SUPPLEMENTO SETTIMANALE
DE «IL MANIFESTO»
GLI SCRITTI INEDITI SUL FASCISMO
TRA LE OPERE IN VIA DI PUBBLICAZIONE
SCOPERTE NEL LABIRINTO DEI MATERIALI
DEL GRANDE SCRITTORE PORTOGHESE PRIMATISTA MONDIALE DI ALIAS
- CHE APPLICÒ ALL’EUROPA CONTRO ARMI
ED ESERCITI, SILURI E SOTTOMARINI,
IL CONCETTO DI IMPERIALISMO CULTURALE
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SABATO 16 OTTOBRE 2010
ANNO 13 - N. 41
IN QUESTO NUMERO ULTRAVISTA: ANTONIO RUSSO • LE NUOVE LONELY PLANET • ULTRASUONI: JIMI & MILES • MALCOLM X & ALBERT AYLER
• TALPALIBRI: EISNER • TRASFERTE: SHANGHAI • FUSINI • PS. SHAKESPEARE • STASIUK • P. ROTH • MAGRELLI • RITAGLI: AFFINATI • VIGEVANI
Il Portogallo
è ospite d’onore
al Pisa Book
Festival che inizia
il 22 ottobre
con la presenza
dei più famosi
scrittori
contemporanei.
Accanto a questi
ricordiamo
Fernando Pessoa
le cui opere
sono considerate
tesoro nazionale
e che sono ora
sottoposte
a un lavoro
di riscoperta
e catalogazione
di Gianluca Pulsoni
L’
opera di Fernando
Pessoa è più che mai un labirinto pieno di misteri. Come per certi grandi
poeti è ancora poco quello che si conosce del suo lavoro e ancora è minima, rispetto alla qualità dell’opera, la
percezione della sua importanza nella storia dei campi del sapere che attraversa.
A cercare però di scoprire e dare
ordine alle carte sconosciute del poeta, nel modo più filologicamente
scrupoloso e con una serie di lavori
di diverso indirizzo, ci sono da alcuni anni tre studiosi universitari, non
lusitani d’origine, ma residenti ed
operativi a Lisbona. Uno di questi è
italiano e si chiama Antonio Cardiello. Studioso di letteratura e filosofia,
laureato a Padova con una tesi su
Pessoa, vive da sei anni nella capitale
portoghese. Qui è borsista universitario con un lavoro che interseca filosofia e letteratura nell’opera del grande
lusitano. L’abbiamo incontrato per
parlarci del lavoro critico e filologico
obiettivamente rivoluzionario che
lui e gli altri due ricercatori stanno
compiendo sul poeta portoghese.
Puoi farci una introduzione al
tuo lavoro su Pessoa?
In questi cinque e sei anni sto provando a portar a conclusione una tesi di dottorato e l’asse portante è
l’opera del poeta in relazione a certe altre importanti ricerche e correnti filosofiche, come una prosecuzione del lavoro di tesi già svolto, ma avendo l’ausilio dei testi originali. Scrivo però con una certa lentezza perché ci sono altri
lavori su Pessoa in cui sono entrato. Il tutto, se vuoi, è nato con l’esperienza
iniziata proprio qui con i suoi testi, con la digitalizzazione delle sue carte.
Un iniziativa il cui merito va in grande misura a Jerónimo Pizarro.
Chi è Jerónimo Pizarro?
Jerónimo Pizzarro è un ricercatore di origine colombiana, adesso con doppia
cittadinanza (è anche portoghese), che già dal 2001 ha cominciato a frequentare assiduamente gli ambienti accademici portoghesi ed è oggi un grande specialista dell’opera di Pessoa:
infatti, nonostante abbia una età
piuttosto giovane, poco più che trentenne, ha già vari titoli tra cui una
laurea ad Harvard relativa alle pratiche d’edizione e impaginazione. Gli
ultimi 8-9 anni li ha spesi documentandosi con una precisione ed assiduità unica nel panorama internazionale proprio sull’ «archivio» di
Pessoa. Dunque ha lavorato giornalmente studiando i manoscritti, i dattiloscritti e possiede perciò una visione d’insieme dell’opera del poeta assolutamente senza pari. Ha già ripubblicato moltissimi testi del poeta, raccolti e trascritti; ha portato alla
luce molti scritti che erano inediti fino al suo intervento e con questa base ha ideato un progetto rivoluzionario o quanto meno originale, ovvero
organizzare una équipe che digitalizzasse tutta la biblioteca personale di
Pessoa che è stanziata nella casa museo omonima. Naturalmente abbiamo ottenuto tutte le autorizzazioni
del caso, dato che la casa non è accessibile a chiunque, abbiamo stipulato un accordo/protocollo con la
«Casa Pessoa» e con Patricio Ferrari
– ricercatore argentino con passaporto italiano, a mio modesto parere il più grande specialista della storia della biblioteca personale di Pessoa (che ha una storia molto complessa, contorta) – s’è pensato di creare, e insieme coordinare, questo
gruppo di volontari-studiosi che,
senza prendere un euro dalla «Casa
Pessoa» o dal Municipio di Lisbona,
si sono dedicati per più di un anno a
questa fatica che iniziammo nella
primavera del 2008, terminando in
Giugno del 2009.
Quanti eravate a lavorare alla
digitalizzazione?
Non sempre era possibile avere un
numero di collaboratori tali da potere avanzare con una certa rapidità,
perché alla fine le persone veramente interessate erano 5 o 6, oltre Pizarro, Ferrari e me. Noi abbiamo anche chiesto ad amici e parenti, alle
volte, di darci una mano, proprio
perché mancava del personale.
Una cosa artigianale che perciò potrebbe anche far pensare a un lavoro mal fatto, invece no: perché è stato a tutti gli effetti un lavoro inecce-
2) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
pibile. Tanto ineccepibile che sarà,
finalmente, disponibile on-line.
Quando, in quale piattaforma?
La Casa Pessoa aveva un sito un po’
precario, ma con l’aiuto di esperti informatici, tecnici anche del Municipio di Lisbona, è stato ristrutturato.
E qui ci sarà un ampio spazio dedicato alla biblioteca del poeta: tutte le
pagine della maggioranza dei libri
conservati saranno disponibili on-line. Secondo le ultime informazioni
che ho, tra un paio di mesi tutto sarà
disponibile, ma in queste cose purtroppo gli imprevisti burocratici fanno sempre capolino. Sarà comunque possibile visionare le sue carte e
vedere cose importanti come i suoi
marginalia, perché Pessoa aveva un
modo tutto suo di scriverli. Comunque stiamo parlando di più di 1300
titoli e come sai un titolo può corrispondere anche a più volumi. E’ perciò qualcosa di monumentale.
A livello pratico, l’operazione di rendere digitale le carte del poeta, oltre
al senso anche di salvaguardia del
carattere finito del materiale, è stata
fatto per qualcosa di mirato?
Effettivamente ce ne sono diversi di
scopi. Il primo è sicuramente la fruizione per i molti ricercatori sparsi
per il mondo che non potrebbero
accedere alle carte. Quindi diciamo
che questo è proprio lo scopo accademico. Il secondo scopo è sicuramente culturale o etico, perché
l’opera di Pessoa, in alcuni momenti della Storia, ha rischiato di essere
dispersa.
Come mai?
Da quello che so l’opera di Pessoa è
stata per alcune situazioni un caso
clamoroso. L’archivio si compone
di circa 28.000 scritti, ma alcuni degli scritti che facevano parte di questa «mitica» arca non sono nella Bi-
blioteca Nazionale, che raccoglierebbe tutti gli scritti che la famiglia
ha venduto o concesso, mentre la
«Casa Pessoa» ha comprato dalla famiglia circa il 90% dei libri che erano appartenuti a Pessoa, solo che
quando hanno acquistato i libri pensavano fosse il 100% dei volumi a
lui appartenuti! Quindi dal 1993 che
la «Casa Pessoa» ha acquisito i libri
e la maggioranza della scomparsa
degli stessi è avvenuta proprio dal
1993 ad oggi. Ora, non voglio accusare nessuno ma una ventina di anni fa era anche molto più facile accedere ai libri di Pessoa perché c’erano meno controlli. Oggi invece tutto giustamente è complesso, anche
perché l’opera di Pessoa, dal 2009, è
considerata «tesoro nazionale», ciò
significa che la famiglia non può
vendere a suo piacimento originali
del poeta a privati o in aste pubbliche senza prima d’aver sentito lo
Stato Portoghese che diventa il loro
primo interlocutore.
Va da sé però che l’atteggiamento
degli eredi, con la questione delle
scomparse misteriose di alcuni libri
è stato quantomeno dubbio. Anche
perché poi Pessoa ha sempre lasciato delle tracce, delle piste, dei cammini per capire quali potessero essere i suoi progetti futuri. Uno di questi è il dossier Crowley. Aleister
Crowley era un mago ambiguo,
scrittore di opere filosofiche ed illusionista. Abile provocatore e per alcuni una spia inglese, famosissimo
in patria.
Ha vissuto in Portogallo?
No ma qui incontrò Pessoa. Ci sono
dei libri che testimoniano questo incontro e questo «dossier» – serie di
composizioni, scritti su Crowley –
ma questo libro non fa parte dell’archivio (anche se una parte dello spoglio contiene documenti che gli sono
complementari). Battuto all’asta il
giorno 11 novembre 2008 per 50.000
euro, è stato venduto all’estero: Ma
sappiamo che si trova probabilmente negli Stati Uniti, quindi non in Portogallo, acquistato da un privato. È
un lavoro molto importante.
Siete riusciti a sapere i contenuti del libro, o almeno lo scheletro?
Gran parte del materiale che è stato
messo all’asta dalla famiglia è già
nel volume Encontro Magik, pubblicato nel 2001 da Miguel Roza – erede legale di Fernando Pessoa – e rieditato quest’anno dalla casa editrice Assírio & Alvim. Quindi, per grandi linee, sappiamo di cosa tratta. Rimane però il problema che sarebbe
indispensabile consultarlo nella sua
totalità perché è un libro fondamentale per la ricostruzione della biografia di Pessoa uomo oltre che per
Crowley.
L’occasione del «dossier» è l’incontro tra i due, il 2 settembre 1930 a Lisbona. Pessoa si dilettava anche di
astrologia, era diventato un grande
conoscitore dei processi astrologici
e questa abilità l’aveva portato a
comporre anche gli oroscopi dei famosi eteronimi e a motivare le abilità letterarie di ognuno di essi partendo dalle caratteristiche astrologiche, per arrivare poi a formarne le
estetiche.
Pessoa aveva letto in una rivista dell’epoca un oroscopo fatto da Crowley su di sé e Pessoa gli aveva scritto
una lettera dicendogli che s’era sbagliato! Naturalmente Pessoa manda
a Crowely un oroscopo più dettagliato e più giusto. Figuriamoci allora che Crowley, di fronte a una situazione del genere, decide di conoscere di persona Pessoa e viene in Portogallo. Crowley era un personaggio
oscuro e l’episodio dell’incontro è
abbastanza noto, ciò che si sa meno
però è che la Cia lo pedinava e lui
per far perdere le sue tracce inscena
un clamoroso falso suicidio, dopo
l’incontro con Pessoa, che venne
coinvolto e presumibilmente spiato
dalla stessa Cia che lo interrogò per
sapere cosa aveva fatto in quei giorni Crowley. Lui tenne il gioco del
mago e mentì.
Torniamo al progetto. Vorrei
sapere da te se ci può descrivere il panorama della produzione di Pessoa da scoprire e riscoprire e cosa avete fatto e farete dopo il lavoro della digitalizzazione delle carte.
Lo spoglio di Fernando Pessoa è ancora ben lungi dal poter essere divulgato nella sua veste integrale. Ad
oggi, infatti, «solamente» il 50% del
suo totale è stato pubblicato.
Il recente proliferare di nuove edizioni di testi pessoani, spesso curate da giovani filologi e letterati dediti a rigorosi lavori di trascrizione secondo le più moderne e apprezzate
tecniche della critica testuale fa ben
sperare e, su tutte, merita una segnalazione speciale la neonata edizione portoghese del Libro dell'Inquietudine, frutto del minuzioso lavoro di raccolta e catalogazione di
frammenti compiuti da Jerónimo Pizarro: Fernando Pessoa, Livro do
Desasocego, Edição Crítica de Fernando Pessoa, Série Maior, volume
XII. Edição de Jerónimo Pizarro, Imprensa-Nacional-Casa da Moeda,
2010.
Poi, al di là delle pagine inedite su
vari argomenti e sul teatro e al di là
delle pagine di estetica già esistenti
attribuite al Pessoa ortonimo, si aggiungeranno altre antologie, la cui
paternità interessa almeno due degli eteronimi principali. Inoltre, vi
sono all’incirca 500 documenti di
contenuto religioso e filosofico che
non hanno ancora visto la luce del
giorno.
■ CONVERSAZIONE ■ ANTONIO CARDIELLO ■
Labirinto Pessoa
Per gli amanti della poesia invece, le attese più febbrili
riguardano vaste sezioni di componimenti elaborati in
inglese e francese.
Ritornando a noi invece posso dirti che dopo la digitalizzazione c’è stato un catalogo, J. Pizarro, P. Ferrari & A. Cardiello,
A biblioteca particular de Fernando Pessoa – Acervo Casa
Fernando Pessoa, Dom Quixote, Lisboa, vol. I, 2010 che riunisce tutta l’informazione legata alla biblioteca personale in modo da comporre però anche un’opera apprezzabile dal punto
di vista estetico. In ogni pagina c’è la copertina a colori di
ogni libro del poeta e una nota bibliografica relativa, ci sono poi sezioni dedicati ad alcuni esempi di
marginalia con l’immagine digitale
e la loro trascrizione e inoltre presentiamo, sempre nel catalogo,
esempi dei «marginalia silenziosi»,
cioè quei passi sottolineati a margine di alcuni libri che abbiano un riscontro diretto con certi sviluppi teorici delle opere del poeta. Il filo
conduttore tra Pessoa lettore e Pessoa scrittore, il quale come tutti i
grandi poeti, come Leopardi, presenta sempre un’opera polimorfa
che attinge a più interessi e campi
del sapere. Come si fa perciò a trovare la strada dentro questo labirinto? E qual è la chiave per uscirne?
La risposta l’ha data forse già Mazzino Montinari, parlando della sua
grande opera di filologo su Nietzsche, con questa affermazione: «la
biblioteca non rappresenta soltanto una porta privilegiata per entrare nel mondo dell’autore, ma anche un cammino per uscirne».
Foto di Fernando Pessoa
(1888-1935).
A destra in una immagine
a firma Muniz Martinez
■ DOCUMENTI ■
Due testi inediti
su fascismo e oltre
a cura di Antonio Cardiello*
Q
Il Manifesto
Il Manifesto
DIRETTORE
DIRETTORE
RESPONSABILE
RESPONSABILE
Norma
Norma
Rangeri
Rangeri
VICEDIRETTORE
VICEDIRETTORE
uesti due documenti dattiloscritti che pubblichiamo qui di
seguito dovrebbero risalire alla seconda metà degli anni 20 e
integrano una serie di testi dal tratto smaccatamente antifascista, alcuni
di essi ancora inediti persino in Portogallo, alla cui stesura Pessoa si dedicò fino agli ultimi mesi della sua vita.
Il primo dei due frammenti è incompiuto. L'autore, dopo aver toccato il tema per linee generali, si sofferma sulla valutazione dei progressi
materiali introdotti in Italia dall'avvento del Fascismo, operando un raffronto con il saldo negativo pagato dal nostro paese in termini di manisfestazioni di libertà e di reale progresso civile.
Il secondo segue somiglianti posture mordaci, configurandosi come un'acuta satira rivolta ai limiti
linguistici del duce che, in un certo senso, si riflettono nei limiti di
reazione di un popolo italiano in
grado di subire gli schiaffi inferti
senza ostentare apparentemente
alcuna sorta di resistenza o opposizione.
Angelo
Angelo
Mastrandrea
Mastrandrea
Alias
Roberto
Roberto
Silvestri
Silvestri
Francesco
Francesco
Adinolfi
Adinolfi
(Ultrasuoni),
(Ultrasuoni),
Federico
Federico
De Melis,
De Melis,
Roberto
Roberto
Andreotti
Andreotti
(Talpalibri)
(Talpalibri)
Con
Con
Massimo
Massimo
De Feo,
De Feo,
Roberto
Roberto
Peciola,
Peciola,
Silvana
Silvana
Silvestri
Silvestri
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e 0668719545
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EMAIL
Due scritti inediti
a cui il poeta
lavorò negli ultimi
mesi della sua vita:
nel primo
si parla
del tributo salato
pagato dall’Italia,
nel secondo
la satira colpisce
Mussolini
e la sua scarsa
conoscenza
della lingua
inglese
e anche gli italiani
disponibili a farsi
schiaffeggiare
da destra
e da sinistra
TESTO 1
Mathew Arnold, che fu (nonostante qui non si sappia, il che
equivale semplicemente a dire
che non si sa) uno dei grandi poeti
del diciannovesimo secolo, definì,
in una frase che divenne celebre,
la nullità intima della civilizzazione puramente materiale: «A cosa ti
serve un treno che ti porta in un
quarto d’ora da Camberwell fino a
Islington, se ti porta da una vita miserabile e stupida a Camberwell a
una vita miserabile e stupida a
Islington?»
In effetti, rappresentando appena delle facilitazioni funzionali a
una vita che dovrebbe avere fini
più alti, le conquiste materiali non
significano nulla di per sé, se non
quando dalle loro applicazioni realmente scaturisce qualcosa relativa a questi alti fini. Sulla natura di
quegli alti fini possiamo opinare:
per alcuni potrebbero essere semplicemente la grandezza nazionale (è un concetto limitato, ma è,
per la maggioranza degli uomini,
l’unica cosa che veramente li trascina fuori dal loro egoismo naturale, e così rende possibile che costoro facciano qualcosa in più rispetto al vegetare attivamente);
per altri consisterebbero nella felicità umana (che è un concetto parimenti riduttivo, in quanto cani e
gatti, se fossero capaci di concetti
sociologici, non ne avrebbero un
altro differente); per alcuni si tradurrebbero in determinati obiettivi religiosi; per altri (tra i quali io
stesso mi includo) nella creazione
di valori civilizzazionali – valori artistici, scientifici, filosofici – che
servano da stimolo e da consolazione per gli uomini futuri.
In se stessa la civiltà materiale
non è affatto una civilizzazione,
ma semplicemente un perfezionamento. Migliorano le condizioni
in cui gli uomini vivono; gli uomini possono o meno migliorare. È risaputo da tutti i sociologi che le
condizioni climatiche estremamente benevoli tendano a disturbare il progresso e la civilizzazione
del popolo che ne è soggetto, per
lo stesso motivo per cui non suscitano opposizione, facendo vivere
la volontà, non producono difficoltà alla vita, destando l’emozione,
non creano problemi di vita, svegliando l’intelligenza.
Quando, poi, in opposizione a
argomenti, come quelli che da
ogni parte – escludendo le parti democratiche e radicali che attaccano per una questione di fanatismo
politico – si ergono contro il fascismo, si risponde con la regolarizzazione dell’orario dei treni, con il
miglioramento del valore della lira, e, perfino, con la stabilizzazione dell’ordine pubblico (supponendo che la pace varsaviana sia
un ordine) non si sta ri-
SEGUE A PAG 4
Alias
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Piededidipagina
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(279
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Piede
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5.800,00
5.800,00
(279(279
x 93)
x 93)
Quarto
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di pagina
di pagina
6.300,00
6.300,00
(137
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x 213)
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Quadrotto
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2.300,00
(90 x(90
93)x 93)
POSIZIONI
POSIZIONI
SPECIALI
SPECIALI
Coppia
Coppia
manchettes
manchettes
prima prima
paginapagina
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3.500,00
(60 (60
x 40)
x 40)
Finestra
Finestra
di sezione
di sezione
3.200,00
3.200,00
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x 93)
x 93)
IV copertina
IV copertina
22.800,00
22.800,00(279
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STAMPA
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Sigraf s.p.a.
via Redipuglia,
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Treviglio
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contabilità
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abbonamenti
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Roma Roma
specificando
specificandolalacausale
causale
In copertina
una foto di Fernando
Pessoa da bambino
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (3
In alto immagine da una copertina,
a destra foto di Fernando Pessoa.
sotto da un murales di Lisbona
SEGUE DA PAG 3
-spondendo con niente: ci si riferisce semplicemente ad una cosa
differente e che non si attiene al
caso.
Uccidere, torturare, ingiuriare,
non sono fenomeni necessariamente coinvolti nella produzione
del buon funzionamento dei treni. Non è inconcepibile che si
possa migliorare la lira senza bruciare biblioteche private e imporre sulla stampa una censura di carattere fisico. La medesima manutenzione dell’ordine [...]
Pubblicato nel nº 163 del Jornal i il 12/11/2009
TESTO 2
Lo zio Mussolini, come qualsiasi inglese con ragione di lamentela, scrisse una lettera al Times. Il
duce non sa l’inglese, né, da quello che sembra, ha trovato qualcuno capace di saperlo responsabilmente tra i quaranta milioni di
persone che compongono la sua
patria virtuale e i tre milioni che,
nel computo effettivo, formano
la sua patria reale.
La lettera è notevole, non per
le affermazioni – che sono del genere di quelle che potrebbe fare il
Sr. Lloyd George, o il Sr. Briand, o
qualunque altro Afonso Costa –
ma per l’impiego palese della parola whereof, che vuole dire «di
che». Di memorabile non dice
nient’altro il littore.
Il problema rappresentato dal
fascismo è molto semplice, e, nella sua essenza, non è, a noi portoghesi, sconosciuto. Il popolo italiano – c’è da supporre che sia tale e non fascista o comunista – ha
ricevuto qualche anno addietro,
sul lato destro del viso, un ceffone dal comunismo. Il fascismo,
per raddrizzarlo, gli ha dato un
ceffone, leggermente più forte,
sul lato sinistro. Non sappiamo,
né abbiamo modo di sapere, se il
popolo italiano gradisca di più essere rimasto diritto o nuovamente storto, o se preferisce gli svantaggi facciali del processo innescato. Ed è tutto da scoprire, riguardo a questa faccenda – dato
che ogni nuovo ceffone, per raddrizzare le sorti, è sempre più forte di quello anteriore – in che momento è che termina la terapia
equilibratrice, e in che stato si ritrovi l’equilibrato quando il Destino, alla fine, si stanca del trattamento.
Whereof...
Pubblicato in Fernando Pessoa, De República (1930-1935), Lisboa, Ática, 1979, pp. 357-358.
*note e traduzione di A. C.
4) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
di Roberto Ciccarelli
«O
dio quell'immagine perché è falsa». Aimé Césaire, nell'ultimo atto della sua Tempesta, dramma shakespeariano
che celebra la vittoria nella guerra
civile anti-francese in Algeria, rompe il gioco degli specchi che lega il
servo colonizzato Calibano a Prospero, il padrone colonizzatore. È il momento della
catarsi in cui Calibano, il simbolo dei colonizzati e della negritudine, rifiuta di riconoscersi nel modello culturale europeo e impara a vivere sui margini senza vivere una
vita marginale.
Se è questa l'immagine che i colonizzati hanno elaborato durante la storia delle lotte anti-coloniali, meno chiara è l'immagine che i colonizzatori hanno creato per se
stessi quando i complessi giochi di imitazione tra centro e periferia tra il XIX e il XX
secolo hanno lasciato spazio alle più recenti pratiche neo-coloniali. Nel denso saggio
iniziale pubblicato nel volume Atlantico periferico. Il postcolonialismo portoghese e il
sistema mondiale (Diabasis, pp. 209, euro 13), il sociologo e teorico del diritto Bonaventura de Sousa Santos ricostruisce il percorso che tra il Brasile e l'Africa ha calibanizzato il Prospero portoghese esportandone la malinconia ancestrale, quella di non
trovarsi mai a proprio agio nello spazio culturale stabilito dagli imperialismi vincenti.
Il ciclo coloniale portoghese è stato il più lungo della storia europea, ha
preceduto di tre secoli il colonialismo capitalista del XIX secolo. A differenza
di quello anglo-sassone, che costituisce la norma fondamentale del colonialismo moderno, quello portoghese è fondato sullo squilibrio tra un eccesso di
colonialismo e una mancanza di capitalismo.
La perifericità di questo paese
rispetto alla creazione del sistema-mondo è dovuta alla sua dipendenza rispetto all'Inghilterra
al punto che, in alcuni momenti,
il Portogallo è stato una colonia informale dell'impero britannico.
Rispetto alla norma imposta
dal colonialismo inglese, quello
portoghese rappresenta il colonizzatore come un colonizzato, una
rappresentazione che conferma
la subalternità dei dominanti rispetto alla cultura imperialista
egemonica. «Gli uomini portoghesi – scrisse Lord Byron – sono senza dubbio la razza più brutta d'Europa». Sentenza senza appello
che spinse la cultura dei dominanti ad interiorizzare il razzismo anti-lusitano dell'imperialismo britannico. Il Prospero portoghese
era caotico ed assenteista, crudele come i suoi cugini d'oltremanica, ma sempre più simile al Calibano che avrebbe dovuto dominare. Le «classi dirigenti» lusitane,
subalterne alla cultura letteraria
inglese di cui impararono lingua
e costumi, interiorizzarono questa norma e, come ha mostrato
Manoel De Oliveira in molti dei
suoi film più glaciali e ironici, la
trasformarono in farsa.
Quando l'egemonia britannica
declinò, lasciando a quella americana lo spazio per affermarsi nel
sistema-mondo, Fernando Pessoa formulò il desiderio di un nuovo ruolo per la cultura nazionale
portoghese. Nel suo contributo al
libro Maria Ramalho ricorda come nell'immagine finale della prima poesia di Mensagem, pungente elegia della decadenza imperiale, Pessoa immagina il Portogallo
come il «volto» dell'Europa che fissa la sponda statunitense al di là
dell'Atlantico. In un frammento
programmaticamente intitolato
«Manifesto» il Portogallo viene celebrato in maniera paradossale:
da un lato, esso rappresenta il «poter essere» di una cultura nazionale capace di guidare con la poesia
la nuova missione civilizzatrice
dell'Occidente e, dall'altro lato, è
cosciente del sottosviluppo e la dipendenza, la decadenza e la futilità dell'impero portoghese.
Periferia europea con diritto all'immaginazione del centro, sospesa tra l'ambizione di creare
una nuova centralità della periferia e la realtà di una periferia atlantica sempre meno centrale, il Prospero calibanizzato portoghese vive in una misteriosa sospensione
del tempo, o anacronia, che ha impregnato la socialità e l'identità
tra colonizzati e colonizzatori durante il fascismo salazariano.
La progressiva confusione tra
l'identità del colonizzatore con
quella del colonizzato venne definita «luso-tropicalismo» e diventò
pane quotidiano per l'appetito
identitario del regime che provò a
ridurre l'indecisione originaria dell'identità portoghese all'apologia
della cultura meticcia e fluida.
Il meticciato è, al contrario,
una merce simbolica il cui valore
cambia in base all'esito delle lotte
coloniali. Può essere lo stigma che
perseguitò i colonizzatori portoghesi nei salotti europei, ma è anche lo strumento che giustifica la
disuguaglianza sociale razzista.
«È negro perché è povero», oppure «È povero perchè è negro»,
sono le frasi standard con le quali
il discorso sul meticciato permette al colonialismo di negare la propria responsabilità nella produzione delle iniquità sociali tanto al
centro, quanto nelle periferie.
Forzati a giocare il gioco dei binarismi moderni, il Prospero portoghese confonde la linea del colore che rappresenta la soglia invalicabile che divide i dominanti dai
subalterni per gli studi postcoloniali maturati in ambito anglosassone. Prima e dopo la decolonizzazione del 1974, questa identità vive a cavallo della linea, anche se
non sa mai su quale lato si trova.
Né Prospero, né Calibano, ma
unione di contrari, a questa periferia atlantica resta la liminalità e la
frontiera, l'inter-identità come
identità originaria.
■ SAGGI ■ BONAVENTURA DE SOUSA SANTOS ■
Atlantico periferico
Fernando Pessoa
immagina
il Portogallo come
volto dell’Europa
che fissa
la sponda
statunitense
al di là
dell’Atlantico,
periferia europea
con diritto
all’immaginazione
nuova centralità
della periferia
Le nuove guide. Sotto: Scorsese a Houston Street sul set di «Raging Bull»
CULT
INSOSTENIBILE
LETALE
RIVOLTANTE
■ GUIDE DI VIAGGIO ■ LONELY PLANET ■
SOPORIFERO
COSI’ COSI’
BELLO
Una New York d’autore
di Luciano Del Sette
MAGICO
CLASSICO
BURIED
SEPOLTO
DI RODRIGO CORTÉS; CON ROBERT
PATERSON, RYAN REYNOLDS. SPAGNA 2010
0
Il camionista Paul si trova
rinchiuso in una cassa di
legno 3 metri sotto terra
con in tasca un cellulare, un coltello
e un accendino, e con questi oggetti
deve cercare di liberarsi da una situazione di cui non ricorda assolutamente nulla. Produzione indipendente
spagnola presentata con successo al
Sundance.
CATTIVISSIMO ME
DI CHRIS RENAUD, PIERRE COFFIN,
ANIMAZIONE. USA 2010
0
In un ridente quartiere
fuori città si trova il rifugio
segreto di Gru che con un
esercito di schiavi progetta di rubare
la luna. Ma i suoi piani cambiano
quando tre orfanelle vedono il rcondato da steccati bianchi e cespugli di
rose in fiore, sin lui un potenziale
papà. Nella versione originale la voce di Gru è Steve Carell, nella versione italiana è doppiato da Max Giusti.
MISS ADÈLE E L'ENIGMA
DEL FARAONE
DI LUC BESSON; CON GILLES LELLOUCHE,
LOUISE BOURGOIN. FRANCIA 2010
0
1912. Mentre la crittrice di
romanzi d’appendice Adèle Blanc-Sec si trova in Egitto per recuperare il sarcofago del
medico di un faraone, nel frattempo
Parigi è in preda al panico per uno
pterodattilo uscito dal guscio nel
museo di storia naturale più totale:
l’ucello di 136 milioni di anni terrorizza la città. Dal fumetto Belle Époque
di Jacques Tardi.
IL RAGAZZO CHE
ABITAVA IN FONDO AL
MARE
DI MARCO SANTOCCHIO; CON CRISTINA
CAPPELLI, DANIELE FERRARI. ITALIA 2010
0
La giornalista Nicole riceve
tre videocassette per posta. Non c’è il mittente ma
capisce che si tratta di un video-diario che racconta gli ultimi giorni di
vita di un ragazzo. Nicole comincia
ad indagare.
SEGUE A PAG 10
F
acile profezia: il pubblico si dividerà tra entusiasti e scettici, progressisti e conservatori, partigiani sul fronte del sì e su quello del no. Succede quasi sempre al cospetto di una novità. Tanto più quando rompe una
tradizione consolidata, quando irrompe in un mondo da decenni rassicurante. Quel mondo, nel caso specifico, è il mondo delle guide di viaggio.
Anzi, delle guide di viaggio per eccellenza. Le più celebri. Le più vendute
sul nostro pianeta. Le Lonely Planet, figlie, ormai più che trentenni,
di Maureen e Tony Wheeler. Centinaia di titoli che continuano a fare
da bussola, tutto sommato ancora
abbastanza precisa, ai vacanzieri
autogestiti di ogni nazione. La novità, che fa la sua comparsa sul mercato italiano in questo mese di ottobre, è una collana parallela, rivolta,
almeno per ora, esclusivamente alle grandi città. Si chiama «Itinerari
d’autore» e con le Lonely Planet
classiche ha in comune soltanto il
marchio, chiuso in un rettangolo
blu, in alto a sinistra sulla copertina. Per il resto, dimenticate l’impaginazione spartana come le cartine
in bianco e nero, i lunghi e minuziosi elenchi di alberghi e ristoranti, le centinaia di informazioni pratiche, le descrizioni fitte dei luoghi
e degli spostamenti, cui da sempre
vi hanno abituato le Lonely. In questa collana si respira, appunto, aria
d’autore, sia nei testi che nell’iconografia. L’idea, nata dall’accordo
con l’editore franco-belga Casterman, Groupe Flammarion, autorità indiscussa nel campo del fumetto (pubblica, tra gli altri, Tintin e
Corto Maltese) è quella di proporre, con occhi particolarmente attenti al pubblico più giovane, una
serie di manuali di viaggio urbano
agili ed eleganti, divisi per itinerari
scritti dagli autori delle guide tradizionali e raccontati attraverso le immagini di grandi firme dell’illustrazione e della strip. Carta patinata
ma non troppo, grafica impeccabile e accattivante, precise mappe a
colori, fanno il resto.
L’idea è piaciuta alla Edt di Torino, che traduce e pubblica in Italia
le Lonely, e anche in questo caso
l’accordo è stato raggiunto. Tra ottobre e novembre usciranno sul nostro mercato New York, Bruxelles,
Roma, Marrakech, Firenze, città
fortemente evocative, in grado di
offrire al turista percorsi fuori dall’ordinario, amplificati dai colori e
dalle atmosfere dei disegni. Prendiamo, allora, la guida di New York
e apriamola, immaginando la bocca dei ‘lonelisty’ conservatori atteggiarsi a una smorfia di sdegno, e
quella dei ‘lonelisty’ progressisti
spalancarsi in un sorriso a trentadue denti. Le pagine, circa 180, portano la firma di Vincent Rea per i testi, e di Myles Hayman per le illustrazioni. Il primo ha lavorato a lungo come caposervizio della rivista
Geo ed è oggi giornalista free lance; il secondo ha lavorato con molti quotidiani americani e vari edito-
Esce in edizione italiana (Edt) una nuova collana
con il marchio «Lonely Planet», dedicata alle grandi città,
eleganti manuali di viaggio illustrati da grandi firme: New
York, Bruxelles, Roma, Marrakech, Firenze
ri di libri. Che la parte visiva reciti,
ma senza arroganza, la parte del leone, si capisce fin dalle otto pagine
introduttive, dove ciò che nella
Grande Mela non bisogna perdere
(i panorami, la città nei film, la cucina, i musei, le atmosfere di strada…) è proposto da un’illustrazione sotto la quale sono allineate brevi didascalie. Ognuno dei dieci itinerari è introdotto da una tavola
su doppia pagina. La mano di Hayman, lungo tutto il percorso della
guida, lascia un’impronta splendida; il suo occhio sa catturare e restituire alla mano il dettaglio e l’insieme, differenziando le atmosfere
senza rinunciare mai all’unità e alla coerenza dello stile. E questo si
apprezza ancor di più nell’iconografia di minori dimensioni che accompagna il testo: i ritratti di attori
e registi sui luoghi dei loro film; gli
artisti, i bar, i mercati, la musica
dell’East Side; la gente, presenza
forte in ciascuno di dieci itinerari,
che costruisce il babelico melting
pot di Ny; il viaggio in bus attraverso Brooklyn, o in treno lungo il corso del fiume Hudson. Le facce, le
case, i grattacieli, i marciapiedi, i
monumenti, il verde, le strade, gli
interni dei bar, le barche, le auto,
pur essendo interpretazioni nate
dalla sensibilità di Hyaman, infondono la certezza che li incontreremo camminando, e non saranno
molto diversi da come ci appaiono
sulla carta prima di partire, mentre
stiamo ancora sognando.
Adesso la parola passa ai testi di
Vincent Rea, cui va riconosciuto il
merito di essere riuscito a conciliare molto bene le misure «strette»
con la qualità dei contenuti. Detto
ciò, occorre lanciare un avvertimento: chi cerca una guida approfondita e minuziosa, certamente
non la troverà nel lavoro di Rea. Gli
intenti della collana sono altri e di-
versi: offrire spunti curiosi, notizie
particolari, chiavi di lettura delle realtà, giochi di temi e connessioni, a
chi (soprattutto i giovani citati all’inizio) vuole vivere un viaggio a
New York con intelligente leggerezza, stimolato alla scoperta personale da segnali e suggerimenti scelti
con molta cura. A chiusura del volume, il repertorio informativo. Riguarda solamente, altro segnale
preciso di differenza dalle Lonely
storiche, notizie su visto, valuta,
cambio, fuso orario, mance, e
quant’altro; indirizzi e orari dei luoghi da visitare; microschede su ristoranti, locali, negozi dello shopping, per ciascun itinerario. A completamento, un breve capitolo dedicato ai voli internazionali e ai
mezzi di trasporto locali. Promette
bene, per le pagine che abbiamo
potuto vedere, Bruxelles, titolo che
conferma il successo turistico crescente di una città fino a pochi anni fa considerata noiosa e senza attrattive. Promettono bene i disegni
a proposito di Marrakech, mondo
magnifico nonostante la barbarica
invasione degli stilisti e delle Marte
Marzotte. La sfida vera, in Italia, arriverà, però, dalle guide dedicate a
Firenze e Roma.
Le firme hanno nomi stranieri,
questo sì come da tradizione Lonely. Se testi e disegni non saranno
all’altezza delle attese, chi potrà impedire ai ‘lonelisty’ conservatori di
sfoderare un sorriso beffardo, accompagnato da un «Ve lo avevo
detto!», pronunciato neppure troppo a bassa voce?
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (5
Una cooperativa per l’affitto delle
biciclette, due palazzine trasformate in altrettante comuni, un mercatino per distribuire, una volta alla
settimana, la frutta e verdura coltivata negli orti creati sui tetti e curati dagli inquilini di un grande palazzo. O addirittura i commessi messi
in comune tra panettieri, drogherie e lavanderie. Se il comunismo
è morto, il collettivismo pare invece godere di ottima salute. Quantomeno per le vie di Bushwick, uno
dei tanti quartieri di Brooklyn, dove da qualche tempo è scoppiata
la moda di distribuire e condividere proprietà, servizi e consumi.
Dalla spesa, garantita dagli anarchici di «Food not Bomb», fino alla
pulizia di materassi e divani alla
caccia delle «bed bugs», le terribili
cimici che dall’anno scorso hanno
invaso New York. Certo, stiamo
parlando di un luogo molto particolare, diventato in poco tempo
un rifugio per i giovani scacciati
dagli affitti stellari di Manhattan o
di Williamsburg (un’altra zona di
Brooklyn, ormai troppo «in», e
quindi carissima), dove fioriscono
gli studi, anche loro collettivi, di
pittori o di gruppi musicali. Ma in
realtà non è detto che l’esperimento sia poi così isolato. Ne’ negli
Stati uniti ne’ in tante altre parti
del mondo, come raccontano Rachel Botsman e Roo Rogers nel
loro What’s mine is yours: the rise
of collaborative consumption, ovvero «Ciò che è mio è tuo, la crescita
del consumo cooperativo».
Appena uscito nelle librerie di
New York, il libro analizza per l’appunto il crescere delle cooperative
di consumo e di quelle di produzione, sostenendo, con un tocco di
ottimismo, che questo potrebbe
essere il futuro che ci aspetta. Per
rispondere alla crisi economica
che continua a divampare, ma anche per scoprire un modo per usare, non solo per giocarci, il grande
boom dei social network. Perché,
dice Rachel Botsman, «Facebook e
le bancarelle dei piccoli coltivatori
hanno molto in comune, entrambi
raccontano la riscoperta della vita
comunitaria, nel mondo virtuale e
in quello reale». Anzi l’uno può
aiutare concretamente l’altro. Visto che tanti piccoli produttori, di
cibo ma perché no anche di oggetti e tessuti artigianali come quelli
targati Etsy Lab (siamo di nuovo a
Brooklyn, questa volta a Dumbo
forse il più trendy dei quartieri
newyorkesi), vivono e sopravvivono spesso proprio grazie all’esistenza della rete.
La passione per la vita comunitaria, quantomeno negli Usa, non è
una novità. Anche se noi continuiamo troppo spesso a vedere l’America solo come la patria dell’individualismo, qui il condividere buona
parte della vita quotidiana e l’associarsi è una realtà che esiste da
tempo, cresciuta lungo tutto il
‘900. E se dieci anni fa, nel suo
«Bowling alone», il sociologo Robert Putnam lamentava la crisi di
quelle strutture collettive, e paventava addirittura la fine di quello
che lui chiamava il «capitale sociale», i fatti lo hanno poi smentito.
Costringendolo a tornare sui suoi
passi in un altro libro, Better together, proprio perché attorno a
lui in realtà stavavano crescendo
le nuove, oggi sia reali che virtuali,
comunità americane.
6) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
Un freelance davvero free: faceva il muratore
per finanziare una rivista di filosofia e diventò
editore, non era giornalista professionista
e arrivava dove
erano in atto
feroci genocidi
senza partecipare
ai viaggi
organizzati della
stampa di guerra,
ma facendosi
ospitare dalla
gente del posto.
La sua morte resta
misteriosa
di Ada Pagliarulo e Paolo Martini *
L
o hanno trovato sul ciglio di una strada, a pochi chilometri da Tbilisi, con il torace fracassato. Antonio Russo, quarant’anni, inviato di Radio Radicale, si trovava
in Georgia per tentare di documentare la guerra dei russi contro la Cecenia, dove era già stato l’anno prima. Questa volta non era riuscito
ad arrivare sui luoghi del conflitto:
aveva tentato più di una volta di raggiungerli, utilizzando una rete di
contatti tra i guerriglieri ceceni, ma
il controllo era diventato ormai serratissimo. Spariti computer e telefonino. Pare abbia dato a qualcuno di
cui si fidava nuovo materiale su
quella guerra. Nelle sue intenzioni,
quella documentazione avrebbe dovuto comporsi in un dossier da consegnare nelle mani dell’alto commissario Onu per i diritti umani,
Mary Robinson.
Antonio non piaceva ai russi, irritati per l’ingerenza nei loro affari interni di tutti quei rompiballe collegati ai radicali, che erano arrivati addirittura a far parlare, dalla Commissione diritti umani a Ginevra,
un parlamentare ceceno. Antonio
era lì perchè non era tipo da scrivania. Dopo due o tre mesi di vita cittadina, scalpitava per andare altrove. Era sempre di passaggio. In
Ruanda e Burundi durante i massacri hutu e tutsi; in Algeria, quando
uomini, donne e bambine venivano sgozzati; a Sarajevo, quando i
cecchini freddavano i civili al mercato. Mai un recapito telefonico
d’albergo. Ha sempre scelto di mescolarsi. «Sono a casa di amici, mi
ospitano finchè possono». A volte
al buio, come accadde a Prishtina:
in tutto il Kossovo non c’era più un
solo giornalista occidentale. Si era
nascosto in una casa privata: i serbi
sapevano di lui, ma non riuscivano
a trovarlo. Tra un rastrellamento e
l’altro, riuscì a scappare mescolandosi a una colonna di profughi kossovari, saltò su un treno e arrivò in
Macedonia. Ma per lui, quella non
poteva restare soltanto un’esperienza professionale: non ha mai voluto
vendere il materiale che aveva raccolto e consegnato al Tribunale ad
hoc sulla ex-Jugoslavia, per documentare la pulizia etnica dei generali di Milosevic.
Antonio Russo non apparteneva
all’ordine dei giornalisti: era un
free-lance. Molto free. Il suo linguaggio scarno e crudo lo teneva
lontano da ogni compiacimento:
non c’era alchimia, non c’era narcisismo. Orgoglio sì, e tanto. «Senti,
Mentana, adesso m’hai rotto il cazzo!. Pronunciò questa frase il giorno che era circondato dai cronisti
di mezzo mondo che gli chiedevano, a Skopje, l’ennesimo racconto
di quella fuga «rocambolesca» – così scrivevano - da Prishtina. C’era
poco di rocambolesco, aveva paura
e basta. La sera prima di sparire sul
treno aveva parlato in diretta alla radio per due ore. E aveva esordito così: «qui è un casino». Non gli piace-
■ ANNIVERSARI ■ A DIECI ANNI DALLA MORTE ■
Un silenzio
assordante
vano gli alberghi internazionali per
cronisti. Li considerava parte di
una specie di circuito turistico ad
hoc dedicato alla stampa di guerra.
Antonio li chiamava «i viaggi organizzati». Lui cercava una casa per
ospitare amici, gente del posto che
fosse disposta a raccontare. Per loro e con loro cucinava e beveva.
«Na sdarovie», alla salute di quei disperati. A Prishtina è stato così, a
Tblisi era così. Cercava di sbarazzarsi al più presto degli interpreti e dell’inglese standard da inviato, per assimilare e assimilarsi agli interlocutori del luogo. I «grandi» cronisti
storcevano il naso ascoltando il suo
raccontare naif, e alzavano le sopracciglia ostentando perplessità
sulle sue «fonti». Ma è al «gazetari
italian Antonio Russo» e alla sua
morte che il quotidiano kossovaro
Koha Ditore ha subito dedicato un
articolo. Con foto di lui, felice di essere al centro della polveriera, accanto a un kossovaro in divisa. I
due si guardano negli occhi, confusi tra una folla di profughi. Il «gazetari» ride, la distanza è annullata.
Lui era stato capace, la notte del capodanno 2000, di raccontare i festeggiamenti da un villaggio al confine tra la Georgia e la Cecenia, nell’area di Pankisi. Il capodanno dal
Caucaso, con tre ore di anticipo rispetto al nostro. Non era uno scoop
particolare, ma in radio «funzionò»
meglio di qualsiasi altra trasmissione fatta da Radio Radicale a quell’ora. Quando tornò dal Kossovo,
gli chiesero di scrivere un libro. Lo
fece, ma non sappiamo cosa ne sia
stato.
Volevano girare un film su di lui,
e un giorno arrivò in radio un tale
con un soggetto scritto - disse - «da
un certo Aurelio Grimaldi». Era esattamente come uno si aspetta che
sia un film di Grimaldi: un cronista
che ha visto gli orrori delle guerre,
che si ubriaca e chiama di notte la
sua compagna dicendo: «stanotte
voglio scopare». Più o meno così.
Non crediamo che Antonio si riconoscesse nel personaggio. Chissà se
nel film ci sarà la storia dell’anellone che aveva al dito, quello che fu
costretto a tagliare al ritorno dalla
Bosnia. Una ferita da nulla, che
non aveva potuto mai disinfettare a
fondo, gli aveva provocato una infezione sotto l’anello. Non riusciva
più a sfilarlo. «L’ho segato via», disse. Si è invece sempre rifiutato di tagliare il lungo codino un pò fuori
moda che gli scendeva sulle spalle.
E che lo rendeva così pericolosamente riconoscibile. «Antò, mo che
torni in Cecenia tagliati quel codino…». Tre, quattro, cinque premi:
giornalista dell’anno a Ischia, premio Andrea Barbato, premio Ilaria
Alpi. Spesso preferiva far parlare le
fotografie, le riprese amatoriali che
poi faceva circolare in Rete. Era
l’evidenza cruda della guerra in Cecenia: prove, andava alla ricerca delle prove di un genocidio quando ancora le cronache dei giornali parlavano solo di «ceceni mafiosi». Che il
suo omicidio abbia ragioni politiche è probabile. Ma certa è la determinazione con cui ha inseguito, cercato le notizie in situazioni di totale, assoluto e controllato black-out
dell’informazione. Dove cercarle
imponeva il contatto con persone
che avrebbero messo a rischio la
sua incolumità. Paesi in cui chi ti fa
fuori è sicuro che non sarà facile capire se sei stato ammazzato per i
dollari che hai in tasca o per quello
che hai visto e raccontato.
* www.radioradicale.it/
antonio-russo/ common license
UN REPORTER
Chi era Antonio Russo? Cosa è rimasto
di lui nella memoria del nostro Paese?
Probabilmente poco. Era un giornalista.
Un reporter. Ucciso mentre svolgeva il
proprio lavoro in Cecenia, dieci anni fa.
Vale per lui l’assurdo adagio del nemo
propheta in patria. Era inviato di Radio
radicale. I suoi reportage erano scomodi. Tutti i paesi occidentali, avevano
interesse a coprire i crimini del potere
russo. Un potere che ha un triste primato: duecento giornalisti uccisi. È lungo
l’elenco dei nomi. Nell’elenco non compare mai lui. Eppure fu il primo a denunciare quei crimini. In Italia, poi, il
silenzio nei suoi confronti è assordante. Fa male sapere che mentre il suo
Paese lo dimentica, a Washington è
stato premiato con il titolo di eroe di
guerra. Un’onorificenza conferita a pochissimi giornalisti. (c.a.)
aveva scoperto. Io certamente
non ti so dire di chi possa essere
la responsabilità della sua morte. Ognuno ha la sua versione e
credo che il film abbia fatto bene
a lasciare una serie di dubbi che
possono essere legati a tante situazioni. Il film non ha scavato
neppure nella cronaca spicciola
delle ultime ore. Perché troppe
cose mancano nel film. Dalla telefonata a sua madre a tantissime altre, che sono successe poco prima che lui morisse.
di Carmelo Albanese
I
l film su Antonio Russo,
con la sceneggiatura di Aurelio
Grimaldi e con Gian Marco Tognazzi nel ruolo principale, si fece. Cecenia è il titolo. Dire che
sia stato ignorato dalla distribuzione è dir poco. Non bisognava
parlare di lui. Non era tanto importante come se ne sarebbe parlato. Non bisognava parlarne,
punto. Il film provò a rompere il
silenzio. Ne venne realizzato anche un altro sulla morte di Antonio. Il titolo è significativo: L’inquilino di via Shevarnadze. Dal
nome della via dove si trovava la
casa di Antonio e dove andarono ad ucciderlo. Ignorato anche
questo film. Facciamo a Gian
Marco Tognazzi alcune domande sul film Cecenia e su Antonio
Russo
Perché hai scelto di rappresentare Antonio?
Mi sono innamorato letteralmente di Antonio. Ho cercato tutti i video in cui compariva. Ho visto le
sue fotografie. Ho sentito i racconti di chi lo conosceva. Ho
■ INTERVISTA ■ GIAN MARCO TOGNAZZI ■
Il film vietato a tutti
L’attore ci parla di «Cecenia» il film di Antonello Grimaldi
da lui interpretato boicottato dalla distribuzione.
Ci parla anche di memoria e di cultura
che nel nostro paese pare siano estremamente sconvenienti
ascoltato praticamente tutte le
sue testimonianze per radio radicale che inviava dai territori di
guerra. Ho studiato moltissimo
per rappresentarlo al meglio. Antonio Russo era un uomo molto
particolare. Non era un giornalista nel senso canonico…Era unico e irripetibile proprio perché
era un autodidatta. Perché era
uno che faceva il muratore per
mantenere una rivista di filosofia.
Era un uomo che non incontri facilmente in giro per strada. Un
uomo con una sensibilità quadrupla, quintupla. Maschile e femminile allo stesso tempo. Testardo,
da buon abruzzese quale era. Poi
era uno che si faceva deportare
per testimoniare la deportazione
dall’interno. Non è un caso che è
uno degli unici ad avere il riconoscimento a Washington come
eroe di guerra. Ci sarà un motivo
no?
A Washington è ricordato, ma in
Italia no. In Italia essere profeti in
patria è quasi impossibile. Anche
perché c’è questo atteggiamento
di vergogna nei confronti del nazionalismo che io proprio non capisco. Come se fosse una vergogna o fosse indice di appartenenza ad uno schieramento politico
di un certo tipo, rivendicare l’appartenenza al proprio paese.
Ti sei fatto un’idea su chi possa essere stato ad uccidere
Antonio?
La realtà dei fatti non la sa nessuno. O meglio sicuramente qualcuno la sa. Però non è detto che
la sappiano in Italia, non è detto
che la sappiano tutta e non è detto che tutto venga detto…il fatto
che sia stato trovato morto a seicento metri da un check point
russo, non vuol dire nulla. Può
essere stato tradito dai ceceni
stessi, dai partigiani. Può essere
stato vittima di un problema internazionale tra Italia e Russia. È
vero però, che gli era stata promessa la morte in un congresso.
Lì, gli era stata già comunicata la
sentenza di morte. Gli era stato
detto «non ti ripresentare che la
prossima volta non te ne vai».
Può essere legato a quello che
Quanto pensi che farebbe bene, al nostro paese, il ricordo
di Antonio Russo?
Secondo me fa bene tutto quello
che è memoria, fa bene tutto quello che è cultura, Anche se ormai
queste due parole vengono demonizzate. In questo siamo ridicoli.
Potrebbe essere la soluzione economica per il nostro paese. Abbiamo il 70 per cento del patrimonio
culturale del mondo. È come avere il 70 per cento del petrolio…Io
non credo che chi ha il 70 per cento di una ricchezza possa basare
la sua economia su qualcos’altro.
Noi dovremmo puntare tutto sulla memoria…Vale per la scienza,
per il cinema, per il giornalismo,
per i reporter, per Antonio Russo…Quando ci fu quella polemica con me per il fatto di mio padre. Se era ricordato, se non era ricordato. Tutti pensarono che era
un fatto personale. È chiaro, era
mio padre, stava a casa mia. Poi ti
accorgi però che non è un fatto
singolo. È un atteggiamento generico, di mancanza di riconoscimento per la propria storia…Perché il fatto di non avere un ricordo di quanto di buono si è fatto
nel tuo Paese è deprimente. Non
solo per Antonio Russo, ma proprio in generale.
Quando Ada Pagliarulo e Paolo
Martini scrivono che Antonio
Russo era un free-lance molto
free, colgono un punto centrale
della sua personalità. Il suo impegno civile e la sua passione politica precedono e accompagnano il
suo lavoro di giornalista. Durante il 1990 partecipò al movimento studentesco della Pantera, contrastando le politiche liberiste
che si stavano affermando dopo
il crollo del muro. L’ingresso dei
privati nelle università e la mortificazione del diritto allo studio.
Antonio Russo
(terzo da sinistra)
in cattedra all’Università
nei giorni della Pantera
LA MEMORIA
«…Le testimonianze dei miei reportage
radiofonici sono state conservate nell’archivio della radio e sono state anche
trasferite via Web. Questo è a mio avviso importante per due motivi. Il primo
consiste nel fatto che bisogna comunque possedere una memoria storica.
Questo è un dato che un po’ la tecnologia trascura. L’informazione valida è
quella che abbia la possibilità di essere
reperita storicamente. «Laudatur tempores acti» diceva Dante, si lodino i tempi
passati, in quanto ‘exempla’ di un’esperienza.
Gli esempi storici si traducono nella
capacità di analizzare il presente e prevedere il futuro con un fondamento
abbastanza solido…»
«In secondo luogo penso che la quotidianità dell’informazione che ha luogo
attraverso la testimonianza diretta abbia
un valore perché fa capire cosa realmente è in atto. C’è ancora parecchia confusione sull’informazione che stiamo portando avanti sul Kossovo. La possibilità
di reperire i miei reportage e risentirli
via Web aiuta la gente ad avere un’immagine più precisa degli eventi in corso. Fondamentalmente noi dobbiamo
ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio
da parte del giornalista. Bisogna tenere
sempre presente che chi è dall’altra
parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo
che i giornalisti devono compiere».
(Antonio Russo)
Quando vennero disoccupate le
facoltà, continuò il suo impegno politico. Fondò una casa
editrice «Antonio Russo editore», che pubblicò diversi volumi. In uno Lineamenti di una teoria dell’etnocidio di Rodolfo
Calpini, cominciò ad interessarsi alle tematiche del genocidio.
Il tema dei genocidi divenne il
suo interesse principale. Appena sentiva di un luogo del mondo dove un intero popolo rischiava di essere sterminato da
nuove forme di imperialismo, si
precipitava lì. Aveva bisogno di
raccontare. Non importava il rischio. Prendeva la telecamera e
partiva. Se nessun media gli dava spazio, era pronto a mettere
le sue testimonianze, scritte,
parlate, o video, sulla rete. Anche in questo era un antesignano. Nell’uso giornalistico della
rete. Nel 1998 non c’erano i social network per come oggi li conosciamo. Tutto era straordinariamente nuovo. Lui però ne
aveva già recepito l’importanza. Aveva messo in pratica un altro tema del movimento studentesco cui aveva partecipato. La
possibilità di utilizzare la rete
come libero mezzo di divulgazione delle notizie.
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (7
■ DISINTERMEDIARE LA CULTURA ■
Faremo senza
copyright
di Alessandro Delfanti
L
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Autori ed Editori. Mentre eXgae, come dice il
nome, è un gruppo basato a Barcellona che
lotta contro l'entità che gestisce i diritti d'autore e ne chiede la chiusura o quantomeno una
riforma radicale. eXgae è uno degli esperimenti più avanzati del fronte per la liberazione della produzione culturale dai lacci
imposti dal copyright, che sostieQuando è nata eXgae e da
ne le grandi aziende e i dinosauri
chi è formata?
della cultura alla faccia delle traeXgae è nata nel 2008 e ha una
sformazioni causate dall'avvento
struttura completamente rizomatidi Internet. Poche settimane fa la
ca: non c’è un inizio o una fine.
Sgae ha fatto pervenire a eXgae
C’è invece un nucleo di affinità, un
una lettera in cui intimava di non
gruppo di persone a Barcellona
usare più quel nome (che richiache però lavora costantemente in
ma troppo da vicino il loro) e di
rete con altri gruppi e singoli. Abcessare le sue attività. Simona Lebiamo reti molto grandi sia a Mavi vive a Barcellona ed è una delle
drid che in generale in Spagna.
principali animatrici di eXgae. Le
Barcellona rappresenta solo il 25
abbiamo chiesto di spiegarci cosa
per cento di eXgae. La rete è formafa eXgae, quali saranno le conseta sia da artisti che da hacker, proguenze di un'eventuale causa
fessori, persone che hanno negozi
contro di loro, e cosa accadrà se e
di informatica, e gestori di spazi
quando (perlomeno in Spagna) viculturali che pagano canoni per la
vremo in un mondo ex-Sgae.
diffusione di musica. Per questo
8) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
eXgae è un gruppo spagnolo che lotta contro la Sgae,
la Siae iberica, per un’arte libera
e aggiornata alle dinamiche di Internet.
Intervista con Simona Levi
abbiamo i piedi per terra, dobbiamo rispondere a bisogni reali di
chi fa cultura, suona, scrive o semplicemente vuole trasmettere musica nel suo bar e non vuole più
sottostare alle gabelle della Sgae.
Perché avete scelto la Sgae
come bersaglio?
La Sgae è il «braccio armato» dell’industria discografica e finanzia le
lobby più retrograde della produzione culturale. In un anno la società
ha ricevuto 164 milioni di euro che
poi non ha ridistribuito. Pigliano i
soldi da chi non è iscritto e non li restituiscono. Scrivono il tuo nome
sbagliato e i tuoi soldi spariscono...
Qali sono l vostre attività
principali?
L’idea principale è che è molto facile vivere senza Sgae, basta cambiare
le proprie abitudini. Ci sono cittadini che hanno bisogno di strumenti
per risolvere problemi legati a Internet e alla proprietà intellettuale, e
noi cerchiamo di consigliarli. Se invece c’è bisogno di un avvocato, invitiamo le persone a rivolgersi a legali esterni, che non sono legati a noi.
Facciamo in media 1.400 consulenze all'anno e di queste solo una ventina hanno davvero bisogno di avvocati. La nostra pagina web ha 10.000
visite al mese e lì si possono trovare
tutti gli strumenti legali per emanci-
parsi dalla Sgae. Perché in realtà la
produzione di cultura senza bisogno di un intermediario è facile,
può farlo chiunque.
Per esempio?
Per esempio, se sei un artista o hai
una sala che fa concerti, il contratto per un concerto solitamente recita: «i diritti d'autore saranno liquidati attraverso la corrispondente entità di gestione» ma in realtà
questo non è obbligatorio e si fa
solo per un’abitudine sbagliata.
Inoltre spesso gli artisti non sono
iscritti: sono solo soldi regalati alla
Sgae. E poi quando un agente
Sgae entra in un bar la gente si
spaventa perché pensa sia un poliziotto, invece è un agente di una
compagnia privata e non è obbligatorio firmare nulla... Noi suggeriamo soluzioni diverse per i contratti e suggeriamo per esempio di
mettere musica copyleft, non soggetta a Sgae. Infine cerchiamo di
analizzare la situazione legale e
facciamo proposte per l’era digitale. Siamo una specie di think tank
su questi temi, come nel caso del
Forum della cultura libera che si
terrà a Barcellona dal 28 al 31 ottobre (articolo a fianco).
Come vedete il vostro ruolo
negli scontri sul copyright?
L’EVENTO
Per noi, in fondo, si tratta di «normalizzare» la situazione. Nel paradigma digitale in cui viviamo grazie a Internet, produttore e consumatore si confondono e condividere liberamente cultura (per esempio scaricando e diffondendo film
e musica) è semplicemente la norma. Ma dal punto di vista legale vige ancora il vecchio paradigma,
mentre noi invece facciamo eventi
per normalizzare la cultura (come
gli oXcars, il gran galà della cultura
libera e no-copyright che si terrà il
28 ottobre durante il Forum della
Cultura Libera) secondo i canoni
del mondo in cui tutti noi viviamo.
Fate anche azioni diverse da
quelle legali?
Facciamo comunicazione, video,
grafiche anonime... aiutiamo i movimenti con una produzione artistica virale che permette loro di manifestarsi in forma pubblica. Il ministro della Cultura Cesar Antonio
Molina ha fatto entrare le società
di gestione a parlare di pirateria
nelle scuole materne, per cui il 19
gennaio 2009 abbiamo lanciato il
concorso Molina Pirate (gioco di
parole tra «pirata» e «vattene» in
spagnolo, ndr.) in cui bisognava
trovare uno slogan per mandarlo
via. Da questa campagna è nato un
video e dopo un mese Molina in
un rimpasto di governo è sparito.
Quale sarà l’effetto della lettera degli avvocati della Sgae?
Vi aspettate un processo?
Ci basiamo sulla frase di Gandhi:
prima ti ignorano, poi ridono di te,
poi ti attaccano, poi tu vinci. Dopo
che il nostro sito, grazie a loro, ha
avuto 110.000 visite in un giorno...
pensiamo che il loro atteggiamento sia cambiato. Noi abbiamo sem-
Perché nessuna forza politica propone una seria riforma di quelle agenzie?
Purtroppo in Spagna tutti odiano la Sgae ma c’è un tabù per la
sinistra a opporvisi seriamente,
anche se sappiamo che dietro le
quinte lo fanno. La Sgae infatti è
appoggiata da molti artisti importanti legati alla fine della
dittatura. A destra invece non c’è questo problema, e il
Partido Popular è più veloce e intelligente su questi temi
e tende un po’ a capitalizzare il nostro lavoro. Spesso dicono: «Visto? È una lotta di destra», e noi dobbiamo continuare a ripetere che siamo di sinistra, così come gli artisti
che ci appoggiano.
Come immaginate il futuro?
Io vorrei fosse senza Sgae. Però siamo disposti anche (se ci
fosse una riforma seria) a prevedere una Sgae come ente privato che un artista può contattare se ha molti introiti, che si
occupa dei suoi iscritti ma non di altri diritti obbligatori. Un
di Bruno Di Marino
Ramblas
del Copyleft
pre invitato la Sgae a tutti i dibattiti, siamo sempre stati disposti a lavorare dialetticamente con tutti,
ma loro non sono mai venuti e
non hanno mai risposto. Comunque se decideranno di farci la guerra non faranno altro che accelerare
la loro scomparsa. La società civile
stavolta non li appoggerà. Nessuno ci considera malvagi, abbiamo
appoggi politici, mentre loro stanno usando il copyright come mezzo contro la libertà di espressione.
di A. D.
P
ente privato in cui non sono rappresentati autori ed editori insieme. Oggi sfruttato e sfruttatore sono rappresentati dallo stesso cartello e questo non ha senso.
Cosa diresti a un artista o
una band che vuole iscriversi
alla Siae?
In certe situazioni lavorative è impossibile non essere soci di
un’entità di gestione (per esempio per chi lavora in Tv). Infatti i
precari dell'industria culturale sono pagati solo via royalties, ed eliminarle sarebbe un duro colpo
per loro. Però li invitiamo a essere sempre padroni della propria
vita: se non è necessario che qualcuno gestisca le tue cose, se suoni live o se distribuisci la tua musica online, la Siae non ti serve.
Ma se devi essere dentro al sistema almeno cerca di aiutarci a
cambiarlo da dentro.
www.effecinque.org
er il secondo anno consecutivo a
Barcellona dal 28 al 31 ottobre si terrà il Forum della Cultura Libera organizzato da eXgae. L'anno scorso le decine di attivisti anticopyright, hacker, ricercatori e associazioni
per la cultura libera che hanno partecipato
al forum hanno scritto insieme la Carta di
Barcellona, un manifesto della cultura libera che fissa le principali richieste per un'industria finalmente adatta alle trasformazioni che la creazione e l’utilizzo di contenuti
hanno attraversato con l'avvento di Internet. Quest'anno il tema è invece l'economia
della cultura libera. Come far crescere e difendere dalle lobby della proprietà intellettuale i nuovi scenari, anche di business, che
stanno emergendo dal web? La risposta del
Forum verrà condensata in una guida, un
«manuale per la sostenibilità dei nuovi modelli economici nell'era digitale».
Basandosi sugli esempi forniti dal free
software, dalle tecnologie peer-to-peer e su
un diverso modello di giustizia legato alla
circolazione dei saperi, a Barcellona verranno proposte forme di reddito per i lavoratori creativi che siano slegate dal «modello
unico» rappresentato dal diritto d'autore.
Al centro dell'incontro ci saranno sia le
questioni legate alle infrastrutture tecnologiche necessarie per la creazione di cultura in
rete, sia i problemi politici e legali che dovremo affrontare per favorirne la crescita.
La lista degli invitati è impressionante. Si
va da Nick Ashton-Hart, direttore della Internet Corporation for Assigned Names and
Numbers (ICANN), l'istituzione che gestisce
i domini internet e assegna i nomi dei siti a
Eddan Katz della Electronic Frontier Foundation, da sempre in prima linea in difesa
dei diritti dei netizens, i cittadini della rete.
Ci saranno Michel Bauwens della Peer to
Peer Foundation con le sue idee di estensione del modello peer-to-peer alla produzione collaborativa online e offline; e Magnus
Eriksson, uno dei membri del Pirate Bureau, il think tank della pirateria legato al Pirate Party svedese; ma anche Benjamin Mako
Hill, hacker famoso e teorico del free software. Parteciperà pure Yann Moulier Boutang,
economista francese noto per i suoi saggi
sul capitalismo cognitivo e per essere una
delle menti dietro al nuovo partito verde di
Cohn-Bendit.
Insieme a loro decine di artisti, produttori e attivisti da tutto il mondo si riuniranno
per immaginare un mondo in cui la produzione di cultura in forma libera venga riconosciuta come un modello sostenibile e proficuo. Questo non avverrà senza abbattere
almeno in parte le recinzioni alla circolazione di saperi e informazioni costruite tramite
il diritto d'autore e altri diritti di proprietà
intellettuale.
Il programma sarà diviso in diverse parti.
Ci saranno per esempio discussioni sull'uso
di strumenti open nel settore pubblico, contro il dazio pagato alle multinazionali del
software. Una sessione sarà dedicata a fornire strumenti a chi vuole partecipare alla riforma del sistema e vuole saperne di più sul
«come sì» invece che sul «perché no». La
relazione tra cittadini e legislatori è modificata dalla rete, e nuovi soggetti possono partecipare direttamente a una riforma. Per
esempio associazioni e attivisti possono usare gli strumenti di comunicazione e sfruttare il fatto che i processi legislativi sono sempre più spesso disponibili in rete e trasparenti per fare crowdsourcing: spingere masse di cittadini a sviluppare soluzioni legislative collaborando in rete e quindi influenzando l'agenda dei politici.
Le sessioni sulla sostenibilità dei modelli
open saranno divise tra la presentazione di
progetti concreti e la discussione della cornice economica e politica in cui questi possono crescere e mettere radici. Invece del modello copyright, che nutre le grandi industrie
culturali monopolistiche ma taglia fuori microimprese e agenti autonomi, si discuteranno modelli aperti e misti, in cui le royalties
non sono l'unica forma di guadagno di un
artista o di una persona che produce cultura.
I costi di produzione e distribuzione dell'informazione sono scesi drasticamente – ognuno può girare, montare e distribuire un film
se ha una telecamera, un computer e un accesso a Internet. Gli intermediari rappresentati da agenti e case di produzione – per tacere delle società di gestione del diritto d'autore, vedi l'intervista a fianco – non sono più
indispensabili e fondano la loro esistenza su
un modello vecchio perlomeno di vent'anni.
UMBRELLA BEACH
Usa, 2010, 3’30”, musica: Owl City, regia: Alexander
Brown, fonte: MTV Brand New
7
L’ ambientazione è un paese
sulla costa. Un ragazzino, che
ha la verve del geniale inventore, costruisce una macchina volante con
la quale si appresta a lanciarsi dalla scogliera. Seguiamo le fasi di progettazione
e di assemblaggio dei vari materiali, in
montaggio alternato con la solitudine di
una donna dentro la sua casa che ripete
catatonicamente gli stessi gesti e con un
uomo che, sul tetto di una casa, scruta
l’orizzonte con il suo cannocchiale. Cosa
è successo? Il ragazzo si è schiantato con
il suo artigianale velivolo gettando nella
disperazione e nella follia il padre e la
madre (ipotesi realista), oppure ha effettivamente spiccato il volo sparendo per
sempre e i genitori attendono il suo ritorno (ipotesi surreale)? In entrambi i casi
le immagini del giovane protagonista
sono flash-back rievocati dagli adulti. Sta
al pubblico interpretarli. Videoclip di discreta fattura, Umbrella Beach è tratto
dall’album Oceaneyes, come l’altro singolo Fireflies, forse più originale.
ÇA M’ENERVE
Francia, 2009, 5’, musica: Helmut Fritz, regia: autore
ignoto, fonte: MTV Pulse
6
Strano tipo questo cantante
francese al secolo Eric Greff,
che ha scalato le classifiche
con il martellante Ça m’emerve. E tutto
quello che fa incazzare l’amico Fritz, ovvero un tedesco (da qui il forte accento
teutonico) che sbarca a Parigi, è una
sfilza di cose, dalle commesse dei negozi
alla gente che beve champagne, dalle
ragazze che portano la frangetta alla Kathe Moss ai buttafuori delle discoteche.
Nel clip Greff – circondato da cimeli del
passato e in abiti da dandy – si scontra
con le situazioni quotidiane attraverso
continui sketch e gag. Il montaggio è
costellato da effetti strobo e rapide zoomate che simulano la vibrazione delle
casse audio. Niente male.
YOU DON’T UNDERSTAND
ME
Svezia, 1995, 4’30”, musica: Roxette, regia: Greg
Masuak, fonte: Youtube.com
7
Il pensiero corre immediatamente a Bergman e al suo
immaginario, dall’ambientazione generale del video, con la compagnia
di attori itineranti provvista di un piccolo
palco mobile (Il volto) all’immagine finale
con le sagome dei personaggi ripresi in
campo lungo sulla montagna (l’ultima
inquadratura de Il settimo sigillo). Del
resto chi meglio della formazione svedese
poteva permettersi un omaggio al grande
maestro? Masuak costruisce il clip di You
don’t understand me su eleganti, surreali
e struggenti immagini in bianco e nero,
senza definire situazioni narrative ma con
una buona capacità visionaria. Molto forte
la presenza, bionda, di Marie Fredriksson.
JUST
UK, 1995, 4’10”, musica: Radiohead, regia: Jamie
Thraves, fonte: Youtube.com
8
Nel vedere un singolare clip
come Just la mente corre a
Buñuel e Lynch con le loro
opere visionarie. Mentre Yorke, accompagnato dalla band, canta il brano producendosi in smorfie eccessive fin quasi
all’epilessia, giù in strada un signore si
distende sul marciapiede e fa inciampare
un altro tizio; ne nasce un diverbio, con
l’uomo accasciato che intima all’altro di
lasciarlo in pace. Chi è questo enigmatico personaggio? Un folle o una presenza
soprannaturale? Ben presto la scena attira l’attenzione degli altri passanti e anche
di un poliziotto: finiranno tutti – in un’inquadratura finale ripresa dall’alto – distesi per terra sul marciapiede come prigionieri di uno strano incantesimo (L’angelo
sterminatore). Per tutto il clip si svolge
un livello narrativo autonomo al testo
della canzone, con i dialoghi che scorrono in sovrimpressione. E ciò si spiega
con il fatto che originariamente questo
lavoro era un corto trasformato poi in un
video. La fotografia è di Alex Melman.
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (9
DI ANTONIO CAPUANO; CON GABRIELE AGRO,
VALERIA GOLINO. ITALIA 2010
8
Un incipit vorticoso, una
violenza e lo stile del film e
la vita di un ragazzo cambia,
rinchiuso nel carcere minorile. Due
realtà socali che non possono entrare
in contatto, la classe alta e la bassa,
l’organizzazione meticolosa del futuro
e la creatività anarchica. Uno dei migliori film presenti alla mostra di Venezia
(Giornate degli autori) per sincerità di
inspirazione e stile. (s.s.c.)
BENVENUTI AL SUD
DI LUCA MINIERO; CON CLAUDIO BISIO,
ALESSANDRO SIANI. ITALIA 2020
7
Divertente remake di Bienvenue chez les Ch’tis di Dany
Boon che prendeva in giro i
criptici abitanti del nord della Francia.
Qui un direttore delle poste in Brianza
per punizione è mandato al sud dove
incontra una umanità e un modo di
vivere completamente diverso da quello che immagina. Angela Finocchiaro è
la moglie, Valentina Lodovini la bella
impiegata, con Nando Paone e Giacomo Rizzo. Film che arriva in contemporanea alle spiritosaggini dei leghisti,
come a smussare una realtà conflittuale
e mostra come chi va, vede. Venduto in
Francia e negli Usa, risponde alla regola
universale che (attenzione) c’è sempre
un altro nord e i lumbard sono sempre
il sud profondo dell’Europa. (s.s.c.)
L’ESTATE D’INVERNO
DI DAVIDE SIBALDI; CON PIA LANCIOTTI, FAUSTO
CABRA. ITALIA 2007
6
In un motel di Copenaghen
Christian, ragazzo diciannovenne, chiede alla prostituta
che aveva portato in camera di restare
ancora e la paga perché parli con lui.
Nel chiuso della stanza emergono via
via esperienze e ricordi del passato,
con qualche brivido creato dalla suspense delle possibilità di sviluppo del
racconto, con una certa abilità da parte
degli interpreti nel tenere desto l’interesse del pubblico. (s.s.c.)
GORBACIOF
DI STEFANO INCERTI; CON TONI SERVOLLO, MI
YANG. ITALIA 2010
6
Lo chiamano Gorbaciòf per
la voglia sulla fronte, è il contabile del carcere di Poggioreale a Napoli ed ha la passione del gioco d’azzardo. Anche il padrone del ristorante cinese dove si trova la bisca, padre della ragazza di cui è innamorato,
gioca, e perde al di sopra delle sue
possibilità. Gorbaciof comincia a sottrarre banconote dalla cassaforte del carcere. Il film sembra pensato sull’icona
Servillo, così come si è venuta formando, come a connotarne gli aspetti più
inquietanti, con l’inedito innesto di
influenze di cinema far east. Il risultato
è un po’ statico, con la figura di Servillo
prepotentemente in primo piano e
tutto il resto a fare da sfondo. (s.s.c.)
LA HORDE
DI YANNICK DAHAN E BENJAMIN ROCHER, CON
ERIQ EBOUANNEY, AURÉLIEN RECOING. FRANCIA
2009
5
L'idea in sé poteva essere
esplosiva: partire da una situazione «realistica» per finire
nella metafora sanguinaria più pura. Ovvero: mettiamo che un gruppetto di poliziotti corrotti e ipermaneschi organizzino una
spedizione punitiva contro i criminali che
ne hanno ammazzato uno (realismo).
Siamo nella banlieu parigina, i poliziotti
assaltano i «nemici» rischiano di rimanerci, e ecco che la situazione si ribalta e le
due parti sono costrette a una alleanze.
L'edificio infatti si riempie di zombie ferocissimi che non fanno distinzioni quando
si tratta di ingoiare sangue... Il problema è
che le intenzioni non si fanno realta, o
meglio cinema. E così l'ideuzza iniziale
finisce col produrre l'effetto opposto:
sbadiglio invece che terrore. (c.pi.)
10) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
HAI PAURA DEL BUIO
DI MASSIMO COPPOLA; CON ALEXANDRA PIRICI,
ERICA FONTANA. ITALIA 2010
6
Scelto dalla Settimana della
critica come film italiano, ha
un grandioso incipit in una
fabbrica di Bucarest dove Eva ha finito
il suo contratto. Parte per l’Italia con
destinazione Melfi, è ospitata da una
coetanea, Anna, una giovane operaia
della Fiat e si presta a fare da badante
alla nonna in ospedale. Il rapporto speculare tra le due ragazze si sviluppa in
direzioni imprevedibili mostrando due
tipi di caratteri simili per durezza, in
un’astrazione di racconto che è la nota
dominante del film. (c.pi.)
IL FILM
LO ZIO BOONMEE
CHE SI RICORDA LE VITE
PRECEDENTI
DI APICHATPONG WEERASETHAKUL. CON THANAPAT
SAISAYMAR, JENJIRA PONGPAS. THAILANDIA 2010
Un piccolo grande film inatteso, capace di
toccare i gangli nervosi più oscuri del nostro
«vedere il mondo», Zio Boonmee ha la rara
capacità di connettere cinque o sei culture
estreme dell'immagine. Palma d’oro a Cannes, film impuro, politico in senso pieno e
traslato, che fa della coesistenza pacifica la
chiave per raccontarci due o tre cose su vita,
morte e metempsicosi nella buddista Thailandia senza scatenare letture banali o la censura
di militari (18 colpi di stato). Fiaba e cronaca
vera, fumetto pulp e antica arte dell'incisione, feuilleton e storia, horror e fantascienza,
allucinazione e magia, il trash e il lisergico cromatico: lo zio Boonmee, dal feroce passato anticomunista, malato di insufficienza renale, attende la morte, tra la campagna, la
foresta, le grotte e la città, assistito in dialisi da una infermiera fantasma (lo spettro della moglie morta), sullo sfondo di una repressione armata che gli uccise il figlio. (r.s.)
LA RASSEGNA
LONDON RIVER
NIHON EIGA
DI RACHID BOUCHAREB; CON BRENDA BLETTYN,
CINECLUB DETOUR (VIA URBANA 107)
SOTIGUI KOUYATÉ. ALGERIA FRANCIA 2009
28 OTTOBRE - 23 GIUGNO 2011
6
Nihon Eiga, ovvero «La storia del cinema
Giapponese» è una rassegna della cinematografia dal 1970 al 2010 a cura di Enrico
Azzano, Raffaele Meale e Riccardo Rosati
per iniziativa dell’associazione culturale
Cinema Senza Frontiere. Dopo l’inaugurazione del 14 ottobre all’Istituto giapponese
di cultura, un calendario con cadenza quindicinale è in programma al cineclub Detour
con serate dedicate a cineasti o a particolari generi, presentati dai curatori e da studiosi: Yukio Mishima (il 28), Wakamatsu (11
novembre), Shinya Tsukamoto, Takeshi
Kitano, Hayao Miyazaki, Takashi Miike, Nagisa Oshima, Shuji Terayama. Fra gli appuntamenti da non perdere: Millennium Actress di Satoshi Kon, il regista di anime
scomparso nell’agosto scorso. Per l’occasione è stato edito il volume «Nihon Eiga,
Storia del Cinema Giapponese dal 1970 al 2010» raccolta di saggi, riflessioni e
recensioni sui film in programma. (s.s.c.)
L'attore maliano Sotigui Kouyaté (tra i più intensi e «tecnici» performer di Peter Brook)
è stato premiato alla Berlinale per questa smagliante interpretazione di un
padre alla ricerca della verità sulla morte del figlio «immigrato» al Nord, disperso in occasione di un devastante attentato terroristico. Il regista, il «beur» francese di origine algerina Rachid Bouchareb, è arrivato a maneggiare i grossi
budget come per questa fiaba semi-etica a partire da un drammatico fatto di
cronaca, film molto ben modulato e
diretto in modo da non cedere al sentimentalismo. (r.s.)
MY SON, MY SON,
WHAT HAVE YE DONE
DI WERNER HERZOG; CON BRAD DOURIF,
WILLEM DAFOE. USA 2009
7
Cromatismi messicani, fantarealismo, magie, alterazioni
psichiche, un nano che misteriosamente attraversa il set... Un po’ il
(cattivo) tenente Colombo, un po’ Twin
Peaks, un po’ i fratelli Coen con il killer
robotico e visionario in missione per
conto di Dio, il film si apre su una fiammeggiante San Diego con il taccuino
squadernato del detective Willem Dafoe
che da solo basta a suscitare grandi
passioni per il caso di un ragazzone
suonato, barricato in casa dopo l’assassinio di sua madre. David Lynch (più che
produttore) ha stregato Herzog, ma non
gli ha rivelato i suoi segreti. (c.pi.)
PASSIONE
DI CARLO MAZZACURATI; CON SILVIO ORLANDO,
GIUSEPPE BATTISTON. ITALIA 20120
6
Un regista-autore (il monodico e attonito Silvio Orlando) disilluso e annoiato,
fugge... verso il cielo. Via dai lavori
immaginari forzati di Cinecittà alla
volta di un’improbabile rappresentazione popolare paesana, una «Passione» in Toscana, che pur essendo un
accrocco ridicolo finirà, grazie a un
paio di galeotti, per commuovere tutti. Meno il film, che ha il difetto di
spalmar commedia all’italiana su tragedia pasoliniano-ispanica, in cerca di
una scorciatoia populista. Magnifico
Corrado Guzzanti nella parte del mattore di provincia. (r.s.)
LA PECORA NERA
DI ASCANIO CELESTINI; CON ASCANIO CELESTINI,
GIORGIO TIRABASSI, MAYA SANSA. ITALIA 2010
8
Un film sul manicomio
inusuale e «unico» nella
sua forma ossessiva e disperata, partitura musicale «a cappella» per attori e voce recitante
che svela, con la stessa bruciante
verità e doppiezza di una testimonianza autobiografica, ora leggera,
ora tragica, ora lucida ora infantile,
L’ANIMAZIONE
DOK LEIPZIG
FESTIVAL DI CINEMA DOCUMENTARIO
ora comicissima e ora insostenibile,
i sogni, gli orrori, gli incubi e le allucinazioni di Nicola, un ragazzo nato
«nei favolosi anni Sessanta», che
passa 35 anni, per schizofrenia, in
un «manicomio elettrico». Celestini
penetra l'ordine del discorso lecito
e lo mette a soqquadro con ironia e
profondità, dando voce ai senza
voce. (r.s.)
QUELLA SERA DORATA
DI JAMES IVORY; CON ALEXANDRA MARIA LARA,
ANTHONY HOPKINS. USA 2009
7
Film elegante per un romanzo, di Peter Cameron (Adelphi) elegante. Un giovane
professore Omar Razaghi (Omar
Metvally), poco dotato per l'insegnamento e in crisi professionale e sentimentale ha una fidanzata (Alexandra
Maria Lara) molto determinata. Lei è
brillante e lanciata nella carriera universitaria e lo spinge a partire per l'Uruguay a conoscere la famiglia di Jules
Gund, lo scrittore su cui il ragazzo sta
lavorando. Gund si è suicidato, lui vorrebbe scrivere la sua biografia, gli eredi si oppongono ma per Omar il progetto è determinante ai fini del suo
futuro ... Nella vecchia villa, sontuosa e
molto «vecchio stile», il giovane conosce il fratello gay dello scrittore
(Hopkins). Intorno si muove una fauna
abbastanza classica di esiliati d'oro,
anch'essi icone di un altrove, la «vecchia Europa». (c.pi.)
LA SOLITUDINE
DEI NUMERI PRIMI
DI SAVERIO COSTANZO; CPN ALBA
ROHRWACHER, LUCA MARINELLI. ITALIA FRANCIA
GERMANIA 2010
7
Tratto dal best seller di
Paolo Giordano ha una
sua bellezza visionaria, è
fatto di particelle di cinema sconnesso, ma azzarda, ha un’atmosfera speciale nell’inseguire i due protagonisti, Alice (Alba Rohrwacher) e Mattia
(Luca Marinelli) in vent’anni di solitudine. Congelato nell’autismo dell’infelicità fatica a estrarre dai personaggi il dolore dei traumi infantili. Alba
Rohrwacher è impressionante nella
sua performance di anoressica, Filippo Timi di clown crudele. (m.c.)
E D’ANIMAZIONE. LIPSIA 18-24 OTTOBRE
Edizione 53 del festival più longevo dell’Europa orientale, con numeri in crescita. In programma 346 film di cui 223 documentari da
58 paesi, a forte impatto politico trattando di
guerra, crisi economica e ambientale, le difficoltà della democrazia, le questioni di genere.
Fra i tanti registi presenti Susanna de Sousa
Dias, Marcin Koszalka, Jaques Perrin, Bill
Plympton. Riflettore acceso sulle nuove immagini di mascolinità, in società e famiglia. Per la
prima volta c’è la competizione internazionale
per corti documentari, oltre a quelle per doc
lunghi, animazione, giovani talenti, Generation Dok, nazionali complessivi 71mila euro in palio. Debutto del premio della fondazione per la Pacifica Rivoluzione per doc artistici impegnati su democrazia e diritti umani.
Punto di forza da 14 anni la sezione Animadoc, avamposto sui doc animati. Programmi
speciali su Caucaso oggi, denaro (Money Matters), l’animatrice lettone in New York
Signe Baumane e omaggio al documentarista 80enne Klaus Wildenhahn. (th.m.)
IL DOCUMENTARIO
LE CITTÀ SLOW
DI PIERO CANNIZZARO
THE TOWN
DI E CON BEN AFFLECK; REBECCA HALL. USA
2009
7
Il set, «the town», è Charlestown, periferia di Boston
che si dispiega sensuale nelle sue case di mattoni rossi, i monumenti all'Indipendenza, gli alberi, l'oceano. Fuggire da Charlestown, covo malfamato, è l'obiettivo del malinconico
Doug MacCray (Affleck), padre carcerato, madre tossica e suicida, irlandese
subalterno alla mafia italiana. Rapine,
inseguimenti e colpi di mitra servono
solo a declamare la storia d'amore del
bandito con la direttrice della banca
(Rebecca Hall), presa in ostaggio e poi
corteggiata. Il film è lontano da Mystic
River, ma che una direttrice di banca
sia dalla parte del «nato per rubare»,
non è male. (m.c.)
L’ULTIMO DOMINATORE
DELL’ARIA
DI M. NIGHT SHYAMALAN, CON NOAH RINGER,
TORINO, SALONE DEL GUSTO 22 OTTOBRE
DEV PATEL, USA 2010
Otto città con il gusto del buon vivere e del
tempo disteso come filosofia di vita sono
raccontate in «Le città slow» l’ultimo lavoro
di Piero Cannizzaro. Venerdì 22 ottobre
presenta uno di questi lavori a a Torino al
Salone del gusto (21 - 25 ottobre): Città
slow Pollica per ricordare il sindaco Angelo
Vassallo (foto) ucciso il 5 settembre, già
vicepresidente di Cittàslow e ispiratore della
serie. Attraverso i luoghi e i volti incontrati
nelle cittadine Cannizzaro racconta con il
suo stile poetico e incisivo il rispetto della
salute, della solidarietà e della spontaneità
del vivere insieme: Orvieto, Pollica, Bra, Cisternino, Levanto, Greve in Chianti, Massa
Marittima e Amelia fanno parte di questo ciclo di documentari. Si incontrano non
solo luoghi e coltivazioni, ma anche personaggi e testimonianze di vita, quasi un
obbligato punto di arrivo dopo il «Cibo dell’anima», la serie dei suoi documentari
dove si raccontava il cibo legato alle diverse religioni. (s.s.c.)
4
Avatar ha aperto i suoi cantieri celesti e sedotto il regista di origine indiana Shyamalan, che dalla trascendenza di Il
sesto senso è passato alla grande saga
fantasy. Film d’iniziazione che non ha
nulla dell’acidità infantile di Nel paese
delle creature selvagge di Jonze. Nessun detour emozionale spezza la monotonia delle immagini, sfigurate da un
3D posticcio. Inutilmente Shyamalan
cita Miyazaki con il suo gatto-autobus
volante a sei zampe o tenta il miracolo
digitale in una gigantesca onda sospesa. Il film è un disastro produttivo, un
innesto non riuscito tra il visionario
cacciatore di spettri e i piani milionari
degli executives. (m.c.)
OSTIENE GAMER
di Carlo Avondola
A
L’AMORE BUIO
filippo brunamonti
a. catacchio
mariuccia ciotta
giulia d’agnolo
vallan
cristina piccino
roberto silvestri
s.s. collins
S
SEGUE DA PAG 5
SINTONIE
Lord Zombie. Accantonato non si sa
quanto definitivamente il progetto
Tyrannosaurus Rex, e sfumata inoltre l’ipotesi di un successivo remake (dopo quello ibrido e concettuale firmato Chuck Russell) di The
Blob, Rob Zombie annuncia il suo
titolo cinematografico del 2011:
The Lords of Salem, in realtà una
sua canzone, ma anche uno script
tenuto nel cassetto su una Salem
contemporanea i cui abitanti si trovano a fronteggiare la demoniaca
presenza di un manipolo di fattucchiere vissute trecento anni prima.
A convincere il regista della Casa
del diavolo sarebbe stata la garanzia da parte della produzione (la
stessa di Paranormal Activity) sul
controllo totale di sceneggiatura,
casting e montaggio, diversamente
da quanto accaduto con i due – pur
meravigliosi – Halloween (2007 e
2009), una esperienza che gli avrebbe lasciato l’amaro in bocca distogliendolo dal piacere di immaginare nuovi rifacimenti. Ma un sogno
proibito – per uno dei pochi talenti
Usa attualmente in circolazione – si
aggiunge qui: chi se non Zombie
potrebbe rifare il dimenticato capolavoro L’etrusco uccide ancora (Crispino 1971), magari con un cameo
speciale di Samantha Eggar?
La casa di Waris. Ancora un giorno
(chiude il 17 ottobre) per visitare a
New York un singolare mercatino,
ospitato nei pressi della High Line
di Chelsea e organizzato dalla fervida mente di Waris Ahluwalia, artista
filantropo, creatore di gioielli e attore (era il capotreno del Darjeeling
Limited di Wes Anderson e il Mr.
Kubelkian di Io sono l’amore). Il
progetto-installazione – che richiama il suo sofisticato brand – si intitola House of Waris Tea Room, e
accumula in prospettiva nonprofit
un bel po’ di mercanzia upper, dalle invenzioni della stilista sonica
Cynthia Rowley alle borsette iperreali di Olympia Le-Tan, le creazioni
delle fashion sisters Kate e Laura
Mulleavy di Rodarte ispirate da A
bout de souffle insieme alle opere
di Eric Anderson, non dimenticando
di offrire una selezione di tè direttamente proveniente dalle altitudini
dell’Himalaya.
Cinema permanente a Lisbona. La Cinemateca Portuguesa di Lisbona (39,
Rua Barata Salgueiro) con la sua
sezione fissa di proiezioni Historia
Permanente do Cinema moltiplica
– per accostamenti trasversali e benemeriti dissotterramenti – il godimento della visione retrospettiva,
tumultuosamente disancorata dal
peso dei sensi unici di giudizio. Così come accade nella seconda metà
di ottobre: il prossimo 23 ad esempio arde luminosamente con The
Revolt of Mamie Stover (Femmina
ribelle, 1956) di Raoul Walsh, con
Jane Russell donna di vita a Honolulu dopo Pearl Harbor in lotta contro pregiudizio e sentimentalismo
(oltre che a confronto diretto con la
leggendaria Agnes Moorehead),
insieme al curioso e sconosciuto
Das Madchen Von Gestern Nacht
(1938, di Peter Paul Brauer con
Willy Fritsch, ovvero il romanticismo
secondo il canone del Terzo Reich)
e a tre corti di raro pregio marginale, il classico Rabbit’s moon di Kenneth Anger (’50), Song of Hollywood del venezuelano Temistocles
Lopez (’70) e Sex Garage (’73, di
anonimo), coito filmato e non interrotto tra umani e motociclette.
■ STORIE ■ COSA CI FACEVA QUARANT’ANNI FA MILES AL FUNERALE DI JIMI? ■
Insieme sul pianeta nero
La tromba di Miles Davis; la Hofner Club 60,
tra le prime chitarre acquistate da Jimi.
La copertina del disco «mai nato» di Jimi, Davis
e Gil Evans; Miles al funerale di Hendrix
di Alberto Piccinini
L’
unico funerale al
quale Miles Davis partecipò, a parte il proprio, fu quello di Jimi Hendrix. Scese vestito di nero da una
delle 24 limousine parcheggiate in
fila di fronte alla Dunlap Baptist
Church di Seattle, il primo ottobre
1970. Il manager di Hendrix, l’inglese Mike Jeffreys, aveva organizzato
tutto. Pagati i voli da New York, Los
Angeles, Londra, per musicisti, giornalisti, roadie, impresari. Pagate le
stanze all’Holiday Inn dell’aeroporto, dove si svolse quello che il giornalista Al Aronowitz descrisse come
«un baccanale sulla tomba di Jimi».
Il trombettista aveva viaggiato
sul volo da New York. Mai a suo
agio tra più di dieci persone, divorato dalla solita ossessione per la coolness, aveva preferito scendere in
una suite del Plaza. Col parrucchiere Vinnie, giusto per capire il tipo, e
una momentanea fidanzata: Jacki,
casualmente conosciuta all’aeroporto. L'anno prima Davis aveva interrotto il breve matrimonio con la
24enne modella e cantante Betty
Mabry, la «ragazza del Kilimanjiaro» che aveva dato il suo volto alla
copertina dell’ultimo album jazz ortodosso della sua lunga carriera, e
che – soprattutto - lo aveva introdotto nel giro dei rocker neri più radicali: Sly Stone e Jimi Hendrix.
Era stata la gelosia per Betty a
spingerlo verso Hendrix. Una specie di crisi di mezza età, forse la
chiacchierata storiella tra il chitarrista più bravo di tutti e la sua bellissima moglie coll’ afro sulla testa, una
dea del black power. Nel 1975, nelle
vesti di cantante sexy-funk lei aveva
inciso un pezzo «femminista» intito-
nare la strada che l’aveva portato al successo (e
molti videro in questo durissimo scontro uno
dei motivi della sua misteriosa fine). Viveva sempre più come un limite il suo essere autodidatta.
Marionetta di un ingranaggio (bianco) che non
poteva controllare. I tempi stavano cambiando.
Le Black Panther venivano a trovarlo in camerino dopo i concerti, chiedendogli di sostenere le
loro attività. E nell’estate del 1969, a cavallo dell’esibizione di Woodstock, Hendrix
si trasferì in una casa-comune da
quelle parti.. Liquidato il trio con
Mitch Mitchell e Noel Redding, prese a frequentare musicisti afroamericani di esperienza jazzistica, come Roland Kirk, Sam Rivers, il pianista Mike Ephron.
Suonava notte e giorno con loro,
lato He was a big freak, ridicolizzanin lunghe jam di alcune delle quali
do il suo uomo che amava farsi fruneppure è rimasta traccia registrastare con una cinta turchese. Qualta. Aveva battezzato la sua comune
cuno ci aveva visto un ritratto non
creativa Sky Church, chiesa del cieproprio lusinghiero di Miles Davis.
lo. Con alcuni dei suoi nuovi comIl jazzista, che teneva alla sua repupagni di viaggio salì sul palco di
tazione quanto alla sua leggendaria
Woodstock: il bassista Billy Cox, il
collezione di occhiali scuri, ribattè
chitarrista Larry Lee, i percussionipiccato che Betty, semmai, si riferisti Gerry Velez e Juma Sultan (queva a Hendrix.
st’ultimo veniva dal giro del sassoTutto il breve rapporto tra il 46enfonista free Archie Sheep). Solo per
ne Davis, che già allora poteva riemuna suprema quando involontaria
pire due capitoli di un qualsiasi licattiveria la rudimentale registrabro di storia della musica, e il 27enzione dell’esibizione di Woodstock
ne Hendrix, nuovo sciamano elettri– una delle più celebri, quella che
co piovuto da marte (dissero di lui:
termina con la devastazione dell’in«sarebbe diventato il Miles Davis
no americano – ha fatto scomparidella sua generazione») fu costellare nel silenzio il tappeto percussivo
to da piccole cattiverie. Come la voldi tutta la Band of Gypsys, come fu
ta che il trombettista non si presenbattezzato il gruppo, salvo la battetò a un affollato party nella sua casa
di New York,, lasciando a Hendrix
un bigliettino con sopra scritto un
tema musicale. Il chitarrista, che
non sapeva leggere la musica, ne
era rimasto costernato.
Tra il 1969 e il 1970 Davis e Hendrix entrarono nello stesso giro di
bella gente, musicisti radicali afroamericani, a New York. Frequentavano le stesse feste, si trovavano a cena assieme, bazzicavano la stessa
boutique del Lower East Side. Giubbotti, cinture, pantaloni. Rigorosamente in pelle. La boutique era della moglie di Alan Douglas, produttore delle riprese di Woodstock, che
ebbe la parte principale nel tentare
uno di quelle leggende incompiute
che ancora aleggiano sulla storia
della musica del secolo scorso: la
collaborazione discografica tra Miles Davis e Jimi Hendrix.
In generale Hendrix cominciava
a sentirsi strette, anche un po’ cialtrone, le sue esibizioni in trio con
gli Experience. Il chitarrista era
pressato in tutti in modi dal manager Mike Jeffreys per non abbando-
La collaborazione
tra Hendrix e Davis
è una favola
incompiuta
della cultura
radicale nera anni
’70. Si erano
frequentati a New
York: uno cercava
un maestro, l’altro
un nuovo mondo
sonoro. Del disco
mai inciso resta
solo la copertina
ria di Mitch Mitchell.
Alan Douglas, trovata l’idea di
una collaborazione con Miles Davis, aveva fatto le cose per bene. Aveva convinto Gil Evans – arrangiatore di alcuni dei capolavori di Davis –
a curare la regia della cosa, anche
per smussare eventuali problemi di
ego in sala di registrazione. Evans,
come tanti altri jazzisti, teneva in
grande considerazione Hendrix. Lo
stesso Hendrix aveva dichiarato più
volte che nella sua nuova vita avrebbe voluto imparare a leggere la musica per lavorare su partiture più
complesse. L’idea che aveva del
jazz discendeva ancora dal suono
delle big band degli anni ’40, ascoltate con suo padre: che tra le sordine di Ellington e il wah wah sulla
Fender si possa tracciare un filo rosso è ipotesi non troppo peregrina.
Senonchè Davis ci mise, ancora
una volta, qualcosa del suo. Il giorno prima della prima session Douglas riceve una telefonata del manager del trombettista: «Mi dispiace
dirtelo, Alan, ma Miles vuole 50.000
dollari prima di andare in studio».
Douglas allora chiama Davis: «Miles che succede?», gli chiede. «Dai,
so che ce la puoi fare», ammicca ikl
trombettista. «No che non posso»,
insiste Douglas. Hendrix, che è lì
presente, capisce l’antifona, e bofonchia qualcosa tipo «Vabbè andiamocene a mangiare». Allora chiama
il giovane batterista di Davis, Tony
Williams. E' infuriato: «Ho saputo
che dai 50.000 dollari a Miles!».
Tony Willams, 24 anni, aveva partecipato nell'aprile 1969 alle session di In a silent way, l’annuncio
della svolta elettrica di Miles Davis
coi pianisti Joe Zawinul e Chick Corea, che avevano circondato come
gli indiani il povero Herbie Hanckock, e con un giovane chitarrista
inglese, John Mc Laughlin. Ancora
McLaughlin compare qualche mese dopo nelle session di Bitches
Brew, il doppio e definitivo album
del Davis elettrico, uscito giusto
quarant’anni fa.
Bitches Brew è già l’alfa e l’omega di tutto: l’esplorazione di un
nuovo pianeta, il vero disco «hendrixiano» di Miles Davis; ma anche
la nascita della fusion e del jazzrock, l’idioma multinazionale e
spesso pletorico del decennio che
viene. Ha raccontato una volta Robert Wyatt di aver assistito in quel
periodo a una jam session a New
York, accanto a Jimi Hendrix. Sale
dul palco il chitarrista «fusion» Larry Corryel e macina dieci minuti di
scale velocissime. Sale Hendrix, subito dopo, e attacca: «Bam-wahwah-waah!». «Con quattro note – ricordava ridendo Wyatt – Jimi lo ha
cancellato!».
Ma Hendrix sentiva il bisogno di
un maestro, e quello avrebbe potuto essere Miles Davis. Davis, a sua
volta, aveva bisogno di uscire dalla
claustrofobia del jazz. Aveva voglia
di stupire tutti di nuovo, abbandonando al proprio destino il jazz modale, il free jazz, Coltrane e Coleman. La sera che Douglas lo portò
a vedere Hendrix, in un club di
New York, rimase a bocca aperta.
Disse soltanto: «Che sta facendo?
Che cazzo sta facendo?». L’impressione, riascoltando le incisioni dei
due musicisti in quel periodo, è
che qualcosa li stesse spingendo
verso lo stesso pianeta. Third stone
from the sun, come quel pezzo di
Hendrix..O un Pianeta Nero (come
un titolo dei Public Enemy) rarefatto, funky, sexy, infestato da misteriose elettriche presenze. Davis attaccò un wah wah alla tromba..
Hendrix fece suonare la sua chitarra come la tromba di Davis.
E Davis uscì dal jazz, per entrare
in un mondo che rimase soltanto
suo. Hendrix uscì dal mondo e basta così. Del progetto discografico
con Gil Evans resta la copertina disegnata dell’artista pop-surrealista
Mati Klarvein, che immaginò per
primo il Black Planet dov’era riuscito a sbarcare Davis – sua è pure la
copertina di Bitches Brew. E mentre
Gil Evans arrangiò e incise alcuni
pezzi celebri di Hendrix, a Davis
scappò l’ultima cattiveria. Accettò
nuovamente di partecipare alle session messe in piedi da Alan Douglas. Che sarebbero dovute iniziare
pochi giorni dopo che Hendrix fu
trovato cadavere a Londra.. Così
non gli restò che andare al suo funerale. Col cuore spezzato, dissero.
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (11
di Luigi Onori
I
l jazz italiano di avanguardia si interroga e celebra Albert Ayler e Malcolm X, alla ricerca di un’eredità viva - sia
sonora che politica - mentre in Italia soffia forte il vento del razzismo, dell’intolleranza, dell’incultura. Non è un caso
che il polistrumentista Paolo Botti e il sassofonista-clarinettista Francesco Bearzatti attingano l’uno al repertorio di
Ayler per riproporlo in una chiave nuova che mantiene il nucleo emotivo della musica e la sua urgenza politica (come spiegano in questa pagina Flavio Massarutto e lo stesso Botti) e l’altro alla figura scomoda di Malcolm X e al suo
lucido radicalismo. Entrambe le operazioni mettono l’accento sulla matrice afroamericana del jazz e sulla connessione forte e inscindibile tra l’espressione sonora di una comunità e la sua travagliata storia, sul valore identitario e oppositivo - seppur non apocalittico sempre e dovunque - del jazz. Sono messaggi non scontati in stagioni di «fine dell’ideologia» e non perché ci sia bisogno di integralismi razziali e sonori al contrario (il jazz è solo nero). È però necessario (far) conoscere la storia e sapersi ispirare creativamente e non mimeticamente ai suoi protagonisti, come fanno Botti e Bearzatti. Siamo in una fase in cui si tende a fare del jazz un fenomeno di glamour, di tendenza modaiola,
colonna sonora ideale per gli happy hour; a quest’uso decorativo si affianca, in un significativo parallelo, un’idea del
jazz che lo riduce - mitizzandolo - ai decenni ’40-’60, in un arco stilistico che comprende, bebop, hardbop e modalismo, senza nulla prima o dopo. Albert Ayler e Malcolm X non rientrano in queste fuorvianti o utilitaristiche semplificazioni e le fanno esplodere.
Archie Shepp incise in quartetto il 9 marzo del 1965 (a due settimane dall’omicidio del leader nero all’Audubon
Ballroom di Harlem) lo struggente Malcolm, Malcolm-Semper Malcolm (pubblicato in Fire Music, Impulse) e da allora tante sono state le rievocazioni in jazz. Il Poem for Malcolm (Byg) registrato ancora da Shepp a Parigi nell’infuocato 1969; la colonna sonora di un documentario sul leader nero - Malcolm X, Warner - uscito nel 1972
con brani di Duke Ellington, Billie
Holiday e Last Poets; Colloquio con
Malcolm X (Pdu) di Giorgio Gaslini,
una musical-action del 1973-’74
con cantanti lirici, voci recitanti, coro, big-band, solisti quali lo stesso
autore, Gianni Bedori, Bruno Tommaso, Franco Tonani e testi di Ettore Capriolo; negli anni ’80 si registrano Season of Renewal (Jmt) del sassofonista Greg Osby e X-The Life
and Times of Malcolm X (Gramavision) del pianista e compositore Anthony Davis, autore nel 1986 di
un’opera lirica in tre atti scritta per
undici voci su libretto della poetessa e scrittrice Thulani Davis; negli
anni ’90 ecco MX-Dedicated to the
Memory of Malcolm X (Red Baron,
1992) del sassofonista David Murray ed i cd legati al film di Spike Lee:
la colonna sonora di Terence Blachard (Columbia) e la raccolta dei
brani di repertorio usati nel film del
1992 (QWest/Reprise).
Ben venga, quindi, il crudo e intenso - dal tragico e epico Prologue/
Hard Times fino all’(Epilogue) rappato con dura fierezza/consapevolezza da Napoleon Maddox - album
di Francesco Bearzatti. Sassofonista, clarinettista, compositore, da
sempre jazzista eterodosso e molto
noto in Francia, ha puntato la sua
attenzione su uno dei leader neroamericani più controversamente
amati con il cd X (Suite for Malcolm), edito di recente dalla Parco
della musica records. Attorno a Bearzatti una delle più belle formazioni del jazz europeo, il Tinissima
quartet. L’album è illustrato dalle tavole scure e dense di Francesco
Chiacchio (il design è di Marco Sauro). Ne abbiamo parlato con il leader-sassofonista mentre, dopo qualche concerto estivo si annuncia un
tour autunnale di presentazione
che dopo Barcellona (Barcelona
Jazz Festival) toccherà Gioia del Colle (Ba; Ueffilo Jazz Club, 24/10), Bisceglie (Ba; cinema comunale,
26/10), Bacoli (Na; biblioteca comunale, 28/10), Napoli (29/10), Castellanza (VA; università, 5/11), Bologna (Bravo Caffè, 10/11), Parigi (Triton Jazz Club, 11/11), Cagliari (European Jazz Expo, 19/11), Brescia (teatro Eden, 14/12).
però nel suo caso con una motivanamori del jazz e, quindi, ami la culC’è un legame tra il precedenzione talmente forte da azzerarsi
tura afroamericana, ovviamente ad
te album dedicato a Tina Moquasi completamente, soprattutto
un certo punto lo porta ad imbatterdotti (sempre Parco della muquando lavorava per Soccorso rossi anche in Malcolm X. Quando avesica) e questo nuovo, a parte
so. Partendo da quell’esperienza ho
vo letto l’autobiografia da ragazzo
l’utilizzazione del medesimo
deciso di tenere unito il gruppo in
ero rimasto molto colpito e quando
organico?
onore suo (Tinissima è il superlaticercavo un personaggio da celebraIl gruppo si chiama ancora Tinissivo di Tina), un gruppo combat che
re mi veniva in mente lui, mi rivenima quartet, per me è importantissisi occupa di personaggi che sono
va, però quel continuo «aspetta, è
mo… vado un po’ indietro. Il lavoro
stati molto importanti però tendopericoloso, non è cosa nostra…»,
per la Modotti è nato da un amore
no a essere accantonati proprio per
perché, sai come è, Malcolm è intocsviscerato che ho avuto e ho nei
la loro pericolosità nei confronti del
cabile.
suoi confronti; ero molto ispirato,
potere. A me interessa portare, inveho letto moltissimo, ho cercato (e vice, alla ribalta questo tipo di persoI jazzisti, però, lo hanno spessionato) tutto, dai fumetti alle bionaggi e ciò, tra l’altro, mi aiuta nelso celebrato.
grafie varie, a internet e ho sentito
l’ispirazione. Non c’era bisogno di
Però per un bianco della provincia
molto forte la sua presenza umana,
me per far conoscere Tina Modotti
italiana sembrava un po’ complicapolitica, sociale ed artistica. Tutte
ma devo dire che - attraverso il dito. Poi, in realtà, seguendo bene la
ciò mi ha fatto partire per quel viagsco che ha venduto moltissimo e i
fase finale della sua esistenza, dopo
gio sonoro. Se ci si imbatte in Tina
numerosi concerti - tanta gente mi
il viaggio a La Mecca quando pratiModotti - a parte le sue foto che soha scritto o detto di aver scoperto la
camente supera la barriera razziale
no già di per sé un viaggio (vedere il
Modotti...
e scopre che ci sono dei bianchi che
passaggio dai primi scatti alle foto
non sono «teste di cazzo», da lì il leadi denuncia) -, quando leggi la sua
Per il nuovo progetto su Malder neoramericano diventa veravicenda è una cosa da rimanerne
colm X - «X (Suite for Malmente pericoloso. Io sono partito
folgorati: una persona straordinacolm)» - come hai lavorato e
proprio da quel punto e a ritroso, coria, con un’umanità incredibile. Mi
da quali fonti sei partito?
me per Tina Modotti, sono andato
ha sempre colpito l’interesse che
Essendoci meno fonti - a parte l’aualla sua infanzia e ho cercato - sinaveva per gli altri senza un credo retobiografia - ho lavorato in maniera
tentizzandoli - di ricostruire i pasligioso, che io rispetto tantissimo,
molto emotiva. Il fatto che uno si insaggi esistenziali fondamentali.
Due splendidi «cattivi maestri» e due
artisti italiani che ne rileggono il ruolo
all’interno della comunità nera e oltre.
Musiche e visioni politiche in netta
opposizione al tentativo di ridurre il jazz
a un genere sempre più «di moda»,
preda di bar e insipidi happy hour
■ ICONE/1 ■ FRANCESCO BEARZATTI RACCONTA IL CD-TRIBUTO AL LEADER NERO ■
Solo Malcolm X
12) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
La «X (Suite for Malcolm)» ha
una sua precisa struttura.
L’ho costruita in maniera che i movimenti, scritti con i numeri romani, arrivassero fino al decimo, alla X.
Sono partito da un prologo: a un
certo punto era minacciato dai suoi
stessi compagni di lotta, dall’organizzazione (Nation of Islam di
Elijah Muhammad, ndr) che lui
stesso aveva contribuito a far diventare importantissima. Hai presente
quella foto famosa di Malcolm X
con il mitra, dietro la finestra? Io sono partito da lì e ho scritto un prologo, tragico, per poi andare indietro,
quando la sua abitazione viene bruciata dal Kkk, ho ricostruito i viaggi
e i lavori al tempo in cui Malcolm
cercava ancora di integrarsi e quindi si stirava i capelli… Ho messo anche un momento ludico che si chiama Cotton Club però non ho scritto
un pezzo di lindy hop ma disco anni ’70, la musica da ballo di quando
ero ragazzo, e mi sono permesso
questo trasporto temporale. Ho cercato di rendere nel miglior modo
possibile il momento in cui lui, con
il crimine e la droga, è arrivato al
carcere, poi la scoperta e la conversione all’Islam, il fatto che è diventato - poco alla volta - un grandissimo
leader di riferimento per la comunità afroamericana, il viaggio a La
Mecca e la morte. C’è un epilogo
che è il prologo messo in forma di
rap e lì ho chiamato come ospite un
collaboratore di Archie Shepp che si
chiama Napoleon Maddox e fa beat
box: ha scritto un testo che ha rappato (Malcolm, Enough). Ho voluto
aggiungere una postilla sonora - sono sempre stato grande ammiratore anche di Muhammad Alì - che si
richiama al combattimento di Kinshasa, una ghost track.
Secondo te ha una particolare
valenza tornare a parlare di
Malcolm X nel momento in cui
c’è Barak Obama alla presidenza degli Usa?
Sì ma nel mio caso è casuale, perché sono amori (Malcolm X e
Muhammad Alì) che ho sempre
avuto; vedo anch’io una sorta di
continuità, mi fa piacere, ma è del
tutto casuale.
(si ringrazia Marco De Persio)
■ ICONE/2 ■ UNA VITA BREVE E TRAGICA ■
La sua influenza
è stata enorme.
Sperimentò
la conduzione
multidirezionale
del gruppo
e approfondì temi
etnici distanti
dalla tradizione
afroamericana.
Quando si spostò
sul soul in molti
pensarono
che si fosse perso.
Ancora oggi
lo «spirito santo»
fa scuola
Albert Ayler, l’uragano
col sorriso dolce
di Flavio Massarutto
I
di F. Mas.
Paolo Botti è uno dei più interessanti musicisti del nuovo
jazz italiano. Specialista di uno
strumento poco frequentato
come la viola, il quarantenne
musicista romano - milanese
d’adozione - dopo aver pubblicato per l’etichetta Caligola Records i bellissimi Viola Trio
(2005) e Looking Back (2007)
ha fatto da poco uscire, sempre per la medesima casa discografica, un tributo ad Albert
Ayler.
Angels and Ghosts. The Ayler
Tapes è un notevole lavoro registrato in completa solitudine
nel quale Botti alterna alla viola anche banjo, dobro e mandolino. Tutto rigorosamente
senza sovraincisioni. Lo abbiamo intervistato.
Come mai hai pensato ad un intero lavoro dedicato ad Albert Ayler?
Ayler è un po’ un universo a sé
nel panorama delle avanguar-
l 25 novembre 1970 il corpo di Albert Ayler fu ripescato dall’East River,
a Brooklyn. La causa del decesso: annegamento. Immediatamente cominciarono a fiorire le più svariate ipotesi sulla sua morte. Il mistero che avvolgeva i
suoi ultimi giorni e il clima di tensione e violenza di quegli anni fecero sì che
si pensasse a una causa violenta, affari di mafia o droga, o a un complotto dell’ F.b.i. Teorie che continuano ancora oggi a circolare nonostante le memorie, rese pubbliche da tempo, della sua ultima compagna, Mary Parks, che testimoniano la depressione e i problemi psichici del sassofonista afroamericano. Sta di fatto che è più comodo e intrigante mantenere l’aura dell’eroe tragico da collocare bene in vista nella folta galleria dei Martiri del Jazz.
Il sublime distruttore di note, lo spirito santo del free jazz (il padre era John
Coltrane e il figlio Pharoah Sanders), l’uragano dal sorriso dolce. Nella sua
Qui sopra Davide
breve vita conclusa tragicamente a soli trentaquattro anni Ayler aveva impresToffolo ritrae Albert
so una fulminante accelerazione al movimento che stava trasformando il
Ayler (dal fumetto
jazz e andava sotto i nomi di new thing e free jazz. Dapprima con l’influente
«Visioni»); a sinistra
Spiritual Unity (Esp, 1964) insieme al contrabbassista Gary Peacock e al batteMalcolm X
rista Sonny Murray aveva sperimentato la conduzione multidirezionale del
(di Francesco Kiakkio)
gruppo, facendo in modo, cioè, che ogni musicista seguisse una propria e audal libretto del cd «X
tonoma linea ritmica e melodica. Poi aveva approfondito l’utilizzo di temi di
(Suite for Malcolm)»
stampo folclorico, anche estranei alla tradizione afroamericana, secondo un’ottica che anticipava di decenni l’inebriante girandola di citazioni
e cortocircuiti culturali che saranno
dominanti (Spirits Rejoice, Esp, 1965
e Live in Greenwich Village, Impulse, 1965/67 ).
Infine nell’ultimo periodo si era
gettato nella ricerca di fusioni inedite tra strumenti (come la cornamusa) e stili scandalosamente eretici
per la chiesa del jazz, persino per
quella riformata del free tanto da
meritarsi all’uscita del controverso
New Grass (Impulse, 1968) la presa
di distanza di Amiri Baraka, un tempo suo fervido sostenitore, che allora disse laconicamente: «Il fratello Albert si è perso».
In realtà Ayler, refrattario a qualsivoglia ortodossia, aveva più volte dimostrato di essere interessato alla
sua personale ricerca e di essere fedele solo a quella. Le accuse di deriva commerciale gli furono gettate
addosso come a un altro grande inquieto, quel Miles Davis che faceva
di tutto per immergersi nella black
music e per sfruttare le opportunità
offerte dagli strumenti elettrici. Anche altri esponenti dell’avanguardia
come Archie Shepp avevano, pur da
una prospettiva esplicitamente politica, incrociato la loro musica con il
soul, il rhythm’n blues e il funk. Certa critica, però, priva degli strumenti
analitici che solo anni più tardi le sarebbero derivati dalle teorie del signyifing e del black Atlantic, non
comprese o non volle comprendere.
Oggi possiamo con maggior equilibrio leggere quelle ultime incisioni
al di là della loro riuscita come passi
di una ricerca, prematuramente interrotta, coerente con una visione
che attraversa tutta la sua opera. Ancora oggi l’influenza di Albert Ayler
sullo sviluppo del jazz e sul linguaggio sassofonistico è stata enorme a
partire dalla scena dei Loft degli anni ’70 - il sassofonista David Murray
gli dedicherà lo splendido Flowers
for Albert - fino alla musica improvviPAOLO BOTTI/ INTERVISTA
sata europea. Negli anni ’90 Giorgio
Gaslini fece un’attenta opera di trascrizione di temi e brani ayleriari
dando vita ad Ayler’s Wings (Soul Note), molto apprezzato dalla critica e
die jazzistiche, è un musicista
attraverso tutta la sua produzione,
dal pubblico. Tra i tanti tributi a lui
che ho sempre apprezzato ma
anche quella degli ultimi, controdedicati si consiglia caldamente il
di cui non avevo più di tanto
versi, dischi…
turgido Healing Force. The Songs of
approfondito il linguaggio. NeHo cercato di prendere in esaAlbert Ayler (Cuneiform Rune, 2007)
gli ultimi anni - grazie anche
me tutta la discografia di Ayler,
ad opera di un settetto guidato dal
alla vicinanza con amici musicidalle primissime testimonianze
chitarrista Henry Kaiser e tutto insti come Edoardo Marraffa e
scandinave (con il classico Mocentrato sugli ultimi due album.
Filippo Monico, da sempre deanin’ di Bobby Timmons), alle
Nel 2004 la Revenant gli ha dedivoti al grande sassofonista di
ultime produzioni elettriche.
cato un ricco cofanetto con preziosi
Cleveland - ho avuto modo di
Indubbiamente per chi ha in
memorabilia, un libro di più di dueindagare e approfondire le molmente e nel cuore il suono di
cento pagine e nove cd, più un bote implicazioni e contraddizioni
Ayler accompagnato da ritminus, di registrazioni rare e inedite
della sua arte che è emblematiche fluide come quella esem(Holy Ghost, 2004). Un vero tesoro
ca rispetto a un tema che mi
plare di Sunny Murray e Gary
che ha tra i suoi gioielli il commosta molto a cuore in questo periPeacock può risultare frustranvente concerto tenuto ai funerali di
odo: il legame tra avanguardie
te l’ascolto di quei lavori basati
John Coltrane e i demo dell’album
e sperimentazione con le origisu semplici ostinati rhythm
New Grass.
ni del suono afroamericano,
and blues, ma per altri versi è
con il folklore, con il blues, con
stata proprio questa vicinanza
la musica di New Orleans ecc.
al linguaggio del blues più geSicuramente è questo legame
nuino e meno astratto a renderAl centro Ayler da ragazzo, a destra
quello che mi ha spinto a dedili utili alla mia ricerca.
tre dischi: Love Cry (Ayler), Angels
care un lavoro alla sua figura.
& Ghosts (Botti), Music is the Healing
Tu sei noto come un ottimo violiForce of the Universe (Ayler)
Colpisce il fatto che hai spaziato
sta ma qui suoni anche, e soprat-
Le avanguardie del folk
tutto, banjo, dobro e mandolino. È
solo un episodio o ti ascolteremo
ancora come polistrumentista?
Negli ultimi anni ho dedicato
molto tempo e energie ad approfondire lo studio di questi
strumenti che mi appassionano tanto, e sicuramente si tratta di un percorso che continuerà. Il banjo in particolare
rappresenta ai miei occhi un
emblema della musica afroamericana avendo la sua origine proprio negli strumenti
che gli schiavi avevano portato con loro dall’Africa ibridandosi poi con gli strumenti a
corde europei. Nel jazz è stato un’insostituibile parte della
sezione ritmica fino all’avvento della chitarra elettrica, ed è
stato poi relegato a un ruolo
revivalistico, quasi esclusivamente nel dixieland. Oggi assistiamo a un rinato interesse
per questo strumento anche
sulla spinta di alcuni importanti musicisti di estrazione
blues che lo hanno riproposto
con forza come Taj Mahal e
più recentemente Otis Taylor.
Tutto il tuo disco ha un preciso
profilo estetico. Puoi parlarcene?
Non ti nascondo che questo
lavoro ha rappresentato per
me un azzardo: svuotando i
semplici temi di Ayler dalla visceralità del suo suono sassofonistico si potrebbe finire col
banalizzarli o peggio normalizzarli. Per evitare questo rischio
ho cercato di esaltare la materialità del suono degli strumenti che ho scelto, materialità certo molto diversa dall’originale,
ma proprio per questo stimolante. Da un lato questo lavoro
mi ha portato a compiere il processo inverso a quello di Ayler.
Cioè riportare alla loro dimensione folklorica i suoi temi, ma
ho sempre cercato di non limitarmi a questo aggiungendo
ogni volta qualcosa di mio e di
originale. Il risultato è un disco
che non so se è più jazz o più
folk, più d’avanguardia o più di
revival, più di Albert Ayler o più
di Paolo Botti…
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (13
Geoff Farina + Chris
Brokaw
ON THE ROAD
New Model Army
Nella musica dello storico gruppo
britannico si mischiano il punk e il
pop, con uno spiccato senso melodico. Un tour per festeggiare i
trent'anni di carriera e per salutare definitivamente il loro pubblico.
ROMA SABATO 16 OTTOBRE (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)
Anti-Flag
Vengono da Pittsburgh, suonano
punk e condiscono i loro testi di
uno spirito ipercritico nei confronti
della società americana e dei suoi
«poteri». Nella stessa serata anche
i Pulled Apart by Horses e Swellers.
MILANO GIOVEDI' 21 OTTOBRE (TUNNEL)
Beautiful
La nuova band che mette insieme
i tre Marlene Kuntz (Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia)
l'ex Csi Gianni Maroccolo e il dj e
producer inglese Howie B ha appena pubblicato l'album d'esordio,
omonimo, e parte per una tournée italiana.
Insieme l'ex leader dei Karate e
l'ex membro dei Codeine.
VARESE SABATO 16 OTTOBRE (TWIGGY)
FIRENZE DOMENICA 17 OTTOBRE (SALA
VANNI)
ROMA GIOVEDI' 21 OTTOBRE (BLACKOUT)
SCHIO (VI) VENERDI' 22 OTTOBRE (MAC2)
COLLE VAL D'ELSA (SI) SABATO
23 OTTOBRE (SONAR)
Magic Arm
Sonorità che mettono insieme il
folk, il rock e l'elettronica per l'artista inglese Marc Rigelsford, alias
Magic Arm.
FAENZA (RA) SABATO 16 OTTOBRE
(CLANDESTINO)
Half Seas Over
Il duo angloamericano propone
un pop-folk-blues delicato e sofisticato.
BOLZANO MARTEDI' 19 OTTOBRE
(VINTOLA)
FIDENZA (PR) SABATO 23 OTTOBRE
(TAUN)
14) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
MILANO SABATO 16 OTTOBRE (TUNNEL)
La band britannica neo-progressive rock fa parte della scuderia di
Steven Wilson.
Supertramp
ROZZANO (MI) DOMENICA 17 OTTOBRE
(SPAZIO AURORA)
La storica band inglese di Breakfast in America (disco del 1979)
è tornata.
TORINO SABATO 23 OTTOBRE
(PALAOLIMPICO ISOZAKI)
Tweak Bird
Una data per i fratelli Bird, chitarra baritono e batteria, e per il loro
stoner rock venato di psichedelia.
TRIESTE DOMENICA 17 OTTOBRE (TETRIS)
Allan Holdsworth
Uno dei più apprezzati chitarristi
della scena internazionale.
FOGGIA MERCOLEDI' 20 OTTOBRE
(MOODY JAZZ CAFFE')
ROCCAFORZATA (TA) GIOVEDI'
21 OTTOBRE (GO WEST SALOON)
CIVITANOVA MARCHE (MC) VENERDI'
22 OTTOBRE (MAGGA)
ROMA SABATO 23 OTTOBRE (JAILBREAK)
Avenged Sevenfold
Puro heavy metal per la formazione californiana.
Songs with Other
Strangers
La storia del punk inglese.
African rap’n’folk da Bamako,
prodotti da Manu Chao.
The Pineapple Thief
We Have Band
The Damned
Smod
Sono in giro dalla fine degli anni
Ottanta e hanno un grosso seguito tra gli amanti dell’hardcore e
dell’indie rock. Sul palco anche i
Madball.
CONEGLIANO VENETO (TV) MERCOLEDI'
20 OTTOBRE (RADIO GOLDEN)
MILANO GIOVEDI' 21 OTTOBRE
(PALASHARP)
ROMA MERCOLEDI' 20 OTTOBRE (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)
BRESCIA GIOVEDI' 21 OTTOBRE (VINILE 42)
Sick of It All
Torna in Italia la band di Lol
Tolhurst e Michael Dempsey,
membri della prima formazione
dei Cure.
ROMA MARTEDI' 19 OTTOBRE (INIT)
TANETO DI GATTATICO (RE) SABATO
16 OTTOBRE (FUORI ORARIO)
L'elettronica del giovane trio londinese.
Levinhurst
Il progetto di Marta Collica dal vivo mette insieme Manuel Agnelli,
Cesare Basile, Stef Kamil Carlens,
John Parish, Giorgia Poli, Hugo
Race, Jean Marc Butty, Steve
Wynn e Rodrigo D'Erasmo.
RAVENNA MERCOLEDI' 20 OTTOBRE
(TEATRO RASI)
TORINO VENERDI' 22 OTTOBRE
(HIROSHIMA MON AMOUR)
FIRENZE SABATO 23 OTTOBRE (PIAZZA
DELLA SIGNORIA-FESTIVAL DELLA
CREATIVITA')
Front Line Assembly
L'electro-industrial della band canadese.
SAN DONA' DI PIAVE (VE) SABATO
23 OTTOBRE (REVOLVER)
Linea 77
La band piemontese torna in tour
per presentare il nuovo lavoro intitolato 10.
ERBA (CO) GIOVEDI' 21 OTTOBRE
(AMERICAN ROAD)
VICENZA VENERDI' 22 OTTOBRE (PEOPLE)
BRESCIA SABATO 23 OTTOBRE (LATTE+)
Apocalyptica
La band metal finlandese.
MILANO DOMENICA 17 OTTOBRE
(ALCATRAZ)
Pain of Salvation
Una metal band scandinava attiva da oltre vent’anni.
MILANO VENERDI' 22 OTTOBRE
(ALCATRAZ)
Sharon Jones &
The Dap-Kings
Una sola data per la band statunitense che accompagna da anni
Amy Winehouse.
MEZZAGO (MI) SABATO 23 OTTOBRE
(BLOOM)
Yuppicide
In concerto la band hardcore di
Boston.
MEZZAGO (MI) VENERDI' 22 OTTOBRE
(BLOOM)
Laetitia Sadier
La cantante degli Stereolab in
versione solista. A Torino con Mice Parade e Siljie Nes.
TORINO GIOVEDI' 21 OTTOBRE (SPAZIO
211)
ROMA VENERDI' 22 OTTOBRE (INIT)
BOLOGNA SABATO 23 OTTOBRE
(LOCOMOTIV)
Hayseed Dixie
La band arriva dai Monti Appalachi, negli Stati Uniti, e ripropone
in chiave bluegrass i grandi successi del pop e del rock...
MEZZAGO (MI) SABATO 16 OTTOBRE
(BLOOM)
Mafalda Arnauth
In Italia una delle più interessanti
fadiste venute alla ribalta negli
ultimi anni.
ROMA SABATO 16 OTTOBRE
(AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA)
Tito & Tarantula
Il latin rock di Tito Larriva ha conosciuto un momento di grande
fama con la colonna sonora del
film Dal tramonto all’alba.
RONCADE (TV) VENERDI' 22 OTTOBRE
(NEW AGE)
TORINO SABATO 23 OTTOBRE (LAPSUS)
RONCADE (TV) SABATO 16 OTTOBRE
(NEW AGE)
ROMA DOMENICA 17 OTTOBRE
(ALPHEUS)
Anaïs Mitchell
Alt-folk sullo stile di Ani DiFranco.
ROMA SABATO 16 OTTOBRE (ANGELO
MAI)
Statuto
La ska band torinese torna sul
palco.
MODENA SABATO 16 OTTOBRE (LEFT
VIBRA)
BOLOGNA SABATO 23 OTTOBRE
(ESTRAGON)
SETTIMO TORINESE (TO) SABATO
23 OTTOBRE (LA SUONERIA)
99 Posse
Tonino Carotone
Il ritorno della formazione hip
hop partenopea.
L'istrionico artista di Pamplona,
teorico di un «mondo difficile».
COLLE VAL D'ELSA (SI) SABATO
16 OTTOBRE (SONAR)
Oregon
Inizia il 22 ottobre 2010, per concludersi il 21 marzo 2011, la nuova e nutrita stagione di Linguaggi
Jazz, organizzata dal Centro Jazz
Torino. In cartellone - con il loro
40˚ Anniversary Tour - gli Oregon: Paul McCandless (oboe, sax
soprano), Ralph Towner (chitarra
e piano), Glen Moore (contrabbasso e piano), Mark Walker (batteria e percussioni).
TORINO VENERDI' 22 OTTOBRE
(CONSERVATORIO G. VERDI)
Matt Elliott
Dai trascorsi elettronici con i
Third Eye Foundation, l'inglese
Matt Elliott è passato al folk contemporaneo.
SAN COSTANZO (PU) SABATO
16 OTTOBRE (TEATRO DELLA
CONCORDIA)
CARPI (MO) DOMENICA 17 OTTOBRE
(MATTATOIO)
Dillinger Escape Plan
Arriva nel nostro paese il mathcore della band statunitense.
SAN VITTORE DI CESENA (FC) SABATO
16 OTTOBRE (VIDIA)
Remo Anzovino
Il pianista-compositore in tour
per presentare l'album Igloo.
BARLETTA SABATO 16 OTTOBRE
(TEATRO CURCI)
PIAN DI SORRENTO (NA) DOMENICA
17 OTTOBRE (MARIANIELLO JAZZ CAFFE')
Immanuel Casto
Il trasgressivo artista coon il suo
porn groove in una tappa dell'Adult Music Tour.
MILANO SABATO 16 OTTOBRE
(MAGAZZINI GENERALI)
ROMA VENERDI' 22 OTTOBRE (CIRCOLO
DEGLI ARTISTI)
ACQUAVIVA DELLE FONTI (BA) SABATO
23 OTTOBRE (OASI SAN MARTINO)
FIRENZE SABATO 16 OTTOBRE (FLOG)
Jeff Mills
Uno dei maggiori esponenti della
elettronica, padre della «real techno».
ROMA SABATO 23 OTTOBRE
(CS BRANCALEONE)
Dalle nuove musiche
al suono mondiale
La stagione autunnale della rassegna di Musica 90 prende il via al
Museo Regionale di Scienze naturali con lo spettacolo del coreografo Marco Santi, Verkorperte
Spiegel (oggi), si prosegue il 19
con il duo tra Carla Bozulich
(Evangelista) e il bassista degli Zu
Massimo Pupillo e ( r ), progetto
solista di Fabrizio Modonese Palumbo, il 20 tocca invece alla violoncellista islandese (e vocalist
dei Múm) Hildur Guonadottir,
entrambi allo Youth Museum.
TORINO SABATO 16, MARTEDI' 19
E MERCOLEDI' 20 OTTOBRE (VARIE SEDI)
Musiche Migranti
Per la trentacinquesima edizione
del festival Musica dei Popoli in
programma la Grande Orchestra
di Tango di Juan José Mosalini
(oggi) e il progetto Mare Nostrum di Paolo Fresu, Richard Galliano e Jan Lundgren (il 23).
FIRENZE SABATO 16 E SABATO
23 OTTOBRE (FLOG)
Casa del Jazz
Sempre bilanciata tra recital e
iniziative divulgative, la struttura
capitolina propone la presentazione libraria del volume di Enzo
Gentile Jimi santo subito! (ShaKe
edizioni) seguita dal concerto
Around Jimi del gruppo di Giovanni Falzone Mosche Elettriche
(Valerio Scrignoli, Michele Tacchi
e Riccardo Tosi). A seguire il gruppo Italuba del batterista Horacio
«El Negro» Hernandez (Amik
Guerra, Ivan Bridon e Luis Manresa), e la guida all’ascolto curata
da Gerlando Gatto su Il sound
atipico del jazz. La dolcezza del
violoncello con ospite Paolo Damiani.
ROMA DA LUNEDI' 18 A MERCOLEDI'
20 OTTOBRE (CASA DEL JAZZ)
Alexanderplatz
Il club romano dedica una tre
giorni al gruppo Riccardo Del
Frà-Maurizio Giammarco Rendez
Vous (21-23, con il pianista Bruno Ruder e il batterista Marcello
Di Leonardo). Nei giorni precedenti recital delle formazioni guidate rispettivamente da Marco
Zurzolo, Alice Ricciardi, Enrico
Bracco, Pietro Lussu e Antonella
Vitale (con Francesco Puglisi, Domenico Sanna, E. Bracco e Alessandro Marzi).
ROMA DA SABATO 16 A SABATO
23 OTTOBRE (ALEXANDERPLATZ)
Tra jazz e nuove musiche
Prosegue la rassegna dedicata in
gran parte alla musica afroamericana dalla Radio della Svizzera
Italiana. Di scena la Tetraband,
quartetto guidato dal pianista e
tastierista di Belgrado Bojan Z
(Zulfikarpasic) con Josh Roseman
al trombone, Ruth Goller al basso
e Seb Rochford alla batteria.
LUGANO (CH) GIOVEDI' 21 OTTOBRE
(RSI, STUDIO 2)
Jazz & Wine of Peace
Festival
L’originale (nella formula e nelle
scelte artistiche) rassegna propone più artisti per ciascuna giornata. Per il 22 sono in programma
il trio Depart guidato dal sassofonista viennese Harry Sokal (con
Heiri Känzig e Ales Deutsch), il
Tomasz Stanko Quintet (il leader
alla tromba più Alexi Tuomarila,
Jakob Bro, Anders Christensen e
Olavi Louhivuori). Il 23 si prevede il duo Klaus Paier/Asja Valcic
(ore 11 chiesa di s. Giovanni),
Jack DeJohnette & The Ripple Effect con ospiti le ance di John
Surman e la voce con percussioni
di Marlui Miranda (nel gruppo
anche Jerome Harris e Ben Surman; ore 18.30 Teatro Comunale) e l’orchestra free Ken Vandermark’s Resonance (un tentetto
con, tra gli altri, Magnus Broo,
Steve Swell e Dave Rempis; il recital verrà trasmesso da Rai Radio3). La manifestazione si conclude il 25 ottobre.
CORMONS (UD) VENERDI' 22 E SABATO
23 OTTOBRE (VARIE SEDI)
acura diRoberto Peciola con Luigi Onori (jazz)
(segnalazioni:[email protected])
Eventualivariazioni di datee luoghi sono
indipendentidalla nostra volontà.
AFRICA UNITE
Un’immagine
degli Africa Unite
di Grazia Rita Di Florio
S
e la musica avesse un potere rivoluzionario il mondo sarebbe già cambiato, si pensi ai vari
Bob Marley, Fela Kuti o James
Brown, tanto per citare tre grandi
icone vissute in contesti storici alquanto rappresentativi sul piano
delle contraddizioni sociali e dell’arretratezza sociale e politica ma
si potrebbero menzionare anche
Bob Dylan, John Lennon e i Clash
che puntarono con il punk (come
con il reggae) a una radicalizzazione dello scontro politico impensabile ai giorni nostri, non fosse altro
perché il punk maturò in un periodo molto favorevole dal punto di vista mediatico.
Le stesse motivazioni storiche
consentirono a Fela Kuti di autoproclamarsi The Black President
della Repubblica di Kalakuta o a James Brown di sedare le rivolte nere
dopo l’assassinio di Martin Luther
King, così come a Bob Marley di
guidare la rabbia di rude boys e
emarginati dei ghetti giamaicani divenendo al contempo la prima stella planetaria del Terzo Mondo.
«Ciò accadeva quando il musicista era un icona, oggi questo non
succede più, è più famosa la tipa
che ha vinto La Supersecchiona
che una band come la nostra e questo è il sintomo dell’epoca in cui vi-
viamo, massmedializzata, addormentata e poco ricettiva a qualsiasi input o sollecitazione. Il nostro
impegno come musicisti, oggi, è
semplicemente l’obbiettività, raccontare ciò che succede intorno a
noi fornendo il nostro punto di vista sulla realtà».
Parola di Madaski, leader, dub
master, tastierista e cantante di
Africa Unite, una della band più
longeve del panorama reggae italiano. Le sue parole si colorano di toni taglienti, spietati, non hanno
mezzi termini e mezze misure, sono poco concilianti quanto il messaggio profuso con il loro nuovo disco, Rootz; uno sguardo disincantato e disilluso sulle piaghe che affliggono i nostri tempi, la questione
ambientale, il controllo mediatico,
il ritardo culturale, quanto lucido e
distaccato su ombre e penombre
della musica reggae, dal rastafarianesimo all’omofobia, argomenti
trattati e fatti a pezzi rispettivamente nelle tracce Mr. Time e Così sia.
«Un’aperta condanna all’omofobia - dice Madaski - che non fa
sconti a nessuno e sebbene chiami
per nome alcuni personaggi della
musica reggae giamaicana, è rivolto a tutti i fautori di questa idiozia,
e a coloro che in Italia tendono a
tollerare e giustificare una simile
aberrazione, per pigrizia o noncuranza, avallando o cercando giustificazioni a una teoria di morte, come quella dei nazisti che scioglievano ebrei e rom nei forni crematori
■ INCONTRI ■ UN DISCO CONTRO MITI E STEREOTIPI GIAMAICANI ■
Trecce tricolori
La band pubblica «Rootz» e torna al reggae delle origini. «I gruppi nostrani
non sanno discernere, avallano un genere spesso omofobico. Bisogna stare
in guardia. Noi raccontiamo il paese in cui viviamo, la nostra quotidianità»
senza distinzione tra vecchi, donne e bambine; perciò ’brucia chi
vuole bruciare’, il nostro messaggio è di fuoco. Giustificare una cultura di violenza arroccandosi dietro il pretesto delle radici culturali
è la classica posizione del terzomondismo spicciolo».
«L’immaginario del reggae è legato agli stereotipi giamaicani - interviene Bunna (voce, chitarra) che i gruppi reggae italiani tendono ad abbracciare senza discernere, noi abbiamo sempre cercato di
rifuggire da atteggiamenti che non
ci appartengono essendo italiani e
fautori di una cultura alternativa,
perciò abbiamo sentito il bisogno
di esprimere una condanna diretta
dell’omofobia. Per noi è importante raccontare la nostra quotidianità che è nettamente diversa da
quella giamaicana, scimmiottare
ciò non ci appartiene, che non ci
ha mai interessato; noi ci siamo
proposti come band che voleva
portare avanti una propria visione
delle cose. In tema di discriminazioni - siano esse razziali, di classe
o sessuali - sentiamo di dover esprimere la nostra indignazione».
Il discorso va verso il circuito del
reggae italiano e a questo punto
Madaski sbotta: «Io non credo esista un circuito del reggae italiano,
personalmente non sono collegato
col circuito del reggae in generale,
faccio le mie cose per conto mio
perché riesco ad esprimermi attraverso questo genere musicale: fra
l’altro il reggae ha fatto parte della
mia formazione musicale di adolescente, perciò l’ho prediletto come
veicolo di espressione artistica ma
non frequento concerti reggae».
«Io invece - continua Bunna ho un ottimo rapporto con la scena reggae italiana anche se non
posso fare a meno di notare che
c’è in generale un atteggiamento
un po’ troppo superficiale rispetto
ad alcuni temi scottanti, e anche
una certa ipocrisia che tende a giustificare alcuni aspetti del reggae
giamaicano da cui io ho sempre
preso le dovute distanze. Non so
come gli attori della scena reggae
italiana abbiano accolto un brano
come Così sia, forse con stupore o
con scetticismo, ma non è questo
il problema che ci siamo posti. In
generale ritengo che ci sia una tendenza a fare finta che vada tutto bene; il mondo va a rotoli e la gente
corre a casa a guardarsi il Grande
fratello, o si gasa perché è uscito
l’ultimo modello di iPod o iPad».
Autonomia è la parola d’ordine
degli Africa Unite, una band sulla
breccia da circa 30 anni forgiata
sulla forte personalità dei due leader; Madaski si autodefinisce un nichilista, e non per niente il suo primo gruppo formato in età adolescenziale, in piena fase dark, si
chiamava Suicide Dada. Un approccio filosofico-esistenziale che
traspare in Mr. Time «un brano
molto ’forte’ - spiega lo stesso Madaski - che sta andando molto bene. Volevo sfatare anche l’altro lato
oscuro, a mio avviso, del reggae
che è il rastafarianesimo, in pratica
un’invenzione storica in cui lo stesso Hailè Selassiè non ha mai creduto, il quale peraltro è stato un dittatore sanguinario. Niente è così distante da me come queste filosofie
tanto fasulle quanto pericolose».
Il lato più solare è rappresentato
da Bunna, la cui voce luminosa e
splendente si contrappone a quella cavernicola, alla tonalità cupa di
Madaski; e forse proprio le due personalità speculari, e complementari, individualmente distintive, costituiscono uno degli ingredienti vincenti della band.
«Io e Bunna siamo molto sciolti
- puntualizza Madaski - anche nel
comporre lavoriamo molto individualmente, poi ci confrontiamo in
studio e assembliamo ciò che ci pare più riuscito, più conforme al nostro sound che è un suono prestabilito. Per esempio per questo album
abbiamo lavorato a quattro mani
molto più che nel precedente disco Controlli che si avvaleva della
collaborazione di Paolo Baldini per
le basi. Però sempre seguendo questo metodo di lavoro individuale».
E ancora: «Ciò che caratterizza
il sound di Africa Unite è l’approccio che abbiamo con la musica
che riflette la nostra visione della
vita, più che la caratterizzazione
del suono in sé e per sé. A livello di
sound sicuramente ci sono alcuni
miei interventi personali più cupi
che si rifanno alla scena new wave
e ad altre esperienze musicali che
vanno al di là del reggae». Su questo punto i due sono in piena sintonia perché anche Bunna sostiene che «l’approccio ai testi, ciò
che ci premeva dire con la nostra
musica è l’elemento caratterizzante sin dagli esordi; credo che un
nostro brano sia riconoscibile sin
dai primi dieci secondi più per i temi che per il sound». Rootz è un disco accuratamente messo a fuoco
sulla tradizione, sul reggae delle
origini, con una massiccia sezione
di fiati, il cui filo conduttore rimane il messaggio, pur con la piena
consapevolezza che «la nostra musica non può mica cambiare il
mondo!». Ciò vuol dire rinunciare
al grande potere della parola? «No
affatto, chi vuole intendere intenda», precisa Madaski che vive l’arte/la musica come una sorta di
esplorazione psichedelica della coscienza che può risvegliare le menti dallo stato di narcolessia attuale. Bunna, invece, evoca una presa
di coscienza radicata nel messaggio di Marley: «Solo consapevolezza e impegno possono cambiare
la realtà; apri gli occhi, vivi, cercala, rincorrila, difendila la nostra libertà…» (da Cosa resta).
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (15
ULTRASUONATI
THE BLACK ANGELS
PHOSPHENE DREAM (Blue Horizon/Audioglobe)
7
Vengono da Austin, Texas. Il loro nome è
preso in prestito dalla celebre canzone dei
Velvet Underground e la loro anima è cupa
e acida come nelle migliori tradizioni d’oltreoceano.
Ma per questo terzo album, uscito per la rediviva Blue
Horizon di Mike Vernon, i Black Angels abbandonano
in parte le spirali voodoo del validissimo Direction to
See a Ghost, per abbracciare una psichedelia più californiana, più Sixties e (vagamente) più solare. Reminiscenze dei Nuggets maggiormente elettrici (Sunday
Afternoon, Telephone), s’incrociano a riffoni stoner
(Bad Vibration), andamenti alla Jefferson Airplane
(True Believers) e sali e scendi lisergici di floydiana
memoria (Yellow Elevator #2). Un album da non
scambiare per derivativo, Phosphene Dream. Perché,
anche stavolta, i Black Angels dimostrano un’anima
genuinamente psichedelica. Pepita rara, che li conferma come una delle migliori band uscite negli ultimi
cinque anni. (c.col.)
RAFFAELE CASARANO
ARGENTO (Tuk Music)
7
La giovane etichetta discografica fondata da
Paolo Fresu ha scelto di lavorare sulla qualità, più che sulla quantità: troppi i cd in circolazione, pochi acquirenti, meglio allora prendere bene
la mira, sulle uscite. Se la prima pubblicazione era
riservata, com’è ovvio, al nuovo doppio del trombettista sardo, questa porta alla ribalta un contraltista (anche assai abile nel maneggiare l’elettronica) dalle idee
decise, e un orizzonte musicale ben più ampio del
jazz «canonico». Dalla sua Casarano ha una voce intensamente lirica, ma è interessante che tanta poetica
struttura sia messa al servizio di un flusso sonoro che
incorpora echi di flamenco e di tango, imprevedibili
sciabolate rock, canzone, ritmiche elettroniche e «glitch». Ospiti, tra gli altri, Daniele Di Bonaventura e Vertere String Quartet. (g.fe.)
SCOTT COLLEY
EMPIRE (CamJazz)
6
Il titolo del cd si riferisce a una località del
Kansas che il contrabbassista Colley dovrebbe aver scelto come luogo remoto ispiratore di musiche dell’«America profonda». Un jazz che ha
qua e là colorature vagamente country (la chitarra di
Bill Frisell ha in questo, ovviamente, la sua parte principale, e si tratta di un girovagare musicale piuttosto
sterile), un jazz raffinato, molto scritto, di tono sognante e lirico. Colley ha un suono magnifico e una musicalità calda davvero ammirevole. Dieci brani-miniature
che diventano sostanziosi quando nel gruppo, che
comprende Ralph Alessi alla tromba e Brian Blade alla
batteria, il pianista Craig Taborn sostituisce Frisell. È in
una veste più intimista di quella solita, ma la sua delicata felicità inventiva si fa apprezzare. (m.ga.)
MASSIMO DE MATTIA - DENIS
BIASON/M. DE MATTIA
ATTO DI DOLORE - DUEL2 (www.setoladimaiale.net)
7
Il flautista e il chitarrista friulano compaiono in entrambi gli album e la loro dialettica
strumentale - serrata e vertiginosa - ne è
ingrediente comune. Da anni De Mattia elabora linguaggi sperimentali e di incrocio con altre forme artistiche, indirizzando la sua eccellenza strumentale verso terreni non virtuosistici né convenzionali. Radicalissimo il primo album che ricerca una nuova spiritualità
prendendo le distanze dalla «religiosità corrotta, becera», cercando attraverso la musica una sorta di assoluto pio e trascendentale. Arricchiscono di altre inquietudini sonore i cinque brani il piano di Bruno Cesselli e
le percussioni di Zlatko Kaucic. In Duel2 chitarra e
flauto sono uno di fronte all'altra, quasi in una sfida
inventiva e propongono una serie di undici, brevi, quadri sonori, esplorando aree sonore e dimensioni
espressive con abbandono creativo e lucida progettualità. (l.o.)
EELS
TOMORROW MORNING (Eworks/V2-Cooperative Music)
7
Tomorrow Morning, «domani mattina»!
Come in pochi mesi può cambiare tutto,
anzi come da un giorno all’altro può cambiare tutto. Appena in gennaio avevamo parlato di un
disco dall’humus cupo e disperato per la fine di un
amore. Oggi quel «lutto» è stato metabolizzato e ecco
di nuovo E (Mark Oliver Everett) in versione ottimistica. «Domani è un altro giorno» diceva Rossella O’Hara
(Vivien Leigh) in Via col vento, e domani può succedere qualsiasi cosa, questa la filosofia che lo ha accompagnato per la sua nona opera, capitolo finale di un
trittico iniziato un annetto fa con Hombre lobo e proseguito col già citato End Times. Abbandonato quasi
totalmente il mood acustico, spazio all’elettronica e a
quel suo modo così particolare di scrivere canzoni,
modo che lo ha reso uno dei personaggi più intriganti
della scena alternativa statunitense (e quindi mondiale). Non siamo ancora ai livelli del capolavoro Blinking
Lights and Other Revelations ma Tomorrow Morning
è un ottimo album, davvero. (r.pe.)
16) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
❙ ❙ BOOK NOTE ❙ ❙
MANHATTAN BRASS
Don Backy e Sanremo.
Il tragitto impenitente
del folksinger toscano
7
NEW YORK NOW (Enja)
Il quintetto con R.J. Kelley, Mike Seltzer, Wayne du Maine, Dave Taylor, Lew Soloff suona
di tutto, dal barocco al contemporaneo: qui
rende omaggio alla cultura newyorkese anzitutto con la
suite di West Side Story di Bernstein arrangiata da Jack
Gale, proseguendo con partiture recenti da Euphoria che
il sassofonista Daniel Schnyder ha scritto per sé e il gruppo, fino alle Four Songs di Paquito d‘Rivera e a Spiritual
& Blues di Wynton Marsalis: musiche tra loro differenti,
ma tenute assieme dall’amore per la Grande Mela e dal
perfetto equilibrio tra colore jazz e pagina scritta. (g.mic.)
Guido Michelone
In parallelo all’uscita del nuovo album, Il
mestiere delle canzoni (etichetta Ciliegia Bianca) in cui Don Backy (al secolo
Aldo Caponi) riflette sulla propria realtà
umana e artistica, con un occhio al passato (glorioso) e l’altro al presente (incerto), l’impenitente folksinger toscano,
oggi settantenne, dà alle stampe Storia
di altre storie. Memorie di un juke box
’70-’80 (edizioni L’Isola che c’è, Bagno a
Ripoli, 2010, pagine 288, euro 30,00),
secondo volume, dopo Questa è la storia... (Coniglio, Roma 2007) di un ampio
progetto autobiografico, che raccoglie
pensieri, aneddoti, raccontini in una sorta di album di famiglia, suddiviso per
decenni: entrambi sono grossi volumi,
illustrati da foto, schizzi, disegni, riflessioni che il protagonista ha gelosamente
custodito negli anni, grazie alle immancabili agende in similpelle (riprodotte
tra l’altro in diverse pagine) che le banche regalavano ai clienti. Il periodo di
Storia di altre storie vede un Don Backy
quasi come Janus Bifronte, che reitera,
alla propria maniera, i postumi di una
contestazione acerrima: era lui, per chi
non lo sapesse, a finire su tutti i giornali,
attorno al Sessantotto, non solo per belle canzoni come L’immensità, Canzone,
Casa bianca o il testo di Pregherò, ma
per aver sfidato il Clan di Celentano, di
cui da un lustro era una colonna portante, secondo solo al Molleggiato. È proprio quest’ultimo a decretarne l’ostracismo, con tanto di azioni legali, che non
intaccano la risolutezza di Don Backy, il
quale non rinuncia a una carriera in fondo speculare a quella dell’ex amico
Adriano. Come Celentano, infatti, anch’egli prosegue lungo i Seventies in
SANTANA
GUITAR HEAVEN (Arista/Sony)
5
una duplice felice carriera, la canzone e
il cinema, aggiungendone una terza e
una quarta, legate alle arti visive - il fumetto e la pittura - con mostre di quadri
e libri di graphic novel ante litteram. È
comunque ancora nella musica che conferma una notevole verve popolaresca
che spazia tra lirismo intimista, derive
autoriali à la page e un po’ di strapaese;
per contro, davanti alla macchina da
presa l’attore si sdoppia ulteriormente:
le doti interpretative vengono perpetuate fino alla chiamata di Bernardo Bertolucci per La tragedia di un uomo ridicolo del 1980. Dall’altro queste stesse qualità attoriali risultano svilite in ruoli goliardici nel cosiddetto filone boccaccesco, le commedie sexy liberamente ispirate al Decameron dopo l’exploit della
pellicola seria di Pier Paolo Pasolini.
Al di là dei risultati, in un decennio-chiave per la fortuna critica, la vicenda di
Don Backy resta una storia tipicamente
italiana, come quella della più famosa
kermesse sonora, stando almeno a
quanto espresso da Paolo Iachia e Francesco Patacchini in Nonostante Sanremo.
1958-2008: arte e canzone al Festival (Coniglio, Roma 2010, pagine 271, euro
14,50), che affronta il tema in una prospettiva insolita, spiegando la gara alla
luce della partecipazione dei grandi cantautori da Modugno alla Consoli. In questo libro, tra l’altro, Don Backy è citato
una sola volta, per la cover de L’immensità dei Negramaro, mentre abbondano
i vari Mina, Battisti, Milva, Dalla, Ron,
Fossati, Vasco, Paoli, segno che - al di là
del gran rifiuto di Guccini, De André, De
Gregori e pochi altri - la Città dei Fiori
continua a esercitare, tra i musicisti, una
sorta di amore/odio verso un’attrattiva
nazional-popolare, sempre più carrozzone mediatico e sempre meno veicolo
promozionale per la buona canzone.
GIOVANNI FALZONE
HJALTALIN
MOSCHE ELETTRICHE (CamJazz)
TERMINAL (Borgin/Goodfellas)
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Finiranno mai di sorprenderci questi islandesi? Gli Hjaltalin in patria sono già una realtà
nonostante abbiano all’attivo un solo disco,
Sleepdrunk Seasons, uscito tre anni fa, ma nel resto
d’Europa sono degli emeriti sconosciuti. La band scandinava rilascia un disco pop orchestrale che ha in sé i prodromi di una bomba a orologeria. Brani che strizzano
l’occhio anche al soul come la title track o l’intrigante
Feels Like Sugar danno quel tocco di imprevedibilità e
di freschezza a un album che, se ben supportato in sede
di promozione, può davvero risultare vincente. E se a
tutto questo si aggiungono le voci - una maschile e una
femminile - di Hogni Egilsson e Sigridur Thorlacius che
sembrano arrivare direttamente da Manchester, beh, il
gioco è fatto. (r.pe.)
Il sottotitolo del cd è Around Jimi e quindi il
programma si spiega: il bravissimo trombettista Falzone dedica un intero capitolo della
sua attività odierna alla musica di Hendrix. Però non si
limita a creare suoi brani sulle tracce di Purple Haze,
Fire, Manic Depression e Foxy Lady ma inserisce tracce
proprie e di Miles Davis (Solar e So What combinata con
Foxy Lady). Tutto è una nuova riflessione sulle possibilità di percorrere con originalità le strade del jazz associato alle esperienze della musica elettrica, rock. Falzone ha
sonorità limpidissima (molto personale con sordina in
Fire) e un fraseggio tra il nervoso e il razionalista. In quasi tutto il lavoro, pur nel contesto di una band tipicamente rock, sembra attirato dalle reminiscenze hard-bop
(piuttosto ingombranti, come si sa, per via dell’inflazione). Ma niente maniera. (m.ga.)
BEN FOLDS/NICK HORNBY
LONELY AVENUE (Nosuch/Warner)
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No, no: non avete letto male. La strana coppia del titolo è proprio quella formata dall'eclettico pop writer Usa e il vulcanico scrittore britannico che insieme - via e-mail - hanno dato vita
alla raccolta di canzoni pop rock più intriganti di questi
ultimi dodici mesi. Hornby spediva un testo la mattina e
Folds lo musicava nel pomeriggio, totale undici pezzi
plasmati su diversi registri; da quello comico di Levi Johnston's Blues, dove un ragazzotto di provincia scopre di
stare con la figlia di Sarah Palin, a un altro più malinconico, Picture Window, un capodanno vissuto dietro le finestre di un ospedale. E ancora Doc Pomus, dedicata al
paroliere di Presley. Magnifico, e se non vi basta, è disponibile una versione de-luxe dove l'aggiunta non sono
canzoni, bensì quattro racconti inediti di Hornby. (s.cr.)
FRANCESCO GIAMPAOLI
A CASO (Sidecar/Brutture Moderne)
7
Il ravennate Giampaoli è musicista eclettico e
decisamente insofferente alle definizioni che
infilzano le note in categorie troppo limitanti.
Di formazione è bassista, ma alle quattro corde affianca
tastiere, percussioni, vibrafono, chitarra, mandolino: tutti
strumenti presenti in questo viaggio in venti tappe, dal
taglio molto vario e cinematografico. Tra oasi di riflessione e punte di concitazione, il disco (con molti eccellenti
ospiti) potrebbe piacere anche a chi ama certe scabre,
sentite atmosfere del cosiddetto post rock: ma le definizioni, s’è detto, qui vanno molto strette. (g.fe.)
LEGENDA
8
Il sottotitolo di questa ennesima fatica del
sessantaseienne chitarrista è The greatest
guitar classics of all time. Insomma, una raccolta di cover con il comune denominatore di chitarre e
assoli, struttura portante del disco. Ma la ricetta è cucinata come fosse l'ennesimo tentativo di ripercorrere le
fortunatissima strada di Supernatural, il mega hit mondiale del 1999. Altri tempi, anche perché l'operazione è
realizzata con poco cuore è troppa tecnica: si parte bene
con Chris Cornell perfetto su Whole Lotta Love degli
Zeppelin, ma While My Guitar Gently Weeps con India.
Arie & Yo-Yo Mama rischia di far rivoltare nella tomba il
povero George (Harrison). E poi: a che pro rivisitare
Back in Black degli Ac/Dc in chiave hip hop? (s.cr.)
EMILIANA TORRINI
RARITIES (One Little Indian/Goodfellas)
7
Il titolo è poco originale quanto esplicativo. Si
tratta di un doppio cd per la cantante e autrice islandese (padre italiano, ovvio) che contiene ben ventotto tracce per un totale di undici brani, alcuni già editi e qui proposti in versioni alternative o remixate altri mai apparsi su album. Molti dei pezzi sono tratti
da Love in the Time of Science, quello prodotto da Roland Orzabal dei Tears for Fears, disco molto lontano stilisticamente parlando - dalla strada che l’artista ha poi
intrapreso. Tra i titoli: Dead Things, To Be Free, la bellissima Baby Blue, Easy, Unemployed in Summertime e
Tuna Fish. Un album per completisti ma che non aggiunge molto, come normale per questo tipo di operazioni, a
quanto di lei già si conosce e apprezza. (r.pe.)
TROMBONE SHORTY
BACKATOWN (Verve Forecast)
8
Con Amanda Shaw e Irvin Mayfield è il presente e il futuro di New Orleans. Classe 1986,
Troy Andrews arriva da una famiglia di musicisti. Valente polistrumentista, il suo acme lo dà ai fiati
(trombone, tromba) e come vocalist. Carismatico e padrone del palco, assieme alla sua formazione che consta
di sei musicisti anche questi tanto giovani quanto talentuosi, Shorty firma il suo miglior lavoro. Vero Nowlins
sound del 2010, mescolato con identità difformi. Ma
tutte ovviamente rintracciabili sia nel French Quarter che
nei sobborghi. Second-line, tradizione funk e elementi
free (Hurricane Season, Horn Jam, Quiet as Kept, In the
6th, Right to Complain), arrangiamenti che sanno di
grunge e Seattle (Suburbia, The Cure), e metriche r'n'b
in cui si palesa Kravitz (Something Beautiful). È il migliore e probabilmente lo sarà a lungo. Fatelo vostro. (g.di.)
UOCHI TOKI
CUORE AMORE ERRORE DISINTEGRAZIONE (La Tempesta Dischi/Venus)
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Nome di grido tra i dj newyorkesi, Danny
Krivit remixa brani pescati nel suo immenso
archivio. Disco e funk sono insaporiti da ingredienti latini, afro e soul. Una raccolta d'autore che catapulta su una pista da ballo a cavallo tra i Settanta e gli
Ottanta ma col sostegno dei groove di Krivit, che, caricando la ritmica a dovere, rendono lo scenario nostro contemporaneo. Orge ritmiche in nome della black music
con il marchio Strut a rassicurare i più rigidi riguardo la
concezione di fruibilità musicale. Follow the Wind dei
Midnight Movers convincerà anche i più scettici. (l.gr.)
Dire che gli Uochi Toki hanno stancato causa
ripetizione della formula sarebbe negare la
loro musica, fondata su una reiterazione tanto ipnotica quanto straziante. Hanno stancato al sesto
disco? Allora avevano già stancato all’esordio perché la
loro musica è una continua dichiarazione d’identità senza concessioni all’ascoltatore. Il tono dei rap di Napo
sembra derisorio, come a voler calcare la mano sul rapporto impari fra artista e ascoltatore, e il flusso verbale
straripante e lynchiano combinato con la musica di Rico,
piena di caos urbano, sottolinea quanto sia perdente
tentare di decifrare; meglio un’interpretazione personale
che viaggi a suggestioni, col rischio dell’autocompiacimento. E pensare che il duo qui parla di amore… o
quanto meno lo usa come concetto di partenza. (l.gr.)
LINKIN PARK
THE VASELINES
MEETING OF A THOUSAND SUNS (Warner Bros)
SEX WITH AN X (Sub Pop/Audioglobe)
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Tutto è (ri)cominciato nel 2008, con uno
show di beneficenza nella loro Glasgow. Da
vent’anni band di culto nel giro indipendente
- non senza l’aiuto del fan celebre Cobain, che li aveva
coverizzati - i Vaselines di Eugene Kelly e Frances McKee
si cimentano, poi, in qualche live negli States. Il feeling è
quello giusto. E la tentazione di una reunion diventa
realtà. L’esperienza concisa (un paio di ep e un album,
tra l’87 e l’89), la rivalutazione di massa e l’indie pop, il
basso profilo, la leggerezza squisitamente Eighties che
tornano, come se il tempo si fosse fermato. Sex with an
X è (ancora) l’immediatezza dei due accordi, i cori irresistibili della McKee e le melodie catchy che si memorizzano in un instante. Nelle registrazioni sono stati coinvolti i
Belle and Sebastian e il 1990s Michael McGaughrin.
Praticamente, le uniche novità in questo ritorno... (c.col.)
DANNY KRIVIT
EDITS BY MR.K VOL.2: MUSIC OF THE EARTH (Strut/Audioglobe)
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L’unico brano degno di menzione - senza
enfasi - è When They Come for Me, una specie di hip hop su una ritmica quasi tribale. Il
resto è melassa! Stucchevole rock pop (e rap) in salsa
«fm» Usa. La banalità, la - diciamolo pure - inutilità di
questo disco appare in tutta la sua chiarezza già al primo
ascolto, e più si va avanti, più lo si ascolta e più questo
rockettino adolescenziale rischia di uccidere le nostre
povere orecchie «adulte», e non basta certo il tentativo
di imitazione - aiuto!! - dei Nine Inch Nails di Blackout a
migliorare la storia, anzi... Non che i Linkin Park, arrivati
al successo con un genere già in agonia come il nu-metal, siano mai stati nei nostri cuori - pur se qualche canzone ascoltabile in passato l’avevano messa su - ma oggi
dio ce ne scampi e liberi. Sembrava si fossero sciolti, ma
perché ripensarci? (b.mo.)
6
chiara colli
stefano crippa
gianluca diana
guido festinese
luca gricinella
mario gamba
guido michelone
brian morden
luigi onori
roberto peciola
«Aurora» (1927)
di Friedrich Wilhelm
Murnau; in piccolo,
il regista sul set
di «Tabù» (1929-’31)
■ IL SAGGIO DI LOTTE H. EISNER SUL REGISTA ESPRESSIONISTA ■
Archeologia
di Murnau
di Barbara Cinelli
M
urnau di Lotte Eisner fu pubblicato da Le Terrain
vague a Parigi nel 1964. Per una
edizione tedesca Eisner lavorò successivamente a un testo ampliato,
che venne considerato troppo impegnativo per il pubblico della
Germania: pesantemente rimaneggiato e abbreviato sarà pubblicato nel 1967 con una introduzione di Robert Herlth, Hermann
Warm e Arno Richter; seguirà poi
un’edizione londinese nel 1973.
La copia dell’originale tedesco,
amorosamente conservata, e che
non corrispondeva a nessuno dei
testi fin’allora editi, era stata nel
frattempo amputata di cinque capitoli su dodici, sottratti da un amico appassionato di cinema, ma anche cleptomane, ed Eisner, partendo dall’edizione francese e recuperando da quella inglese i capitoli
sugli ultimi tre film girati in Germania (Der letze Mann, Herr Tartüff e Faust), allestì finalmente
l’editio princeps, pubblicata a Francoforte nel 1979, l’unica che l’autrice considera davvero rispettosa
della sua prima volontà, ricomposta con una dedizione che rivela la
centralità attribuita a questo saggio: non solo un libro su Murnau,
ma un libro di Lotte Eisner, o, ancora più precisamente, la testimonianza dell’incontro tra un’archeologa e il cinema di un appassionato di arte, che anima le forme attraverso la macchina da presa.
È questo il testo che ora appare
in una meritoria traduzione italiana, priva peraltro di utili precisazioni in merito a un’intricata vi-
cenda editoriale: Lotte H. Eisner,
Murnau Vita e opere di un genio
del cinema tedesco, Alet edizioni,
pp. 288, € 18.00)
Eisner aveva compiuto studi di
archeologia e storia dell’arte con
Heinrich Wölfflin, conclusi nel
1924 con un dottorato sullo sviluppo della composizione nella decorazione dei vasi greci. Prima di diventare critico cinematografico
per «Filmkuriers» di Hans Feld nel
1927, passerà un biennio in Italia
lavorando nei siti di scavo: il suo
sguardo conserverà l’acume indagatore dell’archeologo, attento alla valorizzazione dell’oggetto come documento, alla scrupolosa
valutazione di ogni traccia lasciata dalla storia, e sembra predestinarla alla passione di una vita, che
inizia in Francia quando nel 1933,
ebrea, è costretta a lasciare la Germania di Hitler. A Parigi lavora
con Langlois per recuperare i film
salvati dalle distruzioni del nazismo, e dal 1945 sarà la conservatrice della Cinémathèque française.
La formazione da archeologa e
storica dell’arte (così la definiva
l’estensore del necrologio sul Times ricordando le sue recensioni
cinematografiche) rendono Eisner perfettamente organica all’attività di archivista, e allontanano
dalla sua scrittura non solo ogni
cedimento a quelle analisi sociopsicologiche che hanno determinato negli studi sul cinema tedesco tra le due guerre la fortuna del
testo di Siegfried Kracauer, ma soprattutto ogni facile compiacimento a giudizi superficiali, dettati da riferimenti a film che sono
stati frettolosamente visti, o peggio ancora, mai conosciuti direttamente; e di questa precisa etica
nella ricerca Murnau offre una
splendida testimonianza.
Eisner aveva conosciuto Lang,
cui aveva dedicato una fondamentale monografia, ma non aveva
mai incontrato Murnau, partito
per gli Stati Uniti nel 1927, proprio
quando lei aveva cominciato a occuparsi sistematicamente di cinema. E anche se dal Faust in poi aveva sempre visto in prima visione
tutti i film del regista, questo era
accaduto «molto tempo fa», come
lei stessa ricorda nell’Introduzione
all’edizione inglese di Murnau. I ricordi lontani non sono documenti, sembra metterci in guardia Lotte, e chissà che non potremmo ancora utilmente riflettere su una fragile custode della memoria che
non credeva nei libri fatti in fretta,
e dedicò sette anni sette a questa
monografia su Murnau, vedendo
e rivedendo – «again and again» –,
grazie a Langlois e alla Cinémathèque Française, tutte le copie e
le versioni che poteva trovare. Per
dichiarare poi, alla fine di questa
«archeological pursuit», che altri
comunque, dopo di lei, avrebbero
certo potuto individuare ancora altri interessanti argomenti per definire lo stile di Murnau.
Alcuni temi mi sembrano straordinariamente e amaramente attuali in questa vicenda editoriale.
Il rispetto dell’oggetto e della sua
storia, la considerazione della deperibiltà delle testimonianze materiali come un dato ineliminabile
di questa storia, e la consapevolezza dello storico di essere comunque un anello della lunga catena
che si snoda, attraverso il tempo,
attorno all’oggetto dell’indagine:
si riporta alla luce una complessa
vicenda, ma soprattutto si offre
con rigore filologico, a chi verrà
dopo di noi, un materiale da cui ripartire, senza competizioni per
narcisistiche primogeniture nella
scoperta di favolosi inediti.
Così Eisner, a fronte dell’alone
leggendario che avvolge la figura di
Murnau, decide di costruire il suo libro come un’indagine serrata che
risulta da più voci; intervista i suoi
collaboratori ancora in vita: scenografi, operatori, sceneggiatori; incrocia queste fonti orali con appunti di
Murnau stesso e con i ricordi del
fratello e della madre; le confronta
con le recensioni apparse sui periodici tedeschi e poi americani in occasione delle prime dei film. Nulla
tralascia, dunque, per richiamare
in vita chi non poteva più parlare
con lei dei metodi di costruzione
del proprio linguaggio visivo.
Con rigore e sistematicità di
analisi Eisner intercetta nella documentazione di cui dispone gli
elementi che permettono di definire lo stile, passando dalla biografia alle riflessioni sul linguaggio
specifico della disciplina, sempre
conservando per il lettore tutto il
fascino del personaggio. I preziosi
aneddoti non sono mai esornativi, ma assolutamente funzionali a
questo duplice registro di ricerca
e di cifra comunicativa. L’esasperazione di Jannings, protagonista
del Faust, e di tutta la troupe, coperta di sudore e coi nervi a pezzi
per la insistita ripetizione della
scena del volo sulla città, attraverso i miasmi della pestilenza, visivamente resi con fuliggine soffiata
da un’elica, si contrappone all’imperturbabile certezza del regista:
«sorridendo porse il suo camice
bianco ormai sporco al trovarobe
e lo fece sostituire con uno pulito,
poi disse laconico: "Se non lo sopportate, non venite"».
Eisner discute la questione di
una lettura realista di Murnau,
che potrebbe sorgere di fronte a
questi episodi, ma ci offre una
chiave di lettura che sopravanza
di molto le facili etichette, e che
ben si accorda a un giudizio
espresso nel 1921, una delle tante
preziose perle che questo libro ci
consegna: per il giovane appena
assunto alla Bioscop come regista
si parlava di «essenziale, nobile oggettività», «avversione per ogni tipo di facili espedienti». Ben consapevole, per averli vissuti, di quanto gli anni di Weimar fossero ricchi di umori contrastanti, e di
quanto complesso fosse il rapporto tra gli artisti, l’eredità dell’espressionismo e l’incalzare delle nuove ricerche della Sachlichkeit, in bilico tra registrazione e
allucinazione della realtà, Eisner riporta la cura di Murnau per i particolari a un’esigenza di stile, applicata parimente a invenzioni comiche o a narrazioni oniriche. Il filtro della lente ottica, che consentiva la lettura delle forme in segmenti corrispondenti alle inquadrature, diviene la misura di ciò che entrerà o uscirà dalla costruzione del
film: come un architetto della visione, il regista sacrificava all’incrollabile esigenza di qualità che
lo sosteneva ogni elemento accessorio, per puntare decisamente a
una sintassi visiva di massima eloquenza, tanto da desiderare film
privi di didascalie e considerare
l’avvento del sonoro troppo precoce rispetto all’esplorazione ancora
in corso e non completata delle
potenzialità espressive della macchina da presa.
È un fatto singolare come Eisner sia riuscita ad eguagliare Murnau nella serietà e nella responsabilità verso il proprio oggetto di ricerca, tanto da rendere il suo testo doppiamente prezioso: come
contributo alla storia delle arti, e
come esempio di metodo.
Nella breve prefazione a L’ecran
démoniaque (1952) Eisner aveva
dichiarato di voler discutere solo
quei film «di cui conserviamo un ricordo preciso, o che abbiamo avuto occasione di rivedere nel corso
di recenti rassegne retrospettive»;
e in contrapposizione alla disinvoltura della scrittura sul cinema diffusa in quella sua epoca invocava
l’esempio di questo metodo, definendolo tipico della storia dell’arte (che non è più quella di un tempo, cara Lotte). Consiglio finale:
forse un pellegrinaggio sull’esempio di Herzog, non tanto per tenere in vita Lotte, ché i suoi libri assolvono egregiamente a questo
compito, quanto per resuscitare
anche per la storia dell’arte un modello lineare, retto e coerente.
In questo formidabile «scavo» del 1964 l’allieva di Wölfflin
(e Langlois) si cala nella sostanza formale («nobile oggettività»)
di un’opera troppo segnata dalla lettura sociologica di Kracauer
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (17
TRASFERTE
Expo di Shangai: il «modellino»
del padiglione rumeno
e (in piccolo) di quello italiano
«Better city, better life» è il tema dell’esposizione universale: in realtà in questo enorme catino illusionistico,
con pochi visitatori occidentali e un fiume da tutte le parti della Cina, la città del futuro è un nuovo inferno
■ UN REPORTAGE DALL’EXPO 2010: PERPLESSITÀ SU UN GIGANTISMO VUOTO ■
Entropia calda a Shanghai
di Daniele Balicco
SHANGHAI
S
e osservato dall’esterno,
il padiglione italiano all’Expo di
Shanghai presenta un profilo stranamente sobrio, mentale, quasi
austero. La forma è semplice,
squadrata, per quanto mossa lateralmente da feritoie diagonali e da
una vasta vetrata a inserzione che
si apre sull’ingresso principale. Il
movimento interno dei volumi dovrebbe ricordare, al visitatore che
lo attraversa, la sovrapposizione
scomposta e casuale delle bacchette di legno dello Shanghai, il
noto gioco per bambini. Anche il
materiale con cui la struttura è costruita è poco appariscente, così
come il suo tono cromatico dominante: il grigio chiaro. In realtà, come ci spiegano, si tratta di un materiale innovativo, un nuovo tipo
di cemento trasparente che filtra
e armonizza all’interno del padiglione la luce bianca lattiginosa
proveniente dall’esterno.
Nell’infinita area espositiva che
lo circonda, afflitta da spazi fuori
misura e da profili surreali, seducenti e aggressivi come tropicali
piante carnivore, la forma del padiglione italiano progettata da Giuseppe Imbrighi esibisce quasi un
silenzioso gesto oppositivo. Basti
pensare che, solo per restare nel
settore europeo, a pochi metri di
distanza da quello italiano, il padiglione inglese ostinatamente interroga la curiosità di chi passa mostrandosi nell’incomprensibile nuvola di spilli acrilici disegnata da
Thomas Heatherwick. Poco più in
là, un complicato gioco di case sospese mostra le acrobazie estetiche (e finanziarie) della ricchissima Olanda. Una mela verde morsicata è la Romania; una tazza bianca smaltata, galleggiante su un
tranquillo lago artificiale ricoperto
18) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
da ciottoli di fiume, è la Finlandia.
Ogni paese – o forse meglio la specifica forma del suo capitalismo –
proietta qui, nello spazio ordinato
e gerarchico dell’Expo, la propria
auto-rappresentazione simbolica,
la proiezione immaginaria del posto preteso all’interno della nuova
geografia economica mondiale.
Case degli spettri, giostre delle meraviglie, colonie extra-terrestri, isole misteriose, tranne poche eccezioni – Cina, Stati Uniti, Germania, Canada, Italia – la dominante
estetica dei padiglioni della fiera
internazionale (ancora fino al 31
ottobre) mostra, potenziata fino alla vertigine e allo smarrimento, la
proiezione inconscia di un mondo reale divenuto inabitabile.
«Il tema – mancato – dell’Expo
dovrebbe essere niente meno che
il futuro delle nuove città. Better city, better life, come ossessivamente è ripetuto ovunque: su pupazzi,
magliette, poster, cartelloni, penne a sfera, orologi. Eppure nella
maggior parte dei padiglioni visitati, io e Fabio abbiamo cercato invano prototipi che quanto meno
ci mostrassero sogni e illusioni di
un futuro sostenibile che non sarà. Nel migliore dei casi, abbiamo
assistito invece a continue variazioni su tema di un’esasperata
combinazione di tecnologia e distrazione regressiva. Più spesso,
esposizioni intelligenti, o bizzarre,
di normalissimi prodotti commerciali, come i telefonini Nokia all’interno del padiglione finlandese.
I visitatori occidentali sono pochi, la stragrande maggioranza è
cinese. Fiumi infiniti di persone,
migliaia e migliaia, provenienti da
ogni parte della Cina, ma apparentemente sempre più americanizzate, si riversano senza pace in questo enorme catino illusionistico. I
cinesi sono disposti a fare code di
ore, sotto un sole infuocato e
un’umidità quasi del 100%, pur di
vedere piccoli pezzi camuffati di
mondo. Soprattutto a Fabio, che è
da e piena di rifiuti. Una piccola
alto, biondo, riccio e per di più
discarica a cielo aperto. Ed è l’encon gli occhi celesti, i ragazzi cinenesima ferita al nostro senso di
si di continuo chiedono fotografie:
appartenenza
perennemente
gli mettono i propri figli piccoli sulumiliato. Una volta entrati nel pale spalle, lo abbracciano sorridendiglione, troviamo quello che spedo. È un’attrazione da fotografare.
ravamo di non trovare: una serie
Per il signore anziano dello Yuscomposta di stereotipi e di granan, per la bellissima studentessa
tuite follie. Quello che l’Italia
di chimica dell’università di Chenespone per il futuro possibile del
gdon, per l’adolescente omosesvivere urbano sono anzitutto
suale della periferia di Shanghai,
macchine e moto (e non certo
vestito male come molti giovani
ecosostenibili); lussuosi mobili di
italiani, tutto attillato, con enormi
design, scarpe, vestiti e pasta. Del
occhiali neri e capelli cotonati in
resto, accanto a una Ferrari fiammodo improbabile, per tutti loro,
meggiante i cinesi si mettono in fiio e Fabio, davvero, arriviamo dalla per fare una foto. In un’altra sala Luna. Gli occidentali incuriosila, imprigionate in una teca di vescono quasi più delle bizzarre fortro, due artigiane del legno inme dei padiglioni dell’Expo, quasi
comprensibilmente scolpiscono
si rendessero conto, i visitatori cipinocchi. Poco più in là, un video
nesi che qui vengono portati a veincomprensibile sul ponte di Mesdere il mondo, che l’esotico lì mosina (proposto come esempio di
strato è solo, marxianamente, la
genio italico e altissima tecnolorappresentazione camuffata di un
gia in una città come Shanghai
equivalente generale.
che viaggia con treni a lievitazioLa coda per entrare al padiglione magnetica e che ha saputo cone italiano è lunga, non lunghissistruire 9 linee della metropolitama come invece sarà quella per
na in 4 anni; siamo davvero al ridila Germania, l’Arabia Saudita, il
colo) divide a metà una sala occuGiappone o la Corea del Sud. A
pata da videoinstallazioni della ridifferenza di molti altri spazi
vista «Abitare» che mostrano stralespositivi, l’Italia non prevede
ci di vita quotidiana di una nazioprotezioni per il sole e il caldo sofne improbabile, smarrita, senza
focante. Un’ora di coda è semplicemente una tortura. Ci ritroviamo così subito a casa, messi per l’ennesima volta di fronte
all’incapacità tutta nostrana di occuparsi realmente delle persone comuni, privi di pass, tesserini o di conoscenze capaci di vanificare,
con un colpo di mano, ore di fila. Siamo come
su un tram di Roma, d’estate. Su un tram rovente, affollato e senz’aria. Quella che dovrebbe essere una vasca d’acqua alla fine del padiglione, sul lato sinistro della coda, invece di
mostrarsi come traccia e richiamo culturale di
una lunga tradizione magnifica di fontane e
giochi acquatici, i nostri parchi
storici, i giardini all’italiana, Villa
d’Este, è un impressionante ritorno del rimosso della nostra contemporaneità offesa. Una vasca
di cemento, con poca acqua putri-
bussola. Perfino la luce delle foto
ci tradisce. Un unico prototipo di
abitazione ecosostenibile è nascosto in un lato della sala centrale;
lo si nota per caso, attraversando
il bel gioco di volumi costruiti per
proteggere l’esposizione del nulla. Saliti al piano superiore si passa attraverso una sala che malamente riproduce con due videoinstallazioni il labirinto di strade e
di piazze proprio dell’urbanistica
italiana; poco oltre la mostra di
una regione, nel nostro caso la Puglia, per fortuna parzialmente
centrata, oltre che sul turismo,
sullo sviluppo delle energie rinnovabili: solare ed eolico. Tiriamo,
almeno per un attimo, un sospiro
di sollievo. I due ristoranti di cucina italiana all’interno del padiglione sono gestiti solo da cinesi;
se si chiede il timbro italiano per
il gioco del passaporto che appassiona tutti i visitatori dell’Expo, ci
viene risposto che l’Italia non lo
fa. Cerchiamo infine qualche rimando all’Expo di Milano 2015 e
lo troviamo nascosto in un piccola stanza. Ed è un paese governato ormai quasi esclusivamente da
venditori di eventi e improbabili
esperti di marketing. Così se la
bella struttura architettonica mo-
stra all’esterno, anche nel confronto con gli altri padiglioni, solidità, eleganza e intelligenza creativa; l’interno violentemente sprofonda nel trionfo del nulla culturale di questa nostra patetica italietta berlusconiana.
Degli altri padiglioni che abbiamo visitato, gli unici veramente
emblematici per capire fino in fondo il gioco di specchi auto-rappresentativo dell’Expo, sono, ovviamente, Stati Uniti e Cina. L’involucro di quello statunitense nasconde al suo interno tre enormi sale
cinematografiche. A differenza
della maggior parte degli altri spazi espositivi, il visitatore qui non
può muoversi liberamente; deve
sedersi e vedere in ogni sala un filmato. Entrano trecento visitatori
per volta. Si spengono le luci. Inizia la narrazione degli States, superpotenza ormai capace solo di
narrare il sogno di se stessa. Nel
primo filmato, l’ambasciatore
americano saluta in cinese i visitatori che immediatamente vanno
in visibilio; poi una maestra si
muove per Central Park cercando
di insegnare una piccola frase di
mandarino a simpatici, piacenti,
atletici e snobissimi giovani
newyorkesi. Nella seconda sala,
Hillary Clinton spiega, sempre in
mandarino, che gli Stati Uniti sono una terra di immigrati, e quindi naturalmente anche di cinesi.
Poi una maestra, questa volta
americana, mostra la propria classe di bambini di tutte le etnie del
mondo mentre discute i loro progetti per un futuro migliore: better
city, better life. Conclude Obama,
con il suo bel sorrisone, salutando
SEGUE A PAGINA 20
Eugène Delacroix, «Amleto scorge lo spettro
del padre», Cracovia, Museo Jagellonico
FUSINI
■ «DI VITA SI MUORE»: UN SAGGIO DI NADIA FUSINI ■
thing of nothing», «il re è una cosa fatta di nulla». Non più creatura, perché il Creatore, come
il Re, è andato «a cena dai vermi» – osserva Amleto –, la Via Crucis dell’uomo come cosa-insé, l’uomo come res, insieme cogitans e patiens, cosa-che-pensa e cosa-che-sente, non
può essere se non un viaggio all’inferno. L’uomo, res cogitans e res patiens (Cartesio e Spinoza sono a più riprese evocati), già abbandonato da Dio, e ora anche senza la salvezza della
ragione (il dubbio metodico cartesiano) e nemmeno della politica
geta, che ripete, ripercorre e con(il comunitarismo dell’amor intelfligge con il Testo. Eppure, la riaplectualis spinoziano), l’uomo penpropriazione che il Teatro opera
sa e patisce come l’attore, evacuasulla Scrittura, non essendo proto fuori da se stesso.
prietà naturale, bensì usurpazioSi comprende così il titolo, strane – quanti re usurpatori e scorotegicamente interlocutorio e dunnati nel dramma shakespeariano!
que tanto più soppesato, del libro
– resta insanabile lacerazione, fadi Fusini: le «passioni» sono quelglia abissale, ferita aperta, ed è,
lo che non è la Passione di Cristo,
appunto, in quella piaga, è dentro
sono la «carne», la sarx di Paolo
quella macchia rossa – come la
senza lo spirito, il «piccolo residuo
macchia di Lady Macbeth – in cui
sporco» (anche Lacan con Freud
Fusini – il lettore-attore e il lettore
permea più d’una di queste pagiesegeta – vuole e insieme non
ne), sono la pulsione coatta della
può non abitare. Allora, qualcosa
macchina desiderante (Deleuzedi essenziale si fa chiaro: che,
Guattari) senza altra meta che la
cioè, il teatro di Shakespeare è la
morte. «Di vita si muore», appunscena della Dannazione e che Futo, intitola Fusini, ovvero, come disini ha pensato il suo libro in cince Amleto, «il sole genera vermi
que atti non solo come tragedia
nella carcassa di un cane», perché
shakespeariana, ma come Via
«sono le carogne a dare frutti». Di
Crucis del Dannato, non più del
vita si muore: le passioni, le emoSalvatore, non più di Cristo, ma
zioni, sono le pustole della natura,
dell’uomo come cosa-in-sé: lo diil resto intossicato e soprattutto ince chiaramente Lear a Edgar,
sensatamente persistente (è parola
«Thou art the thing itself», «tu sei
chiave di Fusini) d’una malediziola cosa stessa»; lo dice chiaramenSEGUE A PAGINA 22
te Amleto del re «The king is a
Leggere Shakespeare
all’ultimo respiro
di Massimo Stella
L
a scrittura della critica,
quando è critica di rango, s’intende, è una questione di metodo: ci
sono libri scritti a una distanza siderale dall’atto di lettura che, necessariamente, presuppongono. E
ci sono poi libri che, invece, riducono quella distanza all’ultimo respiro, sospendendola nell’aria, davanti a noi, come un delicatissimo
interim. Questo, appunto, è il caso del libro, interamente shakespeariano, di Nadia Fusini: Di vita
si muore Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare
(Mondadori, pp. 495, € 22,00). È
una questione di metodo, si diceva, che dipende da che cosa si vorrebbe capire di un certo oggetto e
da come lo si vorrebbe capire: qui
si tratta di teatro e, specificamente, del teatro di Shakespeare. Che
cosa, dunque, e come scrivere, sul
teatro e su Shakespeare, al di là
delle sue potenzialmente infinite
messe in scena, per un verso, e
senza trasformarlo, per l’altro, in
letteratura o in (ri)costruzione ideologica? Fusini risponde con un libro in cui il corpo visibile della
scrittura critica aderisce quasi millimetricamente – lo scarto, l’interim, è metodico – al corpo invisibile, perché presupposto, perché
precedente, perché perduto, della
lettura: il suo libro è una vera e
propria scena di lettura.
La lettura come azione, innanzitutto. Fusini legge nella posizione
dell’attore, nella posizione cioè di
chi parla e agisce, restituendo così
la dimensione squisitamente
drammaturgica del testo: «l’attore
è un critico del dramma», diceva
acutamente Oscar Wilde ne Il critico come artista. E infatti la drammaturgia, in sé, è un puro, purissimo problema di tempi, cioè di parole-azioni: se si scrive di teatro
non si può prescinderne. Da qui,
dunque, la meditata struttura, sino
al più sottile dettaglio, del libro,
suddiviso in cinque atti-capitoli
(come risulta almeno oggi una tragedia shakespeariana), dedicati
ognuno a un dramma: I Giulio Cesare, II Amleto, III Otello, IV Lear, V
Macbeth, preceduti da un Prologo,
pausati tra il II e il III atto da un Intermezzo (Misura per misura), alla
maniera elisabettiana dell’induction o del play-within-the-play, lo
spettacolo nello spettacolo, e chiusi infine da un Congedo. E, tra un
atto e l’altro, brevi istanti, poche
pagine di scrittura corsiva, in cui si
pronuncia il tema dell’atto imminente o vi si allude per uno scorcio
di prospettiva o lo si lega e riporta
a quelli precedenti, in un gioco di
rimandi, con lo scopo di ricordarci
che, in cornice, fuori e oltre il libro,
esiste, è esistito, il lettore all’opera.
Ciascun atto-capitolo, infine, ripercorre la tragedia cui è dedicato seguendo il tempo dettato dal drammaturgo: dal primo al quinto atto,
appunto, dal primo all’ultimo minuto, in modo da sentire l’attimo
che passa, l’inseguirsi delle parole
e dei gesti, pur se non si rinuncia a
far scorrere la spola avanti e indietro per il testo, in nome di quella reversibilità che, se non è del tempo
fisico, è tuttavia della memoria di
chi sta assistendo allo spettacolo.
Ma, alla lettura come azione,
che ci ridona la drammaturgia
senza svuotarla della sua energia
di movimento, si intreccia un’altra forma di lettura: la lettura come pratica sapienziale. E il teatro
di Shakespeare assurge allora dal
rango di scrittura a quello di Scrittura: la Scrittura ebraico-cristiana
della tradizione mediterranea antica e tardo-antica fino al suo punto di rottura con Lutero, più semplicemente, quella che noi chiamiamo Bibbia. Il teatro di Shakespeare non è Testamento, né Legge, certo, ma, secondo Fusini, con
l’autorevolezza del Testamento e
della Legge esso compete, antagonisticamente, e ne rioccupa lo
spazio carismatico che, in quel
momento, nell’Europa tra Cinque
e Seicento, rivelava, ormai per
sempre, la sua perdita d’aureola.
Il lettore-attore diventa allora Rabbino, Padre della Chiesa, Monaco
e Semplice Cristiano che rivendica la propria libertà interpretativa
(Lutero), diventa cioè lettore-ese-
Scena di lettura in cinque atti (Giulio Cesare, Amleto, Otello,
Lear, Macbeth), questo libro «pratica» il teatro shakespeariano
come azione e orizzonte agonistico moderno della Scrittura sacra
S
H
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BERSAGLI
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P
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R
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Cardenio e la novella
che sfida gli anglisti
di Viola Papetti
Il canone shakespeariano (CWWS
The Complete Works of William
Shakespeare) subisce periodicamente drastiche cure da parte
degli accaniti studiosi: ingrassa,
dimagrisce o addirittura perde la
testa. Shakespeare è troppo
Shakespeare per essere un semplice «attore di Stratford», una
cittadina sull’Avon, che a Londra
fece fortuna scrivendo mirabile
poesy – allora per poesy si intendeva sia la poesia che il teatro. La
sua authorship è stata ancora
una volta messa in dubbio dagli
storici che hanno contribuito alla
collectanea, Shakespeare and his
Authors, curata da William Lehary,
e severamente stroncata da Stanley Wells («TLS», 13 agosto
2010), grande e riconosciuto
esperto del Bardo. Invece è stato
ben accolto da Peter Holland
(ivi), altro più giovane ma anche
lui eccellente studioso, l’originalissimo Phenomenal Shakespeare
di Bruce R. Smith che bisogna
assolutamente leggere come
esempio entusiasmante per la
nostra individuale scoperta di
uno Shakespeare fenomenologico. Quei testi sepolti sotto la coltre di una critica di secoli ci appariranno in una nuova luce che ci
sorprenderà. Basta provare. Dal
discutibile Shakespeare Only di
Jeffrey Knapp apprendiamo che
l’autore singolo – che sarebbe il
caso del Bardo impegnato per
anni con la stessa compagnia di
cui era anche azionista – o l’autore in collaborazione con un altro
autore erano casi frequenti. La
doppia paternità si poteva districare solo al momento della stampa
del testo poiché nelle locandine
non figurò il nome dell’autore o
degli autori fin verso il 1700,
quando Dryden notò con sorpresa che il nome di Congreve era
apparso appunto in locandina. In
quella situazione i falsi potevano
proliferare e inventare anche i
loro doppi, bugiardi ma pretenziosi, attirando verso il corpo delle
opere shakespeariane (CWWS) gli
sguardi mai soddisfatti dei posteri. Nella seconda edizione di The
Oxford Shakespeare. The Complete Works (2007), curato da Stanley Wells e Gary Taylor, su Cardenio si può trovare «Un breve resoconto», anzi brevissimo, e non il
testo che sarebbe di Fletcher e
Shakespeare però scomparso negli incendi del Globe prima, e del
museo del Covent Garden poi.
Cardenio è un personaggio della
prima parte del Don Chisciotte,
pubblicato in inglese da Thomas
Shelton nel 1612. The History of
Cardenio, con la doppia paternità, è registrato dal libraio-editore
Humphrey Moseley nello Stationer Register del 1653 – ma poco
ci si può fidare di Moseley che
usò il nome del Bardo falsamente
in altre circostanze. Tuttavia pagamenti per la rappresentazione di
un dramma Cardenno o Cardenna figurano tra i documenti dei
King’s Men.
Nel Settecento, il secolo neoclassico in cui si passò dalla imitatio
alla audace creatività del falso
che rivendica la sua autenticità,
Lewis Theobald pubblicò Double
Falsehood, or the Distrest Lovers,
ora tradotta per la prima volta in
italiano da Thomas Fazi e Enrico
Bistazzoni, Doppia menzogna ovvero
gli amanti afflitti (con prefazione di
Roberto Bertinetti, testo originale
a fronte, Fazi Editore, pp. 200, €
16,00). La tragicommedia, tratta
dalla novella sentimentale di Cardenio e Lucinda (Don Quixote, I,
36-7), è stata accettata nella autorevole collana Arden Shakespeare
come tardivo frutto della penna
del Bardo e inserita, di fatto se
non di diritto, nel canone. «Tutti i
falsi sono fatti allo scopo di passare per autentici. Di conseguenza
debbono essere imitazioni ben
fatte, quasi perfette in modo da
entrare nel canone che intendono forgiare senza destare sospetti» (Innocenti). A teatro i testi erano e sono tuttora sottoposti a trasformazioni, adattamenti, tagli e
lo scritto ha la stessa non finitezza di uno spartito musicale, la
stessa possibilità di inverarsi in
una esecuzione ogni volta diversa. Shakespeare era già merce, e
secondo l’opinione comune un
falso era una pugnalata al commercio (Holliday) o il risultato
illegittimo di un adulterio (Boswell). Il Copyright Act del 1709
confermava l’arte come proprietà
intellettuale e inimitabile del suo
autore. Lewis Theobald aveva
pubblicato una buona edizione
completa delle opere di Shakespeare, senza includervi The Double Falsehood, che invece pubblicò a parte nel 1728 come frutto
della collaborazione del Bardo, in
tarda età, con John Fletcher, prolifico giovane drammaturgo. Dichiarò di possedere il manoscritto
seicentesco che aveva revisionato
e adattato per la scena con grande fatica. Ma non lo esibì mai.
Pope, anche lui curatore meno
attendibile di Theobald di un’edizione completa dell’opera shakespeariana, lo attaccò furiosamente, in special modo per The Double Falsehood, che nel titolo sembra ammiccare ironicamente alla
sua natura di falso che si impone
come vero, a dispetto di quello
originario. E come tale ebbe un
certo successo e fu rappresentata
nel 1727 e ben sei volte fino al
1847.
La traduzione di Fazi e Bistazzoni
tralascia i tenui barocchismi dell’inglese e decisamente punta
all’ammodernamento del testo in
vista di una eventuale rappresentazione italiana. Gli anatemi di
Pope contro Theobald nella New
Dunciad non ebbero grande effetto. E ancor oggi Cardenio lancia
la sua sfida. L’anglista di fama
mondiale Stephen Greenblatt –
di cui uscirà in dicembre Shakespeare’s Freedom – in collaborazione con Charles Mee ha scritto
in Italia il suo Cardenio, ambientato in Umbria tra un gruppo di
americani in viaggio di nozze, che
ha già iniziato il suo percorso teatrale come esempio di «mobilità
di materiali da un autore o da
una tradizione a un’altra» (Greenblatt). Ma c’entra davvero Shakespeare? A mio pare il testo di Theobald è un’esangue brutta copia
del Sogno di una notte di mezza
estate, spogliato del fantastico
intreccio tra il mondo feerico e gli
artigiani per esser ridotto all’unità
neoclassica del plot, spenta la
luminosa poesy dell’«artigiano» di
Stratford – così lo chiamò Kipling.
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (19
STASIUK
TRASFERTE DA PAGINA 18
tutti in mandarino. Il pubblico
ci nese applaude, commosso e
felice. Nel terzo cinema, infine,
viene proiettata una piccola fiction. Una bambina americana
vuole trasformare in un giardino
lo spazio degradato che si apre
all’incrocio di due strade, proprio di fronte alla sua finestra.
Dopo una serie di ostacoli e di
conflitti, una donna cinese, un
giardiniere africano, e altri insopportabili abitanti del quartiere,
aiutano la bambina a realizzare
il suo incantevole giardino pubblico aperto a tutti. Non basta.
Nel finale un uomo elegante,
con gli occhiali, che ha osservato a distanza tutta la scena seduto su una panchina, mentre leggeva il Financial Times, di fronte
a una richiesta d’aiuto della nostra piccola urbanista, si toglie
giacca e cravatta e solleva, muscoloso e aitante, l’ultimo pezzo
di cemento che deve essere spostato. Si accendono le luci e si
esce dal padiglione. Nessun prodotto americano esposto, nessun progetto: solo tre film.
Diametralmente opposto è il
padiglione cinese che giganteggia rosso fuoco su tutta l’Expo.
Nessun altro edificio dell’intera
fiera può superarlo in altezza. All’interno c’è tutta quanta la Cina
di oggi, stipata in una specie di
enorme aeroporto dove si soffoca per la quantità di persone e
per l’abbondanza senza fine di
prodotti, filmati, riproduzioni
esposte, per quanto organizzati
e divisi per regioni e città. L’unica cosa possibile è contemplare
stupefatti, e un po’ atterriti, questa immane esibizione di potenza di una nazione economicamente trionfante su un pianeta
morente. Altro che better city, better life. In qualunque padiglione
regionale si entri, si vedono oltre
a mille prodotti diversi e ai soliti
reperti archeologici, soprattutto
filmati di città trasformate, di aeroporti, di enormi impianti industriali, di sistemi di trasporto integrato. Tutto è stato trasformato e
modernizzato. Non a caso è un
paese guidato da più di vent’anni da una classe dirigente di ingegneri e di tecnocrati che non prevedono mai che, prima o poi, gli
equilibri naturali ci chiederanno
il conto. Nei sei giorni passati a
Pechino, favolosa città della mente, non abbiamo mai visto il sole.
Una luce bianca spettrale continua, impastata di umidità e di
smog, la avvolge come un mantello di disperazione. Il cielo è
riapparso, solo lasciando la città
in aereo e solo dopo mezz’ora
dal decollo. Better city, better life.
Pubblicando il proprio diario
personale scritto nel 1958, durante il suo primo soggiorno in quella che fu la Cina di Mao, Edoarda
Masi, nell’introduzione del 1993,
scriveva: «A lungo mi sono rifiutata di tornare in Cina. Ma la città
perduta era Pechino, non Shanghai. Come è perduta Roma, dove non riconosco i luoghi che sono stati i miei. E quasi non capisco perché questa sarebbe la
mia patria più di qualsiasi altro
luogo d’Europa. In questi ultimi
anni è stato creato un mondo intero di “emarginati”. Non sarà
senza conseguenze. Da più parti
e con ogni mezzo si è annullata
la possibilità dell’opposizione
orientata ad un fine, regolata da
una guida e animata dalla speranza. In un sistema che genera
distruzione, i subalterni vengono privati di ogni capacità che
non sia pura distruzione. La Cina di oggi è paurosa perché sta
per essere trascinata in questo».
20) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
Un ritratto dello scrittore
polacco Andrzej Stasiuk
Il cinquantenne romanziere polacco torna in quella regione
frontaliera dei Carpazi, tra le più dimenticate d’Europa,
che gli dà modo di animare gli elementi e di sperimentare
una particolarissima scrittura atmosferica: non narrativa
■ «IL MONDO DIETRO DUKLA» DI ANDRZEJ STASIUK ■
dei Carpazi occidentali. Una delle aree più selvagge d’Europa, descritta in un momento storico preciso (gli anni successivi alla caduta del
comunismo) ma che resta ostinatamente fuori
dal tempo, resistendo tanto ai cambiamenti
politici quanto alle definizioni razionali che
cercano di individuare il genius loci e di afferrare lo spirito profondo di un luogo.
La ricerca di luoghi al margine per Stasiuk è
più che altro un elementare impulso estetico,
il bisogno di trovare posti dove la
storia e la bellezza non schiaccino
mente non mancano nella sua
l’immaginazione, come invece gli
prosa gli elementi tipici dell’autopuò accadere a Parigi o Venezia,
re ribelle, come si vede nel romandove non è mai stato e dove dice
zo Corvo bianco (sempre tradotto
che non sarebbe mai in grado di
in Italia da Bompiani), storia di
scrivere. Ancora una volta però,
una gita tra amici d’infanzia in fusarebbe riduttivo fermarsi alla suga dalle proprie disillusioni che aspremazia del luogo sull’intreccio,
sume i contorni di una disperata
soprattutto se non ci accontentialotta per la sopravvivenza, tra le
mo di stantie tassonomie letteranevi, ancora una volta, dei Carparie che prevedono quello sfuggenzi. Ma è nel suo carattere descrittite sottogenere letterario, buono
vo che la prosa di Stasiuk, alle presolo per disporre i volumi nelle
se con la natura, gli elementi, lo
grandi librerie, che prende il nospazio circostante, rivela il suo
me di «letteratura di viaggio» e
tratto più ispirato e interessante,
che ha ingabbiato per anni persiquello che permea i racconti conno un grande scrittore come Katenuti in Il mondo dietro Dukla,
puscinski. Nel caso di Stasiuk afsorta di quadri indipendenti legafiorerebbe un dubbio: i luoghi a
ti a un luogo concreto e uniti dal
cui egli è così tenacemente legato
filo sottile della memoria visiva.
e a cui tendono le proprie ossesAfose domeniche estive con rari
sioni biografiche e letterarie riealberi a fare ombra, rane che anscono a tramutarsi in veri «luoghi
nunciano la fine dell’inverno, indell’anima», in grandi metafore
verni in cui la neve «sfavilla democome la Sicilia di Sciascia o, per ciniaca», vagabondaggi, vodka e un
tare un altro grande polacco, la
amore adolescenziale per una vilDrohobycz di Bruno Schulz? La
leggiante il cui viso, nell’emoziomediazione letteraria riesce cioè
ne, sembra sempre sfuggire al trea fare di un luogo concreto, in
dicenne protagonista. Non si tratquesto caso sperduto ai margini
ta però di bozzetti di colore o di
dell’Europa centro-orientale, uno
una fuga nell’esotismo, e nemmescenario universale, il teatro del
no di una trita riflessione su fronmondo che ogni grande classico
tiere antiche e moderne, visibili e
mette in scena?
invisibili. Anche nei Racconti galiUn libro come Il mondo dietro
ziani, un volume anche questo anDukla indica che forse l’obiettivo
cora inedito da noi, la prosa di Stadi Stasiuk,e il suo lato più interessiuk rincorre luoghi (e mondi) posante, è di altro genere, e si lega alco battuti sia dall’attualità della
lo stile e all’uso della lingua, una
cronaca che dall’inattualità della
scrittura evocativa (pienamente
letteratura: la catena montuosa
restituita dall’impeccabile tradudei Beskidy, estrema propaggine
zione italiana) che guarda alla po-
Descrivere la luce,
forse non è possibile
di Francesco Groggia
«S
e desidero un’acqua
d’Europa, è la pozzanghera/ Nera
e gelida…» scriveva Rimbaud nel
Bateau Ivre. Andrzej Stasiuk la
sua pozzanghera europea, di certo avvolta nel gelo, l’ha trovata in
quella regione dei Carpazi al confine tra Polonia, Slovacchia e
Ucraina in cui si svolgono molti
dei suoi racconti, tra cui Il mondo dietro Dukla (Bompiani, traduzione di Alessandro Amenta e
Laura Quercioli Mincer, pp. 171,
€ 16,00). Dukla è appunto il piccolo centro attorno a cui ruotano le
storie che compongono il libro,
un luogo situato una zona tra le
più periferiche e dimenticate
d’Europa, dove la meraviglia della natura contrasta con i tratti a
volte dimessi e squallidi di una
presenza umana comunque ostinata, fatta di migliaia di corpi e
anime che tentano «ognuno a modo suo di spuntarla sul giorno».
La scelta della regione (in cui lo
scrittore abita in una sorta di apparente, volontario isolamento) è
per Stasiuk allo stesso tempo poetica ed esistenziale, ed è legata a
una caratteristica essenziale del
luogo: la sua marginalità, sia geografica sia letteraria, il fatto cioè
di essere priva di mitologie preesistenti, requisito indispensabile
per fabbricarne di nuove.
La stessa biografia dell’autore
sembra accompagnare questo
processo: nato a Varsavia nel
1960, arrestato appena maggiorenne per diserzione e condannato a un anno e mezzo di carcere
(un’esperienza che rievocherà
nel suo primo libro Le mura di Hebron, ancora inedito in Italia), oppositore al regime comunista, attivista in un movimento pacifista
(il WiP), a partire dagli anni novanta diventa uno scrittore di successo, appartato e indipendente.
Con racconti e romanzi anche di
ambientazione metropolitana, come Il cielo sopra Varsavia e Nove
(il primo pubblicato da Bompiani, il secondo ancora inedito in
Italia), che uniscono la gangster
story con una riflessione esistenziale sempre inquieta, negli anni
Stasiuk ha soprattutto coltivato e
rivendicato la propria autonomia, ostentando noncuranza per
mode e ambienti letterari fino a
fondare, con la moglie Monika Sznajderman, una propria casa editrice, la Czarne, che pubblica principalmente scrittori dell’Europa
centro-orientale.
Se scrivesse in inglese o in francese, se fosse cioè inserito in una
tradizione letteraria «forte», di
quelle che coltivano una venerazione particolare per la figura dello scrittore «maledetto», in una linea ideale che attraverso l’oceano
va da Rimbaud a Kerouac, Stasiuk
sarebbe un autore di culto anche
al di fuori della Polonia. E certa-
esia e cerca di avvicinarne il ritmo. A questo proposito, in una
conversazione con il critico Stanislaw Beres contenuta in una storia della letteratura polacca attraverso i colloqui con gli scrittori
(idea interessante e magari esportabile), Stasiuk cita come propri
modelli quasi esclusivamente poeti, e non solo polacchi (c’è anche, guarda caso, Rimbaud). La
lingua poetica di Stasiuk cela
un’ossessione che in Il mondo dietro Dukla, pieno di abbozzi di storie e meravigliose descrizioni, è dichiarata esplicitamente, più volte, come affermazione di una personale poetica che predilige l’essere al divenire: «Da molto tempo
mi sembra che l’unica cosa che
valga la pena descrivere sia la luce, le sue trasformazioni e la sua
eternità. Le azioni mi interessano
in misura decisamente minore.
(…) Gli eventi e gli oggetti o finiscono o muoiono o vanno in pezzi sotto il proprio peso e quando
li guardo e li descrivo lo faccio solo perché rifrangono la luce, la
modellano e le danno una forma
che siamo in grado di capire».
Si potrebbe aprire il tema, già
classico, sui limiti e le possibilità
del linguaggio, sulla sua capacità
di descrivere la realtà, ma Stasiuk,
troppo sanguigno o troppo saggio per affondare in questioni di
pura speculazione, sa che l’equilibrio precario tra intuizione e fallimento, tra ambizione e limite è
un tratto costitutivo dell’affabulazione letteraria. Se il linguaggio è
inadatto a descrivere il mondo come si vorrebbe e se ogni libro rappresenta una temporanea sconfitta, non arrendersi, libro dopo libro, diventa un atto, questo sì, ribelle, e allo stesso tempo molto
umano, perché carico di una speranza forse insensata. «Non è possibile descrivere la luce, al massimo la si può immaginare, cominciando sempre da capo».
PHILIP ROTH
di Francesca Borrelli
M
i chiamo Nathan
Zuckerman e non ho un Io: questa,
al fondo di tutta la sua esibita perentorietà, è l’unica vera certezza del più
famoso personaggio della letteratura
americana degli ultimi cinquant’anni, l’ebreo di Newark figlio di un podologo, la cui comparsa sulla scena
del romanzo è datata 1979 e il cui luogo di nascita si trova fra le pagine di
un libro di Philip Roth, Lo scrittore
fantasma. Da allora, Zuckerman ha
recitato nel ruolo di protagonista
una decina di volte, finché il suo creatore ne ha decretato la fine orsono
tre anni fa, in un libro eloquentemente titolato Il fantasma esce di scena:
dopo quasi trent’anni di remunerativi servizi resi in qualità di principale
alter ego dello scrittore americano,
una sentenza davvero crudele, che i
lettori di tutto il mondo si augurano
reversibile. È vero, però, che segnali
di insofferenza verso il suo personaggio Philip Roth li aveva già maturati
da tempo, probabilmente a partire
dallo sforzo costatogli nel ritagliare a
Nathan Zuckerman il più complesso
e il più schizoide dei suoi ruoli in
quello che resta l’intreccio più elaborato tra i molti dell’autore americano: titolato La controvita, è un romanzo del 1986, già pubblicato da
Bompiani e ora ritradotto da Vincenzo Mantovani per Einaudi («Supercoralli», pp. 393, € 21,00).
«Essere Zuckerman è una lunga recita – si lamenta l’illustre protagonista
del libro – esattamente l’opposto di
ciò che si intende con l’espressione essere se stessi». Lo dice a quella che è al
medesimo tempo la sua giovane moglie e la principale comparsa femminile del romanzo che sta scrivendo, perché Zuckerman è – per le cronache letterarie – il celebre autore di un libro
fortunato, al tempo stesso viatico della sua fama presso un vasto pubblico
e responsabile della sua disgrazia presso la famiglia dalla quale proviene, i
cui componenti ha ridicolizzato in impietose descrizioni esemplificative di
tutte le nefandezze attribuibili agli
ebrei. La controvita è dunque, nella
più banale e nella meno esaustiva delle letture possibili, un metaromanzo,
ossia un libro in cui Roth ospita gli appunti preparatori del testo al quale immagina stia lavorando Nathan Zuckerman; ma ciò che più impegna l’attenzione del lettore è la quantità dei
punti di vista adottati dalla narrazione, dove una voce onnisciente si alterna alla presa di parola in prima persona dei protagonisti. E, al tempo stesso, lo sguardo su di sé che ogni personaggio rivendica come veritiero, si
contrappone al ritratto stravolto che
Nathan ne restituisce tra le pagine del
suo romanzo, il quale evidentemente
si avvantaggia della trasformazione di
persone ordinarie in godibili caricature. «Uomini e donne – riflette – non si
consegnano agli scrittori come personaggi letterari a tutto tondo: generalmente ti offrono assai poco su cui lavorare e, dopo l’impatto della prima
impressione, non ti aiutano quasi
più». Non esistono verità, sembra dire
nietzscheanamente Zuckerman, esistono solo interpretazioni. Ma, a sua
volta, questa arrendevolezza più che
sottintendere una apologia dell’ermeneutica indica quanto sia illusoria la
velleità di «bersi senza fiatare la maschera della naturalezza».
Tutto deve aspettarsi il lettore fuorché una vicenda ricostruibile secondo il prima e il poi, in questa Controvita di Roth dove fabula e intreccio non
coincidono mai, mentre si moltiplicano le prospettive e si incrociano i punti di vista, sia che li si intenda nella loro valenza di pareri su una stessa questione, quella ebraica prima di tutto,
sia che li si assuma come dispositivi
della narrazione attivati da uno scrittore magnificamente padrone di tut-
Alla sua quarta
apparizione
sulla scena
del romanzo
americano,
il più celebre
alter ego
di Philip Roth
si esibisce
in acrobatici
sdoppiamenti
di ruolo, mentre
il suo autore
si diverte
a tessergli intorno
una mirabile rete
romanzesca
«Conversations»
di Ben Shahn, 1958,
New York, Whitney
■ «LA CONTROVITA», UN ROMANZO DELL’86 RITRADOTTO ■
Ora Zuckerman
recita a soggetto
te le possibili strategie romanzesche.
Forse, per orientarsi, si potrebbero isolare come momenti cruciali dell’intreccio i funerali dei due fratelli
Zuckerman, perché sono queste le
occasioni migliori per ricapitolare le
vite dei personaggi. Poiché l’incipit
del romanzo è fresco della morte di
Henry, causata da una operazione di
bypass che avrebbe dovuto emanciparlo dai farmaci assunti per la sua
cardiopatia, farmaci a loro volta responsabili di averlo ridotto all’impotenza sessuale, il lettore è legittimato
a pensare che questo fratello minore
dedito alla professione di dentista
muoia prima di Nathan, il famoso romanziere. Ma con il passare delle pagine apprenderà che non è così, e
che il destino di Henry varia a seconda del ruolo assegnatogli dalla voce
narrante, ovvero a seconda del fatto
che egli figuri come un personaggio
messo in campo dal narratore al quale Roth affida la storia, o come il protagonista del romanzo che Nathan
sta scrivendo, grazie alle confidenze
realmente ricevute dal fratello ma
del tutto mendacemente riportate.
Lo stesso Henry, infatti, leggerà di sé
cose mai accadute, quando dopo i funerali di Nathan, al quale è dunque
sopravvissuto, si introdurrà nella casa del fratello, e frugando nei suoi
schedari troverà appunti compromettenti che lo riguardano, nonché
la stesura del romanzo di Nathan, saturo di aneddoti familiari riportati
con il consueto sarcasmo. Da quelle
pagine apprenderà la disponibiltà
del fratello a usare per i propri scopi
narrativi il segreto che a suo tempo
gli rivelò circa le sue relazioni extraconiugali, ma anche la spregiudicatezza di Nathan nell’inventare di sana
pianta alcuni fatti di cui si sarebbe reso protagonista, per esempio un viaggio in Israele che lo avrebbe ridicolmente guadagnato all’ortodossia
ebraica, lui che non pensava ad altro
se non a eseguire con meticolosa precisione la sua professione di dentista.
Pagina dopo pagina, Henry scorre
incredulo gli appunti di quel roman-
zo che il lettore già conosce per averne appreso la traccia nei precedenti
capitoli raccontati in prima persona
da Nathan, di cui non è mai dato sapere, se non a posteriori, di quale vita
viva: se di quella che lo vede protagonista del romanzo al quale sta lavorando o di quella che gli dispensa il
narratore: entrambe per gentile concessione di Roth, naturalmente, unico artefice e sommo giudice – è bene
ricordarlo a chi condividesse romantiche illusioni sulla autonomia dei personaggi – di tutto ciò che si svolge in
questo strabiliante romanzo. Dove la
complessa costruzione della tessitura
sembra fatta apposta, tra l’altro, per
consentire a Philip Roth l’apertura di
lunghe parentesi narrative in cui sfogare la sua passione dialogica, che
estende dal ragionamento più pacato all’invettiva, passando per dialoghi
la cui potenza argomentativa è tanto
più magistralmente resa quanto più
la rincorsa della verità coincide con
l’approdo dei personaggi al puro e
semplice delirio paranoico.
Anche qui, come in altri romanzi
dell’autore americano, fra le comparse più articolate figurano almeno tre
fanatici: uno di nome Shuskin, che
vuole propagandare l’invenzione di
un metodo di congelamento delle cellule in grado di rimandare la morte
per almeno un paio di secoli; un altro
di nome Jimmy che, ispirato dai libri
di Nathan, vorrebbe coinvolgerlo nel
dirottamento di un aereo come gesto
esemplare per diffondere il suo nuovo verbo, ossia la necessità di emancipare gli ebrei dal loro passato, cancellando dalla memoria collettiva tutte
le persecuzioni subite; e un terzo di
nome Lippman, fondamentalista
israeliano la cui logica non lo rende
meno pericoloso di un folle, che gira
armato predicando la disobbedienza
civile e la fondazione illegale di ulteriori insediamenti nei territori arabi.
Sia chiaro, però, che solo a Nathan
Zuckerman è concessa la spietata
quanto crudele messa a fuoco delle
possibili derive della mentalità ebraica, sia che essa si esprima nella ristrettezza delle vedute piccolo borghesi a
lui più familiari, sia che approdi alla
cecità del fanatismo. Quando è Nathan a fiutare odore di discriminazione, vera o presunta, ecco allora che
Roth regala al suo alter ego tutti i più
convincenti argomenti a carico dei
pregiudizi secolari coltivati dai gentili.
E tra loro mette la figura forse più magistrale della Controvita, la moglie di
Nathan Zuckerman destinata a sopravvivergli, dotata di un virtuosismo
argomentativo all’altezza delle sue
snobsitiche esigenze intellettuali, anche lei proiettata a viva forza nel romanzo del marito, dal quale tenta tuttavia di uscire in un estremo sforzo di
ribellione. Pallida illusione di un povero personaggio: ma non lo sa Maria
che ogni sua mossa soggiace alla violenza autoriale di colui che l’ha inventata? Eppure anche Nathan appare in
difficoltà, ossessionato com’è dall’incubo che i suoi personaggi reclamino
il controllo della situazione e, sottraendosi alla sua volontà, gli rovinino la
vita. La sua vita che altro non è se non
un romanzo di Philip Roth.
DECOUPAGE
MATVEJEVIC
E IL PANE, DAI CIELI
ALLA TERRA
Padre nostro, prefazione di Enzo
Bianchi e postfazione di Erri de
Luca (Garzanti, pp. 231, € 18,60),
è il titolo che Pedrag Matvejevic
ha voluto per il suo recente libro
dedicato al più antico e prezioso
alimento degli umani: quella
manna dei cieli che, come raccontano le Scritture, «saziò» il popolo
semita nel deserto. Quel pane
nato in Mesapotamia dalle spighe di grano la cui la simmetria
«stupì» i nostri antenati, è da millenni sigillo della cultura nella
società umana, e oggetto di un’infinità di libri (fra i quali per l’originale argomentazione sul tema
della terra e del modo di coltivarla, Il pane selvaggio di Piero Camporesi). La «fantasia dell’uomo –
come scrive Bianchi – ha saputo
dare forme e consistenze sempre
diverse a quell’alimento così da
renderlo appetibile e accessibile
nelle situazioni più disparate».
LUCIANO CANFORA:
COME PENSIAMO
I FATTI STORICI?
«Perché ci siamo scannati senza
interruzioni a partire dal primo concilio di Nicea?», scriveva Voltaire
alla voce «Tolleranza» nel Dizionario filosofico: una domanda alla
quale Luciano Canfora azzarda
una risposta con un procedimento
analogico sulla conoscenza della
storia nel saggio L’uso politico dei
paradigmi storici (Laterza, pp. 117, €
16,00), versione aggiornata di Analogia e storia uscito trent’anni fa.
Allora come oggi Canfora affronta,
da un lato la questione
«dell‘alternativa tra la illuministica
“tolleranza” e la giacobina “virtù”»;
dall’altro, la questione di metodo
inerente al nostro «pensare i fatti
storici inestricabile da quella forma
a priori, per dirla in termini kantiani, che è l’analogia»: quel procedimento tucidideo, ricorda l’autore,
che è alla base della ricostruzione
del più remoto passato.
FABIO STASSI
E I PERSONAGGI
DI CARTA
Quando aveva cominciato «a viaggiare su una linea lenta e annosa
– scrive Fabio Stassi nel suo terzo
o quarto libro Holden, Lolita, Zivago
e gli altri (minimum fax, pp. 332,
€ 12,50) – non sapevo quale insolita compagnia avrei avuto». Ma là
fuori dai finestrini del treno c’erano pur sempre Spoon River e l’universale commedia umana di una
popolazione immaginaria a riempire lo scompartimento, uomini e
donne da lui già frequentati nei
libri, che non avevano perciò né
pelle né sangue né carne, solo
sostanza di parole, ma con i quali
– come ha scritto Primo Levi –
puoi intrattenerti; insomma tanti
Capitano Mac Whirr, del quale
Conrad diceva: anche se mai aveva camminato o respirato su questa terra, tuttavia era autentico.
Come e quanto lo sono i duecento ritratti e comprimari dei maggiori romanzi italiani e stranieri, che
leggiamo in questo felice libro di
rimembranze letterarie.
a cura di Romano Costa
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (21
FUSINI DA PAGINA 19
ne che insiste anche quando
Dio se n’è andato. E l’uomo-attore se ne rimane lì, «ombra che
cammina» con il suo «racconto
idiota» tra le mani «pieno di grida e di rumore» (Macbeth), pieno di immagini di Dio infrante,
lascito beffardo di una eredità avvelenata: l’Ecce homo, la Passione, il Rito di Comunione, la Discesa di Cristo agli Inferi, il Figlio
icona del Padre, la caduta di Lucifero, l’Apocalisse, sono gli spettri con cui l’attore, l’eroe di
Shakespeare, lotta. Mentre il diavolo, e con lui la folla dei torturatori di Cristo sotto la Croce, ritratti da Grünewald e messi in
scena dai Mystery Plays medievali, ridono e rumoreggiano: il
mondo è un puttanaio a cielo
aperto, un postribolo dove si festeggia l’«incesto universale»
(Misura per misura), è un manicomio (Lear), è una «prigione» e
un «cimitero» (Amleto), è l’Inferno (Macbeth). Sono lì a mostrarlo la Vienna di Isabella e il «convento» (nunnery) di Ofelia, la folle landa deserta di Lear con il
suo carrozzone di freaks, il palazzo di Elsinore e il caposanto di
Yorick, il castello di Inverness.
Ma Fusini non dimentica mai
la Storia per la Scrittura. Quel
mondo-bordello, quel mondoinferno, quella casa di matti, è
pensata e percorsa sul filo della
Londra popolare che sta entrando nella piena modernità: la Londra storica dei bassifondi e dei
teatri, degli ospedali-galera, delle gilde di accattoni, la Londra
delle professioni, dei predicatori, dei medici e dei trattatisti, delle corti di giustizia, del mercato
librario (la futura Londra di Dickens), ricreata per tutto il corso
del libro, come un fil rouge, senza che la profonda conoscenza
documentaria pesi sulla lettura
(lo stesso vale per le diverse considerazioni filologiche, puntualmente avanzate quando necessario). È importante questa attenzione alla storia, perché il teatro di Shakespeare non sarebbe
tale se non vi si avvertisse, in
corso, la genesi del mostro metropolitano, testa del nascente
Leviatano-Stato (Hobbes). Così
come costante è l’attenzione
per l’orizzonte politico della
drammaturgia shakespeariana:
da un lato, Fusini libera (finalmente!) il campo dalla sovranità
secondo Kantorowicz, perché il
«doppio corpo del re» risulta sì
presente in scena, ma equivale
ai residui della Scrittura e non è
ciò di cui Shakespeare vuole parlare; dall’altro, accentra la sua attenzione sul vero problema, la
possibilità di una «ragione politica» (Giulio Cesare), per rivelarci tuttavia che la ragione politica di Bruto, intrinsecamente avvelenata dall’immaginazione
(phantasia), «traffica in spettri»
e consegna quindi le proprie vittime (Cesare-Cristo) alla menzogna (di Antonio – di Elisabetta,
di Giacomo e dei loro Consigli
di Stato). Di questo mondo e di
questo teatro, restano lì, in piena luce, impiccate, strozzate, annegate, stuprate a morte, le spose e le figlie: Desdemona, Ofelia, Cordelia. Fusini è delicatissima con loro, quasi a proteggerne la millenaria memoria e la
storia straziate. Di loro, Fusini
non vuole rivelare troppo. Ma
sappiamo chi sono: sono il lato
buono di Cristo, l’Anima torturata (Psiche) – le fanciulle perseguitate della fiaba – che quel
mondo e quel teatro, ma come
fosse da sempre, non può lasciar sopravvivere.
22) ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010
di Niccolò Scaffai
L’
anatomia dell’esperienza è al centro dell’opera di Valerio Magrelli fin dagli esordi, ma
negli ultimi suoi libri il metodo è
esercitato in maniera più estroversa. In La vicevita (Laterza 2009) e
nel recentissimo Addio al calcio
(Torino, Einaudi «Supercoralli»,
pp. 114, € 17,00), l’attitudine a
scomporre le funzioni del soggetto, facendone l’oggetto di un’osservazione raziocinante, si applica infatti a un personaggio in situazione, i cui gesti aderiscono a
quelli di una comunità che officia
un rito quotidiano: il viaggio del
pendolare, nel volumetto laterziano dell’anno scorso; il calcio, nel
nuovo libro, più impegnativo e
forse piú riuscito del precedente.
Addio al calcio è un macrotesto
scandito in due tempi, ciascuno
composto da 45 scritti brevi in
prosa. O piuttosto in prosa poetica, dal momento che nei brani sono abbastanza frequenti le cellule
metriche, talvolta concatenate in
sequenze di versi regolari e rime
vere o per l’occhio (quanto basta
a fugare i sospetti di un arbitrario
‘ritaglio’ da parte del lettore stilisticamente fazioso: «vetri molati
e legno alle pareti, camerieri vetusti e gran gelati. L’hanno spazzato
via quel vecchio bar, con le ruspe,
il tritolo, i caterpillar»). Queste caratteristiche strutturali rendono
incerto lo statuto di genere letterario e sconsigliano perciò di distinguere troppo rigidamente tra il
Magrelli in versi e quello in prosa
(come indurrebbero a fare invece
le diverse vesti e collocazioni editoriali dei suoi libri: da un lato la
‘bianca’, dall’altro i ‘supercoralli’
einaudiani, per esempio), e di
conseguenza tra una vena tutta
scientifico-sperimentale nel primo e una – diciamo – tutta socio-
logico-aneddotica nel secondo.
Eppure uno scarto c’è, ma riguarda soprattutto le dimensioni
nelle quali si sviluppa la scrittura:
se per le raccolte di poesia tout
court è stato possibile parlare di
una magrelliana «vocazione cartografica», per Addio al calcio è necessario considerare anche la coordinata temporale. Tempo inteso sia come formula di ripartizione interna, basata appunto sull’allusione alla durata di una partita
di calcio; sia, soprattutto, come
profondità storica e linea di collegamento tra le generazioni. Il punto di vista che attrae anche lo
sport nell’orbita di una fisicità patologica («Allora, per guarirlo da
quella brutta malattia, me lo mettevo davanti, sull’attenti, e cominciavo con i cataplasmi. (…) Erano
gocce, medicamenti per prepararlo al gioco del calcio, e agivano
pian piano come vitamine»; «sentii lo scatto secco del menisco
spezzato») rimane quello già tipico del primo Magrelli – è vero –
ma conta di più la facilità con la
quale il calcio può essere messo
in racconto e per così dire epicizzato: l’«energia ridicola e insopprimibile» che trasforma lo sport in
«un ininterrotto commento,
un’estenuata tela di Penelope». E
dell’epica, talvolta, la retorica del
calcio assume le movenze, per
esempio attribuendo agli atleti soprannomi ‘formulaici’, seppure
dissacranti: la scriminatura tra i
capelli rossi valse a Odoacre Chierico – ricorda per esempio Magrelli – il nomignolo di ‘gettone’.
Quasi ininterrotto è anche il filo che lega i brani, connessi l’uno
all’altro da una serie di richiami
tematici e lessicali tipologicamente non diversi da quelli che cuciono insieme le stanze di una canzone (o le poesie di un canzoniere).
I nessi, oltre a incrementare il tasso di poematicità del libro (anche
per questo complesso e felicemente indefinibile), funzionano
come altrettante sinapsi che facilitano il flusso della memoria personale, l’andirivieni dal passato al
presente e viceversa.
Non sembrano pertinenti i confronti con quegli autori italiani,
da Saba a Sereni a Buffoni, che
hanno fatto occasionalmente del
calcio materia di (ottima) poesia.
A Magrelli non interessa trasformare lo sport in letteratura, né
sciogliere un peana all’atletica vitalità. La sua scommessa è piuttosto quella di parlare dell’argomento mantenendosi in equilibrio tra
due opposti snobismi: quello dell’intellettuale ‘apocalittico’ che assolutamente non segue il calcio,
o se lo fa è solo per deprecarne futilità e corruzione; e quello dell’‘integrato’, che idealizza e nobilita il pallone, anche attraverso funambolici preziosismi lessicali
(da Magrelli del tutto evitati: nessuno si aspetti Gianni Brera, insomma, nel bene e nel male).
Per inciso, la scelta di non premere sul pedale della critica morale spiega un brano come il seguente, in effetti di primo acchito
un poco scandaloso: «non posso
tacere l’atto più grave che, a mio
Una squadra di Subbuteo, il calcio
«a punta di dito» esploso in Italia
negli anni settanta ed entrato
nell’immaginario del libro di Magrelli
parere, sia mai accaduto su un
campo di calcio. Non parlo di giocatori sudamericani uccisi a rivoltellate, né di falli vigliacchi o di aggressioni, bensì (…) di un’omissione», cioè quella – prosegue Magrelli – di un calciatore che non
aveva restituito agli avversari una
palla volontariamente mandata
in fallo laterale per far soccorrere
un infortunato. Il punto non è la
minore o maggiore gravità del gesto, ma la presenza dell’accaduto
nell’orizzonte dell’esperienza personale del narratore, nel campo
visivo dei suoi ricordi. L’orrore,
per esempio, penetra sì nelle pagine, ma solo attraverso una privata memoria visuale, quella di
un’installazione alla Biennale di
Venezia: «a Belgrado, sullo sfondo dell’ex quartiere generale dell’esercito serbo ridotto a imponente rovina, un ragazzino palleggia con un cranio umano».
Oltre a ricondurre Addio al calcio alla via maestra della poetica
di Magrelli, quest’aspetto permette di inquadrare entro il tema della visione anche un motivo caratteristico del libro, quello del
‘miracolo’, di un’improvvisa manifestazione appunto visiva, valida in sé innanzitutto come fenomeno, in seguito e incidentalmente come simbolo: «Eravamo
a metà partita, in un campetto
sul lungofiume, quando dal cielo
■ «ADDIO AL CALCIO», PROSA POETICA DI VALERIO MAGRELLI ■
Un occhio raziocinante
tra due opposti snobismi
piomba in mezzo all’erba un pesce gigantesco, un pesce sacro»;
«Passato un quarto d’ora, ecco il
prodigio. Uno per uno, innumerevoli sportelli si sollevarono da terra»; «Solo una notte assistemmo
al miracolo. (…) Ci sporgemmo
tutti quanti da una specie di feritoia orizzontale, e finalmente vedemmo…»; «Dovemmo apparire
loro come un miraggio, una fata
morgana a cui non si presta fede»; «il pallone non era neanche
pesante, ma bastò per raggiungere il miracolo».
Il valore peculiare del calcio
sta nella fruizione plurale, collettiva di quelle epifanie: da parte
della squadra, certo, ma anche
da parte della coppia padre-figlio che è la vera protagonista
del libro. Il narratore, grazie alle
oscillazioni tra passato e presente, si ritrae ora nel ruolo del figlio
(«Giocare da soli col padre è un
momento struggente, insostenibile»; «Mento in fuori, braccia ad
anfora, e la sfera di cuoio sotto il
piede: mio padre diventava Mussolini e insieme Piola»), ora in
quello del padre, che vede avvicinarsi la fine del rito non solo per
via dell’età e del fisico, ma anche
per colpa dell’allucinazione, del
mero inganno ottico che ha preso il posto del miracolo: «E invece per mio figlio il gioco significa
ormai quasi soltanto PlayStation. (…) Così lui gioca partite
fantasma, contro squadre fantasma, con risultati fantasma. Da
solo, immerso ore e ore in una
sorta di allucinazione».
Si consuma così l’addio al calcio, senza traumi, ma in un’indefinita e quasi leopardiana sospensione nel silenzio che fa balenare
un senso ulteriore, esistenziale, come quando ci si avviava a recuperare la palla finita fuori dal campo
e si indugiava qualche istante prima di tornare a giocare, «dimenticando quello spazio muto che ci
avvolgeva, al di là del muretto».
Un felice libretto dall’incerto statuto che fa della passione per il calcio padre-figlio
un set di analisi dei costumi e dei ricordi: lontano dal moralismo e dall’epica
P
BERSAGLI
O
E
S
I
A
ALBERTO VIGEVANI,
IL DESIDERIO
DELL’UOMO PROBO
di Andrea Molesini
di Giulio Ferroni
H
■ «PEREGRIN D’AMORE», VIAGGI NEI LUOGHI DEGLI SCRITTORI ITALIANI ■
Tenzoni di Affinati
o sempre pensato che Eraldo Affinati scriva e legga in movimento, sentendo la
propria attività come un percorso
nel mondo, percorso tra costipati
quartieri cittadini carichi di prelia): luoghi toccati e attraversati
senze e di oggetti, o tra spazi distedai maggiori scrittori italiani e dalsi e lontani, centri monumentali e
le loro opere, cruciali per la loro
periferie slabbrate, stazioni e cimiesistenza o per le loro opere; luoteri, cattedrali affollate e piccole
ghi di oggi anche lontani e talvolcappelle solitarie, territori induta a essi ignoti, a cui i testi vengostriali e campagne dagli orizzonti
no imprevedibilmente ad assosconfinati. I suoi libri sono semciarsi e combinarsi.
pre quelli di un pellegrino, che
Tanti viaggi: per ognuno dei
nel toccare e guardare i luoghi ne
quaranta scrittori, da Francesco
percepisce la densità morale, ne
d’Assisi a Pasolini (con Prologo a
estrae il carico di umanità, di deCastel del Monte), due capitoletti
terminazione vitale, di memoria e
centrati su due diversi luoghi, uno
di oblio, di lacerazione e di ricompiù breve (in prima persona) e
posizione, come una sorta di specuno più ampio (in seconda persochio spirituale, che riflette la conona, con voce che direttamente si riscenza di sé e del mondo. Pellegrivolge al viaggiatore e ci dice quello
no medievale, romeo o bordone
che vede e che fa), e altri luoghi
che si confronta col fitto presente
che capita variamente di evocare.
del mondo, egli sente i luoghi, le
«Stazioni» del pellegrinaggio, incose e le persone che li abitano
somma, davanti ai quali, pur se
con il proprio stesso corpo, con la
tanto mutati, risuonano le pagine
propria andatura, con la fisicità
celebri e amate, si ritrova il senso
del proprio percorrerli, sia che usi
di tante letture, dell’entusiasmo
i più diversi mezzi di locomoziodel lettore, del volto d’Italia passane, sia che lo faccia a piedi: può
to e presente. Opere essenziali delusare ogni mezzo possibile, dalla nostra letteratura si fissano così
l’aereo alla motocicletta, ma ciò
in una serie di situazioni emblemache davvero conta per lui è posatiche, di caratteri morali e spirituare i piedi per terra, misurare lo
li, di occasioni personali, che il
spazio camminandoci, anche
viaggiatore percepisce in una sorquando si tratti di spazi in cui è dita di elevazione eroica. Per Affinati
sagevole o addirittura pericoloso
tutta la letteratura, quella che per
camminare. Questo viandante
lui conta, è come una sfida, nel
sempre sostenuto dalla letteratuquadro di una lotta entro la durezra, e specialmente dalla letteratuza dell’esperienza, di un difficile
ra che più si è confrontata con il
implicarsi dell’umano nel mondo:
dolore, con la lotta, con il destino
entro una singolare mitologia deldel mondo, con Peregrin d’amola guerra, è «veglia d’armi» che egli
re (Mondadori «Sis», pp. 415, €
vive come un «soldato», fraterno
20,00) percorre una serie di luocon tutti coloro che hanno percepighi in cui cerca il senso e il valore
to l’esistenza come impegno, batdella letteratura italiana (sottotitotaglia severa e difficile per un valolo Sotto il cielo degli scrittori d’Itare di senso e di libertà.
Allora l’Italia che il pellegrino ritrova in questi viaggi letterari è
un’Italia eroica, un’Italia che dal
suo passato (l’«umile Italia» di
Dante e Pasolini?) si proietta verso l’attuale eroismo degli immigrati, verso un nuovo, contraddittorio orizzonte, che si riconosce nella loro presenza seria e discreta,
umile e umiliata, nella dignità silenziosa che in quasi tutti i luoghi
toccati si manifesta nei loro volti e
nei loro gesti. Essi sono presenti
quasi in ogni pezzo del libro: e si
può vedere come l’Orlando furioso ci porti qui nell’isola di Lampedusa (dove nel poema dell’Ariosto
avviene l’ultimo duello tra cristiani e saraceni, tre contro tre), con
gli immigrati clandestini che lì approdano e con un singolare personaggio che sembra reincarnare lo
stesso eroe Orlando, eroe ora non
dello scontro ma della solidarietà:
questi accoglie e protegge un
gruppo di immigrati, somministrando un pasto con francescana
religiosità. Come questo Orlando
redivivo, altri fantasmi si affacciano in altri luoghi del pellegrinaggio e ad essi il pellegrino dà direttamente voce: così un povero giardiniere di un ristorante tra le ville
del Chianti parla con la lingua di
Niccolò Machiavelli, esprimendo
la propria ansia sullo stato contraddittorio del mondo; così la ricerca che Eraldo fa a Londra dei
luoghi dell’esilio di Ugo Foscolo
viene narrata (nella seconda persona di cui si è detto) dalla voce
stessa del poeta, che egli ha appassionatamente amato e sentito come un «unico faro» di vita, fin dal
Luca Capuano, Castel del Monte,
da «Il paesaggio descritto», luoghi
italiani patrimonio Unesco, Logos
tempo delle lezioni universitarie
di Walter Binni; così al centro del
libro, davanti al monumento di
Giuseppe Gioachino Belli all’ingresso di Trastevere, egli ascolta
la voce, in romanesco, del proprio
padre che nel mondo di là si trova
proprio a contatto col Belli.
Molto varie sono peraltro le modalità con cui Affinati presenta i diversi luoghi e i diversi scrittori, con
un gioco di variazioni, che può
passare dall’incontro, sul Lido di
Dante presso Ravenna, con un professore in pensione assistito da
una badante ucraina, con cui egli
dialoga sulla propria passione per
la Commedia, a quello con uno studioso giapponese nella chiesa di
Santa Maria Novella, dove si incontrarono i narratori del Decameron
al tempo della peste di Firenze, al
ricordo del fenomeno della vaiolance sotto la statua di Giordano
Bruno a Campo de’ Fiori, a quello
degli incontri personali con Mario
Rigoni Stern a proposito delle guerre da lui vissute, ecc. I più vari dati
di cultura e di passione, dal cinema alla musica allo sport, vengono a sostenere questi viaggi nella
letteratura italiana, con molteplici
coincidenze che sembrano rivelare l’inafferrabile mistero che anima un’adesione appunto «eroica»
alla realtà, anche ai suoi lati più duri e oscuri, al «lavoro» che essa richiede: con la testarda volontà di
far giocare la letteratura nel presente, come segno di vita, che può
Quaranta «siti», da San Francesco a Pasolini, su e giù per lo Stivale, con l’idea
di verificare un personale canone italiano a contatto con vestigia storiche e degradi
dell’oggi: alla fine, una specie di duello eroico con testi, personaggi e situazioni
persistere a rivelare il mondo, anche quando sembra schiacciata e
marginalizzata da tutti gli scarti e
le brutture che il mondo trascina
con sé.
Del resto Affinati è molto attento agli scarti e alle lacerazioni degli
ambienti attraversati, si ferma più
volte a notare la degradazione dei
luoghi, l’accumulo di rovine che
su di essi si è caricato dai tempi
delle voci originarie di cui egli segue le tracce: ma di fronte a tutto
egli è come salvaguardato dalla sicurezza del suo sguardo e della
sua passione «eroica», dalla armatura agonistica e a volte ieratica
che si trova ad assumere. Nella
sua deliberata lontananza da ogni
prospettiva accademica, anche
chi come me è colpevole di frequentazioni accademiche cerca di
perdonargli alcune coquilles, magari imputabili alla redazione forse affrettata, male ormai della
grande editoria (ma non si può
perdonare p. 67, dove si dice che
Masaccio sarebbe morto vent’anni prima della stesura del Decameron!). Certo dal libro risulta un vero e proprio canone personale
(molto fitto nella zona novecentesca), che predilige gli autori che
esibiscono il conflitto o che comunque tende a mettere in evidenza gli aspetti agonistici anche
di autori non leggibili in chiave
«eroica»: ne risultano messi ai margini gli ambiti del comico, dell’eros più sensuale, del melodramma, che pure costituiscono linee
essenziali della nostra letteratura
(ci sono un Boccaccio e un Ariosto
molto diversi da quelli su cui Affinati richiama l’attenzione, ci sono
almeno un Metastasio, un Verdi,
un Don Giovanni mozartiano che
a loro modo hanno avuto un rilievo essenziale nella costruzione dell’anima italiana).
Forse la poesia è nata per dire lo
stupore panico del cacciatore che
nella foresta, sotto una luna immensa, per la prima volta vedeva
il leone. Ma cosa resta, oggi, di
quell’oscuro turbamento? Le nostre città – bolgie di auto, passanti, luci e manifesti che invitano a
comprare l’utile e l’inutile – hanno bandito ogni traccia del sacro,
ed è difficile meravigliarsi di qualcosa. Alla contemplazione appassionata – il territorio della poesia
– non restano che fuggevoli immagini, strappate al frastuono della strada. «Di là dalla vetrata /
sembra la rondine / si sia involata
/ più rapida ancora / della sua
ombra. // Così noi: col peso / del
nostro passato / ombre sempre
più lente / siamo nel volo / rapido del presente». Di Alberto Vigevani (Milano 1918-1999), narratore e poeta, librario ed editore di
cose rare, esce, nella «Bianca» di
Einaudi, L’esistenza Tutte le poesie
1980-1992 (pp.194, € 14,50), a
cura di Enrico Testa.
L’intrecciarsi di quinari e settenari,
di rime saltuarie, sempre cariche
di senso, si sposa con il tema del
tempo – la materia di cui siamo
fatti – e della memoria, impegnata in una visionarietà melanconica, che non cede mai, però, alla
lacrima, e nemmeno a una mestizia crepuscolare. Sono versi dal
lessico semplice, e il fraseggio
schietto, quelli di Vigevani, abitati
da una pietas vigorosa e innamorata di «un mondo inesistente / se
l’esistere fosse / più certo del niente». Molte poesie finiscono con la
parola «niente», o propongono
rime dalla forte carica semantica
come «giorno/ritorno», «foglie/soglie». E poi c’è la riflessione sulla
vecchiaia – la più grande sorpresa
nella vita di un uomo, scriveva
Tolstoj – che si beffa ogni giorno
di quello che ci sentiamo bruciare
dentro: «Quello che ci stupisce / e
gli altri non sanno / è come siamo
giovani, / dentro, giovani ancora /
nei corpi invecchiati, / e delicati e
fragili / come quei fiori / che basta soffiare / per farli di colpo /
morire». Quasi a ogni pagina, il
lettore viene sorpreso dagli scarti
ironici, dai guizzi fanciulleschi del
pensiero: «Gli angeli li incontro di
rado / non so perché sempre in
tram». E così Vigevani descrive i
suoi antenati ebrei: «Pastori, carovanieri, vignaiuoli / idolatri e fornicatori ma, après coup, / amanti
del Verbo, assetati di giustizia».
Siamo nati per trascorrere, non
per mettere radici, e solo l’immaginazione ricorda la verità: «Immagino talora l’ignoto / che abitò
queste stanze / e l’ignoto che le
abiterà».
C’è l’eterno desiderio dell’uomo
probo in queste poesie, la sua
voglia di vivere con semplicità
nella ricerca della conoscenza,
anche se questo impone il dolore rigoroso del tramandare: «Un
riverbero intravidi / del volto del
Dio creduto morto / ardere nei
grandi occhi atterriti / del ragazzetto ebreo che una nera / coperta sulle spalle i neri sfiora / vagoni del treno per Treblinka». Perché, dopo Auschwitz, dell’innominabile creatore si può pensare
solo «che esista e dorma / fuori
dal tempo / mentre noi lo invochiamo / da dentro».
ALIAS N. 41 - 16 OTTOBRE 2010 (23
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