UNA STORIA D’ITALIA
RACCONTATA AL CINEMA
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I QUADERNI DI MICROCINEMA
© 2011 Microcinema s.p.a., Legnano (MI)
www.microcinema.eu
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prima edizione
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I QUADERNI DI MICROCINEMA
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UNA STORIA D’ITALIA
RACCONTATA AL CINEMA
Un progetto sostenibile
per il cinema digitale italiano
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… E tutti quei momenti andranno perduti nel
tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.
Ridley Scott, Blade Runner, 1982
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Prefazione dell’editore
Anche quest’anno Microcinema non poteva mancare al suo ormai
abituale appuntamento editoriale, tanto più che l’occasione delle
celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia era davvero ghiotta. Sì
perché il cinema italiano, nei suoi tanti, straordinari passaggi, non è
solo una rappresentazione dinamica dell’Italia e degli italiani nel loro
variegato e talora variopinto divenire, ma è anche – va detto con
chiarezza non meno che con legittimo orgoglio – una componente
primaria, essenziale dell’intera storia universale del cinema.
Straordinari registi, sceneggiatori eccelsi, grandissimi attori, fotografi
e costumisti al vertice di ogni possibile classifica, musicisti
indimenticabili, coraggio imprenditoriale e, non da ultimo, tantissimi
spettatori ovunque hanno sempre rappresentato un indiscusso punto
di forza della presenza italiana nel mondo.
Il libro che Microcinema offre quest’anno ai suoi lettori propone una
scelta dei film più significativi che hanno caratterizzato l’evoluzione
della storia d’Italia, di quei film che più hanno segnato il passo e il
tempo di una storia complessivamente di grande progresso, che
hanno con più incisività annotato il mutamento.
Una scelta certamente di parte, ma crediamo anche di poter dire
serena e ampiamente dibattuta, perfino “necessaria” come scrive
l’Autore nella sua Premessa, una scelta comunque aperta al
contributo tanto critico che propositivo di tutti. E sappiamo fin da ora
che ci siamo per certo dimenticati di qualche film importante,
importantissimo per la storia del nostro cinema: ne facciamo
preventiva ammenda.
Ciò che comunque emerge da questa sintetica retrospettiva è un
quadro di assoluta originalità, di fantastica creatività, di grande
qualità nel raccontare le nostre micro e macro storie, di
rappresentarci tutti, nel nostro ora veloce ora lento cambiare, negli
strappi e nelle mollezze, nei nostri tanti difetti e nelle nostre non
piccole qualità, nei periodi di crescita economica e in quelli di
depressione morale, nelle nostre realizzazioni e nelle nostre speranze
deluse. Insomma nel bene e nel male, per ciò che siamo stati e per
ciò che siamo qui e adesso. E noi italiani siamo stati e siamo tanti,
non solo come numero, ma vorrei dire proprio come diversità
biologica, con i nostri infiniti caratteri, molti davvero unici al mondo,
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belli e brutti, simpatici e odiosi, virtuosi e viziosi, miserabili e
generosi.
Dobbiamo anche confessare che nel fare questa carrellata ci siamo
proprio divertiti, abbiamo sorriso e discusso, abbiamo ricordato e
siamo andati a controllare, abbiamo condiviso e approfondito,
abbiamo rivissuto quei momenti e li abbiamo riletti col senno del poi.
E nel ripercorrerli ci siamo sentiti anche un po’ orgogliosi di quello
che ha fatto e ha dato il nostro cinema, a noi italiani, di ogni età, e
non solo a noi.
Ma ora è tempo di dar conto del non casuale esergo che abbiamo
premesso a questo volume. Non è certo una riscoperta, anzi, al
contrario: è l'ennesima ripetizione della ormai celeberrima,
usatissima, imperdibile parte finale di quella frase di struggente
bellezza, che chiude la scena madre di un grandissimo film: “…E tutti
quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella
pioggia. È tempo di morire”.
E qual è il contrappasso che dà ragione di una scelta così poco
originale e, al contempo, così triste? La verità è che quella dolorosa
certezza di morte sublimata, magistralmente interpretata da Rutger
Hauer nel ruolo del principe dei replicanti ribelli, non è solo parte del
mondo futuribile e lontano disegnato dal genio di Ridley Scott, ma è
proprio un tema del nostro cinema di oggi.
Questo libro cerca di offrirvi una possibile lettura della nostra storia
percorsa con gli occhi del nostro cinema e nel far questo avrà ampio
modo di darvi conto di grandi realizzazioni: artistiche, culturali e
anche industriali.
Ebbene oggi proprio questa così gloriosa tradizione, questo modo di
fare e diffondere film, è in grave, gravissimo pericolo, anzi: è proprio
a rischio di estinzione. E non perché non ci siano più talenti tra registi
e sceneggiatori, tra attori e tecnici, tra tutti coloro che sono capaci di
ispirarsi, inventare, fare e cooperare perché venga alla luce un
grande film. No, non per questo, questi talenti eccome ci sono
ancora! Quello che evidentemente manca è una adeguata redditività
proprio di quel canale distributivo che è capace di dare al cinema
d’autore un adeguato sbocco commerciale, un circuito economico, un
contesto virtuoso.
Questo libro si rivolge naturaliter a tutti gli operatori del settore; ma
si rivolge anche – vorrei dire soprattutto – a tutti coloro che, pur
dotati di potere decisionale, non muovono sufficientemente il loro
autorevole dito alzato per evitare che tutti quei tantissimi momenti di
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grande, grandissimo cinema che ci hanno dato gloria, prestigio,
ricchezza e, ancor di più, infinita felicità, non vadano perduti nel
tempo. E che per loro non arrivi mai il tempo di morire.
Ma perché questo accada, accada davvero e accada in tempo è ora di
muoversi, di agire, di fare. Molti esercenti lo stanno coraggiosamente
facendo, quasi da soli. Anche Microcinema e pochi altri lo stanno
facendo. Questo libro, cercando di ricordare e di rappresentare le
indimenticabili storie che l’Italia del cinema ha saputo raccontare,
mostrando la qualità di un made in Italy antico ma non per questo
meno eccelso, raccogliendo in poche pagine un indimenticabile
coagulo di arte, di saperi e di tecniche, vuol essere anche un appello
a tanti altri, a tutti coloro che avrebbero concretamente la
lungimirante possibilità di intervenire a sostegno del cinema italiano
di qualità affinché lo sostengano per davvero, in tutte le fasi del suo
processo, anche in quello della distribuzione che sino ad ora è stato
assai trascurato, per non dire negletto.
Chi è capace di apprezzare quella storia deve fare tutto il possibile
perché essa non muoia, anzi: continui robustamente a vivere.
Proclamo quindi W l’Italia, e non credo proprio che potrei trovare una
espressione migliore per essere in tema.
In chiusura due parole per dare conto di alcune scelte più
prettamente editoriali.
Il Quaderno è suddiviso in quattro sezioni.
Della prima abbiamo già detto in apertura ed è stata curata da
Franco Del Campo.
Nella seconda affrontiamo le tematiche legate all’idea centrale del
nostro lavoro: il sostegno all’esercizio, alla distribuzione, alla
produzione e quindi al pubblico. Un progetto che si evolve ogni anno
adeguandosi alle mutazioni del mercato ma rimane fedele a tre
parole: sostenibilità, flessibilità, interoperabilità.
La terza sezione, Il Cinema Ritrovato, è dedicata alle storie positive di
alcune sale. Come lo scorso anno abbiamo voluto dare una
testimonianza concreta alle nostre filosofie.
Chiude il libro, da sempre accolto con grande favore da tutto il nostro
pubblico, il Dizionario essenziale che è stato, come in ogni Quaderno,
aggiornato e integrato.
Quanto alla copertina non abbiamo resistito: l’abbiamo fatta verde, di
questo verde, perché l’evidente richiamo grafico a una grande e
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“storica” Storia d’Italia è stato davvero irresistibile. Naturalmente si
tratta solo di un gioco, forse anche di un ricordo personale, perché è
certo che questo quarto Quaderno di Microcinema non potrebbe mai
pensare a qualsiasi forma di competizione. E poi il verde non è il
colore della speranza?
Per quanto riguarda infine la scelta delle illustrazioni, quest’anno non
è stata monografica, anche in considerazione del tema trattato che
offriva infiniti spunti diversi. Si tratta di immagini che a noi sono
piaciute molto, in sé, ma in tutte abbiamo cercato e trovato le ragioni
di un qualche “contrappasso” col tema trattato, ragioni che lasciamo
gioiosamente ad ogni più personale lettura.
Come in passato anche questo Quaderno viene pubblicato in 7.500
copie, segno che, anche nella sua microscopica area editoriale,
Microcinema è in controtendenza e, con nostro grandissimo
compiacimento, stampa tirature di tutto rispetto.
Buona lettura e buon cinema a tutti.
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Michelangelo Pistoletto – Stracci d’Italia (2007), particolare
Torre Cilindrica, Comune di Salemi (TP)
UNA STORIA D’ITALIA
RACCONTATA AL CINEMA
di Franco Del Campo
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Una storia d'Italia
raccontata al cinema
di Franco Del Campo
“…non si può sempre stare a guardare...!”
Luigi Comencini, Tutti a casa, 1960
Premessa
In Italia, forse purtroppo forse per fortuna, non abbiamo un film che
ci abbia raccontato La nascita di una Nazione come è avvenuto negli
USA, con David Wark Griffith (1915).
Nessuno ha voluto o potuto mostrarci quella sorta di rivoluzione
(forse mancata) che fu (o avrebbe voluto essere) il nostro
Risorgimento, come ha fatto Sergej Micchajlovic Ėjzenštejn, quasi in
presa diretta e con una forte connotazione ideologica, per la
rivoluzione bolscevica in Ottobre (1928). E così a noi italiani sono
mancate le immagini di una storia che ci appartiene e che facciamo
ancora fatica a raccontare.
Forse per questo la costruzione della nostra identità nazionale, a 150
anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861 nel
piccolo Parlamento di Torino, è stata così lunga e faticosa.
L’origine del nostro “essere italiani” sta in parole antiche ed eleganti,
scritte più di 700 anni fa, dentro la letteratura dei poeti fiorentini.
“Cantava” Francesco Petrarca: “Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio…”
(Canzone all’Italia, Canzoniere, CXXVIII). Dopo un po’ sono arrivati i
raffinati intellettuali del Cinquecento, che hanno “disputato” su quale
doveva essere la nostra (la “loro” in realtà) lingua. E poi è arrivato il
momento degli “eroici furori” dei poeti militanti ed appassionati
dell’Ottocento romantico, dentro il quale matura il nostro
Risorgimento. Scrive Giacomo Leopardi, tanto “romantico” quanto
illuminista, severo, lucido e pessimista: “…Piangi, che ben hai donde,
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Italia mia,/ le genti a vincer nata/ e nella fausta sorte e nella ria…”
(Canti, I).
Parole belle, forti, antiche e preziose, ma che per secoli sono state
patrimonio solo di una ristretta cerchia di intellettuali e di quei pochi
privilegiati che sapevano leggere e scrivere.
Per secoli siamo stati una nazione senza stato e quei pochi che
volevano insegnarci ad essere italiani, come Machiavelli e
Guicciardini, o erano – come nel caso del ricco diplomatico fiorentino
al servizio di una potenza “straniera” – il potere temporale della
Chiesa di Roma, da sempre ostile a qualsiasi idea di Italia unita, o ci
addestravano – come faceva, forse per difenderci, il povero
segretario del Comune di Firenze – all’intelligenza e al sotterfugio
nella gestione scientificamente “laica” del potere e della politica.
In assenza di uno stato, di un principe, di una corte, di una “curia”, è
stata la letteratura, anzi la storia della letteratura – secondo
Francesco De Sanctis, il primo e insuperato Ministro della Pubblica
Istruzione italiano – a costruire, pagina dopo pagina, i frammenti
della nostra composita identità.
La nostra identità – così – per secoli è rimasta tanto elegante quanto
“antica”, con i suoi riflessi nella Roma repubblicana ed imperiale.
Un’identità bella, complessa e soprattutto per pochi. Per troppo
tempo ci siamo raccontati con tante parole (per pochi) e poche
immagini (per tutti). Per questo, forse, abbiamo qualche problema
con la modernità politica, anche se la nostra storia è piena di
inventori e innovatori nella scienza e nell’arte.
Chissà se è stato (ed è) più faticoso “fare gli italiani” (frase che
Massimo D’Azeglio non ha pronunciato, ma che resta fondamentale)
perché – dopo il periodo giovanile, eroico e generoso del
Risorgimento – abbiamo dovuto studiare la nostra storia ed identità
sui libri, condannati a una lettura lenta, silenziosa, qualche volta
noiosa e quasi sempre solitaria, senza il sollievo – qua e là – di
qualche figura in movimento.
Forse – per fare gli italiani – almeno negli ultimi cento anni, ci è
mancata la forza persuasiva e dedicata a un pubblico di massa, che
coniuga ragione e sentimenti, le parole e la musica con le immagini.
Una forza che solo il cinema può (o poteva) comunicare grazie ad
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una partecipazione tanto collettiva quanto emotiva, che poteva
servire (potrebbe ancora) a farci popolo e cittadini.
Eppure non è un caso se l’idea di essere una nazione ci è arrivata
dalla Francia, dalla quale abbiamo “mediato” sia il nostro tricolore sia
il medium della modernità comunicativa, che è appunto il cinema.
Forse non è un caso se Torino, capitale d’Italia dal 17 marzo 1861 al
1865, si è consolata del suo declassamento diventando, almeno per
un po’, la capitale del cinema italiano con la prima proiezione nel
1896, solo pochi mesi dopo la proiezione, il 28 dicembre 1895 a
Parigi, dei fratelli Lumière1.
Ma, in realtà, il cinema italiano, più che “fare gli italiani”, ha
raccontato il lento e faticoso “farsi” degli italiani, quasi sempre senza
alcun progetto ideologico (salvo il tentativo “totalizzante” del
fascismo) della portata stilistica – ma politicamente su versanti
opposti – di un Griffith negli Stati Uniti dopo la guerra civile o di un
Ėjzenštejn nella Russia sovietica.
E probabilmente – digeriti e dimenticati gli eccessi retorici – non è
stato un male.
Il nostro cinema, infatti, non ha mai rinunciato a raccontarci. Lo ha
fatto in modo continuo e frammentario, a suo modo sincero, senza
alcun progetto “formativo” – lo stato post risorgimentale aveva
demandato la formazione degli italiani alla scuola pubblica e
all’esercito – ma quasi sempre con grande attenzione, qualche volta
con affetto, spesso con realismo ed amarezza, anche quando si
concedeva il sorriso disincantato della “commedia all’italiana”, che ci
descriveva – con una sorta di ossimoro antropologico – cinici e
generosi.
E allora conviene provare a ricordarci come eravamo, come siamo,
come – forse – saremo, come ci siamo raccontati tra indulgenza e
sarcasmo. Per dare un senso a questo tentativo, dobbiamo andare al
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A Torino nasce e si sviluppa il cinema italiano. Nel 1914 il regista Giovanni Pastrone
gira Cabiria, dal soggetto di Gabriele D’Annunzio: sarà il primo lungometraggio a
distribuzione mondiale. Nei primi anni del secolo, nascono importanti stabilimenti
cinematografici: Ambrosio, Aquila, Itala Film e gli studi Fert che sono tra i più attivi e
meglio attrezzati studi d’Europa e dove si realizzeranno oltre 180 film.
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cinema a rivedere tanti film, che – anche se non sono più proiettati
nelle sale cinematografiche – scorrono ancora nella nostra memoria.
Qua e là questi film possono essere ritrovati, raccontati e/o proiettati
anche ai nostri giovani, magari proprio a scuola, dove il cinema
conserva la sua immutata capacità di attirare l’attenzione collettiva
degli studenti, assuefatti ad un uso solitario e spesso smodato di uno
schermo, sia esso quello di un televisore piuttosto che di un
computer, che in questo anno 2011, un po’ strano e speciale, si son
ritrovati a dover pensare al significato che ha oggi l’“essere italiani”
tra lo sventolio entusiasta e perplesso di tanti tricolori.
Per “farsi italiani”, oggi, non bastano più le parole belle ed
appassionate dei poeti. Oggi abbiamo particolarmente bisogno di
vedere le facce di questi italiani, antichi, vecchi e nuovi, ancora più
strani e colorati che in passato. E solo il cinema può farci vedere
queste facce in movimento, in divenire dentro la vita e la storia.
Per questo Microcinema, nell’anniversario dell’unità d’Italia, prova a
guardare alla nostra storia con gli occhi del cinema, andando a
rivedere tanti film che ci descrivono, che ci appartengono e che per
certi versi anche ci definiscono.
La scelta dei film che raccontano questi 150 anni (e anche di più), è a
suo modo arbitraria ma anche necessaria e può essere concepita
come un percorso da fare insieme e/o singolarmente, come quando
si va al cinema, che naturalmente continua, che può avere altre
tappe e deviazioni, che deve essere “dialettico” e non omologato, ma
che – sotto sotto – conserva un sentire comune che ci fa “fratelli (e
sorelle) d’Italia” e, soprattutto, cittadini della Repubblica.
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Cornici “storiche” di riferimento
Per tentare di non perdersi troppo presto in questo breve viaggio
(che cosa sono, rispetto alla storia di lunga durata, 150 di unità
nazionale e poco più di 100 anni di cinema?) abbiamo ritenuto
necessario costruire delle mappe o, se si vuole, delle “cornici
storiche” di riferimento per cercare di raccontare con le immagini
come una certa “idea di nazione” si sia diffusa da queste parti, per
vedere che facce potevano avere quelle donne e quegli uomini, quasi
sempre giovani, che si erano messi in testa di “fare come in Francia”,
che volevano essere liberi ed uniti, anche se per secoli i loro prìncipi
si erano combattuti, spesso con le distratte e costose truppe
mercenarie o appellandosi all’aiuto di potenze straniere, che ne
hanno approfittato per secoli, oppure facendosi concorrenza a colpi di
creatività e di bellezze artistiche, costruendo palazzi e ville,
commissionando affreschi e sepolcri, finanziando e comprando statue
e dipinti.
Microcinema ha provato a guardare in faccia quegli italiani, anche
quelli che erano tali senza saperlo e a milioni se ne sono andati
dall’Italia senza conoscerne ancora la lingua e la storia.
Microcinema ha cercato di indovinare le facce degli italiani che si
sono sentiti tali nei momenti peggiori, come nelle tante guerre
combattute, oppure sono diventati, qualche volta con indifferenza e
qualche volta con un po’ di vergogna, “i soliti italiani”. Ma tutti, alla
fine, si sono affezionati al nostro “essere italiani”, ai tanti modi che
ben conosciamo di essere italiani.
Le cornici storiche o le mappe di riferimento, limitate e arbitrarie, ma
non troppo, per noi sono diventate cinque:
1) “La nascita di una nazione”: proviamo a guardare o ricordare i
film che raccontano frammenti più o meno ampi del nostro
“Risorgimento”, il periodo della formazione dell’”idea di nazione” in
Italia durante l’Ottocento, dalle prime insurrezioni, tanto eroiche e
generose quanto avventate e sfortunate, all’epopea garibaldina, forse
troppo grande e irregolare per essere raccontata in modo adeguato.
Concluso il periodo eroico, bisogna che cambi tutto perché non cambi
niente (da qui l’inquietante “centralità” del Gattopardo), si avvicina un
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periodo di presunta normalità: da una parte uno stato un po’ grigio,
burocratico e spesso ottusamente repressivo, dall’altra una società
percorsa dai primi conflitti sociali, con l’emergere delle rivendicazioni
contadine e di un proletariato urbano ancora politicamente confuso.
2) Dalla belle époque alla Grande Guerra: proviamo a guardare
o ricordare i film che raccontano una società italiana che si è appena
formata, ancora intrisa di retorica patriottica ma già disposta al
trasformismo. La belle époque, tra la fine dell’Ottocento e il primo
decennio del Novecento, probabilmente è stata bella solo per pochi,
ma è stata comunque l’annuncio di una nuova modernità e di nuovi
consumi di massa – tra l’altro arriva anche il cinema – che si
diffondono rapidamente grazie al progresso che sembra così
generoso, promettente e senza fine. Ma è un’Italia già a suo modo
“indebolita”, divisa tra i sogni sproporzionati di una improbabile
grandezza coloniale, la fuga all’estero di milioni di contadini senza
speranza alla ricerca di una vita migliore o per provare
semplicemente a sopravvivere. È anche una società attraversata da
conflitti sociali sempre più profondi, tra la lotta di classe del nascente
proletariato e il nazionalismo, sempre più violenti ed antagonisti nella
società di massa. Conflitti che alla fine esploderanno – almeno per
quanto riguarda l’Italia – in quella che ci è stata raccontata come
l’ultima “epopea” risorgimentale, ma che è stata la prima devastante
“inutile strage”, che ha annunciato l’arrivo di un’epoca nuova, più
forte, accelerata, potente ed aggressiva, come voleva il futurismo,
che si realizza nella Grande Guerra.
3) “Dal fascismo alla Resistenza”: proviamo a guardare o
ricordare i film che ci hanno raccontato questo ventennio di vita
italiana, procedendo spesso a ritroso. È come se il cinema avesse
avuto fretta di testimoniare immediatamente quello che stava
accadendo, quasi in presa diretta, per lasciare un po’ più indietro la
lettura e la riflessione sul periodo fascista. Non a caso Roma città
aperta è del 1945 e racconta episodi accaduti appena l’anno prima,
inaugurando la grande stagione neorealista. Il cinema di questo
periodo ci racconta il cosiddetto ventennio partendo dalla fine, dalla
guerra e dalla Resistenza, che sono appena finite. Forse è un’urgenza
dovuta al fatto che l’una e l’altra rischiavano di essere rimosse o
deformate o dimenticate. Solo più tardi – tra la fine degli anni
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Cinquanta e gli anni Sessanta – e molto cautamente, qualche volta
anche con indulgente ironia, il cinema italiano si rivolge alla
complessità, alla violenza, al consenso e alla “normalità” del periodo
fascista.
4) “Dalla ricostruzione alla fine della prima Repubblica”:
proviamo a guardare o ricordare i film che raccontano l’inizio della
ricostruzione. Il nostro secondo dopoguerra, in realtà, è stato un
periodo silenziosamente “epico”, di lavoro, solidarietà, concretezza e
crescita straordinaria. I primi film che lo raccontano – dopo che la
stagione del neorealismo si è rapidamente consumata – sono
particolarmente “poetici”, a tratti “magici” (da Ladri di biciclette a
Miracolo a Milano) e sembrano condizionati dalla nostalgia per un
sogno perduto.
Negli anni Cinquanta si lavora e si sogna. L'11 settembre 1949, con
una trasmissione sperimentale dalla Triennale di Milano presentata da
Corrado, hanno inizio le trasmissioni televisive in Italia con lo
standard a 625 linee, ma la programmazione regolare cominciò
soltanto dal 3 gennaio 1954, a cura della RAI, in bianco e nero. È una
televisione ancora per pochi, anche se tutti, appena possibile,
vogliono vederla e averla in casa. Per trovare un po’ di leggerezza
incline alla favola popolare (non lo era stata, a suo modo, anche la
storia di Renzo e Lucia nei Promessi sposi?), bisogna andare al
cinema a vedere i vari Pane, amore e fantasia oppure Poveri ma belli.
Negli anni Sessanta, quando gli italiani pensano di essere diventati
finalmente un po’ più ricchi e non di rado più maleducati, i film
diventano sempre più amari e “divertenti” secondo i canoni della
commedia all’italiana. L’elenco è o potrebbe essere infinito, ma le
coordinate possono andare da Il sorpasso, a Signori e Signore, a Il
medico della mutua, a I mostri e a tanti altri. Un’infinità di film che
raccontano tutti, con affettuoso, amaro e graffiante sarcasmo, la
nostra comédie humaine nazionale.
Ma dopo la ricostruzione, il boom economico e la nuova ricchezza o il
semplice benessere, tanto improvviso quanto – per la prima volta
nella nostra storia – diffuso, arriva anche la contestazione, il
terrorismo, le mafie che riemergono e dalla Sicilia si diffondono nel
tessuto nazionale, assieme alla corruzione e alla presunta impunità
della politica senza controllo e senza ricambio.
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Negli anni Settanta c’è la crisi economica e il terrorismo, che dopo
uno stillicidio di morti e una serie di stragi culmina con l’assassinio di
Aldo Moro (1978) e la strage di Bologna (1980).
Negli anni Ottanta arriva l’esplosione del debito pubblico, che
raddoppia passando dal 60% a quel 120% che ancora ci inchioda, e
prosegue nei primi anni Novanta con la crisi di una classe politica
inamovibile, che aveva resistito ai colpi del terrorismo, ma adesso si
abbandona alla tentazione della corruzione e dell’ostentazione. Così la
politica, sempre più spesso, si confonde con la televisione, prima con
“i nani e le ballerine”, secondo la definizione di un vecchio socialista
come Rino Formica, poi con quella ammiccante del “Bagaglino”, ma
sempre marchiata da “Colpo grosso”. La politica, che prima era
severa e poi seriosa, diventa “sorridente” e così si immerge nella
palude di Tangentopoli e Manipulite (che nessun regista ha ancora
avuto la voglia o il coraggio di raccontare in modo compiuto).
È la crisi della prima Repubblica. È una crisi lunga e drammatica, ma
il nostro cinema sembra che abbia fatto fatica a raccontarla, forse
perché troppo intrisa dall’ideologia o perché è ancora troppo difficile
prendere “la giusta distanza”.
5) “Come siamo oggi, o quasi…”: è la parte più difficile da
trattare, perché non solo è in continuo divenire ma anche perché si
riferisce a film che raccontano come siamo o pensiamo di essere oggi
(o quasi…). Il primo problema è definire quando inizia il nostro “oggi”
e, anche se rinunciamo a farci la domanda e darci una risposta
(Marzullo docet), i fotogrammi che ci entrano negli occhi sono troppo
frammentati e deformati, anche a causa della loro eccessiva vicinanza
temporale che ci rende difficile avere una visione d’insieme.
Il nostro presente, che ci sembra più o meno eterno, rassomiglia a un
mosaico del quale ancora non riusciamo a cogliere i lineamenti di un
disegno compiuto e coerente (forse perché non esiste) o di una
identità più precisa, proprio perché è ancora in via di formazione. E
allora tendiamo a raccontarci e a rifletterci nel lavoro sempre più
precario dei giovani, con l’affetto e l’amore di comunità piccole
piccole che si immaginano autosufficienti, con una nuova amichevole
attenzione a una diversità che non è più tale.
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Il fatto è che il cinema oggi ci racconta una serie di micro-realtà, che
ci sembrano frammentate e affaticate, solo perché ci rassomigliano.
In un contesto ancora poco definito il cinema di oggi fatica a trovare
uno sbocco nelle sale, i piccoli cinema chiudono e i multiplex si
interessano solo a film che preannunciano incassi sicuri. E rischia di
venir meno la voglia stessa di fare un certo tipo di cinema, proprio
quello che ci racconta, ci fa divertire e riflettere.
Ma di questo parleremo nella seconda sezione.
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Giovanni Fattori – Garibaldi a Palermo (1860-1862), particolare
Collezione privata
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La nascita di una nazione
Come erano le facce degli italiani che non erano ancora tali? Chi
erano, cosa pensavano e come speravano di diventare? Per provare a
rispondere a queste domande – almeno in minima parte –
bisognerebbe leggere, anzi studiare, una tale quantità di libri che
rischierebbero di farci perdere in una storia infinita.
Proviamo ad andare o ritornare al cinema per vedere e scoprire come
ci hanno raccontato e mostrato quelle facce.
Qualcuno forse ricorda che la nostra idea di nazione e anche il nostro
tricolore (Reggio Emilia, 1797) ci sono stati portati dai francesi, dalle
armate napoleoniche, che con la scusa – in parte mantenuta – di
liberarci da un feudalismo ormai esausto, ci conquistavano e
depredavano e, al tempo stesso, ci “regalavano” una nuova
modernità che annunciava “liberté, égalité, fraternité”.
Una cosa è comunque sicura: gli “italiani” che si affacciavano sul
Risorgimento erano abbastanza pochi e la grandissima maggioranza
era analfabeta. Quando viene fatta l’Italia, nel 1861, tra gli “italiani
da fare” il 78% è analfabeta, con un divario che è già un abisso tra il
Sud e le Isole, che superano il 90%, e il Nord dove, per quanto
povero, chi non sa né leggere né scrivere si ferma “solo” al 57% in
Piemonte e al 60% in Lombardia.
Il primo censimento sabaudo del 1861 conta 26,3 milioni di italiani,
ma aggiunge, con qualche anticipo rispetto alle conquiste del 1866 e
del 1870, già lo Stato della Chiesa e il Veneto; perciò i “veri” sudditi
del Regno sono – per il momento – poco più di 22 milioni.
Questo significa che all’inizio dell’Ottocento, alla fine delle guerre
napoleoniche e all’inizio della Restaurazione, quando eravamo
davvero solo una espressione geografica, gli “italiani” erano meno di
20 milioni. Il Congresso di Vienna (1814-1815), per allontanare
queste strane idee rivoluzionarie di Repubblica e di unità d’Italia,
aveva frammentato la penisola in un mosaico di nove stati, in gran
parte sotto la tutela austriaca: il Regno di Sardegna (l’unico
sostanzialmente autonomo), il Regno Lombardo-Veneto, il Ducato di
Parma, Piacenza e Guastalla, che governava anche su Lucca, il
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Ducato di Modena, il Ducato di Massa e Carrara, il Granducato di
Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie, di gran lunga
il più esteso, oltre alla ancora attuale Repubblica di San Marino.
E allora, forse inaspettatamente, per cogliere qualche cenno di una
arretratezza economica e sociale secolare, di un’Italia semifeudale e
senza industrie e ferrovie, che da tempo era scivolata ai margini
dell’Europa, dobbiamo fare un piccolo passo indietro ed andare a
rivedere un film che in apparenza non c’entra nulla con il nostro
Risorgimento, e che invece ci racconta o ci suggerisce quello che
stava per accadere.
Il marchese del Grillo (1981), di Mario Monicelli2. Il nobile romano ha
la faccia molteplice di Alberto Sordi, l’eterno italiano per tutte le
stagioni, che questa volta è al tempo stesso un giovane libertino,
rampollo della più antica ed esclusiva “nobiltà nera” pontificia, ed
alter ego, per gioco, di un povero carbonaio ubriacone.
Il marchese del Grillo vive e scherza con un popolo che è ancora
plebe (e che un secolo dopo – grazie alla televisione – sarà promosso
a “gente”) e annuncia quello che è sempre stato il primo e unico
articolo di un’Italia ancora senza Costituzione: “io so’ io e voi nun
siete un cazzo…” (in realtà una frase di Giuseppe Gioacchino Belli).
Il marchese del Grillo, che pure appartiene a quella stretta cerchia di
nobiltà “nera” che ha il privilegio raro di portare il Papa (un grande
Paolo Stoppa) sulla sedia gestatoria, si può permettere scherzi crudeli
ridendo alle spalle dei poveracci, distribuendo una carità arroventata,
e addirittura alle spalle di Sua Santità, facendo suonare tutte le
campane di Roma a lutto, tanto “morto un Papa se ne fa un altro”;
comunque è sempre perdonato con un buffetto (noblesse oblige). Ma
il marchese del Grillo è anche amico degli ufficiali francesi che
occupano Roma ed apprezza – da impenitente donnaiolo – la loro
modernità quando fanno cantare a teatro delle vere donne. La sua
piccola rivoluzione personale, che si riduce a un tentativo di “fuga”,
ricca di bagagli, verso Parigi, viene interrotta dalla sconfitta di
2
Orso d’argento a Berlino nel 1982 per la migliore regia e, nello stesso anno, David di
Donatello per il miglior scenografo e il miglior costumista e Nastro d’argento per i
costumi, la scenografia, la sceneggiatura e l’attore non protagonista (Paolo Stoppa).
26
Napoleone in Russia (dicembre 1812) e dal ritorno mesto dei soldati
“italiani” che hanno partecipato a quella campagna. Nel film vediamo
ex soldati napoleonici che parlano napoletano, ciociaro, romano, che
hanno lo stesso passo incerto e la stessa faccia scarna, perplessa e
riconoscente (per essere sopravvissuti) degli alpini mandati nella
steppa 130 anni dopo, per inseguire i sogni di grandezza di Mussolini,
al seguito delle armate tedesche.
Il marchese del Grillo se ne ritorna rapidamente agli agi romani e ai
noiosi riti familiari e sembra che la speranza francese si esaurisca
quasi subito. Ma quelle tre idee più una – liberté, égalité, fraternité +
unità d’Italia – invece rimangono.
Idee che riesplodono quasi subito, dopo pochi anni, in piena
Restaurazione, e sembra veramente incredibile come si siano radicate
nelle teste di tanti (o erano troppo pochi?) “italiani”, ricchi e poveri,
nobili e plebei, analfabeti ed intellettuali, ma tutti determinati a
sacrificarsi – nell’indifferenza quasi generale – per realizzarle, chissà
come e chissà quando.
Pochi anni dopo il ritiro delle truppe francesi e la rinuncia del
marchese del Grillo a “scappare” a Parigi, nella Roma pigra e retriva
della Restaurazione c’è qualcuno che vorrebbe cacciare il Papa e
magari provare a fare qualcosa che rassomigli all’Italia.
Nell’anno del Signore (1969) di Luigi Magni3, è il primo film di una
preziosa trilogia sulla Roma papalina che sta per diventare
risorgimentale, e racconta di nobili o ricchi borghesi, appartenenti a
società segrete, ma ben sorvegliate dalla polizia politica, come la
Carboneria, che rassomiglia alla Massoneria di origine illuminista, che
si sono invaghiti dell’idea risorgimentale e sono disposti a sacrificare
la vita, con la migliore coerenza romantica.
I due carbonari, Leonida Montanari e Angelo Targhini, condannati
(realmente) a morte nel 1825 – quattro anni dopo la speranza
suscitata in Piemonte dalla Costituzione concessa da Carlo Alberto,
che lo zio Carlo Felice, revocò immediatamente – sono troppo belli,
3
David di Donatello e Nastro d'argento nel 1970 a Nino Manfredi come miglior
attore.
27
troppo nobili, troppo eroici e generosi, e forse davvero, come dice un
congiurato, “I nobili fanno la rivoluzione come la caccia alla volpe,
perché s'annoiano, mica perché je serve”.
Allora, per cercare di capire come vanno le cose, fermiamo il nostro
sguardo sul viso del ciabattino (apparentemente) analfabeta, Nino
Manfredi (che ebbe nel ’70 il suo terzo David di Donatello), che in
realtà dà voce a Pasquino, che a suo modo denuncia con una satira
tagliente i soprusi del clero (una sorta di WikiLeaks4 ante litteram), e
su quello della sua inquieta e bellissima fidanzata Claudia Cardinale
(“che peccato ...così bella e così giudia”, dirà il Cardinale Rivarola Tognazzi), vera “Marianna”, volto femminile della nostra Italia
“risorgimentale”, dal Gattopardo alla Ragazza di Bube.
Nell’anno del Signore mostra patrioti giovani, belli, nobili e del tutto
inadeguati a fare una “rivoluzione”, che saranno giustiziati sul
patibolo dal boia Mastro Titta, “l’uomo più moderno di Roma”, perché
gestisce con abilità la ghigliottina, rapida e a suo modo “pulita”, che il
potere reazionario ha imparato ad apprezzare. Ma sulle intenzioni,
per quanto sincere e generose, di questi patrioti carbonari, il
popolano Pasquino è altrettanto diffidente e tagliente che contro il
clero: “Me fanno ride' a me li carbonari. Li congiurati... ma de che?
[...] De teste ne poi taja' quante te ne pare... so' le lingue che
contano”.
Il nostro cinema, anche giocando tra passato e presente, ci racconta
un Risorgimento ancora inconcludente, eroico e pasticcione, con
conseguenze – per il momento – catastrofiche.
Intanto, un po’ più a nord, subito dopo la fine del sogno-incubo di
Napoleone, si stanno consumando gli stessi entusiasmi e le stesse
speranze. Ancora nobili generosi, disposti al sacrificio della vita,
4
WikiLeaks (dall'hawaiano wiki, “veloce” e dall'inglese leak, “perdita”, “fuga di
notizie”) è un'organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo
anonimo documenti coperti da segreto e poi li carica sul proprio sito web mettendoli
a disposizione della rete. Il sito è curato da giornalisti, attivisti, scienziati in gran parte
anonimi. Il progetto non ha alcun legame con Wikipedia. WikiLeaks, per scelta, non
ha alcuna sede ufficiale. Lo scopo ultimo è quello della trasparenza quale garanzia di
giustizia, di etica e di una più forte democrazia. Il sito fece la sua prima apparizione
su internet nel dicembre 2006. Julian Assange è il principale portavoce di WikiLeaks.
28
tramano e progettano improbabili spedizioni al Sud per “liberare” i
contadini dall’oppressione borbonica.
Allonsanfàn (1974), dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, racconta la
storia dell’aristocratico lombardo Fulvio Imbriani (Marcello
Mastroianni). Affiliato controvoglia ai Fratelli Sublimi, in gioventù era
stato, come Foscolo e come molti altri intellettuali, “inquinato” dalle
idee giacobine quando era ufficiale napoleonico, e adesso vorrebbe,
dopo la detenzione nelle carceri austriache, solo ritornare ai piaceri e
alla tranquillità delle sue tenute. È un frammento di un Risorgimento
ancora improbabile, che sembra già stanco ed esposto al tradimento,
che fa fatica ad innescare la miccia insurrezionale, pieno di speranze
che sembrano ancora illusioni. Forse per questo l’utopia, per
definizione impossibile, deve consolarsi e rifugiarsi in un sogno
popolato di camicie rosse.
Allonsanfàn, l'inizio de La Marsigliese è "Allons enfants de la Patrie",
racconta anche un pezzo di Risorgimento che rassomiglia alla
fallimentare generosità delle imprese dei fratelli Bandiera (1844), che
Mazzini non riuscirà a trattenere, e al sacrificio lucido e cosciente di
Carlo Pisacane, nobile, napoletano, ex ufficiale borbonico e patriota
già vagamente socialista. Verranno tutti massacrati come “briganti”
(come i partigiani nella Resistenza) proprio da quei contadini che
volevano liberare (Pisacane muore, forse suicida, il 2 luglio 1857).
Ma torniamo a Roma, che è mito fondante di tutto il Risorgimento
italiano.
Luigi Magni, prima con In nome del Papa Re (1977) e poi con In
nome del popolo sovrano (1990), descrive la storia quasi a ritroso e
due momenti storici che quasi si intersecano nel racconto,
recuperando una vena “anticlericale” che è stata ben presente nel
corso di tutto il Risorgimento, nonostante il contributo che tanti preti
e frati vi diedero.
In nome del popolo sovrano5, ultimo film della trilogia e sempre con
Nino Manfredi, racconta tutta un’altra storia e un’altra passione
5
David di Donatello nel 1991 per i migliori costumi e Nastro d'argento per le musiche
(Nicola Piovani).
29
rispetto alla Roma del 1825, una città che Nell’anno del Signore
sembrava ancora lontana ed assente, ridotta quasi allo stereotipo
della pigrizia e del cinismo.
In nome del popolo sovrano colloca la sua narrazione dopo vent’anni
dal periodo raccontato dal primo film ed ora la storia diventa ufficiale,
politica, e si svolge da Roma alla Romagna, tra il novembre 1848 e
l’estate del 1849. Sono gli anni della prima guerra d’indipendenza e
della tanto bella quanto sfortunata Repubblica romana. Roma in quei
giorni è governata da un triumvirato più unico che raro, composto da
Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini ed è difesa
militarmente da Giuseppe Garibaldi e, con grande entusiasmo, dallo
stesso popolo romano, che si era già affezionato alla bella ed
effimera Costituzione repubblicana (durata solo poche ore). Sono i
momenti che vedranno il sacrificio di Goffredo Mameli, l’autore de Il
canto degli Italiani, che diventerà “Fratelli d’Italia”, morto neanche
ventiduenne per difendere Roma dai francesi, guidati dal generale
Oudinot e mandati dal presidente della seconda Repubblica Francese,
Napoleone Bonaparte, che non è ancora diventato il “piccolo”
imperatore Napoleone III.
Il film racconta storie di eroismo, sacrificio, amore e morte, di nobili
ribelli e di garibaldini, di un popolo – rappresentato questa volta da
Angelo Brunetti (ancora una volta Nino Manfredi), un cronista satirico
noto come Ciceruacchio, che verrà fucilato dagli austriaci il 10 agosto
1849, quando voleva raggiungere Venezia con Garibaldi –. Questa
volta c’è un popolo che comincia a credere davvero di poter essere
“sovrano”.
In nome del Papa Re6, secondo della trilogia, guarda un po’ più
lontano e si svolge nel 1867, qualche anno prima della fatidica
breccia di Porta Pia, quando il 20 settembre 1870 la promessa di
conquistare Roma, per farne l’anno dopo la capitale d’Italia, sarà
mantenuta dai bersaglieri di Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, e
non da Garibaldi, che pure se la sarebbe meritata. In questo
6
Nel 1978, David di Donatello per il miglior film, il miglior produttore e per il miglior
attore protagonista (il settimo David di Nino Manfredi) e Nastro d'argento per il
miglior attore, la scenografia e il miglior attore non protagonista (Carlo Bagno).
30
momento Roma ha meno di 200.000 abitanti, e viene terza dopo
Milano e Napoli (che si sente ancora una capitale).
In nome del Papa Re con Nino Manfredi, nella parte di monsignor
Colombo. Il film è la storia (vera ma romanzata) dell’ultima condanna
a morte, da parte di un potere temporale ormai decrepito, avvenuta il
22 ottobre 1867, dei due patrioti Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti
(interpretato da Rosalino Cellamare, in arte Ron), accusati di aver
compiuto una strage contro ventitre zuavi francesi che “difendono”
Roma. Comunque, la “liberazione” è ormai vicina.
Camicie rosse (Anita Garibaldi) (1952), diretto da Goffredo
Alessandrini, che nel corso delle riprese dovette cedere la regia al suo
assistente, Francesco Rosi, e che fu terminato da Luchino Visconti. Il
film voleva cogliere il momento della sconfitta della Repubblica
Romana (1849) e la fuga di Garibaldi (Raf Vallone), che l’aveva difesa
fino all’ultimo, con 4.000 volontari e la moglie Anita (con la faccia
forte ed appassionata di Anna Magnani), che morirà vicino a
Ravenna.
Andando su e giù per la storia d’Italia, dentro e fuori il cinema della
nostra memoria, abbiamo “visto” le prime ribellioni sfortunate, i timidi
inizi di un’idea improbabile, quando davvero – come diceva il superbo
principe di Metternich – “l’Italia era solo un’espressione geografica”.
Andando al cinema abbiamo intravisto la prima guerra
d’indipendenza, la Repubblica romana (1848-49) e la seconda guerra
d’indipendenza (1859), ma sarà l’impresa dei Mille (1860) guidata da
Garibaldi, che voleva sempre e comunque arrivare a Roma, passando
dal Sud e puntando sull’indipendentismo siciliano contro i Borboni di
Napoli, che porterà a compimento il sogno dell’unità d’Italia.
E’ una storia tanto strana quanto epica, questa impresa dei Mille, con
un generale corsaro, bello, generoso, abile ed impetuoso, che
trascina i suoi in un’impresa impossibile, che appena tre anni prima –
con intenzioni quasi analoghe – era fallita tragicamente con la morte
annunciata di Carlo Pisacane, che non a caso prima di partire aveva
inviato il suo “testamento” a Mazzini, e dei suoi 300 giovani e forti e
tutti morti.
La storia dei Mille è epica e strana perché dentro c’è anche la
diplomazia segreta di Cavour, la voglia di Vittorio Emanuele II di farsi
31
Re d’Italia, il beneplacito della marina inglese, che lascia passare i
due piroscafi piemontesi (la spedizione è in parte finanziata proprio
dagli inglesi), la preparazione alla “rivoluzione” in Sicilia del giovane
Francesco Crispi, la passione dei picciotti, le incredibili ritirate e le
sconfitte dei borbonici, le repressioni di Bronte, le ambigue aperture
della camorra quando Garibaldi entra a Napoli.
Una storia così strana, epica e tanto complessa, è forse troppo
difficile da raccontare al cinema. Ci hanno provato in molti, anche la
televisione, con risultati incerti e spesso scadenti ma, tra tanti film,
ha un posto speciale I Mille (1912) di Alberto Degli Abbati, ancora
muto7.
I Mille è un film che probabilmente risente, quando è stato realizzato,
di una ventata patriottica legata alla guerra di Libia voluta da Giolitti,
quando – anche secondo il mite socialista Giovanni Pascoli – la
“Grande Proletaria” si era messa in movimento verso la “quarta
sponda”.
I Mille è anche, a suo modo, un film onesto: ricostruisce le varie fasi
storiche dell’impresa intrecciandole con piccole storie di sopraffazione
e di patriottismo, di amore e di morte. Sono storie a loro modo
plausibili e i personaggi, anche se sono muti, ripercorrono le traversie
dei Promessi sposi (il ricco Corrado e la povera Rosalia), con un don
Rodrigo borbonico (il capitano Altieri) e un fra Cristoforo quasi
garibaldino (frate Lorenzo). L’importante è che tutto si concluda con
lo sventolio del tricolore (in bianco e nero) su Palermo liberata.
1860 (I Mille di Garibaldi) (1934), diretto da Alessandro Blasetti, che
ha curato la sceneggiatura con Emilio Cecchi e Gino Mazzucchi, è per
alcuni il suo capolavoro e forse anticipa l’estetica neorealista. Nel
1860, dalla Sicilia parte un picciotto, Carmeliddu, verso Genova per
sollecitare il generale Garibaldi ad intervenire e sostenere gli insorti
minacciati dalle truppe borboniche. Carmeliddu sarà tra i Mille e
parteciperà a tutta la spedizione, fino alla battaglia di Calatafimi.
7
Microcinema con Cineteca Italiana di Milano ha digitalizzato e distribuito il film
rendendone possibile la proiezione nei cinema.
32
Viva l'Italia! (1961), di Roberto Rossellini, narra le vicende della
spedizione dei Mille ed è stato realizzato in tempo per il primo
centenario dell’unità d’Italia. Il regista lo avrebbe voluto chiamare
Paisà 1860, per sottolineare l’analogia tra la conquista-liberazione
risorgimentale e quella degli alleati nella seconda guerra mondiale. Il
film rimane una preziosa ricostruzione storica, particolarmente
accurata nelle riprese dall’alto sulla battaglia di Calatafimi che, nelle
mani del regista, sembra quasi un impossibile documento dell’epoca.
Ma dopo l’impresa dei Mille, la conquista garibaldina del Regno delle
Due Sicilie, la rinuncia di Garibaldi a farsi “dittatore” di una repubblica
italiana del Sud e la proclamazione del Regno d’Italia (il 17 marzo
1861 a Torino) con il primo Re d’Italia che si chiama “secondo”,
arriva il film che – in leggero ritardo per festeggiare il centenario –
racconta in modo splendido i caratteri apparentemente eterni
dell’“essere italiani”.
Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti8 è una tappa fondamentale
del nostro viaggio nella storia delle facce degli italiani raccontati al
cinema. Ma, a fatica, bisogna distogliere subito lo sguardo dalla scena
del ballo tra Burt Lancaster e una giovanissima Claudia Cardinale,
tanto bella quanto travolgente. Per capire, bisogna guardare ai
margini della sala. Bisogna osservare quei tronfi ufficiali dei
bersaglieri che poco prima avevano entusiasticamente “liberato” la
Sicilia con le camicie rosse dei garibaldini ed ora, invece, si
pavoneggiano con le loro piume di galli cedroni e i loro alamari, nel
lusso dei palazzi di una aristocrazia troppo antica per disprezzarli
davvero.
Ed è utile anche considerare i cosiddetti personaggi minori: l’impavido
gesuitismo dell’assistente spirituale padre Pirrone (un indimenticabile
Romolo Valli), le pudicizie pruriginose delle donne che abitano il
palazzo, con la principessa Maria Stella Salina (Rina Morelli) in testa,
la rapacità e l'ambizione sociale del padre di Angelica, don Calogero
8
Palma d'oro a Cannes nel 1963; David di Donatello, sempre nel ‘63 per il miglior
produttore; tre Nastri d’argento nel 1964 per la migliore fotografia a colori (Giuseppe
Rotunno), la migliore scenografia e i migliori costumi. Nomination all'Oscar per i
costumi e al Golden Globes di Los Angeles per il miglior attore esordiente (Alain
Delon) nel 1964.
33
Sedara (un grande Paolo Stoppa), uomo dalla “fronte senza rimorsi”,
strisciante e feroce, ridicolmente vestito in frac (in “cravatta bianca”)
che quando è ammesso per la prima volta a cena in casa del principe
racconta della sua sterminata disponibilità, in caso di matrimonio, ad
una dote sontuosa. L’esempio perfetto di un vecchio predone
destinato a diventare esponente della la nuova classe dirigente
dell’Italia unita.
A questo punto sarebbe particolarmente istruttivo rileggere le parole
scritte – e fin troppo citate – da Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
autore del libro, che trasforma il suo bisnonno, il Principe Giulio
Fabrizio Tomasi di Lampedusa, dentro la finzione letteraria, nel
Principe Fabrizio di Salina: il Gattopardo. Ma qui stiamo cercando
suoni ed immagini raccontate nei film e allora fermiamoci a guardare
ed ascoltare le parole di Burt Lancaster quando proprio il Principe di
Salina, amaro e consapevole che, nonostante i grandi ideali e gli
eroismi veri e presunti, annuncia: dopo i “leoni e giaguari”
arriveranno “sciacalli e iene”.
Qui letteratura e cinema s’incontrano per raccontarci la nostra eterna
e sottile condanna.
Il Principe di Salina, che lascia al nipote Tancredi, un affascinante
Alain Delon – per qualche istante era stato addirittura “garibaldino” –
il posto di senatore (di nomina regia) del nuovo Regno, pronuncia la
famigerata sentenza: “Se vogliamo che tutto rimanga come è,
bisogna che tutto cambi”, ben consapevole che “... E dopo sarà
diverso, ma peggiore”.
Per fare un passo avanti nella nostra storia dobbiamo “saltare” e
fingere di dimenticare quella sorta di guerra civile tra Nord e Sud che
fu chiamata, per comodità propagandistica, “lotta al brigantaggio” e
che tra il 1861 e il 18659 fece migliaia di morti, contadini, donne,
bambini, ed impegnò fino a 120.000 soldati “piemontesi” (più di
quanti siano gli americani oggi in Afganistan). Una guerra civile che
forse è stata vinta militarmente, ma non ha risolto l’eterna “questione
9
Nello stesso periodo si combatte la guerra di secessione americana, dal 12 aprile
1861 al 26 maggio 1865 fra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America,
entità politica sorta dalla riunione confederale di Stati secessionisti dall’Unione.
34
meridionale”, che brucia ancora nei roghi della spazzatura di Napoli e
nella cronaca dell’eterna lotta dello stato italiano contro la mafia, la
camorra e la ‘ndrangheta, i nemici di sempre della modernizzazione
del paese, onnipotenti e sfuggenti (persino le loro etimologie sono
oscure).
Il cinema non ci racconta nemmeno, e quindi lo saltiamo con qualche
imbarazzo, l’episodio di Aspromonte (1862), quando Garibaldi, che
come al solito voleva andare a conquistare Roma, venne preso a
fucilate e ferito dai bersaglieri. Arriviamo, invece, alla sfortunata e
strana terza guerra d’indipendenza (1866). È una guerra che
raccontiamo di aver vinto pur avendo perso a Custoza e a Lissa, dopo
la quale l’ammiraglio Tegethoff, che era diventato ufficiale di marina
a Venezia, disse: “uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto
uomini di legno su navi di ferro”. E una guerra che ci “regala” il
Veneto grazie alla vittoria della Prussia sui cugini austriaci ma, per
vederla raccontata con le immagini, bisogna fare un passo indietro
nella storia del nostro cinema.
Per inseguire la storia delle facce che hanno fatto il Risorgimento,
dobbiamo saltare su e giù lungo il tempo e “ritornare” a Senso,
diretto da Luchino Visconti (aiuto registi Franco Zeffirelli e Francesco
Rosi) nel 1954, mentre Il Gattopardo, che racconta le vicende del
1860-61, è del 1963, e poi, proseguendo in questo viaggio, bisogna
aggiungere I Viceré di Roberto Faenza, del 2007, e poi ancora – si
parva licet – Noi credevamo di Mario Martone del 2010.
Senso (1954)10, tratto da una novella di Camillo Boito, che sul piano
cinematografico e stilistico sembra annunciare la viscontiana Morte a
Venezia (che però non c’entra con la nostra storia), inizia con la
scena “patriottica” e melodrammatica per eccellenza: il lancio di fiori
e coccarde tricolori al teatro La Fenice – come avveniva in molti teatri
italiani – durante la rappresentazione de Il Trovatore, al grido di “Viva
Verdi” (nome di per sé programmatico durante tutto il Risorgimento
ed acronimo di Vittorio Emanuele Re d’Italia).
10
Nomination nel ‘54 a Venezia per il Leone d'oro. Nastro d'argento come miglior
fotografia e Premio speciale della giuria a Luchino Visconti l'anno successivo.
35
Senso è una storia di amore e di morte, di soldi e di tradimenti, che
sembra fare da cornice decadente alla sconfitta di Custoza, che
avrebbe dovuto essere il titolo del film, mentre – per fortuna – una
censura “patriottica” ha imposto lo stesso titolo della novella di Boito.
La contessa Livia Serpieri, che ha la faccia appassionata, dolente e
vendicativa di Alida Valli, è troppo bella e nobile per resistere alla
tentazione di dare i soldi destinati ai patrioti al suo amante austriaco,
il tenente Franz Mahler (Remigio Ruz, nel libro di Boito), interpretato
da Farley Granger, bello, arrogante e traditore, che naturalmente,
come nelle migliori tradizioni, li sperpera con la corruzione, il gioco e
le donne. Alla fine, denunciato dall’amante tradita, verrà fucilato.
Noi credevamo (2010), di Mario Martone11, invece, non aiuta molto a
capire la storia del nostro Risorgimento, probabilmente perché è un
film costruito per arrivare in tempo per il 150° anniversario dell’Unità
d’Italia. Le valutazioni sul film, che non è stato invitato al Festival di
Roma, sono state molto difformi, forse a causa di una sceneggiatura
a tratti complessa e contorta su oscure e tragiche cospirazioni. Ma in
realtà è la nostra storia ad essere troppo contorta, contraddittoria e
complessa e a tratti oscura, e probabilmente ci siamo abituati troppo
presto alla semplificazione della retorica patriottica o della narrazione
scolastica. Ma in Noi credevamo è apprezzabile il tentativo di
mostrare un lungo frammento di “storia dal basso” (dal 1828 al
1860), seguendo le vicende di tre giovani patrioti meridionali,
Domenico (Luigi Lo Cascio), Angelo (Valerio Binasco) e Salvatore
(Luigi Pisani), e lasciando sullo sfondo i “padri della patria” come
Garibaldi e Cavour. Mazzini, invece, che ha la faccia di Toni Servillo,
viene descritto quasi come un tetro “cattivo maestro”. Sul piano
storico il film ha almeno il pregio di far conoscere, o intuire, la figura
di Cristina Trivulzio Belgiojoso (1808-1871), che nel film ha la faccia
di Francesca Inaudi/Anna Bonaiuto, aristocratica, scrittrice, giornalista
e patriota senza se e senza ma, trascurata dal Risorgimento ufficiale
e senza la quale – come molti altri e molte altre – il Risorgimento non
sarebbe mai diventato realtà.
11
Nel 2011 ha vinto sette David di Donatello, tra l’altro come miglior film, migliore
sceneggiatura e migliore direzione della fotografia; Golden Globe a Roma con il
premio “Stampa Estera”; Nastro d’argento dell’anno.
36
Inseguendo questo complesso mosaico risorgimentale, fatto di pochi
film e di tanta storia, ritorniamo in Sicilia, borbonica, garibaldina,
sabauda e sempre indecifrabile. Guardiamo un’altra grande famiglia,
ancora più grande dei Principi di Salina (o di Lampedusa), una
famiglia di Viceré, che risalgono addirittura ai tempi di Carlo V,
descritti con accuratezza verista e un po’ morbosa da Federico De
Roberto, letterato con formazione scientifica ed amico di Verga e
Capuana, padri del verismo italiano.
I Viceré ci sono stati mostrati da Roberto Faenza nel suo film del
200712, e così abbiamo potuto vedere (nel 2008 anche alla
televisione) un frammento del potere e della lunga storia degli Uzeda
di Francalanza, dal 1855 al 1882.
Gli Uzeda sono una famiglia, vecchia di quattro secoli, che mantiene
la voglia – così eternamente contemporanea – di conservare intatto
un saldo potere. Sono una famiglia antica, grande e “mostruosa”, che
si concede senza troppi scrupoli al trasformismo della politica italiana
di fine secolo.
La grande nobiltà, come la piccola Italia, riscopre la comodità del
trasformismo per la conservazione del potere quando la Destra
Storica, cede il passo alla “sinistra” di Depretis e a una nuova “casta”
politica che deve inventarsi nuovi obiettivi. La Destra Storica aveva
concluso la propria missione, aveva fatto l’Italia, aveva conquistato
Roma e aveva portato – con una pressione fiscale feroce, culminata
con la famigerata tassa sul macinato che condannava i poveri alla
fame – il bilancio del neonato stato italiano in pareggio nel 1876.
La storia del libro e del film si conclude nel 1882, quando l’Italia, con
la prima delle sue capriole diplomatiche internazionali (anche questo
è “trasformismo”) aderisce alla Triplice Alleanza con la Germania e
l’Austria, per far dispetto alla Francia, che l’anno prima aveva
“sottratto” la Tunisia alle piccole mire coloniali dell’Italia. Nel 1882,
finisce un mondo e ne inizia un altro, finisce davvero il Risorgimento
e nasce un pezzo di modernità: è l’anno della morte di Garibaldi e
12
Nel 2008 ha vinto quattro David di Donatello e due Golden Globe come miglior
attore e miglior fotografia.
37
della nascita a Milano del Partito operaio italiano, che dieci anni dopo,
nel 1892, a Genova, diventerà il Partito Socialista Italiano.
Il 1882 è anche l’anno delle prime elezioni a suffragio allargato,
promesso da Depretis nel famoso “programma di Stradella” del 1875.
Nel 1861, dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il corpo elettorale
per l’elezione della Camera dei Deputati era appena l’1,9% della
popolazione, scelto in base a un principio rigorosamente censitario,
mentre il Senato era di nomina regia.
Nel 1882 gli elettori passano da 600.000 a quasi 2.000.000 di maschi
adulti di almeno 21 anni, che abbiano superato l’esame di seconda
elementare o che abbiano pagato un’imposta annua di almeno 19,80
lire. Tra qualche anno, tra il 1891 e il 1893, quasi per mantenere la
promessa data alla nobiltà siciliana in cambio della loro fedeltà alla
nuova monarchia, Francesco Crispi reprimerà nel sangue le proteste
contadine e antifeudali organizzate dai primi socialisti nei Fasci
siciliani.
Il suffragio allargato non è la democrazia, certo, ma tanta gente che
va a votare può diventare un pericolo per gli antichi equilibri di
potere. Nasce così, formalmente, il trasformismo grazie all’alleanza
tra Depretis e Minghetti contro l’estrema sinistra. E’ in questo
momento che Consalvo Uzeda, ultimo rampollo di una famiglia
reazionaria e borbonica, si candida fingendo idee (moderatamente)
“progressiste” per essere eletto al Parlamento e continuare a restare
dentro il potere di sempre. Ma Consalvo, troppo antico per essere
ipocrita anche con se stesso, sa bene come va il mondo e spiega che
“la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine,
di simili ostinazioni nel bene e nel male...”. Non c’è alcun tradimento,
alcuna degenerazione, perché: “No, la nostra razza non è
degenerata: è sempre la stessa”.
Adesso proviamo a fare un passo di lato, uscendo o sfiorando la
grande storia, fatta di battaglie, di eroismi, di grandi famiglie e di
grandi poteri, per guardare a una piccola storia privata, che si svolge
nell’arco di nove anni, dal 1850 al 1859, che però – per questo ci
interessa – vive ancora nel riflesso delle guerre d’indipendenza,
recuperando l’antico ardore patriottico.
38
San Michele aveva un gallo (1972), scritto e diretto da Paolo e
Vittorio Taviani13, racconta – con accenti tolstoiani – la fine di un
generoso sogno rivoluzionario, totalmente estraneo alla nuova
normalità che la storia racconta come la nostra belle époque. Nel
1870 ormai l’Italia è fatta, Roma è conquistata e l’anno dopo
diventerà capitale del regno, ma per qualcuno la storia non si ferma.
Giulio Manieri, che ha la faccia intensa ed affilata di Giulio Brogi, è un
anarchico internazionalista, che non ama le nuove patrie e organizza
un impossibile tentativo rivoluzionario in un piccolo paese
dell’Umbria. La sua utopia rassomiglia e diverge da quella che
avevano i fratelli Bandiera (1844) o Carlo Pisacane (1857) non molti
anni prima. Il tentativo fallisce, Manieri viene catturato, condannato a
morte e poi all’ergastolo, e cerca di non impazzire organizzando, solo
con se stesso, interminabili dibattiti politici che lo confermano nelle
sue idee. Improvvisamente, dopo dieci anni, è trasferito a un altro
carcere e sulla laguna incrocia una barca che trasporta altri detenuti
politici. Per un istante pensa e spera di ritrovare in loro la sua antica
passione, ma scopre che i nuovi giovani ribelli sono irrimediabilmente
diversi, forse forti ma quasi arroganti con la loro presunzione
“scientifica” sui destini della rivoluzione. Senza più speranza,
l’anarchico si fa scivolare nell’acqua e scompare con la sua utopia.
Piccolo mondo antico (1941) è un film di Mario Soldati14 tratto dal
romanzo di Antonio Fogazzaro, pubblicato nel 1895. La trama del film
e del libro racconta di una nonna ricca, nobile e austera, di due
giovani, Luisa e Franco (Alida Valli e Massimo Serato), che si sposano
nonostante l’opposizione della nonna, e formano una famigliola che
cade in povertà, di una bimba morta in tenera età, della polizia
austriaca che perseguita i patrioti lombardi che devono andare in
esilio nel vicino e liberale Piemonte. Il “lieto fine” è garantito solo
dalla partenza entusiasta per andare a combattere la seconda guerra
d’indipendenza e – forse – dalla nascita di un altro figlio di Franco e
Luisa.
13
14
Premio speciale al Festival Internazionale di Berlino nel 1972.
Coppa Volpi a Venezia per Alida Valli nel 1941.
39
Questa volta non è il film quanto il libro a disegnare in trasparenza
quanto sta avvenendo in Italia in quegli anni. Quando Fogazzaro
scrive Piccolo mondo antico (1895) esprime la nostalgia per una
stagione – quella delle guerre d’indipendenza – che era stata “eroica”
ed appassionata anche in tante piccole vite quotidiane. Adesso – a
fine secolo – le cose in Italia sono profondamente cambiate. L’Italia
fa fatica a gestire la “normalità” di uno stato con profondi problemi
sociali, alla ricerca di un improbabile ruolo di “grande potenza” e che
ha perciò il bisogno di fregiarsi di conquiste coloniali. E’ un periodo
confuso e turbolento, che coincide con quella che hanno chiamato la
belle époque.
Ma questa è un’altra storia, e bisogna andare al cinema a vedere altri
film...
40
Gino Severini – La danza del pan-pan al Monico (1910-1912/1959-1960), particolare
Musée National d’Art Moderne, Parigi
41
42
Dalla belle époque alla Grande Guerra
Hanno avuto il coraggio di chiamarla belle époque. Non si sa bene
quando inizi, ma si sa benissimo quando finisce: con lo scoppio della
Grande Guerra, con “l’inutile strage” che qualcuno invocava come
“sola igiene del mondo”.
La belle époque in Italia soffre della profonda trasformazione che sta
vivendo uno stato appena nato e che deve darsi un nuovo ruolo
internazionale e una nuova dimensione sociale.
È con fatica che possiamo chiamare belle époque un periodo che in
Italia si apre – alla fine dell’Ottocento – con la disastrosa aspirazione
a diventare una potenza coloniale e si traduce in una serie di
umilianti sconfitte militari a Dogali in Abissinia (1887), ad Amba Alagi
(1895), a Macallè (1896) e, soprattutto, ad Adua (1896).
Il secolo si chiude con lo scandalo della Banca Romana (1893) –
guarda caso, fatto di intrecci tra politica, banche e speculazione
edilizia – con il coinvolgimento di Giovanni Giolitti, che sarà chiamato
“ministro della malavita” dal severo Salvemini, ma anche – a suo
modo – protagonista di uno dei rari momenti “riformisti” della politica
italiana nei primi due decenni del Novecento. In questi anni, la Chiesa
cattolica, dopo le durezze del non expedit, che proibiva ai cattolici
italiani di partecipare alla vita politica del Regno, e del Sillabo di Pio
IX, scopre la sua dottrina sociale grazie alla enciclica Rerum Novarum
(1891) di Leone XIII, che si apre e si interroga sulla nuova modernità
(pur condannando socialismo e liberalismo).
Chi governa questa tumultuosa trasformazione pensa si debba usare
il pugno di ferro nei confronti degli italiani. Francesco Crispi, siciliano,
ex mazziniano, ex garibaldino, ex deputato della Sinistra, che è
succeduto a Depretis come capo del governo, vuole fare come
Bismarck, e pensa che sia prioritario reprimere i primi movimenti
socialisti e le rivendicazioni contadine dei Fasci siciliani, proclamando
lo stato d’assedio (1894).
Dopo poco tempo, nel 1898, il generale Antonio di Roudinì, che a sua
volta ha da poco sostituito Francesco Crispi alla guida del governo
italiano, fa schierare a Milano le truppe comandate dal generale Bava
43
Beccaris per fermare con cannonate ad alzo zero, provocando decine
di morti, una pacifica manifestazione di popolo. Bava Beccaris sarà
decorato al valore dal Re Umberto I, che sarà assassinato
dall’anarchico Gaetano Bresci, il 29 luglio del 1900.
Questo è lo scenario nel quale si svolge un pezzo della nostra belle
époque.
Ma cosa ci racconta e cosa ci mostra il cinema su questo pezzo di
storia italiana, così difficile, confuso e ormai privo di epica
risorgimentale?
Per trovare dei film che provano a raccontare questo periodo –
apparentemente più opaco – dobbiamo aspettare il cinema del nostro
secondo dopoguerra.
Policarpo, ufficiale di scrittura (1959), diretto da Mario Soldati15, è
uno di quei rari film che non si vedono più, ma che ci raccontano, con
una punta di ironica nostalgia, quel periodo burocraticamente grigio
della formazione dello stato e della società italiani. Tratto dal libretto
di un giornalista satirico, Luigi Arnaldo Vassallo (detto Gandolin) che
risale al 1903, racconta una piccola e faticosa modernizzazione
dentro la burocrazia umbertina di fine secolo: l’introduzione della
macchina da scrivere al posto di inchiostro, pennino e bella
calligrafia.
Il film e il libro raccontano, ancora una volta, l’eterna storia dei
Promessi sposi. Questa volta, però, non si sposano, senza bisogno di
don Rodrigo e dei bravi o della “prudenza” di don Abbondio. Quando
si profila un matrimonio tra la figlia dell’impiegato ministeriale
Policarpo de' Tappetti (Renato Rascel) con il figlio del capo ufficio, il
cav. Pancarano (Peppino De Filippo), basterà qualche piccolo
sotterfugio per risolvere il problema, senza rinunciare al lieto fine. La
figlia dell’impiegato si sposerà felicemente con un meccanico di
macchine da scrivere e diventerà dattilografa; il figlio del capo ufficio
fuggirà, felicemente, con una ballerina di café chantant; Policarpo
diventerà un dattilografo provetto e il capo ufficio, dopo aver
15
Nel 1959 a Cannes premio per la miglior commedia e, nello stesso anno, la Targa
d’oro ai David di Donatello per la migliore interpretazione, riconosciuta a Renato
Rascel. L’anno successivo Nastro d’argento per i costumi.
44
scoperto di non essere di origine nobile, si consolerà con il fatto di
aver evitato di essere coinvolto in una piccola questione di tangenti
per l’ordine delle macchine da scrivere per il Ministero. E così, che
nella piccola Italia della belle époque si viveva felici e contenti, o
quasi...16. Ma il cinema, appena quattro anni dopo il film di Mario
Soldati, che è del 1959, ci racconta tutta un’altra storia, guardando
agli stessi anni dell’Italia di fine Ottocento.
I Compagni (1963), diretto da Mario Monicelli17, racconta di una dura
lotta operaia a Torino, che a tratti ricorda lo “sciopero delle lancette”,
che innescò le occupazioni delle fabbriche di Torino nel biennio rosso
(1919-1920) e le prime agitazioni operaie tra gli anni Cinquanta e
Sessanta del Novecento. Il cliché è piuttosto consueto: un lungo
sciopero per rivendicazioni salariali e sicurezza sul lavoro trascinato
dalla retorica sincera ed appassionata di un insegnante socialista
“agitatore di professione” (Sinigaglia - Marcello Mastroianni) che
sfocia in violenze e con la polizia che spara sugli operai. E’ la storia di
una difficile e dolorosa maturazione di classe, ma è anche la storia
della sconfitta di un nascente proletariato, sempre incerto tra i grandi
ideali e le rivendicazioni piccole e concrete.
Metello (1970), di Mario Bolognini18, tratto dall’omonimo romanzo di
Vasco Pratolini pubblicato nel 1955, che compone sull’argomento una
trilogia che voleva essere “Una storia italiana”, racconta quasi la
stessa storia negli stessi anni. Questa volta siamo a Firenze, quando
gli operai acquistano una prima “coscienza di classe”, uscendo dal
primo anarchismo per avvicinarsi al movimento socialista, che sembra
offrire una prospettiva più solida e concreta, più “scientificamente”
determinata. Anche qui ci sono lotte operaie, la tentazione del
16
Tra gli attori di Policarpo ufficiale di scrittura troviamo, oltre a Renato Rascel e
Peppino De Filippo, Carla Gravina, Luigi de Filippo, Romolo Valli, Ernesto Calindri,
Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi. La sceneggiatura è di
Age & Scarpelli e la fotografia di Giuseppe Rotunno.
17
Nastro d’argento 1964 al miglior attore non protagonista (Folco Lulli). Nomination
all’Oscar nel 1965 come miglior sceneggiatura.
18
Il film vinse a Cannes, nel 1970, il premio per la migliore interpretazione femminile
(Ottavia Piccolo) e ottenne la Nomination alla Palma d’oro. Nello stesso anno, il
David di Donatello al miglior film e un David speciale per Ottavia Piccolo e Massimo
Ranieri. Nastro d’argento per la miglior attrice e la scenografia nel 1971.
45
crumiraggio, i “caporali” che decidono chi lavora e chi no, il carcere, i
morti negli scontri con la polizia. Questa volta sembra che gli operai
possano vincere, anche se le lotte sociali continueranno in tutta Italia
fino al primo grande sciopero generale – che qualcuno pensava fosse
premessa della rivoluzione – del 1904. Metello - Massimo Ranieri, alla
fine, mette la testa a posto – come ha promesso alla sua compagna
Ersilia (una indimenticabile Ottavia Piccolo) – e conclude: “perciò ho
stabilito che il passato bisogna scordarselo, ce lo portiamo dietro ma
non ci si deve pensare. I morti che ci hanno fatto del bene si
ricompensano guardando in faccia i vivi. Ci si dovrebbe semmai più
ricordare dei loro sbagli che delle loro cose indovinate. È coi vivi che
siamo alle prese.”
Bisogna aspettare otto anni per farci raccontare dal cinema italiano,
forse per la prima volta, in modo poetico e complesso, un mondo
contadino che sembra lontano da tutto e da tutti e soprattutto dalla
storia che si è messa in movimento.
L’albero degli zoccoli (1978) è un film di Ermanno Olmi19. La storia
contadina di lunga durata si svolge nella campagna bergamasca in un
frammento di tempo, tra l’autunno 1897 e la primavera del 1898. I
visi di quei contadini sono sempre gli stessi e la loro lingua è ancora
incomprensibile ai più (il film aveva i sottotitoli in italiano), anche
perché gli “attori” sono contadini veri, senza alcuna esperienza di
recitazione, e quindi – sotto la guida di Olmi – raccontano sempre se
stessi. È una storia di quattro famiglie e in modo particolare di un
bambino che vorrebbe studiare, ma è senza scarpe e ha bisogno di
uno zoccolo nuovo per andare a scuola. Il padre glielo costruisce con
un pezzo di legno “rubato” dalla cascina del padrone, che lo caccerà
con tutta la sua famiglia. Ci sono anche casti amori, litigi, ingiustizie,
lavoro duro e un prete che prende a cuore i “suoi” contadini.
19
Palma d’oro a Cannes, Premio della giuria ecumenica, un ex aequo per il miglior
film ai David di Donatello; sei nastri d'argento per la fotografia, i costumi, la regia, la
scenografia, la sceneggiatura e il soggetto originale nel 1979; un César come miglior
film straniero e un riconoscimento al British Academy nel 1980. Ha ottenuto 14
riconoscimenti internazionali.
46
Nuovomondo (2006), di Emanuele Crialese20, si sposta un po’ più
avanti nel tempo, ai primi del Novecento, e un po’ più in giù nello
spazio, nella profonda campagna siciliana, per farci vedere le stesse
facce, chiuse in un’altra lingua incomprensibile (anche qui ci sono i
sottotitoli in italiano), divise – questa volta – tra realtà e sogno.
Crialese rappresenta in un solo film il dramma del nostro mondo
contadino, che scappa dall’Italia, prima partendo dal Veneto, dal
Piemonte, dal Friuli, e poi svuotando il Sud, dalla Sicilia alla Campania
alla Calabria. È un esodo infinito. È un mondo antico e disperato di
oltre 25 milioni di persone che si sradica e priva il nostro paese –
distratto e arretrato – di straordinarie risorse umane e intellettuali,
che andranno ad arricchire altri Paesi e altri mondi (come succede
oggi con la “fuga dei cervelli”).
Nuovomondo è la storia di una fuga, di una speranza e anche di un
sogno, con quelle carote giganti portate sottobraccio e, soprattutto,
di un viaggio che vorrebbe essere di liberazione da una povertà senza
alternative. Si parte da una Sicilia straordinariamente bella e
desolata, per entrare in una nave che è un microcosmo diviso
rigidamente in classi, e in Terza classe, nel ventre della nave, è diviso
anche tra uomini e donne per evitare qualsiasi promiscuità
(pericolosa solo tra i poveri), per arrivare alla terribile Terra Promessa
di Ellis Island, dove uomini e donne vengono pesati e misurati per
capire se sono adatti al Nuovo Mondo. Il lieto fine è amarissimo. Il
viaggio verso la nuova modernità di Salvatore (Vincenzo Amato)
pretende il sacrificio dell’anziana madre (una straordinaria Aurora
Quattrocchi), che era sempre stata la guida forte, sacrale e saggia
della piccola comunità in viaggio – incarnazione severa e potente di
una arcaica divinità femminile mediterranea – e che viene umiliata e
strappata al futuro e rimandata indietro in un passato ormai svuotato
di senso.
Anche questo accadeva durante la belle époque.
Gli anni della narrazione cinematografica, tra mondo operaio e
mondo contadino, tra Nord e Sud, si muovono tra la fine
20
Nel 2007 vince tre David di Donatello (su tredici Nomination) e sei premi, tra cui il
Pasinetti, alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 2006.
47
dell’Ottocento e i primi del Novecento e mostrano una realtà che
sembra lontanissima, e questa distanza spiega con rara chiarezza
quanta strada, lunga e faticosa, sia stata fatta nel secolo che ci
separa da quelle facce antiche.
Dentro questo lungo percorso ha avuto un ruolo fondamentale – e
spesso dimenticato – la scuola pubblica, che doveva dare lingua,
disciplina ed identità ai nuovi italiani.
Amore e ginnastica (1973), di Luigi Filippo D’Amico è un piccolo film
a suo modo divertente e istruttivo, tratto da un piccolo libro di
Edmondo De Amicis. Torniamo a Torino, sempre in quegli anni di fine
Ottocento (1892). La ginnastica, allora, era vista come un elemento
fondamentale per la crescita psicofisica dei giovani italiani, che
dovevano imparare a muoversi, a correre, a marciare (i maschietti
sarebbero diventati tutti soldati del regio esercito) per essere più sani
e pronti a sacrificarsi per la patria. Ma bisognava anche insegnare a
leggere e a scrivere a un popolo di analfabeti, perché lo richiedeva la
modernità e perché bisognava avvicinare i giovani alla letteratura
fondante per la nostra identità nazionale. Ecco, così, l’amore
improbabile tra il professore di lettere, Lino Capolicchio, ex
seminarista, e una prorompente maestra di ginnastica, Senta Berger,
che coniuga il culto per la salute del corpo con le sue aspirazioni
femministe.
Adesso si fa fatica a trovare altri film che ci raccontino questa
presunta belle époque all’italiana, anche se proprio il cinema, con la
sua modernità e voglia di intrattenimento, la caratterizza.
Bisogna allora provare a ripiegare su un film che in parte falsifica il
libro da cui è tratto.
Senilità (1962), di Mauro Bolognini, ripercorre il libro (1898) di Italo
Svevo (Ettore Schmitz, 1861-1928) ma sposta la vicenda, l’amore
impacciato ed impossibile di Emilio Brentani (Anthony Franciosa) per
l’imprevedibile e vitale Angiolina (Claudia Cardinale), dalla Trieste di
fine Ottocento alla fine degli anni Venti del Novecento (1927). Ma la
Trieste borghese e neoclassica, che Svevo aveva descritto “sotto
l’Austria”, il film ce la fa vedere qualche decennio dopo (e ancora
quasi identica nei nostri anni Sessanta) rassomigliare sempre a sé
stessa. Guardare Trieste, in questo momento, non è irrilevante
48
perché è diventata la città “cara al cuore” di tanti italiani (che ancora
non sanno bene dove sia collocata e pensano che sia la capitale del
Friuli). Trieste, in quegli anni, era stata un “laboratorio di modernità”,
secondo la definizione di Claudio Magris e secondo quanto pensavano
gli “irredentisti democratici” ispirati da Gaetano Salvemini, come
Scipio Slataper e Gianni Stuparich, volontari in guerra; Trieste che
l’Italia non seppe capire ed utilizzare per la modernizzazione
culturale, sociale e politica del Paese.
Novecento - Atto I (1976) è un film ampio e corale di Bernardo
Bertolucci, che continua con l’atto secondo e che descrive un pezzo di
storia italiana dalla nascita del nuovo secolo, dal 27 gennaio del 1901
alla fine della seconda guerra mondiale e alla resa dei conti tra
padroni e contadini in una Emilia, che era stata tanto “nera” quanto
“rossa”.
È la storia di una terra, della gente, del lavoro e delle lotte contadine,
che insegue la vita di due amici che forse sono fratelli, Alfredo
(Robert De Niro), figlio dei padroni della fattoria, e Olmo (Gérard
Depardieu), figlio di Rosina, una contadina. Alfredo ed Olmo
crescono, giocano, vivono e amano insieme, nonostante la distanza
sociale che li separa, ma l’età, l’aia e i campi intorno alla fattoria li
uniscono. Il film è uno spaccato di storia corale e individuale e nella
prima parte racconta la condizione di vita durissima e promiscua dei
contadini, ma anche la solidarietà che li aiuta, di un potere spesso
violento – personificato dal ghigno di Attila (Donald Sutherland) – che
presto sfocerà nel fascismo (l’Emilia rossa e contadina sarà una delle
culle del fascismo agrario).
Il profumo della belle époque sta intanto finendo e sta arrivando
l’odore acre e velenoso dei gas e della polvere da sparo.
La Grande Guerra in Italia arriva in ritardo. La prima guerra mondiale,
che in realtà fu soprattutto una guerra civile europea, scoppia dopo
l’attentato di Sarajevo e l’assassinio dell’Arciduca Francesco
Ferdinando d’Austria e di sua moglie Sofia da parte di uno studente
nazionalista serbo, Gavrilo Princip (28 giugno 1914). È una sorta di
reazione a catena che coinvolge sia le cancellerie sia le opinioni
pubbliche europee, ma per il momento non l’Italia.
49
Nel nostro Paese la maggioranza parlamentare – che somma socialisti
e cattolici (rientrati nella politica italiana dopo il Patto Gentiloni del
1913) – pur su fronti opposti, è contraria alla guerra.
Il Papa parlerà per evitare l’“inutile strage”, ma sembra assai più in
sintonia con i tempi Tommaso Marinetti, che il 20 febbraio 1909
aveva pubblicato su Le Figaro di Parigi il manifesto del futurismo,
inneggiando alla guerra “come sola igiene del mondo”, oltre che al
passo di corsa, al salto mortale, allo schiaffo, al pugno e – tanto per
non farsi mancare niente – al disprezzo per la donna.
La provocazione futurista e l’ardore di D’Annunzio, fatto rientrare in
tutta fretta dal suo esilio per debiti a Parigi, smuovono un pezzo di
opinione pubblica grazie anche alla retorica patriottica su “Trento e
Trieste italiane”. Così prevale la minoranza vociante e il Governo
italiano, dopo una trattativa segreta con Francia ed Inghilterra,
rovescia l’adesione alla Triplice Alleanza (1882) e, senza un voto in
Parlamento, dichiara guerra all’Austria passando il Piave, che stava
“mormorando” come sempre, il fatidico 24 maggio 1915.
La Grande Guerra (1959), di Mario Monicelli21, è il primo film che
restituisce un po’ di spessore umano e storico a quella che è stata la
drammatica svolta del XX secolo. Le facce di due fanti renitenti e un
po’ vigliacchi, il romano Alberto Sordi e il milanese Vittorio Gassman,
ci raccontano il destino di migliaia di soldati provenienti da tutte le
regioni d’Italia che si ritrovano, per la prima volta in un affollarsi di
lingue e dialetti sconosciuti, nelle trincee del Carso. Alla fine, quella
che è stata presentata come l’ultima guerra risorgimentale per
l’annessione di Trento-Trieste (che, anche se unite da un trattino,
distano 480 chilometri l’una dall’altra), sarà una guerra feroce e forse
inutile, che distruggerà quasi 10 milioni di vite in tutta Europa. In
Italia, su un fronte relativamente di pochi chilometri, dall’Altipiano di
Asiago al Carso, moriranno in combattimento più di 600.000 uomini,
ma saranno a migliaia i fucilati e decimati per diserzione, quando
21
Vinse il Leone d’oro per il miglior film a Venezia nel 1959, ex aequo con Il generale
della Rovere di Rossellini. Nel 1960 ottenne il David di Donatello per il miglior
produttore (Dino De Laurentiis) e il miglior attore protagonista (Vittorio Gassman ex
aequo con Alberto Sordi); Nastro d’argento per il miglior attore (Alberto Sordi) e la
scenografia; Nomination all’Oscar come miglior film straniero nello stesso anno.
50
interi reparti si rifiutarono di andare all’assalto suicida delle postazioni
di mitragliatrici austriache. Alberto Sordi e Vittorio Gassman,
raccontati da Monicelli, danno la loro faccia a queste storie.
Combattono e fuggono, cercano di salvare la pelle e sono catturati da
un’avanguardia austriaca che vuole trovare un ponte intatto per
arrivare a Venezia, persa cinquant’anni prima. Vengono blanditi e
minacciati, ma quando stanno per cedere, vengono derisi e insultati
come italiani. E qui accade un piccolo e terribile miracolo di orgoglio,
anzi di testardaggine, forse di dispetto, nei confronti del disprezzo e
dell’arroganza dell’ufficiale austriaco. E così scatta, imprevedibile e
caldo, l’eroismo puntiglioso e irrefrenabile di chi decide di non fare la
cosa più saggia e prevedibile. Si rifiutano di parlare, vengono fucilati
e quando i loro corpi sono scoperti, vengono considerati i “soliti
codardi”, forse a ragione, anche se con la loro dispettosa caparbietà
(fossero stati dei cavalieri si sarebbe parlato di “senso dell’onore”)
hanno salvato un pezzo del fronte italiano.
Uomini contro (1970), di Francesco Rosi22, riprende con maggiore
impeto ideologico la testimonianza di Emilio Lussu descritta in Un
anno sull’Altipiano (1938). Le facce dei soldati al fronte sono le
stesse, ma la rabbia e l’eroismo testardo questa volta parlano sardo,
nel 151º Reggimento fanteria meccanizzata “Sassari”, dove gli
ufficiali, tra cui il capitano Lussu, usano e capiscono le stesse parole
dei loro pastori-soldati. Il film, rispetto al libro, si prende delle libertà
improprie, come la morte per fucilazione del tenente Sassu, che ha il
volto di Mark Frechette, e che non sono piaciute al severo Emilio
Lussu. Il libro e il film, però, raccontano e mostrano la follia di una
guerra gestita in modo quasi criminale dalle alte gerarchie, che usano
i loro soldati come carne da cannone. Più di qualche volta i soldati
austriaci (gli episodi sono storicamente accertati), dietro le loro
mitragliatrici poste in posizione privilegiata sulle colline che gli italiani
dovevano conquistare con un impossibile assalto alla baionetta,
interrompevano il massacro e si mettevano a gridare: “Italiani
fermatevi!” per farli desistere.
22
Premio della critica a Venezia nel 1972 a Bruno Pisciotta come miglior attore non
protagonista.
51
Emilio Lussu, il Cavaliere dei Rossomori, secondo il titolo del libro di
Giuseppe Fiori, con la sua forza ha dato vita a una “favola epica”, ma
rappresenta la fine di un’illusione, quella dell’interventismo
democratico ispirato da Gaetano Salvemini, che ispirò anche gli
irredentisti triestini Slataper e Stuparich. Emilio Lussu, con pochi altri,
non si arrenderà al fascismo e al nazionalismo che si approprieranno
del rancore dei reduci nel primo dopoguerra e, dopo mille vicende,
parteciperà alla nascita della Costituzione italiana.
Ma anche questa, dopo la Grande Guerra, la vittoria mutilata e
l’avvento del fascismo, è un’altra storia e può essere percorsa solo
andando a vedere altri film.
52
Pino Pascali – Cannone semovente (1965), installazione
Collezione privata
53
54
Dal fascismo alla Resistenza
La Grande Guerra mette fine a un mondo che era durato secoli e
sembrava immutabile. L’Europa perde definitivamente un predominio
durato per così tanto tempo da sembrare un principio “naturale”.
Scoppia e “vince” una rivoluzione comunista nel paese sbagliato
(almeno secondo i criteri di Marx), si dissolvono quattro imperi –
russo, turco, asburgico e tedesco –, le donne scoprono che possono
lavorare anche fuori di casa e possono pretendere nuovi diritti; i
reduci – che hanno visto morire 10 milioni di commilitoni in trincea –
si sentono traditi, gli operai – e qualche volta anche i contadini –
cominciano a pensare che si può “fare come in Russia”.
Guerre, battaglie, rivoluzioni, seminano l’idea che i problemi e i
conflitti si risolvono con la violenza, o se si vuole, con il pugno, lo
schiaffo, il pugnale, ma anche con fucili e pistole.
Il primo dopoguerra in Europa solo a fatica si può definire una
“pace”, e infatti sarà solo una tregua tra due guerre mondiali.
Il generoso idealismo pragmatico del presidente americano Thomas
Woodrow Wilson non viene ascoltato dalle potenze europee, che si
vogliono vendicare delle aggressioni subite da parte delle Potenze
Centrali, il Reich tedesco e l’Impero austro-ungarico.
La nuova Repubblica di Weimar è umiliata per colpe non sue con
sanzioni economiche e pesanti politiche punitive, che tra pochi anni
porteranno al potere Hitler. L’Impero degli Asburgo si dissolve e si
frammenta in tanti nuovi stati di cui prima della guerra non si
immaginava nemmeno il nome. A Berlino, a Budapest, a Vienna
alcuni pensano sia arrivato il momento di sperimentare direttamente
nuove forme di potere dal basso e si instaurano, come in Russia, i
soviet, “i consigli degli operai e dei contadini”. Il risultato non è una
rivoluzione ma una diffusa guerra civile che viene risolta con una
feroce repressione. È così anche nella nuova Germania
socialdemocratica, che pure darà vita ad una stagione culturale di
straordinario quanto effimero fermento, come testimonia l’esperienza
avviata da Walter Gropius, fondatore della Bauhaus. A Budapest la
repubblica sovietica di Ábel Kohn (Béla Kuhn) cede il passo al colpo di
stato dell’ammiraglio Miklòs Horthy (1919).
55
Vienna, invece, diventa capitale di un piccolo stato denso di
intelligenza e s’inventa l’“austromarxismo”, un’ipotesi di socialismo al
tempo stesso rigoroso e riformista.
La Russia, dopo l’illusione di aver fatto la rivoluzione con la facile
conquista del Palazzo d’Inverno (25 ottobre/7 novembre 191723), è
lacerata da una sanguinosa guerra civile che sarà vinta dall’Armata
rossa, fondata da Lejba Davidovič Bronštejn "Trockij" (Lev Trotsky24),
presto messa al servizio di Stalin.
Anche l’Italia vive momenti drammatici e forse esaltanti. I veri
protagonisti di questa fase storica diventano gli “arditi”, rossi (del
popolo) e neri (fascisti). Ma anche gli stessi bersaglieri che avevano
combattuto nelle trincee, ad Ancona vanno all’assalto delle navi che
avrebbero dovuto portarli in Albania (26 luglio 1920).
La “rivoluzione italiana” si esaurisce presto, lasciando dietro di sé solo
tanta paura (tra i borghesi) e tanta delusione (tra gli operai e i
contadini).
L’Italia vive con sofferenza e un disagio che spesso sfocia nella
violenza, sia la così detta “vittoria mutilata”, che porterà D’Annunzio e
i suoi legionari alla fantasmagorica impresa di Fiume (12 settembre
1919 - 24 dicembre 1920), sia le lotte operaie del “biennio rosso”
(1919-1920) e dell’occupazione delle fabbriche del Nord. A Torino,
l’aristocrazia operaia dimostra o si illude di poter essere davvero
“classe dirigente”. Ma dura poco. La mancata “rivoluzione italiana”
non sfocia nel sangue grazie all’abilità di Giovanni Giolitti, da poco
rieletto a capo del governo, che decide di far esaurire il movimento
rivoluzionario senza l’intervento della forza pubblica, come
chiedevano la gran parte degli industriali, e concede agli operai
“l’onore delle armi” di una vittoria sindacale che presto diventerà
inutile (settembre 1920).
È dentro questo contesto, incerto e rissoso, che in Italia nasce un
esperimento politico, prima disomogeneo e confuso e poi trionfante,
23
Il 25 ottobre secondo il calendario Giuliano in uso al tempo dell'impero russo
corrisponde al 7 novembre del calendario Gregoriano.
24
Sulla tomba il nome risulta Leon Trotsky. È sepolto a Coyoacán in Messico dove
visse in esilio e fu assassinato da un agente stalinista.
56
che diventerà un esempio da imitare in pezzi consistenti della vecchia
e disorientata Europa: il fascismo.
Benito Mussolini, ex deputato socialista ed ex direttore dell’Avanti,
improvvisamente convertito nel 1915 alla causa della guerra, il 23
marzo 1919, a Piazza San Sepolcro a Milano, inventa e fonda i “fasci
di combattimento”.
Mussolini, con grande abilità politica e comunicativa mescola nella
sua nuova creatura socialismo, anarchismo, arditismo, nazionalismo,
con l’unica costante dell’uso della violenza per raggiungere i propri
scopi: prima di tutto la sconfitta “militare” del movimento operaio e
socialista e poi – forse – la conquista dello Stato. Tutto diventa
possibile anche grazie ai cospicui finanziamenti che riceve da parte di
industriali ed agrari. Dopo la fase più violenta e “rivoluzionaria”, che
portò alla distruzione di centinaia di sedi sindacali e a centinaia di
morti, Mussolini dà al fascismo una veste più rispettabile,
strutturando le bande fasciste in una organizzazione disciplinata e
paramilitare che riconosce soltanto in lui, l’unico “Duce”: il Partito
Nazionale Fascista (1921).
In un clima di costante instabilità politica, con i liberali incapaci di
gestire una nuova modernità, mentre socialisti e cattolici non
riescono ad incontrarsi, pur avendo la stessa base popolare, emerge
la “soluzione” di Benito Mussolini: la “marcia su Roma” (che Mussolini
guardò prudentemente da Milano).
Il 28 ottobre 1922, più di 50.000 fascisti entrano a Roma, dopo che il
re Vittorio Emanuele III ha aperto loro le porte (in realtà l’esercito
avrebbe potuto facilmente fermarli). Il giorno dopo il Re convoca il
cav. Benito Mussolini per conferirgli l’incarico di formare un nuovo
governo. Il colpo di stato all’italiana, è compiuto.
È a questo punto che il cinema ritorna uno strumento prezioso, forse
indispensabile, per farci vedere i volti di chi fece questa marcia su
Roma e dintorni.
La marcia su Roma (1962), di Dino Risi, è quasi didattico nel
mostrare le facce, le aspirazioni, gli egoismi, le violenze che
portarono il fascismo a conquistare il potere. Le facce sono ancora
una volta quelle di Vittorio Gassman (Domenico Rocchetti) e di Ugo
Tognazzi (Umberto Gavazza), ex commilitoni (potrebbero essere
57
proprio i due soldati della Grande Guerra, se non fossero stati fucilati
dagli austriaci) in cerca di una sistemazione in questo dopoguerra
difficile per i reduci. Tra opportunismo e perplessità, fanno un pezzo
della marcia verso Roma guidati dal loro ex capitano Paolinelli,
diventato fervente fascista. Alla fine, la violenza che vedono lungo il
percorso e le promesse tradite, allontanano i due dalle squadracce
che sfilano trionfalmente davanti al Quirinale. Le scene finali del film
salgono dalla folla per entrare nelle stanze del re, che guarda quanto
sta accadendo sotto le sue finestre.
Dino Risi, con amara ironia, mette in bocca a Vittorio Emanuele III e
ad Armando Diaz quello che pensavano in molti: “Generale,
spassionatamente, cosa ne pensa di questi fascisti? Crede che
mettiamo il paese in buone mani? Mi dica fuori dai denti qual è il suo
parere, perché siamo ancora in tempo a sbatterli fuori, néh!”,
“Spassionatamente, Maestà, mi sembra gente seria.” “Ma sì,
proviamoli per qualche mese!”.
Il regime fascista durò più di vent’anni e finì nel più tragico dei modi,
ma alcuni – tra i quali anche Benedetto Croce – all’inizio pensarono
fosse una medicina amara e necessaria contro il pericolo bolscevico
e, poi, solo un incidente della storia.
In realtà il fascismo entrò profondamente nello Stato e anche nella
società italiana. La sua capacità di utilizzare la forza e la violenza,
culminata nell’assassinio di Giacomo Matteotti, tra il giugno e l’agosto
del 1924, la sua abilità nell’occupare e “riformare” lo Stato, la sua
determinazione nell’eliminare o emarginare tutti gli oppositori, di
blandire il popolo inventando uno stato assistenziale, non privo anche
di lungimiranza e un controllo totale della comunicazione attraverso
la propaganda (non dimentichiamo che Mussolini era stato un
giornalista), rese il fascismo straordinariamente moderno ed efficace.
Per questo diventerà un modello di riferimento per tutti i dittatori
europei ed extra europei. In pochi anni, dal 1922 al 1925, lo Stato e
la società vengono completamente “fascistizzati”, con la creazione del
Gran Consiglio del Fascismo (1922), la riforma Gentile (1923) della
pubblica istruzione, l’istituzionalizzazione della Milizia volontaria per la
sicurezza nazionale (1923). Nel 1923, grazie alla legge Acerbo (che
prevede un forte premio di maggioranza), approvata l’anno
precedente, il Listone, dominato dai fascisti, ottiene un’ampia
58
maggioranza, e l’avrebbe ottenuta anche senza le violenze e i brogli
che saranno denunciati da Matteotti.
Ma come vive questa grande storia la gente piccola piccola, sia quelli
che vivono in Italia sia quelli che se ne sono andati in giro per il
mondo in cerca di lavoro e di libertà? Per saperlo bisogna andare al
cinema.
Sacco e Vanzetti (1971), di Giuliano Montaldo25 è la storia di due
italiani, Bartolomeo Vanzetti (Gian Maria Volontè) e Nicola Sacco
(Riccardo Cucciolla), che hanno passato la “selezione” di Ellis Island
tra il 1908 e il 1909. Sono seri, laboriosi e orgogliosi delle loro idee di
libertà e giustizia che sono il cuore dell’anarchia. Dopo un attentato,
forse perché sono italiani, forse perché sono anarchici, forse per tutti
e due i motivi, vengono accusati di aver partecipato a una rapina
avvenuta a South Baintree, un sobborgo di Boston nel 1920. Non c’è
alcuna prova a loro carico, anzi tutti gli indizi confermano la loro
innocenza, ma sono le vittime designate di una giustizia che ha
bisogno di trovare il colpevole “giusto” per l’opinione pubblica
spaventata (e i due italiani anarchici erano “colpevoli” a priori). Alla
fine, nonostante una vastissima mobilitazione a livello internazionale
che proclamava a gran voce la loro innocenza, saranno condannati
alla sedia elettrica. Il film di Giuliano Montaldo, accompagnato dalla
colonna sonora di Ennio Morricone e dall’ “inno” di Joan Baez che,
con il suo ritmo incalzante sembra un distillato di impegno civile, e la
sua ricostruzione minuziosa, documentata ed umanissima, forse ha
contribuito alla revisione del processo da parte della magistratura
statunitense, che ha recentemente stabilito la loro completa
estraneità ai fatti loro imputati ammettendo che la loro condanna è
stata “un errore giudiziario”.
Cronache di poveri amanti (1954), di Carlo Lizzani26, tratto
dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini, ci offre uno scorcio
25
Nomination per la Palma d’oro al Festival di Cannes, riceve il premio per il miglior
attore (Riccardo Cucciolla); Nastro d’argento nel 1972 per il migliore attore, la
migliore attrice esordiente (Rosanna Fratello) e la migliore musica di Ennio
Morricone.
26
A Cannes, Premio internazionale nel 1954. Nastro d’argento per la musica e la
scenografia.
59
dall’interno, poco dopo il famigerato discorso del 3 gennaio 1925,
quando Mussolini, in un Parlamento ridotto ad una “aula sorda e
grigia”, si assume la responsabilità politica del delitto Matteotti
(anche se probabilmente non era stato lui il mandante). Il cinema ci
fa vedere – nella Firenze del 1925, nel quartiere di Santa Croce –
come la vita quotidiana viene intaccata da un nuovo potere diffuso ed
arbitrario. La vita, il lavoro, i piccoli amori quotidiani di donne e
uomini del popolo minuto, fatto di fabbri, ciabattini, verdurai,
prostitute, devono sopportare i soprusi e le violenze dei fascisti ben
decisi a farsi ubbidire.
Il delitto Matteotti (1973), di Florestano Vancini, racconta con rigore
e passione i momenti decisivi che porteranno il fascismo a liberarsi
con la violenza del deputato socialista Giacomo Matteotti (Franco
Nero), che in un discorso forte e documentato denuncia i brogli
elettorali (1924) e tiene testa all’arroganza di Mussolini (Mario Adorf)
che vorrebbe metterlo a tacere. Tra gli oppositori al nascente regime
si colgono le figure intransigenti di Piero Gobetti ed Antonio Gramsci
(Riccardo Cucciolla). Un film che vale da solo pagine e pagine di
storia.
Dopo i primi anni, più rivoluzionari e violenti, il fascismo diventa
“regime”, un sistema totalizzante che occupa tutti gli interstizi della
società; ogni attimo della giornata degli italiani è programmato e
controllato nei minimi dettagli. Durante gli anni Trenta il fascismo
raccoglie un consenso diffuso, anche negli strati popolari e
l’antifascismo sembra restare a lungo soltanto un ricordo residuale
del passato o la fisima di pochi intellettuali.
Il consenso è frutto sia della politica sociale del regime sia di una
propaganda accorta che utilizza nel modo più abile tutti i mezzi di
comunicazione di massa, vecchi e nuovi, che ha a disposizione. Nel
1925, subito dopo aver superato la sua prima crisi dovuta
all’emozione suscitata dal delitto Matteotti, Mussolini, che aveva ben
intuito il potere dei mezzi di comunicazione di massa, trasforma il
L.U.C.E. "L'Unione Cinematografica Educativa" creato, nel 1924, da
Luciano De Feo per educare chi non sapeva ancora leggere e scrivere
utilizzando le immagini (l'Italia era una nazione di analfabeti e
soprattutto di donne analfabete, nel Sud del Paese il 40% dei
60
bambini non andavano a scuola) in Istituto Luce27 facendone un
formidabile strumento di propaganda.
Il Giornale Luce è un cinegiornale, antesignano dei telegiornali, che
veniva proiettato in tutti i cinema e, con la forza delle immagini, si
proponeva di diffondere ed esaltare l’immagine di Benito Mussolini
ormai Duce dell’Italia. A gestire la comunicazione del regime, spesso
con la diffusione delle “veline”28, era l’Ufficio Stampa, che nel 1937
divenne il potentissimo Ministero della Cultura Popolare. Ma
l’attenzione, se si vuole la passione, del fascismo nei confronti del
cinema va ben oltre. “Il cinema è l’arma più forte!”, aveva detto il
Duce, forse senza sapere che Lenin aveva espresso quasi lo stesso
concetto. Così, nel 1932, viene inventata la Mostra Internazionale
d'Arte Cinematografica di Venezia29, con relativa Coppa Mussolini, e,
nello stesso anno, a Tirrenia, sul paludoso litorale pisano, il Duce
volle anche edificare gli stabilimenti Tirrenia Film, poi Pisorno. Rilevati
nel 1961 da Carlo Ponti con il nome di Studios Cosmopolitan30,
rimangono attivi sino al 196931. Ma è nel 1936 che viene fondata
Cinecittà, vera risposta italiana allo strapotere cinematografico di
Hollywood. Il cinema diventa uno strumento potente per plasmare
l’immaginario collettivo di milioni di italiani con la propaganda, ma
non solo. Non va poi dimenticato il fatto che la straordinaria
generazione di registi che danno vita al neorealismo nasce e cresce
dentro il cinema fascista.
27
L’Istituto Luce, accorpato con Cinecittà Holding in Cinecittà Luce nel 2009,
rappresenta il più importante archivio d’immagini della nostra storia con 12.000
cinegiornali e 6.000 documentari. L’archivio fotografico dell’Istituto Luce, con un
patrimonio di oltre 3 milioni di immagini, documenta tutto il Novecento a partire dal
1919.
28
Le “veline” erano delle note di servizio indirizzate agli “addetti ai lavori” del mondo
dell’informazione, scritti su carta velina in molte copie, su cosa e come si poteva o
non poteva scrivere.
29
La più antica rassegna di arte cinematografica del mondo.
30
Il primo film girato a Tirrenia fu, nel ‘34, Campo di maggio, scritto dallo stesso
Mussolini e da Gioacchino Forzano, patron degli studios, realizzati con un
finanziamento di Giovanni Agnelli (il Venerdì di Repubblica, 12 agosto 2011).
31
Saranno poi utilizzati saltuariamente. L’ultima realizzazione sarà Good morning
Babilonia di Paolo e Vittorio Taviani nel 1987. Oggi gli stabilimenti sono sede di un
resort con campo da golf.
61
Vecchia Guardia (1934), di Alessandro Blasetti, è interessante da
molti punti di vista. Innanzi tutto sul piano stilistico e poi perché,
secondo il giudizio di Callisto Cosulich (Cinema Nuovo, 1954), fu
“l’unico film sinceramente fascista che sia stato girato durante il
ventennio”. La tesi di Cosulich è forse iperbolica, ma spiega
paradossalmente l’attenzione del regime per i meccanismi della
comunicazione nei confronti delle masse. Il film è del 1934, ed è
probabile che abbia commosso lo stesso Mussolini, perché esalta il
fascismo delle origini, quello considerato eroico della Marcia su Roma,
con l’operaio “rosso” che ammazza il fascista buono, e può essere
visto specularmente al film di Dino Risi, che tratta lo stesso tema con
prospettiva opposta.
Ma nell’Italia degli anni Trenta il clima è cambiato, il regime ha
bisogno di stabilità e rispettabilità e troppa enfasi su quel periodo
“rivoluzionario” rischia di diventare eccessiva e fuori tempo. Più che i
film apologetici – come Il grido dell’aquila (1923), di Mario Volpe o
Camicia nera (1933), di Giovacchino Forzano, o ancora Luciano Serra
pilota (1938) di Goffredo Alessandrini32, sceneggiato con la
collaborazione di Roberto Rossellini, con Amedeo Nazzari,
inevitabilmente forzati anche per un pubblico ingenuo e disponibile –
meglio diffondere tra il popolo, affamato di cinema, il disimpegno
sognante dei “telefoni bianchi”, con gli onnipresenti e popolarissimi
Luisa Ferida e Osvaldo Valenti, ai quali Marco Tullio Giordana
dedicherà un film – Sanguepazzo – nel 2008. Anche questa può
essere considerata la risposta romana al divismo americano: donne
fatali, ambienti lussuosi, moderni ed eleganti (con i telefoni bianchi,
appunto, ma anche con richiami allo stile déco), un vago profumo
d’America spensierata e leggera (anche se l’imborghesimento del
popolo non era visto di buon occhio dai più severi censori).
Gli uomini che mascalzoni (1932), diretto da Mario Camerini, per
esempio, evita lussi fuori luogo e mostra, invece, una piccola storia di
amori, di inganni e di equivoci, pallido riflesso degli intrecci delle
divine – come Greta Garbo e Joan Crawford in Grand Hotel (1932),
diretto da Edmund Goulding, presentato alla prima Mostra
32
Coppa Mussolini a Venezia nel 1938 come miglior film.
62
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – che lancia come
attore un giovane Vittorio De Sica, che canta Parlami d’amore
Mariù.33
Amarcord (1973), di Federico Fellini34 racconta gli stessi anni, ma con
una poesia raccolta ed umanissima. Siamo nella Rimini dei primi anni
Trenta (primavera 1932 - primavera 1933) e s’intravede la corsa dei
bolidi della VII edizione della Mille Miglia e il passaggio – più che mai
onirico – del transatlantico Rex, che illumina da lontano la piccola
barca piena di un popolo sognante. Facce, corpi, scherzi e fughe si
intrecciano tra una quieta nostalgia raccontata dalle note di Nino
Rota. Un momento emblematico del conflitto ideologico sempre
latente è quel suono del violino (il grammofono è nascosto sul
campanile) che diffonde le note dell’internazionale. Il “colpevole” è il
padre del protagonista, che sarà facilmente scoperto (in paese tutti
sanno tutto di tutti) e punito a bastonate e con l’umiliazione dell’olio
di ricino.
Il conformista (1970), di Bernardo Bertolucci35, dal romanzo di
Alberto Moravia, mette in mostra l’atteggiamento che più di altri ha
dato forza e continuità al regime fascista (come in tutte le dittature):
il conformismo. Jean-Louis Trintignant è Marcello Clerici, docente di
filosofia e spia fascista per coprire un oscuro passato. Tradisce,
seduce e viene sedotto, è complice di delitti orribili e alla fine, nel ’43,
alla caduta del fascismo, esulta come tutti. Il regista, in una recente
intervista (Il Corriere della Sera, 18 agosto 2011), ha detto che “Il
conformista era ambientato nel 1937, ma anche oggi non mi sembra
33
Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica ottenne il primo successo
cinematografico nel 1932 interpretando Bruno nel film di Mario Camerini Gli uomini,
che mascalzoni... La canzone cantata nel film raggiunse gli italiani con le immagini
attraverso il cinema. Il successo fu enorme.
34
Oscar nel 1975 per il miglior film straniero e Nomination nel 1976 per la regia e la
sceneggiatura. David di Donatello come miglior film e miglior regia. Nastro d'argento
per la regia, il soggetto originale e l’attore esordiente (Gianfilippo Carcano) nel 1974.
Ha ottenuto 13 riconoscimenti internazionali.
35
Nomination nel ‘72 all’Oscar per la sceneggiatura e al Golden Globes di Los Angeles
come miglior film straniero. Nel ‘70 Nomination all’Orso d’oro, vince a Berlino il
Premio speciale della giuria e l’Interfilm Award. Nel ‘71 David di Donatello come
miglior film.
63
così difficile trovare chi è disposto a tradire i propri ideali per salire
sul carro dei vincitori. I conformisti non muoiono mai”.
Una giornata particolare (1977), di Ettore Scola36, racconta invece un
frammento minimo di una piccola realtà quotidiana in un momento
storico: l’incontro tra Mussolini e Hitler, a Roma, il 3 maggio 1938. In
una Roma che si presenta in una presunta grandiosità imperiale,
l’incontro tra i due dittatori anticipa di pochi mesi la proclamazione
delle leggi razziali in Italia (annunciate a Trieste il 18 settembre
1938) e del patto d’Acciaio (22 maggio 1939), premessa allo scoppio
della seconda Guerra mondiale (il primo settembre 1939 la Germania
nazista invade la Polonia e l’anno dopo, il 10 giugno 1940, l’Italia
entra in guerra e attacca la Francia). Ma nel film tutto questo non c’è
e non si vede. Ettore Scola crea attorno ai sempre splendidi Sophia
Loren (Antonietta), insoddisfatta madre di famiglia con sei figli, e
Marcello
Mastroianni
(Gabriele),
radiocronista
disoccupato,
omosessuale e innocuo antifascista, una sorta di microcosmo libero –
almeno per qualche ora – dalla retorica fascista, che si riempie
d’umana sincerità e di impossibili affetti. Dopo la fallita seduzione di
Antonietta, Gabriele viene arrestato e portato al confino, e tutto
ritorna nella “normalità”.
Vincere (2009) diretto e sceneggiato da Marco Bellocchio37, racconta
un frammento particolare e oscuro del giovane Mussolini (Filippo
Timi), del suo fascino, della sua ansia predatoria anche sessuale, del
suo cinismo nel non farsi intralciare nella sua ascesa al potere. La
36
Nomination nel ‘77 alla Palma d’oro a Cannes e nel ‘78 all’Oscar come miglior film
in lingua straniera e miglior attore (Marcello Mastroianni); David di Donatello nel ‘78
per il miglior regista e per la migliore attrice protagonista (Sophia Loren). Nello stesso
anno vince il Golden Globe a Los Angeles e il Premio César per il miglior film
straniero. Nastro d’argento per la miglior attrice, le musiche, la sceneggiatura.
Golden Globe a Roma per il miglior film, il miglior attore e la migliore attrice
protagonista nel ‘77.
37
Nel 2009 Nomination al Festival di Cannes per la Palma d’oro, tre Golden Globe a
Roma nel 2009 per la miglior attrice (Giovanna Mezzogiorno), la migliore fotografia e
premio speciale della stampa estera. Quattro Nastri d’argento per la miglior attrice,
la fotografia, il montaggio, la scenografia. Ha vinto nel 2010 otto David di Donatello
(su quindici Nomination) per fotografia, costumista, regista, montatore,
acconciatore, truccatore, scenografo, effetti speciali. In totale ha ottenuto 27
riconoscimenti internazionali.
64
vicenda affronta il tragico destino di Benito Albino Dalser, il figlio
ripudiato che Mussolini aveva avuto da Ida Irene Dalser (Giovanna
Mezzogiorno) nel 1915. Il figlio e la madre furono entrambi relegati in
manicomio per cancellare la loro presenza, troppo imbarazzante.
Novecento - Atto II (1976), di Bernardo Bertolucci, è la seconda parte
di Novecento che venne presentato a Cannes nel 1976 nella versione
da 318 minuti.
L’atto secondo riprende dagli anni ‘30. Le strade di Olmo (Gérard
Depardieu), il figlio di Rosina, e Alfredo (Robert De Niro), il ricco
Berlinghieri, si separano. Il primo, vedovo, continua la lotta,
partecipando alle prime riunioni di partito; il secondo, succube dei
fascisti, si rinchiude nel privato, disinteressato ai cambiamenti sociali
che lo circondano. Il 25 aprile 1945, si processano i padroni e i due
protagonisti si ricongiungono nel ricordo della loro amicizia, anche se
provenienti da classi sociali diverse. Olmo salva Alfredo da un
processo sommario e dal linciaggio, le loro strade tornano ad essere
comuni nell'amicizia.
È un film epico (attraversa la storia d’Italia dal 1900 al 1945) che si
sviluppa all’inizio attorno alla nascita del fascismo, l’Emilia contadina
sarà una delle culle del fascismo agrario, e dopo dà spazio alla
reazione dei contadini alla fine della guerra. Il film di Bertolucci critica
la classe borghese e padronale – inerte e corrotta – ed esalta la
genuinità e vivacità del mondo popolare. È un atto di accusa nei
confronti della classe politica votata al compromesso. In fondo nulla è
cambiato.
Il giardino dei Finzi-Contini (1970), diretto da Vittorio De Sica38, è
tratto dall’omonimo libro di Giorgio Bassani. È la storia di un mondo
tranquillo, agiato ed appartato, che viene progressivamente travolto
prima dalle leggi razziali (1938) e poi dalle persecuzioni e dai
rastrellamenti che quasi annienteranno le comunità ebraiche in Italia
38
Premiato nel 1971 con l’Orso d’oro a Berlino, il David di Donatello per il miglior film
e il miglior attore (Lino Capolicchio) e il Nastro d’argento per la scenografia e l’attore
non protagonista (Romolo Valli); nel 1972 Oscar come miglior film straniero e
Nomination per la sceneggiatura; nel 1973 Nomination al Grammy per le musiche
(Manuel De Sica).
65
durante l’occupazione tedesca (1943-45). Tutto si svolge nella
periferica e civile Ferrara, attorno a un campo da tennis che illude
una famiglia dell’alta borghesia ebraica, i Finzi-Contini, che la vita
possa continuare come prima delle leggi razziali. Gli amori tra i
giovani, Micol (Dominique Sanda) e Giorgio (Lino Capolicchio),
diventano quasi impossibili per la diversità di ceto sociale, pur nella
appartenenza alla comunità ebraica. Progressivamente le partite di
tennis, i rapporti familiari, gli studi, gli amori, vengono consumati e
travolti dalla persecuzione e dalla guerra, fino ai primi istanti della
deportazione che appiattisce e unisce in una nuova solidarietà quello
che nelle vite precedenti aveva diviso.
La retorica, il consenso delle masse e la grandiosità della Roma
“imperiale”, che vorrebbe spezzare le reni alla Grecia, si sgretolano
presto, ma quanti fallimenti, quanto dolore, quante battaglie perdute.
Quando Hitler ordina alle sue divisioni di invadere la Polonia,
Mussolini si sente ancora impreparato per un’avventura bellica. Ma un
anno dopo, quando sembra che la Germania nazista abbia quasi vinto
la guerra, Mussolini decide di sacrificare qualche migliaio di vite per
sedere al tavolo della pace dalla parte dei vincitori. I calcoli,
nonostante l’apparenza, sono clamorosamente sbagliati.
L’esercito italiano viene gettato in una guerra per la quale è
completamente impreparato. Il 10 giugno 1940 c’è l'attacco alla
Francia, quella che verrà a lungo definita come la “pugnalata alle
spalle”, nel settembre 1940 l’intervento in Africa, puntando dalla Libia
all’Egitto e in particolare al Canale di Suez (raccontato da Le rose del
deserto, del 2006, l’ultimo film di Mario Monicelli39), il 28 ottobre
1940 c’è l’aggressione alla Grecia partendo dalle basi in Albania, già
occupata da Mussolini nel ’39, poco più tardi alla Jugoslavia (6 aprile
1941) e poi, con l’Operazione Barbarossa, l’inizio della disastrosa
campagna di Russia (22 giugno 1941). Sui vari fronti loro assegnati
gli italiani non ottengono i risultati sperati e ovunque deve intervenire
l’esercito tedesco.
39
Nastro d’argento per Alessandro Haber come attore non protagonista e premio
speciale a Michele Placido nel 2007.
66
A parte qualche punta di fanatismo l’esercito, e soprattutto la marina
italiana, cercano di fare il proprio dovere, ma amano poco l’alleato
germanico, probabilmente per antiche memorie risorgimentali,
mentre le risorse che hanno disposizione sono irrisorie. Le
conseguenze saranno disastrose.
Italiani brava gente (1964), di Giuseppe De Santis, racconta la
campagna di Russia e – come confermano tutte le testimonianze dei
reduci – l’ostilità nei confronti dei tedeschi, l’umanità dolorante ed
eroica per necessità dei soldati italiani, anche nei confronti dei russi,
spesso contadini e povera gente come i nostri. Va anche detto che
parlare di Italiani brava gente, se può esser stato vero, soprattutto a
confronto con la feroce determinazione dei tedeschi, rischia di
innescare anche una sorta di ideologia autoassolutoria e consolante.
Due film lontanissimi nel tempo e nello stile raccontano ancora, con
lo stesso sguardo indulgente e sorridente, l’impreparazione e
l’inadeguatezza delle nostre forze armate e degli italiani che della
guerra non volevano saperne.
I due nemici (1961), diretto da Guy Hamilton, con Alberto Sordi
(capitano Blasi) e David Niven (maggiore Richardson). Il film,
prodotto da Dino De Laurentiis, descrive due ufficiali, uno inglese,
ironico e flemmatico, e l’altro italiano, maestro di furbizie ma a suo
modo orgoglioso, che in fondo non amano la guerra e si catturano
più volte a vicenda. I due nemici si riconoscono e si apprezzano e alla
fine gli inglesi concederanno agli “amici” italiani l’onore delle armi. La
storia, almeno in parte, è vera perché l’onore delle armi fu concesso
dal generale Montgomery al duca Amedeo d’Aosta, dopo l’eroica
resistenza ad Amba Alagi, e alla divisione Folgore dopo El Alamein,
nel 1942.
Mediterraneo (1991), di Gabriele Salvatores40, racconta la stessa
estraneità alla guerra da parte degli italiani, questa volta su una
piccola isola dell'Egeo che quaranta anni dopo avrà un futuro
40
Nel 1991 viene premiato con tre David di Donatello per il miglior film, il miglior
montaggio e il miglior fonico di presa diretta e con il Golden Globe a Roma per la
musica. Premio Oscar nel 1992 come miglior film straniero. Nello stesso anno Nastro
d’argento a Gabriele Salvatores per la regia.
67
turistico, dove si forma un piccolo presidio italiano. Piccoli amori,
partite di calcio, una disciplina incerta creano una nuova solidarietà
tra italiani e greci (“stessa faccia stessa razza”), ben diversa dalla
sanguinosa occupazione tedesca.
Ma la guerra degli italiani non è solo una fuga o una improbabile
vacanza, e non sempre sono “brava gente”, come testimonia la
feroce campagna nazi-fascista di Jugoslavia (che pur non è
documentata da alcun film italiano salvo, forse, Una sporca guerra,
del 1965, con la regia di Dino Tavella).
L’inadeguatezza dell’armamento dell’esercito italiano costringe i nostri
soldati e ufficiali a una sorta di eroismo ostinato e quasi sempre
difensivo. Tanti di questi episodi vengono raccontati dal nostro
cinema degli anni Cinquanta, forse per riconquistare un frammento di
orgoglio nazionale dopo la terribile sconfitta della guerra. In quegli
anni l’Italia – in piena guerra fredda – è appena entrata nel Patto
atlantico (Nato, 1949) ed ha ancora aperta la questione di Trieste,
che formalmente è sotto un Governo militare alleato (Gma). Trieste
(con “vola, colomba bianca vola...” Nilla Pizzi vince il Festival di
Sanremo nel 1952) ritorna all’Italia il 26 ottobre 1954, ma gran parte
della Venezia Giulia, l’Istria e Fiume diventano Jugoslavia, che è tra le
“potenze vincitrici” ed è stata sostenuta diplomaticamente dall’Unione
Sovietica (almeno fino alla rottura del 1948) e anche dalla Francia.
Negli anni Cinquanta il cinema italiano, ormai dentro al clima della
guerra fredda, si ritrova a diffondere un po’ di orgoglio nazionale e di
patriottismo e così si affollano film sulla seconda guerra mondiale,
“eroica e sfortunata”, conclusasi appena dieci anni prima.
Divisione Folgore (1955), regia di Duilio Coletti, racconta
l’improvvisata preparazione per la guerra nel deserto e l’eroismo
individuale a El Alamein (settembre-ottobre 1942) contro le
soverchianti forze inglesi (bombe molotov contro carri armati).
El Alamein (Deserto di gloria) (1958), di Guido Malatesta, ripercorre
gli stessi temi e, sottolinea l’ammirazione degli inglesi per l’eroica
difesa ad oltranza degli italiani. Il conflitto si conclude con il lieto fine
di un fidanzamento tra un soldato italiano e un’infermiera inglese.
68
La seconda battaglia di El Alamein è stata ulteriormente raccontata al
cinema nel 1969 dal film La battaglia di El Alamein di Giorgio Ferroni
e nel 2002 in El Alamein – la linea del fuoco di Enzo Monteleone41.
I sette dell’Orsa maggiore (1953), ancora di Duilio Coletti42 (secondo
alcuni, invece, di Francesco De Robertis), racconta l’impresa
clamorosa e spericolata dell’affondamento della corazzata “Valiant”
nel porto di Alessandria d’Egitto da parte del comandante Luigi
Durand de la Penne, che sarà decorato con una medaglia d'oro al
valor militare. Si tratta di un atto “ardito” dei sommozzatori della 10ª
Flottiglia MAS della Regia Marina Italiana (da non confondere con la
famigerata X Mas “repubblichina”) e dei “maiali”, una sorta di siluri
esplosivi che venivano guidati fin sotto le navi nemiche. Si tratta pur
sempre di singoli episodi di eroismo che tendono ad occultare
l’inadeguatezza complessiva dei mezzi e della strategia della marina
italiana nel Mediterraneo, anche se i nostri ufficiali, pur sconfitti,
otterranno il rispetto e l’ammirazione dei colleghi inglesi.
Uomini ombra (1954), di Francesco De Robertis, costruisce un film di
spionaggio con la faccia di un giovane Giorgio Albertazzi nella parte di
un agente segreto, tenente dell’Isma, il servizio di spionaggio e
controspionaggio della Marina Militare, che si confronta con una rete
di spie inglesi.
Carica eroica (1956), ancora di Francesco De Robertis, racconta un
pezzo della campagna di Russia, quando il “Savoia Cavalleria” e i
“Lanceri di Novara”, nell’ultima grande carica di cavalleria di
Isbuscenskij (24 agosto 1942)43, con le sciabole sguainate si
gettarono contro cannoni e mitragliatrici e riuscirono a rompere
l’accerchiamento dei sovietici. Anche qui l’eroismo in battaglia
41
Tre David di Donatello nel 2003 per la migliore fotografia, il miglior montaggio e il
miglior sonoro in presa diretta. Nello stesso anno due Golden Globe a Roma per la
migliore fotografia e il miglior attore esordiente (Paolo Briguglia) e un Nastro
d’argento per il sonoro in presa diretta.
42
Fonte: Centro Sperimentale di Cinematografia.
43
L’ultima carica in assoluto compiuta da reparti di cavalleria italiani ebbe luogo il 17
ottobre 1942 a Poloj in Croazia, sebbene quella del 24 agosto rimane la più
significativa.
69
affianca una riflessione sulla guerra ingiusta e sull’umanità nei
rapporti con la popolazione russa.
Ma l’Italia, dopo tre anni di guerra, è ormai allo stremo. Dopo le
sconfitte di Stalingrado e nel Nordafrica, gli Alleati attaccano
direttamente uno dei paesi dell’Asse e sbarcano in Sicilia, il 10 luglio
1943. Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo destituisce Mussolini
da Capo del governo e il Re Vittorio Emanuele III, invece di
sostenerlo, lo fa arrestare ed imprigionare al Gran Sasso. La guerra
però continua, come annuncia il maresciallo Pietro Badoglio, almeno
fino all’8 settembre 1943. L’armistizio con gli Alleati (in realtà si tratta
di una capitolazione senza condizioni) è stato firmato segretamente il
3 settembre 1943, ma all’alba del 9 settembre il re – con la
compiacenza dei tedeschi – scappa con la sua scorta da Roma,
lasciando l’esercito senza ordini in balia degli ex alleati, inferociti per
il tradimento italiano.
Tutti a casa (1960), di Luigi Comencini44, racconta magistralmente ed
umanamente questa catastrofe militare e civile. “Signor colonnello,
accade una cosa incredibile... I tedeschi si sono alleati con gli
americani! Ci stanno attaccando!”. È quanto dice al telefono un
incredulo sottotenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi) al suo
comandante, completamente allo sbando, senza ordini e senza
informazioni, con un tradimento del Re e delle alte gerarchie nei
confronti del popolo e dell’esercito, che non ha eguali nella storia. È
un film straordinario per completezza, umanità e rigore narrativo, che
spiega – come solo il cinema può fare – una delle fasi più
drammatiche della storia italiana. Ubbidire agli ordini che non
arrivano, mantenere una certa dignità, salvare la pelle, tornare a
casa, fumarsi una sigaretta con un prigioniero americano, rifiutare la
“sistemazione” nel nuovo esercito “repubblichino” che gli offre il
padre (Eduardo De Filippo), chiedere ed ottenere aiuto da sconosciuti
contadini: sono tutti frammenti di una storia collettiva che si
concentra sulla faccia di Alberto Sordi, ma non solo. Il film finisce con
l’inizio di una nuova Italia. Arrivato a Napoli, per riportare alla sua
44
David di Donatello nel 1961 a Dino De Laurentiis come miglior produttore e ad
Alberto Sordi per il miglior attore protagonista.
70
famiglia il soldato Ceccarelli (Serge Reggiani), che viene ucciso vicino
a casa, il sottotenente Innocenzi ritrova il suo orgoglio e la sua
dignità di soldato, di nuovo cittadino ed aiuta due impacciati
partigiani ad armare una mitragliatrice e combatte contro i tedeschi
per la liberazione della città (28 settembre 1943), perché “Non si può
stare sempre a guardare...!”.
E’ l’inizio della Resistenza, al tempo stesso guerra civile e lotta di
liberazione nazionale contro i tedeschi e i loro alleati fascisti.
Il cinema italiano, nel corso dei decenni, si è quasi assunto il compito
di raccontare, al di là dei dibattiti degli storici, come tanta parte della
Resistenza sia stata davvero popolare, certo composta da una
minoranza che aveva scelto le armi, ma quasi sempre per ragioni
assolutamente concrete: l’impossibilità di vivere senza i beni di prima
necessità sequestrati, la morte dei propri cari in qualche
rastrellamento, la difesa delle proprie case, delle fabbriche, delle
proprie famiglie. Certo la politica e l’ideologia, qua e là, fanno
capolino, ma i più aderiscono alle Brigate Garibaldi o a quelle di
Giustizia e Libertà molto spesso per caso.
Roma città aperta (1945), di Roberto Rossellini45, è il capolavoro che
inaugura il neorealismo e mostra, quasi in presa diretta, quanto è
avvenuto appena l’anno prima a Roma. La città è ancora occupata
dai tedeschi, ma la Resistenza prende corpo sia a livello popolare sia
tra ufficiali e soldati dell’esercito, come dimostra la disperata battaglia
di Porta San Paolo (10 settembre 1943). Il film mostra la resistenza
popolare che dentro la città si organizza e combatte con azioni di
sabotaggio, e quando i patrioti (i partigiani che operavano nelle città
erano raccolti nei Gap, Gruppi di azione patriottica) vengono arrestati
dalla Gestapo subiscono terribili torture che si concludono quasi
sempre con la morte. Il film racconta la vita vera, le passioni, le lotte,
la morte di tante persone che volevano vivere, ma che non erano
disposte ad arrendersi, come Anna Magnani (Pina), mitragliata a
45
Primo film della cosiddetta “trilogia della guerra” del regista, seguito nel 1946 da
Paisà e nel 1948 da Germania anno zero. Vinse ex aequo con altri sei film (erano
tempi di abbondanza), nel 1946, il Gran premio della giuria a Cannes e il Nastro
d’argento per miglior film a soggetto e la migliore attrice (Anna Magnani).
Nomination all’Oscar nel 1947.
71
morte mentre insegue il camion che sta deportando il suo uomo;
come Aldo Fabrizi (don Pietro), il prete che sa da che parte stare, fino
all’estremo sacrificio.
Il film diventa quasi un “documento” cinematografico che fa da
cornice all’eccidio delle Fosse Ardeatine (23 marzo 1944).
La notte di San Lorenzo (1982), dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani46,
in collaborazione con Tonino Guerra e Gaetano “Giuliani” De Negri,
con le musiche di Nicola Piovani, ricostruisce un episodio vero
accaduto nei pressi di San Miniato (paese d’origine dei registi), nella
campagna toscana, il 10 agosto del 1944, la notte delle stelle cadenti.
Anche qui c’è un popolo minuto, fatto di contadini, uomini, donne e
bambini, che vive e lavora e, al tempo stesso, sostiene chi combatte
per la Resistenza contro tedeschi e fascisti. Anche qui la popolazione
viene raccolta in una chiesa e poi massacrata per il suo sostegno ai
partigiani (che poi sono i mariti delle donne, i padri dei bambini, i figli
dei vecchi del paese). Nella battaglia dentro un campo di grano lo
scontro si trasfigura negli occhi di un bambino, che aveva ascoltato
l’Iliade recitata a memoria da un vecchio contadino (succedeva anche
questo nell’Italia dimenticata e senza televisione di allora). Il
partigiano e il fascista, che parlano la stessa lingua, hanno lo stesso
accento, appartengono allo stesso paese e sono stati avversari di
giochi fin da piccoli, diventano Achille ed Ettore, con elmi, lance e
corazze. Alla fine, anche se si ammazzano con la stessa crudeltà,
arriva la Liberazione.
L’uomo che verrà (2009), di Giorgio Diritti47, racconta una storia quasi
analoga, avvenuta nello stesso periodo, tra l’estate e l’autunno del
1944, solo un po’ più in là, e così i contadini parlano emiliano invece
46
Gran premio speciale della giuria e Premio della giuria ecumenica e Nomination
per la Palma d’oro a Cannes, nel 1982. Vinse anche cinque David di Donatello nell’’83
per il miglior film, il miglior regista, il miglior produttore, il miglior direttore della
fotografia e il miglior montatore. Nastro d’argento per la regia e la sceneggiatura nel
1983 In totale il film ha collezionato 15 premi di livello internazionale.
47
Tre David di Donatello nel 2010 (su sedici Nomination) come miglior film, miglior
produttore e miglior fonico di presa diretta. Nello stesso anno al Golden Globes di
Roma vince il Premio speciale della stampa estera e tre Nastri d’argento per
produzione, scenografia e presa diretta. Nel 2009 vince il Premio speciale della giuria
al Festival del film di Roma. Ha collezionato 13 premi internazionali.
72
che toscano. L’uomo che verrà è il fratellino della piccola Martina, che
lei salva con muta intelligenza e un'immane determinazione dalla
strage del paese che annuncia quella terribile e “storica” di
Marzabotto. Rappresenta e racconta in modo straordinario, ancora
una volta con volti “veri”, di contadini, donne e uomini, che lavorano
duramente, legati da vincoli saldissimi e da gerarchie precise e
condivise. I più giovani vorrebbero anche ballare ed innamorarsi. Ma
qualcuno decide di combattere perché è stanco delle continue
violenze e ruberie dei fascisti. È una Resistenza assolutamente
concreta, quasi per niente ideologica, che nasce da una ribellione per
sopravvivere e magari decidere del proprio destino. Anche qui
violenze, stragi, soldati tedeschi che in qualche istante sembrano
quasi umani e gentili e, subito dopo, diventano impassibili macchine
di morte. Ma anche i partigiani che combattono sono consapevoli
che, nel momento stesso in cui difendono i loro cari, forse li stanno
condannando a morte a causa di probabili rappresaglie. Dentro il film,
come nelle storie vere, ci sono la solidarietà, il lavoro, il maiale che
viene ucciso con sapienza antica e cruenta, la percezione precisa che
sta per nevicare, affermata non come una previsione, ma come un
fatto sicuro che sta per accadere entro qualche ora. Alla fine,
circondata dalla morte dei suoi cari, la piccola Martina riesce a salvare
e a nutrire il suo fratellino appena nato, l’uomo che verrà, e che
dovrà aiutarci a superare una vicenda terribile senza però
dimenticare.
L’Agnese va a Morire (1976), di Giuliano Montaldo è tratto da una
storia vera, vissuta e raccontata da Renata Viganò nell’omonimo
romanzo. L’Agnese nel film ha la faccia bella, forte e severa di Ingrid
Thulin. Qui c’è un mondo di donne, abituato a stare in disparte, a
fianco dei loro uomini, ma Agnese, come tante, diventerà partigiana
tra le paludi della bassa Emilia, come risposta ai tedeschi che le
hanno portato via il marito, infermo ma combattivo.
La ciociara (1960), di Vittorio De Sica48, è tratto dall’omonimo
romanzo di Alberto Moravia. Racconta una storia che fa da corollario
48
Sophia Loren miglior attrice al David di Donatello, ai Nastri d’argento, al British
Academy e al Festival di Cannes nel 1961 dove La ciociara ottiene la Nomination alla
73
alla guerra, fatta di paura, di fuga e di violenza che due donne, la
giovane vedova Cesira (Sophia Loren) e la figlia tredicenne Rosetta
(Eleonora Brown), subiscono alle porte di Roma. Questa volta i
carnefici sono i “liberatori”, un gruppo di soldati marocchini (di questi
episodi ce ne furono a centinaia). La violenza subita e la morte, per
mano dei nazisti, di Michele (Jean Paul Belmondo), del quale Cesira si
era forse innamorata (almeno nel film), si “risolve” nel pianto
liberatorio delle due donne avvinghiate l’una all’altra.
Paisà (1946), diretto da Roberto Rossellini49, è un film di sei episodi,
uno dei quali scritto da Federico Fellini, che accompagna l’avanzata
alleata lungo l’Italia, dalla Sicilia a Napoli, Roma, Firenze, Appennino
Emiliano, Porte Tolle nel Polesine. Frammenti di vita di italiani, dallo
scugnizzo alla prostituta, ai frati, ai partigiani, che s’incontrano con i
militari americani e così si affacciano su un pezzetto del loro futuro.
Paradossalmente, pur essendo un film corale sul cammino verso la
Liberazione, nelle piccole vite raccontate non c’è mai un lieto fine.
Il generale della Rovere (1959), di Roberto Rossellini50, soggetto e
sceneggiatura di Indro Montanelli. Anche qui si racconta la storia di
un eroismo quasi per caso, frutto dell’inganno di un anziano
imbroglione (Vittorio De Sica), che finge di essere il generale
badogliano Della Rovere. Quando viene arrestato dalle SS porta fino
in fondo la sua finzione, facendosi fucilare, contagiato dalla
responsabilità e dal senso dell’onore che emana il suo nome,
soprattutto per i “suoi” soldati.
I due marescialli (1961), di Sergio Corbucci, con Totò (Antonio
Capurro) nei panni molteplici di un ladruncolo e Vittorio De Sica (il
vero maresciallo Vittorio Cotone), ancora una volta in divisa da
carabiniere. Comico e drammatico, racconta la solita piccola guerra
Palma d’oro. Nel 1962 Oscar a Sophia Loren e Golden Globe a Los Angeles come
miglior film straniero.
49
Nomination all’Oscar per la sceneggiatura nel 1950. Nastro d’argento nel
1947 per la regia, il miglior film a soggetto e il commento musicale.
50
Ha vinto ex aequo il Leone d’oro a Venezia nel 1959 con La Grande Guerra di Mario
Monicelli. David di Donatello per il miglior produttore (Moris Ergas) e Nastro
d’argento per il miglior regista nel ‘60. Nomination all'Oscar per la miglior
sceneggiatura nel 1962. Ha collezionato 10 premi internazionali.
74
tra guardie e ladri, non meno che tra nazisti e civili, che viene
interrotta dai bombardamenti in un giorno vicino alla Liberazione.
Come risultato c’è uno scambio di divise: il maresciallo viene vestito
da prete e il ladruncolo ruba la divisa da carabiniere, diventando
improbabile intermediario con fascisti e tedeschi. La soluzione
drammatica – la fucilazione del ladruncolo Totò, forse “redento” dalla
divisa che indossa – si dissolve anni dopo quando Vittorio De Sica,
ormai in pensione, ritrova il suo amico/nemico dedito alla sua solita
attività predatoria, questa volta vestito da frate.
Il generale della Rovere, I due marescialli e tanti altri film, raccontano
la vicenda umana di italiani un po’ cialtroni che diventano eroi per
caso, per puntiglio, per un’improvvisa impennata di orgoglio, per non
fare una “brutta figura” rispetto alla divisa che indossano qualche
volta impropriamente. Microstorie da rispettare e ricordare anche se
va pur detto che le Lettere dei condannati a morte della Resistenza
(1953) ci raccontano di altre durezze.
Achtung! Banditi! (1951), di Carlo Lizzani, è una ricostruzione quasi
filologica della Resistenza a Genova. Il film fu finanziato da una
sottoscrizione diretta di operai, che non volevano venisse stravolta la
memoria di quei momenti. Tra i tanti film che raccontano storie di
resistenza Achtung! Banditi! è forse il più sobrio, a suo modo classico
nella descrizione di episodi che si sono ripetuti dal ’43 al ’45. Questa
è la storia degli operai e di un ingegnere (Andrea Checchi) che
prendono contatti con i partigiani per difendere la loro fabbrica dai
tedeschi, che volevano smantellarla per portarla in Germania e
continuare così nello sforzo bellico senza l’ingombro degli italiani,
manifestamente infidi. La vicenda, contenuta nei toni ed agiografica
al tempo stesso, riprende episodi che si sono realmente moltiplicati
nell’Italia del Nord – in modo particolare a Torino – di operai e
dirigenti che hanno fatto “resistenza” per difendere il loro lavoro e le
loro fabbriche e quindi l’Italia.
Tiro al piccione (1961)51, di Giuliano Montaldo, tratto dall’omonimo
romanzo di Giose Rimanelli del 1956, racconta, forse per la prima
51
Una curiosità: secondo IMDB, Wikipedia e Movieplayer Tiro al piccione sarebbe del
1962. La Cineteca Nazionale così come l’Archivio Nazionale Cinematografico della
75
volta, ma con una sostanziale onestà, la storia vista dai fascisti, in
particolare dei “repubblichini”, come venivano chiamati con implicito
disprezzo gli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana, ri-fondata da
Mussolini dopo l’8 settembre, e messa la servizio della Germania
nazista dopo il “tradimento” del Re Vittorio Emanuele III. È la storia
di un giovane, Marco Laudato, che si arruola – con qualche ingenuità
– nelle camicie nere per un senso dell’onore e di un doveroso riscatto
nazionale. Alla fine, nauseato dalla violenza, dalle fughe e dai
tradimenti, resterà solo e stanco tra i cadaveri dei suoi “camerati”.
Il federale (1961), di Luciano Salce, è forse il film più ironico ed
indulgente nei confronti di un fascismo, vissuto ormai come il residuo
di un’infatuazione sincera, che – almeno questa volta – non si
trasforma in ferocia. Ugo Tognazzi (Primo Arcovazzi), per coronare il
sogno della sua vita e diventare “federale”, assume con grande
impegno il compito, non troppo eroico in realtà, di portare un innocuo
professore di filosofia, Erminio Bonafé (George Wilson), antifascista
armato solo delle sue idee di giustizia e libertà, da Cremona a Roma.
Il viaggio fatto insieme, tra mille peripezie, da una parte accomuna i
due e dall’altra demolisce le illusioni dell’aspirante federale, compresa
quella – la più tenace – nei confronti della tecnologia dei “camerati
tedeschi”. Alla fine, quando pensa di aver compiuto la sua missione e
di essersi guadagnato gli stivali da federale, scopre che Roma è stata
liberata dagli americani, che lo fotografano in divisa come se fosse un
souvenir. Ma il viaggio non è stato vano e qualcosa è evidentemente
passato al giovane fascista dal vecchio filosofo, non solo la leggera
cartina di un piccolo libro che contiene l’Infinito di Leopardi e che il
professore regala al suo ex carceriere per arrotolare l’ultima sigaretta
(prima di fumarsi con gusto quelle americane).
La vita è bella (1997), di Roberto Benigni52, a suo modo percorre e
conclude questa parte di storia italiana: gli anni trenta, le
Resistenza, insieme a Mymovies, Coming soon, FilmTV, indica invece il 1961. Il film fu
comunque presentato nella Sezione Informativa del XXII Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1961.
52
Sette Nomination e tre Oscar nel 1999 come miglior film straniero, miglior attore
protagonista e migliore colonna sonora. Gran premio della giuria a Cannes e
Nomination per la Palma d’oro nel 1998. Nove David di Donatello (su tredici
76
persecuzioni razziali e la Shoah, fino alla liberazione, vissuta in un
campo di sterminio. La faccia triste di Benigni racconta, con una
leggerezza poetica senza eguali, tutti questi momenti così drammatici
della nostra storia.
Il film è un inno alla vita che continua, anche quando si muore, e
mostra che la follia dei poeti e dei giullari permette di esorcizzare,
anzi di “giocare”, con la più grande crudeltà degli uomini, così
tecnologicamente avanzati nello sterminio di altri uomini. Guido
Orefice (Roberto Benigni) gioca con l’amore per Dora (Nicoletta
Braschi), con le leggi razziali messe alla berlina in una clamorosa
lezione a scuola fingendosi un ispettore ministeriale, gioca quando
entra a cavallo (ebreo) nel Grand Hotel per interrompere il
fidanzamento della sua amata con un fascista arrogante. Gioca con
suo figlio Giosuè quando sui negozi appaiono i primi cartelli contro gli
ebrei e poi, quando trasforma il lager – con un passaggio onirico e
iperbolico, sempre rispettoso della tragedia – in un grande concorso a
premi. Alla fine, dopo la morte di Guido nelle camere a gas, il piccolo
Giosuè esce dal suo nascondiglio, quando il lager viene liberato dagli
americani, “vince” il suo carro armato e dopo un po’ ritrova la madre.
E così, grazie alla gioiosa leggerezza dei giochi di Benigni, scopriamo
che, nonostante tutto, la vita è bella.
Anche la guerra che ha fatto più morti nella storia dell’umanità (forse
70 milioni di vittime, tra militari e civili), che ha programmato e quasi
realizzato lo sterminio di un intero popolo, che ha sperimentato, per
due volte di seguito e a breve distanza, due bombe atomiche, finisce.
L’Europa ne esce distrutta e anche l’Italia – devastata quasi come
Germania anno zero di Rosellini (1948)53 – deve avviarsi a una lenta
e faticosa ricostruzione non solo fisica, ma anche e soprattutto
morale. Ce la farà grazie a un popolo che vuole diventare padrone del
proprio destino e a una classe dirigente nuova che ha combattuto
contro il nazi-fascismo, ha ritrovato la sua dignità e si prepara a
Nomination) e lo European Film Awards sempre nel 1998. César nel 1999 come
miglior film straniero e British Academy come miglior attore. Ed è giusto ricordare,
oltre all’Oscar, il Grammy nel 2000 per le musiche di Nicola Piovani. La vita è bella ha
ottenuto 52 riconoscimenti internazionali.
53
Gran premio al Festival di Locarno nel 1948.
77
costruire una Costituzione che fa dell’Italia “una Repubblica
democratica fondata sul lavoro”. Anche questa è un’altra storia, ma è
sempre la nostra storia.
78
Alighiero Boetti – Mappa (1989-1992), particolare
Collezione Giordano Boetti, Roma
79
80
Dalla ricostruzione alla fine della Prima Repubblica
La seconda guerra mondiale è appena finita, l’Italia è in gran parte
distrutta, lo Stato, dopo l’8 settembre 1943, si è quasi dissolto, ma gli
italiani stanno assaporando il sapore nuovo della democrazia e della
libertà, per le quali molti hanno combattuto e molti hanno dato la
vita.
Adesso si tratta di ricostruire l’Italia e soprattutto gli italiani che
escono da vent’anni di fascismo. Saranno gli uomini dei partiti, che –
pur avendo culture e posizioni ideologiche profondamente diverse –
hanno combattuto fianco a fianco e sono stati “selezionati” dalla lotta
per la liberazione nazionale, a dare un contributo fondamentale a
questa ricostruzione, prima morale e poi materiale.
Il 2 giugno del 1946, un anno dopo la Liberazione (25 aprile 1945),
gli italiani e soprattutto le italiane sperimentano una nuova emozione:
vanno a votare con il suffragio universale per il Referendum
Monarchia/Repubblica e per la formazione dell’Assemblea
Costituente. Vince la Repubblica con due milioni di voti di vantaggio
(la Repubblica ottenne 12.717.923 voti, mentre i favorevoli alla
monarchia risultarono 10.719.284). Gli uomini e il Nord votarono
prevalentemente per la Repubblica, le donne e il Sud
prevalentemente per il Re. Umberto II, dopo appena un mese di
regno (per questo sarà chiamato il “Re di maggio”) accetta il verdetto
e parte per il suo esilio a Cascais in Portogallo.
Mentre l’Italia sta vivendo una stagione senza precedenti gli italiani
vanno in massa al cinema, spesso a vedere film che li raccontano,
che mostrano le loro facce e i loro sentimenti. Si ritrovano davanti al
grande schermo, magari senza saperlo, a guardare i capolavori del
neorealismo, che presto diventeranno l’orgoglio culturale ed artistico
della nuova Italia.
Al cinema gli italiani imparano finalmente a conoscersi.
Vanno a vedere subito i film di Roberto Rossellini sulla guerra appena
finita, a cominciare da Roma città aperta, proiettato al pubblico nel
settembre del 1945, anche se pochi si accorgono che è un capolavoro
e che è iniziata la grande stagione del neorealismo. L’anno dopo
81
andranno a vedere Paisà, sempre di Rossellini, che accompagna,
lungo tutta l’Italia la risalita delle truppe alleate, fino alla liberazione.
Dopo solo due anni vedranno anche Germania anno zero (1948),
ancora di Roberto Rossellini, che gli mostrerà l’ex grande potenza
ridotta peggio dell’Italia (ma lo sarà ancora per poco).
Possono andare a vedere anche i film di Visconti, come Ossessione
(1943), che si ispira liberamente e senza diritti al romanzo Il postino
suona sempre due volte di James M.Cain pubblicato nel 1934. Il film
venne girato ancora in piena guerra mondiale e fu proiettato
nonostante la diffidenza del regime a Roma e a Milano, ma presto
venne ritirato e distrutto (salvo la copia salvata dal regista). Più tardi,
quando l’Italia si appassiona alle prime elezioni politiche del 18 aprile
del 1948, esce La terra trema (1948) di Luchino Visconti, che
racconta la storia de I Malavoglia anche a chi non l’ha studiata a
scuola, mostrando che i “protagonisti” hanno la stessa faccia di chi
sta guardando il film.
Intanto, mentre la gente alla sera va al cinema e di giorno si scontra
nelle piazze in nome di opposte ideologie, si è appena concluso un
fatto unico e decisivo nella storia italiana e che non a caso è stato
chiamato “miracolo costituzionale”. Dopo la vittoria della Repubblica,
il 25 giugno dello stesso anno viene insediata l’Assemblea
Costituente, composta da 556 membri, con una netta prevalenza di
giuristi (gli avvocati sono 189, i magistrati 9 e i professori universitari
53). Mentre i Padri costituenti si mettono al lavoro, il mondo sta
cambiando: l’Unione Sovietica ha occupato mezza Europa, il
colonialismo europeo cade progressivamente a pezzi, De Gasperi
espelle comunisti e socialisti dall’ultimo governo di unità nazionale,
anche per incassare gli aiuti del Piano Marshall54, a Parigi si chiude la
Conferenza di Pace (firmata il febbraio 1947), che sancisce la perdita
per l’Italia a occidente di Briga e Tenda, del Piccolo San Bernardo e
del Moncenisio e dei monti Thabor e Chaberton, mentre a oriente di
54
Il 5 giugno 1947 con uno storico discorso pronunciato all’università di Harvard, il
segretario di Stato americano George Marshall annuncia al mondo il piano di aiuti
all'Europa che da lui prese il nome. Con esso, oltre alla ricostruzione dopo la Seconda
guerra mondiale, Washington puntava a rafforzare le democrazie europee contro le
crescenti mire dell'Urss.
82
Fiume, Zara e di gran parte dell’Istria. Trieste è dichiarata “territorio
libero” e per Winston Churchill è il capolinea meridionale della
“cortina di ferro” che a nord inizia a Stettino (discorso di Fulton,
Missouri, 1946). È iniziata la “guerra fredda”, che si concluderà solo
con la caduta del Muro di Berlino (1989) ma, dentro le ovattate aule
parlamentari, resiste il clima di collaborazione tra partiti di diverso
orientamento, ancora uniti dalla memoria della lotta di liberazione
nazionale. Il 27 dicembre 1947, dopo essere stata approvata ad
ampia maggioranza (453 voti favorevoli e 62 contrari) nella seduta
del 22 dicembre, viene promulgata la Costituzione della Repubblica
Italiana. L’immagine che sintetizza lo spirito unitario e fondante della
Costituzione sta tutta negli uomini ritratti nella foto che ferma l’attimo
in cui il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola (liberale), il
Presidente
dell’Assemblea
Costituente,
Umberto
Terracini
(comunista), il Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi
(democristiano) e il Guardasigilli, Giuseppe Grassi (socialista-liberale),
mettono la loro firma sotto il testo approvato.
Il primo gennaio 1948 la Costituzione diventa la “Legge fondamentale
della Repubblica”.
Dopo un po’, quando la ricostruzione è iniziata e c’è la speranza di un
futuro migliore, gli italiani andranno a vedere anche il modernissimo
e crudele Bellissima (1951) di Luchino Visconti, con una furente ed
orgogliosa Anna Magnani che prima si illude di accedere al mondo
dello spettacolo grazie alla figlia e poi rifiuta un contratto che
potrebbe cambiarle la vita e forse rubarle l’anima.
Vanno a vedere – proprio quando si decide tra Monarchia e
Repubblica e i Costituenti si mettono al lavoro – anche i film di
Vittorio De Sica, che gli italiani hanno conosciuto come attore giovane
quando, nel 1932, cantava Parlami d'amore Mariù. Adesso, da
regista, anche se non rinuncerà mai a tanti ruoli scanzonati, ci mostra
un capolavoro come Sciuscià (1946)55, che raccoglie un grande
successo della critica ma assai poco di pubblico, che vorrebbe
evadere ancora un po’ dalla realtà concedendosi ancora le immagini
55
Nel 1946 vince il Nastro d’argento per la regia. Nomination per la miglior
sceneggiatura all’Oscar nel ‘48 dove riceve l'Honorary Award.
83
luccicanti dei telefoni bianchi. Il film, invece, racconta la storia aspra
e drammatica, di amicizia, di tradimenti e di morte, di due giovani
lustrascarpe, sciuscià, dall'inglese shoe-shine, e ladruncoli per caso
(Pasquale e Giuseppe, rispettivamente Franco Interlenghi e Rinaldo
Smordoni) con il sogno di comprarsi un cavallo bianco chiamato
Bersagliere.
Ladri di biciclette (1948) è un altro capolavoro assoluto di De Sica56,
che racconta la disperazione di un padre disoccupato, Antonio Ricci
(Lamberto Maggiorani) quando, insieme a suo figlio Bruno (il piccolo
Enzo Staiola), vive la catastrofe individuale del furto della sua
bicicletta, che gli impedirà di svolgere il suo saltuario lavoro di
attacchino. Il film dà voce e volti al dramma della disoccupazione,
che l’anno prima, nel 1947, aveva toccato il 12% della popolazione
(2.400.000 disoccupati) mentre l’inflazione stava devastando le
paghe – sostanzialmente ferme – con un aumento del costo della vita
superiore di dieci volte rispetto al 1938 (facendo il costo della vita =
100 nel 1938, si arriva a 1.159 nel 1948).
È quindi una storia straordinariamente umana, quella raccontata da
Vittorio De Sica in Ladri di biciclette, vissuta da milioni di famiglie,
nella precarietà del dopoguerra, che non trovano lavoro e giustizia,
nonostante le parole di qualche “buon carabiniere”. Quando Antonio
Ricci cerca di adeguarsi a un mondo dominato dai furbi e tenta di
rubare una bicicletta incustodita, viene subito scoperto e quasi
linciato dalla folla e sarà salvato solo dal pianto disperato del figlio.
Anche qui, ancora una volta, il lieto fine sembra vietato sia dalla
realtà concreta sia dall’estetica neorealista.
Miracolo a Milano (1951), sempre di Vittorio De Sica57, tratto da Totò
il buono di Cesare Zavattini, si concede, invece, un lieto fine, ma a
condizione che sia una fuga nella favola. Quando il film esce nelle
56
Nel 1949 vince sei Nastri d’argento per la regia, la fotografia, il soggetto, le
musiche, la sceneggiatura e il film a soggetto. Gran premio della giuria a Locarno
sempre nel ‘49. Nel 1950 riceve il premio Oscar, British Academy e il Golden Globe a
Los Angeles come miglior film straniero. Ebbe in totale 16 riconoscimenti
internazionali.
57
Gran premio della giuria al Festival di Cannes e Nastro d’argento per la scenografia
nel 1951. Nomination come miglior film al British Academy nel ‘53.
84
sale cinematografiche, l’Italia è ormai divisa da uno scontro
ideologico durissimo. Tre anni prima la Democrazia Cristiana aveva
vinto le elezioni del 18 aprile 1948 svoltesi in un clima di forte
contrapposizione ideologica tra gli schieramenti in lizza. Sono state
elezioni decisive per il futuro dell’Italia, combattute nelle piazze con
tutti i mezzi, che hanno messo il paese definitivamente dalla parte
delle democrazie occidentali. Ecco allora – tra la diffidenza delle due
opposte coalizioni – la favola di un giovane orfano, Totò (Francesco
Golisano), che guida la fuga di un popolo di barboni, in volo a cavallo
di tante scope rubate ai netturbini in Piazza del Duomo a Milano58,
verso un mondo in cui “buon giorno voglia dire davvero buongiorno”.
Un mondo che forse non abbiamo ancora trovato...
Il film suscitò vive polemiche in tutti gli schieramenti politici. Per la
cronaca il soggetto di Miracolo a Milano (originariamente Totò il
buono) venne elaborato tra il 1940 ed il 1943.
Riso amaro è un film del 1949 diretto da Giuseppe De Santis59 e
prodotto da Dino De Laurentiis. Racconta una storia dell’immediato
dopoguerra dentro un mondo di duro lavoro tutto al femminile, quello
delle mondine, che si muovono dentro l’acquitrino e cantano. È il film
che scopre una giovanissima Silvana Mangano (Silvana), dalle lunghe
gambe e dagli occhi pieni di lampi tempestosi. Lavoro e piccola
criminalità si intrecciano con due giovani ladri, Francesca (Doris
Dowling) e Walter (Vittorio Gassman), che hanno rubato una preziosa
collana e si nascondono dalla polizia nel treno e nel mondo delle
mondine, dove conoscono Silvana, che ruberà la collana ai due ladri,
aiutando Francesca a diventare mondina “clandestina”. Poi c’è
l’amore tra Francesca e Marco (Raf Vallone), che è serio ed onesto, e
tra Silvana e Walter, che punta a un altro furto. C’è anche il
crumiraggio, l’orgoglio del lavoro, il furto come fuga dalla povertà,
ma si può rubare ai ricchi e non il riso delle mondine, la gelosia, la
morte e il suicidio. Alla fine le mondine rendono un omaggio rituale e
collettivo alla loro “compagna” morta, mentre Francesca e Marco se
ne vanno insieme verso un avvenire migliore.
58
La scena di questo “decollo” ha ispirato a Steven Spielberg quella omologa dei
ragazzini sulle biciclette volanti nel film E.T.
59
Nomination all'Oscar come miglior soggetto nel ‘51.
85
Umberto D. (1952) è il terzo film della trilogia di Vittorio De Sica60 –
forse il più duro – ed è piaciuto tanto alla critica ma assai poco al
pubblico e alla politica (Giulio Andreotti, allora giovane
sottosegretario allo spettacolo, scrisse che il regista con questo film
“aveva reso un pessimo servizio alla patria...”)61. È la storia di
solitudine, abbandono e umiliazione di un povero pensionato,
Umberto Domenico Ferrari (interpretato da Carlo Battisti, eminente
glottologo), costretto all’accattonaggio e che sull’orlo del suicidio
viene recuperato alla vita dall’amore per il suo cane Flaik.
La disperata solitudine di Umberto D. si dilata e si allunga dentro la
vita di tanti pensionati nel corso degli anni ma, in questi anni
Cinquanta, gli italiani hanno altro a cui pensare. Tra i 1951 e il 1959
le esportazioni aumentano con ritmi travolgenti (oltre l’11% annuo).
Gli italiani continuano a lavorare duramente per la ricostruzione,
stringono la cinghia sui consumi correnti (alimentazione e
abbigliamento), ma cominciano a permettersi dei beni durevoli, dal
frigorifero alla lavatrice e – appena possono – alla televisione. Per noi
è il “miracolo economico”.
Il cinema accompagna passo dopo passo questa crescita. Non sente
ancora la concorrenza della televisione, che arriverà nel 1954 e che
Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno renderà un avversario
mediatico insuperabile.
Gli italiani vanno al cinema in massa per emozionarsi insieme e per
lasciarsi alle spalle un passato difficile.
Nelle aule del Parlamento e nelle piazze qualche volta gli avversari si
prendono ancora a cazzotti ma, quando vanno al cinema, si ritrovano
tutti d’accordo nel divertirsi alle fraterne liti tra due personaggi che
sono entrati in modo definitivo nel nostro immaginario.
60
Nomination all’Oscar come miglior soggetto nel ‘57 e Nomination al Gran premio
del Festival a Cannes nel ‘52.
61
Nel 2005 il Time stilò una classifica con una lista dei 100 più grandi film di tutti i
tempi. Sono presenti quattro film italiani: 8 e ½ di Federico Fellini, Il buono, il brutto,
il cattivo e C'era una volta il West di Sergio Leone e, infine, Umberto D. di Vittorio De
Sica.
86
Don Camillo (1952), con la regia di Julien Duvivier, è una produzione
italo-francese che porta al cinema i racconti di Giovannino Guareschi,
con la inimitabile faccia di Fernandel, il combattivo don Camillo, e
quella di Gino Cervi, Giuseppe “Peppone” Bottazzi, sindaco di un
paese iper comunista della campagna emiliana del dopoguerra. È la
storia di battaglie furibonde, di litigi, di scazzottate, di scherzi, sotto
lo sguardo indulgente di un crocifisso che parla unicamente con don
Camillo quando è da solo, tra due uomini che hanno – in teoria –
visioni del mondo profondamente diverse ma che, in realtà, sono
accomunati da una profonda amicizia e solidarietà, forse nata negli
anni della Resistenza, che emerge con forza in occasione
dell’alluvione, dove tutti si aiutano, fianco a fianco, perché hanno ben
chiaro quale è il bene comune. Gli altri film su don Camillo non sono
stanche ripetizioni di un successo commerciale, ma raccontano una
storia che continua, con i personaggi che evolvono, crescono, uno
diventa monsignore e l’altro deputato, senza tradire la loro passione
politica e la loro amicizia (non c’è spazio in questo Mondo piccolo,
come lo ha chiamato Guareschi, per il trasformismo e
l’opportunismo…). Gli altri film della serie Don Camillo, sono stati: Il
ritorno di don Camillo (Julien Duvivier, 1953), Don Camillo e
l'onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955), Don Camillo
monsignore... ma non troppo (Carmine Gallone, 1961), Il compagno
don Camillo (Luigi Comencini, 1965)62. Questi film sono riproposti in
televisione costantemente segno che le vicende di Brescello
continuano a divertirci, forse rappresentano un mondo ideale dove gli
opposti alla fine si attraggono.
Pane, amore e fantasia (1953), di Luigi Comencini63, ci mostra
Vittorio De Sica nei panni di un maresciallo dei carabinieri attempato
e donnaiolo impenitente; Tina Pica, la sua governante brontolona è
sempre avvolta in un terribile scialle; un’esplosiva Gina Lollobrigida
62
Il sesto film, che si sarebbe dovuto intitolare Don Camillo e i giovani d'oggi, non
venne terminato a causa della malattia di Fernandel, poi risultata fatale. Il film è
stato poi realizzato nel 1972, con Gastone Moschin nella parte di Don Camillo e
Lionel Stander in quella di Peppone.
63
Nel 1954 Orso d’argento a Berlino per Luigi Comencini e Nastro d’argento a Gina
Lollobrigida come miglior attrice protagonista. Ottenne anche una Nomination
all'Oscar e due al British Academy nel 1955.
87
nel vestitino della Bersagliera. Il film è un grande successo perché
regala al pubblico un buon umore facile e popolare (che differenza
tra De Sica regista e De Sica attore negli stessi anni...) e darà il via a
una serie ripetitiva di film analoghi, quasi con gli stessi personaggi.
I Vitelloni (1953), di Federico Fellini e con la sceneggiatura di Ennio
Flaiano64, mette in mostra delle “maschere” di giovanotti nullafacenti
nei primi anni Cinquanta. Il racconto si svolge nella Rimini di Fellini,
invece che, come previsto, nella Pescara di Flaiano, e le loro
ingarbugliate vicende amorose, anche quando sono felicemente
sposati, rappresentano una sorta di contrappasso rispetto alla grande
maggioranza degli italiani, che invece si sono messi a lavorare
duramente, ma che avrebbero tanta voglia di divertirsi.
Indimenticabile e programmatica è la scena in cui Sordi, dall’alto
dell’automobile scoperta con la quale i vitelloni, all’alba, dopo una
notte inutile e frustrante, rientrano a casa, passando accanto a un
gruppo
di
operai
grida
un
irriverente
“Lavoratori...prrrrrrrrrrrr...lavoratori della malta” facendo il gesto
dell’ombrello, salvo che poi la macchina si ferma e devono tutti
scappare a gambe levate. È da dire però che alla fine, comunque,
tutti i “vitelloni” – più o meno – mettono la testa a posto...
Poveri ma belli (1957), di Dino Risi, racconta vicende quasi analoghe,
ma questa volta con l’accento romano. Anche qui piccoli intrighi
amorosi che si ingarbugliano e si sciolgono quando i due amici
fraterni, Romolo (Maurizio Arena) e Salvatore (Renato Salvatori), che
credevano di amare la stessa ragazza, Giovanna (Marisa Allasio), si
scoprono innamorati delle rispettive sorelle, Marisa (Lorella De Luca)
e Anna Maria (Alessandra Panaro). Il cerchio si chiude nello scontato
lieto fine, giocato tutto sulle facce e i muscoli dei ragazzi (Salvatore
fa il bagnino sul Tevere) e sui visi e le curve delle ragazze. Ancora
una volta il filone aperto con successo continuerà con Belle ma
povere (1957) e Poveri milionari (1959) che, con un intreccio un po’
contorto di scambi di persona, investimenti fortuiti e perdita della
memoria, accenna a un possibile nuovo benessere che si avvicina.
64
Leone d’argento a Venezia per Federico Fellini, tre Nastri d’argento per la miglior
regia, il miglior produttore, il miglior attore non protagonista (Alberto Sordi) nel
1954. Nomination all’Oscar nel 1958.
88
Un americano a Roma (1954), di Stefano Vanzina, ha un posto
assolutamente centrale nella storia degli italiani, che nel secondo
dopoguerra vorrebbero essere tutti americani, cowboy, pistoleri,
sceriffi, motociclisti, ma soprattutto ricchi e potenti. Ecco, allora, la
faccia di un giovane Alberto Sordi che si è nutrito di cinema
americano e si è immedesimato nei suoi eroi, esagerato ed infantile,
che spara con le mani a mo’ di pistola, perché tanto “sono scariche e
poi sono consentite dalla legge…”.
Generazioni di italiani si metteranno in viaggio – inseguendo, in un
modo o nell’altro, la Triumph di Marlon Brando ne Il Selvaggio (1953)
o i chopper “esplosivi” di Peter Fonda, Dennis Hopper e Jack
Nicholson in Easy Rider (1969) – dentro un immaginario che
rassomiglia a “un americano a Roma”, ovviamente senza rinunciare
alla pasta asciutta, che continua a provocarci...
I soliti ignoti (1958), di Mario Monicelli65, mostra l’altra faccia della
medaglia del “miracolo economico” e senza sogni americani: è un
mondo di piccoli ladri che – invece di lavorare – sognano il colpo
grosso. Il ladro più esperto, Cosimo (Memmo Carotenuto), progetta
un colpo al Monte di Pietà, ma è in carcere e cerca qualcuno – una
“pecora” nel gergo della piccola malavita romana – che confessi il suo
reato per farlo uscire. La “pecora” sarà “Peppe er Pantera”, un pugile
incensurato, Vittorio Gassman, che prima si fa raccontare il colpo e
poi, uscito subito dalla galera, cercherà di realizzarlo con i suoi amici.
Naturalmente – dopo varie complicazioni, alcune inevitabilmente
amorose – il colpo non riuscirà e la banda sarà costretta a sciogliersi
senza aver combinato niente. Mentre gli altri tornano mestamente a
casa, due dei ladruncoli, Capannelle (Carlo Pisacane), e Peppe si
ritrovano davanti al cancello di una fabbrica, assediato da aspiranti
manovali. Alla fine solo Peppe sarà assunto, suo malgrado, grazie al
suo fisico da pugile, e così sarà condannato a lavorare...
65
Due Nastri d’argento nel 1959 per il migliore attore protagonista (Vittorio
Gassman) e la migliore sceneggiatura (Age & Scarpelli, Suso Cecchi D’Amico, Mario
Monicelli). Nomination all’Oscar come miglior film straniero.
89
Rocco e i suoi fratelli (1960), di Luchino Visconti66, accenna al
problema dell’emigrazione dal Sud, dalla Lucania, verso il Nord, la
Milano delle fabbriche. Ben presto “le luci della città” rischiano di
traviare Rocco Parondi (Alain Delon) e i suoi fratelli, Simone (Renato
Salvatori, doppiato da Riccardo Cucciolla, come doppiati sono tutti gli
altri, italiani compresi), Vincenzo (Spiros Focàs), Ciro (Max Cartier),
Luca (Rocco Vidolazzi). La storia si complica con l’intreccio dell’amore
dei fratelli Simone e Rocco per una bella ed affascinante prostituta,
Nadia (Annie Girardot). Il film mescola con toni melodrammatici la
gelosia, il rancore, l’assassinio di Nadia, la boxe come strumento di
scalata sociale, la denuncia e il ritorno al lavoro in fabbrica e si
conclude con la promessa finale di un mondo migliore, dove non sarà
più necessario emigrare... (il neorealismo è anche questo). Rocco e i
suoi fratelli suscitò molti contrasti, non ebbe successo nelle grandi
città e nelle sale di prima visione ma incassò bene in provincia nelle
sale di seconda e terza visione.
La dolce vita (1960), di Federico Fellini67, cambia tutto. È l’Italia che è
cambiata clamorosamente e il cinema lo fa vedere al mondo. Il 1960
è un anno di forti scontri politici: a Genova i giovani con le magliette
a strisce scendono in piazza contro il governo Tambroni, sostenuto
dai neofascisti del MSI e a Reggio Emilia ci saranno sette morti negli
scontri con la polizia.
Ma è l’anno dei Giochi Olimpici di Roma, una delle più belle edizioni di
tutti i tempi. Il miracolo economico è compiuto, l’Italia è diventata
quasi una potenza economica, Roma è splendida e viene mostrata in
mondovisione, specie quando un etiope forte e sottile, Abebe Bikila,
66
Nomination per il Leone d’oro nel 1960 è premiato a Venezia con un Premio
speciale della giuria. L’anno successivo David di Donatello come miglior produttore e
tre Nastri d’argento per il regista del miglior film, la miglior sceneggiatura, la miglior
fotografia in bianco e nero. Sempre nel 1961 ottiene la Nomination dalla British
Academy come miglior film e miglior attrice straniera (Annie Girardot) e il Golden
Globe a Roma come miglior film.
67
Palma d'oro a Cannes e David di Donatello come miglior regista nel 1960. Tre
Nastri d’argento per il miglior attore (Marcello Mastroianni), il miglior soggetto e la
migliore sceneggiatura nel 1961. Oscar nel 1962 per i migliori costumi oltre a tre
Nomination e Grammy a Nino Rota per la musica. Nomination nel 1961 dalla British
Academy.
90
vince la maratona correndo scalzo per le sue strade. E poi c’è La
dolce vita. In realtà il film che diventerà il simbolo del cinema italiano
dopo la conclusione del neorealismo, non piace al governo italiano,
che annuncia una drastica censura per tutti i film con “soggetti
scandalosi, negativi per la formazione della coscienza civile degli
italiani”. Ma, nonostante le polemiche, il film vincerà la Palma d’oro al
13° Festival di Cannes e, da allora, non ci ha più abbandonato.
L’inizio è travolgente e per certi aspetti insuperabile. Due elicotteri
sorvolano Roma e ce la mostrano nella sua magnificenza dall’alto, nel
pieno della sua trasformazione, speculazione edilizia compresa. Un
elicottero trasporta un’enorme statua di Cristo in Vaticano; nell’altro
c’è Marcello Mastroianni (Marcello Rubini), giornalista aspirante
scrittore che, con un altro paparazzo, dialoga con un gruppo di
ragazze che prendono il sole su una terrazza romana. Il film non si
può raccontare, ma è un “viaggio di formazione” di Marcello in un
mondo nuovo e luccicante, fatto di sogni – come il bagno
indimenticabile di Anita Ekberg (Sylvia) nella Fontana di Trevi – di
incontri, di amori, di inganni, di falsi miracoli e anche di morte
(l’amico scrittore Steiner). Soprattutto c’è il rifiuto da parte di
Marcello di accettare una vita normale, di sposarsi (con Emma), fare
una famiglia, avere dei figli, lavorare onestamente (certamente non
continuando a fare il giornalista). L’Italia, con La dolce vita, è entrata
in un lunghissimo sogno, ma forse ha perso la sua innocenza.
Una vita difficile (1961), di Dino Risi68, mostra la stessa Italia, ma
senza traccia di magia. Il nostro “eroe” è ancora una volta Alberto
Sordi (Silvio Magnozzi), ma i suoi tratti sono in parte diversi dal solito
cialtrone, anche se per un lungo momento tradisce per necessità ed
opportunismo la sua vera identità. Silvio Magnozzi è stato partigiano,
nascosto in un mulino (e anche un po’ imboscato) dopo aver rischiato
la vita, comunista, e poi è diventato giornalista per cercare un po’ di
giustizia ma che, alla fine, per ragioni di interesse, accetta di mettersi
al servizio di una borghesia reazionaria e affaristica. Ma la realtà del
dopoguerra non corrisponde agli ideali della Resistenza e nemmeno
della Costituzione. Certo, come al solito, Alberto Sordi-Magnozzi è un
68
Due David di Donatello nel 1962 per la miglior produzione (Dino de Laurentiis) e
premio speciale per Lea Massari.
91
po’ cialtrone (cerca addirittura di laurearsi facendo leva sui suoi meriti
“patriottici”), ma Una vita difficile è anche la storia di una sconfitta
collettiva ed individuale, dell’eterno conformismo italico, del “tengo
famiglia”, del trasformismo, dell’asservimento al potere economico e
mediatico (a quei tempi ristretto ancora solo ai giornali) e quel
commendator Bracci (Claudio Gora), troppo ricco e potente, affolla
ancora i nostri incubi. È anche la storia dell’amore per sua moglie,
Elena (una splendida Lea Massari), che lo ha salvato e protetto da
partigiano ma che – esasperata – lo abbandona pur amandolo
ancora. Alla fine, nel corso di una cena mondana a casa del
commendator Bracci, dopo essersi umiliato e ubriacato, dopo essere
stato deriso ed abbandonato, si ribella e ritrova un frammento di
autentica dignità “mollando” un solenne schiaffo al commendatore in
persona, che finisce in piscina.
Il Posto (1961), scritto e diretto da Ermanno Olmi69, fece scoprire il
giovane regista. Racconta, ovviamente in bianco e nero, la storia di
un passaggio epocale e della perdita dell’innocenza dentro il boom
economico italiano. Il passo sembra breve, dalla campagna lombarda
alla grande città (Milano), ma è un salto dalla antica fatica del mondo
contadino al “posto fisso” in un ufficio, non importa quanto tetro ed
alienante, attraverso un misterioso colloquio “psicotecnico”
(l’esaminatore è Tullio Kezich), che l’incredulo giovane Domenico
(Sandro Panseri) riesce a superare, senza sapere il perché. Ma, non
potendolo collocare altrimenti, viene impiegato come usciere. Quando
muore un impiegato il giovane lo sostituisce, ancora integro nella sua
freschezza di adolescente a confronto col desolato e triste mondo
impiegatizio. Il film si conclude con Domenico che riflette sul suo
destino, seduto alla sua scrivania al fondo di una stanza senza
finestre, mentre ascolta il suono ripetitivo e alienante della macchina
ciclostile che stampa accanto alla scrivania del capoufficio.
Questo film rappresenta il passaggio di una parte dell’apparato
industriale italiano ad una dimensione diversa, sia sotto il profilo
dimensionale, che sotto quello tecnologico e di processo.
69
Premio della critica alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
nel 1961 e David di Donatello per il miglior regista nel 1962.
92
Deserto rosso (1964), di Michelangelo Antonioni70, racconta, negli
stessi anni quella che potrebbe essere una stessa alienazione, ma a
colori questa volta, di una giovane donna alto borghese, Giuliana
(Monica Vitti), moglie di un dirigente industriale, che alla fine tradirà,
senza per questo dare un nuovo senso alla sua vita. Due film
diversissimi, Il Posto e Deserto rosso che, sul piano stilistico
sembrano lontani anni luce, ma raccontano la stessa Italia, che sta
cambiando dentro un disagio che non vuole conoscere perché è
rassegnata e distratta dai nuovi consumi.
Divorzio all’italiana (1961), di Pietro Germi71, è considerato un
capolavoro della commedia all’italiana Germi ci fa ridere e riflettere
sulle vicende del barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni) che vuole
liberarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca), bruttina e
possessivamente innamorata di lui, perché si è invaghito della
giovane, splendida e precoce cugina Angela (Stefania Sandrelli,
quindicenne, alla sua prima apparizione cinematografica). Nell’Italia
bacchettona dei primi anni Sessanta il divorzio è ancora lontano
(arriverà nel 1970), ma per i conflitti familiari c’è un altro tipo di
“soluzione”, prevista dall’art. 587 del codice penale: il “delitto
d’onore” (sarà abrogato solo nel 1981). Nella Sicilia di allora, però,
“l’onore”, delitto compreso, deve sottostare a regole precise, tra cui
la flagranza. Tutto il film, che da drammatico diventa ironico e
paradossale e, soprattutto, di denuncia sociale, è costruito sulla
puntigliosa ricerca dell’occasione giusta da parte di Fefè per poter
uccidere la moglie e farla quasi franca. Alla fine tutto si “risolve”:
uccide la moglie, si fa pochi mesi di prigione, sposa la giovane
cugina, ma il suo “onore” non sembra troppo al sicuro, visto che la
novella sposa fa già il piedino a un giovane barcaiolo.
70
Leone d’oro nel ‘64 a Venezia e Nastro d’argento per la fotografia l’anno
successivo.
71
Nomination per la Palma d’oro a Cannes nel 1962 vince il Premio come miglior
commedia, il Golden Globe a Los Angeles come miglior attore e due Nastri d’argento
per il miglior soggetto e il miglior attore protagonista. Nel 1963 riceve Oscar come
migliore sceneggiatura originale, oltre a due Nomination; al British Academy
Marcello Mastroianni è premiato come miglior attore straniero.
93
Matrimonio all’italiana (1964), di Vittorio De Sica72, tratto da una
famosa commedia di Eduardo De Filippo, Filumena Marturano, mette
insieme per la seconda volta, dopo Ieri, oggi e domani (1963),
Marcello Mastroianni (Domenico Soriano) e Sophia Loren (Filumena
Marturano), che daranno vita a un lunghissimo matrimonio
cinematografico. Questa volta la donna, ex prostituta per necessità e
da tempo solida compagna di don Domenico, con lo stratagemma di
fingersi in punto di morte, riesce a farsi sposare, dapprima in modo
forzato ma, alla fine, in modo appassionato, da Mastroianni,
costringendolo ad accettare tutti i suoi tre figli, dei quali uno solo è
davvero suo. A suo modo è una vittoria al femminile e di come una
famiglia assolutamente irregolare e “scandalosa” rientri nel solco
della normalità.
Il Sorpasso (1962), di Dino Risi73, racconta un’intera stagione della
società italiana, il boom economico, che si allunga per tutti gli anni
Sessanta. È arte che si coniuga all’analisi psicologica e sociologica e
diventa un “documento” sulla travolgente trasformazione di un’Italia
che si avvicina al benessere, affamata di consumi e di status sociale a
poco prezzo e poca cultura. Dino Risi “guida” due formidabili attori.
Jean-Louis Trintignant (Roberto Mariani), è un giovane studente
borghese serio e riluttante, ma affascinato dalla vitalità cialtrona e
parvenu di Vittorio Gassman (Bruno Cortona). Un Vittorio Gassman
che ha ancora la faccia de Il mattatore (1959), diretto sempre da
Dino Risi, infingardo, istrione, maestro di imbrogli e di travestimenti,
stupenda e inquietante maschera italiana, che sarà consacrato anche
da una omonima trasmissione televisiva. Il viaggio, che dovrebbe
essere di formazione e di evasione, a bordo della spider per
eccellenza, la Lancia Aurelia B24 di Bruno, diventerà invece di
perdizione, con la morte di Trintignant, dopo che l’auto è sbandata ed
72
Nel 1965 vince quattro David di Donatello, per il miglior attore (Marcello
Mastroianni), la miglior attrice, la miglior regia e il miglior produttore (Carlo Ponti);
riceve un Golden Globe a Los Angeles come miglior film straniero e un Nastro
d'argento per la migliore attrice non protagonista (Tecla Scarano). Ottiene due
Nomination all’Oscar nel 1964 come miglior attrice (Sophia Loren) e nel 1966 come
miglior film straniero.
73
Nastro d’argento e David di Donatello come miglior attore protagonista (Vittorio
Gassman) nel 1963.
94
è andata fuori strada per eccesso di velocità. Ma è tutta l’Italia che
sembra concedersi eccessi di velocità, che presto diventeranno
insostenibili. Sono davvero infiniti i personaggi, le battute, i quadretti,
i luoghi di questo grande film che descrivono, con la consapevolezza
di ciò che è e l’intuizione di ciò che sarà, questa nascente Italia,
appagata ma ancora veloce, già pronta a diventare l’Italia… da bere.
Salvatore Giuliano (1962), di Francesco Rosi74, è un film d’inchiesta
prezioso per cercare di capire uno dei primi grandi misteri dell’Italia
del dopoguerra, la morte del bandito siciliano avvenuta il 5 luglio
1950. Giuliano (Pietro Cammarata nel film) era stato autore della
strage di Portella della Ginestra contro contadini, donne e bambini
che festeggiavano il primo maggio (1947), in un intreccio tra mafia,
neofascisti e servizi segreti americani. Ma era ormai diventato
pericoloso e ingombrante anche per i suoi mandanti. Il film non offre
risposte su questo delitto oscuro, ma le sue domande rimangono
ancora quasi tutte aperte.
Le mani sulla città (1963), di Francesco Rosi75, è la dimostrazione
della forza di analisi e della capacità profetica che ha avuto il cinema
italiano che ci mostrava una realtà in divenire e che forse non
volevamo guardare. La didascalia del film dice: “I personaggi e i fatti
sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce”. Siamo agli
inizi degli anni Sessanta, ma l’intreccio tra politica e interessi
economici, tra corruzione e ricchezza, sembra immutabile e profetico.
Un gigantesco – come sempre – Rod Steiger (Eduardo Nottola), con
la voce e l’accento di Riccardo Cucciolla, è al tempo stesso
costruttore edile e consigliere comunale (di maggioranza), e un suo
cantiere crolla provocando la morte di due operai e il ferimento di un
bambino. Lo scandalo non lo ferma. Disegnando un metro quadrato
per terra, spiega il futuro economico del Mezzogiorno e forse
dell’Italia: trasformare un terreno agricolo di 300 o 500 o 1000 lire al
metro quadrato, in un terreno edificabile significa farlo valere 50 o
60mila al metro, con il 5000% di profitto: “Quello è l’oro oggi. E chi
74
Vince l’Orso d’argento a Berlino per la regia, un Golden Globe a Roma per il miglior
film. Tre Nastri d’argento per la fotografia in bianco e nero, la regia e la musica.
75
Leone d’oro alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia nel
1963.
95
te lo dà? Il commercio? L’industria? L’avvenire industriale del
Mezzogiorno, sì! Investili i tuoi soldi in una fabbrica: sindacati,
rivendicazioni, scioperi, cassa malattia. Ti fanno venire l’infarto cu sti’
cose.” E così sarà (Nottola verrà opportunamente promosso ad
assessore all’edilizia di Napoli).
I Mostri (1963), di Dino Risi, è un film a episodi con Gassman e
Tognazzi, esagerato, profetico, al contempo triste e sorridente. È
composto come un mosaico di venti tessere, ciascuna delle quali
riflette un frammento di una realtà che sembra difficile raccontare in
modo unitario. Quando I Mostri arriva nei cinema italiani si sta
chiudendo un ciclo di crescita dell’economia nazionale, tanto
impetuoso quanto disordinato, durato quasi tre lustri. Inizia la
“congiuntura”, un rallentamento dello sviluppo che innesca un
processo inflazionistico, che la severa Banca d’Italia cercò di arginare
con una stretta creditizia per ricordare agli italiani che i soldi facili
forse stavano finendo. È anche l’anno del primo governo di
“centrosinistra”, con l’apertura democristiana – teorizzata da Aldo
Moro – nei confronti dei socialisti, via via sempre più autonomi dai
comunisti.
A livello internazionale sono gli anni del “disgelo” tra gli Stati Uniti e
l’URSS, nonostante la costruzione, nel 1961, del Muro di Berlino.
Sono anni di crisi e di aperture, di dialogo e di bracci di ferro tra John
Kennedy e Nikita Sergeevič Chruščëv (Nikita Krusciov), mentre la
Chiesa cattolica si apre alla modernità grazie al Concilio Vaticano II
voluto da Papa Giovanni XXIII. Nel 1963, il novembre, a Dallas
(Texas) viene assassinato il presidente Kennedy.
È questo l’anno in cui Dino Risi ci mostra tante facce di italiani,
grottesche e deformate, da una voglia di ricchezza, di successo e di
notorietà, che resterà dentro le loro anime come una sorta di tarlo
segreto. Tra i venti episodi se ne possono ricordare almeno due: il
mostruoso sorriso dei due poliziotti che si espongono ai fotografi
dopo aver catturato un ladruncolo che sembra quanto mai piccolo e
indifeso, e quello – eticamente devastante – del padre che insegna al
figlio come si diventa “furbi” a discapito degli altri (anni dopo sarà
ucciso dallo stesso figlio).
96
Signore & signori (1966), di Pietro Germi76, entra nel cuore della
provincia italiana, quella veneta in particolare, apparentemente
sempre uguale ma forse peggiorata da quando si è arricchita troppo
in fretta, fatta di ipocrisia, scherzi feroci, tradimenti e inganni.
Ancora una volta la narrazione si scompone in tre momenti
(nonostante il parere contrario di Flaiano, che avrebbe preferito un
unico racconto compiuto): c'è il dongiovanni abilissimo nel creare
occasioni di seduzione (si finge impotente); il marito oppresso dalla
moglie che cerca di scappare con la cassiera, ma viene riportato
all'ovile perché i tradimenti sì, ma “sfasciare” la famiglia no; l'ingenua
campagnola sedotta a ripetizione con il padre che minaccia la
denuncia di corruzione di minori, il prete che blocca la stampa locale
per evitare lo scandalo, la moglie di uno degli accusati che trova una
soluzione che “soddisfa” entrambi le parti (si concede al padre della
ragazza, che ritira la denuncia).
Il medico della mutua (1968)77, di Luigi Zampa, fissa – ancora una
volta con la faccia di Alberto Sordi, che è il dott. Guido Tersilli – una
"maschera" definitiva nell'immaginario degli italiani. Siamo agli
sgoccioli del boom economico che si sta quasi esaurendo, gli studenti
un po' più giovani del neo dottor Tersilli vorrebbero cambiare il
mondo, ma si "accontenterebbero" di mandare la fantasia al potere.
Gli operai, dopo anni e anni di duro lavoro più concretamente,
iniziano a pretendere una distribuzione della ricchezza prodotta
chiedendo miglioramenti salariali. Sta per scoppiare il '68, ma il dottor
Tersilli non se ne accorge perché ha altro a cui pensare. È
spregiudicato ma fatto all’antica e sa che deve ricompensare in fretta
la madre degli sforzi fatti per farlo studiare. Ha capito come funziona
il mondo e in particolare il mondo della sanità, fatto di baroni e
vassalli, di furbizia e di ossequienza. Così nell’ospedale dove lavora
gratuitamente si conquista la fiducia del primario e delle suore, ma
76
Vincitore della Palma d’oro a Cannes e di due David di Donatello per il miglior
regista e il miglior produttore nel 1966. Nello stesso anno Nomination al Golden
Globes a Los Angeles come miglior film straniero. Tre Nastri d’argento nel 1967 per la
migliore sceneggiatura, il miglior attore non protagonista (Gastone Moschin) e la
migliore attrice non protagonista (Olga Villi).
77
Nastro d’argento nel 1966 per la migliore attrice non protagonista (Pupella
Maggio).
97
anche l'ostilità perpetua dei suoi colleghi. Il colpo di fortuna è quando
"eredita" 2.300 mutuati e la moglie di un vecchio collega morente.
Alla fine, scaricata la vecchia moglie del suo "benefattore", arriva a
3.000 mutuati e, per sfuggire all'assalto dei suoi ex colleghi, pronti ad
approfittare di un suo cedimento anche fisico, "inventa" la visita al
telefono che accontenta tutti. Il film è una denuncia precisa e
irridente, accompagnata dalla colonna sonora di Piero Piccioni, al
ritmo allegro ed inquietante della "Samba Fortuna", che mostra come
va il mondo che i giovani vorrebbero cambiare e che invece resterà
identico a se stesso. Il medico della mutua è stato campione d'incassi
della stagione 1968-69.
Banditi a Milano (1968), di Carlo Lizzani78, racconta le vicende della
banda Cavallero, che era entrata nella cronaca nera della Milano dei
primi anni Sessanta, sull’onda di una ribellione politica che voleva
“espropriare” i ricchi e che diventa feroce “criminalità comune”. Pietro
Cavallero (Gian Maria Volontè), indiscusso leader, forte e carismatico,
ex militante comunista, raccoglie un gruppo di piccoli proletari, decisi
a “farsi giustizia” da soli. Dopo una nutrita serie di colpi andati a buon
fine tutto finisce il 25 settembre 1967 (il film è dell’anno dopo) con
un colpo sanguinoso all’agenzia 11 del Banco di Napoli in largo
Zandonai a Milano, che si conclude con una fuga in auto, sparatorie e
vittime innocenti nel pieno centro della città: un episodio che suscitò
orrore e riprovazione. Tra poco saranno giovani studenti e piccolo
borghesi a pensare di “fare la rivoluzione” e cambiare il mondo a
colpi di pistola, gettando l’Italia negli anni di piombo.
Il caso Mattei (1972), di Francesco Rosi79, ci fa fare un salto indietro
in un recente passato dell’Italia che voleva crescere. Delinea la figura
di Enrico Mattei, che ha la faccia tormentata di Gian Maria Volontè,
presidente dell’Eni morto in un oscuro incidente aereo nei pressi di
Milano il 27 ottobre 1962. Il suo volo proveniva dalla Sicilia. Ex
78
Nel ‘68 è candidato all’Orso d’oro di Berlino, vince due David di Donatello per la
regia e la produzione e un Golden Globe a Roma per il miglior attore (Gian Maria
Volonté). Nel ‘69, Nastro d’argento per la sceneggiatura.
79
Palma d’oro a Cannes nel 1972, ex aequo con La classe operaia va in paradiso e
Premio speciale a Gian Maria Volonté attore protagonista in entrambi i film. Nastro
d’argento per il miglior attore emergente (Luigi Squarzina).
98
partigiano cattolico, era stato l'artefice di un pezzo della modernità
economica italiana e forse ha pagato con la vita la volontà di rendere
autonoma l'Italia sul piano energetico. Si era messo contro le Sette
sorelle che dominavano il mercato del petrolio e riuscì a batterle
lasciando all’Italia una grandissima azienda come l’ENI. Ma fu anche il
primo corruttore organico della politica italiana (diceva di usare i
partiti come un taxi: ci saliva, pagava la corsa e scendeva).
Probabilmente ci fu anche il coinvolgimento dei servizi segreti
americani, che hanno sempre avuto – fin dallo sbarco alleato in Sicilia
nel 1943 – uno stretto rapporto con la mafia. Corollario drammatico a
questo tesissimo film-inchiesta fu la morte del giornalista siciliano
Mauro De Mauro, scomparso la notte del 16 settembre 1970, dopo
che era stato incaricato da Francesco Rosi di trovare la registrazione
del discorso che Mattei aveva fatto in Sicilia, prima che l’aereo della
compagnia precipitasse nel suo ultimo viaggio.
Gli anni Sessanta e Settanta in Italia, per chi era giovane allora, sono
stati per i più belli e stimolanti, perché si credeva davvero che fosse
possibile un mondo diverso, ma sono stati anche anni violenti e
terribili, perché più di qualcuno voleva “affossare il sistema”. E così,
dopo le speranze del ‘68, innescata dall’eresia sociale per cui “anche
l'operaio vuole il figlio dottore / e pensi che ambiente che può venir
fuori: / non c'è più morale, contessa...” (Contessa, di Paolo
Pietrangeli, 1969), arrivano le bombe, di stato, nere e rosse.
Il 12 dicembre 1969 alle ore 16.37, a Piazza Fontana, nella sede della
Banca dell’Agricoltura, in pieno centro a Milano, esplode una bomba
che provoca la morte di diciassette persone e il ferimento di altre
ottantotto. È solo la prima di una serie. In quelle ore altre bombe
esplodono o vengono scoperte a Milano e a Roma, ma ormai nessuno
più se ne ricorda. La colpa viene data agli anarchici e uno di questi,
un ferroviere, viene arrestato e dopo poche ore precipita dalla
finestra della Questura di Milano: si chiama Giuseppe Pinelli. Un altro
anarchico, un innocuo ballerino, Pietro Valpreda, viene arrestato e
per anni sarà un “mostro” sbattuto in prima pagina come colui che ha
messo le bombe. Non è vero niente, ma è iniziata la “strategia della
tensione”. Lungo tutti gli anni Settanta ci furono centinaia di attentati
e centinaia di morti, culminati nella strage di Bologna, con una
bomba che esplose alle ore 10.25 di sabato 2 agosto 1980, alla
99
stazione, che causò la morte di 85 persone e il ferimento o la
mutilazione di altre 200.
Fu devastante, anche sotto il profilo psicologico collettivo, l’azione
criminale delle Brigate Rosse che per lungo tempo riuscì a colpire in
modo imprevedibile i più diversi bersagli: magistrati, giornalisti,
professionisti, dirigenti, presunti traditori e anche semplici operai,
contribuendo fortemente anch’essa al plumbeo clima di quegli anni
così difficili. Gli indimenticabili, deliranti comunicati che
accompagnavano quelle stragi ne sottolineavano con chiarezza la
volontà antistituzionale.
Ma, mentre gli assassini delle Brigate Rosse sono frequenti, firmati e
palesi per ragioni propagandistiche e di proselitismo, i mandanti di
tutti gli attentati più sanguinosi, di matrice neofascista o con l’aiuto
dei “servizi deviati”, sono ancora senza nome. Tanto per non
dimenticare: Gioia Tauro, sei morti (22 luglio 1970); Questura di
Milano, quattro morti (17 maggio 1973); Piazza della Loggia a
Brescia, 8 morti e 90 feriti (28 maggio 1974); treno Italicus, in
provincia di Bologna a San Benedetto Val di Sambro, 12 morti (4
agosto 1974); stazione di Bologna, 85 morti (2 agosto 1980); treno
rapido 904, in provincia di Bologna, 16 morti e 266 feriti (23
dicembre 1984). Come mai, verrebbe da chiedersi, tante bombe a
Bologna o vicino Bologna? Né la politica, né la magistratura, e
neppure il cinema ce lo hanno mai raccontato. Intanto, qua e là si
sente il “tintinnio di sciabole”, di tentati colpi di stato, come quello di
Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas repubblichina, nel
dicembre del 1970.
Il grande sogno (2009), di Michele Placido80, è un film quasi
autobiografico, visto che il regista era un giovane poliziotto, con la
passione della recitazione, quando ci fu la “battaglia” di Valle Giulia
(primo marzo 1968). Nicola (Riccardo Scamarcio), che viene dal sud,
fa il poliziotto e vorrebbe fare l’attore, e Laura (Jasmine Trinca), una
brava ragazza borghese di formazione cattolica, crescono insieme
dentro le prime lotte studentesche. Nicola, però, con il suo viso e la
80
Nomination al Leone d’oro, premiato a Venezia nel 2009 con il Premio Marcello
Mastroianni a Jasmine Trinca e il Premio Pasinetti a Riccardo Scamarcio.
100
sua passione per il teatro, viene infiltrato dai suoi superiori dentro le
occupazioni studentesche. Laura, prima timidamente e poi con
sempre maggiore intensità, partecipa alle lotte degli studenti. Si
incontrano e si piacciono, finché Laura scopre che Nicola è un
poliziotto e non gli perdona il suo tradimento. Tra i due c’è anche
Libero (Luca Argentero), studente figlio di un’operaia della Fiat. In
realtà non c’è alcun tradimento, perché Nicola comincia a capire e
condividere quello che dicono e fanno gli studenti, anche se li guarda
ancora, da proletario del sud, con una certa diffidenza. Il film e la
reale esperienza di Placido sembrano sceneggiati dalle Pagine corsare
di Pasolini, che scriveva: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a
botte / coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i
poliziotti sono figli di poveri. / Vengono da periferie, contadine o
urbane che siano (...).”
Colpo di stato (1969) è un piccolo film, comico, sgangherato e
fantapolitico, a suo modo profetico, diretto dal sogghigno di Luciano
Salce. Prevede per il prossimo futuro (il vicino 1972) un colpo di stato
contro l’eventualità della vittoria del Partito Comunista Italiano.
Naturalmente si tratta di un equivoco e tutto si risolverà nel
grottesco, ma c’era poco da ridere a guardare nello stesso anno un
altro film di ben diversa fattura, Z - L’orgia del potere (1969) di
Constantin Costa-Gravas81, con un giovane magistrato figlio di un
poliziotto, Jean-Louis Trintignant, che indaga su una cospirazione che
sarà all’origine del colpo di stato dei colonnelli in Grecia nel 1967.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), di Elio
Petri82, film inquietante ed estetizzante, premiato a Cannes e con un
Oscar come miglior film straniero. Oggi si capirebbe poco delle
81
Uno dei più famosi film a tema politico del mondo: grande successo di pubblico in
tutta Europa, Premio della giuria e per il miglior attore a Cannes nel 1969. Oscar nel
1970 per il miglior film straniero e per il montaggio. Nello stesso anno
riconoscimento dal British Academy per la miglior musica (Mikis Theodorakis) e
Golden Globe a Los Angeles per il miglior film straniero.
82
Nomination alla Palma d’oro al Festival di Cannes riceve il Gran premio speciale
della Giuria e due David di Donatello come miglior film e miglior attore protagonista
(Gian Maria Volonté) nel 1970. Oscar come miglior film straniero, tre Nastri
d’argento per il miglior attore, la miglior regia e il miglior soggetto, Nomination al
Golden Globes di Los Angeles per miglior film straniero nel ‘71.
101
reazioni che il film suscitò quando arrivò nelle sale cinematografiche.
Indipendentemente dai suoi richiami letterari a Dostoevskij, Brecht,
Marx, Kafka, il film ha delle implicazioni politiche che entrano
pesantemente nella cronaca di quei giorni. Il capo dell’ufficio politico
della questura, Gian Maria Volontè – è inquietante la sua
rassomiglianza fisica con il commissario Luigi Calabresi, che una
campagna mediatica indicava come coinvolto nella morte di Pinelli e
che sarà assassinato il 17 maggio 1972 – in un’atmosfera
dannunziana e con la colonna sonora incalzante di Ennio Morricone,
uccide la sua amante, Florinda Bolkan (Augusta Terzi), forse per
gelosia, forse per dimostrare che il suo delitto resterà senza castigo.
L’impossibilità di essere scoperto e punito, in quanto “uomo d’ordine”,
alla fine, sarà la sua condanna. Il vero finale non viene però svelato
ed è lasciato in sospeso dal regista. Il film si chiude con l'immagine
delle tapparelle che si abbassano nella stanza in cui il commissario ha
appena ricevuto gli inquirenti incaricati dell'indagine, mentre sullo
schermo appare la citazione di Franz Kafka che chiude il film:
“Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge,
quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.”
Con La classe operaia va in paradiso (1971), diretto da Elio Petri e
scritto con Ugo Pirro83, troviamo, forse per la prima volta, un film che
entra in una fabbrica italiana e questo, all’inizio degli anni Settanta,
non sorprende. È un film a suo modo didattico ed esagerato nel
costruire una vicenda personale che vuole essere paradigma di una
presa di coscienza di un operaio stakanovista ed alienato dal lavoro.
Ludovico Massa, detto Lulù, che ha gli occhi febbrili di Gian Maria
Volontè, lavora come un matto per mantenere due famiglie e se ne
frega dei suoi compagni di lavoro e degli studenti che si immaginano
rivoluzionari. Un incidente sul lavoro inceppa questo meccanismo di
accumulazione solitaria, prende coscienza, aderisce alle istanze
83
Vincitore della Palma d’oro come miglior film al Festival di Cannes nel 1972 ex
aequo con Il caso Mattei. Premio speciale per Gian Maria Volonté, attore
protagonista in entrambi i film. Nello stesso anno David di Donatello come miglior
film. Nastro d’argento per la miglior attrice protagonista (Mariangela Melato) e il
miglior attore non protagonista (Salvo Randone). Golden Globe a Roma come miglior
attore.
102
radicali di studenti e di alcuni operai, viene licenziato, abbandonato
dalla compagna e dai “compagni” e naturalmente anche dagli
studenti e, dopo poco, quasi impazzisce. Grazie al sindacato ritorna al
lavoro e alla fine, forse impazzito per davvero, racconta di aver fatto
un sogno: la classe operaia andrà in paradiso. È improbabile, anche
perché ormai il sistema produttivo è in piena evoluzione taylorista e
l’operaio tende ad essere svuotato della sua competenza tecnica e
quindi del suo potere, per essere ridotto a mero esecutore di gesti
semplici – che Charlot ci aveva già mostrato poeticamente in Tempi
moderni – diventando così “operaio massa” asservito alla catena di
montaggio per produrre sempre di più.
Fantozzi (1975) sancisce la complicità tra il regista Luciano Salce e
Paolo Villaggio, che proseguirà con Il secondo tragico Fantozzi (1976)
e tanti altri film. Paolo Villaggio racconta con una comicità grottesca e
dilatata in tanti altri personaggi, più televisivi che cinematografici (dal
Dottor Kranz, tedesco di Germania, a Fracchia di “come è buono lei”),
quella che in Antonioni era una disperata ed elegante alienazione e
nel primo Olmi un disagio impalpabile e profondo. Si ride di Fantozzi,
nelle sue iperboliche disavventure: la sua corsa al cartellino in ufficio,
il suo amorazzo per l’irraggiungibile (per lui) Signorina Silvani (Anna
Mazzamauro), il suo capodanno in anticipo con relativa cucina
economica sulla disgraziata Bianchina, la partita a tennis alle sei del
mattino. Si riflette, forse, quando parla di politica con il Mega
Direttore Galattico, “medio progressista”, nel suo paradisiaco ufficio e
diventa volentieri una triglia nel suo acquario personale. Si ride e si
riflette quando, dopo essere stato insultato a ripetizione, sconfigge a
biliardo, con un "triplo filotto reale ritornato con pallino", il direttore
Onorevole Cavaliere Conte Diego Catellani, che gli spiega: “Il suo è
culo, la mia è classe, caro il mio coglionazzo!” (duecento e cinquanta
anni dopo di quel “io so’ io e voi nun siete un cazzo...” di un
diversamente sorridente marchese del Grillo). Negli anni Settanta si
ride di Fantozzi, forse, per non piangere su di noi.
103
Ecce bombo (1978) è il secondo lungometraggio di Nanni Moretti84,
dopo Io sono un autarchico (1976), girato in presa diretta e in 16
mm, e successivamente ristampato in 35 mm. Forse per la prima
volta il cinema racconta, con affetto e sarcasmo, un mondo giovanile
che alla fine degli anni Settanta sembra già invecchiato, si sente
inutile e cerca un senso alla vita in improbabili sedute di
autocoscienza tra Michele, Mirko, Vito e Goffredo. Lo sguardo
apparentemente impassibile di Nanni Moretti ha incatenato un’intera
generazione dentro i suoi quadri di vita. A chi è capitata la ventura
d’insegnare in un Liceo, da decenni, ad ogni esame di maturità,
rivede le scene in cui Moretti “allena” il suo candidato come se fosse
un incontro di pugilato e poi la commissione che cerca di mettere a
suo agio lo studente, togliendosi la cravatta, spostando cattedre e
sedie, mentre un impettito giovane giornalista di una “televisione
libera” (la sentenza che liberalizza l’etere è del 1976), che farà
sicuramente carriera alla Rai, cerca di intervistare i protagonisti con le
domande più inutili. La “tesina”, invece, sarà su un poeta più che
contemporaneo, anzi vivente, Alvaro Rissa, che è a disposizione
accanto allo studente, e quando il professore dice di non essere
d’accordo sul “malgoverno democristiano” dice: “non capisco” (ma
sono tante le cose che non capisce e non sa). E quanti amori non
sono sbocciati perché qualcuno ha avuto l’improvvida idea di chiedere
alla ragazza seduta al suo fianco – come ha fatto Moretti –
“concretamente che cosa fai?”, ricevendo in risposta “nulla, di
preciso... giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose”…
Un borghese piccolo piccolo (1977), di Mario Monicelli85, tratto da un
romanzo di Vincenzo Cerami, mostra tutto un altro mondo rispetto
alla lucida leggerezza di Moretti, ma è un mondo che vive negli stessi
istanti e fianco a fianco a quello dei quattro ex studenti. È la storia di
un piccolo impiegato, Giovanni Vivaldi, con la faccia, questa volta
84
Nominato per la Palma d’oro a Cannes e Nastro d'argento per il miglior soggetto
nel 1978.
85
Nel 1977 Nomination alla Palma d’oro al Festival di Cannes, tre David di Donatello
per il miglior film, il miglior regista e il miglior attore protagonista (Alberto Sordi);
quattro Nastri d'argento per il miglior attore, la migliore sceneggiatura, il migliore
attore non protagonista e il miglior attore esordiente.
104
soltanto tragica, di Alberto Sordi, che fa di tutto per trovare un lavoro
al figlio Mario (si iscrive anche a una loggia massonica). Quando il
figlio muore colpito da una pallottola durante una rapina, da vittima
diventerà carnefice del giovane che gli ha ucciso il figlio, mostrando
quanta ferocia e quanta violenza possa scatenare il dolore, la paura e
l’assenza di speranza.
Mio fratello è figlio unico (2007) è un film di Daniele Luchetti86,
liberamente ispirato al libro Il fasciocomunista (2003) di Antonio
Pennacchi, che in parte non lo ha riconosciuto, mentre il titolo è tratto
dalla canzone di Rino Gaetano. Il film, si svolge tra gli anni Sessanta e
Settanta, racconta dei fratelli Benassi, Antonio, detto Accio (Elio
Germano) e Manrico (Riccardo Scamarcio), che intrecciano vita e
politica. Accio, dopo aver abbandonato il seminario, si fa affascinare
dalle parole di Mario (Luca Zingaretti), venditore ambulante, che lo
avvicina al fascismo e poi all’iscrizione al Msi. Il fratello maggiore
Manrico, lavora in fabbrica e guida le lotte operaie sempre più dure,
che poi lo porteranno nell’area grigia vicina al terrorismo. I due
fratelli, pur amandosi, si trovano su fronti opposti, anche se Accio si
allontana dal fascismo troppo violento e diverso da quello che
immaginava, mentre Manrico scappa a Torino, dopo aver avuto un
figlio da Francesca (Diane Fleri) ed aver organizzato con lei una
rapina per finanziare l’attività “rivoluzionaria”. Accio, con una
telefonata, inconsapevolmente porterà la polizia sulle tracce del
fratello, che sarà ucciso in uno scontro a fuoco e arresterà Francesca
per complicità. Accio torna a Latina, dove è sempre vissuto, e
organizza l’occupazione delle case che il Comune non dà alle famiglie
assegnatarie superando ogni ideologia e accontentandosi di aiutare gli
altri (come aveva voluto fin da piccolo).
Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta il mondo cambia di nuovo (la
verità infatti è che non si ferma mai...), ma a una velocità che
sembra fuori controllo.
86
Nel 2007 vince cinque David di Donatello (su 11 Nomination) per attore
protagonista (Elio Germano), montatore, sceneggiatura, fonico in presa diretta,
attrice non protagonista (Angela Finocchiaro) e due Golden Globe a Roma per il
miglior film e l’attore rivelazione (Elio Germano). Nel 2008 due Nastri d'argento per il
montaggio e la sceneggiatura.
105
A livello economico mondiale c’è la prima crisi petrolifera, quando i
paesi arabi attaccano a sorpresa Israele nella guerra dello Yom
Kippur. Israele si salverà, ma il prezzo del petrolio in breve tempo
triplica, demolendo le basi dello sviluppo capitalistico fino a quel
momento (la principale fonte energetica era considerata inesauribile
e a poco prezzo). In Italia uno dei vari governi Rumor, approva delle
misure severissime per il risparmio energetico: è l’austerity, con le
domeniche in bicicletta, senza macchine e l’Enel che progetta le
prime centrali nucleari. La seconda crisi petrolifera del 1979, a causa
della guerra tra Iran ed Iraq, arriva nel pieno di una profonda
ristrutturazione politica ed economica. Nel 1976 e nel 1979
l’inflazione in Italia supera il 20%, una parte dei soldi “in nero”
dell’Eni per comprare il petrolio dai Paesi arabi, viene gonfiata per
distribuire tangenti ai partiti, mentre a livello internazionale, esaurita
la spinta keynesiana, trionfa il liberismo del premio Nobel Friedrich
Hayek, in politica è il momento di Ronald Reagan, presidente degli
Stati Uniti dal 1981 al 1989, e di Margaret Thatcher, primo ministro
del Regno Unito dal 1983. Dall’altra parte c’è Michail Sergeevič
Gorbačëv (Mikhail Gorbaciov), presidente dell’Urss dal 1985, che
presto annuncerà la perestrojka87, dando inizio al processo che
porterà alla – pacifica – caduta del Muro di Berlino (1989). Nel 1988,
ritirerà le truppe, dopo otto anni di occupazione sovietica,
dall’Afganistan, dove un certo Bin Laden si sta allenando alla guerra
contro gli infedeli. Intanto arriva la “terza rivoluzione industriale”, che
cambia davvero il mondo. Il 12 agosto 1981 viene presentato a un
pubblico che diventerà globale l’IBM Personal Computer (IBM5150),
rendendo l’elettronica e l’informatica “democratica” e a disposizione
di tutti. Dieci anni dopo nasce il World Wide Web, la rete globale che
mette potenzialmente tutti in contatto con tutti e con tutte le
informazioni disponibili sul pianeta.
In Italia le cose sono più complicate. Dopo aver dissolto il Programma
101 della Olivetti, il primo personal computer progettato da Pier
87
Letteralmente significa “ricostruzione” e identifica il complesso di riforme
economiche, che insieme ad una maggiore trasparenza nella vita pubblica, definita
glasnost' (trasparenza), introdotte nell'Unione Sovietica 1987 allo scopo di
ristrutturare l’economia nazionale.
106
Giorgio Perotto e presentato alla fiera di New York nel 1965, che
avrebbe potuto porre l’Italia all’avanguardia in questo settore ma che
non ebbe il seguito atteso, l’economia italiana si sviluppa grazie
soprattutto alle ripetute svalutazioni. La politica, invece, ha altro a cui
pensare.
Il 16 marzo 1978, quando Giulio Andreotti sta presentando il suo
settimo governo alle Camere, Aldo Moro, presidente della Democrazia
Cristiana, viene rapito a Roma, in via Fani, dalle Brigate Rosse, che
uccidono barbaramente gli uomini della sua scorta (Domenico Ricci,
Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi). La
sua agonia durerà 55 giorni e alla fine – quando lo Stato rifiuterà di
trattare con i terroristi – verrà assassinato e il suo corpo fatto
ritrovare in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. I film
che raccontano la drammatica vicenda sono: Il caso Moro, film di
Giuseppe Ferrara88, 1986, con il volto di Gian Maria Volonté, che
aveva già interpretato lo statista democristiano in Todo modo (1976),
di Elio Petri89, tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia;
Piazza delle Cinque Lune (2003) di Renzo Martinelli, costruito anche
su immagini di repertorio; Buongiorno, notte (2003) di Marco
Bellocchio90, con Roberto Herlitzka.
Nello stesso giorno, anche se non se accorge quasi nessuno, a parte
la madre, gli amici e gli assassini, si compie un altro orribile delitto.
I cento passi (2000) di Marco Tullio Giordana91, ha il grandissimo
merito di averci imposto alla memoria un delitto dimenticato:
l’assassinio di Peppino Impastato, giovane giornalista siciliano
88
Festival di Berlino 1987: premio per il miglior attore (Gian Maria Volontè).
Nastro d’argento nel 1976 a Ciccio Ingrassia come miglior attore non protagonista.
Nel 2003 a Venezia quattro riconoscimenti tra i quali il Piccolo Leone d’oro a Marco
Bellocchio. Nel 2004 David di Donatello come miglior attore non protagonista; Nastro
d’argento per il migliore attore protagonista; Golden Globe per la migliore attrice.
91
Nomination a Venezia per il Leone d’oro nel 2000, ottiene quattro riconoscimenti,
tra cui la miglior sceneggiatura e il Piccolo leone d’oro. L’anno seguente colleziona
cinque David di Donatello (su 10 Nomination): miglior sceneggiatura, miglior attore
protagonista (Luigi Lo Cascio), miglior attore non protagonista (Tony Sperandeo),
migliori costumi e David giovani. Vince anche il Nastro d’argento per la migliore
sceneggiatura. Nomination al Golden Globe di Los Angeles come miglior film. Ha
avuto 15 riconoscimenti internazionali.
89
90
107
impegnato a denunciare la mafia da una radio libera (ma libera
veramente...), lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse hanno ucciso
Aldo Moro (9 maggio 1978). La coincidenza, misteriosamente
significativa nell’attacco allo stato e alla società civile di terrorismo e
mafia, ha coperto sul piano mediatico la morte di questo giovane
giornalista coraggioso, impegnato politicamente, che infastidiva il
potere mafioso di chi viveva a cento passi da casa sua e che alla fine
lo ha fatto uccidere. Peppino è stato ammazzato, ma il film ha
rilanciato la sua impegnativa eredità: “...Noi ci dobbiamo ribellare.
Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di
non accorgerci più di niente!”.
L’assassinio di Moro segnerà l’esaurimento della “geometrica
potenza” delle Brigate Rosse e della loro sconfitta, anche grazie
all’azione del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa,
ufficiale e partigiano durante la guerra, protagonista della lotta alla
mafia negli anni Sessanta e Settanta (è lui il capitano dei carabinieri
de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia che diventerà un film
del 1968 diretto dal Damiano Damiani92, con Franco Nero e Claudia
Cardinale). Nel 1982 Dalla Chiesa è nominato prefetto di Palermo, ma
viene lasciato solo dalle istituzioni e quindi assassinato dalla mafia,
alle 21.15 del 3 settembre 1982, assieme alla moglie Emanuela Setti
Carraro, che guidava la sua A112, senza scorta.
Una volta sconfitto il terrorismo rosso e nero, si apre la stagione del
debito pubblico e della diffusa corruzione politica. Fino alla prima crisi
petrolifera (1973) il debito pubblico italiano era quasi “virtuoso”, al
50% del PIL; poi, negli anni Ottanta e Novanta, cresce in modo
vertiginoso arrivando nel 1995 alla cifra record del 121,5%, che ci sta
soffocando ancora oggi, rendendo debole la nostra economia e pieno
di debiti il nostro stato. Come racconta, il nostro cinema, un periodo
che allora sembra emozionante e divertente e invece covava quella
che ora ci sembra una catastrofe?
92
Nel 1968 Nomination al Leone d’oro di Berlino; due David di Donatello per la
miglior attrice (Claudia Cardinale) e la miglior produzione. Nastro d’argento come
miglior produttore l’anno successivo.
108
Non si può essere troppo severi con il cinema italiano se non ci ha
raccontato quello che stava succedendo nelle viscere della politica e
dell’economia italiana (negli anni Sessanta, però, lo aveva fatto). Il
cinema italiano, in quegli anni, fa grandi film, come C'era una volta in
America (1984), di Sergio Leone e L'ultimo imperatore (1987), di
Bernardo Bertolucci93, che vince nove premi Oscar. Ci sono anche
altri film importanti, come La città delle donne (1980), E la nave va
(1983) e Ginger e Fred (1985) di Fellini, L'albero degli zoccoli (1978),
di Ermanno Olmi (vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes),
Una giornata particolare (1978) di Ettore Scola, ma sembra quasi che
il cinema italiano guardi da un’altra parte o più lontano nel tempo e
nello spazio piuttosto che a quello che sta succedendo sotto casa.
Solo La terrazza (1980), sempre di Ettore Scola94, si concede una
riflessione sulla innocua fatuità di un certo “generone” romano di
sinistra, ben accoccolato sopra i tetti di Roma. Per il resto il cinema
italiano è alla affannosa rincorsa della trionfante televisione
commerciale. L’Italia che ci racconta e che raccoglie un buon
successo di pubblico nelle sale cinematografiche è un paese leggero,
ripiegato su piccole storie personali, amori che si ingarbugliano e
qualche volta si risolvono. È un cinema a suo modo “intimo”, che
cerca di far ridere o sorridere, ma in modo meno sgangherato della
trasmissione Colpo Grosso, paradigma della nuova televisione
commerciale (1987-1991), tra spogliarelli e spot pubblicitari.
Borotalco (1982), diretto e interpretato da Carlo Verdone95
rappresenta, con indulgente ironia l’apparente leggerezza di quegli
anni, con un intreccio di innamoramenti imbranati che si ritrovano
93
Per questo film, Bernardo Bertolucci ha ottenuto più di 40 riconoscimenti
internazionali: oltre agli Oscar, è stato premiato al British Academy, César, David di
Donatello, Golden Globes a Los Angeles, Grammy, Nastro d’argento, ecc.
94
Al Festival di Cannes 1980 Nomination per la Palma d’oro, Premio per la migliore
sceneggiatura e Premio per la miglior attrice non protagonista (Carla Gravina). Nello
stesso anno Nastro d'argento per la miglior sceneggiatura e la miglior attrice non
protagonista (Stefania Sandrelli).
95
Cinque David di Donatello nel 1982 per miglior film, miglior attore protagonista
(Carlo Verdone), migliore attrice protagonista (Eleonora Giorgi), migliore attore non
protagonista (Angelo Infanti), miglior musicista (Lucio Dalla). Nello stesso anno
Nastro d’argento per la migliore attrice e la migliore musica.
109
dopo il fallimento di due matrimoni, con Sergio (Carlo Verdone) e
Nadia (Eleonora Giorgi) che s’incontrano e si baciano...
Ricomincio da tre (1981) è il primo dei film di Massimo Troisi96, che
raccoglie uno straordinario successo di pubblico, nonostante una
lingua sincopata e quasi incomprensibile per i non napoletani. È un
film tenue e divertente, giocato tutto sulla simpatia di Gaetano
(Massimo Troisi), che si mette in viaggio verso Firenze per scappare
dalla famiglia, quasi si innamora di Marta (Fiorenza Marchegiani),
viene inseguito dall’amico Lello (Lello Arena). Marta confessa di
averlo tradito con un adolescente, ma Gaetano la perdona e alla fine
si sposano.
Anche Scusate il ritardo (1983) è diretto e interpretato da Massimo
Troisi97. E anche qui si racconta la storia di un giovane trentenne
napoletano, Vincenzo, chiuso e malinconico, che non riesce ad
esprimersi e a risolvere la sua storia d’amore con Anna (Giuliana De
Sio), incrociando le sue vicende con quelle del suo amico Tonino
(Lello Arena). Alla fine, forse, Vincenzo ed Anna si ritrovano.
Non mancano film più intensi e meno indulgenti nei confronti di un
pubblico troppo televisivo, che raccontano storie più vere, che
nascono dentro la vita reale.
Tre fratelli (1981), di Francesco Rosi98, è liberamente tratto dal
racconto Il terzo figlio di Platonov e racconta un’Italia cupa, che sente
sulla propria pelle ancora le ferite del terrorismo e la rabbia delle lotte
operaie destinate alla sconfitta dentro un nuovo ordine sociale. Ecco
allora la storia di tre fratelli, un magistrato (Philppe Noiret), un
96
Nel 1981 due David di Donatello per il miglior film e il miglior attore (Massimo
Troisi) e quattro Nastri d’argento per il miglior regista esordiente, il miglior soggetto,
il miglior attore esordiente, la migliore produzione. Golden Globe a Roma per
Massimo Troisi come miglior attore rivelazione e come miglior regista esordiente.
97
Vince nel 1983 due David di Donatello come miglior attore non protagonista (Lello
Arena) e miglior attrice non protagonista (Lina Polito) e il Golden Globe a Roma come
miglior attrice (Giuliana De Sio).
98
Quattro David di Donatello 1981: miglior regista, migliore sceneggiatura, miglior
attore non protagonista (Charles Vanel) e migliore direttore della fotografia. Nello
stesso anno Nastro d'argento per il miglior attore (Vittorio Mezzogiorno), la miglior
fotografia, il miglior regista. Nomination all’Oscar nel 1982.
110
maestro di scuola (Vittorio Mezzogiorno) e un operaio (Michele
Placido), originari del sud, che ritornano a casa dopo la morte della
madre e devono fare i conti con se stessi e soprattutto con il vecchio
padre (Charles Vanel). Il film è stato definito sincero e onesto, e
quindi particolarmente prezioso per conoscere un po’ meglio un’Italia
che in quegli anni si presentava leggera e “da bere” (e non è un caso
se in Baarìa, di Giuseppe Tornatore, si intravedono le locandine di
questo film).
La messa è finita (1985), di Nanni Moretti99, è un film severo, amaro
e senza indulgenze, guardato con gli occhi di un giovane prete, don
Giulio (Nanni Moretti), ritornato a Roma dopo essere stato per anni in
un Paese lontano, che prova un effetto di “straniamento” quando
ritrova la famiglia, gli amici, il mondo che aveva lasciato. La sua
famiglia si dissolve, anche drammaticamente con il suicidio della
madre abbandonata dal marito, infatuato da una giovane ragazza, e
la fuga e l’aborto deciso dalla sorella. Le vite degli amici sembrano
inestricabili anche per questo prete testardo (si veda la scena della
fontana, dove rischia di essere annegato) che gira vestito con la
tonaca e rischia di perdere la fede nel sacerdozio. Alla fine se ne va in
una piccola missione in Patagonia (più lontano di così non si può),
lasciando l’Italia, l’ex famiglia e gli amici, al loro (e nostro) destino.
Ne esce un affresco dell'Italia melanconico. Un’Italia che sta uscendo
da una delle pagine più drammatiche del dopoguerra – uno degli
amici di don Giulio del sacerdote è in carcere con l’accusa di
terrorismo – una società che ama esibirsi, profondamente sorda.
Pellicola, amara, nel finale tuttavia si schiude uno spiraglio di
positività, un’alternativa ad un sistema di vita ritenuto ormai
inaccettabile per don Giulio.
Baarìa (2009) è un film scritto e diretto da Giuseppe Tornatore100. Si
conclude all’inizio degli anni Ottanta, ma insegue – con uno sforzo
99
Orso d’argento e Gran premio della giuria a Berlino nel 1986.
Nel 2010 David di Donatello al miglior musicista (Ennio Morricone) e David giovani
a Tornatore. Nastro d’argento speciale. Golden Globe a Roma come miglior regista e
miglio musica. Nomination al Golden Globes di Los Angeles come miglior film
straniero. Nel 2009 aveva ricevuto il Premio Pasinetti e la Nomination per il Leone
d’oro a Venezia.
100
111
corale – la storia individuale di Peppino Torrenuova (Francesco
Scianna) lunga un’intera vita, vissuta quasi tutta dentro un piccolo
paese contadino della Sicilia, Baarìa (Bagheria), dal fascismo degli
anni Trenta, alla seconda guerra mondiale, la vittoria della
repubblica, la strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947), le
lotte contadine per la riforma agraria, la modernizzazione del Paese
(a partire dalla televisione), la politica che cambia per lasciare tutto
come prima (elezioni del 1972), fino all’incontro tra “compagni” con
un distratto e riverito Renato Guttuso (1981). E anche la storia
d’amore di Peppino con Mannina (Margareth Madè), che dura tutta la
vita. Ma il grande amore di Peppino è per la politica, a fianco dei più
poveri e dei più deboli. Il padre, un vecchio bracciante, in punto di
morte lascia a Peppino l’eredità più preziosa, dicendogli con un ultimo
rantolo “...la politica è bella, la politica è bella...”.
La famiglia (1987), di Ettore Scola101, è un film lento, corale e a suo
modo “epico”, che si svolge tutto all’interno di un appartamento, dal
1906 al 1986 (è stato presentato nell’estate dell’87), seguendo le vite
incrociate di una famiglia. La faccia “narrante”, e inevitabilmente
dominante, è quella di Vittorio Gassman, Carlo (da giovane è
interpretato da Andrea Occhipinti), professore di italiano in pensione,
che domina e si fa trascinare dalla vita, generazione dopo
generazione, vissuta tutta dentro la grande casa che era stata del
nonno e poi dei suoi genitori. Studia, s’innamora di Adriana (Jo
Champa da giovane e poi Fanny Ardant) ma sposa la sorella Beatrice
(Cecilia Dazzi da giovane e poi Stefania Sandrelli), diventa professore
universitario e mentre il cugino Enrico (Giuseppe Cederna) espatria in
Francia per ragioni politiche, si tiene il suo antifascismo (di Giustizia e
Libertà) per sé e non partecipa alla vita politica. Il fratello minore
Giulio (da giovane Massimo Dapporto poi Carlo Dapporto), da sempre
considerato più debole, pur avendo scritto un libro “bellissimo”, che
101
Il film è premiato nel 1987 con cinque David di Donatello per il miglio film, il
regista, l’attore protagonista (Vittorio Gassman), la sceneggiatura, la musica e il
montaggio e sei Nastri d’argento per la regia, il produttore, il musicista, la
sceneggiatura, l’attrice (Fanny Ardant) e l’attrice non protagonista (Ottavia Piccolo).
Nomination per la Palma d’oro a Cannes nel 1987 come miglior film straniero
all’Oscar nel 1988. Ha raccolto 12 premi internazionali.
112
Carlo leggerà solo quando è troppo tardi, ritorna dalla prigionia
psicologicamente devastato, ma ritrova un po’ di serenità sposandosi
con Adelina (Ottavia Piccolo), che era stata da sempre la loro
governante e adesso – grazie alla borsa nera durante la guerra – è
diventata benestante, ma sempre devota alla famiglia. Adriana, che in
Francia è diventata una grande pianista, fa una breve visita a Roma
ma, anche se ancora innamorata, allontana Carlo. Alla fine, quando
Beatrice muore, avendo sempre saputo che il marito era
segretamente innamorato della sorella, Adriana e Carlo, ormai vecchi,
si ritrovano a bisticciare come una vecchia coppia sposata ed
innamorata da tanto tanto tempo. La famiglia, intanto, continua, si
complica e si moltiplica.
Si può fare (2008), di Giulio Manfredonia102, e scritto con Fabio
Bonifacci sembra una favola buonista e invece racconta storie del
tutto vere. Racconta l’apertura (nel senso di chiusura) dei manicomi
dopo l’approvazione della legge 180, detta anche “Legge Basaglia”,
dal nome dello psichiatra veneziano che anticipò concretamente la
riforma a Gorizia e a Trieste negli anni Sessanta. Nascono, quasi
subito e faticosamente, una serie di “cooperative sociali” per “liberare
i matti” e farli lavorare e integrare nella vita. Il film racconta la storia
vera della cooperativa "Noncello" di Pordenone, “inventata” all’inizio
degli anni Ottanta. Nello (Claudio Bisio) è un sindacalista che viene
rimosso dal suo incarico e mandato a fare una “missione impossibile”:
mettere in piedi una “cooperativa di matti”. All’inizio sembra davvero
una follia, i “matti” soffrono e spesso non vogliono essere “liberati”,
ma un po’ alla volta, grazie alla straordinaria umanità e dedizione di
Nello – dedizione che gli viene rimproverata dalla sua compagna, Sara
(Anita Caprioli) – riesce a conquistarli uno dopo l’altro, grazie anche al
coraggio del Dott. Furlan (Giuseppe Battiston), che si assume
responsabilità che altri negano. Dopo un’assemblea decidono di
diventare una vera ditta che opera sul mercato nel settore dei
pavimenti in legno, visto che Luca e Gigio (Giovanni Calcagno e
Andrea Bosca) sono a loro modo geniali nella composizione con
materiale di scarto. Forse, qua e là, c’è qualche richiamo a Qualcuno
102
David giovani, Golden Globe a Roma per il produttore e Nastro d’argento per il
soggetto.
113
volò sul nido del cuculo (1975), di Milos Forman con Jack Nicholson,
come nel viaggio dei matti in pulmino, ma il film italiano ha dalla sua
che racconta una storia vera ed ampiamente documentata. Uno dei
“matti liberati”, Gigio, emotivamente fragile, si uccide per una
delusione amorosa, che verrà imputata alla riduzione dei farmaci. Alla
fine la cooperativa, che aveva rischiato di essere dissolta, ottiene un
grosso appalto a Parigi per decorare le fermate della nuova linea
metropolitana, e questo permette l’arrivo di nuovo “soci” da altri (ex)
manicomi, pronti a mettersi a lavorare, tanto “da vicino nessuno è
normale...”.
Lamerica (1994), di Gianni Amelio103, si apre sull’inizio degli anni
Novanta e racconta una storia complessa e plausibile che corre
parallela a fatti di cronaca che stanno per diventare storia: il 7 marzo
1991 più di ventimila albanesi, stipati all’inverosimile su navi che sono
dei rottami, sbarcano nel porto di Brindisi in cerca de “Lamerica”,
cogliendo del tutto impreparate le autorità italiane. Pochi mesi dopo,
l’8 agosto 1991, attraccò nel porto di Bari un mercantile partito da
Durazzo con altri ventimila clandestini a bordo. Era l’inizio di un
“nuovo mondo”, fatto alla rovescia per un popolo di ex migranti, che
ci ha colto di sorpresa.
Il film racconta la storia di due “imprenditori” italiani, “Fiore” (Michele
Placido) e “Gino” (Enrico Lo Verso), che hanno ideato una truffa in
Albania per avere dei finanziamenti con una finta impresa. Alla ricerca
di un “prestanome” albanese, prelevano da un ospizio Spiro, un
vecchio senza famiglia. Presto però Gino scoprirà che Spiro è un
reduce italiano, Michele Talarico, mai rientrato a casa dopo la fine
della guerra. Alla fine Gino, che deve scappare perché la truffa è
stata scoperta, e Michele, che crede ci sia ancora una famiglia ad
aspettarlo, ridotti a profughi come tanti altri albanesi, si imbarcano su
una nave che li porterà verso “Lamerica”. Il film racconta quasi in
presa diretta quanto è avvenuto appena due anni prima, ma
103
Alla 51ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1994 Gianni
Amelio ottiene quattro differenti premi. Nello stesso anno European Film Awards
come miglior film. Nel 1995 tre David di Donatello per il miglior direttore della
fotografia, il miglior musicista e il miglior fonico di presa diretta. Nastro d’argento per
la miglior regia e la miglior fotografia. Ottiene 15 riconoscimenti internazionali.
114
soprattutto mette allo scoperto il ruolo della televisione commerciale
che, da una parte, ha insegnato l’italiano a tanti albanesi ma,
dall’altro, con la sua pubblicità e i suoi programmi a premi, come OK
il prezzo è giusto, ha fatto credere che tutto sia disponibile e a
portata di mano (e magari ci hanno creduto anche parecchi italiani).
Con i primi anni Novanta siamo agli sgoccioli della Prima Repubblica,
che pure era nata dai partiti che avevano fatto la Resistenza ed
edificato la Costituzione. Dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) il
sistema della politica italiana, cristallizzato dalla guerra fredda, inizia
a sgretolarsi, mentre il vecchio Pci cambia nome e forse “ragione
sociale”, gli ex fascisti del Msi diventano Alleanza Nazionale, mentre i
partiti di governo, Dc, Psi, Pri e Pli non si sono ancora accorti che
stanno per esser spazzati via.
In meno di vent’anni il debito pubblico è più che raddoppiato, il
ricambio della classe dirigente sembra impossibile, la corruzione
scorre nelle vene della politica e dell’economia.
Il 17 febbraio 1992 inizia l’inchiesta Manipulite. Da quello che sembra
un piccolo caso di corruzione di un “mariuolo”, Mario Chiesa, partirà
una vera e propria valanga che travolgerà un’intera classe politica di
governo.
Nelle elezioni politiche del 5 aprile 1992 la Dc raggiunge il suo
minimo storico, mentre i due tronconi della sinistra, Pds e Prc
sommati non raggiungono i voti che erano stati del Pci. La Lega Nord,
guidata dal 1979 (allora si chiamava Lega Autonomista Lombarda) da
Umberto Bossi, ottiene un imprevisto 9%.
Il 23 maggio 1992 viene ucciso dalla mafia il giudice Giovanni
Falcone104 e, nella strage di Capaci muoiono anche sua moglie,
Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Antonio
Montinaro e Rocco Di Cillo.
104
Alcuni film hanno affrontato le vicende legate a Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, al cinema: Giovanni Falcone (1993) di Giuseppe Ferrara con Michele
Placido e Giancarlo Giannini; Paolo Borsellino (1995) di Pasquale Scimeca con Giorgio
Tirabassi.
115
Ai funerali delle vittime partecipa una folla di almeno diecimila
persone esasperate che attende i rappresentati dello stato, che
invece preferiscono entrare nella cattedrale di San Domenico
attraverso la sacrestia. I politici, contestati dopo l'omelia del cardinale
Pappalardo persino dagli agenti che gridano loro “giustizia giustizia”,
scelgono la fuga, nuovamente dalla sacrestia.
Le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della
vedova Schifani susciteranno particolare emozione nell'opinione
pubblica105.
Poche settimane dopo, il 19 luglio 1992, viene assassinato dalla mafia
anche il suo collega, il magistrato Paolo Borsellino104, nella strage di
Via d’Amelio a Palermo, con la sua scorta, gli agenti Emanuela Loi
(prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino
Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Ai funerali della scorta degli agenti di Borsellino si ripete quanto visto
per Falcone e la sua scorta. Ma il nuovo Presidente della Repubblica,
Scalfaro, con un gesto di coraggio, pur strattonato e insultato, sceglie
l'ingresso principale106.
A Falcone e Borsellino, come ad altri eroi civili caduti – lasciati dallo
Stato sostanzialmente soli e indifesi dalle istituzioni nella lotta alla
mafia – lo Stato non ha esitato a conferire la Medaglia d'oro al Valor
Civile.
Nel 1995 dal Gruppo Abele di don Ciotti nasce "Libera. Associazioni,
nomi e numeri contro le mafie" con l'intento di sollecitare la società
civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Libera è
stata la promotrice della legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle
mafie.
Il 18 aprile del 1993, dopo che un referendum popolare con 30
milioni di voti favorevoli aveva in parte dissolto il sistema
proporzionale, le Camere approvano un nuovo sistema elettorale –
definito Mattarellum – che introduce, almeno in parte, il principio
105
106
Corriere della sera, 26 maggio 1992.
Corriere della sera, 22 luglio 1992. www.youtube.com/watch?v=rr5umA_cEp8
116
maggioritario, togliendo potere ai partiti e valorizzando il ruolo
personale dei candidati, scelti direttamente dagli elettori.
Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, un vecchio
cattolico rigoroso, che è stato tra i Padri costituenti, nel 1994 scioglie
le Camere segnando la fine della Prima Repubblica (1946-1994)107.
Un importante imprenditore delle telecomunicazioni, della pubblicità e
dell’edilizia, Silvio Berlusconi, decide a sorpresa di “scendere in
campo” fondando “Forza Italia” e aggregando forze di destra e di
centro, sconfigge facilmente “la gioiosa macchina da guerra”
immaginata da Achille Occhetto. Finisce così la Prima Repubblica e
nasce la Seconda Repubblica. Ma questo è un altro film.
Questa volta il cinema italiano non è troppo distratto nel registrare
quanto sta avvenendo dentro il corpo molle della politica e della
società italiana.
La meglio gioventù (2003), di Marco Tullio Giordana108, inizialmente
pensato per la programmazione televisiva (6 ore in due atti per un
totale di 360 minuti), poi “promosso” a vero e proprio titolo
cinematografico con l’uscita nelle sale109, ha voluto raccontarci, la
107
Nel caso italiano la distinzione tra prima e seconda Repubblica, introdotta in
ambito giornalistico e divenuta poi di uso comune, è formalmente scorretta. Non si
riferisce infatti ad un periodo con discontinuità storica. La trasformazione politica
avvenuta durante il biennio 1992-1994 non si risolse in un cambiamento di regime,
con assetti costituzionali e istituzionali differenti, bensì in un profondo mutamento
del sistema partitico e nel ricambio di parte dei suoi esponenti nazionali.
108
Vincitore della sezione Un Certain Regard al 56º Festival di Cannes. Sei David di
Donatello 2004 (su 11 Nomination) per il miglior film, la regia, la sceneggiatura, il
montaggio, il fonico di presa diretta, il produttore. Ai Nastri d’argento 2004 vince per
la regia, il produttore, la sceneggiatura, il fonico di presa diretta, il montaggio; inoltre
il cast femminile (Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa e Jasmine Trinca) si
aggiudica il Nastro d’argento come miglior attrice protagonista e il cast maschile
(Alessio Boni, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio e Andrea Tidona) vince il premio come
miglior attore protagonista. Golden Globe a Roma nel 2004 per la miglior regia e la
miglior sceneggiatura e Premio speciale della giuria ad Adriana Asti. Ha raccolto 23
premi a livello internazionale.
109
Il film era stato prodotto originariamente per essere trasmesso dalla RAI in
quattro puntate. La RAI ne sospese la messa in onda sui teleschermi. Dopo la
presentazione al 56º Festival di Cannes, dove il film vinse il premio come miglior film
della sezione Un Certain Regard, il film uscì quindi nelle sale italiane il 22 giugno
117
storia della società italiana dal 1966 fino quasi ai nostri giorni. Nicola
(Luigi Lo Cascio) e Matteo (Alessio Boni) Carati sono due fratelli
inseparabili, che a un certo punto si dividono e prendono strade
diverse dopo l’arrivo nella loro vita di una ragazza con gravi problemi
psichici. Entrambi fuggono. Nicola farà un lungo viaggio nella lontana
Norvegia e poi diventerà psichiatra basagliano. Matteo si immergerà
nella disciplina dell’esercito, diventando poi uno “spigoloso” poliziotto.
Ecco, allora, che dentro i loro e i nostri occhi, assieme a una
molteplicità di altre facce, scorre un pezzo importante e mai troppo
ricordato della nostra storia, anche se Matteo, nonostante la sua forza
apparente, non reggerà al peso della vita. Chi si ricorda, infatti, che il
‘68 degli studenti nasce due anni prima, quando, nel ‘66, accorrono a
Firenze per salvare i suoi tesori dal fango e dalla distruzione? E poi
ancora le Brigate rosse, il terrorismo rosso e nero, la crisi della Fiat
negli anni ‘80, la corruzione che penetra nella pelle della politica
italiana, la morte di Giovanni Falcone nella strage di Capaci (1992).
Anni in cui gli “angeli del fango” crescono, forse perdono parte delle
loro illusioni, alcuni si perdono nella follia del terrorismo, confermando
che, anche nel peggio, sono stati “la meglio gioventù”.
La cosa (1990), di Nanni Moretti, è un piccolo documentario prezioso
per conoscere o per tentare di capire che cosa stava succedendo
dentro la sinistra italiana nel pieno della sua faticosa trasformazione.
Tra affetto, amarezza e sarcasmo il regista racconta la fine del
vecchio e a suo modo glorioso Pci, e la nascita della “cosa” di Achille
Occhetto, dopo la svolta della Bolognina, che lascia il nuovo partito
quasi senza nome e con poca identità.
Il portaborse (1991), di Daniele Luchetti110, è per certi aspetti un film
profetico. Un povero professore di lettere, Luciano Sandulli (Silvio
Orlando), viene ingaggiato da un potente uomo politico, l'onorevole
Cesare Botero (un algido Nanni Moretti), Ministro delle partecipazioni
statali del governo in carica, per scrivergli i discorsi come ghost writer
2003, diviso in due atti di tre ore ciascuno. Successivamente fu trasmesso su Raiuno
in quattro puntate da 90 minuti nel dicembre 2003.
110
Nel 1991, dopo la Nomination a Cannes per la Palma d’oro, ottiene due David di
Donatello per il miglior attore protagonista (Nanni Moretti) e la migliore
sceneggiatura. Nastro d’argento per il miglior produttore.
118
o, se si preferisce, come portaborse. Il povero professore entra
improvvisamente in un giro di soldi, di successo e di favori (la sua
fidanzata viene trasferita nella capitale) che all’inizio lo travolgono.
Luciano, però, non si fa accecare completamente e alla fine scopre
che l’elezione del “suo” ministro è avvenuta grazie a complicità e
brogli elettorali. Alla fine si dimette, rinuncia a tutto, distrugge la
splendida spider rossa Bmw 320 a colpi di mazza, e ritorna ad
insegnare alla sua scuola (la fidanzata viene rispedita lontano).
Botero, invece, utilizza in televisione pezzi della lettera di dimissioni di
Luciano ed ottiene un grande successo inneggiando a una politica di
onestà e serietà.
Il divo (La spettacolare vita di Giulio Andreotti) è un film del 2008
diretto da Paolo Sorrentino111. Racconta con un certo schematismo e
qualche coraggio frammenti della vita politica di uno degli uomini più
longevi e potenti della politica italiana: Giulio Andreotti (il divo Giulio,
appunto). Il film, decisamente grottesco non meno che perfido e
documentato, mostra in apertura omicidi e “suicidi” della recente
storia italiana che fanno da “contesto” alla figura di Andreotti: Moro,
Dalla Chiesa, Pecorelli, Falcone, Calvi, Sindona, Ambrosoli.
Il divo Giulio è impersonato da un Toni Servillo pietrificato nella
maschera di Andreotti (il film riceverà anche una nomination all’Oscar
per il miglior trucco), che rassomiglia troppo alla sua caricatura. La
vicenda si svolge in un arco di tempo relativamente breve, tra il 1991
e il 1993, ma terribile per l’Italia.
Con Il divo il cinema italiano prosegue l'impegno civile di Francesco
Rosi, con il suo rigore nella denuncia, di Elio Petri, con una visione
111
Nel 2010 Nomination all’Oscar per il miglior trucco; Gran premio della giuria al
Festival di Cannes, dove aveva avuto la Nomination per la Palma d’oro; European
Film Awards per il miglior attore (Toni Servillo). Nel 2009 sette David di Donatello (su
16 Nomination) per il miglior attore protagonista (Toni Servillo), la migliore attrice
non protagonista (Piera Degli Esposti), il direttore della fotografia, il musicista, il
truccatore, l’acconciatore e gli effetti speciali visivi. Sempre nel 2009 quattro Nastri
d’argento come regista del miglior film, miglior attore protagonista (Toni Servillo),
miglior sceneggiatura e miglior produttore; Premio speciale a Piera Degli Esposti e il
Golden Globe a Roma per la migliore sceneggiatura. Il film sarà premiato 16 volte a
livello internazionale con 38 Nomination.
119
graffiante della realtà, di Giuseppe Ferrara con la sua capacità di
cronaca, e di molti altri.
L’aspirazione di Andreotti (“meglio tirare a campare che tirare le
cuoia”), costruita con grande abilità e prudenza, si infrange sugli
omicidi di Falcone e di Salvo Lima, entrambi uccisi dalla mafia per
opposti motivi. L’aspetto più istruttivo di questo film, che forse
affronta argomenti troppo complessi per tutti, è la minuziosa e
partecipe rete di favori, piccoli e grandi, che Andreotti distribuisce a
tutti e che lo ha sempre reso un primatista italiano sul piano dei voti
di preferenza, senza che questo, però, lo abbia “fatto sentire un
uomo meno solo”.
Ma, anche per concludere con un sorriso queste pagine non sempre
liete e gratificanti, è possibile – e forse doveroso – fare una citazione
di Paolo Villaggio. Il grande attore genovese, con una partecipazione
a decine di film (non c’è modo di citarne alcuno in modo particolare),
spesso a budget bassissimo, non privi di spunti comici anche se
prevalentemente grossolani, con un corredo di “spalle”
qualitativamente non banale, fornisce uno spaccato, ripetitivo ma non
inutile, di una società italiana ormai industrializzata, capace di
reddito, già in preda alla mania dei viaggi ma sostanzialmente
alienante e gerarchizzata. Una società ormai povera di ricambi, di cui
si avverte il rigoglio, ma anche l’avvitamento.
120
Luciano Fabro – Italia Porta (1986), installazione
Terrae Motus, Reggia di Caserta, Caserta
121
122
Come siamo oggi, o quasi...
Come abbiamo riferito alla conclusione del precedente paragrafo, a
metà degli anni ‘90 la società italiana riceve una serie di scosse che
mandano in crisi un intero sistema politico che durava dalla nascita
della Repubblica. È la conseguenza, almeno in parte, della caduta del
Muro di Berlino che demolisce tutti i precedenti punti di riferimento,
compresi i silenzi, le complicità, i compromessi. Quello che emerge
con forza in Italia è una corruzione diffusa e sistematica dentro i
partiti, soprattutto quelli di governo, L’opinione pubblica italiana vive
una sorta di “catarsi” nei processi di Manipulite, che entrano in diretta
nelle case grazie alla televisione. I processi e le condanne ci sono, i
partiti storici che hanno retto l’Italia nel dopoguerra scompaiano, altri
cambiano nome, ma la “purificazione” forse non arriverà mai (dati
recenti confermano che la corruzione e le tangenti non sono
diminuite rispetto a quel periodo112). Il cataclisma politico, comunque,
dà vita alla cosiddetta Seconda Repubblica anche se in realtà non c’è
stato alcun cambio della Costituzione, ma “solo” del sistema
elettorale.
Due referendum popolari impongono una nuova legge elettorale, il
potere di nomina dei partiti viene ampiamente ridimensionato e il
confronto avviene sostanzialmente tra candidati che competono sul
territorio. Alle elezioni vince un nuovo partito, Forza Italia (1993)113,
costruito dall’imprenditore Silvio Berlusconi con grande abilità e
disponibilità di mezzi, e cresce quello che attualmente è il più
“vecchio” partito presente Parlamento, la Lega Nord di Umberto
Bossi. Le speranze, e anche le paure, in questa nuova stagione sono
enormi; qualcuno promette una “Rivoluzione liberale”, ma le cose
sono più complicate. Di certo la politica diventa più “televisiva”.
Apparire, sorridere, piacere, cantare o anche solo cucinare un risotto
in televisione diventano – almeno così pare – la strada di un più
112
Secondo Transparency International sulla percezione della corruzione nella
pubblica amministrazione, l’Italia è scesa al 67° posto, dopo il Ruanda (Da Il Sole 24
Ore, 27 ottobre 2010).
113
“Forza Italia! Associazione per il buon governo”, viene costituita a Milano, presso
lo studio del notaio Roveda il 29 giugno 1993.
123
probabile successo elettorale. La televisione plasma gusti, emozioni e
anime dei cittadini-telespettatori (anche se i giovani la guardano
sempre meno). La nuova “classe dirigente” emersa dalle ceneri della
“vecchia” Repubblica non è come si sperava. Da una recente ricerca
risulta che i politici attuali sono in media più ignoranti (meno laureati)
e più ricchi (redditi più alti) di quelli precedenti, forse perché ora è in
vigore una nuova legge elettorale (n. 270, del 21 dicembre 2005) che
prevede candidati nominati dai partiti, senza che gli elettori possano
scegliere, e anche un premio di maggioranza.
Intanto, tutto intorno, il mondo cambia. Il 6 agosto 1991 viene messo
on line il primo sito internet; dopo la caduta del Muro di Berlino
l’Unione Sovietica si dissolve; in Jugoslavia inizia una sanguinosa e
feroce guerra civile che frazionerà il paese; in Sud Africa Nelson
Mandela viene liberato e viene approvata una nuova Costituzione che
sancisce la fine dell’apartheid; la Cecoslovacchia si spacca
pacificamente in due; la Germania ritorna unita; a Maastricht (7
febbraio 1992) un trattato economico politico sancisce la nascita
dell’Unione Europea; in Irlanda cattolici e protestanti fanno una pace
che parrebbe duratura; all’ambasciata americana in Kenya scoppiano
le prime bombe dell’integralismo islamico. Qualcuno pensa che la
storia sia finita (Francis Fukuyama, 1992), ma evidentemente si
sbaglia.
E il cinema italiano sta a guardare e ci vede mentre veniamo immersi
in una realtà che sembrava tanto solida e pare diventare “liquida”,
che si scompone in tanti frammenti, si ripiega sul personale, fa fatica
a raccontarsi in modo collettivo. I lavori interessanti e le produzioni di
rilievo beninteso non mancano ma è anche vero che una parte
importante dei film italiani scivolano verso una ripetitiva leggerezza,
verso un evidente disimpegno. Tant’è che, nel 2007, un severo
Quentin Tarantino rilasciò una tagliente intervista114 sul nostro
cinema “Le pellicole italiane che ho visto negli ultimi tre anni
sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce,
ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati
mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano
degli anni sessanta e settanta e alcuni film degli anni ottanta, e ora
114
Quentin Tarantino, TV Sorrisi e Canzoni, 28 maggio 2007.
124
sento che è tutto finito. Una vera tragedia.” Forse il regista che ha
realizzato Le iene, Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill, Bastardi senza
gloria, che nel 2010 è stato presidente della Giuria del festival di
Venezia, non ha visto tutti i film italiani di questi ultimi anni, ma è
indubbio che la cinematografia italiana dovrebbe impegnarsi a
convincerlo, nei fatti, che ha torto.
Vacanze di Natale (1983), regia di Carlo Vanzina e sceneggiatura di
Carlo ed Enrico Vanzina, è il primo di una lunga serie di
“cinepanettoni” che hanno sempre raccolto un gran successo di
pubblico probabilmente interessato a divertirsi senza porsi troppi
problemi. Negli stessi anni c’erano stati Sapore di mare (1983) e
Sapore di mare 2 - Un anno dopo (1983), che puntavano sulla
nostalgia per gli anni Sessanta e soprattutto per le colonne sonore di
quegli anni. Questa edizione di Vacanze di Natale rimette insieme una
coppia comica, Christian De Sica e Jerry Calà, e racconta di una
Cortina che è diventata meta, all’inizio degli anni Ottanta, di arricchiti
un po’ volgari, dentro un intreccio, scontato e complicato da
raccontare, fatto di equivoci, amori e tradimenti.
Vacanze di Natale ‘90 (1990), diretto da Enrico Oldoini, inizia una
nuova serie che creerà il sodalizio tra Christian De Sica e Massimo
Boldi (interrotto solo recentemente, dopo tante altre “vacanze”, molte
delle quali dirette da Neri Parenti, in una marea di località esotiche).
Questa volta la scena si sposta in un albergo ancora più lussuoso ed
esclusivo di Sankt Moritz, insegue le vicende di Nick (Diego
Abatantuono) e i “protagonisti” sono talmente esagerati, ricchi,
volgari ed arroganti che potrebbero anche essere veri. Troppo veri.
Caro diario è un film del 1993 scritto, diretto ed interpretato da Nanni
Moretti115, che si racconta e ci racconta tre piccole fughe. La prima in
vespa, in una Roma estiva e semideserta, che Moretti scopre e
percorre libero e solitario. La città, così, dalla Garbatella ad Ostia,
passando per l’inesplorato Spinaceto, sembra esistere quasi soltanto
115
Vincitore del Premio per la miglior regia al Festival di Cannes 1994 e Nomination
per la Palma d’oro. Golden Globe a Roma come miglior film nel ‘94 L'anno successivo
due David di Donatello per il miglior film e la miglior musica (Nicola Piovani) e Nastro
d’argento come regista del miglior film.
125
per lui (come succedeva agli aborigeni ne Le vie dei canti di Bruce
Chatwin). La seconda fuga è verso (e presto dalle) Isole Eolie, dove
viene inquinato dalla passione travolgente per il serial televisivo
Beautiful, tanto da chiedere a un turista americano – da sempre in
vantaggio su tutto – come proseguono le puntate. La terza fuga, la
più importante, è dai medici che intrecciano pareri clamorosamente
diversi su una sua malattia: qualcuno gli consiglia addirittura di
cambiare lo shampoo mentre ha un linfoma di Hodgkin, da cui
guarirà. “I medici sanno parlare ma non sanno ascoltare”, dice alla
fine Moretti, dopo essersi bevuto, con un ultimo guizzo negli occhi,
un bicchiere d'acqua a stomaco vuoto, perché “dicono che fa bene”.
E forse non sono solo i medici a non saper ascoltare.
Il grande cocomero (1993), di Francesca Archibugi116, racconta di una
crisi familiare che si scarica in un attacco di epilessia della figlia
dodicenne. Valentina “Pippi” Diotallevi (Alessia Fugardi) viene
ricoverata in un reparto di neuropsichiatria infantile, pieno di
problemi strutturali ed organizzativi, e un giovane psichiatra, Arturo
(Sergio Castellitto), nonostante le carenze del suo reparto, cercherà
di offrire a Pippi l’attenzione e forse l’affetto che non trova nella
madre (Anna Galiena) e nel padre (Armando De Razza). Attraverso il
rapporto di Pippi con una bambina cerebrolesa, che alla fine muore,
arriva un’altra crisi epilettica di rifiuto, che permetterà ad Arturo di
portare la sua giovane paziente alla guarigione. Ancora una volta,
quindi, una malattia, difficile da conoscere e da interpretare, dalla
quale, però, si può uscire e forse addirittura guarire, grazie al
rapporto con gli altri, anche quando le istituzioni funzionano poco. In
Italia le strutture ospedaliere inadeguate, nel campo della malattia
mentale, sono all'ordine del giorno e il film ha il merito di
sensibilizzare il pubblico verso il problema, anche se non ha avuto
una caratura di denuncia vera e propria.
116
Premio della giuria ecumenica a Cannes nel 1993. Tre David di Donatello nello
stesso anno per il miglior film, la miglior sceneggiatura e il migliore attore
protagonista (Sergio Castellitto). Nastro d’argento nel 1994 per il miglior soggetto
originale, la migliore sceneggiatura e il migliore produttore.
126
Perdiamoci di vista (1994), diretto da Carlo Verdone117, racconta una
storia che intreccia malattia e televisione. Arianna (Asia Argento),
paraplegica, provoca, durante una puntata della trasmissione
televisiva, Terrazza italiana, il conduttore di successo Gepy Fuxas
(Carlo Verdone), che farfuglia, si inceppa, verrà licenziato e poi dovrà
riciclarsi in una piccola e volgare televisione locale, sia per
guadagnare sia per continuare ad esistere nell’immaginario del
pubblico. Un altro incontro di Gepy con Arianna, dopo che si “erano
persi di vista”, gli fa capire l’abisso tra la sua vita, vuota e televisiva,
e quella della ragazza, che vive intensamente la sua – senza inutili
illusioni – anche se su una carrozzella. La vera “malattia”, in questo
film, apparentemente leggero e divertente, sembra essere la
televisione. Perdiamoci di vista, oltre a denunciare la
disorganizzazione del nostro paese in fatto di strutture, punta l'indice
sulle trasmissioni televisive che si servono delle disgrazie per fare
ascolto.
L’amore molesto (1995), di Mario Martone118, tratto dal romanzo di
Elena Ferrante, racconta una piccola storia individuale sulla
sofferenza che provoca la memoria e la consapevolezza di quello che
siamo ed eravamo. Delia (Anna Bonaiuto), da Bologna, dove risiede
da anni, corre a Napoli dopo aver saputo del suicidio della madre. Un
suicidio che le sembra impossibile, da quello che ricorda della madre,
forte e vitale. Poi lentamente i ricordi riaffiorano, sul filo di
un'incomunicabilità che sembra citare Antonioni. La ricostruzione di
una vita frammentata porta Delia a rifiutare la realtà che intuisce e
ricorda. Si ritira, si rifiuta di sapere, fugge verso la nuova vita che si è
costruita. È tutta l’Italia, in questa stagione così difficile da decifrare e
che ci veniva raccontata ad ogni costo positiva, ottimista e vivace,
che sembra non voler guardare in faccia la realtà.
117
Due David di Donatello nel 1994 per la miglior attrice protagonista (Asia Argento)
e la migliore regia.
118
Nomination a Cannes per la Palma d’oro e tre David di Donatello per il miglior
regista, la migliore attrice protagonista (Anna Bonaiuto) e la miglior attrice non
protagonista (Angela Luce) nel 1995. Nastro d’argento per la miglior attrice nel 1996.
127
La seconda volta (1995), di Mimmo Calopresti119, racconta la fatica –
che è stata comune a tutta la società italiana – di far i conti con il
terrorismo e con un recente passato. Il professor Alberto Sajevo, un
misuratissimo Nanni Moretti, che dodici anni prima era stato vittima
di un attentato terroristico e ha ancora la pallottola che doveva
ucciderlo conficcata nella testa, incontra casualmente Lisa (Valeria
Bruni Tedeschi), la terrorista che gli aveva sparato ed era stata
condannata a trent’anni di reclusione. Adesso Lisa gode di una
semilibertà che le restituisce una seminormalità, visto che ogni sera,
dopo il lavoro, deve ritornare in carcere. Il professore la segue, cerca
di capire, la incontra, sembra quasi che ci potrebbe essere
un’amicizia, ma alla fine, quando rivela la sua identità, riemerge
l’inutile stupidità della violenza di persone che si ritenevano tanto
intelligenti e superiori da uccidere i “nemici del popolo”. E poi – nel
particolare – si scopre anche che non era stato nemmeno il
professore a progettare le carceri per le quali avrebbe dovuto essere
punito. Anche qui, in qualche modo, c’è una “malattia” che non è
stata rimossa (come la pallottola che sta davvero nella testa di Sergio
Lenci, autore del libro autobiografico, Colpo alla nuca, da cui è tratto
il film), ma è anche una malattia della memoria più generale, di tutta
la società italiana, che negli anni Novanta cercava un po’ di speranza
e distrazione, dopo il terrorismo, gli anni di piombo, la corruzione di
Tangentopoli, la durissima manovra economica di Giuliano Amato che
“salvò” l’Italia dalla bancarotta.
Il ciclone (1996), di Leonardo Pieraccioni120, sintetizza la voglia di
fuga e di leggerezza che permea la società italiana in questi anni ma
che, non potendo raccogliersi tutta quanta nello splendore delle
colline toscane, costringe molti ad andarle a sognare al cinema. Ecco
allora la storia – che è quasi la fiaba – di un piccolo mondo appartato
e felicemente autosufficiente, che viene travolto da un “ciclone”:
119
Nomination alla Palma d’oro a Cannes nel 1996, ottiene nello stesso anno il David
di Donatello per la miglior attrice protagonista (Valeria Bruni Tedeschi) e quella non
protagonista (Marina Confalone) e il Nastro d’argento per il miglior produttore.
120
Nel ‘97 David di Donatello per la miglior attrice non protagonista (Barbara Enrichi)
e David giovani; Nastro d’argento come miglior attore (Leonardo Pieraccioni) e
migliore sceneggiatura.
128
l’arrivo di un pullman carico di ballerine di flamenco. Levante
(Leonardo Pieraccioni), che fa la contabilità per tutto il paese si
innamora – e non ci sorprende – di Caterina (Lorena Forteza). Inizia
così il solito intreccio di innamoramenti che sconvolge l’intero paese,
compresa Selvaggia (Barbara Enrichi), la sorella lesbica di Levante,
segretamente innamorata della farmacista Isabella (Benedetta
Mazzini), ma attratta da Penelope (Natalia Estrada). Il “lieto fine”,
con l’ennesima fuga di questa stagione raccontata dal cinema, si
sposta in Spagna, dove tutti – si immagina – vivranno felici e
contenti. In quel periodo agli italiani piacciano le fiabe e lo dimostra il
fatto che il film ha incassato oltre 75 miliardi di lire (39 milioni di
euro), record nella stagione cinematografica 1996/1997.
Ovosodo (1997), di Paolo Virzì121, è a suo modo un film sulle
differenze di classe che ci sono – eccome – anche quando non si
vedono. Piero Mansani (Edoardo Gabbriellini) nasce e cresce in un
quartiere popolare di Livorno, Ovosodo, in una famiglia affaticata
dalla vita. A scuola scopre la cultura e tanti libri che gli vengono
passati dalla sua professoressa Giovanna (Nicoletta Braschi), che
coglie in lui intelligenza e un certo talento letterario. In classe
incontra anche Tommaso (Marco Cocci), che si veste come lui e forse
peggio di lui, ma è figlio di un ricco industriale. Piero, “grazie” a
Tommaso, scoprirà una vita intensa e spericolata, che l’amico
affronta con fare spavaldo ed “alternativo”, tanto, qualsiasi cosa
rompa, paga sempre suo padre. Crede di scoprire un po’ d’amore
inseguendo la bella e distratta cugina di Tommaso, Lisa (Regina
Orioli), ma alla fine capisce che le differenze con il suo amico sono
incolmabili (Tommaso ha troppi soldi, Piero ha letto troppi libri) e va
a vivere con la vicina di casa Susy, che lo ama silenziosamente fin da
quando erano piccoli, fa un figlio, la sposa e va a lavorare in fabbrica,
con un leggero sorriso sulle labbra.
121
Alla 54ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: Leone
d'argento, Premio Pasinetti (Edoardo Gabriellini), Gran premio speciale della giuria e
Nomination al Leone d’oro nel 1997. L’anno successivo due David di Donatello per la
migliore attrice non protagonista (Nicoletta Braschi) e il miglior sonoro in presa
diretta.
129
La parola amore esiste (1998), di Mimmo Calopresti122, racconta
un’esile storia di nevrosi e di amore non corrisposto tra Angela
(Valeria Bruni Tedeschi) e Marco (Fabrizio Bentivoglio), un
violoncellista che non si accorge di lei, anche se Angela gli manda
delle lettere d’amore anonime. Dopo altre fughe dalla psicanalisi (lo
psicanalista è lo stesso Mimmo Calopresti) e da una clinica privata,
Angela per caso reincontra Marco, svela il mistero delle lettere
anonime e tutti e due finiscono a spingere insieme la macchina che è
rimasta senza benzina (ovviamente il finale resta aperto).
L'ultimo bacio (2001), scritto e diretto da Gabriele Muccino123, parla
ancora e sempre di piccoli amori che, visti da vicino, sembrano
grandi. Parla soprattutto della eterna fatica che fanno i “vitelloni” del
terzo millennio – questa volta sono Carlo (Stefano Accorsi) e i suoi
amici Adriano (Giorgio Pasotti), Paolo (Claudio Santamaria), Alberto
(Marco Cocci) e Marco (Pierfrancesco Favino) – a (non) crescere, ad
assumersi delle responsabilità, a consolidarsi nonostante le
tentazioni. La tentazione, per Carlo, che aspetta un figlio da Giulia
(Giovanna Mezzogiorno), è una liceale, Francesca (Martina Stella),
che lo travolge in una attrazione adolescenziale. Mentre tutti i
rapporti, compreso quello della madre di Giulia, Anna (Stefania
Sandrelli), sembrano destinati a saltare, Carlo viene scoperto, viene
cacciato, perdonato e poi, dopo la nascita della figlia, probabilmente
tradito. Il film termina sulle immagini di Giulia che sorride al ragazzo
che le si avvicina nel parco... (...con una implicita citazione di
Divorzio all'italiana di Germi che aveva come protagonista proprio
Stefania Sandrelli).
Tre metri sopra il cielo (2004) è un film di Luca Lucini124 tratto dal
romanzo omonimo di Federico Moccia, che porta al cinema il suo
122
David di Donatello per la miglior attrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Nastro
d’argento per il miglior soggetto originale.
123
Nel 2001 cinque David di Donatello: miglior regista, miglior produttore, migliore
attrice non protagonista (Stefania Sandrelli), miglior montaggio e miglior suono in
presa diretta. Tre Nastri d’argento per la migliore attrice non protagonista (Stefania
Sandrelli), il montaggio e la canzone originale (L'ultimo bacio di Carmen Consoli).
World Cinema Award al Sundance Film Festival nel 2002. Ha vinto 13 premi a livello
internazionale.
124
Golden Globe come miglior attore esordiente a Riccardo Scamarcio.
130
libro, moltiplicando così lo stesso successo, soprattutto tra il pubblico
giovanile. La storia è un dejà vu, ma questa volta i due Giulietta e
Romeo sono divisi non dall’ostilità delle famiglie, ma dalla diversa
estrazione sociale tra Babi (Katy Saunders), liceale modello, e
Stefano, Step, (Riccardo Scamarcio, scoperto proprio da questo film),
borgataro dedito alle corse clandestine. L’amore sboccia, arriva a “tre
metri sopra il cielo” nella prima notte d’amore tra i due giovani e per
il momento si esaurisce, senza che nessuno si faccia troppo male. La
storia riprende con Ho voglia di te (2007), sempre da un libro di
Moccia, mentre il film ha la regia di Luis Prieto, con Babi e Step che si
incontrano, un po’ cresciuti, si amano di nuovo, ma ancora per poco,
e ritornano alle loro vite precedenti. La saga di Moccia, invece,
prosegue con cronometrica precisione e altrettanti successi, sia nei
libri sia nei film, con Scusa se ti chiamo amore (2008), Amore 14
(2009), Scusa ma ti voglio sposare (2010) tutti e tre diretti da
Federico Moccia125 e l’annuncio del prossimo L’uomo che non voleva
amare (previsto nel 2011), raccontando sempre storie di piccoli amori
adolescenziali, probabilmente condivisi anche da quei giovani che non
hanno letto i libri o visto i film, non guardano più la televisione, si
informano su internet e sempre più spesso sono “indignati” per quello
che vedono intorno a loro.
Come sono sempre uguali a se stessi tutti i giovani che vivono la
Notte prima degli esami (2006), con la regia di Fausto Brizzi126.
Hanno le stesse paure, le stesse tentazioni di conoscere in anticipo i
titoli dei temi (regolarmente sbagliati), studiano e si innamorano in
fretta. Il seguito, manco a dirlo, è stato Notte prima degli esami Oggi (2007), e – a differenza del primo, che era ambientato alla fine
degli anni Ottanta – vive quasi in diretta i Mondiali di calcio Germania
2006 e le emozioni del protagonista, Luca Molinari (Nicolas
125
Il padre di Federico, Giuseppe, con lo pseudonimo di Pipolo, in coppia con
Castellano, ha firmato programmi televisivi del calibro di Canzonissima, Scala reale,
Studio uno. La coppia ha diretto molti film con Celentano, Pozzetto, Verdone,
Villaggio, Boldi, De Sica, Banfi.
126
David di Donatello (su 11 Nomination) a Fausto Brizzi come regista esordiente e
David giovani nel 2006. Nastro d’argento a Fausto Brizzi per Notte prima degli esami
e Notte prima degli esami - Oggi, Premio speciale a Nicolas Vaporidis e Cristiana
Capotondi nel 2007.
131
Vaporidis), che si dividono tra lo studio, le partite e l’amore giovanile
per Azzurra (Carolina Crescentini), che addestra delfini, senza
dimenticare l’attenzione nei confronti del padre Paolo (Giorgio
Panariello), l’unico veramente immaturo.
Il bagno turco - Hamam (1997) di Ferzan Özpetek127 apre il racconto,
da parte del regista italo-turco, sul tema del faticoso e ripetitivo –
quasi ossessivo – percorso di accettazione, nell’Italia dei primi anni
del nostro millennio, del tema della omosessualità, vissuta prima
come sorpresa sconvolgente e poi – almeno nei suoi film – accettata
con una gioia tenue e sincera da piccole comunità interculturali e
solidali. Non è una cinematografia di denuncia o di cronaca, ma
semplicemente intimista e buonista. Il film è il viaggio ad Istanbul,
dove ha ricevuto in eredità un hamam, di Francesco (Alessandro
Gassman). Qui si innamora di Mehmet (Mehmet Günsür) figlio di
Osmam (Halil Ergün), il custode dell'hamam. Decide di fermarsi a
Istanbul e rimettere a nuovo il locale. La moglie Marta (Francesca
d'Aloja) giunta ad Istanbul preoccupata per il suo lungo soggiorno,
scopre la relazione. Sconvolta, sul punto di ripartire, viene avvertita
che Francesco è stato ucciso dai sicari della ditta di costruzioni che
avrebbero voluto acquistare l'hamam per specularci sopra. Allora
Marta decide di restare ad Istanbul per continuare l'opera del marito.
Le fate ignoranti (2001), di Ferzan Özpetek128, Antonia (Margherita
Buy), dopo la morte improvvisa di Massimo (Andrea Renzi), che era
sempre stato un marito perfetto, scopre che suo marito forse aveva
un’amante segreta e dopo un po’ scopre addirittura che faceva
coppia con Michele (Stefano Accorsi), all’interno di una vera e propria
“famiglia allargata”, composta più o meno gioiosamente, da una
comunità gay, guidata con forza materna da Serra (Serra Yilmaz).
Alla fine Antonia e Michele si ritroveranno uniti dal comune amore per
127
Ottiene diversi riconoscimenti in Turchia al festival di Ankara, la Golden Orange
all’Antalya Film Festival, il Premio come regista dell’anno all’Istanbul International
Film Festival tra il ‘97 e il ‘98. In Italia due Golden Globe a Roma nel 1997 per le
musiche e per la miglior opera prima e il Nastro d’argento come miglior produzione
nel 1998.
128
Nomination per l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2002; Golden Globe a Roma
per la regia. Nastro d’argento per il miglior attore (Stefano Accorsi), la miglior attrice
(Margherita Buy) e il miglior produttore.
132
Massimo e si accetteranno reciprocamente in modo aperto e
tollerante.
Lo stesso tema, con la stessa leggerezza, ma senza banali ripetitività,
sarà affrontato da Özpetek in Saturno contro (2007)129, che racconta
ancora una volta la perdita di una persona cara e la solidarietà di una
famiglia tanto allargata quanto “irregolare”, proprio nei giorni in cui
un pezzo rilevante della società italiana e della politica (qualche volta
con una coerenza personale un po’ zoppicante) scendeva in piazza
nel Family Day, a difesa della famiglia tradizionale, sempre tanto
citata quanto poco difesa sul piano economico e sociale. La serie
familiare di Ferzan Özpetek si conclude (per il momento) con Mine
vaganti (2010)130, quando il regista entra con leggerezza in una
famiglia meridionale del Salento, con un padre più che tradizionale,
Vincenzo Cantone (Ennio Franceschini), che vorrebbe avere presto
dei nipotini, ma viene a conoscenza, per una diretta confessione, del
fatto che uno dei suoi figli, Antonio (Alessandro Preziosi), è
omosessuale. In realtà è omosessuale anche l’altro figlio Tommaso
(Riccardo Scamarcio) che avrebbe voluto rivelare anche lui al padre la
sua inclinazione. Alla fine, anche qui, prevale la logica della famiglia
solidale, che si allarga alla comprensione soprattutto grazie
all’intelligenza della nonna (una splendida Ilaria Occhini), che non
vuole altre “malattie d’amore” come quelle che ha dovuto sopportare
lei da giovane.
129
Nel 2007 si aggiudica quattro Nastri d’argento per la miglior sceneggiatura, la
miglior attrice protagonista (Margherita Buy), la miglior attrice non protagonista
(Ambra Angiolini) e la canzone originale (Passione di Neffa); un David di Donatello
per la migliore attrice non protagonista; un Golden Globe a Roma per la miglior
attrice.
130
Nel 2010 Premio speciale della giuria al Tribeca Film Festival; due David di
Donatello per la migliore attrice non protagonista (Ilaria Occhini) e il miglior attore
non protagonista (Ennio Fantastichini); cinque Nastri d'argento (su 10 Nomination)
per la miglior commedia, l’attore non protagonista, l’attrice non protagonista (Elena
Sofia Ricci e Lunetta Savino), la fotografia, la canzone originale (Sogno di Patty
Pravo); quattro Golden Globe a Roma per il miglior film, la sceneggiatura, la
fotografia, l’attrice rivelazione (Nicole Grimaudo).
133
La finestra di fronte (2003) è un altro film di Ferzan Özpetek131, che
questa volta fa un altro giro e, superando le incertezze e le
insoddisfazioni di coppia tra Giovanna (Giovanna Mezzogiorno) e il
marito, che trova solo impieghi precari, Filippo (Filippo Nigro), e
l’infatuazione per Lorenzo (Raoul Bova), che Giovanna spia
segretamente dalla finestra, racconta la storia di Simone (Massimo
Girotti, che morirà durante le riprese del film). Giovanna si prende
cura di questo elegante signore che ha perso la memoria, scopre, con
l'aiuto di Lorenzo, che è un grande pasticcere, che poi l’aiuterà a far
emergere il suo talento in quello che era solo un hobby. Scopre
anche che Simone in realtà si chiama Davide Veroli e per tutta la vita
ha rimpianto la perdita del suo grande amore, il vero Simone,
catturato dai tedeschi per la sua omosessualità durante la guerra e
morto in un campo di concentramento. Alla fine Giovanna rinuncia a
passare una notte con Lorenzo per fuggire, almeno per una volta alla
routine e ricompone la sua famiglia (questo, forse, è il personale
contributo di Özpetek al Family Day).
L’ora di religione (il sorriso di mia madre) (2002), di Marco
Bellocchio132, esamina con sguardo infastidito una presunta religiosità
che si nutre di opportunismo e di ipocrisia, virtù non proprio rare in
un pezzo recente della storia italiana. Ernesto Picciafuoco (Sergio
Castellitto), illustratore che odia il Vittoriano, scopre che la sua
famiglia, cerca di ritrovare l’antico prestigio, e magari qualche
convenienza economica, dal processo di canonizzazione di sua
madre, uccisa anni prima da uno dei suoi cinque figli, malato di
mente e bestemmiatore. Solo Ernesto, da ateo coerente, si oppone
131
Vincitore di cinque David di Donatello (su 12 Nomination) come miglior film,
miglior attrice protagonista (Giovanna Mezzogiorno), miglior attore protagonista
(Massimo Girotti), miglior musica e David giovani; tre Nastri d’argento come miglior
soggetto, migliore attrice protagonista e migliore canzone originale (Gocce di
memoria di Giorgia); Golden Globe a Roma per miglior attore e attrice. La finestra di
fronte ha ottenuto 21 riconoscimenti internazionali.
132
Al Festival di Cannes nel 2002 Menzione speciale della giuria ecumenica e
Nomination alla Palma d’oro. Nello stesso anno quattro Nastri d’argento per regista
del miglior film, miglior soggetto, migliore attore protagonista (Sergio Castellitto) e
migliore sonoro in presa diretta; European Film Award come miglior attore. Nel 2003
David di Donatello per la migliore attrice non protagonista (Piera Degli Esposti).
134
come può a questa falsificazione. Prima viene interrogato dal
Cardinale Piumini (Maurizio Donadoni) e poi sfidato a duello da un
monarchico, mentre la moglie battezza segretamente il figlio che
dorme, per riparare alla grave inadempienza. Quando la
canonizzazione della madre finalmente avviene, Ernesto non si reca
all'audizione ma accompagna il figlio a scuola come se niente fosse.
L’ora di religione, è uno dei migliori film del periodo, un’ammirevole
opera pedagogica, ma non didattica, sull’Italia del 2002 e la sua
cultura dominante che trasforma anche il sacro in merce.
Io non ho paura (2003), di Gabriele Salvatores133, tratto dal romanzo
di Niccolò Ammaniti, riporta Salvatores nel grande cinema dopo la
“crisi da Oscar”. Il film ci sposta in una campagna lontana e
misteriosa della Basilicata, che sembra ancora la Lucania. Racconta la
storia dell’incontro di due bambini, Michele (Giuseppe Cristiano), figlio
di contadini (anche se il padre fa il camionista), che gioca nei campi
con i suoi amici e scopre per caso, in una fossa dentro un casolare,
un bambino come lui, Filippo (Mattia Di Pierro), biondo e gracile,
rapito per ottenere un riscatto, incatenato dentro un buco oscuro. I
due bambini comunicano, Michele porta da mangiare e bere al suo
imprevisto amico, e alla fine – quando i rapitori, tra cui suo padre,
vorrebbero ucciderlo – lo salva, anche se viene ferito al suo posto.
Allora, forse, la comunicazione tra due mondi tanto lontani, da
sempre ostili e diversi, è possibile, ma solo tra i bambini.
Le conseguenze dell'amore (2004), è il secondo film di Paolo
Sorrentino134, non offre alcuna indulgenza, nessun gioco leggero,
niente lieto fine. In questo film teso e severo, la faccia di Titta Di
133
Nomination a Berlino per l’Orso d’oro nel 2003. Nello stesso anno: David di
Donatello per il miglior direttore della fotografia e David giovani; tre Nastri d’argento
per il regista del miglior film, il miglior attore non protagonista (Diego Abatantuono)
e la migliore fotografia. Golden Globe a Roma come miglior regista.
134
Presentato in concorso al 57º Festival di Cannes nel 2006 ottiene la Nomination
per la Palma d’oro. Nel 2005 cinque David di Donatello (su 10 nomination) per
miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura, migliore attore protagonista
(Toni Servillo) e miglior direttore della fotografia; sempre nel 2005 tre Nastri
d’argento per migliore attore protagonista, migliore attore non protagonista
(Raffaele Pisu) e miglior fotografia; Golden Globe a Roma per la miglior attrice
rivelazione (Olivia Magnani, la nipote di Anna Magnani).
135
Girolamo (Toni Servillo), che alloggia con metodica regolarità in un
grigio, anonimo albergo di Lugano ci racconta con un certo anticipo
una terribile verità, che il cinema già sapeva e sulla quale, invece,
giornalisti, scrittori e politici si sono accapigliati in una piccola rissa
mediatica: la mafia è arrivata e si è stabilita comodamente dentro il
Nord. Servillo interpreta un’anonima maschera che aspetta un
segnale per andare a depositare in banca, accolto con tutti gli onori,
enormi quantità di soldi provenienti dal traffico della droga. A un
certo punto, però, c’è una deviazione improvvisa ed imprevedibile: si
lascia innamorare di Sofia (Olivia Magnani, la nipote di Anna). Per lei
ruberà un pacco di soldi alla sua organizzazione e “le conseguenze
dell’amore” saranno letali, fino all’ultima bolla d’aria che rimbalza
dalla colata di cemento dentro la quale viene immerso e fatto sparire
per sempre. Con certi uomini d’affari non si scherza.
Il caimano (2006) è un film diretto e interpretato da Nanni Moretti135,
che ha suscitato, come era prevedibile, non poche polemiche.
Mescola preveggenza e fantapolitica in un film che racconta l’ascesa
politica (e forse la fine) di Silvio Berlusconi. Il gioco di specchi, che in
realtà non confonde nessuno, racconta di un modesto produttore
cinematografico, Bruno Bonomo (Silvio Orlando), che, vivendo un
momento difficile sul piano professionale, e anche personale con la
moglie (Margherita Buy), pensa di risolvere i suoi problemi
realizzando un film sul “padrone del vapore”, identificabile in Silvio
Berlusconi. L’attore che doveva interpretare l’uomo politico italiano,
Marco Pulici (Michele Placido), chiamato nel titolo, senza troppi
eufemismi, “il caimano”, abbandona le riprese del film. Sarà quindi
Nanni Moretti a dare la faccia a questo personaggio, per niente
sorridente, raccontando un solo giorno della sua vita quando,
nell’aula del Tribunale di Milano, accusato di corruzione di magistrati,
sarà dichiarato colpevole o innocente. Moretti, al processo, nelle vesti
135
Nomination per la Palma d’oro e premio Città di Roma a Cannes nel 2006. Sei
David di Donatello (su 14 Nomination) per il miglior film, il regista, il produttore,
l’attore protagonista (Silvio Orlando), la musica, il fonico di presa diretta; tre Nastri
d’argento 2007 per il miglior produttore, l’attore protagonista e l’attrice protagonista
(Margherita Buy). Nastro d’argento speciale a Michele Placido. In totale 11 premi
internazionali.
136
del caimano, fa un discorso, che forse gli italiani hanno già sentito, a
suo modo rigoroso e persuasivo sul rapporto tra giustizia e politica,
ma alla fine sarà condannato a sette anni e all’interdizione dai
pubblici uffici136. Sulle scale del Tribunale Nanni Moretti scandisce:
“con la mia condanna la nostra democrazia si è trasformata in un
regime...”. La scena finale è oscura e vagamente apocalittica, con il
Tribunale di Milano che viene quasi incendiato dalla folla. Intanto
Nanni Moretti, seduto in macchina, rimane del tutto impenetrabile.
Per la cronaca il vero Silvio Berlusconi, in un comizio a Napoli, ebbe
occasione di dichiarare: “Ieri sera abbiamo avuto il piacere di avere
sulla Rai un ottimo regista italiano che ha raccontato una fiaba e mi
ha dato un soprannome che mi mancava: signori, io sono il caimano”.
Poche volte come in questo caso il cinema e la realtà (o almeno
quella che si presume la realtà) si intrecciano, si raccontano, si
influenzano.
Pranzo di ferragosto (2008) è scritto, diretto ed interpretato da Gianni
Di Gregorio137, alla sua prima regia e prodotto da Matteo Garrone. È
un film esile e gentile, antico e contemporaneo, che mostra le facce
invecchiate ma vivaci di sorelle e fratelli d’Italia che normalmente
rischiano di sparire dal nostro immaginario, anche se vivono nelle
nostre case e anticipano il nostro futuro. Vecchie facce, che riescono
ancora a sorridere, con occhi sinceri e non pietrificati dalla chirurgia
plastica. Gianni (Gianni Di Gregorio), è un vecchio trasteverino, che
forse sembra più vecchio di quanto non sia. Accudisce con una
disponibilità tenera e totalizzante la vecchia mamma, Donna Valeria
(Valeria De Franciscis), a suo modo elegante, vanitosa, e un po’
svanita, con i pochi soldi della pensione di Gianni, che è felicemente
indebitato con tutto il quartiere. Ad un certo punto, interrompendo
una routine fatta di piccole spese, un bicchiere di vino bevuto di
passaggio con gli amici, l’attenzione per la cucina e il paziente
inseguimento dei capricci della madre, arriva la proposta del suo
amministratore, Alfonso (Alfonso Santagata) di ospitare per
136
http://tv.repubblica.it/dossier/caso-ruby-bunga-bunga/vietato-il-caimano-a-parla-con-me-lascena-contestata/61744/60497.
137
Premi De Laurentiis, Isvema e Pasinetti a Venezia nel 2008. David di Donatello e
Nastro d’argento come miglior regista esordiente nel 2009.
137
Ferragosto sua madre, Marina (Marina Cacciotti), visto che se ne
deve andare in vacanza, offrendo in cambio l’estinzione dei suoi
debiti. Oltre a Marina e a Donna Valeria, si aggiungono, un po’ a
tradimento, la zia di Alfonso, Maria (Maria Calì), e la madre di un
altro suo amico medico, Grazia (Grazia Cesarini Sforza), tutte
adeguatamente “monetizzate”. Il pranzo di Ferragosto, in una
Trastevere quasi disabitata, solare e umanissima, si trasforma in una
specie di festa, con Gianni che beve e cucina, le quattro vecchie
signore che – dopo aver rischiato di essere condannate alla solitudine
– trovano un po’ di umanità, di gioia e di solidarietà, dimostrando che
– nonostante tutto e tutti – la vita continua. Anche questa, forse, è
una famiglia.
Tutta la vita davanti (2008) è un film diretto da Paolo Virzì138, ispirato
al libro Il mondo deve sapere di Michela Murgia. Racconta con umana
e puntuta ironia il mondo del precariato che si è abbattuto su
un’intera generazione di giovani italiani. Giovani che di solito hanno
studiato per tutt’altre cose, o sono disoccupati o, se sono bravi, se ne
vanno all’estero. Il film racconta la storia di Marta (Isabella
Aragonese), laureata in filosofia, che vorrebbe fare la ricercatrice e
invece deve ripiegare – come tanti – su un lavoro saltuario al call
center di una azienda, la Multiple Italia, che vende con tecniche
aggressive ed ambigue un costoso elettrodomestico. Le addette al
call center sono tutte ragazze che sognano di diventare “veline”,
guidate e “motivate” in modo ferreo da Daniela (Sabrina Ferilli). I
venditori sono giovani ragazzi spronati ad essere senza scrupoli, con
il mito del successo e dei soldi, e chi non si adegua viene
svergognato pubblicamente, come capita a Lucio 2 (Elio Germano),
che però tenta di ribellarsi. Giorgio Conforti (Valerio Mastrandrea),
sindacalista della NIDIL (sezione della CGIL che si occupa dei
lavoratori con contratto atipico), può fare assai poco perché è tenuto
rigorosamente fuori dall’azienda, che vede ogni sindacalizzazione del
personale come un attentato alla produttività. Marta lo aiuta a
138
Nel 2008 si aggiudica il Premio Biraghi a Venezia per Isabella Ragonese, il Golden
Globe a Roma per il miglior film e la miglior attrice (Sabrina Ferilli), il Nastro
d’argento per la regia e l’attrice non protagonista, Nastro d’argento speciale a
Isabella Ragonese.
138
conoscere la situazione e un po’ se ne innamora. Marta è anche
brava nel suo lavoro e, nonostante l’invidia di qualche collega,
mantiene un lucido distacco e soprattutto una visione etica dei
rapporti umani (non a caso ha studiato filosofia). Intanto l’amica di
Marta, Sonia (Micaela Rammazzotti), viene licenziata e, poiché ha una
figlia da mantenere, si butta nel giro delle escort. Dopo varie vicende
amorose ed aziendali, inevitabilmente intrecciate, la società viene
chiusa, e tutti quelli che sono rimasti senza lavoro, quasi sollevati, si
vanno a divertire in un centro commerciale. Marta, alla fine, grazie
alla sua ricerca su Martin Heidegger, ottiene una borsa di studio e
Lara (Giulia Salerno), la piccola figlia della sua amica Sonia, che
(forse) ha visto e capito tutto, dice che da grande vuole studiare ...
filosofia.
Benvenuti al Sud (2010), di Luca Miniero139, gioca con leggerezza
sugli stereotipi che una parte degli italiani del Nord hanno nei
confronti del Sud. Il racconto si ingarbuglia un po’ per rovesciare nel
cinema, in modo relativamente meccanico ma abbastanza divertente
(il film ha avuto un record d’incassi), una serie di luoghi comuni
diffusi nelle chiacchiere della politica. Alberto (Claudio Bisio), per
accontentare la moglie Silvia (Anna Finocchiaro) e farsi trasferire a
Milano, si finge disabile, ma – siccome non è Totò – viene scoperto
subito e mandato “in punizione” al Sud. In realtà si ritrova in un
delizioso paese del Cilento e l’accoglienza è talmente calorosa e
partecipe (e questo non è uno stereotipo) che demolisce una dopo
l’altra le paure di Bisio, che intanto a casa è considerato una specie di
eroe in esilio in terra straniera, ignota e pericolosa. Anche la moglie,
che raggiunge Alberto, alla fine, sarà conquistata dalla straordinaria e
per lei inattesa umanità dei nuovi compagni di lavoro del marito.
La nostra vita (2010), di Daniele Luchetti140, racconta una vita
stravolta dal destino e ferocemente “normale” nel campo dell’edilizia.
139
Nel 2011 vince un David di Donatello per la miglior attrice non protagonista
(Valentina Lodovini) e il Nastro d’argento per la sceneggiatura.
140
Nomination alla Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2010 vince il Premio per la
miglior interpretazione maschile (Elio Germano). Nello stesso anno quattro Nastri
d’argento per il miglior attore protagonista, l’attore non protagonista (Luca
Zingaretti), l’attrice non protagonista (Isabella Ragonese) e il sonoro in presa diretta.
139
Claudio (Elio Germano) è un operaio che controlla i lavoratori
extracomunitari, rigorosamente in nero, nei vari cantieri di Roma.
Quando scopre il corpo di un guardiano notturno romeno, caduto in
una fossa perché non c’erano adeguati sistemi di protezione, non ne
denuncia la morte per non rallentare i lavori. Con la moglie Elena
(Isabella Ragonese) ha un rapporto gioioso e forte ma, quando lei
muore dando alla luce il loro terzo figlio, sembra quasi che Claudio
voglia vendicarsi con un lavoro feroce, per far presto tanti soldi
(come ha visto fare da tanti altri). Diventa imprenditore, assume un
lavoro in sub appalto, ma presto rischia il fallimento e, per finire i
lavori nei tempi stabiliti, deve affidarsi a una squadra di “cottimisti”
che lo lasciano pieno di debiti. A risolvere la situazione non basta
l’aiuto di un suo amico spacciatore, Ari (Luca Zingaretti), ma eviterà il
fallimento grazie all’aiuto della sorella Liliana (Stefania Montorsi) e del
fratello Piero (Raul Bova), che raggranellano i loro risparmi. Ancora
una volta, in questa Italia che sa essere generosa e spietata, la
famiglia è il cantuccio in cui si trova solidarietà e protezione, anche
se, come gli dice il figlio del morto che Claudio non aveva denunciato,
“non tutto s'aggiusta con il denaro”. La verità, comunque, è che “...la
vita continua anche senza di noi”, come credevano di sapere Claudio
ed Elena, cantando Anima fragile di Vasco.
Qualunquemente (2011), diretto da Giulio Manfredonia, con Antonio
Albanese, contamina televisione, cinema, politica, realtà e finzione,
tutti retrocessi in una iperbolica ed esplicita volgarità. Cetto La
Qualunque è un imprenditore calabrese sgrammaticato ed eloquente,
che si butta in politica per difendere i suoi interessi minacciati da una
pericolosa “ondata di legalità”. Fonda il “Partito du Pilu” e si presenta
ai comizi con un gruppo di giovani e discinte ragazze, promettendo
esplicitamente “cchiu pilu per tutti”, tra il tripudio dei suoi sostenitori.
Cinema e politica si mescolano e confondono, giocando tra le
locandine che promuovono il film e i “veri” manifesti elettorali, che
hanno stessi simboli, colori, slogan e addirittura le stesse facce, tra le
quali quella di Cetto La Qualunque non sfigura. Nella cabina
elettorale, forse, più di qualcuno si è meravigliato di non trovare il
Nel 2011 David di Donatello per il miglior regista, il miglior attore protagonista e il
miglior fonico di presa diretta.
140
simbolo del “Partitu du Pilu”. È questa la contemporaneità che ci
racconta il nostro cinema, qualche volta facendoci sorridere a denti
stretti, più spesso facendoci riflettere.
Gomorra (2008), diretto da Matteo Garrone141, ha dato forza ulteriore
al libro di Roberto Saviano (2006), che ha venduto più di 10 milioni di
copie in tutto il mondo, mostrando dal vivo le facce dei protagonisti,
colti nel loro habitat sociale. Anche il film ha avuto uno straordinario
successo di pubblico, che ha moltiplicato la conoscenza e
l’indignazione per questo pezzo d’Italia che è stato fatto diventare
una nuova Gomorra. Il film si articola in quattro “quadri”. Il primo
racconta la storia di un abilissimo sarto, Pasquale, che lavora per la
Camorra, ma accetta di insegnare ai cinesi la sua arte, quindi alla
concorrenza. Salvatosi miracolosamente dalla punizione, deciderà di
cambiar vita, facendo il camionista, ma alla fine vedrà indossato da
una diva di Hollywood un suo vestito. Il secondo “quadro” racconta
dello scontro militare tra camorristi e “scissionisti”, che coinvolge don
Ciro, una sorta di “ufficiale pagatore”, e di Totò, appena tredicenne
che si sottopone all’iniziazione per diventare un vero uomo (si fa
sparare addosso, protetto da un giubbotto antiproiettile) e tradisce
Maria, alla quale faceva la spesa, che verrà uccisa. Il terzo “quadro”
vede un maiuscolo Toni Servillo (Franco), che assume un giovane
ragazzo disoccupato, Roberto (Carmine Paternoster), per farsi aiutare
in un traffico devastante di rifiuti tossici, provenienti soprattutto dal
Nord, che avvelena tutto il territorio. Roberto, alla fine, si rifiuterà di
diventare complice, anche se Franco gli spiegherà che anche grazie al
suo “aiuto” l’Italia è entrata in Europa (e forse non ha tutti i torti).
L’ultimo “quadro” ci mostra Marco e Ciro, due “Pisellini” infatuati da
Scarface, che giocano con armi vere, infastidiscono i veri camorristi,
141
Nomination per la Palma d’oro al Festival di Cannes 2008 vince il Gran premio
della giuria. Nello stesso anno vince cinque European Film Awards per miglior film,
miglior regia, miglior attore (Toni Servillo), migliore sceneggiatura, migliore
fotografia. Nel 2009 sette David di Donatello (su 11 Nomination) per il miglior film, il
regista, la sceneggiatura, il produttore, la canzone originale (Herculaneum di Robert
Del Naja e Neil Davidge), il montaggio e il suono in presa diretta; due Nastri
d’argento, Nastro dell’anno e miglior sonoro in presa diretta; Golden Globe a Roma
per il miglior attore, la miglior fotografia e il miglior film. In totale riceve 23
riconoscimenti internazionali.
141
tentano un colpo più grande di loro e vengono uccisi e sepolti. Tutto
il film mostra, in diretta e con le facce “vere” dei suoi attori, che
spesso sono presi dalla strada, che raccontano una realtà senza
stato, dominata da ferree regole criminali e da una enorme quantità
di soldi, che vengono contati, contati, contati, in continuazione, e da
tanta droga che viene venduta nelle strade, nei corridoi, negli angoli
di Scampia. Mostra uno straordinario spreco di energie e di
intelligenze. Adesso, quando vediamo alla televisione i cumuli di rifiuti
che sommergono Napoli, sappiamo che una parte delle discariche è
intasata e inquinata dai rifiuti velenosi del Nord e che per qualcuno
quella “merce” maleodorante è un affare clamoroso, che difficilmente
si farà strappare, se non ci sarà lo Stato – e quindi gli italiani che non
si rassegnano a un mondo senza regole civili – a mettere la parola
fine e a riappropriarsi del territorio, in Campania ma non solo, per
ripristinare una legalità calpestata ormai da troppo tempo.
142
Conclusioni
La storia dei 150 anni dell’Italia unitaria, guardando le facce degli
italiani attraverso gli occhi del cinema, finisce (forse) più o meno da
queste parti. Abbiamo visto o rivisto insieme, come è giusto quando
si va al cinema, tanti film tra i tantissimi che ci hanno raccontato,
componendo un mosaico liquido della nostra identità, senza avere la
presunzione della completezza. Ci sarà sempre qualche lacrima,
qualche sorriso, qualche ruga, che ci sfugge, anche nel viso delle
persone che amiamo e che vediamo o ricordiamo ogni giorno. Ci sarà
sempre qualche film che ci è sfuggito in questo sguardo breve e al
tempo stesso lungo che abbiamo rivolto, sempre con affetto, alle
(nostre) facce degli italiani.
Adesso, per sapere come continua la nostra storia, la storia dell’Italia,
dovremo continuare ad andare, tante e tante volte, al cinema a
vedere tanti altri film che ci raccontano come siamo stati, come
siamo, come vorremmo o potremmo essere. Abbiamo ancora tanto
bisogno del cinema, che non è solo una “merce”, visto che racconta
un pezzo della nostra anima, fatta di sorrisi, di passioni, di lacrime, di
fantasia, di verità. Continuiamo a guardare insieme questi film,
dentro e fuori dal cinema, queste facce di italiani, che ci
rassomigliano, anche quando stanno cambiando, ma che ci
appartengono. Gli italiani siamo noi, tutti insieme.
fdc
143
144
Mario Merz – Che fare? (1968), particolare
Collezione privata
MICROCINEMA
145
146
Per i piccoli e grandi cinema una strada comune
di Roberto Bassano
La storia dell’uomo è caratterizzata da luoghi e momenti d’incontro
riferibili all’Agorà, quella piazza dove, quasi tremila anni orsono, si
intrecciavano le relazioni e si prendevano la gran parte delle decisioni
importanti.
Luoghi diversi da quelli paragonabili ai Circenses, che insieme al pane
erano la giusta formula per ottenere il consenso popolare, le corse
dei cavalli sembrano più vicine alle attuali partite di calcio o a certa
televisione. Un passatempo fine a se stesso, non un accrescimento
culturale e sociale, comune e al tempo stesso personale.
Non è un caso che spesso i teatri, un tempo, si affacciassero
sull’Agorà. Il teatro di oggi si affaccia sulla piazza più importante della
città. E anche il cinema, che del teatro è figlio, spesso si trova nelle
piazze più importanti. Il centro commerciale, con i suoi multiplex, è
una moderna piazza dove sempre più spesso le famiglie trascorrono il
loro tempo.
Il cinema mantiene le caratteristiche di luogo di incontro e
condivisione che erano proprie dell’Agorà.
Molti sono i film che hanno portato il teatro nelle sale
cinematografiche ma un film su tutti ha inserito mirabilmente la
tragedia greca all’interno della trama. La dea dell’amore (1995)142, di
Woody Allen, inizia nel teatro greco di Taormina dove gli sviluppi
della vicenda, che si svolge invece a Manhattan, vengono annunciati
e commentati dal coro di una tragedia greca perfettamente
ambientato e rappresentato. Ma dal genio di Allen salta fuori anche
uno Zeus che, quando invocato, si limita a rispondere per mezzo di
un’asettica segreteria telefonica.
Nell’antichità era il teatro il luogo privilegiato della rappresentazione,
questo compito è passato poi al cinema che ha visto diminuire, nel
142
Oscar (1995) e Golden Globe (1996) a Mira Sorvino come attrice non
protagonista. Nastro d’argento (1997) a Carlo di Palma per la fotografia.
147
corso degli ultimi cinquant’anni, il suo ruolo a vantaggio della
televisione. Su come la televisione abbia assolto compiutamente a
questo compito non v’è dubbio. Su come stia affrontando oggi la
stessa missione è preferibile non occuparsene. Polemiche con parole
e fiumi di inchiostro hanno già ben approfondito l’argomento.
Per quanto riguarda il cinema – e la prima parte di questo Quaderno
ne riporta ampia testimonianza – certamente mantiene saldo il ruolo
della rappresentazione. Oggi forse molta di questa capacità
espressiva proviene da paesi che non hanno propriamente, sin qui,
scritto la storia del cinema, ma poco importa. Un gran film è un gran
film.
Nel terzo Quaderno Microcinema, Luci della città, abbiamo affrontato
il problema dei cinema che scompaiono, che chiudono. Di comunità
orfane di un luogo di ritrovo, un riferimento, un punto di incontro
dove non si fa distinzione di età e di ceti sociali non ci sono palchi e
loggioni, tribune e curve. E al cinema siamo tutti uguali, ridiamo e
piangiamo allo stesso modo, insieme condividiamo esperienze.
Insomma al cinema nessuno ci è estraneo.
Abbiamo paragonato la scomparsa dei cinema, vere e proprie luci
della città a quella delle lucciole. Le lucciole, poche, ogni tanto si
rivedono. È così anche per i cinema. Tantissimi cinema – come le
lucciole – sono scomparsi, si sono spenti e qualcuno, pochi, troppo
pochi, ha riaperto.
Hanno chiuso quei cinema che tutti abbiamo frequentato negli anni
passati. Ma in compenso hanno aperto altri, più moderni e attraenti.
In effetti, tra alti e bassi il numero degli spettatori in Italia continua
ad oscillare intorno ai 110 milioni. Volessimo fare la cosiddetta
“media del pollo” dobbiamo immaginare che gli italiani vadano al
cinema meno di 2 volte all’anno. Togliendo dal computo le persone
troppo giovani e quelle troppo anziane superiamo comunque di poco
le due visite pro capite annue alle sale cinematografiche.
Gli spettatori sono sempre lo stesso numero e gli incassi aumentano
spinti dall’incremento del prezzo del biglietto dei film in 3D, che
hanno perso lo slancio iniziale ma rappresentano ancora una quota
più che rilevante al botteghino.
148
Apparentemente per l'industria cinematografica non è accaduto
alcunché di sensibilmente interessante.
Ma non è così. Anzi il cambiamento è stato e continua
tendenzialmente ad essere radicale. È un cambiamento culturale che
deriva da una differente offerta, ma non solo. Sono in pratica
cresciuti gli spettatori dei multiplex e sono diminuiti gli spettatori dei
cinema di prossimità, degli esercizi indipendenti.
Invertendo gli addendi la somma non cambia. È come se il mercato
cinematografico, quello che gli uomini del marketing chiamano bacino
di utenza fosse invariato ed al suo interno, come in due vasi
comunicanti gli spettatori sono travasati da un recipiente all’altro,
scegliendo le grandi catene di multiplex anziché i cinema
indipendenti.
Apparentemente è cosi ma nella realtà è ben diverso. Il recipiente dei
multiplex
ha
accresciuto
gli
spettatori
che
prediligono
prevalentemente un prodotto di intrattenimento, differente da quanto
proposto nei cosiddetti cinema di città o cinema di prossimità o
indipendenti, chiamateli come volete. Il recipiente dei cinema di
prossimità ha visto diminuire gli spettatori, che per la gran parte non
si sono recati al multiplex ma sono rimasti lontano dal cinema.
Questo perché l’offerta di intrattenimento, per la maggior parte
culturale, dei cinema che hanno chiuso i battenti, non è stata
adeguatamente riproposta dai multiplex che inizialmente hanno
mostrato poco interesse per il segmento di pubblico legato al cinema
di qualità e quindi non hanno strutturato, almeno in parte, un’offerta
destinata a quei clienti.
I due vasi quindi non solo non comunicano tra loro ma hanno anche
liquidi differenti. Nel vaso del multiplex il pubblico ha tendenzialmente
un’età inferiore ai 35 anni e una propensione più accentuata a
prediligere l'intrattenimento commerciale. Nell’altro vaso il pubblico
del cinema di prossimità è più segmentato e con esigenze
differenziate, di conseguenza l’offerta è maggiormente diversificata.
Possiamo dividere i cinema di prossimità in due grandi categorie. I
cinema con forte connotazione di qualità, che offrono, storicamente
ad un pubblico consolidato ma crescente, film di qualità, sono
solitamente nelle grandi città, rappresentano normalmente sale
storiche e hanno una programmazione che li lega a Europa Cinemas
149
o sono qualificate come sale d’essai. Gli altri sono cinema che si
rivolgono ad un pubblico, spesso famiglie, che vive nei pressi delle
sale e sono prevalentemente localizzati in periferia e nei paesi.
Offrono una programmazione più articolata nel corso della settimana
che spazia del cinema commerciale al cinema di qualità. Le sale
indipendenti sono, di frequente, veri e propri laboratori dove al
cinema viene affiancato il teatro, il piccolo concerto classico o pop,
l’opera lirica con scenografie e orchestrazioni ridotte, il cabaret e ogni
rappresentazione che il pubblico richieda. Sono molte le sale
cinematografiche che in occasione di particolari festività smontano le
poltrone e si trasformano in grandi locali da ballo.
La costante chiusura dei cinema indipendenti, monoschermo o
multisala, sia cittadini sia di periferia o di paese e la trasformazione di
schermi d'essai in schermi commerciali approfittando dell’introduzione
del 3D, hanno di fatto diminuito gli schermi a disposizione del cinema
italiano e di qualità.
Molte sale, anche allettate da miopi sostegni ad una generica
innovazione tecnologica (che purtroppo si sono rivelati in alcuni casi
inviti al suicidio), hanno investito in sistemi digitali per la
visualizzazione in 3D, indebitandosi per rispettare le condizioni
necessarie per ottenere il VPF. Hanno abbandonato quindi la
polifunzionalità della sala per proporre un film per una o due
settimane consecutive. Le multiprogrammazioni giornaliere e
settimanali dei film, degli spettacoli teatrali e di cabaret che avevano
caratterizzato queste sale connotandole in modo chiaro nel territorio
e garantendo loro un pubblico fidelizzato sono venute meno. Ma il
bacino di utenza non aumenta facilmente. E riempire una sala di tre o
quattrocento posti, per una o due settimane, con lo stesso film è
un’operazione ardua. Una sala con uno o tre schermi che pensa di
fare concorrenza ad un multiplex di una grande catena ha la strada
veramente molto in salita e il destino segnato. Il digitale inteso in
senso esclusivamente commerciale per taluni esercenti, specialmente
quelli di qualità, è risultato una scelta miope e tirando le somme dopo
24 mesi molti di loro non raccolto i risultati sperati e hanno
scontentato gran parte del pubblico che da anni frequentava la loro
sala.
150
La monoprogrammazione per una o persino due settimane è
economicamente sconveniente per le piccole sale. Il modello del VPF
funziona per gli esercizi con più sale che muovono il film dallo
schermo più importante a quello minore nel corso della
programmazione concordata.
C’è poi da chiedersi a chi giovi la guerra che viene fatta contro la
duplicazione dei film nei cinema. I multiplex di fatto, basta aprire un
giornale, la fanno normalmente, come per altro avviene nel resto
d’Europa e nella pratica i distributori lo accordano. Questo
atteggiamento è diverso nei confronti delle sale minori ma impedire
ai cinema indipendenti di guadagnare portandoli verso la chiusura
equivale a perdere incassi nel medio-lungo periodo. Questa
incongruenza rimane ad oggi inspiegabile.
Certamente la via della digitalizzazione sarà obbligatoria per tutti nei
prossimi anni ma è necessario apportare qualche correttivo che
permetta alle sale più piccole una programmazione più flessibile
dando loro modo di operare come veri e propri microplex.
Il mercato italiano rispetto a quello europeo è un mercato importante
ma rappresenta, con i suoi 110 milioni di spettatori, l'otto percento
del mercato continentale che raggiunge un miliardo e 200 milioni143.
Se aggiungiamo che questo otto per cento è composto
prevalentemente da un’offerta di film di produzione estera e che i film
italiani hanno una scarsa capacità di essere commercialmente
interessanti all'estero, si intravvede il vero problema. La produzione
italiana, sempre più provinciale, a fronte della continua chiusura di
esercizi rischia di non avere più sbocchi. Ecco quindi che la chiusura
dell’esercizio ritorna negativamente contro i distributori e i produttori:
il rischio che la produzione italiana di film, non trovando uno sbocco
commerciale, diminuisca è reale.
L’aumento degli schermi dei multiplex ha contribuito alla crescita di
un nuovo mercato, più giovane e indirizzato ai film di matrice
hollywoodiana e alle commedie italiane, che nell'ultima stagione
143
La Francia ha circa 200 milioni di spettatori con 64 milioni di abitanti, la Germania
130 con 81 milioni di abitanti, la Gran Bretagna 160 con 65 milioni di abitanti, la
Spagna 100 con 47 milioni di abitanti.
151
hanno certamente messo a segno ottimi risultati che tutti ci
auguriamo ripetibili.
La digitalizzazione dei multiplex è più veloce rispetto alle altre sale. E
il digitale porta con sé la flessibilità di un sistema innovativo. I cambi
di film sono più veloci, proiettare una partita di tennis o di calcio in
diretta, un’opera lirica o un concerto, anche in 3D diventa una
consuetudine.
Questo comporta che molti contenuti complementari che prima erano
appannaggio dei piccoli veloci e vivaci esercenti oggi sono una via
che alletta anche i multiplex che uniscono al vantaggio della
digitalizzazione quello di riuscire a gestire le programmazioni in modo
flessibile senza grossi problemi con la distribuzione.
A qualcuno sarà capitato di scorrere i bilanci delle grandi catene di
multiplex. Occupano oltre il 50% del mercato ma l’indebitamento e la
redditività non sono soddisfacenti.
Insomma da un lato la deriva dei piccoli cinema che corrono il rischio
di scomparire. Dall’altro i grandi cinema che non riescono a trovare il
corretto equilibrio.
È quindi una naturale conseguenza che i multiplex si muovano per
cercare nuovo pubblico, nuovi contenuti, nuovi format da proporre.
La malattia dei multiplex alla fine non è differente da quella dei
piccoli esercizi e la via di proporre la sala in ogni ora del giorno, con
contenuti diversi per pubblici diversi, che sino allo scorso anno
sembrava appannaggio del piccolo esercizio, diventa invece una
strada comune.
152
Unire l’Italia con una rete digitale
di Silvana Molino
Nel lontano 1997, quando cominciò a prendere corpo il progetto di
Microcinema, si percepiva con chiarezza la necessità dell’esercizio
cinematografico di individuare un percorso di innovazione sostanziale,
ma al tempo stesso sostenibile. E riteniamo oggi di poter affermare di
essere riusciti a dare un contributo rilevante, vorremmo dire decisivo,
alla concretizzazione di quello che allora era, al più, un progetto
ambizioso e che invece rappresenta una realtà di mercato conosciuta
e riconosciuta. Microcinema è infatti riuscita ad innovare la filiera
della distribuzione cinematografica ed è riuscita a dare una reale
potenzialità di circuitazione nel mercato culturale italiano alle opere
filmiche e ai contenuti audiovisivi in genere.
Possiamo anche dire che i risultati sono stati, a ben vedere, superiori
alle aspettative in quanto tutti i soggetti della catena del valore
hanno potuto trarre beneficio dal progetto e dalla piattaforma che ne
è scaturita già dal 2006: i produttori hanno visto aumentare le
possibilità di “uscita” dei film; i distributori – soprattutto indipendenti
– hanno visto ridurre i costi di stampa delle “copie” smaterializzando i
supporti 35 millimetri; gli esercenti hanno visto allargarsi le
opportunità di diversificazione della programmazione; il pubblico ha
visto crescere le possibilità di intrattenimento; le periferie e i centri
cittadini hanno visto rinascere centri di aggregazione come i cinema e
i cinecircoli, intere fasce di popolazione hanno ritrovato nuove ragioni
per aggregarsi attorno a contenuti che, in precedenza, erano
appannaggio esclusivo di poche persone geograficamente
concentrate (si pensi all’opera in diretta dal Teatro alla Scala di
Milano); l’impatto ambientale, infine, è stato fortemente positivo
grazie alla riduzione drastica dei chilometri di pellicola altamente
inquinante stampati, trasportati e da smaltire.
Oggi, a pieno regime nella gestione della piattaforma e nella fornitura
di servizi per il settore distributivo e dell’esercizio, il mercato può
sentirsi arricchito di un network a copertura nazionale al servizio della
cultura e degli eventi in cui essa si manifesta, capace di divulgare,
condividere, promuovere e svelare piccoli grandi capolavori del nostro
153
tempo e dei tempi passati. Anche le copie digitali restaurate di film
del patrimonio storico trovano posto accanto alle prime visioni
contemporanee, alle opere prime e agli eventi in diretta, e non solo
dai tanti straordinari teatri che pure hanno fatto la storia d’Italia, ma
da tutto il mondo. Un network che collega in una rete culturale e
tecnologica tutto il Paese grazie a una piattaforma proprietaria e a un
processo gestionale chiaro e collaudato insieme agli stessi operatori
del mercato.
L’idea fondante, la filosofia portante di Microcinema è la volontà di
fare “cinema” in modo digitale, innovando tutti i processi e i modelli
di fruizione, gestione, trasporto, distribuzione offerti dal mercato per
dare un impulso virtuoso ad un settore immutato da quasi cent’anni.
Un settore di poco più giovane della nostra Italia Unita eppure ancora
bisognoso di un modello unitario, capace di portare nel cinema
innovazione e flessibilità, scalabilità e semplicità di utilizzo, fluidità
procedurale e velocità di interazione. Ne è scaturita una piccola
rivoluzione concettuale che si è posta all’attenzione del mercato, degli
utilizzatori, del pubblico e dell’intera area della cultura come
un’importante innovazione di processo, capace di abbracciare
un’intera filiera; una rivoluzione che oggi, a distanza di tredici anni
dalla sua ideazione144, è percepita come un processo, non solo
naturale, ma anche in continuo aggiornamento.
Perché il network?
Esiste una produzione cinematografica, sia locale sia internazionale,
che, nata nell’invisibilità del pensiero dei propri autori e registi, rischia
l’invisibilità definitiva a causa della mancanza di luoghi per la visione,
di piattaforme per la distribuzione, di soggetti in grado di gestire il
processo che porta il contenuto dalla produzione al pubblico. Anche
esempi recenti hanno fatto notizia e avuto ampia eco: film come The
hurt locker, Departure, The road, Bella, Ovsyanki (Silent souls), solo
144
Microcinema nasce nel 1997, nel cuore della RAI, per la sperimentazione
della proiezione digitale HD e del delivery satellitare di contenuti. Nel 2006 ha
avviato la prima fase sperimentale sul mercato e l'anno successivo, in anticipo
sui tempi programmati, è entrata nella fase operativa commerciale.
154
per citare i più famosi tra i tanti “bellissimi e dimenticati” o
“premiatissimi e mai visti”.
E proprio per dare a questi film, a questi autori, a questi messaggi un
posto e un contesto per essere visti e apprezzati, si è sentita
l’esigenza di dar vita ad un network capace di rispondere al tempo
stesso alle necessità della distribuzione e a quelle del pubblico; un
network capace di essere flessibile per veicolare contenuti e
realizzare aggregazioni attorno a centri di cultura e di
intrattenimento.
Su queste basi concettuali – al tempo stesso ideali e pragmatiche –
l’attività di Microcinema si è sviluppata attorno a due pilastri: il
network e il catalogo dei contenuti. Innanzi tutto è stato realizzato un
circuito di sale, tutte collegate ad una piattaforma comune via
satellite bidirezionale: le sale si sono dotate della necessaria
tecnologia di ricezione del segnale satellitare, di immagazzinamento e
gestione dei contenuti in alta definizione e di proiezione degli stessi in
formato HD cinema. Il kit di ricezione-proiezione cinematografica è
stato ingegnerizzato per poter essere scalabile, ovvero per poter
evolvere nel tempo secondo il progresso tecnologico, le necessità e le
disponibilità finanziarie dell’utilizzatore. In questo modo nessun
cinema ha dovuto scegliere se entrare nel network oppure rimanere a
guardare, e tutti hanno potuto sperimentare i vantaggi del digitale e
del circuito iniziando con investimenti sin dall’origine modulabili che
hanno potuto crescere nel tempo.
Il secondo e fondamentale pilastro che rende Microcinema unica nel
suo genere è il catalogo dei contenuti digitali in alta definizione
disponibili in prima visione a livello nazionale. Grazie all’investimento
in servizi di digitalizzazione sostenuto da Microcinema per codificare e
criptare oltre cinquanta film di prima visione ogni anno
(principalmente di qualità ma anche commerciali e per famiglie), il
network ha potuto beneficiare immediatamente di “prodotto” digitale
per mettere a reddito il proprio investimento in “tecnologia” digitale.
Questo elemento è stato unico nel suo genere perché nessun
produttore tecnologico, o rivenditore, ovvero integratore ha realizzato
una simile sinergia. Inoltre il network satellitare ha permesso
sperimentazioni – che oggi sono diventati servizi a regime – che
inizialmente non erano stati pensati oppure che non erano stati
155
valutati in termini di redditività puntuale o sistemica: gli eventi
complementari al cinema (come l’opera lirica, il balletto, il concerto, il
cortometraggio, il documentario, lo sport, la divulgazione scientifica,
il teatro, ecc.), le dirette di eventi culturali e di intrattenimento, la
pubblicità nazionale e locale, il servizio di consegna trailer, i red
carpet in diretta, e molto altro ancora.
Analizziamo a seguire alcune delle caratteristiche più interessanti,
quelle che più hanno contraddistinto l’attività di Microcinema nel
corso di questi cinque anni di lavoro a stretto contatto con il mercato.
Microcinema ha proposto al mercato fin dal 1997 e, con una reale
forza operativa dal 2006, le nuove tecnologie di proiezione digitale
dimostrando la loro capacità di costituire una soluzione flessibile e
sostenibile per tutte le sale, grandi e piccole. Flessibilità e sostenibilità
sono sempre state la missione del suo team di ricerca e sviluppo, che
ha portato agli esercenti un digitale adatto a tutte le esigenze, un
digitale capace di crescere con le necessità degli esercenti e con le
loro disponibilità all’investimento, un digitale che fin da subito si è
informato ai criteri fondamentali dell’interoperabilità per essere il vero
passepartout per accedere al larghissimo paniere della produzione
artistica, culturale e di intrattenimento, nazionale e internazionale. In
termini commerciali questo percorso innovativo ha consentito di
proporre non un sistema digitale, ma piuttosto una gamma completa
di sistemi digitali che, partendo dallo storico Cinemakit 1.3K145, si è
arricchita del 2K come voluto dalle specifiche internazionali,
integrandolo e rendendolo interoperabile con la piattaforma
satellitare culturale: M-box146 per la gestione di tutti i tipi di
contenuti, live e registrati, culturali e commerciali, a catalogo o
reperiti in autonomia dalla sala cinematografica.
Accanto ai due pilastri che rappresentano il primo e l’ultimo gradino
della scala tecnologica si sono inseriti i diversi sistemi appositamente
pensati per la gestione di situazioni specifiche della sala
cinematografica: il DCI semplice, aderente alle specifiche del
consorzio degli studios americani, predisposto esclusivamente per la
145
146
Presentato al mercato nel dicembre 2006.
Presentato al mercato nell’ottobre 2008.
156
visualizzazione di contenuti in formato DCP; il Cinemakit Opera,
versione leggera del Cinemakit 1.3K, predisposto per la
visualizzazione dei soli contenuti complementari o registrati; infine il
recentissimo Promokit, predisposto per la gestione e la proiezione
degli spot pubblicitari digitali. E poi tutta l’innovazione più recente
legata ai media-block147, alle central library e ai sistemi avanzati di
TMS per la gestione full digital di piccoli e grandi multisala basati su
connessione dati (e non su connessione audio/video – Microcinema è
la prima in Europa a presentare questa soluzione –) che consente di
gestire tutti i contenuti digitali attraverso un’unica libreria centrale,
che può essere installata anche a grande distanza dai proiettori,
senza duplicazione di file sui server di sala e con garanzia di una
perfetta qualità audio/video.
Ma il laboratorio di idee Microcinema, non si è fermato alla sola
tecnologia ed è diventato un quotidiano spazio aperto di
sperimentazione e di innovazione con infinite declinazioni. Un
laboratorio pensato e realizzato per dare ai giovani, agli indipendenti,
agli intraprendenti e agli innovatori del settore le maggiori occasioni: i
giovani produttori, autori e registi hanno a disposizione una rete e
una piattaforma digitale snella e a basso costo che, da un lato,
consente di distribuire film e contenuti senza dover affrontare
l’investimento nella stampa delle copie in pellicola e, d’altro canto,
rappresenta uno spazio vivo per testare con immediato feedback –
editoriale e tecnologico, a seconda dei casi – la propria creatività
negli ambiti della comunicazione, della rappresentazione filmica, della
tecnologia di proiezione148.
Ma il laboratorio di idee Microcinema consente di sperimentare e
innovare anche sul versante esercizio, direttamente all’interno delle
cabine di proiezione e nei comitati di gestione dei cinema digitali: i
147
Il Media-block e la libreria centrale collegata su rete dati sono stati presentati al
mercato nell’anno 2011.
148
Ne sono un esempio concreto alcune esperienze che Microcinema sta incubando
per l’autunno 2011, tra cui Oltre il mare un film commerciale con distribuzione mista
pellicola e digitale, divulgato però completamente attraverso la rete e i nuovi social
media, oppure Parking lot il primo film italiano in 3D realizzato low budget e
distribuito nel formato 3D anche per sistemi non DCI.
157
gestori, soprattutto quelli giovani, naturalmente più portati verso la
ricerca e l’esperienza, hanno a disposizione servizi di piattaforma
molto dinamici e flessibili per comporre le proprie rassegne
scegliendo in un vasto catalogo di titoli di alta qualità tecnica e
culturale e possono, al tempo stesso, utilizzare i sistemi digitali per
collegare altri supporti e sistemi come consolle per videogiochi, per
cui organizzare tornei sul grande schermo, oppure videocamere per
realizzare proiezioni di video autoriali o in presa diretta.
Tutta questa innovazione é percepita oggi come naturale da tutti gli
operatori che utilizzano la piattaforma. E proprio grazie a tutta questa
innovazione in continuo movimento Microcinema ha potuto introdurre
nel 2006 e consolidare negli anni successivi una nuova modalità
organizzativa della distribuzione che in precedenza non era stata
pensata o che forse non era stata considerata percorribile. Ci piace
ricordare che sin dal 2006, inserendosi in un settore che stentava a
riconoscere l’innovazione tecnologica e meno che mai immaginava di
doverla accompagnare con una evoluzione di processo, la piattaforma
di servizi Microcinema propone:
- la digitalizzazione del contenuto in formato HD e la relativa
criptatura antipirateria,
- l’invio satellitare dei file in modalità multicast con l’utilizzo di un
software che consente l’ottimizzazione dell’uso di banda
satellitare149,
- la ricezione e la relativa archiviazione sicura dei file direttamente
all’interno dei server di sala senza necessità di intervento da parte
degli operatori e in background rispetto all’utilizzo del sistema di
sala per proiezioni e altre attività,
- la gestione delle richieste di autorizzazione alla proiezione webbased con un software proprietario sviluppato ad hoc dotato di
un’area riservata per l’inserimento delle programmazioni, per la
consultazione delle autorizzazioni ricevute, per l’analisi dei dati di
proiezione, la rendicontazione, il controllo fatture, ecc.,
149
Sistema riconosciuto come più performante nel corso del progetto di ricerca e
sviluppo “Innovative Satellite Interactive Digital Entertainment” condotto in
partnership con l’Agenzia Spaziale Europea nel periodo 2007-2010.
158
- l’invio delle chiavi di decriptazione, sempre via satellite, dal server
centrale Microcinema ai singoli cinema che hanno fatto richiesta
di programmazione. L’invio può essere gestito direttamente
dall’avente diritto oppure dall’ufficio editoriale di Microcinema
sulla base di un contratto quadro con il detentore dei diritti,
- l’invio dei dati di “avvenuta proiezione”, sempre via satellite, dai
singoli cinema al server centrale di Microcinema per la
certificazione dei passaggi e per l’aggiornamento dei database
delle proiezioni effettuate, a disposizione sia degli esercenti sia dei
detentori dei diritti,
- l’elaborazione dei dati di sbigliettamento per la predisposizione del
reporting e della fatturazione automatizzata delle proiezioni,
- la realizzazione dell’assistenza remota ai sistemi di sala via canale
bidirezionale satellitare con accesso diretto ai server attraverso il
canale dedicato per la manutenzione e la risoluzione degli
eventuali problemi tecnici informatici.
La piattaforma tecnologica e la rete satellitare di collegamento delle
sale del network hanno determinato l’adozione di nuove strategie di
erogazione dei servizi. La rete, nata per il trasferimento dei contenuti,
è diventata un valido ed efficiente supporto per la consegna di tutto il
materiale promozionale che accompagna e arricchisce le proiezioni
cinematografiche: le locandine, i manifesti e tutto il materiale stampa
arrivano in sala attraverso il download; i trailer, i promo e i contenuti
aggiuntivi sono spediti via satellite direttamente nei server di sala;
tutte le attività di comunicazione e i suoi supporti conoscono grazie
alla rete una eccezionale tempestività di divulgazione e
aggiornamento.
Inoltre, il canale satellitare che interconnette i cinema, consente di
realizzare da remoto molte attività che, in caso di proiettori
tradizionali in pellicola o di sistemi digitali non collegati ad una rete di
monitoraggio e controllo bidirezionale (la VPN satellitare nel caso
Microcinema), richiedono la presenza fisica di personale di gestione e
manutenzione. Il collegamento remoto e il sistema di monitoraggio
centralizzato consentono di comprimere i tempi di intervento e spesso
di anticipare piccoli problemi che, se non risolti immediatamente,
potrebbero trasformarsi in fermi di proiezione con evidente disagio
159
per l’esercente e soprattutto per il pubblico che dalla tecnologia
dovrebbe invece trarre i massimi benefici.
Microcinema ha tenuto da sempre in fortissima considerazione la
sostenibilità ambientale: un circuito digitale collegato via satellite
consente di eliminare completamente la stampa delle copie in
pellicola (con problemi di inquinamento sia nella produzione sia nello
stoccaggio sia nello smaltimento) e di ridurre a zero i chilometri su
gomma percorsi per la consegna delle pellicole ai cinema che le
proietteranno (con i ben noti problemi di inquinamento atmosferico,
di congestione stradale, di consumo di carburanti). La sostenibilità
ambientale è stata perseguita, inoltre, con la realizzazione di una rete
di invio telematico delle chiavi di decriptazione e di tutta la
comunicazione utilizzata nelle sale cinematografiche per la
promozione e la presentazione dei film: le locandine e i manifesti
vengono scaricati in download dalle aree riservate del sito
Microcinema evitando stampa e spedizione dei cartacei; i promo e i
trailer viaggiano in rete raggiungendo – come i film – tutte le sale
contemporaneamente; i nuovi media consentono la divulgazione e
promozione dei contenuti nei canali della nuova fruizione riducendo
fortemente la cartellonistica stradale, i parapedonali, le affissioni e
tutte le altre produzioni di materiale promozionale tangibile.
Infine, non è da sottovalutare la diminuzione degli spostamenti degli
spettatori che hanno ritrovato, grazie al progetto, i propri cinema di
prossimità, raggiungibili a piedi o in bicicletta nelle comunità di
residenza.
Negli ultimi anni Microcinema ha potuto concentrarsi sull’ampliamento
dei servizi di rete alla parte finanziaria: unire l’Italia in una rete di
cinema ha dato accesso a condizioni ottime di finanziamento a favore
di tutti gli esercenti e ha consentito di sviluppare servizi finanziari ad
hoc particolarmente apprezzati come il noleggio attivo. Gli esercenti
che si collegano alla rete Microcinema, infatti, possono dotarsi
immediatamente di sistemi di proiezione in pronta consegna
posticipando il problema del reperimento delle fonti finanziarie
necessarie all’investimento: il noleggio attivo mette a disposizione
dell’esercente gli strumenti necessari per innescare il processo di
rinnovamento tecnologico e gli consente di beneficiare fin dal primo
giorno del Tax Credit e del VPF. I canoni sono commisurati alla
160
tipologia del sistema installato, alla durata del periodo di noleggio
flessibile e a garanzia di poter, in qualsiasi momento, acquistare
sistemi ex-noleggio.
Accanto ai servizi di supporto finanziario tout-court, Microcinema ha
messo a punto nel 2011 un servizio di supporto economico
direttamente legato alla digitalizzazione e alla disponibilità di “minuti
digitali” per la proiezione di contenuti digitali. Grazie all’accordo con
SeatPG e Moviemedia, il “progetto pubblicità” consente di utilizzare la
rete di cinema per la distribuzione pubblicitaria di spot locali a livello
nazionale e di contribuire pertanto concretamente alla redditività
delle sale cinematografiche. Con la distribuzione di pubblicità locale,
la rete di cinema collegati alla piattaforma Microcinema può
aggiungere occasioni di redditività direttamente legate alla
digitalizzazione degli schermi; una sinergia virtuosa generata e
utilizzabile solo grazie alla rete digitale nazionale che abbraccia tutta
l’Italia. Cinema piccoli di periferia, cinema indipendenti dei centri
cittadini, sale della comunità, cityplex, multisala, piccole catene di
multiplex, tutti, nessuno escluso, possono mettere a disposizione il
proprio spazio pubblicitario digitale e ottenerne una remunerazione
commisurata agli spettatori che frequentano la sala.
Non vogliamo dimenticare, a conclusione di questa breve analisi, un
altro elemento di integrazione realizzato dalla rete digitale nazionale.
Il Digital Network, la rete di cinema digitali Microcinema, ha
indirettamente facilitato le opportunità di integrazione tra il territorio,
la sua comunità e gli operatori che nella comunità si occupano di
animazione culturale e di intrattenimento. La piattaforma è diventata
strumento per circuitare contenuti di interesse delle istituzioni locali,
comunicazioni sociali, promozione dei territori, documentari e filmati
legati al territorio stesso perché ne raccontano la storia, le tradizioni e
le suggestioni, facendo in modo che le persone possano riconoscere
la propria identità e la propria appartenenza. In un momento di
grande dibattito sul valore e sulla necessità delle istituzioni locali, la
piattaforma sta diventando la base per la creazione di circuiti
regionali o provinciali finalizzati al mantenimento e al rafforzamento
dei rapporti tra i cittadini e le proprie comunità.
161
Microcinema raggiunge oggi circa 450 sale digitali: 200 in rete e oltre
250 collegate per gli eventi live. Distribuisce film e contenuti live in
formato digitale. È partner di riferimento per esercenti e distributori,
gestisce i contenuti diretti alle sale cinematografiche diffondendo
cultura e offrendo nuovi servizi tramite la tecnologia digitale e la
trasmissione via satellite.
Realizza la diffusione di contenuti digitali cinematografici e
complementari sia registrati (VC-1 e DCI) sia live. È distributore
esclusivo per l’Italia di opera lirica in diretta e differita dai teatri più
prestigiosi del mondo (Teatro alla Scala, La Fenice di Venezia, Arena
di Verona, Teatro Regio di Parma, Royal Opera House, Covent
Garden, Opèra de Paris, Teatro Real di Madrid e molti altri).
Realizza produzioni di opere liriche, eventi e concerti in diretta e
differita diffondendo in Italia e nel mondo la cultura italiana.
Fornisce e installa sistemi per la gestione dei contenuti e per la
proiezione digitale (1.3, 1.9, 2K DCI e 3D), assistenza capillare in
ogni regione di Italia, manutenzione, help-desk telefonico e controllo
remoto non stop.
162
L’Unità digitale della Norvegia
di Silvana Molino
Oggi, agosto 2011, la Norvegia è il primo paese del mondo ad aver
digitalizzato tutti i suoi cinema, nessuno escluso, mantenendo una
promessa, fatta nel lontano 2008, che da tutta Europa era stata
accolta con scetticismo e quasi come una sfida.
Mentre in altri stati europei il “sistema cinema” ha scontato i ritardi e
le lungaggini burocratiche determinate dal processo di accordo e di
attivazione (nonché dei costi) del VPF (molti accordi diversi e
parcellizzati non coordinati da un’entità nazionale150), grazie
all’assistenza del governo e ad un buon impianto di tassazione di
scopo, la Norvegia si è posizionata da subito tra le nazioni più
democratiche e costruttive nell’opera di digitalizzazione completa del
suo sistema cinematografico e di entertainment.
Film & Kino, l’associazione nazionale degli esercenti cinematografici
norvegese, ha gestito il roll-out di tutti i 420 schermi diffusi in tutto il
Paese sancendo di fatto la fine della distribuzione in 35 mm.
Lo Stato Norvegese ha siglato un unico accordo diretto di Virtual Print
Fee (VPF) con i cinque studios hollywoodiani nel 2010; ha così
innescato il processo di conversione al digitale che, in un anno circa,
ha visto il completamento della digitalizzazione e l’inaugurazione di
un nuovo impianto distributivo coordinato ed efficiente. Con questo
intervento di gestione centralizzata del delicato momento di
passaggio dalla pellicola al digitale, la Norvegia ha scongiurato uno
dei rischi fondamentali di tutti i processi di trasformazione e
avvicendamento tecnologico: ha ridotto al massimo la durata del
periodo “ibrido” in cui la convivenza di due sistemi diversi aumenta i
costi complessivi di distribuzione, vanificando parte dei benefici della
digitalizzazione stessa e amplificando il disagio e l’incertezza nei
confronti del processo di conversione.
150
Si pensi al caso Italia in cui convivono determinando corsie a diversa
velocità: il VPF all’italiana scelto da molti esercenti ANEC-Cinetel, il VPF interno
autogestito di UCI, il contratto di VPF proposto da ArtsAllianceMedia scelto da
The Space e poi Ymagis, XDC, ecc…
163
Film & Kino spiega questo intervento come una sfida dettata dalla
particolare morfologia del territorio norvegese che, molto esteso da
sud a nord, caratterizzato da numerose aree scarsamente popolate e
da difficoltà di trasporto, necessitava di un intervento di
coordinamento importante, capace di ridurre i tempi e di potenziare
al più presto i risultati in termini di economia, disponibilità,
avanguardia, servizio. Il completamento dell’intera rete di cinema
digitali si è concluso in dodici mesi circa, con un anno di anticipo
rispetto alle previsioni iniziali e con un plauso diffuso nell’opinione
pubblica ma, soprattutto, che ha dato al mercato, in tempi record,
potenti economie distributive.
La digitalizzazione è avvenuta principalmente con proiettori Christie,
server Doremi, TMS Unique. Sono stati installati anche un 15% di
proiettori Sony 4K; circa l’80% dei cinema norvegesi sono
equipaggiati anche per il 3D.
Ogni cinema ha ricevuto un sistema DCI base adatto per il cinema
2D, composto da un proiettore digitale, un server e i servizi TMS e
NOC151. Le attrezzature per il 3D e l’eventuale upgrade 4K sono stati
acquistati opzionalmente a spese dirette degli esercenti. Il costo
totale per la conversione digitale, da dividersi fra cinema, distributori
e Film & Kino, è stato di circa 390 milioni di corone norvegesi (48,5
milioni di euro).
L’associazione Film & Kino sostiene che alcuni risultati positivi e molto
interessanti della digitalizzazione possano già fin d’ora essere
testimoniati. Il sistema distributivo e il processo di proiezione sono
più sicuri e migliori rispetto all’uso della pellicola 35mm. I problemi
tecnici e di qualità di proiezione sono stati inferiori allo 0,005%
mentre i vantaggi, in termini di fluidificazione della filiera distributiva
e di alleggerimento dei relativi budget, sono stati immediatamente
percepiti nei bilanci di tutte le distribuzioni partecipanti all’accordo.
Un’altra non indifferente e positiva conseguenza della digitalizzazione
151
Pioniere della promozione del cinema digitale in Europa, Unique Cinema
System ha vinto nove dei dieci bandi, con la sola eccezione di 60 sale nella
Norvegia occidentale, dove Nordic Digital Alliance gestirà la conversione
tecnologica.
164
completa della Norvegia è da ricercarsi nel modello stesso di VPF:
senza più doppio binario pellicola-digitale e con un mercato di sbocco
pronto ad accogliere sempre il prodotto, le VPF incassate dai
distributori sono in linea di massima più consistenti rispetto al
modello previsionale e si stima oggi che il completamento del piano
dei pagamenti potrà avvenire già nel 2017.
Sono i cinema piccoli e medi a risultare realmente vincitori nella corsa
alla digitalizzazione: queste realtà, per definizione più vulnerabili e
con minore capacità contrattuale, hanno beneficiato al massimo
livello del coordinamento nazionale ottenendo l’accesso ad una
selezione di contenuti molto più ampia di prima, molto più
velocemente rispetto al passato e con maggiore facilità rispetto al 35
mm. Il circolo virtuoso si è così innescato proprio dall’anello più
debole, aumentando la diversificazione, la scelta, la disponibilità di
prodotto sul territorio, le occasioni di intrattenimento e ottenendo,
come risultato ultimo, un maggior numero di presenze. I margini
sono così sensibilmente migliorati e i cinema più piccoli sono stati
finalmente rilanciati.
“Una grande conquista per la Norvegia”, sostiene Jorgen Stensland, il
capo dei consulenti della Film & Kino in una recente intervista.
“Vorremmo ringraziare la Disney, la Fox, la Paramount, la Universal,
la Sony, e la Warner così come i distributori locali come SF-Norway e
Nordisk Film per aver lavorato con noi in questo progetto. Vorremmo
altrettanto ringraziare Unique Cinema Systems, Nordic Digital
Alliance, la DNB-NOR Finance, Christie, Doremi e Sony, i quali hanno
tutti contribuito a questa grande iniziativa. Siamo lieti che i norvegesi
di tutto il paese possano ora sperimentare la perfetta qualità della
proiezione digitale DCI compliant nelle sale cinematografiche locali”.
165
166
Aldo Mondino – Dervisci (2000), particolare
Collezione privata
167
IL CINEMA RITROVATO
168
169
Il cinema ritrovato
a cura di Luca De Gasperin
“Il cinema può tornare vicino a casa nostra, magari nelle sale
parrocchiali o nelle sale dei circoli culturali, dove si guarda e si
protegge il cinema d’essai e di qualità. ...E così il cinema, anche
grazie a Microcinema, può ritornare e farci sedere fianco a fianco"152.
Chiediamo venia per questa piccola autocitazione. Nel precedente
Quaderno avevamo parlato di cinema che scompaiono, che chiudono.
Di comunità orfane di un luogo di ritrovo, un riferimento, un punto di
incontro che non faccia distinzioni di età e di ceti sociali. E sappiamo
bene che al cinema siamo tutti uguali, ridiamo e piangiamo allo
stesso modo.
Da oltre dieci anni Microcinema lavora per invertire la lenta ma
inesorabile chiusura dei cinema. Una tendenza spesso attribuita
all'inasprimento dei controlli sulle norme di sicurezza dopo l'incendio
del cinema Statuto di Torino ma conseguenza invece di una non rara
miopia e di qualche incapacità decisionale di quel piccolo esercizio,
legato anche a quello che era il cinema parrocchiale o il cinema
familiare, a capire la necessità di rinnovarsi e di fare gruppo.
Pensate se i cinema avessero saputo collaborare tra loro creando una
rete, un gruppo coeso e coordinato: oggi avrebbero certamente
meno problemi a misurarci sul mercato.
Pensate se i cinema parrocchiali o le migliaia di sale che sono
scomparse per l'incapacità dei singoli avessero saputo fare squadra,
avessero saputo cioè unire le loro forze per sopperire alle difficoltà
individuali: sarebbero oggi capaci di ben altra forza da offrire al
mercato.
Microcinema non intende sostituirsi a nessuno; aspira piuttosto a
rappresentare per tutti i cinema, grandi e piccoli, e anche per tutti
coloro i quali intendessero aprire o riaprire un cinema, un approdo
152
Luci della città, Legnano, 2010.
170
chiaro, un interlocutore originale e propositivo, un punto di
riferimento, l’occasione di un network serio e attendibile.
In questa parte del nostro annuale Quaderno desideriamo, anche
quest’anno, riportare le testimonianze di alcuni esercizi che con
Microcinema hanno saputo trovare nuovi stimoli e che hanno saputo
interpretarne il progetto in modo ottimale, con i cardini terminologici
di sempre: sostenibilità, flessibilità, interoperabilità.
Ma il merito dell'apertura di un cinema, un piccolo miracolo di questi
tempi, non sarebbe certo da ascrivere solo a Microcinema ma, prima
di tutto e soprattutto, apparterrebbe a quelle persone caparbie e
volonterose, siano essi sindaci o parroci, esercenti capaci di
reinventare il proprio esercizio o semplici cittadini che si uniscono per
riappropriarsi o ricostituire un luogo di incontro. Sarebbero i capitani
coraggiosi, ma anche saggi, di cui il cinema di oggi ha bisogno.
Cosa sarebbe infatti il nostro Paese se non avessimo il nostro cinema
e i nostri cinema? A dir poco ci sarebbero mancate tante, tantissime
emozioni.
Nelle nuove sale si può sperimentare l'innovazione del concetto di
microplex indipendente: un cinema in grado di offrire una moltitudine
di titoli e contenuti diversi all’interno della stessa giornata,
provenienti da media differenti e rivolti a pubblici diversi.
La sala cinematografica può essere oggi il luogo dove cinema, opera,
teatro, televisione, documentari e corti si incontrano.
171
IL PICCOLISSIMO di Ciampino (RM)
“Dicono che è gran dubbio sapere se il mondo fu fatto di nulla o delle
rovine d’altri mondi o del caos; ma par verisimile che sia fatto, anzi
certo”. Questa citazione da La città del Sole del domenicano
calabrese Tommaso Campanella calza a pennello con la storia che mi
accingo a raccontare. È una storia italiana, una piccola storia italiana
e, come tutte le piccole storie, è portatrice di un intero mondo che
aspetta solo il momento più opportuno per sprigionarsi in tutta la sua
bellezza.
Questa storia potrebbe cominciare da uno qualsiasi dei suoi possibili
punti di partenza o di intersezione. Potremmo partire dal 2000 per
descrivere le attività di un circolo culturale. Oppure potremmo andare
ancora più a ritroso nel tempo e raccontare di una vecchia sala
cinematografia, La città del Sole, gestita da Andrea Zaccaria e
distintasi per la sua programmazione di titoli di qualità. Oppure
potremmo cominciare dal 2002, quando lo stesso circolo culturale
rilevò la struttura della sala che, nel frattempo era stata chiusa. Ma a
noi piace di più parlare dell’oggi e riferire che quello spazio che solo
nell’autunno del 2010 era ancora la cucina del circolo culturale è ora
diventata la cabina di proiezione del cinema Il Piccolissimo di
Ciampino. Se La Città del Sole si era aggiunta al novero degli esercizi
cinematografici perduti, com’era successo alle altre due sale
ciampinesi nel corso del decennio precedente, è proprio da quelle
spoglie che è sorto un nuovo cinema. Qui il grande libro di
Campanella torna ad assalirci per la precisione matematica con cui ha
saputo prevedere la sorte di un luogo, allora semplicemente
inimmaginabile, ma che al suo titolo si sarebbe ispirato. Tutto sembra
scritto e dalle "macerie" della Città del Sole risorge Il Piccolissimo.
Certo nulla di ciò si sarebbe verificato e noi non staremmo qui a
raccontarlo se non per lo spirito d’iniziativa di Claudio Riva. Proprio
nell’autunno del 2010 Riva voleva creare uno spazio polifunzionale in
grado di accogliere più momenti di fruizione culturale e artistica. Riva
immaginava un ambiente che potesse essere un po’ teatro, un po’
sala da concerti e un po’ cinema.
Il cinema Il Piccolissimo nasce quindi dall’incontro tra quella che un
tempo era La Città del Sole e il coraggioso progetto culturale di Riva.
Il frutto di questo progetto è a dir poco sorprendente “ma par
172
verisimile che sia fatto, anzi certo”. “Il passo immediatamente
successivo alla riattivazione – spiega Riva – è stato quello di dotarsi,
nel marzo del 2011, della tecnologia adatta. Per una sala “nuova” il
digitale è una scelta obbligata e, avendo raccolto informazioni
accurate su tutte le offerte disponibili sul mercato, mi era sembrato
che Microcinema rappresentasse la scelta più efficace per darci
maggiore apertura e flessibilità di gestione. Un aspetto da non
sottovalutare, visto che siamo “solo” una monosala”.
Il Piccolissimo ha ora una programmazione che alterna alle prime
visioni in digitale dei distributori nazionali un calendario ricco di eventi
musicali e teatrali. “Ci definiamo Cineatro perché siamo una forma
ibrida di sala: non solo cinema, ma anche concerti di classica e jazz e
spettacoli dal vivo – prosegue Riva –. D’altronde, dopo dieci anni di
“silenzio”, dobbiamo in qualche modo assicurare la piena
riconoscibilità alla nostra proposta e coinvolgere ogni possibile
tipologia di pubblico, sperimentando più strade”.
“L’opera lirica in diretta via satellite, in particolare, inizia ad essere
accolta in modo molto positivo sia dalla cittadinanza sia da persone
che affluiscono dalle zone limitrofe. Siamo partiti a stagione inoltrata,
ma la qualità degli appuntamenti ci ha permesso di gettare le basi
per una crescita costante, soprattutto con la forza del passaparola di
spettatori molto soddisfatti. Per prepararci al meglio alla nuova
annata abbiamo inserito nel cartellone estivo di appuntamenti
patrocinati dal Comune tre serate di opere registrate in teatri di livello
internazionale e, tra di essi, vi è naturalmente La Scala di Milano. Con
questa e con altre iniziative ci stiamo preparando per la prossima
stagione”.
L’attività del Piccolissimo è più intensa che mai, tanto da prevedere
già una espansione dei propri orizzonti con un nuovo investimento: a
settembre il Cinemakit con proiettore 1.3 K attualmente in sala
lascerà il posto ad un sistema M-box DCI completo, con proiettore
Christie 2K. Insomma, anche per Il Piccolissimo, con la sua
significativa storia, sono ormai dietro l’angolo “le magnifiche sorti e
progressive”.
“Abbiamo bruciato le tappe – continua Riva – ma non vogliamo
perderci nessuna occasione. M-box è attualmente il punto d’arrivo per
qualsiasi esercizio cinematografico che voglia cogliere appieno gli
173
spunti del digitale. Abbiamo preferito prenderci un primo periodo di
start up, seppur breve, per mettere alla prova il “primo livello”, ma il
passaggio a M-box, ben più potente e finora ineguagliato sul
mercato, è ciò che siamo convinti faccia al caso nostro,
consentendoci di integrare la nostra programmazione di qualità con
titoli di grande richiamo commerciale. Questo passo ci permetterà di
aprirci ulteriormente e di diventare un punto di richiamo per un
pubblico ancora più ampio. È la nostra convinzione e non solo la
nostra speranza”.
Discutendo con Riva di quello che, nel giro di appena dodici mesi, da
semplice sogno è diventata una grande realtà, torna in mente, ancora
una volta, il vecchio nome della sala, La Città del Sole: non si sono
certo espugnate nuove cinte murarie per realizzare Il Piccolissimo, e
oggi occorrono solo forza, sapienza e amore per proseguire il
cammino. Se nel testo del 1602 la città ideale rimane tuttavia sempre
e comunque un’aspirazione, è a Ciampino che un piccolo ma
significativo esempio di quella grande utopia ha preso vita.
Ingresso nel Digital Network: marzo 2011.
Cinema CAOS di Terni
Difficile immaginare che lì dove ora sorge il Caos – Centro per le Arti
Opificio Siri – un tempo era possibile trovare le officine Siri (Società
Italiana Ricerche Industriali). Le officine chiusero nel 1983. Furono
acquistate dal Comune di Terni che le destinò, successivamente, a
nuove funzioni in seguito ad un intervento di archeologia industriale.
Difficile immaginare che lì dove un tempo venivano sperimentati aridi
componenti industriali adesso si continua la sperimentazione, la
ricerca e l’innovazione ma, questa volta, nel campo delle idee vive,
della creatività e delle più varie forme d’arte. Difficile solo per
l’immaginazione, che verrebbe immediatamente smentita dalla realtà.
Basta gettare uno sguardo a questo moderno spazio multidisciplinare
dedicato alla cultura per rendersi conto che è avvenuta una
trasformazione tanto inattesa quanto radicale. Eppure né al cielo né
al caso quello spazio deve la sua fortuna, ma al Caos.
Col trascorrere degli anni il posto non ha mai abbandonato la propria
vocazione ad essere laboratorio e luogo di sintesi: via dunque
174
ammoniaca e qualsivoglia composto chimico per far largo alle più
moderne forme culturali, alle più originali iniziative artistiche e alle
più interessanti esperienze visive. Completo di biblioteca con tanto di
sala video e un caffè bookshop di nuova generazione, il Caos rinnova
continuamente i propri spazi per far vivere e lavorare gli artisti,
ospitando nei suoi 6000 mq esposizioni temporanee nazionali ed
internazionali, annoverando fra i suoi prestigiosi partner cittadini il
Museo d’arte Moderna e Contemporanea De Felice, il museo
archeologico e il teatro Secci.
“Il Caos vuole essere un luogo di produzione e di consumo aperto e
flessibile, pieno di ambienti fertili per lo sviluppo culturale: un nuovo
teatro, spazi espositivi anche all’aperto, pensati per essere “ibridi” e
adatti a sperimentare diverse forme creative e di consumo – ci spiega
Massimo Mancini, responsabile della struttura –. Il nostro obiettivo
era ed è quello di convertire la fabbrica della chimica in fabbrica di
cultura, in linea con le esigenze della nostra città e sempre a servizio
della comunità”.
La Sala dell’Orologio, il particolare spazio adibito all’ascolto e alla
visione, ha anch’essa vissuto un’evoluzione imprevista: in origine sala
conferenze per incontri e tavole rotonde, ha via via modificato le
proprie funzioni divenendo sempre più spesso luogo di performance,
quindi di spettacoli teatrali e poi anche il cinema che è oggi.
“L’ingresso nel Digital Network Microcinema è strategico per la nostra
attività – prosegue Mancini –. Da un lato è stata senz’altro l’occasione
per portare a compimento la trasformazione della sala, con la
possibilità di oscuramento completo, l’impianto audio professionale e
132 posti disponibili; d’altro canto, cosa ben più interessante, questo
nuovo strumento ci consente di elaborare una programmazione ad
alto livello qualitativo, spesso fuori dall’ordinario, che la cittadinanza
ha finora dimostrato di gradire molto”.
“La Sala dell’Orologio ha completato la propria trasformazione
approdando alla tanto attesa digitalizzazione, tappa ultima e naturale
del suo percorso di crescita. Alla fine di settembre 2010 è stato
inaugurato il nuovo corso del Caos con la doppia proiezione di
Carmen di Georges Bizet: prima nel superbo allestimento di Emma
Dante per il Teatro alla Scala, disponibile all’interno del catalogo
Microcinema come registrata, e poi, il 13 ottobre, nell’originale
175
rilettura del controverso regista Calixto Bieito, con la diretta dell’opera
dal Teatro Real di Madrid. Un destino, quello del Caos, che ha
attraversato strade complesse per giungere alla sua completa
realizzazione: del resto, con una piccola licenza poetica, ci si può
riferire al Caos proprio con le parole della stessa Carmen: “est un
oiseau rebelle”.
“La nostra apertura di stagione rende bene l’idea del nostro modo di
lavorare – spiega Mancini –. Potendo accedere ad un cartellone
piuttosto fitto di eventi live e allo stesso tempo ad un ampio catalogo
di titoli registrati, abbiamo voluto, in questo primo anno di attività,
creare dei rimandi, dei cortocircuiti culturali tra i due filoni della
proposta, suggerendo uno o più percorsi tematici”.
“Vediamo il nostro centro come una “zona Wi-Fi” della cultura: il
pubblico arriva e deve potersi “collegare” liberamente con la massima
varietà possibile di stimoli. In questo Microcinema ci facilita il lavoro:
con il nostro Cinemakit possiamo sbizzarrirci con serratissime
programmazioni a “spezzatino”, con proposte diverse una in fila
all’altra. Con l’ausilio di un semplice proiettore in pellicola non
sarebbe possibile – o sarebbe molto più impegnativo – in termini di
tempo e fatica. In questo modo possiamo invece prenotare i
contenuti attraverso il sito e poi avviare le proiezioni con un clic,
addirittura impostando in anticipo gli intervalli. Sembrerà poca cosa
rispetto al resto, ma ogni progetto culturale ha bisogno di poter
essere “gestibile” con le risorse umane che si hanno a disposizione e,
anche per questo, il digitale Microcinema è davvero quello che fa per
noi”.
Ingresso nel Digital Network: settembre 2010
Cinema Teatro ITALIA di Macerata
La storia del Cine Teatro Italia di Macerata non è delle più semplici
ma per questo, probabilmente, è anche una delle più significative.
Pur non avendo mai chiuso veramente del tutto i battenti, ha visto
negli anni l’avvicendarsi di gestioni molto diverse e ha perciò subito
gli alti e bassi di così numerosi passaggi, sempre più indifeso dinanzi
ai rapidi mutamenti dei tempi, dei gusti, dell’economia.
Fortunatamente c’è un termine a tutto e, nel 2006, il Cine Teatro
176
Italia ha potuto riprendere con costanza il suo cammino non appena
venne
presa
in
gestione
dall’Associazione
Culturale
e
Cinematografrica “Nuovo Cinema”.
“La nostra sala è a servizio della cittadinanza – spiega Maurizio
Rinaldelli Uncinetti – e i nostri sforzi sono volti a proseguire il nostro
mandato con sempre maggiore efficacia.
Nel tempo abbiamo stretto legami di convenzione con le più
importanti realtà cittadine, quali l'Università di Macerata, l'AMAT,
l'Associazione Arena Sferisterio e collaboriamo inoltre con il Comune
di Macerata, il Teatro Lauro Rossi, MUSICULTURA, ospitandone artisti
e concerti, con il C.A.I. di Macerata e altre Associazioni cittadine
(culturali, cinematografiche, musicali ed artistiche) di cui abbiamo
ospitato spettacoli, proiezioni, mostre e persino atelier di produzione
artistica”.
“Sul versante cinema, accanto alla regolare programmazione di uscite
cinematografiche, collaboriamo inoltre con rassegne nazionali di
primo piano, tra cui Trento Film Festival, GLBT Torino Film Festival e
Festival Gender Bender di Bologna”.
“Non nascondo che non è affatto facile portare avanti un’attività
come la nostra – prosegue Rinaldelli – ma, pur tra mille difficoltà,
nell’ottobre 2010 abbiamo deciso di investire nella digitalizzazione
della sala con Microcinema. Abbiamo voluto alzare il tiro, in modo da
trovare nuovi spunti per la nostra programmazione e guadagnare
maggiore competitività; la visione del digitale proposta da
Microcinema ci è sembrata fin da subito quella più adatta e così
abbiamo colto l’occasione del bando regionale a sostegno
dell’innovazione tecnologica per presentare il nostro progetto di sala
cinematografica polifunzionale, che è infine stato approvato”.
“Il nostro nuovo equipaggiamento ci ha permesso di ampliare la
nostra collaborazione con gli enti territoriali, Provincia e Comune di
Macerata in primis, ma anche con Sferisterio Opera Festival, con il
progetto Opera Live: un’iniziativa – prosegue Rinaldelli – che ci ha
dato riconoscibilità e prestigio”.
“Un altro episodio curioso sulla digitalizzazione della nostra sala
riguarda le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale,
che abbiamo voluto celebrare con appuntamenti a tema: la
177
programmazione, patrocinata dal Comune e gratuita per il pubblico,
prevedeva alcune delle opere liriche più significative del periodo
risorgimentale, e tra queste posso dire che il Nabucco ha raccolto un
successo clamoroso, ma anche uscite cinematografiche di grande
pertinenza e di assoluto rilievo, quali Noi credevamo di Mario
Martone”.
“L’uscita del film, avvenuta nei giorni della sua presentazione alla 67a
Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia nel settembre 2010, ci
aveva trovati ancora impreparati alla riapertura, che sarebbe però
avvenuta di lì a poche settimane, con altre prime visioni”.
“Contavamo comunque di non “perdere” il titolo, bensì di riprenderlo
comunque nella settimana del 17 marzo, quella delle celebrazioni più
rilevanti. Microcinema ne aveva concordato la conversione in digitale
con il distributore Rai Cinema proprio per agevolarne la massima
diffusione in un’occasione così importante; ci siamo quindi trovati la
nostra “copia” digitale nel server e abbiamo potuto coronare la nostra
rassegna con questo grande affresco storico”.
“Siamo pienamente soddisfatti della “nuova vita” del Cinema Italia:
continuiamo a ricevere apprezzamenti per il nostro operato sui vari
fronti della cultura. Dal pubblico presente alle nostre iniziative, dai
vari Enti del territorio, da artisti di passaggio a Macerata, da coloro
che qui operano da tempo e, infine, da tanti privati cittadini che ci
manifestano affetto e simpatia insieme alla piena approvazione delle
nostre scelte. Il digitale Microcinema si è rivelato un elemento
fondamentale di questo nuovo percorso e non escludiamo di
potenziarlo con un ulteriore investimento nei prossimi mesi."
Dal 2006 quindi, poco per volta e non senza difficoltà, ma d’altronde
sono proprio queste cose “il bello e il brutto” del mestiere, il Nuovo
Cinema ha finalmente assicurato continuità all’attività della sala e il
Cine Teatro può garantire ininterrottamente una programmazione
cinematografica di alta qualità affiancata da iniziative teatrali e
musicali di rilievo”.
Ingresso nel Digital Network: ottobre 2010
178
Cinema GARDEN di Gavirate (VA)
Nulla al mondo è più triste di un clown che non fa ridere, se non un
cinema sempre più solo e buio. Un ritratto del genere ci è offerto da
un coinvolgente articolo comparso su La Prealpina di Varese martedì
21 giugno 2011, in cui il giornalista Diego Pisati regala al lettore un
sintetico ma appassionato riassunto della storia di una sala
cinematografica, il Garden di Gavirate (VA) che, nei decenni del suo
onorato servizio ha saputo creare con il proprio pubblico un rapporto
quasi indissolubile.
Purtroppo la recente storia italica ci offre una lunga lista di cinema
chiusi o lasciati andare alla deriva, ma quel che distingue il Garden da
tutti gli altri è la storica gestione di Aldo Piccolini, esercente d’altri
tempi ma, soprattutto e prima di tutto, grande appassionato di
cinema e, anche per questo, tratto indelebile nella memoria dei
fedelissimi della sala. A sentir loro il ricordo di quell’esercizio si
delinea vividamente ancora oggi come un’esperienza mitica e
privilegiata; e sembra davvero di veder riemergere nitido dalla coltre
nebbiosa di un passato indistinto quel Garden che, pur a latitudini
diverse, non sembra discostarsi poi molto dal ritratto romantico che
Tornatore fa del cinematografo in Nuovo Cinema Paradiso.
Oltre al Garden vi era un’altra sala attiva fino a pochi anni fa a
Gavirate, l’Eden. Entrambe rimasero a lungo nei cuori del loro vecchio
pubblico per il quale, sin dagli anni ‘60-70, rappresentavano motivo di
indubbio orgoglio (e non è difficile comprenderne le ragioni). La
cittadina, con poco più di 10.000 abitanti, poteva contare su una
varietà e una qualità di proposte tali da far invidia a realtà più
importanti, conservando così un preciso ruolo di riferimento al centro
del territorio compreso tra Varese e il Lago Maggiore dove,
progressivamente, erano scomparse all'inizio degli anni ‘90 tutte le
sale presenti.
La dolorosa chiusura dell’Eden, a seguire le crescenti difficoltà di
gestione del Garden e la competizione con i multiplex vicini, non
fecero altro che aumentare lo sconforto e la sfiducia verso il futuro.
Per gli esercenti e per ogni cinefilo, gaviratese e non, si profilava
sempre più realistica la possibilità di restare davvero “al buio”: finiti i
tempi d’oro bisognava fare i conti con una realtà sempre più dura e
spietata. Questa realtà sembrava esigere che venisse messa da parte
179
ogni illusione e che non ci fosse alcuna alternativa valida da
esaminare. Sul finire del 2008 il destino del Garden sembrava
segnato: a breve il cinema avrebbe chiuso i battenti finendo per far
compagnia all’Eden, chiuso dal giugno dello stesso anno. Dopo 40
anni di gestione e raggiunti con grande vigore gli 80 anni di età, Aldo
Piccolini restituiva il Garden al Comune di Gavirate, proprietario
dell'immobile, completo delle attrezzature e degli arredi da lui allestiti.
Ci si era rassegnati all’evidenza: la fine della storia, l’epilogo di
un’intesa particolare, il termine di un lungo percorso fatto insieme.
Tutto pareva soccombere.
Ma così non era. Per fortuna all'epoca si erano già attivate forze che,
mosse dalla stessa grande passione per il cinema e per la realtà
sociale del Paese, non meno che da una impavida ostinazione,
avrebbero fatto in modo di restituire la sala al suo pubblico, una volta
per tutte.
Un gruppo di amici appassionati della settima arte nell'estate del
2008 costituisce l'Associazione Culturale L'Immaginario con lo scopo
di "promuovere e diffondere la cultura cinematografica". Superando
le iniziali difficoltà e vincendo le perplessità dei più scettici, con il loro
lavoro di volontari hanno ridato a Gavirate il suo cinema.
La speranza affievolita si rianimava d’improvviso, più impetuosa che
mai, e si proponeva ancora la voglia inestinguibile di proiettarla nel
futuro. Un futuro difficile ma non ostile: bastava solo attrezzarsi con
quanto di meglio c’era nei tempi che cambiavano e metterlo al
servizio di una lunga tradizione. Per questo, dopo i primi mesi di
attività saltuaria – necessaria per tarare le forze – il Garden ha
ripreso una programmazione strutturata, nel settembre 2010:
L’Immaginario, di fronte alla risposta più che confortante del
pubblico, il desiderio di un'offerta culturale sempre più ampia ha
determinato la scelta di dotarsi di un sistema digitale di proiezione
con un Cinemakit Microcinema: “Conoscevo bene l’offerta
Microcinema – spiega il presidente dell’Immaginario Vittorio
Mastrorilli – e, seppur tentati dalle nuove tecnologie 2K, abbiamo
scelto di investire in modo graduale, scegliendo in un primo momento
un Cinemakit”.
“Il digitale ti qualifica come sala che guarda già ad una fase
successiva, ad una qualità visiva superiore e ad una programmazione
180
più flessibile – continua Mastrorilli –; l’intento era quello di creare
interesse e di ravvivare quel rapporto interrotto quasi due anni prima,
senza stordire il pubblico con effetti speciali, ma comunque
comunicando un’evoluzione in modo inequivocabile”.
E questa evoluzione è evidente e sotto gli occhi di tutti. Da cinema
che ha duramente lottato per sopravvivere in un mondo molto
competitivo, il Garden si è ormai affermato come una realtà stabile
per quella base di spettatori affezionati che L’Immaginario è riuscito a
raccogliere in poco più di un anno.
“Abbiamo cercato di accontentare tutti, sia gli amanti del cinema
d’autore sia le famiglie, e di più: con gli eventi in diretta e registrati
abbiamo praticamente “stanato” un intero segmento di pubblico che
negli anni si era allontanato dal cinema e che, proprio per merito di
questa iniziativa, vi si è riavvicinato”.
“120 persone, in media, per uno spettacolo a settimana di lirica in
differita sono un ottimo risultato per noi. Quelle stesse persone
sarebbero probabilmente rimaste chiuse in casa senza un buon
motivo per uscire. E invece, con l’offerta giusta, quelle stesse persone
hanno preso ormai l’abitudine di venire da noi per “assaggiare” il
nostro menu. Siamo molto contenti di essere riusciti a tenere viva
questa sala – conclude Mastrorilli –, restituendogli la funzione
culturale e sociale in cui abbiamo sempre creduto e che ci ha mosso
con passione sin dall’inizio”.
Con un palinsesto che attinge dal catalogo di titoli in HD
Microcinema, alternati alle uscite in pellicola, il Garden ha saputo
coniugare la grande tradizione della quale si avvale a concreti
progetti per un futuro più solido e sempre ai massimi alti livelli
qualitativi.
Ingresso nel Digital Network: settembre 2010
181
Cinema FIAMMA e Cinema PRINCIPE di Firenze
Dal 1994, in seguito a vicissitudini societarie, fu interrotto ogni tipo di
intervento di manutenzione presso due dei cinema storici di Firenze, il
Principe e il Fiamma. Le quattro sale, due per ciascun cinema, con
tutti i loro anni di onorato servizio alle spalle, rischiavano di finire
presto nel dimenticatoio.
Si dice che gli accadimenti più importanti nella vita delle persone
siano dovute al caso. È un caso certamente che, a poche centinaia di
metri dal Fiamma, si trovasse il cinema Fulgor. Non è invece un caso
se il Fulgor è gestito, insieme al Marconi e ad altre due strutture tra
la provincia di Arezzo e quella di Pisa, dalla FCV. La stessa società
che ha permesso al Fulgor di accrescere la propria fama in città
grazie alla proposta in esclusiva delle opere liriche in diretta dai più
famosi teatri internazionali: la piazza fiorentina si è così aperta ad
una rassegna di appuntamenti settimanali all’insegna di pregiatissime
registrazioni, senza dimenticare tutti gli eventi della Stagione Live di
Microcinema. Non può dirsi decisa dal caso nemmeno l’iniziativa della
FCV, di voler ridare lustro al Principe e al Fiamma. FCV, con la
medesima determinazione e il medesimo staff che ha reso il “lunedì
dell'Opera” al Fulgor un'imperdibile occasione di ritrovo per i fiorentini
(si registrano picchi di tutto esaurito e una media che non scende mai
sotto i 130 spettatori anche per le differite), si è dunque lanciata
nell'impresa, apparentemente difficilissima, di ridare lustro al Principe
e al Fiamma. Oggi la nuova vita dei due cinema non può che
confermare il successo di quell'impresa, rivelatasi grandiosa e gradita
presso gli spettatori fiorentini, ai quali le sale sono state restituite
dopo lungo tempo di decadenza.
“Un’impresa coraggiosa: le due strutture versavano in condizioni
davvero critiche – commenta Sara Carlisi, responsabile della
comunicazione del Gruppo –, ma c’era la volontà forte di salvarle e di
affrontare con loro la presenza di cinema nel centro, un problema
peraltro molto sentito. Dopo aver rilevato le licenze volevamo fosse
chiaro che tutto sarebbe rinato nel segno della continuità con la parte
migliore del passato di ciascuna sala, conservandone le peculiarità
della programmazione: il Fiamma con la sua proposta improntata al
coinvolgimento del grande pubblico con titoli più commerciali e il
Principe invece con i titoli d’autore.”
182
Fu così che prese piede la ristrutturazione lampo dei due cinema
storici del centro cittadino. Tutto viene rimesso a nuovo, dal
pavimento all’atrio, dagli arredi alle poltrone, restituendo al Principe e
al Fiamma gli antichi splendori di un tempo, rendendo giustizia
all’orgoglio e all’innata eleganza di una grande città. L’operazione
avrà il suo coronamento inevitabile con l’installazione di moderni
impianti audio e la digitalizzazione completa delle quattro sale che,
per dirla con Dante, che tanto amò quel centro fiorentino, tornano
finalmente "a rivedere le stelle”: il Fiamma nell’agosto del 2011 e il
Principe nel settembre dello stesso anno.
“Sarebbe impensabile ridare vita a un cinema senza il digitale –
commenta Sara Carlisi –. Per queste sale abbiamo scelto dei sistemi
DCI e DCI con upgrade a M-box, il sistema interoperabile che al
Fulgor ci ha permesso di programmare tutti i titoli digitali delle major
americane, le uscite dei distributori nazionali, la lirica e il balletto, con
una sola macchina di proiezione”.
Senza dubbio un investimento cospicuo e coraggioso conferma la
società: “Digitalizzare una sala comporta una spesa ancora ingente,
anche per un gruppo come il nostro. Nella scelta dei sistemi ci siamo
affidati a Microcinema, in parte per la qualità delle tecnologie
proposte, in parte per la modularità degli apparati. Mi risulta che
l’offerta Microcinema sia ancora l’unica a consentire il passaggio
graduale da un sistema alle versioni superiori in qualsiasi momento:
al Fulgor, per esempio, avevamo scelto inizialmente di dotarci solo di
server e proiettore 2K per proporre le prime visioni DCI. Quando
iniziammo a proporre gli eventi in diretta, la risposta fu ottima e ci
spinse ad integrare con M-box, in modo da poter accedere anche a
tutti i titoli registrati del catalogo, distribuendoli in tutte le sale
digitali”.
“È questo il vantaggio: la possibilità di fare un passo alla volta. Una
visione “aperta” che rende l’investimento più sostenibile. Ben più di
una semplice fornitura di tecnologia”.
Con la riapertura arriverà al Fiamma una novità molto attesa: l’opera
lirica. “Più di una volta ci è capitato, al Fulgor, di duplicare la
proiezione di un evento live su due sale per accogliere tutto il
pubblico interessato – riprende Sara Carlisi –. E nel tempo abbiamo
183
impiegato anche il Marconi in questa iniziativa e persino lì,
nonostante il cinema sia più decentrato, non sono mancati i pienoni”.
“Con la nuova stagione Live vogliamo coinvolgere anche il Fiamma:
quale modo migliore di valorizzarne il restyling se non con lo
spettacolo più prestigioso?”.
Ingresso nel Digital Network del cinema FIAMMA: agosto 2011
Ingresso nel Digital Network del cinema PRINCIPE: settembre 2011
Cinema ESEDRA di Bari
8 marzo 2011. Al Cinema Il Piccolo di Santo Spirito, appena fuori
Bari, va in scena la diretta de La Bohème di Giacomo Puccini,
nell’allestimento del Teatro La Fenice di Venezia. Un appuntamento di
grande richiamo che fa registrare l’ennesimo successo di pubblico, a
quattro anni esatti dalla digitalizzazione della sala.
8 marzo 2011. Il Cinema Esedra di Bari città, sala della Parrocchia di
San Giuseppe, riapre dopo circa un anno di inattività, con la
proiezione in pellicola di Sèraphine, primo appuntamento della
rassegna cinematografica di qualità con la quale don Vito Marziliano
dà il bentornato all’affezionato pubblico del proprio cinema.
Il Piccolo e l’Esedra rappresentano due realtà distanti fra loro ma ben
radicate in un territorio che è esattamente lo stesso. Distanti poche
migliaia di metri l’uno dall’altro, difficilmente si possono immaginare
due mondi più diversi di questi. Il primo continua la propria attività in
maniera crescente da molti anni ormai, e grazie alla longeva
collaborazione con Microcinema, la sua programmazione di qualità
non fa che riscuotere successi. Il secondo presenta invece una storia
più tormentata e sofferta, ma da questo contorto cammino ha saputo
trarre maggior carica e, avendo conosciuto grandi difficoltà, è ora in
grado di apprezzare maggiormente le potenzialità del proprio
esercizio e riconoscere la fortuna ritrovata.
Non c’è nessuno del quartiere che non sappia indicarvi l’Esedra.
Questo cinema può giustamente vantare, come pochi altri, una lunga
storia e un profondo rapporto col territorio. Nel giugno 2010 la Curia,
dopo aver affidato per ben trent’anni la gestione a dei privati, decise
di riprendere in mano la sala a livello gestionale, partecipando
184
attivamente alla scelta dei contenuti da programmare. Non senza un
po’ di malinconia, la parrocchia sospese momentaneamente l’attività.
Seguirono nove mesi di buio in sala e di pianificazione in sacrestia,
una vera e propria gestazione nel corso della quale don Vito ebbe
modo di riorganizzare le idee, di valutare attentamente il da farsi, e di
raccogliere parallelamente informazioni su un mondo, quello
dell’esercizio cinematografico, per molti versi a lui fino ad allora
sconosciuto. Dalle trattative con gli agenti locali alla gestione delle
proiezioni, attraverso numerosi e diversi passaggi, gradualmente il
Parroco vide prender forma davanti a sé uno scenario complesso,
sicuramente ricco di opportunità ma anche di oneri non indifferenti.
Più complesso esso appariva più riservava elementi di assoluto
fascino. Per Don Vito era troppo forte la tentazione di gettarsi in
questa nuova avventura.
“Non fu facile ottenere un quadro chiaro della situazione all’inizio. La
gestione della sala andava ad aggiungersi alle mille e una attività a
servizio della Comunità e richiedeva un impegno che sembrava al di
sopra delle nostre possibilità – racconta don Vito –. In ogni caso
chiudere la sala è sempre stato fuori discussione: si trattava solo di
trovare la soluzione adatta per farla funzionare nel migliore dei
modi”.
Don Vito comprese anche la necessità di un supporto al quale
affidarsi: mise insieme una squadra di volontari in grado di rilanciare
l’attività e di organizzare saltuariamente piccole iniziative per tenere
in vita la struttura. Nel frattempo don Vito non considerava finita la
sua ricerca e, in quei mesi di riflessione e attesa, ebbe modo di
confrontarsi con l’esperienza positiva di un’altra Sala della Comunità,
il Piccolo di Santo Spirito. Il Piccolo è uno dei primi cinema ad aver
aderito al Digital Network Microcinema fin dalla sua fase
sperimentale, ricevendo tutto il sostegno necessario e, in cambio,
aiutando Microcinema a crescere nel settore.
“Don Peppino Cutrone è una delle voci autorevoli fra le sale ACEC e
da subito fu disponibile e particolarmente lieto di spiegarci il rilancio
in digitale della loro sala – prosegue don Vito –. Grazie al digitale
avevano migliorato il loro accesso ai film in uscita, integrando il
palinsesto cinematografico regolare con spettacoli complementari e,
185
dopo quattro anni, si accingevano a passare al livello superiore
dell’offerta”.
Di fronte agli esperimenti largamente riusciti del Piccolo e di
numerose altre sale, pugliesi e non solo, collegate al Digital Network
e al circuito “D’Autore”153, Don Vito capì che era giunto il momento di
considerare conclusa la fase di studio e di partire con il digitale, ma
un digitale sostenibile.
“Ciò che ci ha convinti maggiormente è stata la semplicità di utilizzo
dei sistemi: avendo visto il Cinemakit in funzione siamo rimasti
favorevolmente impressionati dalla facilità con la quale si avvia la
proiezione, rispetto al montaggio e smontaggio della pellicola. Si
risparmia tempo e denaro ed è una procedura che può essere gestita
senza problemi dal nostro gruppo di volontari”.
Dopo i primi tre mesi di rodaggio del nuovo corso, il cinema Esedra
riaprirà quindi finalmente a settembre con un Cinemakit 1.3 K in
cabina, mentre un M-box 2.0 ha recentemente preso posto in quella
del Piccolo di Santo Spirito. Un doppio passo in avanti per due sale
vicine per collocazione e finalità editoriali: “Il nostro primo obiettivo è
dare un servizio alla comunità, richiamando il pubblico con una
programmazione di rilievo – conclude don Vito – abbiamo avuto la
fortuna di poter trarre spunto dai successi altrui per cercare di
costruire il nostro”.
Esedra e Il Piccolo, visti oggi, confermano in toto come dalla
collaborazione tra le sale, anche se vicine e in apparente
concorrenza, si può trarre maggior forza per la gestione dei singoli
cinema; e di tutto ciò l’esercente non può che giovarsi.
Ingresso nel Digital Network: settembre 2011
153
D’Autore è un circuito di sale cinematografiche di qualità pugliesi
organizzato da Apulia Film Commission. Nasce dall’idea di salvaguardare i
piccoli esercenti cinematografici con la finalità di migliorare l’offerta culturale
sul territorio regionale e valorizzare le sale cinematografiche esistenti come
patrimonio produttivo di promozione e aggregazione. Il progetto punta a
salvaguardare la centralità dello spettatore di cinema di qualità italiano,
europeo e internazionale.
186
Piccolo Teatro DON BOSCO di Padova
Il Piccolo Teatro Don Bosco, piccolo di nome ma non di fatto, dato
che la sala conta 390 posti e, dal momento che la sua “storia” proprio
piccola non può definirsi se si considera che negli anni ‘60 il
programma La scaletta” in onda su RAI Uno nel contesto della TV dei
Ragazzi, è stato ripreso fino al 1973 proprio all’interno di questa ex
sala parrocchiale ubicata nella periferia di Padova, con la presenza di
ospiti di alto livello quali Baglioni, Cocciante, Al Bano.
Inaugurato nel 1967, nei suoi primi quindici anni di attività poteva già
vantare un cartellone di assoluto prestigio proponendo, non solo tutti
i migliori film dell’epoca, divenuti frattanto capolavori assoluti e
riconosciuti nella Storia del Cinema ma anche un cineforum, il
“Cineclub Don Bosco”, immediatamente noto in tutta la città.
Insomma, con una programmazione di simile rilievo, il nome del
cinema è uno di quelli che spaventa anzitutto per la sua grandezza.
Nel 1982 si conclude improvvisamente la felice storia del Piccolo,
quando le norme di sicurezza sopraggiunte in quel periodo ne
imposero la chiusura. Quello che lasciò il Piccolo fu un desolante
senso di vuoto e amarezza in tutto il suo pubblico. In questi momenti
soprattutto, però, vengono messi alla prova i legami forti e temprati i
caratteri: la passione sempre viva della gente riunitasi poi intorno
all’Associazione Piccolo Teatro, ad oggi circa 60 volontari, portò ad
un’instancabile raccolta di fondi, energie e spunti che, dopo ben
diciannove anni di infinita dedizione, riuscì nel 2011 a restituire il
cinema alla propria comunità. “Gli anni della chiusura hanno
dimostrato quanto sia profondo il segno di una sala “viva” nella “sua”
gente – esordisce Massimo Salasnich –, uno dei responsabili della
programmazione”.
E parlando con Massimo si percepisce chiaramente tutto l’amore e la
passione che anima i volontari attorno al Piccolo, lo stesso
inesauribile coinvolgimento e la minuziosa cura investita oggi nella
costruzione della programmazione.
“I nostri “clienti”, se così vogliamo chiamarli – prosegue Luciano
Fornasiero, uno dei fondatori dell’Associazione – sono principalmente
i giovani, gli anziani e le famiglie del quartiere. Sono pubblici con
esigenze molto diverse. La sfida è riuscire a rendere un buon servizio
187
alle nostre fasce di pubblico attraverso un cartellone in grado
competere con le altre offerte presenti sul territorio. L’obiettivo
scegliere il meglio da un bacino più ampio possibile e
digitalizzazione con Microcinema è stata, per noi, il vero salto
qualità.”
di
è
la
di
“L’attivazione del nostro Cinemakit, a fine 2007, è stata il
coronamento della lunga opera di rivitalizzazione e ammodernamento
– riprende Salasnich –. Il nostro cineforum ha potuto proiettare in
digitale film come The Millionaire di Danny Boyle o Il nastro bianco di
Michael Haneke o ancora Noi credevamo di Mario Martone e per gli
appassionati di cinema e non solo, in termini di qualità di visione,
questo è stato un grande plusvalore”.
Per ultima, ma non ultima, la lirica: le più grandi opere di tutti i
tempi, messe in scena dai grandi artisti di oggi con i migliori cast
europei, sono diventati uno degli appuntamenti irrinunciabili e
fondamentali della programmazione del Piccolo.
“Volevamo farci un’idea di come fosse vederla su grande schermo –
spiega Fornasiero – ma dopo due proiezioni “di prova” riservate ai
melomani del nostro gruppo, era chiaro che un contenuto di un
genere così particolare ci avrebbe portati lontano, tanto che ci capita
sempre più spesso di esaurire i biglietti già in prevendita”.
Assistere alla Prima della Scala al Piccolo Teatro, poi, è uno
spettacolo nello spettacolo, una visione inedita che riempie di stupore
e ammirazione al contempo: come avviene in molte sale cittadine, il
pubblico si presenta in sala in tenuta da gran serata e viene accolto
da un rinfresco a base di spumante e stuzzichini (addirittura un buffet
pressoché completo quando c’è la “prima” della Scala). Quando le
immagini della platea del Teatro milanese riempiono lo schermo,
sparisce la cosiddetta “quarta parete” chiamata in causa per separare
lo spettacolo dal suo pubblico: come in un gioco di specchi che si
confonde con la realtà, il pubblico della Scala sconfina in quello del
Piccolo e quello del Piccolo si prolunga sino alla Scala, innescando un
cortocircuito di rimandi e doppi fondi.
“Quando siamo ripartiti dopo la chiusura puntavamo a realizzare
qualcosa di simile a quanto stiamo facendo adesso – riprende
Salasnich –. Naturalmente, non ci consideriamo “arrivati”, anzi ogni
188
buon risultato ci sprona ad “osare” un po’ di più, magari con il
passaggio all’M-box. Passaggio che ci aprirebbe le porte verso un
nuovo orizzonte di titoli e di offerte anche più commerciali, che però
valuteremmo sempre rapportandoci alla linea editoriale che il nostro
pubblico si aspetta da noi. Riteniamo che la tecnologia, se non
ricondotta ad un utilizzo con finalità ben precise – e per noi il fine
sono sempre le persone – sia appunto solo “ferro”.
Possiamo senz'altro affermare che il Piccolo, dopo un lungo riposo, è
finalmente rinato e cresciuto, recuperando i fasti di un tempo e
ritrovandosi nuovamente “grande”.
Ingresso nel Digital Network: settembre 2008.
189
Giacomo Balla – Dinamismo di un cane al guinzaglio (1912), particolare
Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York
DIZIONARIO ESSENZIALE
190
191
ADSL: acronimo di Asymmetric Digital Subscriber Line, indica una
tecnologia appartenente alla famiglia delle xDSL, utilizzata per
l'accesso digitale a Internet ad alta velocità di trasmissione su
doppino telefonico.
ACATS: acronimo di Advisory Committee on Advanced Television
Service, è un organo della FCC che ha il compito di approvare lo
standard delle TV di ultima generazione negli Stati Uniti.
Anaglifo: indica l’immagine tridimensionale utilizzata agli albori della
stereoscopia, costituita da due immagini sovrapposte e colorate
diversamente tra loro in modo da far percepire al cervello dello
spettatore, dotato di occhialini colorati, l’illusione della
tridimensionalità dell’immagine.
Ansi Lumen: unità di misura della luminosità standardizzata
dall’ANSI, acronimo dell’inglese American National Standard Institute.
È comunemente usato per definire la luminosità di un proiettore.
Aspect ratio: indica il rapporto matematico tra la larghezza e
l'altezza di un'immagine. Il formato, o aspect ratio, cinematografico
più utilizzato è il formato 1,85:1. Meno diffuso il Cinemascope 2,35:1
(2,39:1).
Battuta: quando si parla di “uscita in battuta” si fa riferimento alla
prima uscita nazionale.
Bit (b): contrazione del termine binary digit = unità binaria. Un bit
può definire due livelli o stati, 0 o 1, acceso o spento, bianco o nero,
ecc.
Blockbuster: film che, grazie ad una massiccia promozione
commerciale prima dell’uscita, è generalmente candidato ad entrare
ai primi posti nelle classifiche di vendita di biglietti a livello
internazionale. A livello contenutistico ha un carattere di
intrattenimento tout court.
Blu ray disk: vedi Disco ottico.
B-movie: identifica un film di bassa qualità. E’ nato negli anni trenta
negli Stati Uniti. Pagando un solo biglietto si poteva vedere un film in
più e questo spiega anche la loro durata inferiore ai settanta minuti.
Si trattava di film di genere (soprattutto western e noir) girati in
pochi giorni e sfruttando scenografie e costumi di altri film ben più
costosi.
Bollywood: è la fusione dei nomi Bombay e Hollywood. Indica gli
studios indiani, che hanno una produzione, in lingua hindi, in
192
costante espansione perché si rivolgono ad un mercato potenziale
che sfiora il miliardo di persone, giovani e appassionati di cinema. Gli
studios Tamil sono chiamati Kollywood e hanno sede nel sud del
paese.
Box office: chiamato anche in gergo “botteghino”, identifica il totale
incassato da un film in un determinato periodo, dato dalla somma del
valore lordo dei biglietti (ovvero il prezzo pagato dal pubblico).
Brightness (Luminosità): la quantità totale della luce proveniente
dallo schermo sul quale è proiettata un’immagine “tutto bianco”.
Viene misurata in “candele per metro quadro” oppure in “foot lambert
per metro quadro”. Può indicare anche la proprietà di una superficie
di emettere o riflettere luce.
Broadcasting: sistema di radiodiffusione che permette la
trasmissione di informazioni da un unico punto trasmittente a un
insieme di punti riceventi non definito a priori.
Byte: insieme di otto bit. Viene utilizzato come unità di misura di
spazio in informatica. È la quantità di memoria necessaria per
memorizzare un carattere alfanumerico.
CD: vedi Disco ottico.
Central Library: è un server centrale che permette di
immagazzinare grandi quantità di contenuti DCP all’interno di una
sola macchina (nell’ordine della decina di Terabyte). Le grandi
strutture cinematografiche multisala impiegano tali apparecchiature
per ingestare tutti i contenuti DCP (o riceverli direttamente via
satellite) e per smistare questi ultimi automaticamente nei server di
sala.
Chiave di crittografia: algoritmo matematico usato per criptare e
decriptare i contenuti rendendoli inaccessibili a chi è sprovvisto della
chiave. E’ parte integrante della licenza che autorizza l’uso, la
decriptazione e la riproduzione del film digitale per quel determinato
cinema, schermo, giorno e ora.
Cinemakit: è l’insieme “aperto” di apparati tecnologici che permette
la ricezione via satellite dei film e degli eventi del catalogo
Microcinema, il loro immagazzinamento, la proiezione e l’utilizzo
polifunzionale della sala cinematografica con i contenuti procurati in
autonomia dall'esercente. È il primo gradino della digitalizzazione ed
è sempre possibile effettuare l’upgrade ai sistemi DCI.
193
Codifica (trattamento dell’immagine): è il processo informatico
che consente di ridurre la dimensione dei file video attraverso un
algoritmo percettivo di compressione delle informazioni relative alle
immagini. La codifica, nel cinema, può generare un file di 720 oppure
1080 pixel. Il cinema digitale usa questi tipi di compressione per
ottenere file di dati facilmente gestibili nei successivi processi di
masterizzazione, distribuzione e proiezione. Per essere proiettate le
immagini devono essere prima decodificate. Nell’accezione comune si
usa spesso per identificare programmi o contenuti criptati che
necessitano di sistemi di decodifica tipo decoder con smart card.
Color grading: è la variazione del bilanciamento dei colori, del
contrasto e di altri parametri delle immagini al fine di ottenere un
determinato equilibrio cromatico uniforme tra le varie scene.
Compressione dell’informazione: è un metodo per ridurre lo
spazio occupato da un file audio/video basato generalmente su un
algoritmo matematico che elimina tutte quelle informazioni che non
sono percepite dal cervello umano, mostrando allo spettatore
un’immagine del tutto simile all’originale. Un file compresso occupa
meno spazio in un hard disk e impiega meno tempo per essere
trasferito via satellite o via ADSL.
Content provider: indica il fornitore di contenuti.
Contrasto: è la misura del rapporto di luminosità tra l’area a
massima luminosità e l’area a minima luminosità dell’immagine
proiettata.
Cortometraggio: il “corto” è un film di durata massima di 30
minuti.
Correttore di trapezio: è un dispositivo che permette di ottenere
un’immagine perfettamente rettangolare anche qualora il proiettore
non sia in asse con lo schermo.
Crominanza (chroma): è la parte dell’immagine che contiene i dati
di colore, tonalità e saturazione.
D-Cinema: Cinema Digitale. Il sistema di archiviazione e proiezione
cinematografica digitale. Gli studios americani e l’SMPTE identificano
come cinema digitale la catena produttiva dalla lavorazione del primo
master, alla preparazione dei DCDM e DCP, fino alla proiezione. La
distribuzione alle sale cinematografiche può essere fatta via satellite,
su cavo a banda larga o su media fisico (nastro magnetico, disco
ottico o disco magnetico).
194
D5-HD: supporto video in HD caratterizzato da una bassissima
compressione dei dati, sviluppato da Panasonic ed utilizzato come
master universale (Universal Master) da cui vengono prodotti tutti i
contributi per la filiera dello sfruttamento dei diritti audiovisivi: DVD,
home video, TV via satellite, TV analogica.
Datacine: dispositivo che trasferisce le immagini dalla pellicola al
dominio digitale apportando le dovute correzioni di spazio colore.
Esso ha ormai soppiantato il vecchio telecine.
DC28: vedi SMPTE DC28.
DCDM: acronimo di Digital Cinema Distribution Master – È il master
non compresso per video/audio e sottotitoli. L’immagine DCDM ha già
subito la color correction per la proiezione digitale ed è utilizzata per
creare i file compressi utilizzati nella distribuzione del Digital Cinema.
Il DCDM è un supporto richiesto da molti festival per la proiezione in
digitale.
DCI: acronimo di Digital Cinema Iniziative. È un’organizzazione
volontaria costituita da Disney, Fox, MGM, Paramount, Sony Pictures,
Universal e Warner Bros per investigare sulle possibili tecnologie
digitali da utilizzare nel settore cinematografico in sostituzione della
pellicola tali che il risultato visivo per lo spettatore appaia uguale o
superiore a quello della prima proiezione della prima copia stampata.
Il risultato dell’investigazione ha generato raccomandazioni sul DCinema che riguardano esclusivamente gli aspetti tecnici (trattamento
dell’immagine) ma non le implicazioni commerciali dovute alla loro
applicazione. Dal 2008, DCI ha rilasciato centinaia di errata corrige al
Digital Cinema Specification.
DCP: acronimo per Digital Cinema Package – È l'insieme di file
ricavati dal risultato del processo di compressione, codifica,
criptazione della copia DCDM con eventuale versione audio e
sottotitoli. In pratica, è la copia del film digitale che la distribuzione
fornisce agli esercenti. La copia DCP può essere memorizzata su
media fisico ed inviato via satellite o rete.
Digitale: termine che deriva dall’inglese digit (numero) indica sia un
insieme finito di elementi sia ogni forma di organizzazione delle
informazioni come combinazione di dati rappresentati sotto forma di
segnali discreti (on e off) e tradotti nel codice binario 0 e 1. Un
oggetto viene reso in formato digitale quando il suo stato analogico,
rappresentato da un insieme infinito di elementi, viene trasformato in
un insieme numerabile di elementi.
195
Diritto Theatrical: è il diritto di proiezione e sfruttamento del
contenuto audiovisivo per proiezione nelle sale cinematografiche.
Diritto Theatrical Digitale: diritto di proiezione e sfruttamento del
contenuto audiovisivo relativo alle proiezioni digitali nelle sale
cinematografiche del Digital Network intermediato da Microcinema.
Disco ottico: tipologia di supporto di memoria, costituita da un disco
piatto e sottile in genere di policarbonato trasparente. Tra i più
utilizzati:
- CD: ha una capienza di circa 700 Mb e viene utilizzato soprattutto
nell’industria discografica perché nasce come supporto per l’audio
digitale di alta qualità.
- DVD: può contenere circa 4,5 Gb di informazioni su di un lato e
18 Gb sulla versione a doppia intensità (circa 40 volte più di un
normale CD-ROM).
- Blue Ray Disc: identifica un disco ottico con maggiore capacità
di memoria rispetto al DVD normale, in grado pertanto di
contenere file audio/video in alta definizione.
- DIVX: è una tecnologia multimediale proprietaria basata su una
variante dello standard di codifica MPEG-4. Il celebre compressore
video sviluppato da DivX Inc. è utilizzato da moltissime persone in
tutto il mondo e ha creato un ecosistema alternativo allo standard
MPEG-4. Di tale ecosistema fanno parte, oltre ad applicazioni
(software) per computer, anche lettori DVD/DivX e macchine
fotografiche digitali. La particolarità del DivX sta nella sua
versatilità nel produrre file di dimensioni ridotte (come filmati di
lunga durata) lasciando pressoché inalterata la qualità
dell'immagine. In pratica, con le opportune impostazioni, è
possibile convertire un film DVD di circa 2 ore in un file DivX da
700 Mb (la dimensione di un CD-ROM) con una eccellente qualità
video e audio. Per questo motivo è stato al centro di controversie
per il suo utilizzo nella duplicazione e distribuzione di DVD
protetti.
DLP: acronimo di Digital Light Processing (DLP). E’ un sistema
digitale di generazione delle immagini basato su tecnologia DMD –
Digital Micromirror Device sviluppata dalla Texas Instruments insieme
alla Digital Projection e usata dai principali costruttori di proiettori per
cinema digitale tra cui Barco, Christie e Nec, ma anche per proiettori
digitali ovvero per altre applicazioni non necessariamente relative al
cinema digitale. Il dispositivo è formato da una matrice di
196
microscopici specchi oscillanti (ciascuno dei quali corrisponde ad un
pixel dell’immagine finale), utilizzati per riflettere il fascio luminoso
proveniente da una lampada. Una volta colpiti, gli “specchietti”,
variando la propria incidenza, rifrangono la luce in modo da creare
l’immagine in movimento. È possibile realizzare immagini in tricromia
RGB con una sola matrice ma, per migliorare risoluzione e luminosità,
possono essere utilizzate tre matrici o chip, uno per ogni colore
primario.
DRM: acronimo di Digital Rights Management. Complesso di sistemi
tecnologici mediante i quali i titolari dei diritti d'autore possono
esercitare e amministrare tali diritti nell'ambiente digitale, grazie alla
possibilità di rendere protetti, identificabili e tracciabili tutti gli usi in
rete di materiali adeguatamente “marchiati”. Con il temine DRM si fa
spesso riferimento al certificato digitale che accompagna il film come
una carta d’identità, come un curriculum che rileva, concedendo o
negando, ogni utilizzo dello stesso.
DVD: vedi Disco ottico.
Ethernet: è un modo per connettere e collegare apparati digitali in
rete. La principale caratteristica è il numero di dati digitali (bits) che
possono essere trasmessi in un periodo di tempo. Si adopera una
rete a 10BaseT o 100BaseT per trasferire informazioni semplici come
le istruzioni di controllo, mentre si adopera una rete veloce Ethernet
Gigabit 1.000BaseT o 10.000BaseT per trasferire grandi quantità di
dati come, per esempio, quelli per il film digitale.
FCC: acronimo di Federal Communications Commission, è un’agenzia
governativa indipendente degli Stati Uniti creata, diretta e autorizzata
dallo statuto congressuale. E' un’ autorità amministrativa
indipendente ma ha maggiori poteri delle corrispondenti autority
italiane. La FCC è stata definita dal Communications Act del 19
giugno 1934 come successore della Federal Radio Commission ed è
incaricata di tutti gli usi dello spettro radio (incluse le trasmissioni
radio e televisive) non governative, di tutte le telecomunicazioni
interstatali (via cavo, telefoniche e satellitari) e delle comunicazioni
internazionali che provengono e sono destinate agli Stati Uniti.
File: insieme strutturato di dati caratterizzato da un’etichetta di
metadati e da vari pacchetti di dati.
Film Commission: uffici e organismi no-profit, creati e sostenuti da
enti pubblici locali (regioni, provincie, comuni). Forniscono
gratuitamente i propri servizi, che vanno dall'assistenza logistica
197
all'ottenimento dei vari permessi, dalla ricerca di location alla
facilitazione nell'accesso a risorse finanziarie locali.
Film scanner: indica un'apparecchiatura che crea una versione
digitale della pellicola. I film scanner sono in grado di lavorare a
risoluzioni maggiori dell'HD (1920 x 1080). Il formato più
comunemente usato è il 2K ma anche il 4K, soprattutto per
lavorazioni che contemplano effetti visuali come in post-produzione.
Foot-lambert: è l’unità di misura della luminosità (luminanza) sullo
schermo di proiezione. Society of Motion Picture and Television
Engineers (vedi SMPTE) raccomanda la luminosità degli schermi per i
cinema commerciali. L'attuale revisione della specifica SMPTE 196m
richiede 16 foot-lambert pari a 55 candele per metro quadrato.
Foyer: è il locale, adiacente ad una sala teatrale o cinematografica,
dove gli spettatori si intrattengono prima, durante e dopo le pause
dello spettacolo.
FPS (o frame rate): acronimo di Frame per Seconds, è il numero di
immagini per unità di tempo che vengono visualizzate (frame). Varia
da sei a otto immagini al secondo per le vecchie macchine da presa a
120 o più per le nuove videocamere professionali. Gli standard PAL
(Europa, Asia, Australia, ecc.) e SECAM (Francia, Russia, parti
dell'Africa ecc.) hanno 25 FPS, mentre l'NTSC (USA, Canada,
Giappone, ecc.) ha 29.97 FPS. La pellicola ha una registrazione ad un
frame rate minore, di 24 FPS. Per raggiungere l'illusione di un'
immagine in movimento il frame rate minimo è di circa 10
fotogrammi al secondo.
Frame: vedi FPS
Frame rate: vedi FPS
Full digital: è un esercizio cinematografico che sceglie di proiettare
solo in digitale abbandonando la via della pellicola.
Full redundant: caratteristica di un dispositivo progettato per
essere utilizzato in applicazioni critiche dove è richiesto il minor
tempo di fermo possibile. Tutti gli elementi costitutivi sono ridondati
per garantire la massima performance.
FUS: acronimo del Fondo Unico per lo Spettacolo, è il meccanismo
utilizzato dal governo italiano per regolare l'intervento pubblico nei
settori del mondo dello spettacolo (cinema, teatro, musica, ecc). È
stato istituito con l'articolo 1 della legge 30 aprile 1985, n.163 per
fornire sostegno finanziario a enti, istituzioni, associazioni, organismi
198
e imprese operanti nell’ambito di cinema, musica, danza, teatro, circo
e spettacolo viaggiante, nonché per la promozione e il sostegno di
manifestazioni e iniziative di carattere e rilevanza nazionale in Italia o
all'estero.
Ghost Busting: è un tipo di pre-processamento dell’immagine
richiesto da Real-D per evitare il fenomeno di ghosting, nel quale un
occhio percepisce marginalmente anche l’immagine destinata all’altro
occhio. Per ogni film esistono quindi due versioni di Master GB (Ghost
Busted) e NGB (Not Ghost Busted) destinate ai diversi sistemi 3D.
In un prossimo futuro su raccomandazione di DCI, saranno unificate
nel solo formato NGB (Not Ghost Busted). A questo formato Real-D e
i produttori di server si stanno adeguando.
Hard drive: è più conosciuto con il termine “hard disk” ed è
utilizzato per memorizzare grandi quantità di dati digitali. Nel
Cinemakit è usato in configurazione RAID per memorizzare i file dati
dei film digitali e pronti per la riproduzione. Hard drive rimovibili
possono essere anche usati per trasferire film digitali da una sala
all’altra.
HD: acronimo di High Definition. E’ un formato televisivo e indica
formati di immagine 1280x720 pixel o 1920x1080 pixel.
HD-DVD: acronimo di High Density Digital Versatile Disc. Come il Blu
ray ma realizzato da un diverso consorzio di produttori e per questo
basato su un formato di memorizzazione e gestione dell’immagine
incompatibile con Blu ray. Toshiba ha confermato la cessazione del
business HD-DVD, annunciando l'interruzione della produzione.
HDTV: acronimo di High Definition TV. Televisione ad alta
definizione. Generalmente è costituita da 1920 pixel per ogni linea
orizzontale, 1080 pixel in verticale e con un formato immagine 16:9 a
differenza della Standard Definition TV che raggiunge al massimo una
risoluzione di 720 x 576 pixel.
Home theatre: è un sistema audiovideo per uso domestico.
Home video: identifica tutte le versioni video per uso domestico
(VHS, DVD, DiVX, CD).
IEC: acronimo di International Electrotechnical Commission, è una
organizzazione internazionale per la definizione di standard in materia
di elettricità, elettronica e tecnologie correlate. Molti dei suoi standard
sono definiti in collaborazione con l'ISO (Organizzazione
internazionale per la normazione).
199
Image compression: indica gli algoritmi e le tecniche che si
utilizzano per ridurre la dimensione delle immagini digitali. La
compressione è una tecnica utilizzata per memorizzare un'immagine
riducendo la quantità di informazioni digitali necessarie per
memorizzare elettronicamente l'immagine stessa.
Interlacciato: sistema analogico di codifica delle immagini basato
sulla scansione di ogni fotogramma in due campi, composti il primo
dalle linee dispari e il secondo dalle linee pari che formano
l’immagine. In caso di immagini dinamiche possono formarsi effetti
come sfarfallio delle righe o effetti scalino. Il sistema interlacciato
consente di trasferire in due tempi ogni fotogramma utilizzando
risorse limitate di banda. E’ il sistema utilizzato dalla televisione
tradizionale sia in Standard Definition sia High Definition.
Interoperabilità: capacità di fornire un interscambio efficiente di
immagini e audio elettronici e dei dati associati tra diversi formati di
segnale, tra diversi mezzi di trasmissione, tra diverse applicazioni, tra
diversi livelli di prestazione (FCC ACATS). In pratica identifica
l’effettiva compatibilità tra apparati e sistemi diversi forniti da diversi
costruttori. E’ un’esigenza degli esercenti di vitale importanza per le
sale.
ITU: acronimo di International Telecommunication Union. È l’agenzia
delle telecomunicazioni dell’ONU ovvero l’organismo internazionale,
con sede a Ginevra, responsabile della definizione di tutte le
normative riguardanti la telecomunicazione (anche il GSM che usiamo
per telefonare è normato dall’ITU).
ITU.B.709: identifica lo standard della HDTV.
ISO: acronimo di International Organization for Standardization, è la
più importante organizzazione a livello mondiale per la definizione di
norme tecniche. Fondata il 23 febbraio 1947, ha il suo quartier
generale a Ginevra in Svizzera. Membri dell'ISO sono gli organismi
nazionali di standardizzazione di 157 Paesi del mondo. In Italia le
norme ISO vengono recepite, armonizzate e diffuse dall'UNI, il
membro che partecipa in rappresentanza dell'Italia all'attività
normativa dell'ISO. L'ISO coopera strettamente con l'IEC,
responsabile per la standardizzazione degli equipaggiamenti elettrici.
JPEG: acronimo di Joint Photographic Expert Group (gruppo di
standardizzazione internazionale che lavora sotto ISO e IEC e che
sviluppa un consenso internazionale sugli algoritmi della image
compression per una continuità di tono e colore delle immagini
ferme). Identifica un algoritmo di compressione delle immagini
200
statiche che permette di ridurre lo spazio occupato dal file pur
mantenendo buona parte delle caratteristiche di qualità
dell’immagine. Sfruttando il funzionamento del cervello umano nel
percepire forme e colori, questo formato di codifica semplifica le
immagini eliminando minuscoli dettagli, normalmente impercettibili,
sostituendole con un modello matematico che consente di
rappresentarle con una quantità di informazioni notevolmente
inferiore. L’immagine viene così compressa, con un fattore variabile,
regolabile a piacere al momento della creazione del file: maggiore
sarà la compressione, minori le dimensioni del file.
K: numero di pixel di risoluzione orizzontale di un'immagine. "K" è
l'abbreviazione di "Kilo" che significa 1000 o abbreviato 1K.
KDM: vedi licenza.
LCD: il Liquid Cristal Display è un tipo di display principalmente
utilizzato per monitor è TV. Orientati in modo opportuno, i "cristalli
liquidi" possono consentire o meno il passaggio della luce proveniente
dalla retroilluminazione del pannello illuminando lo schermo.
Licenza: conosciuta anche come Key Delivery Message (KDM) è il
metodo standardizzato per spedire le chiavi di sicurezza (key) al
server di sala e contiene le chiavi necessarie a decriptare un
determinato film in un determinato cinema, oltre a informazioni sul
suo uso. Può essere su memoria USB o su rete oppure essere
nell'hard drive che contiene il film o contenuto digitale.
LSDI: acronimo di Large Screen Digital Imagery, è una famiglia di
sistemi digitali di proiezione relativi ai grandi schermi come i cinema, i
teatri e le grandi installazioni. Esistono molti sistemi di questo tipo, a
seconda delle dimensioni dell’ambiente in cui vengono installati, e
sono sempre caratterizzati da dispositivi di alta qualità.
Lungometraggio: è un film della durata minima di 60 minuti.
M-Box: è il server di sala interoperabile VC-1 / DCI presentato al
mercato da Microcinema nel 2008.
M-box 2.0: nuova versione 2011 del server M-Box, equipaggiato con
processori più potenti e maggiore spazio su disco. Può ricevere,
immagazzinare e proiettare oltre 200 titoli tra film e opere del
catalogo Microcinema e tutti film in formato DCI. Ad oggi è l'unico
sistema interoperabile disponibile sul mercato.
Major: è la definizione dei principali studios americani di produzione
e distribuzione di film. Universal, Sony Columbia Tri-star Pictures,
201
Warner Bros, Twenty Century Fox, Metro-Goldwyn-Mayer,
Dreamworks SKG, Disney Corporation, Paramount.
Masterizzazione: le attività in postproduzione per raggiungere la
edizione finale di un film (per l'appunto il “master”).
Media Block: è l’hardware necessario per decriptare e decodificare i
contenuti DCP. Solitamente si trova all’interno dei server DCI ma dal
2011, con la nascita dei proiettori digitali di seconda serie, lo
standard DCI ha avallato l’utilizzo degli IMB (Integrated Media Block).
Ovvero tale hardware è integrato nel proiettore, aumentando la
sicurezza dei dati trasmessi (tra server e proiettore) e abbattendo i
costi di acquisto (perché tali dati vengono decriptati, decodificati e
decompressi solo nel proiettore e non più anche nei server). DCOSA
Technical Overview, Versione 1.0 del 7-10-2010
Metadata: è una componente fondamentale per archiviare contenuti
digitali e semplificare l’accesso agli stessi in una fase successiva.
Sono le informazioni sovrascritte sui contenuti stessi che descrivono
un insieme di dati come il titolo, durata, ora e data, dettagli sul
copyright, formato immagine, tipo audio e via di seguito.
MJPEG-2000: (Motion JPEG) formato di compressione delle
immagini digitali in movimento basato sullo schema di compressione
JPEG utilizzato per le immagini fisse (prevede infatti la compressione
di ogni singolo fotogramma individualmente). Si caratterizza per una
bassissima perdita di informazioni dovuta alla compressione, che è
pur sempre consistente.
MPEG-2: standard di codifica dei dati digitali usato principalmente
per contenuti LSDI, contenuti alternativi e HDTV. Utilizzato nei DVD e
nella TV digitale.
MJPEG-2000: metodo scelto da DCI per il cinema digitale. Qualsiasi
server DCI deve lavorare con dati compressi MJPEG 2000.
Megaplex: indica un esercizio cinematografico con oltre 16 schermi.
Microplex: sono gli esercizi cinematografi con meno di 3 schermi.
Solitamente si caratterizzano per programmazione flessibile e legata
al cinema sia d’essai sia commerciale.
MiBAC: sigla del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Fu
istituito dal governo Moro nel 1974 con il compito di affidare
unitariamente alla specifica competenza di un Ministero
appositamente costituito la gestione del patrimonio culturale e
202
dell'ambiente al fine di assicurare l'organica tutela di interessi di
estrema rilevanza sul piano interno e nazionale.
Multiplex: indica un esercizio cinematografico con numero di
schermi compreso tra 4 e 16.
Multisala: indica tutte gli esercizi cinematografici con più di 3
schermi. Secondo Medialsalles il termine “multisala” indica le strutture
ottenute dal frazionamento di grandi cinema mentre i multiplex o i
megaplex nascono sulla base di una progettazione specifica.
MXF: acronimo di Material Exchange Format. È il formato utilizzato
per l’interscambio dei file di dati tra sistemi e apparati cinema digitale
di diversi costruttori. È la base della interoperabilità.
NATO: acronimo di National Association of Theater Owners. È
l’associazione degli esercenti cinematografici principalmente
americani.
NTSC: è uno standard per la creazione, trasmissione e ricezione di
contenuti video per le aree geografiche Corea, Giappone, Canada,
USA e alcuni paesi americani. Il suo nome è la sigla di National
Television System(s) Committee, l'ente di standardizzazione
industriale che lo ha creato. L'NTSC è un formato di tipo interlacciato
con una cadenza di ripresa di 30 fotogrammi al secondo (in realtà la
frequenza esatta è di 29,97 Hz) e prevede l'utilizzo di 525 linee per la
definizione di un fotogramma completo e di 262,5 linee per ogni
semiquadro.
Occhiali Attivi: sono occhiali per 3D dotati di otturatori LCD montati
in luogo delle lenti che si aprono e chiudono svariate volte al secondo
mostrando alternativamente l’immagine per l’occhio destro e quella
per il sinistro, creando quindi l’illusione dell’immagine tridimensionale.
Occhiali Passivi: sono occhiali per il 3D dotati di lenti polarizzate in
grado di filtrare per ogni occhio l’immagine ad esso destinata, senza
lasciar passare le informazioni destinate all’altro occhio, creando in tal
modo l’illusione dell’immagine tridimensionale.
PAL: acronimo di Phase Alternating Line, è un metodo di codifica del
colore utilizzato nella televisione analogica, usato in quasi tutto il
mondo. Fanno eccezione parte del continente americano, alcune
nazioni dell'est asiatico, parte del Medio Oriente, dell'Europa orientale
e la Francia. La maggior parte dei Paesi che adottano il PAL utilizzano
una scansione interlacciata a 625 linee orizzontali e 50 fotogrammi al
secondo.
203
Perfect Film Look: marchio creato da Microcinema per indicare la
qualità delle proprie proiezioni, che mantengono, grazie alla
particolare codifica dell’immagine, tutta la fluidità delle normali
proiezioni in pellicola (vedi Progressivo).
Pixel: unità elementare con cui viene rappresentata un’immagine
(come la cellula per il corpo umano, come l’atomo per la materia,
ecc.). Abbreviazione per “elemento di un’immagine” (PICture
Element). Normalmente indica il numero di pixel facenti parte di una
linea orizzontale dell’immagine, o dell’intero fotogramma (pixel
orizzontali e verticali) di ogni immagine. È considerata l’unità
elementare componente tutte le immagini. Per ciascun pixel può
essere memorizzata una certa quantità di informazioni, tale da
ricostruire il colore e la luminosità dello stesso; maggiore è la
quantità di informazioni sui singoli pixel, maggiore la qualità
dell’immagine e la fedeltà al colore originale. La dimensione di un
pixel dipende dalle dimensioni dello schermo.
Polarizzazione: un processo inventato da Polaroid negli anni Trenta
per i suoi occhiali destinati a ridurre i riflessi dei fari delle automobili
provenienti in senso contrario a quello di guida. La luce viene filtrata
in un senso ben preciso eliminando tutte le onde luminose
proveniente dalle direzioni che non siano quella prescelta. Comporta
una diminuzione di luminosità di ciò che si vede ma anche una
diminuzione dei riflessi. Questo processo sta alla base di ogni sistema
3D.
Progressivo: sistema digitale di codifica delle immagini basato sulla
scansione completa di ogni singolo fotogramma (la procedura di
generazione del segnale video è infatti denominata “a immagine
completa”). È una trasposizione in digitale del comportamento della
macchina da presa in pellicola. È un sistema utilizzato sia per la
ripresa sia per la proiezione cinematografica. Trova applicazione nella
risoluzione HD 720p e 1080p. A parità di frequenza, la scansione
progressiva richiede il doppio della banda rispetto a quella
interlacciata.
Promokit: è il server Microcinema che permette la proiezione degli
spot pubblicitari. Si interfaccia con le automazioni di sala e con i
proiettori già installati, per garantire il massimo dell’interoperabilità.
RAID: acronimo di Redundant Array of Indipendent Disks. È
un’architettura usata nei migliori sistemi di sala per evitare le
interruzioni nella proiezione. I file sono memorizzati su hard disk
multipli onde assicurare affidabilità da errori o cancellazioni: se un
204
hard disk non funziona, si ha la sicurezza che i dati digitali siano
reperibili da altro hard disk del RAID e non si ha alcuna interruzione
di proiezione.
Risoluzione: la risoluzione indica il grado di qualità di un'immagine
stampata. Generalmente si usa questo termine relativamente a
immagini digitali, ma anche una qualunque fotografia ha una certa
risoluzione. La risoluzione indica la densità dei pixel, ovvero la
quantità dei puntini elementari che formano l'immagine rapportata ad
una dimensione lineare (ad esempio pixel/cm o pixel/pollice). Le
risoluzioni per cinema digitale attualmente specificate dal consorzio
DCI sono 2K (2048 pixel orizzontali x 1080 pixel verticali) e 4K (4096
pixel orizzontali x 2160 pixel verticali).
Risoluzione di proiezione: è la risoluzione della matrice del
proiettore su cui si forma l’immagine ovvero il numero di pixel con cui
l’immagine viene rappresentata (all’aumentare della risoluzione,
aumenta il numero di pixel che a parità di area diventano più piccoli e
per questo rendono l’immagini più definita: linee oblique sempre più
rette e meno “a scaletta”).
Sbigliettamento nettissimo: indica l’incasso da biglietteria al netto
di IVA, SIAE e altre tasse in genere che dovessero gravare a vario
titolo sullo spettacolo.
SD: acronimo di Standard Definition. Indica formati di immagine di
720x576 pixel.
SDTV: acronimo di Standard Definition TeleVision, identifica le
trasmissioni televisive con un video simile a quello degli standard
analogici maggiormente diffusi nel mondo nella seconda metà del XX
secolo. È, in altre parole, un termine che sta a indicare
genericamente un livello qualitativo dell'immagine televisiva. I formati
più diffusi sono da 576 o 480 linee di risoluzione verticale delle
immagini e con frequenza rispettivamente di 25 o 30 immagini al
secondo con scansione interlacciata.
SECAM: acronimo del francese SÉquentiel Couleur À Mémoire
(traduzione letterale: colore sequenziale con memoria), è un sistema
di codifica della televisione a colori utilizzato per la prima volta in
Francia. La risoluzione e i fotogrammi al secondo sono i medesimi
dello standard PAL (576 linee per 50 fotogrammi al secondo).
Server: in informatica il termine indica genericamente un
componente informatico che fornisce un qualunque tipo di servizio ad
altre componenti attraverso una rete di computer. Con un’altra
205
accezione, viene considerato un computer specifico, caratterizzato da
alta affidabilità e prestazioni al top della gamma. Ed è così che viene
contestualizzato in ambito cinematografico: i server DCI e il server Mbox 2.0 sono dei potenti computer in grado di codificare e
visualizzare uno streaming video ad altissima definizione.
Silver Screen: schermo cinematografico altamente riflettente e di
conseguenza con un alto valore di luminosità, in grado di compensare
così la minor luce che arriva allo spettatore a causa della
polarizzazione e di mantenere un valore di luminosità specifica dello
schermo al di sopra dei parametri stabiliti da SMPTE.
Sistemi 3D: sistemi per la gestione delle immagini 3D basati sul
diversi protocolli
- Dolby: occhiali passivi con filtro ad interferenza. È consigliabile
uno schermo bianco ultrabright ad alto guadagno o uno schermo
argentato per raggiungere il valore di luminosità specificato
SMPTE.
- MasterImage e Real-D: occhiali passivi a polarizzazione
circolare “usa e getta”. Richiede uno schermo argentato per
visualizzare le immagini.
- X-Pand e Trivision: occhiali attivi dotati di otturatore LCD
riutilizzabili. Può essere impiegato con il tradizionale schermo
cinematografico bianco.
SMPTE: acronimo di Society for Motion Picture and Television
Engineers. Si tratta di una associazione professionale internazionale
basata in USA e con sezioni in tutto il mondo, che si occupa di
individuare raccomandazioni e linee guida che consentano di
predisporre gli standard utilizzati da cinema e televisione insieme ad
altri enti sovranazionali quali EBU (European Broadcasting Union) e
ITU.
SMPTE 274M: standard SMPTE che definisce le varie risoluzioni
ammesse per le immagini in alta definizione.
SMPTE 412M/VC-1: formato di compressione delle immagini
digitali in movimento sviluppato da Microsoft con il nome di Windows
Media e successivamente standardizzato da SMPTE. Come formato di
compressione di immagini in HD anche per HD-DVD e Blu ray disk.
SMPTE-DC28: è il gruppo di studio di SMPTE incaricato di definire
gli standard del D-Cinema. Il DC28 è costituito da ben definiti gruppi
di lavoro che, strategicamente connessi, preparano standard e
206
raccomandazioni che assicurino, tra l’altro, l’interoperabilità, la
compatibilità e la qualità dei componenti e dei sistemi necessari alla
transizione al cinema digitale.
Spazio colore: è la gamma completa di colori. Nei proiettori per
cinema digitale, il color space può essere riprogrammato per creare
un look differente per differenti contenuti. Il diagramma generale di
riferimento per il color space è quello definito dal diagramma del CIE
che include i colori potenzialmente visibili dall’occhio umano.
Stereoscopia: è la definizione tecnica e non commerciale di 3D.
Streaming: indica un flusso di dati audio/video trasmessi da una
sorgente a una o più destinazioni tramite una rete telematica. Questi
dati vengono riprodotti man mano che arrivano a destinazione. Lo
streaming si divide in due categorie: on demand e live. On demand
quando i contenuti audio/video sono inizialmente compressi e
memorizzati su un server come dei file; non è necessario scaricarli
per intero sul PC per poterli riprodurre: i dati ricevuti vengono
decompressi e riprodotti pochi secondi dopo l'inizio della ricezione.
Live quando la riproduzione è simile alla tradizionale trasmissione
radio o video in broadcast con l’introduzione di un lieve ritardo
rispetto
al
tempo
dell’evento,
dovuto
ai
tempi
di
compressione/decompressione dei dati.
Studios: in origine erano Universal Studios, 20th Century Fox,
Paramount Pictures, MGM Metro-Goldwyn-Mayer. The Walt Disney
Company e Warner Bros Pictures producevano solo cartoni animati.
Oggi major e studios nell’accezione comune sono sinonimi e
includono: The Walt Disney Company (che possiede Miramax e
Buenavista), Universal Studios di proprietà General Electric e Vivendi,
20th Century Fox della News Corporation (Murdoch), Warner Bros.
Pictures di Time Warner, Paramount Pictures della Viacom, Sony
Pictures Entertainment (Columbia Tri-star), MGM Metro-GoldwynMayer che ha un accordo di distribuzione con Sony, DreamWorks SKG
legata all’indiana Reliance.
Surround: letteralmente circondare. Rappresenta il fronte sonoro
alle spalle dell’ascoltatore riprodotto da diffusori acustici posizionati,
secondo prestabilite regole, alle spalle dell'ascoltatore.
Tenitura: indica il periodo, solitamente espresso in giorni, durante il
quale un film viene contrattualmente “tenuto in proiezione” in sala.
Telecine: dispositivo/procedimento che trasferisce le immagini dalla
pellicola a un qualsiasi formato televisivo.
207
TMS: acronimo di Theatre Management System. È l’interfaccia
grafica che consente la gestione del server di sala e del proiettore da
parte dell’esercente.
Upgrade: si riferisce alla possibilità di sostituire un componente
informatico con uno di livello superiore o di più recente concezione. E’
possibile effettuare un upgrade di fronte ad un’offerta strutturata e
modulare, pensata per consentire investimenti incrementali senza
rischio di perdita del denaro investito per i livelli inferiori. Naturale nel
software, esemplificabile nell’hardware con un parallelo di facile
intuizione in campo automobilistico: una volta acquistata un’auto, se
si decide di montare un particolare tipo di navigatore si paga solo la
cifra necessaria ad installare il nuovo accessorio.
UPS: acronimo di Uninterruptable Power Supply. Si riferisce a un
dispositivo in grado di garantire la continuità dell’alimentazione
elettrica di un appartato anche in mancanza di alimentazione di rete
(gruppo di continuità).
VC-1: è il nome informale dello standard SMPTE 421M per la
compressione dei filmati video in alta definizione sviluppato
inizialmente da Microsoft. Le specifiche ufficiali sono state rilasciate il
3 aprile 2006 dalla SMPTE e viene utilizzato negli HD-DVD, Blu ray. È
il formato scelto da Microcinema per la compressione dei suoi
contenuti perché garantisce un ottimo rapporto spazio su
disco/qualità di visione.
VPF: acronimo di Virtual Print Fee – Meccanismo studiato dalle major
americane
per
agevolare
la
digitalizzazione
delle
sale
cinematografiche attraverso una partecipazione agli investimenti in
tecnologia. Il VPF viene gestito da un soggetto terzo (un integratore
di sistemi) che con l’appoggio di una banca acquista le tecnologie e le
integra per fornire ad ogni sala cinematografica un sistema capace di
gestire la proiezione di film digitali. Il costo delle tecnologie viene
sostenuto per il 70/80% dalle major e per il 30/20% dalle sale che
hanno aderito all’accordo di VPF. Come contropartita gli apparati
rimangono di proprietà delle major attraverso la banca per 10 anni.
La programmazione e il rilascio delle chiavi avviene attraverso
l’integratore che si occupa dell’installazione, del training e della
manutenzione dei sistemi (i costi di training e di manutenzione non
sono compresi negli accordi di VPF ma addebitati direttamente alla
sala). Ad oggi esistono in Europa tre operatori con accordi di VPF
siglati con major: Arts Alliance Media (Inghilterra), XDC (Belgio) e
Ymagis (Francia).
208
VPN: acronimo di Virtual Private Network. Una VPN è una rete
privata instaurata tra soggetti che utilizzano un sistema di
trasmissione pubblico. Le reti VPN utilizzano collegamenti che
richiedono qualche forma di autenticazione per garantire che solo gli
utenti autorizzati vi possano accedere. Per impedire l’intercettazione e
l’utilizzo dei dati inviati da altri non autorizzati, esse utilizzano sistemi
di crittografia.
Watermarking: tecnica per la sovrapposizione di particolari
informazioni alle immagini dei film digitali. Tali informazioni, invisibili
all’occhio umano, sono usate per scoprire quando e dove un
particolare film è stato piratato in un determinato cinema.
Widescreen: indica uno schermo con formato superiore a 4:3, il
vecchio standard televisivo. Gli schermi 16:9 sono considerati wide
screen che in campo cinematografico corrisponde a 1,78:1.
16:9: rapporto aspetto/immagine usato per l’HDTV e alcuni
apparecchi SDTV (di solito digitali). La larghezza dell’immagine
corrisponde a 1,8 volte la sua altezza.
24p: è l’abbreviazione usata per definire la scansione progressiva di
immagini a 24 fotogrammi al secondo. Per migliorare la compatibilità
tra analogico e digitale, lo standard per un’acquisizione di cinema
digitale è stato fissato inizialmente a 24fps (24 fotogrammi
progressivi al secondo) ma la SMPTE sta analizzando la possibilità di
inserire anche la scansione a 25p, 30p, 50p e 60p nei prossimi anni.
25p: è la scansione progressiva di immagini a 25 fotogrammi al
secondo. E’ usato per le produzioni HD in Europa e in altri Paesi che
usano sistemi televisivi a 50Hz.
720i: indica il formato HD con risoluzione 1280x720 interlacciato e si
riferisce agli standard internazionali SMPTE 274M e ITU 709.
Differisce dal formato progressivo per la divisione dell’immagine in
due campi consecutivi. Vedere separatamente la definizione delle
sigle.
720p: indica il formato HD con risoluzione 1280x720 progressivo e si
riferisce allo standard internazionale di produzione HD ITU-B 709.
Vedere separatamente la definizione delle sigle. 720 indica il numero
delle righe orizzontali mentre 1280 indica il numero di pixel orizzontali
ovvero il numero delle colonne. Complessivamente si possono così
rappresentare quasi 1 milione di pixel.
1080i: indica il formato HD con risoluzione 1920x1080 interlacciato e
si riferisce agli standard internazionali SMPTE274M e ITU 709.
209
Differisce dal formato progressivo per la divisione dell’immagine in
due campi consecutivi. Vedere separatamente la definizione delle
sigle. 1080 indica il numero delle righe orizzontali dell’immagine
mentre 1920 indica il numero di colonne ovvero il numero di pixel
orizzontali. Complessivamente possono essere in questo modo
rappresentati circa 2 milioni di pixel.
1080p: indica il formato HD con risoluzione 1920x1080 progressivo e
si riferisce allo standard internazionale di produzione HD ITU-B 709.
Vedere separatamente la definizione delle sigle. 1080 indica il
numero delle righe orizzontali dell’immagine mentre 1920 indica il
numero di colonne ovvero il numero di pixel orizzontali.
Complessivamente possono essere in questo modo rappresentati
circa 2 milioni di pixel.
1.3 K: si riferisce ad immagini digitali con risoluzione 1280x720 pixel.
1.3 K indica la risoluzione orizzontale di 1280 pixel. Nasce per il
formato 16:9 pari ad un aspect ratio di 1,77:1. Per il formato cinema
(1,85:1) e per il cinemascope (2,35:1) viene applicato un letterbox
orizzontale, cioè l’immagine proiettata occupa un’area inferiore
rispetto all’area disponibile e si creano delle strisce orizzontali nere
negli spazi liberi dall’immagine. Il primo proiettore digitale con una
tecnologia e chip DLPC 1.3K della Texas fu per la prima volta
commercializzato a Marzo 1999 con la distribuzione del film in digitale
della 20th Century Fox “Star Wars: Episodio I – La minaccia
fantasma”.
1.9 K: si riferisce ad immagini digitali con risoluzione 1920x1080
pixel. 1.9 K indica la risoluzione orizzontale di 1920 pixel. Nasce per il
formato TV 16:9 pari ad un aspect ratio di 1,77:1. Per il formato
cinema (1,85:1) e per il cinemascope (2,35:1) viene applicato un
letterbox orizzontale, cioè l’immagine proiettata occupa un’area
inferiore rispetto all’area disponibile e si creano delle strisce
orizzontali nere negli spazi liberi dall’immagine.
2K: si riferisce ad immagini digitali con risoluzione 2048x1080 pixel.
2K indica la risoluzione orizzontale di 2048 pixel. Si adatta al formato
cinema, pari ad un aspect ratio di 1,85:1 con una matrice 1:89:1. Per
il formato TV 16:9 viene applicato un letterbox verticale, cioè
l’immagine proiettata occupa un’area inferiore rispetto all’area
disponibile e si creano delle strisce verticali nere negli spazi liberi
dall’immagine. Per il formato cinemascope (2,35:1) viene applicato
un letterbox orizzontale. Un proiettore con un chip DLPC 2K fu per la
210
prima volta commercializzato in USA a novembre 2003 con la
distribuzione del film in digitale della Warner Bros “L’ultimo samurai.”
4K: si riferisce ad immagini digitali con risoluzione 4096x2160 pixel.
4K indica la risoluzione orizzontale di 4096 pixel. Il 4K garantisce una
risoluzione di immagini quattro volte superiore alla risoluzione 2K. Si
adatta al formato cinema, pari ad un aspect ratio di 1,85:1 con una
matrice 1:89:1. Per il formato TV 16:9 viene applicato un letterbox
verticale, cioè l’immagine proiettata occupa un’area inferiore rispetto
all’area disponibile e si creano delle strisce verticali nere negli spazi
liberi dall’immagine. Per il formato cinemascope (2,35:1) viene
applicato un letterbox orizzontale.
211
Ringraziamenti
La chiusura di questo quarto Quaderno di Microcinema come sempre
mi offre la graditissima opportunità di ringraziare le persone del mio
staff e quei collaboratori esterni che, non solo hanno dato un più
marcato apporto a questa pubblicazione, ma che, in generale, hanno
più condiviso la vita industriale e culturale della nostra azienda, che
continua a crescere in termini di dimensioni, di redditività, di
presenza sul mercato, di orizzonti stessi.
Un grazie davvero sentito dunque a tutti, indistintamente tutti coloro
che hanno dato un autentico contributo, nei ruoli più diversi e nelle
forme loro più congeniali, all’attività di Microcinema.
Un grazie particolare è dovuto a Luca De Gasperin, a Franco Del
Campo, ad Alessandro Firpo, a Luca Galli, a Luigi Galluccio, a
Francesco Giraldo, a Silvana Molino, a Massimo Mondini, ad Andrea
Savina, ad Alberto Trombetta e ad Andrea Vestita.
Ho scelto quest’anno, non a caso, di indicarli in un sabaudo – e per
nulla nostalgico – ordine alfabetico, che forse non fa giustizia alla mia
e alla loro intelligenza ma credo faccia invece giustizia – e una volta
tanto direi proprio che ci vuole! – ai sentimenti dello spirito e alle
passioni del cuore. Nella diversità dei loro caratteri, delle loro
esperienze, delle loro competenze e del contributo che hanno dato a
Microcinema, tutti quanti sono sempre stati per me un sostegno
costante, una fonte di arricchimento, un forte stimolo, un aiuto
concreto e prezioso. Tutti insieme hanno permesso a Microcinema di
arrivare sino a questo punto della sua storia.
Sono proprio soddisfatto di lavorare con loro e quindi il mio
sentimento di riconoscenza è davvero sincero. Tanto sincero
dall’indurmi – semel in anno licet insanire – a proporre a me stesso la
(certamente inutile) domanda se anch’essi possano provare un
analogo sentire nei miei confronti, anche se magari manifestato in
modi differenti. La risposta è sì, nel complesso mi sento ricambiato,
più che ricambiato.
212
Grazie, come sempre, a Roberto Gobesso per la grafica della
copertina. In questo numero lo abbiamo un po' costretto nel gioco di
colori ma il risultato è quello che volevamo.
Un ringraziamento davvero particolare va a tutti quegli esercenti e
operatori del mondo del cinema che hanno ascoltato Microcinema,
che hanno accolto il suo progetto e che sono capaci, ogni giorno, di
impiegarlo al meglio. Sono loro la nostra forza di oggi e anche la più
valida premessa della nostra maggior forza di domani, come questi
anni di lavoro insieme hanno dimostrato, a loro non meno che a noi.
Concludo con un ringraziamento personale alle nostre famiglie, che
sopportano il nostro lavoro e Microcinema ogni giorno dell'anno,
anche durante le vacanze occupate per intero dalla stesura del
Quaderno. Un grazie particolare ai più piccoli: a Laura, ad Alessandro
e a Gregorio. Un giorno, spero, apprezzeranno il nostro lavoro.
Grazie davvero e ad maiora.
Roberto Bassano
Legnano, 24 agosto 2011
213
214
Hanno contribuito, in rigoroso ordine alfabetico, alla stesura di questo
quarto Quaderno di Microcinema:
Roberto Bassano (Torino, 1959) – Dal 1993 è stato amministratore
delegato di aziende tessili e automobilistiche. In seguito ha gestito nel
settore audiovisivo, sempre con lo stesso incarico, Gierrevideo ed Euphon
che, con RAI, hanno fatto i primi esperimenti nel cinema digitale via
satellite. E’ amministratore delegato di Microcinema dal 2006.
Luigi Galluccio (Salerno, 1984) – Innamorato del cinema e di tutte le
forme di comunicazione, è un attento conoscitore degli aspetti tecnici che
si celano dietro tali mezzi. Nel 2010 si laurea in Ingegneria del Cinema e
dei Mezzi di Comunicazione presso il Politecnico di Torino, nel 2011 vince
un dottorato di ricerca in “Tecnologia, Comunicazione e Società” e inizia
la collaborazione con Microcinema nella divisione Ricerca e Sviluppo.
Luca De Gasperin (Biella, 1983) – Laureato in Linguaggi dei Media presso
l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è entrato a far parte di
Microcinema nel 2007. Appassionato e buon conoscitore di musica e
teatro, si occupa in Microcinema della promozione degli spettacoli
complementari in diretta e in differita, lavorando a stretto contatto con le
sale cinematografiche. A lui si deve il successo in Italia dell’opera al
cinema.
Franco Del Campo (Trieste, 1949, nel segno dei "pesci") – E’ giornalista e
insegnante di filosofia al liceo Petrarca di Trieste. Esperto di
comunicazione, è stato docente di "Teorie e tecniche della comunicazione
pubblica" all’Università di Trieste e presidente del Comitato regionale per
le comunicazioni del Friuli Venezia Giulia dal 2003 al 2008. Da giovane ha
conquistato numerosi record e primati italiani nel nuoto e ha disputato
due finali olimpiche ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Ha partecipato
allo staff tecnico della nazionale di nuoto.
Alessandro Firpo (Torino, 1946) – Si è occupato di editoria per molti anni
ed è stato amministratore e dirigente di diverse case editrici. In
particolare è stato direttore commerciale di Einaudi, Garzanti e Utet.
Attualmente è direttore marketing di TBS Group, multinazionale italiana
con sede a Trieste che si occupa di servizi innovativi per la sanità.
Continua ad essere un instancabile e onnivoro lettore di libri. E’
consigliere di amministrazione di Microcinema.
Silvana Molino (Chivasso, 1974) – Consulente di direzione ha seguito per
dieci anni lo sviluppo d’impresa nel settore audiovisivo. Rappresentante
nazionale per vari progetti europei, ha guidato con l’incarico di
amministratore un consorzio di aziende audiovisive e multimediali. Dal
2004 lavora allo sviluppo del progetto Microcinema, dal 2006 riveste il
ruolo di direttore generale e dal 2010 di amministratore delegato. Ha
gestito i closing con tutti i fondi d’investimento.
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Sommario
UNA STORIA D’ITALIA RACCONTATA AL CINEMA di Franco Del Campo .. 11
Premessa .............................................................................................. 13
Cornici “storiche” di riferimento.............................................................. 17
La nascita di una nazione ...................................................................... 25
Dalla belle époque alla Grande Guerra.................................................... 43
Dal fascismo alla Resistenza .................................................................. 55
Dalla ricostruzione alla fine della Prima Repubblica ................................. 81
Come siamo oggi, o quasi... ................................................................. 123
Conclusioni ......................................................................................... 143
MICROCINEMA.................................................................................... 145
Per i piccoli e grandi cinema una strada comune di Roberto Bassano ... 147
Unire l’Italia con una rete digitale di Silvana Molino ............................ 153
L’Unità digitale della Norvegia di Silvana Molino .................................. 163
IL CINEMA RITROVATO ....................................................................... 168
Il cinema ritrovato a cura di Luca De Gasperin..................................... 170
DIZIONARIO ESSENZIALE ................................................................... 190
Ringraziamenti .................................................................................... 212
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Della stessa collana
I Quaderni di Microcinema
Q1 - CINEMA E MICROCINEMA - anno 2008
Q2 - NUOVO CINEMA MICROCINEMA - anno 2009
Q3 - LUCI DELLA CITTA’ - anno 2010
Q4 - UNA STORIA D'ITALIA RACCONTATA AL CINEMA - anno 2011
Finito di stampare nel mese di agosto 2011 presso
Tipografia Grafiche Viesti s.r.l., Nichelino (TO)
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Una Storia d`Italia raccontata al cinema. I Quaderni di Microcinema