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Una Facoltà tra due Scuole
La Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna
(1935-2012)
Pier Paolo Diotallevi
Il 12 ottobre 2012 si è concluso l’ultimo Consiglio della Facoltà di Ingegneria. Alla Facoltà è subentrata, secondo le nuove disposizioni statutarie dell’Ateneo di Bologna, la Scuola di Ingegneria e Architettura che riunisce la
Facoltà di Ingegneria con sede a Bologna, la seconda Facoltà di Ingegneria e
la Facoltà di Architettura con sede rispettivamente a Forlì e a Cesena. La chiusura della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna impone alcune riflessioni sulla storia, ma anche sul futuro di un’istituzione educativa che per
oltre un secolo ha avuto il compito di formare ingegneri.
Naturalmente ci si potrà soffermare unicamente su alcuni dei momenti più
caratterizzanti, tracciare una sintesi della storia della Facoltà è infatti un’impresa difficile. Un’operazione complicata dai molteplici nessi con la storia
civile e politica del Novecento, con le vicende legate alla creazione del moderno profilo professionale dell’ingegnere, con l’evoluzione dell’Università
italiana in generale e di quella bolognese in particolare, ed infine con la storia scientifica e umana delle persone che hanno fatto questa Facoltà: i professori, gli studenti, i tecnici, i contabili e i bibliotecari.
La Scuola d’applicazione per gli ingegneri di Bologna
La legge Casati del 1859 privilegiò nell’educazione universitaria l’aspetto puramente scientifico e promosse, prevalentemente, la ricerca svincolata da risvolti applicativi. Infatti nell’ambito dell’offerta formativa delle università italiane tra ’800 e ’900 si ritrovavano le tradizionali cinque facoltà di Teologia, di
Giurisprudenza, di Medicina, di Scienze Fisiche Matematiche e Naturali e di Filosofia e Lettere, mentre la formazione di livello professionale superiore si concretizzò nell’ambito delle scuole speciali. Nelle scuole si formavano i futuri ingegneri, agronomi, farmacisti e veterinari ed erano regolate, sul piano della didattica, dalla stessa normativa vigente per le tradizionali facoltà, ma non avevano rispetto a queste pari dignità. Nonostante il carattere pratico dei loro studi e la possibilità di iscriversi anche con una cultura generale mediocre il ruo-
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lo di queste istituzioni educative era tutt’altro che insignificante e, talvolta, furono la risposta ad una concreta proposta formativa del territorio.
In questo contesto fu istituita presso l’Università di Bologna la Scuola
d’applicazione per gli ingegneri, fondata da un consorzio formato dall’Università e dagli enti locali.
La Scuola bolognese, presso la quale si conseguivano il diploma di ingegnere civile e il diploma di architetto, attivò i propri corsi nella sua veste completa, cioè dotata dell’intero triennio, nel novembre del 1877, ma già nel 1875
era stato attivato il primo anno di corso. Si assisteva quindi, a Bologna in pieno Ottocento, alla formalizzazione dell’iter di studio per il conseguimento del
titolo di ingegnere in un istituto scolastico specificatamente destinato e che,
con le inevitabili differenze, si rifaceva alla esperienza francese dell’École
des ponts e chauséss.
Prima del 1875 per acquisire l’abilitazione all’esercizio della professione
di ingegnere civile ed architetto era necessario conseguire la laurea presso la
Facoltà di Scienze Matematiche, quindi i neolaureati dovevano sostenere alcuni esami specifici, quali meccanica applicata e agronomia teorico pratica,
uno generale finale e svolgere, contemporaneamente, due anni di praticantato presso un ingegnere abilitato. Tale iter di studi fu abolito dal Regio Decreto del 26 ottobre 1875 in quanto incompleto e insufficiente a: “fornire le cognizioni necessarie per formare veri e propri ingegneri, di fronte allo stato attuale della scienza, ed a quanto si richiede per il conseguimento di tali titoli
nelle scuole d’applicazione del Regno”.
In effetti le lacune dell’insegnamento impartito nel vecchio corso pratico
bolognese erano molte; le lacune più gravi riguardavano l’assenza di una
scuola di disegno specificatamente destinata agli ingegneri e la mancanza di
un’istruzione adeguata nel campo dell’architettura, delle costruzioni, dell’idraulica e delle macchine.
Il decreto del 1875 non si limitò ad abolire i corsi pratici, ma istituì a Bologna il primo anno di una Scuola d’applicazione come parte integrante della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. I futuri ingegneri, una
volta frequentato con profitto questo primo anno, potevano iscriversi “senza
altri esami” al penultimo anno del corso per gli ingegneri dell’Istituto tecnico superiore di Milano o delle altre regie scuole d’applicazione del regno. La
reazione bolognese all’essere il proprio Ateneo privato della possibilità di diplomare ingegneri civili si concretizzò in un consorzio fra il Comune, la Provincia, le Aziende Aldini e Valeriani e i Collegi Comelli e Bertocchi, consorzio che, assumendosene l’onere economico, consentì l’attivazione dei due rimanenti anni di corso. Il Consorzio Universitario sostenne la Scuola sino al
1899 quando fu soppresso e la Scuola d’applicazione bolognese passò interamente a carico dello Stato come le analoghe istituzioni italiane.
Con il Regio Decreto del 14 gennaio 1877 fu istituita nell’Università di Bologna ed annessa alla Facoltà di Scienze matematiche la Scuola completa di
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applicazione per gli ingegneri i cui corsi iniziarono il 1° novembre del medesimo anno. La Scuola fu organizzata secondo il regolamento nazionale del
1876, relativo alle scuole d’applicazione, ed ebbe come sede l’antico convento soppresso di San Giovanni dei Celestini, vicino a Piazza Maggiore. La
nuova istituzione fu dotata di aule di lezione, di sale da disegno, di gabinetti
didattici e scientifici, di collezioni di mineralogia, geologia applicata, materiali da costruzione e modelli e di una preziosa biblioteca. Inizialmente alla
biblioteca venne riconosciuta la stessa rilevanza, dal punto di vista della didattica e della ricerca, attribuita ai vari istituti dotati di laboratori e strumentazione scientifica rispetto ai quali era sentita come complementare, così la descrive alcuni anni dopo Cesare Razzaboni:
In pendenza frattanto della formazione dei gabinetti e delle collezioni si ritenne opportuno di aprire nell’istituto una biblioteca corredandola di parecchi
giornali scientifici e delle più reputate opere specialmente moderne attinenti
ai vari rami della professione di ingegnere. Ormai questa collezione, fatta specialmente dietro proposte degli insegnanti, è pervenuta a quello stadio pel quale altro non occorre che di tenerla annualmente in corrente, e per questo se ne
trae dagli insegnanti e dagli allievi utilissimo profitto.
La piccola biblioteca interna alla Scuola di Ingegneria ebbe una certa rilevanza anche in ambito cittadino e nazionale, è infatti menzionata in un manifesto del 1883 contenente l’elenco delle Biblioteche della città di Bologna
aperte al pubblico, voluto dal Ministro della Istruzione Pubblica «in servizio
degli studiosi», ed è esplicitamente ricordata nella statistica delle biblioteche
italiane del 1893.
La nuova Scuola d’applicazione si sostituiva dunque, definitivamente, al
vecchio corso pratico per la formazione degli ingegneri non più adeguato alle esigenze del mondo produttivo e delle infrastrutture con gravi carenze nell’ambito del disegno, della scienza delle macchine, delle costruzioni, dell’idraulica e dell’architettura.
Gli allievi, con il nuovo ordinamento degli studi, dovevano frequentare
inizialmente il primo biennio della Facoltà di Matematica dell’Università seguendo gli insegnamenti di algebra, calcolo infinitesimale, chimica inorganica, disegno di geometria descrittiva, disegno di geometria proiettiva, disegno
di ornato, disegno di ornato e architettura, fisica, fisica sperimentale, geologia, geometria analitica, geometria descrittiva, geometria proiettiva e mineralogia. Superato l’esame conclusivo del primo biennio i futuri ingegneri venivano ammessi al corso triennale della Scuola d’applicazione. Gli insegnamenti del triennio coprivano gli ambiti disciplinari di: applicazione di geometria descrittiva, architettura tecnica, celerimensura, chimica docimastica,
costruzioni civili e rurali e fondazioni, costruzioni stradali e ferroviarie, economia ed estimo rurale, ferrovie, fisica tecnica, geodesia teorica, geologia applicata, geometria pratica, idraulica, macchine termiche, idrauliche ed agri-
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cole, materiali da costruzione ed elementi delle fabbriche, materie giuridiche,
meccanica applicata alle costruzioni, meccanica applicata alle macchine, meccanica razionale, mineralogia applicata, ponti e costruzioni idrauliche, statistica grafica, stili architettonici. Ma già ai primi anni del ’900 a questo scenario tradizionale, che supportava prevalentemente l’ingegneria civile e l’architettura, si aggiunsero due nuovi insegnamenti quello di igiene e quello di
elettrotecnica voluti dal Direttore Jacopo Benetti particolarmente attento agli
aspetti della innovativa ingegneria industriale. L’insegnamento di elettrotecnica generale per gli ingegneri civili fu affidato a Luigi Donati ed attivato a
partire dall’anno scolastico 1904-05, all’insegnamento teorico fu possibile
affiancare attività di laboratorio grazie anche alla collaborazione con la Società dei tram elettrici cittadini. L’attenzione di Benetti al versante delle innovazioni tecnologiche è testimoniato anche dall’assegnazione della laura in
ingegneria ad honorem a Guglielmo Marconi. Così lo stesso Benetti descrive
l’avvenimento:
Alla fine del 1902 la nostra Scuola ha avuto la fortuna di essere messa in grado di conferire al giovane bolognese, comm. Guglielmo Marconi, illustre inventore della radiotelegrafia, la laurea d’ingegnere ad honorem, dando così
un primo esempio agli istituti superiori per gli ingegneri in Italia. […] il fatto
ha riscossi gli applausi di tutti i tecnici italiani, fuorché di qualche mattoide.
Purtroppo nonostante il forte impegno di Benetti in questo senso la Scuola arriverà ad avere concretamente una sezione di ingegneria industriale solo
molto più tardi.
Per quanto riguarda l’attività didattica alle lezioni frontali si affiancarono
da subito esercitazioni a tavolino ed esercitazioni pratiche, sperimentazioni e
viaggi di studio. Durante questi viaggi gli studenti più anziani venivano accompagnati dai docenti che li guidavano nell’analisi accurata di edifici, già in
uso o in corso di costruzione, macchine, ferrovie, strade ed opere marittime.
Con i primi direttori, Razzaboni e Benetti, si costituì un corpo docente stabile che garantì continuità didattica e la creazione di un istituto di formazione
che, citando Gian Carlo Calcagno “costituì una scuola degna della tecnologia
come scienza”. Ciò nonostante il titolo di studio che la Scuola d’applicazione rilasciava era unicamente un diploma; infatti solo con la riforma Gentile
del 1923 il titolo di studio conferito dalle scuole d’applicazione e analoghi istituti di istruzione deputati alla formazione degli ingegneri divenne una vera e
propria laurea aprendo così, definitivamente, la via alla trasformazione delle
scuole in facoltà universitarie. La riforma Gentile formalizzò anche la questione dell’abilitazione all’esercizio della professione imponendo l’obbligo
del superamento di un esame di stato.
Sono questi anni importanti per la definizione del ruolo e di una nuova responsabilità sociale degli ingegneri, grazie alla tutela del titolo di studio e alla riforma Gentile la professione dell’ingegnere tendeva ad essere sempre più
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e meglio definita non solo nelle competenze tecniche, ma anche nelle competenze culturali. Si afferma l’idea che l’ingegnere dovesse avere solide basi
scientifiche a sostegno, e propedeutiche, alle competenze tecniche. Durante
il regime fascista, portato a valorizzare scienziati applicati e tecnici, l’ingegnere, il progettista delle grandi opere pubbliche del regime, assunse nell’immaginario collettivo un’aurea quasi eroica. Si era ormai definitivamente
persa la componente empirica della professione e ciò si concretizzò, sul piano educativo e culturale, con l’obbligatorietà di una formazione esclusivamente liceale per accedere agli istituti preposti al conferimento della laurea in
ingegneria, con la tutela legale e la dignità del titolo e la trasformazione intorno alla metà degli anni ’30 dei politecnici in università e degli istituti superiori di ingegneria, come quello bolognese, in facoltà universitarie.
Nel 1923 la Scuola d’applicazione cambiò la propria denominazione in
R. Scuola d’Ingegneria, nel 1926 venne promulgato un nuovo statuto che introdusse tra gli obiettivi della Scuola anche quello di impartire l’istruzione
scientifica e tecnica necessaria per conseguire la laurea in ingegneria industriale affianco alle tradizionali in ingegneria civile e in architettura.
Sono gli anni della direzione di Attilio Muggia, 1923-1927, anni contraddistinti da alcuni passaggi di grande importanza. Innanzitutto l’istituzione,
tra il 1921 e il 1922, della Scuola di Chimica industriale all’interno della
Scuola d’applicazione che supplì parzialmente alla mancata attivazione della sezione industriale. Inoltre Muggia cercò di porre rimedio agli effetti negativi lasciti dal primo conflitto mondiale sulla Scuola. Promosse una parziale ammodernamento dell’edificio che la ospitava ristrutturando aule e laboratori e riservò grande attenzione alla documentazione bibliografica. Alla
sua direzione si deve infatti un ampio progetto di riordino, materiale e gestionale, della biblioteca della Scuola. Infine durante la direzione di Muggia
si concretizzò l’idea di spostare le due scuole in un edificio più adatto alle
esigenze della didattica e dell’aumentato numeri di iscritti. Nella guida all’Ateneo dell’anno accademico 1926-27 si legge:
La Scuola comprende la sezione per la laurea in ingegneria civile ed industriale e la Sezione per la laurea in architettura. Gli insegnamenti di indole artistica di questa sezione sono impartiti presso la locale R. Accademia di Belle arti. La Scuola ha pure vari corsi di perfezionamento facoltativi, per i quali si rilasciano speciali diplomi. Gli insegnamenti scientifici sono integrati con
esercitazioni tecnico-pratiche, le quali addestrano gli allievi ingegneri nelle
applicazioni degli studi di ingegneria. Particolare importanza è data allo studio e svolgimento dei progetti di ogni branca dell’ingegneria e dell’architettura. Alla Scuola di Ingegneria, dall’anno scolastico 1921-22, è annessa la
Scuola Superiore di Chimica Industriale, di cui la fondazione fu propugnata
dall’attuale Direttore della Scuola di Ingegneria, prof. Attilio Muggia. Questa
Scuola è diretta dal prof. M.G. Levi e rilascia una speciale laurea in Chimica
Industriale. Entrambe le scuole risiedono nel palazzo di piazza dei Celestini,
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in via d’Azeglio, ma si sta provvedendo ad una più ampia sede. Dall’anno della sua fondazione si sono laureati nella Scuola 2.356 Ingegneri civili. Molti dei
quali sono saliti ai più elevati posti delle gerarchie tecniche degli Enti Statali
ed Autarchici, si sono distinti nella pratica professionale ed hanno occupato,
eminenti posizioni politiche e amministrative. La Scuola possiede Gabinetti
scientifici e sperimentali ed una ricca Biblioteca generale con periodici tecnici e scientifici, italiani e stranieri, ed ha pure biblioteche speciali ad uso dei singoli gabinetti.
La Facoltà di Ingegneria
Nel 1933 la denominazione della scuola cambiò nuovamente e divenne R. Istituto superiore d’ingegneria, ma il vero e sostanziale cambiamento istituzionale avvenne nel 1935, quando, per disposizione governativa, gli Istituti superiori di agraria, di chimica industriale e di ingegneria furono trasformati in facoltà universitarie. Scrive il Rettore Alessandro Ghigi nell’annuario del 1935:
La fama che ciascuno di codesti Istituti ha raggiunto nel mondo scientifico e
didattico attesta il valore degli insegnanti e la saggezza amministrativa degli
uomini che si sono succeduti nella loro direzione. L’Alma Mater accoglie con
gioia le tre nuove Facoltà, nutre fiducia che l’aggregazione darà maggiore lustro all’Università stessa ed a ciascuna di loro; assicura che la loro autonomia
amministrativa con una speciale sezione di bilancio sarà osservata nell’ambito della unità di Governo e che le loro fondazioni ed i loro patrimoni saranno
tutelati scrupolosamente, non solo perché il Governo ha così ordinato, ma perché noi sentiamo profondamente l’obbligo di rispettare la volontà dei Testatori e degli Enti sovventori.
Infine in questo stesso anno alla orami Facoltà fu finalmente destinata una
sede adeguata.
La questione della costruzione di una nuova sede per la Scuola fu estremamente complessa, le ipotesi prese in considerazioni negli anni furono le
più varie; alla soluzione definitiva si arrivò sotto la direzione di Umberto Puppini, la direzione progettuale e artistica del nuovo edificio fu, come noto, affidata all’architetto Giuseppe Vaccaro che nella scuola bolognese si era diplomato nel 1920. La nuova costruzione sorse nell’area dell’antica villa Cassarin, e fu inaugurata il 28 ottobre 1935. Nel nuovo edificio, pensato per accogliere 300 allievi, Vaccaro raggiunse una coerente e riuscita sintesi tra la tradizione architettonica bolognese e il più avanzato razionalismo. Se si rilegge
il famosissimo saggio sull’edificio della Scuola pubblicato nel 1936 da Vaccaro stesso sulla rivista “Architettura” colpiscono oltre che le riflessioni estetiche l’attenzione a creare un ambiente funzionale e piacevole innanzitutto
per gli studenti:
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Le aule di disegno con orientamento N.N.E., munite di vetrate continue completamente apribili mediante uno speciale sistema, costruito dalla Ditta Curti
di Bologna, che permette di raccogliere con manovra elettrica ad una estremità
ripiegata a libretto, l’intera vetrata della lunghezza di m 35. Al disopra di tale
vetrata è una fila di telai a Wasistas per l’aerazione parziale. L’illuminazione
ed areazione delle aule da disegno (i locali dove gli studenti stanno più a lungo) è quindi massima. L’insolazione che riuscirebbe fastidiosa ha luogo solo
nelle primissime ore del mattino, quando gli studenti non occupano le aule.
Nei periodi di stagione mite, mediante l’apertura completa delle vetrate gli
studenti lavorano in un vero e proprio terrazzo coperto, il che è reso ancora più
gradevole dall’ubicazione panoramica e particolarmente salubre dell’edificio.
[…] I tavoli da disegno sono metallici e manovrabili facilmente, sia per l’inclinazione che per l’altezza. Ogni tavolo è munito di propria lampada con presa di corrente nel pavimento. Lungo la parete opposta alle finestre sono disposti i mobili con i cassetti per i disegni (uno per allievo).
Purtroppo il sopravvenire del secondo conflitto mondiale mise fine all’armonioso quadro di studio e lavoro pensato da Vaccaro, dopo l’armistizio
dell’8 settembre del 1943 l’edificio fu requisito dalle forze armate tedesche.
Nel gennaio del 1944 divenne caserma della Guardia Nazionale Repubblicana e fu luogo di detenzione e di tortura per molti antifascisti. Le attività degli istituti continuarono nella sede centrale dell’Ateneo dove però non fu
possibile spostare i laboratori con un conseguente sensibile impoverimento
dell’attività didattica. Il 21 aprile del 1945 l’edificio fu occupato dai partigiani e poi trasformato in ospedale dalle forze alleate. La trasformazione in
caserma e il bombardamento del 1945 causarono gravi danni ai paramenti
murari, mentre i materiali scientifici e parte della mobilia si salvarono grazie ai docenti e ai tecnici della Facoltà che lo trasferirono in altre sedi dell’Università e in abitazioni private. Terminato il conflitto, i danni ingenti subiti dall’edificio e dalle suppellettili e il protrarsi del sequestro dell’edificio
stesso da parte delle forze alleate impedirono la ripresa a pieno delle attività didattica e scientifica sino al gennaio del 1947. Lunga e onerose fu la ricostruzione dei locali, la ricollocazione degli arredi e dei materiali didattici
salvati e il ripristino dei laboratori. La ricostruzione umana e materiale della Facoltà fu faticosissima, le ferite lasciate dalle leggi razziali e la conseguente urgenza di riportare in cattedra gli ingegneri costretti a lasciare l’insegnamento, si affiancò allo svolgimento delle indagini per individuare ed allontanare i docenti compromessi con il regime. Inoltre gli studenti che durante il conflitto avevano dovuto sospendere gli studi, o sostenere esami presso altre sedi universitarie, e un notevole numero di nuovi iscritti premevano
su una struttura organizzativa provatissima ed un organico carente già alla fine degli anni ’30. A tutto questo deve essere aggiunta l’esigenza di aprire le
facoltà di ingegneria a nuovi indirizzi con l’inserimento di nuove materie
fondamentali ed esami complementari più specifici. Contemporaneamente
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furono condotte le pratiche per ottenere il risarcimento dei danni bellici, risarcimento che non fu liquidato da Ministero del tesoro se non nel 1953. Furono i contributi giunti all’Ateneo, e specificatamente alla Facoltà, dall’European Recovery Programm, il piano Marshall, a rendere possibile la riattivazione dei laboratori e la piena ripresa dell’attività didattica. Racconta Dino Zanobetti, in quegli anni professore incaricato di impianti industriali elettrici, che proprio grazie al piano Marshall fu possibile istituire il primo nucleo di quello che è oggi il Centro di calcolo. Nel 1951 alla Facoltà fu infatti destinato un calcolatore analogico elettronico ad alta velocità della casa
costruttrice G. A. Philbrick di Boston, si trattava di uno di due calcolatori
destinati all’Italia ed assegnati rispettivamente alla Facoltà di Ingegneria di
Bologna ed al Politecnico di Torino.
Dal dopoguerra ad oggi
Dagli anni ’50 ad oggi il mondo è cambiato e l’Università non sempre è riuscita a mantener il passo con la contemporaneità; le facoltà di ingegneria hanno dovuto affrontare le sfide dello sviluppo tecnologico, l’aumento e la specializzazione delle discipline correlate e la crisi logistica degli spazi tradizionali a seguito del vertiginoso aumento delle iscrizioni. Di fondamentale importanza divenne il processo di integrazione tra le diverse scienze: ingegneristiche, economiche, giuridiche, sociali, manageriali e ambientali. Problematiche con le quali la realtà accademica si confrontò per tutto il secondo dopo guerra istituendo corsi e scuole di perfezionamento per laureati per colmare
il divario tra la formazione offerta dall’università e gli obietti di formazione
richiesti dal mondo dell’industria.
Nell’introduzione ai lavori della Prima Conferenza della Facoltà di Ingegneria del giugno del 1978, con la quale si intendeva realizzare un momento di verifica del processo di revisione critica delle strutture della Facoltà con il coinvolgimento degli Enti locali, delle forze politiche ed economiche, delle rappresentanze sindacali, e degli enti di ricerca extra-universitari, Giorgio Folloni, Preside della Facoltà, sottolineava la gravità congiunturale del momento:
Essa [la Conferenza] si apre in un clima ed in un momento in cui le tensioni
sociali, economiche, politiche che da anni investono la società italiana sono
particolarmente e drammaticamente acute e coinvolgono in maniera preoccupante tutta l’Università, mettendone spesso in dubbio la sua stessa capacità di
sopravvivenza come istituzione delegata alla formazione culturale e professionale dei giovani e come centro primario di ricerca e di elaborazione scientifica. […] Esistono tuttavia a mio avviso anche [oltre alla generale crisi economica e sociale] dei fattori specifici che si ricollegano da una parte ad una
pressoché totale assenza della classe politica nel predisporre a livello legisla-
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tivo una programmazione ed un modello di sviluppo dell’Università italiana
aggiornato alle esigenze di una didattica e di una ricerca moderna, dall’altra
ad una difficoltà innegabile, dovuta forse sia ad una concezione arcaica della
funzione e della cultura “accademica”, sia a reali difficoltà di ordine burocratico ed amministrativo, di realizzare un legame più stretto fra obiettivi della didattica e della ricerca universitaria e le richieste delle componenti economiche
e sociali del mondo esterno.
Folloni continua la sua introduzione fotografando la Facoltà di fine anni
Settanta. Elemento fondamentale è quello della componente studentesca che,
rimasta stazionaria intorno alle duemila unità di iscritti fino all’inizio degli anni Sessanta, aveva raggiunto le diecimila unità nell’anno accademico 19731974, grazie anche all’apertura delle università non più solo agli studenti provenienti dai licei, per poi stabilizzarsi negli anni successivi intorno ai settemila
studenti, con un’area di attrazione nazionale sviluppata anche dove esistevano strutture universitarie consolidate. Oggi complessivamente gli iscritti sono quasi diecimila.
Nel 1978 la Facoltà era organizzata in sette corsi di laurea: meccanica,
elettrotecnica, chimica, mineraria, elettronica, nucleare e civile (suddivisa in
tre sezioni edile, idraulica e trasporti); a questi si aggiungeranno successivamente i corsi di laurea in: ingegneria aeronautica, ingegneria civile per la difesa del suolo e la pianificazione territoriale e tecnologie industriali. I primi
due anni del corso quinquennale di studio avevano funzione propedeutica a
scopo largamente formativo, mentre il triennio aveva carattere maggiormente applicativo. A tali corsi nel 1978 afferivano 255 insegnamenti, l’intero corpo docente era formato da 232 titolari di insegnamento, con un elevato rapporto tra studenti e docenti, troppo elevato, secondo il professor Folloni, per
discipline ad indirizzo tecnico-applicativo e carattere sperimentale e progettuale. La situazione era inoltre aggravata dalla carenza di personale di supporto alla didattica e ai laboratori e di personale amministrativo. Critica era
anche la situazione degli spazi, comprensibile se si considera che Vaccaro
aveva progettato un edificio per poche centinai di studenti. Oggi afferiscono
a questa Facoltà poco più di 300 fra docenti e ricercatori.
Questo scenario apre agli sviluppi degli anni Duemila dove si assiste all’adeguamento deciso della Facoltà alla riforma Universitaria che ha riformulato i cicli formativi allo scopo di abbreviare i tempi di conseguimento del
titolo di studio senza perdere il nesso tra formazione scientifico-culturale e
professionale, superando il precedente assetto universitario risalente al 1960,
e prestando attenzione alle sollecitazioni del mondo produttivo e dei servizi
e a quelle provenienti dai sistemi universitari europei più progrediti.
Al termine di questa breve rievocazione storica non si possono non ricordare coloro che sono stati alla guida prima della Scuola poi della Facoltà. Furono Direttori della Scuola d’applicazione per ingegneri dal 1877 al 1935:
Cesare Razzaboni (1877-1893), Jacopo Benetti (1893-1910), Silvio Cane-
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vazzi (1910-1918), Luigi Donati (1918-1923), Attilio Muggia (1923-1927),
Umberto Puppini (1927-1932) e Giuseppe Sartori (1932-1935). Sono stati
Presidi della Facoltà di ingegneria dal 1935 al 2012: Giuseppe Sartori (19351937), Umberto Puppini (1937-1945), Aristide Prosciutto (1945-1947), Paolo Dore (1947-1965), Giulio Supino (1965-1968), Giovanni Cocchi (19681975), Franco Foraboschi (1975-1977), Giorgio Folloni (1977-1980), Leonardo Calandrino (1980-1983), Leonardo Marchetti (1983-1989), Enrico Lorenzini (1989-1995), Arrigo Pareschi (1995-2001), Guido Masetti (20012007) e Pier Paolo Diotallevi (2007-2012).
La Facoltà si è ampliata negli anni anche negli spazi. Dopo la costruzione
dell’edificio storico nel 1935, il continuo aumento del numero degli studenti
ha richiesto sempre nuove locazioni sia per accogliere le attività didattiche, sia
per dare adeguata sistemazione a nuovi dipartimenti con il corrispondente numero crescente di docenti. Negli anni settanta vennero realizzate le cosiddette “aule nuove”, strutture destinate ad accogliere aule per le lezioni e studi
per i docenti che afferivano a nuove ed emergenti discipline legate all’informatica, all’elettronica e alle telecomunicazioni.
Negli anni Ottanta venne ristrutturata ed assegnata alla Facoltà l’attuale
sede di via Saragozza, correntemente citata con la sua precedente denominazione di “ex Scuole Sirani”. Anche in questo caso nuove aule e nuovi spazi
per la ricerca: spazi ancor oggi preziosi per il funzionamento della Facoltà.
È della fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta il trasferimento dei “laboratori pesanti” in via Terracini; in quegli ampi spazi trovarono allocazione
grandi laboratori, sempre più necessari sia per la sperimentazione, propria di
molte aree dell’ingegneria, sia per la ricerca adeguata a richieste tecniche ed
industriali sempre più pressanti sull’università da parte della società, dell’industria e del mondo del lavoro. Quei laboratori sono stati la premessa di un nuovo insediamento della Facoltà di Ingegneria che trovò il suo avvio in studi di fattibilità e progetti che si avviarono all’inizio degli anni Novanta, in seguito ad una
politica edilizia ben chiara e definita da parte della stessa Facoltà. Venne, in fasi successive e a più riprese, definita una zona di espansione universitaria che
trovò la sua realizzazione nella costruzione a fianco dei laboratori pesanti nei
primi anni Duemila e la piena operatività nel 2005. In questo ampio insediamento trovarono collocazione spazi per nuove aule collegate direttamente con
un complesso esteso per la sede di laboratori e dipartimenti.
La prospettiva futura è quella di continuare nella realizzazione di un vasto
insediamento edilizio della Facoltà che, senza abbandonare la sede storica,
veda il trasferimento di alcuni dipartimenti dell’area civile ed industriale, la
costruzione di nuove aule e di un corpo principale per l’insediamento della
presidenza, dell’aula magna, di spazi utili per manifestazioni e convegni e per
la biblioteca. Oltre a questo sono previsti, in un contesto di campus con un
parco, anche edifici di servizio; si intende creare un tessuto di città e di stu-
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dio perfettamente integrato. Questo progetto ambizioso, ma di definita necessità, ad oggi è parzialmente realizzato e l’auspicio è quello di non lasciare cadere questi obiettivi per dare una configurazione ed una pianta organica
agli insegnamenti ed alla ricerca dell’ingegneria di Bologna.
La necessità di spazi didattici più ampi ha portato, all’inizio degli anni
Novanta alla realizzazione, nel piazzale antistante la sede storica, di un’opera provvisoria con destinazione ad aule; furono gli studenti a dare allora un nome a questa struttura provvisoria “le palafitte”. Le “palafitte”, per più di quindici anni, hanno reso un meritevole servizio, ma, dopo la realizzazione del
nuovo insediamento di via Terracini sono state demolite. La demolizione di
questa struttura provvisoria è stata accolta con grande e comune soddisfazione sia per il livello di fatiscenza che aveva ormai raggiunto, dopo un servizio
andato oltre ogni previsione, sia perché la demolizione ha restituito all’edifico storico la sua originaria immagine di costruzione caratteristica di un’epoca e tuttora valido esempio di architettura.
Negli ultimi decenni, dagli anni Settanta ad oggi, grandi ed importanti sono
state le trasformazioni della didattica. Le nuove esigenze tecniche e scientifiche
hanno fatto aumentare gli indirizzi di specializzazione nell’ingegneria. Bologna,
al passo con i tempi e sull’impulso dei suoi importanti e lungimiranti maestri,
ha saputo aggiornarsi nella formazione dei futuri ingegneri creando percorsi didattici sempre più aderenti alle nuove esigenze della società, raggiungendo alti ed apprezzati livelli qualitativi come confermato dalla sicura, pronta e stabile collocazione nel mondo del lavoro dei suoi laureati. Ricerca e didattica sono
andate e devono andare insieme: l’una trascina l’altra. La Facoltà con i suoi docenti ha saputo costruire percorsi di valore, con docenti di valore.
Numerose e incalzanti sono state le riforme universitarie in questi ultimi anni; la Facoltà ha saputo fin dalla “382” del 1980 ed attraverso le successive riforme, emblematicamente il “509” ed il più recente “240” per ricordare solo le
principali, adottando un linguaggio più consono ad un legislatore che ad un ingegnere. La Facoltà dunque ha saputo essere sempre all’avanguardia nell’innovazione. Uno dei primi dipartimenti dell’Ateneo di Bologna è nato proprio
all’interno di istituti afferenti a questa Facoltà. Oggi abbiamo attivi undici corsi di laurea, quattordici corsi di laurea magistrale ed un corso di laurea a ciclo
unico con riconoscimento europeo. Fra questi corsi ben quattro hanno valenza
o percorsi internazionali. Dunque un’offerta didattica ampia e completa che copre i diversi settori dell’ingegneria sempre più espansi verso nuove frontiere.
Da questa Facoltà sono nate, nell’Ateneo di Bologna e sulla spinta e sostegno degli enti territoriali, la Facoltà di Architettura nel 1999 e la seconda
Facoltà di Ingegneria nel 2002. Agli albori delle due nuove facoltà furono docenti, forti dell’esperienza acquisita presso questa, che si fecero carico di istituire, organizzare e sostenere queste nuove iniziative didattiche.
Anche nella sede universitaria di Ravenna, oggi dotata di più adeguati e
prestigiosi spazi messi a disposizione degli enti locali, si è insediata una ra-
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mificazione della Facoltà di Ingegneria con un corso di laurea ed un corso di
laurea magistrale dell’area civile-edile, riscontrando, nel territorio, una grande potenzialità di collocazione dei propri laureati.
C’è uno spirito ingegneristico che ha pervaso tutte le fasi della trasformazione della Scuola di applicazione per gli ingegneri dal 1875 ad oggi attraverso tante mutevoli circostanze: è lo spirito di chi applica alla scienza, alla
tecnologia ed alla tecnica un metodo rigoroso di ragionamento poggiato su solide strutture di base fisico-matematiche declinate poi nelle diverse discipline e nei diversi ambiti di applicazione dell’ingegneria. Nell’Ottocento e nei
primi decenni del Novecento per ottenere il diploma di ingegnere era necessario seguire un biennio di insegnamento afferente alla matematica ed alla fisica prima di poter accedere alla Scuola di applicazione per ingegneri. Pur
nella evoluzione e nell’ampliamento delle discipline ingegneristiche ramificate oggi nelle diverse specializzazioni occorre conservare questo comune
denominatore che caratterizza e dà forza agli ingegneri insegnando loro metodi di pensiero universalmente validi.
I docenti di oggi ricordano i lori maestri, coloro che hanno fatto grande la
Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna, ognuno di loro ha nelle propria mente e nel proprio cuore il maestro che direttamente o indirettamente lo
ha avviato sulla via della conoscenza nel proprio ambito scientifico e che è
stato, e in molti casi è ancora, un punto di riferimento nell’organizzazione del
proprio pensiero.
Speriamo di fare nostra l’affermazione che Newton riportò in una lettera
inviata ad Hooke il 5 febbraio del 1676: “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”.
Non so se ho visto più lontano, ma di sicuro tutti noi stiamo sulle spalle
dei giganti che hanno costruito questa Facoltà. La fine della Facoltà chiude
un’epoca, un modo di essere, un modo di interpretare la formazione degli ingegneri. Non si può non auspicare che rimangano le idee ed i metodi che
l’hanno fatta grande.
L’Autore ringrazia la Dottoressa Maria Pia Torricelli, Direttrice della Biblioteca centrale “G. P. Dore” della Facoltà di Ingegneria, per l’insostituibile supporto fornito nella redazione delle note storiche, la ricerca bibliografica e iconografica.
Bibliografia essenziale
Notizie concernenti la Scuola e monografie dei gabinetti, Bologna, Compositori, 1881
e Notizie concernenti la Scuola, Bologna, Compositori, 1888.
Catalogo metodico della Biblioteca, Bologna, Compositori, 1881 e Catalogo metodico della Biblioteca. Primo supplemento, Bologna, Compositori, 1888.
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Commentari dell’organizzazione e di un triennio di vita della Scuola ed Annuario
per l’anno scolastico 1908-1909, Bologna, Stabilimento poligrafico emiliano,
1909.
Annuario della R. Scuola di Ingegneria in Bologna dal 1923-1924 al 1925-1926, Bologna, Società tipografica già Compositori, 1926.
Annuario della R. Università degli Studi di Bologna, a. a. 1935-36, Bologna, Società tipografica già Compositori, 1937.
Atti della prima Conferenza della Facoltà di Ingegneria, 2-3 giugno 1978, Bologna,
1980.
Benassi Capuano M., La Scuola d’Applicazione per gli Ingegneri in Bologna (18771915), «Strenna storica bolognese», 50 (2000), p. 39-79.
Bettazzi M. B., Lipparini P., Attilio Muggia: una storia per gli ingegneri, Bologna,
Editrice Compositori, 2010.
Calcagno G. C., Un istituto per la formazione degli ingegneri: la Scuola d’applicazione di Bologna in Innovazione e modernizzazione in Italia fra otto e Novecento, a cura di E. Declava, C. G. Lacaita, A. Ventura, Milano, Franco Angeli, 1995.
Calcagno G. C., Il nuovo ingegnere (1923-1961) in Storia d’Italia Annali, I Professionisti, a cura di M. Malatesta, Torino, 1996, pp. 305-336.
Calcagno G. C., La Scuola per gli ingegneri dell’Università di Bologna tra Otto e Novecento, «Annali di storia delle università italiane», 1 (1997), p. 149-163.
Cento anni di università. L’istruzione superiore in Italia dall’Unità ai giorni nostri,
Atti del III Convegno Nazionale (Padova, 9-10 novembre 1984) a cura di F. De Vivo, G. Genovesi, Napoli, ESI, 1986.
Cocchi G., Cento anni di Scuola di Ingegneria a Bologna, in L’Università a Bologna,
maestri, studenti e luoghi dal XVI al XX secolo, a cura di G. P. Brizzi, Bologna,
1988, pp. 195-205.
Giuseppe Vaccaro: architetture per Bologna, a cura di Maria Stella Casciato, Giuliano Gresleri, Bologna, 2006.
Il patrimonio librario antico della Biblioteca di Ingegneria, a cura di B. Brunelli, C.
Bucchioni, M. P. Torricelli, Bologna, Pitagora, 1992.
Ingegneria in guerra, la Facoltà di Ingegneria di Bologna dalla RSI alla ricostruzione, 1943-1947, a cura di Renato Sasdelli, Bologna, 2007.
Minesso M., L’ingegnere dall’età napoleonica al fascismo, in Storia d’Italia Annali, I Professionisti, a cura di M. Malatesta, Torino, 1996, pp. 257-302.
Tomasi T., Bellatalla L., L’Università italiana nell’età liberale (1861-1923), Napoli,
Liguori, 1988.
Torricelli M. P., Le biblioteche per la formazione alle professioni tra ’800 e ’900: il
caso della Scuola per gli ingegneri e della Scuola di agraria dell’Università di Bologna, «Annali di storia delle università italiane» 13 (2009), pp. 411-418.
Zanobetti D., Le calcolatrici analogiche elettroniche ad alta velocità. La calcolatrice della Università di Bologna, Milano, Società editrice riviste industrie elettriche, 1951.
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Fig. 1 – Prima sede della
Scuola d’applicazione per gli
ingegneri, Bologna, Piazza
De’ Celestini, 1930-1935
(Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio
fotografico).
Fig. 2 – Catalogo metodico della
Biblioteca, Bologna, Compositori,
1881.
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Fig. 3 – BIBLIOTECA DELLA R. UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, Elenco delle Biblioteche Bolognesi, Bologna, Tipografia Zanichelli, 1883, Bologna (Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna).
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Fig. 4 – Progetto per la nuova Facoltà di Ingegneria, Giuseppe Vaccaro 1938 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
Fig. 5 – La nuova Facoltà di Ingegneria, Bologna Viale Del Risorgimento. Veduta
d’insieme dall’alto, circa 1938 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
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Fig. 6 – Aula di lezione. Facoltà di Ingegneria, Istituto di geodesia, circa 1939 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
Fig. 7 – Biblioteca, sala di consultazione e dei professori. Facoltà di Ingegneria, circa 1938 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
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Fig. 8 – Uno studio. Facoltà di Ingegneria, circa 1939 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
Fig. 9 – Calcolatrice analogica elettronica. Facoltà di Ingegneria, 1951 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
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Fig. 10 – Sala macchine. Facoltà di Ingegneria, Istituto di elettrotecnica, 1938 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
Fig. 11 – Laboratorio assistenti. Facoltà di Ingegneria, Istituto di chimica applicata,
circa 1939 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
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Fig. 12 – Laboratorio. Facoltà di Ingegneria, Istituto di meccanica applicata alle macchine, 1935-1941 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
Fig. 13 – Pressa da 250 Tn. e
macchina universale Amsler
per le prove a trazione flessione piegamento e taglio. Facoltà di Ingegneria, laboratorio di
resistenza materiali, circa
1939 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez.
archivio fotografico).
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Fig. 14 – Strumenti. Facoltà di Ingegneria, Istituto di geodesia, circa 1939 (Archivio
storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
Fig. 15 – Aula da disegno. Facoltà di Ingegneria, circa 1935 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
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Fig. 16 – Impianto idroelettrico sperimentale. Facoltà di Ingegneria, circa 1936 (Archivio storico dell’Università di Bologna, sez. archivio fotografico).
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Fig. 17 – Sala programmatori del Centro Calcoli. Facoltà di Ingegneria, progetto prof.
Ivo Tagliaventi, 1953. Foto Villani, Bologna. (Biblioteca di Ingegneria “Gian Paolo
Dore” Università di Bologna).
Fig. 18 – La nuova sala di lettura della Biblioteca. Facoltà di Ingegneria, progetto
prof. Ivo Tagliaventi, 1953. Foto Villani, Bologna. (Biblioteca di Ingegneria “Gian
Paolo Dore” Università di Bologna).
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Fig. 19 – Sede della Facoltà
di Ingegneria in Viale del
Risorgimento, gennaio 2012
foto R. Miceli. (Biblioteca di
Ingegneria “Gian Paolo Dore”
Università di Bologna).
Fig. 20 – Nuova sede della Facoltà di Ingegneria in Via Terracini.
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Una Facoltà tra due Scuole La Facoltà di Ingegneria dell`Università