CREDO IN GESù CRISTO FIGLIO UNIGENITO DI DIO Sussidio per la catechesi degli adulti 2012-2013 Introduzione Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile il desiderio di annunziare, di “evangelizzare”, e di condurre altri al “sì” della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l’ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7). CCC,n.429 Ogni genitore, ogni educatore, si trova prima o poi davanti alla realtà di una persona a cui deve permettere di trovare risposte senza però potergliele dare direttamente. Per esempio i valori, gli atteggiamenti, non sono un qualcosa che può essere trasmesso in senso stretto, ma solo (in qualche misura) suscitato, perché divengono parte della personalità dell’altro solo se sono il risultato di un processo di maturazione individuale e interiore che non può essere condizionato dall’esterno, ma che richiede come elemento indispensabile il contributo originale della persona che giunge ad assumerli come propri. Ogni relazione educativa deve fare i conti con il passaggio da una condizione più basata sul controllo ad una maggiormente fondata sull’accoglienza, sull’ascolto, sul coinvolgimento reciproco. Occorre quindi imparare a rispettare l’originalità dell’altro, la sua sensibilità, rinunciando a ogni illusione di poter trasmettere atteggiamenti nuovi e cercando piuttosto di costruire assieme, giorno per giorno, condizioni favorevoli e per lo sviluppo personale di questi atteggiamenti. Se e come le persone li matureranno non è nel controllo degli educatori o dei genitori, ma appartiene piuttosto alla qualità delle relazioni. Questo modo di accompagnare gli altri e di rispettarne la libertà è strettamente legato alla Carità e non è possibile sostenerlo senza questa base fondamentale. Uno dei molti modi in cui ci può mettere davanti al mistero di Gesù è quello di guardare a lui come all’incontro fra la domanda di un Figlio e l’Amore di un Padre. La Domanda (con la maiuscola) è quella che abita nel cuore dell’uomo e che ci porta a trascorrere la nostra vita alla ricerca di un traguardo del quale non conosciamo bene la natura. Ci sono persone che inseguono nella loro esistenza la ricchezza, il potere, la salute, l’amore. Quelli che più si avvicinano alla verità imparano poco alla volta a cercare in tutte queste cose la Libertà, vero bene penultimo. Di fatto c’è comunque, per tutti, una condizione di costante impulso a muoversi, a mettersi in cammino. Si tratta di quel desiderio di felicità e di futuro di cui parla la “Lettera ai cercatori di Dio”, constatando che “questo sogno di felicità e di futuro viene percepito in modi diversissimi e si manifesta con tanti nomi”1. La risposta che viene da Dio a questa domanda è per molti aspetti diversa da come ce la potremmo aspettare. Per prima cosa, non è una riposta in senso stretto, nel senso che non ha il carattere assertivo di una verità affermata in modo assoluto, ma si presenta piuttosto come la proposta di un percorso. Un percorso che richiede come elemento costitutivo la collaborazione e la partecipazione attiva di chi è portatore della domanda. Non è una risposta buttata in faccia a chi è in cerca di qualcosa, ma è la mano del Padre che prende quella del figlio e lo accompagna alla scoperta della realtà, rispettandone la sensibilità, la libertà, la capacità di andare più 1 Conferenza Episcopale Italiana, Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi – LETTERA AI CERCATORI DI DIO – 2009 2 o meno lontano, più o meno veloce. Ma c’è anche un altro aspetto della risposta di Dio che rompe in qualche modo gli schemi. Dio che “parla” è Dio che si manifesta, che esce da sé, che si rende presente. E questo è l’attributo fondamentale della Parola. Ma questa parola non è un insieme di proposizioni: è una Persona. Non ci viene presentata un’idea, una scuola di pensiero, una filosofia. In un certo senso, nemmeno una religione. Dio non si fa presente a noi con una ricetta per costruire la nostra vita, ma ci propone qualcosa di più dinamico e di più esigente e al tempo stesso di più confacente alla radice più profonda della nostra natura. La parola di Dio (il Verbo) si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi: Dio si propone come persona (Gesù) ovvero come quell’insieme di identità e relazione che costituisce il nocciolo stesso dell’essere Uomo. Il fatto che Dio abbia scelto questo modo per manifestarsi all’Uomo ci dice alcune cose. Ad esempio, che siamo l’oggetto di Amore profondo. Poi, che siamo adulti, trattati da adulti e non da bambini. Ancora, che il Verbo è qualcosa in cui ci possiamo specchiare, in cui possiamo trovare un compagno di strada e di vita, con cui possiamo entrare in relazione e, addirittura, in comunione. Gesù è questa persona, questa Parola d’Amore, questa risposta che non richiede un semplice ascolto, ma l’accoglienza della proposta di un cammino assieme, di una ricerca per cogliere i segni di una salvezza che è già con noi e che tuttavia non è ancora pienamente realizzata. Si tratta di una Parola già pronunciata e che tuttavia chiede il nostro contributo originale per entrare nella vicenda umana, nella storia, nella nostra realtà in modo sempre nuovo e sempre vitale. Il cammino proposto nelle pagine che seguono è un passo in questa direzione: quando si incontra una persona e si comincia a frequentarla si cerca di conoscerla meglio. Attraverso queste schede vorremmo conoscere meglio Gesù, ma anche guardare a noi stessi, presentando a lui le nostre aspettative, le nostre fragilità e la nostra verità convinti che proprio in questa relazione possiamo cogliere meglio chi siamo veramente. La catechesi degli adulti: una proposta per… attivare le persone La catechesi degli adulti è la proposta di un percorso permanente ed organico che non si limita a proporre alcune belle riflessioni su temi inerenti alla nostra fede, ma ha come intento finale quello di fornire spunti ed offrire strumenti perché ogni adulto si interroghi sulla sua vita e sulla sua fede, elementi che non possono mai essere separati l’uno dall’altro e che richiedono un continuo cammino umano e spirituale. La persona è al centro della proposta formativa, per questo non può esistere un modo unico per provocare l’interesse e l’attivazione, ma devono convivere in maniera inclusiva e complementare varie modalità di procedere che siano a misura delle persone, delle loro situazioni e delle loro storie. Una modalità di procedere è attiva quando accompagna la persona, considerata come valore e come soggetto del proprio cammino formativo, nel mobilitare tutta se stessa nella ricerca di risposte personali in un contesto di gruppo, che diano senso alle infinite domande che l’esperienza, gli altri, la vita e la fede continuamente pongono. La formazione passa attraverso la disponibilità di ciascuno a lavorare su di sé e a prendere in mano la propria vita, ad essere attori e non spettatori dei momenti formativi siano essi conferenza, o lavoro di gruppo, relazione frontale o laboratorio. Tutti gli appuntamenti e gli strumenti da proporre devono essere vissuti non tanto in termini di “cose da fare”, quanto di “relazioni da vivere”. (Dal sussidio nazionale adulti dell’AC, anno 2009 “ Convocati nella speranza ”e 2010 “Questo è il tempo”) 3 L’ANNUNCIO DEL REGNO… TRA SEGNI E PAROLE CCC da 541 a 550 “La verità vi farà liberi” – da 106 a 126 VEDERE Quali sono, oggi, i segni che manifestano la presenza del Regno di Dio? Il Vedere è il primo momento di ogni incontro, quello nel quale ci lasciamo “attivare” prendendo spunto da un testo letterario o dalla visione di un film o da altri strumenti della cultura che ogni giorno “respiriamo”, per arrivare a far emergere alcune domande che possano provocare la discussione nel gruppo. Il dibattito sarà tanto più interessante ed efficace quanto più ognuno si renderà disponibile a condividere le proprie esperienze, i propri dubbi, le proprie storie quotidiane. Quest’anno abbiamo scelto, per suscitare il dialogo, alcuni testi tratti dalla letteratura, ma non mancheranno anche alcuni suggerimenti cinematografici o tratti dall’arte e dalla musica. · Molti sono questi segni e questi luoghi: l’impegno a favore della dignità di ogni uomo, per la giustizia, per la verità… Noi abbiamo scelto un luogo a noi familiare: la comunità cristiana dove, incessantemente, anche se tra mille ostacoli, si lavora per costruire il bene comune, per gettare ponti tra le persone, tra le famiglie, tra giovani e anziani, tra poveri e ricchi, tra italiani e stranieri. cfr. “Un po’ di bene comune, anche la mia parrocchia collabora”, Ed.AVE, pagg.159 e segg.: …Giunti alla fine di questo lavoro – che è stato un vero e proprio viaggio itinerante tra le parrocchie di uno dei vicariati bolognesi (ndr:il vicariato Sud-Est) – occorre tirare le fila selezionando alcuni risultati, evidenze e motivi di riflessione e impegno per il futuro. È stata sicuramente una bella sfida quella di provare a “misurare” le attività delle parrocchie, la fiducia, la reciprocità, i legami comunitari che si creano e alimentano, la pratica del dono. Lo abbiamo fatto raccogliendo dati quantitativi e qualitativi, usando parametri e indicatori elaborati dalle scienze economiche e statistiche (anche se senza pretese di precisione scientifica di analisi); ricercando e comparando quelle variabili che si pensava potessero incidere sui risultati dell’azione delle parrocchie e sulla loro percezione. Anche questa è innovazione! Con dati, indici, parametri e comparazioni si è provato a dare conto del vecchio detto che “la fede smuove le montagne”, con un linguaggio che può essere compreso e apprezzato anche da chi tradizionalmente ha un approccio essenzialmente razionalistico e “scientifico” all’analisi dei fatti culturali e sociali. La scelta metodologica è stata vincente, nel senso che ha aperto nuovi orizzonti e offerto inedite chiavi di lettura (in qualche misura più oggettive e più “laiche”) per capire cosa le parrocchie fanno in termini di costruzione del bene comune. Se la domanda iniziale era fino a che punto e in quale modo il soggetto parrocchia fosse un fattore determinante di edificazione del bene comune, ci è apparso subito chiaro dalle interviste che le parrocchie svolgono un volume di lavoro realmente impressionante, di enorme utilità per il proprio territorio, che rischia di sfuggire, forse per la sua quotidianità, non solo a degli osservatori esterni più disattenti, ma anche a chi nel mondo delle parrocchie vive attivamente. Il bene comune incontrato non si esplica solo attraverso concrete azioni caritative e sociali, ma si evidenzia nella formazione educativa, nelle proposte di convivialità e accoglienza, nella liturgia. In tutti questi ambiti si misura la vitalità delle comunità e la presenza di reti, cioè luoghi di prossimità per le persone che vivono l’appartenenza, si “sentono parte” e ricercano luoghi o di senso o anche semplicemente domande di “benessere”. Dai dati raccolti e dalle interviste emerge l’immagine di una parrocchia che resta punto di riferimento e soggetto (collettivo) capace di leggere quello che accade nel territorio di riferimento, che cerca di affrontare, pur con tante difficoltà, il cambiamento senza chiudersi o isolarsi in modo autoreferenziale. · I segni che manifestano la presenza del regno di Dio sono da ricercarsi nelle tante testimonianze degli uomini e delle donne che non si sono arresi e che non si arrendono alla presenza del male , che reagiscono alle avversità, che non rinunciano ad impegnarsi per cambiare le cose. Persiste la capacità del mondo delle parrocchie di restare in ascolto e di dare concrete risposte ai bisogni (di varia natura) delle persone, che può sembrare un’esperienza spontaneistica nella sua genesi, ma che, invece, spesso, se analizzata nel tempo in maniera retrospettiva, consente di individuare un percorso coerente di impegno e di servizio che può essere riproposto e replicato altrove in maniera “apostolica”, senza rigidi obiettivi di risultato. Cominciare a quantificare ciò che le parrocchie rappresentano (evidenziando i “numeri” delle attività che realizzano), valorizzare le modalità con cui vengono attivati i differenti servizi, le motivazioni ideali e concrete che promuovono occasioni d’incontro, la capacità delle parrocchie di muoversi verso i bisogni emergenti con progetti stabili e di qualità, tutto 4 5 Quando vengono proposti più brani letterari si possono formare nel gruppo adulti piccole “isole” di 3-4 persone alle quali viene dato un tempo di 10-15 minuti per elaborare qualche spunto per la riflessione comune a partire dai singoli brani. Spunti per il dibattito: questo diffonde effetti estremamente rilevanti per la comunità o il territorio di riferimento. È interessante sottolineare come nelle micro-realtà si assiste a una progettazione che produce innovazione sociale , arrivando prima delle istituzioni. La duplice analisi, quantitativa e qualitativa, evidenzia quindi il ruolo della parrocchia come risorsa del territorio, che pratica fattivamente in maniera distintiva il lavoro di comunità come strumento dell’intervento sociale. Si è ritenuto importante contestualizzare il ruolo sociale delle parrocchie e rappresentarlo in un mix:la solidarietà è solo uno degli elementi che, fondendosi con l’evangelizzazione, la formazione-educazione(religiosa, ma anche “umana” nella sua globalità), l’accoglienza si integrano in una “infrastruttura” di quel welfare municipale e comunitario nel suo significato originale di “benessere”, ben al di là del concetto di “stato sociale”. Potremmo aggiungere che quello che è emerso dal nostro lavoro è che le parrocchie sono oggi uno dei pochissimi luoghi dove si possono sperimentare nuovi stili di vita, diversi da quelli che quotidianamente ci vengono pubblicizzati, dove ricchezza, consumo, possesso, affermazione personale sono fini e mezzi del vivere quotidiano. Le parrocchie restano poli di aggregazione e centri promozionali (“motore di ricerca”, potremmo dire) per ascoltare, leggere e cominciare a dare delle risposte alla domanda di “benessere”(qualità della vita e delle relazioni) che emergono dalle persone sia credenti, sia per chi si avvicina ai perimetri delle nostre comunità. Si creano tantissime occasioni di incontro e di convivialità, con la certezza che solo creando relazioni umane significative si può pensare di trasmettere qualcosa anche della propria esperienza di fede. · Sarebbe bello presentare qualche testimonianza delle nostre comunità colpite dal terremoto dove ci sono state grandissime manifestazioni di solidarietà e di aiuto da parte di tutti. Girando un po’ per le diverse parrocchie che hanno subito danni, alcuni limitati, altri gravissimi, ci siamo resi conto di come questa tragedia abbia obbligato le persone a ripensare alle cose che stavano facendo, ai progetti che avevano in cantiere e, pur nella sofferenza e nella disperazione iniziali si sono trovate le forze non solo per cominciare a ricostruire gli edifici ma anche a ricostruire rapporti e relazioni che magari negli anni si erano affievoliti sia tra le singole persone che tra le diverse comunità . Un altro testo per la riflessione può essere: · Dare forma alla vita, pag. 118 sussidio adulti Azione Cattolica, “Convocati nella speranza”, 2009 PAROLE CON PENSIERI - Dare forma alla vita, di David Ford, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2003): “Si può dire che la chiesa sia una comunità fondata sulla condivisione di un pasto. Nella visione del banchetto del regno di Dio, quando le genti verranno a mensa dal settentrione e dal mezzogiorno, dall’oriente e dall’occidente, non c’è nessuna gioia che nessuna comunità, nel tempo presente, potrebbe racchiudere in sé. Se è vero che ogni essere umano è un’immagine del Dio della gioia, non finiremo mai di godere della compagnia gli uni degli altri, e di scoprire sempre nuove occasioni di gioia. (…) L’ospitalità è un affare complesso. Bisogna prendere delle decisioni riguardo agli ospiti, al menù, al momento e al luogo giusti (…) Questo richiede un coordinamento straordinario di tutti gli elementi che si intrecciano, ognuno dei quali, se non funziona, può compromettere la gioia. Perciò avere in sé l’immagine del banchetto del regno di Dio, e desiderare di pregustarlo già nell’oggi, significa prestare attenzione ad un’infinità di cose e di persone che devono essere messe insieme(…) Nessuna comunità può accontentarsi del grado di ospitalità a cui è giunta. La verifica di ogni nostra azione nei 6 confronti degli altri nel suo essere o meno in armonia con quel festeggiare insieme, di tutto cuore, che ci attende alla fine dei tempi. Quali cambiamenti devono avvenire in noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, affinché siamo completamente in grado di gustare la compagnia di altre classi sociali, razze, religioni, appartenenze, personalità, culture? (…) Concentrarsi sul volto di Cristo è scoprire che i nostri confini si spostano e si espandono (…) Egli è colui la cui ospitalità è universale, un volto dopo l’altro. Stare dinanzi al suo volto significa rendersi conto di come egli guardi con amore ogni genere di persona imprevista, marginale o per noi spiacevole, proprio come guarda noi. Dovunque egli sia, le porta con sé, come parte della sua comunità”. · Canzoni: Gente di Laura Pausini Si può scaricare anche il bel video di questa canzone sul sito di You Tube Si sbaglia sai quasi continuamente Sperando di non farsi mai troppo male Ma quante volte si cade La vita sai è un filo in equilibrio E prima o poi ci ritroviamo distanti Davanti a un bivio Ed ogni giorno insieme per fare solo un metro in più Ci vuole tutto il bene che riusciremo a trovare in ognuno di noi Ma a volte poi basta un sorriso solo A sciogliere in noi anche un inverno di gelo E ripartire da zero Perché non c’è un limite per nessuno Che dentro sè abbia un amore sincero Solo un respiro Non siamo angeli in volo venuti dal cielo Ma gente comune che ama davvero Gente che vuole un mondo più vero La gente che incontri per strada in città 7 Prova e vedrai ci sarà sempre un modo CONFRONTARSI Dentro di noi per poi riprendere il volo “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, predicando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,14-15). Verso il sereno Non siamo angeli in volo venuti dal cielo Diceva: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme nel terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”. Ma gente comune che ama davvero Gente che vuole un mondo più vero La gente che insieme lo cambierà Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granella di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”. (Mc 4,26-32) Gente che vuole un mondo più vero La gente che insieme lo cambierà Insieme lo cambierà, proverà Il contesto Gente che proverà L’evangelista Marco all’inizio del suo vangelo dice: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, predicando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,14-15). L’obiettivo fondamentale di Gesù, il tema centrale della sua predicazione è il Regno di Dio, e le due parabole, oggetto della nostra riflessione, ce ne parlano partendo da elementi della natura: dai semi. Lavori lo cambierà, riuscirà Gente che riuscirà Insieme ci riuscirà, cambierà Gente che cambierà Il brano è tratto dall’album “Laura” del 1994, ed è presente anche nella raccolta precedente “Laura Pausini” . La ripetizione nel testo dell’avverbio “insieme” sembra voler sottolineare la forza che deriva dal mettersi in compagnia di altri, pur diversi da noi, che hanno però la stessa utopia: quella di “cambiare” il mondo. Il mondo in cui ciascuno di noi è ospite, ma con un compito preciso: quello di apprezzarne e custodirne la bellezza, rendendolo sempre più vivibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sul piano relazionale. Quest’ultima dimensione comporta una grande capacità di amare, la disponibilità ad accogliere quel sorriso che riesce “a sciogliere in noi anche un inverno di gelo e ripartire da zero”, la volontà di ospitare chiunque incontriamo sulla nostra strada. Bella è la sottolineatura che siamo gente comune, non angeli venuti dal cielo, quasi a voler ribadire la necessità di attraversare fino in fondo la vita che ci è stata donata, accogliendo e assumendo la nostra umanità in tutte le sue sfaccettature, per essere sempre più aderenti alla verità della nostra esistenza. Siamo nel libretto delle parabole del Regno del vangelo di Marco (4,1-34), chiamato così perché sono radunati tanti insegnamenti sul Regno di Dio. Non è cosa secondaria che Gesù usi la parabola: essa è il racconto di un’esperienza attinta dalla vita che diventa paragone per capire qualcosa di importante, che non si può dire con parole usuali. Quindi come in ogni paragone, chi ascolta la parabola viene illuminato su ciò che Gesù vuole dire, ma insieme avverte che la verità è ancora più profonda. Le parabole ci illuminano ed insieme ci spingono a cercare ancora. Il Regno di Dio Non furono né il Battista né Gesù a suscitare l’aspettativa del Regno. La loro predicazione veniva invece ad inserirsi in quella millenaria eredità spirituale di fede e di speranza che era stata la forza segreta della storia di Israele: fede che Dio è il Signore onnipotente d’Israele, e speranza che la sua promessa non verrà mai meno. I profeti ne riaccendevano la speranza, annunciando la svolta decisiva degli ultimi tempi, quando Dio avrebbe fatto ritorno per stabilire nel mondo il suo dominio regale definitivo: “In quel giorno radunerò gli zoppi, raccoglierò i dispersi …ne farò una nazione forte” (Michea 4,6s). È per mezzo dei profeti che il popolo ha atteso l’avvento di quel Regno nel quale i mali dell’uomo sarebbero stati debellati per sempre e instaurata la pienezza di vita. L’aspettativa del popolo, però, era legata ad un regno terreno, sulla scia di Davide il grande Re di Israele. Gesù ha inaugurato il Regno Gesù iniziando la sua vita pubblica ha proclamato, in nome di Dio, che il tempo dell’attesa 8 9 era finito e che qualcosa di decisivo si era compiuto nella storia. Predicando il Regno di Dio come già arrivato, Gesù è venuto ad identificarsi con il messaggero di gioia preannunciato dal Deutero-Isaia. Un messaggero correrà avanti a portare la buona notizia, “messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio” (Is. 52,7); messaggero “mandato a portare il lieto annunzio ai miseri… per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere” (Is. 61,1.3) Sullo sfondo di queste profezie, Gesù afferma che la storia è arrivata alla svolta decisiva: la grande promessa comincia a realizzarsi. Dio viene per regnare in modo nuovo e definitivo. Viene per aprire un cammino sicuro verso la pienezza della vita e della pace. Il suo regno è da intendere soprattutto come sovranità, regalità, come una realtà misteriosa e dinamica, che si è fatta vicina, anzi è già in mezzo agli uomini e deve essere accolta con umiltà e fiducia. (La verità vi farà liberi, nn. 108-109) Predicando il Regno di Dio, come già presente nella storia, nella sua Persona, Gesù è venuto ad annunciare il grande intervento di Dio a favore del suo popolo. Dio si prenderà cura personalmente dei suoi figli come un pastore fa con il suo gregge. Per Gesù il Regno è dono che viene dal Padre: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Il Regno non viene avanti per la spinta evolutiva della storia, né per le iniziative umane, come se queste potessero determinare o impedire l’avvento della potenza liberatrice di Dio. Il Regno è frutto della incondizionata volontà di amore del Padre offerta all’uomo. Può essere solo sollecitato con il confidente atteggiamento di fede e di speranza che si esprime nella preghiera insegnataci da Gesù: “Padre, venga il tuo Regno!” (Mt 6,10). Ma accoglierlo come dono non significa che gli uomini non debbano fare qualcosa. All’uomo viene chiesto di “convertirsi e di credere nel vangelo del Regno” (Mc 1,15). Per Gesù l’atteggiamento fondamentale di fronte all’offerta del Regno non è l’attesa, ma il cambiamento del cuore e l’accoglienza nella fede. Gesù stesso è il piccolo seme nascosto nelle grandi regioni dell’impero romano, eppure testimone infaticabile dell’amore del Padre con le sue parole e i suoi miracoli.2 Lui è il seme che già è stato messo sotto terra e già è germogliato nella risurrezione. Lui è il Regno di Dio già presente, ma non ancora definitivo. Gesù oltre che annunciare il Regno ha posto anche dei “segni” eloquenti del mistero del Regno: guarisce i malati, libera gli oppressi, preferisce i poveri. Il Regno di Dio nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29) Il contadino che getta il seme nel terreno non va poi ogni giorno a rimuovere la terra per vedere “cosa fa il seme”. Egli lo abbandona alla forza della natura: alla madre terra, al sole, all’acqua; e il seme cresce da solo fino a maturare i frutti e ad essere pronto per la mietitura. Al contadino, una volta seminato, non resta che pazientare e, pieno di fiducia, attendere la mietitura, che certamente verrà. Una volta annunciato il Regno, esso giungerà sicuramente al compimento per la forza irresistibile e misteriosa che lo sostiene. 2 Del tema dei miracoli se ne parlerà esplicitamente in una scheda a parte. 10 L’insegnamento di questa parabola, così semplice, è in realtà molto difficile da capire: afferma la priorità assoluta di Dio, e rende vano ogni efficientismo che cerca di far crescere il regno di Dio con la propria attività, o secondo i criteri mondani che regolano i rapporti di produzione. Il Regno di Dio infatti è principalmente opera di Dio, e ogni sforzo dell’uomo che volesse agire da solo sarebbe inutile. Questa parabola, nella situazione storica di Gesù, poteva essere una risposta alle difficoltà e obiezioni che incontrava nell’annuncio del regno: l’impazienza degli zeloti o i calcoli degli apocalittici. Da questo testo possiamo ricavare un altro insegnamento: bisogna avere pazienza, e fiducia in Dio. Il seme crescerà perché in esso opera la potenza di Dio. La parabola però, non è un invito al quietismo o alla pigrizia, ma una proposta di speranza che si fonda sulla promessa efficace di Dio. Se il seme è gettato, è garantito il raccolto. La realtà del Regno non matura sopra o accanto o al di fuori della libertà e dell’impegno dell’uomo, egli è chiamato a collaborare all’avvento del Regno di Dio Sant’Ignazio di Loyola dice: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio”. Esiste un dipinto, di Jean-Francois Millet, “L’Angelus”, che traduce quasi “visivamente” la citazione di Sant’Ignazio di Loyola: In questo dipinto di Millet, realizzato tra il 1857 e il 1859 ed esposto a Parigi nel Museo d’Orsay, l’autore rappresenta un ricordo d’infanzia: Millet faceva parte di una famiglia contadina che, all’udire il rintocco della campana che suonava “l’Angelus” si fermava nei campi dove stava lavorando per raccogliersi alcuni minuti in preghiera. L’intento di Millet non è religioso, dato che il pittore non era credente, ma esprime, suo malgrado, un appello fortissimo alla preghiera come affidamento a Dio delle nostre attività. Il pittore ha voluto semplicemente rappresentare un momento di vita quotidiana, ma il suo dipinto esprime molto di più: notate l’atteggiamento dei due contadini raccolti in preghiera: il capo chino, con il cappello in mano da parte di lui, il capo chino con le mani giunte di lei. Il corpo è ripiegato su se stesso come a significare la consapevolezza della propria piccolezza davanti a Dio. Sono i contadini a gettare il seme per far crescere il grano, o le patate, o l’avena, ma sanno bene che il raccolto non dipende solo dal loro lavoro, ma che tutto è affidato alla potenza e alla provvidenza divina. Questo dipinto, che è anche la copertina del testo che vi verrà proposto nel momento dell’AGIRE, è il simbolo del riconoscimento di quanto sia fondamentale affidare al Signore ogni ora della nostra giornata perché sia da lui benedetta e riempita di grazia. 11 Il Regno di Dio nella parabola del granello di senape (Mc 4,26-29) Gesù camminando tra i campi vede che una pianta che ha un seme piccolissimo, come la senape, poi cresce e fa stupire per la sua grandezza, capace di ospitare tanti uccelli che nel momento del gran caldo trovano ombra fra i suoi rami. Questa parabola che parla della crescita del regno di Dio è strettamente collegata alla precedente; qui però invece di sottolineare la spontaneità della crescita contrapposta all’inattività dell’agricoltore, mette in risalto la grandezza dell’albero cresciuto contrapposto alla piccolezza del seme. Il Regno di Dio, anche se nasce piccolo come un seme, apparentemente sperduto nelle zolle del terreno, è però vitale e carico di voglia di crescere. Due sono le conseguenze: saper vedere e maturare i semi del Regno oggi, ma anche riconoscere che la pianta del Regno vuole essere albero di vita per tutte le persone, fino ad accogliere tutti i popoli. Il Regno di Dio, che il Signore ci rivela, è “mistero” (Mc 4,11), cioè è sempre oltre quello che possiamo vedere e comprendere, per cui l’atteggiamento giusto è quello della speranza, dell’ottimismo, dello stupore e della riconoscenza al Signore, che fa crescere il Regno e la vita anche quando noi “dormiamo”. Un’applicazione dalle due parabole Come il primo seme cresce da solo e il secondo anche se piccolo produce una pianta grande, così è il Regno di Dio, piccolo nelle apparenze, ma grande nei risultati. Dio fa grandi cose con strumenti fragili e piccoli: tutta la storia della salvezza ci parla di questa verità. Dio crea il mondo con la sola parola, libera il suo popolo dalla schiavitù tramite Mosè, uomo balbuziente, sceglie come re del suo popolo Davide, l’ultimo di otto fratelli, il più piccolo. È così che Dio stabilisce il suo Regno, ossia la salvezza di ogni uomo, chiamando gli ultimi e i più piccoli e chiedendo loro di collaborare non con grandi gesta, non con esaltazioni di piazza, ma attraverso piccoli gesti di amore. Questo è stato anche lo stile di Gesù che come predisse Isaia: “non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta” (Mt 12,19-20). E così fanno anche tanti cristiani sparsi nel mondo, nelle missioni, nei lebbrosari, nelle scuole, nell’aiuto agli stranieri, ai poveri e a quelli soli. E “Il regno di Dio è in mezzo a loro” (Lc 17,21) Per l’approfondimento CCC da 541 a 550 “la verità vi farà liberi” – da 106 a 126 · Per Gesù chi è veramente grande e chi è inevitabilmente piccolo? · “Il Regno di Dio è il mezzo a voi” (Lc 17,21) dice Gesù: proviamo ad elencare alcuni semi (segni) del Regno di Dio che troviamo nelle nostre giornate, dentro noi stessi, negli altri, nel mondo. AGIRE Dopo aver tanto riflettuto, l’ ”agire” vuole essere il momento in cui individuare insieme alcune segni, qualche piccolo gesto, un semplice impegno, perché tutto quello che ci siamo detti, che abbiamo ascoltato, su cui abbiamo meditato, non rimanga solo un esercizio intellettuale ma si traduca in un concreto, se pur piccolo, cambiamento di vita.. · Si potrebbe regalare ad ogni membro del gruppo adulti, chiedendogli di leggerlo e soprattutto di metterlo in pratica, il brevissimo ma delizioso testo di Dionigi Tettamanzi: “Le ore del giorno cercano un’anima” * (lettera pastorale consegnata a tutte le famiglie della diocesi di Milano in occasione delle benedizioni pasquali del 2008-2009) dove vengono dati alcuni suggerimenti semplicissimi, ma molto efficaci, sugli atteggiamenti da mettere in atto in ogni momento della giornata per far sì che ogni giorno possa diventare terreno fertile per seminare il seme del regno di Dio. Dall’introduzione alla lettera pastorale: “Scrivendovi questa lettera ho voluto pensare ad una giornata della vostra vita, cercando di vedervi le occasioni di bene possibili in ogni momento, proponendo piccoli gesti ordinari per costruire storie di quotidiana santità. Negli orari della giornata si possono spargere tanti atteggiamenti che assomiglino alla generosità del seminatore della parabola evangelica: ogni momento del giorno è come un terreno che attende il seme. Il seme della parola di Dio che rende feconda il bene della nostra giornata. La mia proposta è solo un piccolo inizio. Chissà quante altre parole buone e segni di speranza voi stessi saprete suggerirmi! Siate famiglie che ricevono la benedizione di Dio e diventano una benedizione per tutti, una vera anima per il mondo”. · Dionigi Tettamanzi, Le ore del giorno cercano un’anima, lettera per la benedizione delle famiglie, edizioni Centro Ambrosiano. · Impegnarsi a mantenere viva l’attenzione- sulla necessità di gesti solidali e concreti per tutte le nostre comunità colpite dal terremoto, che hanno davanti a loro un tempo ancora molto lungo prima di poter tornare alla normalità della vita prima del sisma. Proporre dei gemellaggi tra parrocchie e iniziative come quelle proposte dall’Azione Cattolica diocesana (SOS terremoto, Dammi 5: vedi sito AC: www.azionecattolicabo.it ) e consulta ultimo il numero 3/2012 della rivista Agenda “Oltre le macerie”. Per noi: · Ci siamo fatti un’idea giusta del Regno di Dio? Perché Gesù ne parla tanto? · Come valutiamo il “grande e il piccolo” delle persone e delle cose? Secondo criteri umani di successo, di potenza, di prestigio o secondo la legge del piccolo seme? · Come reagiamo di fronte alla tentazione della fretta, dell’impazienza nel risultato immediato, dell’efficientismo? 12 13 SEZIONE A // NAZARETH (CCC, articolo 3) Gesù manifesta il volto del Padre _______________________________________________________________________________________ COSA PENSA GESù DI DIO? COME CI PRESENTA IL PADRE CCC da 441 a 445; da 293 a 296 “La verità vi farà liberi” – da 165 a 171; da 196 a 199 Niente di cui meravigliarsi, ovviamente: sarebbe stato davvero strano il contrario. Quando sparano addosso a te e ai tuoi cari questa è la reazione più normale. Ma c’era una persona fra coloro che si erano trovate in quel cinema, che non sembrava essere stata toccata in alcun modo dall’accaduto. Non piangeva, non mostrava alcuna paura, ma anzi appariva serena come se nulla fosse accaduto. Era un bambino che non poteva avere più di uno o due anni, addormentato in braccio al giovane padre in lacrime. Anche in questo c’è ben poco di strano, ma in quel servizio giornalistico colpiva il contrasto fra la paura e il pianto del padre e l’assoluta tranquillità e sicurezza del bambino. Fra le braccia del suo papà, quel bambino non conosceva alcuna paura, alcuna ansia, alcuna sofferenza. Tra lui e il dramma che si svolgeva, fra lui e la durezza della realtà, c’era il formidabile bastione costituito da quelle braccia. Forse non capaci di proteggerlo dalla violenza di un pazzo omicida o dalle catastrofi del mondo, ma di sicuro capaci di difenderne la serenità. Fra quelle braccia quel bambino poteva andare incontro a tutto. E né la paura né la rabbia potevano in alcun modo raggiungerne e guastarne l’innocenza. Gesù ha vissuto l’intera esistenza dentro quell’abbraccio ed ha potuto affrontare la croce proprio grazie alla forza di quel legame, che lo ha sorretto fino all’ultimo grido di dolore prima che si compisse il mistero della sua morte. Ora le braccia del nostro padre celeste sono aperte per noi. Accogliere quell’abbraccio non significa fuggire dalla fatica, dalla sofferenza, dall’impegno, ma al contrario affrontarli a viso aperto, con la serena consapevolezza che nulla, nemmeno la morte, potrà toglierci il marchio originale impresso nella nostra anima dall’Amore dal quale siamo stati concepiti. La nostra identità profonda, la nostra Verità, non potrà essere distrutta, né da un pazzo armato né dalla durezza quotidiana delle mille croci, piccole e grandi, che ciascuno di noi prende sulle proprie spalle. Scheda del film: Forever Strong è un film del 2008 diretto da Ryan Little VEDERE Il Padre di Gesù e Padre nostro è un Dio vergognosamente senza misura nell’amore e nella misericordia C’è stato un grave fatto di cronaca che ha sconvolto il mondo intero all’inizio della scorsa estate. Un uomo armato fino ai denti è entrato in un cinema gremito di persone negli Stati Uniti e ha aperto il fuoco uccidendo e ferendo un gran numero di spettatori. Al cinema quel giorno c’era la prima visione di un film di cassetta e il pubblico era costituito in gran parte da giovani e da famiglie con bambini. Nei telegiornali sono state mandate in onda diverse interviste alle vittime. Un dato comune a tutte era che (come logico) erano sconvolte. La gravità della tragedia aveva spazzato via ogni traccia dell’immagine di forza e dignità che a volte si associa alla retorica americana. Il sentimento che emergeva su tutti era la paura, ancora presente negli occhi di uomini, donne, padri e madri, giovani e meno giovani intervistati dai network televisivi. 14 Rick Penning è un ragazzo di 17 anni, talentuoso giocatore di rugby, che però ha problemi con droghe e alcool. Quando viene arrestato e portato nel riformatorio di Salt Lake City perde la sua posizione nella squadra dell’Arizona Rugby, il cui allenatore è suo padre, Richard Penning. Rick finisce poi nell’entrare nella squadra dell’Highland Rugby, allenata da Larry Gelwix. Inizia così un percorso che gli insegna cosa è davvero importante della vita, e, grazie all’aiuto del suo nuovo allenatore e dei compagni di squadra, diventa un ragazzo nuovo capace di portare avanti la sua squadra fino alle finali dei campionati nazionali, in cui dovrà competere proprio con l’Arizona Rugby. 15 Spunti per il dibattito: · cosa significa essere “padre”? Per introdurre il tema del rapporto padre-figlio si propone la visione del film “Forever strong”. Particolarmente interessanti nel film sono le figure del padre naturale di Rick, che vuole realizzare le proprie aspirazioni frustrate per mezzo di suo figlio e la figura invece dell’allenatore Larry Gelwix che diventerà la vera figura paterna di riferimento e che cercherà di aiutarlo a far emergere le sue qualità migliori e a diventare un vero campione non solo in campo ma nella vita. · Oppure ci si potrebbe chiedere quale sia l’immagine di Dio che ognuno di noi ha costruito dall’infanzia fino all’età adulta e quale sia stata invece la nostra esperienza di Dio. Brani per introdurre il dibattito: Tutto risale davvero al “in Lui”. Tutto quel che ci è lecito attenderci e impetrare da Dio con pieno diritto, è in Gesù Cristo. Il Dio di Gesù Cristo non ha niente a che fare con tutto quello che dovrebbe e potrebbe fare un dio come lo immaginiamo noi. Dobbiamo re-immergerci di continuo molto a lungo e con molta serenità nella vita, nella parola, nell’azione, nella sofferenza di Gesù, per discernere che cosa Dio promette e che cosa Dio realizza. Certo è che ci è consentito vivere costantemente vicino a Dio e in sua presenza e che questa vita è per noi una vita assolutamente nuova; che non c’è più niente di impossibile per noi, non essendoci niente di impossibile per Dio; certo è che noi non abbiamo nulla da pretendere, ma possiamo chiedere tutto nella preghiera; certo è che in tutto noi siamo partecipi di una comunità che ci sostiene. A tutto questo Dio ha detto in Gesù Sì e Amen. Questo Sì e questo Amen sono il terreno sicuro sul quale poggiamo. Perdiamo continuamente di vista in questo tempo sconvolto, la ragione per la quale vale la pena di vivere. Crediamo che la vita abbia un senso per noi solo perché vive questa o quella persona. In realtà non è così: se la terra è stata degna, un giorno, di portare l’uomo Gesù Cristo, se è vissuto un uomo come Gesù, allora e soltanto allora ha senso per noi uomini vivere. Se Gesù non fosse vissuto, allora la nostra vita non avrebbe senso, nonostante tutti gli esseri umani che conosciamo, veneriamo e amiamo. Da “Mangia,prega,ama” di Elisabeth Gilbert, Ed. Rizzoli, 2010: “….Ho sempre ascoltato con entusiasmo chiunque dicesse che Dio non vive su un trono lontano, in Cielo, ma abita molto vicino a noi, molto più vicino di quanto immaginiamo, e respira attraverso i nostri cuori. Ascolto con gratitudine chiunque abbia camminato faticosamente fino al centro di quel cuore e poi sia tornato a spiegarci che Dio è un’esperienza di amore supremo. In ogni tradizione religiosa del mondo ci sono santi che hanno descritto esattamente questa esperienza. Purtroppo molti sono stati perseguitati e uccisi. Io ho per loro la massima considerazione. Quando mi domandano: “In che Dio credi?”, mi è facile rispondere “Credo in un Dio stupefacente”. Un testo “leggero” ma molto simpatico da leggere è anche “Le capanne del paradiso”, intervista a Dio, del giornalista francese Gilbert Le Mouel, (Ed. Gribaudi) nella quale l’autore si inventa una visita di Dio nel suo appartamento che diventa occasione per un’intervista esclusiva attraverso la quale l’autore fa emergere la sua personale esperienza di fede e il suo rapporto con Dio, attraverso una serie di domande e risposte che fanno spesso sorridere ma anche pensare. Da “Fedeltà al mondo”, di Dietrich Bonhoeffer, Ed. Queriniana, 1978 (pag.22;29-30): ….Incominciava ad appassionarmi davvero, questo Dio che, senza avvertire, aveva bruscamente fatto irruzione nella ma vita, nel mio universo di cemento. Era simpatico, fraterno, umano, e buono. Sì, proprio così: un Buon Dio. “ Dio divenuto uomo, è l’imperscrutabile mistero dell’amore di Dio per il mondo. Dio ama l’uomo. Dio ama il mondo. Non un uomo ideale, ma l’uomo così com’è; non un mondo ideale, ma il mondo reale. L’uomo e il mondo nella loro realtà, che a noi paiono abominevoli per la loro empietà e da cui ci ritraiamo con dolore e ostilità, sono invece per Dio l’oggetto di un amore infinito. Mentre noi cerchiamo si superare la nostra umanità, e di lasciarcela indietro, Dio diventa uomo. Noi facciamo distinzioni tra pii ed empi, tra buoni e cattivi, tra nobili e comuni, Dio ama l’uomo vero senza distinzioni. Egli non sopporta che noi dividiamo il mondo e gli uomini secondo i nostri criteri per erigerci a giudici su di loro. Dio si pone a fianco dell’uomo vero e del mondo reale contro tutti i loro accusatori…Dio è divenuto uomo: questo è l’unico fatto che permette di conoscere l‘uomo nella sua realtà senza disprezzarlo. Il motivo dell’amore di Dio per l’uomo non si trova nell’uomo stesso, ma in Dio.”………….Parlare dell’amore di Dio per il mondo procura oggi, a chi non vuol rimanere alle formule, non poche difficoltà. Ormai è abbastanza chiaro che l’amore di Dio per il mondo non consiste in un suo intervento capace di porre fine alle guerre, di liberarci dalla povertà, dalla miseria, dalle persecuzioni, dalle catastrofi di ogni specie; e invece noi siamo abituati a cercare i segni dell’amore di Dio proprio in queste cose, e certo non li troviamo. E tuttavia, per quanto ci riesca difficile ammetterlo, e ci scuota profondamente il fatto che l’amore di Dio si nasconde al mondo, proprio in questi momenti possiamo essere particolarmente grati per il fatto di non aver più bisogno di cercare l’amore di Dio per noi dove esso non è, ma di vederlo brillare tanto più chiaramente nell’unico luogo in cui si deve trovare: in Gesù Cristo. 16 Riportiamo qui di seguito alcuni stralci del testo: --- Lei non avverte mai la gente, prima d’andare a trovarla? ---Non mi piacciono i telegrammi, rispose: spaventano le persone e le rendono nervose. E non posso permettermi di disturbare tutti i momenti un angelo per farmi annunciare. Il Grande Arcangelo che funge da Capo del Personale potrebbe farmi dei rimproveri… No, preferisco sbrogliarmela da solo, improvvisare. Mi piace molto l’improvvisazione. ---Tuttavia, gli dissi, l’Antico Testamento e parecchi secoli per preparare il Nuovo, questo non lo chiamerei un’improvvisazione. C’era un piano, un programma Che ha richiesto del tempo. ---Eppure, era improvvisazione. Dall’inizio alla fine, disse. Perché un uomo può sempre dire di no All’ultimo momento; e allora tutti i programmi vanno a farsi benedire e bisogna ricominciare. Ho continuato a fargli domande. ---Mia moglie La sta cercando da anni, gli dissi. 17 --Anch’’io. Le dica che mi dispiace che non sia qui. ---Non mi crederà mai. ---Peccato, perché è proprio questa, la fede. ---La dovrà cercare ancora per molto tempo, prima d’incontrarla? ---Dipende. Dipende dal suo cuore. Proprio dal suo, perché quanto al mio, è cosa già fatta. Ma io rispetto sempre la libertà E la via per arrivarci. ---Ci vorrà ancora molto tempo? ---Il tempo necessario. ---Non ne ha la minima idea? ---Io ho solo grandi idee. E non faccio statistiche. Dio parlava con calma, posatamente, con grazia, da uomo abituato alle conversazioni familiari. Ho continuato ad interrogarlo. ---Questo è il secolo delle assicurazioni. Cosa ne pensa? ---Non ho niente contro le assicurazioni. Né contro gli assicuratori. Ma, mi creda, l’assicurazione migliore non vale una piccola certezza nata da un grande dubbio. Questo sì, trasforma tutta una vita, assicura la speranza del cuore. ---È al corrente del fatto che siamo ormai sommersi da una grande quantità di psichiatri e di psicanalisti? Che ne dice? ---Mi fanno paura. Ne sanno talmente più di me, che quasi quasi ho dei complessi… Non avrei mai pensato di aver creato l’uomo così complicato. ---E gli innamorati, i fidanzati, gli sposi? ---Ci frequentiamo molto. Perché dovunque ci si ama, io sono là. Lei lo deve sapere. Una coppia felice, per me è una grande gioia. Ho l’impressione di contemplarmi. Come in uno specchio. ---E la sua Chiesa? Perbacco, mi sono completamente dimenticato di chiederLe cosa pensa della Sua Chiesa. Ne è soddisfatto? ---Cosa le posso dire…Io ho messo le fondamenta, il resto è affar vostro. Ogni tanto scopro un’incrinatura, uno spacco nell’edificio. Allora, colmo le fessure. Come posso. Perché qualche volta, voi avete uno strano concetto dell’architettura e delle leggi dell’equilibrio. Il punto debole È che non mi posso assentare cinque minuti. 18 L’avevo previsto: ecco perché sono con voi per sempre, fino alla fine del mondo. CONFRONTARSI “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola: Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. (Lc 15,11-32) Il contesto Lungo il grande viaggio di Gesù a Gerusalemme (Lc 9,51-19,28), Luca raduna nel cap. 15 tre parabole del Maestro, dette “parabole della misericordia”: la pecorella smarrita, la moneta perduta, il figlio scappato di casa. In tutti e tre i casi, la gioia del padre, di Dio, è incontenibile. L’origine di queste parabole è ben precisato da Luca: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola”. In questa parabola Gesù ci vuole rivelare il vero volto di Dio che è Padre amoroso e misericordioso, cancellando così l’immagine di un Dio severo e giustiziere quale potrebbe 19 emergere da una lettura non corretta dell’Antico Testamento. In particolare ci vuole dire cosa ne pensa lui di Dio e qual è il suo rapporto con il Padre. Da questo punto di vista, la struttura della parabola rovescia l’abituale interpretazione che mette al centro la figura del figlio che se ne va e ritorna. In realtà la figura centrale del racconto è quella del padre, nel suo comportamento verso i figli, ambedue non corretti: il figlio minore che scappa di casa, e quello maggiore che ci sta con rancore. È facile vedere in quest’ultimo i farisei e gli scribi che mormoravano contro Gesù. Il testo Il brano si divide chiaramente in due parti: il padre e il figlio minore, il padre e il figlio maggiore. Il padre e il figlio minore Il brano presenta il doppio movimento dell’allontanamento e del ritorno, con in mezzo l’imprevista e decisiva iniziativa del padre. La strada della fuga (vv. 11-16) Il figlio minore fa leva sul suo diritto all’eredità paterna per realizzare una totale indipendenza che sa di rottura, ma che diventa progressivamente degrado. Una residenza lontana, sperpero rapido e insipiente dei beni, vita dissoluta, bisogno di cibo, servo di un padrone straniero, custode di porci (animali immondi per eccellenza – Dt 14,8), la contesa del cibo. Stato di schiavitù, fame in terra straniera, senza dignità: sono gli effetti disastrosi dell’abbandono del padre. La strada del ritorno (vv. 17-20) Più che una conversione sincera (verrà dopo!), è il sentimento di un grande vuoto che emerge dal soliloquio del figlio: fame, riconoscimento del peccato, ma sfiducia nel perdono del padre, baratto della sua condizione di figlio per un pezzo di pane. È più evidente il desiderio del pane del padre, che della sua paternità. La strada dell’incontro (vv. 20-24) La svolta è data dall’iniziativa del padre in un intreccio intenso che vede lo schiavo ridiventare figlio e insieme fare festa. Il padre: “lo vide da lontano”, dunque stava in vedetta, lo aspettava tanto lo aveva nel cuore: si commosse: una compassione profonda, emotiva; gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio, dentro questo abbraccio confessa il suo peccato, riconoscendo di essere indegno di essere suo figlio. Il padre organizza una festa carica di “segni”: dell’abito della festa, dell’anello come sigillo del potere, dei calzari dell’uomo libero (gli schiavi erano scalzi), del pranzo con i cibi rari delle grandi occasioni (il vitello ingrassato). Il motivo di questa grande festa è: “perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. sano e salvo), ma “si arrabbia e non vuole entrare”. Al padre che lo invita a partecipare alla gioia del ritorno, rimprovera con durezza tre cose: 1) L’incomprensione verso di lui, che si ritiene “figlio fedele”; 2) Il “passare sopra” alle colpe del “tuo figlio” infedele; 3) Un banchetto fuori posto. La strada dell’invito Il padre va incontro al figlio, gli assicura la piena condivisione dei beni “tutto ciò che è mio è tuo”, e gli spiega la ragione del suo comportamento: lui è PADRE e come tale gioisce e fa festa perché l’altro figlio è ritornato “questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Il fratello maggiore pare quasi non voler riconoscere il fratello minore come fratello, infatti dice al padre: “Ma ora che questo tuo figlio”, e il padre di rimando gli risponde: “perché questo tuo fratello”, nel desiderio grande di ricostruire la fraternità e la gioia familiare. L’applicazione · Il racconto di Gesù è un invito a scoprire nell’immagine del padre della parabola l’amore e la bontà accogliente di Dio e a lasciarci coinvolgere in tale amore misericordioso. · Dio ci ama così tanto che rispetta la nostra libertà, anche quando “scappiamo da casa” e lo dimentichiamo. Facendo così ci facciamo del male, perdiamo in libertà e dignità, ma lui conserva sempre il suo atteggiamento di padre che ama e attende. Ci vede da lontano e ci attira misteriosamente a sé. · Ambedue i figli sono chiamati a fare un cammino di conversione per scoprire la nuova immagine del padre ed allacciare un nuovo rapporto tra loro. Il figlio minore che non ha coraggio di tornare a casa, può contare sull’amore del padre che restituisce libertà e dignità. Il figlio maggiore che ritiene di aver diritto a una ricompensa per il suo servizio scrupoloso, deve scoprire che il suo diritto è frutto dell’amore libero e gratuito del padre. Lo stare sempre con lui è la sua vera gioia. Per l’approfondimento CCC da 441 a 445; da 293 a 296 “La verità vi farà liberi” – da 165 a 171; da 196 a 199 La strada del rifiuto Il fratello maggiore sente la festa, e ne conosce la ragione (il padre ha ritrovato il figlio Gesù ha un’esperienza unica di Dio; lo conosce ed è da lui conosciuto in una intimità reciproca assoluta; a lui i rivolge con commossa gratitudine e totale sottomissione, come il primo degli umili e dei poveri che sanno di ricevere tutto in dono. Ma proprio perché riceve la pienezza della vita di Dio, può parlare a lui con tono familiare e può parlare di lui con autorità. […] Gesù sa di essere Figlio in senso unico; non si confonde mai con gli uomini nel suo rapporto verso Dio. Parlando con i discepoli, distingue accuratamente il “Padre mio” (Mt 7,21) da il “Padre vostro” (Mt 7,11), perché Dio non è per lui Padre allo stesso modo che per i discepoli. Eppure il regno di Dio, che in Gesù si manifesta, è la vicinanza misericordiosa e la paternità di Dio nei confronti di tutti gli uomini. Dio vuole essere “Abbà” anche nei nostri confronti; vuole che ci avviciniamo a lui con lo stesso atteggiamento filiale, la stessa libertà audace e fiducia sicura di Gesù. (La verità vi farà liberi, nn.168-169) Gesù sa di essere in totale sintonia con la misericordia del Padre. Dio ama per primo, 20 21 Il padre e il figlio maggiore (Lc 11,25-32) La dinamica vede solo il rifiuto del figlio primogenito, che non accetta il ritorno del fratello minore e l’amore generoso di suo padre. appassionatamente; va a cercare i peccatori e, quando si convertono, fa grande festa. […] Nella parabola del padre misericordioso, la gioia del padre per il figlio perduto e ritrovato si esprime in un banchetto. (La verità vi farà liberi, nn. 197-198) PERCHÉ IL COINVOLGIMENTO DI MARIA NEL PROGETTO DI DIO? Gesù, con questa parabola dell’amore così straordinario del Padre vuole farci riflettere. Ci chiediamo perciò: CCC 437; 456-457; 461; 484; da 488 a 507; 525 “La verità vi farà liberi” – da 297 a 303; da 306 a 314 Per noi: · Chi è veramente Dio per noi? · Cosa pensiamo quando ci dicono che è Padre? Un essere che ci fa paura? Un Dio compiacente da piegare ai nostri desideri? · ha questo volto di “Papà” come ce lo descrive Gesù? · Cosa facciamo per ritornare da lui, dopo esserci allontanati? · Cosa ne pensiamo del sacramento della riconciliazione? · Ci capita di essere dispiaciuti perché una persona che ha sbagliato trova il perdono, rientra nella famiglia di Dio, si mette al nostro fianco per vivere di nuovo il Vangelo? AGIRE Esiste un luogo privilegiato per sperimentare l’amore stupefacente del Padre. Questo luogo è il sacramento della Riconciliazione. Anche quelli tra noi che nutrono le migliori intenzioni e che hanno sperimentato la Riconciliazione come una sorgente inesauribile di grazia, fanno fatica ad essere fedeli a questo appuntamento. Siamo tutti soffocati da mille impegni, riunioni, compiti, doveri e spesso rinunciamo a vivere quei momenti che ci possono rigenerare, ridare nuovo slancio, nuova passione. Facciamo lo sforzo di celebrare il sacramento della riconciliazione almeno una volta al mese. Molti di noi probabilmente vivono o hanno vissuto l’esperienza della direzione spirituale, avere un padre nello Spirito che ci aiuta a fermarci e a vedere più chiaramente nella nostra vita, per capire in che modo il Signore ci sta parlando e cosa ci sta chiedendo è un grande aiuto. Impariamo a dargli un posto privilegiato nella nostra vita. Annunciazione, Beato Angelico, (datata tra il 1430 e il 1435) VEDERE Maria è da sempre l’icona dell’abbandono fiducioso a Dio e alla sua volontà, senza condizioni, senza riserve. Fiducia piena, fede senza ombre. E da sempre Maria è il modello da seguire per ognuno di noi, la figura a cui ispirarsi per la nostra sequela del suo Figlio. Ma non è solo questo. È straordinario pensare che Dio abbia voluto che suo Figlio facesse non solo l’esperienza di essere uomo, ma di esserlo attraverso il rapporto con una madre. Il rapporto madre-figlio è un rapporto unico al mondo, una relazione irripetibile, un’esperienza che segna tutta la nostra vita. E Dio ha voluto che Gesù, nella sua vita di uomo, ma prima ancora di bambino, provasse la gioia di sentirsi amato da una mamma, di essere accolto, custodito, protetto, abbracciato da Maria, una madre sicuramente fuori dal comune ma anche una donna estremamente “normale”, che ha vissuto le gioie, le ansie, le paure, le soddisfazioni, che ogni mamma vive nel suo rapporto con un figlio. Maria è un dono per tutta l’umanità, ma è stata dono anche per Gesù. Per introdurre il dibattito: Da “Ve lo racconto io”, otto personaggi del Vangelo parlano di Gesù, di Alberto Campoleoni, Ed. AVE 22 23 Intervista a Maria: capitolo pag. 97 “Era mio figlio, era gioia, tenerezza, cura”: sentimenti siano comuni a tutte le mamme. (…Maria rivolgendosi al giornalista): Difficile parlare per una abituata al silenzio. Ma sapevi che non era tuo… Vero, Maria. Però a chi domandare qualcosa su Gesù se non a te, che sei sua madre? Eh sì. Però su questo dovremmo intenderci. Ci sono i suoi discepoli, quelli che l’hanno seguito all’inizio. Loro possono parlare. Chiedi a loro…io non ho molto da dire. Cosa vuoi dire? Come? Non ho molto da dire, davvero. Forse la mia esperienza di vita accanto a Gesù è così speciale, che non si riesce a raccontarla…Anche per questo mi sono abituata al silenzio. Effettivamente anche nei Vangeli non occupi mai troppo la scena. È come se restassi in disparte. In silenzio, appunto. Le tue parole sono poche e misurate. Sembra, a volte, che tu abbia parlato molto di più lungo la storia successiva degli uomini. Ti si attribuiscono molte apparizioni, messaggi… Ma cosa c’entra? Prima di tutto la questione delle apparizioni è molto delicata ed esige cautela. Non è tutto oro quello che luccica. Durante la storia, ad esempio, la Chiesa ha usato e usa tuttora molta cautela nell’affermare l’autenticità di alcune apparizioni che mi vengono attribuite…A parte questo, comunque, a ben vedere anche nelle apparizioni, tutte le volte che incontro qualcuno non è che parli poi molto. Ripeto da secoli le stesse cose: “Pregate, convertitevi, seguite Gesù”. È vero. Le tue parole sono sempre un segnale indicatore verso Gesù. Come a Cana, dove tuo figlio ha fatto il primo miracolo, secondo la tradizione. “Fate quello che vi dirà”, hai detto ai servi. Seguite lui, insomma. Certo. Seguite lui. Io per tutta la vita non ho fatto altro che mettermi dietro Gesù, seguirlo. In silenzio e senza apparire troppo. Strano a dirsi di una madre. Di solito è lei che chiede al figlio di seguirla… Già, ma mio figlio era proprio un po’ speciale. Da quando l’angelo mi ha annunciato quello che sarebbe accaduto, io, che non capivo molto, ho sentito in cuor mio di dire solo “Amen: così sia, avvenga di me quello che hai detto”, In altre parole: ti seguirò. Ma come ti è venuto in mente? Beh, prova a trovarti tu nella mia situazione. Ero una ragazzina e mi è capitata una cosa enorme, straordinaria. Stavo per andare in sposa a Giuseppe e un angelo viene a dirmi che sarei diventata madre. “Certo che diventerò madre”, ho pensato. In fondo non desideravo altro. Come la mia mamma e come le altre donne e ragazzine di Nazaret. Era la mia strada. Quella normale, di tutti. Bene, quell’angelo mi ha come aperto un mondo tutto nuovo. Madre sì, ma in modo miracoloso. Madre del Figlio di Dio. Come è stato bravo quel poeta a cantare “Vergine madre, figlia del tuo figlio”: che situazione ingarbugliata. Che potevo dire io? Come potevo capire? Pensavo di svenire, che fosse un sogno. Eppure in quel momento qualcosa dentro di me si è messa in moto, si è come accesa la luce, le parole sono uscite spontanee. È uscito quel “Amen”. Un “Amen” che ha cambiato la storia. Voglio dire che ogni figlio non è tuo. I genitori lo sanno bene. O almeno dovrebbero saperlo. I figli vanno per la loro strada. Forse oggi si fa più fatica a comprenderlo: gli uomini e le donne del tuo tempo sono abituati a comprare tutto, a possedere. Forse si credono onnipotenti…Ma ti assicuro che ai miei tempi era normale pensarlo. Il figlio è una vita nuova che ha prima bisogno di essere accudita e poi prende il largo. Così per me, in fondo, non è stato difficile guardare Gesù che cresceva e prendeva il largo. Capivo pian piano quello che mi era stato annunciato, che quel bambino non era per me, ma per tutti. Doveva pensare “alle cose del padre”, di suo padre, del Signore. Ah, quella frase. Quella volta quando io e Giuseppe siamo davvero diventati matti a cercarlo e lo abbiamo trovato, dopo giorni, nella sinagoga. Aveva solo 12 anni! Lo abbiamo rimproverato e ci ha detto che non capivamo, che doveva pensare “alle cose del padre suo”. Beh, quella frase mi ha davvero lasciato il segno. È stato come realizzare in un attimo la distanza che c’era tra noi. C’era affetto nelle parole di Gesù, si preoccupava che ci fossimo preoccupati per lui. Ma nello stesso tempo c’era la presa di coscienza che la sua famiglia e la sua missione erano qualcosa di più grande e complicato di noi, della nostra casa di Nazaret. Lo aveva capito lui e lo abbiamo capito gradualmente anche noi, io e Giuseppe. Certe cose le conquisto solo per gradi. Così è stato per me: pian pano, una tappa dopo l’altra, ho compreso cosa voleva dire davvero quell’Amen che avevo detto all’angelo, che mi era sgorgato dal cuore. Ho imparato anch’io a seguire Gesù, ad essere sua discepola. L’hai seguito fin sulla croce. Già. Fino a quell’orribile altura, fuori dalla città, come se Gesù fosse un malfattore dei peggiori. Ho pianto, quel giorno. Avevo capito da tempo che sarebbe finita male, vedevo l’ostilità che cresceva intorno a Gesù. Ma fino a quando non siamo stati lì, sul Calvario, non ho davvero realizzato quello che stava succedendo. È stata una sorpresa? In un certo senso sì. Seguendo Gesù ho compreso il suo messaggio: insegnava a parole e con i gesti cosa volesse dire amare e perdonare. Era come se Gesù aprisse le finestre delle nostre case per mostrare un paesaggio tutto nuovo, modellato su Dio: un Dio che è Padre per ogni uomo, premuroso, amorevole. È la realizzazione delle aspirazioni di bene che ha ogni persona e Gesù mostrava la strada. “Io sono la via”, diceva. “Chi vede me vede il Padre”. Insegnava come vivere per entrare nel Regno dove è la vita, la pace, la gioia. Io sentivo, vedevo, l’entusiasmo intorno a Gesù, le persone che rifiorivano. Intuivo, certo, qualche difficoltà. Ma chi poteva voler male a un uomo così? Ecco, io non immaginavo che potesse finire arrestato e ucciso. O, forse, non volevo proprio considerare un’ipotesi del genere. Eppure non solo è stato crocifisso, ma sul Calvario, a parte qualche donna e Giovanni, non c’era nessuno dei suoi amici. Mi viene da sorridere a pensarci. Per me era un figlio, era gioia, tenerezza, affetto, cura. Penso che questi Anche per questo ho pianto. Ma pensa che proprio in quei momenti terribili, che sembravano di una solitudine disperata è stato proprio lui, Gesù, a ricostruire il clima della famiglia che eravamo e che siamo ancora. Mi ha affidato Giovanni e ha affidato me a lui: madre e figlio, l’una per l’altro e viceversa. Questo è il segreto della comunità: l’affidamento e il prendersi cura reciproco. È il modo di vivere seguendo ancora la strada di Gesù: vivere donando la propria vita, senza tenere per sé…Ecco, forse proprio in quel momento ho capito davvero chi era mio figlio; e se è vero che il dolore di vederlo morire mi lacerava il cuore, è anche vero che ho provato, dentro di me, una grande pace. 24 25 Sì. Niente è stato più come prima. Per me e per tutti. Senti, ma come lo guardavi quel tuo figlio così speciale? CONFRONTARSI Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile; nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei. (Lc 1, 26-38) Il contesto Il nostro brano è tratto dal cap. 1 che, assieme al cap. 2, fa parte dei cosiddetti “Vangeli dell’infanzia”, definiti anche “protovangeli”. Quel bambino che, secondo l’annuncio dell’Angelo, nascerà a Maria in realtà è già il Messia nello splendore della sua gloria. I titoli con i quali il Figlio viene descritto sono quelli attribuiti al Cristo: Figlio di Davide, Gesù Salvatore, Santo, grande, Figlio dell’Altissimo, Figlio di Dio, re. Non è in gioco una realtà tenera e appassionata come può essere un bambino straordinario; nel racconto degli inizi è in gioco ormai il tutto. Luca descrive il progetto di Dio di fare al mondo un dono inimmaginabile: dare il suo stesso Figlio, tramite una creatura umana, Maria, ma in modo che Gesù, restando sempre Dio, diventi veramente uomo, un Dio fratello degli uomini. Il testo Questo racconto fa parte dei grandi annunci messianici, con i quali Dio rivela il suo progetto di salvezza dell’uomo (cfr. Gdc. 6,11s). Nel nostro caso egli annuncia la venuta del Messia nella persona di Gesù. Il racconto si svolge mentre Elisabetta e Zaccaria, parenti di Maria, ricevono anch’essi l’annuncio della nascita miracolosa di un bambino che sarà l’araldo di Gesù: Giovanni il Battista. Infatti l’annunciazione a Maria è all’interno di un settenario di scene: ci sono due annunciazioni (a Maria e a Zaccaria), una specie di legame (la visitazione) e poi la nascita del Battista e la nascita del Cristo. In finale, ci sono due quadri collocati entrambi nel tempio di Gerusalemme: il bambino nel tempio, il ragazzo nel tempio (la purificazione della madre e la presentazione al tempio del primogenito Gesù quaranta giorni dopo la nascita e poi Gesù a dodici anni nel tempio). Il racconto è iniziato nel tempio e finisce nel tempio. 26 Alcuni spunti di riflessione I protagonisti Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria I protagonisti sono due: Dio, il creatore del cielo e della terra, e Maria di Nazaret, una giovane donna vicina alle nozze con Giuseppe, un falegname, residenti in un villaggio sconosciuto di Israele. Dio sceglie chi è piccolo e povero per fare i suoi grandi progetti. Lo dirà Maria stessa nel “Magnificat”. Dio coinvolge una coppia di (promessi) sposi, perché appaia il ruolo della famiglia nella venuta al mondo di Gesù. Il saluto e il messaggi di Gabriele a Maria “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Il saluto è carico di festa. Dice: “Rallegrati, Maria”. Non dice il debole “Ave”, o “Ti saluto, Maria”, perché Dio ama profondamente Maria, la circonda con la sua totale benevolenza ed esulta nel darle, attraverso l’Angelo, questo annuncio di gioia. Maria sarà, dopo Gesù e con lui, la persona più cara a Dio e la più importante per l’umanità. piena di grazia Questo saluto potrebbe dare l’idea che Maria in sé sia la sorgente della grazia. In realtà si tratta di un passivo: “o tu che sei stata riempita di grazia”. Il soggetto è Dio, che in questa creatura semplice crea il suo capolavoro: il capolavoro della tenda perfetta, il santuario ideale, la nuova santa Sion, Maria. “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Si comprende la ragione di questo saluto, tanto atteso quanto inaudito: viene annunciata la nascita del Messia, che avrà per nome Gesù. Egli secondo le promesse dei profeti, stabilirà in terra il Regno di Dio, ossia la sua pace e il suo amore, quel regno di cui Davide era stato nel popolo di Dio il simbolo più illustre. Il Figlio che nascerà da Maria avrà un nome significativo: “Il Signore salva”, Gesù, e sarà grande, sarà figlio dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. In queste parole dell’Angelo siamo invitati a riconoscere nel figlio di Maria una personalità che assume i contorni propri di Dio. Infatti nel linguaggio tradizionale della Bibbia il termine “grande”, in senso assoluto, si riferisce soltanto a Dio. il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre Cristo viene anche nella storia: è il tema della incarnazione. Certo, egli nasce dall’”ombra dell’Altissimo”, non è legato ai meccanismi biologici, nasce da una vergine. Tuttavia egli è anche nell’interno della storia, è figlio di Davide, entra cioè in un itinerario che era già stato tracciato nell’Antico Testamento. La domanda di Maria “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Un messaggio come questo non può non rendere pensosa una persona responsabile. Tale è Maria, perché era vergine e non era ancora andata a vivere insieme a Giuseppe. Dio rispetta la coscienza di Maria e le spiega che Dio stesso, con la potenza del suo 27 Spirito, renderà Maria madre. Nel rispetto della legge, ma andando oltre la legge. Per confermare ciò, l’angelo aggiunge un segno esterno rivelatore della onnipotenza di Dio:Elisabetta, sterile ed anziana, ha concepito un bambino, poiché “nulla è impossibile a Dio”. “Non conosco uomo”: comunque si debba interpretare questa frase, essa è certamente una dichiarazione secondo cui colui che nascerà a Maria non nasce “né da carne né da volere di uomo ma da Dio” (Gv 1,13). Il Figlio che nascerà a Maria è il Figlio di Dio. Per questo si insiste molto anche su “l’ombra dello Spirito” che deve avvolgere Maria come l’ombra avvolgeva il tempio e l’arca per una presenza divina. · Per fare ciò Dio si serve della collaborazione di Maria “umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio” (Dante Alighieri). Dio sceglie ciò che è piccolo per fare cose grandi. Nel saluto gioioso a Maria risuona per la prima volta la beatitudine dei poveri del Vangelo. · Dio propone, non impone. Un fatto decisivo per la realizzazione del progetto di Dio è la risposta libera e consapevole della persona. · C’è il tempo delle domande, si stabilisce un cammino di ricerca, ma alla fine ci si affida totalmente nella fede. È quello che ha fatto Maria. Il sì di Maria “Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”. Dio, l’Altissimo, dona all’umanità il suo stesso Figlio perché sia il Messia promesso. Ciò però avviene con la collaborazione di Maria, umile, povera e piena di fiducia nel suo Signore, che corrisponde senza ripensamenti. La serva del Signore: con questo titolo Maria dichiara di essere a totale disposizione di Dio perché attui in lei il suo disegno. In queste parole di Maria c’è da ricercare una grande umiltà, ma non solo, perché il momento dell’annunciazione è il momento della comunicazione di un grande destino. Maria non ha ragione di mettere avanti solo la sua umiltà; per accettare deve mettere avanti anche la coscienza del mistero che in lei si compie, perché Dio agisce sulla base della sua adesione, del suo “fiat”: “avvenga per me”. La parola “serva” si collega alla tradizione dell’AT per cui “servo” era Abramo, Mosè, Davide, ogni profeta e persino il Messia “il servo di JHWH”. Servo è colui che ha la consapevolezza di avere una missione decisiva da compiere. Nel momento dell’annunciazione Maria sigilla il mistero che in lei si compie dichiarandosi consapevole di qualcosa di assolutamente irraggiungibile, inesprimibile, ineffabile. San Bernardo, in una sua omelia sul Cantico, mette in scena l’attesa, la sospensione che si crea attorno alla consapevolezza di Maria. “L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria. Stiamo aspettando anche noi, o Signora. Rispondi presto, o Vergine. Pronunzia, o Signora, la parola che terra e inferi e cielo aspettano. Apri dunque il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il grembo al Creatore. Ecco, Colui che è il desiderio delle genti sta fuori e bussa alla tua porta. Alzati, corri, apri, rispondigli di sì”. L’approfondimento CCC 437; 456-457; 461; 484; da 488 a 507; 525 “La verità vi farà liberi” – da 297 a 303; da 306 a 314 Come appare Maria La storia di Israele è tutta intessuta di infedeltà e di tradimenti; è un popolo di dura cervice, nel quale però si fa strada un filone d’oro, quello degli “anawim”, gli ultimi, dei poveri, di cui Maria è la punta di diamante. Nonostante tutta l’infedeltà d’Israele, noi, attraverso Maria, abbiamo meritato di avere il Salvatore Gesù Cristo. Basta lei a riscattare tutte le pagine sbagliate della storia di Israele, basta lei con la sua fedeltà. Maria appare soprattutto come la donna della fede obbediente, dell’ascolto, dell’interiorità, dell’umiltà; essa è la “prima” dei poveri di YHWH – gli anawim, di coloro cioè che uniscono l’umile condizione alla fiducia interiore posta esclusivamente in Dio. L’applicazione Per noi: · Cosa ci insegna l’umiltà di Maria? · Perché Maria è “grande”? · Sappiamo dire il nostro SI’ a Dio anche nelle proposte di vita apparentemente “assurde”? AGIRE L’attitudine al silenzio di Maria è sempre stata emblematica della sua volontà di fare spazio alla presenza di Dio in lei. Per noi spesso la preghiera è fatta da un moltiplicarsi di parole, richieste, suppliche, sfoghi. Siamo poco abituati alla dimensione del silenzio, che in molti casi ci spaventa molto perché ci costringe a stare da soli con noi stessi, alla presenza di Dio. Ma è solo nel silenzio che possiamo udire la voce del Padre. Prendiamo l’impegno in quest’anno e nei prossimi anni di non rinunciare alla partecipazione ad un corso di esercizi spirituali, che sono la massima espressione della ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera. Nella nostra città ci sono molteplici, bellissime proposte di esercizi, da quelle dei Padri Gesuiti di Villa San Giuseppe, a quelle dell’Azione Cattolica, a quelle parrocchiali. La Chiesa promuove nei suoi figli anzitutto un’autentica vita spirituale, cioè un’esistenza secondo lo Spirito. Essa non è frutto di uno sforzo volontaristico, ma è un cammino attraverso il quale il Maestro interiore apre la mente e il cuore alla comprensione del mistero di Dio e dell’uomo:lo Spirito che “il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv.14,26) (Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020). · Il Dio in cui crediamo non è un Dio ai margini della storia, ma vi entra dentro per fare uno straordinario scambio di doni: diventare uomo come noi, perché noi possiamo diventare come lui, suoi figli. · Gesù di Nazaret è l’incontro tra Dio e l’uomo. È Dio dal volto umano e uomo dal volto di Dio. 28 29 SEZIONE B// CAFARNAO (CCC, articolo 2) Gesù, figlio di Dio propone un volto dell’umano risanando, perdonando e donando _______________________________________________________________________________________ COME VIVE GESÙ LE RELAZIONI UMANE? CCC da 531 a 534; da 587 a 589 “La verità vi farà liberi” – 213-214 lo incontrano. Noi siamo creati ad immagine di Dio e quindi anche per noi è possibile pensare, giudicare, amare come ha fatto Gesù. La nostra società è cambiata tantissimo e molto velocemente nell’arco degli ultimi decenni. L’importanza delle relazioni umane non è sicuramente al primo posto nella scala di valori che domina la nostra cultura. La nostra popolazione si è arricchita di nuove etnie che aumentano sempre di più dal punto di vista numerico ma che sempre meno trovano accoglienza e rispetto nei nostri contesti sociali. Il valore primario è l’ “ io ” , non il “tu” e tantomeno il “noi”. Brani per introdurre il dibattito: Alla fine degli anni 90 Susanna Tamaro ha tenuto su Famiglia Cristiana una rubrica dal titolo “Arrivederci” dove scriveva “meditazioni sulle cose della vita” rispondendo alle lettere dei lettori della rivista. Queste lettere sono arrivate da tutti i paesi del mondo e nel 1997 è stato edito un libro che raccoglie le riflessioni della Tamaro attraverso le lettere scritte a Mathilda, amica dell’autrice che vive in Africa. Nell’introduzione al libro l’autrice scrive così: “Tutta questa corrispondenza mi ha fatto capire che c’è un grande bisogno di dialogo, di confronto e ci sono pochissimi spazi dove farlo. Molti urlano e pochi parlano…” Ecco alcuni stralci di queste lettere: VEDERE Obbedienza e presa di distanza dai genitori; amicizia; legame col gruppo dei discepoli; preferenza per i bambini e i poveri; lo scandalo del perdono. Cara Mathilda, l’amicizia è uno dei sentimenti più belli da vivere perché dà ricchezza, emozioni, complicità e perché è assolutamente gratuita. A un tratto ci si vede, ci si sceglie, si costituisce una sorta di intimità; si può camminare accanto e crescere insieme pur percorrendo strade differenti, pur essendo distanti, come noi due, centinaia di migliaia di chilometri. Nella tua ultima lettera mi chiedi come va da queste parti, al Nord. Non il Nord d’Italia, ma il Nord del mondo. Quel Nord così distante da voi e così ricco e così gravemente ammalato. Come va? Va in modo incerto, inquieto, alle volte i suoi sintomi sono così gravi da far temere una fine quasi immediata, altre volte si intravedono segnali che fanno intuire una sorta di lieve miglioramento. …………………………………………………………………………………………………. “…Oggi, andando in motorino per le strade della città, tra lo scarico di un autobus e le imprecazioni di un guidatore impaziente, pensavo proprio a questo, all’allegria. Dov’e finita? Mi guardo in giro e non la vedo. Non c’è niente per cui stare allegri, dice la gente intorno, ed è vero, ma sicuramente dove vivete voi, in Africa, c’è ancora meno da stare allegri. Morte, devastazione, fame, feriti e l’instabilità continua sono il vostro pane quotidiano. Eppure, nonostante ciò riuscite a gioire ancora della vita. E allora? Cammino per le strade e osservo i volti, le espressioni della gente, osservo i loro corpi, i movimenti, gli sguardi bassi. E più li osservo e più mi chiedo: dove sono le persone? Più che esseri umani infatti vedo maschere: maschere di tristezza, maschere di risentimento, maschere di disperazione. A volte ho quasi l’impressione che sulla città sia sceso una sorta di incantesimo malvagio: mentre tutti dormivano, una strega potente ha spento i sorrisi e ha fatto scendere l’opacità sui volti. Risentimento, aggressività e sopraffazione sono diventati ormai quasi gli unici sentimenti che ci mettono in relazione gli uni con gli altri.” Da “Achille, piè veloce”, di Stefano Benni, Ed. Feltrinelli, 2003: La capacità di creare legami e relazioni è propria dell’essere umano. È attraverso il rapporto con gli altri che ogni uomo ha la possibilità di conoscere se stesso e di scoprire la sua verità più profonda. Anche nel modo di vivere le relazioni Gesù si dimostra radicalmente diverso e diventa per noi modello di un’umanità purificata dall’egoismo, dal desiderio di affermazione personale, dal conformismo. I suoi interlocutori privilegiati sono spesso coloro che la società del tempo disprezza e relega agli ultimi posti della scala sociale. Gesù è capace di vedere il cuore delle persone e di trasformare profondamente la vita di coloro che “…Sai cos’è un amico? Uno che non ti vede come un rosario su cui sgranare le proprie assoluzioni, ma come qualcosa di complicato e doloroso che cammina insieme a te, qualcosa che non capisci mai fino in fondo e che ti invade. Mentre tu parli io mi alzo da quella sedia e vado a vedere il mondo. Mentre io parlo tu ti siedi e scopri che sei muto e senza fiato, con la testa inchiodata e le mani incapaci di parare i colpi. Poi la vita ci darà strade diverse. Tu prenderai tutta la gioia che puoi, io mi accontenterò di sognare a una finestra, tu soffrirai per piccoli grandi dolori, io ti invidierò per questo. Il luogo ove si incontrano la nostra amicizia e la nostra invidia è un luogo raro, e basterebbe che tu lo ricordassi sempre perché io sia, una volta per tutte, rispettato.” 30 31 CONFRONTARSI “Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi, lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. Giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, Gesù insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! ”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano! ”. Egli disse loro: “Andiamocene altrove nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! ”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni”. (Mc 1,16-39) Il contesto Siamo all’inizio della vita pubblica di Gesù. Egli ha appena chiamato i primi quattro discepoli. Dopo la chiamata, l’evangelista ci racconta come Gesù trascorreva le sue giornate. Infatti questo brano fa parte della sezione chiamata “giornata di Cafarnao”, così detta perché racchiude diversi episodi nell’arco temporale di una giornata e nel contesto geografico della città di Cafarnao. In questa giornata Gesù coinvolge tutto l’uomo, in tutte le sue dimensioni. Infatti Gesù i fa presente: · nello spazio religioso (la sinagoga con la liberazione dell’indemoniato); · in quello privato- familiare (la casa di Pietro, dove guarisce la sua suocera); · in quello pubblico (il cortile antistante la porta di casa da dove cura i malati e libera gli indemoniati della città). L’uomo è raggiunto dalla presenza di Gesù in tutte le sue realtà: personali, familiari, sociali e religiose. Insegna “entrato di sabato nella sinagoga, Gesù insegnava” Gesù a Cafarnao prende la parola nell’assemblea sinagogale e comincia ad insegnare come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Il suo modo di insegnare suscita grande effetto sulla gente. Possiamo immaginare Gesù maestro: la sua decisione, la sua dolcezza, la sua sicurezza, il suo stile… pensiamo all’uso frequente delle parabole che sono il racconto di un’esperienza attinta dalla vita che diventa poi paragone per capire qualcosa di importante, che non si può dire con parole usuali. Ma soprattutto il suo parlare del Regno di Dio come dell’azione potente di Dio che interviene nella storia dell’uomo per donargli la salvezza. Gesù non è un ripetitore freddo degli insegnamenti della Legge, ma ne è l’interprete palpitante, perché lui ne svela l’anima, lo spirito. Egli demolisce il modo esteriore dell’osservanza della Legge, per insegnare che Dio lo si onora soprattutto con il cuore. Il suo insegnamento è nuovo ed autorevole e la gente se ne accorge e ne rimane stupita. Libera dai demoni L’autorevolezza di Gesù si manifesta non solo nelle parole ma anche nei “segni” che compie. In questo caso l’occasione è offerta dall’indemoniato presente nella sinagoga. È un duello drammatico: da una parte sta lo spirito del male, che si oppone a Dio e tenta di catturare Gesù dicendone il nome “il santo di Dio”. Pronunciando queste parole lo spirito maligno afferma la verità (anche il demonio sa che Dio esiste e chi è Gesù), ma lo dice non da credente che si affida a Gesù, bensì con una espressione che sa di derisione, quasi a dire “non mi fai paura”. Gesù con la potenza della sua parola gli impone di tacere e di uscire dall’uomo, liberandolo così dal suo aguzzino che lo strazia e grida, ma scappa sconfitto. È bastata la sua parola perché ha in sé la verità e l’amore di Dio. Gesù è in grado di distruggere il dominio dell’avversario. Colpisce lo stato di violenza, di convulsione e di degrado dell’uomo posseduto dal demonio, in contrasto con la piena libertà e dignità che l’azione liberatrice di Gesù gli ridona. “Io so chi tu sei: il santo di Dio!” Satana conosce bene Dio, ma non crede in lui e non si fida di lui. “Venuta la sera…. scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano” Venuta la sera Gesù si trova di nuovo di fronte a molti indemoniati: anche a costoro scaccia i demoni, uscendo vittorioso dal confronto diretto con la potenza del male. LA GIORNATA DI GESù – che cosa fa? Quale attività svolge? Quali relazioni umane intrattiene? Gode dell’amicizia “E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni” Gesù dopo la “fatica” dell’assemblea nella sinagoga, desidera stare fra amici, nell’intimità di una casa, quella appunto di Pietro e Andrea. Gesù è sicuramente l’uomo delle folle, delle strade, dei posti dove la gente si ritrova, ma spessissimo il Vangelo annota che si reca anche nelle case delle persone, senza fare distinzione fra i cosiddetti buoni e peccatori. Va nella casa di Marta e Maria, di Simone, ma anche in quella di Zaccheo e Matteo, i pubblicani esattori delle tasse. Per Gesù la casa è il luogo in cui si possono incontrare le persone nel loro ambiente naturale e con le quali si possono intessere relazioni autentiche di amicizia. La casa di Pietro e di Andrea diventa anche la sua casa, è il luogo dove Gesù raccoglie e forma la sua nuova famiglia. I primi quattro discepoli iniziano subito con lui una esperienza di familiarità e di comunione. 32 33 Il testo Guarisce “La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva”. La suocera di Pietro doveva essere certamente una donna che con la sua presenza “riempiva” la casa. La sua capacità di amare, di servire tutti, la sua personalità dovevano essere veramente forti. Infatti tutti appena entrati si accorgono che lei non è lì a servirli, ma è a letto. “e subito gli parlarono di lei”. Parlando di lei, non offrono a Gesù una semplice informazione, non gli danno solo notizie sullo stato di salute di lei, ma lo mettono al corrente perché se ne faccia carico. Mentre gli raccontano di le, esprimono un atteggiamento di fiducia; dopo che lo hanno visto all’azione nella sinagoga, ora sperano che anche per la donna egli possa intervenire per guarirla. La descrizione del gesto di guarigione è estremamente semplice, ma anche di una delicatezza e dolcezza significative. I miracoli di Gesù non sono mai raccontanti come spettacoli di potenza, ma piuttosto come segni che interrogano chi se ne lascia coinvolgere. “la fece alzare prendendola per mano” Il verbo usato è lo stesso della risurrezione. La suocera di Pietro ha fatto una esperienza di risurrezione, ha vissuto l’esperienza di essere salvata. Gesù l’ha “svegliata” prendendola per mano. Gesù si lascia coinvolgere nella sua sofferenza, non ne resta indifferente; prende il dolore nelle sue mani . Così la risolleva, la rimette in piedi, è rinata. “la febbre la lasciò ed ella li serviva”. La febbre è vinta, quella donna è guarita. La dimostrazione dell’avvenuta guarigione sta nel fatto che ora la donna può servire a tavola i suoi ospiti. Il dono della guarigione diventa in lei dono per gli altri, servizio disinteressato nella gioia. “Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie” Verso sera riprende l’attività taumaturgica e guarisce molti malati. La scena che Marco descrive è impressionante gli portavano tutti i malati - Tutta la città era riunita davanti alla porta. Accorre a Gesù tutta una città afflitta e sofferente, piena di speranza e Gesù per tutti ha un gesto o una parola di salvezza. Gesù non sanava le masse anonime, ma ogni persona singola era toccata dalla sua guarigione: Egli avrà toccato con mano il danno devastante procurato dal peccato. Prega “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto e là pregava” La giornata di Gesù si conclude con il suo ritiro in un luogo solitario per pregare fino al mattino. Nonostante fosse oberato alla folla tanto da non trovare, spesso, nemmeno il tempo per mangiare e per dormire, Gesù sentiva una irresistibile attrattiva per la preghiera, un bisogno assoluto di intrattenersi nella solitudine per parlare con il suo “Papà”. Sono i suoi momenti di felicità, di beatitudine e la sua gioia traspare dal suo volto, tanto che gli apostoli gli chiedono: “insegnaci a pregare”. Dalla preghiera Gesù attinte forza, luce, sapienza, indicazioni sulla sua vocazione e missione. 34 Predica in tutti i villaggi ”E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe” Di nuovo Gesù è in cammino sulle strade della Galilea e nelle sinagoghe per annunciare a tutti il Regno di Dio. Non conosce soste ma ovunque c’è un figlio di Dio, a quello va annunciata la buona notizia. Si conclude così la giornata di Gesù descritta da Marco. Per l’approfondimento CCC da 531 a 534; da 587 a 589 “La verità vi farà liberi” – 213-214 Che tipo era? .Prima domanda, la più semplice: che tipo era questo Gesù Cristo? Che uomo era? Questo il Vangelo non lo precisa. E devo dire che un po’ mi secca, perché ho puntato la mia vita su di Lui e non so neppure di che colore fossero i suoi occhi. Era bello o era brutto? Be’ ,secondo me era bello. C’è un episodio dell’undicesimo capitolo del Vangelo di Luca. Gesù sta parlando alla folla. All’improvviso una donna, lanciando un grido di entusiasmo, dice: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha nutrito». Ecco, questo è il primo panegirico di Cristo. Ed è fatto in termini molto ... corporei. Tant’è vero che poi Gesù le rimprovera di trascurare la parola di Dio per soffermarsi sulla Sua bellezza: «Beati quelli che ascoltano la parola di Dio». Noi però ringraziamo questa donna sconosciuta che ci ha permesso di rispondere alla nostra domanda preliminare: Gesù era davvero un bell’uomo. .I suoi occhi E aveva anche due splendidi occhi. Lo sguardo di Gesù colpiva chi lo incontrava. I Vangeli, soprattutto quello di Marco, parlano spesso del suo sguardo: penetrante su Simone, che gli viene presentato dal fratello; affettuoso sul giovane ricco, quello che poi se ne va perché lui gli dice di «lasciare tutto e seguirlo; di simpatia su Zaccheo, il capo dei pubblicani, gli esattori delle imposte che rubavano (solo allora, per carità, non voglio dar giudizi...), che lo guardava stando appollaiato su un albero. E, ancora, di tristezza sull’offerta del ricchi, di sdegno su quel che avveniva nel Tempio, di dolore per chi lo tradisce ... Insomma, il suo era uno sguardo che parlava. .Aveva idee chiare E che faceva capire come Gesù avesse le idee chiare. Molto chiare. Quando parlava non diceva mai «forse, secondo me, mi pare”. E non aveva peli sulla lingua neanche con i potenti: ricordate quando dà della «volpe» al re Erode? Uomo libero Ma una delle cose più belle di Gesù è che era un uomo libero. Anche dai suoi amici. Quando san Pietro fa la sua professione di fede (ogni tanto ne azzeccava una anche san Pietro... ) Gesù gli fa un panegirico mai dedicato ad un uomo, tanto che san Pietro probabilmente si ringalluzzisce, comincia a pensare in grande. Ma quando Gesù gli annuncia che il suo destino è quello di esser mandato a morte, e Pietro, che già si sente «primo ministro del Regno di Dio», lo prende per un braccio e lo rimprovera, Gesù neanche lo guarda e lo tratta malissimo: «Va’ via da me Satana, tu non pensi alle cose di Dio ma alle cose degli uomini». Niente male per un amico, no? 35 Ancor più libero con i parenti Con i parenti, poi, certe volte era anche peggio. Quando Gesù abbandona la sua casa, a trent’anni, loro lo considerano pazzo. Lo dice il Vangelo di Marco, capitolo terzo: «Uscirono (i suoi parenti) per andare a prenderlo, perché dicevano: “è fuori di sé” , è fuori di testa, Poi, quando la gente comincia ad andargli dietro, i parenti cercano di riavvicinarsi a Lui, perché capiscono che in qualche modo sta acquistando potere. E allora chiamano Maria, per cercar di convincere Gesù a tornare da loro. E Lui? Capisce tutto, al volo. E fa finta di non riconoscere nemmeno sua madre. Gesù amava Ma non crediate che fosse un uomo troppo duro. Gesù amava. Molto. Anzitutto, i bambini. Sapeva capirli, dote che raramente noi adulti abbiamo: in genere, quando parliamo con loro, sappiamo solo chiedere quanti anni abbiano, quale classe frequentino ... Roba che a loro non interessa per niente. Lui, invece: «Lasciate che vengano a me ». Poi, gli amici. Aveva un forte senso dell’amicizia, Gesù. Per esempio, era molto amico dei suoi discepoli: e, tra questi, era particolarmente legato a Pietro, Giovanni e Giacomo; e, ancora, tra questi soprattutto Giovanni gli era più amico. Insomma, anche lui aveva delle preferenze tra i suoi amici. Come è Giusto: gli amici non sono mica tutti uguali. Poi, Gesù amava il suo popolo. Si sentiva pienamente ebreo, israelita. Tanto che il pensiero della distruzione di Gerusalemme lo faceva addirittura piangere. (Card. Giacomo Biffi, Gesù Cristo, unico salvatore del mondo, editrice ELLE DI CI) Per noi: · Che immagine abbiamo di Gesù? · Cosa ci colpisce di più della sua persona e del suo modo di rapportarsi alla gente, al Padre, ai bisognosi? · Come spendiamo le nostre giornate? · Quali relazioni sappiamo intrattenere con le persone? · Che attenzione abbiamo verso chi è più in difficoltà? · Cosa rappresenta per noi la preghiera? · Quali sono oggi le incomprensioni, i pregiudizi più forti che scaturiscono nelle nostre relazioni con i vicini di casa, nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle città? · Quali possono essere le scelte vincenti affinché persone che provengono da mondi, etnie, culture diverse, possano vivere insieme? · Come superare i piccoli grandi conflitti della nostra vita quotidiana? Proviamo a fare alcuni semplici esercizi nelle nostre giornate: · Impariamo a vigilare sulle parole che escono dalla nostra bocca. · Evitiamo di usare il turpiloquio solo perché ormai lo fanno tutti · Rinunciamo ad avere sempre l’ultima parola · Accettiamo anche qualche ingiustizia fatta verso di noi. · Perdoniamo le offese, le parole dette per ferirci, le azioni sgarbate fatte nei nostri confronti. · Quando siamo arrabbiati e ci sembra che tutto vada storto, riprendiamo coraggio leggendo questa straordinaria preghiera di Giovanni XXIII: Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta. Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso. Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo. Solo per oggi mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri. Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima. Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno. Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione. Solo per oggi saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo. Solo per oggi non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nell’Amore. Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita. Giovanni XXIII AGIRE La dimensione che più di ogni altra attraversa il mondo delle relazioni oggi è la dimensione del conflitto. Siamo tutti iper-competitivi, aggressivi, sgomitiamo per avere i primi posti, per stare con le persone che “contano”, per poter avere voce in ogni contesto. Tutto questo può forse essere inevitabile nel contesto della vita quotidiana, ma non può essere così anche per noi, che abbiamo come modello Gesù, maestro di relazioni che danno la vita, che fanno rinascere la speranza, che chiedono di fare scelte coraggiose e controcorrente. 36 37 COME VALUTA GESÙ IL MONDO “RELIGIOSO” DEL SUO TEMPO? CCC da 577 a 586 “La verità vi farà liberi” – da 154 a 160 Albrecht Durer, Cristo dodicenne tra i dottori, 1506 · Per il popolo d’Israele la Legge era tutto e la fedeltà alla legge era imprescindibile per l’uomo religioso. Gesù però viene a smascherare una fedeltà fatta solo di formalismi, di pratiche religiose che diventano un modo solo esteriore di essere “giusti”. · Quello che Gesù farà vedere è un altro modo di essere fedeli a Dio, una scelta di vita che coinvolge l’uomo nella sua totalità e non si limita ad applicare delle norme di comportamento. · Nel mondo di oggi il modo di viere la fede è molto cambiato, sia rispetto al tempo di Gesù, sia rispetto alla tradizione cristiana degli ultimi secoli. · Sicuramente la fede è più libera, più vera, più svincolata dall’osservare dei riti che non si comprendono. · Il rischio però è, come sempre, quello di esagerare nel senso opposto, di rifiutare qualunque regola, qualunque indicazione, qualunque “precetto”. · Non è facile distinguere chi è cristiano da chi non lo è. · In che modo la nostra fede è visibile nella vita quotidiana? · Quali scelte facciamo che ci identifichino come cristiani? · Prendiamo un esempio concreto: nel brano del CONFRONTARSI troviamo la famosa frase del Vangelo “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. · Proviamo a pensare a come viviamo il nostro giorno del Signore, la domenica. Per introdurre il dibattito: Dalla rivista “Segno nel mondo” n.12, luglio 2004, Ed. AVE Alla riscoperta della domenica VEDERE Sferza le prestazioni solo formali, chi imprigiona il Signore nei propri schemi mentali, lo elegge tutore di campagne moralistiche. Un punto da cui si potrebbe partire in questa riflessione è che Gesù una valutazione la fa. La cosa non è poi tanto scontata: capita ogni giorno di incontrare gente che ha un’idea della religione fatta di pregiudizi, di slogan, di posizioni raccolte acriticamente dai media o da qualche “maestro” più o meno improvvisato. Gente che non fa alcuna valutazione, ma assume come propria quella concepita da altri senza metterne in discussione il contenuto. I figli della Chiesa hanno la responsabilità di guardare alla realtà del tempo e del luogo in cui si trovano con i propri occhi, la propria intelligenza e il proprio cuore. E questa responsabilità si esercita anche (anzi: prima di tutto) sull’esperienza religiosa e sulla vita ecclesiale. Non si tratta di costruire una critica vuota e fine a sé stessa, ma di mettersi alla scuola di Cristo, che ricercava la crescita e la conversione del mondo religioso in cui era, consapevoli da un lato che siamo chiamati a prenderci cura, da persone adulte, anche della Chiesa e dall’altro che in questo compito nessuno è solo, ma siamo sorretti dalla Parola, dal Magistero e, prima ancora, dalla misteriosa e potente azione dello Spirito che guida ogni passo dell’uomo verso il Regno di Dio. 38 Una sfida teologica alla società odierna che ha trasformato il giorno del Signore in weekend e ai tanti uomini del nostro tempo che ritmano la loro vita senza troppe aperture alla trascendenza; una sfida pastorale per quei praticanti che tendono a trasformare in dovere compiuto quello che invece è impegno di vita. “In modo pressante raccomando poi di porre ogni cura perché la domenica sia per quanti credono in Cristo il giorno del riposo e della festa, giorno del Signore e della comunità, della famiglia e dei poveri, secondo gli orientamenti che ho esposto nella Lettera apostolica Dies Domini. Per quanto è possibile, dedicate la domenica alla contemplazione e alle opere di carità, alla sana distensione, al contatto rigenerante con la natura. Solo una domenica che non venga ridotta a “fine settimana”, passato all’insegna di un consumismo nervoso e vuoto, può diventare il “primo giorno” , che dà significato e gusto anche ai giorni feriali della fatica. (Dal Messaggio di Giovanni Paolo II al Convegno nazionale delle presidenze diocesane dell’Azione Cattolica, maggio 2004) Articolo di Giuseppe Mattai: Beni scarsi – bisogni molteplici e crescenti. Di qui l’insorgenza – si diceva una volta – del problema economico. Risorse abbondanti, mal distribuite, all’insegna di una razionalità pseudo-economica, perché senza respiro etico-solidale: ecco, pensiamo noi il dramma odierno. Anche il tempo, nonostante avvisi contrari, è un bene. Scarso o abbondante? Se ascoltiamo il sentire comune, a partire da quello giovanile, anch’esso sarebbe una risorsa che tende sempre più a scarseggiare…Al presente giorni liberi e liberanti, autenticamente festivi, sottratti agli stress incalzanti della ferialità e alle pressioni massmediali, risultano diminuiti nel numero e nella qualità…La proposta di tentare un recupero del tempo domenicale, di una riscoperta della festa e di un superamento della 39 solitudine individualistica e narcisistica nella comunione interpersonale è da ritenersi anacronistica e votata allo scacco? Con il Papa e i nostri pastori pensiamo che il gioco valga la candela e che, in quanto cristiani, abbiamo non solo la possibilità di aprire il discorso in sede teorica, ma di offrire testimonianze credibili per rilanciare il tema della domenica come giorno del Signore e giorno dell’uomo che apra il cuore alla gioia del festeggiare, del rendere amoroso servizio e che, lungi dall’essere o risultare oasi isolata e isolante, dia invece senso, gusto e colorito alla ferialità del tempo “ordinario”… Sine dominico non possumus (vivere). Senza la domenica non possiamo vivere: è la risposta che i martiri di Abitene diedero a chi, sotto pena di morte, ingiungeva loro di non partecipare al culto domenicale, al dominicum. Soprattutto in una temperie culturale come quella in cui viviamo, contrassegnata dallo stress psicologico, dal crescente e preoccupante fenomeno della depressione, dello smarrimento del senso della festa, dal degrado e mercificazione del gioco e degli sport, urge che come cristiani rileggiamo e traduciamo in vissuto le riflessioni che il Pontefice nella lettera apostolica Dies Domini (31 maggio 1998) e la CEI qualche anno prima nella nota pastorale Il giorno del Signore (15 luglio 1984), troppo presto messa in un cassetto, hanno offerto alla comunità cristiana e a quanti dimostrano preoccupazione per lo scadimento attuale del giorno del “riposo” festivo, in particolare della domenica divenuta da primo giorno della settimana a weekend, a conclusione evasiva e insignificante dei giorni del lavoro.” Noi affronteremo solo l’aspetto del riposo sabbatico, ma è opportuno fare alcune precisazioni più generali riguardanti il “mondo religioso” al tempo di Gesù. Bisogna subito dire che Gesù non assunse nel suo ambiente una funzione di riformatore sociale né di rivoluzionario politico, ma poiché nella sua società gli elementi determinanti erano di natura religiosa, egli agì in senso liberatorio soprattutto a quel livello: il modo di considerare la Legge, il primato del Dio sull’osservanza scrupolosa della Legge, il volto nuovo del Dio – Padre che ama i buoni e i cattivi, il primato di un vero amore fraterno che sa estendersi fino ai nemici, l’uguaglianza di tutti gli uomini di fronte al Regno di Dio già presente, ecc. Per quanto riguarda la Legge, Gesù non ha voluto abolirla, anzi afferma di volerla portare alla sua vera pienezza e per questo denuncia un certo modo di osservarla che si limita alla pura esecuzione esterna, trascurando la radice di ogni osservanza, che sta nella profondità del cuore. Di fronte alla purezza del cuore si vanificano tutte le minuziose prescrizioni rituali della Legge e dell’insegnamento farisaico che spostano all’esterno dell’uomo il criterio del bene e del male, aggravando la coscienza di inutili e alienanti fardelli (cfr Mc 7,1-23). Gesù presenta quindi come insignificanti la prescrizioni riguardanti la purità e la correttezza cerimoniale. Annullando la distinzione tra cibi puri e cibi impuri, scuote in qualche modo il culto veterotestamentario che in larga parte si reggeva sulla distinzione tra cose sacre e cose profane. CONFRONTARSI Ancora più documentata appare nei vangeli la sua presa di posizione nei riguardi dell’ossessione per il riposo sabbatico. Su questo, appunto, rifletteremo attraverso i brani scelti. ”Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano, e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano: “Guarda! perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?”. Ed egli rispose loro: “Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni? ”. E diceva loro: “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato per accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: “Alzati, vieni qui in mezzo! ”.Poi domandò loro: “È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla? ”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: “Tendi la mano! ”. Egli la tese e la sua mano fu guarita. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”. (Mc 2,23-3,6) Il contesto Il Sabato La parola “shabat” significa riposare, cessare da ogni lavoro. È un giorno che trova il suo significato all’interno dell’esperienza religiosa del popolo ebraico. Il sabato è il giorno del riposo perché il Creatore stesso si è riposato dopo il lavoro nei sei giorni della creazione. Vi è anche una motivazione religiosa: dopo l’esperienza dell’esodo e della liberazione dall’Egitto, il sabato è il giorno della memoria della libertà che Dio ha acquistato per il suo popolo. Al tempo di Gesù il sabato era in onore presso tutti i gruppi e le correnti religiose di Israele e ne era il segno distintivo nel mondo; “il riposo del sabato” è uno dei comandamenti più importanti, trasgredire a questo comandamento equivale a trasgredire tutta la legge. Osservare Marco ci presenta le dispute di Gesù con i farisei riguardanti l’osservanza del riposo sabatico; dispute che culmineranno nella decisione presa, assieme agli erodiani, di farlo morire. Sono di scena ancora i discepoli, Gesù e i farisei scrupolosi osservanti della legge. I nostri testi presentano due episodi accaduti in giorno di sabato: la raccolta delle spighe e la guarigione della mano paralizzata di un uomo. Questi casi, per i farisei e gli scribi, sono un test per verificare l’ortodossia di Gesù nei confronti della legge del sabato. Siamo nella sezione che va da 2,1 a 3,6, che riunisce cinque controversie che oppongono Gesù agli scribi e farisei. La prima e l’ultima si sviluppano attorno a un racconto di miracoli: la guarigione di un paralitico (2,1-12), e la guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata (3,1-6). Le altre centrali sono costruite attorno alla questione del mangiare: il pranzo con i peccatori (2,13-17); il digiuno (2,18-20); la raccolta di spighe (2,23-28). Questa serie di piccoli quadri evolve con un crescendo costante che raggiunge l’apice al termine dell’ultima scena con la decisione di uccidere Gesù (3,6). Il primo caso si riferisce a un episodio della vita di Davide perseguitato da Saul (1Sam 21,1ss): egli e i suoi compagni mangiarono i pani consacrati, cioè i dodici pani che ogni sabato venivano offerti a Dio nel santuario dell’arca, la cui consumazione era riservata ai sacerdoti (Lv 24,5-9). Davide e i suoi compagni si trovavano in una situazione di necessità e proprio questo loro bisogno vitale ha sospeso una prescrizione rituale e sacra: così la legge del sabato cessa davanti a una necessità della vita. 40 41 Il secondo caso è ambientato nella sinagoga e riguarda la guarigione di un uomo paralitico a una mano, che potremmo definire malato cronico, in quanto la casistica degli esperti giudaici prevedeva la possibilità di interventi curativi in giorno di sabato solo nel caso di grave necessità o pericolo di vita. Il testo L’atteggiamento di Gesù “Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!”. Una frase che esprime la visione della religione secondo Gesù: le devozioni, le liturgie non sono il fine, sono il mezzo. Guai a diventare schiavi di esse, perché altrimenti saremmo persone che moltiplicano devozioni ma non hanno la libertà dello spirito. Il loro pregare è meccanico, non è adesione gioiosa del cuore, il loro sabato è una serie di obblighi e non la felicità di essere in comunione con l’Eterno e l’Infinito. Il sabato, come è già stato ricordato, è memoria dell’evento creativo di Dio che ha posto l’uomo come apice del creato e lo ha riconosciuto come “realtà molto buona”. Tutta la creazione è in funzione dell’uomo “immagine e somiglianza” di quel Dio che, soprattutto nell’uomo, si è specchiato. Il sabato è per l’uomo. Ogni legge, anche quella più sacra del sabato, è per la tutela e la promozione della dignità dell’uomo. Tutta l’esperienza di Gesù è stata come un “grande sabato”: teso e rimettere l’uomo al centro della storia e della vita. L’uomo, gesto di amore di Dio, l’uomo rivestito continuamente della tenerezza e della misericordia del Padre, l’uomo capace di amare. Gesù ha ribaltato i criteri della vecchia religione che subordinava l’uomo alle regole. Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. Tra i vari titoli messianici del Nuovo Testamento, quello di “Figlio dell’uomo” è uno dei più significativi. L’espressione è semitica, di origine aramaica, e vuole dire “uno della stirpe umana”, cioè semplicemente “un uomo”. Tale espressione è particolarmente documentata nel libro di Daniele (cap. 7) da dove si deduce che il figlio dell’uomo rappresenta una figura che appartiene contemporaneamente al mondo di Dio, di cui egli è il rivelatore ultimo e, dall’altra parte, al mondo degli uomini, in quanto del tutto solidale con loro. Nel nostro testo il Figlio dell’uomo è pienamente solidale con l’umanità intera ed è anche signore del sabato. “È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla? ”. La domanda di Gesù spiazza ogni possibile risposta. È chiaro che non è lecito fare il male, sia di sabato che in altro giorno, bisogna sempre fare il bene. Gesù qui, tagliando ogni discussione, pone la domanda retorica per rivelare ciò che in realtà sta accadendo: lui di sabato fa il bene, salva la vita. Ma all’uomo che pretende di stabilire gli schemi e le regole dell’incontro e dell’azione di Dio è intollerabile questo agire di Gesù. Per questo sarà condannato come trasgressore della Legge. “E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori” Allo sguardo malizioso di quanti lo spiavano risponde ora lo sguardo indignato di Gesù, rattristato e sconfortato per la chiusura e l’ottusità degli avversari. Da una parte c’è proprio l’indignazione di Gesù, egli conosce questa componente umana che è lo sdegno, una componente nobile, una componente dei profeti che non è la rabbia brutale, ma il non essere assolutamente accomodanti in ogni cosa, pronti al compromesso continuo. Dall’altra parte c’è una specie di impotenza: a Gesù quasi “cadono le braccia” per lo scoraggiamento. L’accecamento dei suoi interlocutori è totale, la tenebra è enorme. 42 Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: “Alzati, vieni qui in mezzo! Tendi la mano! ”. Alzati, vieni qui in mezzo Al centro della sinagoga ci sta la Legge che dice anche come deve essere interpretata: “Amerai il Signore Dio tuo e il prossimo come te stesso”, e Gesù chiamando l’uomo e mettendolo in mezzo, interpreta la Legge nel suo vero senso: al centro ci sta l’uomo con i suoi problemi e le sue necessità. Tendi la mano! Al di là delle prescrizioni contenute nel Talmud, Gesù senza che l’uomo gli chieda nulla, vede la sua sofferenza, vede il suo disagio per la impossibilità di autogestirsi completamente e legge nel suo silenzio la speranza di poter essere guarito, e gli dice: “Tendi la mano! ”. Egli la tese e la sua mano fu guarita. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”. I farisei e gli erodiani, travolti dall’accecamento totale non hanno colto in Gesù il suo vero senso “religioso” e non hanno riconosciuto la sua “signoria” sul sabato, perché Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Gesù infatti non proponeva come alternativa una riforma da discutere, ma se stesso, e questo ha fatto scattare la decisione di ucciderlo. Essi hanno condannato la sua pretesa di prendere il posto di Dio nel perdono dei peccati, nella pratica del digiuno, nella istituzione del sabato, nel mettere al centro l’uomo: tutto questo era intollerabile per loro che si ritenevano i custodi dell’ortodossia e della tradizione. In questa sezione delle controversie è già concentrato tutto il dramma che matura attorno alla persona di Gesù e che si concluderà con la sua morte. Per l’applicazione La Legge L’osservanza della Legge, se non è accompagnata da una forte carica di amore, produce sterilità e finisce per schiacciare l’uomo. Buoni interpreti di questo modo errato di osservanza sono gli scribi e i farisei del tempo di Gesù: capaci di fedeltà alle regole più minuziose. Preoccupati della Legge hanno dimenticato l’uomo. Oggi come allora siamo chiamati a ritrovare il senso più genuino delle nostre risposte al Signore: non fredda osservanza delle regole, ma purezza di cuore e generoso servizio all’amore. Il sabato è fatto per il culto a Dio e per il servizio all’uomo Alla luce di questa risposta di Gesù l’uomo deve rispondere sul versante del culto donando a Dio il “rendimento di grazie” dell’Eucaristia e della purezza del cuore, ma anche e soprattutto sul versante della carità e dei segni a favore della vita. Celebrare la festa sarà allora aprirsi a tutti quei gesti che rendono possibile affermare che Dio è davvero per la vita dell’uomo. Nutrire l’affamato, accogliere il forestiero, andare verso il povero, visitare l’anziano o l’ammalato, liberare l’oppresso… diventare il segno concreto che “la gloria di Dio è l’uomo vivente”. La festa e la carità Non c’è sabato-FESTA, senza carità, così come non c’è Eucaristia senza amore. Mangiare le spighe è simbolo del discepolo che nel “giorno del Signore” mangia il pane che è Gesù stesso, pane che fa nascere percorsi di carità e di solidarietà. Il culto più vero è la carità. Il riposo domenicale non è ozio, né egoistica tranquillità, ma possibilità di entrare nella logica del dono, della gratuità a favore dei più piccoli e dei più poveri. 43 Per l’approfondimento · CCC da 577 a 586 · “La verità vi farà liberi” – da 154 a 160 Gesù non abolisce la Legge, ma la perfeziona, riconducendola alle esigenze della carità, supremo principio ispiratore. Subordina all’autentico bene dell’uomo le regole della convivenza civile e contesta il formalismo religioso. La disputa per il sabato (Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – Gesù di Nazaret, da pag 132 a pag -137 – Ed. Rizzoli) Seguiamo il dialogo dell’ebreo osservante Neusner con Gesù e cominciamo con il sabato, la cui osservanza scrupolosa costituisce per Israele l’espressione centrale della sua esistenza come vita nell’alleanza con Dio. Anche al lettore superficiale dei Vangeli è noto che la disputa su ciò che è o non è proprio del sabato è al centro del contrasto tra Gesù e il popolo d’Israele del suo tempo. L’interpretazione corrente tende a dire che Gesù ha scardinato una prassi legalistica restrittiva introducendo al suo posto una visione più generosa e liberale, che apre la porta a un agire ragionevole, commisurato a ogni situazione. Ne è prova la frase: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27), che rivela una visione antropocentrica dell’intera realtà, dalla quale risulterebbe evidente un’interpretazione «liberale» dei comandamenti. Così, proprio dai contrasti per il sabato si è fatta derivare l’immagine del Gesù liberale. La sua critica al giudaismo del suo tempo sarebbe la critica dell’uomo di sentimenti liberali e ragionevoli nei confronti di un legalismo fossilizzato, che nel più profondo significherebbe ipocrisia, degradando la religione a un sistema servilistico di precetti in fin dei conti irragionevoli, che sarebbero d’impedimento all’uomo nello sviluppo della sua opera e della sua libertà. Va da sé che questa concezione non poteva generare un’immagine amichevole del giudaismo. […] Neusner liquida questo tipo di interpretazione con sorprendente rapidità; lo può fare perché mette a nudo in modo convincente il vero nodo della contesa. Sulla discussione riguardo ai discepoli che raccolgono le spighe dice solamente: «A turbarmi non è, pertanto il fatto che i discepoli non obbediscono a uno dei precetti del sabato. Ciò è irrilevante e non coglie il centro della questione» (p. 69). Certo, quando leggiamo la disputa sulle guarigioni compiute di sabato e i racconti sull’indignata tristezza del Signore per la durezza di cuore dei sostenitori dell’interpretazione dominante del sabato, vediamo che in questi contrasti entrano in gioco le questioni più profonde sull’uomo e sul giusto modo di onorare Dio. Pertanto anche questo aspetto del conflitto non è semplicemente «banale». Neusner, però, ha ragione quando individua il cuore della controversia nella risposta di Gesù a chi gli rimprovera che i discepoli raccolgono le spighe di sabato. Gesù difende il modo in cui i discepoli calmano la fame, facendo dapprima riferimento a Davide che, con i suoi compagni, nella casa di Dio, mangiò i pani dell’offerta, “che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti”. Poi continua: «O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (cfr.0s 6,6; 1 Sam 15,22), non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato» (Mt 12,4-8). E Neusner commenta: «Egli e i suoi discepoli possono fare di sabato ciò che fanno, perché hanno preso il posto dei sacerdoti nel 44 tempio: il luogo sacro si è spostato; esso consiste ora nel gruppo formato dal maestro con i suoi discepoli» (p. 68s). Qui dobbiamo fermarci un momento per vedere che cosa significava per Israele il sabato e così comprendere che cosa è in gioco in questa disputa. Il racconto della creazione ci riferisce che il settimo giorno Dio si era riposato. «In quel giorno celebriamo la creazione» deduce giustamente Neusner (p. 59). E continua: «Non lavorare di sabato, infatti, significa più dell’adempimento scrupoloso di un rito. È un modo di imitare Dio» (p. 60). Così del sabato fa parte non solo in senso negativo - il non fare attività esteriori, ma – in senso positivo - il «riposo», che deve esprimersi anche in una dimensione spaziale: «Per rispettare il sabato bisogna, di conseguenza, rimanere a casa. Non basta semplicemente non lavorare. Si deve anche riposare. E riposare significa ristabilire in un giorno della settimana il cerchio della famiglia e della casa, ciascuno a casa e al suo posto» (p. 66). Il sabato non è solo una questione che riguarda la religiosità dell’individuo, è il cuore di un ordine sociale: «..Questo giorno rende l’Israele Eterno ciò che è: il popolo che, come Dio nella creazione del mondo, il settimo giorno si riposa dalla creazione» (p. 59). Qui si potrebbe certamente riflettere su quanto farebbe bene anche alla nostra società contemporanea che le famiglie passassero un giorno insieme, e facessero della loro casa la dimora e il compimento della comunione nel riposo di Dio. […] Adesso Neusner può dire ancor più chiaramente di prima: «Non fa dunque meraviglia che il Figlio dell’uomo sia il signore del sabato! La ragione non è che egli interpreti le restrizioni del sabato in modo liberale [...] Gesù non fu semplicemente un altro rabbino riformatore che voleva rendere la vita più “agevole” agli uomini [..]. No, non si tratta dell’alleggerimento di un peso [...] In discussione è la rivendicazione di autorità da parte di Gesù ...» (p. 71). «Ora Cristo sta sul monte, ora egli prende il posto della. Torah» (p. 73). La conversazione con Gesù dell’ebreo osservante giunge qui al punto decisivo. Ora, nel suo delicato rispetto, il rabbino non pone la sua domanda direttamente a Gesù, ma si rivolge al discepolo di Gesù: “È proprio vero che il tuo maestro, il Figlio dell’uomo, è il signore del sabato?” E – come domandavo prima, così domando di nuovo: “Il tuo maestro è Dio?:’» (p. 74). Ecco messo a nudo il vero nocciolo del conflitto. Gesù intende se stesso come la Torah -la parola di Dio in persona. (Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – Gesù di Nazaret, da pag 132 a pag -137 – Ed. Rizzoli) Per noi: · In che modo rendo culto a Dio? · Mi rendo conto che al di là della Legge o, meglio, che pieno compimento della Legge è l’attenzione all’uomo e alla sua vita? Cosa posso fare per pormi in questa logica? · Sono capace di coniugare fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo? · Mi sento coinvolto con chi cerca di promuovere la pace e la giustizia? · Sono disponibile a costruire la comunità cristiana come luogo di accoglienza dei poveri e dei diseredati? · Quanto pesa l’ansia di costruire strutture grandiose a scapito di comunità cristiane accoglienti? 45 AGIRE · Negli ultimi anni non solo la domenica è diventata sempre più giorno di evasione anziché giorno da dedicare al Signore, ma si è allargata a macchia d’olio la consuetudine di tenere aperti gli esercizi commerciali anche la domenica. · È singolare come su molti quotidiani sia stata presentata con una grande enfasi positiva l’iniziativa del gruppo Pam di offrire lavoro agli studenti per la giornata della domenica: COS’HA GESù DA INSEGNARE CIRCA LA FELICITà UMANA? CCC da 1716 a 1724 “La verità vi farà liberi” – 132; 147 Offerte lavoro Pam: si cercano studenti per la Domenica. Vuoi mantenerti gli studi e avere un’opportunità di carriera prima dei tuoi compagni di corso? Questa è lo slogan utilizzato dal Gruppo Pam per la ricerca di studenti universitari disponibili a lavorare la sola domenica con contratto full-time. La grande catena di supermercati offre la possibilità di guadagnare 100 euro netti ogni domenica ed avere la possibilità di continuare la carriera all’interno della grande azienda, diventando caporeparto o direttore di negozio. Se sei interessato, non esitare a inviare il tuo curriculum all’azienda. Maggiori informazioni su www.lavoraconnoi.gruppopam.it · La comunità cristiana non è così unanime nel condannare il lavoro domenicale. Molti pensano che tutto sommato sia utile avere i negozi, soprattutto quelli alimentari, aperti anche la domenica e non disdegnano, dopo la messa, di andare a fare la spesa. Altri sostengono che, in questi tempi di crisi, iniziative come quelle della Pam sono benedette. · Come cristiani forse dovremmo impegnarci a non uniformarci a questa mentalità e a programmare i nostri acquisti nei giorni feriali. Cerchiamo anche di trovare occasioni di confronto con chi non la pensa come noi per difendere sia la sacralità della domenica sia i diritti dei molti lavoratori che subiscono questa iniziativa. “Forse si può sopravvivere alla barbarie, forse si può costruire un mondo più leggero e più solidale, forse si può scordare l’odio e la fame. Si può di nuovo sperare nel futuro.” Robert Doisneau, fotografo, Parigi 1950 VEDERE Gesù è un asceta musone privo di gioia e di umorismo? La terapia di Gesù contro la tristezza? Vuole la vita in pienezza. · Desiderare di avere la salute e un minimo di sicurezza economica è assolutamente normale per ognuno di noi. Il problema è quando la nostra felicità dipende dalle cose che abbiamo, salute compresa e quando per avere sempre più beni materiali facciamo del lavoro la ragione principale di vita. 46 47 Brani per la discussione: (A.De Mello, Il canto degli uccelli, Edizioni Paoline, pag.173-174) Un giorno un ricco industriale rimase inorridito trovando un pescatore del sud pigramente sdraiato accanto alla sua barca a fumare la pipa. “Perché non sei in mare a pescare?”, gli chiese l’industriale. “Perché ho preso abbastanza pesce per oggi”, disse il pescatore. “Perché non ne prendi di più di quanto te ne serve?”, chiese l’industriale, “Cosa ne dovrei fare?”, domandò il pescatore. “Potresti guadagnare più soldi”, fu la risposta. “Così potresti dotare la tua barca di un motore. Allora potresti spingerti in acque più profonde e prendere più pesce. Allora avresti abbastanza soldi per comprare reti di nylon. Queste ti frutterebbero più pesce e più soldi. Ben presto avresti abbastanza denaro per possedere due barche…magari un’intera flotta di barche. Allora saresti un uomo ricco come me.” “Cosa farei allora?”, chiese il pescatore. “Allora potresti sederti e goderti la vita”, rispose l’industriale. “Cosa pensi che stia facendo in questo preciso momento?”, disse il pescatore soddisfatto. Da Il Piccolo Principe, di Antoine Saint-Exupery, cap. XIII: Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari. Questo uomo era così occupato che non alzò neppure la testa all’arrivo del piccolo principe. “Buon giorno”, gli disse questi. “La vostra sigaretta si e’ spenta”. “Tre più due fa cinque. Cinque più sette: dodici. Dodici più tre: quindici. Buon giorno. Quindici più sette fa ventidue. Ventidue più sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla. Ventisei più cinque trentuno. Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento trentuno”. “Cinquecento e un milione di che?” “Hem! Sei sempre lì? Cinquecento e un milione di ... non lo so più. Ho talmente da fare! Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole! Due più cinque: sette...” “Cinquecento e un milione di che?” ripeté il piccolo principe che mai aveva rinunciato a una domanda una volta che l’aveva espressa. L’uomo d’affari alzò la testa: “Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato disturbato che tre volte. La prima volta e’ stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta chissà da dove. Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizione. La seconda volta e’ stato undici anni fa per una crisi di reumatismi. Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare. Sono un uomo serio, io. La terza volta ... eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione”. “Milione di che?” L’uomo d’affari capi’ che non c’era speranza di pace. “Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel cielo”. “Di mosche?” “Ma no, di piccole cose che brillano”. “Di api?” “Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare”. “Ah! di stelle?” 48 “Eccoci. Di stelle”. “E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?” “Cinquecento e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono un uomo preciso.” “E che te ne fai di queste stelle?” “Che cosa me ne faccio?” “Si”. “Niente. Le possiedo io”. “Tu possiedi le stelle?” “Si”. “Ma ho già veduto un re che...” “I re non possiedono. Ci regnano sopra. E’ molto diverso”. “E a che ti serve possedere le stelle?” “Mi serve ad essere ricco”. “E a che ti serve essere ricco?” “A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova”. Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un po’ come il mio ubriacone. Ma pure domandò ancora: “Come si può possedere le stelle?” “Di chi sono?” rispose facendo stridere i denti l’uomo d’affari. “Non lo so, di nessuno”. “Allora sono mie che vi ho pensato per il primo”. “E questo basta?” “Certo. Quando trovi un diamante che non e’ di nessuno, e’ tuo. Quando trovi un’isola che non e’ di nessuno, e’ tua. Quando tu hai un’idea per il primo, la fai brevettare, ed e’ tua. E io possiedo le stelle, perché mai nessuno prima di me si e’ sognato di possederle”. “Questo e’ vero”, disse il piccolo principe. “Che te ne fai?” “Le amministro. Le conto e le riconto”, disse l’uomo d’affari. “E’ una cosa difficile, ma io sono un uomo serio!” Il piccolo principe non era ancora soddisfatto. “Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se possiedo un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le stelle”. “No, ma posso depositarle alla banca”. “Che cosa vuol dire?” “Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave questo pezzetto di carta in un cassetto”. “Tutto qui?” “E’ sufficiente”. E’ divertente, pensò il piccolo principe, e abbastanza poetico. Ma non e’ molto serio. Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei grandi. “Io”, disse il piccolo principe, “possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perché spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai. E’ utile ai miei vulcani, ed e’ utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle...” L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò niente da rispondere e il piccolo principe se ne andò . Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante il viaggio. 49 Da Pane e Tempesta, di Stefano Benni, Edizioni Feltrinelli (pagg.88-89-238) ….Solo Ispido non si fava pace. - Non sarà mai felice, - diceva – la felicità è come l’acqua. Non arriva in un momento, bisogna trovarla, preparare la pompa, fare un pozzetto, mettere le tubature e i rubinetti. Dopo che te la sei conquistata con fatica, allora la puoi bere. …………………. …………………. - Vedi, Ciccio, gli spiegò, una macchina più grande di noi decide quanto valgono le cose e quanto sono rare e preziose. Ma può cambiare idea da un momento all’altro. Siamo tutti clienti e venditori, e sempre più lo saremo. Ma ci sono cose che sono rare e preziose, e lo resteranno. Ad esempio, i tuoi amici. Vai da loro, e vedrai che non sono cambiati. …………………. …………………. …Una sera in paese arrivò Settecanal. Ci chiese come facevamo a essere così ben nutriti e allegri in tempi di recessione. Gli spiegammo che noi eravamo lontani ed esclusi dai meccanismi delle grandi crisi monetarie, ma sapevamo bene cosa avevamo vicino. E per noi ogni giorno è prezioso. E abbiamo i racconti. E sappiamo riparare le cose, voi no. E anche se il vento ci soffia contro, abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e passeremo anche questa. fosse stato eletto presidente degli stati Uniti. Ciò che è certo, però, è che in questi quarant’anni non c’è stato quasi alcun segno che il suo messaggio venisse ascoltato, compreso, accettato e ricordato – e i nostri rappresentanti politici non hanno fatto alcun passo per rinnegare e sconfessare l’aspirazione dei mercati a essere la via maestra verso una vita dotata di senso e felice, né è emersa una minima disponibilità a ridefinire in tal senso le nostre strategie di vita. (pag.7-8): «La metà circa dei beni cruciali per la felicità umana non hanno un prezzo di mercato e non si possono acquistare nei negozi. Quale che sia il contante e il credito di cui disponiamo, non troveremo in un centro commerciale l’amore e l’amicizia, i piaceri della vita familiare, la soddisfazione di prenderci cura dei nostri cari o di aiutare un vicino in difficoltà, l’autostima per un lavoro ben fatto, la gratificazione dell’istinto di operosità, che chiunque possiede, la simpatia e il rispetto dei colleghi di lavoro e delle altre persone con cui abbiamo a che fare; e non potremo ottenere la libertà dalle minacce dell’indifferenza, del disprezzo, delle offese e dell’umiliazione. Inoltre, guadagnare denaro sufficiente per potersi permettere quei beni che si possono trovare nei negozi incide molto sul tempo e sulle energie che restano per procurarsi e godersi beni come quelli sopra elencati che non vengono prodotti per il mercato e non sono in vendita. Può accadere, e spesso accade, che le perdite superino i guadagni e che la capacità dell’accresciuto reddito di generare felicità sia inferiore all’infelicità data da uno scarso accesso ai beni che non si possono acquistare con il denaro.» Da “L’arte della vita”, di Zygmunt Bauman, Ed. Laterza (pag.6-7) …era il 18 marzo 1968 quando Robert Kennedy, nel pieno della campagna presidenziale, attaccò duramente la menzogna su cui poggia la misurazione della felicità in base al PIL: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. CONFRONTARSI Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt 6,25-34) Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.” Il contesto Robert Kennedy fu assassinato poche settimane dopo aver lanciato questo appassionato atto d’accusa pubblico e di aver proclamato la sua intenzione di riaffermare l’importanza di ciò che rende la vita degna di essere vissuta; perciò non sapremo mai se avrebbe provato a dare concretezza alle sue parole nel caso Il nostro brano è inserito nel cosiddetto “discorso della montagna” che va dal cap. 5 al cap. 7 di Matteo. Tale discorso è di fondamentale importanza perché pur non racchiudendo tutto il cristianesimo in un certo modo filtra tutto attraverso la categoria dell’etica, o meglio 50 51 ancora della spiritualità cristiana. La sua struttura può essere così individuata: Esordio · Le beatitudini del Regno: 5,3-12 · Le qualità del discepolo: sale e luce: 5,13-16. Corpo centrale · La giustizia del Regno: vivere come figli davanti al Padre: 5,17-7,12. 1. Il criterio di base · Una giustizia superiore: 5,17-20 2. · · · · concrete applicazioni a situazione di vita in relazione al prossimo: 5,21-48; in relazione alle forme di pietà: 6,1-18; in relazione ai beni del mondo: 6,19-34; in relazione a questioni specifiche: 7,1-12. Esortazione finale · Queste parole sono da fare: 7,13-27. Conclusione · Un insegnamento autorevole: 7,28-29. L’esordio presenta le “beatitudini”. La parola “beati” significa congratulazione: ai poveri, agli afflitti, miti, misericordiosi… perché, contro ogni apparenza contraria, sono veramente nell’area della felicità. Ogni beatitudine si apre con un “beati” (al plurale) ed indica una situazione di infelicità o sofferenza, e si chiude con una promessa di felicità, di cui il dono del Regno è la garanzia suprema. Dio vuole la felicità dell’uomo, e tale felicità sta nell’avvento del suo Regno. Le beatitudini che sono come la “porta” di entrata nel discorso della montagna, dicono la qualità della proposta di Gesù: si ha la gioia non vincendo o possedendo o compiendo alcune opere, ma adottando un atteggiamento radicale di distacco e di donazione alla volontà e al progetto del Padre. Gesù è il primo dei “beati” perché ha vissuto tutte le condizioni di povertà, di mitezza, di afflizione, ecc. ma in tutte le situazioni ha saputo abbandonarsi al Padre. Per questo spesso nei vangeli si ode il suo grido di gioia: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelati ai piccoli” (Mt 11,25). Il testo Il nostro testo, che è presente anche nel vangelo di Luca (Lc 12,22-34), è un inno meraviglioso alla provvidenza di Dio, il quale ha cura di ogni sua creatura e non abbandonerà chi in lui si rifugia. Il brano è strutturato attorno alla parola – chiave “non preoccuparsi”, che ritorna sei volte, con qualche variazione di forma e ci mostra alcune concrete applicazioni a situazioni di vita, in particolare verso le cose, e più concretamente verso i beni materiali in rapporto al Regno. Si apre così una specie di sfida tra i beni del mondo e il Regno: chi dà sicurezza 52 migliore? Su chi riporre la propria fiducia e felicità? Matteo ci dice che il discepolo fedele, tutto proteso all’attuazione della volontà di Dio, non deve lasciarsi sommergere dalle preoccupazioni terrene, non deve cadere nell’angustia e nella paura per ciò che sarà il domani. “Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” Gesù dice di non preoccuparsi, di non stare in ansia per la paura che ci manchi qualche cosa. E nel dire questo sceglie proprio le cose più essenziali: mangiare, bere, vestirsi. Enorme è stato l’impatto di queste parole, che hanno generato perplessità fino al rifiuto di un comando ritenuto irresponsabile. San Paolo stesso riteneva essenziali queste cose: “quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci di questo” (1Tim 6,8). Questo “non preoccuparci per quello che mangeremo, berremo, indosseremo” ecc. non significa immobilismo, fatalismo, disimpegno. Non è neppure una isterica reazione contro il progresso necessario all’uomo che da Dio è stato posto sulla terra non solo per “custodirla” ma anche per “coltivarla”. Purtroppo sappiamo anche che cosa significhi l’esasperazione dell’agire, la frenesia del guastare, la brutalità degli sconvolgimenti e delle lacerazioni introdotte dall’uomo nell’armonia cosmica. Questo insegnamento di Gesù mira ad escludere dalla vita dei discepoli l’ansia angosciosa per le necessità quotidiane della vita. Spesso i credenti hanno fede ma sono afferrati dalla sfiducia; alle prese con le difficoltà si lasciano travolgere. “la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” Gesù dice di impegnarci per ciò che è fondamentale per la vita umana, per noi stessi. Preoccuparci eccessivamente del cibo e del vestito rischia di distoglierci da ciò che è necessario, cioè il nostro stesso essere. L’uomo e la sua vita vale più delle cose, il suo destino è condividere nell’eternità la vita divina. Sant’Ireneo dice: “la gloria di Dio è l’uomo vivente”. “Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. […] Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. […] Non valete forse più di loro? I discepoli sono nella mani del Padre celeste. Se egli si cura degli uccelli, procurando loro il nutrimento, se riveste i fiori del campo di splendore e bellezza, a maggior ragione non permetterà che manchi il necessario ai credenti, che ai suoi occhi valgono molto di più. Dio con la sua potenza e la sua provvidenza conserva in essere l’universo e si occupa anche delle realtà di minor conto… quanto più dell’uomo che è immagine del Figlio suo. “E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?” Questo preoccuparsi è stolto perché inutile. Forse che a furia di pensarci possiamo crescere di statura o allungare la nostra vita? La gestione vera del nostro essere non è in mano nostra e quindi il preoccuparcene è altrettanto inutile, perché possiamo avere l’impressione di essere noi a costruire la sicurezza della nostra vita, mentre – come recitiamo nella preghiera del Padre nostro – è Dio che “ci dà oggi il nostro pane quotidiano”: non è l’uomo che si procura quello di cui ha bisogno, ma è Dio che glielo dà (naturalmente anche attraverso la collaborazione dell’uomo), quindi l’affanno è illusorio. Nessuno può aggiungere un istante in più alla sua età (o una spanna alla sua statura), Gesù ricorda che nessuno può modificare ciò che il Creatore ha stabilito per lui. “Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani”. L’ansietà che si vorrebbe risolutrice dei problemi è inutile, è una cosa da pagani, per 53 gente cui il Regno non è stato annunciato, che non conosce la vera identità del Dio di Gesù Cristo. Ricordiamo qui un episodio raccontato da Luca: il rimprovero che Gesù fa a Marta “perché si affanna e si agita per molte cose, mentre di una sola c’è bisogno, e Maria si è scelta la parte migliore” (Lc 10,41-42). Per l’interpretazione “Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”. Dio ci è Padre e ci ha cari, quindi non ci può abbandonare. La nostra vita non è in mano di un sovrano inaccessibile e dispotico che la amministra in modo arbitrario, duro ed esigente, ma Dio è un Padre. Noi siamo nelle sue mani, fra le sue braccia “come un bambino svezzato in braccio a sua madre così deve essere in noi l’anima nostra” (Salmo 130). Un bambino fra le braccia del suo papà non ha paura che gli machi qualcosa, perché il padre sa di che cosa egli ha bisogno. Se abbiamo paura, vuole dire che non riconosciamo Dio così, che non abbiamo fiducia in Lui. L’opzione fondamentale per il tesoro del Regno viene a confronto con la scelta dei tesori della terra, segnatamente mammona, la ricchezza-sicurezza mondana. Bisogna decidersi, perché Dio intende essere l’unico padrone e vuole dunque un servizio totale e incondizionato. Se bisogna cercare prima, cioè al di sopra di tutto, il Regno e la giustizia, questa ricerca fondamentale non esclude, ma piuttosto include, come nel Padre Nostro, la preoccupazione legittima (non ansiosa) dei bisogni fondamentali dell’ esistenza. “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia” Così si ribadisce che un cristiano è prima di tutto un cristiano, poi tutto il resto. Il suo interesse per il Regno deve essere primario. Con questo Gesù non ci dice di escludere gli altri impegni necessari alla nostra vita, ma di escludere quel tipo di impegno che distoglie il cuore: la preoccupazione e l’ansia che traggono totalmente a sé l’attenzione dell’uomo e ne imbrigliano il cuore. Non preoccupatevi. Gesù non dice no al lavoro, ma alla preoccupazione eccessiva, che rivela una mancata opzione fondamentale per Dio. Gesù a Santa Teresa d’Avila ha detto: “Figliola, tu pensa a me, che a te e alle tue cose ci penso io”. L’ansietà scomparirà nella misura in cui ci sarà una vera ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia. “e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” Dio è talmente interessato ad aversi totalmente per sé e per il Regno che, se noi lo facciamo, si impegna a provvedere a tutto ciò di cui abbiamo bisogno. È quasi una sfida di Dio: “Cercate questo e vedrete che io provvederò al resto”. Dio si impegna non a farci ricchi, ma a provvedere alla quotidiana necessità del nostro vivere. In conclusione il discepolo, come appare del resto nella Scrittura, è chiamato a fare il suo lavoro per i bisogni fondamentali, non vive di accattonaggio! Ma - ecco la novità di Gesù - il discepolo si impegna, lavora, provvede nella logica della preghiera al Padre: deve restare dono ciò che l’uomo stesso produce. Segno sarà il non cadere nella ansietà, che rivela una certa idolatria dei beni, sentiti come risolutori dei problemi della persona. Ansietà che diventa ancora maggiore se uno vi mette la preoccupazione per il futuro. No, dice Gesù con una punta di saggia ironia: . A ciascun giorno basta la sua pena. Non abbiamo il diritto di preoccuparci del domani: la ricerca del regno di Dio ci procurerà ciò di cui abbiamo bisogno. Sperimenteremo quotidianamente la forza della provvidenza di Dio che non ci lascia mancare nulla. È una promessa seria da parte di Gesù, e lo prova il suo discorso conclusivo ai discepoli: “Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero: “NULLA”. (Lc 22,35) Il discepolo si distingue dal non credente perché anche nelle cose essenziali e necessarie della vita si affida a Dio che è Padre e che conosce in anticipo i bisogni dei suoi figli e vi provvede con cura. Anche domani ci sarà il Padre che è all’opera oggi!. E questo abbandono fiducioso rende l’uomo gioioso e felice!!! 54 Il Regno di Dio richiede alle persone che se lo sentono annunciare una opzione fondamentale per esso, per il Padre che ne è il Signore, tanto generoso quanto esigente. Il Regno è dono per tutti; il dono va accolto per quello che è, un tesoro decisivo. Al centro non c’è dunque una questione di lavoro e di produzione, ma di uno stile di vita, che per il discepolo consiste in una totale fiducia in Dio. Di qui nasce il superamento di ogni ansietà in relazione al vivere. La preoccupazione inquieta nega questa fiducia, rivela un’opzione fondamentale diversa, che mette la sicurezza su di sé e sugli sforzi umani. È questo affanno che Gesù non vuole. Dio è Padre che conosce e ha a cuore i bisogni anche materiali dei figli, più dei figli stessi. Per l’applicazione La tendenziale traiettoria dell’uomo L’uomo ha bisogni fondamentali ai quali deve far fronte: cibo, vestito, tetto sono le tre icone emblematiche di ogni altro bisogno, e per essi si impegna perché gli servono per una vita serena. Tuttavia nell’impegno per soddisfare questi bisogni, l’uomo tende a dare il primato al lavoro e alle cose che realizza con la sua intelligenza e la sua volontà, tanto da fare della propria prestazione e dei prodotti che ne derivano quasi una salvezza, una assicurazione per la vita. C’è poi da mettere in conto lo sconto con la dura realtà della materia e prima ancora con un mondo di subdola competizione. Nasce di qui l’ansietà, da cui poi derivano l’egoismo, la corruzione, la violenza, che spaccano l’unica famiglia in cui Dio è Padre e gli uomini tutti figli e fratelli. La nuova traiettoria proposta da Gesù La chiave risolutiva di ogni bisogno umano sta nelle mani di Dio. Questo significa che Dio né toglie miracolisticamente i bisogni, né miracolisticamente li risolve lui, ma coinvolge l’uomo in una collaborazione perché «lui fa con noi ciò che possiamo fare e fa senza di noi ciò che non possiamo fare». Non solo, ma Dio mette una priorità nei bisogni: prima della fame di pane c’è la fame della Parola (i tesori celesti), che illumina il senso del pane materiale (i tesori terreni). Sicché i beni materiali e la fatica per procurarseli sono per Dio cosa buona. È lui, il Creatore di tutto, che ha dato all’uomo il compito di coltivare la terra. È buono l’atteggiamento soggettivo che riconosce questa collaborazione con Dio e apprezza in essa i beni della terra e il frutto del proprio lavoro. D’altra parte tutto ciò diventa segno negativo quando sopravviene l’affanno, generatore di ansia, aggressività, paura. Dio e solo lui vuole essere la fonte del nostro bene e garanzia della nostra sicurezza, nella fiducia piena che egli continua a lavorare per noi, anche 55 quando i conti non sembrano tornare. Concepire le cose diversamente significa fare delle cose un dio, renderle mammona, una insidiosa e micidiale alternativa al Regno che viene. Gesù, che ha per noi una prospettiva di vita di festa e di felicità senza fine, ci invita ad abbandonarci senza riserve alla provvidenza del Padre. Ci invita ad un distacco dai beni terreni e ad una sobrietà radicale nel loro uso, ritrovando nelle piccole cose quotidiane, nel servizio e nella condivisione con i fratelli, la gioia di vivere. vita non è solo lavoro e affanni e ansia e cose da fare prima che arrivi sera. · La nostra felicità appartiene al disegno di Dio: un esercizio utile potrebbe essere quello di un esame di coscienza fatto non a partire dai Comandamenti, ma dalle Beatitudini. Siamo stati capaci nella nostra vita di cercare la felicità vera? Cosa manca alla nostra personalità, alla nostra vita, per diventare uomini e donne più capaci di beatitudine? · Quando abbiamo qualche minuto di tempo leggiamo e rileggiamo questa stupenda lettera di Romano Gardini sulla gioia del cuore. È una lettura che riesce a rasserenare anche le giornate più tristi e a dare slancio a quelle che devono ancora venire. Da Lettere sull’autoformazione, di Romano Guardini, 1994, Ed. Morcelliana: Per l’approfondimento La gioia del cuore · CCC da 1716 a 1724 · “La verità vi farà liberi” – 132; 147 Il desiderio della felicità - (CCC n. 1718) Le beatitudini rispondono all’innato desiderio di felicità. Questo desiderio è di origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare. Noi tutti certamente bramiamo vivere felici, e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione, anche prima che venga esposto in tutta la sua portata. (Sant’Agostino, De morbidus ecclesiae catholicae, 1,3,4: PL 32, 1312) Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando Te. Dio mio, io cerco la felicità. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di Te. (Sant’Agostino, Confessiones, 10,20,29) Per noi: · Che significato hanno per noi le cose e i beni materiali? · Di che cosa siamo maggiormente preoccupati? · Abbiamo sperimentato nella nostra vita la provvidenza di Dio? AGIRE · Troviamo ogni giorno qualche momento per sostare in silenzio e fare qualcosa di bello per noi, per la nostra anima, per il nostro spirito. · Ci ripetiamo sempre che se non troviamo qualche momento per pregare o per andare a messa anche durante la settimana la nostra vita spirituale presto si inaridisce. Questa è una sacrosanta verità. Ma ugualmente abbiamo bisogno anche di contemplare la bellezza che c’è intorno a noi. · Facciamo 10 minuti di passeggiata in mezzo alla natura (basta un parco pubblico), leggiamo e lasciamo risuonare in noi i versi di una poesia che ci è cara, ascoltiamo un brano di musica che ci rende felici, andiamo a vedere una mostra d’arte, lasciamoci invadere dalla pace che viene dalla contemplazione della bellezza, per ricordarci che la 56 Noi vogliamo far si che il nostro cuore sia lieto. Non allegro, che è qualcosa di completamente diverso. Essere allegri è un fatto esterno, rumoroso, e presto si dissolve. La gioia invece vive nell’intimo, silente, è profondamente radicata. Essa è la sorella della serietà; dove è l’una è anche l’altra. Si dà certamente una lieta gioia sulla quale non si ha alcun potere. Quella gioia che investe qualcuno, grande, profonda: di essa dice la sacra Scrittura che è come un fiume; oppure quella ridente gioia che trasforma ogni cosa, così che il mondo è tutto illuminato; essa viene e va, a piacer suo. Non si può far altro che accettarla quando viene ed avvertire la sua mancanza quando se n’è andata. Quella gioia che germoglia dalla forza e dalla sicurezza di una giovane vita; o anche l’altra, rara, che riluce in uomini eletti, dall’intima chiarezza della loro essenza, sulla quale non si ha scelta. C’è, o non c’è. Tuttavia anche nei suoi confronti ci si può chieder se essa sia un elemento di raccoglimento o dispersione. Ma qui si deve parlare di quella lieta gioia verso la quale è possibile aprirsi una strada. Ciascuno la può possedere, allo stesso titolo, qualunque sia la sua natura. Essa deve anche essere indipendente da ore buone o cattive, da giorni vigorosi o stracchi. Noi vogliamo qui meditare sul come si può aprire ad essa la via. Non proviene dal denaro, da una vita comoda, o dal fatto d’esser riveriti dalla gente,anche se da tutto questo possa essere influenzata. Viene piuttosto dalle cose nobili: da un lavoro intenso; da una parola gentile, che si è sentita o che si è potuta dire; dal fatto di essersi opposti coraggiosamente all’errore di qualcuno, o di aver raggiunto una veduta chiara in una questione importante. E anche questo non è ancora la vera fonte della gioia, che è radicata ancora più profondamente, cioè nel cuore stesso, nella sua più remota intimità. Ivi abita Dio e Dio stesso è la fonte della vera gioia. Essa ci rende interamente aperti e chiari. Ci fa ricchi, forti, indipendenti dagli eventi esteriori. Ciò che ci accade dal di fuori non può più toccarci, se noi siamo interamente lieti. Chi è lieto pone ogni cosa nella sua esatta ubicazione. Ciò che è bello,egli soltanto lo vede nel suo vero splendore. Le difficoltà, gli ostacoli, li riconosce come prove per la sua forza, li affronta coraggiosamente e li vince. Egli può donare generosamente agli altri uomini e non diventa povero per ciò. Ma ha anche la schiettezza di cuore, per poter ricevere nel modo dovuto. Ora, se la gioia viene da Dio e Dio ha sede nel nostro cuore, perché non la sentiamo? Perché siamo tanto spesso tristi, scoraggiati, di cattivo umore? Perché non è in luce la fonte da cui essa zampilla? Come si apre la strada alla gioia? Come si può far si ch’essa fluisca nell’anima? Questo è il problema. Noi dobbiamo avvicinare a Dio ciò che di più intimo è in noi. E può avvenire in diversi modi. Si potrebbe aspirare ad una profonda intimità con Dio; rivolgersi spesso a lui con tutta l’anima e poi essere presso di lui in profondo silenzio. Forse tu conosci 57 altre strade. Io vorrei proporti la seguente, perché su di essa è un bellissimo andare. Ciò che di più profondo vi è in noi, è il mondo delle nostre intenzioni. Se siamo di necessità una sola cosa con Dio, allora la sua gioia può fluire in noi. Ogni volta che sinceramente diciamo al Signore:«Signore, io voglio ciò che tu vuoi» è aperta la via verso la gioia di Dio. E una volta che siamo disposti a pensare sempre così, se il nostro più intimo volere è sincero ed è volto continuamente a Dio, allora noi siamo lieti, accada quello che vuole nel mondo esterno. Certo, questo votarsi a Dio deve avere già in sé qualche cosa che è congiunto con la gioia: non può essere forzato, angosciato o diffidente. Deve essere libero e coraggioso. Pieni di lieta fiducia, noi dobbiamo dire: «Dio potente, ciò che tu vuoi, io pure lo voglio». Si tratta dunque di lottare per assimilarsi totalmente con il volere di Dio. Il capo alto, la fronte aperta in piena luce,le spalle indietro. Sciolti nell’andare, e quando sediamo, non appoggiati senza necessità. Però dobbiamo essere eretti dal di dentro, non solo esternamente. Il corpo vuol sempre lasciarsi andare; e preme su se stesso e tutto diventa ottuso e pesante. Perciò star dritti anche nell’intimo. E quando siamo abbattuti, proprio allora occorre tenerci eretti. Fortemente eretti di dentro e di fuori: puri, quindi, nell’anima. Se entriamo in una camera ammuffita, spalanchiamo porte e finestre, facciamo entrare aria, luce, e poi, mano alla scopa, spazziamo:fuori tutti quei grigi oggetti polverosi, fuori! Proprio così devi comportarti con la stanchezza della tua anima, finchè tutto sia chiaro e fresco. Ciò fatto, di che si tratta? Domandati. Di questo? Volentieri! E all’opera coraggiosamente. Ma come scorgiamo che cosa Dio vuole? Non abbiamo bisogno per ciò di profonde meditazioni o di grandi piani. Lo vediamo in ogni cosa, anche la più comune: nell’attimo presente. E’ anche necessario, talvolta, prendere grandi decisioni o fare piani lungimiranti. Proprio a questo serve l’«istante». Noi ci possiamo tenere ben fermi al caso: ciò che appunto in «questa» situazione è necessario, ciò che appunto «ora» è il mio dovere, questo è il volere di Dio. Se noi lo compiamo, Dio ci è guida dall’una all’altra azione. Ancora una cosa però: ci si deve anche preoccupare di avere nella propria camera una sorgente di gioia. Che mai? Può essere una pianta viva. La pianta allieta perché in essa senza posa qualche cosa cresce, e verdeggia, e fiorisce. Oppure un quadro allegro, una veduta di paesi attraverso i quali una volta tu abbia vagabondato. Riempiti gli occhi di tale visione di tanto in tanto. Com’è ampio! Com’è fresco il bosco, e chiaro il cielo! Come sono libere le cime. Questo è mio tutto mio. O una canzone. Cantala per te. E tutto in te si farà chiaro. O una bella poesia: agisce come una bevanda fresca in un lungo viaggio in mezzo alla polvere. E poi di nuovo all’opera! Poiché quell’istante, col suo dovere, è un nunzio di Dio. Se lo ascoltiamo, diventiamo maturi per comprendere ed adempiere il messaggio successivo. Così portiamo a termine, un passo dopo l’altro, l’opera della nostra vita. Dunque: intendere chiaramente cosa Dio vuole «ora» da noi. Rispondergli francamente un energico «sì» e accingerci risolutamente. Allora saremo lieti. Ora siamo in grado di cominciare. Tu stesso devi estendere le tue riflessioni ai particolari. Riassumiamo perciò quello che abbiamo trovato in un chiaro proposito! Più volte al giorno, per esempio, prima di un lavoro o quando sopraggiunge qualche cosa di nuovo, domandiamoci:che cosa vuole Dio da me? Per poterlo riconoscere, osserviamo ciò che sta proprio davanti a noi. Non cerchiamo ciò che ci conviene o che non preferiremmo. Ma domandiamoci lealmente: che cosa devo fare ora? A questo dobbiamo rivolgere la nostra attenzione, e non lasciarci trarre in inganno! E da chi? Da noi stessi. Dal capriccio, dalla volubilità, dall’indolenza verso noi stessi. Noi dobbiamo diventare inflessibili. Dobbiamo avere velocità nel vedere den chiaro come la cosa sta in realtà. Quindi: io devo fare questo ora «Sì, Signore, volentieri». Quest’ultima parola decide tutto, e ciò che importa. Non a malincuore; non perché si deve; non zoppicando e fiacchi; ma volentieri. Questa parola bisogna però dirla col cuore, non solo col pensiero o semplicemente con le labbra. Bisogna dirla con la volontà. E, anzi, sempre più profondamente. Capisci? Sempre più profondamente deve penetrare nel cuore. Poiché, nell’intimo, c’è ancora molta riluttanza e molta resistenza. Bisogno dissolverle con la parola «volentieri» la dove ci sono ancora, in noi, delle ottusità e delle inerzie, essa deve penetrare col suo splendore come una chiara, forte luce; sempre più profondamente, sempre più rapidamente, finché sia tutto fulgente di fronte a Dio l’«io voglio Signore». Allora sarai lieto. Tutta l’anima di Gesù era schietta, gioconda prontezza:«Che io compia sempre la volontà del Padre mio». E poi se prendi la mosse da un tale «volentieri» lavoro, compiti, giochi, rinunce, vengano pure. Credilo: avrai la forza gioiosa che sarà pronta a tutto, incondizionatamente. Dio è proprio lì dentro. Certo, questa disposizione d’animo deve essere sempre rinnovata,specialmente se è difficile; se il primo slancio si arena, se qualche cosa si frappone, ripeti: «Che importa? Volentieri!», e all’opera. Ma noi abbiamo anche un corpo. Non lo possiamo dimenticare. Quando l’uomo è abbattuto che cosa fa il corpo? Si accascia. Ma se l’uomo è lieto,il corpo si erge. Questa è la gioia del corpo:un comportamento energico. Questo deve essere l’esercizio:mantenerci eretti. 58 Ancora uno sguardo ai grandi nemici della gioia. Tra quelli non è il dolore. Esso rende forti e profondi. Rende efficiente la gioia stessa. Ne parleremo un’altra volta. Ma ve ne sono due che si devono sterminare: il malumore e la malinconia. Il malumore deriva dalle piccole seccature quotidiane. Da un cuore suscettibile che se la prende sempre a male, che non sa ridere, scusare, lasciar correre. Teniamoci lontani da tutto questo. È come avere degli insetti nocivi nell’anima. Bisogna spazzarli via proprio dal principio, appena si mostrano, subito. L’altro nemico è la malinconia. Una forza oscura che disgrega l’anima, se la lasciamo avanzare. Ma si può signoreggiarla, credilo, si può! A una condizione tuttavia; appena si mostra, subito contro, non appena l’abbiamo avvertita. Ma subito, senza seguire il suo gioco! Se essa solo una volta si è infiltrata dentro di te, non ne sarai libero per tutto il giorno e forse neppure per parecchi giorni. Per concludere ancora un piccolo aiuto: la sera, prima di coricarci, diciamoci con tranquillità e fiducia:«Domani sarò lieto». Rappresentiamoci il quadro di noi lieti, eretti, liberi, che procediamo durante il giorno, lavoriamo, parliamo, trattiamo con le persone. Questo sono io, domani. Diciamocelo più volte. È un pensiero produttivo, che opera tutta la notte, nell’anima, tacitamente, ma sicuramente, come gli gnomi nelle fiabe. Non ce ne accorgiamo, ma al mattino tutto è più splendente di ciò che sarebbe stato di solito. E allora continuiamo a ripeterci la stessa cosa: «Oggi devo essere lieto tutto il giorno! Tutto il giorno con te, Signore, e sempre lieto!». E così ogni mattina, ogni sera, e non lasciamoci distogliere da alcun insuccesso. Il giorni, infine, se ne è andato. E allora esaminiamoci: mi sono dato da fare? Facciamo i nostri conti e poi prendiamo la nuova decisione: domani andrà meglio. Ancora qualcosa su cui puoi riflettere da te, o parlarne con altri. Sono solo brevissimi spunti di meditazione: Mt 6,16-18. Quando si riconosce quanto poco finora si è fatto o quanto c’è in noi di discordante; se non riesce ciò che si intraprende; se in casa o a scuola o ovunque non si è capiti; se ciò che l’istante esige è molto o troppo difficile; se qualcosa ci si oppone; la stanchezza; la malattia; se non si ha più gusto per nulla; false gioie; per che cosa siamo capaci di gioire ancora? La gratitudine verso i doni di gioia che l’istante ci arreca; come ci si guasta una gioia? 59 QUAL È IL COMANDAMENTO PIù GRANDE? CCC n. 609 “La verità vi farà liberi” – nn. 130,131; 162 pessimo carattere, è un misantropo razzista e non ama molto neri, gay, ebrei, vecchiette e cani. Simon, il suo vicino di casa gay, è un pittore che subisce un’aggressione in casa e, per pagare l’assistenza sanitaria ha dilapidato tutto il suo patrimonio e, durante la convalescenza, è costretto ad affidare il suo amato cagnolino Verdell a Melvin. Carol è una ragazza single, madre di un bambino debolissimo di salute, che fa la cameriera in un locale dove Melvin va a mangiare ogni giorno portandosi dietro posate di plastica per la sua paura dei germi. Un giorno Carol è costretta a rinunciare al lavoro per assistere suo figlio in malattia, ma questo fatto stravolge le abitudini di Melvin. Per risolvere il problema, lo scrittore invia a casa di Carol il suo medico personale con l’ordine di non badare a spese e fare tutto il possibile per far guarire il bambino in modo che Carol possa tornare a servirgli il pranzo e a sopportare le sue cattiverie. Intanto Simon è stato sfrattato e chiede a Melvin di ospitarlo nel suo appartamento. Simon, che dopo l’aggressione non riesce più a dipingere, viene convinto dalla sua ex segretaria ad andare dai suoi genitori a Baltimora, per chiedere loro il denaro che gli occorre. Visto che non può guidare, convince così Melvin e Carol ad accompagnarlo nel viaggio. Melvin si prepara meticolosamente ad affascinare Carol approfittando del viaggio, ma non riesce mai a mostrarsi migliore di quello che vorrebbe essere, diventando perfino geloso dell’amicizia tra Carol e Simon. Al rientro a New York, Carol dice chiaro e tondo che non vuole più dover sopportare Melvin. Ma Simon, che è riuscito a ritrovare l’ispirazione proprio grazie a Carol, sprona l’amico a reagire. Melvin si rende conto di come la presenza di Carol lo stia aiutando a vincere le sue ossessioni e riesce finalmente a confessare a Carol il suo amore per lei. In alternativa, lettura dei seguenti brani: “…L’amore si può paragonare alla creazione di un’opera d’arte, che richiede all’artista grande concentrazione e immaginazione, la combinazione di tutti gli aspetti della personalità umana, spirito di sacrificio e libertà assoluta. Ma soprattutto, l’amore richiede azione, costante attenzione alla natura dell’altro, sforzo per comprenderne la personalità e rispetto. Inoltre richiede tolleranza e consapevolezza che non si possono imporre i propri punti di vista e i propri ideali al compagno che ci viene posto accanto…. VEDERE Cosa ha insegnato Gesù sull’amore e l’aiuto reciproco Proposte per introdurre il dibattito: L’amore non è qualcosa che si possa trovare, non è un objet trouvè. È qualcosa che chiede di essere creato e ricreato ogni giorno, ogni ora;che ha bisogno di essere costantemente risuscitato e riaffermato, che richiede attenzione e cure. In linea con la crescente fragilità dei legami umani, con l’impopolarità degli impegni a lungo termine, con l’eliminazione dei “doveri” dai “diritti” e l’elusione di ogni obbligo che non sia “verso se stessi” (“me lo devo”, “me lo merito”, e via dicendo) si tende a vedere nell’amore qualcosa che è perfetto dall’inizio oppure è fallito, e che dunque è meglio abbandonare e sostituire con esemplari “nuovi e migliorati”, si spera davvero perfetti. Un simile amore non sopravviverà al primo piccolo litigio, e tanto meno al primo serio disaccordo e scontro…” Zygmunt Bauman, L’arte della vita, pag. 168, Ed. Laterza Visione del film “Qualcosa è cambiato” Qualcosa è cambiato (As Good as It Gets) è un film del 1997 diretto da James L. Brooks e interpretato da Jack Nicholson e Helen Hunt. Entrambi gli attori protagonisti vinsero il Premio Oscar. Il film occupa il posto numero 140 de “I 500 Film più Grandi di Tutti i Tempi” (“The 500 Greatest Movies of All Time”) della rivista Empire. Trama del film: Melvin Udall è un affermato scrittore di romanzi rosa che vive a New York; soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, offende e umilia costantemente gli altri a causa del suo 60 Da “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, di Alessandro D’Avenia, Ed. Mondadori, pagg. 237- 238: “Mamma, come si fa ad amare, quando non si ama più?” La mamma continua a tenere lo sguardo fisso al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la stella che papà le ha dedicato. “Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, 61 cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi a volte risalgono e sgorgano, fecondando tutto.” Il cielo sembra la cassa di risonanza di quelle parole dolci, che solo in una serata così non risultano retoriche. “ E allora che devo fare?” Mamma tace per almeno due minuti, poi le sue parole escono dal silenzio come un fiume che dopo tanta fatica arriva al mare: “Amare lo stesso. Puoi sempre farlo: amare è un’azione.” “Anche quando si tratta di amare chi ti ha ferito?” “Ma questo è normale…Due sono le categorie di persone che ci feriscono, Leo, quelli che ci odiano e quelli che ci amano…” “Non capisco. Perchè chi ci ama dovrebbe ferirci?” “Perché quando c’è di mezzo l’amore le persone a volte si comportano in modo stupido. Magari sbagliano strada, ma comunque ci stanno provando…Ti devi preoccupare quando chi ti ama non ti ferisce più, perché vuol dire che ha smesso di provarci o che tu hai smesso di tenerci…” “E se proprio non riesci ad amare lo stesso?” “Non ci hai provato abbastanza. Spesso ci inganniamo, Leo. Pensiamo che l’amore sia in crisi, e invece è proprio l’amore che ci chiede di crescere…come la luna: anche quando ne vedi solo uno spicchio, la luna è sempre lì, tutta intera, con i suoi oceani e le sue vette, devi solo aspettare che cresca, che a poco a poco la luce ne illumini tutta la superficie nascosta…e per questo ci vuole tempo.” portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. (Lc 10,25-37) Il contesto Siamo nella sezione del «grande viaggio» (Lc 9,51-19,28). Gesù dopo aver predicato in Galilea, si mette in cammino inesorabilmente verso Gerusalemme, la città di Dio dove egli celebrerà la Pasqua, e lungo il cammino istruisce chi lo segue. Un tratto fondamentale del suo insegnamento è la misericordia (Luca è detto l’evangelista della misericordia), ossia quell’amore gratuito e sconfinato di Dio verso l’uomo (si pensi alla parabola del figlio prodigo, 15,11-32) e di conseguenza lo stesso amore dell’uomo verso gli altri (ecco la parabola del buon samaritano). Gli studiosi riconoscono che questa parabola è una invenzione geniale di Gesù, che approfondisce gli insegnamenti della Legge di Dio, ma vi porta il sigillo della sua personalità, capace di amare Dio e il prossimo in un unico atto di amore. Il testo “Mamma, perché hai sposato papà?” Il dialogo di apertura (10,25-29) “Secondo te?” Vi è qualche prevenzione nello scriba verso Gesù (si alzò per metterlo alla prova). Di qui la sua domanda su un bene supremo: possedere la vita eterna. Gesù, da buon maestro, «prova» a sua volta il sapere dello scriba, il quale risponde citando il comando dell’amore a Dio e al prossimo (Dt 6,5; Lv 19,18). Gesù è pienamente d’accordo: “Fa’ questo, e vivrai”. Ma lo scriba si vuol salvare la faccia (giustificarsi) e quindi insiste nel «provare» Gesù chiedendo chi sia il prossimo. Domanda insidiosa perché ai tempi di Gesù il prossimo da amare era il connazionale, il membro della setta o del gruppo religioso (farisei, esseni, zeloti, ecc.) e anche l’immigrato inserito nella comunità israelitica. (cfr. Lv 19,33-34). È su questo sfondo che deve essere trascritto il racconto magistrale di Gesù. Egli non dà una risposta teorica sulla nozione di prossimo, né costruisce una casistica astratta, ma propone una situazione concreta della vita. “Perché ti ha regalato una stella?” Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni mia tempesta. “Perché volevo amarlo.” Mamma mi scompiglia i capelli per liberare i pensieri cupi che ancora ci son incastrati dentro, come faceva quando ero un bambino pieno di paura e mi nascondevo tra le sue braccia. Poi c’è stato solo il silenzio di chi guarda la luna e il Cielo e parla con chi vuole, lì dietro le stelle. La parabola (10,30-35) CONFRONTARSI Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli 62 Gesù dà una svolta radicale al pensiero dominante: «Tuo prossimo è colui che ha bisogno di aiuto, e che quindi devi aiutare, anche se non appartiene alla tua comunità”, e tratteggia questo in tre momenti: Un malcapitato, probabilmente giudeo, è assalito dai briganti, frequenti nel percorso deserto da Gerusalemme a Gerico. La strada che collega Gerusalemme, 740 m., a Gerico, 350 m. sotto il livello del male, comprende un dislivello di 1000 m., attraversa una zona desertica piena di scoscendimenti e anfratti, rifugio ideale di rapinatori in agguato. Il malcapitato del racconto di Gesù forse ha tentato di resistere all’assalto e questo gli è 63 costato caro. Si è trovato sulla strada privo di tutto e ferito gravemente. Con rapide pennellate Gesù introduce gli altri due protagonisti della scena: un sacerdote e un levita, inserviente o cantore nel tempio di Gerusalemme. Tutto rientra ancora nella verosimiglianza: Gerico è una cittadina che ospita i sacerdoti e i leviti, i quali rientrano a casa dopo il turno settimanale di servizio al tempio. lo vide, passò oltre I due addetti al culto vedono il disgraziato sulla strada e girano al largo. Il vangelo non spiega questo comportamento. L’uditore di Gesù poteva pensare che il sacerdote non fosse tenuto a soccorrere il ferito perché sarebbe divenuto inabile al culto nel caso che gli fosse morto tra le braccia (cfr. Lv 21,1), oppure non era un membro del suo gruppo. Colpisce però che a fare questo siano esponenti del culto di un Dio definitosi “Dio dell’orfano, della vedova, del forestiero” (Dt 26,12) Lo vide e ne ebbe compassione. A questo punto, con la sorpresa di tutti, appare un protagonista inaspettato: un meticcio ed eretico samaritano, nemico dei giudei per questioni religiose, che si china sul nemico ferito. Ora Gesù si compiace di descrivere minuziosamente i gesti di soccorso e di aiuto pratico: · passandogli accanto, vide = vedere e accorgersi del dolore degli altri / accostarsi vincendo la paura · e ne ebbe compassione = verbo usato tante volte per indicare un sentimento di Gesù, indica patire - assieme · Gli si fece vicino = indica tenerezza, affetto / vincendo il timore di essere troppo coinvolti · gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino (medicine del tempo) = vincere la riluttanza per le ferite / fare bene le cose, “perdere il tempo” per chi ha bisogno · poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui.. = prendersi cura e quindi non fare la carità per tacitare la coscienza, ma farsi carico, cioè con amore, con un sorriso, con una parola buona / non delegare ad altri (Caritas) · Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno” = “portare gli uni i pesi degli altri” / il prossimo non è più uno sconosciuto, ma parte di me “ama il tuo prossimo come te stesso”. Il dialogo (10,36-37). Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi / “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. La domanda questa volta passa al Maestro vero, a Gesù, cambiando l’impostazione. Gesù con una domanda costringe il suo interlocutore a prendere posizione e a diventare lui stesso protagonista: ciò che conta non è sapere chi è il prossimo, è ovvio che è colui che mi sta vicino; la questione è come si diventa prossimo, ossia come farsi vicino a ogni persona che si incontra. La misura dell’amore al prossimo non è stabilita in base all’appartenenza religiosa o del gruppo sociale, ma unicamente sulla base del bisogno dell’altro. Il prossimo allora è ogni uomo che si accosta agli altri con amore vero e generoso senza tener conto delle barriere religiose, culturali e sociali. La risposta, dalle parole di Gesù è obbligata: “provando compassione, avendo cura dell’altro nella misura del suo bisogno. Va’ e anche tu fa’ lo stesso. 64 Gesù l’aveva già detto alla prima domanda (Lc 10,28) e ora lo rimarca sottolineando la prassi concreta: la via alla vita è l’amore operoso per ogni uomo. Per l’applicazione Il Padre Per Gesù non è importante chiedersi chi è il prossimo, ma fare se stesso prossimo all’altro. È nella logica del Padre, che si fa prossimo, cioè vicino, premuroso verso gli uomini suoi figli, facendo piovere e donando il sole a giusti e peccatori (Mt 5,45). Gesù Gesù è il buon samaritano inviato dal Padre per soccorrerci. Egli è venuto a stabilire un legame d’amore con l’umanità, come dice San Paolo: “Non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini…”. (Fil 2,6-7) Si fermò più volte lungo le strade per guarire, per sanare, per perdonare, per restituire dignità perdute, per dare luce e coraggio. Gesù “è passato oltre” anche lui: ma non oltre l’uomo ferito. È passato oltre le regole e i pregiudizi, oltre le prescrizioni legali che rendono puri o impuri; Gesù ha oltrepassato il sabato, il tempio e le prescrizioni, ma si è fatto prossimo di chiunque avesse bisogno di lui. “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Non c’è altro da fare “Va’ e anche tu fa’ così”. Gesù si è fatto prossimo di ogni uomo ferito, lungo la strada della storia, e noi, suoi discepoli, dobbiamo continuare a fare come ha fatto lui: amare. Questo è il riassunto di tutta la Legge e di tutti i Profeti, cioè di tutta la Bibbia. Noi Per Gesù il prossimo non è una realtà astratta o di pura vicinanza materiale, né è soltanto la persona che ci è gradita, o fa parte del nostro gruppo, ma l’altro, semplicemente perché è una persona, un figlio di Dio, come noi, soprattutto quando è nel bisogno. Il prossimo di cui Gesù parla, non è un lui verso di te, ma sei tu verso di lui. Occorre vederlo come uno che si affida a noi. Se riconosciamo che l’altro esiste quale persona come noi e ne avvertiamo per prima cosa i problemi e le sofferenze, vuole dire che dobbiamo dargli spazio nella nostra vita, avere com-passione, prenderci cura di lui fino a quanto è necessario. Per Gesù la prossimità non è questione di vicinanza fisica, psicologica o spirituale, ma di contatto d’amore. L’amore fa superare le distanze, per cui da lontani si diventa vicini, anzi vicinissimi = prossimi, fratelli e sorelle, figli del Padre. Per Gesù il bisogno dell’altro costituisce la misura del nostro amore. Se mettiamo al centro della nostra vita l’amore, non abbiamo più bisogno che qualcuna ci dica cosa dobbiamo fare: l’amore può condurre solo a gesti d’amore. La chiesa lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore 65 Nell’albergo e nell’albergatore potremmo vedere la Chiesa e la comunità cristiana: essa rende presente la Persona di Gesù e come Lui sa offrire accoglienza, ospitalità, assistenza e cura a chiunque ferito e oppresso ha bisogno di amore. Per l’approfondimento · Prendiamoci l’impegno di offrire ogni nuova giornata al Signore, chiedendogli di darci la capacità di ricominciare sempre da capo: di chiedere scusa se abbiamo ferito qualcuno, di andare a trovare chi da tempo aspetta una nostra visita, di dire solo cose positive per tutta la giornata, di non desistere dall’impegno di un momento di preghiera quotidiano. Ricominciare · CCC n. 609 · “La verità vi farà liberi” – nn. 130,131; 162 (dal sussidio dell’Azione cattolica, Parole per il giubileo, Ed .AVE, luglio 1999) Dando compimento all’attesa, Gesù annuncia che Dio, nella sua nuova e definitiva manifestazione, si mette a fianco degli oppressi, degli affamati, dei malati, degli afflitti, dei perseguitato e comincia a liberarli. Rendendo visibile con il suo comportamento l’agire stesso di Dio, il Maestro va incontro a ogni miseria spirituale e materiale. Nutre con la parola e con il pane le folle stanche e senza guida, disprezzate dai gruppi religiosi osservanti. Si commuove di fronte ai malati, che gli si accalcano intorno e li guarisce. Avvicina varie categorie di emarginati, i bambini, le donne, i lebbrosi, i peccatori segnati a dito, come i pubblicani e le prostitute, i pagani. Tende la mano a chiunque è umiliato dal peccato, dalla sofferenza, dal disprezzo altrui. (La verità vi farà liberi, n.130) Da “La bottega dell’orefice”, K.Wojtyla, Libreria Editrice Vaticana: Agli sgoccioli dell’anno mille, un po’ tutti - scettici e timorati di Dio - si alzavano la mattina e guardavano in cielo per vedere se era in arrivo la fine del mondo. Se ne faceva un gran parlare, ed era per questo che da ormai dieci anni, un po’ ovunque, c’era stato tutto un rifiorire di pellegrinaggi ai luoghi santi. Molti pellegrini si recavano ai santuari famosi, altri andavano a Roma, altri ancora, più coraggiosi, partivano per Gerusalemme e la Terra Santa. Fra i tanti pellegrini che si mettevano in viaggio, ve n’era uno diventato ormai famoso in tutta Firenze. Era un vegliardo che - da ormai dieci anni - si recava in Palestina, ma una volta giunto alle mura di Gerusalemme, si inginocchiava, diceva una preghiera e tornava indietro. Non era mai entrato nella città per visitare il Santo Sepolcro. Tornato a Firenze, riposava per qualche settimana e poi ripartiva alla volta della Palestina per compiere lo stesso rito. Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore – ecco la fonte del dramma. La superficie dell’amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino. Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell’amore – non lo hanno sfiorato nemmeno (…). Nessuno sapeva il motivo di quella stranezza. Ma un giorno, durante un viaggio verso la terra di Gesù, una pellegrina fiorentina, che aveva sentito parlare di quel bizzarro vagabondo di Dio, salì con lui sulla stessa carovana. Importante sarà quello che rimane quando l’ondata delle emozioni si ritirerà (…). L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino. Non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo lui è Eternità. Visitarono Cafarnao, Cana e a Nazareth si fermarono nella grotta dell’Annunciazione. Poi costeggiarono il Giordano, verso Sichem e Gerico. Passarono ancora per Betania e Betlemme, per inginocchiarsi nella grotta della nascita del Salvatore e, infine, fecero rotta verso Gerusalemme. Per noi: Giunti alle mura della città, il pellegrino si inginocchiò, pregò e stava quasi per accomiatarsi dalla sua compagna di viaggio, quando si sentì chiedere: · Riesci a vivere la tua vita di cristiano ponendo al centro della tua esistenza l’amore al Padre e l’amore verso il prossimo? · Le tue scelte quotidiane da che cosa sono dettate? Dall’interesse o dall’amore? · Escludi dalla tua vita persone “diverse” da te? · Ti sei chiesto come puoi rendere felici gli altri? AGIRE Giunti in Palestina, sandali ai piedi, bisaccia in spalla e bastone in mano, i due pellegrini fecero un buon tratto di strada insieme. - Perché non venite a visitare il Santo Sepolcro? È per questo che avete viaggiato fin qui. Perché ogni volta tornate indietro e ricominciate daccapo? - Tanti anni fa, - cominciò il pellegrino, che ormai si era affezionato alla pia donna dopo una gioventù senza Dio, mi convertii ed entrai in monastero. Là feci voto di non commettere più alcun peccato né piccolo né grande. Avevo offeso troppo il mio Signore e non mi potevo più permettere di oltraggiarlo. Trascorsi in monastero molti anni senza peccare e la mia condotta impressionò a tal punto i miei compagni che mi elessero priore. A questo punto del racconto, il pellegrino sospirò. · La capacità di amare, soprattutto di amare gratuitamente, è insita nel cuore dell’uomo, ma è continuamente soggetta a cadute e tentazioni. L’importante è sapere che ogni giorno è un giorno nuovo e possiamo ricominciare da capo. 66 - E poi... cosa successe? - chiese la donna. - Sapevo che diventando priore sarebbero aumentate le responsabilità e le tentazioni, ma ero sicuro del mio voto, saldo nella certezza che non sarei caduto attratto dalla calamita del peccato. E invece mi sbagliavo. Senza quasi accorgermene mi macchiai 67 di un crimine indegno. Un crimine orrendo e inenarrabile, che vi chiedo di non farmi raccontare, perché non ci riuscirei. È già stato così difficile confessarlo al mio padre spirituale. Vi basti sapere che fui allontanato dal monastero e, lasciato l’abito monastico, mi feci pellegrino. - Buon uomo, non vi chiedo di farmi partecipe dei drammi della vostra coscienza. Tuttavia, potete spiegarmi perché non terminate mai il vostro pellegrinaggio di espiazione e di penitenza? - Dopo aver chiesto e ottenuto la misericordia di Dio, il Signore mi illuminò e mi fece comprendere una cosa importante: la vita cristiana è un continuo ricominciare. Non è un viaggio in pianura senza scosse, senza inciampi e senza cadute. Tutti cadiamo e ci rialziamo. Cadiamo e ci rialziamo. La salvezza sta nel non arrendersi, e ricominciare. Tutti cominciamo e ricominciamo, altrimenti non potremmo mai fare esperienza del perdono di Dio. Nessuno arriva alla morte puro e senza macchia. Solo il Figlio di Dio giunse immacolato al termine della vita... e poi forse, chissà, anche Lui ebbe i suoi tentennamenti e “ricominciamenti” interiori. Questo è il motivo, per cui io non termino mai il mio pellegrinaggio. Per ricordare il mio peccato e purificare così la mia anima. Per non dimenticare mai che se cadrò ancora, ci sarà sempre Qualcuno pronto a rialzarmi e a rimettermi sulla strada ...per ricominciare. COME SI È COMPORTATO GESù NEI CONFRONTI DEL DENARO, DEI BENI MATERIALI? CCC nn. 520; 525-526; 544; 549 “La verità vi farà liberi” – da 133 a 135; da 146 a 148 Nel viaggio di ritorno, proprio in quell’anno, il pellegrino morì a pochi chilometri da Emmaus. La pellegrina venne a sapere del fatto e si prodigò con tutta se stessa perché quel sant’uomo fosse seppellito accanto alle mura della città santa, dove più volte si era inginocchiato per pregare e tornare indietro. Leggenda medievale VEDERE Il benessere non è forse voluto da Dio? Perché c’è un “guaio” nella ricchezza e una “beatitudine” nella povertà? Gli scienziati economici e sociali si sono dati un gran da fare, negli ultimi anni, per costruire degli indicatori capaci di misurare la felicità umana. Si tratta di una novità interessante: fino a qualche tempo fa sembrava che i soli indicatori statistici di cui c’era bisogno fossero quelli dell’econometria classica (il PIL sopra tutti gli altri, poi i vari indici di occupazione,di disoccupazione, la bilancia dei pagamenti, il tutto in forma aggregata o pro capite). I sociologi si spingevano a qualche valutazione di tipo demografico, ma nessuno aveva avuto l’impressione che ci fosse bisogno di altri strumenti per misurare la felicità. A un certo punto qualcuno deve essersi insospettito quando ci si è accorti che a un andamento sempre in crescita degli indici di benessere economico e sociale, corrispondevano strani segnali apparentemente poco coerenti con una società in pieno sviluppo (parliamo naturalmente di anni in cui di crisi economica nessuno parlava ancora). Aumentava il numero dei divorzi, aumentavano le malattie legate allo stress, aumentavano gli atti criminali e quelli di violenza, l’aborto veniva praticato alla grande. Ci si rese conto che qualcosa non andava e siccome i guru delle scienze umane sono tipi 68 69 molto curiosi si diedero da fare per cercare spiegazioni (ad es. Darendhorf, Bauman3) e nuovi strumenti di misura. Abbiamo già accennato nell’introduzione alla tesi secondo cui il benessere economico e sociale non siano beni ultimi per la conquista della felicità, ma solo obiettivi intermedi, strumenti che devono essere orientati verso la conquista di un bene superiore, davvero capace di rendere felici gli uomini, che alcuni identificano con la Libertà. Lasciando per ora da parte le questioni (aperte) sull’efficacia di uno strumento statistico per misurare la felicità umana e sul significato da attribuire al termine “libertà”, ci chiediamo cosa dobbiamo dunque eleggere come orizzonte del nostro cammino, quale rotta dobbiamo seguire, quali obbiettivi ci dobbiamo dare posto che il desiderio comune a tutti gli uomini è quello di raggiungere la felicità. La ricchezza, il benessere, il potere sono da perseguire o da evitare? Da disprezzare o da porre sotto una nuova luce? In realtà si tratta di una questione antica, che storicamente ha trovato riposte diverse. In questa scheda intendiamo farci prendere per mano da Gesù per cercare non solo di comprendere quale risposta Lui dà a questi interrogativi, ma per riflettere su come noi costruiamo ogni giorno la nostra vita, rimettendo in discussione i nostri paradigmi morali. Non nell’intento di demolirli, ma piuttosto per fondarli in modo più solido e corretto su un idea di bene e di male legata alle azioni piuttosto che alle cose. Per introdurre il dibattito: da “Ecologia del denaro” dell’economista Rudolf Mees (Filadelfia Edizioni, 1996): “Di solito il denaro è descritto con le qualità di un liquido: il denaro fluisce, abbiamo fonti di denaro, liquidità patrimoniali e un conto corrente in banca. Chiunque ne possegga in abbondanza nuota nel denaro. E’ una caratteristica dei liquidi quella di non poter essere trattenuti facilmente in mano. Infine è ben noto quale ruolo il denaro, in particolare nella sua forma primaria di oro e argento, rivesta nelle fiabe e nelle sacre scritture. Qui la natura del denaro compare quando vengono poste questioni di moralità o immoralità, per accompagnare o riflettere eventi spirituali profondi. L’osservazione della circolazione monetaria ci offre una prospettiva diversa. Nei tempi antichi si trattava di moneta metallica concreta, che il proprietario poteva stringere in pugno, sia che fosse oro, argento, rame o bronzo. In seguito venne parzialmente convertita in carta moneta. Questa a sua volta è stata largamente rimpiazzata da moneta “registrata” o contabile, ovvero denaro che è semplicemente scritto nei conti correnti bancari. Abbiamo percorso così tutta la strada che va dal contenuto tangibile di una borsa all’imponderabile contenuto di un segmento di memoria di un computer. Finché siamo in grado di trattenere il denaro siamo anche in grado di poter decidere come usarlo. Oggi però quel che succede al denaro ci sfugge dalle mani ed è perciò fuori anche dalla nostra coscienza. In altre parole il denaro ci chiede di sviluppare una maggiore consapevolezza se vogliamo che rimanga nelle nostre mani. Se non saremo in grado di farlo, si svilupperà sempre di più un sistema monetario che scavalca la nostra comprensione e la manipola. I sistemi finanziari cominceranno ad avere una vita autonoma. Esiste un altro approccio alla materia che riguarda intimamente il nostro atteggiamento nei confronti del denaro. Quello predominante è volto all’acquisizione egoistica di esso ed è improntato dal 3 Alcune letture interessanti per approfondire possono essere le “lezioni Krupp” di Dahrendorf o i saggi sulla “modernità liquida” di Bauman. Aiutano a leggere il periodo storico che stiamo attraversando e sono scritte in un linguaggio accessibile. 70 desiderio di possederne il più possibile per uso personale o per risparmiarlo, con lo scopo di aumentare il nostro potere nel mondo o sui nostri simili. Si può notare come questo atteggiamento spesso si manifesti attraverso il fatto che il denaro, o l’invisibile potere che si cela dietro di esso, inizia a prendere il sopravvento sulla volontà delle persone, che mostrano di esserne insaziabilmente assetate, o di desiderare tutto ciò che con il denaro si può comprare, spesso in quantità superiore alle reali necessità. Un atteggiamento del tutto diverso è quello che induce a farne un uso creativo per aiutare gli altri a crescere. Qui avviene l’opposto: si crea uno spazio perché possa avvenire qualcosa che precedentemente non era possibile. Se con le nostre decisioni finanziarie tentiamo di creare uno spazio, il denaro verrà messo all’opera per gli altri e non solo per noi stessi. L’utilizzo consapevole del denaro permette alla creatività dell’uomo una completa libertà. è compito di ognuno di noi riempire questo spazio in modo ricco e significativo.” Da “Il Profeta” , di Kaklil Gibran , Ed. SE (Studio Editoriale s.r.l.) Allora un uomo ricco disse: Parlaci del Dare Date ben poco quando donate dalle vostre ricchezze. È donando voi stessi che date veramente. Cos’è la vostra ricchezza se non ciò che nascondete e custodite nel timore d’averne bisogno domani? E domani, cosa mai poterà il domani al cane che troppo previdente sotterra l’osso nella sabbia senza traccia, mentre segue i pellegrini alla città santa? Cos’è la paura del bisogno se non bisogno esso stesso? Non è forse la sete insaziabile che alimenta il terrore della sete stessa quando il pozzo è colmo? Vi sono quelli che donano poco del molto che possiedono, e lo danno per ricevere riconoscenza, e questo desiderio occulto rende ignobile i loro doni. E quelli che danno tutto il poco che hanno. Essi hanno fede nella vita e nella sua munificenza, e la loro borsa non sarà mai vuota. Vi sono quelli che danno con gioia ed è questa gioia la loro ricompensa. E quelli che danno con rimpianto e questo rimpianto è il loro sacramento. 71 E vi sono quelli che danno senza pena nel donare, né cercano gioia, né danno preoccupandosi del merito. Essi danno come il mirto che laggiù nella valle sa effondere nell’aria la sua fragranza. Attraverso le loro mani è Dio parla, e attraverso i loro occhi sorride alla terra. È bene dare quando ci chiedono, ma attraverso la comprensione è meglio dare quando niente ci viene chiesto. Per chi è generoso, cercare colui che riceverà è gioia più grande che donare. E voi quale ricchezza vorreste conservare? Tutto ciò che possedete un giorno sarà dato. Quindi donate adesso, affinché la stagione dei doni possa essere la vostra e non dei vostri eredi. Spesso dite: «Vorrei dare, ma solo ai meritevoli». Gli alberi del frutteto non si esprimono così, neppure le greggi del pascolo. Essi concedono per vivere, perché serbare è perire. Chi è degno di ricevere i giorni e le notti, è certo degno di meritare ogni cosa anche da voi. Chi merita di bere all’oceano della vita, può riempire la sua coppa anche al vostro minuscolo ruscello. E quale merito più grande vi è nella fiducia e nel coraggio, anzi nella carità del ricevere? E voi chi siete perché gli uomini vi debbano mostrare il cuore, e togliere il velo al proprio orgoglio in modo che possiate vedere il loro nudo valore e la loro inviolata fierezza? Siate per prima voi stessi degni di essere colui che dà e allo stesso tempo uno strumento del dare. In verità è la vita che dà alla vita, mentre voi, che vi stimate donatori, null’altro siete che semplici testimoni. E voi che ricevete – e tutti ricevete – non consentite che il peso della gratitudine imponga un giogo a voi stessi e a chi vi ha dato. Trama del Film WALL STREET, il denaro non dorme mai, USA,2010 (dal sito www.mymovies.it): 2001. Gordon Gekko esce dal carcere dopo aver scontato la pena per le frodi attuate a Wall Street. Nessuno lo attende al di là del cancello. 2008. Gekko ha pubblicato le sue memorie e considerazioni sul passato e sul presente della finanza mondiale e le ha intitolate “L’avidità è buona?”. Intanto sua figlia, che si è rifiutata di fargli visita dopo la morte del fratello di cui lo accusa, ha una relazione con Jake Moore. Il giovane opera in Borsa sotto le ali dell’anziano Louis Zabel e crede nella possibilità di investire in un progetto finalizzato alla creazione di energia pulita. Zabel viene però messo in gravi difficoltà dalla diffusione di voci finalizzate alla sua eliminazione dal mercato e - non reggendo la pressione - si suicida. Da quel momento Jake si avvicina a Gekko il quale vorrebbe poter tornare ad avere un dialogo con sua figlia. “Gekko è vivo e truffa (forse) insieme a noi” si potrebbe affermare parafrasando uno slogan del ‘68. Per la prima volta Oliver Stone torna sui suoi passi rivisitando un proprio personaggio. In questi casi si tratta sempre di operazioni rischiose ma l’operazione è riuscita. Non poteva essere diversamente, vista la materia offerta dalla recente crisi finanziaria di cui ancora a lungo pagheremo le conseguenze. Il finanziere d’assalto del film datato 1987, che veniva incarcerato pei suoi crimini, 23 anni dopo sembra un agnellino rispetto a chi gli è succeduto. La speculazione è un cancro pervasivo che ha invaso il mondo e l’alea morale (quella peculiarità per la quale i risparmiatori mettono il loro denaro nelle mani di qualcuno che non si assumerà alcuna responsabilità per l’uso che ne farà) domina il mercato. Stone lancia ancora una volta un pesante j’accuse adempiendo al compito (che si è dato da sempre) di ‘volgarizzare’, nel senso di rendere comprensibili, le dinamiche del potere, sia esso politico o economico. Come sempre, però, torna a rivisitare le proprie ossessioni narrative e visive. Perché in lui permane sin dalla gioventù un conflitto mai risolto con la figura paterna che traspare in molte sue opere. Non è un caso che la dinamica ‘privata’ del film si dipani su due filoni legati alla paternità: Gekko vuole riallacciare un legame spezzato con la figlia, e Jake, avendo perso Zabel, è alla ricerca di una nuova figura ‘paterna’ di riferimento. Stone vive costantemente il conflitto tra autorità e libertà, lo associa politicamente al conflitto tra Stato e Mercato e lo traduce nella drammatica scena della crisi in cui uno dei presenti, dinanzi alla necessità dell’intervento dello Stato americano per salvare le banche, afferma: “Questo è socialismo!”. Ma il regista crede anche profondamente nell’opera di Satana nel mondo (ricordiamo quante riscritture dovette subire l’originale sceneggiatura di Tarantino per Natural Born Killers per introdurvi la presenza del Demonio). Ecco allora il quadro dominante lo studio del ‘cattivo’ di turno in cui il Diavolo mangia un corpo umano. Oliver Stone va alla ricerca del Male e lo denuncia spietatamente sperando così che le forze degli inferi non prevalgano. Innanzitutto siano i suoi doni le ali su cui insieme volerete. Di certo preoccuparsi troppo del proprio debito è dubitare della sua generosità che ha per madre la terra feconda, e Dio per padre. 72 73 CONFRONTARSI Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù gli disse: “perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato: possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!”. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. (Mc 10,17-27) Il contesto I capitoli di Marco da 8,27 a 10,52 narrano come la vicenda di Gesù sia arrivata ad una svolta decisiva e critica. Sta per concludersi definitivamente l’attività in Galilea, nelle cittadine attorno al lago, mentre all’orizzonte si profila in forma sempre più precisa la prospettiva della fine tragica. Il Battista è stato ucciso e già vi sono complotti contro la sua vita. Egli si avvia con determinazione verso il suo obiettivo, verso Gerusalemme, luogo che sarà spettatore della sua morte. La struttura portante di questi tre capitoli è costituita dai tre annunci della sua morte e risurrezione: 8,31-33; 9,31-32; 10,32-34. A tali annunci seguono le reazioni dei discepoli che esprimono incomprensione e paura. Lungo il cammino punta decisamente a qualificare il gruppo dei discepoli ai quali rivolge vari insegnamenti: condizioni per seguirlo, umiltà e servizio, evitare lo scandalo, il matrimonio, l’accoglienza dei bambini e il possesso dei beni. Il nostro testo tratta appunto del possesso dei beni e della sequela di Gesù. Il brano è abbastanza unitario, anche se si articola in tre sezioni distinte: 1.Mc 10,17-22 – condizioni o via per avere la vita eterna Mc 10,23-27 – tema ripreso nel dialogo di Gesù con i discepoli 2.Mc 10,21 – sequela o discepolato: quali sono le condizioni essenziali per essere discepoli di Gesù 3.Mc 10,23 – possesso dei beni: qual è il rapporto tra il possesso dei beni, la vita eterna e la sequela di Gesù. Il testo un tale gli corse incontro Spesso si identifica questo “tale” con un giovane perché corre (un anziano non lo farebbe), ma il testo non dice nulla sulla sua età. Marco lo presenta in modo anonimo quasi ad identificarlo con ogni uomo che sente il bisogno di andare verso Gesù. 74 Corre incontro a Gesù: quest’uomo porta dentro di sé delle domande profonde, forse anche dell’angoscia, o la consapevolezza di non essere felice nonostante le tante ricchezze. “Maestro buono” Gli appellativi rivolti a Gesù esprimono la stima che egli nutre per lui; maestro è colui che ha da insegnare verità grandi ed importanti. “Buono” è il termine che si usa per designare qualcuno che fa tutto ciò che è in suo potere per aiutarci, che non ci tradisce; è uno del quale possiamo fidarci. “che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Questa domanda è nella logica del “fare” per “avere” e non della umiltà di colui che riconosce che la vita eterna è un dono e non una conquista ottenuta osservando rigorosamente la Legge. Un atteggiamento che ci richiama quello del il fariseo e del pubblicano al tempio. L’obiettivo non è solo quello di raggiungere la vita definitiva dopo la morte, ma anche di avere una vita piena in questo mondo aiutando gli altri a raggiungerla. “perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” La risposta di Gesù è tale da attribuire l’aggettivo buono all’unico Dio professato dalla fede di Israele. Questa attribuzione nasconde e rivela la sua divinità. Egli manifesta in sé la bontà del Padre. “Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”. Gesù, citando i comandamenti omette i primi tre che si riferiscono a Dio e ricorda all’uomo solo i precetti riguardanti il prossimo. Non c’è un solo elemento religioso, né si menziona il nome di Dio, perché ciò che conduce alla Vita è comportarsi bene con gli altri “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). Gesù nell’elencare i comandamenti non solo tralascia i primi tre, ma ne aggiunge uno: “non frodare” il salariato (Dt 24,14-15). Il comandamento “non frodare” sembra detto proprio per l’uomo ricco che Gesù si trova davanti: una provocazione perché si interroghi sulla realtà della sua ricchezza. A lui che forse pensava alla ricchezza come ad un premio per la sua rettitudine, Gesù propone un’altra lettura: non ti sembra che la tua ricchezza sia frutto di frode perché è qualcosa che sottrai ai poveri? È un invito a pensare: dove si fonda il tuo benessere? I tuoi molti beni non sono forse il risultato di una sottrazione a coloro che di beni ne hanno davvero pochi? Potremmo pensare che per Gesù ogni ricchezza accumulata e non condivisa abbia una radice di iniquità e sia conseguenza di una frode – cosciente o meno – perpetrata a danno dei poveri. “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Gesù non elogia i meriti del pio ricco, ma gli fa notare che non basta essere rigorosi esecutori della legge pensando così di “guadagnarsi la vita eterna”, ma il modo concreto di amare Dio e di essere fedeli a Dio è amare ed essere fedeli all’uomo, nel quale Dio è diventato nostro prossimo (vedi parabola del buon samaritano – Lc 10,25-37). “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò” Gesù fa precedere la sua risposta da questo gesto profondo ed esterno: lo fissò e lo amò (lo baciò secondo Gnilka). …Lo sguardo di Gesù pieno d’amore! Quando una persona è amata acquista sicurezza, coraggio, entusiasmo, capacità di rinuncia e di donazione, e l’essere amati da Gesù è avere il TUTTO. 75 Il Vangelo riporta spesso lo sguardo di Gesù che su posa su varie persone (Zaccheo, Pietro dopo il rinnegamento, ecc.) e chi incontra quegli occhi trova il coraggio di cambiare vita….. Gesù ha avuto questo atteggiamento anche per l’uomo ricco, per incoraggiarlo ad accogliere quanto sta per dirgli. Per l’approfondimento “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo” Gesù gli fa notare che gli manca tutto in quanto la tanta ricchezza e la costante osservanza della Legge non l’hanno reso uomo felice, e allora gli dice: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri. I comandamenti che hanno il loro apice nell’amore, devono diventare attivi. Dare i beni ai poveri e seguire Gesù non è un hobby o un consiglio per i più generosi, ma è la condizione base per avere un tesoro in cielo, per entrare nel Regno, cioè per ereditare la vita piena, definitiva e felice. Alcune precisazioni riguardo la “ricchezza” Nell’A.T. la ricchezza appare come dono: Dio arricchisce coloro che ama: Abramo, Isacco, Giacobbe, Davide, Salomone, ecc. Sulla terra che Jahvè promette al suo popolo, non deve mancare nulla (Dt 8,7-10; 28,1-12). E questo perché la ricchezza, anche la più materiale è già un bene; assicura una preziosa indipendenza, preserva dal dover supplicare per avere, dell’essere schiavo del proprio creditore. Però se Dio arricchisce i suoi amici, non ne consegue che ogni ricchezza sia frutto della sua “benedizione”. La Scrittura non ignora che esistono fortune ingiuste. La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è totale “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione” (Lc 6,24) ha l’accento di una condanna. Questa assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini. E questo perché il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto. Per acquistare la perla preziosa, il tesoro nascosto, occorre vendere tutto. (Mt 13,45s). Il denaro è un padrone spietato: soffoca la parola del vangelo, fa dimenticare l’essenziale, la sovranità di Dio, blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti. Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella e proprio facendosi povero per noi il Signore ha potuto arricchirci con la sua “insondabile ricchezza”. Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate e proprio un uomo ricco di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba. Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante, ma esige che la si distribuisca ai poveri. Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un povero Lazzaro, ma che Lazzaro, pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco, non ne ricevesse nulla. San Paolo parlando ai Corinzi propone l’uguaglianza “Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza” (2Cor 8,13). e vieni! Seguimi!”. Gesù lo vuole con sé e gli fa una proposta che indica una scelta, una preferenza, un offrirgli il massimo: stare con lui. Ma seguire Cristo richiede l’esproprio delle ricchezze a vantaggio dei poveri, il liberarsi dalle false certezze e l’affidarsi ad altre ricchezze. Seguire Gesù, poi, vuole dire coinvolgersi con il suo destino, con il suo modo di amare e di essere fedele all’altro uomo fino alla testimonianza suprema della croce. “Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato: possedeva infatti molti beni”. “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” Quel tale era andato da Gesù per avere di più e Gesù lo invita a dare di più. Ma la proposta non è accettata; nel suo cuore si opera un forte sconvolgimento che lo rende triste e silenzioso, per cui se ne va. L’ostacolo è la ricchezza. In Mt 6, 21 viene detto: “Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”. Per l’uomo ricco il tesoro è rappresentato dalle sue ricchezze, e in esse c’è anche il suo cuore. I beni terreni rubano il cuore dell’uomo, che invece è fatto per Dio: a lui occorre riservare la propria disponibilità del cuore. “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” Il proverbio che accosta la realtà più piccola (il foro di un ago) con l’animale più grande (il cammello), mette in rilievo come sia difficile per un ricco entrare nel regno di Dio, accogliere pienamente su di sé la sequela di Gesù che “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. (Fil 2,7-8) “Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”. Lo stupore dei discepoli aumenta di fronte alle parole di Gesù, tanto che non possono trattenersi dal parlare tra di loro e generalizzano il suo discorso dicendo: non solo i ricchi ma nessuno si può salvare. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Gesù conclude questo suo insegnamento con un massima. È vero che non si può avere il cuore talmente distaccato da fare come unico bene il Regno, perché questo è impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio che dona la sua grazia. “Perché tutto è possibile a Dio”. 76 • • CCC nn. 520; 525-526; 544; 549 “La verità vi farà liberi” – da 133 a 135; da 146 a 148 (dal Dizionario di teologia Biblica, ricchezza, pag. 1069-1074, ed. Marietti) L’attenzione preferenziale agli ultimi non significa esclusione degli altri. Gesù frequenta anche i “ricchi” e i “giusti”, coloro che nella società sono in vista per il benessere materiale o per la devota osservanza della Legge. Verso di loro però usa generalmente un linguaggio severo, perché li vede soddisfatti di sé, chiusi verso Dio e senza misericordia per il prossimo. Questi ricchi ripongono nei beni materiali la sicurezza e lo scopo della vita, come il facoltoso proprietario terriero della parabola, che, dopo un abbondante raccolto, si illude di aver raggiungo una sistemazione felice e duratura. Il richiamo di Gesù è deciso: “Guai a voi, ricchi… Guai a voi che ora siete sazi… Guai a voi che ora ridete” (Lc 6,24-25); “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!... è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,23.25) (La verità vi farà liberi, n. 134) Il vangelo comanda di distribuire e mettere in circolazione i propri beni: “Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma” (Lc 12,33). Condanna il possesso egoistico, che non tiene conto delle 77 necessità altrui. Non chiede però di vivere nella miseria. Valore assoluto è la fraternità, non la povertà materiale. Lo conferma l’esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme, dove i credenti avevano “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32), mettevano le loro cose in comune e così “nessuno tra loro era bisognoso” (At 4,34). (La verità vi farà liberi, n. 147) QUALI SONO I SUOI RAPPORTI CON IL MONDO DEL POTERE E DELLA POLITICA? Per noi: CCC da 574 a 576 • Cosa vuole dire per me “seguire il Signore”? Sento la radicalità e la serietà della sua proposta? • Mi chiedo se il mio stile di vita – l’esaudire ogni bisogno e capriccio – non sia un gesto di ingiustizia verso chi ha meno di me? • So entrare nella logica della condivisione come scelta di carità verso i fratelli? “La verità vi farà liberi” – 117 AGIRE · Siamo tutti adulti e sappiamo bene che non è indifferente come usiamo il nostro denaro e non è indifferente come viviamo la dimensione del lavoro, strumento indispensabile per guadagnare il pane quotidiano. · Cosa è importante per noi? · Cosa sacrifichiamo in nome della necessità di lavorare sempre di più per poter avere uno stipendio più gratificante? · Quanti oggetti possediamo che sono veramente indispensabili e quanti assolutamente superflui? · Quale criterio usiamo quando andiamo a fare la spesa? · Ci preoccupiamo dell’impatto sociale che hanno gli oggetti o i beni che acquistiamo? L’”agire” di questa scheda vuole esortarci a essere maggiormente informati sugli strumenti che tutti possiamo usare per usare in maniera più equa il denaro. VEDERE Il progetto politico di Gesù: riconoscere la signoria di Dio, esercitare il servizio. Questi sono solo alcuni esempi di iniziative “virtuose” attraverso le quali possiamo fare scelte di giustizia. Promuoviamo la discussione su questi temi cercando materiale online o chiamando in parrocchia, per fare una testimonianza, chi ha già fatto o sta facendo esperienze di questo tipo. Il rapporto con il potere appartiene in qualche modo all’esperienza di tutti. Nella vita di relazione, nelle organizzazioni, nella scuola, sul lavoro. Ogni persona deve decidere come comportarsi davanti al potere esercitato dagli altri. E ogni persona deve (o dovrebbe) fare i conti con il modo in cui essa esercita il potere di cui è investita nelle più diverse situazioni. Ogni cittadino, poi, deve fare i conti con l’esercizio del potere politico, attribuito a persone o istituzioni designate nei modi più diversi, che ha la sua fonte nelle regole che ogni società civile si dà e, nei sistemi democratici, nel consenso pubblico. Al tempo di Gesù i rapporti col potere erano vari: c’era chi si sottometteva, chi si ribellava, chi cercava di approfittarne. Ai giorni nostri le cose non sono cambiate poi molto: magari, grazie allo sviluppo della democrazia e dell’idea liberale, sono più espliciti gli echi di un risentimento o di una delusione diffusi. Ma il potere è una cosa buona o cattiva? Il fatto che a qualcuno sia data la capacità di esercitare una maggiore influenza sulle vicende di altre persone è o no conforme al disegno di Dio? Va oppure no nella direzione del bene comune? Una nota ricerca condotta dal francese Crozier nel secolo scorso ha indagato gli schemi di relazioni e di potere esistenti all’interno di una grande struttura produttiva industriale di tipo monopolistico. 78 79 · Come si fa a creare un GAS? (gruppo di acquisto solidale) · Cosa vuol dire partecipare ai Bilanci di giustizia? · Cosa fanno le associazioni come “Libera” di don Ciotti o il CEFA, fondato dal Senatore Bersani e come è possibile sostenerle? Il risultato sorprendente di quella ricerca è che nelle reti di potere informali rilevate emergeva la figura degli addetti alla manutenzione delle macchine: avevano i maggiori spazi di discrezionalità, di autonomia, di libertà e, di fatto, erano una sorta di “casta” impermeabile alle influenze delle altre componenti dell’organizzazione, scarsamente soggetta al potere dei superiori e in grado di fatto di autodeterminare criteri, schemi, linee di condotta, regole di funzionamento. Ma un altro aspetto inatteso è che una delle figure che avevano sul piano reale il minor “potere” era quella che, a livello formale, aveva una posizione di vertice: il direttore. Sebbene il suo ruolo comportasse il potere di decisione sulla vita della struttura e sui suoi componenti, il contenuto di quelle decisioni era vincolato da una quantità di regole scritte e non, legate alla responsabilità che quella figura aveva. Viene da chiedersi chi sono gli uomini “di potere”, viene da domandarsi se le figure a cui siamo soliti associare la capacità di decidere sono davvero libere di farlo o se devono negoziare quotidianamente l’esercizio delle loro prerogative con regole, esigenze, aspettative, responsabilità. A volte si tende a pensare all’impegno politico come all’esercizio del potere, all’acquisizione di una rendita di posizione che permette di realizzare progetti, idee (il tutto accompagnato da robusti vantaggi economici). In realtà il potere, in tutte le sue espressioni, è una medaglia con due facce: permette di accedere a risorse, di realizzare cose, ma chiede costantemente conto del proprio risultato. Era così per la vecchia obbligazione politica che legava i sudditi al monarca, era così ai tempi dello stato liberale, è così nelle istituzioni moderne, ma è così anche a livello personale. È così nella vicenda personale e nella vita di relazione di ciascuno di noi. Se il potere deve giustificare sé stesso sul piano politico, non di meno deve farlo a livello interiore, sul piano della coscienza. Ciascuno di noi ha un rapporto con il potere a doppio senso, ciascuno subisce ed esercita il potere e entrambi questi aspetti chiamano in causa la nostra responsabilità e la nostra libertà. Gesù vive fino in fondo anche questa dimensione nella sua umanità: dal suo rapporto con il potere e dal suo insegnamento possiamo trarre elementi importanti per conoscerlo meglio ma anche per interrogarci su noi stessi, sul modo in cui viviamo quel rapporto. E anche per comprendere meglio il limite che ha il potere davanti alla Libertà dell’Uomo: limite che Dio stesso, l’Onnipotente, ha voluto rispettare. Per introdurre il dibattito si può proporre la visione del film “Una settimana da Dio”, di Tom Shadyac (vedi scheda film) oppure utilizzare i brani proposti. 80 Scheda Film: Buffalo, Stati Uniti. Bruce Nolan è un reporter frustrato e senza successo, sempre preso in giro dai suoi colleghi. Vive una vita tranquilla con la sua ragazza Grace e il loro cane Sam, anche se lui la reputa insoddisfacente. Un giorno, che sembra iniziato come tanti, Bruce vive la peggiore giornata della sua vita: fa una brutta figura in diretta televisiva, vede il suo collega ottenere il posto di anchorman che lui aveva sempre sperato di avere, viene picchiato da dei teppisti per aver difeso un poveretto per strada, e perde il lavoro. Una volta tornato a casa, Bruce finisce anche per litigare con Grace, per poi andare via in macchina, per cercare di “parlare con Dio”. Ma dopo un piccolo incidente con l’auto, Bruce pensa che sia tutta colpa di Dio se ha una vita del genere. Il giorno dopo, Bruce viene contattato a sorpresa proprio da Dio, che gli propone di incontrarlo. Dio gli fa un’offerta molto particolare: offrirà a Bruce i propri poteri e il proprio “posto” per un certo periodo di tempo. Trascorsa l’euforia iniziale che gli deriva da un così grande potere Bruce, nelle vesti di Dio, farà molti danni e si renderà conto di desiderare di poter tornare ad essere un semplice uomo….. SEZIONE BRANI Da “Cara Mathilda” , di Susanna Tamaro, Edizioni San Paolo: ….davvero l’anno nuovo è una creatura tenera e innocente? Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vederlo questo bambino: l’anno vecchio usciva di scena e ne arrivava uno più vecchio ancora, più curvo, più ferito dall’insulto del tempo e dal peso di ciò che si portava dietro. Dove sono gli anni nuovi? Un anno nuovo presuppone uno spirito nuovo, uno sguardo diverso. Presuppone un progetto e la volontà di realizzarlo. Se per caso al vegliardo del 1996, un attimo prima di uscire di scena, dovesse scivolare il sacco di mano, cosa ne salterebbe fuori? Arroganza, insulti, corruzione, retorica, false parole e false promesse, mancanza di rispetto, calunnia, oltre al tentativo costante di insudiciare e distruggere qualsiasi cosa di nuovo e positivo compaia all’orizzonte. Il 1996 se ne va triste, umiliato, carico di spazzatura come un furgone della nettezza urbana. Se ne era andato in modo diverso il 1995? E il 1994? Non mi pare, non credo. Da anni il nostro Paese vive uno stato sempre più grave di degrado, una lunga discesa buia della quale non si riesce a vedere la fine. La sensazione è un po’ quella di trovarci su un mezzo di trasporto guidato da un autista impazzito. Che importa se a bordo ci siano donne, bambini, anziani? – si dice nella sua allucinata corsa -, l’importante è che l’autobus vada dove dico io! È desolante rendersi conto di quanto poco il bene del Paese sia stato nei pensieri di colore che si erano assunti il dovere di occuparsene. L’autobus ormai corre sul baratro e dagli altoparlanti continuano a dirci che si tratta di una gita di piacere. Dobbiamo far finta di crederci? Oppure fare come il bambino della favola di Andersen, I vestiti dell’imperatore; alzare il dito e lo sguardo innocente e dire: “Il re è nudo”? Già, perché nel frattempo si è fatta passare per reale una strana, schizofrenica menzogna. Si sostiene cioè che tutta colpa della società. È la società che si è rassegnata a questo stato di cose; la società ama avere dei brutti giornali, una pessima televisione, un’imbarazzante classe politica. Personalmente io detesto la parola “società”, al suo posto preferisco usare il termine “persone”. Penso che la società subisca mentre le persone agiscono. Conosco e vedo intorno a me un mondo sempre più vasto di persone umiliate, di persone imbarazzate, di persone stufe di vivere in questo clima di insulto continuo dell’intelligenza e della civiltà. 81 È a queste persone che penserò allo scoccare della mezzanotte. Se il 1997 se ne andrà via schiantato dal peso della spazzatura o meno dipenderà da loro – da noi - , dal fatto che avremo saputo ribellarci a questo orrore, riportando al primo posto il primato dell’etica e della coerenza. Dipenderà dal fatto che finalmente avremo saputo immaginare un futuro diverso e, mettendolo in pratica prima di tutto nella nostra vita, saremo stati capaci di farlo diventare presente. Tucidide, Elogio della democrazia ateniese Nel contesto della guerra del Peloponneso che, tra il 431 e il 403 a.C., oppose Atene a Sparta, il grande storico ateniese Tucidide trascrive nella sua opera il discorso che Pericle tenne in onore dei caduti durante il primo anno di guerra. Dopo aver richiamato il dovere della memoria per gli antenati che costruirono le istituzioni democratiche, Pericle tesse l’elogio delle stesse, per le quali gli ateniesi stanno combattendo. Tucidide, La guerra del Peloponneso «37. Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale ma più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del suo rango sociale. Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni, in particolare a quelle poste a tutela di chi subisce ingiustizia o che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta. 38. E abbiamo dato al nostro spirito moltissimo sollievo dalle fatiche, istituendo abitualmente giochi e feste per tutto l’anno, e avendo belle suppellettili nelle nostre case private, dalle quali giornalmente deriva il diletto con cui scacciamo il dolore. E per la sua grandezza, alla città giunge ogni genere di prodotti da ogni terra, e avviene che noi godiamo dei beni degli altri uomini con non minor piacere che dei beni di qui. 39. Ma anche nelle esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti motivi. Offriamo la nostra città in comune a tutti, né avviene che qualche volta con la cacciata degli stranieri noi impediamo a qualcuno di imparare o di vedere qualcosa (mentre un nemico che potesse vedere una certa cosa, quando non fosse nascosta, ne trarrebbe un vantaggio). Ché la nostra fiducia è posta più nell’audacia che mostriamo verso l’azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi di difesa e negli inganni. Eccone la prova: neppure i Lacedemoni invadono la nostra terra da soli, ma insieme a tutti gli alleati, e quando noi assaliamo da soli i nostri vicini, di solito non duriamo fatica a vincere in una terra straniera, combattendo con della gente che difende i propri beni. 40. Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati dalle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia 82 e il calcolo incertezza. È giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli. E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli. Chi ha fatto il favore è un amico più sicuro, in quanto è disposto con una continua benevolenza verso chi lo riceve a tener vivo in lui il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi. 41. Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazione, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro. E che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola al nemico che la assale non dà motivo di irritazione quando costui considera da chi è vinto, né al suddito, motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne. Noi spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate. Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei. Nel 2007, in occasione dei suoi 140 di storia, festeggiati solennemente a Castel San Pietro Terme, terra natia di Giovanni Acquaderni, l’Azione cattolica nazionale stilò un manifesto sull’importanza dell’impegno dei laici nella chiesa e nella società civile. Questo è il testo del manifesto che fu sottoscritto da migliaia di semplici cittadini e di italiani illustri: I CATTOLICI ITALIANI TRA PIAZZE E CAMPANILI, MANIFESTO DELL’AZIONE CATTOLICA AL PAESE Noi, bambini e ragazzi, giovani e adulti, donne e uomini dell’Azione Cattolica Italiana, desideriamo rinnovare e condividere il nostro impegno nella Chiesa e nella comunità civile. La nostra grande famiglia associativa compie centoquarant’anni. Ha attraversato due secoli e si è affacciata alle soglie del terzo millennio; ha visto formarsi e crescere l’Italia; ha vissuto sempre con fedeltà il suo servizio alla Chiesa. È una famiglia carica di storia: in questa storia vogliamo riscoprire le radici del nostro futuro. Non ci siamo tirati indietro, mai. Nelle parrocchie e nelle città, nelle aule di scuola e nelle università, sui luoghi del lavoro, nella società civile e nelle istituzioni democratiche, il popolo dell’Azione Cattolica ha sempre cercato di offrire il suo servizio disinteressato per l’annuncio del Vangelo e la crescita del Paese. In questi anni il volto della nostra società è profondamente cambiato. Ci sentiamo sospesi tra un mondo che muore ed uno che nasce, ma continuiamo a credere che il tempo del Vangelo è adesso e vogliamo stare ancora dentro questo tempo. Con la forza del passato, con il coraggio del futuro, con la passione di sempre. A quarant’anni dall’inizio del rinnovamento dell’Ac, sgorgato dal Concilio Vaticano II, vogliamo ripartire dalle radici della nostra scelta religiosa, che è essenzialmente primato del Vangelo: incontro con Gesù Cristo, testimonianza pubblica di una vita secondo lo Spirito, responsabilità formativa. Con questo stile rinnoviamo il nostro servizio alla Chiesa, soprattutto nella sua dimensione diocesana, in una parrocchia sempre più missionaria, radicata nella sua terra, partecipe delle gioie e delle speranze, delle attese e dei problemi della gente. Vogliamo mettere la nostra storia al servizio di quest’incontro tra fede e intelligenza, tra l’altezza dell’infinito e l’ordinarietà del quotidiano. 83 Con questo stile siamo al servizio dell’uomo: per onorare la dignità personale con i suoi valori irrinunciabili, a cominciare dalla vita e dalla pace, dalla famiglia e dall’educazione; per camminare accanto a tutti e ciascuno, e tessere insieme una trama viva di relazioni fraterne. Siamo consapevoli della possibilità e della bellezza di una vita pienamente umana e cristiana: per questo vogliamo continuare ad essere scuola di vocazioni laicali, a spenderci in favore del bene comune, attraverso l’educazione alla responsabilità personale, all’impegno pubblico, al senso delle istituzioni, alla partecipazione, alla democrazia. Il Paese merita un futuro all’altezza del proprio patrimonio di fede cristiana, di cultura umanistica e scientifica, di passione civile e di solidarietà sociale. Ha diritto alla speranza. Noi vogliamo compiere un passo avanti verso questo Paese, con il Vangelo e con la vita: incontro alla gente, nel segno di un ethos condiviso, secondo uno spirito di autentica laicità, ricercando un’armonia sempre possibile tra piazze e campanili. Questo è il nostro impegno. Un impegno e un invito. Un invito e una speranza. Mille incontri per un unico, vero,grande Incontro. Il tuo sì ci interessa. lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 10,33-34). In questo contesto di tristezza e di tragedia, la richiesta di Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra», risuona con stridente contrasto; essi inseguono ancora progetti di carriera accanto a Gesù. La Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana Castel San Pietro Terme, 29 settembre 2007 “Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Vi è una contraddizione: mentre i figli di Zebedeo cercano la gloria e il regno del Messia, Gesù si avvia verso la croce come espressione ultima del servire che equivale dare la propria vita per molti. Un ultimo, straordinario documento per introdurre il dibattito, è il videomessaggio di Alessandro Bergonzoni al teatro Duse, scaricabile su you tube, che stigmatizza la mancanza di impegno per la diffusione della cultura, come strumento per aiutare le persone a pensare e non a “evadere” dalla realtà quotidiana. Il video si può richiedere anche alla segreteria diocesana dell’Azione Cattolica, settore adulti. CONFRONTARSI Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». (Mc 10,35-45) Il contesto Il testo Si può dividere in due parti: 10,35-40 la richiesta dei figli di Zebedeo 10,41-45 insegnamenti sull’autorità La richiesta dei figli di Zebedeo “Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gesù attraverso il dialogo, inizia i suoi discepoli alla conoscenza del suo mistero. Egli li ascolta per poi illuminare le loro menti e i loro cuori. Il Maestro non rifiuta mai il discepolo, ma da tutto prende motivo per istruirlo. «Gli risposero: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» La richiesta dei due fratelli è riportata anche da Matteo, il quale però per salvare l’onore dei due discepoli, pone la domanda sulle labbra della madre (Mt 20,20-21). Ci si sente in imbarazzo di fronte all’insensibilità e alla brutta figura dei due discepoli, che possiamo considerare fra gli amici più intimi di Gesù. Egli infatti li ha resi partecipi, assieme a Pietro, dei momenti più importanti della sua vita (miracolo della guarigione della figlia di Giairo, Trasfigurazione, veglia nell’orto del Getsemani). Addirittura Giovanni durante l’ultima cena poserà il capo sul petto di Gesù. Ed ora Gesù ha appena elencato i successivi momenti di una degradazione e di una tragedia che culminerà nella sua morte. Ma anche gli altri “dieci” apostoli, che si scandalizzano e si irritano per la impertinenza della domanda dei due, non sono migliori di questi – più intraprendenti -, anch’essi infatti hanno prospettive di arrivismo e di carriera. Marco al cap. 9,33 ricorda quest’episodio: “Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”. È chiaro che gli apostoli, nonostante abbiano ormai trascorso molto tempo accanto a Gesù e, durante quel periodo Lui abbia sempre rifuggito ogni potere politico, non hanno ancora capito nulla di Lui: essi sognano ancora un regno messianico terreno, nel quale avere i primi posti ed essere i primi ministri del Messia glorioso. Questo brano si situa immediatamente dopo che Gesù ha annunziato per la terza volta, ai suoi apostoli, la sua passione morte e risurrezione. In quest’ultima occasione ne descrive in maniera particolareggiata i vari momenti: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e Le risposte di Gesù “Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?» Gesù rovescia il loro modo di pensare presentando se stesso come il modello da imitare. Prima di tutto egli precisa qual è lo statuto del suo regno: l’unica condizione per l’avanzamento è la partecipazione al suo destino che è segnato dall’umiliazione, dalla 84 85 sofferenza e dalla morte violenta. Per parlare di questo Gesù ricorre a due immagini molto significative per l’ambiente e la cultura biblica: il calice ed essere battezzati con il battesimo. Il calice Nella tradizione biblica indica il destino di morte, di rovina e di distruzione riservata ai malvagi: “Il Signore infatti tiene in mano una coppa, colma di vino drogato. Egli ne versa: fino alla feccia lo dovranno sorbire, ne berranno tutti i malvagi della terra” (Sal 75,9) e al popolo infedele: “Svegliati, svegliati, alzati, Gerusalemme, che hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira; la coppa, il calice della vertigine, l’hai bevuto, l’hai vuotata”. (Is. 51,17). È il calice della collera di Dio, riversato sul peccato dei popoli. Gesù ha solidarizzato con questo destino di peccato e berrà per noi il calice della passione e morte. La coppa che egli fa passare tra gli apostoli nell’ultima cena, richiama questo suo impegno di solidarietà con l’umanità peccatrice. E nella preghiera del Getsemani questo destino di morte violenta con i peccatori e per i peccatori gli si presenterà in tutta la sua drammaticità al punto che chiederà al Padre: “Abbà! Padre” Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). Ecco che cosa intende dire Gesù con la frase: “Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?» Essere battezzati con il battesimo Anche questa immagine evoca il destino di una morta dolorosa. Essere battezzati o immersi è lo sprofondare dell’uomo perseguitato nelle acque amare della morte: “Affondo in un abisso di fango, non ho nessun sostegno; sono caduto in acque profonde e la corrente mi travolge” (Sal 69,3). Il battesimo come il calice indica il martirio cui il discepolo è esposto per la sequela del Cristo. “Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». I due fratelli si dichiarano pronti a condividere il destino di Gesù, e lo faranno realmente. Sappiamo che la comunità cristiana primitiva ha ben presto conosciuto l’esperienza dolorosa delle persecuzioni, e Giacomo subirà il martirio nell’anno 44 ad opera di Erode Agrippa (At 12,2). Giovanni avrà la sua parte di sofferenze e tribolazioni, anche senza morire di morte violenta. La loro esperienza e quella di tanti santi e martiri nella storia della chiesa ci insegna che la strada che conduce alla glorificazione passa necessariamente per la croce. “Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». In questo passivo è espressa la libera azione di Dio. Anche Gesù nel suo compito storico si è affidato totalmente alla fedeltà e libertà di Dio. Insegnamenti sull’autorità “Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono” Ezechiele usa l’allegoria del pastore e delle pecore: “Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori di Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. […] Così dice il Signore Dio: Eccomi contro i pastori: a loro chiederò conto del mio gregge e non li lascerò più pascolare il mio gregge, così non pasceranno più se stessi, ma strapperò loro di bocca le mie pecore e non saranno più il loro pasto” (Ez. 34,2-3.10) Anche il profeta Isaia ha parole dure contro gli anziani e i capi di Israele perché tolgono dalle case dei poveri il necessario per vivere: “Il Signore inizia il giudizio con gli anziani e i capi del suo popolo: “Voi avete devastato la vigna; le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case. Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?” (Is. 3,14-15). A questi rimproveri di Ezechiele e di Isaia fa eco il profeta Amos: “Così dice il Signore: “per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto di condanna, perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri” (Am 2,6-7). Gesù è nella linea dei profeti dell’A.T. riconoscendo che spesso coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Il ruolo dei governanti delle nazioni è un tema molto importante che andrebbe analizzato con serietà e competenza: Gesù in Mc 10,45 propone se stesso “servo” come esempio per il loro servizio. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Gesù sta andando a Gerusalemme non per prendere il potere – come pensano Giacomo e Giovanni – ma per vivere uno scontro durissimo con il potere religioso e con l’istituzione dell’autorità pagana. Si scontrano due mondi, due diversi modi di intendere l’uomo e il suo rapporto con Dio e due modi diversi di concepire e di vivere l’autorità. Da una parte il Figlio dell’uomo che dedica la sua vita agli altri, dall’altra il potere religioso e politico che schiaccia e opprime, e inculca nelle persone il senso dell’incapacità, del peccato e del fallimento. Gesù, però, dalla domanda dei figli di Zebedeo, coglie l’occasione per precisare il significato e il valore dei ruoli nella comunità cristiana. Prima di tutto egli esclude il modello di autorità che si organizza come potere, ad esempio dei vari regimi politici del suo tempo. Poi propone un tipo di autorità che è l’anti-potere: il servo e lo schiavo. Questi sono i grandi e i primi nella comunità. Dentro la comunità la cosa fondamentale è il servizio reso per amore. Lui stesso si è fatto servo perché i servi acquistassero la condizione di “signori”. “il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire”. L’intervento di Gesù aiuta a capire che l’ambizione è un atteggiamento che distrugge la comunità. Quando in una comunità anziché pensare al servizio si pensa ad emergere e a comandare, è la fine. J. Delorme, scriveva così: “l’autorità che Gesù comunica ai discepoli non è un dominio, ma “una qualifica data da Dio per un servizio”. Nella storia di Israele vi è un continuo rimprovero da parte dei profeti contro i capi del popolo, perché non si prendono cura del debole e del povero ma “ingrassano” se stessi. L’autorità è voluta da Dio Sappiamo che ogni potere anche civile viene dall’alto: “Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. Gli 86 87 rispose Gesù: “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto..” (Gv 19,10-11) AGIRE A tali autorità dobbiamo stare sottomessi perché esse sono al servizio di Dio per il nostro bene. Così ci dice San Paolo ai Romani: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non avere paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, perché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio per la giusta condanna di chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo infatti voi pagate le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto” (Rm. 13,1-7). · Siamo tutti consapevoli del degrado dell’attuale classe politica, ma fare politica non significa solo candidarsi alle elezioni o andare a votare per uno schieramento. Fare politica vuol dire anche provare a cambiare le cose che non vanno, a partire dal nostro comune, dalla nostra scuola, dal sindacato, dalla fabbrica. Per l’approfondimento I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. (dalla lettera a Diogneto) Per noi: · Abbiamo anche noi aspettative di potere, di arrivismo e di carriera? · Qual è il nostro rapporto con le autorità religiose e civili? · Quali opportunità sappiamo cogliere per vivere la logica del servizio e dell’essere “servi”? 88 · Tutti sono delusi ma pochissimi sono quelli che accettano di scendere in campo, anche in contesti chiusi, come può essere un consiglio comunale o l’elezione degli organi collegiali in una scuola. · Non è vero che non c’è niente da fare; forse non potremo presentare un disegno di legge, ma possiamo sicuramente far sì che nelle nostre scuole si lavori tutti insieme per educare i cittadini e i politici di domani o partecipare alle sedute del consiglio comunale della nostra città o del nostro paese:almeno saremo informati sulle scelte che la nostra amministrazione sta portando avanti e potremo cercare una strada per combattere quelle che non condividiamo. · Proviamo a buttare via la maschera degli sdegnati che si ritirano nel loro piccolo mondo e scendiamo in campo: non tiriamoci indietro quando bisogna eleggere i rappresentanti di classe, partecipiamo ai gruppi (pochi, ma ci sono) di cittadini che stanno tentando di migliorare la politica del nostro paese o della nostra città. Bologna non è una megalopoli e ci sono ancora spazi di partecipazione. · Documentiamoci sulle esperienze positive di democrazia partecipata. Ne esistono diverse, anche in Emilia-Romagna. · Promuoviamo incontri e dibattiti invitando i politici locali o esperti di temi sociali ed economici. · Studiamo e documentiamoci. Iscriviamoci alla scuola di formazione all’impegno sociale e politico dell’Istituto Veritatis Splendor: a volte siamo tentati di dare giudizi superficiali su quello che accade nel nostro paese, uno studio attento ed organico può sicuramente aiutarci a capire meglio cosa sta succedendo e cosa possiamo fare come cittadini. Da : “Il libro degli errori”, di Gianni Rodari, Ed. Einaudi, 1964 C’era una volta un uomo che andava per terra e per mare in cerca del Paese Senza Errori. Cammina e cammina, non faceva che camminare, paesi ne vedeva di tutti i colori, di lunghi, di larghi, di freddi, di caldi, di così così: e se trovava un errore là ne trovava due qui. Scoperto l’errore, ripigliava il fagotto e ripartiva in quattro e quattr’otto. C’erano paesi senza acqua, paesi senza vino, paesi senza paesi, perfino, ma il Paese Senza Errori dove stava, dove stava? Voi direte: Era un brav’uomo. Uno che cercava una bella cosa. Scusate, però, non era meglio se si fermava in un posto qualunque, e di tutti quegli errori ne correggeva un po’? 89 I MIRACOLI DI GESù NEL VANGELO DI MARCO CCC da 547 a 549 “La verità vi farà liberi” – 176 e dal 189 a 195 secondo “gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”. I gesti di Gesù, che suscitano giustamente stupore, meraviglia, che lasciano perplessi e confusi i testimoni, possono essere fraintesi: sono comprensibili solo alla luce della Pasqua; essi infatti anticipano, come segni provvisori ma decisivi, la potenza che si manifesta nella risurrezione. A Marco interessano i miracoli non perché siano eventi straordinari, ma perché Gesù è straordinario. L’evangelista insiste soprattutto sulla fede di chi viene guarito, o meglio salvato. VEDERE Perché molte persone pur vedendo miracoli non hanno creduto? Avvengono ancora oggi miracoli come quelli da lui compiuti? I miracoli di oggi siamo noi. Siamo noi con le straordinarie possibilità di bene che abbiamo e che spesso non esprimiamo, o almeno non al massimo. Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, ma chi, vedendoci, scorge il volto di Gesù, chi sente le parole che Lui pronuncerebbe, chi conosce attraverso i nostri gesti la Sua tenacia, la sua pazienza, la sua misericordia? Per introdurre la discussione: · Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Ed. Salani: Per la nostra riflessione abbiamo scelto due miracoli, uno compiuto da Gesù a favore della figlia di un capo della sinagoga che, vincendo la paura e le sollecitazioni negative dei vicini e parenti, dimostra di avere una grande fede in Gesù; l’altro invece è ambientato in terra pagana, nel territorio della Decapoli, dove un sordomuto – pur senza poter chiedere aiuto per se stesso - viene guarito per l’intercessione dei suoi accompagnatori. Gesù con la sua salvezza raggiunge tutti senza distinzioni di appartenenza o di religione. Marco è fra gli evangelisti quello che ha dato maggior rilievo alle mani di Gesù che agiscono (cioè ai miracoli) molto di più che non alle parole. Nel primo dei due testi che abbiamo scelto, Gesù “Prese la mano della bambina”; e nel “…Era una bella giornata di giugno, molto assolata ma, su quelle terre senza riparo il vento soffiava con brutalità insopportabile. I suoi ruggiti nelle carcasse delle case erano quelli d’una belva molestata durante il pasto. Dovetti riprendere la marcia. Cinque ore più tardi non avevo ancora trovato acqua e nulla mi dava speranza di trovarne. Mi parve di scorgere in lontananza una piccola sagoma nera, in piedi. La presi per il tronco di un albero solitario. A ogni modo mi avvicinai. Era un pastore. Una trentina di pecore sdraiate sulla terra cocente si riposavano accanto a lui. Mi fece bere dalla sua borraccia e, poco più tardi, mi portò nel suo ovile, in una ondulazione del pianoro. Tirava su l’acqua, ottima, da un foro naturale, molto profondo, al di sopra del quale aveva installato un rudimentale verricello. L’uomo parlava poco, com’è nella natura dei solitari, ma lo si sentiva sicuro di sé e confidente in quella sicurezza. Era una presenza insolita in quella regione spogliata di tutto. Non abitava in una capanna ma in una vera casa di pietra, ed era evidente come il suo lavoro personale avesse rappezzato la rovina che aveva trovato al suo arrivo. Il tetto era solido e stagno. Il vento che lo batteva faceva sule tegole il rumore del mare sulla spiaggia. Divise con me la minestra e, quando gli offrii la borsa del tabacco, mi rispose che non fumava. Il suo cane, silenzioso come lui, era affettuoso senza bassezza. Era rimasto subito inteso che avrei passato la notte da lui; il villaggio più vicino era a più di un giorno e mezzo di cammino. E, oltretutto, conoscevo perfettamente il carattere dei rari villaggi di quella regione. Ce ne sono quattro o cinque sparsi lontani gli uni dagli altri sulle pendici di quelle cime, nei boschi di querce al fondo estremo delle strade carrozzabili. Sono abitati da boscaioli che producono carbone di legno. Sono posti dove si vive male. Le famiglie, serrate l’una contro l’altra in quel clima di una rudezza eccessiva, d’estate come d’inverno, esasperano il proprio egoismo sotto vuoto. L’ambizione irragionevole si sviluppa senza misura, nel desiderio di sfuggire a quei luoghi. 90 91 Giotto, Resurrezione della figlia di Giairo I miracoli nel Vangelo di Marco I miracoli sono un dato caratteristico di tutti i Vangeli che ha posto da sempre interrogativi alla scienza, alla teologia e alla psicologia. La realtà storica c’è, ma è difficilmente isolabile e circoscrivibile: tra l’altro il miracolo di sua natura non può essere dimostrato perché trascende la normalità della natura e della ragione. La realtà storica è sempre segno di una dimensione ulteriore. I miracoli non sono da leggere come atti semplicemente taumaturgici o ancor meno come atti di spettacolo: nei Vangeli essi sono presentati soprattutto come atti di amore, e segno della inaugurazione del Regno di Dio. Testimoniano come Dio non abbandona i suoi figli infelici; Egli è sempre dalla parte della vita anche quando vi sono ostacoli umanamente insuperabili. Gli uomini portano il carbone in città con i camion, poi tornano. Le più solide qualità scricchiolano sotto quella perpetua doccia scozzese. Le donne covano rancori. C’è concorrenza su tutto, per la vendita del carbone come per il banco in chiesa, per le virtù che lottano tra di loro, per i vizi che lottano tra di loro e per il miscuglio generale dei vizi e delle virtù, senza posa. Per sovrappiù, il vento altrettanto senza posa irrita i nervi. Ci sono epidemie di suicidi e numerosi casi di follia, quasi sempre assassina. Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Io fumavo la pipa. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo. In effetti: vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire. La società di quell’uomo dava pace. Gli domandai domani il permesso di riposarmi per l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate. Notai che in guisa di bastone portava un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. Fece mostra di voler fare una passeggiata di riposo e seguii una strada parallela alla sua. Lasciò il piccolo gregge in guardia al cane e salì verso di me. Temetti che venisse per rimproverarmi della mia indiscrezione ma niente affatto, quella era la strada che doveva fare e m’invitò ad accompagnarlo se non avevo di meglio. Andava a duecento metri più in là, più a monte. Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura. Dopo il pranzo di mezzogiorno, ricominciò a scegliere le ghiande. Misi, credo, sufficiente insistenza nelle mie domande, perché mi rispose. Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla. Fu a quel momento che mi interessai dell’età di quell’uomo. Aveva evidentemente più di cinquant’anni. Cinquantacinque, mi disse lui. Si chiamava Elzéard Bouffier. Aveva posseduto una fattoria in pianura. Aveva vissuto la sua vita. Aveva perso il figlio unico, poi la moglie. S’era ritirato nella solitudine dove trovava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane. Aveva pensato che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi. Aggiunse che, non avendo altre occupazioni più importanti, s’era risolto a rimediare a quello stato di cose. Poiché conducevo anch’io in quel momento, malgrado la giovane età, una vita solitaria, sapevo toccare con delicatezza l’anima dei solitari. Tuttavia, commisi un errore. La mia giovane età, appunto, mi portava a immaginare l’avvenire in funzione di me stesso e di una qual certa ricerca di felicità. Dissi che, nel giro di trent’anni, quelle diecimila querce sarebbero state magnifiche. Mi rispose con gran semplicità che, se Dio gli avesse restato vita, nel giro di trent’anni ne avrebbe piantate tante altre che quelle diecimila sarebbero state come una goccia nel mare. Stava già studiando, d’altra parte, la riproduzione dei faggi e aveva accanto alla casa un vivaio generato dalle faggine. I soggetti, che aveva protetto dalle pecore con una barriera di rete metallica, erano di grande bellezza. Pensava inoltre alle betulle per i terreni dove, mi diceva, una certa umidità dormiva a qualche metro dalla superficie del suolo. Ci separammo il giorno dopo. L’anno seguente ci fu la guerra del ’14, che mi impegnò per cinque anni. Un soldato di fanteria non poteva pensare agli alberi. A dir la verità, la cosa non mi era nemmeno rimasta impressa: l’avevo considerata come un passatempo, una collezione di francobolli, e dimenticata. Finita la guerra, mi trovai con un’indennità di congedo minuscola ma con il grande desiderio di respirare un poco d’aria pura. Senza idee preconcette, quindi, tranne quella, ripresi la strada di quelle contrade deserte. Il paese non era cambiato. Tuttavia, oltre il villaggio abbandonato, scorsi in lontananza una specie di nebbia grigia che ricopriva le cime come un tappeto. Dalla vigilia, m’ero rimesso a pensare a quel pastore che piantava gli alberi. Diecimila querce, mi dicevo, occupano davvero un grande spazio. Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche a morte di Elzéard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto di morire. Non era morto. Era anzi in ottima forma. Aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma, in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Perché mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in latri campi oltre alla distruzione. 92 93 L’uomo che piantava gli alberi è la storia vera di Elzèard Bouffier, pastore di una selvaggia regione sub-alpina della Provenza, narrata dalla penna di Jean Giono. Questo semplice pastore, che ha vissuto in una regione solitaria, dove la natura è estremamente ostile all’uomo, ha saputo trasformare il luogo in cui ha vissuto in una sorta di giardino dell’Eden, piantando per tutta la sua vita alberi di varie specie, semplicemente per ridare vita ad una terra apparentemente arida e senza speranza di vita. Ha fatto questo senza avere nessuna ricompensa in cambio, lo ha fatto solo perché lo credeva giusto e con il suo assiduo lavoro ha cambiato il volto di un’intera regione della Francia. La sua vita ci dimostra come, se perseguiamo il bene, se facciamo cose buone (per il solo piacere di farle) la nostra opera può generare miracoli. Il libro è di sole 50 pagine e si può anche leggere per intero all’inizio dell’incontro del gruppo adulti. In alternativa è scaricabile su You Tube il filmato tratto dal libro che dura circa 30 minuti. · Leggiamo insieme la biografia di alcuni personaggi che hanno vissuto perseguendo il bene: Giuseppe Toniolo, Alberto Marvelli, Annalena Tonelli, don Oreste Benzi, Giuseppe Fanin, Alcide de Gasperi, Aldo Moro, Rosario Livatino…la lista potrebbe essere lunghissima, persone normali che hanno fatto cose straordinarie “semplicemente” per il loro desiderio di essere conformi alla loro fede in Gesù. Alcuni sono stati proclamati santi, altri no , ma sicuramente ci contemplano dal Paradiso. Non abbiamo niente di meno rispetto a loro, abbiamo la stessa, identica possibilità di fare cose straordinarie semplicemente essendo noi stessi, uomini e donne, creati per dare gloria a Dio con la loro vita. Essere un miracolo per la vita degli altri dipende solo da noi. IL PRIMO MIRACOLO: la guarigione della figlia di Giairo (Mc 5,21-24.35-43) CONFRONTARSI la figlia è morta. Irridono Gesù: «Questo Maestro non è capace di far nulla di fronte alla morte! Lascialo in pace». E si mettono a cantare i loro canti da funerale! Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò intorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intono. […]Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede. E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare. (Mc 5,21-24.35-43) Il padre della fanciulla, Gesù e i discepoli Figura centrale, di fronte a Gesù, sta il padre (e più avanti la madre), colui che fa tutto intero il cammino di fede, dall’angoscia della malattia al buio orribile della morte, alla gioia della risurrezione, prima chiedendo a Gesù, poi ascoltando l’invito di Gesù a credere, superando i canti della morte, diventando lui stesso testimone del canto della vita. Premessa Un fatto attira subito l’attenzione in questo ampio racconto di Marco: la disposizione letteraria di due miracoli ad “incastro”. L’episodio della risurrezione della bambina è interrotto, dopo il primo incontro di Giairo con Gesù, per inserire il miracolo della donna che soffre di emorragia. Questo artificio letterario, che si riscontra in altre sezioni del vangelo di Marco, qui sembra sia suggerito dall’intenzione di mettere in evidenza il significato comune dei due miracoli: la crescita nella fede, che porta la salvezza. In tutti e due gli avvenimenti si passa da una fede – fiducia iniziale in Gesù all’incontro definitivo con lui, come fonte di salvezza e vita piena. La struttura del racconto comprende tre parti: 1. la domanda fatta a Gesù dal padre Giairo di andare a casa sua dalla figlia ammalata gravemente 2. il fatto della morte 3. la vittoria della vita La dinamica del racconto Ha la forma di una strada da fare, dal mare alla casa di Giairo: è il cammino della fede che abbraccia tre momenti: 1. la richiesta a Gesù di venire a casa urgentemente “La mia figlioletta sta morendo”; 2. la costanza nel credere, nonostante il parere contrario della gente “Tua figlia è morta” 3. la vittoria della fede “E subito la fanciulla si alzò” I personaggi La folla e i vicini di casa La folla appare sullo sfondo, è quella che segue Gesù, anzi che lo stringe, facendo da schermo a chiunque voglia avvicinarsi a lui. Di essa Gesù ha profonda compassione, come di “pecore senza pastore” (Mc 6,34). Una parte di folla sono i vicini di casa, i parenti che dicono brutalmente al padre che 94 Gesù è assolutamente il protagonista della vita contro la morte: ascolta e va con Giairo; in certo modo crea un indugio che sembra far precipitare la situazione, cui si fa fronte con un «continua solo ad aver fede»; l’espulsione dei cantori della morte dalla stanza dove sarebbe venuta la vita; il comando perentorio di Gesù, Signore della vita, e la bambina risorge; il delicato gesto di restituire la figlia ai genitori, che sono in verità risorti con essa, con la festa di un banchetto. Vi sono anche i discepoli. Essi sono con Gesù, alla sua scuola. Tre diventano testimoni diretti dell’evento. Per questo ce l’hanno potuto raccontare, conservando le stesse parole aramaiche di Gesù (Talità kum), tanto rimasero colpiti! La fanciulla Ha dodici anni! Di lei sappiamo che è gravemente malata e che muore; ha un papà (e una mamma) che le vogliono bene; ubbidisce al comando di Gesù, e si alza, cammina, mangia. Ha avuto la vita due volte: la prima dai suoi genitori, adesso direttamente da Gesù. Risorge come Gesù, a causa di Gesù! Il testo “uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani. Gesù andò con lui” Il padre è un personaggio importante, fa parte della presidenza della sinagoga, luogo di incontro del popolo di Dio ai tempi di Gesù. II suo nome vuol dire Dio illumina. Ha una figlia gravissima. Mostra stima per Gesù. Viene lui stesso in persona, non manda un servo; si getta a terra, senza vergogna, e lo prega di venire, di imporre le mani (tipico gesto di chi guarisce) perché dice: «La mia figlioletta sia salvata e viva». La risposta di Gesù è positiva e immediata: cammina con Giairo standogli a fianco nel dramma che lo investe. “Vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede”. Dalla casa di Giairo arrivano messaggeri con il triste annuncio. E con l’invito poco benevolo verso Gesù, di congedare il Maestro: non serve più. Giairo è messo al bivio: camminare con Gesù o staccarsi da lui. Gesù avverte il dramma e interviene. Usa due verbi: non temere, e soltanto abbi fede, continua ad avere fede in Dio che agisce attraverso di me. Fin qui Giairo faceva da guida; ora è Gesù che prende in mano la situazione. Come a Emmaus. “non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni” Particolare importante sono i tre discepoli testimoni della Trasfigurazione e del Getsemani, ossia della lotta contro la morte e del trionfo della vita nella Risurrezione di cui la Trasfigurazione è segno. 95 «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano”. Arrivano finalmente in casa. Il contrasto continua: le persone fanno i rituali lamenti di morte. Gesù afferma che non è morta, ma dorme. Qualcosa cioè che lui sa superare. Dio è più forte anche della morte! “cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare”. Solo chi dà fiducia incondizionata a Gesù può vedere miracoli. La carenza o presenza della fede fa da condizione decisiva. Il miracolo è raccontato con semplicità: Gesù prende la mano, come a comunicare visibilmente la sua volontà di vita. Questa volontà viene espressa da un comando con assoluta sicurezza, perché è Dio stesso che agisce come già nei miracoli di Elia ed Eliseo (l Re 17,19; 2 Re 4,33). Oggi ciò avviene tramite Gesù, con una sola parola, perché Gesù è Figlio di Dio. Talità significa fanciulla; kum, alzati, svegliati, risorgi: le parole aramaiche mantengono vivo il ricordo del fatto originario. L’invito a darle da mangiare è un tratto dell’umanità di Gesù, il signore della vita. “Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo” Lo stupore è proprio di chi si trova di fronte all’agire di Dio (vedi gli apostoli di fronte alla tempesta sedata). Invece è stupefacente l’ordine di tacere: cosa per sé impossibile, dato il fatto in se stesso! Eppure Gesù lo ordina. Sta ad indicare che questa risurrezione è solo un segno, un anticipo, una garanzia della vittoria piena che avverrà con la sua risurrezione. Fa parte del segreto messianico, che si trova altrove in Mc 1,44; 7,36; 8,26), perché Gesù è comprensibile solo alla luce della Pasqua. Per l’interpretazione Giairo pregava con insistenza Gesù e Gesù andò con lui. Dove c’è una preghiera autentica che riguarda la vita della persona, Gesù non è insensibile, ascolta seriamente e si mette in cammino con il richiedente. Come ad Emmaus, egli condivide a fondo le nostre sofferenze. «Non temere, continua ad avere fede». Gesù, che è stato capace di risuscitare una persona morta, l’ha fatto ad una condizione: che si abbia fede incondizionata in Lui, che è l’inviato del Padre, l’autore della vita. Subito la fanciulla si alzò. Siamo al cuore del messaggio. Se all’uomo è richiesta la fede incondizionata, di Gesù si riconosce la capacità incondizionata. Colui che è stato capace di risuscitare una fanciulla morta, si rivela come munito di una potenza che può venire solo da Dio. A differenza di Elia e di Eliseo, Gesù opera senza la minima esitazione, senza il minimo sforzo e con un risultato immediato: sono segni che distinguono colui che Dio chiama Figlio unico e prediletto. Sono segni che annunciano la potenza liberatrice di Dio che è venuto ad inaugurare il suo Regno. Domande per la riflessione • Quali sono le domande che preferibilmente rivolgiamo a Dio? • Quali sono quelle vitali, quelle importanti e quelle mediocri? 96 • Qual ‘è la nostra fede in Gesù? IL SECONDO MIRACOLO: la guarigione di un sordomuto (Mc 7,31-37) CONFRONTARSI Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». (Mc 7,31-37) Il secondo miracolo narra la guarigione di un sordomuto: per Gesù è un segno dell’amore di Dio verso il mondo dei poveri, dei malati e degli infelici. Ma qui c’è una novità: Gesù esce dalla terra santa di Israele e va in terra pagana, perché il Regno di Dio e la sua salvezza raggiungano tutti senza distinzioni di appartenenza. I miracoli di Gesù non hanno confini. Il contesto La sordità e il mutismo, che solitamente vanno insieme, erano infermità assai gravi presso il popolo di Dio. Esso, infatti, aveva come precetto: Shema, Israel, ascolta Israele (Dt. 6,4) e continuo era l’invito a lodare il Signore (cfr. Sal 150). «Udire e parlare» sono espressione di vita: gli idoli non odono né parlano (Sal 135,17); Dio invece ascolta sempre e sua è la parola vera. Il Servo di Jahvè ha orecchi e lingua aperti da Dio (cfr. Is. 50,4-5). I tempi messianici saranno l’epoca del grande ascolto e della lode senza fine. Con questo miracolo Gesù dà un segno forte e anticipato del mondo nuovo. Gesù nella moltiplicazione del pane si presenta come buon pastore che ha compassione degli infelici. Non è un atteggiamento momentaneo, ma uno stile di vita verso tutti, senza distinzione. Così è con la donna Cananea (Mc 7,24-30); più avanti con il cieco di Betsaida (Mc 8,22-26), e ora con il sordomuto. Struttura del racconto La struttura è quella tipica del racconto di miracolo: ambientazione; domanda di guarigione; intervento di Gesù; esito miracoloso; consegna del silenzio ed esplosione della folla. I personaggi: la folla, il sordomuto, Gesù La folla: è lo spettatore-testimone che partecipa nelle varie fasi; porta a Gesù il sordomuto e chiede di guarirlo; assiste, ma da lontano, all’intervento di Gesù; ne fa divulgazione. Mostra di intuire il senso profondo (Gesù ha fatto bene ogni cosa), ma non completamente (Gesù guarisce il poveretto «lontano dalla folla»), perché vi è la fase del silenzio, della maturazione della fede che arriverà nella decisiva rivelazione della Pasqua. 97 Il malato: è un sordomuto, o letteralmente un sordo-balbuziente; egli è uno che “si lascia condurre”: dai conoscenti che lo portano da Gesù, dallo stesso Gesù, che gli tocca gli organi malati, dalla sua spinta interiore che lo fa subito ascoltare e parlare, infine dalla folla che lo travolge con il suo entusiasmo. È la disponibilità piena del credente. Gesù: è il protagonista, che realizza appieno la missione di amore che il Padre lo ha mandato a compiere: va verso aree pagane, accoglie senza indugi il malato, compie un intervento articolato, esprime il senso religioso della sua azione, dà il comando di tacere perché è importante che la gente capisca bene il senso dei miracoli, cosa che avverrà solo a Pasqua. Il testo “Gli portarono un sordomuto” Il paziente è un disabile: è sordo, ma non è muto dalla nascita, poiché si dice che parla a stento, balbettando. Infatti alla fine si annota che egli riprende a parlare correttamente. “e lo pregarono di imporgli la mano” Non può gridare a Gesù come il cieco, ma il suo bisogno viene interpretato da accompagnatori, come nel caso del paralitico di Cafarnao. È molto importante l’interessamento delle persone: è ad esse che Gesù dà ascolto. “Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!» La distanza dalla folla dice chiaramente l’intenzione di Gesù di non fare gesti spettacolari, esposti al fraintendimento, come purtroppo è facile in simili situazioni. Occorre attendersi un senso diverso da quello che gli accompagnatori e la gente si aspettano. La terapia comprende un’azione e una parola che la interpreta e realizza. Qui sono ricalcati i gesti dei guaritori popolari, dove centrale è il toccare, cioè trasmettere la propria energia vitale, tramite le dita, punto di contatto immediato, e l’uso della saliva pensata come rimedio (anche oggi si lecca la ferita). Per Gesù però non si tratta di pratiche magiche o di suggestione terapeutica. Egli assume un atteggiamento di preghiera (lo sguardo al cielo), mentre il sospiro o gemito è un appello ardente alla forza divina per vincere ogni resistenza nel corpo dell’infermo, e insieme rivela una profonda partecipazione alla guarigione dell’infermo. Ciò che decide tutto, però, è la parola di Gesù, la sua semplice parola, perché è parola divina, ci viene trasmessa in aramaico, Effatà, apriti, come già Talità kum (fanciulla alzati) per la figlia di Giairo (Mc 5,41): queste parole in lingua originale sono mantenute come reliquie sacre: dicono la parola potente di Gesù! Effatà, apriti, è ripresa nel rituale del battesimo. Qui, in terra pagana, assume il senso simbolico più vasto: anche i pagani sono aperti all’annuncio del Vangelo. Gesù. Possiamo riscontrare due riferimenti biblici: la creazione: «E Dio vide quanto aveva fatto: era cosa molto buona» (Gn 1,31). I miracoli sono segni della creazione nuova; la salvezza: «Allora si schiuderanno gli orecchi dei sordi, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,5-6). Nei miracoli di Gesù si esprime l’ora della fedeltà di Dio e della sua venuta, l’ora della fiducia e del coraggio. Per l’interpretazione In pieno territorio della Decapoli: La Decapoli è terra pagana. Gesù non limita i suoi miracoli agli appartenenti al suo popolo, o a determinate categorie di persone. Egli è amico e salvatore di tutti. Basta che uno sia escluso o sia malato, peccatore, affamato, e lui lo va a cercare, «perché i malati, non i sani hanno bisogno del medico» (Mc 2,17). Vogliamo mettere in rilievo questo cuore grande di Cristo, aperto a tutti, perché tutti hanno bisogno di lui, con una preferenza: quanti rischiano di restare esclusi o di sentirsi tali. Gli toccò gli orecchi e la lingua: Gesù non guarisce per... posta elettronica…ma cerca il contatto personale, si potrebbe dire fisico con la gente: vuole sempre un incontro interpersonale con il malato, con il quale stabilisce direttamente o per interposta persona, come qui, un dialogo di fede. Quello che conta, infatti, non è soltanto avere un corpo sanato da Gesù, ma avere l’amicizia con la persona stessa di Gesù. È fondamentale passare dai miracoli di Gesù al Gesù dei miracoli, dagli effetti alla causa, notando come Gesù sia il protagonista assoluto del racconto, per cui capisce bene il miracolo di Gesù chi si chiede chi è Gesù veramente e si fida di lui senza riserve! «Effatà, cioè Apriti!»: Gesù apre all’ascolto della Parola di Dio e alla capacità di usare la Parola verso di lui con la preghiera, e verso il prossimo con la testimonianza. L’udito e la lingua sono due sensi essenziali, assieme alla vista e al tatto, per vivere in pienezza la propria fede. È quanto avviene nel Battesimo. Il termine effatà è entrato nella liturgia di questo sacramento assieme al gesto di toccare le orecchie e la lingua, facendone una invocazione contro il demonio, che è per sua natura sordo e muto davanti a Dio (cfr Mc 9,25) Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti: E’ uno splendido elogio della gente rivolta a Gesù! È bello che le persone possano arrivare a riconoscere Gesù per quello che è: un instancabile operatore di bene a favore della gente e in modo particolare degli ultimi e degli esclusi. Per l’approfondimento · CCC da 547 a 549 · “La verità vi farà liberi” – 176 e dal 189 a 195 “E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano” È il cosiddetto segreto messianico. In Gesù il Regno di Dio si è avvicinato. Egli è il Messia, ma nello stesso tempo è necessario che la folla non fraintenda il titolo in termini nazionalistici e di potere mondano. Esso è comprensibile solo quando Gesù è crocifisso e risorto. Per questo Gesù ordina di tacere. Il segreto non viene rispettato, o meglio viene accompagnato dall’esaltazione e la lode a La predicazione è solo una parte del ministero di Gesù. Alla parola si aggiunge l’azione. Così comincia a realizzarsi il regno di Dio. Le opere che egli compie, non sono soltanto sue; sono anche del Padre, che agisce per mezzo di lui nella potenza dello Spirito Santo: “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12,28); “il Padre che è con me compie le sue opere” (Gv 14,10). Per mezzo di lui Dio vince Satana, guarisce i malati, perdona i peccatori, convoca la comunità. Gesù insegnando opera, e operando insegna. Le sue parole sono efficaci e i suoi gesti sono pieni di significato. Parole e gesti insieme costituiscono il suo ministero, che è 98 99 servizio e dono di sé, e culmina coerentemente nel mistero pasquale. “Dio è amore” (1Gv 4,16); solo mediante il dono di sé possono essere rivelati il suo volto, la sua gloria, il suo regno. (La verità vi farà liberi, n.176) Per noi: · Sappiamo accogliere i problemi degli altri? Siamo pronti a farcene carico? · Che uso facciamo dei sensi della parola e dell’udito? · Come accogliamo e ci interessiamo degli stranieri? SEZIONE C// GERUSALEMME (CCC, articolo 2) Gesù risorto fonda la speranza affidabile _______________________________________________________________________________________ CHE SENSO HA DATO GESÙ AL SOFFRIRE? AGIRE CCC 536; 538; 572 “La verità vi farà liberi” – da 233 a 240 Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. · Queste parole, di Madre Teresa di Calcutta, dovrebbero essere l’impegno di ogni nostra giornata, insieme a queste altre di don Primo Mazzolari: Noi ci impegniamo… Ci impegniamo noi, e non gli altri; unicamente noi, e non gli altri; né chi sta in alto, né chi sta in basso; né chi crede, né chi non crede. Ci impegniamo, senza pretendere che gli altri si impegnino, con noi o per conto loro, con noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non s’impegna, senza condannare chi non s’impegna, senza cercare perché non s’impegna. Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura. La primavera incomincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d’acqua l’amore col primo pegno. Ci impegniamo perché noi crediamo nell’amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta a impegnarci perpetuamente. 100 VEDERE Dio è complice della nostra sofferenza? È onnipotente ma non buono, o viceversa? Perché Gesù non ha sconfitto per sempre la sofferenza umana? · ...Forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire. (La Peste, di Camus) Per introdurre la discussione su questo tema, più che brani tratti dalla letteratura (che comunque allegheremo) ci sembra significativo partire dalle testimonianze delle persone. Vi proponiamo quindi la lettura di una testimonianza tratta dal sussidio adulti dell’Azione Cattolica dell’anno 2011 (Un passo oltre) e la visione dell’intervista a Laura, presente nel dvd “Racconta la tua fede”, realizzato dal regista Umberto Romagnoli e proiettato dall’Azione cattolica all’assemblea diocesana del 4 marzo scorso. Il DVD si può richiedere alla segreteria diocesana o ai vice-presidenti adulti. 101 Un testo bellissimo, da acquistare per tutti i membri del gruppo adulti, è la Lettera alle famiglie del Card. Martini “Sette donne per il sabato santo”, anno 2000, Edizioni Centro Ambrosiano, che raccoglie sette testimonianze incontrate durante le benedizioni alle famiglie. Si tratta di situazioni di grande fatica, ma anche di grande speranza, nelle quali molti di noi potranno ritrovarsi. È affrontato il tema della sofferenza fisica, ma anche del dolore che può venire da un figlio che perde la fede o da una figlia che sceglie di convivere anziché di sposarsi. Dal sussidio adulti di AC, Un passo oltre, Ed. Ave, anno associativo 2011/2012: (Pag. 76 e seguenti) Il rischio, quando si affrontano temi ardui come quello della malattia e del dolore, è di essere astratti, teorici. Per cercare di evitare questo rischio, facciamoci accompagnare da una testimonianza: Mi presento: sono Elisa, ho trentadue anni e sono affetta da una malattia rara. Fino a dieci anni fa le mie giornate, nonostante la malattia, scorrevano quasi tranquille, ma una sfida mi attendeva, un’operazione di cui nemmeno i medici sapevano l’esito. Molte volte, nel buio della mia stanza, da quando ho ricevuto la notizia, nelle mie riflessioni mi rivolgevo a Te per chiederTi: “perché a me?”. La risposta mi è arrivata nel reparto di urologia di P. dalla mia vicina di letto, lei mi ha porto una medaglietta e mi ha detto: “Dio non ci pone mai davanti ad una sfida che non abbiamo la forza di superare”. Non vorrei parlarTi di tutti i miei pianti, delle operazioni, dei problemi che una persona “diversamente abile” trova nella società di oggi, ma vorrei ringraziarTi per avermi mandato persone in grado di aiutarmi a reagire: la mia famiglia, i miei amici che assistono ai miei alti e bassi e che mi esortano ogni giorno ad andare avanti un passo alla volta, per poter in qualche modo arrivare tramite la loro saggezza e la loro determinazione a essere “salvata”. Se potessi chiederti qualcosa, sarebbe la possibilità di correre, di salire in un aereo e andar lontano, la possibilità di avere una mia famiglia, di potermi godere il sole tutti i giorni che tu hai creato. Dover restare bloccata a letto nell’attesa di una cosa che non avrò mai, completamente, non è facile; a volte mi chiedo perché Tu non possa aiutarmi, perché non posso fare tutto questo: perché non puoi rendermi una persona “sana”? Quando ci rifletto, però, comprendo che non è questo il tuo compito, ma accompagnarmi lungo il cammino. L’unica cosa che vorrei ora è tranquillità, serenità, tempo per godermi almeno un po’ i miei trentadue anni. Chiedo troppo? La mia malattia è inarrestabile, quest’anno per me ha significato sette ricoveri e altrettante cure e operazioni, i miei organi ormai sono logori, ma, fino a che il mio cuore batterà, lotterò perché dentro di me c’è ancora una ragazza che desidera essere amata, apprezzata e aspetta che l’amore arrivi a stupirla. Capita spesso di trovarsi davanti a sentimenti come l’invidia, la cattiveria e l’indifferenza e talvolta diventa difficile non esserne coinvolti; ma, nonostante tutte le difficoltà giornaliere, è importante ricordare che ogni attimo di felicità passato con le persone care deve essere assaporato, non può essere perduto. Una persona molto speciale mi ha insegnato che la vita non ha valore solo se si è utili; all’inizio non potevo accettarlo: ognuno di noi se utile si sente appagato, ma poi ho capito che siamo tutti tue creature e per questo importanti. Il mio bisogno di salute e il desiderio di una vita normale non potranno mai essere annullati, ma ora c’è in me il desiderio di avere comunque una vita piena e di poter restare nei cuori di chi mi ha conosciuto. Mio Dio, non credo di avere l’umiltà necessaria per raggiungerTi ma, se Tu sei con me, ti seguirò e forse un giorno potrò sperare di toccare il Tuo mantello. tempesta, della passione. Ma un giorno Leo scoprirà che bisogna fare i conti anche con il bianco e lo imparerà nel modo più doloroso:la perdita di colei che ama. Nonostante l’evento tragico che segna la vicenda del protagonista adolescente del romanzo, “Bianca come il latte, rossa come il sangue” è un racconto appassionante , che suscita nel lettore tantissime, diverse emozioni. Alcune pagine vi faranno piangere, altre sorridere, altre ancora riflettere. Attraverso il racconto dei duecento giorni di un anno scolastico scopriremo come i giovani affrontano la vita, l’amicizia, l’amore, come vedono gli adulti, la scuola, come sia difficile il loro rapporto con Dio. Ci stupiremo nel vedere come a volte gli adulti sono capaci di sorprendere i giovani e di aiutarli ad inseguire i loro sogni e a trovare le risposte alle domande importanti, quelle che ti cambiano la vita. Capiremo che i giovani non sono superficiali come a volte, sbrigativamente, gli adulti li giudicano, ma che hanno paura, della solitudine, della sofferenza, del futuro, e hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a capire, a trovare uno scopo, a non arrendersi. E insieme a Leo comprenderemo che se viviamo davvero, se la vita nuota dentro il nostro amore rosso, ogni giorno è il primo, ogni giorno è l’inizio di una vita nuova. La notte è il luogo delle parole. Le parole del diario di Beatrice hanno illuminato a giorno la mia prima notte da sveglio, la mia prima notte da vivo: la mia prima notte. Se il paradiso esiste sarà Beatrice a portarmici. Il dolore mi costringe a chiudere le palpebre, a nascondere gli occhi. Ho sempre pensato che avrei divorato il mondo con i miei occhi, come api si sarebbero posati su tutte le cose per distillarne la bellezza. Ma la malattia mi costringe a chiudere gli occhi: per il dolore, per la stanchezza. Solo poco dopo ho scoperto che a occhi chiusi vedevo di più, che sotto le palpebre chiuse tutta la bellezza del mondo era visibile, e quella bellezza sei tu, Dio. Se tu mi fai chiudere gli occhi è perché io stia più attenta, quando li riapro.” Così c’è scritto sul diario di Beatrice. E io oggi chiudo gli occhi e guardo la vita con i suoi. Se la vita avesse gli occhi avrebbe quelli di Beatrice. Da oggi voglio amare la vita come non ho mai fatto. Quasi mi vergogno di non aver cominciato prima. CONFRONTARSI Recensione del libro: Per Leo i colori della vita sono due, il bianco e il rosso. Il bianco rappresenta il silenzio, l’assenza di idee, di parole, di emozioni. Il rosso invece è il colore dell’amore, della E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. Diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate 102 103 Elisa Da “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Alessandro D’Avenia, Ed. Mondadori, Milano, 2010 per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». (Mc 14,22-42) Premessa Marco, come Matteo e Luca, fa della cena pasquale di Gesù, quella che i giudei consumavano la vigilia della festa di Pasqua, la sua “ultima cena”. Ora, è ben poco probabile che Gesù abbia potuto mangiare la Pasqua giudaica: egli sarebbe morto, il giorno dopo, nel pieno della festa pasquale. Secondo le norme giuridiche dell’epoca, però, è vietato condannare e mettere a morte qualcuno dopo che la grande festa è cominciata. Dal punto di vista storico, la cronologia proposta dall’evangelista Giovanni sembra preferibile: la Pasqua giudaica cadeva in quell’anno in giorno di sabato; Gesù è stato crocifisso il giorno prima, venerdì, nella stessa ora in cui si sgozzavano gli agnelli per mangiarne la carne la sera stessa. Considerando il tempo necessario per il processo, è il giovedì che Gesù ha consumato la cena di addio con i discepoli. Ora egli interpreta e anticipa in quel gesto ciò che sta per affrontare: la morte come totale dono di sé. Con quelle parole e con quell’invito “prendete e mangiate” Gesù invita i suoi discepoli ad accettare la sua persona e la sua attività: essi vengono associati al suo destino. Entrano in una nuova comunione con il Maestro. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza Gesù prende spunto dalla benedizione o preghiera di ringraziamento che si faceva alla terza coppa della cena pasquale per completare il significato della nuova cena. La coppa che quella sera viene fatta girare tra i commensali non è più segno di gioia e di festa per la liberazione, ma suggella una nuova solidarietà e comunione tra gli apostoli e Gesù, tra loro e Dio. È il sangue dell’alleanza. Il pensiero di Gesù e dei suoi amici, che conoscono la storia del popolo ebraico, corre al rito con il quale Mosè ai piedi del Sinai concluse l’alleanza tra Dio e il suo popolo, versando metà del sangue delle vittime sull’altare e metà sul popolo. Col sangue, segno di vita, veniva siglata un comunione vitale tra Dio e il suo popolo (Es. 24,3-8). Ora non è più un sangue simbolico quello che unisce i membri di quest’alleanza o comunità rinnovata, ma è il sangue di Cristo, sparso, per la salvezza del mondo, segno di un amore fedele fino alla morte. Il testo di Marco Per l’interpretazione La versione di Marco ha inserito sullo sfondo della cena pasquale, il testo eucaristico trasmesso dalla tradizione liturgica. Il suo carattere liturgico si può ricavare dallo schematismo delle formule, dalla simmetria delle parole sul pane e sul calice. Questo non compromette il valore storico del racconto eucaristico, anzi vi aggiunge la testimonianza della comunità che ne ha conservato il ricordo nella celebrazione. In tal modo, anche se non è possibile ricostruire nel loro tenore materiale le parole di Gesù sul pane e sul vino, si ha la certezza che è stato interpretato e conservato il loro senso genuino grazie alla testimonianza vissuta di tutta la comunità cristiana. Pane e vino trasformati Cosa può significare per noi mangiare e bere il corpo e il sangue di Gesù nella Eucaristia? La forza dell’Eucaristia sta soprattutto in questa realtà di “trasformazione”. Pane trasformato in Corpo di Cristo. Vino trasformato in Sangue di Cristo. Pane e vino sono la realtà della “terra e del lavoro dell’uomo”, rappresentano cioè, il vissuto, la fatica, il sudore, le cose e i gesti dell’umanità. Nella storia di Gesù di Nazareth sono la sua vicenda, il suo lavoro missionario e di vicinanza alla gente, il suo annuncio, la sua permanenza a Nazareth e il suo percorrere le strade della Galilea ... tutto ciò che è stato, tutto ciò che ha fatto. La sua condivisione con i percorsi del dolore e il suo portare ragioni di festa, la sua vita offerta e il tempo donato per raggiungere ogni uomo. Celebrare Eucaristia nella verità diventa invito anche per noi a trasformare. Entrare dentro la logica di Gesù, mangiando e bevendo di Lui, significa allora essere capaci anche noi come lui, di trasformare la nostra storia per render la storia sacra, storia del Regno, continuazione della presenza di Dio fra noi. È grande questo! Significa che non possiamo celebrare senza appassionarci alla nostra vicenda e a quella degli uomini del nostro tempo. Significa che un’autentica celebrazione ci pone come protagonisti nel nostro tempo per essere capaci di trasformarlo. E tutto sarà possibile per la forza dello Spirito, per la forza dell’Amore. Il testo si può dividere in tre momenti: 1. L’istituzione dell’Eucaristia 2. Annuncio del rinnegamento di Pietro (che fa da ponte tra il Cenacolo e il Getsemani) 3. Il Getsemani L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Gesù, come capo del gruppo, presiede alla mensa e recita quindi la benedizione o preghiera di ringraziamento sul pane, prima di spezzarlo e distribuirlo ai commensali. Ma a quel gesto rituale Gesù dà un significato nuovo: porgendo il pane spezzato ai suoi dice: «Prendete, questo è il mio corpo».. “non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».” Così Gesù chiude la cena con i suoi, dando appuntamento ad un’altra cena, quella del compimento, nel Regno. Corpo e sangue Nell’antropologia del tempo, il “corpo” è la persona in quanto identità, presenza ed attività. ANNUNCIO DEL RINNEGAMENTO DI PIETRO “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 104 105 Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri”. La sezione che contiene l’annuncio dello scandalo dei discepoli e del rinnegamento di Pietro fa da ponte tra l’istituzione dell’Eucaristia e il Getsemani. Il testo presenta l’ammonimento di Gesù a tutti i discepoli in forma di annuncio della passione mediante l’immagine del pastore percosso e del gregge disperso. La piccola comunità raccolta attorno a Gesù proverà lo smarrimento. La morte e l’umiliazione di Gesù sconvolgerà le attese e le speranze di un messianismo glorioso e trionfante, sarà come una pietra di inciampo che metterà in crisi la fedeltà del gruppo. “Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. Diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Abbà, Papà! Gesù nella sua preghiera al Padre usa l’appellativo che i figli della Palestina rivolgono al loro padre terreno. Si leggono in queste parole tutta la comunione esistente tra Gesù e il Padre, e il coinvolgimento del Padre nella sofferenza del Figlio. Poi la fiducia nella potenza di Dio e il rimettersi nelle sue mani per compiere la sua volontà: “Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Con questo interrogativo: il progetto di Dio deve veramente passare attraverso la sua morte, come morte con i peccatori? E in questo clima, nel colloquio e comunione intima con il Padre, Gesù fa la sua scelta definitiva. In questa luce la volontà del Padre non è un destino assurdo e crudele, ma è anche la volontà di Gesù: Dio vuole essere solidale e fedele agli esclusi, ai peccatori, fino alla morte e a quella morte. L’apostolo Pietro Nel vangelo di Marco è frequente l’attenzione alla figura di Pietro, e non solo per evidenziarne la fede e il suo (toglierei) ruolo di riferimento per la comunità credente, ma anche per indicarne i limiti, la resistenza, le difficoltà a credere, capire e seguire Gesù. Nessun altro discepolo è nominato tante volte nel vangelo di Marco e con tanto rilievo, con la sottolineatura di tanti errori e viltà. Pietro è, in Marco, il simbolo dell’uomo di fede che, incontrando la rivelazione di Dio nella storia, risponde con tutto l’entusiasmo possibile ma anche con tutte le possibili perplessità e debolezze. Anche qui in analogia con gli annunci della passione Pietro rimane fuori della prospettiva di Gesù. Alle proteste di fedeltà di Pietro Gesù gli annuncia il triplice rinnegamento. Del resto alla fine Marco nota che gli altri discepoli non sono diversi da Pietro. IL GETSEMANI “Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” “Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi!” A questo punto Marco evoca la scena madre di tutto questo brano: da una parte la preghiera solitaria di Gesù che sintetizza la sua crisi suprema, dall’altra il sonno pesante dei tre discepoli, “scelti” dal gruppo. I discepoli dormono e continueranno a dormire manifestando così di non lasciarsi coinvolgere nella situazione di Gesù e nel gesto grande che sta caratterizzando la sua vita. Gesù nel momento della decisione ultima si trova solo, come Abramo, Mosè ed Elia, solo davanti a Dio. Per l’interpretazione Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni Sono i tre chiamati fin dalla prima ora, quelli che Gesù aveva già voluto con sé nell’esperienza della trasfigurazione: quelli, quindi, che avrebbero dovuto meglio degli altri far fronte a questa situazione. Invece non ce la fanno: si addormentano. “e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Di fronte ai tre discepoli Gesù manifesta il suo stato d’animo. ”Paura e angoscia” esprimono la consapevolezza del fallimento della sua opera con il popolo ebraico che, per colpa dei dirigenti, rifiuterà il Messia. E poi la tristezza, Gesù esprime il suo stato d’animo con le parole del Salmo 42 “Triste è l’anima mia fino alla morte”, là dove il salmista esprimeva il suo lamento vedendosi circondato da nemici che si burlavano di lui perché il suo Dio non interveniva. La tristezza di Gesù è constatazione che la sua morte sarà interpretata come espressione dell’impotenza di Dio e trionfo dei suoi nemici e dei nemici dell’uomo. Marco non intende ricostruire l’interiore dramma psicologico di Gesù, ma vuol portare allo scoperto in forma radicale lo scandalo del Messia, del Figlio rifiutato e ucciso. Gesù non è l’eroe martire che muore gloriosamente per una causa, né lo stoico che affronta impassibile e sicuro la propria morte. Egli morirà come un criminale di delitti comuni, sul quale si abbatte la giustizia penale. Come l’inizio del Vangelo è stato segnato dall’esperienza delle tentazioni nel deserto attraverso le quali Gesù ha preso coscienza della sua missione, così anche l’ultimo passo, quello decisivo, è segnato da questo momento di solitudine e di tentazione. Da una parte l’insistenza di Pietro e degli altri che vorrebbero la manifestazione di un Dio potente, capace di demolire l’ordine stabilito, politico e religioso, capace di affermare con forza quel regno di cui ha sempre parlato e che ha annunciato presente, con tutto ciò che ne consegue: onore, ricchezza, prestigio e, finalmente, i troni dei potenti abbattuti. Dall’altra il progetto del Padre che domanda di rivelare la sua “potenza” di amore nella capacità di condividere l’uomo e la sua storia fino in fondo, fino all’umiliazione più devastante che è la croce, condanna riservata agli ultimi dei più ultimi. 106 107 L’ultima tentazione di Gesù L’ultima tentazione di Cristo sta nella contrapposizione tra queste due prospettive. Ma, davvero, un Dio crocifisso potrà essere capito come pienezza di amore? Ma a che cosa servirà un crocifisso in più? Ma avrà senso un Dio in croce e… che cosa potrà annunciare? Chi potrà capire? Sarà gloria o fallimento? Tra il Dio potente e violento che tutti attendevano e il Dio violentato e schiacciato dal potere… Gesù sceglie quest’ultimo. Ed è salvezza! Abbà, Padre… Come si può, in momenti come questi, avere il coraggio di gridare a Dio e chiamarlo “Padre”? Qui Gesù si riconosce Figlio perché si rende disponibile al progetto di amore del Padre e avverte che l’Abbà, il Padre è vicino e solidale con lui fino in fondo in questo percorso. Non è l’Abbà che vuole il Figlio in croce.. sono gli uomini… L’Abbà, con la sua vicinanza, permette a Gesù di leggere anche questo momento di croce come espressione dell’Amore grande di Dio; quello, che agli occhi degli uomini è destino amaro, in Gesù diventa momento della gloria perché ci fa conoscere fino a dove l’Amore Dio è capace di arrivare. È un passaggio cruciale: a partire da qui Gesù diventa “protagonista” della passione: è lui che si consegna e che invita a suoi a seguirlo: “Venite, andiamo...” La sofferenza, a questo punto, diventa la totale offerta di sé. Gli porteranno via tutto: la dignità, la libertà, anche le vesti, ma non potranno togliergli la capacità di vivere la sua passione come gesto del Figlio che rivela tutto l’amore del Padre. Nei Figlio che esprime fiducia e abbandono nel Padre impariamo anche noi ad avvertire, nei passaggi del dolore e della sofferenza, la volontà del Padre che ci accompagna e ci sostiene perché anche la nostra sofferenza diventi spazio di offerta e di dono. Riportiamo qui di seguito due brevi brani sull’importanza di dare alle cose il loro giusto valore: “L’anno nuovo comincia con una notizia che mette allegria: il raffreddore è incurabile. L’ossessione salutista, che è una delle più malsane perversioni dell’uomo moderno, è costretta a battere in ritirata di fronte al più umile fante dell’esercito patogeno. Il raffreddore è come Asterix: minuscolo ma invincibile. Ci costa un paio di giorni di parziale inabilità. Possiamo permetterceli. Invece di perdere tempo per asciugare il naso a un’umanità viziata, la medicina dovrebbe concentrare tutti i suoi sforzi sulle malattie gravi e su quelle mortali, specie quelle rare delle quali nessuno si occupa perché poco redditizie per il mercato dei farmaci. A parte questo, è l’idea in sé di vita asettica, disinfettata, esente da ogni malanno, a sembrarmi detestabile. Ci sono malattie affettuose, d breve decorso, di bassissimo impatto, che ci costringono a sentirci un po’ meno performanti, un po’ meno produttivi, e fermano per un attimo la nostra corsa. Sono bastoncini tra le ruote, preziose stonature, momenti di riassetto e di riequilibrio. Senza la malattia non ci sarebbe la salute, così come non ci sarebbe la vita senza la morte. Il raffreddore non è neanche un “memento mori”; è appena un “guarda che non sei perfetto”. Si cura col tempo. L’unico farmaco che non siamo più capaci di usare. (Michele Serra, L’amaca, in “La Repubblica”, 2 gennaio 2011) Da “Achille, piè veloce”, di Stefano Benni, Ed.Feltrinelli, 2003 Dialogo tra Ulisse (scrittore) ed Achille, ragazzo gravemente malato: Per l’approfondimento Ulisse: …Ma perché ti interessano i grandi dolori da niente? · CCC 536; 538; 572 · “La verità vi farà liberi” – da 233 a 240 Per noi: · Cosa rappresenta e come partecipo all’Eucaristia? · Dall’Eucaristia mi sento coinvolto per trasformare l’ambiente in cui vivo? · Credo e desidero un cristianesimo “potente” o so cogliere una dimensione quotidiana semplice, ma pur tuttavia potente nell’amore e nel servizio? · So riconoscere anche nei momenti dolorosi la presenza consolante del Padre che non mi abbandona e mi conforta? Achille: Sai cosa scriverei all’ingresso di una clinica, di un ospedale, di un ambulatorio? “Solo il dolore insegna cos’è la vita senza il dolore”: Trovo straordinaria la quantità di energia che la gente utilizza per affrontare questi piccoli malesseri transitori. E la facilità che tutti hanno di chiudere gli occhi davanti ai grandi dolori indomabili. Non è una condanna, la mia. È piuttosto uno stupore. Come se voi camminaste su un mare infuocato di pena, sopra piccoli ponti barcollanti. E vi preoccupaste di chi passa prima, di chi vi sorpassa, di chi non vi valuta con la necessaria deferenza o gerarchia. Certo se guardaste sempre l’abisso ai vostri piedi non camminereste più. Ma almeno, rendetevi conto di dove siete, siate marinai. Rendetevi conto della vostra provvisoria e minacciata libertà che sarebbe felicità per uno come me. Ma forse, se io guarissi, dopo un mese sarei come tutti voi. Farei l’elemosina a uno su cento. Asciugherei il sangue del mondo con la mia carta di credito. Oppure soffrirei per seri motivi come Febo. Una volta gli rigarono la macchina e sembrava che gli avessero asportato un rene. AGIRE · La sofferenza è un’esperienza che tocca ognuno di noi nella sua vita. Nessuno ne è escluso. · La sofferenza è parte della nostra esistenza ed è una parte che accettiamo con fatica e che assolutamente non comprendiamo. · Forse l’unico modo per poterla accogliere è imparare a godere dei momenti belli che la vita, sempre, ci regala, dando loro valore, non dandoli mai per scontati. · Sappiamo che la sofferenza non ci risparmierà, ma parimenti farà anche la gioia, la dolcezza degli affetti, la vicinanza degli amici, la bellezza racchiusa nelle nostre giornate. · E soprattutto impariamo a non rattristarci per le piccole sofferenze, i malanni insignificanti, i guai che si possono risolvere. · “Alleniamoci ” a pensare di non essere invincibili, inviolabili, perfetti. Facciamo ogni giorno questo esercizio di realtà e quando la sofferenza ci toccherà sapremo di non essere soli ad affrontarla. 108 109 CHE DOMANDE VORREI PORRE A GESù CIRCA IL DRAMMA DELLA MORTE? CCC da 612 a 618 “La verità vi farà liberi” – da 244 a 249 con Lui, corpo e anima, quando verrà l’ultimo giorno. · Ma fino ad allora possiamo trovare un po’ di pace solo nella certezza che nella morte, come nella vita, Gesù ci è accanto, ci tiene per mano, ci accoglie tra le sue braccia perché la tristezza e l’angoscia che lui stesso ha provato trovino conforto. Brani per la discussione: La notte, Eli Wiesel Elie Wiesel nato nel 1928 a Sighet, in Transilvania, deportato ad Auschwitz e Buchenvwald. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Attualmente vive negli Stati Uniti e insegna presso l’Università di Boston. La notte, pubblicata nel 1958 a Parigi, è un romanzo autobiografico in cui l’autore racconta la sua esperienza nei Lager nazisti, effettuando anche profonde riflessioni sull’esistenza di Dio. · Non ci sono risposte che possano darci pace rispetto alla morte. Forse possiamo arrivare ad essere sereni sulla nostra morte, accogliendola come il momento in cui passeremo da questa vita alla vita eterna, ma non possiamo rassegnarci alla morte di un figlio, o di un caro amico che ci è mancato prematuramente, magari dopo una lunga malattia. · Non possiamo essere in pace davanti a chi muore bambino, o a chi viene ucciso a causa della sua fede. Il nostro Dio ha sacrificato se stesso, nella persona del suo unico Figlio, per stabilire la Nuova Alleanza con l’umanità corrotta dal peccato, ma che Dio è un Dio che muore su una croce? · Per noi l’immagine di Dio, l’idea che abbiamo di Lui è quella di un Dio onnipotente, che tutto sa e tutto può, al quale nulla è impossibile. E allora perché una morte così atroce per il suo unico Figlio? · Quello che ci è dato di sapere è che, rimettendo al Padre lo spirito sulla croce, Gesù ha sconfitto la morte, le ha tolto l’ultima parola, ha dato a tutti noi la possibilità di risorgere Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime. Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca. Aveva al suo servizio un ragazzino, un “pipel”, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo. (A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l’altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma il piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice). Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi. L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare. Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi. Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi. Le S.S. sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva. Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. - Viva la libertà! - gridarono i due adulti. Il piccolo, lui, taceva. - Dov’è il Buon Dio? Dov’e? - domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava. Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. - Copritevi! Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora... Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi 110 111 Pietà, di Michelangelo, particolare VEDERE Il suo modo di morire è stato un caso unico o anche noi possiamo morire come Gesù e con Gesù? dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: - Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca... Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere. Da “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia Questo romanzo è il racconto di un anno di scuola e di vita visto attraverso gli occhi del protagonista, Leo che si troverà a vivere un momento drammatico, la morte di Beatrice, sua compagna di scuola ammalata di leucemia, che popolava i suoi sogni e le sue fantasie di adolescente. Il brano scelto parla appunto della morte di Beatrice. Pag. 226-229: Beatrice è morta. La parola è questa. Inutile girarci intorno, lei non avrebbe voluto. La gente dice è mancata, se n’e andata, è venuta meno. Balle! Beatrice è morta. Questa parola, “morta”, è talmente violenta che la puoi dire una volta sola e poi devi stare zitto…. Dio, non servono più le stelle: spegnile una a una. Smantella il sole e imballa la luna. Svuota l’oceano, sradica le piante. Ormai più nulla è importante. E soprattutto lasciami in pace! …………………………………….. La chiesa scoppia di persone: c’è la scuola al completo: Tutti stretti attorno a una sagoma di legno lucido, che nasconde il suo corpo, i suoi occhi spenti. La Beatrice che ricordo non c’è più e quella che adesso è dentro quella scatola di legno è un’altra Beatrice. Ecco il mistero di questa cosa chiamata morte. Però ciò che ho amato in lei e di lei non è volato via. Non è sfuggito come un respiro troppo veloce. Tengo il suo diario stretto fra le mani, è la mia seconda pelle. A celebrare la messa è Gandalf (*). Parla del mistero della morte e racconta di un certo Giobbe, a cui Dio tolse tutto e nonostante ciò Giobbe gli rimase fedele, anche se ebbe il coraggio di rinfacciargli la sua crudeltà. “E mentre Giobbe urla tra le lacrime, Dio gli dice:”Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della Terra? Chi ha chiuso tra due porte il mare? Da quando vivi, hai mai comandato al mattino e assegnato il posto all’aurora? Ha forse un padre la pioggia?Chi mette la mondo le gocce della rugiada? Puoi tu annodare i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di Orione? Chi prepara al corvo il suo pasto? Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero e spiega le ali verso il Sud? Dillo, se hai tanta intelligenza!”. Si fa silenzio dopo la lettura di Gandalf. “Noi, come Giobbe, oggi gridiamo a Dio il nostro disappunto: non ci stiamo a quello che ha deciso di fare, non lo accettiamo, e questo è umano. Ma Dio ci chiede di fidarci di lui. Questa è l’unica soluzione al mistero del dolore e della morte: la fiducia nel suo amore. E questo è divino, un dono divino. E non dobbiamo avere paura se adesso non ci riusciamo. Anzi, dobbiamo dirlo chiaro a Dio: non ci stiamo!” Tutte chiacchiere! Io Dio lo odio, altro che fidarmi. Lui continua, imperterrito: “Ma noi abbiamo la soluzione che Giobbe non ebbe. Sapete cosa fa il pellicano quando i suoi piccoli sono affamati e non ha cibo da offrire loro? Si ferisce il petto con il suo lungo becco e ne fa sgorgare sangue nutriente per i piccoli, che si abbeverano alla sua ferita come a una fonte. Come ha fatto Cristo con noi, ed è per questo che spesso è rappresentato come un pellicano. Ha sconfitto la nostra morte di piccoli affamati di vita donando il suo sangue, il suo amore indistruttibile, per noi. E il suo dono è più forte della morte. Senza questo sangue moriamo due volte…” Si fa silenzio dentro di me. Sono una pietra di dolore sospesa nel vuoto dell’amore. Totalmente impermeabile. “ Solo questo amore supera la morte. Chi lo riceve e lo dona non muore, ma nasce due volte. Come ha fatto 112 Beatrice…!” Silenzio. Silenzio. Silenzio. “Adesso invito chiunque voglia a ricordarla.” Segue un lungo silenzio imbarazzato, poi mi alzo, sotto gli occhi di tutti. Gandalf osserva il mio incedere un po’ in apprensione. Teme che io dica qualche stupidaggine. “Volevo solo leggere le ultime parole del diario di Beatrice, parole che lei mi ha dettato e che io ho trascritto. Sono convinto che avrebbe voluto farle conoscere a tutti i presenti.” La mia voce si spezza e bevo lacrime inarrestabili, ma leggo lo stesso. “ Caro Dio, oggi è Leo che ti scrive, perché io non ci riesco. Ma anche se mi sento così debole voglio dirti che non ho paura, perché so che mi prenderai tra le tue braccia e mi cullerai come una bambina appena nata. Le medicine non mi hanno guarita, ma io sono felice. Sono felice perché ho un segreto con te: il segreto per guardarti, il segreto per toccarti. Caro Dio, se mi tieni abbracciata la morte non i fa più paura.” Alzo lo sguardo e la chiesa mi sembra inondata dal mar Morto delle mie lacrime, sul quale io galleggio con una barca che Beatrice ha costruito per me. Incrocio gli occhi di Silvia, che mi sta fissando e in uno sguardo solo cerca di consolarmi. Abbasso lo sguardo. Scappo dal microfono perché, nonostante la mia zattera di legno, anche io sto per annegare tra le lacrime. Le ultime parole che ricordo sono quelle di Gandalf: “Prendete e bevetene tutti. Questo è il mio sangue, versato per voi…” Anche Dio spreca il suo sangue: una pioggia infinita di amore rosso sangue bagna il mondo ogni giorno nel tentativo di renderci vivi, ma noi restiamo più morti dei morti. Mi sono sempre chiesto perché amore e sangue avessero lo stesso colore: adesso lo so. Tutta colpa di Dio! Quella pioggia non mi sfiora. Sono impermeabile. Io resto morto. Da “Fedeltà al mondo”, Dietrich Bonhoeffer, Ed. Queriniana …Ma quando si sa che il potere della morte è stato vinto, quando il miracolo della resurrezione e della nuova vita illumina il mondo della morte, non si pretende l’eternità da questa vita e non si esige da lei tutto o nulla, ma si prende ciò che essa dà: cose buone e cattive, importanti e no, gioia e dolore; non ci si afferra convulsamente alla vita, ma non la si getta via alla leggera, ci si contenta del tempo che in sorte a ciascuno e non sia attribuisce carattere di eternità alle cose di questa terra, si riconoscono alla morte i limitati diritti che ancora possiede. Infine, la potenza che sta oltre la morte e che l’ha vinta è l’unica dalla quale ci si attenda l’avvento di un uomo e di un mondo nuovi. Cristo risuscitato porta in sé la nuova umanità, ultimo e glorioso atto di Dio a favore dell’uomo. L’umanità vive bensì ancora sotto la vecchia economia, ma l’ha già superata; vive ancora in un mondo di morte, ma ha già la vittoria sulla morte; vive ancora in un mondo di peccato, ma l’ha già sconfitto. La notte non è ancora finita, ma comincia ad albeggiare. questo momento e non volerci passare dentro è essere esclusi da Lui. Ogni uomo infatti passa attraverso la Croce di Gesù per entrare nella sua gloria. CONFRONTARSI Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, 113 mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. (Gv 12,20-33) Il contesto Siamo nelle ultime fasi della vita terrena di Gesù, egli ha già fatto il suo ingresso trionfale in Gerusalemme ed ora annuncia la sua glorificazione attraverso la morte. In tempi passati Gesù ha vissuto anche l’esperienza della difesa di se stesso (Gv 10,23-39), quando i giudei tentano di lapidarlo: ora non più, è giunto il momento in cui il progetto di Dio deve essere compiuto e quindi Gesù smette di difendersi. Anche quando Pietro cercherà di battesi nell’orto del Getsemani, Gesù glielo impedirà (Gv 18,10-11). Il testo Gesù attraverso la parabola del chicco di grano Gesù rivela se stesso: egli è come un chicco di frumento che muore per portare frutto e, contemporaneamente rivela la strada del discepolo. “Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci” Mentre si stanno adempiendo le parole riguardante il Messia, compaiono ora alcuni Greci. Essi sono proseliti perché sono tra coloro che sono saliti per il culto durante la festa. Essi rappresentano le Genti (cfr. 7,35), infatti la Vulgata invece di Greci legge «gentili». Questi sono venuti alla festa per adorare e qui hanno visto Gesù, come il Re d’Israele entrare in Gerusalemme. Quanto essi hanno udito nelle Scritture, lo vedono ora realizzarsi. Non solo ma la loro stessa presenza è la realizzazione dell’annuncio della salvezza delle Genti. In Gesù sia Israele che le Genti diventano un unico popolo. Essi sono anche il segno premonitore del giudizio: i giudei si ostinano a non comprendere e rifiutare il Cristo; i greci invece chiedono di conoscerlo. Essi sono l’anticipo della glorificazione di Gesù, il frutto della sua morte. “Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù” Filippo ha un nome greco e abita a Betsaida di Galilea. Più che porci la domanda se questi greci conoscevano Filippo e la sua provenienza, ci sembra più opportuno affermare che questo avvenne per il disegno prestabilito del Padre, che ha voluto che i Greci incontrassero un apostolo, che aveva connotati “greci”. I Greci chiedono a Filippo: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. Essi chiedono, attraverso l’apostolo, di accedere a Gesù. Il mondo delle Genti, che si affaccia alla fede in Cristo, attraverso questi alcuni Greci, diviene ora il campo fecondo dell’annuncio apostolico. Nel cuore dei gentili vi è già il desiderio di Gesù, gli apostoli lo devono rendere esplicito e condurre le Genti alla piena fede in Gesù. Tutto questo avviene proprio nel momento in cui i Giudei hanno decretato che un solo uomo perisca perché tutto il mondo gli sta andando dietro (v. 19). 114 “Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù” Filippo non va da solo a Gesù ma con Andrea. La missione non è svolta da uno solo, ma da due. Andrea e Filippo vengono da Gesù come di ritorno dalle Genti e si presentano insieme a fare la richiesta. “Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” A Cana abbiamo udito da Gesù: “La mia ora non è ancora venuta” (2,4). Più avanti, alla festa delle Capanne (7,6-8): “Il mio tempo non è ancora venuto”. Di fronte ai ripetuti tentativi di arrestare Gesù, l’evangelista ci ha precisato che non riuscirono ad arrestarlo perché “non era ancora venuta la sua ora” (7,30; 8,20). Ma qui, nel cap. 12, la prospettiva è mutata profondamente: l’ora è venuta (v. 23). È giunta l’ora in cui in Gerusalemme sia giudei che gentili contempleranno in Gesù innalzato il Figlio dell’uomo glorificato. Questa è l’ora in cui il Padre gli dà potere su tutti i popoli, un potere eterno, che non tramonta mai e un regno che non sarà mai distrutto (Dn 7,14). La sua morte imminente non è quindi il fallimento della sua missione ma, al contrario, ne è l’inizio universale. “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” L’immagine del seme è usata più volte nella nelle parabole dei vangeli sinottici: il seme che cade in diversi terreni (Mt 13,2-8 e par.), il seme che cresce da sé (Mc 4,26-29), il granello di senape (Mt 13,31-32). Per i sinottici il seme è la Parola o il Regno di Dio, ma per Giovanni il seme è Gesù stesso, e intende illustrare il significato della sua morte. Il Figlio dell’uomo è come il chicco di frumento, va sotto terra e muore, ma proprio per questo porta frutto. È necessario che il chicco muoia per portare molto frutto, se non muore rimane solo. Il Figlio di Dio, divenuto Figlio dell’uomo, ha voluto prendere su di sé la morte non come giudizio di condanna ma come principio di vita. Poiché la morte in Lui non ha potere, essa è diventata azione sacrificale. Nell’uomo la morte distrugge e annienta, in Gesù diviene sacrificio redentivo, inizio di molto frutto. La morte lo può toccare perché è l’Agnello pasquale, che deve essere immolato al tramonto, ma non ha alcun potere su di Lui perché la sua carne non conosce la corruzione. “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” Con un passaggio immediato, Gesù applica al discepolo la parabola pronunciata nei propri confronti. Nell’ora in cui Gesù sta per morire, i suoi discepoli non solo usufruiscono della sua morte redentrice, in quanto ne sono il molto frutto, ma sono da lui invitati alla stessa scelta. Come infatti Gesù ha odiato la sua vita donandola per i suoi (10,17-18), così anche il discepolo, se vuole essere suo, è posto di fronte alla scelta: o amare la sua vita o odiarla in questo mondo. Dalla sua scelta dipendono le conseguenze: distruggerla o conservarla per la vita eterna. La scelta di Gesù, nell’ora della sua glorificazione, è la scelta stessa del discepolo in questo mondo, cioè nel periodo della sua vita terrena, in rapporto alla libertà, che è data a tutti. L’uomo, per sua natura, ama la propria vita ritenendola il bene supremo; per conservarlo, egli fa di tutto e lotta contro la morte per prolungarne il godimento. Gesù, che dà la vita per noi, si pone davanti al suo discepolo come colui da amare più che la stessa vita. Gesù non si pone davanti al discepolo come presenza integrativa ma come scelta alternativa. Chi rifiuta Gesù o lo colloca nella sua vita come un maestro tra i tanti, distrugge la sua stessa persona. Egli vede con terrore la sua vita consumarsi ed essere consegnata giorno per giorno alla morte. Al contrario, chi odia la sua vita, preferendo ad 115 essa Gesù, la conserva per la vita eterna. Infatti, collocato in Gesù, il discepolo non vede nell’iter umano l’inesorabile consumarsi della vita, ma la continua possibilità di spenderla per Gesù. In tal modo egli muore ogni giorno per il Signore (cfr. 1 Cor 15,31): Ogni giorno io vado incontro alla morte, come è vero che voi, fratelli, siete il mio vanto in Cristo Gesù, nostro Signore! e, vedendo la sua casa terrena, simile a tenda, distruggersi sa di avere da Dio una abitazione, una dimora non costruita da mano d’uomo, eterna, nei cieli (cfr. 2 Cor 5,1). “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà” Seguire Gesù è servirlo, è condividere in tutto la vita e la morte del Maestro. In Mc 8,34 la volontà di seguire Gesù richiede di rinnegare se stessi, prendere la propria croce e seguirlo. Servire Gesù è quindi porre la propria vita per Lui come Egli la pone per noi. Seguire Gesù è pertanto uscire dal ripiegamento su se stessi (amore della propria vita) ed essere totalmente orientati verso di Lui donando incessantemente se stessi a Lui. Il servizio, che è la sequela, conduce il servo di Gesù là dove Egli è. Là dove è Gesù è il seno del Padre. L’itinerario, che porta Gesù al Padre, passa attraverso la Croce. Per questa via Gesù se ne va dai suoi per andare a preparare loro un posto e poi tornare a prenderli con sé perché siano là dove è Lui. Prima della sua glorificazione Gesù prega il Padre: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo» (17,24) Egli vuole che i suoi siano là dove è Lui, con Lui. “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome”. Gesù rivela che cosa sta provando in questo momento (ora); Egli dice: “l’anima mia è turbata”: è la presenza della morte a scuotere Gesù e a lasciarlo in questo profondo turbamento. Egli vede davanti a sé l’avversario contro il quale deve lottare e dichiara ai suoi di essere scosso nell’intimo. Così profondamente turbato, Gesù si chiede: «che cosa dirò?». La domanda rivela che Gesù è di fronte a una scelta: o chiedere la liberazione dalla morte o consegnarsi ad essa. Gesù vuole entrare in essa per fare della sua morte il suo memoriale e la confessione di Dio. La Croce quindi è frutto di una consapevole decisione, un atto di donazione liberamente accettato. Gesù si affida al Padre e gli dice: «Padre, glorifica il tuo nome». Glorificando il suo nome, il Padre glorifica il Figlio perché è nel Figlio che si rivela il suo nome e il suo amore di Padre. L’ora, in cui Gesù è scosso per un istante, perché deve arrivare la morte, non è l’ora, in cui Egli ha bisogno di essere salvato, ma è l’ora in cui il Padre glorifica se stesso nel Figlio. “Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!” La richiesta di Gesù è esaudita dalla voce venuta dal cielo. Questa è la voce del Padre. La voce, che è risuonata al Giordano davanti a Israele e sul Tabor solo a testimoni scelti, viene ora dal cielo per farsi udire da Israele e dalle Genti. Essa dà quindi testimonianza non solo dell’esaudimento di questa richiesta di Gesù ma anche è sigillo di tutte le parole pronunciate da Gesù come rivelazione del suo essere Figlio di Dio. La voce dice: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora». Il linguaggio lapidario della voce non esprime in quale modo ci sarà la glorificazione, ma essa si renderà evidente nel Figlio innalzato e crocifisso. La voce tuttavia non parla solo di un prossimo futuro ma anche di un passato: l’ho glorificato. Probabilmente il passato si riferisce a tutta la vita terrena di Gesù: dall’Incarnazione e fino a quell’ora. Gesù ne è pienamente consapevole, come dichiara al Padre nella preghiera di Gv 17,4: «Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare». 116 “La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato” La folla accoglie la voce dal cielo come divina e l’assimila al tuono e all’angelo, che nell’A.T. sono espressioni della manifestazione di Dio, in cui il tuono appare come la sua voce ammirabile. Qui risuona in modo diretto perché risponde al Figlio. “Questa voce non è venuta per me, ma per voi” Gesù risponde alle reazioni della folla e li invita ad accogliere il significato di questa rivelazione. La voce non è venuta per Lui perché sempre Egli la ode ed è sempre confortato da essa. La voce si è infatti fatta udire per la folla perché tutti accolgano Gesù nella sua suprema rivelazione, che è imminente. Questo voce è venuta anche per noi, perché ci lasciamo ammaestrare dal Cristo. Anche nella Trasfigurazione è risuonata la voce Paterna: vuole che ascoltiamo il suo Figlio diletto. “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” Ora, nel momento in cui l’anima di Gesù è turbata, avviene il giudizio di questo mondo, cioè del tempo e della situazione presente. Il primo atto del giudizio è cacciare fuori il principe di questo mondo, di esautorarlo del suo potere che ha sugli uomini. La rivelazione evangelica, che ha nella croce e nella risurrezione la sua chiara manifestazione, è prima di tutto giudizio sul principe di questo mondo per portare gli uomini in quel primo grado di libertà, che è la scelta. Una volta giunto a questo, ogni uomo è giudicato in base a quello che sceglie. Se sceglie il Cristo, egli giunge alla vera libertà. “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. È guardando la Croce che si comprende chi è Gesù, ed è guardando la Croce che si trova salvezza. Il verbo “innalzare” si trova anche all’inizio del vangelo (3,14-15). Come gli ebrei nel deserto trovavano salvezza guardando il serpente innalzato, così ora gli uomini trovano salvezza guardando il Cristo crocifisso. Che la Croce sia il luogo della rivelazione, e nello stesso tempo l’oggetto da comprendere, ci era già stato detto anche alla festa delle Capanne (8,28): osservando la Croce si comprende l’obbedienza del Figlio al Padre, la sua completa dedizione, e il suo distacco da sé. E sulla Croce si comprende l’amore di Dio per noi, la sua solidarietà. “Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire” La nota di commento alle parole di Gesù vuole attrarre la nostra attenzione sulla sua morte in Croce. È facile infatti allontanare lo sguardo dal Crocifisso per fissarlo solo nel Risorto. L’evangelista afferma invece che il punto di attrazione e di giudizio è Gesù crocifisso cioè innalzato da terra. Voler superare questo momento e non volerci passare dentro è essere esclusi da Lui. Ogni uomo infatti passa attraverso la Croce di Gesù per entrare nella sua gloria. Per l’approfondimento · CCC da 612 a 618 · “La verità vi farà liberi” – da 244 a 249 Chi ha provocato la morte di Gesù? I suoi avversari storici soltanto? Oppure Dio ha fatto ricadere su di lui il castigo dovuto ai nostri peccati? Ha fondamento l’immagine di un Dio inflessibile, che soddisfa le esigenze della giustizia attraverso il sacrificio di un innocente? Addentrandoci in questi interrogativi ci accostiamo al significato della redenzione. Dal punto di vista storico, la morte di Gesù è stata voluta dalle autorità ebraiche e romane 117 del tempo e dalla folla di Gerusalemme abilmente manipolata; non da tutti gli ebrei di allora; tanto meno da quelli delle generazioni successive. Ma le cause storiche non spiegano adeguatamente la croce di Cristo: ad un livello diverso tutti gli uomini ne sono responsabili. Quei pochi che, in varia misura, l’hanno provocata direttamente sono soltanto i rappresentanti del peccato, radicato in ogni uomo, in ogni popolo e in ogni epoca: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture” (1Cor 15,3). “Secondo le Scritture” significa: secondo il progetto di Dio adombrato nell’Antico Testamento. Dietro la morte di Gesù c’è dunque un disegno di Dio, un disegno di amore, che la fede della Chiesa chiama “mistero della redenzione”. Come l’antico Israele fu liberato dalla schiavitù d’Egitto per ricevere il dono dell’alleanza e della terra promessa, così l’umanità intera viene redenta, cioè liberata dalla schiavitù del peccato e introdotta nel regno di Dio. Sorprendendo ogni umana aspettativa, Dio si rivela nella debolezza e nella stoltezza della croce come amore senza misura, abbraccia mediante il Crocifisso coloro che sono lontani da lui; quindi finalizza la morte del suo Messia alla salvezza dei peccatori, mediante la gloriosa risurrezione. (Cad La verità vi farà liberi, n. 244) Per noi: · Ti sei mai chiesto il perché della morte di Gesù? Che risposta hai dato? · Che significato puoi dare a questa frase di Gesù: Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna?. · In quale modo possiamo portare frutto? AGIRE · Davanti al mistero della morte nessuno può avere l’animo sereno. · Sapendo però che la morte è il limite che viene posto alla nostra esistenza terrena, possiamo vivere la vita senza mai pensare di averne in abbondanza, senza sperperarla, valorizzandone ogni momento, anche quelli apparentemente più banali. · Ogni giorno, anche in quelli più bui, c’è qualche momento di bellezza: un volto che ci è caro, una parola buona che qualcuno ci dice, un tramonto particolarmente suggestivo, una notte piena di stelle, una pagina di un libro che ci fa pensare, una preghiera con cui ci affidiamo a chi custodisce la nostra vita… · Siamo grati per ogni istante di bellezza e di bontà che la vita ci regala, per essere poi in grado di affrontare i momenti in cui sarà la morte ad essere la protagonista. Lasciamo risuonare in noi questa pagina del romanzo “ L’eleganza del riccio ” (*): Il dolore e la bellezza Ultimo pensiero profondo Ma cosa fare Dinanzi a un mai più Se non cercare Ininterrottamente Nelle furtive note? Me l’ha detto Kakuro. A quanto pare, Paul, il suo segretario, stava risalendo la strada proprio in quel momento. Ha visto l’incidente da lontano, ma quando è arrivato era troppo tardi. Lei aveva cercato di aiutare Gégène, un barbone che sta all’angolo della rue du Bac, ubriaco fradicio. Gli è corsa dietro e non ha visto il camioncino. Sembra che abbiano dovuto portare all’ospedale la donna che guidava, in piena crisi di nervi. Kakuro ha suonato verso le undici. Ha chiesto di me, poi mi ha preso la mano e mi ha detto:” Non c’è alcun modo per sottrarti a questo dolore, Paloma, allora te lo dico così come è successo: poco fa, verso le nove, Renée ha avuto un incidente. Un incidente molto grave. È morta”. Piangeva. Mi ha stretto la mano fortissimo. “Paloma, ora mi devo occupare di un sacco di cose poco divertenti, ma ci vediamo dopo, va bene?” mi ha detto. Ho fatto cenno di sì, gli ho stretto anch’io la mano fortissimo. Ci siamo salutati alla giapponese, un piccolo inchino veloce. Ci capiamo. Stiamo così male…… Ho paura di guardare dentro me stessa e vedere cosa sta succedendo. Mi vergogno anche un po’. Credo che in fondo io volessi morire e far soffrire mia sorella, la mamma e papà solo perché ancora non avevo mai sofferto davvero. O meglio: soffrivo senza provare dolore, e tutti i miei bei progetti erano un lusso da ragazzina senza problemi. La lucidità di una bambina ricca che vuole rendersi interessante. Ma ora, per la prima volta, sono stata male, tanto male. Un pugno nello stomaco, senza respiro, il cuore in poltiglia, lo stomaco completamente spappolato. Un dolore fisico insopportabile. Mi sono chiesta se un giorno potrò rimettermi da questo dolore. Volevo urlare dal dolore. Ma non ho urlato. Adesso la sofferenza c’è ancora, ma non mi impedisce più di camminare o di parlare, mentre provo una sensazione di impotenza e assurdità totali. Allora è proprio così? Di colpo svaniscono tutte le possibilità? Una vita piena di progetti, di discussioni appena abbozzate, di desideri ancora non esauditi si spegne in un secondo, e non rimane più niente, non c’è più niente, non c’è più niente da fare , non si può più tornare indietro? Per la prima volta in vita mia ho sperimentato il senso delle parole mai più . Beh, è una cosa terribile. Le pronunciamo cento volte al giorno, ma non sappiamo cosa stiamo dicendo se non ci siamo ancora confrontati con un vero “mai più”. In fondo ci illudiamo sempre di poter controllare ciò che accade; nulla ci sembra definitivo. Anche se in queste ultime settimane dicevo che presto mi sarei suicidata, non so se ci credessi veramente. Ma questa decisione mi faceva davvero provare il senso della parola “mai”? Niente affatto. Mi faceva provare il mio potere di decidere. E penso che, qualche istante prima di mettere fine alla mia vita , “finito per sempre” sarebbe rimasta ancora un’espressione vuota. Ma quando qualcuno a cui vuoi bene muore…allora posso dire che capisci cosa significa, ed è una cosa che fa molto male. È come un fuoco d’artificio che si spegne di colpo e tutto diventa nero. Mi sento sola, malata, ho la nausea e ogni movimento mi costa uno sforzo immane. E poi è successa una cosa. È incredibile, vista la tristezza di questa giornata. Verso le cinque, io e Kakuro siamo scesi giù alla guardiola di Renée, perché doveva prendere dei vestiti da portare alla camera mortuaria dell’ospedale. Abbiamo preso l’ascensore insieme, senza dirci niente. Aveva un’aria stanchissima, più stanca che triste; ho pensato: è così che si esprime la sofferenza sui visi buoni. Non si manifesta, appare solo una grande stanchezza. Chissà se anch’io ho l’aria stanca. A ogni modo io e Kakuro siamo scesi in guardiola. Ma, attraversando il cortile, ci siamo fermati di colpo tutti e due nello stesso istante: qualcuno si era messo al piano e sentivamo benissimo quello che stava suonando. Era un pezzo di musica classica. Non ho esattamente un pensiero profondo al riguardo. E poi come si fa a pensare qualcosa di profondo quando la tua anima gemella giace nel frigorifero dell’ospedale? So solo che ci siamo fermati di colpo tutti e due e abbiamo respirato lungamente, lasciando che il sole scaldasse i nostri visi e ascoltando la musica che giungeva da lassù. “Penso che Renée avrebbe apprezzato questo momento” ha detto Kakuro. E siamo rimasti lì, qualche minuto ancora, ad ascoltare la musica. Ero d’accordo con lui, ma perché? Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai. Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente. Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo. Renèe è morta stamattina. È stata investita dal camioncino di una tintoria, vicino a rue du Bac. Non riesco a credere che sto scrivendo queste parole. (*) L’eleganza del riccio (ovvero il significato della vita, della morte, della bellezza, del dolore, dell’amicizia….) 118 119 Qualche notizia sul libro per chi non l’ha letto…… INTRO “Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi… …Siccome, pur essendo sempre educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare.” SUL CAMMINO DI EMMAUS… Gesù risorto CCC da 638 a 647 “La verità vi farà liberi” – da 250 a 252; da 261 a 271 “Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi… …Mio padre è un deputato con un passato da Ministro e finirà senz’altro presidente della camera… …Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni… “ LA TRAMA “L’eleganza del riccio” è un doppio diario. La brillante vita del palazzo di rue de Grenelle è raccontata da Renée, umile portinaia dalla vasta cultura autodidatta, e da Paloma, geniale figlia di un ex-diplomatico. Per ragioni diverse entrambe si celano dietro l’immagine che la società pensa debbano avere. Renée nasconde i libri tra la spesa e lascia la televisione accesa per confermare alla poco fervida immaginazione degli inquilini lo stereotipo della portinaia sciatta e ignorante. Renée sbaglia volutamente qualche vocabolo e se le parlano di Kant assume uno sguardo vuoto e inespressivo. Ma Renée sa dissertare di filosofia e arte, conosce a memoria i romanzi di Tolstoj, ha visto tutti i film di Yasujiro Ozu… (famoso regista giapponese) Semplicemente non vuole che qualcuno scopra queste sue passioni perché teme di infrangere il tranquillo equilibrio che si è costruita. Al quinto piano abita Paloma, arguta dodicenne che guarda il mondo con sagacia e freddezza. Paloma ha da tempo scoperto che la vita non è quello che le raccontano: da giovani si cerca di mettere a frutto la propria intelligenza, nell’illusione di un futuro radioso; da grandi si scopre di essere finiti in una boccia per pesci rossi, Il futuro è già stabilito… tutto quello che il giovane pensa di costruire è pia illusione. Ma Paloma ha scoperto l’inganno e non vuole finire nella boccia! Lei lascerà questa stupida pantomima prima di rimanervi invischiata. Paloma si suiciderà il giorno del suo tredicesimo compleanno. Sino a quel momento (e mancano ormai pochi mesi) continuerà a recitare il ruolo di ragazzina mediocre imbevuta di sottocultura adolescenziale. Due anime in incognito, dunque, legate dal filo di un comune sentire ma ignare l’una dell’esistenza dell’altra. A infrangere il precario equilibrio l’arrivo in rue de Grenelle di monsieur Ozu, magnate giapponese in pensione. Sarà l’acume dell’affascinante Ozu a far cadere le maschere di Renée e Paloma e a farle incontrare. L’AUTRICE Muriel Barbery è nata nel 1969 a Bayeux. E’ docente di filosofia (e si vede) presso l’Institut universitaire de formation des maîtres (Istituto universitario di formazione degli insegnanti). “L’eleganza del riccio” è il suo secondo romanzo. 120 Caravaggio, Cena in Emmaus, 1601-1602 VEDERE Gesù risorto cammina ancora con noi? Per questa unità il modo più efficace di proporre la discussione è la visione del film “7 km. Da Gerusalemme”, di Claudio Malaponti (2007),una pellicola molto particolare, sicuramente discutibile dal punto di vista teologico in alcuni passaggi, ma estremamente efficace per chiederci, come fa Raoul Follerau in un suo famoso libro: “Se un giorno Gesù bussasse alla vostra porta lo riconoscereste?”. La visione di un film nel gruppo adulti richiede tempo e sarà quindi necessario dedicare a questa unità una domenica pomeriggio o un sabato sera, per avere modo di introdurre la discussione dopo la visione del film. Il mezzo cinematografico suscita sempre in noi alcune emozioni, spesso anche molto forti e questo può aiutarci ad intervenire nel dibattito, che sarà coinvolgente se ognuno di noi è disponibile ad offrire qualcosa di sé per condividerla con gli altri. Scheda del film: Alessandro Forte è un pubblicitario in crisi privata e professionale. Un biglietto aereo che giunge nelle sue mani in modo del tutto inatteso, lo spinge a recarsi a Gerusalemme. 121 Qui, su una via al di fuori della città, farà l’incontro con un uomo che afferma di essere Gesù. Alessandro non gli crede ma non per questo rinuncia al dialogo. Il Cristo di Malaponti (dal romanzo omonimo di Pino Farinotti, edito dalla Sanpaolo e tradotto in diversi Paesi) fa di tutto per farsi ‘riconoscere’. Si veste addirittura (e lo fa consapevolmente) così come l’iconografia entrata nell’immaginario popolare lo ha raffigurato da secoli. Ma l’uomo resiste come sa e può. Alessandro è un pubblicitario di successo, sa ‘vendere’ (e si chiede perché il Messia non sia venuto oggi sulla Terra sfruttando i media per lanciare il suo messaggio) ma non ha smesso, a suo modo, di interrogarsi ponendosi le domande di un uomo del suo tempo. Lo fa però nascondendosi dietro l’incredulità di chi ne ha viste troppe per lasciarsi ingannare dal primo venuto. Il Gesù che incontra su una via nel deserto (solo facendo il vuoto intorno si può provare ad ‘ascoltare’) non è un predicatore intenzionato a fare proseliti (giunto sulle rive, ormai inquinate dai rifiuti, del Giordano battezzerà nuovamente se stesso e non chi è con lui). È invece un compagno di strada pronto a liberare, grazie a una sorridente ironia, la sua figura e missione dalle scorie culturali accumulatesi nei secoli. Ha però bisogno dell’uomo, di un uomo che ha vissuto il dolore di una separazione, che conosce la perdita degli affetti più cari, che vive in un mondo in cui dominano la falsa solidarietà e i grandi ideali proclamati a parole da conduttrici televisive la cui autostima è pari solo alla loro ignoranza. Un uomo però che è anche attore o testimone di piccoli gesti di solidarietà e di rinunce compiute per umana coerenza. Luca Ward (nonostante la parte finale del film in cui la sceneggiatura vuole ‘chiudere’ troppe situazioni che sarebbe stato meglio affidare alla libera lettura dello spettatore) sa dare al personaggio di Alessandro la giusta dose di scetticismo misto a umanità così come Alessandro Etrusco riesce ad evitare qualsiasi cenno di ieraticità posticcia al suo Gesù. La sua replica alla domanda su stigmate, sangue di San Gennaro e affini è di quelle che non si dimenticano. (recensione tratta dal sito www.mymovies.it) In alternativa al film, spunti per la discussione: · A un primo sguardo il mondo di oggi, come quello di ieri, non presenta molte tracce della presenza di Gesù risorto. Lasciamoci strappare un sorriso da queste strisce di Mafalda: 122 123 Da “Il bambino di Noè”, di Eric Emmanuel Schmitt, ed. Rizzoli: Abbandonai la testa sulle sue ginocchia e gli confidai i pensieri che mi agitavano il cuore. “Dormite, bambini. Niente sveglia,stamani.” “Preferirei morire con lei perché preferisco lei. Non lontano da dove ero crollato io, si ricavò uno spazio tra le montagne di libri disponendoli tutto intorno a lui come un muro di mattoni. Quando mi guardò, gli chiesi: “Posso venire in camera sua, padre?”. Preferirei morire con lei perché non voglio piangerla e ancora meno vorrei che lei mi piangesse. Preferirei morire con lei perché in questo modo sarebbe l’ultima persona che vedo al mondo. Preferirei morire con lei perché so che senza di lei il cielo non mi piacerà più, anzi mi darà l’angoscia.” “Vieni, Joseph.” Scivolai fino a lui e appoggiai la guancia sulla sua spalla magra. Neanche il tempo di cogliere un suo sguardo carico di tenerezza, e mi addormentai. In quel momento sentimmo dei colpi battere alla porta della cappella. “Bruxelles è stata liberata! Abbiamo vinto! Gli inglesi sono entrati a Bruxelles!” Il mattino dopo la Gestapo piombò a Villa Gialla, trovò i seminaristi legati come salami, gridò allo scandalo, seguì le tracce false fino al fiume e ci cercò più lontano: l’idea che non fossimo fuggiti non li sfiorò un istante. Padre Pons balzò in piedi e mi prese in braccio. Farsi rivedere in superficie era fuori discussione, secondo padre Pons. Ma era fuori discussione anche rimanere nella sinagoga segreta sotto la cappella. È vero che eravamo ancora vivi, ma tutto, di questa vita, ora rappresentava un problema: parlare, mangiare, pisciare, cacare. Non ci potevamo neanche rifugiare nel sonno, perché dormivamo sulla terra nuda e ognuno secondo ritmi diversi. Gli altri si svegliarono. “Sai, Joseph” mi diceva padre Pons con un certo umorismo “anche la crociera sull’arca di Noè non dev’ essere stata mica una cosa da ridere.” “Liberi! Ti rendi conto, Joseph? Siamo liberi! I tedeschi se ne vanno!” I partigiani ci tirarono fuori dalla cripta e ci ritrovammo tutti a correre, ridere e saltare per le strade di Chemlay. Dalle case uscivano grida di gioia, colpi di fucile venivano sparati verso il cielo, alle finestre spuntarono le bandiere, si improvvisarono delle danze, si tirarono fuori bottiglie di liquore tenute nascoste per cinque anni. Rapidi, quelli della Resistenza ci vennero a prender uno dopo l’altro per nasconderci altrove. Rudy se ne andò tra i primi. Probabilmente perché occupava troppo spazio. Padre Pons non mi indicava ma ai partigiani che ci recuperavano. Era intenzionale? Mi piacque credere che volesse tenermi con lui il più a lungo possibile. Rimasi tutto il giorno in braccio a padre Pons. Piangeva di felicità, mentre commentava gli avvenimenti con ogni abitante del paese. Io gli asciugavo le lacrime con le mani. Visto che era giorno di festa mi sentivo in diritto di avere nove anni, di stare come un bambino piccolo sulle spalle dell’uomo che mi aveva salvato. Mi sentivo in diritto di baciarlo sulle sue guance rosa e salate, di scoppiare a ridere senza ragione. Raggiante, non lo lasciai più fino a sera. Anche se pesavo, lui non si lamentò mai. “Forse gli Alleati ci metteranno meno del previsto a vincere. Magari presto saremo liberi” mi diceva strizzandomi l’occhio. “La guerra ha i giorni contati.” Utilizzò quelle settimane per migliorare con me la sua conoscenza della religione ebraica. “Le vostre vite non sono solo le vostre vite, sono portatrici di un messaggio. Non voglio che siate sterminati, mettiamoci al lavoro.” Un giorno – ormai eravamo rimasti in cinque nella cripta -, additai a padre Pons i miei tre compagni addormentati. “Vede, padre, non mi piacerebbe morire con loro.” “Perché?” “Perché anche se viviamo fianco a fianco non sono miei amici. Cos’ho da spartire con loro? Giusto il fatto di essere una vittima.” “Perché mi dici questo, Joseph?” “Gli americani stanno puntando su Liegi.” Qualche cenno sul testo: “Quando avevo dieci anni, facevo parte di un gruppo di bambini che tutte le domeniche venivano messi all’asta”. Belgio, primavera 1945. Nel collegio-orfanotrofio di Villa Gialla, i piccoli ospiti sfilano trepidanti davanti a una platea ogni settimana diversa: sperano di essere riconosciuti dai genitori miracolosamente scampati alla guerra, o di trovare una nuova famiglia disposta ad adottarli. Fra i bambini in cerca di mamma e papà c’è Joseph, ebreo, affidato alle cure di padre Pons tre anni prima, per sottrarlo, almeno lui, al rischio della deportazione. A Villa Gialla Joseph ha cambiato cognome – Bernstein è diventato Bertin – e ha imparato a conoscere e amare i riti cristiani a cui assiste per non destare sospetti. Ma padre Pons non vuole che Joseph dimentichi le sue origini e gli propone un patto: “Tu, Joseph, farai finta di essere cristiano e io farò finta di essere ebreo. Sarà il nostro segreto.” Perché, nell’Europa minacciata dal diluvio della violenza nazista, salvare vite non basta. Un mondo intero rischia di scomparire e padre Pons, come Noè, vuole salvarlo. La cripta nascosta sotto la chiesa è la sua Arca, e Joseph il bambino che, su quella nave piena di tesori e di speranze, affronta le acque tempestose “Perché preferirei morire con lei.” 124 125 della Storia…Ispirato a una storia vera, il romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt è un inno ai valori umani dell’amicizia e della solidarietà. È un tributo al coraggio di quanti, come padre Pons, sono posseduti dalla follia dei giusti. Eric-Emmanuel Schmitt, nato nel 1960, è oggi il romanziere e drammaturgo francese di maggior successo al mondo. Le sue opere sono state tradotte in venticinque lingue e rappresentate in trenta nazioni. Tra i suoi romanzi ricordiamo Il Vangelo secondo Pilato (2002), Monsieur Ibraim e i fiori del Corano (2003) e Oscar e la Dama in rosa (2004). · Perché le cose sembrano andare così male? Perché è così difficile vedere le orme di Gesù che cammina insieme a noi? Forse perché ci facciamo le domande sbagliate. Forse perché vorremmo dare delle risposte secondo i nostri criteri di giudizio. Non c’è risposta alla sofferenza, all’ingiustizia, all’indifferenza davanti alle tragedie che l’umanità vive ogni giorno, in gran parte del mondo abitato. · Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute….Tre giorni! Sono bastati tre giorni per uccidere la speranza nei discepoli di Emmaus; tre giorni, tre mesi, duemila anni sono passati dalla nascita di Gesù e nel mondo ci sono ancora molte cose che ci impediscono di custodire la pienezza della gioia. · Forse dobbiamo imparare a vivere il presente, a scorgere quei piccoli segni di resurrezione che ogni giorno sono presenti nella nostra vita, senza pensare che saremo noi a vedere la soluzione dei problemi del mondo. · Gesù risorto cammina con noi ma stentiamo a riconoscerlo. A volte anche in quel segno certo che è l’Eucarestia. Riflettiamo insieme su queste parole di Carlo Carretto, nel suo libro “Lettere dal deserto” : O tu che passi per via …Era il mistero del male, del dolore; il mistero degli uomini che muoiono di fame, che vivono abbrutiti da un lavoro disumano, condannati ad una vita in cui la perpetua angoscia di trovare un po’ di pane avvelena la gioia del sorgere del sole in ogni giornata. Ma ero troppo stanco per pensare al perché Dio non interveniva, Lui così potente e così buono. Ripiegavo con facilità sugli “dei della terra”, sugli uomini che avrebbero potuto aiutarci con tanta facilità. Che costa scrivere una lettera in Italia a tanti amici? Mi avrebbero subito mandato un “buldozer” per scavare la trincea in pochi giorni; mi avrebbero spedito con urgenza almeno dei grossi tubi di cemento per rendere la galleria stabile e sicura onde impedirne i crolli al primo scorrere dell’acqua nell’Oued. Ed io restavo lì immobile a guardare le stelle! Era giustificata questa mia inattività o almeno questa mia poco intelligente attività? A che cosa potevano servire queste mie povere braccia davanti a tanto lavoro, questo mio vecchio cuore dinanzi a tanta fatica? Non era meglio cercar dei mezzi e molti? * * * È questo il problema che mi son posto sovente, anzi così sovente da diventare una tentazione continua allo slancio della mia stessa vocazione. Basta deflettere per un istante dal clima di fede nel quale cerco di vivere per vedere subito trionfare in me il “buon senso” umano. Il buon senso della madre di frère Paul che non riusciva a capire l’inutile sacrificio del figlio sulle piste sahariane, il buon senso mio che cerca di convincermi che sarò più utile alla gente di Taifet portando qui qualche autocarro di materiale; il buon senso degli uomini che credono che coi soldi si può tutto risolvere e che la sofferenza è inutile spreco. Ma c’è il buon senso del Vangelo? O c’è il mistero? Forse che Gesù quando venne su questa terra, Lui, l’Onnipotente, Lui l’Amore, non poteva guarire tutti i malati, sfamare tutti i poveri, lenire tutte le piaghe, risuscitare tutti i morti? Perché non l’ha fatto? Perché ha lasciato il mondo come l’ha trovato, bisognoso, sofferente, 126 ingiusto, cattivo? Ha risuscitato Lazzaro e la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Naim è vero, ma solo per provare che non intendeva risuscitare tutti gli altri ed erano molti. Ne ha guariti sì parecchi, ma per lasciarli riammalare alla prima occasione non certo rara per l’uomo sulla terra. No, le cose non sono così chiare come il buon senso umano le vorrebbe, e resta, piaccia o non piaccia, un grande e buio mistero che solo la fede mi può illuminare e illuminare con una luce che non è di questo mondo e che ha bisogno per essere utilizzata di occhi ben avvertiti e penetranti.” *************************************************************************************** Chi guida le cose del mondo? “…Il pensare che le cose del mondo, come quelle degli astri, siano in mano a Dio - quindi in buone mani - , oltre ad essere la pura verità, è cosa che dovrebbe fare immenso piacere a chi ci tiene che le cose vadano bene. Dovrebbe essere fonte di fede serena, di speranza gioiosa e soprattutto di pace profonda. Che cosa posso temere, se il tutto è guidato e sorretto da Dio? Perché agitarmi tanto, come se tutti questi problemi dipendessero da me o dai miei colleghi, gli uomini; e non cercare, invece, di capire che ci sono altre vie più interessanti e più efficaci da battere? Eppure è così difficile credere radicalmente all’azione di Dio nelle cose del mondo! Ed è, penso, la tentazione più frequente e prolungata, a cui siamo sottoposti su questa povera terra. Tutta la Bibbia è là a testimoniare questo dramma; e, in fondo, la storia del popolo eletto non è altro che la storia d’un pugno d’uomini a cui Dio chiede continuamente e in ogni occasione: “Credi in me? Io sono il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Io sono il Dio che con mano forte ti ho tratto dalla schiavitù d’Egitto, t’ho guidato in una terra riarsa, t’ho nutrito di manna dal cielo e t’ho dato a bere l’acqua scaturita dalla roccia. Per te ho colpito i primogeniti d’Egitto, per te ho atterrato re potenti. E che hai fatto per ricompensarmi di questi prodigi, di questa assistenza continua? Ti sei costruito idoli di legno e d’argento e ha abbandonato ma, tuo Dio”. “Invece di adorare Colui che ti ha creato e salvato le mille volte dai tuoi nemici, su colli prominenti e in boschi sacri, hai bruciato incensi a dei stranieri; dei che nulla possono, nulla sanno; dei che hanno le mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, e nessun suono esce dalla loro bocca”(Sal. 113, 5). Questa è la storia di sempre, storia d’Israele e storia nostra. Anche noi crediamo in Dio; ma poi ci fidiamo dei potenti, crediamo alle loro raccomandazioni e finiamo di pensare che le cose di questo mondo sono salde nelle loro mani e che a loro dobbiamo chiederle. Anche noi crediamo in Dio e lo preghiamo; ma poi ci convinciamo che sono i grandi predicatori a convertire le anime; e riduciamo la nostra preghiera per l’estensione del Regno a un qualche cosa di futile, come la petizione ad un ufficio da cui non speriamo quasi nulla.” CONFRONTARSI Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno 127 detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,13-35) Il contesto Il racconto è presentato solo da Luca, il quale ha saputo abbinare la suggestione dell’arte narrativa a quella del predicatore; infatti si è coinvolti nel racconto. Il capitolo precedente (Lc. 23), narra la morte di Gesù e la sua sepoltura Il capitolo 24, nei primi 12 versetti narra delle donne che il primo giorno dopo il sabato si recano alla tomba con gli aromi per ungere il corpo di Gesù, ma vedendo la pietra arrotolata via dal sepolcro entrano e non trovano il corpo di Gesù. Appaiono loro due Angeli che annunciano la risurrezione di Gesù. Queste corrono dagli Apostoli e annunciano il messaggio, ma essi pensano che le donne siano pazze e non credono loro. Pietro tuttavia va al sepolcro, vede le bende sepolcrali senza il corpo di Gesù e rimane pieno di stupore. La struttura del racconto PUNTO DI PARTENZA: Una fuga nella disperazione · Due discepoli se ne vanno da Gerusalemme verso Emmaus (v.13) · La loro conversazione riguarda la morte e risurrezione di Gesù (vv.14.19-20) · Il loro cuore però è triste, sono senza speranza perché non credono a coloro che “affermano che egli è vivo” (vv. 16.21-24) L’INTERVENTO CRUCIALE: l’incontro con Gesù · Gesù in persona si avvicina e cammina con loro, ma essi sono incapaci di riconoscerlo (v. 16) · Anche se a loro resta sconosciuto, Gesù fa la strada con loro (vv. 15-16) · Li interroga, li ascolta e li rimprovera (vv. 17.19.25-26) LA SVOLTA: l’ascolto della Parola di Dio e la frazione del pane · Spiega loro le Scritture e spezza il pane con loro (vv.27.30) · I discepoli non parlano più, ma ascoltano, anzi pregano umilmente lo “Sconosciuto” di restare insieme, di mangiare insieme (v.29) · La spiegazione della Scrittura e la comunione nella frazione del pane trasforma i due discepoli e genera in loro “apertura di occhi e ardore nel cuore” (vv.31-32) · Riconosciuto Gesù, l’incredulità e la paura si traducono nella gioia e nella missione. Si mettono subito in viaggio e tornano a Gerusalemme, nella comunità. (v. 33) · Accolgono la professione di fede degli apostoli e della comunità: “Il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (v. 34) · Finalmente possono condividere la loro esperienza di fede: un cammino di conversione grazie alla Parola di Dio e alla condivisione del pane. Il testo “In quello stesso giorno” il giorno di Pasqua “Erano in cammino” si allontanano da Gerusalemme, dal cenacolo, dal luogo dove vive la loro comunità e dove avevano vissuto con Gesù. Sono delusi, vanno via da quella città che doveva esaltare il loro maestro…. Invece tutto è finito. Tornano al loro villaggio di nome Emmaus per le loro attività di sempre, ma con la sconfitta nel cuore. “Conversavano di tutto quello che era accaduto” la loro conversazione riguarda la Persona di Gesù. Ripercorrono i tratti esaltanti e quelli dolorosissimi della vita e della morte di Gesù, ripensano alla cattiveria e all’odio dei loro capi, alla umiliazione del Maestro, alla sua morte, alle loro speranze deluse. “Discorrevano e discutevano” è pericoloso farsi vedere in giro ed essere riconosciuti come discepoli di Gesù, c’è il pericolo di fare la stessa fine. Le loro parole sono amare e forse dure, pesanti. Forse si accusano e si rimproverano di essersi sostenuti e sollecitati nel seguire Gesù. “Gesù in persona” non è un fantasma, ma realmente Gesù in persona; certo in una dimensione diversa non immediatamente riconoscibile “Si accostò e camminava con loro” Gesù si affianca a loro. Viene sulla loro strada, fa il cammino con loro, prende il ritmo del loro passo. Essi si stanno allontanando, Lui invece si avvicina e si fa vicino a loro. Essi lo credevano lontano dalla loro vita, dalle loro speranze.. morto. “Incapaci di riconoscerlo” stanno parlando di Gesù, eppure non lo riconoscono. Fede non è sapere delle cose su Gesù, ma credere in Lui. Essi si erano costruiti un Gesù a loro misura – potente e vittorioso – e siccome questo non si è avverato non riescono a credere nella risurrezione “Ed egli disse loro: “che sono questi discorsi che sta facendo fra voi?” Si interessa di quello che dicono e li invita a buttare fuori tutta la loro amarezza. E’ preoccupato del loro stato d’animo. “Si fermarono col volto triste” tristezza derivante da due motivi: 1) erano amici di Gesù e gli volevano bene… ora lui era morto. 2) avevano puntato le loro speranze su quel Regno di cui Gesù parlava…. Era stato tutto un bluff IL PUNTO DI ARRIVO: Un ritorno alla gioia della fede e nell’ardore della missione 128 129 “Cleopa è sbalordito nel constatare che ci possa essere qualcuno che non sa ciò che è accaduto in Gerusalemme” La vicenda di Gesù anche per coloro che lo hanno condannato o per un non credente non può passare inosservata: ha cambiato davvero la storia “Domanda qual è l’avvenimento accaduto in quei giorni a Gerusalemme” vuole sapere cosa ne pensano di lui e della sua storia personale “Gli parlano di Gesù, evidenziando la sua grandezza e la sua passione e morte” ne parlano con vera ammirazione (profeta potente in parole ed opere), ma poi con stupore e incredulità devono ammettere che nonostante questa sua potenza, è stato condannato e crocifisso.. “Noi speravamo” Essi hanno visto in Gesù solo un grande profeta e un possibile liberatore di Israele dalle mani dei romani, non il Messia e il Figlio di Dio. Ricordano anche “i tre giorni”, quindi avrebbero dovuto fidarsi delle parole di Gesù, e attendere la sua risurrezione. Ora la loro speranza è delusa. “Ma alcune donne delle nostre” comincia il racconto delle varie testimonianze. La prima che riportano è quella delle donne (delle “nostre”, quindi un po’ di credibilità dovrebbero averla!!). La seconda testimonianza è che “anche alcuni dei nostri” (Pietro e Giovanni) hanno fatto la stessa esperienza delle donne. Nonostante questo non credono: essi vogliono prima vedere e poi credere. “Ed Egli disse loro: Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti” Qui Gesù rimprovera severamente i due discepoli, ma lo fa per scuoterli ed aiutarli a liberarsi dei loro schemi umani e condurli a comprendere le Scritture. “Spiega quanto nell’AT si riferisce alla sua Persona” Gesù aiuta quei due a capire che la croce e la morte non sono state un fallimento, ma un passaggio necessario perché si potesse conoscere la grandezza dell’amore di Dio. Sarà stata una bellissima catechesi!!! Intanto che Gesù parla i loro cuori cominciano ad ardere e iniziano a fare esperienza di Gesù. Egli parlando di sé si è reso loro presente “Finge di andare più lontano” quasi a far sperimentare il vuoto della loro vita senza di lui “Resta con noi, perché si fa sera” mentre ascoltano lo sconosciuto, qualcosa cambia dentro i due viaggiatori tristi. La loro andatura è diventata meno esitante. Lo sconosciuto ha dato al loro viaggio un significato nuovo e desiderano che si fermi da loro. “Egli entrò per rimanere con loro” da questo momento Gesù non andrà più via da loro, perché “rimane” con loro, sia nel segno dell’Eucaristia, sia nella loro fede. Quel pane spezzato è la sintesi ed il momento più espressivo della vita di Cristo: quel pane spezzato fa memoria di un Dio che spezza e condivide la sua esistenza con l’uomo, che accetta nell’Incarnazione di assumere la vita, la storia, la fatica e il dolore dell’umanità. Quel pane spezzato fa memoria di un Dio che spezza la sua potenza per guarire e sanare i malati: ridona la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la gioia di saltare a chi era immobile. Quel pane spezzato fa memoria di un Dio che spezza la verità con tutti coloro che hanno il coraggio di ascoltarlo e di interrogarsi di fronte a lui, come Nicodemo, Zaccheo, Levi. Quel pane spezzato fa memoria di un Dio che offre riconciliazione e comunione: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. “Questo è il mio corpo dato per voi” “Si aprirono i loro occhi” Ora finalmente vedono in profondità dentro la vita, dentro la storia e dentro le loro tristezze e delusioni. Se Gesù è Vivo, allora vuole dire che l’amore è più forte dell’odio, allora vuole dire che non ha vinto il prepotente, ma ha vinto il servo, il piccolo. “e lo riconobbero. Ma lui sparì alla loro vista” Proprio quando egli si fa assente è il momento che lo riconoscono come presente. La fede non è vedere e toccare, ma credere. Quando essi mangiano il pane che egli dà loro e lo riconoscono, quel riconoscimento è una profonda consapevolezza spirituale: Egli ora dimora in loro, parla in loro e vive in loro. Quando mangiano il pane la loro vita viene trasformata nella Sua vita. All’improvviso i due discepoli che hanno mangiato il pane e lo hanno riconosciuto, sono di nuovo soli. Ma non con la tristezza con cui avevano iniziato il viaggio. “Si dissero l’un l’altro” all’inizio del loro viaggio i due discepoli “discorrevano e discutevano”, ora “si dissero l’un l’altro” Si ritrovano amici fra loro e uniti profondamente a Cristo. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi e quando ci spiegava le Scritture” La Parola di Dio è azione di Dio in noi “Partirono senza indugio” comincia così la “corsa” e la gioia pasquale. E’ la fretta e la gioia di chi ha incontrato il Signore e non può tenerlo per se stesso, ma lo deve portare sulle strade del mondo. “E fecero ritorno a Gerusalemme” che differenza fra il loro andare e il loro tornare. Tornano là nella comunità, là dove dovrà ricominciare la loro storia nuova, la costruzione del Regno di Dio. “Trovarono riuniti gli undici e gli altri, i quali dicevano: “davvero il Signore è risorto” ed è apparso a Simone” Ma c’è una grande sorpresa che aspetta i due compagni eccitati che entrano di corsa nella stanza in cui sono riuniti gli amici, ansiosi di dare la buona notizia. Questi amici lo sapevano già! Così imparano non solo ad andare ad annunciare, ma anche ad ascoltare e a ricevere la testimonianza di altri fratelli che come loro hanno incontrato il Risorto. Qui in questa piccola comunità nascerà la Chiesa. “Prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà loro” Lo riconoscono proprio allo spezzare il pane. Quel gesto era stato compiuto varie volte nella moltiplicazione dei pani, ma diventò decisivo nell’ultima cena, quando si offrì come vittima di espiazione dei nostri peccati. 130 131 Per l’interpretazione nella sua vita terrena, lungo le strade della Palestina, ma dall’AT I DUE DISCEPOLI Mosè · Sono in “movimento”: si allontanano / camminano / si fermano / ritornano · Partono da Gerusalemme tristi e delusi e vi ritornano commossi ed entusiasti. In mezzo c’è l’incontro con il Risorto. · Gesù facendo il cammino con loro li conduce alla comprensione del vero progetto di Dio che non consiste nell’attesa di un falso messianismo politico nazionalistico, ma nella salvezza vera che prima di vedere la luce della risurrezione deve passare attraverso l’umiliazione della croce. · Per questo Gesù spiega loro il senso delle Scritture che lo riguardano “Mosè e tutti i profeti” ed essi si sentono ardere il cuore. · Essi vivono l’incontro con lo “Sconosciuto” in termini leali mostrando di essere alla ricerca, sono disorientati ma cercano di capire. Però è solo quando finalmente lasciano a lui l’iniziativa e, accettando umilmente il rimprovero di incredulità, si fanno guidare alla comprensione della Parola e condividono il banchetto che richiama l’Eucaristia, allora lo Riconoscono. · Essi erano alla ricerca di Dio, ma solo perché Dio stesso aveva suscitato nel loro cuore la ricerca di Sé. Ma ancora di più è Dio che è alla ricerca dell’uomo: è Gesù che si mette sulla strada dei due discepoli e percorre con loro il cammino duro della fede. · La fede poi “apre loro gli occhi” e quindi essi possono, anzi devono ritornare nella comunità degli apostoli a professare con loro la fede comune. “e cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v.27) · Dt 18,15 “(Mosè disse): Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto” · Dt 18,17-18 “(Mosè disse): Il Signore mi rispose: Quello che hanno detto va bene; io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” · I Giudei hanno atteso il Messia come un nuovo Mosè: · Mosè era colui che parlava con Dio / il liberatore / colui che ha avuto la Legge dalle mani di Dio / colui che stato mediatore per la alleanza fra il popolo e Dio. Profeti “Sono queste le parole che vi dicevo quando ancora ero con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno” (v.44-46) Isaia è vissuto tra il 765 e il 705 a.C., ma la formazione del cosiddetto Deutero Isaia – un anonimo continuatore di Isaia, un grande profeta come lui, a cui sono attribuiti i cc. 40-55 è avvenuta tra il 586 e il 539 a.C. durante l’esilio in Babilonia L’INCONTRO CON GESù · Gesù si mette accanto ai discepoli in modo rispettoso; si pone come uno che domanda e che sta in ascolto, che interpella (entra nei loro problemi) e fa dire loro la prima verità su di Lui “profeta potente in parole ed opere”. · Poi inizia la sua “catechesi”, che fa ardere il cuore. · L’intervento rispecchia lo stile abituale di Gesù: il coraggio della franchezza, la parola di verità, il gesto di fraternità, l’ardore della consolazione e della gioia. L’AVVENIMENTO DELLA RISURREZIONE · Sul piano storico la vicenda di Gesù, senza l’incontro con il Signore risorto, rimane uno scandalo, una vicenda senza senso; le stesse Scritture, ben note ai due discepoli giudei, sensibili alle speranze messianiche, rimangono sigillate e senza senso. · La chiave di interpretazione della vicenda di Gesù, come delle Scritture, è il Signore risorto. Tuttavia - dobbiamo sempre tenerlo presente – il mistero pasquale è fatto della passione, morte e risurrezione, strettamente uniti. Colui che ora è il “vivente” può dare un senso allo scandalo della sofferenza e della morte. · Non riflettiamo abbastanza sull’evento incredibile della risurrezione: la morte è stata vinta, Gesù è vivo!! · Risurrezione = nuova dimensione di vita… come saremo? LA VICENDA DI GESù GIA’ PREANNUNCIATA NELL’ANTICO TESTAMENTO E’ significativo che Gesù per spiegare la sua vicenda non parta da ciò che ha compiuto 132 Is Is Is Is 42,1-9 (primo canto del servo di JHWH) 49,1-8 (secondo canto del servo di JHWH) 50,4-11 (terzo canto del servo di JHWH) 52,13-53;12 ( quarto canto del servo di JHWH) (At 8,32) Salmi Sal 22 (21) Nuovo Testamento Mt 16,21-23 GESù VIVE OGGI E LO POSSIAMO RICONOSCERE · C’è un interrogativo che spesso tormenta i cristiani: perché Gesù ora vivente e risorto non si fa più vedere come nei primi tempi, in modo da eliminare ogni incertezza? · Se Gesù non si vede, è perché i nostri occhi sono incapaci di vederlo, perché i nostri cuori sono pigri e lenti a credere. · Egli cammina accanto a noi come uno straniero o sconosciuto, ma per riconoscerlo bisogna lasciarsi guidare da lui nel rileggere la parola di Dio, bisogna condividere la mensa e spezzare il pane con lui. · Allora si apriranno i nostri occhi e riconosceremo il Signore. Ma a questo punto egli non sarà più “visibile” perché ora è nella gloria, cioè sottratto al controllo delle attese umane. · Per riconoscere Gesù è necessario ripercorrere fino in fondo il cammino che porta a Lui: l’ascolto della parola che cambia il cuore e lo spezzare il pane assieme. 133 è NECESSARIA LA FEDE · Ma non è ancora concluso il cammino della fede pasquale. I due discepoli ripercorrono la strada che li ha separati dal gruppo degli apostoli e ritornano a Gerusalemme. Qui essi dovrebbero dare l’annuncio di pasqua, ma lo ricevono da quelli che sono attorno a Simone. · Non basta la comprensione delle Scritture, né basta spezzare il pane assieme; la fede nel Signore risorto è completa quando può confrontarsi ed esprimersi nella comune professione assieme a Simone e agli Undici. · La Parola, il Pane e la professione di fede sono i tre segni di riconoscimento del Signore e nello stesso tempo le tre tappe di un cammino di fede di ogni comunità cristiana. dovrebbe trovare tempo per noi se non siamo mai disposti a offrire un po’ della nostra vita agli altri? È esperienza di tutti che le persone più impegnate sono anche quelle che sono disponibili a dire dei nuovi sì. Mettiamoci in gioco. · Facciamo nostra, ogni giorno, la bella preghiera di Madre Teresa di Calcutta riportata nella scheda liturgica (Mandami qualcuno da amare) · Invisibile e non riconoscibile ai discepoli quando era fisicamente presente, Gesù è percepito più che presente nei segni della Parola e del Pane quando fisicamente si allontana. · Solo la fede dunque fa riconoscere Gesù e la fede si nutre con la Parola di Dio, l’Eucaristia, gli altri sacramenti, la comunione con la comunità e l’amore al prossimo. Per l’approfondimento · CCC da 638 a 647 · “La verità vi farà liberi” – da 250 a 252; da 261 a 271 Per noi: · Cos’è che da senso e illumina la nostra vita · Sappiamo dove incontrare Gesù? · Ci rendiamo conto dell’importanza della lettura e della interpretazione della parola di Dio? · Ma chi è Gesù per noi? Qualcuno che è solidale con noi, che percorre la nostra strada, che condivide la nostra tristezza, che viene per illuminarci e darci speranza? AGIRE Nonostante tutte le nostre migliori intenzioni subiamo spesso la tentazione di desiderare un segno che ci riveli la presenza del Signore e soprattutto che ci manifesti il suo amore e il suo interessamento per noi. In particolare quando viviamo momenti difficili avremmo tanto bisogno di avere un segno della Sua presenza e soprattutto del suo aiuto. · Proviamo invece a capovolgere la prospettiva: proviamo ad essere noi segno dell’amore del Signore per gli altri; impegniamoci ad accogliere ogni nuova giornata come un dono, a viverla mettendone in risalto le cose belle che ci porterà e ad accettare i fastidi, gli imprevisti e anche i dolori che potremo invece trovarci ad affrontare. · Non diamo sfogo all’ira che così spesso ci coglie, anche per motivi non così importanti. Rispondiamo ad uno sgarbo con un gesto gentile, a un’offesa con una parola buona, a un comportamento che ci delude con un’azione affettuosa. · Prendiamoci un impregno. Un impegno che duri nel tempo. Un servizio all’interno della nostra comunità parrocchiale, ma anche nella comunità civile. Perché il Signore 134 135 SCHEDA LITURGICA Suggerimenti per la scelta dei salmi N° Scheda Questa scheda, che è UNICA per tutte le catechesi, e ne è parte integrante, vuole essere una guida per la parte liturgica. Dopo aver percorso le tappe del “vedere”, “confrontarsi”, “agire”, si giunge al momento conclusivo: la “preghiera”, che è il compimento e la sintesi di quanto si è andato approfondendo. I contenuti della catechesi ci hanno aperto alla conoscenza di Gesù, all’accoglienza di chi ci sta accanto e al tentativo della comprensione della situazione storica in cui viviamo. Avvertiamo che Gesù ci ha parlato e che quelle parole sono un invito personale che viene fatto a ciascuno di noi, e ci rendiamo conto che “senza di Lui non possiamo fare nulla” (Gv 15,5). Quasi spontaneamente, allora, ci mettiamo in un clima di preghiera. Essa comincia a coinvolgerci e suscita in noi sentimenti diversi. Lode a Dio per la sua grandezza, per la sua bontà verso di noi; di ringraziamento sincero per quanto Dio è e fa per noi; di richiesta di grazie per tutte le nostre necessità. Chiediamo perdono perché di fronte ai valori proposti ci troviamo mancanti. Domandiamo umilmente di poter essere coerenti con le indicazioni di Gesù e lo supplichiamo di venirci incontro con la sua luce e con la sua forza. Esprimiamo fede, speranza, amore. Preghiamo poi per i nostri amici, per le nostre comunità, per tutte le situazioni di difficoltà e di sofferenza e accogliamo in noi le attese di tutti gli uomini del mondo. Per lo svolgimento di questo momento proponiamo uno schema generale e offriamo alcuni suggerimenti per la scelta dei salmi, delle preghiere e dei “segni”. Schema: • Canto • Salmo • Preghiera • “Segni” particolari • Preghiere spontanee 136 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Titolo Salmo L’annuncio del Regno…tra segni e parole Cosa pensa Gesù di Dio? – Come ci presenta il Padre? Perché il coinvolgimento di Maria nel progetto di Dio? Come Gesù vive le relazioni umane? Come Gesù valuta il mondo “religioso” del suo tempo? Cos’ha Gesù da insegnare circa la felicità umana? Qual è il comandamento più grande? Come si è comportato Gesù nei confronti del denaro, dei beni materiali? Quali sono i suoi rapporti con il mondo del potere e della politica? I miracoli di Gesù nel vangelo di Marco Che senso ha dato Gesù al soffrire? Che domande vorrei porre a Gesù circa il dramma della morte? Sul cammino di Emmaus … Il Gesù risorto Suggerimenti per le preghiere Dammi qualcuno Signore, quando ho fame mandami qualcuno che ha bisogno di cibo; quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di acqua; quando ho freddo, mandami qualcuno da riscaldare; quando sono nella sofferenza, mandami qualcuno da consolare; quando la mia croce diviene pesante, dammi la croce di un altro da condividere; quando sono povero, portami qualcuno che è nel bisogno; quando non ho tempo, dammi qualcuno da aiutare per un momento; quando vengo umiliato, dammi qualcuno da lodare; quando mi sento scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare; quando sento il bisogno di essere compreso, dammi qualcuno che ha bisogno della mia comprensione; quando vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, mandami qualcuno di cui prendermi cura; quando penso a me stesso, rivolgi i miei pensieri ad altri. 137 1; 65 (64); 96 (95) 121 (120); 32 (31) Lc 1, 46-55 133 (132) 97 (96) 8 103 (102) 115 (113b) 135 (134) 146 (145) 22 (21) 40 139 (138) Tu mi ami Signore, ecco mi qui: se tu vuoi amarmi, prendimi. Non voglio opporre alcuna resistenza al tuo amore. lo non ho creduto che tu mi potessi amare. Ma dal momento che tu me lo chiedi, ecco, ora mi abbandono totalmente a te per essere amato. Non oso dire che ti amo. Ma una cosa, Signore, voglio dirti: finalmente voglio credere che tu mi ami. Tu me l’hai detto, Signore, e io non voglio rifiutarmi di credere. Mi abbandono a te! Mi offro a te, come sono: povera carta per essere bruciata, legno secco per essere consumato dal fuoco. Mi getto in te, Signore, perché finalmente tu mi bruci mi consumi! Ecco, Signore, sono davanti a te; non ho altro da dirti che questo: amami, perché voglio essere amato, perché finalmente ho capito che la mia vita può avere soltanto un senso e un valore nel fatto che tu mi ami, che tu vuoi amarmi. Non rifiuto più il tuo amore per me. Questo e null’ altro. (Divo Barsotti (sec. XX) [09/B] ) Maria, donna del silenzio Santa Maria, donna del silenzio, riportaci alle sorgenti della pace. Liberaci dall’assedio delle parole. Da quelle nostre, prima di tutto. Ma anche da quelle degli altri. Figli del rumore, noi pensiamo di mascherare l’insicurezza che ci tormenta affidandoci al vaniloquio del nostro interminabile dire: facci comprendere che, solo quando avremo taciuto noi, Dio potrà parlare. Coinquilini del chiasso, ci siamo persuasi di poter esorcizzare la paura alzando il volume dei nostri transistor: facci capire che Dio si comunica all’uomo solo sulle sabbie del deserto, 138 e che la sua voce non ha nulla da spartire con i decibel dei nostri baccani. Spiegaci il senso profondo di quel brano della Sapienza, che un tempo si leggeva a Natale facendoci trasalire di meraviglia: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, scese sulla terra...». Riportaci, ti preghiamo, al trasognato stupore del primo presepe, e ridestaci nel cuore la nostalgia di quella “tacita notte”. Santa Maria, donna del silenzio, raccontaci dei tuoi appuntamenti con Dio. In quali campagne ti recavi nei meriggi di primavera, lontano dal frastuono di Nazaret, per udire la sua voce? In quali fenditure della roccia ti nascondevi adolescente, perché l’incontro con lui non venisse profanato dalla violenza degli umani rumori? Su quali terrazzi di Galilea, allagati dal plenilunio, nutrivi le tue veglie di notturne salmodie, mentre il gracidare delle rane, laggiù nella piana degli ulivi, era l’unica colonna sonora ai tuoi pensieri di castità? Che discorsi facevi, presso la fontana del villaggio, con le tue compagne di gioventù? Che cosa trasmettevi a Giuseppe quando al crepuscolo, prendendoti per mano, usciva con te verso i declivi di Esdrelon, o ti conduceva al lago di Tiberiade nelle giornate di sole? Il mistero che nascondevi nel grembo glielo confidasti con parole o con lacrime di felicità? Oltre allo Shemàh Israel e alla monotonia della pioggia nelle grondaie, di quali altre voci risonava la bottega del falegname nelle sere d’inverno? Al di là dello scrigno del cuore, avevi anche un registro segreto a cui consegnavi le parole di Gesù? Che cosa vi siete detto, per trent’ anni, attorno a quel desco di povera gente? Santa Maria, donna del silenzio, ammettici alla tua scuola. Tienici lontani dalla fiera dei rumori entro cui rischiamo di stordirei, al limite della dissociazione. Preservaci dalla morbosa voluttà di notizie, che ci fa sordi alla “buona notizia”. Rendici operatori di quell’ecologia acustica, che ci restituisca il gusto della contemplazione pur nel vortice della metropoli. Persuadici che solo nel silenzio maturano le cose grandi della vita: la conversione, l’amore, il sacrificio, la morte. Un’ultima cosa vogliamo chiederti, Madre dolcissima. Tu che hai sperimentato, come Cristo sulla croce, 139 il silenzio di Dio, non ti allontanare dal nostro fianco nell’ora della prova. Quando il sole si eclissa pure per noi, e il cielo non risponde al nostro grido, e la terra rimbomba cava sotto i passi, e la paura dell’abbandono rischia di farei disperare, rimanici accanto. In quel momento, rompi pure il silenzio: per direi parole d’amore! E sentiremo sulla pelle i brividi della Pasqua. (Don Tonino Bello) da poca disponibilità, da rigidità di cuore, da durezza, da incapacità a comprenderti. Rimproveraci, Signore, affinché il nostro cuore ti accolga! Fa’ che non ci spaventiamo della nostra durezza di cuore, ma che, perseverando nella preghiera, giungiamo a cogliere i segni della tua presenza. (Carlo Maria Martini) Solo per oggi Solo per oggi cercherò di vivere alla giornata senza voler risolvere i problemi della mia vita tutti in una volta. Solo per oggi avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà, non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non cercherò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso. Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo. Solo per oggi mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino ai miei desideri. Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a sedere in silenzio ascoltando Dio, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così il silenzio e l’ascolto sono necessari alla vita dell’anima. Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno. Solo per oggi mi farò un programma: forse non lo seguirò perfettamente, ma lo farò. E mi guarderò dai due malanni: la fretta e l’indecisione. Solo per oggi saprò dal profondo del cuore, nonostante le apparenze, che l’esistenza si prende cura di me come nessun altro al mondo. Solo per oggi non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere nell’Amore. Posso ben fare per dodici ore ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare tutta la vita. (Giovanni XXIII) La nostra poca fede E noi, Signore? Non temiamo di dirti che ci troviamo talora come i tuoi primi discepoli. La nostra fede è accompagnata qualche volta 140 Preghiera per il buon umore Dammi, o Signore, una buona digestione e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, col buon umore necessario per mantenerla. Dammi, o Signore, un ‘anima santa, che faccia tesoro di quello che è buono. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama “Io”. Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche gli altri. (San Tommaso Moro) Tardi ti ho amato Tardi ti ho amata, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amata! Ed ecco, tu eri dentro e io fuori: là ti cercavo, e privo di forma mi avventavo sulle belle forme da te create. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle cose che se non fossero in te nemmeno sarebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai squarciato la mia sordità. Hai balenato, hai brillato e hai fugato la mia cecità. Hai emanato la tua fragranza: l’ho aspirata e ora anelo a te. Ho gustato e ho fame e sete. 141 Mi hai toccato e ardo per la tua pace. Conducimi, dolce luce (S.Agostino d’Ippona) Preghiera per il giorno che sta per cominciare Signore è l’alba. Fa’ che io vada incontro nella pace a tutto ciò che mi porterà questo giorno. Fa’ che io mi consegni totalmente alla tua santa volontà. Donami in ogni momento la tua luce e la tua forza. Qualunque notizia io riceva oggi, insegnami ad accettarla nella quiete e nella fede salda che nulla può accadere se tu non lo permetti. In ogni mia azione e parola dirigi i miei pensieri e i miei sentimenti. In tutti gli eventi inattesi, non farmi dimenticare che ogni cosa proviene da te! Insegnami ad agire con apertura e intelligenza verso tutti i miei fratelli e le mie sorelle e verso tutti gli uomini, senza mortificare o contristare nessuno. Signore, donami la forza di portare la fatica del giorno che si avvicina, e di tutti gli eventi inclusi nel suo corso. Conducimi, dolce luce, tra il buio che mi circonda, sii tu a condurmi! La notte è oscura e sono lontano da casa, sii tu a condurmi! Custodisci i miei passi, non ti chiedo di vedere la scena lontana: un solo passo per volta mi è più che sufficiente. Non sono stato sempre così, e non ho pregato sempre perché fossi tu a condurmi. Amavo scegliere e vedere il cammino; ma ora sii tu a condurmi. Amavo il giorno luminoso e, nonostante le paure, l’orgoglio reggeva la mia volontà: non ricordare gli anni passati! Così a lungo la tua potenza mi ha benedetto, e sicuramente mi condurrà ancora. Oltre la landa e la palude, oltre il dirupo e l’impeto dei torrenti, fino a che la notte non dilegui; e col mattino volti d’angelo, ecco, sorridano, quelli che da tanto ho amato, e perduto ho solo per poco. (John Henry Newman) All’ultimo momento Guida la mia volontà, insegnami a pregare, a credere, a perseverare, a soffrire, a perdonare ... e ad amare! (V. Kotel’nikov, Prauoslaonaia asketika i russkaia literatura) UNO STAREC DEL MONASTERO DI OPTINA Nella chiesa siamo tutti deboli Quando sul mio corpo (e ben più sul mio spirito) comincerà a mostrarsi l’usura degli anni, quando si abbatterà su di me, dal di fuori, o nascerà in me dal di dentro,’ il male che sminuisce o porta via, nell’istante doloroso in cui prenderò coscienza che sono malato o che sto diventando vecchio, Padre celeste! Qui fuori, nel mondo, uno è forte, l’altro è debole; il forte, chissà, insuperbisce della propria forza; il debole sospira e, ahimè, diventa invidioso. Ma qui, dentro la tua chiesa, tutti siamo deboli; qui, al tuo cospetto - Tu sei il potente, tu solo sei forte. in quell’ultimo momento, soprattutto, quando sentirò di sfuggire a me stesso, assolutamente passivo in mano a grandi forze sconosciute che mi hanno formato, in tutte quelle ore buie, donami, mio Dio, di comprendere . che sei tu (ammesso che la mia fede sia cosi grande) che separi dolorosamente le fibre del mio essere (Soren Kierkegaaard) 142 143 per penetrare fino al midollo della mia sostanza e trascinarmi in te. . ai nostri silenzi come una fievole luce che trema per paura dell’ombra, La bellezza grida tra le montagne Tra un battito d’ali e un ruggito di leoni. La bellezza sorge da oriente con l’alba Si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto arriva sulle colline con la primavera danza con le foglie d’autunno e con un soffio di neve tra i capelli. La bellezza non è un bisogno ma un’estasi, non è una bocca assetata né una mano vuota protesa in avanti ma piuttosto ha un cuore infuocato e un’anima incantata. Non è la linfa della corteccia rugosa né un’ala attaccata a un artiglio. La bellezza è un giardino sempre in fiore e una schiera d’angeli sempre in volo. La bellezza è la vita quando la vita si rivela. La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio e noi siamo l’eternità e lo specchio. (Pierre Teilhard De Chardin) A stento il Nulla No, credere a Pasqua non è giusta fede: troppo bello sei a Pasqua! Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù! Quando non una eco risponde al suo alto grido e a stento il Nulla dà forma alla tua assenza. (Kahlil Gibran) (David Maria Turoldo) Fa’ che possa riconoscerti Suggerimenti per i “segni” particolari Mio Signore, fa’ che oggi e tutti i giorni io possa vederti nella persona dei tuoi infermi e, mentre curo loro, serva te. Si • • • • • • • • • • • • • • • Anche se ti nascondi dietro la figura poco attraente del permaloso, dell’ irragionevole, fa’ che possa riconoscerti egualmente e dire: «Gesù, paziente mio, quanto è dolce servirti». (Madre Teresa di Calcutta) La bellezza può costruire un “segno” attorno a: luce fuoco acqua pane vino lievito incenso cera fiori / rami secchi mani che si stringono catena carta colorata scatole Icona, da contemplare danza La bellezza cammina fra di noi come una giovane madre quasi intimidita della propria gloria. La bellezza è una forza che incute paura come la tempesta scuote al di sotto e al di sopra di noi la terra e il cielo. La bellezza è fatta di delicati sussurri parla dentro al nostro spirito la sua voce cede 144 145