OTTOBRE 1:OTTOBRE 1 20-10-2009 11:05 Pagina 1 Gli Ampezzani sfilano a Innsbruk per il Gedenkjahr 2009 chiedendo il ricongiungimento con i Ladini del Sella IL RICHIAMO DELLE SIRENE PANTIROLESI T utti insieme appassionatamente in parata con gioioso orgoglio antitaliano. Parliamo della sfilata per il Gedenkjahr 2009, l’anno giubilare dei Tirolesi, svoltasi domenica 20 settembre a Innsbruck. Tradizione a parte, è stata una buona occasione per l’ennesima sortita di Eva Kloz e i suoi per rilanciare la solita richiesta di distacco dell’Alto Adige dal nostro Paese. L’hanno fatto ponendo in bella vista cartelli e striscioni con su scritto “Sudtirol ist nicht Italien” o “Loss von Rom”. Nè poteva mancare il passaggio della corona di spine, simbolo della sofferenza che i tirolesi del versante italiano provano nel perdurante distacco dai consanguinei d’oltreconfine. Una sofferenza confortata da un mare profumato di privilegi e benefici, ci viene da aggiungere. Ma questo è un altro discorso. Ci preme più che altro sottolineare che fra i tanti “fratelli separati” presenti alla sfilata c’erano anche Non ci stancheremo mai di ricordare quelle che sono le medesime origini di ampezzani e cadorini gli ampezzani. Una nutrita rappresentanza, la loro, con tanto di banda cittadina e la SchuetzenKompanie in costume. Altre volte dalle colonne di questo giornale siamo ritornati sulla questione della passione tirolese per i nostri dispiacerà, ma è così - conterranei ampezzani. Abbiamo capito, comprendiamo e rispettiamo il loro attaccamento per il passato in cui successive generazioni di loro avi furono sudditi austriaci. Ma non ci stancheremo mai di rammentare che le nostre e loro origini da questa parte, ovvero in quella dove un tempo Caminesi, (segue a pag. 4) Bruno De Donà L a partecipazione di un gruppo di ampezzani, espressione delle associazioni ULDA e Schutzen, alla manifestazione di Innsbruch, dove si ricordavano i movimenti di resistenza all’invasione delle truppe di Napoleone Bonaparte agli inizi dell’Ottocento, ha suscitato interesse nella stampa locale. Indossando i vestiti da festa della tradizione, essi sono sfilati assieme ad altre decine di gruppi ed associazioni tirolesi, con cartelli scritti in tedesco, che esprimevano il desiderio di ricongiungersi con la Ladini del Sella nella provincia di Bolzano. Forse il retro pensiero non era molto distante da quello espresso da Eva Klotz e dal suo movimento irredentista, che chiede da sempre di andarsene dall’Italia per tornare al Grande Tirolo nello stato austriaco, ma per ora l’avanguardia ladina nostalgica dell’ex Capitanato d’Ampezzo si accontenterebbe di andar via da Venezia, “Los von Venedig”, anziché seguire il pantirolesimo L’auspicio di un Ampezzo tirolese non coinvolge i Ladini dell’alto Veneto di “Los von Rom”. L’attivismo di queste avanguardie ladine, che hanno promosso e ottenuto consenso maggioritario al referendum per il cambio di provincia dei tre paesi dell’ex Capitanato d’Ampezzo di Tirolo, può dar fastidio a qualcuno, può suscitare pena o irrisione in altri, ma non può essere considerata una rivendicazione velleitaria e insulsa. Più volte è stato ribadito, sia nelle motivazioni che hanno indotto i Comuni a promuovere e far svolgere il referendum, che negli appelli al Parlamento italiano perché sia attuata la volontà dei cittadini, che si sono dichiarati favorevoli a cambiare provincia, (segue a pag.4) Lucio Eicher Clere CONCLUSE LE CELEBRAZIONI SULLA BATTAGLIA DI CADORE Con lo scoprimento della “Battaglia di Cadore” nella sala consiliare di Valle di Cadore ed una giornata di studio a Pieve di Cadore si sono concluse le celebrazioni del V° centenario dai fatti d’arme a Rusecco di Valle ed al castello di Pieve (1508). Iniziativa culturale che ha visto coinvolti la Magnifica Comunità di Cadore assieme ad altre Istituzioni ed Enti, nonché la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore come centro organizzativo. SERVIZIO A PAG. 3 CADORE E FRIULI ASSIEME CM: UNA STORIA SENZA FINE uò essere definita solo così: la storia senza fine deP gli Enti Montani, tra proclami, progetti di legge, sentenze della Corte Costituzionale, in una baraonda normativa ricca di colpi di scena. Durante i mesi estivi una importante pronuncia della Corte Costituzionale ha finalmente sancito in modo inequivocabile quello che da tempo era chiaro: le Comunità Montane rientrano completamente nella sfera di competenza delle Regioni. Pertanto lo Stato non può decidere nulla in merito, tanto meno una soppressione generale e indiscriminata di questi enti. Naturalmente lo Stato può (e lo ha già fatto) tagliare i fondi che assegnava alla montagna, lasciando interamente l’onere dei finanziamenti alle Regioni. Tutto ciò nel Veneto ha portato ad una autentica “restaurazione”, visto che tutti i provvedimenti legati alla normativa statale del 2007, in assenza di una nuova legge regionale, sono venuti a cadere, compresa l’abrogazione di otto comunità sulle diciannove complessive nella nostra Regione. Ed ora cosa succederà? Mentre sul piano istituzionale tutto resterà fermo, almeno fino al prossimo Comunità Montane nell’impasse, a rischio di paralisi da gennaio i servizi pubblici associati anno dopo le elezioni regionali, sul piano operativo e finanziario urgono provvedimenti immediati. E’ noto a tutti, e primariamente alle autorità regionali, che le Comunità Montane venete non sono assolutamente in grado di elaborare il bilancio di previsione per l’anno 2010. Pertanto in assenza di contributi regionali per le spese di funzionamento degli enti, c’è il rischio concreto di una paralisi di tutti i servizi pubblici gestiti in forma associata per i comuni, a partire dal primo gennaio prossimo. (segue a pag. 4) Livio Olivotto Rinnovato parzialmente il Consiglio Generale della Magnifica Comunità AMORE PER LA MONTAGNA I NUOVI CONSIGLIERI arziale cambio dei consiglieri P alla Magnifica Comunità di Cadore. Sono: Matilde Peruz (Ca- lalzo), Silvano Ambrosioni (Lozzo), Yuri Lena (Perarolo), Dario Sacchet (Ospitale), Angela Papadio (Comelico S.), Andrea Doriguzzi Corin (Danta), Claudio Comis (S. Nicolò C.), Martina De Zolt (S. Pietro C.), Giulia De Mario (S. Stefano C.), Matteo De Monte (S. Vito C.). L’Assemblea così ricostituita con i consilieri ancora in carica (19 presenti su 22) ha eletto i consiglieri tecnici: Emanuele D’Andrea, Flaminio Da Deppo, Giancandido De Martin, Angelo Costola, Bruno De Donà, Francesca Larese. Appuntamento per tutti al Consiglio Generale del 23 ottobre per la nomina degli organi statutari. La prestigiosa Società Filologica Friulana ha voluto rinsaldare i rapporti storico-culturali con il Cadore tenendo il suo 86° congresso a Pieve di Cadore e presentando DOLOMITES, un volume frutto della collaborazione con l’Istituto Ladin de la Dolomites e la Magnifica Comunità di Cadore. SERVIZIO A PAG. 16 PIEVE DI CADORE 2 ottobre 2009 foto Tommaso Albrizio Pag 2_ok:APRILE 4-5 6-10-2009 16:07 Pagina 2 ANNO LVII Ottobre 2009 2 A POINT OF YOU mod. CHAMPION RACING SUNGLASSES SINCE 1956 10 OTTOBRE 3:OTTOBRE 3 10 6-10-2009 12:26 Pagina 1 ANNO LVII Ottobre 2009 3 “Stare saldi e A Pieve di Cadore prestigiosa Giornata di Studi il 26 settembre no se arender” LA BATTAGLIA DI CADORE - 1508 - 2008 “S tare saldi, no se (a)render”. Così chiedeva il notabile Palatini allorché i todeschi nel 1508 erano scesi per le valli cadorine e avevano posto l’assedio al castello di Pieve, e questo è anche il messaggio del presidente della Magnifica Comunità D’Andrea al qualificato convegno storico-culturale tenutosi a Pieve di Cadore lo scorso 26 settembre. Perché, le rievocazioni, come questa della “Battaglia di Cadore” a Rusecco di Valle, avrebbe solamente un senso storiografico se non fosse vista in analogia all’odierno Cadore sofferente che ha di fronte ben più complicate battaglie per rigenerarsi ed andare avanti. La giornata di studio tenutasi al Cos.Mo. di Pieve di Cadore era ed è importante non solo per le motivazioni che hanno determinato lo scontro tra le milizie venete del D’Alviano e gli imperiali di Massimiliano in territorio cadorino, o per la tattica guerresca attuata ed il numero dei morti ammazzati, non tanto per capire se nel 1508 le milizie cadorine al confronto con gli armati professionisti avessero ben figurato, o per gli sviluppi che hanno cementato i rapporti con la Serenissima e tracciato un confine con i “cadorini” d’Ampezzo. Almeno, non solo per questo. Certamente gli illustri studiosi chiamati a sviscerare i risvolti di quel momemento storico in Cadore ed in Europa sono stati esaustivi (articolo a fianco). Interventi specifici, approfonditi, con sfaccettature nuove, sicuramente interessanti, relazioni che verranno riportati su di un volume di prossima pubblicazione. E il pubblico, composto in buona parte da giovani studenti dei licei di Pieve e di Belluno ha gradito. Tema storico-culturale, certamente. Ma la giornata è stata importante anche e proprio come occasione per lanciare un messaggio ai tanti cadorini che non c’erano, forse per disattenzione o forse per disinteresse culturale. “Stare saldi e non arrendersi” è l’unico modo ancora oggi per venire fuori dai guai. Renato De Carlo el V° centenario della N storica Battaglia di Cadore (1508) la Magnifica Comunità di Cadore ha promosso una serie di iniziative culturali finalizzate a commemorare tale evento, le quali si sono concluse con la Giornata di Studi del 26 settembre presso il Cos.Mo. di Pieve di Cadore. A concorrere alla realizzazione di tale convegno storico di respiro internazionale numerosi Enti ed Istituzioni: oltre alla Magnifica come ente capofila e la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore come centro operativo, sono la Regione Veneto, la Provincia di Belluno, il Magnifico Comune di Pieve di Cadore, il Comune di Valle di Cadore, il Comune di Venezia, la Comunità Montana Centro Cadore e la Fondazione Giovami Angelini Centro Studi sulla Montagna. L’importanza dell’evento celebrato ha impegnato docenti universitari e studiosi specialisti sul fronte sia italiano sia austriaco, individuati dal professor Lionello Puppi, il curatore scientifico del progetto, a voler dimostrare ancora una volta come ci sia un legame stretto tra le due realtà. Gli interventi, specifici ed approfonditi, sono stati otto e hanno indagato non solo il lato militare e storico della battaglia ma hanno sondato anche le sfere dell’immaginario e della produzione figurativa che vertono intorno a questa, analizzando così non solo il contesto e i momenti bellici, ma anche i personaggi che direttamente e indirettamente sono stati coinvolti nella sua realizzazione e divulgazione nei secoli. Ad aprire i lavori è stato il prof. Paolo Carta, dell’Università di Trento, che ha spiegato al pubblico presente, eterogeneo ma globalmente interessato L’intervento del prof. Giandomenico Zanderigo Rosolo Maria Antonia Ciotti sindaco di Pieve di C. Corrado Balest (al centro nella foto sotto) è un pittore dalla prestigiosa carriera che nella contemporaneità si muove per luce e colore nella grande tradizione pit- Giovanna Coletti vice presidente Fondazione Chiuse le celebrazioni della Battaglia di Cadore promosse dalla Magnifica Comunità di Cadore (1508) Gli studiosi, indagano il lato militare e storico della battaglia a Rusecco nel contesto italiano e europeo Fu un momento cruciale non solo per il Cadore e Venezia e partecipe, il contesto storico europeo, sintetizzando in modo chiaro e preciso le tappe politiche e diplomatiche che condussero all’evento evocato, approfittando anche per estendere il tiro e ripercorrere il settimo libro della Storia d’Italia del fiorentino Francesco Guicciardini, presentando così l’avvenimento nei complesso quadro degli equilibri politici europei dell’inizio del 1508. L’analisi storica è continuata con lo storico locale Giandomenico Zanderigo Rosolo torica veneta; numerose le che ha magistralmostre personali e in colletmente illustrato il tivo a Venezia, Roma, Milacontesto veneto e no, Vienna; sue tele sono cadorino secondo il conservate in importanti resoconto di vari musei italiani e stranieri. noti cronisti nel corso della storia e negli atti giuridici. La mattinata di lavori si è conclusa con l’intervento del prof. Angiolo Lenci che ha contestualizzato la battaglia di Rusecco all’interno delle guerre in Italia nel periodo in cui il nostro paese Inaugurato a Valle di Cadore “Il ponte della Battaglia” U n moderno ed originale modo di rappresentare l’evento bellico di Rusecco cinquecento anni dopo è l’opera pittorica “Il ponte della Battaglia” che Corrado Balest ha voluto donare al Comune di Valle di Cadore. Grato il sindaco Matteo Toscani per la cittadinanza tutta, il quale ha ringraziato pubblicamente l’artista il 25 scorso all’inaugurazione dell’opera posta in risalto nella sala consiliare. Emanuele D’Andrea presidente Magnifica Comunità era teatro dei più importanti scontri militari del Rinascimento tra Imperiali, Spagnoli, Francesi e quasi tutti gli Stati italiani, con la differenza che la nosta battaglia non vide coinvolti i grandi eserciti e che si svolse interamente in territorio montuoso e in piena stagione invernale, risultando così molto più disagiata rispetto le altre contemporanee, che mise ancora più in luce le capacità strategiche del condottiero veneziano Bartolomeo D’Alviano. Il primo intervento della seconda parte del convegno ha visto il prof. Elio Franzin terminare la trattazione specificamente militare con un profilo del D’Alviano alla luce dell’analisi condotta dall’iniziatore della storiografia militare italiana, Piero Pieri. La trattazione seguente è virata invece nell’ambito storiografìco-artistico, con la relazione in tedesco del professore tirolese KJaus Brandstàtter (supportato da una bravissima traduttrice), il quale ha presentato una panoramica della concezione della battaglia di Cadore nella storiografia, nelle cronache e nell’immaginazione d’Oltralpe. Sempre in territorio tedesco ci ha fatto rimanere la professoressa Elena Filippi, che ha reallzzato una riflessione sul modo di rapportarsi alla guerra e alla sua idea nella realtà tedesca tra Quattro e Cinquecento. Si è giunti così al momento in cui l’attenzione si è spostata, grazie al prof. Renzo Fontana, all’iconografia di guerra italiana, con il suo passaggio della resa degli eventi d’arme da rappresentazioni simboliche ed allegoriche a scene più realistiche. La conclusione dei lavori è stata affidata ai prof. LionelloPuppi che ha ricostruito la vicenda realizzativa e attributiva del telero realizzato da Tiziano per la Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale di Venezia che è andato distrutto nel devastante incendio del 1577. Convegno che non solo si è dimostrato un’occasione per commemorazione un evento storico, ma un’ottimo palcoscenico per ricordare ed evidenziare le radici storiche del Cadore e la lotta sentita nel profondo dalle genti di allora per la propria unità ed autonomia: argomento ancora scottante 500 anni dopo. Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore OTTOBRE 4-5:OTTOBRE 4-5 6-10-2009 12:42 Pagina 2 ANNO LVII Ottobre 2009 4 IL RICHIAMO DELLE SIRENE B. De Donà dalla prima pagina Patriarcato di Aquileia e Venezia mettevano i loro paletti di confine. Poi nel 1515 vi fu l’annessione da parte dell’imperatore Massimiliano. Ora, rinnegare la radice dell’albero, riconoscendosi nei successivi rami, è un non senso dal punto di vista storico. Tener viva la memoria di un periodo e dei valori ad esso legati, è cosa ben diversa dall’arrivare a confondere la propria provenienza dal punto di vista etnico ed arrivare ad identificarla con l’altrui. Comunque la si giri a prescindere, torniamo a dirlo, dall’aspetto nostalgico e sentimentale, di cui va preso dovuto atto - quella tedesca e la nostra rimangono due etnie divise da uno spartiacque ben definito. E’ bene che i nostri amici ampezzani facciano attenzione al canto di certe sirene. Sotto la spinta dei richiami ispirati da affinità culturali acquisite in lunghi anni di dominazione tedesca, si colgono le note della musica orchestrata proprio da quei settori oltranzisti che, un tempo con i metodi usati a Cima Vallona ed oggi con i suasivi messaggi irredentisti, continuano cocciutamente a perseguire l’obiettivo dell’unificazione del Tirolo nella patria austriaca. Patria all’interno della quale, anche il più “tirolese” degli ampezzani sarà sempre e solo un italiano. E come tale considerato e trattato. IL RICHIAMO DELLE SIRENE dalla prima pagina L. Eicher Clere che la storia secolare di questi tre paesi è legata ad altre valli ed altri territori, che hanno fatto parte del Tirolo asburgico. Che poi ci siano anche motivazioni di carattere economico e di migliore amministrazione, meglio per loro, che, come tutta la parte alta della provincia di Belluno, si sentono maltrattati dalla Regione Veneto. Benchè spesso i rappresentanti delle unioni ladine di Ampezzo, Fodom e Colle Santa Lucia amino polemizzare con le altre realtà ladine cresciute in questi ultimi trent’anni in quella parte di territorio dolomitico, che è delimitato con delibera provinciale come “Territorio della minoranza ladina”, ripetendo lo stonato ritornello dei “ladini storici e neo ladini”, tuttavia proprio essi do- vrebbero osservare come invece da parte dei ladini veneti (chiamiamoli così per distinguerli dai ladini tirolesi), non solo non c’è mai stata alcuna critica verso i promotori del referendum per il cambio di provincia, ma anzi c’è stato sia a parole che per iscritto pieno appoggio a questa rivendicazione. Proprio per rispetto della storia, mentre i ladini dell’ex Capitanato d’Ampezzo vorrebbero ricongiungersi con i loro cugini delle Valli del Sella (magari capendo poco di badiotto e gardenese), i ladini del Veneto, cioè agordini, zoldani, cadorini, vogliono rimanere in questa regione, dove la storia li ha visti intrattenere rapporti e rivendicazioni di autonomia con la Serenissima per secoli e con Venezia in questi anni di go- fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Emanuele D’Andrea Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 - EMail: [email protected] [email protected] Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore - Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 UNA COPIA € 2.10 - ARRETRATO: IL DOPPIO TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA € 25,00 - ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI € 34.00 SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in sù COME ABBONARSI A MANO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) ASSEGNO BANCARIO o VAGLIA POSTALE a: ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BONIFICO BANCARIO DALL’ITALIA presso: Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) UNCRITB1D41 Codice IBAN IT21I0200861230000000807811 intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento”. 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Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo QUESTO NUMERO E’ STATO CHIUSO AL 2.10.2009 10 ‘VETTE’, NUOVO PROGRAMMA DI SVILUPPO Le possibilità offerte allo sviluppo locale dal Gal Alto Bellunese Oltre 10 milioni di euro per progetti di attrattiva territoriale, qualità della vita, nuove opportunità opo l’approvazione da parte delD la Regione del Veneto (Autorità di Gestione del PSR 2007-2013 - Asse 4 Approccio Leader), il Gal Alto Bellunese in questi mesi ha organizzato vari incontri sul territorio(e altri sono in programma), per illustrare ai potenziali beneficiari le possibilità offerte dal proprio Programma di Sviluppo Locale. Il PSL “V.E.T.T.E” (Valorizzazione Economica del Territorio per un Turismo Ecosostenibile) è nato dalla concertazione con enti, associazioni, imprese e cittadini dell’area, coinvolti attraverso la raccolta di osservazioni, idee e proposte avviata in fase di redazione dello stesso. L’obiettivo generale che persegue la strategia del PSL è la tutela e la valorizzazione del patrimonio e delle bellezze naturali, culturali e paesaggistiche dell’Alto Bellunese per migliorare l’attrattività, soprattutto turistica, del territorio e per sostenere l’aumento della qualità della vita e la creazione di nuove forme di sviluppo economico sostenibile. Per il raggiungimento di tale obiettivo è stato necessario definire un certo numero di priorità strategiche in base alle quali orientare gli interventi da realizzare. In seguito a un’attenta diagnosi territoriale, sono stati individuati tre temi centrali, attorno ai quali sono state costruite le seguenti linee strategiche di intervento, dirette verno regionale. Se per i ladini dell’ex capitanato d’Ampezzo l’affinità culturale è con Fassa, Gardena e Badia, per i Ladini del Veneto è importante consolidare la coesione creatasi in questi anni tra le vallate agordine, zoldane, cadorine, comeliane, per affermare la validità e l’autonomia di questa parte di Ladinia dolomitica, mai legata storicamente a quella del Sella, e neppure bisognosa di cercare accrediti o riconoscimenti di neo o vetero ladinità da chi non ha nessun titolo per assegnarli. L’auspicio che Siro Bigontina Titoto possa diventare tirolese, assieme ad Elsa Zardini Soriza ed agli altri che lo vogliono fermamente, il più presto possibile, è razionalmente ed emotivamente autentico nelle Unioni ladine del territorio a molteplici categorie di soggetti beneficiari, pubblici e privati: “Attrattività territoriale” che prevede azioni volte a promuovere lo sviluppo del turismo sostenibile, attraverso il miglioramento dell’offerta culturale e ricettiva, mediante la riqualificazione delle strutture ricettive già esistenti e la creazione di nuove strutture di accoglienza, la realizzazione di percorsi turistici, l’offerta di servizi di promozione e commercializzazione della proposta turistica e la realizzazione di corsi di formazione legati ai temi dell’ospitalità, dell’ambiente e del territorio; “Qualità della vita” che mira alla realizzazione di azioni per la tutela, la messa a sistema, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio naturale e culturale e la creazione dei servizi essenziali, proponendo la messa in opera di alcuni interventi di recupero e riqualificazione del patrimonio culturale, storico, architettonico e ambientale del territorio; prevede inoltre aiuti per l’avviamento di servizi di utilità sociale di vario tipo rivolti a persone svantaggiate; “Nuove opportunità” che promuove l’attuazione di azioni per lo sviluppo di nuove attività economiche sostenibili in ambito agricolo, artigianale, sociale e culturale favorendo l’avvia- della minoranza linguistica della parte alta della provincia di Belluno. Tanto quanto è autentico l’auspicio che si possano tessere rapporti culturalmente proficui tra realtà ladine vicine: con il Friuli ad est e con le Valli del Sella ad ovest. Sappiamo però che, mentre l’Università degli Studi di Udine promuove studi e ricerche sulla Ladinia del Veneto, le istituzioni culturali del Trentino Alto Adige, come ad esempio il Museo Ladin di Fassa, continuano ad esporre dei falsi geografici e storici, mostrando nell’entrata l’informativa che spiega che i Ladini esistono soltanto nelle cinque vallate attorno al Sella. Un po’ di onestà intellettuale e di riconoscimento delle storia contemporanea non farebbe male ai vetero ladini delle province di Trento e Bolzano. mento e il rafforzamento delle attività economiche operative in ambito agricolo e artigianale, compatibili con uno sviluppo sostenibile del territorio. Aiuta in particolar modo il settore agricolo del territorio attraverso il supporto alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti locali, anche con la realizzazione di corsi di formazione utili ad incrementare la competitività del settore agricolo e forestale. La dotazione finanziaria ammonta in termini di contributo a euro 10.023.362 su una spesa complessiva di euro 17.954.770. L’Alto Bellunese, pur essendo un’area per molti aspetti svantaggiata e interessata dalle tipiche problematiche delle zone di montagna, possiede un inestimabile patrimonio di risorse naturali e culturali, che è però necessario valorizzare e tutelare, utilizzando al meglio le opportunità di sviluppo sostenibile offerte nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale del Veneto 2007-2013. Solo attraverso un nuovo e moderno disegno strategico dello sviluppo territoriale e operando in sinergia, si può sperare di intraprendere un percorso che conduca verso un futuro migliore, in un contesto che faccia della montagna un luogo invidiabile dove vivere. Rina Barnabò CM: UNA STORIA SENZA FINE dalla prima pagina Solo a titolo indicativo, la raccolta dei rifiuti solidi urbani, il servizio di assistenza informatica ai Comuni, i servizi sociali a favore degli anziani, sono a rischio per l’impossibilità dell’Ente di funzionare regolarmente. Speriamo davvero di non dover assistere a questo spettacolo avvilente che si gioca purtroppo sulla pelle dei cittadini che si ostinano ancora a vivere in montagna. Anche perchè è facile continuare a blaterare sulla presunta inutilità della Comunità Montane, senza fornire soluzioni immediate, concrete e operative per la gestione effettiva dei servizi in assenza di questi Enti. Senza parlare del ruolo di rappresentanza istituziona- L. Olivotto le e di coordinamento del territorio che gli Enti svolgono. Sarà il primo e urgente compito dei nuovi amministratori delle Comunità, che verranno eletti dai rappresentanti comunali, come accadeva in passato. Far capire alla Regione Veneto che non tutte le Comunità Montane sono inutili e che anzi, molte di esse sono indispensabili nel loro ruolo di ordinamento differenziato mirato a fornire supporto nei ser vizi ai piccoli comuni e alla popolazione residente. Tutto questo nel pieno rispetto dello spirito del dettato costituzionale (che spesso si dimentica) secondo cui “la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. OTTOBRE 4-5:OTTOBRE 4-5 10 6-10-2009 12:42 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 5 ’evento “Dalla Terra al Cielo: 400 anL ni di osservazioni astronomiche da Galileo ai giorni nostri” ospitato presso il palazzo del Cos.Mo di Pieve di Cadore si è rivelato un vero successo. Tanti gli appuntamenti in scaletta nel corso dell’estate che hanno riscosso sempre molta partecipazione. Un primo bilancio parla di 2500 visitatori solo per la mostra a cui vanno aggiunti altri 700 presenti alle conferenze e alle osser vazioni della volta celeste. Un incremento rispetto alla passata stagione di circa il 30% che ha riportato al museo di Pieve anche chi già ci era stato in passato per visitare gli splendidi reperti dell’occhialeria cadorina. Tre mesi dunque davvero intensi che hanno cercato di risollevare in parte anche le sorti del turismo: molti sono stati infatti i turisti provenienti dalla Francia e dall’Austria, dalla Sardegna, dal Friuli, dall’Emilia, dal Lazio (questi ultimi richiamati tra l’altro dal soggiorno della squadra capitolina ad Auronzo) e da tutte le province del Veneto in generale. Particolarmente appassionante è risultato l’incontro del 4 agosto scorso tenuto da Alberto Righini dell’Università degli Studi di Firenze che ha illustrato “La vicenda umana e scientifica di Galileo” accompagnato dalle suggestive musiche di Vincenzio Galilei suonate alla chitarra DALLA TERRA AL CIELO, NON SOLO MOSTRA Più di 3000 le persone che nell’estate hanno frequentato il Cos.Mo. di Pieve di Cadore classica dal maestro De Vita. Gli appuntamenti non sono comunque ancora finiti: sabato 10 ottobre alle ore 11 si terrà una conferenza per le scuole tenuta da Pierluigi Selvelli dove si esaminerà il contesto storico-geografico, politico e religioso relativo all’invenzione del cannocchiale e il ruolo che Galileo e altri ebbero nel trasformarlo in un valido strumento di osservazioni scientifiche. A chiudere la manifestazione il 30 ottobre ci penserà invece la competenza della dottoressa Giulia Iafrate che illustrerà le numerosi applicazioni dell’EuroVO (L’Osservatorio Virtuale Europeo), come strumento per l’insegnamento e lo studio dell’astronomia e i vantaggi che studenti e insegnanti, oltre al pubblico, possono trarre dal facile accesso ai dati dell’osservatorio. Soddisfatte della riuscita dell’iniziativa la conservatrice del museo, Laura Zandonel- Osservazioni astronomiche guidate all’Osservatorio Col Drusciè di Cortina prof. Alberto Righini Univ. di Firenze prof. Giulio Peruzzi Univ. di Padova La mostra e gli appuntamenti su Galileo continuano fino al 31 ottobre la, e la collaboratrice Silvia Agnoli: “Non ci aspettavamo un simile afflusso, il bilancio è andato oltre le più rosee aspettative. Anche le scuole del comprensorio hanno risposto positivamente prenotando per tutto il mese di ottobre visite guidate e filmati. Abbiamo avuto poi richieste anche da istituti da fuori provincia, sintomo di come la promozione turistica sia riuscita a coinvolgere zone lontane dal nostro territorio. Tutti gli incontri hanno davvero sempre fatto registrare il tutto esaurito premiando così gli sforzi comunali, in quanto per le osservazioni della volta celeste l’amministrazione si era presa l’impegno di interrompere l’illuminazione pubblica per dieci minuti. Il museo ha inoltre accolto tutto il gruppo dei finalisti del premio “Campiello” riservato alla letteratura, tra cui la vincitrice Margaret Mazzantini”. Daniele Collavino OTTOBRE 6-7:OTTOBRE 6-7 6-10-2009 14:32 Pagina 2 6 ANNO LVII Ottobre 2009 10 Sezione CAI di Pieve di Cadore - 80° di Fondazione - Sezione CAI di P 80 ANNI DI PASSIONI E D’IMPEGNO i fa presto a dire monS tagna, turismo, sentieri ben curati e sicurezza, rifugi accoglienti… Se non ci fossero ancor oggi gli uomini del CAI saremmo alla frutta. Opera la loro talvolta poco visibile (cultura alpina, segnaletica, ripristino sentieri) ma estremamente necessaria, che si aggiunge a quella più appariscente delle gite in montagna. L’EPOCA DEI PIONIERI La Sezione CAI di Pieve di Cadore s’appresta a compiere 80 anni. Era il 1929 quando un gruppo di appassionati della montagna guidati da Aldo Valmassoi (si ricordano Mirco Coletti, Gottardo Ballis, Rina Tabacchi, Agostino Genova, Dionisio Tabacchi, Lino Tabacchi, Giuseppe Genova, Ferruccio Vecellio Bodo, Nelso Coletti e qualche altro) chiese alla presidenza generale del Club Alpino Italiano di poter costituire una propria Sezione, lasciando verso la fine dello stesso anno la Sezione unitaria cadorina. Molteplici le cause. Un impulso fu certamente dato dal livello di preparazione alpinistica di quel gruppo di giovani. Erano in grado - si segnala sul libro commemorativo della Sezione - di fare da capicor- 10° ASSEMBLEA DEL CAI VENETO AL COS.MO DI PIEVE DI CADORE Era il 1929 quando un pugno di uomini fondò la Sezione CAI di Pieve di Cadore Oggi conta 500 soci ed è impegnata a preservare l’ambiente montano data nelle gite, di guidare ed istruire coloro che tentavano le prime esperienze, di organizzare ascensioni attraverso itinerari impegnativi. Pieve, inoltre, disponeva della palestra attrezzata del Monte Ricco, sulla quale prendevano confidenza con la roccia, oltre i militari ed i giovani locali, molti villeggianti appassionati della montagna. Da allora, s’alternarono diverse vicende e si perpetuò la tradizione alpinistica pievese con Lino Cornaviera e i fratelli Coletti (anni Trenta), con le figure di Tita Pancera e dei fratelli Ugo e Duilio De Polo (anni Cinquanta), nasce la Società Rocciatori Ragni nel 1945, fino agli attuali uomini della locale Stazione del Soccorso Alpino (1954) e agli odierni alpinisti del rinato Gruppo Rocciatori Ragni (1979). PUNTIAMO SUI GIOVANI Oggi, la Sezione del CAI di Pieve di Cadore retta da Giovanni De Zordo da oltre un lustro conta poco meno di 500 soci, è tra le maggiori sezioni del Cadore e punta decisamente ai giovani. “Previlegiamo l’attività giovanile e abbiamo un buon gruppo sempre in espansione, ben coordinato da Nicola De Lorenzo. Certamente è difficile il ricambio con nuove leve per avere un futuro, ma se seminiamo bene riuscendo ad inculcare alla gioventù la passione per la montagna…”. E il presidente sottolinea l’attività preziosa dei suoi uomini: “Presentiamo ogni anno un calendario di 11 uscite in gita, fra cui due in grotta in coordinazione con i gruppi speleologici delle località scelte, oltre alle due uscite programmate nel calendario unitario delle sezioni cadorine. Ci distinguiamo anche - tiene a sottolineare De Zordo - non perché siamo i più bravi, ma perché siamo impegnati con ben 31 sentieri in un territorio vasto. E senza sentieri non si va da nessuna parte”. UNA ATTENTA MANUTENZIONE DEI SENTIERI Responsabile della sentieristica è Roberto Tabacchi, buon conoscitore del territorio cadorino e collaboratore nella stesura d’importanti guide e carte territoriali. Chiede che lo sforzo dei volontari abbia anche un valido supporto nei finanziamenti. “Gli uomini del CAI forniscono la manodopera, e così, armati di motosega, tabelle, pennelli e colori vari, operano per la manutenzione ed il ripristino dei sentieri. Questo è stato un inverno che ci ha messo letteralmente in ginocchio per le slavine che hanno cancellato la Importante appuntamento sabato 17 ottobre dalle ore 9 presso la sala convegni del COS.MO a Pieve di Cadore per lo svolgersi della 10a Assemblea dei Delegati di tutte le Sezioni C.A.I. del Veneto. Saranno presenti circa 140 persone in rappresentanza delle 36 Sezioni Venete. Dopo i saluti iniziali delle varie autorità presenti, l’assemblea darà spazio agli usuali adempimenti istituzionali (ci saranno delle votazioni per rinnovare alcune cariche regionali ). Nella fase centrale dell’incontro il Presidente del C.A.I. Veneto terrà un’ampia e dettagliata relazione dell’attività svolta nel periodo estivo con il contributo dei Presidenti delle varie Commissioni: dall’Alpinismo Giovanile all’Escursionismo, dalla Medica ai Materiali, dai Rifugi ai Sentieri, dalla Speleo alla Tam, dallo Sci di Fondo Escursionistico alla Scuola Alpinismo e Sci Alpinismo. Nella parte finale dell’Assemblea parleranno gli esponenti delle varie Sezioni. (M.N.) segnaletica, ed ora, per noi croce e delizia, si tratta d’andare a ripristinarla nuovamente su di un territorio vasto com’è quello del Comune di Pieve che va dall’Antelao al gruppo montuoso del Duranno, alla Cima dei Preti, agli Spati di Toro, come pure fuori comune sul Monte Rite. Purtroppo abbiamo pochi volontari. E dunque - rimarca Tabacchi - per sopperire ai costi non possiamo perderci anche a rintracciare quei contributi, pochi, che dovrebbero essere erogati dalla Re- De Zordo - affinché si possa sopravvivere. Si parlava d’istituire una tessera a prezzo di favore per gli associati delle sezioni di montagna che non hanno migliaia d’iscritti come quelle di città, non hanno introiti da rifugi, e si sobbarcano invece il lavoro pesante della sentieristica. E’ tempo di provvedere. Con i soldi che rimarrebbero in cassa potremmo comprare attrezzature, promuovere qualche manifestazione in più, eseguire dei lavori sulle nostre strutture”. Il presidente Giovanni De Zordo: “Abbiamo un buon gruppo giovanile, sempre in espansione, e il ricambio è... futuro” gione attraverso le Comunità Montane.” “La frequentazione della montagna si fa sui sentieri e mantenere i sentieri significa fornire sicurezza all’escursionista, meno infortuni e meno interventi del soccorso alpino. Nostro vanto è l’aver ricevuto i complimenti dal capo del Soccorso Alpino per come i nostri sentieri siano i meglio manutesi della provincia.” PIU’ SOLDI ALLE SEZIONI DI MONTAGNA Una nota di dolore sulla melina dei contributi alle sezioni è rivolta alla sede centrale del CAI. “Vogliamo più attenzione e più considerazione per le sezioni di montagna - aggiunge il presidente LIBRI E GUIDE DELLA SEZIONE SU INTERNET Una Sezione quella di Pieve di Cadore che tanto vuole essere polo d’attrazione dei giovani e dei turisti che amano la montagna da inventarsi qualcosa in più, come ricorda Michele Nadalet giovane collaboratore e tesoriere nel direttivo. “Da qualche anno apriamo d’estate una sede temporanea in piazza Tiziano, più visibile, dove trasferiamo la biblioteca molto ricca di volumi, filmati di montagna, Dvd e quant’altro. Quest’estate eravamo presso i locali di Nelso Costella, che ha dato la propria disponibilità e che ringraziamo. In ef fetti la sede La ‘Capanna Tita Panciera’ a Forcella Antracisa utilizzata dai soci della Sezione di Pieve OTTOBRE 6-7:OTTOBRE 6-7 10 6-10-2009 14:32 Pagina 3 7 ANNO LVII Ottobre 2009 i Pieve di Cadore - 80° di Fondazione - Sezione CAI di Pieve di Cadore S e nel panorama alpinistico pievese agli albori della neonata Repubblica c’era una guida alpina anomala, era Giovanni Battista Panciera, detto Tita (19251954). Ciò che lo contraddistingueva era la ricerca spasmodica della spiritualità, sentimento che a fondo valle non riusciva a percepire, tanto la sorte gli era stata avversa. Da ragazzo sciava sui declivi dei prati Contin poi, divenuto provetto, alle Verte, accanto all’omonimo trampolino di salto. Un brutto incidente proprio su quella pista dove ne uscì malconcio pose fine ad una carriera che avrebbe potuto portarlo a notevoli risultati, dato il coraggio con il quale affrontava le discese, senza timori, con la sola voglia di raggiungere il traguardo nel minor tempo. A diciannove anni, nel 1944, l’amministrazione dell’Alpenvorland lo chiamò alle armi e un destino crudele lo rin- Dal libro TRA MEMORIA ED INCANTO emerge la ricchezza della tradizione alpinistica TITA PANCIERA, RAGNO DELLE DOLOMITI chiuse per nove mesi nel campo di concentramento di Dachau. Al termine del conflitto, Tita Panciera, a vent’anni, è un uomo provato e sfibrato; un uomo che ritrova la voglia di continuare a vivere nella solitudine della montagna e nell’affetto dei familiari. Per mesi cammina lungo i sentieri e affronta le prime cime che vede dalla finestra di casa: l’Antelao e il Pelmo. Passa dalle ascese attraverso le vie comuni a quelle più impegnative per divenire eccellente alpinista che sapeva affrontare il IV e il V grado con la forza derivante dall’innata capacità all’autosicurezza. Panciera era però uno scalatore solitario: preferiva cercare da solo di vincere la montagna, seb- bene non disdegnasse la compagnia di amici o di clienti. Il suo rapporto con la montagna era particolare: la preferiva quando si presentava nella veste candida, quasi fosse il diavolo mascherato “solo d’inverno scrive nel suo diario - l’alpinista lotta contro la montagna e contro la natura e nessuna scalata estiva, sia pure di grande difficoltà, può dare all’alpinista la gioia di aver dominato come d’inverno; perché d’inverno la lotta è di molto superiore alla difficoltà che presenta: la massa di neve, la tormenta, il gelo, la fame e tante altre cose”. E le ascensioni invernali sono state il suo capolavoro: la Cima Fanton dell’An- telao il 23 gennaio 1949 (la assoluta con il padovano Bruno Sandi), la solitaria dell’Antelao lungo la via Menini il 30 dicembre 1952 e la solitaria del Pelmo il 13 febbraio 1949. (…) Con Mario Rinaldi del CAI di Padova tracciò la direttissima sulla parete est di Cima Fanton (denominata “via Padova”) il 2 settembre 1949. È un itinerario irto di continui passaggi di IV e V grado di notevole valore estetico e alpinistico, che si superano con notevole fatica, tanto sono ostici. La sicurezza che dimostrava nelle ascensioni impegnative, Tita la utilizzava nella professione di guida. Sebbene il Libretto personale sia avaro di note (era Portatore dal 1951 e Guida dal 1953), i sentimenti gratulatori nei suoi confronti sono decisamente sinceri: “Il salir con lui sembra men duro, per il passo veloce e la cordialità [...] Con la Guida Titta Panciera ogni paura è superflua, cordiale e premuroso con i compagni di ascensione. Credo che poche guide si potran- Tita Panciera sulla vetta dell’Antelao no trovare come lui sicuro nel tura o caratterizzati da copasso e pieno di iniziativa”. struzioni che rappresentano Tita non era conosciuto la presenza del montanaro. unicamente per essere il Nel giugno 1954, come «ragno solitario delle Dolo- scrive Ettore Serafini, Tita miti» come battezzato da Panciera «per le imper vie Bepi De Gregorio. La pas- vie del Pelmo, è asceso in sione per la fotografia ne spirito fino alla Misericoraveva fatto un apprezzato dia di Dio». (estratto dal libro editore di cartoline (bianco e nero). Oltre una cinquanti- della Sezione Pieve di Cadore na le immagini di montagne “Tra memoria e incanto” - 2004 Giancarlo Pagogna ) e di paesi immersi nella na- LA MONTAGNA VISSUTA In gita sul Fanes L e Dolomiti non mancheranno mai di stupire per la loro bellezza. Fra i percorsi escursionistici effettuati questa estate dalla Sezione di Pieve di Cadore, la gita sul Fanes per il percorso vario, panorama e tempo splendido, è stata una delle più belle anche un po’ impegnativa. Il gruppo di una ventina di persone ha iniziato il percorso al tornante di S. Uberto a Fiames di Cortina, proseuf ficiale è al piano terra delle Scuole Medie, locale gentilmente ed opportunamente concesso dall’amministrazione comunale di Pieve di Cadore, ma la sede estiva in piazza è effettivamente più visibile, più frequentata. Qui infatti si moltiplicano le richieste di consultazione di libri e guide di montagna, di cartine o programmi di gite. E poiché ci è sembrato giusto facilitare l’accesso ad una sì ricca biblioteca, con l’aiuto di due volontari, sono stati caricati i testi nel nostro sito www.caipievedicadore.org, cosicché ora si possono consultare i volumi velocemente e gratuitamente e pure richiederli.” Per gli amanti della monta- guendo sulla strada verso la Stua, deviando ad un certo punto per il Cason de Antruilles e continuando su per valloni fino ad un altipiano (nella foto sopra). Un percorso lungo su di un dislivello di 1400 metri, coperto in circa 9 ore, fino alla cima del Col Bechei 2793 metri. Di lì, dietro le Tofane, si può ammirare un panorama stupendo, con la Croda del Becco, le Cunturines, e sotto la Val di Fanes. Naturalmente il bello delle gite in montagna è anche osservare la natura e respirarne il profumo, cogliere i segni della storia passata (come i ruderi di un osservatorio austriaco), chiacchierare fra amici e farsi quattro risate. Provare per credere! Ovviamente, per queste gna vissuta la Sezione inoltre sta rimettendo a nuovo la ‘Capanna Tita Panciera’ a Forcella Antracisa, 1693 metri. “E’ ancora chiusa perché stiamo rifacendo la pavimentazione al piano terra, ma è una struttura importante - ricorda Nadalet - che dispone di 24 posti letto ed è illuminata a panelli solari; è a disposizione dei soci anche nel periodo invernale. Data la sua locazione sulla strada che porta al rifugio Antelao, la Capanna Pancera è un buon punto di riferimento per le escursioni al San Dionisio e alle pendici SO dell’Antelao.” Cambiano i tempi, la “montagna” soffre, ma i montanari mostrano di non demordere. Buon 80° compleanno! gite ser ve allenamento ed equipaggiamento consono, per la conoscenza del percorso ci pensa il Cai. In gita sul Popera Tanta la soddisfazione dei ragazzi del Gruppo Alpinismo Giovanile che sono saliti a Forcella Popera nel giugno 2008, accompagnati dal loro coordinatore Nicola De Lorenzo e da alcuni dirigenti della Sezione CAI di Pieve. In gita col CAI ci si diverte e si è più sicuri Un’occasione per imparare a conoscere il mondo della montagna e la sua gente OTTOBRE 8-9:OTTOBRE 8-9 6-10-2009 14:39 Pagina 2 8 ANNO LVII Ottobre 2009 10 Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni QUEL “PARLAR CADORIN” DI CATERINA A SANTO STEFANO DI CADORE DE VIDAL EMIGRATA NEL 1947 IN ARGENTINA RICORDATO IL GEN. DALLA CHIESA Gentilissimo Direttore, inizio ringraziandola per darmi la possibilità di partecipare agli articoli della pagina “Lettere e Opinioni” con questo piccolo ricordo di mia mamma Caterina De Vidal, nata a Lorenzago di Cadore il 19 luglio del 1915. Caterina è stata un’altra Cadorina nel mondo, arrivata in Argentina nell’anno 1947 come del resto tanti italiani dopo la seconda guerra mondiale. Sorella di Clara che emigrò a Detroit (USA), di Aldo riconosciuto pittore e scultore di Lorenzago di Cadore, e di Giuseppe che era già ubicato a Mar del Plata, dopo la seconda guerra mondiale, mia madre volle seguire le orme del fratello e se ne andò in famiglia, e progresso, sentimenti e valori comuni a tutti gli emigrati nel mondo. Caterina ci ha lasciato nel 2004 e a me resta sempre il ricordo del suo “parlare cadorin” quando mi descriveva le sue camminate nel “bosco dei sogni”, le pattinate sul ghiaccio e il suonare del campanile. Il figlio Alejandro Rampi Mar del Plata - Argentina Argentina. Lei partì solamente con un piccolo bagaglio, trent’anni di gioventù e il suo “parlare cadorin”. Così, come tanti immigrati, ha fatto di questa terra la sua seconda patria dove è incominciata la sua nuova vita nella mia città. Lavoro, Per Caterina, come per tanti altri emigranti che si scelsero una nuova patria, non fu certo facile costruirsi una nuova vita. “Lavoro, famiglia e progresso” fu il loro credo per riuscire. E nel cuore sempre il loro paese... Non è romanticismo, è consapevolezza di quel che si è e si lascia ai figli. Ricordati con una S. Messa il 3 settembre a Santo Stefano di Cadore il gen. dei Carabinieri Carlo Alberto Della Chiesa e la sua consorte Manuela Setti Carraro, assassinati in un attentato a Palermo 27 anni fa. Numerosi i cittadini presenti. Nella foto, con il sindaco di S. Stefano di Cadore Alessandra Buzzo, il vicesindaco Paolo Tonon e il comandante della locale Stazione dei Carabinieri maresciallo Aliprandi, la signora Luisa Comis-Danzi di Milano che da oltre 20 anni frequenta il paese Chiesa, organizza dei mo- to di Palermo che in quegli e che da molti anni, quale menti per tenere vivo il ri- anni aveva sconfitto la maamica della famiglia Dalla cordo del generale Prefet- fia. I 90 ANNI DI ALFREDO FEDON DI VALLESELLA LA CROCEROSSINA MERCEDES COMPIE 90 ANNI Conosciutissima a Pieve di Cadore, dove è nata 90 anni fa, Mercedes Genova è un’icona del Corpo delle Infermiere Volontarie, di cui può fregiarsi del grado di capitano, anche se a riposo. Ha sempre avuto un carattere forte e si è fatta buona esperienza sul campo, in oltre 50 anni: dal servizio in ospedali, alla partecipazione ai soccorsi nelle tragedie del Vajont, del Friuli, all’alluvione del 1966, al terremoto in Basilicata... Capogruppo a Pieve ed ispettrice a Treviso. Confida con qualche mo- destia la crocerossina insignita del cavalierato al merito: “E’ più quel che ho ricevuto di quello che ho dato”. A Treviso, dove si era trasferita e maritata col dott. Antonio Perissinotto, aveva trovato anche il tempo di fondare l’associazione culturale La Lioda assieme ad altri cadorini, il prof. Gildo Cesco Frare, l’ing. Leopoldo Palatini, il rag. Pietro Coletti e Ettore Coletti. Un circolo numeroso di amici cadorini lontani che tenevano ben salde le loro radici. Il 26 ottobre raggiunge la bell’età di 90 anni. Auguri! “IL CADORE E’ UN SFOI BELLISSIMO” Egregio Direttore, quando ricevo il Cadore mi si allarga il cuore e … mi spuntano le ali. Leggo delle parole di Papa Wojtyla sulla targa ricordo, realizzata dal grande e noto scultore maestro Franco Fabiane, frase sulle Regole che venne pronunciata durante la celebrazione in piazza a S. Stefano di Cadore l’11 luglio 1993, e del quadro di Regianini, che fanno memoria delle “nostre radici cadorine e ci fanno risentire le “tradizioni dei padri”… Anche questo da lustro alla nostra terra. Leggo della venuta del nuovo elicottero e di coloro che persero la vita per andare a salvare altre vite (certo non doveva capitare). Le nostre krodes a volte prendono le vite. Ci conforta la venuta in Cadore del Capo dello Stato nell’onorare, con il direttore dell’Unesco, anche quanti sulle Dolomiti sono saliti e dato la vita. Noi li sentiamo dei Grandi! Mi commuovo nel vedere Santa Margherita in Laggio di Cadore con i suoi affreschi. Conto di passare alla Magnifica a ringraziare per quanto fate per la nostra Piccola Patria, Così la definiva il cardinal Piazza, che fece molti inni alle nostre chiese e quando saliva a Vigo di Cadore, portava sem- Circondato da familiari ed amici, Alfredo Fedon di Vallesella di Cadore ha festeggiato in ottima forma l’8 settembre il bel traguardo dei 90 anni (primo a sx). Complimenti. pre un sacchetto di caramelle per i bambini. … Cose care a lei, ai giornalisti e alla segreteria, conto di salire in Cadore a Laggio in Ottobre. Suor Angela De Podestà Rengo Padova Cara Suor Angela, vedo che annota puntualmente gli argomenti trattati dal giornale e mi scuso se non sempre le posso rispondere. La vedrò volentieri quando verrà in Cadore. SULLA FESTA “CADORINI LONTANI” Caro Direttore Ho letto la lettera apparsa su Il Cadore 8-9/09 a firma di Emanuele De Polo, per 10 anni benemerito direttore di questo giornale, a cui la Magnifica Comunità ha consegnato, in una pubblica cerimonia, quale riconoscimento di tanta partecipazione, la Pergamena dell’Onore. Egli lamenta talune imperfezioni nella realizzazione della festa dei “Cadorini lontani” e suggerisce miglioramenti per il futuro. Personalmente non posso che richiamarmi, per illustrare gli scopi fondamentali della Festa, a quanto apparso sullo stesso numero del suo giornale, a pagina 3. Cordialmente Il Presidente della Magnifica Comunità Emanuele D’Andrea OTTOBRE 8-9:OTTOBRE 8-9 10 6-10-2009 14:39 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 9 Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni OLIVO BELLI DI S. VITO, AMANTE DELLE BEPUTI DELLA LIBERA, MAESTRO DI SCI, TRADIZIONI E DELLA CULTURA LOCALE PARTECIPO’ A “LASCIA E RADOPPIA” E’ mancato a Roma, dove abitava, Olivo Belli de Toful di San Vito; aveva 81 anni ed è spirato dopo mesi di sofferenze. Ogni anno non mancava mai di trascorrere l’estate a Serdes, il “suo” villaggio del paese natale, che conosceva e amava moltissimo tanto da lasciare alcune gradevolissime testimonianze scritte. La sua firma era apparsa anche sul nostro giornale, in calce a delicati racconti, scritti con la leggerezza tipica delle memorie giovanili. Ingegnere, amante delle tradizioni e della cultura locale, aveva sposato Lisa De Sandre Colombo, che gli aveva dato tre figli. I funerali svoltisi a San Vito sono stati seguiti da molta gente, venuta anche da lontano. Ecco cosa ha detto di lui in chiesa Giuseppe De Sandre, anche lui nostro collaboratore. “Per comprendere la bella figura dell’ing. Olivo Belli de Toful occorre tenere presente il gruppo patriarcale in cui è cresciuto, assimilandone i valori, nella quiete di Serdes, un gruppo che ha dato al paese sacerdoti, religiosi e valenti capi dell’amministrazione comunale, ultimo dei quali Alfonso, il papà di Olivo, uomo probo ed equanime eletto sindaco del paese dopo esserne stato podestà. Olivo fu il primo in paese a conseguire la laurea in ingegneria, era il 1954, un titolo che gli consentì di entrare subito in attività nei cantieri dell’impresa I.CO.RI dei fratelli Vecellio di Auronzo, assumendo incarichi di crescente responsabilità in grandi opere e ottenendo l’incondizionata fiducia del patron, il comm. Giuseppe Vecellio. Accanto alla solida formazione morale ricevuta dalla famiglia, aveva maturato una robusta padronanza culturale, pur in anni di precaria organizzazione scolastica. Ma fu l’amore per la famiglia ad essere in cima ai suoi pensieri, un amore che ha conosciuto la più grande delle sofferenze con la perdita, trent’anni fa, del figlio primogenito di vent’anni, Alfonso. “Questo figlio che non è più con voi vi unirà ancor di più”, scrisse allora ai genitori l’arcidiacono mons. Sagui. E cosi è stato. E in una famiglia ancor più rinsaldata, i figli Gabriella ed Alessandro hanno compiuto il loro percorso di studi e professionale, emulando le capacità del padre, il quale, pur con la misura sua propria, ne è sempre stato orgoglioso. Il tempo della pensione ha consentito ad Olivo di dedicarsi ai suoi studi preferiti, alla storia, con una particolare predilezione per la monumentale storia romana, all’archeologia, alle scienze naturali, nonché, come otium vero e proprio, allo scrivere delicati racconti, ispirati soprattutti alle esperienze degli anni giovanili, sia per “Il Cadore”, sia, in dialetto, per il foglio ladino “Par no desmentease”. Nella profonda tristezza del commiato, ha concluso l’avv. De Sandre, chi ha avuto modo di stargli vicino, in particolare in questi ultimi tempi, sente il conforto di avere conosciuto e di poter portare con sé questa alta testimonianza di vita, di capacità di mettere a frutto i propri talenti, con grande onestà e semplicità d’animo”. B.D.V. NEL COMPLEANNO DELLA NIPOTINA GIULIA “Come è bello guardarti mentre dormi, sapendo che ho favorito io il tuo dolce sonno, cantandoti una ninna nanna, la solita, ripetuta mille volte, ma che così tanto ti tranquillizza, o inventando ogni volta una storia nuova, sempre diversa, io che di fantasia pensavo di non averne affatto. Guardando il tuo respiro regolare, a volte leggero a volte rumoroso, svanisce l’ansia di dover fare tutto, presto e possibilmente bene. Mentre ti guardo, le rughe della vita si appianano, i problemi, anche quelli che sembravano insormontabili, diventato piccoli gradini facili da superare, e tutto acquista una dimensione serena. E adesso che so che tra poco non sarai più sola, che un fratellino (o una sorellina, chi lo sa!) dividerà con te le attenzioni di tutti, la tenerezza nel guardarti aumenta: sarà il tuo primo grande dolore, che forse non volevi saggiare, ma che noi tutti cercheremo di rendere il più lieve possibile. Come è bello guardarti mentre dormi, mia piccola dolce nipotina Giulia.” Aurora Costan Zovi Sicuramente era un tipo singolare. Giuseppe Della Libera (Beputi) era maestro di sci, forse l’unico a Pieve. Sceglieva i suoi clienti fra i VIP che soggiornavano in paese; questi lo accompagnavano poi a Cortina dove le piste erano più attrezzate delle nostre in Col Contras e lì iniziavano le lezioni: successo assicurato! Aveva la carnagione scura e per questo era soprannominato “l’indiano”. Amava la musica sinfonica, passione che lo portò fino a Milano, negli studi della RAI per partecipare a ”Lascia o Raddoppia” con Mike Buongiorno. Era anche un bravo fotografo, collaborava con me nel fotografare gli Alpini ai Campi invernali ed estivi; gli davo una LEICA e lui scattava una marea di foto, gruppi di Alpini dei quali stampavo poi migliaia di copie: i Capitani delle Compagnie Alpine, se non c’era Beputi, rinunciavano al Campo! Conosceva la montagna metro per metro: come le sue tasche; i Comandanti del famoso BtG Cadore - all’epoca contava più di 600 Alpini - arrivavano da lontano ed avevano necessità di avere una guida sicura. Era inoltre celebre co- quantità per poi vendere agli alnoscitore di funghi che berghi di Pieve di Cadore Luciano Livan raccoglieva in grandi IL PLAUSO DI UNA TURISTA PER “N TEI CANTOI DE PERAROL Egregio Direttore, voglio segnalare la soddisfazione per aver partecipato, per caso, con un gruppo di amici, all’iniziativa “N tei cantoi de Perarol”, domenica 6 settembre. Partiti da Valle per una camminata lungo la strada Regia siamo giunti dalla splendida Damos, qui ci è stato suggerito di proseguire per Perarolo seguendo il sentiero che attraversa la vecchia ferrovia. Grande è stata la sorpresa quando siamo giunti a Perarolo sia per l’accoglienza che per la maestria con cui erano stati allestiti gli angoli del Paese (Cantoi). Abbiamo gustato con piacere i piatti tipici che ci sono stati proposti. Sono esperienze che re- numerosi e gentili organizstano vive nella memoria e zatori. che danno un segno forte Ringraziando per l’ospicambiamento nelle proposte talità, cordiali saluti. Diana Zanco turistiche del Cadore. Un plauso alla Pro Loco ed ai Marcon (VE) PERAROLO Palazzo Lazzaris OTTOBRE 10-11:OTTOBRE 10-11 6-10-2009 15:03 Pagina 2 10 ANNO LVII Ottobre 2009 Dicono di loro • Dicono di loro • 10 Dicono di loro CANCIA, ECCEZIONALE FENOMENO? OLTRE ALLE DOLOMITI, PUNTARE SULLA “La strada d’Alemagna continua quindi a salire per la val Boite; l’Antelao per un tratto non si vede , ma all’improvviso riappare e da Vodo a Borca mostra un’altra parete che avanza a guisa di prora, la parete S-O, solcata a s. da un poderoso camino:la parete ed il camino di Bettella.Poderosi contrafforti e speroni si protendono al limite estremo O sorgendo da una fiumana di ghiaia, vasta e rovinosa per valanghe e per boe; lo sanno i paesi disseminati sulla strada del Boite, che ben ricordano Villalunga, Sala, Taulen, Marceana sepolte…. Ma è un Re che bisogna prudentemente temere.Gli abitanti vicini a questo Monte Antelao devono sempre dubitare qualche accidente e specialmente gli sottoposti di secolo in secolo devono tremare.” (pag. 344 dalla guida Berti-Dolomiti Orientali -1 luglio 1908) Il 23 luglio sono salito sino a quota 2000 sotto forcella Salvella - quota 2496 - per rendermi conto dell’eccezionalità del materiale franato. La giornata è calda, limpida e unica per la nitidezza dei particolari che si possono ammirare da questa quota. La roccia a destra che sovrasta gli ultimi apparati morenici è di una bellezza sorprendente e questo ha stimolato i grandi dell’alpinismo europeo. Roccia solida, compatta, di colore nero-azzurro e rosso al tramonto. Sottoposta agli sbalzi termici invernali di 25-30 gradi notte-giorno, può staccarsi in blocchi, ma osservandola attentamente da questa quota non è stata complice del disastro del 17 luglio. A sinistra sul versante della forcella Salvella, le ghiaie partono alte da poco sotto la cresta. Qui è il bacino di alimentazione da dove è partita la massa di fango e detriti. La forte pendenza ha accelerato la velocità lungo il pendio scavando un letto sul cono morenico di 3-4 metri per poi curvare a fine ghiaione in direzione di Cancia, grattando sul fondo e sui fianchi del Ru per poi scaricarsi a valle nella vasca di contenimento e superarla. Di qua e di là dalle rive vi è un Meglio ripristinare il vecchio percorso del Ru, a cielo aperto bosco di pini ed abeti ed un sottobosco prativo che trattiene l’acqua piovana che non scarica nel canale. Eccezionale fenomeno meteorologico? In paese si parla di casi simili già avvenuti. Ho sempre apprezzato la saggezza dei montanari. Costruivano i villaggi a ridosso dei boschi lasciando i declivi soleggiati alla coltivazione ed al pascolo. In questo caso qui a Cancia, di fronte al Pelmo, con esposizione Sud c’erano sicuramente campi e fienagione. Qualcuno ha fortemente guadagnato nella trasformazione del terreno da agricolo a residenziale. Ci si è dimenticati del Ru, o è stato sottovalutato anche se il Re Antelao dava continui segnali di insofferenza. Da una antica cartina della zona il Ru de Cancia, chiamato Rovine de Cancia, prosegue sino al Boite; di questo attualmente non c’è alcuna traccia. La via Mattei taglia diagonalmente il terreno sotto l’invaso dividendo la zona in due parti; al Sud Ville ed al Nord strada di collegamento con il villaggio ex-Eni e residenze. Il Ru finisce in una vasca di contenimento collocata sopra l’abitato e costruita tra il 1999 ed il 2000. Ho esaminato il progetto a firma di noti professionisti molto attivi nel Veneto ed ho constatato che è stato eseguito proprio come richiesto. Una cintura a forma di semicerchio costituita da gabbie metalliche zavorrate con pietre ed al centro una costruzione precedente di tre piani per abitazioni. Incredibile! L’acqua piovana, della quale, mi pare, non era stata prevista LORENZO tappezziere GRANDE MAGAZZINO E LABORATORIO SPECIALIZZATO IN: TENDAGGI (Oltre 200 varianti sempre pronte). TAPPETI... LORENZO tappezzie (Classici - Moderni - Rustici). P GRANDE MAGAZZINO ÀT I ETAPPETI LABORATORIO SPECIALIZZATO IN:UAL PERSIANI Q TRAPUNTE PIUMINO TENDAGGI (Oltre 200 varianti sempre pronte). TAPPETI... Visitateci (Classici - Moderni - a Rustici). Z RE P LOZZO DI CADORE ITÀ AL TAPPETI PERSIANI (Bl) QUZ O Z RE P Visitateci a LOZZO ’ -DI CADORE (Belluno) A Telefono 0435.76058.I T Vicino al campo spo telefono L A QU vicino al0435.76058 campo sportivo TRAPUNTE PIUMINO l’uscita, si è infilata sotto le griglie provocando l’apertura delle reti. Nel Ru che non c’era, l’acqua ha cercato il Boite a valle, ma ha trovato ostruzioni continue nei fabbricati della zona a ville del P.R.G. del Comune di Borca. Ora si andrà ad attuare un intervento grande due volte e mezzo quello esistente per la “mitigazione del rischio idrogeologico sul dissesto di Cancia” e … ai posteri l’ardua sentenza. Sarà un intervento devastante dal punto di vista naturale senza dare garanzie assolute e si procederà a mettere in sicurezza il canale della frana, imbrigliando ogni cosa sino a sotto le creste con percorsi per i mezzi di scavo e trasporto materiale in violazione ambientale. Il percorso del progetto, durato un decennio abbondante, ha ottenuto l’ultimo timbro in Regione proprio in questi giorni (fine luglio); nei giorni della tragedia. Poiché il nuovo progetto di ampliamento è stato avviato appena eseguita la vasca di contenimento, intorno al 2000, quella attuale, sta a dimostrare che la portata liquida e solida che poteva scatenarsi dalle falde dell’Antelao, come è avvenuto, era sottodimensionata. Stupisce come i tecnici e la saggezza dei locali non abbiano cercato in questi anni una soluzione alternativa. Con i 12 milioni di euro, per costruire un vascone da 110 mila mc., sopra le case di Cancia , per ricevere ghiaia dall’Antelao sono possibili interventi definitivi al fine di togliere angoscie e paure dei residenti. A mio avviso, nel rispetto della natura e del Monte Antelao deve essere ripristinato il vecchio percorso del Ru ed a cielo aperto. Per l’esecuzione in tempi brevi si dovrà ricorrere a leggi speciale ed il professionista incaricato, oltre ad essere competente, avrà la fermezza di dire anche”no” ! arch. Roberto Valmassoi Pieve di Cadore L’intervento di Valmassoi era di fine luglio, ma rimangono attuali sia l’analisi che i suggerimenti. Chi segue la cronaca sa degli sviluppi che si sono avuti sulla messa in sicurezza di Cancia: e, alla fine, il progetto dell’invaso per raccogliere l’acqua sostanzialmente non cambia; l’assessore regionale Conta a Borca il 30 settembre ha incontrato gli amministratori ed il Comitato, dicendosi comunque disposto a valutare altre soluzioni; soluzioni alternative che debbono essere valutate con la gente del posto, ribatte il Comitato, perché la scelta della vasca è ritenuta sbagliata. Una decisione non facile, quella a Cancia, ma ineludibile. IMPRENDITORIALITA’ COOPERATIVA Certo oggi si deve riflettere di contenuti estetici e geologici delle Dolomiti, ma non è andare fuori tema riflettere anche di lavoro ed economia. (...) Quasi 30 anni fa nel mese di giugno del 1981 in comune a Pieve si svolse il primo convegno di ricerca sul settore della occhialeria, (quei lavori che rappresentarono una delle prime carrellate su un settore produttivo che ha poi rappresentato uno dei fenomeni italiani) furono conclusi da Paolo Perulli oggi docente nella università Del Piemonte Orientale. Da questi contatti, da quella storia, ho rubato alcuni spunti. Le semplificazioni e la creazione di miti, servono ad alimentare la retorica ed il marketing ma sono molto dannose. Vorrei indicarne due, di opposte intenzioni, ma entrambe negative per chi è alla ricerca di un futuro per le dolomiti e le persone che qui vogliono continuare a vivere: il marchio UNESCO porterà un 30% in più di presenze turistiche; il marchio UNESCO porterà troppi vincoli sul nostro territorio. Queste sono due semplificazioni ancorate a una analisi e a una ricerca di prospettiva che guarda al passato, che guarda da un punto di vista economico ad un realtà che non c’e più. Ad una economia che era tutta orientata a costruire il suo successo nella ricerca di COSTI sempre più competitivi (più quantità di turisti o meno costi imposti dai vincoli, vantaggi da economie di scala, ecc.). Nel mondo globale sono decine i luoghi che riescono a produrre servizi, manufatti, prodotti, luoghi di vacanza ad un costo molto più competitivo di quello che è possibile fare nel territorio dolomitico. Tutto un modo di concepire l’economia, il lavoro e l’impresa ha bisogno di un paradigma, un modello, delle modalità del tutto nuove che sappiano sostituire alla logica dei costi (su cui altri saranno imbattibili) qualcosa di diverso. Questo non può essere altro che la fatica di immaginare e costruire una economia, un lavoro ed una impresa che basa la forza sulla capacita di costruire VALORE. L’economia del valore com- prende tante cose (qua ne indico solo gli aggettivi): prime fra tutti il valore di un territorio, inteso come originalità, sapere, tecnologia, conoscenza, esclusività, sostenibilità, socialità, intelligenza personale, intelligenza collettiva. Tutti questi aggettivi rappresentano fonti che possono alimentare il “differenziale cognitivo” (cioè quel insieme di valore aggiunto materiale ed immateriale esclusivo) da scambiare nel mercato. Ogni individuo, ogni imprenditore, ogni amministratore, così come si fa nel momento di intraprendere una avventura, deve metterci del suo, una sua idea e una sua azione per costruire la sua parte di “valore”. (...) In definitiva ci serve: più formazione da impiegare sulle cose che abbiamo e che sappiamo fare; più creatività, (se alla Casa bianca si fa l’orto è perche 20 anni fa invece de far la sagra con la luganega si è inventato Slow Food e si è cominciato a mettere in rete i contadini del mondo; più sostenibilità, sia verso le persone e il loro lavoro sia verso il territorio, (allargare la base produttiva è un imperativo, la disabilità individuale non è una condizione particolare ). Sulle infrastrutture: pubblico e privato non possono più sommare in modo pragmatico interventi di segno opposto sperando che qualcuno di questi funzioni.(non progetti la ferrovia e l’autostrada insieme, non fai la centrale a biomasse e porti il legname dall’est, non crei economia e identità territoriale se fai il grande albergo). (...) Per concludere, io non so se una cooperativa sociale nel territorio montano o nelle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità sono o saranno tra 30 anni oggetto di studio di un fenomeno positivo. So per certo una cosa, che nella situazione di crisi sistemica della economia in cui siamo e nella assoluta mancanza di autosufficienza del mercato e dello stato, la autoimprenditorialità cooperativa, la creazione di economia sociale e sostenibile, insieme alla valorizzazione delle risorse distintive, come le Dolomiti, sono una mulattiera da percorrere. Claudio Agnoli OTTOBRE 10-11:OTTOBRE 10-11 10 6-10-2009 15:04 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 11 NEL LIBRO D’ONORE Viviana Costanzo di Auronzo di Cadore il 22 giugno ha conseguito nella città svizzera di Ginevra all’Ecole de Traduction ed d’Interpretation(ETI) la laurea in: ”Interpretazione di conferenza” Lo annunciano con grande orgoglio la mamma e papà, si congratulano vivamente i nonni, Umberto, gli zii e zie, cugini ed amici tutti. Pubblico riconoscimento della Magnifica Comunità a Luciano Livan e Carla Tabacchi Cerimonia significativa alla Magnifica Comunità di Cadore il 19 settembre dove sono stati premiati Luciano e Carla Livan per l’attività sociale ed il volontariato a favore dell’Ente. Il presidente Emanuele D’Andrea nel leggere la motivazione si è congratulato con la coppia, accompagnata da figli e nipoti, e ha consegnato loro la pergamena assieme all’occhiello con lo stemma della Comunità. L’attestato di benemerenza è stata attribuito a Luciano Livan di Pieve di Cadore per “aver illustrato per più decenni, con tempismo e sensibilità, attraverso le sue fotografie, gli avvenimenti importanti di Pieve, costituendone un fondo documentale unico, mettendolo a disposizione della Magnifica e del pubblico.” L’attribuzione a Carla Tabacchi Livan per “aver custodito e valorizzato il patrimonio fotografico del marito e per il suo sostegno alla rinascita del Museo Storico del Risorgimento e della Guerra presso la Magnifica.” LAUREE Paola Ghinato di Pieve di Cadore si è laureata in Scienze della Comunicazione il 17 giugno all’Università di Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia, discutendo la tesi: ”I film di Woody Allen, percorso (auto)biografico e (auto)citazionista fra arte e vita”, relatore Prof. Mario Brenta. Alla neo dottoressa felicitazioni da mamma Marisa e papà Enrico, dai nonni e familiari tutti. Matteo Martini Barzolai di Comelico Superiore, Casamazzagno, ha conseguito l’8 luglio presso l’Università di Padova la laurea quadriennale in Giurisprudenza, con una tesi: “La responsabilità disciplinare dei Magistrati nel quadro dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura”; relatore il Prof. Gabriele Leondini Felicitazioni dai genitori, fratelli, parenti ed amici per l’ambito traguardo, che s’accompagna ai brillanti risultati conseguiti a livello nazionale nello sport (atletica leggera e rugby). Suor Augusta Zandegliacomo Cella di Auronzo di Cadore il 30. 10.2008 si è laureata alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del S. Cuore di Roma, con la tesi: ”Scelta di Make or Buy, il caso di una residenza per anziani gestita da un istituto religioso”. Congratulazioni vivissime da parte della mamma, sorelle, cognati, nipoti e zii, nonché dalle consorelle dell’ordine delle Suore di Carità dette di Maria Bambina. Mariapia Zandegiacomo Riziò di Gorizia, originaria di Auronzo, il 22 luglio ha conseguito brillantemente la laurea quinquennale in Architettura presso l’Università di Trieste, presentando la tesi: ”Riqualificazione a fini turistici e storico-culturali dell’ex zona mineraria di Grigna e S. Rocco nel Comune di Auronzo di Cadore”; relatore il prof. arch. Giovanni Fraziano preside vicario. Felicitazioni vivissime da parte del papà Pietro (già sindaco di Auronzo e consigliere della Comunità), della mamma, Maria Flora Felice e dei familiari. PER LE DOLOMITI, PUNTIAMO TUTTI SU UN TRENO A TRAZIONE ELETTRICA DA VENEZIA A CORTINA Tempo fa mi è capitato tra le mani un vecchio articolo del “Il Gazzettino ” datato 14 giugno 1924 nel quale si dava notizia del perfezionamento di un contratto tra il Ministero dei Lavori Pubblici e la Società per la Ferrovia delle Dolomiti. In questo trafiletto si informava dell’ avvenuta concessione alla suddetta società della tratta ferroviaria Calalzo-Dobbiaco per trentacinque anni. Nello stesso documento si pattuiva la sistemazione della sede stradale di modo che potessero transita- re locomotive di maggiore peso e quindi evitare il trasbordo dei passeggeri e delle merci alla stazione di Calalzo. Sono passati ottantacinque anni ma la cosa non si è più concretizzata. Periodicamente sentiamo parlare da parte di varie personalità della politica locale e/o regionale della possibilità di collegare Venezia a Cortina con un treno a trazione elettrica. Questa, a parere di molti sarebbe un’ottima idea; anche se l’opera si dovrà realizzare su un trac- ciato diverso rispetto al vecchio trenino delle Dolomiti che ora è adibito in parte a pista ciclabile. Infatti dal lontano 1924 si sono edificate molte infrastrutture e costruzioni di abitazioni o altro dove un tempo passavano i binari a scartamento ridotto. Ebbene, se dovessimo riuscire a far convergere le forze della politica, delle amministrazioni comunali e provinciale e le forze imprenditoriali private nel progetto di collegare la laguna veneta con le nostre monta- gne, penso che le attività turistiche ed in generale tutta l’economia cadorina e ampezzana ne trarrebbe un beneficio di non poco conto. Venezia e le Dolomiti sono conosciute e ammirate da tutto il mondo, ed in partico- lar modo ora con l’ avvenuto riconoscimento da parte dell’ Unesco quale patrimonio universale dell’ umanità. Dare la possibilità ai milioni di visitatori che ogni anno giungono nel capoluogo veneto di poter usufruire di un colle- gamento comodo, sicuro, panoramico e senza inquinamento tra le due località di impareggiabili bellezza, sarebbe certamente una ulteriore carta vincente per il turismo della nostra regione e della montagna bellunese. Va da se che una volta arrivati a Cortina il prolungamento verso Dobbiaco sarebbe un fatto pressoché automatico. Peraltro esiste già un progetto di fattibilità delle Regione Veneto datato gennaio 2001 che non sarebbe male se venisse approfondito e discusso nelle sedi competenti. Gian Antonio Casanova Fuga OTTOBRE 12-13:OTTOBRE 12-13 6-10-2009 15:07 Pagina 2 ANNO LVII Ottobre 2009 12 LA GRANDEZZA DEL CADORE G iacomo era nato nel 1895, a Clifton, New Jersey, da Rosa Zanetti Sonaglier e da Giuseppe Zanetti Maco entrambi emigrati da Borca di Cadore, alcuni anni prima. I genitori avevano lasciato l’Italia in anni di miseria, quando anche dal Cadore c’era stata una fuga generale verso il nuovo mondo. Le ragioni? Anzitutto il disagio che l’amministrazione italiana aveva provocato con la fine del Lombardo Veneto e la chiusura degli sbocchi nell’Europa austroungarica. Ma pure per togliersi dal sistema di governo che i piemontesi avevano introdotto lontano persino dal dispotismo illuminato degli Asburgo e, naturalmente, ancor più dal saggio governo della Serenissima. Senza dire che le poche risorse venivano sprecate in guerre assurde come in Eritrea, trascurando le scuole, le comunicazioni, gli ospedali, le ferrovie. Eppure quanto affetto per la patria nei cadorini lontani! Ne è un esempio la vicenda di Giacomo Zanetti da Borca. Il padre era <maestro d’ascia>, mestiere prezioso in Cadore, ma non in America dove le segherie saltavano quel passaggio nella lavorazione dei tronchi. Perciò s’era dedicato alla recisione degli alberi, risalendo a monte la lavorazione del legname, coordinando presto un’impresa che gli fece subito guadagnare. Subito dopo aveva aperto a Clifton un magazzino di utensileria, uno <store>. Nel tempo libero partecipava alle attività sociali, lavorando alla costruzione della chiesa del Sacro Cuore, e associandosi alla famosa <Cooperativa cadorina>. La famiglia frattanto era cresciuta. Nel 1895 era nato Giacomo, nel 1897 Ruggero, nel 1902 Mary, infine Rina, nel 1904. Poteva dirsi un uomo fortunato se non fosse stato afflitto da emicranie che nessun medico era riuscito a guarirlo, compresi quelli di New York che, anzi, gli avevano suggerito di cambiare aria (!) Infatti nel 1904 aveva preso la famiglia ed era tornato a Borca, ma con l’intenzione di rifare presto la traversata atlantica. Giacomo aveva dieci anni. Parlava un italiano sommario, perciò venne iscritto alla prima elementare per imparare a leggerlo e scriverlo. Era piuttosto sveglio e già l’anno seguente veniva promosso alla quinta, ottenendo la licenza a pieni voti. Che fare? A Conegliano la famiglia conosceva compaesani di Borca che possedevano una campagna. Fu abbastanza naturale mandarvelo perché frequentasse le scuole medie e, finito il triennio, anche l’Istituto enologico, nella stessa maniera che se fosse di Mario Ferruccio Belli Giacomo Zanetti UN EMIGRANTE... SPECIALE Nato in New Jersey da emigranti di Borca Giacomo Zanetti “Maco” fece gli studi in Italia e fu capitano degli Alpini nella Grande Guerra Rientrato in America divenne uomo d’affari e prese a viaggiare il mondo come inviato del governo in Asia Nella foto, Giacomo Zanetti (primo a dx) con i genitori Rosa Zanetti Sonaglier e Giuseppe Zanetti Maco, accanto i fratelli tutti nati in America: Rina (1904?), Mary (Passaic 1902 - San Vito 1955) sposata con il maestro Gabriele De Sandre Colombo, Ruggero (1897?); manca il quinto fratello Bruno, peraltro nato a Borca (1906?), padre di Beppino dottor Zanetti, vivente a Borca. La foto è stata scattata nel 1901 - Studio I. H. MASS & CO. 83 Second Street, Passaic, N. J. stato ad Agordo avrebbe seguito i corsi delle scuole minerarie, o a Venezia l’istituto nautico. Nel 1914, prima che Giacomo avesse ottenuto il diploma, il padre Giuseppe decise di ritornare a controllare i suoi affari in USA, accompagnandovi frattanto il secondo figlio Ruggero. Lo scoppio della guerra, quando i tedeschi cominciarono a silurare le navi, lo bloccò prima di poter fare ritorno a Borca a ricuperare gli altri figli. Andò a finire che Giacomo, neo perito enologo, venne chiamato al servizio militare in Italia, benché fosse iscritto nel passaporto americano del padre. Decise allora di fare la scuola per gli ufficiali e diventò così sottotenente degli alpini nel 1915, giusto in tempo per essere spedito al fronte in Comelico. Combatté sul Cavallino, tornandosene indenne, nonostante la sua compagnia fosse rimasta decimata. Ricostituito il reparto fu trasferito sulle Tofane, dove passò tutto l’inverno. Si considerava fortunato. Tornando in permesso a Borca, in casa della nonna con la mamma e le sorelle, conobbe a Cortina una ragazza. Era un po’ più della morosa di passaggio; tant’è che il legame si consolidò anche quando il suo reparto fu tra- 10 sferito sull’insanguinato Ortigara. Teneva fitta corrispondenza la ragazza, dicono una Rimoldi, che poi scendeva a Borca a informare la famiglia. Purtroppo nella tremenda battaglia del Tonderecar il suo reparto, del tutto privo di munizioni, fu circondato e Zanetti, uno dei pochi ufficiali superstiti, venne fatto prigioniero. Era stato promosso tenente l’anno prima, per meriti di guerra. Finì nel campo di Mauthausen (Austria Superiore) dove patì la fame finché, appurato che era di nascita americana e che parlava alla perfezione l’inglese lo trasferirono nei pressi di Salisburgo. Anche se il cibo continuava a scarseggiare, come scrisse più tardi, ebbe il compenso di imparare il tedesco, senza dire che poté attraverso la morosa ampezzana, comunicare con la famiglia in Cadore, dove lo si pensava morto o disperso. Nei primi mesi del 1919 rimpatriò a Borca dove trovò il padre anche lui, finalmente, ritornato con la famiglia. Non ci sono notizie sulla quasi fidanzata di Cortina. Nel libro di memorie non ne fa cenno. Forse morta per l’influenza spagnola, chissà? Il 17 dicembre 1920, Giacomo Zanetti, cittadino di Barca (sic!) di Cadore, Italy, 25 anni, maschio, scapolo, sbarcava a Ellis Island, dalla nave La Touraine, partita dal porto di Le Havre. Era nel suo paese natale e andò immediatamente nella casa paterna del New Jersey. Purtroppo anche in America per chi cercava lavoro i tempi non erano dei migliori. Se l’Europa era stremata la partecipazione alla guerra degli USA, con quasi un milione di soldati mandati in aiuto degli alleati, pesava sul bilancio federale. Bisognava cogliere tutte le occasioni e questa si presentò con un bando in cui l’ambasciata italiana di Washington cercava personale bilingue. Giacomo prese il telefono e gli risposero di presentarsi all’ufficio consolare di New York. Soleva dire che era stato il suo secondo colpo di fortuna, dopo aver attraversato indenne tutta la guerra, senza beccarsi una sola ferita. Venne assunto e, dopo un breve tirocinio a, fu ammesso nella carriera diplomatica. Seppure eroe di guerra, era soltanto un enologo. Questo non gli avrebbe fatto fare carriera. Serviva qualcosa in più e quindi decise di iscriversi alla Columbia University. Studiando di notte, e affrontando gli esami nei tempi liberi, riuscì a laurearsi. Quasi subito ottenne l’avanzamento di carriera con la promozione al grado di primo segretario. Stimolato dalla moglie americana, che frattanto aveva sposato, e che non solo l’aveva aiutato in quella lunga traversata nel mondo universitario, ma pure non lo vedeva finire i suoi giorni da burocrate, seppure di alto livello, si licenziò. Aveva trentadue anni, conosceva alla perfezione tre lingue, possedeva un patri- monio di conoscenze maturate durante i cinque anni di guerra, quando l’Italia era diventata alleata degli Stati Uniti, aveva agganci ovunque, decise di aprire una società di import-export a New York. Gli affari andarono presto bene. Prese a viaggiare in lungo e in largo il mondo, soprattutto quello asiatico. Era riuscito a tessere conoscenze a Washington e iniziò, non è noto quando, una collaborazione di carattere riservato con il governo. Per quelle che si capiscono essere ragioni di opportunità politica Zanetti sorvola anche nel libro di memorie su quell’aspetto della sua vita. In realtà molti eventi vengono alla luce, seppure in trasparenza, soprattutto nei luoghi dove si recava per la propria azienda. Nel 1945, alla fine del secondo conflitto, riceve dal governo l’incarico ufficiale di inviato straordinario nei paesi asiatici. Un compito con la totale copertura della diplomazia. In quella veste avrebbe dovuto fornire informazioni vantaggiose per la ripresa del commercio estero americano. Pattuì un compenso simbolico di un dollaro. Così egli scrive letteralmente. In compenso risulta che aveva carta bianca per tutte le spese che sarebbero state a carico del governo. Con la moglie accanto visitò le maggiori città del Giappone, Corea, Cina, Vietnam, Laos, Tailandia. Alloggiavano negli alberghi di lusso, frequentavano la migliore società, erano accolti con gli onori del suo status, ma pure con la simpatia che circonda in genere gli uomini d’affari. Anni splendidi che ricorderà con nostalgia. Gli impegni ufficiali in giro per il mondo, in quella fase della sua vita, lo portarono purtroppo a dimenticare Borca e i parenti. Così riferiscono i nipoti, ma senza acrimonia. Ha scritto un libro di memorie, in inglese naturalmente e purtroppo manoscritto, che è quasi un diario di viaggio ricco di notizie di ogni genere. Vi sono pure interessanti e poco conosciute informazioni sull’emigrazione italiana della fine Ottocento, quando i suoi genitori erano arrivati al di là dell’oceano, affranti per il lungo viaggio ma con la speranza di un mondo migliore. Il dottor Giacomo Zanetti di Borca é sepolto nel Conneticut. Sulla sua tomba, accanto al nome, è scritto l’elogio più bello “Capitano degli Alpini”. Forse l’unica con quell’indicazione montanara, anzi italiana, in tutti gli Stati Uniti d’America. OTTOBRE 12-13:OTTOBRE 12-13 10 6-10-2009 15:07 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 13 L’ECCIDIO DI VALLESELLA L’11 settembre 1944 un contingente tedesco seminava morte e distruzione nel paese Cosa di risorgimentale si può “restaurare” in Cadore per i 150 anni dell’Unità d’Italia? IL CADORE E LA STORIA di Walter Musizza - Giovanni De Donà ià a fine luglio il Presidente Giorgio Napolitano aveva inviato al capo del G governo una lettera in cui chiedeva che si rito l’attacco partigiano al forte di Col Piccolo, riuscì a scampare alla rappresaglia tedesca l’11 e 12 settembre 1944, ciò non avvenne per Vallesella, che scontò inte- Le sorelle Giovannina, Rina e Anna Pavoni: le vittime stavano ra la rabbia na- lavorando in un campo vicino con la madre Lucia zista per quanto successo in Oltrepiave. Il pomeriggio del giorno 11 i camion tedeschi provenienti da Tai e diretti a Pelos, stavano transitando per l’abitato di Vallesella, allor- scinandosi carponi, di na- stalla. Alcuni militari saliroché fu avvistato un partigia- scondersi dietro un cespu- no in soffitta, accatastarono no che stava scendendo lun- glio: i tedeschi gli furono su- dei vecchi mobili ed appiccago un sentiero a fianco della bito addosso, lo picchiarono rono il fuoco, non tralascianstrada. Si trattava di Giaco- coi calci dei fucili e lo uccise- do peraltro di perquisire mo De Boni “Tarras”, che ro con una scarica a brucia- ogni stanza e di riporre in s’era staccato dalla sua squa- pelo alla testa. Nel frattem- una vecchia valigia ogni ogdra in marcia lungo un alto po le case vicine erano state getto ritenuto interessante e sentiero tra Grea e Domeg- tutte circondate, tra cui quel- meritevole di asporto. La cage. Costui fu fatto immedia- la di Catina Vielmo, davanti sa già ardeva e nel rogo ritamente segno a molti colpi alla quale era intento a spac- schiava di perire il figlio di d’arma da fuoco, ai quali cer- care la legna un giovane pro- Catina, Gustavo, di 7 mesi, cò di rispondere con la pisto- fugo, Mario Fermo. Il giova- che stava dormendo sul sofà la, unica arma che aveva con ne, impaurito, fuggì subito in cucina e che fu portato sé, riparandosi poi nel bosco verso la propria casa, ma, miracolosamente in salvo atvicino. I camion si fermaro- preso dal panico, non sapeva traverso una finestra. no subito e soldati tedeschi più cosa fare: girò intorno ad Altri militari sfogarono la si misero al suo inseguimen- essa, provò invano alcune loro violenza verso alcune to, mentre altri circondava- porte per entrare e riuscì in- donne, una madre e tre giovano le vicine abitazioni. fine a salire nella camera ni figlie, che stavano lavoranIl partigiano, che in un pri- della sorella. Qui fu scovato do in un vicino campo di patamo momento aveva cercato dai tedeschi, trascinato da- te. Si trattava di Lucia Comis riparo dietro la casa dei Fe- vanti al portone ed ammaz- e delle figlie Giovanna, Anna don “Saro”, fu ben presto zato con un colpo alla testa. I e Rina, che finirono tutte criraggiunto ed ucciso, ma la tedeschi radunarono tutta la vellate di colpi e lasciate agorabbia tedesca non si esaurì famiglia Vielmo, il suocero, nizzanti al suolo. I familiari con la sua morte. Il caso vol- la cognata, due persone che rinvennero i corpi solo la matle che in quel momento so- lì vivevano in affitto e il co- tina successiva: una delle sopraggiungesse Giuseppe Da gnato Galliano De Silvestro, relle giaceva isolata sul camVià fu Isidoro, che, impauri- che fu preso prima a calci e po, a poca distanza dai corpi to dalla sparatoria in corso, quindi colpito con un fucile di Giuseppe Da Vià e di Giatentò subito di allontanarsi. alla mascella, tanto da avere como De Boni, mentre le alUna raffica di mitra lo colpì tutti i denti rotti, e la stessa tre due erano riverse sulla alle gambe, per cui l’uomo signora Catina, che aveva in- madre, la quale probabilmencercò disperatamente, tra- vano cercato rifugio nella te non era morta subito, ma facesse chiarezza sulle opere da realizzare e soprattutto sui fondi disponibili per celebrare nel 2011 i 150 anni dell’Unità d’Italia. Le risposte, invero non troppo dettagliate e tempestive, date da Palazzo Chigi deponevano a metà agosto per uno sfoltimento del numero di opere già previste al tempo del governo Prodi e per la messa a punto di una serie di eventi soprattutto mediatici e culturali per assicurare il giusto risalto all’anniversario e non sforare le disponibilità del bilancio pubblico. L’argomento è stato uno dei più gettonati. E certo non sfugge ad alcuno come dietro a siffatta “querelle” tipicamente estiva non ci sia solo l’oggettivo degrado materiale di molti simboli del Risorgimento, ma, ancor più, la volontà squisitamente politica e strumentale di alcuni di rimettere in gioco, o comunque ridimensionare, la valenza storica e morale, nonché gli esiti stessi, dell’intero processo della nostra sofferta unificazione nazionale. Dall’anacronismo, più volte richiamato, dell’inno di Mameli alle condizioni della sua tomba al Verano, dai puntelli della statua di Anita Garibaldi al Gianicolo alle lapidi illeggibili della tomba di Cavour a Santena, sembra che tutta l’Italia si sia scoperta smemorata, distratta e fors’anche coscientemente disinteressata a celebrare un passato troppo distante ormai dalle sue reali problematiche ed esigenze. Ma proviamo a chiederci, con la massima serenità possibile, cosa di risorgimentale i cadorini possano “restaurare” nelle proprie contrade e, magari, nella propria memoria. Come non cominciare da Pietro Calvi e dall’epopea del 1848? Il monumento dell’eroe a Pieve, fin troppo defilato e mai molto apprezzato dal punto di vista squisitamente artistico, forse richiederebbe una ripulita, ma niente di eclatante, come pure la sua effigie in Piazza Tiziano, quel volto di “giovine disfidante” che tanto piacque nell’originale al poeta vate Carducci. Poi ci sono i monumenti ai Caduti della Grande Guerra presenti in ogni Comune e frazione del Cadore: molti appaiono oggi sinceramente brutti esteticamente, con iscrizioni ridondanti e spesso più nazionalistiche che patriottiche, del tutto sfasate rispetto alla mentalità contemporanea e agli stessi ideali di Europa Unita. Ma ciò non ci autorizza a lasciarli in precarie condizioni, ad accettare l’inesorabile degrado che scende su tanti elenchi di caduti. Maturità significa per una nazione riconoscere la propria storia, accettandola nella sua interezza, con tutte le sue grandezze e miserie, con i suoi slanci giovanili ed immaturi ed i suoi gravi errori anche recenti: in poche parole costituiamo un popolo se ci facciamo carico degli onori meritati come delle vergogne commesse e la Grande Guerra in ciò è paradigmatica, nel bene e nel male. Parallelo, se non addirittura contestua- e Vigo di S Cadore, rea di aver favo- 7 furono i morti a Vallesella, di cui 6 le vittime innocenti travolte dalla ferocia dell’occupante tedesco le, risulta la memoria dei caduti nella lotta di Liberazione, che spesso convive sulla stessa pietra con quella dei caduti del ‘15’18, in un nesso unico pur denso di differenze e contraddizioni: anche qui necessiterà qualche restauro formale e qualche precisazione contenutistica. Subito dopo vengono monumenti, lapidi ed iscrizioni della III guerra d’indipendenza. A Treponti il piccolo cippo dedicato all’epico scontro dell’agosto 1866 meriterebbe una pulitura e forse pure un’integrazione che con sobrietà spieghi meglio a tanti distratti in rapido transito fatti accaduti e loro contesto. Perché per esempio non “gemellare” in qualche modo il Cadore con i comuni di Cormons e Romans d’Isonzo nel Goriziano? Ciò che avvenne presso Cima Gogna è legato all’armistizio di Cormons e la vittoria di Treponti fa il paio con lo scontro quasi coevo di Versa tra Judrio e Torre: i due combattimenti costituiscono le uniche soddisfazioni di quella paradossale guerra, in grado di fare da umile contraltare ai tremendi smacchi di Custoza e Lissa. Ma quanti lo sanno dentro e fuori i confini della piccola patria? Ci sono poi gli innumerevoli apparati fortificatori disseminati un po’ ovunque negli anni 1866-1915 e 1938-1945 nell’attesa di una guerra che poi si è palesata inopinatamente diversa nei modi e nei luoghi. Molto è stato fatto per salvare dalla fatiscenza siffatti esempi di “archeologia” militare grazie a recenti progetti Interreg, ma ancor più resta a fare. La celebrazione del 150° peraltro non si farà solo con un “maquillage” di monumenti o manufatti storici esistenti sul territorio: ripensamento e riappropriazione della storia si perseguono anche attraverso studi e pubblicazioni, che certo non mancheranno, dovuti magari più all’acribia dei singoli che non agli stimoli istituzionali. Ci sia concesso tuttavia di formulare un proposito in tal senso, individuando un “vuoto” esistente nell’approfondimento del Risorgimento nelle nostre valli: perché non indagare meglio su quanto avvenuto in Cadore, a Belluno e in Friuli in occasione dei falliti moti mazziniani del 1864? I nostri vicini friulani hanno, anche recentemente, studiato a fondo quegli eventi e la personalità stessa dell’ideatore, il medico Antonio Andreuzzi di Navarons, e qualcosa è stato pur fatto per ricordare gli addentellati del moto a Belluno, dovuti al coraggio di Beniamino Dal Fabbro, ma in Cadore permane una specie di amnesia. Sui patrioti cadorini implicati, sugli ambiziosi piani fatti, sui processi e sulle pene inflitte dall’Austria nei processi seguiti, sul giudizio statario imposto all’intera popolazione, parecchio resta da studiare e far conoscere. E’ probabile peraltro che molti abbiano sul 150° altre idee e prospettive. Del resto il 2011 non è proprio domani e il nostro giornale certo non mancherà di dar spazio ad altri contributi. Walter Musizza Giovanni De Donà La celebrazione dell’identità nazionale si farà con un maquillage ai monumenti e manufatti storici esistenti sul territorio e anche attraverso studi e pubblicazioni era rimasta agonizzante per tutta la notte. Quando i tedeschi se ne andarono, diretti in Oltrepiave, molta gente si precipitò a spegnere le fiamme appiccate alla casa Fedon, eppure nessuno ebbe il coraggio di cercare i corpi degli uccisi. Ma per quel giorno non era ancora finita, giacché la colonna tedesca, di ritorno da Vigo, appiccò il fuoco con il lancio di alcune bombe a mano anche al fienile-stalla attiguo alla stessa casa Fedon e rubò per di più una vitella e una mucca. La mattina del 12 settembre, ritornata la calma, si poté finalmente recuperare tutti i corpi, ricoperti di brina, e tracciare il bilancio definitivo di quel tremendo ec- cidio: 7 morti, dei quali almeno 6 vittime assolutamente innocenti, travolte dalla più gratuita ferocia. Tutto il paese di Vallesella si strinse attorno alle sfortunate famiglie per esprimere la sua solidarietà: furono tenuti imponenti funerali e i corpi vennero sepolti nel cimitero di Domegge, dove ancor oggi riposano. OTTOBRE 14-15:OTTOBRE 14-15 6-10-2009 15:10 Pagina 2 ANNO LVII Ottobre 2009 14 IL LUPO E’ RITORNATO a notizia è di qualche L mese fa: il lupo sta “invadendo” le Alpi, anzi sta tornando sui territori che furono suoi. Forse arriva dalla Slovenia, e tra Piemonte e la valle d’Aosta ce ne sono già 150. Da cinquant’anni è un animale tutelato, inserito tra le specie più protette dalla legislazione nazionale. Il regime di tutela è riuscito ad ottenere risultati confortanti. Oggi le stime parlano di 500-800 lupi italiani e la novità è che gli animali hanno superato le “barriere ecologiche” tra Apennini e Alpi. La specie ha cominciato a ricolonizzare gli antichi territori e la riconquista delle Alpi è frutto di un processo di espansione, segno di una popolazione in buona salute e in crescita. Anche in Cadore, fino a due secoli fa il lupo era un “nemico” perchè aggrediva le greggi. Una fiera da combattere e da eliminare. Ecco che cosa capitò a San Vito nel mese di maggio del 1828. L’episodio è stato desunto da un breve carteggio esistente nell’archivio comunale e riguarda la caccia a un lupo, forse l’ultimo della zona. La storia non dice se la fiera cadde per mano di alcuni arditi volontari o se invece trovò la morte per fame o per vecchiaia. Ma l’episodio è egualmente interessante per alcuni particolari che emergono da questa, forse non infrequente, vicenda e per capire un po’ i costumi e la mentalità di allora. È una vita grama, quella di allora, fatta di stenti e di sacrifici. Agricoltura e pastorizia le uniche fonti di vita. Beni preziosi, custoditi gelosamente e difesi dalle insidie della natura non benigna e degli stessi uomini, che si abbandonano a intemperanze, soprattutto nell’uso delle armi.Ma L’episodio è stato desunto da un breve carteggio nell’archivio comunale “Un lupo minaccia il gregge, l’hanno visto a pochi centinaia di metri da Chiapuzza e bisogna intervenire rapidamente per eliminare questo pericolo .....” quando un pericolo estemo si preannuncia, è ancora l’uomo che torna protagonista, che afferma il suo diritto alla vita e alla tutela dei suoi beni, del patrimonio che gli consente di sopravvivere. Un lupo. Sì, un lupo minaccia il gregge. L’hanno visto a poche centinaia di metri da Chiapuzza e bisogna intervenire rapidamente per eliminare questo pericolo che insidia le persone e il bestiame. «Si ha sentito da alcuni particolari che si sono veduto un lupo nelli boschi di Geralba, e siccome che oggi fu inviato il gregge delle pecore nella maiolera di Pian Geralba, per terna che il lupo ci faccia dei danni al gregge, questa rappresentanza ha ordinato ad alcuni uomini che prendino l’archibugio e si portino alli detti boschi, onde poter uccidere la detta fiera». La comunicazione è diretta all’I.R. Commissario Distrettuale di Pieve di Cadore, per opportuna norma e conoscenza, si direbbe oggi. Nel contempo l’autorità del Comune invia una lettera a Gio Batta Belli Muschio di Serdes, persona autorevole e di assoluta fiducia, come vedremo in seguito, nella quale vi è una vera e propria «ordinanza» per uccidere la fiera. Il tono è estremamente deciso e il testo chiarissimo.«Vi ordi- no di portarvi domani buon mattino e introdurvi netti boschi di Geralba per sorvegliare ed anzi uccidere il lupo che si è fatto oggi vedere da diversi particolari che erano a tradurre legna dai detti boschi e ciò a salvezza del gregge oggi inviato alla maialerà di Piano Geralba. Via via sarete in vostra compagnia altri tre o quattro uomini e tutti coll’archibugio onde ottenere lo intento». Dunque vi è anche l’autorizzazione ad usare l’archibugio, arma indispensabile per «ottenere l’intento». Ma evidentemente in quei tempi le cose andavano alquanto diversamente da oggi, se il sig. Agente Comunale, fin dalla prima comunicazione, sente il dovere di precisare all’I.R. Commissario che «gli individui cui fu data l’ordinazione sono tutti persone di proba condotta e incapaci di abusare delle armi ». L’assicurazione fornita dal signor Agente Comunale sulle finalità che giustificano la presenza di quattro uomini armati nei boschi non è sufficiente per il «Capo della Forza Armata di Finanza », un certo Selle Gio Maria, il quale, con grande, sorprendente tempestività, fa immediatamente arrestare uno dei quattro, Tomaso Del Favero q. Batta, trovato a girovagare per i boschi ar- Per i tuoi peccati di gola CAFFETTERIA PASTICCERIA L’AMORE PER LA PROPRIA TERRA NEL SEGNO DELL’ ACCOGLIENZA Il dolce di produzione propria, la ricerca esclusiva di nuove mète del gusto. Prodotti che coniugano esperienza e innovazione confezionati artigianalmente per ritrovare i sapori di una volta Anche da asporto e su ordinazione In un ambiente confortevole potrai trascorrere momenti indimenticabili assaporando anche bevande di Tuo maggior gradimento Dosoledo di Comelico Superiore (BL) - Borgata” Sacco Via Roma, 18 - Tel. 0435 68376 10 mato di archibugio. Il provvedimento adottato dal Comando di Finanza fa intervenire l’Agente Comunale, che lo stesso gior no informa con un rapporto l’I.R. Dispensiere delle Private di Pieve chiedendo che l’uomo arrestato sia posto in libertà. Dice la missiva: «II sig. Selle Gio Maria con la rispettiva squadriglia ha arrestato uno di questi uomini che si gli avevano permesso di portarsi colle armi per uccidere quell’animalaccio e questa Rappresentanza intende che sia messo in libertà il detenuto e in caso anche che non avesse diritto di disporre delle armi in si urgente necessità, nulla meno si chiama garante la Deputazione e si lasci in libertà l’uomo». Il fine giustifica i mezzi, dunque. L’uso dell’archibugio è assolutamente vietato, ma se la “necessità” lo esige, vale la pena di chiudere un occhio, a fin di bene. Ma evidentemente il capo delle Finanze è di diverso avviso e si guarda bene dal lasciar libero il detenuto, tanto che l’Agente Comunale è costretto a rinnovare la preghiera all’I.R. Commissario Distrettuale affinchè voglia intervenire nella vicenda. «Con rapporto precedente l’I. R. Commissario avrà inteso come questa Rappresentanza ha dovuto spedire N. 4 uomini armati d’archibugio nelli boschi di Geralba per scacciare il lupo che si è fatto vedere in quella località onde non portasse danni al gregge delle pecore ivi introdotto. Il Sig. Selle Gio Maria, Capo della Forza Armata di Finanza ha arrestato uno di detti uomini cioè Tomaso Del Favero q. Batta, il quale comunque non fosse invitato immediatamente dallo scrivente, lo era mediatamente da Gio Battista Belli, persona che la Rappresentanza aveva riposto la sua fiducia e a lui solo si diede l’ordinanza di inoltrarsi nei boschi suddetti e di chiamare secondo chi gli paresse, e intendendo la squadriglia di averlo ritrovato in delitto, laddove questa Deputazione ritenuta l’ordinanza imposta al Belli e questi al Del Favero, credete che debbasi dalla R. Finanza e dalle Autorità competenti ponerlo libertà. In ogni caso l’I.R. Commissario si interesserà possibilmente onde venghi liberato». di Bortolo De Vido Questa volta l’argomentare dell’Agente Comunale è più sottile, per il disegno della gerarchia a cui fa capo tanto «delitto», punito solo nella sua ultima espressione: il Del Favero, il quale era agli ordini di Gio Batta Muschio («persona che la Rappresentanza aveva riposto la sua fiducia»), a sua volta invitato immediatamente dall’autorità comunale. Quindi, ed è il “sollecito” dell’Agente comunale, che il detenuto sia subito liberato e possa procedere, assieme agli altri tre uomini, a scovare il lupo e ad ucciderlo. La storia finisce qui e a noi non è dato di sapere se il Del Favero abbia potuto riacquistare presto la sua libertà e soprattutto se il lupo, causa di tanto disordine, abbia finito i suoi giorni in seguito ad una archibugiata ben centrata. In fondo è meglio così. Perché della vicenda possiamo trovarla noi la fine che più ci aggrada. O il detenuto, reo di aver violato le leggi, condannato a dure pene e il lupo innocente in libertà a correre per i boschi per tanti anni ancora. O il detenuto immediatamente liberato (con le scuse protocollari) e il lupo abbattuto e portato per le vie del paese, fatto oggetto di scherno e di insulti. La scelga il lettore la fine. Da una ricetta medica del 1740 il rimedio dalla “Destillation salsa universale” OTTOBRE 14-15:OTTOBRE 14-15 10 6-10-2009 15:10 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 15 LA QUESTIONE DI UNA FERROVIA IN CADORE Ronzon scrisse nel 1898: o, non erano tutti a Pieve “ N coloro che avevano ferma intenzione di esservi alla grande festa; non erano tutti, perché moltissimi, giunti a Belluno, non trovarono mezzi di trasporto fino a qui e dovettero di conseguenza retrocedere alle case loro”. Da questo passaggio un articolo, a firma Montericco, apparso sul Gazzettino del 23 agosto 1898, qualche giorno dopo le celebrazioni per il conferimento della medaglia d’oro alla bandiera del Cadore, Antonio Ronzon trae lo spunto per aprire, una rubrica sulla “questione di una ferrovia cadorina”, di cui la stampa si stava occupando con particolare impegno, nel suo Archivio storico, numero 910 - Anno I. Il Monitore delle strade ferrate riportava un’importante notizia apparsa sulla Gazzetta di Venezia: gli ingegneri G. Ciceri e G.B. Conti avevano presentato istanza al ministero dei lavori pubblici per ottenere la concessione di costruire una tramvia elettrica fra Belluno e Perarolo: lunghezza di km 36: spesa preventivata Lire 2.569.967. Non potendo avere di meglio, ci si potrebbe anche accontentare, commenta lo storico, aggiungendo tuttavia: “Non taceremo però che la nostra fiducia in una tramvia elettrica che basti ai bisogni del Cadore è scarsa; e che in cima al pensiero deve stare per noi tutti una ferrovia”. Sempre il 23 agosto l’Adriatico “Venezia non seppe profittare della favorevole occasione offertale nel 1864 di unirsi al valico del Brennero con una ferrovia che salisse per la valle del Piave” commentava: “Sono finite le feste patriottiche commemorative nel Cadore, sono passati i discorsi, i brindisi, gli osanna [...] e resterà indimenticabile il ricordo e l’ammirazione per questo lembo importantissimo di suolo italico [...]. È possibile che il Governo d’Italia fra una linea ferroviaria dell’Asmara e una da Belluno a Perarolo esiti ancora, e lasci nelle più dure ristrettezze economiche il più forte baluardo d’Italia e la sua eroica popolazione?”. E proprio a ridosso delle celebrazioni di Pieve, il corrispondente del Veneto, corriere di Padova, al termine del suo resoconto, diceva: “E chiudo col voto che presto una ferrovia congiunga il Cadore al resto d’Italia; che l’antico progetto della Belluno-Perarolo sia quanto prima un fatto compiuto”. E’ un vero e proprio “plebiscito dell’opinione pubblica” che riprende, commenta Ronzon, un risveglio dell’interesse generale che non si deve lasciare svanire, “per- LA PICCOLA PATRIA RACCONTATA DA ANTONIO RONZON di Giuseppe De Sandre ché al concetto della difesa di questa porta d’Italia va strettamente unito quello d’una ferrovia”. Ronzon ripesca un articolo che Augusto Coletti ha inviato all’Archivio storico cadorino fin dal mese di febbraio, in cui il discorso si allarga ai possibili congiungimenti a nord della regione Veneta. Si annota: “Venezia non seppe profittare della favorevole occasione offertale nel 1864 di unirsi al valico del Brennero con una ferrovia che, salendo per la valle del Piave per la via d’Alemagna, sboccasse a Toblach, quindi per la Pusteria a Franzensfeste, Brenner, Innsbruck, o meglio perforante il Gross Glockner, a Salisburgo. Il suo rifiuto a questo concorso produsse subito la ferrovia dell’Adige, più tardi quella della Pontebba, togliendo così la comunicazione diretta meridiana col centro della Germania”. Notare che non si usano i toponimi italiani di Dobbiaco, Fortezza e Brennero. Ronzon chiude l’argomento con “Un po’ di storia sulla questione” partendo da una legge del 1875, nella quale già figurava la “ferrovia Belluno-Perarolo di IV categoria, con un progetto di massima per L. 8.000.000”. Siccome i Cadorini vevano espresso, contro il parere del deputato Rizzardi, la preferenza ad una prosecuzione della Vittorio (non ancora Veneto) – Perarolo, il ministro Depretis aveva stralciato la linea, dicendo che quando i Cadorini si fossero SPULCIANDO I VECCHI FALDONI saper spulciare dai A vecchi faldoni dell’anagrafe di un paese si possono scoprire curiosità davvero interessanti. Una è quella riservata all’uso che, in passato, veniva fatto dei nomi propri. A Calalzo di Cadore, nella seconda metà dell’Ottocento, erano questi i nomi degli adulti maschi: Giovanni con la variante Giobatta, Giuseppe, Valentino, Antonio, Osvaldo e Giacomo. Seguono, abbastanza ben evidenziati: Gianmaria, Pietro, Luigi, Biasio, Francesco, Bortolo. Sono registrate anche delle particolarità come: Fortunato, Bonifacio, Zaccaria, Sebastiano, Geremia, Liberale, Gaspare, Girolamo, Isidoro e Vito. Ai bambini venivano imposti nomi diversi: Vittore, Giorgio, Lucio, Floreano, Angelo, Tito, Virgineo, Giuseppe Eugenio, Anselmo Matteo. Fanno la loro comparsa: Teodorico, Eustacchio, Amadio, Moisè e Serafino. Dal 1859, compare anche Vittorio Emanuele. Le donne portavano spessissimo i nomi di: Maria, Francesca, Giovanna, Maddalena, Anna, ma seguivano, quasi sulla stessa posizione di media: Gioseffa, Andreanna, Valentina, Teresa, Giacoma, Santa, Antonia, Catterina, Angela, Tommasina, Elisabetta, Maddalena, Augusta. Avevano anche un grande seguito le sante: Bortola, Nicolosa, Marianna, Apolloma, Brigida, Mattea, Orsola, Adelaide, Fosca, Pasqua, Libera, Giuditta e Celeste. Per le nuove generazioni erano riser vati: Felicita, Perpetua, Amalia, Veronica, Anna Ma- ria Gelsomina, Cristina, Enrichetta, Anna Lucia, Grazia, Fioretta, Bemardina e Nicoletta. Per quanto riguarda lo stato sanitario risulta, sempre dai registri conser vati nell’Archivio parrocchiale di Calalzo di Cadore, che nel periodo di 17 anni, periodo che andava dal 1853 al 1870, morirono a causa della malattia dei vermi, chiamata anche putrido verminoso, gastrico verminoso o verminaia, ben 75 piccoli; per tosse pagana altri 40; per idrope, cioè idropisia, ancora 35. Se ne devono aggiungere ancora 32 per il tifo, 62 per tisi, 29 per pleurite, 10 per polmonite e 3 per cancro, menzionato la prima volta nel 1853. E’ da notare che non in tutti gli atti, anzi in molti, non è dichiarata la malattia che ha causato il decesso e pertanto la suddetta numerazione non è completa. Nel 1855 appare il colera e l’anno dopo il tifo; nel 1861 viene segnalato un caso di vaiuolo ed il group, cioè la difterite, appare nel 1865. Qualche curiosità solleva l’inventano di consegna dei mobili ed oggetti vari esistenti in via Fanton, nel locale adibito ad ambulatorio medico, stilato il 31 dicembre 1947 dal dottor Enrico De Lotto, che in quel momento prendeva possesso come medico condotto ed ufficiale sanitario. Tra gli oggetti o arnesi troviamo una secchia in ferro smaltato, classificata vecchia, come pure vecchia era una forbice (anche arrugginita) ed una vecchia cassetta ‘pronto soccorso’ (vuota). Vengono considerate ‘discrete’ le dieci messi d’accordo sul tracciato si sarebbe provveduto. “Come suol avvenire – commenta con amarezza lo storico - non si provvide più”. E quando con una legge del 1887 si dispose che in luogo delle costruzioni di ferrovie di IV categoria lo stato erogasse una sovvenzione chilometrica a chi se ne fosse fatto carico, “in Cadore si è costituito il Consorzio ferroviario, ma la Provincia non prese alcuna deliberazione circa il contributo da essa dovuto”. Non bastasse, “il Ministero della Guerra cancellò la Belluno-Perarolo dall’elenco delle strade ferrate di interesse ed importanza militare”. Passarono alcuni anni e nel 1893 l’on. Clementini trattò con il signor Bulow, rappresentante in Italia della società Koppel di Berlino “sulla base della sovvenzione chilometrica di L. 3.000 al chilometro per 70 anni, ma i conti non tornavano e la società abbandonò gli studi”. Lo stesso nostro deputato si mise allora in contatto con il comm. Marchiori, presidente della Società Veneta, che aveva già approntato il progetto per la prosecuzione della Vittorio-Perarolo. ma anche questa volta non se ne fece nulla, poiché i comuni interessati non si erano sentiti in grado di sobbarcarsi “la garanzia del servizio, dell’interesse del capitale da impiegarsi e delle deficienze delle spese d’esercizio”. (continua) Nomi in uso nei nostri paesi a metà Ottocento pinze per denti, le due pere in gomma (grande e piccola), l’apparecchio per le lavande vaginali e le due bacinelle in ferro smaltato. La forbice per gessi, del valore di 20 lire, era irremediabilmente rotta. E visto che siamo in tema di sanità, ecco un’autentica ricetta scritta dal dottor Antonio Demeio, il 28 giugno 1740: L(aus) D(eo) 1740.’ 28: giugno 11 Riverito signor Mattio per liberarsi dalla Destillation salsa universale, che minaccia invaderli il Petto, e medicarsi dalla scabie seccha, osservarà la regola seguente. Per dieci giorni mattina, e sera prenderà ore quattro avanti il pranzo, ed ore tre avanti la cena una Tazza di sciroppo per volta fatto con Papaveri campestri, malva, ortiche vive, Edera Terrestre, Boragi- ne, e Scabiosa con dentro otto goccie circa per volta del balsamo di solfore terebentinato ordinato. Sì nel giorno, come nella notte di quando in quando à suo piacere tenirà in boccha poccha Rotula per volta senza masticarla ingiottindola con la saliva. La sera un ‘ora doppo la cena prenderà un cucchiaro per volta della conserva di Rose. Fatte le cose sudette, mi onori d’avviso. La conserva di rose, secondo i prezzi correnti ristretti dei Medicinali semplici e composti più in uso, che si vendevano nella Farmacia di Alvise Fanzago in contrada di Calgranda all’Insegna del Redentore in Serravalle, era una delle più costose, arrivando a costare centesimi 40 all’oncia, che equivaleva a circa 25 grammi. Marcello Rosina OTTOBRE 16-17:OTTOBRE 16-17 6-10-2009 15:16 Pagina 2 16 ANNO LVII Ottobre 2009 BEN VIGNUDE SIORIE E DUTE LA COMPANIE! La Società Filologica Friulana festeggia il suo 90° anno di vita a Pieve di Cadore Presentato il volume DOLOMITES en venuti signori “ B e tutta la compagnia! Un saluto secondo l’usanza dei vecchi un saluto schietto, ma di cuore. Credo sia il miglior modo per darvi il benvenuto e ringraziarvi della vostra presenza.” Così il presidente della Magnifica Comunità di Cadore Emanuele D’Andrea agli ospiti e al presidente della Società Filologica Friulana Lorenzo Pelizzo convenuti nella sala Cos.Mo. di Pieve di Cadore. “Con le vostre terre, dalle Alpi alle città e al mare, l’unione storica e culturale fra il Cadore e il Friuli è stata incessante e oggi è necessaria. Il legame col popolo di Aquileia che governò il Cadore nei secoli medievali, il legame con i monti è il legame con la Carnia, identica nel territorio, nell’ambiente, nel popolo montanaro che vive e lavora, il legame con il capoluogo, che ancora racchiude nei suoi archivi e nelle sue biblioteche tanta storia cadorina, è il legame di cultura.” L’occasione del raduno in Cadore della Società Filologica Friulana è la presentazione dell’importante volume DOLOMITES che raccoglie gli scritti di numerosi studiosi delle due realtà territoriali, Cadore e Friuli, che sono poi analoghe. Pubblicazione curata da Pier Carlo Begotti e Ernesto Majoni per conto della Società Filologica Friulana (stampa Tipografia Tiziano), realizzata con il sostegno dell’Istituto Ladin de la Dolomites, della Magnifica Comunità di Cadore e col sostanzioso contributo del Gruppo Fondiaria SAI. I SALUTI E LE RELAZIONI Contraccambia il saluto, dapprima in friulano, il presidente Lorenzo Pelizzo facendo una riflessione sui 90 anni di attività della Filologica ed auspicando un tavolo di lavoro fra i friulani, ladini e sloveni 10 21 Settembre 2009 Riaffermata dal presidente della Magnifica D’Andrea e dal sindaco di Pieve Ciotti l’antica matrice storica e religiosa per proporre soluzioni comuni di autonomia. Un saluto particolare ai partecipanti al convegno è stato portato dal sindaco di Pieve di Cadore Maria Antonia Ciotti, con l’auspicio che l’antica storia comune rinvigorisca nelle popolazioni friulane e cadorine una solida collaborazione. Fra gli interventi, quel- lo dell’assessore regionale alla cultura del Friuli Roberto Molinaro, di Daniela Larese presidente dell’Istituto Ladin de la Dolomites, del sociologo bellunese Diego Cason che ha trattato l’argomento del Cadore contemporaneo, evidenziando come la realtà territoriale risulti ampiamente modificata dall’attività dell’uomo e Il presidente della Fililogica Pelizzo auspica un tavolo di lavoro fra le minoranze friulane, ladine, slovene, per soluzioni comuni di autonomia quindi la comunità, che una volta era funzionale, non può essere riproposta oggi, perché non riuscirebbe a sopravvivere; dunque, la situazione oggi è delicata e complicata. AUTORI E ARGOMENTI DI DOLOMITES Al numerosissimo ed attento pubblico in sala è stato quindi presentato da Pier Carlo Bigotti e da Ernesto Majoni il volume DOLOMITES, 635 pagine con foto, titolato proprio alle Dolomiti quale unione di popoli, libro importante perché riempie un piccolo vuoto nella panoramica culturale locale. Il libro è diviso in sezioni e riporta il contributo di ben 38 autori che è giusto menzionare: Mauro Pascolini (Patrimonio de Monti... del Cadore), Cesare Lasen (Paesaggio vegetale... nelle Dolomiti), Gianpietro De Donà (Le parole dell’uccellagione nell’Oltrepiave), Danilo De Martin (Il Parco sentieristico “Terre Alte”...), Eugenio Padovan - Leandro Mereu (...Viabilità antica tra Cadore e Alto Friuli), Domenico Nisi - Marta Villa (Il passo del transumante...), Raffaello Vergani (...Le miniere di Zoldo e Cadore), Marta Masi (Valle, Fondo Chiamulera...), Paolo Giacomel (Storia comune tra Friuli, Cadore e Ampezzo), Mario Ferruccio Belli (Sulle Regole del Cadore), Ernesto Majoni (Ghedina e Gerardini: un ponte tra Ampezzo e Cadore), Ilde Pais Marden Nanon (Storia dell’emigrazione cadorina), Bruno De Donà (Il canonico cadorino Giovanni De Donà), Romano Vec- chiet (Fervore ferroviario anni ‘20...), Giovanni De Donà - Marco Rech (I sacrifici dimenticati ...), Fausto Menegus (Ricordo di Tiziano De Vido), Pier Carlo Begotti, S. Orsola a Vigo), Paolo Pastres (Tiziano friulano...), Antonio Genova (Di S. Martino di Valle....), Emilio Da Deppo (Davanzo, il pittore....), Michele Merlo (Gellner:l’architettura...), Federico Vocario (La Società Filologica Friulana...), Pier Giorgio Sclippa (Il Cadore nelle riviste della S.F.F.), Luigi Guglielmi (Il ladino del Cadore), Franco Finco (Il verbo nelle varianti ladine), Ernesto Majoni (... Primo vocabolario ampezzano), Enzo Croatto (I comuni friulani diForni di Sopra e di Sotto...), Marcella Benedetti (... Filastrocche e rime a Sappada), Remo David (...Segat di Davestra), Francesco Pordon (Vecchia filanda...), Walter Musizza (... Due inglesi tra Carnia e Cadore), Elio Varutti (Albori turistici...), Livio Olivotto (L’alpinità cadorina), Italo Zandonella Callegher (Aiarnola primo amore), Alessandro Norsa (Rituali di fidanzamento...), Ernesto Riva (... piante medicinali), Alfia Pomarè (Briciole di storia culinaria ladina). R.D. OTTOBRE 16-17:OTTOBRE 16-17 10 6-10-2009 15:16 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 17 Originale rassegna a Tai I PAESAGGI CROMATICI DI ANDREA COSTA paesaggi dell’anima” è il tito“I lo della mostra di Andrea Costa che ha caratterizzato l’inizio d’autunno nella sala polifunzionale di Tai - Pieve di Cadore. E’ stata una piacevole sorpresa per gli estimatori del giovane artista di Auronzo, in quanto la rassegna ha evidenziato una svolta significativa rispetto alla precedente produzione, ancora sostanzialmente imperniata sul genere figurativo. Da non molto tempo Costa ha avvertito l’impulso ad esprimere con libertà le sue emozioni, lasciandosi guidare dal fluire di un cromatismo intenso eppur sor vegliato, da una energia che si trasmette sulla tela lasciando che lo sguardo di chi osserva si abbandoni a sensazioni indefinite e indefinibili. La sonorità dei colori, dunque, realizzata attraverso l’uso sia dell’olio che dell’acrilico, con l’apporto di colle che riescono a calibrare sulla tela una particolare brillantezza d’insieme. Possiamo parlare di un accostamento - come ha sottolineato nella presentazione Ennio Rossignoli, improvvisata secondo il suo stile con linguaggio aulicamente incisivo - agli artisti dell’Action painting, soprattutto alla ricchezza stilistica realizzata LA NECESSITA’ DELLA “MEMORIA” dall’americano Jackson Pollock. Nelle tele esposte a Tai, il colore, usato senza risparmio, domina e diventa protagonista assoluto, lasciando intuire quanto conti, in questo genere di pittura, l’intervento automatico dell’inconscio, ottenuto grazie anche ad un lento susseguirsi di sgocciolamenti. L’incontro fra la tela e il colore, così, finisce per diventare un campo d’azione, proponendo come esito conclusivo non tanto un quadro inteso in senso tradizionale, ma quello che potremmo di volta in volta definire un piccolo evento. Ad attirare la curiosità, in apertura dell’esposizione di Tai, anche un omaggio a Michael Jackson, realizzato con l’apporto di collage, che rievoca attraverso l’impeto cromatico quella che era stata la singolare vitalità del re del pop recentemente scomparso. All’inaugurazione della rassegna, rimasta aperta fino ai primi di ottobre, sono inter venuti Maria na piccola polemica recentemente innescata dalU la intitolazione di una strada del Comune di Pieve di Cadore, ha riproposto per un momento una que- Giovanna Coletti e Massimo Sposato, assessori del Comune di Pieve. Coletti, oltre che soffermarsi sulle qualità artistiche di Costa, ha voluto sottolineare come gli spazi messi a disposizione per la cultura dall’amministrazione comunale siano gestiti grazie all’apporto del volontariato: un aspetto, questo, che sta ad indicare l’importanza di una sinergia fra il “palazzo” e i cittadini. Visibilmente soddisfatto l’artista espositore, che ha ringraziato i presenti ed ha ribadito il suo impegno, nell’ottica di una continua ricerca, di un costante rinnovamento della sua espressività. Antonio Chiades Una studentessa in visita alla National Gallery di Londra GUARDANDO UN TIZIANO iziano alla National T Galler y è la dimostrazione della lunga strada compiuta dal pittore che da un piccolo paese come Pieve è riuscito, grazie alle sue doti, ad essere ricordato nei secoli e ad aver esposto le sue opere nelle più famose gallerie del mondo. Si pensa questo quando si entra nella sala numero lO, si da un primo sguardo intorno e si nota subito il grande quadro che da lontano ci sembra blu. Ci si avvicina, incuriositi per esaminarlo. Ci si accorge che è troppo grande per essere osservato così in pochi minuti, e poi la schiena fa male per il peso della borsa e il troppo camminare per musei, e allora ci si siede sulla panca posta di fronte. Oh, che sollievo. Si realizza: si è seduti alla National Gallery di Londra, nella sala di Tiziano Vecchio, circondati da quadri famosi. Davanti, quello che ci ha più stuzzicati, incuriositi, spinti ad avvicinarci per contemplarlo. E così si inizia: l’occhio viene subito catalizzato nella parte centrale, dove si svolge la scena. Una donna, Arianna, si protende verso la città che si scorge sul fondo, Naxos, da dove è appena partito il suo Teseo. La segue una strana processione con baccanti, un carro trainato da ghepardi e persone festanti. Dal carro scende il dio Bacco (la figura barbuta e scura sulla destra) per difendere la sua amante dagli animali. Ecco: la scena è dunque immortalata. Ma ora si riprende una certa distan- stione dalle implicazioni più ampie di una semplice indicazione toponomastica, e anzitutto riguardanti l’opportunità di certe scelte e non di altre, la loro dovuta pertinenza alla realtà locale o la loro libertà nei riferimenti alla storia e ai suoi protagonisti. Sono in gioco i valori della memoria e il giudizio su di essi, che il tempo, le circostanze, le ideologie concorrono a rendere instabile e per così dire prospettico. L’Italia è piena di commemorazioni, e il Cadore ne è parte viva e non marginale: questo significa essenzialmente due cose, ossia da una parte la ricchezza della sua storia, dall’altra la volontà - che ha radici nella cultura - di non lasciarla impallidire, se non addirittura scomparire sotto il peso delle contingenze. E se è vero che noi siamo ciò che siamo stati, il ricordo è lo strumento che permette di riconoscere nella continuità il presupposto di un presente correttamente interpretato e vissuto, oltreché il filtro di un insegnamento utile, o che tale dovrebbe essere. Ricordate le parole di Santayana, per le quali chi non sa ricordare il passato, è condannato a ripeterlo? Dunque la Shoah, la Resistenza, la lotta per la libertà è bene che restino in qualsiasi modo segnate nella memoria oltre il trascorrere delle generazioni. Perché è quella libertà che la gente del Cadore ha sempre orgogliosamente rivendicato, fino a combattere contro i Lanzi dell’imperatore Massimiliano, e dopo oltre quattro secoli a prendere ancora le armi contro l’invasore nazista, con il sacrificio di tante delle sue giovani vite. Furono quelli anni duri, di deportazioni, di fughe in montagna, di scontri sanguinosi, gli anni da cui doveva nascere la nuova Italia: ricordarli, in qualunque modo e con qualunque frequenza, con una cerimonia o un nome a una strada, non sembri perciò un superfluo esercizio di retorica. Le connotazioni politiche di certe ricorrenze hanno finito per sovrastarne il significato, che è o dovrebbe essere sempre quello che i fatti pretendono; in realtà sono proprio questi ultimi a assumere spesso apparenze in contrasto con il loro effettivo svolgimento, sicché l’accertamento diviene il presupposto fondamentale di ogni ricerca di verità ( proprio quella in cui alla fine le certezze possono confondersi nella interpretazione). Resta in ogni caso ferma la convinzione che nella memoria – e nelle memorie – si pone la garanzia della trasmissione dei valori culturali, etici e storici, che configurano la identità di una gente come quella cadorina. Il che, in tempi di globalizzazione universale, davvero non è poco! Ennio Rossignoli za: che strano contrasto: in alto a sinistra vi è il cielo, blu, con le vaporose nuvole e le stelle della Corona Boreale che ci regala una sensazione di tranquillità. ln basso a sinistra invece l’azione, i colori tipici e vivaci del maestro cangiati dall’oscurità della notte, il movimento, la ricchezza delle fi“Bacco e Arianna” le loro epoche e ai loro cogure. Che sensazioni oppoTiziano - National Gallery stumi. Si dice addio alla Naste in un solo quadro. mente dritta!) si cerca l’u- tional Galler y, ma appena Ancora qualche minuto scita e si dice addio ai qua- usciti si è già di fronte ad seduti, ma poi è obbligatodri, ai pittori, ai colori, ai un’ altra meraviglia: Trafalrio concentrarsi anche sugli altri quadri. Ci si alza a si deve andare al ritrovo e pagare pegno! Quindi: car- personaggi raffigurati, ai lo- gar square. Marella Tassini fatica perché sarebbe così se si è in ritardo bisogna tina alla mano (possibil- ro sguardi e le loro pose, albello poter restare tutta la giornata a respirare quell’aria di cultura, contemplare quegli sguardi di persone passate e che sono state rese eterne da pennellate di colori diversi che nell’insieme ci regalano sensazioni. Come lo sguardo della Schiavona, questa donna Ambientazioni personalizzate anche su misura robusta vestita di rosso che poggia la mano su una tavola di pietra raffigurante il suo profilo. Non sembra una gran dama, ci mette simpatia quel suo volto paffuto e ci fa sorridere l’idea geniale del profilo scolpito sulla pietra. Quando poi si passa alla madonna con il bimbo, li si osserva, si incrocia i loro sguardi così sicuri immersi nel buio, con un solo accento di luce sui loro volti. Qui non vi sono colori accesi come il blu e il famoso rosso che compaiono spesso negli altri quadri, ma piuttosto colori solenni che, con la scarsità della luce, ci appaiono così scuri, quasi opachi. Ci si accorge a un certo Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] punto che il tempo è volato, Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore OTTOBRE 18-19:OTTOBRE18-19 6-10-2009 15:20 Pagina 2 ANNO LVII Ottobre 2009 18 ARCHEOLOGIA TRADIZIONI 10 PITTURA L’abitato di Termine trae il nome dall’antica presenza di un masso con funzione di ‘termen’ confinario, ancora visibile negli anni ’50, forse di origine romana, che segnava il confine tra il Cadore e il Bellunese l borgo in questione, I che conta circa 50 abi- A TERMINE, LA SOSTA DAZIARIA tanti, nasconde delle singolarità e grande fascino. Forse pochi lo conoscono e i più, anche se percorrono la strada che lo lambisce, difficilmente ne notano l’esistenza. Ciononostante racchiude una sua importanza e posizione strategica, tanto che il parroco di Ospitale (comune di appartenenza), don Sisto Berton, durante il suo mandato ecclesiale, fece redarre nel 1997 un volume che ne raccoglie la storia e le vicende umane. Quest’anno poi il sottosuolo, a seguito di uno sbancamento, ha restituito i resti di un muro che, come vedremo, testimonia anche l’origine del nome e la demarcazione tra la giurisdizione cadorina e quella bellunese. E siamo proprio in concomitanza con la “Sagra del cocio” il maschio della capra, (che si svolge il 7-8 e 9 agosto) che davvero tra le feste popolari e paesane, che in questi mesi si svolgono ovunque nella nostra provincia, sin nei borghi più piccoli e sperduti, presenta la sua unicità che risale - come ci ha riferito il signor Sisto Santin - a circa 300 anni fa e ricorda il ritorno dalla monticazione dalle malghe di Pescol e Borlich quando era macellato e PER LE MERCI IN TRANSITO consumato proprio questo capo di bestiame che aveva una grande importanza per la sussistenza sino all’immediato dopoguerra. E veniamo ora ai risultati delle indagini scientifiche e la documentazione grafica, fotografica e ricostruttiva, realizzate dall’archeologo bellunese Flavio Cafiero ingaggiato dal comune e diretto dalla Soprintendenza archeologica del Veneto. Con tali studi siamo in grado di fornire delle notizie e significati che rappresentavano gli imponenti resti murari. Ecco quanto scrive Cafiero nella sua relazione corredata anche da riferimenti bibliografici. Prima di tutto l’archeologo fornisce una spiegazione sull’orgine del nome Termine. “L’abitato - afferma Cafiero - trae il nome non tanto dalla coincidenza di un confine quanto piuttosto dalla antica presenza di un masso con funzione di ‘termen’ confinario ancora visibile negli anni Cinquanta del secolo scorso. Poteva essere di origine romana, che segnava il confine tra il Cadore ed il Bellunese in corrispondenza Nell’originale pittura di Alberto De Bettin il fumetto va sulla tela e i puppets prendono vita con poche nitide, espressive pennellate. Vive tra Milano e Costalta della cascata della Pissa, icona di facile riconoscimento nell’immaginario secolare delle popolazioni e dei viaggiatori. Questo limite viene poi più volte citato in successive definizioni confinarie, atti pubblici e statuti regolieri. Ed infatti, durante la Repubblica di Venezia, Termine costituì una sosta daziaria obbligatoria per le merci in transito.” A riguardo delle ricerche scientifiche Cafiero afferma ancora: “L’ indagine ha potuto verificare, in corrispondenza dell’ingresso orientale all’abitato, la presenza di una muratura ortogonale alla strada del Canal Regio per una lunghezza di otto metri, dei quali quattro metri si addentravano nel pendio dimostrando la volontà di conferire alla struttura una solidità ragguardevole. Il rilievo della muratura ha rivelato una altezza di quasi quattro metri in condizioni residuali, con l’evidenza accertata di fori per le impalcature nella tessitura muraria, a dimostrazione della intenzione di effettuare un alzato di dimensioni consistenti. La muratura giunge fino all’attuale strada di Eugenio Padovan del paese, dove si interrompe in modo strutturalmente definito, apparentemente volontario. Questa soluzione così netta, in associazione ad altezza, lunghezza e spessore ed unitamente alla mancanza di altre murature parallele o piani di calpestio per eventuali ambienti seminterrati, ha suggerito la possibilità di interpretare l’insieme come una struttura di sbarramento della strada, con un portale o fornice facilmente controllabile, probabilmente legata alle attività di dazio sulle merci in transito. Sulla scorta dei dati archeologici raccolti in condizioni di emergenza, al momento non emergono altre interpretazioni. Se l’ipotizzato periodo cinquecentesco di costruzione della muratura scoperta appare sufficientemente af fidabile, sulla scorta dei frammenti ceramici rinvenuti, altra argomentazione deve invece essere avanzata per il momento della sua distruzione. La datazione di questa azione resta infatti fortemente dubbia a causa di almeno due docu- Ipotesi ricostruttiva della struttura d’accesso a Termine di Cadore dove sono stati rinvenuti resti murari d’epoca Cinquecentesca menti brevemente esaminati. Il primo è una illustrazione a volo d’uccello redatta dal “pubblico perito” Stefano Codroipo attorno al 1770 per i Provveditori sopra Beni Comunali, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, dove la delineazione della strada del Canal Regio e delle principali caratteristiche dell’abitato di Termine non riporta alcuna muratura di sbarramento. Il secondo è costituito dalla accurata descrizione del percorso della “…strada principale dal Tirolo verso il Veneziano ossia Canal Regio…” ef fettuata da Anton von Zach nella redazione della Kriegskarte (17951805), dove non si rinviene alcun riferimento ad una struttura di porta o simili, mentre non mancano riferimenti analoghi per la prossima Torre della Gardona (di età medievale n..d.r..) o per la vicina Castellavazzo (importante sito di origine preromana con cospicui resti romani n.d.r.). Pertanto, se l’interpretazione avanzata è corretta, la muratura doveva già essere distrutta forse alla metà del Settecento e certamente al momento della redazione della Kriegskarte. DE BETTIN, PROMETTENTE GIOVANE PITTORE FUMETTISTA D’ORIGINE COSTALTESE ’ una giovane promessa E del mondo artistico milanese, ma la sua famiglia è originaria di Costalta di San Pietro di Cadore. Alberto De Bettin “dai pregievoli ritratti e dalla pennellata realistica del nonno Giovanni De Bettin Linc e dalle visioni metafisiche del padre Alberto, approda ad una personale ed originale attività pittorica, mol- to vicina alla street- art, al disegno fumettistico e caricaturale e alle graphic noves” - evidenzia il critico Andrea Placidiano. “La tecnica maggiormente utilizzata è quella dei colori acrilici, uniformemente stesi, rinchiusi in quei netti contorni tipici dei comics. Questo conferisce alle opere un forte impatto visivo, shockante”. “Le figure protagoniste hanno i tratti tipici dei puppets, espressi con poche ed esplicative pennellate”. Alberto De Bettin, che ha 24 anni, è laureato in Linguaggio dei Media presso Lettere e Filosofia alla Cattolica di Milano, è stato segnalato al premio Arte 2008, premiato dal Corriere dell’Arte nel concorso nazionale I colori dell’arte svoltosi a Torino, collabora alla redazione de Lo Scarpone del CAI con la realizzazione di vignette, ha partecipato nell’aprile 2009 alla collettiva Come gli Animi d’Arte in Comelico, e in agosto ha allestito la sua prima mostra personale presso lo Studio d’Arte Giovanni De Bettin Linc a Costalta di Cadore. Vive tra Milano e Costalta dove manifesta la propria professione d’artista Guido Buzzo OTTOBRE 18-19:OTTOBRE18-19 10 6-10-2009 15:21 Pagina 3 ANNO LVII Ottobre 2009 19 RACCONTI Esperienze ALL’IMPROVVISO, UNA CAREZZA Io ho realmente conosciuto la donna del monologo. Avevo quattro o cinque anni quando l’ambulanza venne a prenderla e gli infermieri le misero la camicia di forza e la ricoverarono in manicomio. Un’immagine straziante che mi ha acolo la morte mi ha S portato un po’ di pace. I dolori provati durante la vita sono stati troppo forti, il mio cuore non li ha sopportati o, forse, la mia mente non li ha sopportati perché, nel 1965, mi rinchiusero in manicomio. Lì sono morta soffocata da un ossicino di pollo mal ingoiato. Anche la morte è stata dolorosa, ma finalmente mi ha liberato dalla vita. Ogni giorno mi chiedo come ho potuto fare certi errori e soprattutto mi chiedo se questi errori meritavano il castigo che ho avuto. Forse se fossi vissuta in diversi tempi il giudizio della gente sarebbe stato più clemente? Forse il nuovo modo di vivere, la maggiore libertà, la nuova morale, forse... Sì io ho sbagliato, ho sbagliato, ho sbagliato. Ero giovane e carina e com’era abitudine all’epoca mi fidanzai e mi sposai molto presto. Non credo di essere stata innamorata di Antonio, ma all’epoca era così, bisognava sposarsi e il primo ragazzo che ti faceva un po’ la corte diventava quasi sempre tuo marito. Vivevo in fa- compagnata per molti anni. Ho voluto in seguito, crescendo, sapere la storia di questa donna e in questo breve monologo ho voluto accostarmi a lei, senza giudicare ma solamente per darle voce e un po’ di pietà. miglia con i suoceri, praticamente vivevo solo con loro, perché mio marito era emigrato in Francia per lavoro e rientrava in Italia, una o due volte all’anno e per brevi periodi. La convivenza non era facile, mia suocera mi trattava come una serva, pretendeva che facessi tutti i lavori più ingrati e il mio primo compito del mattino era quello di portarle il caffè a letto. Qualsiasi cosa facessi era fatta male e i rimproveri erano continui, ma mio suocero era abbastanza affettuoso e comprensivo nei miei ri- QUANDO IL PELMO GUARDA LA LUNA l bellissimo canto eseguito I dal coro alpino aveva entusiasmato tutti. Anche Giovanna, piacevolmente sorpresa, assaporava quella melodia invitante, suggestiva, che esercitava su di lei un fascino irresistibile e le dischiudeva un mondo ignoto. Era la prima volta che soggiornava in montagna e vi era giunta stressata dai problemi e dagli impegni quotidiani, scettica sul fatto che la vacanza potesse veramente giovarle. Eppure quel canto, che sembrava sfumare in un’atmosfera ovattata, di sogno… Improvvisamente le venne una voglia irresistibile di provare quell’esperienza, di osservare il Pelmo in un chiarore argenteo, soffuso, magari aspettando l’alba per verificare quello che l’albergatore le aveva raccontato, ovvero che quella mitica montagna si tinge magicamente di mille tonalità di rosa e giallo al sorgere del sole. Del resto all’ultimo momento la sua amica del cuore non era potuta partire con lei, quindi non doveva rendere conto a nessuno… . Si procurò una chiave per poter rientrare a tarda ora dalla porta principale ed uscì per tempo: l’aria era fresca e corroborante, la notte stellata ed il Pelmo sembravano chiamarla con una voce misteriosa. Si avventurò nel bosco con l’intenzione di oltrepassarlo per raggiungere un miglior punto d’osser vazione, ma, mentre s’inoltrava nel sentiero che s’inerpicava lungo un pendio scosceso, l’entusiasmo cominciò a scemare: quale direzione prendere? E, soprattutto, come ritrovare con certezza la via del ritorno? Cominciò a sentirsi confusa, triste, smarrita, nello stato d’animo frustrante di chi scopre qualcosa di meraviglioso, che è però impossibile conseguire. Era meglio tornare indietro, prima di perdersi in quell’intrico di abeti e larici che sembravano dei giganti misteriosi ed avversi. Si voltò per retrocedere e lanciò un urlo: una sagoma nera si muoveva verso di lei! Ci mancava solo di essere assalita, magari derubata o peggio… . Per fortuna la sagoma si animò e una voce maschile rassicurante chiese: «C’è qualcuno sul sentiero?» Quasi balbettando Giovanna rispose affermativamente. Il giovane si avvicinò stupito, chiedendo- si che cosa mai facesse una ragazza tutta sola lì a quell’ora. Giovanna, che solitamente non si confidava con gli estranei, mossa dall’esigenza insopprimibile di autogiustificarsi ad alta voce per la sua irrazionale azione, gli spiegò comunque il motivo della sua presenza in quel luogo. Andrea (così si chiamava il giovane incontrato) rise di gusto e disse: «Ma anch’io sono qui per la stessa ragione! Nel tempo libero amo fotografare paesaggi naturali e, per la rassegna “Dolomiti sotto le stelle”, ho scattato alcune foto nell’ora blu. Ora andrò al rifugio San Marco, dove attenderò le prime luci dell’alba per poter catturare ancora suggestive immagini. Se vieni con me, ti farò ammirare uno spettacolo meraviglioso! Non preoccuparti, ho le migliori intenzioni!» Sollevata, lo seguì e gli chiese incuriosita: «Che cos’è l’ora blu? Non ne ho mai sentito parlare!» Andrea chiarì: «È il momento del crepuscolo, quando la lieve luce colora tutto di blu, prima che subentri il buio. Ci sono istanti, come questo, o quello dell’enrosadira, in cui le nostre montagne svelano particolari affascinanti e intimi, fiabeschi, a chi è sensibile e non superficiale, a chi sa vedere anche con gli occhi del cuore… ». Giovanna pendeva dalle sue labbra, provando una sensazione di pace e di tranquillità assolute. In quella notte fatata la luna sembrò veramente baciare il gigante austero, che mostrò tutta la sua dolce, pallida bellezza. E lo spettacolo dell’alba non tradì le aspettative… . Giovanna e Andrea chiacchierarono a lungo, scoprendo di avere interessi e passioni comuni: l’emotività e la fantasia di lei, singolarmente non disgiunte da una ragguardevole capacità razionale, lo colpirono moltissimo. Del resto il giovane desiderava da tempo conoscere qualcuno che potesse autenticamente capirlo. Giovanna tornò varie volte in vacanza in quella magica valle e, se qualcuno oggi la cerca, può trovarla nella casa di Andrea, suo marito, nel cuore di San Vito, al cospetto del gigante buono che sembra proteggere i valligiani col suo imponente trono. Marina Daverio guardi ed è stato, questo affetto, l’unica cosa che mi ha dato un po’ di soddisfazione ai quei tempi. Chi avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo ? Ogni volta che mio marito rientrava a casa, concepivamo un figlio ed in brevissimo tempo ne ebbi quattro. La fatica quotidiana e la miseria mi abbruttivano giorno per giorno, però c’era il sorriso di mio suocero e la sua comprensione che a volte bastavano per farmi tirare avanti. Un giorno, all’improvviso, RACCONTI una malattia fulminea colpì mia suocera, che morì nel giro di due mesi. Dopo i primi tempi, la vita riprese la sua normalità. Normalità, mio Dio, come posso definirla tale? Non era normalità. Ero triste e stanca. Una sera, avevo appena messo a letto i bambini, ero seduta davanti al focolare con il volto fra le mani, piangevo, all’improvviso una carezza furtiva sul mio volto, due forti braccia maschili mi accolsero protettive ed io mi abbandonai… Fu l’ultimo momento di gioia della mia vita, da allora non ebbi più pace, i rimorsi mi tormentavano giorno e notte, non mangiavo e non dormivo più e cominciai anche ad avere delle nausee. Ero in attesa di un figlio da mio suocero. Vi rendete conto, una cosa terribile !!! La notizia la confidai io stessa ad un’amica, che prestissimo la fece circolare per tutto il paese ed oltre. Mio marito, dalla vergogna, non mise mai più piede in paese. Tutti mi emarginarono o forse io stessa mi emarginai per la vergogna ed il rimorso. Dopo anni di dolore il mio cervello andò in tilt, forse per sopportare la sofferenza. Andavo in giro per strada mezza svestita, con una calza per sorte, dicevo cose senza senso, urlavo senza motivo, i miei cinque figli non sapevano più cosa fare di me. Fino al giorno in cui arrivò l’ambulanza per portarmi via. Giustina Forni NELLA SERA, FRA I RICORDI to qui, mentre il S cielo si scolora, seduto accanto alla finestra, a guardare il vuoto. In serate come questa fino a ieri (forse era una settimana o un mese fa, il tempo è così labile) mi piaceva guardare il tramonto: il sole, che pian piano si nascondeva dietro il monte Rite, lasciava ancora, sulle punte più alte del Duranno,la sua luce dorata finché si mutava in rosa. Venere, grande, stupenda, appariva come un miraggio, prima ancora che facesse buio, poi, qua e là, piccole stelle lontane. La sera scendeva lieve, dolce e, nella penombra della stanza, arrivava lei: una carezza, un bacio :“Accendiamo la luce”. Mi manca, mi manca tanto. Non ho voglia di accendere la luce, voglio stare qui a pensare a lei, aspettando la sua carezza. Lo so che se ne è andata, ieri o una settimana fa o forse un mese fa, non ha importanza, voglio illudermi che sia perduta, invisibile, in qualche angolo della casa: sento la sua presenza. La prima volta che l’ho vista, mi era sembrata una ragazza come tante, non particolar mente bella, piuttosto magra, ma con un piacevole sorriso, nonostante avesse gli occhi velati da una certa malinconia. Il caso ci fece incontrare altre volte e incominciammo a uscire insieme. Non fu un colpo di fulmine, semplicemente sentivo che stavo bene con lei. Una sera, d’impulso, con sorpresa mia e sua, la baciai: da allora capii che non avrei più potuto fare a meno di lei, l’amavo e la vedevo bella. Il matrimonio, tre figli… siamo stati insieme per quasi 62 anni.Abbiamo incontrato, certo come tutti, delle difficoltà, c’è stato anche qualche litigio, magari per piccole divergenze, ma era così bello poi fare la pace! Ripenso a quando, nel grande letto, allungavo la mano e trovavo subito la sua, perché anche lei mi stava cercando e ci addormentavamo abbracciati stretti. L’ho molto amata e mi pento, ora, per il mio carattere rude e schivo, di non averglielo detto abbastanza. Mi ha lasciato tanti bei ricordi, per cui non sono triste, no, solo addolora- to di non poterne avere ancora. Questa è la ragione della mia malinconia. La penombra ha ormai invaso la stanza. Mi sembra di sentire un fruscio, come un passo strascicato alle mie spalle. Non mi giro a guardare, anzi chiudo gli occhi stringendo con forza i braccioli della poltrona. Ecco, come una leggera brezza, qualcosa mi sfiora il volto: è la sua carezza. Ora posso accendere la luce. Emi Boccato ANNO LVII Ottobre 2009 20 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins Zi pöide d Comelgo d Sora s tögn conto dla tradizion Al cioudo de l lares che brusa al te souda la schena pojada su l forneleto CANCHE JEN FARIEDO BUCIA IZE I dogns mantögn viva la lönga ladina D S pösso cöi che spia el manifestaziogn ch tögn viva la tradizion ladina inà l inpression ch söia robe ormai in decadenza, conpagn di tance anziane ch se vistis a la vecia o tögn duro su usanze ch é dòi a sparì. Ma in Comelgo, picsöia a Comelgo d Sora, iné tance dogns a organisé iniziative e manifestaziogn ch porta inante el tradiziogn paesane. A Ciandide al “Gruppo Candide” inà dinze tance todes e tode sote i 30 ane, e iné löre ch porta inante la tradizion dla meda carödma, ch inà organisó ntin zun dute el contrade dal pöis feste e incontre. A S-ciamazen zal grupo di Légar iné stó un ricanbio d generazion e ades la parte pi dona colaboröia aped cöla pi vecia par continué el balade su musiche a la vecia, ma anche par föi feste zi pöide e picsöia par organisé cal bel apuntamöinto ch se ciama la “Festa dl utonu”, ilò ze pieza dal pöis, sote un tendon. Vögn invitede etre grupe d bal coi vistis a la vecia, st ota un dla Furlania e un dla Val d’Aosta, e vögn fate spetacui dal dop maddì e dadsöra. A Dudlè al grupo “Chei d Santa Plonia” iné ative dut l ön, anche se zal nome s podaraa capì ch i se antaresse snoma dal carnaval. Iné stade löre a promöve la manifestazion “Festa dla tera”, ch inà portó l atenzion verso al laoro dla canpagna, trascuró ormai da duce, lió snoma a nascuante famöi ch söia i prades e arleva animai, e magare conbina anche algo col turismo. Via pl agosto inà fato la festa dal patrono San Roch, e via pl otono à ripetù na dornada de tradizion dla religion e dal cetasse ze pieza al di dla “Festa di Dulori”, ch somiaraa, a dila csi, na contradizion zle parole, ma come ch se sa, ogni Madona, anche cöla ciamada “Addolorata” iné ocasion no snoma par parié e dì in porsezion, ma anche par föi festa. Sti dogns d Santa Plonia colaboröia lontera aper al Grupo dle Rizerche e in particolar par l iniziativa pi inportante de sti ane: la costruzion e l inbastidura dal Museo paesön, zla sofita dal palazo dla Regola, ch se ciamarà “Algudnei”. A Padla iné ativo al grupo “Sot Narla”, ch organisöia manifestaziogn de sport e etre ativites zal pöis, ma iné nassù anche un grupo che con l ironia di dogns s é ciamó “Ladin lovers”. Fa piazer vöde come ch la lönga pizla de sta val, al ladin, söia tgnuda in considerazion e dorada con orgolio söia zi confronte di paesane, söia anche aped cöi ch riva da fora. Saraa bel che el nove generaziogn canbie la bruta abitudin d cölie de sti ane, ch inà insignó ai so fis a parlà snoma par taliön. N sarà fazil, ma anche co la colaborazion di maestres e di professores dle scòle, s podarà föi capì ch la lönga pizla pö stà arente con dignité a cöla pi granda, o anche, ncamò möio, a etre lönghe parlade zi states cialò arente e zal resto dal mondo. Despias nacordse inveze che, bel da nasché ane, zla sorascola d Comelgo d Sora n vögna portó inante nsun progeto par böt inze al ladin aped chelietre materie. Lucio Eicher Clere CHELA STROLEGA DE NANA E la fin, cuasi, de otobre e le femene e inte i cianpe, a curà su le patate, prima che la tera giaze. Cuanche al sol taca a dì sote, una a l ota torna a ciasa e anche Tina, pian, pianeto, la se invia verso la stala. L é un tin straca, tavanada e no l à finiu dornada, l à da dì a monde le vace e po’, core a portà al late. La camina a testa basa col so dei pien de patate, col peso dei pensier, l à la goba anche par chel. Ditolfato, da un cianton, la se siente sbegarà: “Vien cà, Tina... paussa un tin, vien con me, cà sula bancia.” Tina, vede là, sentada, chela strolega de Nana che no sa chè fei del tenpo, che no à mai fato fadie e la pasa le dornade, a babà ntra le contrade. Tina pensa “Chè eve fato, a pasà proprio de cà. fareo meo à di dò pal troi anche a costo de tomà” echelautra,làsentada,sbegarea: “Vien cà... che fasto? e un bel tin che no te vedo... Ma te sesto anche ingrasada? Te as detesto su un bel cu… e i to fioi? fali giudizio? la pì vecia ela a laurà? o te tolela la vita? stala senpre là a pausà?” Tina e stada ferma, in pè, là, poiada sula sapa no l à ancora verto bocia parchè, Nana, no la lasa. L é tentada de risponde, de risponde malamente ma la pensa che é meo tase, tanto pì con zerta dente. Nana intanto parla... e sparla, 10 ì a fai legnes. L é senpre sta l’ultimo laoro de la stajon . Verso otobre, dapò aè fini de curà su piere, se dia a legnes, se les portaa a ciasa, se les taiaa su e se les metea ja, a sosta parchè les se secase prima da ese brusades. La lagnes servià a fai fuò, ize fornela par fai da magnà, e ize forneleto, par fai cioudo. Così, ize la barachetes vi- sin a la ciases, se vedea sta mudoles de legnes che spordea fora, tutes metudes polito e in riga, curtes o longhes no inporta, ma de misura par podé ienpì la fornela o al forneleto. L era, ma anche ancuoi i é e se i può vede, sti biei grumes cuerte parchè no i ciape la pioia o al nieve e i se suie. Legnes, tantes: i dis che chi vece i à senpre paura de restà zenza schei e zenza legnes; fato sta che dos la ciases, anche chela modernes, ghe n é senpre, de legnes, prontes da dorà. L è bel dì ize al bosco a fai legnes: se sta fora, se cura su rame e se neta al bosco, se fas i muce e a la fin se tol al trator e se mena a ciasa. Dapò carchedun les taiarà su e les meterà ia. D’auton, la Regoles ghe an dà fora a chi vece, i les mena dante ciasa, bei toche, borate, rame, testes. Insoma, i è poche ci che no à ize ciasa la fornela a legnes o al forneleto; anche chi siore, se i à al camin comodo, i se fas fai su al forneleto e dapò i conpra la legnes (no i é regolieri, ancora…) e i para ize fin che al scota…come nos. Bortolo De Vido FONDAZIONE UNESCO: ALGO CHE SERVIRA’ PAR DUTE I LADINS on stade recognoseS ste patrimonio de l umanità: o meo le nostre crode l è ades patrimonio de l umanità apede de tante poste biei che dute cognose n giro par l mondo. Na bela sodisfazion par dute noi che dovon tole chesto come na posibilità de svilupà e conservà le nostre val nte i ane che vegnarà. Ma vardé ben: svilupà e conservà no è algo de contrario. con la lenga, la laora, dopo un tin rua anche so fia, no ve dio chel che vien fora. Tina pensa a quanto tempo biciou via a scoltà monade... Era meo di dì pal troi, anche a costo de copame. Anna Maria De Michiel Dovon conservà le nostre val parché le reste bele come che le è ades o meo, dovon conservà tradizion e mode de vive de la nostra dente che par ane anorum à presidiou le val e che à fato de duto par vive ntin meo zercando de dorà respetando la natura che é ntorno. Conservà è mantegnì la nostra mare lenga che la vien da cuanche le strade era ancora pì poche e la nostra dente la dorea n latino vecio che ciamon ladin. Ades avon tante dialete che è dute variante de l ladin cadorin. Al nostro ese popolo Cadorin al pasa par forza par la nostra lenga che è che dute puo’ sentì cuanche vien ca da noi. Ma chel che ne fa ese popolo Cadorin è n modo de vive e de stà nte le nostre val, de tegnì neto, de laurà, de avé acaro de fei co la convinzion che è fato par dute. Respeto par la dente e par le nostre val e laoro par zercà de vive meo. E la perimetrazion de le Dolomiti, patrimonio de l umanità, la puo’ ese vista come la perimetrazion de i Ladins, parché è la nostra lenga vecia che l’ è leada a le val agno’ che vivon. Noi parlon ladin parché na ota se fasea fadia a spostase e par chesto avon mantegnesto n modo de parlà pì vecio del talian e leou pì da visin al latin. Le Dolomites l è par chesto leade a la nostra lenga e l popolo Ladin l à da avé acaro de chesto riconoscimento che podarà dà nte i ane che vien calche posibilità de pì parché noi e i nostre fioi posé sta casàù come la nostra dente la fa da pì de doimile ane. Dolomites - patrimonio de la dente - l’è prima de duto par noi che dovon avé la posibilità de dorà chesta tabela par svilupà le nostre val. Chesto è chel che dovon fei: svilupà e conservà nsieme: parché anche noi dovon stà meo e avé dute le posibilità che à la dente che vive ndo’. Dovon avé le scole, strade e servizie par podé vive casù. Ma domandon de fei de pì e de podé fei noi algo de meo par la nostra dente. Ma se puo’ pensà de conservà e svilupà le nostre val solo se penson che son popolo ladin de la Dolomites, metendo da na parte dute le invidie par al campanì visin de noi. Son belo poche: dovon laurà dute nsieme par defende le nostre val e podé vive meo casù. E ora de finila co l pensà solo a l orto che avon visin de ciasa: apede de ese recognoseste da l Unesco à ades bisuoi che fasone scuadra/popolo parché se non fason così se ciataron n braghe de tela. Belo par la sede de l Unesco è stou decidesto da i presidente de le provincie de fei na sede che gira ogni 3 ane nte le 5 province de le Dolomiti. E’ chesto l’è ridicolo parché no fararà laurà pulito la fondazion. Muovonse parché la sede de l’Unesco la sea nte le val de le Dolomites e no, come tante autre robe, agnò che no è neve, disagio, agno’ che no vive la nostra dente. Francesca Larese Filon 10 ANNO LVII Ottobre 2009 21 Musica a kermesse musicale L svoltasi a metà luglio a San Vito di Cadore con il San Vito Blues&Soul festival ha avuto grande successo sia per le brillanti esibizioni dei molti e qualificati gruppi che si sono succeduti sul palco quanto per il pubblico numeroso dimostratosi entusiasta. In un’atmosfera calda ed avvolgente, sotto il tendone del Festival hanno suonato i The Morning Skifflers con un repertorio classico blues, il grande artista John Lee Sanders accompagnato dalla Worldblue Band, si sono esibiti Oliver Mally e Luca Aliberti, il gruppo cortinese CCS, poi ancora in autentico blues Oliver Mally’s Blues Distillery, in chiusura il “musicista dei musicisti” Alvin Youngblood Hart che si è alternato con ben cinque chitarre. Un posto d’onore ad aprire i concerti è stato riservato al gruppo locale giovani sport Alla kermesse musicale San Vito Blues&Soul Festival Wovoka, lo storico gruppo rock noto in Valboite e provincia. Del gruppo nato a San Vito oltre trent’anni fa, sono rimasti Serafino Palatini (chitarra elettrica, acustica e voce), Gianni Talamini (chitarra elettrica solista e acustica, backing vocals), Franco Martini (basso), Fabio Menegus (batteria, string guitar, backing vocals). Loro, i Wovoka (nome preso in prestito dalla lingua Paiute e che vuol dire “taglia legna”) continuano con lo stesso spirito a suonare un genere covers, rock, rock blues, country rock, che è sempre molto apprezzato. E, per intenderci, amano i Latrain, i Blusoi, i Carum, o i Cannibals. untry Roch al Rock Blues, CSN&Y, Paul McCart- grande. Auguri! www.wovoka/altervista.org Piace talmente il loro re- il tutto innaffiato da Beat- ney..., che hanno l’intenwww.facebook/pages/wovoka/54995463098 pertorio che spazia dal Co- les, Neil Young, Eagles, zione di riprendere alla Tony Cardel I WOVOKA, UN GRUPPO ROCK STORICO IN VALBOITE MIRKO CAMPIONE ITALIANO DI MOUNTAIN BIKE I l ciclista cadorino Mirko Tabacchi si è laureato lo scorso mese di settembre campione italiano Endurance 24h di mountain bike. Una gara perfetta quella svoltasi in Val Rendena in provincia di Bolzano, che ha visto trionfare l’atleta di Pieve di Cadore insieme ai propri compagni di squadra dell’Arcobaleno Carraro Team. Una prova maiuscola quella di Tabacchi, partito fin dall’avvio con la pedalata giusta, coronata a fine gara con la conquista del prestigioso titolo tricolore. Un successo importante ma non di certo una rarità nel palmarès del ventenne ragazzo cadorino, abituato a trionfi e piazzamenti di prim’ordine. La vittoria in Val Rendena ha garantito poi a Mirko la convocazione nella squadra nazionale ciclocross-settore fuoristrada tenutasi verso metà settembre a Tortoredo Lido in provincia di Teramo. Mirko, sempre superimpegnato con gli allenamenti e con lo studio, è riuscito però a concederci questa bella intervista. Mirko, da quando la passione per la bicicletta? “Devo dire che lo sport è stato sempre presente nella mia vita, fin da piccolissimo infatti ho praticato nuoto, hockey, corsa e mi sono cimentato anche nel triathlon, una specialità molto dura e impegnativa. di Daniele Collavino Da qui è nata la mia passione per il ciclismo, in quanto delle tre specialità quella in cui riuscivo meglio era proprio la bici. Mi sono quindi iscritto alla squadra della A.S. Pozzale dove ho svolto le mie prime gare, dopodichè ho vestito la maglia della S.S. Galvalux. Qui arrivarono i primi piazzamenti significativi mentre nel 2006 ho dovuto cambiare ancora squadra, passando all’Arcobaleno Carraro Team di Rovereto, nella quale gareggio tutt’oggi, per poter competere nella categoria junior”. Cosa significa per te gareggiare? “Significa mettersi a confronto con gli altri, dando il meglio di sè stessi, scoprire i propri limiti e cercare ogni volta di superarli”. Quali sono stati i tuoi principali successi? “Ho vinto la Pedemontana Prestigioso titolo tricolore per Mirko Tabacchi, campione italiano Endurance 24h di mountain bike Convocato in nazionale ciclocross fuoristrada Cup nel 2005, un circuito di gare di rilievo nel Veneto e sono arrivato 9° al mio primo campionato italiano, un risultato davvero inaspettato visti i 130 atleti partecipanti. Nel 2006 invece ho ottenuto un 3° posto al Triveneto e ho vinto la Cortina-Dobbiaco nella categoria juniores. Nel 2007 ho disputato 46 gare, alcune di livello internazionale, tra mountain bike e ciclocross e ho partecipato al challenge juniores, un circuito di spicco a livello italiano, finendo al 2° posto della categoria e salendo spesso sul podio, con un primo posto e tre terzi posti. Nel 2008 c’è stato il cambio di categoria ad under 23 dove ho avuto alcuni problemi con la Mtb per il notevole salto di qualità. Mi sono comunque rifatto nel ciclocross riuscendo ad arrivare 2° al giro d’I- talia e 2° al trofeo Mosole. Quest’anno nella Mtb sono riuscito a ben figurare nei campionati italiani staffetta e 24ore con un 2° e un 1° posto. La stagione di cross è iniziata poi davvero bene con la convocazione al ritiro della nazionale e con la convocazione da parte del ct della nazionale Fausto Scotti a una prova di coppa del mon- do a Treviso in ottobre”. Obiettivi per il futuro? “Innanzitutto spero di continuare a coltivare la mia passione al meglio, sperando in qualche altra convocazione in nazionale. Il mio sogno sarebbe quello di riuscire ad entrare nel corpo della forestale”. Chi vuoi ringraziare per questa tua carriera? “Avrei una lista lunghissima lista da fare. Per iniziare ringrazio la mia famiglia che mi ha supportato moralmente e finanziariamente e soprattutto mio padre che ha macinato chilometri su chilometri per portarmi alle gare in tutte le condizioni ambientali. Ringrazio poi Mirta Del Favero colei che mi ha fatto muovere i primi passi in questo mondo indossando la maglia della Galvalux; il “mio” meccanico Oreste Bianchi della Dynamic Line per la sua grande professionalità e immensa disponibilità a qualsiasi ora del giorno e della notte sempre pronto a risolvere i miei problemi; il “mio” direttore sportivo Paolo Garniga dell’Arcobaleno Carraro Team, che ha creduto in me e si è fatto in quattro per aiutarmi. Un grazie di cuore anche a tutti coloro che in qualsiasi modo mi sono stati vicini, come Michele Bovalo e Francesco Cataruzza, che insieme a me hanno faticato, pedalato e sudato”. Ottobre 22-23:Ottobre 22-23 6-10-2009 15:38 Pagina 2 ANNO LVI Ottobre 2009 22 anno dagli 8 ai H 17 anni, hanno voglia di sfrecciare sul ghiaccio, divertirsi e vincere. Sui pattini, s’intende! Sono i bambini e i ragazzi dell’Unione Sportiva Ghiaccio Pieve di Cadore che praticano il pattinaggio di velocità, uno sport spettacolare ed avvincente in cui gli atleti riescono a raggiungere velocità notevoli su anelli di pista ghiacciata. Uno sport fascinoso che anche qui in Cadore ha dato grandi soddisfazioni ad una società che ha più di 50 anni di vita (anche se con interruzioni d’attività) e può vantare riconoscimenti per quei tanti piccoli atleti che hanno avuto la grinta di portarsi a livello sia nazionale che internazionale. Nomi? Emilia Unterberger e Maurizio De Monte pluri campioni italiani, Renato Pietrobon, Giancarlo Lorenzet, Mario De March che ha avuto riconoscimenti anche all’estero, Wally Unterberger, Stefano Basso, Emilio Valli, …e non da ultima, Chiara Simionato vincitrice della coppa del mondo di specialità sui 1000 metri pista lunga, una grande atleta che si è appassionata all’età di 12 anni proprio sul ghiaccio dello stadio di Tai. Più recentemente, nella scorsa stagione sono diventate campionesse italiane Paola Simionato di Tai e Anna Da Fies di Valle, 10 LA USG PIEVE DI CADORE PRENDE VELOCITA’ Nel pattinaggio di velocità, ottima la passata stagione per gli atleti dell’Unione Sportiva Ghiaccio. Fra le campionesse Paola Simionato e Anna Da Fies atlete che hanno primeggiato sia nelle gare sprint piccole distanze quanto nelle gare veloci, la Simionato ha inoltre partecipato a due prove della Coppa del Mondo Junior. Ma numerosi altri primi e secondi e terzi posti sono stati conquistati dai ragazzi dell’USG Pieve di Cadore in più di 10 gare nazionali ed internazionali. Visibilmente soddisfatta dei suoi ragazzi Cristina Marchi, la dinamica ed appassionata presidente della società. “Soddisfatta di come gli sforzi di Soddisfatta la presidente Cristina Marchi: “Gli sforzi degli atleti, dei dirigenti e delle famiglie hanno prodotto grandi risultati” tutti, atleti, famiglie e dirigenti, abbiano prodotto in pochi anni questi grandi risultati che pongono la società ai vertici, soprattutto nella disciplina della pista lunga. In quasi nove anni di attività, il numero dei ragazzi è lievitato in questa stagione agonistica ad una trentina di atleti compresi tra gli 8 e i 17 anni, la metà dei quali disputa anche fino a 14 gare nei 4 mesi invernali di attività. Tra questi si distinguono due gruppi: uno di 8 atleti (e sono i più grandi), un altro di 6 - 7 (i più piccoli) che setti- manalmente partecipano alle competizioni. Le gare si svolgono sia sulla pista corta (short track) sia sulla pista lunga per i bambini fino ai 10 anni, solamente sulla pista lunga invece per il gruppo di ragazzi più grandi. Purtroppo le strutture di allenamento si trovano sempre in località lontane da Tai, e così aumentano le spese per la necessità di pernottamento, perché solitamente le giornate di gara sono due, il sabato e la domenica.” Il nostro impegno ci porta ad avere un occhio di riguardo verso la promozione e l’avviamento del pattinaggio di velocità, organizzando dei corsi che ultimamente ci hanno portato circa una ventina di bambini a cui guardiamo con fiducia per aumentare il numero dei nostri agonisti. Dello staff, l’allenatore Maurizio De Monte segue i ragazzi più grandi, al quale s’è affiancato quest’anno un altro ex atleta Alessandro Mazzoleni Ferracini. Vi è poi una fascia di bambini di livello intermedio che sono seguiti amorevolmente dalla nostra storica allenatrice ed ex atleta Emilia Unterberger, bambini che speriamo scoprano di voler proseguire nella disciplina.” Occuparsi di attività sportive non è proprio facile, ma l’impegno premia sempre, sottolinea Cristina Marchi ripercorrendo la vita societaria. “Le sorti della società sembravano destinate ad avere una triste conclusione quando i lavori dello Stadio del Ghiaccio di Tai si sono protratti per sei anni, provocando inevitabilmente l’allontanamento di molti atleti. Quando nel 2000 è finalmente stato aperto il nuovo Stadio del Ghiaccio, gli amanti della disciplina hanno voluto ricostituire la società; impresa non facile, ma la tenacia dei dirigenti e l’inevitabile fascino di questo sport hanno piano piano motivato ed allargato il gruppo di giovani atleti.” Inizialmente l’USG Pieve di Cadore ha dato il via alla formazione dei giovani atleti fornendo allenatori e materiali senza chiedere contributi alle famiglie. “Cosa non più possibile per gli alti costi di gestione, quindi si è reso necessario chiedere una quota di iscrizione alle famiglie e si è cercato di coinvolgere sponsor locali che contribuissero alla crescita della società.” Nel corso degli anni è stato acquistato molto materiale, pattini per l’avviamento, divise per le competizioni, caschi di protezione e perfino un furgone per gli spostamenti, che quest’anno è stato sostituito con uno più nuovo ed affidabile. L’esborso economico più consistente ora sono le trasferte per partecipare alle competizioni, che tra iscrizione alle gare e spese di trasferta e pernottamento si aggirano sui 60 - 70 euro ad atleta; se consideriamo che ogni settimana gareggia una media di 6 ragazzi e lo moltiplichiamo per 14 gare, è evidente che lo sforzo economico sostenuto è notevole. E’ fatica tenere assieme un gruppo che per allenarsi deve andare lontano, ammette la presidente. “La nostra stagione sul ghiaccio inizia a ottobre, quando ci rechiamo due volte alla settimana a Claut, dove ci appoggiamo alla locale società di pattinaggio, per svolgere i primi allenamenti, in attesa che nel mese di novembre venga aperto lo stadio di Tai, e prosegue tra gare ed allenamenti fine alla fine di febbraio; per il gruppo dei grandi è previsto un allenamento infrasettimanale a Baselga di Pinè (TN) per far pratica sulla pista lunga (partenza alle 15.00 e rientro alle 21.30 accompagnati dall’allenatore Maurizio De Monte). L’attività viene sospesa per un breve periodo e a giugno i ‘grandi’ sempre seguiti da De Monte iniziano gli allenamenti a secco, che si articolano tra roller, atletica, bicicletta, con qualche puntatina a Baselga per il ritiro federale; attualmente abbiamo un’atleta al raduno estivo a Berlino con la selezione nazionale junior, ed altri 5 impegnati in raduni estivi presso il centro federale di Baselga di Pinè. Vogliamo assolutamente che la società sia presente alle gare ed è questo un aspetto irrinunciabile della gestione - conclude la presidente Cristina Marchi, che tiene ad aggiungere all’attività espressa dalla USG Pieve di Cadore anche l’organizzazione in proprio di una manifestazione regionale e di una gara sociale, rammaricandosi di non poter fare di più a causa della pista ‘scoperta’ allo Stadio del Ghiaccio di Tai. “Siamo molto soddisfatti. Abbiamo un bel gruppo di giovani adolescenti che continuano nella loro scelta rimanendo a praticare la disciplina; già questo risultato ci rende orgogliosi e dimostra che ci sono dei giovani che non si spaventano davanti a sacrifici e rinunce pur di perseguire un obiettivo in cui credono.” RDC K s g ( d m r p n v l v o t l r n Ottobre 22-23:Ottobre 22-23 10 ’ 6-10-2009 15:39 Pagina 3 ANNO LVI Ottobre 2009 ommaso Mainardi, T trentatreenne di Lorenzago, è uno dei migliori tennisti della provincia bellunese e più volte ha portato in alto il nome del Cadore, anche a livello nazionale. Amante dello sport fin dalla nascita, eredita la passione per il tennis dal padre e si dedica completamente a questo all’ età di dieci anni. Dopo poco, esplode il suo straordinario talento e i risultati si susseguono uno dopo l’altro fino a raggiungere la serie C, quando è appena sedicenne. I trofei in bacheca si accumulano con il passare del tempo e oggi Tommaso può contarne oltre cinquanta. Dopo alcuni anni di assenza dal palcoscenico del tennis che conta, la stagione 2009, su cinque titoli conquistabili, regala a Tommaso altri 4 successi e un secondo posto: la migliore annata di sempre. Tommaso, quando hai iniziato a giocare a tennis? Cosa ti ha spinto a farlo? La mia passione per il tennis nacque quando ero molto piccolo e mio padre decise di mettermi una racchetta in mano: avevo sei anni. Seguivo spesso i miei genitori nei tornei che disputavano in Cadore, perchè mi divertivo a guardare le partite e poi a imitarne i colpi. Da bambino, a dire il vero, praticavo un po’ tutti gli sport, a partire dal calcio, un’altra mia grande passione. Presto, però, mi ritrovai a dover scegliere lo sport che mi avrebbe accompagnato poi per il resto della 23 TENNIS, PIU’ CHE UNA GRANDE PASSIONE Tommaso Mainardi vanta una carriera ricca di successi e nell’ultima annata livelli mai raggiunti Oltre 50 i trofei, in ottobre il master finale mia vita. Scelsi il tennis. Era quello che preferivo, per delle semplici ragioni. Uno, in campo ci vai da solo. Quando vinci, puoi ritenerti soddisfatto di quello che sei riuscito a fare, quando perdi non puoi nasconderti dietro a niente e a nessuno, la responsabilità è solo tua. Due, il tennis è uno sport duro e faticoso, molto più degli altri, secondo me, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico. Bisogna rimanere concentrati minuto per minuto, punto per punto senza perdere la testa se le cose si mettono male. Tre, era lo sport in cui ottenevo i risultati migliori. Quando hai intrapreso la carriera agonistica e quali sono stati i momen- ti più belli che hai vissuto con la racchetta? Il primo provino vero e proprio l’ho fatto a dieci anni a Belluno. Qui mi presero subito e così mi allenai nel capoluogo per ben sei anni. Conobbi però la carriera agonistica a partire dall’under 14, under 16. Nei primi anni, infatti, si trattava di prendere parte a semplici tornei tra ragazzi dello stesso circolo. Negli anni suc- cessivi, invece, cominciai a partecipare a competizioni di livello sempre più elevato. A questo proposito ricorderei una splendida esperienza all’età di tredici anni, quando, insieme ad un amico, Alberto Lucia, riuscì a raggiungere perfino la fase finale della Coppa Italia. In quell’occasione ci allenava il maestro Manzoni e che dire, è stato fantastico, perché un risultato del genere per noi “montanari” è davvero un evento eccezionale. Un altro grande successo è stato il raggiungimento della serie C a sedici anni. Questo fu uno dei momenti più belli della mia carriera, perché, in provincia, ad essere così giovani e classificati in quella categoria, eravamo in due. Un terzo momento della mia carriera giovanile che vorrei ricordare, è quando vennero ad allenarsi in Cadore le migliori giovani promesse italiane. Grazie a mio padre, riuscii ad avere la possibilità di allenarmi con gli azzurrini per due settimane e alla fine mi confrontai con loro in un torneo per chiudere il ciclo di allenamento. Strappai anche un set ad uno del gruppo e questo me lo ricorderò per sempre. Parliamo dei molti tornei che hai vinto e della tua ultima annata straordinaria… Complessivamente in tutta la mia carriera ho vinto più di cinquanta tornei. Negli ultimi anni non ho partecipato a tante competizioni, come in passato, perché ho di Mario Da Rin preferito occuparmi della mia famiglia. Quest’estate, però, ho voluto prendere parte a una serie di tornei che si sono tenuti qui nelle vicinanze. E’ andata molto bene fino adesso e penso che posso catalogare questa come una delle migliori stagioni di sempre; su cinque tornei a cui ho partecipato, ho vinto quattro volte e una volta sono arrivato in finale. In ottobre, si disputerà il master finale, dove i migliori otto classificati, a livello di punti conquistati nel circuito di tornei, si contenderanno il titolo dei titoli. Sono molto speranzoso di poter vincere il master finale perché partirò da testa di serie… Speriamo bene! Progetti per il futuro? Ma, a dire il vero, penso di avere già dato molto, quindi mi accontenterei anche così. Diciamo che il mio desiderio per il futuro è quello di coinvolgere in questa grande passione anche le mie figlie, Giulia e la sorellina che nascerà tra poco. Vederle in campo mi riempirà il cuore di gioia. KARATE TRADIZIONALE RAPPRESENTANO L’ITALIA AL CAMPIONATO EUROPEO C asale Monferrato ospiterà il 24 e 25 ottobre il campionato Europeo E.T.K.F.. Tra i 12 atleti della squadra nazionale 3 sono veneti ed esattamente i fratelli Marco e Mattia Bacchilega di Calalzo e Lorenzago di Cadore per la squadra del kumite (combattimento) e Alessandro Cesco Bolla di Santo Stefano di Cadore per il fukugo (gara alternata tra forma e combattimento), tutti appartenenti alla scuola a.s.d. T.S.K.S. Belluno diretta dal M° Roberto Bacchilega. La convocazione ufficiale già da tempo era nell’aria per cui dopo una breve pausa estiva gli atleti facenti parte della squadra nazionale hanno ripreso gli allenamenti. Dice Bacchilega: “Previsioni non ne voglio fare assolutamente, come sempre saremo all’altezza del compito. La convocazione di Alessandro è stata davvero una grande soddisfazione e sono certo che lui farà di tutto per onorarla fino in fondo. Per il momento auguriamo a tutti gli atleti una buona preparazione e ricordiamo agli appassionati che l’associazione sta organizzando un pullman per andare a sostenere i propri atleti, chi vuole può prenotarsi il posto telefonando al numero 347.5849453 dopo le ore 13.00.” Il primo mutuo casa con assicurazione sul debito residuo. Vuoi realizzare la casa dei tuoi sogni preservando il benessere della tua famiglia? L’assicurazione sul debito residuo garantisce il rimborso delle rate del mutuo in caso di disoccupazione, invalidità o morte. Diamo vita insieme al tuo progetto! www.bancapopolare.it