento
sia a Bolzano.
L’incremento vertiginoso dei tassi d’interesse, che
verso la fine dell’anno raggiunsero anche il 18% soprattutto nei finanziamenti in conto corrente, segnò
l’attività bancaria nel 1974. In proporzione aumentarono anche i tassi d’interesse sui depositi, che in quel
periodo arrivavano a 12 o più punti percentuale. La
Cassa Rurale di Opicina, come anche le altre sul territorio nazionale, cercò in tutti i modi di opporsi alla
crescita così vertiginosa dei tassi, soprattutto di quelli
sui finanziamenti.
Ad inizio anno i rappresentanti della Cassa Rurale
ebbero una riunione con i rappresentanti della Banca d’Italia di Trieste. Tra le altre cose si discusse della
fusione. La risposta fu negativa, e la chiara condizione
per poter ricevere l’autorizzazione fu di incassare per
intero i crediti in sofferenza a Bologna. Fino alla ri-
91
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Finžgarjev dom. L’assemblea fu convocata in una sala
soluzione del problema la fusione non sarebbe stata
più capiente per via di un numero sempre maggiore
possibile.
di soci presenti.
Nel giugno del 1974 l’Organo di Vigilanza rilasciò
Lo sviluppo favorevole dell’attività, che continuò
finalmente l’autorizzazione per svolgere l’attività conanche per tutto il 1975, indusse il consiglio d’amminitinuativa anche nel comune di Sgonico, il che alleviò
strazione a cominciare a pensare seriamente di allargaleggermente l’attività, ovvero le procedure burocratire i locali, cosa che fu realizzata l’anno successivo, e di
che per la concessione di finanziamenti agli abitanti
proporre nuovi servizi quali il pagamento delle bollette
di quel comune.
per l’energia elettrica e i servizi di cassa per le scuole
Nel mese di settembre il consiglio decise di acquie per le direzioni didattiche. Sebbene sembri incredistare un nuovo computer in quanto quello in uso non
bile, anche per quest’ultimo fu necessaria l’autorizzarispondeva più alle esigenze del lavoro soprattutto
zione preventiva dell’Organo di Vigilanza, in quanto lo
agli sportelli, dove c’era ormai la necessità di un agstatuto non prevedeva espressamente di offrirlo.
giornamento sempre più veloce dei singoli rapporti e
Nel febbraio del 1975 la Cassa Rurale richiese di disoprattutto dei conti correnti.
ventare socia dell’Associazione Ban­
Verso la fine dell’anno si verificarono alcune tensioni nel movimento
Nel febbraio del 1975 la caria Italiana – A.B.I. e vi fu accolta.
Dopo la svalutazione ufficiale della
del credito cooperativo a livello naCassa
Rurale
richiese
valuta italiana, i tassi d’interesse sui
zionale; corse voce di cambiamenti
mercati finanziari iniziarono grae aggiornamenti dello statuto delle
di diventare socia
dualmente a diminuire. Gli interessi
casse rurali. La bozza delle nuove didell’Associazione
sui mutui ipotecari si abbassarono a
sposizioni prevedeva che le singole
fine anno al 13%, quelli sui depositi a
casse rurali dovessero depositare la
Bancaria Italiana –
risparmio vincolati scesero invece al
maggior parte della propria liquidità
A.B.I.
e
vi
fu
accolta.
7 – 8%.
presso l’I.C.C.R.E.A. La proposta suNei primi mesi dell’anno i rapscitò parecchio scalpore soprattutto al
presentanti di tutte e quattro le Casse rurali slovene
nord del Paese, in quanto numerose casse vedevano
(Doberdò, Savogna, Aurisina e Opicina) tennero per
in questa mossa un tentativo di riduzione della loro
la prima volta un incontro per discutere degli aspetti
libera attività che era ed è ancora il principio fondain comune, di eventuali collaborazioni e di problemamentale del credito cooperativo.
tiche generali riguardo all’attività e all’amministraL’attivazione di nuovi servizi e la possibilità di
zione. Alla riunione presenziarono anche i rappreconcedere finanziamenti a lungo termine influirono
sentanti della Federazione regionale. Questi incontri
in modo positivo sull’attività nel 1974. I depositi di
si sarebbero poi succeduti a intervalli regolari.
risparmio registrarono un aumento del 35,5%, ovVerso la fine dell’anno gli esponenti della filiale
vero 1.260 milioni di lire, raggiungendo quota 4.812
triestina della Banca d’Italia informarono il consiglio
milioni. Il numero dei depositi e dei conti correnti
d’amministrazione che un gruppo di artigiani triestini
superò le 3.500 unità. Un aumento ancora maggiore
avrebbe voluto fondare una Cassa Rurale a Trieste. Le
fu registrato dai prestiti, aumentati di 1.498 milioni,
disposizioni dell’epoca non consentivano di fondare
ovvero 79 punti percentuale rispetto al 1973, supeuna nuova cassa rurale in un comune dove ne esisterando i 3.397 milioni di lire. L’utile d’esercizio amva già una. Per questa ragione suggerirono al consimontò a 11.731.700 lire, dopo che ben 93 milioni fuglio d’amministrazione di incontrare ed includere
rono destinati a vari fondi. I soci furono informati dei
nel consiglio stesso alcuni promotori dell’iniziativa
dati sull’attività all’assemblea ordinaria che si tenne
e successivamente aprire una filiale nella periferia
per la prima volta al di fuori della banca, nel vicino
93
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
di Trieste, in modo da soddisfare le loro esigenze. In
linea di massima, consigliarono anche una locazione
tra la via Commerciale e la via Udine. I promotori del
progetto, però, non presero alcun contatto.
Nel 1975 si discusse tantissimo della costruzione
di una zona industriale libera sul Carso. La Cassa Rurale seguì scrupolosamente la situazione preparandosi ad eventuali nuove sfide, in quanto la costruzione di
tale zona avrebbe offerto delle straordinarie opportunità di sviluppo.
I dati di fine 1975 furono più che soddisfacenti: i
depositi a risparmio erano aumentati durante l’anno
per 2.627 milioni, ovvero del 44,80%, raggiungendo
8.489 milioni di lire. I prestiti aumentarono da 4.505
a 5.797 milioni, pari al 29% di crescita. Anche il patrimonio aumentò da 128 a 190 milioni, e considerato
anche il risultato annuo da ripartire a ben 225 milioni
di lire. L’utile d’esercizio ammontava a più di 37 milioni, dei quali 35 furono ripartiti tra le riserve ordinaria e straordinaria. Come si evince dal rapporto annuale allegato al bilancio del 1975, il consiglio d’amministrazione prese in esame ben 5.883 richieste di
affidamenti, approvandone solo 1.234, praticamente
una su cinque.
Già nella prima riunione del 1976 il consiglio
d’amministrazione approvò l’acquisto di un nuovo
elaboratore, che a differenza dei precedenti aveva
dei dischi magnetici integrati come memoria di base.
L’elaboratore forniva inoltre la possibilità di elaborare i dati ad una velocità decisamente più elevata. I
dati di base che venivano immessi agli sportelli venivano trasferiti al computer centrale con l’ausilio
di cassette magnetiche. Con il nuovo computer poté
essere creato anche un archivio elettronico dei dati
anagrafici di tutti i clienti che viene utilizzato, in
forma integrata e migliorata, anche dalle procedure
contabili odierne.
Nella primavera gli interessi aumentarono di nuovo, annullando il lieve calo registrato verso la fine del
1975.
Nel maggio 1976 la Cassa Rurale aprì un conto corrente presso la filiale della Banca d’Italia a Trieste.
L’apertura fu giustificata dal fatto che la Cassa forniva
ai propri soci e clienti vari servizi connessi al servizio
di tesoreria di enti pubblici, e soprattutto considerando i bonifici che l’amministrazione pubblica eseguiva a favore dei clienti della Cassa stessa.
Nella riunione dell’8 luglio il consiglio d’amministrazione decise all’unanimità di prendere parte
all’iniziativa in favore dei terremotati del Friuli Venezia Giulia. Su indicazione della Federazione regionale, tutte le casse rurali della regione contribuirono
con lo 0,5% della propria raccolta su un conto corrente speciale aperto presso l’I.C.C.R.E.A., rinunciando
agli interessi di mercato allora alti e consentendo in
questo modo all’Istituto centrale di concedere al tasso
del 3% prestiti per la ristrutturazione degli immobili
distrutti o danneggiati.
Il 10 ottobre dello stesso anno venne a mancare
all'improvviso il sig. Giuseppe Podobnik, ininterrottamente alla presidenza della Cassa Rurale dal 1950.
Egli aveva contribuito in modo determinante allo sviluppo ed all’affermazione dell’istituto, specialmente
nei primi anni della sua presidenza che furono decisivi per la successiva crescita. La sua sola presenza
era sinonimo della sicurezza e dell’affidabilità della
Cassa Rurale in considerazione della credibilità che
egli stesso godeva negli ambienti vicini e più lontani. Ancor di più però aveva contribuito con la propria
imprenditorialità ed il proprio personale disinteresse nell’adempiere la funzione affidatagli.
Nella riunione del 20 ottobre fu eletto alla presidenza l’ing. Milan Sosiå, allora vicepresidente, mentre la carica rimasta vacante fu affidata al consigliere
sig. Paolo Miliå.
Nel gennaio 1977 la Cassa Rurale iniziò a fornire ai
soci e clienti, direttamente presso i propri sportelli,
un nuovo servizio: il pagamento di varie imposte - sul
valore aggiunto, sulle persone fisiche, ecc.
In considerazione del fatto che l’Organo di Vigilanza aveva bandito l’apertura di nuovi sportelli, nella
riunione del 20 marzo 1977 il consiglio d’amministrazione deliberò di inoltrare una nuova richiesta per
l’apertura di una filiale nel comune di S. Dorligo, scegliendo come località l’abitato di Domio. La decisione
fu successivamente ratificata anche dall’assemblea.
97
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Nella riunione del 1° aprile 1977 il consiglio d’amministrazione deliberò riguardo all’organizzazione interna e decise di nominare il vicedirettore della banca,
designando a tale carica il rag. Claudio Brajnik.
A causa delle dimissioni del sindaco effettivo sig.
Albino Malalan, nel mese di maggio la funzione di
sindaco fu assunta dall’allora sindaco supplente dott.
Stanislao Soban. Nello stesso mese la Cassa Rurale fu
in grado di fornire un altro nuovo servizio, la cassa
continua, molto apprezzata all’epoca soprattutto dai
commercianti ed esercenti di Opicina, e ancora di
più da quelli provenienti dai paesi del circondario e
dalla città stessa, che in tal modo non erano più vincolati agli orari d’ufficio per il deposito di contanti e
assegni.
Nello stesso periodo il consiglio d’amministrazione dovette occuparsi di un evento spiacevole che colpì due casse rurali della regione – quella della Bassa
Friulana e quella di Aurisina. Il consiglio decise immediatamente di dare un aiuto, e distaccò il suo funzionario, rag. Milan Vremec, alla cassa di Aurisina.
Come nel caso del terremoto, anche in questo caso
agirono concordemente tutte le casse rurali regionali, conferendo l’1,5% dei depositi in un fondo di liquidità a supporto alle due casse, garantendo loro in
questo modo la tanto necessaria liquidità.
Nell’ottobre il consiglio d’amministrazione stipulò un accordo con il Fondo di garanzia regionale
per cooperative, allargando di fatto l’attività a questo
campo. A novembre si stipulò l’accordo per l’incasso
degli oneri sociali per l’INPS.
Verso la fine dell’esercizio si registrò un altro lieve
calo dei tassi d’interesse.
Il 1978 segnò i settant’anni di ininterrotta attività
della Cassa Rurale. Come uno dei primi risultati vale
la pena di menzionare la fine dei lavori di ristrutturazione della sede, con l’allargamento della sala operativa, il trasferimento della direzione e della segreteria
al primo piano dell’edificio, la riorganizzazione del
caveau e l’introduzione della già citata cassa continua.
All’assemblea ordinaria primaverile, oltre all’approvazione del bilancio 1977, delle relazioni del consiglio d’amministrazione e del collegio dei sindaci, e
della ripartizione dell’utile d’esercizio (che esamineremo più oltre), i soci discussero e votarono per una
serie di altri argomenti.
Tra le delibere va ricordata la ratifica di quella del
consiglio d’amministrazione relativa all'associarsi al Fondo nazionale di garanzia delle casse rurali
il cui fine era l’aiuto alle Casse rurali che dovessero
incontrare delle difficoltà con lo scopo principale di
salvaguardare i depositanti ovvero i depositi affidati
alle casse rurali. Questo fu il primo fondo di garanzia
nell’ambito del sistema bancario italiano. I soci inoltre confermarono la proposta di aumentare l’importo
massimo dei prestiti con garanzia personale da 50 a
100 milioni di lire, nonché la delibera del consiglio
d’amministrazione di richiedere nuovamente l’autorizzazione per l’apertura di una filiale del comune di
S. Dorligo.
Prima delle votazioni per gli organi societari, i
sindaci uscenti dott. Luigi Antonaz e arch. Pio Ulian
ricevettero una medaglia d’oro quale riconoscimento
per la pluriennale collaborazione con la Cassa Rurale.
Al loro posto furono eletti l’ing. Francesco Pisani e il
rag. Marino Milkoviå, mentre fu confermato il dott.
Stanislao Soban. Come supplenti furono eletti il dott.
Stevo Kosmaå e la prof. Silvana Resinoviå.
Durante la discussione che seguì i soci proposero
che la Cassa Rurale dovesse dedicare una maggiore
attenzione al settore artigiano e a quello agricolo, e
chiesero che i rappresentanti dei due settori fossero
più presenti nel consiglio d’amministrazione. Inoltre
proposero di aggiungere alla denominazione ufficiale solamente in italiano anche la denominazione già
affermatasi in sloveno: “Hranilnica in posojilnica na
Opåinah”. Poiché ciò era di competenza dell’assemblea straordinaria, diedero il compito al consiglio
d’amministrazione di predisporre la modifica dello
statuto e di convocare l’assemblea straordinaria nella
quale si sarebbe votato il completamento della ragione sociale e, qualora se ne fosse accertata l’utilità, anche il cambiamento da cooperativa a “responsabilità
illimitata” a cooperativa a “responsabilità limitata”.
Il 3 maggio, immediatamente dopo la conclusione
dell’assemblea, iniziò nella Cassa Rurale un’ispezio-
99
Potrdili Tržaške posojilnice in
hranilnice o plaåanih tiskovinah
in obrestih na dopisovalnem
tekoåem raåunu
Ricevute della Cassa Triestina di
Prestiti e Depositi per l’avvenuto
pagamento di stampati e di
interessi sul conto corrente di
corrispondenza
Bremenilni pismi Zveze
slovenskih zadrug za dobavljene
tiskovine
Lettere di addebito della Zveza
slovenskih zadrug – Unione
cooperative slovene per fornitura
di stampati
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
ne da parte dell’Organo di Vigilanza durante la quale
l'istituto ricevette risposta negativa riguardo all’apertura della filiale. Ciò rappresentava di per sé un comportamento atipico dell’Organo di Vigilanza, che abitualmente rimanda qualsiasi decisione alla fine di
un’ispezione.
Nello stesso mese entrò in vigore la disposizione in
base alla quale le banche dovevano obbligatoriamente
identificare tutte le persone che depositavano o ritiravano importi superiori ai 10 milioni di lire, e ovviamente annotare le loro generalità. La disposizione è
tuttora in vigore, addirittura per importi minori.
Nell’agosto 1978 entrarono in vigore per la prima
volta anche per le Casse rurali i limiti relativi all’accrescimento dei crediti concessi. L’Organo di Vigilanza decise infatti la percentuale consentita di aumento e, in caso di superamento di questa, l'obbligo
di versare un importo equivalente su un conto speciale senza interessi presso la Banca d’Italia.
Nel mese di ottobre il consiglio d’amministrazione festeggiò il settantesimo anniversario dell’attività con una festa sociale che fu organizzata nell’allora
ristorante Volnik a Repen, a cui prese parte un gran
numero di soci e ospiti. Soffermandosi con particolare accento sull’importanza del credito cooperativo e
sull’importanza di una banca cooperativa per le realtà locali, il presidente ing. Milan Sosiå, dopo il saluto
introduttivo, tenne il discorso celebrativo. Nell’occasione tre soci ricevettero il riconoscimento per la loro
anzianità nella compagine sociale: il consigliere sig.
Mario Danev e i signori Luigi Purich sen. e Vincenzo
Škerlavaj.
Nell’ottobre dello stesso anno si registrò anche
un’inserzione collettiva per il giorno del risparmio di
tutte le sei banche slovene in Italia.
Nel triennio appena descritto la Cassa Rurale registrò un successo del tutto invidiabile. I depositi a
risparmio passarono dal 1975 alla fine del 1978 da
8.489 a 21.066 milioni di lire, un aumento di 12.577
milioni che corrispondono quasi al 150%. I prestiti
concessi da 4.572 a 13.783 milioni di lire con un aumento di 9.301 milioni pari al 203%. Anche il patrimonio si irrobustì decisamente, aumentando da 190 a
623 milioni. L’utile d’esercizio dell’anno ammontò a
315.236.986 lire. Il numero di impiegati a fine anno
era di 26.
Il 29 aprile 1979 i soci si riunirono nell’assemblea straordinaria e ordinaria. Il consiglio d’amministrazione convocò l’assemblea straordinaria per
aggiornare lo statuto sociale alle proposte dei soci,
soprattutto per introdurre la denominazione bilingue, ovvero l’aggiunta al nome ufficiale “Cassa Rurale
ed Artigiana” della versione slovena “Hranilnica in
posojilnica na Opåinah”. Oltre alla denominazione
furono adattati anche alcuni articoli su suggerimento delle Federazioni regionale e nazionale delle casse
rurali, prolungando inoltre la durata fino al 2050. La
procedura per la variazione si svolse secondo le nuove
disposizioni, in quanto si doveva rispettare anche la
legge regionale sulle cooperative, e fu quindi necessario il nulla osta dell’amministrazione regionale per
i cambiamenti statutari. Da parte della Regione, come
anche dell’Organo di Vigilanza, non ci furono osservazioni e lo statuto fu accolto con tutte le variazioni
proposte dal consiglio d’amministrazione e approvate
dall’assemblea.
L’assemblea ordinaria fu piuttosto vivace. I soci
proposero di aumentare l’importo da devolvere in beneficenza, ma fu approvata la proposta del consiglio
d’amministrazione dell’importo di 20 milioni di lire.
Nella votazione del consiglio d’amministrazione ci
furono molti cambiamenti. Su proposta dei presenti
ai nomi proposti dal consiglio ne furono aggiunti altri quattro, e poi si passò al voto. Dei candidati a cui
scadeva il mandato fu rieletto solamente il sig. Luigi Purich. Al posto del consigliere deceduto Ignazio
Marc e del consigliere Albino Malalan, che diede le
dimissioni, furono eletti il dott. Stanislao Soban e il
sig. Marino Milkoviå, già sindaci effettivi. Eletto ex
novo fu invece il sig. Carlo Grgiå. Come sindaci effettivi furono inoltre eletti, su proposta del presidente, i
supplenti dott. Stevo Kosmaå e la prof. Silvana Resinoviå; come nuovi supplenti, invece, furono eletti il
dott. Vittorio Filippi e il rag. Boris Kuret.
Nel febbraio 1979 la Cassa Rurale accettò e sottoscrisse un accordo con l’amministrazione regionale
105
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
L’attività domenicale ebbe uno sviluppo notevole in
per la concessione di prestiti agevolati nei settori alquel periodo, e a partire da settembre furono assegnati
berghiero e turistico sulla base della legge regionale
alla cassa due cassieri appositi. In ottobre si registrò un
n° 34 del 4 maggio 1978. Nell’agosto la Cassa Rurale
evento straordinario per quell’epoca: la chiusura della
poté offrire ai soci e ai clienti un altro vantaggio, ovCassa Rurale a causa dello sciopero dei dipendenti in
vero la possibilità di usufruire di crediti per attività
quanto le trattative per il rinnovo del contratto di lavonel settore ittico in base all’accordo nazionale sottoro non registravano alcun progresso. Ma, come semscritto dall’istituto centrale I.C.C.R.E.A. per tutte le
pre, dopo uno sciopero a livello nazionale esse furono
casse rurali. Verso la fine dell’anno invece la Cassa di
ultimate in tempi relativamente brevi. Comunque, non
Risparmio di Trieste e la Cassa Rurale sottoscrissero
fu raggiunto alcun accordo per i funzionari e i direttori
un accordo con l’appena istituito Fondo di garanzia
delle casse rurali.
per le imprese artigiane per la concessione di crediti
Il 1° e il 2 settembre gli istituti bancari sloveni
a breve e medio termine agli artigiani con la garanzia
di Gorizia e di Trieste ospitarono i rappresentanti
del fondo.
dell’Unione delle cooperative di Klagenfurt. I consiNella riunione del 14 marzo 1979 il consiglio
glieri e gli impiegati delle casse rurali della Carinzia,
d’amministrazione prese atto della notizia che l’Ordi varie cooperative e dell’Unione
gano di Vigilanza, dopo più di un anno,
delle cooperative visitarono tutte le
aveva emesso un decreto per una pena
L’attività domenicale
banche slovene e vennero informati
pecuniaria di alcuni milioni di lire alla
ebbe
uno
sviluppo
notevole
su questa realtà finanziaria ed econoCassa Rurale, in quanto gli ispettori
avevano accertato che diversi cittadiin quel periodo, e a partire mica.
Nella riunione del 28 novembre
ni jugoslavi, che allora lavoravano nel
da
settembre
furono
1979 il consiglio d’amministrazione
territorio triestino, avevano dei depositi di risparmio aperti presso la Cassa
assegnati alla cassa due deliberò l’assunzione di due nuovi
impiegati, tra cui la prima impiegaRurale nonostante questa non avesse
cassieri
appositi.
ta della Cassa Rurale. Il numero dei
avuto l’autorizzazione in merito, condipendenti aumentò così a 32. Nella
travvenendo alle disposizioni della
riunione del 3 dicembre 1979 il consiglio d’ammilegge 380 dell’anno 1939.
nistrazione approvò l’acquisto di un nuovo centro di
Verso la fine di marzo il mercato finanziario si
calcolo che offriva la possibilità di un’elaborazione
placò e i tassi d’interesse registrarono un lieve calo.
“on line” di tutte transazioni dell’attività contabile e
Il consiglio d’amministrazione deliberò di ridurre i
bancaria in generale.
tassi d’interesse sui prestiti di un punto percentuale
Nonostante la situazione finanziaria poco chiara,
e quelli sui depositi di mezzo punto percentuale. Nol’attività nel 1979 fu molto consistente. La richiesta di
nostante il periodo tranquillo sui mercati finanziari,
prestiti fu eccezionale e il consiglio d’amministraziol’Organo di Vigilanza estese i limiti per l’accrescine dovette riunirsi per ben 94 volte. Il valore dei premento dei crediti fino a fine settembre. Il provvedistiti accolti aveva superato i 20 miliardi. Durante l’anmento però non raggiunse il suo scopo, ovvero la stano i prestiti aumentarono di oltre 7,1 miliardi, ovvero
bilizzazione dei tassi d’interesse, e in settembre quedel 54%, superando a fine anno i 20,3 miliardi. I desti iniziarono nuovamente a salire. Nei primi giorni
positi a risparmio aumentarono invece del 36%, ovdi dicembre l’Associazione Bancaria Italiana invitò i
vero di 7,6 miliardi, superando i 28,6 miliardi di lire.
suoi soci ad adeguare i tassi d’interesse ai clienti miL’utile d’esercizio superò i 487 milioni. Questi sono i
gliori - il cosiddetto “prime rate” al 19,50%. La Casdati contabili più rilevanti esposti dal consiglio d’amsa Rurale all’epoca non praticava dei tassi così alti sui
ministrazione per il 1979 e approvati dai soci all’asprestiti.
107
Potrdilo Zadružne zveze v Trstu
za prejete menice na unovåenje
in spremno pismo revizijskega
zapisnika in poroåila
Conferma di ricevimento di
effetti all’incasso della Zadružna
zveza v Trstu – Federazione fra
Consorzi a Trieste e la lettera
accompagnatoria al verbale
ed alla relazione dell’effettuata
ispezione
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
semblea. Per la prima volta vennero evidenziati nella
relazione gli interventi a favore della comunità, che
nell’anno ammontarono a 11.351.000 lire. I soci approvarono inoltre la proposta di aumentare l’importo
massimo dei prestiti con garanzia personale da 100 a
150 milioni di lire. Durante le elezioni nel consiglio
ci furono dei parziali cambiamenti, in quanto furono
confermati l’ing. Milan Sosiå e il sig. Carlo Guštin ed
eletti per la prima volta il sig. Silvano Åok e il p.i. Dragotin Danev.
L’insicurezza e l’instabilità del mercato finanziario continuarono anche nei due anni successivi. Già
all’inizio del 1980 il tasso ufficiale di sconto aumentò
dal 12,5 al 15%. La conseguenza diretta fu l’aumento
dei tassi sui finanziamenti, in media del 3%; i depositi
a risparmio inizialmente un po’ meno. Il periodo che
seguì fu caratterizzato da un alto tasso d’inflazione. Il
debito pubblico in Italia aumentava costantemente,
il che costrinse lo Stato a emettere dei titoli a breve
termine (Buoni Ordinari del Tesoro – B.O.T.) con
alti tassi d’interesse. Per mantenere almeno in parte
il potere d’acquisto dei loro risparmi, i risparmiatori
optavano sempre più di frequente per la sottoscrizione dei titoli, il che influì decisamente sulla liquidità
dei mercati finanziari.
Nel mese di marzo la Banca d’Italia accentuò le limitazioni per l’accrescimento dei crediti con la speranza di contenere almeno in parte l’inflazione, ma
praticamente non ebbe successo. A causa dell’alto
tasso d’inflazione i risparmiatori optavano sempre
più di frequente per gli investimenti immobiliari
che mantenevano e aumentavano il loro valore, e lo
facevano spesso contraendo un mutuo. Nella seconda metà dell’anno i tassi d’interesse aumentarono di
nuovo in modo consistente. Anche il tasso ufficiale
di sconto registrò un nuovo aumento dell’1,5%, raggiungendo il 16,5%.
Verso la metà dell’anno il regresso dei depositi
a risparmio diventò un vero e proprio problema del
sistema bancario italiano. Le casse rurali ne furono
parzialmente risparmiate. Anche la Cassa Rurale registrò una parziale mancanza di liquidità, non dovuta
al regresso dei depositi a risparmio bensì all’enorme
richiesta di mutui, soprattutto ipotecari. Il consiglio
d’amministrazione teneva scrupolosamente sotto
controllo la situazione, che però non provocava troppe preoccupazioni anche per il fatto che i rimborsi
mensili ammontavano mediamente a oltre un miliardo di lire, e quindi garantivano dei flussi mensili di
liquidità più che soddisfacenti.
Il problema della liquidità e la situazione economica generale fu discussa anche in una riunione presso
la Banca d’Italia che suggerì alla Cassa Rurale di mantenere una notevole liquidità a causa delle previsioni
economiche instabili. Riguardo ai provvedimenti e il
controllo della liquidità già messi in atto, decisamente apprezzati dall’Organo di Vigilanza, fu caldamente
consigliato che la Cassa Rurale abbassasse il rapporto
tra i prestiti e i depositi, in quel momento dell’80%.
Nella riunione del 26 marzo 1980 il consiglio d’amministrazione deliberò di sostenere le spese di stampa
assieme alla Banca di Credito di Trieste dell’Annuario
“Izvestja”, che comprendeva i risultati degli scrutini
finali, gli elenchi del personale docente ed altri dati
delle scuole slovene a Trieste per gli anni scolastici
1973/74, 1974/75 e 1975/76. Il sostegno della Cassa
Rurale per questa pubblicazione continuò anche negli
anni successivi ed è presente ancor oggi.
Nella riunione del 25 giugno 1980 il consiglio
d’amministrazione deliberò l’aumento delle compartecipazioni presso la Federazione regionale delle
casse rurali. L’aumento di capitale della Federazione
regionale era finalizzato all’acquisto della nuova sede,
in quanto gli uffici di quel periodo erano diventati ormai inadatti a ospitare l’attività ordinaria, e soprattutto all’installazione del centro elettronico regionale, al
quale aderì la metà delle casse rurali della regione. La
compartecipazione della Cassa Rurale nella Federazione aumentò da 230.000 a 70.200.000 lire.
Anche la Cassa Rurale dovette affrontare la problematica dell’allargamento o di una nuova sede. Il consiglio d’amministrazione discusse in molte occasioni
sulla necessità di ampliare la sede, oppure di costruirne una nuova nel vicino Centro Mariano. Il nuovo
piano regolatore comunale, appena approvato, inserì
però quella zona tra quelle destinate all’interesse pub-
109
Imenik ålanov in strank
iz leta 1909
Elenco di soci e clienti
del 1909
Povzetek obraåuna
podeljenega posojila
21. oktobra 1910.
Rendiconto del finanziamento
concesso in data 21 ottobre
1910 dalla Cassa Triestina
di Prestiti e Risparmi.
Revizijski pregled blagajniške
knjige dne 24. junija 1925.
Pregled je opravil predstavnik
Zadružne zveze iz Trsta
Controllo del libro cassa
durante la revisione in data
24 giugno 1925. La revisione
è stata effetuata da un
incaricato della Zadružna
zveza iz Trsta - Federazione
fra Consorzi a Trieste
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
blico, il che impediva la programmata costruzione in
quanto la Cassa Rurale era ed è un soggetto privato.
Nonostante l’incertezza andarono avanti le trattative
per un eventuale acquisto o affitto dei locali qualora
nel centro fosse stato possibile ristrutturare o costruire i locali di cui la Cassa aveva urgente bisogno.
Nell’ottobre i soci si recarono in gita sociale nel
Veneto, dove visitarono alcune cooperative e alcuni
siti d’interesse turistico, come il museo del vino. Non
mancò nemmeno il pranzo d’onore che diede un’impronta particolare alla gita.
Il festeggiamento della giornata del risparmio fu
nuovamente un’iniziativa comune dei sei istituti bancari sloveni. Oltre ai premi e alle inserzioni collettive
nei giornali sloveni, alla Radio Trst A fu organizzata
una tavola rotonda sul tema del risparmio a cui prese
parte un rappresentante di ciascun istituto.
Nel mese di marzo ci fu l’inaugurazione della nuova sede della Cassa Rurale di Doberdò, e in novembre
quella della Banca Agricola di Gorizia.
In dicembre i dipendenti, i consiglieri e i sindaci
si riunirono ad un nuovo “incontro” dedicato principalmente ai loro bambini in quanto la Cassa Rurale organizzò per la prima volta la festa di San Nicolò,
dando inizio ad una tradizione tuttora viva.
I risultati dell’esercizio furono positivi. I depositi
a risparmio che a fine anno ammontavano a 35 miliardi di lire, aumentarono durante l’anno di 6,3 miliardi, ovvero del 22%. I prestiti registrarono durante
l’anno un aumento da 20,3 a 27,9 miliardi di lire, pari
al 37%. L’utile d’esercizio ammontò a 1.126 milioni
di lire, superando così per la prima volta il miliardo,
il che consentì al patrimonio sociale di superare i 2
miliardi di lire.
All’assemblea che approvò il bilancio del 1979, tenutasi nella sala della Casa di cultura – Prosvetni dom
di Opicina, i soci appoggiarono nuovamente la proposta del consiglio d’amministrazione per l’apertura
di una filiale nel comune di S. Dorligo. Deliberarono
inoltre la proposta di aumentare i prestiti con garanzia personale da 150 a 200 milioni di lire. Alle elezioni
per il consiglio d’amministrazione furono confermati
i consiglieri p.e. Paolo Miliå e sig. Ernesto Malalan,
oltre all’intero collegio dei sindaci. Per prima volta fu
eletto come consigliere il rag. Corrado Andolšek.
All’assemblea straordinaria che si tenne lo stesso
giorno, lo statuto fu nuovamente adattato, in quanto
furono apportate varie aggiunte suggerite dalla Federazione nazionale e anche dal Ministero delle finanze. Tra l’altro fu inclusa la possibilità di accettare tra
i soci anche i residenti dei comuni limitrofi, dove la
Cassa Rurale era autorizzata a svolgere l’attività continuativa, nonché le cooperative e i consorzi agricoli
a condizione che non fossero già soci di un’altra cassa
rurale. L’elenco dei servizi delle operazioni che potevano essere espletati dalle casse rurali fu esteso. Al
consiglio d’amministrazione furono assegnate maggiori competenze riguardo l’amministrazione delle
casse rurali, soprattutto per quel che riguardava l’introduzione di nuovi servizi, per i quali era comunque prevista e necessaria la delibera dell’assemblea e
un’eventuale autorizzazione dell’Organo di Vigilanza.
Fu inoltre fissato il numero dei componenti il consiglio d’amministrazione da 7 a 11, materia la cui decisione spetta appunto all’assemblea.
Il 1981 fu alquanto incerto dal punto di vista economico. L’alta inflazione tormentava ancora l’economia che oltre al continuo aumento dei prezzi delle materie prime dovette affrontare gli elevati tassi
d’interesse che già nel mese di marzo registrarono un
nuovo aumento di più dell’1%. Nel contempo, la Banca d’Italia vigilava sull’aumento dei crediti, per i quali
vigeva la limitazione annuale di crescita del 12%, il
che costringeva le imprese a ricorrere ad altri tipi di
indebitamento, soprattutto il leasing.
Nel febbraio dello stesso anno le quattro casse rurali slovene associate alla Federazione regionale si
riunirono e stabilirono che la Federazione avrebbe
dovuto pubblicare delle inserzioni anche nei giornali
locali sloveni quando promuoveva l’attività ed i servizi delle casse rurali. Inoltre si accordarono con la
Federazione affinché almeno due loro rappresentanti
fossero eletti nel consiglio d’amministrazione o nel
collegio dei sindaci della stessa.
Del problema della sede non si occupò solo il consiglio d’amministrazione ma anche i dipendenti che,
113
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Agricola di Gorizia e di tre dei maggiori cambi valutramite i loro rappresentanti, portarono il problema
te concordarono di pubblicare nel fine settimana nei
dinanzi al consiglio nella riunione collettiva ad inizio
giornali sloveni e all’epoca ancora jugoslavi, il cambio
febbraio. Gli impiegati si rendevano conto che l’attra il dinaro e la lira, per evitare almeno in parte, o
tività non poteva crescere adeguatamente se la Cassa
quantomeno attenuare, le speculazioni di cambio che
Rurale non si fosse procurata dei nuovi e più ampi
si verificavano con l’arrivo di acquirenti jugoslavi a
locali. Nonostante la situazione economica generaTrieste, a Gorizia e nei dintorni.
le non propizia, l’attività si allargava di continuo, e
In settembre quattro rappresentanti di ciascuna
con essa il numero dei dipendenti; di conseguenza
Cassa Rurale si recarono in visita alla Federazione
gli spazi a disposizione si restringevano. I dipendenti
regionale delle casse rurali, alla Federazione delle
inoltre raccomandarono al consiglio di ringiovanire
cooperative e ad alcune casse rurali dell’Alto Adige,
le fila dei soci con lo scopo di garantire un più stabile
per conoscere la loro specificità soprattutto linguistisviluppo futuro dell’istituto.
ca, ovvero l’utilizzo della lingua tedesca nell’attività.
La Cassa Rurale si adoperò come sempre per l’inQui ebbero l’occasione di “scoprire” un nuovo mondo
troduzione di nuovi servizi. In base all’accordo con la
nell’ambito della cooperazione, non solo bancaria.
Bancamericard Visa, nel giugno 1981 fu autorizzata
Per la celebrazione della festa dei
a rilasciare, per il tramite dell’istituto I.C.C.R.E.A., le carte di credito Nonostante la situazione soci, il consiglio d’amministrazione
decise di organizzare una gita sociale.
che proprio in quel periodo iniziaroeconomica
generale
Come destinazione fu scelta la Carinno a diffondersi. Inoltre, sempre con
l’I.C.C.R.E.A., la Cassa Rurale connon propizia, l’attività zia e la visita alle realtà cooperative
slovene della regione. Sei autobus
cordò di poter valutare, a nome dello
si
allargava
di
continuo,
pieni portarono il 26 ottobre in Castesso, le richieste di finanziamenti
rinzia ben 302 partecipanti. La visita
economici più consistenti che sarebe con essa il numero
delle cooperative della Carinzia, la
bero poi stati gestiti congiuntamente.
dei
dipendenti.
loro ospitalità e la visita dei luoghi
Considerando le numerose richied’interesse della regione, tra cui il
ste di prestiti, nella riunione del 15
villaggio Maria Saal con la famosa chiesa ed il vicino
giugno 1981 il consiglio d’amministrazione nominò
trono ducale, entusiasmarono i partecipanti che riun comitato esecutivo al quale fu conferita la compeportarono un bel ricordo della gita.
tenza di concedere prestiti fino a 5 milioni.
Per alleviare almeno in parte la ristrettezza dei
Nel 1981 la Cassa Rurale accolse per la prima volta
locali, il consiglio d’amministrazione deliberò nella
ad un’esperienza lavorativa alcuni studenti dell’istituto
riunione del 23 novembre 1981 di acquistare l’immotecnico statale Žiga Zois. L’accordo fu raggiunto anche
bile in via Nazionale al numero civico 47, conosciuto
con la mediazione dell’Unione Regionale Economica
come l’ex “Micel”. L’edificio sarebbe stato ristruttuSlovena, che analizzò la situazione dal punto di vista
rato, ed in esso sarebbero stati trasferiti la sala riufiscale e delle assicurazioni sociali. Sempre con la menioni, l’archivio e il centro di calcolo.
diazione dell’U.R.E.S., i rappresentanti delle banche
La Banca d’Italia in quel periodo indugiava con le
slovene già nel mese di giugno raggiunsero un accordo
risposte alle richieste di apertura di nuove filiali, e
per le iniziative comuni in occasione della giornata del
non solo alla Cassa Rurale. Riguardo alle casse rurali,
risparmio, per un calendario in comune e per le insi vociferava che l’Organo di Vigilanza avrebbe preserzioni nei giornali sloveni degli auguri in occasione
ferito autorizzare l’apertura di nuovi istituti piuttosto
delle feste natalizie, di capodanno e pasquali.
che l’apertura di filiali. Per discutere della possibiliNel mese di giugno i rappresentanti della Cassa
tà di costituirne uno nuovo e sloveno nel Tarvisiano
Rurale, della Banca di Credito di Trieste, della Banca
115
Obraåun petega poslovnega
leta - 1913
Bilancio del quinto anno
di attività - 1913
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
fu organizzata una riunione tra i rappresentanti delle
quattro casse rurali slovene già esistenti che, qualora ne fosse stata aperta una nuova, avrebbero voluto
esserne le promotrici. Purtroppo le voci si rivelarono infondate. Nella stessa riunione si discusse della
cooperazione sia tra i quattro istituti sia anche con
la Banca di Credito di Trieste e la Banca Agricola di
Gorizia. Tutti si trovarono d’accordo sull’importanza
della cooperazione tra i sei istituti bancari.
Sempre nello stesso anno, la Cassa Rurale decise
di supportare alcune iniziative maggiori a favore della comunità. Tra queste vale la pena di menzionare
la copertura delle spese di costruzione della palestra
sul “Pikelc”, costruita dalla società sportiva Polet, per
l’ammontare di 25 milioni. Nello stesso anno i contributi superarono i 60 milioni. La Cassa Rurale si unì
all’iniziativa a livello nazionale delle casse rurali in favore dei terremotati nella Campania e nella Basilicata.
All’assemblea che approvò il bilancio del 1981 con
l’utile d’esercizio di 1.428.075.587 lire, i presenti accolsero la proposta del socio Vittorio Sossi, aumentando l’importo destinato alla beneficenza da 80 a
120 milioni di lire. Fu anche approvata la proposta
del consiglio d’amministrazione di presentare la domanda all’Organo di Vigilanza per l’attività continuativa nel comune di Muggia. All’inizio dell’assemblea
vennero lette le congratulazioni della Banca di credito
di Trieste per il successo nell’attività e il sempre maggiore significato e influenza che la Cassa Rurale aveva
nella realtà locale. Dagli interventi dei soci era chiaro il desiderio che nelle assemblee non ci si limitasse
all’analisi dei dati bancari ma si analizzassero e deliberassero anche gli interventi a favore della comunità
economica e dell’intera comunità locale, per la quale
la Cassa Rurale diventava sempre più importante. Alle
votazioni per il consiglio d’amministrazione furono
confermati i consiglieri sig. Luigi Purich e dott. Stanislao Soban, mentre i nuovi eletti furono il sig. Alfonso Guštin e il p.i. Dušan Pangerc.
Il primo giorno di lavoro del 1982 rappresentò
una novità per i soci e i clienti della Cassa Rurale che
sui propri libretti di risparmio, conti correnti e prestiti trovarono gli interessi maturati già riconosciuti
oppure addebitati. Il calcolo degli interessi era stato
molto più veloce grazie all’utilizzo del nuovo computer, sebbene non fossero state ancora portate a termine tutte le procedure che sarebbero poi state introdotte durante l’anno.
Nel marzo dello stesso anno le Casse rurali di
Opicina e Aurisina, assieme alla Banca Antoniana di
Padova e Trieste, acquisirono all’asta il servizio di
cassa per l’Azienda sanitaria triestina, assicurandosi un servizio precedentemente gestito dalla Cassa di
Risparmio di Trieste che fu attivato il 1° aprile dello
stesso anno, e proseguì per lunghi anni ancora con la
gestione congiunta.
Ad inizio marzo iniziò l’abituale ispezione dell’Organo di Vigilanza che durò per ben tre mesi. L’ispezione non accertò grosse irregolarità e si concluse con
una valutazione finale positiva per l’istituto.
Sempre all’inizio del 1982 la Cassa Rurale si assicurò il diritto di venire inclusa in un nuovo tipo
di servizio fin dalla sua attivazione iniziale, ovvero
il collegamento alla rete delle casse automatiche –
bancomat. Il collegamento al bancomat era all’epoca
alquanto difficile, e per l’inizio dell’attività furono
previsti in Italia solo 354 sportelli bancomat. Oltre a
questo, vigeva la regola che nei luoghi piccoli poteva
esserci un solo sportello e la Cassa Rurale si aggiudicò
la precedenza per Opicina. Nel Friuli Venezia Giulia
all’epoca solo tre casse rurali facevano parte della rete
bancomat. L’avvio vero e proprio fu però alquanto ritardato per difficoltà tecniche impreviste della società che predisponeva le procedure per l’introduzione
del servizio.
L’atmosfera positiva per i due risultati appena
menzionati fu però smorzata dalla risposta negativa
alla richiesta di apertura di una filiale nel comune di
S. Dorligo.
Come già detto in precedenza, il consiglio d’amministrazione era in trattativa con i rappresentanti
del Centro Mariano per un’eventuale costruzione della nuova sede. Seguirono numerose riunioni che non
portarono all’accordo sperato. C’era infatti bisogno di
una variante del piano regolatore che veniva parzialmente modificato per Opicina. Inoltre non ci fu ac-
117
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
cordo sull’effettivo utilizzo dei locali, ovvero del terreno. Le spese previste per una ristrutturazione totale
del complesso furono inaccettabili per la Cassa Rurale
e le trattative furono interrotte. Dopo l’acquisto degli immobili in via Nazionale 47, dove si intendeva
trasferire la sala per le riunioni, l’archivio e il centro
dati, il consiglio d’amministrazione decise di cercare
con maggiore intensità altre soluzioni. Nel frattempo
si cercava di riadattare per quanto possibile la sede.
Verso la fine dell’anno, a causa delle nuove prescrizioni entrate in vigore per i docenti universitari,
il presidente del collegio dei sindaci ing. F. Pisani annunciò le proprie dimissioni dalla sua funzione che
mantenne fino all’assemblea.
Ancora nel 1982 è da citare anche un evento particolare per le nostre quattro casse rurali. L’11 e 12 dicembre i quattro istituti furono visitati dal presidente
della Federazione nazionale e dell’istituto centrale
I.C.C.R.E.A., il dott. Enzo Badioli, che fu accompagnato dal presidente e dal direttore della Federazione regionale dott. Leopoldo Delser e geom. Adelino
Melchior. Gli autorevoli ospiti ebbero l’occasione
di visitare le nostre sedi e alcuni siti d’interesse generale dei nostri luoghi. Nell’occasione furono presentate loro la nostra realtà e la nostra specificità, e
descritto il nostro ricco passato nell’ambito della cooperazione. Nella riunione, alla quale presero parte
anche i dipendenti, il presidente Badioli ebbe modo
di elogiare l’attività della quattro casse rurali anche
in considerazione dell’appartenenza nazionale. Come
curiosità citò di aver sentito per la prima volta degli
sloveni in Sardegna, quando da ufficiale comandava
a una compagnia composta da soli sloveni del Litorale, appartenenti ai cosiddetti “battaglioni speciali”.
Tra di loro aveva osservato il senso di responsabilità,
l’ordine e il rispetto che dimostravano nei confronti
di tutti. Quando scoprì la nostra appartenenza nazionale, accolse l’invito di buon grado. Ovviamente, nella riunione fu anche ribadita la delusione di non aver
ottenuto l’autorizzazione per l’apertura della nuova
filiale.
Inoltre, sempre nello stesso anno, nell’ambito re­
gio­nale del nostro movimento, la compagnia assicu­
rativa ASSIMOCO preparò una polizza assicurativa
globale per le casse rurali che copriva tutti i maggiori
rischi operativi e ovviamente un’assicurazione di base
degli immobili. La polizza fu sottoscritta nell’anno
successivo da tutte le casse rurali. L’istituto centrale
I.C.C.R.E.A. invece, nello stesso anno acquisì lo status
di banca autorizzata per l’attività con l’estero, e questo
consentiva anche alle casse rurali di poter offrire dei
servizi aggiuntivi nel commercio internazionale.
Il mercato finanziario si placò lievemente nella seconda metà dell’anno. Dopo i tassi d’interesse
ancora molto alti e un loro ulteriore aumento nella
prima metà dell’anno, si registrò infatti un lieve abbassamento degli stessi. L’asta per i Buoni del Tesoro
di giugno registrò lo 0,25% di calo nella redditività in
confronto al mese precedente. In agosto si registrò un
abbassamento del tasso ufficiale di sconto, dal 19 al
18%. Dal luglio una modifica della legislazione, eliminando di fatto il segreto bancario, acconsentì agli
uffici fiscali di esigere dalle banche, senza previa autorizzazione giudiziaria, i dati relativi ai conti dei contribuenti, contro i quali si manifestava l’intenzione di
introdurre controlli fiscali.
119
Petinsedemdeset let
poslovanja
Settantacinque anni
di attività
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Obåni zbor, ki je odobril obraåun za leto 1982, so pozdravili številni gostje, med katerimi bi omenili
predsednika nabrežinske hranilnice g. Gvida Zidariåa, dr. Vita Svetino, predsednika Slovenskega
deželnega gospodarskega združenja, in g. Alojzija Debelisa, predsednika Kmeåke zveze.
121
L’assemblea che approvò il bilancio 1982 fu salutata da numerosi ospiti, tra cui il presidente della
Cassa Rurale di Aurisina, il sig. Guido Zidariå, il dott. Vito Svetina, presidente dell’Unione regionale
economica slovena, e il sig. Luigi Debelis, presidente dell’Associazione agricoltori.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Oltre alle numerose congratulazioni, alcuni interventi dei soci furono anche critici. Il socio Nicola Kos­
mina obiettava al consiglio d’amministrazione di non
aver utilizzato pienamente l’importo che l’assemblea
precedente aveva destinato per beneficenza, e di non
aver così supportato a sufficienza la comunità locale.
Il sig. Vojko Kocajnåiå, a margine alle congratulazioni
per l’attività, espresse la convinzione che la Cassa Rurale non si dedicava abbastanza allo sviluppo dell’economia locale, propose una serie di premi per le tesi di
laurea specificamente indirizzate nell’ambito economico aiutando così la formazione di quadri e invitò a
sostenere di più anche le attività culturali e sportive.
Riguardo alla convenzione sottoscritta con il Fondo di garanzia per le imprese artigiane, l’assemblea,
su proposta del consiglio, fissò il limite delle garanzie
che potevano essere prestate dal fondo a 700 milioni,
mentre per le rimanenti garanzie personali fu confermato l’importo di 200 milioni.
Durante la votazione dei consiglieri ci fu una sorpresa, in quanto furono confermati i consiglieri Silvano Åok, Dragotin Danev e Carlo Guštin. Come quarto
consigliere al posto del presidente, ing. Milan Sosiå,
fu eletto con tre voti di differenza il dott. Vladimir
Vremec. Come presidente del consiglio dei sindaci, al
posto dell’ing. Pisani, fu eletto il dott. Stevo Kosmaå
che copre questa funzione tuttora, come sindaco effettivo fu eletto il sig. Marino Milkoviå e come sindaco supplente il dott. Vittorio Filippi.
Nella prima riunione dopo l’assemblea, il consiglio
d’amministrazione elesse alla presidenza il vicepresidente Paolo Miliå, e a vicepresidente il consigliere
Carlo Guštin. Purtroppo, a pochi giorni dall’elezione
ci fu l’inaspettato decesso del sindaco Marino Milkoviå. Considerando che entrambi i supplenti non erano
in grado di assumersi la funzione di sindaco effettivo,
nell’assemblea di giugno i soci elessero a sindaco effettivo il dott. Marjan Bajc, come supplenti invece il
dott. Adriano Sossi e il sig. Giovanni Sossi.
Il 1983 non fu tanto positivo dal punto di vista economico. La crisi fu sentita tanto di più sul nostro territorio, dove fu in regresso soprattutto il settore industriale pubblico, e di conseguenza le attività portuali e
commerciali. Nonostante questo, nell’ambito bancario furono registrati i primi cambiamenti positivi: un
leggero abbassamento dei tassi d’interesse e l’abolizione delle limitazioni sulla concessione dei prestiti.
Verso la fine di gennaio la Cassa Rurale ricevette
una visita del console generale jugoslavo a Trieste,
Drago Mirošiå, che si complimentò con l’istituto per
l’attività fruttuosa augurandogli di poter ottenere in
tempi brevi un’attività regolare con le banche slovene
e jugoslave. Questa fu la prima visita di un diplomatico jugoslavo alla Cassa Rurale. Nello stesso periodo
i rappresentanti dell’istituto presero parte alla cerimonia del centenario della prima cassa rurale, fondata nell’impero austro-ungarico a Slovenske gorice, e
che all’epoca svolgeva ancora la sua attività nell’ambito delle “Hranilno-kreditne službe” - il sistema delle
casse rurali in Slovenia.
Il consiglio d’amministrazione continuava nel
frattempo a vagliare l’ipotesi dell’allargamento della
sede. Ci furono numerose riunioni con vari esperti e periti, con i rappresentanti del Centro Mariano
e tecnici comunali, con i quali si cercava di trovare
un’eventuale soluzione per un adattamento del piano
regolatore che consentisse la costruzione o l’allargamento della sede di allora, in via di Basovizza.
Oltre all’attività ordinaria, il 1983 rappresentò
qualcosa di speciale per la Cassa Rurale: il settantacinquesimo anniversario della sua fondazione. I festeggiamenti e tutte le attività ad essi collegati furono veramente qualcosa di straordinario ed ebbero una risonanza che sconfinava oltre il comprensorio di Trieste.
Gli obiettivi dei festeggiamenti non furono solamente la celebrazione ma anche la promozione della Cassa Rurale che, nonostante i lunghi decenni di
attività, era ancora sconosciuta a numerosi cittadini
triestini. Una presenza mediatica massiccia e altre
iniziative pubblicitarie come la distribuzione a tutte
le scuole triestine di quaderni che avevano sulla copertina un logo speciale del settantacinquesimo anniversario, e l’affissione di poster in tutto il territorio
triestino, unite alla celebrazione, influirono molto
positivamente sulla visibilità dell’istituto. Ancora più
successo ebbe il libro Prgišåe Krasa – Una manciata di
123
Levo, obåni zbor 1975 – zadnji na
sedežu Hranilnice, predsedstvo:
predsednik nadzornega odbora
Alojz Antonaz, predstavnik deželne
zveze hranilnic, predsednik
upravnega odbora Josip Podobnik,
podpredsednik upravnega odbora
Milan Sosiå, ravnatelj Drago Gantar
A sinistra, assemblea dei soci 1975
– l’ultima presso la sede sociale,
la presidenza dell’Assemblea (da
sinistra verso destra): il presidente
del collegio dei sindaci Luigi
Antonaz, un rappresentante della
Federazione Regionale delle Casse
Rurali, il presidente del consiglio
di amministrazione Giuseppe
Podobnik, il vice presidente del
consiglio di amministrazione Milan
Sosiå, il direttore Carlo Gantar
Desno z vrha, Finžgarjev dom:
obåni zbor 1974, predsedstvo:
Alojz Antonaz, Josip Podobnik,
Milan Sosiå in Drago Gantar.
A destra dall’alto, Centro Giovanile
Finžgarjev dom: assemblea dei soci
1974, la presidenza: Luigi Antonaz,
Giuseppe Podobnik, Milan Sosiå,
Carlo Gantar.
Prvi obåni zbor v Prosvetnem domu
na Opåinah leta 1982.
Prima assemblea dei soci convocata
nella Casa di cultura di Opicina
nel 1982.
Slavnostni obåni zbor ob
osemdesetletnici ustanovitve – 1988.
Assemblea solenne in occasione dei
festeggiamenti dell’ottantesimo anno
di fondazione - 1988
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
gore fino a fine giugno, la voce aumentò da 30,8 a 34,2
Carso che conteneva delle meravigliose fotografie con
miliardi, ovvero dell’11%. Il patrimonio ammontatemi carsici del dott. Rafko Dolhar, e le poesie del
va a 5,4 miliardi, ai quali si poteva aggiungere l’utiparroco di Cattinara Albert Miklavec. Come curiosità
le d’esercizio pari a 1.484 miliardi di lire. A titolo di
ricordiamo anche che la senatrice slovena di allora,
paragone ricordiamo che alla fine del cinquantesimo
Gabriella Gherbez, recapitò una copia del volume ai
anno di attività i depositi a risparmio ammontavano a
maggiori rappresentanti politici del senato e del go162 milioni e i prestiti a 76 milioni di lire.
verno che apprezzarono molto la pubblicazione.
Anche gli anni successivi non furono tra i migliori
La celebrazione solenne si tenne il 13 novembre
dal punto di vista finanziario: il Paese fu ancora afflital Kulturni dom - Casa di cultura slovena di Trieste.
to da un’alta inflazione. Sul mercato finanziario i tasVi presero parte i rappresentanti delle autorità locali,
si d’interesse erano alti, ma iniziarono ad abbassarsi
delle banche triestine, delle casse rurali slovene, delgradualmente nonostante si registrassero di tanto in
la Carinzia e della regione, e ovviamente i soci, a cui la
tanto dei nuovi temporanei aumenti.
celebrazione era in special modo dedicata. Dopo i diUna delle principali preoccupazioni del consiglio
scorsi solenni del presidente e del direttore, seguì la
d’amministrazione, oltre all’attività ordinaria, fu la
premiazione al merito dei soci. Particolarmente sennecessità di reperire dei nuovi locali
tita fu la consegna del riconoscimento
o un terreno per una nuova edificad’oro all’ex presidente ing. Milan SoLa
celebrazione
solenne
zione, in quanto era assolutamente
siå, conferitogli dal presidente della
Federazione nazionale dott. Enzo Basi tenne il 13 novembre chiaro che con lo sviluppo di quel periodo la sede si sarebbe rivelata inadioli che descrisse i suoi meriti per la
al
Kulturni
dom
datta per la futura attività prevista per
Cassa Rurale e per l’intero movimento
cooperativo: l’ing. Sosiå era stato inCasa di cultura slovena il medio termine.
Nel gennaio 1984 il consiglio delifatti membro del consiglio per ben 33
di
Trieste.
berò di richiedere all’amministrazioanni, dei quali 25 anni vicepresidenne del Centro Mariano la cessione di
te e 7 presidente, esercitando per due
circa 1.200 metri quadri di terreno, per poter allargaanni la funzione di vicepresidente della Federazione
re la sede. Per realizzare questo progetto secondo gli
regionale. Alla celebrazione, impreziosita dall’esibiesperti si sarebbe dovuto cambiare il piano regolatore,
zione del Tržaški oktet – Ottetto triestino e del coro
includendo anche il terreno adiacente e la sede della
delle voci bianche Vesela pomlad, seguì un pranzo di
Cassa Rurale nell’ambito del “centro sociale”, il che
gala in ben tre ristoranti del Carso.
avrebbe dato in futuro all’amministrazione comunaNonostante gli intendimenti nell’anno dell’anni­
le la possibilità di acquisire, cioè acquistare l’intero
ver­sario la Cassa Rurale non riuscì a consegnare un’au­
immobile. Visto che non c’erano altre possibilità, il
to­ambulanza, come era stato deliberato dai soci nell’asconsiglio d’amministrazione era disposto a correre
semblea precedente, in quanto le autorità statali e loun tale rischio.
cali non riuscirono a decidersi di istituire il previsto
Le prospettive migliorarono inaspettatamente suservizio per il pronto soccorso sul Carso triestino che
bito dopo, in quanto i proprietari dell’edificio in via
non fu attivato nemmeno negli anni a venire.
Nazionale 55 e del parco adiacente decisero di venL’analisi del 1983 deve essere necessariamendere i due immobili. La risposta positiva alle lunghe
te ultimata con l’esame dei risultati annuali, ovvero
ed estenuanti trattative condotte dal presidente Padelle più importanti voci del bilancio. I depositi a riolo Miliå infuse a tutti nuovi stimoli ed apriva delle
sparmio a fine anno superavano i 64 miliardi di lire
prospettive del tutto nuove al futuro sviluppo. Dopo
e aumentarono durante l’anno di più di 12 miliardi.
una risposta affermativa dei proprietari fu necessaRiguardo alle limitazioni dei crediti che furono in vi-
127
Predsedstvo izrednega obånega
zbora ob odobritvi sklepa za
preimenovanje v Zadruœno banko
(od leve proti desni): notar
dr. Furio dei Rossi, ravnatelj
Klavdij Brajnik, predsednik
Pavel Miliå, podpredsednik Karlo
Guštin, predsednik nadzornega
odbora Stevo Kosmaå,
podravnatelj Aldo Strain
La presidenza dell’assemblea
straordinaria per l’approvazione
della denominazione in Banca di
Credito Cooperativo (da sinistra
verso destra): il notaio dr. Furio
dei Rossi, il direttore Claudio
Brajnik, il presidente Paolo Miliå,
il vice presidente Carlo Gustin,
il presidente del collegio
sindacale Stevo Kosmaå, il vice
direttore Aldo Strain
Obåni zbor leta 1999
L’assemblea dei soci del 1999
Športno kulturni center Zgonik,
23. aprila 1995: prvi obåni zbor nove
stvarnosti – Zadružne kraške banke
Centro culturale e sportivo di
Sgonico, 23 aprile 1995: la prima
assemblea della nuova realtà Banca
di Credito Cooperativo del Carso
Obåinsko gledališåe
Spodaj, 19. oktobra 2003:
F. Prešerna, Boljunec, obåni
predstavitev Bilance socialnega
zbor 28. aprila 2002
uåinka za leto 2002
Teatro comunale F. Prešeren,
In basso, 19 ottobre 2003:
Bagnoli della Rosandra, 28
presentazione del primo
aprile 2002, assemblea dei soci
Bilancio sociale per l’anno 2002
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
rio verificare l’edificabilità del terreno ed eventuali
possibilità di ristrutturazione dell’edificio in via Nazionale 55. L’edificio era protetto da un punto di vista
architettonico e non si poteva cambiare il suo aspetto
esteriore che si affacciava alla via principale. A causa di una doppia zona edificabile non era possibile
nemmeno unire l’edificio preesistente ad uno nuovo
incorporandolo in un’unica struttura. Per queste ragioni si dovette edificare un nuovo edificio separato,
come lo vediamo oggi.
Dopo aver accertato le possibilità di edificazione che fornivano una buona prospettiva per la futura
costruzione, il consiglio d’amministrazione deliberò
di presentare la richiesta all’Organo di Vigilanza per
l’acquisto dell’edificio e del terreno e per la successiva costruzione della nuova sede. L’Organo di Vigilanza non fu troppo incline alla richiesta e indugiò
parecchio prima di dare l’autorizzazione. In un primo momento acconsentì solamente all’acquisto degli immobili (entrambi gli edifici in via Nazionale
53 e 55, nonché del terreno adiacente), richiedendo
al consiglio d’amministrazione l’impegno di vendere l’edificio in via Nazionale 47 – “Micel”, in quanto
era possibile sistemare nell’edificio al numero 55 la
sala riunioni e gli uffici che in precedenza si volevano sistemare in via Nazionale 47. Nonostante questa
condizione e l’autorizzazione solo parziale ci fu soddisfazione per l’acquisita possibilità di una prossima
costruzione della nuova sede che garantiva la possibilità di sviluppo e delle nuove occupazioni previste.
Nel 1984 va citata una serie di altri eventi che riguardano l’attività degli istituti bancari sloveni. Nel
mese di marzo i rappresentanti di tutte le banche si
accordarono per sostenere l’edizione del Galebov šolski
dnevnik – diario scolastico che veniva distribuito gratuitamente agli alunni di tutte le scuole elementari e
agli studenti delle scuole medie slovene in Italia, che
potevano così disporre di un diario in lingua slovena.
L’iniziativa continuò poi negli anni successivi e viene
sostenuta ancora oggi da entrambe le casse rurali ovvero le attuali banche di credito cooperativo.
Dopo numerose riunioni e trattative, il 23 novembre 1984 fu fondata a Savogna la “Sezione bancaria”
presso l’Unione regionale economica slovena. La sezione era composta da tutti i sei istituti bancari sloveni, ciascuno dei quali era rappresentato dal presidente
e dal direttore, e veniva presieduta alternativamente,
per un anno, dai presidenti dei diversi istituti bancari. Il primo fu il sig. Saverio Leban, presidente della
Banca agricola di Gorizia, suo vice venne eletto il p.
i. Paolo Miliå, presidente della Cassa Rurale di Opicina. La sezione bancaria fu fondata con il proposito
di coordinare la collaborazione prima tra le banche
e poi con tutti gli imprenditori sloveni. Nello stesso
mese si festeggiò il settantacinquesimo anniversario
dell’attività della Banca agricola e il venticinquesimo
anniversario della Banca di Credito di Trieste. Citiamo inoltre la riunione dei rappresentanti degli istituti, che si tenne nel mese di ottobre, cui partecipò
anche la Ljubljanska banka di Lubiana, Capodistria e
Nova Gorica.
Tra le iniziative congiunte delle banche triestine
si registra la costituzione del “fondo di rotazione”,
un prestito con tassi d’interesse agevolati a favore
dell’attività – soprattutto per l’acquisto di bestiame –
della cooperativa Dolga krona. Nel mese di settembre
il consiglio d’amministrazione della Cassa Rurale decise di trasferire l’attività “estero” alla Banca di Credito di Trieste, già banca “autorizzata ad operare con
l’estero”.
Per la gita sociale i soci si recarono in Veneto, dove
visitarono la Cassa Rurale di Vedelago che all’epoca
aveva ultimato una sede nuova e moderna. Inoltre fecero visita ad una famosa villa veneta e ad una latteria
cooperativa. Il pranzo di gala fu arricchito dalla musica e da una premiazione a sorpresa degli intervenuti.
Tra le varie iniziative attuate dalla Cassa Rurale ci
fu un notevole sostegno alle Giornate dell’agricoltura
di Bagnoli. Assieme alla Banca di Credito di Trieste si
sostennero le spese di stampa del libro Kamnita hiša
– La casa di pietra, edito dalla Provincia di Trieste. Il
libro, ricco di materiale fotografico, descrive le caratteristiche di una tipica casa carsica e le sue peculiarità
architettoniche.
Il consiglio d’amministrazione introdusse col 1°
ottobre la tenuta bilingue dei verbali del consiglio
131
Upravni in nadzorni odbor ter
ravnatelj leta 1980 (od leve
proti desni): odbornik Nino
Rolli, odbornik Ernest Malalan,
predsednik nadzornega odbora
Franko Pisani, nadzornik
Stanissa, il sindaco Vojko
Marino Milkoviå, podpredsednik
Pisani, odbornik Marino Kokorovec,
Lovriha, l’amministratore
upravnega odbora Pavel Miliå,
Paolo Miliå, l’amministratore
odbornik Andrej Spetiå, odbornik
Giusto Gruden, il vice presidente
odbornik Karlo Grgiå, predsednik
Carlo Grgiå, il presidente del
Silvano Åok, nadzornik Marijan
del CdA Carlo Guštin,
upravnega odbora Milan Sosiå,
consiglio d’amministrazione Milan
Bajc, predsednik upravnega
l’amministratore Francesco
ravnatelj Drago Gantar, odbornik
Sosiå, il direttore Carlo Gantar,
odbora Pavel Miliå, predsednik
Pisani, l’amministratore Marino
Jože Sosic, nadzornik Stevo
l’amministratore Giuseppe Sosic,
nadzornega odbora Stevo Kosmaå,
Kokorovec, l’amministratore
Kosmaå, odbornik Stanislav Soban
il sindaco Stevo Kosmaå,
ravnatelj Klavdij Brajnik, odbornik
Andrea Spetiå, l’amministratore
Il consiglio d’amministrazione, il
l’amministratore Stanislao Soban
Jože Bitežnik, podpredsednik
Silvano Åok, il sindaco Marijan
upravnega odbora Dragotin Danev,
Bajc, il presidente del CdA Paolo
collegio dei sindaci ed il direttore
nel 1980 (da sinistra verso destra):
Upravni in nadzorni odbor ter
soravnatelj Aldo Strain, tajnik
Miliå, il presidente del collegio dei
l’amministratore Giovanni Rolli,
ravnateljstvo leta 1998 (od leve
Marinko Stopar
sindaci Stevo Kosmaå, il direttore
l’amministratore Ernesto Malalan,
proti desni): odbornik Walter
I componenti il consiglio
Claudio Brajnik, l’amministratore
il presidente del collegio sindacale
Stanissa, nadzornik Vojko
d’amministrazione, il collegio
Jože Bitežnik, il vice presidente
Francesco Pisani, il sindaco
Lovriha, odbornik Dušan Gruden,
sindacale e la direzione nel
del CdA Dragotin Danev,
Marino Milkoviå, il vice presidente
podpredsednik upravnega odbora
1998 (da sinistra verso destra):
il condirettore Aldo Strain,
del consiglio d’amministrazione
Karlo Guštin, odbornik Franko
l’amministratore Walter
il segretario Marinko Stopar
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
d’amministrazione, del comitato esecutivo e del collegio dei sindaci. Nello stesso anno fu anche bandito
un concorso per il logo della Cassa Rurale che la banca
utilizzò su tutti gli stampati e gli altri oggetti fino alla
fusione e alla nuova denominazione in Banca di Credito Cooperativo del Carso.
Il 1985 non iniziò sotto un buon auspicio per le
ban­che cooperative. Alcuni istituti, in prevalenza rap­
presentati da società per azioni, costituirono un grup­
po chiamato ABANCO che iniziò ad agire contro le
casse rurali. Attraverso le lobby esercitò pressioni sui
politici per revocare alcuni vantaggi di cui le casse rurali avrebbero goduto. Tra i primi elencavano la riserva obbligatoria che le casse rurali investivano in titoli
di Stato che all’epoca rendevano più della riserva in
contanti. Inoltre contestavano gli utili che le casse rurali assegnavano alle riserve indivisibili non soggetti
ad imposte. Ovviamente non facevano alcuna menzione di tutte le limitazioni nelle quali incorrevano le
casse rurali nell’attività ordinaria, che influivano sui
risultati d’esercizio finali. Il loro attacco durò ancora
per diversi anni, ma non produsse i risultati sperati,
in quanto erano chiare a tutti l’importanza e l’utilità
delle casse rurali, soprattutto per le realtà economiche locali.
All’inizio dell’anno, dopo l’abbassamento del tasso
ufficiale di sconto, i tassi d’interesse si stabilizzarono
per iniziare poi ad abbassarsi gradualmente. Gli interessi sui titoli di Stato, sui prestiti e anche sui depositi
si riducevano.
In attesa della costruzione della nuova sede il consiglio d’amministrazione si adoperò per trovare il
maggior spazio lavorativo possibile nella sede e decise di ristrutturare il primo piano, in quanto la sala
per le riunioni poteva essere trasferita nei locali di via
Nazionale 55, dove il consiglio d’amministrazione si
riunì per la prima volta il 17 giugno 1985.
Il 25 febbraio, in galleria Tergesteo, ebbe luogo
la consegna ufficiale e solenne dell’autoambulanza
U.M.E. - unità mobile d’emergenza. L’autoambulan­
za fu donata dalla Cassa Rurale alla Croce Rossa, in
quanto l’Unità Sanitaria non aveva fondato il previsto centro sanitario per il pronto soccorso sul Carso.
L’autoambulanza, equipaggiata con le attrezzature
più moderne, fu esposta per due giorni presso la sede
della Cassa Rurale, dove poté visionarla un gran numero di persone.
In aprile le casse rurali della regione sottoscrissero un accordo per la concessione di finanziamenti
in base alla legge regionale 70/82, conosciuta come
“fondo di rotazione”, che prevedeva prestiti a medio
e lungo termine per attività agricole.
Dal mese di giugno la Cassa Rurale poté offrire un
nuovo servizio: l’investimento in fondi d’investimento
della società del credito cooperativo appena fondata,
la Coogestioni SpA, che iniziò a gestire il fondo equilibrato Aureo. Mentre si abbassava la redditività dei
titoli di Stato, i nuovi investimenti diventavano interessanti e la richiesta fu decisamente vivace.
La domenica del 25 agosto la Cassa Rurale subì la
prima rapina della sua storia. A pochi istanti dalla
chiusura, entrarono nella banca due rapinatori armati
che pretesero dai cassieri il denaro che si trovava nella
cassa aperta. L’azione fu fulminea e quasi non venne
notata. I due clienti presenti e gli altri dipendenti non
si accorsero di niente fino al momento in cui i rapinatori fuggirono e, nonostante un rapido intervento
delle forze dell’ordine, riuscirono a dileguarsi. I due
malviventi erano membri di un gruppo criminale che
aveva rapinato diverse banche nel Triestino e furono
rintracciati e rinchiusi dopo circa un anno. Il contante rubato ammontava a circa 85 milioni di lire.
Le festa sociale di settembre fu una vera e propria sorpresa per tutti i partecipanti, che furono più
di 600: si svolse infatti nello splendido parco della
proprietà appena acquisita in via Ricreatorio. Dopo
il saluto ufficiale del presidente Paolo Miliå iniziò un
ricco programma culturale, organizzato dall’associazione culturale Tabor. Ovviamente non mancarono
la musica e un abbondante rinfresco. L’avvenimento
ebbe una gran risonanza e tutti i presenti se ne ricordarono a lungo.
La Banca d’Italia bandì un nuovo termine per la
presentazione di domande per l’apertura di sportelli.
Nonostante le riunioni della sezione bancaria e tra le
singole casse rurali non ci fu una vera collaborazione
135
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
per l’apertura di filiali. La Cassa Rurale di Aurisina
presentò la domanda per aprire una filiale a Campo
Sacro, il che influì sulla decisione della Cassa Rurale
di Opicina di presentare una domanda per l’apertura
di una filiale a Prosecco, soprattutto in considerazione dei numerosi soci e clienti qui residenti. Oltre a
Prosecco furono scelti anche il rione di S. Giovanni a
Trieste e Muggia. La Banca di Credito di Trieste invece presentò una domanda per l’apertura di una filiale
a Fernetti. L’autorizzazione per l’apertura a Fernetti
fu poi trasferita a Roiano. La Cassa Rurale non ottenne alcuna autorizzazione, questa volta con la spiegazione che le località prescelte erano già servite da altre banche.
Nella riunione del 21 ottobre il consiglio d’amministrazione deliberò di sostenere le spese per la
ristampa del libro di Vekoslav Španger Bazoviški junaki – Gli eroi di Basovizza. La prima edizione del libro
era esaurita e per la ristampa era intervenuto in prima persona lo scrittore Boris Pahor. La ristampa uscì
l’estate successiva.
A causa delle nuove disposizioni per i dipendenti
statali la prof. Silvana Resinoviå Valenåiå fu costretta a dare le dimissioni dalla funzione di sindaco della
Cassa Rurale. A fine ottobre fu sostituita dal supplente dott. Edoardo Daneu.
Nella riunione del 16 dicembre il consiglio deliberò di conferire all’arch. Marino Kokorovec il compito
di stilare il progetto di costruzione della nuova sede,
alla società Dreika di Bolzano invece la predisposizione e l’allestimento degli interni e degli altri impianti
tecnologici.
I soci e i clienti degli istituti di credito sloveni nel
Friuli Venezia Giulia poterono assistere nel gennaio
1986 per la prima volta a un concerto di capodanno
congiunto, che fu organizzato anche per alcuni anni
successivi a Trieste e Gorizia.
Nell’agosto 1986 la collaborazione tra le quattro Casse rurali contribuì all’organizzazione di corsi comuni per i dipendenti e per gli amministratori.
Congiuntamente i rappresentanti delle quattro casse
rurali si recarono in visita alla direzione della Hranilno-kreditna služba – Federazione delle Casse rurali
slovene di Lubiana e durante un’escursione di due
giorni visitarono alcune grosse cooperative agricole.
Successivamente si recarono anche alla Federazione
delle cooperative a Klagenfurt. Nell’ambito della sezione bancaria invece fu bandito un concorso per una
tesi di laurea a tema finanziario o economico.
Oltre alla festa sociale nel 1986 la Cassa Rurale or­
ganizzò una gita didattica a Spilimbergo per tutti i pen­
sionati che in quel periodo decisero di appoggiare l’incasso delle pensioni nell’istituto stesso. I partecipanti
visitarono tra l’altro la famosa scuola di mosaico.
Per i membri del consiglio d’amministrazione e il
direttore generale bancario entrarono nel 1986 in vigore le disposizioni europee. Tutti i membri dovevano
possedere i requisiti di onorabilità, cioè non dovevano essere stati condannati per infrazioni finanziarie,
evasioni fiscali e simili, ovvero non dovevano aver
subito il fallimento della propria azienda o dell’azienda che rappresentavano. I presidenti e direttori delle Casse rurali dovevano avere anche un’appropriata
professionalità, ovvero esperienze precedenti per
poter accettare o mantenere le funzioni loro affidate.
L’onorabilità e la professionalità devono essere ancor
sempre verificate ad ogni nuova elezione o conferma
per le funzioni menzionate.
Dopo la concessione edilizia finalmente ricevuta,
i lavori per la nuova sede iniziarono nella primavera
del 1987. In considerazione dell’obbligo di vendere
l’edificio in via Nazionale 47, si cercò di trovare una
soluzione che consentisse a riorganizzare lo stesso
per i bisogni della comunità locale. Il consiglio d’amministrazione cercò di trovare l’intesa con una cooperativa per cederle l’immobile. Ma a causa della poca
chiarezza e dei rischi che si sarebbero potuti creare in
ambito fiscale, il proposito non si concretizzò.
In considerazione di una richiesta sempre maggiore di investimenti in titoli, la Federazione regionale
costituì nel gennaio 1987 l’”ufficio titoli” con l’in­ten­
zione di aiutare e consigliare le casse rurali in questo
ambito. L’ufficio era collegato con l’istituto centrale
I.C.C.R.E.A. di Roma, e consentiva a tutte le Casse rurali un’attività molto più snella per la soddisfazione
dei soci e dei clienti che usufruivano di questi servizi.
137
Skupinska slika uslužbencev
na proslavi sedemdesetletnice
Hranilnice
Foto di gruppo dei dipendenti alla
celebrazione del settantesimo
anniversario della Cassa
Nagrajeni uåenci in dijaki
na proslavi sedemdesetletnice
Hranilnice
Gli alunni e gli studenti
premiati nella celebrazione
del settantesimo anniversario
della Cassa
Darovani rešilec Rdeåemu križu
ob petinsedemdesetletnici
pred sedežem na Opåinah
L’unità mobile d’emergenza
donata in occasione
della celebrazione del
settantacinquesimo anniversario
di fondazione davanti alla sede
sociale di Opicina
Nagrajenci na proslavi
petinsedemdesetletnice v
Kulturnem domu v Trstu
I soci premiati durante
la celebrazione del
settantacinquesimo anniversario
nel Kulturni dom a Trieste
Izdana knjiga, brošura in zgibanka
ob petinsedemdesetletnici
Pubblicazioni per i festeggiamenti
del settantacinquesimo
anniversario
Nagrajeni ålani ob
devetdesetletnici Hranilnice
I soci premiati in occasione del
novantesimo anniversario della
Cassa Rurale
Nabito polno gledališåe Rossetti
ob koncertu ob devedesetletnici
Il Teatro Rossetti gremito al
concerto del novantesimo
anniversario
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
In primavera la Cassa Rurale portò a termine due
iniziative a favore dell’agricoltura coprendo le spese
per l’analisi dei terreni che erano destinati e utilizzati per la viticoltura e organizzando per gli agricoltori
una visita tecnica alla fiera agraria di Verona. Inoltre
la Cassa Rurale organizzò per i pensionati una nuova
gita a Cividale e Gemona, e in autunno ci fu l’ormai
tradizionale festa sociale. Infine acquistò 50 abbonamenti per il Teatro stabile sloveno di Trieste destinati
agli studenti delle scuole medie superiori con lingua
di insegnamento slovena della città.
In estate, precisamente il 14 luglio 1987, scomparse improvvisamente l'ing. Milan Sosiå, di cui tutti mantenevano ancora un vivido ricordo. La notizia
della sua morte fu accolta con grande tristezza all’interno della Cassa Rurale: l’ing. Sosiå lasciò la propria
impronta nell’attività dell’istituto al quale sì era dedicato per più di trentatré anni, rimanendo successivamente sempre disponibile. Il suo primo incontro con
la Cassa Rurale lo aveva avuto da bambino, quando suo
padre gli aveva regalato cinque corone che lui aveva
depositato orgogliosamente sul libretto di risparmio.
Nella primavera invece i dipendenti furono scossi
dalla morte prematura del collega Branco Graccogna,
sopraffatto da un male incurabile.
Per quel che riguarda l’attività, citiamo le nuove tensioni sul mercato finanziario che provocarono
negli ultimi mesi dell’anno un nuovo rialzo dei tassi
d’interesse e la reintroduzione del limite di accrescimento degli impieghi.
A settembre ci fu una verifica di routine degli
ispettori della Banca d’Italia. Gli esiti dell’ispezione
furono positivi, infatti a parte qualche piccola irregolarità gestionale fu riscontrato un buono stato “di
salute” e soprattutto un patrimonio soddisfacente e
un’attività redditizia.
Il 1988 fu ancora instabile dal punto di vista finanziario. Nella prima metà dell’anno erano ancora
in vigore le limitazioni per la concessione di prestiti
che provocarono un aumento dei tassi d’interesse sui
prestiti stessi. La criticità fu ancora più acuta quando in agosto l’amministrazione monetaria aumentò
il tasso ufficiale di sconto dell’1%. D’altra parte di-
verse banche, tra cui la Cassa Rurale, iniziarono a riconoscere gli interessi sui depositi a risparmio ogni
semestre, ovvero a fine giugno e a fine dicembre, per
premiare maggiormente i risparmiatori.
Nel mese di settembre la Cassa Rurale acquisì la
qualità di banca parzialmente autorizzata a operare
con l’estero. Questo le consentiva di attuare diverse
transazioni con l’estero, ma non di intrattenere conti correnti di corrispondenza con banche estere. La
Cassa rurale fu autorizzata a emettere garanzie internazionali, a concedere finanziamenti in valute estere,
ad accettare depositi e conti correnti di non residenti,
oltre ad espletare vari altri servizi con l’estero.
Oltre all’attività con l’estero, la banca iniziò ad offrire tramite la società Autolease SpA, che apparteneva al gruppo delle casse rurali, un leasing indiretto
per le automobili. Nel giugno dello stesso anno fu introdotto il servizio POS, ovvero la possibilità di pagamento con la carta Bancomat, fornendo agli interessati la connessione al circuito di pagamento. I servizi
furono utilizzati principalmente da commercianti ed
esercenti.
In merito alla cooperazione con le altre casse rurali slovene, operanti fuori dal territorio della Slovenia,
va citata la visita al cantiere della nuova sede da parte
dei rappresentanti della Cassa Rurale di Bleiburg in
Carinzia, e una visita di due giorni degli istituti bancari sloveni in Italia da parte dei rappresentanti della
Federazione delle cooperative di Klagenfurt. Ricordiamo anche, in ottobre, la celebrazione dell’ottantesimo anniversario della Cassa Rurale di Doberdò.
In novembre i soci nell’assemblea straordinaria approvarono le modifiche dello statuto suggerite dell’Organo di Vigilanza per l’adeguamento dello
stesso alle novità normative.
Vi vennero infatti inseriti i principi in base ai quali
si potevano espletare tutti quei servizi che non erano
espressamente vietati. Era quindi consentito introdurre un nuovo servizio, se questo non contravveniva
al regolamento o alle disposizioni, con la sola delibera
del consiglio d’amministrazione e la conseguente ratifica dell’assemblea. Lo statuto prevedeva inoltre una
serie di condizioni che i soci dovevano rispettare per
141
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
poter essere eletti nel consiglio d’amministrazione o
nel collegio dei sindaci (onorabilità, professionalità).
Una novità riguardava anche l’attività con i soci, con
cui le casse rurali dovevano “possibilmente” o “preferenzialmente” operare; il vincolo per il quale l’80%
di essi doveva appartenere all’ambito degli agricoltori e degli artigiani non veniva di fatto più rispettato
a causa dei cambiamenti nella struttura della popolazione.
Verso la fine dell’anno le Agenzie delle Entrate iniziarono a recapitare a livello nazionale alle casse rurali degli accertamenti fiscali. Negli atti veniva messa
in dubbio la non tassabilità degli utili ripartiti nelle
riserve indivisibili e si chiedeva che sugli utili venissero pagate la tassa sulle persone giuridiche e le tasse
locali. La pretesa veniva giustificata dalla considerazione che le casse rurali distribuiscono gli utili devolvendoli in beneficenza. Non veniva però considerato
il fatto che la parte degli utili destinata in beneficenza era tassata. Ovviamente un simile atteggiamento
dell’Agenzia delle Entrate metteva a repentaglio l’esistenza stessa del sistema. Il problema si risolse per
fortuna in tempi brevi, in quanto la legge n° 69/1989
confermò e interpretò la non imponibilità degli utili
ripartiti alle riserve indivisibili.
Gli accertamenti fiscali ebbero come conseguenza per le casse rurali anche una denuncia penale, in
quanto gli uffici fiscali denunciarono ai tribunali una
sospetta evasione delle imposte. In considerazione
della legge sulla non tassabilità degli utili le denunce
risultarono infondate, ma le casse rurali e i loro presidenti dovettero difendersi di fronte alla denuncia
penale, dalla quale furono tutti prosciolti.
Le assemblee ordinarie negli anni in esame furono di carattere prevalentemente routinario. I soci venivano chiamati ad approvare i bilanci e le relazioni,
ratificare varie delibere del consiglio d’amministrazione in merito all’attività o all’introduzione di nuovi
servizi, o sottoscrizioni di nuove compartecipazioni o
aumenti di quelle già esistenti, e a confermare o eleggere i nuovi organi sociali. Oltre al cambiamento già
menzionato nel collegio dei sindaci, i soci elessero
nel 1987 il consigliere sig. Marcello Malalan che so-
stituì il sig. Ernesto Malalan, e l’anno successivo il
prof. Roberto Petaros al posto del prof. Stanislao Soban che aveva svolto la funzione di consigliere per tre
mandati. Entrambi i consiglieri sostituiti non si sono
più candidati per motivi personali. Nell’assemblea del
1987 i soci hanno approvato all’unanimità la modifica
del regolamento del Fondo nazionale di garanzia delle
casse rurali, che prevedeva tra l’altro la possibilità che
il Fondo intervenisse a favore delle casse rurali appena costituite con un apporto di liquidità.
Il 1989 non iniziò sotto i migliori auspici. Il 12
febbraio, come un fulmine a ciel sereno, giunse la
notizia della morte del direttore dott. Carlo Gantar.
Sebbene fosse ammalato da qualche mese, nessuno
si aspettava un epilogo simile. Una folla enorme di
concittadini, rappresentanti delle casse rurali ed altre
società cooperative della regione e tanti altri parteciparono al funerale per l’ultimo saluto a un importante
rappresentante della Cassa Rurale e della nostra realtà locale.
Il consiglio d’amministrazione nominò nel mese
di marzo al ruolo di nuovo direttore il rag. Claudio
Brajnik, allora vicedirettore dell’istituto. Il nuovo vicedirettore divenne il rag. Aldo Strain, già funzionario alla Banca di Credito di Trieste.
Riguardo alla collaborazione tra gli istituti bancari
sloveni in Italia, citiamo l’apertura del conto di corrispondenza con la Banca Agricola di Gorizia e la riunione di settembre con i rappresentanti delle banche
della Slovenia che operavano con l’estero e con i rappresentanti della Federazione delle cooperative della
Carinzia, dove si discussero le direttive generali per la
collaborazione.
143
Novi sedeŒ
in prva podruŒnica
La nuova sede
e la prima filiale
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Krona vsega poslovanja v tem letu pa je bila seveda slavnostna otvoritev sedanjega sedeža.
29. oktobra 1989 se je konåno uresniåil dolgoletni sen: novi sedež je bil pod streho in slovesno
odprt. Kljub negotovemu vremenu se je v jutranjih urah pred sedežem zbrala nepopisna množica
ålanov, domaåinov, številnih gostov, politiånih predstavnikov, predstavnikov slovenskega in italijanskega banånega sveta ter s svojo prisotnostjo poåastilo nadvse slovesen dogodek, to je uradno
odprtje nove stavbe.
145
L’apice dell’attività dell’anno fu però la solenne inaugurazione della sede attuale. Il 29 ottobre 1989
si realizzava finalmente il sogno di tanti anni: la nuova sede poteva finalmente essere inaugurata.
Nonostante il tempo non troppo bello, nelle ore mattutine di fronte alla sede si riunì una folla indescrivibile di soci, gente del luogo, tantissimi ospiti, rappresentanti politici e del mondo bancario
sloveno e italiano, omaggiando con la propria presenza il così solenne evento dell’inaugurazione
ufficiale del nuovo edificio.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Dopo il discorso del presidente Paolo Miliå fu il
turno di numerosi altri oratori che si soffermarono
sull’importanza della Cassa Rurale nella nostra realtà,
e ovviamente sulla visibilità che la nuova sede avrebbe
conferito all’istituto. La sede venne benedetta dal parroco di Opicina, rev. Viljem Žerjal. Il programma previsto non fu portato completamente a termine a causa
della pioggia che si abbatté sui presenti, costretti a rifugiarsi all’interno dell’edificio o nella vicina Casa di
cultura – Prosvetni dom. L’avvenimento rimase a lungo il tema principale dei discorsi nella realtà locale.
Va menzionato che l’edificio fu visitato anche dal
questore di Trieste allora in carica, il dott. De Felice,
che fu particolarmente interessato alla sicurezza ed
ebbe parole di elogio per gli impianti di sicurezza, soprattutto per l’accesso per le autovetture nelle zone di
sicurezza per la consegna e/o il ritiro dei contanti.
Oltre a varie iniziative pubblicitarie e di altro tipo,
la Cassa Rurale festeggiò l’apertura della nuova sede
con l’edizione del libro Inaugurazione della nuova sede.
All’introduzione del presidente Paolo Miliå seguì una
descrizione storica sull’attività del dopoguerra redatta dal direttore Claudio Brajnik. Il professor Alessio
Lokar scrisse sulle prospettive di sviluppo del sistema
bancario sloveno in Italia, il professor Mario Prestamburgo sulle prospettive di sviluppo dell’agricoltura
nell’area triestina. Il segretario dell’Associazione agricoltori Edi Bukavec espose alcune considerazioni sulle
cooperative agricole locali, il direttore dell’Unione regionale economica slovena Vojko Kocjanåiå sulle attività economiche e sulle loro prospettive. Il professor
Roberto Petaros predispose un sunto sugli interventi
della Cassa Rurale a favore della realtà sociale e una
commemorazione del già direttore dott. Carlo Gantar.
Dell’ex presidente Milan Sosiå si ricordò il prof. Stanislao Soban. Il libro, arricchito da numerose foto del
nuovo edificio, contiene anche una descrizione tecnica dell’edificio stesso con contribuiti dell’arch. Marino Kokorovec e dell’arch. Ruggero Ruggieri.
Per quanto riguarda l’attività con l’estero la Cassa
Rurale, attraverso l’istituto centrale I.C.C.R.E.A. di
Roma, aderì in dicembre alla rete bancaria internazionale SWIFT.
Nel 1990 la Banca d’Italia introdusse un nuovo regolamento per l’apertura di filiali: si affermò infatti il
principio del silenzio assenso; in altre parole le banche, tra cui anche le casse rurali, potevano aprire filiali se entro 60 giorni dall’inoltro della comunicazione non ricevevano una risposta negativa o un divieto
temporaneo per l’apertura di sportelli. Le banche
dovettero comunque rispettare una serie di disposizioni in merito tra le quali erano di fondamentale importanza il minimo patrimoniale e un’organizzazione
interna tale da garantire un’attività corrente.
Dopo un’intesa di massima con i rappresentanti
dell’Organo di Vigilanza, il consiglio d’amministrazione deliberò di inoltrare nuovamente la domanda,
ovvero comunicare l’intenzione di aprire una filiale.
Visto che la Cassa Rurale rispettava pienamente le disposizioni questa volta non ci furono intoppi a bloccare l’apertura della filiale nonostante il recente investimento per la nuova sede.
Il consiglio d’amministrazione deliberò inoltre di
acquistare o prendere in leasing i locali da adibire alla
prima filiale. Per evitare eventuali ostacoli convocò in
novembre anche l’assemblea dei soci, ricevendo piena approvazione su ogni delibera.
Il 13 giugno la Cassa Rurale ospitò i rappresentanti di tutte le banche slovene che all’epoca operavano
con l’estero. Parteciparono banche di Slovenia, Austria, Germania e Italia. Alla riunione si informarono tutti i presenti della nuova operatività con l’Estero
e, nell’occasione, la Cassa Rurale fu accolta nel “Club
delle banche slovene” composto da tutte le banche
slovene, con sede in Slovenia o all’estero, che operavano in ambito internazionale.
Il 27 ottobre ci fu una nuova festa per le casse rurali
slovene in Italia, in quanto la Cassa Rurale di Aurisina
inaugurò la sua rinnovata ed ampliata sede.
In dicembre la Cassa Rurale prese parte all’azione di
raccolta fondi, contribuendo anche direttamente, a favore degli alluvionati in Slovenia. I mezzi raccolti furono
devoluti a favore dell’asilo infantile A. Åerne di Celje.
Il 21 settembre la Cassa Rurale inaugurò solennemente a Trieste, in piazza Libertà 5, la sua prima filiale, che aveva iniziato la propria attività già il 12 agosto.
147
Prvi lastni sedež na Bazoviški
ulici, št. 2, na Opåinah
La prima sede di proprietà in
via di Basovizza 2, ad Opicina
Prvotna operativna dvorana
na sedežu
La sala operativa originaria
nella sede
Desno, prizora, posneta ob
odprtju sedeža
A destra, momenti
dell’inaugurazione della sede
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
All’apertura erano presenti numerosi soci e clienti
della Cassa Rurale, rappresentanti del mondo bancario e numerosi politici locali. Come ospite d’eccezione prese parte all’inaugurazione l’allora Ministro dei
trasporti Carlo Bernini. Si trattò della prima presenza
di un ministro alla celebrazione di una realtà economica slovena in Italia. La nuova filiale fu benedetta
dall’arcivescovo di Trieste, mons. L. Bellomi, che durante la cerimonia invitò i presenti a pregare il Padre
nostro ciascuno nella propria lingua.
Anche la rivista mensile Credito Cooperativo pubblicò un articolo sull’inaugurazione, ribadendo in
particolar modo la nostra specificità, ovvero l’appartenenza alla comunità nazionale slovena in Italia.
Prima dell’inaugurazione della filiale nell’ambito della Cassa Rurale iniziò a operare, con un ufficio
temporaneamente situato in via Nazionale 55, la società d’assicurazione regionale Assimoco, che opera
tuttora nella filiale di Trieste sotto l’insegna attuale di
Assicura.
Nel 1991 gli istituti bancari sloveni aprirono ben 3
nuove filiali. La Banca di Credito di Trieste inaugurò
a marzo la filiale a Cividale, in giugno ci fu l’apertura
della filiale della Cassa Rurale di Aurisina a Sistiana. Va
ricordata, tra l’altro, anche l’apertura della nuova sede
della Rivendita Sociale di Opicina nel mese di maggio.
Durante l’anno le casse rurali della regione sottoscrissero un’intesa con la FINRECO, il fondo di garanzia per cooperative, e con l’istituto MEDIOCREDITO REGIONALE, l’istituto che finanzia le medie e
piccole imprese per la concessione di prestiti a condizioni agevolate e/o per acquisire garanzie sui prestiti concessi.
Nel novembre 1991 il consiglio d’amministrazione deliberò di mandare tre dipendenti ad un corso di
aggiornamento e qualificazione professionale presso
l’Istituto Bancario S. Paolo, collegato alla banca omonima. I partecipanti al corso teorico-pratico durato
alcuni mesi furono gli attuali direttore e vicedirettore
dott. Alessandro Podobnik e rag. Sergio Carli, e l’ex
preposto alla filiale di Aurisina, rag. Jordan Capponi.
In seguito all’investimento nella nuova sede e nella filiale e in considerazione delle direttive dell’Unio-
ne Europea che sarebbero entrate in vigore nel 1993,
la Cassa Rurale dovette costituire in tempo utile un
sufficiente patrimonio, che poteva essere costituito
unicamente con gli utili, in quanto gli importi limitati delle quote sociali non avrebbero consentito di
raggiungere la quota necessaria. Gli utili d’esercizio
che iniziavano a superare i 2 o 3 miliardi di lire furono occasionalmente criticati dai soci alle assemblee.
A discapito di tali utili ci furono proposte di praticare
condizioni migliori ai soci stessi, oppure contribuire
di più agli aiuti per le realtà locali. Sentite le motivazioni e le spiegazioni in merito agli utili conseguiti, le
assemblee hanno, però, sempre approvato i bilanci
proposti.
Dopo la conclusione dei lavori di costruzione della sede e della filiale, nel 1992 il consiglio d’amministrazione si concentrò ulteriormente sui problemi
organizzativi dell’istituto, soprattutto all’aggiornamento del centro informatico. I nuovi servizi, la sempre maggiore attività in via elettronica e non ultima
l’attività con l’estero, esigevano dei completamenti
e l’aggiornamento delle procedure contabili elettroniche, che il mercato dell’epoca non era in grado di
fornire completamente integrate bensì solamente
come programmi separati, cosa che ovviamente non
rispondeva alle esigenze di un’attività corrente e di un
controllo efficace. La decisione di introdurre nuove
procedure e nuovi programmi integrati fu deliberata
dal consiglio d’amministrazione nell’anno successivo, dopo aver esaminato con l’aiuto di un esperto
esterno le disponibilità e gli sviluppi previsti presso
altre banche e casse rurali.
All’inizio dell’anno 1992 entrarono in vigore le
nuove direttive per l’operatività in titoli, contemplate
dalla legge 1/1991. Le banche dovettero istituire una
struttura separata che operava esclusivamente con
i titoli, sia propri sia quelli che la banca acquistava,
vendeva e gestiva per conto dei clienti.
Nel corso dell’anno ci furono ancora incertezze e
recessione in ambito finanziario ed economico. Gli
interessi aumentarono di nuovo alcune volte, fino a
che non si verificò una consistente svalutazione della lira. Nel mese di settembre il governo introdusse
151
Sedanji sedež
L’attuale sede
Pogled na del prisotnih
ob otvoritvi
Parte dei numerosi presenti
all’inaugurazione della sede
Blagoslov novega sedeža
je opravil domaåi župnik
g. Viljem Žerjal
La benedizione della sede
è stata impartita dal parroco
sig. Viljem Žerjal
Uslužbenci pred odprtjem
novega sedeža
I dipendenti prima
dell’inaugurazione della
nuova sede
Pogled s ptiåje perspektive
novega sedeža
Veduta aerea della sede
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
un’imposta sul patrimonio delle società e sui depositi di risparmio. Ai sensi del decreto di legge 333/92 i
depositi furono tassati del sei per mille sul saldo del
9 giugno. Per i soci e i risparmiatori della Cassa Rurale questo rappresentò una tassazione superiore al
miliardo di lire. Dopo la svalutazione della lira le autorità finanziarie e monetarie riuscirono con vari interventi nonostante tutto a ridurre i tassi d’interesse,
riducendo anche il tasso ufficiale di sconto. Il sistema bancario fu invitato ad adeguarsi alla riduzione,
soprattutto degli interessi sui prestiti, il che accadde
prontamente. Nonostante l’abolizione del limite di
accrescimento degli impieghi, fu caldamente consigliato di non aumentare i crediti entro la fine dell’anno a più dell’8% in confronto alla media del primo
trimestre del periodo.
La liberalizzazione iniziale dell’apertura di sportelli non perdurò a lungo. L’Organo di Vigilanza controllava con severità il rispetto delle condizioni da
parte delle banche che dichiaravano l’intenzione di
aprire filiali. Furono fissate delle nuove condizioni,
secondo le quali fu obbligatorio un patrimonio sociale di almeno dieci miliardi di lire. Questa limitazione
indusse la Federazione nazionale e quella regionale delle casse rurali a iniziare a consigliare le fusioni
soprattutto alle casse rurali più piccole, affinché potessero rispettare i limiti patrimoniali e aprire nuove
filiali.
Durante l’anno la Cassa Rurale riuscì a vendere le
ultime particelle di terreno nelle vicinanze di Bologna, chiudendo definitivamente la situazione creatasi nel 1971. Fu venduto anche l’edificio in via Nazionale 47.
I soci presero parte ad una nuova gita sociale nel
mese di settembre. Dopo un breve viaggio in pullman
si imbarcarono su una nave, raggiungendo Venezia
attraverso la laguna di Marano. L’atmosfera sulla nave
fu unica, anche grazie al consigliere Rado Andolšek e
la sua fisarmonica. Il pranzo di gala si tenne al ritorno
all’isola di Burano.
Nell’assemblea del 1993, in cui i soci approvarono il bilancio del 1992 con più di 5 miliardi di utile
che contribuì all’aumento del patrimonio sociale ad
oltre 30 miliardi, fu approvato anche l’adeguamento
dell’importo massimo dei prestiti con garanzia personale a 5 miliardi, per i fondi di garanzia fu invece
deliberato l’importo di 8 miliardi, se il finanziamento
veniva garantito da banche invece il limite era 13 miliardi di lire.
Alle elezioni negli organi sociali fu eletto consigliere l’ing. Francesco Pisani al posto del consigliere
sig. Marcello Malalan. Gli altri consiglieri e sindaci
furono confermati, la supplente Maria Marc fu sostituita dalla prof. Silvana Resinoviå Valenåiå. Per la
prima volta furono eletti nel collegio dei probiviri il
prof. Egidio Košuta e il prof. Stanislao Soban.
Nel periodo 1993 – 1994 si registrò finalmente una
riduzione graduale e durevole dei tassi d’interesse.
Nel 1993 il tasso ufficiale di sconto si abbassò per ben
sei volte per complessivi 3,5%. La riduzione continuò
anche nell’anno successivo. La situazione economica,
però, non migliorò più di tanto, fatto confermato anche dai dati sui prestiti in sofferenza nel sistema bancario, che erano decisamente aumentati. L’insolvenza
era visibile anche presso i privati.
Ai sensi della legge 1/1991 sulla gestione dei titoli,
il consiglio d’amministrazione approvò all’inizio del
1993 un regolamento sul comportamento degli organi di amministrazione e dei dipendenti nell’attività
di cui sopra. Fu istituito anche l’ufficio reclami ovvero
l’ombudsman bancario, al quale fu affidato il compito
di controllare gli eventuali reclami dei clienti riguardo le condizioni o ai servizi bancari. L’ufficio reclami
veniva istituito dalle banche su suggerimento dell’Associazione Bancaria Italiana – A.B.I., per conformarsi
alle direttive della legga sulla trasparenza.
155
ZdruŒitev Hranilnic
v ZADRUŒNO KRAÆKO BANKO
Fusione delle due Casse
Rurali nella BANCA DI CREDITO
COOPERATIVO DEL CARSO
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Med upravnima odboroma openske in nabrežinske hranilnice se je zaåelo ponovno govoriti o morebitni združitvi. Na seji 5. julija 1993 se je upravni odbor Hranilnice soglasno in uradno izrekel za
združitev. Glavni cilj združitve je bil pridobitev veåje gospodarske enote, ki bi z novim potencialom
in širšim delovnim ozemljem odloåneje in uspešneje posegala v razvoj ozemlja ter se istoåasno
razvijala v še veåji meri.
157
Tra i consigli d’amministrazione delle casse rurali di Opicina e Aurisina si iniziò a discutere di
un’eventuale fusione che, nella riunione del 5 luglio 1993, il consiglio della Cassa di Opicina approvò
all'unanimità. Lo scopo principale della fusione era l’acquisizione di un’unità economica maggiore
che potesse, con un maggiore potenziale e con un territorio più ampio, intervenire con più decisione e maggiore successo nello sviluppo del territorio aumentando inoltre il proprio sviluppo.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
“Banca di Credito Cooperativo del Carso” inoltrando
Dopo l’altrettanto favorevole delibera della Casil verbale e gli allegati all’Organo di Vigilanza, nonché
sa Rurale di Aurisina fu informata dell’intenzione la
agli uffici regionali ed agli altri uffici competenti. La
Banca d’Italia che si dichiarò favorevole alla proposta,
Banca d’Italia rilasciò il 29 giugno 1994 l’autorizzadopodiché iniziarono i preparativi concreti. La prozione per la fusione, in base alla quale le casse rurali
cedura rallentò per qualche mese in quanto proprio
convocarono le assemblee straordinarie per la ratifica
in quel momento si stavano disponendo i nuovi stadella stessa e del nuovo statuto.
tuti per le casse rurali che si stavano trasformando in
Nell’assemblea straordinaria del 3 settembre 1994
banche di credito cooperativo e si stavano emanando
i soci approvarono all’unanimità tutte le proposte sulle nuove direttive per la gestione della contabilità e la
la fusione. Fu approvata anche la proposta che la Banca
composizione dei bilanci.
di credito cooperativo si sarebbe trasformata da “cooDurante l’anno la Cassa Rurale sostituì l’unità cen­
perativa a responsabilità illimitata” a “cooperativa a
trale del sistema informatico e i posti di lavoro, per
responsabilità limitata”. La sede della banca rimase
prepararsi preventivamente all’introduzione delle
a Opicina. La fusione fu eseguita per
nuove procedure contabili, ma anche
incorporazione della Cassa Rurale di
alla prevista nuova ed allargata realtà
Il 16 novembre 1994
Aurisina in quella di Opicina. In quelavorativa.
fu
sottoscritto
l’atto
sto modo si mantenne il codice banIn settembre e nei mesi succescario e l’ininterrotta attività, evitando
sivi la Guardia di Finanza iniziò ad
definitivo di fusione,
disguidi soprattutto nei collegamenti
effettuare nuove verifiche nelle casil
che
consentiva
la
con il mondo bancario. Nella parte
se rurali della regione, che poi si alordinaria dell’assemblea, che si svollargarono a tutto il Paese, obiettando
stesura di un bilancio
se dopo quella straordinaria, i soci
nuovamente la non imponibilità degli
unico:
il
primo
bilancio
deliberarono che il consiglio d’amutili assegnati alle riserve indivisibili.
L’imponibilità degli utili fu motivata
della Banca di Credito ministrazione – all’assemblea del 15
maggio 1994 temporaneamente lidal fatto che le casse rurali non rispetCooperativo
del
Carso.
mitato a otto membri – sarebbe stato
tavano il rapporto di attività con i soci.
nuovamente composto da 11 consiAnche questa volta gli accertamenti
glieri, e furono eletti nel consiglio tre rappresentansi conclusero positivamente per il sistema grazie alle
ti della Cassa Rurale di Aurisina – i signori Umberto
disposizioni contenute nel nuovo testo bancario e alle
Dogliach, Andrea Spetiå e Guido Zidariå. Il consiglio
istruzioni sull’operatività prevalente per banche di
d’amministrazione fu composto nella proporzione
credito cooperativo, emesse dalla Banca d’Italia.
concordata durante le trattative per la fusione.
Con l’obiettivo di rinforzare la presenza sul terriIl 16 novembre 1994, dopo la scadenza del termine
torio del Carso e avvicinarsi ai soci nella maggiore miper eventuali opposizioni, fu sottoscritto l’atto defisura possibile, nel dicembre 1993 il consiglio d’amnitivo di fusione, che così divenne così plenipotenministrazione deliberò di aprire una filiale a Basovizziaria, il che consentiva la stesura per il 1994 di un biza e comunicò quest’intenzione alla Banca d’Italia che
lancio unico: il primo bilancio della Banca di Credito
non ebbe nulla da obiettare date le valide motivazioni
Cooperativo del Carso.
fornite per l’apertura della nuova agenzia.
In data 5 dicembre si riunì il primo consiglio delNella riunione dell’11 aprile 1994 fu approvata la
la nuova realtà. All’ordine del giorno ci fu tra l’altro
delibera definitiva sulla fusione, cui i consigli d’aml’elezione del vicepresidente. Il vicepresidente della
ministrazione delle due casse rurali acclusero la relaCassa Rurale di Opicina rassegnò, come concordato,
zione in merito, approvando la bozza del nuovo statule dimissioni. Al suo posto fu eletto all’unanimità,
to che includeva già il nome della futura realtà, ovvero
159
Tržaški župan g. Roberto Di Piazza
åestita predsedniku g. Sergiju
Stancichu ob otvoritvi podružnice
v ulici sv. Spiridiona
Il Sindaco di Trieste, sig. Roberto
Di Piazza, si congratula con il
presidente rag. Sergio Stancich
all’inaugurazione della filiale di
via S. Spiridione
Prerez traku ob odprtju podružnice
v ulici Molino a Vento: predsednik
Deželne zveze zadružnih bank g. Italo
del Negro, botrica gdå. Tanja Romano
in predsednik g. Sergij Stancich
Taglio del nastro all’inaugurazione
della filiale di via Molino a Vento:
il presidente della Federazione
regionale delle BCC,
sig. Italo del Negro, la madrina
sig.na Tanja Romano ed
il presidente rag. Sergio Stancih
Åastni gost na odprtju podružnice
na trgu Libertà: minister
Carlo Bernini
L’ospite d’onore all’inaugurazione
della filiale di piazza Libertà:
il ministro Carlo Bernini
Otvoritev podružnice pri Domju
Inaugurazione della filiale
di Domio
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
quale vicepresidente della nuova realtà, il presidente
della Cassa Rurale di Aurisina, il sig. Guido Zidariå.
Il primo consiglio d’amministrazione della Banca di
Credito Cooperativo del Carso risultò composto da:
presidente Paolo Miliå, vicepresidente Guido Zidariå,
consiglieri: Corrado Andolšek, Silvano Åok, Dragotin Danev, Umberto Dogliach, Alfonso Guštin, Carlo
Guštin, Roberto Petaros, Francesco Pisani e Andrea
Spetiå. Il presidente del collegio dei sindaci era Stevo Kosmaå, i sindaci Marjan Bajc e Edoardo Daneu,
il direttore Claudio Brajnik, il vicedirettore Aldo
Strain. Alla prima riunione del consiglio della Banca
di Credito Cooperativo del Carso furono ospiti anche
il presidente e il direttore della Federazione regionale
delle casse rurali, Ezio Picco e Romano Sebastianutto,
che si congratularono con la nuova realtà, augurando
alla stessa tanti successi.
Nel 1994 non va dimenticata l’inaugurazione della
zona artigianale di Dolina, che si tenne il 29 ottobre. La
Cassa Rurale ebbe un ruolo decisivo nel finanziamento
della costruzione dei capannoni e nell’acquisto dell’attrezzatura delle aziende ivi insediatesi e ancor pri­ma
del consorzio di artigiani che aveva costruito la zona. Va
menzionata anche l’acquisizione del servizio di tesoreria per il Comune di Duino – Aurisina, che la Banca di
Credito Cooperativo del Carso acquisì con il bando di
dicembre e iniziò a gestire con il 1° gennaio 1995.
Il 24 aprile 1995 i soci si riunirono all’assemblea
ordinaria e straordinaria, che si tennero nel centro
culturale di Sgonico. Nella prima parte fu approvato
il nuovo statuto, predisposto dalla Federazione nazionale delle casse rurali in accordo con la Banca d’Italia,
che includeva tutti i cambiamenti previsti dalla nuova
legge sull’attività bancaria, n° 385/1993, e dalla legge
59/1992 sulle società cooperative. Il nuovo testo unico prevedeva e prevede ancora soprattutto un’attività più libera delle banche che possono cimentarsi in
tutto quello che non è espressamente vietato o escluso
dallo statuto. È inoltre libera anche l’accettazione di
nuovi soci, per i quali non vale più l’obbligo di essere
agricoltori o artigiani. Come soci possono essere accolte senza limitazioni anche le persone giuridiche.
Ai sensi della legge sulle società cooperative, lo statu-
to fu adattato per l’importo massimo di azioni sottoscrivibili e l’obbligo di ripartizione di parte degli utili
ai fondi per lo sviluppo dell’attività cooperativa, a cui
devono essere ripartite anche le residue riserve indivisibili alla liquidazione della cooperativa.
Nell’assemblea ordinaria i soci approvarono il bilancio e le altre delibere sottoposte alla competenza
dell’assemblea. Come nuovo consigliere fu eletto il
dott. Giusto Gruden che sostituì il sig. Umberto Dogliach. Durante la discussione sull’elezione si verificò
un attacco brusco e anche offensivo da parte di un socio ai vertici della banca, che sarebbero stati – secondo
la sua opinione – manovrati dalle lobby, ragione per
la quale pretese che i consiglieri si candidassero per
un solo mandato e che l’assemblea nominasse ogni
anno il direttore. Le proposte, prive di fondamento,
non riscontrarono alcun tipo di sostegno. Alcuni soci
proposero di limitare già nello statuto il numero di
mandati per i consiglieri.
Il primo giorno lavorativo dell’anno, ovvero il 2
gennaio 1995, iniziò ad operare la filiale di Basovizza.
Ad inizio dell’anno il consiglio deliberò di acquistare i
locali, come anche dei locali adiacenti alla filiale di Sistiana che fu successivamente allargata e modernizzata.
Il 1995 non fu molto positivo per l’attività bancaria.
I tassi d’interesse aumentarono nuovamente durante
l’anno. Soprattutto nel territorio triestino, afflitto da
una grave crisi economica, si registrò un calo dei depositi a risparmio, ma il problema non fu sentito dalla Banca di Credito Cooperativo del Carso, che anche
durante quest’anno operò con profitto, raddoppiando
gli utili rispetto al 1994. Riguardo alle nuove prescrizioni sull’operatività prevalente, che impongono alle
banche di credito cooperativo di avere almeno la metà
del proprio attivo investito in finanziamenti ai soci o
in investimenti senza rischio quali i titoli di Stato o
prestiti garantiti dallo Stato, la banca raggiunse e superò già nel mese di settembre la percentuale prevista, accogliendo tra gli affidati nuovi soci, tra cui numerose società, e con l’investimento della liquidità in
titoli di Stato.
Nell’assemblea del 1996 i soci, oltre al bilancio
1995 e ad altre delibere ad esso collegate, approva-
163
Podružnice: Nabrežina, Sesljan,
Bazovica, Domjo
Le filiali: Aurisina, Sistiana,
Basovizza, Domio
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
rono anche il regolamento per la conduzione dell’assemblea e il regolamento per l’elezione degli organi
sociali. Durante la discussione ci fu l’intervento di un
socio che consigliò la fusione con le banche cooperative di Doberdò e Savogna, allo scopo di creare una
realtà ancora più forte e con maggiori prospettive di
sviluppo. L’assemblea confermò i consiglieri e i sindaci ai quali era scaduto il mandato e che erano stati
riproposti dal consiglio d’amministrazione. Nel collegio dei sindaci il rag. Vojko Lovriha sostituì il dott.
Edoardo Daneu. Come supplenti furono eletti il dott.
Robert Novello e il dott. Boris Valentiå.
Dopo la fusione e l’assestamento dell’attività interna, di cui la banca si occupò soprattutto nel 1995, nella
riunione del 5 febbraio 1996 il consiglio d’amministrazione deliberò di inoltrare la domanda all’Organo
di Vigilanza per ricevere la qualifica di “banca autorizzata ad operare con l’estero”. In base alla situazione patrimoniale e ai dati inoltrati, il 14 maggio 1996 la
Banca d’Italia rispose in modo affermativo rilasciando
l’autorizzazione. Fu così raggiunto uno degli obiettivi
rincorsi per tanti anni. Dopo l’autorizzazione ricevuta
si avviarono i preparativi legati alla nuova attività. La
banca acquisiva gradualmente nuovi contatti all’estero,
prendendo contatti con nuovi partner bancari soprattutto in territorio sloveno, croato e serbo. Tra le numerose visite alle banche straniere citiamo quella al dott.
Franc Arhar, il governatore della Banca di Slovenia,
con la quale fu aperto nel mese di dicembre un conto
di corrispondenza che diede alla banca un’impronta
particolare e la affermò a livello internazionale.
Oltre alla piena attività con l’estero la banca allargò
i propri servizi includendovi l’accordo con la regione
per gli interventi economici previsti dal cosiddetto
Obiettivo 2, ovvero i contributi in conto capitale o gli
interessi per investimenti relativi alla modernizzazione e all’aumento delle attività economiche.
Nonostante un nuovo abbassamento dei tassi d’interesse nel territorio triestino si registrò una regressione dei crediti, il che fu un’ulteriore conferma della
criticità della situazione economica locale.
Come un fulmine a ciel sereno in ottobre colpì il
commissariamento della Banca di Credito di Trie-
ste e, successivamente, la sua liquidazione. La nuova
denominazione – Banca di Credito Cooperativo del
Carso – era fonte di incertezza e dubbi su quale banca si trovasse in amministrazione controllata, e poi in
liquidazione. In molte occasioni, soprattutto da città
più lontane era stata spesso controllata l’identità, richiedendo informazioni sullo “stato” della Banca di
Credito Cooperativo del Carso. Solamente dopo diversi mesi la situazione si tranquillizzò, e non ci furono più dubbi sull’identità o lo stato della BCCC. La
situazione influì però in modo negativo sui contatti
con le banche estere.
Il 2 dicembre si ripresentarono gli ispettori della
Banca d’Italia. Si capì da subito che non si trattava di
un intervento ordinario, in quanto l’ispezione veniva
focalizzata soprattutto sui prestiti concessi alle società che si occupavano del commercio con l’estero,
e soprattutto se queste società usufruivano anche di
crediti presso la Banca di Credito di Trieste. L’ispezione, della durata di due mesi, si concluse in modo
positivo confermando lo stato di salute dell’istituto
nonostante la perdita sofferta nei depositi in valuta
presso la Banca di Credito di Trieste e ed i numerosi articoli sfavorevoli pubblicati a più riprese dalla
stampa locale.
Ad inizio dicembre, su richiesta del quotidiano
Primorski dnevnik, la banca emise una garanzia per
il pagamento delle spese di stampa, poiché, in caso
contrario, la società a ciò addetta non era più disposta a continuare. La garanzia emessa fu praticamente
l’inizio di un’azione più ampia, alla quale aderirono
successivamente anche altri soggetti; ciò consentì la
pubblicazione regolare del quotidiano e influì anche
su altre iniziative a sua salvaguardia.
Nel marzo 1997 il movimento delle banche cooperative fondò il “Fondo di garanzia dei depositanti del
credito cooperativo”, che sostituì il preesistente Fondo di garanzia delle casse rurali e si adeguò ai regolamenti dei fondi di garanzia del sistema bancario.
Come curiosità citiamo il fatto che il rappresentante di una grande banca italiana mostrò interesse
e disponibilità affinché il suo istituto acquisisse la
BCCC garantendole al contempo l’indipendenza am-
167
Podružnica v obrtni coni v Dolini
La filiale nella zona artigianale
di Dolina
Otvoritev podružnice v Miljah
Inaugurazione della filiale
di Muggia
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
ministrativa soprattutto per quel che riguarda le scelta o le elezioni degli organi societari. Ovviamente non
ci furono ulteriori negoziazioni.
Nell’assemblea del 27 aprile i soci approvarono
il bilancio 1996 che registrava più di 4,5 miliardi di
utile d’esercizio. Gli interventi da parte dei soci erano incentrati soprattutto sulle perdite dei depositi presso la Banca di Credito di Trieste. Alle elezioni
nel consiglio d’amministrazione i soci confermarono
solamente l’ex vicepresidente Guido Zidariå eleggendo tre nuovi consiglieri, e precisamente l’avv. Jože
Bitežnik, l’arch. Marino Kokorovec e il dott. Walter
Stanissa.
A nuovo vicepresidente vicario fu eletto il sig. Dragotin Danev. Il sig. Guido Zidariå dette le dimissioni e
al suo posto venne cooptato il cap. Andrea Spetiå come
primo non eletto all’assemblea. Poco dopo il sig. Guido
Zidariå fu sopraffatto da un male incurabile; era stato
a lungo membro del movimento cooperativo presiedendo per sedici anni alla Cassa Rurale di Aurisina, dal
1978 fino alla fusione con la Banca di Credito Cooperativo del Carso, dove aveva poi ricoperto la funzione di
vicepresidente per due anni. Era stato anche membro
del collegio dei sindaci e in seguito del consiglio d’amministrazione della Federazione regionale delle casse
rurali nonché membro di vari organismi economici.
Sotto la presidenza di Guido Zidariå, che aveva assunto
la funzione dopo il commissariamento, la Cassa Rurale di Aurisina aveva tra l’altro costruito la nuova sede e
aperto la filiale a Sistiana.
La fondazione della Nuova Banca di Credito di
Trieste significò nuova concorrenza soprattutto nei
confronti della BCCC, in quanto gli obiettivi strategici
dell’istituto erano di aprire nuove filiali soprattutto
nei rioni cittadini dove vivano sloveni, nel circondario in maggioranza sloveno e sul Carso. Per prima
cosa fu aperta una filiale a Opicina nelle immediate
vicinanze della BCCC, cui seguirono altre due filiali
sempre sul Carso.
Come contromossa anche la BCCC decise di aprire nuove filiali, e già nel maggio comunicò alla Banca
d’Italia l’intenzione di aprirne una a Domio. La solenne inaugurazione si tenne il 20 dicembre 1997.
In giugno la BCCC, una tra le prime banche di credito in Italia, stipulò un accordo con la società finanziaria Schroder per la vendita dei suoi fondi d’investimento allargando ulteriormente i propri servizi. In
settembre fu sottoscritto un accordo per la collaborazione con l’Unione Regionale Economica Slovena, con
l’Associazione degli agricoltori e con la Coldiretti, con
lo scopo di consolidare ulteriormente la cooperazione
già esistente tra la banca e i soci degli enti succitati.
Nella previsione di investimenti a lungo termine, soprattutto in vista della costruzione della nuova
zona artigianale a Sgonico nonché di vari interventi in
ambito agricolo, la BCCC - con l’autorizzazione della
Banca d’Italia del 19 dicembre 1997 – si assicurò la
possibilità di superare i limiti per la concessione di
finanziamenti a lungo termine alle imprese, il che le
consentì successivamente di realizzare i succitati investimenti.
Nell’aprile 1998 vennero in visita i rappresentanti dell’Unione delle cooperative slovene e il ministro
per l’agricoltura sloveno, il sig. Ciril Smrkolj, accompagnati dai rappresentanti della Kmetijska zadruga
– Cooperativa agricola. L’autorevole ospite fu molto
interessato all’attività dell’istituto, congratulandosi
per i successi ottenuti e per tutto quello che si faceva a
favore della nostra comunità.
Nell’assemblea del 26 aprile 1998 i soci approvarono il bilancio 1997. Tra l’altro elessero quattro
consiglieri, confermando il consigliere cooptato cap.
Andrea Spetiå. Il vicepresidente Carlo Guštin, a cui
era scaduto il mandato e che non si ricandidò, si accomiatò dai soci e li ringraziò per la fiducia pluriennale
che gli era stata dimostrata. Al suo posto di consigliere fu eletto il sig. Sergio Stancich.
Il 1998 rappresentava il novantesimo anniversario dell’attività della Banca di Credito Cooperativo del
Carso. L’anniversario fu debitamente celebrato. Le
banche di credito cooperativo di Savogna e di Doberdò
e la BCCC pubblicarono un libro sulle banche slovene
nel Litorale scritto dal noto storico Marko Waltritsch.
Il libro, che fu presentato ufficialmente nella filiale di
Aurisina il 28 maggio, contiene una rassegna storica
dell’attività delle tre banche di credito cooperativo e
171
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
ed il Collegio dei Probiviri. Il p.i. Dušan Pangerc subendelle altre banche slovene con sede nel Litorale. Una
trò all’ing. Francesco Pisani che non si candidò più.
caratteristica peculiare è che la sua tiratura fu più alta
Nella prima riunione del Consiglio dopo l’assemdi ogni altro libro sloveno pubblicato in Italia.
blea il p.i. Dragotin Danev, allora vicepresidente, fu
La cerimonia per il novantesimo anniversario si
eletto alla massima carica mentre, nella riunione suctenne il 21 giugno nella Casa di cultura di Opicina e
cessiva, passò alla vicepresidenza il sig. Silvano Åok,
vi presero parte 900 tra soci e ospiti. Oltre al discorconsigliere di lunga data.
so solenne del presidente Paolo Miliå ci furono gli
La prima metà dell’anno fu caratterizzata da una
interventi di vari ospiti ed un ricco programma culcontinua riduzione dei tassi d’interesse, in particoturale. Durante la cerimonia la BCCC donò un nuovo
lare sui mutui ipotecari che allora erano erogati con
automezzo all’Associazione Sklad Mitja Åuk.
un tasso iniziale del 3%. In proporzione si ridussero
L’atto conclusivo e la corona delle celebrazioni del
anche i tassi di remunerazione della raccolta, avvicinovantesimo anniversario fu il concerto di capodannandosi ad un tasso leggermente superiore allo zero. I
no, tenutosi il 3 gennaio 1999 nel Politeama Rossetti.
mutui ipotecari in Italia erano allora tra i meno cari a
Eseguito dai musicisti dell’Orchestra Sinfonica Giolivello europeo, ma questa favorevole situazione ebbe
vanile Internazionale (Y.M.I.S.O.) e diretto dal fonuna breve durata in quanto già verso
datore - il maestro di musica triestino
fine agosto i tassi sui finanziamenIgor Kuret, il concerto ebbe luogo in
La cerimonia per il
ti subirono un aumento di un punto
un affollatissimo teatro Rossetti: un
novantesimo
anniversario
percentuale.
ulteriore successo sia per gli esecutori
La mutata situazione delle consia per gli organizzatori.
si tenne il 21 giugno
dizioni finanziarie influì sulla deciDurante l’estate la BCCC promosnella
Casa
di
cultura
di
sione della BCCC di riscattare in via
se una raccolta fondi a favore dei terremotati della Valle d’Isonzo. Con il Opicina e vi presero parte anticipata l’immobile destinato alla
Filiale di Trieste, precedentemente
contributo della stessa ed i fondi rac900
tra
soci
e
ospiti.
acquisito a mezzo leasing.
colti fu acquistata un’attrezzatura per
Considerata la decisione presa a suo
le analisi del sangue donata all’ospetempo e con l’intento di migliorare le procedure opedale di Bovec (Plezzo) nel mese di settembre durante
rative, all’inizio del mese di febbraio furono introdotti
una breve ma sentita cerimonia.
i nuovi programmi informatici. L’avvio non fu tra i più
Il Bilancio 1998 si chiuse con le seguenti principafortunati; successivamente essi furono migliorati, ma
li voci contabili: i crediti alla clientela assommavano
non diedero sufficiente affidabilità né quel valore agad oltre 174 miliardi, i depositi di risparmio hanno
giunto che ci si aspettava e che si sperava di conseguisuperato invece i 334,3 miliardi, e la raccolta indiretre introducendoli, cioè una più spedita ed aggiornata
ta i 199,5 miliardi di lire; il che significa che la BCC
operatività.
amministrava più di 534 miliardi di mezzi fiduciari. Il
Per garantirsi una maggiore capacità operativa
patrimonio netto era superiore ai 64 miliardi e conspecialmente con interventi di acquisizioni immobisiderando anche l’utile netto conseguito di oltre 3,6
liari anche a salvaguardia dei propri crediti, la BCCC
miliardi. Vi erano in forza 90 dipendenti suddivisi tra
assunse una partecipazione del 20% nella società fila sede e le cinque filiali. Il numero dei soci raggiunse
nanziaria Estfin SpA.
le 1.100 unità.
Il 12 settembre oltre 500 soci ed accompagnatori
Nell’assemblea del 25 aprile 1999 i soci, in seguito
presero parte alla gita sociale. Il treno storico traall’approvazione del Bilancio 1998 ed alle conseguensportò i partecipanti da Opicina a Bled via Bohinj,
ti inerenti delibere, elessero i candidati proposti per il
dove i partecipanti visitarono i luoghi di maggiore inConsiglio di Amministrazione, per il Collegio Sindacale
173
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
teresse turistico e presero parte al solenne incontro
conviviale in un noto ristorante.
Nel mese di ottobre la Banca, assieme alle altre
banche di credito cooperativo della Regione, firmò
l’accordo di collaborazione con le casse rurali austriache e con il loro istituto finanziario Raiffeisen International Funds per la collocazione dei loro svariati
fondi di investimento.
Nel febbraio 2000 il collettivo della Banca fu scosso
dalla prematura scomparsa della collega Laura Negrini, responsabile dell’Ufficio titoli. Per la sua preparazione professionale e per la semplicità cui era usa,
era stimata da tutti i colleghi e dalla clientela che la
ricorda ancora.
Le banche iniziarono gradualmente a prepararsi all’introduzione dell’Euro. Nel 2000 si operava, di
fatto, già nella valuta comune europea – ECU – nel
mercato mobiliare, in quanto tutte le transazioni
dovevano contenere la doppia evidenza in lire ed in
ECU. Anche la BCC all’epoca cominciò ad emettere le
proprie obbligazioni nella valuta europea.
Nel corso dell’anno i tassi d’interesse cominciarono nuovamente ad aumentare. Sebbene limitati ad un
quarto di punto percentuale erano alquanto frequenti e numerosi. L’aumento si registrava specialmente
nei finanziamenti poichè sui mercati interbancari
cominciò a manifestarsi una certa carenza di liquidità dovuta alla preferenza per titoli e fondi di investimento che allora distraevano in modo sensibile la
disponibilità dai depositi a risparmio e dai conti correnti.
In considerazione del non soddisfacente risultato
delle procedure operative di recente adottate, la Banca
decise di sostituire le stesse con quelle del pacchetto
applicativo dell’allora Fondo Comune delle Casse Rurali trentine, denominato SIB 2000 e tuttora in uso.
Nel progettare l’apertura di nuove filiali il Consiglio di Amministrazione concordò con gli esponenti del Consorzio Artigiano Dolina la disponibilità di
spazi nella costruenda palazzina dei servizi nella zona
artigianale.
Nel mese di dicembre dello stesso anno la Banca offrì alla propria clientela un ulteriore servizio:
l’operatività diretta sulle borse mobiliari tramite il
collegamento internet con la procedura “trading on
line”. Il servizio venne offerto in collaborazione con
la società Directa Sim, seconda per grandezza a livello
nazionale per tale servizio.
Nel 2001 furono definiti i preparativi per l’introduzione dell’operatività nella nuova valuta comune
europea. Tutti i valori espressi in lire e nelle valute
dei Paesi aderenti al nuovo sistema monetario furono convertiti nella valuta comune “Euro”, si dovette
quindi procedere alla loro conversione introducendo
nella stampa la virgola decimale che con le lire non era
in uso. Nel contempo si dovette procedere anche alla
sostituzione di tutti i macchinari per il trattamento
del denaro – contabanconote ed altri. Furono inoltre
sostituiti tutti i vari formulari, gli assegni, le cambiali,
le ricevute, ecc. che per qualsiasi motivo avevano già
indicati i valori in lire. Il passaggio non fu facile ma fu
completato con successo e senza complicazioni.
Per informare in tempo debito i soci e la clientela
sulle novità la Banca predispose anche la traduzione
di due manuali in lingua slovena che in modo semplice ma esaustivo illustrarono i cambiamenti connessi
all’introduzione della nuova moneta. La Banca organizzò inoltre alcuni incontri informativi per gli imprenditori per ragguagliarli sulle nuove incombenze
attinenti l’introduzione della nuova valuta.
Furono allora introdotte anche considerevoli novità normative nell’amministrazione e nella gestione
delle banche. La Banca dovette introdurre il terzo livello dei controlli interni, comunemente conosciuto
con l’espressione di “internal audit”, funzione che fu
affidata agli esperti della Federazione Regionale delle
BCC. Ancor prima si dovettero adeguare i regolamenti
e le procedure per la gestione ed il controllo dei rischi
operativi nel rispetto delle norme che gradatamente
entravano in vigore.
Per un più efficiente controllo dei rischi su crediti
il sistema bancario attivò un’ulteriore “centrale dei
rischi” nella quale furono censiti tutti gli affidamenti superiori ai cinquanta milioni di lire e successivamente tutti i vari finanziamenti concessi, comprese le
emissioni delle carte di credito.
175
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Il 23 marzo 2001, nell’auditorium del MIB a Trieste, la Banca presentò agli operatori interessati l’operatività della compravendita elettronica dei valori
mobiliari “Directa Sim - trading on line”.
Nell’assemblea di aprile il Presidente p.i. Dragotin Danev consegnò un riconoscimento per la lunga
presenza nel Consiglio al Vice Presidente sig. Silvano Åok ed al Consigliere uscente dott. Giusto Gruden.
Entrambi non si candidarono più ed in loro sostituzione furono eletti il dott. Adriano Kovacic ed il dott.
Boris Zidariå. Nella riunione del 30 aprile il Consiglio
riconfermò alla carica di Presidente il p.i. Dragotin
Danev ed elesse a quella di Vice Presidente il rag. Sergio Stancich.
Il Consiglio dovette occuparsi anche del piano regolatore comunale, in quanto una variante parziale
prevedeva l’esproprio del parcheggio attiguo alla sede
e la conseguente destinazione dell’area a parcheggio
pubblico.
A settembre il Consiglio inviò all’Organo di Vigilanza la preventiva comunicazione per l’apertura di
una filiale nella zona artigianale di Dolina, cui non
seguirono obiezioni alcune.
Come previsto dalla normativa, già a dicembre il
Consiglio - con propria delibera - convertì il capitale
sociale da lire in euro. Nel mese di dicembre la Banca
presentò il calendario 2002, stampato per l’occasione
del centenario del tram di Opicina. Il calendario ebbe
un notevole successo sull’intero territorio triestino.
All’inizio del 2002 vi fu la sostituzione della moneta.
Dal primo giorno operativo le banche non dovevano più
erogare le lire, ma potevano unicamente accettarle in
versamento. La lira rimase in vigore quale mezzo legale
di pagamento a tutto fine febbraio, ma tutte le transazione bancarie venivano registrate esclusivamente in
euro anche se si trattava di versamenti in lire.
Nonostante la sostituzione della moneta la crescita economica negli anni 2002 e 2003 non presentò
indici di miglioramento, registrando nel biennio un
aumento di appena 0,4% con un’inflazione che si aggirava sul 2,5%.
Nella previsione della sostituzione dei quadri direttivi, nella riunione del 14 gennaio 2002 il Consiglio
di Amministrazione designò a vicedirettore il funzionario dott. Alessandro Podobnik, che in seguito al
pensionamento del condirettore, rag. Aldo Strain, ne
assunse quasi in toto le funzioni. Il rag. Aldo Strain
collaborò successivamente quale responsabile per la
riorganizzazione per ulteriori due anni.
L’assemblea del 28 aprile 2002 ebbe luogo per la
prima volta nel Comune di San Dorligo, nel teatro F.
Prešeren a Bagnoli. Con tale presenza la Banca volle
ulteriormente evidenziare la prossima apertura della
filiale nella locale zona artigianale. Nell’Assemblea i
soci deliberarono la riduzione del numero dei Consiglieri da 11 a 9. Come nuovo Consigliere fu eletto
il rag. Davide Blasina. Il Presidente Danev ringraziò
i Consiglieri uscenti rag. Corrado Andolšek ed il p.i.
Dušan Pangerc che non si candidarono più. Un particolare ringraziamento venne rivolto al Consigliere
p.e. Paolo Milic, già dimessosi nel mese di marzo, per
la sua pluriennale presenza nel Consiglio e per tutti i risultati che la Cassa Rurale, ormai BCCC, aveva
conseguito sotto la sua presidenza ed in particolare
la costruzione dell’attuale sede, l’apertura della prima filiale e la qualifica di banca agente. Nel Collegio
dei sindaci il rag. Boris Kuret sostituì il dott. Mariano
Bajc.
Il 20 maggio fu presentato nella sala esposizioni
della Banca il volume Oglaševanje slovenskih tržaških
trgovcev – La pubblicità dei commercianti sloveni a Trieste
edito dalla Banca e scritto da Marko Waltritsch. Il volume, che riporta numerose inserzioni pubblicitarie
di quotidiani locali, pubblicati dalla fine del secolo
diciannovesimo agli anni post bellici, è una dimostrazione della numerosa presenza di commercianti
sloveni a Trieste e nei dintorni.
Nelle ore pomeridiane del 19 luglio 2002 ebbe
luogo la solenne apertura della nuova filiale nella zona
artigianale di Dolina. All’inaugurazione presero parte numerosi soci e clienti nonché esponenti politici
ed economici che evidenziarono nei propri interventi
l’importanza dell’avvenimento e della nuova presenza
della Banca.
Purtroppo anche nel 2002 registriamo una scomparsa che ha colpito i dipendenti della Banca. Dopo
177
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
tuale ispezione da parte dell’Organo di Vigilanza. Gli
una breve ed incurabile malattia è venuto a mancare il
ispettori si trattennero nell’istituto due mesi.
rag. Marijan Giaconi, già capocentro della banca.
Nell’assemblea annuale non vi furono variazioIn considerazione dell’aumentata operatività con
ni nel Consiglio di Amministrazione avendo i Soci
la Cassa Centrale delle Casse Rurali trentine, nel mese
confermato tutti e tre i Consiglieri uscenti e nuovadi febbraio la Banca sottoscrisse una partecipazione
mente candidatisi. I cambiamenti avvennero però nel
dell’Istituto.
Consiglio stesso, in quanto nella prima riunione post
Nel 2003 proseguì la riorganizzazione aziendale in
assembleare i Consiglieri elessero alla carica di Prequanto era necessario adeguare l’operatività alle nuosidente il rag. Sergio Stancich e a quella di Vice presive normative amministrative e del mercato. In coldente il dott. Adriano Kovacic.
laborazione con la Federazione Regionale e l’Ufficio
Nel corso dell’anno proseguì la riorganizzazione
per la riorganizzazione, il Consiglio di Amministraaziendale e la preparazione dei quadri direttivi. Il Vice
zione introduceva gradatamente i nuovi regolamenti
Direttore ed alcuni funzionari e/o quadri parteciparoper adempiere alle recenti disposizioni sulla gestione
no a specifici corsi di aggiornamento per l’acquisizioed in particolare sul controllo dei rischi.
ne delle competenze necessarie all’assunzione delle
Nel mese di giugno il sistema del credito coopepreviste future responsabilità. Il Consiglio inoltre si
rativo festeggiò il centoventesimo anniversario della
adoperò per risolvere la questione
costituzione della prima Cassa Rurale
della stampa bilingue o anche in sloitaliana, la Cassa Rurale di Loreggia,
Il 19 ottobre 2003
veno della varia modulistica. Alla fine
nelle vicinanze di Padova, avvenuta il
la Banca presentò
dell’anno erano stati stampati anche
20.6.1883.
nella versione slovena gli estratti dei
Nonostante l’andamento economi­
ufficialmente il primo
conti correnti. Per comunicare ai soci
co sfavorevole registriamo nell’anno
Bilancio sociale relativo
il maggior numero di informazioni
un avvenimento del tutto incoraggiansull’attività della cooperativa ed alte nella nostra realtà locale: l’inau­
all’esercizio 2002.
tre novità inerenti all’operatività, nel
gurazione della Zona artigianale Zgomese di ottobre la Banca pubblicò il primo bollettinik, nel Comune di Sgonico. Nella costruzione degli
no informativo sociale SKUPAJ, specificandone le
stabilimenti e nell’allestimento degli stessi la BCCC
finalità nell’introduzione del Presidente, rag. Sergio
era stata il maggiore partner bancario, avendo contriStancich.
buito alla realizzazione nella quasi totalità con finanDurante l’anno la Banca organizzò tre incontri inziamenti diretti e/o supportando gli imprenditori per
formativi per i soci e la clientela, durante i quali furol’ottenimento dei contributi a fondo perduto previsti
no rese note le novità entrate in vigore riguardo alla
dall’iniziativa regionale Obiettivo 2.
patente di guida. In due incontri gli imprenditori fuIl 19 ottobre 2003 la Banca presentò ufficialmente
rono aggiornati sull’iniziativa Obiettivo 2 e sulla valuil primo Bilancio sociale relativo all’esercizio 2002,
tazione delle aziende come previste dalle disposizioni
che evidenziava in un’ottica diversa l’attività dell’Istidegli accordi “Basilea 2”.
tuto presentato non solo sotto l’aspetto finanziario
Anche per quanto riguarda l’operatività notiamo
bensì anche attraverso i suoi interventi a supporto
delle novità. La BCCC firmò l’accordo con la Banca
dello sviluppo in generale e dell’ intero territorio nel
Woolwich per la concessione di mutui ipotecari della
quale opera. Tra i vari indicatori va segnalata l’entità
durata di anni quaranta. Furono attivati alcuni nuovi
degli interventi della Banca a favore dello sport, delservizi tra i quali il rilascio della carta di credito prela cultura e delle altre realtà, interventi che nel 2002
pagata “Tasca” che permette di usufruirne senza esavevano superato i 264.000 euro.
sere titolare di un conto corrente.
All’inizio del 2004 la Banca fu sottoposta all’abi-
179
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Verso la fine dell’anno la Banca inoltrò le proprie offerte per il servizio di tesoreria ai tre Comuni
dell’Altipiano – Duino Aurisina, Monrupino e Sgonico, acquisendo tale servizio di tutte le tre amministrazioni, con decorrenza primo gennaio 2005 per i
Comuni di Monrupino e Sgonico; quello di Duino Aurisina fu attivato alquanto più tardi per degli inconvenienti nel bando di assegnazione.
Nel rispetto del piano di sviluppo la Banca decise
di aprire un’ulteriore filiale, comunicando tale intento all’Organo di Vigilanza. Ultimata l’analisi del
territorio si decise di procedere con l’apertura nella
periferia di Trieste, nel rione di Santa Maria Maddalena in via del Molino a Vento n. 154. Durante l’anno
furono acquisiti i locali e venne dato il via alla progettazione ed alla ristrutturazione.
Con il primo gennaio 2005 entrò in vigore per tutti i risparmiatori delle banche di credito cooperativo
il Fondo di garanzia delle obbligazioni emesse dalle
banche aderenti al sistema. Il movimento del credito
cooperativo aveva infatti istituito un fondo di garanzia
aggiuntivo che tutelava i sottoscrittori delle obbligazioni emesse, sia per la quota interessi che la quota
capitale, in caso di eventuale insolvenza delle banche
emittenti. Questa realtà è unica nel sistema bancario
italiano, in quanto le obbligazioni emesse dagli altri
istituti non sono assistite da alcun fondo di garanzia,
e proprio in ciò si manifesta la differenza tra le banche di credito cooperativo rispetto alle restanti.
Nel 2005 ci furono ulteriori chiarimenti con l’Amministrazione finanziaria in quanto diversi Uffici
tributari si erano espressi positivamente sulla non
tassabilità delle quote degli utili destinate a riserve
indivisibili se l’operatività delle banche di credito
cooperativo era conforme alle istruzioni di Vigilanza,
cioè quando veniva rispettato il principio della “prevalenza”.
Nel mese di marzo la Banca convocò i sindaci dei
Comuni limitrofi, sia sloveni sia italiani, nonché i
rappresentanti del Consolato Generale Sloveno a
Trieste, ad un incontro informativo nel quale vennero
illustrati agli ospiti gli intenti e gli obiettivi della futura operatività nella vicina Slovenia.
I soci si riunirono durante l’anno in ben due assemblee. Nell’assemblea ordinaria di aprile per l’ap­­
provazione del bilancio d’esercizio 2004 e per le
elezioni degli organi societari, dove si registrò quale
unica variazione la sostituzione del sindaco supplente
dott. Boris Valentiå con il dott. Ugo Tomsiå. Nell’assemblea straordinaria del 12 giugno furono invece
approvate delle modifiche statutarie. L’adeguamento
si era reso necessario per allineare il contenuto dello statuto alle variazioni del codice civile sulle società e per eliminarne alcune incongruenze rispetto alle
nuove istruzioni di Vigilanza. Tra le novità, nello statuto vi è l’espressa indicazione che la cooperativa opera secondo i principi della mutualità e della solidarietà. Alla fine dell’Assemblea i soci ed altri intervenuti
assistettero alla presentazione del secondo Bilancio
sociale relativo l’anno 2004, corredata di un ricco ed
interessante programma culturale.
Nel mese di settembre un considerevole numero di
soci partecipò alla gita sociale a Chioggia e alla vicina
isola di Pellestrina. A favore dei soci e/o dei loro figli
che avessero conseguito un diploma di scuola media
superiore od universitario nel 2005 con un risultato
ottimo, la Banca bandì un concorso a premio.
Il 13 luglio avvenne la solenne inaugurazione della
filiale di via del Molino a Vento n. 154, nella periferia
della città. Come di consueto all’avvenimento presero
parte numerosi soci, rappresentanti di enti economici e politici. Madrina dell’avvenimento fu Tanja Romano, più volte campionessa mondiale di pattinaggio
artistico.
Durante l’anno la Banca acquisì nuove partecipazioni sia nella Hranilnica di Vipava in Slovenia
(Cassa di Risparmio di Vipacco) sia nella neocostituita società dalle BCC regionali e dall’Istituto Centrale I.C.C.R.E.A. SpA “BCC Sviluppo Territorio FVG –
SRL”. Scopo principale di quest’ultima è l’acquisizione di partecipazioni in nome e per conto delle banche
di credito cooperativo regionali in società od enti che
si occupano dello sviluppo dell’economia regionale.
La prima compartecipazione della società fu nella finanziaria Friulia SpA, la cui azionista di maggioranza
è l’Amministrazione regionale.
181
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
un locale in cui nel mese di novembre fu attivato un
Verso la fine dell’anno fu firmato l’accordo con
servizio di consulenza per la clientela ivi residente.
l’Amministrazione comunale per il libero utilizzo del
Nella vicina Slovenia vennero acquisiti dei locali idoparcheggio aziendale nelle giornate di sabato. La Bannei per una futura filiale.
ca rinunciò così al ricorso presentato al Consiglio di
Sempre nello stesso anno la Banca avviò gli accordi
Stato e il Comune all’esproprio dell’area in questione.
di collaborazione con i vari Fondi garanzia della proNell’anno 2006 entrò in vigore la disposizione di
vincia di Gorizia.
gestire la contabilità e di redigere i bilanci annuali
In accordo con la BCC di Doberdò e Savogna e con
secondo i principi contabili internazionali (I.A.S.).
l’Unione Regionale Economica Slovena, e nel comuIl passaggio alla nuova gestione non fu tra i più facili,
ne convincimento che è necessario preparare i giovain quanto detti principi contabili comportarono ulteni affinché assumano in futuro la gestione di attività
riori conteggi e diverse valorizzazioni delle principali
imprenditoriali e diventino imprenditori loro stessi,
voci attive e passive dei bilanci che senza le rispettive
la BCCC organizzò alcuni incontri formativi con gli
procedure contabili sono di fatto inattuabili. Le noviinteressati dopo aver commissionato un’analisi della
tà, che venivano emanate gradatamente e a causa delle
realtà economica locale e delle sue prospettive future
diverse interpretazioni continuamente aggiornate,
nonché sulle sue potenziali opportuinfluenzarono anche il risultato finale
nità.
dell’esercizio.
Il 25 maggio 2007
Con l’intento di allargare la proNel corso dell’anno furono introla
Banca
conseguì
un
pria attività ed acquisire partner di
dotte anche ulteriori novità nell’operavalenza strategica nel mese di ottobre
tività. In seguito all’adozione dell’euro
altro dei traguardi
la Banca decise di acquisire una parvi furono considerevoli adeguamenti
prefissati:
l’apertura
tecipazione nella finanziaria gorizianel sistema dei pagamenti sia a livelna KB 1909 SpA. Nel gennaio dell’anlo nazionale che internazionale. In
della filiale nel centro
no successivo la Banca invece acquiconsiderazione della nuova situaziocittadino
di
Muggia.
stò una partecipazione della Società
ne, specialmente nella compensazioimmobiliare del Carso SpA.
ne giornaliera dei flussi interbancari,
Nei primi mesi del 2007, con la collaborazione di
la Banca passò alla compensazione indiretta tramite
esperti esterni, la Banca predispose i vari modelli di
l’I.C.C.R.E.A. al sistema Target 2 che garantisce una
contratti di finanziamento da utilizzare nella prevista
compensazione giornaliera tra le aziende bancarie a lioperatività nei comuni limitrofi sloveni peraltro in
vello nazionale e quello internazionale del tutto sicura.
parte già avviata.
Nel corso dell’anno i tassi d’interesse ripresero ad
Il 25 maggio 2007 la Banca conseguì un altro dei
aumentare. La crescita economica fu alquanto contetraguardi prefissati: l’apertura della filiale nel centro
nuta, ma comunque superiore a quella del biennio precittadino di Muggia. La presenza dei soci e degli ospicedente. Nota positiva il basso tasso dell’inflazione.
ti confermava nuovamente l’attaccamento alla nostra
Nella progettata espansione territoriale il Consiistituzione, e soprattutto nell’intervento del Sindaglio di amministrazione deliberò nel mese di marzo
co di Muggia si percepiva il caloroso benvenuto alla
l’apertura di una filiale nel centro di Muggia. L’innuova unità che nel contempo rappresentava anche
tenzione venne comunicata alla Banca d’Italia e si avun’espressione di fiducia nella realtà locale.
viarono i preparativi per la ristrutturazione dei locali
L’assemblea per l’approvazione del bilancio 2006
reperiti, ma l’iter purtroppo si dilungò nell’attesa di
si tenne appena nel mese di maggio a causa dei riottenere la prescritta autorizzazione edilizia.
tardi nella predisposizione del bilancio conseguenCon l’Amministrazione comunale di Sgonico venti le incertezze interpretative per la stesura dell’atto
ne definito un accordo per la locazione temporanea di
183
Levo, prvi uradni obisk
jugoslovanskega generalnega
konzula dr. Draga Mirošiåa januar 1983
A sinistra, la prima visita ufficiale
del console generale jugoslavo
dr. Drago Mirošiå- gennaio 1983
Prvo miklavževanje v Hranilnici
leta 1982
La prima festa di San Nicolò
alla Cassa Rurale nel 1982
Ålanski izlet v Vedelago leta 1984
Gita sociale a Vedelago nel 1984
Obisk repentabrske osnovne
šole leta 1984
Visita della scuola elementare
di Monrupino nel 1984
Praznovanje božiånice 1987
deželnih hranilnic v Zgoniku
v priredbi Hranilnice
Festeggiamenti natalizi
delle Casse Rurali regionali
a Sgonico – 1987
Ålanski izlet na Bled z
zgodovinskim vlakom leta 1999
Gita sociale a Bled con il treno
storico nel 1999
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
stesso, stilato secondo i principi contabili internazionali. Nell’Assemblea il direttore Claudio Brajnik
prese commiato dai Soci ringraziandoli nel suo intervento per la fiducia espressagli nello svolgimento del
mandato e per la loro pluriennale collaborazione con
l’Istituto che si era dimostrata proficua per tutti, come
stavano a testimoniare i dati dell’ultimo bilancio presentato all’approvazione. L’intervento fu accolto da
un lungo e caloroso applauso a conferma della stima e
dell’affetto della compagine sociale nei confronti del
direttore uscente.
Nell’assemblea furono confermati i consiglieri
uscenti. Al posto del dott. Igor Corossi, dimissionario
per motivi di lavoro, venne eletta la signora rag. Elena
Parovel. Il Consiglio di Amministrazione, nella prima
riunione dopo l’Assemblea, confermò anche il Presidente ed il Vice Presidente, rispettivamente il rag.
Sergio Stancich e il dott. Adriano Kovacic.
In seguito al pensionamento del direttore Claudio
Brajnik, subentrò alla carica il suo vice, dott. Alessandro Podobnik, mentre Vice Direttori furono designati
i funzionari rag. Sergio Carli e rag. Igor Luxa.
Tra i vari aggiornamenti operativi dell’esercizio
2007 la Banca si dovette adeguare alle nuove disposizioni dell’operatività in titoli, conosciute con l’acronimo di MIFID (Market in Financial Instruments),
che tendono principalmente a salvaguardare l’investitore nei più diversificati investimenti finanziari e
principalmente in quelli che offrono maggiori rendimenti poichè all’investitore viene richiesta la dichiarazione di avere chiara conoscenza dei potenziali
rischi e propensione al rischio stesso. In mancanza di
una tale dichiarazione la banca deve rifiutarsi di compiere l’operazione.
Verso la fine dell’anno la Banca acquisì ulteriori
servizi di cassa e/o tesorerie, tra i quali citiamo la tesoreria per il Comune di San Dorligo della Valle che
rese la BCCC tesoriere di tutti i quattro comuni del
circondario.
Durante le manifestazioni per la caduta dei confini
tra l’Italia e la Slovenia la Banca è sempre stata presente supportando le numerose iniziative.
Il Bilancio dell’esercizio 2007 si chiuse con dati
del tutto soddisfacenti che come di consueto vengono evidenziati nella forma abbreviata. I finanziamenti
concessi avevano superato i 248 milioni, la raccolta
diretta i 284 milioni, alla quale va sommata quella indiretta pari a 119 milioni di euro. Il patrimonio netto
aziendale evidenziato fu di 55 milioni, l’utile d’esercizio di 3,8 milioni di euro. Il numero dei soci alla
fine dell’anno era pari a 1.480 unità, il numero dei
dipendenti pari a 91. Considerando la filiale di sede
erano operative 9 unità.
Oltre alle già accennate novità operative sono entrate in vigore anche le disposizioni previste per il capitale o patrimonio minimo, considerate nei vari accordi interbancari meglio conosciuti come l’Accordo
di Basilea 2. Le disposizioni determinano il patrimonio minimo in base al rapporto dei crediti erogati o
meglio delle classi degli affidati. Nel rispetto delle disposizioni le banche devono classificare gli affidati in
base al loro coefficiente di solvibilità, e sono inoltre
tenute a quantificarsi il patrimonio minimo con delle
speciali procedure contabili, conosciute con l’acronimo ICAAP (Internal Capital Adequacy Assessment
Process), la cui congruità è verificata dall’Organo di
Vigilanza. Si è dovuto infine attivare il servizio interno che verifica il rispetto delle norme, conosciuto
come “Compliance”.
Il 2007 è stato anche l’anno dei preparativi delle
celebrazioni del centenario della Banca. È stato steso un programma di massima per poter celebrare in
modo adeguato un anniversario di tutto rispetto e
contribuire ulteriormente alla visibilità dell’Istituto.
A dicembre è stato presentato il programma stesso ed
il calendario 2008 contenente le riproduzioni di opere dell’artista locale Bogdan Grom, attualmente residente negli USA. È stato realizzato anche un marchio
particolare del centenario.
Tra le varie iniziative già concretizzate evidenziamo la mostra filatelica e di cartoline antiche raffiguranti il recente passato e vari avvenimenti dei nostri
villaggi. La Banca, infatti, ha di recente acquisito una
ricca collezione di oltre 600 cartoline con riproduzioni dei borghi dell’altipiano carsico per preservare anche in questo modo la memoria della nostra storia più
187
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
vicina. Nel febbraio 2008 ha avuto luogo nella Casa di
cultura slovena la presentazione del Bilancio sociale
2007. La Banca ha offerto ai giovani un concerto di
musica leggera il quale è stato eseguito da affermati
cantanti e musicisti. Nell’assemblea dei soci di aprile sono state consegnate medaglie di riconoscimento
ai soci più anziani, agli ex amministratori e sindaci
nonché ai passati componenti la direzione.
A fine maggio e ad inizio giugno, sempre nell’ambito delle celebrazioni del centenario, un considerevole numero di soci ed accompagnatori hanno preso
parte alla crociera di alcuni giorni in Dalmazia durante la quale sono state visitate varie località di interesse storico godendo il panorama della bellissima costa
dalmata.
Ulteriori incontri e manifestazioni hanno avuto
luogo. Indichiamo solamente il concerto dell’orchestra zingara magiara che si è svolto al Politeama Rossetti in data 27 settembre e la celebrazione solenne
nel Teatro Verdi il 26 ottobre 2008.
Dal lato operativo riscontriamo l’apertura di una
filiale nel centro cittadino, in via San Spiridione avvenuta il tre ottobre e la prossima apertura di un’ulteriore unità operativa sulle rive.
In conclusione auguriamo alla Banca di Credito
Cooperativo del Carso – Zadružna kraška banka ulteriori successi e confidiamo che un giorno si possa
leggere la storia dei suoi duecento anni d’attività.
Alla fine ci pare doveroso ricordarci e ringraziare
tutti coloro che hanno in qualsiasi modo collaborato presso la Cassa Rurale ed Artigiana di Opicina ora
Banca di Credito Cooperativo del Carso: dai soci fondatori ai successivi amministratori e sindaci, dipendenti, soci e clienti. Un particolare ringraziamento a
tutte quelle persone che hanno amministrato l’istituto e hanno fedelmente rispettato i principi, prefissati dal gruppo dei lungimiranti e convinti fondatori,
nativi ad Opicina, riportati nell’allora statuto sociale:
“di promuovere le attività economiche dei soci contribuendo a fornire il credito necessario per le loro
attività economiche”. Quest’opportunità ci viene offerta ancor sempre dalla Banca di Credito Cooperativo del Carso, che con la propria attività non supporta
soltanto i soci ma l’intera comunità. Nel contempo
l’istituto rappresenta anche la nostra banca sulla
quale possiamo contare e di cui siamo fieri per tutto quello che ha già fatto contribuendo allo sviluppo
della nostra realtà e per tutto quello che senza dubbio
farà anche nel futuro.
189
Boris M. Gombaå
PRISPEVKI ZA ZGODOVINO
SLOVENCEV NA TRŒAæKEM
UN CONTRIBUTO ALLA STORIA
DEGLI SLOVENI A TRIESTE
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
O prazgodovinskem åasu v severnem Jadranu je malo pisanih virov, to so zapisi Plinija, ki je povzel
legendo o Argonavtih, Herodota, ki je opisal Grke, ko so menjavali kovine na severu Jadrana, ter
Artemidora in Strabona, ki sta opisala bivališåa primorskih plemen (kaštelirji). Po teh antiånih zapisih lahko razumemo, da so naši tukajšnji predniki živeli v sozvoåju z vsemi sosedi, tako tistimi iz Alp,
od katerih so dobivali sol in kovine, kot z grškimi trgovci, ki so zamenjevali olivno olje, vino in fino
posodje za bron in železo, in kot s kolišåarji, s katerimi so iskali nove poti po Donavi.
191
Sull’era preistorica nell’Alto Adriatico esistono poche fonti scritte: le annotazioni di Plinio che ricordano la leggenda degli Argonauti, quelle di Erodoto che descrive i Greci e i loro baratti per i metalli
nell’Alto Adriatico, o quelle di Artemidoro e di Strabone che descrivono le residenze delle tribù costiere (i castellieri). Da queste note si può capire che i nostri antenati locali vivevano in armonia con
tutti i vicini, con quelli residenti nelle Alpi, da cui ricevevano il sale e i metalli, con i commercianti
greci con cui barattavano il bronzo e il ferro per ottenere le olive, il vino e il vasellame pregiato, ed
anche con i palafitticoli con cui esploravano le nuove vie sul Danubio.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
A testimonianza di quest’epoca esistono anche numerosi reperti conservati nei musei locali e mondiali.
Convergevano qui da ovest, da nord e da est rispettivamente la via del sale da Salisburgo, la via dell’ambra
dai mari del Nord e la via dei metalli o degli argonauti
dalle Alpi. La cultura dei castellieri poteva contare,
nell’area più vasta del Golfo di Trieste, su più di 250
castellieri che cingevano il golfo come una bianca collana di pietra della dea Venere. I castellieri più grandi
erano quelli di S. Barbara, di Cattinara e il villaggio
monumentale sul Monte San Leonardo (Comune di
Sgonico). Gli abitanti dei castellieri formavano stirpi
e tribù (Illiri, Giapodi, Carni, Istri ecc.) che in varie
epoche dominarono quest’area d’importanza strategica. Al centro, sul colle (San Giusto), si ergeva la fortezza dei Carni, punto di controllo di tutti i passaggi
dal mare verso l’interno dell’Istria. I commerci recavano alla regione il benessere ed anche uno standard
culturale piuttosto elevato che si esprimeva nell’uso
di oggetti pratici, ma anche di quelli più raffinati - di
origine greca ed etrusca - e di armi sofisticate. La cultura dei castellieri durò per più di un millennio e non
fu affatto più arretrata rispetto alle culture presenti
nelle aree circostanti.
In questo mondo ben organizzato fecero ingresso
nel secondo secolo a. C. i Romani che, dopo aver fondato Aquileia (181 a. C.), conquistarono presto anche
le altre città costiere. Dopo la conquista di Nesazio
(Pola) sconfissero dapprima i Giapodi carsici (35 a.
C.) e poi anche le altre popolazioni dell’entroterra
(Carni, Istri). Conquistarono anche Tergeste, che costituiva la chiave per l’Istria e la Dalmazia. Oltre alla
cultura, alla lingua, alla civiltà, al mercato e al capitale,
i Romani introdussero nella società anche la gerarchia.
Secondo le leggi scritte il vertice della piramide era
costituito da Roma, poi seguivano le colonie primarie e soltanto dopo tutte le altre città. Anche nell’Alto
Adriatico la colonia madre (Aquileia) vigilava affinché
qualche città più giovane (Tergeste) non minacciasse i
loro interessi. Aquileia vigilava soprattutto sulle strade che collegavano l’Italia del Nord con la Pannonia
(Patavium - Emona - Petoviona - Siscia), poiché queste erano fonte di notevoli guadagni. Ma nonostante
il forte condizionamento di Aquileia anche a Trieste
poté svilupparsi la cultura provinciale romana.
Al sopraggiungere della crisi dell’Impero romano
sul Reno e sul Danubio, quando Alarico con i Visigoti
(339) e Attila con gli Unni (452) devastarono completamente Aquileia, la parte settentrionale della penisola italica fu abbandonata dalla crema degli imprenditori e dal loro capitale. E sebbene le città emanassero
ancora a lungo il fascino della civiltà antica, l’Impero romano d’occidente nell’Alto Adriatico sparì per
sempre (476). La civiltà romana si trasferì a oriente e
Bisanzio divenne il centro di tutti gli eventi mondiali.
Poiché l’Impero romano d’Oriente vigilava sui propri
diritti anche nell’Italia settentrionale, nel 535 difese
il proprio dominio sulle Alpi, da dove continuavano a
incombere i barbari, salvaguardando Ravenna in qualità di centro amministrativo e Aquileia come centro
spirituale. Alla rinascita di questa, distrutta mezzo
secolo prima da Attila, contribuì enormemente la leggenda di san Marco che proprio lì sarebbe vissuto ed
anche morto. Il vescovo di Aquileia approfittò della situazione per diventare il secondo uomo dopo il papa di
Roma e la città si elevò al rango di capitale mondiale.
Nel 568 le incombenti invasioni degli Avari e degli Slavi indussero Bisanzio a un’impresa diplomatica
straordinaria e cioè al trasferimento dei Longobardi,
popolo guerriero già convertito al cristianesimo, dalla
Pannonia in Friuli attraverso le nostre terre. Questi
scelsero come capoluogo Cividale da cui con un notevole sistema difensivo (limes e fortezze) protessero tutte le vie alpine che conducevano verso l’Italia.
Ciò nonostante gli Slavi, come riferisce lo scrittore
longobardo Paolo Diacono, dopo la vittoria in loco
qui Broxas dicitur raggiunsero le mura di Cividale e
s’insediarono sulle montagne circostanti. Nel 590
anche fonti bizantine dell’epoca riferirono delle invasioni slave e delle crescenti difficoltà che l’Impero
romano d’Oriente incontrava nelle zone di Trieste e
dell’Istria.
Alla fine del VI secolo Tergeste divenne una base
bizantina altamente fortificata in cui vivevano i Carni
romanizzati, i Celti, i Goti, i Longobardi e i Bizantini.
Se alle truppe mercenarie bizantine nel 602 fu ancora
193
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
possibile fermare le incalzanti tribù slave nell’entroterra triestino, nove anni dopo ciò non fu più possibile. La sconfitta bizantina presso Razdrto (611) rappresentò l’occasione per il trasferimento della difesa
sulle mura triestine, dove la popolazione non difendeva soltanto i propri averi e l’onore delle proprie
donne, ma anche la religione cristiana, l’antico diritto e l’amministrazione e la lingua retoromanza. Dopo
la grande paura la popolazione autoctona si tranquillizzò, rendendosi conto che gli Slavi avevano obiettivi
diversi dagli Unni e dai Goti e che cercavano soprattutto di insediarsi stabilmente sui campi abbandonati che si estendevano dalla Slavia Veneta attraverso il
Goriziano e il Carso fino all’Istria.
I Franchi, che nel 774 con i matrimoni dinastici e
le armi sottomisero i Bizantini e i Longobardi anche
nell’Adriatico settentrionale, nel nome del feudalesimo che propugnava lo sfruttamento totale delle terre,
insediarono gli Sloveni nei dintorni di Trieste – sui
campi di Servola ma anche su quelli di Roiano e Barcola. E poiché i triestini cercarono di contrastarli,
gli alti funzionari di Carlo (Placito del Risano, 804) li
ammonirono ricordando loro che era finito il tempo
degli antichi privilegi e che il feudatario di Carlo Dux
Joannes aveva tutto il diritto di insediare i contadini
sloveni nell’entroterra triestino. Questi, come testimoniano le fonti d’archivio, occuparono con i propri
villaggi e abitati dapprima la periferia triestina più
lontana (Beka, Bisuiza, Prosechi, Gorzane, Terstenichum, Rizmanje, Opichina, Longera, Gabrovizza, Sgonico, Bristie, Slivia, Ceroglie, Duino e Aurisina), e in
seguito anche quella più vicina (Guardiella, Scorcola,
Roiano, Greta, Chiadino, Coloncovez, Servola, ecc.).
IL MEDIO EVO
Passarono solo pochi decenni e il fumo che proveniva
dai piccoli villaggi sloveni al di là delle mura di San
Giusto cominciò a disturbare i triestini che, raccolti
nelle strette viuzze cittadine, abitavano il colle stesso.
Ma poiché avevano bisogno dei loro servizi, permisero a molti Sloveni di insediarsi intra muros e di diven-
tare a pieno titolo abitanti della città. Che gli Sloveni
costituissero lì un gruppo numericamente consistente sin dal primo medioevo è testimoniato da tre importanti documenti e cioè dall’Atto di donazione del
re Lotario II, che nel 948 concesse Trieste ai vescovi
tedeschi, dal Regio atto del 1294 che elevò Trieste a
Libero municipio, e dall’Atto di dedizione del 1382
con cui i triestini si sottomisero agli Asburgo. In tutti
questi atti medievali sono nominati anche i cittadini
di ceppo sloveno.
Il documento più importante che parla della presenza degli Sloveni nel nucleo urbano è il giuramento
di fedeltà a Venezia che fu sottoscritto nel 1202 da 370
illustri cittadini. I triestini garantirono con il proprio
patrimonio di non tradire il Doge che aveva occupato
la città. Tra i firmatari troviamo nomi come Niexco,
Soboslav, Miro, Walterj Sclavo, Mulez, Smeth, Stojanus Sclavus, ecc. che confermerebbero la tesi di una
presenza consistente di Sloveni importanti ed eccellenti a Trieste sin dall’inizio del XIII secolo. Se a ciò si
aggiunge anche la piccola nobiltà slovena (Blagošiøi,
Miriši, Raviåi) e il clero sloveno (Tomas Sclavus de
Piuka, il decano Pribec, Hvala, Nabiavez, Cognez,
Cragnec) possiamo concludere che le élite fossero
state sin da allora nazionalmente eterogenee. In assenza di altri dati possiamo comunque pensare che,
oltre ai ricchi, vivessero a Trieste anche degli Sloveni
di provenienza sociale inferiore. E questo può significare una sola cosa: che la vita quotidiana medievale
di Trieste fosse caratterizzata da una presenza slovena
piuttosto consistente dal XIII secolo in poi.
A Trieste, nonostante tutto, non si ripeté quanto
accadde in Croazia, dove i Croati conquistarono tutte le città dalmate sotto il comando dei propri re. Gli
Sloveni, infatti, non riuscirono mai a modificare definitivamente il carattere latino di Trieste, fatto importante nel prosieguo del tempo non solo per l’autoprestigio nazionale, ma anche perché la città rimase
sempre prevalentemente italiana. La mancanza di un
regno proprio sul territorio in cui erano insediati fu la
principale causa dell’inconsistenza statale slovena. I
regni o i principati non furono fondati data l’importanza attribuita ai territori occupati dagli Sloveni. La
195
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
loro ricchezza, sebbene unica, era costituita dai passi
alpini che ostacolavano il passaggio da oriente ad occidente. Data l’estrema importanza di questi traiectus,
il tentativo stesso di fondare qualche entità statale
slovena in quest’area (Carantania, Samo, Ljudevit,
Gorazd, Kocelj ecc.) generava immediatamente nelle
potenze d’allora la volontà di sottometterla. L’assenza
di uno stato proprio non fu un difetto imputabile agli
Sloveni, bensì un’imposizione delle potenze limitrofe
che tolsero loro la statalità con il ferro e il fuoco lasciandoli senza stato e senza storia. Agli Sloveni fu
tolta con le armi la possibilità di elevarsi a comunità
nazionale più matura che avrebbe potuto sottomettere i nuclei cittadini antichi.
Che fosse necessario conservare a tutti i costi il
potere sulle Alpi fu chiaro, dopo Carlo Magno, anche
all’imperatore tedesco Ottone I Hohenstauf (936–973)
che occupò tutti i passi, i trajectus, per mantenere il
collegamento tra il mondo germanico e quello latino
da Spluga al Brennero, da Bressanone a Salisburgo e
da Aquileia a Trieste, e che li concesse ai feudali tedeschi tanto secolari quanto ecclesiastici. Aquileia
divenne, sotto i re tedeschi, un’enorme marca di confine, il Forum Julii, con la propria lingua (idioma proprium habet, nulli italico ydiomati consimile), la propria
costituzione (Constitutione patriae foriulii) e una propria cultura di canzoni e danze popolari (štajer, roseane, sclave, styche). Di questa entità fecero parte quasi
tutti gli Sloveni e anche Trieste, che l’imperatore Lotario riqualificò in diocesi autonoma tedesca.
La pace che s’instaurò in Europa dopo la sottomissione degli Ungheresi nel XII secolo portò nel vecchio
continente il desiderio di un sempre crescente benessere. Da Canossa arrivò la notizia che l’imperatore
Enrico IV e il papa Gregorio VII avevano deciso di organizzare insieme le crociate per liberare le vie commerciali verso oriente. I ceti superiori volevano disporre di tessuti più morbidi, di vetri e di cibi speziati
e ciò tolse dall’anonimato Venezia, che si trasformò
ben presto in una potenza destinata a monopolizzare i
commerci del Mediterraneo per quasi mezzo millennio. A Venezia furono trasportate anche le reliquie di
san Marco e la potenza della città lagunare crebbe a tal
punto da impedire a Trieste ogni velleità commerciale. Anzi, i veneziani decisero di sottomettere Trieste
quanto prima, ma i triestini si opposero “cum singulari
constantia et exima virtutae”. La popolazione di Trieste era costituita dai germanici Voldoriki, Dietmarusi, Wismanusi Adalgeriusi, dagli italici Caccarini,
Bernardusi Tajaburse e Leonardusi Sinebragis e dagli
sloveni Niexki, Soboslaui, Bisseslaui, Belize, Dobrize,
Stojanusi Sclavusi e Stanke de Rismanja. Nel 1202,
prima del viaggio in Terrasanta, il doge E. Dandolo
minacciò Trieste di “spianarlo como Troia fino ai fondamenti” con l’aiuto dei cavalieri francesi. Nel XIV secolo per liberarsi da Venezia i triestini chiesero aiuto
agli Asburgo, la nuova stella nascente del continente.
Nel 1382 Trieste si sottomise agli Asburgo che la
annetterono ai propri possedimenti in Carniola e
Carinzia ed ai territori di Gorizia e di Duino. Il duca
Leopoldo d’Asburgo divenne alla fine del XIV secolo
il signore di Trieste e del suo entroterra. Ben presto
collegò con una nuova strada (S. Giovanni di Duino,
Trieste, Lubiana, Maribor, Graz, Semmering, Vienna)
il nuovo porto con la capitale. Dall’altra parte del golfo i veneziani opposero agli Asburgo una via che partiva da Capodistria per Årni kal e Klanec verso Kozina
e Podgrad. Il punto d’incontro delle due vie divenne
teatro di continui attacchi e guerre al punto che la via
fu chiamata La maledicta strata. Il desiderio austriaco
di raggiungere il mare e la volontà di Venezia di impedirglielo portarono a gravissimi conflitti che misero
a repentaglio l’equilibrio europeo. Poiché le potenze pretesero che l’influsso di Venezia fosse limitato,
s’inserì nelle trattative anche l’ex vescovo di Trieste,
Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa con il nome di
Pio II. Con la pace di Trento, che riuscì a mantenere
lo status quo nella politica europea, gli Asburgo riuscirono a stabilirsi sul Mare Adriatico con Trieste.
IL NUOVO EVO E LE NUOVE GENTI
L’interruzione dei commerci con il levante ad opera dei Turchi nel XV secolo sorprese tutto il mondo,
ma soprattutto i veneziani, i Fugger asburgici e i Me-
197
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
dici che dal commercio sulle lunghe distanze traevano in Europa i maggiori guadagni. Questi finanzieri,
nell’ambito della politica del do ut des dell’epoca, pretesero la liberalizzazione delle vie commerciali verso
oriente dal papa Pio II Piccolomini il quale si schierò
a favore di una nuova crociata che avrebbe permesso a
Roma di diventare di nuovo il centro del mondo. Ma
l’Europa del XVI secolo non era più l’Europa medievale. Se Roma fino a poco tempo prima era riuscita a
tacitare Giordano Bruno e Leonardo da Vinci, nel XVI
secolo ciò non era più possibile. I tempi dell’unità religiosa e politica nel segno della croce vennero meno
quando con l’umanesimo e il rinascimento ebbe inizio la crescita delle culture nazionali. I re francesi, inglesi e spagnoli scoprirono la sovranità nazionale e al
suo interno anche la propria sovranità. In queste circostanze non crollò soltanto il progetto della crociata,
ma furono intaccate le basi stesse del potere papale. Si
sollevarono Erasmo da Rotterdam (Elogio della pazzia
1467-1563) e Tommaso Moro (Utopia 1478-1535) cui
fecero seguito anche altri umanisti (Nicolò Copernico
con la teoria eliocentrica, Giordano Bruno con il panteismo dell’universo, Paracelso con le scoperte rivoluzionarie nella sanità, Michel Servet con la scoperta
dell’apparato circolatorio, Leonardo da Vinci con le sue
scoperte nel campo della fisica e Giovanni Guttenberg
con la stampa). Tutti chiedevano riforme e la purificazione della chiesa. E anche se molti non sopravvissero
ai roghi dell’inquisizione (il dogma al servizio degli
interessi) il progresso era ormai inarrestabile. Lontano da Roma, nel nord dell’Europa, cominciò a formarsi un nuovo ceto di capitalisti, disposti ad accogliere le
proposte di riforma dell’economia e della religione.
Se da un lato investirono ogni spicciolo nell’editoria e
nelle manifatture, dall’altro, nell’ambito di un ardente
fede primordiale nelle Sacre Scritture, rifiutarono il
papa e l’ingordigia romana. In occidente le nuove potenze andarono alla ricerca della via per le Indie senza
i capitani veneziani. Il dogma della terra diritta e piatta
non convinceva più nessuno e con l’ausilio della carta
geografica del fiorentino Toscanelli (1397-1482) Colombo raggiunse il Nuovo Mondo. La ruota della storia
cominciò a girare a velocità inaspettata.
Tutti questi cambiamenti epocali riguardarono anche Trieste. Nel corso del XV e XVI secolo gli Asburgo
divennero un’importante potenza centroeuropea con
ambizioni nella grande politica. Scoprirono il mercantilismo e Trieste rappresentava il presupposto
della loro rinascita nei commerci. Quando alla fine
del XV secolo i triestini tentarono di convincerli che
la loro finestra sul mondo meritava una maggiore attenzione, gli Asburgo li aiutarono liberandoli da tutti i
tributi, imponendo ai commercianti della Carniola di
approvvigionarsi esclusivamente a Trieste (1478), più
tardi anche gravando di dazi il grano, il vino e il sale
veneziano ed infine chiudendo con l’esercito la maledetta via di Capodistria. Questo protezionismo puro
permise a Trieste di elevarsi al rango di città commerciale, competitiva sull’Adriatico. Alle prime notizie
dello sviluppo di Trieste all’ombra del protezionismo
asburgico vi si insediò con il proprio capitale Simon
Žudijo, seguito dagli ebrei asburgici e dai banchieri toscani. Questi si assicurarono immediatamente i
commerci con le regioni alpine, poi finanziarono la
manifattura, la produzione e il commercio del ferro
(Železniki, Kropa, Stara Fužina). Gli Asburgo furono
entusiasti di questi sviluppi poiché riuscirono finalmente a concentrare sulle proprie terre ereditarie
tutto ciò che serviva a definirli un paese mercantile.
Lo sviluppo di Trieste stimolò anche l’insediamento degli Sloveni dell’entroterra, coadiuvati in questo
dallo Statuto della città del 1421 che prevedeva facilitazioni per i nuovi immigrati. A Trieste tutta la vita si
svolgeva in un idioma retoromanzo volgare (ce fas’tu)
che Dante, raffrontandolo con il melodioso fiorentino, definì un ragliare ripugnante. Tutti gli affari ufficiali si svolgevano solo in italiano e in tedesco, mentre lo sloveno rimaneva un idioma colloquiale. Per gli
abitanti del circondario che non conoscevano l’italiano gli editti venivano tradotti in sloveno, come faceva
il parroco di Opicina per un prezzo convenuto di due
carri di legna di prima scelta. Il predominio dell’italiano fu la conseguenza dello studio dei triestini presso le università italiane (Padova, Bologna). I cittadini
sloveni di Trieste nella vita pubblica dovettero sottostare a questa divisione forzata tra la lingua urbana e
199
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
quella non urbana (lingua madre). Lo status di cittadino condizionò sin da allora in maniera antidemocratica la scelta della lingua. La poco numerosa élite
cittadina viveva nella convinzione che i rapporti tra la
città e l’entroterra dovessero sempre favorire la prima, la città, che sin dai tempi di Roma rappresentava
il centro degli eventi. La sottomissione all’italiano costringeva tutti, indipendentemente dalle loro origini,
ad escludere la lingua madre dalla prassi quotidiana.
L’italiano divenne la lingua prevalente della città, lo
sloveno la lingua del mondo agricolo. Della zona grigia intermedia di questo schema bianco-nero si appropriò la maggioranza. Tra le due lingue fu scavato
un baratro invalicabile che in fasi ed epoche diverse
cercarono di colmare i vari traduttori, come Gregorio
Alasia da Sommaripa con il suo vocabolario italiano e
slavo (1607), i dignitari ecclesiastici (il vescovo Pietro Bonomo fece rivivere la lingua slovena con l’aiuto
del protestantesimo) e gli eruditi (Ireneo della Croce
nella sua storia di Trieste faceva presente che Trieste
non era una città esclusivamente italiana).
Ogni casa si trasformò allora in botiega, osteria,
tes­situra, magazzino di olio e di vino. Nell’abitato
che da San Giusto degradava ripidamente verso il
mare si sentiva segare, battere, caricare, lavorare,
bere e mangiare nelle tre lingue cittadine principali.
Tra queste lo sloveno era piuttosto presente, come si
può dedurre dai nomi dei proprietari di case (tre fratelli Babiåi, Marin Pisec, Fran Mirec, ecc.), di alcuni
proprietari di navi (Tomica, Travner, Til), dei mastri
muratori (Tomez e Lovran de Servola, Francesco de
Kozena, Nedelo de Sezana), degli osti e dei proprietari degli ospizi (Miha Vrisingoj, Ivan, Martin e Miha
Babich, Urban Povesnar, Matija Zupan, ecc.), dei mastri falegnami (Zobec, Zorko, Pietro di Lubiana, ecc.),
sarti (Tomas di Postojna, Martin di Castua), macellai,
barbieri, fornai e calzolai. Per sfuggire l’aria maleodorante e i lavori quotidiani i cittadini frequentavano
già allora le osterie del Carso che si potevano raggiungere con due strade maestre. Una si inerpicava attraverso Longera e Cattinara fino a Basovizza e avanti
verso la Notranjska, la seconda collegava Trieste con
Opicina e il circondario attraversando Roiano. Pro-
prio ad Opicina si trovava una delle osterie più note
e cioè l’osteria Mušketa, dove una volta all’anno in
onore del Capitano di Trieste si recavano per una
grande festa popolare sia i componenti delle grandi
famiglie triestine - Giuliani, Bonomo, Bajardi, Basejo
sia i cittadini senza pedigree (artigiani, commercianti,
osti, fornai, ecc.), ma anche donnine allegre dai nomi
espressivi (Rallegracore, Soradamor o Cuordamore).
In direzione della città, alla ricerca di guadagno, viaggiava la popolazione agricola, i cosiddetti sclavi che,
sulla scorta di ciò che dicono i documenti, rappresentavano la vera ricchezza comunale “cum emolumento et
utilitate Comunis” essendo delegati a svolgere i lavori
che i cittadini non erano in grado di effettuare.
All’insegna del rapido arricchimento Trieste, seppur in termini ancora modesti, divenne interessante
per commercianti, artigiani, sensali, spedizionieri,
marinai e uomini d’affari di tutto il mondo. A questi
si aggiunse molto presto anche un’armata di lavoratori sloveni che costruivano la città e le navi, che
trasbordavano le merci e svolgevano tutte le attività portuali. Sebbene questi nuovi arrivati portassero
con sé la propria lingua, i propri costumi e le proprie
religioni, i triestini ritennero concordemente di dover perseguire due cose: l’arricchimento sostenuto
e la lingua corrente usata in città. Prevalse la lingua
dei commerci mediterranei, lingua franca veneziana,
il dialetto veneto che in un modo o nell’altro nel Mediterraneo tutti conoscevano ed usavano. A Trieste il
locale retoromanzo ce fas’tu fu sostituito dalla lingua
del commercio cosa ti fazi. Oltre al catasto, i numeri
civici, la scuola ed altre ordinanze teresiane, a Trieste
fu realizzato anche il primo censimento della popolazione cittadina. Nel 1735 viveva in città il 53,3% della
popolazione, nelle periferie il 16,5% e nel circondario
il 30,1%. In seguito la popolazione cittadina raggiunse il 70%, quella delle periferie il 25,6% e quella del
circondario il 4% del totale comunale. È evidente che
la popolazione slovena del circondario aveva deciso
di trasferirsi a Trieste. E qui molti, se non addirittura la maggioranza, si assimilarono con la popolazione italiana. Come a molti dei loro predecessori, che
si assimilarono nei secoli precedenti, anche a questi
201
2
3
1
Dejanske in zahtevane meje Furlanije Julijske krajine:
1. Avstrijska meja
2. Narodnostna meja
3. Meja, ki jo je zahtevala Italija od Avstro-Ogrske aprila 1915
4. Wilsonova årta
5. Popravljena Wilsonova årta v korist Italije
6
6. Predvidena meja v Londonska pogodbi 26.4.1915
7. Meja, ki jo je zahtevala Italija leta 1919
7
Confini effettivi e richiesti per la Venezia Giulia
1. Confine austro-ungarico con il Regno d’Italia
2. Confine del territorio nazionale sloveno
3. Il confine preteso dall'Italia all’Austro-Ungheria nell'aprile 1915
4. Linea Wilson
5. La linea Wilson corretta a favore dell’Italia
5
6. Il confine previsto dal Trattato di Londra del 26.4.1915
7. Il confine preteso dall'Italia nel 1919
4
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
coadiutori del mercantilismo accadde lo stesso nelle nuove circostanze. L’equazione era estremamente
semplice: l’assorbimento della lingua cittadina equivaleva all’elevazione sulla scala sociale.
Per la loro appartenenza al mondo germanico i
triestini dell’inizio del XVI secolo diedero volentieri ascolto alle idee propagate dal protestantesimo. A
Trieste cominciò a diffondersi una nuova religiosità,
nata sulle rovine morali della Chiesa di Roma. Ai sudditi più fedeli del papa, i Granzi de acqua, come Bonomo definiva i veneziani, fu data la colpa del ristagno di
Trieste che continuò ad essere limitata dall’incessante blocco dell’Adriatico. E sebbene Piccolomini e Bonomo fossero rispettivamente i consulenti dell’imperatore tedesco Federico III e dell’imperatore tedesco
Massimiliano I, il loro piano per affrancare Trieste
da Venezia non ebbe successo. Il protestantesimo fu
accolto dal vescovo Pietro Bonomo principalmente
per il suo odio verso il papa che riteneva responsabile
della collaborazione con Venezia a scapito di Trieste.
Nella fetida cloaca del monopolio marittimo veneto e
delle rendite inique egli intervenne con l’idea riformatrice di permettere qualsiasi forma di concorrenza
purché potesse vincere il migliore e il più solerte.
La riforma ebbe un grande sviluppo a Trieste tra
gli anni 1520 e 1560. A differenza del mondo italiano, dove toccò soltanto i ceti intellettuali, i triestini
- senza distinzione, sia che fossero tedeschi, italiani o
sloveni - richiesero una partecipazione più intima ai
riti ecclesiastici sul modello della riforma tedesca. Da
Trieste “verum emporium ad provinciam Carsiae, Carniolae, Stiriae et Austriae” la riforma si espanse anche
in queste regioni. A capo del movimento riformista
troviamo il vescovo triestino Bonomo che pretendeva
che il rinnovamento della chiesa non riguardasse soltanto i ceti privilegiati ma si estendesse a tutti i popoli
e a tutti i ceti. Dall’entroterra sloveno invitò a Trieste
predicatori (Vergerio) e studenti (Trubar). Proprio
all’ombra della cattedrale triestina ebbero modo di
incontrarsi tre personaggi che influirono in maniera determinante sulla cultura e la lingua slovena: a
San Giusto i vescovi Bonomo e Vergerio aprirono a
Primož Trubar la via verso il mondo della cultura e
dell’istruzione. Dopo i dubbi iniziali il Vergerio cambiò idea e invitò “quel predicatore di Lubiana” a tradurre la Bibbia per gli Sloveni e i Croati. Oltre a quello
già ricordato, Trubar ebbe per gli Sloveni di Trieste
un ulteriore merito e cioè quello di essere stato il primo a parlare di Dio nella loro lingua e questo proprio
nel centro cittadino. La via che collega tutt’ora le due
chiese (Trubar predicava in sloveno nella cattedrale
di S. Giusto e nella chiesa di Santa Maria del Mare)
è infatti ripida quanto lo è stata e continua ad esserlo
la via che divide la popolazione italiana e slovena di
Trieste. In ambedue le chiese Trubar parlò con ardore ai suoi Sloveni che ben poco sapevano al di fuori
della cultura popolare e li affrancò dal debito morale e
linguistico che li divideva dalle altre etnie di Trieste.
Inoltre, per merito di Trubar, poterono leggere questi
insegnamenti anche nella Bibbia perché con l’aiuto
dell’Abbecedario si affrancarono dall’analfabetismo
e dalla sottomissione.
Il progetto papale della controriforma iniziò alla
metà del XVI secolo. Gli Asburgo adottarono la controriforma soprattutto per contrastare l’alta nobiltà
che voleva competere con loro e le tendenze centrifughe delle regioni ereditarie. E poiché i paesi rimasti
fedeli alla riforma avanzavano più rapidamente con il
capitalismo rispetto al mondo mediterraneo latifondista e tradizionalmente feudale, l’Austria si ritrovò
nuovamente in coda allo sviluppo. I Gesuiti condussero con mano ferma quel processo di ritorno al cattolicesimo che Rodolfo II (1576-1612) e Ferdinando II
(1619-1637) d’Asburgo imposero secondo la massima cuius regio, eius religio. Sotto la guida del vescovo di
Lubiana Tomaž Hren furono distrutte le chiese e i cimiteri protestanti ed incendiati i libri liturgici. Dopo
la grande crescita civile la società si ritrovò nel soffocante abbraccio papale. I diversi furono esiliati. Trubar con la sua Cerkvena ordnunga si rifugiò a Tübingen
nel Württenberg, dove lo seguirono gli stati regionali,
la media nobiltà, i cittadini e i commercianti. Come
scrisse con dolore Ivan Cankar nei suoi Hlapci “nel
corso del protestantesimo espulsero dal paese tutte le persone oneste. Quello che rimase era plebaglia. E noi siamo
figli di questa plebaglia”. Si formò un vuoto difficile da
203
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
colmare. Le regioni slovene caddero nell’isolamento
e nella regressione. Nonostante le intercessioni del
vescovo Bonomo a Vienna, Trieste decadde. L’imperatore Ferdinando II, che temeva la propria nobiltà
più di Venezia, permise agli inquisitori della Serenissima di avvelenare il vescovo triestino Andrea Rapicio
(contrario all’istituzione del tribunale inquisitore),
mentre i Gesuiti pretesero dal Comune di Trieste ulteriori 200 fiorini di rendita annua.
La scoperta del nuovo mondo diede vita al colonialismo che divenne il più importante veicolo di
penetrazione della civiltà europea nel mondo. La rivoluzione industriale permise all’Inghilterra di salire
sul trono delle potenze mondiali. Se ne resero conto
anche gli Asburgo che con Jan Sobjeski e Eugenio di
Savoia respinsero i Turchi al di là del Danubio (1717)
conquistando uno dei maggiori granai d’Europa. Dallo Srem al Banato si estesero i possedimenti coloniali
austriaci che funsero da sostituti dei mari mondiali.
Questo fu il prezzo del deal con cui l’Austria, per il
trono dell’imperatrice (con la Prammatica Sanzione)
rinunciò agli oceani e a tutte le ambizioni coloniali.
Sul trono di Vienna salì il primo monarca assoluto illuminato Carlo VI (1687-1740). Quando si rese
conto che soltanto il mercantilismo poteva salvargli lo
stato, conferì a Trieste due documenti e cioè l’Editto sulla libera navigazione nell’Adriatico (1717) e
l’Editto sul porto franco (1719). Dopo Carlo VI salì al
potere Maria Teresa (1740-1780) che realizzò molte
delle idee paterne ed anche un progetto proprio. Fece
costruire ad esempio lungo il canale un grande quartiere commerciale che porta tuttora il suo nome.
La celebre Fuhrwerk, la via commerciale per trasportare da Vienna a Trieste le merci ceche, austriache e ungheresi nel corso del XVIII e del XIX secolo,
è stata foriera di grandi guadagni per i commercianti
professionisti e occasionali e per i trasportatori. Il
trasporto costituì un’importante attività complementare per la popolazione slovena da Opicina a Vrhnika che migliorò notevolmente la propria condizione.
Con le merci vennero a Trieste anche i commercianti,
i carrettieri, i loro servi, i lavoratori giornalieri e tutti
i pretendenti ad una vita migliore. I nuovi arrivati si
inserirono nel tessuto cittadino ognuno secondo le
proprie possibilità. Molti furono aiutati dai parenti
che li assistettero nei primi contatti con la città. Gli
Sloveni di Trieste, come in altri casi simili, parlavano
a casa nella lingua madre usando in pubblico la lingua
colloquiale quotidiana della popolazione locale. Ma
poiché il commercio richiedeva l’uso dello sloveno e
anche le istituzioni pubbliche cominciarono a pretendere la conoscenza di tutte e tre le lingue locali,
molti decisero di non rinunciare alla conoscenza di
questa seconda lingua e trasmisero questo capitale
anche ai loro figli. Lo sloveno era diffuso al punto da
essere usato per la corrispondenza anche dai ceti più
elevati; ne sono esempio i Marenzi, il cui palazzo confinava con i possedimenti dei Bonomo a San Giusto.
LA STORIA ATTUALE
Anche se non è confermato che Anton Tomaž Linhart
(1756-1795) sia stato massone, le fonti storiche rivelano che alla pari di Voltaire anch’egli si pose il quesito filosofico sul perché la storia abbia seguito l’andamento che conosciamo e sul perché alcuni dividessero
il potere con Dio ed altri no. Il problema riguardava la
libertà personale di ognuno, tema considerato tabù
fino all’Illuminismo. Il legame di Linhart con Imanuel Kant è la dimostrazione di come questo eccellente Sloveno si sia adoperato a favore delle riforme
e dell’uguaglianza nazionale. Il movimento riformista
fu appoggiato a Lubiana anche dal barone Žiga Zois e
da Valentin Vodnik, a Trieste invece da Antonio de
Giuliani, che fu anche simpatizzante della rivoluzione
francese. Alcuni Sloveni appoggiarono la rivoluzione
andando a Parigi (Janez Kupertin Naveršnik), altri
furono favorevoli all’eliminazione del feudalesimo in
patria (Jožef Lukman), altri ancora pagarono il proprio virtuale giacobinismo persino con la vita (l’ufficiale dei Distretti militari Tauferer).
Solo quando Napoleone ebbe occupato mezza Europa nel nome dell’uguaglianza, della libertà e della
fraternità, i sostenitori delle idee rivoluzionarie capirono che anche in questo caso “il primo prossimo è se
205
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
stesso” e che egli agì soprattutto nel proprio interesse.
Ma ciò nonostante i francofili e gli entusiasti dell’elevazione nazionale dei propri popoli non si sentirono
delusi. In Italia ci furono da un lato i carbonari, che
si trasformarono in fuorilegge nel nome della patria,
dall’altro invece i vari Foscolo, Manzoni, Leopardi,
Pellico e Mazzini che diedero vita al Risorgimento a
Milano. Una situazione simile si ebbe anche presso gli
Sloveni. Da un lato furono attivi i rokovnjaåi che facevano i briganti nei dintorni di Lubiana, dall’altro invece i
vari Linhart, Vodnik, Zois e Kopitar che si adoperarono in città a favore della rinascita nazionale. Dopo aver
codificato la lingua slovena pretesero che diventasse la
lingua degli uffici, dell’amministrazione, della giustizia e dell’economia. La rinascita fiorì anche in Carinzia, nella Stiria e sul Litorale (Trieste, Capodistria). A
Trieste, a parte gli ebrei, il funzionario Federigo Carlo de Ossezky e il chierico Giovanni Rado, i massoni,
specie tra gli sloveni, non furono molti.
Il 13.11.1813 segnò la fine dell’occupazione francese e anche delle Province Illiriche. Trieste ricorda l’epoca francese in termini negativi, anche per il
blocco continentale di Napoleone. In seguito tutte le
regioni slovene furono rilevate, nel nome dell’imperatore, dal governatore civile e militare austriaco Lettemann. L’occupazione francese rappresentò per gli
sloveni il primo contatto con il mondo progressista
scaturito dalla rivoluzione francese. Gli ambienti intellettuali sloveni di cui facevano parte Scopoli, Hacquet, Vega, Zois, Vodnik, Linhart, Zupan, Primic ed
altri, assunsero anche la direzione dei giornali locali
quali la Gazzetta Goriziana (1774), il Klagenfurter Zeitung, il Laibacher Zeitung (1783) e l’Osservatore triestino
(1784). Supportate dal generale obbligo scolastico le
genti slovene poterono leggere dapprima la Lajbaherica, e poi le Kmetijske in rokodelske novice. Quando la
cerchia di Prešeren offrì anche la Åebelica, Jovan Vesel Koseski e gli altri funzionari sloveni di Trieste poterono accedere alla stampa slovena ed entusiasmarsi
per l’idea nazionale slovena.
Dopo il periodo napoleonico Trieste ritornò agli
Asburgo che rivalutarono Trieste e la resero partecipe alla rivoluzione industriale. Cominciò l’era degli
eventi epocali. Nel 1818 fu usata per la prima volta la
macchina a vapore sul piroscafo Carolina che collegava Trieste con Venezia. L’anno dopo la macchina a
vapore fu usata anche sulla terraferma, precisamente nel mulino costruito dal francese Sonnerat. Con lo
sviluppo della cantieristica (cantiere Panfili, 1840) e
della costruzione delle macchine a vapore (la Fabbrica
macchine di Strudthoff), a Trieste trionfò il capitalismo cui fece seguito anche il capitale finanziario. Nel
1822 fu fondata l’assicurazione contro gli incendi, poi
nel 1831 le Assicurazioni Generali austro–italiche,
più tardi nel 1838 i triestini riuscirono a fondare la
Riunione Adriatica di Sicurtà che si estese rapidamente in tutto l’impero. Le sette assicurazioni triestine riuscirono a mettere la ciliegina sulla torta del movimento assicurativo europeo con la fondazione del
Lloyd Austriaco (1833). Tre anni più tardi con i capitali Rotschild fondarono la compagnia di navigazione
Lloyd Austriaco, del valore di un milione di fiorini,
che con i suoi 26 piroscafi dominò la navigazione costiera tra i porti austriaci (Venezia, Istria, Dalmazia)
e la navigazione nel Mediterraneo (Grecia, Salonicco,
Costantinopoli, porti del Mar Nero, Siria, Egitto), e
la Compagnia Austro-Americana, destinata al traffico transoceanico, su cui veniva convogliata la produzione industriale proveniente dalle regioni boeme
e tedesche più evolute. L’autore di questo progetto fu
Karl Ludwig von Bruck, originario dalla Renania, che
arrivò a Trieste negli anni venti per aprire al mondo
germanico un varco meridionale verso il mondo.
Tutto questo sviluppo richiese anche l’evoluzione
dei trasporti poiché la Fuhrwerk, la strada che collegava da secoli Trieste con l’entroterra, rappresentava
un vero e proprio ostacolo allo sviluppo. Vienna allora raccolse i capitali necessari sui mercati finanziari
mondiali e presso gli Ebrei, e affidò quindi all’architetto Ghega la progettazione del tracciato della Ferrovia Meridionale che doveva collegare Vienna con
Trieste. Nel 1846 fu inaugurata la linea ferroviaria
da Graz a Celje, in seguito collegarono con la ferrovia anche Lubiana e Trieste (1857). Nel 1850 furono
movimentate 641.391 tonnellate di merci e Trieste
divenne uno dei principali porti europei. La popo-
207
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Janez Nepomuk Kalister:
eden najuspešnejših tržaških
slovenskih podjetnikov
Janez Nepomuk Kalister:
uno dei massimi imprenditori
sloveni a Trieste
209
lazione triestina crebbe dalle 42.000 unità del 1817
alle 80.000 del 1846. Questo grande porto, che non
era più soltanto la più grande città presente sul territorio sloveno, divenne agli inizi del XIX secolo il più
grande centro commerciale della monarchia asburgica. L’influenza di Trieste si estese anche verso l’interno, condizionandone pesantemente lo sviluppo. I
triestini ad esempio investirono nel primo e nel secondo zuccherificio di Lubiana, nella filatura a vapore
di Ajdovšåina e di Prebold, nelle miniere di carbone
di Hrastnik, e così via. Lo sfondamento del capitale triestino nell’entroterra, ossia l’inizio dei legami
commerciali con l’Italia (Senigaglia era la sede della
borsa degli articoli in ferro per tutto il Mediterraneo), risvegliò gli Zois di Lubiana, i Bleiweis dell’Alta
Carniola, i Kalister e i Gorup del litorale ed i Kozler di
Koåevje. Ivan Kozler, figlio di agricoltori di Koåevska
Reka (il padre dell’autore della prima carta geografica
slovena), che si arricchì con il commercio della frutta
esotica, divenne uno degli sloveni più ricchi ed acquistò case a Trieste, a Fiume e a Vienna. Fu seguito a
Trieste anche da Janez Nepomuk Kalister che, già arricchitosi a casa propria con il commercio dei prodotti locali, diventò addirittura il più ricco sloveno dopo
aver ottenuto la concessione per la raccolta dei dazi,
e da Josip Gorup, che certamente non gli fu da meno.
Oltre che di capitali Trieste necessitava anche di forza lavoro che poteva reperire nell’entroterra agricolo.
Per colpa della crisi agraria della prima metà del XIX
secolo molti piccoli proprietari, sottoposti ad eccessive tasse in denaro e in corvé, si trasferirono a Trieste
o in altre terre d’oltremare. Dalla Coscrizione generale
della città e del porto franco di Trieste (1735), con cui
furono censiti tutti i cittadini e le loro origini, si può
dedurre che gran parte della popolazione triestina era
nata nell’entroterra sloveno. I dati demografici certificano che nel 1700 Trieste aveva 5.700 abitanti, 85
anni più tardi 20.000, nel 1924 già 50.000, venti anni
dopo 80.000, nel 1876 invece 123.000 abitanti.
Il periodo pre-marzo si trasformò nel tempo della
lotta culturale che coinvolse sia la borghesia che viveva del proprio lavoro, sia la corte che viveva sfruttan-
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
do i privilegi. E sebbene Vienna considerasse questi
rinnovatori quasi alla stessa stregua dei giacobini, fu
comunque più clemente con gli italiani di Trieste. Nel
tempo in cui agli Sloveni di Trieste era appena concessa la traduzione degli editti ufficiali, Vienna riservò all’italiano una posizione privilegiata permettendone l’uso nell’istruzione superiore, nei tribunali e
nell’amministrazione. Il punto di partenza delle due
compagini nazionali a Trieste non fu mai alla pari, lo
sloveno si affermò sempre più tardi rispetto all’italiano e il tedesco. Sebbene la borghesia slovena della
Carniola, quella carinziana, stiriana e del Litorale cer­
cassero di mimetizzarsi nei propri saloni rifiutando di
conversare in sloveno, la lingua si affermò in maniera
inarrestabile. L’agitazione a favore della lingua slovena si estese dal professore all’allievo, dal vescovo al
sacerdote. La cerchia di coloro che sentivano una coscienza nazionale si allargò sempre più, dapprima tra
il clero e poi tra gli intellettuali laici. Anche gli Sloveni
compresero che l’istruzione rappresentava la chiave
per l’emancipazione culturale e sociale e, poiché l’assimilazione avveniva soprattutto nelle città, era proprio lì che bisognava vincere le prime battaglie.
Nonostante l’esistenza dei confini regionali l’idea
dell’unità della nazione slovena continuò a espandersi in tutti i territori sloveni. A Trieste lo sloveno era
una lingua completamente autoctona, ma per il dominante ruolo sociale dell’italiano ebbe uno sviluppo un
po’ diverso. Alla domanda su quale fosse nel 1848 il
rapporto numerico tra la popolazione italiana e quella
slovena del Comune di Trieste, possiamo rispondere
citando il poligrafo ed archivista civico Pietro Kandler che nel 1842 affermò che il numero degli Sloveni
uguagliava quasi quello degli Italiani. Gli stessi dati
sono testimoniati anche dalla statistica etnografica di
Czoernig del 1846, che appurò che gli Italiani presenti in città erano 43.940 e che accanto a loro vivevano
nell’intero Comune di Trieste anche 25.300 Sloveni
(oltre a 8.000 Tedeschi e 3.000 Ebrei). Ambedue le
statistiche sortirono sin da allora reazioni piuttosto
burrascose tra i cittadini italiani.
Quando dopo il 1848 apparve anche l’idea della
Slovenia unita, la comunità italiana di Trieste capì che
anche gli sloveni auspicavano la libertà e l’unità nazionale. Dopo lo Statuto cittadino concesso dall’imperatore (1850) il Comune triestino sostituì la propria
benevolenza verso gli sloveni con un atteggiamento
meno favorevole. Nel decennio che seguì limitò dapprima la concessione della residenza ai nuovi venuti sloveni, poi proclamò l’italiano come unica lingua
dell’amministrazione e infine impedì l’apertura delle scuole slovene in città. La costituzione concessa
dall’imperatore nel 1861 non portò la democrazia.
Il diritto di voto privilegiò soltanto i ceti e le nazioni
superiori. La democrazia austriaca illuminò soltanto
parzialmente i grandi contadini, i lavoratori nell’amministrazione statale, gli insegnanti e il basso clero,
togliendo di fatto ogni privilegio alla base elettorale
del risorgimento sloveno.
Secondo Kandler lo sloveno era di uso ordinario a
Trieste e nelle periferie. Egli appurò che la diffusione della liturgia slovena coincideva con la diffusione
della parlata slovena e che questa, in molte periferie
triestine, costituiva addirittura la lingua maggioritaria. Poiché la liturgia slovena veniva svolta dai sacerdoti sloveni fu necessario organizzare l’istruzione anche per loro. Il merito di tutto ciò, secondo Kandler,
sarebbe stato del nuovo Primož Trubar cioè del primo
vescovo triestino-capodistriano Matevž Ravnikar
(1776-1845), ecclesiastico retto che difese con tutta la
propria dignità il diritto degli sloveni ad usare la loro
lingua in chiesa. Egli è noto anche per aver supportato
economicamente lo sviluppo delle nuove leve del clero sloveno avendo destinato i propri averi all’istruzione dei giovani sacerdoti sloveni. Con ciò seminò
l’idea della rinascita nazionale nel più numeroso ceto
intellettuale sloveno dell’epoca. Un altro ceto importante per l’affermazione dello sloveno nella vita
pubblica triestina fu quello degli impiegati statali sloveni. Poiché la monarchia asburgica rispettava in via
di principio il multilinguismo locale, anche a Trieste
gli uffici statali e locali dovevano funzionare nelle tre
lingue, come viene confermato dal bando pubblico
per il segretario generale del Comune di Trieste del
1816 che richiedeva per questo posto la conoscenza
dell’italiano, del tedesco e dello sloveno.
211
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Per la diffusione del ceto impiegatizio sloveno
nella Trieste pre-marzo fu molto importante l’imperial-regio luogotenente Johann Philipp Stadion Graf
von Warhausen, che impose alla burocrazia statale di
astenersi dai conflitti con la popolazione per motivi
linguistici. Nell’amministrazione statale e nell’auto­
rità giudiziaria triestina furono assunti anche legali,
geometri, veterinari, forestali, medici, cancellieri,
bidelli, maestri sloveni, e così via. La conseguenza fu
che il numero degli sloveni nelle professioni impiegatizie era piuttosto consistente: dopo la Costituzione del 1861 questi impiegati si insediarono a Trieste
ricoprendo cariche importanti nell’amministrazione statale. Accanto ai commercianti, agli armatori, ai
contadini e agli artigiani sloveni, anche il basso clero
e gli impiegati statali costituirono la base nazionale
per la crescita slovena a Trieste. Insinuando tra i ceti
meno convinti del futuro nazionale sloveno il dubbio
sull’utilità dell’assimilazione, Stadion aprì la via alla
promozione del programma nazionale sloveno. Ai suoi
tempi fiorì l’istruzione slovena che nei dintorni di
Trieste acquistò 8 scuole triviali (S. Croce, Prosecco,
Contovello, Opicina, Basovizza, Barcola, Cattinara e
Servola). Questa fioritura permise anche la pubblicazione di numerosi libri di testo sloveni. Secondo i dati
furono pubblicati da Stadion 530.000 libri sloveni.
La rivoluzione del 1848 sorprese soltanto gli ingenui. La spiegazione che la Praga completamente tedesca
fosse diventata improvvisamente ceca nel 1848, che
Matija Majar Ziljski avesse trasformato nel corso di
una notte il deserto nazionale della Carinzia in un rigoglioso bosco nazionale sloveno, e che la crescita del
sentimento nazionale sloveno a Trieste fosse qualcosa
di improvviso, era solo il segno dell’incomprensione dei profondi mutamenti avvenuti nella società di
allora. Né Praga né Majer né Trieste furono eventi
improvvisi, questi processi stavano maturando in tutto il periodo che precedette gli eventi di marzo. Nel
1848, nel nome di Prešeren e di Bleiweis, gli sloveni
di Trieste si unirono al movimento di rinascita della
nazione slovena che si batteva per la Slovenia unita.
A testimoniarlo sono le loro riunioni al Tergesteo nel
1848, quando al canto dell’inno Hej Slovani ascolta-
rono l’infuocato discorso di Jovan Koseski. Del loro
entusiasmo per la crescita nazionale parlano anche gli
elenchi degli abbonati triestini ai giornali della Carniola (Kranjska åebelica, Kmetijske in rokodelske novice)
e a quelli locali (Slavjanski rodoljub, Ilirski primorjan),
nonché gli elenchi degli acquirenti dei testi del Vertovec, del Ješenak, del Robida e del Krempel e infine
gli elenchi dei soci delle varie società ed associazioni (Kmetijska družba, Slavjansko društvo con 466 soci).
La comunità slovena di Trieste divenne nel 1848 un
insieme strutturato composto da commercianti, impiegati, sacerdoti, armatori, agricoltori e artigiani.
Il 1848 ebbe per gli sloveni di Trieste un duplice significato: la consapevolezza che il risveglio nazionale
– fondato su una base molto emotiva e supportato da
tutti gli sloveni triestini – non si sarebbe interrotto
più, e che l’orgoglio nazionale sloveno sarebbe cresciuto alla pari di quello italiano.
Gli eventi del 1848 furono dirompenti soprattutto
per i rapporti italo-sloveni. A sorprendere il mondo
politico ci pensò per prima la problematica confinaria, dato che gli italiani, sulla nuova carta europea, tracciarono i propri confini sull’arco alpino. Poi
esplose anche il nazionalismo locale che vedeva nel
vicino il proprio antagonista principale. La situazione triestina cambiò rapidamente dagli anni cinquanta
del XIX secolo. L’oligarchia cittadina italiana, che nel
1850 ottenne da Francesco Giuseppe il proprio statuto cittadino, che sanzionava Trieste come città-regione direttamente legata all’impero asburgico, tentò di
imprimere a Trieste un unico carattere nazionale. Le
prime esperienze di democrazia sbugiardarono subito tutti i presunti democratici. Quando il 30.03.1848
si svolsero le prime elezioni per la commissione comunale temporanea gli sloveni non ebbero alcun
rappresentante tra i 18 eletti. Anche alle elezioni di
maggio per il parlamento di Francoforte gli sloveni
furono raggirati, lo stesso avvenne alle elezioni per
il parlamento di Vienna e alle elezioni comunali alla
fine di giugno del 1848. Quando lo Slavjansko društvo
pretese dal Comune triestino il distacco amministrativo della periferia dalla città, l’introduzione dello
sloveno come materia opzionale nel ginnasio (4 ore
213
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
settimanali) e la pubblicazione degli annunci ufficiali in lingua slovena, ottenne una risposta negativa.
Inoltre agli sloveni fu negato il diritto di avere una
scuola elementare nel centro cittadino e fu respinta la
richiesta di una cattedra slovena e dell’apertura delle
scuole slovene a Scorcola e a Rozzol.
Nel 1861 si compì anche l’unità d’Italia e molti triestini furono pervasi da sentimenti nazionalisti.
Tutto ciò sortì sentimenti di odio e tutta una serie di
provvedimenti avversi agli sloveni che rappresentavano la forza antagonista al predominio italiano nelle
istituzioni cittadine. I meccanismi che si espressero
nell’assimilazione dapprima tacita ed in seguito anche
violenta, furono perfezionati dai liberali di decennio
in decennio, fino alla fine della monarchia asburgica.
Quello che nel 1848 era considerato accettabile, e cioè
la convinzione che ogni popolo doveva aiutare il proprio vicino per poter raggiungere l’obiettivo comune
inteso come abbattimento del sistema sociale assoluto, si trasformò in un vero e proprio tabù. Dopo che gli
sloveni cominciarono a organizzarsi, trasformandosi in fattore costitutivo della vita triestina, divennero
pericolosi e fattori di disturbo per gli italiani. Sebbene le élite triestine propugnassero la tesi secondo cui
“l’appartenenza all’Austria corrispondeva al benessere e allo sviluppo di Trieste”, in alcune cerchie, specie tra gli studenti delle università italiane, cominciò
ed espandersi l’irredentismo che, sotto l’egida della
liberazione dei fratelli irredenti, nascondeva le mire
conquistatrici di Casa Savoia. Tutto ciò fu confermato
nell’ultimo decennio del XIX secolo dagli intellettuali
e storici triestini (Hortis, Venezian, Tamaro, Timeus)
a cui fece eco anche il Comune triestino. Per dimostrare che Trieste era soprattutto città italiana falsificò i censimenti della popolazione (1846, 1857, 1880,
1890, 1900, 1910) a favore della parte italiana. Il Comune fu contrario anche a qualsiasi riforma elettorale
nel timore che gli italiani venissero sopraffatti dagli
sloveni e dai socialisti. La terza manipolazione fu compiuta con l’interpretazione più restrittiva della legge
sull’istruzione pubblica. La legge infatti vietava l’istituzione di una scuola pubblica (ad esempio una scuola
slovena) se entro un raggio di 4 km operava già un’al-
tra scuola pubblica. Sulla scorta di questa legge non
permisero l’apertura di alcuna scuola slovena a Trieste. Sfruttando questa legislazione discriminatoria il
Comune triestino, supportato da Vienna, poté limitare
la crescita degli sloveni in campo scolastico, amministrativo e giudiziario. Queste furono le basi della snazionalizzazione che il Comune triestino introdusse ed
in seguito sviluppò ed intensificò fino ai limiti estremi
dello sciovinismo. Una gran parte della popolazione fu
costretta a rinunciare e rinnegare la propria lingua, e
gli stereotipi dell’intolleranza colpirono tutti coloro
che non si esprimevano nel dialetto triestino italiano
o in lingua italiana. Gli altri furono quotidianamente
oggetto di derisione e di disprezzo. Dopo che nel 1868
i nazionalisti italiani attaccarono i componenti sloveni del Battaglione Territoriale, la questione nazionale
conobbe una nuova fase, la fase della violenza.
Il grande sviluppo industriale attrasse a Trieste numerosissimi lavoratori dal retroterra. Proprio su questa nuova popolazione si concentrò l’attenzione di coloro che si preoccupavano di mantenere il predominio
italiano. In particolare ciò valse per Trieste, che rappresentava il centro di tutta la regione e il luogo in cui
l’immigrazione slovena risultava maggiore. Dato che il
carattere della provincia e della città dipendeva dalla
popolazione nel suo complesso, sarebbe stato del tutto
naturale che anche Trieste si trasformasse in una città
multinazionale. E poiché questo doveva essere stabilito dai censimenti che venivano eseguiti sia a livello
nazionale che a quello locale, si discuteva se fossero
stati eseguiti in maniera corretta oppure no. Anche se
i censimenti furono condotti da impiegati del Comune cittadino ostili agli sloveni, il censimento del 1910
evidenziò nel Comune di Trieste 190.913 cittadini austriaci, di cui 118.959 italiani, 59.913 sloveni, 12.635
altri e 38.597 stranieri. Poiché molti immigrati sloveni della prima metà del XIX secolo si assimilarono,
ci assale il ragionevole dubbio che tra quei centomila
triestini ci fossero anche molti sloveni. All’assimilazione contribuirono in maniera significativa anche il
divieto di aprire scuole slovene in città, il funzionamento degli uffici in lingua tedesca o italiana, le difficoltà di avanzamento sulla scala sociale e le migliaia di
215
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
invisibili fili coercitivi che i nuovi venuti dovettero accettare come una tassa dovuta per il benvenuto in città.
L’assimilazione grossolana si affievolì nella seconda
metà del XIX secolo con la crescita della coscienza nazionale slovena (åitalnice – sale di lettura, tabori – comizi popolari, elezioni, stampa ), ma il danno prodotto
era ormai molto grande. Per l’affermazione della slovenità fu necessario attendere la democratizzazione, il
passare del tempo e l’abbandono delle leggi di segregazione da parte del Comune triestino. Nonostante gli
ostacoli frapposti in ogni momento dalle autorità locali la componente slovena triestina si affermò in tutti
i campi della vita sociale ed economica.
Dal periodo delle costituzioni in poi non ci fu più
pace tra i due popoli di Trieste sul fronte del confronto nazionale. Il desiderio degli sloveni di essere destinatari degli stessi diritti degli altri popoli, come d’altronde previsto anche dalla Costituzione di febbraio
del 1861, rappresentò la base della rinascita nazionale
slovena. A questo proposito fu fondamentale l’apporto
delle associazioni culturali slovene e dei giornali che
si stamparono dal 1850 al 1870 a Trieste (Slavjanski
rodoljub, Ilirski Primorjan, Slovenski Primorec, Tržaški
Ljudomil, Jadranska Zarja, Juri s pušo, Petelinåek, Naša
Sloga, Primorec e dall’8.1.1876 anche l’Edinost). Dopo
che nel 1860/61 gli sloveni triestini fondarono in pieno centro cittadino la loro prima Slavjanska åitalnica,
che raccolse in tempi brevissimi più di 300 soci, il movimento nazionale continuò a crescere. Gli organizzatori Josip Godina Vrdelski, Ivan Piano e Ivan Zor predisposero “nei locali sociali, che erano aperti tutto il
giorno” corsi di lingua slovena e ceca, mentre durante
le manifestazioni serali chiamate besede si esibirono
attori e musicisti dilettanti e professionisti. L’attività delle åitalnice fu sostenuta da alcuni agiati sloveni
triestini come Janez Nepomuk Kalister, Jožef Gorup e
Franc Kalister. J. N. Kalister nacque a Slavina presso
Postumia nel 1804. Egli non frequentò alcuna scuola,
ma già a 15 anni si dedicò al commercio del grano, del
pellame e del fieno per la scuderia imperiale di Pivka.
In seguito si trasferì a Trieste ed aprì varie ditte finché non divenne concessionario delle tasse stradali
e di usufrutto in varie località dell’Austria. Sebbene
riuscisse a scrivere a malapena il proprio nome e parlasse soltanto lo sloveno divenne in breve uno dei più
ricchi cittadini di Trieste. Dopo che nel 1846 ebbe costruito un enorme palazzo all’angolo delle vie Coroneo
e Carducci si dedicò anche agli investimenti in altre
città. Alla sua morte J. Godina Vrdelski annotò che i
suoi eredi gli eressero nel cimitero di Trieste un bellissimo monumento funebre – per 4.000 fiorini- con
l’epigrafe slovena – la prima in questa lingua. Poiché
non aveva figli Kalister lasciò il proprio patrimonio al
cugino Franc Kalister (1839-1901) e al nipote Jožef
Gorup (1834-1912). Franc Kalister divenne noto
come grande mecenate poiché fece molte donazioni a
favore dell’attività culturale e politica. Il dott. Gustav
Gregorin lo definì “il nostro mecenate che ci ha sempre supportato finanziariamente”. Mentre il giornale
Edinost lottava per la propria sopravvivenza F. Kalister
lo aiutò nel 1898 ad allestire una propria tipografia e a
trasformarsi in quotidiano.
Dopo il ginnasio a Lubiana Josip Gorup si impiegò
presso lo zio J. N. Kalister a Trieste e assunse dopo la
sua morte la guida dell’azienda Kalister & eredi. Nel
1876 fondò a Fiume una propria azienda che si occupava della concessione delle imposte e dell’assunzione di importanti lavori pubblici, della gestione di
alberghi e di affari finanziari. Investì il capitale anche
in numerose aziende del settore marittimo, bancario e
assicurativo. Col tempo divenne uno degli sloveni più
ricchi. Fu uno sloveno convinto: con il proprio nome,
il proprio prestigio ed anche con i propri mezzi appoggiò tutto quello che poteva contribuire all’emancipazione economica e culturale degli sloveni. In
campo economico appoggiò soprattutto l’istituzione
di società per azioni nazionali: la Banca di Slovenia, la
Tipografia nazionale di Lubiana e la Banca generale di
Lubiana. Dopo il terremoto del 1895 costruì a Lubiana, lungo la Rimska cesta, quattro grandi edifici per i
suoi impiegati.
La Slavjanska åitalnica era frequentata anche dai
sacerdoti sloveni e col tempo anche dai contadini più
agiati provenienti dalla periferia, per cui contribuì ad
abbattere le divisioni tra la città e il suo entroterra. La
borghesia slovena che era portatrice di iniziative cul-
217
Razmerje prebivalstva po
Percentuali, in base
jezikovni pripadnosti v okrajih
all’appartenenza linguistica,
na Tržaškem leta 1910
della popolazione residente nei
distretti del territorio triestino
nell’anno 1910
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
turali e politiche trasferì in questo modo i suoi messaggi anche agli sloveni del circondario, colmando il
baratro tra la vita cittadina e quella agraria. Dopo che
furono istituite le åitalnice anche a Prosecco, S. Giovanni, Servola, Roiano, Barcola, Opicina, Basovizza,
Cattinara, Rozzol e Dolina, Trieste e il suo circondario
furono collegati da una forte cintura di associazioni
culturali e società slovene, fautrici dell’idea nazionale. Fu tipico per il periodo anche un certo liberalismo,
dettato dalle liberalizzazioni nella monarchia asburgica in cui gli sloveni si sentirono subito a proprio agio.
Come riportò nel 1866 il giornale Ilirski Primorjan, “gli
sloveni a Trieste erano sempre più consapevoli della
propria appartenenza nazionale”. Come ad un segnale
convenuto a Trieste e dintorni esplose l’euforia slovena. C’era nell’aria un generale entusiasmo per tutto
ciò che era slavo e successe addirittura che il coro di
Servola cantasse una serenata al principe montenegrino Milan, allora in visita a Trieste.
Nella vita politica e culturale triestina non ci fu
soluzione di continuità tra l’attività delle åitalnice e
quella dei tabori. Si trattò di un processo di risveglio
nazionale unitario che ebbe inizio nel 1848, continuò
nel periodo costituzionale e durò, anche in concomitanza con la riforma elettorale, fino allo scoppio della I
guerra mondiale imperialista. Dalla seconda metà del
XIX secolo in poi i soci delle åitalnice e i frequentatori
dei grandi comizi di massa denominati tabori cominciarono a presentare richieste di carattere prettamente politico alle autorità centrali (Vienna) e a quelle
locali (Trieste, Gorizia, Pola). Indicativo è l’esempio
della åitalnica della periferia triestina di Roiano. Di
fronte ad una massa di sloveni entusiasti i suoi soci
sorpresero le autorità con proposte di natura politica
presentate nel corso di una manifestazione organizzata a Ferneåe – Roiano, regolarmente preannunciata
ed autorizzata dalla polizia. Essi chiesero l’unificazione di tutte le regioni slovene in un unico stato nazionale, l’introduzione dello sloveno negli uffici e nelle
scuole e la revisione dello Statuto cittadino per assicurare agli sloveni una rappresentanza più equa nel
consiglio (3.054 cittadini eleggevano 48 consiglieri,
2.592 abitanti delle periferie ne eleggevano soltan-
to 6). Pretesero altre tre scuole elementari slovene
complete ed una scuola agraria completa, un bilancio
distinto per la città e i dintorni e l’assunzione di guardie slovene per sorvegliare le campagne. Che questo
passaggio dalle richieste culturali a quelle politiche
fosse avvenuto proprio a Roiano non deve sorprendere. Qui infatti – la distanza tra Roiano e il centro cittadino misura poche centinaia di metri – si concentrò
tutto il conflitto nazionale tra la città e il suo circondario. Questa località completamente slovena divenne
il punto nevralgico del conflitto perché proprio qui,
nel nome del progresso, il Comune triestino pretese
l’esproprio delle terre slovene per edificarle e quindi
assimilare gli agricoltori autoctoni alla popolazione di
nuovo insediamento. Questa snazionalizzazione machiavellica fu naturalmente accompagnata anche da
speculazioni finanziarie, ma l’obiettivo degli espropri
era chiaro sin da allora. Roiano, dove anche numerosi
abitanti di Opicina coltivavano i propri vigneti, fu uno
dei numerosi diaframmi cittadini in cui il Comune
triestino condusse la sua battaglia contro la popolazione slovena autoctona. E poiché il tabor di Roiano fu
bollato dal Comune triestino come attività sovversiva,
il governatore imperial-regio dovette intervenire nel
conflitto minacciando di vietare ogni altro tabor che
si proponesse di assumere decisioni politiche. Qui fu
messa alla prova la nuova democrazia austriaca.
I nazionalisti italiani di Trieste volevano ostacolare il movimento dei tabori che si sviluppava rigoglioso
da Praga a Lubiana e ciò avrebbe messo in discussione la legge costituzionale austriaca sull’uguaglianza di
fronte alla legge. Il Comune di Trieste tentò di aggirarla sopprimendo amministrativamente le società
locali e sottoponendo a vessazioni i singoli abitanti.
Nel marzo 1869 fu soppressa la società ginnica Južni
Sokol, poi fu vietata l’istituzione dello Slovensko delavsko društvo (Società operaia slovena) per ottenere alla
fine da Vienna la soppressione del Battaglione Territoriale sloveno che ai tempi di Napoleone aveva combattuto così onorevolmente contro i Francesi a favore
degli Asburgo. Anche gli sloveni dichiarati, che erano impiegati statali o comunali, non sfuggirono alle
persecuzioni. Gli organizzatori delle åitalnice e dei
219
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
tabori, i maestri Ivan Piano e Ivan Zor, dovettero lasciare il loro lavoro. Prima che quest’ultimo andasse a
Bregenz, ricevette dai nazionalisti italiani una lettera
ingiuriosa contenente un pezzo di giornale sloveno
imbrattato di escrementi umani. Seguirono attacchi
incontrollati dei nazionalisti italiani alle åitalnice e
alle vetrine dei negozi sloveni, e molti furono puniti
soltanto perché parlavano lo sloveno. Dopo, quando
cominciarono a sparare anche con le pistole, divenne
chiaro che i fatti avvenuti a Trieste rappresentavano i
primi segnali del fascismo organizzato, similmente a
quanto avvenne nello stesso periodo in Irlanda (Wiliam Pitt Jr.) e in Francia (affaire Dreyfus).
Nell’ottobre 1878 a Dolina, vicino a Trieste, varie
migliaia di sloveni si raccolsero nel corso di un tabor
indetto per rivendicare la Slovenia unita e per protestare contro la violenza italiana e la politica di disparità condotta nei confronti degli sloveni rispetto agli
italiani. Gli oratori invitarono focosamente i presenti
ad un maggiore impegno in tutti settori della vita culturale e sociale. Queste agitazioni si ripeterono anche
nel corso di altri tabori organizzati sul territorio triestino con una crescente partecipazione di cori, bande,
complessi mandolinistici, teatri amatoriali e organizzazione di altre iniziative culturali. La violenza nazionale accresceva la resistenza, e l’autorità austriaca legalista dovette talvolta schierarsi anche a favore degli
sloveni.
Sebbene questi pagassero le tasse alla pari dei loro
concittadini italiani, non ricevettero dal bilancio comunale alcun finanziamento per l’apertura di scuole
pubbliche slovene. Come risarcimento per il danno
subito Vienna permise l’istituzione delle scuole private di S. Cirillo e Metodio che si finanziarono con i
soldi provenienti dalla generale solidarietà slovena.
Il primo apice delle iniziative nazionali slovene
di Trieste fu raggiunto con l’istituzione della Società
politica Edinost che dal 1.11.1874 in poi curò la loro
crescita politica, culturale ed economica. Il ruolo di
rappresentante mediatico delle idee politiche fu assunto due anni più tardi dall’omonimo giornale che
continuò a pubblicarsi fino alla sua violenta soppressione nel 1928. Il precursore dell’Edinost fu il Comi-
tato elettorale per il circondario triestino, che fu attivo dal 1873 per le elezioni parlamentari e cittadine.
Gli sloveni di allora furono confortati dall’elezione di
Ivan Nabergoj al parlamento nazionale e dalla vittoria
dei rappresentanti del movimento nazionale sloveno
in cinque rioni del circondario per le elezioni cittadine. Questi furono soltanto gli inizi, quando i capi non
erano ancora istruiti, trattandosi per lo più di agricoltori e osti, self made men politici dunque, preoccupati
anche della loro crescita personale, proprio come il
deputato Ivan Nabergoj.
La società politica Edinost, messa in difficoltà dai
goriziani che continuavano a schierarsi a favore del
particolarismo isontino, si collegò con gli istriani croati, guidati da Matko Mandiø. Questo politico esperto, che dopo Ivan Nabergoj assunse anche la
presidenza dell’Edinost, portò nella politica triestina
anche la consapevolezza dell’indescrivibile povertà
degli istriani che erano stati vittime dello sciovinismo
sin dai tempi della Serenissima. L’Edinost si adoperò
in tutti i modi per rafforzarsi numericamente. I suoi
soci furono particolarmente efficaci nel periodo delle
elezioni. L’indirizzo politico dell’Edinost era perfettamente coerente con il suo nome (Unità) ed è per questo che evitò la polarizzazione tra i liberali e i clericali
che fu viceversa così caratteristica per Lubiana. Questa
maturità fu particolarmente evidente al passaggio nel
nuovo secolo quando la guida della società passò nelle
mani delle giovani generazioni di politici istruiti quali
gli avvocati Gustav Gregorin, Otokar Rybař, Josip Vilfan e Edvard Slavik. Anche il confronto politico con il
nazionalismo italiano e il pragmatismo viennese assurse allora ad un nuovo livello. Agli sloveni di Trieste,
che argomentavano le proprie richieste facendo sempre riferimento alla legalità dei procedimenti, dovette
cedere anche Vienna che nel 1910, in occasione del
cen­simento della popolazione, annullò la scandalosa
azio­ne del Comune triestino il quale, come già nei precedenti censimenti, aveva cercato di falsificare anche
questa espressione ufficiale dell'identità nazionale.
Uniti nella società politica Edinost gli sloveni svilupparono varie ed ampie attività traendo esempio
dalle esperienze simili in Europa. L’Edinost guida-
221
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
va tutte le altre organizzazioni ed influiva su tutti gli
eventi della cultura, dei media e della pubblicistica.
Essa si batté per lo stato di diritto. Volle partecipare
all’amministrazione della città per permettere agli
sloveni il raggiungimento della parità di diritti. In
questo senso si batté per l’inserimento della forza lavoro slovena tra gli impiegati, gli operai e nelle ferrovie, nonché per il riconoscimento del plurilinguismo
e della multiculturalità di Trieste e per la giustizia.
L’elemento chiave di questa prima fase di affermazione slovena fu Ivan Nabergoj. Dal 1873 al 1891 fu
deputato al Parlamento di Vienna per cui divenne uno
degli sloveni triestini di riferimento. Politicamente si
schierò con i giovani sloveni liberali e fu fautore convinto dello slogaštvo (movimento favorevole alla collaborazione tra le varie componenti politiche) che si
mantenne a Trieste fino alla fine della monarchia. Il
suo carisma lo elevò tra i più importanti politici sloveni. Dopo che l’imperatore Francesco Giuseppe lo
ebbe insignito nel 1891 della croce di cavaliere, firmava con il nome Ivan plemeniti (nobile) Nabergoj.
L’Edinost si trasformò con lui da partito amatoriale a
partito politico professionale.
Dopo Nabergoj la nuova generazione di politici
sloveni capì che l’assimilazione era dovuta soprattutto alle crudeli condizioni sociali in cui vivevano gli
sloveni di nuova immigrazione, occupati nella ferriera triestina, nell’industria navale o nel porto. Con
la Società mutua operaia slovena e l’Organizzazione
operaia nazionale (NDO), che nel 1907 contava addirittura 5.000 soci e pubblicava il suo giornale Narodni
delavec, cercarono di arginare l’erosione nazionale tra
quei ceti costretti a vivere negli alloggi di periferia,
umidi e inumani, dove gli operai dormivano, mangiavano e vivevano come delle bestie. Tra la mortalità
infantile, l’alcolismo e la criminalità, che erano onnipresenti, e la barbarie completa il passo era molto
breve. Proprio a queste persone fu dedicata la grande
manifestazione di solidarietà che l’NDO organizzò nel
teatro Fenice, ma l’evento fu vietato dal Comune triestino che cominciò ad osteggiare anche i fedeli sloveni
vietando la messa solenne nella chiesa di S. Antonio
Nuovo in occasione delle celebrazione del millesimo
anniversario dell’arrivo dei santi Cirillo e Metodio in
queste terre.
La crescita costante del sentimento nazionale sloveno non fu ignorata dall’oligarchia triestina. Il Comune triestino si inserì nella battaglia per il predominio politico con l’inasprimento dei rapporti tra le
due nazionalità. Chi sosteneva il diritto costituzionale
ad affermarsi per tutte le etnie della monarchia veniva tacciato dai media come amico degli sloveni. La
paura si insinuò anche tra i funzionari tedeschi dopo
che Vienna nel 1868 ebbe richiamato il governatore
imperial-regio, il direttore della polizia e numerosi
alti funzionari statali.
La stagione della caccia alle streghe ebbe inizio a
Trieste proprio con l’introduzione della democrazia
in Austria, ossia con le elezioni nei consigli nazionali,
regionali e cittadini. Da allora sparì ogni comprensione per gli sloveni e la concordia (la politica dell’accordo) si trasformò nel gergo politico corrente nel
temine cikorja (cicoria - surrogato della democrazia).
La chiusura forzata di alcune åitalnice, la negazione del
diritto all’istruzione slovena e le assunzioni di trentini al posto della popolazione locale fecero crollare il
ponte della comunicazione tra le due etnie. All’avvicinarsi della fine del secolo il conflitto divenne sempre
più evidente ed ambedue le parti vi si dedicarono con
grande energia.
Uno dei vertici del risveglio nazionale degli sloveni
di Trieste coincise con la costruzione del Narodni dom
(Casa delle nazioni). Dopo aver affermato il proprio
ruolo gli sloveni triestini scelsero anche il luogo della
propria promozione, quindi lo spazio fisico in cui dimostrare pubblicamente la propria presenza a Trieste.
Scelsero la centralissima Kaserneplatz, dove acquistarono con i propri fondi il terreno (320.000 corone)
e costruirono il proprio Narodni dom (due milioni di
corone). Dal 1903 lo costruì, assieme all’arch. Max
Fabiani, l’impresa di costruzioni Martelanc di Barcola
che lo portò a termine nel 1904. Oltre alla Cassa Triestina di Credito e Risparmio, all’Hotel Balkan, alla åitalnica e al Sokol vi si insediarono anche le principali
istituzioni culturali come la Società corale slovena, la
Società musicale e la Società filodrammatica. Al piano
223
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
terra si trovavano la palestra del Sokol, un caffè e un
ristorante. Al primo piano c’erano la sala di lettura e
la banca, la sala da pranzo per gli ospiti, ed altre sale.
Tutti i locali erano decorati artisticamente nello stile
della Secessione, dotati di acqua corrente, arredati in
stile inglese e muniti di un ascensore elettrico.
Tutti i lavori erano il frutto delle conoscenze e dei
capitali sloveni e dal 1905 poterono svolgersi qui anche i principali eventi culturali. Seguendo le leggi di
mercato fu fondato anche il teatro sloveno, in cui si
esibirono professionisti provenienti da tutto l’entroterra sloveno, qui poté affermarsi l’arte interpretativa
locale, dal teatro alla musica. Dopo la fondazione della
Società filodrammatica slovena (1902) e dopo la rappresentazione inaugurale nella sala teatrale del Narodni dom (8.1.1905) iniziò una nuova era per il teatro
sloveno triestino che fu caratterizzato da una crescita
inarrestabile. Accanto alla compagnia filodrammatica crebbero anche la critica teatrale e il buon gusto del
pubblico che pretesero un teatro in grado di rispecchiare la crescente sicurezza e le tendenze nazionali
all’emancipazione politica.
I componenti della filodrammatica fondarono nel
1907 il teatro professionistico sloveno di Trieste affidandone la guida a Anton Verovšek che in qualità
di regista, attore e direttore artistico doveva elevarlo al di sopra del livello sin allora raggiunto. Sotto la
sua guida fondarono una scuola d’arte drammatica,
incrementarono il numero di prime e interpretarono opere sempre più importanti. Di grande visibilità
furono anche le tournée degli artisti croati che nella
stagione 1907/8 presentarono sei opere della grande
drammaturgia mondiale. Per la sua apertura mentale e per la maggiore compiacenza della sua censura,
Trieste divenne sempre più appetibile anche per numerosi altri artisti drammatici che si aggregarono al
teatro triestino. Tra essi troviamo Avgusta Danilova e
Pavla Potrata, ma anche altre dive teatrali dell’epoca.
Nella stagione 1909/10 tutte le regie furono firmate
dalla Danilova. L’esperienza con Verovšek, che era
durata un anno, dimostrò che il pubblico triestino
era maturo per programmi sempre più impegnativi e
quando nel gennaio 1910 presentarono la Nora di Ib-
sen il successo fu totale. In questo eccezionale punto
d’incontro linguistico e culturale i figli della borghesia slovena triestina, discutendo con i concittadini
italiani, tedeschi, cechi e altri nei bellissimi locali del
caffè, dove ogni giorno potevano leggere la stampa
di tutto l’impero asburgico, discutevano alla pari del
contenuto di questo complesso dramma nordico che
trattava il bipolarismo borghese in cui ognuno di loro
poteva rispecchiarsi. La Danilova dedicò la rappresentazione triestina del Padre di Strinberg a Ignacij
Borštnik, suo insegnante a Vienna, mentre notevole
fu il successo della sua interpretazione dell’Equinozio di Vojnoviø. Nel prosieguo della stagione avrebbero dovuto mettere in scena anche i Hlapci di Cankar, dopo che la censura di Lubiana ne aveva vietato
la rappresentazione, ma per un mancato accordo con
l’autore questa produzione, sebbene autorizzata dalla
censura triestina, non fu realizzata allora ma appena
nel 1918.
Dopo tre anni di conduzione ad alto livello professionale il Teatro sloveno assunse un profilo chiaramente definito. A capo dell’istituzione arrivò lo zagabrese Lev Dragutinoviø che professionalizzò completamente l’attività. Un mese prima dell’inizio della
stagione realizzò una campagna abbonamenti, pubblicò il programma e curò la prevendita. Il suo obiettivo artistico prevedeva la presentazione al pubblico
delle opere classiche della letteratura mondiale, e nel
corso della stagione riuscì a realizzarlo. Il programma
includeva anche la rappresentazione di operette, con
cui conquistò quella parte di pubblico che era poco interessata al teatro impegnato. Nella stagione 1911/12
furono messe in scena ben cinque operette, riscuotendo il successo maggiore con la Smrt majke Jugoviøev
di Vojnoviø, che era stata in precedenza censurata a
Oton Županåiå a Lubiana e a Zagabria continuò ad essere vietata fino al 1918.
Il teatro sloveno triestino portò sulla scena anche
alcuni autori italiani data la vicinanza con questa cultura, senza però riscuotere grande interesse presso
il pubblico di lingua italiana. Nella stagione 1912/13
realizzò ben venticinque opere drammatiche, sette
operette e tre opere liriche. Nell’ultimo anno prima
225
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
della guerra mondiale il programma fu un po’ ridotto,
e limitato soltanto agli interpreti locali. L’insicurezza
del futuro influì anche sul settore culturale. Le mobilitazioni e i trasferimenti chiusero definitivamente
le porte del teatro professionistico sloveno. Il lavoro
fu continuato dalla sezione femminile della Società
di San Cirillo e Metodio che nel 1916 mise in scena
l’opera V kraljestvu palåkov di Ribiåiå – Gerbec in cui si
esibirono anche quaranta bambini.
Alla fortunata circostanza della presenza di Milan
Skrbinšek, militare a Trieste, va il merito della prima stagione teatrale professionistica del dopoguerra.
Nell’anno 1918 la celebrazione di J. E. Krek rappresentò un importante fattore di mobilitazione degli
sloveni triestini. In quell’occasione il Narodni dom
risultò troppo piccolo, perciò gli sloveni noleggiarono
il più grande teatro triestino, la sala del Rossetti. La
costante insufficienza di spazio avrebbe richiesto la
costruzione di un nuovo teatro sloveno, ma la guerra
ne impedì la realizzazione. Le otto stagioni ordinarie del teatro sloveno ebbero il sapore di una grande
crescita culturale degli sloveni di Trieste. Dalle forme
più semplici di espressione culturale passarono ad un
programma più impegnato e più adatto alla borghesia.
Contemporaneamente si sviluppò anche la critica,
mentre la competizione con il teatro regionale italiano e quello lubianese divenne una costante positiva che rese felici i triestini che poterono contare su
un’alta qualità, orgogliosamente consapevoli di rappresentare il nucleo urbano più consistente.
Al Narodni dom fu trasferita anche una succursale
della Scuola di musica – Glasbena matica che era stata
istituita nel 1909. Anche in questo settore molte cose
migliorarono. Dalle precedenti fasi pionieristiche,
quando sorgevano in maniera completamente autonoma le varie società corali a Trieste e in periferia, erano
passati molti anni e anche l’impostazione dell’attività
musicale seguì l’esempio di Lubiana, culturalmente
e linguisticamente più evoluta. La funzione di questo
ente consisteva nell’educare il gusto musicale degli
ascoltatori e nel formare musicisti di livello che potessero soddisfare le esigenze piuttosto sofisticate degli
sloveni di Trieste. L’amministrazione della Glasbena
matica ricorse all’inizio a musicisti già affermati provenienti dal mondo slavo (il Quartetto di Ševøik), in
seguito anche ad autori ed esecutori locali (K. Mahkota,
E. Adamiå). Quando nel 1912 apparve il nome di Mirko Poliå si elevò immediatamente il livello delle manifestazioni musicali che si svolgevano nella sala grande
del Narodni dom. In quell’anno fu rappresentata anche
la prima opera lirica e cioè il Nikola Šubic Zrinjski di Zajec che fu eseguito con l’aiuto di artisti esterni ma con
il contributo determinante degli interpreti locali. Un
grande successo fu riscosso anche dall’opera La sposa
venduta, interpretata dalle prime donne dell’Opera
di Lubiana, da artisti triestini e dall’orchestra del IV
reggimento bosniaco di fanteria. Ma nell’attività della Glasbena matica si presentò di tanto in tanto anche
qualche brutto momento. Fu così in occasione della
prevista esecuzione della Madame Butterfly di Puccini,
che gli artisti sloveni avevano già studiato ed imparato
in lingua slovena. Traendo spunto da una questione di
diritti d’autore la casa editrice Ricordi ne vietò l’esecuzione, perché la versione slovena avrebbe offeso il
gusto italiano ed anche i sentimenti nazionali degli
italiani di Trieste. Il deficit finanziario prodotto da
questo increscioso e deprecabile evento mise in serie
difficoltà il bilancio dell’ente musicale sloveno che si
rinchiuse in se stesso, ingaggiando i maestri Viktor
Šonc e Vasilij Mirk per seguire i talenti musicali triestini. L’apice dell’attività musicale locale fu raggiunto
nel 1914, quando si esibirono proprio gli artisti locali
e cioè il tenore Josip Rijavec, la contralto Cirila Medvedova, un ottetto vocale e il pianista Ciril Eržen. Accanto alle arie liriche (Puccini) il concerto prevedeva
anche l’esecuzione di opere dei compositori locali.
Queste rappresentazioni musicali di alto livello
furono frequentate anche dai concittadini italiani o
neo-italiani e aprirono spesso la via alla comprensione e alla collaborazione culturale. Come grande centro
e città cosmopolita Trieste fu anche la sede di grandi
feste, apprezzate da tutti i ceti, da tutte le nazionalità
e da tutte le religioni presenti a Trieste. A quel tempo
nessuno lesinava i denari e anche gli sloveni si adeguarono a queste consuetudini borghesi. Le società,
in particolare quelle che avevano la propria sede nel
227
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Narodni dom, poterono ingaggiare i più noti interpreti
lirici, teatrali e filarmonici di origine locale ma anche
provenienti da tutto il mondo slavo. Molto apprezzate
furono le feste da ballo intercalate da piéce teatrali o
da esibizioni canore.
Per assistere a questi spettacoli, che erano contraddistinti dal motto tutti per tutti, si doveva pagare
un biglietto d’ingresso poiché proprio essi, col il loro
carattere nazionale, rappresentavano una delle principali fonti di sostentamento della vita sociale slovena. La forma preferita di socializzazione fu l’annuale
Gran Ballo Slavo. La Slovanska åitalnica e lo Slovanski
Sokol furono gli organizzatori principali di questo e di
altri Gran Balli, organizzati annualmente a scopo di
beneficenza. La partecipazione a questi appuntamenti
divenne un vero e proprio dovere patriottico per ogni
sloveno triestino, in particolare ciò valeva per il ballo
annuale di Cirillo e Metodio che raccoglieva giovani e
vecchi, poveri e ricchi. Un grande interesse di pubblico, non solo da parte slovena, fu riscosso anche da
entrambi i Gran Balli Slavi, nel 1912 e nel 1914.
Un’altra forma molto richiesta di intrattenimento erano le serate in cui si incontravano gli sloveni di
ogni categoria e ceto sociale. Le organizzazioni cittadine principali, Åitalnica, Sokol e Åeška beseda, organizzarono numerosi eventi del genere incontrando
soprattutto il favore della sezione femminile della
Società di San Cirillo e Metodio. Molto vivace fu anche la stagione delle conferenze, cui parteciparono
la Narodna delavska organizacija, il Ferialno društvo e
il Tržaški Sokol. Nel 1905 fu istituito, per le esigenze
degli operai sloveni nell’ambito del Partito social-democratico jugoslavo, anche un teatro popolare, Ljudski oder, i cui programmi andavano da Åehov alle conferenze di Cankar. Non vi è dubbio che la costruzione
del Narodni dom rappresentò un grande traguardo per
la coscienza nazionale slovena di Trieste. Il periodo d’incubazione del patriottismo, che aveva dovuto
svolgersi per decenni in maniera per così dire illegale, poté sbocciare in tutto il suo splendore.
La protagonista di tutto questo fervore fu in primo
luogo la borghesia slovena triestina cui competeva la
missione di trasformare la società slovena locale. Una
circostanza molto favorevole fu rappresentata dal fatto che tra gli sloveni si fosse sviluppato un variegato
gruppo sociale, che si era formato ed era cresciuto in
concorrenza con la borghesia italiana e tedesca. La
borghesia slovena triestina rappresentava lo spaccato
di tutta questa categoria sociale che andava dai grandi
portatori di capitali, le libere professioni (avvocati,
medici, commercianti all’ingrosso) e i funzionari statali, fino agli spedizionieri, agli osti e i costruttori e
più in là agli artigiani e ai proprietari di negozi (quasi
tutti i fornai, i macellai e gli alimentaristi di Trieste) e
ai proprietari di piccole officine (meccanici, falegnami, tappezzieri) a tutti i livelli. Importanti furono per
esempio l’impresa Žbokelj, che produceva arredamento navale di qualità e plastici per le stazioni ferroviarie, l’impresa di costruzioni della famiglia Martelanc di Barcola, che occupava più di 1.000 operai e
disponeva anche di alcuni palombari per le costruzioni marittime. Nel settore bancario gli imprenditori
sloveni collaborarono con quelli croati per il progetto
della Jadranska banka (1905) che assieme alla filiale
della Banca di credito di Lubiana (Ljubljanska kreditna
banka, 1908) permise la fondazione della società di
navigazione Dalmatia (1907), della compagnia di spedizioni Balkan (1908), della società alberghiera Miramar-Grljan (1910), della birreria Adria (1912) e della
società di navigazione Oceania (1917). Nel 1906 gli sloveni fondarono a Trieste la cooperativa commerciale
e artigiana Trgovska obrtna zadruga e una serie di altre
iniziative economiche e cooperative. L’apice dell’organizzazione economica panslovena può essere datato
nel 1910, quando su tutto il territorio sloveno circostante operavano 924 casse di risparmio e credito con
196.000 soci e 46 milioni di corone di credito ed un
capitale che superava i 1.900 milioni di corone. Tutte
le società di Trieste superavano nel 1905 le 60 unità e
tutte operavano con successo contribuendo all’emancipazione economica degli sloveni di Trieste. La consistenza del capitale sloveno nell’ambito della società
triestina può essere illustrata dal dato secondo cui dei
27 istituti bancari operanti a Trieste ben sette erano
sloveno-croati e 2 cechi. Prima della I guerra mondiale delle 246 navi registrate con 700.000 tonnellate
229
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
di stazza lorda, e cioè il 21,5 %, era legato a capitali
di origine istriano-dalmata (Kozuliø, Tripkoviø, Gerolimiø, Premuda Poliø, Kosoviø, Raåiø). Le banche
slovene principali di Trieste furono la Tržaška posojilnica in hranilnica (THP) – Cassa Triestina di Credito e Risparmio - e la Jadranska banka che a detta del
Vivante era la banca triestina indipendente più attiva
e più forte per capitale azionario: con esso aveva già
conquistato il ceto medio della città. Un capitolo a
parte è rappresentato dal capitale di Vienna. Questo
controllava i cantieri S. Marco, S. Rocco a Muggia e a
Monfalcone, le fabbriche Stabilimento tecnico triestino
(STT), Officine Holt, Osvaldella e Metlikovitz, la Kranjska industrijska družba (KID) con la ferriera, lo Jutificio
triestino, la pileria di riso, l’Oleificio triestino, l’Adriawerke ed altri. Dal Creditanstalt e dal Wiener Bankverein
viennesi il capitale si riversava nella Banca commerciale triestina per essere successivamente investito
nelle imprese più proficue.
Possiamo affermare che Trieste si stava trasformando in una grande città e in uno dei principali porti, supportata dalle aspirazioni di Vienna che voleva
disporre di una propria finestra sul mondo. Dopo che
nel 1869 fu aperto il Canale di Suez, il commercio sulle lunghe distanze iniziò la sua vera fioritura. L’Austria spese 116 milioni di corone per la costruzione
del nuovo porto di Trieste che divenne il centro commerciale e industriale di un’area di circa 50 milioni
di abitanti. Dopo Vienna e Praga, la città ricopriva il
terzo posto nell’Impero asburgico.
Con la costruzione della ferrovia dei Tauri nel
1909, Monaco si ritrovò più vicina a Trieste che ad
Amburgo e la città cominciò a competere anche con i
porti tedeschi del nord, in quanto collegata a una serie
di ferrovie: accanto alla tratta Trieste, Divaccia, Pivka,
Fiume, e alla ferrovia Divaccia-Pola, l’Austria infatti
aprì la stazione di scambio a Pragersko per aprirsi la
via verso l’Ungheria e la Romania fino a Costantinopoli, e poi ancora la tratta da Zidani most a Zagabria
e a Belgrado fino alla Bulgaria. Verso l’Italia andavano due linee ferroviarie e cioè quella che da Aurisina,
Monfalcone, Cervignano arrivava a Venezia, e quella
che collegava Aurisina, Gorizia, Cormons e Udine.
Tutta la rete ferroviaria convogliava a Trieste merci,
persone e anche capitali.
Ma oltre al grande apporto fornito da questi ultimi, un grande merito per la crescita di Trieste va attribuito all’entroterra triestino, che visse per centinaia di anni in simbiosi con la città fornendole linfa
vitale. Gli sloveni del Carso, della Valle del Vipacco,
della Notranjska e dell’Istria si trasferivano a Trieste,
attratti dalla favorevole congiuntura nel commercio
e nell’industria. La popolazione triestina negli anni
1869-1910, quando raggiunse le 229.510 unità, registrò una crescita naturale pari appena al 18,5 per
mille; il resto era dato da immigrati. Con i suoi 56.916
sloveni la Trieste d’anteguerra divenne la città con il
più alto numero di sloveni registrati ufficialmente.
Nonostante i sentimenti non proprio amichevoli della politica italiana e tedesca nei confronti degli
sloveni, essi riuscirono ad ottenere, fino alla prima
guerra mondiale, tutto lo sviluppo economico e sociale che caratterizza una società capitalista. Con una
fiera lotta nazionale condotta in quel periodo, crearono da Lubiana a Celje a Maribor e Trieste tutto
ciò che poteva fornire le basi per gli obiettivi finali:
la Slovenia unita e l’indipendenza politica e statale.
All’inizio del XX secolo la borghesia slovena di Trieste
era già matura e preparata per assumersi la guida della società locale. Aveva tutto ciò che una società moderna richiede per crescere ed elevarsi. Aveva politici
di prima grandezza, imprenditori capaci e uomini di
cultura, maestri e professori, impiegati e commercianti. Imitava le abitudini borghesi dei propri vicini,
lo stile di vita o il modo di vestirsi ed anche lo stile
dell’attività sportiva (tennis, canottaggio), ma disponeva di un valore aggiunto: la capacità di servirsi di
un numero maggiore di lingue rispetto ai suoi concittadini. Grazie alla conoscenza dello sloveno i bambini
apprendevano infatti facilmente tutte le lingue slave,
dal serbocroato al ceco. Le mode e gli stili di vita provenivano da Vienna e da Venezia, ma le belle ragazze
slovene si ricoprivano spesso anche di pellicce provenienti dalla Russia. Il capitale sloveno e slavo godeva del diritto di residenza a Trieste pur essendo difficilmente identificabile come vero capitale nazionale.
231
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Come era difficile seguire la provenienza del capitale
tedesco, italiano o ebreo, altrettanto arduo era stabilire il luogo e l’origine del capitale slavo. Parte di questo era certamente capitale sloveno che sorse a Trieste sul modello ceco, e cioè da un lato per merito dei
grandi capitalisti del settore assicurativo (Družba svetega Nikolaja), della navigazione (J. N. Kalister, J. Gorup), delle concessioni di imposte (Gorup, Kalister)
e del settore bancario; dall’altro lato come prodotto
della raccolta dei piccoli capitali provenienti dalle
attività terziarie, dall’agricoltura, dalle cooperative e
dal commercio. Gli sloveni triestini erano supportati
anche dal capitale ceco, croato e serbo (montenegrino). Questa ricca borghesia triestina slovena, disposta a donare ad una bella maschera anche un fiorino
d’oro, coltivava sentimenti slavi e la coscienza di appartenere ad una più vasta comunità slava che andava da Trieste a Mosca. Questo movimento, chiamato
panslavismo, contribuì a far nascere e a consolidare
una specifica appartenenza slovena (slava) triestina
che non voleva essere da meno a quella della borghesia italiana e tedesca. E la convinzione che il proprio
denaro valesse quanto quello dell’altra borghesia
triestina servì ad accrescere le capacità intrinseche
portando gli sloveni a competere con i tedeschi, gli
italiani, i greci e gli ebrei.
Il borghese sloveno, ricco e sicuro di sé, riteneva
di poter competere alla pari con coloro i quali a Trieste sapevano guadagnare e spendere tutto il denaro
necessario per godersi la vita. Mentre i concittadini
italiani con i soldi del Comune triestino ascoltavano il
Va’ pensiero di Verdi nell’omonimo teatro, la borghesia slovena di Trieste ascoltava, a proprie spese, i bassi e i tenori che arrivavano da tutte le capitali slave. Se
i più ricchi si mettevano in mostra nella platea del Narodni dom, gli altri ne occupavano la prima, la seconda e anche la terza galleria. I ricchi, l’alta borghesia,
gli avvocati, i medici, i maestri, gli spedizionieri, gli
uomini di cultura e i direttori dei giornali, ma anche
i grandi agricoltori e gli impiegati, ordinavano al banco del Balkan le proprie consumazioni tessendo nello
stesso tempo la rete delle conoscenze che sarebbero
tornate utili anche nella vita quotidiana.
Tutta questa catena borghese si propose in maniera
sempre più aggressiva per elevarsi sulla scala sociale
che le era stata negata per decenni. La nascita della società borghese slovena a Trieste, infatti, richiese uno
sviluppo lungo che fu particolare, stratificato, complesso, ma comunque efficace. Gli sloveni di Trieste
ottennero in ritardo la propria società borghese e ciò
non soltanto per gli ostacoli frapposti dalle nazioni
storiche. Lo stile di vita ossia i modelli e gli standard
che predominavano presso la borghesia vicina, cominciarono ad affermarsi anche presso gli sloveni
triestini che abbracciarono lo stile Biedermeier come
espressione della cultura mitteleuropea. La borghesia slovena di Trieste auspicava una vita privata tranquilla da trascorrere gemütlich, come si esprimevano
le nostre nonne, in abitazioni adeguate, contornati
dall’arte borghese, la musica e la letteratura: questo
era lo stile che caratterizzava l’immagine auspicata di
se stessi. Il successo negli affari, la famiglia, i sentimenti e la natura divennero le basi della loro identità,
perciò i ricchi possidenti andavano a caccia sul Carso,
le mamme alle riunioni della Società di San Cirillo e
Metodio, i figli a praticare il canottaggio a Barcola. Dal
punto di vista sociologico la cultura Biedermeier sembrava cucita addosso alla piccola e media borghesia
triestina esprimendo tutte le sue norme di vita e i suoi
ideali, valori in cui la borghesia slovena si rapportava
e si incontrava con quella tedesca e italiana. Quest’ultima fu criticata dallo scrittore Ettore Schmitz, ribattezzatosi Italo Svevo, nel romanzo La coscienza di
Zeno in cui esplorò la società borghese italiana alla
luce dei drammi di Ibsen e del realismo tedesco. Nelle
sue opere Svevo evidenziò tutta la lascivia, la decadenza e la disperazione borghese (triestina). Al suo eroe
Zeno Cosini, nonostante l’individualismo distruttivo,
accadde un piccolo miracolo: questo tipico figlio borghese triestino, diviso tra la critica della borghesia e
le inveterate norme sociali, sognò il padre morto e si
sentì da lui ricordare che era arrivato il suo turno per
assumere la guida della famiglia e dell’azienda, per
codificare l’ordinamento giuridico ed attuarlo. L’ambivalenza di questo ceto sociale, diviso tra ribellione
e conservatorismo, non era dominio soltanto della
233
Slovensko Primorje in Trst
Politiåno administrativne meje
okrajev leta 1910
Il Litorale sloveno e Trieste
Suddivisione nei distretti
politico amministrativi
nell’anno 1910
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
società italiana. Se l’ebreo Svevo criticava la propria
anima borghese, la slovena Marica Nadlišek-Bartol,
criticando la borghesia triestina slovena, parla anche delle proprie esperienze nei contatti con essa. I
suoi ideali prevalenti erano i soldi, la vita familiare
patriarcale e la socializzazione con i propri simili. La
Nadlišek abbozzò questo quadro – anche sotto l’influenza di Janko Kersnik e dei realisti russi – come ritratto familiare critico della borghesia slovena triestina che guardava solo a se stessa e alla propria frivolezza. Anche lei, come Zeno Cosini, dovette abbandonare
il mondo della ribellione e della letteratura, calarsi
con i suoi sette figli nella vita reale ed accettare la norma che vedeva l’uomo al lavoro e la donna a casa con i
bambini. E anche se la Nadlišek fu tra le prime a promuovere il movimento femminile e fu collaboratrice e
direttrice responsabile della prima rivista femminile
slovena Slovenka, i tempi non erano ancora maturi per
una presenza autonoma delle donne nella società.
L’analisi di questi due autori pone immediatamente l’interrogativo su quanto la cultura italiana di Trieste fosse a conoscenza di questi sforzi culturali sloveni. Non c’è dubbio che gli uomini di cultura italiani
che frequentavano le università straniere parlassero
e leggessero gli autori tedeschi e francesi trasferendo
queste conoscenze nei propri testi italiani e brillando
nel circolo culturale di Prezzolini a Firenze. Ma delle
questioni riguardanti la cultura slovena si interessarono ben pochi, ad eccezione forse di Scipio Slataper,
Gianni Stuparich, Angelo Vivante. La maggioranza
degli intellettuali italiani preferì ignorare questa tematica. La realtà slovena, la letteratura slovena e la
qualité de la vie slovena rimasero riservate ai diretti
interessati. La pressione sociale, i rapporti codificati
e l’accomodamento con la realtà nazionale inducevano a passare con disinvoltura da un idioma all’altro e
da un’identità all’altra, e al mimetismo sociale.
Anche tra i borghesi sloveni questi fenomeni non
si presentavano come eccezioni. Se la prima generazione rimase ancora cosciente delle proprie memorie
nazionali, la seconda le abbandonò quasi sicuramente. Proprio questa volubilità divenne oggetto della
critica della Nadlišek. Poiché i figli dei borghesi slo-
veni potevano esprimersi a piacere e frequentare con
eleganza tutti i salotti triestini dando la precedenza
alla socializzazione rispetto alla coscienza nazionale,
anche i loro rapporti sociali e i loro matrimoni rispecchiarono questa realtà. Tutta questa permeabilità andò sempre a scapito della slovenità dato che il
multiculturalismo, da sempre a Trieste, era proprio
soltanto degli sloveni mentre le altre due componenti
nazionali non erano in grado di praticarlo.
Accanto a Marica Nadlišek intervenne nella critica
alla borghesia anche Ivan Cankar che, come a Lubiana anche a Trieste, elevò la critica sociale ad un livello
invidiabile. Nel Narodni dom su invito del Ljudski oder,
parlò per la prima volta al pubblico triestino che, nonostante avesse dovuto pagare il biglietto d’ingresso, riempì la sala fino all’ultimo posto disponibile.
La conferenza, in occasione della sua candidatura al
parlamento nelle liste del partito socialdemocratico
jugoslavo (JSDS), si incentrò sul tema del popolo sloveno e della sua cultura. Cankar si esprimeva sempre
in maniera chiara, aperta e polemica. A differenza di
Kristan egli leggeva sempre i propri interventi. Di
fronte al numeroso pubblico, che non era sempre di
estrazione tipicamente operaia, parlò della cultura
slovena come di una serva della borghesia, del capitale e della chiesa. Mentre gli artisti e gli interpreti dei
beni culturali venivano sfruttati ad ogni passo, le élite
si crogiolavano nel loro splendore disinteressandosi
quasi del tutto del messaggio culturale. Con questa
conferenza Cankar suscitò le feroci critiche dell’Edinost che affermò che la conferenza di Cankar non aveva soddisfatto il pubblico triestino.
La successiva conferenza di Cankar a Trieste fu organizzata nel maggio 1908 quando parlò di Trubar non
come di un fenomeno religioso, bensì nazionale. Si
trattò di una conferenza prettamente anticattolica in
cui Cankar attaccò il vescovo di Lubiana Anton Mahniå e il leader del Partito popolare SLS Ivan Šušteršiå.
Il pubblico ascoltò questa ironica conferenza in un silenzio quasi ispirato. Cankar si esibì a Trieste anche
nel 1910 (Arte e popolo) e nel 1912, quando parlò di
Anton Aškerc che era morto proprio allora circondato
dal nulla assoluto in cui era stato spinto dal vescovo
235
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
di Lubiana Mahniå. Cankar riteneva che il funerale
di Aškerc fosse stato la più grande manifestazione di
anticlericalismo tra gli sloveni. Lo scrittore condannò
per la loro indifferenza sia i liberali che i clericali tenendo in considerazione soltanto il socialista cristiano e deputato Janez Evangelist Krek.
Nonostante a Trieste fosse stato sempre molto critico, i suoi strali più velenosi contro il sistema furono
scoccati a Lubiana, nel 1913, nella sua conferenza sugli sloveni e la comunità jugoslava. Prima se la prese
con Etbin Kristan che nel 1909, nella Risoluzione di
Tivoli in occasione del primo convegno dei socialisti
jugoslavi, cedette al filojugoslavismo più banale. Con
la frase “Lasciamo crepare l’Austria nella propria merda e
seguiamo Mazzini” un anno dopo, in occasione dell’attacco alla Serbia, si guadagnò il carcere nel castello di
Lubiana con una prigionia che intaccò gravemente la
sua salute. Ciò nonostante nel 1918, quando la guerra
era quasi terminata, tenne a Lubiana un’altra conferenza intitolata Purificazione e ringiovanimento in cui
augurò un futuro migliore all’umanità così gravemente provata dalle dalle tragedie della I guerra mondiale. Poco più tardi Cankar morì, all’età di 42 anni. Sei
mesi dopo, nel maggio 1919, Trieste lo ricordò con la
rappresentazione teatrale dei suoi Hlapci che lo stesso
Oton Županåiå non ebbe il coraggio di inserire nel repertorio del Teatro nazionale di Lubiana.
Nonostante tutte queste critiche possiamo dire
che la borghesia slovena a Trieste coltivasse la propria
coscienza nazionale come se dovesse andare al potere il giorno successivo. Se ci chiedessimo quale fosse
il credo della borghesia slovena triestina potremmo
dire che non si trattava di un concetto unitario, ma
dell’opinione di vari gruppi sociali. La sua ideologia
conteneva una specie di dualismo. Da un lato la borghesia slovena rispettava i codici dell’accettazione comune di un determinato stile di vita, di pensiero e di
comportamento, dall’altro esisteva anche il suo aspetto eroico che si traduceva nel patriarcalismo, nella
morale e nell’autorità (dalla famiglia all’impresa).
Per potersi mantenere in vita la borghesia triestina
slovena dovette appoggiarsi sulla lingua, la cultura, le
tradizioni, l’identità, su una determinata forma este-
riore, su uno standard di valori che stabilivano ciò che
(per essi e per i loro figli) era lecito e non. Divenne
sinonimo di parsimonia, qualità e solidità in tutte le
sue manifestazioni, e ciò le permise di elevarsi sempre di più. Il borghese sloveno investiva nella stabilità
senza aspettarsi di ottenere tutti gli obiettivi nel corso
di una sola generazione. Collegava la sua identità borghese con la vita familiare e con il privato, la casa era
una fortezza in cui non tutti potevano entrare. L’identità che si era sviluppata in questa ideale Kinderstube
derivava dalle memorie comuni e dal comune stile di
vita. Si trattò di un processo in grado di far evolvere il
singolo perché questi potesse influenzare, stimolare
e sviluppare la comunità a cui apparteneva.
Perciò alla fine del XIX secolo sembrava giusto essere e rimanere sloveni e contribuire al movimento
con qualche corona o addirittura con il proprio prestigio sociale. Disquisendo di questi comportamenti della borghesia slovena triestina non possiamo esimerci
dal pensare alla famiglia Kalister-Gorup che crebbe
proprio all’insegna di questi valori e che, se avesse
avuto più tardi la possibilità di realizzarsi nell’ambito di una comunità politica propria, slovena, il suo
capitale e il suo modo di vivere avrebbero costituito
una base per la crescita nazionale in genere. Sarebbe
stata sicuramente seguita da altri, da tutti coloro che
la consideravano un modello. Poiché la prima guerra
mondiale cambiò completamente gli standard statali, politici, economici e sociali in atto, questa potente
famiglia originaria di Slavina si sparse in varie direzioni da Trieste a Fiume, Zagabria e negli Stati uniti.
Il momento storico fu fatale e l’occasione perduta non
si ripresentò mai più. Gli sloveni di Trieste, ma anche
gli altri, furono depredati della loro crescita.
Gli sloveni di Trieste raggiunsero la differenziazione maggiore, almeno psicologica se non proprio materiale, con la borghesia, anche se il suo sviluppo presentò alcune peculiarità. Per merito di questo ceto importante, anche se controverso, avrebbero potuto ottenere
il proprio apice a Trieste come nelle altre città slovene
rendendo omogenee tutte le iniziative nazionali. Ma
furono in ciò disturbati dalla pluricentenaria appartenenza alla sfera asburgica, che non permise mai l’af-
237
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
francamento degli sloveni, dei cechi, degli ungheresi e
degli altri popoli che costituivano la monarchia.
Con l’Edinost, le attività di carattere sociale (cori)
e le manifestazioni politiche (tabori), l’ideologia della
borghesia si riversava a cascata anche sulla popolazione rurale del circondario triestino, che si abbeverava
presso tale generatrice di cultura, di coscienza nazionale, di idee, di pensieri e di letteratura. La Trieste
slovena disponeva di tutto ciò cui anelava anche la
periferia slovena, e cioè di lavoro, possibilità di impiego e di avanzamento, cultura, giornali, letteratura,
riviste, conferenzieri, cantanti, attori, imprenditori, banchieri, benestanti ma anche di posti di lavoro
nazionalmente riservati. Con i giornali, le edizioni
librarie, la vita sociale, il teatro, i cori, le società sportive e l’Organizzazione operaia nazionale, l’associazione politica Edinost si adoperò a tutti i livelli per una
nuova simbiosi tra la città e il suo circondario. I nuovi
quadri istruiti, che avevano il compito di intervenire con competenza nel confronto con il nazionalismo
italiano e l’indifferenza viennese, si procacciavano il
consenso delle masse con una vivace propaganda.
Nel nuovo secolo gli sloveni continuarono a studiare nell’ambito del sistema scolastico privato di
San Cirillo e Metodio che nel 1916 contava complessivamente 2.524 alunni. Lo stesso anno 12.256 studenti sloveni frequentarono i vari livelli delle scuole
slovene, e 1.814 bambini gli asili. Le scuole comunali nel circondario triestino furono frequentate da
5.216 alunni. Ad un livello più alto operavano la scuola commerciale (189 alunni), la scuola preparatoria
(210 alunni), l’istituto magistrale 112 alunni) e il ginnasio (249 alunni), che a causa della guerra si trasferì
da Gorizia a Trieste. Gli sloveni studiavano anche nel
ginnasio tedesco, dove nell’anno scolastico 1909/10
si poterono contare 177 sloveni, 24 slavi, 181 tedeschi
e 142 italiani, e nella scuola reale, dove nello stesso
anno furono registrati 91 sloveni, 11 slavi, 170 tedeschi e 209 italiani. La lingua slovena veniva insegnata
per 4 ore settimanali in entrambi gli istituti.
In Austria la democrazia ebbe uno sviluppo in
lenta progressione. Dopo che nel 1861 la Patente di
febbraio aveva eliminato l’assolutismo, le élites in-
tellettuali si resero conto che le elezioni rappresentavano una delle principali espressioni della sovranità popolare. Le prime elezioni moderne si svolsero
nel 1848, quando si votò per il Parlamento di Francoforte cui ebbero accesso nove deputati sloveni dei
venti cui avevano diritto le regioni slovene. Le varie
riforme messe in atto dal 1861 al 1914 continuarono
ad allargare il diritto di voto per la cui base vennero
considerati dal legislatore l’elenco dei contribuenti e
la residenza del singolo. Trieste, che costituiva nello
stesso tempo comune e regione, godeva di un regime
elettorale particolare. Gli organi comunali si eleggevano ogni tre anni, le elezioni per il Parlamento di
Vienna si svolgevano ogni sei. Nel 1910 ottennero il
diritto di voto anche le donne contribuenti e le maestre. La riforma del 1907 portò cambiamenti di spessore: ventiquattro parlamentari sloveni dei 516 complessivi rappresentavano il 4,65% della popolazione
slovena nell’Austria-Ungheria, il che corrispondeva
alla quota di popolazione slovena in Austria. La riforma rafforzò la rappresentanza slovena nella Carniola
(11), in Stiria (7) e nel Goriziano (3) assicurando il
mandato sloveno anche a Trieste e alla Carinzia e creandone uno in Istria. Il territorio delle circoscrizioni
elettorali slovene forniva un’immagine sui generis di
una futura Slovenia politicamente concepita e unita.
Nonostante per lo stato vigesse il diritto di voto generale, lo stesso non fu mai applicato alle elezioni del
consiglio comunale-regionale di Trieste. Sebbene nella sala comunale sedessero dopo il 1914 anche dodici
sloveni tra gli ottanta consiglieri eletti, il sistema elettorale rimase selettivo e basato sullo status e sul censo
tributario. Questa legislazione funzionò addirittura
fino al 1915 e fu invalidante in quanto danneggiava gli
sloveni e i socialisti. A causa di questo sistema iniquo,
che favoriva i diritti dinastici nazionali e censuari acquisiti delle nazioni storiche, tutte le posizioni chiave
negli organi eletti, da quello cittadino e regionale fino
al Parlamento di Vienna, rimasero nelle mani delle
classi privilegiate e delle nazioni privilegiate, le quali
vigilavano molto attentamente perché questo potere non sfuggisse loro dalle mani. Proprio per questo
gli sloveni triestini, assieme agli altri sloveni e ai ce-
239
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
chi, dovettero conquistarsi tutti i diritti negati. Per gli
stessi diritti combatterono anche i socialisti austriaci,
che a Trieste avevano un’importante roccaforte dovuta
allo sviluppo dell’industria e delle altre attività.
Nel tracciare la topografia storica del movimento socialista organizzato italiano, sloveno e tedesco
di Trieste bisognerebbe rivolgere lo sguardo indietro, agli inizi degli anni novanta del XIX secolo. Per
Trieste fu determinante soprattutto lo sviluppo del
socialismo in Germania e in Austria da dove ne provenivano le teorie e le prassi. Le possibili soluzioni
delle numerose questioni irrisolte che minacciavano
talvolta l’esistenza stessa di tutta l’Austria-Ungheria,
furono proposte agli operai, dal capodanno del 1889
in poi, dal Partito socialdemocratico d’Austria (SPÖ)
che pubblicò il proprio programma a Heinfeld. Autore ne fu il leader dei socialisti austriaci, il dott. Viktor Adler, che si attenne totalmente ai principi della seconda Internazionale (1889). L’SPÖ orientò la
propria attività soprattutto nel campo della riforma
dell’organizzazione operaia e dell’inserimento degli
operai negli organi politici, tecnici e culturali del partito. Per quanto riguarda la questione nazionale i socialdemocratici condannavano la lotta nazionale dei
ceti borghesi sostenendo l’internazionalismo.
Concordarono con questo programma anche tutte
le altre componenti nazionali dell’SPÖ, accanto ai socialisti tedeschi anche quelli cechi, polacchi, sloveni,
italiani e russini. Fecero quindi riferimento a questo
programma anche i socialisti triestini che fondarono
la società operaia multilingue La confederazione operaia - Delavska zveza - Deutscher Leseverein, che dovette
superare sin dalla sua istituzione numerosi ostacoli nazionali e politici. Questo condizionò l’attività dei
socialisti, che volevano presentarsi all’opinione pubblica triestina come gli unici rappresentanti del movimento operaio internazionalista. Il giornale La confederazione operaia, che fu pubblicato per la prima volta
nel 1889, constatò che i conflitti tra lavoratori sloveni
e italiani risultarono più dannosi per questi che per i
primi, favorendo l’insorgere del nazionalismo maggiormente tra i socialisti italiani che tra quelli sloveni,
il cui rappresentante, Ljudevit Zadnik, si accorse che
essi, nell’organizzazione operaia, si sentivano messi in
disparte e perciò pretese da Vienna il diritto di pubblicare un giornale operaio sloveno che intitolò Delavski
list, uscito per sette volte nel 1891. Alle elezioni parlamentari dello stesso anno Carlo Ucekar, leader italiano della Confederazione operaia, anziché un candidato dichiaratamente socialista, propose il nazionalista
italiano Mauroner, che fu poi eletto. Ljudevit Zadnik,
ma anche altri esponenti della suddetta organizzazione, ebbero il sospetto che sotto l’internazionalismo di
Ucekar si celassero recidivi nazionalisti e che i compagni italiani avessero solo sfruttato i voti socialisti (italiani, sloveni e tedeschi) per far eleggere un candidato
(il Mauroner) che mai aveva professato idee socialiste
o internazionaliste. Quando questa prassi si ripeté alle
elezioni parlamentari del 1897 e del 1901, divenne
evidente che l’internazionalismo professato dall’Ucekar era stato soltanto un espediente per privilegiare gli
interessi della borghesia nazionalista italiana. Dopo la
morte di Ucekar nel 1902, Valentino Pittoni interruppe questa prassi proponendo alle elezioni candidati
socialisti di entrambe le nazionalità.
La situazione continuò immutata fino al V congresso dell’SPÖ a Praga (5-11.4.1896) quando nell’ambito del partito cominciò a sgretolarsi l’egemonismo dei
popoli storici anche tra le fila socialiste sotto i colpi dei
non storici cechi e sloveni, che finalmente, nell’agosto
1896 nel corso del congresso costitutivo del Partito socialdemocratico jugoslavo (JSDS) a Lubiana, poterono
fondare il proprio partito socialista federativo. Ne fu
promotore lo scrittore ed attivista Etbin Kristan, che
si battè per la socialdemocrazia slovena autonoma e
per l’istituzione del partito socialista sloveno anche a
Trieste. Con questi propositi si trasferirono a Trieste
lo stesso Kristan, J. Kopaå, J. Zavertnik, portando in
questa città anche i giornali di partito Delavec e Svoboda. A causa della grande miseria, come ricordava Ivan
Regent – socialista sloveno di Contovello, Kristan e
Kopaå possedevano a Trieste un solo paio di pantaloni, e quindi uno doveva rimanere a letto quando l’altro usciva di casa.
“Basta con le bettole e la grappa” esclamarono Kristan in Kopaå portando agli operai triestini il nuovo
241
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
partito socialista, organizzato su base nazionale come
consentito dal principio federalista vigente nel partito che permetteva di formare due distinti gruppi
socialisti in ambienti nazionalmente misti. Sebbene
tra gli sloveni di Trieste, come scrisse Kristan, regnasse ancora una dose consistente di assimilazione
e rassegnazione, il 16.10.1897 la troika fondò l’Organizzazione circoscrizionale dello JSDS per il collegio
elettorale di Trieste. Dopo l’istituzione della sezione
cittadina Kristan, Zavertnik e Kopaå organizzarono
anche alcune filiali periferiche e cercarono di abituare gli operai sloveni all’uso della lingua materna con
la lettura del Delavec e del Rdeåi prapor, su cui scrisse
molto anche Cankar, che tentò di risollevare il morale
dei lettori con i suoi scritti satirici.
Per non essere accusati di minare l’internazionalismo, i tre affermarono che “l’organizzazione circoscrizionale si proponeva soltanto di istruire gli operai
sloveni nella loro lingua affinché l’operaio sloveno
potesse diventare un vero essere umano interrompendo così l’alienazione provocata dalla non conoscenza della lingua italiana”. In tal modo volevano evitare la strumentalizzazione della loro organizzazione
socialista nazionale, spiegando che non si trattava di
nazionalismo, bensì di propaganda e istruzione nella
propria lingua anche per i ceti diseredati sloveni.
Quando il 26.1.1907 fu emanata a Vienna la legge con cui si eliminava l’iniqua legislazione elettorale e si introduceva per il parlamento l’uguaglianza
del diritto di voto, ogni cittadino austriaco maschio
che avesse superato i 24 anni e che nel giorno delle
elezioni avesse maturato almeno 1 anno di residenza nel comune poteva votare per l’assemblea di stato
(per le elezioni comunali l’obbligo di residenza saliva
a 3 anni). In base a questa nuova legge furono attribuiti a Trieste cinque seggi nel Parlamento di Vienna, quindi un deputato ogni 40.000 abitanti. Quello
stesso anno a Trieste tra gli sloveni furono eletti al
primo turno un nazionalista e un socialista, mentre nelle altre circoscrizioni triestine erano previste
elezioni secondarie più ristrette. Quando gli sloveni dichiararono che in questo caso avrebbero votato
per i candidati socialisti, i nazionalisti italiani com-
presero di non avere alcuna possibilità di successo. I
liberal-nazionali proclamarono l’astensione evitando
una pesante sconfitta e la conseguente constatazione
che Trieste non era affatto una città solo italiana. Con
l’appoggio sloveno i socialisti mandarono a Vienna
quattro deputati. I risultati elettorali misero in evidenza le basi traballanti dell’egemonia dei nazionalisti italiani. In parlamento fu finalmente riparato il
torto di cui erano stati vittime per anni gli sloveni e
i socialisti. Dopo la scomparsa di Ucekar, nel 1902
fu nominato a capo dei socialisti triestini Valentino
Pittoni, che si adoperò molto per la riforma elettorale anche a livello regionale. Quando nel 1908 essa
fu realizzata, i responsabili valutarono con molta attenzione a chi concedere il diritto di voto e a chi no.
A Trieste fecero del loro meglio per mantenere la disparità, che nel 1909 permise ai nazionalisti italiani
di conquistare 57 degli 80 seggi regionali-comunali.
Gli altri seggi furono appannaggio degli sloveni (12),
dei socialisti (10) e dei conservatori (1). La disparità
stava nel fatto che per eleggere un consigliere comunale il partito nazionalista italiano doveva raccogliere
213 voti, i socialisti 714 e gli sloveni addirittura 752
voti. L’ingiustizia era palese e per le elezioni seguenti Regent e Pittoni proposero l’unione di ambedue le
frazioni socialiste e candidature comuni per la città e
le periferie. La battaglia elettorale a Trieste divenne
drammatica e le due parti usarono tutti i mezzi per
poter vincere. Sul Carso i nazionalisti corruppero gli
ingenui, falsificarono documenti, emisero attestati
di residenza a seconda delle necessità, modificarono
le liste elettorali, ecc. Nel 1911 i liberal-nazionalisti
italiani elessero due deputati al Parlamento di Vienna a scapito dei socialisti che riuscirono a mandarvi
soltanto Pittoni e Oliva. Dopo aver eletto Rybař gli
sloveni parteciparono anche alle elezioni ristrette in
città (!) per un ulteriore deputato a Vienna. Ma poiché
i socialisti non si attennero alla reciprocità e non votarono a favore del candidato sloveno, il mandato cittadino venne meno. I risultati delle elezioni del 1911
dimostrano che il partito nazional-liberale italiano
rappresentava solo una minoranza della popolazione triestina e che, con la revisione della legislazione
243
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
elettorale regionale, aveva fatto il suo tempo. Lo affermò anche lo storico Angelo Vivante che nel 1912
pubblicò a Firenze il suo Irredentismo adriatico in cui
spiegò ai triestini che era necessario superare il proprio nazionalismo e chiarire sino in fondo le proprie
riserve nei confronti dell’altra nazionalità.
L’accumulo dei problemi delle potenze europee e
la suddivisione delle sfere d’interesse portarono allo
scoppio della prima guerra mondiale. Alla vigilia regnavano in Europa due imperi sovranazionali mentre
la concorrenza economica e le mire coloniali affrettarono la resa dei conti tra le potenze implicate che si
organizzarono formando ciascuna la propria coalizione bellica. In questa guerra l’Italia svolse un ruolo da
primadonna. Quando dopo la sconfitta del 1896 nella
guerra d’Abissinia sostituì i propri obiettivi strategici africani con quelli balcanici, cominciò a prepararsi
alla guerra in modo molto singolare e cioè con trattative segrete per scegliere la parte con cui allearsi.
All’inizio del conflitto proclamò la neutralità provocando nel Litorale austriaco numerosi arresti di panslavisti sloveni e croati. La guerra, come gli italiani
ben sapevano, offriva l’opportunità di compensazioni
e quindi l’occasione per i Savoia di realizzare il proprio piano di predominio nell’Adriatico impedendo
l’unità degli slavi del sud.
Con la firma del Patto segreto di Londra (26.4.­
1915) l’Italia abbandonò l’alleanza precedente entrando in guerra a fianco delle forze dell’Intesa che le
offrirono più garanzie per le successive spartizioni.
Come disse von Bülow, nel caos generale l’Italia volle ottenere qualcosa per il proprio stato. Dopo aver
bussato dapprima alla porta viennese e poi a quella
londinese, dopo nove mesi di trattative, passò dalla
parte dell’Intesa per un bottino che comprendeva: il
Sud Tirolo, il Goriziano e Gradisca, Trieste, l’Istria,
le isole del Quarnero, la Dalmazia settentrionale fino
a Traù e le isole dalmate settentrionali. Ad eccezione
di alcune città, sia il Sud Tirolo che il Litorale erano
compattamente non italiani. La minoranza italiana di
ambedue le regioni, dove effettivamente esisteva, non
giustificava l’occupazione di territori completamente
stranieri. “L’Italia è fatta ma non compiuta” dissero in
maniera retorica a Roma preparandosi alla guerra. Il
24.5.1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria attaccando il giorno stesso il territorio statale austriaco ad est (Friuli, Isontino) e a nord (Trentino).
A Trieste fu data alle fiamme la redazione del Piccolo
e furono imprigionati gli irredentisti italiani. Dopo
gli iniziali successi sul fronte goriziano la prima linea
si fermò per due anni e mezzo sull’Isonzo. Seguirono
sei offensive per la conquista di Gorizia e il numero
di morti divenne incalcolabile. Il prezzo del Patto di
Londra crebbe a dismisura. E fu anche peggio dopo
la XII offensiva sull’Isonzo lanciata dagli eserciti austriaci e tedeschi alleati. Allora gli italiani subirono la
terribile disfatta di Caporetto e fuggirono, fermandosi soltanto nelle vicinanze di Venezia. Fino al 14 ottobre il fronte si mantenne sul Piave, e la Slavia Veneta, la Valcanale, il Goriziano e la Val Resia divennero
nuovamente parte del territorio asburgico. L’Intesa,
che aveva promesso così generosamente all’Italia i
territori non italiani, si attendeva maggiori vantaggi
dall’entrata in guerra dell’alleata, il fronte italiano
invece aveva soltanto indebolito le armate impegnate
sugli altri campi di battaglia senza riuscire ad ottenere
nulla con le proprie forze.
LA FINE DELL’IMPERO ASBURGICO
E L’AVVENTO DELL’ITALIA
Nell’ottobre del 1918 l’Impero asburgico crollò come
un castello di carte. I partiti borghesi sloveni smisero
di contare sull’Austria e preannunciarono la separazione. L’Italia occupò i nuovi territori in attuazione
del patto di Londra. Gli italiani raggiunsero Trieste
via mare con la torpediniera Audace dando seguito all’invito del Comitato per il bene pubblico con
cui collaborarono anche gli sloveni e i socialisti. Nel
nome dell’Intesa l’Italia occupò il territorio designato
dal Patto di Londra, poi arrotondò il territorio occupato anche al di là dei confini precedentemente stabiliti comportandosi sin dall’inizio da padrona. L’occupazione militare durò per ben due anni – fino alla
conclusione del Trattato di Rapallo.
245
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
L’epoca caratterizzata dall’appartenenza triestina
agli Asburgo, e durata più di 500 anni, era definitivamente tramontata. Cambiarono i modelli culturali
ed economici provocando il primo consistente esodo
di coloro che non erano soddisfatti dell’occupazione
italiana. Molti di coloro che le autorità italiane avevano sfollato lontano dal fronte tornarono alle proprie case tardi e con pochi aiuti da parte dello stato.
L’autorità d’occupazione eliminò tutte le forme di
autonomia locale dominando con il pugno di ferro i
territori che le furono concessi per la partecipazione
vittoriosa al conflitto. Al suo arrivo a Trieste il generale Pettiti di Loreto dichiarò di essere venuto “per
diritto di conquista e di occupazione”. A dimostrazione di tale diritto cominciò ad applicare le norme
di guerra per le persone sospette tra la popolazione
slovena e croata.
Della demarcazione tra i due stati si occupò con
alterna fortuna, dal febbraio 1919 al gennaio 1920,
la Conferenza di pace di Parigi, dei confini bilaterali invece il Trattato di Rapallo. Già in precedenza gli
italiani sfollarono dalle terre occupate tutti i più illustri personaggi sloveni e croati, un migliaio di persone circa. Tra loro ci furono anche sacerdoti, maestri
e maestre ed alti dignitari ecclesiastici e civili (il vescovo Anton Mahniå). Il sospetto che le deportazioni fossero pianificate per eliminare definitivamente
gli intellettuali sloveni e croati si dimostrò fondato
poiché dalle solfatare sarde gli internati tornavano a
casa allo stremo delle forze ed alcuni, come il vescovo
Mahniå, vi persero addirittura la vita. L’Italia riuscì
ad occupare più territori rispetto a quelli promessi
dal Patto di Londra. La demarcazione di Rapallo andò
soprattutto a scapito degli sloveni e dei croati che dovettero lasciare al di là del confine più di mezzo milione di connazionali.
Alle elezioni parlamentari italiane del 1921 la
Lista jugoslava ottenne lo stesso numero di voti del
blocco italiano sebbene il periodo delle elezioni fosse segnato in tutta la regione da un terrore generalizzato, volto a dissuadere gli elettori sloveni dalla partecipazione al voto. I candidati sloveni nella Venezia
Giulia ottennero 51.850 voti, il blocco nazionale ita-
liano invece 49.921. I comunisti ottennero 20.495 e i
socialisti 12.257 voti.
Per le elezioni seguenti (6.4.1924), quindi già nel
regime fascista, gli italiani si prepararono meglio.
Tutte le terre annesse, le province di Gorizia, Pola,
Fiume, Trieste, Zara e Udine, costituirono un unico
collegio elettorale che contava 1.715.117 abitanti in
cui gli sloveni e i croati erano in minoranza. Introdussero inoltre un nuovo sistema elettorale che diminuiva di molto per gli sloveni e i croati la possibilità di ottenere una rappresentanza proporzionale in
parlamento. Il terrore sugli elettori sloveni si estese
nel 1924 anche al Goriziano. In queste elezioni parlamentari la lista slovena ottenne solo due mandati,
per il partito comunista furono eletti due deputati di
cui uno sloveno.
Le terze elezioni parlamentari del 1929 furono
soltanto una burla totalitaria. Se fino allora i fascisti
cacciavano gli elettori sloveni lontano dai seggi, questa volta li costrinsero letteralmente ad andare a votare. In quest’atmosfera così violenta il patriota croato
Vladimir Gortan con un gruppo di giovani antifascisti
sparò su una fila di votanti in attesa. Iniziarono i processi del Tribunale speciale fascista per la difesa dello
stato che per l’occasione si trasferì da Roma a Pola intendendo in tal modo dare ai possibili oppositori un
avvertimento esemplare a non ostacolare il fascismo.
Gortan fu condannato a morte, molti suoi sostenitori
a lunghi periodi di detenzione. Riassumendo, sia gli
sloveni che i croati che erano la popolazione maggioritaria di quello che veniva chiamato Litorale austriaco, non ebbero né prima né dopo l’avvento del fascismo alcuna possibilità di collaborare alla vita pubblica
e amministrativa.
A partire dal 13.7.1920, quando fu dato alle fiamme il Narodni dom di Trieste, si ripeterono episodi
simili in tutta la Venezia Giulia poiché i fascisti, con
l’appoggio dello stato, incendiarono anche il Narodni dom di Pola, distrussero la tipografia dell’Edinost
a Trieste (20.12.1920), incendiarono ventisei case a
Krnica provocando tre morti, molti feriti e 89 arrestati, distrussero il villaggio di Caresana (17.4.1921),
incendiarono il Narodni dom di S. Giovanni a Trieste
247
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
(2.9.1921) e diedero alle fiamme i Narodni dom di Roiano (8.9.1921), Barcola, Servola e S. Giacomo. Furono fortemente danneggiate anche molte associazioni
a cui i fascisti incendiarono le sedi, le redazioni dei
giornali Il Lavoratore e Delo, e varie cooperative e biblioteche di studio che furono distrutte.
Quando nel 1922 il fascismo prese il potere con la
Marcia su Roma il processo di snazionalizzazione prese
nuovo vigore. Oltre a disciplinare le istituzioni legali
della popolazione slovena, i programmi di genocidio
culturale vollero ostacolarne anche la crescita demografica, impedirne l’istruzione, limitarne l’insediamento nelle città, acquisirne i beni, trasferire alcune
categorie di cittadini all’interno dell’Italia e favorirne
l’emigrazione. L’Italia annunciò la lotta all’uso pubblico della lingua slovena. Seguì a breve il divieto di
usarla nelle amministrazioni pubbliche (1923), che
fu poi esteso anche al di fuori della sfera pubblica insinuandosi sempre più profondamente nella vita di
ogni singolo sloveno. Le aziende private cessarono di
usare la lingua slovena nella corrispondenza d’affari,
ed anche sulla strada, nei locali pubblici, sui treni e
sui tram era pericoloso parlare lo sloveno. Poiché si
doveva cambiare l’immagine esteriore di Trieste dovettero sparire dalla vita pubblica tutte le scritte pubblicitarie slovene. Anche i cognomi sloveni nei luoghi
pubblici creavano disturbo e l’isteria si sviluppò fino
al punto da costringere gli artigiani a cambiare i loro
nomi in pubblico per cancellare la loro identità ossia
per costruire l’immagine di una città e una periferia
totalmente italiane. I fascisti vollero cancellare ogni
segno che potesse testimoniare la presenza della nazionalità e della lingua della popolazione autoctona
e non si fermarono neanche di fronte ai monumenti
culturali. Distrussero o danneggiarono i monumenti
a M. Vilhar, F. Lampe, S. Gregoråiå e J. Vega. Il regio
decreto n. 800 del 28 marzo 1923 italianizzò i toponimi sloveni e croati. A quest’attività partecipò sin dal
1915 la Società geografica italiana che compilò una
lista di nomi (talora veramente ridicoli) con cui trasformare i toponimi originali, i nomi dei monti e dei
villaggi. L’uso delle denominazioni originali fu vietato nella vita pubblica e nella letteratura.
Dopo l’annessione all’Italia si era intensificato
il divieto di usare i nomi sloveni. Nel 1923, quando l’anagrafe fu trasferita ai comuni che erano già in
mani italiane, il processo fu definitivamente istituzionalizzato. Le sanzioni previste per l’uso dei nomi
propri nazionali si estesero a tutta le regione. Gli ufficiali di stato civile che rappresentavano allora, come
anche in seguito, il nocciolo duro del nazionalismo
specie per le questioni anagrafiche, si scagliavano con
tutte le loro forze contro chi pretendeva di imporre un
nome sloveno. Pratica che fu sanzionata con la Legge
dell’8.3.1928: i vari Milan, Slava, Danilo, Ljudmila e
Miroslav diventarono così Emilio, Faustina, Giordano, Luciana e Libero. Sono di quei tempi i numerosi
bambini che furono chiamati Romano, Benito, Roma.
Nelle località a oligarchia italiana gli uffici anagrafici scrivevano già prima della I guerra i cognomi sloveni secondo la dizione e l’ortografia italiana.
Quest’ingiusta deformazione dell’unico attributo che
l’uomo porta con sé dalla nascita alla morte, non era
soltanto una lesione dei suoi diritti individuali, ma
anche il modo per cancellare l’identità culturale di
un intero popolo. Nel 1925 in una circolare segreta Mussolini pretese la reintegrazione delle nuove
province cui “le monarchie straniere” avrebbero in
passato tolto il “carattere romano”. In realtà si trattò di un provvedimento di uno sciovinismo inaudito
perché gli ideatori di questo progetto non si accontentarono di stravolgere soltanto i cognomi, ma estesero la loro azione anche alla natura dei luoghi e delle
persone residenti. Il regio decreto n. 17 del 10.1.1926
sulla “restituzione in forma italiana dei cognomi originariamente italiani” entrò in vigore dapprima nella
Provincia di Trento e in seguito anche nella Venezia
Giulia (Decreto n. 494 del 7.4.1927). Se consideriamo tutte le province occupate possiamo valutare che
più di 500.000 persone furono condannate alla trasformazione del proprio cognome.
Passarono poi alla soppressione dell’istruzione
elementare slovena e croata togliendo ai bambini il
fondamentale diritto di studiare nella propria lingua.
La riforma Gentile (Legge n. 2185 del 1.10.1923) vietò l’istruzione slovena e croata di ogni ordine e grado.
249
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Il livello della scuola elementare, che gli sloveni avevano istituito autonomamente o si erano conquistati
nel XIX e XX secolo, era di qualità invidiabile. Secondo i dati italiani ufficiali, sul territorio che dopo la
prima guerra mondiale apparteneva all’Italia operavano 321 scuole slovene e 167 scuole elementari croate; complessivamente 488 scuole private e pubbliche
con 942 classi. Gli alunni sloveni erano 46.671, quelli
croati invece 20.281 per un totale di 66.952 alunni
con 1.350 insegnanti. In Istria c’erano inoltre più di
10.000 bambini che non andavano a scuola per l’opposizione della Dieta provinciale dell’Istria. Nel 1918
c’erano 541 scuole con lingua d’insegnamento slovena e croata, nel 1923 invece 444 scuole con 52.000
alunni. Se consideriamo uno sviluppo normale per
le scuole dell’Istria, di Trieste e di Gorizia, all’arrivo
degli italiani nel novembre 1918 c’erano nella regione complessivamente 541 scuole con circa 80.000
alunni. Secondo la statistica ufficiale italiana alla fine
dell’anno scolastico 1918/19 esistevano soltanto 392
scuole con 65.041 alunni. Nonostante la solenne dichiarazione delle autorità italiane di voler concedere
agli sloveni più scuole rispetto al periodo austriaco,
l’autorità d’occupazione eliminò ben 140 scuole elementari slovene e croate prima della firma del Trattato di Rapallo e ulteriori 488 unità dopo la successiva
annessione.
Nemmeno le scuole medie conobbero una sorte
migliore. Il grande sforzo prodotto dagli sloveni e dai
croati per ottenere le scuole superiori in lingua materna a favore di un’enorme fetta di popolazione locale, produsse i propri frutti prima della grande guerra.
Gorizia ottenne un ginnasio classico completo, l’istituto magistrale maschile e femminile e la scuola artigianale femminile slovena. A Idria c’era la Realschule slovena completa (scuola reale di tipo tecnico); a
Trieste, dove dominava la resistenza sciovinista, una
scuola commerciale biennale slovena privata e una
scuola statale artigianale con sezioni slovene per i vari
corsi. Subito dopo l’occupazione, a causa dell’epidemia di spagnola l’Italia chiuse tutte queste scuole
per non riaprirle mai più, ad eccezione di quella di
Idria. Così un gran numero di studenti sloveni perse
ogni possibilità di continuare e concludere il proprio
curriculum scolastico nella lingua madre. Nel giugno
1927 il ministro dell’istruzione Fedele dichiarò che in
tutte le scuole medie la lingua d’insegnamento doveva
essere esclusivamente l’italiano e vietò qualsivoglia
insegnamento di quella lingua barbara (lo sloveno)
sia nei corsi privati, se i partecipanti superavano il
numero di tre, sia in ambito familiare.
I sacerdoti sloveni costituivano ormai da decenni una spina nel fianco del nazionalismo italiano, e
con l’avvento dei fascisti al governo iniziò una campagna sistematica contro l’uso della lingua slovena e
di quella croata nelle chiese. Lo si può dedurre anche
dal fatto che sin dal 1919 costrinsero il vescovo sloveno A. Karlin ad abbandonare Trieste. La posizione
ufficiale era che in Italia c’era una sola lingua, quella
italiana, che doveva essere usata anche in chiesa. Fu
severamente vietata anche la distribuzione di opere
letterarie per la gioventù e dei libri di testo. In particolare fu vietato l’abbecedario Prvi koraki, pubblicato – dopo la soppressione delle scuole slovene –
dal quotidiano Edinost e dal settimanale Novice. Per
questo reato molti furono condannati a vari mesi di
prigione o mandati per anni al confino sulle isole. La
conseguenza fu che più di 100.000 bambini restarono
senza qualsiasi forma di istruzione nella lingua madre
perdendo il contatto con la propria identità, con la
propria cultura, lingua, storia e coscienza nazionale.
I genitori che trasgredivano a queste leggi erano condannati a vari mesi di carcere.
Sotto il peso del fascismo genocida andarono in
rovina varie istituzioni fondate sin dal 1848 e mantenute con il contribuito di generazioni di utenti.
Nel 1918 gli sloveni e i croati possedevano ancora
600 cooperative di credito ed economiche il cui patrimonio superava i 300 milioni di corone austriache
d’oro (circa 60 milioni di sterline). Nel centro città
operavano 7 istituti bancari sloveni/slavi, mentre gli
italiani ne avevano solo 3. Il 18.1.1928 furono sciolti
il consiglio d’amministrazione e il collegio sindacale della Federazione cooperativa slovena di Gorizia
(8.2.1929), poi anche la Federazione fra Consorzi a
Trieste (22.8.1929). Le associazioni professionali di
251
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Trieste erano la Società cattolica dei collaboratori artigianali, la Società dei pescatori, la società Pravnik (Il
legale) di Trieste, la Società degli impiegati dei trasporti dell’Austria – sezione di Trieste, la Società dei
collaboratori di commercio sloveni, la Società degli
impiegati legali e notarili sloveni – sezione di Trieste
e periferia, l’Unione dei lavoratori del pane, la Società
cattolica operaia slovena, la Società per la formazione
commerciale, la Società degli insegnanti per Trieste
e provincia, l’Unione jugoslava delle società degli insegnanti, la Società dei pensionati di stato. Le società
di carattere economico erano: la Società agricola e orticola per Trieste e periferia, la Società Narodni dom
di Trieste, la Cassa Triestina di Credito e Risparmio,
l’assicuratrice cooperativa Croatia - filiale di Trieste,
la Jadranska banka di Trieste, la Banca popolare di risparmio e prestito di Trieste, la Cooperativa commerciale-artigiana di Trieste, la Federazione fra Consorzi
a Trieste, la Società di navigazione Dalmatia, la Società commissionaria e di spedizioni Balkan, la Cooperativa delle trattorie International, il Consorzio per
la fabbricazione e lo sfruttamento dell’ing. Valentino
Živic - inventore della macchina volante, la banca Narodna hranilnica in posojilnica, la Cooperativa mutua
immobiliare e residenziale Naš dom di Trieste, la Birreria Adrija di Trieste, la Cooperativa di consumo dei
soci dell’organizzazione nazionale-operaia di Trieste,
la Società per azioni alberghiera di Grignano-Miramare a Trieste, la banca Cassa di risparmio generale
di Trieste, la Trattoria sociale presso la Stazione ferroviaria di Trieste, la banca Slavija - filiale di Trieste,
la Cooperativa commerciale di Trieste, la Cooperativa
dei calzolai di Trieste, la Cooperativa tra i calzolai di
Trieste e periferia, la Società di navigazione Oceania
di Trieste, la Banca di credito di Lubiana - filiale di
Trieste, la Cooperativa agricola triestina, la Cooperativa delle trattorie e dei caffè dei soci dell’NDO di
Trieste. Numerose società, cooperative e casse di
risparmio avevano le proprie filiali in tutti i più importanti villaggi del circondario triestino (Opicina,
Basovizza, S. Croce, ecc.)
In seguito le autorità italiane liquidarono anche la
Cassa Triestina di Credito e Risparmio - THP. I pi­gno­­
ramenti si moltiplicarono e gli uffici delle imposte divennero gli esattori più sfacciati. Il fascismo distrusse
tutta la forza economica degli sloveni e dei croati sul
Litorale. L’incendio del Narodni dom, della tipografia
Edinost, di tutte le altre case di cultura, delle cooperative, ecc. ebbero anche un controvalore concreto che
poteva essere calcolato in base al denaro vero e proprio tolto dallo stato italiano ai legittimi proprietari.
La Cassa Triestina di Credito e Risparmio, proprietaria del Narodni dom e di altri 31 edifici in città e nei
dintorni, con i decreti di Mussolini del 12.8.1940 e
16.4.1941 fu consegnata all’istituto bancario Cassa di
Risparmio Triestina (CRT). Con lo stesso provvedimento fu assegnata alla Banca Popolare Giuliana anche la Cooperativa commerciale e artigianale. Secondo i dati più generali l’Italia rilevò o liquidò 60 enti
finanziari e commerciali e tolse alla comunità nazionale tutta la sua base economica.
La borghesia slovena si defilò. Alcuni alti funzionari scelsero la pensione, alcuni furono licenziati (la
Legge n. 2300 del 24.12.1925 permetteva il licenziamento di coloro che non offrissero garanzie civiche),
altri furono trasferiti in altre zone d’Italia. Altri ancora si trasferirono in Sud America o fuggirono in
Jugoslavia. L’Italia fascista colpì anche le libere professioni perché gli ordini professionali controllavano
i propri soci. Se vale l’affermazione che il ceto medio
rappresenta il nucleo di un popolo, allora possiamo
affermare che questo violento regime eliminò la parte più positiva della popolazione slovena del Litorale,
perché dovettero andarsene gli insegnanti, i ferrovieri, gli uomini di cultura e di scienza, i banchieri,
i commercianti e gli intellettuali. Gli sloveni in Italia
rimasero senza punti di riferimento, senza i propri
scrittori, musicisti, professori, attori e maestri dei
cori che si dispersero in tutta l’Europa.
Anche in politica avvenne qualcosa di molto simile.
I socialdemocratici sloveni si unirono al Partito socialista italiano già prima di Rapallo, nel 1921 a Livorno
entrarono con il giornale Delo nel Partito comunista
italiano che nel suo terzo congresso del 1926 riconobbe alle minoranze nazionali il diritto di autodecisione,
incluso quello della secessione dall’Italia. Per il suo
253
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
antifascismo coerente il partito godeva di un grande
consenso tra gli sloveni del Litorale, come dimostrato anche dalle elezioni del 1924. Gli sloveni e i croati
furono rappresentati in Italia dall’associazione Edinost che elesse al parlamento di Roma vari deputati.
Questi dichiararono di volersi comportare lealmente
e di rispettare lo stato e lo confermarono anche al governo fascista quando questi si costituì nell’ottobre
del 1922. Ma la lealtà dei rappresentanti nazionali in
parlamento, presso le autorità locali e personalmente
presso Mussolini non ebbe alcun effetto. Fino all’inizio del 1929 furono soppressi tutti gli enti ed anche
i partiti politici degli sloveni e dei croati. Le elezioni
del 1929 furono soltanto una farsa e una costrizione.
Gli sloveni rimasero senza prospettive e come
scrisse lo scrittore Boris Pahor “non c’era più alcun
futuro, perché eravamo prigionieri, chiusi ermeticamente”. Dalle forme legali di difesa degli interessi
nazionali si passò, in queste condizioni così acuite,
anche alle attività illegali. La violenza sortì una resistenza che oltre ad essere antifascista ebbe un carattere prevalentemente nazionale. Anche il Partito
Comunista Italiano (PCI) che operava già da qualche
anno nell’illegalità, lottava contro il fascismo, sebbene da posizioni classiste. Nella Venezia Giulia la
propaganda antifascista, la resistenza attiva della popolazione nei confronti dell’assimilazione e la lotta
aperta allo stato italiano furono condotte dalla gioventù radicale slovena che si organizzò illegalmente
nei gruppi TIGR (Trst, Istra, Gorica, Reka) e Borba. Le
due organizzazioni misero a punto più di 100 azioni
contro i simboli della snazionalizzazione nella regione. Negli anni ’20 l’organizzazione si preparò anche
per un’eventuale guerriglia che avrebbe condotto alle
spalle del fronte, e all’inizio della II guerra mondiale
organizzò anche azioni di sabotaggio e di spionaggio a
favore dei britannici. A questi fatti l’Italia rispose con
tutta la forza del suo apparato repressivo. Iniziarono
i processi di fronte al Tribunale Speciale fascista per
la difesa dello stato che si aprirono con l’imputazione a Gortan. In tre processi (Pola 1929, Trieste 1930,
Trieste 1941) questo tribunale emise 14 sentenze di
morte (eseguendone 10) per attività illegali. Dal 1927
al 1943 svolse 978 procedimenti e 131 processi a carico di 544 imputati sloveni e croati; le 4.596 imputazioni compresero 476 condanne a danno degli sloveni
e dei croati. Dei 27.727 anni di reclusione comminati
dal Tribunale, 4.893 anni riguardarono i rappresentanti di questi due popoli. Dopo che il 6.9.1930 vennero giustiziati sulla landa di Basovizza Ferdo Bidovec, Fran Marušiå, Zvonimir Miloš e Alojz Valenåiå,
l’organizzazione TIGR smise quasi di esistere. I comunisti e gli appartenenti al TIGR si accordarono in
seguito per un comune programma d’azione che nel
1927 ottenne un’eccezionale espansione su tutto il
Litorale. Nonostante le cattive esperienze del 1930 e
nonostante la forte cospirazione, il Tribunale speciale allestì il 14.12.1941 a Trieste un nuovo processo in
cui 162 persone furono punite con l’ammonizione,
45 con il confino, 60 furono deferite al Tribunale e
da esso condannate a pene che andarono da 1,5 fino
a 30 anni di carcere (47 persone) e 9 a morte. Furono graziati con l’ergastolo Lavo Åermelj, Franc Kavs,
Teodor Doråe Sardoå e Zvonko Šåuka, il 15.12.1941
furono giustiziati Josip Tomažiå - Pinko, Simon Kos,
Ivan Ivanåiå, Ivan Vadnal e Viktor Bobek.
Lo stato italiano, che prima del fascismo era stato guidato da politici liberali e in seguito per 20 lunghi anni da Mussolini stesso con l’appoggio reale,
distrusse volontariamente e coscientemente tutta la
struttura organizzativa degli sloveni e dei croati della
Venezia Giulia. Il trend di crescita fu interrotto e poté
riprendere soltanto molti anni dopo. I torti non furono mai risarciti e i colpevoli mai puniti. Un quarto di
secolo di appartenenza forzata al Regno d’Italia rappresentò da un lato una grande catastrofe per gli sloveni del Litorale, dall’altra invece un grande momento
di destabilizzazione per tutta la regione, come venne
confermato dagli eventi successivi. Molti noti storici e diplomatici ritengono che dopo la prima guerra
mondiale siano stati commessi dei grandi errori e che
il Patto di Londra abbia rappresentato un errore diplomatico le cui conseguenze si sentirono in Europa per
molti decenni. Trattando in maniera strutturale questi eventi possiamo dire che la risposta a tutto ciò si
ebbe nel 1945. L’arrotondamento del territorio, con
255
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
l’annessione di regioni straniere per motivi strategici
o altri, sortì una resistenza le cui conseguenze erano
difficilmente prevedibili.
Sebbene il primo fascio fosse stato fondato a Milano, a Trieste esso ebbe diritto di cittadinanza sin
dal 1918 e acuì al massimo il conflitto nazionale con
il sostegno dalla borghesia triestina, che per i suoi
sentimenti antisloveni cedette al fascismo con una
vergognosa capitolazione delle idee liberiste e della rettitudine degli intellettuali triestini. Tra i partiti politici italiani solo quello comunista, come già
detto, riconosceva alla minoranza il diritto di autodeterminazione, di secessione dall’Italia e di unione
con il proprio popolo. La questione venne trattata in
collaborazione con i partiti comunisti di Jugoslavia
ed Austria nel 1933 quando agli sloveni vennero riconosciuti i suddetti diritti. La presenza degli sloveni del Litorale nel PCI fu sempre numerosa, per cui
essi poterono contribuire anche alla formazione della
politica nazionale del partito. La borghesia italiana e
i suoi partiti politici, che durante gli anni trenta dovettero subire il diktat del partito fascista, non si distanziarono mai dal fascismo. A Trieste e nella Venezia Giulia questo poté sempre contare sul retroterra
ideologico e sociale della borghesia triestina. Le cause
di tale massiccia adesione al fascismo vanno ricercate
soprattutto nel nazionalismo programmato, endemicamente presente, che costituisce da sempre l’humus
ottimale per tutte le forme di fascismo.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Il 6 aprile 1941 la Germania, l’Italia e l’Ungheria attaccarono la Jugoslavia (Banato del Drava) e quindi
indirettamente anche la Slovenia, ripartendosene il
territorio. Il ministro degli esteri italiano Galeazzo
Ciano sperava di ottenere almeno il bacino carbonifero di Revirji, ma Ribbentrop gli rispose che Hitler
aveva già deciso (Der Führer hat schon entschieden). Il
territorio nazionale sloveno cessò di esistere come
concetto politico, nazionale e geografico. L’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia realizzò nei massimi ter-
mini la politica italiana imperialista d’anteguerra che
sin dall’unità d’Italia voleva ottenere un “nuovo spazio vitale” nella direzione dei Balcani e delle aree danubiane. Le aspirazioni a lungo cullate di uno smembramento della Jugoslavia si realizzarono finalmente
con il trattato di Berlino (22.7.1942) che mentre parla
della ripartizione dell’eredità dell’ex territorio jugoslavo non menziona minimamente la presenza slovena. È chiaro che i progetti delle potenze dell’Asse
prevedevano la distruzione della nazione slovena
come entità culturale, etnica e politica in conformità
all’allora dominante mentalità fascista e nazista sulla
superiorità della loro razza (nazione). I territori occupati (4.500 kmq) vennero ribattezzati Provincia di Lubiana e i suoi abitanti (330.000 persone) con l’annessione formale e giuridica al Regno d’Italia (3.5.1941)
divennero suoi sudditi anche se, per ordine del ministro degli esteri Ciano, non ebbero il diritto di diventarne cittadini a pieno titolo. La Provincia di Lubiana
e Lubiana stessa si ritrovarono, dopo la disfatta della
Jugoslavia, a far parte dei territori italiani occupati. I confini dell’occupazione, tracciati da Hitler e a
cui dovettero adeguarsi anche i suoi alleati italiani,
danneggiarono fortemente Lubiana togliendole tutto
l’entroterra settentrionale, comprese le periferie. La
Provincia di Lubiana fu amministrata dall’Alto commissario Emilio Grazioli (in seguito G. Lombrassa, R.
Moizo), per alcuni mesi affiancato da una “consulta”
slovena. Il nuovo statuto garantì agli abitanti della
Provincia di Lubiana anche qualche diritto che, oltre
all’autonomia etnica e culturale e alla partecipazione
all’amministrazione, comprendeva il bilinguismo e
un regime più liberale rispetto a quello della Stiria e
della Gorenjska occupate dai tedeschi. Questo bastò
ai due partiti borghesi e alla chiesa cattolica per decidere di accettare la situazione imposta.
Nonostante avesse promesso l’autonomia l’obiettivo dell’occupatore italiano rimaneva comunque
l’adeguamento quanto più tempestivo della Provincia di Lubiana al sistema giuridico statale e l’inquadramento nello stato fascista. Nel periodo tra le due
guerre, infatti, l’Italia fu consapevole dell’innaturale posizione economica di Trieste e uno dei moti-
257
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
vi dell’aggressione italiana alla Jugoslavia fu anche
l’aspirazione all’allargamento dell’entroterra economico cittadino verso est. La collaborazione politica,
culturale ed economica con gli occupanti avrebbe dovuto costituire il presupposto per l’integrazione totale
con la società italiana. Tutti questi progetti si basavano sulla convinzione che la superiore cultura italiana
rappresentasse l’unico porto possibile per l’inferiore identità slovena. I criteri sciovinisti italiani furono irrazionali e contrari ad ogni logica. L’impostazione che le autorità italiane cercarono di imporre
senza successo in Africa era destinata a fallire anche
nell’evoluto ambiente culturale sloveno che “l’ordine
e la disciplina” della vecchia Austria collocavano ai
vertici dell’Europa centrale.
In seguito alla crescente e generale opposizione
della popolazione slovena che sin da aprile aveva costituto il proprio Fronte di liberazione sotto forma di una
coalizione tra i comunisti, i socialisti cristiani, i Sokoli
e gli operatori culturali, la politica italiana di occupazione mostrò ben presto il suo vero volto. Nell’ambito
del movimento di liberazione gli sloveni pianificarono la propria insurrezione armata e oltre al comando
politico (OF: Osvobodilna fronta – Fronte di Liberazione)
nominarono anche il comando generale delle truppe
partigiane. Il movimento d’insurrezione non si limitò al territorio di Lubiana, ma si estese anche alle altre città italiane e alle zone rurali. Nella Provincia di
Lubiana i conquistatori italiani si trovarono di fronte
un muro compatto di resistenza. Il potere fu trasferito sempre più massicciamente dalle autorità civili
all’armata italiana. Nel gennaio 1942 Mussolini affidò
all’XI Corpo d’armata la gestione dell’ordine pubblico
e della pace che erano state in precedenza appannaggio di un commissario civile. Poi a Gorizia Mussolini
affermò che “si uccide troppo poco” favorendo così
la politica delle ritorsioni dure e spietate. Gli italiani
circondarono la capitale slovena con fortificazioni e
filo spinato chiudendo di fatto tutta la città.
Sin dal proprio arrivo arrestarono e imprigionarono un gran numero di abitanti del Litorale e numerosi intellettuali che avversavano l’occupazione. In
città il Fronte di liberazione operava nell’illegalità,
nel circondario invece con formazioni partigiane. A
Lubiana gli italiani operavano con un’intera divisione che giorno dopo giorno rastrellava i settori in cui
era divisa la città, costringendo gli uomini a presentarsi nelle caserme e deportando i sospetti, indicati
dai delatori, nei campi italiani di concentramento di
Gonars, Arbe, Renicci, Visco, Monigo e Chiesanuova.
In cinque razzie nel 1942 furono controllati dall’occupatore a Lubiana più di 44.000 uomini e circa 5.400
furono tradotti nei campi di concentramento. Non
si può dire che le razzie degli italiani non siano state
efficaci dato che riuscirono a sottrarre al movimento
di liberazione nazionale una buona parte dei quadri
inferiori e intermedi e altri sostenitori. Questi nuovi siti della sofferenza slovena si aggiunsero ai campi
allestiti per gli abitanti del Litorale che si trovavano
sull’isola di Lipari, a Ventotene ecc. Il numero degli
internati nei campi di concentramento provenienti
dalla Provincia di Lubiana può essere valutato intorno
a 30.000 unità, e quindi il 7,5% circa di tutta la popolazione residente. I ricordi più tragici degli sloveni si
riferiscono soprattutto ad Arbe e a Gonars. Gli effetti
del cosiddetto disarmo del popolo sloveno, previsto
dalla famigerata “circolare 3C” del comando militare italiano, per gli sloveni furono catastrofici. Fino
all’8 settembre 1943 il Tribunale militare trattò 8.737
cause contro 13.186 sloveni emettendo 83 condanne
a morte, 412 ergastoli e 3.082 condanne a 30 anni di
carcere. Al momento della capitolazione erano ancora
in corso 1.369 processi a carico di 4.428 persone. Dal
maggio 1942 al gennaio 1943 le autorità d’occupazione uccisero a Lubiana 145 ostaggi tra cui numerosi illustri uomini di cultura e scienziati.
Con il Fronte di liberazione, dopo l’aggressione
alla Jugoslavia, il risveglio nazionale e sociale coinvolse anche il Litorale. Lo notò molto presto anche il
vescovo di Trieste e Capodistria, Antonio Santin, che
negli anni del peggiore terrore fascista ricoprì il ruolo
di “persona grata” al regime. Anche tra gli sloveni del
Litorale cominciò a crescere la ribellione, provocata
dalla pulizia esercitata sui territori dell’ex confine.
Poiché l’Italia voleva destinare tutti gli uomini sloveni
in età militare e i militari già mobilitati ai “battaglioni
259
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
speciali”, molti fuggirono nelle vicine foreste aggregandosi ai partigiani. A conferma che il movimento
partigiano fosse in grande crescita nel Litorale, nel
1942 fu istituita la compagnia partigiana sul Nanos,
dove durante una battaglia perì Janko Premrl - Vojko.
A Trieste fu fondato l’Ispettorato generale speciale per
la pubblica sicurezza, guidato da Gueli, con specifici
compiti di antiguerriglia attuati con estrema crudeltà
sia durante il fascismo che dopo in collaborazione con
il potere nazista del Litorale (via Bellosguardo). Dopo
la capitolazione dell’Italia, nel settembre 1943 fu istituita a Trieste la zona di operazioni dell’Adriatisches
Künstenland.
La caduta del fascismo del luglio 1943 dimostrò che
l’attaccamento a Mussolini non era così incondizionato e generale. Nella maggioranza delle città italiane
e anche nella Venezia Giulia ci furono insurrezioni
spontanee e distruzioni dei simboli fascisti e reali.
Fino al 1945 il numero dei caduti del Litorale crebbe
a 1.000 senza considerare i deportati, i dispersi, gli
scomparsi e i morti nei campi di concentramento. Per
contrastare la lotta di liberazione le autorità italiane
usarono anche al di qua del confine di Rapallo gli stessi
metodi repressivi (deportazioni, fucilazioni, incendi
di villaggi) che nella Provincia di Lubiana. L’adesione
massiccia al movimento di liberazione fu il segno della
resistenza degli sloveni del Litorale allo stato italiano
e della loro volontà di unirsi allo stato nazionale. Tutto
ciò influì sui sentimenti degli abitanti del Litorale che
erano rimasti a casa, ma anche su quei 30.000 giovani
sloveni e croati che erano arruolati nell’esercito italiano. Nella stragrande maggioranza optarono contro
l’Italia a favore della Jugoslavia. Tale decisione, che
in seguito sfociò nella formazione delle brigate d’oltremare, costituì un vero e proprio plebiscito a favore
della patria d’origine. Nell’estate del 1942 operavano
nel Litorale più di 100 comitati dell’OF; nel febbraio 1943, dopo l’istituzione del Plenum provinciale
dell’OF per il Litorale, 30 operavano anche a Trieste
e nelle zone limitrofe. Il 16.9.1945 il Plenum generale dell’OF emanò un decreto con il quale il Litorale sloveno veniva annesso alla madre patria, il che fu
confermato anche dall’assemblea nazionale Jugoslava
(AVNOJ) tenutasi a Jajce il 29.11.1943. L’istituzione
del Comitato provinciale della lotta di liberazione, il
15.9.1944 a Åepovan, confermò l’opzione definitiva
del Litorale a favore della Slovenia e della Jugoslavia.
IL DOPOGUERRA
La fine della seconda guerra mondiale fu per la maggior parte delle persone l’inizio di una vita nuova,
normale. Le grandi potenze, che nonostante le gravi
perdite subite avevano sconfitto il fascismo e il nazismo, diedero inizio ad un nuovo capitolo nella gestione del mondo. Del rapporto tra l’Italia e la Jugoslavia e della loro delimitazione dopo la guerra si parlò
molto a Jalta, a Mosca e Napoli negli anni 1944-45. Si
trattava di un compito piuttosto arduo e cioè fissare
la delimitazione di questo territorio conteso, situato
all’estremo nord del Mare Adriatico, dopo la sconfitta
del fascismo e la dissoluzione della Germania nazista.
Questi accordi dovevano stabilire le future sfere d’interesse, limitare le eventuali tensioni sui punti caldi
e stabilire i confini e le zone d’interesse delle grandi potenze nei confronti dei nuovi stati, limitando al
contempo le aspirazioni di quelli già esistenti.
Nel marzo del 1945, dopo Vida Tomšiå, Lidija
Šentjurc e Miha Marinko, raggiunse il Litorale sloveno anche Boris Kraigher, recando con sé le credenziali per organizzare ed attuare l’insurrezione a Trieste.
Considerando l’importanza dell’annessione del Litorale sloveno alla Jugoslavia si può dire che la squadra
inviatavi rappresentasse senza dubbio il vertice politico della lotta di liberazione slovena in quel frangente. Uno dei compiti principali fu l’instaurazione di un
vero dialogo con la comunità italiana di questi luoghi.
Ci furono quindi molte consultazioni internazionali
e interventi in loco dove furono istituite alcune organizzazioni di massa come Delavska enotnost – Unità operaia, Slovansko-italijanska antifašistiåna unija
– Unione antifascista italo-slava e Enotni sindikati –
Sindacati unici.
Il 28 aprile 1945 il Comando della città di Trieste
annunciò l’insurrezione, e ai primi colpi di cannone
261
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
dell’Armata jugoslava jugoslava (JA: jugoslovanska armada) diede diede inizio alla liberazione della città.
I tedeschi si rifugiarono nelle postazioni fortificate
come il Castello di S. Giusto, il palazzo di giustizia,
villa Geringer, la fabbrica di lampadine di S. Sabba
e il bunker di S. Andrea. Particolarmente cruenta
fu l’azione tedesca a Opicina. Qui i tedeschi lottarono con tutti i mezzi, anche con i cannoni e i mortai.
Le brigate Bazoviška, Kosovelova e la 2a brigata VDV
(Vojske državne varnosti – Difesa militare nazionale) li
attaccarono da nord e nordest, ma senza successo. Si
spostarono solamente quando intervenne il 2o battaglione corazzato che però dovette desistere perché i
tedeschi avevano facilmente ragione dei carri armati.
Dopo cinque giorni e notti di lotte feroci, di attacchi e contrattacchi di ambedue le parti, si avvicinò a
Opicina un’unità neozelandese cui però i partigiani
non permisero l’ingresso nel campo delle operazioni
perché temevano che i tedeschi potessero arrendersi
proprio a loro. Dopo aspre lotte i 29 ufficiali e i 2.682
sottufficiali e militari tedeschi si arresero ai comandanti partigiani. Questi avevano subito delle gravi
perdite, ed erano caduti anche molti appartenenti
alla popolazione locale. I tedeschi morti giacevano
ovunque, dall’Obelisco fino alla stazione ferroviaria.
A Trieste, dal 1° maggio già completamente sotto
il controllo della IV armata, accaddero dei fatti che
nessuno avrebbe previsto. Dopo che erano apparse
in città varie unità collaborazioniste, come membri
di Polizia, Guardia di Finanza e Guardia Civica – tutte
con le insegne del Comitato di Liberazione Nazionale
(CNL) – e dimostranti, le già compromesse autorità
cittadine pretesero il controllo sull’amministrazione
della città. Allora l’armata jugoslava disperse collaborazionisti e dimostranti, arrestandone e imprigionandone molti che furono poi deportati nel campo di
Borovnica.
Il 13.5.1945 il comando dell’Armata jugoslava passò il potere al Comitato provinciale di liberazione per
il Litorale sloveno e Trieste (PNOO - Pokrajinskemu
narodnoosvobodilnemu odboru za Slovensko primorje in
Trst) il quale, come massimo esponente del potere regionale, occupò il palazzo del governo in Piazza Unità
da dove gestì l’autorità civile sul Litorale stesso dato
che era anche il principale organo amministrativo del
movimento di liberazione nazionale. Questa forma di
governo fu necessaria a fronte dello status controverso della Venezia Giulia, che non fece mai parte della
Jugoslavia essendo stata affidata all’Italia con la Pace
di Saint Germain tra l’Intesa e l’Austria. Si trattava
quindi di un territorio che doveva essere ancora assegnato dalla Conferenza di pace e che era stato temporaneamente liberato e gestito dapprima dall’esercito
jugoslavo e poi dallo PNOO. In tal senso, il 6.5.1945
lo PNOO stesso promulgò un’ordinanza (n. 25) sulla
nuova suddivisione amministrativa-territoriale della
regione. Il territorio liberato del Litorale sloveno veniva così diviso in tre grandi unità amministrative e
cioè:
• la Circoscrizione (provincia) di Trieste con i distretti di Duino-Aurisina, Muggia-Dolina, Hrpelje
– Kozina, Ilirska Bistrica, Koper/Capodistria, Piran/
Pirano, Postojna, Sežana e Monfalcone.
• la Circoscrizione (provincia) di Gorizia con i distretti di Ajdovšåina, Bovec, Cerkno, Cividale, Årniåe,
Gradisca, Grgar, Gorizia, Idrija, Kanal, Kobarid, Komen, Krmin, Miren, Tarcento, Tolmin e Tarvisio.
• la città autonoma di Trieste la cui amministrazione
fu affidata dallo PNNO al Consiglio di liberazione cittadino composto da 5 comitati rionali e dall’NNO distrettuale di Opicina.
Dopo la liberazione lo PNNO provinciale promulgò
vari gruppi di ordinanze a cura degli assessorati (ministeri) competenti. Le ordinanze di carattere amministrativo-territoriale e giuridico vennero emesse
dall’assessorato della giustizia, quelle sulla lotta ai
residui del fascismo e sulla presa di potere della nuova amministrazione vennero emesse dall’assessorato
degli interni, altre – sui rapporti civilistici e le situazioni tavolari – dall’assessorato dell’economia, altre
ancora – sulle questioni penali – vennero emesse dal
servizio di sicurezza; la cultura e l’istruzione furono
regolate dall’assessorato della cultura, le altre questioni ancora rispettivamente dall’assessorato dei
trasporti, degli affari sociali e delle finanze. Quest’ultimo istituì sin dall’autunno 1944 l’Istituto monetario
263
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
della Slovenia – filiale per il Litorale sloveno, che alla
fine del conflitto si stabilì nei locali della Banca d’Italia di Trieste assumendo il ruolo di Istituto statale jugoslavo d’emissione, operando nell’ambito dell’NNO
provinciale. Sin dal maggio-giugno 1945 cominciò a
controllare tutte le istituzioni bancarie e finanziarie
in tutto il Litorale sloveno, comprese Trieste e le altre
città, nominando commissari e sostenendo con varie
circolari la rinascita dell’attività bancaria. Il periodo
dei 42 giorni di amministrazione jugoslava fu troppo
breve per produrre risultati visibili in questo settore
e quindi confermare o condannare il lavoro svolto.
Dopo l’arrivo dell’Amministrazione militare alleata
nella zona A cessarono le condizioni per il funzionamento dell’Istituto monetario e dopo l’ottobre del
1945 esso svolse soltanto funzioni di tesoreria per lo
PNNO.
Il potere dello PNOO era organizzato in forma piramidale, dal Comitato provinciale fino ai comitati
distrettuali, circoscrizionali e locali. Il Pubblico ministero eseguiva il controllo sulla legalità dell’operato
dell’NOO e dei singoli, e sull’attuazione corretta delle norme giuridiche. Lo PNOO voleva formare quanto prima un’amministrazione in grado di instaurare
condizioni di vita normali ed accettabili anche per
la popolazione italiana. Con ciò si voleva dimostrare
agli alleati che lo PNOO era in grado di gestire l’amministrazione della regione con le proprie forze e con
i propri uomini. Tra tutti i problemi che sorsero nella
Trieste postbellica il più grave riguardò l’approvvigionamento alimentare: una città di quelle dimensioni necessitava di 5 vagoni e mezzo di farina al giorno
per l’alimentazione di base. Per evitare i disordini e
l’anarchia fu istituita la Difesa nazionale, affiancata
dal reparto investigativo, che da maggio in poi vigilò
sull’ordine pubblico nella fase di defascistizzazione.
Tutti questi compiti vennero svolti secondo le istruzioni del Pubblico ministero. Questo servizio, gestito
dallo PNOO provinciale, non ebbe alcun collegamento
con gli organi del Reparto per la difesa della nazione
(OZNA - Oddelek za zašåito naroda) che operava a sua
volta in maniera completamente autonoma. Poiché
nel 1945 avvennero a Trieste e sul Litorale numerosi
arresti e confische, prevalentemente a cura dell’OZNA, Boris Kraigher – in qualità di vicepresidente dello PNOO – comunicò a Lubiana, a Boris Kidriå e Ivan
Maåek, che un siffatto comportamento nuoceva al
prestigio del potere civile. In concomitanza con questi eventi a Trieste divenne attuale allora, più tardi ed
anche al giorno d’oggi, il capitolo delle foibe e il dossier ad esse collegato.
Che gli appartenenti alle unità militari e paramilitari fossero avviati, dopo la guerra, nei campi
militari, era piuttosto ovvio viste le colonne di prigionieri di guerra e di collaborazionisti tedeschi che
attraversavano tutta l’Europa. È comprensibile altresì
che fossero compiute verifiche sui membri della sezione triestina del Comitato di liberazione nazionale (CLN), strenuamente contrari all’annessione alla
Jugoslavia e quindi politicamente poco affidabili. È
però condannabile che si giustiziassero senza alcun
processo i gerarchi fascisti e si epurassero i delatori
ed i collaboratori della Gestapo e delle unità tedesche.
Le fonti d’archivio dimostrano che gli arresti furono
strumentali e che coinvolsero i colpevoli dei crimini
fascisti, gli appartenenti alle forze armate e paramilitari, alla polizia e alla guardia di finanza. Molti furono
anche arrestati per errore o per regolamenti di conti personali. Gli arresti venivano eseguiti dalle unità
dell’OZNA, della polizia e dell’esercito; è quindi difficile immaginare che in una situazione così caotica non
si arrivasse a qualche decisione sbagliata che i superiori, dopo le forti denunce della stampa, tentarono in
seguito di eliminare ed arginare. Ma questi eventi si
verificarono anche al di fuori del controllo delle autorità militari e civili, lo stesso tribunale circondariale
si lamentò dell’arroganza dei servizi segreti e del danno che questi producevano all’immagine pubblica del
nuovo potere. Dopo l’intervento delle autorità militari superiori, che si resero conto della delicatezza del
momento, la gran parte dei fermati fu liberata, altri
invece furono tradotti nei campi di concentramento
militari assieme ai prigionieri tedeschi. È ovvio che
questi eventi, che fanno cronologicamente parte del
confronto e sono stati il frutto delle crudeli situazioni
belliche che avevano caratterizzato sino a quel mo-
265
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
mento tutta l’Europa – dall’Italia alla Francia e al Belgio, siano stati poi fonte di speculazioni e giudicati al
di fuori del loro contesto reale.
Nel caos della propaganda e delle interpretazioni
partigiane della storia, una valutazione finale sulle
foibe fu espressa dall’Istituto Friulano della Resistenza che con un lavoro certosino censì tutti i morti,
i dispersi e gli internati della Venezia Giulia, dell’area
quindi in cui il fenomeno foibe avvenne. La causa del
coinvolgimento di tanta parte della popolazione fu
indicata dai ricercatori dell’Istituto nella politica imperialistica italiana che tramutò questo territorio al
di qua delle Alpi in un campo di battaglia senza tener
conto delle possibili conseguenze. Lo studio dell’Istituto di Udine dimostra che gli arresti e i confini superano di gran lunga il numero delle uccisioni dei
collaborazionisti fermati. Dall’elenco di 586 dispersi
dell’attuale Provincia di Trieste mancano i dati per
429 soggetti. Secondo le fonti disponibili i giustiziati
furono giudicati dal tribunale militare con rito abbreviato. Dallo studio si evince che furono arrestate
922 persone della Provincia di Gorizia e 582 persone
dell’allora Provincia di Trieste, di cui 211 poi deportate in Jugoslavia. Gli altri dispersi ammontano complessivamente a 1.293. Una parte dei deportati morì
in prigionia o fu giustiziata più tardi. Tra tutti i 1.504
fermati e deportati si contano 864 appartenenti alla
varie armi dell’esercito, gli altri furono alti funzionari
del partito fascista oppure informatori e delatori. Va
aggiunto che tra i giustiziati troviamo anche un consistente numero di sloveni.
Nel maggio 1945 gli alleati occidentali si diedero
molto da fare perché la Jugoslavia se ne andasse da
Trieste. La sottoposero a varie pressioni, a persuasioni politiche, a note diplomatiche ed anche a dimostrazioni di forza quali quelle ostentate in Baviera
con le divisioni corazzate di Patton. Pretesero che la
Jugoslavia abbandonasse le località che non le erano
state assegnate nelle trattative diplomatiche prebelliche a Jalta, Teheran e Mosca. Alla severa nota del 2
giugno 1945 seguì la firma del Trattato di Belgrado tra
gli alleati e Tito che si impegnò a ritirare l’esercito jugoslavo da Trieste e dalle altre località ad ovest della
cosiddetta linea Morgan. Ciò avvenne il 12.6.1945,
all’entrata in vigore del trattato, secondo il quale vennero istituite due zone d’occupazione militare della
Venezia Giulia, e cioè l’angloamericana Zona A e la
jugoslava Zona B. Sulla situazione non ci fu alcun ricorso perché Stalin declinò ogni responsabilità per
la situazione che si era creata. Egli temeva gli alleati
occidentali ai quali Churchill, a Fulton, consigliò di
tracciare una cortina di ferro da Stettino a Trieste. La
lotta diplomatica si sostituì alle armi. Tutte le decisioni più importanti vennero prese da quel momento in
poi soltanto a livello delle grandi potenze. I fattori locali e gli stati interessati si ritrovarono a fare le comparse nello spettacolo internazionale iniziatosi prima
della sconfitta della Germania. Sebbene le unità slovene e jugoslave provocassero notevoli grattacapi agli
alleati, il Trattato di Belgrado restò in vigore e Trieste
si ritrovò nella Zona A della Venezia Giulia.
Nelle posizioni delle grandi potenze alla Conferenza di pace di Parigi, iniziatasi nel settembre 1945
a Londra con la riunione del consiglio dei ministri
degli esteri degli stati vincitori, venne per la prima
volta a galla l’antagonismo tra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica. Le decisioni di questa conferenza si attennero a due principi fondamentali e cioè
al principio che il confine doveva essere tracciato in
modo da rispettare gli insediamenti compatti della
popolazione rurale, e al principio secondo cui soltanto un numero minimo di popolazione propria (etnicamente pura) doveva essere lasciato sotto il dominio
dell’altro stato. Fu istituita una commissione di demarcazione internazionale con il compito di studiare la situazione e proporre la nuova delimitazione.
La commissione si mosse da marzo fino all’inizio di
aprile del 1946 suscitando ondate di entusiasmo e di
violenza al proprio apparire. Sul Carso quasi scomparve il ginepro, usato dagli sloveni per erigere gli archi trionfali al suo passaggio. Dopo Londra, la seconda conferenza dei ministri degli esteri si riunì a Parigi
(nella prima metà di maggio 1946 e nel giugno dello stesso anno) dove fu accettata la tesi del ministro
degli esteri francese Bidault, che propose che dopo
l’eutanasia dell’organismo artificiale della Venezia
267
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Giulia venisse creato sullo stesso territorio il Territorio
Libero di Trieste (TLT), che una parte di Gorizia andasse
all’Italia e un’altra invece definitivamente alla Jugoslavia. Il TLT sarebbe rimasto diviso in due zone di cui
la Zona A sotto il Governo militare alleato e la Zona B
sotto l’amministrazione dell’armata jugoslava (VUJA).
La proposta fu accolta dal consiglio dei ministri degli
esteri di Parigi il 3.7.1946.
Le sedute della Conferenza di pace dei 21 stati contro l’Italia, che si svolsero tra la fine di luglio e
l’ottobre 1946, e la seduta del consiglio dei ministri
degli esteri di New York (ottobre-dicembre 1946)
dimostrarono che tra i due blocchi era già in atto la
guerra fredda. Nonostante i numerosi ripensamenti,
i conflitti e le polemiche, alla fine fu accettato il compromesso di istituire il Territorio libero di Trieste.
La versione definitiva del Trattato di pace fu sottoscritta dalla Jugoslavia il 10.2.1947 e dopo sette mesi
entrò definitivamente in vigore (15.9.1947). Come il
Trattato di Belgrado aveva dissolto definitivamente lo
PNOO provinciale, così la Conferenza di Parigi dissolse definitivamente la sovranità italiana sulla ex regione italiana Venezia Giulia. Per la realizzazione definitiva del TLT, come esperimento di uno stato plurietnico, mancava soltanto la nomina di un governatore
che però le Nazioni Unite non nominarono mai. Con
ciò venne a mancare una delle condizioni essenziali
per la sua realizzazione. A causa dell’interesse strategico degli alleati per Trieste, il TLT fu sin dall’inizio
un neonato malaticcio.
Per poter valutare il numero degli abitanti filojugoslavi e filoitaliani e quello dei sostenitori del TLT
(indipendentisti) disponiamo di ben pochi dati,
perché in quel periodo non ci furono né elezioni né
plebisciti. E poiché gli alleati non godevano né del
consenso della strada né di quello delle masse, non
permisero alcuna forma di espressione democratica.
Tutto ciò cambiò drasticamente con la risoluzione
dell’Informbiro (1948) con cui Mosca escluse Tito
dalla cerchia del comunismo mondiale. Dopo che
i comunisti italiani e con essi anche molti comunisti sloveni, capitanati da Vittorio Vidali, si furono
schierati a favore dell’esclusione, l’amministrazio-
ne militare alleata indisse le elezioni comunali per
il giugno 1949. Poiché la cortina di ferro si era trasferita sul confine ungherese-jugoslavo aggiungendo
tra l’oriente e l’occidente altri 200 km di distanza, gli
alleati cominciarono a riflettere su un eventuale ritiro da Trieste. Il TLT si ritrovò alla fine del 1947 in
una grave crisi economica. Dei 100.000 abili al lavoro
ben 27.000 erano disoccupati, 9.000 erano impiegati
nei lavori pubblici, 15.000 senza una vera occupazione, mentre 15.000 burocrati gravavano sui bilanci
del TLT.
Per l’aprile 1948 furono indette le prime elezioni
parlamentari italiane del dopoguerra. Poiché doveva
vincere la Democrazia cristiana anche la questione
triestina divenne parte della competizione elettorale.
In appoggio a De Gasperi gli alleati emisero la dichiarazione tripartita (20.3.1948) con cui sostennero il
progetto di cedere ambedue le zone del TLT all’Italia.
La proposta, che non aveva alcuna possibilità di essere realizzata, fece molto arrabbiare Tito per cui gli
USA, la Gran Bretagna e la Francia la ritirarono. Nella coscienza italiana permaneva la consapevolezza di
aver perso la guerra, ma il tempo scorreva molto velocemente. L’attenzione fu concentrata sulla collaborazione fornita agli alleati e sulla resistenza italiana e ciò
intaccò i ricordi negativi del fascismo. Poiché dopo la
seconda guerra tutti pretesero qualcosa dall’Italia (la
Francia, la Grecia, la Jugoslavia), nel 1948 arrivò finalmente il momento per l’Italia di chiudere con il
proprio passato e di saltare sul carro del pragmatismo
e del dimenticatoio. L’esperto marchese Sforza al suo
ritorno al ministero degli esteri capì che la nota tripartita era soltanto un segnale dal duplice significato:
che gli alleati erano favorevoli all’accordo bilaterale
e che era necessario assicurarsi la collaborazione jugoslava. La via verso lo smembramento condiviso del
TLT era stata tracciata.
Nel 1953 si ripeté tutto un’altra volta. Il governo
italiano di centrodestra rischiò di compromettere il
processo di normalizzazione e di definizione dei confini con la pretesa di occupare tutto il TLT, quindi anche la parte attribuita agli jugoslavi. Poiché nel 1953
gli alleati dovettero essere accomodanti con l’Italia
269
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
e anche con la Jugoslavia, gli USA e la Gran Bretagna
sottoscrissero una dichiarazione congiunta che da un
lato appoggiò l’ingresso dell’Italia nella Zona A ma
dall’altra non rinnegò la dichiarazione tripartita del
1948 che destinava tutto il TLT all’Italia. Nella Zona
B si misero in marcia le forti truppe jugoslave e Tito
promise che all’ingresso del primo militare italiano
nella Zona A avrebbe reagito entrandovi anche lui.
Gli alleati occidentali decisero che il processo di
normalizzazione della situazione verificatasi doveva
essere risolto con una nuova conferenza di pace, questa volta bilaterale, tra l’Italia e la Jugoslavia. Mentre
però questa con Vladimir Velebit preparava il memorandum a Londra, gli alleati aprirono un nuovo tavolo
di trattativa con l’ambasciatore italiano nella capitale
britannica, Manlio Brosio. Da questo miracolo diplomatico, cui ormai nessuno credeva più, uscì il Memorandum di Londra che sancì i rapporti tra l’Italia e la
Jugoslavia e fu sottoscritto il 5.10.1954. Il maggiore
merito di questo documento consiste nell’aver placato gli animi delle parti coinvolte. Tutte e tre le potenze
occidentali dichiararono di non voler destabilizzare
le parti firmatarie del documento. Venne approvato
anche uno Statuto speciale sui diritti delle minoranze
per il territorio di ambedue le zone. Da questo accordo in poi i due paesi esercitarono la propria sovranità sui rispettivi territori. Il TLT cessò di esistere e
fu smembrato tra l’Italia e la Jugoslavia. Le trattative
furono dure e infiammate, ma Brosio e Velebit riuscirono finalmente a concordare anche quei particolari
che in seguito l’Italia, unitamente a tutto il trattato,
non ratificò mai nel proprio parlamento. Più tardi
tutto ciò provocò numerosi dissapori, disguidi, fastidi
diplomatici.
Nel 1954 l’Italia rientrò a Trieste dopo dieci anni
di assenza. Per molti fu una liberazione, per molti un
nuovo incubo notturno che rinnovava il ricordo dei
tragici eventi del passato. Allora fu di grande attualità
il dilemma di chi fosse tornato, o l’Italia democratica
con la Costituzione basata sulla Resistenza o l’Italia
burocratica che non aveva ancora interiorizzato la defascistizzazione. Nonostante il Memorandum di Londra i rapporti interpersonali, cioè i rapporti tra le due
etnie, rimasero tesi. L’Italia aveva nuovamente ottenuto la sovranità sul territorio corrispondente all’attuale Provincia di Trieste, la Jugoslavia invece sulla
parte restante del TLT. Da lì si riversarono a Trieste
grandi masse di optanti che gli italiani chiamavano
esuli.
Gli sloveni della ex Zona A del TLT ritornarono a far
parte di quello stato italiano cui gli sloveni del Goriziano e della Slavia Veneta appartenevano sin dal 1947.
I poteri del GMA (Governo Militare Alleato) passarono
ad un Commissario del Governo con enormi competenze. Dopo che la presenza italiana divenne effettiva
nella vita quotidiana di Trieste, gli ideologi del CNL
che si erano battuti così strenuamente per l’Italia (gli
accademici Carlo Schiffrer, Ercole Miani e don Marzari) vennero messi da parte, ed attentarono addirittura allo storico Carlo Schiffrer con una bomba.
Il continuo riferimento alla contingenza della situazione in atto ed alla nota tripartita, e il continuo
procrastinare della ratifica del Memorandum di Londra crearono una situazione di conflitto latente che fu
gradito a molti perché distoglieva l’attenzione dai veri
problemi di Trieste e del suo circondario. Lo Statuto
speciale allegato al Memorandum di Londra che entrò in vigore nel 1954, assicurava formalmente agli
sloveni un ampio spettro di diritti nel campo della
parità delle due lingue nella vita pubblica, nell’amministrazione e nella politica. Ma, come già detto, tra
la regolamentazione delle questioni a livello internazionale e l’attuazione interna di questi postulati c’era
un baratro. L’Italia arrivò in queste terre irredente con
tutto il bagaglio dei governi di destra, dopo lunghi
anni di repressione dei partiti progressisti, e con un
alto grado di nazionalismo. Il Commissario di Governo Palamara, personaggio emblematico del centralismo italiano, evitò di attuare qualsiasi punto dello
Statuto speciale che, secondo molti, rappresentava
un vero capolavoro diplomatico e poteva costituire
un esempio per la soluzione di problemi consimili in
Europa. Ma evidentemente non tutti condividevano
quest’opinione e valutavano questo importante documento come un diktat all’Italia che nel frattempo
aveva raggiunto lo status di media potenza, strategi-
271
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
camente importante per l’attuazione della NATO. Secondo un piano progressivo le autorità italiane attuarono la colonizzazione del Carso sloveno in particolare
con l’insediamento di migliaia di profughi istriani nel
diretto entroterra dei villaggi sloveni da Muggia fino
ad Aurisina. I miliardi spesi dall’Italia a questo scopo
fornivano una duplice garanzia: che i luoghi che non
erano mai stati bilingui diventassero tali e che i nuovi
arrivati, grati per aver ricevuto una casa e un posto di
lavoro, avrebbero sempre votato nella giusta direzione. L’impressione era che per le minoranze da ambedue le parti del confine, nonostante i buoni auspici
dello Statuto speciale, dovessero iniziare tempi duri.
Dopo l’abolizione del TLT gli sloveni che non furono
destinati alla Jugoslavia passarono sotto l’Italia in cui
la posizione dei gruppi etnici registrava soluzioni diverse. Se i francesi della Valle d’Aosta potevano godere di alcuni diritti e i tedeschi del Sud Tirolo di una
certa dose di autonomia, per gli sloveni della Venezia
Giulia non fu previsto nulla. La differenziazione avveniva anche nell’ambito delle varie minoranze, che
godevano di diritti molto diversificati. Addirittura
nella Venezia Giulia stessa (1963) i diritti degli sloveni erano molto diversi: più consistenti per gli sloveni
triestini e minimi per gli sloveni della Slavia Veneta.
Mentre a Trieste e anche a Gorizia i bambini sloveni potevano essere educati nelle scuole slovene dalle
elementari fino alle scuole superiori e c’era qualche
possibilità di usare lo sloveno nell’amministrazione e
nei tribunali, nella Slavia Veneta tutto questo era assolutamente precluso.
Gli sloveni filojugoslavi in Italia hanno fondato in
data 28.11.1954 per le proprie attività economico sociali l’Unione culturale economica slovena (SKGZ) e
per l’attività politica in data 3.7.1955 l’Unione socialista indipendente che fu attiva fino al 1962. Nel 1962
si riunirono anche le varie componenti dell’Unione
slovena, che si presentò alle elezioni come unico partito sloveno. Negli anni ‘60 si giunse alla prima piattaforma comune delle due principali organizzazioni
slovene e dei partiti politici e furono poste le basi per
la futura Delegazione unitaria degli sloveni in Italia.
Quest’ultima si batté per più di 20 anni con lo Stato
italiano per ottenere una legislazione speciale a favore della minoranza.
Dopo l’abolizione del TLT fu introdotto a Trieste
il sistema politico italiano. I partiti ai due poli, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, pretesero
una certa autonomia dalle proprie centrali nazionali.
Da un lato il Partito Comunista della Venezia Giulia,
guidato da Vittorio Vidali, si distanziò dalle critiche romane al realsocialismo dell’Unione Sovietica.
Dall’altro lato invece, i notabili locali della Democrazia Cristiana non furono in grado di comprendere le
nuove tendenze che a livello nazionale tentavano di
superare la chiusura reazionaria del partito della fine
degli anni Cinquanta. Con la prima Fiat 600, che dimostrò che anche in Italia era possibile il miracolo
economico (boom), cominciarono a cambiare anche i
rapporti politici che avevano raggiunto il fondo con il
governo di Fernando Tambroni (1960), capace ancora
di sparare sugli scioperanti. La Democrazia Cristiana
di Roma prese a tessere una nuova coalizione anche
con i socialdemocratici e gli altri partiti della sinistra.
A Trieste questo nuovo corso si palesò con l’apparire della rivista indipendente Trieste, ispirata al pensiero degli intellettuali triestini che ritenevano fosse
tramontato il tempo della destra e si dovesse procedere ad un più intelligente avvicinamento all’Europa. In Italia entrò in scena Aldo Moro che condusse
i democristiani da posizioni strettamente reazionarie
ad una via più laica. Anche in questo chiuso nordest,
attaccato da sempre ai temi sciovinisti, cominciarono
ad attecchire queste nuove voci. Alcuni democristiani più giovani, Corrado Belci e Guido Botteri in testa,
vollero chiudere una volta per tutte la pagina degli
stereotipi sulla guerra santa per l’italianità accingendosi ad occuparsi di problemi più seri. Dalle pagine
della rivista Trieste proposero agli sloveni di perseverare nell’omogeneità nazionale, ma di farlo da cittadini leali all’Italia che avrebbe loro garantito tutta
la possibile autonomia nazionale e una legislazione
di tutela. Alla nascente coalizione di centro sinistra
aderì anche l’Unione Slovena guidata da J. Agneletto,
rappresentante degli sloveni cattolici. Nonostante gli
aiuti di Lubiana, la comunità nazionale slovena capì
273
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
che anche in presenza di accordi e di garanzie internazionali il suo punto di riferimento principale sarebbe rimasta Roma e che dal grado più o meno elevato di democrazia dipendeva anche il suo futuro. Di ciò
la convinse, nel 1961, un importante rappresentante
della Democrazia Cristiana triestina che, al congresso nazionale del partito a S. Pellegrino, condannò la
politica snazionalizzatrice del fascismo promettendo
agli sloveni tempi migliori. Il centro sinistra stava
prendendo piede a livello nazionale ed anche a livello
locale. Dopo che nel comune di Duino-Aurisina ebbe
vinto la coalizione di centro-sinistra, nel 1965 la DC
decise di tentare questo tipo di coalizione anche a
Trieste.
Questo miglioramento ebbe le sue conseguenze
anche per gli sloveni in Italia, poiché alla firma degli Accordi di Trieste e di Gorizia seguì una maggiore
calma negli ambienti da sempre sensibili al barometro del confine. In particolare l’Accordo di Trieste
aprì la via ad una convivenza più sopportabile sul confine italo-jugoslavo e contribuì tra le altre cose anche
alla parziale sistemazione delle questioni minoritarie
sul territorio ex TLT. Dopo questi tangibili segni di
apertura seguiti a decenni di tensioni, le iscrizioni
nelle scuole slovene aumentarono del 24% rispetto
all’anno precedente. È difficile valutare se questo atto
di apertura nel segno della collaborazione e dei nuovi rapporti fosse stato un atto veramente positivo. In
Italia venne sostenuto dalle forze progressiste che si
erano affrancate dagli stereotipi del centralismo.
A dimostrazione dei migliorati rapporti sul confine si possono citare alcune novità relative all’istruzione in seno alla minoranza. Il 19.7.1961 gli sloveni
di Trieste si videro approvare la legge italiana a favore delle minoranze e cioè la Legge n. 1012 che riprendeva tutte le norme relative all’istruzione per il
Goriziano e Trieste. All’inizio degli anni ’60 prese
sempre più piede anche la rivendicazione dell’autonomia regionale con cui si sperava di risolvere la crisi strutturale. La consapevolezza che Trieste e tutta la
regione avevano rappresentato per 40 anni una specie
di fortezza a scapito della funzione di ponte indusse
molti a cercare soluzioni nuove, anche locali. L’istitu-
zione della regione, prevista anche dalla Costituzione,
divenne il fulcro della lotta politica degli anni ‘60. Il
CIPE nel 1961 chiuse a Trieste tutti i cantieri e l’indotto e 12.000 lavoratori rimasero disoccupati.
Dopo l’istituzione della regione autonoma FriuliVenezia Giulia Trieste si trasformò da capitale dei
cantieri in capitale regionale. Lo Statuto della regione
fu approvato 31.1.1963, ma gli sloveni vi cercarono
inutilmente qualche riferimento alla loro tutela, sebbene l’autonomia regionale fosse dovuta soprattutto
dalla loro presenza. La regione cominciò la sua attività
nel 1964. Allora si svolsero anche le elezioni. Gli sloveni, che per la loro consistenza (per la prima volta si
presentarono uniti nella stessa unità amministrativa
gli sloveni di Trieste, di Gorizia e della Slavia Veneta)
avrebbero dovuto ottenere da cinque a sei consiglieri regionali, ne elessero soltanto due, uno comunista
ed uno del partito dell’Unione slovena. Nella 1964 1968 l’attività della regione si sviluppò in modo molto
rigido e senza norme per la minoranza. Soltanto nella
seconda legislatura (1968–1973) alcune cose cambiarono e furono stanziati dei mezzi finanziari a favore
della cultura slovena.
All’inizio degli anni ’60 si può notare una certa
apertura nei confronti degli sloveni anche nelle amministrazioni pubbliche: i comuni e le province. Si
tratta di un meccanismo complesso di rapporti, indotti dalla convinzione di alcuni di poter intaccare la
cintura slovena intorno alla città di Trieste (quattro
comuni del circondario prevalentemente abitati da
sloveni, quello di Muggia e quello di Trieste formavano la Provincia) la quale, sulla base dei poteri attribuitile dalla costituzione e con la forza delle coalizioni,
limitava gli espropri e la costruzione di nuovi insediamenti per gli esuli. Ciò avrebbe tolto ai partiti sloveni
di sinistra il monopolio nella gestione della questione
nazionale slovena ed anche l’amministrazione dei comuni minori. Non si trattò quindi di un processo democratico, come veniva presentato dai democristiani,
bensì di un mero calcolo che negli anni seguenti portò
i propri frutti dato che le amministrazioni di centrosinistra furono molto arrendevoli nei confronti dei
partner più forti delle coalizioni.
275
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
A questa prima amministrazione di centrosinistra
seguì nel 1965 a Trieste un tentativo molto più complesso. I tre partner della coalizione - democristiani,
socialdemocratici e socialisti - nel nome del progresso e delle tendenze politiche nazionali decisero di
formare la coalizione di centrosinistra anche a Trieste e inoltre, nel segno del progresso e del superamento dei tabù, i socialisti decisero di proporre come
assessore lo sloveno Dušan Hrešåak. Anche in quella occasione, come molte altre volte in seguito, ci fu
un’ondata di critiche da parte della destra che in una
sottoscrizione contro “questo atto inaudito” raccolse
decine di migliaia di firme. Il vescovo Antonio Santin riunì attorno a sé tutte le forze della destra triestina compresi i media. L’elezione di uno sloveno nel
comune di Trieste avrebbe significato, secondo loro,
il crollo dei tabù tradizionali nella società triestina e
avrebbe ‘macchiato’ la sacra assemblea del consiglio
comunale. Lo stesso avvenne, con conseguenze più
nefaste, dieci anni più tardi all’atto della firma degli
Accordi di Osimo.
Il neofascismo mise di nuovo le ali. L’estrema
destra riuscì a far convergere la gran parte della popolazione triestina sul tema della segregazione degli
sloveni. Nonostante le pressioni, la Democrazia Cristiana resistette all’ondata nazionalista, ma per gli
sloveni di Trieste e Gorizia le cose non cambiarono.
Essi dovettero continuare a vivere in un regime di
democrazia limitata non avendo la possibilità di trasmettere ai propri concittadini italiani le informazioni sulla propria lingua e la propria cultura. Dopo che
l’Italia ebbe istituzionalizzato la problematica minoritaria nelle commissioni del Comitato misto come
se si trattasse di una questione bilaterale dei due stati e non già di un punto chiave della democrazia italiana, gli sloveni si ritrovarono a lottare per i propri
diritti nel labirinto della legislazione e dei meandri
politici di Roma. Questa popolazione relativamente
numerosa, che nelle tre province contava da 100.000
a 150.000 abitanti, non poté inserirsi mai a pieno
titolo nella società civile in qualità di comunità nazionale dichiarata. I villaggi e le città non divennero
mai visivamente bilingui (scritte, segnali stradali) e
il diritto all’uso della lingua rimase relegato all’ambito familiare e delle organizzazioni. La consapevolezza dell’esistenza di un altro popolo venne ostacolata
dai responsabili con mille espedienti a tutti i livelli
e il tabù della questione slovena si trasformò in una
cattiva abitudine generalizzata. Quando negli anni
‘60 in questo sordo ambiente culturale provinciale
fecero irruzione le prime conferenze di noti storici
italiani nell’Auditorium di Trieste che scoprirono il
velo sull’attività fascista in Italia, gli studenti triestini poterono finalmente conoscere la difficile vicenda
dell’affermazione slovena.
A tutto ciò pose termine la minoranza stessa che,
dopo la lunga via percorsa sin dal Memorandum di
Londra alla ricerca dei propri diritti per una tutela
moderna, democraticamente stabilita e globale, cominciò a vedere la soluzione in una legge che sancisse
in parlamento ciò che per altre vie non si poteva ottenere. Tale legge, in quanto globale, sarebbe dovuta
essere valida per tutti gli sloveni da Trieste alla Slavia
Veneta. Il primo disegno di legge apparve nel 1970 a
cura del PCI. L’Unione culturale economica slovena
(SKGZ) presentò l’anno seguente un proprio pacchetto di leggi da approvarsi come legge costituzionale,
un’iniziativa sul modello di quella adottata per la minoranza sudtirolese che era risultata senza dubbio più
efficace. Ma la disparità di trattamento delle minoranze trovò terreno fertile proprio a Roma e l’SKGZ si
rese conto che il pacchetto di leggi per gli sloveni era
improponibile. In seguito anche quest’organizzazione
della minoranza si schierò a favore della legge parlamentare ordinaria. Agli inizi degli anni ‘70 anche altri
partiti presentarono delle proposte di legge o petizioni e precisamente: l’Unione slovena ed il Partito Socialista Italiano – PSI nel 1971, l’Unione socialdemocratica slovena di Gorizia, il Partito Socialista Italiano
di Unità Proletaria – PSIUP e nuovamente il Partito
Comunista Italiano nel 1972.
Il dualismo dell’ambiente politico triestino si può
riconoscere anche considerando le illustri vittime di
un sistema che se la prese con chiunque avesse l’ardire di pensarla diversamente sul problema della
minoranza. Nello stesso anno in cui si formò la De-
277
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
legazione Unitaria degli sloveni in Italia, il potere
punì il massimo esponente della magistratura triestina Alberto Mayer soltanto perché ebbe il coraggio
di affermare che nella questione delle foibe anche gli
italiani avevano avuto una parte di colpa avendo calpestato per vent’anni gli sloveni ed essendosi alleati
alla fine anche con i nazisti. Ma gli anni ‘70 coincisero
anche con un importante capovolgimento della mentalità dei triestini. Era il tempo in cui si preparavano
gli Accordi di Helsinki sulla collaborazione in Europa
che avrebbero dovuto chiudere tutti i problemi ancora
aperti nel continente europeo. Dietro a quest’attività
stavano gli USA, che volevano costringere le parti contraenti a risolvere le questioni ancora aperte e i conflitti in corso. La diplomazia italiana dichiarò ancora
una volta di essere stata costretta ad accettare questo
accordo sebbene non ne fosse del tutto convinta.
Gli anni ‘70 furono da un lato anche gli anni della
grande apertura ad oriente quando il confine tra l’Italia e la Jugoslavia fu definito, a ragione o no, il confine
più aperto d’Europa. Le collaborazioni furono ampie
e multiformi e la popolazione locale ne trasse grandi
vantaggi. Il partito politico al governo locale, la Democrazia Cristiana, continuò sulla strada intrapresa e sotto l’instancabile guida di Aldo Moro ottenne
risultanti importanti in tutti i settori. Anche a Trieste e nella regione Friuli-Venezia Giulia prevalse la
sinistra del partito e il presidente della Provincia di
Trieste, nonché rappresentante illustre della corrente riformista della DC - Michele Zanetti, per sfatare
i tabù e nel segno del progresso organizzò nel 1974 a
Trieste una grande conferenza internazionale sulle
minoranze.
Durante i preparativi per la revisione del Memorandum di Londra e la cessazione della condizione di
temporaneità in cui l’Italia lo aveva relegato, anche
il polo più a destra del partito al governo cedette e si
adeguò agli obblighi assunti. Anche la forza d’assalto
del nazionalismo italiano, il Piccolo di Trieste, si rese
conto che per poter sopravvivere Trieste doveva adeguarsi ai flussi dell’integrazione europea. L’opinione
pubblica rimaneva labile e l’ambiente così marcatamente conservatore fece fatica ed accettare i gran-
di cambiamenti che si preparavano in questa parte
d’Europa. Proprio in quegli anni, infatti, l’Italia aveva cambiato l’essenza della sua struttura economica e
sociale essendo cresciuto a dismisura il numero della
popolazione urbana a scapito della popolazione rurale che rispetto al 1945 era calata del 45%. Il fatto che
l’Italia fosse diventata uno dei paesi europei più industrializzati intaccò in maniera sostanziale i rapporti
sociali e condizionò le scelte della politica interna ed
estera, dove lo stato godeva di un prestigio crescente.
Il Trattato di Osimo fu quindi il capolinea della
fase di adeguamento all’Europa e alla collaborazione:
nel 1975 Italia e Jugoslavia lo siglarono riconoscendo il carattere definitivo dei confini tra le ex Zone A
e B del TLT. Anche in questo caso il governo di Roma
non approdò alla soluzione del problema per volere
proprio, ma piuttosto sotto la pressione di Washington, dove si riteneva che la questione dovesse essere
risolta prima della morte di Tito. Anche le attese della
minoranza slovena furono grandi: si trattava infatti
di questioni fondamentali per i due paesi, che erano
vissuti in un certo senso in perenne conflitto, e anche
per la problematica relativa alla minoranza che aveva
costituito da sempre l’oggetto del ricatto.
Il Trattato di Osimo, sottoscritto dai due paesi il
10.11.1975 ed entrato in vigore il 3.4.1977 dopo lo
scambio delle note di ratifica, risolse vari problemi
dei rapporti italo-jugoslavi, ma soprattutto eliminò
alcune potenziali cause di conflitto che non furono
completamente chiarite dopo la prima e la seconda
guerra mondiale. Possiamo affermare con certezza che gli obiettivi del Trattato di Osimo ebbero due
qualità principali: da un lato esso si rivolgeva al passato per eliminare le conseguenze del cinquantennale
conflitto, dall’altro invece era rivolto al futuro costituendo la garanzia per una convivenza pacifica che
con soluzioni condivise avrebbe evitato il reiterarsi
dei conflitti tra i due paesi contermini.
Con la sua conclusione il Trattato, composto dal
trattato stesso, dal protocollo sulla collaborazione economica, dal protocollo sull’istituzione di una
zona industriale mista sul Carso e da alcuni altri documenti nello spirito dell’Accordo di Helsinki, rap-
279
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
presentò una specie di sintesi delle aspirazioni alla
pace, all’amicizia e alla collaborazione in Europa. In
quest’ambito i due stati cercarono di tradurre in atti
normativi ciò che in parte già esisteva e che si era
creato nei due decenni precedenti sui loro confini.
Il Trattato di Osimo fu quindi una specie di frutto del
processo storico che ebbe conclusioni felici perché al
momento giusto poterono incontrarsi le componenti giuste. Il Trattato di Osimo rappresentò un nuovo
modo di risolvere i rapporti interstatali, quando anche la struttura statale conservatrice dovette inchinarsi ai cambiamenti nei rapporti di forza interni. La
crescita del peso specifico delle correnti progressiste
in Italia aprì la porta alla sottoscrizione del trattato.
Un apporto importante fu dato anche dalla Conferenza internazionale sulle minoranze tenutasi a Trieste
nel 1974. Allora anche gli italiani approfondirono la
questione slovena ed ammisero in via di principio che
anche gli sloveni in Italia avevano il diritto di godere
di una tutela costituzionale. Il passo più importante in
questo senso fu fatto dall’allora dominante Democrazia Cristiana.
Il riconoscimento in via di principio della necessità che lo stato italiano mettesse ordine nelle questioni
slovene coinvolse la maggior parte dei partiti dell’arco
costituzionale. La questione minoritaria diventò anche in Italia un’eminente questione interna che si ricollegava allo sviluppo dei rapporti democratici e alla
soluzione dei problemi irrisolti della società. Quando
dopo il 1975 si allargò la base dell’ordinamento democratico in Italia, si modificò notevolmente anche
l’atteggiamento dei vari partiti nei confronti della tutela degli sloveni; essi approvarono senza particolari
riserve anche l’Introduzione e l’art. 8 del Trattato, in
cui si tratta anche la questione dei gruppi etnici. Ma
questo riconoscimento formale fu anche una lama a
doppio taglio poiché da quel momento in poi la questione fu un po’ lasciata in disparte perché ritenuta
risolta in linea di principio, mentre in realtà mancarono i provvedimenti concreti per la sua attuazione. Il
momento politico favorevole che si tradusse nel nuovo assetto politico dell’Italia, e si espresse anche nel
Trattato di Osimo, diede il via ad un’azione più con-
creta per la soluzione della questione slovena. Poiché
la tutela della minoranza divenne un problema di politica interna, la Delegazione unitaria degli sloveni in
Italia dopo cinque anni di esistenza cominciò a rivolgersi febbrilmente a Roma perché attuasse la Costituzione italiana per i punti irrisolti relativi alla comunità nazionale slovena. In questo processo va inserita
anche l’istituzione della Commissione speciale presso
la Presidenza del governo per la soluzione delle questioni slovene che era composta da 16 membri italiani e 5 sloveni. La commissione lavorò per tre anni e
propose alla fine due risoluzioni completamente diverse. L’elemento di disturbo era dato soprattutto dal
bilinguismo, dall’uguaglianza della legge in tutte e tre
le province, dall’autonomia della scuola slovena e da
una maggiore autonomia economica degli sloveni in
Italia. Sembrava che la via all’affermazione della minoranza si fosse interrotta completamente a livello
comunale, regionale e nazionale.
Nell’ottobre del 1981 il Parlamento europeo adottò il primo documento sui diritti delle lingue e le culture regionali e delle minoranze etniche, proposto dal
deputato italiano G. Arfè, ma a Trieste, anche a causa
l’affermazione dell’antiosimiana Lista per Trieste che
raccolse ben 65.000 firme, la situazione fu congelata
e si risvegliarono le vecchie forze nazionaliste che attendevano da tempo una resa dei conti con la corrente
democratica della DC. Misero in dubbio la soluzione
definiva dei confini, la collaborazione economica e la
zona franca industriale, rifugiandosi nel caratteristico autoappagamento triestino che non volle mai condividere i propri successi con la nazione vicina.
A parole le direzioni dei partiti principali appoggiarono le rivendicazione slovene, ma questo improvviso rigurgito di sentimenti antisloveni, in cui
qualcuno investì anche notevoli mezzi finanziari, servì ad allontanare le soluzioni pratiche sebbene i rapporti dei due paesi rimanessero ad un livello esemplare. E nonostante il fatto che le direzioni nazionali
dei partiti riconoscessero alla minoranza determinate priorità nell’attuazione delle sue richieste, le cose
continuavano a complicarsi a livello locale, dove l’attuazione di dette norme avrebbe intaccato in molti
281
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
punti il carattere monolitico di una società che aveva
sempre cercato le proprie conferme nel rifiuto degli
altri. I provvedimenti legislativi concreti, su cui si basava la legislazione vigente, rimasero un tabù per tutti
gli anni ‘80 sia per i partiti nazionali che per quelli locali. La questione vedeva il punto di attrito in relazione alle due tesi di base: una tendente ad ammettere
la minoranza come soggetto di diritto pieno e l’altra,
supportata dalla parte avversa, che riconosceva soltanto i diritti linguistici, scolastici e culturali. Questa
non aveva mai accettato gli sloveni come soggetti socio-economici e in un certo senso anche territoriali.
Dopo Osimo la minoranza rimase a mani vuote.
Dopo che erano decadute tutte le disposizioni dello
Statuto speciale veniva meno ogni norma di tutela. Il
20.5.1984 gli sloveni di tutti gli orientamenti e opinioni (12.000 persone) protestarono a Gorizia contro questa situazione ma non accadde nulla di nuovo.
L’Italia si aggrappò agli adempimenti che costituivano in un certo senso i suoi impegni storici ma nulla
di più. Questi erano costituiti dai finanziamenti per il
teatro, dall’impegno per le trasmissioni radiofoniche,
dal sistema delle scuole slovene e da qualche contributo per le associazioni e la cultura di massa. Ma il
tutto era molto lontano dalle disposizioni di Osimo e
dalle garanzie dei precedenti accordi internazionali.
Si potrebbe dire che la minoranza costituiva un danno secondario di una questione ben più importante,
la demarcazione definitiva del confine. Tutti questi
processi si svolsero secondo un piano di integrazione
totale del territorio nell’ambito dello stato italiano.
L’esclusione sociale della minoranza continuò in tutti
i settori e neanche il Trattato di Osimo fu in grado di
risolverla.
Nei rapporti con il proprio vicino l’Italia si aprì
completamente e i rapporti interstatali, supportati
anche da ottimi indici economici, raggiunsero livelli invidiabili. Restava aperta la questione dei rapporti bilaterali nel periodo dopo la stabilizzazione
o la destabilizzazione della Jugoslavia. Alcuni segni
incon­fondibili, infatti, preannunciavano delle grosse turbolenze in questo settore. In particolare dopo
la caduta di Berlino (1989), i processi di destabiliz-
zazione attraversarono l’Europa indirizzandosi verso
l’orien­te, che divenne terra di conquista. Non esisteva
alcuna strategia europea che mitigasse l’impressione
di una ripresa dei mai sopiti traumi del passato. La
diplomazia italiana, che era pronta a negare con argomentazioni giuridiche tutti i trattati internazionali
e bilaterali del dopoguerra, aveva forse pensato di poterne approfittare per riconquistarsi le terre perdute
e di cancellare, similmente alla Germania, il castigo e
la vergogna della seconda guerra mondiale con delle
compensazioni territoriali.
La distribuzione di pensioni e cittadinanze italiane, le nuove forme di intervento verso gli stati indipendenti sorti sul territorio dell’ex Federazione, e
i ricatti presentati nel corso dei processi di integrazione cui queste nuove realtà avrebbero dovuto aderire anche per la soddisfazione dei paesi confinanti,
non mettono in buona luce la politica estera italiana.
È comprensibile che il rancore prodotto dal suo quarantennale ruolo di comparsa, se paragonato a quello
della Jugoslavia che con il suo non allineamento risultava molto più incisiva ed occupava uno spazio strategico più importante di quello dello stivale italiano, fu
grande.
Partendo da questa posizione non sempre univoca sulle questioni nazionali, dalla questione dei
cittadini e delle differenze tra l’appartenenza statale e la coscienza nazionale, per la diplomazia italiana non fu facile decidere di appoggiare le tendenze
indipendentiste degli sloveni e dei croati. Poiché lo
stato italiano non aveva mai preso troppo sul serio la
nazione slovena, ma nel conflitto dominante croatoserbo l’aveva sempre considerata un po’ folkloristica,
nei momenti drammatici dell’indipendenza slovena
si ritrovò su un terreno completamente scoperto. Le
analisi delle novità e delle tensioni nel mondo politico sloveno non raggiunsero mai i responsabili italiani del settore provocando grandi ritardi anche nella
strategia. Il ministro degli esteri Gianni De Michelis
si trovò in perfetta armonia con quei colleghi all’interno dell’Europa che, ognuno per ragioni diverse,
osteggiarono lo smembramento della Jugoslavia. Sino
al maggio 1991 il ministro degli esteri italiano dichia-
283
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
rò ufficialmente che l’Europa non avrebbe riconosciuto la Slovenia nemmeno dopo cinquant’anni, ma
tutto ciò non gli impedì sei mesi più tardi di seguire la
Germania nel riconoscimento. Egli cambiò il suo approccio non in segno di protesta contro le incursioni serbe in Slovenia e in Croazia, ma semplicemente
perché temeva che qualche giorno dopo Maastricht, a
causa di divergenze tra il governo di Bonn e i propri
partner, avrebbe potuto prodursi una divisione capace di conseguenze fatali nella vita politica europea.
Questa sua politica non fu quindi condizionata
dal desiderio di instaurare finalmente tra i due paesi confinanti rapporti più proficui, basati sui nuovi
valori democratici e sulla caduta del comunismo. E
che questa valutazione della politica estera italiana
rispondesse più o meno alla verità è stato confermato negli anni seguenti anche dai successori di De
Michelis, da Colombo ad Andreatta e a Martino. Nel
desiderio inconscio di protagonismo tutti cercarono
di sfruttare la debolezza e l’isolamento del giovane
stato per rafforzare a suo danno l’influenza italiana
nello spazio geopolitico dell’Alto Adriatico. A questo proposito la diplomazia italiana usò i tradizionali
mezzi di pressione e cioè l’attivazione della mentalità
nazionalista e irredentista di una parte della popolazione di confine, le pressioni sulla minoranza slovena
e la minaccia dei suoi interessi vitali, e non ultime le
pressioni sull’Unione europea che per una questione
così marginale non era certo disposta a peggiorare i
buoni rapporti con un suo stato fondatore.
Più interessante appare l’interpretazione italiana
degli accordi internazionali vigenti che i due paesi
avevano concluso in passato. Dopo le esperienze del
XX secolo, durante il quale l’Italia si era fatta notare nella storia diplomatica soprattutto per la propria
inaffidabilità, ci si sarebbe aspettati una certa prudenza da parte degli ambienti politici e diplomatici romani nell’esprimere la propria opinione sugli
accordi sottoscritti ed approvati in parlamento. Negli ambienti vicini al ministero degli esteri, in varie
commissioni ed addirittura nell’opinione pubblica
apparvero invece svariate tesi che mettevano in dubbio la validità del Trattato di Osimo affermando che
era stato concluso con uno stato totalitario e comunista, autore della pulizia etnica in Istria, e che quindi
nelle nuove condizioni politico-territoriali venutesi a
creare non poteva essere più considerato valido. Alla
stessa stregua non sarebbero stati validi né il Memorandum di Londra, perché la linea di demarcazione
non era mai stata ratificata, né la Conferenza di pace
di Parigi, i cui esisti erano il frutto del diktat delle
grandi potenze.
Queste fantasiose interpretazioni derivarono dagli obiettivi a breve termine della politica estera italiana che non considerava la vicinanza culturale ed
economica tra l’Italia e la Slovenia come un entroterra naturale della ostpolitik italiana. L’Italia potrebbe
conquistarsi un ruolo di guida nello spazio mitteleuropeo con mezzi completamente diversi, con la pianificazione, la pazienza e la considerazione delle varie
realtà degli stati che compongono l’Europa centrale.
Ogni altra opzione costituirebbe un grande rischio
e potrebbe trasformare questa zona di pace e di cooperazione consolidata in un’area di confronti e di
conflitti. Dopo che la tragedia balcanica si è calmata,
ogni tentativo di destabilizzazione di quest’area risulterebbe controproducente anche per chi volesse
servirsene per raggiungere i propri obiettivi, perché
condurrebbe un’altra volta alla polarizzazione e al
raggruppamento dei vari stati, ai ritardi nella conquista dei mercati mondiali e a una caduta generalizzata
delle norme e degli standard di vita.
La politica dell’Italia nei confronti dell’adesione
della Slovenia all’Unione Europea fu quindi qualcosa
di stantio, di vecchio e già visto. Le circostanze storiche di quest’area avevano evidenziato un solo aggressore e una sola politica imperialista. Dalla metà
del secolo scorso si erano succeduti vari tentativi da
parte dell’Italia di attraversare con i propri interessi l’Adriatico e spingersi vero la Pannonia. L’insensatezza di questo agire, che si tradusse in due guerre
mondiali, in milioni di persone coinvolte e nell’impoverimento della società italiana, può servire da
monito anche a coloro che cullano ancora questi piani
e aspettandosi dei vantaggi. La democrazia non può
certamente seguire questa via.
285
Peter Suhadolc
PoÆtni urad na Opåinah
L’ufficio postale di Opicina
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Poštne poti in pošta v Trstu in okolici
do konca srednjega veka
Podroåje širše okolice Trsta je bilo od nekdaj pomembno križišåe trgovskih poti, ki so seveda imele
tudi vojaški pomen. V prazgodovini je znana jantarna pot, ki je potekala od Baltika preko Poetoviuma (Ptuja), Atransa (Trojan) in Emone (Ljubljane) do Okre (Razdrto). Tam se je razdelila na dvoje:
ena smer proti Trstu, druga proti Ogleju (Aquileia).
287
Le vie della posta e le poste a Trieste e nei dintorni
fino alla fine del Medio Evo
Trieste e il suo più ampio circondario furono un tempo un importante crocevia di strade commerciali che avevano anche importanza militare. Fin dal periodo preistorico è conosciuta la via
dell’ambra che, scendendo dal mar Baltico, passava attraverso Poetovium (Ptuj), Atrans (Trojane)
ed Emona (Lubiana-Ljubljana) per giungere fino ad Ocra (Prevallo–Razdrto), dove si divideva in due
direzioni: una verso Trieste e l’altra verso Aquileia.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Il periodo romano fu molto importante per i collegamenti stradali in Europa. Le strade (viae publicae)
venivano costruite prevalentemente per necessità
militari, ma acquistarono importanza anche per ragioni commerciali e postali, in quanto il sistema postale pubblico rinnovato (cursus publicus) funzionava
veramente bene. Attraverso il nostro territorio correvano le seguenti strade sicuramente statali:
I Aquileia – Trieste – Pola – Fiume, detta via Flavia;
II Aquileia – Materija – Fiume ed oltre, verso Senj,
forse detta Via Gemina;
III Aquileia – Fluvius Frigidus (Aidussina-Ajdov­
šåina) – Ad Pirum o Summas Alpes (Hrušica) – Emona (Lubiana-Ljubljana).
La prima parte della Via Flavia probabilmente
coincideva con la Via Gemina nel tratto da Staranzano e S. Giovanni al Timavo fino alle vicinanze di Prosecco (Avesica). Da lì la strada che proseguiva verso
Trieste si staccava dalla Via Gemina piegando verso la
città. Secondo molti, però, la Via Flavia iniziava invece a Trieste e procedeva con un tracciato sinuoso attraverso Risano, Dragogna, Merna e il Canale di Leme
fino a Pola. La sua costruzione fu iniziata da Tito nel
78, quando era ancora cesare. Il tratto che si estende
da Pola oltre al fiume Raša (Arsa), Labin (Albona) e
Plomin (Fianona) fino a Kastvo (Castua) e Fiume, sarebbe stata fatta costruire da Tito nell’anno 80, ed è
chiamata anche Via Flanatica. Il tratto Pola – Fiume,
rappresentato solamente sulla Tabula Peutingeriana,
non è stato mai del tutto accertato. Da Pola fino a Zara
il collegamento era via mare.
Per la storia postale di Opicina è probabilmente
più importante la Via Gemina, denominata dalla XIII
legione romana che la costruì e che alloggiò ad Emona, tra gli anni 16 e 9 avanti Cristo, e poi per lungo
tempo a Poetovium dopo l’anno 45. Il tratto Aquileia
– Tergeste è sostanzialmente riconoscibile con precisione sul terreno. Non è invece chiaro dove scorreva
il tratto per Tharsatica (Fiume) nei pressi di Pesek
(Pese): si suppone che passasse vicino all’attuale Opicina, sebbene non ci siano prove tangibili a sostegno
di questa tesi. La strada passava attraverso Materija,
Obrov, Lipa e Klana fino a Kastvo e Tharsatica, proseguendo poi lungo la costa dalmata.
La terza via è dal punto di vista postale la più nota,
in quanto collegava Aquileia ad Emona e Poetovium e,
attraverso Sirmia (Sremska Mitrovica), alle province
dell’Asia Minore; la parte di questa strada militare
che attraversava le Alpi Giulie fu ultimata nel 10 a. C.
Presumibilmente era statale anche la strada Aquileia – Prosecco – Divaccia – Stari Trg (l’incrocio con
la strada Emona – Tharsatica) – Siscium (Sisak), che
si diramava anch’essa dalla Via Gemina tra Prosecco e
Basovizza.
Il collegamento stradale più antico tra Trieste e
l’altopiano carsico (dove scorrevano la Via Gemina e
la strada per Stari Trg ed Emona ovvero Fiume) passava attraverso il Monte Spaccato, dove sono ancora
visibili gli intagli nella roccia viva. Il tracciato pare
corrispondere ad altre vie di comunicazione protostoriche che collegavano il golfo di Trieste con l’interno in direzione di Corgnale – Lokve ed oltre, ma
pochissimi sono in merito i dati reperibili. Sebbene
sia disegnata su molte carte geografiche che corredano gli studi sul sistema stradale dell’antichità in questo territorio, gli autori precisano che la strada, da un
punto di vista archeologico, non è ancora accertata.
Le strade romane I e III sono riprodotte anche sulla famosa Tabula Peutingeriana che raffigura il mondo antico su un lungo rotolo e di cui si conserva una
copia risalente al 12° secolo.
Dopo la caduta dell’Impero Romano e la colonizzazione dei popoli slavi non è più possibile parlare di un
sistema postale, con l’eccezione del trasporto casuale
di missive da parte di persone che viaggiavano verso il
luogo in cui abitava il destinatario. Si trattava spesso
di monaci, cantastorie, pellegrini, predicatori e artigiani ambulanti (è famosa la “posta dei macellai”) ed
altri ancora. Di questo si sa oggi ben poco, soprattutto
relativamente al nostro territorio. Appena con la ripresa del commercio e dell’artigianato nell’11° e 12°
secolo si può parlare di un trasporto di corrispondenza organizzato: le lettere viaggiavano non solo tramite
le organizzazioni statali di corrieri, ma anche grazie
a messi appartenenti a città, ad attività commerciali
289
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
e alle gilde professionali di corrieri, nonché a messi
tributari, ecclesiastici o universitari. Essi trasportavano anche oggetti di valore e altra merce destinata
alla vendita, e per questo erano spesso armati di lance, di spade o di asce. I corrieri che viaggiavano a piedi
potevano percorrere fino a 50 km al giorno, quelli che
invece viaggiavano a cavallo tra i 50 e i 100 km al giorno. Nel 1398 l’amministratore dell’ufficio di Schwarzenegg (castello di Nigrignano, a nord della Birchinia) spediva i corrieri verso Gorizia, verso la Croazia
e verso Lienz. Allo stesso modo l’amministratore del
castello di Primano spediva i messi fino a Lubiana.
Nelle città del Litorale arrivavano i corrieri veneti.
Negli ultimi secoli del medio evo, le città del Litorale disponevano anche di un “messo comunale” che
portava la corrispondenza urbana, che veniva però
recapitata anche da semplici impiegati e dalla servitù.
Esisteva anche il trasporto di missive a causa di obbligazioni tributarie. L’urbario della signoria di Duino
dal 1494 affidava alla circoscrizione di Prosecco (Rupinpiccolo e Prosecco) il trasporto delle lettere fino
a Trieste e ritorno! Anche questo dato dimostra che
il collegamento della città con l’Italia settentrionale
passava per Prosecco. Era infatti possibile raggiungere la città a piedi passando per Contovello e Terstenico (Monte Radio). La raffigurazione più antica
di questa via (a conoscenza di chi scrive) si trova su
una carta geografica del 1818: allora la strada passava
presso le fortificazioni erette sulla parte inferiore del
monte Terstenico.
Una più lunga strada, percorribile a cavallo, passava altrimenti attraverso Opicina e Chiusa (Kljuå).
Nel medio evo, la via pubblica, chiamata in varie fonti spesso carraia, seguiva principalmente il tracciato
della strada romana e correva probabilmente attraverso Hudo leto–Bosco Salzer, scendendo lungo il
tracciato della strada attuale fino a Chiusa, e di qui
attraverso l’odierna Strada di Fiume verso la città. Il
percorso di questa via di comunicazione non è definito, ma segue una logica geografica. La rete stradale era
rimasta in sostanza quella romana, ma le strade erano
in cattivo stato visto che non era abitudine provvedere
alla manutenzione.
Gli inizi del traffico postale
nell’Impero Austriaco
La località di Opicina viene menzionata per la prima
volta con il nome Obchena nel 1310. Sulle carte geografiche più antiche, risalenti al periodo tra il 16° e il
18° secolo, il nome è scritto in vari modi, solitamente­
Obr Czenach. Nel 1382 Trieste con i suoi dintorni si
sottomise di spontanea volontà agli Asburgo. Il principale collegamento stradale tra la città e Lubiana,
Graz e Vienna correva probabilmente oltre il Monte
spaccato (o Chiusa), passando per Corgnale.
Nel 1488 l’imperatore Massimiliano I affidò la
riorganizzazione dei servizi postali nelle terre allora
tedesche alla famosa famiglia italiana Tasso (Taxis),
i cui discendenti risiedono ancor oggi nel castello di
Duino non lontano da Trieste, che stabilirono dei collegamenti postali regolari tra Innsbruck e varie regioni europee. Dalle nostre parti il sistema non esisteva
ancora, ma Giovanni Taxis al posto di una paga ordinaria ricevette la proprietà di diversi uffici postali, tra
cui quello di Prosecco.
Quando nel 1500 il conte Leonardo di Gorizia morì
senza discendenti maschi, e la contea fu ereditata dagli Asburgo, Massimiliano istituì la prima connessione postale in territorio sloveno proprio con Gorizia,
per poi estenderla fino a Lubiana. Nel 15° e 16° secolo il costante pericolo di attacchi turchi contribuì
all’istituzione del sistema postale, in quanto era necessario trasportare soprattutto comunicazioni di carattere militare.
Nella seconda metà del 16° secolo il sovrano Carlo
d’Asburgo introdusse tra Vienna e Lubiana un servizio di corrieri che trasportavano la corrispondenza a
piedi! Tra Trieste e Lubiana un messaggero assicurava il servizio tre volte alla settimana. La via della posta
all’epoca passava per Prevallo (Razdrto) e nel 1569 si
menziona il “mastro” postale Janez Hueber alla posta
di Castel Lueghi presso Postumia. A causa dei continui
attacchi dei Turchi fu istituita in poco tempo una rete
di collegamenti postali di carattere militare. Si trattò
della prima forma di sistema postale moderno sul territorio sloveno. Nel 1569 fu ristrutturata la strada Lu-
291
Franc Kariž, prvi poštni upravnik
na Opåinah; slika povzeta
po pokojninski knjižici (last
potomcev J. Gorkiåa)
Franc Kariž, il primo
amministratore postale a
Opicina; foto ripresa dal libretto
pensionistico (proprietà dei
discendenti di G. Gorkiå)
Del zemljevida iz leta 1595 z
Del zemljevida iz 18. stol.
Del zemljevida iz 18. stol.
eno zgodnjih omemb kraja
s poštno potjo skozi Opåine
s poštno potjo skozi Opåine
Opåine [Obrczenach]
[4007]
v Trst [3956]
Parte di carta geografica
Parte di carta geografica del
Parte di carta geografica
del 1595 con una delle prime
18° secolo con la strada postale
del 18° secolo con la strada
menzioni della località Opicina
che attraversa Opicina [4007]
postale attraverso Opicina
[Obrczenach]
verso Trieste [3956]
Del zemljevida iz 18. stol. s
Parte di carta geografica
poštno potjo od pošte Sv. Križ
del 18° secolo con la strada
skozi Opåine do Trsta, pošte
postale da S.Croce attraverso
Sežane in Bazovice. Oznaåena
Opicina fino a Trieste, dalla
je poštna pot iz Trsta preko
posta di Sesana e Basovizza. È
Katinare in Hudega leta do
indicato anche il percorso da
Bazovice in naprej proti pošti
Trieste attraverso Cattinara e
Lokev [4056]
Hudo leto – Bosco Salzer fino
a Basovizza e oltre verso la
Posta di Lokev [4056]
Prvi poštni urad na Opåinah, na
Proseški ulici blizu cerkve
Il primo ufficio postale di Opicina
in via di Prosecco, nelle vicinanze
della chiesa
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
biana – Trieste che conduceva in città attraverso Basovizza e Cattinara. Alla fine del 16° secolo i messi a piedi
cominciarono ad essere sostituiti da quelli a cavallo.
Con il passare degli anni i Tasso si garantirono il
monopolio sulla posta dell’impero, ma non riuscirono ad estenderlo a tutte le regioni ereditarie asburgiche. Indipendentemente dall’organizzazione dei
collegamenti postali in Germania, nelle loro regioni
ereditarie (anche nel Litorale) gli imperatori fondarono altre stazioni postali. Alla morte di Ferdinando
I gli succedette al trono il figlio Massimiliano e l’amministrazione delle regioni slovene dell’entroterra
austriaco fu concessa al figlio di questi, Carlo, che
nominò amministratore dell’ufficio postale di corte
a Graz Giovanni Battista Paar segnando l’inizio della
cosiddetta posta della corte Viennese della famiglia
Paar. I Paar introdussero le stazioni postali di Hrušica
e Gorizia (dove lavorò negli anni 1586-1600 il postino Julij Vodopivec) e, dalla prima metà del 17° secolo
in poi, sostenuti dalla nobiltà della Carniola, contribuirono al graduale passaggio dell’attività a servizio
pubblico. Nel 1596 Ferdinando approvò l’istituzione
dell’ereditarietà degli uffici postali nelle sue regioni, conferendo tale prerogativa a Paar e ai suoi eredi
maschi. Nel 1624 i Paar ricevettero in eredità l’intera
rete postale delle regioni dell’impero asburgico e la
gestirono fino al 1722, quando le poste furono nuovamente nazionalizzate.
Nel 16° e 17° secolo le principali vie della posta furono due. La prima, Gorizia–Santa Croce di
Aidussina–Hrušica–Vrhnika–Lubiana, passava ancora sul tracciato dell’antica strada romana; ma tra il
1558 e il 1572 fu attiva, lungo lo stesso tracciato, anche la Cracovia–Vienna–Graz–Lubiana–Gorizia–Venezia–Roma che venne istituita e sovvenzionata dal re
polacco Sigismondo II. La seconda via era la Fiume–
Primano–Postumia–Vrhnika–Lubiana.
Dal 1562 una parte della via della posta, ed esattamente dal confine ceco a quello veneto, fu presa in
consegna da Cristoforo Taxis (Tasso) che introdusse il
pagamento della tariffa unica. Il 17 marzo 1573, a causa della grande rivolta contadina, l’imperatore Carlo
istituì il collegamento postale Graz–Maribor–Celje–
Lubiana–Gorizia. Dopo cinque anni fu possibile per­
cor­rere il sentiero pedonale a cavallo.
Le città costiere del litorale mantenevano stabilmente i collegamenti postali con Venezia per mare e
per terra. Tutta la posta che viaggiava per terra passava attraverso Palmanova, dove fu attiva fin dal 17°
secolo la “Compagnia dei Corrieri Veneti”. I collegamenti per mare furono gestiti dalla confraternita di
San Niccolò fin dal 16° secolo.
Trieste ottenne verso la fine del secolo un collegamento postale regolare con Lubiana, ma non aveva
ancora la stazione postale.
Il traffico postale
prima dell’apertura
dell’ufficio postale di Opicina
Nel 1717 l’imperatore Carlo VI decretò la libera navigazione sull’Adriatico togliendo i privilegi speciali di
cui godeva Venezia. Due anni più tardi (1719) Trieste
fu dichiarata porto franco.
A Trieste l’ufficio postale fu inaugurato il 12 dicembre 1717 e fu sottomesso all’amministrazione
postale superiore di Gorizia. Ottenne lo status di posta principale appena il 16 febbraio 1753 con decreto
di Maria Teresa. Fino alla metà del 18° secolo la strada di collegamento della città con il suo circondario
attraversava l’odierna Barriera Vecchia, Rozzol, Cattinara, Chiusa fino a Bosco Salzer, dove si divideva
procedendo da una parte verso Basovizza e Lubiana
e dall’altra per Opicina e Gorizia. Per raggiungere
Opicina da Trieste vi era anche una strada diretta attraverso Roiano: l’odierna Scala Santa che ricorda un
vecchio percorso di pellegrinaggio. Tra Graz e Trieste
fu introdotta due volte alla settimana la posta a cavallo
e nel 1750 anche la carrozza postale iniziò a percorrere questo tragitto.
La graduale realizzazione del progetto di trasformare Trieste nel principale porto marittimo delle
regioni asburgiche portò anche al miglioramento dei
collegamenti stradali. L’imperatore Carlo VI fece ristrutturare la strada da Vienna a Trieste e nel 1739
295
Pismo, poslano leta 1787 iz Idrije preko Vrhnike na
Reko s podržavljeno Paarovo pošto
Lettera spedita nel 1787 da Idria a Fiume via Vrhnika
con il servizio postale nazionalizzato Paar
Pismo je v obdobju Ilirskih provinc potovalo iz
Ljubljane v Trst: prevoz s postiljonom leta 1813
Lettera che nel periodo delle Province Illiriche
viaggiò da Lubiana a Trieste: trasporto con
postiglione nel 1813
Pismo, poslano leta 1783 v Benetke, odtis prvega
znanega tržaškega poštnega žiga »Von Triest«
(»iz Trsta«) v gotici, je potovalo bodisi preko Opåin
s konjem ali po morju z družbo Sv. Nikolaja
Lettera spedita nel 1783 a Venezia con il primo
timbro conosciuto delle poste triestine “Von Triest”
(“da Trieste”) in caratteri gotici, che viaggiò
a cavallo attraverso Opicina oppure via mare con
la confraternita di San Niccolò
Zgoraj desno, pismo z roånim pripisom »v Laybach«
(»iz Ljubljane«) v Trst (datum: 15. avgust 1755);
pismo je bilo preneseno od Ljubljane do Razdrtega
z vozom ali konjem, od tam v Trst s pešcem preko
Lokev, Bazovice in Katinare
In alto a destra, lettera con annotazione manuale
“v Laybach” (“da Lubiana”) a Trieste (data: 15 agosto
1755); la lettera fu trasportata da Lubiana a Prevallo
(Razdrto) con un veicolo o a cavallo, e da lì a Trieste
a piedi attraverso Corgnale, Basovizza e Cattinara
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
fu costruita la strada Opicina – S. Croce. A causa del
traffico commerciale decisamente aumentato, tra il
1777 e il 1781 fu costruita una strada “commerciale” (parte dell’odierna via omonima) che portava da
Trieste all’interno dell’impero austriaco passando
per Opicina, da dove partiva anche una diramazione
verso l’Italia. La strada fu intitolata al governatore
triestino Karl von Zinzendorf. Nel 1779 fu inaugurata anche una strada che seguiva l’odierno tracciato di
Via Bonomea, e nel 1770 o 1781 fu costruita l’attuale
Opicina – Basovizza. Un rapporto del 27 novembre
1779 parla ancora del cattivo stato delle strade e della
necessità di ristrutturare il tratto da Prevallo a Trieste. Da Lubiana a Prevallo la posta all’epoca viaggiava
infatti a cavallo o in carrozza, ma da lì a Trieste a piedi
provocando ritardi anche di 24 ore.
Le strade venivano inoltre minacciate da bande di
briganti che si diffusero dopo la guerra dei trent’anni,
nella seconda metà del 17° secolo, e che nell’ottobre
1789 attaccarono una carrozza postale presso Planina (Ravbarkomanda). Il brigantaggio non fu del tutto
estirpato nemmeno dai francesi e a metà del 19° secolo, nelle vicinanze di San Pietro del Carso (Pivka),
spadroneggiava ancora il bandito Felaj da Koritnice.
La sicurezza migliorò appena nella seconda metà del
19° secolo, quando nei comuni furono introdotte le
stazioni di gendarmeria.
Verso la fine del 18° secolo, due o tre volte alla settimana la carrozza postale partiva da Trieste diretta
a Vienna via Lubiana. I viaggi duravano inizialmente
ben due settimane, ma in seguito si ridussero a otto
giorni.
L’aumento del traffico postale attraverso Opicina
contribuì al bisogno di allestire una stazione di posta adeguata. Nel 1778 Carlo Luigi Dini, architetto di
Livorno, ne preparò il progetto ed essa fu realizzata
in tre anni. Si trovava all’angolo tra la via Nazionale
(Strada per Vienna) e la via di Prosecco (Strada per
l’Italia), presso i Daneu (ex cinema Ulian, oggi gelateria Arnoldo), dove erano situati i magazzini e le stalle.
Sulla parte della via di Prosecco c’era un’osteria (oggi
fruttivendolo) con otto stanze al primo piano; nel cortile interno c’era un pozzo, ultimato il 3 maggio 1780.
Tutta la posta da Trieste verso Vienna transitava ora per Opicina, dopo che a lungo era passata per
Basovizza e Corgnale. L’ufficio postale più vicino a
Opicina era quello di Sesana, istituito già il 18 aprile 1781. Un vecchio ufficio postale esisteva anche a
Santa Croce, segnato sulle carte fin dal 18° secolo. Sul
collegamento Trieste – Lubiana la carrozza postale,
con il postiglione e due cavalli, aveva una prima pausa
di 10 minuti all’osteria all’Obelisco; la stazione per la
sostituzione dei cavalli era a Fernetti, presso l’antica
osteria Krt situata sull’ex confine.
Dopo le guerre francesi e il trattato di pace firmato a
Schönbrunn il 14 ottobre 1809, l’armata di Napoleone
occupò questi luoghi, istituendo le Province Illiriche.
Lubiana ne diventò la capitale e al contempo sede della direzione centrale delle poste. In questo periodo,
e fino al luglio 1815, i postiglioni portavano un’uniforme variopinta che doveva comprendere mostrine
con i colori della Francia, sulle maniche c’era invece
la scritta in sloveno Pisna pošta za Ilirske province – Posta scritta per le Province Illiriche. La posta tra Trieste e
Lubiana veniva trasportata ogni giorno nelle due direzioni; la carrozza postale per il trasporto di persone e
merci viaggiava invece una volta per settimana.
La tariffa postale per il trasporto delle lettere normali fu definita, con decreto del 20 dicembre 1809,
in 4 centesimi di fiorino per il traffico interno alla
regione e 8 centesimi per l’estero. I Francesi istituirono anche dei timbri speciali di colore nero e rosso
che indicavano rispettivamente il pagamento della tariffa o il fatto che questa non era ancora stata pagata. Quando la lettera veniva recapitata al destinatario, questi aveva la possibilità di rifiutarla solamente
prima dell’apertura della lettera. Nel periodo delle
Province Illiriche arrivò a Trieste Francesco Cimadori, che fondò in città un’impresa di spedizioni e fu
il promotore di carrozze celeri in grado di coprire il
percorso fino a Vienna in sette giorni.
Dopo il ritorno di queste terre sotto l’amministrazione statale dell’Austria, sulle vie postali principali
fu istituita subito dopo il 1825 la posta “celere” per il
trasporto di lettere, denaro, pacchi leggeri, ma anche
di passeggeri. Il viaggio tra Trieste e Vienna durava
297
Prve avstrijske poštne znamke
so izšle 1. junija 1850; pismo
Trst-Ljubljana, 19. novembra 1850,
je potovalo skozi Opåine
I primi francobolli della posa austriaca
risalgono al 1° giugno 1850; lettera
Trieste – Lubiana del 19 novembre
1850 che viaggiò attraverso Opicina
Avstrijski zemljevid poštnih poti
v Trstu in okolici iz leta 1877
Carta geografica austriaca delle
vie della posta a Trieste e dintorni
del 1877
Avstrijski zemljevid poštnih poti
v Trstu in okolici iz leta 1910
Carta austriaca delle strade postali
a Trieste e dintorni, 1910
Zgoraj desno: odtis na znamki
prvega openskega žiga, enokrožnega
s premerom 20 mm (zaradi drobnega
premera so tak žig imenovali
»naprstnik«)
In alto a destra: francobollo con
l’impronta del primo timbro di
Opicina, circolare con diametro di
20 mm (a causa del diametro questo
timbro veniva chiamato “ditale”)
Dopisnica, poslana 20. aprila
1885 z Opåin v Gorico
Cartolina postale spedita il 20
aprile 1885 da Opicina a Gorizia
Dopisnica, poslana iz Barkovelj
(datum: 2. september 1899)
je bila naslovnici na Opåinah
(odtis dohodnega »rešetkastega«
žiga pošte) vroåena isti dan!
(Evgenija Kariž je bila žena
openskega poštnega upravitelja)
Cartolina, spedita da Barcola
(in data 2 settembre 1899), che
fu consegnata in giornata (timbro
postale di arrivo) alla destinataria
a Opicina (Evgenija Kariš era
la moglie dell’amministratore
postale di Opicina)
Zalepka, poslana z Opåin
v Tomaj 6. januarja 1913; odtis
dvokrožnega žiga z mostom
openske pošte
Biglietto postale spedito
da Opicina a Tomaj il 6 gennaio
1913; impronta del timbro,
circolare con il ponte, della
posta di Opicina
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
solo tre giorni, in quanto le carrozze viaggiavano anche di notte e i viaggiatori pernottavano una sola volta.
Nel 1830 fu ultimata la Strada Nuova che ancora oggi
collega Trieste con il Carso. La vecchia via “commerciale” era infatti troppo ripida.
Il 1° giugno 1850 la posta austriaca introdusse i
francobolli come prova di pagamento della tariffa postale.
Nel 1857, come conseguenza dell’inaugurazione della Ferrovia Meridionale, la stazione postale di
Opicina fu chiusa. La posta veniva infatti trasportata
da Trieste a Lubiana con la ferrovia che passava fuori
dal perimetro del paese, e appena il 15 dicembre 1864
fu costruita una piccola stazione per i passeggeri lungo il tracciato (l’attuale stazione abbandonata di Opicina Campagna).
L’ufficio postale ”Opåina“
L’ufficio postale di Opicina fu fondato l’8 settembre
1870 presso i Kariž, sulla via di Prosecco nei pressi
della chiesa (odierni proprietari dell’immobile ricostruito gli eredi dell’ing. Milan Sosiå – “Sošåev”).
Il primo amministratore postale fu Franc Kariž e tra
i portalettere ci furono Andrej Sosiå – “svak Kocotov”
e Franc Vidau - “od Bognerce”. I paesi del circondario
avevano un portalettere di fiducia che portava la posta
una o due volte alla settimana dall’ufficio postale di
Opicina. Il collegamento passava per Trieste.
Il primo timbro postale di Opicina era tondo e di
piccole dimensioni (20 mm), chiamato anche ditale,
sotto il quale veniva scritta la data. È interessante il
fatto che la denominazione ufficiale era OPÅINA, ad
indicare che la popolazione era a stragrande maggioranza slovena.
Nel 1869, alcuni giorni prima dell’apertura
dell’ufficio di Opicina, l’amministrazione postale austriaca introdusse le prime cartoline postali al mondo
(cartoncini con “bollo” postale prestampato) da utilizzarsi per la corrispondenza. Nel luglio 1871 comparvero le prime cartoline bilingui e multilingui; una
di queste riportava, oltre alla definizione in tedesco,
anche la scritta slovena Listnica. Era la prima volta che
la lingua slovena veniva utilizzata per il materiale postale e si può quindi considerare la stampa di questa
cartolina l’inizio della filatelia slovena. La popolarità
di queste cartoline aumentò rapidamente, in quanto
consentivano la spedizione di brevi messaggi a spese
contenute. All’inizio degli anni Novanta del 19° secolo sulle cartoline postali iniziarono ad apparire delle piccole illustrazioni e da queste si svilupparono le
cartoline illustrate che conosciamo ancora oggi. Solitamente erano prive del bollo prestampato e andava
quindi applicato un francobollo. Anche le cartoline
diventarono in breve tempo molto popolari e ogni più
piccolo centro ne aveva almeno una, fatta stampare
generalmente da un ristoratore o da un commerciante del posto. Opicina, che diventò una meta turistica
amata dai triestini, offriva una vasta serie di motivi
stampati sulle cartoline.
Pochi anni dopo la posta ricevette un nuovo timbro: ottagonale con righe orizzontali riportava il nome
del paese nella riga superiore e la data in quella inferiore. Il sistema postale era decisamente efficiente e
rapido. Una cartolina spedita da Barcola, consegnata
il 2 settembre 1899 in mattinata, arrivava ad Opicina
il giorno stesso. Una cartolina da Novo mesto, spedita
il 5 ottobre 1901, arrivava invece a Opicina il giorno
successivo.
L’apertura della Ferrovia Transalpina nel 1906 e
la costruzione di una nuova stazione ferroviaria nei
pressi del paese agevolò ancora di più gli scambi postali. Nel 1907 la posta di Opicina ricevette un altro
nuovo timbro a doppio cerchio con diametro di 28
mm; tra i cerchi in alto appariva il nome del paese e
sotto il simbolo “a” con due asterischi, mentre nella
parte centrale c’era la data. L’ufficio postale riceveva
la posta tramite la ferrovia.
Nel 1915, allo scoppio della I guerra mondiale, fu
istituita la censura militare; in seguito, a causa del deciso aumento del traffico postale nel periodo bellico,
nel 1916 la posta fu trasferita nella Villa Valeria (poi
proprietà di Rudi Vremec e rivendita di carburante).
Con l’occupazione di questo territorio, l’Italia introdusse i propri francobolli e interi postali. Inizial-
301
Priporoåeno pismo gradbenega
podjetja Anton Gomzy (znan je bil
hotel Gomzy ob postaji državne
bohinjske železnice) poslano dne 17.
junija 1916 v Budimpešto, z odtisom
štampiljke vojne censure v rdeåi
barvi »K.u.k. Militärzensur Triest«
Lettera raccomandata dell’impresa
edile Anton Gomzy (famoso era
l’hotel Gomzy presso la stazione
della ferrovia statale di Bohinj)
spedita il 17 giugno 1916 a Budapest,
con l’impronta del timbro della
censura militare di colore rosso
“K.u.k. Militärzensur Triest”
Pismo, poslano 16. januarja 1919, v
åasu italijanske vojaške zasedbe,
z Opåin v Rim; plaåano poætnino
dokazujejo pretiskane znamke
»Venezia Giulia«
Lettera, spedita il 16 gennaio 1919
durante il periodo di occupazione
militare italiana, da Opicina a
Roma; il pagamento delle spese è
certificato dai francobolli ristampati
“Venezia Giulia”
Razglednica, odposlana 22. novembra
1920, deset dni po podpisu Rapalske
pogodbe; odtis staro avstrijskega žiga
pošte Opåine, årkovna oznaka »b«
Cartolina spedita il 22 novembre 1920,
dieci giorni dopo la sottoscrizione
del Trattato di Rapallo; impronta del
timbro austriaco della posta di Opicina,
contrassegnata dalla lettera “b”
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
mente furono sovrastampati i francobolli austriaci con
la scritta “Regno d’Italia / Venezia Giulia / 3.XI.18.” e
successivamente furono stampati francobolli italiani
con la scritta “Venezia Giulia” e il nuovo valore in lire,
ma su pressione degli irredentisti italiani il 20 aprile
1919 le autorità introdussero nelle regioni occupate i
propri francobolli e le proprie cartoline postali. Nei
primi anni si utilizzò ancora il timbro austriaco con la
scritta OPÅINA
L’ufficio postale di Opicina sotto
il Regno d’Italia
Il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 consegnò le regioni del Litorale all’amministrazione del
Regno d’Italia. Nel 1922 l’ufficio postale fu spostato
nell’abitazione di “Face” (bar Sosiå – Ustakia, oggi
negozio Global Stuff). Durante lo stesso anno l’ufficio
fu derubato dai ladri.
Nel novembre del 1922 fu rimosso dal timbro
austriaco il segno diacritico del nome OPÅINA, che
si trasformò così in OPCINA per essere poi sostituito dalla denominazione VILLA OPICINA nel luglio
dell’anno seguente.
Pochi mesi dopo il timbro fu nuovamente sostituito: i segmenti a semicerchio furono riempiti con righe verticali, il nome della provincia da allora è citato
tra parentesi (Trieste). Un esempio è visibile come
timbro di partenza su una cartolina (munita di francobollo non postale che serviva esclusivamente per
ragioni contabili), spedita alla biblioteca della scuola
elementare di Opicina e consegnata alla posta locale
il 10 maggio 1924. Nei due anni successivi il timbro
fu nuovamente cambiato e tornò nella sua forma precedente, con segmenti a semicerchio senza righe e il
nome della provincia senza parentesi. Lo dimostra ad
esempio una lettera spedita il 27 maggio 1927 da Opicina e diretta a Gorizia.
Nel 1930 la posta si trasferì nell’edificio in piazza,
presso l’ex ristorante Malalan (oggi casa di riposo) in
via di Prosecco. Nell’edificio c’è oggi la sede della società sportiva Tergeste.
Una lettera urgente destinata a Pisa, spedita l’11
febbraio 1934, presenta uno speciale francobollo con
dicitura ESPRESSO, che confermava il pagamento del supplemento per tale servizio. È interessante
l’utilizzo di entrambi i tipi di timbro (segmenti con
righe e senza) sulla stessa busta: oltre ad un timbro
aggiuntivo (con i segmenti rigati) che probabilmente è stato apposto successivamente dal controllo, in
quanto la data, negli altri due, è di difficile lettura.
Ciò significa che in quel periodo quest’ultimo timbro
veniva utilizzato dal controllo ovvero dall’amministratore.
Nell’aprile 1941 l’Italia invase la Jugoslavia e le
spedizioni postali, che fino ad allora passavano direttamente da Opicina a Milano, vennero sottoposte alla
censura.
Il 3 luglio 1942 la denominazione della località
sul timbro dell’ufficio postale di Opicina fu cambiata in POGGIOREALE DEL CARSO, e per la data viene introdotto il numero romano ad indicare l’inizio
dell’era fascista. I segmenti a semicerchio vengono
riempiti con righe verticali, i nomi della posta e della
provincia sono separati da grandi asterischi. Questo
tipo di timbro è impresso su una lettera assicurata,
spedita il 21 dicembre 1942 a L’Aquila.
Il fascismo cadde il 25 luglio 1943. In un timbro
postale impresso il 2 agosto 1943 non c’è più il il numero romano dell’era fascista, coperto in modo da
formare un rettangolo pieno. Un timbro uguale venne impiegato anche il 21 agosto, quando fu apposto su
una lettera destinata a Taranto.
Il periodo della guerra e
l’amministrazione militare
degli alleati
In seguito all’occupazione tedesca dei nostri luoghi e
l’annessione di questi al Reich tedesco come Adriatisches Küstenland, venne nuovamente istituita la censura e i fascisti locali cominciarono nuovamente ad
usare alle poste il simbolo dell’era fascista. Una lettera consegnata il 27 novembre 1943 a un destinatario
305
Vrednostno pismo, poslano
21. decembra 1942 v L’Aquilo
Lettera assicurata spedita il
21 dicembre 1942 a L’Aquila
Pismo, poslano 23. junija 1944
v Milan, opremljeno z znamkami
Salojske republike
Lettera spedita il 23 giungo 1944
a Milano munita di contrassegno
della Repubblica di Salò
Pismo, poslano v Trst dne
1. januarja 1945, oddano nefrankirano,
s provizorno »porto« znamko
Lettera spedita a Trieste il 1° gennaio
1945 consegnata non affrancata
con il bollo “porto” provvisorio
Odtis poštnega žiga dne 21. avgusta
1943, v katerem ni veå oznake
»fašistiåne dobe«
Impronta del timbro postale del
21 agosto 1943 che non contiene
più segni dell’era fascista
Odtis poštnega žiga dne
27. novembra 1943, s ponovno
oznako »fašistiåne dobe«
Impronta del timbro postale del
27 novembre 1943 con un nuovo
contrassegno dell’era fascista
Zgoraj: pismo s priporoåenim
Spodaj: filatelistiåno pismo
poslovanjem, poslano
opremljeno z nekaj primerki
10. decembra leta 1945 z
znamk, ki jih je dala pretiskati
Opåin (zasedbena cona A pod
med svojo upravo v Trstu leta
angloameriško upravo) v Italijo
1945 jugoslovanska vojska
Sopra: lettera raccomandata
Sotto, lettera filatelica munita
spedita il 10 dicembre
di alcuni francobolli fatti
1945 da Opicina (Zona A
stampare dall’armata jugoslava
sotto l’amministrazione
durante l’amministrazione di
angloamericana) in Italia
Trieste nel 1945
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
di Milano era stata censurata, e lo dimostra l’impronta del timbro del censore.
Durante l’occupazione tedesca venivano utilizzati per la posta civile i francobolli del Regno d’Italia, mentre per le necessità dell’esercito tedesco la
Deutsche Dienstpost Adria (Servizi postali ufficiali
tedeschi Adria) che istituì il 1° novembre 1943 il suo
ufficio a Trieste. Anche a Opicina era attivo un commando tedesco. La posta veniva trasportata con mezzi
motorizzati. Per le spedizioni raccomandate venivano
utilizzati gli adesivi dell’ufficio postale di Klagenfurt!
Questo tipo di lettere hanno un notevole interesse per
i filatelisti e per questa ragione sono in circolazione
sul mercato di settore molti falsi. Il pagamento della tariffa su una lettera privata spedita dalla posta di
Opicina il 23 giugno 1944 è confermato dai francobolli della Repubblica di Salò.
Verso la fine della guerra i francobolli iniziarono
a scarseggiare. Una lettera del 1° gennaio 1945 (!) fu
consegnata infatti senza essere affrancata, alle poste
fu solamente aggiunta una scritta che la tariffa (porto)
avrebbe dovuto essere pagata direttamente al postino
che infatti la riscosse alla consegna, come testimonia
il francobollo provvisorio porto - un francobollo ordinario di 1 lira con il timbro T che stava per tassa,
ovvero tariffa porto franco.
Quando l’armata jugoslava liberò Trieste, assumendo l’amministrazione della città per quaranta
giorni, fu fatta ristampare la maggioranza dei francobolli con la scritta 1.V.1945 TRST - TRIESTE. Questi
francobolli entrarono in circolazione appena l’11
giugno 1945, nel giorno del ritiro dell’armata jugoslava da Trieste. Il loro utilizzo è stato quindi molto
raro, in quanto oltre alla tariffa ordinaria bisognava
aggiungere anche un indennizzo per coloro che avevano subito danni di guerra. Una lettera munita di
alcuni esemplari di questi francobolli e timbrata alla
posta di Opicina fu preparata a scopi filatelici: il timbro era rimasto invariato, ma ne era stato rimosso il
segno dell’era fascista.
Dopo la partenza dell’armata jugoslava la posta di
Opicina passò all’amministrazione degli alleati angloamericani che in settembre ristamparono alcuni
francobolli italiani con la scritta A.M.G. V.G. (Allied
Military Government Venezia Giulia – Amministrazione militare alleata della Venezia Giulia). I francobolli iniziarono a circolare nel mese di ottobre, come
dimostra la lettera raccomandata, spedita il 10 dicembre 1945 da Opicina e destinata all’Italia.
Il 15 settembre 1947, alla conferenza di pace di
Parigi, fu costituito il Territorio Libero di Trieste
(TLT) diviso in due zone operative - la “Zona A” sotto
l’amministrazione militare alleata e la “Zona B” sotto l’amministrazione militare jugoslava. Opicina era
stata assegnata alla Zona A. Per le esigenze postali
gli alleati fecero ristampare i francobolli italiani con
la scritta AMG-FTT (“Allied Military Government –
Free Territory of Trieste”, ovvero Amministrazione
militare alleata – Territorio Libero di Trieste). Ne è
esempio una lettera raccomandata, consegnata il 10
aprile 1951, destinata al palazzo comunale di Trieste.
Repubblica Italiana
In base al Trattato di Londra, il 25 ottobre 1954 la
Zona A del TLT, con l’eccezione di Škofije (Albaro Vescovà) e alcuni paesi di quella zona, passò sotto l’amministrazione civile italiana. In cinquant’anni il timbro venne cambiato a più riprese, le righe sparirono
ma rimase ancora il nome POGGIOREALE DEL CARSO. Il curioso errore continuò a ripetersi sull’adesivo
“R” per il traffico raccomandato, dove però al posto di
CARSO si legge CORSO! Anche la data è inserita nel
timbro in modo erroneo. Nel 1962 i locali della posta
vennero ristrutturati ed ampliati.
Appena nel gennaio 1968 la posta venne denominata nuovamente VILLA OPICINA, ma nonostante
l’amministrazione postale italiana avesse introdotto
i codici di avviamento postale dal 1° luglio 1967, la
posta di Opicina ricevette il timbro con il proprio codice 34016 appena nel 1970! Ogni timbro viene contrassegnato da un segno o lettera riconoscibile (vedasi la foto della ricevuta con il timbro con la lettera
“D”). La posta viene nuovamente trasferita, questa
volta nel nuovo edificio (ricostruito su quello bom-
309
Pismo s priporoåenim
poslovanjem, oddano 10. aprila
1951, naslovljeno na obåinsko
upravo v Trstu (cona A STO)
Lettera raccomandata consegnata
il 10 aprile 1951, destinata
all’amministrazione comunale
di Trieste (Zona A del TLT)
Pismo s priporoåenim
poslovanjem, opremljeno
z napaåno R-nalepko
Lettera raccomandata munita
di adesivo “R” errato
Potrdilo položnice z odtisom
žiga, v katerem je prva poštna
številka Opåin
Ricevuta di versamento con
timbro recante il primo codice
d’avviamento postale di Opicina
Pismo opremljeno s prvim dvojeziånim
slovensko-italijanskim priložnostnim poštnim
žigom v poåastitev 20. obletnice Kraške
ohceti
Lettera munita del primo timbro bilingue
italiano e sloveno in occasione del ventesimo
anniversario delle Nozze Carsiche
Odtisa poštninskega/frankirnega aparata s
slovenskim napisom – Hranilnica in posojilnica
na Opåinah in Zadružna kraška banka
Timbro dell’apparecchio postale con dicitura
in sloveno – Hranilnica in posojilnica na
Opåinah in Zadružna kraška banka
Odtis poštninskega/frankirnega aparata
ustanove »Državni inštitut za oceanografijo
in eksperimentalno geofiziko« (kratica OGS)
z imenom »OPICINA«
Timbro dell’apparecchio postale dell’Istituto
di Oceanografia e Geofisica Sperimentale
(OGS) con il nome OPICINA
Nalepka poštninskega stroja
opremljena z digitalno kodo
Adesivo dell’apparecchio postale
munito di codice digitale
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
bardato nel 1944) in via di Prosecco, dove è situata
tuttora.
Il 27 settembre 1992 alla posta di Opicina fu utilizzato il timbro d’occasione per il 90° anniversario della
trenovia Trieste-Opicina e quel giorno, in una tenda
allestita in Piazzale Monte Re, una succursale dell’ufficio postale rilasciava questo particolare timbro.
In onore del ventesimo anniversario delle Nozze
Carsiche, il 26 agosto 2001 fu attiva nel Museo Carsico
a Repen una succursale della posta di Opicina, che per
l’occasione rilasciava annulli con un timbro postale
bilingue. Fino alla fine del 2007 furono utilizzati in
varie occasioni altri sei timbri bilingui.
Il codice postale 34016 fu cambiato in 34151 il 20
settembre 2006. La posta però continuò a utilizzare i
timbri con il vecchio codice finché il sottoscritto richiamò l’attenzione in merito; i timbri con il nuovo
codice postale furono utilizzati da partire dal 2 gennaio 2007.
Il bilinguismo, nonostante la legge di tutela approvata nel 2003, è assolutamente sconosciuto all’amministrazione postale. Solamente sui timbri delle apparecchiature di affrancatura (franco-tip), in cui gli
utenti maggiori possono immettere la propria scritta
(pubblicitaria), è possibile rintracciare una scritta slovena – la Cassa Rurale ed Artigiana di Opicina
aveva nel proprio apparecchio di affrancatura il nome
scritto prima solamente in italiano, e successivamente anche in sloveno. L’attuale Zadružna kraška banka
– Banca di Credito Cooperativo del Carso, che le succede, ha la denominazione bilingue.
Vale la pena di menzionare un altro fatto curioso.
Per l’amministrazione postale la denominazione ufficiale della località è ancora Villa Opicina, sebbene
l’amministrazione del comune di Trieste abbia fatto
posizionare i cartelli bilingui con il nome del paese la
cui versione italiana viene indicata chiaramente come
Opicina. Solamente l’Istituto di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS) stampa con il proprio apparecchio di affrancatura il nome Opicina. Può darsi che
nessuno se ne sia ancora accorto.
Negli ultimi anni, il funzionamento delle poste italiane sta diventando sempre più lento. Tutta la posta
spedita da Trieste viaggia oggi fino al centro postale di
Padova per la timbratura – e questo vale anche per la
posta destinata a Opicina! I tempi della posta dell’impero austroungarico, che consegnava in giornata una
missiva da Barcola a Opicina, sono ormai lontani.
Nonostante tutto, però, grandi cambiamenti si profilano all’orizzonte: in base alle direttive dell’Unione
Europea il sistema postale deve essere infatti completamente privatizzato entro il 2011, in modo che anche
le spedizioni di corrispondenza ordinaria sul territorio possano essere effettuate da vari operatori (cosa
che è già in vigore per i pacchi postali). Sarà dunque
possibile che a Opicina possa operare una succursale
delle Poste Slovene?
313
Ringraziamento
Le preziose informazioni sui collegamenti stradali romani
sono state fornite dal dott. Matej Zupanåiå e dal sig. Stanko Flego. Il controllo delle informazioni storiche di questo
testo è stato effettuato dal sig. Milan Pahor. La correzione
linguistica e tecnica è del sig. Janko Štampfl. Gran parte
del materiale illustrato appartiene all’eredità del sig. Giuseppe Gorkiå, ex direttore della Cassa Rurale ed Artigiana
di Opicina, consegnato all’autore dalla defunta moglie
Antonija Gorkiå. Un sincero ringraziamento a tutti.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Bibliografia
- Primorska pošta skozi zgodovino (Fran Juriševiå), Lipa,
Koper, 1967.
- S pošto skozi preteklost Slovenskega primorja in Istre
(Fran Juriševiå), Lipa, Koper, 1981.
- Pošta na Slovenskih tleh, Pošta Slovenije, 1997.
- Vas, ljudje in åas, Zgodovina Opåin, ZTT, Trieste,
1975.
- Opicina (Fabio Zubini), Ed. Italo Svevo, Trieste,
2007.
- Zgodovina Slovencev, Cankarjeva založba, Ljubljana,
1979.
- Mainardis Fulvia, 2006. Nuove scoperte e acquisizioni
sulla viabilità della Venetia et Histria, Epigrafia e antichità 25, 389-405.
- Sticotti P., 1938. Le vie romane della Regione Giulia.
Atti del XIII Congresso Geografico Italiano, vol. II,
304-307.
- Puschi, A., 1902. I valli romani delle Alpi Giulie. Archeografo Triestino, 24 suppl., 119-150.
- Grilli A., Meng G., 1978-79. La strada romana sul
Carso triestino - Atti Centro di Ricerca e Documentazione sull’Antichità Classica. 10, 1978-79
- Wilhelm Klein, 2001. Katalog Wilhelm Klein 2001 Band
1+2. Die postalischen Abstempelungen und andere
Entwertungsarten auf den österreichischen Postwertzeichen-Ausgaben 1867, 1883 und 1890. Herausgeber, Eigentümer und Verleger: Erwin Rieger, Wien.
- Viaggio da Trento a Venezia e da Venezia a Trieste. Carta
geografica delle vie della posta del 18° secolo [3956]
- Contee di Gorizia, Gradisca, Distretto di Trieste e de Friuli Veneto. Disegni Giannantonio Capellaris e stampato
da Stamperia Tommasini, 1782. [4056]
- Regiae Celsitudini Serenissimi Caesareo Reggii Princ.
Iosephi Archiducis Austriae dicat dedicat Rudolfus Coroninus comes Cronbergius de Quischa. Carta geografica
del 18° secolo [4007]
- V. Postcours - Karte von Krain und Küstenland. Bezirk der k. k. Postdirection Triest. Druck u. Verlag v.
R. v. Waldheim, Vienna, Agosto 1877. [5492]
- Post-Kurs-Karte von Krain und dem ÖsterreichischIllyrischen Küstenlande (Triest, Görz un Gradisca,
Istrien). Bezirk der k.k. Post- und Telegraphen-Direktion Triest. Im Masse 1:400.000. Vom Post-Kurs
Bureau des k.k. Handelsministeriums. Druck u. Verlag v. R. v. Waldheim, Vienna, 1910.
- Archivio personale
315
Andrej Ætekar
DENAR, KI JE KROŒIL
NA TRŒAæKEM OD LETA
1908 DO DANES
Il denaro in circolazione
nel territorio triestino
dal 1908 ad oggi
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Pred sto leti smo živeli v veliki skupni državi, ki se je imenovala Avstro-Ogrska monarhija. V njej so
skupaj živeli Avstrijci, Madžari, Åehi, Slovaki, Poljaki, Slovenci, Italijani, Hrvatje, Ukrajinci, Bosanci,
Srbi, Judje in drugi narodi. Pred 100 leti je bil Trst izredno živahno trgovsko in pomorsko mesto, po
velikosti tretje v cesarstvu. Tržaško pristanišåe je oskrbovalo veliko zaledje, ki je segalo do meje z
Rusijo, Nemåijo in Srbijo. Leta 1908 je bila ekonomija Avstro-Ogrske v polnem razmahu in tega leta
so naši predniki ustanovili Hranilnico in posojilnico na Opåinah, predhodnico današnje Zadružne
kraške banke.
317
Cent’anni fa vivevamo in un grande Stato comune denominato Impero austro-ungarico. Lì vivevano insieme austriaci, magiari, cechi, slovacchi, polacchi, sloveni, italiani, croati, ucraini, bosniaci,
serbi, ebrei ed altri ancora. Un secolo fa Trieste era una vivace città commerciale e portuale, per
grandezza al terzo posto nell’impero, che riforniva un vasto retroterra esteso fino ai confini con
la Russia, con la Germania e con la Serbia. Nel 1908 l’economia dell’impero era in pieno sviluppo e
nello stesso anno i nostri predecessori fondarono la Cassa di risparmio e prestiti ovvero la Cassa
Rurale ed Artigiana di Opicina: l’attuale Banca di Credito Cooperativo del Carso.
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
Nel 1908 l’Austria-Ungheria stava ultimando
un’im­­portante riforma monetaria avviata nel 1892
con l’introduzione dell’unità di valore della corona.
Fino a quest’anno i nostri antenati utilizzavano prevalentemente il fiorino d’argento (in tedesco Gulden)
e i suoi spiccioli denominati filler. Per importi nominali superiori erano a disposizione anche le banconote da mille fiorini. Nel 1892 l’Austria-Ungheria
aveva introdotto un nuovo sistema monetario che si
basava sul così detto valore della “corona” (in tedesco Kronenwährung – KW) al cambio di due corone
per un fiorino. Il sistema monetario della corona era
di fatto un sistema bimetallico, conosciuto all’epoca
in quasi tutti gli Stati europei ed extraeuropei, in cui
erano in circolazione monete sia d’argento che d’oro
in un predeterminato rapporto reciproco fisso, garantito dai singoli Stati. Già nel 1865 in Francia, Belgio, Svizzera, Italia e Grecia era in vigore la cosiddetta
“Unione monetaria latina”, bimetallica, che potremmo definire come antenata dell’odierna moneta unitaria europea. Il sistema si basava sul franco francese
ed in particolare garantiva l’equivalenza del peso delle varie monete d’oro e d’argento emesse dagli Stati
membri dell’unione. Ciò significa che era possibile
utilizzare per le stesse transazioni indifferentemente il franco francese, la dracma greca, la lira italiana o
qualsiasi altra moneta dell’unione. A questo sistema
si aggregarono informalmente altri Stati quali Bulgaria, Finlandia, Romania, Serbia, Montenegro, Spagna, Costarica, Guatemala, San Salvador, Honduras,
Nicaragua, Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Uruguay e Venezuela1.
Nel 1891 l’Austria-Ungheria stava valutando l’opportunità di entrare nell’Unione monetaria latina
oppure nel sistema monetario tedesco, anch’esso
bimetallico, con monete d’oro da venti marchi che
erano però alquanto più pesanti (7,96 grammi) rispetto alle monete d’oro dell’unione monetaria latina
di 6,45 grammi. Ma alla fine prevalse l’idea di avviare
un sistema bimetallico autonomo con caratteristiche
leggermente diverse rispetto ai due menzionati. La
differenza era nel peso delle monete, in quanto una
moneta d’oro di venti corone corrispondeva a 6,775
grammi e una corona d’argento pesava esattamente 5
grammi, di contro al marco tedesco di 5,55 grammi,
ma similmente al franco francese che pesava anch’esso 5 grammi.
La nuova unità monetaria fu introdotta gradualmente. La legge del 1892 prevedeva monete d’oro da
10 e 20 unità e monete d’argento da 1 corona, e spiccioli da 20, 10, 2 e 1 heller – centesimi. La moneta
d’argento da cinque corone fu introdotta nel 1900, la
moneta d’oro da cento corone nel 1909 e le monete
d’argento da due corone appena nel 1912. Quest’ultima fu introdotta relativamente tardi poiché erano
ancora in circolazione numerose monete d’argento da
un fiorino che erano l’equivalente di due corone.
Il centesimo della corona era ufficialmente denominato heller, in ungherese filler; gli sloveni lo chiamavano vinar o anche con la vecchia denominazione
krajcar. Fino l’anno 1892 erano principalmente in
circolazione i fiorini d’argento e le banconote, mentre l’oro era utilizzato per le transazioni maggiori o
per quelle internazionali. La nuova unità monetaria
introdusse il sistema bimetallico con monete in argento da 1, 2 e 5 corone, in oro da 10, 20, 100. Sebbene la conversione dei fiorini in corone fosse stata
molto semplice (1 fiorino corrispondeva a 2 corone)
la gente, ancora dopo dieci anni dall’introduzione dei
nuovi valori, preferiva effettuare i conteggi in fiorini. Fino al 1902 rimasero in circolazione entrambe
le valute e appena nel 1904 la corona si era diffusa
quasi ovunque nell’impero. La gente si abituava con
difficoltà ai nuovi valori ed esigeva dai commerciati
l’esposizione dei prezzi in entrambi le monete, ma
nel 1908 il governo decise di vietare la doppia esposizione dei prezzi e imporre sanzioni pecuniarie ai trasgressori2. Tra il 1900 ed il 1907 l’istituto d’emissione
dell’Austria-Ungheria sostituì le banconote da 5 e 50
fiorini progressivamente con le monete da 5 corone
(nel 1900) e con le banconote da 20 corone (1901), da
50 e da 100 (1902) e da 1.000 corone (1903). Le banconote da 1.000 fiorini, relativamente rare, divennero invece fuori corso appena nel 1910.
La banca centrale austro-ungarica mise in circolazione le monete d’oro nell’agosto 1901. Nonostante
319
Nekaj avsto-ogrskih bankovcev
in kovancev
Banconote e monete
austro-ungariche
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
avesse acquisito sui mercati mondiali una sufficiente
quantità d’oro e nonostante avesse coniato un considerevole numero di monete d’oro (verso la fine del
1905 ve ne era in circolazione il maggior numero nel
periodo prebellico), gli utenti le accettarono riottosamente. Tuttavia la stragrande maggioranza dei 291
milioni di esse rimase nelle casseforti degli istituti
bancari che cercarono senza troppo successo di immetterle sul mercato3. La ragione di una tale curiosa ritrosia nell’accettare tali monete va ricercata nel
fatto che la gente si era abituata, dopo lunghi decenni
di forzata circolazione della cartamoneta, ai vantaggi di questa rispetto alle pesanti monete nei preziosi metalli. Le difficoltà iniziarono, quando la banca
centrale tolse dalla circolazione le banconote da 1 e
5 fiorini, le quali non furono sostituite da equivalenti banconote in corone. Per poter disporre di valori
equivalenti la gente si dovette abituare all’utilizzo dei
poco pratici spiccioli. Una situazione analoga si venne a creare anche nel 2002 in seguito alla conversione delle lire in euro: le banconote da 1.000, 2.000 e
5.000 lire furono sostituite dalle monete da 50 centesimi, da 1 e 2 euro, ma più di qualcuno ancor’oggi sostiene che la banca centrale dovrebbe emettere anche
banconote da 1 e 2 euro.
Le corone, come già prima i fiorini, venivano
emesse da due banche centrali, e precisamente la
Banca centrale d’Austria a Vienna e la Banca centrale d’Ungheria a Budapest. Le monete erano coniate
in due zecche diverse: a Vienna per la parte austriaca e a Kremnitz, nell’odierna Slovacchia, per la parte
ungherese dell’impero; le banconote venivano invece stampate a Vienna e da qui inviate nell’Ungheria.
Come avviene oggi per le monete in euro (in circolazione vi sono monete tedesche, italiane, slovene,
francesi ed altre) anche allora vi erano due serie di
monete – austriache ed ungheresi; le banconote invece portavano scritte in tedesco su un lato e in ungherese sull’altro e inoltre, su entrambi i versi e in
caratteri minori, il loro valore era riprodotto nelle
varie lingue dell’impero, e precisamente in ungherese, polacco, ceco, ucraino, sloveno, croato, italiano,
serbo e romeno.
Durante il primo conflitto mondiale la Banca centrale dell’Austria-Ungheria (Österreichisch-Ungarische Bank) stampò grosse quantità di banconote provocando una grave inflazione. La gente infatti nascondeva, nei limiti del possibile, le monete d’oro e quelle
d’argento, utilizzando per i pagamenti esclusivamente le banconote, quindi le Autorità stamparono nuove
banconote di equivalente valore. Numerose di esse
sono ancor oggi reperibili nelle nostre case in quanto
alla fine della prima guerra mondiale non fu possibile
riconvertirle a causa della dissoluzione dell’impero
austro-ungarico e dell’altissima inflazione in corso in
quel periodo. Dalle rovine dell’impero nacquero sullo
stesso territorio nuovi Stati. La Repubblica d’Austria
utilizzò ancora per un tempo limitato le corone, che
ebbero un valore sempre inferiore. Nell’anno 1922
furono messe in circolazione banconote da 500.000
corone; nel 1924 le corone furono sostituite dai nuovi scellini con il cambio di 1:10.000. Anche i magiari
dopo la guerra utilizzarono per un periodo limitato
le corone, ma in considerazione dell’altissima inflazione nel 1925 l’Ungheria le sostituì con i pengö, nel
rapporto di 1:12.500. Gli sloveni del Litorale ebbero
le lire, quelli della Slovenia centrale invece i dinari
del neo costituto Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il
cambio fu effettuato nel rapporto di quattro corone
per un dinaro. L’unico Stato dell’ex impero austroungarico che mantenne le corone quale propria valuta
fu la Cecoslovacchia, ovvero le odierne Repubbliche
Ceca e Slovacca.
Per quanto riguarda i nostri territori, verso la fine
del 1918 essi passarono sotto l’amministrazione del
Regno d’Italia. In quell’anno il Comune di Trieste,
per sopperire alla cronica mancanza di spiccioli, mise
in circolazione delle banconote “di emergenza”- nei
valori di 10, 20 e 50 centesimi – che furono stampate
dalla tipografia Smolars. Nel 1919 le corone austriache vennero sostituite dalle lire italiane. Nonostante
il valore delle due unità monetarie prima del conflitto mondiale fosse stato quasi equivalente, il cambio,
per decisione delle Autorità italiane, avvenne nel
rapporto di una corona per 40 centesimi. Le monete
d’argento furono convertite al cambio di una corona
323
Italijanska bankovca in nekaj
kovancev
Banconote e monete italiane
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
per 80 centesimi. Solo gli spiccioli rimasero in circolazione dopo il 1919 ad un cambio paritetico 1 heller :
1 centesimo. Sotto l’aspetto economico il periodo post­­­
bellico fu assai difficile anche nel Regno d’Italia, in
quanto anche qui si stavano verificando una grave
crisi economica ed una fortissima inflazione.
Dal lato estetico le monete italiane erano assai piacevoli. Sulla loro perfezione stilistica influì senz’altro
il fatto che il re Vittorio Emanuele III era un grande
numismatico e spinse la zecca di Stato a coniare delle belle monete. Fino alla seconda guerra mondiale il
conio era molto diversificato, in quanto il re richiedeva monete d’oro e d’argento, anche con limitatissime
tirature, che potevano essere acquistate unicamente
dai numismatici e non venivano messe in circolazione. Di corso comune erano invece principalmente le
monete da 5, 10, 20 e 50 centesimi, coniate in altissime tirature e reperibili ancora oggi nei vecchi cassetti
o nelle soffitte. Sul verso delle monete vi era l’effige
del re Vittorio Emanuele III, sul retro invece diverse
raffigurazioni: tra le più frequenti l’aquila con il fascio e la scure. Vi erano anche due monete d’argento
da 5 e 10 lire che circolarono fino alla metà degli anni
Trenta cioè fino a quando la lira era abbastanza stabile. Successivamente, causa la guerra in Abissinia, le
due monete sparirono e lo Stato le sostituì con banconote. Queste avevano anche una bella estetica con
rappresentazioni di diversi motivi allegorici. Il Regno
d’Italia stampò anche delle banconote particolari, destinate all’utilizzo esclusivo nelle colonie, che al giorno d’oggi sono molto rare. Identiche alle banconote
ordinarie, si differenziavano per la dicitura “Serie
Speciale Africa Orientale Italiana”.
Nel 1940 l’Italia entrò in guerra e la situazione,
già critica, peggiorò ulteriormente. Sotto l’aspetto
monetario l’entrata in guerra determinò nuovamente su un’alta inflazione, causata principalmente dalla
carenza dei generi alimentari primari e dalla stampa
di denaro per le necessità belliche. Nel 1941 l’Italia,
congiuntamente alla Germania ed all’Ungheria, assalì la Jugoslavia. In seguito all’annessione all’Italia dei
territori sloveni la lira italiana fu introdotta anche in
queste regioni.
Durante la guerra, in Slovenia si sviluppò la Resistenza che combatteva le forze d’occupazione italiane
e tedesche. I dirigenti della Fronte di liberazione –
Osvobodilna fronta – si ingegnarono in vari modi per
reperire i mezzi finanziari con i quali il popolo supportava la lotta armata. Già nel 1942 vennero emessi
alcuni prestiti obbligazionari a mezzo di banconote
di consistenti valori nominali da 5.000 e 10.000 lire;
esse vennero consegnate ad alcuni industriali sloveni
che supportarono in modo consistente la guerra di liberazione. Nel marzo del 1944 il Comitato nazionale
sloveno per la liberazione autorizzò l’Istituto d’emissione sloveno alla stampa del primo denaro provvisorio con il quale il Movimento di liberazione avrebbe
potuto pagare i generi alimentari e le altre necessità. Il denaro era stampato dalla tipografia Triglav a
Goteniški Snežnik, in territorio liberato, con dell’attrezzatura importata dai territori occupati. La prima
serie di banconote comprendeva i valori nominali di
1, 5 e 10 lire. Per importi più consistenti il Fronte di
liberazione emetteva delle ricevute, o ricognizioni di
debito, con le quali erano pagati i vari acquisti. Vero
la fine del 1944 fu emessa una seconda serie di denaro sloveno provvisorio, stampato nella Belgrado
già liberata. Questa serie comprendeva banconote di
quattro valori nominali e precisamente da 1, 5, 10 e
100 lire, che circolavano illegalmente anche nel nostro territorio. Erano inoltre già pronte delle bozze
per valori nominali superiori che però non vennero
mai stampate poiché la guerra finì.
Durante la guerra nel territorio triestino erano in
circolazione le lire. Le forze di occupazione tedesche
utilizzavano per le proprie necessità banconote particolari, denominate in marchi tedeschi. La popolazione era costretta ad accettarle ad un cambio favorevole
per le forze armate tedesche e a scapito della lira. In
seguito alla capitolazione italiana, le autorità tedesche istituirono un’amministrazione paramilitare
nel territorio denominato Zona d’Operazione Litorale
Adriatico, che comprendeva il Friuli, la Provincia di
Lubiana, l’Istria, il Goriziano e la provincia di Trieste.
Il Litorale Adriatico era sotto il totale controllo tedesco e di fatto separato dal territorio italiano. Ciò no-
327
Nekaj zadnjih kovancev
in bankovcev v lirah
Alcune tra le ultime monete
e banconote in lire
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
nostante vi circolavano le lire italiane, con l’unica eccezione della Provincia di Lubiana dove la Filiale della
Banca d’Italia di Trieste non le inviava più. Le autorità
tedesche autorizzarono quindi la Cassa di Risparmio
di Lubiana – Ljubljanska hranilnica – ad emettere del
denaro provvisorio denominato in lire e che circolava
nel territorio della provincia.
In seguito alla liberazione di Trieste vennero immesse nei nostri luoghi le banconote d’occupazione, le AM lire (Allied Military). Si trattava di denaro
particolare emesso in ingenti quantitativi dall’esercito americano e da quello inglese ed utilizzato per i
vari acquisti in Italia: di fatto era un’ulteriore penalità per l’Italia che aveva collaborato con i tedeschi e
che fu costretta ad accettare tale mezzo di pagamento
al loro valore nominale sostenendo di fatto le forze
angloamericane sul territorio nazionale. Subito dopo
la liberazione le autorità jugoslave introdussero nel
Litorale le jugo lire, particolare denaro d’occupazione
denominato in lire e in circolazione nel Litorale ed
in Istria fino a quando gran parte di questi territori
furono annessi alla Jugoslavia dopo il 1947, quando
la Jugoslavia lo ritirò dalla circolazione introducendo i dinari. La serie delle banconote è interessante in
quanto tutte le scritte sono trilingui: sloveno, italiano
e croato.
Dopo la seconda guerra mondiale gli alleati decisero di costituire il Territorio Libero di Trieste – TLT,
ma in realtà non fu mai effettivamente costituito e fu
formalmente disciolto nel 1954 quando gli angloamericani abbandonarono il Territorio ed esso fu diviso tra l’Italia e la Jugoslavia. Per il Territorio Libero
furono predisposti dei particolari francobolli, mai
uno specifico denaro; non siamo a conoscenza se gli
Alleati ne avessero mai predisposto delle bozze. Non
essendo di fatto mai stato costituito, nel Territorio
Libero circolavano lire italiane nella Zona A e dinari
jugoslavi nella Zona B.
Verso la fine degli anni Cinquanta ed agli inizi degli anni Sessanta la situazione economica italiana si
stabilizzò e l’inflazione si ridusse notevolmente rientrando nei limiti normali. Tra il 1947 ed il 1948 la
Banca d’Italia emise due banconote di grosso taglio
con il valore di 5.000 e 10.000 lire. Le dimensioni
delle due banconote erano piuttosto grandi e per poter riporle nel portafogli bisognava piegarle più volte. A dimostrazione concreta della riconquistata stabilità economica e del proprio denaro l’Italia iniziò
a coniare nuovamente monete d’argento da 500 lire.
Tali monete sono conosciute con il nome di “caravelle” essendo riprodotti sul verso i tre velieri con i
quali Cristoforo Colombo era partito per la scoperta
dell’America. Le monete sono anche conosciute perché su alcune le bandierine del veliero centrale sono
riprodotte nella direzione errata, cioè contraria al
vento4, e conservano pertanto un notevole valore numismatico. Molti sono a conoscenza di questo errore
e ritengono che sia ancor’oggi possibile reperire tra
le monete di 500 lire conservate a casa una “caravella” con le bandierine in senso contrario. Pochi invece
sono a conoscenza che tali monete d’argento non furono mai messe in circolazione in quanto si trattava
di una serie “in prova”, riportando tali monete anche
la scritta PROVA. Alcune centinaia di esse furono donate ai parlamentari dell’epoca ed unicamente queste
divennero oggetto di raccolta.
Negli anni Cinquanta vennero coniate le nuove
serie di monete da 5, 10, 20 50 e 100 lire che ci accompagnarono poi fino all’introduzione dell’euro.
Sulla moneta da 5 lire era raffigurato un delfino, su
quella da 10 lire una spiga, sulla moneta da 20 lire un
ramoscello di quercia, su quella da 50 lire il dio Vulcano che forgiava il ferro e su quella da 100 lire la dea
Minerva davanti ad un ulivo.
Negli anni Settanta vi fu una forte impennata dell’inflazione che causò non poche difficoltà
nell’utilizzo delle monete. Dalla circolazione sparirono le monete di minore valore, da 1 e 2 lire, con le
quali non si poteva, di fatto, acquistare alcunché. Anche le monete d’argento sparirono, in quanto il valore dell’argento era superiore al valore nominale delle
500 lire. Inoltre, nonostante l’alto numero coniato,
esse furono tesaurizzate, e riposte nei cassetti dove
rimangono ancor oggi. Al loro posto lo Stato immise
equivalenti banconote che rimasero in circolazione
fino agli inizi degli anni Ottanta, quando vennero so-
331
1908-2008
STO LET DELOVANJA / CENT’ANNI DI ATTIVITà
stituite dalle prime monete bimetalliche. Dalla circolazione furono tolte anche le grandi banconote da
10.000 lire sostituite da modelli più piccoli su cui era
riprodotto il busto di Michelangelo. Verso la fine degli anni Sessanta furono messe in circolazione banconote da 50.000 e 100.000 lire che preannunciavano
l’inflazione. Negli anni Settanta si diffuse in Italia un
altro fenomeno. Mancavano le monete da 50 e 100
lire. I commercianti utilizzavano al posto delle monete i gettoni telefonici, caramelle, francobolli, ecc..
Le banche iniziarono ad emettere assegni circolari di
limitato valore nominale che venivano usati al posto
delle monete. Questi particolari assegni, in circolazione dal 1975 al 1979, sono conosciuti come “mini
assegni”. Centinaia di istituti bancari a livello nazionale ne emisero, con valore nominale di 50, 100, 150,
250 e 300 lire. Il periodo dei “mini assegni” durò fino
a quando la Zecca di Stato cominciò a emettere grosse
quantità di monete da 50 e 100 lire e le nuove monete
da 200 lire (nel 1977) che segnarono successivamente
la fine della circolazione degli assegni sostitutivi.
Alcuni anni prima dell’introduzione dell’euro furono coniate monete da 1.000 lire e stampate banconote da 500.000 lire, la loro circolazione fu però alquanto limitata nel tempo.
Nel 2002 anche l’Italia aderì all’euro. L’introduzione della nuova moneta unica europea rappresentò
un notevole cambiamento monetario che possiamo
paragonare all’introduzione delle corone nel 1892 o
all’introduzione della lira nel 1919 nei nostri territori. Con l’euro si ritornò ad una situazione simile a
quella vissuta dai nostri predecessori più di cent’anni
fa quando si utilizzava un unico denaro in un grande
Stato. Anche le generazioni odierne usufruiscono di
una comune moneta stabile che, come già fu ai tempi
dei nostri avi, circola in un grande ambito o quasi in
tutti gli Stati europei. L’introduzione dell’euro è stata
una libera scelta degli singoli Stati e la dimostrazione della maturità acquisita, poiché le singole banche
centrali hanno in tal modo rinunciato a parte della
propria sovranità a favore di una maggiore stabilità
economica. Inoltre, più di un anno fa è venuto meno
il confine tra l’Italia e la Slovenia, e la nostra banca
si è venuta a trovare in un contesto economico simile a quello occorso al momento della fondazione nel
1908: attorno a noi non ci sono più confini, gran parte
dell’Europa dispone di una valuta stabile e forte e vi
sono buoni presupposti monetari ed economici affinché la Banca di Credito Cooperativo del Carso si
sviluppi ulteriormente assieme al territorio nel quale
è nata e cresciuta.
Bibliografia
- Bunc, S. (1962): Naša imena za denar, Ljubljana,
Numizmatiåni vestnik.
- Castellana, L.N. (2000-2004): Gli annali della monetazione italiana, Cronaca Numismatica, NapoliFirenze.
- Gigante, F. (2003): Monete Italiane dal ‘700 ad oggi,
Varese.
- Kos, P. (1977): Slovenska partizanska plaåilna
sredstva, Narodna banka Slovenije.
- Money Trend (2008): Bewertungen Kaiserreich
Österreich 1848-1916, Purkersdorf.
- Murko, V. (1943): Denar, Ljubljana, Slovenska poljudnoznanstvena knjižnica.
- Panåur, A. (2002): V priåakovanju stabilnega denarnega sistema, Zgodovinsko društvo Celje.
- Pick, A. (1989): World Paper Money – General Issues Volume two, Iola.
- Probszt, G. (1994): Österreichische Münz - und
Geldgeschichte, Wien.
- Squarzoni, F. (2000): L’oro, Ferrara.
- Šumrada, J. (1987): Gospodarjenje neke slovenske
družine konec 19. in v zaåetku 20.stoletja, Zgodovina
denarstva in banåništva na Slovenskem, Ljubljana,
Zveza zgodovinskih društev Slovenije.
- Turk, I. (1980): Omejevanje in razålenjevanje denar­
ja v numizmatiki, Ljubljana, Numizmatiåni vestnik.
- Zalar, F. (1958): Nekaj o papirnatem denarju. Ljubljana, Numizmatiåni vestnik.
333
Kazalo / Indice
Claudio Brajnik
Zadruœna kraæka banka - Sto let delovanja
Credito Cooperativo del Carso - cent’anni di attività
4
Uvod
Introduzione
6
Od ustanovitve do konca prve svetovne vojne
Dalla costituzione alla fine del primo conflitto mondiale
22
Poslovanje v novi upravni stvarnosti
L’operatività nella nuova realtà amministrativa
42
Povojno obdobje
Il periodo postbellico
52
Preselitev in poslovanje v novih uradih
Il trasferimento della sede e l’operatività nei nuovi uffici 70
Poslovanje v lastnem sedeœu
L’attività nella propria sede
78
Uvajanje »sodobnega« poslovanja
L’introduzione dell’operatività “moderna”
120 Petinsedemdeset let poslovanja
Settantacinque anni di attività
144 Novi sedeœ in prva podruœnica
La nuova sede e la prima filiale
156 Zdruœitev Hranilnic v Zadruœno kraæko banko
Fusione delle due Casse Rurali nella Banca di Credito Cooperativo del Carso
190 Boris M. Gombaå
Prispevki za zgodovino Slovencev na Trœaækem
Un contributo alla storia degli Sloveni a Trieste
286 Peter Suhadolc
Poætni urad na Opåinah
L’ufficio postale di Opicina
316 Andrej Ætekar
Denar, ki je kroœil na Trœaækem od leta 1908 do danes
Il denaro in circolazione nel territorio triestino dal 1908 ad oggi
Scarica

pero austro-ungarico