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(conv. in L. 27.02.2004, n° 46),
art. 1, comma 1, DCB Milano
SPECIALE
CATASTROFI
AL CINEMA
La rivolta dei
quattro elementi
PHILIP GRÖNING
Parla l’uomo del
Grande silenzio
ANIMALI
E ANIMATI
Da Cars a Kung Fu
Panda: oltre 10 titoli
in anteprima
CLIVE
IL VENDICATORE
IL NUOVO VOLTO DI OWEN IN DUE
FILM MOLTO ATTESI. DIRIGONO
SPIKE LEE E ALFONSO CUARÓN
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andbelong to their respective owners. a Il Call Center è operativo dalle h 09:00 alle h 12:55 e dalle h 14:00 alle h 17:55, dal Lunedi al Venerdì. I costi della chiamata IVA inclusa sono: da rete fissa 0,14 €/minuto; dai cellulari, a seconda
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PUNTI DI VISTA
Contenti per un Crash
FOTO: PIETRO COCCIA
S
Il nostro speciale è
dedicato alle
catastrofi
(cinematografiche)
rC
ettantottesima edizione degli Academy Awards in
archivio. Con risultati controversi secondo
tradizione, ma anche con un triplice Oscar che ci
lascia molto contenti. Crash, esordio alla regia dello
sceneggiatore Paul Haggis, ha ottenuto la statuetta per il
miglior film, la sceneggiatura originale e il montaggio: non
erano in molti a crederci, ma noi ci speravamo. Perché Crash
disegna sullo schermo un potente affresco inter-etnico e
multi-culturale, che non fa sconti né si compiace di una struttura circolare fin troppo calibrata.
Raccontando le contemporanee tensioni razziali, Haggis strapazza l’ideologia dominante, evita la rissa
mediatica e rifugge dal manicheismo: sono coordinate tragiche quelle tra cui si muovono i protagonisti,
pronti a sconfessare le apparenze e a intridere le immagini di forza morale. Scelte da premiare, e così è stato.
Ma “crash” è anche l’onomatopea della catastrofe. Coincidenza vuole che proprio ai disastri, ovvero al
cinema catastrofico, sia dedicato il nostro speciale: terra, acqua, aria e fuoco in rivolta contro la presunzione
di controllo totale dell’uomo. Ne vedrete delle belle, anzi delle brutte. Radioso, al contrario, il futuro che
vorremmo attendesse il cinema italiano. La possibile schiarita ha una data: il 9 aprile. Qualunque sia l’esito
delle elezioni politiche, il nostro cinema merita di ricevere delle risposte adeguate.
I tagli operati al FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) non solo rappresentano di per sé un grave danno
economico, ma sono indice dell’attuale disinteresse istituzionale per un comparto che faticosamente riesce
ancora a impiegare 200.000 addetti. Una situazione a cui bisogna provvedere di concerto, ovvero
confrontandosi a viso aperto sia in merito al rafforzamento finanziario del sistema cinema sia alla tutela
dell’anello più debole della filiera: l’esercizio. Salvaguardare le windows (il periodo che intercorre tra la
programmazione in sala e lo sfruttamento in altre forme del film) innescherebbe un circolo virtuoso per
l’intero settore, ponendo le premesse per una ripartenza sinergica, ovvero opportunamente pianificata in
sede normativa. Non solo, il rafforzamento interno avrebbe necessariamente esternalità positive sul mercato
globale, dove scontiamo un’endemica mancanza di coesione. In attesa di buone nuove, autentico sollievo è
rintracciabile ne Il grande silenzio di Philip Gröning, ritratto empatico della vita dei monaci certosini, che
dopo l’anteprima veneziana è passato al nostro festival Tertio Millennio e ora arriva in sala.
Al regista tedesco dedica una retrospettiva l’Alba International FilmFestival: un’occasione imperdibile
per conoscere un artista fuori dal comune.
d
CINEMA - TELEVISIONE - RADIO
TEATRO - INFORMAZIONE
Nuova Serie - Anno 76 Numero 4
Aprile 2006
In copertina Clive Owen
Direttore Responsabile
Dario Edoardo Viganò
Caporedattore
Marina Sanna
Progetto grafico e Art Director
Alessandro Palmieri
Hanno collaborato
a questo numero
Andrea Agostini, Francesco Bolzoni,
Valeria Chiari, Pietro Coccia,
Ermanno Comuzio, Mario Dal Bello,
Silvio Danese, Rosa Esposito,
Cesare Frioni, Marcello Giannotti,
Diego Giuliani, Leonardo Jattarelli,
Lara Loreti, Massimo Monteleone,
Franco Montini, Roberto Nepoti,
Luca Pallanch, Peter Parker,
Luca Pellegrini, Federico Pontiggia,
Giorgia Priolo, Angela Prudenzi,
Alessandro Scotti, Marco Spagnoli,
Davide Turrini, Chiara Ugolini
e-mail: [email protected]
e-mail: [email protected]
Fax: 02.45497366
Proprieta’ ed Editore
Ente dello Spettacolo
Servizio cortesia abbonamenti
Direct Channel S.r.l. – Milano
Tel. 02-252007.200
fax 02-252007.333
Lun-Ven 9/12,30 – 14/17,30
e-mail: [email protected]
Direzione e amministrazione
Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma
Tel.(06) 663.74.55 - 663.75.14
fax (06) 663.73.21
e-mail: [email protected]
Registrazione al Trib. di Roma
N. 380 del 25 luglio 1986
Iscrizione al ROC N 2118 Del 26/9/01
Pubblicita’ e sviluppo
Eureka! S.r.l. - Franco Conta
335.5428.710
Stampa
Società Tipografica Romana S.r.l.
Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM)
Finita di stampare il 24 Marzo 2006
Distributore esclusivo
A. & G. Marco S.p.A.
Via Fortezza, 27 - 20126 Milano
Associata A.D.N.
Abbonamento per l'Italia
(10 numeri) 35,00 euro
Abbonamento per l'estero
(10 numeri) euro 110,00
Copia arretrata euro 5,00
Associato all'USPI
Unione Stampa
Periodica Italiana
Iniziativa realizzata
con il contributo
della Direzione
Generale Cinema –
Ministero per i Beni
e le Attività Culturali
Aprile 2006 RdC 3
sommario
Cover Story
12 Clive Owen
Inside Man e Children of Men:
due thriller da protagonista
per difendere giustizia e
libertà
(Marina Sanna)
Servizi
16 Fratelli sul set
La prima volta di Virzì Jr. con
Adelmo torna da me:
“Commedia generazionale,
sulle note dei Duran Duran”
(Lara Loreti)
18 L’armata di Scrat
Lo scoiattolo dell’Era
glaciale guida la carica
dell’animazione: fra topolini,
folletti e panda samurai
(Rosa Esposito)
24 Philip Gröning
In anteprima dall’Infinity
Festival racconta come ha
convinto i monaci a girare
Il grande silenzio
28 Lindsay Lohan
Storia di una cenerentola
“canterina” promossa
attrice da Robert Altman
(Diego Giuliani)
54 Al tempo del rock
Quando Sting suonava sul
grande schermo. Con Mick
Jagger, David Bowie & Co.
(Federico Pontiggia)
Speciale
33 Nell’occhio del tifone
Acqua, aria, terra, fuoco: la
rivolta dei quattro elementi
al cinema. In attesa del
nuovo Poseidon, titoli e
percorsi per capire come e
quando le catastrofi creano
dipendenza
(Hanno collaborato: Silvio
Danese, Leonardo Jattarelli,
Massimo Monteleone,
Roberto Nepoti, Luca
Pallanch, Federico Pontiggia.
A cura di Marina Sanna)
4 RdC Aprile 2006
33 Catastrofi al cinema
Numero 4 >Aprile 2006
I film
56
58
59
59
60
60
61
62
63
63
64
64
65
66
67
67
68
68
Radio America
Nanny McPhee
False verità
Doom
Zathura
La vita segreta delle parole
La guerra dei fiori rossi
Prova a incastrarmi
Il suo nome è Tsotsi
Mater Natura
Tristano & Isotta
Se solo fosse vero
Indian - La grande sfida
The Producers
Le particelle elementari
Il fantasma di Corleone
Angel-A
Fuoco su di me
(Andrea Agostini, Silvio
Danese, Mario Dal Bello, Rosa
Esposito, Diego Giuliani,
Roberto Nepoti, Luca
Pellegrini, Federico
Pontiggia, Marco Spagnoli,
Davide Turrini)
18 L'era glaciale 2 si arricchisce di nuovi personaggi
FOTO: PIETRO COCCIA
Le rubriche
6 Tutto di tutto
News, festival, protagonisti e
fornelli
(Andrea Agostini, Marcello
Giannotti, Massimo
Monteleone, Peter Parker,
Chiara Ugolini)
72 Dvd & Extra-Ordinari
Da Arrivederci ragazzi al
Pianeta delle scimmie
(Alessandro Scotti, Marco
Spagnoli)
78 Inside Cinema
Vacanze da film e Location
Manager
(Franco Montini, Marco
Spagnoli)
80 Libri
Esordienti e scontenti
(Francesco Bolzoni, Giorgia
Priolo)
82 Colonne sonore
Le tre sepolture, Truman
Capote e gli altri
(Ermanno Comuzio)
56 Altman commuove con Radio America
12 Clive Owen ladro gentiluomo per Spike Lee
28 Lindsay Lohan: “Ora sono un'attrice”
Aprile 2006 RdC 5
TuttoDiTutto
Ultimissime in pillole dal pianeta cinema: tendenze, news, divi e fornelli
A cura di Diego Giuliani
chi fa cosa di Andrea Agostini
IO ANNE, TU JANE (AUSTEN)
Jane Austen rivive sul grande schermo.
Secondo quanto scrive Variety sarà Anne
Hathaway (I segreti di Brokeback Mountain)
ad interpretare la celebre scrittrice inglese
in Becoming Jane, film che racconterà la
relazione tra la scrittrice ancora ventenne e
l’irlandese Tom Lefroy. Un amore che segnò
la Austen per tutta la vita e che la ispirò
quando scrisse Orgoglio e pregiudizio.
Diretto da Julian Jarrold (regista di Kinky
Boots, commedia ancora inedita in Italia), il
film sarà interpretato da un cast all british:
Maggie Smith, Julie Walters e il giovane
James McAvoy.
LA RIVINCITA DI
BABBO NATALE
Il fratello fannullone di Babbo
Natale si prende la rivincita
(ma solo al cinema).
Considerato la pecora nera
della famiglia, snobbato da
Hollywood – ma chi sapeva
della sua esistenza? raggiungerà il fratello famoso
al Polo Nord per avere una
seconda opportunità. Questa
la trama di Fred Claus,
insolita commedia natalizia
che sarà interpretata da
Vince Vaughn – che per
questo ruolo ha ottenuto il
compenso record di 20
milioni di dollari - e diretta da
David Dobkin, che torna a
lavorare con lui dopo Due
single a nozze con Owen
Wilson.
DREW & JESSICA IN
CASA KENNEDY
Jessica Lange e Drew
Barrymore separate in casa.
Le due attrici saranno
rispettivamente cugina e zia
di Jacqueline Kennedy nel
dramma Grey Gardens. Il film
è ispirato alla vera storia
delle due donne –
soprannominate Little Edie e
Big Edie - che balzarono agli
onori della cronaca quando il
dipartimento di igiene
minacciò di requisire la loro
proprietà che, infestata dagli
insetti, rappresentava una
minaccia per la salute dei
vicini. Ma la stessa Jackie
Kennedy venne in loro aiuto
6 RdC Aprile 2006
Javier Bardem alla corte di
Márquez. Secondo l’Hollywood
Reporter l’attore spagnolopremiato a Venezia nel 2004
con la Coppa Volpi per Mare
dentro - sarà il protagonista di
L’amore ai tempi del colera,
film tratto dall’omonimo
romanzo del premio Nobel
Gabriel Garcia Márquez che
racconta una tormentata
storia d’amore lunga oltre
cinquant’anni. Il film sarà
sceneggiato da Ronald
Harwood (premio Oscar per
Il pianista) e diretto
dall’inglese Mike Newell
(Harry Potter e il calice di
fuoco).
Appuntamento fisso con un ammiratore mascherato. Che si confessa alla Kidman, per parlarle di sé, del cinema e del mondo
L’AMORE AI TEMPI DI
BARDEM
SulletraccediNicole
per salvare l’onore della
famiglia. Le riprese inizieranno
in estate per la regia
dell’esordiente Michael Sucsy.
Pagine bianche
Neanche un’italiana fra i nomi della tua agendina. O quasi
Nicole, mia dolce Nicole. La
tua lontananza mi è
insopportabile. Giro e rigiro
per il mondo in attesa di incontrarti
ancora. Tengo sempre a portata di mano
la tua agendina che mi ha portato a
conoscere le tue amiche Keira Knightley e
Maria Bello. Tra i tanti nomi ho cercato
qualche attrice italiana. Visto che era
tempo di Oscar sono andato alla “M” di
Mezzogiorno Giovanna, la nostra
speranza vanificata per il miglior film
straniero. Neanche una traccia. Mi sono
detto che sicuramente, però, alla lettera
“C” non poteva mancare Cucinotta Maria
Grazia, che tante volte ha raccontato, a
noi italiani, quanto è famosa in Usa e nel
resto del mondo. Anche in questo caso
sono purtroppo rimasto deluso. Preso
dallo sconforto, decisissimo a trovare una
mia connazionale famosa nella tua
agendina, ho sfogliato nervosamente
altre lettere dell’alfabeto: la “A” per
Argento Asia ma c’era, e cancellato, solo
il nome del padre Dario. Poi, ancora, alla
“G” ero sicuro di trovare Golino Valeria,
anche lei dicono la più apprezzata delle
nostre attrici in America. C’era in effetti
una Golino alla “G” ma il nome era
“Paula” e vicino c’era scritto
“hairdresser”. Sono scivolato esausto
alla lettera “B”: “Caspita, Monica Bellucci
non mancherà!”, mi sono detto. Invece
mancava, della Bellucci e del suo
divismo internazionale la tua agenda
non portava traccia. Depresso, afflitto e
umiliato, stavo chiudendo la tua
agendina convinto che le italiane non
facessero proprio parte del tuo mondo.
Alla “D” finalmente c’era un’italiana: “De
Filippi Maria”. Accanto era appuntata la
cifra che ti hanno dato per aver
partecipato come ospite, qualche mese
fa, a “C’è posta per te”. Vista l’entità, non
so se sia davvero sano sperare nel
futuro del cinema italiano.
Tuo Peter Parker
Alla “D” mi sono depresso:
De Filippi Maria, c’era. E
accanto una cifra esorbitante
Aprile 2006 RdC 7
TuttoDiTutto
I protagonisti
di Marcello Giannotti
IL GRANDE SCHERMO A TU PER TU. OVVERO: FINTA INTERVISTA
A PERSONAGGI REALMENTE ESISTITI. AL CINEMA
IL PERSONAGGIO Ninotchka (Ninotchka di Ernst Lubitsch)
Parigi, pochi anni prima della Seconda
Guerra Mondiale. Tre agenti russi hanno il
compito di vendere i gioielli della
granduchessa Swana (Ina Claire) confiscati
dal regime sovietico. La granduchessa
decide di opporsi aiutata dal proprio
amante, il conte Leone (Melvyn Douglas),
che riesce a farsi amici i tre russi, iniziandoli
alle gioie della vita parigina. Il
comportamento dei tre agenti provoca
l’arrivo a Parigi di un delegato sovietico,
Ninotchka (Greta Garbo), giovane
comunista, bella, severa e irreprensibile. Il
conte Leone se ne innamora e riesce a farla
innamorare di sé e di Parigi. La
granduchessa si impadronisce dei gioielli ma
li restituisce ai sovietici, a patto che
Ninotchka se ne vada. Tornata a Mosca,
Ninotchka rimpiange Parigi. E solo grazie a
Leone riuscirà ad uscire dalla Russia per
ritrovare il suo amore a Costantinopoli.
L’ATTRICE Greta Garbo
8 RdC Marzo 2006
Diretto da Ernst Lubitsch con una
sceneggiatura scritta da Billy Wilder, Charles
Brackett e Walter Reisch, Ninotchka, che
ottenne 4 nomination agli Oscar, fu lanciato
con lo slogan “Garlo laughs”, la Garbo ride.
Raggiungo Ninotchka nel suo eremo a Cuba.
E’ bellissima, indossa occhiali neri alla moda
e non ride mai per tutta l’intervista.
Delegato Ninotchka, mi scusi se la chiamo
così ma un po’ d’emozione, capisce…
No, non capisco e non mi diverto a fare
interviste. Sono perdite di tempo, degradi
della società occidentale.
Ma non parlerà sul serio? E’ ancora
arrabbiata con l’Occidente?
E’ una società che non durerà. L’ho detto e
lo ripeto ogni giorno ai compagni. Come può
sopravvivere una società che fa del
giornalismo un mestiere?
Mi scusi, delegato Ninotchka, la libertà di
stampa c’è ancora, grazie al cielo. Mentre
il comunismo non se la passa bene, non so
se gliel’hanno riferito…
Non fare dello spirito, giornalista. Ma, visto
che ci tieni tanto, entriamo in materia:
quanto prendi di stipendio, compagno?
Chi?
Tu.
Non lo so, sopra i duemila euro.
Bene: il 50% del tuo stipendio potrebbe
servire a comprare del pane per il popolo e
sfamarlo. Credimi, compagno: il giornalismo
non è un mestiere, è un’ingiustizia sociale.
Il comunismo, però, ha fallito, mi spiace
ricordarglielo, compagna Ninotchka
Non nego che abbiamo avuto delle
difficoltà, non nego che ci siano stati dei
rallentamenti. Io sono qui, insieme ad altri
rivoluzionari, ci chiamano irriducibili. E sono
sicura che il giorno della riscossa è vicino.
“Comunisti e capitalisti? Il problema
è sempre lo stesso: noi avevamo alti
ideali, loro hanno un buon clima”
Compagna Ninotchka, ma noi che
l’abbiamo vista, l’abbiamo amata per la
sua risata, per il suo amore per Leone, il
conte che riuscì a farle cambiare idea sul
comunismo e a farla diventare una donna
moderna.
La risata… erano anni che nessuno me la
ricordava. Non era una risata, o meglio non
era solo una risata. Era un grido di libertà
irrefrenabile ma non dal comunismo. Sono
una comunista ma sono soprattutto una
donna: e in mezzo a tutti quegli occidentali
che sembravano così tanto più progrediti e
felici di me, io ero la più libera, facevo
rigare dritto gli uomini, li mettevo al loro
posto. Una donna in carriera, la chiamate
oggi. Quella risata era la riscoperta della
mia femminilità. Ecco, ero comunista ma
molto più emancipata di quella
granduchessa che voleva portarmi via
Leone. Per offendermi provò a prendere in
giro un vestito che indossavo alla cena di
gala, io le dissi che donne come me non
avrebbero potuto portare un vestito così
scollato nella Russia che conosceva lei
perché le schiene erano segnate dai fucili
dei loro soldati.
Ti posso chiedere che fine ha fatto Leone?
Vi siete sposati?
Sì. Siamo stati felici per molti anni. Poi ha
messo la mia fotografia in un cassetto e io
non sopportavo di essere messa in un
cassetto. Lo sapevo, la troppa felicità si
sconta sempre.
E la Russia di adesso, compagna
Ninotchka?
I russi non li riconosco più, forse hanno
perduto la loro identità, o almeno io non la
vedo. Dei comunisti e dei capitalisti, invece,
penso che il problema sia sempre il solito:
noi avevamo alti ideali, loro hanno un buon
clima. Ed è quasi impossibile, compagno,
vivere senza un buon clima.
Nome Giorgio Faletti
Provenienza Italia (Asti)
Il film d’esordio
Grunt
Il miglior film Lo stiamo ancora
aspettando, ma arriverà
L’ultimo film
Notte prima degli esami
> LA SPECIALITA’
con ragù di verdure
Maccheroni
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di cioccolato amaro
Flan
aromatizzato al bergamotto
servito con una granita di
Barolo chinato
墍> LA SCELTA
Con un pizzico di orgoglio
dichiara che non ha specialità:
tutto gli riesce bene in cucina,
come nel mondo dello
spettacolo, aggiungiamo noi.
Cabarettista di successo negli
anni Ottanta per Drive In,
scrittore di best seller gialli e
adesso in testa ai botteghini
con il suo ultimo film, Giorgio
Faletti trova anche il tempo
per stare ai fornelli. “Tutti gli
appassionati di cucina per
essere definiti cuochi devono
saper tirar fuori qualcosa da
quello che trovano in frigo’’.
Le origini piemontesi si
colgono nel suo menù (la
Fontina, il Barolo chinato…)
anche se la sua cucina lui la
definisce fusion. Il vino lo ama
più per cucinare che per bere
e questa sua passione a metà
è fonte anche di una battuta:
“Non essendo molto
intelligente, sono stato
convinto per anni che gli
abitanti di Asti fossero gli
astemi e quando ho capito il
mio errore era troppo tardi.
Poi il vino lo reggo veramente
poco e al secondo bicchiere
non sono più responsabile di
quello che dico’’.
IV edizione del festival
internazionale di cinema e cultura
della Corea del Sud, unico nel suo
genere in Italia, che offre circa 20
film fra anteprime e classici.
Retrospettive su Park Chan-wook,
Kim Jee-woon e Song Il-gon. Previsti
anche cortometraggi e dibattiti sul
folclore coreano.
PANAFRICANA - LE MILLE
AFRICHE DEL CINEMA
Sito web www.panafricana.it
Dove Roma, Italia
Quando 1-9 aprile
Resp. Maria Coletti, Leonardo De
Franceschi
tel. cell. 3395745788
fax. (06) 58345182
E-mail: [email protected]
VI edizione del festival che intende
raccontare un’Africa diversa,
organizzato dall’Associazione
Culturale Yeelen. In concorso
lungometraggi e documentari di
registi africani (con anteprime
nazionali). Le “Lezioni di cinema”
sono dedicate al tunisino Nouri
Bouzid. L’Evento Speciale riguarda il
cinema coloniale italiano.
CORTOONS
Sito web www.cortoons.it
Dove Roma, Italia
Quando 26-28 aprile
Resp. Alessandro D’Urso
tel. (06) 45436533
fax. (06) 5346609
E-mail: [email protected]
III edizione del “Festival di Corti di
Animazione”, organizzato da
Cortitalia. Tre le sezioni: concorso (in
5 categorie) per i film provenienti da
20 paesi; seminari di Computer
Animation per studenti;
retrospettive.
VISIONS DU REEL - FESTIVAL
INTERNATIONAL DE CINEMA
Sito web www.visionsdureel.ch
Dove Nyon, Svizzera
Quando 24-30 aprile
Resp. Jean Perret
tel. (0041-22) 3654455
fax. (0041-22) 3654450
E-mail: [email protected]
XII edizione per la vetrina della
produzione documentaristica di
tutto il mondo, comprese le opere di
studenti e autodidatti. Ha carattere
competitivo.
SINGAPORE INTERNATIONAL
FILM FESTIVAL
Sito web www.filmfest.org.sg
Dove Singapore, Singapore
Quando 13-29 aprile
Resp. Philip Cheah
tel. (0065) 7387567
fax. (0065) 7387578
E-mail: [email protected]
XIX edizione della rassegna che ha in
programma lungometraggi,
documentari, video e opere
d’animazione. Il concorso riguarda i
film asiatici a soggetto e corti
prodotti a Singapore.
TRENTOFILMFESTIVAL –
MONTAGNA, ESPLORAZIONE,
AVVENTURA
Sito web www.trentofestival.it
Dove Trento, Italia
Quando 29 aprile - 7 maggio
Resp. Maurizio Nichetti
tel. (0461) 986120
fax. (0461) 237832
E-mail: [email protected]
LINEA D’OMBRA – SALERNO
FILM FESTIVAL
Sito web www.shadowline.it
Dove Salerno, Italia
Quando 26-30 aprile
Resp. Maurizio Di Rienzo
tel. (089) 2753673
fax. (089) 2571125
E-mail: [email protected]
XI edizione della rassegna
internazionale competitiva (e non) di
lungometraggi e corti nata dal
Giffoni Film Festival. Le opere
s’ispirano ad immagini e forme della
creatività giovanile, votate da giurati
europei dai 18 ai 30 anni. Previsti
omaggi, retrospettive degli ospiti
presenti.
MINNEAPOLIS - ST. PAUL
INTERNATIONAL FILM FESTIVAL
Sito web www.mnfilmarts.org
Dove Minneapolis (Minnesota),USA
Quando 21-30 aprile
Resp. A.L. Milgrom
tel. (001-612) 3313134
fax. (001-612) 3877750
E-mail: [email protected]
XXIV edizione del festival
competitivo che ha in programma
lungometraggi, corti e produzioni
internazionali.
LIV edizione della più antica
manifestazione a concorso
sull’ambiente-montagna, compresi
alpinismo, sport, editoria del settore
e tutela dell’ambiente. Presenta
opere documentaristiche e di fiction.
USA FILM FESTIVAL
Sito web www.usafilmfestival.com
Dove Dallas (Texas), USA
Quando 20-27 aprile
Resp. Ann Alexander
tel. (001-214) 8216300
fax. (001-214) 8216364
E-mail: [email protected]
XXXVI edizione del festival che
presenta le migliori novità
americane e straniere
(lungometraggi e corti) di
produzione indipendente. In
concorso solo i cortometraggi.
Aprile 2006 RdC 9
festival del mese di Massimo Monteleone
divi al fornello di Chiara Ugolini
f> IL PERSONAGGIO
EUROPACINEMA
Sito web www.europacinema.it
Dove Viareggio, Italia
Quando 20-25 aprile
Resp. Felice Laudadio
tel. (06) 32650035 (rif. a Roma)
fax. (06) 32650138
E-mail: [email protected]
XXIII edizione del festival
internazionale sul cinema europeo.
In concorso circa 10 lungometraggi
inediti in Italia. Prevede anteprime,
lezioni di cinema, una retrospettiva
su Stefania Sandrelli e altri eventi.
FESTIVAL DU FILM POLICIER DE
COGNAC
Sito web www.festival.cognac.fr
Dove Cognac, Francia
Quando 6-9 aprile
Resp. Bruno Barde
tel. (0033-1) 41342000
fax. (0033-1) 41342077
E-mail: [email protected]
XXIV appuntamento col genere
poliziesco, noir e thriller. In
concorso lungometraggi
internazionali e corti o TV-movies di
produzione francese.
COPPE IN SOFFITTA
Polvere
di stelle
Dagli “insetti” svedesi alle statuette
dell’Academy: che cosa resta dei premi
più pazzi (e prestigiosi) del mondo
DI VALERIA CHIARI
I
nverno di onori e ricompense. Con
qualche eccezione che riguarda
paesi come Egitto, Taiwan o l’India,
i premi destinati alle cinematografie
nazionali vengono assegnati tra
gennaio e marzo: dai poco noti
Golden Aries russi ai più celebrati
César francesi e ai BAFTA inglesi, fino
agli Oscar americani. Dedicati tutti alle
produzioni di casa e spinti da un
10 RdC Aprile 2006
costruttivo orgoglio nazionale, i Jussi
finlandesi (letteralmente “i fanti”), i
Goya spagnoli, i Roberts danesi e i
Guldbagge svedesi (gli “insetti d’oro”),
come i loro omologhi di altri paesi
giudicano e rivalutano la
cinematografia che spesso non riesce a
varcare le frontiere nazionali,
nonostante i frequenti successi
domestici. Pur non vantando le 78
Tra i più
antichi gli
Jussi della
Finlandia:
la prima
edizione
risale a 60
anni fa
VINCITORI E VINTI
Crash in trionfo e Clooney
beffato. Il caso Oscar: dove la
politica è a rischio
edizioni degli Oscar, creati nel 1927
dall’allora neonata Academy of Motion
Picture of Arts and Sciences, molti di
questi premi possiedono una lunga
storia: dai Jussi finlandesi, che esistono
dal 1944, ai Guldbagge svedesi che
hanno festeggiato la loro 40ma
edizione; dai circa 50 anni dei David di
Donatello e i 37 della Hungarian Film
Week, ai 31 dei Césars e i 20 dei Goya.
Tutti assegnati da autorevoli membri di
istituzioni cinematografiche nazionali e
professionisti del settore, come i
riconoscimenti assegnati da sindacati e
associazioni composte da critici e
giornalisti cinematografici che
assicurano Nastri d’argento (SNGCIItalia), Etoiles d’Or (i Presse du cinéma
francesi), Golden Globe o i gratificanti
onori del rigoroso Critic’s Circle
britannico. Lo stesso desiderio di
sottolineare la produzione artistica
nazionale investe anche le
cinematografie del resto del
mondo. C’è il Golden
Horse Film Festival,
Gli autori della Marcia
dei pinguini
festeggiano l’Oscar per
il documentario.
A destra il regista di
Crash Paul Haggis
istituito nel 1962 dal Governement
Information Office di Pechino per
omaggiare i film in lingua cinese,
cantonese, mandarina e taiwanese; Il
Cairo International Film Festival,
fondato nel 1976 su iniziativa di un
gruppo di critici intenzionati a
segnalare il talento della cinematografia
egiziana, da sempre la più prolifica e
illustre di tutto il Medio Oriente. Ha
impiegato invece più tempo la Film &
Television Guild indiana che, pur
fondata nel lontano 1954, ha istituito
soltanto lo scorso anno la cerimonia
degli Apsara Awards, trofeo alto 25
centimetri e ricoperto di oro a 22 carati,
realizzato dal Tiffany indiano Tanishq.
All’altro capo del mondo sono poi da
ricordare il Festival do Rio, che dal
1999 si concentra sulla produzione del
Sud America, e il Pia Film Festival
giapponese, che da 27 anni rimpolpa le
schiere del nuovo cinema nipponico,
insieme alla celebrazione degli autori
già noti, affidata al Tokyo
FilmEx.
La politica mette paura agli Oscar. La
conferma è nei premi della 78ª edizione
degli Academy Awards. Tanto equi e astuti
da fare contenti (quasi) tutti. Chi non si
aspettava il trionfo è l’America democratica
e lacerata di Crash: tre statuette (fra cui
quella per il miglior film), che mettono
d’accordo la critica e a tacere i maligni. Il
colpo al cerchio non riesce bene come
quello alla botte: i tre Oscar ai Segreti di
Brokeback Mountain fugano i pregiudizi
dell’Academy sull’omosessualità, ma sanno
di beffa rispetto alle 8 nomination. Si
spiega così quella a Felicity Huffman per
Transamerica (battuta da Reese
Witherspoon tra le protagoniste), così come
non sembrano casuali premio e scorno di
George Clooney: la statuetta da
comprimario in Syriana è un contentino che
depotenzia candidature (6!) e denuncia del
suo Good Night, and Good Luck. Esordio
folgorante per Philip Seymour Hoffman tra i
protagonisti con Truman Capote e per
Wallace & Gromit al lungometraggio. A mani
vuote, invece, l’Italia della Bestia nel cuore:
qui però niente dietrologie, per il film della
Comencini è un premio già essere arrivato
fin lì. Dalla Francia, intanto, Etoiles d’Or e
Césars premiano Tutti i battiti del mio
cuore di Audiard, mentre la Coixet trionfa ai
Goya spagnoli con La vita segreta delle
parole. La critica svizzera incorona poi
Mein Name ist Eugen, adattamento di un
libro per ragazzi degli anni ’50, e quella
russa 9th Troop, storia vera di un soldato in
Afghanistan durante la guerra degli anni
’80. Scorno a sorpresa per Lars von Trier,
beffatto in casa da Le mele di Adamo di
Anders Thomas Jensen, mentre gli Jussi
finlandesi premiano infine Dog Nail Clipper
di Markku Polonen.
(V.C.)
Aprile 2006 RdC 11
COVER STORY
In missione
[per un mondo
Ladro giustiziere per
Inside Man e
neorivoluzionario in
Children of Men: il
futuro è nelle mani
di Clive Owen
DI MARINA SANNA
12 RdC Aprile 2006
migliore...]
Clive Owen
mascherato per
Inside Man
di Spike Lee
Aprile 2006 RdC 13
COVER STORY
L
ondra 2021. Theodore scrive nel
suo diario: “Nel lutto che tutti
ci accomuna, come genitori
affranti dal dolore, abbiamo
eliminato ogni cosa che ci
ricordi la nostra perdita. Abbiamo smontato
i giochi nei giardini pubblici. Abbiamo
bruciato i giocattoli e le scuole, da tempo
inutilizzate, sono state chiuse per sempre”.
Per ragioni ignote alla scienza la razza
umana è diventata sterile e quindi in marcia
verso l’estinzione. Al governo c’è l’oscuro
Xan, che regna con dispotico egualitarismo.
I vecchi sono incoraggiati a suicidarsi, in
televisione scorrono le immagini del
“trapasso”: gli anziani vestiti di bianco sono
accompagnati a piedi o sulla sedie a rotelle
su una chiatta, cantano ad alta voce, mentre
il barcone si allontana lentamente nel
crepuscolo. I criminali vengono esiliati o
nella peggiore delle ipotesi abbandonati, gli
immigrati trattati come schiavi. Lo scenario
presenta inquietanti similitudini con V per
Vendetta, ma Alan Moore non c’entra,
l’autrice si chiama P.D.James, una delle
scrittrici più famose di Inghilterra, e
Children of Men, I figli degli uomini,
rappresenta una tappa piuttosto anomala
nel suo percorso di signora della “detective
story”. Il libro giaceva da qualche anno
dimenticato negli scaffali, quando l’ha preso
in mano il messicano Alfonso Cuarón, che
dopo la (terza) avventura di Harry Potter era
sparito dalle scene internazionali. La storia,
quasi sicuramente in anteprima al prossimo
festival di Venezia, ha l’andamento di un
Clive Owen. Sotto Denzel
Washington in Inside Man e
Owen con Julianne Moore in
Children of Men
thriller futuristico, Theo (Clive Owen)
incontra a un certo punto una donna
(Julianne Moore), affiliata a un gruppo di
ribelli che hanno deciso di opporsi alla
tirannia di Xan e si ritrova coinvolto nei
loro piani di riscatto in prima persona.
Theo, però, è il cugino di Xan…
Dissolvenza: altra città altra storia. Clive
Owen ha il passamontagna e una tuta
bianca, siamo a New York. La location è la
Manhattan Trust Bank, Owen fa parte di un
quartetto di imbianchini che si chiamano
tutti (più o meno) Steve. Entrano in banca,
bloccano gli ingressi e uno dei quattro
(Owen) prende il comando. Niente paura, è
solo una rapina. A impiegati e clienti viene
chiesto di rimanere tranquilli, di consegnare
chiavi e telefoni. I primi vengono portati nel
seminterrato, i secondi rimangono al piano
superiore. Solo che ora non c’è più
differenza tra ostaggi e malviventi; tutti
indossano la stessa tuta blu e una maschera
bianca. E’ l’incipit di Inside Man di Spike
Lee, in cui (come suggerisce il titolo)
bisogna tenere gli occhi bene aperti: i
protagonisti non sono quello che sembrano.
Qui non c’è un dittatore, ma un big della
finanza che ha le mani sporche di sangue e,
se la rapina non sarà compiuta perché è solo
un pretesto, invece il piano riuscirà alla
perfezione. Nato a Coventry il 3 ottobre del
’64, Clive Owen ha il phisique du role: può
essere spietato, innamorato, geloso,
indifferente, crudele, buono, cattivo,
gentiluomo. Forte di una lunga esperienza
teatrale, che lo ha reso famoso in patria e lo
ha fatto innamorare nel 1988 della sua
Giulietta (Sarah-Jane Fenton, con cui è
sposato dal ’95), riesce a saltare da un ruolo
all’altro con grande facilità. Da Closer a
Children of Men di Alfonso Cuarón sarà quasi sicuramente
in anteprima al festival di Venezia
14 RdC Ottobre 2005
Carta di identità
Figlio di un cantante country
western (che sparisce quando
Clive ha tre anni), nasce e studia a
Coventry, Gran Bretagna.
Partecipa a diversi spettacoli
teatrali finché, nel ‘84, viene
ammesso alla Royal Academy of
Dramatic Art che frequenta per
tre anni insieme a Ralph Fiennes.
Subito dopo il diploma si unisce
alla compagnia del “Young Vic
Theatre” e nel ‘88 ecco il primo
ruolo importante: Romeo, in
Romeo e Giulietta. Sarah Jane
Fenton, partner sul palcoscenico,
diventa sua moglie sette anni
dopo e dal matrimonio nascono
due figlie. Il 1988 è un anno molto
fortunato per Clive che debutta
anche sul grande schermo in
Vroom. Nei due anni successivi
lavora nel serial tv Chancer, e nel
‘91 in Close My Eyes. Ritorna a
lavorare in teatro e con il
drammatico Closer arriva la
notorietà. Nel ‘98 il regista Mike
Hodges lo sceglie come
protagonista di Croupier e
finalmente anche Hollywood si
accorge del suo talento. Ha una
parte in Gosford Park di Robert
Altman, recita con Matt Damon in
Inside Man, passando per il thriller Derailed,
in cui il voltafaccia ricorda quello di Viggo
Mortensen in History of Violence, manipola
lo spettatore e rivolta il personaggio come
un guanto.
L’attore inglese non è il solo filo rosso di
Inside Man e Children of Men, e neanche la
parola “uomo” dei titoli, entrambi sono
thriller con forti connotazioni etiche.
I dubbi sul futuro dell’umanità che la
P.D.James si e ci poneva dieci anni fa oggi
sono più che legittimi, pressanti. Come
confermano i vari Syriana, Jarhead, Munich,
V per Vendetta che si tratti di guerra,
corruzione, connivenza tra poteri forti,
dittature, asservimento alla ragione di stato,
depauperamento morale e sociale, catastrofi
ambientali, il ritornello è sempre lo stesso:
che ne sarà di noi? Nel caso di Inside Man,
la bacchettata è dissimulata in un film di
“genere” con dialoghi eccellenti, un “heist
movie” che rimanda affettuosamente agli
anni Settanta. Spike Lee si appropria
dell’ottimo script dell’esordiente Russell
Gewirtz e lo utilizza per pungolare società
ed establishment americani. Ma attenzione,
al paladino dei diritti delle minoranze non
sfugge nessuno: bianchi, neri, spagnoli,
russi, armeni, albanesi. Il più pulito ha
qualcosa da nascondere, persino il detective
Frazier (bravissimo Denzel Washington),
che si batte per un mondo più bello.
Meglio allora il ladro gentiluomo, mister
Vendetta Owen, il cui fine giustifica i
mezzi. All’inizio avvisa lo spettatore: vi dirò
chi sono, perché lo faccio, dove (e quando)
colpirò. Nel come, direbbe il Bardo, c’è
l’intoppo”. Quando le squadre speciali
irrompono nella banca il bottino è ancora
integro, mentre degli scassinatori non c’è
più traccia: tre sono riusciti a mimetizzarsi
tra gli ostaggi, il quarto si è nascosto nel
sotterraneo della Manhattan Trust. Per dieci
giorni ha preparato e ripassato il suo colpo
di scena, la punizione contro il magnate
(Christopher Plummer) che, oltre a un
passato infame, nasconde in una cassetta di
sicurezza diamanti dal valore inestimabile…
Le cattive azioni, bisbiglia Owen, sanno di
fogna. Prima o poi tornano a galla.
The Bourne Identity e diventa
Artù per Antoine Fuqua. Ma è Mike
Nichols a regalargli la possibilità
di conquistare, nel 2005, il suo
primo Golden Globe come attore
non protagonista in Closer,
versione cinematografica del suo
primo successo teatrale. Dopo
Children of Men di Cuarón, lo
vedremo nel sequel di Sin City e in
versione “lord” in Elizabeth: the
Golden Age di Shekar Kapur.
Aprile 2006 RdC 15
INCONTRI
Vi[r]zì di famiglia
Dopo molta musica, Carlo tenta il grande passo e, sulle orme del fratello Paolo, si lancia nella prima regia:
Adelmo torna da me, commedia adolescenziale sugli anni ’80 con Laura Morante e Neri Marcoré
DI LARA LORETI
‘‘U
Una scena di Adelmo
torna da me. Accanto
la piccola protagonista
con Renzi e Marcoré
16 RdC Aprile 2006
n fratello, un padre, un
collega. Questo è stato ed è
per me Paolo”. Sono colme di
affetto le parole di Carlo Virzì,
fratello minore del regista di Caterina
va in città e di N, nuovo film su
Napoleone con Monica Bellucci.
Due fratelli legati da una grande
passione per il cinema. Dopo aver
seguito Paolo in tutti i suoi lavori
come assistente alla regia, musicista e
attore, il Virzì junior esordisce in
macchina da presa con Adelmo torna
da me, commedia romantica con
Laura Morante e Neri Marcoré tratta
dall’omonimo libro di Teresa
Ciabatti, nelle sale la prossima estate.
“A propormi questo progetto - dice
l’artista toscano – è stata la Cattleya,
con cui avevo lavorato in Caterina va
in città. Cercavano un regista
esordiente che desse al film un tocco
di spontaneità, senza pretese
autoriali”. È stato così che, sulle
orme del fratello e con una lunga
carriera da musicista alle spalle, si è
messo in gioco in prima persona.
Come descriverebbe il rapporto
con suo fratello?
Siamo molto uniti. Lui ha otto anni
più di me e mi è sempre stato vicino,
specialmente quando abbiamo perso
nostro padre. Io avevo solo 11 anni, e
lui con le sue premure è riuscito a
colmare il vuoto che il babbo mi
aveva lasciato e ad alleviare il dolore.
Anche nel lavoro abbiamo un ottimo
affiatamento. Sono stato dietro a
Paolo fin dai tempi di Ferie d’agosto,
nel 1995. In Baci e abbracci ho anche
“A parte
la calvizie
abbiamo
poco in
comune.
Lui è quello
impegnato,
io il fratello
sognatore”
recitato una parte. Lui, d’altro canto,
mi ha aiutato a scrivere la
sceneggiatura del mio primo film.
Quanto conta chiamarsi Virzì ?
Nel rapporto con i produttori è un
vantaggio. Per loro che io sia un Virzì
è una sorta di garanzia. Per me invece
è deleterio perché scatta subito il
confronto. Ma noi riusciamo a
superare lo scoglio del paragone
perché lavoriamo in gruppo e questo
ci fa da collante.
Dalla musica al cinema. Com’è
avvenuto il passaggio?
E’ un connubio di arti inscindibile.
La musica mi ha conquistato quando
frequentavo la prima media e saltavo
le lezioni per abbandonarmi alle
magiche note della mia chitarra. Poi
nel 1995 ho formato un gruppo, gli
Snaporaz, con cui per dieci anni ho
girato l’Italia in tournée. Insieme
abbiamo composto le colonne sonore
di vari film di Paolo, da Ovosodo a
My Name is Tanino, e ovviamente
anche quelle di Adelmo torna da me.
Ma il cinema l’ho amato quando ero
ancora più piccolo, e prima dello
stesso Paolo che, a quei tempi, era
tutto preso dalla scrittura e dalla
letteratura.
Quali sono i vostri punti in
comune e quali le differenze?
In comune, a parte la mancanza di
capelli, abbiamo ben poco. Abbiamo
un diverso modo di vedere la vita. E
ciò dipende molto dal periodo in cui
siamo cresciuti: Paolo negli anni ’70
da cui ha imparato la passione per
l’impegno civile, le ideologie, e
soprattutto per la scrittura. Io invece
ho assorbito tutta la spensieratezza
del decennio successivo: la mia è una
generazione leggera, che vaga alla
ricerca delle assurdità dell’animo
umano. E la musica ha contribuito
molto a forgiare il mio carattere. Per
semplificare potrei dire che Paolo è
l’intellettuale, io il sognatore.
Adelmo torna da me è ambientato
proprio negli anni ‘80. Una scelta
autobiografica?
Forse un po’. Rivivere quel momento
attraverso le vicende dei due giovani
protagonisti, Gabriela Belisario nei
panni della ricca e beneducata
Camilla e Jacopo Petrini in quelli del
ragazzo di campagna Adelmo, mi ha
riempito di emozioni. Gli scenari, le
musiche dei Duran Duran, i
sentimenti adolescenziali… Un
universo di magia arricchito dalla
presenza di grandi attori come la
Morante, Marcoré e Andrea Renzi:
niente male per un esordio.
LO CHIAMAVANO SNAPORAZ
Parabola di Virzì Jr: arrivato al cinema, grazie ai ritmi della sua band
Carlo Virzì nasce a Livorno il 2 giugno di
34 anni fa da padre palermitano e madre
toscana. Fidanzato con la siciliana Cristina,
da cinque anni vive a Roma dove si è
trasferito per lavoro. “E’ arrivato un punto
della mia vita in cui professionalmente
Livorno mi stava stretta e così ho deciso di
puntare sulla capitale – dice il regista –. Ma
oggi la mia città mi manca: così alle feste
canoniche e ogni volta che posso mi rifugio
in Toscana per trovare gli amici”. A 12 anni
Virzì jr. inizia a suonare la chitarra, poi è la
volta della batteria e delle tastiere. La sua
carriera da musicista decolla e così nel ’95
l’artista fonda gli Snaporaz con cui incide
vari dischi. Nel frattempo si avvicina anche
al cinema - “che ho sempre amato” come
ama ripetere lo stesso autore - e
accompagna il famoso fratello Paolo nei
suoi successi cinematografici, da Ferie
d’agosto a Caterina va in città. La scorsa
estate a Orbetello, Carlo Virzì ha girato il
suo primo film da regista, Adelmo torna da
me che, distribuito dalla 01 Distribution,
dovrebbe approdare sul grande schermo
dopo il mese di giugno.
(L.R.)
Aprile 2006 RdC 17
ANTICIPAZIONI
LUNGAVITAA
Ritorna lo scoiattolo dell’Era glaciale. E guida l’esercito dell’animazione: macchine, topolini e folletti
DI ROSA ESPOSITO
18 RdC Aprile 2006
SCRAT!
(con doppiatori d’eccezione)
Tra i più attesi anche Cars e Flushed Away,
il nuovo frutto della partnership da
Oscar fra DreamWorks e Aardman Studios
entre in casa Aardman si brinda
ancora per l’Oscar conquistato da
Wallace & Gromit, alla 20th
Century Fox si affilano le armi e gli
animatori della Blue Sky si preparano alla
prossima edizione dei prestigiosi
riconoscimenti con un nuovo capitolo
dell’Era glaciale. Orfani del regista Chris
Wedge, ma adottati da Carlos Saldanha,
scenderanno nuovamente in campo, per
bissare la vittoria del 2005, il catastrofico
scoiattolo Scrat, Manny il mammuth,
Sid il bradipo e Diego la tigre, affiancati
dalla new entry Ellie, un’affascinante
mammuthina con tanto di fiocco a
ornare un rigoglioso ciuffo rosso, che farà
M
Aprile 2006 RdC 19
ANTICIPAZIONI
SAMURAI A QUATTRO ZAMPE
Piacerà sicuramente a Quentin Tarantino il
protagonista del prossimo film
d’animazione targato DreamWorks, Kung
Fu Panda. Si chiama Po ed è un samurai. O
meglio, è costretto a diventarlo, perché Po
in realtà è il più pigro animale della Valle
della Pace, non ha mai fatto sport in vita
sua e mai è stato sfiorato dall’idea di
diventare un esperto di arti marziali. Ma per
un equivoco viene scambiato per l’eletto
incaricato di liberare gli abitanti della valle
dalla minaccia di un gruppo di pericolosi
leopardi. A dar voce al protagonista sarà
Jack Black, affiancato da Dustin Hoffman,
Jackie Chan e Lucy Liu.
palpitare il cuore a Manny. Sei anni di
lavoro, 250 artisti coinvolti e un successo
alle spalle quantificabile in 380 milioni
di dollari, L’era glaciale 2 arriverà nelle
sale italiane a fine aprile con
l’emblematico sottotitolo Il disgelo. La
storia prende il via là dove si concludeva
il primo film. E’ primavera, il freddo
cede il posto ai primi caldi e la valle in
cui risiedono i tre amici si ricopre di una
rigogliosa vegetazione. Tuttavia il
pericolo è sempre in agguato: i ghiacci si
20 RdC Aprile 2006
sciolgono e il rischio di un alluvione
costringe i preistorici eroi ancora una
volta alla fuga. “Abbiamo molto amato la
semplicità della trama del primo film –
racconta l’art director Tom Cardone – e
la semplicità della storia sarà anche la
cifra di questo secondo film”. Ma come
insegna John Lasseter: senza una buona
sceneggiatura non si va da nessuna parte
(questo il motivo che ha spinto Disney e
Pixar a bloccare il progetto di un terzo
film della serie Toy Story). Da qui l’idea
di agganciarsi all’attualità (il tema del
surriscaldamento del clima) e di far
vivere a ognuno dei protagonisti
un’esperienza di crescita personale molto
importante: su tutti Manny che per la
prima volta farà i conti con
l’innamoramento e la voglia di costruirsi
una famiglia. Il tutto condito con tanto
humor. Fiore all’occhiello del cartoon
resta tuttavia Scrat, il personaggio più
amato dal pubblico di tutto il
mondo: a lui questa volta un
ruolo più ampio e in grado di
incidere in maniera
determinante sui destini di tutti i
suoi compagni. Torna per questo
secondo capitolo il cast di doppiatori del
primo film, Claudio Bisio, Leo Gullotta
e Pino Insegno. Con loro anche la
showgirl Roberta Lanfranchi che darà
voce a Ellie. Già in cantiere anche il
prossimo film d’animazione targato Fox:
protagonista un elefante scaturito dalla
fantasia del Dr. Seuss, autore per
l’infanzia che ha già ispirato per il cinema
Il Grinch e Il gatto e il cappello matto.
TOPOLINI ALLA DERIVA
Dopo le “galline in fuga” e i “conigli
mannari” arrivano i topolini di plastilina. E
con l’occasione DreamWorks e Aardman
Studios uniscono ancora una volta le forze
per Flushed Away. Protagonista un piccolo
ratto che per sbaglio finisce nello scarico del
wc di una lussuosa villa londinese e si
ritrova catapultato nelle fogne che passano
sotto la città. Tra i doppiatori avrebbe
dovuto esserci Nicole Kidman, ma Kate
Winslet ha avuto la meglio è si è
aggiudicata il “ruolo” della topolina Rita
con Hugh Jackman, Ian McKellen, Jean
Reno e il “Gollum” del Signore degli Anelli
Andy Serkis.
I FOLLETTI DI BESSON
Anche Luc Besson cede al fascino
dell’animazione. E prenota un posto in
prima fila al festival di Cannes con Arthur et
les Minimoys, live-action interpretato da
Mia Farrow e Freddie Highmore, con le
voci, per i personaggi animati, di Madonna,
David Bowie e Snoop Dogg. Ispirato ai
romanzi per bambini scritti dallo stesso
regista, il film racconta la storia di un
ragazzino che, risolto un enigma che
dovrebbe consentirgli di trovare un tesoro,
si vede catapultato in mezzo a una
misteriosa tribù costituita da folletti alti due
millimetri, con le orecchie a punta, occhi
molto grandi e tante macchioline rosse sul
viso.
IMPRIGIONATI E CONTENTI
Che strano gioco all’inseguimento quello
tra Disney e DreamWorks. Un tempo
erano le formiche, poi sono arrivati i pesci,
adesso tocca agli animali dello zoo. Ma con
una differenza: se in Madagascar, i suddetti
quadrupedi organizzavano la fuga verso la
libertà, in Uno zoo in fuga, nuovo cartoon
della Casa di Topolino, un cucciolo di leone
viene per errore rispedito in Africa e un
leone adulto, un koala, una giraffa,
un’anaconda e uno scoiattolo organizzano
una spedizione per riportarlo a “casa”. Tra i
doppiatori della versione Usa Kiefer
Sutherland e Jim Belushi.
UNA SCIMMIA PER AMICO
E’ stato realizzato nel tradizionale 2D, ma
sono occorsi più di 10 anni, e circa 20
sceneggiature diverse, prima che Curious
George potesse approdare sul grande
schermo. Ispirato all’omonima serie di
libri per ragazzi, il cartoon ha per
protagonista un’imbranata quanto
adorabile scimmietta, che dalle foreste
dell’Africa sbarca nella metropolitana
America, quando accidentalmente viene
adottata da un uomo che indossa sempre
un cappello giallo e al quale renderà
veramente dura l’esistenza. In sala di
doppiaggio Will Ferrell e Drew
Barrymore.
Aprile 2006 RdC 21
ANTICIPAZIONI
NELLA VECCHIA FATTORIA…
Quando il fattore non c’è nel podere di
Barnyard succede il finimondo. Come
recita un noto proverbio che parla di gatti
assenti e topolini danzanti, gli animali del
cortile ballano, cantano e si prendono gioco
dei loro padroni con irriverenti imitazioni.
Le cose si mettono male per Otis, una
pacifica mucca bianca e nera, con gli occhi
blu e il musetto rosa, quando i proprietari
dell’azienda agricola si accorgono di quello
che accade alle loro spalle e la incaricano di
mantenere l’ordine nell’aia.
NEWMAN FA VROOMMM
Settimo film nato dalla collaborazione tra
Pixar e Disney, Cars vanta tra i doppiatori
Usa niente meno che Paul Newman.
Diretto da John Lasseter, il cartoon racconta
l’avventuroso viaggio di un gruppo di auto
di lusso lungo la storica “Route 66”, la
strada che taglia in due gli Stati Uniti. La
scelta dell’attore (voce della vettura più
potente) non è casuale: è ben nota la sua
passione per le corse di automobili, tanto
che il suo nome figura anche nel Guinness
dei primati per aver vinto la Rolex 24 a
Daytona nel 1995.
SIGNORSÌ PROCIONE
Ispirato all’omonimo fumetto creato da
Michael Fry e T. Lewis nel 1995, La gang
del bosco nasce originariamente come liveaction. Il progetto, in cantiere alla
DreamWorks dal 1997, si è poi trasformato
in un film d’animazione in 3D e ha per
protagonista è un procione che tenta di
convincere gli animali del bosco a non
temere più gli uomini. Tra i suoi punti di
forza le “voci” di Bruce Willis, Nick Nolte e
della cantate Avril Lavigne e la colonna
sonora composta da brani degli anni ’60,
eseguiti da artisti contemporanei, tra i quali
Break on Through dei Doors.
BULLI DANESI
Arriva dalla Danimarca il cartoon
“politicamente più scorretto” dell’anno.
Doppiato da Bisio ed Elio e le storie tese,
Terkel affronta un tema delicato: quello del
bullismo e i suoi personaggi ricordano tanto
quelli dell’americano South Park.
Protagonista è un ragazzino (il cui nome dà
titolo al film) che frequenta la terza media e
viene continuamente tormentato da due
teppisti, Sten e Saki.
22 RdC Aprile 2006
KEANU REEVES IN 3D
Si è ispirato a un romanzo di Philip K.
Dick per trasformare Winona Ryder e
Keanu Reeves in cartoon. Con
un’operazione già sperimentata con
Waking Life, Richard Linklater ha diretto
il suo secondo film d’animazione –
A Scanner Darkly – con attori in carne e
ossa. Complici due produttori
d’eccezione: George Clooney e Steven
Soderbergh. La storia è ambientata in un
futuro in cui una droga misteriosa ha
a dispetto di una salute malferma, di
diventare sacerdote alla costruzione in un
vecchio convento nel Gargano di un
piccolo ospedale chiamato “la casa della
sofferenza”. Riconosciuto autore di
numerosi miracoli, Padre Pio è stato
proclamato santo il 16 giugno del 2002
da Papa Giovanni Paolo II.
invaso il mercato seminando follia e
morte. Un poliziotto si infiltra tra i tossici
che ne fanno uso, per scoprire i
responsabili del traffico illegale: un abito
speciale nasconde ai colleghi la sua
identità e una sofisticata apparecchiatura
elettronica gli consente di spiare se stesso
nella sua nuova condizione di drogato.
vive nell’Antartico, l’unico modo per
riuscire a far breccia nel cuore della
propria anima gemella è quello di
cantargli una serenata a ritmo di rap.
Nulla di troppo complicato se non fosse
che Mumble, figlio di Memphis (nome
che richiama curiosamente la città di
Elvis Presley) e Norma Jean (velato
omaggio a Marilyn Monroe), è
totalmente e irrimediabilmente stonato,
pur essendo un provetto ballerino di tip
tap. Il cartoon segna l’esordio
nell’animazione del regista di Mad Max e
SANTO CARTOON
La storia di Padre Pio approda sul grande
schermo. In versione 2D ed
espressamente pensata per un pubblico di
giovanissimi. Prodotto al cento per cento
italiano, ma diretto dal coreano Jang
Chol Su, Padre Pio ripercorre, in 88
minuti, le principali tappe della vita del
frate di Pietralcina. Dalla decisione,
IL PINGUINO BALLERINO
Vita dura per il giovane pinguino
imperatore Mumble. Nella colonia, in cui
Ai confini della realtà George Miller ed è
doppiato da Nicole Kidman, Elijah
Wood, Robin Williams, Brittany Murphy
e Hugh Jackman.
FORMICHINE ALLA RISCOSSA
Prodotto da Tom Hanks e con le voci di
Julia Roberts, Nicolas Cage e Meryl
Streep, Ant Bully è un inno al rispetto per
i più piccoli esseri della terra: gli insetti.
Adattamento dell’omonimo libro per
ragazzi, il cartoon ha per protagonista
Lucas Nickel, un ragazzino preso di mira
dai bulli del quartiere che scarica tutte le
sue frustrazioni tormentando le formiche
del suo giardino. Stanche delle continue
vessazioni le creaturine si rivolgono al
Mago Zoc che punisce Lucas con un
incantesimo che lo rimpicciolisce fino a
raggiungere dimensioni microscopiche. A
una sola condizione gli sarà concesso di
recuperare la sua statura originaria:
aiutare le formiche a vincere una battaglia
contro uno sciame di vespe.
Aprile 2006 RdC 23
PERSONAGGI
L’artista del
silenzio
In Germania il suo affresco dei monaci certosini è diventato un caso. In anteprima, e in occasione
l’intervista a Philip Gröning, regista di cui sentirete ancora parlare (*)
24 RdC Aprile 2006
“All'inizio ero
inibito dalla
sacralità del
luogo. L'idea di
violarla con la
macchina da
presa mi appariva
oltraggiosa”
della retrospettiva che gli dedica l’Infinity Festival, pubblichiamo
Aprile 2006 RdC 25
PERSONAGGI
Il monastero dove
Gröning ha girato
Il grande silenzio. Sotto
Die Terroristen, nella
pagina accanto
L'amour, l'argent,
l'amour
Q
ual è stato il suo approccio al
cinema?
Le mie prime esperienze sono
state molto limitate e tardive.
Sono cresciuto senza televisione
e non ricordo di essere andato
al cinema da bambino. Il primo tentativo, che
avvenne abbastanza tardi, terminò anzi in
modo abbastanza brusco e traumatico. Ero
andato a vedere un film per bambini
particolarmente innocuo – credo fosse Little
Lord Fauntelroy o qualcosa del genere -.
Ricordo a un certo punto di essermi perso nei
miei pensieri e di aver iniziato a immaginare i
personaggi del film, ma in forma molto più
cupa e angosciosa. Allora ho iniziato a piangere
disperatamente e mio padre è stato costretto a
portarmi via, perché stavo disturbando gli altri
spettatori. Evidentemente ero stato l’unico a
vedere questa strana variante horror del film.
Il grande silenzio ha avuto una lunghissima
gestazione. Come è avvenuta la sua
produzione?
Da una parte è vero che l’idea risale a molto
tempo fa. Dall’altra però l’ho accantonato per
un lungo periodo. Che poi, alla fine, è
esattamente ciò che lo ha reso possibile. Con
l’insistenza non avrei ottenuto i permessi per
realizzarlo, e non ne avrei trovata la forza se a
26 RdC Aprile 2006
un certo punto non lo avessi percepito come
un progetto completamente nuovo, rinato
rispetto all’idea originale. Nel 2001 abbiamo
iniziato con una serie di prove, per decidere se
girare in 35, 16mm o in digitale. Dopo tanta
indecisione alla fine ho optato per l’HD, ma
allora si trattava di un formato ancora
praticamente sconosciuto. Era stato utilizzato
da Lucas per Star Wars e da un celebre
documentario della BBC, ma per il resto era
del tutto sperimentale. Circolavano voci
allarmanti, secondo cui sarebbe stato
impossibile girare senza il supporto di un
ingegnere e di una squadra di tecnici. Io allora
ho posto una condizione: se avessi capito
come funzionava in mezz’ora, bene.
Altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Le
riprese sono iniziate alla fine di febbraio 2002.
Dopo un po’ mi sono però reso conto che le
HD hanno questa strana caratteristica di
eliminare la percezione dello scorrer del
tempo. Per contrastare questa impressione ho
deciso di integrare il materiale con del girato
in Super8. Dopo l’ultimo ciak, nel luglio del
2002, sono tornato ancora un paio di volte al
monastero per alcune riprese invernali nel
2003. Da allora mi sono dedicato soltanto al
montaggio. Un processo faticosissimo che è
“Durante le riprese ho scoperto un vero e proprio universo:
il contatto con tanti piccoli suoni”
andato avanti per due anni e mezzo. Il
problema era la totale assenza di modelli di
riferimento. Non potevo affidarmi ad alcuna
regola drammaturgica per dare una forma al
film. Alla fine è risultato come il prodotto di
tanti errori e approcci diversi, una vera lezione
di impotenza come regista. Nel maggio del
2005 c’è poi stata una proiezione in cui ci è
apparso improvvisamente diverso. Non so
ancora dire in cosa, ma abbiamo capito subito
che il film era lì. Finito e subito accettato dal
festival di Venezia.
Come ha girato all’interno del monastero e
che tipo di rapporto ha intrattenuto con i
monaci?
Mi hanno chiesto di non avvalermi di una
troupe. Una condizione che corrispondeva
all’idea che io stesso mi ero fatto. Soltanto il
mio assistente, Julien Vanlerenberhge, era
stato autorizzato a prendersi cura delle
apparecchiature che avevamo installato in una
dependance al di fuori del monastero. Mi è
stato di enorme aiuto nel risolvere le questioni
tecniche, ma non ha mai assistito alle riprese.
Il tutto è iniziato con un lento processo per
l’acquisizione della fiducia. Più che dei
monaci verso di me, nei confronti dell’idea
che potessi davvero girare lì dentro. La mia
presenza, e quella della macchina da presa, mi
sembravano tanto oltraggiose che osavo
appena effettuare qualche ripresa. Per i
monaci, invece, non sembrava un grande
problema: in un mondo in cui i media hanno
scarsa importanza, la macchina da presa non
ne ha praticamente nessuna. Per superare le
mie resistenze, a un certo punto ho deciso di
bypassare direttamente il problema,
dedicandomi ai primi piani: la forma più
diretta possibile di confronto tra me, i
monaci, il pubblico e il mezzo tecnico. E’
quando ho compiuto questo salto e
riconosciuto la legittimità della macchina da
presa che ho trovato il film. Da allora il
rapporto con i monaci si è rivelato molto
piacevole. In gran parte senza parole e
costruito sullo scambio di sorrisi e saluti rituali
nel chiostro e nei corridoi. E’ incredibile
quanto calore si possa esprimere con questi
piccoli gesti, e quanto la semplice
condivisione degli stessi momenti alimenti la
sensazione di essere ben accetti. La sera, dopo
aver acceso il fornelletto, il solo vedere del
fumo che proveniva dalla cella accanto era un
momento di pura gioia.
In questo film si ha la precisa sensazione
che esistano tipologie di silenzio senza fine.
Si è trattato di una riflessione successiva o
dell’impressione che ha ricevuto all’interno
del monastero?
Nel corso delle riprese ho capito che il silenzio
non è mai tale. Il silenzio è la presenza, e il
contatto, con tanti piccoli suoni. Fino ad
allora non avevo mai curato le registrazioni in
prima persona. Poterlo fare per la prima volta
all’interno del monastero mi ha riempito di
gioia. Ascoltare la moltitudine di rumori che
si rivelavano nelle cuffie mi ha fatto scoprire
l’universo dei suoni. Un’esperienza
completamente nuova, che ha affinato molto
la mia percezione.
Le sue prime regie risalgono al corto
Trockenschwimmer e al documentario The
Last Picture Taken, entrambi girati nel
1983.
Trockenshwimmer era figlio di un approccio
rigidamente sperimentale. La sua origine era
però semplicissima: per l’esame di tecnica, a
scuola, eravamo stati chiamati a realizzare un
corto, impiegando correttamente due pizze da
35mm. Quello che ho fatto è stato allora
prendere queste bobine e cercare di capire che
genere di storia potessi raccontare nei 7
minuti a disposizione. Mi sono quindi
lasciato ispirare da questo approccio tecnico,
per realizzare una storia che fosse tecnica in sé:
un uomo che impara a nuotare sulla
terraferma. Alla fine riesce a maturare una
tecnica impeccabile, ma proprio il fatto di
applicarla rigidamente, nel momento in cui
entra in acqua lo fa affogare. The Last Picture
Taken era invece un documentario su Michail
Schneiderov, un vecchio cameraman russo,
che durante la Seconda Guerra Mondiale
aveva anche filmato il momento in cui la
Bandiera Rossa veniva issata sul Reichstag.
L’idea di fare un film su di lui mi è venuta
durante le celebrazioni per i 40 anni dalla fine
della guerra. Non si faceva che parlare di
come gli americani avessero vinto la guerra e
liberato la Germania dal Nazismo e questa
falsità mi indignava. Un cineasta lituano mi
aiutò a rimediare sottobanco un permesso per
girare un documentario su Schneiderov a
Riga. Le autorità però non mi credevano e
così ho dovuto pagarmi tutto da solo. Per
trasportare bobine e girato da Berlino Est a
Riga e viceversa, mi sono poi dovuto avvalere
di un mio amico diplomatico, che gli faceva
varcare il confine clandestinamente.
Stachoviak! è un’opera molto sperimentale,
quasi estrema per quanto riguarda la
ricerca dell’immagine e del suono. Come lo
descriverebbe?
E’ un viaggio nella mente di Bernhard
Stachoviak, un uomo in preda a una furia
omicida a cui finisce per abbandonarsi. E’ una
sorta di assalto allo spettatore e il film è come
un virus: suggerisce immagini e associazioni a
livello quasi subliminale e all’improvviso ti
catapulta lì: nella testa e nei pensieri di una
persona paranoica, violenta, senza pace. Non
lo considero però affatto sperimentale. E’
soltanto un film che racconta la sua storia,
ricorrendo a tutti i mezzi artistici a
disposizione. Rovesciando la prospettiva, il
fatto che venga reputato sperimentale, ci
fornisce piuttosto la misura di quanto limitato
sia l’uso dei mezzi artistici e tecnici in quello
che consideriamo il “cinema tradizionale”.
Sono tuttavia d’accordo che realizzare un film
su un viaggio interiore, un flusso di coscienza,
comporti soluzioni formali diverse da quelle
impiegate per raccontare una storia da una
prospettiva esterna. Ho sempre concepito i
film come opere unitarie e non cronologiche.
Sullo schermo si rivelano un’immagine alla
volta, ma quella che rimane allo spettatore è
una sola. Un’esperienza simultanea, che viene
vissuta e percepita nel suo complesso come un
quadro. E’ questo che vado ricercando. E che
ho ricercato con Stachoviak! in particolare. * (per gentile concessione dell’Alba International FilmFestival - Infinity)
Aprile 2006 RdC 27
INCONTRI
C’ERAUNAVOLTA
Storia della Lohan: ieri reginetta degli adolescenti, oggi attrice per Altman, cresciuta cantando il divorzio-shock dei genitori
DI DIEGO GIULIANI
28 RdC Aprile 2006
LINDSAY
Aprile 2006 RdC 29
INCONTRI
ddio vecchia Lindsay. A neanche
vent’anni, per la bambina prodigio di
Genitori in trappola e Quel pazzo venerdì
è arrivato il momento di voltare pagina. Il
pubblico adulto la conosce appena per Herbie
il Supermaggiolino, ma i suoi fan più giovani
l’hanno da tempo incoronata “Teen Queen”.
Un’etichetta frivola che alla Lohan sta stretta
come gli abitini da modella che l’hanno
lanciata in passerella a tre anni. Pubblico e
privato confermano: la partecipazione al corale
Radio America di Robert Altman non è un
caso. Gli applausi al festival di Berlino, la
passerella insieme a Meryl Streep, i film che la
aspettano con Anthony Hopkins e Sharon
Stone: l’adolescente pimpante e sbarazzina
celebrata da Rolling Stone e Seventeen è ormai
A
morta e sepolta. Difficile crederle quando si
ostina a proporsi ancora come la quindicenne
della porta accanto. Quella capace di portare a
casa due MTV Movie Awards di seguito e poi
subito il disco d’oro al debutto pop col singolo
Rumors. La sua community web continuava a
esaltarne look e disimpegno, ma già allora
qualcosa stava cambiando. Il brano era un
chiaro messaggio a stampa e showbiz: “Un
modo per dire basta – lo chiama lei oggi - e
mettere in chiaro le cose una volta per tutte”.
Il turbolento divorzio tra mamma Dina e
papa Micheal tiene banco sui tabloid di tutto
il mondo. I litigi a cui assiste in casa diventano
storie di droga, alcolismo e violenze
domestiche da sbattere in prima pagina. E’
allora che Lindsay si scopre grande per la
prima volta. Al fratello Michael e alle sorelline
comincia a fare quasi da mamma. Li consola,
protegge. E grida il suo disagio in musica,
come avrebbe poi ribadito con Confessions of a
Broken Heart: appello al padre ormai distante,
dall’eloquente sottotitolo From Daughter to
Father. “Cantare è una maniera di liberarmi –
30 RdC Aprile 2006
dice -. A volte ho l’impressione di riuscire così
a tirar fuori delle cose che altrimenti non sarei
in grado di esprimere”. Forse anche per questo
il premio Oscar alla carriera Robert Altman
ha scommesso su di lei per Radio America.
Perché la sua Lola ricorda tanto la Lindsay di
oggi: 19enne introversa e ribelle, nel limbo tra
un’adolescenza agli sgoccioli e un’età adulta
piombatale addosso troppo in fretta: “Iniziare
presto mi ha costretta a crescere più
rapidamente. Quando fai questo lavoro devi
imparare a fare i conti con situazioni più
grandi di te”. I primi passi nella moda
risalgono a quando aveva appena tre anni. Tra
una sfilata a un’altra, il suo volto da bambina
fa il giro delle tv americane: prima una
pioggia di spot, poi qualche serie tv e
un’apparizione al Letterman Show che le
schiude le porte del cinema. Il successo arriva
a 11 anni con Quel pazzo venerdì, teen
comedy con Jamie Lee Curtis, che la impone
“Sono cambiata? E' vero,
ma i miei fan capiranno perché
sono cresciuti con me”
La Lohan alla guida del Supermaggiolino Disney. Accanto e
nelle pagine precedenti, a confronto con la vecchia Lindsay
come volto adolescente per eccellenza: “Non è
stato tutto facile come potrebbe sembrare. Da
una parte c’erano l’ingenuità, l’entusiasmo per
le cose nuove che tante mie coetanee non
potevano neanche sognarsi. Dall’altra però
c’era il rischio di finire schiacciata in un
meccanismo più grande di me”. Lindsay
invece ce l’ha fatta e come Lola si trova oggi a
tirare le somme: “Sto maturando
professionalmente. Per questo ho bisogno di
sperimentarmi in ruoli diversi. Ai miei fan di
sempre potrà sembrare una rivoluzione, ma so
che capiranno: anche loro sono cresciuti con
me e con i miei personaggi”. Ad affiancarla,
insieme a Kevin Kline, Woody Harrelson e
tanti altri, c’è questa volta addirittura Meryl
Streep: cantante country reduce da un
matrimonio fallimentare, dalle cui macerie
prova a salvare il rapporto con la figlia Lola.
“Recitare con lei è stata una vera lezione –
racconta la Lohan -.
Professionalmente è stata una colonna, ma
anche sul piano umano si è instaurata una
grande complicità. Avendo lei stessa dei figli,
ha finito per farmi davvero da mamma. Mi ha
capita subito e persino dato dei consigli su
come comportarmi coi ragazzi”. Delle
attenzioni materne la Lola del film non vuole
invece saperne: “E’ una ragazza insofferente,
introversa, che come tante sue coetanee non
riesce a stabilire un dialogo con la madre e si
chiude in se stessa”. Scrive ovunque le capiti,
però, persino scarabocchiandosi i pantaloni.
La sua unica valvola di sfogo è la poesia. E
come nella vita, anche la musica.
indsay ricorda quella scena come una
delle più intense e difficili di tutto il
film: “Il primo giorno di riprese dovevo
girare con Lily Tomlin e Meryl Streep.
Avevamo studiato quindici pagine di copione,
ma al momento di iniziare a cantare non
ricordavamo più niente. Lily allora ha
improvvisato un brano dolorosissimo, che
parlava della morte, della vita, del rapporto
coi genitori. Io sono scoppiata a piangere per
l’emozione, ma quando mi sono girata ho
visto che anche Meryl era in lacrime. E
mentre addirittura Altman piangeva in
macchina da presa, tutta la troupe applaudiva
commossa”. Un calcio alla sfortuna e alla vita,
lo chiama oggi scherzando. L’inizio di un
momento d’oro, in cui dice di stare pian
piano trovando se stessa e una nuova
dimensione. Mentre ad aprile uscirà il suo
nuovo disco, la sfida col cinema si rinnova
intanto con ben tre titoli. Con Chris Pine ha
recitato in Just My Luck, commedia romantica
di Donald Petrie. La vera sfida sono però
Chapter 27, sulla misteriosa morte di John
Lennon, e Bobby sull’assassinio di Robert
Kennedy. Anche qui un cast corale, tra cui
spiccano i nomi di Anthony Hopkins, Sharon
Stone e Demi Moore. Già soltanto vedere il
suo nome accanto ai loro nei trailer, l’ha
lasciata senza parole. La soddisfazione più
grande è però stata lo spessore del film: “Una
vera e propria lezione di storia – dice - che
oltre ad arricchire me, credo sia fondamentale
per tutti i miei coetanei che non hanno
vissuto quelle vicende”. Che la vecchia
Lindsay tutta griffe e sorrisi non esista davvero
più? “Che interpreti la quindicenne o meno
sono sempre io – rassicura lei -. Faccio però
soltanto quello che voglio e non quello che gli
altri si aspettano da me. E’ la ricetta per
mantenere un buon rapporto col pubblico:
così nei miei ruoli sanno almeno di trovare
me stessa. Senza veli e senza finzioni”.
L
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ACQUA, ARIA, FUOCO E TERRA: LA RIVOLTA
DEGLI ELEMENTI SCONQUASSA IL GRANDE
SCHERMO. DALL’INFERNO A POSEIDON: TITOLI
E TAPPE CHE NON LASCIANO SCAMPO
Aprile 2006 RdC 33
S P E C I A L E
Catastrofi
allo specchio
Distruzioni, calamità e sciagure creano dipendenza. Ciclicamente, anche tra il pubblico
DI LUCA PALLANCH
34 RdC Aprile 2006
C
omplici paure ricorrenti, di cinema
catastrofico si torna a parlare a
intervalli ciclici. Cambia l’entità
del male minacciato, ma permangono gli
stati d’animo su cui la macchina da presa
opera in modo chirurgico. In fin dei conti
il cinema catastrofico non è altro che un
cinema dei sentimenti e svolge, a sua
modo, una funzione terapeutica aiutando
lo spettatore a prendere coscienza delle
proprie angosce e a liberarsene con un
semplice urlo. Scavando nell’animo
dell’individuo, il cinema catastrofico non
può che fondarsi su archetipi universali e
meccanismi consolidati, tali da
connotarlo come un genere trasversale che
attraversa le epoche storiche e le varie
cinematografie, conoscendo stagioni più o
meno felici in concomitanza di particolari
eventi storici: di qui il facile parallelismo
anni cinquanta-guerra fredda e, ai giorni
nostri, l’immediato collegamento con la
tragedia dell’11 settembre. Ma spesso
sono legami creati ad arte dall’industria
cinematografica, abile a inscenare un
clima di inquietudine generalizzata, sul
quale più facilmente attecchisce la pianta
del cinema catastrofico. Più interessante
Aprile 2006 RdC 35
S P E C I A L E
quindi rileggere il successo epocale di
questo genere di film negli anni settanta,
quando finito “il clima felice degli anni
sessanta”, la spirale di violenza e di terrore
genera in Italia il filone del poliziesco, che
fa proprie le paure che agitano l’individuo
nella metropoli, e per contro, come
tentativo di fuga, le commedie sexy, mentre
sugli schermi imperversano, a cadenza
annuale, i vari Airport ed esplode il
fenomeno de Lo squalo, legati entrambi a
paure ancestrali dell’uomo.
Proprio a metà degli anni settanta, quasi a
squarciare il decennio in due, il compianto
Enzo Ungari scrisse un libro, pubblicato da
Arcana, intitolato Immagine del disastro.
Cinema, shock e tabù, dal quale si vuole
ripartire in occasione di questo speciale. Per
una ragione immediata: Ungari ha il merito
di aver svelato le regole del cinema
catastrofico, spogliandolo di ogni carattere
contingente. È sufficiente al lettore
aggiungere all’analisi del grande critico
esempi tratti dalla produzione
contemporanea per avere un quadro
preciso, perfettamente applicabile ai giorni
nostri, sfuggendo così alla tentazione di
liquidare i recenti film catastrofici come
l’ennesimo frutto di un gigantismo
tipicamente hollywoodiano. In realtà,
dietro questi film si nasconde ben altro che
il risultato di un’ambiziosissima corsa agli
effetti speciali. Rileggiamo quindi, per
sommi tratti, l’analisi di Ungari che, fin dal
titolo, ci obbliga a riflettere su due concetti
che investono la nostra stessa qualità di
spettatori: shock e tabù, due termini di un
conflitto interiore su cui si commisura, in
ogni visione, la nostra maggiore o minore
libertà di sguardi, perché, è chiaro, meno
tabù ci portiamo dietro (e dentro), minore
è lo shock che qualsiasi immagine può
provocarci. Questo è il motivo per cui il
cinema catastrofico, piaccia o meno, pone
lo spettatore di fronte a se stesso. Come
davanti a uno specchio. Infedeli quindi al
testo, assoggettato a continui tagli, ma
fedeli allo spirito dello stesso, ecco una
sintesi del pensiero di Ungari.
“Fin dalla sua nascita il cinema ha sempre
dimostrato una vera e propria vocazione a
rappresentare la calamità, la sciagura, la
catastrofe e la distruzione. […] La
rappresentazione della catastrofe non
soddisfa più soltanto l’antica primordiale
curiosità di vedere come sono le cose dentro
dopo averle fatte a pezzi, ed esorcizza
qualcosa d’altro rispetto alla paura della
morte. Essa espande e teatralizza un
bisogno di punizione e una paranoia che
tendono a crescere quando il sistema,
oscuramente intuito come macchina,
attraversa, o sembra attraversare, una fase di
cedimento. A questa paura corrisponde un
supplemento di offerta di catastrofe, che
funziona in parte come anticipo fantastico e
in parte come garanzia a relegare
nell’ambito della visione socializzata dello
spettacolo ogni reale ipotesi di disastro o di
distruzione. Il film catastrofico si offre
come messa in scena di questo fantasma,
versione infernale (ma al tempo stesso
visibile e attraente) dei conflitti reali degli
anni ’70”. E lo stesso dicasi per l’epoca
attuale o per altri decenni: l’industria
cinematografica metabolizza pure le sue
angosce di cedimento nell’unico modo
possibile. Spettacolarizzandole al punto da
privarle di un carattere reale.
L’antagonista del film catastrofico non può
non essere, a sua volta, gigantesco e
smisurato: “La folla urlante e isterica,
perseguitata dal fuoco, dall’aria e da ogni
possibile calamità, viene offerta come
sinonimo di massa” e come “proiezione di
una folla determinata, quella che riempie la
sala cinematografica. [...] Sullo schermo,
intanto, la folla si agita scompostamente. I
campi lunghi, che ce la restituiscono in
tutta la sua terrificante mobilità, vengono
sostituiti da inquadrature più ravvicinate. Il
piano americano, la macchina da presa ad
altezza d’uomo […], senza isolarli, senza
ritagliarli, trattandoli ancora come parti di
un insieme scomposto, ci permettono di
osservare più da vicino gli individui che la
compongono. Prima di tutto saltano agli
occhi l’aspetto disfatto, i capelli fradici, gli
abiti inzuppati (di acqua, di sangue, di
sudore), la pelle vischiosa, incipriata di
calcinacci, strinata dalle fiamme, annerita
dal fumo. […] Quando arriverà l’acqua,
spinta da qualche idrante, da una diga
spezzata, dal cielo, per quanto sia violenta e
incontrollata la sua forza, essa sarà accolta
come una liberazione. I danni che l’acqua
provoca sono meno importanti della
materia torbida che sciacqua via, ripulendo
lo schermo”. Il cinema catastrofico come
catarsi che spazza via tutto, ma nel finale,
consolatorio quanto basta, lascio spazio alla
speranza di una rinascita. Il meccanismo è
sempre il medesimo: “La deliberata
sospensione dell’incredulità da parte del
pubblico viene raggiunta introducendo
all’interno dello spazio mite, quotidiano,
familiare, la presenza devastante dell’altro,
che assume di volta in volta le
caratteristiche del Mostro (L’esorcista di
William Friedkin), della Fine del Mondo
(Terremoto di Mark Robson), della Creatura
degli Abissi (Lo squalo di Steven
Spielberg)”. Ma perché il meccanismo
36 RdC Aprile 2006
NELL'IMMAGINE DEL DISASTRO ENZO UNGARI SCRIVEVA
PROFETICAMENTE: “IL FILM CATASTROFICO È IL CINEMA
AMERICANO PER ECCELLENZA”
“genere” anti-classico per eccellenza) l’eroe è
in funzione del pericolo. Quest’ultimo,
assunto in quel suo travestimento retorico e
paranoico che è il disastro, cesserebbe di
essere tale a causa della sua astrazione, si
ridurrebbe all’idea del pericolo più che al
pericolo stesso, se la sua minaccia si
esercitasse solo contro la folla”. Di qui la
necessità dell’eroe, “mediatore fra il disastro
e la folla”. Il tutto, peraltro, al servizio della
messinscena, che è il vero elemento di
identificazione del genere, tanto da
contenerne il messaggio recondito, che “è
quello dello spreco (la golosità estetica, la
soddisfazione retinica che esso soddisfa
fanno parte di un gusto corrotto;
corrispondono al falso bisogno di buttare
via, dissipare, sperperare; esprimono la
stessa emozione che ci danno gli oggetti
pensati per essere usati una sola volta)”. Da
una parte la grandiosità dei materiali
impiegati, dall’altra la distruzione degli
stessi, non meno spettacolare, anzi, secondo
Ungari, apprezziamo la prima solamente
retroattivamente, dopo che ne abbiamo
ammirata la seconda “a garanzia che tutto
quello che abbiamo visto nel film è stato
integralmente consumato per il nostro
piacere”. Questo accenno al consumo di
immagini e merci ci porterebbe lontani, nel
cuore della società consumistica (è solo un
caso che il libro sia stato scritto alla fine
dell’era pasoliniana?), ma Ungari si attiene a
un discorso metacinematografico
giungendo alla più felice delle sue
intuizioni, quasi un proclama: “Un film
catastrofico è, prima di tutto, un film di
propaganda dell’industria del cinema”. Il
film catastrofico parla infatti “il linguaggio
dell’industria”, il cui primo tabù, condiviso
dai film catastrofici, è l’immobilità. Non si
dà cinema catastrofico senza movimento:
“Assistiamo a una sorta di eccesso e di
supplemento di moto che fanno pensare a
una versione isterica e ossessiva del film
d’avventure”. Ma c’è un altro tabù da
abbattere: “Il secondo tabù del film
catastrofico (del suo linguaggio industriale e
totalitario) è, dopo l’immagine immobile,
l’immagine vuota […]: obbedisce a
un’estetica opulenta sottomessa al mito della
visibilità: tutto può essere mostrato se si
configura come indigestione visiva”. La
conclusione alla quale perviene Ungari è,
alla luce di quanto scritto, perfettamente
logica: “Il film catastrofico è, almeno per
me, il “cinema americano per eccellenza” di
oggi”, conclusione che, in sintonia con il
carattere apocalittico propria del genere, lo
porta a rimarcare “il carattere periferico che
ha oggi il cinema negli Stati Uniti, dove la
sua funzione pedagogica è stata presa in
carica da altri strumenti di comunicazione
di massa, primo fra i quali la televisione.
[…] Forse il cinema sta morendo davvero,
in favore di una nuova arte di massa che
aggiorni tecnologicamente l’effetto di
realtà, lo shock traumatico che l’antica
immagine bidimensionale non sollecita più
– chissà se Ungari, nel suo profetismo, già
preconizzasse l’avvento dei videogiochi... –.
Di questa trasformazione il film catastrofico
rappresenta il momento necrofilo: non
ripropone in maniera più “moderna”
l’antica illusione di una vita finta per
l’effimera durata di qualche ora, ma una
finta morte. E il pubblico paga per questo”.
Ora come allora…
Una spettacolare
eruzione vulcanica;
nella pagina a fianco,
Lo squalo di Steven
Spielberg e una scena
di Deep Impact
catastrofico fa rinverdire un altro mito,
quello della prima volta, reinventato ad
ogni film, perché solo un nuovo effetto
speciale, una nuova macchina, un nuovo
procedimento, usati per la prima volta,
possono far accettare il meccanismo
necessariamente ripetitivo rispetto a quelli
che lo hanno preceduto”. Il ricorso
all’effetto speciale sempre più tecnologico è
volto a mascherare la consuetudine degli
standard narrativi. Inevitabile anche il
differente ruolo dell’eroe: “Mentre nel film
d’azione tradizionale il pericolo è in
funzione dell’eroe (gli dà senso, credibilità e
profondità), nel film catastrofico (che è un
Aprile 2006 RdC 37
S P E C I A L E
funzioni occorre un altro elemento: “Una
volta trovata una causa ragionevole al
disastro, l’obbligo è di metterlo in scena
integralmente, fase per fase, scientificamente.
Viene il sospetto che il rapido
aggiornamento tecnologico che caratterizza
il cinema industriale […] sia stato
sollecitato dall’esistenza del film catastrofico
e dalle sue particolari esigenze di realismo.
Il genere presenta, accanto a un codice
tanto ferreo quanto impoverito, una
ricchezza ostentata di mezzi tecnici che si
risolve spesso in un reale salto di qualità”.
L’obiettivo, per quanto perseguito con i più
sofisticati mezzi tecnologici, è la
verosimiglianza: “In fondo, a queste favole
ansiose si chiede proprio, per accettarle
pienamente, che siano il più possibile vere,
completamente convincenti nei loro
dettagli […]. E nella sua ricerca di un
sempre maggiore effetto di realtà, il film
A C Q U A
35mm sotto il mare
Dalle fauci dello Squalo al remake Poseidon: tra le onde il terrore si chiama attesa
DI LEONARDO JATTARELLI
“Gli occhi di Santiago avevano lo stesso
colore del mare ed erano allegri e indomiti”
scriveva Hemingway nel ’52. L’eroe debole,
l’uomo “finito” davanti all’imperscrutabilità
delle infinite onde, solo in un breve
passaggio de Il vecchio e il mare accenna alla
parola catastrofe, come un’ombra che scivola
sotto la sua barca a vela. Sono 83 giorni che
non prende un pesce e l’ottantaquattresimo
si lascia andare al destino, nel Mar dei
Carabi mentre il suo amico-ragazzo Manolo,
lo scettico, si divincola dal rischio, anzi dalla
sorte: il vecchio Santiago catturerà una bestia
di dieci metri ma ci penseranno gli squali a
divorare il pescespada e a Santiago rimarrà
soltanto una grande lisca senza polpa.
Catastrofe. Il mare del cinema ne ha portate
tante a riva, quel mare spesso troppo finto e
troppo poco carico di significati “altri”, che
38 RdC Aprile 2006
profumano di divino o di diabolico. Quel
mare troppo più grande e più forte e più
vasto che non acquieta ma seppellisce,
annienta, inghiotte e la risacca non mostra
che cadaveri, brandelli di umanità. Nel ’58,
John Sturges decide che la “catastrofe” del
vecchio pescatore Santiago-Spencer Tracy
debba specchiarsi tutta nelle sue mani rugose
e ingiallite, striate di ferite, sanguinanti per
gli strappi degli ami e il bruciore del sale.
Che la “catastrofe” debba guardarsi negli
occhi, venati di sangue e spenti dal destino
del vecchio Tracy che osserva la sua barchetta
come un guerriero senza armi, eppure è
convinto: “L’uomo non è fatto per la
sconfitta. Si può uccidere un uomo ma non
sconfiggerlo”.
I film catastrofe del cinema di ogni tempo
debbono molto alla filosofia di Santiago, il
vecchio pescatore cubano: che si intitolino
Titanic o Poseidon, L’alba del giorno dopo o
La tempesta perfetta, e soprattutto Lo squalo,
che dal Vecchio e il mare eredita le ombre
indistinte e la ragion d’essere stessa di alcuni
film catastrofe, il loro “segno particolare” più
pregiato: l’attesa.
E’ proprio il silenzio assordante dell’attesa a
fare da spartiacque, al cinema, tra catastrofi
ad effetti speciali e dannazione dell’anima,
tra ciò che l’occhio non attende di vedere ma
che giunge inaspettato, mostruoso,
ingovernabile, spesso in maniera
platealmente tragica, e quello che magari (le
famose ombre), non vedrà mai eppure
risulta, cinematograficamente, più
devastante di qualsiasi, grandiosa
scenografia. Non è un caso che, a
cinquant’anni di distanza dal Vecchio e il
La tempesta perfetta,
sotto L'alba del giorno
dopo e nella pagina a
fianco, il remake Poseidon
mare di Sturges, la pellicola che più si
apparenta, crediamo, con i segni dell’“attesa
della catastrofe” è un piccolo film a basso
budget del 2003, Open Water di Chris Kentis
con soli due attori protagonisti sub
inquadrati costantemente a pelo d’acqua. Il
loro destino si disegna mano a mano che
passano le ore mentre sotto di loro un
branco di squali apparecchia la tragedia. E
della morte dalle enormi fauci e dai denti
che lacerano vediamo nient’altro che ombre.
La tensione, il pathos, sono tutti nell’attesa.
In giugno, invece, uscirà il nuovo Poseidon
targato Warner, kolossal da 180 milioni di
dollari diretto da Wolfgang Petersen con
Richard Dreyfuss, Kurt Russell, Emmy
Rossum, Josh Lucas, lontano parente e
dichiarato remake dell’eccezionale pellicola
del ‘72 di Ronald Neame, L’avventura del
Poseidon (cast straordinario con Gene
Hackman, Ernest Borgnine, Shelley
Winters) una delle colonne portanti di quel
catastrofismo in celluloide che negli anni
settanta diventò una sorta di genere cult. Il
manifesto del film è già di per sé inquietante:
la “trancia” di un transatlantico, i minuscoli
oblò delle cabine ancora illuminati che
accendono l’enorme scritta sulla nave che
(Leonardo Di Caprio) sono le vittime di un
evento tragicamente storico per il quale il
verbo da coniugare non è aspettare, ma
affrettare una possibile salvezza.
…E la risacca restituisce cadaveri, brandelli
di umanità. L’evento tragico si è consumato
e il cinema arriva a testimoniare. Ennesimo
sottoinsieme del film-catastrofe, Hereafter di
Michael Patwin sullo Tsunami che il 27
dicembre si abbattè sulle coste asiatiche
provocando migliaia di vittime, sarà il
pedinamento cinematografico di un uomo
che percorre più di settanta miglia a piedi
scalzi per ritrovare la moglie e i suoi figli.
Epopea tragica dove il mare è protagonista
ma quasi fuori campo. E dove l’attesa non ha
altro significato che recupero di una
memoria.
MILLE BOLLE BLU
Il vecchio e il mare di
John Sturges (1958)
L’avventura del
Poseidon di Ronald
Neame (1972)
Lo squalo di Steven
Spielberg (1975)
Titanic di James
Cameron (1997)
La tempesta perfetta di
Wolfgang Petersen (2000)
Open Water di Chris
Kentis (2003)
The Day After
Tomorrow - L’alba del
giorno dopo di Roland
Emmerich (2004)
Poseidon di Wolfgang
Petersen (2006)
Hereafter di Michael
Patwin (2006)
Aprile 2006 RdC 39
A C Q U A
leggiamo, parziale e capovolta… Seidon…
Come a dire, la catastrofe ha già ribaltato le
sorti degli umani. Trailer altrettanto
accattivante, elegantissimo, enormi saloni
sventrati dall’acqua, un’orchestra sputata
fuori dell’abitacolo dalla violenza di onde che
squarciano metallo e vetro esplodendo con
deflagrazioni liquide. La trama, quasi identica
alla versione del ’72, trova a galleggiare in
mezzo all’Oceano Atlantico un piccolo
gruppo di sopravvissuti che cerca di mettere
la pelle in salvo su un battellino di
emergenza. Ma cosa è accaduto prima? Ora
c’è un padre disperato (Russell) che cerca sua
moglie probabilmente inghiottita dalle onde;
e c’è una giovane coppia terrorizzata, una
madre con il proprio figlio… Insomma
un’umanità in scala posta di fronte al destino.
Non c’è attesa ma sete di sopravvivenza.
Come per il Titanic di Cameron, dove gli
innamorati Rose (Kate Winslet) e Jack
A R I A
Caduta
libera
Cronache aeree di tragedie
annunciate. A partire
dalla saga di Airport,
fino all’atterraggio di Paul
Greengrass sull’11/9
DI FEDERICO PONTIGGIA
L
a catastrofe è nell’aria. Almeno al
cinema, dagli Uccelli di Hitchcock
alla pioggia di rane di Magnolia.
Non bastasse, a rendere più insidioso
l’elemento che respiriamo c’è tutta una
produzione virale, con agenti patogeni che
ammorbano il buio della sala da L’ultimo
40 RdC Aprile 2006
uomo della terra a 28 giorni dopo fino alla
saga di Resident Evil. Dimenticate le brezze
che accarezzano feuilleton o spirano su
commedie giovanilistiche, quella che tira
davvero è un’aria letale. Basta fiutare un
po’ per sentirne l’odore di morte. E’ quello
che fanno la scienziata Helen Hunt e il
marito meteorologo Bill Paxton in Twister,
kolossal catastrofico sceneggiato da
Michael Crichton e diretto dall’olandese
volante (Speed) Jan De Bont. Fumetto
avventuroso per alcuni, incipit
dell’approdo progressista del genere per
altri, Twister sbatte sullo schermo un
A R I A
finimondo a cui gli americani sono
oltremodo sensibili: il tornado. Qui le
tecnologie scientifiche di cui gli Usa
dispongono paiono insufficienti a
determinare con precisione l’arrivo dei
cicloni: toccherà agli storm chasers
(cacciatori di tempeste) supplire.
Supportati dal luddismo dello script, i due
eroi sapranno avere la meglio su un
dottore “strizzauragani” in una lotta
contro il tempo in cui si riattizzerà anche
l’amore sopito. Vento di passioni, che
malato ritroviamo anche in Gummo, opera
prima di Harmony Korine. L’uragano
omonimo spazza via il white trash di
Xenia, Ohio, spalancando alla camera il
baratro di un degrado sociale inquadrato
in chiave iperrealista. Ma qui siamo già in
un territorio autoriale, per quanto
precario e macilento: il catastrofismo aereo
meglio si addice al côté dichiaratamente
Aprile 2006 RdC 41
A R I A
commerciale, l’unico a garantire
gigantismo produttivo e profluvio di
effetti speciali. Questo almeno da Airport,
che nel 1970 riscrisse le regole del genere,
incassando palate di soldi, la nomination
per il miglior film agli Academy Awards e
l’Oscar a Helen Hayes per la miglior
attrice protagonista. Un bottino
lusinghiero per un progetto - ispirato al
romanzo di Arthur Haley - in cui non
credeva quasi nessuno, forse nemmeno
George Seaton, l’illustre sconosciuto in
regia. Ma non andò così: il dinamitardo a
bordo del Boeing della Trans Global
Airlines inchiodò alla poltroncina
passeggeri e spettatori, assicurando al film
prole copiosa. Al di là delle buone stelle Burt Lancaster, Dean Martin, Jean Seberg,
Jacqueline Bisset - sotto cui nasceva, la
fortuna del film fu quella di intercettare
l’ansia di tensione in formato cinemascope
del pubblico, desideroso di un effetto di
realtà catastrofico. E la catastrofe fu
appunto servita: un piatto centrale, ovvero
il dramma incombente, e qualche
contorno di storie private. Ricetta seguita
con poche varianti in Airport ’75, Airport
’77, Concorde: Airport ’79, annate da
centellinare sbiancando le nocche sui
braccioli. Ma come per ogni epigone che si
Twister; nella pagina a
fianco Il volo della fenice,
The Aviator e Airport '77
42 RdC Aprile 2006
NEL 1970 AIRPORT RISCRISSE LE REGOLE DEL GENERE
CATASTROFICO: DA ALLORA LA PAURA E’ RIMASTA NELL'ARIA.
E NEGLI OCCHI DEGLI SPETTATORI
rispetti si rincarano le dosi: collisione tra
aereo privato e 747 (finzione che anticipa
il tragico incidente di Linate) e
trasferimento via elicottero di un pilota
nella cabina di comando sventrata del
jumbo (1975); dirottamento e
ammaraggio con cast all-star (Jack
Lemmon, James Stewart, Christopher Lee,
Joseph Cotten) due anni più tardi; intrigo
internazionale e traffico d’armi a incartare
la promozione del supersonico francese
nell’80. Una brutta aria che tirò anche in
Italia, con il luttuoso Concorde Affaire ’79
di Ruggero Deodato, e stravolse il
calendario, con un Airport ’90: Disaster on
Potomac girato sei anni prima spillando le
ultime gocce di linfa commerciale del
franchise. A decretare il successo di Airport
e discendenza nel 1980 era arrivato lo spoof
di Airplane!, ovvero L’aereo più pazzo del
mondo degli Zucker, che stampigliarono la
parodia sul volto improponibile di Leslie
Nielsen e sui centimetri del cestista
Kareem Abdul-Jabbar, inaugurando
un’altrettanto munifica “saga parassita”.
Negli anni ’90 altri pericolanti velivoli
atterrano in sala con Passenger 57 – Terrore
ad alta quota e Turbulence – La paura è
nell’aria (e sequel). Titoli schiettamente
didascalici, che, nel primo caso,
intrecciano l’avio-catastrofismo al thriller
e, nel secondo, deviano involontariamente
la rotta nei cieli dell’inverosimile da
sogghigno. E ancora Fearless – Senza paura
di Peter Weir, con Jeff Bridges reso
“immortale” dalla scampata sciagura,
Vuoto d’aria, con un atterraggio
d’emergenza sui ghiacci dell’Islanda, e Il
volo della fenice, remake senza spinta
dell’originale del ’65 di Robert Aldrich.
Ma se spesso la finzione anticipa la realtà,
accade talvolta che il cinema sia costretto a
rincorrere. O, meglio, a documentare: la
tragedia dell’11 settembre 2001.
Così dannatamente realistica da rimanere
interdetta alla preveggenza, che si vorrebbe
fantasiosa e macabra al contempo, degli
sceneggiatori stars & stripes. Osservato e
rielaborato il lutto (in linguaggio
hollywoodiano: testato il potenziale
gradimento del pubblico), gli schermi
stanno per rievocare il 9/11. Non solo la
Gli uccelli di Alfred
Hitchcock (1963)
L’ultimo uomo della
terra di Ubaldo Ragona
(1963)
Airport di George
Seaton (1970)
Airport ’75 di Jack
Smight (1974)
Airport ’77 di Jerry
Jameson (1977)
Concorde: Airport ’79
di David Lowell Rich (1979)
Concorde Affaire ’79
di Ruggero Deodato
(1979)
Airport ’90: Disaster
on the Potomac di Robert
Michael Lewis (1984)
L’aereo più pazzo del
mondo di Jim Abrahams,
David Zucker, Jerry
Zucker (1980)
Passenger 57 –
Terrore ad alta quota di
Kevin Hooks (1992)
Fearless – Senza paura
di Peter Weir (1994)
Twister di Jan De Bont
(1996)
Gummo di Harmony
Korine (1997)
collisione dei 737 sulle Twin Towers e il
conseguente crollo del WTC, appannaggio
di Oliver Stone ed altri registi, ma anche la
tragedia minore del volo 93 della United
Airlines, quarto aereo dirottato dai
terroristi e schiantatosi al suolo di
Somerset County, Pennsylvania. In cabina
di regia c’è Paul Greengrass, chiamato a
decrittare quello che le scatole nere non
hanno svelato. Con la collaborazione dei
familiari delle vittime. E sconfessando a
priori quanti sostengono che l’aereo sia
stato abbattuto da caccia americani per
Turbulence – La paura
è nell’aria di Robert
Butler (1997)
Magnolia di Paul
Thomas Anderson
(1999)
Vuoto d’aria di John
Cassar (2001)
28 giorni dopo di
Danny Boyle (2002)
Resident Evil di Paul
W. S. Anderson (2002)
Il volo della fenice di
John Moore (2004)
Flight 93 di Paul
Greengrass (2006)
ordine del vice-presidente Dick Cheney.
Un colpo violento, la parte frontale di un
Boeing 757 ricostruito ad hoc che sbatte
sul pavimento dello studio. Gli attori che
lottano per non scivolare dai sedili, alcuni
urlano, uno strilla “Oh, my God!”.
La camera saltella da un passeggero
all’altro, fermandosi per inquadrarne il
terrore, quando l’attore che interpreta un
dirottatore intima di rimanere seduti.
D’altronde, dicevamo, la minaccia era – ed
è - nell’aria. A non essersene accorti sono
stati CIA e NSA. Colpevolmente.
Aprile 2006 RdC 43
A R I A
BOCCATE D’OSSIGENO
T E R R A
Vibrazioni apocalittiche
“Sensurround” hollywoodiani, sismi
nipponici e scosse italiane: tutto
il mondo in movimento (tellurico)
DI MASSIMO MONTELEONE
Sismi e macerie dal
vero. A sinistra Charlton
Heston in Terremoto di
Robson
“Un terremoto è la conseguenza della
liberazione dell’energia sismica. Le persone
sono come la terra che sta sotto i loro piedi:
sotto tensione e pronti a esplodere in ogni
momento”. Così gli sceneggiatori del
blockbuster hollywoodiano Terremoto
(1974, di M. Robson), in primis Mario
Puzo (l’autore di Il Padrino), spiegavano che
nei film catastrofici si mostra l’agitazione
degli esseri umani come segno premonitore
del disastro imminente. Earthquake fece
epoca per l’invenzione dell’effetto speciale
“Sensurround”. Esso doveva coinvolgere lo
spettatore mentre guardava crollare gli
edifici di Los Angeles e i divi americani in
pericolo. Nelle sale che proiettavano
Terremoto c’era un avviso: “Attenzione!
Questo film viene presentato nel
nuovissimo sistema multidimensionale
Sensurround. Siete avvertiti che percepirete,
oltre che vedere e sentire, realistici effetti
come quelli che si possono sperimentare in
un vero terremoto. La direzione non si
assume responsabilità per eventuali reazioni
fisiche o emotive di ogni spettatore”.
Terrorismo sensoriale o specchietto per le
allodole paganti, fatto sta che il film resta
un classico del “disaster-movie” con
l’elemento terra che va in frantumi. Non
tanto in spazi disabitati ma nell’American
Way of Life della coesistenza metropolitana,
scuotendo letteralmente case, uffici, strade e
le già problematiche esistenze private dei
personaggi. Che nel caos di macerie e
vittime trovano una chance di riscatto, di
solidarietà comune e di ricomposizione
44 RdC Aprile 2006
affettiva. Nella Hollywood degli anni ’30 il
filone “catastrofico” ebbe il momento di
gloria grazie a spettacolari drammi. La
ricetta del successo la indicava il produttore
Sam Goldwyn a un suo sceneggiatore:
“Comincia con un terremoto e poi fai salire
la tensione”. San Francisco (‘36, di W. S.
Van Dyke) fu l’altro caposaldo del filone.
Un mèlo che culmina nello storico disastro
del 1906, reso da effetti speciali
splendidamente curati dallo scenografo
James Basevi. Il cast di star del momento –
Spencer Tracy (il sacerdote) e Clark Gable
(il cinico che si converte alla fede dopo il
disastro) – rispondeva all’esigenza del
pubblico di vedere i propri beniamini
rischiare di essere inghiottiti nelle viscere
della Terra e soffrire con loro fino alla
catarsi moralmente edificante. La
distruzione del mondo (‘33, di F. Feist), è un
chiaro esempio di come gli elementi
naturali si compenetrino in una letale
reazione a catena. Perciò le scosse telluriche
non restano un evento isolato, ma il motore
scatenante di maremoti, incendi, etc. Lo
“tsunami” lo ha dimostrato tragicamente
nella realtà. Il termine viene dal Sol
Levante. Non a caso il sismico Giappone,
oltre a immortalare nei film dal dopoguerra
in poi il terrore nucleare, ha prodotto
“disaster-movies” spesso ibridi, fra attualità
(il terremoto del 1923) e fantascienza. A
parte i film di mostri (Godzilla e Co.) che
distruggono Tokyo, visioni apocalittiche a
sfondo ecologico si ritrovano in Catastrofe
(‘74, di T. Masuda, basato sulle “profezie di
T E R R A
Nostradamus”) e in Terremoto 10°grado
(‘77, di J. Kurata), che mescola il film di
Robson con le lotte di bestioni
antidiluviani. Più realistico il film di K.
Omori Jishin retto (‘80), noto in Occidente
col macabro titolo Deathquake. La cosa
inquietante è che alcuni mediocri film e
Tv-movies statunitensi con terremoti
ipotizzati dentro metropoli come New York
– tutti realizzati negli anni ’90 fino al 2000
– hanno inconsapevolmente anticipato il
clima di catastrofe e terrore dell’11
settembre 2001. Dopo si segnala solo The
core - La Terra ha i giorni contati (2003, di
J. Amiel), in cui il nucleo del nostro pianeta
smette di ruotare, mandando in tilt il suo
campo elettromagnetico con conseguenze
pazzesche sulla crosta terrestre. Ma non è la
Natura a sconvolgere l’equilibrio, bensì i
segretissimi esperimenti militari, insomma
l’azione dannosa dell’uomo, come in
Esperimento I.S.: il mondo si frantuma (‘65,
di A. Marton). Lì alcuni scienziati, per
ricavare energia geotermica dal sottosuolo
africano, innescano una “chain reaction”
distruttiva. Già la science-fiction atomicofobica degli anni ’50 aveva immaginato – in
The Night the World Exploded (‘57, di F.
Sears) – che un’esplosione nucleare potesse
liberare un elemento da sottoterra, che a
contatto con l’aria esterna avrebbe
“spaccato” la materia. E l’Italia? Apocalisse di
un terremoto (‘82, di Sergio Pastore) è il
primo film di fiction sullo sfondo storico
del sisma in Irpinia di due anni prima. Ma
fu il cinema muto nostrano ad occuparsi –
come documentario o ricostruzione – del
sisma a Messina e Reggio Calabria (1908),
all’indomani delle tragedie. Terremoto di
Messina e Calabria e Terremoto calabrosiculo risalgono entrambi al 1909. Mentre
Il disastro di Calitri/Terremoto nell’Irpino fu
quasi contemporaneo alla catastrofe
nell’avellinese del 7 giugno 1910.
SISMOGRAFIA
Terremoto di Messina
e Calabria (1909)
Terremoto calabrosiculo (1909)
Il disastro di Calitri
(1910)
La distruzione del
mondo di Felix E. Feist
(1933)
San Francisco di
W.S.Van Dyke (1936)
The Night the World
Exploded di Fred Sears
(1957)
Esperimento I.S.: il
mondo si frantuma di
Andrew Marton
(1965)
Terremoto di Mark
Robson (1974)
Catastrofe di Toshio
Masuda (1974)
Terremoto 10°grado
di Junji Kurata
(1977)
Deathquake di Kenjiro
Omori (1980)
Apocalisse di un
terremoto di Sergio
Pastore (1982)
The Core - La Terra ha
i giorni contati di Jon
Amiel (2003)
Aprile 2006 RdC 45
F U O C O
Al rogo al rogo
Purificatrici o assassine, le fiamme bruciano chilometri
di pellicola. Da Giovanna d’Arco all’infernale Constantine
DI ROBERTO NEPOTI
46 RdC Aprile 2006
Aprile 2006 RdC 47
F U O C O
F
uoco purificatore, fuoco
assassino. Attributi che
cicoscrivono una questione
ambigua: se, nel 1431, Giovanna
d’Arco è condannata al rogo per eresia
e apostasia, venticinque anni dopo
l’Inquisizione ribalterà la sentenza,
riabilitando l’eroina che sarà poi
santificata. Il culto cinematografico
della Pulzella ebbe un inizio
precocissimo (1898), passando
attraverso il kolossal muto di Cecil
DeMille prima di consacrare capolavori
come La passion di Jeanne d’Arc di
Carl Theodor Dreyer e Il processo di
F U O C O
Qui e nelle pagine
precedenti Constantine;
sotto Fuoco assassino
Giovanna d’Arco di Robert Bresson (da
non confondere, sacrilegamente, con
Besson: una sola consonante di differenza
nel cognome, ma un abisso tra il
bellissimo film del primo e l’increscioso
Giovanna d’Arco del secondo). Quanto a
Dreyer, i roghi gli ispirarono un altro
classico dello schermo, Dies Irae, parabola
sulla superstizione ambientata nel ‘600
dei processi alle “streghe”. Per tornare al
cinema delle origini, il fuoco ne è stato
uno dei protagonisti assoluti, e nelle
forme più radicali. Dall’inferno, cavallo di
battaglia del “muto” italiano negli anni in
cui il cinema era intento darsi una patente
culturale (L’inferno di Giuseppe Berardi,
1910, ricostruisce alcuni episodi della
prima cantica dantesca; ma, un anno
dopo, la versione di Padovan-Bertolini è
già un lungometraggio), alle eruzioni
vulcaniche, che rappresentarono una seria
concorrenza agli scenari infernali con le
multiple versioni degli Ultimi giorni di
Pompei. Più tardi, sullo schemo, l’Inferno
ha subìto un tracollo d’immagine: vedi il
recente Constantine (2005), dove gli Inferi
sono rappresentati come un parco
tematico ad effetti speciali. Più stabili le
fortune dei vulcani: qualcuno pensa –
perfino - che la sciagura del 79 d.C. sia
48 RdC Aprile 2006
DAL DOPPIO INFERNO DEL 1910 E 1911 AI ROGHI DI
GIOVANNA D'ARCO, FINO AI POMPIERI DI RON
HOWARD: TERRORE E FASCINAZIONE DI UN GENERE
La vita di un pompiere
americano di Edwin
S. Porter (1903)
L’inferno di Giuseppe
Berardi (1910)
L’inferno di Adolfo
Padovan, Francesco
Bertolini (1911)
Gli ultimi giorni di
Pompei di Enrico Vidali
(1913)
Joan the Woman di
Cecil B. DeMille (1917)
La passion di Jeanne
d’Arc di Carl Theodor
Dreyer (1928)
Vulcano di William
Dieterle (1950)
Il processo di Giovanna
d’Arco di Robert Bresson
(1962)
L’uomo che uccise
Liberty Valance di John
Ford (1962)
Krakatoa est di Giava
di B. L. Kowalski (1969)
stata il prototipo di tutti i film
“catastrofici” a venire. Sia come sia il
filone, ricorrente lungo i decenni,
presenta una caratteristica correlata con
l’indotto simbolico ambivalente proprio
del fuoco: strazio e tormento, ma anche
mezzo di espiazione e di purificazione. In
quei costosi kolossal, fitti di star,
incandescenti di fiamme e roghi,
l’elemento igneo serviva regolarmente a
far giustizia dei reprobi, risparmiando
invece innocenti e coraggiosi. E ciò sia
che le cause fossero naturali (Krakatoa est
di Giava, Ormai non c’è più scampo,
Vulcano), sia che dipendessero, al
contrario, dalla fallacia e dalla malvagità
degli umani: come nell’Inferno di cristallo,
dove un gigantesco grattacielo è invaso dal
fuoco per la pessima qualità dei materiali
elettrici impiegati. E meno male che, a
salvare il salvabile, c’è il comandante dei
pompieri Steve McQueen. Chi mai
dubitasse dell’importanza cinematografica
del glorioso corpo, deve sapere che fu un
film dal titolo La vita di un pompiere
americano (1903) il prototipo del celebre
“montaggio alla Griffith”, il montaggio
parallelo che alterna inquadrature di
personaggi in pericolo con altre
contenenti immagini dei soccorritori.
Sono vigili del fuoco anche i protagonisti
di Fuoco assassino (1991) di Ron Howard,
dove le fiamme corruscano di terrore e
fascinazione insieme riuscendo a cogliere,
come è accaduto di rado, anche il
carattere ossessivamente ipnotico
F U O C O
FUOCO, CAMMINA CON ME
L’inferno di cristallo di
Irwin Allen, John
Guillermin (1974)
Ormai non c’è più
scampo di James
Goldstone (1980)
Fuoco assassino di
Ron Howard (1991)
Giovanna d’Arco di Luc
Besson (1999)
Constantine di Francis
Lawrence (2005)
dell’elemento. Nei casi migliori, poi, il
fuoco associa i suoi significati simbolici
col senso drammaturgico del film, dando
luogo a episodi memorabili. Un esempio
per tutti? La sequenza – struggente dell’Uomo che uccise Liberty Valance di
John Ford in cui John Wayne, ubriaco, dà
alle fiamme la propria casa. La stava
ampliando e abbellendo per portarci la
donna che amava e voleva sposare. Ma lei
gli ha preferito Jimmy Stewart, al quale
Wayne ha salvato la vita; pur sapendo che,
con quel gesto, avrebbe bruciato la
propria.
Aprile 2006 RdC 49
S P A Z I A L I
P A R A D O S S I
Fantascienza
da paura
Matinée di Dante e Mars Attacks! di Burton: quando
l’orrore cinematografico è da antidoto a quello reale
DI SILVIO DANESE
‘‘I
l protagonista assomiglia quasi al
ragazzino che ero” diceva Joe Dante
del regista Woolsey (John Goodman)
che, nel 1962, presenta un horror in
Rumblerama con un dispositivo che
fornisce scosse elettriche agli spettatori.
Un ragazzino. La consapevolezza del
gioco, l’esibizione del meccanismo, fa la
differenza tra una dose di paura e la sua
parodia e, in quel caso, Dante è davvero
un cineasta ragazzino che, fornendo
citazioni e auto-citazioni del terrore e del
disastro, dice agli spettatori: aprite la
vostra paura al gioco della paura perché,
in fondo, l’orrore del cinema è un
antidoto all’orrore della realtà. Quel film
Mant, proiettato nella sala
cinematografica, è lo specchio dove si
riflette la paura che potrebbe
rappresentare il film Matinée che lo
trasmette. Ogni narrazione che, invece di
suscitare l’emozione della paura, la
demitizza, pone il problema della perdita
50 RdC Aprile 2006
della paura. Diciamo che non avere più
paura è il vero disastro. Cioè, lo diceva
Jung: “La creatura che perde il sentimento
della paura è destinata alla morte. I
missionari curavano la paura dei demoni
che i primitivi provavano in modo
naturale e giustificato, creando una
degenerazione. Una persona che non ha
più paura si trova sull’orlo del precipizio”.
Se un alieno è misteriosamente
minaccioso, se è invisibile, se diventa un
doppio dell’umanità, eccetera, fa paura.
Se invece è spietato, colorato,
macrocefalo, puzzolente e si comporta
come i gangster mafiosi o quelli del Bronx
in un rap movie, e l’unica arma che li
sconfigge è la musica country, la paura del
marziano si volta in satira della paura
dell’alieno e il terrore cambia di segno.
Dobbiamo questa esperienza alla
delirante creatività di Mars Attacks! di
Tim Burton che moltiplicando la spietata
superiorità aggressiva dell’invasore
dall’altro mondo ridicolizza la paura, in
P A R A D O S S I
S P A Z I A L I
Independence Day;
in basso, Mars
Attacks! di Tim Burton
e accanto Zathura di
Jon Favreau
La fine dei mondi
Asteroidi in collisione, alieni ed effetto serra: la catastrofe
arriva dall’alto
particolare quella dei potenti, che sono
convinti di poter controllare tutto, di
poter rispondere a qualsiasi minaccia, di
poter fronteggiare qualsiasi nemico. Il
terrore diventa angoscia perché invece
della paura del nemico in un film di
fantascienza risaltano il vuoto,
l’impotenza, l’imbecillità guerrafondaia
della reale umanità. Solo quella
americana? Sì, diciamo quella di certi
governi, di certi militari, di certi
condottieri americani e del loro
esibizionistico opportunismo. La
punizione che i marziani infliggono è
immediatamente fisica, senza riserve e
invincibile. Non c’è neanche il tempo di
avere paura…
Armageddon è il luogo dove si
svolge la battaglia finale tra le
forze del Male e del Bene secondo
l’Apocalisse (16, 16). Ma è anche il
film di Michael Bay, con l’esperto
trivellatore Bruce Willis impegnato
a scongiurare l’impatto di un
enorme asteroide sulla Terra.
D’altronde, le collisioni spaziali da
sempre titillano il cinema: vi
ricordate l’astronave conficcata
sul nostro satellite nel Voyage
dans la lune di Georges Méliès?
Migliaia di chilometri di pellicola
più tardi, la situazione si è
aggravata: il terrore dallo spazio
profondo ha ormai residenza
stabile nell’immaginario di
celluloide. Tra guerre dei mondi
wellsiane e odissee kubrickiane, il
cinema si è preparato ad
affrontare il temuto giorno dopo,
che da post-atomico si è
successivamente connotato in
senso ecologico. E’ l’effetto serra a
mandare in ghiacciaia l’America
contemporanea in The Day After
Tomorrow, dove Roland Emmerich
arriva perfino a congelare la
Statua della Libertà - citando Il
pianeta delle scimmie - e la
bandiera a stelle e strisce. Non a
caso, Emmerich aveva già irriso la
Casa Bianca in Independence Day,
con gli alieni all’attacco alla vigilia
del fatidico 4 luglio. Alieni a cui il
filone catastrofico deve molto, con
una discendenza di Alien, Predator
& Co. che ha sconvolto i nostri
limitati orizzonti. Fortuna che
esistono men in black quali Will
Smith e Tommy Lee Jones, capaci
di mettere ko mostri e scherzi di
natura indossando abiti scuri e
ray-ban. Ma nonostante questi
paladini continueremo a tremare.
Quando guardiamo le stelle o ci
volgiamo indietro al fascio di luce
del proiettore, il nostro oscuro
oggetto del desiderio è la paura.
FEDERICO PONTIGGIA
IL MONITO ECOLOGISTA
DE L'ALBA DEL
GIORNO DOPO
SUCCEDE ALL'INCUBO
POST-ATOMICO
Aprile 2006 RdC 51
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S
K
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Quando Sting, David Bowie e Mick Jagger
cantavano sullo schermo. Il ricordo
del Bergamo Film Meeting, mentre il CD di
Violante Placido strappa consensi
DI FEDERICO PONTIGGIA
O
ggi una popstar sullo schermo quasi
non fa più notizia. Il cinema è stato
colonizzato da orde di rapper, da
Eminem a 50 Cent, e singer di dubbie
melodie. E anche quando le interpretazioni
sono convincenti – Tom Waits cantore de
La tigre e la neve di Benigni, Johnny
Hallyday L’uomo del treno di Leconte,
Angela Baraldi in Quo Vadis, Baby? di
Salvatores – l’entusiasmo per questi
sconfinamenti latita. Oggi la novità è
semmai il percorso opposto: attori e attrici
che si improvvisano cantanti con esiti
alterni. Da Ethan Hawke, Keanu Reeves,
Johnny Depp, belli e impossibili anche con
un microfono o una Gibson tra le mani, a
Nicole Kidman, impegnata con Robbie
Williams in un duetto sulle note di Sinatra,
per toccare rive più autoriali con l’indie
When di Vincent Gallo o, sul fronte
nostrano, il debutto di Violante Placido
aka Viola con Don’t Be Shy… Anzi, ci
correggiamo, niente fa più notizia: salvo
sparute eccezioni, musica e cinema sono
già ridotti ad hoc per rientrare nei
parametri del consumo globale. Senza
addentrarci nel mare magnum, troppo
spesso incline alla calma piatta, dei
videoclip, potremmo concludere che
all’alba del terzo millennio non vi è più
fertile contaminazione, ma un territorio
54 RdC Aprile 2006
abbastanza indifferenziato, che non
accoglie percorsi creativi paralleli, ma
riflessi di fama altrove guadagnati. Ma non
è stato sempre così. There was a time in
the UK, quando la pellicola non era
solamente impressionata da icone
canterine, ma graffiata dallo spirito
distorto del rock. Brit Rock, che a cavallo
tra gli anni Settanta e Ottanta rivoluzionò
radicalmente musica, costume e società. E
rese permeabile il confine tra le note e le
immagini in movimento, non
commercialmente ma ideologicamente.
Questa rutilante se non lisergica età aurea
ha trovato nuovo smalto con la
retrospettiva organizzata dal Bergamo Film
Meeting. Tralasciando condivisibilmente il
corpus dei film-concerto, si sono
privilegiate pellicole non occasionalmente
asservite al rock, bensì autenticamente
cine-rock. Quali i protagonisti? Gli Who,
innanzitutto. Dalla rock-opera Tommy
composta dalla band di Pete Townsend,
Ken Russell trae un adattamento visionario
e deflagrante, che mischia sesso, droga,
misticismo nel percorso di
redenzione/dannazione del protagonista
cieco e sordomuto. Un altro Lp degli Who,
Quadrophenia, diviene sullo schermo
cocktail psicotico e genericamente
“ribellista”, in cui la nostalgia degli anni
Sessanta si propaga dagli scontri tra Mods e
TENDENZE
Rockers. Il film diretto da Franc Roddam
nel 1979 segna anche l’esordio di Sting,
che nei panni di un benzinaio fan di Eddie
Cochrane avrebbe dato replica per
l’elettronica opera prima di Christopher
Petit, Radio On. Ma il leader dei Police era
stato preceduto sul set da Mick Jagger,
protagonista nel 1970 di Performance
(Sadismo) di Donald Cammell e Nicolas
Roeg. Chiamato praticamente a
interpretare se stesso, il frontman dei
Rolling Stone porta la propria carica virale
in un triangolo perverso che verrà
tragicamente azzerato dal giovane gangster
James Fox. Montaggio isterico e flashback
ipnotici fanno il resto, in un atmosfera
psichedelica galvanizzata dalla musiche di
Jack Nitzsche. Ancora prima, nel 1967, il
buio in sala aveva concesso asilo al lucido
delirio fantapolitico di Peter Watkins,
Privilege, storia di un idolo pop assoldato
da un governo destrorso per fare prima da
parafulmine della protesta giovanile e
quindi da paciere religioso: rockstar e fan
trascolorano in profeta e adepti, ma la
musica non cambia. Semmai cambia il
registro, che diviene biografico in Sid and
Nancy, realistica trasposizione targata Alex
Cox dell’amore molesto, fesso e distruttivo
tra il vocalist dei Sex Pistols Sid Vicious,
interpretato da un giovanissimo Gary
Oldman, e l’eroinomane americana Nancy
Spungen. Sempre negli anni Ottanta, Pink
Floyd - The Wall di Alan Parker aveva
visualizzato metaforicamente, ovvero senza
parole e con inserti animati, il celeberrimo
album omonimo, mentre Absolute
Beginners apriva le inquadrature al fascino
di David Bowie. Lo Ziggy Stardust del
glam-rock ritorna sotto mentite spoglie,
quelle di Jonathan Rhys-Meyers, in Velvet
Goldmine diretto nel 1998 da Todd
Haynes, con Ewan McGregor novello Iggy
Pop. Revival nostalgico e lussureggiante,
con una colonna sonora da brivido (T-Rex,
Roxy Music, Lou Reed, Placebo) che
rivaleggia con quella di The Commitments
di Alan Parker, tributo alla musica soul
perché – sostengono i protagonisti - “gli
irlandesi sono i neri d’Europa, i dublinesi
sono i neri d’Irlanda e noi siamo i neri di
Dublino”.
Da Ethan Hawke a Nicole Kidman e Robbie
Williams sulle note di Sinatra:
dubbi gli esiti dei divi al microfono
Velvet Goldmine e Tommy. Nelle foto piccole Privilege
e Quadrophenia
Aprile 2006 RdC 55
Punto critico: manuale per
sopravvivere alle uscite in sala
RADIO AMERICA
Altman malinconico e commovente. Aggiorna Nashville e celebra con poesia la fine di un’epoca
IN USCITA
Come Moulin Rouge! di
Luhrmann è la panoramica
fibrillante, attuale, del sincretismo del
Novecento Picture Show occidentale,
nelle forme della contaminazione, del
riciclaggio, del lirismo, Radio America è
il romanzo della malinconica sorte
dell’umanesimo di quel Picture Show,
che cerca, più che un fine, “il senso
della fine”, come direbbe il critico
inglese Frank Kermode. La fusione dei
piani temporali è il motore di quella
malinconia. Al Fitzgerald Theater di St.
Paul, Minnesota, sta per cominciare
l’ultima puntata del programma
radiofonico più celebre degli Stati Uniti
d’America. Meryl Streep e Lily Tomlin,
le sorelle Yolanda e Rhonda, vestite da
ragazze di prateria cantano country
blues in microfoni zigrinati a patata,
anni ‘50, ma sulle aste di fianco ci sono
anche gli shure direzionali anni ’70.
Kevin Kline, detto Guy Noir,
sorvegliante della compagnia vestito in
doppiopetto anni ‘40, mima il private
eye di Chandler, seduto al bar nella luce
opaca e di taglio dei quadri di Hopper.
Woody Harrelson e John C. Reilly fanno
in duo “Whoop-I-Ti-Yi-Yo” con
l’impermeabile, il cappellaccio e la
pistola del vecchio West. La
coordinatrice incinta del radio-show A
Prairie Home Companion, programma
del Minnesota in onda dal ‘74 su 588
canali locali, usa una cuffia dinamica di
collegamento regia anni ‘80. Il magnate
Tommy Lee Jones che ha deciso di
chiudere lo show e fare un museo,
arriva con una limousine Chrysler di
oggi. Tempi diversi emergono e si
fondono. C’è anche un angelo bianco,
Virginia Madsen con l’impermeabile di
Humphrey Bogart e l’ondulata lucida
acconciatura delle dark lady. Lei veglia
sulla morte improvvisa di un cantante,
veglia sulla fine del programma e sulla
fine accorata di tutto, veglia sulla
chiusura del sipario nello sguardo
commosso e divertito del regista di
M.A.S.H., California Poker e America
oggi. Diretto nell’ombra del giovane Paul
Thomas Anderson per mancanza di
copertura assicurativa (“era la mia
ombra silenziosa e discreta” ha detto
Altman), A Prairie Home Companion è il
Nashville dell’allegra morte,
RICICLAGGIO E LIRISMO RICORDANO MOULIN ROUGE. IL
RISULTATO EMOZIONA E DIVERTE FINO ALLE LACRIME
emozionante e divertente fino alle
lacrime, mozartiano rockblues
d’America accolto con applausi calorosi
a Berlino dove era in concorso per
eccellenza di modestia. E giustamente
non è stato premiato per provata
dotazione fuoriclasse. Ai tempi di
Nashville, che ordinava il caos di una
società liberandolo, sul rapporto tra
cinema e realtà Altman fu esplicito: “Il
cinema è uno specchio. Non si può
mostrare la realtà. Realtà è accettare
tutto, la realtà è caos, è stupida, mentre
la fantasia è ordine. Per questo
attraversiamo la realtà per giungere
alla fantasia, dove tentiamo di dare
senso al non-senso, che è la realtà”. Il
cubismo morbido e infallibile di Radio
America mette in gioco questo
rapporto come motivo centrale
dell’opera, l’America-cinema come
specchio dell’America-realtà. Vien da
chiedersi come sia possibile tanta
struggente ampiezza di sguardo, ormai
“oltre” gli Stati Uniti come societàspettacolo, oltre l’Incubo che aveva
sostituito il Sogno, nel cuore tenero
dello “spegnimento”. Perché Altman ha
scelto A Prairie come show modello del
percorso, ma soprattutto del risultato?
Forse per la sua natura country
californiana, nel senso che suggerisce
Baudrillard: “Tutta l’America è diventata
californiana” scrive. Di fianco all’ascesa
di New York, Baudrillard parla del
successo di Dallas nel nome del
reaganismo post Nashville e del
conseguente regime culturale, che oggi
ammiriamo nell’erede Schwarzenegger,
governatore di California. In un capitolo
dei Minima moralia intitolato Dietro lo
specchio, Adorno scrive: “Prima regola
di prudenza dello scrittore: esaminare
ogni testo, ogni brano, ogni periodo e
chiedersi se il motivo centrale emerge
con sufficiente chiarezza. Uno è
talmente preso da quello che vuol dire,
è ‘troppo nei suoi pensieri’ e dimentica
di dire quello che vuole”. Altman
controlla tutto e dice quello che vuole.
E’ forse il suo film più chiaro a cercare
un senso mentre espone il metodo.
SILVIO DANESE
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
56 RdC Aprile 2006
ROBERT ALTMAN
Meryl Streep, Kevin Kline, Lily Tomlin
Commedia, Colore
Medusa
103’
iFilmDelMese
Aprile 2006 RdC 57
iFilmDelMese
NANNY MCPHEE
Brava Emma Thompson in una fiaba nostalgica che strizza l’occhio a Mary Poppins
IN USCITA
Il fascino imperituro della babysitter: comportamento libero e
ottimista quello della signora Poppins,
che arriva sospinta dal vento con
immancabile ombrello e dà
inossidabili lezioni morali; ugola d’oro
anch’essa, ma toccata da
romanticismo austriaco anziché
flemma anglosassone, balla e
s’innamora l’indimenticabile Maria,
che “appassionatamente” scorazza
per Salisburgo e montagne adiacenti.
Infine, ecco il sorriso misterioso che si
staglia sul viso, non troppo gradevole
in verità, della signora McPhee. Sono
tutte gentili dame che arrivano in
DIVERTENTE IL VEDOVO COLIN FIRTH
ALLE PRESE CON TANTE PICCOLE PESTI
58 RdC Aprile 2006
soccorso di padri disperati e mariti
tristi e soli, alle prese con pargoletti
scatenati e dispettosi che variano da
un minimo di due a un massimo di
sette. Che è anche il numero della
progenie di Cedric Brown, qui un
divertente Colin Firth, neo-vedovo alle
prese con i sette pestiferi, appunto,
che sono riusciti a scacciare già
diciassette nannies terrorizzate. Ma la
diciottesima no, non si lascerà
intimidire affatto: Emma Thompson è
dotata anche lei, naturalmente, di
magici poteri, oltre che di un dente e
di un naso enormi, alcuni nei pelosi ed
un bastone che fa scintille. Arriva
quando meno te l’aspetti, è di
pochissime parole e ti aiuta seguendo
una sua ben precisa logica: quando
non la vuoi, ma ne hai bisogno, lei
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
KIRK JONES
Emma Thompson, Colin Firth
Commedia, Colore
Eagle Pictures
97’
rimane; quando la vuoi, ma non ne ha
più bisogno, lei se ne va. In questa
bella favola scritta come trilogia negli
anni ’60 dalla giallista Christianna
Brand e diretta con molto garbo da
Kirk Jones (la sceneggiatura è della
stessa Thompson), la nuova nanny –
circondata da attrici altrettanto
fantastiche come Angela Lansbury,
Imelda Staunton e Celia Imrie –, mette
ordine, dà lezioni di buone maniere,
insegna cinque semplici regole, tra le
quali saper ascoltare ed essere
coscienti che le proprie azioni
producono sempre conseguenze,
anche inaspettate. Come in ogni fiaba,
tutto s’aggiusta. Ma, come in ogni
fiaba, un pizzico di nostalgia rimane: è
il loro profumo inconfondibile.
LUCA PELLEGRINI
IN SALA
FALSE VERITA’
Cabaret e star-system per riflettere sui meccanismi della memoria
ANTEPRIMA
DOOM
Horror da videogame con vocazione
splatter. Senza troppe pretese
“La tecnologia ci costringe a
fronteggiare questioni quali la
perdita e la preservazione che la nostra
memoria comporta. La memoria ci
permette di dimenticare alcune cose e
forse proprio quelle cose le
dimentichiamo per il bisogno stesso di
dimenticarle. C’è un processo organico
nell’ambito del quale alcuni ricordi
vengono lasciati cadere. Ma la
tecnologia regala sempre al passato
una consistenza da eterno presente.
Elimina qualsiasi idea di distanza
organica”. Così afferma Atom Egoyan
(da Il movente di un’immagine), sul filo
rosso che giace nel sottotesto del suo
cinema. Invidiabile è quindi la sua
coerenza in un percorso artistico che
fonda la poetica sul continuo
aggiornamento
dell’ossessione/riflessione sul mezzo
tecnologico e della voracità verso il
trauma della memoria che rende
instabile la verità dell’immagine. Il
regista armeno declina questa volta il
soggetto del film su un terreno che
ammicca allo star-system senza
scadere nella visione moralistica del
sociale. Lanny Morris e Vince Collins
sono due entertainer dei favolosi anni
cinquanta statunitensi, specializzati in
maratone televisive per disabili. Non
mancano il cabaret e le nottate nei
night, come la mafia che taglieggia e le
gelosie alla Rat Pack, nonché il fine
turno in una camera d’albergo dove ci
rimette la pelle la giovane Maureen,
cameriera con l’hobby del giornalismo.
Scatta così il meccanismo egoyaniano,
alla ricerca non tanto della verità, ma
del percorso attraverso il quale essa
può essere compresa e infine, ma è
secondario, disvelata. L’origine del
viaggio è una memoria scritta al
presente, su quelle porzioni di tempo di
Vince e Lanny, che sono i ricordi
nell’attimo in cui vengono raccontati.
Avvenimenti del passato che appaiono
sempre fermI, blocchi di tempo nella
coscienza dei personaggi, che faticano
a proseguire se prima non hanno
incontrato e frantumato, assimilandolo,
il ricordo. Artefice di questa
frantumazione sono sia la giovane
giornalista Karen che vuole vederci
chiaro sulla morte di Maureen, sia il
mezzo tecnologico, un vecchio nastro
magnetico. E nonostante la fredda e
asettica messa in scena, l’Egoyan di
False verità è quanto di più
concettualmente intimo ci potesse
offrire: essenza e senso ultimo di quello
specchio di illusioni che è l’immagine
cinematografica.
DAVIDE TURRINI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ATOM EGOYAN
Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman
Drammatico, Colore
Fandango
108’
Come negli
altri film
di Egoyan
torna
l’ossessione
per il mezzo
tecnologico
e il rapporto
fra ricordi
e verità
Ispirato al famoso videogioco
dallo stesso nome, Doom segue
una trama non particolarmente
originale che sembra portare con sé
innumerevoli suggestioni provenienti
da tanti film di fantascienza entrati
nell’immaginario collettivo. Un
po’Alien, un po’ film sugli zombie,
Doom è un horror dinamico dalla
vocazione splatter esattamente come
la serie di tre videogames cui è stata
ispirata e in cui onore, ad un certo
punto della narrazione, replica il punto
di vista in primo piano con tanto di
mitragliatore. Tutto inizia in un futuro
lontano quando qualcosa di strano
accade su Marte. Dei mostri di cui non
è chiara l’origine stanno iniziando a
decimare gli scienziati che lavorano
sul Pianeta Rosso. Un gruppo di
Marines guidato da Sarge (The Rock)
e da Reaper (Karl Urban) vengono
inviati per fermare la minaccia. Lo
scenario che si presenta dinanzi ai
loro occhi è raccapricciante: gli
esseri umani massacrati subiscono
una mutazione in qualcosa di
spaventoso. Per quale motivo accade
tutto questo? Chi è il loro nemico e
come possono fermarlo? Pur
essendo un film commerciale, Doom
è l’esempio perfetto di un tentativo
non riuscito, apprezzabile, se non
altro, per lo sforzo e per un certo
intuito. L’ironia muscolare di The
Rock mescolata alle suggestioni
paraletterarie di un’avventura
ambientata su Marte tra archeologia
fantastica e bio-ingegneria riescono
a divertire in maniera facile, facile,
sebbene non a interessare.
MARCO SPAGNOLI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ANDRZEJ BARTKOWIAK
Karl Urban, Rosamund Pike, The Rock
Fantascienza, Colore
Uip
113’
Aprile 2006 RdC 59
iFilmDelMese
ZATHURA
Jumanji dieci anni dopo. Il gioco prosegue
nello spazio e in tono minore
Pesca una carta e l’avventura ha
inizio! “Doccia di meteoriti –
trovate un’alternativa”, recita la prima.
Una decina di anni fa erano irrequieti e
pericolosi animali della giungla ad
invadere un tranquillo borgo del New
England. Ora il gioco si trasferisce nello
spazio. A calabroni giganti, scimmie
dispettose, rinoceronti imbizzarriti e
spaventosi rampicanti si sostituiscono
meteoriti a grappolo, un robot ottuso e
micidiale, lucertoloni affamati e un
astronauta disperso e un poco stupido.
Si tratta di Zathura, gioco-film che
dell’affine Jumanji sembra essere la
prosecuzione tardiva, grazie alla
comune ispirazione del soggetto frutto
dell’arguta penna di Chris Van Allsburg.
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
IN USCITA
Presenza poco carismatica oggi di Tim
Robbins, molto più divertente la
precedente di Robin Williams. Così
come diversa, e in difetto, la simpatia
dei due giovanissimi protagonisti e
l’andamento a sorpresa della regia,
questa volta di Jon Favreau. Ma il
senso dell’avventura e
dell’imponderabile che
inaspettatamente invadono, grazie ad
un innocuo “board game”, la quieta e
JON FAVREAU
Tim Robbins, Jonah Bobo
Fantascienza, Colore
Sony Pictures
113’
ripetitiva realtà di una famiglia, non
mancano: la casa di Danny e Walter è
risucchiata nello spazio mentre la
petulante sorella si congela subito, la
competizione si fa ansiogena e la fine
(del gioco, del film) irta di inaspettate
sorprese. E’ questo il senso della fiaba
moderna, che per fortuna alla violenza
sostituisce l’imponderabile fascino
della fantasia.
LUCA PELLEGRINI
LA VITA SEGRETA DELLE PAROLE
Sintassi sentimentale schiva e profonda. Con un intenso Tim Robbins
Una piattaforma sul mare. Una
fragile isola costruita dall’uomo.
Con venticinque milioni di onde che vi
sbattono contro. Un luogo dello spirito
dove suturare le ferite del passato.
Grazie a quella forza misteriosa che
sola può sottrarre all’autoreclusione
una donna solitaria (Sarah Polley) e un
uomo gravemente ustionato (Tim
Robbins). Lei è sorda, lui ha perso
temporaneamente la vista. E
temporaneamente anche la donna
sceglie di non sentire, di estraniarsi da
una realtà - quella della guerra dei
Balcani - che l’ha brutalizzata. Lo
schermo accoglie la mutua assistenza
della coppia, fatta di segreti,
astensioni, bugie insondabili e verità
recondite. Una sintassi sentimentale.
Una sintassi paratattica, ovvero di
grado zero. L’unica possibile dopo la
violenza inferta ai corpi, ai cuori e alle
parole. Assassinate dal genocidio
balcanico o infuocate da un livre de
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ISABEL COIXET
Tim Robbins, Sarah Polley
Drammatico, Colore
BIM
112’
60 RdC Aprile 2006
IN SALA
chevet intromesso nella relazione
amorosa tra il proprio miglior amico e
sua moglie. Parole negate, rifiutate e
infine resuscitate. Con estrema
pazienza, movimenti impercettibili,
pause prolungate ed empatia. L’unico
rimedio per scoprire quale sia la vita
segreta delle parole e delle persone,
che niente - almeno nella finzione
cinematografica - può cancellare. Con
riferimenti non invasivi a Le onde del
destino, Parla con lei e Mare dentro, la
catalana Isabel Coixet firma un’opera
seconda schiva quanto profonda.
Segreta e vitale.
FEDERICO PONTIGGIA
LA GUERRA DEI FIORI ROSSI
La ribellione di un bambino contro le follie del regime. Ottimo il protagonista
ANTEPRIMA
Zhang Yuan ammicca e diverte
con l’odissea di un piccolo ribelle
in un asilo cinese. Vera e propria
colonna del film, presentato nella
sezione Panorama dell’ultima
Berlinale, è il sorprendente Qiang,
bambino di quattro anni riottoso e
perennemente imbronciato. Relegati
gli adulti al ruolo di semplici
comprimari, il regista Leone d’Argento
a Venezia nel ’99 con Diciassette
anni, gli affianca la figlioletta e una
schiera di piccoli e improvvisati attori.
Peso della storia e meriti del film sono
tutti sulle loro spalle. Più delle parole
è la straordinaria mimica a bucare lo
schermo: smorfie, sguardi e movenze
UN ASILO CINESE DIVENTA LUOGO E
METAFORA DELLA REPRESSIONE DI STATO
che strizzano l’occhio allo spettatore,
mirando più allo stomaco che
all’intelletto. Scelta furba ma efficace,
per cui Zhang Yuang ha addirittura
ricostruito un intero asilo,
simulandone ruoli e dinamiche.
Soltanto così è riuscito a far “recitare”
lo squadrone degli oltre venti bambini.
Del mondo di fuori non trapela nulla.
L’universo di riferimento è quello di
Qiang: l’istituto in cui è stato messo
dai genitori che non hanno tempo di
badare a lui. Il volto imbronciato
esprime fin dall’inizio il suo
disappunto. Restio alla disciplina
quasi militare, dichiara così guerra
alla società. A un’educazione che lo
vorrebbe irreggimentare come un
soldatino, risponde con disarmante
spontaneità e purezza infantile. Non
va al bagno quando dovrebbe,
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ZHANG YUAN
Dong Bowen, Ning Yuanyuan, Zhao Rui
Drammatico, Colore
Istituto Luce
107’
continua a fare la pipì a letto, si
rifiuta di rispondere alle maestre.
Come quello del regista, anche il suo
è un grido contro la follia del sistema.
Una denuncia estrema e non mediata
dell’omologazione, che si snoda in un
primo momento più come
successione di rocambolesche
disavventure, che seguendo un vero
e proprio sviluppo narrativo.
Gradualmente prende però corpo la
sua parabola: conosce l’amicizia con
la piccola Nanyan, fa proseliti per la
causa della ribellione. La storia,
cinese e del film, non lascia però
spazio al lieto fine: proprio quando i
germi della rivolta e della spontaneità
sembrano diffondersi, sul piccolo
Qiang si abbatte durissima la
repressione.
DIEGO GIULIANI
Aprile 2006 RdC 61
iFilmDelMese
PROVA A INCASTRARMI
Lumet fra cinismo e denuncia. Vin Diesel rivelazione nel ruolo del mafioso
IN SALA
Noto come uno dei padri
fondatori del film giudiziario
(entrò nel cinema, proveniente dalla tv,
con La parola ai giurati, 1957), nel corso
degli ultimi cinquant’anni Sidney Lumet
ha continuato a praticare il genere
courtroom-movie: a volte con ottimi
risultati (Il verdetto), in altri casi (Per
legittima accusa) con esiti discutibili.
Benché l’uomo sia un convinto
democratico, nel lungo tragitto
all’interno del filone ha manifestato un
progressivo disincanto, passando
dall’aula di tribunale come luogo del
trionfo della verità a una coloritura
assai più pessimistica. In Prova a
IL PERSONAGGIO DEL BOSS ISPIRA AL
CONTEMPO SIMPATIA E REPULSIONE
62 RdC Aprile 2006
incastrarmi, l’ultraottantenne regista di
Philadelphia arriva a esporsi al sospetto
di cinismo, anche se frutto di un
disincanto che tinge di scuro l’impianto
– da commedia – del film. A partire da
un episodio autentico, il processo
d’assise alla famiglia mafiosa Lucchese
(uno dei più lunghi della storia forense
americana), Lumet focalizza sul
personaggio di Giacomo “Jackie Dee”
Di Norscio, membro della cosca già
condannato a trent’anni di detenzione.
Deponendo contro gli “amici” (hanno
attentato alla sua vita e, durante il
processo, lo fanno pestare a sangue in
cella), l’uomo potrebbe ottenere uno
sconto della pena; invece Jackie, che
non ha alcuna fiducia nel sistema
giudiziario, respinge quella che ritiene
una proposta di tradimento e assume
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
SIDNEY LUMET
Vin Diesel, Peter Dinklage
Drammatico, Colore
Medusa
125’
un doppio ruolo: oltre ad accusato, sarà
anche difensore di se stesso. Quasi
interamente ambientato nell’aula, il film
focalizza sul personaggio: leale, ironico,
di battuta pronta, quanto basta per
lasciar affiorare dal “gangster” la
vocazione del “gagster”, il criminalelegale sorprende tutti, facendo
prendere al processo pieghe
inaspettate. Come è una sorpresa
l’interpretazione di Vin Diesel, il quale
rinuncia ai soliti eroi dalle grosse
braccia per animarne uno complesso,
che ispira al contempo simpatia e
repulsione. A lasciar perplessi è il finale,
un happy end (basato su fatti reali) che
ribadisce il valore della “famiglia” in
tono di certo grottesco, ma anche
parecchio ambiguo.
ROBERTO NEPOTI
ANTEPRIMA
IL SUO NOME E’ TSOTSI
Commovente storia di redenzione e speranza. Dal Sudafrica all’Oscar
IN SALA
MATER
NATURA
Pasticcio napoletano in salsa trans.
Indigesto e buonista
Questo è il film che nessuno
voleva. La storia di un
diciannovenne di nome Tsotsi, capo di
una banda di disadattati nella periferia
di Johannesburg, era considerata anticinematografica. Ma la statuetta come
miglior film straniero ha premiato gli
sforzi del produttore Peter Fudakowski,
che per oltre vent’anni ha lottato per
portare sullo schermo l’omonimo
romanzo di Athol Fugard, pubblicato nel
1980. “Tsotsi” nel linguaggio dei ghetti
sudafricani significa “gangster”. La vita
del giovane – interpretato dal
bravissimo esordiente Presley
Chweneyagae - precipita quando spara
a una donna per rubarle l’auto, senza
accorgersi che sul sedile posteriore c’è
il figlio di pochi mesi. Incapace di
abbandonarlo nella vettura, lo porta
con sé e cerca – a volte con esiti
catastrofici - di prendersene cura. Inizia
così, involontariamente, il suo cammino
di redenzione. Ma non c’è riscatto senza
dolore nella periferia: la ricerca di un
senso morale procede di pari passo con
l’escalation della violenza. E ci scappa
anche un morto. Il senso di colpa
prende allora il sopravvento e Tsotsi
trova rifugio solo nella totale resa alla
giustizia, senza però abbandonare la
speranza di un futuro ancora possibile.
Commuove il suo pianto liberatorio
finale, simbolo di un’infanzia negata che
prende il sopravvento e chiede una
rivincita. Costruito come un thriller – il
montaggio è veloce, il ritmo serrato e
scandito dalla “Kwaito”, la musica
dance popolare sudafricana - ma
capace di un approfondimento che lo
allontana anni luce dal genere, Il suo
nome è Tsotsi possiede un’energia
simile a quella di City of God e The
Constant Gardener. Parte integrante
del film diventano anche gli squallidi
quartieri di periferia, le case in lamiera,
i depositi abusivi di macchine rubate,
i cilindri di cemento dove i ragazzini
abbandonati cercano riparo. E dove
l’opposizione tra povertà e ricchezza,
grattacieli e baraccopoli, non interessa
solo la città di Johannesburg ma
assume un significato universale.
Interpretato da un cast di sconosciuti –
tra cui spicca per bellezza e bravura
l’esordiente Terry Pheto -, fotografato
benissimo e diretto con grande capacità
narrativa dal poco più che esordiente
Gavin Hood – molti e intensi i primi piani
che permettono di guardare i
protagonisti direttamente negli occhi Il suo nome è Tsotsi è un segnale di
speranza per il rilancio del cinema
sudafricano.
ANDREA AGOSTINI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
GAVIN HOOD
Presley Chweneyagae, Terry Pheto
Drammatico, Colore
Mikado
91’
Il contrasto
fra ricchi e
poveri,
grattacieli e
baraccopoli
varca i confini
per assumere
una valenza
universale
Desiderio è un giovane
transessuale: per vivere, si
prostituisce. Dopo aver conosciuto
Andrea, il gestore di un autolavaggio, se
ne innamora e decide di abbandonare
la strada. Ma Desiderio ignora che
Andrea abbia una fidanzata e stia per
sposarla. Privato anche dell’affetto dei
genitori, che non accettano la sua
diversità, Desiderio si rifugia tra gli
eccentrici amici, che si dividono
equamente tra marchette e
filodrammatica: l’intellettuale
Massimino, che si atteggia a Montessori
del vicoletto; Europa, sofferente per
l’impossibile maternità, e il perverso
Sue Ellen. Progetto comune: aprire un
“agrifuturismo” che sia al contempo
consultorio psicologico per uomini in
crisi. Folklore, colori, battute socialfacete di Vladimir Luxuria, psicologismo
da avanspettacolo: l’opera prima di
Massimo Andrei è un pasticcio
napoletano in salsa trans. Abbastanza
indigesto sul piano drammaturgico,
stilisticamente insipido ed
emotivamente fuori controllo: quel
piccolo mondo contemporaneo che
Mater Natura vorrebbe cantare è già
stonato prima di aprire bocca. Fuori
chiave per il bozzettismo degli affetti di
stampo buonista: è questa la sola via
percorribile dal cinema italiano per
accostare la “diversità”? Non
crediamo. E che dire a questo
proposito della scelta ideologicamente
suicida di far interpretare il trans
chiamato Desiderio non da un vero
transessuale, ma dalla bella Maria Pia
Calzone? Snaturato.
FEDERICO PONTIGGIA
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
MASSIMO ANDREI
Maria Pia Calzone, Vladimir Luxuria
Commedia, Colore
Istituto Luce
94’
Aprile 2006 RdC 63
iFilmDelMese
TRISTANO & ISOTTA
Dalla celebre epopea celtica, l’ennesima opera
in costume che non lascia il segno
Con la caduta dell’Impero
Romano, la sopravvivenza delle
varie tribù inglesi è continuamente
minacciata dalle offensive irlandesi.
L’unico modo per provare ad averla
vinta, come propugnato da Lord Marke
(Rufus Sewell), sarà trovare nella
costituzione di un’unica nazione lo
scudo più resistente per controbattere
il nemico. Il più valoroso dei guerrieri
inglesi, adottato e cresciuto dallo
stesso Marke è Tristano (James
Franco). Ferito dopo una battaglia e
creduto spacciato, viene allontanato
su un’imbarcazione verso la morte
serena. Ma ad accoglierlo sulle altre
sponde sarà Isotta (Sophia Myles),
irlandese figlia del crudele re
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
IN USCITA
Donnchadn che, in gran segreto e
sotto mentite spoglie, lo curerà per poi
innamorarsene (ricambiata)
perdutamente. Da una delle più
antiche e leggendarie epopee d’amore
(di origine celtica, raccolta dai trovieri
verso la fine del XII secolo), i due
fratelli Scott (Tony e Ridley) hanno ben
deciso di produrre il progetto di Dean
Georgaris, diretto da Kevin Reynolds
(Fandango, Rapa Nui, Waterworld).
KEVIN REYNOLDS
James Franco, Sophia Myles
Drammatico, Colore
20th Century Fox
125’
Quello che ne è venuto fuori – a parte
le ovvie libertà narrative che già di per
sé una storia “non ufficiale” porta con
sé quale background di presentazione
– è nulla più che l’ennesimo film in
costume di amori e guerre, nemmeno
palesemente brutto ma
fondamentalmente inutile. Cosa,
questa, che lo relegherà ancor prima
nel cassonetto dell’oblio.
VALERIO SAMMARCO
SE SOLO FOSSE VERO
Commedia gradevole (e prevedibile) sulla scia di Ghost. Con Reese Witherspoon fresca di statuetta
Capita anche questa volta che il
cielo sia costretto ad attendere: la
forza dell’amore, una logica
soprannaturale e il prepotente
desiderio di vita non permettono che il
corpo e l’anima della generosa e dolce
Elizabeth – fa il medico, ed è un aspetto
non secondario del film –, all’indomani
di un tragico incidente che l’ha ridotta
in coma, se ne debbano andare
lasciando casa, lavoro, piaceri, terra e
l’innamoratissimo David. Commedia
dallo “spirito allegro”, di sapore
cowardiano, tutta sospesa tra fantasia e
realtà, nella quale appunto lei – il
recentissimo premio Oscar Reese
Witherspoon – non riesce a staccarsi
dalle cose belle della vita, e lui – un
Mark Ruffalo solare e meno tenebroso
del solito – dalla cosa più bella della vita
e che solo lui riesce a vedere e sentire,
generando non pochi equivoci. Il suo
scopo diventa quello di piegare le leggi
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
MARK WATERS
Reese Witherspoon, Mark Ruffalo
Commedia, Colore
Uip
95’
64 RdC Aprile 2006
ANTEPRIMA
della natura e salvare quelle dei
sentimenti. Il luogo dell’incontro diventa
l’appartamento lasciato vuoto e che il
destino illuminerà di incomprensioni,
sbigottimenti e qualche divertente
battuta. Commedia dolce e deliziosa,
insomma, certo prevedibile, ma nella
quale il meccanismo già sperimentato
anni or sono con Ghost funziona a
meraviglia, soprattutto nella prima
parte in cui le lacrime, per fortuna,
ancora non bagnano la strada verso
l’“happy ending” che Mark Waters, il
regista, inevitabilmente condisce di
baci, fiori, sorrisi e romantico tramonto.
LUCA PELLEGRINI
INDIAN - LA GRANDE SFIDA
Una moto da record per un insolito Anthony Hopkins. Ma il film perde colpi nel tragitto
IN SALA
Indian – La grande sfida racconta
la storia vera di Burt Munro, un
settantaduenne neozelandese
impegnato a realizzare un sogno lungo
venticinque anni: battere il record
mondiale sulla sua motocicletta Indian
Scout nelle saline di Bonneville, Utah,
nel 1963. Munro ricostruisce e modifica
la sua vecchia moto, progettata nel
1920 per non superare i 60 km/h,
raccoglie i fondi risparmiati, ipoteca la
sua casa per finanziarsi il viaggio dalla
Nuova Zelanda agli Stati Uniti. Qui la
sua personalità schietta e aperta lo
porta a fugaci quanto significativi
incontri: un travestito, un venditore di
IL REGISTRO DELL’INTERPRETAZIONE
E’ COMPLETAMENTE NUOVO
automobili usate, un nativo americano
e una vedova. Tappe intermedie sulla
strada del sogno: il suo bolide carenato
vola a oltre 350 km/h, record
perfezionato negli anni seguenti e
rimasto imbattuto dal 1967.
Nell’endemica mancanza di originalità
del cinema contemporaneo, la storia di
Burt Munro non ha minor meriti di altre
recentemente adattate per il grande
schermo. L’interpretazione di Anthony
Hopkins è per intensità e pulizia
straordinaria, giocata su registri da cui
l’attore gallese latitava da tempo. Le
sequenze motociclistiche sono
indubbiamente affascinanti. Che cosa,
dunque, non ci convince? Forse il fatto
che – secondo la definizione di Todd
McCarthy di Variety – il film è un
“Rocky geriatrico”, ispirato –
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
ROGER DONALDSON
Anthony Hopkins, Chris Bruno
Avventura, Colore
IIF
124’
aggiungiamo noi – dalla medesima
certezza nella vittoria finale e
sovraccaricato dall’indulgenza per l’età
avanzata del protagonista. Indulgenza
acquistata nel buonismo di Munro, nella
sua ingenuità disarmante e nella sua
costante affabilità. Per lui il sole
dell’avvenire non conosce nemmeno
nuvole passeggere. Burt Munro non si
fa mancare niente: pronta
comprensione dell’identità en travesti,
scappatella con vedova dopo visita al
defunto marito, cuore che barcolla ma
non molla. Dove è la fatica, la sconfitta,
la disillusione? Celebrare un record non
significa occultare il sangue e le lacrime
che l’hanno costruito. Raccontare la
vecchiaia non implica eluderne le
rughe. Altrimenti, il motore si ingolfa.
FEDERICO PONTIGGIA
Aprile 2006 RdC 65
iFilmDelMese
THE PRODUCERS
Strepitosa Uma Thurman, in un musical satirico sullo showbusiness
IN SALA
The Producers rappresenta un
caso interessante nella storia
del cinema. Nato nel 1968 come film
(intitolato in italiano Per favore non
toccate le vecchiette) nel duemila è
diventato un musical di successo a
Broadway. Il tutto esaurito nei teatri
mondiali (tra cui l’Italia dove è
interpretato da Ezio Greggio e
Gianluca Guidi), l’ha poi trasformato
in un film prodotto dallo
sceneggiatore e regista dell’originale
Mel Brooks e diretto da Susan
Stroman. Quasi quaranta anni dopo
l’Oscar che premiò la sceneggiatura
Per favore non toccate le vecchiette
(e non quella del concorrente 2001
FORTE L’ECO DELLO SPETTACOLO DI
BROADWAY CHE L’HA ISPIRATO
66 RdC Aprile 2006
Odissea dello spazio…) la storia di
due improbabili impresari che
vogliono mettere su il peggiore
musical della storia di Broadway è
ancora ricca di fascino e suggestioni.
Soprattutto perché arricchita dalle
interpretazioni di una strepitosa Uma
Thurman e di un irresistibile Will
Ferrell nei panni di un eccentrico
nostalgico nazista. Protagonista è un
giovane revisore dei conti (Matthew
Broderick) andato a lavorare da un
produttore reduce dall’ennesimo
flop. L’impresario interpretato dal
carismatico Nathan Lane ha poi una
singolare abitudine: per mantenere
se stesso e produrre i suoi fiaschi
seduce anziane e facoltose signore.
Quando il contabile nota che –
truccando un po’ i conti - un musical
che si rivela un fiasco può diventare
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
SUSAN STROMAN
Mattew Broderick, Uma Thurman
Musical, Colore
Sony Pictures
134’
molto redditizio per i produttori,
viene trascinato in una stravagante
avventura in cui i due uomini sono
intenzionati a produrre il peggiore
show di Broadway. La scelta cade su
Springtime for Hitler che ha tutti i
requisiti per essere un disastro
assoluto. Le cose, però, non vanno
come sperato. Anzi: quando lo
spettacolo verrà presentato in scena,
il pubblico griderà al capolavoro!
Elegante e divertente satira del
mondo dello showbusiness, The
Producers è un musical puro e molto
classico che – come unico, grande
difetto – ha quello di essere troppo
‘teatrale’ e di non essersi –
paradossalmente – del tutto
affrancato dalla sua matrice di
spettacolo di Broadway.
MARCO SPAGNOLI
IN SALA
LE PARTICELLE ELEMENTARI
Riduzione ambiziosa. Del romanzo di Houllebecq si perdono gli eccessi
ANTEPRIMA
IL FANTASMA DI
CORLEONE
Buono il documentario sul latitante
Bernardo Provenzano
Materia incandescente quella
delle Particelle elementari.
Famiglie in frantumi.
Spersonalizzazione dei rapporti.
Clonazione umana. Ci sono tutti i
fantasmi della società occidentale del
terzo millennio nel controverso
romanzo di Michelle Houllebecq. Titoloshock, che nel ’98 ha fatto parlare di sé
per scabrosità, disincanto, nichilismo.
Un’analisi illuminante, l’ha definita il
regista Oskar Röhler, che gli ha fornito
“una prospettiva nuova sul mondo”. La
missione di portarla sullo schermo
sembrerebbe a fronte di una simile
ambizione quasi impossibile. Röhler si
destreggia invece abbastanza bene.
Dalla sua il coraggioso produttore de La
caduta Bernd Eichinger e un cast
stellare in cui spiccano Moritz Bleibtreu
(non a caso premiato alla Berlinale) e i
meno noti Christian Ulmen e Martina
Gedeck, punta su una potente
edulcorazione degli aspetti più
“pornografici” del romanzo. Smussati
gli angoli ed epurate dall’insistenza sul
sesso, le sue Particelle elementari
rimangono comunque un fedele
specchio di tante paure di oggi.
Aspirazione che sottende l’intera storia
è quella ad una riproduzione asessuata,
senza contatto e senza conflitti, come
chiave di un’esistenza idilliaca. A
rappresentarla è sullo schermo il
rapporto fra Bruno e Michael, due
fratellastri agli antipodi ma accomunati
da esistenze ugualmente fallimentari,
figli di una generazione allo sbando.
Bravissimo Bleibtreu nell’incarnare il
primo: professore di liceo, frustrato e in
preda a sempre più incontrollabili
attenzioni nei confronti delle sue
alunne. Ancora superiore, per le
sfumature che gli offre il ruolo, è poi
Ulmen nella parte del biologo
molecolare sconfitto e tanto alienato
dai rapporti con le donne, da riversare i
suoi fantasmi in una ricerca sulla
clonazione che elimini il sesso dai
rapporti umani. L’illusoria speranza che
i due sembrano ritrovare nell’amore
(incarnato da due ottime comprimarie),
si aggiunge poi alla spietata critica del
’68 che Röhler affida al personaggio
della madre hippie. Tutti temi a lui cari,
che affronta però con timore quasi
reverenziale. Quasi che scottasse
troppo, la materia incandescente del
romanzo, per affrontarla con i dovuti
eccessi, cede spesso all’alleggerimento
e al grottesco. Troppe frenate, per un
film che avrebbe trovato la sua forza
nel coraggio di tuffarsi lucidamente
nella disperazione da cui proviene.
DIEGO GIULIANI
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
OSKAR RÖHLER
Moritz Bleibtreu, Christian Ulmen
Drammatico, Colore
Lucky Red
105’
Ottimo il
cast corale.
Da Bleibtreu,
premiato alla
Berlinale, ai
volti meno
noti di Ulmen
e Gedeck
Già autore del buon Diario di
una siciliana ribelle, sulla
pentita Rita Adria, Marco Amenta
firma un documentario, Il fantasma
di Corleone, in cui torna a parlare di
mafia per indagare sulla misteriosa
figura del boss Bernardo
Provenzano. Il documentarista
ripercorre la storia (e il mistero) del
Padrino di Corleone, latitante dal
1963, mescolando realtà e
ricostruzione storica. Il risultato è un
quasi-thriller avvincente e a tratti
ricco di suspense, nel quale
ripercorre l’ascesa al potere di
Provenzano, la sua fuga all’estero, i
numerosi tentativi di cattura e come,
nonostante tutto, egli riesca a
mantenere il controllo su Cosa
Nostra. Il tutto alternando ai rari
momenti di fiction (per i quali si
affida all’attore Marcello Mazzarella)
le preziose testimonianze di
Giuseppe Linares, giovane capo della
squadra mobile di Trapani e autore
negli ultimi anni della cattura di
numerosi latitanti, e Roberto
Scarpinato, Procuratore aggiunto di
Palermo e memoria storica della
lunga battaglia dello Stato contro la
mafia. E ancora a filmati di
repertorio sulle stragi di Capaci e Via
D’Amelio in cui persero la vita i
magistrati Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, sulle altre vittime della
mafia, Pio La Torre, Boris Giuliano,
Carlo Alberto Dalla Chiesa, e su
malavitosi del calibro di Totò Riina,
Leoluca Bagarella, Luciano Liggio e
Giovanni Brusca.
ROSA ESPOSITO
REGIA
Genere
Distr.
Durata
MARCO AMENTA
Documentario, Colore
Pablo
80’
Aprile 2006 RdC 67
iFilmDelMese
ANGEL-A
Luc Besson torna alla regia. Con una tenera
fiaba d’amore
Piccolo, brutto, scuro, lui. Alta,
bionda, avvenente, lei. Gli opposti
si incontrano. A Parigi. Un rendez-vous
casuale quanto fatale: sia André che
Angela si stanno per suicidare
gettandosi da un ponte sulla Senna. Ed
entrambi si buttano. Lui perché i debiti
non gli lasciano scampo. Lei per
salvarlo. Tanto basta. Il ritorno di Luc
Besson alla regia dopo sei anni di
operosa latitanza si deve a un atto
d’amore, quello per la splendida
protagonista Rie Rasmussen: difficile
dargli torto. Pur mosso da – e forse
pure concluso in - ragioni sentimentali,
Angel-A non si rinchiude in
un’idiosincrasia affettiva impermeabile
dal pubblico, anzi aspira esplicitamente
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
IN SALA
a una universalità dai toni fiabeschi.
Una fiaba calata nella Parigi
contemporanea, politicamente tradotta
nell’anti-americanismo d’ordinanza e
nelle estemporanee tirate anti-razziste,
ma anche sottratta all’hic et nunc dalla
fotografia in bianco e nero del fedele
Thierry Arbogast. In questo territorio
contraddittorio Besson installa il
conflitto etico-pragmatico tra il
truffatore da strapazzo e l’angelo della
LUC BESSON
Jamel Debbouze, Rie Rasmussen
Drammatico, Bianconero
01 Distribution
90’
saggezza, che si riversa nella
corporeità, ovvero nella fisicità
antitetica dei protagonisti. Non c’è
storia, in fondo, ma non manca
sviluppo morale. Fortunatamente
Besson non si prende troppo sul serio,
lascia trapelare dalle immagini
l’occasionalità del progetto, quasi si
schermisce. E a noi quasi viene voglia
di assecondarlo.
FEDERICO PONTIGGIA
FUOCO SU DI ME
Uomini e generazioni a confronto, nella Napoli di Murat. Per riflettere su libertà e coraggio
Lo spiazzo davanti a un castello.
Il plotone schierato per la
fucilazione. Gioacchino Murat, ex re di
Napoli, ordina lui stesso il fuoco,
incitando di mirare al petto. Fra i boschi
il giovane Eugenio fugge inseguito dai
soldati. Si apre e chiude con queste
scene il lavoro di Lambertini, in cui lo
sfondo storico (1815) di una Napoli
sempre fra comicità e dramma,
oleografia e bellezza, serve alla storia
di due caratteri, due possibili modi di
essere uomini. Quello del Principe
Nicola, alle prese con la stesura di un
“Diario Napoletano” e quella del
giovane Eugenio, soldato senza
vocazione, alla ricerca di sé stesso. Ma
non rinuncia, nonostante le accuse di
disfattismo, all’idea di un proprio
percorso interiore, rifiutando violenza,
guerra, autoaffermazione esclusiva.
Eugenio diventa così lo specchio del
nonno Nicola. Quanto questi è
REGIA
Con
Genere
Distr.
Durata
LAMBERTO LAMBERTINI
Massimiliano Varrese, Omar Sharif
Drammatico, Colore
Istituto Luce
100’
68 RdC Aprile 2006
IN SALA
incapace di agire conseguentemente
agli ideali, tanto lui compie la scelta
della libertà interiore. Opera
drammatica, la cui ricchezza si
condensa nei temi dell’amore, della
libertà, della gentilezza come vie di una
ricerca di sé. Ben girato negli interni, il
film mantiene un andamento teatrale,
con dialoghi letterari che ne rendono il
ritmo talora lento, ma non distolgono
dalla riflessione. Intense le
interpretazioni, da quella di Omar
Sharif (Nicola), al volitivo Massimiliano
Varrese (Eugenio) alla “mediterranea”
Sonali Kulkarni (Graziella), favorite
dall’indugiare sui primi e primissimi
piani.
MARIO DAL BELLO
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produzioni di tutto il mondo. Magazine, documentari, backstage e tutto ciò che ruota introno al
cinema. È il canale che racconta tutti i più importanti festival italiani e internazionali. RaiSat
Cinema World. Un viaggio intenso come il cinema.
CANALE 322 -
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Homevideo, musica, industria e letteratura: novità e bilanci dal cinema
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Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
Dal Giappone
con furore
FOTO: PIETRO COCCIA
Il Sol Levante sorge in videoteca.
Tanti titoli imperdibili, sotto il segno
di Marco Müller
Aprile 2006 RdC 71
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
di Alessandro Scotti
L'Olocausto
dei bambini
Angoscia e discriminazione di un piccolo ebreo. In un collegio che per Louis
Malle diventa specchio delle follie della guerra
Premiato a Venezia nell’87
con il Leone d’Oro,
Arrivederci ragazzi è il secondo
film esplicitamente autobiografico
di Louis Malle (il primo era stato Un
soffio al cuore): forse non troppo
originale nel soggetto ma
decisamente coinvolgente dal
punto di vista emotivo. Corre l’anno
1944, un giovanissimo Malle è in
convitto nel collegio del Bambin
Regia Louis Malle
Gesù di Fontainebleau dove i preti
Con Raphael Fejto,
ospitano tre bambini ebrei sotto
Gaspard Manesse
Genere Drammatico falso nome. La protezione dei
Distr. Dolmen
piccoli contro la furia dei nazisti
non dura a lungo: lo sguattero del
collegio, un bambino storpio e di
umili origini, viene a conoscenza
del segreto e denuncia i compagni
alla Gestapo. Gli agenti faranno
irruzione nell’istituto per prelevare
LA CONDANNA DI ARRIVEDERCI
RAGAZZI PASSA PER LE MEMORIE DI
UN ADULTO CHE RIVIVE IL DRAMMA
72 RdC Aprile 2006
i bambini e condannarli alla
deportazione nei campi di
sterminio. La grandezza del regista
francese sta nell’inserire il
soggetto in un contesto di assoluta
normalità: il convitto, le ore di
ricreazione, i giochi e gli scherzi fra
compagni, il mondo dei bambini
che improvvisamente viene
sconvolto dalla perversione degli
adulti. Rimane significativo il fatto
che sia proprio un bambino a
tradire e a causare la tragedia,
forse per vendicarsi di un destino
che gli è stato ingiusto. La
condanna di Malle passa attraverso
i meccanismi della retrospezione,
dell’adulto che ricorda un dramma
dell’infanzia, ma non perde di vista
l’ironia (emblematica la scena del
nazista che durante una lezione in
classe porta ad esempio di pura
razza ariana Jean, un ebreo). E il
regista sceglie proprio il punto di
vista di Jean per raccontare la
drammatica vicenda: è il suo
sguardo sul mondo, sul collegio che
lo ospita, sui compagni che non
sanno, che vivono lontani dalla
paura, sul suo rapporto con loro, su
quel dentro-fuori che per lui è
diverso dagli altri. Di notte
l’angoscia di Jean prende corpo:
non ha più notizie del mondo
esterno, della madre non sa più
niente, mentre di giorno deve
imparare a dissimulare, a
mantenere il suo segreto. La
matrice autobiografica del film si
arricchisce di dettagli personali,
dall’affascinante lettura di Le mille
e una notte alla proiezione di
Charlot emigrante, fino all’ultima,
toccante scena dell’arrivederci dei
bambini ai tre compagni ebrei; un
arrivederci che non sarà mai.
Colonne sonore
Aprile 2006 RdC 73
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
(Tele) visioni
BUFFY
DALLA TERRA
L’AMMAZZAVAMPIRI ALLA LUNA
Bellocchio
d’annata
Amore, religione, famiglia: i germi del suo
cinema nei Pugni in tasca dell’esordio
Regia Marco
Bellocchio
Con Paola Pitagora,
Pier Luigi Troglio,
Lou Castel
Genere
Drammatico
Distr.
01 Distribution
Un’esordio fra i più stupefacenti della storia del
cinema italiano quello di Marco Bellocchio che
dirige, nel ’65, I pugni in tasca. Sullo sfondo delle valli
piacentine (a Bobbio dove il regista ha successivamente
insediato la sua scuola di cinema) una famiglia occupa, in
totale isolamento, una villa ormai fatiscente. La madre,
cieca, ha delegato ad Augusto, il maggiore dei figli, la
gestione degli equilibri familiari. Lui però ha altri progetti
e medita di abbandonare la casa per impalmare Lucia e
andare a vivere in città. I progetti di Augusto si scontrano
con i disagi mentali dei suoi due fratelli e della sorella
Giulia. Alessandro e Leone soffrono infatti di epilessia,
mentre Giulia è mentalmente ferma a uno stadio infantile
di sviluppo. A dispetto della malattia, Sandro dimostra una
strabiliante lucidità nel concepire un piano diabolico per
liberarsi di chi si frappone fra lui e un folle sogno di
emancipazione. Eliminerà la madre e suo fratello Leone,
ma quando chiederà a Giulia complicità per liberarsi
dell’ultimo fratello rimasto si troverà di fronte a un
imprevisto. Ancora giovanissimo, Bellocchio riesce
nell’ardua impresa di riassumere efficacemente in
un’opera di esordio tutti (o quasi) i temi cari alla
sua ricerca intellettuale e cinematografica:
amore, religione, rapporti familiari e proprietà.
Fra gli extra il commento audio del regista e di
Paola Pitagora, gli storyboards e la tesi di laurea
di Bellocchio al Centro Sperimentale di
Cinematografia.
Tra gli extra la tesi
con cui il regista si è
laureato al Centro
Sperimentale
74 RdC Aprile 2006
Sette stagioni tv della
serie intitolata
all’ammazzavampiri in
gonnella più famosa
del piccolo schermo.
La raccolta integrale
in cofanetto a tiratura
limitata è corredata
da una lettera del
creatore Joss
Whedon indirizzata ai
fan. L’idea del
“doppio”, che ha
ispirato a vari livelli
tanta produzione
letteraria e
cinematografia, offre
lo spunto alla vicenda
di Buffy Summers
(Sarah Michelle
Gellar), sedicenne
appena approdata al
college. Di giorno è
una solare teenager
preoccupata di amici,
feste, esami,
divertimento. Mentre
di notte si fa carico di
salvare il mondo da
esseri demoniaci.
Serie tv a puntate
prodotta
dall’americana HBO.
Tom Hanks ripercorre
la storia delle
missioni Apollo, e lo
fa a partire dai
discorsi dell’allora
presidente John F.
Kennedy, passando
attraverso
l’esperienza degli
astronauti, presentati
qui come Ulisse
dell’era moderna.
Sullo sfondo, gli anni
’60 che resero
possibile una delle
imprese più
memorabili della
storia dell’umanità. Il
vigore narrativo e le
interpretazioni
fruttarono alla serie
un Golden Globe.
Cinque dischi
arricchiti da inserti
speciali e menu
interattivi per un
totale di 664 minuti.
Freschi di sala
MARY
La fede cattolica di Abel Ferrara emerge come una
conquista in un film “alieno” nel panorama
americano. Lo spunto è offerto dalle riprese a
Sutri di This Is My Blood ispirato al vangelo
agnostico di Filippo, ma la vicenda ci riporta alla
contemporaneità...
L’ENFANT
Esplorazione della marginalità condotta con il
realismo e la delicatezza di sempre dai fratelli
Dardenne. Jérémie e Deborah, poco più che
adolescenti, vivono di espedienti, ma l’arrivo di un
figlio li obbliga a nuove scelte di coraggio e
impegno, dando una svolta alla loro vita.
NIENTE DA NASCONDERE
Meritatissimo premio alla regia al Festival di
Cannes. Una serie di videoregistrazioni irrompono
nella vita familiare dei borghesi Auteuil e Binoche.
Ma quella del thriller è solo un’illusione, ad Haneke
interessa solo – e ossessivamente – ingaggiare lo
spettatore.
Giappone segreto
Preziosa collana sul cinema popolare
e meno noto. Da una rassegna
Una storia del cinema giapponese, ma non dei
prodotti mainstream. Piuttosto una rassegna
che offre una vasta panoramica della produzione
cinematografica storica e popolare del paese del Sol
Levante. Una produzione largamente inedita in
Occidente: opere di pionieri e autori in cui è
possibile ravvisare, oggi, l’incubazione di generi che
hanno profondamente influenzato il cinema
europeo e americano contemporaneo. La rassegna,
curata da Marco Müller, è stata presentata nella sua
forma originaria alla 62ª Mostra del Cinema di
Venezia. La selezione di film è arricchita da
contenuti editoriali di approfondimento (interviste e
schede di presentazione degli autori). Il debutto è
per Kato Tai e la sua Giocatrice della peonia
scarlatta del ’69 in cui una giocatrice d’azzardo
viene suo malgrado coinvolta in una faida fra clan
della yakuza. Dello stesso genere Lotta senza
codice d’onore di Fukasaku Kinji, ambientato a
Hiroshima nell’immediato dopoguerra.
Vecchie glorie
NOSTALGHIA
Nostalghia: la
sonorità del
significante esalta
l’evocatività del
significato. Ritmi lenti,
motivi della
spiritualità e del
simbolismo, della
poesia legata al
disagio: con Tarkovskij
la realtà sfuma nel
suo contrario. Andrej
è in Toscana per una
ricerca su un
musicista del XVIII
secolo.
Lo accompagna una
bella interprete che si
innamora di lui, ma
Andrej si consuma
per la nostalgia della
moglie lasciata in
Russia. Il suo
interesse è rivolto a
una possibile chiave
mistica che riporti
l’uomo in una
dimensione di
armonia con la
natura. Edizione
speciale in 2 dischi.
IL GRANDE CALDO DETENUTO IN
ATTESA DI GIUDIZIO
La prima proiezione
pubblica risale al 6
agosto ’54 a New
York. A cinquant’anni
suonati, questo
classico del Lang
“americano” conserva
intatto il suo fascino
di amara riflessione
sul tema della
corruzione
istituzionale. La storia
è tutta incentrata
sull’apparente suicidio
di un funzionario di
polizia corrotto. Il
caso viene archiviato
frettolosamente, ma il
sergente Dave
Bannion decide di
approfondire le
indagini. Il suo zelo gli
frutterà minacce e
attentati (in uno dei
quali perderà la
moglie), ma alla fine
avrà la meglio sugli
assassini grazie alla
complicità
dell’amante di uno dei
gangster.
Sordi è un geometra
emigrato in Svezia.
Durante il suo rientro
in Italia, dove pensava
di trascorrere le
vacanze, viene
fermato alla frontiera,
arrestato e condotto
a San Vittore.
Ignorando le ragioni
del suo arresto verrà
interrogato e
trasferito in diverse
carceri, il tutto per
scoprire di essere
accusato di un
omicidio che non ha
mai commesso. Un
dramma amarissimo,
scritto da Emilio
Sanna nel 1972, che a
distanza di oltre 30
anni mantiene intatto
il suo alto potenziale
di denuncia.
L’interpretazione del
protagonista valse a
Sordi il David di
Donatello come
miglior attore.
Per intenditori
Doppio Kaurismäki
La fiammiferaia e Ombre nel paradiso
Due pellicole
del finlandese
Kaurismäki per
intenditori. La
Fiammiferaia fu il
suo primo film ad
uscire in Italia: ottavo
lungometraggio
firmato da
Kaurismäki che
aveva debuttato
dietro la macchina da
presa sette anni
prima (nell’81). Con la
sua narrazione
rarefatta il regista
(con ambizioni da
rockettaro) fece
pensare a una nuova
Nouvelle Vague.
Ombre nel paradiso,
storia d’amore fra un
conducente di
camion della
nettezza e la cassiera
di un supermarket, è
di solo un paio d’anni
prima ma i temi cari
al regista (solitudine,
dialoghi ridotti
all’osso, sguardo
alieno sulla realtà)
sono già tutti lì.
Aprile 2006 RdC 75
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
SAIMIR
Francesco Munzi debutta con
lucidità sul tema del mondo dei
clandestini in Italia. E lo fa con un
realismo toccante, ma anche con
una punta di spietatezza. La storia è
quella del 16enne Saimir e del suo
difficile rapporto col padre: per il
figlio vorrebbe un futuro migliore del
suo, ma non sa offrirgli nient’altro
che ciò che conosce, un traffico di
clandestini dall’Albania. Saimir
aspira all’integrazione, ma i suoi
tentativi falliscono e alla fine gli unici
a cui riuscirà a sentirsi simile
saranno i Rom, che lo avvieranno a
un futuro di criminalità.
Il pianeta delle scimmie
L’originale del ’68 e i suoi 4 remake in un’edizione limitata da 12 dischi
Special Pack in
12 dischi
Planet of the Apes
Beneath the Planet
of the Apes
Escape from the
Planet of the Apes
Conquest of the
Planet of the Apes
Battle for the
Planet of the Apes
Distr. Twentieth
Century Fox
Sul finire dei Sessanta, in piena
guerra fredda, la suggestione
dell’apocalisse nucleare si tinse di
fantasociologia, ipotizzando la
regressione dell’homo sapiens a
schiavo delle scimmie. La saga si
ispirò a un romanzo di Pierre Boulle.
Sia pure arrivando a scoprirlo solo
nel finale (siamo nell’originale)
l’astronauta Charlton Heston e la sua
compagna Linda Harrison sono
scagliati da un vortice proprio sulla
Terra, che, dopo la catastrofe
nucleare, è dominata da scimmie e in
cui la categoria dell’umano è
decaduta alla condizione del bestiale.
In questa società, così aliena per il
rovesciamento dei rapporti di forza
tra uomo e animale, il protagonista
sconta la contrapposizione tra istanze
progressive (le scimmie che
vorrebbero proteggerlo per studiarlo)
e conservative (quelle che vorrebbero
neutralizzarlo). Il film diede origine a
un ciclo. Nel secondo episodio Heston
e la sua compagna finiscono
prigionieri degli adoratori di una
bomba al cobalto sopravvissuti alla
catastrofe atomica. Nel terzo, le due
scimmie più evolute vengono
risucchiate nel passato dal vortice
spaziotemporale. Il quarto episodio è
un prequel in cui gli uomini usano le
scimmie come schiavi, mentre con il
quinto si torna in un mondo dominato
dai primati e con gli umani in rivolta.
Uno special pack in 12 dischi (in
edizione limitata) ripropone l’intera
serie insieme a un documentario e ai
14 episodi della serie Tv Il ritorno al
pianeta delle scimmie. Da non
perdere anche soltanto per la
confezione a forma di testa di
scimmia.
VITTIME DI GUERRA EXTENDED CUT
Un De Palma inedito e graffiante si
cimenta col tema della guerra. E’ di
nuovo Vietnam, il sogno americano
divenuto incubo difficile da
rimuovere. Ed è l’ottobre del 1966,
uno degli anni più drammatici della
guerra. Una squadra di cinque fanti
americani è impegnata in una
missione di ricognizione durante la
quale quattro di loro stuprano una
giovane vietnamita per poi
ucciderla. Il quinto ha il coraggio di
denunciare i compagni. Il processo
che ne consegue lascia i militari
praticamente impuniti, ma il caso
finisce sulle pagine del New Yorker e
diventa un libro.
Extra-Ordinari a cura di Marco Spagnoli
IL CIELO PUO’ ATTENDERE
Dal genio Lubitsch una
delle storie che più
hanno influenzato
l’immaginario
sull’aldilà. Una
commedia elegante
che fa riflettere con
humour sul senso
della vita.
76 RdC Aprile 2006
LE AVVENTURE DI
GIACOMO CASANOVA
Il film di Steno
censurato nel ’54, per
la prima volta in
edizione integrale. Fra
gli extra una clip sul
restauro e il libretto
Disavventure di
Giacomo Casanova.
COLLEZIONE MEL BROOKS
- VOLUME II
Il mistero delle dodici
sedie, La pazza storia
del mondo Parte I, Che
vita da cani: in tre film
la testimonianza dello
straordinario talento e
dell’umorismo di Mel
Brooks.
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telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
ECONOMIA DEI MEDIA DI FRANCO MONTINI
Destinazioni da sogno
Mollare gli ormeggi, senza limiti alla fantasia. La ricetta del cineturismo funziona anche in Italia,
parola di Montalbano, Elisa di Rivombrosa e addirittura Il padrino
Oltre a Keira Knightley,
uno degli elementi più
seducenti ed affascinati del
recente Orgoglio e pregiudizio
sono la serie di location naturali,
tutte autentiche e in gran parte
visitabili, proposte nel film.
Uscendo dalla proiezione si è
inevitabilmente colti dal
desiderio di andare a scoprire di
persona alcuni dei set appena
ammirati: la casa in mattoni
della famiglia Bennet a
Groombridge Place; le
aristocratiche dimore del signor
Bingley e di sua zia Lady
Catherine de Bourg, sparse fra le
località di Pemberley e Rosings; i
giardini di Stourhead nello
Wiltshire dove Darcy si dichiara
a Lizzie ma viene rifiutato, e gli
scenari di Peak District National
Park. In effetti la nuova versione
78 RdC Aprile 2006
di Orgoglio e pregiudizio ha
immediatamente fatto lievitare
le presenze nei luoghi proposti
dal film. La cosa è tutt’altro che
sorprendente e non mancano
precedenti illustri. Lo scorso
anno il film Sideways, oltre a
lanciare la moda del Pinot Nero,
ha fatto crescere le presenze
turistiche a Santa Barbara,
California, di oltre il 15%.
Insomma i film di successo
funzionano regolarmente come
efficacissimo strumento
promozionale per il turismo.
L’area del Wyoming, con
l’inconfondibile montagna resa
famosa da Incontri ravvicinati
del terzo tipo, ha fatto registrare
un aumento di presenze del 75%
nell’anno di uscita del film di
Spielberg e del 34% l’anno del
primo passaggio del suo primo
passaggio in televisione. Ma
ancora oggi molti visitatori
affermano di aver scelto il
Wyoming spinti dal ricordo di
Incontri ravvicinati. Qualcosa del
genere accade sempre più
spesso anche in Italia: nella
finta/vera Vigata del
commissario Montalbano i turisti
fanno la coda per visitare i set
della serie televisiva, mentre al
castello di Agliè, in Piemonte,
cercano di rivivere le emozioni
della fiction Elisa di Rivombrosa.
Il “cineturismo” rappresenta un
fenomeno in rapida espansione
che merita molto più che
un’attenzione episodica. Nel
mondo anglosassone se ne sono
accorti da tempo: l’ufficio
turistico di Philadelphia propone
un itinerario fra le location di
film e programmi televisivi
realizzati in città. La British
Tourist Authority ha realizzato la
cartina British Movie Map che
segnala una serie di siti
cinematografici da visitare.
Esiste anche una guida mondiale
The Worldwide Guide to Movie
Locations (acquistabile sul sito
web www.movie-locations.com)
che offre suggerimenti e
proposte. Ma finalmente
Studi di una neonata società del settore
confermano: i film sono sempre più
determinanti nella scelta delle vacanze
qualcosa si muove anche in
Italia: la recente proliferazione
delle Film Commission deriva
anche dalla consapevolezza che
un film o una serie televisiva
possano funzionare come
strumento promozionale per
lanciare un territorio. Inoltre a
luglio 2005 è sorta la società
Luoghi & Locations che si
propone di studiare e favorire i
flussi di turismo legati alla
visione di film, offrendo
consulenza a istituzioni e privati.
“Per potersi tradurre in
comunicazione - spiega il
presidente Andrea Rocco, uno
dei tre soci fondatori insieme ad
Alessandro Signetto, presidente
di Doc/It, e Paolo Di Maira,
direttore di Cinema & Video
International - gli effetti di film e
programmi televisivi di successo
hanno bisogno di interventi,
strategie e investimenti, anche
perché in molti casi il luogo
mostrato, per quanto
affascinante, non è sempre
facilmente identificabile”.
All’ultima edizione del BIT
(Borsa Internazionale del
Turismo), a febbraio, Luoghi &
Locations ha presentato la
ricerca “L’Italia sullo schermo”.
Dai risultati dell’indagine emerge
che per una componente molto
sostanziosa di turisti, la visione di
film italiani o girati nel nostro
paese (nella classifica dei più
visti ci sono nell’ordine: Il padrino
III, Ocean’s Twelve, Il talento di
Mister Ripley, 007 - Solo per i
tuoi occhi, La dolce vita) non si
limita a far crescere il desiderio
d’Italia, ma è una componente
importante nella decisione di
trascorre una vacanza da noi.
Per un quarto degli intervistati
questa influenza è superiore al
30%. Interessante notare che il
cinema tende a creare reazioni
positive rispetto al paese
identificato come set
affascinante, anche a prescindere
dai contenuti e dalle storie
narrate. Il padrino III, che pure
sembra una summa dei connotati
negativi dell’Italia, ha comunque
funzionato come polo
d’attrazione per i turisti.
Moltiplicare la presenza di
produzioni internazionali nel
nostro paese e far circolare
maggiormente i nostri film
all’estero rappresentano, dunque,
operazioni che non riguardano
esclusivamente l’economia del
cinema.
CAST & CREW DI MARCO SPAGNOLI
Cacciatore di set
Pasquale Spadola
Professione Location Manager: uomo chiave, armato di bussola e cartina
Quando si lavora in esterni, il
Location Manager si occupa di
fare in modo che la troupe trovi i punti
più adatti per girare e sia facilitata sotto
il profilo logistico e dei permessi da
parte delle autorità locali. Una figura
sempre più importante negli ultimi anni,
perché – soprattutto grazie al product
placement – in grado di valorizzare le
risorse turistiche del territorio,
favorendo accordi con le realtà locali
interessate a comparire in un film.
Pasquale Spadola, uno dei primi
location manager italiani è da sempre
uno tra i più attivi della Sicilia Orientale.
Qual è l’obiettivo principale del suo
lavoro?
Trovare il perfetto accostamento di un
film al territorio dove viene girato: da un
lato c’è la ricerca dei posti giusti,
dall’altro l’organizzazione in campo
locale, creando una culla produttiva per
il film.
Quali sono le qualità richieste per
questa professione?
Conoscere il territorio e sul piano
ISTRUZIONI PER L’USO
panoramico, artistico e culturale. E’
importante anche essere sempre al
corrente delle potenzialità produttive e
della burocrazia politico –
amministrativa. Il Location Manager si
trova fra il produttore, il regista, lo
scenografo e la rappresentanza del
territorio. Deve restare integro…
A quali produzioni ha partecipato?
I film cui ho lavorato sono tanti: L’uomo
delle stelle e una parte di Maléna di
“Conoscenza del territorio e abilità
diplomatiche sono il segreto”
Tornatore, La stanza dello Scirocco di
Sciarra, molti titoli di Amelio come Il
ladro di bambini e Lamerica, tutti quelli
di Vito Zagarrio e la serie di
Montalbano.
Un consiglio per i giovani?
Umiltà e pazienza: bisogna avvicinarsi al
cinema con preparazione e
professionalità. Non c’è spazio per
l’improvvisazione.
Indirizzi e raccomandazioni, per provarci senza fare una brutta fine
SCOPRIRE LAMERICA
E’ stato Pasquale Spadola a
scoprire Carmelo Di
Mazzarelli: l’albanese scelto
da Gianni Amelio per il suo
celebre Lamerica, vincitore
nel ’95 di un Nastro d’Argento
e tre David di Donatello.
BORSA LAVORO
Trovare Location Manager in
Italia? Ecco i link di alcune
società, per iniziare la vostra
ricerca dal web:
www.ciaofoto.it
www.locationmanager.it
www.pantellerialink.com
SULLE ORME DI MONTALBANO
Da Ibla a Modica, da Scicli a
Marina di Ragusa, magari
sbirciando Luca Zingaretti al
lavoro. Unica nel suo genere è
la società “Miegghiucanienti”
che organizza il Montalbano
Tour. Info: www.viaggieventi.org
Aprile 2006 RdC 79
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
di Francesco Bolzoni
Radiografia delle “prime volte”
Giovani e disoccupati
Esordienti allo sbaraglio: bilancio dal cinema italiano
Saranno
famosi? Atto
secondo
Carlo
Tagliabue
Ediesse, Roma
Lindau, Torino
2005, pp. 160,
14,00
Hitchcock e il
surrealismo
Ernesto G.
Laura
L’Epos,
Palermo
2005, pp. 256,
€ 19,80
Chi l’avrebbe detto: nella
stagione settembre 2004 agosto 2005 sono state distribuite
nelle sale cinematografiche 24 opere
prime, talvolta interpretate da attori
di spicco (da Giancarlo Giannini a
Stefania Sandrelli) e distribuite in un
numero non sempre esiguo di copie
(addirittura un centinaio per Nel mio
amore di Susanna Tamaro) anche da
ditte da tempo sul mercato. Sono
state realizzate, è vero, da registi
pochissimo o per nulla noti. Ma anche
la già ricordata Tamaro, scrittrice che
pur gode della simpatia di un numero
consistente di lettori, ha fatto flop.
Quei giovani, a leggerne le interviste
raccolte in Saranno famosi? da Carlo
Tagliabue, sono intelligenti e amano
non solamente il cinema. Gente,
insomma, preparata che parla con
disincanto della lavorazione del suo
primo film : “Il sogno di una vita virato
in incubo”, dice David Ballerini.
Eppure film costati molta fatica,
finanziati con denaro pubblico, escono
“quando possono, e a totale
discrezione della distribuzione”.
Qualche coraggioso, trasformatosi in
uno di quei “medici scalzi” che in Cina
vanno a cercarsi i clienti, dice no al
sistema e , come nel caso di Stefano
Mordini ricordato da Tagliabue, bussa
“direttamente alla porta degli
esercenti pur di ottenere una pur
minima possibilità alle proprie
fatiche” usando anche, e al meglio, le
potenzialità di Internet. Ci sarebbe,
osserva Tagliabue, un pubblico
potenziale: il milione di clienti dei
cinecircoli. Ma ho l’impressione che,
dopo tre o quattro opere prime
italiane, molti soci disdirebbero
l’abbonamento. Non che, tra gli
esordienti, non ci siano cineasti
promettenti. Metterei tra loro Stefano
Mordini (Provincia meccanica),
Eugenio Cappuccio (Volevo solo
dormirle addosso dove ben rese sono
le figurine degli impiegati che il
protagonista dovrebbe licenziare) e
Saverio Costanzo, autore della bella
metafora intitolata Private (film che
propone un accordo tra palestinesi ed
ebrei). Non a caso questi film hanno
potuto contare sul maggior numero
di spettatori fra quelli che hanno
seguito le opere prime (alcuni
esordienti si sono accontentati di 33
presenze). Anche i più promettenti tra
questi cineasti non avranno mai la
popolarità, la fama davvero abnorme,
di Alfred Hitchcock, sul quale ogni
mese viene pubblicato un libro (uno,
di Salvatore Gelsi, raccoglie le “ricette
di un grande gourmet”: A tavola con
Hitchcock). L’ultimo, ma non certo per
la qualità delle informazioni e la
chiarezza della scrittura, è di Ernesto
Guido Laura che esamina con
pertinenza di storico avvertito un
aspetto poco indagato nell’opera del
maestro inglese: il rapporto con il
surrealismo. Il surrealismo, in una
carriera pur lunga e varia, non fu mai,
dimostra Laura in Hitchcock e il
surrealismo, “un beffardo gioco
intellettuale”.
Da non perdere a cura di Giorgia Priolo
STELLE&STRISCE
VIAGGI NEL CINEMA USA DAL MUTO AGLI ANNI ‘60
Adriano Aprà, Edizioni Falsopiano, € 15,00
Ecco in un volume gli scritti di uno dei protagonisti della
stagione più pioneristica della critica cinematografica
italiana. Presentati in ordine tematico-cronologico gli
articoli e i saggi affrontano i principali autori (da Buster
Keaton a Stanley Kubrick) e i più importanti film del cinema americano dalle
origini agli anni ’60. Ma forse più che leggere cosa scriveva Aprà all’uscita di
Splendore nell’erba di Elia Kazan è interessante scorrere la bella
introduzione in cui l’autore ripercorre la sua formazione dall’amore per i
Cahiers du Cinéma, ai primi goffi articoli su Filmcritica di Bruni.
80 RdC Aprile 2006
IL CINEMA E LA SHOAH
Claudio Gaetani, Edizioni Le Mani, € 13,00
“In questo film non ci sono neanche cinque secondi della
mia angoscia”: questo disse una sopravvissuta ad
Auschwitz all’anteprima di Schindler’s List. Da questo
aneddoto, nell’introduzione di Moni Ovadia, prende le mosse
il bel saggio di Gaetani sui tentativi di rappresentare l’orrore
della Shoah attraverso il mezzo cinematografico, evidenziando i diversi
approcci al tema e l’evoluzione dei generi e del linguaggio: dai documentari
dei liberatori al serial Olocausto, dalla propaganda antisemita di Süss l’ebreo
alla riflessione sul Male ne L’allievo di Brian Singer, dalla visione
hollywoodiana di Spielberg a quella favolistica di Benigni e Mihaileanu.
UN FILOSOFO AL CINEMA
Umberto Curi, Bompiani Editore, € 7,50
Cosa unisce Plotino a Matteo Garrone se non le dinamiche
del Primo amore? E cosa contrappone Iñarritu a Leibniz
se non i 21 grammi di peso dell’anima? Se il rapporto tra
cinema e filosofia vi intriga, in questo volumetto troverete
l’analisi di una trentina di film recentissimi suddivisi per
temi filosofici. Curi ci illumina sul concetto di “doppio” partendo da L’uomo
del treno, medita sul concetto di “morte” attraverso Le invasioni barbariche
e affronta quello di “violenza” con Mystic River e cerca di sciogliere l’enigma
del tempo rivedendo assieme al lettore Minority Report. Una lettura per chi
nel cinema cerca qualcosa di più del semplice intrattenimento.
DIZIONARI DEL CINEMA - ANIMAZIONE
A cura di Gabriele Lucci, Edizioni Electa, € 19,00
Tutta la magia del cinema di animazione dalle origini a
Madagascar. Dopo il volume sul Western segnaliamo un
altro dei Dizionari del Cinema di Electa. Grande spazio ai
capolavori del genere, analizzati e raccontati per immagini,
ma anche a tecniche e protagonisti (produttori, registi,
animatori). Gli autori, attraverso l’analisi dei dieci film caposaldi del genere,
individuano altrettante tappe fondamentali del percorso storico e tecnico
dell’animazione: dalla multiplane camera di Biancaneve e i sette nani
all’animazione 3D più raffinata di Alla ricerca di Nemo, passando per lo stop
motion di Nightmare Before Christmas di Tim Burton.
Aprile 2006 RdC 81
telecomando
DVD
Inside Cinema
Libri
Colonne sonore
di Ermanno Comuzio
Visto da vicino
LE TRE
SEPOLTURE
Regia Tommy Lee Jones
Musica Marco Beltrami
Italiano di nascita, americano di
formazione, Marco Beltrami predilige i
film horror e anche in questo western
moderno qualche punta orrorosa non
manca. Alle spalle le musiche della saga
Scream e film come Io, robot, Hellboy e
Resident Evil, questa
volta pone però
giustamente l’accento
sull’America rurale dai
vasti paesaggi e dalle
meschinità umane
(blues e country) e sul
confinante Messico
(ritmi locali ma
“rivisitati”, insomma
trattati con una certa
autonomia). Ma ci sono
anche pagine di commento – sul lungo
viaggio verso la terza sepoltura,
soprattutto – che su un tessuto di
percussioni con ritmo di marcia
esprimono la tragicità della situazione
in cui sono accomunati sia il coriaceo
cow-boy “giustiziere” che lo smarrito
poliziotto di frontiera suo prigioniero. E
come tocco più di drammatico contrasto
che di definizione di aride esistenze
ecco che, in una gargotta popolata da
camionisti e bovari, una ragazzulla
esegue su un pianoforte vecchio e
stonato lo Studio Op.10 n.3 di Chopin
(“E’ triste il mio cuor…”, qualcuno vi ha
appiccicato anche le parole). Tra la
disattenzione generale, ovviamente.
L’accento è
giustamente su
blues e country.
Ma il colpo di
genio è Chopin
Per tutti i gusti
Senza senso
CASANOVA
TRAVAUX
A firmare le musiche è
l’inglese Stephen Warbeck
(Oscar per Shakespeare in
Love), che viene dal jazzrock. Qui più che altro
coordina i “numeri” hip-hop
cantati e ballati
dell’avvocatessa Carole
Bouquet per vincere le cause
e incantare gli avversari.
Anche se non c’era bisogno
di buttarla nel quasi-musical.
82 RdC Aprile 2006
PER SESSO O PER AMORE?
Adesso si esagera. In
questo film – già
sconclusionato per conto
suo - ecco arie da Schicchi,
Trovatore, Tosca, Butterfly,
Il pirata e altro ancora. Il
fatto è che i ritagli d’opera
sono gettati nel minestrone
a casaccio, senza
collegamenti con la vicenda.
Mon cher Blier, la lirica è
una cosa seria!
TRUMAN CAPOTE
Il musicista Mychael Danna
ha centrato il suo apporto
contrapponendo futili
musichette e canzoni sullo
sfondo dei ricevimenti
newyorchesi a un
gocciolar di note del
pianoforte per quanto
riguarda l’eccidio commesso
dai due balordi della
provincia. Tanto semplice
quanto efficiente.
Regia Lasse Hallström
Musica Alexandre Desplat
Alexandre Desplat, che di
solito è bravo (La ragazza
dall’orecchino di perla) qui se
la cava saccheggiando
Vivaldi, Albinoni, Corelli. Guai
prendersi sul serio in imprese
burlesche come questa!
Gariboldi & Associati
Uno spot è pubblicità.
Uno spot al cinema è spettacolo.
Il cinema ha qualcosa in meno della televisione. Il telecomando. Perché l’unico programma è il grande spettacolo.
Opus lo sa bene, in quanto concessionaria di spazi pubblicitari leader in Italia con il 37% del mercato per numero di spettatori
e oltre 700 schermi certificati Cinetel. In queste sale la pubblicità dà spettacolo sia dentro il grande schermo, sia fuori.
Infatti da oggi c’è la Cine-domination che permette di integrare la comunicazione tradizionale con soluzioni inedite
e coinvolgenti: maxi affissioni, allestimenti ad alta visibilità, personalizzazione dei biglietti, serate di anteprima riservate
e tanto altro. Se anche voi siete tra i 27 milioni di persone che ogni anno entrano nelle nostre sale, preparatevi a farvi stupire.
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