Andrea Rapino Vesna e il viaggio a Istanbul «Buongiorno». «Buongiorno». Vesna saluta acremente, ordina un latte macchiato e comincia a smaltire un aspro lunedì sera. Si assesta con apparente pacatezza su un tavolino di fronte all’ingresso della Caffetteria Fenaroli con il quotidiano locale. Guarda la piazza di fronte con insoddisfazione e una punta di rancore. Si accende una sigaretta sotto le occhiaie e il naso appuntito. La bocca stretta e le labbra fini confluiscono senza benevolenza nel suo viso mascolino. Vesna è una cantante rock nata il giorno in cui l’Italia ha vinto i Mondiali del 1982, ma non apprezza il gioco del calcio. Anzi, disprezza qualsiasi sport. Il suo unico interesse è la musica, e nello specifico quella tosta. Dopo circa 27 anni, quando manca poco all’una di un caldo martedì d’agosto, è professionalmente inconcludente, sessualmente insoddisfatta e sentimentalmente delusa. In una manciata di giorni si è concretizzato il fallimento del tentativo di costituire una dura band di rock lesbico di provincia: la batterista operaia si è rotta un braccio in una fabbrica della Val di San gro, la tastierista disoccupata ha trovato lavoro a Milano, la bassista cameriera si è presa un periodo di riflessione in seguito a un’ennesima crisi esistenziale, la chitarrista farmacista l’ha lasciata per tornare con il marito. In una cittadina della provincia abruzzese è molto difficile rimpiazzare musiciste omosessuali per consolidare una band di rock lesbico locale. Non ci sono molte rockettare lesbiche in circolazione. I problemi di mentalità poi: il sistema delle sagre e feste patronali ha presto confinato il gruppo in un rasente embargo culturale e morale, e l’offerta dei locali più all’avanguardia non è estesissima. Vesna e il suo sguardo sprezzante constatano con ampio livore l’evidenza della débâcle musicale ed esistenziale mentre uno sconosciuto si fa spazio nell’afa, montando a passi lenti ma ampi la breve salita che dalla piazza arriva alla Caffetteria. L’uomo ha barba e capelli lunghi e grigi, vestiti scuri e due borse in spalla. Una sembra la custodia di uno strumento musicale che accenna a fomentare lo spossato interesse di Vesna. 1 Vesna e il viaggio a Istanbul L’uomo si accomoda al tavolino a fianco, attende pochi minuti, e torce il capo nella speranza di imbattersi nell’attenzione di un cameriere. Deduce che non è orario di servizio ai tavoli, realizza che deve fare da solo, e va al bancone per pagare una birra con una cospicua manata di monete che scemano in pezzi da cinque, due e un centesimo. «Che strumento è?». «Non lo so. Non ho ancora aperto questa custodia da quando sono partito». «Quindi non sei un musicista?». «Non è escluso». Vesna non trae nessuna conclusione. Intuisce l’accento straniero dell’interlocutore, sorseggia ancora il suo latte macchiato, sfoglia con disinteresse il giornale e accende un’altra sigaretta. «Non sei di qui vero? Non ti ho mai visto. Sei in vacanza?». «No». «Per lavoro?». «No». «A trovare amici?». «No». «Ti sei perso?». «No». Vesna accetta placidamente l’inattuabilità di una conversazione generica. Con serenità prende in considerazione l’ipotesi di abbozzare una lite. Perciò non beve l’ultimo sorso di latte macchiato, e pensa che potrebbe tirarlo in faccia al forestiero nel caso stessero per passare alle mani. «E allora che cazzo ci fai qua?». «Sono di passaggio». «Dimmi come ti chiami perché non sopporto di parlare con la gente senza sapere come si chiama». «Victor». «Da dove vieni, Vic?». «Dal Portogallo». «E dove te ne vai di bello?». «A Istanbul. Per terra e per mare». «Facendo questa strada ci metti un casino di tempo». «Mi muovo con lentezza, altrimenti il viaggio finisce troppo presto. Ogni mezza dozzina di province che attraverso mi fermo in una delle città più grandi dove arriva una ferrovia. Vado nella piazza principale a bere una birra o un caffè, e riparto». «E se ti fermi in una città con due piazze principali?». «Lo considero un fallimento mio e della città». «Il tuo è un modo molto strano di viaggiare. Tra l’altro hai detto una cosa così 2 Andrea Rapino strana che sembra quasi che mi stai prendendo in giro». «Sono cresciuto in un ambiente molto strano e ho avuto una vita contorta. Oggi me ne godo le conseguenze». Victor accosta la bottiglia di birra alle labbra screpolate, la inclina e apprezza le bollicine fredde che solleticano la gola. La cantante rock allo sbando inquadra l’avventore venuto da molto lontano come un possibile confidente di parte delle sue vicissitudini. «Il mio gruppo si è sciolto. La mia ragazza mi ha lasciato. Mi si è rotta la macchina proprio ieri. Un amico mi ha prestato dei soldi un mese fa e già li rivuole indietro: che usuraio di merda! Ma tu non conosci nessuno qui? Non hai qualche amica carina da presentarmi?». «Non so se mi fermerò abbastanza per fare amicizia. Con permesso». Victor si alza avvolto dall’aura di chi sta andando a pisciare abbondantemente. Lo fa portando con sé la custodia del suo ipotetico strumento. «Hai paura che te lo rubo?», dice a voce alta e stizzita Vesna, mentre lo straniero chiede per il bagno al barista che ordina fotografie dietro al bancone. Victor torna fuori senza il bagaglio, afferra l’altro borsone con cui è arrivato e guarda il cielo: «Io dico che stasera viene a piovere». «Ma se non c’è neanche una nuvola. Dove cazzo è il tuo strumento? Ti è caduto nel cesso? O l’hai usato per pulirtici?». «Alle volte sei una ragazza un po’ volgare». Victor si lascia alle spalle la Caffetteria e l’unica cliente rimasta con passo inaspettatamente svelto. In un baleno scivola dietro le scale dall’altro lato della piazza e scompare all’orizzonte del breve spazio urbano. «È quasi l’una e mezza: è ora di chiudere. Il tuo amico ha dimenticato in bagno qualcosa». Danilo, il proprietario del locale, afferma due cose decisamente evidenti. Vesna accetta l’ineluttabilità della prima e improvvisa una soluzione per la seconda: «Ha detto a me di tenerlo. Abbiamo appuntamento qui stasera». «Caldo fottuto! Pioverà la minchia! Stronzo barbone, ma che cazzo di strumento ti porti dietro?!». Vesna rincasa grondando sudore e turpiloqui, appesantita dal bagaglio che ha adottato, dal caldo e dal livore che sprizza da tutti i pori. Litigando con la porta che si è impigliata nel presunto strumento musicale, bestemmia contro la chitarrista farmacista che ha posto fine alla loro relazione per riprendere il filo di quella interrotta con una persona di un altro sesso. «Oddio! Cos’è che porti?», sibila istericamente la madre spettinata puntando gli occhi spiritati verso Vesna. «Fatti miei! Tu pensa a te (troia)». 3 Vesna e il viaggio a Istanbul «Con questa musica! Con questa musica!», decanta la signora bionda in ciabatte che manifesta pessimismo per tutto ciò che riguarda la figlia in generale. Vesna si tira dentro camera il bagaglio quasi certamente musicale, con due pozzanghere sotto le ascelle che hanno infradiciato le bande laterali della maglietta verde militare. Stende sul letto la custodia ricoprendo la madre di improperi. Alza il dito medio in direzione della voce che dalla cucina la invita a raggiungere a tavola il resto della famiglia, e con un gesto da ribelle strappa via dal resto dell’involucro la chiusura lampo. «Ma non lo potevi aprire normalmente? Non vedi che l’hai rotto? Noi stiamo iniziando a mangiare», lamenta la madre che sulla soglia della porta osserva allibita e demotivata l’atto di violenza di Vesna. «Già ti ho detto che non sono fatti tuoi. Adesso non ho fame. Mangio dopo». Vesna fa un gestaccio indicando il proprio apparato genitale, tira un calcio a una sedia, sputa offesa fuori dalla finestra nella speranza di colpire un ignaro passante, e prima di sollevare il coperchio dà fuoco alla decima sigaretta della giornata. «Si sente puzza di fumo! Quella lì sta fumando in camera!». Il padre di Vesna parla al resto della famiglia riunita per pranzo facendo attenzione acché soprattutto la figlia avverta il suo palpabile risentimento. Ma lei, oltre a sbattersene per principio, è tutta intenta a restare basita di fronte allo spettacolo che offrono le interiora dell’ex presunto strumento musicale. «Madonna mia santissima!», esclama con le occhiaie spaesate, il naso divaricato, la bocca inebetita e le labbra paralizzate. Richiude con uno scatto secco la custo dia e ci si siede sopra. Davanti agli occhi gonfi e sbalorditi ha impresso senza mezzi termini un cospicuo numero di sacchetti che contengono polvere bianca. Spegne la cicca sul pavimento come se si trovasse su una panchina dei viali e avesse appena scoperto di essere lesbica. Contempla il mozzicone fino a quando un rumore qualsiasi la scuote e le ricorda che non sta covando uova di struzzo. «Vesna, sono sotto casa tua. Puoi scendere, per piacere? Ho bisogno di parlarti un attimo. Solo cinque minuti, per cortesia. Fai presto, per favore?». «Che c’è? Ti prude e tuo marito ha finito il viagra?». «Dai, ché ho anche parcheggiato male. Ti prego, cinque minuti solo». Vesna improvvisa una conversazione telefonica il più offensiva possibile mentre annoda con forza una corda chiamata a serrare la custodia senza più chiusura lampo. Lascia l’appartamento senza salutare nessuno degli occupanti. Esce in strada con l’agitazione di chi non ha capito se la risposta del test hiv è positiva o negativa. «Senti, non volermi male. Ma lo sai che è tutto finito. Io ho preso la mia decisione. Le cose stanno così e basta. Non telefonarmi e non mandarmi più messaggi. Ti 4 Andrea Rapino voglio bene... però cerca di capire... ma che strumento è quello?». «Ti sei truccata come una zoccola! Ma dove l’hai trovato quel rossetto? Dai andiamo. Dove hai messo la macchina?». «Cosa? Vesna, aspetta... hai sentito cosa ti ho detto? Ascoltami bene... ma dove vai con quel coso? Ci manca solo che mi porto a casa i tuoi strumenti... ma da quand’è che ti sei messa a suonare il contrabbasso? È un contrabbasso, sì? Non salire in macchina... ti ho detto che erano solo cinque minuti, dai». «Tanto è cinque minuti, tanto è dieci. Metti in moto». «Lo sapevo. Adesso mi combini un casino! Mi stai combinando un casino! Ma che c’è in quella cosa che mi hai messo nel portabagagli?». «Dai, parti! Cosa vuoi che ci sia? È pieno di droga». «Non fare la scema». «Uffa! Ti dico che è pieno di sacchetti con una polvere bianca. O è zucchero o è bamba. Oppure eroina. L’andiamo a gettare in un fosso e mi riporti a casa». Non passa neanche una lucertola intorno alla macchina assolata. Si sentono solo i rumori della temperatura alta che fa la città quando quasi tutti i suoi abitanti sonnecchiano o sono in ferie. «Ma sei impazzita?!». «Ele, dobbiamo solo gettare quest’affare sotto a un fosso. Non ti darò neanche un bacino sulla guancia. Fai partire questa maledetta macchina, in nome di Dio!». Una manciata di gocce di sudore imperla la fronte di Eleonora, che accende il motore e parte sommersa dall’evidente difficoltà di coordinare il pedale della frizione e il cambio delle marce. Sussurra vaghe richieste di grazia a santi assortiti e considerazioni sullo stato mentale della sua ex. Lo squillo del telefono muta la sua voce in un accenno di pianto che segna la necessità di una risposta credibile per il marito. Una richiesta di chiarimenti incombe. «Sì? Ah, sì... ecco, sto arrivando... sì, sì, sto tornando... no, nessun problema... no... che voce ho? No... ecco, torno subito... ti spiego tutto appena torno... sì, sto tornando, sono proprio davanti a...» ...la paletta di un uomo alto e moro con una lampante divisa da carabiniere, che interrompe il maldestro sforzo di disegnare una geografia plausibile tra quel ritardo, le impellenze matrimoniali e una sgradita richiesta d’aiuto. «No... sono sola... cioè, adesso no... mi hanno fermato i carabinieri...». «Signora, cortesemente, richiude il telefono?». «Sì... ti richiamo tra un minutino...». «Chiuda il telefono e favorisca patente e libretto». «Sì, ecco... devo riattaccare...». «Vuole chiudere il telefono, per piacere? Mi sta prendendo in giro?». L’intimazione del militare arriva fino all’altro lato della cornetta, e solleva momentaneamente Eleonora dall’urgenza di un alibi domestico: ora deve volgersi alla 5 Vesna e il viaggio a Istanbul dura spada di Damocle del codice stradale. «Mi scusi, la prego... era mio marito al telefono». «Embè? Non è tranquillo suo marito se lei va in giro con un’altra donna?». Il militare dimostra di non essere mai stato un fan del loro tostissimo gruppo di rock lesbico locale. «Ma sì, certo, è tranquillo... ma sa com’è... è molto premuroso... si preoccupa». «Beh, adesso aspetterà un po’. Scenda. Anche la sua amica. Documenti. Tutte e due». Eleonora sta per svenire. Il telefono ricomincia a suonare. Vesna raggela. L’uomo alto e moro in divisa porge al collega le carte consegnate dalla farmacista per gli accertamenti di rito, e prepara un’espressione convinta da carabiniere quando Vesna si scusa, con una voce fragilissima, per essere uscita in tutta fretta di casa senza do cumenti. È sudata come un cantoniere a fine turno. Eleonora inevitabilmente la imita, e quando il carabiniere la prega di aprire il portabagagli avanza verso il retro dell’auto con la rassegnazione del disertore che sta per cedere alle lacrime di fronte a un in sensibile plotone d’esecuzione. Si arresta appena un istante per decidere se maledire subito Vesna o ricoprirla di ingiurie dopo l’arresto. Solleva il portellone e lo osserva con il buonumore che può suscitare un cappio che non è destinato al proprio compagno di cella. Il carabiniere squadra la custodia da un lato all’altro, verifica la tenuta della corda legata stretta intorno, e chiede educatamente se le due signore siano delle musiciste. «S-sì...», balbettano a turno. Il cellulare riprende a cinguettare. Il carabiniere riaccosta egli stesso il portellone. Vesna riacquista un briciolo di colorito. Eleonora piomba a sfogarsi con il proprio telefono: «Cristo, ti ho detto che mi hanno fermata i carabinieri! L’hai capito o no? Ma sei scemo? Eh? Prima o poi tornerò, e se mi richiami ancora non torno per niente! Hai capito finalmente che non devi rompere le palle con questo cazzo di telefono?». «Signora, si calmi», suggerisce il militare che le restituisce i documenti. «Mi scusi, ma mio marito alle volte...». «Sa che è vietato parlare al telefono quando si guida? Non avevate neanche la cintura. E la sua amica non lo sa che non si va in giro senza documenti?». «Ci scusi, la prego... ma sa com’è...», abbozzano una alla volta Eleonora e Vesna, rinfrancate e stracolme di gratitudine. Salutano. Il carabiniere contraccambia con uno sguardo di rimprovero. La macchina si allontana. La tensione sfuma ma non evapora del tutto. «Vai verso Villa Stanazzo. La buttiamo in un fosso qualsiasi». Vesna sintetizza rapidamente il suo piano, ma non scalfisce il solido fascio di 6 Andrea Rapino offese generiche emanato da Eleonora, che ora taglia la città vuota come una portaerei che attraversa con autorevolezza l’oceano quieto, cambia ripetutamente le marce ed elenca senza pietà tutto ciò che può rinfacciarle. Anche Vesna decide di dare la sua versione dei fatti punto per punto, urlando più forte di Eleonora per vincerne l’improvvisato astio. Le grida traboccano dall’abitacolo. Il silenzio irreale della strada vuota viene rivestito da stormi di ingiurie che accompagnano ogni diversa interpretazione degli episodi più rilevanti che hanno scandito la relazione tra Vesna ed Eleonora. Poi intorno alla macchina accostata male prevalgono di nuovo le cicale, e dall’auto emergono a malapena singhiozzi e lacrime, inframmezzati da scuse reciproche e ammissioni di colpa. Le due ragazze si asciugano gli occhi, si abbracciano, si baciano affettuosamente sfiorandosi i bordi delle labbra. Infine si avvolgono in innumerevoli richieste di perdono e comprensione reciproca. Vesna giura che non la chiamerà mai più e che farà finta di non conoscerla se la incontra per caso. Le augura una vita felice con il marito e addirittura dei figli maschi eterosessuali. Promette che non andrà nella sua farmacia neanche se rimarrà l’unica aperta in tutto l’Abruzzo. Eleonora assicura che fino alla fine dei suoi giorni le vorrà tutto il bene di questo mondo, e che anzi sarà lei a farle uno squillo di tanto in tanto e le farà pure un regalino al compleanno. E conclude: «Dai, andiamo a buttare questa cosa dove hai detto tu». La custodia piena di polvere bianca giace in fondo a un fosso assembrato di sterpaglie tra la zona 167 e Villa Stanazzo. Se lo strano viandante in cammino verso Istan bul la reclama... beh, se la va a cercare lì. Se se la prende con Danilo della Caffetteria... vabbè, adesso le cose sono andate come sono andate: il suo bagaglio apparentemente musicale sempre là sta. In ogni caso lei adesso è fuori dalla parte più problematica di questa storiaccia... O almeno così pensa Vesna pervasa di leggerezza, svaccata sul suo letto con la stanza quietamente in penombra, che le persiane socchiuse proteggono dalla luce e dalla calura. Vesna strimpella sommessamente l’unico motivetto del loro disciolto gruppo rock che ha riscosso un minimo successo: «Tu sei inamovibile/io sono incompatibile/dai che gioco e poco/occhia per occhia/mi espongo da finocchia...». Durante una delle loro ultime esibizioni l’hanno canticchiato una decina di persone tra i circa trenta spettatori presenti. Vesna sta salendo di un paio di note quando la sorella bussa, e spezza sprezzante il pentagramma di ottimismo che tenta di sopraffare tre giorni di angusto furore: «C’è quella tua amica», e marca l’appellativo “amica” disegnando nell’aria le virgolette con l’indice e il medio. «Mi è impercettibile/non sei scomponibile/vola vola vola/un impegno al fazzo- 7 Vesna e il viaggio a Istanbul letto e pavone perfetto...», esordisce la ragazza formosa che continua a canticchiare da dove ha interrotto Vesna, che si ritrova di nuovo immediatamente sommersa dall’angoscia fin sulla cima dei capelli quando vede avanzare la sua corposa ex batterista con un braccio coperto dal gesso, e l’altro impegnato a reggere l’ingombrante custodia di uno strumento musicale stretta con una corda. «Certo che siete proprio due sceme! Non so che cosa volevate fare, che vi siete dette, cosa avete deciso, cosa volete fare del vostro futuro o che cavolo vi passa ancora per la testa... dei vostri gesti simbolici del cacchio non me ne freca niente, però non mi sta bene che si butta sotto a un fosso uno strumento. Qualunque strumento! Qualunque cosa rappresenti! È una mancanza di rispetto verso la musica, diamine!». Quindi Carla racconta che le ha viste mentre passava in macchina, e ripercorre la fatica fatta per scendere e risalire da quel fosso con un braccio ingessato e quell’affare grosso come un cristiano. Tutto ciò è evidenziato dai graffi e dalle erbacce sparse tra i capelli, i calzoncini corti e la t-shirt viola. Vesna è sconvolta. L’orologio indica ormai le sei. La chitarra le scivola dalle mani rassegnate. Carla chiede ulteriori spiegazioni da aggiungere a quello che ha interpretato come un solenne gesto simbolico. Vesna tenta di abbozzare un discorso in piedi, ma non può evitare di lasciarsi cadere inebetita sul letto, e recita come una litania la sequenza di eventi dal breve colloquio con Victor che va lentamente a Istanbul e l’arrivo di Carla in casa sua. La batterista è attonita: copre tutta la sedia della scri vania di Vesna con il sedere, fa piombare sonoramente una mano sul tatuaggio che ostenta tra il collo e la mandibola, fissa lo sguardo nel vuoto, evita di passare gli oc chi sul fardello incriminato e si arrende all’unica evidenza residua: «Non possiamo tenerla qui». Vesna la avvolge senza cattiveria in uno scialle di bestemmie e rimproveri. Ingiuria se stessa fino all’inverosimile per non essersi fatta gli affari suoi con quello straniero irreale e la sua custodia. Ma perché non l’ha lasciata nel bagno della Caffetteria? Riserva villanie finanche alla Caffetteria e al suo innocente proprietario. «Scusa, a questo punto perché non la riportiamo lì? Sono le sei. Tra un po’ Danilo apre il bar. Chi se ne importa della chiusura lampo e della corda? In fin dei conti ’sta cosa resta dove quel tipo l’ha lasciata con dentro tutto quello che c’era. Di meglio non si può fare». Vesna si stira i capelli unti e sporchi. Si sente le occhiaie allargarsi come un sasso tirato in uno stagno, le sembra di avere il naso sempre più appuntito, la bocca stretta come non mai e le labbra ridotte a un filo di nylon. «Ora o mai più. Riportiamo tutto dov’era e finisce questa commedia», taglia corto Carla. «Andiamo», sospira Vesna demotivata. Neanche stavolta, uscendo dall’appartamento, prende in considerazione l’ipotesi di salutare. Proferisce appena tra sé e sé una parolaccia rivolta ai suoi famigliari, e raggiunge sbrigativamente la macchina di 8 Andrea Rapino Carla. «Ma come mi potevo immaginare una cosa del genere? Perdonami, ma che ne sapevo che ci poteva stare una storia così assurda... quel tipo poi: che significa che uno va a Istanbul, si ferma nei paesi con la ferrovia... che va a fare a Istanbul?». «Ma che ne so io che va a fare quello a Istanbul? Non so neanche dove sta. Gli stavo anche per tirare in faccia mezzo bicchiere di latte macchiato». «Perché? Ci stava provando? È omofobico?». «Non lo so. Poteva anche essere il primo ricchione d’Europa! Era un momento che mi sentivo in vena di litigare senza motivo. Sto incazzata per tutta questa storia del gruppo che è andato a puttane, per come è andata a finire con Ele, per quello stronzo del marito, per la mia famiglia di merda, quell’altro coglione che rivuole i soldi, la macchina rotta... Lo sai che ieri la macchina m’ha lasciato a piedi? M’è venuto da fare uno sfregio al primo arrivato: penso che per questo ho preso la custodia di quella specie di clavicembalo o che minchia di strumento ci va dentro!». «Vesna, a parte che il clavicembalo è tutt’altra cosa, e a parte anche che a me dispiace quanto te per il gruppo, e pure per la storia tra te ed Ele. A parte anche che un altro gruppo si può rifare e non deve essere per forza un gruppo lesbo... ma dove le trovi quattro lesbiche che suonano a Lanciano? Mica stiamo a San Francisco! Comunque tu dici troppe parolacce. Datti una calmata con quella lingua». «Ma vaffanculo! Sai dove te la metto la lingua?». «Ecco, lo vedi quanto sei volgare?!». «Avevamo deciso di fare un gruppo rock incazzato! Se la cantante non smadonna il gruppo non è credibile: altro che volgare, mi sono presa la responsabilità di dare un’anima al gruppo! Bel gruppo di zoccole...». Vesna e Carla fermano l’auto di fronte al teatro. Il custode del Fenaroli con il suo monumentale mazzo di chiavi le invita frettolosamente ad andarsene alla svelta, ché sta arrivando un camion che deve scaricare una scenografia. Carla si fa scappare una sgommata sui sampietrini e Vesna alza volgarmente il dito medio. «Maleducata», si limita a dire il custode. Vesna e Carla parcheggiano poco più in là, di fronte alla biblioteca. Scendono, aprono il portabagagli, si guardano negli occhi e tirano forte il fiato. «Ma tu ti ci metteresti con me?». «Fino a una settimana fa stavi con Ele. E poi quando ero innamorata di te non mi hai mai preso in considerazione. Ti ricordi come mi hai trattata la prima volta che sei tornata dall’università per Natale? Adesso siamo amiche e basta. Trovati un’altra. Solo a dirmi una cosa del genere mi fai spazientire». Afferrano ansiose la custodia. Un lato per parte e si incamminano di nuovo ver- 9 Vesna e il viaggio a Istanbul so la Caffetteria. «Passa, stronzo», suggerisce automaticamente con tono neutro Vesna quando avvertono alle spalle la presenza di una macchina che incalza. A Vesna si paralizza per la seconda volta il sangue nelle vene quando, sbirciando di tre quarti, si accorge che lo stronzo in questione guida un’auto della polizia. Per Carla invece è semplice mente il primo istante di puro terrore della giornata. «Oddio!», sputano contemporaneamente con le labbra serrate e il cuore in gola. S’accostano al muro. La macchina le accompagna a passo d’uomo per i metri sufficienti a svoltare l’angolo e infilarsi nella Caffetteria. Salutano Danilo che di spalle è impegnato con il computer sistemato vicino alla cassa, e tirano diritte verso il bagno in fondo al locale. Entrano nello stesso istante in cui i poliziotti parcheggiano alla buona dietro al camion che scarica la scenografia per il teatro. «C’hanno toppato!». «Siamo fottute!». «Adesso ci fanno il culo!». «Che gli diciamo?». «Io ho anche un braccio ingessato». «Zitta, ché ci sentono!». Vesna e Carla frignano sigillate nel bagno senza finestre. Non hanno neanche bisogno di ricordare a se stesse che non dispongono di una via di fuga. Si paragona no formalmente a un topo in gabbia mentre rileggono per la millesima volta le scritte che ricoprono il muro del bagno. «Ho sentito dire Turchia... uno dei poliziotti ha detto Turchia... ne sono sicura!». «Ma come fai a sentire?». «Tu hai il prosciutto nelle orecchie! Come quando ti amavo avevi il prosciutto sopra agli occhi! Ma che c’hai trovato in quella smorfiosa di Eleonora? Tra l’altro suonava da schifo». «Allora mi ami ancora?». «No! Mi hai fatto soffrire troppo! Però ti voglio bene lo stesso... però se ripenso a quella volta... altro che le parolacce che dici tu: sai quante te ne dovrei dire io? Ma almeno dopo ti sei resa conto di come mi hai trattata?». «Baciami». «Tra poco ci arresteranno e non usciremo più di galera». «Appunto. È come l’ultimo desiderio». «Dici troppe parolacce e per te una vale l’altra. Ti odio. Anche se ti voglio bene. Ma ti odio». «Se ti facevi i fatti tuoi al posto di rivoltarti in quel fosso adesso non stavamo qui». «Levami quella mano dalla tetta». Un’altra mano, ma senza volto, invece preme l’interruttore all’esterno della toi- 10 Andrea Rapino lette. La luce si spegne, si riaccende e si spegne di nuovo. «Occupato». «Manca molto?». «Stiamo uscendo». «Potevamo almeno baciarci», sussurra Vesna quasi in lacrime. Carla scavalla l’uscio porgendo i polsi a quello che ormai è inevitabilmente un agente della polizia di Stato. «Ah, ma il lavandino è qui. Scusate, pensavo fosse dentro... prego, prego... Ma perché voi donne andate sempre in bagno insieme?». Il sorriso del poliziotto le accompagna mentre sfilano attraverso la seconda porta travolte da un invadente stato di confusione. Alle loro spalle l’acqua scorre. Vesna e Carla si allontanano con la rapidità di una moviola che analizza le azioni salienti di un corteo funebre. Vesna afferra calorosamente un braccio di Carla. «Ci stai provando proprio allora?». «No. Veramente me la sono fatta addosso». «Vesna!». «Eh...». «Hai tutti i pantaloni bagnati». «Infatti ti ho appena detto che mi sono pisciata sotto». Inarcano le labbra per rispondere al sorriso del poliziotto che abbandona il bagno e raggiunge l’altro agente. I due sbirri salutano cordialmente il proprietario del locale e dopo l’«arrivederci» aggiungono un «mi raccomando». «Danì, che volevano gli sbirri?». «Le solite menate sull’orario di chiusura. Ieri sera sono passati che c’era ancora la luce accesa, ma stavo pulendo. Qualcuno qui intorno s’è lamentato per quelli che rimangono fuori a fare casino quando il locale chiude. Poi come è andata a finire con il tuo amico che ha lasciato il contrabbasso? Era un contrabbasso o cosa?». «Ah, sì... quel tipo... prima l’abbiamo visto uscire, proprio mentre entravamo... va a finire che ha riportato un’altra volta il trombone nel cesso!». Carla fa partire una risata nervosa e pensa a come contribuire a sostenere una scusa insostenibile. «E il tuo braccio come va?». «Bene. Mi tolgo il gesso la settimana che viene». «Il gruppo invece? Vi sciogliete o rimpiazzate i pezzi che avete perso?». «Decidiamo appena Carla si toglie il gesso». Victor, l’enigmatico viandante che guadagna lentamente la via di Istanbul, appare sulla porta con la stessa borsa, gli stessi vestiti e lo stesso sguardo del mattino. «Buonasera». «Buonasera». 11 Vesna e il viaggio a Istanbul «Non vorrai salire sulla mia macchina in quel modo? Puzzi di piscio. Mi appesterai la macchina». «Se ti facevi i fatti tuoi oggi pomeriggio adesso non avevo la mutande piene di piscia. Devi solo portarmi a casa, mica leccarmela! Andiamocene e pure di fretta, prima che quello esce fuori». «Ma ti rendi conto quanto sei volgare? Ma come ho fatto a innamorarmi di te? Forse allora non eri così scurrile. Meno male che poi sei andata dietro a quella sciapita... sai com’è, un po’ il fascino del camice bianco, un po’ la sfida della vera anima da tirare fuori... eh? Vero?». «Dieci minuti fa mi hai detto che mi volevi bene». «Ti ho detto anche che ti odio. E comunque dieci minuti fa non puzzavi di piscio a morte e avevi detto una paio di volgarità in meno». Vesna abbraccia forte Carla e la bacia su una guancia, le ricorda che ha avuto una giornata devastante dopo una serie di giorni terribili. Un asciugamano da mare viene sacrificato per difendere il sedile e la macchina si allontana dal centro storico. «Scusami per quella storia di quel Natale. Mi dispiace. Mi è sempre dispiaciuto. Non volevo. Perdonami, ti prego. Adesso il tipo si riprende il suo contrabbasso finto, tutto finisce come se niente fosse e noi non siamo andate in galera. Ti voglio bene, Carla. Nonostante tutto ti ho sempre considerato una delle mie migliori amiche». «Ruffiana! E la corda?». «Eh, vabbè, è un piccolo particolare». «Tu, però... diamine, ma non puoi darti una calmata? Non potevi aprire da cristiana quella chiusura lampo? La puzza di piscio si sente appena. Meno male che siamo arrivate». «Non siamo arrivate da nessuna parte. Ci stanno seguendo». «Chi?». «Il portoghese che va a Istanbul. È nella macchina dietro di noi. Non farti sgamare». «Diavolo!». «Cazzo!». «Non penso che stiano seguendo noi». «E che ne sai? Comunque non voglio che vedano dove abito». «Beh, intanto la mia macchina l’hanno vista!». «Ci uccideranno! Era meglio se ci arrestava la polizia a questo punto!». La nuova paura di Vesna è interrotta dal telefono che le porge una conversazione con la bassista cameriera in crisi esistenziale. «Chi si sente!? Dove stai?». «Bene». 12 Andrea Rapino «Ho detto “dove”, non “come”. Vabbè, mi interessa sapere anche “come”. Dalla voce non mi sembra tanto “bene”. Comunque dove stai?». Il cellulare palesa un pianto dirompente che corre da un ripetitore della telefonia mobile all’altro con tutta la sua drammaticità. Tra singhiozzi e lacrime che si intuiscono a fiumi viene fuori l’indirizzo della zia di Deborah vicino allo stadio. La macchina di Carla sale con ovvietà verso viale Cappuccini. «Ah, senti, Debby: hai mica un paio di mutande e dei pantaloni da prestarmi?». «Cos’è, te la sei fatta addosso?». L’inverosimile circostanza strappa un sorriso nella pioggia di lacrime. La macchina che segue Vesna e Carla ha una targa rumena ed è guidata da un ragazzo con la faccia da minorenne e i tratti somatici da arabo. L’incalzare del tramonto contribuisce a ingrossare l’insicurezza di quel che resta di una banda di duro rock lesbico di provincia. Deborah ha le orecchie stracolme delle urla della zia, gli occhi arrossati e un naso che gronda muco e dolore. Appena intuisce con un angolo umido del proprio campo visivo la macchina delle amiche, si gira di scatto per sprofondare in quel rimasuglio di comprensione del suo comprensorio esistenziale. «Vergogna! Ma non vi dicono niente i vostri genitori a voi? Vergognatevi! Zozzone! Siete malate voi! Fatevi curare!». La zia di Deborah ostenta una ventata di sincera omofobia e deprezzamento umano. Vesna ha una sigaretta appena accesa che le penzola dalle labbra, e risponde con il suo solito dito medio che coglie impreparata la zia, tanto che la successiva dichiarazione di disistima nei loro confronti viene ap pena percepita. «Ma ti sei succhiata il cervello? Mi hai portato una gonna?». «Solo questo ho trovato... hai visto mia zia come mi tratta? È tutto il giorno che va avanti così. E stasera non ci voglio andare a lavorare in quel cacchio di ristorante! È un posto di merda! Non ci voglio andare!». «Ma dai! Io non mi metto una gonna dal giorno della prima comunione! E non piangere anche per questo adesso, ché già siamo con la merda fino al collo. Li vedi quei tipi che ci seguono con la macchina? Forse vogliono ucciderci per una storia di droga. Lascia stare i tuoi problemi esistenziali: adesso quello principale è questo e non ce ne entra niente con le tue masturbazioni mentali». «Vesna, ti prego, non trattarmi male... chi è che vuole ucciderci? Quale droga?». «Quand’è che ti sei tinta ‘sti capelli? Mamma mia: sono proprio neri neri! Ti stanno bene. Anche rosa shocking ti stavano bene però. Il meglio però è stato quando ci siamo fatte tutti i capelli bianchi, e sul palco ho detto...». «Che cos’è questa storia della droga? Chi è che deve ucciderci? Perché?». 13 Vesna e il viaggio a Istanbul Vesna comincia dal sorso di latte macchiato che voleva tirare in faccia a uno sconosciuto in viaggio verso Istanbul. Si sbottona e comincia a calarsi le braghe ricordando l’ingresso nel bagno della Caffetteria e il saluto. Mentre Deborah chiede se Istanbul è la capitale della Turchia, la macchina guidata dal minorenne con la faccia da arabo tampona quasi l’auto di Carla. «Fermati!». «Vesna, sei matta?». «Siamo su una strada piena di macchine. Non ci taglieranno la gola qui. Fermati ti dico, così a questi cretini gli chiediamo anche qual è la capitale di questa cazzo di Turchia!». Appena Carla accenna a rallentare Vesna si sente spuntare due grosse palle quadrate in mezzo alle gambe, e con la convinzione di chi porta i pantaloni e ha il pelo in petto scende e si fionda senza ripensarci neanche mezza volta sulla macchina che è riuscita a fermarsi ad appena un paio di centimetri. Vesna parla con una concitazione difficilmente immaginabile, disseminando la sua richiesta di chiarimenti con tante di quelle parolacce che congiunzioni, articoli e segni di interpunzione alla fine rappresentano un’esigua e trascurabile minoranza. Victor e il presunto arabo apparentemente minorenne sembrano non avere il coraggio di guardarla in faccia neanche per un istante. Tengono lo sguardo basso mentre ingiurie, bestemmie, volgarità e sudore colano dalla fronte di Vesna, che spiega che nella loro maledetta custodia di chissà quale strumento musicale c’è tutto quello che ci hanno lasciato, e che se vogliono un risarcimento per la chiusura lampo che ripassassero il giorno dopo, ché in quel momento non ha soldi in tasca. I due alzano appena un attimo lo sguardo verso il volto di Vesna, ma lo riabbassano nel momento in cui li rimanda per la decima volta a fare in culo. Con la stessa irruenza Vesna rimette il sedere sul sedile della macchina di Carla e sbatte lo sportello così forte che quasi viene giù la macchina con tutto il cielo sopra. «Altro che terroristi, spacciatori e trafficanti! Quei due cacasotto non mi hanno guardato neanche un momento in faccia!». «Ma quand’è che te la sei rasata? Non avevi detto che non te la saresti rasata più? Te l’ha chiesto Ele? Siete tornate insieme?». «Debby, non per farmi i fatti tuoi, ma chi te l’ha detto che...». «Vesna, sei uscita senza pantaloni e senza mutande. Ma allora è vero che ti sei fatta la pipì addosso? Hai quasi trent’anni, Vesna». «Pensa ai fatti tuoi e dammi quella maledetta gonna. Anzi, dammi i tuoi pantaloni, sennò ti faccio piangere fino a domani mattina... dai stavo scherzando, non piagnucolare come un’idiota. Questo schifo di gonna è di quella baldracca di tua zia?». Carla scende giù per la Variante, verso l’incrocio di via per Fossacesia. Le tre compagne si interrogano sul da farsi. Cercano di capire se la questione della custodia 14 Andrea Rapino sia sistemata, o i due inseguitori siano stati temporaneamente ammutoliti solo dal sesso glabro di Vesna. Domandano tempo a Deborah e le assicurano che adesso arrivano anche ai suoi problemi esistenziali, dal pessimo rapporto con la famiglia al debilitante posto di lavoro, fino alla relazione frustrante con una sedicente insegnante di danza, canto e recitazione che ha vent’anni più di lei e la ama a settimane alterne. La nonna è sempre la nonna, tanto più se di nonne ce ne sono al massimo due. Anda re dall’unica in questo caso rimasta non è però un’idea geniale se la strada che porta a casa sua è una specie di via di campagna a pochi passi dal centro, con poche luci infelici frustrate dall’incalzare dell’imbrunire, dove si è inseguiti da due presunti trafficanti stranieri di droga alla guida di una macchina straniera. Le tre cose straniere sembrano per di più corrispondere a tre nazioni diverse. La nonna di Carla è ipocondriaca, e sfoga la propria patologia psichica in momenti inopportuni della giornata, come ad esempio quello in cui la macchina che contiene due sconosciuti con un’avventata manovra sorpassa e si mette di traverso in mezzo alla strada. Ma d’altronde la nonna di Carla è la sola della famiglia ad aver accettato la scelta di vita della nipote e, nonostante fosse di tutt’altra epoca, ad aver capito che lei vuole vivere in un certo modo la propria sessualità. Come può Carla negarsi quando per la settima volta dall’inizio del mese la nonna le assicura che ha tutti i sintomi di un enfisema polmonare? Non può bastare ripeterle al telefono che anche nelle ultime analisi che ha fatto – le seste analisi dall’inizio dell’anno, fresche di due giorni – non c’è neanche un valore sballato. L’oscurità si allarga claustrofobicamente intorno alle due macchine ora ferme in via Bologna, poco dopo il liceo classico. Un viaggiatore lento recupera il proprio concetto di velocità per balzare in un battibaleno davanti allo sportello del quale Vesna non fa in tempo a chiudere il finestrino. Il tizio che ha in progetto di arrivare pri ma o poi a Istanbul mette rozzamente ma efficacemente le mani sul vetro elettrico. Non ha lo sguardo di chi sta per invitarla con galanteria a bere un aperitivo. «Non mi ricordo il tuo nome...». «Non fa niente: quello che ti ho detto stamattina non era vero. E in ogni caso è falso anche quello che ho sui documenti. Ma questi non sono problemi tuoi. Ne hai di più gravi al momento. Forse anche le tue amiche. Ma soprattutto tu». «Senti, io non ho toccato niente. Come l’ho aperta l’ho richiusa la custodia. L’abbiamo buttata sotto a un fosso con Ele, ma Carla c’ha viste per caso e l’ha raccolta. S’è fatta un film tutto suo ed è scesa sotto al fosso col braccio ingessato per raccoglierla. Me l’ha riportata a casa. Dentro non c’abbiamo messo le mani! La droga non l’abbiamo neanche sfiorata! La tua bamba sta tutta lì! Non abbiamo toccato 15 Vesna e il viaggio a Istanbul nulla! Te lo giuro! Lasciateci in pace!». «Ma quale droga? Idiota, quello è zucchero a velo. Ma che cos’hai? Il prosciutto sopra agli occhi?». Carla rimarca che questa cosa del prosciutto l’ha ripetuta anche lei a Vesna sia poco prima sia in tempi più remoti, ma al viaggiatore che cambia spesso nome non interessano né il passato prossimo né i reperti della loro archeologia sentimentale. Allo stesso modo se ne infischia delle lacrime esistenziali di Deborah. «La zip». «Che?». «La zip. La... chiusura lampo si chiama in italiano? Dov’è?». «Ah, sì, la zip... ma a che cazzo ti serve quel cesso di...». Probabilmente Vesna sta per denigrare proprio la chiusura lampo. La frase in ogni caso viene interrotta da una consistente manata che la solleva e la trascina per buona parte fuori dall’abitacolo. «Madame, stai nella tua vettura che è molto più conveniente», consiglia l’altro straniero, che ostenta un abbondante scarpone sulla portiera e un prepotente solco a forma di cicatrice che scende a strapiombo sulla guancia sinistra. «Lasciate stare la mia amica!». «Madame, la tua amica ha preso un cosa nostra. Noi ti lasciamo stare te e tua vettura quando lo restituisci. E per favore, altra amica non piange, s’il vous plaît». «Lei piange per i problemi suoi personali. Sei francese?». «Tunisie. Se sei brava un’altra sera usciamo insieme e ci conosciamo». «No grazie, sono lesbica». «Peccato, sei très jolie». Vesna non ha occasione di disapprovare il tentativo di approccio eterosessuale di fianco a lei a causa della difficoltà con cui l’ossigeno transita dalle parti superiori del suo apparato respiratorio. Una terza macchina che pretende di passare le permette di riavere un collo senza la presa rude dell’amico del tunisino. Al posto della mano spunta però una lama scura ma evidente, che solletica la trachea e raggiunge con ideale efficacia anche il resto della compagnia. È chiaramente un invito a evitare colpi di testa per coinvolgere altra gente in questa misteriosa caccia alla chiusura lampo. «Scusa, monsieur, stavamo salutando care amiche incontrate per caso. Pardon, sposto subito subito la mia vettura». Il tunisino conferisce un posteggio accettabile all’auto con targa rumena, il proprietario della zip perduta ritrae il coltello e la conversazione riprende toni più concilianti. Vesna rivede il sorriso pacato che aveva al mattino il viaggiatore. «Senti, amore, ascoltami bene...». «Non chiamarmi amore. Sono lesbica anch’io». Vesna prova a fare la dura, e contemporaneamente un ennesimo scroscio di lacrime accompagna l’outing di Deborah, che dopo le infinite asperità che hanno carat- 16 Andrea Rapino terizzato l’ammissione della propria omosessualità e tutto ciò che ne è conseguito, non ha intenzione di farne a meno proprio in quel frangente. Non foss’altro per un istintivo bisogno di offrire solidarietà alle amiche alle quali ha intenzione di chiederne il triplo non appena possibile. «Senti... sentite tutte, care lesbiche... dei vostri gusti sessuali non ce ne importa nulla. Noi vogliamo la nostra zip. Subito. Adesso. Dov’è?». «Nulla scherzi, s’il-vous plaît». «Solo quella zip. Nient’altro. E tutto finisce qui, come se non ci siamo mai incontrati». Tra un sorriso e un occhiolino rispunta fuori la lama che indica quanto poco spazio ci sia per altre cordialità. «A casa mia, credo...». «Qui nessuno crede. Non siamo in chiesa. Dov’è?». «A casa mia... dovrebbe essere a casa mia... si è strappata quando ho provato ad aprire... cioè, l’ho strappata io quando la stavo aprendo... ero nervosa... non volevo romperla... l’ho gettata a terra... è per terra in camera... porca puttana, mi sono pisciata sotto un’altra volta!». Un patto è un patto, anche perché una nonna è una nonna. Carla ha un quarto d’ora per consolare la nonna e convincerla che non sta per morire. Il tunisino, in qualità di generico amico, è deputato a controllare che non le vengano idee strane. Il suo socio si impegna ad aspettare un quarto d’ora – «Ma assolutamente non più di un quarto d’ora!» – in macchina con la puzza del piscio di Vesna e l’elenco delle angherie che Deborah subisce nel ristorante dove lavora da capodanno. Venti minuti però non sono un quarto d’ora. Neanche venticinque minuti sono un quarto d’ora. Figuriamoci mezzora! Per questo al trentaduesimo minuto di ininterrotto monologo di Deborah, che tuttavia è appena l’ottavo relativo alla sua relazione sentimentale, l’uomo che ha accettato il patto non transige sulla mancanza di rispetto dell’accordo. Vesna entra nell’appartamento della nonna di Carla con una mano che le afferra dolorosamente i capelli sfibrati, Deborah con un braccio stretto da una presa che lascerà almeno un livido visibile. «Oh, Gesù! Vesna, come stai? Deborah, che hai fatto? Hai tutti gli occhi rossi? Hai pianto, stella della casa?». «Signora, noi non abbiamo tempo da perdere». «Vi posso offrire qualcosa? Vi preparo un caffè?». «No!». «Gradite un gingerino? Un chinotto? Un’acqua brillante?». 17 Vesna e il viaggio a Istanbul «Signora, non gradiamo nulla... Rashid, due birre hai bevuto? Queste maledette ci stanno facendo perdere tempo e tu ti siedi a bere due birre?». «Mon ami, è stata così gentile la nonna». «Adesso sono davvero stufo. Signora, consegna una mutanda pulita a questa pisciona e una gonna. Vieni anche tu con noi. E questo coltello non è uno scherzo. Altrimenti avrai male davvero, e non solo a fantasia. E così le tue nipotine». «Signora, se ce l’avete preferisco un paio di pantaloni, grazie. Mentre la nonna di Carla prende la biancheria di ricambio posso mangiare qualcosa? Oggi non ho pranzato». Così l’ultima concessione che Vesna riceve è una fetta di pane col formaggio. Quando restituirà quella maledetta zip avrà anche un bicchiere d’acqua. Intanto la penultima concessione non è andata male: delle culottes che indossa gliene basterebbe la metà, ma in compenso ritiene che i vecchi pantaloni da lavoro del defunto nonno di Carla facciano molto lesbo. Con quei calzoni che puzzano di naftalina, Vesna si poggia sul sedile di dietro della macchina di Carla. Quello di davanti, nonostante una bella botta di cipria, è umido ed emana un filo di odore di pipì. Anche Deborah siede dietro: racconta di una patetica scenata di gelosia, culminata in una colluttazione che le è costata una ciocca di capelli che erano ancora rosa. Tra le due, un uomo con i capelli lunghi e grigi reg ge un coltello scuro nella mano sinistra e cinge le spalle di Vesna: è verso casa sua che Carla guida. Li segue la macchina con targa rumena, dove Rashid confessa alla nonna che anche lei in fondo è una bella donna, si mantiene bene, non dimostra l’età che non sta bene chiedere, e che non deve rassegnarsi a restare sola per tutta la vita: «L’amore è come l’oasi nel deserto, madame. Può spuntare fuori in qualsiasi momento della vita, et voilà. Anche quando la vita sembra quasi finita, madame. Lei non può immaginare che cos’è l’amour. Il cuore se tu vuoi splende come una rosa nel deserto, madame. Il cuore parla raramente, ma quando parla bisogna ascoltarlo, bien sûr». La nonna di Carla respira, si impettisce e riassesta una manciata di boccoli scoloriti con la mano destra. Sorride. Rashid le poggia una mano sulla coscia. Gira il viso e la cicatrice verso la vecchia per consegnarle un largo sorriso: i denti bianchi brillano, l’auto che sta guidando prende in pieno quella di Carla che si è appena fermata sotto casa di Vesna. La nonna non avrà bisogno di fantasie ipocondriache fino a quando conserverà i postumi della botta che consente alla sua testa di intaccare il parabrezza della macchina con targa rumena. «Come va, madame?». «Oddio la coccia! Oddio la coccia!». 18 Andrea Rapino «Non è successo niente, madame, nessun problema». «Oddio! Oddio la coccia! Oddio! Oddio la coccia!». Deborah ha un motivo in più per cui piangere, Carla si riveste di timore per la componente più tollerante della sua famiglia, Vesna per un attimo ipotizza di darsi alla fuga. Rashid rassicura tutti ma il suo socio non rassicura nessuno, e anzi minaccia di tagliare gole a destra e a manca, e non vuole saperne di portare quella vecchia all’ospedale se prima non viene fuori la sua zip. I balconi circostanti si popolano di un vicinato incuriosito e allarmato dallo schianto che ha infranto la quiete del dopocena, e allora il legittimo proprietario della chiusura lampo si getta risolutamente in un’azione di forza: afferra vigorosamente Vesna per un braccio e le impone di imboccare il portone di casa, mentre il resto della compagnia progetta in ordine sparso di raggiungere l’ospedale. «Se entro un minuto non viene fuori la zip andrai diritta dietro alla vecchia in ospedale, ma avrai bisogno di più cure!». «Dammi il tempo di aprire la porta... chiave di merda, apri! Ma è d’oro questa cazzo di chiusura lampo?». «No, è filigranata con sottilissime strisce di plutonio che servono per costruire una bomba atomica. Se stai facendo uno scherzo con la serratura lo pagherai molto caro. Questa è casa tua o no? Non la sai usare la chiave?». «Ha sempre aperto, minchia! E levami quel pungiglione da dietro alla schiena!». «Se non si apre questa porta ti passo da un lato all’altro!». Il contrabbandiere di plutonio ha una delle facce più cattive che Vesna abbia mai visto così da vicino. Si dispera. Prende a calci e cazzotti la porta, suona il campanello. «Vai via! Non ti ci vogliamo più in questa casa! Abbiamo cambiato la serratura! Vattene a dormire sotto ai ponti con le tue amiche! Sciagurata!». «Mamma, non fare stronzate e apri: c’è uno che mi vuole uccidere!». «Bugiarda, per chi mi hai preso? Questa non è più casa tua. Dicevi sempre che quando diventavi maggiorenne potevi fare il comodo tuo: vai a fare il comodo tuo altrove, svergognata!». «Certo che sei proprio una stronza fatta e finita! Apri questa porta di merda! Devo solo prendere una cosa e me ne vado, e non ci vedremo mai più! Brutta puttana che non sei altro!». «Vergognati! Parlare così a tua madre? Ma dove s’è vista mai tutta questa maleducazione? Insolente senza vergogna!». «Zoccola senza cervello! Apri ti dico!». A spalancare la porta è il padre di Vesna, guarda caso mentre il costruttore di bombe atomiche la sta prendendo a calci per sfondarla. Siccome non si mettono d’accordo, la porta compie un arco di novanta gradi ed evita una poderosa zampata. Lo 19 Vesna e il viaggio a Istanbul stesso non fanno i genitali del capofamiglia, che si ritrova a terra steso di fianco alla consorte, vittima di uno svenimento perché non ha retto a tutti quegli improperi della figlia. Beh, una madre che sente dirsi tutte quelle cose, del resto... Ma lo straniero che porta plutonio in Turchia non si ferma di fronte alla coppia stramazzata al suolo per differenti motivi, stringe la capigliatura di Vesna con cattiveria e le intima di tirare fuori la zip. «Io l’ho gettata per terra in camera mia». «È il tuo ultimo scherzo, se... Ma ti sei pisciata sotto un’altra volta!?». «Io non mi pisciavo addosso neanche quando avevo un anno... ma... Cristo! Mi stai puntando quel coltello alla gola da tre ore!». Vesna piange e indica con un dito la sua camera da letto. Ma dentro ormai non c’è più nulla: il letto è senza lenzuola, le ante degli armadi spalancate mostrano le interiora purgate, i cassetti boccheggiano, gli scaffali sono spogli. «Tra un po’ piscerai sangue dal collo! Dove è?». «E che ne so io? Quando sono uscita qui c’era tutta la mia roba... i miei dischi, la chitarra, i vestiti... non mi posso neanche cambiare». I padroni di casa hanno la forza di rialzarsi e la capacità di inserirsi nel dialogo. Anche con una certa aggressività. «Ti pisci anche sotto adesso? Sei la vergogna della famiglia! Sei la vergogna di tutti noi! E questo assassino chi è? Che ci fa questo bandito con un coltello in casa nostra!». «Non lo so... mi credevo che trafficava coca, invece contrabbanda plutonio... vuole una chiusura lampo che ho gettato qui per terra oggi altrimenti mi uccide... Dove l’hai messa? Dov’è tutta la mia roba? Dammi quella maledetta chiusura lampo e un paio di mutande e pantaloni puliti e me ne vado per sempre da questa casa di merda!». «Non parlare così a tua madre! Impara a chiedere le cose con educazione». «Sembri un frocio castrato con quella mano sulla patta! Ho bisogno della chiusura lampo che ho gettato qui per terra stamattinaaaaaaaaaaa!!!». Con educazione e rispetto il portatore di plutonio chiede un attimo di attenzione e invita i famigliari ad avere più comprensione l’uno per l’altro. Si schiarisce la gola, e con fare sobrio e tono contenuto spiega: «Se non mi restituite la mia zip, vi sgozzerò tutti. Qui e adesso, in questa stessa stanza». La nonna di Carla lamenta un forte dolore alla testa nell’astanteria del pronto soccor so, quando la nipote ritrova Deborah sotto casa di Vesna. «Che ci fai qui? Dov’è Vesna? E quel matto col coltello? Debby, ma la smetti o no di piangere? Avrai cacciato cento litri di lacrime da quando t’abbiamo preso sotto 20 Andrea Rapino casa di tua zia a mo?». «Sono saliti su. Ho sentito delle urla. Io non sono entrata. Tua nonna dov’è? E quel tunisino?». «Mia nonna è ricoverata. La tengono in osservazione tutta la notte. Il tunisino è stato arrestato». «Per la droga? O perché ci ha minacciato?». «Ha messo le mani addosso a un’infermiera e hanno chiamato i carabinieri». «Io a lavorare in quel posto non ci voglio tornare più. E neanche a casa dai miei. E nemmeno da mia zia. E nemmeno da quella... posso stare da tua nonna fino a quando lei resta in ospedale?». Nell’atrio del palazzo di Vesna lo straniero arrivato in città con zucchero e plutonio ha tirato fuori anche una pistola. La conservava dietro i pantaloni. Vesna e i suoi genitori stanno rimestando quattro grosse buste nere da immondizia dove hanno sbattuto tutto ciò che la figlia omosessuale e ribelle conservava nella sua stanza. Le operazioni vengono rallentate dall’importanza affettiva che hanno per Vesna gli oggetti che riemergono. «Aahhh! Il poster del nostro primo concerto! Me lo avete strappato! Infami. Nooooo! Avete spaccato la chitarra... io vi spacco la faccia a voi! Ma le mutande e i pantaloni dove li avete messi? Le mie foto? Ma avete visto come avete ridotto le mie foto? Che pezzi di... me la pagherete! Vi giuro che me la pagherete, brutti... ». Il viaggiatore senza zip reprime i tentativi di Vesna di ingaggiare una pesante lite verbale con chi l’ha messa al mondo. Per calmarla non serve puntare la pistola alla testa della madre, gesto che invece la giovane giudica con favore. Perciò l’ospite non gradito è costretto a mollare una pesante pedata sul fianco di Vesna, che rotola per qualche metro sul pavimento, Deborah emette un gridolino e scoppia ancora in lacrime, Carla urla di non toccare la compagna, la madre di Vesna incita il visitatore violento a picchiare più forte, il padre invita ad abbassare i toni, una vicina di casa esce sul pianerottolo per imprecare contro il disordine morale, il trambusto materiale e l’atrio del palazzo ridotto come una bancarella del mercato dopo una rissa tra ambulanti. Una cospicua crisi di nervi pervade il plutonista. Un urlo si staglia nella tromba delle scale e si chiude in un soffitto invaso da macchie di umidità. Un colpo di pistola segue l’urlo e nell’impatto con la sommità dello stabile muta in una neve leggera di intonaco e calcinacci. «Chi ha sparato un petardo? Siete impazziti? Per le scale, poi?! E se facciamo così ad agosto che succede a capodanno?». La vicina sta per spiegare all’inquilino del secondo piano che si è trattato di un colpo di pistola, quando salgono a due le persone svenute nel palazzo nel corso della serata. Il tizio del secondo piano teme di cadere vittima del quarto infarto della sua vita e si accascia assistito dalla ringhiera, cercando vanamente di mantenere la calma. Sua moglie intuisce che nello stabile c’è 21 Vesna e il viaggio a Istanbul una situazione che sta precipitando per motivi a lei sconosciuti e si lascia andare a una breve invocazione della vergine Maria. Lo sparatore si disinteressa a tutto ciò che lo circonda, e come strappato alle cose terrene da un rapimento mistico, indirizza il suo sguardo lontano da tutto e da tutti. Come se Vesna, i suoi genitori e le sue amiche, le cianfrusaglie, la chitarra e ogni affetto sparso sul pavimento scolorito non esistessero più. «Spriz!», urla Vesna all’unico essere di sesso maschile che lei abbia mai amato. Gli occhi di Spriz si riempiono di imbarazzo quando l’attenzione degli astanti si riversa interamente su di lui. Vesna non può non gettarsi, istintivamente sprezzante del pericolo, addosso all’uomo armato che sta per puntargli la pistola contro. Parte un colpo accidentale dalla pistola che scheggia le mattonelle e solleva una ridda di urla. Parte anche un gomitata violenta che spacca il labbro inferiore di Vesna. Spriz scappa fuori dal portone. Mister Zip occulta gli armamenti nei pantaloni e si lancia all’inse guimento del cane di Vesna che stringe in bocca la preziosissima chiusura lampo. Dietro di lui si involano tre lesbiche a gambe levate, con una di loro che lo minaccia di morte nel caso torcesse un solo pelo al suo bastardino nero. Sono quasi le undici di sera quando Spriz si è infilato tra le sbarre del cancello che chiude il ponte di Diocleziano. Si è fermato a pochi impercorribili passi dallo straniero che, aggrappato alla grata, lo guarda afflitto e impotente. «Fai venire qui quella bestia. Perché questo cancello è chiuso? A cosa serve? Non c’è nulla qui... non si riesce in piazza dall’altro lato? Perché questo diavolo di cancello è chiuso? A cosa serve?». «Lo chiudono sennò la gente di notte si butta di sotto». «Mi stai prendendo per il culo?». «È davvero così. Si fanno trentatré passi e si arriva giusto a metà. A Lanciano chi si vuole suicidare di solito si butta da qui. Qualcuno si butta anche di giorno qualche volta, ma di giorno magari passa qualcuno che ti può fermare. Così di notte lo chiudono. Giuro che è davvero così». Carla spiega, Vesna invita il suo bastardino a portare indietro la zip, Deborah promette che un salto da lì uno di questi giorni lo fa lei, lo straniero implora una so luzione. Il campanile batte undici rintocchi precisi. L’uomo che prima minacciava di morte ora prega per riavere quella chiusura lampo, e offre in cambio qualsiasi cosa. Chiede perdono a Vesna per le minaccia e per la piscia, per il labbro spaccato e per tutto quello che è successo, finanche per il disturbo ai suoi genitori e la testa spaccata della nonna di Carla. «Adesso frigni? Che cesso di trafficante di plutonio sei? Così fai il terrorista?». «Ma quale plutonio e plutonio! Io... io... io ho bisogno assolutamente di quella 22 Andrea Rapino zip... è la cosa di cui ho più bisogno al mondo adesso... dov’è quell’idiota di Rashid?». L’ex contrabbandiere di materiale per costruire bombe nucleari china la testa supplicante. Sbatte lentamente e disperatamente il capo sulle sbarre che lo separano dal cane. Corruccia afflitto le rughe della fronte. Spriz riassesta tra i denti la zip e si incammina pigramente verso l’altro lato del ponte, come se avesse un osso o un bastone qualsiasi. «Spruz... Spruz... vieni qui...», chiede pietosamente l’uomo. «Spriz. Si chiama Spriz», lo corregge Vesna, che comanda due sentinelle di guardia per aspettare il cane nel caso facesse retromarcia, e corre ad aggirare la cattedrale passando davanti a bar, passanti e famiglie a passeggio. L’ex minacciatore, ora debole e in balia di un bastardino, la segue. Carla e Deborah si guardano interdette, si siedono a terra e aspettano. Ascoltano un telefono che squilla, e chi risponde cancella in un battito di ciglia ore di pianti e fragilità, avvolge di ferro la sua attitudine di cri stallo e parla d’impulso con una voce che non zoppica: «Che vuoi? In quel ristorante di merda non ci vengo più. Mi fai schifo tu, tua moglie, tua sorella e quella faccia di merda di tuo figlio. E mi fanno schifo pure i tuoi clienti di merda e la merda che gli dai da mangiare. Adesso lo vado a raccontare in giro che merda cucinate in quella cucina e che porcherie fate, pezzo di merda che non sei altro! A chi lo dici? A mio pa dre? Bravo, un bel pezzo di merda uguale a te. Fottiti!». «Debby, che ti prende? Era il tipo del ristorante? L’hai trattato proprio di merda. Brava, hai fatto bene». «Ho detto troppe volte “merda”?». «Tranquilla, hai fatto bene. Sei stata pure troppo gentile». La seconda volta al telefono è Vesna. Raccomanda alle due sentinelle di non lasciare la postazione, ché Spriz adesso è fermo a pochi metri da quel lato del cancello. La terza volta il cellulare di Deborah squilla per conto di Marilena, convinta di aver sbagliato a iniziare una relazione con una persona troppo più giovane di lei, frustrata, labile, immatura, insicura, titubante, puerile, ingenua, debole, stupida. «Debby, tranquilla, stasera dormiamo da mia nonna. Tanto pure Vesna avrà bisogno di un tetto». Deborah stende il braccio parallelo al suolo, con il pugno chiuso e il pollice sollevato. Marilena le chiede se ha intenzione di andare da lei prima che sia troppo tardi, le ricorda che merita comunque un paio di sberle, e le assicura che questa è l’ultima volta che è disposta a sopportare i suoi sbalzi di umore e le sue sregolatezze, ché già non la regge più. «Marli, ascolta. C’era una cosa che volevo dirti... sì, forse avrei dovuto dirt... 23 Vesna e il viaggio a Istanbul fammi parlare... ascolta: sei una vecchia battona di merda. Hai ragione, sono una cretina: e sai perché? Perché dopo due giorni chiunque si accorgerebbe che non sei una fascinosa intellettuale ma solo una vecchia e lurida e patetica battona di merda e ciuccia secca! Non assomigli neanche lontanamente a Marlene Dietrich quindi è inutile che continui a storpiare il tuo nome di merda per chiamarci anche quel letame di scuola di danza e recitazione! Tutti quelli che ti vedono recitare o cantare dicono che fai cacare a spruzzo! E sai un’altra cosa? Una volta un mio amico che ha lavorato in Germania ti ha sentito parlare in tedesco, e ha detto che lo parli veramente di merda! Non ho nessuna intenzione neanche di avvicinarmi a quella catapecchia che secondo te ricorda la “Berlino tra le due Guerre”. Ah, e un’altra cosa ancora: adesso racconto a tutti che hai le emorroidi che ti escono a grappolo dal culo. Fottiti!». Carla sorride di gusto, compiaciuta e rilassata. Deborah le chiede una sigaretta, ma lei retoricamente sconsolata le ricorda che ha smesso di fumare. Allora Deborah riprende il telefono in mano e questa volta è lei a comandare la tastiera. Compone il numero di casa della zia, e quando una voce assonnata alza la cornetta, la manda solo banalmente a quel paese prima di riattaccare. Carla la abbraccia con un pezzo di carne e un pezzo di gesso e le dà un lungo e affettuoso bacio sulla guancia, interrotto da Spriz che si rifà spazio tra le sbarre che chiudono il ponte, le annusa e lascia cadere la chiusura lampo a terra. «Bravo!», lo elogiano le amiche della padrona. «Vesnaaaaaaaaa! Ce l’abbiamo qui! Arriviamooooooooo!». E corrono cantando ad alta voce: «Si è irreprensibili/se siamo incompatibili/non mi muovo se non ti commuovo/tetta contro tetta e mano alla paletta...». Due carabinieri prendono nota di quanto è accaduto nell’atrio dell’ormai ex casa di Vesna. Registrano i nomi dei genitori e degli altri inquilini che raccontano dell’irruzione, del tentativo di sfondare la porta, della zampata nei coglioni, degli svenimenti, del coltello e degli spari, dell’incidente d’auto e di intonaco e calcinacci venuti giù dal soffitto. I genitori di Vesna approfittano anche per far notare quanto fosse maleducata e deviata la figlia, nonostante loro l’abbiano cresciuta con affetto e dedizione, e anche ammettendo che possano aver sbagliato qualcosa non è giustificato che una figlia si comporti in quel modo. Tutte quelle storie di droga e plutonio, poi! I due carabinieri restano perplessi di fronte all’inaspettato ingrandirsi di quello che all’inquilino del secondo piano era sembrato solo un petardo fuori stagione, che ora viene prospettato come una misteriosa vicenda di traffici internazionali e di contrabbando di una serie di cose una più proibita dell’altra. Fanno mente locale sulla serie di reati ipotizzabili, e prospettano possibili collegamenti con il tunisino arrestato in ospedale che aveva in auto la custodia di 24 Andrea Rapino uno strumento musicale piena di zucchero a velo. Quando i due carabinieri stanno andando a relazionare ai propri superiori, in piazza tre lesbiche e il cane di una di loro riscontrano esterrefatte un’indecifrabile quasi commozione negli occhi dello straniero che si fa scivolare tra le mani la lunga chiusura lampo da un capo all’altro. Lo straniero stringe con ferrea determinazione la sua zip. Calpesta come se avesse paura di rovinarle le grandi mattonelle di pietra lavica che pavimentano la piazza. Né Vesna né nessun’altra delle sue amiche sono più minacciate da alcun tipo di arma bianca o da fuoco. Spriz si accoda all’involontaria comitiva. Il tizio all’origine di una storia ancora indecifrabile alza gli occhi al cielo terso e scuro, come se avesse vissuto tutta la vita dentro una grotta e vedesse solo ora per la prima volta le stelle. Ma ormai questa storia ha bisogno di una soluzione. È quasi mezzanotte, e Vesna vuole sapere che cosa significa l’involucro di un contrabbasso pieno di zucchero. Pretendono spiegazioni anche Carla e Deborah, che è diventata un diavolo dopo aver sperperato in un solo giorno tutte le riserve di lacrime che avrebbe dovuto amministrare sino alla fine dei suoi giorni. «Il mio nome è Anatolj. Sono un poeta poliglotta. Sono nato ad Albufeira, nel sud del Portogallo, ma i miei genitori erano russi. Russi di Vladivostok. Un anno fa ho incontrato una ragazza. Ero su una spiaggia dell’Andalusia, e si avvicinò un barcone dal mare. Lei era su quella barca. Arrivavano dalla Tunisia. C’era anche Rashid. Lei uscì dal mare come una sirena. Aveva i capelli forti e morbidi, che il vento scuo teva come le onde dell’oceano. E gli occhi profondi e azzurri come il cielo che taglia l’orizzonte lontano in fondo al deserto. Era un fiore sbocciato dall’acqua, ma bello come non è mai stato bello nessun fiore che sboccia sulla terra. Ci siamo guardati negli occhi. Oh, mi è sembrato che ci siamo guardati negli occhi per un secolo! È volata via come una farfalla, e sono rimasto un giorno e una notte a sognarla. Senza dormire e senza cibo, pensando solo a lei. Quando l’ho rivista mi è sembrato come se fosse stata sempre di fronte ai miei occhi. Parlava, e la sua voce suonava come un’arpa. Rashid voleva sposarla. Lei prese l’unico libro che c’era intorno a noi. Era un atlante. Lo aprì a caso e puntò il dito su questo posto. Disse che, per dimostrare chi avesse l’amore più grande, sarebbe dovuto venire qui per lei, a portarle i più bei versi d’amore che una donna avesse mai ascoltato. Avrebbe dovuto donarglieli nella piazza di questa città, esattamente un anno dopo, a mezzanotte. Passai giorni e giorni, e notti e notti, a cercare le parole. Provai e riprovai, e consumai tutta la carta che avevo in casa, fino a quando, nel momento in cui trovai le parole, non mi rimaneva nulla per scrivere. Così scrissi lungo la chiusura lampo di quella vecchia custodia. La custodia era di mio padre. Lui era un musicista. Quando finii di scrivere, mi incamminai lentamente per arrivare qui. Ho temuto che Rashid mi derubasse, e per questo ho lasciato la custodia nel bagno del bar quando sono andato 25 Vesna e il viaggio a Istanbul all’appuntamento con lui». «E lo zucchero che ce ne entra?». «Già, perché la custodia era piena di zucchero?». «A Istanbul ci vai lo stesso? Ci andate insieme?». Ma Anatolj non ascolta più quando il campanile in piazza comincia a rintoccare la mezzanotte. Un passo cadenzato lo sposta verso il lato dove la piazza si incrocia con altre strade, verso il monumento. Cammina e ruota intorno a se stesso. I suoi occhi si illuminano quando da corso Roma scende una ragazza mora, con i capelli scu ri, avvolta in una veste bianca. «Tolja, t’es là...». «C’est bien ce que je t’avais promis, ma chère». «Rashid n’est-il pas avec toi?». «On ne pense pas à lui maintenant. Écoute-moi». Il tempo si ferma. Anatolj prende a declamare i versi incisi con l’inchiostro sulla chiusura lampo che gli scivola lungo le mani. La donna lo guarda intensamente, rapita dalla sua voce. È una donna bellissima e sensuale, che Vesna, Carla e Deborah fis sano estasiate. Anatolj declama l’ultima parola. Lei abbassa lo sguardo e bisbiglia qualcosa. Un tenero e appassionato bacio li avvolge mentre il tempo ricomincia a scorrere. Vesna ostenta un’espressione di disgusto per l’amore eterosessuale, Carla si guarda il gesso e Deborah invita le amiche a prendere una birra in Caffetteria. Spriz le segue mentre loro seguono per l’ultima volta con lo sguardo Anatolj che tiene la mano della donna dei suoi sogni, e insieme scendono la scalinata dietro al monumento. «Che storia di merda! Quel tipo assurdo m’ha minacciato cento volte di tagliarmi la gola per quella zip del cazzo!». «Vabbè, è sempre una storia d’amore, pisciona». «Potremmo farci un pezzo. Se rifacciamo il gruppo, facciamo una canzone ispirata a questa storia. Che ci vuole a trovare un chitarrista e un tastierista? Vanno bene anche uomini a questo punto. Anche perché adesso non potrà più essere un gruppo lesbico tosto. Non è credibile un gruppo tosto se la cantante si piscia sotto». Vesna, Carla e Deborah si scolano l’ultimo sorso di Beck’s sedute sugli scalini del teatro. Si accendono una sigaretta. Anche Carla che aveva smesso di fumare. La Caffetteria abbassa la serranda. Danilo se ne va. «Buonanotte». «Buonanotte». 26