IL pane del cielo
che sostiene il nostro cammino
Cammino di Quaresima 2013
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“Io sono il pane vivo,
disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane
vivrà in eterno
e il pane che io darò
è la mia carne
per la vita del mondo”
Gv 6,51
Sei all’inizio di una nuova Quaresima: beh, allora buona Quaresima!
Questo augurio, un po’ inusuale, ha senso solo quando si accolgono i quaranta giorni
prima della Pasqua come un’occasione di cammino o, meglio, di pellegrinaggio: quaranta giorni in cui accettare di fare un lento percorso “a piedi”, con spazi di silenzio e
di preghiera, con quella giusta fatica che rende possibile al cuore di purificarsi un po’,
in attesa di arrivare ad una meta spirituale importante, un luogo (o nel nostro caso, un
momento, la Pasqua) dove rinnovare il nostro “sì” a Dio.
Consapevoli che non siamo pronti per pronunciare già da subito questo “sì”, ci mettiamo in cammino, col desiderio che questo spazio, vissuto senza la pretesa di “sapere
già”, ma coscienti di avere molto da imparare sulla vita spirituale, prepari il nostro
cuore ad un sincero incontro col Signore.
In questo cammino ci accompagnerà la lettura spirituale sull’Eucarestia.
Buon cammino!
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Istruzioni sul cammino
In questo cammino i tuoi “compagni di viaggio” saranno:
 questo libretto
 il Vangelo del giorno con la meditazione
 la Messa (frequente, anche in settimana: è uno sforzo troppo grande?)
 la preghiera della sera
 la lettura spirituale sull’Eucarestia
schema da seguire ogni giorno
a) vangelo del giorno
lettura e meditazione
meglio se all’inizio della giornata, perché la Parola di Dio ti possa accompagnare
e, durante il giorno, possa trovare uno spiraglio per entrare nel tuo cuore e fare
ciò che deve
per la meditazione sul vangelo segui lo schema imparato nel cammino di Avvento
e che trovi alla fine di questo libretto
non tutti i giorni troverai una riflessione dopo il Vangelo… solo per i primi giorni e
il lunedì di ogni settimana. Per gli altri giorni prova tu - senza aiuti, se non quello
che serve davvero, quello dello Spirito Santo! - a pregare sul Vangelo
b) lettura spirituale
ogni giorno troverai una riflessione sull’Eucarestia
è una lettura che puoi fare durante il giorno, o la sera
c) la preghiera della sera
per concludere la giornata prega la COMPIETA, che fa parte della liturgia delle
ore, come lodi e vespri (se non sai dove recuperare il libretto di compieta chiedi al
tuo don)
è una preghiera molto bella e molto veloce, da fare proprio prima di dormire.
All’inizio di compieta è previsto un breve momento per l’esame di coscienza: usalo anche per completare lo schema che trovi alla fine di questo libretto
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LA MESSA
In questo cammino ti viene proposta la Messa in settimana: informati sugli orari nella
tua parrocchia o nelle chiese vicine, oppure apri bene gli occhi sul tragitto verso il lavoro o la scuola (magari ti accorgi della presenza di una chiesa con orari “comodi”).
Se non trovi proprio l’orario più comodo, ricorda che nessuno ti vieta di “adattare” gli
impegni quotidiani alla Messa 
Valuta le possibilità tenendo presente il valore del gesto che ti viene chiesto, fidandoti
del fatto che vivere con buona frequenza la Messa, è un regalo grande che il buon Dio
ti concede e che tu fai a te stesso e a chi ti sta intorno.
Una simpatica penitenza
È inutile che ci nascondiamo… la bellezza di un cammino spirituale non toglie la fatica
di essere costanti e fedeli ad ogni singolo momento.
Ecco allora una simpatica proposta, affinché anche le piccole infedeltà siano trasformate da questo tuo cammino in nuove occasioni di bene.
Ogni volta che non riuscirai a vivere tutti gli impegni della giornata, metterai in un salvadanaio 1 euro.
Attenzione però! Se un giorno non riesci ricorda che devi comunque recuperare!
Al termine del cammino donerai tutti i soldi raccolti ad una persona bisognosa.
Che ne dici? 
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Le ceneri
Mercoledì 13 febbraio
Dal Salmo 51(50)
Pietà di me, o Dio,
secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà
cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non respingermi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito;
Rendimi la gioia di essere salvato,
sostieni in me un animo generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.
Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te,
contro te solo ho peccato,
Dal Vangelo secondo Matteo (6,1-6.16-18)
Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da
loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei
cieli.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno
gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità
vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle
sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre
tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già
ricevuto la loro ricompensa.
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Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non
veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede
nel segreto, ti ricompenserà.
Immaginiamoci in piazza ad ascoltare Gesù mentre faceva questo discorso. Immaginiamo anche di non essere dei poveracci qualsiasi, ma dei ferventi praticanti: di essere
tra quelli che, probabilmente in buona fede, sino a quel momento hanno fatto di tutto
per osservare le leggi religiose e che non fanno sicuramente mistero di questo fatto.
Noi siamo tra quelli che si considerano bravi e giusti, e non senza avere i nostri buoni
motivi: se la legge dice di digiunare, noi obbediamo, se dice di pregare, noi ci impegniamo a farlo, e se la gente se ne accorge, meglio così: almeno impara come ci si deve
comportare. Poi, un giorno come oggi, ci capita di ascoltare Gesù e in noi si insinua un
dubbio. Un dubbio piccolo piccolo, che però incrina la nostra sicurezza religiosa. Non ci
sembra giusto sino in fondo quello che Gesù dice, però torniamo a casa e non riusciamo a toglierci dalla testa le sue parole: per la prima volta non siamo più così sicuri della nostra fede e del nostro comportamento. “Ma perché? Cavolo! Cosa c’è di male nel
digiunare e nel farlo sapere in giro?” “Facile dire: chiuditi in camera e tutto resti tra te
e Dio. Ma se io Dio non l’ho mai visto, come faccio a sapere che mi guarda e che c’è?
Almeno se la fede mi serve per ottenere la stima degli altri, cercherò di essere un uomo migliore e già questo sarà una cosa buona e una ricompensa sufficiente”. “Però
Gesù sembra non digiunare mai, non va a dire in giro quando prega (i suoi discepoli
dicono che prega da solo e di notte…), va con ogni tipo di gente, i rabbini dicono che è
un poco di buono, ma… ma a me non sembra così male… mi sa che lui si chiude veramente nel segreto per pregare, mi sa che lui a Dio ci crede veramente: gli si legge negli
occhi quando ne parla…”. Un solo piccolissimo dubbio ed è sufficiente per non riuscire
a smettere di pensare… E per un momento, a dispetto di rabbini e benpensanti come
noi, desideriamo che la nostra fede sia come la sua: semplice e bella, senza bisogno di
altro che di stare del tempo con Dio, senza bisogno di mostrare al mondo che noi siamo bravi, senza bisogno di niente. Solo noi e Dio, sicuri che Lui è lì. A un certo punto,
però, la nostra mente senza sapere come, si apre. Si apre! E tutto ‘sto discorso diventa
chiaro e vediamo e capiamo quello che prima non vedevamo e non capivamo. Rimaniamo lì nel buio, con gli occhi spalancati, senza più parole, improvvisamente coscienti
che Dio ci è passato vicino. E questo basta per sentirci in pace. Vorremmo che questo
momento durasse tantissimo… nessuna preghiera, per quanto pubblica e ammirata,
per quanto perfetta, è mai stata così bella. Nessuna preghiera ci hai mai reso così felici. Ci sentiamo perfettamente idioti per quello che abbiamo sempre creduto, per come
ci siamo sempre comportati, per la nostra sciocca fede, ma tutto questo conta poco:
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siamo felici e abbiamo voglia di stare ancora in silenzio con Dio. Allora, in questo silenzio, cerchiamo nella memoria un salmo che dica a Dio quello che noi proviamo e che
vorremmo dirgli, un salmo che sciolga in preghiera quello che noi proviamo in quel
momento. Eccolo, lo abbiamo trovato, è il salmo 51: “Pietà di me o Dio secondo la tua
misericordia, nella tua grande bontà cancella il mio peccato…” . “Sì, Signore, perché
nel mio modo di credere ho sbagliato tutto, la mia superbia davanti a Te e agli uomini,
la mia perfezione di cui andavo tanto fiero, ora capisco che è un peccato, come diceva
Gesù oggi in piazza. Lo capisco proprio! E come se non bastasse, mi viene pure da
piangere… In queste lacrime la mia richiesta di perdono… voglio credere come crede
Gesù… voglio che l’intimità che provo in questo momento con Te non passi mai, non
voglio perderla… Non voglio più farmi vedere bravo dagli altri: tutte stupidaggini! Desidero imparare a pregare nel segreto, desidero negli occhi e nel sorriso la luce che ha
Gesù quando parla di Te… Non so come, perché non so da che parte iniziare, ma desidero che in ogni cosa che faccio, in ciò che dico “la mia bocca proclami la tua lode” e
non la mia… Signore, ti prego come non ho mai fatto, aiutami…”.
Dopo questo esercizio di ‘immaginazione’, adesso devi iniziare a pregare il Vangelo da
solo, secondo quello che le sue parole dicono al tuo cuore. Di sicuro è importante che
tu comprenda il perché questi testi ti vengono proposti dalla Chiesa proprio all’inizio
della Quaresima. Sarebbe bello essere già pronti a pregare in questo modo già da oggi
alla Messa delle ceneri: bellissimo quando gesti e testa sono nello stesso posto! Però è
probabile che non sia del tutto così, allora la cosa più importante è che dal salmo e dal
vangelo di oggi prendiamo l’atteggiamento. Gesù non ti chiede di iniziare a pregare
QUANDO hai capito il tuo errore, il tuo peccato, che ti impedisce di stare davanti a Lui
e di servire gli uomini in modo giusto, ma di ti chiede di accogliere questo periodo
chiedendo di riuscire a pregare alla fine, a ridosso della Pasqua, come il salmo 51. La
docilità, nella coscienza che hai ancora molta strada da fare: questo è quello che ti
chiede il Signore. Col gesto delle ceneri, con la tua preghiera di oggi, dì al Signore il tuo
desiderio di camminargli incontro, il tuo desiderio di imparare ad incontrarlo ‘nel segreto’ del tuo cuore, il tuo desiderio di abbandonare qualcosa di sbagliato per accogliere qualcosa di più di ciò che Gesù, morendo, ti ha donato. Non hai bisogno di essere santo oggi, per pregare così, basta solo il tuo desiderio di camminare in questa Quaresima.
Per pregare
Riprendi lo schema per pregare il Vangelo del cammino di Avvento e che è riportato
anche in fondo a questo libretto. Ricordi? L’introduzione per calmare il cuore e prepararlo al silenzio e all’incontro con il Signore, poi i tre momenti di lettura e di preghiera
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da dedicare in ordine allo Spirito Santo, al Figlio, al Padre, infine la tua preghiera libera.
Questi primi giorni in particolare serviranno a “scaldare i muscoli”, riprendendo un
buon ritmo di preghiera. Per questo ci dedicheremo per ora solo alla meditazione del
Vangelo e ti verrà fornito un ‘aiutino’ con il commento. Andando avanti nel Cammino,
il commento verrà dato solo ad inizio settimana, mentre per gli altri giorni dovrai pregare il Vangelo da solo perché il libretto proporrà una catechesi sull’Eucaristia.
Adesso trova un posto ed un momento tranquillo ed inizia la preghiera. Chiedi allo Spirito Santo di accompagnarti in questa Quaresima, di farti comprendere cosa ti fa sentire inutilmente e stupidamente forte davanti a Dio e che in realtà ti impedisce di pregare e di camminare. Con calma, senza la pretesa di intuire tutto e subito. C’è un dono
ENORME nel gesto che Gesù ha fatto nel dare la vita, ma noi siamo un po’ sordi e un
po’ pieni di noi stessi per riuscire a comprendere cosa questo abbia a che fare con la
nostra vita… “Spirito Santo vieni… che io possa comprendere ciò che non comprendo,
vedere ciò che non vedo, amare ciò che non amo…”. Leggi di nuovo il brano di Vangelo
e se ti aiuta anche il commento: “Gesù, insegnami a pregare, insegnami ad ascoltare,
liberami dal desiderio di sentirmi bravo quando prego, donami una fede bella come la
tua…”. Ora è il momento tanto temuto del silenzio… lasciati interrogare da quello che
hai letto, come è successo al nostro personaggio del commento… metti la tua preghiera in mano a Dio… resta in silenzio… se ti aiuta ‘mastica e rimastica’ una frase presa dal
salmo, quella che ti scalda di più il cuore, con molta semplicità… sei in presenza di Dio:
di questo non devi dubitare…
Giovedì 14 febbraio
Dal Vangelo secondo Luca (10,1-9)
Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a
due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in
mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno
lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi
sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su
di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché
l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entre9
rete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: si è avvicinato a voi il regno di Dio.
Ieri abbiamo parlato dell’ atteggiamento necessario per poter iniziare un cammino di
fede. Oggi nel Vangelo ci vengono presentate due categorie di persone: quelli che portano l’annuncio e quelli a cui l’annuncio è portato. Non stiamo qui a perdere tempo
per capire se apparteniamo all’uno o all’altro gruppo, perché nella Chiesa tutti siamo
destinati a far parte sia del primo che del secondo, perché ci viene chiesto sia di essere
testimoni credibili e convinti, sia di essere docili nell’ascolto e nell’accoglienza del
Vangelo. Quindi se da una parte ci viene chiesto il dovere dell’annuncio e della testimonianza verso il nostro prossimo, dall’altra siamo chiamati ed accogliere e ascoltare
gli altri che sono per noi portatori dell’annuncio.
In poche parole ci stiamo mettendo in cammino sapendo che:
 ci è chiesto di non portare con noi quello di cui ci sentiamo forti davanti a Dio
(Vangelo di ieri)
 lungo la strada annunceremo e testimonieremo Dio, nonostante le nostre paure,
titubanze e debolezze,
 Dio ci verrà a cercare, annunciato da altri che come noi si sono messi in cammino
e al suo servizio, anche loro chiamati da Lui.
Anche oggi prova ad immaginare.
Siamo tra quelli che seguono Gesù anzi, siamo lo stesso uomo di ieri: Gesù ci ha ‘stregato’, ci ha rubato il cuore, e ci siamo messi in cammino con Lui. Un giorno ci chiama e
ci dice: “Vai avanti e avvisa i villaggi vicini che sto arrivando io, il figlio di Dio. Non preoccuparti di nulla: sarai tu e pochi altri, troverai gente ingrata, ti perseguiteranno,
qualcuno sarà gentile e molti no, ma andrà tutto bene. Fidati!”. Proprio un bel discorso, non c’è che dire; uno di quei discorsi che ci si alza la mattina sperando che qualcuno te lo venga a fare. “Gesù, non scherzare: cosa vado a raccontare io a quelli là che
neanche conosco!? Io non sono te…”. E Gesù: “Va bene, come vuoi… Peccato, avevo
sperato che andassi anche tu: era la tua strada e nessuno potrà prendere il tuo posto…”. “Grazie mille, Gesù: tu non sei proprio uno capace di far sentire in colpa le persone! Ma hai fatto un corso particolare per mettere a disagio la gente!? E comunque,
scordatelo: andrei volentieri, anzi volentierissimo, credimi, ma è che non posso proprio”. E anche oggi, dopo tutto questo, andiamo a letto e non riusciamo a dormire…
“Ma guarda te! Io lo seguo e a Lui non basta mai quello che faccio! Pure senza valigia
mi faceva partire! Andare in giro a parlare di Lui (non di me! Di Lui!!), a dire che stare
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con Lui è bello, che ti cambia la vita…”, (silenzio… pensieri che si rincorrono…sonno
che non arriva…), “ Mamma mia che scemo che sono però…! Ma se è vero che mi ha
cambiato la vita e che stare con Lui è bello, perché non devo dirlo? Cos’è che mi trattiene? Perché non ho voglia di dire che credere in ciò che dice Lui è più bello che credere in qualcos’altro? Già… perché…?”.
Gesù vuole proprio che tra cristiani funzioni il ‘passaparola-delle-cose-belle’. Il suo desiderio più grande è che ci prendiamo cura gli uni degli altri, anche per quanto riguarda
la fede. Noi siamo un po’ titubanti, ma se nessuno racconta di Gesù a nessuno, come
farà Gesù a farsi ascoltare ancora? Il Vangelo di oggi lo leggiamo al contrario: invece di
partire dal dovere della testimonianza, ci occupiamo dell’ascolto, di chi accoglie. In
questa Quaresima vogliamo imparare ad accogliere la Parola, per imparare a donarla.
E poiché i desideri non si trasformano in realtà se non con un certo impegno da parte
nostra, il tempo della Quaresima sarà per noi il tempo del silenzio e dell’ascolto: quaranta giorni difendendo con le unghie e con i denti il nostro momento di preghiera (da
tutti: dagli altri che ci vogliono sempre a disposizione, da noi stessi che troviamo sempre mille cose da fare). E’ il momento dell’ascolto e dell’accoglienza. A te non è chiesto di accogliere san Pietro o san Giacomo o san Filippo in persona, ma di trovare spazio per il Vangelo nella tua giornata, di accogliere la Parola nella tua casa. Trovalo ‘sto
spazio e difendilo! Quaranta giorni: sono molti ma ‘ce la possiamo fare’  . Fidati: da
qui nascerà anche la testimonianza. Se sei fedele nel silenzio, nella preghiera, nella
frequenza all’Eucaristia, le occasioni di testimoniare arriveranno, e ti troverai a vivere
il Vangelo di oggi. Non chiederti come, per ora: una cosa alla volta. Per ora ti è chiesto
di pregare: impegnati ad essere fedele.
Per pregare
Inizia chiedendo allo Spirito Santo di proteggere dalle distrazioni il tuo cuore e la tua
mente, perché tu riesca ad ascoltare e a comprendere la Parola e perché nasca in te il
desiderio di essere fedele alla preghiera. Ora sei pronto per la Parola di Gesù. Leggi il
Vangelo. Rileggilo, e se serve rileggilo ancora. Scegli la frase o la parola che più ti colpisce, che più ti dà da pensare, che più ti scalda il cuore. Se riesci fai qualche paragone
con la tua vita. “Gesù, sei contento di come ascolto? E di come ti accolgo? Cosa desideri per me in questo Cammino di Quaresima: quale dono desideri farmi?”. Metti tutto in mano al Padre, desiderando per il tuo cuore ciò che hai compreso in questo momento di preghiera. Non c’è bisogno di parlare, non c’è bisogno di chiedere: il buon
Dio sa ogni cosa. Consegna a Lui i tuoi desideri e le tue intuizioni.
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Venerdì 15 febbraio
Libro di Isaia (58,1-9)
Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara
al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi ricercano ogni
giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia
e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: "Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non
lo sai?". Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i
vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo
vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i
legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da
quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.
Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi!".
Questo brano di Isaia è la Prima Lettura della giornata di oggi. Il senso è abbastanza
evidente: qualsiasi gesto di fede compiamo, non deve essere scollegato da
un’intenzione. Il gesto deve essere il simbolo e il segno di un desiderio più grande, che
è portare noi stessi a vivere una comunione piena con Dio e con gli altri uomini. Il problema, evidentemente, non era e non è di eliminare il digiuno e le pratiche di penitenza, ma, senza pensare di aver esaurito la fede in un semplice gesto, vedere in ciò che si
fa per il Signore un modo di educare se stessi alla pietà.
Il digiuno è una pratica che sta scomparendo: molti si limitano a qualche vaga rinuncia
i giorni del mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. Il sentimento comune è che serva
a poco, quindi di fatto nessuno lo pratica più. Però il digiuno ha un suo significato, che
vale la pena esplorare prima di decidere che questa pratica ‘non fa per noi’. Iniziamo
col dire che Dio ci vuole bene indipendentemente dal fatto che digiuniamo. Dio non ha
assolutamente bisogno del nostro digiuno. Però, ovviamente, può servirsene
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all’interno di un più ampio cammino di fede. Il digiuno serve a noi, e non perché abbia
in sé un valore assoluto, ma in quanto, attraverso il digiuno e la rinuncia a qualcosa cui
teniamo particolarmente o cui siamo abituati, impariamo ad esercitare un controllo
su cosa poniamo al centro dei nostri desideri, dicendo a noi stessi che quella cosa cui
rinunciamo (cibo, oggetto o gesto) non è la più importante e irrinunciabile per la nostra felicità o soddisfazione. Ci sono due tipi di digiuno che conosciamo: 1) la rinuncia
(alcuni esempi: dolci, la cena, il cibo fuori pasto, i videogiochi, le parolacce, le sigarette, il vino a tavola… qualsiasi cosa va bene, purché il privarcene ci costi uno sforzo); 2)
Il digiuno eucaristico un’ora prima della Comunione. Se al primo siamo ormai poco abituati, al secondo molti non prestano più attenzione del tutto, eppure è ancora un obbligo per ogni cristiano che si voglia accostare all’Eucaristia. Il digiuno ha senso in generale, se lo poniamo all’interno di un cammino di avvicinamento a Dio, di risposta a
Dio nel decidere di aderire alla sua volontà; ha senso cioè se ci interessa il Vangelo. Se
imparare a compiere la sua volontà è il nostro desiderio, allora il digiuno fa per noi.
Non basta sicuramente per diventare santi, però aiuta in questo percorso. Abbiamo
bisogno di imparare a controllare il nostro istinto e i nostri capricci, e questo si fa appunto con l’esercizio della volontà. Più la nostra volontà sarà allenata e forte, più sapremo orientare noi stessi al bene, anche quando ci costerà dello sforzo. In questo
senso il digiuno è un buon allenamento, tanto più utile perché quotidiano, alla portata
di tutti e facilmente verificabile in un esame di coscienza. Digiunare non è un’idiozia: è
difficile e per questo è utile, anche se siamo tutti coscienti che non sarà il digiuno in se
stesso che ci porterà in Paradiso. Attraverso il digiuno noi ricordiamo che c’è sempre
qualcosa più importante di quello che può sembrarci essenziale al momento e rammentiamo a noi stessi che Dio è il nostro massimo bene. Questo passaggio non può
avvenire in modo automatico, ma è possibile solo se al digiuno abbiniamo la preghiera
perché con essa diciamo a Dio che desideriamo fare un passo avanti nella vita spirituale e che vogliamo che Lui occupi un posto centrale nel nostro cuore. Il digiuno è
come un segno tangibile di questa nostra intenzione, e ci dà la possibilità di rinnovarla
lungo la giornata, anche quando non stiamo più pregando. E’ un po’ come dire che la
preghiera si ‘prolunga’ nel gesto del digiuno, ma solo se noi abbiamo questa intenzione nel cuore. Per quanto riguarda il digiuno eucaristico, non è banale neanche lui. La
Chiesa, attraverso di esso, ci ricorda che la Comunione non è un gesto come un altro e
che andrebbe compiuto non in modo banale o automatico (sennò facciamo come gli
Ebrei della lettura), ma con profonda coscienza e follemente grati. Di Eucaristia parleremo molto per tutta la Quaresima, visto che il Cammino sarà volto a farci comprendere il significato profondo di ciò che celebriamo ogni domenica. Adesso prendiamo il
gesto come spunto iniziale di una riflessione. Se l’Eucaristia è un momento importan13
te, se voglio che diventi centrale per me, il digiuno può essere quel gesto attraverso il
quale mi ricordo, sin da un’ora prima, cosa celebrerò. Il digiuno mi aiuta a ricordare,
non fa di me un altro uomo. E in qualche modo, anche nel mezzo degli impegni quotidiani, dice al Signore il mio desiderio di Lui; è un modo di dirgli che Lui per me è importante e ricorda a me la stessa cosa.
Il digiuno, vissuto nelle due modalità della rinuncia cosciente e del digiuno eucaristico,
è uno strumento che aiuta a progredire nel cammino spirituale. Una progressione reale nel cammino di fede, poi, porta sempre come conseguenza una maggiore attenzione e disponibilità nella carità, che è il vero test su come stiamo vivendo i gesti della
fede, come ci ricorda il buon profeta Isaia.
Per pregare
Mettiti nelle mani dello Spirito Santo, chiedendogli di aiutarti a comprendere il significato profondo del digiuno e dei tanti gesti della fede che di solito compi. “Aiutami a
mettere Dio al centro dei miei desideri…”. Leggi il brano di Isaia, applica alla tua vita,
guarda se il digiuno e la rinuncia possono entrare a far parte dei tuoi impegni, domanda a Gesù come faceva Lui a vivere così profondamente legato al Padre in ogni gesto e
in ogni intenzione e come questo lo ha aiutato. Metti i tuoi pensieri e i tuoi desideri in
mano al Padre. Prega in silenzio…
Sabato 16 febbraio
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca (5,27-32)
Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!».
Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto
nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che
hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti,
ma i peccatori a convertirsi».
Questo Vangelo richiama le cose dette nei giorni scorsi e ci introduce al tema del
Cammino: l’Eucaristia. Il banchetto cui Gesù siede con i suoi amici peccatori è il simbolo del banchetto eucaristico cui siamo tutti invitati. Unica condizione che Gesù pone
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per poter cenare con Lui, non è la perfezione, ma il desiderio di staccarsi dal superfluo
accumulato nel cuore, per vivere in comunione con Dio. Ieri abbiamo parlato di digiuno, che è poi capacità di distacco dalle cose che non sono essenziali. Oggi abbiamo Levi
seduto al banco delle imposte: il frutto del suo peccato, i soldi, è lì sul tavolo davanti a
lui. Gesù gli dice ‘molla tutto e seguimi’ e lui lo fa. Tanto di cappello: mica è così facile.
Ha lì una montagna di denaro, un bel gruzzolo sicuramente, è l’oro per cui era disposto
a imbrogliare e a derubare, ed è capace di staccarsene per andare con Gesù. Questo è
proprio il senso del digiuno: capacità di distacco per seguire Dio con tutto il cuore. Levi
ha bruciato un po’ le tappe, a dire il vero, lasciando tutti non poco stupiti e anche perplessi sulla sua possibilità di essere coerente: peccatore è, peccatore doveva rimanere,
questo nel pensiero di molti. La verità è che chiunque viene avvicinato da Gesù e ha
desiderio di ascoltare, non rimane indifferente, ed è persino capace di gesti che sino a
poco tempo prima sarebbero apparsi impensabili. Ed è vero allora come ora. Chiunque
avverta in un momento di preghiera, anche solo per un istante, la presenza di Dio, è
sicuro che qualcosa nel suo cuore cambia. La matematica ha le sue regole insindacabili (2+2 fa per forza e sempre 4), ma dobbiamo abituarci all’idea che anche le cose spirituali e l’anima seguano delle ‘leggi’ . Una tra queste è che l’anima che capisce di essere
vicina a Dio, cambia e si trasforma.
Sui contenuti ci fermiamo qui, però spendiamo due parole sulla meditazione di un
brano di Vangelo, in previsione del fatto che dalla prossima settimana ognuno si dovrà
‘arrangiare’ un po’ di più. La prima cosa è fare spazio alla calma e al silenzio: il Vangelo
ha bisogno di loro. Essenziali, quindi. Una volta ottenuti, siamo però soli con la pagina,
e per qualcuno, specie se alle prime armi, non è facile. I ‘neofiti’ però non si spaventino: chi si avvicina al Vangelo per la prima volta può contare sull’aiutino dello Spirito al
principiante. Non è uno scherzo. Specie quando non siamo abituati, la comparsa si certi pensieri e certi sentimenti che nascono dal Vangelo sono così ‘diversi’ e mai provati
che veramente scaldano il cuore tanto da lasciare la nostalgia di quel momento per
tutta la giornata. Non sempre è così, a volte è molto più difficile, ma il Signore si commuove davanti alla generosità nella preghiera e non manca di donare quello di cui abbiamo bisogno. Cosa fare infine davanti al testo? Leggere e rileggere, non ci stanchiamo di dirlo, sino a quando una frase non colpisce più delle altre, sino a quando qualcosa inizia, come dicevamo prima, a scaldarci il cuore. Una cosa molto bella da fare, leggendo, è lasciare andare il pensiero su quello che viene raccontato, in particolare sui
sentimenti. Gesù ha dei sentimenti, li ha provati davanti alle persone incontrate nei
Vangeli e li ha anche nei tuoi confronti adesso che sei davanti a Lui. Lavorando sui sentimenti dei vari episodi, farai scoperte molto belle su Gesù e sul suo modo di voler bene alle persone. Facciamo un esempio. Cosa prova Gesù davanti a Levi il peccatore?
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Rabbia, fastidio? Non sembra… Dispiacere, probabilmente, perché sente sulla pelle il
male che Levi si procura e che procura agli altri e conosce invece il bene di cui potrebbe essere capace. Questo non permette a Gesù di passare oltre… Immagina la situazione di Gesù davanti a Levi e comprenderai cosa prova Gesù davanti a te quando scegli un peccato… rabbia? Fastidio? No… Ora, a partire dalle riflessioni che hai fatto,
domandati cosa prova Gesù, oggi, davanti a un peccatore, davanti a te quando sbagli…
Andiamo avanti. E’ proprio nel momento in cui sta peccando che Gesù chiama Levi:
cosa spera per lui Gesù? Cosa prova quando lui gli risponde: “Arrivo…!” ? Nulla? Soddisfazione? O qualcosa di più bello? Prova ad immaginare. Poi chiediti cosa prova Gesù, oggi, quando dice a qualcuno “seguimi” e quello accetta.
Poi il banchetto. Ci sono i peccatori e c’è Gesù. Conoscendo quello che sai di Lui, anche
con loro cosa ha provato? Fastidio? Pensava che fossero ipocriti? Voglia di finirla in
fretta? Bah, non sembra possibile… Quello che lo ha spinto a stare con loro è il desiderio di passare del tempo insieme, che avessero il modo di stare con Lui, perché stare e
mangiare con Gesù, in amicizia, cambia il cuore delle persone… Questo desidera Gesù,
anche oggi, che i cuori cambino…
Ogni pagina di Vangelo, ogni episodio, è ricchissimo di emozioni, provate da Gesù e dai
suoi amici. Chiedersi quali sentimenti nascono in Gesù davanti agli uomini e negli uomini di fronte a Gesù, ti aiuta ad ‘entrare’ nel Vangelo.
Per pregare
Invoca lo Spirito Santo, chiedendo di emozionarti davanti ai sentimenti di Gesù, perché
Gesù abbia la possibilità di parlarti e di cambiarti il cuore. Leggi il brano e prova a chiederti cosa prova Gesù davanti ad un peccato e a un peccatore. Ricorda che non è questione di ragionamento, ma è come stare davanti ad una persona che ti racconta di
qualcosa di importante che gli è successo, di qualcuno che gli sta a cuore, e chiederti
cosa provi nell’anima quella persona in quel momento. Poni ogni pensiero tra le mani
di Dio…
Domenica 17 febbraio
Vivi la Messa in parrocchia, dando il giusto tempo alla preparazione (prima) scegliendo
un’intenzione – cioè un motivo particolare da offrire al Signore – e al ringraziamento
(dopo).
Concludi la giornata con la preghiera di Compieta.
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Prima settimana
Lunedì 18 febbraio
 Oggi comincia la lettura spirituale sul tema dell’Eucarestia: un’occasione preziosa
per “spolverare” alcune cose, scoprirne di nuove… tutto per vivere con maggior
consapevolezza e – speriamo – con fede più profonda il grande Mistero
dell’amore del Signore che per noi diventa Pane del cielo.
Salmo 19(18)
La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l'anima;
la testimonianza del Signore è verace,
rende saggio il semplice.
Il timore del Signore è puro,
dura sempre;
i giudizi del Signore
sono tutti fedeli e giusti,
Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi,
danno luce agli occhi.
Ti siano gradite le parole della mia bocca,
davanti a te i pensieri del mio cuore.
Signore, mia rupe e mio redentore.
Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)
Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà
sul trono della sua gloria.
E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri,
come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto
sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete
vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i
giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti
abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E
quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste
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cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà a
quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato
per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da
mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste
cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Il significato di questo brano è immediato: se ti dici cristiano e non ti preoccupi di servire il tuo prossimo, non vuoi bene a Dio. Però il Vangelo non è stato scritto per dettare codici di comportamento, ma sempre per parlarci del bene che Dio ci vuole e quando leggiamo un brano, dobbiamo chiederci cosa ci svela di questo bene. Allora cerchiamo di spingerci un po’ più avanti nella nostra riflessione. Dio non vuole asfissiarci,
non vuole che tra noi e Lui si instauri un rapporto soffocante io-te/te-me. Ci vuole ‘ossigenati’, vuole che la nostra amicizia con Lui ci spinga nel mondo con passo sicuro, desidera che ci porti a guardare la vita e gli altri con uno sguardo uguale al suo, uno
sguardo sempre in cerca del bene che c’è e che c’è ancora da fare. Ci dice che la fede
non è un rapporto a due, io-Dio, ma è un rapporto a tre, io-Dio-gli altri. E in questo
rapporto, gli altri sono coloro cui portare l’amore del Padre, ma anche coloro da cui
anche noi riceviamo lo stesso amore. In questo ‘triangolo’ positivo nasce e si sviluppa
la felicità del cuore umano, vero obiettivo di Dio.
Non a caso il salmo di oggi collega la legge di Dio alla felicità. Ama Dio sopra ogni cosa
e ama il prossimo come te stesso sono per la gioia del cuore, e Dio e il prossimo non
sono separabili dal cuore senza conseguenze negative.
Per pregare
Prega lo Spirito Santo con calma, chiedendogli di aprire il tuo cuore alla legge di amore
di Dio. Scegli se meditare il salmo o il Vangelo, poi inizia a leggere, sempre con molta
calma. Non è facile, ma cerca di ‘sentire’ quello che sente Gesù oggi quando le persone si occupano e preoccupano delle difficoltà reciproche. Poi prova a ‘capire’ cosa prova quando i cristiani non guardano il prossimo con bontà. Non devi ragionare, devi
proprio chiedere a Lui di farti comprendere. Infine prega, ricordando che la bontà ha
origine in Dio…
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Lettura spirituale
L’eucaristia è la radice della cristianità, è l’atto di Gesù su sui si fonda l’essere
seguaci di Cristo. L’Eucaristia è l’unico rito lasciatoci da Gesù. Questo cammino
ci servirà per mettere in evidenzia solo le principali caratteristiche. Gli approfondimenti sono lasciati alla vostra buona volontà. Nel caso vi giro le fonti.
“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna e
nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42)
Le prime comunità cristiane hanno queste 3 azioni distintive: (1) insegnamento
degli apostoli, (2) unione fraterna e condivisione de beni , (3) frazione del pane
o Eucaristia. L’eucaristia diventa subito il segno distintivo, il rito e il simbolo attorno a cui si sviluppano le prime comunità.
Questo ha una portata enorme: è grazie al rito dello spezzare del pane che ci
sono i Vangeli. I Vangeli sono la raccolta della tradizione orale delle comunità
cristiane. I vangeli nascono e vengono scritti quando iniziano a mancare gli apostoli per non perdere i loro insegnamenti. Quindi i Vangeli sono frutto di almeno 30 anni di preghiere, di insegnamenti e di celebrazioni eucaristiche. Le comunità hanno raggiunta una maturità dell’insegnamento di Gesù e, nei Vangeli,
portano la rilettura teologica degli eventi.
Quando gli evangelisti scrivono dell’ultima cena, sono già almeno 30 anni che le
comunità celebrano l’eucaristia come rito. E’ grazie al rito dell’Eucaristia che ci
sono i vangeli. La comunità si ritrovava attorno ad una mensa, si pregava, si ascoltava la parola di Dio, si spezzava il pane, tutti mangiavano, si condividevano
i beni. Il pane sulla mensa, spezzato e condiviso con tutti, era un simbolo chiaro
che andava alla pari con la comunione dei beni.
E’ il rito che ha tenuto unita la comunità, che dava la possibilità a tutta la comunità di ascoltare gli insegnamenti degli apostoli, che dava la possibilità alla
comunità di maturare e di arrivare a scrivere i Vangeli.
Possiamo pensare: Gesù ha avuto proprio una bell’idea! Ma l’idea non è stata
completamente sua. Gesù e gli Apostoli erano ebrei. Per capire a fondo questo
rito, le sue origini, la sua simbologia, la sua importanza dobbiamo prima di tutto
ritornare all’antico testamento e al popolo di Israele, altrimenti non capiamo
completamente la portata e il significato del gesto di Gesù. Non capiamo
nemmeno quello che ci sta dietro.
Le prime due settimane saranno una riscoperta dell’antico testamento, tanto
caro agli ebrei, quindi tanto caro a Gesù, agli apostoli e ai primi discepoli. Ricordiamo che l’antico testamento ha fatto comprendere pienamente la figura e la
missione di Gesù ai suoi discepoli. Vi do subito la dimostrazione con il brano dei
discepoli di Emmaus (Lc 24,25-27) : “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla
parola dei profeti! […]. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in
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tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.” Poi allo spezzare del pane i discepoli riconoscono Gesù, ma il processo è iniziato capendo le scritture.
Martedì 19 febbraio
 Oggi e per il resto della settimana la preghiera sul Vangelo del giorno è tutta personale: non trovi né il testo né una proposta di riflessione né un suggerimento
per la preghiera: ora puoi provare “a camminare con le tue gambe”! 
Tieni sempre presente lo schema in fondo al libretto.
Vangelo del giorno
Mt 6,7-15
Lettura spirituale
Prima di partire alla grande con l’antico testamento, che d’ora in poi abbreviamo con AT, dobbiamo chiarire cos’è un simbolo e cos’è un rito.
Simbolo: è un segno caricato di significato, di un messaggio che va al di là di ciò
che risulta evidente.
Primo esempio: i fiori sulla tomba. La cosa evidente sono i fiori per un morto,
quindi è anche una cosa strana. Il significato del simbolo è l’amore e l’affetto
per la persona che non più tra noi.
Secondo esempio: le candeline sulla torta di compleanno. L’evidenza è che
spegniamo le candeline. Il significato del simbolo va oltre, ed è il ricordare la
propria nascita, essere felici perché la persona festeggiata è nata.
Se pensiamo anche ad altri esempi di simboli, vediamo come il simbolo porta un
messaggio che se capito porta a riconoscersi nel simbolo e crea comunione.
(Es: una sciarpa rossonera, se siamo tifosi del milan ci porta a simpatizzare per chi
la porta)
Il simbolo non va spiegato. Il simbolo parla da solo. Il simbolo è caricato di un
messaggio. E le persone lo capiscono, non c’è bisogno di spiegarlo. Anche se ci
sono dei simboli universali, quindi capiti da tutti, e dei simboli che si capiscono
solamente conoscendo la cultura del posto.
Ma perché abbiamo bisogno dei simboli?
L’uomo usa i simboli per comunicare messaggi che non si possono spiegare con
le parole. Quando le parole non sono abbastanza, istintivamente cerchiamo un
simbolo per esprimerlo. E il simbolo riesce a spiegare senza ridurre il concetto. Ad
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esempio, il poeta innamorato usa dei simboli per esprimere il proprio amore. Si
ricorre all’immagine, perché il linguaggio evidente non basta per capire.
L’innamorato porta le rose per esprimere in modo chiaro e completoil suo amore.
Gesù sceglie dei simboli per darci un messaggio e per comunicarci ciò che non
può essere detto con parole umane. L’essere umano può capire il messaggio in
modo completo solo se portato attraverso simboli.
Rito: la parola rito ci dà subito noia e fastidio. Alla parola rito colleghiamo un
qualcosa di noioso in cui qualcuno parla di cose poco interessanti e fa gesti
strani che probabilmente vengono dal medioevo. Il rito non e’ questo.
L’essere umano vive di simboli e riti: il rito del buongiorno al mattino, il rito del ringraziamento quando qualcuno ci dà qualcosa. La giornata è piena di riti.
L’essere umano è rituale.
Pensiamo al tifoso che va ad una partita di calcio: si veste mettendosi i vari paramenti, poi entra in processione allo stadio e si siede, poi canta in coro, poi si
alza, poi si siede, poi fa la ola insieme agli altri, poi si dicono le preghiere di
scongiuro per la propria squadra, poi di nuovo i cori, ecc.
E ogni domenica fa le stesse cose.
Anche il rito è un linguaggio di comunicazione, un linguaggio ricolmo di simboli.
Non possiamo farne a meno. Comunicare e relazionarsi è un bisogno essenziale
dell’essere umano e la comunicazione non verbale è molto superiore e più efficace. Inoltre nel rito ci sentiamo sicuri e ci sentiamo parte di qualcosa. Il rito serve all’essere umano per avere delle certezze, per sentirsi parte di qualcosa e per
unirsi agli altri attorno a qualcosa di condiviso. Pensiamo nuovamente al tifoso e
a quanto si sente unito alla sua squadra e a tutti gli altri tifosi durante la partita.
L’eucaristia è un rito datoci da Gesù stesso, è l’unico rito che Gesù ci ha lasciato.
E’ rito ricco di simbologia. Simboli lasciatici da Gesù per dirci qualcosa. Dio è venuto incontro all’uomo, diventando uomo. Dio ha deciso di entrare in contatto
con l’uomo e di comunicare con l’uomo. E il modo più naturale e semplice per
spiegare l’inspiegabile sono i simboli. Dio ha semplicemente scelto il linguaggio
che ci fosse più chiaro e comprensibile.
Se vogliamo capire i simboli scelti da Gesù e se vogliamo che il rito non sia semplice rituale, allora dobbiamo riscoprire i simboli contenuti nel rito e le radici del
rito stesso.
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Mercoledì 20 febbraio
Vangelo del giorno
Lc 11,29-32
Lettura spirituale
Riscopriamo la Pasqua Ebraica. Seguiamo il racconto dell’Esodo e pian piano
evidenziamo dei dettagli.
Prendiamo la Bibbia, leggiamo Es 12,1-14 e sottolineiamo le cose che ci sembrano particolarmente significative per la Pasqua.
Adesso che abbiamo letto vediamo i punti importanti:
Es 12,2: “Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese
dell’anno”
La Pasqua è un evento così importante che viene collocato all’inizio dell’anno.
La Pasqua non è il primo giorno dell’anno. Gli ebrei hanno tutt’ora un calendario
lunare con mesi di 28 giorni e l’inizio del mese è con la luna nuova. La luna piena
si ha il 15 del mese.
Questo è importante anche perché attualmente l’inizio dell’anno è segnato dalla festa dello Yom Kippur , festa che comunque è legata alla Pasqua.
Es 12,2: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello”
Es 12,5: “il vostro agnello sia senza difetto, maschio, […] e lo serberete fino al 14
di questo mese”
Il dieci del mese, mettete da parte l’agnello. In Gv 12,36 leggiamo “Gesù disse
queste cose e se ne andò e si nascose da loro”. Questo avviene, secondo Giovanni, 5 giorni prima della Pasqua, alla fine dell’entrata in Gerusalemme. 5 giorni
prima di Pasqua è il 10 del mese. Gesù il 10 del mese si ritira dalla folla come
l’agnello viene messo da parte e diviso dal gregge.
Es 12,5: “allora tutta l’assemblea della comunità di Israele lo immolerà al tramonto”
Il 14 del mese l’agnello viene immolato. La notte del 14 del mese si festeggia la
Pasqua. Il 15 del mese (luna piena) è Pasqua.
Es 12,7: “Preso un po’ del sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle
case”
Es 12,13: “io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio”
Il sangue dell’agnello è segno di salvezza e di liberazione.
Es 12,11: “E’ la pasqua del Signore!”
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Es 12,14: “Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa
del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne”
Il Signore ha stabilito questo rito per Israele. Non è Israele che ha scelto il rito per
ricordare il fatto straordinario. Il Signore indica che il rito deve essere ripetuto di
generazione in generazione come rito perenne e sarà memoriale.
Cos’è un memoriale? Il memoriale attualizza l’evento rendendolo presente. Non
è la ripetizione dell’evento, ma è il racconto e il ricordo che porta l’unico evento
nel presente. Il rito elimina il tempo per rendere presente l’evento. Attenzione
che non è la duplicazione dell’evento. L’evento è successo una volta sola, e nel
memoriale siamo presenti a quell’unico evento.
Per gli ebrei il memoriale nella Pasqua è molto forte, perché partecipano alla
salvezza, rendono presente quell’unico evento di salvezza e chi festeggia la Pasqua è lui stesso liberato dall’Egitto.
Giovedì 21 febbraio
Vangelo del giorno
Mt 7,7-12
Lettura spirituale
Leggiamo Es 12,18-51 e sottolineiamo ciò che ci colpisce.
Es 12,18: “Nel primo mese, il giorno 14 del mese, alla sera, voi mangerete azzimi
fino al 21 del mese, alla sera”
Il 14 del mese è la vigilia di Pasqua. Poi per una settimana si mangiano azzimi.
(La festa degli azzimi)
Es 12,24-27: “Voi osserverete questo comando come un rito fissato per te e per i
tuoi figli per sempre. Quando poi sarete entrati nel paese che il Signore vi darà,
come ha promesso, osserverete questo rito. Allora i vostri figli vi chiederanno:
Che significa questo atto di culto? Voi direte loro: E’ il sacrificio della pasqua per
il Signore”
Viene ripetuto incessantemente che è un culto da ripetere, culto fissato dal Signore. E’ la pasqua del Signore! I vostri figli lo faranno, per sempre. E’ così importante che sia tramandato di generazione in generazione che viene ripetuto tantissime volte che la pasqua è un rito ed è un memoriale.
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Inoltre nella cena pasquale ebraica, il più giovane della famiglia deve chiedere
al più anziano: “Che significa questo atto di culto?”. E quello più anziano racconta la liberazione dall’Egitto. Il rito si svolge ancora come descritto nell’Esodo.
La cosa importante è il memoriale, per rendere presente l’unico evento salvifico.
Un’altra osservazione è che il paese in cui arriveranno non è di Israele, ma è del
Signore. E’ il paese che il Signore dà al popolo di Israele. Su questo punto ci torniamo.
Es 12,42: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese
d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti,
di generazione in generazione”
La pasqua è notte di veglia per il Signore.
Nuovamente l’ordine a tramandare l’evento della liberazione.
Gesù e gli apostoli sapevano benissimo il significato della pasqua e del memoriale. Cosa che invece è più oscura per noi.
Es 12,46: “non ne porterai la carne fuori di casa; non ne spezzerete alcun osso”
Evidenziamo: non ne spezzerete alcun osso.
Es 12,47: “Tutta la comunità d’Israele la celebrerà”
Tutto il popolo di Israele la deve celebrare. La pasqua è l’evento su cui si fonda il
popolo di Israele. Prima della pasqua erano Aramei erranti (“mio padre era un
arameo errante” inizio del racconto pasquale del capo famiglia). Gli ebrei erano tante tribù nomadi. Dopo la pasqua e attorno alla pasqua e al rito pasquale
trovano la loro identità di popolo del Signore.
Attenzione che è uguale per i cristiani. Gesù non era cristiano e non ha creato
un movimento. Ma attorno al rito dell’eucaristia i discepoli di Gesù si sono sentiti
comunità. E’ il rito che unisce e il memoriale che crea continuità nel tempo.
Venerdì 22 febbraio
Vangelo del giorno
Mt 16,13-19
Lettura spirituale
Leggiamo Es 13,1-16 e sottolineiamo ciò che ci colpisce.
Es 13,3: “Ricordati di questo giorno, nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla condizione servile”
Di nuovo il memoriale e l’ordine di ricordare
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Es 13,5: “Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo,
dell’Hittita, dell’Amorreo, dell’Eveo e del Gebuseo, che ha giurato ai tuoi padri
di dare a te …”
Il Signore dà la terra al popolo di Israele. E’ il Signore che fa entrare. Non il popolo che entra nel nome del Signore. La terra è di Dio, nulla appartiene al popolo
di Israele.
Es 13,5: “allora tu compirai questo rito in questo mese”
Di nuovo l’ordine ad eseguire il rito
Es 13,8: “In quel giorno tu istruirai tuo figlio”
Di nuovo l’ordine a ricordare e a tramandare
Es 13,8: “E’ a causa di quanto ha fatto il Signore per me, quando sono uscito
dall’Egitto”
Ai figli devo raccontare che il Signore ha liberato me. L’ha fatto per me. Devo
istruire mio figlio che è accaduto a me. Di generazione in generazione, il capo
famiglia che siede alla cena pasquale, racconta l’evento indicando che lui
stesso è stato liberato in quell’unico evento accaduto migliaia di anni prima.
Il memoriale rende presente l’unico evento. E’ un aspetto fondamentale della
pasqua: chi celebra la pasqua, partecipa lui stesso all’unica liberazione
dall’Egitto. E’ successo a me, non a mio tris-nonno. E’ successo proprio a me.
Es 13,9: “Sarà per te un segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi”
E’ l’evento salvifico che devi sempre ricordare. E’ l’evento su cui si fonda la tua
comunità e il tuo popolo. Il popolo di Israele è così unito perché vivono la pasqua in questo modo. Il popolo è unito attorno a quell’unico evento di liberazione e la celebrazione del rito come memoriale li rende partecipi ogni anno.
Es 13,10: “Osserverai questo rito alla sua ricorrenza ogni anno”
Di nuovo, l’ordine del rito ogni anno.
Tra l’altro, l’unico motivo di espulsione dal popolo di Israele è il non celebrare la
Pasqua. L’ebreo che non celebra la Pasqua deve essere eliminato dal popolo di
Israele (Nm 9,13). Chi invece è in viaggio deve celebrare la Pasqua il mese successivo (Nm 9,11) E’ il rito che porta avanti la coscienza di essere popolo e che
unisce la comunità. Se non celebri il rito, non ti riconosci con il popolo e non vuoi
farne parte.
Es 13,11: “Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, come
ha giurato a te e ai tuoi padri, e te lo avrà dato in possesso”
Di nuovo si ricorda che è il Signore che libera, il Signore che ti fa entrare nella terra, e il Signore che ti dà la terra. La terra non è tua e non è merito tuo. La terra è
del Signore.
Es 13,14: “Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto”
Di nuovo l’ordine di ricordare l’unico evento salvifico ai figli.
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Di nuovo l’ordine di parlarne al presente, come se il narratore stesso sia stato liberato in quell’unico evento.(memoriale)
Es 13,16: “Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un ornamento fra i tuoi occhi “
Nuovamente l’ordine di ricordare.
Sabato 23 febbraio
Vangelo del giorno
Mt 5,43-48
Lettura spirituale
Gli ebrei sono nel deserto e il Signore dà loro la manna e le quaglie.
Il Signore dà gratuitamente, non succede che gli ebrei la trovano per loro meriti.
Es 16,19-20: “Nessuno ne avanzi per domani. Essi non ascoltarono e alcuni ne
presero di più per l’indomani: sorsero dei vermi e imputridì”
Non bisogna accumulare. Ciò che viene accumulato marcisce. Bisogna tenerne
solo per il proprio bisogno e non di più. In tutto l’AT c’è questa forte accento sul
non possedere più del necessario e condividere con gli indigenti.
Es 22,20-25 : sono tutte norme che hanno alla base il principio dell’equità e della
condivisione. Non bisogna sfruttare gli altri.
Es 23,10-12: “nel settimo anno non sfrutterai la terra e la lascerai incolta: ne
mangeranno gli indigenti del tuo popolo”.
La terra è dono del Signore e tutti devono potere usufruirne. Il concetto di proprietà in Israele è diverso dal nostro modo di pensare. La terra è un dono, non è
mia, quindi non posso appropriarmene.
Leggiamo Es 24,1-11, sottolineiamo ciò che consideriamo importante
Es 24,4: “costruì un altare ai piedi del monte”
Mosè costruisce un altare. L’altare è il simbolo della presenza di Dio.
Es 24,5: fanno sacrifici
Es 24,6: “Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra
metà sull’altare”
Per gli ebrei il sangue rappresenta la vita. La vita è del Signore, per questo le vittime vanno dissanguate e il sangue non può essere bevuto o mangiato. Sangue
= Vita
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Mosè raccoglie il sangue delle vittime sacrificali. Metà del sangue viene versato
sull’altare. L’altare è un po’ come il luogo di Dio, quindi è un po’ come bagnare
Dio con il sangue delle vittime.
Es 24,7: “prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo”
Mosè dà al popolo la parola di Dio
Es 24,8: “Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il
sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi “
Mosè asperge il popolo con l’altra metà del sangue. Quindi con il sangue vengono aspersi l’altare e il popolo, uniti nello stesso sangue. In molte culture il patto
di sangue segna un’alleanza inscindibile. Entrambi i partecipanti all’alleanza devono bagnarsi con lo stesso sangue, con la stessa vita. Sono uniti nella stessa vita.
Ecco il sangue dell’alleanza: ricorda un po’ le parole di Gesù durante l’ultima
cena.
Questa è l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Gesù la rinnoverà. L’alleanza era basata sul sangue, sul fatto che Dio e il popolo erano stati aspersi con lo stesso
sangue. Per gli ebrei il sangue dell’alleanza evoca in modo lampante l’alleanza
tra Dio e il popolo sul Sinai.
Es 24,11: “mangiarono e bevvero”
La cerimonia si conclude mangiando e bevendo. E’ una mensa preparata dal
Signore per Mosè, Aronne e i settanta anziani. E’ la mensa del Signore. Il rito
dell’alleanza si conclude con i rappresentanti del popolo alla mensa del Signore.
Rivediamo il rito:
(1) Il popolo viene convocato, (2) si ascolta la parola del Signore, (3) si mangia e
si beve alla mensa del Signore. Sono le 3 azioni alla base di tutti i riti.
Ancora oggi la messa ha la struttura del rito così come celebrato da Mosè più di
3000 anni fa. Convocazione, ascolto e cena.
Domenica 24 febbraio
Vivi la Messa in parrocchia, dando il giusto tempo alla preparazione (prima) scegliendo
un’intenzione – cioè un motivo particolare da offrire al Signore – e al ringraziamento
(dopo).
Concludi la giornata con la preghiera di Compieta.
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seconda settimana
Lunedì 25 febbraio
Dal Vangelo secondo Luca (6,36-38)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre
vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e
non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in
cambio».
Ricordi il Vangelo di lunedì scorso?
Di come Dio desidera che il nostro sguardo verso gli altri sia uguale al suo?
E di come questo sia possibile solo vivendo intensamente la nostra amicizia con Lui?
Oggi il Vangelo ci spinge ancora più all’interno della vita di fede. Sì perché per guardare gli altri con gli occhi di Dio occorre continuamente rivolgerci a Dio, ritornare con
frequenza alla Fonte.
Questo è un cammino, giusto? E sappiamo anche che non siamo mai soli a compierlo,
perché il buon Dio è il nostro prezioso compagno di viaggio.
Bene, il Vangelo ci suggerisce proprio questo: non fare mai un passo senza avere accanto il tuo compagno di viaggio, parla sempre con Lui, confrontati, cerca di tenere il
Suo passo perché il Suo è il giusto passo da tenere, per non esagerare ed essere stanco
morto dopo pochi metri o al contrario perdere troppo tempo e indugiare.
I passi che il Signore ci chiede di fare con lui sono due: la misericordia e il dono di sé.
Come è possibile “imitarlo”? Come è possibile “tenere il suo passo”?
Ricordi quanta pace hai sentito nel cuore quando il Signore ti ha perdonato? O quanta
gioia ti fa sperimentare quando doni a qualcuno il tuo tempo, le tue energie, il tuo
amore?
Per pregare
Invoca su di te - con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze - la Sua misericordia e
chiedigli il dono di un cuore generoso come il Suo.
Saremo misericordiosi con gli altri solo se commossi della misericordia di Dio per noi!
Saremo dono per gli altri solo se commossi degli immensi doni che il buon Dio offre
(con generosità e “spreco”) a noi!
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Lettura spirituale
Leggiamo Gs 24,14-24 e sottolineiamo le parti importanti.
Gs 24,14-16: “Se vi dispiace servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire […].
Il popolo disse: Lungi da noi l’abbandonare il Signore”.
Gs 24,19 : “Giosuè disse al popolo: Voi non potrete servire il Signore, perché è un
Dio santo […]. Il popolo disse: No! Noi serviremo il Signore”
Gs 24,22: “Allora Giosuè disse al popolo: Voi siete testimoni contro voi stessi, che
vi siete scelti il Signore per servirlo!”
Giosuè vuole convincere il popolo a non seguire il Signore perché è una scelta
difficile, perché serve impegno personale. Giosuè ci prova due volte a convincerli ad abbandonare, ma il popolo sceglie liberamente di servire Dio. E’ molto
interessante il fatto della libertà e della scelta. Ed è altrettanto interessante il
passaggio del popolo di Israele: escono come schiavi degli Egiziani per scegliere
di diventare servi del Signore. Dalla schiavitù alla servitù. Per scelta. Ormai il popolo è libero e ha la sua terra.
In Egitto gli ebrei erano schiavi del potere politico e religioso, ora sono liberamente servi del Signore.
La pasqua iniziata con la fuga si conclude in questo modo. L’alleanza tra Dio e il
popolo si conclude con il rinnovamento del popolo a seguire il Signore. Il Signore
ha fatto di tutto per il popolo di Israele, e alla fine del cammino Israele può ancora scegliere se stare o meno con il Signore.
La scelta non è facile, l’accettare dipende da noi. Però la proposta è chiara.
Una volta scelto il Signore per servirlo, dobbiamo impegnarci.
Scegliere di servire il Signore con leggerezza e senza impegno “vi si volterà contro e, dopo avervi fatto tanto bene, vi farà del male e vi consumerà.” (Gs 24,20)
Ma perché il popolo di Israele dopo 40 anni nel deserto e svariate guerre per essere libero ed avere la propria terra decide volontariamente di servire il Signore?
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Martedì 26 febbraio
Vangelo del giorno
Mt 23,1-12
Lettura spirituale
Com’era la cena pasquale al tempo di Gesù?
All’inizio la pasqua veniva celebrata a livello famigliare e anche l’agnello pasquale veniva preparato a livello famigliare. La più grande festa religiosa del
popolo di Israele era celebrata dal popolo stesso a nucleo famigliare.
Successivamente il re Giosia emise la legge che l’agnello andasse sacrificato
solo al tempio di Gerusalemme. Quindi tutti i pii Israeliti andavano al tempio durante il periodo pasquale per celebrare la pasqua con l’agnello. Gerusalemme
era invasa di persone che erano lì per la pasqua e la maggior parte doveva
comprare l’agnello. Era un business notevole. In ogni caso, alle 15,00 del 14°
giorno del primo mese dell’anno gli agnelli venivano sacrificati e cotti sulla spianata del tempio. SI racconta di quasi 3000 agnelli sacrificati: possiamo immaginare la portata dell’evento. Questa era la situazione ai tempi di Gesù.
Ci si trovava in gruppi di 10-15 persone in grado di mangiare tutto l’agnello e
non lasciarne niente, come prescritto. I commensali si accomodano sdraiati
come su un triclinio: non mangiano in piedi, adesso non sono di fretta, adesso
sono liberi.La cena partiva con una benedizione sul vino, poi varie benedizioni su
altri cibi. Poi il più giovane chiede: “Che cosa c'è di diverso questa notte da tutte le altre notti? …”.
Chi presiede la cena fa il racconto dell’Esodo: “Mio padre era un arameo errante, … Il Signore ci ha liberati …”. (il memoriale come nell’esodo, con il figlio piccolo che chiede il perché)
Poi si recitavano i salmi dell’Hallel. Poi si beve la seconda coppa dopo la benedizione. Dopo ci sono altre varie benedizioni e poi si cena normalmente.
A fine cena, si prende un pane, chi presiede lo spezza e ne dà un pezzo ad ogni
commensale, si dice la benedizione e tutti mangiano il pane assieme. (ricorda
qualcosa?)
Era un segno di comunione: lo stesso pane spezzato mangiato da tutti.
Dopo c’è il terzo calice, si dice la benedizione per il pasto, e si beve.
Infine c’è la quarta coppa di vino, chi presiede alza la coppa una spanna dal
tavolo e recita la benedizione, poi ognuno beve dalla propria coppa. Nella pasqua ebraica ognuno ha la sua coppa, non si fa mai girare lo stesso calice tra
tutti.
Diamo un’occhiata alle benedizioni. La benedizione per gli ebrei è molto diversa
dalla nostra, anche se così non dovrebbe essere. Non si benedice il pane o il vi30
no, ma si benedice il Signore: “Sii benedetto, o Signore, per questo pane …”. Ricorda un po’ la benedizione della messa. Ma perché si benedice il Signore?
Perché non ha senso benedire le cose. Il popolo di Israele considera tutto di Dio,
la proprietà privata non è riconosciuta. Tutto è già di Dio. Invece devo ringraziare il Signore per quello che mi ha donato. Dico bene del Signore per quello che
mi dona. Benedire il Signore per tutto è un modo per ricordarsi che nulla è mio.
Quando veniamo al mondo niente è mio e tutto mi è donato, nulla è mio e tutto
è per me, ma niente è mio. L’uomo poi si impossessa del dono e non lo vuole
condividere. Prima di tutto si impossessa della vita: la vita è mia e faccio quello
che voglio. Ma nemmeno la vita è tua, è un dono. Allora per capire il dono
dobbiamo chiedere al donatore perché. Israele aveva capito e durante la giornata benediva il signore per tutto, quindi si ricordava tutto il giorno che tutto è di
Dio ed è tutto un dono. Come l’ospite a casa di un altro, ha tutto a disposizione,
ma nulla è suo.
Come mi relaziono con le “mie” cose? Sono un dono per cui devo ringraziare
altre persone e il Signore o me le sono meritate e guadagnate completamente
da solo?
Mercoledì 27 febbraio
Vangelo del giorno
Mt 20,17-28
Lettura spirituale
Vediamo adesso l’espiazione dei peccati.
Levitico 4 descrive i sacrifici di espiazione. Ci sono vari tipi di sacrifici nel Giudaismo per diverse occasioni, uno di questi sacrifici è di espiazione. I sacrifici di espiazione servono per espiare ed avere il perdono per un determinato peccato.
Il perdono dei peccati c’è anche per il popolo di Israele, anzi c’è una festa apposta.
Leggiamo Lv 16,1-34.
Ci sono due capri o agnelli, uno per il Signore e uno per Azazel. L’agnello per il
Signore viene sacrificato in espiazione dei peccati del popolo (Lv 16,16: “espiazione per l’impurità degli Israeliti, per le trasgressioni e per tutti i loro peccati”), il
sangue dell’agnello viene asperso nel Santo dei Santi sul “coperchio”. Il coperchio era considerato lo sgabello di Dio. E’ come bagnare Dio stesso con il sangue dell’agnello. L’agnello è sacrificato in espiazione dei peccati del popolo e il
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suo sangue è usato per aspergere Dio e purificarlo dalle impurità del popolo. Il
secondo capro o agnello viene caricato dei peccati del popolo e mandato nel
deserto per essere preda di Azazel (tutt’ora si parla di capro espiatorio). In quel
giorno tutti gli israeliti hanno i peccati perdonati (Lv 16,34). Il popolo deve ripetere questo rito una volta all’anno il decimo giorno del settimo mese. E’ la festa
dello Yom Kipur.
Lo Yom Kipur è la liberazione dai peccati e il popolo di Israele ha da sempre associato questa festa con la pasqua.
Quando si parla di agnello che toglie i peccati del popolo, o di sangue per la
remissione dei peccati, gli ebrei capiscono subito che si sta parlando dello Yom
Kipur con tutto ciò che significa. Gesù, gli apostoli e i discepoli erano ebrei e
come tali sapevano celebravano lo Yom Kipur tutti gli anni. La remissione dei
peccati era associata al sangue e all’agnello.
La remissione dei peccati fa parte della cultura ebraica ed è associata ad un
sacrificio.
Lo Yom Kipur, con il sangue dell’agnello, è il massimo grado di remissione dei
peccati.
Sangue dell’agnello per la remissione dei peccati del mondo ci ricorda qualcosa?
Giovedì 28 febbraio
Vangelo del giorno
Lc 16,19-31
Lettura spirituale
Abbiamo visto che i sacrifici erano economicamente importanti per il tempio.
C’era un mondo che girava attorno ai sacrifici del tempio, specialmente durante la pasqua.
Nelle varie correnti profetiche prende vita una posizione precisa contro i sacrifici
e contro il tempio. Essere contro i sacrifici voleva dire essere contro il tempio.
Molti profeti la pensavano in questo modo: Amos, Osea, Michea, Isaia, Geremia.
La frase che riassume la posizione dei profeti è: “l’ascolto del Signore vale più
dei sacrifici”.
Anche i salmi come Salmo 51 (miserere):
v.18 “poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti.”
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v.19 “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu
non disprezzi”
Anche il salmo 40:
v.7 “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto
olocausto e vittima per la colpa”.
Non accetti i sacrifici, ma mi hai aperto le orecchie e mi hai reso attento alla tua
parola. E’ più importante ascoltare e vivere la parola del Signore che offrire sacrifici.
Siracide 35,3: “sacrificio espiatorio è astenersi dall’ingiustizia”.
I profeti vogliono che il sacrificio sia sostituito da offerte della preghiera, offerte
della vita, offerte di un comportamento secondo la volontà di Dio.
Tutte le culture del mondo hanno sviluppato il culto ad un essere superiore tramite sacrifici. Nel giudaismo prima che in altre culture si è cominciato a pensare
che il vero culto era quello del cuore e non quello della liturgia sacrificale. I profeti dicevano che è inutile fare sacrifici. Dio vuole la giustizia, Dio vuole l’ascolto
e la preghiera del cuore, vuole la condivisione delle cose, vuole che ci sia uguaglianza, che non ci sia oppressione.
L’economia dell’AT è strettamente legata ai sacrifici e strettamente legato ai
sacrifici è il tempio. E’ il posto dei sacrifici. Finché c’è il tempio dura l’economia
dei sacrifici. E i profeti quando fanno polemica dei sacrifici fanno polemica con
il tempio. I profeti sono sempre stati diffidenti del tempio come del culto sacrificale. I profeti chiedevano che la vita diventasse sacrificio offerto a Dio.
Più di tutti ci sono i cantici del “servo del Signore” che diventa il TIPO di coloro
che dà la vita in sacrificio per gli altri.
Accanto ai profeti c’era Qumran. Situazione stabile, non variabile come i profeti.
Qumran era una comunità monastica di ebrei sulle rive del mar morto. Faceva
una critica terribile al tempio. Qumran non si riconosceva nel tempio, non facevano mai sacrifici e dicevano“noi come comunità siamo vero tempio di Dio”.
Sono le idee cristiane!
All’interno di questa maturazione e di questa presa di coscienza abbiamo la vicenda di Gesù. E così abbiamo capito che Gesù non è l’unico che si pone contro, ma c’è tutta una corrente profetica e anche una comunità monastica.
Quando Gesù fa la critica del tempio con la purificazione e cacciando tutti. Lo
dobbiamo vedere all’interno di questa corrente profetica e probabilmente con
degli agganci alla posizione di Qumran.
Riconosciamo che Gesù e i discepoli non vengono mai menzionati a fare sacrifici.
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Venerdì 1 marzo
Vangelo del giorno
Mt 21,33-43.45-46
Lettura spirituale
Vediamo i cantici del Servo de Signore nel profeta Isaia.
Nel libro di Isaia ci sono 4 cantici del servo.
Il servo non ha nome, appare come un profeta senza nome. Il fatto che non
abbia nome fa pensare a qualcuno che deve venire e non a qualcuno che è
giù venuto.
A volte il servo è una persona individuale a volte ha una personalità collettiva e
viene presentato come popolo di Israele. C’è un movimento tra persona collettive e persona individuale. La personalità collettiva ha come scopo la rappresentanza di tutto il popolo: il servo diventa vicario e rappresenta Israele e tutto il
popolo di Dio
Il primo cantico è al capitolo 42,1-9.
v.1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui io mi compiaccio”
Dio presenta il servo. A me fa venire in mente il battesimo di Gesù del vangelo di
Marco (Mc 1,11)
v.2: “Porterà il diritto alle nazioni” - non si ferma al popolo di Israele.
v.6: “ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni ” come ALLEANZA, parola che torna spesso.
Il secondo cantico è invece al capitolo 49,1-7. E’ il servo che si presenta.
v.1: “dal seno materno mi ha chiamato” –il servo è una persona, un individuo.
Un’entità collettiva non può stare nel seno materno. E’ un individuo ben preciso.
v.3: “Mio servo tu sei, Israele,” - persona collettiva: vicario di Israele e del popolo di Dio.
v.6: “è troppo poco che tu sia mio servo per […] ricondurre i superstiti di Israele.
Ma io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità
della terra”
Il Signore parla al futuro, come per una promessa. Il servo sarà LUCE DELLE NAZIONI, non solo luce per Israele. Fino all’estremità della terra.
Il terzo cantico Is 50,4-11. E’ ancora il servo che si racconta.
v.4,5: “fa attento il mio orecchio […]. Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non
ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” - l’orecchio simbolo
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dell’ascolto e il servo non oppone resistenza. Noi invece non ascoltiamo e se ascoltiamo opponiamo resistenza.
v.6: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappano
la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”
Il quarto cantico Is 52,13 - 53,12. Leggiamo e sottolineiamo. Dio racconta il servo.
v.13: “Il mio servo avrà successo”
v.1: “Chi crederà alla nostra rivelazione?” - come dire che quello che sta raccontando è così incredibile che sarà difficile capire la rivelazione.
v.2,3: “Non ha apparenza né bellezza, […]. Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori, […] era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima” - quale
successo in tutto questo?
v.4,8: “Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. […]si lasciò
umiliare[…] come agnello condotto al macello […]per l’iniquità del mio popolo
fu percosso a morte”
E’ il sacrificio di espiazione, come lo Yom Kipur, non più compiuto da un agnello
ma da un uomo. E’ il dono di sé stesso per amore, l’ultimo sacrificio per guarire il
popolo
v.9: “con il ricco fu il suo tumulo” – come Gesù
v.10: “Se offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza” – il sangue di un
uomo per l’espiazione delle moltitudini.
v.11: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce” – la risurrezione?
v.11: “il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità” –
Molti sono le MOLTITUDINI.
v.12: “egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”
E’ incredibile come Gesù rispecchi questo servo, e come Gesù sia l’unico che
abbia adempiuto completamente questa profezia.
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Sabato 2 marzo
Vangelo del giorno
Lc 15,1-3.11-32
Lettura spirituale
Ritorniamo all’alleanza. Cosa rappresentava l’alleanza?
L’alleanza era un contratto tra due parti. Spesso l’alleanza avveniva tra un re
potente e un vassallo, quindi il re si impegnava nella protezione del vassallo e
del suo popolo, in cambio il vassallo si impegnava in altre cose. Se il vassallo non
avesse rispettato gli impegni sarebbe stato punito.
Il popolo di Israele descrive la relazione tra Dio e il popolo con l’alleanza, cioè
con un contratto tra Dio, il re, e Israele, il suddito. Dio protegge Israele se Israele
rispetta le regole che Dio ha dato: i comandamenti. Quindi la terra promessa è
un dono del Signore perché hanno rispettato il contratto. Quando non rispettano il contratto Dio si riprende la terra, infatti Israele ha vissuto diversi domini ed
esili. L’esilio a Babilonia, la dominazione dei romani, ecc. sono interpretati come
punizione di Dio per i loro tradimenti.
I profeti cambiano l’ottica del rapporto. Descrivono il rapporto tra Dio e il popolo
come un rapporto sponsale. Dio è lo sposo e Israele è la sposa infedele. Il rapporto sponsale non è legato ad un contratto, ma all’amore incondizionato. Gli
sposi si rispettano e si amano non perché c’è un contratto e rischiano di essere
puniti, ma per amore.
Il profeta Osea utilizza tantissimo l’immagine dell’amore sponsale e non quello
dell’alleanza. In generale c’è lo sposo che perdona e cerca di riconquistare la
sposa infedele.
Il cantico dei cantici raggiunge il culmine dell’immagine sponsale.
Il Nuovo Testamento recupera e utilizza l’immagine sponsale: lo sposo è Gesù. I
vangeli, le lettere e anche l’apocalisse utilizzano l’immagine dello sposo che è
Gesù e l’immagine del banchetto di nozze. La sposa è la chiesa, la comunità.
Anche l’eucaristia viene rappresentata come banchetto di nozze.
Il NT aggiunge l’immagine del rapporto tra Padre e figlio.
Tornando all’alleanza, il profeta Geremia prende l’alleanza e la rinnova togliendo il significato di contratto.
Leggiamo Ger 31,31-34, e sottolineiamo le parti che ci colpiscono.
v.31,32: ”concluderò un’alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa
con i loro padri, […], un’alleanza che essi hanno violato, benché fossi il loro Signore”
Ho fatto l’alleanza come tra re e suddito e non ha funzionato, anche se ero il loro re. Allora farò una nuova alleanza, un’alleanza diversa
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v.33: “porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore”
Non scriverò più la legge su delle tavole di pietra, ma sul cuore. Dovranno seguire il loro cuore per trovarmi. Non è più un contratto.
v.34: “Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, […] tutti mi riconosceranno, dal più
piccolo al più grande, dice il Signore; perché io perdonerò la loro iniquità e non
mi ricorderò più del loro peccato”
Non c’è bisogno di spiegare, il popolo seguirà la legge scritta nel cuore e mi riconoscerà.
Con la nuova alleanza, perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò del loro
peccato.
Quando pensiamo a Gesù dobbiamo pensare anche alla nuova alleanza descritta da Geremia.
Dobbiamo collocare la vicenda di Gesù alla luce di quanto scritto nell’AT e del
percorso di presa di coscienza fatto dal popolo di Israele attraverso i profeti.
Domenica 3 marzo
Vivi la Messa in parrocchia, dando il giusto tempo alla preparazione (prima) scegliendo
un’intenzione – cioè un motivo particolare da offrire al Signore – e al ringraziamento
(dopo).
Concludi la giornata con la preghiera di Compieta.
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terza settimana
Lunedì 4 marzo
Dal Vangelo secondo Luca (4,24-30)
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c'erano
molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e
sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu
mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone.
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro
fu risanato se non Naaman, il Siro».
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo
cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
Gesù sta insegnando nella sinagoga di Nazareth, il suo paese, e la gente che si è radunata gli ha appena detto che non gliene importa un bel niente di quello che ha da predicare, ma di fare invece qualche miracolo, come ha già fatto altrove, perché loro sono
suoi concittadini, sono sangue del suo sangue, dunque hanno diritto di essere ascoltati. Gesù risponde col brano di Vangelo qui sopra, loro si arrabbiano e vogliono farlo
fuori. Riassumendo, non vogliono ascoltare Gesù, ma pretendono che Lui li ascolti:
hanno già stabilito le condizioni e le regole cui Gesù deve adeguarsi per continuare a
stare con loro (in tutto questo, riuscite ad immaginare il dolore e lo sgomento di Maria, che sicuramente era presente?).
Una fede che non ascolta ma pretende, impedisce a Dio di entrare nel cuore a seminare tutto il bene e le cose buone che ha preparato per te. Assieme a desideri buoni e
sinceri slanci di affetto, tutti abbiamo delle resistenze e delle pretese nei confronti di
Dio: l’invito di Gesù è di liberarti di queste cose e di imparare ad accogliere la sua parola perché Lui possa operare nella tua vita oggi. I Vangeli di questa settimana ti presenteranno modi diversi di non-ascolto: non per farti sentire in colpa, ma perché Gesù desidera fortemente che tu impari a riconoscere le resistenze che ancora hai nei suoi
confronti perché così, consegnandole a Lui chiedendo aiuto e perdono, Lui possa liberatene.
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Per pregare
Invoca lo Spirito perché tu possa comprendere la Parola. Gesù desidera che il tuo cuore sia libero da ogni pregiudizio, da ogni paura e da ogni desiderio di porre condizioni,
perché la tua fede diventi piena, forte e ‘innamorata’. Sii sincero nel guardarti dentro
per riconoscere ciò che non ti permette di accogliere l’amore di Gesù con tutto il cuore
e sii fiducioso: fidati di Dio.
Lettura spirituale
Adesso che abbiamo una qualche idea del contesto, durante questa settimana
leggeremo Luca 22,1-27 e rifletteremo in modo approfondito. Prima di procedere, ricordiamo il fatto che i vangeli sono frutto di comunità che hanno pregato,
riflettuto e celebrato l’eucaristia per almeno 30 anni. I vangeli raccontano gli
eventi, ma li raccontano in modo da veicolare nel modo migliore il messaggio.
Quindi stiamo attenti ai dettagli, perché nulla è a caso, tutto ha lo scopo di portare il lettore a capire meglio il messaggio. Inoltre gli apostoli erano ebrei, quindi
teniamo a mente anche la loro cultura e l’AT.
Leggiamo Lc 22,1-6 e sottolineiamo le parti importanti
v.1: “Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua”
Luca sottolinea il fatto che si avvicina la pasqua, festa di liberazione.
v.2: “I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo”
Chi sono i sommi sacerdoti e gli scribi? Sono il potere religioso, politico e culturale. Gesù dà fastidio ai potenti perché vive per amare l’uomo e liberarlo. Gesù
vuole che l’essere umano sia felice e non sia schiavo di falsi idoli. Gesù non vuole
che l’uomo sia schiavo della logica del mondo e del potere. Ai potenti dà fastidio, perché perdono il loro potere, le persone che stanno con Gesù non temono
più e non sono più schiavi dei potenti di questo mondo.
v.3: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota,”
Satana entrò in Giuda: Da dove salta fuori satana? Perché Luca tira fuori satana?
Per capire cerchiamo dove compare l’ultima volta Satana nel vangelo di Luca.Satana compare l’ultima volta alle tentazioni: “satana si allontanò da lui per
ritornare al tempo fissato” (Lc 4,13). Satana compare per tentare Gesù nel deserto, poi sparisce con la promessa di tornare al tempo fissato. E ricompare per
entrare in Giuda. Le tentazioni nel deserto sono tutte tentazioni legate al potere
e all’avere, a cui Gesù non cede.
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Invece Giuda cede alla tentazione e diventa una marionetta in mano a satana.
Giuda cede per il denaro. La rilettura teologica è che il male ci porta lontani da
Dio, e che l’avere, il possedere, il denaro è uno dei mali che allontana maggiormente da Dio. Il denaro è una radice del male, e questo ha un forte legame
con il significato dell’eucaristia.
v.3: “che era nel numero dei Dodici.”
Giuda è nel numero dei dodici, Giuda è uno degli apostoli, Giuda è uno dei discepoli più vicina Gesù, eppure il desiderio di avere e il desiderio del denaro è
fortissimo e colpisce anche chi è vicinissimo a Gesù. Anche chi è vicinissimo a
Dio rischia di cedere alla tentazione, nessuno è escluso.
v.4: “egli andò a discutere con i sommo sacerdoti e i capi delle guardie”
I sommi sacerdoti sono il potere religioso e politico, i capi delle guardie sono la
forza militare che serve per fare paura e per sottomettere gli altri popoli.L’avere,
il potere e l’apparire si alleano contro Gesù. Luca evidenzia che la morte di Gesù è dovuta a questi mali: avere, potere, apparire. Forse ci vuole dire che questi
sono le tentazioni a cui stare più attenti, perché sono quelle che più facilmente,
anche se siamo vicinissimi a lui, ci allontanano da Dio e da Gesù. Se ci pensiamo, guerre, violenze, soprusi ma anche le piccole incomprensioni e litigi sono
sempre dovuti ad almeno uno dei tre mali. Denaro, potere e desiderio di apparire sono i mali principali del mondo da cui Cristo ci vuole liberare.
Gesù poteva scampare alla morte tornando a Nazareth a fare sedie. Ma per
liberare l’uomo doveva dare il dono totale di sé. I tre mali volevano uccidere
Gesù perché voleva liberare l’uomo. Gesù ha sempre vissuto e ha sempre dato
importanza a servire, donare e condividere.
Gesù ci libera e schiaccia il serpente.
Martedì 5 marzo
Vangelo del giorno
Mt 18,21-35
Lettura spirituale
Leggiamo Lc 22,7-13 e sottolineiamo le parti che consideriamo importanti.
v.7: “Venne il giorno degli azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di pasqua”
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Abbiamo visto che è il giorno 14 del primo mese. La vigilia di Pasqua. Alle 15,00
sulla spianata del tempio venivano uccisi e preparati tutti gli agnelli. Questo significa che Gesù ha mangiato la pasqua con i suoi discepoli. E’ importante che
Gesù mangi la pasqua e che l’ultima cena sia stata la cena pasquale. Luca evidenzia che l’ultima cena coincide con la cena Pasquale perché Gesù ci libera
dalla schiavitù dell’avere, del potere e dell’apparire, come Dio ha liberato il popolo di Israele dalla schiavitù politica, religiosa e umana dell’Egitto. Se l’ultima
cena non fosse cena pasquale perderebbe significato. (per chiarire le problematiche storiche delle tempistiche della cena e della morte c’è un’appendice
dedicata alla fin del cammino)
v.8: “Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: Andate a preparare per noi la Pasqua”
Gesù sceglie Pietro e Giovanni, i due apostoli più importanti, per preparare la
sala. Questo era il lavoro dei servi. Gesù sceglie i due apostoli più importanti per
un motivo:il più grande è colui che serve, non chi ha potere, soldi e rispetto. La
scelta di Gesù anticipa il messaggio dell’ultima cena.
v.10: “vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua ”
Perché Pietro e Giovanni avrebbero dovuto capire chi era quest’uomo? Perché
prendere l’acqua al pozzo era un compito da donna, non c’erano uomini che
giravano con brocche d’acqua. Allora era un segno di riconoscimento, perché
c’era già un accordo e la sala era già prenotata. Trovare una sala la vigilia di
pasqua a Gerusalemme era impossibile. Tantissime persone andavano a Gerusalemme, perché solo al tempio di Gerusalemme si poteva immolare l’agnello
pasquale.
Così cambia il senso del racconto, Gesù non vede nel futuro, c’erano degli accordi. E questa differenza è importante, e Luca ce lo racconta per farci capire
che Gesù conduce la storia e non è condotto dagli eventi.
Gesù non subisce passivamente vedendo nel futuro quello che succederà, ma
Gesù conduce gli eventi e gli avvenimenti sono scelti da Gesù. Gesù ha scelto
liberamente, non si è trovato per caso nel posto sbagliato. Gesù non è andato
incontro ad un destino. Gesù doveva liberare l’umanità e non poteva interrompere la missione a metà. Se Gesù fosse scappato a Nazareth, il lavoro di tre anni
sarebbe stato inutile.
v.12: “Egli vi mostrerà una sala”
In greco la parola usata per “sala” è “cataluma”. Gli evangelisti sono molto attenti alle parole, alle descrizioni e ai loro significati; allora cerchiamo questa parola nel vangelo di Luca. Luca utilizza questa parola solo due volte qui e in Lc 2,7
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“lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nella CATALUMA”.
Gesù viene messo nella mangiatoia. La mangiatoia è dove si mangia: Gesù
quando nasce è simbolo di cibo. Non c’è posto nella cataluma perché non è
ancor pronto per essere cibo, quindi è solo simbolo. Invece adesso Gesù è pronto a donarsi come cibo, la mangiatoia non c’è più e c’è posto nella sala.
v.12: “al piano superiore”
Nella Bibbia la montagna è il luogo di incontro con Dio, mentre la pianura è il
luogo del mondo. Il luogo alto è quello più vicino a Dio, in cui si vive con la logica di Dio. Anche le beatitudini sono dette il discorso della montagna per questo
motivo, Gesù è sul monte e dice alla folla che è nella pianura come fare per salire sul monte. La sala dell’ultima cena non è al piano terra, è al piano superiore.
Non è al piano terra dove si ragiona come il mondo, secondo la logica di potere e di ricchezza, ma il banchetto del Signore è al piano superiore dove la logica
è diversa, vince l’amore, i più importanti sono quelli che amano e servono.
v.12: “grande e addobbata”
La pasqua ebraica si mangiava in gruppi tali da potere mangiare l’agnello, e
come detto nelle settimane precedenti il numero medio era 10-15 persone. Gesù ha mangiato la pasqua con gli apostoli, quasi sicuramente erano loro 13.
Allora perché serve una sala grande? Che importanza c’è nell’evidenziare
“grande e addobbata”?
Come prima torniamo nel vangelo e vediamo i riferimenti di una sala grande ed
addobbata. Torniamo alla parabola in Lc 14,16-24: un padrone dà una grande
cena, ma gli invitati rifiutano. Allora il padrone manda il servo a chiamare tutti
quelli che trova. Il servo torna dal padrone e dice: “c’è ancora posto”. E il padrone rimanda il servo a chiamare tutti quelli che trova e a spingerli ad entrare
finché la sala sia piena. La sala è così grande che c’è posto per tutti quelli che
vogliono entrare. Gli unici che restano fuori sono quelli che non vogliono entrare.
Quindi l’idea di sala grande ci riconduce all’idea che nella sala del banchetto
di Gesù c’è posto per tutti Gesù vuole tutti nella sala, tutti ma proprio tutti.
Rimaniamo sulla parabola, ci ricordiamo del servo di Isaia? Il padrone manda il
servo a chiamare tutti, e il servo starà fuori finché la sala non sia piena. Il servo è
Gesù mandato a chiamare tutti nella sala. E Gesù entrerà in modo definitivo solo
quando la sala è piena.
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Mercoledì 6 marzo
Vangelo del giorno
Mt 5,17-19
Lettura spirituale
Leggiamo Lc 22,14-18 e sottolineiamo le parti che ci colpiscono.
v.14: “Ho desiderato ardentemente”
“Ardentemente” è la traduzione dal greco del termine utilizzato per indicare
come lo sposo desidera incontrare la sposa. Il desiderio di Gesù di cenare con i
suoi discepoli è il desiderio dell’incontro sponsale. Luca paragona così l’ultima
cena ad un banchetto di nozze. Sono le nozze dell’agnello e noi gli invitati al
banchetto delle nozze. La messa è una festa di nozze tra Gesù e la sua sposa
che siamo noi. Con questo termine Luca richiama l’immagine sponsale della relazione tra Dio e l’uomo. La celebrazione eucaristica sono le nozze dell’agnello.
v.14: “mangiare questa Pasqua con voi”
Gesù vuole ardentemente cenare con questi apostoli:
Uno lo tradisce e Gesù lo sa (Lc 22,21)
Uno lo rinnega e Gesù lo sa (Lc 22,34)
Gli altri scappano
Gesù non dice: mi fate un po’ schifo, ma ci siete voi, quindi ceniamo. Gesù desidera ardentemente cenare con loro. Il banchetto è proprio per loro. Gesù vuole loro, vuole anche chi lo tradisce e lo rinnega. E li ama come uno sposo ama la
sposa al banchetto di nozze.
Inoltre è una cena Pasquale. Ed è importante che lo sia, perché Gesù porta a
compimento la liberazione iniziata con Mosè e descritta da profeti. Ha un significato teologico molto importante. Tutto quello che ci siamo detti nelle prime due
settimane trova un senso e un compimento proprio nell’ultima cena pasquale di
Gesù.
v.17: “E prese un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi”
E’ uno dei calici della cena pasquale, forse il terzo. Non è ancora il calice
dell’eucaristia. Però, a differenza della cena pasquale ebraica, Gesù passa il suo
calice e tutti bevono dallo stesso bicchiere. Nella cena pasquale ognuno ha il
proprio calice. Perché questa differenza? Cosa ci dice? Gesù sta dicendo ai
suoi discepoli che devono bere dallo stesso suo calice, quindi che devono con43
dividere la sua stessa sorte. Questo modo di dire è entrato anche nel nostro linguaggio.
Gesù, prima di spezzare il pane, sta chiedendo: siete pronti a bere dal mio stesso
calice? Siete pronti a seguire il mio esempio?
Non si parla di morire, si parla di amare gli altri, di mettersi al servizio degli altri, di
donare la propria vita agli altri. Gesù ha vissuto per gli altri, per gli emarginati, per
i peccatori, per i malati, e ha concluso con il dono totale di sé.
Ci ricorda la vicenda di Giosuè (vedi Lunedì 5 Marzo) che avverte gli israeliti sul
patto che stanno per fare, in modo che siano proprio sicuri della loro scelta.
Giovedì 7 marzo
Vangelo del giorno
Lc 11,14-23
Lettura spirituale
Leggiamo Lc 22,19.
v.19 “Poi, prese un pane”
Prese UN pane, non il pane. “Un” è articolo inderminativo, “del” pane generico.
Il pane è simbolo dell’essenziale, del bisogno essenziale per vivere. Il pane in
tutte le culture è associato al minimo indispensabile per vivere. Anche noi diciamo: “mi guadagno il pane” per dire che il lavoro mi serve per vivere. Oppure:
“non ha nemmeno il pane” per dire che quella persona non ha il necessario per
vivere.
Il pane è la risposta ai bisogni essenziale di vita dell’essere umano.
v.19 “Poi, prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro”
PRESE, RESE GRAZIE, SPEZZO’, DIEDE: quattro azioni.
Sono le azioni del capo famiglia durante la cena pasquale, e durante ogni pasto festivo. Sono il simbolo della condivisione e della comunione. Prendere il pane e spezzarlo, da un unico pane tanti pezzi. Gesù spezza l’unico pane e lo distribuisce agli apostoli. Il gesto della condivisione, del condividere ciò che si ha,
di donare gratuitamente ciò che si ha in più in modo che tutti ne abbiano. Gesù
utilizza questo gesto, esattamente con il significato che ha anche nella cena ebraica.
Però possiamo anche aggiungere due riflessioni alla luce degli avvenimenti successivi:
44
1.
2.
Gesù si è donato agli altri e si è fatto pane spezzato per tutti fino alla
morte in croce. Gesù utilizza il pane per dirci che questo è simbolo di
condivisione e di dono esattamente come lo è stato lui in tutta la sua vita fino alla morte.
E’ Gesù che ci dà il pane, noi prendiamo il pane da Gesù: quindi è Gesù
con il suo pane che soddisfa i nostri bisogni essenziali di vita.
v.19 “rese grazie”
E’ il verbo (in greco “eucaristian”) da cui deriva la parola Eucaristia.
Gesù benedice o rende grazie al Signore per il pane. Non benedice il pane. E’ la
stessa cosa che facciamo noi durante la messa: “benedici Signore questo pane
frutto della terra e del lavoro dell’uomo…”
Abbiamo già letto al giorno 6 Marzo, tutto è dono perché tutto è di Dio, anche
la vita è dono e non è mia, mi è stata donata. Come ospite a casa di un altro,
ho tutto a disposizione me niente è mio. Benedico il Signore per … così mi ricordo che quello che ho è dono.
v.19 “lo diede loro”
Gesù distribuisce il pane. Quindi presuppone che gli apostoli lo prendano. Infatti
in altri vangeli riporta anche il verbo “prendete e mangiate”. E’ normale: se uno
ti porge il pane tu lo puoi prendere o ti puoi rifiutare. Il gesto di prendere dipende da te. Noi liberamente dobbiamo prendere ciò che ci viene offerto.
Dobbiamo fare il gesto di allungare la mano. E’ nostra scelta.
Anche il verbo “mangiate”, che Luca non utilizza esplicitamente , indica
l’assimilare il pane nel suo significato e simbolo. Mangiare vuol dire scegliere di
assimilare il pane di Gesù con tutto ciò che significa.
Gesù non ha obbligato nessuno a prendere il pane. Gesù lo dà. Se non lo vuoi
puoi rifiutarti.
E’ importante questo aspetto della scelta. E’ un aspetto fondamentale
dell’Eucaristia. E’ scelta del fedele non obbligo di Dio. Prendere e mangiare sono gesti di libertà.
La scelta ritorna spesso: mi ricorda il discorso di Giosuè (vedi Lunedì 5 Marzo) e
mi ricorda anche che Gesù chiede ai discepoli di condividere lo stesso calice,
prima di fare il gesto eucaristico (vedi ieri)
E’ molto importante: deve essere mia scelta.
Ma cosa sto scegliendo nel momento in cui prendo il pane? Cosa dovrei assimilare, mangiando?
Qual è la proposta a cui sto aderendo, nel momento in cui allungo la mano, afferro e mangio il pane che Gesù mi porge?
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Venerdì 8 marzo
Vangelo del giorno
Mc 12,28b-34
Lettura spirituale
v.19 “Questo è il mio corpo,”
Bisogna chiarire bene la questione del corpo. Abbiamo già visto e parlato diffusamente del corpo nella prima settimana della quaresima 2011. Il corpo è ciò
che mi rende capace di relazione. Il corpo e la carne sono il centro della relazione di una persona. Senza corpo (carne è sinonimo) non posso avere relazioni.
Sono le relazioni che mi fondano come persona, relazioni possibili solo grazie al
corpo. Il corpo è ciò attraverso cui lo spirito si manifesta.
Con corpo non si intende le cellule e la materia, ma è la persona, la sua relazione. Il corpo è la storia intera della persona. Infatti Gesù risorge con il corpo e
appare con il corpo, però i discepoli non lo riconoscono mai? Perché? E perché
gli unici segni di riconoscimento sono i segni della passione? Perché non lo riconoscono per il viso?Gesù è riconosciuto solo per i segni caratteristici della relazione con gli uomini. Gesù ha vissuto la sua vita amando gli uomini, dedicandosi
ai poveri, ai malati, agli emarginati, ai peccatori. Il corpo, centro della relazione,
porta i segni della relazione. I discepoli riconoscono Gesù per i segni della relazione. Quindi i vangeli non evidenziano il fatto che Gesù appariva proprio con lo
stesso corpo di prima della morte e con le stesse cellule, anzi, nessuno lo riconosce; i vangeli evidenziano invece che il corpo irriconoscibile porta i segni riconoscibile della relazione.
Allora il pane spezzato è vero corpo di Cristo perché porta con sé in modo
completo la relazione tra Gesù e gli esseri umani.Nel pane c’è tutta la vita di
Gesù. Gesù diventa pane per sfamare l’uomo, ed è il completamento di una
vita di dono. Il pane è corpo di Cristo perché rende presente (è memoriale) la
persona di Gesù con tutta la sua storia.
Per spiegarlo in modo più complicato: «Avvenuta la transustanziazione, le specie
del pane e del vino acquistano un nuovo significato ed un nuovo fine, non essendo più l'usuale pane e l'usuale bevanda ma il segno di una cosa sacra e il
segno d'un alimento spirituale; ma in tanto acquistano un nuovo significato ed
un nuovo fine in quanto contengono una nuova realtà, che giustamente denominiamo ontologica» (enciclica “MysteriumFidei”).
Dopo il Concilio Vaticano II si parla anche di “transignificazione”, quindi il pane
e il vino, dopo la consacrazione, non significano più il nutrimento corporale, ma
acquistano un nuovo fine ed un nuovo significato.
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Non è vero che il pane e il vino diventano corpo e sangue di Gesù di Nazareth,
di quel Gesù di Nazareth che camminava tra gli uomini. Questo pensiero è
un’eresia chiamata “cafarnaismo”. Invece il pane e il vino diventano corpo e
sangue di Cristo risorto.
Gesù non si divide in tanti pezzi e non ci sono tanti Gesù quante sono le ostie,
c’è un solo Gesù ed è il risorto. Il pane consacrato è simbolo e segno di Gesù intero risorto, con tutta la sua vita, con tutta la sua storia, con la sua proposta. Gesù si è fatto pane da mangiare, perché deve essere mangiato. L’Eucaristia è in
primo luogo cibo, deve essere pane da mangiare. Se perde il simbolo di pane
da mangiare, perde anche il segno e la simbologia e quindi la presenza di Cristo.
Quando mangiamo il pane consacrato dobbiamo essere coscienti che stiamo
accettando ciò che significa quel pane e stiamo scegliendo di seguire
l’esempio che ci ha dato Gesù: diventare pane spezzato per il mondo. Ogni volta rinnoviamo la nostra scelta di diventare pane spezzato per gli altri.
Sabato 9 marzo
Vangelo del giorno
Lc 18,9-14
Lettura spirituale
v.19 “che è dato per voi”
Dato: il corpo è dato, il pane è dato. Senza volere nulla in cambio.
Per voi: ma chi erano questi voi?
Uno lo tradisce, uno lo rinnega e gli altri scappano. Gesù lo sa che è così, eppure il pane lo spezza per loro, anche per Giuda. Il pane è anche per tutti noi. Gesù ci fa una proposta e sa bene che è una proposta difficile e che cadremo
spesso. Non ci chiede di essere perfetti, ci chiede di aderire ed impegnarci.
v.19 “fate questo in memoria di me.”
Torna il memoriale. Durante la cena pasquale ebraica, memoriale dell’unico
evento di liberazione, Gesù fa dei gesti particolari e dice di rifarlo in sua memoria. E’ una chiara richiesta a ripetere la cena come rito come memoriale.
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Memoriale è il rendere presente quell’unico evento accaduto nel passato. Non
vuol dire ripetere l’evento. L’evento è già accaduto. Ma con il memoriale partecipiamo a quell’unico evento.
Ogni volta che celebri amo l’eucaristia, non ricordiamo l’ultima cena e nemmeno ripetiamo l’ultima cena, ma ne facciamo il memoriale. E’ come se noi stessi
partecipassimo a quell’unica ultima cena.
E’ con il rito, i gesti e i simboli che noi rendiamo presente Gesù, dono, divenuto
pane per saziare l’uomo. Noi rendiamo presente l’ultima cena e partecipiamo a
quell’evento salvifico con la presenza di Gesù risorto.
La presenza di Cristo risorto nell’eucaristia ha il suo massimo valore nel rito e
nell’atto di mangiare. E quando mangiamo questo pane ci uniamo a Gesù, lo
assimiliamo, e noi stessi accettiamo di diventare pane per gli altri. Se accettiamo
di diventare pane per gli altri, dobbiamo essere disponibili a sfamare. Allora devo prendere coscienza che, nell’Eucaristia, mi unisco al corpo di Cristo e che divento pane come lui. Quindi ogni momento della mia vita deve essere vissuto in
prospettiva eucaristica: “nulla è mio e tutto è dono”.
v.20: “Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice”.
Il sangue per gli ebrei è la vita. Prendendo il calice accettiamo tutta la vita di
Gesù.
v.20: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per
voi”.
Evoca subito l’alleanza di Mosè, e poi Giosuè che chiede agli Israeliti se vogliono
impegnarsi con il Signore. E ci ricorda tutto il percorso dei profeti fino a Geremia
e Isaia. La parola nuova alleanza adesso ha un sapore diverso. Non è più un
contratto, ma è un gesto d’amore. La nuova alleanza è come un banchetto di
nozze dove lo sposo è Cristo e la sposa è la comunità riunita.
Altri vangeli riportano il perdono dei peccati, e subito capiamo il riferimento del
sangue e del perdono dei peccati (Yom Kipur).
Bere dal calice vuol dire accettare la sorte di Gesù e assimilare la vita di Gesù.
Ogni volta che celebriamo il rito dell’eucaristia, siamo parte della chiesa e accettiamo di assimilare Gesù. Il simbolo del pane e del vino rendono presente tutta la vita di Gesù e volontariamente la accettiamo . Accettiamo che vogliamo
vivere per gli altri, accettiamo che vogliamo salire al piano superiore dove c’è il
banchetto.
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Riallacciandosi al fatto che il pane e il vino vengono distribuiti a tutti, la comunità non deve meritarsi l’amore di Gesù. Lo sposo ama già la sposa alle nozze. La
comunità e gli uomini che la compongono non devono meritarsi l’amore di Dio,
quello è già dato per assodato.
Gesù mi ama e mi ama comunque, sia che lo accetti sia che no. Se accetto
non cambia l’amore di Dio, cambia la mia vita. Devo cambiare il mio stile di vita, perché accetto di salire al piano superiore.
E’ come essere invitati ad una festa: l’invito è sempre valido, però devo accettare.
Domenica 10 marzo
Vivi la Messa in parrocchia, dando il giusto tempo alla preparazione (prima) scegliendo
un’intenzione – cioè un motivo particolare da offrire al Signore – e al ringraziamento
(dopo).
Concludi la giornata con la preghiera di Compieta.
49
quarta settimana
Lunedì 11 marzo
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,43-54)
In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva
dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque
giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi
era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che
Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a
guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del
re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose:
«Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e
si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero:
«Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che
proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta
la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
“Quell’uomo credette”. Senza insistere oltre, Gesù gli dà la sua parola, e lui crede.
Questa fiducia così piena, permette a Gesù di guarire il figlio e di generare la fede nel
cuore del funzionario e di tutta la sua famiglia. Gesù può fare tutti i miracoli della terra, ma non è detto che da questi nasca la fede. Per quella c’è bisogno di qualcosa in
più, c’è bisogno della nostra fiducia. Fiducia che il miracolo non sia esito del capriccio
di Dio, che non conti la quantità di pianti e di suppliche, ma che basti fidarsi di un Dio
che ci vuole bene. E allora da dove nasce la nostra difficoltà? Forse dal fatto che ci
pensiamo già “imparati”, mentre in verità l’affetto di Dio si impara a conoscere poco
alla volta. Ci vuole tempo e molta pazienza, assieme a perseveranza. Un cammino di
fede non è un sentiero esplorativo nei pensieri della teologia, ma è fatto di minuti di
sonno persi per stare con Dio e pregare, di preghiera che chiede e spera
nell’umanamente impossibile e impara a ringraziare, di sentimento che nasce davanti
alla improvvisa scoperta della Parola sino a quel momento rimasta sconosciuta e in50
comprensibile, di felicità percepita nel compiere un gesto buono, del cuore che si scalda comprendendo il perdono e di emozione inaspettata dopo un colloquio con un fratello sacerdote che ti parla di Dio. Da qui nasce la fede, la fiducia ricca di affetto. Da
qui Gesù può cambiare i cuori.
Per pregare
Mettiti nelle mani di Dio e chiedi il dono di un cuore che si fida di Lui. Passare dal dubbio o incertezza alla fiducia è un salto grosso: non pensare di essere già bravo. Chiedi
aiuto a Gesù, che è vissuto coltivando nel cuore piena fiducia e affetto profondo per il
Padre, e Gesù non mancherà di accompagnarti.
Lettura spirituale
Il brano di Luca non è finito. Il racconto dell’ultima cena va avanti con gli ultimi
insegnamenti di Gesù. Sono messi come ultimi insegnamenti per diventare come
testamento. Alle ultime richieste e consigli di una persona in punto di morte viene data maggiore importanza.
Leggiamo Lc 22,21-23
v.21:“Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola.”
Intanto si fa riferimento ad una mano e non a Giuda. C’è la mano di chi tradisce
e la mano di Gesù. Subito pensiamo a Giuda, ma siamo sicuri che Luca voglia
dare per scontato che sia la mano di Giuda?
Pensiamo al significato simbolico della mano. A quale parte del corpo associo al
verbo “donare”? E al verbo “prendere”?
Ci sono due mani sulla tavola, una è quella di Gesù che dona tutto, l’altra è
quella che prende per tenere per sé. Allora il traditore è chi prende e tiene per
sé.
L’evangelista vuole darci un insegnamento chiaro e preciso del significato
dell’Eucaristia. Anch’io tradisco Gesù quando prendo e tengo per me. I peccati
dell’avere, del potere e dell’apparire. E Giuda è caduto proprio in questa tentazione.
Però questo versetto ci dice, attento che quello che ti è chiesto è di non trattenere per te, questo è un tradimento a Gesù e quindi all’eucaristia che è corpo di
Cristo risorto.
v.22:“Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a
quell’uomo dal quale è tradito! “
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“Guai” non è rivolto a Giuda, è rivolto all’uomo che tradisce usando la mano
per prendere e non donare.
V.23 “Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto
ciò”
Gli apostoli hanno la stessa nostra reazione: “la mano è quella di Giuda, non è la
mia”.
Gli apostoli non fanno un esame di coscienza, ma cercano di trovare il colpevole. Se io cerco il colpevole, parto dal presupposto che non sono io. Ecco l’errore
che facciamo: la mano che prende e trattiene è sempre quella del mio vicino,
io sono bravo, non posso essere io il traditore. Io sono bravo e vado in paradiso,
è l’altro che è un peccatore e va all’inferno. Dio è giusto quindi premia me e
castiga l’altro.
In questo versetto in realtà scopriamo che sono io il traditore e che ogni volta
che tradisco perdo delle occasioni d’amore. E la devo smettere di pensare di
essere bravo perché c’è qualcuno peggio di me, perché in questo caso la mia
mano tradisce comunque.
Ci siamo mai chiesti perché l’offertorio fa parte della liturgia Eucaristica? Perché
donare al Signore il pane e il vino? Pane e vino sono già del Signore, infatti diciamo
“Benedetto
sei
tu,
Signore,
Dio
dell'universo:
dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane”. E perché raccogliere i soldi a
metà messa all’interno della liturgia e proprio durante l’offerta del pane e del
vino? Non si può fare solo la raccolta dei soldi nella cassetta? Perché mischiare
sacro e profano?
Fin dalle prime comunità, si portavano i doni che poi la comunità divideva tra i
più bisognosi. Chi aveva di più del necessario portava alla comunità in modo
che tutti avessero il necessario. I doni venivano portati e offerti durante
l’eucaristia. Perché l’eucaristia non è un rito fine a se stesso, ma deve diventare
stile di vita.
Se condividere e servire gli altri non diventa il nostro stile di vita e non ci impegniamo affinché lo diventi, l’eucaristia perde significato. Partecipando
all’eucaristia, facendo il memoriale, rendendo presente quell’unica ultima cena,
rendendo presente Gesù risorto nel pane e nel vino e poi mangiando il corpo e
bevendo il vino di Cristo accettiamo pienamente la vita e la proposta di diventare dono. E non possiamo solo celebrarla dobbiamo anche viverla.
L’offertorio era ed è l’occasione per iniziare il nostro impegno nella vita reale e
non svuotare di significato il rito. L’offertorio è fondamentale sia come simbolo
che come impegno reale, altrimenti la mano che tradisce è la nostra.
52
Martedì 12 marzo
Vangelo del giorno
Gv 5,1-16
Lettura spirituale
Andiamo avanti leggendo Lc 22,24-27.
v.24 “Sorse un discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.”
Sicuramente questa discussione è avvenuta e i vangeli la riportano più volte durante i tre anni di vita pubblica di Gesù. E’ improbabile che questa discussione
sia sorta subito dopo il gesto così particolare e carico di significato e dopo la dichiarazione che uno dei presenti tradisce Gesù. Però è importante che Luca inserisca la discussione proprio qui, perché ci chiarisce il significato dell’Eucaristia
in modo netto.
v.25: “Egli disse loro: I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere
su di esse si fanno chiamare benefattori.”
Questo è quello che succede al piano terra. E’ il modo di pensare di questa terra. Chi governa ha il potere ed è ricco e si fa chiamare benefattore per apparire
nel modo migliore (avere, potere, apparire). Gesù invece ci invita al banchetto
nuziale dell’agnello, al piano superiore dove il modo pensare e agire è diverso.
Certo che rimanere al piano superiore è difficile e ci vuole impegno.
v.26: “Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più
piccolo e chi governa come colui che serve.”
PER VOI NON SIA COSI’ : questo è un comando di Gesù. Per voi non sia così. Non
dobbiamo seguire la mentalità e il pensiero di questo mondo. Noi non dobbiamo porci come chi governa. Per noi non sia così. E chi celebra l’eucaristia, fa
memoriale di queste parole e rinnova ogni volta l’impegno : PER ME NON COSI’ .
Bisogna diventare come colui che serve.
v.27: “infatti chi è il più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui
che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.”
Gesù ci ha dato l’esempio e ci ha fatto vedere che è possibile. Ci ha fatto capire che è la scelta di vita che ci rende veramente liberi e felici. E’ la scelta
d’amore.
Tutto questo è contenuto nell’Eucaristia e nel memoriale. E ogni volta che celebriamo una messa dobbiamo ricordarcene. Altrimenti il rito si svuota e diventa
rituale. Ogni volta che celebriamo l’eucaristia saliamo al piano superiore dove
53
c’è il banchetto, ma dobbiamo impegnarci poi nella vita di tutti giorni, altrimenti
si perde il senso e il significato e diventa un rituale vuoto e noioso. Allora il pane
e vino mantengono tutto il rispetto e la sacralità in quanto corpo e sangue di
Cristo, ma in più richiedono l’impegno personale di mettersi in gioco e accettare
di vivere la proposta di Gesù. Celebrare spesso l’eucaristia ha il valore di ricordarci cosa significa essere seguaci di Cristo: vuol dire fare della propria vita un
dono di amore per gli altri. Dato che il mondo ragiona spesso in modo contrario
è facile cadere nella logica del mondo e adattarsi, ma se ricelebro il memoriale
mi ricordo che non è lo stile di vita che voglio, mi ricordo che voglio stare al piano superiore dove c’è la festa.
Nel vangelo di Giovanni, non c’è l’istituzione dell’Eucaristia. Giovanni non la
mette, ma al suo posto inserisce la lavanda dei piedi. Il vangelo di Giovanni è
l’ultimo ad essere scritto, quindi le comunità erano più mature e si erano evidenziati già certe difficoltà per cui il rito diventava rituale. Giovanni con il vangelo
evidenzia che è fondamentale vivere la condivisione e il servizio. Il dono e il servizio devono entrare nel nostro modo di agire e pensare. Nel vangelo di Giovanni, Gesù no fa un rito, fa solo gesti di esempio come a dire: i gesti nella vita
reale sono più importanti del rito; se non cambiamo la nostra vita allora il rito non
ha senso.
Allora capiamo come l’Eucaristia non sia una magia, ma un mistero della fede
che mi chiede di mettermi in gioco in prima persona. Gesù mi dice di prendere
e mangiare, non devo avere paura. Però mi viene chiesto un impegno in prima
persona, e ogni volta mi devo mettere in gioco. Sono pronto a mettermi in gioco?
Mercoledì 13 marzo
Vangelo del giorno
Gv 5,17-30
Lettura spirituale
Perché Gesù scelse il pane e il vino come le due realtà che meglio potevano
narrare il senso della sua vita fino alla morte, così da essere da quel momento il
suo corpo e il suo sangue?
Cerchiamo di capire partendo dalla benedizione sul pane e sul vino, formule di
ispirazione giudaica volute da Paolo VI.
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Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo:
dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane,
frutto della terra e del lavoro dell’uomo;
lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna.
Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo:
dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino,
frutto della vite e del lavoro dell’uomo;
lo presentiamo a te, perché diventi per noi bevanda di salvezza.
Prima di tutto, non si benedice il pane e il vino, ma si benedice il Signore per il
dono che ci ha dato.
Nel pane l’uomo riconosce gli elementi fondamentali del mondo: la terra che
riceve il seme e fa crescere il grano, l’acqua dell’impasto con la farina, il fuoco
e l’aria per la cottura. Il pane è simbolo di tutto ciò che nutre e fa vivere l’uomo:
terra, acqua, aria.
Il pane è da sempre, in tutte le culture e linguaggi, metafora del cibo, così che
per l’uomo non avere pane significa non avere cibo, quindi ciò da cui dipende il
poter vivere. E’ il simbolo di ciò che ci fa vivere e dell’essenziale per vivere.
Il vino è invece simbolo della gratuità, narra l’eccesso della vita umana, è sinonimo di festa e pienezza di vita. Poiché destinato alla gioia, il vino richiede la
comunità e la condivisione. Sia il pane sia il vino sono sinonimi di condivisione,
perché umanizzandosi l’uomo condivide con gli altri ciò che lo fa vivere (pane)
e gioire (vino).
Il pane e il vino sono portati insieme all’altare, mai si porta prima il pane poi il vino. Il pane e il vino arrivano sempre assieme perché uniti sono il segno che la vita dell’uomo, voluta da Dio per l’uomo, è sempre quotidianità e festa, necessità
e gratuità, fatica e gioia, bisogno ed eccesso, moderazione ed ebrezza, temperanza ed euforia, obbedienza e libertà.
Il pane è frutto della terra e il vino è frutto della vite. Ma entrambi sono frutto del
lavoro dell’uomo. Sono il risultato della fatica dell’uomo nel coltivare la terra,
raccogliere il frutto, lavorare il frutto con arte e sapienza prima di arrivare al pane e al vino. Pane e vino non sono materia statica, ma sono frutto del dinamismo e della creatività del lavoro dell’uomo necessario e faticoso, che richiede
sapienza e civiltà. Dentro il pane e il vino c’è tutta l’umanità raccolta.
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Il pane e il vino sono simboli importanti e dobbiamo ricordarcene ogni volta che
celebriamo l’eucaristia. Pane e vino simboli di necessità e di festa in ogni cultura.
Il Signore ci sta donando ciò che ci fa vivere e ciò che rende la vita gioiosa,
dobbiamo solo accettare.
Giovedì 14 marzo
Vangelo del giorno
Gv 5,31-47
Lettura spirituale
Sono obbligatorie altre quattro considerazioni prima di vedere come le prime
comunità vivevano la frazione del pane.
CONSIDERAZIONE 1
La struttura liturgica è uguale a quella di Mosè:

Convocazione: le campane ci convocano e ci invitano. Non siamo autoinvitati.

Parola di Dio

Mensa: eucaristia
La struttura liturgica è quella di circa 3000 anni fa.
CONSIDERAZIONE 2
Non sono le parole del sacerdote a trasformare magicamente il pane e il vino
nel corpo e nel sangue di Cristo risorto. Non c’è un momento particolare in cui
c’è la formula per cui avviene la transustanziazione.
E’ tutta la celebrazione della comunità presieduta dal sacerdote. Il memoriale è
tutta la celebrazione, non due parole. Il memoriale ci unisce e rende presente
quell’unica ultima cena e rende presente Gesù Cristo risorto. E’ l’azione liturgica
completa che rende presente Gesù Cristo risorto, non una formula particolare.
CONSIDERAZIONE 3
L’eucaristia ha il suo massimo nell’atto di mangiare e di bere. L’adorazione ha
senso ma perde in parte il simbolo di pane da mangiare. L’adorazione ha senso
non per misticismo di un pezzo del corpo di Gesù, ma perché il pane è sacramento (quindi simbolo) di tutta la vita di Gesù, del suo esempio e della sua proposta di farci pane spezzato. E sotto quest’ottica ha un senso ben maggiore,
perché mi è richiesto di mettermi in gioco.
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CONSIDERAZIONE 4
La morte non era nel destino di Gesù. Non c’era un fato. E non era nemmeno
volontà di Dio. Dire che Dio ha mandato il figlio perché morisse non è assolutamente vero.
Prima di tutto, Gesù guida la storia e non è guidato dagli eventi e questo
l’abbiamo visto più volte. Aveva una missione che non poteva tradire: dire agli
uomini che Dio è amore e che ci ama tutti. Gesù ha trovato la morte a causa
della durezza del cuore degli uomini.
Si capisce meglio leggendo la parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12 o Mt
21,33-46 o Lc 20,9-19). La vigna fa riferimento a Isaia 5 dove la vigna sono i giudei e il padrone è il Signore. Il padrone invia un primo servo e viene e viene percosso, ne manda un altro e lo uccisero e così via. Questi servi sono i profeti. Da
ultimo il padrone mandò il figlio dicendo: “avranno rispetto di mio figlio”, almeno
di mio figlio, mio figlio verrà ascoltato. I sommi sacerdoti capiscono i riferimenti
biblici di Gesù ed è per questo che si offendono e cercano di ucciderlo.
Dio ci ha mandato il figlio con lo stesso pensiero del padrone della vigna: “rispetteranno e ascolteranno almeno mio figlio”. E’ la libertà dell’uomo che stravolge
le cose, non è Dio cattivo. Gesù aveva un messaggio da dare e da dare con
l’esempio e non poteva tirarsi indietro senza vanificare tutto. La libertà dell’uomo
ha portato Gesù alla morte.
Dio però è più grande del male e ha trasformato, con la risurrezione, la sconfitta
in grande vittoria, in favore dell’uomo e per amore dell’uomo.
Gesù non doveva morire, Gesù doveva farci capire che Dio ci ama.
Venerdì 15 marzo
Vangelo del giorno
Gv 7,1-2.10.25-30
Lettura spirituale
Come vivevano le prime comunità: leggiamo At 2,42-47
v.42: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”
Queste sono le azioni che caratterizzano le prime comunità: ascolto della parola, unione fraterna, eucaristia e preghiera. Tutte queste azioni caratterizzano la
comunità e “unione fraterna” è al secondo posto subito dopo l’ascolto della parola e ancora prima della frazione del pane.
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L’unione di queste azioni crea la comunità cristiana: attenzione ai poveri, parola
di Dio, eucaristia e preghiera.
v.44: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni
cosa in comune”
Erano uniti perché tenevano ogni cosa in comune. Ciò che si metteva in comune serviva per aiutare i fratelli secondo i bisogni. Il momento della presentazione
dei doni all’altare deriva proprio da questa abitudine.
v.45: “chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno”
La condivisione non è una contestazione della legittimità del possesso di qualche bene, che non è né negativo né proibito. Ma il rapporto di proprietà di ciascuno nei confronti dei beni viene relativizzato dai bisogni degli altri.
“SECONDO IL BISOGNO DI CIASCUNO” è il principio operativo che orienta il modo di condividere e certo non è un concetto astratto. Il bisogno degli altri non
prescrive una ripartizione egualitaria in base alla quale ognuno debba ricevere
le medesime cose, ma “SECONDO IL BISOGNO” fa entrare in gioco l’imperativo
di osservare e di analizzare la situazione degli altri: che cosa manca loro? Quindi
è richiesto di sovvenire al bisogno particolare di ciascuno, a seconda delle necessità e sulla base dei mezzi che si dispone.
v.47: “godendo la simpatia di tutto il popolo”
Agendo in tal modo si creava una corrente di simpatia, tanto che risvegliavano
il desiderio di unirsi alla comunità per vivere la medesima avventura.
Anche nella prima comunità l’attenzione ai poveri non era e non poteva essere
dissociata dal mistero di Cristo, la cui testimonianza d’amore è affidata ai suoi
discepoli. Noi come discepoli dobbiamo dare testimonianza dell’amore di Cristo.
Per non fare confusione sul come e quanto condividere leggiamo anche 2Cor
8,9-15.
v.11: “Ora dunque realizzatela, perché come vi fu la prontezza del volere, così vi
sia il compimento, secondo i vostri mezzi”
Paolo sprona a seguitare con l’impegno preso. Siamo stati pronti nel volere, ma
dobbiamo anche portare a compimento. SECONDO I VOSTRI MEZZI: è importante e Paolo lo ripete più volte.
v.12: “secondo quello che uno possiede e non secondo quello che uno non
possiede”
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Il discorso è chiaro. E’ inutile privarsi di ciò che non si possiede o impegnarsi
nell’aiutare per cose di cui non si è capaci.
v.13: “Qui non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri”
Se per il pretesto della condivisione mi impoverisco, obbligherò gli altri a venire in
mio aiuto.
v.14: “La vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro
abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza”
L’uguaglianza non è nell’avere tutti le stesse cose, ma è nel dare secondo la
mia abbondanze e secondo lo specifico bisogno dell’altro. E anche nel sapere
ricevere dagli altri secondo le mie carenze. L’uguaglianza è lo scambio di beni,
di servizi e di piaceri in base alle possibilità di chi dà e alla necessità di chi riceve.
Sabato 16 marzo
Vangelo del giorno
Gv 7,40-53
Lettura spirituale
Abbiamo visto che è libertà della condivisione secondo le proprie possibilità.
Non c’è negazione della proprietà. Il principio di uguaglianza non è legato
all’avere tutti le stesse cose, ma al dare ciò che hai in più a chi ne ha bisogno e
a sapere ricevere ciò che ti manca.
Ma come si fa a donare secondo il bisogno?
Donare secondo le necessità presuppone il conoscere chi ha bisogno. Questo
non è banale. Chi ha bisogno non è più uno sconosciuto a cui do qualche euro
o qualche ora del mio tempo per sentirmi bene, ma chi ha bisogno diventa un
volto, un essere umano con una storia. La condivisione deve essere umanizzante.
Gesù in ogni suo incontro compie delle azioni che sono volte a reintegrare il
peccatore, il povero, il ladro, il ricco o lo straniero nella società del suo tempo.
Se leggiamo la cosa più importante che Gesù compie nei suoi incontri non sono
i miracoli, ma reintegra la persona affinché la sua povertà non sia più. Con povertà intendiamo qualunque tipo di mancanza. Per Gesù la cosa importante del
dono è il recupero della persona e l’attenzione alla persona.
Stiamo attenti che spesso ciò che consideriamo carità è più un lavarci la coscienza per dirci “io ho dato”. Ma in realtà abbiamo solo accentuato la differenza tra chi ha e chi non ha, perché non siamo stati in grado di portare umanità
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nell’incontro. Spesso rispondiamo con ciò che non è il bisogno essenziale, ma
solo con ciò che è il bisogno che vediamo in modo superficiale e comodo.
Ovviamente le prime comunità avevano dei problemi: leggiamo 1Cor 11,17-34 e
Gc 2,1-13
PAOLO - 1 Corinti
v.20: “il vostro non è più un mangiare la cena del Signore”
fatto in quel modo, non è più memoriale della cena del Signore. Non è più niente.
v.21: “così uno ha fame, l’altro è ubriaco”
ma che condivisione è? Chi ha da mangiare mangia a sazietà e chi non ha da
mangiare rimane affamato; anche alla cena del Signore.
v.28,29: “Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e
beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del
Signore, mangia e beve la propria condanna”
Dato che nella comunità celebrano la frazione del pane, e chi porta da mangiare mangia, mentre chi non porta, perché non ne ha, non mangia, Paolo si
arrabbia e nel discorso il parallelo tra ultima cena e condivisione di ciò che abbiamo in più è evidente. La condivisione diventa centrale e deve essere stile di
vita del cristiano. La condivisione nella mia vita è importante anche per la cena
del Signore. Scegliere di non condividere significa non riconoscere il corpo del
Signore.
v.33: “Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli
altri.”
Tutto il discorso è per dire di condividere e di non comportarsi, durante la celebrazione della frazione del pane esattamente al contrario di ciò che mi viene
proposto.
Gesù dice: “PER VOI NON SIA COSI’”
GIACOMO
v.2-4: la comunità tratta in modo diverso le persone in base alla ricchezza e al
potere. Il povero viene messo in disparte, il ricco viene fatto sedere in prima fila.
v.8-11: Gesù ha detto “amerai il prossimo tuo come te stesso” e anche “per voi
non sia così”. Trasgredire questo comandamento equivale a trasgredire Non
commettere adulterio o Non uccidere. Sono tutti comandamenti.
Stiamo attenti a come giudichiamo e a come mettiamo da parte le persone:
“per voi non sia così”. Non è un comportamento in linea con l’eucaristia.
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Le prime comunità avevano già gli stessi problemi di oggi. Perché le comunità
sono formate da persone e ognuno fa del bene e del male. Gli apostoli chiedono sempre l’impegno a fare del bene e chiedono sempre di migliorare. Queste
richieste le dobbiamo sentire rivolte a noi. Possiamo fare meglio e non ci dobbiamo preoccupare di cosa fa il vicino. L’eucaristia è un impegno personale, è
una scelta personale.
Domenica 17 marzo
Vivi la Messa in parrocchia, dando il giusto tempo alla preparazione (prima) scegliendo
un’intenzione – cioè un motivo particolare da offrire al Signore – e al ringraziamento
(dopo).
Concludi la giornata con la preghiera di Compieta.
61
quinta settimana
Lunedì 18 marzo
Dal Vangelo secondo Luca (Gv 8,12-20)
In quel tempo, Gesù parlò [ai farisei] e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza
non è vera». Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la
mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. Voi giudicate secondo la carne; io non
giudico nessuno. E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. Sono io che do testimonianza di me stesso, e
anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me».
Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me
né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio».
Gesù pronunziò queste parole nel luogo del tesoro, mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora.
Se ci guardiamo intorno e “allunghiamo” lo sguardo sul mondo è davvero semplice
intuire che manca la vera luce! Non che Gesù non ci sia, i fatto è che il mondo preferisce (o sembra preferire) “altre luci”.
E se guardiamo dentro di noi?
Vale lo stesso ragionamento oppure in noi “abita” la luce vera?
Ops! I farisei del vangelo di oggi ci suggeriscono che nessuno può dire di avere in se
stesso la luce vera! Possiamo però goderne, lasciarci illuminare e cercare di vivere seguendola sempre.
E sentendo parlare Gesù sembra persino che si possa camminare nelle tenebre convinti invece di essere nella luce! Il male in effetti cerca di fare proprio questo: abituarci
pian piano ad uno stile di vita sempre più piatto, banale, nel quale le cose superflue si
mischiano e si confondono con ciò che davvero vale, affinché tutto sia “ugualmente
grigio”. E a quel punto vale solo il “secondo me” o il “se me la sento”… E allora sì che
sono guai!
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Sarebbe proprio interessante provare a guardare ben bene ogni aspetto della nostra
vita e vedere da quale luce è illuminato, ogni nostra parola e gesto e vedere da quale
luce sono guidati.
Per pregare
Invoca su di te - con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze – il dono dello Spirito
Santo, perché ci renda vigili contro il grigiore della luce del diavolo, che tenta sempre
di infilarsi in noi; perché ci renda sempre più sensibili alla luce vera.
Invochiamo il nome Santo di Gesù spesso, durante la giornata, perché la sua luce sia
sempre viva e potente in noi.
Lettura spirituale
Prima di tutto facciamo questa riflessione:
ha radici cristiane e si confessa cristiana quella ristretta parte di umanità che detiene la quasi totalità dei beni della terra, controllando e sfruttando le risorse
dell’intero pianeta. E’ ancora possibile, senza dare scandalo, continuare a
compiere ogni giorno del Signore il gesto eucaristico della frazione del pane e
perseverare in quell’incapacità di condividere che è al tempo stesso frutto di
egoismo e fonte di ingiustizia? No. Non si può perseverare nella frazione del pane senza perseverare al contempo nella condivisione di ciò che si ha con i fratelli che sono nel bisogno.
I primi cristiani erano uniti perché mettevano tutto in comune, e la loro comunione era frutto della condivisione dei beni spirituali come di quelli materiali.
Un’autentica etica cristiana, risultato dell’unità dei tre poli fondamentali: attenzione ai poveri, ascolto delle Scritture ed eucaristia.
Il cristianesimo è nato abitato dalla convinzione che l’eucaristia non è solo
l’espressione della comunione nella vita della chiesa, ma è anche un progetto
di solidarietà per l’umanità intera. La liturgia e il rito eucaristico ci devono ricordare ogni volta la nostra chiamata al servizio e la nostra chiamata al progetto di
Dio.
In una società dove domina il più forte e il più ricco, l’eucaristia è una vera e
propria minaccia per il mondo. In una società dove trionfa l’individualismo,
l’eucaristia richiama il comune destino di tutta l’umanità.
63
“L’eucaristia non è solo espressione di comunione nella vita della chiesa; essa è
anche progetto di solidarietà per l’intera umanità. La chiesa rinnova continuamente nella celebrazione eucaristica la sua coscienza di essere “segno e strumento” non solo dell’intima unione con Dio, ma anche dell’unità di tutto il genere umano” (Giovanni Paolo II, Mane nobiscum)
Facciamo un ragionamento generale:
La solidarietà è una compassione che ha a che fare con la nostra appartenenza al genere umano. Gli aiuti umanitari sono una formidabile mobilitazione di coloro che vogliono lottare contro le miserie. Gli aiuti umanitari provengono da
ogni religione, cultura, società. E’ una risposta ad una chiamata che l’uomo sente quando vede situazioni di miseria. L’aiuto umanitario è una bellissima avventura che torna a onore dell’umanità e di coloro che si uniscono. Questo mostra
come, al di là di ogni riferimento cristiano, esista una solidarietà dovuta al fatto
che una dimensione della nostra umanità è toccata dalla situazione dei poveri.
Parlando di aiuti umanitari e carità cristiana nascono delle domande:

Non rischiamo forse di perdere una chiave di lettura illuminante per
comprendere il senso della storia umana e il senso della carità, se dimentichiamo chi ci affida il mandato di testimoni della carità di Dio?
Acquisire competenze per valutare situazioni, inventare tecnologie per
aiutare e per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale, ha qualcosa in
comune con la carità cristiana?

Il modo in cui esercito la carità è attraente, così da far sì che uomini e
donne si uniscano alla chiesa vedendomi vivere pieno di compassione
gli uni verso gli altri?

Attingo dalla parola di Dio e dalla frazione del pane la sorgente del mio
dinamismo e della mia voglia di fare?

Che ruolo ha la mia fede nei servizi ai quali prendo parte?
Non dimentichiamo che fin dalle origini del cristianesimo apparve chiaro che
diventare discepoli di Gesù implicava un nuovo modo di vivere che avrebbe inglobato l’uno nell’altro amore di Dio e amore del prossimo, rispetto della creazione, sviluppo della terra e regno di Dio.
64
Martedì 19 marzo – Festa di San Giuseppe
Vangelo del giorno
Mt 1,16.18-21.24a
Lettura spirituale
Facciamo il punto:

l’eucaristia non è un pane misterioso, ma è Cristo risorto che fa una proposta a me e io devo rispondere con la scelta libera di mettermi in gioco al servizio degli altri.

avere, potere e apparire sono sempre in agguato ed è facilissimo cadere

l’eucaristia e il servizio/condivisione erano alla base delle comunità cristiane, anzi erano proprio le due cose che hanno creato le comunità e il
cristianesimo

anche le prime comunità avevano già i problemi: il male dell’avere,
potere e apparire si insinuava nelle prime comunità anche durante la
celebrazione della frazione del pane

Gesù dà il pane anche a Giuda e a Pietro !

i benestanti del mondo sono i cristiani, sembra il contrario della richiesta
di Gesù
Se vogliamo avere un approccio o una risposta universale, non è possibile. E’ tutto complicato e intricato.
Però non ci dobbiamo né spaventare né preoccupare. La morte di Gesù è diventata resurrezione. Ciò che l’uomo ha scartato e distrutto, Dio l’ha fatto diventare testata d’angolo.
Agli apostoli che chiedevano a Gesù cosa fare perché le folle avevano fame,
Gesù risponde: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37). Tocca a me; Gesù
chiama me. Sono io che mi devo mettere all’opera senza aspettare di essere
trascinato dagli altri.
Allora siamo chiamati, ciascuno con il suo, iniziando da quello che abbiamo più
in abbondanza. Quello che facciamo è insignificante: forse, ma non ci deve importare, facciamo un sacco di cose inutili nella nostra vita. Gandhi diceva:
“Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, mae' molto importante che tu la
faccia.”
E si applica perfettamente: è importante farlo.
Ogni domenica mangio il pane e bevo il vino alla cena del Signore e mi prendo
l’impegno eppure durante la settimana cado. Ma non devo spaventarmi.
65
L’importante è alzarmi e riprovare di nuovo. Gesù ha dato il pane a Pietro perché sapeva si sarebbe rialzato. Gesù ha dato il pane a Giuda perché sapeva
avrebbe preso coscienza della sua caduta. Adesso quando mangio il pane so
cosa sto accettando e in che cosa voglio impegnarmi.
Il Dio che il Signore Gesù Cristo ci rivela è un Dio che accorda all’uomo una fiducia tale da affidargli il compito di portare al suo pieno compimento tutta la
creazione.
E’ difficile e duro e cadrò molte volte, ma non devo adeguarmi al pensiero del
mondo, i mali dell’avere, potere e apparire sono sempre in agguato. Devo ricordarmi: “PER VOI NON SIA COSI’ “.
Cosa posso fare? Di concreto? Condividiamo assieme alcune idee. Ovviamente
ognuno ha la sua vocazione e il modo e peculiarità di risposta. Iniziamo però da
alcuni punti:

principio di redistribuzione

dimensione istituzionale e bene comune

individualismo
Mercoledì 20 marzo
Vangelo del giorno
Gv 8,31-42
Lettura spirituale
Il principio di redistribuzione è abbastanza semplice da capire.
Giovanni Battista all’inizio del vangelo di Luca, già lo suggerisce.
Leggiamo Lc 3,10-11:
v.11: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare
faccia altrettanto”
Non dice di dare tutto e di rimanere povero, dice di condividere le cose in più.
L’insegnamento evangelico è equilibrato e l’abbiamo visto anche nelle lettere
di Paolo nei giorni precedenti. Giovanni Battista suggerisce di condividere secondo i propri mezzi e secondo quello che si ha in più, sulla base della valutazione personale che ciascuno può fare della sua situazione e del prossimo.
Possiedo di più di quel che mi serve? Allora il di più lo do a chi manca. Questo è
il principio di redistribuzione. E’ l’attenzione a chi è più povero di me.
66
Giovanni battista parla di due tuniche: chi dona rimane con una tunica. Questo
evidenzia che nessuno è escluso. Il dono della tunica non è dovere del solo ricco che ha dieci tuniche, ma è dovere anche di chi ne ha due. Ovviamente seguendo sempre la scelta libera della persona in base alle possibilità.
Certamente il principio di redistribuzione è valido per tutti: ricchi e poveri.
Giovanni Battista parla di tunica e cibo: vestire e mangiare. Sono i due elementi
più basilari della sopravvivenza. Il principio di redistribuzione lo collochiamo
quindi soprattutto come aiuto immediato alle esigenze essenziali e ai beni di
prima necessità.
Paolo nelle sue lettere spesso richiama il lavoro per potere condividere. Un esempio è in Ef 4,28: “Chi è avvezzo a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità”
Così viene messa in luce la finalità del lavoro, che non è la carriera, la ricchezza,
il potere e la gloria. Invece è la possibilità di aiutare gli altri.
La prima direzione, presa come spunto da Giovanni Battista, invita dunque ad
una decisione volontaria, personale, che varia a seconda dell’evento o
dell’incontro che interpella l’immaginazione di chi dona. Siamo nell’ordine della
redistribuzione in vista soprattutto di un aiuto immediato ai più bisognosi, per offrire loro beni di prima necessità. Essa coinvolge la mia libertà, la mia generosità
modulata secondo il realismo ricordato da Paolo.
Dato che interpella l’immaginazione, spetta noi decidere cosa abbiamo in più:
tunica, pane, tempo, capacità…
E spetta noi capire a chi serve la nostra abbondanza. Oppure può essere un evento o un incontro a farci capire che abbiamo qualcosa in più di cui possiamo
fare a meno che invece serve ad un altro.
Riflettiamo su cosa abbiamo di superfluo, su cosa possiamo donare. Scriviamolo
qui sotto:
HO ABBONDANZA DI:
______________________________________________________________________________
______________________________________________________________________________
______________________________________________________________________________
_____________________________________________________________________________
67
Giovedì 21 marzo
Vangelo del giorno
Gv 8,51-59
Lettura spirituale
Andiamo avanti a leggere i consigli di Giovanni Battista Lc 3,12-14.
Ai pubblicani, quindi agli esattori di imposte, risponde: “Non esigete nulla di più
di quanto vi è stato fissato” (Lc 3,13)
Ai militari, risponde: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3,14)
Hai un potere che ti è stato affidato? Hai un’autorità che ti è affidata? Allora
devi renderne conto!
Queste parole sottolineano il carattere istituzionale della missione ricevuta e ci
orienta a rendere conto di ciò che ci è stato affidato dagli altri, in una logica
contrattuale. Riguarda molti ambiti di responsabilità, quindi nessuno scappa: responsabilità lavorative, scolastiche, associative, politiche, sindacali, sportive, familiari.
La dimensione istituzionale evidenziata dalle parole di Giovanni Battista ci vede
caricati di responsabilità in ogni ambito. Se non svolgo bene il mio lavoro, qualcun altro lo deve fare, oppure metto in difficoltà il mio collega. Se sono uno studente ho la responsabilità di studiare e di essere promosso. Responsabilità politiche e sindacali sono più evidenti. Responsabilità associative in cui cadono gli
scout: se ho la responsabilità di capo unità devo fare il mio dovere altrimenti il
lavoro fatto male ricade negativamente su altri. Il padre, la madre, il figlio sono
responsabilità famigliari e la famiglia dipende anche da me e da come svolgo
la mia responsabilità.
E’ chiaro che tutti siamo coinvolti nella dimensione istituzionale e che, in questa
prospettiva, noi siamo nell’ordine di un operare che prende sul serio il bene comune e non soltanto per i poveri.
L’obiettivo diventa creare una società in cui si rispetta con correttezza il mandato ricevuto a beneficio di tutti affinché ciascuno possa godere degli stessi diritti.
Non si tratta di teoria ma di un’attitudine dinamica che scaturisce dal cuore e
dall’intelligenza della persona e delle comunità cristiane.
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Mentre la redistribuzione è l’attenzione ai poveri, la dimensione istituzionale è
l’impegno al bene comune e alle responsabilità che coinvolgono gli altri, anche
a livello personale (famiglia, fidanzato/a, ecc.)
L’Eucaristia non mi chiede solo di condividere con chi ha bisogno, ma anche di
rispettare ed esercitare al meglio le mie responsabilità per il bene comune.
Ieri ho pensato a cosa ho in abbondanza, e quindi di cosa posso fare a meno
per donarlo a chi ne ha bisogno. Oggi penso alle mie responsabilità. Quali sono
le responsabilità che ho, e quali sono i miei doveri o compiti per rispettare le responsabilità prese.
RESPONSABILITA’
DOVERI/COMPITI PRINCIPALI
Venerdì 22 marzo
Vangelo del giorno
Gv 10,31-42
Lettura spirituale
Finora abbiamo visto come la carità di Dio coinvolge da un lato beni personali e
il potere di disporne per sé stesso o di condividerli, dall’altro un sistema strutturato
di società e responsabilità che devo rispettare per il bene comune. L’impegno
richiesto coinvolge sia l’impegno personale sia il servizio per il bene comune.
Ma oggi tutto questo si scontra con l’individualismo.
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Il concetto di individuo e il rispetto della vita privata di ciascuno sono una conquista nella storia dell’umanità. Non si vuole fare cadere tale conquista. Ma la
conquista della libertà di disporre di sé e del proprio futuro implica una maggiore responsabilità, non un maggiore isolamento.
Purtroppo , nella civiltà occidentale, la difesa dell’individuo è dominante e portata all’estremo, fino all’assurdo. La realizzazione di sé a tutti i costi, è divenuto il
leitmotiv dell’educazione che si riceve in famiglia e/o a scuola e che sfocia
nell’autodeterminazione per quel che concerne il modo di condurre la propria
vita. L’individuo è più importante di tutto. Io sono la cosa più importante, il bene
comune non conta, l’importante è che io stia bene.
La televisione ci propina continuamente questi modelli: ricchi, potenti, belli/e
che fanno quello che vogliono. Anzi, tali figure raccolgono anche il plauso generale perché pensano solo a loro stesse e ai propri interessi senza rispettare gli
altri e il bene comune. E il trionfo della peggiore specie individualismo applaudita e invidiata della massa rimbecillita, tra cui a volte ci siamo anche noi.
E intanto si sgretolano i vincoli sociali e la concezione del bene comune. Alcuni
esempi: la concezione della vita coniugale nella forma “ti amo finché va tutto
bene”, senza pensare alle ripercussioni che la separazione può avere sugli altri e
sulla società. Lo stesso vale per l’amore delle coppiette che viene confuso con il
soddisfare i bisogni dell’individuo e non con il mettersi a servizio dell’altro. Un altro esempio è l’utilizzo del denaro: mi tolgo qualunque capriccio senza fare
troppo peso al costo, ma non sono disposto a sacrificare una minima parte dei
miei averi per un progetto di bene comune o per il bene di un’altra persona. La
donna che usa il corpo per raggiungere la ricchezza e il successo è lodata e diventa modello di successo. L’uomo che usa qualunque mezzo per raggiungere
ricchezza e potere e usa tale potere per scopi dalla dubbia moralità deve essere emulato.
L’individualismo è arrivato a questo punto e noi ci siamo dentro e siamo portati
a pensare in questo modo. E’ facile cadere. L’eucaristia e la carità di Dio invece
rovesciano le prospettive individualistiche per attirare la nostra attenzione sugli
altri e sulle relazioni sociali. “PER VOI NON SIA COSI’”, “io sto in mezzo a voi come
colui che serve”. “Chi governa diventi come colui che serve” (Lc 22,26-27). Questa è la vocazione dell’uomo, e il solo modo per essere felici. Questo è l’amore e
la gloria di Dio e dell’uomo.
L’individuo viene esaltato se diventa pane spezzato per gli altri, non se si tiene
per sé i doni. Come la parabola dei talenti: l’unico servo che viene punito è
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quello che non utilizza il denaro per qualcosa, lo tiene solo per sé. E’ nostro dovere fare fruttare il talento senza tenerlo per noi stessi.
La partecipazione (contrapposta all’individualismo) è un dovere da esercitare
consapevolmente da parte di tutti, in modo responsabile e in vista del bene comune.
Adesso penso al mio lato individualista o se ammiro delle persone di successo
individualiste:
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Sabato 23 marzo
Vangelo del giorno
Gv 11,45-56
Lettura spirituale
Cerchiamo di riassumere in modo molto pratico.
L’eucaristia mi chiede di vivere la frazione del pane ogni giorno nella vita reale.
Mi chiede di condividere i miei talenti e di non tenerli per me.
Ma come?
Per il bene comune e stando attento alle necessità degli altri.
Ognuno a modo proprio, e tutti per il bene degli altri.
Adesso è tocca a te con la tua iniziativa, inventiva e impegno.
Per essere maggiormente aiutati possiamo vedere alcune domande per riflettere:

cosa ho in più che non mi serve? Conosco qualcuno a cui serve?

Gli aiuti che do sono umanizzanti o aumenta la distanza o la differenza
tra chi da e chi riceve?

Faccio il mio lavoro in modo collaborativo? Cerco di creare
un’atmosfera positiva?

Studio? Il mio studio serve per il bene degli altri?
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




Pago le tasse o cerco di evitare appena posso perché la collettività ha
già troppo?
Cerco il bene di mia moglie/marito o moroso/a nel rispetto della persona?
Il tempo libero è dedicato solo allo svago personale? Quanto tempo ho
in una settimana che non dedico a lavoro, studio e famiglia? Di questo
tempo, quanto ne dedico agli altri?
Ho delle capacità che utilizzo solo per i miei interessi? Ma che potrebbero essere utili ad altri?
Come utilizzo le risorse della natura? Utilizzo l’acqua come se fosse infinita o sto attento e la uso con parsimonia? La raccolta differenziata? La
corrente elettrica e l’energia in generale, sono cosciente
dell’inquinamento legato al suo utilizzo e quindi la uso in modo corretto
quando serve?
Ma allora l’eucaristia è solo dovere? NO!
E’ lo stile di vita che Dio Padre ha voluto per gli esseri umani, è lo stile di vita che
ci dà gioia. Ce l’abbiamo dentro questa scintilla di divino che ci spinge alla solidarietà verso chi sta male. E’ il segreto della felicità. L’essere felici non vuol dire
passare il tempo a ridere nell’ozio. Gesù ci ha dato l’esempio: Gesù portava serenità e felicità nel cuore delle persone che incontrava. E’ tutto per amore.
Come ci siamo sentiti quando abbiamo seguito un consiglio di Gesù, anche se
con difficoltà?
Noi siamo il popolo di Dio che sta operando un discernimento perché animato
da questa missione di rivelazione del senso della storia umana.
Ogni volta che celebriamo l’eucaristia dobbiamo ricordarci dell’impegno e rinnovarlo. L’impegno è diventare pane spezzato, per i poveri, per il bene comune,
per essere a servizio. Adesso spetta a ciascuno di noi decidere e scegliere se
vogliamo impegnarci e come. Ogni domenica ricordiamoci di questo e rinnoviamo il nostro impegno.
La posta in gioco è alta: la nostra felicità e la nostra realizzazione vera.
Proviamo ad elencare degli esempi positivi, di persone che ci circondano e che
probabilmente non sono né ricche né famose, ma che cercano di seguire i passi
di Gesù. Degli esempi positivi che ammiriamo anche se per un aspetto solo. Degli esempi positivi che, anche se la vita è dura, si impegnano con serenità e disinteresse.
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ESEMPIO POSITIVO
ASPETTO DA IMITARE
Domenica 24 marzo – Domenica delle Palme
Vivi la Messa in parrocchia, dando il giusto tempo alla preparazione (prima) scegliendo
un’intenzione – cioè un motivo particolare da offrire al Signore – e al ringraziamento
(dopo).
Concludi la giornata con la preghiera di Compieta.
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Settimana santa
Lunedì 25 marzo
 Inizia la settimana più importante di tutto l’anno.
Sono giorni di Grazia speciale e di preghiera speciale!
I Vangeli proposti in questi giorni dalla liturgia sono proprio i racconti dei giorni
precedenti alla Pasqua del Signore! Un aiuto in più per sentirsi vicini a Gesù e per
vivere con Lui e gli apostoli queste ore preziose…
Chiedi con insistenza al buon Dio il dono speciale dello Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,1-11)
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che
egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali.
Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne
cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì
dell’aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai
poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse,
non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai
morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti
Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Gesù è consapevole che questa è la sua ultima settimana; si avvicinano i dolorosi giorni del tradimento e della solitudine… Iniziare questa settimana andando a trovare il
suo amico Lazzaro e le sorelle Marta e Maria esprime tutta l’umanità di Gesù, il desiderio di sentirsi accolti e amati, di sentirsi “a casa”, tra amici sinceri.
Ancora una volta (come per la risurrezione di Lazzaro) i suoi amici diventano strumenti
semplici e veri del Mistero di Amore di Dio: Maria intuisce che quella è una visita speciale, forse si accorge che gli occhi del Maestro sono di nuovo sofferenti (come la volta
precedente, quando Gesù era accorso per la morte di Lazzaro)… Lei che ha sempre
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preferito restare vicina al Signore compie un gesto profetico, di grande dolcezza, che
conferma proprio il fatto che avere accanto Gesù è ciò che da senso a tutto.
Spreca quel profumo costosissimo come Gesù spreca per loro (e per noi) il Suo amore.
Per pregare
Alla nostra mente non è dato di comprendere fino in fondo la grandezza dell’amore
del Signore… Però il nostro cuore – dimora dello Spirito Santo – può farcelo intuire.
Chiedi il dono dello Spirito Santo e conserva in te per questa giornata l’immagine di
Maria che versa quel profumo, simbolo dell’amore di Gesù per noi, il clima di calore e
sincera amicizia che il Signore crea in quella casa…
Martedì 26 marzo
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,21-33.36-38)
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente
turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno
dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon
Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il
quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede
a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui.
Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché
Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la
festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone,
subito uscì. Ed era notte.
Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è
stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da
parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi
cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi
non potete venire».
Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu
per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché
non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita
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per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non
m’abbia rinnegato tre volte».
Il Vangelo di oggi ci porta alla sera del Giovedì Santo, dopo che Gesù ha lavato i piedi ai
suoi amici.
La distanza tra Gesù e gli apostoli si fa sempre più grande: il gesto della lavanda dei
piedi, che lascia tutti spiazzati (Pietro per primo), il comando di essere servi come il
Maestro, il tradimento degli amici (di chi già da tempo ci pensava sopra e di chi a parole dice di essere pronto al martirio per Lui).
La notte di cui parla il Vangelo è la notte del Signore, il periodo più buio della Sua vita,
nel quale sarà solo, sentirà anche la lontananza del Padre, e dovrà affrontare il nemico
di sempre, che da tre anni attende e prepara questo momento;
è la notte di Giuda, del suo tradimento ma ancora di più della disperazione che lo assale subito dopo e che gli impedisce di vedere lo sguardo misericordioso del suo Maestro;
è la notte di Pietro, che si schianta contro la sua debolezza, ma che saprà rialzarsi per
l’amore vero che ha sempre avuto per il Maestro;
è la notte di tutta l’umanità, che per quelle ore rimane smarrita, con il respiro interrotto, forse senza nemmeno osare di sperare ancora (o forse si…);
è la notte del diavolo, che pregusta già la sua vittoria contro Dio e contro Suo Figlio.
Per pregare
Il clima piacevole di ieri, a casa degli amici di Gesù, è subito cambiato… forse troppo in
fretta. La distanza sempre più grande tra l’Amore di Gesù è la nostra miseria è insuperabile. Può essere colmata solo dalla Misericordia di Dio, che tende la mano per farci
avvicinare ancora a Lui.
Dedica questo giorno e anche il prossimo ad un serio esame di coscienza: guarda con
attenzione il cammino della quaresima che sta per concludersi, sii sincero e risoluto
nel chiamare i peccati con il giusto nome, poi ritorna ancora all’immagine di ieri
(dell’Amore del Signore versato, sprecato, per te).
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Mercoledì 27 marzo
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 26,14-25)
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per
consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove
vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità
io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono
ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha
messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne
va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene
tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse:
«Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Il Vangelo oggi ci chiede di soffermarci su Giuda, su ciò che abita nel suo cuore, perché
sembra davvero impossibile che un uomo, che Gesù ha scelto, che ha vissuto con Gesù
per tre anni, condividendo tutto, sia capace di compiere consapevolmente il tradimento.
Come è possibile che in quei giorni, in quelle ore, non gli sia venuta alla mente nemmeno una parola del suo Maestro, nemmeno un Suo sguardo, magari quello che ha
incrociato il giorno in cui poi Giuda ha detto “Sì! Ti seguo!”?
Siamo davanti al mistero della miseria del cuore dell’uomo, del nostro cuore!
Spesso siamo presuntuosi e pensiamo di saper gestire le nostre debolezze, i nostri
dubbi.. di fare tutto da soli; siamo ingenui quando pensiamo di poter cambiare quando
vogliamo; siamo incoscienti quando pensiamo di poter “giocare” con il male, mantenendo qualche piccolo vizietto, “tanto infondo che male potrà fare!”…
Per pregare
Oggi concluderai la tua preparazione alla Confessione, provando a guardare proprio
alle piccole cose – atteggiamenti, pensieri e abitudini – che con tranquillità hai lasciato
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albergare nel tuo cuore e nella tua vita. Chiedi ancora il dono dello Spirito Santo che ti
renda prudente e attento nel guardare il tuo cuore.
Lasciati accompagnare sempre dall’immagine dell’Amore del Signore, perché è sempre
e solo Lui che deve illuminare ogni piccolo angolo del tuo cuore, dandoti umiltà e coraggio.
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TRIDUO DI PASQUA
Sono i giorni speciali di tutto l’anno: lasciamo che sia la liturgia a parlare, a diventare
strumento del buon Dio per arrivare al tuo cuore.
Vivi con grande attenzione le celebrazioni di questi tre giorni, invocando ogni mattina
lo Spirito Santo affinché prepari cuore e mente all’incontro con il Mistero Santo
dell’Amore di Dio.
Trova il tempo di ricevere il perdono di Dio nel Sacramento della Confessione.
Giovedì 28 marzo – Giovedì Santo
Vangelo del giorno
Gv 13,1-15
Venerdì 29 marzo – Venerdì Santo
Vangelo del giorno
Gv 18,1 – 19,42
Sabato 30 marzo – Sabato Santo
Vangelo del giorno
Lc 24,1-12
Domenica 31 marzo – Pasqua del Signore
La gioia della Pasqua possa entrare con forza nel tuo cuore, cacciando ogni ombra di
male, guarendo ogni ferita e rafforzando il tuo amore per il Signore.
Buona Pasqua!
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 preghiera della sera
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 lettura spirituale
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 vangelo del giorno
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 Messa
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Mercoledì 13
Giovedì 14
Venerdì 15
Sabato 16
Domenica 17 febbraio
Lunedì 18
Martedì 19
Mercoledì 20
giovedì 21
venerdì 22
sabato 23
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Domenica 24 febbraio
Lunedì 25
Martedì 26
Mercoledì 27
giovedì 28
venerdì 1 marzo
sabato 2
Domenica 3 marzo
 preghiera della sera
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 preghiera della sera
 preghiera della sera
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 preghiera della sera
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 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
Schema di verifica del cammiNo
 lettura spirituale
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 lettura spirituale
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 vangelo del giorno
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 vangelo del giorno
 Messa
 vangelo del giorno
 vangelo del giorno
 vangelo del giorno
 vangelo del giorno
 vangelo del giorno
 vangelo del giorno
 Messa
Lunedì 4
Martedì 5
Mercoledì 6
giovedì 7
venerdì 8
sabato 9
Domenica 10 marzo
Lunedì 11
Martedì 12
Mercoledì 13
giovedì 14
venerdì 15
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sabato 216
Domenica 17 marzo
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
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 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
Schema di verifica del cammiNo
 preghiera della sera
 Messa
Domenica 31 marzo
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
Mercoledì 27
 preghiera della sera
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
Martedì 26
 vangelo del giorno
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
Lunedì 25
sabato 30
 preghiera della sera
 Messa
Domenica 24 marzo
 preghiera della sera
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
sabato 23
 vangelo del giorno
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
venerdì 22
venerdì 29
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
giovedì 21
 preghiera della sera
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
Mercoledì 20
 vangelo del giorno
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
Martedì 19
giovedì 28
 lettura spirituale
 vangelo del giorno
Lunedì 18
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 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Messa
 Veglia Pasquale
 Celebrazione del Venerdì Santo
 Messa
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
 preghiera della sera
Schema di verifica del cammiNo
Schema per la preghiera
sul vangelo del giorno
UNO
Mettiti in silenzio e leggi il Vangelo del giorno.
Ricorda che il silenzio va fatto intorno a te (cerca un posto tranquillo, senza distrazioni)
e dentro di te (è il silenzio più difficile, perché pensieri, distrazioni e stanchezza si fanno sentire facilmente… non ti abbattere ).
DUE
Invoca lo Spirito Santo chiedendo di aiutarti in questo momento di preghiera, di farti
comprendere quanto leggi nel Vangelo e di far nascere in te lo spirito di carità.
TRE
Dedicata la tua attenzione (mente e cuore) al brano di Vangelo e in particolare chiediti
cosa Gesù stia provando, quali possano essere i suoi pensieri, il vero senso di ciò che
sta dicendo e chi sta guardando e amando.
Prova, con l’aiuto delle spiegazioni, a fare qualche paragone con la tua vita.
QUATTRO
Immagina di metterti davanti al buon Dio e fai silenzio: per il fatto che lo desideri e lo
chiedi TU SEI DAVANTI A DIO, anche se non te ne rendi conto!
Anche se questo silenzio può farti “soffrire” rispettalo e attendi con pazienza.
Da’ al buon Dio il tempo e la possibilità di parlarti: non sarà un boato, né un discorso
lungo, ma più probabilmente una sensazione, un’idea (buona) che arriva, un peccato
che affiora e chiede di essere perdonato.
CINQUE
Prega liberamente. Confida al buon Dio ciò che ti sta a cuore.
Prepara gli incontri e le attività della giornata affinché siano vissuti nello spirito del
Vangelo. Chiedi di poter vivere ciò che hai letto nel Vangelo.
Ringrazia.
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IL pane del cielo - Oratorio Brembate di Sopra