CREDO IN
GESù CRISTO
FIGLIO UNIGENITO
DI DIO
Sussidio per la catechesi
degli adulti
2012-2013
Introduzione
Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di “evangelizzare”,
e di condurre altri al “sì” della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di
conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l’ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi
tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il
Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua
Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua
glorificazione (articoli 6 e 7).
CCC,n.429
Ogni genitore, ogni educatore, si trova prima o poi davanti alla realtà di una persona a
cui deve permettere di trovare risposte senza però potergliele dare direttamente. Per
esempio i valori, gli atteggiamenti, non sono un qualcosa che può essere trasmesso
in senso stretto, ma solo (in qualche misura) suscitato, perché divengono parte della
personalità dell’altro solo se sono il risultato di un processo di maturazione individuale e
interiore che non può essere condizionato dall’esterno, ma che richiede come elemento
indispensabile il contributo originale della persona che giunge ad assumerli come propri.
Ogni relazione educativa deve fare i conti con il passaggio da una condizione più basata sul
controllo ad una maggiormente fondata sull’accoglienza, sull’ascolto, sul coinvolgimento
reciproco.
Occorre quindi imparare a rispettare l’originalità dell’altro, la sua sensibilità, rinunciando
a ogni illusione di poter trasmettere atteggiamenti nuovi e cercando piuttosto di costruire
assieme, giorno per giorno, condizioni favorevoli e per lo sviluppo personale di questi
atteggiamenti. Se e come le persone li matureranno non è nel controllo degli educatori
o dei genitori, ma appartiene piuttosto alla qualità delle relazioni. Questo modo di
accompagnare gli altri e di rispettarne la libertà è strettamente legato alla Carità e non è
possibile sostenerlo senza questa base fondamentale.
Uno dei molti modi in cui ci può mettere davanti al mistero di Gesù è quello di guardare
a lui come all’incontro fra la domanda di un Figlio e l’Amore di un Padre.
La Domanda (con la maiuscola) è quella che abita nel cuore dell’uomo e che ci porta
a trascorrere la nostra vita alla ricerca di un traguardo del quale non conosciamo bene
la natura. Ci sono persone che inseguono nella loro esistenza la ricchezza, il potere, la
salute, l’amore. Quelli che più si avvicinano alla verità imparano poco alla volta a cercare
in tutte queste cose la Libertà, vero bene penultimo. Di fatto c’è comunque, per tutti,
una condizione di costante impulso a muoversi, a mettersi in cammino. Si tratta di quel
desiderio di felicità e di futuro di cui parla la “Lettera ai cercatori di Dio”, constatando che
“questo sogno di felicità e di futuro viene percepito in modi diversissimi e si manifesta
con tanti nomi”1.
La risposta che viene da Dio a questa domanda è per molti aspetti diversa da come ce
la potremmo aspettare.
Per prima cosa, non è una riposta in senso stretto, nel senso che non ha il carattere
assertivo di una verità affermata in modo assoluto, ma si presenta piuttosto come la
proposta di un percorso.
Un percorso che richiede come elemento costitutivo la collaborazione e la partecipazione
attiva di chi è portatore della domanda. Non è una risposta buttata in faccia a chi è in
cerca di qualcosa, ma è la mano del Padre che prende quella del figlio e lo accompagna
alla scoperta della realtà, rispettandone la sensibilità, la libertà, la capacità di andare più
1
Conferenza Episcopale Italiana, Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi –
LETTERA AI CERCATORI DI DIO – 2009
2
o meno lontano, più o meno veloce. Ma c’è anche un altro aspetto della risposta di Dio
che rompe in qualche modo gli schemi. Dio che “parla” è Dio che si manifesta, che esce
da sé, che si rende presente. E questo è l’attributo fondamentale della Parola. Ma questa
parola non è un insieme di proposizioni: è una Persona. Non ci viene presentata un’idea,
una scuola di pensiero, una filosofia. In un certo senso, nemmeno una religione. Dio non
si fa presente a noi con una ricetta per costruire la nostra vita, ma ci propone qualcosa
di più dinamico e di più esigente e al tempo stesso di più confacente alla radice più
profonda della nostra natura. La parola di Dio (il Verbo) si è fatta carne ed è venuta ad
abitare in mezzo a noi: Dio si propone come persona (Gesù) ovvero come quell’insieme
di identità e relazione che costituisce il nocciolo stesso dell’essere Uomo.
Il fatto che Dio abbia scelto questo modo per manifestarsi all’Uomo ci dice alcune cose.
Ad esempio, che siamo l’oggetto di Amore profondo.
Poi, che siamo adulti, trattati da adulti e non da bambini.
Ancora, che il Verbo è qualcosa in cui ci possiamo specchiare, in cui possiamo trovare
un compagno di strada e di vita, con cui possiamo entrare in relazione e, addirittura, in
comunione.
Gesù è questa persona, questa Parola d’Amore, questa risposta che non richiede un
semplice ascolto, ma l’accoglienza della proposta di un cammino assieme, di una
ricerca per cogliere i segni di una salvezza che è già con noi e che tuttavia non è ancora
pienamente realizzata. Si tratta di una Parola già pronunciata e che tuttavia chiede il
nostro contributo originale per entrare nella vicenda umana, nella storia, nella nostra
realtà in modo sempre nuovo e sempre vitale.
Il cammino proposto nelle pagine che seguono è un passo in questa direzione: quando
si incontra una persona e si comincia a frequentarla si cerca di conoscerla meglio.
Attraverso queste schede vorremmo conoscere meglio Gesù, ma anche guardare a noi
stessi, presentando a lui le nostre aspettative, le nostre fragilità e la nostra verità convinti
che proprio in questa relazione possiamo cogliere meglio chi siamo veramente.
La catechesi degli adulti: una proposta per… attivare le persone
La catechesi degli adulti è la proposta di un percorso permanente ed organico che non
si limita a proporre alcune belle riflessioni su temi inerenti alla nostra fede, ma ha come
intento finale quello di fornire spunti ed offrire strumenti perché ogni adulto si interroghi
sulla sua vita e sulla sua fede, elementi che non possono mai essere separati l’uno
dall’altro e che richiedono un continuo cammino umano e spirituale. La persona è al
centro della proposta formativa, per questo non può esistere un modo unico per provocare
l’interesse e l’attivazione, ma devono convivere in maniera inclusiva e complementare
varie modalità di procedere che siano a misura delle persone, delle loro situazioni e delle
loro storie.
Una modalità di procedere è attiva quando accompagna la persona, considerata
come valore e come soggetto del proprio cammino formativo, nel mobilitare tutta se
stessa nella ricerca di risposte personali in un contesto di gruppo, che diano senso alle
infinite domande che l’esperienza, gli altri, la vita e la fede continuamente pongono. La
formazione passa attraverso la disponibilità di ciascuno a lavorare su di sé e a prendere
in mano la propria vita, ad essere attori e non spettatori dei momenti formativi siano essi
conferenza, o lavoro di gruppo, relazione frontale o laboratorio. Tutti gli appuntamenti
e gli strumenti da proporre devono essere vissuti non tanto in termini di “cose da fare”,
quanto di “relazioni da vivere”.
(Dal sussidio nazionale adulti dell’AC, anno 2009 “ Convocati nella speranza ”e 2010
“Questo è il tempo”)
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L’ANNUNCIO DEL REGNO…
TRA SEGNI E PAROLE
CCC da 541 a 550
“La verità vi farà liberi” – da 106 a 126
VEDERE
Quali sono, oggi, i segni che manifestano la presenza del Regno di Dio?
Il Vedere è il primo momento di ogni incontro, quello nel quale ci lasciamo “attivare”
prendendo spunto da un testo letterario o dalla visione di un film o da altri strumenti della
cultura che ogni giorno “respiriamo”, per arrivare a far emergere alcune domande che
possano provocare la discussione nel gruppo. Il dibattito sarà tanto più interessante ed
efficace quanto più ognuno si renderà disponibile a condividere le proprie esperienze, i
propri dubbi, le proprie storie quotidiane.
Quest’anno abbiamo scelto, per suscitare il dialogo, alcuni testi tratti dalla letteratura,
ma non mancheranno anche alcuni suggerimenti cinematografici o tratti dall’arte e dalla
musica.
· Molti sono questi segni e questi luoghi: l’impegno a favore della dignità di ogni uomo,
per la giustizia, per la verità… Noi abbiamo scelto un luogo a noi familiare: la comunità
cristiana dove, incessantemente, anche se tra mille ostacoli, si lavora per costruire il
bene comune, per gettare ponti tra le persone, tra le famiglie, tra giovani e anziani, tra
poveri e ricchi, tra italiani e stranieri.
cfr. “Un po’ di bene comune, anche la mia parrocchia collabora”, Ed.AVE, pagg.159 e segg.:
…Giunti alla fine di questo lavoro – che è stato un vero e proprio viaggio itinerante tra le
parrocchie di uno dei vicariati bolognesi (ndr:il vicariato Sud-Est) – occorre tirare le fila
selezionando alcuni risultati, evidenze e motivi di riflessione e impegno per il futuro.
È stata sicuramente una bella sfida quella di provare a “misurare” le attività delle parrocchie,
la fiducia, la reciprocità, i legami comunitari che si creano e alimentano, la pratica del
dono.
Lo abbiamo fatto raccogliendo dati quantitativi e qualitativi, usando parametri e indicatori
elaborati dalle scienze economiche e statistiche (anche se senza pretese di precisione
scientifica di analisi); ricercando e comparando quelle variabili che si pensava potessero
incidere sui risultati dell’azione delle parrocchie e sulla loro percezione. Anche questa è
innovazione!
Con dati, indici, parametri e comparazioni si è provato a dare conto del vecchio detto
che “la fede smuove le montagne”, con un linguaggio che può essere compreso e
apprezzato anche da chi tradizionalmente ha un approccio essenzialmente razionalistico
e “scientifico” all’analisi dei fatti culturali e sociali. La scelta metodologica è stata vincente,
nel senso che ha aperto nuovi orizzonti e offerto inedite chiavi di lettura (in qualche misura
più oggettive e più “laiche”) per capire cosa le parrocchie fanno in termini di costruzione
del bene comune. Se la domanda iniziale era fino a che punto e in quale modo il soggetto
parrocchia fosse un fattore determinante di edificazione del bene comune, ci è apparso
subito chiaro dalle interviste che le parrocchie svolgono un volume di lavoro realmente
impressionante, di enorme utilità per il proprio territorio, che rischia di sfuggire, forse per
la sua quotidianità, non solo a degli osservatori esterni più disattenti, ma anche a chi nel
mondo delle parrocchie vive attivamente.
Il bene comune incontrato non si esplica solo attraverso concrete azioni caritative e
sociali, ma si evidenzia nella formazione educativa, nelle proposte di convivialità e
accoglienza, nella liturgia.
In tutti questi ambiti si misura la vitalità delle comunità e la presenza di reti, cioè luoghi
di prossimità per le persone che vivono l’appartenenza, si “sentono parte” e ricercano
luoghi o di senso o anche semplicemente domande di “benessere”.
Dai dati raccolti e dalle interviste emerge l’immagine di una parrocchia che resta punto
di riferimento e soggetto (collettivo) capace di leggere quello che accade nel territorio
di riferimento, che cerca di affrontare, pur con tante difficoltà, il cambiamento senza
chiudersi o isolarsi in modo autoreferenziale.
· I segni che manifestano la presenza del regno di Dio sono da ricercarsi nelle tante
testimonianze degli uomini e delle donne che non si sono arresi e che non si arrendono
alla presenza del male , che reagiscono alle avversità, che non rinunciano ad impegnarsi
per cambiare le cose.
Persiste la capacità del mondo delle parrocchie di restare in ascolto e di dare concrete
risposte ai bisogni (di varia natura) delle persone, che può sembrare un’esperienza
spontaneistica nella sua genesi, ma che, invece, spesso, se analizzata nel tempo in
maniera retrospettiva, consente di individuare un percorso coerente di impegno e di
servizio che può essere riproposto e replicato altrove in maniera “apostolica”, senza
rigidi obiettivi di risultato.
Cominciare a quantificare ciò che le parrocchie rappresentano (evidenziando i “numeri”
delle attività che realizzano), valorizzare le modalità con cui vengono attivati i differenti
servizi, le motivazioni ideali e concrete che promuovono occasioni d’incontro, la capacità
delle parrocchie di muoversi verso i bisogni emergenti con progetti stabili e di qualità, tutto
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Quando vengono proposti più brani letterari si possono formare nel gruppo adulti piccole “isole” di 3-4
persone alle quali viene dato un tempo di 10-15 minuti per elaborare qualche spunto per la riflessione
comune a partire dai singoli brani.
Spunti per il dibattito:
questo diffonde effetti estremamente rilevanti per la comunità o il territorio di riferimento.
È interessante sottolineare come nelle micro-realtà si assiste a una progettazione che
produce innovazione sociale , arrivando prima delle istituzioni.
La duplice analisi, quantitativa e qualitativa, evidenzia quindi il ruolo della parrocchia come
risorsa del territorio, che pratica fattivamente in maniera distintiva il lavoro di comunità
come strumento dell’intervento sociale. Si è ritenuto importante contestualizzare il ruolo
sociale delle parrocchie e rappresentarlo in un mix:la solidarietà è solo uno degli elementi
che, fondendosi con l’evangelizzazione, la formazione-educazione(religiosa, ma anche
“umana” nella sua globalità), l’accoglienza si integrano in una “infrastruttura” di quel
welfare municipale e comunitario nel suo significato originale di “benessere”, ben al di là
del concetto di “stato sociale”.
Potremmo aggiungere che quello che è emerso dal nostro lavoro è che le parrocchie
sono oggi uno dei pochissimi luoghi dove si possono sperimentare nuovi stili di vita,
diversi da quelli che quotidianamente ci vengono pubblicizzati, dove ricchezza, consumo,
possesso, affermazione personale sono fini e mezzi del vivere quotidiano.
Le parrocchie restano poli di aggregazione e centri promozionali (“motore di ricerca”,
potremmo dire) per ascoltare, leggere e cominciare a dare delle risposte alla domanda di
“benessere”(qualità della vita e delle relazioni) che emergono dalle persone sia credenti,
sia per chi si avvicina ai perimetri delle nostre comunità. Si creano tantissime occasioni di
incontro e di convivialità, con la certezza che solo creando relazioni umane significative
si può pensare di trasmettere qualcosa anche della propria esperienza di fede.
· Sarebbe bello presentare qualche testimonianza delle nostre comunità colpite dal
terremoto dove ci sono state grandissime manifestazioni di solidarietà e di aiuto da parte
di tutti. Girando un po’ per le diverse parrocchie che hanno subito danni, alcuni limitati,
altri gravissimi, ci siamo resi conto di come questa tragedia abbia obbligato le persone a
ripensare alle cose che stavano facendo, ai progetti che avevano in cantiere e, pur nella
sofferenza e nella disperazione iniziali si sono trovate le forze non solo per cominciare
a ricostruire gli edifici ma anche a ricostruire rapporti e relazioni che magari negli anni si
erano affievoliti sia tra le singole persone che tra le diverse comunità .
Un altro testo per la riflessione può essere:
· Dare forma alla vita, pag. 118 sussidio adulti Azione Cattolica, “Convocati nella
speranza”, 2009
PAROLE CON PENSIERI - Dare forma alla vita, di David Ford, Edizioni Qiqajon,
Comunità di Bose, 2003):
“Si può dire che la chiesa sia una comunità fondata sulla condivisione di un pasto. Nella
visione del banchetto del regno di Dio, quando le genti verranno a mensa dal settentrione
e dal mezzogiorno, dall’oriente e dall’occidente, non c’è nessuna gioia che nessuna
comunità, nel tempo presente, potrebbe racchiudere in sé. Se è vero che ogni essere
umano è un’immagine del Dio della gioia, non finiremo mai di godere della compagnia
gli uni degli altri, e di scoprire sempre nuove occasioni di gioia. (…)
L’ospitalità è un affare complesso. Bisogna prendere delle decisioni riguardo agli
ospiti, al menù, al momento e al luogo giusti (…) Questo richiede un coordinamento
straordinario di tutti gli elementi che si intrecciano, ognuno dei quali, se non funziona,
può compromettere la gioia. Perciò avere in sé l’immagine del banchetto del regno di
Dio, e desiderare di pregustarlo già nell’oggi, significa prestare attenzione ad un’infinità
di cose e di persone che devono essere messe insieme(…) Nessuna comunità può
accontentarsi del grado di ospitalità a cui è giunta. La verifica di ogni nostra azione nei
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confronti degli altri nel suo essere o meno in armonia con quel festeggiare insieme, di
tutto cuore, che ci attende alla fine dei tempi. Quali cambiamenti devono avvenire in noi,
nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, affinché siamo completamente in grado di
gustare la compagnia di altre classi sociali, razze, religioni, appartenenze, personalità,
culture? (…) Concentrarsi sul volto di Cristo è scoprire che i nostri confini si spostano e
si espandono (…) Egli è colui la cui ospitalità è universale, un volto dopo l’altro. Stare
dinanzi al suo volto significa rendersi conto di come egli guardi con amore ogni genere di
persona imprevista, marginale o per noi spiacevole, proprio come guarda noi. Dovunque
egli sia, le porta con sé, come parte della sua comunità”.
· Canzoni: Gente di Laura Pausini
Si può scaricare anche il bel video di questa canzone sul sito di You Tube
Si sbaglia sai quasi continuamente
Sperando di non farsi mai troppo male
Ma quante volte si cade
La vita sai è un filo in equilibrio
E prima o poi ci ritroviamo distanti
Davanti a un bivio
Ed ogni giorno insieme per fare solo un metro in più
Ci vuole tutto il bene che riusciremo a trovare in ognuno di noi
Ma a volte poi basta un sorriso solo
A sciogliere in noi anche un inverno di gelo
E ripartire da zero
Perché non c’è un limite per nessuno
Che dentro sè abbia un amore sincero
Solo un respiro
Non siamo angeli in volo venuti dal cielo
Ma gente comune che ama davvero
Gente che vuole un mondo più vero
La gente che incontri per strada in città
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Prova e vedrai ci sarà sempre un modo
CONFRONTARSI
Dentro di noi per poi riprendere il volo
“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, predicando il vangelo di
Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel
Vangelo” (Mc 1,14-15).
Verso il sereno
Non siamo angeli in volo venuti dal cielo
Diceva: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme nel terreno; dorma
o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.
Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno
nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la
mietitura”.
Ma gente comune che ama davvero
Gente che vuole un mondo più vero
La gente che insieme lo cambierà
Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola
possiamo descriverlo? È come un granella di senape che, quando viene seminato sul
terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato,
cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli
uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”. (Mc 4,26-32)
Gente che vuole un mondo più vero
La gente che insieme lo cambierà
Insieme lo cambierà, proverà
Il contesto
Gente che proverà
L’evangelista Marco all’inizio del suo vangelo dice: “Dopo che Giovanni fu arrestato,
Gesù andò nella Galilea, predicando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il
regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,14-15).
L’obiettivo fondamentale di Gesù, il tema centrale della sua predicazione è il Regno
di Dio, e le due parabole, oggetto della nostra riflessione, ce ne parlano partendo da
elementi della natura: dai semi.
Lavori lo cambierà, riuscirà
Gente che riuscirà
Insieme ci riuscirà, cambierà
Gente che cambierà
Il brano è tratto dall’album “Laura” del 1994, ed è presente anche nella raccolta precedente
“Laura Pausini” .
La ripetizione nel testo dell’avverbio “insieme” sembra voler sottolineare la forza che
deriva dal mettersi in compagnia di altri, pur diversi da noi, che hanno però la stessa
utopia: quella di “cambiare” il mondo.
Il mondo in cui ciascuno di noi è ospite, ma con un compito preciso: quello di apprezzarne
e custodirne la bellezza, rendendolo sempre più vivibile, non solo dal punto di vista
ambientale, ma anche sul piano relazionale.
Quest’ultima dimensione comporta una grande capacità di amare, la disponibilità
ad accogliere quel sorriso che riesce “a sciogliere in noi anche un inverno di gelo e
ripartire da zero”, la volontà di ospitare chiunque incontriamo sulla nostra strada. Bella
è la sottolineatura che siamo gente comune, non angeli venuti dal cielo, quasi a voler
ribadire la necessità di attraversare fino in fondo la vita che ci è stata donata, accogliendo
e assumendo la nostra umanità in tutte le sue sfaccettature, per essere sempre più
aderenti alla verità della nostra esistenza.
Siamo nel libretto delle parabole del Regno del vangelo di Marco (4,1-34), chiamato così
perché sono radunati tanti insegnamenti sul Regno di Dio. Non è cosa secondaria che
Gesù usi la parabola: essa è il racconto di un’esperienza attinta dalla vita che diventa
paragone per capire qualcosa di importante, che non si può dire con parole usuali.
Quindi come in ogni paragone, chi ascolta la parabola viene illuminato su ciò che Gesù
vuole dire, ma insieme avverte che la verità è ancora più profonda. Le parabole ci
illuminano ed insieme ci spingono a cercare ancora.
Il Regno di Dio
Non furono né il Battista né Gesù a suscitare l’aspettativa del Regno. La loro predicazione
veniva invece ad inserirsi in quella millenaria eredità spirituale di fede e di speranza che
era stata la forza segreta della storia di Israele: fede che Dio è il Signore onnipotente
d’Israele, e speranza che la sua promessa non verrà mai meno.
I profeti ne riaccendevano la speranza, annunciando la svolta decisiva degli ultimi tempi,
quando Dio avrebbe fatto ritorno per stabilire nel mondo il suo dominio regale definitivo:
“In quel giorno radunerò gli zoppi, raccoglierò i dispersi …ne farò una nazione forte”
(Michea 4,6s).
È per mezzo dei profeti che il popolo ha atteso l’avvento di quel Regno nel quale i mali
dell’uomo sarebbero stati debellati per sempre e instaurata la pienezza di vita.
L’aspettativa del popolo, però, era legata ad un regno terreno, sulla scia di Davide il
grande Re di Israele.
Gesù ha inaugurato il Regno
Gesù iniziando la sua vita pubblica ha proclamato, in nome di Dio, che il tempo dell’attesa
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era finito e che qualcosa di decisivo si era compiuto nella storia. Predicando il Regno
di Dio come già arrivato, Gesù è venuto ad identificarsi con il messaggero di gioia
preannunciato dal Deutero-Isaia.
Un messaggero correrà avanti a portare la buona notizia, “messaggero di lieti annunzi
che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion:
“Regna il tuo Dio” (Is. 52,7); messaggero “mandato a portare il lieto annunzio ai miseri…
per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere” (Is. 61,1.3)
Sullo sfondo di queste profezie, Gesù afferma che la storia è arrivata alla svolta decisiva:
la grande promessa comincia a realizzarsi. Dio viene per regnare in modo nuovo e
definitivo. Viene per aprire un cammino sicuro verso la pienezza della vita e della pace. Il
suo regno è da intendere soprattutto come sovranità, regalità, come una realtà misteriosa
e dinamica, che si è fatta vicina, anzi è già in mezzo agli uomini e deve essere accolta
con umiltà e fiducia.
(La verità vi farà liberi, nn. 108-109)
Predicando il Regno di Dio, come già presente nella storia, nella sua Persona, Gesù è
venuto ad annunciare il grande intervento di Dio a favore del suo popolo. Dio si prenderà
cura personalmente dei suoi figli come un pastore fa con il suo gregge.
Per Gesù il Regno è dono che viene dal Padre: “Non temere, piccolo gregge, perché al
Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32).
Il Regno non viene avanti per la spinta evolutiva della storia, né per le iniziative umane,
come se queste potessero determinare o impedire l’avvento della potenza liberatrice di
Dio. Il Regno è frutto della incondizionata volontà di amore del Padre offerta all’uomo.
Può essere solo sollecitato con il confidente atteggiamento di fede e di speranza che si
esprime nella preghiera insegnataci da Gesù: “Padre, venga il tuo Regno!” (Mt 6,10).
Ma accoglierlo come dono non significa che gli uomini non debbano fare qualcosa.
All’uomo viene chiesto di “convertirsi e di credere nel vangelo del Regno” (Mc 1,15). Per
Gesù l’atteggiamento fondamentale di fronte all’offerta del Regno non è l’attesa, ma il
cambiamento del cuore e l’accoglienza nella fede.
Gesù stesso è il piccolo seme nascosto nelle grandi regioni dell’impero romano, eppure
testimone infaticabile dell’amore del Padre con le sue parole e i suoi miracoli.2 Lui è il
seme che già è stato messo sotto terra e già è germogliato nella risurrezione.
Lui è il Regno di Dio già presente, ma non ancora definitivo.
Gesù oltre che annunciare il Regno ha posto anche dei “segni” eloquenti del mistero del
Regno: guarisce i malati, libera gli oppressi, preferisce i poveri.
Il Regno di Dio nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29)
Il contadino che getta il seme nel terreno non va poi ogni giorno a rimuovere la terra per
vedere “cosa fa il seme”. Egli lo abbandona alla forza della natura: alla madre terra, al
sole, all’acqua; e il seme cresce da solo fino a maturare i frutti e ad essere pronto per la
mietitura.
Al contadino, una volta seminato, non resta che pazientare e, pieno di fiducia, attendere
la mietitura, che certamente verrà.
Una volta annunciato il Regno, esso giungerà sicuramente al compimento per la forza
irresistibile e misteriosa che lo sostiene.
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Del tema dei miracoli se ne parlerà esplicitamente in una scheda a parte.
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L’insegnamento di questa parabola, così semplice, è in realtà molto difficile da capire:
afferma la priorità assoluta di Dio, e rende vano ogni efficientismo che cerca di far crescere
il regno di Dio con la propria attività, o secondo i criteri mondani che regolano i rapporti
di produzione.
Il Regno di Dio infatti è principalmente opera di Dio, e ogni sforzo dell’uomo che volesse
agire da solo sarebbe inutile.
Questa parabola, nella situazione storica di Gesù, poteva essere una risposta alle difficoltà
e obiezioni che incontrava nell’annuncio del regno: l’impazienza degli zeloti o i calcoli
degli apocalittici.
Da questo testo possiamo ricavare un altro insegnamento: bisogna avere pazienza, e
fiducia in Dio. Il seme crescerà perché in esso opera la potenza di Dio.
La parabola però, non è un invito al quietismo o alla pigrizia, ma una proposta di speranza
che si fonda sulla promessa efficace di Dio. Se il seme è gettato, è garantito il raccolto.
La realtà del Regno non matura sopra o accanto o al di fuori della libertà e dell’impegno
dell’uomo, egli è chiamato a collaborare all’avvento del Regno di Dio
Sant’Ignazio di Loyola dice: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in
realtà tutto dipende da Dio”.
Esiste un dipinto, di Jean-Francois Millet, “L’Angelus”, che traduce quasi “visivamente” la
citazione di Sant’Ignazio di Loyola:
In questo dipinto di Millet, realizzato tra il 1857 e il 1859 ed esposto a Parigi nel Museo
d’Orsay, l’autore rappresenta un ricordo d’infanzia: Millet faceva parte di una famiglia
contadina che, all’udire il rintocco della campana che suonava “l’Angelus” si fermava nei
campi dove stava lavorando
per raccogliersi alcuni minuti
in preghiera. L’intento di Millet
non è religioso, dato che
il pittore non era credente,
ma esprime, suo malgrado,
un appello fortissimo alla
preghiera come affidamento a
Dio delle nostre attività. Il pittore
ha
voluto
semplicemente
rappresentare un momento
di vita quotidiana, ma il suo
dipinto esprime molto di più:
notate l’atteggiamento dei due
contadini raccolti in preghiera:
il capo chino, con il cappello
in mano da parte di lui, il capo
chino con le mani giunte di
lei. Il corpo è ripiegato su se
stesso come a significare la
consapevolezza della propria
piccolezza davanti a Dio. Sono i contadini a gettare il seme per far crescere il grano,
o le patate, o l’avena, ma sanno bene che il raccolto non dipende solo dal loro lavoro,
ma che tutto è affidato alla potenza e alla provvidenza divina. Questo dipinto, che è
anche la copertina del testo che vi verrà proposto nel momento dell’AGIRE, è il simbolo
del riconoscimento di quanto sia fondamentale affidare al Signore ogni ora della nostra
giornata perché sia da lui benedetta e riempita di grazia.
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Il Regno di Dio nella parabola del granello di senape (Mc 4,26-29)
Gesù camminando tra i campi vede che una pianta che ha un seme piccolissimo, come
la senape, poi cresce e fa stupire per la sua grandezza, capace di ospitare tanti uccelli
che nel momento del gran caldo trovano ombra fra i suoi rami.
Questa parabola che parla della crescita del regno di Dio è strettamente collegata alla
precedente; qui però invece di sottolineare la spontaneità della crescita contrapposta
all’inattività dell’agricoltore, mette in risalto la grandezza dell’albero cresciuto contrapposto
alla piccolezza del seme.
Il Regno di Dio, anche se nasce piccolo come un seme, apparentemente sperduto nelle
zolle del terreno, è però vitale e carico di voglia di crescere. Due sono le conseguenze:
saper vedere e maturare i semi del Regno oggi, ma anche riconoscere che la pianta del
Regno vuole essere albero di vita per tutte le persone, fino ad accogliere tutti i popoli.
Il Regno di Dio, che il Signore ci rivela, è “mistero” (Mc 4,11), cioè è sempre oltre quello
che possiamo vedere e comprendere, per cui l’atteggiamento giusto è quello della
speranza, dell’ottimismo, dello stupore e della riconoscenza al Signore, che fa crescere
il Regno e la vita anche quando noi “dormiamo”.
Un’applicazione dalle due parabole
Come il primo seme cresce da solo e il secondo anche se piccolo produce una pianta
grande, così è il Regno di Dio, piccolo nelle apparenze, ma grande nei risultati.
Dio fa grandi cose con strumenti fragili e piccoli: tutta la storia della salvezza ci parla di
questa verità. Dio crea il mondo con la sola parola, libera il suo popolo dalla schiavitù
tramite Mosè, uomo balbuziente, sceglie come re del suo popolo Davide, l’ultimo di otto
fratelli, il più piccolo.
È così che Dio stabilisce il suo Regno, ossia la salvezza di ogni uomo, chiamando gli
ultimi e i più piccoli e chiedendo loro di collaborare non con grandi gesta, non con
esaltazioni di piazza, ma attraverso piccoli gesti di amore.
Questo è stato anche lo stile di Gesù che come predisse Isaia: “non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà
una fiamma smorta” (Mt 12,19-20).
E così fanno anche tanti cristiani sparsi nel mondo, nelle missioni, nei lebbrosari, nelle
scuole, nell’aiuto agli stranieri, ai poveri e a quelli soli. E “Il regno di Dio è in mezzo a
loro” (Lc 17,21)
Per l’approfondimento
CCC da 541 a 550
“la verità vi farà liberi” – da 106 a 126
· Per Gesù chi è veramente grande e chi è inevitabilmente piccolo?
· “Il Regno di Dio è il mezzo a voi” (Lc 17,21) dice Gesù: proviamo ad elencare alcuni
semi (segni) del Regno di Dio che troviamo nelle nostre giornate, dentro noi stessi, negli
altri, nel mondo.
AGIRE
Dopo aver tanto riflettuto, l’ ”agire” vuole essere il momento in cui individuare insieme
alcune segni, qualche piccolo gesto, un semplice impegno, perché tutto quello che ci
siamo detti, che abbiamo ascoltato, su cui abbiamo meditato, non rimanga solo un
esercizio intellettuale ma si traduca in un concreto, se pur piccolo, cambiamento di vita..
· Si potrebbe regalare ad ogni membro del gruppo adulti, chiedendogli di leggerlo e
soprattutto di metterlo in pratica, il brevissimo ma delizioso testo di Dionigi Tettamanzi:
“Le ore del giorno cercano un’anima” * (lettera pastorale consegnata a tutte le famiglie
della diocesi di Milano in occasione delle benedizioni pasquali del 2008-2009) dove
vengono dati alcuni suggerimenti semplicissimi, ma molto efficaci, sugli atteggiamenti da
mettere in atto in ogni momento della giornata per far sì che ogni giorno possa diventare
terreno fertile per seminare il seme del regno di Dio.
Dall’introduzione alla lettera pastorale:
“Scrivendovi questa lettera ho voluto pensare ad una giornata della vostra vita, cercando
di vedervi le occasioni di bene possibili in ogni momento, proponendo piccoli gesti
ordinari per costruire storie di quotidiana santità.
Negli orari della giornata si possono spargere tanti atteggiamenti che assomiglino alla
generosità del seminatore della parabola evangelica: ogni momento del giorno è come
un terreno che attende il seme. Il seme della parola di Dio che rende feconda il bene della
nostra giornata.
La mia proposta è solo un piccolo inizio. Chissà quante altre parole buone e segni di
speranza voi stessi saprete suggerirmi!
Siate famiglie che ricevono la benedizione di Dio e diventano una benedizione per tutti,
una vera anima per il mondo”.
· Dionigi Tettamanzi, Le ore del giorno cercano un’anima, lettera per la benedizione
delle famiglie, edizioni Centro Ambrosiano.
· Impegnarsi a mantenere viva l’attenzione- sulla necessità di gesti solidali e concreti per
tutte le nostre comunità colpite dal terremoto, che hanno davanti a loro un tempo ancora
molto lungo prima di poter tornare alla normalità della vita prima del sisma. Proporre
dei gemellaggi tra parrocchie e iniziative come quelle proposte dall’Azione Cattolica
diocesana (SOS terremoto, Dammi 5: vedi sito AC: www.azionecattolicabo.it ) e consulta
ultimo il numero 3/2012 della rivista Agenda “Oltre le macerie”.
Per noi:
· Ci siamo fatti un’idea giusta del Regno di Dio? Perché Gesù ne parla tanto?
· Come valutiamo il “grande e il piccolo” delle persone e delle cose? Secondo criteri
umani di successo, di potenza, di prestigio o secondo la legge del piccolo seme?
· Come reagiamo di fronte alla tentazione della fretta, dell’impazienza nel risultato
immediato, dell’efficientismo?
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SEZIONE A // NAZARETH
(CCC, articolo 3) Gesù manifesta il volto del Padre
_______________________________________________________________________________________
COSA PENSA GESù DI DIO?
COME CI PRESENTA IL PADRE
CCC da 441 a 445; da 293 a 296
“La verità vi farà liberi” – da 165 a 171; da 196 a 199
Niente di cui meravigliarsi, ovviamente: sarebbe stato davvero strano il contrario. Quando
sparano addosso a te e ai tuoi cari questa è la reazione più normale.
Ma c’era una persona fra coloro che si erano trovate in quel cinema, che non sembrava
essere stata toccata in alcun modo dall’accaduto. Non piangeva, non mostrava alcuna
paura, ma anzi appariva serena come se nulla fosse accaduto. Era un bambino che non
poteva avere più di uno o due anni, addormentato in braccio al giovane padre in lacrime.
Anche in questo c’è ben poco di strano, ma in quel servizio giornalistico colpiva il contrasto
fra la paura e il pianto del padre e l’assoluta tranquillità e sicurezza del bambino. Fra le
braccia del suo papà, quel bambino non conosceva alcuna paura, alcuna ansia, alcuna
sofferenza.
Tra lui e il dramma che si svolgeva, fra lui e la durezza della realtà, c’era il formidabile
bastione costituito da quelle braccia.
Forse non capaci di proteggerlo dalla violenza di un pazzo omicida o dalle catastrofi del
mondo, ma di sicuro capaci di difenderne la serenità. Fra quelle braccia quel bambino
poteva andare incontro a tutto. E né la paura né la rabbia potevano in alcun modo
raggiungerne e guastarne l’innocenza.
Gesù ha vissuto l’intera esistenza dentro quell’abbraccio ed ha potuto affrontare la croce
proprio grazie alla forza di quel legame, che lo ha sorretto fino all’ultimo grido di dolore
prima che si compisse il mistero della sua morte.
Ora le braccia del nostro padre celeste sono aperte per noi. Accogliere quell’abbraccio
non significa fuggire dalla fatica, dalla sofferenza, dall’impegno, ma al contrario affrontarli
a viso aperto, con la serena consapevolezza che nulla, nemmeno la morte, potrà
toglierci il marchio originale impresso nella nostra anima dall’Amore dal quale siamo
stati concepiti. La nostra identità profonda, la nostra Verità, non potrà essere distrutta, né
da un pazzo armato né dalla durezza quotidiana delle mille croci, piccole e grandi, che
ciascuno di noi prende sulle proprie spalle.
Scheda del film:
Forever Strong è un film del 2008 diretto da Ryan Little
VEDERE
Il Padre di Gesù e Padre nostro è un Dio vergognosamente senza misura nell’amore e
nella misericordia
C’è stato un grave fatto di cronaca che ha sconvolto il mondo intero all’inizio della scorsa
estate. Un uomo armato fino ai denti è entrato in un cinema gremito di persone negli Stati
Uniti e ha aperto il fuoco uccidendo e ferendo un gran numero di spettatori. Al cinema
quel giorno c’era la prima visione di un film di cassetta e il pubblico era costituito in
gran parte da giovani e da famiglie con bambini. Nei telegiornali sono state mandate in
onda diverse interviste alle vittime. Un dato comune a tutte era che (come logico) erano
sconvolte. La gravità della tragedia aveva spazzato via ogni traccia dell’immagine di
forza e dignità che a volte si associa alla retorica americana. Il sentimento che emergeva
su tutti era la paura, ancora presente negli occhi di uomini, donne, padri e madri, giovani
e meno giovani intervistati dai network televisivi.
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Rick Penning è un ragazzo di 17 anni, talentuoso giocatore
di rugby, che però ha problemi con droghe e alcool. Quando
viene arrestato e portato nel riformatorio di Salt Lake City
perde la sua posizione nella squadra dell’Arizona Rugby, il
cui allenatore è suo padre, Richard Penning. Rick finisce poi
nell’entrare nella squadra dell’Highland Rugby, allenata da
Larry Gelwix. Inizia così un percorso che gli insegna cosa
è davvero importante della vita, e, grazie all’aiuto del suo
nuovo allenatore e dei compagni di squadra, diventa un
ragazzo nuovo capace di portare avanti la sua squadra fino
alle finali dei campionati nazionali, in cui dovrà competere
proprio con l’Arizona Rugby.
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Spunti per il dibattito:
· cosa significa essere “padre”?
Per introdurre il tema del rapporto padre-figlio si propone la visione del film “Forever
strong”.
Particolarmente interessanti nel film sono le figure del padre naturale di Rick, che vuole
realizzare le proprie aspirazioni frustrate per mezzo di suo figlio e la figura invece
dell’allenatore Larry Gelwix che diventerà la vera figura paterna di riferimento e che
cercherà di aiutarlo a far emergere le sue qualità migliori e a diventare un vero campione
non solo in campo ma nella vita.
· Oppure ci si potrebbe chiedere quale sia l’immagine di Dio che ognuno di noi ha
costruito dall’infanzia fino all’età adulta e quale sia stata invece la nostra esperienza di
Dio.
Brani per introdurre il dibattito:
Tutto risale davvero al “in Lui”. Tutto quel che ci è lecito attenderci e impetrare da Dio
con pieno diritto, è in Gesù Cristo. Il Dio di Gesù Cristo non ha niente a che fare con
tutto quello che dovrebbe e potrebbe fare un dio come lo immaginiamo noi. Dobbiamo
re-immergerci di continuo molto a lungo e con molta serenità nella vita, nella parola,
nell’azione, nella sofferenza di Gesù, per discernere che cosa Dio promette e che cosa
Dio realizza.
Certo è che ci è consentito vivere costantemente vicino a Dio e in sua presenza e che
questa vita è per noi una vita assolutamente nuova; che non c’è più niente di impossibile
per noi, non essendoci niente di impossibile per Dio; certo è che noi non abbiamo
nulla da pretendere, ma possiamo chiedere tutto nella preghiera; certo è che in tutto noi
siamo partecipi di una comunità che ci sostiene. A tutto questo Dio ha detto in Gesù Sì
e Amen. Questo Sì e questo Amen sono il terreno sicuro sul quale poggiamo. Perdiamo
continuamente di vista in questo tempo sconvolto, la ragione per la quale vale la pena
di vivere. Crediamo che la vita abbia un senso per noi solo perché vive questa o quella
persona. In realtà non è così: se la terra è stata degna, un giorno, di portare l’uomo Gesù
Cristo, se è vissuto un uomo come Gesù, allora e soltanto allora ha senso per noi uomini
vivere. Se Gesù non fosse vissuto, allora la nostra vita non avrebbe senso, nonostante
tutti gli esseri umani che conosciamo, veneriamo e amiamo.
Da “Mangia,prega,ama” di Elisabeth Gilbert, Ed. Rizzoli, 2010:
“….Ho sempre ascoltato con entusiasmo chiunque dicesse che Dio non vive su un trono
lontano, in Cielo, ma abita molto vicino a noi, molto più vicino di quanto immaginiamo,
e respira attraverso i nostri cuori. Ascolto con gratitudine chiunque abbia camminato
faticosamente fino al centro di quel cuore e poi sia tornato a spiegarci che Dio è
un’esperienza di amore supremo. In ogni tradizione religiosa del mondo ci sono santi che
hanno descritto esattamente questa esperienza. Purtroppo molti sono stati perseguitati
e uccisi. Io ho per loro la massima considerazione. Quando mi domandano: “In che Dio
credi?”, mi è facile rispondere “Credo in un Dio stupefacente”.
Un testo “leggero” ma molto simpatico da leggere è anche “Le capanne del paradiso”,
intervista a Dio, del giornalista francese Gilbert Le Mouel, (Ed. Gribaudi) nella quale l’autore
si inventa una visita di Dio nel suo appartamento che diventa occasione per un’intervista
esclusiva attraverso la quale l’autore fa emergere la sua personale esperienza di fede
e il suo rapporto con Dio, attraverso una serie di domande e risposte che fanno spesso
sorridere ma anche pensare.
Da “Fedeltà al mondo”, di Dietrich Bonhoeffer, Ed. Queriniana, 1978 (pag.22;29-30):
….Incominciava ad appassionarmi davvero, questo Dio che, senza avvertire, aveva bruscamente fatto
irruzione nella ma vita, nel mio universo di cemento. Era simpatico, fraterno, umano, e buono. Sì, proprio
così: un Buon Dio.
“ Dio divenuto uomo, è l’imperscrutabile mistero dell’amore di Dio per il mondo. Dio
ama l’uomo. Dio ama il mondo. Non un uomo ideale, ma l’uomo così com’è; non un
mondo ideale, ma il mondo reale. L’uomo e il mondo nella loro realtà, che a noi paiono
abominevoli per la loro empietà e da cui ci ritraiamo con dolore e ostilità, sono invece per
Dio l’oggetto di un amore infinito. Mentre noi cerchiamo si superare la nostra umanità, e di
lasciarcela indietro, Dio diventa uomo. Noi facciamo distinzioni tra pii ed empi, tra buoni e
cattivi, tra nobili e comuni, Dio ama l’uomo vero senza distinzioni. Egli non sopporta che
noi dividiamo il mondo e gli uomini secondo i nostri criteri per erigerci a giudici su di loro.
Dio si pone a fianco dell’uomo vero e del mondo reale contro tutti i loro accusatori…Dio è
divenuto uomo: questo è l’unico fatto che permette di conoscere l‘uomo nella sua realtà
senza disprezzarlo. Il motivo dell’amore di Dio per l’uomo non si trova nell’uomo stesso,
ma in Dio.”………….Parlare dell’amore di Dio per il mondo procura oggi, a chi non vuol
rimanere alle formule, non poche difficoltà. Ormai è abbastanza chiaro che l’amore di Dio
per il mondo non consiste in un suo intervento capace di porre fine alle guerre, di liberarci
dalla povertà, dalla miseria, dalle persecuzioni, dalle catastrofi di ogni specie; e invece
noi siamo abituati a cercare i segni dell’amore di Dio proprio in queste cose, e certo non li
troviamo. E tuttavia, per quanto ci riesca difficile ammetterlo, e ci scuota profondamente
il fatto che l’amore di Dio si nasconde al mondo, proprio in questi momenti possiamo
essere particolarmente grati per il fatto di non aver più bisogno di cercare l’amore di Dio
per noi dove esso non è, ma di vederlo brillare tanto più chiaramente nell’unico luogo in
cui si deve trovare: in Gesù Cristo.
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Riportiamo qui di seguito alcuni stralci del testo:
--- Lei non avverte mai la gente, prima d’andare a trovarla?
---Non mi piacciono i telegrammi, rispose:
spaventano le persone e le rendono nervose.
E non posso permettermi di disturbare tutti i momenti un angelo per farmi annunciare.
Il Grande Arcangelo che funge da Capo del Personale potrebbe farmi dei rimproveri…
No, preferisco sbrogliarmela da solo, improvvisare.
Mi piace molto l’improvvisazione.
---Tuttavia, gli dissi, l’Antico Testamento e parecchi secoli per preparare il Nuovo,
questo non lo chiamerei un’improvvisazione.
C’era un piano, un programma
Che ha richiesto del tempo.
---Eppure, era improvvisazione.
Dall’inizio alla fine, disse.
Perché un uomo può sempre dire di no
All’ultimo momento;
e allora tutti i programmi vanno a farsi benedire
e bisogna ricominciare.
Ho continuato a fargli domande.
---Mia moglie La sta cercando da anni, gli dissi.
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--Anch’’io. Le dica che mi dispiace che non sia qui.
---Non mi crederà mai.
---Peccato, perché è proprio questa, la fede.
---La dovrà cercare ancora per molto tempo, prima d’incontrarla?
---Dipende.
Dipende dal suo cuore.
Proprio dal suo,
perché quanto al mio,
è cosa già fatta.
Ma io rispetto sempre la libertà
E la via per arrivarci.
---Ci vorrà ancora molto tempo?
---Il tempo necessario.
---Non ne ha la minima idea?
---Io ho solo grandi idee. E non faccio statistiche.
Dio parlava con calma, posatamente, con grazia, da uomo abituato alle conversazioni familiari.
Ho continuato ad interrogarlo.
---Questo è il secolo delle assicurazioni. Cosa ne pensa?
---Non ho niente contro le assicurazioni.
Né contro gli assicuratori.
Ma, mi creda, l’assicurazione migliore non vale
una piccola certezza nata da un grande dubbio.
Questo sì, trasforma tutta una vita,
assicura la speranza del cuore.
---È al corrente del fatto che siamo ormai sommersi da una grande quantità di psichiatri e di psicanalisti?
Che ne dice?
---Mi fanno paura. Ne sanno talmente più di me,
che quasi quasi ho dei complessi…
Non avrei mai pensato di aver creato l’uomo così complicato.
---E gli innamorati, i fidanzati, gli sposi?
---Ci frequentiamo molto.
Perché dovunque ci si ama,
io sono là.
Lei lo deve sapere.
Una coppia felice, per me è una grande gioia.
Ho l’impressione di contemplarmi.
Come in uno specchio.
---E la sua Chiesa? Perbacco,
mi sono completamente dimenticato di chiederLe cosa pensa
della Sua Chiesa. Ne è soddisfatto?
---Cosa le posso dire…Io ho messo le fondamenta,
il resto è affar vostro.
Ogni tanto scopro un’incrinatura,
uno spacco nell’edificio.
Allora, colmo le fessure.
Come posso.
Perché qualche volta, voi avete uno strano
concetto dell’architettura e delle leggi dell’equilibrio.
Il punto debole
È che non mi posso assentare cinque minuti.
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L’avevo previsto:
ecco perché sono con voi
per sempre,
fino alla fine del mondo.
CONFRONTARSI
“Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi
mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa
parabola:
Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la
parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti
giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò
le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne
una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a
servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i
porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene
dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane
in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre,
ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò
al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non
sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui
il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello
grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto
ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica
e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose:
È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto
sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma
lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo
comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora
che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai
ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò
che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto
ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. (Lc 15,11-32)
Il contesto
Lungo il grande viaggio di Gesù a Gerusalemme (Lc 9,51-19,28), Luca raduna nel cap.
15 tre parabole del Maestro, dette “parabole della misericordia”: la pecorella smarrita, la
moneta perduta, il figlio scappato di casa. In tutti e tre i casi, la gioia del padre, di Dio, è
incontenibile.
L’origine di queste parabole è ben precisato da Luca: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani
e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e
mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola”.
In questa parabola Gesù ci vuole rivelare il vero volto di Dio che è Padre amoroso e
misericordioso, cancellando così l’immagine di un Dio severo e giustiziere quale potrebbe
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emergere da una lettura non corretta dell’Antico Testamento.
In particolare ci vuole dire cosa ne pensa lui di Dio e qual è il suo rapporto con il Padre.
Da questo punto di vista, la struttura della parabola rovescia l’abituale interpretazione
che mette al centro la figura del figlio che se ne va e ritorna. In realtà la figura centrale del
racconto è quella del padre, nel suo comportamento verso i figli, ambedue non corretti:
il figlio minore che scappa di casa, e quello maggiore che ci sta con rancore. È facile
vedere in quest’ultimo i farisei e gli scribi che mormoravano contro Gesù.
Il testo
Il brano si divide chiaramente in due parti: il padre e il figlio minore, il padre e il figlio
maggiore.
Il padre e il figlio minore
Il brano presenta il doppio movimento dell’allontanamento e del ritorno, con in mezzo
l’imprevista e decisiva iniziativa del padre.
La strada della fuga (vv. 11-16)
Il figlio minore fa leva sul suo diritto all’eredità paterna per realizzare una totale indipendenza
che sa di rottura, ma che diventa progressivamente degrado. Una residenza lontana,
sperpero rapido e insipiente dei beni, vita dissoluta, bisogno di cibo, servo di un padrone
straniero, custode di porci (animali immondi per eccellenza – Dt 14,8), la contesa del
cibo. Stato di schiavitù, fame in terra straniera, senza dignità: sono gli effetti disastrosi
dell’abbandono del padre.
La strada del ritorno (vv. 17-20)
Più che una conversione sincera (verrà dopo!), è il sentimento di un grande vuoto che
emerge dal soliloquio del figlio: fame, riconoscimento del peccato, ma sfiducia nel
perdono del padre, baratto della sua condizione di figlio per un pezzo di pane.
È più evidente il desiderio del pane del padre, che della sua paternità.
La strada dell’incontro (vv. 20-24)
La svolta è data dall’iniziativa del padre in un intreccio intenso che vede lo schiavo
ridiventare figlio e insieme fare festa. Il padre: “lo vide da lontano”, dunque stava in
vedetta, lo aspettava tanto lo aveva nel cuore: si commosse: una compassione profonda,
emotiva; gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
Il figlio, dentro questo abbraccio confessa il suo peccato, riconoscendo di essere indegno
di essere suo figlio.
Il padre organizza una festa carica di “segni”: dell’abito della festa, dell’anello come sigillo
del potere, dei calzari dell’uomo libero (gli schiavi erano scalzi), del pranzo con i cibi rari
delle grandi occasioni (il vitello ingrassato).
Il motivo di questa grande festa è: “perché questo mio figlio era morto ed è tornato in
vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
sano e salvo), ma “si arrabbia e non vuole entrare”.
Al padre che lo invita a partecipare alla gioia del ritorno, rimprovera con durezza tre cose:
1) L’incomprensione verso di lui, che si ritiene “figlio fedele”;
2) Il “passare sopra” alle colpe del “tuo figlio” infedele;
3) Un banchetto fuori posto.
La strada dell’invito
Il padre va incontro al figlio, gli assicura la piena condivisione dei beni “tutto ciò che è mio
è tuo”, e gli spiega la ragione del suo comportamento: lui è PADRE e come tale gioisce
e fa festa perché l’altro figlio è ritornato “questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato”.
Il fratello maggiore pare quasi non voler riconoscere il fratello minore come fratello, infatti
dice al padre: “Ma ora che questo tuo figlio”, e il padre di rimando gli risponde: “perché
questo tuo fratello”, nel desiderio grande di ricostruire la fraternità e la gioia familiare.
L’applicazione
· Il racconto di Gesù è un invito a scoprire nell’immagine del padre della parabola l’amore
e la bontà accogliente di Dio e a lasciarci coinvolgere in tale amore misericordioso.
· Dio ci ama così tanto che rispetta la nostra libertà, anche quando “scappiamo da
casa” e lo dimentichiamo.
Facendo così ci facciamo del male, perdiamo in libertà e dignità, ma lui conserva
sempre il suo atteggiamento di padre che ama e attende. Ci vede da lontano e ci attira
misteriosamente a sé.
· Ambedue i figli sono chiamati a fare un cammino di conversione per scoprire la nuova
immagine del padre ed allacciare un nuovo rapporto tra loro.
Il figlio minore che non ha coraggio di tornare a casa, può contare sull’amore del padre
che restituisce libertà e dignità.
Il figlio maggiore che ritiene di aver diritto a una ricompensa per il suo servizio scrupoloso,
deve scoprire che il suo diritto è frutto dell’amore libero e gratuito del padre. Lo stare
sempre con lui è la sua vera gioia.
Per l’approfondimento
CCC da 441 a 445; da 293 a 296
“La verità vi farà liberi” – da 165 a 171; da 196 a 199
La strada del rifiuto
Il fratello maggiore sente la festa, e ne conosce la ragione (il padre ha ritrovato il figlio
Gesù ha un’esperienza unica di Dio; lo conosce ed è da lui conosciuto in una intimità
reciproca assoluta; a lui i rivolge con commossa gratitudine e totale sottomissione, come
il primo degli umili e dei poveri che sanno di ricevere tutto in dono. Ma proprio perché
riceve la pienezza della vita di Dio, può parlare a lui con tono familiare e può parlare di
lui con autorità. […] Gesù sa di essere Figlio in senso unico; non si confonde mai con gli
uomini nel suo rapporto verso Dio. Parlando con i discepoli, distingue accuratamente il
“Padre mio” (Mt 7,21) da il “Padre vostro” (Mt 7,11), perché Dio non è per lui Padre allo
stesso modo che per i discepoli.
Eppure il regno di Dio, che in Gesù si manifesta, è la vicinanza misericordiosa e la
paternità di Dio nei confronti di tutti gli uomini. Dio vuole essere “Abbà” anche nei nostri
confronti; vuole che ci avviciniamo a lui con lo stesso atteggiamento filiale, la stessa
libertà audace e fiducia sicura di Gesù. (La verità vi farà liberi, nn.168-169)
Gesù sa di essere in totale sintonia con la misericordia del Padre. Dio ama per primo,
20
21
Il padre e il figlio maggiore (Lc 11,25-32)
La dinamica vede solo il rifiuto del figlio primogenito, che non accetta il ritorno del fratello
minore e l’amore generoso di suo padre.
appassionatamente; va a cercare i peccatori e, quando si convertono, fa grande festa.
[…] Nella parabola del padre misericordioso, la gioia del padre per il figlio perduto e
ritrovato si esprime in un banchetto. (La verità vi farà liberi, nn. 197-198)
PERCHÉ IL COINVOLGIMENTO DI
MARIA NEL PROGETTO DI DIO?
Gesù, con questa parabola dell’amore così straordinario del Padre vuole farci riflettere. Ci
chiediamo perciò:
CCC 437; 456-457; 461; 484; da 488 a 507; 525
“La verità vi farà liberi” – da 297 a 303; da 306 a 314
Per noi:
· Chi è veramente Dio per noi?
· Cosa pensiamo quando ci dicono che è Padre? Un essere che ci fa paura? Un Dio
compiacente da piegare ai nostri desideri?
· ha questo volto di “Papà” come ce lo descrive Gesù?
· Cosa facciamo per ritornare da lui, dopo esserci allontanati?
· Cosa ne pensiamo del sacramento della riconciliazione?
· Ci capita di essere dispiaciuti perché una persona che ha sbagliato trova il perdono,
rientra nella famiglia di Dio, si mette al nostro fianco per vivere di nuovo il Vangelo?
AGIRE
Esiste un luogo privilegiato per sperimentare l’amore stupefacente del Padre. Questo
luogo è il sacramento della Riconciliazione. Anche quelli tra noi che nutrono le migliori
intenzioni e che hanno sperimentato la Riconciliazione come una sorgente inesauribile
di grazia, fanno fatica ad essere fedeli a questo appuntamento. Siamo tutti soffocati
da mille impegni, riunioni, compiti, doveri e spesso rinunciamo a vivere quei momenti
che ci possono rigenerare, ridare nuovo slancio, nuova passione. Facciamo lo sforzo
di celebrare il sacramento della riconciliazione almeno una volta al mese. Molti di noi
probabilmente vivono o hanno vissuto l’esperienza della direzione spirituale, avere un
padre nello Spirito che ci aiuta a fermarci e a vedere più chiaramente nella nostra vita, per
capire in che modo il Signore ci sta parlando e cosa ci sta chiedendo è un grande aiuto.
Impariamo a dargli un posto privilegiato nella nostra vita.
Annunciazione, Beato Angelico, (datata tra il 1430 e il 1435)
VEDERE
Maria è da sempre l’icona dell’abbandono fiducioso a Dio e alla sua volontà, senza
condizioni, senza riserve. Fiducia piena, fede senza ombre. E da sempre Maria è il
modello da seguire per ognuno di noi, la figura a cui ispirarsi per la nostra sequela del
suo Figlio. Ma non è solo questo. È straordinario pensare che Dio abbia voluto che
suo Figlio facesse non solo l’esperienza di essere uomo, ma di esserlo attraverso il
rapporto con una madre. Il rapporto madre-figlio è un rapporto unico al mondo, una
relazione irripetibile, un’esperienza che segna tutta la nostra vita. E Dio ha voluto che
Gesù, nella sua vita di uomo, ma prima ancora di bambino, provasse la gioia di sentirsi
amato da una mamma, di essere accolto, custodito, protetto, abbracciato da Maria, una
madre sicuramente fuori dal comune ma anche una donna estremamente “normale”,
che ha vissuto le gioie, le ansie, le paure, le soddisfazioni, che ogni mamma vive nel
suo rapporto con un figlio. Maria è un dono per tutta l’umanità, ma è stata dono anche
per Gesù.
Per introdurre il dibattito:
Da “Ve lo racconto io”, otto personaggi del Vangelo parlano di Gesù, di Alberto Campoleoni,
Ed. AVE
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Intervista a Maria: capitolo pag. 97 “Era mio figlio, era gioia, tenerezza, cura”:
sentimenti siano comuni a tutte le mamme.
(…Maria rivolgendosi al giornalista): Difficile parlare per una abituata al silenzio.
Ma sapevi che non era tuo…
Vero, Maria. Però a chi domandare qualcosa su Gesù se non a te, che sei sua madre?
Eh sì. Però su questo dovremmo intenderci.
Ci sono i suoi discepoli, quelli che l’hanno seguito all’inizio. Loro possono parlare. Chiedi a loro…io non ho
molto da dire.
Cosa vuoi dire?
Come?
Non ho molto da dire, davvero. Forse la mia esperienza di vita accanto a Gesù è così speciale, che non si
riesce a raccontarla…Anche per questo mi sono abituata al silenzio.
Effettivamente anche nei Vangeli non occupi mai troppo la scena. È come se restassi in disparte. In
silenzio, appunto. Le tue parole sono poche e misurate. Sembra, a volte, che tu abbia parlato molto di più
lungo la storia successiva degli uomini. Ti si attribuiscono molte apparizioni, messaggi…
Ma cosa c’entra? Prima di tutto la questione delle apparizioni è molto delicata ed esige cautela. Non è
tutto oro quello che luccica. Durante la storia, ad esempio, la Chiesa ha usato e usa tuttora molta cautela
nell’affermare l’autenticità di alcune apparizioni che mi vengono attribuite…A parte questo, comunque,
a ben vedere anche nelle apparizioni, tutte le volte che incontro qualcuno non è che parli poi molto. Ripeto
da secoli le stesse cose: “Pregate, convertitevi, seguite Gesù”.
È vero. Le tue parole sono sempre un segnale indicatore verso Gesù. Come a Cana, dove tuo figlio ha fatto
il primo miracolo, secondo la tradizione. “Fate quello che vi dirà”, hai detto ai servi. Seguite lui, insomma.
Certo. Seguite lui. Io per tutta la vita non ho fatto altro che mettermi dietro Gesù, seguirlo. In silenzio e
senza apparire troppo.
Strano a dirsi di una madre. Di solito è lei che chiede al figlio di seguirla…
Già, ma mio figlio era proprio un po’ speciale. Da quando l’angelo mi ha annunciato quello che sarebbe
accaduto, io, che non capivo molto, ho sentito in cuor mio di dire solo “Amen: così sia, avvenga di me quello
che hai detto”, In altre parole: ti seguirò.
Ma come ti è venuto in mente?
Beh, prova a trovarti tu nella mia situazione. Ero una ragazzina e mi è capitata una cosa enorme,
straordinaria. Stavo per andare in sposa a Giuseppe e un angelo viene a dirmi che sarei diventata madre.
“Certo che diventerò madre”, ho pensato. In fondo non desideravo altro. Come la mia mamma e come le
altre donne e ragazzine di Nazaret. Era la mia strada. Quella normale, di tutti. Bene, quell’angelo mi
ha come aperto un mondo tutto nuovo. Madre sì, ma in modo miracoloso. Madre del Figlio di Dio. Come
è stato bravo quel poeta a cantare “Vergine madre, figlia del tuo figlio”: che situazione ingarbugliata.
Che potevo dire io? Come potevo capire? Pensavo di svenire, che fosse un sogno. Eppure in quel momento
qualcosa dentro di me si è messa in moto, si è come accesa la luce, le parole sono uscite spontanee. È uscito
quel “Amen”.
Un “Amen” che ha cambiato la storia.
Voglio dire che ogni figlio non è tuo. I genitori lo sanno bene. O almeno dovrebbero saperlo. I figli vanno per
la loro strada. Forse oggi si fa più fatica a comprenderlo: gli uomini e le donne del tuo tempo sono abituati
a comprare tutto, a possedere. Forse si credono onnipotenti…Ma ti assicuro che ai miei tempi era normale
pensarlo. Il figlio è una vita nuova che ha prima bisogno di essere accudita e poi prende il largo. Così per
me, in fondo, non è stato difficile guardare Gesù che cresceva e prendeva il largo. Capivo pian piano quello
che mi era stato annunciato, che quel bambino non era per me, ma per tutti.
Doveva pensare “alle cose del padre”, di suo padre, del Signore.
Ah, quella frase. Quella volta quando io e Giuseppe siamo davvero diventati matti a cercarlo e lo abbiamo
trovato, dopo giorni, nella sinagoga. Aveva solo 12 anni! Lo abbiamo rimproverato e ci ha detto che non
capivamo, che doveva pensare “alle cose del padre suo”. Beh, quella frase mi ha davvero lasciato il segno.
È stato come realizzare in un attimo la distanza che c’era tra noi. C’era affetto nelle parole di Gesù, si
preoccupava che ci fossimo preoccupati per lui. Ma nello stesso tempo c’era la presa di coscienza che la sua
famiglia e la sua missione erano qualcosa di più grande e complicato di noi, della nostra casa di Nazaret.
Lo aveva capito lui e lo abbiamo capito gradualmente anche noi, io e Giuseppe. Certe cose le conquisto
solo per gradi. Così è stato per me: pian pano, una tappa dopo l’altra, ho compreso cosa voleva dire davvero
quell’Amen che avevo detto all’angelo, che mi era sgorgato dal cuore. Ho imparato anch’io a seguire Gesù,
ad essere sua discepola.
L’hai seguito fin sulla croce.
Già. Fino a quell’orribile altura, fuori dalla città, come se Gesù fosse un malfattore dei peggiori. Ho pianto,
quel giorno. Avevo capito da tempo che sarebbe finita male, vedevo l’ostilità che cresceva intorno a Gesù.
Ma fino a quando non siamo stati lì, sul Calvario, non ho davvero realizzato quello che stava succedendo.
È stata una sorpresa?
In un certo senso sì. Seguendo Gesù ho compreso il suo messaggio: insegnava a parole e con i gesti cosa
volesse dire amare e perdonare. Era come se Gesù aprisse le finestre delle nostre case per mostrare un
paesaggio tutto nuovo, modellato su Dio: un Dio che è Padre per ogni uomo, premuroso, amorevole. È la
realizzazione delle aspirazioni di bene che ha ogni persona e Gesù mostrava la strada. “Io sono la via”,
diceva. “Chi vede me vede il Padre”. Insegnava come vivere per entrare nel Regno dove è la vita, la pace,
la gioia. Io sentivo, vedevo, l’entusiasmo intorno a Gesù, le persone che rifiorivano. Intuivo, certo, qualche
difficoltà. Ma chi poteva voler male a un uomo così? Ecco, io non immaginavo che potesse finire arrestato
e ucciso. O, forse, non volevo proprio considerare un’ipotesi del genere.
Eppure non solo è stato crocifisso, ma sul Calvario, a parte qualche donna e Giovanni, non c’era nessuno
dei suoi amici.
Mi viene da sorridere a pensarci. Per me era un figlio, era gioia, tenerezza, affetto, cura. Penso che questi
Anche per questo ho pianto. Ma pensa che proprio in quei momenti terribili, che sembravano di una
solitudine disperata è stato proprio lui, Gesù, a ricostruire il clima della famiglia che eravamo e che siamo
ancora. Mi ha affidato Giovanni e ha affidato me a lui: madre e figlio, l’una per l’altro e viceversa. Questo
è il segreto della comunità: l’affidamento e il prendersi cura reciproco. È il modo di vivere seguendo ancora
la strada di Gesù: vivere donando la propria vita, senza tenere per sé…Ecco, forse proprio in quel momento
ho capito davvero chi era mio figlio; e se è vero che il dolore di vederlo morire mi lacerava il cuore, è anche
vero che ho provato, dentro di me, una grande pace.
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Sì. Niente è stato più come prima. Per me e per tutti.
Senti, ma come lo guardavi quel tuo figlio così speciale?
CONFRONTARSI
Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata
Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome
Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallegrati, piena di
grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che
senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai
trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai
Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di
Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà
fine”.
Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Le
rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà
con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.
Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e
questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile; nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria
disse: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si
allontanò da lei. (Lc 1, 26-38)
Il contesto
Il nostro brano è tratto dal cap. 1 che, assieme al cap. 2, fa parte dei cosiddetti “Vangeli
dell’infanzia”, definiti anche “protovangeli”.
Quel bambino che, secondo l’annuncio dell’Angelo, nascerà a Maria in realtà è già il
Messia nello splendore della sua gloria. I titoli con i quali il Figlio viene descritto sono quelli
attribuiti al Cristo: Figlio di Davide, Gesù Salvatore, Santo, grande, Figlio dell’Altissimo,
Figlio di Dio, re.
Non è in gioco una realtà tenera e appassionata come può essere un bambino straordinario;
nel racconto degli inizi è in gioco ormai il tutto.
Luca descrive il progetto di Dio di fare al mondo un dono inimmaginabile: dare il suo
stesso Figlio, tramite una creatura umana, Maria, ma in modo che Gesù, restando sempre
Dio, diventi veramente uomo, un Dio fratello degli uomini.
Il testo
Questo racconto fa parte dei grandi annunci messianici, con i quali Dio rivela il suo
progetto di salvezza dell’uomo (cfr. Gdc. 6,11s). Nel nostro caso egli annuncia la venuta
del Messia nella persona di Gesù.
Il racconto si svolge mentre Elisabetta e Zaccaria, parenti di Maria, ricevono anch’essi
l’annuncio della nascita miracolosa di un bambino che sarà l’araldo di Gesù: Giovanni il
Battista.
Infatti l’annunciazione a Maria è all’interno di un settenario di scene: ci sono due
annunciazioni (a Maria e a Zaccaria), una specie di legame (la visitazione) e poi la nascita
del Battista e la nascita del Cristo. In finale, ci sono due quadri collocati entrambi nel
tempio di Gerusalemme: il bambino nel tempio, il ragazzo nel tempio (la purificazione
della madre e la presentazione al tempio del primogenito Gesù quaranta giorni dopo la
nascita e poi Gesù a dodici anni nel tempio). Il racconto è iniziato nel tempio e finisce nel
tempio.
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Alcuni spunti di riflessione
I protagonisti
Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata
Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome
Giuseppe. La vergine si chiamava Maria
I protagonisti sono due: Dio, il creatore del cielo e della terra, e Maria di Nazaret, una
giovane donna vicina alle nozze con Giuseppe, un falegname, residenti in un villaggio
sconosciuto di Israele.
Dio sceglie chi è piccolo e povero per fare i suoi grandi progetti. Lo dirà Maria stessa nel
“Magnificat”.
Dio coinvolge una coppia di (promessi) sposi, perché appaia il ruolo della famiglia nella
venuta al mondo di Gesù.
Il saluto e il messaggi di Gabriele a Maria
“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”.
Il saluto è carico di festa. Dice: “Rallegrati, Maria”. Non dice il debole “Ave”, o “Ti saluto,
Maria”, perché Dio ama profondamente Maria, la circonda con la sua totale benevolenza
ed esulta nel darle, attraverso l’Angelo, questo annuncio di gioia. Maria sarà, dopo Gesù
e con lui, la persona più cara a Dio e la più importante per l’umanità.
piena di grazia
Questo saluto potrebbe dare l’idea che Maria in sé sia la sorgente della grazia. In realtà si
tratta di un passivo: “o tu che sei stata riempita di grazia”. Il soggetto è Dio, che in questa
creatura semplice crea il suo capolavoro: il capolavoro della tenda perfetta, il santuario
ideale, la nuova santa Sion, Maria.
“Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio,
lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo;
il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di
Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Si comprende la ragione di questo saluto, tanto atteso quanto inaudito: viene annunciata
la nascita del Messia, che avrà per nome Gesù. Egli secondo le promesse dei profeti,
stabilirà in terra il Regno di Dio, ossia la sua pace e il suo amore, quel regno di cui Davide
era stato nel popolo di Dio il simbolo più illustre.
Il Figlio che nascerà da Maria avrà un nome significativo: “Il Signore salva”, Gesù, e sarà
grande, sarà figlio dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio
di Dio. In queste parole dell’Angelo siamo invitati a riconoscere nel figlio di Maria una
personalità che assume i contorni propri di Dio. Infatti nel linguaggio tradizionale della
Bibbia il termine “grande”, in senso assoluto, si riferisce soltanto a Dio.
il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
Cristo viene anche nella storia: è il tema della incarnazione. Certo, egli nasce dall’”ombra
dell’Altissimo”, non è legato ai meccanismi biologici, nasce da una vergine. Tuttavia egli
è anche nell’interno della storia, è figlio di Davide, entra cioè in un itinerario che era già
stato tracciato nell’Antico Testamento.
La domanda di Maria
“Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”.
Un messaggio come questo non può non rendere pensosa una persona responsabile.
Tale è Maria, perché era vergine e non era ancora andata a vivere insieme a Giuseppe.
Dio rispetta la coscienza di Maria e le spiega che Dio stesso, con la potenza del suo
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Spirito, renderà Maria madre. Nel rispetto della legge, ma andando oltre la legge.
Per confermare ciò, l’angelo aggiunge un segno esterno rivelatore della onnipotenza di
Dio:Elisabetta, sterile ed anziana, ha concepito un bambino, poiché “nulla è impossibile
a Dio”.
“Non conosco uomo”: comunque si debba interpretare questa frase, essa è certamente
una dichiarazione secondo cui colui che nascerà a Maria non nasce “né da carne né da
volere di uomo ma da Dio” (Gv 1,13). Il Figlio che nascerà a Maria è il Figlio di Dio. Per
questo si insiste molto anche su “l’ombra dello Spirito” che deve avvolgere Maria come
l’ombra avvolgeva il tempio e l’arca per una presenza divina.
· Per fare ciò Dio si serve della collaborazione di Maria “umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio” (Dante Alighieri). Dio sceglie ciò che è piccolo per fare
cose grandi. Nel saluto gioioso a Maria risuona per la prima volta la beatitudine dei poveri
del Vangelo.
· Dio propone, non impone. Un fatto decisivo per la realizzazione del progetto di Dio è
la risposta libera e consapevole della persona.
· C’è il tempo delle domande, si stabilisce un cammino di ricerca, ma alla fine ci si
affida totalmente nella fede. È quello che ha fatto Maria.
Il sì di Maria
“Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”.
Dio, l’Altissimo, dona all’umanità il suo stesso Figlio perché sia il Messia promesso. Ciò
però avviene con la collaborazione di Maria, umile, povera e piena di fiducia nel suo
Signore, che corrisponde senza ripensamenti.
La serva del Signore: con questo titolo Maria dichiara di essere a totale disposizione
di Dio perché attui in lei il suo disegno. In queste parole di Maria c’è da ricercare una
grande umiltà, ma non solo, perché il momento dell’annunciazione è il momento della
comunicazione di un grande destino. Maria non ha ragione di mettere avanti solo la
sua umiltà; per accettare deve mettere avanti anche la coscienza del mistero che in lei
si compie, perché Dio agisce sulla base della sua adesione, del suo “fiat”: “avvenga
per me”. La parola “serva” si collega alla tradizione dell’AT per cui “servo” era Abramo,
Mosè, Davide, ogni profeta e persino il Messia “il servo di JHWH”. Servo è colui che
ha la consapevolezza di avere una missione decisiva da compiere. Nel momento
dell’annunciazione Maria sigilla il mistero che in lei si compie dichiarandosi consapevole
di qualcosa di assolutamente irraggiungibile, inesprimibile, ineffabile.
San Bernardo, in una sua omelia sul Cantico, mette in scena l’attesa, la sospensione che
si crea attorno alla consapevolezza di Maria.
“L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria. Stiamo aspettando anche noi, o Signora. Rispondi
presto, o Vergine. Pronunzia, o Signora, la parola che terra e inferi e cielo aspettano. Apri
dunque il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il grembo al Creatore. Ecco, Colui
che è il desiderio delle genti sta fuori e bussa alla tua porta. Alzati, corri, apri, rispondigli
di sì”.
L’approfondimento
CCC 437; 456-457; 461; 484; da 488 a 507; 525
“La verità vi farà liberi” – da 297 a 303; da 306 a 314
Come appare Maria
La storia di Israele è tutta intessuta di infedeltà e di tradimenti; è un popolo di dura cervice,
nel quale però si fa strada un filone d’oro, quello degli “anawim”, gli ultimi, dei poveri,
di cui Maria è la punta di diamante. Nonostante tutta l’infedeltà d’Israele, noi, attraverso
Maria, abbiamo meritato di avere il Salvatore Gesù Cristo. Basta lei a riscattare tutte le
pagine sbagliate della storia di Israele, basta lei con la sua fedeltà.
Maria appare soprattutto come la donna della fede obbediente, dell’ascolto, dell’interiorità,
dell’umiltà; essa è la “prima” dei poveri di YHWH – gli anawim, di coloro cioè che uniscono
l’umile condizione alla fiducia interiore posta esclusivamente in Dio.
L’applicazione
Per noi:
· Cosa ci insegna l’umiltà di Maria?
· Perché Maria è “grande”?
· Sappiamo dire il nostro SI’ a Dio anche nelle proposte di vita apparentemente
“assurde”?
AGIRE
L’attitudine al silenzio di Maria è sempre stata emblematica della sua volontà di fare
spazio alla presenza di Dio in lei. Per noi spesso la preghiera è fatta da un moltiplicarsi
di parole, richieste, suppliche, sfoghi. Siamo poco abituati alla dimensione del silenzio,
che in molti casi ci spaventa molto perché ci costringe a stare da soli con noi stessi, alla
presenza di Dio. Ma è solo nel silenzio che possiamo udire la voce del Padre. Prendiamo
l’impegno in quest’anno e nei prossimi anni di non rinunciare alla partecipazione ad
un corso di esercizi spirituali, che sono la massima espressione della ricerca di Dio nel
silenzio e nella preghiera. Nella nostra città ci sono molteplici, bellissime proposte di
esercizi, da quelle dei Padri Gesuiti di Villa San Giuseppe, a quelle dell’Azione Cattolica,
a quelle parrocchiali.
La Chiesa promuove nei suoi figli anzitutto un’autentica vita spirituale, cioè un’esistenza
secondo lo Spirito. Essa non è frutto di uno sforzo volontaristico, ma è un cammino
attraverso il quale il Maestro interiore apre la mente e il cuore alla comprensione del
mistero di Dio e dell’uomo:lo Spirito che “il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà
ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv.14,26)
(Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per
il decennio 2010-2020).
· Il Dio in cui crediamo non è un Dio ai margini della storia, ma vi entra dentro per
fare uno straordinario scambio di doni: diventare uomo come noi, perché noi possiamo
diventare come lui, suoi figli.
· Gesù di Nazaret è l’incontro tra Dio e l’uomo. È Dio dal volto umano e uomo dal volto
di Dio.
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SEZIONE B//
CAFARNAO
(CCC, articolo 2) Gesù, figlio di Dio propone un volto dell’umano risanando, perdonando
e donando
_______________________________________________________________________________________
COME VIVE GESÙ
LE RELAZIONI UMANE?
CCC da 531 a 534; da 587 a 589
“La verità vi farà liberi” – 213-214
lo incontrano. Noi siamo creati ad immagine di Dio e quindi anche per noi è possibile
pensare, giudicare, amare come ha fatto Gesù. La nostra società è cambiata tantissimo
e molto velocemente nell’arco degli ultimi decenni. L’importanza delle relazioni umane
non è sicuramente al primo posto nella scala di valori che domina la nostra cultura. La
nostra popolazione si è arricchita di nuove etnie che aumentano sempre di più dal punto
di vista numerico ma che sempre meno trovano accoglienza e rispetto nei nostri contesti
sociali. Il valore primario è l’ “ io ” , non il “tu” e tantomeno il “noi”.
Brani per introdurre il dibattito:
Alla fine degli anni 90 Susanna Tamaro ha tenuto su Famiglia Cristiana una rubrica dal
titolo “Arrivederci” dove scriveva “meditazioni sulle cose della vita” rispondendo alle
lettere dei lettori della rivista. Queste lettere sono arrivate da tutti i paesi del mondo e nel
1997 è stato edito un libro che raccoglie le riflessioni della Tamaro attraverso le lettere
scritte a Mathilda, amica dell’autrice che vive in Africa.
Nell’introduzione al libro l’autrice scrive così:
“Tutta questa corrispondenza mi ha fatto capire che c’è un grande bisogno di dialogo, di
confronto e ci sono pochissimi spazi dove farlo. Molti urlano e pochi parlano…”
Ecco alcuni stralci di queste lettere:
VEDERE
Obbedienza e presa di distanza dai genitori; amicizia; legame col gruppo dei discepoli;
preferenza per i bambini e i poveri; lo scandalo del perdono.
Cara Mathilda,
l’amicizia è uno dei sentimenti più belli da vivere perché dà ricchezza, emozioni, complicità e perché è
assolutamente gratuita. A un tratto ci si vede, ci si sceglie, si costituisce una sorta di intimità; si può
camminare accanto e crescere insieme pur percorrendo strade differenti, pur essendo distanti, come noi due,
centinaia di migliaia di chilometri.
Nella tua ultima lettera mi chiedi come va da queste parti, al Nord. Non il Nord d’Italia, ma il Nord del
mondo. Quel Nord così distante da voi e così ricco e così gravemente ammalato. Come va? Va in modo
incerto, inquieto, alle volte i suoi sintomi sono così gravi da far temere una fine quasi immediata, altre
volte si intravedono segnali che fanno intuire una sorta di lieve miglioramento.
………………………………………………………………………………………………….
“…Oggi, andando in motorino per le strade della città, tra lo scarico di un autobus e le imprecazioni di
un guidatore impaziente, pensavo proprio a questo, all’allegria. Dov’e finita? Mi guardo in giro e non la
vedo. Non c’è niente per cui stare allegri, dice la gente intorno, ed è vero, ma sicuramente dove vivete voi,
in Africa, c’è ancora meno da stare allegri. Morte, devastazione, fame, feriti e l’instabilità continua sono il
vostro pane quotidiano. Eppure, nonostante ciò riuscite a gioire ancora della vita. E allora?
Cammino per le strade e osservo i volti, le espressioni della gente, osservo i loro corpi, i movimenti, gli sguardi
bassi. E più li osservo e più mi chiedo: dove sono le persone? Più che esseri umani infatti vedo maschere:
maschere di tristezza, maschere di risentimento, maschere di disperazione. A volte ho quasi l’impressione
che sulla città sia sceso una sorta di incantesimo malvagio: mentre tutti dormivano, una strega potente
ha spento i sorrisi e ha fatto scendere l’opacità sui volti. Risentimento, aggressività e sopraffazione sono
diventati ormai quasi gli unici sentimenti che ci mettono in relazione gli uni con gli altri.”
Da “Achille, piè veloce”, di Stefano Benni, Ed. Feltrinelli, 2003:
La capacità di creare legami e relazioni è propria dell’essere umano. È attraverso il
rapporto con gli altri che ogni uomo ha la possibilità di conoscere se stesso e di scoprire
la sua verità più profonda.
Anche nel modo di vivere le relazioni Gesù si dimostra radicalmente diverso e diventa
per noi modello di un’umanità purificata dall’egoismo, dal desiderio di affermazione
personale, dal conformismo. I suoi interlocutori privilegiati sono spesso coloro che la
società del tempo disprezza e relega agli ultimi posti della scala sociale. Gesù è capace
di vedere il cuore delle persone e di trasformare profondamente la vita di coloro che
“…Sai cos’è un amico? Uno che non ti vede come un rosario su cui sgranare le proprie assoluzioni, ma come
qualcosa di complicato e doloroso che cammina insieme a te, qualcosa che non capisci mai fino in fondo e
che ti invade. Mentre tu parli io mi alzo da quella sedia e vado a vedere il mondo. Mentre io parlo tu ti siedi
e scopri che sei muto e senza fiato, con la testa inchiodata e le mani incapaci di parare i colpi. Poi la vita
ci darà strade diverse. Tu prenderai tutta la gioia che puoi, io mi accontenterò di sognare a una finestra, tu
soffrirai per piccoli grandi dolori, io ti invidierò per questo. Il luogo ove si incontrano la nostra amicizia e
la nostra invidia è un luogo raro, e basterebbe che tu lo ricordassi sempre perché io sia, una volta per tutte,
rispettato.”
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CONFRONTARSI
“Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre
gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi
farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciarono le reti e lo seguirono. Andando
un poco oltre, vide Giacomo figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello mentre anch’essi
nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi, lasciarono il loro padre Zebedèo
nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, Gesù insegnava. Ed
erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità,
e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno
spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei
venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci!
Esci da lui”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono
presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento
nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! ”. La sua
fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e di Andrea, in compagnia
di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli
parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò
ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e
scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e
là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono
e gli dissero: “Tutti ti cercano! ”. Egli disse loro: “Andiamocene altrove nei villaggi vicini,
perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! ”. E andò per tutta la Galilea,
predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni”. (Mc 1,16-39)
Il contesto
Siamo all’inizio della vita pubblica di Gesù. Egli ha appena chiamato i primi quattro
discepoli. Dopo la chiamata, l’evangelista ci racconta come Gesù trascorreva le sue
giornate. Infatti questo brano fa parte della sezione chiamata “giornata di Cafarnao”, così
detta perché racchiude diversi episodi nell’arco temporale di una giornata e nel contesto
geografico della città di Cafarnao.
In questa giornata Gesù coinvolge tutto l’uomo, in tutte le sue dimensioni.
Infatti Gesù i fa presente:
· nello spazio religioso (la sinagoga con la liberazione dell’indemoniato);
· in quello privato- familiare (la casa di Pietro, dove guarisce la sua suocera);
· in quello pubblico (il cortile antistante la porta di casa da dove cura i malati e libera gli
indemoniati della città).
L’uomo è raggiunto dalla presenza di Gesù in tutte le sue realtà: personali, familiari,
sociali e religiose.
Insegna
“entrato di sabato nella sinagoga, Gesù insegnava”
Gesù a Cafarnao prende la parola nell’assemblea sinagogale e comincia ad insegnare
come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Il suo modo di insegnare suscita
grande effetto sulla gente. Possiamo immaginare Gesù maestro: la sua decisione, la
sua dolcezza, la sua sicurezza, il suo stile… pensiamo all’uso frequente delle parabole
che sono il racconto di un’esperienza attinta dalla vita che diventa poi paragone per
capire qualcosa di importante, che non si può dire con parole usuali. Ma soprattutto il
suo parlare del Regno di Dio come dell’azione potente di Dio che interviene nella storia
dell’uomo per donargli la salvezza.
Gesù non è un ripetitore freddo degli insegnamenti della Legge, ma ne è l’interprete
palpitante, perché lui ne svela l’anima, lo spirito. Egli demolisce il modo esteriore
dell’osservanza della Legge, per insegnare che Dio lo si onora soprattutto con il cuore. Il
suo insegnamento è nuovo ed autorevole e la gente se ne accorge e ne rimane stupita.
Libera dai demoni
L’autorevolezza di Gesù si manifesta non solo nelle parole ma anche nei “segni” che
compie.
In questo caso l’occasione è offerta dall’indemoniato presente nella sinagoga.
È un duello drammatico: da una parte sta lo spirito del male, che si oppone a Dio e tenta
di catturare Gesù dicendone il nome “il santo di Dio”.
Pronunciando queste parole lo spirito maligno afferma la verità (anche il demonio sa che
Dio esiste e chi è Gesù), ma lo dice non da credente che si affida a Gesù, bensì con una
espressione che sa di derisione, quasi a dire “non mi fai paura”.
Gesù con la potenza della sua parola gli impone di tacere e di uscire dall’uomo, liberandolo
così dal suo aguzzino che lo strazia e grida, ma scappa sconfitto. È bastata la sua parola
perché ha in sé la verità e l’amore di Dio. Gesù è in grado di distruggere il dominio
dell’avversario.
Colpisce lo stato di violenza, di convulsione e di degrado dell’uomo posseduto dal
demonio, in contrasto con la piena libertà e dignità che l’azione liberatrice di Gesù gli
ridona.
“Io so chi tu sei: il santo di Dio!” Satana conosce bene Dio, ma non crede in lui e non si
fida di lui.
“Venuta la sera…. scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché
lo conoscevano”
Venuta la sera Gesù si trova di nuovo di fronte a molti indemoniati: anche a costoro
scaccia i demoni, uscendo vittorioso dal confronto diretto con la potenza del male.
LA GIORNATA DI GESù – che cosa fa? Quale attività svolge? Quali relazioni umane
intrattiene?
Gode dell’amicizia
“E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e di Andrea, in compagnia
di Giacomo e Giovanni”
Gesù dopo la “fatica” dell’assemblea nella sinagoga, desidera stare fra amici, nell’intimità
di una casa, quella appunto di Pietro e Andrea.
Gesù è sicuramente l’uomo delle folle, delle strade, dei posti dove la gente si ritrova, ma
spessissimo il Vangelo annota che si reca anche nelle case delle persone, senza fare
distinzione fra i cosiddetti buoni e peccatori. Va nella casa di Marta e Maria, di Simone,
ma anche in quella di Zaccheo e Matteo, i pubblicani esattori delle tasse.
Per Gesù la casa è il luogo in cui si possono incontrare le persone nel loro ambiente
naturale e con le quali si possono intessere relazioni autentiche di amicizia.
La casa di Pietro e di Andrea diventa anche la sua casa, è il luogo dove Gesù raccoglie e
forma la sua nuova famiglia. I primi quattro discepoli iniziano subito con lui una esperienza
di familiarità e di comunione.
32
33
Il testo
Guarisce
“La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò
e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva”.
La suocera di Pietro doveva essere certamente una donna che con la sua presenza
“riempiva” la casa. La sua capacità di amare, di servire tutti, la sua personalità dovevano
essere veramente forti. Infatti tutti appena entrati si accorgono che lei non è lì a servirli,
ma è a letto.
“e subito gli parlarono di lei”. Parlando di lei, non offrono a Gesù una semplice informazione,
non gli danno solo notizie sullo stato di salute di lei, ma lo mettono al corrente perché se
ne faccia carico.
Mentre gli raccontano di le, esprimono un atteggiamento di fiducia; dopo che lo hanno
visto all’azione nella sinagoga, ora sperano che anche per la donna egli possa intervenire
per guarirla.
La descrizione del gesto di guarigione è estremamente semplice, ma anche di una
delicatezza e dolcezza significative. I miracoli di Gesù non sono mai raccontanti
come spettacoli di potenza, ma piuttosto come segni che interrogano chi se ne lascia
coinvolgere.
“la fece alzare prendendola per mano” Il verbo usato è lo stesso della risurrezione.
La suocera di Pietro ha fatto una esperienza di risurrezione, ha vissuto l’esperienza di
essere salvata. Gesù l’ha “svegliata” prendendola per mano. Gesù si lascia coinvolgere
nella sua sofferenza, non ne resta indifferente; prende il dolore nelle sue mani . Così la
risolleva, la rimette in piedi, è rinata.
“la febbre la lasciò ed ella li serviva”.
La febbre è vinta, quella donna è guarita. La dimostrazione dell’avvenuta guarigione
sta nel fatto che ora la donna può servire a tavola i suoi ospiti. Il dono della guarigione
diventa in lei dono per gli altri, servizio disinteressato nella gioia.
“Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.
Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie”
Verso sera riprende l’attività taumaturgica e guarisce molti malati. La scena che Marco
descrive è impressionante gli portavano tutti i malati - Tutta la città era riunita davanti alla
porta. Accorre a Gesù tutta una città afflitta e sofferente, piena di speranza e Gesù per tutti
ha un gesto o una parola di salvezza.
Gesù non sanava le masse anonime, ma ogni persona singola era toccata dalla sua
guarigione: Egli avrà toccato con mano il danno devastante procurato dal peccato.
Prega
“Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto
e là pregava”
La giornata di Gesù si conclude con il suo ritiro in un luogo solitario per pregare fino al
mattino.
Nonostante fosse oberato alla folla tanto da non trovare, spesso, nemmeno il tempo
per mangiare e per dormire, Gesù sentiva una irresistibile attrattiva per la preghiera, un
bisogno assoluto di intrattenersi nella solitudine per parlare con il suo “Papà”.
Sono i suoi momenti di felicità, di beatitudine e la sua gioia traspare dal suo volto, tanto
che gli apostoli gli chiedono: “insegnaci a pregare”.
Dalla preghiera Gesù attinte forza, luce, sapienza, indicazioni sulla sua vocazione e
missione.
34
Predica in tutti i villaggi
”E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe”
Di nuovo Gesù è in cammino sulle strade della Galilea e nelle sinagoghe per annunciare
a tutti il Regno di Dio. Non conosce soste ma ovunque c’è un figlio di Dio, a quello va
annunciata la buona notizia.
Si conclude così la giornata di Gesù descritta da Marco.
Per l’approfondimento
CCC da 531 a 534; da 587 a 589
“La verità vi farà liberi” – 213-214
Che tipo era?
.Prima domanda, la più semplice: che tipo era questo Gesù Cristo? Che uomo era?
Questo il Vangelo non lo precisa. E devo dire che un po’ mi secca, perché ho puntato
la mia vita su di Lui e non so neppure di che colore fossero i suoi occhi. Era bello o era
brutto? Be’ ,secondo me era bello. C’è un episodio dell’undicesimo capitolo del Vangelo
di Luca. Gesù sta parlando alla folla. All’improvviso una donna, lanciando un grido di
entusiasmo, dice: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha nutrito». Ecco,
questo è il primo panegirico di Cristo. Ed è fatto in termini molto ... corporei. Tant’è
vero che poi Gesù le rimprovera di trascurare la parola di Dio per soffermarsi sulla Sua
bellezza: «Beati quelli che ascoltano la parola di Dio». Noi però ringraziamo questa donna
sconosciuta che ci ha permesso di rispondere alla nostra domanda preliminare: Gesù
era davvero un bell’uomo.
.I suoi occhi
E aveva anche due splendidi occhi. Lo sguardo di Gesù colpiva chi lo incontrava. I
Vangeli, soprattutto quello di Marco, parlano spesso del suo sguardo: penetrante su
Simone, che gli viene presentato dal fratello; affettuoso sul giovane ricco, quello che poi
se ne va perché lui gli dice di «lasciare tutto e seguirlo; di simpatia su Zaccheo, il capo
dei pubblicani, gli esattori delle imposte che rubavano (solo allora, per carità, non voglio
dar giudizi...), che lo guardava stando appollaiato su un albero. E, ancora, di tristezza
sull’offerta del ricchi, di sdegno su quel che avveniva nel Tempio, di dolore per chi lo
tradisce ...
Insomma, il suo era uno sguardo che parlava.
.Aveva idee chiare
E che faceva capire come Gesù avesse le idee chiare. Molto chiare. Quando parlava non
diceva mai «forse, secondo me, mi pare”. E non aveva peli sulla lingua neanche con i
potenti: ricordate quando dà della «volpe» al re Erode?
Uomo libero
Ma una delle cose più belle di Gesù è che era un uomo libero. Anche dai suoi amici.
Quando san Pietro fa la sua professione di fede (ogni tanto ne azzeccava una anche
san Pietro... ) Gesù gli fa un panegirico mai dedicato ad un uomo, tanto che san Pietro
probabilmente si ringalluzzisce, comincia a pensare in grande. Ma quando Gesù gli
annuncia che il suo destino è quello di esser mandato a morte, e Pietro, che già si
sente «primo ministro del Regno di Dio», lo prende per un braccio e lo rimprovera, Gesù
neanche lo guarda e lo tratta malissimo: «Va’ via da me Satana, tu non pensi alle cose di
Dio ma alle cose degli uomini». Niente male per un amico, no?
35
Ancor più libero con i parenti
Con i parenti, poi, certe volte era anche peggio. Quando Gesù abbandona la sua casa, a
trent’anni, loro lo considerano pazzo. Lo dice il Vangelo di Marco, capitolo terzo: «Uscirono
(i suoi parenti) per andare a prenderlo, perché dicevano: “è fuori di sé” , è fuori di testa,
Poi, quando la gente comincia ad andargli dietro, i parenti cercano di riavvicinarsi a Lui,
perché capiscono che in qualche modo sta acquistando potere. E allora chiamano Maria,
per cercar di convincere Gesù a tornare da loro. E Lui? Capisce tutto, al volo. E fa finta di
non riconoscere nemmeno sua madre.
Gesù amava
Ma non crediate che fosse un uomo troppo duro. Gesù amava. Molto. Anzitutto, i bambini.
Sapeva capirli, dote che raramente noi adulti abbiamo: in genere, quando parliamo con
loro, sappiamo solo chiedere quanti anni abbiano, quale classe frequentino ... Roba
che a loro non interessa per niente. Lui, invece: «Lasciate che vengano a me ». Poi,
gli amici. Aveva un forte senso dell’amicizia, Gesù. Per esempio, era molto amico dei
suoi discepoli: e, tra questi, era particolarmente legato a Pietro, Giovanni e Giacomo; e,
ancora, tra questi soprattutto Giovanni gli era più amico. Insomma, anche lui aveva delle
preferenze tra i suoi amici. Come è Giusto: gli amici non sono mica tutti uguali. Poi, Gesù
amava il suo popolo. Si sentiva pienamente ebreo, israelita. Tanto che il pensiero della
distruzione di Gerusalemme lo faceva addirittura piangere. (Card. Giacomo Biffi, Gesù
Cristo, unico salvatore del mondo, editrice ELLE DI CI)
Per noi:
· Che immagine abbiamo di Gesù?
· Cosa ci colpisce di più della sua persona e del suo modo di rapportarsi alla gente, al
Padre, ai bisognosi?
· Come spendiamo le nostre giornate?
· Quali relazioni sappiamo intrattenere con le persone?
· Che attenzione abbiamo verso chi è più in difficoltà?
· Cosa rappresenta per noi la preghiera?
· Quali sono oggi le incomprensioni, i pregiudizi più forti che scaturiscono nelle nostre
relazioni con i vicini di casa, nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle città?
· Quali possono essere le scelte vincenti affinché persone che provengono da mondi,
etnie, culture diverse, possano vivere insieme?
· Come superare i piccoli grandi conflitti della nostra vita quotidiana?
Proviamo a fare alcuni semplici esercizi nelle nostre giornate:
· Impariamo a vigilare sulle parole che escono dalla nostra bocca.
· Evitiamo di usare il turpiloquio solo perché ormai lo fanno tutti
· Rinunciamo ad avere sempre l’ultima parola
· Accettiamo anche qualche ingiustizia fatta verso di noi.
· Perdoniamo le offese, le parole dette per ferirci, le azioni sgarbate fatte nei nostri
confronti.
· Quando siamo arrabbiati e ci sembra che tutto vada storto, riprendiamo coraggio
leggendo questa straordinaria preghiera di Giovanni XXIII:
Solo per oggi
cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta.
Solo per oggi
avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi,
non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
Solo per oggi
sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in
questo.
Solo per oggi
mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.
Solo per oggi
dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio,
ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla
vita dell’anima.
Solo per oggi,
compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi
mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò.
E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.
Solo per oggi
saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun
altro al mondo.
Solo per oggi
non avrò timori.
In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello
e di credere nell’Amore.
Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.
Giovanni XXIII
AGIRE
La dimensione che più di ogni altra attraversa il mondo delle relazioni oggi è la dimensione
del conflitto. Siamo tutti iper-competitivi, aggressivi, sgomitiamo per avere i primi posti,
per stare con le persone che “contano”, per poter avere voce in ogni contesto. Tutto
questo può forse essere inevitabile nel contesto della vita quotidiana, ma non può
essere così anche per noi, che abbiamo come modello Gesù, maestro di relazioni che
danno la vita, che fanno rinascere la speranza, che chiedono di fare scelte coraggiose
e controcorrente.
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37
COME VALUTA GESÙ IL MONDO
“RELIGIOSO” DEL SUO TEMPO?
CCC da 577 a 586
“La verità vi farà liberi” – da 154 a 160
Albrecht Durer,
Cristo dodicenne
tra i dottori,
1506
· Per il popolo d’Israele la Legge era tutto e la fedeltà alla legge era imprescindibile per
l’uomo religioso. Gesù però viene a smascherare una fedeltà fatta solo di formalismi, di
pratiche religiose che diventano un modo solo esteriore di essere “giusti”.
· Quello che Gesù farà vedere è un altro modo di essere fedeli a Dio, una scelta di
vita che coinvolge l’uomo nella sua totalità e non si limita ad applicare delle norme di
comportamento.
· Nel mondo di oggi il modo di viere la fede è molto cambiato, sia rispetto al tempo di
Gesù, sia rispetto alla tradizione cristiana degli ultimi secoli.
· Sicuramente la fede è più libera, più vera, più svincolata dall’osservare dei riti che non
si comprendono.
· Il rischio però è, come sempre, quello di esagerare nel senso opposto, di rifiutare
qualunque regola, qualunque indicazione, qualunque “precetto”.
· Non è facile distinguere chi è cristiano da chi non lo è.
· In che modo la nostra fede è visibile nella vita quotidiana?
· Quali scelte facciamo che ci identifichino come cristiani?
· Prendiamo un esempio concreto: nel brano del CONFRONTARSI troviamo la famosa
frase del Vangelo “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio
dell’uomo è signore anche del sabato”.
· Proviamo a pensare a come viviamo il nostro giorno del Signore, la domenica.
Per introdurre il dibattito:
Dalla rivista “Segno nel mondo” n.12, luglio 2004, Ed. AVE
Alla riscoperta della domenica
VEDERE
Sferza le prestazioni solo formali, chi imprigiona il Signore nei propri schemi mentali, lo
elegge tutore di campagne moralistiche.
Un punto da cui si potrebbe partire in questa riflessione è che Gesù una valutazione la fa.
La cosa non è poi tanto scontata: capita ogni giorno di incontrare gente che ha un’idea
della religione fatta di pregiudizi, di slogan, di posizioni raccolte acriticamente dai media
o da qualche “maestro” più o meno improvvisato. Gente che non fa alcuna valutazione,
ma assume come propria quella concepita da altri senza metterne in discussione il
contenuto.
I figli della Chiesa hanno la responsabilità di guardare alla realtà del tempo e del luogo
in cui si trovano con i propri occhi, la propria intelligenza e il proprio cuore. E questa
responsabilità si esercita anche (anzi: prima di tutto) sull’esperienza religiosa e sulla vita
ecclesiale.
Non si tratta di costruire una critica vuota e fine a sé stessa, ma di mettersi alla scuola
di Cristo, che ricercava la crescita e la conversione del mondo religioso in cui era,
consapevoli da un lato che siamo chiamati a prenderci cura, da persone adulte, anche
della Chiesa e dall’altro che in questo compito nessuno è solo, ma siamo sorretti dalla
Parola, dal Magistero e, prima ancora, dalla misteriosa e potente azione dello Spirito che
guida ogni passo dell’uomo verso il Regno di Dio.
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Una sfida teologica alla società odierna che ha trasformato il giorno del Signore in weekend e ai tanti uomini del nostro tempo che ritmano la loro vita senza troppe aperture
alla trascendenza; una sfida pastorale per quei praticanti che tendono a trasformare in
dovere compiuto quello che invece è impegno di vita.
“In modo pressante raccomando poi di porre ogni cura perché la domenica sia per
quanti credono in Cristo il giorno del riposo e della festa, giorno del Signore e della
comunità, della famiglia e dei poveri, secondo gli orientamenti che ho esposto nella
Lettera apostolica Dies Domini. Per quanto è possibile, dedicate la domenica alla
contemplazione e alle opere di carità, alla sana distensione, al contatto rigenerante con la
natura. Solo una domenica che non venga ridotta a “fine settimana”, passato all’insegna
di un consumismo nervoso e vuoto, può diventare il “primo giorno” , che dà significato
e gusto anche ai giorni feriali della fatica.
(Dal Messaggio di Giovanni Paolo II al Convegno nazionale delle presidenze diocesane
dell’Azione Cattolica, maggio 2004)
Articolo di Giuseppe Mattai:
Beni scarsi – bisogni molteplici e crescenti. Di qui l’insorgenza – si diceva una volta
– del problema economico. Risorse abbondanti, mal distribuite, all’insegna di una
razionalità pseudo-economica, perché senza respiro etico-solidale: ecco, pensiamo noi
il dramma odierno. Anche il tempo, nonostante avvisi contrari, è un bene. Scarso o
abbondante? Se ascoltiamo il sentire comune, a partire da quello giovanile, anch’esso
sarebbe una risorsa che tende sempre più a scarseggiare…Al presente giorni liberi e
liberanti, autenticamente festivi, sottratti agli stress incalzanti della ferialità e alle pressioni
massmediali, risultano diminuiti nel numero e nella qualità…La proposta di tentare un
recupero del tempo domenicale, di una riscoperta della festa e di un superamento della
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solitudine individualistica e narcisistica nella comunione interpersonale è da ritenersi
anacronistica e votata allo scacco? Con il Papa e i nostri pastori pensiamo che il gioco
valga la candela e che, in quanto cristiani, abbiamo non solo la possibilità di aprire il
discorso in sede teorica, ma di offrire testimonianze credibili per rilanciare il tema della
domenica come giorno del Signore e giorno dell’uomo che apra il cuore alla gioia del
festeggiare, del rendere amoroso servizio e che, lungi dall’essere o risultare oasi isolata
e isolante, dia invece senso, gusto e colorito alla ferialità del tempo “ordinario”…
Sine dominico non possumus (vivere). Senza la domenica non possiamo vivere: è la
risposta che i martiri di Abitene diedero a chi, sotto pena di morte, ingiungeva loro di
non partecipare al culto domenicale, al dominicum. Soprattutto in una temperie culturale
come quella in cui viviamo, contrassegnata dallo stress psicologico, dal crescente e
preoccupante fenomeno della depressione, dello smarrimento del senso della festa, dal
degrado e mercificazione del gioco e degli sport, urge che come cristiani rileggiamo e
traduciamo in vissuto le riflessioni che il Pontefice nella lettera apostolica Dies Domini (31
maggio 1998) e la CEI qualche anno prima nella nota pastorale Il giorno del Signore (15
luglio 1984), troppo presto messa in un cassetto, hanno offerto alla comunità cristiana
e a quanti dimostrano preoccupazione per lo scadimento attuale del giorno del “riposo”
festivo, in particolare della domenica divenuta da primo giorno della settimana a weekend, a conclusione evasiva e insignificante dei giorni del lavoro.”
Noi affronteremo solo l’aspetto del riposo sabbatico, ma è opportuno fare alcune
precisazioni più generali riguardanti il “mondo religioso” al tempo di Gesù.
Bisogna subito dire che Gesù non assunse nel suo ambiente una funzione di riformatore
sociale né di rivoluzionario politico, ma poiché nella sua società gli elementi determinanti
erano di natura religiosa, egli agì in senso liberatorio soprattutto a quel livello: il modo di
considerare la Legge, il primato del Dio sull’osservanza scrupolosa della Legge, il volto
nuovo del Dio – Padre che ama i buoni e i cattivi, il primato di un vero amore fraterno che
sa estendersi fino ai nemici, l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte al Regno di Dio già
presente, ecc.
Per quanto riguarda la Legge, Gesù non ha voluto abolirla, anzi afferma di volerla portare
alla sua vera pienezza e per questo denuncia un certo modo di osservarla che si limita
alla pura esecuzione esterna, trascurando la radice di ogni osservanza, che sta nella
profondità del cuore. Di fronte alla purezza del cuore si vanificano tutte le minuziose
prescrizioni rituali della Legge e dell’insegnamento farisaico che spostano all’esterno
dell’uomo il criterio del bene e del male, aggravando la coscienza di inutili e alienanti
fardelli (cfr Mc 7,1-23). Gesù presenta quindi come insignificanti la prescrizioni riguardanti
la purità e la correttezza cerimoniale. Annullando la distinzione tra cibi puri e cibi impuri,
scuote in qualche modo il culto veterotestamentario che in larga parte si reggeva sulla
distinzione tra cose sacre e cose profane.
CONFRONTARSI
Ancora più documentata appare nei vangeli la sua presa di posizione nei riguardi
dell’ossessione per il riposo sabbatico. Su questo, appunto, rifletteremo attraverso i brani
scelti.
”Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano, e i suoi discepoli, mentre
camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano: “Guarda! perché fanno
in giorno di sabato quello che non è lecito?”. Ed egli rispose loro: “Non avete mai letto
quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame?
Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta,
che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni? ”.
E diceva loro: “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio
dell’uomo è signore anche del sabato”.
Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e
stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato per accusarlo. Egli disse all’uomo che
aveva la mano paralizzata: “Alzati, vieni qui in mezzo! ”.Poi domandò loro: “È lecito in
giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla? ”. Ma essi
tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro
cuori, disse all’uomo: “Tendi la mano! ”. Egli la tese e la sua mano fu guarita. E i farisei
uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”. (Mc
2,23-3,6)
Il contesto
Il Sabato
La parola “shabat” significa riposare, cessare da ogni lavoro. È un giorno che trova il suo
significato all’interno dell’esperienza religiosa del popolo ebraico. Il sabato è il giorno del
riposo perché il Creatore stesso si è riposato dopo il lavoro nei sei giorni della creazione.
Vi è anche una motivazione religiosa: dopo l’esperienza dell’esodo e della liberazione
dall’Egitto, il sabato è il giorno della memoria della libertà che Dio ha acquistato per il suo
popolo.
Al tempo di Gesù il sabato era in onore presso tutti i gruppi e le correnti religiose di Israele
e ne era il segno distintivo nel mondo; “il riposo del sabato” è uno dei comandamenti
più importanti, trasgredire a questo comandamento equivale a trasgredire tutta la legge.
Osservare
Marco ci presenta le dispute di Gesù con i farisei riguardanti l’osservanza del riposo
sabatico; dispute che culmineranno nella decisione presa, assieme agli erodiani, di farlo
morire.
Sono di scena ancora i discepoli, Gesù e i farisei scrupolosi osservanti della legge.
I nostri testi presentano due episodi accaduti in giorno di sabato: la raccolta delle spighe
e la guarigione della mano paralizzata di un uomo. Questi casi, per i farisei e gli scribi,
sono un test per verificare l’ortodossia di Gesù nei confronti della legge del sabato.
Siamo nella sezione che va da 2,1 a 3,6, che riunisce cinque controversie che oppongono
Gesù agli scribi e farisei.
La prima e l’ultima si sviluppano attorno a un racconto di miracoli: la guarigione di un
paralitico (2,1-12), e la guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata (3,1-6).
Le altre centrali sono costruite attorno alla questione del mangiare: il pranzo con i peccatori
(2,13-17); il digiuno (2,18-20); la raccolta di spighe (2,23-28).
Questa serie di piccoli quadri evolve con un crescendo costante che raggiunge l’apice al
termine dell’ultima scena con la decisione di uccidere Gesù (3,6).
Il primo caso si riferisce a un episodio della vita di Davide perseguitato da Saul (1Sam
21,1ss): egli e i suoi compagni mangiarono i pani consacrati, cioè i dodici pani che ogni
sabato venivano offerti a Dio nel santuario dell’arca, la cui consumazione era riservata
ai sacerdoti (Lv 24,5-9). Davide e i suoi compagni si trovavano in una situazione di
necessità e proprio questo loro bisogno vitale ha sospeso una prescrizione rituale e
sacra: così la legge del sabato cessa davanti a una necessità della vita.
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Il secondo caso è ambientato nella sinagoga e riguarda la guarigione di un uomo paralitico
a una mano, che potremmo definire malato cronico, in quanto la casistica degli esperti
giudaici prevedeva la possibilità di interventi curativi in giorno di sabato solo nel caso di
grave necessità o pericolo di vita.
Il testo
L’atteggiamento di Gesù
“Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!”.
Una frase che esprime la visione della religione secondo Gesù: le devozioni, le liturgie non
sono il fine, sono il mezzo. Guai a diventare schiavi di esse, perché altrimenti saremmo
persone che moltiplicano devozioni ma non hanno la libertà dello spirito. Il loro pregare
è meccanico, non è adesione gioiosa del cuore, il loro sabato è una serie di obblighi e
non la felicità di essere in comunione con l’Eterno e l’Infinito.
Il sabato, come è già stato ricordato, è memoria dell’evento creativo di Dio che ha posto
l’uomo come apice del creato e lo ha riconosciuto come “realtà molto buona”. Tutta la
creazione è in funzione dell’uomo “immagine e somiglianza” di quel Dio che, soprattutto
nell’uomo, si è specchiato. Il sabato è per l’uomo. Ogni legge, anche quella più sacra del
sabato, è per la tutela e la promozione della dignità dell’uomo.
Tutta l’esperienza di Gesù è stata come un “grande sabato”: teso e rimettere l’uomo
al centro della storia e della vita. L’uomo, gesto di amore di Dio, l’uomo rivestito
continuamente della tenerezza e della misericordia del Padre, l’uomo capace di amare.
Gesù ha ribaltato i criteri della vecchia religione che subordinava l’uomo alle regole.
Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”.
Tra i vari titoli messianici del Nuovo Testamento, quello di “Figlio dell’uomo” è uno dei
più significativi. L’espressione è semitica, di origine aramaica, e vuole dire “uno della
stirpe umana”, cioè semplicemente “un uomo”.
Tale espressione è particolarmente documentata nel libro di Daniele (cap. 7) da dove si
deduce che il figlio dell’uomo rappresenta una figura che appartiene contemporaneamente
al mondo di Dio, di cui egli è il rivelatore ultimo e, dall’altra parte, al mondo degli uomini,
in quanto del tutto solidale con loro.
Nel nostro testo il Figlio dell’uomo è pienamente solidale con l’umanità intera ed è anche
signore del sabato.
“È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla? ”.
La domanda di Gesù spiazza ogni possibile risposta. È chiaro che non è lecito fare il
male, sia di sabato che in altro giorno, bisogna sempre fare il bene. Gesù qui, tagliando
ogni discussione, pone la domanda retorica per rivelare ciò che in realtà sta accadendo:
lui di sabato fa il bene, salva la vita.
Ma all’uomo che pretende di stabilire gli schemi e le regole dell’incontro e dell’azione di
Dio è intollerabile questo agire di Gesù. Per questo sarà condannato come trasgressore
della Legge.
“E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori”
Allo sguardo malizioso di quanti lo spiavano risponde ora lo sguardo indignato di Gesù,
rattristato e sconfortato per la chiusura e l’ottusità degli avversari.
Da una parte c’è proprio l’indignazione di Gesù, egli conosce questa componente
umana che è lo sdegno, una componente nobile, una componente dei profeti che non
è la rabbia brutale, ma il non essere assolutamente accomodanti in ogni cosa, pronti al
compromesso continuo.
Dall’altra parte c’è una specie di impotenza: a Gesù quasi “cadono le braccia” per lo
scoraggiamento. L’accecamento dei suoi interlocutori è totale, la tenebra è enorme.
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Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: “Alzati, vieni qui in mezzo! Tendi la
mano! ”.
Alzati, vieni qui in mezzo
Al centro della sinagoga ci sta la Legge che dice anche come deve essere interpretata:
“Amerai il Signore Dio tuo e il prossimo come te stesso”, e Gesù chiamando l’uomo e
mettendolo in mezzo, interpreta la Legge nel suo vero senso: al centro ci sta l’uomo con
i suoi problemi e le sue necessità.
Tendi la mano!
Al di là delle prescrizioni contenute nel Talmud, Gesù senza che l’uomo gli chieda
nulla, vede la sua sofferenza, vede il suo disagio per la impossibilità di autogestirsi
completamente e legge nel suo silenzio la speranza di poter essere guarito, e gli dice:
“Tendi la mano! ”. Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”.
I farisei e gli erodiani, travolti dall’accecamento totale non hanno colto in Gesù il suo vero
senso “religioso” e non hanno riconosciuto la sua “signoria” sul sabato, perché Figlio
dell’uomo e Figlio di Dio.
Gesù infatti non proponeva come alternativa una riforma da discutere, ma se stesso, e
questo ha fatto scattare la decisione di ucciderlo.
Essi hanno condannato la sua pretesa di prendere il posto di Dio nel perdono dei peccati,
nella pratica del digiuno, nella istituzione del sabato, nel mettere al centro l’uomo: tutto
questo era intollerabile per loro che si ritenevano i custodi dell’ortodossia e della tradizione.
In questa sezione delle controversie è già concentrato tutto il dramma che matura attorno
alla persona di Gesù e che si concluderà con la sua morte.
Per l’applicazione
La Legge
L’osservanza della Legge, se non è accompagnata da una forte carica di amore,
produce sterilità e finisce per schiacciare l’uomo. Buoni interpreti di questo modo errato
di osservanza sono gli scribi e i farisei del tempo di Gesù: capaci di fedeltà alle regole più
minuziose. Preoccupati della Legge hanno dimenticato l’uomo.
Oggi come allora siamo chiamati a ritrovare il senso più genuino delle nostre risposte al
Signore: non fredda osservanza delle regole, ma purezza di cuore e generoso servizio
all’amore.
Il sabato è fatto per il culto a Dio e per il servizio all’uomo
Alla luce di questa risposta di Gesù l’uomo deve rispondere sul versante del culto
donando a Dio il “rendimento di grazie” dell’Eucaristia e della purezza del cuore, ma
anche e soprattutto sul versante della carità e dei segni a favore della vita.
Celebrare la festa sarà allora aprirsi a tutti quei gesti che rendono possibile affermare che
Dio è davvero per la vita dell’uomo. Nutrire l’affamato, accogliere il forestiero, andare
verso il povero, visitare l’anziano o l’ammalato, liberare l’oppresso… diventare il segno
concreto che “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.
La festa e la carità
Non c’è sabato-FESTA, senza carità, così come non c’è Eucaristia senza amore. Mangiare
le spighe è simbolo del discepolo che nel “giorno del Signore” mangia il pane che è Gesù
stesso, pane che fa nascere percorsi di carità e di solidarietà. Il culto più vero è la carità.
Il riposo domenicale non è ozio, né egoistica tranquillità, ma possibilità di entrare nella
logica del dono, della gratuità a favore dei più piccoli e dei più poveri.
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Per l’approfondimento
· CCC da 577 a 586
· “La verità vi farà liberi” – da 154 a 160
Gesù non abolisce la Legge, ma la perfeziona, riconducendola alle esigenze della carità,
supremo principio ispiratore.
Subordina all’autentico bene dell’uomo le regole della convivenza civile e contesta il
formalismo religioso.
La disputa per il sabato
(Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – Gesù di Nazaret, da pag 132 a pag -137 – Ed. Rizzoli)
Seguiamo il dialogo dell’ebreo osservante Neusner con Gesù e cominciamo con il
sabato, la cui osservanza scrupolosa costituisce per Israele l’espressione centrale della
sua esistenza come vita nell’alleanza con Dio. Anche al lettore superficiale dei Vangeli
è noto che la disputa su ciò che è o non è proprio del sabato è al centro del contrasto
tra Gesù e il popolo d’Israele del suo tempo. L’interpretazione corrente tende a dire
che Gesù ha scardinato una prassi legalistica restrittiva introducendo al suo posto una
visione più generosa e liberale, che apre la porta a un agire ragionevole, commisurato a
ogni situazione. Ne è prova la frase: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per
il sabato” (Mc 2,27), che rivela una visione antropocentrica dell’intera realtà, dalla quale
risulterebbe evidente un’interpretazione «liberale» dei comandamenti. Così, proprio dai
contrasti per il sabato si è fatta derivare l’immagine del Gesù liberale. La sua critica al
giudaismo del suo tempo sarebbe la critica dell’uomo di sentimenti liberali e ragionevoli
nei confronti di un legalismo fossilizzato, che nel più profondo significherebbe ipocrisia,
degradando la religione a un sistema servilistico di precetti in fin dei conti irragionevoli,
che sarebbero d’impedimento all’uomo nello sviluppo della sua opera e della sua libertà.
Va da sé che questa concezione non poteva generare un’immagine amichevole del
giudaismo.
[…] Neusner liquida questo tipo di interpretazione con sorprendente rapidità; lo può fare
perché mette a nudo in modo convincente il vero nodo della contesa.
Sulla discussione riguardo ai discepoli che raccolgono le spighe dice solamente: «A
turbarmi non è, pertanto il fatto che i discepoli non obbediscono a uno dei precetti del
sabato. Ciò è irrilevante e non coglie il centro della questione» (p. 69). Certo, quando
leggiamo la disputa sulle guarigioni compiute di sabato e i racconti sull’indignata tristezza
del Signore per la durezza di cuore dei sostenitori dell’interpretazione dominante del
sabato, vediamo che in questi contrasti entrano in gioco le questioni più profonde
sull’uomo e sul giusto modo di onorare Dio. Pertanto anche questo aspetto del conflitto
non è semplicemente «banale». Neusner, però, ha ragione quando individua il cuore
della controversia nella risposta di Gesù a chi gli rimprovera che i discepoli raccolgono
le spighe di sabato.
Gesù difende il modo in cui i discepoli calmano la fame, facendo dapprima riferimento a
Davide che, con i suoi compagni, nella casa di Dio, mangiò i pani dell’offerta, “che non
era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti”. Poi continua: «O
non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il
sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del
tempio. Se aveste compreso che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”
(cfr.0s 6,6; 1 Sam 15,22), non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio
dell’uomo è signore del sabato» (Mt 12,4-8). E Neusner commenta: «Egli e i suoi discepoli
possono fare di sabato ciò che fanno, perché hanno preso il posto dei sacerdoti nel
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tempio: il luogo sacro si è spostato; esso consiste ora nel gruppo formato dal maestro
con i suoi discepoli» (p. 68s).
Qui dobbiamo fermarci un momento per vedere che cosa significava per Israele il sabato
e così comprendere che cosa è in gioco in questa disputa. Il racconto della creazione ci
riferisce che il settimo giorno Dio si era riposato. «In quel giorno celebriamo la creazione»
deduce giustamente Neusner (p. 59). E continua: «Non lavorare di sabato, infatti, significa
più dell’adempimento scrupoloso di un rito. È un modo di imitare Dio» (p. 60). Così
del sabato fa parte non solo in senso negativo - il non fare attività esteriori, ma – in
senso positivo - il «riposo», che deve esprimersi anche in una dimensione spaziale: «Per
rispettare il sabato bisogna, di conseguenza, rimanere a casa. Non basta semplicemente
non lavorare. Si deve anche riposare. E riposare significa ristabilire in un giorno della
settimana il cerchio della famiglia e della casa, ciascuno a casa e al suo posto» (p. 66). Il
sabato non è solo una questione che riguarda la religiosità dell’individuo, è il cuore di un
ordine sociale: «..Questo giorno rende l’Israele Eterno ciò che è: il popolo che, come Dio
nella creazione del mondo, il settimo giorno si riposa dalla creazione» (p. 59).
Qui si potrebbe certamente riflettere su quanto farebbe bene anche alla nostra società
contemporanea che le famiglie passassero un giorno insieme, e facessero della loro
casa la dimora e il compimento della comunione nel riposo di Dio.
[…] Adesso Neusner può dire ancor più chiaramente di prima: «Non fa dunque meraviglia
che il Figlio dell’uomo sia il signore del sabato! La ragione non è che egli interpreti le
restrizioni del sabato in modo liberale [...] Gesù non fu semplicemente un altro rabbino
riformatore che voleva rendere la vita più “agevole” agli uomini [..]. No, non si tratta
dell’alleggerimento di un peso [...] In discussione è la rivendicazione di autorità da parte
di Gesù ...» (p. 71).
«Ora Cristo sta sul monte, ora egli prende il posto della. Torah» (p. 73). La conversazione
con Gesù dell’ebreo osservante giunge qui al punto decisivo. Ora, nel suo delicato rispetto,
il rabbino non pone la sua domanda direttamente a Gesù, ma si rivolge al discepolo di
Gesù: “È proprio vero che il tuo maestro, il Figlio dell’uomo, è il signore del sabato?” E –
come domandavo prima, così domando di nuovo: “Il tuo maestro è Dio?:’» (p. 74).
Ecco messo a nudo il vero nocciolo del conflitto. Gesù intende se stesso come la Torah
-la parola di Dio in persona.
(Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – Gesù di Nazaret, da pag 132 a pag -137 – Ed. Rizzoli)
Per noi:
· In che modo rendo culto a Dio?
· Mi rendo conto che al di là della Legge o, meglio, che pieno compimento della Legge
è l’attenzione all’uomo e alla sua vita? Cosa posso fare per pormi in questa logica?
· Sono capace di coniugare fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo?
· Mi sento coinvolto con chi cerca di promuovere la pace e la giustizia?
· Sono disponibile a costruire la comunità cristiana come luogo di accoglienza dei
poveri e dei diseredati?
· Quanto pesa l’ansia di costruire strutture grandiose a scapito di comunità cristiane
accoglienti?
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AGIRE
· Negli ultimi anni non solo la domenica è diventata sempre più giorno di evasione
anziché giorno da dedicare al Signore, ma si è allargata a macchia d’olio la consuetudine
di tenere aperti gli esercizi commerciali anche la domenica.
· È singolare come su molti quotidiani sia stata presentata con una grande enfasi positiva
l’iniziativa del gruppo Pam di offrire lavoro agli studenti per la giornata della domenica:
COS’HA GESù DA INSEGNARE
CIRCA LA FELICITà UMANA?
CCC da 1716 a 1724
“La verità vi farà liberi” – 132; 147
Offerte lavoro Pam: si cercano studenti per la Domenica.
Vuoi mantenerti gli studi e avere un’opportunità di carriera prima dei tuoi compagni di
corso?
Questa è lo slogan utilizzato dal Gruppo Pam per la ricerca di studenti universitari
disponibili a lavorare la sola domenica con contratto full-time.
La grande catena di supermercati offre la possibilità di guadagnare 100 euro netti
ogni domenica ed avere la possibilità di continuare la carriera all’interno della grande
azienda, diventando caporeparto o direttore di negozio.
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informazioni su
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· La comunità cristiana non è così unanime nel condannare il lavoro domenicale. Molti
pensano che tutto sommato sia utile avere i negozi, soprattutto quelli alimentari, aperti
anche la domenica e non disdegnano, dopo la messa, di andare a fare la spesa. Altri
sostengono che, in questi tempi di crisi, iniziative come quelle della Pam sono benedette.
· Come cristiani forse dovremmo impegnarci a non uniformarci a questa mentalità e a
programmare i nostri acquisti nei giorni feriali. Cerchiamo anche di trovare occasioni di
confronto con chi non la pensa come noi per difendere sia la sacralità della domenica sia
i diritti dei molti lavoratori che subiscono questa iniziativa.
“Forse si può sopravvivere alla barbarie,
forse si può costruire un mondo più leggero
e più solidale,
forse si può scordare l’odio e la fame.
Si può di nuovo sperare nel futuro.”
Robert Doisneau,
fotografo, Parigi 1950
VEDERE
Gesù è un asceta musone privo di gioia e di umorismo? La terapia di Gesù contro la
tristezza? Vuole la vita in pienezza.
· Desiderare di avere la salute e un minimo di sicurezza economica è assolutamente
normale per ognuno di noi. Il problema è quando la nostra felicità dipende dalle cose che
abbiamo, salute compresa e quando per avere sempre più beni materiali facciamo del
lavoro la ragione principale di vita.
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Brani per la discussione:
(A.De Mello, Il canto degli uccelli, Edizioni Paoline, pag.173-174)
Un giorno un ricco industriale rimase inorridito trovando un pescatore del sud pigramente sdraiato accanto
alla sua barca a fumare la pipa.
“Perché non sei in mare a pescare?”, gli chiese l’industriale.
“Perché ho preso abbastanza pesce per oggi”, disse il pescatore.
“Perché non ne prendi di più di quanto te ne serve?”, chiese l’industriale,
“Cosa ne dovrei fare?”, domandò il pescatore.
“Potresti guadagnare più soldi”, fu la risposta.
“Così potresti dotare la tua barca di un motore. Allora potresti spingerti in acque più profonde e prendere
più pesce. Allora avresti abbastanza soldi per comprare reti di nylon. Queste ti frutterebbero più pesce e più
soldi. Ben presto avresti abbastanza denaro per possedere due barche…magari un’intera flotta di barche.
Allora saresti un uomo ricco come me.”
“Cosa farei allora?”, chiese il pescatore.
“Allora potresti sederti e goderti la vita”,
rispose l’industriale.
“Cosa pensi che stia facendo in questo preciso momento?”,
disse il pescatore soddisfatto.
Da Il Piccolo Principe, di Antoine Saint-Exupery, cap. XIII:
Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari.
Questo uomo era così occupato che non alzò neppure la testa all’arrivo del piccolo principe.
“Buon giorno”, gli disse questi. “La vostra sigaretta si e’ spenta”.
“Tre più due fa cinque. Cinque più sette: dodici.
Dodici più tre: quindici. Buon giorno.
Quindici più sette fa ventidue.
Ventidue più sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.
Ventisei più cinque trentuno.
Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento trentuno”.
“Cinquecento e un milione di che?”
“Hem! Sei sempre lì? Cinquecento e un milione di ... non lo so più. Ho talmente da fare!
Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole!
Due più cinque: sette...”
“Cinquecento e un milione di che?” ripeté il piccolo principe che mai aveva rinunciato a una domanda
una volta che l’aveva espressa.
L’uomo d’affari alzò la testa:
“Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato disturbato che tre volte.
La prima volta e’ stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta chissà da dove.
Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizione.
La seconda volta e’ stato undici anni fa per una crisi di reumatismi.
Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare.
Sono un uomo serio, io.
La terza volta ... eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione”.
“Milione di che?”
L’uomo d’affari capi’ che non c’era speranza di pace.
“Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel cielo”.
“Di mosche?”
“Ma no, di piccole cose che brillano”.
“Di api?”
“Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma sono un uomo serio, io! Non
ho il tempo di fantasticare”.
“Ah! di stelle?”
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“Eccoci. Di stelle”.
“E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?”
“Cinquecento e un milione
seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo
serio io, sono un uomo preciso.”
“E che te ne fai di queste stelle?”
“Che cosa me ne faccio?”
“Si”.
“Niente. Le possiedo io”.
“Tu possiedi le stelle?”
“Si”.
“Ma ho già veduto un re che...”
“I re non possiedono. Ci regnano sopra. E’ molto diverso”.
“E a che ti serve possedere le stelle?”
“Mi serve ad essere ricco”. “E a che ti serve essere ricco?”
“A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova”. Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un
po’ come il mio ubriacone.
Ma pure domandò ancora:
“Come si può possedere le stelle?”
“Di chi sono?” rispose facendo stridere i denti l’uomo d’affari.
“Non lo so, di nessuno”.
“Allora sono mie che vi ho pensato per il primo”.
“E questo basta?”
“Certo. Quando trovi un diamante che non e’ di nessuno, e’ tuo. Quando trovi un’isola che non e’ di
nessuno, e’ tua. Quando tu hai un’idea per il primo, la fai brevettare, ed e’ tua. E io possiedo le stelle,
perché mai nessuno prima di me si e’ sognato di possederle”.
“Questo e’ vero”, disse il piccolo principe. “Che te ne fai?”
“Le amministro.
Le conto e le riconto”, disse l’uomo d’affari. “E’ una cosa difficile, ma io sono un uomo serio!”
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.
“Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se possiedo un
fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le stelle”.
“No, ma posso depositarle alla banca”.
“Che cosa vuol dire?”
“Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave questo
pezzetto di carta in un cassetto”.
“Tutto qui?”
“E’ sufficiente”.
E’ divertente, pensò il piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non e’ molto serio.
Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei grandi.
“Io”, disse il piccolo principe, “possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali
spazzo il camino tutte le settimane. Perché spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai.
E’ utile ai miei vulcani, ed e’ utile al mio fiore che io li possegga.
Ma tu non sei utile alle stelle...”
L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò niente da rispondere e il piccolo principe se ne andò .
Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante il viaggio.
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Da Pane e Tempesta, di Stefano Benni, Edizioni Feltrinelli (pagg.88-89-238)
….Solo Ispido non si fava pace.
- Non sarà mai felice, - diceva – la felicità è come l’acqua. Non arriva in un momento, bisogna trovarla,
preparare la pompa, fare un pozzetto, mettere le tubature e i rubinetti. Dopo che te la sei conquistata con
fatica, allora la puoi bere.
………………….
………………….
- Vedi, Ciccio, gli spiegò, una macchina più grande di noi decide quanto valgono le cose e quanto sono rare
e preziose. Ma può cambiare idea da un momento all’altro. Siamo tutti clienti e venditori, e sempre più lo
saremo. Ma ci sono cose che sono rare e preziose, e lo resteranno. Ad esempio, i tuoi amici. Vai da loro, e
vedrai che non sono cambiati.
………………….
………………….
…Una sera in paese arrivò Settecanal. Ci chiese come facevamo a essere così ben nutriti e allegri in
tempi di recessione. Gli spiegammo che noi eravamo lontani ed esclusi dai meccanismi delle grandi crisi
monetarie, ma sapevamo bene cosa avevamo vicino.
E per noi ogni giorno è prezioso.
E abbiamo i racconti.
E sappiamo riparare le cose, voi no.
E anche se il vento ci soffia contro, abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e passeremo anche questa.
fosse stato eletto presidente degli stati Uniti. Ciò che è certo, però, è che in questi quarant’anni non c’è
stato quasi alcun segno che il suo messaggio venisse ascoltato, compreso, accettato e ricordato – e i nostri
rappresentanti politici non hanno fatto alcun passo per rinnegare e sconfessare l’aspirazione dei mercati
a essere la via maestra verso una vita dotata di senso e felice, né è emersa una minima disponibilità a
ridefinire in tal senso le nostre strategie di vita.
(pag.7-8):
«La metà circa dei beni cruciali per la felicità umana non hanno un prezzo di mercato e non si possono
acquistare nei negozi.
Quale che sia il contante e il credito di cui disponiamo, non troveremo in un centro commerciale l’amore
e l’amicizia, i piaceri della vita familiare, la soddisfazione di prenderci cura dei nostri cari o di aiutare
un vicino in difficoltà, l’autostima per un lavoro ben fatto, la gratificazione dell’istinto di operosità, che
chiunque possiede, la simpatia e il rispetto dei colleghi di lavoro e delle altre persone con cui abbiamo a
che fare; e non potremo ottenere la libertà dalle minacce dell’indifferenza, del disprezzo, delle offese e
dell’umiliazione.
Inoltre, guadagnare denaro sufficiente per potersi permettere quei beni che si possono trovare nei negozi
incide molto sul tempo e sulle energie che restano per procurarsi e godersi beni come quelli sopra elencati
che non vengono prodotti per il mercato e non sono in vendita.
Può accadere, e spesso accade, che le perdite superino i guadagni e che la capacità dell’accresciuto reddito di
generare felicità sia inferiore all’infelicità data da uno scarso accesso ai beni che non si possono acquistare
con il denaro.»
Da “L’arte della vita”, di Zygmunt Bauman, Ed. Laterza (pag.6-7)
…era il 18 marzo 1968 quando Robert Kennedy, nel pieno della campagna presidenziale, attaccò duramente
la menzogna su cui poggia la misurazione della felicità in base al PIL:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento
del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla
base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare
le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano
di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai
nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca
per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia
usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi
popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia
dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari,
l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia
nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.
CONFRONTARSI
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete,
né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il
corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né
raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?
E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il
vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano
e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva
come uno di loro.
Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non
farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che
cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose
vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate
invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in
aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se
stesso. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt 6,25-34)
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza,
né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la
vita veramente degna di essere vissuta.”
Il contesto
Robert Kennedy fu assassinato poche settimane dopo aver lanciato questo appassionato atto d’accusa
pubblico e di aver proclamato la sua intenzione di riaffermare l’importanza di ciò che rende la vita degna
di essere vissuta; perciò non sapremo mai se avrebbe provato a dare concretezza alle sue parole nel caso
Il nostro brano è inserito nel cosiddetto “discorso della montagna” che va dal cap. 5 al cap.
7 di Matteo. Tale discorso è di fondamentale importanza perché pur non racchiudendo
tutto il cristianesimo in un certo modo filtra tutto attraverso la categoria dell’etica, o meglio
50
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ancora della spiritualità cristiana.
La sua struttura può essere così individuata:
Esordio
· Le beatitudini del Regno: 5,3-12
· Le qualità del discepolo: sale e luce: 5,13-16.
Corpo centrale
· La giustizia del Regno: vivere come figli davanti al Padre: 5,17-7,12.
1. Il criterio di base
· Una giustizia superiore: 5,17-20
2.
·
·
·
·
concrete applicazioni a situazione di vita
in relazione al prossimo: 5,21-48;
in relazione alle forme di pietà: 6,1-18;
in relazione ai beni del mondo: 6,19-34;
in relazione a questioni specifiche: 7,1-12.
Esortazione finale
· Queste parole sono da fare: 7,13-27.
Conclusione
· Un insegnamento autorevole: 7,28-29.
L’esordio presenta le “beatitudini”. La parola “beati” significa congratulazione: ai poveri,
agli afflitti, miti, misericordiosi… perché, contro ogni apparenza contraria, sono veramente
nell’area della felicità.
Ogni beatitudine si apre con un “beati” (al plurale) ed indica una situazione di infelicità o
sofferenza, e si chiude con una promessa di felicità, di cui il dono del Regno è la garanzia
suprema.
Dio vuole la felicità dell’uomo, e tale felicità sta nell’avvento del suo Regno.
Le beatitudini che sono come la “porta” di entrata nel discorso della montagna, dicono la
qualità della proposta di Gesù: si ha la gioia non vincendo o possedendo o compiendo
alcune opere, ma adottando un atteggiamento radicale di distacco e di donazione alla
volontà e al progetto del Padre.
Gesù è il primo dei “beati” perché ha vissuto tutte le condizioni di povertà, di mitezza,
di afflizione, ecc. ma in tutte le situazioni ha saputo abbandonarsi al Padre. Per questo
spesso nei vangeli si ode il suo grido di gioia: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelati ai piccoli”
(Mt 11,25).
Il testo
Il nostro testo, che è presente anche nel vangelo di Luca (Lc 12,22-34), è un inno
meraviglioso alla provvidenza di Dio, il quale ha cura di ogni sua creatura e non
abbandonerà chi in lui si rifugia.
Il brano è strutturato attorno alla parola – chiave “non preoccuparsi”, che ritorna sei volte,
con qualche variazione di forma e ci mostra alcune concrete applicazioni a situazioni di
vita, in particolare verso le cose, e più concretamente verso i beni materiali in rapporto al
Regno. Si apre così una specie di sfida tra i beni del mondo e il Regno: chi dà sicurezza
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migliore? Su chi riporre la propria fiducia e felicità? Matteo ci dice che il discepolo fedele,
tutto proteso all’attuazione della volontà di Dio, non deve lasciarsi sommergere dalle
preoccupazioni terrene, non deve cadere nell’angustia e nella paura per ciò che sarà il
domani.
“Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete,
né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il
corpo più del vestito?”
Gesù dice di non preoccuparsi, di non stare in ansia per la paura che ci manchi qualche
cosa. E nel dire questo sceglie proprio le cose più essenziali: mangiare, bere, vestirsi.
Enorme è stato l’impatto di queste parole, che hanno generato perplessità fino al rifiuto
di un comando ritenuto irresponsabile. San Paolo stesso riteneva essenziali queste cose:
“quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci di questo” (1Tim
6,8).
Questo “non preoccuparci per quello che mangeremo, berremo, indosseremo” ecc.
non significa immobilismo, fatalismo, disimpegno. Non è neppure una isterica reazione
contro il progresso necessario all’uomo che da Dio è stato posto sulla terra non solo per
“custodirla” ma anche per “coltivarla”. Purtroppo sappiamo anche che cosa significhi
l’esasperazione dell’agire, la frenesia del guastare, la brutalità degli sconvolgimenti e
delle lacerazioni introdotte dall’uomo nell’armonia cosmica.
Questo insegnamento di Gesù mira ad escludere dalla vita dei discepoli l’ansia angosciosa
per le necessità quotidiane della vita. Spesso i credenti hanno fede ma sono afferrati
dalla sfiducia; alle prese con le difficoltà si lasciano travolgere.
“la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?”
Gesù dice di impegnarci per ciò che è fondamentale per la vita umana, per noi stessi.
Preoccuparci eccessivamente del cibo e del vestito rischia di distoglierci da ciò che
è necessario, cioè il nostro stesso essere. L’uomo e la sua vita vale più delle cose, il
suo destino è condividere nell’eternità la vita divina. Sant’Ireneo dice: “la gloria di Dio è
l’uomo vivente”.
“Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai;
eppure il Padre vostro celeste li nutre. […] Osservate come crescono i gigli del campo:
non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua
gloria, vestiva come uno di loro. […] Non valete forse più di loro?
I discepoli sono nella mani del Padre celeste. Se egli si cura degli uccelli, procurando loro
il nutrimento, se riveste i fiori del campo di splendore e bellezza, a maggior ragione non
permetterà che manchi il necessario ai credenti, che ai suoi occhi valgono molto di più.
Dio con la sua potenza e la sua provvidenza conserva in essere l’universo e si occupa
anche delle realtà di minor conto… quanto più dell’uomo che è immagine del Figlio suo.
“E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?”
Questo preoccuparsi è stolto perché inutile. Forse che a furia di pensarci possiamo
crescere di statura o allungare la nostra vita? La gestione vera del nostro essere non
è in mano nostra e quindi il preoccuparcene è altrettanto inutile, perché possiamo
avere l’impressione di essere noi a costruire la sicurezza della nostra vita, mentre –
come recitiamo nella preghiera del Padre nostro – è Dio che “ci dà oggi il nostro pane
quotidiano”: non è l’uomo che si procura quello di cui ha bisogno, ma è Dio che glielo dà
(naturalmente anche attraverso la collaborazione dell’uomo), quindi l’affanno è illusorio.
Nessuno può aggiungere un istante in più alla sua età (o una spanna alla sua statura),
Gesù ricorda che nessuno può modificare ciò che il Creatore ha stabilito per lui.
“Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani”.
L’ansietà che si vorrebbe risolutrice dei problemi è inutile, è una cosa da pagani, per
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gente cui il Regno non è stato annunciato, che non conosce la vera identità del Dio di
Gesù Cristo.
Ricordiamo qui un episodio raccontato da Luca: il rimprovero che Gesù fa a Marta “perché
si affanna e si agita per molte cose, mentre di una sola c’è bisogno, e Maria si è scelta la
parte migliore” (Lc 10,41-42).
Per l’interpretazione
“Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”.
Dio ci è Padre e ci ha cari, quindi non ci può abbandonare. La nostra vita non è in mano
di un sovrano inaccessibile e dispotico che la amministra in modo arbitrario, duro ed
esigente, ma Dio è un Padre. Noi siamo nelle sue mani, fra le sue braccia “come un
bambino svezzato in braccio a sua madre così deve essere in noi l’anima nostra” (Salmo
130). Un bambino fra le braccia del suo papà non ha paura che gli machi qualcosa,
perché il padre sa di che cosa egli ha bisogno. Se abbiamo paura, vuole dire che non
riconosciamo Dio così, che non abbiamo fiducia in Lui.
L’opzione fondamentale per il tesoro del Regno viene a confronto con la scelta dei tesori
della terra, segnatamente mammona, la ricchezza-sicurezza mondana.
Bisogna decidersi, perché Dio intende essere l’unico padrone e vuole dunque un servizio
totale e incondizionato.
Se bisogna cercare prima, cioè al di sopra di tutto, il Regno e la giustizia, questa
ricerca fondamentale non esclude, ma piuttosto include, come nel Padre Nostro, la
preoccupazione legittima (non ansiosa) dei bisogni fondamentali dell’ esistenza.
“Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia” Così si ribadisce che un
cristiano è prima di tutto un cristiano, poi tutto il resto. Il suo interesse per il Regno deve
essere primario. Con questo Gesù non ci dice di escludere gli altri impegni necessari alla
nostra vita, ma di escludere quel tipo di impegno che distoglie il cuore: la preoccupazione
e l’ansia che traggono totalmente a sé l’attenzione dell’uomo e ne imbrigliano il cuore.
Non preoccupatevi. Gesù non dice no al lavoro, ma alla preoccupazione eccessiva, che
rivela una mancata opzione fondamentale per Dio.
Gesù a Santa Teresa d’Avila ha detto: “Figliola, tu pensa a me, che a te e alle tue cose ci
penso io”.
L’ansietà scomparirà nella misura in cui ci sarà una vera ricerca del Regno di Dio e della
sua giustizia.
“e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”
Dio è talmente interessato ad aversi totalmente per sé e per il Regno che, se noi lo
facciamo, si impegna a provvedere a tutto ciò di cui abbiamo bisogno. È quasi una sfida
di Dio: “Cercate questo e vedrete che io provvederò al resto”. Dio si impegna non a farci
ricchi, ma a provvedere alla quotidiana necessità del nostro vivere.
In conclusione il discepolo, come appare del resto nella Scrittura, è chiamato a fare il suo
lavoro per i bisogni fondamentali, non vive di accattonaggio!
Ma - ecco la novità di Gesù - il discepolo si impegna, lavora, provvede nella logica della
preghiera al Padre: deve restare dono ciò che l’uomo stesso produce. Segno sarà il
non cadere nella ansietà, che rivela una certa idolatria dei beni, sentiti come risolutori
dei problemi della persona. Ansietà che diventa ancora maggiore se uno vi mette la
preoccupazione per il futuro.
No, dice Gesù con una punta di saggia ironia: . A ciascun giorno basta la sua pena.
Non abbiamo il diritto di preoccuparci del domani: la ricerca del regno di Dio ci procurerà
ciò di cui abbiamo bisogno. Sperimenteremo quotidianamente la forza della provvidenza
di Dio che non ci lascia mancare nulla. È una promessa seria da parte di Gesù, e lo prova
il suo discorso conclusivo ai discepoli: “Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca,
né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero: “NULLA”. (Lc 22,35)
Il discepolo si distingue dal non credente perché anche nelle cose essenziali e necessarie
della vita si affida a Dio che è Padre e che conosce in anticipo i bisogni dei suoi figli e vi
provvede con cura.
Anche domani ci sarà il Padre che è all’opera oggi!.
E questo abbandono fiducioso rende l’uomo gioioso e felice!!!
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Il Regno di Dio richiede alle persone che se lo sentono annunciare una opzione
fondamentale per esso, per il Padre che ne è il Signore, tanto generoso quanto esigente.
Il Regno è dono per tutti; il dono va accolto per quello che è, un tesoro decisivo.
Al centro non c’è dunque una questione di lavoro e di produzione, ma di uno stile di vita,
che per il discepolo consiste in una totale fiducia in Dio. Di qui nasce il superamento di
ogni ansietà in relazione al vivere. La preoccupazione inquieta nega questa fiducia, rivela
un’opzione fondamentale diversa, che mette la sicurezza su di sé e sugli sforzi umani.
È questo affanno che Gesù non vuole. Dio è Padre che conosce e ha a cuore i bisogni
anche materiali dei figli, più dei figli stessi.
Per l’applicazione
La tendenziale traiettoria dell’uomo
L’uomo ha bisogni fondamentali ai quali deve far fronte: cibo, vestito, tetto sono le tre
icone emblematiche di ogni altro bisogno, e per essi si impegna perché gli servono per
una vita serena.
Tuttavia nell’impegno per soddisfare questi bisogni, l’uomo tende a dare il primato al
lavoro e alle cose che realizza con la sua intelligenza e la sua volontà, tanto da fare della
propria prestazione e dei prodotti che ne derivano quasi una salvezza, una assicurazione
per la vita.
C’è poi da mettere in conto lo sconto con la dura realtà della materia e prima ancora
con un mondo di subdola competizione. Nasce di qui l’ansietà, da cui poi derivano
l’egoismo, la corruzione, la violenza, che spaccano l’unica famiglia in cui Dio è Padre e
gli uomini tutti figli e fratelli.
La nuova traiettoria proposta da Gesù
La chiave risolutiva di ogni bisogno umano sta nelle mani di Dio. Questo significa che Dio
né toglie miracolisticamente i bisogni, né miracolisticamente li risolve lui, ma coinvolge
l’uomo in una collaborazione perché «lui fa con noi ciò che possiamo fare e fa senza di
noi ciò che non possiamo fare».
Non solo, ma Dio mette una priorità nei bisogni: prima della fame di pane c’è la fame
della Parola (i tesori celesti), che illumina il senso del pane materiale (i tesori terreni).
Sicché i beni materiali e la fatica per procurarseli sono per Dio cosa buona. È lui, il Creatore
di tutto, che ha dato all’uomo il compito di coltivare la terra. È buono l’atteggiamento
soggettivo che riconosce questa collaborazione con Dio e apprezza in essa i beni della
terra e il frutto del proprio lavoro.
D’altra parte tutto ciò diventa segno negativo quando sopravviene l’affanno, generatore di
ansia, aggressività, paura. Dio e solo lui vuole essere la fonte del nostro bene e garanzia
della nostra sicurezza, nella fiducia piena che egli continua a lavorare per noi, anche
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quando i conti non sembrano tornare. Concepire le cose diversamente significa fare
delle cose un dio, renderle mammona, una insidiosa e micidiale alternativa al Regno che
viene.
Gesù, che ha per noi una prospettiva di vita di festa e di felicità senza fine, ci invita ad
abbandonarci senza riserve alla provvidenza del Padre. Ci invita ad un distacco dai beni
terreni e ad una sobrietà radicale nel loro uso, ritrovando nelle piccole cose quotidiane,
nel servizio e nella condivisione con i fratelli, la gioia di vivere.
vita non è solo lavoro e affanni e ansia e cose da fare prima che arrivi sera.
· La nostra felicità appartiene al disegno di Dio: un esercizio utile potrebbe essere quello
di un esame di coscienza fatto non a partire dai Comandamenti, ma dalle Beatitudini.
Siamo stati capaci nella nostra vita di cercare la felicità vera? Cosa manca alla nostra
personalità, alla nostra vita, per diventare uomini e donne più capaci di beatitudine?
· Quando abbiamo qualche minuto di tempo leggiamo e rileggiamo questa stupenda
lettera di Romano Gardini sulla gioia del cuore. È una lettura che riesce a rasserenare
anche le giornate più tristi e a dare slancio a quelle che devono ancora venire.
Da Lettere sull’autoformazione, di Romano Guardini, 1994, Ed. Morcelliana:
Per l’approfondimento
La gioia del cuore
· CCC da 1716 a 1724
· “La verità vi farà liberi” – 132; 147
Il desiderio della felicità - (CCC n. 1718)
Le beatitudini rispondono all’innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine
divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può
colmare.
Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il
proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposto in tutta la sua
portata.
(Sant’Agostino, De morbidus ecclesiae catholicae, 1,3,4: PL 32, 1312)
Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando Te. Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò
perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di Te.
(Sant’Agostino, Confessiones, 10,20,29)
Per noi:
· Che significato hanno per noi le cose e i beni materiali?
· Di che cosa siamo maggiormente preoccupati?
· Abbiamo sperimentato nella nostra vita la provvidenza di Dio?
AGIRE
· Troviamo ogni giorno qualche momento per sostare in silenzio e fare qualcosa di
bello per noi, per la nostra anima, per il nostro spirito.
· Ci ripetiamo sempre che se non troviamo qualche momento per pregare o per andare
a messa anche durante la settimana la nostra vita spirituale presto si inaridisce. Questa
è una sacrosanta verità. Ma ugualmente abbiamo bisogno anche di contemplare la
bellezza che c’è intorno a noi.
· Facciamo 10 minuti di passeggiata in mezzo alla natura (basta un parco pubblico),
leggiamo e lasciamo risuonare in noi i versi di una poesia che ci è cara, ascoltiamo un
brano di musica che ci rende felici, andiamo a vedere una mostra d’arte, lasciamoci
invadere dalla pace che viene dalla contemplazione della bellezza, per ricordarci che la
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Noi vogliamo far si che il nostro cuore sia lieto. Non allegro, che è qualcosa di
completamente diverso. Essere allegri è un fatto esterno, rumoroso, e presto si dissolve.
La gioia invece vive nell’intimo, silente, è profondamente radicata.
Essa è la sorella della serietà; dove è l’una è anche l’altra.
Si dà certamente una lieta gioia sulla quale non si ha alcun potere. Quella gioia che investe
qualcuno, grande, profonda: di essa dice la sacra Scrittura che è come un fiume; oppure
quella ridente gioia che trasforma ogni cosa, così che il mondo è tutto illuminato; essa
viene e va, a piacer suo. Non si può far altro che accettarla quando viene ed avvertire
la sua mancanza quando se n’è andata. Quella gioia che germoglia dalla forza e dalla
sicurezza di una giovane vita; o anche l’altra, rara, che riluce in uomini eletti, dall’intima
chiarezza della loro essenza, sulla quale non si ha scelta. C’è, o non c’è. Tuttavia anche nei
suoi confronti ci si può chieder se essa sia un elemento di raccoglimento o dispersione.
Ma qui si deve parlare di quella lieta gioia verso la quale è possibile aprirsi una strada.
Ciascuno la può possedere, allo stesso titolo, qualunque sia la sua natura. Essa deve
anche essere indipendente da ore buone o cattive, da giorni vigorosi o stracchi. Noi
vogliamo qui meditare sul come si può aprire ad essa la via. Non proviene dal denaro,
da una vita comoda, o dal fatto d’esser riveriti dalla gente,anche se da tutto questo possa
essere influenzata. Viene piuttosto dalle cose nobili: da un lavoro intenso; da una parola
gentile, che si è sentita o che si è potuta dire; dal fatto di essersi opposti coraggiosamente
all’errore di qualcuno, o di aver raggiunto una veduta chiara in una questione importante.
E anche questo non è ancora la vera fonte della gioia, che è radicata ancora più
profondamente, cioè nel cuore stesso, nella sua più remota intimità. Ivi abita Dio e Dio
stesso è la fonte della vera gioia. Essa ci rende interamente aperti e chiari. Ci fa ricchi,
forti, indipendenti dagli eventi esteriori. Ciò che ci accade dal di fuori non può più toccarci,
se noi siamo interamente lieti. Chi è lieto pone ogni cosa nella sua esatta ubicazione.
Ciò che è bello,egli soltanto lo vede nel suo vero splendore. Le difficoltà, gli ostacoli, li
riconosce come prove per la sua forza, li affronta coraggiosamente e li vince. Egli può
donare generosamente agli altri uomini e non diventa povero per ciò. Ma ha anche la
schiettezza di cuore, per poter ricevere nel modo dovuto.
Ora, se la gioia viene da Dio e Dio ha sede nel nostro cuore, perché non la sentiamo?
Perché siamo tanto spesso tristi, scoraggiati, di cattivo umore? Perché non è in luce la
fonte da cui essa zampilla?
Come si apre la strada alla gioia? Come si può far si ch’essa fluisca nell’anima? Questo è
il problema. Noi dobbiamo avvicinare a Dio ciò che di più intimo è in noi. E può avvenire
in diversi modi. Si potrebbe aspirare ad una profonda intimità con Dio; rivolgersi spesso
a lui con tutta l’anima e poi essere presso di lui in profondo silenzio. Forse tu conosci
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altre strade. Io vorrei proporti la seguente, perché su di essa è un bellissimo andare. Ciò
che di più profondo vi è in noi, è il mondo delle nostre intenzioni. Se siamo di necessità
una sola cosa con Dio, allora la sua gioia può fluire in noi. Ogni volta che sinceramente
diciamo al Signore:«Signore, io voglio ciò che tu vuoi» è aperta la via verso la gioia di
Dio. E una volta che siamo disposti a pensare sempre così, se il nostro più intimo volere
è sincero ed è volto continuamente a Dio, allora noi siamo lieti, accada quello che vuole
nel mondo esterno. Certo, questo votarsi a Dio deve avere già in sé qualche cosa che
è congiunto con la gioia: non può essere forzato, angosciato o diffidente. Deve essere
libero e coraggioso. Pieni di lieta fiducia, noi dobbiamo dire: «Dio potente, ciò che tu vuoi,
io pure lo voglio». Si tratta dunque di lottare per assimilarsi totalmente con il volere di Dio.
Il capo alto, la fronte aperta in piena luce,le spalle indietro. Sciolti nell’andare, e quando
sediamo, non appoggiati senza necessità. Però dobbiamo essere eretti dal di dentro,
non solo esternamente. Il corpo vuol sempre lasciarsi andare; e preme su se stesso
e tutto diventa ottuso e pesante. Perciò star dritti anche nell’intimo. E quando siamo
abbattuti, proprio allora occorre tenerci eretti. Fortemente eretti di dentro e di fuori: puri,
quindi, nell’anima. Se entriamo in una camera ammuffita, spalanchiamo porte e finestre,
facciamo entrare aria, luce, e poi, mano alla scopa, spazziamo:fuori tutti quei grigi oggetti
polverosi, fuori! Proprio così devi comportarti con la stanchezza della tua anima, finchè
tutto sia chiaro e fresco. Ciò fatto, di che si tratta? Domandati. Di questo? Volentieri! E
all’opera coraggiosamente.
Ma come scorgiamo che cosa Dio vuole? Non abbiamo bisogno per ciò di profonde
meditazioni o di grandi piani. Lo vediamo in ogni cosa, anche la più comune: nell’attimo
presente. E’ anche necessario, talvolta, prendere grandi decisioni o fare piani lungimiranti.
Proprio a questo serve l’«istante». Noi ci possiamo tenere ben fermi al caso: ciò che
appunto in «questa» situazione è necessario, ciò che appunto «ora» è il mio dovere,
questo è il volere di Dio. Se noi lo compiamo, Dio ci è guida dall’una all’altra azione.
Ancora una cosa però: ci si deve anche preoccupare di avere nella propria camera una
sorgente di gioia. Che mai? Può essere una pianta viva. La pianta allieta perché in essa
senza posa qualche cosa cresce, e verdeggia, e fiorisce. Oppure un quadro allegro, una
veduta di paesi attraverso i quali una volta tu abbia vagabondato. Riempiti gli occhi di
tale visione di tanto in tanto. Com’è ampio! Com’è fresco il bosco, e chiaro il cielo! Come
sono libere le cime. Questo è mio tutto mio. O una canzone. Cantala per te. E tutto in te
si farà chiaro. O una bella poesia: agisce come una bevanda fresca in un lungo viaggio
in mezzo alla polvere. E poi di nuovo all’opera!
Poiché quell’istante, col suo dovere, è un nunzio di Dio. Se lo ascoltiamo, diventiamo
maturi per comprendere ed adempiere il messaggio successivo. Così portiamo a termine,
un passo dopo l’altro, l’opera della nostra vita. Dunque: intendere chiaramente cosa Dio
vuole «ora» da noi. Rispondergli francamente un energico «sì» e accingerci risolutamente.
Allora saremo lieti.
Ora siamo in grado di cominciare. Tu stesso devi estendere le tue riflessioni ai particolari.
Riassumiamo perciò quello che abbiamo trovato in un chiaro proposito! Più volte al
giorno, per esempio, prima di un lavoro o quando sopraggiunge qualche cosa di nuovo,
domandiamoci:che cosa vuole Dio da me? Per poterlo riconoscere, osserviamo ciò che
sta proprio davanti a noi. Non cerchiamo ciò che ci conviene o che non preferiremmo. Ma
domandiamoci lealmente: che cosa devo fare ora? A questo dobbiamo rivolgere la nostra
attenzione, e non lasciarci trarre in inganno! E da chi? Da noi stessi. Dal capriccio, dalla
volubilità, dall’indolenza verso noi stessi. Noi dobbiamo diventare inflessibili. Dobbiamo
avere velocità nel vedere den chiaro come la cosa sta in realtà.
Quindi: io devo fare questo ora «Sì, Signore, volentieri». Quest’ultima parola decide
tutto, e ciò che importa. Non a malincuore; non perché si deve; non zoppicando e
fiacchi; ma volentieri. Questa parola bisogna però dirla col cuore, non solo col pensiero
o semplicemente con le labbra. Bisogna dirla con la volontà. E, anzi, sempre più
profondamente. Capisci? Sempre più profondamente deve penetrare nel cuore. Poiché,
nell’intimo, c’è ancora molta riluttanza e molta resistenza. Bisogno dissolverle con la
parola «volentieri» la dove ci sono ancora, in noi, delle ottusità e delle inerzie, essa deve
penetrare col suo splendore come una chiara, forte luce; sempre più profondamente,
sempre più rapidamente, finché sia tutto fulgente di fronte a Dio l’«io voglio Signore».
Allora sarai lieto. Tutta l’anima di Gesù era schietta, gioconda prontezza:«Che io compia
sempre la volontà del Padre mio». E poi se prendi la mosse da un tale «volentieri» lavoro,
compiti, giochi, rinunce, vengano pure. Credilo: avrai la forza gioiosa che sarà pronta a
tutto, incondizionatamente. Dio è proprio lì dentro. Certo, questa disposizione d’animo
deve essere sempre rinnovata,specialmente se è difficile; se il primo slancio si arena, se
qualche cosa si frappone, ripeti: «Che importa? Volentieri!», e all’opera.
Ma noi abbiamo anche un corpo. Non lo possiamo dimenticare. Quando l’uomo è abbattuto
che cosa fa il corpo? Si accascia. Ma se l’uomo è lieto,il corpo si erge. Questa è la gioia
del corpo:un comportamento energico. Questo deve essere l’esercizio:mantenerci eretti.
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Ancora uno sguardo ai grandi nemici della gioia. Tra quelli non è il dolore. Esso rende
forti e profondi. Rende efficiente la gioia stessa. Ne parleremo un’altra volta.
Ma ve ne sono due che si devono sterminare: il malumore e la malinconia. Il malumore
deriva dalle piccole seccature quotidiane. Da un cuore suscettibile che se la prende
sempre a male, che non sa ridere, scusare, lasciar correre. Teniamoci lontani da tutto
questo. È come avere degli insetti nocivi nell’anima. Bisogna spazzarli via proprio dal
principio, appena si mostrano, subito. L’altro nemico è la malinconia. Una forza oscura
che disgrega l’anima, se la lasciamo avanzare. Ma si può signoreggiarla, credilo, si
può! A una condizione tuttavia; appena si mostra, subito contro, non appena l’abbiamo
avvertita. Ma subito, senza seguire il suo gioco! Se essa solo una volta si è infiltrata
dentro di te, non ne sarai libero per tutto il giorno e forse neppure per parecchi giorni.
Per concludere ancora un piccolo aiuto: la sera, prima di coricarci, diciamoci con
tranquillità e fiducia:«Domani sarò lieto». Rappresentiamoci il quadro di noi lieti, eretti,
liberi, che procediamo durante il giorno, lavoriamo, parliamo, trattiamo con le persone.
Questo sono io, domani. Diciamocelo più volte. È un pensiero produttivo, che opera
tutta la notte, nell’anima, tacitamente, ma sicuramente, come gli gnomi nelle fiabe. Non
ce ne accorgiamo, ma al mattino tutto è più splendente di ciò che sarebbe stato di
solito. E allora continuiamo a ripeterci la stessa cosa: «Oggi devo essere lieto tutto il
giorno! Tutto il giorno con te, Signore, e sempre lieto!». E così ogni mattina, ogni sera, e
non lasciamoci distogliere da alcun insuccesso. Il giorni, infine, se ne è andato. E allora
esaminiamoci: mi sono dato da fare? Facciamo i nostri conti e poi prendiamo la nuova
decisione: domani andrà meglio.
Ancora qualcosa su cui puoi riflettere da te, o parlarne con altri. Sono solo brevissimi
spunti di meditazione: Mt 6,16-18. Quando si riconosce quanto poco finora si è fatto
o quanto c’è in noi di discordante; se non riesce ciò che si intraprende; se in casa o a
scuola o ovunque non si è capiti; se ciò che l’istante esige è molto o troppo difficile; se
qualcosa ci si oppone; la stanchezza; la malattia; se non si ha più gusto per nulla; false
gioie; per che cosa siamo capaci di gioire ancora? La gratitudine verso i doni di gioia che
l’istante ci arreca; come ci si guasta una gioia?
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QUAL È IL COMANDAMENTO PIù
GRANDE?
CCC n. 609
“La verità vi farà liberi” – nn. 130,131; 162
pessimo carattere, è un misantropo razzista e non ama molto neri, gay, ebrei, vecchiette
e cani. Simon, il suo vicino di casa gay, è un pittore che subisce un’aggressione in casa
e, per pagare l’assistenza sanitaria ha dilapidato tutto il suo patrimonio e, durante la
convalescenza, è costretto ad affidare il suo amato cagnolino Verdell a Melvin. Carol è
una ragazza single, madre di un bambino debolissimo di salute, che fa la cameriera in
un locale dove Melvin va a mangiare ogni giorno portandosi dietro posate di plastica per
la sua paura dei germi.
Un giorno Carol è costretta a rinunciare al lavoro per assistere suo figlio in malattia, ma
questo fatto stravolge le abitudini di Melvin. Per risolvere il problema, lo scrittore invia a
casa di Carol il suo medico personale con l’ordine di non badare a spese e fare tutto il
possibile per far guarire il bambino in modo che Carol possa tornare a servirgli il pranzo
e a sopportare le sue cattiverie. Intanto Simon è stato sfrattato e chiede a Melvin di
ospitarlo nel suo appartamento.
Simon, che dopo l’aggressione non riesce più a dipingere, viene convinto dalla sua ex
segretaria ad andare dai suoi genitori a Baltimora, per chiedere loro il denaro che gli
occorre. Visto che non può guidare, convince così Melvin e Carol ad accompagnarlo nel
viaggio. Melvin si prepara meticolosamente ad affascinare Carol approfittando del viaggio,
ma non riesce mai a mostrarsi migliore di quello che vorrebbe essere, diventando perfino
geloso dell’amicizia tra Carol e Simon.
Al rientro a New York, Carol dice chiaro e tondo che non vuole più dover sopportare
Melvin. Ma Simon, che è riuscito a ritrovare l’ispirazione proprio grazie a Carol, sprona
l’amico a reagire. Melvin si rende conto di come la presenza di Carol lo stia aiutando a
vincere le sue ossessioni e riesce finalmente a confessare a Carol il suo amore per lei.
In alternativa, lettura dei seguenti brani:
“…L’amore si può paragonare alla creazione di un’opera d’arte, che richiede all’artista grande concentrazione
e immaginazione, la combinazione di tutti gli aspetti della personalità umana, spirito di sacrificio e libertà
assoluta. Ma soprattutto, l’amore richiede azione, costante attenzione alla natura dell’altro, sforzo per
comprenderne la personalità e rispetto. Inoltre richiede tolleranza e consapevolezza che non si possono
imporre i propri punti di vista e i propri ideali al compagno che ci viene posto accanto….
VEDERE
Cosa ha insegnato Gesù sull’amore e l’aiuto reciproco
Proposte per introdurre il dibattito:
L’amore non è qualcosa che si possa trovare, non è un objet trouvè. È qualcosa che chiede di essere creato
e ricreato ogni giorno, ogni ora;che ha bisogno di essere costantemente risuscitato e riaffermato, che
richiede attenzione e cure. In linea con la crescente fragilità dei legami umani, con l’impopolarità degli
impegni a lungo termine, con l’eliminazione dei “doveri” dai “diritti” e l’elusione di ogni obbligo che non
sia “verso se stessi” (“me lo devo”, “me lo merito”, e via dicendo) si tende a vedere nell’amore qualcosa che
è perfetto dall’inizio oppure è fallito, e che dunque è meglio abbandonare e sostituire con esemplari “nuovi
e migliorati”, si spera davvero perfetti. Un simile amore non sopravviverà al primo piccolo litigio, e tanto
meno al primo serio disaccordo e scontro…”
Zygmunt Bauman, L’arte della vita, pag. 168, Ed. Laterza
Visione del film “Qualcosa è cambiato”
Qualcosa è cambiato (As Good as It Gets) è un film del 1997 diretto da James L.
Brooks e interpretato da Jack Nicholson e Helen Hunt. Entrambi gli attori protagonisti
vinsero il Premio Oscar. Il film occupa il posto numero 140 de “I 500 Film più Grandi di
Tutti i Tempi” (“The 500 Greatest Movies of All Time”) della rivista Empire.
Trama del film:
Melvin Udall è un affermato scrittore di romanzi rosa che vive a New York; soffre di
disturbo ossessivo-compulsivo, offende e umilia costantemente gli altri a causa del suo
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Da “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, di Alessandro D’Avenia, Ed. Mondadori,
pagg. 237- 238:
“Mamma, come si fa ad amare, quando non si ama più?”
La mamma continua a tenere lo sguardo fisso al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la stella che
papà le ha dedicato.
“Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve,
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cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai
la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte
risalgono e sgorgano, fecondando tutto.”
Il cielo sembra la cassa di risonanza di quelle parole dolci, che solo in una serata così non risultano retoriche.
“ E allora che devo fare?”
Mamma tace per almeno due minuti, poi le sue parole escono dal silenzio come un fiume che dopo tanta
fatica arriva al mare:
“Amare lo stesso. Puoi sempre farlo: amare è un’azione.”
“Anche quando si tratta di amare chi ti ha ferito?”
“Ma questo è normale…Due sono le categorie di persone che ci feriscono, Leo, quelli che ci odiano e quelli
che ci amano…”
“Non capisco. Perchè chi ci ama dovrebbe ferirci?”
“Perché quando c’è di mezzo l’amore le persone a volte si comportano in modo stupido. Magari sbagliano
strada, ma comunque ci stanno provando…Ti devi preoccupare quando chi ti ama non ti ferisce più, perché
vuol dire che ha smesso di provarci o che tu hai smesso di tenerci…”
“E se proprio non riesci ad amare lo stesso?”
“Non ci hai provato abbastanza. Spesso ci inganniamo, Leo. Pensiamo che l’amore sia in crisi, e invece è
proprio l’amore che ci chiede di crescere…come la luna: anche quando ne vedi solo uno spicchio, la luna è
sempre lì, tutta intera, con i suoi oceani e le sue vette, devi solo aspettare che cresca, che a poco a poco la
luce ne illumini tutta la superficie nascosta…e per questo ci vuole tempo.”
portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò
oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano,
che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino,
gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò
in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede
all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio
ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei
briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche
tu fa’ così”. (Lc 10,25-37)
Il contesto
Siamo nella sezione del «grande viaggio» (Lc 9,51-19,28). Gesù dopo aver predicato in
Galilea, si mette in cammino inesorabilmente verso Gerusalemme, la città di Dio dove
egli celebrerà la Pasqua, e lungo il cammino istruisce chi lo segue. Un tratto fondamentale
del suo insegnamento è la misericordia (Luca è detto l’evangelista della misericordia),
ossia quell’amore gratuito e sconfinato di Dio verso l’uomo (si pensi alla parabola del
figlio prodigo, 15,11-32) e di conseguenza lo stesso amore dell’uomo verso gli altri (ecco
la parabola del buon samaritano).
Gli studiosi riconoscono che questa parabola è una invenzione geniale di Gesù, che
approfondisce gli insegnamenti della Legge di Dio, ma vi porta il sigillo della sua
personalità, capace di amare Dio e il prossimo in un unico atto di amore.
Il testo
“Mamma, perché hai sposato papà?”
Il dialogo di apertura (10,25-29)
“Secondo te?”
Vi è qualche prevenzione nello scriba verso Gesù (si alzò per metterlo alla prova). Di qui
la sua domanda su un bene supremo: possedere la vita eterna. Gesù, da buon maestro,
«prova» a sua volta il sapere dello scriba, il quale risponde citando il comando dell’amore
a Dio e al prossimo (Dt 6,5; Lv 19,18). Gesù è pienamente d’accordo: “Fa’ questo, e
vivrai”.
Ma lo scriba si vuol salvare la faccia (giustificarsi) e quindi insiste nel «provare» Gesù
chiedendo chi sia il prossimo. Domanda insidiosa perché ai tempi di Gesù il prossimo
da amare era il connazionale, il membro della setta o del gruppo religioso (farisei, esseni,
zeloti, ecc.) e anche l’immigrato inserito nella comunità israelitica. (cfr. Lv 19,33-34).
È su questo sfondo che deve essere trascritto il racconto magistrale di Gesù. Egli non dà
una risposta teorica sulla nozione di prossimo, né costruisce una casistica astratta, ma
propone una situazione concreta della vita.
“Perché ti ha regalato una stella?”
Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni
mia tempesta.
“Perché volevo amarlo.”
Mamma mi scompiglia i capelli per liberare i pensieri cupi che ancora ci son incastrati dentro, come faceva
quando ero un bambino pieno di paura e mi nascondevo tra le sue braccia.
Poi c’è stato solo il silenzio di chi guarda la luna e il Cielo e parla con chi vuole, lì dietro le stelle.
La parabola (10,30-35)
CONFRONTARSI
Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che
cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella
Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore,
con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo
come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese:
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli
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Gesù dà una svolta radicale al pensiero dominante: «Tuo prossimo è colui che ha
bisogno di aiuto, e che quindi devi aiutare, anche se non appartiene alla tua comunità”,
e tratteggia questo in tre momenti:
Un malcapitato, probabilmente giudeo, è assalito dai briganti, frequenti nel percorso
deserto da Gerusalemme a Gerico. La strada che collega Gerusalemme, 740 m., a Gerico,
350 m. sotto il livello del male, comprende un dislivello di 1000 m., attraversa una zona
desertica piena di scoscendimenti e anfratti, rifugio ideale di rapinatori in agguato. Il
malcapitato del racconto di Gesù forse ha tentato di resistere all’assalto e questo gli è
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costato caro. Si è trovato sulla strada privo di tutto e ferito gravemente.
Con rapide pennellate Gesù introduce gli altri due protagonisti della scena: un sacerdote
e un levita, inserviente o cantore nel tempio di Gerusalemme. Tutto rientra ancora nella
verosimiglianza: Gerico è una cittadina che ospita i sacerdoti e i leviti, i quali rientrano a
casa dopo il turno settimanale di servizio al tempio.
lo vide, passò oltre
I due addetti al culto vedono il disgraziato sulla strada e girano al largo. Il vangelo non
spiega questo comportamento. L’uditore di Gesù poteva pensare che il sacerdote non
fosse tenuto a soccorrere il ferito perché sarebbe divenuto inabile al culto nel caso che
gli fosse morto tra le braccia (cfr. Lv 21,1), oppure non era un membro del suo gruppo.
Colpisce però che a fare questo siano esponenti del culto di un Dio definitosi “Dio
dell’orfano, della vedova, del forestiero” (Dt 26,12)
Lo vide e ne ebbe compassione.
A questo punto, con la sorpresa di tutti, appare un protagonista inaspettato: un meticcio
ed eretico samaritano, nemico dei giudei per questioni religiose, che si china sul nemico
ferito.
Ora Gesù si compiace di descrivere minuziosamente i gesti di soccorso e di aiuto pratico:
· passandogli accanto, vide = vedere e accorgersi del dolore degli altri / accostarsi
vincendo la paura
· e ne ebbe compassione = verbo usato tante volte per indicare un sentimento di
Gesù, indica patire - assieme
· Gli si fece vicino = indica tenerezza, affetto / vincendo il timore di essere troppo
coinvolti
· gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino (medicine del tempo) = vincere la riluttanza
per le ferite / fare bene le cose, “perdere il tempo” per chi ha bisogno
· poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui.. =
prendersi cura e quindi non fare la carità per tacitare la coscienza, ma farsi carico, cioè
con amore, con un sorriso, con una parola buona / non delegare ad altri (Caritas)
· Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura
di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno” = “portare gli uni i pesi degli
altri” / il prossimo non è più uno sconosciuto, ma parte di me “ama il tuo prossimo come
te stesso”.
Il dialogo (10,36-37).
Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi / “Hai risposto bene; fa’
questo e vivrai”.
La domanda questa volta passa al Maestro vero, a Gesù, cambiando l’impostazione.
Gesù con una domanda costringe il suo interlocutore a prendere posizione e a diventare
lui stesso protagonista: ciò che conta non è sapere chi è il prossimo, è ovvio che è colui
che mi sta vicino; la questione è come si diventa prossimo, ossia come farsi vicino a
ogni persona che si incontra. La misura dell’amore al prossimo non è stabilita in base
all’appartenenza religiosa o del gruppo sociale, ma unicamente sulla base del bisogno
dell’altro. Il prossimo allora è ogni uomo che si accosta agli altri con amore vero e
generoso senza tener conto delle barriere religiose, culturali e sociali.
La risposta, dalle parole di Gesù è obbligata: “provando compassione, avendo cura
dell’altro nella misura del suo bisogno.
Va’ e anche tu fa’ lo stesso.
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Gesù l’aveva già detto alla prima domanda (Lc 10,28) e ora lo rimarca sottolineando la
prassi concreta: la via alla vita è l’amore operoso per ogni uomo.
Per l’applicazione
Il Padre
Per Gesù non è importante chiedersi chi è il prossimo, ma fare se stesso prossimo
all’altro. È nella logica del Padre, che si fa prossimo, cioè vicino, premuroso verso gli
uomini suoi figli, facendo piovere e donando il sole a giusti e peccatori (Mt 5,45).
Gesù
Gesù è il buon samaritano inviato dal Padre per soccorrerci. Egli è venuto a stabilire un
legame d’amore con l’umanità, come dice San Paolo: “Non ritenne un privilegio l’essere
come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile
agli uomini…”. (Fil 2,6-7)
Si fermò più volte lungo le strade per guarire, per sanare, per perdonare, per restituire
dignità perdute, per dare luce e coraggio. Gesù “è passato oltre” anche lui: ma non oltre
l’uomo ferito.
È passato oltre le regole e i pregiudizi, oltre le prescrizioni legali che rendono puri o
impuri; Gesù ha oltrepassato il sabato, il tempio e le prescrizioni, ma si è fatto prossimo
di chiunque avesse bisogno di lui.
“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv
15,12). Non c’è altro da fare “Va’ e anche tu fa’ così”. Gesù si è fatto prossimo di ogni
uomo ferito, lungo la strada della storia, e noi, suoi discepoli, dobbiamo continuare a fare
come ha fatto lui: amare. Questo è il riassunto di tutta la Legge e di tutti i Profeti, cioè di
tutta la Bibbia.
Noi
Per Gesù il prossimo non è una realtà astratta o di pura vicinanza materiale, né è soltanto
la persona che ci è gradita, o fa parte del nostro gruppo, ma l’altro, semplicemente
perché è una persona, un figlio di Dio, come noi, soprattutto quando è nel bisogno.
Il prossimo di cui Gesù parla, non è un lui verso di te, ma sei tu verso di lui. Occorre
vederlo come uno che si affida a noi.
Se riconosciamo che l’altro esiste quale persona come noi e ne avvertiamo per prima
cosa i problemi e le sofferenze, vuole dire che dobbiamo dargli spazio nella nostra vita,
avere com-passione, prenderci cura di lui fino a quanto è necessario.
Per Gesù la prossimità non è questione di vicinanza fisica, psicologica o spirituale, ma
di contatto d’amore. L’amore fa superare le distanze, per cui da lontani si diventa vicini,
anzi vicinissimi = prossimi, fratelli e sorelle, figli del Padre. Per Gesù il bisogno dell’altro
costituisce la misura del nostro amore.
Se mettiamo al centro della nostra vita l’amore, non abbiamo più bisogno che qualcuna
ci dica cosa dobbiamo fare: l’amore può condurre solo a gesti d’amore.
La chiesa
lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li
diede all’albergatore
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Nell’albergo e nell’albergatore potremmo vedere la Chiesa e la comunità cristiana: essa
rende presente la Persona di Gesù e come Lui sa offrire accoglienza, ospitalità, assistenza
e cura a chiunque ferito e oppresso ha bisogno di amore.
Per l’approfondimento
· Prendiamoci l’impegno di offrire ogni nuova giornata al Signore, chiedendogli di darci
la capacità di ricominciare sempre da capo: di chiedere scusa se abbiamo ferito qualcuno,
di andare a trovare chi da tempo aspetta una nostra visita, di dire solo cose positive per
tutta la giornata, di non desistere dall’impegno di un momento di preghiera quotidiano.
Ricominciare
· CCC n. 609
· “La verità vi farà liberi” – nn. 130,131; 162
(dal sussidio dell’Azione cattolica, Parole per il giubileo, Ed .AVE, luglio 1999)
Dando compimento all’attesa, Gesù annuncia che Dio, nella sua nuova e definitiva
manifestazione, si mette a fianco degli oppressi, degli affamati, dei malati, degli afflitti,
dei perseguitato e comincia a liberarli.
Rendendo visibile con il suo comportamento l’agire stesso di Dio, il Maestro va incontro
a ogni miseria spirituale e materiale. Nutre con la parola e con il pane le folle stanche e
senza guida, disprezzate dai gruppi religiosi osservanti. Si commuove di fronte ai malati,
che gli si accalcano intorno e li guarisce. Avvicina varie categorie di emarginati, i bambini,
le donne, i lebbrosi, i peccatori segnati a dito, come i pubblicani e le prostitute, i pagani.
Tende la mano a chiunque è umiliato dal peccato, dalla sofferenza, dal disprezzo altrui.
(La verità vi farà liberi, n.130)
Da “La bottega dell’orefice”, K.Wojtyla, Libreria Editrice Vaticana:
Agli sgoccioli dell’anno mille, un po’ tutti - scettici e timorati di Dio - si alzavano la mattina
e guardavano in cielo per vedere se era in arrivo la fine del mondo.
Se ne faceva un gran parlare, ed era per questo che da ormai dieci anni, un po’ ovunque,
c’era stato tutto un rifiorire di pellegrinaggi ai luoghi santi.
Molti pellegrini si recavano ai santuari famosi, altri andavano a Roma, altri ancora, più
coraggiosi, partivano per Gerusalemme e la Terra Santa.
Fra i tanti pellegrini che si mettevano in viaggio, ve n’era uno diventato ormai famoso in
tutta Firenze. Era un vegliardo che - da ormai dieci anni - si recava in Palestina, ma una
volta giunto alle mura di Gerusalemme, si inginocchiava, diceva una preghiera e tornava
indietro. Non era mai entrato nella città per visitare il Santo Sepolcro. Tornato a Firenze,
riposava per qualche settimana e poi ripartiva alla volta della Palestina per compiere lo
stesso rito.
Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla
che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello
che è il mistero dell’amore – ecco la fonte del dramma. La superficie dell’amore ha una sua corrente,
corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino.
Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno
toccato il settimo cielo dell’amore – non lo hanno sfiorato nemmeno (…).
Nessuno sapeva il motivo di quella stranezza. Ma un giorno, durante un viaggio verso
la terra di Gesù, una pellegrina fiorentina, che aveva sentito parlare di quel bizzarro
vagabondo di Dio, salì con lui sulla stessa carovana.
Importante sarà quello che rimane quando l’ondata delle emozioni si ritirerà (…). L’amore non è
un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino.
Non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova
nella dimensione di Dio – solo lui è Eternità.
Visitarono Cafarnao, Cana e a Nazareth si fermarono nella grotta dell’Annunciazione.
Poi costeggiarono il Giordano, verso Sichem e Gerico. Passarono ancora per Betania e
Betlemme, per inginocchiarsi nella grotta della nascita del Salvatore e, infine, fecero rotta
verso Gerusalemme.
Per noi:
Giunti alle mura della città, il pellegrino si inginocchiò, pregò e stava quasi per accomiatarsi
dalla sua compagna di viaggio, quando si sentì chiedere:
· Riesci a vivere la tua vita di cristiano ponendo al centro della tua esistenza l’amore al
Padre e l’amore verso il prossimo?
· Le tue scelte quotidiane da che cosa sono dettate? Dall’interesse o dall’amore?
· Escludi dalla tua vita persone “diverse” da te?
· Ti sei chiesto come puoi rendere felici gli altri?
AGIRE
Giunti in Palestina, sandali ai piedi, bisaccia in spalla e bastone in mano, i due pellegrini
fecero un buon tratto di strada insieme.
- Perché non venite a visitare il Santo Sepolcro? È per questo che avete viaggiato fin qui.
Perché ogni volta tornate indietro e ricominciate daccapo?
- Tanti anni fa, - cominciò il pellegrino, che ormai si era affezionato alla pia donna dopo una gioventù senza Dio, mi convertii ed entrai in monastero. Là feci voto di non
commettere più alcun peccato né piccolo né grande. Avevo offeso troppo il mio Signore
e non mi potevo più permettere di oltraggiarlo. Trascorsi in monastero molti anni senza
peccare e la mia condotta impressionò a tal punto i miei compagni che mi elessero
priore.
A questo punto del racconto, il pellegrino sospirò.
· La capacità di amare, soprattutto di amare gratuitamente, è insita nel cuore dell’uomo,
ma è continuamente soggetta a cadute e tentazioni. L’importante è sapere che ogni
giorno è un giorno nuovo e possiamo ricominciare da capo.
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- E poi... cosa successe? - chiese la donna.
- Sapevo che diventando priore sarebbero aumentate le responsabilità e le tentazioni,
ma ero sicuro del mio voto, saldo nella certezza che non sarei caduto attratto dalla
calamita del peccato. E invece mi sbagliavo. Senza quasi accorgermene mi macchiai
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di un crimine indegno. Un crimine orrendo e inenarrabile, che vi chiedo di non farmi
raccontare, perché non ci riuscirei. È già stato così difficile confessarlo al mio padre
spirituale. Vi basti sapere che fui allontanato dal monastero e, lasciato l’abito monastico,
mi feci pellegrino.
- Buon uomo, non vi chiedo di farmi partecipe dei drammi della vostra coscienza. Tuttavia,
potete spiegarmi perché non terminate mai il vostro pellegrinaggio di espiazione e di
penitenza?
- Dopo aver chiesto e ottenuto la misericordia di Dio, il Signore mi illuminò e mi fece
comprendere una cosa importante: la vita cristiana è un continuo ricominciare. Non è
un viaggio in pianura senza scosse, senza inciampi e senza cadute. Tutti cadiamo e ci
rialziamo. Cadiamo e ci rialziamo. La salvezza sta nel non arrendersi, e ricominciare.
Tutti cominciamo e ricominciamo, altrimenti non potremmo mai fare esperienza del
perdono di Dio. Nessuno arriva alla morte puro e senza macchia. Solo il Figlio di Dio
giunse immacolato al termine della vita... e poi forse, chissà, anche Lui ebbe i suoi
tentennamenti e “ricominciamenti” interiori. Questo è il motivo, per cui io non termino
mai il mio pellegrinaggio. Per ricordare il mio peccato e purificare così la mia anima. Per
non dimenticare mai che se cadrò ancora, ci sarà sempre Qualcuno pronto a rialzarmi e
a rimettermi sulla strada ...per ricominciare.
COME SI È COMPORTATO GESù
NEI CONFRONTI DEL DENARO,
DEI BENI MATERIALI?
CCC nn. 520; 525-526; 544; 549
“La verità vi farà liberi” – da 133 a 135; da 146 a 148
Nel viaggio di ritorno, proprio in quell’anno, il pellegrino morì a pochi chilometri da
Emmaus.
La pellegrina venne a sapere del fatto e si prodigò con tutta se stessa perché quel
sant’uomo fosse seppellito accanto alle mura della città santa, dove più volte si era
inginocchiato per pregare e tornare indietro.
Leggenda medievale
VEDERE
Il benessere non è forse voluto da Dio?
Perché c’è un “guaio” nella ricchezza e una “beatitudine” nella povertà?
Gli scienziati economici e sociali si sono dati un gran da fare, negli ultimi anni, per costruire
degli indicatori capaci di misurare la felicità umana.
Si tratta di una novità interessante: fino a qualche tempo fa sembrava che i soli indicatori
statistici di cui c’era bisogno fossero quelli dell’econometria classica (il PIL sopra tutti
gli altri, poi i vari indici di occupazione,di disoccupazione, la bilancia dei pagamenti, il
tutto in forma aggregata o pro capite). I sociologi si spingevano a qualche valutazione di
tipo demografico, ma nessuno aveva avuto l’impressione che ci fosse bisogno di altri
strumenti per misurare la felicità.
A un certo punto qualcuno deve essersi insospettito quando ci si è accorti che a
un andamento sempre in crescita degli indici di benessere economico e sociale,
corrispondevano strani segnali apparentemente poco coerenti con una società in pieno
sviluppo (parliamo naturalmente di anni in cui di crisi economica nessuno parlava
ancora). Aumentava il numero dei divorzi, aumentavano le malattie legate allo stress,
aumentavano gli atti criminali e quelli di violenza, l’aborto veniva praticato alla grande. Ci
si rese conto che qualcosa non andava e siccome i guru delle scienze umane sono tipi
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molto curiosi si diedero da fare per cercare spiegazioni (ad es. Darendhorf, Bauman3) e
nuovi strumenti di misura.
Abbiamo già accennato nell’introduzione alla tesi secondo cui il benessere economico
e sociale non siano beni ultimi per la conquista della felicità, ma solo obiettivi intermedi,
strumenti che devono essere orientati verso la conquista di un bene superiore, davvero
capace di rendere felici gli uomini, che alcuni identificano con la Libertà.
Lasciando per ora da parte le questioni (aperte) sull’efficacia di uno strumento statistico
per misurare la felicità umana e sul significato da attribuire al termine “libertà”, ci
chiediamo cosa dobbiamo dunque eleggere come orizzonte del nostro cammino, quale
rotta dobbiamo seguire, quali obbiettivi ci dobbiamo dare posto che il desiderio comune
a tutti gli uomini è quello di raggiungere la felicità.
La ricchezza, il benessere, il potere sono da perseguire o da evitare? Da disprezzare o
da porre sotto una nuova luce?
In realtà si tratta di una questione antica, che storicamente ha trovato riposte diverse.
In questa scheda intendiamo farci prendere per mano da Gesù per cercare non solo di
comprendere quale risposta Lui dà a questi interrogativi, ma per riflettere su come noi
costruiamo ogni giorno la nostra vita, rimettendo in discussione i nostri paradigmi morali.
Non nell’intento di demolirli, ma piuttosto per fondarli in modo più solido e corretto su un
idea di bene e di male legata alle azioni piuttosto che alle cose.
Per introdurre il dibattito:
da “Ecologia del denaro” dell’economista Rudolf Mees (Filadelfia Edizioni, 1996):
“Di solito il denaro è descritto con le qualità di un liquido: il denaro fluisce, abbiamo fonti
di denaro, liquidità patrimoniali e un conto corrente in banca. Chiunque ne possegga in
abbondanza nuota nel denaro. E’ una caratteristica dei liquidi quella di non poter essere
trattenuti facilmente in mano.
Infine è ben noto quale ruolo il denaro, in particolare nella sua forma primaria di oro
e argento, rivesta nelle fiabe e nelle sacre scritture. Qui la natura del denaro compare
quando vengono poste questioni di moralità o immoralità, per accompagnare o riflettere
eventi spirituali profondi. L’osservazione della circolazione monetaria ci offre una prospettiva diversa. Nei tempi
antichi si trattava di moneta metallica concreta, che il proprietario poteva stringere
in pugno, sia che fosse oro, argento, rame o bronzo. In seguito venne parzialmente
convertita in carta moneta. Questa a sua volta è stata largamente rimpiazzata da moneta
“registrata” o contabile, ovvero denaro che è semplicemente scritto nei conti correnti
bancari. Abbiamo percorso così tutta la strada che va dal contenuto tangibile di una
borsa all’imponderabile contenuto di un segmento di memoria di un computer. Finché siamo in grado di trattenere il denaro siamo anche in grado di poter decidere
come usarlo. Oggi però quel che succede al denaro ci sfugge dalle mani ed è perciò
fuori anche dalla nostra coscienza. In altre parole il denaro ci chiede di sviluppare una
maggiore consapevolezza se vogliamo che rimanga nelle nostre mani. Se non saremo
in grado di farlo, si svilupperà sempre di più un sistema monetario che scavalca la nostra
comprensione e la manipola.
I sistemi finanziari cominceranno ad avere una vita autonoma. Esiste un altro approccio
alla materia che riguarda intimamente il nostro atteggiamento nei confronti del denaro.
Quello predominante è volto all’acquisizione egoistica di esso ed è improntato dal
3
Alcune letture interessanti per approfondire possono essere le “lezioni Krupp” di Dahrendorf
o i saggi sulla “modernità liquida” di Bauman. Aiutano a leggere il periodo storico che stiamo attraversando
e sono scritte in un linguaggio accessibile.
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desiderio di possederne il più possibile per uso personale o per risparmiarlo, con lo
scopo di aumentare il nostro potere nel mondo o sui nostri simili.
Si può notare come questo atteggiamento spesso si manifesti attraverso il fatto che il
denaro, o l’invisibile potere che si cela dietro di esso, inizia a prendere il sopravvento
sulla volontà delle persone, che mostrano di esserne insaziabilmente assetate, o di
desiderare tutto ciò che con il denaro si può comprare, spesso in quantità superiore alle
reali necessità.
Un atteggiamento del tutto diverso è quello che induce a farne un uso creativo per aiutare
gli altri a crescere. Qui avviene l’opposto: si crea uno spazio perché possa avvenire
qualcosa che precedentemente non era possibile.
Se con le nostre decisioni finanziarie tentiamo di creare uno spazio, il denaro verrà messo
all’opera per gli altri e non solo per noi stessi. L’utilizzo consapevole del denaro permette
alla creatività dell’uomo una completa libertà. è compito di ognuno di noi riempire questo
spazio in modo ricco e significativo.”
Da “Il Profeta” , di Kaklil Gibran , Ed. SE (Studio Editoriale s.r.l.)
Allora un uomo ricco disse:
Parlaci del Dare Date ben poco quando donate dalle vostre ricchezze.
È donando voi stessi che date veramente.
Cos’è la vostra ricchezza se non ciò che nascondete
e custodite nel timore d’averne bisogno domani?
E domani, cosa mai poterà il domani al cane
che troppo previdente sotterra l’osso
nella sabbia senza traccia, mentre
segue i pellegrini alla città santa?
Cos’è la paura del bisogno
se non bisogno esso stesso?
Non è forse la sete insaziabile
che alimenta il terrore della sete stessa
quando il pozzo è colmo?
Vi sono quelli che donano poco
del molto che possiedono,
e lo danno per ricevere riconoscenza,
e questo desiderio occulto rende ignobile i loro doni.
E quelli che danno tutto il poco che hanno.
Essi hanno fede nella vita
e nella sua munificenza,
e la loro borsa non sarà mai vuota.
Vi sono quelli che danno con gioia
ed è questa gioia la loro ricompensa.
E quelli che danno con rimpianto
e questo rimpianto è il loro sacramento.
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E vi sono quelli che danno senza pena nel donare,
né cercano gioia, né danno preoccupandosi del merito.
Essi danno come il mirto che laggiù nella valle
sa effondere nell’aria la sua fragranza.
Attraverso le loro mani è Dio parla,
e attraverso i loro occhi sorride alla terra.
È bene dare quando ci chiedono,
ma attraverso la comprensione
è meglio dare quando niente ci viene chiesto.
Per chi è generoso, cercare colui che riceverà
è gioia più grande che donare.
E voi quale ricchezza vorreste conservare?
Tutto ciò che possedete un giorno sarà dato.
Quindi donate adesso, affinché la stagione dei doni
possa essere la vostra e non dei vostri eredi.
Spesso dite: «Vorrei dare, ma solo ai meritevoli».
Gli alberi del frutteto non si esprimono così,
neppure le greggi del pascolo.
Essi concedono per vivere, perché serbare è perire.
Chi è degno di ricevere i giorni e le notti,
è certo degno di meritare ogni cosa anche da voi.
Chi merita di bere all’oceano della vita,
può riempire la sua coppa
anche al vostro minuscolo ruscello.
E quale merito più grande vi è
nella fiducia e nel coraggio,
anzi nella carità del ricevere?
E voi chi siete perché gli uomini
vi debbano mostrare il cuore,
e togliere il velo al proprio orgoglio
in modo che possiate vedere
il loro nudo valore e la loro inviolata fierezza?
Siate per prima voi stessi degni
di essere colui che dà
e allo stesso tempo uno strumento del dare.
In verità è la vita che dà alla vita,
mentre voi, che vi stimate donatori,
null’altro siete che semplici testimoni.
E voi che ricevete – e tutti ricevete –
non consentite che il peso della gratitudine
imponga un giogo a voi stessi e a chi vi ha dato.
Trama del Film WALL STREET, il denaro non dorme mai, USA,2010
(dal sito www.mymovies.it):
2001. Gordon Gekko esce dal carcere dopo aver scontato la
pena per le frodi attuate a Wall Street. Nessuno lo attende al
di là del cancello. 2008. Gekko ha pubblicato le sue memorie
e considerazioni sul passato e sul presente della finanza
mondiale e le ha intitolate “L’avidità è buona?”. Intanto
sua figlia, che si è rifiutata di fargli visita dopo la morte del
fratello di cui lo accusa, ha una relazione con Jake Moore. Il
giovane opera in Borsa sotto le ali dell’anziano Louis Zabel
e crede nella possibilità di investire in un progetto finalizzato
alla creazione di energia pulita. Zabel viene però messo
in gravi difficoltà dalla diffusione di voci finalizzate alla sua
eliminazione dal mercato e - non reggendo la pressione - si
suicida. Da quel momento Jake si avvicina a Gekko il quale
vorrebbe poter tornare ad avere un dialogo con sua figlia.
“Gekko è vivo e truffa (forse) insieme a noi” si potrebbe affermare parafrasando uno
slogan del ‘68. Per la prima volta Oliver Stone torna sui suoi passi rivisitando un proprio
personaggio. In questi casi si tratta sempre di operazioni rischiose ma l’operazione
è riuscita. Non poteva essere diversamente, vista la materia offerta dalla recente crisi
finanziaria di cui ancora a lungo pagheremo le conseguenze. Il finanziere d’assalto
del film datato 1987, che veniva incarcerato pei suoi crimini, 23 anni dopo sembra un
agnellino rispetto a chi gli è succeduto. La speculazione è un cancro pervasivo che ha
invaso il mondo e l’alea morale (quella peculiarità per la quale i risparmiatori mettono il
loro denaro nelle mani di qualcuno che non si assumerà alcuna responsabilità per l’uso
che ne farà) domina il mercato.
Stone lancia ancora una volta un pesante j’accuse adempiendo al compito (che si è
dato da sempre) di ‘volgarizzare’, nel senso di rendere comprensibili, le dinamiche del
potere, sia esso politico o economico. Come sempre, però, torna a rivisitare le proprie
ossessioni narrative e visive. Perché in lui permane sin dalla gioventù un conflitto mai
risolto con la figura paterna che traspare in molte sue opere. Non è un caso che la dinamica
‘privata’ del film si dipani su due filoni legati alla paternità: Gekko vuole riallacciare un
legame spezzato con la figlia, e Jake, avendo perso Zabel, è alla ricerca di una nuova
figura ‘paterna’ di riferimento. Stone vive costantemente il conflitto tra autorità e libertà,
lo associa politicamente al conflitto tra Stato e Mercato e lo traduce nella drammatica
scena della crisi in cui uno dei presenti, dinanzi alla necessità dell’intervento dello Stato
americano per salvare le banche, afferma: “Questo è socialismo!”.
Ma il regista crede anche profondamente nell’opera di Satana nel mondo (ricordiamo
quante riscritture dovette subire l’originale sceneggiatura di Tarantino per Natural Born
Killers per introdurvi la presenza del Demonio). Ecco allora il quadro dominante lo
studio del ‘cattivo’ di turno in cui il Diavolo mangia un corpo umano. Oliver Stone va alla
ricerca del Male e lo denuncia spietatamente sperando così che le forze degli inferi non
prevalgano.
Innanzitutto siano i suoi doni le ali su cui insieme volerete.
Di certo preoccuparsi troppo del proprio debito
è dubitare della sua generosità che ha per madre la terra feconda, e Dio per padre.
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73
CONFRONTARSI
Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a
lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.
Gesù gli disse: “perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci
i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare
il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte
queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di
lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri,
e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto
e se ne andò rattristato: possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli
che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!”. I discepoli erano sconcertati dalle
sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di
Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel
regno di Dio”. Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”. Ma
Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto
è possibile a Dio”. (Mc 10,17-27)
Il contesto
I capitoli di Marco da 8,27 a 10,52 narrano come la vicenda di Gesù sia arrivata ad
una svolta decisiva e critica. Sta per concludersi definitivamente l’attività in Galilea, nelle
cittadine attorno al lago, mentre all’orizzonte si profila in forma sempre più precisa la
prospettiva della fine tragica.
Il Battista è stato ucciso e già vi sono complotti contro la sua vita. Egli si avvia con
determinazione verso il suo obiettivo, verso Gerusalemme, luogo che sarà spettatore
della sua morte.
La struttura portante di questi tre capitoli è costituita dai tre annunci della sua morte e
risurrezione: 8,31-33; 9,31-32; 10,32-34. A tali annunci seguono le reazioni dei discepoli
che esprimono incomprensione e paura.
Lungo il cammino punta decisamente a qualificare il gruppo dei discepoli ai quali rivolge
vari insegnamenti: condizioni per seguirlo, umiltà e servizio, evitare lo scandalo, il
matrimonio, l’accoglienza dei bambini e il possesso dei beni.
Il nostro testo tratta appunto del possesso dei beni e della sequela di Gesù. Il brano è
abbastanza unitario, anche se si articola in tre sezioni distinte:
1.Mc 10,17-22 – condizioni o via per avere la vita eterna
Mc 10,23-27 – tema ripreso nel dialogo di Gesù con i discepoli
2.Mc 10,21 – sequela o discepolato: quali sono le condizioni essenziali per essere
discepoli di Gesù
3.Mc 10,23 – possesso dei beni: qual è il rapporto tra il possesso dei beni, la vita eterna
e la sequela di Gesù.
Il testo
un tale gli corse incontro
Spesso si identifica questo “tale” con un giovane perché corre (un anziano non lo farebbe),
ma il testo non dice nulla sulla sua età. Marco lo presenta in modo anonimo quasi ad
identificarlo con ogni uomo che sente il bisogno di andare verso Gesù.
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Corre incontro a Gesù: quest’uomo porta dentro di sé delle domande profonde, forse
anche dell’angoscia, o la consapevolezza di non essere felice nonostante le tante
ricchezze.
“Maestro buono”
Gli appellativi rivolti a Gesù esprimono la stima che egli nutre per lui; maestro è colui che
ha da insegnare verità grandi ed importanti. “Buono” è il termine che si usa per designare
qualcuno che fa tutto ciò che è in suo potere per aiutarci, che non ci tradisce; è uno del
quale possiamo fidarci.
“che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.
Questa domanda è nella logica del “fare” per “avere” e non della umiltà di colui che
riconosce che la vita eterna è un dono e non una conquista ottenuta osservando
rigorosamente la Legge. Un atteggiamento che ci richiama quello del il fariseo e del
pubblicano al tempio.
L’obiettivo non è solo quello di raggiungere la vita definitiva dopo la morte, ma anche di
avere una vita piena in questo mondo aiutando gli altri a raggiungerla.
“perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”
La risposta di Gesù è tale da attribuire l’aggettivo buono all’unico Dio professato dalla
fede di Israele. Questa attribuzione nasconde e rivela la sua divinità. Egli manifesta in sé
la bontà del Padre.
“Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non
testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”.
Gesù, citando i comandamenti omette i primi tre che si riferiscono a Dio e ricorda all’uomo
solo i precetti riguardanti il prossimo. Non c’è un solo elemento religioso, né si menziona
il nome di Dio, perché ciò che conduce alla Vita è comportarsi bene con gli altri “Chi
infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20).
Gesù nell’elencare i comandamenti non solo tralascia i primi tre, ma ne aggiunge uno:
“non frodare” il salariato (Dt 24,14-15). Il comandamento “non frodare” sembra detto
proprio per l’uomo ricco che Gesù si trova davanti: una provocazione perché si interroghi
sulla realtà della sua ricchezza. A lui che forse pensava alla ricchezza come ad un premio
per la sua rettitudine, Gesù propone un’altra lettura: non ti sembra che la tua ricchezza
sia frutto di frode perché è qualcosa che sottrai ai poveri? È un invito a pensare: dove
si fonda il tuo benessere? I tuoi molti beni non sono forse il risultato di una sottrazione
a coloro che di beni ne hanno davvero pochi? Potremmo pensare che per Gesù ogni
ricchezza accumulata e non condivisa abbia una radice di iniquità e sia conseguenza di
una frode – cosciente o meno – perpetrata a danno dei poveri.
“Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”.
Gesù non elogia i meriti del pio ricco, ma gli fa notare che non basta essere rigorosi
esecutori della legge pensando così di “guadagnarsi la vita eterna”, ma il modo concreto
di amare Dio e di essere fedeli a Dio è amare ed essere fedeli all’uomo, nel quale Dio è
diventato nostro prossimo (vedi parabola del buon samaritano – Lc 10,25-37).
“Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò”
Gesù fa precedere la sua risposta da questo gesto profondo ed esterno: lo fissò e lo amò
(lo baciò secondo Gnilka).
…Lo sguardo di Gesù pieno d’amore! Quando una persona è amata acquista sicurezza,
coraggio, entusiasmo, capacità di rinuncia e di donazione, e l’essere amati da Gesù è
avere il TUTTO.
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Il Vangelo riporta spesso lo sguardo di Gesù che su posa su varie persone (Zaccheo,
Pietro dopo il rinnegamento, ecc.) e chi incontra quegli occhi trova il coraggio di cambiare
vita….. Gesù ha avuto questo atteggiamento anche per l’uomo ricco, per incoraggiarlo
ad accogliere quanto sta per dirgli.
Per l’approfondimento
“Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in
cielo”
Gesù gli fa notare che gli manca tutto in quanto la tanta ricchezza e la costante osservanza
della Legge non l’hanno reso uomo felice, e allora gli dice: va’, vendi quello che hai e
dallo ai poveri. I comandamenti che hanno il loro apice nell’amore, devono diventare
attivi. Dare i beni ai poveri e seguire Gesù non è un hobby o un consiglio per i più
generosi, ma è la condizione base per avere un tesoro in cielo, per entrare nel Regno,
cioè per ereditare la vita piena, definitiva e felice.
Alcune precisazioni riguardo la “ricchezza”
Nell’A.T. la ricchezza appare come dono: Dio arricchisce coloro che ama: Abramo,
Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, ecc. Sulla terra che Jahvè promette al suo popolo,
non deve mancare nulla (Dt 8,7-10; 28,1-12).
E questo perché la ricchezza, anche la più materiale è già un bene; assicura una preziosa
indipendenza, preserva dal dover supplicare per avere, dell’essere schiavo del proprio
creditore.
Però se Dio arricchisce i suoi amici, non ne consegue che ogni ricchezza sia frutto della
sua “benedizione”. La Scrittura non ignora che esistono fortune ingiuste.
La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è totale “Ma guai a voi, ricchi, perché
avete già ricevuto la vostra consolazione” (Lc 6,24) ha l’accento di una condanna. Questa
assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini. E questo perché
il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso
nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto. Per acquistare la perla
preziosa, il tesoro nascosto, occorre vendere tutto. (Mt 13,45s).
Il denaro è un padrone spietato: soffoca la parola del vangelo, fa dimenticare l’essenziale,
la sovranità di Dio, blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti.
Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella e proprio facendosi povero
per noi il Signore ha potuto arricchirci con la sua “insondabile ricchezza”.
Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da
proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate e proprio un
uomo ricco di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba.
Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante,
ma esige che la si distribuisca ai poveri. Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un
povero Lazzaro, ma che Lazzaro, pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano
dalla tavola del ricco, non ne ricevesse nulla.
San Paolo parlando ai Corinzi propone l’uguaglianza “Non si tratta infatti di mettere in
difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza” (2Cor 8,13).
e vieni! Seguimi!”.
Gesù lo vuole con sé e gli fa una proposta che indica una scelta, una preferenza, un
offrirgli il massimo: stare con lui. Ma seguire Cristo richiede l’esproprio delle ricchezze a
vantaggio dei poveri, il liberarsi dalle false certezze e l’affidarsi ad altre ricchezze.
Seguire Gesù, poi, vuole dire coinvolgersi con il suo destino, con il suo modo di amare
e di essere fedele all’altro uomo fino alla testimonianza suprema della croce.
“Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato: possedeva infatti
molti beni”.
“Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!”
Quel tale era andato da Gesù per avere di più e Gesù lo invita a dare di più. Ma la
proposta non è accettata; nel suo cuore si opera un forte sconvolgimento che lo rende
triste e silenzioso, per cui se ne va. L’ostacolo è la ricchezza.
In Mt 6, 21 viene detto: “Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”. Per l’uomo
ricco il tesoro è rappresentato dalle sue ricchezze, e in esse c’è anche il suo cuore. I beni
terreni rubano il cuore dell’uomo, che invece è fatto per Dio: a lui occorre riservare la
propria disponibilità del cuore.
“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno
di Dio”
Il proverbio che accosta la realtà più piccola (il foro di un ago) con l’animale più grande
(il cammello), mette in rilievo come sia difficile per un ricco entrare nel regno di Dio,
accogliere pienamente su di sé la sequela di Gesù che “svuotò se stesso assumendo
una condizione di servo, diventando simile agli uomini…umiliò se stesso facendosi
obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. (Fil 2,7-8)
“Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”.
Lo stupore dei discepoli aumenta di fronte alle parole di Gesù, tanto che non possono
trattenersi dal parlare tra di loro e generalizzano il suo discorso dicendo: non solo i ricchi
ma nessuno si può salvare.
Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio!
Gesù conclude questo suo insegnamento con un massima. È vero che non si può
avere il cuore talmente distaccato da fare come unico bene il Regno, perché questo è
impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio che dona la sua grazia. “Perché tutto
è possibile a Dio”.
76
•
•
CCC nn. 520; 525-526; 544; 549
“La verità vi farà liberi” – da 133 a 135; da 146 a 148
(dal Dizionario di teologia Biblica, ricchezza, pag. 1069-1074, ed. Marietti)
L’attenzione preferenziale agli ultimi non significa esclusione degli altri. Gesù frequenta
anche i “ricchi” e i “giusti”, coloro che nella società sono in vista per il benessere materiale o
per la devota osservanza della Legge. Verso di loro però usa generalmente un linguaggio
severo, perché li vede soddisfatti di sé, chiusi verso Dio e senza misericordia per il
prossimo.
Questi ricchi ripongono nei beni materiali la sicurezza e lo scopo della vita, come il
facoltoso proprietario terriero della parabola, che, dopo un abbondante raccolto, si illude
di aver raggiungo una sistemazione felice e duratura. Il richiamo di Gesù è deciso: “Guai
a voi, ricchi… Guai a voi che ora siete sazi… Guai a voi che ora ridete” (Lc 6,24-25);
“Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!... è più
facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”
(Mc 10,23.25)
(La verità vi farà liberi, n. 134)
Il vangelo comanda di distribuire e mettere in circolazione i propri beni: “Fatevi borse
che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola
non consuma” (Lc 12,33). Condanna il possesso egoistico, che non tiene conto delle
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necessità altrui. Non chiede però di vivere nella miseria. Valore assoluto è la fraternità,
non la povertà materiale. Lo conferma l’esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme,
dove i credenti avevano “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32), mettevano le loro
cose in comune e così “nessuno tra loro era bisognoso” (At 4,34).
(La verità vi farà liberi, n. 147)
QUALI SONO I SUOI RAPPORTI
CON IL MONDO DEL POTERE E
DELLA POLITICA?
Per noi:
CCC da 574 a 576
•
Cosa vuole dire per me “seguire il Signore”? Sento la radicalità e la serietà della sua
proposta?
•
Mi chiedo se il mio stile di vita – l’esaudire ogni bisogno e capriccio – non sia un
gesto di ingiustizia verso chi ha meno di me?
•
So entrare nella logica della condivisione come scelta di carità verso i fratelli?
“La verità vi farà liberi” – 117
AGIRE
· Siamo tutti adulti e sappiamo bene che non è indifferente come usiamo il nostro denaro
e non è indifferente come viviamo la dimensione del lavoro, strumento indispensabile
per guadagnare il pane quotidiano.
· Cosa è importante per noi?
· Cosa sacrifichiamo in nome della necessità di lavorare sempre di più per poter avere
uno stipendio più gratificante?
· Quanti oggetti possediamo che sono veramente indispensabili e quanti assolutamente
superflui?
· Quale criterio usiamo quando andiamo a fare la spesa?
· Ci preoccupiamo dell’impatto sociale che hanno gli oggetti o i beni che acquistiamo?
L’”agire” di questa scheda vuole esortarci a essere maggiormente informati sugli strumenti
che tutti possiamo usare per usare in maniera più equa il denaro.
VEDERE
Il progetto politico di Gesù: riconoscere la signoria di Dio, esercitare il servizio.
Questi sono solo alcuni esempi di iniziative “virtuose” attraverso le quali possiamo fare
scelte di giustizia. Promuoviamo la discussione su questi temi cercando materiale online o chiamando in parrocchia, per fare una testimonianza, chi ha già fatto o sta facendo
esperienze di questo tipo.
Il rapporto con il potere appartiene in qualche modo all’esperienza di tutti. Nella vita di
relazione, nelle organizzazioni, nella scuola, sul lavoro. Ogni persona deve decidere come
comportarsi davanti al potere esercitato dagli altri. E ogni persona deve (o dovrebbe)
fare i conti con il modo in cui essa esercita il potere di cui è investita nelle più diverse
situazioni.
Ogni cittadino, poi, deve fare i conti con l’esercizio del potere politico, attribuito a persone
o istituzioni designate nei modi più diversi, che ha la sua fonte nelle regole che ogni
società civile si dà e, nei sistemi democratici, nel consenso pubblico.
Al tempo di Gesù i rapporti col potere erano vari: c’era chi si sottometteva, chi si ribellava,
chi cercava di approfittarne. Ai giorni nostri le cose non sono cambiate poi molto: magari,
grazie allo sviluppo della democrazia e dell’idea liberale, sono più espliciti gli echi di un
risentimento o di una delusione diffusi.
Ma il potere è una cosa buona o cattiva?
Il fatto che a qualcuno sia data la capacità di esercitare una maggiore influenza sulle
vicende di altre persone è o no conforme al disegno di Dio?
Va oppure no nella direzione del bene comune?
Una nota ricerca condotta dal francese Crozier nel secolo scorso ha indagato gli schemi
di relazioni e di potere esistenti all’interno di una grande struttura produttiva industriale di
tipo monopolistico.
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· Come si fa a creare un GAS? (gruppo di acquisto solidale)
· Cosa vuol dire partecipare ai Bilanci di giustizia?
· Cosa fanno le associazioni come “Libera” di don Ciotti o il CEFA, fondato dal Senatore
Bersani e come è possibile sostenerle?
Il risultato sorprendente di quella ricerca è che nelle reti di potere informali rilevate
emergeva la figura degli addetti alla manutenzione delle macchine: avevano i maggiori
spazi di discrezionalità, di autonomia, di libertà e, di fatto, erano una sorta di “casta”
impermeabile alle influenze delle altre componenti dell’organizzazione, scarsamente
soggetta al potere dei superiori e in grado di fatto di autodeterminare criteri, schemi, linee
di condotta, regole di funzionamento.
Ma un altro aspetto inatteso è che una delle figure che avevano sul piano reale il minor
“potere” era quella che, a livello formale, aveva una posizione di vertice: il direttore.
Sebbene il suo ruolo comportasse il potere di decisione sulla vita della struttura e sui suoi
componenti, il contenuto di quelle decisioni era vincolato da una quantità di regole scritte
e non, legate alla responsabilità che quella figura aveva.
Viene da chiedersi chi sono gli uomini “di potere”, viene da domandarsi se le figure a cui
siamo soliti associare la capacità di decidere sono davvero libere di farlo o se devono
negoziare quotidianamente l’esercizio delle loro prerogative con regole, esigenze,
aspettative, responsabilità.
A volte si tende a pensare all’impegno politico come all’esercizio del potere, all’acquisizione
di una rendita di posizione che permette di realizzare progetti, idee (il tutto accompagnato
da robusti vantaggi economici). In realtà il potere, in tutte le sue espressioni, è una
medaglia con due facce: permette di accedere a risorse, di realizzare cose, ma chiede
costantemente conto del proprio risultato. Era così per la vecchia obbligazione politica
che legava i sudditi al monarca, era così ai tempi dello stato liberale, è così nelle istituzioni
moderne, ma è così anche a livello personale.
È così nella vicenda personale e nella vita di relazione di ciascuno di noi. Se il potere
deve giustificare sé stesso sul piano politico, non di meno deve farlo a livello interiore,
sul piano della coscienza.
Ciascuno di noi ha un rapporto con il potere a doppio senso, ciascuno subisce ed esercita
il potere e entrambi questi aspetti chiamano in causa la nostra responsabilità e la nostra
libertà.
Gesù vive fino in fondo anche questa dimensione nella sua umanità: dal suo rapporto
con il potere e dal suo insegnamento possiamo trarre elementi importanti per conoscerlo
meglio ma anche per interrogarci su noi stessi, sul modo in cui viviamo quel rapporto.
E anche per comprendere meglio il limite che ha il potere davanti alla Libertà dell’Uomo:
limite che Dio stesso, l’Onnipotente, ha voluto rispettare.
Per introdurre il dibattito si può proporre la visione del film “Una settimana da Dio”, di
Tom Shadyac (vedi scheda film) oppure utilizzare i brani proposti.
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Scheda Film:
Buffalo, Stati Uniti. Bruce Nolan è un reporter frustrato
e senza successo, sempre preso in giro dai suoi colleghi.
Vive una vita tranquilla con la sua ragazza Grace e il loro
cane Sam, anche se lui la reputa insoddisfacente. Un
giorno, che sembra iniziato come tanti, Bruce vive la
peggiore giornata della sua vita: fa una brutta figura in
diretta televisiva, vede il suo collega ottenere il posto di
anchorman che lui aveva sempre sperato di avere, viene
picchiato da dei teppisti per aver difeso un poveretto per
strada, e perde il lavoro. Una volta tornato a casa, Bruce
finisce anche per litigare con Grace, per poi andare via
in macchina, per cercare di “parlare con Dio”. Ma dopo
un piccolo incidente con l’auto, Bruce pensa che sia tutta
colpa di Dio se ha una vita del genere. Il giorno dopo,
Bruce viene contattato a sorpresa proprio da Dio, che
gli propone di incontrarlo. Dio gli fa un’offerta molto
particolare: offrirà a Bruce i propri poteri e il proprio
“posto” per un certo periodo di tempo. Trascorsa l’euforia
iniziale che gli deriva da un così grande potere Bruce,
nelle vesti di Dio, farà molti danni e si renderà conto
di desiderare di poter tornare ad essere un semplice
uomo…..
SEZIONE BRANI
Da “Cara Mathilda” , di Susanna Tamaro, Edizioni San Paolo:
….davvero l’anno nuovo è una creatura tenera e innocente? Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vederlo
questo bambino: l’anno vecchio usciva di scena e ne arrivava uno più vecchio ancora, più curvo, più ferito
dall’insulto del tempo e dal peso di ciò che si portava dietro.
Dove sono gli anni nuovi?
Un anno nuovo presuppone uno spirito nuovo, uno sguardo diverso. Presuppone un progetto e la volontà di
realizzarlo. Se per caso al vegliardo del 1996, un attimo prima di uscire di scena, dovesse scivolare il sacco
di mano, cosa ne salterebbe fuori? Arroganza, insulti, corruzione, retorica, false parole e false promesse,
mancanza di rispetto, calunnia, oltre al tentativo costante di insudiciare e distruggere qualsiasi cosa di
nuovo e positivo compaia all’orizzonte. Il 1996 se ne va triste, umiliato, carico di spazzatura come un
furgone della nettezza urbana. Se ne era andato in modo diverso il 1995? E il 1994? Non mi pare, non
credo. Da anni il nostro Paese vive uno stato sempre più grave di degrado, una lunga discesa buia della
quale non si riesce a vedere la fine. La sensazione è un po’ quella di trovarci su un mezzo di trasporto
guidato da un autista impazzito. Che importa se a bordo ci siano donne, bambini, anziani? – si dice nella
sua allucinata corsa -, l’importante è che l’autobus vada dove dico io!
È desolante rendersi conto di quanto poco il bene del Paese sia stato nei pensieri di colore che si erano
assunti il dovere di occuparsene. L’autobus ormai corre sul baratro e dagli altoparlanti continuano a dirci
che si tratta di una gita di piacere. Dobbiamo far finta di crederci? Oppure fare come il bambino della
favola di Andersen, I vestiti dell’imperatore; alzare il dito e lo sguardo innocente e dire: “Il re è nudo”?
Già, perché nel frattempo si è fatta passare per reale una strana, schizofrenica menzogna. Si sostiene cioè
che tutta colpa della società. È la società che si è rassegnata a questo stato di cose; la società ama avere
dei brutti giornali, una pessima televisione, un’imbarazzante classe politica. Personalmente io detesto la
parola “società”, al suo posto preferisco usare il termine “persone”. Penso che la società subisca mentre le
persone agiscono. Conosco e vedo intorno a me un mondo sempre più vasto di persone umiliate, di persone
imbarazzate, di persone stufe di vivere in questo clima di insulto continuo dell’intelligenza e della civiltà.
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È a queste persone che penserò allo scoccare della mezzanotte. Se il 1997 se ne andrà via schiantato dal peso
della spazzatura o meno dipenderà da loro – da noi - , dal fatto che avremo saputo ribellarci a questo orrore,
riportando al primo posto il primato dell’etica e della coerenza. Dipenderà dal fatto che finalmente avremo
saputo immaginare un futuro diverso e, mettendolo in pratica prima di tutto nella nostra vita, saremo stati
capaci di farlo diventare presente.
Tucidide, Elogio della democrazia ateniese
Nel contesto della guerra del Peloponneso che, tra il 431 e il 403 a.C., oppose Atene a Sparta, il grande
storico ateniese Tucidide trascrive nella sua opera il discorso che Pericle tenne in onore dei caduti durante
il primo anno di guerra. Dopo aver richiamato il dovere della memoria per gli antenati che costruirono le
istituzioni democratiche, Pericle tesse l’elogio delle stesse, per le quali gli ateniesi stanno combattendo.
Tucidide, La guerra del Peloponneso
«37. Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad
altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla
maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a
tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione
dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza
da una classe sociale ma più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare
qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale.
Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza
soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle
istituzioni, in particolare a quelle poste a tutela di chi subisce ingiustizia o che, pur essendo non scritte,
portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta.
38. E abbiamo dato al nostro spirito moltissimo sollievo dalle fatiche, istituendo abitualmente giochi e
feste per tutto l’anno, e avendo belle suppellettili nelle nostre case private, dalle quali giornalmente deriva
il diletto con cui scacciamo il dolore. E per la sua grandezza, alla città giunge ogni genere di prodotti da
ogni terra, e avviene che noi godiamo dei beni degli altri uomini con non minor piacere che dei beni di qui.
39. Ma anche nelle esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti motivi. Offriamo la
nostra città in comune a tutti, né avviene che qualche volta con la cacciata degli stranieri noi impediamo
a qualcuno di imparare o di vedere qualcosa (mentre un nemico che potesse vedere una certa cosa, quando
non fosse nascosta, ne trarrebbe un vantaggio). Ché la nostra fiducia è posta più nell’audacia che mostriamo
verso l’azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi di difesa e negli inganni.
Eccone la prova: neppure i Lacedemoni invadono la nostra terra da soli, ma insieme a tutti gli alleati, e
quando noi assaliamo da soli i nostri vicini, di solito non duriamo fatica a vincere in una terra straniera,
combattendo con della gente che difende i propri beni.
40. Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la
ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è
vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene.
Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo
ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a
considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno,
ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire,
ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi
possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel
ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia
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e il calcolo incertezza. È giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente
le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli.
E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della
maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli. Chi ha fatto il favore è un
amico più sicuro, in quanto è disposto con una continua benevolenza verso chi lo riceve a tener vivo in lui
il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione
non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non
tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi.
41. Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della
nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazione, e con
la più grande versatilità accompagnata da decoro. E che questo non sia ora un vanto di parole più che una
realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo
di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola
al nemico che la assale non dà motivo di irritazione quando costui considera da chi è vinto, né al suddito,
motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne.
Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati
dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare
per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto
tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque monumenti eterni delle
nostre imprese fortunate o sfortunate. Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di
non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze
per lei.
Nel 2007, in occasione dei suoi 140 di storia, festeggiati solennemente a Castel San Pietro
Terme, terra natia di Giovanni Acquaderni, l’Azione cattolica nazionale stilò un manifesto
sull’importanza dell’impegno dei laici nella chiesa e nella società civile. Questo è il testo
del manifesto che fu sottoscritto da migliaia di semplici cittadini e di italiani illustri:
I CATTOLICI ITALIANI TRA PIAZZE E CAMPANILI,
MANIFESTO DELL’AZIONE CATTOLICA AL PAESE
Noi, bambini e ragazzi, giovani e adulti, donne e uomini dell’Azione Cattolica Italiana, desideriamo
rinnovare e condividere il nostro impegno nella Chiesa e nella comunità civile.
La nostra grande famiglia associativa compie centoquarant’anni. Ha attraversato due secoli e si è affacciata
alle soglie del terzo millennio; ha visto formarsi e crescere l’Italia; ha vissuto sempre con fedeltà il suo
servizio alla Chiesa. È una famiglia carica di storia: in questa storia vogliamo riscoprire le radici del
nostro futuro.
Non ci siamo tirati indietro, mai. Nelle parrocchie e nelle città, nelle aule di scuola e nelle università, sui
luoghi del lavoro, nella società civile e nelle istituzioni democratiche, il popolo dell’Azione Cattolica ha
sempre cercato di offrire il suo servizio disinteressato per l’annuncio del Vangelo e la crescita del Paese.
In questi anni il volto della nostra società è profondamente cambiato. Ci sentiamo sospesi tra un mondo
che muore ed uno che nasce, ma continuiamo a credere che il tempo del Vangelo è adesso e vogliamo stare
ancora dentro questo tempo. Con la forza del passato, con il coraggio del futuro, con la passione di sempre.
A quarant’anni dall’inizio del rinnovamento dell’Ac, sgorgato dal Concilio Vaticano II, vogliamo ripartire
dalle radici della nostra scelta religiosa, che è essenzialmente primato del Vangelo: incontro con Gesù
Cristo, testimonianza pubblica di una vita secondo lo Spirito, responsabilità formativa.
Con questo stile rinnoviamo il nostro servizio alla Chiesa, soprattutto nella sua dimensione diocesana, in
una parrocchia
sempre più missionaria, radicata nella sua terra, partecipe delle gioie e delle speranze, delle attese e dei
problemi della gente. Vogliamo mettere la nostra storia al servizio di quest’incontro tra fede e intelligenza,
tra l’altezza dell’infinito e l’ordinarietà del quotidiano.
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Con questo stile siamo al servizio dell’uomo: per onorare la dignità personale con i suoi valori irrinunciabili,
a cominciare dalla vita e dalla pace, dalla famiglia e dall’educazione; per camminare accanto a tutti e
ciascuno, e tessere insieme una trama viva di relazioni fraterne.
Siamo consapevoli della possibilità e della bellezza di una vita pienamente umana e cristiana: per questo
vogliamo continuare ad essere scuola di vocazioni laicali, a spenderci in favore del bene comune, attraverso
l’educazione alla responsabilità personale, all’impegno pubblico, al senso delle istituzioni, alla partecipazione,
alla democrazia.
Il Paese merita un futuro all’altezza del proprio patrimonio di fede cristiana, di cultura umanistica e
scientifica, di passione civile e di solidarietà sociale. Ha diritto alla speranza. Noi vogliamo compiere un
passo avanti verso questo Paese, con il Vangelo e con la vita: incontro alla gente, nel segno di un ethos
condiviso, secondo uno spirito di autentica laicità, ricercando un’armonia sempre possibile tra piazze e
campanili. Questo è il nostro impegno. Un impegno e un invito. Un invito e una speranza. Mille incontri
per un unico, vero,grande Incontro. Il tuo sì ci interessa.
lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 10,33-34).
In questo contesto di tristezza e di tragedia, la richiesta di Giacomo e Giovanni, figli di
Zebedeo: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»,
risuona con stridente contrasto; essi inseguono ancora progetti di carriera accanto a
Gesù.
La Presidenza nazionale
dell’Azione Cattolica Italiana
Castel San Pietro Terme, 29 settembre 2007
“Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo
che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».
Vi è una contraddizione: mentre i figli di Zebedeo cercano la gloria e il regno del Messia,
Gesù si avvia verso la croce come espressione ultima del servire che equivale dare la
propria vita per molti.
Un ultimo, straordinario documento per introdurre il dibattito, è il videomessaggio di
Alessandro Bergonzoni al teatro Duse, scaricabile su you tube, che stigmatizza la
mancanza di impegno per la diffusione della cultura, come strumento per aiutare le
persone a pensare e non a “evadere” dalla realtà quotidiana. Il video si può richiedere
anche alla segreteria diocesana dell’Azione Cattolica, settore adulti.
CONFRONTARSI
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo
che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io
faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra
e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete
bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?».
Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo
berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere
alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è
stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo
e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono
considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra
voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, chi vuole
essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto
per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». (Mc 10,35-45)
Il contesto
Il testo
Si può dividere in due parti:
10,35-40 la richiesta dei figli di Zebedeo
10,41-45 insegnamenti sull’autorità
La richiesta dei figli di Zebedeo
“Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?».
Gesù attraverso il dialogo, inizia i suoi discepoli alla conoscenza del suo mistero. Egli li
ascolta per poi illuminare le loro menti e i loro cuori. Il Maestro non rifiuta mai il discepolo,
ma da tutto prende motivo per istruirlo.
«Gli risposero: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua
sinistra»
La richiesta dei due fratelli è riportata anche da Matteo, il quale però per salvare l’onore
dei due discepoli, pone la domanda sulle labbra della madre (Mt 20,20-21).
Ci si sente in imbarazzo di fronte all’insensibilità e alla brutta figura dei due discepoli,
che possiamo considerare fra gli amici più intimi di Gesù. Egli infatti li ha resi partecipi,
assieme a Pietro, dei momenti più importanti della sua vita (miracolo della guarigione
della figlia di Giairo, Trasfigurazione, veglia nell’orto del Getsemani). Addirittura Giovanni
durante l’ultima cena poserà il capo sul petto di Gesù.
Ed ora Gesù ha appena elencato i successivi momenti di una degradazione e di una
tragedia che culminerà nella sua morte.
Ma anche gli altri “dieci” apostoli, che si scandalizzano e si irritano per la impertinenza
della domanda dei due, non sono migliori di questi – più intraprendenti -, anch’essi infatti
hanno prospettive di arrivismo e di carriera.
Marco al cap. 9,33 ricorda quest’episodio: “Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa
chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la
strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.
È chiaro che gli apostoli, nonostante abbiano ormai trascorso molto tempo accanto a
Gesù e, durante quel periodo Lui abbia sempre rifuggito ogni potere politico, non hanno
ancora capito nulla di Lui: essi sognano ancora un regno messianico terreno, nel quale
avere i primi posti ed essere i primi ministri del Messia glorioso.
Questo brano si situa immediatamente dopo che Gesù ha annunziato per la terza volta, ai
suoi apostoli, la sua passione morte e risurrezione. In quest’ultima occasione ne descrive
in maniera particolareggiata i vari momenti: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio
dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte
e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e
Le risposte di Gesù
“Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo,
o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?»
Gesù rovescia il loro modo di pensare presentando se stesso come il modello da
imitare. Prima di tutto egli precisa qual è lo statuto del suo regno: l’unica condizione per
l’avanzamento è la partecipazione al suo destino che è segnato dall’umiliazione, dalla
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sofferenza e dalla morte violenta. Per parlare di questo Gesù ricorre a due immagini
molto significative per l’ambiente e la cultura biblica: il calice ed essere battezzati con il
battesimo.
Il calice
Nella tradizione biblica indica il destino di morte, di rovina e di distruzione riservata ai
malvagi: “Il Signore infatti tiene in mano una coppa, colma di vino drogato. Egli ne versa:
fino alla feccia lo dovranno sorbire, ne berranno tutti i malvagi della terra” (Sal 75,9)
e al popolo infedele: “Svegliati, svegliati, alzati, Gerusalemme, che hai bevuto dalla mano
del Signore il calice della sua ira; la coppa, il calice della vertigine, l’hai bevuto, l’hai
vuotata”. (Is. 51,17).
È il calice della collera di Dio, riversato sul peccato dei popoli. Gesù ha solidarizzato con
questo destino di peccato e berrà per noi il calice della passione e morte.
La coppa che egli fa passare tra gli apostoli nell’ultima cena, richiama questo suo impegno
di solidarietà con l’umanità peccatrice. E nella preghiera del Getsemani questo destino di
morte violenta con i peccatori e per i peccatori gli si presenterà in tutta la sua drammaticità
al punto che chiederà al Padre: “Abbà! Padre” Tutto è possibile a te: allontana da me
questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36).
Ecco che cosa intende dire Gesù con la frase: “Potete bere il calice che io bevo, o essere
battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?»
Essere battezzati con il battesimo
Anche questa immagine evoca il destino di una morta dolorosa. Essere battezzati o
immersi è lo sprofondare dell’uomo perseguitato nelle acque amare della morte: “Affondo
in un abisso di fango, non ho nessun sostegno; sono caduto in acque profonde e la
corrente mi travolge” (Sal 69,3). Il battesimo come il calice indica il martirio cui il discepolo
è esposto per la sequela del Cristo.
“Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo
berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere
alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato
preparato».
I due fratelli si dichiarano pronti a condividere il destino di Gesù, e lo faranno realmente.
Sappiamo che la comunità cristiana primitiva ha ben presto conosciuto l’esperienza
dolorosa delle persecuzioni, e Giacomo subirà il martirio nell’anno 44 ad opera di Erode
Agrippa (At 12,2). Giovanni avrà la sua parte di sofferenze e tribolazioni, anche senza
morire di morte violenta. La loro esperienza e quella di tanti santi e martiri nella storia della
chiesa ci insegna che la strada che conduce alla glorificazione passa necessariamente
per la croce.
“Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per
i quali è stato preparato».
In questo passivo è espressa la libera azione di Dio. Anche Gesù nel suo compito storico
si è affidato totalmente alla fedeltà e libertà di Dio.
Insegnamenti sull’autorità
“Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i
governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono”
Ezechiele usa l’allegoria del pastore e delle pecore:
“Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori di Israele, che pascono se stessi! I pastori non
dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate
le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. […] Così dice il Signore Dio: Eccomi
contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio
gregge, così non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e
non saranno più il loro pasto” (Ez. 34,2-3.10)
Anche il profeta Isaia ha parole dure contro gli anziani e i capi di Israele perché tolgono
dalle case dei poveri il necessario per vivere:
“Il Signore inizia il giudizio con gli anziani e i capi del suo popolo: “Voi avete devastato la
vigna; le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case. Quale diritto avete di schiacciare il
mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?” (Is. 3,14-15).
A questi rimproveri di Ezechiele e di Isaia fa eco il profeta Amos:
“Così dice il Signore: “per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto
di condanna, perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di
sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare
il cammino dei miseri” (Am 2,6-7).
Gesù è nella linea dei profeti dell’A.T. riconoscendo che spesso coloro i quali sono
considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.
Il ruolo dei governanti delle nazioni è un tema molto importante che andrebbe analizzato
con serietà e competenza: Gesù in Mc 10,45 propone se stesso “servo” come esempio
per il loro servizio.
Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, chi
vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è
venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Gesù sta andando a Gerusalemme non per prendere il potere – come pensano Giacomo
e Giovanni – ma per vivere uno scontro durissimo con il potere religioso e con l’istituzione
dell’autorità pagana. Si scontrano due mondi, due diversi modi di intendere l’uomo e il
suo rapporto con Dio e due modi diversi di concepire e di vivere l’autorità. Da una parte
il Figlio dell’uomo che dedica la sua vita agli altri, dall’altra il potere religioso e politico che
schiaccia e opprime, e inculca nelle persone il senso dell’incapacità, del peccato e del
fallimento.
Gesù, però, dalla domanda dei figli di Zebedeo, coglie l’occasione per precisare il
significato e il valore dei ruoli nella comunità cristiana.
Prima di tutto egli esclude il modello di autorità che si organizza come potere, ad esempio
dei vari regimi politici del suo tempo. Poi propone un tipo di autorità che è l’anti-potere: il
servo e lo schiavo. Questi sono i grandi e i primi nella comunità.
Dentro la comunità la cosa fondamentale è il servizio reso per amore. Lui stesso si è fatto
servo perché i servi acquistassero la condizione di “signori”. “il Figlio dell’uomo infatti
non è venuto per farsi servire, ma per servire”.
L’intervento di Gesù aiuta a capire che l’ambizione è un atteggiamento che distrugge la
comunità. Quando in una comunità anziché pensare al servizio si pensa ad emergere e
a comandare, è la fine.
J. Delorme, scriveva così: “l’autorità che Gesù comunica ai discepoli non è un dominio,
ma “una qualifica data da Dio per un servizio”.
Nella storia di Israele vi è un continuo rimprovero da parte dei profeti contro i capi del
popolo, perché non si prendono cura del debole e del povero ma “ingrassano” se stessi.
L’autorità è voluta da Dio
Sappiamo che ogni potere anche civile viene dall’alto: “Gli disse allora Pilato: “Non mi
parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. Gli
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rispose Gesù: “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato
dall’alto..” (Gv 19,10-11)
AGIRE
A tali autorità dobbiamo stare sottomessi perché esse sono al servizio di Dio per il nostro
bene. Così ci dice San Paolo ai Romani:
“Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio:
quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone
all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna. I
governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi
non avere paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, perché essa è al servizio di
Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perché non invano essa porta
la spada; è infatti al servizio per la giusta condanna di chi fa il male. Perciò è necessario
stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza.
Per questo infatti voi pagate le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio
di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a
chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto” (Rm. 13,1-7).
· Siamo tutti consapevoli del degrado dell’attuale classe politica, ma fare politica non
significa solo candidarsi alle elezioni o andare a votare per uno schieramento. Fare
politica vuol dire anche provare a cambiare le cose che non vanno, a partire dal nostro
comune, dalla nostra scuola, dal sindacato, dalla fabbrica.
Per l’approfondimento
I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono
un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini
multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi
del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile
e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano
a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è
patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non
gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma
non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel
cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e
da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi,
e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto
abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati
giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene
vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai
giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non
saprebbero dire il motivo dell’odio. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel
mondo sono i cristiani. (dalla lettera a Diogneto)
Per noi:
· Abbiamo anche noi aspettative di potere, di arrivismo e di carriera?
· Qual è il nostro rapporto con le autorità religiose e civili?
· Quali opportunità sappiamo cogliere per vivere la logica del servizio e dell’essere
“servi”?
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· Tutti sono delusi ma pochissimi sono quelli che accettano di scendere in campo,
anche in contesti chiusi, come può essere un consiglio comunale o l’elezione degli
organi collegiali in una scuola.
· Non è vero che non c’è niente da fare; forse non potremo presentare un disegno di
legge, ma possiamo sicuramente far sì che nelle nostre scuole si lavori tutti insieme per
educare i cittadini e i politici di domani o partecipare alle sedute del consiglio comunale
della nostra città o del nostro paese:almeno saremo informati sulle scelte che la nostra
amministrazione sta portando avanti e potremo cercare una strada per combattere quelle
che non condividiamo.
· Proviamo a buttare via la maschera degli sdegnati che si ritirano nel loro piccolo mondo
e scendiamo in campo: non tiriamoci indietro quando bisogna eleggere i rappresentanti
di classe, partecipiamo ai gruppi (pochi, ma ci sono) di cittadini che stanno tentando di
migliorare la politica del nostro paese o della nostra città. Bologna non è una megalopoli
e ci sono ancora spazi di partecipazione.
· Documentiamoci sulle esperienze positive di democrazia partecipata. Ne esistono
diverse, anche in Emilia-Romagna.
· Promuoviamo incontri e dibattiti invitando i politici locali o esperti di temi sociali ed
economici.
· Studiamo e documentiamoci. Iscriviamoci alla scuola di formazione all’impegno sociale
e politico dell’Istituto Veritatis Splendor: a volte siamo tentati di dare giudizi superficiali
su quello che accade nel nostro paese, uno studio attento ed organico può sicuramente
aiutarci a capire meglio cosa sta succedendo e cosa possiamo fare come cittadini.
Da : “Il libro degli errori”, di Gianni Rodari, Ed. Einaudi, 1964
C’era una volta un uomo che andava per terra e per mare in cerca del Paese Senza Errori.
Cammina e cammina, non faceva che camminare, paesi ne vedeva di tutti i colori, di lunghi, di larghi,
di freddi, di caldi, di così così: e se trovava un errore là ne trovava due qui.
Scoperto l’errore, ripigliava il fagotto e ripartiva in quattro e quattr’otto.
C’erano paesi senza acqua, paesi senza vino, paesi senza paesi, perfino, ma il Paese Senza Errori
dove stava, dove stava?
Voi direte: Era un brav’uomo. Uno che cercava una bella cosa. Scusate, però, non era meglio se si
fermava in un posto qualunque, e di tutti quegli errori ne correggeva un po’?
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I MIRACOLI DI GESù NEL
VANGELO DI MARCO
CCC da 547 a 549
“La verità vi farà liberi” – 176 e dal 189 a 195
secondo “gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”.
I gesti di Gesù, che suscitano giustamente stupore, meraviglia, che lasciano perplessi
e confusi i testimoni, possono essere fraintesi: sono comprensibili solo alla luce della
Pasqua; essi infatti anticipano, come segni provvisori ma decisivi, la potenza che si
manifesta nella risurrezione.
A Marco interessano i miracoli non perché siano eventi straordinari, ma perché Gesù è
straordinario.
L’evangelista insiste soprattutto sulla fede di chi viene guarito, o meglio salvato.
VEDERE
Perché molte persone pur vedendo miracoli non hanno creduto? Avvengono ancora
oggi miracoli come quelli da lui compiuti?
I miracoli di oggi siamo noi. Siamo noi con le straordinarie possibilità di bene che abbiamo
e che spesso non esprimiamo, o almeno non al massimo. Siamo creati a immagine e
somiglianza di Dio, ma chi, vedendoci, scorge il volto di Gesù, chi sente le parole che
Lui pronuncerebbe, chi conosce attraverso i nostri gesti la Sua tenacia, la sua pazienza,
la sua misericordia?
Per introdurre la discussione:
· Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Ed. Salani:
Per la nostra riflessione abbiamo scelto due miracoli, uno compiuto da Gesù a favore
della figlia di un capo della sinagoga che, vincendo la paura e le sollecitazioni negative dei
vicini e parenti, dimostra di avere una grande fede in Gesù; l’altro invece è ambientato in
terra pagana, nel territorio della Decapoli, dove un sordomuto – pur senza poter chiedere
aiuto per se stesso - viene guarito per l’intercessione dei suoi accompagnatori. Gesù con
la sua salvezza raggiunge tutti senza distinzioni di appartenenza o di religione.
Marco è fra gli evangelisti quello che ha dato maggior rilievo alle mani di Gesù che
agiscono (cioè ai miracoli) molto di più che non alle parole.
Nel primo dei due testi che abbiamo scelto, Gesù “Prese la mano della bambina”; e nel
“…Era una bella giornata di giugno, molto assolata ma, su quelle terre senza riparo il
vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle carcasse delle case erano
quelli d’una belva molestata durante il pasto.
Dovetti riprendere la marcia. Cinque ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla
mi dava speranza di trovarne. Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma
nera, in piedi. La presi per il tronco di un albero solitario. A ogni modo mi avvicinai. Era
un pastore. Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui.
Mi fece bere dalla sua borraccia e, poco più tardi, mi portò nel suo ovile, in una ondulazione
del pianoro. Tirava su l’acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del
quale aveva installato un rudimentale verricello.
L’uomo parlava poco, com’è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e
confidente in quella sicurezza. Era una presenza insolita in quella regione spogliata di
tutto. Non abitava in una capanna ma in una vera casa di pietra, ed era evidente come il
suo lavoro personale avesse rappezzato la rovina che aveva trovato al suo arrivo. Il tetto
era solido e stagno. Il vento che lo batteva faceva sule tegole il rumore del mare sulla
spiaggia.
Divise con me la minestra e, quando gli offrii la borsa del tabacco, mi rispose che non
fumava. Il suo cane, silenzioso come lui, era affettuoso senza bassezza.
Era rimasto subito inteso che avrei passato la notte da lui; il villaggio più vicino era a più
di un giorno e mezzo di cammino. E, oltretutto, conoscevo perfettamente il carattere
dei rari villaggi di quella regione. Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli
altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade
carrozzabili.
Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male.
Le famiglie, serrate l’una contro l’altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d’estate
come d’inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L’ambizione irragionevole
si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi.
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Giotto, Resurrezione della figlia di Giairo
I miracoli nel Vangelo di Marco
I miracoli sono un dato caratteristico di tutti i Vangeli che ha posto da sempre interrogativi
alla scienza, alla teologia e alla psicologia. La realtà storica c’è, ma è difficilmente isolabile
e circoscrivibile: tra l’altro il miracolo di sua natura non può essere dimostrato perché
trascende la normalità della natura e della ragione. La realtà storica è sempre segno di
una dimensione ulteriore.
I miracoli non sono da leggere come atti semplicemente taumaturgici o ancor meno
come atti di spettacolo: nei Vangeli essi sono presentati soprattutto come atti di amore,
e segno della inaugurazione del Regno di Dio. Testimoniano come Dio non abbandona
i suoi figli infelici; Egli è sempre dalla parte della vita anche quando vi sono ostacoli
umanamente insuperabili.
Gli uomini portano il carbone in città con i camion, poi tornano. Le più solide qualità
scricchiolano sotto quella perpetua doccia scozzese. Le donne covano rancori. C’è
concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco in chiesa, per le virtù
che lottano tra di loro, per i vizi che lottano tra di loro e per il miscuglio generale dei vizi e
delle virtù, senza posa. Per sovrappiù, il vento altrettanto senza posa irrita i nervi. Ci sono
epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina.
Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande.
Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle
guaste. Io fumavo la pipa. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo. In effetti:
vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione.
Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande,
le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli
leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti
a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire.
La società di quell’uomo dava pace. Gli domandai domani il permesso di riposarmi
per l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede
l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario,
ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò
al pascolo. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le
ghiande meticolosamente scelte e contate. Notai che in guisa di bastone portava un’asta
di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Fece mostra di voler
fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Lasciò il piccolo
gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della
mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad
accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a duecento metri più in là, più a monte.
Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un
buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava
querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era?
Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che
non se curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande
con estrema cura. Dopo il pranzo di mezzogiorno, ricominciò a scegliere le ghiande.
Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose. Da tre anni
piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano
spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei
roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano
diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla.
Fu a quel momento che mi interessai dell’età di quell’uomo. Aveva evidentemente più
di cinquant’anni. Cinquantacinque, mi disse lui. Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva
posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita.
Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava
piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese
sarebbe morto per mancanza d’alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più
importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose.
Poiché conducevo anch’io in quel momento, malgrado la giovane età, una vita solitaria,
sapevo toccare con delicatezza l’anima dei solitari. Tuttavia, commisi un errore. La mia
giovane età, appunto, mi portava a immaginare l’avvenire in funzione di me stesso e di
una qual certa ricerca di felicità. Dissi che, nel giro di trent’anni, quelle diecimila querce
sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse restato
vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero
state come una goccia nel mare.
Stava già studiando, d’altra parte, la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un
vivaio generato dalle faggine. I soggetti, che aveva protetto dalle pecore con una barriera
di rete metallica, erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove,
mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo.
Ci separammo il giorno dopo.
L’anno seguente ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni. Un soldato di
fanteria non poteva pensare agli alberi. A dir la verità, la cosa non mi era nemmeno rimasta
impressa: l’avevo considerata come un passatempo, una collezione di francobolli, e
dimenticata.
Finita la guerra, mi trovai con un’indennità di congedo minuscola ma con il grande
desiderio di respirare un poco d’aria pura. Senza idee preconcette, quindi, tranne quella,
ripresi la strada di quelle contrade deserte.
Il paese non era cambiato. Tuttavia, oltre il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza
una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia, m’ero
rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. Diecimila querce, mi dicevo,
occupano davvero un grande spazio.
Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche a
morte di Elzéard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone
di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto di morire. Non era morto. Era anzi in
ottima forma. Aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma, in
cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano
in pericolo i suoi alberi. Perché mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della
guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano
adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante.
Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a
passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri
nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani
e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini
potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in latri campi oltre alla distruzione.
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L’uomo che piantava gli alberi è la storia vera di Elzèard Bouffier, pastore di una selvaggia
regione sub-alpina della Provenza, narrata dalla penna di Jean Giono. Questo semplice
pastore, che ha vissuto in una regione solitaria, dove la natura è estremamente ostile
all’uomo, ha saputo trasformare il luogo in cui ha vissuto in una sorta di giardino dell’Eden,
piantando per tutta la sua vita alberi di varie specie, semplicemente per ridare vita ad
una terra apparentemente arida e senza speranza di vita. Ha fatto questo senza avere
nessuna ricompensa in cambio, lo ha fatto solo perché lo credeva giusto e con il suo
assiduo lavoro ha cambiato il volto di un’intera regione della Francia. La sua vita ci
dimostra come, se perseguiamo il bene, se facciamo cose buone (per il solo piacere di
farle) la nostra opera può generare miracoli.
Il libro è di sole 50 pagine e si può anche leggere per intero all’inizio dell’incontro del
gruppo adulti. In alternativa è scaricabile su You Tube il filmato tratto dal libro che dura
circa 30 minuti.
· Leggiamo insieme la biografia di alcuni personaggi che hanno vissuto perseguendo
il bene: Giuseppe Toniolo, Alberto Marvelli, Annalena Tonelli, don Oreste Benzi,
Giuseppe Fanin, Alcide de Gasperi, Aldo Moro, Rosario Livatino…la lista potrebbe essere
lunghissima, persone normali che hanno fatto cose straordinarie “semplicemente” per
il loro desiderio di essere conformi alla loro fede in Gesù. Alcuni sono stati proclamati
santi, altri no , ma sicuramente ci contemplano dal Paradiso. Non abbiamo niente di
meno rispetto a loro, abbiamo la stessa, identica possibilità di fare cose straordinarie
semplicemente essendo noi stessi, uomini e donne, creati per dare gloria a Dio con la
loro vita. Essere un miracolo per la vita degli altri dipende solo da noi.
IL PRIMO MIRACOLO: la guarigione della figlia di Giairo (Mc 5,21-24.35-43)
CONFRONTARSI
la figlia è morta. Irridono Gesù: «Questo Maestro non è capace di far nulla di fronte alla
morte! Lascialo in pace». E si mettono a cantare i loro canti da funerale!
Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò intorno molta folla ed
egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale,
come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta
morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui. Molta folla lo
seguiva e gli si stringeva intono. […]Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo
della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?».
Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto
abbi fede. E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni,
fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto
e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete?
La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese
con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la
bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla,
io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi
furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse
a saperlo e disse di darle da mangiare. (Mc 5,21-24.35-43)
Il padre della fanciulla, Gesù e i discepoli
Figura centrale, di fronte a Gesù, sta il padre (e più avanti la madre), colui che fa tutto
intero il cammino di fede, dall’angoscia della malattia al buio orribile della morte, alla gioia
della risurrezione, prima chiedendo a Gesù, poi ascoltando l’invito di Gesù a credere,
superando i canti della morte, diventando lui stesso testimone del canto della vita.
Premessa
Un fatto attira subito l’attenzione in questo ampio racconto di Marco: la disposizione
letteraria di due miracoli ad “incastro”. L’episodio della risurrezione della bambina è
interrotto, dopo il primo incontro di Giairo con Gesù, per inserire il miracolo della donna
che soffre di emorragia. Questo artificio letterario, che si riscontra in altre sezioni del
vangelo di Marco, qui sembra sia suggerito dall’intenzione di mettere in evidenza il
significato comune dei due miracoli: la crescita nella fede, che porta la salvezza. In tutti
e due gli avvenimenti si passa da una fede – fiducia iniziale in Gesù all’incontro definitivo
con lui, come fonte di salvezza e vita piena.
La struttura del racconto comprende tre parti:
1. la domanda fatta a Gesù dal padre Giairo di andare a casa sua dalla figlia ammalata
gravemente
2. il fatto della morte
3. la vittoria della vita
La dinamica del racconto
Ha la forma di una strada da fare, dal mare alla casa di Giairo: è il cammino della fede
che abbraccia tre momenti:
1. la richiesta a Gesù di venire a casa urgentemente “La mia figlioletta sta morendo”;
2. la costanza nel credere, nonostante il parere contrario della gente “Tua figlia è morta”
3. la vittoria della fede “E subito la fanciulla si alzò”
I personaggi
La folla e i vicini di casa
La folla appare sullo sfondo, è quella che segue Gesù, anzi che lo stringe, facendo da
schermo a chiunque voglia avvicinarsi a lui. Di essa Gesù ha profonda compassione,
come di “pecore senza pastore” (Mc 6,34).
Una parte di folla sono i vicini di casa, i parenti che dicono brutalmente al padre che
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Gesù è assolutamente il protagonista della vita contro la morte: ascolta e va con Giairo; in
certo modo crea un indugio che sembra far precipitare la situazione, cui si fa fronte con
un «continua solo ad aver fede»; l’espulsione dei cantori della morte dalla stanza dove
sarebbe venuta la vita; il comando perentorio di Gesù, Signore della vita, e la bambina
risorge; il delicato gesto di restituire la figlia ai genitori, che sono in verità risorti con essa,
con la festa di un banchetto.
Vi sono anche i discepoli. Essi sono con Gesù, alla sua scuola. Tre diventano testimoni
diretti dell’evento. Per questo ce l’hanno potuto raccontare, conservando le stesse parole
aramaiche di Gesù (Talità kum), tanto rimasero colpiti!
La fanciulla
Ha dodici anni! Di lei sappiamo che è gravemente malata e che muore; ha un papà (e
una mamma) che le vogliono bene; ubbidisce al comando di Gesù, e si alza, cammina,
mangia.
Ha avuto la vita due volte: la prima dai suoi genitori, adesso direttamente da Gesù.
Risorge come Gesù, a causa di Gesù!
Il testo
“uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e
lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani. Gesù
andò con lui”
Il padre è un personaggio importante, fa parte della presidenza della sinagoga, luogo di
incontro del popolo di Dio ai tempi di Gesù. II suo nome vuol dire Dio illumina. Ha una
figlia gravissima. Mostra stima per Gesù. Viene lui stesso in persona, non manda un
servo; si getta a terra, senza vergogna, e lo prega di venire, di imporre le mani (tipico
gesto di chi guarisce) perché dice: «La mia figlioletta sia salvata e viva». La risposta di
Gesù è positiva e immediata: cammina con Giairo standogli a fianco nel dramma che lo
investe.
“Vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito
quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede”.
Dalla casa di Giairo arrivano messaggeri con il triste annuncio. E con l’invito poco benevolo
verso Gesù, di congedare il Maestro: non serve più. Giairo è messo al bivio: camminare
con Gesù o staccarsi da lui.
Gesù avverte il dramma e interviene. Usa due verbi: non temere, e soltanto abbi fede,
continua ad avere fede in Dio che agisce attraverso di me. Fin qui Giairo faceva da guida;
ora è Gesù che prende in mano la situazione. Come a Emmaus.
“non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni”
Particolare importante sono i tre discepoli testimoni della Trasfigurazione e del Getsemani,
ossia della lotta contro la morte e del trionfo della vita nella Risurrezione di cui la
Trasfigurazione è segno.
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«Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano”.
Arrivano finalmente in casa. Il contrasto continua: le persone fanno i rituali lamenti di
morte. Gesù afferma che non è morta, ma dorme. Qualcosa cioè che lui sa superare. Dio
è più forte anche della morte!
“cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con
lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum»,
che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva
infatti dodici anni. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e
disse di darle da mangiare”.
Solo chi dà fiducia incondizionata a Gesù può vedere miracoli. La carenza o presenza
della fede fa da condizione decisiva.
Il miracolo è raccontato con semplicità: Gesù prende la mano, come a comunicare
visibilmente la sua volontà di vita.
Questa volontà viene espressa da un comando con assoluta sicurezza, perché è Dio
stesso che agisce come già nei miracoli di Elia ed Eliseo (l Re 17,19; 2 Re 4,33). Oggi ciò
avviene tramite Gesù, con una sola parola, perché Gesù è Figlio di Dio.
Talità significa fanciulla; kum, alzati, svegliati, risorgi: le parole aramaiche mantengono
vivo il ricordo del fatto originario.
L’invito a darle da mangiare è un tratto dell’umanità di Gesù, il signore della vita.
“Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno
venisse a saperlo”
Lo stupore è proprio di chi si trova di fronte all’agire di Dio (vedi gli apostoli di fronte
alla tempesta sedata). Invece è stupefacente l’ordine di tacere: cosa per sé impossibile,
dato il fatto in se stesso! Eppure Gesù lo ordina. Sta ad indicare che questa risurrezione
è solo un segno, un anticipo, una garanzia della vittoria piena che avverrà con la sua
risurrezione. Fa parte del segreto messianico, che si trova altrove in Mc 1,44; 7,36; 8,26),
perché Gesù è comprensibile solo alla luce della Pasqua.
Per l’interpretazione
Giairo pregava con insistenza Gesù e Gesù andò con lui. Dove c’è una preghiera autentica
che riguarda la vita della persona, Gesù non è insensibile, ascolta seriamente e si mette
in cammino con il richiedente.
Come ad Emmaus, egli condivide a fondo le nostre sofferenze.
«Non temere, continua ad avere fede». Gesù, che è stato capace di risuscitare una
persona morta, l’ha fatto ad una condizione: che si abbia fede incondizionata in Lui, che
è l’inviato del Padre, l’autore della vita.
Subito la fanciulla si alzò. Siamo al cuore del messaggio. Se all’uomo è richiesta la fede
incondizionata, di Gesù si riconosce la capacità incondizionata. Colui che è stato capace
di risuscitare una fanciulla morta, si rivela come munito di una potenza che può venire
solo da Dio. A differenza di Elia e di Eliseo, Gesù opera senza la minima esitazione, senza
il minimo sforzo e con un risultato immediato: sono segni che distinguono colui che Dio
chiama Figlio unico e prediletto. Sono segni che annunciano la potenza liberatrice di Dio
che è venuto ad inaugurare il suo Regno.
Domande per la riflessione
• Quali sono le domande che preferibilmente rivolgiamo a Dio?
• Quali sono quelle vitali, quelle importanti e quelle mediocri?
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• Qual ‘è la nostra fede in Gesù?
IL SECONDO MIRACOLO: la guarigione di un sordomuto (Mc 7,31-37)
CONFRONTARSI
Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di
Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di
imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e
con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli
disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della
sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli
lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni
cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». (Mc 7,31-37)
Il secondo miracolo narra la guarigione di un sordomuto: per Gesù è un segno dell’amore
di Dio verso il mondo dei poveri, dei malati e degli infelici.
Ma qui c’è una novità: Gesù esce dalla terra santa di Israele e va in terra pagana, perché
il Regno di Dio e la sua salvezza raggiungano tutti senza distinzioni di appartenenza. I
miracoli di Gesù non hanno confini.
Il contesto
La sordità e il mutismo, che solitamente vanno insieme, erano infermità assai gravi
presso il popolo di Dio.
Esso, infatti, aveva come precetto: Shema, Israel, ascolta Israele (Dt. 6,4) e continuo era
l’invito a lodare il Signore (cfr. Sal 150). «Udire e parlare» sono espressione di vita: gli idoli
non odono né parlano (Sal 135,17); Dio invece ascolta sempre e sua è la parola vera. Il
Servo di Jahvè ha orecchi e lingua aperti da Dio (cfr. Is. 50,4-5).
I tempi messianici saranno l’epoca del grande ascolto e della lode senza fine. Con questo
miracolo Gesù dà un segno forte e anticipato del mondo nuovo.
Gesù nella moltiplicazione del pane si presenta come buon pastore che ha compassione
degli infelici. Non è un atteggiamento momentaneo, ma uno stile di vita verso tutti, senza
distinzione. Così è con la donna Cananea (Mc 7,24-30); più avanti con il cieco di Betsaida
(Mc 8,22-26), e ora con il sordomuto.
Struttura del racconto
La struttura è quella tipica del racconto di miracolo: ambientazione; domanda di
guarigione; intervento di Gesù; esito miracoloso; consegna del silenzio ed esplosione
della folla.
I personaggi: la folla, il sordomuto, Gesù
La folla: è lo spettatore-testimone che partecipa nelle varie fasi; porta a Gesù il sordomuto
e chiede di guarirlo; assiste, ma da lontano, all’intervento di Gesù; ne fa divulgazione.
Mostra di intuire il senso profondo (Gesù ha fatto bene ogni cosa), ma non completamente
(Gesù guarisce il poveretto «lontano dalla folla»), perché vi è la fase del silenzio, della
maturazione della fede che arriverà nella decisiva rivelazione della Pasqua.
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Il malato: è un sordomuto, o letteralmente un sordo-balbuziente; egli è uno che “si lascia
condurre”: dai conoscenti che lo portano da Gesù, dallo stesso Gesù, che gli tocca gli
organi malati, dalla sua spinta interiore che lo fa subito ascoltare e parlare, infine dalla
folla che lo travolge con il suo entusiasmo. È la disponibilità piena del credente.
Gesù: è il protagonista, che realizza appieno la missione di amore che il Padre lo ha
mandato a compiere: va verso aree pagane, accoglie senza indugi il malato, compie un
intervento articolato, esprime il senso religioso della sua azione, dà il comando di tacere
perché è importante che la gente capisca bene il senso dei miracoli, cosa che avverrà
solo a Pasqua.
Il testo
“Gli portarono un sordomuto”
Il paziente è un disabile: è sordo, ma non è muto dalla nascita, poiché si dice che parla
a stento, balbettando. Infatti alla fine si annota che egli riprende a parlare correttamente.
“e lo pregarono di imporgli la mano”
Non può gridare a Gesù come il cieco, ma il suo bisogno viene interpretato da
accompagnatori, come nel caso del paralitico di Cafarnao. È molto importante
l’interessamento delle persone: è ad esse che Gesù dà ascolto.
“Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli
toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà»,
cioè: «Apriti!»
La distanza dalla folla dice chiaramente l’intenzione di Gesù di non fare gesti spettacolari,
esposti al fraintendimento, come purtroppo è facile in simili situazioni. Occorre attendersi
un senso diverso da quello che gli accompagnatori e la gente si aspettano.
La terapia comprende un’azione e una parola che la interpreta e realizza. Qui sono
ricalcati i gesti dei guaritori popolari, dove centrale è il toccare, cioè trasmettere la propria
energia vitale, tramite le dita, punto di contatto immediato, e l’uso della saliva pensata
come rimedio (anche oggi si lecca la ferita).
Per Gesù però non si tratta di pratiche magiche o di suggestione terapeutica. Egli assume
un atteggiamento di preghiera (lo sguardo al cielo), mentre il sospiro o gemito è un
appello ardente alla forza divina per vincere ogni resistenza nel corpo dell’infermo, e
insieme rivela una profonda partecipazione alla guarigione dell’infermo.
Ciò che decide tutto, però, è la parola di Gesù, la sua semplice parola, perché è parola
divina, ci viene trasmessa in aramaico, Effatà, apriti, come già Talità kum (fanciulla alzati)
per la figlia di Giairo (Mc 5,41): queste parole in lingua originale sono mantenute come
reliquie sacre: dicono la parola potente di Gesù!
Effatà, apriti, è ripresa nel rituale del battesimo. Qui, in terra pagana, assume il senso
simbolico più vasto: anche i pagani sono aperti all’annuncio del Vangelo.
Gesù. Possiamo riscontrare due riferimenti biblici:
la creazione: «E Dio vide quanto aveva fatto: era cosa molto buona» (Gn 1,31). I miracoli
sono segni della creazione nuova; la salvezza: «Allora si schiuderanno gli orecchi dei
sordi, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,5-6). Nei miracoli di Gesù si esprime l’ora
della fedeltà di Dio e della sua venuta, l’ora della fiducia e del coraggio.
Per l’interpretazione
In pieno territorio della Decapoli: La Decapoli è terra pagana. Gesù non limita i suoi
miracoli agli appartenenti al suo popolo, o a determinate categorie di persone. Egli è
amico e salvatore di tutti. Basta che uno sia escluso o sia malato, peccatore, affamato,
e lui lo va a cercare, «perché i malati, non i sani hanno bisogno del medico» (Mc 2,17).
Vogliamo mettere in rilievo questo cuore grande di Cristo, aperto a tutti, perché tutti
hanno bisogno di lui, con una preferenza: quanti rischiano di restare esclusi o di sentirsi
tali.
Gli toccò gli orecchi e la lingua: Gesù non guarisce per... posta elettronica…ma cerca
il contatto personale, si potrebbe dire fisico con la gente: vuole sempre un incontro
interpersonale con il malato, con il quale stabilisce direttamente o per interposta persona,
come qui, un dialogo di fede. Quello che conta, infatti, non è soltanto avere un corpo
sanato da Gesù, ma avere l’amicizia con la persona stessa di Gesù.
È fondamentale passare dai miracoli di Gesù al Gesù dei miracoli, dagli effetti alla causa,
notando come Gesù sia il protagonista assoluto del racconto, per cui capisce bene il
miracolo di Gesù chi si chiede chi è Gesù veramente e si fida di lui senza riserve!
«Effatà, cioè Apriti!»: Gesù apre all’ascolto della Parola di Dio e alla capacità di usare la
Parola verso di lui con la preghiera, e verso il prossimo con la testimonianza.
L’udito e la lingua sono due sensi essenziali, assieme alla vista e al tatto, per vivere
in pienezza la propria fede. È quanto avviene nel Battesimo. Il termine effatà è entrato
nella liturgia di questo sacramento assieme al gesto di toccare le orecchie e la lingua,
facendone una invocazione contro il demonio, che è per sua natura sordo e muto davanti
a Dio (cfr Mc 9,25)
Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti: E’ uno splendido elogio della
gente rivolta a Gesù! È bello che le persone possano arrivare a riconoscere Gesù per
quello che è: un instancabile operatore di bene a favore della gente e in modo particolare
degli ultimi e degli esclusi.
Per l’approfondimento
· CCC da 547 a 549
· “La verità vi farà liberi” – 176 e dal 189 a 195
“E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano”
È il cosiddetto segreto messianico. In Gesù il Regno di Dio si è avvicinato. Egli è il
Messia, ma nello stesso tempo è necessario che la folla non fraintenda il titolo in termini
nazionalistici e di potere mondano. Esso è comprensibile solo quando Gesù è crocifisso
e risorto. Per questo Gesù ordina di tacere.
Il segreto non viene rispettato, o meglio viene accompagnato dall’esaltazione e la lode a
La predicazione è solo una parte del ministero di Gesù. Alla parola si aggiunge l’azione.
Così comincia a realizzarsi il regno di Dio. Le opere che egli compie, non sono soltanto
sue; sono anche del Padre, che agisce per mezzo di lui nella potenza dello Spirito Santo:
“Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio”
(Mt 12,28); “il Padre che è con me compie le sue opere” (Gv 14,10). Per mezzo di lui Dio
vince Satana, guarisce i malati, perdona i peccatori, convoca la comunità.
Gesù insegnando opera, e operando insegna. Le sue parole sono efficaci e i suoi gesti
sono pieni di significato. Parole e gesti insieme costituiscono il suo ministero, che è
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servizio e dono di sé, e culmina coerentemente nel mistero pasquale. “Dio è amore”
(1Gv 4,16); solo mediante il dono di sé possono essere rivelati il suo volto, la sua gloria,
il suo regno. (La verità vi farà liberi, n.176)
Per noi:
· Sappiamo accogliere i problemi degli altri? Siamo pronti a farcene carico?
· Che uso facciamo dei sensi della parola e dell’udito?
· Come accogliamo e ci interessiamo degli stranieri?
SEZIONE C// GERUSALEMME
(CCC, articolo 2) Gesù risorto fonda la speranza affidabile
_______________________________________________________________________________________
CHE SENSO HA DATO GESÙ
AL SOFFRIRE?
AGIRE
CCC 536; 538; 572
“La verità vi farà liberi” – da 233 a 240
Non permettere mai
che qualcuno venga a te
e vada via senza essere
migliore e più contento.
· Queste parole, di Madre Teresa di Calcutta, dovrebbero essere l’impegno di ogni
nostra giornata, insieme a queste altre di don Primo Mazzolari:
Noi ci impegniamo…
Ci impegniamo noi, e non gli altri;
unicamente noi, e non gli altri;
né chi sta in alto, né chi sta in basso;
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo,
senza pretendere che gli altri si impegnino,
con noi o per conto loro,
con noi o in altro modo.
Ci impegniamo
senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi mutiamo,
si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.
La primavera incomincia con il primo fiore,
la notte con la prima stella,
il fiume con la prima goccia d’acqua
l’amore col primo pegno.
Ci impegniamo
perché noi crediamo nell’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta
a impegnarci perpetuamente.
100
VEDERE
Dio è complice della nostra sofferenza? È onnipotente ma non buono, o viceversa?
Perché Gesù non ha sconfitto per sempre la sofferenza umana?
· ...Forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire. (La Peste, di Camus)
Per introdurre la discussione su questo tema, più che brani tratti dalla letteratura (che
comunque allegheremo) ci sembra significativo partire dalle testimonianze delle persone.
Vi proponiamo quindi la lettura di una testimonianza tratta dal sussidio adulti dell’Azione
Cattolica dell’anno 2011 (Un passo oltre) e la visione dell’intervista a Laura, presente
nel dvd “Racconta la tua fede”, realizzato dal regista Umberto Romagnoli e proiettato
dall’Azione cattolica all’assemblea diocesana del 4 marzo scorso. Il DVD si può richiedere
alla segreteria diocesana o ai vice-presidenti adulti.
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Un testo bellissimo, da acquistare per tutti i membri del gruppo adulti, è la Lettera alle
famiglie del Card. Martini “Sette donne per il sabato santo”, anno 2000, Edizioni Centro
Ambrosiano, che raccoglie sette testimonianze incontrate durante le benedizioni alle
famiglie. Si tratta di situazioni di grande fatica, ma anche di grande speranza, nelle quali
molti di noi potranno ritrovarsi. È affrontato il tema della sofferenza fisica, ma anche
del dolore che può venire da un figlio che perde la fede o da una figlia che sceglie di
convivere anziché di sposarsi.
Dal sussidio adulti di AC, Un passo oltre, Ed. Ave, anno associativo 2011/2012:
(Pag. 76 e seguenti) Il rischio, quando si affrontano temi ardui come quello della malattia
e del dolore, è di essere astratti, teorici. Per cercare di evitare questo rischio, facciamoci
accompagnare da una testimonianza:
Mi presento: sono Elisa, ho trentadue anni e sono affetta da una malattia rara.
Fino a dieci anni fa le mie giornate, nonostante la malattia, scorrevano quasi tranquille, ma una sfida mi
attendeva, un’operazione di cui nemmeno i medici sapevano l’esito. Molte volte, nel buio della mia stanza,
da quando ho ricevuto la notizia, nelle mie riflessioni mi rivolgevo a Te per chiederTi: “perché a me?”. La
risposta mi è arrivata nel reparto di urologia di P. dalla mia vicina di letto, lei mi ha porto una medaglietta
e mi ha detto: “Dio non ci pone mai davanti ad una sfida che non abbiamo la forza di superare”.
Non vorrei parlarTi di tutti i miei pianti, delle operazioni, dei problemi che una persona “diversamente
abile” trova nella società di oggi, ma vorrei ringraziarTi per avermi mandato persone in grado di aiutarmi
a reagire: la mia famiglia, i miei amici che assistono ai miei alti e bassi e che mi esortano ogni giorno ad
andare avanti un passo alla volta, per poter in qualche modo arrivare tramite la loro saggezza e la loro
determinazione a essere “salvata”.
Se potessi chiederti qualcosa, sarebbe la possibilità di correre, di salire in un aereo e andar lontano, la
possibilità di avere una mia famiglia, di potermi godere il sole tutti i giorni che tu hai creato. Dover restare
bloccata a letto nell’attesa di una cosa che non avrò mai, completamente, non è facile; a volte mi chiedo
perché Tu non possa aiutarmi, perché non posso fare tutto questo: perché non puoi rendermi una persona
“sana”? Quando ci rifletto, però, comprendo che non è questo il tuo compito, ma accompagnarmi lungo
il cammino. L’unica cosa che vorrei ora è tranquillità, serenità, tempo per godermi almeno un po’ i miei
trentadue anni. Chiedo troppo?
La mia malattia è inarrestabile, quest’anno per me ha significato sette ricoveri e altrettante cure e
operazioni, i miei organi ormai sono logori, ma, fino a che il mio cuore batterà, lotterò perché dentro di me
c’è ancora una ragazza che desidera essere amata, apprezzata e aspetta che l’amore arrivi a stupirla.
Capita spesso di trovarsi davanti a sentimenti come l’invidia, la cattiveria e l’indifferenza e talvolta
diventa difficile non esserne coinvolti; ma, nonostante tutte le difficoltà giornaliere, è importante ricordare
che ogni attimo di felicità passato con le persone care deve essere assaporato, non può essere perduto.
Una persona molto speciale mi ha insegnato che la vita non ha valore solo se si è utili; all’inizio non
potevo accettarlo: ognuno di noi se utile si sente appagato, ma poi ho capito che siamo tutti tue creature e
per questo importanti. Il mio bisogno di salute e il desiderio di una vita normale non potranno mai essere
annullati, ma ora c’è in me il desiderio di avere comunque una vita piena e di poter restare nei cuori di chi
mi ha conosciuto.
Mio Dio, non credo di avere l’umiltà necessaria per raggiungerTi ma, se Tu sei con me, ti seguirò e forse un
giorno potrò sperare di toccare il Tuo mantello.
tempesta, della passione. Ma un giorno Leo scoprirà che bisogna fare i conti anche con
il bianco e lo imparerà nel modo più doloroso:la perdita di colei che ama. Nonostante
l’evento tragico che segna la vicenda del protagonista adolescente del romanzo, “Bianca
come il latte, rossa come il sangue” è un racconto appassionante , che suscita nel
lettore tantissime, diverse emozioni. Alcune pagine vi faranno piangere, altre sorridere,
altre ancora riflettere. Attraverso il racconto dei duecento giorni di un anno scolastico
scopriremo come i giovani affrontano la vita, l’amicizia, l’amore, come vedono gli adulti,
la scuola, come sia difficile il loro rapporto con Dio. Ci stupiremo nel vedere come a
volte gli adulti sono capaci di sorprendere i giovani e di aiutarli ad inseguire i loro sogni
e a trovare le risposte alle domande importanti, quelle che ti cambiano la vita. Capiremo
che i giovani non sono superficiali come a volte, sbrigativamente, gli adulti li giudicano,
ma che hanno paura, della solitudine, della sofferenza, del futuro, e hanno bisogno di
qualcuno che li aiuti a capire, a trovare uno scopo, a non arrendersi. E insieme a Leo
comprenderemo che se viviamo davvero, se la vita nuota dentro il nostro amore rosso,
ogni giorno è il primo, ogni giorno è l’inizio di una vita nuova.
La notte è il luogo delle parole. Le parole del diario di Beatrice hanno illuminato a giorno la
mia prima notte da sveglio, la mia prima notte da vivo: la mia prima notte. Se il paradiso
esiste sarà Beatrice a portarmici.
Il dolore mi costringe a chiudere le palpebre, a nascondere gli occhi. Ho sempre pensato
che avrei divorato il mondo con i miei occhi, come api si sarebbero posati su tutte le
cose per distillarne la bellezza. Ma la malattia mi costringe a chiudere gli occhi: per il
dolore, per la stanchezza. Solo poco dopo ho scoperto che a occhi chiusi vedevo di più,
che sotto le palpebre chiuse tutta la bellezza del mondo era visibile, e quella bellezza sei
tu, Dio. Se tu mi fai chiudere gli occhi è perché io stia più attenta, quando li riapro.”
Così c’è scritto sul diario di Beatrice. E io oggi chiudo gli occhi e guardo la vita con i suoi.
Se la vita avesse gli occhi avrebbe quelli di Beatrice. Da oggi voglio amare la vita come
non ho mai fatto. Quasi mi vergogno di non aver cominciato prima.
CONFRONTARSI
Recensione del libro:
Per Leo i colori della vita sono due, il bianco e il rosso. Il bianco rappresenta il silenzio,
l’assenza di idee, di parole, di emozioni. Il rosso invece è il colore dell’amore, della
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro,
dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede
loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato
per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui
lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti
rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno
disperse.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si
scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa
notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande
insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso
dicevano pure tutti gli altri.
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui,
mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e
angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi,
andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da
lui quell’ora. Diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice!
Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse
a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate
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Elisa
Da “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Alessandro D’Avenia, Ed. Mondadori,
Milano, 2010
per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò
di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati,
perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne
per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco,
il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco,
colui che mi tradisce è vicino».
(Mc 14,22-42)
Premessa
Marco, come Matteo e Luca, fa della cena pasquale di Gesù, quella che i giudei
consumavano la vigilia della festa di Pasqua, la sua “ultima cena”. Ora, è ben poco
probabile che Gesù abbia potuto mangiare la Pasqua giudaica: egli sarebbe morto, il
giorno dopo, nel pieno della festa pasquale. Secondo le norme giuridiche dell’epoca,
però, è vietato condannare e mettere a morte qualcuno dopo che la grande festa è
cominciata.
Dal punto di vista storico, la cronologia proposta dall’evangelista Giovanni sembra
preferibile: la Pasqua giudaica cadeva in quell’anno in giorno di sabato; Gesù è stato
crocifisso il giorno prima, venerdì, nella stessa ora in cui si sgozzavano gli agnelli per
mangiarne la carne la sera stessa. Considerando il tempo necessario per il processo, è
il giovedì che Gesù ha consumato la cena di addio con i discepoli.
Ora egli interpreta e anticipa in quel gesto ciò che sta per affrontare: la morte come totale
dono di sé. Con quelle parole e con quell’invito “prendete e mangiate” Gesù invita i suoi
discepoli ad accettare la sua persona e la sua attività: essi vengono associati al suo
destino. Entrano in una nuova comunione con il Maestro.
Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è
il mio sangue dell’alleanza
Gesù prende spunto dalla benedizione o preghiera di ringraziamento che si faceva alla
terza coppa della cena pasquale per completare il significato della nuova cena.
La coppa che quella sera viene fatta girare tra i commensali non è più segno di gioia e di
festa per la liberazione, ma suggella una nuova solidarietà e comunione tra gli apostoli e
Gesù, tra loro e Dio.
È il sangue dell’alleanza. Il pensiero di Gesù e dei suoi amici, che conoscono la storia
del popolo ebraico, corre al rito con il quale Mosè ai piedi del Sinai concluse l’alleanza tra
Dio e il suo popolo, versando metà del sangue delle vittime sull’altare e metà sul popolo.
Col sangue, segno di vita, veniva siglata un comunione vitale tra Dio e il suo popolo (Es.
24,3-8).
Ora non è più un sangue simbolico quello che unisce i membri di quest’alleanza o
comunità rinnovata, ma è il sangue di Cristo, sparso, per la salvezza del mondo, segno
di un amore fedele fino alla morte.
Il testo di Marco
Per l’interpretazione
La versione di Marco ha inserito sullo sfondo della cena pasquale, il testo eucaristico
trasmesso dalla tradizione liturgica. Il suo carattere liturgico si può ricavare dallo
schematismo delle formule, dalla simmetria delle parole sul pane e sul calice. Questo non
compromette il valore storico del racconto eucaristico, anzi vi aggiunge la testimonianza
della comunità che ne ha conservato il ricordo nella celebrazione. In tal modo, anche se
non è possibile ricostruire nel loro tenore materiale le parole di Gesù sul pane e sul vino,
si ha la certezza che è stato interpretato e conservato il loro senso genuino grazie alla
testimonianza vissuta di tutta la comunità cristiana.
Pane e vino trasformati
Cosa può significare per noi mangiare e bere il corpo e il sangue di Gesù nella Eucaristia?
La forza dell’Eucaristia sta soprattutto in questa realtà di “trasformazione”. Pane trasformato
in Corpo di Cristo. Vino trasformato in Sangue di Cristo.
Pane e vino sono la realtà della “terra e del lavoro dell’uomo”, rappresentano cioè, il
vissuto, la fatica, il sudore, le cose e i gesti dell’umanità. Nella storia di Gesù di Nazareth
sono la sua vicenda, il suo lavoro missionario e di vicinanza alla gente, il suo annuncio,
la sua permanenza a Nazareth e il suo percorrere le strade della Galilea ... tutto ciò che è
stato, tutto ciò che ha fatto. La sua condivisione con i percorsi del dolore e il suo portare
ragioni di festa, la sua vita offerta e il tempo donato per raggiungere ogni uomo.
Celebrare Eucaristia nella verità diventa invito anche per noi a trasformare. Entrare dentro
la logica di Gesù, mangiando e bevendo di Lui, significa allora essere capaci anche
noi come lui, di trasformare la nostra storia per render la storia sacra, storia del Regno,
continuazione della presenza di Dio fra noi.
È grande questo! Significa che non possiamo celebrare senza appassionarci alla nostra
vicenda e a quella degli uomini del nostro tempo. Significa che un’autentica celebrazione
ci pone come protagonisti nel nostro tempo per essere capaci di trasformarlo.
E tutto sarà possibile per la forza dello Spirito, per la forza dell’Amore.
Il testo si può dividere in tre momenti:
1. L’istituzione dell’Eucaristia
2. Annuncio del rinnegamento di Pietro (che fa da ponte tra il Cenacolo e il Getsemani)
3. Il Getsemani
L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro,
dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede
loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato
per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui
lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Gesù, come capo del gruppo, presiede alla mensa e recita quindi la benedizione o
preghiera di ringraziamento sul pane, prima di spezzarlo e distribuirlo ai commensali. Ma
a quel gesto rituale Gesù dà un significato nuovo: porgendo il pane spezzato ai suoi dice:
«Prendete, questo è il mio corpo»..
“non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di
Dio».”
Così Gesù chiude la cena con i suoi, dando appuntamento ad un’altra cena, quella del
compimento, nel Regno.
Corpo e sangue
Nell’antropologia del tempo, il “corpo” è la persona in quanto identità, presenza ed attività.
ANNUNCIO DEL RINNEGAMENTO DI PIETRO
“Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti
rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno
disperse.
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Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si
scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa
notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande
insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso
dicevano pure tutti gli altri”.
La sezione che contiene l’annuncio dello scandalo dei discepoli e del rinnegamento
di Pietro fa da ponte tra l’istituzione dell’Eucaristia e il Getsemani. Il testo presenta
l’ammonimento di Gesù a tutti i discepoli in forma di annuncio della passione mediante
l’immagine del pastore percosso e del gregge disperso. La piccola comunità raccolta
attorno a Gesù proverà lo smarrimento. La morte e l’umiliazione di Gesù sconvolgerà
le attese e le speranze di un messianismo glorioso e trionfante, sarà come una pietra di
inciampo che metterà in crisi la fedeltà del gruppo.
“Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse
via da lui quell’ora. Diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo
calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”.
Abbà, Papà! Gesù nella sua preghiera al Padre usa l’appellativo che i figli della Palestina
rivolgono al loro padre terreno. Si leggono in queste parole tutta la comunione esistente
tra Gesù e il Padre, e il coinvolgimento del Padre nella sofferenza del Figlio.
Poi la fiducia nella potenza di Dio e il rimettersi nelle sue mani per compiere la sua
volontà: “Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io,
ma ciò che vuoi tu”. Con questo interrogativo: il progetto di Dio deve veramente passare
attraverso la sua morte, come morte con i peccatori? E in questo clima, nel colloquio e
comunione intima con il Padre, Gesù fa la sua scelta definitiva.
In questa luce la volontà del Padre non è un destino assurdo e crudele, ma è anche la
volontà di Gesù: Dio vuole essere solidale e fedele agli esclusi, ai peccatori, fino alla
morte e a quella morte.
L’apostolo Pietro
Nel vangelo di Marco è frequente l’attenzione alla figura di Pietro, e non solo per
evidenziarne la fede e il suo (toglierei) ruolo di riferimento per la comunità credente, ma
anche per indicarne i limiti, la resistenza, le difficoltà a credere, capire e seguire Gesù.
Nessun altro discepolo è nominato tante volte nel vangelo di Marco e con tanto rilievo,
con la sottolineatura di tanti errori e viltà. Pietro è, in Marco, il simbolo dell’uomo di
fede che, incontrando la rivelazione di Dio nella storia, risponde con tutto l’entusiasmo
possibile ma anche con tutte le possibili perplessità e debolezze. Anche qui in analogia
con gli annunci della passione Pietro rimane fuori della prospettiva di Gesù. Alle proteste
di fedeltà di Pietro Gesù gli annuncia il triplice rinnegamento.
Del resto alla fine Marco nota che gli altri discepoli non sono diversi da Pietro.
IL GETSEMANI
“Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui,
mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e
angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”
“Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito
a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è
pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole.
Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e
non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure
e riposatevi!”
A questo punto Marco evoca la scena madre di tutto questo brano: da una parte la
preghiera solitaria di Gesù che sintetizza la sua crisi suprema, dall’altra il sonno pesante
dei tre discepoli, “scelti” dal gruppo.
I discepoli dormono e continueranno a dormire manifestando così di non lasciarsi
coinvolgere nella situazione di Gesù e nel gesto grande che sta caratterizzando la sua
vita.
Gesù nel momento della decisione ultima si trova solo, come Abramo, Mosè ed Elia,
solo davanti a Dio.
Per l’interpretazione
Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni
Sono i tre chiamati fin dalla prima ora, quelli che Gesù aveva già voluto con sé
nell’esperienza della trasfigurazione: quelli, quindi, che avrebbero dovuto meglio degli
altri far fronte a questa situazione. Invece non ce la fanno: si addormentano.
“e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte.
Restate qui e vegliate”.
Di fronte ai tre discepoli Gesù manifesta il suo stato d’animo. ”Paura e angoscia” esprimono
la consapevolezza del fallimento della sua opera con il popolo ebraico che, per colpa dei
dirigenti, rifiuterà il Messia.
E poi la tristezza, Gesù esprime il suo stato d’animo con le parole del Salmo 42 “Triste
è l’anima mia fino alla morte”, là dove il salmista esprimeva il suo lamento vedendosi
circondato da nemici che si burlavano di lui perché il suo Dio non interveniva. La
tristezza di Gesù è constatazione che la sua morte sarà interpretata come espressione
dell’impotenza di Dio e trionfo dei suoi nemici e dei nemici dell’uomo.
Marco non intende ricostruire l’interiore dramma psicologico di Gesù, ma vuol portare
allo scoperto in forma radicale lo scandalo del Messia, del Figlio rifiutato e ucciso. Gesù
non è l’eroe martire che muore gloriosamente per una causa, né lo stoico che affronta
impassibile e sicuro la propria morte. Egli morirà come un criminale di delitti comuni, sul
quale si abbatte la giustizia penale.
Come l’inizio del Vangelo è stato segnato dall’esperienza delle tentazioni nel deserto
attraverso le quali Gesù ha preso coscienza della sua missione, così anche l’ultimo
passo, quello decisivo, è segnato da questo momento di solitudine e di tentazione. Da
una parte l’insistenza di Pietro e degli altri che vorrebbero la manifestazione di un Dio
potente, capace di demolire l’ordine stabilito, politico e religioso, capace di affermare con
forza quel regno di cui ha sempre parlato e che ha annunciato presente, con tutto ciò
che ne consegue: onore, ricchezza, prestigio e, finalmente, i troni dei potenti abbattuti.
Dall’altra il progetto del Padre che domanda di rivelare la sua “potenza” di amore nella
capacità di condividere l’uomo e la sua storia fino in fondo, fino all’umiliazione più
devastante che è la croce, condanna riservata agli ultimi dei più ultimi.
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L’ultima tentazione di Gesù
L’ultima tentazione di Cristo sta nella contrapposizione tra queste due prospettive. Ma,
davvero, un Dio crocifisso potrà essere capito come pienezza di amore? Ma a che cosa
servirà un crocifisso in più? Ma avrà senso un Dio in croce e… che cosa potrà annunciare?
Chi potrà capire? Sarà gloria o fallimento?
Tra il Dio potente e violento che tutti attendevano e il Dio violentato e schiacciato dal
potere… Gesù sceglie quest’ultimo. Ed è salvezza!
Abbà, Padre…
Come si può, in momenti come questi, avere il coraggio di gridare a Dio e chiamarlo
“Padre”? Qui Gesù si riconosce Figlio perché si rende disponibile al progetto di amore
del Padre e avverte che l’Abbà, il Padre è vicino e solidale con lui fino in fondo in questo
percorso. Non è l’Abbà che vuole il Figlio in croce.. sono gli uomini…
L’Abbà, con la sua vicinanza, permette a Gesù di leggere anche questo momento di
croce come espressione dell’Amore grande di Dio; quello, che agli occhi degli uomini è
destino amaro, in Gesù diventa momento della gloria perché ci fa conoscere fino a dove
l’Amore Dio è capace di arrivare.
È un passaggio cruciale: a partire da qui Gesù diventa “protagonista” della passione: è
lui che si consegna e che invita a suoi a seguirlo: “Venite, andiamo...” La sofferenza, a
questo punto, diventa la totale offerta di sé.
Gli porteranno via tutto: la dignità, la libertà, anche le vesti, ma non potranno togliergli
la capacità di vivere la sua passione come gesto del Figlio che rivela tutto l’amore del
Padre.
Nei Figlio che esprime fiducia e abbandono nel Padre impariamo anche noi ad avvertire,
nei passaggi del dolore e della sofferenza, la volontà del Padre che ci accompagna e ci
sostiene perché anche la nostra sofferenza diventi spazio di offerta e di dono.
Riportiamo qui di seguito due brevi brani sull’importanza di dare alle cose il loro giusto
valore:
“L’anno nuovo comincia con una notizia che mette allegria: il raffreddore è incurabile. L’ossessione salutista,
che è una delle più malsane perversioni dell’uomo moderno, è costretta a battere in ritirata di fronte al più
umile fante dell’esercito patogeno. Il raffreddore è come Asterix: minuscolo ma invincibile. Ci costa un
paio di giorni di parziale inabilità. Possiamo permetterceli. Invece di perdere tempo per asciugare il naso
a un’umanità viziata, la medicina dovrebbe concentrare tutti i suoi sforzi sulle malattie gravi e su quelle
mortali, specie quelle rare delle quali nessuno si occupa perché poco redditizie per il mercato dei farmaci.
A parte questo, è l’idea in sé di vita asettica, disinfettata, esente da ogni malanno, a sembrarmi detestabile.
Ci sono malattie affettuose, d breve decorso, di bassissimo impatto, che ci costringono a sentirci un po’
meno performanti, un po’ meno produttivi, e fermano per un attimo la nostra corsa. Sono bastoncini tra le
ruote, preziose stonature, momenti di riassetto e di riequilibrio. Senza la malattia non ci sarebbe la salute,
così come non ci sarebbe la vita senza la morte. Il raffreddore non è neanche un “memento mori”; è appena
un “guarda che non sei perfetto”. Si cura col tempo. L’unico farmaco che non siamo più capaci di usare.
(Michele Serra, L’amaca, in “La Repubblica”, 2 gennaio 2011)
Da “Achille, piè veloce”, di Stefano Benni, Ed.Feltrinelli, 2003
Dialogo tra Ulisse (scrittore) ed Achille, ragazzo gravemente malato:
Per l’approfondimento
Ulisse: …Ma perché ti interessano i grandi dolori da niente?
· CCC 536; 538; 572
· “La verità vi farà liberi” – da 233 a 240
Per noi:
· Cosa rappresenta e come partecipo all’Eucaristia?
· Dall’Eucaristia mi sento coinvolto per trasformare l’ambiente in cui vivo?
· Credo e desidero un cristianesimo “potente” o so cogliere una dimensione quotidiana
semplice, ma pur tuttavia potente nell’amore e nel servizio?
· So riconoscere anche nei momenti dolorosi la presenza consolante del Padre che
non mi abbandona e mi conforta?
Achille: Sai cosa scriverei all’ingresso di una clinica, di un ospedale, di un ambulatorio? “Solo il dolore
insegna cos’è la vita senza il dolore”: Trovo straordinaria la quantità di energia che la gente utilizza per
affrontare questi piccoli malesseri transitori. E la facilità che tutti hanno di chiudere gli occhi davanti ai
grandi dolori indomabili. Non è una condanna, la mia. È piuttosto uno stupore. Come se voi camminaste
su un mare infuocato di pena, sopra piccoli ponti barcollanti. E vi preoccupaste di chi passa prima, di chi
vi sorpassa, di chi non vi valuta con la necessaria deferenza o gerarchia. Certo se guardaste sempre l’abisso
ai vostri piedi non camminereste più. Ma almeno, rendetevi conto di dove siete, siate marinai. Rendetevi
conto della vostra provvisoria e minacciata libertà che sarebbe felicità per uno come me. Ma forse, se io
guarissi, dopo un mese sarei come tutti voi. Farei l’elemosina a uno su cento. Asciugherei il sangue del
mondo con la mia carta di credito. Oppure soffrirei per seri motivi come Febo. Una volta gli rigarono la
macchina e sembrava che gli avessero asportato un rene.
AGIRE
· La sofferenza è un’esperienza che tocca ognuno di noi nella sua vita. Nessuno ne è
escluso.
· La sofferenza è parte della nostra esistenza ed è una parte che accettiamo con fatica
e che assolutamente non comprendiamo.
· Forse l’unico modo per poterla accogliere è imparare a godere dei momenti belli che
la vita, sempre, ci regala, dando loro valore, non dandoli mai per scontati.
· Sappiamo che la sofferenza non ci risparmierà, ma parimenti farà anche la gioia, la
dolcezza degli affetti, la vicinanza degli amici, la bellezza racchiusa nelle nostre giornate.
· E soprattutto impariamo a non rattristarci per le piccole sofferenze, i malanni
insignificanti, i guai che si possono risolvere.
· “Alleniamoci ” a pensare di non essere invincibili, inviolabili, perfetti. Facciamo ogni
giorno questo esercizio di realtà e quando la sofferenza ci toccherà sapremo di non
essere soli ad affrontarla.
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CHE DOMANDE VORREI PORRE
A GESù CIRCA IL DRAMMA
DELLA MORTE?
CCC da 612 a 618
“La verità vi farà liberi” – da 244 a 249
con Lui, corpo e anima, quando verrà l’ultimo giorno.
· Ma fino ad allora possiamo trovare un po’ di pace solo nella certezza che nella morte,
come nella vita, Gesù ci è accanto, ci tiene per mano, ci accoglie tra le sue braccia
perché la tristezza e l’angoscia che lui stesso ha provato trovino conforto.
Brani per la discussione:
La notte, Eli Wiesel
Elie Wiesel nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, deportato ad Auschwitz e Buchenvwald.
Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
Attualmente vive negli Stati Uniti e insegna presso l’Università di Boston.
La notte, pubblicata nel 1958 a Parigi, è un romanzo autobiografico in cui l’autore racconta
la sua esperienza nei Lager nazisti, effettuando anche profonde riflessioni sull’esistenza
di Dio.
· Non ci sono risposte che possano darci pace rispetto alla morte. Forse possiamo
arrivare ad essere sereni sulla nostra morte, accogliendola come il momento in cui
passeremo da questa vita alla vita eterna, ma non possiamo rassegnarci alla morte di
un figlio, o di un caro amico che ci è mancato prematuramente, magari dopo una lunga
malattia.
· Non possiamo essere in pace davanti a chi muore bambino, o a chi viene ucciso a
causa della sua fede. Il nostro Dio ha sacrificato se stesso, nella persona del suo unico
Figlio, per stabilire la Nuova Alleanza con l’umanità corrotta dal peccato, ma che Dio è
un Dio che muore su una croce?
· Per noi l’immagine di Dio, l’idea che abbiamo di Lui è quella di un Dio onnipotente,
che tutto sa e tutto può, al quale nulla è impossibile. E allora perché una morte così
atroce per il suo unico Figlio?
· Quello che ci è dato di sapere è che, rimettendo al Padre lo spirito sulla croce, Gesù
ha sconfitto la morte, le ha tolto l’ultima parola, ha dato a tutti noi la possibilità di risorgere
Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo
questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.
Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due
metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva
ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca.
Aveva al suo servizio un ragazzino, un “pipel”, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello,
incredibile in quel campo.
(A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di
loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva
sommessamente l’altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma
il piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).
Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio.
Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una
notevole quantità di armi.
L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne
trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare.
Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora
le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri.
Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati
incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.
Le S.S. sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di
spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul
bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.
Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia.
Tre S.S. lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei
nodi scorsoi.
- Viva la libertà! - gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
- Dov’è il Buon Dio? Dov’e? - domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
- Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza
corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...
Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi
110
111
Pietà, di Michelangelo, particolare
VEDERE
Il suo modo di morire è stato un caso unico o anche noi possiamo morire come Gesù e
con Gesù?
dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa,
gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
- Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
- Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...
Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.
Da “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia
Questo romanzo è il racconto di un anno di scuola e di vita visto attraverso gli occhi del protagonista, Leo
che si troverà a vivere un momento drammatico, la morte di Beatrice, sua compagna di scuola ammalata
di leucemia, che popolava i suoi sogni e le sue fantasie di adolescente. Il brano scelto parla appunto della
morte di Beatrice.
Pag. 226-229:
Beatrice è morta.
La parola è questa. Inutile girarci intorno, lei non avrebbe voluto. La gente dice è mancata, se n’e andata,
è venuta meno. Balle!
Beatrice è morta.
Questa parola, “morta”, è talmente violenta che la puoi dire una volta sola e poi devi stare zitto….
Dio, non servono più le stelle: spegnile una a una.
Smantella il sole e imballa la luna.
Svuota l’oceano, sradica le piante.
Ormai più nulla è importante.
E soprattutto lasciami in pace!
……………………………………..
La chiesa scoppia di persone: c’è la scuola al completo: Tutti stretti attorno a una sagoma di legno lucido,
che nasconde il suo corpo, i suoi occhi spenti.
La Beatrice che ricordo non c’è più e quella che adesso è dentro quella scatola di legno è un’altra Beatrice.
Ecco il mistero di questa cosa chiamata morte. Però ciò che ho amato in lei e di lei non è volato via. Non è
sfuggito come un respiro troppo veloce. Tengo il suo diario stretto fra le mani, è la mia seconda pelle.
A celebrare la messa è Gandalf (*).
Parla del mistero della morte e racconta di un certo Giobbe, a cui Dio tolse tutto e nonostante ciò Giobbe
gli rimase fedele, anche se ebbe il coraggio di rinfacciargli la sua crudeltà.
“E mentre Giobbe urla tra le lacrime, Dio gli dice:”Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della
Terra? Chi ha chiuso tra due porte il mare? Da quando vivi, hai mai comandato al mattino e assegnato il
posto all’aurora? Ha forse un padre la pioggia?Chi mette la mondo le gocce della rugiada? Puoi tu annodare
i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di Orione? Chi prepara al corvo il suo pasto? Forse per il tuo
senno si alza in volo lo sparviero e spiega le ali verso il Sud? Dillo, se hai tanta intelligenza!”.
Si fa silenzio dopo la lettura di Gandalf.
“Noi, come Giobbe, oggi gridiamo a Dio il nostro disappunto: non ci stiamo a quello che ha deciso di fare,
non lo accettiamo, e questo è umano. Ma Dio ci chiede di fidarci di lui. Questa è l’unica soluzione al mistero
del dolore e della morte: la fiducia nel suo amore. E questo è divino, un dono divino. E non dobbiamo avere
paura se adesso non ci riusciamo. Anzi, dobbiamo dirlo chiaro a Dio: non ci stiamo!”
Tutte chiacchiere! Io Dio lo odio, altro che fidarmi.
Lui continua, imperterrito:
“Ma noi abbiamo la soluzione che Giobbe non ebbe.
Sapete cosa fa il pellicano quando i suoi piccoli sono affamati e non ha cibo da offrire loro? Si ferisce il petto
con il suo lungo becco e ne fa sgorgare sangue nutriente per i piccoli, che si abbeverano alla sua ferita come
a una fonte. Come ha fatto Cristo con noi, ed è per questo che spesso è rappresentato come un pellicano. Ha
sconfitto la nostra morte di piccoli affamati di vita donando il suo sangue, il suo amore indistruttibile, per
noi. E il suo dono è più forte della morte. Senza questo sangue moriamo due volte…”
Si fa silenzio dentro di me. Sono una pietra di dolore sospesa nel vuoto dell’amore. Totalmente impermeabile.
“ Solo questo amore supera la morte. Chi lo riceve e lo dona non muore, ma nasce due volte. Come ha fatto
112
Beatrice…!”
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
“Adesso invito chiunque voglia a ricordarla.”
Segue un lungo silenzio imbarazzato, poi mi alzo, sotto gli occhi di tutti. Gandalf osserva il mio incedere
un po’ in apprensione. Teme che io dica qualche stupidaggine.
“Volevo solo leggere le ultime parole del diario di Beatrice, parole che lei mi ha dettato e che io ho
trascritto. Sono convinto che avrebbe voluto farle conoscere a tutti i presenti.”
La mia voce si spezza e bevo lacrime inarrestabili, ma leggo lo stesso.
“ Caro Dio, oggi è Leo che ti scrive, perché io non ci riesco. Ma anche se mi sento così debole voglio dirti
che non ho paura, perché so che mi prenderai tra le tue braccia e mi cullerai come una bambina appena nata.
Le medicine non mi hanno guarita, ma io sono felice. Sono felice perché ho un segreto con te: il segreto per
guardarti, il segreto per toccarti. Caro Dio, se mi tieni abbracciata la morte non i fa più paura.”
Alzo lo sguardo e la chiesa mi sembra inondata dal mar Morto delle mie lacrime, sul quale io galleggio con
una barca che Beatrice ha costruito per me. Incrocio gli occhi di Silvia, che mi sta fissando e in uno sguardo
solo cerca di consolarmi. Abbasso lo sguardo. Scappo dal microfono perché, nonostante la mia zattera di
legno, anche io sto per annegare tra le lacrime. Le ultime parole che ricordo sono quelle di Gandalf:
“Prendete e bevetene tutti. Questo è il mio sangue, versato per voi…”
Anche Dio spreca il suo sangue: una pioggia infinita di amore rosso sangue bagna il mondo ogni giorno
nel tentativo di renderci vivi, ma noi restiamo più morti dei morti. Mi sono sempre chiesto perché amore e
sangue avessero lo stesso colore: adesso lo so. Tutta colpa di Dio!
Quella pioggia non mi sfiora. Sono impermeabile.
Io resto morto.
Da “Fedeltà al mondo”, Dietrich Bonhoeffer, Ed. Queriniana
…Ma quando si sa che il potere della morte è stato vinto, quando il miracolo della resurrezione e della
nuova vita illumina il mondo della morte, non si pretende l’eternità da questa vita e non si esige da lei
tutto o nulla, ma si prende ciò che essa dà: cose buone e cattive, importanti e no, gioia e dolore; non ci si
afferra convulsamente alla vita, ma non la si getta via alla leggera, ci si contenta del tempo che in sorte
a ciascuno e non sia attribuisce carattere di eternità alle cose di questa terra, si riconoscono alla morte i
limitati diritti che ancora possiede. Infine, la potenza che sta oltre la morte e che l’ha vinta è l’unica dalla
quale ci si attenda l’avvento di un uomo e di un mondo nuovi.
Cristo risuscitato porta in sé la nuova umanità, ultimo e glorioso atto di Dio a favore dell’uomo. L’umanità
vive bensì ancora sotto la vecchia economia, ma l’ha già superata; vive ancora in un mondo di morte, ma
ha già la vittoria sulla morte; vive ancora in un mondo di peccato, ma l’ha già sconfitto. La notte non è
ancora finita, ma comincia ad albeggiare.
questo momento e non volerci passare dentro è essere esclusi da Lui. Ogni uomo infatti passa attraverso la
Croce di Gesù per entrare nella sua gloria.
CONFRONTARSI
Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi
si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore,
vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono
a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In
verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la
propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire,
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mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo
onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma
proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora
una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano:
«Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi.
Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io,
quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale
morte doveva morire. (Gv 12,20-33)
Il contesto
Siamo nelle ultime fasi della vita terrena di Gesù, egli ha già fatto il suo ingresso trionfale in
Gerusalemme ed ora annuncia la sua glorificazione attraverso la morte. In tempi passati
Gesù ha vissuto anche l’esperienza della difesa di se stesso (Gv 10,23-39), quando i
giudei tentano di lapidarlo: ora non più, è giunto il momento in cui il progetto di Dio deve
essere compiuto e quindi Gesù smette di difendersi. Anche quando Pietro cercherà di
battesi nell’orto del Getsemani, Gesù glielo impedirà (Gv 18,10-11).
Il testo
Gesù attraverso la parabola del chicco di grano Gesù rivela se stesso: egli è come un
chicco di frumento che muore per portare frutto e, contemporaneamente rivela la strada
del discepolo.
“Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci”
Mentre si stanno adempiendo le parole riguardante il Messia, compaiono ora alcuni Greci.
Essi sono proseliti perché sono tra coloro che sono saliti per il culto durante la festa. Essi
rappresentano le Genti (cfr. 7,35), infatti la Vulgata invece di Greci legge «gentili». Questi
sono venuti alla festa per adorare e qui hanno visto Gesù, come il Re d’Israele entrare
in Gerusalemme. Quanto essi hanno udito nelle Scritture, lo vedono ora realizzarsi. Non
solo ma la loro stessa presenza è la realizzazione dell’annuncio della salvezza delle
Genti. In Gesù sia Israele che le Genti diventano un unico popolo.
Essi sono anche il segno premonitore del giudizio: i giudei si ostinano a non comprendere
e rifiutare il Cristo; i greci invece chiedono di conoscerlo. Essi sono l’anticipo della
glorificazione di Gesù, il frutto della sua morte.
“Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono:
“Signore, vogliamo vedere Gesù”
Filippo ha un nome greco e abita a Betsaida di Galilea. Più che porci la domanda
se questi greci conoscevano Filippo e la sua provenienza, ci sembra più opportuno
affermare che questo avvenne per il disegno prestabilito del Padre, che ha voluto che i
Greci incontrassero un apostolo, che aveva connotati “greci”.
I Greci chiedono a Filippo: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Essi chiedono, attraverso
l’apostolo, di accedere a Gesù. Il mondo delle Genti, che si affaccia alla fede in Cristo,
attraverso questi alcuni Greci, diviene ora il campo fecondo dell’annuncio apostolico. Nel
cuore dei gentili vi è già il desiderio di Gesù, gli apostoli lo devono rendere esplicito e
condurre le Genti alla piena fede in Gesù.
Tutto questo avviene proprio nel momento in cui i Giudei hanno decretato che un solo
uomo perisca perché tutto il mondo gli sta andando dietro (v. 19).
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“Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù”
Filippo non va da solo a Gesù ma con Andrea. La missione non è svolta da uno solo, ma
da due. Andrea e Filippo vengono da Gesù come di ritorno dalle Genti e si presentano
insieme a fare la richiesta.
“Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”
A Cana abbiamo udito da Gesù: “La mia ora non è ancora venuta” (2,4). Più avanti,
alla festa delle Capanne (7,6-8): “Il mio tempo non è ancora venuto”. Di fronte ai ripetuti
tentativi di arrestare Gesù, l’evangelista ci ha precisato che non riuscirono ad arrestarlo
perché “non era ancora venuta la sua ora” (7,30; 8,20). Ma qui, nel cap. 12, la prospettiva
è mutata profondamente: l’ora è venuta (v. 23).
È giunta l’ora in cui in Gerusalemme sia giudei che gentili contempleranno in Gesù
innalzato il Figlio dell’uomo glorificato.
Questa è l’ora in cui il Padre gli dà potere su tutti i popoli, un potere eterno, che non
tramonta mai e un regno che non sarà mai distrutto (Dn 7,14).
La sua morte imminente non è quindi il fallimento della sua missione ma, al contrario,
ne è l’inizio universale.
“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane
solo; se invece muore, produce molto frutto”
L’immagine del seme è usata più volte nella nelle parabole dei vangeli sinottici: il seme
che cade in diversi terreni (Mt 13,2-8 e par.), il seme che cresce da sé (Mc 4,26-29), il
granello di senape (Mt 13,31-32). Per i sinottici il seme è la Parola o il Regno di Dio, ma
per Giovanni il seme è Gesù stesso, e intende illustrare il significato della sua morte.
Il Figlio dell’uomo è come il chicco di frumento, va sotto terra e muore, ma proprio per
questo porta frutto. È necessario che il chicco muoia per portare molto frutto, se non
muore rimane solo.
Il Figlio di Dio, divenuto Figlio dell’uomo, ha voluto prendere su di sé la morte non
come giudizio di condanna ma come principio di vita. Poiché la morte in Lui non ha
potere, essa è diventata azione sacrificale. Nell’uomo la morte distrugge e annienta, in
Gesù diviene sacrificio redentivo, inizio di molto frutto. La morte lo può toccare perché è
l’Agnello pasquale, che deve essere immolato al tramonto, ma non ha alcun potere su
di Lui perché la sua carne non conosce la corruzione.
“Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà
per la vita eterna”
Con un passaggio immediato, Gesù applica al discepolo la parabola pronunciata nei
propri confronti. Nell’ora in cui Gesù sta per morire, i suoi discepoli non solo usufruiscono
della sua morte redentrice, in quanto ne sono il molto frutto, ma sono da lui invitati alla
stessa scelta.
Come infatti Gesù ha odiato la sua vita donandola per i suoi (10,17-18), così anche il
discepolo, se vuole essere suo, è posto di fronte alla scelta: o amare la sua vita o odiarla
in questo mondo. Dalla sua scelta dipendono le conseguenze: distruggerla o conservarla
per la vita eterna.
La scelta di Gesù, nell’ora della sua glorificazione, è la scelta stessa del discepolo in
questo mondo, cioè nel periodo della sua vita terrena, in rapporto alla libertà, che è data
a tutti. L’uomo, per sua natura, ama la propria vita ritenendola il bene supremo; per
conservarlo, egli fa di tutto e lotta contro la morte per prolungarne il godimento. Gesù,
che dà la vita per noi, si pone davanti al suo discepolo come colui da amare più che la
stessa vita. Gesù non si pone davanti al discepolo come presenza integrativa ma come
scelta alternativa. Chi rifiuta Gesù o lo colloca nella sua vita come un maestro tra i tanti,
distrugge la sua stessa persona. Egli vede con terrore la sua vita consumarsi ed essere
consegnata giorno per giorno alla morte. Al contrario, chi odia la sua vita, preferendo ad
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essa Gesù, la conserva per la vita eterna. Infatti, collocato in Gesù, il discepolo non vede
nell’iter umano l’inesorabile consumarsi della vita, ma la continua possibilità di spenderla
per Gesù. In tal modo egli muore ogni giorno per il Signore (cfr. 1 Cor 15,31): Ogni giorno
io vado incontro alla morte, come è vero che voi, fratelli, siete il mio vanto in Cristo Gesù,
nostro Signore! e, vedendo la sua casa terrena, simile a tenda, distruggersi sa di avere
da Dio una abitazione, una dimora non costruita da mano d’uomo, eterna, nei cieli (cfr.
2 Cor 5,1).
“Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno
serve me, il Padre lo onorerà”
Seguire Gesù è servirlo, è condividere in tutto la vita e la morte del Maestro. In Mc 8,34
la volontà di seguire Gesù richiede di rinnegare se stessi, prendere la propria croce e
seguirlo. Servire Gesù è quindi porre la propria vita per Lui come Egli la pone per noi.
Seguire Gesù è pertanto uscire dal ripiegamento su se stessi (amore della propria vita)
ed essere totalmente orientati verso di Lui donando incessantemente se stessi a Lui. Il
servizio, che è la sequela, conduce il servo di Gesù là dove Egli è. Là dove è Gesù è il
seno del Padre.
L’itinerario, che porta Gesù al Padre, passa attraverso la Croce. Per questa via Gesù
se ne va dai suoi per andare a preparare loro un posto e poi tornare a prenderli con sé
perché siano là dove è Lui. Prima della sua glorificazione Gesù prega il Padre: «Padre,
voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino
la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del
mondo» (17,24) Egli vuole che i suoi siano là dove è Lui, con Lui.
“Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio
per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”.
Gesù rivela che cosa sta provando in questo momento (ora); Egli dice: “l’anima mia
è turbata”: è la presenza della morte a scuotere Gesù e a lasciarlo in questo profondo
turbamento. Egli vede davanti a sé l’avversario contro il quale deve lottare e dichiara ai
suoi di essere scosso nell’intimo. Così profondamente turbato, Gesù si chiede: «che cosa
dirò?». La domanda rivela che Gesù è di fronte a una scelta: o chiedere la liberazione
dalla morte o consegnarsi ad essa. Gesù vuole entrare in essa per fare della sua morte
il suo memoriale e la confessione di Dio. La Croce quindi è frutto di una consapevole
decisione, un atto di donazione liberamente accettato.
Gesù si affida al Padre e gli dice: «Padre, glorifica il tuo nome». Glorificando il suo nome,
il Padre glorifica il Figlio perché è nel Figlio che si rivela il suo nome e il suo amore di
Padre. L’ora, in cui Gesù è scosso per un istante, perché deve arrivare la morte, non è
l’ora, in cui Egli ha bisogno di essere salvato, ma è l’ora in cui il Padre glorifica se stesso
nel Figlio.
“Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”
La richiesta di Gesù è esaudita dalla voce venuta dal cielo. Questa è la voce del Padre.
La voce, che è risuonata al Giordano davanti a Israele e sul Tabor solo a testimoni scelti,
viene ora dal cielo per farsi udire da Israele e dalle Genti. Essa dà quindi testimonianza
non solo dell’esaudimento di questa richiesta di Gesù ma anche è sigillo di tutte le parole
pronunciate da Gesù come rivelazione del suo essere Figlio di Dio. La voce dice: «L’ho
glorificato e lo glorificherò ancora». Il linguaggio lapidario della voce non esprime in quale
modo ci sarà la glorificazione, ma essa si renderà evidente nel Figlio innalzato e crocifisso.
La voce tuttavia non parla solo di un prossimo futuro ma anche di un passato: l’ho glorificato.
Probabilmente il passato si riferisce a tutta la vita terrena di Gesù: dall’Incarnazione e fino
a quell’ora. Gesù ne è pienamente consapevole, come dichiara al Padre nella preghiera
di Gv 17,4: «Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare».
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“La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano:
“Un angelo gli ha parlato”
La folla accoglie la voce dal cielo come divina e l’assimila al tuono e all’angelo, che
nell’A.T. sono espressioni della manifestazione di Dio, in cui il tuono appare come la sua
voce ammirabile. Qui risuona in modo diretto perché risponde al Figlio.
“Questa voce non è venuta per me, ma per voi”
Gesù risponde alle reazioni della folla e li invita ad accogliere il significato di questa
rivelazione. La voce non è venuta per Lui perché sempre Egli la ode ed è sempre
confortato da essa. La voce si è infatti fatta udire per la folla perché tutti accolgano Gesù
nella sua suprema rivelazione, che è imminente.
Questo voce è venuta anche per noi, perché ci lasciamo ammaestrare dal Cristo. Anche
nella Trasfigurazione è risuonata la voce Paterna: vuole che ascoltiamo il suo Figlio diletto.
“Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”
Ora, nel momento in cui l’anima di Gesù è turbata, avviene il giudizio di questo mondo,
cioè del tempo e della situazione presente. Il primo atto del giudizio è cacciare fuori il
principe di questo mondo, di esautorarlo del suo potere che ha sugli uomini. La rivelazione
evangelica, che ha nella croce e nella risurrezione la sua chiara manifestazione, è prima
di tutto giudizio sul principe di questo mondo per portare gli uomini in quel primo grado
di libertà, che è la scelta. Una volta giunto a questo, ogni uomo è giudicato in base a
quello che sceglie. Se sceglie il Cristo, egli giunge alla vera libertà.
“E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”.
È guardando la Croce che si comprende chi è Gesù, ed è guardando la Croce che si
trova salvezza.
Il verbo “innalzare” si trova anche all’inizio del vangelo (3,14-15). Come gli ebrei nel
deserto trovavano salvezza guardando il serpente innalzato, così ora gli uomini trovano
salvezza guardando il Cristo crocifisso. Che la Croce sia il luogo della rivelazione, e nello
stesso tempo l’oggetto da comprendere, ci era già stato detto anche alla festa delle
Capanne (8,28): osservando la Croce si comprende l’obbedienza del Figlio al Padre, la
sua completa dedizione, e il suo distacco da sé. E sulla Croce si comprende l’amore di
Dio per noi, la sua solidarietà.
“Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire”
La nota di commento alle parole di Gesù vuole attrarre la nostra attenzione sulla sua morte
in Croce. È facile infatti allontanare lo sguardo dal Crocifisso per fissarlo solo nel Risorto.
L’evangelista afferma invece che il punto di attrazione e di giudizio è Gesù crocifisso cioè
innalzato da terra. Voler superare questo momento e non volerci passare dentro è essere
esclusi da Lui. Ogni uomo infatti passa attraverso la Croce di Gesù per entrare nella sua
gloria.
Per l’approfondimento
· CCC da 612 a 618
· “La verità vi farà liberi” – da 244 a 249
Chi ha provocato la morte di Gesù? I suoi avversari storici soltanto? Oppure Dio ha fatto
ricadere su di lui il castigo dovuto ai nostri peccati? Ha fondamento l’immagine di un Dio
inflessibile, che soddisfa le esigenze della giustizia attraverso il sacrificio di un innocente?
Addentrandoci in questi interrogativi ci accostiamo al significato della redenzione.
Dal punto di vista storico, la morte di Gesù è stata voluta dalle autorità ebraiche e romane
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del tempo e dalla folla di Gerusalemme abilmente manipolata; non da tutti gli ebrei di
allora; tanto meno da quelli delle generazioni successive.
Ma le cause storiche non spiegano adeguatamente la croce di Cristo: ad un livello diverso
tutti gli uomini ne sono responsabili. Quei pochi che, in varia misura, l’hanno provocata
direttamente sono soltanto i rappresentanti del peccato, radicato in ogni uomo, in ogni
popolo e in ogni epoca: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3).
“Secondo le Scritture” significa: secondo il progetto di Dio adombrato nell’Antico
Testamento. Dietro la morte di Gesù c’è dunque un disegno di Dio, un disegno di amore,
che la fede della Chiesa chiama “mistero della redenzione”. Come l’antico Israele fu
liberato dalla schiavitù d’Egitto per ricevere il dono dell’alleanza e della terra promessa,
così l’umanità intera viene redenta, cioè liberata dalla schiavitù del peccato e introdotta
nel regno di Dio. Sorprendendo ogni umana aspettativa, Dio si rivela nella debolezza e
nella stoltezza della croce come amore senza misura, abbraccia mediante il Crocifisso
coloro che sono lontani da lui; quindi finalizza la morte del suo Messia alla salvezza dei
peccatori, mediante la gloriosa risurrezione.
(Cad La verità vi farà liberi, n. 244)
Per noi:
· Ti sei mai chiesto il perché della morte di Gesù? Che risposta hai dato?
· Che significato puoi dare a questa frase di Gesù: Chi ama la propria vita, la perde e chi
odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna?.
· In quale modo possiamo portare frutto?
AGIRE
· Davanti al mistero della morte nessuno può avere l’animo sereno.
· Sapendo però che la morte è il limite che viene posto alla nostra esistenza terrena,
possiamo vivere la vita senza mai pensare di averne in abbondanza, senza sperperarla,
valorizzandone ogni momento, anche quelli apparentemente più banali.
· Ogni giorno, anche in quelli più bui, c’è qualche momento di bellezza: un volto che ci
è caro, una parola buona che qualcuno ci dice, un tramonto particolarmente suggestivo,
una notte piena di stelle, una pagina di un libro che ci fa pensare, una preghiera con cui
ci affidiamo a chi custodisce la nostra vita…
· Siamo grati per ogni istante di bellezza e di bontà che la vita ci regala, per essere poi
in grado di affrontare i momenti in cui sarà la morte ad essere la protagonista.
Lasciamo risuonare in noi questa pagina del romanzo “ L’eleganza del riccio ” (*):
Il dolore e la bellezza
Ultimo pensiero profondo
Ma cosa fare
Dinanzi a un mai più
Se non cercare
Ininterrottamente
Nelle furtive note?
Me l’ha detto Kakuro. A quanto pare, Paul, il suo segretario, stava risalendo la strada proprio in quel
momento. Ha visto l’incidente da lontano, ma quando è arrivato era troppo tardi. Lei aveva cercato di
aiutare Gégène, un barbone che sta all’angolo della rue du Bac, ubriaco fradicio. Gli è corsa dietro e non ha
visto il camioncino. Sembra che abbiano dovuto portare all’ospedale la donna che guidava, in piena crisi di
nervi. Kakuro ha suonato verso le undici. Ha chiesto di me, poi mi ha preso la mano e mi ha detto:” Non
c’è alcun modo per sottrarti a questo dolore, Paloma, allora te lo dico così come è successo: poco fa, verso
le nove, Renée ha avuto un incidente. Un incidente molto grave. È morta”. Piangeva. Mi ha stretto la
mano fortissimo. “Paloma, ora mi devo occupare di un sacco di cose poco divertenti, ma ci vediamo dopo,
va bene?” mi ha detto. Ho fatto cenno di sì, gli ho stretto anch’io la mano fortissimo. Ci siamo salutati alla
giapponese, un piccolo inchino veloce. Ci capiamo. Stiamo così male……
Ho paura di guardare dentro me stessa e vedere cosa sta succedendo. Mi vergogno anche un po’. Credo
che in fondo io volessi morire e far soffrire mia sorella, la mamma e papà solo perché ancora non avevo
mai sofferto davvero. O meglio: soffrivo senza provare dolore, e tutti i miei bei progetti erano un lusso da
ragazzina senza problemi. La lucidità di una bambina ricca che vuole rendersi interessante.
Ma ora, per la prima volta, sono stata male, tanto male. Un pugno nello stomaco, senza respiro, il cuore
in poltiglia, lo stomaco completamente spappolato. Un dolore fisico insopportabile. Mi sono chiesta se un
giorno potrò rimettermi da questo dolore. Volevo urlare dal dolore. Ma non ho urlato. Adesso la sofferenza
c’è ancora, ma non mi impedisce più di camminare o di parlare, mentre provo una sensazione di impotenza
e assurdità totali. Allora è proprio così? Di colpo svaniscono tutte le possibilità? Una vita piena di progetti,
di discussioni appena abbozzate, di desideri ancora non esauditi si spegne in un secondo, e non rimane più
niente, non c’è più niente, non c’è più niente da fare , non si può più tornare indietro?
Per la prima volta in vita mia ho sperimentato il senso delle parole mai più . Beh, è una cosa terribile. Le
pronunciamo cento volte al giorno, ma non sappiamo cosa stiamo dicendo se non ci siamo ancora confrontati
con un vero “mai più”. In fondo ci illudiamo sempre di poter controllare ciò che accade; nulla ci sembra
definitivo. Anche se in queste ultime settimane dicevo che presto mi sarei suicidata, non so se ci credessi
veramente. Ma questa decisione mi faceva davvero provare il senso della parola “mai”? Niente affatto.
Mi faceva provare il mio potere di decidere. E penso che, qualche istante prima di mettere fine alla mia
vita , “finito per sempre” sarebbe rimasta ancora un’espressione vuota. Ma quando qualcuno a cui vuoi
bene muore…allora posso dire che capisci cosa significa, ed è una cosa che fa molto male. È come un fuoco
d’artificio che si spegne di colpo e tutto diventa nero. Mi sento sola, malata, ho la nausea e ogni movimento
mi costa uno sforzo immane.
E poi è successa una cosa. È incredibile, vista la tristezza di questa giornata. Verso le cinque, io e Kakuro
siamo scesi giù alla guardiola di Renée, perché doveva prendere dei vestiti da portare alla camera mortuaria
dell’ospedale. Abbiamo preso l’ascensore insieme, senza dirci niente. Aveva un’aria stanchissima, più stanca
che triste; ho pensato: è così che si esprime la sofferenza sui visi buoni. Non si manifesta, appare solo una
grande stanchezza. Chissà se anch’io ho l’aria stanca.
A ogni modo io e Kakuro siamo scesi in guardiola. Ma, attraversando il cortile, ci siamo fermati di colpo
tutti e due nello stesso istante: qualcuno si era messo al piano e sentivamo benissimo quello che stava
suonando. Era un pezzo di musica classica. Non ho esattamente un pensiero profondo al riguardo. E poi
come si fa a pensare qualcosa di profondo quando la tua anima gemella giace nel frigorifero dell’ospedale?
So solo che ci siamo fermati di colpo tutti e due e abbiamo respirato lungamente, lasciando che il sole
scaldasse i nostri visi e ascoltando la musica che giungeva da lassù. “Penso che Renée avrebbe apprezzato
questo momento” ha detto Kakuro. E siamo rimasti lì, qualche minuto ancora, ad ascoltare la musica. Ero
d’accordo con lui, ma perché?
Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta
disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note
musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre
nel mai.
Sì, è proprio così, un sempre nel mai.
Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente.
Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai.
La bellezza, qui, in questo mondo.
Renèe è morta stamattina. È stata investita dal camioncino di una tintoria, vicino a rue du Bac. Non
riesco a credere che sto scrivendo queste parole.
(*) L’eleganza del riccio
(ovvero il significato della vita, della morte, della bellezza, del dolore, dell’amicizia….)
118
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Qualche notizia sul libro per chi non l’ha letto……
INTRO
“Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de
Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso,
tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi… …Siccome, pur
essendo sempre educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo
fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei
molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la
vita ha un senso facile da decifrare.”
SUL CAMMINO DI EMMAUS…
Gesù risorto
CCC da 638 a 647
“La verità vi farà liberi” – da 250 a 252; da 261 a 271
“Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi…
…Mio padre è un deputato con un passato da Ministro e finirà senz’altro presidente della camera…
…Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai
ragazzi della mia età c’è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove
l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre
le mie prestazioni… “
LA TRAMA
“L’eleganza del riccio” è un doppio diario. La brillante vita del palazzo di rue de Grenelle è
raccontata da Renée, umile portinaia dalla vasta cultura autodidatta, e da Paloma, geniale
figlia di un ex-diplomatico. Per ragioni diverse entrambe si celano dietro l’immagine che
la società pensa debbano avere.
Renée nasconde i libri tra la spesa e lascia la televisione accesa per confermare alla poco
fervida immaginazione degli inquilini lo stereotipo della portinaia sciatta e ignorante. Renée
sbaglia volutamente qualche vocabolo e se le parlano di Kant assume uno sguardo vuoto
e inespressivo. Ma Renée sa dissertare di filosofia e arte, conosce a memoria i romanzi
di Tolstoj, ha visto tutti i film di Yasujiro Ozu… (famoso regista giapponese)
Semplicemente non vuole che qualcuno scopra queste sue passioni perché teme di
infrangere il tranquillo equilibrio che si è costruita.
Al quinto piano abita Paloma, arguta dodicenne che guarda il mondo con sagacia e
freddezza. Paloma ha da tempo scoperto che la vita non è quello che le raccontano: da
giovani si cerca di mettere a frutto la propria intelligenza, nell’illusione di un futuro radioso;
da grandi si scopre di essere finiti in una boccia per pesci rossi, Il futuro è già stabilito…
tutto quello che il giovane pensa di costruire è pia illusione. Ma Paloma ha scoperto
l’inganno e non vuole finire nella boccia! Lei lascerà questa stupida pantomima prima di
rimanervi invischiata. Paloma si suiciderà il giorno del suo tredicesimo compleanno. Sino
a quel momento (e mancano ormai pochi mesi) continuerà a recitare il ruolo di ragazzina
mediocre imbevuta di sottocultura adolescenziale.
Due anime in incognito, dunque, legate dal filo di un comune sentire ma ignare l’una
dell’esistenza dell’altra. A infrangere il precario equilibrio l’arrivo in rue de Grenelle di
monsieur Ozu, magnate giapponese in pensione. Sarà l’acume dell’affascinante Ozu a
far cadere le maschere di Renée e Paloma e a farle incontrare.
L’AUTRICE
Muriel Barbery è nata nel 1969 a Bayeux. E’ docente di filosofia (e si vede) presso
l’Institut universitaire de formation des maîtres (Istituto universitario di formazione degli
insegnanti). “L’eleganza del riccio” è il suo secondo romanzo.
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Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602
VEDERE
Gesù risorto cammina ancora con noi?
Per questa unità il modo più efficace di proporre la discussione è la visione del film
“7 km. Da Gerusalemme”, di Claudio Malaponti (2007),una pellicola molto particolare,
sicuramente discutibile dal punto di vista teologico in alcuni passaggi, ma estremamente
efficace per chiederci, come fa Raoul Follerau in un suo famoso libro: “Se un giorno Gesù
bussasse alla vostra porta lo riconoscereste?”.
La visione di un film nel gruppo adulti richiede tempo e sarà quindi necessario dedicare
a questa unità una domenica pomeriggio o un sabato sera, per avere modo di introdurre
la discussione dopo la visione del film. Il mezzo cinematografico suscita sempre in
noi alcune emozioni, spesso anche molto forti e questo può aiutarci ad intervenire nel
dibattito, che sarà coinvolgente se ognuno di noi è disponibile ad offrire qualcosa di sé
per condividerla con gli altri.
Scheda del film:
Alessandro Forte è un pubblicitario in crisi privata e professionale. Un biglietto aereo che
giunge nelle sue mani in modo del tutto inatteso, lo spinge a recarsi a Gerusalemme.
121
Qui, su una via al di fuori della città, farà l’incontro con un uomo che afferma di essere
Gesù. Alessandro non gli crede ma non per questo rinuncia al dialogo.
Il Cristo di Malaponti (dal romanzo omonimo di Pino Farinotti, edito dalla Sanpaolo e
tradotto in diversi Paesi) fa di tutto per farsi ‘riconoscere’. Si veste addirittura (e lo fa
consapevolmente) così come l’iconografia entrata nell’immaginario popolare lo ha
raffigurato da secoli. Ma l’uomo resiste come sa e può.
Alessandro è un pubblicitario di successo, sa ‘vendere’ (e si chiede perché il Messia
non sia venuto oggi sulla Terra sfruttando i media per lanciare il suo messaggio) ma
non ha smesso, a suo modo, di interrogarsi ponendosi le domande di un uomo del suo
tempo. Lo fa però nascondendosi dietro l’incredulità di chi ne ha viste troppe per lasciarsi
ingannare dal primo venuto. Il Gesù che incontra su una via nel deserto (solo facendo
il vuoto intorno si può provare ad ‘ascoltare’) non è un predicatore intenzionato a fare
proseliti (giunto sulle rive, ormai inquinate dai rifiuti, del Giordano battezzerà nuovamente
se stesso e non chi è con lui). È invece un compagno di strada pronto a liberare, grazie
a una sorridente ironia, la sua figura e missione dalle scorie culturali accumulatesi nei
secoli.
Ha però bisogno dell’uomo, di un uomo che ha vissuto il dolore di una separazione, che
conosce la perdita degli affetti più cari, che vive in un mondo in cui dominano la falsa
solidarietà e i grandi ideali proclamati a parole da conduttrici televisive la cui autostima
è pari solo alla loro ignoranza. Un uomo però che è anche attore o testimone di piccoli
gesti di solidarietà e di rinunce compiute per umana coerenza.
Luca Ward (nonostante la parte finale del film in cui la sceneggiatura vuole ‘chiudere’
troppe situazioni che sarebbe stato meglio affidare alla libera lettura dello spettatore) sa
dare al personaggio di Alessandro la giusta dose di scetticismo misto a umanità così
come Alessandro Etrusco riesce ad evitare qualsiasi cenno di ieraticità posticcia al suo
Gesù. La sua replica alla domanda su stigmate, sangue di San Gennaro e affini è di
quelle che non si dimenticano.
(recensione tratta dal sito www.mymovies.it)
In alternativa al film, spunti per la discussione:
· A un primo sguardo il mondo di oggi, come quello di ieri, non presenta molte tracce
della presenza di Gesù risorto.
Lasciamoci
strappare un
sorriso da queste
strisce di Mafalda:
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123
Da “Il bambino di Noè”, di Eric Emmanuel Schmitt, ed. Rizzoli:
Abbandonai la testa sulle sue ginocchia e gli confidai i pensieri che mi agitavano il cuore.
“Dormite, bambini. Niente sveglia,stamani.”
“Preferirei morire con lei perché preferisco lei.
Non lontano da dove ero crollato io, si ricavò uno spazio tra le montagne di libri disponendoli tutto intorno
a lui come un muro di mattoni. Quando mi guardò, gli chiesi: “Posso venire in camera sua, padre?”.
Preferirei morire con lei perché non voglio piangerla e ancora meno vorrei che lei mi piangesse. Preferirei
morire con lei perché in questo modo sarebbe l’ultima persona che vedo al mondo. Preferirei morire con lei
perché so che senza di lei il cielo non mi piacerà più, anzi mi darà l’angoscia.”
“Vieni, Joseph.”
Scivolai fino a lui e appoggiai la guancia sulla sua spalla magra. Neanche il tempo di cogliere un suo
sguardo carico di tenerezza, e mi addormentai.
In quel momento sentimmo dei colpi battere alla porta della cappella.
“Bruxelles è stata liberata! Abbiamo vinto! Gli inglesi sono entrati a Bruxelles!”
Il mattino dopo la Gestapo piombò a Villa Gialla, trovò i seminaristi legati come salami, gridò allo scandalo,
seguì le tracce false fino al fiume e ci cercò più lontano: l’idea che non fossimo fuggiti non li sfiorò un
istante.
Padre Pons balzò in piedi e mi prese in braccio.
Farsi rivedere in superficie era fuori discussione, secondo padre Pons. Ma era fuori discussione anche
rimanere nella sinagoga segreta sotto la cappella. È vero che eravamo ancora vivi, ma tutto, di questa vita,
ora rappresentava un problema: parlare, mangiare, pisciare, cacare. Non ci potevamo neanche rifugiare nel
sonno, perché dormivamo sulla terra nuda e ognuno secondo ritmi diversi.
Gli altri si svegliarono.
“Sai, Joseph” mi diceva padre Pons con un certo umorismo “anche la crociera sull’arca di Noè non dev’
essere stata mica una cosa da ridere.”
“Liberi! Ti rendi conto, Joseph? Siamo liberi! I tedeschi se ne vanno!”
I partigiani ci tirarono fuori dalla cripta e ci ritrovammo tutti a correre, ridere e saltare per le strade di
Chemlay. Dalle case uscivano grida di gioia, colpi di fucile venivano sparati verso il cielo, alle finestre
spuntarono le bandiere, si improvvisarono delle danze, si tirarono fuori bottiglie di liquore tenute nascoste
per cinque anni.
Rapidi, quelli della Resistenza ci vennero a prender uno dopo l’altro per nasconderci altrove. Rudy se
ne andò tra i primi. Probabilmente perché occupava troppo spazio. Padre Pons non mi indicava ma ai
partigiani che ci recuperavano. Era intenzionale? Mi piacque credere che volesse tenermi con lui il più a
lungo possibile.
Rimasi tutto il giorno in braccio a padre Pons. Piangeva di felicità, mentre commentava gli avvenimenti
con ogni abitante del paese. Io gli asciugavo le lacrime con le mani. Visto che era giorno di festa mi
sentivo in diritto di avere nove anni, di stare come un bambino piccolo sulle spalle dell’uomo che mi aveva
salvato. Mi sentivo in diritto di baciarlo sulle sue guance rosa e salate, di scoppiare a ridere senza ragione.
Raggiante, non lo lasciai più fino a sera. Anche se pesavo, lui non si lamentò mai.
“Forse gli Alleati ci metteranno meno del previsto a vincere. Magari presto saremo liberi” mi diceva
strizzandomi l’occhio.
“La guerra ha i giorni contati.”
Utilizzò quelle settimane per migliorare con me la sua conoscenza della religione ebraica.
“Le vostre vite non sono solo le vostre vite, sono portatrici di un messaggio. Non voglio che siate sterminati,
mettiamoci al lavoro.”
Un giorno – ormai eravamo rimasti in cinque nella cripta -, additai a padre Pons i miei tre compagni
addormentati.
“Vede, padre, non mi piacerebbe morire con loro.”
“Perché?”
“Perché anche se viviamo fianco a fianco non sono miei amici. Cos’ho da spartire con loro? Giusto il fatto
di essere una vittima.”
“Perché mi dici questo, Joseph?”
“Gli americani stanno puntando su Liegi.”
Qualche cenno sul testo:
“Quando avevo dieci anni, facevo parte di un gruppo di bambini che tutte le domeniche venivano messi
all’asta”.
Belgio, primavera 1945. Nel collegio-orfanotrofio di Villa Gialla, i piccoli ospiti sfilano trepidanti davanti
a una platea ogni settimana diversa: sperano di essere riconosciuti dai genitori miracolosamente scampati
alla guerra, o di trovare una nuova famiglia disposta ad adottarli. Fra i bambini in cerca di mamma e papà
c’è Joseph, ebreo, affidato alle cure di padre Pons tre anni prima, per sottrarlo, almeno lui, al rischio della
deportazione. A Villa Gialla Joseph ha cambiato cognome – Bernstein è diventato Bertin – e ha imparato a
conoscere e amare i riti cristiani a cui assiste per non destare sospetti. Ma padre Pons non vuole che Joseph
dimentichi le sue origini e gli propone un patto:
“Tu, Joseph, farai finta di essere cristiano e io farò finta di essere ebreo. Sarà il nostro segreto.”
Perché, nell’Europa minacciata dal diluvio della violenza nazista, salvare vite non basta. Un mondo intero
rischia di scomparire e padre Pons, come Noè, vuole salvarlo. La cripta nascosta sotto la chiesa è la sua
Arca, e Joseph il bambino che, su quella nave piena di tesori e di speranze, affronta le acque tempestose
“Perché preferirei morire con lei.”
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della Storia…Ispirato a una storia vera, il romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt è un inno ai valori umani
dell’amicizia e della solidarietà. È un tributo al coraggio di quanti, come padre Pons, sono posseduti dalla
follia dei giusti.
Eric-Emmanuel Schmitt, nato nel 1960, è oggi il romanziere e drammaturgo francese di
maggior successo al mondo. Le sue opere sono state tradotte in venticinque lingue e
rappresentate in trenta nazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Il Vangelo secondo Pilato
(2002), Monsieur Ibraim e i fiori del Corano (2003) e Oscar e la Dama in rosa (2004).
· Perché le cose sembrano andare così male? Perché è così difficile vedere le orme
di Gesù che cammina insieme a noi? Forse perché ci facciamo le domande sbagliate.
Forse perché vorremmo dare delle risposte secondo i nostri criteri di giudizio. Non c’è
risposta alla sofferenza, all’ingiustizia, all’indifferenza davanti alle tragedie che l’umanità
vive ogni giorno, in gran parte del mondo abitato.
· Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute….Tre giorni! Sono bastati tre
giorni per uccidere la speranza nei discepoli di Emmaus; tre giorni, tre mesi, duemila
anni sono passati dalla nascita di Gesù e nel mondo ci sono ancora molte cose che ci
impediscono di custodire la pienezza della gioia.
· Forse dobbiamo imparare a vivere il presente, a scorgere quei piccoli segni di
resurrezione che ogni giorno sono presenti nella nostra vita, senza pensare che saremo
noi a vedere la soluzione dei problemi del mondo.
· Gesù risorto cammina con noi ma stentiamo a riconoscerlo. A volte anche in quel
segno certo che è l’Eucarestia.
Riflettiamo insieme su queste parole di Carlo Carretto, nel suo libro “Lettere dal deserto” :
O tu che passi per via
…Era il mistero del male, del dolore; il mistero degli uomini che muoiono di fame, che vivono abbrutiti
da un lavoro disumano, condannati ad una vita in cui la perpetua angoscia di trovare un po’ di pane
avvelena la gioia del sorgere del sole in ogni giornata. Ma ero troppo stanco per pensare al perché Dio non
interveniva, Lui così potente e così buono. Ripiegavo con facilità sugli “dei della terra”, sugli uomini che
avrebbero potuto aiutarci con tanta facilità. Che costa scrivere una lettera in Italia a tanti amici? Mi
avrebbero subito mandato un “buldozer” per scavare la trincea in pochi giorni; mi avrebbero spedito con
urgenza almeno dei grossi tubi di cemento per rendere la galleria stabile e sicura onde impedirne i crolli al
primo scorrere dell’acqua nell’Oued. Ed io restavo lì immobile a guardare le stelle! Era giustificata questa
mia inattività o almeno questa mia poco intelligente attività? A che cosa potevano servire queste mie
povere braccia davanti a tanto lavoro, questo mio vecchio cuore dinanzi a tanta fatica? Non era meglio
cercar dei mezzi e molti?
* * * È questo il problema che mi son posto sovente, anzi così sovente da diventare una tentazione continua
allo slancio della mia stessa vocazione. Basta deflettere per un istante dal clima di fede nel quale cerco
di vivere per vedere subito trionfare in me il “buon senso” umano. Il buon senso della madre di frère Paul
che non riusciva a capire l’inutile sacrificio del figlio sulle piste sahariane, il buon senso mio che cerca di
convincermi che sarò più utile alla gente di Taifet portando qui qualche autocarro di materiale; il buon senso
degli uomini che credono che coi soldi si può tutto risolvere e che la sofferenza è inutile spreco. Ma c’è il
buon senso del Vangelo? O c’è il mistero? Forse che Gesù quando venne su questa terra, Lui, l’Onnipotente,
Lui l’Amore, non poteva guarire tutti i malati, sfamare tutti i poveri, lenire tutte le piaghe, risuscitare
tutti i morti? Perché non l’ha fatto? Perché ha lasciato il mondo come l’ha trovato, bisognoso, sofferente,
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ingiusto, cattivo? Ha risuscitato Lazzaro e la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Naim è vero, ma
solo per provare che non intendeva risuscitare tutti gli altri ed erano molti. Ne ha guariti sì parecchi, ma
per lasciarli riammalare alla prima occasione non certo rara per l’uomo sulla terra. No, le cose non sono
così chiare come il buon senso umano le vorrebbe, e resta, piaccia o non piaccia, un grande e buio mistero
che solo la fede mi può illuminare e illuminare con una luce che non è di questo mondo e che ha bisogno per
essere utilizzata di occhi ben avvertiti e penetranti.”
***************************************************************************************
Chi guida le cose del mondo?
“…Il pensare che le cose del mondo, come quelle degli astri, siano in mano a Dio - quindi in buone mani - ,
oltre ad essere la pura verità, è cosa che dovrebbe fare immenso piacere a chi ci tiene che le cose vadano
bene. Dovrebbe essere fonte di fede serena, di speranza gioiosa e soprattutto di pace profonda. Che cosa
posso temere, se il tutto è guidato e sorretto da Dio? Perché agitarmi tanto, come se tutti questi problemi
dipendessero da me o dai miei colleghi, gli uomini; e non cercare, invece, di capire che ci sono altre vie più
interessanti e più efficaci da battere? Eppure è così difficile credere radicalmente all’azione di Dio nelle
cose del mondo! Ed è, penso, la tentazione più frequente e prolungata, a cui siamo sottoposti su questa
povera terra. Tutta la Bibbia è là a testimoniare questo dramma; e, in fondo, la storia del popolo eletto
non è altro che la storia d’un pugno d’uomini a cui Dio chiede continuamente e in ogni occasione: “Credi
in me? Io sono il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Io sono il Dio che con mano forte ti ho tratto
dalla schiavitù d’Egitto, t’ho guidato in una terra riarsa, t’ho nutrito di manna dal cielo e t’ho dato a bere
l’acqua scaturita dalla roccia. Per te ho colpito i primogeniti d’Egitto, per te ho atterrato re potenti. E
che hai fatto per ricompensarmi di questi prodigi, di questa assistenza continua? Ti sei costruito idoli di
legno e d’argento e ha abbandonato ma, tuo Dio”. “Invece di adorare Colui che ti ha creato e salvato le
mille volte dai tuoi nemici, su colli prominenti e in boschi sacri, hai bruciato incensi a dei stranieri; dei
che nulla possono, nulla sanno; dei che hanno le mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, e nessun
suono esce dalla loro bocca”(Sal. 113, 5). Questa è la storia di sempre, storia d’Israele e storia nostra.
Anche noi crediamo in Dio; ma poi ci fidiamo dei potenti, crediamo alle loro raccomandazioni e finiamo di
pensare che le cose di questo mondo sono salde nelle loro mani e che a loro dobbiamo chiederle. Anche noi
crediamo in Dio e lo preghiamo; ma poi ci convinciamo che sono i grandi predicatori a convertire le anime;
e riduciamo la nostra preghiera per l’estensione del Regno a un qualche cosa di futile, come la petizione ad
un ufficio da cui non speriamo quasi nulla.”
CONFRONTARSI
Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome
Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto
quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona
si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli
disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si
fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero
a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che
cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere
e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità
lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo
che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da
quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti;
si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a
dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni
dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui
non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno
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detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua
gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò
che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare
più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al
tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane,
recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo
riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse
in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava
le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono
riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto
ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto
lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,13-35)
Il contesto
Il racconto è presentato solo da Luca, il quale ha saputo abbinare la suggestione dell’arte
narrativa a quella del predicatore; infatti si è coinvolti nel racconto.
Il capitolo precedente (Lc. 23), narra la morte di Gesù e la sua sepoltura
Il capitolo 24, nei primi 12 versetti narra delle donne che il primo giorno dopo il sabato
si recano alla tomba con gli aromi per ungere il corpo di Gesù, ma vedendo la pietra
arrotolata via dal sepolcro entrano e non trovano il corpo di Gesù.
Appaiono loro due Angeli che annunciano la risurrezione di Gesù.
Queste corrono dagli Apostoli e annunciano il messaggio, ma essi pensano che le donne
siano pazze e non credono loro.
Pietro tuttavia va al sepolcro, vede le bende sepolcrali senza il corpo di Gesù e rimane
pieno di stupore.
La struttura del racconto
PUNTO DI PARTENZA: Una fuga nella disperazione
· Due discepoli se ne vanno da Gerusalemme verso Emmaus (v.13)
· La loro conversazione riguarda la morte e risurrezione di Gesù (vv.14.19-20)
· Il loro cuore però è triste, sono senza speranza perché non credono a coloro che
“affermano che egli è vivo” (vv. 16.21-24)
L’INTERVENTO CRUCIALE: l’incontro con Gesù
· Gesù in persona si avvicina e cammina con loro, ma essi sono incapaci di riconoscerlo
(v. 16)
· Anche se a loro resta sconosciuto, Gesù fa la strada con loro (vv. 15-16)
· Li interroga, li ascolta e li rimprovera (vv. 17.19.25-26)
LA SVOLTA: l’ascolto della Parola di Dio e la frazione del pane
· Spiega loro le Scritture e spezza il pane con loro (vv.27.30)
· I discepoli non parlano più, ma ascoltano, anzi pregano umilmente lo “Sconosciuto”
di restare insieme, di mangiare insieme (v.29)
· La spiegazione della Scrittura e la comunione nella frazione del pane trasforma i due
discepoli e genera in loro “apertura di occhi e ardore nel cuore” (vv.31-32)
· Riconosciuto Gesù, l’incredulità e la paura si traducono nella gioia e nella missione. Si
mettono subito in viaggio e tornano a Gerusalemme, nella comunità. (v. 33)
· Accolgono la professione di fede degli apostoli e della comunità: “Il Signore è risorto
ed è apparso a Simone” (v. 34)
· Finalmente possono condividere la loro esperienza di fede: un cammino di conversione
grazie alla Parola di Dio e alla condivisione del pane.
Il testo
“In quello stesso giorno”
il giorno di Pasqua
“Erano in cammino”
si allontanano da Gerusalemme, dal cenacolo, dal luogo dove vive la loro comunità
e dove avevano vissuto con Gesù. Sono delusi, vanno via da quella città che doveva
esaltare il loro maestro…. Invece tutto è finito. Tornano al loro villaggio di nome Emmaus
per le loro attività di sempre, ma con la sconfitta nel cuore.
“Conversavano di tutto quello che era accaduto”
la loro conversazione riguarda la Persona di Gesù. Ripercorrono i tratti esaltanti e quelli
dolorosissimi della vita e della morte di Gesù, ripensano alla cattiveria e all’odio dei loro
capi, alla umiliazione del Maestro, alla sua morte, alle loro speranze deluse.
“Discorrevano e discutevano”
è pericoloso farsi vedere in giro ed essere riconosciuti come discepoli di Gesù, c’è il
pericolo di fare la stessa fine. Le loro parole sono amare e forse dure, pesanti. Forse si
accusano e si rimproverano di essersi sostenuti e sollecitati nel seguire Gesù.
“Gesù in persona”
non è un fantasma, ma realmente Gesù in persona; certo in una dimensione diversa non
immediatamente riconoscibile
“Si accostò e camminava con loro”
Gesù si affianca a loro. Viene sulla loro strada, fa il cammino con loro, prende il ritmo del
loro passo.
Essi si stanno allontanando, Lui invece si avvicina e si fa vicino a loro. Essi lo credevano
lontano dalla loro vita, dalle loro speranze.. morto.
“Incapaci di riconoscerlo”
stanno parlando di Gesù, eppure non lo riconoscono.
Fede non è sapere delle cose su Gesù, ma credere in Lui. Essi si erano costruiti un
Gesù a loro misura – potente e vittorioso – e siccome questo non si è avverato non
riescono a credere nella risurrezione
“Ed egli disse loro: “che sono questi discorsi che sta facendo fra voi?”
Si interessa di quello che dicono e li invita a buttare fuori tutta la loro amarezza. E’
preoccupato del loro stato d’animo.
“Si fermarono col volto triste”
tristezza derivante da due motivi: 1) erano amici di Gesù e gli volevano bene… ora lui
era morto. 2) avevano puntato le loro speranze su quel Regno di cui Gesù parlava…. Era
stato tutto un bluff
IL PUNTO DI ARRIVO: Un ritorno alla gioia della fede e nell’ardore della missione
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“Cleopa è sbalordito nel constatare che ci possa essere qualcuno che non sa ciò che è
accaduto in Gerusalemme”
La vicenda di Gesù anche per coloro che lo hanno condannato o per un non credente
non può passare inosservata: ha cambiato davvero la storia
“Domanda qual è l’avvenimento accaduto in quei giorni a Gerusalemme”
vuole sapere cosa ne pensano di lui e della sua storia personale
“Gli parlano di Gesù, evidenziando la sua grandezza e la sua passione e morte”
ne parlano con vera ammirazione (profeta potente in parole ed opere), ma poi con stupore
e incredulità devono ammettere che nonostante questa sua potenza, è stato condannato
e crocifisso..
“Noi speravamo”
Essi hanno visto in Gesù solo un grande profeta e un possibile liberatore di Israele dalle
mani dei romani, non il Messia e il Figlio di Dio. Ricordano anche “i tre giorni”, quindi
avrebbero dovuto fidarsi delle parole di Gesù, e attendere la sua risurrezione. Ora la loro
speranza è delusa.
“Ma alcune donne delle nostre”
comincia il racconto delle varie testimonianze. La prima che riportano è quella delle
donne (delle “nostre”, quindi un po’ di credibilità dovrebbero averla!!). La seconda
testimonianza è che “anche alcuni dei nostri” (Pietro e Giovanni) hanno fatto la stessa
esperienza delle donne.
Nonostante questo non credono: essi vogliono prima vedere e poi credere.
“Ed Egli disse loro: Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti”
Qui Gesù rimprovera severamente i due discepoli, ma lo fa per scuoterli ed aiutarli a
liberarsi dei loro schemi umani e condurli a comprendere le Scritture.
“Spiega quanto nell’AT si riferisce alla sua Persona”
Gesù aiuta quei due a capire che la croce e la morte non sono state un fallimento, ma
un passaggio necessario perché si potesse conoscere la grandezza dell’amore di Dio.
Sarà stata una bellissima catechesi!!!
Intanto che Gesù parla i loro cuori cominciano ad ardere e iniziano a fare esperienza di
Gesù. Egli parlando di sé si è reso loro presente
“Finge di andare più lontano”
quasi a far sperimentare il vuoto della loro vita senza di lui
“Resta con noi, perché si fa sera”
mentre ascoltano lo sconosciuto, qualcosa cambia dentro i due viaggiatori tristi. La loro
andatura è diventata meno esitante. Lo sconosciuto ha dato al loro viaggio un significato
nuovo e desiderano che si fermi da loro.
“Egli entrò per rimanere con loro”
da questo momento Gesù non andrà più via da loro, perché “rimane” con loro, sia nel
segno dell’Eucaristia, sia nella loro fede.
Quel pane spezzato è la sintesi ed il momento più espressivo della vita di Cristo: quel pane
spezzato fa memoria di un Dio che spezza e condivide la sua esistenza con l’uomo, che
accetta nell’Incarnazione di assumere la vita, la storia, la fatica e il dolore dell’umanità.
Quel pane spezzato fa memoria di un Dio che spezza la sua potenza per guarire e sanare
i malati: ridona la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la gioia di saltare a chi era immobile.
Quel pane spezzato fa memoria di un Dio che spezza la verità con tutti coloro che hanno
il coraggio di ascoltarlo e di interrogarsi di fronte a lui, come Nicodemo, Zaccheo, Levi.
Quel pane spezzato fa memoria di un Dio che offre riconciliazione e comunione: “Padre,
perdonali, perché non sanno quello che fanno”. “Questo è il mio corpo dato per voi”
“Si aprirono i loro occhi”
Ora finalmente vedono in profondità dentro la vita, dentro la storia e dentro le loro tristezze
e delusioni.
Se Gesù è Vivo, allora vuole dire che l’amore è più forte dell’odio, allora vuole dire che
non ha vinto il prepotente, ma ha vinto il servo, il piccolo.
“e lo riconobbero. Ma lui sparì alla loro vista”
Proprio quando egli si fa assente è il momento che lo riconoscono come presente. La
fede non è vedere e toccare, ma credere.
Quando essi mangiano il pane che egli dà loro e lo riconoscono, quel riconoscimento
è una profonda consapevolezza spirituale: Egli ora dimora in loro, parla in loro e vive in
loro. Quando mangiano il pane la loro vita viene trasformata nella Sua vita.
All’improvviso i due discepoli che hanno mangiato il pane e lo hanno riconosciuto,
sono di nuovo soli. Ma non con la tristezza con cui avevano iniziato il viaggio.
“Si dissero l’un l’altro”
all’inizio del loro viaggio i due discepoli “discorrevano e discutevano”, ora “si dissero
l’un l’altro” Si ritrovano amici fra loro e uniti profondamente a Cristo.
“Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi e quando ci spiegava
le Scritture”
La Parola di Dio è azione di Dio in noi
“Partirono senza indugio”
comincia così la “corsa” e la gioia pasquale. E’ la fretta e la gioia di chi ha incontrato il
Signore e non può tenerlo per se stesso, ma lo deve portare sulle strade del mondo.
“E fecero ritorno a Gerusalemme”
che differenza fra il loro andare e il loro tornare. Tornano là nella comunità, là dove dovrà
ricominciare la loro storia nuova, la costruzione del Regno di Dio.
“Trovarono riuniti gli undici e gli altri, i quali dicevano: “davvero il Signore è risorto” ed è
apparso a Simone”
Ma c’è una grande sorpresa che aspetta i due compagni eccitati che entrano di corsa
nella stanza in cui sono riuniti gli amici, ansiosi di dare la buona notizia. Questi amici lo
sapevano già! Così imparano non solo ad andare ad annunciare, ma anche ad ascoltare
e a ricevere la testimonianza di altri fratelli che come loro hanno incontrato il Risorto.
Qui in questa piccola comunità nascerà la Chiesa.
“Prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà loro”
Lo riconoscono proprio allo spezzare il pane. Quel gesto era stato compiuto varie volte
nella moltiplicazione dei pani, ma diventò decisivo nell’ultima cena, quando si offrì come
vittima di espiazione dei nostri peccati.
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131
Per l’interpretazione
nella sua vita terrena, lungo le strade della Palestina, ma dall’AT
I DUE DISCEPOLI
Mosè
· Sono in “movimento”: si allontanano / camminano / si fermano / ritornano
· Partono da Gerusalemme tristi e delusi e vi ritornano commossi ed entusiasti. In mezzo
c’è l’incontro con il Risorto.
· Gesù facendo il cammino con loro li conduce alla comprensione del vero progetto
di Dio che non consiste nell’attesa di un falso messianismo politico nazionalistico, ma
nella salvezza vera che prima di vedere la luce della risurrezione deve passare attraverso
l’umiliazione della croce.
· Per questo Gesù spiega loro il senso delle Scritture che lo riguardano “Mosè e tutti i
profeti” ed essi si sentono ardere il cuore.
· Essi vivono l’incontro con lo “Sconosciuto” in termini leali mostrando di essere alla
ricerca, sono disorientati ma cercano di capire. Però è solo quando finalmente lasciano
a lui l’iniziativa e, accettando umilmente il rimprovero di incredulità, si fanno guidare alla
comprensione della Parola e condividono il banchetto che richiama l’Eucaristia, allora lo
Riconoscono.
· Essi erano alla ricerca di Dio, ma solo perché Dio stesso aveva suscitato nel loro cuore
la ricerca di Sé. Ma ancora di più è Dio che è alla ricerca dell’uomo: è Gesù che si mette
sulla strada dei due discepoli e percorre con loro il cammino duro della fede.
· La fede poi “apre loro gli occhi” e quindi essi possono, anzi devono ritornare nella
comunità degli apostoli a professare con loro la fede comune.
“e cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva
a lui” (v.27)
· Dt 18,15 “(Mosè disse): Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi
fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto”
· Dt 18,17-18 “(Mosè disse): Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto va bene; io
susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli
dirà loro quanto io gli comanderò”
· I Giudei hanno atteso il Messia come un nuovo Mosè:
· Mosè era colui che parlava con Dio / il liberatore / colui che ha avuto la Legge dalle
mani di Dio / colui che stato mediatore per la alleanza fra il popolo e Dio.
Profeti
“Sono queste le parole che vi dicevo quando ancora ero con voi: bisogna che si compiano
tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro
la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e
risuscitare dai morti il terzo giorno” (v.44-46)
Isaia è vissuto tra il 765 e il 705 a.C., ma la formazione del cosiddetto Deutero Isaia – un
anonimo continuatore di Isaia, un grande profeta come lui, a cui sono attribuiti i cc. 40-55
è avvenuta tra il 586 e il 539 a.C. durante l’esilio in Babilonia
L’INCONTRO CON GESù
· Gesù si mette accanto ai discepoli in modo rispettoso; si pone come uno che domanda
e che sta in ascolto, che interpella (entra nei loro problemi) e fa dire loro la prima verità
su di Lui “profeta potente in parole ed opere”.
· Poi inizia la sua “catechesi”, che fa ardere il cuore.
· L’intervento rispecchia lo stile abituale di Gesù: il coraggio della franchezza, la parola
di verità, il gesto di fraternità, l’ardore della consolazione e della gioia.
L’AVVENIMENTO DELLA RISURREZIONE
· Sul piano storico la vicenda di Gesù, senza l’incontro con il Signore risorto, rimane uno
scandalo, una vicenda senza senso; le stesse Scritture, ben note ai due discepoli giudei,
sensibili alle speranze messianiche, rimangono sigillate e senza senso.
· La chiave di interpretazione della vicenda di Gesù, come delle Scritture, è il Signore
risorto. Tuttavia - dobbiamo sempre tenerlo presente – il mistero pasquale è fatto della
passione, morte e risurrezione, strettamente uniti.
Colui che ora è il “vivente” può dare un senso allo scandalo della sofferenza e della
morte.
· Non riflettiamo abbastanza sull’evento incredibile della risurrezione: la morte è stata
vinta, Gesù è vivo!!
· Risurrezione = nuova dimensione di vita… come saremo?
LA VICENDA DI GESù GIA’ PREANNUNCIATA NELL’ANTICO TESTAMENTO
E’ significativo che Gesù per spiegare la sua vicenda non parta da ciò che ha compiuto
132
Is
Is
Is
Is
42,1-9 (primo canto del servo di JHWH)
49,1-8 (secondo canto del servo di JHWH)
50,4-11 (terzo canto del servo di JHWH)
52,13-53;12 ( quarto canto del servo di JHWH) (At 8,32)
Salmi
Sal 22 (21)
Nuovo Testamento
Mt 16,21-23
GESù VIVE OGGI E LO POSSIAMO RICONOSCERE
· C’è un interrogativo che spesso tormenta i cristiani: perché Gesù ora vivente e risorto
non si fa più vedere come nei primi tempi, in modo da eliminare ogni incertezza?
· Se Gesù non si vede, è perché i nostri occhi sono incapaci di vederlo, perché i nostri
cuori sono pigri e lenti a credere.
· Egli cammina accanto a noi come uno straniero o sconosciuto, ma per riconoscerlo
bisogna lasciarsi guidare da lui nel rileggere la parola di Dio, bisogna condividere la
mensa e spezzare il pane con lui.
· Allora si apriranno i nostri occhi e riconosceremo il Signore. Ma a questo punto egli non
sarà più “visibile” perché ora è nella gloria, cioè sottratto al controllo delle attese umane.
· Per riconoscere Gesù è necessario ripercorrere fino in fondo il cammino che porta a
Lui: l’ascolto della parola che cambia il cuore e lo spezzare il pane assieme.
133
è NECESSARIA LA FEDE
· Ma non è ancora concluso il cammino della fede pasquale. I due discepoli ripercorrono
la strada che li ha separati dal gruppo degli apostoli e ritornano a Gerusalemme. Qui
essi dovrebbero dare l’annuncio di pasqua, ma lo ricevono da quelli che sono attorno a
Simone.
· Non basta la comprensione delle Scritture, né basta spezzare il pane assieme; la fede
nel Signore risorto è completa quando può confrontarsi ed esprimersi nella comune
professione assieme a Simone e agli Undici.
· La Parola, il Pane e la professione di fede sono i tre segni di riconoscimento del Signore
e nello stesso tempo le tre tappe di un cammino di fede di ogni comunità cristiana.
dovrebbe trovare tempo per noi se non siamo mai disposti a offrire un po’ della nostra
vita agli altri? È esperienza di tutti che le persone più impegnate sono anche quelle che
sono disponibili a dire dei nuovi sì. Mettiamoci in gioco.
· Facciamo nostra, ogni giorno, la bella preghiera di Madre Teresa di Calcutta riportata
nella scheda liturgica (Mandami qualcuno da amare)
· Invisibile e non riconoscibile ai discepoli quando era fisicamente presente, Gesù
è percepito più che presente nei segni della Parola e del Pane quando fisicamente si
allontana.
· Solo la fede dunque fa riconoscere Gesù e la fede si nutre con la Parola di Dio,
l’Eucaristia, gli altri sacramenti, la comunione con la comunità e l’amore al prossimo.
Per l’approfondimento
· CCC da 638 a 647
· “La verità vi farà liberi” – da 250 a 252; da 261 a 271
Per noi:
· Cos’è che da senso e illumina la nostra vita
· Sappiamo dove incontrare Gesù?
· Ci rendiamo conto dell’importanza della lettura e della interpretazione della parola di
Dio?
· Ma chi è Gesù per noi? Qualcuno che è solidale con noi, che percorre la nostra strada,
che condivide la nostra tristezza, che viene per illuminarci e darci speranza?
AGIRE
Nonostante tutte le nostre migliori intenzioni subiamo spesso la tentazione di desiderare
un segno che ci riveli la presenza del Signore e soprattutto che ci manifesti il suo amore
e il suo interessamento per noi. In particolare quando viviamo momenti difficili avremmo
tanto bisogno di avere un segno della Sua presenza e soprattutto del suo aiuto.
· Proviamo invece a capovolgere la prospettiva: proviamo ad essere noi segno
dell’amore del Signore per gli altri; impegniamoci ad accogliere ogni nuova giornata
come un dono, a viverla mettendone in risalto le cose belle che ci porterà e ad accettare
i fastidi, gli imprevisti e anche i dolori che potremo invece trovarci ad affrontare.
· Non diamo sfogo all’ira che così spesso ci coglie, anche per motivi non così importanti.
Rispondiamo ad uno sgarbo con un gesto gentile, a un’offesa con una parola buona, a
un comportamento che ci delude con un’azione affettuosa.
· Prendiamoci un impregno. Un impegno che duri nel tempo. Un servizio all’interno
della nostra comunità parrocchiale, ma anche nella comunità civile. Perché il Signore
134
135
SCHEDA LITURGICA
Suggerimenti per la scelta dei salmi
N°
Scheda
Questa scheda, che è UNICA per tutte le catechesi, e ne è parte integrante, vuole essere
una guida per la parte liturgica.
Dopo aver percorso le tappe del “vedere”, “confrontarsi”, “agire”, si giunge al momento
conclusivo: la “preghiera”, che è il compimento e la sintesi di quanto si è andato
approfondendo.
I contenuti della catechesi ci hanno aperto alla conoscenza di Gesù, all’accoglienza di chi
ci sta accanto e al tentativo della comprensione della situazione storica in cui viviamo.
Avvertiamo che Gesù ci ha parlato e che quelle parole sono un invito personale che
viene fatto a ciascuno di noi, e ci rendiamo conto che “senza di Lui non possiamo fare
nulla” (Gv 15,5).
Quasi spontaneamente, allora, ci mettiamo in un clima di preghiera. Essa comincia a
coinvolgerci e suscita in noi sentimenti diversi.
Lode a Dio per la sua grandezza, per la sua bontà verso di noi; di ringraziamento sincero
per quanto Dio è e fa per noi; di richiesta di grazie per tutte le nostre necessità. Chiediamo
perdono perché di fronte ai valori proposti ci troviamo mancanti. Domandiamo umilmente
di poter essere coerenti con le indicazioni di Gesù e lo supplichiamo di venirci incontro
con la sua luce e con la sua forza.
Esprimiamo fede, speranza, amore. Preghiamo poi per i nostri amici, per le nostre
comunità, per tutte le situazioni di difficoltà e di sofferenza e accogliamo in noi le attese
di tutti gli uomini del mondo.
Per lo svolgimento di questo momento proponiamo uno schema generale e offriamo
alcuni suggerimenti per la scelta dei salmi, delle preghiere e dei “segni”.
Schema:
• Canto
• Salmo
• Preghiera
• “Segni” particolari
• Preghiere spontanee
136
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2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
Titolo
Salmo
L’annuncio del Regno…tra segni e parole
Cosa pensa Gesù di Dio? – Come ci presenta il Padre?
Perché il coinvolgimento di Maria nel progetto di Dio?
Come Gesù vive le relazioni umane?
Come Gesù valuta il mondo “religioso” del suo tempo?
Cos’ha Gesù da insegnare circa la felicità umana?
Qual è il comandamento più grande?
Come si è comportato Gesù nei confronti del denaro, dei beni materiali?
Quali sono i suoi rapporti con il mondo del potere e della politica?
I miracoli di Gesù nel vangelo di Marco
Che senso ha dato Gesù al soffrire?
Che domande vorrei porre a Gesù circa il dramma della morte?
Sul cammino di Emmaus … Il Gesù risorto
Suggerimenti per le preghiere
Dammi qualcuno
Signore,
quando ho fame
mandami qualcuno che ha bisogno di cibo;
quando ho sete,
mandami qualcuno che ha bisogno di acqua;
quando ho freddo,
mandami qualcuno da riscaldare;
quando sono nella sofferenza,
mandami qualcuno da consolare;
quando la mia croce diviene pesante,
dammi la croce di un altro da condividere;
quando sono povero,
portami qualcuno che è nel bisogno;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno da aiutare per un momento;
quando vengo umiliato,
dammi qualcuno da lodare;
quando mi sento scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando sento il bisogno di essere compreso,
dammi qualcuno che ha bisogno della mia comprensione;
quando vorrei che qualcuno si prendesse cura di me,
mandami qualcuno di cui prendermi cura;
quando penso a me stesso,
rivolgi i miei pensieri ad altri.
137
1; 65 (64); 96 (95)
121 (120); 32 (31)
Lc 1, 46-55
133 (132)
97 (96)
8
103 (102)
115 (113b)
135 (134)
146 (145)
22 (21)
40
139 (138)
Tu mi ami
Signore, ecco mi qui:
se tu vuoi amarmi, prendimi.
Non voglio opporre alcuna resistenza al tuo amore.
lo non ho creduto che tu mi potessi amare.
Ma dal momento che tu me lo chiedi,
ecco, ora mi abbandono totalmente a te
per essere amato.
Non oso dire che ti amo.
Ma una cosa, Signore, voglio dirti:
finalmente voglio credere che tu mi ami.
Tu me l’hai detto, Signore,
e io non voglio rifiutarmi di credere.
Mi abbandono a te!
Mi offro a te, come sono:
povera carta per essere bruciata,
legno secco
per essere consumato dal fuoco.
Mi getto in te, Signore,
perché finalmente tu mi bruci
mi consumi!
Ecco, Signore, sono davanti a te;
non ho altro da dirti che questo:
amami, perché voglio essere amato,
perché finalmente ho capito che la mia vita
può avere soltanto un senso e un valore
nel fatto che tu mi ami,
che tu vuoi amarmi.
Non rifiuto più il tuo amore per me.
Questo e null’ altro.
(Divo Barsotti (sec. XX) [09/B] )
Maria, donna del silenzio
Santa Maria,
donna del silenzio,
riportaci alle sorgenti della pace.
Liberaci dall’assedio delle parole.
Da quelle nostre, prima di tutto.
Ma anche da quelle degli altri.
Figli del rumore,
noi pensiamo di mascherare l’insicurezza
che ci tormenta
affidandoci al vaniloquio del nostro interminabile dire:
facci comprendere che,
solo quando avremo taciuto noi,
Dio potrà parlare.
Coinquilini del chiasso,
ci siamo persuasi di poter esorcizzare
la paura alzando il volume dei nostri transistor:
facci capire che Dio si comunica all’uomo
solo sulle sabbie del deserto,
138
e che la sua voce non ha nulla da spartire
con i decibel dei nostri baccani.
Spiegaci il senso profondo di quel brano della Sapienza,
che un tempo si leggeva a Natale
facendoci trasalire di meraviglia:
«Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose,
e la notte era a metà del suo corso,
la tua Parola onnipotente dal cielo,
dal tuo trono regale, scese sulla terra...».
Riportaci, ti preghiamo,
al trasognato stupore del primo presepe,
e ridestaci nel cuore la nostalgia di quella “tacita notte”.
Santa Maria, donna del silenzio,
raccontaci dei tuoi appuntamenti con Dio.
In quali campagne ti recavi nei meriggi di primavera,
lontano dal frastuono di Nazaret, per udire la sua voce?
In quali fenditure della roccia ti nascondevi adolescente,
perché l’incontro con lui non venisse profanato dalla violenza degli umani rumori?
Su quali terrazzi di Galilea,
allagati dal plenilunio,
nutrivi le tue veglie di notturne salmodie,
mentre il gracidare delle rane,
laggiù nella piana degli ulivi,
era l’unica colonna sonora ai tuoi pensieri di castità?
Che discorsi facevi, presso la fontana del villaggio,
con le tue compagne di gioventù?
Che cosa trasmettevi a Giuseppe quando al crepuscolo, prendendoti per mano,
usciva con te verso i declivi di Esdrelon,
o ti conduceva al lago di Tiberiade nelle giornate di sole?
Il mistero che nascondevi nel grembo glielo
confidasti con parole o con lacrime di felicità?
Oltre allo Shemàh Israel
e alla monotonia della pioggia nelle grondaie,
di quali altre voci risonava la bottega del falegname
nelle sere d’inverno?
Al di là dello scrigno del cuore,
avevi anche un registro segreto
a cui consegnavi le parole di Gesù?
Che cosa vi siete detto, per trent’ anni,
attorno a quel desco di povera gente?
Santa Maria, donna del silenzio,
ammettici alla tua scuola.
Tienici lontani dalla fiera dei rumori
entro cui rischiamo di stordirei,
al limite della dissociazione.
Preservaci dalla morbosa voluttà di notizie,
che ci fa sordi alla “buona notizia”.
Rendici operatori di quell’ecologia acustica,
che ci restituisca il gusto della contemplazione
pur nel vortice della metropoli.
Persuadici che
solo nel silenzio maturano le cose grandi della vita:
la conversione, l’amore, il sacrificio, la morte.
Un’ultima cosa vogliamo chiederti, Madre dolcissima.
Tu che hai sperimentato, come Cristo sulla croce,
139
il silenzio di Dio,
non ti allontanare dal nostro fianco nell’ora della prova.
Quando il sole si eclissa pure per noi,
e il cielo non risponde al nostro grido,
e la terra rimbomba cava sotto i passi,
e la paura dell’abbandono rischia di farei disperare,
rimanici accanto.
In quel momento, rompi pure il silenzio:
per direi parole d’amore!
E sentiremo sulla pelle i brividi della Pasqua.
(Don Tonino Bello)
da poca disponibilità,
da rigidità di cuore,
da durezza,
da incapacità a comprenderti.
Rimproveraci, Signore,
affinché il nostro cuore ti accolga!
Fa’ che non ci spaventiamo
della nostra durezza di cuore,
ma che, perseverando nella preghiera,
giungiamo a cogliere i segni
della tua presenza.
(Carlo Maria Martini)
Solo per oggi
Solo per oggi
cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere
i problemi della mia vita tutti in una volta.
Solo per oggi
avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà,
non alzerò la voce, sarò cortese nei modi,
non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
Solo per oggi
sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice
non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.
Solo per oggi
mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri.
Solo per oggi
dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio,
ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima.
Solo per oggi,
compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
Solo per oggi
mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò.
E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione.
Solo per oggi
saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze,
che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo.
Solo per oggi
non avrò timori.
In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello
e di credere nell’Amore.
Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita.
(Giovanni XXIII)
La nostra poca fede
E noi, Signore?
Non temiamo di dirti
che ci troviamo talora
come i tuoi primi discepoli.
La nostra fede è accompagnata
qualche volta
140
Preghiera per il buon umore
Dammi, o Signore, una buona digestione e anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, col buon umore necessario per mantenerla.
Dammi, o Signore, un ‘anima santa, che faccia tesoro di quello che è buono.
Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti,
i sospiri e i lamenti, e non permettere che io mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo invadente che si chiama “Io”.
Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo.
Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche gli altri.
(San Tommaso Moro)
Tardi ti ho amato
Tardi ti ho amata,
bellezza tanto antica e tanto nuova,
tardi ti ho amata!
Ed ecco, tu eri dentro
e io fuori:
là ti cercavo,
e privo di forma mi avventavo
sulle belle forme da te create.
Eri con me,
e non ero con te.
Mi tenevano lontano da te
quelle cose che se non fossero in te
nemmeno sarebbero.
Mi hai chiamato,
hai gridato,
hai squarciato la mia sordità.
Hai balenato,
hai brillato
e hai fugato la mia cecità.
Hai emanato la tua fragranza:
l’ho aspirata
e ora anelo a te.
Ho gustato
e ho fame e sete.
141
Mi hai toccato
e ardo per la tua pace.
Conducimi, dolce luce
(S.Agostino d’Ippona)
Preghiera per il giorno che sta per cominciare
Signore è l’alba.
Fa’ che io vada incontro nella pace
a tutto ciò che mi porterà questo giorno.
Fa’ che io mi consegni totalmente
alla tua santa volontà.
Donami in ogni momento la tua luce e la tua forza.
Qualunque notizia io riceva oggi,
insegnami ad accettarla nella quiete
e nella fede salda che nulla può accadere
se tu non lo permetti.
In ogni mia azione e parola
dirigi i miei pensieri e i miei sentimenti.
In tutti gli eventi inattesi,
non farmi dimenticare che ogni cosa proviene da te!
Insegnami ad agire con apertura e intelligenza
verso tutti i miei fratelli e le mie sorelle
e verso tutti gli uomini,
senza mortificare o contristare nessuno.
Signore, donami la forza di portare
la fatica del giorno che si avvicina,
e di tutti gli eventi inclusi nel suo corso.
Conducimi, dolce luce, tra il buio che mi circonda,
sii tu a condurmi!
La notte è oscura e sono lontano da casa,
sii tu a condurmi!
Custodisci i miei passi, non ti chiedo di vedere
la scena lontana: un solo passo per volta
mi è più che sufficiente.
Non sono stato sempre così,
e non ho pregato sempre
perché fossi tu a condurmi.
Amavo scegliere e vedere il cammino;
ma ora sii tu a condurmi.
Amavo il giorno luminoso
e, nonostante le paure,
l’orgoglio reggeva la mia volontà:
non ricordare gli anni passati!
Così a lungo la tua potenza mi ha benedetto,
e sicuramente mi condurrà ancora.
Oltre la landa e la palude,
oltre il dirupo e l’impeto dei torrenti,
fino a che la notte non dilegui;
e col mattino volti d’angelo, ecco,
sorridano,
quelli che da tanto ho amato,
e perduto ho solo per poco.
(John Henry Newman)
All’ultimo momento
Guida la mia volontà,
insegnami a pregare, a credere,
a perseverare, a soffrire, a perdonare ...
e ad amare!
(V. Kotel’nikov, Prauoslaonaia asketika i russkaia literatura)
UNO STAREC DEL MONASTERO DI OPTINA
Nella chiesa siamo tutti deboli
Quando sul mio corpo
(e ben più sul mio spirito)
comincerà a mostrarsi l’usura degli anni,
quando si abbatterà su di me, dal di fuori,
o nascerà in me dal di dentro,’
il male che sminuisce o porta via,
nell’istante doloroso in cui prenderò coscienza
che sono malato o che sto diventando vecchio,
Padre celeste!
Qui fuori, nel mondo,
uno è forte, l’altro è debole;
il forte, chissà,
insuperbisce della propria forza;
il debole sospira e, ahimè,
diventa invidioso.
Ma qui, dentro la tua chiesa,
tutti siamo deboli;
qui, al tuo cospetto - Tu sei il potente,
tu solo sei forte.
in quell’ultimo momento, soprattutto,
quando sentirò di sfuggire a me stesso,
assolutamente passivo
in mano a grandi forze sconosciute
che mi hanno formato,
in tutte quelle ore buie,
donami, mio Dio, di comprendere .
che sei tu (ammesso che la mia fede sia cosi grande)
che separi dolorosamente le fibre del mio essere
(Soren Kierkegaaard)
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per penetrare fino al midollo della mia sostanza
e trascinarmi in te. .
ai nostri silenzi come una fievole luce che trema
per paura dell’ombra,
La bellezza grida tra le montagne
Tra un battito d’ali e un ruggito di leoni.
La bellezza sorge da oriente con l’alba
Si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto
arriva sulle colline con la primavera
danza con le foglie d’autunno
e con un soffio di neve tra i capelli.
La bellezza non è un bisogno ma un’estasi,
non è una bocca assetata né una mano vuota
protesa in avanti ma piuttosto ha un cuore infuocato
e un’anima incantata.
Non è la linfa della corteccia rugosa
né un’ala attaccata a un artiglio.
La bellezza è un giardino sempre in fiore
e una schiera d’angeli sempre in volo.
La bellezza è la vita quando la vita si rivela.
La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio
e noi siamo l’eternità e lo specchio.
(Pierre Teilhard De Chardin)
A stento il Nulla
No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al venerdì santo
quando Tu non c’eri lassù!
Quando non una eco
risponde
al suo alto grido
e a stento il Nulla
dà forma
alla tua assenza.
(Kahlil Gibran)
(David Maria Turoldo)
Fa’ che possa riconoscerti
Suggerimenti per i “segni” particolari
Mio Signore,
fa’ che oggi e tutti i giorni
io possa vederti
nella persona dei tuoi infermi e,
mentre curo loro,
serva te.
Si
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Anche se ti nascondi
dietro la figura poco attraente
del permaloso,
dell’ irragionevole,
fa’ che possa riconoscerti egualmente
e dire:
«Gesù, paziente mio,
quanto è dolce servirti».
(Madre Teresa di Calcutta)
La bellezza
può costruire un “segno” attorno a:
luce
fuoco
acqua
pane
vino
lievito
incenso
cera
fiori / rami secchi
mani che si stringono
catena
carta colorata
scatole
Icona, da contemplare
danza
La bellezza cammina fra di noi come una giovane madre
quasi intimidita della propria gloria.
La bellezza è una forza che incute paura
come la tempesta scuote al di sotto e al di sopra di noi
la terra e il cielo.
La bellezza è fatta di delicati sussurri
parla dentro al nostro spirito la sua voce cede
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Immagine - Ufficio Catechistico Diocesano Bologna