più interessanti del XVI Concorso Chopin; inoltre un CD contenente l’integrale
dell’Album per la Gioventù di Schumann per l’etichetta tedesca Acousence è di
prossima pubblicazione. A fine febbraio 2014 ha eseguito il Concerto n. 2 di
Chopin con l’Orchestra Filarmonica di Varsavia.
GLORIA CAMPANER
Debutta giovanissima e ottiene, a soli 5 anni, nel 1991, il primo di una lunga
serie di premi: più di venti vittorie in concorsi pianistici nazionali ed
internazionali.
Artista Ufficiale Steinway, svolge regolare attività concertistica nei principali
Festival e Stagioni in Italia quali MiTo, Società dei Concerti, Concerti dal
Quirinale, Ravello Festival, Asolo Musica, solo per citarne alcune ed in Europa,
Asia, Africa e Sud America.
Fra i suoi Maestri si ricordano Bruno Mezzena, Konstantin Bogino, Fany Solter.
Grazie ai consigli di importanti musicisti quali Ana Chumachenco, Salvatore
Accardo, Josef Rissin e i componenti del Trio Tchaikowsky Gloria si dedica
anche alla musica da camera collaborando, tra gli altri, con i solisti della
Stuttgart Radio Symphony Orchestra, della Filarmonica della Scala, Ivri Gitlis,
Marcello Abbado e recentemente con Sergey Krilov, Anna Tifu, il Qurtetto di
Cremona e i solisti della Royal Concertgebouw.
Il desiderio di ampliare la propria visione musicale ha dato origine a
collaborazioni con importanti musicisti jazz quali Franco d’Andrea, Stefano
Bollani e Leszek Mozdzer.
Ha registrato per vari canali televisivi e radiofonici (tra cui RAI, CNN, Radio
Lubijana, Sky Classica, RTSI - Radio Televisione Svizzera Italiana). Ha inciso il
suo primo CD dedicato a musiche di Schumann e Rachmaninov con Emi ed è
di prossima uscita un cd con orchestra.
Gloria è stata interprete in un video molto apprezzato, girato dal pluri premiato
regista milanese Luca Scarzella, ispirato a musiche di Debussy. Fra gli impegni
recenti e futuri si ricordano i concerti con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della
Rai con il M° Valcuha, il debutto al Festival di Brescia e Bergamo, l’invito
dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi quale Artist in Residence per il progetto
“Le Promesse dell’Arte”, il Concerto alla Salle Cortot di Parigi, i tour in Brasile,
i concerti al Transatlantyk Film & Musik Festival, gli impegni con l’Orchestra
Regionale Toscana e il tour con il M° S. Krylov e la Martinu Philharmonic, la
prima assoluta dello spettacolo Humoresques/Heroes Quest con il Gotra Ballet;
il regista Luca Scarzella ha realizzato un video del progetto col sostegno del
Borletti Buitoni Trust. Nella stagione 14/15 si ricordano i concerti con Anna Tifu
nella stagione di Musica da Camera di Santa Cecilia al Parco della Musica e
alla Società dei Concerti di Milano, la prima assoluta di una nuova produzione
con il Gotra Ballet al Teatro Olimpico per la Filarmonica Romana, il debutto con
la English Chamber Orchestra a Londra, solo per citarne alcuni; recentemente
è stata protagonista del documentario “Heart of Stone” con la partecipazione
straordinaria dell’artista sardo Pinuccio Sciola e delle sue pietre sonore. La
prossima stagione prevede i tour in Giappone, sia in recital che con orchestra,
il ritorno in Cina, in Brasile ed in Germania, oltre ai numerosi impegni in Italia.
Nel 2014 ha ricevuto, una Fellowship dal prestigioso Borletti Buitoni Trust;
Gloria Campaner è l’unica pianista italiana ad aver ricevuto questo importante
riconoscimento.
COSTANZA PRINCIPE
Costanza Principe è nata a San Benedetto del Tronto il 7 aprile 1993, e si è
diplomata nel 2010 con il massimo dei voti, la lode e la menzione presso il
Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano sotto la guida del M° Vincenzo Balzani.
Vincitrice di premi in concorsi pianistici nazionali e internazionali, tra cui il Lilian
Davies Prize della Royal Academy of Music a Londra, il secondo premio al
Beethoven Society of Europe Intercollegiate Senior Competition (Regno Unito),
al Concours International de Piano a Lagny-sur-Marne (Francia) e al Concorso
Internazionale “Premio Pecar” di Gorizia, della borsa di studio “Giulio Forziati” e
del prestigioso riconoscimento “Giuseppe Verdi – La Musica per la Vita”
dell’associazione ASSAMI, ha debuttato nel 2008 con l’orchestra eseguendo
tre concerti di Mozart sotto la direzione di Aldo Ceccato.
Ha suonato come solista con orchestre tra cui l’Orchestra dei Pomeriggi
Musicali, l’Orquesta Sinfonica Provincial de Santa Fe, l’Orchestra del Teatro
Coccia di Novara, la Melicus Chamber Orchestra e la Royal Academy
Symphony Orchestra, e si è esibita in importanti sale e stagioni in Italia,
Francia, Inghilterra e Sud America, tra cui Sala Verdi e Sala Puccini del Conservatorio di Milano, Teatro Dal Verme, Basilica di San Marco e Auditorium di
Milano, Piccolo Teatro Studio, Università Statale di Milano, Teatro Fraschini di
Pavia, Serate Musicali, Circolo Filologico, Spazio Teatro 89 e Casa di Riposo
Giuseppe Verdi, Giovane Orchestra Genovese a Palazzo Ducale a Genova,
Festival Liszt a Grottammare, Palermo Classica, Cappella Paolina del Quirinale
a Roma, Lyceum e Palazzo Vecchio a Firenze, Duke’s Hall, David Josefozitz
Recital Hall, Charlton House, St. Margaret’s in Westminster e Steinway Hall a
Londra, Bryanston School nel Dorset, Teatro 10° de Mayo a Santa Fe (Argentina).
Costanza nutre un grande interesse nella performance su strumenti originali;
nel maggio 2012 ha partecipato eseguendo su diversi fortepiani cinque delle
32 Sonate di Beethoven nell’ambito dell’integrale organizzata dalla Giovine
Orchestra Genovese a Palazzo Ducale (Genova), e nel 2014 e 2015 ha preso
parte a Londra al Summer Piano Festival eseguendo al fortepiano lavori di
Beethoven, Schumann e Schubert su fortepiani Stodard, Broadwood ed Erard.
Negli ultimi mesi, Costanza ha debuttato con l’orchestra a Londra eseguendo il
Concerto n. 2 op. 16 di Prokof’ev con la Royal Academy Symphony Orchestra
diretta da Manuel Lopez- Gomez, e si è esibita a Roma al Quirinale in diretta su
Radio3; i prossimi impegni includono una serie recital in Inghilterra, tra i quali
un lunchtime recital per il Three Choirs Festival di Hereford e, in seguito ad
essere stata selezionata dalla Kirckman Concert Society tra i propri artisti, un
debutto alla prestigiosa Wigmore Hall di Londra.
È stata ospite delle trasmissioni “I concerti del Quirinale” di Radio3, “Il Pianista”
e “Ultimo Grido” di Radio Classica e ha partecipato a corsi di perfezionamento
con Franco Scala, Vsevolod Dvorkin, Alexander Lonquich, Boris Berman, Pascal
Devoyon, Boris Petrushansky, Natalia Trull, Hung Kuang Chen, Marios Papadopoulos, Peter Bithell e Robert Levin presso il Mozarteum di Salisburgo.
Nel giugno 2011 ha conseguito brillantemente la maturità classica presso il
Liceo “A. Manzoni” di Milano. Ha ricevuto una borsa di studio dal Martin
Musical Scholarship Fund/Philharmonia Orchestra nel 2013, 2014 e 2015 e il
Craxton Memorial Award nel 2015. Nello stesso anno, ha ottenuto il Bachelor
of Music con First Class Honours dalla Royal Academy of Music di Londra nella
classe di Christopher Elton, generosamente supportata dal Liversidge Award,
dalla Hilda Day Scholarship e dal Winifred Christie Award. Nella stessa scuola,
a settembre Costanza ha iniziato il Master of Arts.
FEDERICO MONDELCI
Docente, camerista, solista, Federico Mondelci è da oltre venti anni uno dei
maggiori e più apprezzati interpreti del panorama musicale internazionale.
Diplomato in sassofono al Conservatorio di Pesaro, ha studiato anche canto,
composizione e direzione d’orchestra; ha perfezionato gli studi al Conservatorio
Superiore di Bordeaux sotto la guida del M° Jean-Marie Londeix, diplomandosi con “Medaglia D’Oro” all’unanimità.
Federico Mondelci svolge la sua carriera a fianco di orchestre quali la
Filarmonica della Scala con Seiji Ozawa, I Solisti di Mosca con Yuri Bashmet,
la Filarmonica di San Pietroburgo e la BBC Philharmonic sui palcoscenici più
famosi del mondo: in Europa, Usa, Australia e Nuova Zelanda.
Alla apprezzatissima carriera di solista, il maestro Mondelci, nel tempo,
affianca una sempre più rilevante carriera nella direzione d’orchestra,
dirigendo con crescente passione e convincente professionalità, orchestre e
solisti di fama mondiale.
Ed ultimi quindi, ma non meno importanti, proprio i successi conseguiti nella
direzione d’orchestra, al cui centro spiccano i nomi di celebri solisti, come
Ilya Grubert, Michael Nyman, Kathryn Stott, Pavel Vernikov, Nelson Goerner,
Francesco Manara, Natalia Gutman e Luisa Castellani.
Le sue apparizioni come solista e come direttore solista comprendono
l’Orchestra del Teatro alla Scala, la New Zealand Symphony Orchestra, la
BBC Philharmonic, la Filarmonica di san Pietroburgo, l’Orchestra da Camera
di Mosca, l’Orchestra Sinfonica di Bangkok.
Nell’occasione del bicentenario della nascita di Adolphe Sax, inventore del
sassofono, ha ricevuto l’invito dalla Filarmonica di San Pietroburgo ad
esibirsi come direttore e solista in un “concerto di gala” in data 26 giugno
2014, nella prestigiosa stagione diretta da Yuri Termirkanov.
Fondatore inoltre nel 1982 dell’Italian Saxophone Quartet e nel 1995
dell’Italian Saxophone Orchestra, si esibisce con entrambe queste apprezzate formazioni sia in Italia che all’estero, riscuotendo grande successo di
pubblico e critica.
Il suo repertorio non comprende solo le pagine ‘storiche’ ma è particolarmente orientato verso la musica contemporanea e Federico Mondelci
affianca il suo nome accanto ai nomi dei grandi autori del Novecento (quali
Nono, Kancheli, Glass, Donatoni, Sciarrino, Scelsi, Gentilucci, Graham Fitkin,
Nicola Piovani e altri compositori della nuova generazione); eseguendone le
composizioni spesso a lui espressamente dedicate, produzioni di straordinario successo che lo conclamano come raffinato solista di raro e straordinario
talento.
Federico Mondelci ha registrato il repertorio solistico con orchestra, (sia il
repertorio per duo con pianoforte sia per ensemble), per le etichette Delos e
Chandos, e numerose produzioni che riflettono il suo grande entusiasmo per
la musica contemporanea, come il CD RCA dedicato ad autori italiani e
quello monografico su Giacinto Scelsi (per l’etichetta francese INA);
quest’ultimo ha ottenuto il “Diapason D’Or”. Tale interesse verso la nuova
musica lo ha portato a collaborare con grandi compositori, tra i quali Philippe
Glass, Giya Kancheli, Luciano Berio, Giacinto Scelsi, Michael Nyman, Franco
Donatoni, Henri Pousseur, Graham Fitkin.
FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana
La FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana è una Istituzione Concertistica
Orchestrale Italiana fra le tredici riconosciute dal Ministero per i Beni e le
Attività Culturali.
Essa affronta il repertorio sia lirico, sia sinfonico con notevole flessibilità e
duttilità sul piano artistico-interpretativo, come rilevato da tutti gli interpreti e
i direttori d’orchestra che con essa hanno collaborato.
Nel corso della sua attività, consistente principalmente nella realizzazione
della Stagione Sinfonica in ambito regionale e nella partecipazione alle più
importanti manifestazioni a carattere lirico delle Marche, l’Orchestra
Filarmonica Marchigiana si è esibita con grandi interpreti come Gidon
Kremer, Natalia Gutman, Vladimir Ashkenazy, Ivo Pogorelich, Uto Ughi,
Salvatore Accardo, Alexander Lonquich, Mario Brunello, avvalendosi della
guida di direttori di prestigio internazionale, quali Gustav Kuhn, Woldemar
Nelsson, Donato Renzetti, Andrea Battistoni, Hubert Soudant.
Collabora con gli Enti e le Associazioni concertistiche più prestigiose del
territorio marchigiano, realizzando anche circuiti di concerti destinati al
pubblico scolastico.
L’Orchestra ha partecipato anche ad una serie di importanti eventi a carattere nazionale e internazionale, fra i quali: Concerto di Fine Anno al Quirinale
(2005); Concerto per la Vita e per la Pace – Roma, Betlemme, Gerusalemme
(2006); veglia e concerto serale per l’incontro di Papa Benedetto XVI con i
giovani di tutto il mondo a Loreto (1 settembre 2007); partecipazione con il
chitarrista Giovanni Seneca al Festival Internazionale di Izmir (Turchia) con il
concerto “Serenata mediterranea” (luglio 2009), successivamente riproposto, nel 2010, al Festival Internazionale di Hammamet; “Concerto in onore di
Benedetto XVI”, offerto al Pontefice dal Cardinale Domenico Bartolucci (31
agosto 2011); Concerto “De-Sidera” con Giovanni Allevi e Diretta TV “Al
centro della Vita” in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale di
Ancona (4 e 10 settembre 2011).
Attualmente la FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana si avvale della
direzione artistica del Maestro Fabio Tiberi e dal 2015 della Direzione
Principale del Maestro Hubert Soudant.
2015 / 2016
Stagione
Concertistica
94ma
con il contributo di:
Comune di Ancona
Regione Marche
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
e con il sostegno di:
BEETHOVEN
partner:
I CONCERTI
PER PIANOFORTE
sponsor:
MERCOLEDÌ 18 NOVEMBRE 2015
Per le attività culturali
TEATRO DELLE MUSE, ORE 21.00
G
SERIE I
& Associati
Studio Legale
LEONORA ARMELLINI
Giampiero Paoli e Associati
PIANOFORTE
GLORIA CAMPANER
PIANOFORTE
sponsor tecnici:
GIOVEDÌ 17 DICEMBRE 2015
TEATRO DELLE MUSE, ORE 21.00
SERIE II
ABBONAMENTI
Concerto compreso nell’abbonamento alla Stagione 2015/2016 degli Amici della Musica
BIGLIETTI
Interi: Platea € 35,00 I Galleria € 29,00 II Galleria € 18,00
III Galleria € 10,00 Palchi laterali € 14,00
Ridotti: Platea € 28,00 I Galleria € 23,00 II Galleria € 14,00
(riservato a: Palchettisti; Amici delle Muse; dipendenti di aziende sponsor; titolari Marche Teatro
Card e Opera Card; ARCI; UNITRE; studenti universitari; giovani da 19 a 26 anni; invalidi e disabili
– un biglietto omaggio per l’accompagnatore)
Ridotti extra: € 6
(gruppi di allievi di Scuole Medie Superiori; ragazzi da 15 a 19 anni, in II e III Galleria se non
accompagnati da un adulto pagante o in tutti i settori se accompagnati da un adulto pagante)
Ridotti superextra: € 4
COSTANZA PRINCIPE
PIANOFORTE
LEONORA ARMELLINI
PIANOFORTE
FEDERICO MONDELCI
DIRETTORE
FORM
ORCHESTRA FILARMONICA MARCHIGIANA
(gruppi di allievi di Scuole Medie Inferiori; bambini e ragazzi fino a 15 anni, in II e III Galleria se
non accompagnati da un adulto pagante o in tutti i settori se accompagnati da un adulto pagante)
Ingresso gratuito riservato a n. 20 studenti dell’Università Politecnica delle Marche: per ritirare il biglietto
gratuito, presentarsi muniti di libretto universitario presso la biglietteria del Teatro delle Muse dalle ore 9.30
del giorno del concerto, fino ad esaurimento dei posti disponibili.
BIGLIETTERIA
Tel. 071 52525 Fax 071 52622
[email protected]
PER INFORMAZIONI
Amici della Musica “G. Michelli”
tel. 071 2070119
[email protected]
www.amicimusica.an.it
in collaborazione con
Programma
SERIE I
MERCOLEDÌ 18 NOVEMBRE 2015
TEATRO DELLE MUSE, ORE 21.00
Ludwig Van Beethoven
(Bonn, 1770 – Vienna, 1827)
Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in si bemolle maggiore, op. 19
1. Allegro con brio
2. Adagio
3. Rondò. Molto allegro
Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in sol maggiore, op. 58
1. Allegro moderato
2. Andante con moto
3. Rondò. Vivace
Solista Leonora Armellini
***
Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 in mi bemolle maggiore, op. 73, Imperatore
1. Allegro
2. Adagio un poco moto
3. Rondò. Allegro
Solista Gloria Campaner
SERIE II
GIOVEDÌ 17 DICEMBRE 2015
TEATRO DELLE MUSE, ORE 21.00
Ludwig Van Beethoven
(Bonn, 1770 – Vienna, 1827)
Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in do maggiore, op. 15
1. Allegro con brio
2. Largo
3. Rondò. Allegro scherzando
Solista Costanza Principe
***
Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in do minore, op. 37
1. Allegro con brio
2. Largo
3. Rondò. Allegro
Solista Leonora Armellini
NOTE AI PROGRAMMI
Per un musicista geniale e consapevole della vera grandezza come lo era
Beethoven, cimentarsi durante gli ultimi anni del Settecento con il concerto per
pianoforte significava compiere una “missione impossibile”: andare oltre
Mozart, cioè oltre la perfezione del concerto. Mozart, quasi bruciando se stesso
nel fuoco creativo che, fra il 1782 e il 1786, lo aveva spinto a produrre in media
oltre quattro concerti all’anno, sembrava aver esaurito in un lampo tutto ciò che
si poteva esprimere con il mezzo concertistico, rivelando attraverso di esso, in
virtù di una concezione rivoluzionaria del concetto stesso di dialogo in musica,
tutta l’umana ricchezza di sentimenti, azioni, pensieri che la sua grande anima
poteva contenere. Dopo di lui, due sole vie erano possibili: ignorarlo, magari
sorvolando il magma incandescente della sua produzione concertistica per
trattenerne i bagliori di superficie, oppure assorbirlo interamente e ricrearlo in
una nuova dimensione.
La prima via, tracciata sul terreno già seminato del concerto brillante della
seconda metà del Settecento e rivolta ai nuovi orizzonti aperti dal virtuosismo
spettacolare di Clementi, Hummel, Kreutzer e soprattutto Paganini, avrebbe
condotto al cosiddetto concerto biedermeier, una forma in cui il perfetto
equilibrio tra solista e orchestra del concerto classico stabilito da Mozart cede
il posto al protagonismo del pianoforte, collocato al centro della scena come
una “prima donna” all’opera per stupire il pubblico con la sua abilità tecnica
durante i passaggi d’agilità e commuoverlo con la sua espressività nei
momenti lirici. La seconda via, invece, quella inaugurata da Beethoven,
avrebbe dato origine al concerto romantico di Schumann e di Brahms, dove il
rapporto paritetico tra le funzioni del solista e quelle dell’orchestra viene
ristabilito in una prospettiva di tipo sinfonico.
In questo percorso di appropriazione mozartiana, Beethoven procedette per
gradi attraverso i suoi cinque concerti per pianoforte, avvicinandosi all’obiettivo
nel Terzo e centrandolo pienamente nel Quarto. Ciò non significa che i primi
due della serie, nonostante il compositore stesso pare li abbia considerati in
seguito opere superate e di scarso valore, siano dei lavori sperimentali.
Tutt’altro. Essi sono creazioni autonome, perfettamente compiute, capaci
ancora di incantare il pubblico con la loro freschezza melodica, la naturale
facilità del discorso musicale, la tumultuosa esuberanza del ritmo. Qualità
proprie, del resto, di tutta la prima fase creativa beethoveniana ma che
risaltano con particolare evidenza proprio nei primi due concerti per pianoforte
del maestro.
Il Concerto n. 1 in do magg., op. 15, composto tra il 1795 e il 1798, fu
presentato per la prima volta al pubblico nell’ottobre del 1798, a Praga, nel
corso di una delle numerose “accademie” (come allora venivano chiamate le
serate da concerto) tenute da Beethoven in giro per l’Europa di fronte ad
ascoltatori entusiasti in special modo delle sue eccezionali doti di pianista. In
quest’opera dal carattere festoso, modellata sul tipo del concerto marziale
molto in voga nel secondo Settecento e preferito da Beethoven, l’influsso
diretto di Mozart è ancora molto evidente; tuttavia, la maniera mozartiana
costituisce qui un habitus perfettamente adatto alle circostanze, ai modi e alla
sostanza poetica delle idee musicali. E il compositore lo indossa con quella
stessa noncurante disinvoltura, propria della giovinezza, con la quale sa anche
liberarsene al momento opportuno. Così nel finale: un trascinante rondò pieno
di energia e di solare ottimismo dove l’irruenza tipica del primo Beethoven,
esplodendo in mezzo all’allegra battaglia ingaggiata dal pianoforte con
l’orchestra fra granate di sforzando e acciaccature, travolge la scena
spazzando via di colpo, come una forza primigenia, ogni residuo di galanteria
settecentesca.
Il Concerto n. 2 in si bemolle magg., op. 19, fu composto in realtà poco prima
del Concerto n. 1, nel 1794-95, ma fu pubblicato più tardi, nel 1801, dopo
che Beethoven ebbe rimaneggiato l’opera sostituendovi il finale con un
nuovo rondò e stendendo per iscritto le cadenze solistiche: in questa ultima
versione si è soliti oggi eseguirla in concerto. Il sorridente volto apollineo di
Mozart, atteggiato ancora in parte ai modi dell’ancien régime (specie nel
primo movimento), risplende sull’intero concerto spargendo intorno un forte
senso di benessere unito al piacere, tutto fisico, derivante dal percorrere con
passo leggero rapide scalette ascendenti e compiere spettacolari giravolte
incrociate per adagiarsi infine fra le braccia accoglienti di una cadenza
perfetta. Eppure, quel volto mozartiano mostra già nuove espressioni e nuovi
caratteri: ha il piglio, il vigore e l’imprevedibilità del giovane Beethoven, con i
suoi repentini cambiamenti d’umore e la sua voglia di uscire dagli argini e
aggirarsi inquieto fra sfasature ritmiche marcate da accenti, ardite
migrazioni da un tono all’altro e intricati avviluppi di linee da cui liberarsi per
risalire poi in cerca di nuovi spazi inesplorati.
Un forte contrasto fra oscure atmosfere cariche di energia e immagini
luminose ispirate a sensazioni di grazia e serenità caratterizza invece il
Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra in do min., op. 37, composto da
Beethoven negli anni 1800-1802 parallelamente alla Seconda Sinfonia e
insieme a questa presentato per la prima volta al pubblico di Vienna la sera
del 5 aprile 1803 al Theater an der Wien, con l’autore stesso al pianoforte.
Si tratta di un’opera di passaggio, tipicamente beethoveniana nella vastità
delle proporzioni, nello spessore sinfonico della scrittura pianistica posta
agonisticamente a confronto con quella orchestrale e nel tormentato
dinamismo dei tempi estremi, il primo animato da un vigoroso piglio
drammatico (a dire il vero, piuttosto inconcludente nella sua pletorica
spettacolarità) e il terzo da un danzante umorismo nero, a tratti quasi
diabolico; e tuttavia un’opera non ancora libera dal “peso” di quegli
incantevoli indumenti mozartiani – certe formule cadenzali, inflessioni
melodiche e sequenze ritmiche caratteristiche di Amadè – che, se indosso al
loro creatore risplendevano di originalità, ora, vestendo un corpo diverso e
assai più robusto, risultano a volte convenzionali, nonché forse poco adatti al
rude ed eccentrico compositore renano. Nonostante il debito verso la
maniera mozartiana (compresa quella demonica dell’amatissimo Concerto in
re min. K. 466) e una certa prevedibilità strutturale che, specie nel primo
tempo, tende a giustapporre le idee melodiche l’una all’altra evidenziandone
il contrasto ma al tempo stesso limitandone le possibilità dialettiche, il
concerto, nel suo complesso, segna in Beethoven l’inizio di una nuova via
che non si limita solamente all’ambito del genere in questione, bensì invade
la poetica del compositore nel suo complesso.
Questa nuova via si delinea soprattutto nel bellissimo movimento centrale,
un estatico Largo nella chiara tonalità di mi maggiore in cui il concerto
raggiunge la sua vetta espressiva. Qui ogni nota parla di Beethoven: l’ampio
tema lirico declamato dal pianoforte sopra l’armonia fluttuante
dell’orchestra; l’incedere quasi senza misura del ritmo, lento e solenne come
un’antica salmodia; il colore trascendentale, ottenuto impastando il suono
liquido del pianoforte alle polveri sottili degli archi in sordina, con viole divise
e violoncelli separati dai contrabbassi. Ma ogni nota, pur senza essere
“mozartiana”, parla anche profondamente di Mozart. Delle sue beate visioni
dei campi elisi che, assorbite dagli occhi senza veli di un Beethoven
finalmente libero di poter esprimere il proprio amore per il maestro nei modi
che più gli appartengono, si rigenerano in lui come sogni di un paradiso
perduto, come aspirazioni ad una felicità semplice e concreta che, se ancora
era possibile a Mozart nella sua pienezza, è ora confinata in quei rarefatti
cieli metafisici verso cui sembrano condurre le scale ascendenti della fine
del brano, tracciate dal pianoforte nel vuoto che precede gli ultimi sereni
accordi dell’orchestra.
Fu nel Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in sol magg., op. 58,
composto a Vienna quasi interamente nel corso del 1805, che il compositore
riuscì a compiere il miracolo di spogliarsi di Mozart per farsi come lui. Gli abiti
mozartiani che ancora rivestivano in varia misura i concerti precedenti sono
qui completamente dismessi e tutto appartiene ormai esclusivamente a
Beethoven: il profilo deciso e virile della melodia, l’articolazione ritmica
irregolare del fraseggio, il vigore del dinamismo (spesso accentuato, come
nel travolgente finale, con caratteristici sforzando), la qualità quasi
trascendentale del virtuosismo, il respiro sinfonico assunto dalla forma
concertistica, lo sviluppo metamorfico del discorso musicale, già improntato
a quel principio della variazione continua che diverrà esclusivo nelle opere
dell’estrema maturità. Eppure, mai come in questa composizione si avverte
la presenza intima e profonda di Mozart. Del suo nudo spirito, riflesso nelle
tinte chiare e luminose che Beethoven diffonde con pennellate leggere,
quasi sfumate, nei due movimenti estremi; nella naturalezza del gesto,
esposto nell’ambito di una gamma espressiva sottilissima e ricchissima; e
soprattutto nell’amabilità, piena di superiore saggezza, che informa il dialogo
tra il solista e l’orchestra, una sorta di segreta “affinità elettiva” che si
stabilisce già al primo impatto quando il pianoforte, presentando da solo il
materiale di base (uno di quei motivi a note ribattute tipicamente
beethoveniani che, nella loro semplicità, sembrano essere nulla e invece
dentro contengono tutte le meraviglie che si riveleranno poi), sembra voler
dire ai suoi compagni con un complice sorriso d’intesa: questo è ciò che ho
da offrirvi; ora mostratemi voi che cosa sapete fare.
È un vero e proprio rituale di possessione mozartiana quello compiuto da
Beethoven in questo concerto, così profondo e pieno da poter inglobare,
come un cuore di tenebra, l’angoscia ossessiva di un movimento centrale in
cui l’orchestra, trasformandosi in carnefice, soffoca rudemente, senza pietà,
un pianoforte atterrito che tenta invano di effondere il suo canto; senza
tuttavia che ciò riesca a distruggere il desiderio di quel benessere spirituale,
frutto del superamento del dolore, che Beethoven sentiva essere
appartenuto in modo esclusivo soltanto alla musica di Mozart.
«Östreich löhne Napoleon»: l’Austria liquida Napoleone. Così si legge in
margine al secondo movimento della partitura autografa del Quinto Concerto
per pianoforte e orchestra in mi bemolle magg., op. 73 “Imperatore”,
composto da Beethoven a Vienna nel 1809 mentre le truppe di Bonaparte si
apprestavano a bombardare la capitale austriaca. Un’annotazione
sprezzante e piena di rivalsa patriottica nei confronti dell’Empereur invasore
che sembrerebbe contraddire il popolare sottotitolo di “Imperatore” imposto
al concerto, pare, dal pianista Johann Baptist Cramer, amico di Beethoven,
con riferimento tanto al suo maestoso stile epico-eroico, quanto al suo porsi
sul piano delle dimensioni e della forma come il più grande, «l’imperatore fra
i concerti». Tuttavia si tratta di una contraddizione apparente.
Beethoven, ai tempi della Terza Sinfonia “Eroica”, nel 1804, aveva stracciato
l’originario frontespizio della sinfonia «Intitulata Bonaparte» perché tradito negli
ideali repubblicani in cui credeva proprio da colui che ne era stato il campione
e che poco prima della pubblicazione della partitura, facendosi incoronare
imperatore, li aveva di fatto clamorosamente rinnegati. Ora, con il Quinto
Concerto per pianoforte, il Maestro liquida definitivamente l’uomo Napoleone
(già peraltro tumulato nell’Eroica, come osserva Buscaroli, dentro
l’impressionante “bara di suoni” della Marcia funebre): se ne libera per sempre
insieme al suo mito storico. Ma egli “liquida”, in senso questa volta positivo,
anche il mito metastorico dell’eroe imperator, condottiero dell’umanità:
congedandone la dimensione etico-estetica nell’atto stesso di penetrarla e
viverla interamente fino al suo naturale esaurimento.
Le due grandiose partiture dell’Eroica e del Concerto Imperatore si
corrispondono sotto diversi aspetti: in particolare, nell’impiego della stessa
trionfale tonalità di mi bemolle maggiore e, in alcuni momenti topici, del ritmo
puntato a base trocaica (lunga + breve), elementi entrambi tradizionalmente
connessi con l’idea della divinità o dell’autorità regale; in generale, nella
sostanza eroica della musica, espressa attraverso la magniloquenza del
linguaggio e il gigantismo delle forme. Ma mentre nella Terza Sinfonia
Beethoven rappresentava in senso drammatico l’eroe in lotta con le forze
oscure del mondo, ora, nel Quinto Concerto, egli ne celebra sul piano del puro
idealismo il trionfo monumentale. Scompaiono qui, infatti, i contrasti tematici e
le violente dissonanze armoniche così essenziali nella Terza per lasciare spazio
ad un’armonia luminosa, semplice e compatta, come scolpita nel marmo.
Contemporaneamente, le complesse elaborazioni tematiche tendono a cedere
spazio al principio opposto dell’amplificazione retorica sviluppato entro
un’architettura gigantesca, equilibrata e insieme turbolenta come le
monumentali fabbriche di Michelangelo.
Così soprattutto è concepito il vasto primo tempo. Nelle solenni e fastose
battute introduttive, riprese in forme ancor più trionfali dopo l’esposizione e lo
sviluppo con perfetta corrispondenza simmetrica, Beethoven, quasi a voler
erigere davanti ai nostri occhi la grandiosa facciata di una reggia imperiale, fa
innalzare da tutta l’orchestra, in fortissimo, i tre pilastri accordali su cui poggia
la tonalità di mi bemolle, lasciando al pianoforte il compito di tracciare, sotto la
spinta di una forza muscolare mai esibita in precedenza con così tanta voluttà
fisica, le spettacolari arcate ornamentali a riempimento della struttura
estraendole dal corpo stesso dei tre pilastri sonori; vale a dire, amplificandone
retoricamente l’imponente effetto audio-visivo. Con questi mezzi Beethoven
conduce il tipo del concerto marziale, già adottato nel suo Primo Concerto, ad
una magnificenza inaudita, rivelandone l’insospettata capacità di veicolare alti
contenuti poetici; nello stesso tempo, dilatando a dismisura nelle esposizioni e
negli sviluppi la già sperimentata integrazione fra strutture sinfoniche, stile
concertante e risorse linguistiche della sonata senza nulla perdere in
perfezione ed equilibrio, egli conduce all’estremo limite di completezza, e
quindi al suo esaurimento, la forma del concerto classico così come gliel’aveva
consegnata Mozart. Per questo l’Imperatore sarà non solo l’ultimo concerto per
pianoforte composto da Beethoven, ma anche il suo ultimo concerto in
assoluto.
Eppure l’opera non rappresenta solamente un congedo, con apoteosi, da
un’idea poetica e da una forma musicale, ma anche un nuovo inizio. Nei
bassorilievi della possente architettura del primo tempo, nelle volute liriche
dell’Adagio un poco moto, nell’entusiastica frenesia ritmica del Rondò finale,
già anticipatrice dei visionari rituali coreutici della Settima Sinfonia, si fa ormai
strada in Beethoven un nuovo modo di trattare la materia sonora, consistente
nel sollecitarla, agitarla, liquefarla e riscaldarla con trilli acuti
straordinariamente prolungati, tenuti fissi o sospinti verso l’alto sull’onda di
ampie progressioni ascendenti, con lunghe sinusoidi di scale e arpeggi, con
profondi riverberi del timbro ottenuti combinando in maniera nuova masse,
dinamiche e volumi: come a volerla purificare attraverso un processo
alchemico. Un modo diverso di pensare in musica, sganciato dalla contingenza
e rivolto verso l’assoluto, che apre la via al trionfante fuoco universale della
Nona e alla metafisica delle sonate e dei quartetti dell’estrema maturità.
Cristiano Veroli
LEONORA ARMELLINI
Vincitrice del premio “Janina Nawrocka” al Concorso F. Chopin di Varsavia
(ottobre 2010) per l’“eccezionale musicalità e bellezza del suono”, unica donna
italiana premiata nella storia del prestigioso concorso, Leonora Armellini, 20
anni, si diploma a 12 anni con lode e menzione sotto la guida di Laura Palmieri,
erede della grande scuola di Arturo Benedetti Michelangeli. Dopo il diploma
vince il “Premio Venezia” (2005) e studia poi con Sergio Perticaroli,
diplomandosi a 17 anni con lode all’Accademia di S. Cecilia di Roma.
Frequenta il “Master in Piano Performance” di William Grant Naborè presso
l’Università di Musica di Lugano in qualità di “Lieven Scholar” e trae grande
ispirazione dalle lezioni con Lilya Zilberstein presso l’Hochschule für Musik und
Theater di Amburgo e con Marian Mika, con il quale approfondisce in
particolare il repertorio chopiniano.
Ha tenuto più di 300 concerti in prestigiose sale europee (in tutta Italia, Polonia,
Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Svizzera, Rep. Ceca), alla Carnegie Weill
Recital Hall di New York, alla Musashino Concert Hall di Tokyo, a New Delhi e
Tunisi. Segnaliamo tra i tanti, i concerti per il “Progetto Martha Argerich” di
Lugano, Società Chopin di Ginevra, Festival “Chopin and His Europe” di
Varsavia, Festival Internazionale “Chopin” di Duszniki-Zdroj (Polonia), “Royal
Piano Festival” di Cracovia, “Mardi Rèvelation” presso la Salle Cortot a Parigi,
“MiTo” Settembre Musica a Torino, Festival A. B. Michelangeli di Bergamo e
Brescia, Serate Musicali di Milano, Camerata Musicale Barese al Teatro
Petruzzelli di Bari, Festival “Dino Ciani” di Cortina D’Ampezzo, Musikverein di
Regensburg, Steinway Hall di Londra, stagione estiva dell’orchestra LaVerdi a
Milano e i recenti importanti debutti nelle stagioni dell’Accademia Filarmonica
Romana e di Ferrara Musica.
Ha suonato con innumerevoli orchestre tra le quali ricordiamo l’Orchestra di
Padova e del Veneto, I Solisti Veneti, Orchestra del Teatro Verdi di Trieste,
Orchestra Filarmonica di Torino, Orchestra del Teatro La Fenice, Orchestra
dell’Arena di Verona, Orchestra Filarmonica Marchigiana, I Virtuosi Italiani,
Orchestra da Camera di Kiev, Orchestra Nazionale Ucraina, Radiowa
Filharmonia New Art di Lodz, Sinfonia Varsovia. Ha collaborato quindi con
importanti direttori d’orchestra come Alexander Rabinovich-Barakowsky,
Claudio Scimone, Zoltan Pesko, Anton Nanut, Damian Iorio, Daniele Giorgi,
Giordano Bellincampi, Christopher Franklin, Massimiliano Caldi, Andrea
Battistoni, Emilian Madey.
Si dedica anche alla musica da camera, suonando, tra gli altri, con Giovanni
Angeleri, Sonig Tchakerian, Lucia Hall, Jeffrey Swann, Lilya Zilberstein. Ha
inciso cinque CD ed effettuato numerose registrazioni radiotelevisive per
emittenti italiane e straniere (da ricordare il recital trasmesso da Rai Radio 3 in
diretta dal Quirinale di Roma, 2009, e la partecipazione come ospite al 65°
Festival di Sanremo in diretta in mondovisione con l’esecuzione di un studio di
Chopin, 2013).
Recentemente, l’Istituto Chopin di Varsavia ha pubblicato un suo CD con
musiche di Chopin nella “Serie Blu”, progetto dedicato alle personalità musicali
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