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Gli Ampezzani sfilano a Innsbruk per il Gedenkjahr 2009
chiedendo il ricongiungimento con i Ladini del Sella
IL RICHIAMO DELLE SIRENE PANTIROLESI
T
utti insieme appassionatamente in parata
con gioioso orgoglio antitaliano. Parliamo della sfilata
per il Gedenkjahr 2009, l’anno giubilare dei Tirolesi,
svoltasi domenica 20 settembre a Innsbruck.
Tradizione a parte, è stata una buona occasione
per l’ennesima sortita di
Eva Kloz e i suoi per rilanciare la solita richiesta di
distacco dell’Alto Adige
dal nostro Paese. L’hanno
fatto ponendo in bella vista
cartelli e striscioni con su
scritto “Sudtirol ist nicht
Italien” o “Loss von Rom”.
Nè poteva mancare il passaggio della corona di spine, simbolo della sofferenza che i tirolesi del versante italiano provano nel perdurante distacco dai consanguinei d’oltreconfine.
Una sofferenza confortata da un mare profumato di
privilegi e benefici, ci viene da aggiungere. Ma questo è un altro discorso.
Ci preme più che altro sottolineare che fra i tanti
“fratelli separati” presenti
alla sfilata c’erano anche
Non ci
stancheremo
mai di ricordare
quelle che sono
le medesime
origini di
ampezzani e
cadorini
gli ampezzani. Una nutrita
rappresentanza, la loro,
con tanto di banda cittadina e la SchuetzenKompanie in costume. Altre volte
dalle colonne di questo
giornale siamo ritornati
sulla questione della passione tirolese per i nostri dispiacerà, ma è così - conterranei ampezzani. Abbiamo capito, comprendiamo
e rispettiamo il loro attaccamento per il passato in
cui successive generazioni
di loro avi furono sudditi
austriaci. Ma non ci stancheremo mai di rammentare che le nostre e loro origini da questa parte, ovvero in quella dove un tempo
Caminesi, (segue a pag. 4)
Bruno De Donà
L
a partecipazione di un
gruppo di ampezzani,
espressione delle associazioni ULDA e Schutzen, alla manifestazione di Innsbruch, dove si ricordavano i movimenti di resistenza all’invasione delle truppe
di Napoleone Bonaparte
agli inizi dell’Ottocento, ha
suscitato interesse nella
stampa locale. Indossando i
vestiti da festa della tradizione, essi sono sfilati assieme ad altre decine di gruppi ed associazioni tirolesi,
con cartelli scritti in tedesco, che esprimevano il desiderio di ricongiungersi
con la Ladini del Sella nella
provincia di Bolzano.
Forse il retro pensiero
non era molto distante da
quello espresso da Eva Klotz
e dal suo movimento irredentista, che chiede da sempre di andarsene dall’Italia
per tornare al Grande Tirolo
nello stato austriaco, ma per
ora l’avanguardia ladina nostalgica dell’ex Capitanato
d’Ampezzo si accontenterebbe di andar via da Venezia, “Los von Venedig”, anziché seguire il pantirolesimo
L’auspicio di
un Ampezzo
tirolese non
coinvolge i
Ladini dell’alto
Veneto
di “Los von Rom”.
L’attivismo di queste
avanguardie ladine, che
hanno promosso e ottenuto consenso maggioritario
al referendum per il cambio di provincia dei tre paesi dell’ex Capitanato d’Ampezzo di Tirolo, può dar fastidio a qualcuno, può suscitare pena o irrisione in
altri, ma non può essere
considerata una rivendicazione velleitaria e insulsa.
Più volte è stato ribadito,
sia nelle motivazioni che
hanno indotto i Comuni a
promuovere e far svolgere il
referendum, che negli appelli al Parlamento italiano
perché sia attuata la volontà
dei cittadini, che si sono dichiarati favorevoli a cambiare provincia, (segue a pag.4)
Lucio Eicher Clere
CONCLUSE LE
CELEBRAZIONI SULLA
BATTAGLIA DI CADORE
Con lo scoprimento della “Battaglia di Cadore” nella
sala consiliare di Valle di Cadore ed una giornata di
studio a Pieve di Cadore si sono concluse le celebrazioni del V° centenario dai fatti d’arme a Rusecco di
Valle ed al castello di Pieve (1508).
Iniziativa culturale che ha visto coinvolti la Magnifica Comunità di Cadore assieme ad altre Istituzioni ed
Enti, nonché la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore come centro organizzativo.
SERVIZIO A PAG. 3
CADORE E FRIULI
ASSIEME
CM: UNA STORIA SENZA FINE
uò essere definita solo così: la storia senza fine deP
gli Enti Montani, tra proclami, progetti di legge,
sentenze della Corte Costituzionale, in una baraonda
normativa ricca di colpi di scena. Durante i mesi estivi
una importante pronuncia della Corte Costituzionale ha
finalmente sancito in modo inequivocabile quello che da
tempo era chiaro: le Comunità Montane rientrano completamente nella sfera di competenza delle Regioni. Pertanto lo Stato non può decidere nulla in merito, tanto meno una soppressione generale e indiscriminata di questi
enti. Naturalmente lo Stato può (e lo ha già fatto) tagliare
i fondi che assegnava alla montagna, lasciando interamente l’onere dei finanziamenti alle Regioni.
Tutto ciò nel Veneto ha portato ad una autentica “restaurazione”, visto che tutti i provvedimenti legati alla
normativa statale del 2007, in assenza di una nuova legge
regionale, sono venuti a cadere, compresa l’abrogazione
di otto comunità sulle diciannove complessive nella nostra Regione. Ed ora cosa succederà? Mentre sul piano
istituzionale tutto resterà fermo, almeno fino al prossimo
Comunità Montane nell’impasse,
a rischio di paralisi da gennaio
i servizi pubblici associati
anno dopo le elezioni regionali, sul piano operativo e finanziario urgono provvedimenti immediati. E’ noto a tutti, e primariamente alle autorità regionali, che le Comunità Montane venete non sono assolutamente in grado di
elaborare il bilancio di previsione per l’anno 2010. Pertanto in assenza di contributi regionali per le spese di
funzionamento degli enti, c’è il rischio concreto di una
paralisi di tutti i servizi pubblici gestiti in forma associata
per i comuni, a partire dal primo gennaio prossimo.
(segue a pag. 4)
Livio Olivotto
Rinnovato parzialmente il Consiglio
Generale della Magnifica Comunità
AMORE PER LA MONTAGNA I NUOVI CONSIGLIERI
arziale cambio dei consiglieri
P
alla Magnifica Comunità di
Cadore. Sono: Matilde Peruz (Ca-
lalzo), Silvano Ambrosioni (Lozzo),
Yuri Lena (Perarolo), Dario Sacchet (Ospitale), Angela Papadio
(Comelico S.), Andrea Doriguzzi
Corin (Danta), Claudio Comis (S.
Nicolò C.), Martina De Zolt (S. Pietro C.), Giulia De Mario (S. Stefano
C.), Matteo De Monte (S. Vito C.).
L’Assemblea così ricostituita con
i consilieri ancora in carica (19 presenti su 22) ha eletto i consiglieri
tecnici: Emanuele D’Andrea, Flaminio Da Deppo, Giancandido De
Martin, Angelo Costola, Bruno De
Donà, Francesca Larese.
Appuntamento per tutti al Consiglio Generale del 23 ottobre per la
nomina degli organi statutari.
La prestigiosa Società Filologica Friulana ha voluto
rinsaldare i rapporti storico-culturali con il Cadore tenendo il suo 86° congresso a Pieve di Cadore e presentando DOLOMITES, un volume frutto della collaborazione con l’Istituto Ladin de la Dolomites e la Magnifica Comunità di Cadore.
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PIEVE DI CADORE
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foto Tommaso Albrizio
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“Stare saldi e A Pieve di Cadore prestigiosa Giornata di Studi il 26 settembre
no se arender” LA BATTAGLIA DI CADORE - 1508 - 2008
“S
tare saldi, no se (a)render”. Così chiedeva il notabile Palatini
allorché i todeschi nel 1508 erano scesi
per le valli cadorine e avevano posto
l’assedio al castello di Pieve, e questo è
anche il messaggio del presidente della
Magnifica Comunità D’Andrea al qualificato convegno storico-culturale tenutosi a Pieve di Cadore lo scorso 26 settembre. Perché, le rievocazioni, come
questa della “Battaglia di Cadore” a Rusecco di Valle, avrebbe solamente un
senso storiografico se non fosse vista in
analogia all’odierno Cadore sofferente
che ha di fronte ben più complicate battaglie per rigenerarsi ed andare avanti.
La giornata di studio tenutasi al
Cos.Mo. di Pieve di Cadore era ed è importante non solo per le motivazioni che
hanno determinato lo scontro tra le milizie venete del D’Alviano e gli imperiali
di Massimiliano in territorio cadorino, o
per la tattica guerresca attuata ed il numero dei morti ammazzati, non tanto
per capire se nel 1508 le milizie cadorine al confronto con gli armati professionisti avessero ben figurato, o per gli sviluppi che hanno cementato i rapporti
con la Serenissima e tracciato un confine con i “cadorini” d’Ampezzo. Almeno,
non solo per questo.
Certamente gli illustri studiosi chiamati a sviscerare i risvolti di quel momemento storico in Cadore ed in Europa sono stati esaustivi (articolo a fianco). Interventi specifici, approfonditi,
con sfaccettature nuove, sicuramente
interessanti, relazioni che verranno riportati su di un volume di prossima pubblicazione. E il pubblico, composto in
buona parte da giovani studenti dei licei
di Pieve e di Belluno ha gradito.
Tema storico-culturale, certamente.
Ma la giornata è stata importante anche
e proprio come occasione per lanciare
un messaggio ai tanti cadorini che non
c’erano, forse per disattenzione o forse
per disinteresse culturale. “Stare saldi e
non arrendersi” è l’unico modo ancora
oggi per venire fuori dai guai.
Renato De Carlo
el V° centenario della
N
storica Battaglia di Cadore (1508) la Magnifica Comunità di Cadore ha promosso
una serie di iniziative culturali
finalizzate a commemorare tale
evento, le quali si sono concluse con la Giornata di Studi del
26 settembre presso il Cos.Mo.
di Pieve di Cadore. A concorrere alla realizzazione di tale convegno storico di respiro internazionale numerosi Enti ed
Istituzioni: oltre alla Magnifica
come ente capofila e la Fondazione Centro Studi Tiziano e
Cadore come centro operativo,
sono la Regione Veneto, la Provincia di Belluno, il Magnifico
Comune di Pieve di Cadore, il
Comune di Valle di Cadore, il
Comune di Venezia, la Comunità Montana Centro Cadore e la
Fondazione Giovami Angelini
Centro Studi sulla Montagna.
L’importanza dell’evento celebrato ha impegnato docenti
universitari e studiosi specialisti sul fronte sia italiano sia austriaco, individuati dal professor Lionello Puppi, il curatore
scientifico del progetto, a voler
dimostrare ancora una volta come ci sia un legame stretto tra
le due realtà. Gli interventi,
specifici ed approfonditi, sono
stati otto e hanno indagato non
solo il lato militare e storico della battaglia ma hanno sondato
anche le sfere dell’immaginario
e della produzione figurativa
che vertono intorno a questa,
analizzando così non solo il
contesto e i momenti bellici, ma
anche i personaggi che direttamente e indirettamente sono
stati coinvolti nella sua realizzazione e divulgazione nei secoli.
Ad aprire i lavori è stato il
prof. Paolo Carta, dell’Università di Trento, che ha spiegato
al pubblico presente, eterogeneo ma globalmente interessato
L’intervento del prof.
Giandomenico Zanderigo Rosolo
Maria Antonia Ciotti
sindaco di Pieve di C.
Corrado Balest (al centro
nella foto sotto) è un pittore
dalla prestigiosa carriera
che nella contemporaneità
si muove per luce e colore
nella grande tradizione pit-
Giovanna Coletti
vice presidente Fondazione
Chiuse le celebrazioni della Battaglia di Cadore
promosse dalla Magnifica Comunità di Cadore (1508)
Gli studiosi, indagano il lato militare e storico della
battaglia a Rusecco nel contesto italiano e europeo
Fu un momento cruciale non solo per il Cadore e Venezia
e partecipe, il contesto storico
europeo, sintetizzando in modo
chiaro e preciso le tappe politiche e diplomatiche che condussero all’evento evocato, approfittando anche per estendere il tiro e ripercorrere il settimo libro
della Storia d’Italia del fiorentino Francesco Guicciardini, presentando così l’avvenimento nei
complesso quadro degli equilibri politici europei
dell’inizio del 1508.
L’analisi storica è
continuata con lo
storico
locale
Giandomenico
Zanderigo Rosolo
torica veneta; numerose le
che ha magistralmostre personali e in colletmente illustrato il
tivo a Venezia, Roma, Milacontesto veneto e
no, Vienna; sue tele sono
cadorino secondo il
conservate in importanti
resoconto di vari
musei italiani e stranieri.
noti cronisti nel
corso della storia e
negli atti giuridici.
La mattinata di lavori si è conclusa
con l’intervento del
prof. Angiolo Lenci che ha contestualizzato la battaglia
di Rusecco all’interno delle guerre in
Italia nel periodo in
cui il nostro paese
Inaugurato a Valle di Cadore
“Il ponte della Battaglia”
U
n moderno ed originale modo di rappresentare l’evento bellico di
Rusecco cinquecento anni
dopo è l’opera pittorica “Il
ponte della Battaglia” che
Corrado Balest ha voluto
donare al Comune di Valle
di Cadore.
Grato il sindaco Matteo
Toscani per la cittadinanza
tutta, il quale ha ringraziato pubblicamente l’artista
il 25 scorso all’inaugurazione dell’opera posta in risalto nella sala consiliare.
Emanuele D’Andrea
presidente Magnifica Comunità
era teatro dei più importanti
scontri militari del Rinascimento tra Imperiali, Spagnoli, Francesi e quasi tutti gli Stati italiani,
con la differenza che la nosta
battaglia non vide coinvolti i
grandi eserciti e che si svolse
interamente in territorio montuoso e in piena stagione invernale, risultando così molto più
disagiata rispetto le altre contemporanee, che mise ancora
più in luce le capacità strategiche del condottiero veneziano
Bartolomeo D’Alviano.
Il primo intervento della seconda parte del convegno ha
visto il prof. Elio Franzin terminare la trattazione specificamente militare con un profilo
del D’Alviano alla luce dell’analisi condotta dall’iniziatore della storiografia militare italiana,
Piero Pieri.
La trattazione seguente è virata invece nell’ambito storiografìco-artistico, con la relazione in tedesco del professore tirolese KJaus Brandstàtter
(supportato da una bravissima
traduttrice), il quale ha presentato una panoramica della concezione della battaglia di Cadore nella storiografia, nelle cronache e nell’immaginazione
d’Oltralpe.
Sempre in territorio tedesco
ci ha fatto rimanere la professoressa Elena Filippi, che ha
reallzzato una riflessione sul
modo di rapportarsi alla guerra
e alla sua idea nella realtà tedesca tra Quattro e Cinquecento.
Si è giunti così al momento in
cui l’attenzione si è spostata,
grazie al prof. Renzo Fontana,
all’iconografia di guerra italiana,
con il suo passaggio della resa
degli eventi d’arme da rappresentazioni simboliche ed allegoriche a scene più realistiche.
La conclusione dei lavori è
stata affidata ai prof. LionelloPuppi che ha ricostruito la vicenda realizzativa e attributiva
del telero realizzato da Tiziano
per la Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale di Venezia che è andato distrutto nel
devastante incendio del 1577.
Convegno che non solo si è dimostrato un’occasione per commemorazione un evento storico,
ma un’ottimo palcoscenico per
ricordare ed evidenziare le radici storiche del Cadore e la lotta
sentita nel profondo dalle genti
di allora per la propria unità ed
autonomia: argomento ancora
scottante 500 anni dopo.
Fondazione Centro Studi
Tiziano e Cadore
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IL RICHIAMO DELLE SIRENE
B. De Donà
dalla prima pagina
Patriarcato di Aquileia e Venezia mettevano i
loro paletti di confine. Poi
nel 1515 vi fu l’annessione
da parte dell’imperatore
Massimiliano.
Ora, rinnegare la radice
dell’albero, riconoscendosi
nei successivi rami, è un
non senso dal punto di vista
storico. Tener viva la memoria di un periodo e dei valori
ad esso legati, è cosa ben diversa dall’arrivare a confondere la propria provenienza
dal punto di vista etnico ed
arrivare ad identificarla con
l’altrui. Comunque la si giri a prescindere, torniamo a
dirlo, dall’aspetto nostalgico
e sentimentale, di cui va
preso dovuto atto - quella tedesca e la nostra rimangono
due etnie divise da uno
spartiacque ben definito.
E’ bene che i nostri amici
ampezzani facciano attenzione al canto di certe sirene. Sotto la spinta dei richiami ispirati da affinità
culturali acquisite in lunghi
anni di dominazione tedesca, si colgono le note della
musica orchestrata proprio
da quei settori oltranzisti
che, un tempo con i metodi
usati a Cima Vallona ed oggi con i suasivi messaggi irredentisti, continuano cocciutamente a perseguire
l’obiettivo dell’unificazione
del Tirolo nella patria austriaca. Patria all’interno
della quale, anche il più “tirolese” degli ampezzani sarà sempre e solo un italiano. E come tale considerato e trattato.
IL RICHIAMO DELLE SIRENE
dalla prima pagina
L. Eicher Clere
che la storia secolare
di questi tre paesi è legata ad
altre valli ed altri territori,
che hanno fatto parte del Tirolo asburgico. Che poi ci
siano anche motivazioni di
carattere economico e di migliore amministrazione, meglio per loro, che, come tutta
la parte alta della provincia
di Belluno, si sentono maltrattati dalla Regione Veneto.
Benchè spesso i rappresentanti delle unioni ladine
di Ampezzo, Fodom e Colle
Santa Lucia amino polemizzare con le altre realtà ladine cresciute in questi ultimi
trent’anni in quella parte di
territorio dolomitico, che è
delimitato con delibera provinciale come “Territorio
della minoranza ladina”, ripetendo lo stonato ritornello
dei “ladini storici e neo ladini”, tuttavia proprio essi do-
vrebbero osservare come
invece da parte dei ladini veneti (chiamiamoli così per
distinguerli dai ladini tirolesi), non solo non c’è mai stata alcuna critica verso i promotori del referendum per
il cambio di provincia, ma
anzi c’è stato sia a parole
che per iscritto pieno appoggio a questa rivendicazione.
Proprio per rispetto della
storia, mentre i ladini dell’ex
Capitanato d’Ampezzo vorrebbero ricongiungersi con i
loro cugini delle Valli del Sella (magari capendo poco di
badiotto e gardenese), i ladini del Veneto, cioè agordini,
zoldani, cadorini, vogliono
rimanere in questa regione,
dove la storia li ha visti intrattenere rapporti e rivendicazioni di autonomia con la
Serenissima per secoli e con
Venezia in questi anni di go-
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
Livio Olivotto
REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
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Magnifica Comunità di Cadore
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Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO E’ STATO CHIUSO AL 2.10.2009
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‘VETTE’, NUOVO PROGRAMMA DI SVILUPPO
Le possibilità offerte
allo sviluppo locale dal
Gal Alto Bellunese
Oltre 10 milioni di euro
per progetti di attrattiva
territoriale, qualità della
vita, nuove opportunità
opo l’approvazione da parte delD
la Regione del Veneto (Autorità
di Gestione del PSR 2007-2013 - Asse 4
Approccio Leader), il Gal Alto Bellunese in questi mesi ha organizzato vari incontri sul territorio(e altri sono in programma), per illustrare ai potenziali
beneficiari le possibilità offerte dal proprio Programma di Sviluppo Locale.
Il PSL “V.E.T.T.E” (Valorizzazione
Economica del Territorio per un Turismo Ecosostenibile) è nato dalla concertazione con enti, associazioni, imprese e cittadini dell’area, coinvolti attraverso la raccolta di osservazioni,
idee e proposte avviata in fase di redazione dello stesso. L’obiettivo generale che persegue la strategia del PSL è
la tutela e la valorizzazione del patrimonio e delle bellezze naturali, culturali e paesaggistiche dell’Alto Bellunese per migliorare l’attrattività, soprattutto turistica, del territorio e per
sostenere l’aumento della qualità della vita e la creazione di nuove forme
di sviluppo economico sostenibile.
Per il raggiungimento di tale obiettivo è stato necessario definire un certo numero di priorità strategiche in
base alle quali orientare gli interventi
da realizzare. In seguito a un’attenta
diagnosi territoriale, sono stati individuati tre temi centrali, attorno ai quali sono state costruite le seguenti linee strategiche di intervento, dirette
verno regionale. Se
per i ladini dell’ex capitanato d’Ampezzo l’affinità culturale è con Fassa, Gardena
e Badia, per i Ladini del Veneto è importante consolidare la coesione creatasi in
questi anni tra le vallate
agordine, zoldane, cadorine, comeliane, per affermare la validità e l’autonomia
di questa parte di Ladinia
dolomitica, mai legata storicamente a quella del Sella, e
neppure bisognosa di cercare accrediti o riconoscimenti di neo o vetero ladinità da chi non ha nessun titolo per assegnarli.
L’auspicio che Siro Bigontina Titoto possa diventare tirolese, assieme ad Elsa Zardini Soriza ed agli altri che lo vogliono fermamente, il più presto possibile, è razionalmente ed emotivamente autentico nelle
Unioni ladine del territorio
a molteplici categorie di soggetti beneficiari, pubblici e privati:
“Attrattività territoriale” che prevede azioni volte a promuovere lo sviluppo del turismo sostenibile, attraverso il miglioramento dell’offerta
culturale e ricettiva, mediante la riqualificazione delle strutture ricettive
già esistenti e la creazione di nuove
strutture di accoglienza, la realizzazione di percorsi turistici, l’offerta di
servizi di promozione e commercializzazione della proposta turistica e la
realizzazione di corsi di formazione
legati ai temi dell’ospitalità, dell’ambiente e del territorio;
“Qualità della vita” che mira alla
realizzazione di azioni per la tutela, la
messa a sistema, la valorizzazione e la
fruizione del patrimonio naturale e
culturale e la creazione dei servizi essenziali, proponendo la messa in opera di alcuni interventi di recupero e riqualificazione del patrimonio culturale, storico, architettonico e ambientale del territorio; prevede inoltre aiuti
per l’avviamento di servizi di utilità
sociale di vario tipo rivolti a persone
svantaggiate;
“Nuove opportunità” che promuove l’attuazione di azioni per lo sviluppo di nuove attività economiche sostenibili in ambito agricolo, artigianale, sociale e culturale favorendo l’avvia-
della minoranza linguistica
della parte alta della provincia di Belluno. Tanto quanto
è autentico l’auspicio che si
possano tessere rapporti
culturalmente proficui tra
realtà ladine vicine: con il
Friuli ad est e con le Valli
del Sella ad ovest. Sappiamo
però che, mentre l’Università degli Studi di Udine promuove studi e ricerche sulla Ladinia del Veneto, le istituzioni culturali del Trentino Alto Adige, come ad
esempio il Museo Ladin di
Fassa, continuano ad esporre dei falsi geografici e storici, mostrando nell’entrata
l’informativa che spiega che
i Ladini esistono soltanto
nelle cinque vallate attorno
al Sella. Un po’ di onestà intellettuale e di riconoscimento delle storia contemporanea non farebbe male
ai vetero ladini delle province di Trento e Bolzano.
mento e il rafforzamento delle attività
economiche operative in ambito agricolo e artigianale, compatibili con uno
sviluppo sostenibile del territorio. Aiuta in particolar modo il settore agricolo del territorio attraverso il supporto
alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti locali, anche con la
realizzazione di corsi di formazione
utili ad incrementare la competitività
del settore agricolo e forestale.
La dotazione finanziaria ammonta
in termini di contributo a euro
10.023.362 su una spesa complessiva
di euro 17.954.770.
L’Alto Bellunese, pur essendo un’area per molti aspetti svantaggiata e interessata dalle tipiche problematiche
delle zone di montagna, possiede un
inestimabile patrimonio di risorse naturali e culturali, che è però necessario valorizzare e tutelare, utilizzando
al meglio le opportunità di sviluppo
sostenibile offerte nell’ambito del
Programma di Sviluppo Rurale del
Veneto 2007-2013. Solo attraverso un
nuovo e moderno disegno strategico
dello sviluppo territoriale e operando
in sinergia, si può sperare di intraprendere un percorso che conduca
verso un futuro migliore, in un contesto che faccia della montagna un luogo invidiabile dove vivere.
Rina Barnabò
CM: UNA STORIA SENZA FINE
dalla prima pagina
Solo a titolo indicativo, la raccolta dei rifiuti solidi
urbani, il servizio di assistenza informatica ai Comuni, i
servizi sociali a favore degli
anziani, sono a rischio per
l’impossibilità dell’Ente di
funzionare
regolarmente.
Speriamo davvero di non dover assistere a questo spettacolo avvilente che si gioca
purtroppo sulla pelle dei cittadini che si ostinano ancora a
vivere in montagna. Anche
perchè è facile continuare a
blaterare sulla presunta inutilità della Comunità Montane,
senza fornire soluzioni immediate, concrete e operative
per la gestione effettiva dei
servizi in assenza di questi
Enti. Senza parlare del ruolo
di rappresentanza istituziona-
L. Olivotto
le e di coordinamento del territorio che gli Enti svolgono.
Sarà il primo e urgente
compito dei nuovi amministratori delle Comunità, che
verranno eletti dai rappresentanti comunali, come accadeva in passato. Far capire
alla Regione Veneto che non
tutte le Comunità Montane
sono inutili e che anzi, molte
di esse sono indispensabili
nel loro ruolo di ordinamento differenziato mirato a fornire supporto nei ser vizi ai
piccoli comuni e alla popolazione residente. Tutto questo nel pieno rispetto dello
spirito del dettato costituzionale (che spesso si dimentica) secondo cui “la legge dispone provvedimenti a favore
delle zone montane”.
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’evento “Dalla Terra al Cielo: 400 anL
ni di osservazioni astronomiche da
Galileo ai giorni nostri” ospitato presso il
palazzo del Cos.Mo di Pieve di Cadore si è
rivelato un vero successo. Tanti gli appuntamenti in scaletta nel corso dell’estate
che hanno riscosso sempre molta partecipazione.
Un primo bilancio parla di 2500 visitatori
solo per la mostra a cui vanno aggiunti altri 700 presenti alle conferenze e alle osser vazioni della volta celeste. Un incremento rispetto alla passata stagione di circa il 30% che ha riportato al museo di Pieve
anche chi già ci era stato in passato per visitare gli splendidi reperti dell’occhialeria
cadorina. Tre mesi dunque davvero intensi che hanno cercato di risollevare in parte
anche le sorti del turismo: molti sono stati
infatti i turisti provenienti dalla Francia e
dall’Austria, dalla Sardegna, dal Friuli, dall’Emilia, dal Lazio (questi ultimi richiamati
tra l’altro dal soggiorno della squadra capitolina ad Auronzo) e da tutte le province
del Veneto in generale.
Particolarmente appassionante è risultato l’incontro del 4 agosto scorso tenuto
da Alberto Righini dell’Università degli
Studi di Firenze che ha illustrato “La vicenda umana e scientifica di Galileo” accompagnato dalle suggestive musiche di
Vincenzio Galilei suonate alla chitarra
DALLA TERRA AL CIELO, NON SOLO MOSTRA
Più di 3000 le persone
che nell’estate hanno
frequentato il Cos.Mo.
di Pieve di Cadore
classica dal maestro De Vita. Gli appuntamenti non sono comunque ancora finiti:
sabato 10 ottobre alle ore 11 si terrà una
conferenza per le scuole tenuta da Pierluigi Selvelli dove si esaminerà il contesto
storico-geografico, politico e religioso relativo all’invenzione del cannocchiale e il
ruolo che Galileo e altri ebbero nel trasformarlo in un valido strumento di osservazioni scientifiche. A chiudere la manifestazione il 30 ottobre ci penserà invece la
competenza della dottoressa Giulia Iafrate
che illustrerà le numerosi applicazioni
dell’EuroVO (L’Osservatorio Virtuale Europeo), come strumento per l’insegnamento e lo studio dell’astronomia e i vantaggi che studenti e insegnanti, oltre al
pubblico, possono trarre dal facile accesso ai dati dell’osservatorio.
Soddisfatte della riuscita dell’iniziativa la
conservatrice del museo, Laura Zandonel-
Osservazioni astronomiche guidate
all’Osservatorio Col Drusciè di Cortina
prof. Alberto Righini
Univ. di Firenze
prof. Giulio Peruzzi
Univ. di Padova
La mostra e gli
appuntamenti su
Galileo continuano
fino al 31 ottobre
la, e la collaboratrice Silvia Agnoli: “Non ci
aspettavamo un simile afflusso, il bilancio
è andato oltre le più rosee aspettative. Anche le scuole del comprensorio hanno risposto positivamente prenotando per tutto
il mese di ottobre visite guidate e filmati.
Abbiamo avuto poi richieste anche da istituti da fuori provincia, sintomo di come la
promozione turistica sia riuscita a coinvolgere zone lontane dal nostro territorio.
Tutti gli incontri hanno davvero sempre
fatto registrare il tutto esaurito premiando
così gli sforzi comunali, in quanto per le
osservazioni della volta celeste l’amministrazione si era presa l’impegno di interrompere l’illuminazione pubblica per dieci
minuti. Il museo ha inoltre accolto tutto il
gruppo dei finalisti del premio “Campiello” riservato alla letteratura, tra cui la vincitrice Margaret Mazzantini”.
Daniele Collavino
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Sezione CAI di Pieve di Cadore - 80° di Fondazione - Sezione CAI di P
80 ANNI DI PASSIONI E D’IMPEGNO
i fa presto a dire monS
tagna, turismo, sentieri ben curati e sicurezza, rifugi accoglienti… Se non ci
fossero ancor oggi gli uomini del CAI saremmo alla
frutta. Opera la loro talvolta
poco visibile (cultura alpina,
segnaletica, ripristino sentieri) ma estremamente necessaria, che si aggiunge a
quella più appariscente delle gite in montagna.
L’EPOCA
DEI PIONIERI
La Sezione CAI di Pieve di
Cadore s’appresta a compiere 80 anni. Era il 1929 quando un gruppo di appassionati della montagna guidati da
Aldo Valmassoi (si ricordano Mirco Coletti, Gottardo
Ballis, Rina Tabacchi, Agostino Genova, Dionisio Tabacchi, Lino Tabacchi, Giuseppe Genova, Ferruccio
Vecellio Bodo, Nelso Coletti
e qualche altro) chiese alla
presidenza generale del
Club Alpino Italiano di poter
costituire una propria Sezione, lasciando verso la fine
dello stesso anno la Sezione
unitaria cadorina. Molteplici
le cause. Un impulso fu certamente dato dal livello di
preparazione alpinistica di
quel gruppo di giovani. Erano in grado - si segnala sul libro commemorativo della
Sezione - di fare da capicor-
10° ASSEMBLEA
DEL CAI VENETO
AL COS.MO DI
PIEVE DI CADORE
Era il 1929 quando un pugno di uomini
fondò la Sezione CAI di Pieve di Cadore
Oggi conta 500 soci ed è impegnata
a preservare l’ambiente montano
data nelle gite, di guidare ed
istruire coloro che tentavano
le prime esperienze, di organizzare ascensioni attraverso
itinerari impegnativi. Pieve,
inoltre, disponeva della palestra attrezzata del Monte
Ricco, sulla quale prendevano confidenza con la roccia,
oltre i militari ed i giovani
locali, molti villeggianti appassionati della montagna.
Da allora, s’alternarono
diverse vicende e si perpetuò la tradizione alpinistica
pievese con Lino Cornaviera e i fratelli Coletti (anni
Trenta), con le figure di Tita
Pancera e dei fratelli Ugo e
Duilio De Polo (anni Cinquanta), nasce la Società
Rocciatori Ragni nel 1945, fino agli attuali uomini della
locale Stazione del Soccorso
Alpino (1954) e agli odierni
alpinisti del rinato Gruppo
Rocciatori Ragni (1979).
PUNTIAMO
SUI GIOVANI
Oggi, la Sezione del CAI di
Pieve di Cadore retta da
Giovanni De Zordo da oltre un lustro conta poco meno di 500 soci, è tra le maggiori sezioni del Cadore e
punta decisamente ai giovani. “Previlegiamo l’attività
giovanile e abbiamo un buon
gruppo sempre in espansione, ben coordinato da Nicola
De Lorenzo. Certamente è
difficile il ricambio con nuove leve per avere un futuro,
ma se seminiamo bene riuscendo ad inculcare alla
gioventù la passione
per la montagna…”.
E il presidente sottolinea l’attività preziosa dei suoi uomini:
“Presentiamo ogni
anno un calendario
di 11 uscite in gita,
fra cui due in grotta
in coordinazione con
i gruppi speleologici
delle località scelte,
oltre alle due uscite
programmate nel calendario unitario delle sezioni cadorine.
Ci distinguiamo anche - tiene a sottolineare De Zordo - non
perché siamo i più
bravi, ma perché siamo impegnati con
ben 31 sentieri in un
territorio vasto. E
senza sentieri non si
va da nessuna parte”.
UNA ATTENTA
MANUTENZIONE
DEI SENTIERI
Responsabile della
sentieristica è Roberto Tabacchi, buon
conoscitore del territorio cadorino e collaboratore nella stesura d’importanti guide
e carte territoriali.
Chiede che lo sforzo
dei volontari abbia anche un valido supporto nei finanziamenti.
“Gli uomini del CAI
forniscono la manodopera, e così, armati
di motosega, tabelle,
pennelli e colori vari,
operano per la manutenzione ed il ripristino dei sentieri. Questo è stato un inverno
che ci ha messo letteralmente in ginocchio
per le slavine che
hanno cancellato la
Importante appuntamento sabato 17 ottobre dalle ore 9
presso la sala convegni del COS.MO a Pieve di Cadore per
lo svolgersi della 10a Assemblea dei Delegati di tutte le
Sezioni C.A.I. del Veneto.
Saranno presenti circa 140 persone in rappresentanza
delle 36 Sezioni Venete. Dopo i saluti iniziali delle varie autorità presenti, l’assemblea darà spazio agli usuali adempimenti istituzionali (ci saranno delle votazioni per rinnovare
alcune cariche regionali ).
Nella fase centrale dell’incontro il Presidente del C.A.I.
Veneto terrà un’ampia e dettagliata relazione dell’attività
svolta nel periodo estivo con il contributo dei Presidenti
delle varie Commissioni: dall’Alpinismo Giovanile all’Escursionismo, dalla Medica ai Materiali, dai Rifugi ai Sentieri, dalla Speleo alla Tam, dallo Sci di Fondo Escursionistico alla Scuola Alpinismo e Sci Alpinismo.
Nella parte finale dell’Assemblea parleranno gli esponenti delle varie Sezioni.
(M.N.)
segnaletica, ed ora, per noi
croce e delizia, si tratta d’andare a ripristinarla nuovamente su di un territorio vasto com’è quello del Comune
di Pieve che va dall’Antelao
al gruppo montuoso del Duranno, alla Cima dei Preti,
agli Spati di Toro, come pure
fuori comune sul Monte Rite. Purtroppo abbiamo pochi
volontari. E dunque - rimarca Tabacchi - per sopperire
ai costi non possiamo perderci anche a rintracciare quei
contributi, pochi, che dovrebbero essere erogati dalla Re-
De Zordo - affinché si possa
sopravvivere. Si parlava d’istituire una tessera a prezzo
di favore per gli associati delle sezioni di montagna che
non hanno migliaia d’iscritti
come quelle di città, non
hanno introiti da rifugi, e si
sobbarcano invece il lavoro
pesante della sentieristica. E’
tempo di provvedere. Con i
soldi che rimarrebbero in
cassa potremmo comprare
attrezzature, promuovere
qualche manifestazione in
più, eseguire dei lavori sulle
nostre strutture”.
Il presidente Giovanni
De Zordo: “Abbiamo un
buon gruppo giovanile,
sempre in espansione,
e il ricambio è... futuro”
gione attraverso le Comunità
Montane.” “La frequentazione della montagna si fa sui
sentieri e mantenere i sentieri significa fornire sicurezza
all’escursionista, meno infortuni e meno interventi del
soccorso alpino. Nostro vanto
è l’aver ricevuto i complimenti dal capo del Soccorso
Alpino per come i nostri sentieri siano i meglio manutesi
della provincia.”
PIU’ SOLDI ALLE
SEZIONI DI MONTAGNA
Una nota di dolore sulla
melina dei contributi alle sezioni è rivolta alla sede centrale del CAI. “Vogliamo più
attenzione e più considerazione per le sezioni di montagna - aggiunge il presidente
LIBRI E GUIDE DELLA
SEZIONE SU INTERNET
Una Sezione quella di Pieve di Cadore che tanto vuole
essere polo d’attrazione dei
giovani e dei turisti che
amano la montagna da inventarsi qualcosa in più, come ricorda Michele Nadalet giovane collaboratore e
tesoriere nel direttivo. “Da
qualche anno apriamo d’estate una sede temporanea in
piazza Tiziano, più visibile,
dove trasferiamo la biblioteca molto ricca di volumi, filmati di montagna, Dvd e
quant’altro. Quest’estate eravamo presso i locali di Nelso
Costella, che ha dato la propria disponibilità e che ringraziamo. In ef fetti la sede
La ‘Capanna Tita Panciera’ a Forcella Antracisa
utilizzata dai soci della Sezione di Pieve
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i Pieve di Cadore - 80° di Fondazione - Sezione CAI di Pieve di Cadore
S
e nel panorama alpinistico pievese agli albori della neonata Repubblica
c’era una guida alpina anomala, era Giovanni Battista
Panciera, detto Tita (19251954). Ciò che lo contraddistingueva era la ricerca spasmodica della spiritualità,
sentimento che a fondo valle non riusciva a percepire,
tanto la sorte gli era stata
avversa.
Da ragazzo sciava sui declivi dei prati Contin poi, divenuto provetto, alle Verte,
accanto all’omonimo trampolino di salto. Un brutto incidente proprio su quella pista dove ne uscì malconcio
pose fine ad una carriera
che avrebbe potuto portarlo a notevoli risultati, dato il
coraggio con il quale affrontava le discese, senza timori, con la sola voglia di
raggiungere il traguardo
nel minor tempo. A diciannove anni, nel 1944, l’amministrazione dell’Alpenvorland lo chiamò alle armi e
un destino crudele lo rin-
Dal libro TRA MEMORIA ED INCANTO emerge
la ricchezza della tradizione alpinistica
TITA PANCIERA, RAGNO DELLE DOLOMITI
chiuse per nove mesi nel
campo di concentramento
di Dachau. Al termine del
conflitto, Tita Panciera, a
vent’anni, è un uomo provato e sfibrato; un uomo che
ritrova la voglia di continuare a vivere nella solitudine
della montagna e nell’affetto dei familiari.
Per mesi cammina lungo
i sentieri e affronta le prime
cime che vede dalla finestra
di casa: l’Antelao e il Pelmo.
Passa dalle ascese attraverso le vie comuni a quelle
più impegnative per divenire eccellente alpinista che
sapeva affrontare il IV e il V
grado con la forza derivante
dall’innata capacità all’autosicurezza. Panciera era però uno scalatore solitario:
preferiva cercare da solo di
vincere la montagna, seb-
bene non disdegnasse la
compagnia di amici o di
clienti.
Il suo rapporto con la
montagna era particolare:
la preferiva quando si presentava nella veste candida,
quasi fosse il diavolo mascherato “solo d’inverno scrive nel suo diario - l’alpinista lotta contro la montagna e contro la natura e nessuna scalata estiva, sia pure
di grande difficoltà, può dare all’alpinista la gioia di
aver dominato come d’inverno; perché d’inverno la lotta
è di molto superiore alla difficoltà che presenta: la massa di neve, la tormenta, il gelo, la fame e tante altre cose”.
E le ascensioni invernali
sono state il suo capolavoro: la Cima Fanton dell’An-
telao il 23 gennaio 1949 (la
assoluta con il padovano
Bruno Sandi), la solitaria
dell’Antelao lungo la via
Menini il 30 dicembre 1952
e la solitaria del Pelmo il 13
febbraio 1949. (…)
Con Mario Rinaldi del
CAI di Padova tracciò la direttissima sulla parete est
di Cima Fanton (denominata “via Padova”) il 2 settembre 1949. È un itinerario irto di continui passaggi di IV
e V grado di notevole valore
estetico e alpinistico, che si
superano con notevole fatica, tanto sono ostici.
La sicurezza che dimostrava nelle ascensioni impegnative, Tita la utilizzava
nella professione di guida.
Sebbene il Libretto personale sia avaro di note (era
Portatore dal 1951 e Guida
dal 1953), i
sentimenti gratulatori
nei
suoi confronti
sono decisamente sinceri:
“Il salir con lui
sembra men duro, per il passo
veloce e la cordialità [...] Con
la Guida Titta
Panciera ogni
paura è superflua, cordiale e
premuroso con i
compagni
di
ascensione. Credo che poche
guide si potran- Tita Panciera sulla vetta dell’Antelao
no trovare come lui sicuro nel tura o caratterizzati da copasso e pieno di iniziativa”.
struzioni che rappresentano
Tita non era conosciuto la presenza del montanaro.
unicamente per essere il
Nel giugno 1954, come
«ragno solitario delle Dolo- scrive Ettore Serafini, Tita
miti» come battezzato da Panciera «per le imper vie
Bepi De Gregorio. La pas- vie del Pelmo, è asceso in
sione per la fotografia ne spirito fino alla Misericoraveva fatto un apprezzato dia di Dio».
(estratto dal libro
editore di cartoline (bianco
e nero). Oltre una cinquanti- della Sezione Pieve di Cadore
na le immagini di montagne “Tra memoria e incanto” - 2004
Giancarlo Pagogna )
e di paesi immersi nella na-
LA MONTAGNA VISSUTA
In gita sul Fanes
L
e Dolomiti non mancheranno mai di stupire per la loro bellezza. Fra i
percorsi escursionistici effettuati questa estate dalla
Sezione di Pieve di Cadore,
la gita sul Fanes per il percorso vario, panorama e
tempo splendido, è stata
una delle più belle anche un
po’ impegnativa.
Il gruppo di una ventina di
persone ha iniziato il percorso al tornante di S. Uberto a
Fiames di Cortina, proseuf ficiale è al piano
terra delle Scuole Medie, locale gentilmente ed opportunamente concesso dall’amministrazione comunale di Pieve
di Cadore, ma la sede estiva
in piazza è effettivamente più
visibile, più frequentata. Qui
infatti si moltiplicano le richieste di consultazione di libri e guide di montagna, di
cartine o programmi di gite.
E poiché ci è sembrato giusto
facilitare l’accesso ad una sì
ricca biblioteca, con l’aiuto di
due volontari, sono stati caricati i testi nel nostro sito
www.caipievedicadore.org,
cosicché ora si possono consultare i volumi velocemente e
gratuitamente e pure richiederli.”
Per gli amanti della monta-
guendo sulla strada verso la
Stua, deviando ad un certo
punto per il Cason de Antruilles e continuando su
per valloni fino ad un altipiano (nella foto sopra).
Un percorso lungo su di
un dislivello di 1400 metri,
coperto in circa 9 ore, fino
alla cima del Col Bechei
2793 metri. Di lì, dietro le
Tofane, si può ammirare un
panorama stupendo, con la
Croda del Becco, le Cunturines, e sotto la Val di Fanes.
Naturalmente il bello delle
gite in montagna è anche
osservare la natura e respirarne il profumo, cogliere i
segni della storia passata
(come i ruderi di un osservatorio austriaco),
chiacchierare fra amici e farsi
quattro risate.
Provare per credere!
Ovviamente, per queste
gna vissuta la Sezione inoltre
sta rimettendo a nuovo la
‘Capanna Tita Panciera’ a
Forcella Antracisa, 1693 metri. “E’ ancora chiusa perché
stiamo rifacendo la pavimentazione al piano terra, ma è
una struttura importante - ricorda Nadalet - che dispone di
24 posti letto ed è illuminata a
panelli solari; è a disposizione
dei soci anche nel periodo invernale. Data la sua locazione
sulla strada che porta al rifugio Antelao, la Capanna Pancera è un buon punto di riferimento per le escursioni al San
Dionisio e alle pendici SO dell’Antelao.”
Cambiano i tempi, la “montagna” soffre, ma i montanari
mostrano di non demordere.
Buon 80° compleanno!
gite ser ve allenamento ed
equipaggiamento consono,
per la conoscenza del percorso ci pensa il Cai.
In gita sul Popera
Tanta la soddisfazione dei ragazzi del Gruppo Alpinismo Giovanile che sono saliti a Forcella Popera nel giugno 2008, accompagnati dal loro coordinatore Nicola De
Lorenzo e da alcuni dirigenti della Sezione CAI di Pieve.
In gita col CAI ci si diverte e si è più sicuri
Un’occasione per imparare a conoscere
il mondo della montagna e la sua gente
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Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
QUEL “PARLAR CADORIN” DI CATERINA A SANTO STEFANO DI CADORE
DE VIDAL EMIGRATA NEL 1947 IN ARGENTINA RICORDATO IL GEN. DALLA CHIESA
Gentilissimo Direttore,
inizio ringraziandola per
darmi la possibilità di partecipare agli articoli della
pagina “Lettere e Opinioni”
con questo piccolo ricordo
di mia mamma Caterina De
Vidal, nata a Lorenzago di
Cadore il 19 luglio del
1915. Caterina è stata un’altra Cadorina nel mondo, arrivata in Argentina nell’anno 1947 come del resto tanti italiani dopo la seconda
guerra mondiale.
Sorella di Clara che emigrò a Detroit (USA), di Aldo riconosciuto pittore e
scultore di Lorenzago di
Cadore, e di Giuseppe che
era già ubicato a Mar del
Plata, dopo la seconda
guerra mondiale, mia madre volle seguire le orme
del fratello e se ne andò in
famiglia, e progresso, sentimenti e valori comuni a tutti
gli emigrati nel mondo.
Caterina ci ha lasciato
nel 2004 e a me resta sempre il ricordo del suo “parlare cadorin” quando mi
descriveva le sue camminate nel “bosco dei sogni”, le
pattinate sul ghiaccio e il
suonare del campanile.
Il figlio
Alejandro Rampi
Mar del Plata - Argentina
Argentina. Lei partì solamente con un piccolo bagaglio, trent’anni di gioventù
e il suo “parlare cadorin”.
Così, come tanti immigrati, ha fatto di questa terra la
sua seconda patria dove è
incominciata la sua nuova
vita nella mia città. Lavoro,
Per Caterina, come per
tanti altri emigranti che si
scelsero una nuova patria,
non fu certo facile costruirsi
una nuova vita. “Lavoro, famiglia e progresso” fu il loro
credo per riuscire. E nel cuore sempre il loro paese...
Non è romanticismo, è
consapevolezza di quel che si
è e si lascia ai figli.
Ricordati con una S.
Messa il 3 settembre a Santo Stefano di Cadore il gen.
dei Carabinieri Carlo Alberto Della Chiesa e la sua
consorte Manuela Setti
Carraro, assassinati in un
attentato a Palermo 27 anni
fa. Numerosi i cittadini presenti.
Nella foto, con il sindaco
di S. Stefano di Cadore
Alessandra Buzzo, il vicesindaco Paolo Tonon e il
comandante della locale
Stazione dei Carabinieri
maresciallo Aliprandi, la
signora Luisa Comis-Danzi di Milano che da oltre
20 anni frequenta il paese Chiesa, organizza dei mo- to di Palermo che in quegli
e che da molti anni, quale menti per tenere vivo il ri- anni aveva sconfitto la maamica della famiglia Dalla cordo del generale Prefet- fia.
I 90 ANNI DI ALFREDO FEDON DI VALLESELLA
LA CROCEROSSINA MERCEDES COMPIE 90 ANNI
Conosciutissima a Pieve
di Cadore, dove è nata 90
anni fa, Mercedes Genova è
un’icona del Corpo delle Infermiere Volontarie, di cui
può fregiarsi del grado di
capitano, anche se a riposo.
Ha sempre avuto un carattere forte e si è fatta buona esperienza sul campo, in
oltre 50 anni: dal servizio in
ospedali, alla partecipazione ai soccorsi nelle tragedie del Vajont, del Friuli, all’alluvione del 1966, al terremoto in Basilicata... Capogruppo a Pieve ed ispettrice a Treviso.
Confida con qualche mo-
destia la crocerossina insignita del cavalierato al merito: “E’ più quel che ho ricevuto di quello che ho dato”.
A Treviso, dove si era trasferita e maritata col dott.
Antonio Perissinotto, aveva
trovato anche il tempo di
fondare l’associazione culturale La Lioda assieme ad
altri cadorini, il prof. Gildo
Cesco Frare, l’ing. Leopoldo Palatini, il rag. Pietro
Coletti e Ettore Coletti. Un
circolo numeroso di amici
cadorini lontani che tenevano ben salde le loro radici.
Il 26 ottobre raggiunge la
bell’età di 90 anni. Auguri!
“IL CADORE E’ UN SFOI BELLISSIMO”
Egregio Direttore, quando ricevo il Cadore mi si allarga il cuore e … mi spuntano le ali. Leggo delle parole di Papa Wojtyla sulla
targa ricordo, realizzata dal
grande e noto scultore
maestro Franco Fabiane,
frase sulle Regole che venne pronunciata durante la
celebrazione in piazza a S.
Stefano di Cadore l’11 luglio 1993, e del quadro di
Regianini, che fanno memoria delle “nostre radici
cadorine e ci fanno risentire le “tradizioni dei padri”… Anche questo da lustro alla nostra terra.
Leggo della venuta del
nuovo elicottero e di coloro
che persero la vita per andare a salvare altre vite
(certo non doveva capitare). Le nostre krodes a volte prendono le vite.
Ci conforta la venuta in
Cadore del Capo dello Stato nell’onorare, con il direttore dell’Unesco, anche
quanti sulle Dolomiti sono
saliti e dato la vita. Noi li
sentiamo dei Grandi!
Mi commuovo nel vedere Santa Margherita in Laggio di Cadore con i suoi affreschi.
Conto di passare alla Magnifica a ringraziare per
quanto fate per la nostra
Piccola Patria, Così la definiva il cardinal Piazza, che
fece molti inni alle nostre
chiese e quando saliva a Vigo di Cadore, portava sem-
Circondato da familiari ed amici, Alfredo Fedon di Vallesella di Cadore ha festeggiato
in ottima forma l’8 settembre il bel traguardo dei 90 anni (primo a sx). Complimenti.
pre un sacchetto di caramelle per i bambini.
… Cose care a lei, ai giornalisti e alla segreteria,
conto di salire in Cadore a
Laggio in Ottobre.
Suor Angela
De Podestà Rengo
Padova
Cara Suor Angela, vedo
che annota puntualmente
gli argomenti trattati dal
giornale e mi scuso se non
sempre le posso rispondere.
La vedrò volentieri quando verrà in Cadore.
SULLA FESTA “CADORINI LONTANI”
Caro Direttore
Ho letto la lettera apparsa su Il Cadore 8-9/09 a firma di
Emanuele De Polo, per 10 anni benemerito direttore di
questo giornale, a cui la Magnifica Comunità ha consegnato, in una pubblica cerimonia, quale riconoscimento
di tanta partecipazione, la Pergamena dell’Onore.
Egli lamenta talune imperfezioni nella realizzazione
della festa dei “Cadorini lontani” e suggerisce miglioramenti per il futuro.
Personalmente non posso che richiamarmi, per illustrare gli scopi fondamentali della Festa, a quanto apparso sullo stesso numero del suo giornale, a pagina 3.
Cordialmente
Il Presidente della Magnifica Comunità
Emanuele D’Andrea
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
OLIVO BELLI DI S. VITO, AMANTE DELLE BEPUTI DELLA LIBERA, MAESTRO DI SCI,
TRADIZIONI E DELLA CULTURA LOCALE
PARTECIPO’ A “LASCIA E RADOPPIA”
E’ mancato a Roma, dove abitava, Olivo Belli de
Toful di San Vito; aveva
81 anni ed è spirato dopo
mesi di sofferenze. Ogni
anno non mancava mai di
trascorrere l’estate a Serdes, il “suo” villaggio del
paese natale, che conosceva e amava moltissimo tanto da lasciare alcune gradevolissime testimonianze scritte. La sua
firma era apparsa anche
sul nostro giornale, in
calce a delicati racconti,
scritti con la leggerezza tipica delle memorie giovanili.
Ingegnere, amante delle
tradizioni e della cultura locale, aveva sposato Lisa De
Sandre Colombo, che gli
aveva dato tre figli. I funerali
svoltisi a San Vito sono stati
seguiti da molta gente, venuta anche da lontano.
Ecco cosa ha detto di lui
in chiesa Giuseppe De Sandre, anche lui nostro collaboratore. “Per comprendere la bella figura dell’ing.
Olivo Belli de Toful occorre
tenere presente il gruppo
patriarcale in cui è cresciuto, assimilandone i valori,
nella quiete di Serdes, un
gruppo che ha dato al paese
sacerdoti, religiosi e valenti
capi dell’amministrazione
comunale, ultimo dei quali
Alfonso, il papà di Olivo, uomo probo ed equanime eletto sindaco del paese dopo
esserne stato podestà. Olivo fu il primo in paese a conseguire la laurea in ingegneria, era il 1954, un titolo che
gli consentì di entrare subito in attività nei cantieri dell’impresa I.CO.RI dei fratelli
Vecellio di Auronzo, assumendo incarichi di crescente responsabilità in grandi
opere e ottenendo l’incondizionata fiducia del patron,
il comm. Giuseppe Vecellio.
Accanto alla solida formazione morale ricevuta dalla
famiglia, aveva maturato
una robusta padronanza culturale, pur in anni di precaria organizzazione scolastica. Ma fu l’amore per la famiglia ad essere in cima ai
suoi pensieri, un amore che
ha conosciuto la più grande
delle sofferenze con la perdita, trent’anni fa, del figlio
primogenito di vent’anni,
Alfonso. “Questo figlio che
non è più con voi vi unirà
ancor di più”, scrisse allora ai genitori l’arcidiacono mons. Sagui. E cosi è
stato. E in una famiglia
ancor più rinsaldata, i figli Gabriella ed Alessandro hanno compiuto il loro percorso di studi e
professionale, emulando
le capacità del padre, il
quale, pur con la misura
sua propria, ne è sempre
stato orgoglioso.
Il tempo della pensione
ha consentito ad Olivo di
dedicarsi ai suoi studi preferiti, alla storia, con una particolare predilezione per la
monumentale storia romana, all’archeologia, alle
scienze naturali, nonché, come otium vero e proprio, allo scrivere delicati racconti,
ispirati soprattutti alle esperienze degli anni giovanili,
sia per “Il Cadore”, sia, in
dialetto, per il foglio ladino
“Par no desmentease”.
Nella profonda tristezza
del commiato, ha concluso
l’avv. De Sandre, chi ha avuto modo di stargli vicino, in
particolare in questi ultimi
tempi, sente il conforto di
avere conosciuto e di poter
portare con sé questa alta
testimonianza di vita, di capacità di mettere a frutto i
propri talenti, con grande
onestà e semplicità d’animo”.
B.D.V.
NEL COMPLEANNO DELLA NIPOTINA GIULIA
“Come è bello guardarti
mentre dormi, sapendo che
ho favorito io il tuo dolce
sonno, cantandoti una ninna
nanna, la solita, ripetuta mille volte, ma che così tanto ti
tranquillizza, o inventando
ogni volta una storia nuova,
sempre diversa, io che di
fantasia pensavo di non averne affatto.
Guardando il tuo respiro
regolare, a volte leggero a
volte rumoroso, svanisce
l’ansia di dover fare tutto,
presto e possibilmente bene.
Mentre ti guardo, le rughe
della vita si appianano, i problemi, anche quelli che sembravano insormontabili, diventato piccoli gradini facili
da superare, e tutto acquista
una dimensione serena.
E adesso che so che tra
poco non sarai più sola, che
un fratellino (o una sorellina,
chi lo sa!) dividerà con te le
attenzioni di tutti, la tenerezza nel guardarti aumenta: sarà il tuo primo grande dolore, che forse non volevi saggiare, ma che noi tutti cercheremo di rendere il più lieve possibile.
Come è bello guardarti
mentre dormi, mia piccola
dolce nipotina Giulia.”
Aurora Costan Zovi
Sicuramente era un tipo singolare. Giuseppe
Della Libera (Beputi)
era maestro di sci, forse
l’unico a Pieve. Sceglieva i suoi clienti fra i VIP
che soggiornavano in
paese; questi lo accompagnavano poi a Cortina
dove le piste erano più
attrezzate delle nostre in
Col Contras e lì iniziavano le lezioni: successo
assicurato!
Aveva la carnagione
scura e per questo era
soprannominato “l’indiano”. Amava la musica
sinfonica, passione che
lo portò fino a Milano,
negli studi della RAI per
partecipare a ”Lascia o
Raddoppia” con Mike
Buongiorno.
Era anche un bravo fotografo, collaborava con
me nel fotografare gli Alpini ai Campi invernali ed
estivi; gli davo una LEICA e lui scattava una marea di foto, gruppi di Alpini dei quali stampavo poi
migliaia di copie: i Capitani delle Compagnie Alpine, se non c’era Beputi,
rinunciavano al Campo!
Conosceva la montagna metro per metro:
come le sue tasche; i Comandanti del famoso
BtG Cadore - all’epoca
contava più di 600 Alpini
- arrivavano da lontano
ed avevano necessità di
avere una guida sicura.
Era inoltre celebre co- quantità per poi vendere agli alnoscitore di funghi che berghi di Pieve di Cadore
Luciano Livan
raccoglieva in grandi
IL PLAUSO DI UNA TURISTA PER
“N TEI CANTOI DE PERAROL
Egregio Direttore,
voglio segnalare la soddisfazione per aver partecipato, per caso, con un gruppo
di amici, all’iniziativa “N tei
cantoi de Perarol”, domenica 6 settembre. Partiti da
Valle per una camminata lungo la strada Regia siamo
giunti dalla splendida Damos, qui ci è stato suggerito
di proseguire per Perarolo
seguendo il sentiero che attraversa la vecchia ferrovia.
Grande è stata la sorpresa
quando siamo giunti a Perarolo sia per l’accoglienza che
per la maestria con cui erano
stati allestiti gli angoli del
Paese (Cantoi). Abbiamo gustato con piacere i piatti tipici
che ci sono stati proposti.
Sono esperienze che re- numerosi e gentili organizstano vive nella memoria e zatori.
che danno un segno forte
Ringraziando per l’ospicambiamento nelle proposte talità, cordiali saluti.
Diana Zanco
turistiche del Cadore. Un
plauso alla Pro Loco ed ai
Marcon (VE)
PERAROLO
Palazzo Lazzaris
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ANNO LVII
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Dicono di loro
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Dicono di loro
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Dicono di loro
CANCIA, ECCEZIONALE FENOMENO? OLTRE ALLE DOLOMITI, PUNTARE SULLA
“La strada d’Alemagna continua
quindi a salire per la val Boite; l’Antelao per un tratto non si vede , ma all’improvviso riappare e da Vodo a Borca mostra un’altra parete che avanza a
guisa di prora, la parete S-O, solcata a
s. da un poderoso camino:la parete ed
il camino di Bettella.Poderosi contrafforti e speroni si protendono al limite
estremo O sorgendo da una fiumana
di ghiaia, vasta e rovinosa per valanghe e per boe; lo sanno i paesi disseminati sulla strada del Boite, che ben
ricordano Villalunga, Sala, Taulen,
Marceana sepolte…. Ma è un Re che
bisogna prudentemente temere.Gli
abitanti vicini a questo Monte Antelao
devono sempre dubitare qualche accidente e specialmente gli sottoposti di
secolo in secolo devono tremare.”
(pag. 344 dalla guida Berti-Dolomiti
Orientali -1 luglio 1908)
Il 23 luglio sono salito sino a quota
2000 sotto forcella Salvella - quota
2496 - per rendermi conto dell’eccezionalità del materiale franato. La giornata è calda, limpida e unica per la nitidezza dei particolari che si possono
ammirare da questa quota. La roccia a
destra che sovrasta gli ultimi apparati
morenici è di una bellezza sorprendente e questo ha stimolato i grandi
dell’alpinismo europeo. Roccia solida,
compatta, di colore nero-azzurro e
rosso al tramonto. Sottoposta agli
sbalzi termici invernali di 25-30 gradi
notte-giorno, può staccarsi in blocchi,
ma osservandola attentamente da
questa quota non è stata complice del
disastro del 17 luglio. A sinistra sul
versante della forcella Salvella, le
ghiaie partono alte da poco sotto la
cresta.
Qui è il bacino di alimentazione da
dove è partita la massa di fango e detriti. La forte pendenza ha accelerato
la velocità lungo il pendio scavando un
letto sul cono morenico di 3-4 metri
per poi curvare a fine ghiaione in direzione di Cancia, grattando sul fondo e
sui fianchi del Ru per poi scaricarsi a
valle nella vasca di contenimento e superarla. Di qua e di là dalle rive vi è un
Meglio ripristinare
il vecchio percorso
del Ru, a cielo aperto
bosco di pini ed abeti ed un sottobosco prativo che trattiene l’acqua piovana che non scarica nel canale. Eccezionale fenomeno meteorologico? In
paese si parla di casi simili già avvenuti. Ho sempre apprezzato la saggezza
dei montanari. Costruivano i villaggi a
ridosso dei boschi lasciando i declivi
soleggiati alla coltivazione ed al pascolo.
In questo caso qui a Cancia, di fronte al Pelmo, con esposizione Sud c’erano sicuramente campi e fienagione.
Qualcuno ha fortemente guadagnato
nella trasformazione del terreno da
agricolo a residenziale. Ci si è dimenticati del Ru, o è stato sottovalutato anche se il Re Antelao dava continui segnali di insofferenza.
Da una antica cartina della zona il
Ru de Cancia, chiamato Rovine de
Cancia, prosegue sino al Boite; di questo attualmente non c’è alcuna traccia.
La via Mattei taglia diagonalmente il
terreno sotto l’invaso dividendo la zona in due parti; al Sud Ville ed al Nord
strada di collegamento con il villaggio
ex-Eni e residenze. Il Ru finisce in una
vasca di contenimento collocata sopra
l’abitato e costruita tra il 1999 ed il
2000. Ho esaminato il progetto a firma
di noti professionisti molto attivi nel
Veneto ed ho constatato che è stato
eseguito proprio come richiesto. Una
cintura a forma di semicerchio costituita da gabbie metalliche zavorrate
con pietre ed al centro una costruzione precedente di tre piani per abitazioni. Incredibile! L’acqua piovana, della
quale, mi pare, non era stata prevista
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l’uscita, si è infilata sotto le griglie provocando l’apertura delle reti. Nel Ru
che non c’era, l’acqua ha cercato il
Boite a valle, ma ha trovato ostruzioni
continue nei fabbricati della zona a ville del P.R.G. del Comune di Borca.
Ora si andrà ad attuare un intervento
grande due volte e mezzo quello esistente per la “mitigazione del rischio
idrogeologico sul dissesto di Cancia”
e … ai posteri l’ardua sentenza. Sarà
un intervento devastante dal punto di
vista naturale senza dare garanzie assolute e si procederà a mettere in sicurezza il canale della frana, imbrigliando ogni cosa sino a sotto le creste
con percorsi per i mezzi di scavo e trasporto materiale in violazione ambientale.
Il percorso del progetto, durato un
decennio abbondante, ha ottenuto l’ultimo timbro in Regione proprio in questi giorni (fine luglio); nei giorni della
tragedia. Poiché il nuovo progetto di
ampliamento è stato avviato appena
eseguita la vasca di contenimento, intorno al 2000, quella attuale, sta a dimostrare che la portata liquida e solida che poteva scatenarsi dalle falde
dell’Antelao, come è avvenuto, era sottodimensionata. Stupisce come i tecnici e la saggezza dei locali non abbiano cercato in questi anni una soluzione alternativa. Con i 12 milioni di euro, per costruire un vascone da 110
mila mc., sopra le case di Cancia , per
ricevere ghiaia dall’Antelao sono possibili interventi definitivi al fine di togliere angoscie e paure dei residenti.
A mio avviso, nel rispetto della natura
e del Monte Antelao deve essere ripristinato il vecchio percorso del Ru ed a
cielo aperto. Per l’esecuzione in tempi
brevi si dovrà ricorrere a leggi speciale ed il professionista incaricato, oltre
ad essere competente, avrà la fermezza di dire anche”no” !
arch. Roberto Valmassoi
Pieve di Cadore
L’intervento di Valmassoi era di fine
luglio, ma rimangono attuali sia l’analisi che i suggerimenti.
Chi segue la cronaca sa degli sviluppi
che si sono avuti sulla messa in sicurezza di Cancia: e, alla fine, il progetto dell’invaso per raccogliere l’acqua sostanzialmente non cambia; l’assessore regionale Conta a Borca il 30 settembre
ha incontrato gli amministratori ed il
Comitato, dicendosi comunque disposto
a valutare altre soluzioni; soluzioni alternative che debbono essere valutate
con la gente del posto, ribatte il Comitato, perché la scelta della vasca è ritenuta sbagliata.
Una decisione non facile, quella a
Cancia, ma ineludibile.
IMPRENDITORIALITA’ COOPERATIVA
Certo oggi si deve riflettere di contenuti estetici e geologici delle Dolomiti, ma non
è andare fuori tema riflettere
anche di lavoro ed economia.
(...) Quasi 30 anni fa nel
mese di giugno del 1981 in
comune a Pieve si svolse il
primo convegno di ricerca
sul settore della occhialeria,
(quei lavori che rappresentarono una delle prime carrellate su un settore produttivo
che ha poi rappresentato uno
dei fenomeni italiani) furono
conclusi da Paolo Perulli oggi docente nella università
Del Piemonte Orientale. Da
questi contatti, da quella storia, ho rubato alcuni spunti.
Le semplificazioni e la
creazione di miti, servono ad
alimentare la retorica ed il
marketing ma sono molto
dannose. Vorrei indicarne
due, di opposte intenzioni,
ma entrambe negative per
chi è alla ricerca di un futuro
per le dolomiti e le persone
che qui vogliono continuare
a vivere: il marchio UNESCO
porterà un 30% in più di presenze turistiche; il marchio
UNESCO porterà troppi vincoli sul nostro territorio.
Queste sono due semplificazioni ancorate a una analisi
e a una ricerca di prospettiva
che guarda al passato, che
guarda da un punto di vista
economico ad un realtà che
non c’e più. Ad una economia
che era tutta orientata a costruire il suo successo nella
ricerca di COSTI sempre più
competitivi (più quantità di
turisti o meno costi imposti
dai vincoli, vantaggi da economie di scala, ecc.).
Nel mondo globale sono decine i luoghi che riescono a
produrre servizi, manufatti,
prodotti, luoghi di vacanza ad
un costo molto più competitivo di quello che è possibile fare nel territorio dolomitico.
Tutto un modo di concepire
l’economia, il lavoro e l’impresa ha bisogno di un paradigma, un modello, delle modalità del tutto nuove che sappiano sostituire alla logica dei
costi (su cui altri saranno imbattibili) qualcosa di diverso.
Questo non può essere altro
che la fatica di immaginare e
costruire una economia, un
lavoro ed una impresa che basa la forza sulla capacita di costruire VALORE.
L’economia del valore com-
prende tante cose (qua ne indico solo gli aggettivi): prime
fra tutti il valore di un territorio, inteso come originalità,
sapere, tecnologia, conoscenza, esclusività, sostenibilità,
socialità, intelligenza personale, intelligenza collettiva. Tutti
questi aggettivi rappresentano fonti che possono alimentare il “differenziale cognitivo” (cioè quel insieme di valore aggiunto materiale ed immateriale esclusivo) da scambiare nel mercato. Ogni individuo, ogni imprenditore,
ogni amministratore, così come si fa nel momento di intraprendere una avventura, deve
metterci del suo, una sua idea
e una sua azione per costruire
la sua parte di “valore”. (...)
In definitiva ci serve: più
formazione da impiegare sulle cose che abbiamo e che
sappiamo fare; più creatività,
(se alla Casa bianca si fa l’orto
è perche 20 anni fa invece de
far la sagra con la luganega si
è inventato Slow Food e si è
cominciato a mettere in rete i
contadini del mondo; più sostenibilità, sia verso le persone e il loro lavoro sia verso il
territorio, (allargare la base
produttiva è un imperativo, la
disabilità individuale non è
una condizione particolare ).
Sulle infrastrutture: pubblico e privato non possono più
sommare in modo pragmatico interventi di segno opposto sperando che qualcuno di
questi funzioni.(non progetti
la ferrovia e l’autostrada insieme, non fai la centrale a
biomasse e porti il legname
dall’est, non crei economia e
identità territoriale se fai il
grande albergo). (...)
Per concludere, io non so
se una cooperativa sociale nel
territorio montano o nelle
Dolomiti Patrimonio dell’Umanità sono o saranno tra 30
anni oggetto di studio di un
fenomeno positivo. So per
certo una cosa, che nella situazione di crisi sistemica
della economia in cui siamo e
nella assoluta mancanza di
autosufficienza del mercato e
dello stato, la autoimprenditorialità cooperativa, la creazione di economia sociale e sostenibile, insieme alla valorizzazione delle risorse distintive, come le Dolomiti, sono
una mulattiera da percorrere.
Claudio Agnoli
OTTOBRE 10-11:OTTOBRE 10-11
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NEL LIBRO D’ONORE
Viviana Costanzo di
Auronzo di Cadore il 22
giugno ha conseguito
nella città svizzera di Ginevra all’Ecole de Traduction ed d’Interpretation(ETI) la laurea in:
”Interpretazione di conferenza”
Lo annunciano con
grande orgoglio la mamma e papà, si congratulano vivamente i nonni,
Umberto, gli zii e zie, cugini ed amici tutti.
Pubblico riconoscimento della
Magnifica Comunità a Luciano
Livan e Carla Tabacchi
Cerimonia significativa alla Magnifica Comunità di Cadore il 19 settembre dove sono stati premiati Luciano e
Carla Livan per l’attività sociale ed il volontariato a favore
dell’Ente.
Il presidente Emanuele D’Andrea nel leggere la motivazione si è congratulato con la coppia, accompagnata da figli e nipoti, e ha consegnato loro la pergamena assieme all’occhiello con lo stemma della Comunità.
L’attestato di benemerenza è stata attribuito a Luciano
Livan di Pieve di Cadore per “aver illustrato per più decenni, con tempismo e sensibilità, attraverso le sue fotografie,
gli avvenimenti importanti di Pieve, costituendone un fondo
documentale unico, mettendolo a disposizione della Magnifica e del pubblico.” L’attribuzione a Carla Tabacchi Livan
per “aver custodito e valorizzato il patrimonio fotografico
del marito e per il suo sostegno alla rinascita del Museo Storico del Risorgimento e della Guerra presso la Magnifica.”
LAUREE
Paola Ghinato di Pieve di Cadore si è laureata
in Scienze della Comunicazione il 17 giugno all’Università di Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia, discutendo la tesi: ”I
film di Woody Allen, percorso (auto)biografico e
(auto)citazionista fra arte e vita”, relatore Prof.
Mario Brenta.
Alla neo dottoressa felicitazioni da mamma Marisa e papà Enrico, dai
nonni e familiari tutti.
Matteo Martini Barzolai di Comelico Superiore,
Casamazzagno, ha conseguito l’8 luglio presso l’Università di Padova la laurea quadriennale in Giurisprudenza, con una tesi:
“La responsabilità disciplinare dei Magistrati nel
quadro dei principi di autonomia e indipendenza della magistratura”; relatore
il Prof. Gabriele Leondini
Felicitazioni dai genitori,
fratelli, parenti ed amici per
l’ambito traguardo, che
s’accompagna ai brillanti risultati conseguiti a livello
nazionale nello sport (atletica leggera e rugby).
Suor Augusta Zandegliacomo Cella di Auronzo di Cadore il 30.
10.2008 si è laureata alla
Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del
S. Cuore di Roma, con la
tesi: ”Scelta di Make or
Buy, il caso di una residenza per anziani gestita
da un istituto religioso”.
Congratulazioni vivissime da parte della mamma, sorelle, cognati, nipoti e zii, nonché dalle
consorelle dell’ordine
delle Suore di Carità dette
di Maria Bambina.
Mariapia Zandegiacomo Riziò di Gorizia, originaria di Auronzo, il 22 luglio ha conseguito brillantemente la laurea quinquennale in Architettura
presso l’Università di Trieste, presentando la tesi:
”Riqualificazione a fini turistici e storico-culturali
dell’ex zona mineraria di
Grigna e S. Rocco nel Comune di Auronzo di Cadore”; relatore il prof. arch.
Giovanni Fraziano preside
vicario.
Felicitazioni vivissime da
parte del papà Pietro (già
sindaco di Auronzo e consigliere della Comunità),
della mamma, Maria Flora
Felice e dei familiari.
PER LE DOLOMITI, PUNTIAMO TUTTI SU UN TRENO
A TRAZIONE ELETTRICA DA VENEZIA A CORTINA
Tempo fa mi è capitato tra
le mani un vecchio articolo
del “Il Gazzettino ” datato 14
giugno 1924 nel quale si dava
notizia del perfezionamento
di un contratto tra il Ministero dei Lavori Pubblici e la Società per la Ferrovia delle Dolomiti. In questo trafiletto si
informava dell’ avvenuta concessione alla suddetta società
della tratta ferroviaria Calalzo-Dobbiaco per trentacinque anni. Nello stesso documento si pattuiva la sistemazione della sede stradale di
modo che potessero transita-
re locomotive di maggiore
peso e quindi evitare il trasbordo dei passeggeri e delle
merci alla stazione di Calalzo.
Sono passati ottantacinque anni ma la cosa non si è
più concretizzata.
Periodicamente sentiamo
parlare da parte di varie personalità della politica locale
e/o regionale della possibilità di collegare Venezia a
Cortina con un treno a trazione elettrica. Questa, a parere di molti sarebbe un’ottima idea; anche se l’opera si
dovrà realizzare su un trac-
ciato diverso rispetto al vecchio trenino delle Dolomiti
che ora è adibito in parte a
pista ciclabile. Infatti dal lontano 1924 si sono edificate
molte infrastrutture e costruzioni di abitazioni o altro
dove un tempo passavano i
binari a scartamento ridotto.
Ebbene, se dovessimo riuscire a far convergere le
forze della politica, delle amministrazioni comunali e
provinciale e le forze imprenditoriali private nel progetto di collegare la laguna
veneta con le nostre monta-
gne, penso che le attività turistiche ed in generale tutta
l’economia cadorina e ampezzana ne trarrebbe un beneficio di non poco conto.
Venezia e le Dolomiti sono
conosciute e ammirate da
tutto il mondo, ed in partico-
lar modo ora con l’ avvenuto
riconoscimento da parte dell’ Unesco quale patrimonio
universale dell’ umanità. Dare la possibilità ai milioni di
visitatori che ogni anno giungono nel capoluogo veneto
di poter usufruire di un colle-
gamento comodo, sicuro, panoramico e senza inquinamento tra le due località di
impareggiabili bellezza, sarebbe certamente una ulteriore carta vincente per il turismo della nostra regione e
della montagna bellunese.
Va da se che una volta arrivati a Cortina il prolungamento verso Dobbiaco sarebbe un fatto pressoché automatico. Peraltro esiste già
un progetto di fattibilità delle Regione Veneto datato
gennaio 2001 che non sarebbe male se venisse approfondito e discusso nelle
sedi competenti.
Gian Antonio
Casanova Fuga
OTTOBRE 12-13:OTTOBRE 12-13
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Ottobre 2009
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LA GRANDEZZA DEL CADORE
G
iacomo era nato nel 1895, a
Clifton, New Jersey, da Rosa Zanetti Sonaglier e da Giuseppe Zanetti Maco entrambi emigrati da Borca di Cadore, alcuni anni
prima. I genitori avevano lasciato
l’Italia in anni di miseria, quando
anche dal Cadore c’era stata una
fuga generale verso il nuovo mondo. Le ragioni? Anzitutto il disagio
che l’amministrazione italiana
aveva provocato con la fine del
Lombardo Veneto e la chiusura
degli sbocchi nell’Europa austroungarica. Ma pure per togliersi
dal sistema di governo che i piemontesi avevano introdotto lontano persino dal dispotismo illuminato degli Asburgo e, naturalmente, ancor più dal saggio governo
della Serenissima. Senza dire che
le poche risorse venivano sprecate in guerre assurde come in Eritrea, trascurando le scuole, le comunicazioni, gli ospedali, le ferrovie. Eppure quanto affetto per la
patria nei cadorini lontani! Ne è
un esempio la vicenda di Giacomo
Zanetti da Borca.
Il padre era <maestro d’ascia>,
mestiere prezioso in Cadore, ma
non in America dove le segherie
saltavano quel passaggio nella lavorazione dei tronchi. Perciò s’era
dedicato alla recisione degli alberi, risalendo a monte la lavorazione del legname, coordinando presto un’impresa che gli fece subito
guadagnare. Subito dopo aveva
aperto a Clifton un magazzino di
utensileria, uno <store>. Nel tempo libero partecipava alle attività
sociali, lavorando alla costruzione
della chiesa del Sacro Cuore, e associandosi alla famosa <Cooperativa cadorina>. La famiglia frattanto era cresciuta. Nel 1895 era nato
Giacomo, nel 1897 Ruggero, nel
1902 Mary, infine Rina, nel 1904.
Poteva dirsi un uomo fortunato se
non fosse stato afflitto da emicranie che nessun medico era riuscito a guarirlo, compresi quelli di
New York che, anzi, gli avevano
suggerito di cambiare aria (!) Infatti nel 1904 aveva preso la famiglia ed era tornato a Borca, ma
con l’intenzione di rifare presto la
traversata atlantica. Giacomo aveva dieci anni. Parlava un italiano
sommario, perciò venne iscritto
alla prima elementare per imparare a leggerlo e scriverlo. Era
piuttosto sveglio e già l’anno seguente veniva promosso alla quinta, ottenendo la licenza a pieni voti. Che fare? A Conegliano la famiglia conosceva compaesani di
Borca che possedevano una campagna. Fu abbastanza naturale
mandarvelo perché frequentasse
le scuole medie e, finito il triennio, anche l’Istituto enologico,
nella stessa maniera che se fosse
di Mario Ferruccio Belli
Giacomo Zanetti
UN EMIGRANTE... SPECIALE
Nato in New Jersey
da emigranti di Borca
Giacomo Zanetti
“Maco” fece gli studi
in Italia e fu capitano
degli Alpini nella
Grande Guerra
Rientrato in America
divenne uomo d’affari
e prese a viaggiare il
mondo come inviato
del governo in Asia
Nella foto, Giacomo Zanetti (primo a dx) con i genitori Rosa Zanetti Sonaglier e Giuseppe Zanetti Maco, accanto i fratelli tutti
nati in America: Rina (1904?), Mary (Passaic 1902 - San Vito
1955) sposata con il maestro Gabriele De Sandre Colombo, Ruggero (1897?); manca il quinto fratello Bruno, peraltro nato a
Borca (1906?), padre di Beppino dottor Zanetti, vivente a Borca.
La foto è stata scattata nel 1901 - Studio I. H. MASS & CO.
83 Second Street, Passaic, N. J.
stato ad Agordo avrebbe seguito i
corsi delle scuole minerarie, o a
Venezia l’istituto nautico.
Nel 1914, prima che Giacomo
avesse ottenuto il diploma, il padre Giuseppe decise di ritornare a
controllare i suoi affari in USA, accompagnandovi frattanto il secondo figlio Ruggero. Lo scoppio della guerra, quando i tedeschi cominciarono a silurare le navi, lo
bloccò prima di poter fare ritorno
a Borca a ricuperare gli altri figli.
Andò a finire che Giacomo, neo
perito enologo, venne chiamato al
servizio militare in Italia, benché
fosse iscritto nel passaporto americano del padre. Decise allora di
fare la scuola per gli ufficiali e diventò così sottotenente degli alpini nel 1915, giusto in tempo per
essere spedito al fronte in Comelico. Combatté sul Cavallino, tornandosene indenne, nonostante
la sua compagnia fosse rimasta
decimata. Ricostituito il reparto fu
trasferito sulle Tofane, dove passò
tutto l’inverno. Si considerava fortunato. Tornando in permesso a
Borca, in casa della nonna con la
mamma e le sorelle, conobbe a
Cortina una ragazza. Era un po’
più della morosa di passaggio; tant’è che il legame si consolidò anche quando il suo reparto fu tra-
10
sferito sull’insanguinato Ortigara.
Teneva fitta corrispondenza la ragazza, dicono una Rimoldi, che
poi scendeva a Borca a informare
la famiglia. Purtroppo nella tremenda battaglia del Tonderecar il
suo reparto, del tutto privo di munizioni, fu circondato e Zanetti,
uno dei pochi ufficiali superstiti,
venne fatto prigioniero. Era stato
promosso tenente l’anno prima,
per meriti di guerra. Finì nel campo di Mauthausen (Austria Superiore) dove patì la fame finché, appurato che era di nascita americana e che parlava alla perfezione
l’inglese lo trasferirono nei pressi
di Salisburgo. Anche se il cibo
continuava a scarseggiare, come
scrisse più tardi, ebbe il compenso di imparare il tedesco, senza dire che poté attraverso la morosa
ampezzana, comunicare con la famiglia in Cadore, dove lo si pensava morto o disperso. Nei primi
mesi del 1919 rimpatriò a Borca
dove trovò il padre anche lui, finalmente, ritornato con la famiglia. Non ci sono notizie sulla quasi fidanzata di Cortina. Nel libro di
memorie non ne fa cenno. Forse
morta per l’influenza spagnola,
chissà?
Il 17 dicembre 1920, Giacomo
Zanetti, cittadino di Barca (sic!)
di Cadore, Italy, 25 anni, maschio,
scapolo, sbarcava a Ellis Island,
dalla nave La Touraine, partita
dal porto di Le Havre. Era nel suo
paese natale e andò immediatamente nella casa paterna del New
Jersey. Purtroppo anche in America per chi cercava lavoro i tempi
non erano dei migliori. Se l’Europa era stremata la partecipazione
alla guerra degli USA, con quasi
un milione di soldati mandati in
aiuto degli alleati, pesava sul bilancio federale. Bisognava cogliere tutte le occasioni e questa si
presentò con un bando in cui l’ambasciata italiana di Washington
cercava personale bilingue. Giacomo prese il telefono e gli risposero di presentarsi all’ufficio consolare di New York. Soleva dire
che era stato il suo secondo colpo
di fortuna, dopo aver attraversato
indenne tutta la guerra, senza
beccarsi una sola ferita. Venne assunto e, dopo un breve tirocinio a,
fu ammesso nella carriera diplomatica. Seppure eroe di guerra,
era soltanto un enologo. Questo
non gli avrebbe fatto fare carriera.
Serviva qualcosa in più e quindi
decise di iscriversi alla Columbia
University. Studiando di notte, e
affrontando gli esami nei tempi liberi, riuscì a laurearsi. Quasi subito ottenne l’avanzamento di carriera con la promozione al grado
di primo segretario. Stimolato dalla moglie americana, che frattanto
aveva sposato, e che non solo l’aveva aiutato in quella lunga traversata nel mondo universitario, ma
pure non lo vedeva finire i suoi
giorni da burocrate, seppure di alto livello, si licenziò. Aveva trentadue anni, conosceva alla perfezione tre lingue, possedeva un patri-
monio di conoscenze maturate
durante i cinque anni di guerra,
quando l’Italia era diventata alleata degli Stati Uniti, aveva agganci
ovunque, decise di aprire una società di import-export a New
York. Gli affari andarono presto
bene. Prese a viaggiare in lungo e
in largo il mondo, soprattutto
quello asiatico. Era riuscito a tessere conoscenze a Washington e
iniziò, non è noto quando, una collaborazione di carattere riservato
con il governo. Per quelle che si
capiscono essere ragioni di opportunità politica Zanetti sorvola anche nel libro di memorie su quell’aspetto della sua vita. In realtà
molti eventi vengono alla luce,
seppure in trasparenza, soprattutto nei luoghi dove si recava per la
propria azienda. Nel 1945, alla fine del secondo conflitto, riceve
dal governo l’incarico ufficiale di
inviato straordinario nei paesi
asiatici. Un compito con la totale
copertura della diplomazia. In
quella veste avrebbe dovuto fornire informazioni vantaggiose per la
ripresa del commercio estero
americano. Pattuì un compenso
simbolico di un dollaro. Così egli
scrive letteralmente. In compenso
risulta che aveva carta bianca per
tutte le spese che sarebbero state
a carico del governo. Con la moglie accanto visitò le maggiori città del Giappone, Corea, Cina,
Vietnam, Laos, Tailandia. Alloggiavano negli alberghi di lusso,
frequentavano la migliore società,
erano accolti con gli onori del suo
status, ma pure con la simpatia
che circonda in genere gli uomini
d’affari. Anni splendidi che ricorderà con nostalgia. Gli impegni ufficiali in giro per il mondo, in quella fase della sua vita, lo portarono
purtroppo a dimenticare Borca e i
parenti. Così riferiscono i nipoti,
ma senza acrimonia.
Ha scritto un libro di memorie,
in inglese naturalmente e purtroppo manoscritto, che è quasi
un diario di viaggio ricco di notizie di ogni genere. Vi sono pure
interessanti e poco conosciute informazioni sull’emigrazione italiana della fine Ottocento, quando i
suoi genitori erano arrivati al di là
dell’oceano, affranti per il lungo
viaggio ma con la speranza di un
mondo migliore. Il dottor Giacomo Zanetti di Borca é sepolto nel
Conneticut. Sulla sua tomba, accanto al nome, è scritto l’elogio
più bello “Capitano degli Alpini”.
Forse l’unica con quell’indicazione montanara, anzi italiana, in tutti gli Stati Uniti d’America.
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L’ECCIDIO DI VALLESELLA
L’11 settembre 1944 un contingente tedesco
seminava morte e distruzione nel paese
Cosa di risorgimentale si può “restaurare”
in Cadore per i 150 anni dell’Unità d’Italia?
IL CADORE E LA STORIA
di Walter Musizza - Giovanni De Donà
ià a fine luglio il Presidente Giorgio
Napolitano aveva inviato al capo del
G
governo una lettera in cui chiedeva che si
rito
l’attacco
partigiano
al
forte di Col Piccolo, riuscì a
scampare alla
rappresaglia tedesca l’11 e 12
settembre 1944,
ciò non avvenne
per Vallesella,
che scontò inte- Le sorelle Giovannina, Rina e Anna Pavoni: le vittime stavano
ra la rabbia na- lavorando in un campo vicino con la madre Lucia
zista per quanto
successo in Oltrepiave.
Il pomeriggio del giorno
11 i camion tedeschi provenienti da Tai e diretti a Pelos, stavano transitando per
l’abitato di Vallesella, allor- scinandosi carponi, di na- stalla. Alcuni militari saliroché fu avvistato un partigia- scondersi dietro un cespu- no in soffitta, accatastarono
no che stava scendendo lun- glio: i tedeschi gli furono su- dei vecchi mobili ed appiccago un sentiero a fianco della bito addosso, lo picchiarono rono il fuoco, non tralascianstrada. Si trattava di Giaco- coi calci dei fucili e lo uccise- do peraltro di perquisire
mo De Boni “Tarras”, che ro con una scarica a brucia- ogni stanza e di riporre in
s’era staccato dalla sua squa- pelo alla testa. Nel frattem- una vecchia valigia ogni ogdra in marcia lungo un alto po le case vicine erano state getto ritenuto interessante e
sentiero tra Grea e Domeg- tutte circondate, tra cui quel- meritevole di asporto. La cage. Costui fu fatto immedia- la di Catina Vielmo, davanti sa già ardeva e nel rogo ritamente segno a molti colpi alla quale era intento a spac- schiava di perire il figlio di
d’arma da fuoco, ai quali cer- care la legna un giovane pro- Catina, Gustavo, di 7 mesi,
cò di rispondere con la pisto- fugo, Mario Fermo. Il giova- che stava dormendo sul sofà
la, unica arma che aveva con ne, impaurito, fuggì subito in cucina e che fu portato
sé, riparandosi poi nel bosco verso la propria casa, ma, miracolosamente in salvo atvicino. I camion si fermaro- preso dal panico, non sapeva traverso una finestra.
no subito e soldati tedeschi più cosa fare: girò intorno ad
Altri militari sfogarono la
si misero al suo inseguimen- essa, provò invano alcune loro violenza verso alcune
to, mentre altri circondava- porte per entrare e riuscì in- donne, una madre e tre giovano le vicine abitazioni.
fine a salire nella camera ni figlie, che stavano lavoranIl partigiano, che in un pri- della sorella. Qui fu scovato do in un vicino campo di patamo momento aveva cercato dai tedeschi, trascinato da- te. Si trattava di Lucia Comis
riparo dietro la casa dei Fe- vanti al portone ed ammaz- e delle figlie Giovanna, Anna
don “Saro”, fu ben presto zato con un colpo alla testa. I e Rina, che finirono tutte criraggiunto ed ucciso, ma la tedeschi radunarono tutta la vellate di colpi e lasciate agorabbia tedesca non si esaurì famiglia Vielmo, il suocero, nizzanti al suolo. I familiari
con la sua morte. Il caso vol- la cognata, due persone che rinvennero i corpi solo la matle che in quel momento so- lì vivevano in affitto e il co- tina successiva: una delle sopraggiungesse Giuseppe Da gnato Galliano De Silvestro, relle giaceva isolata sul camVià fu Isidoro, che, impauri- che fu preso prima a calci e po, a poca distanza dai corpi
to dalla sparatoria in corso, quindi colpito con un fucile di Giuseppe Da Vià e di Giatentò subito di allontanarsi. alla mascella, tanto da avere como De Boni, mentre le alUna raffica di mitra lo colpì tutti i denti rotti, e la stessa tre due erano riverse sulla
alle gambe, per cui l’uomo signora Catina, che aveva in- madre, la quale probabilmencercò disperatamente, tra- vano cercato rifugio nella te non era morta subito, ma
facesse chiarezza sulle opere da realizzare
e soprattutto sui fondi disponibili per celebrare nel 2011 i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Le risposte, invero non troppo dettagliate e
tempestive, date da Palazzo Chigi deponevano a metà agosto per uno sfoltimento del
numero di opere già previste al tempo del
governo Prodi e per la messa a punto di
una serie di eventi soprattutto mediatici e
culturali per assicurare il giusto risalto all’anniversario e non sforare le disponibilità
del bilancio pubblico.
L’argomento è stato uno dei più gettonati. E certo non
sfugge ad alcuno come dietro a siffatta
“querelle” tipicamente estiva non ci sia
solo l’oggettivo degrado materiale di
molti simboli del Risorgimento, ma, ancor più, la volontà
squisitamente politica e strumentale di
alcuni di rimettere in
gioco, o comunque
ridimensionare, la
valenza storica e morale, nonché gli esiti stessi, dell’intero
processo della nostra sofferta unificazione nazionale. Dall’anacronismo, più volte
richiamato, dell’inno di Mameli alle condizioni della sua tomba al Verano, dai puntelli della statua di Anita Garibaldi al Gianicolo alle lapidi illeggibili della tomba di
Cavour a Santena, sembra che tutta l’Italia
si sia scoperta smemorata, distratta e fors’anche coscientemente disinteressata a
celebrare un passato troppo distante ormai dalle sue reali problematiche ed esigenze.
Ma proviamo a chiederci, con la massima serenità possibile, cosa di risorgimentale i cadorini possano “restaurare” nelle
proprie contrade e, magari, nella propria
memoria.
Come non cominciare da Pietro Calvi e
dall’epopea del 1848? Il monumento dell’eroe a Pieve, fin troppo defilato e mai molto
apprezzato dal punto di vista squisitamente
artistico, forse richiederebbe una ripulita,
ma niente di eclatante, come pure la sua effigie in Piazza Tiziano, quel volto di “giovine disfidante” che tanto piacque nell’originale al poeta vate Carducci.
Poi ci sono i monumenti ai Caduti della
Grande Guerra presenti in ogni Comune
e frazione del Cadore: molti appaiono oggi sinceramente brutti esteticamente, con
iscrizioni ridondanti e spesso più nazionalistiche che patriottiche, del tutto sfasate
rispetto alla mentalità contemporanea e
agli stessi ideali di Europa Unita. Ma ciò
non ci autorizza a lasciarli in precarie condizioni, ad accettare l’inesorabile degrado
che scende su tanti elenchi di caduti. Maturità significa per una nazione riconoscere la propria storia, accettandola nella sua
interezza, con tutte le sue grandezze e miserie, con i suoi slanci giovanili ed immaturi ed i suoi gravi errori anche recenti: in
poche parole costituiamo un popolo se ci
facciamo carico degli onori meritati come
delle vergogne commesse e la Grande
Guerra in ciò è paradigmatica, nel bene e
nel male.
Parallelo, se non addirittura contestua-
e Vigo di
S
Cadore,
rea di aver favo-
7 furono i morti a Vallesella, di cui
6 le vittime innocenti travolte dalla
ferocia dell’occupante tedesco
le, risulta la memoria dei caduti nella lotta
di Liberazione, che spesso convive sulla
stessa pietra con quella dei caduti del ‘15’18, in un nesso unico pur denso di differenze e contraddizioni: anche qui necessiterà qualche restauro formale e qualche
precisazione contenutistica.
Subito dopo vengono monumenti, lapidi
ed iscrizioni della III guerra d’indipendenza. A Treponti il piccolo cippo dedicato all’epico scontro dell’agosto 1866 meriterebbe una pulitura e forse pure un’integrazione che con sobrietà spieghi meglio
a tanti distratti in rapido transito fatti accaduti e loro contesto. Perché per esempio
non “gemellare” in
qualche modo il Cadore con i comuni di
Cormons e Romans
d’Isonzo nel Goriziano? Ciò che avvenne
presso Cima Gogna
è legato all’armistizio di Cormons e la
vittoria di Treponti
fa il paio con lo scontro quasi coevo di
Versa tra Judrio e
Torre: i due combattimenti costituiscono
le uniche soddisfazioni di quella paradossale guerra, in
grado di fare da umile contraltare ai tremendi smacchi di Custoza e Lissa. Ma
quanti lo sanno dentro e fuori i confini della piccola patria?
Ci sono poi gli innumerevoli apparati
fortificatori disseminati un po’ ovunque
negli anni 1866-1915 e 1938-1945 nell’attesa di una guerra che poi si è palesata inopinatamente diversa nei modi e nei luoghi. Molto è stato fatto per salvare dalla
fatiscenza siffatti esempi di “archeologia”
militare grazie a recenti progetti Interreg,
ma ancor più resta a fare.
La celebrazione del 150° peraltro non si
farà solo con un “maquillage” di monumenti o manufatti storici esistenti sul territorio: ripensamento e riappropriazione
della storia si perseguono anche attraverso studi e pubblicazioni, che certo non
mancheranno, dovuti magari più all’acribia dei singoli che non agli stimoli istituzionali. Ci sia concesso tuttavia di formulare un proposito in tal senso, individuando un “vuoto” esistente nell’approfondimento del Risorgimento nelle nostre valli:
perché non indagare meglio su quanto avvenuto in Cadore, a Belluno e in Friuli in
occasione dei falliti moti mazziniani del
1864? I nostri vicini friulani hanno, anche
recentemente, studiato a fondo quegli
eventi e la personalità stessa dell’ideatore,
il medico Antonio Andreuzzi di Navarons,
e qualcosa è stato pur fatto per ricordare
gli addentellati del moto a Belluno, dovuti
al coraggio di Beniamino Dal Fabbro, ma
in Cadore permane una specie di amnesia. Sui patrioti cadorini implicati, sugli
ambiziosi piani fatti, sui processi e sulle
pene inflitte dall’Austria nei processi seguiti, sul giudizio statario imposto all’intera popolazione, parecchio resta da studiare e far conoscere.
E’ probabile peraltro che molti abbiano
sul 150° altre idee e prospettive. Del resto
il 2011 non è proprio domani e il nostro
giornale certo non mancherà di dar spazio ad altri contributi.
Walter Musizza Giovanni De Donà
La celebrazione
dell’identità nazionale
si farà con
un maquillage ai
monumenti e
manufatti storici
esistenti
sul territorio e
anche attraverso
studi e pubblicazioni
era rimasta agonizzante per tutta la notte.
Quando i tedeschi se ne
andarono, diretti in Oltrepiave, molta gente si precipitò a spegnere le fiamme
appiccate alla casa Fedon,
eppure nessuno ebbe il coraggio di cercare i corpi degli uccisi. Ma per quel giorno non era ancora finita,
giacché la colonna tedesca,
di ritorno da Vigo, appiccò il
fuoco con il lancio di alcune
bombe a mano anche al fienile-stalla attiguo alla stessa
casa Fedon e rubò per di
più una vitella e una mucca.
La mattina del 12 settembre, ritornata la calma, si poté finalmente recuperare
tutti i corpi, ricoperti di brina, e tracciare il bilancio definitivo di quel tremendo ec-
cidio: 7 morti, dei quali almeno 6 vittime assolutamente innocenti, travolte
dalla più gratuita ferocia.
Tutto il paese di Vallesella si
strinse attorno alle sfortunate famiglie per esprimere la
sua solidarietà: furono tenuti imponenti funerali e i corpi vennero sepolti nel cimitero di Domegge, dove ancor oggi riposano.
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IL LUPO E’ RITORNATO
a notizia è di qualche
L
mese fa: il lupo sta “invadendo” le Alpi, anzi sta
tornando sui territori che furono suoi. Forse arriva dalla Slovenia, e tra Piemonte
e la valle d’Aosta ce ne sono
già 150. Da cinquant’anni è
un animale tutelato, inserito tra le specie più protette
dalla legislazione nazionale.
Il regime di tutela è riuscito
ad ottenere risultati confortanti. Oggi le stime parlano
di 500-800 lupi italiani e la
novità è che gli animali
hanno superato le “barriere
ecologiche” tra Apennini e
Alpi. La specie ha cominciato a ricolonizzare gli antichi
territori e la riconquista delle Alpi è frutto di un processo di espansione, segno di
una popolazione in buona
salute e in crescita. Anche in
Cadore, fino a due secoli fa
il lupo era un “nemico” perchè aggrediva le greggi. Una
fiera da combattere e da eliminare. Ecco che cosa capitò a San Vito nel mese di
maggio del 1828.
L’episodio è stato desunto da un breve carteggio
esistente nell’archivio comunale e riguarda la caccia a un lupo, forse l’ultimo della zona. La storia
non dice se la fiera cadde
per mano di alcuni arditi volontari o se invece trovò la
morte per fame o per vecchiaia. Ma l’episodio è
egualmente interessante
per alcuni particolari che
emergono da questa, forse
non infrequente, vicenda e
per capire un po’ i costumi
e la mentalità di allora. È
una vita grama, quella di allora, fatta di stenti e di sacrifici. Agricoltura e pastorizia le uniche fonti di vita.
Beni preziosi, custoditi gelosamente e difesi dalle insidie della natura non benigna e degli stessi uomini,
che si abbandonano a intemperanze, soprattutto
nell’uso delle armi.Ma
L’episodio è stato desunto da un breve
carteggio nell’archivio comunale
“Un lupo minaccia
il gregge, l’hanno
visto a pochi
centinaia di metri
da Chiapuzza e
bisogna intervenire
rapidamente per
eliminare questo
pericolo .....”
quando un pericolo estemo
si preannuncia, è ancora
l’uomo che torna protagonista, che afferma il suo diritto alla vita e alla tutela dei
suoi beni, del patrimonio
che gli consente di sopravvivere. Un lupo. Sì, un lupo
minaccia il gregge. L’hanno
visto a poche centinaia di
metri da Chiapuzza e bisogna intervenire rapidamente per eliminare questo pericolo che insidia le persone e il bestiame. «Si ha
sentito da alcuni particolari
che si sono veduto un lupo
nelli boschi di Geralba, e siccome che oggi fu inviato il
gregge delle pecore nella
maiolera di Pian Geralba,
per terna che il lupo ci faccia dei danni al gregge, questa rappresentanza ha ordinato ad alcuni uomini che
prendino l’archibugio e si
portino alli detti boschi, onde poter uccidere la detta fiera». La comunicazione è diretta all’I.R. Commissario
Distrettuale di Pieve di Cadore, per opportuna norma
e conoscenza, si direbbe
oggi. Nel contempo l’autorità del Comune invia una lettera a Gio Batta Belli Muschio di Serdes, persona
autorevole e di assoluta fiducia, come vedremo in seguito, nella quale vi è una
vera e propria «ordinanza»
per uccidere la fiera. Il tono
è estremamente deciso e il
testo chiarissimo.«Vi ordi-
no di portarvi domani buon
mattino e introdurvi netti
boschi di Geralba per sorvegliare ed anzi uccidere il lupo che si è fatto oggi vedere
da diversi particolari che
erano a tradurre legna dai
detti boschi e ciò a salvezza
del gregge oggi inviato alla
maialerà di Piano Geralba.
Via via sarete in vostra compagnia altri tre o quattro
uomini e tutti coll’archibugio onde ottenere lo intento». Dunque vi è anche l’autorizzazione ad usare l’archibugio, arma indispensabile per «ottenere l’intento». Ma evidentemente in
quei tempi le cose andavano alquanto diversamente
da oggi, se il sig. Agente
Comunale, fin dalla prima
comunicazione, sente il dovere di precisare all’I.R.
Commissario che «gli individui cui fu data l’ordinazione sono tutti persone di proba condotta e incapaci di
abusare delle armi ». L’assicurazione fornita dal signor
Agente Comunale sulle finalità che giustificano la
presenza di quattro uomini
armati nei boschi non è sufficiente per il «Capo della
Forza Armata di Finanza »,
un certo Selle Gio Maria, il
quale, con grande, sorprendente tempestività, fa immediatamente arrestare
uno dei quattro, Tomaso
Del Favero q. Batta, trovato
a girovagare per i boschi ar-
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10
mato di archibugio. Il provvedimento adottato dal Comando di Finanza fa intervenire l’Agente Comunale,
che lo stesso gior no informa con un rapporto l’I.R.
Dispensiere delle Private di
Pieve chiedendo che l’uomo arrestato sia posto in libertà. Dice la missiva: «II
sig. Selle Gio Maria con la
rispettiva squadriglia ha arrestato uno di questi uomini
che si gli avevano permesso
di portarsi colle armi per uccidere quell’animalaccio e
questa Rappresentanza intende che sia messo in libertà il detenuto e in caso
anche che non avesse diritto
di disporre delle armi in si
urgente necessità, nulla meno si chiama garante la Deputazione e si lasci in libertà l’uomo».
Il fine giustifica i mezzi,
dunque. L’uso dell’archibugio è assolutamente vietato,
ma se la “necessità” lo esige, vale la pena di chiudere
un occhio, a fin di bene. Ma
evidentemente il capo delle
Finanze è di diverso avviso
e si guarda bene dal lasciar
libero il detenuto, tanto che
l’Agente Comunale è costretto a rinnovare la preghiera all’I.R. Commissario
Distrettuale affinchè voglia
intervenire nella vicenda.
«Con rapporto precedente l’I.
R. Commissario avrà inteso
come questa Rappresentanza
ha dovuto spedire N. 4 uomini armati d’archibugio nelli
boschi di Geralba per scacciare il lupo che si è fatto vedere in quella località onde
non portasse danni al gregge
delle pecore ivi introdotto. Il
Sig. Selle Gio Maria, Capo
della Forza Armata di Finanza ha arrestato uno di
detti uomini cioè Tomaso
Del Favero q. Batta, il quale
comunque non fosse invitato
immediatamente dallo scrivente, lo era mediatamente
da Gio Battista Belli, persona che la Rappresentanza
aveva riposto la sua fiducia e
a lui solo si diede l’ordinanza
di inoltrarsi nei boschi suddetti e di chiamare secondo
chi gli paresse, e intendendo
la squadriglia di averlo ritrovato in delitto, laddove questa Deputazione ritenuta
l’ordinanza imposta al Belli
e questi al Del Favero, credete che debbasi dalla R. Finanza e dalle Autorità competenti ponerlo libertà. In
ogni caso l’I.R. Commissario
si interesserà possibilmente
onde venghi liberato».
di Bortolo De Vido
Questa volta l’argomentare dell’Agente Comunale è
più sottile, per il disegno
della gerarchia a cui fa capo
tanto «delitto», punito solo
nella sua ultima espressione: il Del Favero, il quale
era agli ordini di Gio Batta
Muschio («persona che la
Rappresentanza aveva riposto la sua fiducia»), a sua
volta invitato immediatamente dall’autorità comunale. Quindi, ed è il “sollecito” dell’Agente comunale,
che il detenuto sia subito liberato e possa procedere,
assieme agli altri tre uomini, a scovare il lupo e ad ucciderlo. La storia finisce qui
e a noi non è dato di sapere
se il Del Favero abbia potuto riacquistare presto la sua
libertà e soprattutto se il lupo, causa di tanto disordine, abbia finito i suoi giorni
in seguito ad una archibugiata ben centrata. In fondo
è meglio così. Perché della
vicenda possiamo trovarla
noi la fine che più ci aggrada. O il detenuto, reo di
aver violato le leggi, condannato a dure pene e il lupo innocente in libertà a
correre per i boschi per
tanti anni ancora. O il detenuto immediatamente liberato (con le scuse protocollari) e il lupo abbattuto e
portato per le vie del paese,
fatto oggetto di scherno e
di insulti. La scelga il lettore la fine.
Da una ricetta medica del 1740
il rimedio dalla “Destillation salsa
universale”
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LA QUESTIONE DI UNA FERROVIA
IN CADORE
Ronzon scrisse nel 1898:
o, non erano tutti a Pieve
“
N
coloro che avevano ferma
intenzione di esservi alla grande
festa; non erano tutti, perché moltissimi, giunti a Belluno, non trovarono mezzi di trasporto fino a
qui e dovettero di conseguenza retrocedere alle case loro”.
Da questo passaggio un articolo, a firma Montericco, apparso
sul Gazzettino del 23 agosto 1898,
qualche giorno dopo le celebrazioni per il conferimento della medaglia d’oro alla bandiera del Cadore, Antonio Ronzon trae lo
spunto per aprire, una rubrica sulla “questione di una ferrovia cadorina”, di cui la stampa si stava occupando con particolare impegno,
nel suo Archivio storico, numero 910 - Anno I. Il Monitore delle strade
ferrate riportava un’importante
notizia apparsa sulla Gazzetta di
Venezia: gli ingegneri G. Ciceri e
G.B. Conti avevano presentato
istanza al ministero dei lavori pubblici per ottenere la concessione
di costruire una tramvia elettrica
fra Belluno e Perarolo: lunghezza
di km 36: spesa preventivata Lire
2.569.967. Non potendo avere di
meglio, ci si potrebbe anche accontentare, commenta lo storico,
aggiungendo tuttavia: “Non taceremo però che la nostra fiducia in
una tramvia elettrica che basti ai
bisogni del Cadore è scarsa; e che in
cima al pensiero deve stare per noi
tutti una ferrovia”.
Sempre il 23 agosto l’Adriatico
“Venezia non seppe profittare della
favorevole occasione offertale
nel 1864 di unirsi al valico del
Brennero con una ferrovia che
salisse per la valle del Piave”
commentava: “Sono finite le feste
patriottiche commemorative nel
Cadore, sono passati i discorsi, i
brindisi, gli osanna [...] e resterà
indimenticabile il ricordo e l’ammirazione per questo lembo importantissimo di suolo italico [...]. È
possibile che il Governo d’Italia fra
una linea ferroviaria dell’Asmara
e una da Belluno a Perarolo esiti
ancora, e lasci nelle più dure ristrettezze economiche il più forte
baluardo d’Italia e la sua eroica
popolazione?”.
E proprio a ridosso delle celebrazioni di Pieve, il corrispondente del Veneto, corriere di Padova,
al termine del suo resoconto, diceva: “E chiudo col voto che presto
una ferrovia congiunga il Cadore
al resto d’Italia; che l’antico progetto della Belluno-Perarolo sia
quanto prima un fatto compiuto”.
E’ un vero e proprio “plebiscito
dell’opinione pubblica” che riprende, commenta Ronzon, un risveglio dell’interesse generale che
non si deve lasciare svanire, “per-
LA PICCOLA PATRIA RACCONTATA
DA ANTONIO RONZON
di Giuseppe De Sandre
ché al concetto della difesa di questa porta d’Italia va strettamente
unito quello d’una ferrovia”.
Ronzon ripesca un articolo che
Augusto Coletti ha inviato all’Archivio storico cadorino fin dal mese
di febbraio, in cui il discorso si allarga ai possibili congiungimenti a
nord della regione Veneta. Si annota: “Venezia non seppe profittare
della favorevole occasione offertale
nel 1864 di unirsi al valico del
Brennero con una ferrovia che, salendo per la valle del Piave per la
via d’Alemagna, sboccasse a Toblach, quindi per la Pusteria a
Franzensfeste, Brenner, Innsbruck,
o meglio perforante il Gross Glockner, a Salisburgo. Il suo rifiuto a
questo concorso produsse subito la
ferrovia dell’Adige, più tardi quella
della Pontebba, togliendo così la comunicazione diretta meridiana col
centro della Germania”. Notare
che non si usano i toponimi italiani
di Dobbiaco, Fortezza e Brennero.
Ronzon chiude l’argomento con
“Un po’ di storia sulla questione”
partendo da una legge del 1875,
nella quale già figurava la “ferrovia Belluno-Perarolo di IV categoria, con un progetto di massima
per L. 8.000.000”. Siccome i Cadorini vevano espresso, contro il
parere del deputato Rizzardi, la
preferenza ad una prosecuzione
della Vittorio (non ancora Veneto)
– Perarolo, il ministro Depretis
aveva stralciato la linea, dicendo
che quando i Cadorini si fossero
SPULCIANDO I VECCHI FALDONI
saper spulciare dai
A
vecchi faldoni dell’anagrafe di un paese si possono scoprire curiosità davvero interessanti. Una è
quella riservata all’uso che,
in passato, veniva fatto dei
nomi propri.
A Calalzo di Cadore, nella
seconda metà dell’Ottocento, erano questi i nomi degli
adulti maschi: Giovanni con
la variante Giobatta, Giuseppe, Valentino, Antonio,
Osvaldo e Giacomo. Seguono, abbastanza ben evidenziati: Gianmaria, Pietro, Luigi, Biasio, Francesco, Bortolo. Sono registrate anche
delle particolarità come:
Fortunato, Bonifacio, Zaccaria, Sebastiano, Geremia, Liberale, Gaspare, Girolamo,
Isidoro e Vito.
Ai bambini venivano imposti nomi diversi: Vittore,
Giorgio, Lucio, Floreano,
Angelo, Tito, Virgineo, Giuseppe Eugenio, Anselmo
Matteo. Fanno la loro comparsa: Teodorico, Eustacchio, Amadio, Moisè e Serafino. Dal 1859, compare anche Vittorio Emanuele.
Le donne portavano spessissimo i nomi di: Maria,
Francesca, Giovanna, Maddalena, Anna, ma seguivano, quasi sulla stessa posizione di media: Gioseffa,
Andreanna, Valentina, Teresa, Giacoma, Santa, Antonia, Catterina, Angela, Tommasina, Elisabetta, Maddalena, Augusta. Avevano anche un grande seguito le
sante: Bortola, Nicolosa,
Marianna, Apolloma, Brigida, Mattea, Orsola, Adelaide, Fosca, Pasqua, Libera,
Giuditta e Celeste. Per le
nuove generazioni erano riser vati: Felicita, Perpetua,
Amalia, Veronica, Anna Ma-
ria Gelsomina, Cristina, Enrichetta, Anna Lucia, Grazia, Fioretta, Bemardina e
Nicoletta.
Per quanto riguarda lo
stato sanitario risulta, sempre dai registri conser vati
nell’Archivio parrocchiale
di Calalzo di Cadore, che
nel periodo di 17 anni, periodo che andava dal 1853 al
1870, morirono a causa della malattia dei vermi, chiamata anche putrido verminoso, gastrico verminoso o
verminaia, ben 75 piccoli;
per tosse pagana altri 40;
per idrope, cioè idropisia,
ancora 35. Se ne devono aggiungere ancora 32 per il tifo, 62 per tisi, 29 per pleurite, 10 per polmonite e 3 per
cancro, menzionato la prima volta nel 1853. E’ da notare che non in tutti gli atti,
anzi in molti, non è dichiarata la malattia che ha causato
il decesso e pertanto la suddetta numerazione non è
completa. Nel 1855 appare il
colera e l’anno dopo il tifo;
nel 1861 viene segnalato un
caso di vaiuolo ed il group,
cioè la difterite, appare nel
1865.
Qualche curiosità solleva
l’inventano di consegna dei
mobili ed oggetti vari esistenti in via Fanton, nel locale adibito ad ambulatorio
medico, stilato il 31 dicembre 1947 dal dottor Enrico
De Lotto, che in quel momento prendeva possesso
come medico condotto ed ufficiale sanitario. Tra gli oggetti o arnesi troviamo una
secchia in ferro smaltato,
classificata vecchia, come
pure vecchia era una forbice
(anche arrugginita) ed una
vecchia cassetta ‘pronto soccorso’ (vuota). Vengono considerate ‘discrete’ le dieci
messi d’accordo sul tracciato si
sarebbe provveduto. “Come suol
avvenire – commenta con amarezza lo storico - non si provvide più”.
E quando con una legge del
1887 si dispose che in luogo delle
costruzioni di ferrovie di IV categoria lo stato erogasse una sovvenzione chilometrica a chi se ne
fosse fatto carico, “in Cadore si è
costituito il Consorzio ferroviario,
ma la Provincia non prese alcuna
deliberazione circa il contributo da
essa dovuto”. Non bastasse, “il Ministero della Guerra cancellò la
Belluno-Perarolo dall’elenco delle
strade ferrate di interesse ed importanza militare”.
Passarono alcuni anni e nel
1893 l’on. Clementini trattò con il
signor Bulow, rappresentante in
Italia della società Koppel di Berlino “sulla base della sovvenzione
chilometrica di L. 3.000 al chilometro per 70 anni, ma i conti non
tornavano e la società abbandonò
gli studi”. Lo stesso nostro deputato si mise allora in contatto con
il comm. Marchiori, presidente
della Società Veneta, che aveva
già approntato il progetto per la
prosecuzione della Vittorio-Perarolo. ma anche questa volta non
se ne fece nulla, poiché i comuni
interessati non si erano sentiti in
grado di sobbarcarsi “la garanzia
del servizio, dell’interesse del capitale da impiegarsi e delle deficienze
delle spese d’esercizio”.
(continua)
Nomi in uso nei nostri paesi
a metà Ottocento
pinze per denti, le due pere
in gomma (grande e piccola), l’apparecchio per le lavande vaginali e le due bacinelle in ferro smaltato. La
forbice per gessi, del valore
di 20 lire, era irremediabilmente rotta.
E visto che siamo in tema
di sanità, ecco un’autentica
ricetta scritta dal dottor Antonio Demeio, il 28 giugno
1740: L(aus) D(eo) 1740.’
28: giugno 11 Riverito signor Mattio per liberarsi dalla Destillation salsa universale, che minaccia invaderli
il Petto, e medicarsi dalla
scabie seccha, osservarà la
regola seguente. Per dieci
giorni mattina, e sera prenderà ore quattro avanti il
pranzo, ed ore tre avanti la
cena una Tazza di sciroppo
per volta fatto con Papaveri
campestri, malva, ortiche vive, Edera Terrestre, Boragi-
ne, e Scabiosa con dentro otto goccie circa per volta del
balsamo di solfore terebentinato ordinato. Sì nel giorno,
come nella notte di quando
in quando à suo piacere tenirà in boccha poccha Rotula
per volta senza masticarla
ingiottindola con la saliva.
La sera un ‘ora doppo la cena prenderà un cucchiaro
per volta della conserva di
Rose. Fatte le cose sudette,
mi onori d’avviso.
La conserva di rose, secondo i prezzi correnti ristretti dei Medicinali semplici e composti più in uso, che
si vendevano nella Farmacia
di Alvise Fanzago in contrada di Calgranda all’Insegna
del Redentore in Serravalle,
era una delle più costose, arrivando a costare centesimi
40 all’oncia, che equivaleva a
circa 25 grammi.
Marcello Rosina
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BEN VIGNUDE SIORIE
E DUTE LA COMPANIE!
La Società Filologica Friulana festeggia
il suo 90° anno di vita a Pieve di Cadore
Presentato il volume DOLOMITES
en venuti signori
“
B
e tutta la compagnia! Un saluto secondo
l’usanza dei vecchi un saluto schietto, ma di cuore.
Credo sia il miglior modo
per darvi il benvenuto e
ringraziarvi della vostra
presenza.”
Così il presidente della
Magnifica Comunità di
Cadore Emanuele D’Andrea agli ospiti e al presidente della Società Filologica Friulana Lorenzo Pelizzo convenuti nella sala
Cos.Mo. di Pieve di Cadore. “Con le vostre terre,
dalle Alpi alle città e al
mare, l’unione storica e
culturale fra il Cadore e il
Friuli è stata incessante e
oggi è necessaria. Il legame col popolo di Aquileia
che governò il Cadore nei
secoli medievali, il legame
con i monti è il legame con
la Carnia, identica nel territorio, nell’ambiente, nel
popolo montanaro che vive
e lavora, il legame con il
capoluogo, che ancora racchiude nei suoi archivi e
nelle sue biblioteche tanta
storia cadorina, è il legame di cultura.”
L’occasione del raduno
in Cadore della Società Filologica Friulana è la presentazione dell’importante volume DOLOMITES
che raccoglie gli scritti di
numerosi studiosi delle
due realtà territoriali, Cadore e Friuli, che sono poi
analoghe. Pubblicazione
curata da Pier Carlo Begotti e Ernesto Majoni
per conto della Società Filologica Friulana (stampa
Tipografia Tiziano), realizzata con il sostegno dell’Istituto Ladin de la Dolomites, della Magnifica Comunità di Cadore e col sostanzioso contributo del
Gruppo Fondiaria SAI.
I SALUTI E
LE RELAZIONI
Contraccambia il saluto, dapprima in friulano, il
presidente Lorenzo Pelizzo facendo una riflessione
sui 90 anni di attività della
Filologica ed auspicando
un tavolo di lavoro fra i
friulani, ladini e sloveni
10
21 Settembre 2009
Riaffermata dal presidente
della Magnifica D’Andrea e dal
sindaco di Pieve Ciotti l’antica
matrice storica e religiosa
per proporre soluzioni comuni di autonomia.
Un saluto particolare ai
partecipanti al convegno
è stato portato dal sindaco
di Pieve di Cadore Maria
Antonia Ciotti, con l’auspicio che l’antica storia comune rinvigorisca nelle
popolazioni friulane e cadorine una solida collaborazione.
Fra gli interventi, quel-
lo dell’assessore regionale alla cultura del Friuli
Roberto Molinaro, di Daniela Larese presidente
dell’Istituto Ladin de la
Dolomites, del sociologo
bellunese Diego Cason
che ha trattato l’argomento del Cadore contemporaneo, evidenziando come
la realtà territoriale risulti
ampiamente modificata
dall’attività dell’uomo e
Il presidente della Fililogica Pelizzo
auspica un tavolo di lavoro fra le
minoranze friulane, ladine, slovene,
per soluzioni comuni di autonomia
quindi la comunità, che
una volta era funzionale,
non può essere riproposta
oggi, perché non riuscirebbe a sopravvivere;
dunque, la situazione oggi
è delicata e complicata.
AUTORI E ARGOMENTI
DI DOLOMITES
Al numerosissimo ed
attento pubblico in sala è
stato quindi presentato
da Pier Carlo Bigotti e da
Ernesto Majoni il volume
DOLOMITES, 635 pagine
con foto, titolato proprio
alle Dolomiti quale unione di popoli, libro importante perché riempie un
piccolo vuoto nella panoramica culturale locale. Il
libro è diviso in sezioni e
riporta il contributo di
ben 38 autori che è giusto
menzionare: Mauro Pascolini (Patrimonio de Monti...
del Cadore), Cesare Lasen
(Paesaggio vegetale... nelle Dolomiti), Gianpietro
De Donà (Le parole dell’uccellagione nell’Oltrepiave), Danilo De Martin
(Il Parco sentieristico
“Terre Alte”...), Eugenio
Padovan - Leandro Mereu
(...Viabilità antica tra Cadore e Alto Friuli), Domenico Nisi - Marta Villa (Il
passo del transumante...),
Raffaello Vergani (...Le
miniere di Zoldo e Cadore), Marta Masi (Valle,
Fondo Chiamulera...),
Paolo Giacomel (Storia
comune tra Friuli, Cadore
e Ampezzo), Mario Ferruccio Belli (Sulle Regole
del Cadore), Ernesto Majoni (Ghedina e Gerardini: un ponte tra Ampezzo
e Cadore), Ilde Pais Marden Nanon (Storia dell’emigrazione cadorina),
Bruno De Donà (Il canonico cadorino Giovanni
De Donà), Romano Vec-
chiet (Fervore ferroviario
anni ‘20...), Giovanni De
Donà - Marco Rech (I sacrifici dimenticati ...), Fausto Menegus (Ricordo di
Tiziano De Vido), Pier
Carlo Begotti, S. Orsola a
Vigo), Paolo Pastres (Tiziano friulano...), Antonio
Genova (Di S. Martino di
Valle....), Emilio Da Deppo
(Davanzo, il pittore....), Michele
Merlo
(Gellner:l’architettura...), Federico Vocario (La Società Filologica Friulana...), Pier
Giorgio Sclippa (Il Cadore
nelle riviste della S.F.F.),
Luigi Guglielmi (Il ladino
del Cadore), Franco Finco
(Il verbo nelle varianti ladine), Ernesto Majoni (...
Primo vocabolario ampezzano), Enzo Croatto (I comuni friulani diForni di Sopra e di Sotto...), Marcella
Benedetti (... Filastrocche
e rime a Sappada), Remo
David (...Segat di Davestra), Francesco Pordon
(Vecchia filanda...), Walter
Musizza (... Due inglesi tra
Carnia e Cadore), Elio Varutti (Albori turistici...), Livio Olivotto (L’alpinità cadorina), Italo Zandonella
Callegher (Aiarnola primo
amore), Alessandro Norsa
(Rituali di fidanzamento...), Ernesto Riva (... piante medicinali), Alfia Pomarè (Briciole di storia culinaria ladina).
R.D.
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Originale rassegna a Tai
I PAESAGGI CROMATICI
DI ANDREA COSTA
paesaggi dell’anima” è il tito“I
lo della mostra di Andrea Costa che ha caratterizzato l’inizio
d’autunno nella sala polifunzionale
di Tai - Pieve di Cadore.
E’ stata una piacevole sorpresa per
gli estimatori del giovane artista di
Auronzo, in quanto la rassegna ha
evidenziato una svolta significativa rispetto alla precedente produzione,
ancora sostanzialmente imperniata
sul genere figurativo.
Da non molto tempo Costa ha avvertito l’impulso ad esprimere con libertà le sue emozioni, lasciandosi
guidare dal fluire di un cromatismo
intenso eppur sor vegliato, da una
energia che si trasmette sulla tela lasciando che lo sguardo di chi osserva si abbandoni a sensazioni indefinite e indefinibili. La sonorità dei colori, dunque, realizzata attraverso l’uso
sia dell’olio che dell’acrilico, con l’apporto di colle che riescono a calibrare sulla tela una particolare brillantezza d’insieme.
Possiamo parlare di un accostamento - come ha sottolineato nella
presentazione Ennio Rossignoli, improvvisata secondo il suo stile con
linguaggio aulicamente incisivo - agli
artisti dell’Action painting, soprattutto alla ricchezza stilistica realizzata
LA NECESSITA’
DELLA
“MEMORIA”
dall’americano
Jackson Pollock.
Nelle tele esposte a Tai, il colore,
usato senza risparmio, domina
e diventa protagonista assoluto, lasciando
intuire
quanto conti, in
questo genere di
pittura, l’intervento automatico dell’inconscio, ottenuto grazie anche
ad un lento susseguirsi di sgocciolamenti. L’incontro fra la tela e il colore, così, finisce per diventare un campo d’azione, proponendo come esito
conclusivo non tanto un quadro inteso in senso tradizionale, ma quello
che potremmo di volta in volta definire un piccolo evento.
Ad attirare la curiosità, in apertura
dell’esposizione di Tai, anche un
omaggio a Michael Jackson, realizzato con l’apporto di collage, che rievoca attraverso l’impeto cromatico
quella che era stata la singolare vitalità del re del pop recentemente
scomparso. All’inaugurazione della
rassegna, rimasta aperta fino ai primi
di ottobre, sono inter venuti Maria
na piccola polemica recentemente innescata dalU
la intitolazione di una strada del Comune di Pieve di Cadore, ha riproposto per un momento una que-
Giovanna Coletti e Massimo Sposato,
assessori del Comune di Pieve. Coletti, oltre che soffermarsi sulle qualità artistiche di Costa, ha voluto sottolineare come gli spazi messi a disposizione per la cultura dall’amministrazione comunale siano gestiti grazie all’apporto del volontariato: un
aspetto, questo, che sta ad indicare
l’importanza di una sinergia fra il “palazzo” e i cittadini.
Visibilmente soddisfatto l’artista
espositore, che ha ringraziato i presenti ed ha ribadito il suo impegno,
nell’ottica di una continua ricerca, di
un costante rinnovamento della sua
espressività.
Antonio Chiades
Una studentessa in visita alla National Gallery di Londra
GUARDANDO
UN TIZIANO
iziano alla National
T
Galler y è la dimostrazione della lunga strada
compiuta dal pittore che da
un piccolo paese come Pieve è riuscito, grazie alle sue
doti, ad essere ricordato
nei secoli e ad aver esposto
le sue opere nelle più famose gallerie del mondo. Si
pensa questo quando si entra nella sala numero lO, si
da un primo sguardo intorno e si nota subito il grande
quadro che da lontano ci
sembra blu. Ci si avvicina,
incuriositi per esaminarlo.
Ci si accorge che è troppo
grande per essere osservato così in pochi minuti, e
poi la schiena fa male per il
peso della borsa e il troppo
camminare per musei, e allora ci si siede sulla panca
posta di fronte. Oh, che sollievo.
Si realizza: si è seduti alla
National Gallery di Londra,
nella sala di Tiziano Vecchio, circondati da quadri
famosi. Davanti, quello che
ci ha più stuzzicati, incuriositi, spinti ad avvicinarci per
contemplarlo. E così si inizia: l’occhio viene subito catalizzato nella parte centrale, dove si svolge la scena.
Una donna, Arianna, si protende verso la città che si
scorge sul fondo, Naxos, da
dove è appena partito il suo
Teseo. La segue una strana
processione con baccanti,
un carro trainato da ghepardi e persone festanti.
Dal carro scende il dio Bacco (la figura barbuta e scura sulla destra) per difendere la sua amante dagli animali. Ecco: la scena è dunque immortalata. Ma ora si
riprende una certa distan-
stione dalle implicazioni più ampie di una semplice indicazione toponomastica, e anzitutto riguardanti l’opportunità di certe scelte e non di altre, la loro dovuta
pertinenza alla realtà locale o la loro libertà nei riferimenti alla storia e ai suoi protagonisti. Sono in gioco i
valori della memoria e il giudizio su di essi, che il tempo, le circostanze, le ideologie concorrono a rendere instabile e per così dire prospettico.
L’Italia è piena di commemorazioni, e il Cadore ne è
parte viva e non marginale: questo significa essenzialmente due cose, ossia da una parte la ricchezza della
sua storia, dall’altra la volontà - che ha radici nella cultura - di non lasciarla impallidire, se non addirittura
scomparire sotto il peso delle contingenze. E se è vero
che noi siamo ciò che siamo stati, il ricordo è lo strumento che permette di riconoscere nella continuità il
presupposto di un presente correttamente interpretato
e vissuto, oltreché il filtro di un insegnamento utile, o
che tale dovrebbe essere. Ricordate le parole di Santayana, per le quali chi non sa ricordare il passato, è condannato a ripeterlo? Dunque la Shoah, la Resistenza, la
lotta per la libertà è bene che restino in qualsiasi modo
segnate nella memoria oltre il trascorrere delle generazioni. Perché è quella libertà che la gente del Cadore
ha sempre orgogliosamente rivendicato, fino a combattere contro i Lanzi dell’imperatore Massimiliano, e dopo oltre quattro secoli a prendere ancora le armi contro
l’invasore nazista, con il sacrificio di tante delle sue giovani vite. Furono quelli anni duri, di deportazioni, di fughe in montagna, di scontri sanguinosi, gli anni da cui
doveva nascere la nuova Italia: ricordarli, in qualunque
modo e con qualunque frequenza, con una cerimonia
o un nome a una strada, non sembri perciò un superfluo esercizio di retorica.
Le connotazioni politiche di certe ricorrenze hanno
finito per sovrastarne il significato, che è o dovrebbe
essere sempre quello che i fatti pretendono; in realtà
sono proprio questi ultimi a assumere spesso apparenze in contrasto con il loro effettivo svolgimento, sicché
l’accertamento diviene il presupposto fondamentale di
ogni ricerca di verità ( proprio quella in cui alla fine le
certezze possono confondersi nella interpretazione).
Resta in ogni caso ferma la convinzione che nella memoria – e nelle memorie – si pone la garanzia della trasmissione dei valori culturali, etici e storici, che configurano la identità di una gente come quella cadorina. Il
che, in tempi di globalizzazione universale, davvero
non è poco!
Ennio Rossignoli
za: che strano contrasto: in
alto a sinistra vi è il cielo,
blu, con le vaporose nuvole
e le stelle della Corona Boreale che ci regala una sensazione di tranquillità. ln
basso a sinistra invece l’azione, i colori tipici e vivaci
del maestro cangiati dall’oscurità della notte, il movimento, la ricchezza delle fi“Bacco e Arianna”
le loro epoche e ai loro cogure. Che sensazioni oppoTiziano - National Gallery
stumi. Si dice addio alla Naste in un solo quadro.
mente dritta!) si cerca l’u- tional Galler y, ma appena
Ancora qualche minuto
scita e si dice addio ai qua- usciti si è già di fronte ad
seduti, ma poi è obbligatodri, ai pittori, ai colori, ai un’ altra meraviglia: Trafalrio concentrarsi anche sugli altri quadri. Ci si alza a si deve andare al ritrovo e pagare pegno! Quindi: car- personaggi raffigurati, ai lo- gar square.
Marella Tassini
fatica perché sarebbe così se si è in ritardo bisogna tina alla mano (possibil- ro sguardi e le loro pose, albello poter restare tutta la
giornata a respirare quell’aria di cultura, contemplare
quegli sguardi di persone
passate e che sono state rese eterne da pennellate di
colori diversi che nell’insieme ci regalano sensazioni.
Come lo sguardo della
Schiavona, questa donna
Ambientazioni personalizzate anche su misura
robusta vestita di rosso che
poggia la mano su una tavola di pietra raffigurante il
suo profilo. Non sembra
una gran dama, ci mette
simpatia quel suo volto paffuto e ci fa sorridere l’idea
geniale del profilo scolpito
sulla pietra. Quando poi si
passa alla madonna con il
bimbo, li si osserva, si incrocia i loro sguardi così sicuri immersi nel buio, con
un solo accento di luce sui
loro volti. Qui non vi sono
colori accesi come il blu e il
famoso rosso che compaiono spesso negli altri quadri, ma piuttosto colori solenni che, con la scarsità
della luce, ci appaiono così
scuri, quasi opachi.
Ci si accorge a un certo
Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected]
punto che il tempo è volato,
Fontana
Arreda
Santo Stefano di Cadore
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ARCHEOLOGIA
TRADIZIONI
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PITTURA
L’abitato di Termine trae il nome dall’antica presenza di un masso con
funzione di ‘termen’ confinario, ancora visibile negli anni ’50, forse di
origine romana, che segnava il confine tra il Cadore e il Bellunese
l borgo in questione,
I
che conta circa 50 abi- A TERMINE, LA SOSTA DAZIARIA
tanti, nasconde delle singolarità e grande fascino. Forse pochi lo conoscono e i
più, anche se percorrono la
strada che lo lambisce, difficilmente ne notano l’esistenza. Ciononostante racchiude una sua importanza
e posizione strategica, tanto che il parroco di Ospitale
(comune di appartenenza),
don Sisto Berton, durante il
suo mandato ecclesiale, fece redarre nel 1997 un volume che ne raccoglie la storia e le vicende umane.
Quest’anno poi il sottosuolo, a seguito di uno
sbancamento, ha restituito i
resti di un muro che, come
vedremo, testimonia anche
l’origine del nome e la demarcazione tra la giurisdizione cadorina e quella bellunese. E siamo proprio in
concomitanza con la “Sagra
del cocio” il maschio della
capra, (che si svolge il 7-8 e
9 agosto) che davvero tra le
feste popolari e paesane,
che in questi mesi si svolgono ovunque nella nostra
provincia, sin nei borghi
più piccoli e sperduti, presenta la sua unicità che risale - come ci ha riferito il
signor Sisto Santin - a circa
300 anni fa e ricorda il ritorno dalla monticazione dalle
malghe di Pescol e Borlich
quando era macellato e
PER LE MERCI IN TRANSITO
consumato proprio questo
capo di bestiame che aveva
una grande importanza per
la sussistenza sino all’immediato dopoguerra.
E veniamo ora ai risultati
delle indagini scientifiche e
la documentazione grafica,
fotografica e ricostruttiva,
realizzate dall’archeologo
bellunese Flavio Cafiero ingaggiato dal comune e diretto dalla Soprintendenza
archeologica del Veneto.
Con tali studi siamo in grado di fornire delle notizie e
significati che rappresentavano gli imponenti resti
murari. Ecco quanto scrive
Cafiero nella sua relazione
corredata anche da riferimenti bibliografici. Prima
di tutto l’archeologo fornisce una spiegazione sull’orgine del nome Termine.
“L’abitato - afferma Cafiero - trae il nome non tanto
dalla coincidenza di un confine quanto piuttosto dalla
antica presenza di un masso
con funzione di ‘termen’ confinario ancora visibile negli
anni Cinquanta del secolo
scorso. Poteva essere di origine romana, che segnava il
confine tra il Cadore ed il
Bellunese in corrispondenza
Nell’originale pittura di
Alberto De Bettin il
fumetto va sulla tela e i
puppets prendono vita
con poche nitide,
espressive pennellate.
Vive tra Milano e Costalta
della cascata della Pissa,
icona di facile riconoscimento nell’immaginario secolare delle popolazioni e dei
viaggiatori. Questo limite
viene poi più volte citato in
successive definizioni confinarie, atti pubblici e statuti
regolieri. Ed infatti, durante
la Repubblica di Venezia,
Termine costituì una sosta
daziaria obbligatoria per le
merci in transito.” A riguardo delle ricerche scientifiche Cafiero afferma ancora:
“L’ indagine ha potuto verificare, in corrispondenza dell’ingresso orientale all’abitato, la presenza di una muratura ortogonale alla strada
del Canal Regio per una lunghezza di otto metri, dei quali quattro metri si addentravano nel pendio dimostrando
la volontà di conferire alla
struttura una solidità ragguardevole. Il rilievo della
muratura ha rivelato una altezza di quasi quattro metri
in condizioni residuali, con
l’evidenza accertata di fori
per le impalcature nella tessitura muraria, a dimostrazione della intenzione di effettuare un alzato di dimensioni consistenti. La muratura
giunge fino all’attuale strada
di Eugenio Padovan
del paese, dove si interrompe
in modo strutturalmente definito, apparentemente volontario. Questa soluzione così
netta, in associazione ad altezza, lunghezza e spessore ed
unitamente alla mancanza
di altre murature parallele o
piani di calpestio per eventuali ambienti seminterrati,
ha suggerito la possibilità di
interpretare l’insieme come
una struttura di sbarramento della strada, con un portale o fornice facilmente controllabile, probabilmente legata alle attività di dazio sulle merci in transito.
Sulla scorta dei dati archeologici raccolti in condizioni di emergenza, al momento non emergono altre
interpretazioni. Se l’ipotizzato periodo cinquecentesco
di costruzione della muratura scoperta appare sufficientemente af fidabile, sulla
scorta dei frammenti ceramici rinvenuti, altra argomentazione deve invece essere avanzata per il momento
della sua distruzione. La datazione di questa azione resta infatti fortemente dubbia
a causa di almeno due docu-
Ipotesi ricostruttiva della struttura d’accesso a Termine di Cadore dove sono stati rinvenuti resti murari d’epoca Cinquecentesca
menti brevemente esaminati. Il primo è una illustrazione a volo d’uccello redatta
dal “pubblico perito” Stefano
Codroipo attorno al 1770
per i Provveditori sopra Beni Comunali, conservata all’Archivio di Stato di Venezia, dove la delineazione della strada del Canal Regio e
delle principali caratteristiche dell’abitato di Termine
non riporta alcuna muratura di sbarramento.
Il secondo è costituito dalla accurata descrizione del
percorso della “…strada
principale dal Tirolo verso il
Veneziano ossia Canal Regio…” ef fettuata da Anton
von Zach nella redazione
della Kriegskarte (17951805), dove non si rinviene
alcun riferimento ad una
struttura di porta o simili,
mentre non mancano riferimenti analoghi per la prossima Torre della Gardona
(di età medievale n..d.r..) o
per la vicina Castellavazzo
(importante sito di origine
preromana con cospicui resti romani n.d.r.).
Pertanto, se l’interpretazione avanzata è corretta, la
muratura doveva già essere
distrutta forse alla metà del
Settecento e certamente al
momento della redazione
della Kriegskarte.
DE BETTIN, PROMETTENTE GIOVANE PITTORE
FUMETTISTA D’ORIGINE COSTALTESE
’ una giovane promessa
E
del mondo artistico milanese, ma la sua famiglia è originaria di Costalta di San Pietro
di Cadore.
Alberto De Bettin “dai pregievoli ritratti e dalla pennellata
realistica del nonno Giovanni
De Bettin Linc e dalle visioni
metafisiche del padre Alberto,
approda ad una personale ed
originale attività pittorica, mol-
to vicina alla street- art, al disegno fumettistico e caricaturale
e alle graphic noves” - evidenzia
il critico Andrea Placidiano.
“La tecnica maggiormente utilizzata è quella dei colori acrilici, uniformemente stesi, rinchiusi in quei netti contorni tipici dei comics. Questo conferisce alle opere un forte impatto
visivo, shockante”. “Le figure
protagoniste hanno i tratti tipici
dei puppets, espressi con poche
ed esplicative pennellate”.
Alberto De Bettin, che ha 24
anni, è laureato in Linguaggio
dei Media presso Lettere e Filosofia alla Cattolica di Milano,
è stato segnalato al premio Arte 2008, premiato dal Corriere
dell’Arte nel concorso nazionale I colori dell’arte svoltosi a Torino, collabora alla redazione
de Lo Scarpone del CAI con la
realizzazione di vignette, ha
partecipato nell’aprile 2009 alla collettiva Come gli Animi
d’Arte in Comelico, e in agosto
ha allestito la sua prima mostra
personale presso lo Studio
d’Arte Giovanni De Bettin Linc
a Costalta di Cadore.
Vive tra Milano e Costalta
dove manifesta la propria professione d’artista
Guido Buzzo
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RACCONTI
Esperienze
ALL’IMPROVVISO, UNA CAREZZA
Io ho realmente conosciuto la donna del monologo. Avevo
quattro o cinque anni quando l’ambulanza venne a prenderla e gli infermieri le misero la camicia di forza e la ricoverarono in manicomio. Un’immagine straziante che mi ha acolo la morte mi ha
S
portato un po’ di pace. I dolori provati durante
la vita sono stati troppo forti, il mio cuore non li ha
sopportati o, forse, la mia
mente non li ha sopportati
perché, nel 1965, mi rinchiusero in manicomio. Lì
sono morta soffocata da
un ossicino di pollo mal ingoiato. Anche la morte è
stata dolorosa, ma finalmente mi ha liberato dalla
vita. Ogni giorno mi chiedo come ho potuto fare
certi errori e soprattutto
mi chiedo se questi errori
meritavano il castigo che
ho avuto. Forse se fossi
vissuta in diversi tempi il
giudizio della gente sarebbe stato più clemente? Forse il nuovo modo di vivere,
la maggiore libertà, la nuova morale, forse... Sì io ho
sbagliato, ho sbagliato, ho
sbagliato.
Ero giovane e carina e com’era abitudine all’epoca mi
fidanzai e mi sposai molto
presto. Non credo di essere
stata innamorata di Antonio,
ma all’epoca era così, bisognava sposarsi e il primo ragazzo che ti faceva un po’ la
corte diventava quasi sempre tuo marito. Vivevo in fa-
compagnata per molti anni. Ho voluto in seguito, crescendo,
sapere la storia di questa donna e in questo breve monologo
ho voluto accostarmi a lei, senza giudicare ma solamente
per darle voce e un po’ di pietà.
miglia con i suoceri, praticamente vivevo solo con loro,
perché mio marito era emigrato in Francia per lavoro e
rientrava in Italia, una o due
volte all’anno e per brevi periodi.
La convivenza non era facile, mia suocera mi trattava
come una serva, pretendeva
che facessi tutti i lavori più
ingrati e il mio primo compito del mattino era quello di
portarle il caffè a letto. Qualsiasi cosa facessi era fatta
male e i rimproveri erano
continui, ma mio suocero
era abbastanza affettuoso e
comprensivo nei miei ri-
QUANDO IL PELMO
GUARDA LA LUNA
l bellissimo canto eseguito
I
dal coro alpino aveva entusiasmato tutti. Anche Giovanna,
piacevolmente sorpresa, assaporava quella melodia invitante,
suggestiva, che esercitava su di
lei un fascino irresistibile e le dischiudeva un mondo ignoto. Era
la prima volta che soggiornava in
montagna e vi era giunta stressata dai problemi e dagli impegni
quotidiani, scettica sul fatto che
la vacanza potesse veramente
giovarle. Eppure quel canto, che
sembrava sfumare in un’atmosfera ovattata, di sogno…
Improvvisamente le venne una
voglia irresistibile di provare
quell’esperienza, di osservare il
Pelmo in un chiarore argenteo,
soffuso, magari aspettando l’alba
per verificare quello che l’albergatore le aveva raccontato, ovvero che quella mitica montagna si
tinge magicamente di mille tonalità di rosa e giallo al sorgere del
sole. Del resto all’ultimo momento la sua amica del cuore non era
potuta partire con lei, quindi non
doveva rendere conto a nessuno… . Si procurò una chiave per
poter rientrare a tarda ora dalla
porta principale ed uscì per tempo: l’aria era fresca e corroborante, la notte stellata ed il Pelmo
sembravano chiamarla con una
voce misteriosa. Si avventurò nel
bosco con l’intenzione di oltrepassarlo per raggiungere un miglior punto d’osser vazione, ma,
mentre s’inoltrava nel sentiero
che s’inerpicava lungo un pendio
scosceso, l’entusiasmo cominciò
a scemare: quale direzione prendere? E, soprattutto, come ritrovare con certezza la via del ritorno? Cominciò a sentirsi confusa,
triste, smarrita, nello stato d’animo frustrante di chi scopre qualcosa di meraviglioso, che è però
impossibile conseguire. Era meglio tornare indietro, prima di
perdersi in quell’intrico di abeti e
larici che sembravano dei giganti
misteriosi ed avversi. Si voltò per
retrocedere e lanciò un urlo: una
sagoma nera si muoveva verso di
lei! Ci mancava solo di essere assalita, magari derubata o peggio… . Per fortuna la sagoma si
animò e una voce maschile rassicurante chiese: «C’è qualcuno sul
sentiero?»
Quasi balbettando Giovanna rispose affermativamente. Il giovane si avvicinò stupito, chiedendo-
si che cosa mai facesse una ragazza tutta sola lì a quell’ora. Giovanna, che solitamente non si
confidava con gli estranei, mossa
dall’esigenza insopprimibile di
autogiustificarsi ad alta voce per
la sua irrazionale azione, gli spiegò comunque il motivo della sua
presenza in quel luogo. Andrea
(così si chiamava il giovane incontrato) rise di gusto e disse:
«Ma anch’io sono qui per la stessa ragione! Nel tempo libero amo
fotografare paesaggi naturali e,
per la rassegna “Dolomiti sotto le
stelle”, ho scattato alcune foto
nell’ora blu. Ora andrò al rifugio
San Marco, dove attenderò le prime luci dell’alba per poter catturare ancora suggestive immagini.
Se vieni con me, ti farò ammirare
uno spettacolo meraviglioso! Non
preoccuparti, ho le migliori intenzioni!»
Sollevata, lo seguì e gli chiese
incuriosita: «Che cos’è l’ora blu?
Non ne ho mai sentito parlare!»
Andrea chiarì: «È il momento del
crepuscolo, quando la lieve luce
colora tutto di blu, prima che subentri il buio. Ci sono istanti, come
questo, o quello dell’enrosadira,
in cui le nostre montagne svelano
particolari affascinanti e intimi,
fiabeschi, a chi è sensibile e non
superficiale, a chi sa vedere anche con gli occhi del cuore… ».
Giovanna pendeva dalle sue
labbra, provando una sensazione
di pace e di tranquillità assolute.
In quella notte fatata la luna sembrò veramente baciare il gigante
austero, che mostrò tutta la sua
dolce, pallida bellezza. E lo spettacolo dell’alba non tradì le aspettative… .
Giovanna e Andrea chiacchierarono a lungo, scoprendo di avere interessi e passioni comuni:
l’emotività e la fantasia di lei, singolarmente non disgiunte da una
ragguardevole capacità razionale,
lo colpirono moltissimo. Del resto il giovane desiderava da tempo conoscere qualcuno che potesse autenticamente capirlo.
Giovanna tornò varie volte in
vacanza in quella magica valle e,
se qualcuno oggi la cerca, può
trovarla nella casa di Andrea, suo
marito, nel cuore di San Vito, al
cospetto del gigante buono che
sembra proteggere i valligiani col
suo imponente trono.
Marina Daverio
guardi ed è stato, questo affetto, l’unica cosa che mi ha
dato un po’ di soddisfazione
ai quei tempi. Chi avrebbe
mai potuto immaginare
quello che sarebbe successo ?
Ogni volta che mio marito
rientrava a casa, concepivamo un figlio ed in brevissimo tempo ne ebbi quattro.
La fatica quotidiana e la miseria mi abbruttivano giorno per giorno, però c’era il
sorriso di mio suocero e la
sua comprensione che a volte bastavano per farmi tirare
avanti.
Un giorno, all’improvviso,
RACCONTI
una malattia fulminea colpì
mia suocera, che morì nel
giro di due mesi. Dopo i primi tempi, la vita riprese la
sua normalità. Normalità,
mio Dio, come posso definirla tale? Non era normalità.
Ero triste e stanca. Una
sera, avevo appena messo a
letto i bambini, ero seduta
davanti al focolare con il volto fra le mani, piangevo, all’improvviso una carezza
furtiva sul mio volto, due
forti braccia maschili mi accolsero protettive ed io mi
abbandonai…
Fu l’ultimo momento di
gioia della mia vita, da allora
non ebbi più pace, i rimorsi
mi tormentavano giorno e
notte, non mangiavo e non
dormivo più e cominciai anche ad avere delle nausee.
Ero in attesa di un figlio da
mio suocero. Vi rendete
conto, una cosa terribile !!!
La notizia la confidai io
stessa ad un’amica, che prestissimo la fece circolare
per tutto il paese ed oltre.
Mio marito, dalla vergogna,
non mise mai più piede in
paese. Tutti mi emarginarono o forse io stessa mi
emarginai per la vergogna
ed il rimorso.
Dopo anni di dolore il
mio cervello andò in tilt, forse per sopportare la sofferenza. Andavo in giro per
strada mezza svestita, con
una calza per sorte, dicevo
cose senza senso, urlavo
senza motivo, i miei cinque
figli non sapevano più cosa
fare di me.
Fino al giorno in cui arrivò l’ambulanza per portarmi
via.
Giustina Forni
NELLA SERA, FRA I RICORDI
to qui, mentre il
S
cielo si scolora, seduto accanto alla finestra, a guardare il vuoto.
In serate come questa
fino a ieri (forse era una
settimana o un mese fa,
il tempo è così labile) mi
piaceva guardare il tramonto: il sole, che pian
piano si nascondeva dietro il monte Rite, lasciava ancora, sulle punte
più alte del Duranno,la
sua luce dorata finché si
mutava in rosa.
Venere, grande, stupenda, appariva come
un miraggio, prima ancora che facesse buio,
poi, qua e là,
piccole stelle
lontane. La sera scendeva
lieve, dolce e,
nella penombra della stanza, arrivava
lei: una carezza, un bacio
:“Accendiamo
la luce”.
Mi manca,
mi manca tanto. Non ho voglia di accendere la luce,
voglio stare
qui a pensare
a lei, aspettando la sua carezza.
Lo so che se
ne è andata,
ieri o una settimana fa o
forse un mese
fa, non ha importanza, voglio illudermi
che sia perduta, invisibile,
in qualche angolo della casa: sento la
sua presenza.
La
prima
volta che l’ho
vista, mi era
sembrata una
ragazza come
tante, non particolar mente
bella, piuttosto magra, ma
con un piacevole sorriso,
nonostante
avesse gli occhi velati da
una certa malinconia. Il
caso ci fece incontrare
altre volte e incominciammo a uscire insieme. Non fu un colpo di
fulmine, semplicemente
sentivo che stavo bene
con lei.
Una sera, d’impulso,
con sorpresa mia e sua,
la baciai: da allora capii
che non avrei più potuto
fare a meno di lei, l’amavo e la vedevo bella.
Il matrimonio, tre figli… siamo stati insieme
per quasi
62 anni.Abbiamo incontrato,
certo come tutti, delle
difficoltà, c’è stato anche qualche litigio, magari per piccole divergenze, ma era così bello
poi fare la pace! Ripenso
a quando, nel grande letto, allungavo la mano e
trovavo subito la sua,
perché anche lei mi stava cercando e ci addormentavamo abbracciati
stretti.
L’ho molto amata e mi
pento, ora, per il mio carattere rude e schivo, di
non averglielo detto abbastanza.
Mi ha lasciato tanti bei
ricordi, per cui non sono
triste, no, solo addolora-
to di non poterne avere
ancora. Questa è la ragione della mia malinconia.
La penombra ha ormai
invaso la stanza. Mi
sembra di sentire un
fruscio, come un passo
strascicato alle mie spalle. Non mi giro a guardare, anzi chiudo gli occhi stringendo con forza
i braccioli della poltrona. Ecco, come una leggera brezza, qualcosa
mi sfiora il volto: è la sua
carezza.
Ora posso accendere
la luce.
Emi Boccato
ANNO LVII
Ottobre 2009
20
Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
Zi pöide d Comelgo d Sora s tögn conto dla tradizion
Al cioudo de l lares che brusa al te souda
la schena pojada su l forneleto
CANCHE JEN FARIEDO BUCIA IZE
I dogns mantögn viva la lönga ladina D
S
pösso cöi che spia el manifestaziogn
ch tögn viva la tradizion ladina inà l
inpression ch söia robe ormai in decadenza, conpagn di tance anziane ch se vistis a
la vecia o tögn duro su usanze ch é dòi a
sparì. Ma in Comelgo, picsöia a Comelgo
d Sora, iné tance dogns a organisé iniziative e manifestaziogn ch porta inante el tradiziogn paesane.
A Ciandide al “Gruppo Candide” inà dinze tance todes e tode sote i 30 ane, e iné löre ch porta inante la tradizion dla meda carödma, ch inà organisó ntin zun dute el
contrade dal pöis feste e incontre. A S-ciamazen zal grupo di Légar iné stó un ricanbio d generazion e ades la parte pi dona colaboröia aped cöla pi vecia par continué el
balade su musiche a la vecia, ma anche par
föi feste zi pöide e picsöia par organisé cal
bel apuntamöinto ch se ciama la “Festa dl
utonu”, ilò ze pieza dal pöis, sote un tendon. Vögn invitede etre grupe d bal coi vistis a la vecia, st ota un dla Furlania e un dla
Val d’Aosta, e vögn fate spetacui dal dop
maddì e dadsöra. A Dudlè al grupo “Chei d
Santa Plonia” iné ative dut l ön, anche se zal
nome s podaraa capì ch i se antaresse snoma dal carnaval. Iné stade löre a promöve
la manifestazion “Festa dla tera”, ch inà
portó l atenzion verso al laoro dla canpagna, trascuró ormai da duce, lió snoma a
nascuante famöi ch söia i prades e arleva
animai, e magare conbina anche algo col
turismo. Via pl agosto inà fato la festa dal
patrono San Roch, e via pl otono à ripetù na
dornada de tradizion dla religion e dal cetasse ze pieza al di dla “Festa di Dulori”, ch
somiaraa, a dila csi, na contradizion zle parole, ma come ch se sa, ogni Madona, anche cöla ciamada “Addolorata” iné ocasion
no snoma par parié e dì in porsezion, ma
anche par föi festa. Sti dogns d Santa Plonia
colaboröia lontera aper al Grupo dle Rizerche e in particolar par l iniziativa pi inportante de sti ane: la costruzion e l inbastidura dal Museo paesön, zla sofita dal palazo
dla Regola, ch se ciamarà “Algudnei”.
A Padla iné ativo al grupo “Sot Narla”,
ch organisöia manifestaziogn de sport e
etre ativites zal pöis, ma iné nassù anche
un grupo che con l ironia di dogns s é ciamó “Ladin lovers”.
Fa piazer vöde come ch la lönga pizla de
sta val, al ladin, söia tgnuda in considerazion e dorada con orgolio söia zi confronte
di paesane, söia anche aped cöi ch riva da
fora. Saraa bel che el nove generaziogn
canbie la bruta abitudin d cölie de sti ane,
ch inà insignó ai so fis a parlà snoma par
taliön. N sarà fazil, ma anche co la colaborazion di maestres e di professores dle
scòle, s podarà föi capì ch la lönga pizla pö
stà arente con dignité a cöla pi granda, o
anche, ncamò möio, a etre lönghe parlade
zi states cialò arente e zal resto dal mondo. Despias nacordse inveze che, bel da
nasché ane, zla sorascola d Comelgo d Sora n vögna portó inante nsun progeto par
böt inze al ladin aped chelietre materie.
Lucio Eicher Clere
CHELA STROLEGA DE NANA
E la fin, cuasi, de otobre
e le femene e inte i cianpe,
a curà su le patate,
prima che la tera giaze.
Cuanche al sol taca a dì sote,
una a l ota torna a ciasa
e anche Tina, pian, pianeto,
la se invia verso la stala.
L é un tin straca, tavanada
e no l à finiu dornada,
l à da dì a monde le vace
e po’, core a portà al late.
La camina a testa basa
col so dei pien de patate,
col peso dei pensier,
l à la goba anche par chel.
Ditolfato, da un cianton,
la se siente sbegarà:
“Vien cà, Tina... paussa un tin,
vien con me, cà sula bancia.”
Tina, vede là, sentada,
chela strolega de Nana
che no sa chè fei del tenpo,
che no à mai fato fadie
e la pasa le dornade,
a babà ntra le contrade.
Tina pensa “Chè eve fato,
a pasà proprio de cà.
fareo meo à di dò pal troi
anche a costo de tomà”
echelautra,làsentada,sbegarea:
“Vien cà... che fasto?
e un bel tin che no te vedo...
Ma te sesto anche ingrasada?
Te as detesto su un bel cu…
e i to fioi? fali giudizio?
la pì vecia ela a laurà?
o te tolela la vita?
stala senpre là a pausà?”
Tina e stada ferma, in pè,
là, poiada sula sapa
no l à ancora verto bocia
parchè, Nana, no la lasa.
L é tentada de risponde,
de risponde malamente
ma la pensa che é meo tase,
tanto pì con zerta dente.
Nana intanto parla... e sparla,
10
ì a fai legnes. L é
senpre sta l’ultimo
laoro de la stajon . Verso
otobre, dapò aè fini de curà
su piere, se dia a legnes, se
les portaa a ciasa, se les
taiaa su e se les metea ja, a
sosta parchè les se secase
prima da ese brusades. La
lagnes servià a fai fuò, ize
fornela par fai da magnà, e
ize forneleto, par fai cioudo.
Così, ize la barachetes vi-
sin a la ciases, se vedea sta
mudoles de legnes che
spordea fora, tutes metudes polito e in riga, curtes
o longhes no inporta, ma
de misura par podé ienpì la
fornela o al forneleto. L
era, ma anche ancuoi i é e
se i può vede, sti biei grumes cuerte parchè no i ciape la pioia o al nieve e i se
suie. Legnes, tantes: i dis
che chi vece i à senpre paura de restà zenza schei e
zenza legnes; fato sta che
dos la ciases, anche chela
modernes, ghe n é senpre,
de legnes, prontes da dorà.
L è bel dì ize al bosco a fai
legnes: se sta fora, se cura
su rame e se neta al bosco,
se fas i muce e a la fin se tol
al trator e se mena a ciasa.
Dapò carchedun les taiarà
su e les meterà ia.
D’auton, la Regoles ghe
an dà fora a chi vece, i les
mena dante ciasa, bei toche, borate, rame, testes.
Insoma, i è poche ci che no
à ize ciasa la fornela a legnes o al forneleto; anche
chi siore, se i à al camin comodo, i se fas fai su al forneleto e dapò i conpra la legnes (no i é regolieri, ancora…) e i para ize fin che al
scota…come nos.
Bortolo De Vido
FONDAZIONE UNESCO: ALGO
CHE SERVIRA’ PAR DUTE I LADINS
on stade recognoseS
ste patrimonio de l
umanità: o meo le nostre
crode l è ades patrimonio
de l umanità apede de tante poste biei che dute cognose n giro par l mondo.
Na bela sodisfazion par
dute noi che dovon tole
chesto come na posibilità
de svilupà e conservà le
nostre val nte i ane che vegnarà. Ma vardé ben: svilupà e conservà no è algo
de contrario.
con la lenga, la laora,
dopo un tin rua anche so fia,
no ve dio chel che vien fora.
Tina pensa a quanto tempo
biciou via a scoltà monade...
Era meo di dì pal troi,
anche a costo de copame.
Anna Maria De Michiel
Dovon conservà le nostre val parché le reste bele come che le è ades o
meo, dovon conservà tradizion e mode de vive de
la nostra dente che par
ane anorum à presidiou le
val e che à fato de duto par
vive ntin meo zercando de
dorà respetando la natura
che é ntorno. Conservà è
mantegnì la nostra mare
lenga che la vien da cuanche le strade era ancora pì
poche e la nostra dente la
dorea n latino vecio che
ciamon ladin. Ades avon
tante dialete che è dute variante de l ladin cadorin.
Al nostro ese popolo Cadorin al pasa par forza par
la nostra lenga che è che
dute puo’ sentì cuanche
vien ca da noi.
Ma chel che ne fa ese
popolo Cadorin è n modo
de vive e de stà
nte le nostre
val, de tegnì neto, de laurà, de
avé acaro de fei
co la convinzion che è fato
par dute. Respeto par la
dente e par le
nostre val e laoro par zercà de
vive meo. E la
perimetrazion
de le Dolomiti,
patrimonio de l
umanità,
la
puo’ ese vista
come la perimetrazion de i
Ladins, parché
è la nostra lenga vecia che l’ è
leada a le val
agno’ che vivon. Noi parlon
ladin parché na
ota se fasea fadia a spostase e
par
chesto
avon mantegnesto n modo
de parlà pì vecio del talian e
leou pì da visin
al latin. Le Dolomites l è par
chesto leade a la nostra
lenga e l popolo Ladin l à
da avé acaro de chesto riconoscimento che podarà
dà nte i ane che vien calche posibilità de pì parché
noi e i nostre fioi posé sta
casàù come la nostra dente la fa da pì de doimile
ane. Dolomites - patrimonio de la dente - l’è prima
de duto par noi che dovon
avé la posibilità de dorà
chesta tabela par svilupà
le nostre val.
Chesto è chel che dovon fei: svilupà e conservà nsieme: parché anche
noi dovon stà meo e avé
dute le posibilità che à la
dente che vive ndo’. Dovon avé le scole, strade e
servizie par podé vive casù. Ma domandon de fei
de pì e de podé fei noi algo de meo par la nostra
dente. Ma se puo’ pensà
de conservà e svilupà le
nostre val solo se penson
che son popolo ladin de la
Dolomites, metendo da
na parte dute le invidie
par al campanì visin de
noi. Son belo poche: dovon laurà dute nsieme par
defende le nostre val e
podé vive meo casù. E ora
de finila co l pensà solo a l
orto che avon visin de ciasa: apede de ese recognoseste da l Unesco à ades
bisuoi che fasone scuadra/popolo parché se non
fason così se ciataron n
braghe de tela. Belo par
la sede de l Unesco è
stou decidesto da i presidente de le provincie de
fei na sede che gira ogni 3
ane nte le 5 province de
le Dolomiti. E’ chesto l’è
ridicolo parché no fararà
laurà pulito la fondazion.
Muovonse parché la sede de l’Unesco la sea nte
le val de le Dolomites e
no, come tante autre robe, agnò che no è neve,
disagio, agno’ che no vive
la nostra dente.
Francesca Larese
Filon
10
ANNO LVII
Ottobre 2009
21
Musica
a kermesse musicale
L
svoltasi a metà luglio
a San Vito di Cadore con il
San Vito Blues&Soul festival ha avuto grande
successo sia per le brillanti esibizioni dei molti e
qualificati gruppi che si sono succeduti sul palco
quanto per il pubblico numeroso dimostratosi entusiasta.
In un’atmosfera calda ed
avvolgente, sotto il tendone del Festival hanno suonato i The Morning Skifflers con un repertorio
classico blues, il grande artista John Lee Sanders accompagnato dalla Worldblue Band, si sono esibiti
Oliver Mally e Luca Aliberti, il gruppo cortinese
CCS, poi ancora in autentico blues Oliver Mally’s
Blues Distillery, in chiusura il “musicista dei musicisti” Alvin Youngblood
Hart che si è alternato con
ben cinque chitarre.
Un posto d’onore ad
aprire i concerti è stato riservato al gruppo locale
giovani
sport
Alla kermesse musicale San Vito Blues&Soul Festival
Wovoka, lo storico
gruppo rock noto in
Valboite e provincia.
Del gruppo nato a
San Vito oltre trent’anni fa, sono rimasti Serafino Palatini
(chitarra elettrica,
acustica e voce),
Gianni
Talamini
(chitarra elettrica solista e acustica, backing vocals), Franco
Martini (basso), Fabio Menegus (batteria, string guitar,
backing vocals). Loro, i Wovoka (nome
preso in prestito dalla lingua Paiute e
che vuol dire “taglia
legna”) continuano
con lo stesso spirito
a suonare un genere
covers, rock, rock
blues, country rock,
che è sempre molto
apprezzato. E, per intenderci, amano i Latrain, i Blusoi, i Carum, o i Cannibals.
untry Roch al Rock Blues, CSN&Y, Paul McCart- grande. Auguri! www.wovoka/altervista.org
Piace talmente il loro re- il tutto innaffiato da Beat- ney..., che hanno l’intenwww.facebook/pages/wovoka/54995463098
pertorio che spazia dal Co- les, Neil Young, Eagles, zione di riprendere alla
Tony Cardel
I WOVOKA, UN GRUPPO ROCK STORICO IN VALBOITE
MIRKO CAMPIONE ITALIANO DI MOUNTAIN BIKE
I
l ciclista cadorino Mirko
Tabacchi si è laureato lo
scorso mese di settembre
campione italiano Endurance 24h di mountain bike.
Una gara perfetta quella
svoltasi in Val Rendena in
provincia di Bolzano, che ha
visto trionfare l’atleta di Pieve di Cadore insieme ai propri compagni di squadra dell’Arcobaleno Carraro Team.
Una prova maiuscola
quella di Tabacchi, partito
fin dall’avvio con la pedalata
giusta, coronata a fine gara
con la conquista del prestigioso titolo tricolore. Un
successo importante ma
non di certo una rarità nel
palmarès del ventenne ragazzo cadorino, abituato a
trionfi e piazzamenti di prim’ordine. La vittoria in Val
Rendena ha garantito poi a
Mirko la convocazione nella
squadra nazionale ciclocross-settore fuoristrada tenutasi verso metà settembre
a Tortoredo Lido in provincia di Teramo. Mirko, sempre superimpegnato con gli
allenamenti e con lo studio, è
riuscito però a concederci
questa bella intervista.
Mirko, da quando la
passione per la bicicletta?
“Devo dire che lo sport è stato sempre presente nella mia
vita, fin da piccolissimo infatti
ho praticato nuoto, hockey,
corsa e mi sono cimentato anche nel triathlon, una specialità molto dura e impegnativa.
di Daniele Collavino
Da qui è nata la mia passione
per il ciclismo, in quanto delle
tre specialità quella in cui riuscivo meglio era proprio la
bici. Mi sono quindi iscritto
alla squadra della A.S. Pozzale dove ho svolto le mie prime
gare, dopodichè ho vestito la
maglia della S.S. Galvalux.
Qui arrivarono i primi piazzamenti significativi mentre
nel 2006 ho dovuto cambiare
ancora squadra, passando all’Arcobaleno Carraro Team
di Rovereto, nella quale gareggio tutt’oggi, per poter competere nella categoria junior”.
Cosa significa per te
gareggiare?
“Significa mettersi a confronto con gli altri, dando il
meglio di sè stessi, scoprire i
propri limiti e cercare ogni
volta di superarli”.
Quali sono stati i tuoi
principali successi?
“Ho vinto la Pedemontana
Prestigioso titolo
tricolore per Mirko
Tabacchi, campione
italiano Endurance
24h di mountain bike
Convocato in
nazionale ciclocross
fuoristrada
Cup nel 2005, un circuito di
gare di rilievo nel Veneto e sono arrivato 9° al mio primo
campionato italiano, un risultato davvero inaspettato
visti i 130 atleti partecipanti.
Nel 2006 invece ho ottenuto
un 3° posto al Triveneto e ho
vinto la Cortina-Dobbiaco
nella categoria juniores. Nel
2007 ho disputato 46 gare, alcune di livello internazionale,
tra mountain bike e ciclocross
e ho partecipato al challenge
juniores, un circuito di spicco
a livello italiano, finendo al
2° posto della categoria e salendo spesso sul podio, con un
primo posto e tre terzi posti.
Nel 2008 c’è stato il cambio
di categoria ad under 23 dove
ho avuto alcuni problemi con
la Mtb per il notevole salto di
qualità. Mi sono comunque
rifatto nel ciclocross riuscendo ad arrivare 2° al giro d’I-
talia e 2° al trofeo Mosole.
Quest’anno nella Mtb sono riuscito a ben figurare nei campionati italiani staffetta e
24ore con un 2° e un 1° posto.
La stagione di cross è iniziata poi davvero bene con la
convocazione al ritiro della
nazionale e con la convocazione da parte del ct della
nazionale Fausto Scotti a
una prova di coppa del mon-
do a Treviso in ottobre”.
Obiettivi per il futuro?
“Innanzitutto spero di continuare a coltivare la mia passione al meglio, sperando in
qualche altra convocazione in
nazionale. Il mio sogno sarebbe quello di riuscire ad entrare nel corpo della forestale”.
Chi vuoi ringraziare
per questa tua carriera?
“Avrei una lista lunghissima lista da fare. Per iniziare
ringrazio la mia famiglia che
mi ha supportato moralmente
e finanziariamente e soprattutto mio padre che ha macinato chilometri su chilometri
per portarmi alle gare in tutte
le condizioni ambientali. Ringrazio poi Mirta Del Favero
colei che mi ha fatto muovere
i primi passi in questo mondo
indossando la maglia della
Galvalux; il “mio” meccanico
Oreste Bianchi della Dynamic
Line per la sua grande professionalità e immensa disponibilità a qualsiasi ora del giorno e della notte sempre pronto
a risolvere i miei problemi; il
“mio” direttore sportivo Paolo
Garniga dell’Arcobaleno Carraro Team, che ha creduto in
me e si è fatto in quattro per
aiutarmi. Un grazie di cuore
anche a tutti coloro che in
qualsiasi modo mi sono stati
vicini, come Michele Bovalo e
Francesco Cataruzza, che insieme a me hanno faticato, pedalato e sudato”.
Ottobre 22-23:Ottobre 22-23
6-10-2009
15:38
Pagina 2
ANNO LVI
Ottobre 2009
22
anno dagli 8 ai
H
17 anni, hanno
voglia di sfrecciare sul
ghiaccio, divertirsi e
vincere. Sui pattini, s’intende! Sono i bambini e
i ragazzi dell’Unione
Sportiva Ghiaccio Pieve
di Cadore che praticano
il pattinaggio di velocità, uno sport spettacolare ed avvincente in
cui gli atleti riescono a
raggiungere velocità
notevoli su anelli di pista ghiacciata. Uno
sport fascinoso che anche qui in Cadore ha
dato grandi soddisfazioni ad una società che
ha più di 50 anni di vita
(anche se con interruzioni d’attività) e può
vantare riconoscimenti
per quei tanti piccoli atleti che hanno avuto la
grinta di portarsi a livello sia nazionale che internazionale.
Nomi? Emilia Unterberger e Maurizio
De Monte pluri campioni italiani, Renato
Pietrobon, Giancarlo Lorenzet,
Mario De March che ha avuto riconoscimenti anche all’estero,
Wally Unterberger, Stefano
Basso, Emilio Valli, …e non da
ultima, Chiara Simionato vincitrice della coppa del mondo di
specialità sui 1000 metri pista lunga, una grande atleta che si è appassionata all’età di 12 anni proprio sul ghiaccio dello stadio di
Tai. Più recentemente, nella scorsa stagione sono diventate campionesse italiane Paola Simionato di Tai e Anna Da Fies di Valle,
10
LA USG PIEVE DI CADORE PRENDE VELOCITA’
Nel pattinaggio di velocità, ottima la passata stagione per gli atleti dell’Unione
Sportiva Ghiaccio. Fra le campionesse Paola Simionato e Anna Da Fies
atlete che hanno primeggiato sia
nelle gare sprint piccole distanze
quanto nelle gare veloci, la Simionato ha inoltre partecipato a due
prove della Coppa del Mondo Junior. Ma numerosi altri primi e secondi e terzi posti sono stati conquistati dai ragazzi dell’USG Pieve
di Cadore in più di 10 gare nazionali ed internazionali.
Visibilmente soddisfatta dei
suoi ragazzi Cristina Marchi, la
dinamica ed appassionata presidente della società.
“Soddisfatta di come gli sforzi di
Soddisfatta la presidente Cristina Marchi:
“Gli sforzi degli atleti, dei dirigenti e delle
famiglie hanno prodotto grandi risultati”
tutti, atleti, famiglie e dirigenti, abbiano prodotto in
pochi anni questi grandi risultati
che pongono la società ai vertici, soprattutto nella disciplina della pista
lunga. In quasi nove anni di attività, il numero dei ragazzi è lievitato
in questa stagione agonistica ad
una trentina di atleti compresi tra
gli 8 e i 17 anni, la metà dei quali
disputa anche fino a 14 gare nei 4
mesi invernali di attività. Tra questi si distinguono due gruppi: uno di
8 atleti (e sono i più grandi), un altro di 6 - 7 (i più piccoli) che setti-
manalmente partecipano alle competizioni. Le gare si svolgono sia sulla pista corta (short track) sia sulla
pista lunga per i bambini fino ai 10
anni, solamente sulla pista lunga
invece per il gruppo di ragazzi più
grandi. Purtroppo le strutture di allenamento si trovano sempre in località lontane da Tai, e così aumentano le spese per la necessità di pernottamento, perché solitamente le
giornate di gara sono due, il sabato
e la domenica.”
Il nostro impegno ci porta ad
avere un occhio di riguardo verso
la promozione e l’avviamento del
pattinaggio di velocità, organizzando dei corsi che ultimamente ci
hanno portato circa una ventina di
bambini a cui guardiamo con fiducia per aumentare il numero dei
nostri agonisti. Dello staff, l’allenatore Maurizio De Monte segue i
ragazzi più grandi, al quale s’è affiancato quest’anno un altro ex atleta Alessandro Mazzoleni Ferracini. Vi è poi una fascia di bambini di livello intermedio che sono
seguiti amorevolmente dalla nostra
storica allenatrice ed ex atleta
Emilia Unterberger, bambini che
speriamo scoprano di voler proseguire nella disciplina.”
Occuparsi di attività sportive
non è proprio facile, ma l’impegno
premia sempre, sottolinea Cristina
Marchi ripercorrendo la vita societaria. “Le sorti della società sembravano destinate ad avere una triste
conclusione quando i lavori dello
Stadio del Ghiaccio di Tai si sono
protratti per sei anni, provocando
inevitabilmente l’allontanamento
di molti atleti. Quando nel 2000 è
finalmente stato aperto il nuovo
Stadio del Ghiaccio, gli amanti della disciplina hanno voluto ricostituire la società; impresa non facile,
ma la tenacia dei dirigenti e l’inevitabile fascino di questo sport hanno
piano piano motivato ed allargato
il gruppo di giovani atleti.”
Inizialmente l’USG Pieve di Cadore ha dato il via alla formazione
dei giovani atleti fornendo allenatori e materiali senza chiedere
contributi alle famiglie. “Cosa non
più possibile per gli alti costi di gestione, quindi si è reso necessario
chiedere una quota di iscrizione alle famiglie e si è cercato di coinvolgere sponsor locali che contribuissero alla crescita della società.” Nel
corso degli anni è stato acquistato
molto materiale, pattini per l’avviamento, divise per le competizioni,
caschi di protezione e perfino un
furgone per gli spostamenti, che
quest’anno è stato sostituito con
uno più nuovo ed affidabile. L’esborso economico più consistente
ora sono le trasferte per partecipare alle competizioni, che tra iscrizione alle gare e spese di trasferta
e pernottamento si aggirano sui 60
- 70 euro ad atleta; se consideriamo che ogni settimana gareggia
una media di 6 ragazzi e lo moltiplichiamo per 14 gare, è evidente
che lo sforzo economico sostenuto
è notevole. E’ fatica tenere assieme un gruppo che per allenarsi deve andare lontano, ammette la presidente.
“La nostra stagione sul ghiaccio
inizia a ottobre, quando ci rechiamo due volte alla settimana a
Claut, dove ci appoggiamo alla locale società di pattinaggio, per svolgere i primi allenamenti, in attesa
che nel mese di novembre venga
aperto lo stadio di Tai, e prosegue
tra gare ed allenamenti fine alla fine di febbraio; per il gruppo dei
grandi è previsto un allenamento
infrasettimanale a Baselga di Pinè
(TN) per far pratica sulla pista
lunga (partenza alle 15.00 e rientro alle 21.30 accompagnati dall’allenatore Maurizio De Monte).
L’attività viene sospesa per un breve periodo e a giugno i ‘grandi’
sempre seguiti da De Monte iniziano gli allenamenti a secco, che si
articolano tra roller, atletica, bicicletta, con qualche puntatina a Baselga per il ritiro federale; attualmente abbiamo un’atleta al raduno
estivo a Berlino con la selezione nazionale junior, ed altri 5 impegnati
in raduni estivi presso il centro federale di Baselga di Pinè. Vogliamo assolutamente che la società sia
presente alle gare ed è questo un
aspetto irrinunciabile della gestione - conclude la presidente Cristina Marchi, che tiene ad aggiungere all’attività espressa dalla USG
Pieve di Cadore anche l’organizzazione in proprio di una manifestazione regionale e di una gara sociale, rammaricandosi di non poter fare di più a causa della pista
‘scoperta’ allo Stadio del Ghiaccio
di Tai.
“Siamo molto soddisfatti. Abbiamo un bel gruppo di giovani adolescenti che continuano nella loro
scelta rimanendo a praticare la disciplina; già questo risultato ci rende orgogliosi e dimostra che ci sono
dei giovani che non si spaventano
davanti a sacrifici e rinunce pur di
perseguire un obiettivo in cui credono.”
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6-10-2009
15:39
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ANNO LVI
Ottobre 2009
ommaso Mainardi,
T
trentatreenne di Lorenzago, è uno dei migliori
tennisti della provincia bellunese e più volte ha portato
in alto il nome del Cadore,
anche a livello nazionale.
Amante dello sport fin dalla
nascita, eredita la passione
per il tennis dal padre e si
dedica completamente a
questo all’ età di dieci anni.
Dopo poco, esplode il suo
straordinario talento e i risultati si susseguono uno
dopo l’altro fino a raggiungere la serie C, quando è appena sedicenne. I trofei in
bacheca si accumulano con
il passare del tempo e oggi
Tommaso può contarne oltre cinquanta. Dopo alcuni
anni di assenza dal palcoscenico del tennis che conta, la stagione 2009, su cinque titoli conquistabili, regala a Tommaso altri 4 successi e un secondo posto: la
migliore annata di sempre.
Tommaso, quando hai
iniziato a giocare a tennis?
Cosa ti ha spinto a farlo?
La mia passione per il tennis nacque quando ero molto piccolo e mio padre decise di mettermi una racchetta in mano: avevo sei anni.
Seguivo spesso i miei genitori nei tornei che disputavano in Cadore, perchè mi
divertivo a guardare le partite e poi a imitarne i colpi.
Da bambino, a dire il vero,
praticavo un po’ tutti gli
sport, a partire dal calcio,
un’altra mia grande passione. Presto, però, mi ritrovai
a dover scegliere lo sport
che mi avrebbe accompagnato poi per il resto della
23
TENNIS, PIU’ CHE UNA GRANDE PASSIONE
Tommaso
Mainardi
vanta una
carriera ricca
di successi e
nell’ultima
annata livelli
mai raggiunti
Oltre 50
i trofei, in
ottobre il
master finale
mia vita. Scelsi il tennis. Era
quello che preferivo, per
delle semplici ragioni. Uno,
in campo ci vai da solo.
Quando vinci, puoi ritenerti
soddisfatto di quello che sei
riuscito a fare, quando perdi
non puoi nasconderti dietro
a niente e a nessuno, la responsabilità è solo tua. Due,
il tennis è uno sport duro e
faticoso, molto più degli altri, secondo me, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico. Bisogna rimanere concentrati
minuto per minuto, punto
per punto senza perdere la
testa se le cose si mettono
male. Tre, era lo sport in cui
ottenevo i risultati migliori.
Quando hai intrapreso
la carriera agonistica e
quali sono stati i momen-
ti più belli che hai vissuto con la racchetta?
Il primo provino vero e
proprio l’ho fatto a dieci anni a Belluno. Qui mi presero
subito e così mi allenai nel
capoluogo per ben sei anni.
Conobbi però la carriera
agonistica a partire dall’under 14, under 16. Nei primi
anni, infatti, si trattava di
prendere parte a semplici
tornei tra ragazzi dello stesso circolo. Negli anni suc-
cessivi, invece, cominciai a
partecipare a competizioni
di livello sempre più elevato. A questo proposito ricorderei una splendida esperienza all’età di tredici anni,
quando, insieme ad un amico, Alberto Lucia, riuscì a
raggiungere perfino la fase
finale della Coppa Italia. In
quell’occasione ci allenava il
maestro Manzoni e che dire, è stato fantastico, perché
un risultato del genere per
noi “montanari” è davvero
un evento eccezionale. Un
altro grande successo è stato il raggiungimento della
serie C a sedici anni. Questo
fu uno dei momenti più belli
della mia carriera, perché,
in provincia, ad essere così
giovani e classificati in quella categoria, eravamo in
due. Un terzo momento della mia carriera giovanile che
vorrei ricordare, è quando
vennero ad allenarsi in Cadore le migliori giovani promesse italiane. Grazie a mio
padre, riuscii ad avere la
possibilità di allenarmi con
gli azzurrini per due settimane e alla fine mi confrontai con loro in un torneo per
chiudere il ciclo di allenamento. Strappai anche un
set ad uno del gruppo e questo me lo ricorderò per sempre.
Parliamo dei molti tornei che hai vinto e della
tua ultima annata straordinaria…
Complessivamente in tutta la mia carriera ho vinto
più di cinquanta tornei. Negli ultimi anni non ho partecipato a tante competizioni,
come in passato, perché ho
di Mario Da Rin
preferito occuparmi della
mia famiglia. Quest’estate,
però, ho voluto prendere
parte a una serie di tornei
che si sono tenuti qui nelle
vicinanze. E’ andata molto
bene fino adesso e penso
che posso catalogare questa
come una delle migliori stagioni di sempre; su cinque
tornei a cui ho partecipato,
ho vinto quattro volte e una
volta sono arrivato in finale.
In ottobre, si disputerà il
master finale, dove i migliori otto classificati, a livello di
punti conquistati nel circuito di tornei, si contenderanno il titolo dei titoli. Sono
molto speranzoso di poter
vincere il master finale perché partirò da testa di serie… Speriamo bene!
Progetti per il futuro?
Ma, a dire il vero, penso
di avere già dato molto,
quindi mi accontenterei anche così. Diciamo che il mio
desiderio per il futuro è
quello di coinvolgere in questa grande passione anche
le mie figlie, Giulia e la sorellina che nascerà tra poco.
Vederle in campo mi riempirà il cuore di gioia.
KARATE TRADIZIONALE
RAPPRESENTANO
L’ITALIA AL
CAMPIONATO EUROPEO
C
asale Monferrato ospiterà il 24 e 25 ottobre il campionato
Europeo E.T.K.F.. Tra i 12 atleti della squadra nazionale 3
sono veneti ed esattamente i fratelli Marco e Mattia Bacchilega di Calalzo e Lorenzago di Cadore per la squadra del kumite
(combattimento) e Alessandro Cesco Bolla di Santo Stefano
di Cadore per il fukugo (gara alternata tra forma e combattimento), tutti appartenenti alla scuola a.s.d. T.S.K.S. Belluno diretta dal M° Roberto Bacchilega.
La convocazione ufficiale già da tempo era nell’aria per cui dopo una breve pausa estiva gli atleti facenti parte della squadra
nazionale hanno ripreso gli allenamenti. Dice Bacchilega: “Previsioni non ne voglio fare assolutamente, come sempre saremo all’altezza del compito. La convocazione di Alessandro è stata davvero una grande soddisfazione e sono certo che lui farà di tutto per
onorarla fino in fondo. Per il momento auguriamo a tutti gli atleti una buona preparazione e ricordiamo agli appassionati che
l’associazione sta organizzando un pullman per andare a sostenere i propri atleti, chi vuole può prenotarsi il posto telefonando al
numero 347.5849453 dopo le ore 13.00.”
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la battaglia di cadore - 1508