R I V I STA D E L C I N E M ATO G R A FO WWW.CINEMATOGRAFO.IT MENSILE APRILE 2006 N. 4 € 3,50 Poste Italiane SpA - Sped. in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27.02.2004, n° 46), art. 1, comma 1, DCB Milano SPECIALE CATASTROFI AL CINEMA La rivolta dei quattro elementi PHILIP GRÖNING Parla l’uomo del Grande silenzio ANIMALI E ANIMATI Da Cars a Kung Fu Panda: oltre 10 titoli in anteprima CLIVE IL VENDICATORE IL NUOVO VOLTO DI OWEN IN DUE FILM MOLTO ATTESI. DIRIGONO SPIKE LEE E ALFONSO CUARÓN +Lindsay Lohan +Virzì jr. +Scrat +Anne Hathaway +Giorgio Faletti Basta premere il tasto “Empowering Key” per 2 sec. per selezionare le funzioni oggi disponibili: * Acer eChannel Management (per scegliere i tuoi canali preferiti) Acer disclaims any liability for errors and omissions in product descriptions. Copyright 2006 Acer. All rights reserved. Acer and the Acer logo are registered trademarks. Other companies' names are used herein for identification purposes only andbelong to their respective owners. a Il Call Center è operativo dalle h 09:00 alle h 12:55 e dalle h 14:00 alle h 17:55, dal Lunedi al Venerdì. I costi della chiamata IVA inclusa sono: da rete fissa 0,14 €/minuto; dai cellulari, a seconda dell'operatore utilizzato, fino ad un massimo di 0,42 €/minuto più 0,15 € di addebito alla risposta. *Prezzi suggeriti al pubblico validi fino al 31 Marzo 2006. www.pleasing.it * Acer eView Management (per scegliere le impostazioni video preferite) Acer LCD TV 37" AMPLIA I CONFINI DELL’INTRATTENIMENTO Fai un salto nel futuro dell’intrattenimento digitale con il nuovissimo TV LCD AT3705W-MGW e l'innovativa “Empowering Technology” per una maggiore facilità d'uso. 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Grazie alla connettività Fast Ethernet e wireless 802.11b/g e al pieno supporto di file audio, video streaming e di immagini, collegarsi al PC di casa ed esplorare il mondo del digitale online non è mai stato così facile. € 2.399,00* IVA inclusa PUNTI DI VISTA Contenti per un Crash FOTO: PIETRO COCCIA S Il nostro speciale è dedicato alle catastrofi (cinematografiche) rC ettantottesima edizione degli Academy Awards in archivio. Con risultati controversi secondo tradizione, ma anche con un triplice Oscar che ci lascia molto contenti. Crash, esordio alla regia dello sceneggiatore Paul Haggis, ha ottenuto la statuetta per il miglior film, la sceneggiatura originale e il montaggio: non erano in molti a crederci, ma noi ci speravamo. Perché Crash disegna sullo schermo un potente affresco inter-etnico e multi-culturale, che non fa sconti né si compiace di una struttura circolare fin troppo calibrata. Raccontando le contemporanee tensioni razziali, Haggis strapazza l’ideologia dominante, evita la rissa mediatica e rifugge dal manicheismo: sono coordinate tragiche quelle tra cui si muovono i protagonisti, pronti a sconfessare le apparenze e a intridere le immagini di forza morale. Scelte da premiare, e così è stato. Ma “crash” è anche l’onomatopea della catastrofe. Coincidenza vuole che proprio ai disastri, ovvero al cinema catastrofico, sia dedicato il nostro speciale: terra, acqua, aria e fuoco in rivolta contro la presunzione di controllo totale dell’uomo. Ne vedrete delle belle, anzi delle brutte. Radioso, al contrario, il futuro che vorremmo attendesse il cinema italiano. La possibile schiarita ha una data: il 9 aprile. Qualunque sia l’esito delle elezioni politiche, il nostro cinema merita di ricevere delle risposte adeguate. I tagli operati al FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) non solo rappresentano di per sé un grave danno economico, ma sono indice dell’attuale disinteresse istituzionale per un comparto che faticosamente riesce ancora a impiegare 200.000 addetti. Una situazione a cui bisogna provvedere di concerto, ovvero confrontandosi a viso aperto sia in merito al rafforzamento finanziario del sistema cinema sia alla tutela dell’anello più debole della filiera: l’esercizio. Salvaguardare le windows (il periodo che intercorre tra la programmazione in sala e lo sfruttamento in altre forme del film) innescherebbe un circolo virtuoso per l’intero settore, ponendo le premesse per una ripartenza sinergica, ovvero opportunamente pianificata in sede normativa. Non solo, il rafforzamento interno avrebbe necessariamente esternalità positive sul mercato globale, dove scontiamo un’endemica mancanza di coesione. In attesa di buone nuove, autentico sollievo è rintracciabile ne Il grande silenzio di Philip Gröning, ritratto empatico della vita dei monaci certosini, che dopo l’anteprima veneziana è passato al nostro festival Tertio Millennio e ora arriva in sala. Al regista tedesco dedica una retrospettiva l’Alba International FilmFestival: un’occasione imperdibile per conoscere un artista fuori dal comune. d CINEMA - TELEVISIONE - RADIO TEATRO - INFORMAZIONE Nuova Serie - Anno 76 Numero 4 Aprile 2006 In copertina Clive Owen Direttore Responsabile Dario Edoardo Viganò Caporedattore Marina Sanna Progetto grafico e Art Director Alessandro Palmieri Hanno collaborato a questo numero Andrea Agostini, Francesco Bolzoni, Valeria Chiari, Pietro Coccia, Ermanno Comuzio, Mario Dal Bello, Silvio Danese, Rosa Esposito, Cesare Frioni, Marcello Giannotti, Diego Giuliani, Leonardo Jattarelli, Lara Loreti, Massimo Monteleone, Franco Montini, Roberto Nepoti, Luca Pallanch, Peter Parker, Luca Pellegrini, Federico Pontiggia, Giorgia Priolo, Angela Prudenzi, Alessandro Scotti, Marco Spagnoli, Davide Turrini, Chiara Ugolini e-mail: [email protected] e-mail: [email protected] Fax: 02.45497366 Proprieta’ ed Editore Ente dello Spettacolo Servizio cortesia abbonamenti Direct Channel S.r.l. – Milano Tel. 02-252007.200 fax 02-252007.333 Lun-Ven 9/12,30 – 14/17,30 e-mail: [email protected] Direzione e amministrazione Via G. Palombini, 6 - 00165 Roma Tel.(06) 663.74.55 - 663.75.14 fax (06) 663.73.21 e-mail: [email protected] Registrazione al Trib. di Roma N. 380 del 25 luglio 1986 Iscrizione al ROC N 2118 Del 26/9/01 Pubblicita’ e sviluppo Eureka! S.r.l. - Franco Conta 335.5428.710 Stampa Società Tipografica Romana S.r.l. Via Carpi 19 - 00040 Pomezia (RM) Finita di stampare il 24 Marzo 2006 Distributore esclusivo A. & G. Marco S.p.A. Via Fortezza, 27 - 20126 Milano Associata A.D.N. Abbonamento per l'Italia (10 numeri) 35,00 euro Abbonamento per l'estero (10 numeri) euro 110,00 Copia arretrata euro 5,00 Associato all'USPI Unione Stampa Periodica Italiana Iniziativa realizzata con il contributo della Direzione Generale Cinema – Ministero per i Beni e le Attività Culturali Aprile 2006 RdC 3 sommario Cover Story 12 Clive Owen Inside Man e Children of Men: due thriller da protagonista per difendere giustizia e libertà (Marina Sanna) Servizi 16 Fratelli sul set La prima volta di Virzì Jr. con Adelmo torna da me: “Commedia generazionale, sulle note dei Duran Duran” (Lara Loreti) 18 L’armata di Scrat Lo scoiattolo dell’Era glaciale guida la carica dell’animazione: fra topolini, folletti e panda samurai (Rosa Esposito) 24 Philip Gröning In anteprima dall’Infinity Festival racconta come ha convinto i monaci a girare Il grande silenzio 28 Lindsay Lohan Storia di una cenerentola “canterina” promossa attrice da Robert Altman (Diego Giuliani) 54 Al tempo del rock Quando Sting suonava sul grande schermo. Con Mick Jagger, David Bowie & Co. (Federico Pontiggia) Speciale 33 Nell’occhio del tifone Acqua, aria, terra, fuoco: la rivolta dei quattro elementi al cinema. In attesa del nuovo Poseidon, titoli e percorsi per capire come e quando le catastrofi creano dipendenza (Hanno collaborato: Silvio Danese, Leonardo Jattarelli, Massimo Monteleone, Roberto Nepoti, Luca Pallanch, Federico Pontiggia. A cura di Marina Sanna) 4 RdC Aprile 2006 33 Catastrofi al cinema Numero 4 >Aprile 2006 I film 56 58 59 59 60 60 61 62 63 63 64 64 65 66 67 67 68 68 Radio America Nanny McPhee False verità Doom Zathura La vita segreta delle parole La guerra dei fiori rossi Prova a incastrarmi Il suo nome è Tsotsi Mater Natura Tristano & Isotta Se solo fosse vero Indian - La grande sfida The Producers Le particelle elementari Il fantasma di Corleone Angel-A Fuoco su di me (Andrea Agostini, Silvio Danese, Mario Dal Bello, Rosa Esposito, Diego Giuliani, Roberto Nepoti, Luca Pellegrini, Federico Pontiggia, Marco Spagnoli, Davide Turrini) 18 L'era glaciale 2 si arricchisce di nuovi personaggi FOTO: PIETRO COCCIA Le rubriche 6 Tutto di tutto News, festival, protagonisti e fornelli (Andrea Agostini, Marcello Giannotti, Massimo Monteleone, Peter Parker, Chiara Ugolini) 72 Dvd & Extra-Ordinari Da Arrivederci ragazzi al Pianeta delle scimmie (Alessandro Scotti, Marco Spagnoli) 78 Inside Cinema Vacanze da film e Location Manager (Franco Montini, Marco Spagnoli) 80 Libri Esordienti e scontenti (Francesco Bolzoni, Giorgia Priolo) 82 Colonne sonore Le tre sepolture, Truman Capote e gli altri (Ermanno Comuzio) 56 Altman commuove con Radio America 12 Clive Owen ladro gentiluomo per Spike Lee 28 Lindsay Lohan: “Ora sono un'attrice” Aprile 2006 RdC 5 TuttoDiTutto Ultimissime in pillole dal pianeta cinema: tendenze, news, divi e fornelli A cura di Diego Giuliani chi fa cosa di Andrea Agostini IO ANNE, TU JANE (AUSTEN) Jane Austen rivive sul grande schermo. Secondo quanto scrive Variety sarà Anne Hathaway (I segreti di Brokeback Mountain) ad interpretare la celebre scrittrice inglese in Becoming Jane, film che racconterà la relazione tra la scrittrice ancora ventenne e l’irlandese Tom Lefroy. Un amore che segnò la Austen per tutta la vita e che la ispirò quando scrisse Orgoglio e pregiudizio. Diretto da Julian Jarrold (regista di Kinky Boots, commedia ancora inedita in Italia), il film sarà interpretato da un cast all british: Maggie Smith, Julie Walters e il giovane James McAvoy. LA RIVINCITA DI BABBO NATALE Il fratello fannullone di Babbo Natale si prende la rivincita (ma solo al cinema). Considerato la pecora nera della famiglia, snobbato da Hollywood – ma chi sapeva della sua esistenza? raggiungerà il fratello famoso al Polo Nord per avere una seconda opportunità. Questa la trama di Fred Claus, insolita commedia natalizia che sarà interpretata da Vince Vaughn – che per questo ruolo ha ottenuto il compenso record di 20 milioni di dollari - e diretta da David Dobkin, che torna a lavorare con lui dopo Due single a nozze con Owen Wilson. DREW & JESSICA IN CASA KENNEDY Jessica Lange e Drew Barrymore separate in casa. Le due attrici saranno rispettivamente cugina e zia di Jacqueline Kennedy nel dramma Grey Gardens. Il film è ispirato alla vera storia delle due donne – soprannominate Little Edie e Big Edie - che balzarono agli onori della cronaca quando il dipartimento di igiene minacciò di requisire la loro proprietà che, infestata dagli insetti, rappresentava una minaccia per la salute dei vicini. Ma la stessa Jackie Kennedy venne in loro aiuto 6 RdC Aprile 2006 Javier Bardem alla corte di Márquez. Secondo l’Hollywood Reporter l’attore spagnolopremiato a Venezia nel 2004 con la Coppa Volpi per Mare dentro - sarà il protagonista di L’amore ai tempi del colera, film tratto dall’omonimo romanzo del premio Nobel Gabriel Garcia Márquez che racconta una tormentata storia d’amore lunga oltre cinquant’anni. Il film sarà sceneggiato da Ronald Harwood (premio Oscar per Il pianista) e diretto dall’inglese Mike Newell (Harry Potter e il calice di fuoco). Appuntamento fisso con un ammiratore mascherato. Che si confessa alla Kidman, per parlarle di sé, del cinema e del mondo L’AMORE AI TEMPI DI BARDEM SulletraccediNicole per salvare l’onore della famiglia. Le riprese inizieranno in estate per la regia dell’esordiente Michael Sucsy. Pagine bianche Neanche un’italiana fra i nomi della tua agendina. O quasi Nicole, mia dolce Nicole. La tua lontananza mi è insopportabile. Giro e rigiro per il mondo in attesa di incontrarti ancora. Tengo sempre a portata di mano la tua agendina che mi ha portato a conoscere le tue amiche Keira Knightley e Maria Bello. Tra i tanti nomi ho cercato qualche attrice italiana. Visto che era tempo di Oscar sono andato alla “M” di Mezzogiorno Giovanna, la nostra speranza vanificata per il miglior film straniero. Neanche una traccia. Mi sono detto che sicuramente, però, alla lettera “C” non poteva mancare Cucinotta Maria Grazia, che tante volte ha raccontato, a noi italiani, quanto è famosa in Usa e nel resto del mondo. Anche in questo caso sono purtroppo rimasto deluso. Preso dallo sconforto, decisissimo a trovare una mia connazionale famosa nella tua agendina, ho sfogliato nervosamente altre lettere dell’alfabeto: la “A” per Argento Asia ma c’era, e cancellato, solo il nome del padre Dario. Poi, ancora, alla “G” ero sicuro di trovare Golino Valeria, anche lei dicono la più apprezzata delle nostre attrici in America. C’era in effetti una Golino alla “G” ma il nome era “Paula” e vicino c’era scritto “hairdresser”. Sono scivolato esausto alla lettera “B”: “Caspita, Monica Bellucci non mancherà!”, mi sono detto. Invece mancava, della Bellucci e del suo divismo internazionale la tua agenda non portava traccia. Depresso, afflitto e umiliato, stavo chiudendo la tua agendina convinto che le italiane non facessero proprio parte del tuo mondo. Alla “D” finalmente c’era un’italiana: “De Filippi Maria”. Accanto era appuntata la cifra che ti hanno dato per aver partecipato come ospite, qualche mese fa, a “C’è posta per te”. Vista l’entità, non so se sia davvero sano sperare nel futuro del cinema italiano. Tuo Peter Parker Alla “D” mi sono depresso: De Filippi Maria, c’era. E accanto una cifra esorbitante Aprile 2006 RdC 7 TuttoDiTutto I protagonisti di Marcello Giannotti IL GRANDE SCHERMO A TU PER TU. OVVERO: FINTA INTERVISTA A PERSONAGGI REALMENTE ESISTITI. AL CINEMA IL PERSONAGGIO Ninotchka (Ninotchka di Ernst Lubitsch) Parigi, pochi anni prima della Seconda Guerra Mondiale. Tre agenti russi hanno il compito di vendere i gioielli della granduchessa Swana (Ina Claire) confiscati dal regime sovietico. La granduchessa decide di opporsi aiutata dal proprio amante, il conte Leone (Melvyn Douglas), che riesce a farsi amici i tre russi, iniziandoli alle gioie della vita parigina. Il comportamento dei tre agenti provoca l’arrivo a Parigi di un delegato sovietico, Ninotchka (Greta Garbo), giovane comunista, bella, severa e irreprensibile. Il conte Leone se ne innamora e riesce a farla innamorare di sé e di Parigi. La granduchessa si impadronisce dei gioielli ma li restituisce ai sovietici, a patto che Ninotchka se ne vada. Tornata a Mosca, Ninotchka rimpiange Parigi. E solo grazie a Leone riuscirà ad uscire dalla Russia per ritrovare il suo amore a Costantinopoli. L’ATTRICE Greta Garbo 8 RdC Marzo 2006 Diretto da Ernst Lubitsch con una sceneggiatura scritta da Billy Wilder, Charles Brackett e Walter Reisch, Ninotchka, che ottenne 4 nomination agli Oscar, fu lanciato con lo slogan “Garlo laughs”, la Garbo ride. Raggiungo Ninotchka nel suo eremo a Cuba. E’ bellissima, indossa occhiali neri alla moda e non ride mai per tutta l’intervista. Delegato Ninotchka, mi scusi se la chiamo così ma un po’ d’emozione, capisce… No, non capisco e non mi diverto a fare interviste. Sono perdite di tempo, degradi della società occidentale. Ma non parlerà sul serio? E’ ancora arrabbiata con l’Occidente? E’ una società che non durerà. L’ho detto e lo ripeto ogni giorno ai compagni. Come può sopravvivere una società che fa del giornalismo un mestiere? Mi scusi, delegato Ninotchka, la libertà di stampa c’è ancora, grazie al cielo. Mentre il comunismo non se la passa bene, non so se gliel’hanno riferito… Non fare dello spirito, giornalista. Ma, visto che ci tieni tanto, entriamo in materia: quanto prendi di stipendio, compagno? Chi? Tu. Non lo so, sopra i duemila euro. Bene: il 50% del tuo stipendio potrebbe servire a comprare del pane per il popolo e sfamarlo. Credimi, compagno: il giornalismo non è un mestiere, è un’ingiustizia sociale. Il comunismo, però, ha fallito, mi spiace ricordarglielo, compagna Ninotchka Non nego che abbiamo avuto delle difficoltà, non nego che ci siano stati dei rallentamenti. Io sono qui, insieme ad altri rivoluzionari, ci chiamano irriducibili. E sono sicura che il giorno della riscossa è vicino. “Comunisti e capitalisti? Il problema è sempre lo stesso: noi avevamo alti ideali, loro hanno un buon clima” Compagna Ninotchka, ma noi che l’abbiamo vista, l’abbiamo amata per la sua risata, per il suo amore per Leone, il conte che riuscì a farle cambiare idea sul comunismo e a farla diventare una donna moderna. La risata… erano anni che nessuno me la ricordava. Non era una risata, o meglio non era solo una risata. Era un grido di libertà irrefrenabile ma non dal comunismo. Sono una comunista ma sono soprattutto una donna: e in mezzo a tutti quegli occidentali che sembravano così tanto più progrediti e felici di me, io ero la più libera, facevo rigare dritto gli uomini, li mettevo al loro posto. Una donna in carriera, la chiamate oggi. Quella risata era la riscoperta della mia femminilità. Ecco, ero comunista ma molto più emancipata di quella granduchessa che voleva portarmi via Leone. Per offendermi provò a prendere in giro un vestito che indossavo alla cena di gala, io le dissi che donne come me non avrebbero potuto portare un vestito così scollato nella Russia che conosceva lei perché le schiene erano segnate dai fucili dei loro soldati. Ti posso chiedere che fine ha fatto Leone? Vi siete sposati? Sì. Siamo stati felici per molti anni. Poi ha messo la mia fotografia in un cassetto e io non sopportavo di essere messa in un cassetto. Lo sapevo, la troppa felicità si sconta sempre. E la Russia di adesso, compagna Ninotchka? I russi non li riconosco più, forse hanno perduto la loro identità, o almeno io non la vedo. Dei comunisti e dei capitalisti, invece, penso che il problema sia sempre il solito: noi avevamo alti ideali, loro hanno un buon clima. Ed è quasi impossibile, compagno, vivere senza un buon clima. Nome Giorgio Faletti Provenienza Italia (Asti) Il film d’esordio Grunt Il miglior film Lo stiamo ancora aspettando, ma arriverà L’ultimo film Notte prima degli esami > LA SPECIALITA’ con ragù di verdure Maccheroni ricoperti di fontina, passati al SAMSUNG KOREA FILM FEST Sito web www.koreafilmfest.com Dove Firenze, Italia Quando 31 marzo -10 aprile Resp. Riccardo Gelli tel. (055) 5535858 fax. (055) 582029 E-mail: [email protected] forno per far dorare il formaggio di cioccolato amaro Flan aromatizzato al bergamotto servito con una granita di Barolo chinato 墍> LA SCELTA Con un pizzico di orgoglio dichiara che non ha specialità: tutto gli riesce bene in cucina, come nel mondo dello spettacolo, aggiungiamo noi. Cabarettista di successo negli anni Ottanta per Drive In, scrittore di best seller gialli e adesso in testa ai botteghini con il suo ultimo film, Giorgio Faletti trova anche il tempo per stare ai fornelli. “Tutti gli appassionati di cucina per essere definiti cuochi devono saper tirar fuori qualcosa da quello che trovano in frigo’’. Le origini piemontesi si colgono nel suo menù (la Fontina, il Barolo chinato…) anche se la sua cucina lui la definisce fusion. Il vino lo ama più per cucinare che per bere e questa sua passione a metà è fonte anche di una battuta: “Non essendo molto intelligente, sono stato convinto per anni che gli abitanti di Asti fossero gli astemi e quando ho capito il mio errore era troppo tardi. Poi il vino lo reggo veramente poco e al secondo bicchiere non sono più responsabile di quello che dico’’. IV edizione del festival internazionale di cinema e cultura della Corea del Sud, unico nel suo genere in Italia, che offre circa 20 film fra anteprime e classici. Retrospettive su Park Chan-wook, Kim Jee-woon e Song Il-gon. Previsti anche cortometraggi e dibattiti sul folclore coreano. PANAFRICANA - LE MILLE AFRICHE DEL CINEMA Sito web www.panafricana.it Dove Roma, Italia Quando 1-9 aprile Resp. Maria Coletti, Leonardo De Franceschi tel. cell. 3395745788 fax. (06) 58345182 E-mail: [email protected] VI edizione del festival che intende raccontare un’Africa diversa, organizzato dall’Associazione Culturale Yeelen. In concorso lungometraggi e documentari di registi africani (con anteprime nazionali). Le “Lezioni di cinema” sono dedicate al tunisino Nouri Bouzid. L’Evento Speciale riguarda il cinema coloniale italiano. CORTOONS Sito web www.cortoons.it Dove Roma, Italia Quando 26-28 aprile Resp. Alessandro D’Urso tel. (06) 45436533 fax. (06) 5346609 E-mail: [email protected] III edizione del “Festival di Corti di Animazione”, organizzato da Cortitalia. Tre le sezioni: concorso (in 5 categorie) per i film provenienti da 20 paesi; seminari di Computer Animation per studenti; retrospettive. VISIONS DU REEL - FESTIVAL INTERNATIONAL DE CINEMA Sito web www.visionsdureel.ch Dove Nyon, Svizzera Quando 24-30 aprile Resp. Jean Perret tel. (0041-22) 3654455 fax. (0041-22) 3654450 E-mail: [email protected] XII edizione per la vetrina della produzione documentaristica di tutto il mondo, comprese le opere di studenti e autodidatti. Ha carattere competitivo. SINGAPORE INTERNATIONAL FILM FESTIVAL Sito web www.filmfest.org.sg Dove Singapore, Singapore Quando 13-29 aprile Resp. Philip Cheah tel. (0065) 7387567 fax. (0065) 7387578 E-mail: [email protected] XIX edizione della rassegna che ha in programma lungometraggi, documentari, video e opere d’animazione. Il concorso riguarda i film asiatici a soggetto e corti prodotti a Singapore. TRENTOFILMFESTIVAL – MONTAGNA, ESPLORAZIONE, AVVENTURA Sito web www.trentofestival.it Dove Trento, Italia Quando 29 aprile - 7 maggio Resp. Maurizio Nichetti tel. (0461) 986120 fax. (0461) 237832 E-mail: [email protected] LINEA D’OMBRA – SALERNO FILM FESTIVAL Sito web www.shadowline.it Dove Salerno, Italia Quando 26-30 aprile Resp. Maurizio Di Rienzo tel. (089) 2753673 fax. (089) 2571125 E-mail: [email protected] XI edizione della rassegna internazionale competitiva (e non) di lungometraggi e corti nata dal Giffoni Film Festival. Le opere s’ispirano ad immagini e forme della creatività giovanile, votate da giurati europei dai 18 ai 30 anni. Previsti omaggi, retrospettive degli ospiti presenti. MINNEAPOLIS - ST. PAUL INTERNATIONAL FILM FESTIVAL Sito web www.mnfilmarts.org Dove Minneapolis (Minnesota),USA Quando 21-30 aprile Resp. A.L. Milgrom tel. (001-612) 3313134 fax. (001-612) 3877750 E-mail: [email protected] XXIV edizione del festival competitivo che ha in programma lungometraggi, corti e produzioni internazionali. LIV edizione della più antica manifestazione a concorso sull’ambiente-montagna, compresi alpinismo, sport, editoria del settore e tutela dell’ambiente. Presenta opere documentaristiche e di fiction. USA FILM FESTIVAL Sito web www.usafilmfestival.com Dove Dallas (Texas), USA Quando 20-27 aprile Resp. Ann Alexander tel. (001-214) 8216300 fax. (001-214) 8216364 E-mail: [email protected] XXXVI edizione del festival che presenta le migliori novità americane e straniere (lungometraggi e corti) di produzione indipendente. In concorso solo i cortometraggi. Aprile 2006 RdC 9 festival del mese di Massimo Monteleone divi al fornello di Chiara Ugolini f> IL PERSONAGGIO EUROPACINEMA Sito web www.europacinema.it Dove Viareggio, Italia Quando 20-25 aprile Resp. Felice Laudadio tel. (06) 32650035 (rif. a Roma) fax. (06) 32650138 E-mail: [email protected] XXIII edizione del festival internazionale sul cinema europeo. In concorso circa 10 lungometraggi inediti in Italia. Prevede anteprime, lezioni di cinema, una retrospettiva su Stefania Sandrelli e altri eventi. FESTIVAL DU FILM POLICIER DE COGNAC Sito web www.festival.cognac.fr Dove Cognac, Francia Quando 6-9 aprile Resp. Bruno Barde tel. (0033-1) 41342000 fax. (0033-1) 41342077 E-mail: [email protected] XXIV appuntamento col genere poliziesco, noir e thriller. In concorso lungometraggi internazionali e corti o TV-movies di produzione francese. COPPE IN SOFFITTA Polvere di stelle Dagli “insetti” svedesi alle statuette dell’Academy: che cosa resta dei premi più pazzi (e prestigiosi) del mondo DI VALERIA CHIARI I nverno di onori e ricompense. Con qualche eccezione che riguarda paesi come Egitto, Taiwan o l’India, i premi destinati alle cinematografie nazionali vengono assegnati tra gennaio e marzo: dai poco noti Golden Aries russi ai più celebrati César francesi e ai BAFTA inglesi, fino agli Oscar americani. Dedicati tutti alle produzioni di casa e spinti da un 10 RdC Aprile 2006 costruttivo orgoglio nazionale, i Jussi finlandesi (letteralmente “i fanti”), i Goya spagnoli, i Roberts danesi e i Guldbagge svedesi (gli “insetti d’oro”), come i loro omologhi di altri paesi giudicano e rivalutano la cinematografia che spesso non riesce a varcare le frontiere nazionali, nonostante i frequenti successi domestici. Pur non vantando le 78 Tra i più antichi gli Jussi della Finlandia: la prima edizione risale a 60 anni fa VINCITORI E VINTI Crash in trionfo e Clooney beffato. Il caso Oscar: dove la politica è a rischio edizioni degli Oscar, creati nel 1927 dall’allora neonata Academy of Motion Picture of Arts and Sciences, molti di questi premi possiedono una lunga storia: dai Jussi finlandesi, che esistono dal 1944, ai Guldbagge svedesi che hanno festeggiato la loro 40ma edizione; dai circa 50 anni dei David di Donatello e i 37 della Hungarian Film Week, ai 31 dei Césars e i 20 dei Goya. Tutti assegnati da autorevoli membri di istituzioni cinematografiche nazionali e professionisti del settore, come i riconoscimenti assegnati da sindacati e associazioni composte da critici e giornalisti cinematografici che assicurano Nastri d’argento (SNGCIItalia), Etoiles d’Or (i Presse du cinéma francesi), Golden Globe o i gratificanti onori del rigoroso Critic’s Circle britannico. Lo stesso desiderio di sottolineare la produzione artistica nazionale investe anche le cinematografie del resto del mondo. C’è il Golden Horse Film Festival, Gli autori della Marcia dei pinguini festeggiano l’Oscar per il documentario. A destra il regista di Crash Paul Haggis istituito nel 1962 dal Governement Information Office di Pechino per omaggiare i film in lingua cinese, cantonese, mandarina e taiwanese; Il Cairo International Film Festival, fondato nel 1976 su iniziativa di un gruppo di critici intenzionati a segnalare il talento della cinematografia egiziana, da sempre la più prolifica e illustre di tutto il Medio Oriente. Ha impiegato invece più tempo la Film & Television Guild indiana che, pur fondata nel lontano 1954, ha istituito soltanto lo scorso anno la cerimonia degli Apsara Awards, trofeo alto 25 centimetri e ricoperto di oro a 22 carati, realizzato dal Tiffany indiano Tanishq. All’altro capo del mondo sono poi da ricordare il Festival do Rio, che dal 1999 si concentra sulla produzione del Sud America, e il Pia Film Festival giapponese, che da 27 anni rimpolpa le schiere del nuovo cinema nipponico, insieme alla celebrazione degli autori già noti, affidata al Tokyo FilmEx. La politica mette paura agli Oscar. La conferma è nei premi della 78ª edizione degli Academy Awards. Tanto equi e astuti da fare contenti (quasi) tutti. Chi non si aspettava il trionfo è l’America democratica e lacerata di Crash: tre statuette (fra cui quella per il miglior film), che mettono d’accordo la critica e a tacere i maligni. Il colpo al cerchio non riesce bene come quello alla botte: i tre Oscar ai Segreti di Brokeback Mountain fugano i pregiudizi dell’Academy sull’omosessualità, ma sanno di beffa rispetto alle 8 nomination. Si spiega così quella a Felicity Huffman per Transamerica (battuta da Reese Witherspoon tra le protagoniste), così come non sembrano casuali premio e scorno di George Clooney: la statuetta da comprimario in Syriana è un contentino che depotenzia candidature (6!) e denuncia del suo Good Night, and Good Luck. Esordio folgorante per Philip Seymour Hoffman tra i protagonisti con Truman Capote e per Wallace & Gromit al lungometraggio. A mani vuote, invece, l’Italia della Bestia nel cuore: qui però niente dietrologie, per il film della Comencini è un premio già essere arrivato fin lì. Dalla Francia, intanto, Etoiles d’Or e Césars premiano Tutti i battiti del mio cuore di Audiard, mentre la Coixet trionfa ai Goya spagnoli con La vita segreta delle parole. La critica svizzera incorona poi Mein Name ist Eugen, adattamento di un libro per ragazzi degli anni ’50, e quella russa 9th Troop, storia vera di un soldato in Afghanistan durante la guerra degli anni ’80. Scorno a sorpresa per Lars von Trier, beffatto in casa da Le mele di Adamo di Anders Thomas Jensen, mentre gli Jussi finlandesi premiano infine Dog Nail Clipper di Markku Polonen. (V.C.) Aprile 2006 RdC 11 COVER STORY In missione [per un mondo Ladro giustiziere per Inside Man e neorivoluzionario in Children of Men: il futuro è nelle mani di Clive Owen DI MARINA SANNA 12 RdC Aprile 2006 migliore...] Clive Owen mascherato per Inside Man di Spike Lee Aprile 2006 RdC 13 COVER STORY L ondra 2021. Theodore scrive nel suo diario: “Nel lutto che tutti ci accomuna, come genitori affranti dal dolore, abbiamo eliminato ogni cosa che ci ricordi la nostra perdita. Abbiamo smontato i giochi nei giardini pubblici. Abbiamo bruciato i giocattoli e le scuole, da tempo inutilizzate, sono state chiuse per sempre”. Per ragioni ignote alla scienza la razza umana è diventata sterile e quindi in marcia verso l’estinzione. Al governo c’è l’oscuro Xan, che regna con dispotico egualitarismo. I vecchi sono incoraggiati a suicidarsi, in televisione scorrono le immagini del “trapasso”: gli anziani vestiti di bianco sono accompagnati a piedi o sulla sedie a rotelle su una chiatta, cantano ad alta voce, mentre il barcone si allontana lentamente nel crepuscolo. I criminali vengono esiliati o nella peggiore delle ipotesi abbandonati, gli immigrati trattati come schiavi. Lo scenario presenta inquietanti similitudini con V per Vendetta, ma Alan Moore non c’entra, l’autrice si chiama P.D.James, una delle scrittrici più famose di Inghilterra, e Children of Men, I figli degli uomini, rappresenta una tappa piuttosto anomala nel suo percorso di signora della “detective story”. Il libro giaceva da qualche anno dimenticato negli scaffali, quando l’ha preso in mano il messicano Alfonso Cuarón, che dopo la (terza) avventura di Harry Potter era sparito dalle scene internazionali. La storia, quasi sicuramente in anteprima al prossimo festival di Venezia, ha l’andamento di un Clive Owen. Sotto Denzel Washington in Inside Man e Owen con Julianne Moore in Children of Men thriller futuristico, Theo (Clive Owen) incontra a un certo punto una donna (Julianne Moore), affiliata a un gruppo di ribelli che hanno deciso di opporsi alla tirannia di Xan e si ritrova coinvolto nei loro piani di riscatto in prima persona. Theo, però, è il cugino di Xan… Dissolvenza: altra città altra storia. Clive Owen ha il passamontagna e una tuta bianca, siamo a New York. La location è la Manhattan Trust Bank, Owen fa parte di un quartetto di imbianchini che si chiamano tutti (più o meno) Steve. Entrano in banca, bloccano gli ingressi e uno dei quattro (Owen) prende il comando. Niente paura, è solo una rapina. A impiegati e clienti viene chiesto di rimanere tranquilli, di consegnare chiavi e telefoni. I primi vengono portati nel seminterrato, i secondi rimangono al piano superiore. Solo che ora non c’è più differenza tra ostaggi e malviventi; tutti indossano la stessa tuta blu e una maschera bianca. E’ l’incipit di Inside Man di Spike Lee, in cui (come suggerisce il titolo) bisogna tenere gli occhi bene aperti: i protagonisti non sono quello che sembrano. Qui non c’è un dittatore, ma un big della finanza che ha le mani sporche di sangue e, se la rapina non sarà compiuta perché è solo un pretesto, invece il piano riuscirà alla perfezione. Nato a Coventry il 3 ottobre del ’64, Clive Owen ha il phisique du role: può essere spietato, innamorato, geloso, indifferente, crudele, buono, cattivo, gentiluomo. Forte di una lunga esperienza teatrale, che lo ha reso famoso in patria e lo ha fatto innamorare nel 1988 della sua Giulietta (Sarah-Jane Fenton, con cui è sposato dal ’95), riesce a saltare da un ruolo all’altro con grande facilità. Da Closer a Children of Men di Alfonso Cuarón sarà quasi sicuramente in anteprima al festival di Venezia 14 RdC Ottobre 2005 Carta di identità Figlio di un cantante country western (che sparisce quando Clive ha tre anni), nasce e studia a Coventry, Gran Bretagna. Partecipa a diversi spettacoli teatrali finché, nel ‘84, viene ammesso alla Royal Academy of Dramatic Art che frequenta per tre anni insieme a Ralph Fiennes. Subito dopo il diploma si unisce alla compagnia del “Young Vic Theatre” e nel ‘88 ecco il primo ruolo importante: Romeo, in Romeo e Giulietta. Sarah Jane Fenton, partner sul palcoscenico, diventa sua moglie sette anni dopo e dal matrimonio nascono due figlie. Il 1988 è un anno molto fortunato per Clive che debutta anche sul grande schermo in Vroom. Nei due anni successivi lavora nel serial tv Chancer, e nel ‘91 in Close My Eyes. Ritorna a lavorare in teatro e con il drammatico Closer arriva la notorietà. Nel ‘98 il regista Mike Hodges lo sceglie come protagonista di Croupier e finalmente anche Hollywood si accorge del suo talento. Ha una parte in Gosford Park di Robert Altman, recita con Matt Damon in Inside Man, passando per il thriller Derailed, in cui il voltafaccia ricorda quello di Viggo Mortensen in History of Violence, manipola lo spettatore e rivolta il personaggio come un guanto. L’attore inglese non è il solo filo rosso di Inside Man e Children of Men, e neanche la parola “uomo” dei titoli, entrambi sono thriller con forti connotazioni etiche. I dubbi sul futuro dell’umanità che la P.D.James si e ci poneva dieci anni fa oggi sono più che legittimi, pressanti. Come confermano i vari Syriana, Jarhead, Munich, V per Vendetta che si tratti di guerra, corruzione, connivenza tra poteri forti, dittature, asservimento alla ragione di stato, depauperamento morale e sociale, catastrofi ambientali, il ritornello è sempre lo stesso: che ne sarà di noi? Nel caso di Inside Man, la bacchettata è dissimulata in un film di “genere” con dialoghi eccellenti, un “heist movie” che rimanda affettuosamente agli anni Settanta. Spike Lee si appropria dell’ottimo script dell’esordiente Russell Gewirtz e lo utilizza per pungolare società ed establishment americani. Ma attenzione, al paladino dei diritti delle minoranze non sfugge nessuno: bianchi, neri, spagnoli, russi, armeni, albanesi. Il più pulito ha qualcosa da nascondere, persino il detective Frazier (bravissimo Denzel Washington), che si batte per un mondo più bello. Meglio allora il ladro gentiluomo, mister Vendetta Owen, il cui fine giustifica i mezzi. All’inizio avvisa lo spettatore: vi dirò chi sono, perché lo faccio, dove (e quando) colpirò. Nel come, direbbe il Bardo, c’è l’intoppo”. Quando le squadre speciali irrompono nella banca il bottino è ancora integro, mentre degli scassinatori non c’è più traccia: tre sono riusciti a mimetizzarsi tra gli ostaggi, il quarto si è nascosto nel sotterraneo della Manhattan Trust. Per dieci giorni ha preparato e ripassato il suo colpo di scena, la punizione contro il magnate (Christopher Plummer) che, oltre a un passato infame, nasconde in una cassetta di sicurezza diamanti dal valore inestimabile… Le cattive azioni, bisbiglia Owen, sanno di fogna. Prima o poi tornano a galla. The Bourne Identity e diventa Artù per Antoine Fuqua. Ma è Mike Nichols a regalargli la possibilità di conquistare, nel 2005, il suo primo Golden Globe come attore non protagonista in Closer, versione cinematografica del suo primo successo teatrale. Dopo Children of Men di Cuarón, lo vedremo nel sequel di Sin City e in versione “lord” in Elizabeth: the Golden Age di Shekar Kapur. Aprile 2006 RdC 15 INCONTRI Vi[r]zì di famiglia Dopo molta musica, Carlo tenta il grande passo e, sulle orme del fratello Paolo, si lancia nella prima regia: Adelmo torna da me, commedia adolescenziale sugli anni ’80 con Laura Morante e Neri Marcoré DI LARA LORETI ‘‘U Una scena di Adelmo torna da me. Accanto la piccola protagonista con Renzi e Marcoré 16 RdC Aprile 2006 n fratello, un padre, un collega. Questo è stato ed è per me Paolo”. Sono colme di affetto le parole di Carlo Virzì, fratello minore del regista di Caterina va in città e di N, nuovo film su Napoleone con Monica Bellucci. Due fratelli legati da una grande passione per il cinema. Dopo aver seguito Paolo in tutti i suoi lavori come assistente alla regia, musicista e attore, il Virzì junior esordisce in macchina da presa con Adelmo torna da me, commedia romantica con Laura Morante e Neri Marcoré tratta dall’omonimo libro di Teresa Ciabatti, nelle sale la prossima estate. “A propormi questo progetto - dice l’artista toscano – è stata la Cattleya, con cui avevo lavorato in Caterina va in città. Cercavano un regista esordiente che desse al film un tocco di spontaneità, senza pretese autoriali”. È stato così che, sulle orme del fratello e con una lunga carriera da musicista alle spalle, si è messo in gioco in prima persona. Come descriverebbe il rapporto con suo fratello? Siamo molto uniti. Lui ha otto anni più di me e mi è sempre stato vicino, specialmente quando abbiamo perso nostro padre. Io avevo solo 11 anni, e lui con le sue premure è riuscito a colmare il vuoto che il babbo mi aveva lasciato e ad alleviare il dolore. Anche nel lavoro abbiamo un ottimo affiatamento. Sono stato dietro a Paolo fin dai tempi di Ferie d’agosto, nel 1995. In Baci e abbracci ho anche “A parte la calvizie abbiamo poco in comune. Lui è quello impegnato, io il fratello sognatore” recitato una parte. Lui, d’altro canto, mi ha aiutato a scrivere la sceneggiatura del mio primo film. Quanto conta chiamarsi Virzì ? Nel rapporto con i produttori è un vantaggio. Per loro che io sia un Virzì è una sorta di garanzia. Per me invece è deleterio perché scatta subito il confronto. Ma noi riusciamo a superare lo scoglio del paragone perché lavoriamo in gruppo e questo ci fa da collante. Dalla musica al cinema. Com’è avvenuto il passaggio? E’ un connubio di arti inscindibile. La musica mi ha conquistato quando frequentavo la prima media e saltavo le lezioni per abbandonarmi alle magiche note della mia chitarra. Poi nel 1995 ho formato un gruppo, gli Snaporaz, con cui per dieci anni ho girato l’Italia in tournée. Insieme abbiamo composto le colonne sonore di vari film di Paolo, da Ovosodo a My Name is Tanino, e ovviamente anche quelle di Adelmo torna da me. Ma il cinema l’ho amato quando ero ancora più piccolo, e prima dello stesso Paolo che, a quei tempi, era tutto preso dalla scrittura e dalla letteratura. Quali sono i vostri punti in comune e quali le differenze? In comune, a parte la mancanza di capelli, abbiamo ben poco. Abbiamo un diverso modo di vedere la vita. E ciò dipende molto dal periodo in cui siamo cresciuti: Paolo negli anni ’70 da cui ha imparato la passione per l’impegno civile, le ideologie, e soprattutto per la scrittura. Io invece ho assorbito tutta la spensieratezza del decennio successivo: la mia è una generazione leggera, che vaga alla ricerca delle assurdità dell’animo umano. E la musica ha contribuito molto a forgiare il mio carattere. Per semplificare potrei dire che Paolo è l’intellettuale, io il sognatore. Adelmo torna da me è ambientato proprio negli anni ‘80. Una scelta autobiografica? Forse un po’. Rivivere quel momento attraverso le vicende dei due giovani protagonisti, Gabriela Belisario nei panni della ricca e beneducata Camilla e Jacopo Petrini in quelli del ragazzo di campagna Adelmo, mi ha riempito di emozioni. Gli scenari, le musiche dei Duran Duran, i sentimenti adolescenziali… Un universo di magia arricchito dalla presenza di grandi attori come la Morante, Marcoré e Andrea Renzi: niente male per un esordio. LO CHIAMAVANO SNAPORAZ Parabola di Virzì Jr: arrivato al cinema, grazie ai ritmi della sua band Carlo Virzì nasce a Livorno il 2 giugno di 34 anni fa da padre palermitano e madre toscana. Fidanzato con la siciliana Cristina, da cinque anni vive a Roma dove si è trasferito per lavoro. “E’ arrivato un punto della mia vita in cui professionalmente Livorno mi stava stretta e così ho deciso di puntare sulla capitale – dice il regista –. Ma oggi la mia città mi manca: così alle feste canoniche e ogni volta che posso mi rifugio in Toscana per trovare gli amici”. A 12 anni Virzì jr. inizia a suonare la chitarra, poi è la volta della batteria e delle tastiere. La sua carriera da musicista decolla e così nel ’95 l’artista fonda gli Snaporaz con cui incide vari dischi. Nel frattempo si avvicina anche al cinema - “che ho sempre amato” come ama ripetere lo stesso autore - e accompagna il famoso fratello Paolo nei suoi successi cinematografici, da Ferie d’agosto a Caterina va in città. La scorsa estate a Orbetello, Carlo Virzì ha girato il suo primo film da regista, Adelmo torna da me che, distribuito dalla 01 Distribution, dovrebbe approdare sul grande schermo dopo il mese di giugno. (L.R.) Aprile 2006 RdC 17 ANTICIPAZIONI LUNGAVITAA Ritorna lo scoiattolo dell’Era glaciale. E guida l’esercito dell’animazione: macchine, topolini e folletti DI ROSA ESPOSITO 18 RdC Aprile 2006 SCRAT! (con doppiatori d’eccezione) Tra i più attesi anche Cars e Flushed Away, il nuovo frutto della partnership da Oscar fra DreamWorks e Aardman Studios entre in casa Aardman si brinda ancora per l’Oscar conquistato da Wallace & Gromit, alla 20th Century Fox si affilano le armi e gli animatori della Blue Sky si preparano alla prossima edizione dei prestigiosi riconoscimenti con un nuovo capitolo dell’Era glaciale. Orfani del regista Chris Wedge, ma adottati da Carlos Saldanha, scenderanno nuovamente in campo, per bissare la vittoria del 2005, il catastrofico scoiattolo Scrat, Manny il mammuth, Sid il bradipo e Diego la tigre, affiancati dalla new entry Ellie, un’affascinante mammuthina con tanto di fiocco a ornare un rigoglioso ciuffo rosso, che farà M Aprile 2006 RdC 19 ANTICIPAZIONI SAMURAI A QUATTRO ZAMPE Piacerà sicuramente a Quentin Tarantino il protagonista del prossimo film d’animazione targato DreamWorks, Kung Fu Panda. Si chiama Po ed è un samurai. O meglio, è costretto a diventarlo, perché Po in realtà è il più pigro animale della Valle della Pace, non ha mai fatto sport in vita sua e mai è stato sfiorato dall’idea di diventare un esperto di arti marziali. Ma per un equivoco viene scambiato per l’eletto incaricato di liberare gli abitanti della valle dalla minaccia di un gruppo di pericolosi leopardi. A dar voce al protagonista sarà Jack Black, affiancato da Dustin Hoffman, Jackie Chan e Lucy Liu. palpitare il cuore a Manny. Sei anni di lavoro, 250 artisti coinvolti e un successo alle spalle quantificabile in 380 milioni di dollari, L’era glaciale 2 arriverà nelle sale italiane a fine aprile con l’emblematico sottotitolo Il disgelo. La storia prende il via là dove si concludeva il primo film. E’ primavera, il freddo cede il posto ai primi caldi e la valle in cui risiedono i tre amici si ricopre di una rigogliosa vegetazione. Tuttavia il pericolo è sempre in agguato: i ghiacci si 20 RdC Aprile 2006 sciolgono e il rischio di un alluvione costringe i preistorici eroi ancora una volta alla fuga. “Abbiamo molto amato la semplicità della trama del primo film – racconta l’art director Tom Cardone – e la semplicità della storia sarà anche la cifra di questo secondo film”. Ma come insegna John Lasseter: senza una buona sceneggiatura non si va da nessuna parte (questo il motivo che ha spinto Disney e Pixar a bloccare il progetto di un terzo film della serie Toy Story). Da qui l’idea di agganciarsi all’attualità (il tema del surriscaldamento del clima) e di far vivere a ognuno dei protagonisti un’esperienza di crescita personale molto importante: su tutti Manny che per la prima volta farà i conti con l’innamoramento e la voglia di costruirsi una famiglia. Il tutto condito con tanto humor. Fiore all’occhiello del cartoon resta tuttavia Scrat, il personaggio più amato dal pubblico di tutto il mondo: a lui questa volta un ruolo più ampio e in grado di incidere in maniera determinante sui destini di tutti i suoi compagni. Torna per questo secondo capitolo il cast di doppiatori del primo film, Claudio Bisio, Leo Gullotta e Pino Insegno. Con loro anche la showgirl Roberta Lanfranchi che darà voce a Ellie. Già in cantiere anche il prossimo film d’animazione targato Fox: protagonista un elefante scaturito dalla fantasia del Dr. Seuss, autore per l’infanzia che ha già ispirato per il cinema Il Grinch e Il gatto e il cappello matto. TOPOLINI ALLA DERIVA Dopo le “galline in fuga” e i “conigli mannari” arrivano i topolini di plastilina. E con l’occasione DreamWorks e Aardman Studios uniscono ancora una volta le forze per Flushed Away. Protagonista un piccolo ratto che per sbaglio finisce nello scarico del wc di una lussuosa villa londinese e si ritrova catapultato nelle fogne che passano sotto la città. Tra i doppiatori avrebbe dovuto esserci Nicole Kidman, ma Kate Winslet ha avuto la meglio è si è aggiudicata il “ruolo” della topolina Rita con Hugh Jackman, Ian McKellen, Jean Reno e il “Gollum” del Signore degli Anelli Andy Serkis. I FOLLETTI DI BESSON Anche Luc Besson cede al fascino dell’animazione. E prenota un posto in prima fila al festival di Cannes con Arthur et les Minimoys, live-action interpretato da Mia Farrow e Freddie Highmore, con le voci, per i personaggi animati, di Madonna, David Bowie e Snoop Dogg. Ispirato ai romanzi per bambini scritti dallo stesso regista, il film racconta la storia di un ragazzino che, risolto un enigma che dovrebbe consentirgli di trovare un tesoro, si vede catapultato in mezzo a una misteriosa tribù costituita da folletti alti due millimetri, con le orecchie a punta, occhi molto grandi e tante macchioline rosse sul viso. IMPRIGIONATI E CONTENTI Che strano gioco all’inseguimento quello tra Disney e DreamWorks. Un tempo erano le formiche, poi sono arrivati i pesci, adesso tocca agli animali dello zoo. Ma con una differenza: se in Madagascar, i suddetti quadrupedi organizzavano la fuga verso la libertà, in Uno zoo in fuga, nuovo cartoon della Casa di Topolino, un cucciolo di leone viene per errore rispedito in Africa e un leone adulto, un koala, una giraffa, un’anaconda e uno scoiattolo organizzano una spedizione per riportarlo a “casa”. Tra i doppiatori della versione Usa Kiefer Sutherland e Jim Belushi. UNA SCIMMIA PER AMICO E’ stato realizzato nel tradizionale 2D, ma sono occorsi più di 10 anni, e circa 20 sceneggiature diverse, prima che Curious George potesse approdare sul grande schermo. Ispirato all’omonima serie di libri per ragazzi, il cartoon ha per protagonista un’imbranata quanto adorabile scimmietta, che dalle foreste dell’Africa sbarca nella metropolitana America, quando accidentalmente viene adottata da un uomo che indossa sempre un cappello giallo e al quale renderà veramente dura l’esistenza. In sala di doppiaggio Will Ferrell e Drew Barrymore. Aprile 2006 RdC 21 ANTICIPAZIONI NELLA VECCHIA FATTORIA… Quando il fattore non c’è nel podere di Barnyard succede il finimondo. Come recita un noto proverbio che parla di gatti assenti e topolini danzanti, gli animali del cortile ballano, cantano e si prendono gioco dei loro padroni con irriverenti imitazioni. Le cose si mettono male per Otis, una pacifica mucca bianca e nera, con gli occhi blu e il musetto rosa, quando i proprietari dell’azienda agricola si accorgono di quello che accade alle loro spalle e la incaricano di mantenere l’ordine nell’aia. NEWMAN FA VROOMMM Settimo film nato dalla collaborazione tra Pixar e Disney, Cars vanta tra i doppiatori Usa niente meno che Paul Newman. Diretto da John Lasseter, il cartoon racconta l’avventuroso viaggio di un gruppo di auto di lusso lungo la storica “Route 66”, la strada che taglia in due gli Stati Uniti. La scelta dell’attore (voce della vettura più potente) non è casuale: è ben nota la sua passione per le corse di automobili, tanto che il suo nome figura anche nel Guinness dei primati per aver vinto la Rolex 24 a Daytona nel 1995. SIGNORSÌ PROCIONE Ispirato all’omonimo fumetto creato da Michael Fry e T. Lewis nel 1995, La gang del bosco nasce originariamente come liveaction. Il progetto, in cantiere alla DreamWorks dal 1997, si è poi trasformato in un film d’animazione in 3D e ha per protagonista è un procione che tenta di convincere gli animali del bosco a non temere più gli uomini. Tra i suoi punti di forza le “voci” di Bruce Willis, Nick Nolte e della cantate Avril Lavigne e la colonna sonora composta da brani degli anni ’60, eseguiti da artisti contemporanei, tra i quali Break on Through dei Doors. BULLI DANESI Arriva dalla Danimarca il cartoon “politicamente più scorretto” dell’anno. Doppiato da Bisio ed Elio e le storie tese, Terkel affronta un tema delicato: quello del bullismo e i suoi personaggi ricordano tanto quelli dell’americano South Park. Protagonista è un ragazzino (il cui nome dà titolo al film) che frequenta la terza media e viene continuamente tormentato da due teppisti, Sten e Saki. 22 RdC Aprile 2006 KEANU REEVES IN 3D Si è ispirato a un romanzo di Philip K. Dick per trasformare Winona Ryder e Keanu Reeves in cartoon. Con un’operazione già sperimentata con Waking Life, Richard Linklater ha diretto il suo secondo film d’animazione – A Scanner Darkly – con attori in carne e ossa. Complici due produttori d’eccezione: George Clooney e Steven Soderbergh. La storia è ambientata in un futuro in cui una droga misteriosa ha a dispetto di una salute malferma, di diventare sacerdote alla costruzione in un vecchio convento nel Gargano di un piccolo ospedale chiamato “la casa della sofferenza”. Riconosciuto autore di numerosi miracoli, Padre Pio è stato proclamato santo il 16 giugno del 2002 da Papa Giovanni Paolo II. invaso il mercato seminando follia e morte. Un poliziotto si infiltra tra i tossici che ne fanno uso, per scoprire i responsabili del traffico illegale: un abito speciale nasconde ai colleghi la sua identità e una sofisticata apparecchiatura elettronica gli consente di spiare se stesso nella sua nuova condizione di drogato. vive nell’Antartico, l’unico modo per riuscire a far breccia nel cuore della propria anima gemella è quello di cantargli una serenata a ritmo di rap. Nulla di troppo complicato se non fosse che Mumble, figlio di Memphis (nome che richiama curiosamente la città di Elvis Presley) e Norma Jean (velato omaggio a Marilyn Monroe), è totalmente e irrimediabilmente stonato, pur essendo un provetto ballerino di tip tap. Il cartoon segna l’esordio nell’animazione del regista di Mad Max e SANTO CARTOON La storia di Padre Pio approda sul grande schermo. In versione 2D ed espressamente pensata per un pubblico di giovanissimi. Prodotto al cento per cento italiano, ma diretto dal coreano Jang Chol Su, Padre Pio ripercorre, in 88 minuti, le principali tappe della vita del frate di Pietralcina. Dalla decisione, IL PINGUINO BALLERINO Vita dura per il giovane pinguino imperatore Mumble. Nella colonia, in cui Ai confini della realtà George Miller ed è doppiato da Nicole Kidman, Elijah Wood, Robin Williams, Brittany Murphy e Hugh Jackman. FORMICHINE ALLA RISCOSSA Prodotto da Tom Hanks e con le voci di Julia Roberts, Nicolas Cage e Meryl Streep, Ant Bully è un inno al rispetto per i più piccoli esseri della terra: gli insetti. Adattamento dell’omonimo libro per ragazzi, il cartoon ha per protagonista Lucas Nickel, un ragazzino preso di mira dai bulli del quartiere che scarica tutte le sue frustrazioni tormentando le formiche del suo giardino. Stanche delle continue vessazioni le creaturine si rivolgono al Mago Zoc che punisce Lucas con un incantesimo che lo rimpicciolisce fino a raggiungere dimensioni microscopiche. A una sola condizione gli sarà concesso di recuperare la sua statura originaria: aiutare le formiche a vincere una battaglia contro uno sciame di vespe. Aprile 2006 RdC 23 PERSONAGGI L’artista del silenzio In Germania il suo affresco dei monaci certosini è diventato un caso. In anteprima, e in occasione l’intervista a Philip Gröning, regista di cui sentirete ancora parlare (*) 24 RdC Aprile 2006 “All'inizio ero inibito dalla sacralità del luogo. L'idea di violarla con la macchina da presa mi appariva oltraggiosa” della retrospettiva che gli dedica l’Infinity Festival, pubblichiamo Aprile 2006 RdC 25 PERSONAGGI Il monastero dove Gröning ha girato Il grande silenzio. Sotto Die Terroristen, nella pagina accanto L'amour, l'argent, l'amour Q ual è stato il suo approccio al cinema? Le mie prime esperienze sono state molto limitate e tardive. Sono cresciuto senza televisione e non ricordo di essere andato al cinema da bambino. Il primo tentativo, che avvenne abbastanza tardi, terminò anzi in modo abbastanza brusco e traumatico. Ero andato a vedere un film per bambini particolarmente innocuo – credo fosse Little Lord Fauntelroy o qualcosa del genere -. Ricordo a un certo punto di essermi perso nei miei pensieri e di aver iniziato a immaginare i personaggi del film, ma in forma molto più cupa e angosciosa. Allora ho iniziato a piangere disperatamente e mio padre è stato costretto a portarmi via, perché stavo disturbando gli altri spettatori. Evidentemente ero stato l’unico a vedere questa strana variante horror del film. Il grande silenzio ha avuto una lunghissima gestazione. Come è avvenuta la sua produzione? Da una parte è vero che l’idea risale a molto tempo fa. Dall’altra però l’ho accantonato per un lungo periodo. Che poi, alla fine, è esattamente ciò che lo ha reso possibile. Con l’insistenza non avrei ottenuto i permessi per realizzarlo, e non ne avrei trovata la forza se a 26 RdC Aprile 2006 un certo punto non lo avessi percepito come un progetto completamente nuovo, rinato rispetto all’idea originale. Nel 2001 abbiamo iniziato con una serie di prove, per decidere se girare in 35, 16mm o in digitale. Dopo tanta indecisione alla fine ho optato per l’HD, ma allora si trattava di un formato ancora praticamente sconosciuto. Era stato utilizzato da Lucas per Star Wars e da un celebre documentario della BBC, ma per il resto era del tutto sperimentale. Circolavano voci allarmanti, secondo cui sarebbe stato impossibile girare senza il supporto di un ingegnere e di una squadra di tecnici. Io allora ho posto una condizione: se avessi capito come funzionava in mezz’ora, bene. Altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Le riprese sono iniziate alla fine di febbraio 2002. Dopo un po’ mi sono però reso conto che le HD hanno questa strana caratteristica di eliminare la percezione dello scorrer del tempo. Per contrastare questa impressione ho deciso di integrare il materiale con del girato in Super8. Dopo l’ultimo ciak, nel luglio del 2002, sono tornato ancora un paio di volte al monastero per alcune riprese invernali nel 2003. Da allora mi sono dedicato soltanto al montaggio. Un processo faticosissimo che è “Durante le riprese ho scoperto un vero e proprio universo: il contatto con tanti piccoli suoni” andato avanti per due anni e mezzo. Il problema era la totale assenza di modelli di riferimento. Non potevo affidarmi ad alcuna regola drammaturgica per dare una forma al film. Alla fine è risultato come il prodotto di tanti errori e approcci diversi, una vera lezione di impotenza come regista. Nel maggio del 2005 c’è poi stata una proiezione in cui ci è apparso improvvisamente diverso. Non so ancora dire in cosa, ma abbiamo capito subito che il film era lì. Finito e subito accettato dal festival di Venezia. Come ha girato all’interno del monastero e che tipo di rapporto ha intrattenuto con i monaci? Mi hanno chiesto di non avvalermi di una troupe. Una condizione che corrispondeva all’idea che io stesso mi ero fatto. Soltanto il mio assistente, Julien Vanlerenberhge, era stato autorizzato a prendersi cura delle apparecchiature che avevamo installato in una dependance al di fuori del monastero. Mi è stato di enorme aiuto nel risolvere le questioni tecniche, ma non ha mai assistito alle riprese. Il tutto è iniziato con un lento processo per l’acquisizione della fiducia. Più che dei monaci verso di me, nei confronti dell’idea che potessi davvero girare lì dentro. La mia presenza, e quella della macchina da presa, mi sembravano tanto oltraggiose che osavo appena effettuare qualche ripresa. Per i monaci, invece, non sembrava un grande problema: in un mondo in cui i media hanno scarsa importanza, la macchina da presa non ne ha praticamente nessuna. Per superare le mie resistenze, a un certo punto ho deciso di bypassare direttamente il problema, dedicandomi ai primi piani: la forma più diretta possibile di confronto tra me, i monaci, il pubblico e il mezzo tecnico. E’ quando ho compiuto questo salto e riconosciuto la legittimità della macchina da presa che ho trovato il film. Da allora il rapporto con i monaci si è rivelato molto piacevole. In gran parte senza parole e costruito sullo scambio di sorrisi e saluti rituali nel chiostro e nei corridoi. E’ incredibile quanto calore si possa esprimere con questi piccoli gesti, e quanto la semplice condivisione degli stessi momenti alimenti la sensazione di essere ben accetti. La sera, dopo aver acceso il fornelletto, il solo vedere del fumo che proveniva dalla cella accanto era un momento di pura gioia. In questo film si ha la precisa sensazione che esistano tipologie di silenzio senza fine. Si è trattato di una riflessione successiva o dell’impressione che ha ricevuto all’interno del monastero? Nel corso delle riprese ho capito che il silenzio non è mai tale. Il silenzio è la presenza, e il contatto, con tanti piccoli suoni. Fino ad allora non avevo mai curato le registrazioni in prima persona. Poterlo fare per la prima volta all’interno del monastero mi ha riempito di gioia. Ascoltare la moltitudine di rumori che si rivelavano nelle cuffie mi ha fatto scoprire l’universo dei suoni. Un’esperienza completamente nuova, che ha affinato molto la mia percezione. Le sue prime regie risalgono al corto Trockenschwimmer e al documentario The Last Picture Taken, entrambi girati nel 1983. Trockenshwimmer era figlio di un approccio rigidamente sperimentale. La sua origine era però semplicissima: per l’esame di tecnica, a scuola, eravamo stati chiamati a realizzare un corto, impiegando correttamente due pizze da 35mm. Quello che ho fatto è stato allora prendere queste bobine e cercare di capire che genere di storia potessi raccontare nei 7 minuti a disposizione. Mi sono quindi lasciato ispirare da questo approccio tecnico, per realizzare una storia che fosse tecnica in sé: un uomo che impara a nuotare sulla terraferma. Alla fine riesce a maturare una tecnica impeccabile, ma proprio il fatto di applicarla rigidamente, nel momento in cui entra in acqua lo fa affogare. The Last Picture Taken era invece un documentario su Michail Schneiderov, un vecchio cameraman russo, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva anche filmato il momento in cui la Bandiera Rossa veniva issata sul Reichstag. L’idea di fare un film su di lui mi è venuta durante le celebrazioni per i 40 anni dalla fine della guerra. Non si faceva che parlare di come gli americani avessero vinto la guerra e liberato la Germania dal Nazismo e questa falsità mi indignava. Un cineasta lituano mi aiutò a rimediare sottobanco un permesso per girare un documentario su Schneiderov a Riga. Le autorità però non mi credevano e così ho dovuto pagarmi tutto da solo. Per trasportare bobine e girato da Berlino Est a Riga e viceversa, mi sono poi dovuto avvalere di un mio amico diplomatico, che gli faceva varcare il confine clandestinamente. Stachoviak! è un’opera molto sperimentale, quasi estrema per quanto riguarda la ricerca dell’immagine e del suono. Come lo descriverebbe? E’ un viaggio nella mente di Bernhard Stachoviak, un uomo in preda a una furia omicida a cui finisce per abbandonarsi. E’ una sorta di assalto allo spettatore e il film è come un virus: suggerisce immagini e associazioni a livello quasi subliminale e all’improvviso ti catapulta lì: nella testa e nei pensieri di una persona paranoica, violenta, senza pace. Non lo considero però affatto sperimentale. E’ soltanto un film che racconta la sua storia, ricorrendo a tutti i mezzi artistici a disposizione. Rovesciando la prospettiva, il fatto che venga reputato sperimentale, ci fornisce piuttosto la misura di quanto limitato sia l’uso dei mezzi artistici e tecnici in quello che consideriamo il “cinema tradizionale”. Sono tuttavia d’accordo che realizzare un film su un viaggio interiore, un flusso di coscienza, comporti soluzioni formali diverse da quelle impiegate per raccontare una storia da una prospettiva esterna. Ho sempre concepito i film come opere unitarie e non cronologiche. Sullo schermo si rivelano un’immagine alla volta, ma quella che rimane allo spettatore è una sola. Un’esperienza simultanea, che viene vissuta e percepita nel suo complesso come un quadro. E’ questo che vado ricercando. E che ho ricercato con Stachoviak! in particolare. * (per gentile concessione dell’Alba International FilmFestival - Infinity) Aprile 2006 RdC 27 INCONTRI C’ERAUNAVOLTA Storia della Lohan: ieri reginetta degli adolescenti, oggi attrice per Altman, cresciuta cantando il divorzio-shock dei genitori DI DIEGO GIULIANI 28 RdC Aprile 2006 LINDSAY Aprile 2006 RdC 29 INCONTRI ddio vecchia Lindsay. A neanche vent’anni, per la bambina prodigio di Genitori in trappola e Quel pazzo venerdì è arrivato il momento di voltare pagina. Il pubblico adulto la conosce appena per Herbie il Supermaggiolino, ma i suoi fan più giovani l’hanno da tempo incoronata “Teen Queen”. Un’etichetta frivola che alla Lohan sta stretta come gli abitini da modella che l’hanno lanciata in passerella a tre anni. Pubblico e privato confermano: la partecipazione al corale Radio America di Robert Altman non è un caso. Gli applausi al festival di Berlino, la passerella insieme a Meryl Streep, i film che la aspettano con Anthony Hopkins e Sharon Stone: l’adolescente pimpante e sbarazzina celebrata da Rolling Stone e Seventeen è ormai A morta e sepolta. Difficile crederle quando si ostina a proporsi ancora come la quindicenne della porta accanto. Quella capace di portare a casa due MTV Movie Awards di seguito e poi subito il disco d’oro al debutto pop col singolo Rumors. La sua community web continuava a esaltarne look e disimpegno, ma già allora qualcosa stava cambiando. Il brano era un chiaro messaggio a stampa e showbiz: “Un modo per dire basta – lo chiama lei oggi - e mettere in chiaro le cose una volta per tutte”. Il turbolento divorzio tra mamma Dina e papa Micheal tiene banco sui tabloid di tutto il mondo. I litigi a cui assiste in casa diventano storie di droga, alcolismo e violenze domestiche da sbattere in prima pagina. E’ allora che Lindsay si scopre grande per la prima volta. Al fratello Michael e alle sorelline comincia a fare quasi da mamma. Li consola, protegge. E grida il suo disagio in musica, come avrebbe poi ribadito con Confessions of a Broken Heart: appello al padre ormai distante, dall’eloquente sottotitolo From Daughter to Father. “Cantare è una maniera di liberarmi – 30 RdC Aprile 2006 dice -. A volte ho l’impressione di riuscire così a tirar fuori delle cose che altrimenti non sarei in grado di esprimere”. Forse anche per questo il premio Oscar alla carriera Robert Altman ha scommesso su di lei per Radio America. Perché la sua Lola ricorda tanto la Lindsay di oggi: 19enne introversa e ribelle, nel limbo tra un’adolescenza agli sgoccioli e un’età adulta piombatale addosso troppo in fretta: “Iniziare presto mi ha costretta a crescere più rapidamente. Quando fai questo lavoro devi imparare a fare i conti con situazioni più grandi di te”. I primi passi nella moda risalgono a quando aveva appena tre anni. Tra una sfilata a un’altra, il suo volto da bambina fa il giro delle tv americane: prima una pioggia di spot, poi qualche serie tv e un’apparizione al Letterman Show che le schiude le porte del cinema. Il successo arriva a 11 anni con Quel pazzo venerdì, teen comedy con Jamie Lee Curtis, che la impone “Sono cambiata? E' vero, ma i miei fan capiranno perché sono cresciuti con me” La Lohan alla guida del Supermaggiolino Disney. Accanto e nelle pagine precedenti, a confronto con la vecchia Lindsay come volto adolescente per eccellenza: “Non è stato tutto facile come potrebbe sembrare. Da una parte c’erano l’ingenuità, l’entusiasmo per le cose nuove che tante mie coetanee non potevano neanche sognarsi. Dall’altra però c’era il rischio di finire schiacciata in un meccanismo più grande di me”. Lindsay invece ce l’ha fatta e come Lola si trova oggi a tirare le somme: “Sto maturando professionalmente. Per questo ho bisogno di sperimentarmi in ruoli diversi. Ai miei fan di sempre potrà sembrare una rivoluzione, ma so che capiranno: anche loro sono cresciuti con me e con i miei personaggi”. Ad affiancarla, insieme a Kevin Kline, Woody Harrelson e tanti altri, c’è questa volta addirittura Meryl Streep: cantante country reduce da un matrimonio fallimentare, dalle cui macerie prova a salvare il rapporto con la figlia Lola. “Recitare con lei è stata una vera lezione – racconta la Lohan -. Professionalmente è stata una colonna, ma anche sul piano umano si è instaurata una grande complicità. Avendo lei stessa dei figli, ha finito per farmi davvero da mamma. Mi ha capita subito e persino dato dei consigli su come comportarmi coi ragazzi”. Delle attenzioni materne la Lola del film non vuole invece saperne: “E’ una ragazza insofferente, introversa, che come tante sue coetanee non riesce a stabilire un dialogo con la madre e si chiude in se stessa”. Scrive ovunque le capiti, però, persino scarabocchiandosi i pantaloni. La sua unica valvola di sfogo è la poesia. E come nella vita, anche la musica. indsay ricorda quella scena come una delle più intense e difficili di tutto il film: “Il primo giorno di riprese dovevo girare con Lily Tomlin e Meryl Streep. Avevamo studiato quindici pagine di copione, ma al momento di iniziare a cantare non ricordavamo più niente. Lily allora ha improvvisato un brano dolorosissimo, che parlava della morte, della vita, del rapporto coi genitori. Io sono scoppiata a piangere per l’emozione, ma quando mi sono girata ho visto che anche Meryl era in lacrime. E mentre addirittura Altman piangeva in macchina da presa, tutta la troupe applaudiva commossa”. Un calcio alla sfortuna e alla vita, lo chiama oggi scherzando. L’inizio di un momento d’oro, in cui dice di stare pian piano trovando se stessa e una nuova dimensione. Mentre ad aprile uscirà il suo nuovo disco, la sfida col cinema si rinnova intanto con ben tre titoli. Con Chris Pine ha recitato in Just My Luck, commedia romantica di Donald Petrie. La vera sfida sono però Chapter 27, sulla misteriosa morte di John Lennon, e Bobby sull’assassinio di Robert Kennedy. Anche qui un cast corale, tra cui spiccano i nomi di Anthony Hopkins, Sharon Stone e Demi Moore. Già soltanto vedere il suo nome accanto ai loro nei trailer, l’ha lasciata senza parole. La soddisfazione più grande è però stata lo spessore del film: “Una vera e propria lezione di storia – dice - che oltre ad arricchire me, credo sia fondamentale per tutti i miei coetanei che non hanno vissuto quelle vicende”. Che la vecchia Lindsay tutta griffe e sorrisi non esista davvero più? “Che interpreti la quindicenne o meno sono sempre io – rassicura lei -. Faccio però soltanto quello che voglio e non quello che gli altri si aspettano da me. E’ la ricetta per mantenere un buon rapporto col pubblico: così nei miei ruoli sanno almeno di trovare me stessa. Senza veli e senza finzioni”. L SERIALFLOWERS video_art_graphic documentari video arte mostre cerimonie spettacoli manifestazioni video istituzionali studio associato serial flowers - viale murillo, 27 - 20149 milano - tel. 02 30 83 852 - mob. 349 50 83 996 WWW.SERIALFLOWERS.IT - [email protected] - p.i. 04645990963 S P E C I A L E tifon l Nel l o i h d c c e ’o e ACQUA, ARIA, FUOCO E TERRA: LA RIVOLTA DEGLI ELEMENTI SCONQUASSA IL GRANDE SCHERMO. DALL’INFERNO A POSEIDON: TITOLI E TAPPE CHE NON LASCIANO SCAMPO Aprile 2006 RdC 33 S P E C I A L E Catastrofi allo specchio Distruzioni, calamità e sciagure creano dipendenza. Ciclicamente, anche tra il pubblico DI LUCA PALLANCH 34 RdC Aprile 2006 C omplici paure ricorrenti, di cinema catastrofico si torna a parlare a intervalli ciclici. Cambia l’entità del male minacciato, ma permangono gli stati d’animo su cui la macchina da presa opera in modo chirurgico. In fin dei conti il cinema catastrofico non è altro che un cinema dei sentimenti e svolge, a sua modo, una funzione terapeutica aiutando lo spettatore a prendere coscienza delle proprie angosce e a liberarsene con un semplice urlo. Scavando nell’animo dell’individuo, il cinema catastrofico non può che fondarsi su archetipi universali e meccanismi consolidati, tali da connotarlo come un genere trasversale che attraversa le epoche storiche e le varie cinematografie, conoscendo stagioni più o meno felici in concomitanza di particolari eventi storici: di qui il facile parallelismo anni cinquanta-guerra fredda e, ai giorni nostri, l’immediato collegamento con la tragedia dell’11 settembre. Ma spesso sono legami creati ad arte dall’industria cinematografica, abile a inscenare un clima di inquietudine generalizzata, sul quale più facilmente attecchisce la pianta del cinema catastrofico. Più interessante Aprile 2006 RdC 35 S P E C I A L E quindi rileggere il successo epocale di questo genere di film negli anni settanta, quando finito “il clima felice degli anni sessanta”, la spirale di violenza e di terrore genera in Italia il filone del poliziesco, che fa proprie le paure che agitano l’individuo nella metropoli, e per contro, come tentativo di fuga, le commedie sexy, mentre sugli schermi imperversano, a cadenza annuale, i vari Airport ed esplode il fenomeno de Lo squalo, legati entrambi a paure ancestrali dell’uomo. Proprio a metà degli anni settanta, quasi a squarciare il decennio in due, il compianto Enzo Ungari scrisse un libro, pubblicato da Arcana, intitolato Immagine del disastro. Cinema, shock e tabù, dal quale si vuole ripartire in occasione di questo speciale. Per una ragione immediata: Ungari ha il merito di aver svelato le regole del cinema catastrofico, spogliandolo di ogni carattere contingente. È sufficiente al lettore aggiungere all’analisi del grande critico esempi tratti dalla produzione contemporanea per avere un quadro preciso, perfettamente applicabile ai giorni nostri, sfuggendo così alla tentazione di liquidare i recenti film catastrofici come l’ennesimo frutto di un gigantismo tipicamente hollywoodiano. In realtà, dietro questi film si nasconde ben altro che il risultato di un’ambiziosissima corsa agli effetti speciali. Rileggiamo quindi, per sommi tratti, l’analisi di Ungari che, fin dal titolo, ci obbliga a riflettere su due concetti che investono la nostra stessa qualità di spettatori: shock e tabù, due termini di un conflitto interiore su cui si commisura, in ogni visione, la nostra maggiore o minore libertà di sguardi, perché, è chiaro, meno tabù ci portiamo dietro (e dentro), minore è lo shock che qualsiasi immagine può provocarci. Questo è il motivo per cui il cinema catastrofico, piaccia o meno, pone lo spettatore di fronte a se stesso. Come davanti a uno specchio. Infedeli quindi al testo, assoggettato a continui tagli, ma fedeli allo spirito dello stesso, ecco una sintesi del pensiero di Ungari. “Fin dalla sua nascita il cinema ha sempre dimostrato una vera e propria vocazione a rappresentare la calamità, la sciagura, la catastrofe e la distruzione. […] La rappresentazione della catastrofe non soddisfa più soltanto l’antica primordiale curiosità di vedere come sono le cose dentro dopo averle fatte a pezzi, ed esorcizza qualcosa d’altro rispetto alla paura della morte. Essa espande e teatralizza un bisogno di punizione e una paranoia che tendono a crescere quando il sistema, oscuramente intuito come macchina, attraversa, o sembra attraversare, una fase di cedimento. A questa paura corrisponde un supplemento di offerta di catastrofe, che funziona in parte come anticipo fantastico e in parte come garanzia a relegare nell’ambito della visione socializzata dello spettacolo ogni reale ipotesi di disastro o di distruzione. Il film catastrofico si offre come messa in scena di questo fantasma, versione infernale (ma al tempo stesso visibile e attraente) dei conflitti reali degli anni ’70”. E lo stesso dicasi per l’epoca attuale o per altri decenni: l’industria cinematografica metabolizza pure le sue angosce di cedimento nell’unico modo possibile. Spettacolarizzandole al punto da privarle di un carattere reale. L’antagonista del film catastrofico non può non essere, a sua volta, gigantesco e smisurato: “La folla urlante e isterica, perseguitata dal fuoco, dall’aria e da ogni possibile calamità, viene offerta come sinonimo di massa” e come “proiezione di una folla determinata, quella che riempie la sala cinematografica. [...] Sullo schermo, intanto, la folla si agita scompostamente. I campi lunghi, che ce la restituiscono in tutta la sua terrificante mobilità, vengono sostituiti da inquadrature più ravvicinate. Il piano americano, la macchina da presa ad altezza d’uomo […], senza isolarli, senza ritagliarli, trattandoli ancora come parti di un insieme scomposto, ci permettono di osservare più da vicino gli individui che la compongono. Prima di tutto saltano agli occhi l’aspetto disfatto, i capelli fradici, gli abiti inzuppati (di acqua, di sangue, di sudore), la pelle vischiosa, incipriata di calcinacci, strinata dalle fiamme, annerita dal fumo. […] Quando arriverà l’acqua, spinta da qualche idrante, da una diga spezzata, dal cielo, per quanto sia violenta e incontrollata la sua forza, essa sarà accolta come una liberazione. I danni che l’acqua provoca sono meno importanti della materia torbida che sciacqua via, ripulendo lo schermo”. Il cinema catastrofico come catarsi che spazza via tutto, ma nel finale, consolatorio quanto basta, lascio spazio alla speranza di una rinascita. Il meccanismo è sempre il medesimo: “La deliberata sospensione dell’incredulità da parte del pubblico viene raggiunta introducendo all’interno dello spazio mite, quotidiano, familiare, la presenza devastante dell’altro, che assume di volta in volta le caratteristiche del Mostro (L’esorcista di William Friedkin), della Fine del Mondo (Terremoto di Mark Robson), della Creatura degli Abissi (Lo squalo di Steven Spielberg)”. Ma perché il meccanismo 36 RdC Aprile 2006 NELL'IMMAGINE DEL DISASTRO ENZO UNGARI SCRIVEVA PROFETICAMENTE: “IL FILM CATASTROFICO È IL CINEMA AMERICANO PER ECCELLENZA” “genere” anti-classico per eccellenza) l’eroe è in funzione del pericolo. Quest’ultimo, assunto in quel suo travestimento retorico e paranoico che è il disastro, cesserebbe di essere tale a causa della sua astrazione, si ridurrebbe all’idea del pericolo più che al pericolo stesso, se la sua minaccia si esercitasse solo contro la folla”. Di qui la necessità dell’eroe, “mediatore fra il disastro e la folla”. Il tutto, peraltro, al servizio della messinscena, che è il vero elemento di identificazione del genere, tanto da contenerne il messaggio recondito, che “è quello dello spreco (la golosità estetica, la soddisfazione retinica che esso soddisfa fanno parte di un gusto corrotto; corrispondono al falso bisogno di buttare via, dissipare, sperperare; esprimono la stessa emozione che ci danno gli oggetti pensati per essere usati una sola volta)”. Da una parte la grandiosità dei materiali impiegati, dall’altra la distruzione degli stessi, non meno spettacolare, anzi, secondo Ungari, apprezziamo la prima solamente retroattivamente, dopo che ne abbiamo ammirata la seconda “a garanzia che tutto quello che abbiamo visto nel film è stato integralmente consumato per il nostro piacere”. Questo accenno al consumo di immagini e merci ci porterebbe lontani, nel cuore della società consumistica (è solo un caso che il libro sia stato scritto alla fine dell’era pasoliniana?), ma Ungari si attiene a un discorso metacinematografico giungendo alla più felice delle sue intuizioni, quasi un proclama: “Un film catastrofico è, prima di tutto, un film di propaganda dell’industria del cinema”. Il film catastrofico parla infatti “il linguaggio dell’industria”, il cui primo tabù, condiviso dai film catastrofici, è l’immobilità. Non si dà cinema catastrofico senza movimento: “Assistiamo a una sorta di eccesso e di supplemento di moto che fanno pensare a una versione isterica e ossessiva del film d’avventure”. Ma c’è un altro tabù da abbattere: “Il secondo tabù del film catastrofico (del suo linguaggio industriale e totalitario) è, dopo l’immagine immobile, l’immagine vuota […]: obbedisce a un’estetica opulenta sottomessa al mito della visibilità: tutto può essere mostrato se si configura come indigestione visiva”. La conclusione alla quale perviene Ungari è, alla luce di quanto scritto, perfettamente logica: “Il film catastrofico è, almeno per me, il “cinema americano per eccellenza” di oggi”, conclusione che, in sintonia con il carattere apocalittico propria del genere, lo porta a rimarcare “il carattere periferico che ha oggi il cinema negli Stati Uniti, dove la sua funzione pedagogica è stata presa in carica da altri strumenti di comunicazione di massa, primo fra i quali la televisione. […] Forse il cinema sta morendo davvero, in favore di una nuova arte di massa che aggiorni tecnologicamente l’effetto di realtà, lo shock traumatico che l’antica immagine bidimensionale non sollecita più – chissà se Ungari, nel suo profetismo, già preconizzasse l’avvento dei videogiochi... –. Di questa trasformazione il film catastrofico rappresenta il momento necrofilo: non ripropone in maniera più “moderna” l’antica illusione di una vita finta per l’effimera durata di qualche ora, ma una finta morte. E il pubblico paga per questo”. Ora come allora… Una spettacolare eruzione vulcanica; nella pagina a fianco, Lo squalo di Steven Spielberg e una scena di Deep Impact catastrofico fa rinverdire un altro mito, quello della prima volta, reinventato ad ogni film, perché solo un nuovo effetto speciale, una nuova macchina, un nuovo procedimento, usati per la prima volta, possono far accettare il meccanismo necessariamente ripetitivo rispetto a quelli che lo hanno preceduto”. Il ricorso all’effetto speciale sempre più tecnologico è volto a mascherare la consuetudine degli standard narrativi. Inevitabile anche il differente ruolo dell’eroe: “Mentre nel film d’azione tradizionale il pericolo è in funzione dell’eroe (gli dà senso, credibilità e profondità), nel film catastrofico (che è un Aprile 2006 RdC 37 S P E C I A L E funzioni occorre un altro elemento: “Una volta trovata una causa ragionevole al disastro, l’obbligo è di metterlo in scena integralmente, fase per fase, scientificamente. Viene il sospetto che il rapido aggiornamento tecnologico che caratterizza il cinema industriale […] sia stato sollecitato dall’esistenza del film catastrofico e dalle sue particolari esigenze di realismo. Il genere presenta, accanto a un codice tanto ferreo quanto impoverito, una ricchezza ostentata di mezzi tecnici che si risolve spesso in un reale salto di qualità”. L’obiettivo, per quanto perseguito con i più sofisticati mezzi tecnologici, è la verosimiglianza: “In fondo, a queste favole ansiose si chiede proprio, per accettarle pienamente, che siano il più possibile vere, completamente convincenti nei loro dettagli […]. E nella sua ricerca di un sempre maggiore effetto di realtà, il film A C Q U A 35mm sotto il mare Dalle fauci dello Squalo al remake Poseidon: tra le onde il terrore si chiama attesa DI LEONARDO JATTARELLI “Gli occhi di Santiago avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti” scriveva Hemingway nel ’52. L’eroe debole, l’uomo “finito” davanti all’imperscrutabilità delle infinite onde, solo in un breve passaggio de Il vecchio e il mare accenna alla parola catastrofe, come un’ombra che scivola sotto la sua barca a vela. Sono 83 giorni che non prende un pesce e l’ottantaquattresimo si lascia andare al destino, nel Mar dei Carabi mentre il suo amico-ragazzo Manolo, lo scettico, si divincola dal rischio, anzi dalla sorte: il vecchio Santiago catturerà una bestia di dieci metri ma ci penseranno gli squali a divorare il pescespada e a Santiago rimarrà soltanto una grande lisca senza polpa. Catastrofe. Il mare del cinema ne ha portate tante a riva, quel mare spesso troppo finto e troppo poco carico di significati “altri”, che 38 RdC Aprile 2006 profumano di divino o di diabolico. Quel mare troppo più grande e più forte e più vasto che non acquieta ma seppellisce, annienta, inghiotte e la risacca non mostra che cadaveri, brandelli di umanità. Nel ’58, John Sturges decide che la “catastrofe” del vecchio pescatore Santiago-Spencer Tracy debba specchiarsi tutta nelle sue mani rugose e ingiallite, striate di ferite, sanguinanti per gli strappi degli ami e il bruciore del sale. Che la “catastrofe” debba guardarsi negli occhi, venati di sangue e spenti dal destino del vecchio Tracy che osserva la sua barchetta come un guerriero senza armi, eppure è convinto: “L’uomo non è fatto per la sconfitta. Si può uccidere un uomo ma non sconfiggerlo”. I film catastrofe del cinema di ogni tempo debbono molto alla filosofia di Santiago, il vecchio pescatore cubano: che si intitolino Titanic o Poseidon, L’alba del giorno dopo o La tempesta perfetta, e soprattutto Lo squalo, che dal Vecchio e il mare eredita le ombre indistinte e la ragion d’essere stessa di alcuni film catastrofe, il loro “segno particolare” più pregiato: l’attesa. E’ proprio il silenzio assordante dell’attesa a fare da spartiacque, al cinema, tra catastrofi ad effetti speciali e dannazione dell’anima, tra ciò che l’occhio non attende di vedere ma che giunge inaspettato, mostruoso, ingovernabile, spesso in maniera platealmente tragica, e quello che magari (le famose ombre), non vedrà mai eppure risulta, cinematograficamente, più devastante di qualsiasi, grandiosa scenografia. Non è un caso che, a cinquant’anni di distanza dal Vecchio e il La tempesta perfetta, sotto L'alba del giorno dopo e nella pagina a fianco, il remake Poseidon mare di Sturges, la pellicola che più si apparenta, crediamo, con i segni dell’“attesa della catastrofe” è un piccolo film a basso budget del 2003, Open Water di Chris Kentis con soli due attori protagonisti sub inquadrati costantemente a pelo d’acqua. Il loro destino si disegna mano a mano che passano le ore mentre sotto di loro un branco di squali apparecchia la tragedia. E della morte dalle enormi fauci e dai denti che lacerano vediamo nient’altro che ombre. La tensione, il pathos, sono tutti nell’attesa. In giugno, invece, uscirà il nuovo Poseidon targato Warner, kolossal da 180 milioni di dollari diretto da Wolfgang Petersen con Richard Dreyfuss, Kurt Russell, Emmy Rossum, Josh Lucas, lontano parente e dichiarato remake dell’eccezionale pellicola del ‘72 di Ronald Neame, L’avventura del Poseidon (cast straordinario con Gene Hackman, Ernest Borgnine, Shelley Winters) una delle colonne portanti di quel catastrofismo in celluloide che negli anni settanta diventò una sorta di genere cult. Il manifesto del film è già di per sé inquietante: la “trancia” di un transatlantico, i minuscoli oblò delle cabine ancora illuminati che accendono l’enorme scritta sulla nave che (Leonardo Di Caprio) sono le vittime di un evento tragicamente storico per il quale il verbo da coniugare non è aspettare, ma affrettare una possibile salvezza. …E la risacca restituisce cadaveri, brandelli di umanità. L’evento tragico si è consumato e il cinema arriva a testimoniare. Ennesimo sottoinsieme del film-catastrofe, Hereafter di Michael Patwin sullo Tsunami che il 27 dicembre si abbattè sulle coste asiatiche provocando migliaia di vittime, sarà il pedinamento cinematografico di un uomo che percorre più di settanta miglia a piedi scalzi per ritrovare la moglie e i suoi figli. Epopea tragica dove il mare è protagonista ma quasi fuori campo. E dove l’attesa non ha altro significato che recupero di una memoria. MILLE BOLLE BLU Il vecchio e il mare di John Sturges (1958) L’avventura del Poseidon di Ronald Neame (1972) Lo squalo di Steven Spielberg (1975) Titanic di James Cameron (1997) La tempesta perfetta di Wolfgang Petersen (2000) Open Water di Chris Kentis (2003) The Day After Tomorrow - L’alba del giorno dopo di Roland Emmerich (2004) Poseidon di Wolfgang Petersen (2006) Hereafter di Michael Patwin (2006) Aprile 2006 RdC 39 A C Q U A leggiamo, parziale e capovolta… Seidon… Come a dire, la catastrofe ha già ribaltato le sorti degli umani. Trailer altrettanto accattivante, elegantissimo, enormi saloni sventrati dall’acqua, un’orchestra sputata fuori dell’abitacolo dalla violenza di onde che squarciano metallo e vetro esplodendo con deflagrazioni liquide. La trama, quasi identica alla versione del ’72, trova a galleggiare in mezzo all’Oceano Atlantico un piccolo gruppo di sopravvissuti che cerca di mettere la pelle in salvo su un battellino di emergenza. Ma cosa è accaduto prima? Ora c’è un padre disperato (Russell) che cerca sua moglie probabilmente inghiottita dalle onde; e c’è una giovane coppia terrorizzata, una madre con il proprio figlio… Insomma un’umanità in scala posta di fronte al destino. Non c’è attesa ma sete di sopravvivenza. Come per il Titanic di Cameron, dove gli innamorati Rose (Kate Winslet) e Jack A R I A Caduta libera Cronache aeree di tragedie annunciate. A partire dalla saga di Airport, fino all’atterraggio di Paul Greengrass sull’11/9 DI FEDERICO PONTIGGIA L a catastrofe è nell’aria. Almeno al cinema, dagli Uccelli di Hitchcock alla pioggia di rane di Magnolia. Non bastasse, a rendere più insidioso l’elemento che respiriamo c’è tutta una produzione virale, con agenti patogeni che ammorbano il buio della sala da L’ultimo 40 RdC Aprile 2006 uomo della terra a 28 giorni dopo fino alla saga di Resident Evil. Dimenticate le brezze che accarezzano feuilleton o spirano su commedie giovanilistiche, quella che tira davvero è un’aria letale. Basta fiutare un po’ per sentirne l’odore di morte. E’ quello che fanno la scienziata Helen Hunt e il marito meteorologo Bill Paxton in Twister, kolossal catastrofico sceneggiato da Michael Crichton e diretto dall’olandese volante (Speed) Jan De Bont. Fumetto avventuroso per alcuni, incipit dell’approdo progressista del genere per altri, Twister sbatte sullo schermo un A R I A finimondo a cui gli americani sono oltremodo sensibili: il tornado. Qui le tecnologie scientifiche di cui gli Usa dispongono paiono insufficienti a determinare con precisione l’arrivo dei cicloni: toccherà agli storm chasers (cacciatori di tempeste) supplire. Supportati dal luddismo dello script, i due eroi sapranno avere la meglio su un dottore “strizzauragani” in una lotta contro il tempo in cui si riattizzerà anche l’amore sopito. Vento di passioni, che malato ritroviamo anche in Gummo, opera prima di Harmony Korine. L’uragano omonimo spazza via il white trash di Xenia, Ohio, spalancando alla camera il baratro di un degrado sociale inquadrato in chiave iperrealista. Ma qui siamo già in un territorio autoriale, per quanto precario e macilento: il catastrofismo aereo meglio si addice al côté dichiaratamente Aprile 2006 RdC 41 A R I A commerciale, l’unico a garantire gigantismo produttivo e profluvio di effetti speciali. Questo almeno da Airport, che nel 1970 riscrisse le regole del genere, incassando palate di soldi, la nomination per il miglior film agli Academy Awards e l’Oscar a Helen Hayes per la miglior attrice protagonista. Un bottino lusinghiero per un progetto - ispirato al romanzo di Arthur Haley - in cui non credeva quasi nessuno, forse nemmeno George Seaton, l’illustre sconosciuto in regia. Ma non andò così: il dinamitardo a bordo del Boeing della Trans Global Airlines inchiodò alla poltroncina passeggeri e spettatori, assicurando al film prole copiosa. Al di là delle buone stelle Burt Lancaster, Dean Martin, Jean Seberg, Jacqueline Bisset - sotto cui nasceva, la fortuna del film fu quella di intercettare l’ansia di tensione in formato cinemascope del pubblico, desideroso di un effetto di realtà catastrofico. E la catastrofe fu appunto servita: un piatto centrale, ovvero il dramma incombente, e qualche contorno di storie private. Ricetta seguita con poche varianti in Airport ’75, Airport ’77, Concorde: Airport ’79, annate da centellinare sbiancando le nocche sui braccioli. Ma come per ogni epigone che si Twister; nella pagina a fianco Il volo della fenice, The Aviator e Airport '77 42 RdC Aprile 2006 NEL 1970 AIRPORT RISCRISSE LE REGOLE DEL GENERE CATASTROFICO: DA ALLORA LA PAURA E’ RIMASTA NELL'ARIA. E NEGLI OCCHI DEGLI SPETTATORI rispetti si rincarano le dosi: collisione tra aereo privato e 747 (finzione che anticipa il tragico incidente di Linate) e trasferimento via elicottero di un pilota nella cabina di comando sventrata del jumbo (1975); dirottamento e ammaraggio con cast all-star (Jack Lemmon, James Stewart, Christopher Lee, Joseph Cotten) due anni più tardi; intrigo internazionale e traffico d’armi a incartare la promozione del supersonico francese nell’80. Una brutta aria che tirò anche in Italia, con il luttuoso Concorde Affaire ’79 di Ruggero Deodato, e stravolse il calendario, con un Airport ’90: Disaster on Potomac girato sei anni prima spillando le ultime gocce di linfa commerciale del franchise. A decretare il successo di Airport e discendenza nel 1980 era arrivato lo spoof di Airplane!, ovvero L’aereo più pazzo del mondo degli Zucker, che stampigliarono la parodia sul volto improponibile di Leslie Nielsen e sui centimetri del cestista Kareem Abdul-Jabbar, inaugurando un’altrettanto munifica “saga parassita”. Negli anni ’90 altri pericolanti velivoli atterrano in sala con Passenger 57 – Terrore ad alta quota e Turbulence – La paura è nell’aria (e sequel). Titoli schiettamente didascalici, che, nel primo caso, intrecciano l’avio-catastrofismo al thriller e, nel secondo, deviano involontariamente la rotta nei cieli dell’inverosimile da sogghigno. E ancora Fearless – Senza paura di Peter Weir, con Jeff Bridges reso “immortale” dalla scampata sciagura, Vuoto d’aria, con un atterraggio d’emergenza sui ghiacci dell’Islanda, e Il volo della fenice, remake senza spinta dell’originale del ’65 di Robert Aldrich. Ma se spesso la finzione anticipa la realtà, accade talvolta che il cinema sia costretto a rincorrere. O, meglio, a documentare: la tragedia dell’11 settembre 2001. Così dannatamente realistica da rimanere interdetta alla preveggenza, che si vorrebbe fantasiosa e macabra al contempo, degli sceneggiatori stars & stripes. Osservato e rielaborato il lutto (in linguaggio hollywoodiano: testato il potenziale gradimento del pubblico), gli schermi stanno per rievocare il 9/11. Non solo la Gli uccelli di Alfred Hitchcock (1963) L’ultimo uomo della terra di Ubaldo Ragona (1963) Airport di George Seaton (1970) Airport ’75 di Jack Smight (1974) Airport ’77 di Jerry Jameson (1977) Concorde: Airport ’79 di David Lowell Rich (1979) Concorde Affaire ’79 di Ruggero Deodato (1979) Airport ’90: Disaster on the Potomac di Robert Michael Lewis (1984) L’aereo più pazzo del mondo di Jim Abrahams, David Zucker, Jerry Zucker (1980) Passenger 57 – Terrore ad alta quota di Kevin Hooks (1992) Fearless – Senza paura di Peter Weir (1994) Twister di Jan De Bont (1996) Gummo di Harmony Korine (1997) collisione dei 737 sulle Twin Towers e il conseguente crollo del WTC, appannaggio di Oliver Stone ed altri registi, ma anche la tragedia minore del volo 93 della United Airlines, quarto aereo dirottato dai terroristi e schiantatosi al suolo di Somerset County, Pennsylvania. In cabina di regia c’è Paul Greengrass, chiamato a decrittare quello che le scatole nere non hanno svelato. Con la collaborazione dei familiari delle vittime. E sconfessando a priori quanti sostengono che l’aereo sia stato abbattuto da caccia americani per Turbulence – La paura è nell’aria di Robert Butler (1997) Magnolia di Paul Thomas Anderson (1999) Vuoto d’aria di John Cassar (2001) 28 giorni dopo di Danny Boyle (2002) Resident Evil di Paul W. S. Anderson (2002) Il volo della fenice di John Moore (2004) Flight 93 di Paul Greengrass (2006) ordine del vice-presidente Dick Cheney. Un colpo violento, la parte frontale di un Boeing 757 ricostruito ad hoc che sbatte sul pavimento dello studio. Gli attori che lottano per non scivolare dai sedili, alcuni urlano, uno strilla “Oh, my God!”. La camera saltella da un passeggero all’altro, fermandosi per inquadrarne il terrore, quando l’attore che interpreta un dirottatore intima di rimanere seduti. D’altronde, dicevamo, la minaccia era – ed è - nell’aria. A non essersene accorti sono stati CIA e NSA. Colpevolmente. Aprile 2006 RdC 43 A R I A BOCCATE D’OSSIGENO T E R R A Vibrazioni apocalittiche “Sensurround” hollywoodiani, sismi nipponici e scosse italiane: tutto il mondo in movimento (tellurico) DI MASSIMO MONTELEONE Sismi e macerie dal vero. A sinistra Charlton Heston in Terremoto di Robson “Un terremoto è la conseguenza della liberazione dell’energia sismica. Le persone sono come la terra che sta sotto i loro piedi: sotto tensione e pronti a esplodere in ogni momento”. Così gli sceneggiatori del blockbuster hollywoodiano Terremoto (1974, di M. Robson), in primis Mario Puzo (l’autore di Il Padrino), spiegavano che nei film catastrofici si mostra l’agitazione degli esseri umani come segno premonitore del disastro imminente. Earthquake fece epoca per l’invenzione dell’effetto speciale “Sensurround”. Esso doveva coinvolgere lo spettatore mentre guardava crollare gli edifici di Los Angeles e i divi americani in pericolo. Nelle sale che proiettavano Terremoto c’era un avviso: “Attenzione! Questo film viene presentato nel nuovissimo sistema multidimensionale Sensurround. Siete avvertiti che percepirete, oltre che vedere e sentire, realistici effetti come quelli che si possono sperimentare in un vero terremoto. La direzione non si assume responsabilità per eventuali reazioni fisiche o emotive di ogni spettatore”. Terrorismo sensoriale o specchietto per le allodole paganti, fatto sta che il film resta un classico del “disaster-movie” con l’elemento terra che va in frantumi. Non tanto in spazi disabitati ma nell’American Way of Life della coesistenza metropolitana, scuotendo letteralmente case, uffici, strade e le già problematiche esistenze private dei personaggi. Che nel caos di macerie e vittime trovano una chance di riscatto, di solidarietà comune e di ricomposizione 44 RdC Aprile 2006 affettiva. Nella Hollywood degli anni ’30 il filone “catastrofico” ebbe il momento di gloria grazie a spettacolari drammi. La ricetta del successo la indicava il produttore Sam Goldwyn a un suo sceneggiatore: “Comincia con un terremoto e poi fai salire la tensione”. San Francisco (‘36, di W. S. Van Dyke) fu l’altro caposaldo del filone. Un mèlo che culmina nello storico disastro del 1906, reso da effetti speciali splendidamente curati dallo scenografo James Basevi. Il cast di star del momento – Spencer Tracy (il sacerdote) e Clark Gable (il cinico che si converte alla fede dopo il disastro) – rispondeva all’esigenza del pubblico di vedere i propri beniamini rischiare di essere inghiottiti nelle viscere della Terra e soffrire con loro fino alla catarsi moralmente edificante. La distruzione del mondo (‘33, di F. Feist), è un chiaro esempio di come gli elementi naturali si compenetrino in una letale reazione a catena. Perciò le scosse telluriche non restano un evento isolato, ma il motore scatenante di maremoti, incendi, etc. Lo “tsunami” lo ha dimostrato tragicamente nella realtà. Il termine viene dal Sol Levante. Non a caso il sismico Giappone, oltre a immortalare nei film dal dopoguerra in poi il terrore nucleare, ha prodotto “disaster-movies” spesso ibridi, fra attualità (il terremoto del 1923) e fantascienza. A parte i film di mostri (Godzilla e Co.) che distruggono Tokyo, visioni apocalittiche a sfondo ecologico si ritrovano in Catastrofe (‘74, di T. Masuda, basato sulle “profezie di T E R R A Nostradamus”) e in Terremoto 10°grado (‘77, di J. Kurata), che mescola il film di Robson con le lotte di bestioni antidiluviani. Più realistico il film di K. Omori Jishin retto (‘80), noto in Occidente col macabro titolo Deathquake. La cosa inquietante è che alcuni mediocri film e Tv-movies statunitensi con terremoti ipotizzati dentro metropoli come New York – tutti realizzati negli anni ’90 fino al 2000 – hanno inconsapevolmente anticipato il clima di catastrofe e terrore dell’11 settembre 2001. Dopo si segnala solo The core - La Terra ha i giorni contati (2003, di J. Amiel), in cui il nucleo del nostro pianeta smette di ruotare, mandando in tilt il suo campo elettromagnetico con conseguenze pazzesche sulla crosta terrestre. Ma non è la Natura a sconvolgere l’equilibrio, bensì i segretissimi esperimenti militari, insomma l’azione dannosa dell’uomo, come in Esperimento I.S.: il mondo si frantuma (‘65, di A. Marton). Lì alcuni scienziati, per ricavare energia geotermica dal sottosuolo africano, innescano una “chain reaction” distruttiva. Già la science-fiction atomicofobica degli anni ’50 aveva immaginato – in The Night the World Exploded (‘57, di F. Sears) – che un’esplosione nucleare potesse liberare un elemento da sottoterra, che a contatto con l’aria esterna avrebbe “spaccato” la materia. E l’Italia? Apocalisse di un terremoto (‘82, di Sergio Pastore) è il primo film di fiction sullo sfondo storico del sisma in Irpinia di due anni prima. Ma fu il cinema muto nostrano ad occuparsi – come documentario o ricostruzione – del sisma a Messina e Reggio Calabria (1908), all’indomani delle tragedie. Terremoto di Messina e Calabria e Terremoto calabrosiculo risalgono entrambi al 1909. Mentre Il disastro di Calitri/Terremoto nell’Irpino fu quasi contemporaneo alla catastrofe nell’avellinese del 7 giugno 1910. SISMOGRAFIA Terremoto di Messina e Calabria (1909) Terremoto calabrosiculo (1909) Il disastro di Calitri (1910) La distruzione del mondo di Felix E. Feist (1933) San Francisco di W.S.Van Dyke (1936) The Night the World Exploded di Fred Sears (1957) Esperimento I.S.: il mondo si frantuma di Andrew Marton (1965) Terremoto di Mark Robson (1974) Catastrofe di Toshio Masuda (1974) Terremoto 10°grado di Junji Kurata (1977) Deathquake di Kenjiro Omori (1980) Apocalisse di un terremoto di Sergio Pastore (1982) The Core - La Terra ha i giorni contati di Jon Amiel (2003) Aprile 2006 RdC 45 F U O C O Al rogo al rogo Purificatrici o assassine, le fiamme bruciano chilometri di pellicola. Da Giovanna d’Arco all’infernale Constantine DI ROBERTO NEPOTI 46 RdC Aprile 2006 Aprile 2006 RdC 47 F U O C O F uoco purificatore, fuoco assassino. Attributi che cicoscrivono una questione ambigua: se, nel 1431, Giovanna d’Arco è condannata al rogo per eresia e apostasia, venticinque anni dopo l’Inquisizione ribalterà la sentenza, riabilitando l’eroina che sarà poi santificata. Il culto cinematografico della Pulzella ebbe un inizio precocissimo (1898), passando attraverso il kolossal muto di Cecil DeMille prima di consacrare capolavori come La passion di Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer e Il processo di F U O C O Qui e nelle pagine precedenti Constantine; sotto Fuoco assassino Giovanna d’Arco di Robert Bresson (da non confondere, sacrilegamente, con Besson: una sola consonante di differenza nel cognome, ma un abisso tra il bellissimo film del primo e l’increscioso Giovanna d’Arco del secondo). Quanto a Dreyer, i roghi gli ispirarono un altro classico dello schermo, Dies Irae, parabola sulla superstizione ambientata nel ‘600 dei processi alle “streghe”. Per tornare al cinema delle origini, il fuoco ne è stato uno dei protagonisti assoluti, e nelle forme più radicali. Dall’inferno, cavallo di battaglia del “muto” italiano negli anni in cui il cinema era intento darsi una patente culturale (L’inferno di Giuseppe Berardi, 1910, ricostruisce alcuni episodi della prima cantica dantesca; ma, un anno dopo, la versione di Padovan-Bertolini è già un lungometraggio), alle eruzioni vulcaniche, che rappresentarono una seria concorrenza agli scenari infernali con le multiple versioni degli Ultimi giorni di Pompei. Più tardi, sullo schemo, l’Inferno ha subìto un tracollo d’immagine: vedi il recente Constantine (2005), dove gli Inferi sono rappresentati come un parco tematico ad effetti speciali. Più stabili le fortune dei vulcani: qualcuno pensa – perfino - che la sciagura del 79 d.C. sia 48 RdC Aprile 2006 DAL DOPPIO INFERNO DEL 1910 E 1911 AI ROGHI DI GIOVANNA D'ARCO, FINO AI POMPIERI DI RON HOWARD: TERRORE E FASCINAZIONE DI UN GENERE La vita di un pompiere americano di Edwin S. Porter (1903) L’inferno di Giuseppe Berardi (1910) L’inferno di Adolfo Padovan, Francesco Bertolini (1911) Gli ultimi giorni di Pompei di Enrico Vidali (1913) Joan the Woman di Cecil B. DeMille (1917) La passion di Jeanne d’Arc di Carl Theodor Dreyer (1928) Vulcano di William Dieterle (1950) Il processo di Giovanna d’Arco di Robert Bresson (1962) L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford (1962) Krakatoa est di Giava di B. L. Kowalski (1969) stata il prototipo di tutti i film “catastrofici” a venire. Sia come sia il filone, ricorrente lungo i decenni, presenta una caratteristica correlata con l’indotto simbolico ambivalente proprio del fuoco: strazio e tormento, ma anche mezzo di espiazione e di purificazione. In quei costosi kolossal, fitti di star, incandescenti di fiamme e roghi, l’elemento igneo serviva regolarmente a far giustizia dei reprobi, risparmiando invece innocenti e coraggiosi. E ciò sia che le cause fossero naturali (Krakatoa est di Giava, Ormai non c’è più scampo, Vulcano), sia che dipendessero, al contrario, dalla fallacia e dalla malvagità degli umani: come nell’Inferno di cristallo, dove un gigantesco grattacielo è invaso dal fuoco per la pessima qualità dei materiali elettrici impiegati. E meno male che, a salvare il salvabile, c’è il comandante dei pompieri Steve McQueen. Chi mai dubitasse dell’importanza cinematografica del glorioso corpo, deve sapere che fu un film dal titolo La vita di un pompiere americano (1903) il prototipo del celebre “montaggio alla Griffith”, il montaggio parallelo che alterna inquadrature di personaggi in pericolo con altre contenenti immagini dei soccorritori. Sono vigili del fuoco anche i protagonisti di Fuoco assassino (1991) di Ron Howard, dove le fiamme corruscano di terrore e fascinazione insieme riuscendo a cogliere, come è accaduto di rado, anche il carattere ossessivamente ipnotico F U O C O FUOCO, CAMMINA CON ME L’inferno di cristallo di Irwin Allen, John Guillermin (1974) Ormai non c’è più scampo di James Goldstone (1980) Fuoco assassino di Ron Howard (1991) Giovanna d’Arco di Luc Besson (1999) Constantine di Francis Lawrence (2005) dell’elemento. Nei casi migliori, poi, il fuoco associa i suoi significati simbolici col senso drammaturgico del film, dando luogo a episodi memorabili. Un esempio per tutti? La sequenza – struggente dell’Uomo che uccise Liberty Valance di John Ford in cui John Wayne, ubriaco, dà alle fiamme la propria casa. La stava ampliando e abbellendo per portarci la donna che amava e voleva sposare. Ma lei gli ha preferito Jimmy Stewart, al quale Wayne ha salvato la vita; pur sapendo che, con quel gesto, avrebbe bruciato la propria. Aprile 2006 RdC 49 S P A Z I A L I P A R A D O S S I Fantascienza da paura Matinée di Dante e Mars Attacks! di Burton: quando l’orrore cinematografico è da antidoto a quello reale DI SILVIO DANESE ‘‘I l protagonista assomiglia quasi al ragazzino che ero” diceva Joe Dante del regista Woolsey (John Goodman) che, nel 1962, presenta un horror in Rumblerama con un dispositivo che fornisce scosse elettriche agli spettatori. Un ragazzino. La consapevolezza del gioco, l’esibizione del meccanismo, fa la differenza tra una dose di paura e la sua parodia e, in quel caso, Dante è davvero un cineasta ragazzino che, fornendo citazioni e auto-citazioni del terrore e del disastro, dice agli spettatori: aprite la vostra paura al gioco della paura perché, in fondo, l’orrore del cinema è un antidoto all’orrore della realtà. Quel film Mant, proiettato nella sala cinematografica, è lo specchio dove si riflette la paura che potrebbe rappresentare il film Matinée che lo trasmette. Ogni narrazione che, invece di suscitare l’emozione della paura, la demitizza, pone il problema della perdita 50 RdC Aprile 2006 della paura. Diciamo che non avere più paura è il vero disastro. Cioè, lo diceva Jung: “La creatura che perde il sentimento della paura è destinata alla morte. I missionari curavano la paura dei demoni che i primitivi provavano in modo naturale e giustificato, creando una degenerazione. Una persona che non ha più paura si trova sull’orlo del precipizio”. Se un alieno è misteriosamente minaccioso, se è invisibile, se diventa un doppio dell’umanità, eccetera, fa paura. Se invece è spietato, colorato, macrocefalo, puzzolente e si comporta come i gangster mafiosi o quelli del Bronx in un rap movie, e l’unica arma che li sconfigge è la musica country, la paura del marziano si volta in satira della paura dell’alieno e il terrore cambia di segno. Dobbiamo questa esperienza alla delirante creatività di Mars Attacks! di Tim Burton che moltiplicando la spietata superiorità aggressiva dell’invasore dall’altro mondo ridicolizza la paura, in P A R A D O S S I S P A Z I A L I Independence Day; in basso, Mars Attacks! di Tim Burton e accanto Zathura di Jon Favreau La fine dei mondi Asteroidi in collisione, alieni ed effetto serra: la catastrofe arriva dall’alto particolare quella dei potenti, che sono convinti di poter controllare tutto, di poter rispondere a qualsiasi minaccia, di poter fronteggiare qualsiasi nemico. Il terrore diventa angoscia perché invece della paura del nemico in un film di fantascienza risaltano il vuoto, l’impotenza, l’imbecillità guerrafondaia della reale umanità. Solo quella americana? Sì, diciamo quella di certi governi, di certi militari, di certi condottieri americani e del loro esibizionistico opportunismo. La punizione che i marziani infliggono è immediatamente fisica, senza riserve e invincibile. Non c’è neanche il tempo di avere paura… Armageddon è il luogo dove si svolge la battaglia finale tra le forze del Male e del Bene secondo l’Apocalisse (16, 16). Ma è anche il film di Michael Bay, con l’esperto trivellatore Bruce Willis impegnato a scongiurare l’impatto di un enorme asteroide sulla Terra. D’altronde, le collisioni spaziali da sempre titillano il cinema: vi ricordate l’astronave conficcata sul nostro satellite nel Voyage dans la lune di Georges Méliès? Migliaia di chilometri di pellicola più tardi, la situazione si è aggravata: il terrore dallo spazio profondo ha ormai residenza stabile nell’immaginario di celluloide. Tra guerre dei mondi wellsiane e odissee kubrickiane, il cinema si è preparato ad affrontare il temuto giorno dopo, che da post-atomico si è successivamente connotato in senso ecologico. E’ l’effetto serra a mandare in ghiacciaia l’America contemporanea in The Day After Tomorrow, dove Roland Emmerich arriva perfino a congelare la Statua della Libertà - citando Il pianeta delle scimmie - e la bandiera a stelle e strisce. Non a caso, Emmerich aveva già irriso la Casa Bianca in Independence Day, con gli alieni all’attacco alla vigilia del fatidico 4 luglio. Alieni a cui il filone catastrofico deve molto, con una discendenza di Alien, Predator & Co. che ha sconvolto i nostri limitati orizzonti. Fortuna che esistono men in black quali Will Smith e Tommy Lee Jones, capaci di mettere ko mostri e scherzi di natura indossando abiti scuri e ray-ban. Ma nonostante questi paladini continueremo a tremare. Quando guardiamo le stelle o ci volgiamo indietro al fascio di luce del proiettore, il nostro oscuro oggetto del desiderio è la paura. FEDERICO PONTIGGIA IL MONITO ECOLOGISTA DE L'ALBA DEL GIORNO DOPO SUCCEDE ALL'INCUBO POST-ATOMICO Aprile 2006 RdC 51 O N A R E O I P I C N I R P IN R A T S K C O R Quando Sting, David Bowie e Mick Jagger cantavano sullo schermo. Il ricordo del Bergamo Film Meeting, mentre il CD di Violante Placido strappa consensi DI FEDERICO PONTIGGIA O ggi una popstar sullo schermo quasi non fa più notizia. Il cinema è stato colonizzato da orde di rapper, da Eminem a 50 Cent, e singer di dubbie melodie. E anche quando le interpretazioni sono convincenti – Tom Waits cantore de La tigre e la neve di Benigni, Johnny Hallyday L’uomo del treno di Leconte, Angela Baraldi in Quo Vadis, Baby? di Salvatores – l’entusiasmo per questi sconfinamenti latita. Oggi la novità è semmai il percorso opposto: attori e attrici che si improvvisano cantanti con esiti alterni. Da Ethan Hawke, Keanu Reeves, Johnny Depp, belli e impossibili anche con un microfono o una Gibson tra le mani, a Nicole Kidman, impegnata con Robbie Williams in un duetto sulle note di Sinatra, per toccare rive più autoriali con l’indie When di Vincent Gallo o, sul fronte nostrano, il debutto di Violante Placido aka Viola con Don’t Be Shy… Anzi, ci correggiamo, niente fa più notizia: salvo sparute eccezioni, musica e cinema sono già ridotti ad hoc per rientrare nei parametri del consumo globale. Senza addentrarci nel mare magnum, troppo spesso incline alla calma piatta, dei videoclip, potremmo concludere che all’alba del terzo millennio non vi è più fertile contaminazione, ma un territorio 54 RdC Aprile 2006 abbastanza indifferenziato, che non accoglie percorsi creativi paralleli, ma riflessi di fama altrove guadagnati. Ma non è stato sempre così. There was a time in the UK, quando la pellicola non era solamente impressionata da icone canterine, ma graffiata dallo spirito distorto del rock. Brit Rock, che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta rivoluzionò radicalmente musica, costume e società. E rese permeabile il confine tra le note e le immagini in movimento, non commercialmente ma ideologicamente. Questa rutilante se non lisergica età aurea ha trovato nuovo smalto con la retrospettiva organizzata dal Bergamo Film Meeting. Tralasciando condivisibilmente il corpus dei film-concerto, si sono privilegiate pellicole non occasionalmente asservite al rock, bensì autenticamente cine-rock. Quali i protagonisti? Gli Who, innanzitutto. Dalla rock-opera Tommy composta dalla band di Pete Townsend, Ken Russell trae un adattamento visionario e deflagrante, che mischia sesso, droga, misticismo nel percorso di redenzione/dannazione del protagonista cieco e sordomuto. Un altro Lp degli Who, Quadrophenia, diviene sullo schermo cocktail psicotico e genericamente “ribellista”, in cui la nostalgia degli anni Sessanta si propaga dagli scontri tra Mods e TENDENZE Rockers. Il film diretto da Franc Roddam nel 1979 segna anche l’esordio di Sting, che nei panni di un benzinaio fan di Eddie Cochrane avrebbe dato replica per l’elettronica opera prima di Christopher Petit, Radio On. Ma il leader dei Police era stato preceduto sul set da Mick Jagger, protagonista nel 1970 di Performance (Sadismo) di Donald Cammell e Nicolas Roeg. Chiamato praticamente a interpretare se stesso, il frontman dei Rolling Stone porta la propria carica virale in un triangolo perverso che verrà tragicamente azzerato dal giovane gangster James Fox. Montaggio isterico e flashback ipnotici fanno il resto, in un atmosfera psichedelica galvanizzata dalla musiche di Jack Nitzsche. Ancora prima, nel 1967, il buio in sala aveva concesso asilo al lucido delirio fantapolitico di Peter Watkins, Privilege, storia di un idolo pop assoldato da un governo destrorso per fare prima da parafulmine della protesta giovanile e quindi da paciere religioso: rockstar e fan trascolorano in profeta e adepti, ma la musica non cambia. Semmai cambia il registro, che diviene biografico in Sid and Nancy, realistica trasposizione targata Alex Cox dell’amore molesto, fesso e distruttivo tra il vocalist dei Sex Pistols Sid Vicious, interpretato da un giovanissimo Gary Oldman, e l’eroinomane americana Nancy Spungen. Sempre negli anni Ottanta, Pink Floyd - The Wall di Alan Parker aveva visualizzato metaforicamente, ovvero senza parole e con inserti animati, il celeberrimo album omonimo, mentre Absolute Beginners apriva le inquadrature al fascino di David Bowie. Lo Ziggy Stardust del glam-rock ritorna sotto mentite spoglie, quelle di Jonathan Rhys-Meyers, in Velvet Goldmine diretto nel 1998 da Todd Haynes, con Ewan McGregor novello Iggy Pop. Revival nostalgico e lussureggiante, con una colonna sonora da brivido (T-Rex, Roxy Music, Lou Reed, Placebo) che rivaleggia con quella di The Commitments di Alan Parker, tributo alla musica soul perché – sostengono i protagonisti - “gli irlandesi sono i neri d’Europa, i dublinesi sono i neri d’Irlanda e noi siamo i neri di Dublino”. Da Ethan Hawke a Nicole Kidman e Robbie Williams sulle note di Sinatra: dubbi gli esiti dei divi al microfono Velvet Goldmine e Tommy. Nelle foto piccole Privilege e Quadrophenia Aprile 2006 RdC 55 Punto critico: manuale per sopravvivere alle uscite in sala RADIO AMERICA Altman malinconico e commovente. Aggiorna Nashville e celebra con poesia la fine di un’epoca IN USCITA Come Moulin Rouge! di Luhrmann è la panoramica fibrillante, attuale, del sincretismo del Novecento Picture Show occidentale, nelle forme della contaminazione, del riciclaggio, del lirismo, Radio America è il romanzo della malinconica sorte dell’umanesimo di quel Picture Show, che cerca, più che un fine, “il senso della fine”, come direbbe il critico inglese Frank Kermode. La fusione dei piani temporali è il motore di quella malinconia. Al Fitzgerald Theater di St. Paul, Minnesota, sta per cominciare l’ultima puntata del programma radiofonico più celebre degli Stati Uniti d’America. Meryl Streep e Lily Tomlin, le sorelle Yolanda e Rhonda, vestite da ragazze di prateria cantano country blues in microfoni zigrinati a patata, anni ‘50, ma sulle aste di fianco ci sono anche gli shure direzionali anni ’70. Kevin Kline, detto Guy Noir, sorvegliante della compagnia vestito in doppiopetto anni ‘40, mima il private eye di Chandler, seduto al bar nella luce opaca e di taglio dei quadri di Hopper. Woody Harrelson e John C. Reilly fanno in duo “Whoop-I-Ti-Yi-Yo” con l’impermeabile, il cappellaccio e la pistola del vecchio West. La coordinatrice incinta del radio-show A Prairie Home Companion, programma del Minnesota in onda dal ‘74 su 588 canali locali, usa una cuffia dinamica di collegamento regia anni ‘80. Il magnate Tommy Lee Jones che ha deciso di chiudere lo show e fare un museo, arriva con una limousine Chrysler di oggi. Tempi diversi emergono e si fondono. C’è anche un angelo bianco, Virginia Madsen con l’impermeabile di Humphrey Bogart e l’ondulata lucida acconciatura delle dark lady. Lei veglia sulla morte improvvisa di un cantante, veglia sulla fine del programma e sulla fine accorata di tutto, veglia sulla chiusura del sipario nello sguardo commosso e divertito del regista di M.A.S.H., California Poker e America oggi. Diretto nell’ombra del giovane Paul Thomas Anderson per mancanza di copertura assicurativa (“era la mia ombra silenziosa e discreta” ha detto Altman), A Prairie Home Companion è il Nashville dell’allegra morte, RICICLAGGIO E LIRISMO RICORDANO MOULIN ROUGE. IL RISULTATO EMOZIONA E DIVERTE FINO ALLE LACRIME emozionante e divertente fino alle lacrime, mozartiano rockblues d’America accolto con applausi calorosi a Berlino dove era in concorso per eccellenza di modestia. E giustamente non è stato premiato per provata dotazione fuoriclasse. Ai tempi di Nashville, che ordinava il caos di una società liberandolo, sul rapporto tra cinema e realtà Altman fu esplicito: “Il cinema è uno specchio. Non si può mostrare la realtà. Realtà è accettare tutto, la realtà è caos, è stupida, mentre la fantasia è ordine. Per questo attraversiamo la realtà per giungere alla fantasia, dove tentiamo di dare senso al non-senso, che è la realtà”. Il cubismo morbido e infallibile di Radio America mette in gioco questo rapporto come motivo centrale dell’opera, l’America-cinema come specchio dell’America-realtà. Vien da chiedersi come sia possibile tanta struggente ampiezza di sguardo, ormai “oltre” gli Stati Uniti come societàspettacolo, oltre l’Incubo che aveva sostituito il Sogno, nel cuore tenero dello “spegnimento”. Perché Altman ha scelto A Prairie come show modello del percorso, ma soprattutto del risultato? Forse per la sua natura country californiana, nel senso che suggerisce Baudrillard: “Tutta l’America è diventata californiana” scrive. Di fianco all’ascesa di New York, Baudrillard parla del successo di Dallas nel nome del reaganismo post Nashville e del conseguente regime culturale, che oggi ammiriamo nell’erede Schwarzenegger, governatore di California. In un capitolo dei Minima moralia intitolato Dietro lo specchio, Adorno scrive: “Prima regola di prudenza dello scrittore: esaminare ogni testo, ogni brano, ogni periodo e chiedersi se il motivo centrale emerge con sufficiente chiarezza. Uno è talmente preso da quello che vuol dire, è ‘troppo nei suoi pensieri’ e dimentica di dire quello che vuole”. Altman controlla tutto e dice quello che vuole. E’ forse il suo film più chiaro a cercare un senso mentre espone il metodo. SILVIO DANESE REGIA Con Genere Distr. Durata 56 RdC Aprile 2006 ROBERT ALTMAN Meryl Streep, Kevin Kline, Lily Tomlin Commedia, Colore Medusa 103’ iFilmDelMese Aprile 2006 RdC 57 iFilmDelMese NANNY MCPHEE Brava Emma Thompson in una fiaba nostalgica che strizza l’occhio a Mary Poppins IN USCITA Il fascino imperituro della babysitter: comportamento libero e ottimista quello della signora Poppins, che arriva sospinta dal vento con immancabile ombrello e dà inossidabili lezioni morali; ugola d’oro anch’essa, ma toccata da romanticismo austriaco anziché flemma anglosassone, balla e s’innamora l’indimenticabile Maria, che “appassionatamente” scorazza per Salisburgo e montagne adiacenti. Infine, ecco il sorriso misterioso che si staglia sul viso, non troppo gradevole in verità, della signora McPhee. Sono tutte gentili dame che arrivano in DIVERTENTE IL VEDOVO COLIN FIRTH ALLE PRESE CON TANTE PICCOLE PESTI 58 RdC Aprile 2006 soccorso di padri disperati e mariti tristi e soli, alle prese con pargoletti scatenati e dispettosi che variano da un minimo di due a un massimo di sette. Che è anche il numero della progenie di Cedric Brown, qui un divertente Colin Firth, neo-vedovo alle prese con i sette pestiferi, appunto, che sono riusciti a scacciare già diciassette nannies terrorizzate. Ma la diciottesima no, non si lascerà intimidire affatto: Emma Thompson è dotata anche lei, naturalmente, di magici poteri, oltre che di un dente e di un naso enormi, alcuni nei pelosi ed un bastone che fa scintille. Arriva quando meno te l’aspetti, è di pochissime parole e ti aiuta seguendo una sua ben precisa logica: quando non la vuoi, ma ne hai bisogno, lei REGIA Con Genere Distr. Durata KIRK JONES Emma Thompson, Colin Firth Commedia, Colore Eagle Pictures 97’ rimane; quando la vuoi, ma non ne ha più bisogno, lei se ne va. In questa bella favola scritta come trilogia negli anni ’60 dalla giallista Christianna Brand e diretta con molto garbo da Kirk Jones (la sceneggiatura è della stessa Thompson), la nuova nanny – circondata da attrici altrettanto fantastiche come Angela Lansbury, Imelda Staunton e Celia Imrie –, mette ordine, dà lezioni di buone maniere, insegna cinque semplici regole, tra le quali saper ascoltare ed essere coscienti che le proprie azioni producono sempre conseguenze, anche inaspettate. Come in ogni fiaba, tutto s’aggiusta. Ma, come in ogni fiaba, un pizzico di nostalgia rimane: è il loro profumo inconfondibile. LUCA PELLEGRINI IN SALA FALSE VERITA’ Cabaret e star-system per riflettere sui meccanismi della memoria ANTEPRIMA DOOM Horror da videogame con vocazione splatter. Senza troppe pretese “La tecnologia ci costringe a fronteggiare questioni quali la perdita e la preservazione che la nostra memoria comporta. La memoria ci permette di dimenticare alcune cose e forse proprio quelle cose le dimentichiamo per il bisogno stesso di dimenticarle. C’è un processo organico nell’ambito del quale alcuni ricordi vengono lasciati cadere. Ma la tecnologia regala sempre al passato una consistenza da eterno presente. Elimina qualsiasi idea di distanza organica”. Così afferma Atom Egoyan (da Il movente di un’immagine), sul filo rosso che giace nel sottotesto del suo cinema. Invidiabile è quindi la sua coerenza in un percorso artistico che fonda la poetica sul continuo aggiornamento dell’ossessione/riflessione sul mezzo tecnologico e della voracità verso il trauma della memoria che rende instabile la verità dell’immagine. Il regista armeno declina questa volta il soggetto del film su un terreno che ammicca allo star-system senza scadere nella visione moralistica del sociale. Lanny Morris e Vince Collins sono due entertainer dei favolosi anni cinquanta statunitensi, specializzati in maratone televisive per disabili. Non mancano il cabaret e le nottate nei night, come la mafia che taglieggia e le gelosie alla Rat Pack, nonché il fine turno in una camera d’albergo dove ci rimette la pelle la giovane Maureen, cameriera con l’hobby del giornalismo. Scatta così il meccanismo egoyaniano, alla ricerca non tanto della verità, ma del percorso attraverso il quale essa può essere compresa e infine, ma è secondario, disvelata. L’origine del viaggio è una memoria scritta al presente, su quelle porzioni di tempo di Vince e Lanny, che sono i ricordi nell’attimo in cui vengono raccontati. Avvenimenti del passato che appaiono sempre fermI, blocchi di tempo nella coscienza dei personaggi, che faticano a proseguire se prima non hanno incontrato e frantumato, assimilandolo, il ricordo. Artefice di questa frantumazione sono sia la giovane giornalista Karen che vuole vederci chiaro sulla morte di Maureen, sia il mezzo tecnologico, un vecchio nastro magnetico. E nonostante la fredda e asettica messa in scena, l’Egoyan di False verità è quanto di più concettualmente intimo ci potesse offrire: essenza e senso ultimo di quello specchio di illusioni che è l’immagine cinematografica. DAVIDE TURRINI REGIA Con Genere Distr. Durata ATOM EGOYAN Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman Drammatico, Colore Fandango 108’ Come negli altri film di Egoyan torna l’ossessione per il mezzo tecnologico e il rapporto fra ricordi e verità Ispirato al famoso videogioco dallo stesso nome, Doom segue una trama non particolarmente originale che sembra portare con sé innumerevoli suggestioni provenienti da tanti film di fantascienza entrati nell’immaginario collettivo. Un po’Alien, un po’ film sugli zombie, Doom è un horror dinamico dalla vocazione splatter esattamente come la serie di tre videogames cui è stata ispirata e in cui onore, ad un certo punto della narrazione, replica il punto di vista in primo piano con tanto di mitragliatore. Tutto inizia in un futuro lontano quando qualcosa di strano accade su Marte. Dei mostri di cui non è chiara l’origine stanno iniziando a decimare gli scienziati che lavorano sul Pianeta Rosso. Un gruppo di Marines guidato da Sarge (The Rock) e da Reaper (Karl Urban) vengono inviati per fermare la minaccia. Lo scenario che si presenta dinanzi ai loro occhi è raccapricciante: gli esseri umani massacrati subiscono una mutazione in qualcosa di spaventoso. Per quale motivo accade tutto questo? Chi è il loro nemico e come possono fermarlo? Pur essendo un film commerciale, Doom è l’esempio perfetto di un tentativo non riuscito, apprezzabile, se non altro, per lo sforzo e per un certo intuito. L’ironia muscolare di The Rock mescolata alle suggestioni paraletterarie di un’avventura ambientata su Marte tra archeologia fantastica e bio-ingegneria riescono a divertire in maniera facile, facile, sebbene non a interessare. MARCO SPAGNOLI REGIA Con Genere Distr. Durata ANDRZEJ BARTKOWIAK Karl Urban, Rosamund Pike, The Rock Fantascienza, Colore Uip 113’ Aprile 2006 RdC 59 iFilmDelMese ZATHURA Jumanji dieci anni dopo. Il gioco prosegue nello spazio e in tono minore Pesca una carta e l’avventura ha inizio! “Doccia di meteoriti – trovate un’alternativa”, recita la prima. Una decina di anni fa erano irrequieti e pericolosi animali della giungla ad invadere un tranquillo borgo del New England. Ora il gioco si trasferisce nello spazio. A calabroni giganti, scimmie dispettose, rinoceronti imbizzarriti e spaventosi rampicanti si sostituiscono meteoriti a grappolo, un robot ottuso e micidiale, lucertoloni affamati e un astronauta disperso e un poco stupido. Si tratta di Zathura, gioco-film che dell’affine Jumanji sembra essere la prosecuzione tardiva, grazie alla comune ispirazione del soggetto frutto dell’arguta penna di Chris Van Allsburg. REGIA Con Genere Distr. Durata IN USCITA Presenza poco carismatica oggi di Tim Robbins, molto più divertente la precedente di Robin Williams. Così come diversa, e in difetto, la simpatia dei due giovanissimi protagonisti e l’andamento a sorpresa della regia, questa volta di Jon Favreau. Ma il senso dell’avventura e dell’imponderabile che inaspettatamente invadono, grazie ad un innocuo “board game”, la quieta e JON FAVREAU Tim Robbins, Jonah Bobo Fantascienza, Colore Sony Pictures 113’ ripetitiva realtà di una famiglia, non mancano: la casa di Danny e Walter è risucchiata nello spazio mentre la petulante sorella si congela subito, la competizione si fa ansiogena e la fine (del gioco, del film) irta di inaspettate sorprese. E’ questo il senso della fiaba moderna, che per fortuna alla violenza sostituisce l’imponderabile fascino della fantasia. LUCA PELLEGRINI LA VITA SEGRETA DELLE PAROLE Sintassi sentimentale schiva e profonda. Con un intenso Tim Robbins Una piattaforma sul mare. Una fragile isola costruita dall’uomo. Con venticinque milioni di onde che vi sbattono contro. Un luogo dello spirito dove suturare le ferite del passato. Grazie a quella forza misteriosa che sola può sottrarre all’autoreclusione una donna solitaria (Sarah Polley) e un uomo gravemente ustionato (Tim Robbins). Lei è sorda, lui ha perso temporaneamente la vista. E temporaneamente anche la donna sceglie di non sentire, di estraniarsi da una realtà - quella della guerra dei Balcani - che l’ha brutalizzata. Lo schermo accoglie la mutua assistenza della coppia, fatta di segreti, astensioni, bugie insondabili e verità recondite. Una sintassi sentimentale. Una sintassi paratattica, ovvero di grado zero. L’unica possibile dopo la violenza inferta ai corpi, ai cuori e alle parole. Assassinate dal genocidio balcanico o infuocate da un livre de REGIA Con Genere Distr. Durata ISABEL COIXET Tim Robbins, Sarah Polley Drammatico, Colore BIM 112’ 60 RdC Aprile 2006 IN SALA chevet intromesso nella relazione amorosa tra il proprio miglior amico e sua moglie. Parole negate, rifiutate e infine resuscitate. Con estrema pazienza, movimenti impercettibili, pause prolungate ed empatia. L’unico rimedio per scoprire quale sia la vita segreta delle parole e delle persone, che niente - almeno nella finzione cinematografica - può cancellare. Con riferimenti non invasivi a Le onde del destino, Parla con lei e Mare dentro, la catalana Isabel Coixet firma un’opera seconda schiva quanto profonda. Segreta e vitale. FEDERICO PONTIGGIA LA GUERRA DEI FIORI ROSSI La ribellione di un bambino contro le follie del regime. Ottimo il protagonista ANTEPRIMA Zhang Yuan ammicca e diverte con l’odissea di un piccolo ribelle in un asilo cinese. Vera e propria colonna del film, presentato nella sezione Panorama dell’ultima Berlinale, è il sorprendente Qiang, bambino di quattro anni riottoso e perennemente imbronciato. Relegati gli adulti al ruolo di semplici comprimari, il regista Leone d’Argento a Venezia nel ’99 con Diciassette anni, gli affianca la figlioletta e una schiera di piccoli e improvvisati attori. Peso della storia e meriti del film sono tutti sulle loro spalle. Più delle parole è la straordinaria mimica a bucare lo schermo: smorfie, sguardi e movenze UN ASILO CINESE DIVENTA LUOGO E METAFORA DELLA REPRESSIONE DI STATO che strizzano l’occhio allo spettatore, mirando più allo stomaco che all’intelletto. Scelta furba ma efficace, per cui Zhang Yuang ha addirittura ricostruito un intero asilo, simulandone ruoli e dinamiche. Soltanto così è riuscito a far “recitare” lo squadrone degli oltre venti bambini. Del mondo di fuori non trapela nulla. L’universo di riferimento è quello di Qiang: l’istituto in cui è stato messo dai genitori che non hanno tempo di badare a lui. Il volto imbronciato esprime fin dall’inizio il suo disappunto. Restio alla disciplina quasi militare, dichiara così guerra alla società. A un’educazione che lo vorrebbe irreggimentare come un soldatino, risponde con disarmante spontaneità e purezza infantile. Non va al bagno quando dovrebbe, REGIA Con Genere Distr. Durata ZHANG YUAN Dong Bowen, Ning Yuanyuan, Zhao Rui Drammatico, Colore Istituto Luce 107’ continua a fare la pipì a letto, si rifiuta di rispondere alle maestre. Come quello del regista, anche il suo è un grido contro la follia del sistema. Una denuncia estrema e non mediata dell’omologazione, che si snoda in un primo momento più come successione di rocambolesche disavventure, che seguendo un vero e proprio sviluppo narrativo. Gradualmente prende però corpo la sua parabola: conosce l’amicizia con la piccola Nanyan, fa proseliti per la causa della ribellione. La storia, cinese e del film, non lascia però spazio al lieto fine: proprio quando i germi della rivolta e della spontaneità sembrano diffondersi, sul piccolo Qiang si abbatte durissima la repressione. DIEGO GIULIANI Aprile 2006 RdC 61 iFilmDelMese PROVA A INCASTRARMI Lumet fra cinismo e denuncia. Vin Diesel rivelazione nel ruolo del mafioso IN SALA Noto come uno dei padri fondatori del film giudiziario (entrò nel cinema, proveniente dalla tv, con La parola ai giurati, 1957), nel corso degli ultimi cinquant’anni Sidney Lumet ha continuato a praticare il genere courtroom-movie: a volte con ottimi risultati (Il verdetto), in altri casi (Per legittima accusa) con esiti discutibili. Benché l’uomo sia un convinto democratico, nel lungo tragitto all’interno del filone ha manifestato un progressivo disincanto, passando dall’aula di tribunale come luogo del trionfo della verità a una coloritura assai più pessimistica. In Prova a IL PERSONAGGIO DEL BOSS ISPIRA AL CONTEMPO SIMPATIA E REPULSIONE 62 RdC Aprile 2006 incastrarmi, l’ultraottantenne regista di Philadelphia arriva a esporsi al sospetto di cinismo, anche se frutto di un disincanto che tinge di scuro l’impianto – da commedia – del film. A partire da un episodio autentico, il processo d’assise alla famiglia mafiosa Lucchese (uno dei più lunghi della storia forense americana), Lumet focalizza sul personaggio di Giacomo “Jackie Dee” Di Norscio, membro della cosca già condannato a trent’anni di detenzione. Deponendo contro gli “amici” (hanno attentato alla sua vita e, durante il processo, lo fanno pestare a sangue in cella), l’uomo potrebbe ottenere uno sconto della pena; invece Jackie, che non ha alcuna fiducia nel sistema giudiziario, respinge quella che ritiene una proposta di tradimento e assume REGIA Con Genere Distr. Durata SIDNEY LUMET Vin Diesel, Peter Dinklage Drammatico, Colore Medusa 125’ un doppio ruolo: oltre ad accusato, sarà anche difensore di se stesso. Quasi interamente ambientato nell’aula, il film focalizza sul personaggio: leale, ironico, di battuta pronta, quanto basta per lasciar affiorare dal “gangster” la vocazione del “gagster”, il criminalelegale sorprende tutti, facendo prendere al processo pieghe inaspettate. Come è una sorpresa l’interpretazione di Vin Diesel, il quale rinuncia ai soliti eroi dalle grosse braccia per animarne uno complesso, che ispira al contempo simpatia e repulsione. A lasciar perplessi è il finale, un happy end (basato su fatti reali) che ribadisce il valore della “famiglia” in tono di certo grottesco, ma anche parecchio ambiguo. ROBERTO NEPOTI ANTEPRIMA IL SUO NOME E’ TSOTSI Commovente storia di redenzione e speranza. Dal Sudafrica all’Oscar IN SALA MATER NATURA Pasticcio napoletano in salsa trans. Indigesto e buonista Questo è il film che nessuno voleva. La storia di un diciannovenne di nome Tsotsi, capo di una banda di disadattati nella periferia di Johannesburg, era considerata anticinematografica. Ma la statuetta come miglior film straniero ha premiato gli sforzi del produttore Peter Fudakowski, che per oltre vent’anni ha lottato per portare sullo schermo l’omonimo romanzo di Athol Fugard, pubblicato nel 1980. “Tsotsi” nel linguaggio dei ghetti sudafricani significa “gangster”. La vita del giovane – interpretato dal bravissimo esordiente Presley Chweneyagae - precipita quando spara a una donna per rubarle l’auto, senza accorgersi che sul sedile posteriore c’è il figlio di pochi mesi. Incapace di abbandonarlo nella vettura, lo porta con sé e cerca – a volte con esiti catastrofici - di prendersene cura. Inizia così, involontariamente, il suo cammino di redenzione. Ma non c’è riscatto senza dolore nella periferia: la ricerca di un senso morale procede di pari passo con l’escalation della violenza. E ci scappa anche un morto. Il senso di colpa prende allora il sopravvento e Tsotsi trova rifugio solo nella totale resa alla giustizia, senza però abbandonare la speranza di un futuro ancora possibile. Commuove il suo pianto liberatorio finale, simbolo di un’infanzia negata che prende il sopravvento e chiede una rivincita. Costruito come un thriller – il montaggio è veloce, il ritmo serrato e scandito dalla “Kwaito”, la musica dance popolare sudafricana - ma capace di un approfondimento che lo allontana anni luce dal genere, Il suo nome è Tsotsi possiede un’energia simile a quella di City of God e The Constant Gardener. Parte integrante del film diventano anche gli squallidi quartieri di periferia, le case in lamiera, i depositi abusivi di macchine rubate, i cilindri di cemento dove i ragazzini abbandonati cercano riparo. E dove l’opposizione tra povertà e ricchezza, grattacieli e baraccopoli, non interessa solo la città di Johannesburg ma assume un significato universale. Interpretato da un cast di sconosciuti – tra cui spicca per bellezza e bravura l’esordiente Terry Pheto -, fotografato benissimo e diretto con grande capacità narrativa dal poco più che esordiente Gavin Hood – molti e intensi i primi piani che permettono di guardare i protagonisti direttamente negli occhi Il suo nome è Tsotsi è un segnale di speranza per il rilancio del cinema sudafricano. ANDREA AGOSTINI REGIA Con Genere Distr. Durata GAVIN HOOD Presley Chweneyagae, Terry Pheto Drammatico, Colore Mikado 91’ Il contrasto fra ricchi e poveri, grattacieli e baraccopoli varca i confini per assumere una valenza universale Desiderio è un giovane transessuale: per vivere, si prostituisce. Dopo aver conosciuto Andrea, il gestore di un autolavaggio, se ne innamora e decide di abbandonare la strada. Ma Desiderio ignora che Andrea abbia una fidanzata e stia per sposarla. Privato anche dell’affetto dei genitori, che non accettano la sua diversità, Desiderio si rifugia tra gli eccentrici amici, che si dividono equamente tra marchette e filodrammatica: l’intellettuale Massimino, che si atteggia a Montessori del vicoletto; Europa, sofferente per l’impossibile maternità, e il perverso Sue Ellen. Progetto comune: aprire un “agrifuturismo” che sia al contempo consultorio psicologico per uomini in crisi. Folklore, colori, battute socialfacete di Vladimir Luxuria, psicologismo da avanspettacolo: l’opera prima di Massimo Andrei è un pasticcio napoletano in salsa trans. Abbastanza indigesto sul piano drammaturgico, stilisticamente insipido ed emotivamente fuori controllo: quel piccolo mondo contemporaneo che Mater Natura vorrebbe cantare è già stonato prima di aprire bocca. Fuori chiave per il bozzettismo degli affetti di stampo buonista: è questa la sola via percorribile dal cinema italiano per accostare la “diversità”? Non crediamo. E che dire a questo proposito della scelta ideologicamente suicida di far interpretare il trans chiamato Desiderio non da un vero transessuale, ma dalla bella Maria Pia Calzone? Snaturato. FEDERICO PONTIGGIA REGIA Con Genere Distr. Durata MASSIMO ANDREI Maria Pia Calzone, Vladimir Luxuria Commedia, Colore Istituto Luce 94’ Aprile 2006 RdC 63 iFilmDelMese TRISTANO & ISOTTA Dalla celebre epopea celtica, l’ennesima opera in costume che non lascia il segno Con la caduta dell’Impero Romano, la sopravvivenza delle varie tribù inglesi è continuamente minacciata dalle offensive irlandesi. L’unico modo per provare ad averla vinta, come propugnato da Lord Marke (Rufus Sewell), sarà trovare nella costituzione di un’unica nazione lo scudo più resistente per controbattere il nemico. Il più valoroso dei guerrieri inglesi, adottato e cresciuto dallo stesso Marke è Tristano (James Franco). Ferito dopo una battaglia e creduto spacciato, viene allontanato su un’imbarcazione verso la morte serena. Ma ad accoglierlo sulle altre sponde sarà Isotta (Sophia Myles), irlandese figlia del crudele re REGIA Con Genere Distr. Durata IN USCITA Donnchadn che, in gran segreto e sotto mentite spoglie, lo curerà per poi innamorarsene (ricambiata) perdutamente. Da una delle più antiche e leggendarie epopee d’amore (di origine celtica, raccolta dai trovieri verso la fine del XII secolo), i due fratelli Scott (Tony e Ridley) hanno ben deciso di produrre il progetto di Dean Georgaris, diretto da Kevin Reynolds (Fandango, Rapa Nui, Waterworld). KEVIN REYNOLDS James Franco, Sophia Myles Drammatico, Colore 20th Century Fox 125’ Quello che ne è venuto fuori – a parte le ovvie libertà narrative che già di per sé una storia “non ufficiale” porta con sé quale background di presentazione – è nulla più che l’ennesimo film in costume di amori e guerre, nemmeno palesemente brutto ma fondamentalmente inutile. Cosa, questa, che lo relegherà ancor prima nel cassonetto dell’oblio. VALERIO SAMMARCO SE SOLO FOSSE VERO Commedia gradevole (e prevedibile) sulla scia di Ghost. Con Reese Witherspoon fresca di statuetta Capita anche questa volta che il cielo sia costretto ad attendere: la forza dell’amore, una logica soprannaturale e il prepotente desiderio di vita non permettono che il corpo e l’anima della generosa e dolce Elizabeth – fa il medico, ed è un aspetto non secondario del film –, all’indomani di un tragico incidente che l’ha ridotta in coma, se ne debbano andare lasciando casa, lavoro, piaceri, terra e l’innamoratissimo David. Commedia dallo “spirito allegro”, di sapore cowardiano, tutta sospesa tra fantasia e realtà, nella quale appunto lei – il recentissimo premio Oscar Reese Witherspoon – non riesce a staccarsi dalle cose belle della vita, e lui – un Mark Ruffalo solare e meno tenebroso del solito – dalla cosa più bella della vita e che solo lui riesce a vedere e sentire, generando non pochi equivoci. Il suo scopo diventa quello di piegare le leggi REGIA Con Genere Distr. Durata MARK WATERS Reese Witherspoon, Mark Ruffalo Commedia, Colore Uip 95’ 64 RdC Aprile 2006 ANTEPRIMA della natura e salvare quelle dei sentimenti. Il luogo dell’incontro diventa l’appartamento lasciato vuoto e che il destino illuminerà di incomprensioni, sbigottimenti e qualche divertente battuta. Commedia dolce e deliziosa, insomma, certo prevedibile, ma nella quale il meccanismo già sperimentato anni or sono con Ghost funziona a meraviglia, soprattutto nella prima parte in cui le lacrime, per fortuna, ancora non bagnano la strada verso l’“happy ending” che Mark Waters, il regista, inevitabilmente condisce di baci, fiori, sorrisi e romantico tramonto. LUCA PELLEGRINI INDIAN - LA GRANDE SFIDA Una moto da record per un insolito Anthony Hopkins. Ma il film perde colpi nel tragitto IN SALA Indian – La grande sfida racconta la storia vera di Burt Munro, un settantaduenne neozelandese impegnato a realizzare un sogno lungo venticinque anni: battere il record mondiale sulla sua motocicletta Indian Scout nelle saline di Bonneville, Utah, nel 1963. Munro ricostruisce e modifica la sua vecchia moto, progettata nel 1920 per non superare i 60 km/h, raccoglie i fondi risparmiati, ipoteca la sua casa per finanziarsi il viaggio dalla Nuova Zelanda agli Stati Uniti. Qui la sua personalità schietta e aperta lo porta a fugaci quanto significativi incontri: un travestito, un venditore di IL REGISTRO DELL’INTERPRETAZIONE E’ COMPLETAMENTE NUOVO automobili usate, un nativo americano e una vedova. Tappe intermedie sulla strada del sogno: il suo bolide carenato vola a oltre 350 km/h, record perfezionato negli anni seguenti e rimasto imbattuto dal 1967. Nell’endemica mancanza di originalità del cinema contemporaneo, la storia di Burt Munro non ha minor meriti di altre recentemente adattate per il grande schermo. L’interpretazione di Anthony Hopkins è per intensità e pulizia straordinaria, giocata su registri da cui l’attore gallese latitava da tempo. Le sequenze motociclistiche sono indubbiamente affascinanti. Che cosa, dunque, non ci convince? Forse il fatto che – secondo la definizione di Todd McCarthy di Variety – il film è un “Rocky geriatrico”, ispirato – REGIA Con Genere Distr. Durata ROGER DONALDSON Anthony Hopkins, Chris Bruno Avventura, Colore IIF 124’ aggiungiamo noi – dalla medesima certezza nella vittoria finale e sovraccaricato dall’indulgenza per l’età avanzata del protagonista. Indulgenza acquistata nel buonismo di Munro, nella sua ingenuità disarmante e nella sua costante affabilità. Per lui il sole dell’avvenire non conosce nemmeno nuvole passeggere. Burt Munro non si fa mancare niente: pronta comprensione dell’identità en travesti, scappatella con vedova dopo visita al defunto marito, cuore che barcolla ma non molla. Dove è la fatica, la sconfitta, la disillusione? Celebrare un record non significa occultare il sangue e le lacrime che l’hanno costruito. Raccontare la vecchiaia non implica eluderne le rughe. Altrimenti, il motore si ingolfa. FEDERICO PONTIGGIA Aprile 2006 RdC 65 iFilmDelMese THE PRODUCERS Strepitosa Uma Thurman, in un musical satirico sullo showbusiness IN SALA The Producers rappresenta un caso interessante nella storia del cinema. Nato nel 1968 come film (intitolato in italiano Per favore non toccate le vecchiette) nel duemila è diventato un musical di successo a Broadway. Il tutto esaurito nei teatri mondiali (tra cui l’Italia dove è interpretato da Ezio Greggio e Gianluca Guidi), l’ha poi trasformato in un film prodotto dallo sceneggiatore e regista dell’originale Mel Brooks e diretto da Susan Stroman. Quasi quaranta anni dopo l’Oscar che premiò la sceneggiatura Per favore non toccate le vecchiette (e non quella del concorrente 2001 FORTE L’ECO DELLO SPETTACOLO DI BROADWAY CHE L’HA ISPIRATO 66 RdC Aprile 2006 Odissea dello spazio…) la storia di due improbabili impresari che vogliono mettere su il peggiore musical della storia di Broadway è ancora ricca di fascino e suggestioni. Soprattutto perché arricchita dalle interpretazioni di una strepitosa Uma Thurman e di un irresistibile Will Ferrell nei panni di un eccentrico nostalgico nazista. Protagonista è un giovane revisore dei conti (Matthew Broderick) andato a lavorare da un produttore reduce dall’ennesimo flop. L’impresario interpretato dal carismatico Nathan Lane ha poi una singolare abitudine: per mantenere se stesso e produrre i suoi fiaschi seduce anziane e facoltose signore. Quando il contabile nota che – truccando un po’ i conti - un musical che si rivela un fiasco può diventare REGIA Con Genere Distr. Durata SUSAN STROMAN Mattew Broderick, Uma Thurman Musical, Colore Sony Pictures 134’ molto redditizio per i produttori, viene trascinato in una stravagante avventura in cui i due uomini sono intenzionati a produrre il peggiore show di Broadway. La scelta cade su Springtime for Hitler che ha tutti i requisiti per essere un disastro assoluto. Le cose, però, non vanno come sperato. Anzi: quando lo spettacolo verrà presentato in scena, il pubblico griderà al capolavoro! Elegante e divertente satira del mondo dello showbusiness, The Producers è un musical puro e molto classico che – come unico, grande difetto – ha quello di essere troppo ‘teatrale’ e di non essersi – paradossalmente – del tutto affrancato dalla sua matrice di spettacolo di Broadway. MARCO SPAGNOLI IN SALA LE PARTICELLE ELEMENTARI Riduzione ambiziosa. Del romanzo di Houllebecq si perdono gli eccessi ANTEPRIMA IL FANTASMA DI CORLEONE Buono il documentario sul latitante Bernardo Provenzano Materia incandescente quella delle Particelle elementari. Famiglie in frantumi. Spersonalizzazione dei rapporti. Clonazione umana. Ci sono tutti i fantasmi della società occidentale del terzo millennio nel controverso romanzo di Michelle Houllebecq. Titoloshock, che nel ’98 ha fatto parlare di sé per scabrosità, disincanto, nichilismo. Un’analisi illuminante, l’ha definita il regista Oskar Röhler, che gli ha fornito “una prospettiva nuova sul mondo”. La missione di portarla sullo schermo sembrerebbe a fronte di una simile ambizione quasi impossibile. Röhler si destreggia invece abbastanza bene. Dalla sua il coraggioso produttore de La caduta Bernd Eichinger e un cast stellare in cui spiccano Moritz Bleibtreu (non a caso premiato alla Berlinale) e i meno noti Christian Ulmen e Martina Gedeck, punta su una potente edulcorazione degli aspetti più “pornografici” del romanzo. Smussati gli angoli ed epurate dall’insistenza sul sesso, le sue Particelle elementari rimangono comunque un fedele specchio di tante paure di oggi. Aspirazione che sottende l’intera storia è quella ad una riproduzione asessuata, senza contatto e senza conflitti, come chiave di un’esistenza idilliaca. A rappresentarla è sullo schermo il rapporto fra Bruno e Michael, due fratellastri agli antipodi ma accomunati da esistenze ugualmente fallimentari, figli di una generazione allo sbando. Bravissimo Bleibtreu nell’incarnare il primo: professore di liceo, frustrato e in preda a sempre più incontrollabili attenzioni nei confronti delle sue alunne. Ancora superiore, per le sfumature che gli offre il ruolo, è poi Ulmen nella parte del biologo molecolare sconfitto e tanto alienato dai rapporti con le donne, da riversare i suoi fantasmi in una ricerca sulla clonazione che elimini il sesso dai rapporti umani. L’illusoria speranza che i due sembrano ritrovare nell’amore (incarnato da due ottime comprimarie), si aggiunge poi alla spietata critica del ’68 che Röhler affida al personaggio della madre hippie. Tutti temi a lui cari, che affronta però con timore quasi reverenziale. Quasi che scottasse troppo, la materia incandescente del romanzo, per affrontarla con i dovuti eccessi, cede spesso all’alleggerimento e al grottesco. Troppe frenate, per un film che avrebbe trovato la sua forza nel coraggio di tuffarsi lucidamente nella disperazione da cui proviene. DIEGO GIULIANI REGIA Con Genere Distr. Durata OSKAR RÖHLER Moritz Bleibtreu, Christian Ulmen Drammatico, Colore Lucky Red 105’ Ottimo il cast corale. Da Bleibtreu, premiato alla Berlinale, ai volti meno noti di Ulmen e Gedeck Già autore del buon Diario di una siciliana ribelle, sulla pentita Rita Adria, Marco Amenta firma un documentario, Il fantasma di Corleone, in cui torna a parlare di mafia per indagare sulla misteriosa figura del boss Bernardo Provenzano. Il documentarista ripercorre la storia (e il mistero) del Padrino di Corleone, latitante dal 1963, mescolando realtà e ricostruzione storica. Il risultato è un quasi-thriller avvincente e a tratti ricco di suspense, nel quale ripercorre l’ascesa al potere di Provenzano, la sua fuga all’estero, i numerosi tentativi di cattura e come, nonostante tutto, egli riesca a mantenere il controllo su Cosa Nostra. Il tutto alternando ai rari momenti di fiction (per i quali si affida all’attore Marcello Mazzarella) le preziose testimonianze di Giuseppe Linares, giovane capo della squadra mobile di Trapani e autore negli ultimi anni della cattura di numerosi latitanti, e Roberto Scarpinato, Procuratore aggiunto di Palermo e memoria storica della lunga battaglia dello Stato contro la mafia. E ancora a filmati di repertorio sulle stragi di Capaci e Via D’Amelio in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sulle altre vittime della mafia, Pio La Torre, Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, e su malavitosi del calibro di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Luciano Liggio e Giovanni Brusca. ROSA ESPOSITO REGIA Genere Distr. Durata MARCO AMENTA Documentario, Colore Pablo 80’ Aprile 2006 RdC 67 iFilmDelMese ANGEL-A Luc Besson torna alla regia. Con una tenera fiaba d’amore Piccolo, brutto, scuro, lui. Alta, bionda, avvenente, lei. Gli opposti si incontrano. A Parigi. Un rendez-vous casuale quanto fatale: sia André che Angela si stanno per suicidare gettandosi da un ponte sulla Senna. Ed entrambi si buttano. Lui perché i debiti non gli lasciano scampo. Lei per salvarlo. Tanto basta. Il ritorno di Luc Besson alla regia dopo sei anni di operosa latitanza si deve a un atto d’amore, quello per la splendida protagonista Rie Rasmussen: difficile dargli torto. Pur mosso da – e forse pure concluso in - ragioni sentimentali, Angel-A non si rinchiude in un’idiosincrasia affettiva impermeabile dal pubblico, anzi aspira esplicitamente REGIA Con Genere Distr. Durata IN SALA a una universalità dai toni fiabeschi. Una fiaba calata nella Parigi contemporanea, politicamente tradotta nell’anti-americanismo d’ordinanza e nelle estemporanee tirate anti-razziste, ma anche sottratta all’hic et nunc dalla fotografia in bianco e nero del fedele Thierry Arbogast. In questo territorio contraddittorio Besson installa il conflitto etico-pragmatico tra il truffatore da strapazzo e l’angelo della LUC BESSON Jamel Debbouze, Rie Rasmussen Drammatico, Bianconero 01 Distribution 90’ saggezza, che si riversa nella corporeità, ovvero nella fisicità antitetica dei protagonisti. Non c’è storia, in fondo, ma non manca sviluppo morale. Fortunatamente Besson non si prende troppo sul serio, lascia trapelare dalle immagini l’occasionalità del progetto, quasi si schermisce. E a noi quasi viene voglia di assecondarlo. FEDERICO PONTIGGIA FUOCO SU DI ME Uomini e generazioni a confronto, nella Napoli di Murat. Per riflettere su libertà e coraggio Lo spiazzo davanti a un castello. Il plotone schierato per la fucilazione. Gioacchino Murat, ex re di Napoli, ordina lui stesso il fuoco, incitando di mirare al petto. Fra i boschi il giovane Eugenio fugge inseguito dai soldati. Si apre e chiude con queste scene il lavoro di Lambertini, in cui lo sfondo storico (1815) di una Napoli sempre fra comicità e dramma, oleografia e bellezza, serve alla storia di due caratteri, due possibili modi di essere uomini. Quello del Principe Nicola, alle prese con la stesura di un “Diario Napoletano” e quella del giovane Eugenio, soldato senza vocazione, alla ricerca di sé stesso. Ma non rinuncia, nonostante le accuse di disfattismo, all’idea di un proprio percorso interiore, rifiutando violenza, guerra, autoaffermazione esclusiva. Eugenio diventa così lo specchio del nonno Nicola. Quanto questi è REGIA Con Genere Distr. Durata LAMBERTO LAMBERTINI Massimiliano Varrese, Omar Sharif Drammatico, Colore Istituto Luce 100’ 68 RdC Aprile 2006 IN SALA incapace di agire conseguentemente agli ideali, tanto lui compie la scelta della libertà interiore. Opera drammatica, la cui ricchezza si condensa nei temi dell’amore, della libertà, della gentilezza come vie di una ricerca di sé. Ben girato negli interni, il film mantiene un andamento teatrale, con dialoghi letterari che ne rendono il ritmo talora lento, ma non distolgono dalla riflessione. Intense le interpretazioni, da quella di Omar Sharif (Nicola), al volitivo Massimiliano Varrese (Eugenio) alla “mediterranea” Sonali Kulkarni (Graziella), favorite dall’indugiare sui primi e primissimi piani. MARIO DAL BELLO Ringraziamo BINOVA Techno Logical Kitchens, CLASS EDITORE con Capital, Milano Finanza, Luna e Class CNBC, CAIRO EDITORE con Diva e Donna, FERRARELLE, MONDADORI con Panorama Travel, LUDOVICO MARTELLI con Proraso, INDESIT COMPANY con Scholtès, RADIO KISS KISS, che hanno scelto il Product Placement con Via Durini, 28 20122 Milano Tel. 02.776961 Ogni giorno film, prime visioni esclusive, lungometraggi e cortometraggi, scelti tra le migliori produzioni di tutto il mondo. Magazine, documentari, backstage e tutto ciò che ruota introno al cinema. È il canale che racconta tutti i più importanti festival italiani e internazionali. RaiSat Cinema World. Un viaggio intenso come il cinema. CANALE 322 - OK Telecomando Homevideo, musica, industria e letteratura: novità e bilanci dal cinema DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore Dal Giappone con furore FOTO: PIETRO COCCIA Il Sol Levante sorge in videoteca. Tanti titoli imperdibili, sotto il segno di Marco Müller Aprile 2006 RdC 71 telecomando DVD Inside Cinema Libri di Alessandro Scotti L'Olocausto dei bambini Angoscia e discriminazione di un piccolo ebreo. In un collegio che per Louis Malle diventa specchio delle follie della guerra Premiato a Venezia nell’87 con il Leone d’Oro, Arrivederci ragazzi è il secondo film esplicitamente autobiografico di Louis Malle (il primo era stato Un soffio al cuore): forse non troppo originale nel soggetto ma decisamente coinvolgente dal punto di vista emotivo. Corre l’anno 1944, un giovanissimo Malle è in convitto nel collegio del Bambin Regia Louis Malle Gesù di Fontainebleau dove i preti Con Raphael Fejto, ospitano tre bambini ebrei sotto Gaspard Manesse Genere Drammatico falso nome. La protezione dei Distr. Dolmen piccoli contro la furia dei nazisti non dura a lungo: lo sguattero del collegio, un bambino storpio e di umili origini, viene a conoscenza del segreto e denuncia i compagni alla Gestapo. Gli agenti faranno irruzione nell’istituto per prelevare LA CONDANNA DI ARRIVEDERCI RAGAZZI PASSA PER LE MEMORIE DI UN ADULTO CHE RIVIVE IL DRAMMA 72 RdC Aprile 2006 i bambini e condannarli alla deportazione nei campi di sterminio. La grandezza del regista francese sta nell’inserire il soggetto in un contesto di assoluta normalità: il convitto, le ore di ricreazione, i giochi e gli scherzi fra compagni, il mondo dei bambini che improvvisamente viene sconvolto dalla perversione degli adulti. Rimane significativo il fatto che sia proprio un bambino a tradire e a causare la tragedia, forse per vendicarsi di un destino che gli è stato ingiusto. La condanna di Malle passa attraverso i meccanismi della retrospezione, dell’adulto che ricorda un dramma dell’infanzia, ma non perde di vista l’ironia (emblematica la scena del nazista che durante una lezione in classe porta ad esempio di pura razza ariana Jean, un ebreo). E il regista sceglie proprio il punto di vista di Jean per raccontare la drammatica vicenda: è il suo sguardo sul mondo, sul collegio che lo ospita, sui compagni che non sanno, che vivono lontani dalla paura, sul suo rapporto con loro, su quel dentro-fuori che per lui è diverso dagli altri. Di notte l’angoscia di Jean prende corpo: non ha più notizie del mondo esterno, della madre non sa più niente, mentre di giorno deve imparare a dissimulare, a mantenere il suo segreto. La matrice autobiografica del film si arricchisce di dettagli personali, dall’affascinante lettura di Le mille e una notte alla proiezione di Charlot emigrante, fino all’ultima, toccante scena dell’arrivederci dei bambini ai tre compagni ebrei; un arrivederci che non sarà mai. Colonne sonore Aprile 2006 RdC 73 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore (Tele) visioni BUFFY DALLA TERRA L’AMMAZZAVAMPIRI ALLA LUNA Bellocchio d’annata Amore, religione, famiglia: i germi del suo cinema nei Pugni in tasca dell’esordio Regia Marco Bellocchio Con Paola Pitagora, Pier Luigi Troglio, Lou Castel Genere Drammatico Distr. 01 Distribution Un’esordio fra i più stupefacenti della storia del cinema italiano quello di Marco Bellocchio che dirige, nel ’65, I pugni in tasca. Sullo sfondo delle valli piacentine (a Bobbio dove il regista ha successivamente insediato la sua scuola di cinema) una famiglia occupa, in totale isolamento, una villa ormai fatiscente. La madre, cieca, ha delegato ad Augusto, il maggiore dei figli, la gestione degli equilibri familiari. Lui però ha altri progetti e medita di abbandonare la casa per impalmare Lucia e andare a vivere in città. I progetti di Augusto si scontrano con i disagi mentali dei suoi due fratelli e della sorella Giulia. Alessandro e Leone soffrono infatti di epilessia, mentre Giulia è mentalmente ferma a uno stadio infantile di sviluppo. A dispetto della malattia, Sandro dimostra una strabiliante lucidità nel concepire un piano diabolico per liberarsi di chi si frappone fra lui e un folle sogno di emancipazione. Eliminerà la madre e suo fratello Leone, ma quando chiederà a Giulia complicità per liberarsi dell’ultimo fratello rimasto si troverà di fronte a un imprevisto. Ancora giovanissimo, Bellocchio riesce nell’ardua impresa di riassumere efficacemente in un’opera di esordio tutti (o quasi) i temi cari alla sua ricerca intellettuale e cinematografica: amore, religione, rapporti familiari e proprietà. Fra gli extra il commento audio del regista e di Paola Pitagora, gli storyboards e la tesi di laurea di Bellocchio al Centro Sperimentale di Cinematografia. Tra gli extra la tesi con cui il regista si è laureato al Centro Sperimentale 74 RdC Aprile 2006 Sette stagioni tv della serie intitolata all’ammazzavampiri in gonnella più famosa del piccolo schermo. La raccolta integrale in cofanetto a tiratura limitata è corredata da una lettera del creatore Joss Whedon indirizzata ai fan. L’idea del “doppio”, che ha ispirato a vari livelli tanta produzione letteraria e cinematografia, offre lo spunto alla vicenda di Buffy Summers (Sarah Michelle Gellar), sedicenne appena approdata al college. Di giorno è una solare teenager preoccupata di amici, feste, esami, divertimento. Mentre di notte si fa carico di salvare il mondo da esseri demoniaci. Serie tv a puntate prodotta dall’americana HBO. Tom Hanks ripercorre la storia delle missioni Apollo, e lo fa a partire dai discorsi dell’allora presidente John F. Kennedy, passando attraverso l’esperienza degli astronauti, presentati qui come Ulisse dell’era moderna. Sullo sfondo, gli anni ’60 che resero possibile una delle imprese più memorabili della storia dell’umanità. Il vigore narrativo e le interpretazioni fruttarono alla serie un Golden Globe. Cinque dischi arricchiti da inserti speciali e menu interattivi per un totale di 664 minuti. Freschi di sala MARY La fede cattolica di Abel Ferrara emerge come una conquista in un film “alieno” nel panorama americano. Lo spunto è offerto dalle riprese a Sutri di This Is My Blood ispirato al vangelo agnostico di Filippo, ma la vicenda ci riporta alla contemporaneità... L’ENFANT Esplorazione della marginalità condotta con il realismo e la delicatezza di sempre dai fratelli Dardenne. Jérémie e Deborah, poco più che adolescenti, vivono di espedienti, ma l’arrivo di un figlio li obbliga a nuove scelte di coraggio e impegno, dando una svolta alla loro vita. NIENTE DA NASCONDERE Meritatissimo premio alla regia al Festival di Cannes. Una serie di videoregistrazioni irrompono nella vita familiare dei borghesi Auteuil e Binoche. Ma quella del thriller è solo un’illusione, ad Haneke interessa solo – e ossessivamente – ingaggiare lo spettatore. Giappone segreto Preziosa collana sul cinema popolare e meno noto. Da una rassegna Una storia del cinema giapponese, ma non dei prodotti mainstream. Piuttosto una rassegna che offre una vasta panoramica della produzione cinematografica storica e popolare del paese del Sol Levante. Una produzione largamente inedita in Occidente: opere di pionieri e autori in cui è possibile ravvisare, oggi, l’incubazione di generi che hanno profondamente influenzato il cinema europeo e americano contemporaneo. La rassegna, curata da Marco Müller, è stata presentata nella sua forma originaria alla 62ª Mostra del Cinema di Venezia. La selezione di film è arricchita da contenuti editoriali di approfondimento (interviste e schede di presentazione degli autori). Il debutto è per Kato Tai e la sua Giocatrice della peonia scarlatta del ’69 in cui una giocatrice d’azzardo viene suo malgrado coinvolta in una faida fra clan della yakuza. Dello stesso genere Lotta senza codice d’onore di Fukasaku Kinji, ambientato a Hiroshima nell’immediato dopoguerra. Vecchie glorie NOSTALGHIA Nostalghia: la sonorità del significante esalta l’evocatività del significato. Ritmi lenti, motivi della spiritualità e del simbolismo, della poesia legata al disagio: con Tarkovskij la realtà sfuma nel suo contrario. Andrej è in Toscana per una ricerca su un musicista del XVIII secolo. Lo accompagna una bella interprete che si innamora di lui, ma Andrej si consuma per la nostalgia della moglie lasciata in Russia. Il suo interesse è rivolto a una possibile chiave mistica che riporti l’uomo in una dimensione di armonia con la natura. Edizione speciale in 2 dischi. IL GRANDE CALDO DETENUTO IN ATTESA DI GIUDIZIO La prima proiezione pubblica risale al 6 agosto ’54 a New York. A cinquant’anni suonati, questo classico del Lang “americano” conserva intatto il suo fascino di amara riflessione sul tema della corruzione istituzionale. La storia è tutta incentrata sull’apparente suicidio di un funzionario di polizia corrotto. Il caso viene archiviato frettolosamente, ma il sergente Dave Bannion decide di approfondire le indagini. Il suo zelo gli frutterà minacce e attentati (in uno dei quali perderà la moglie), ma alla fine avrà la meglio sugli assassini grazie alla complicità dell’amante di uno dei gangster. Sordi è un geometra emigrato in Svezia. Durante il suo rientro in Italia, dove pensava di trascorrere le vacanze, viene fermato alla frontiera, arrestato e condotto a San Vittore. Ignorando le ragioni del suo arresto verrà interrogato e trasferito in diverse carceri, il tutto per scoprire di essere accusato di un omicidio che non ha mai commesso. Un dramma amarissimo, scritto da Emilio Sanna nel 1972, che a distanza di oltre 30 anni mantiene intatto il suo alto potenziale di denuncia. L’interpretazione del protagonista valse a Sordi il David di Donatello come miglior attore. Per intenditori Doppio Kaurismäki La fiammiferaia e Ombre nel paradiso Due pellicole del finlandese Kaurismäki per intenditori. La Fiammiferaia fu il suo primo film ad uscire in Italia: ottavo lungometraggio firmato da Kaurismäki che aveva debuttato dietro la macchina da presa sette anni prima (nell’81). Con la sua narrazione rarefatta il regista (con ambizioni da rockettaro) fece pensare a una nuova Nouvelle Vague. Ombre nel paradiso, storia d’amore fra un conducente di camion della nettezza e la cassiera di un supermarket, è di solo un paio d’anni prima ma i temi cari al regista (solitudine, dialoghi ridotti all’osso, sguardo alieno sulla realtà) sono già tutti lì. Aprile 2006 RdC 75 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore SAIMIR Francesco Munzi debutta con lucidità sul tema del mondo dei clandestini in Italia. E lo fa con un realismo toccante, ma anche con una punta di spietatezza. La storia è quella del 16enne Saimir e del suo difficile rapporto col padre: per il figlio vorrebbe un futuro migliore del suo, ma non sa offrirgli nient’altro che ciò che conosce, un traffico di clandestini dall’Albania. Saimir aspira all’integrazione, ma i suoi tentativi falliscono e alla fine gli unici a cui riuscirà a sentirsi simile saranno i Rom, che lo avvieranno a un futuro di criminalità. Il pianeta delle scimmie L’originale del ’68 e i suoi 4 remake in un’edizione limitata da 12 dischi Special Pack in 12 dischi Planet of the Apes Beneath the Planet of the Apes Escape from the Planet of the Apes Conquest of the Planet of the Apes Battle for the Planet of the Apes Distr. Twentieth Century Fox Sul finire dei Sessanta, in piena guerra fredda, la suggestione dell’apocalisse nucleare si tinse di fantasociologia, ipotizzando la regressione dell’homo sapiens a schiavo delle scimmie. La saga si ispirò a un romanzo di Pierre Boulle. Sia pure arrivando a scoprirlo solo nel finale (siamo nell’originale) l’astronauta Charlton Heston e la sua compagna Linda Harrison sono scagliati da un vortice proprio sulla Terra, che, dopo la catastrofe nucleare, è dominata da scimmie e in cui la categoria dell’umano è decaduta alla condizione del bestiale. In questa società, così aliena per il rovesciamento dei rapporti di forza tra uomo e animale, il protagonista sconta la contrapposizione tra istanze progressive (le scimmie che vorrebbero proteggerlo per studiarlo) e conservative (quelle che vorrebbero neutralizzarlo). Il film diede origine a un ciclo. Nel secondo episodio Heston e la sua compagna finiscono prigionieri degli adoratori di una bomba al cobalto sopravvissuti alla catastrofe atomica. Nel terzo, le due scimmie più evolute vengono risucchiate nel passato dal vortice spaziotemporale. Il quarto episodio è un prequel in cui gli uomini usano le scimmie come schiavi, mentre con il quinto si torna in un mondo dominato dai primati e con gli umani in rivolta. Uno special pack in 12 dischi (in edizione limitata) ripropone l’intera serie insieme a un documentario e ai 14 episodi della serie Tv Il ritorno al pianeta delle scimmie. Da non perdere anche soltanto per la confezione a forma di testa di scimmia. VITTIME DI GUERRA EXTENDED CUT Un De Palma inedito e graffiante si cimenta col tema della guerra. E’ di nuovo Vietnam, il sogno americano divenuto incubo difficile da rimuovere. Ed è l’ottobre del 1966, uno degli anni più drammatici della guerra. Una squadra di cinque fanti americani è impegnata in una missione di ricognizione durante la quale quattro di loro stuprano una giovane vietnamita per poi ucciderla. Il quinto ha il coraggio di denunciare i compagni. Il processo che ne consegue lascia i militari praticamente impuniti, ma il caso finisce sulle pagine del New Yorker e diventa un libro. Extra-Ordinari a cura di Marco Spagnoli IL CIELO PUO’ ATTENDERE Dal genio Lubitsch una delle storie che più hanno influenzato l’immaginario sull’aldilà. Una commedia elegante che fa riflettere con humour sul senso della vita. 76 RdC Aprile 2006 LE AVVENTURE DI GIACOMO CASANOVA Il film di Steno censurato nel ’54, per la prima volta in edizione integrale. Fra gli extra una clip sul restauro e il libretto Disavventure di Giacomo Casanova. COLLEZIONE MEL BROOKS - VOLUME II Il mistero delle dodici sedie, La pazza storia del mondo Parte I, Che vita da cani: in tre film la testimonianza dello straordinario talento e dell’umorismo di Mel Brooks. Rapporto di contrasto 7.000 :1* Doppia funzione iride Risoluzione HDTV (1.280 x 720) Formato 16 : 9 (nativo) Rumorosità della ventola 22 dB Zoom ottico grandangolare 2x Funzione lens shift Otturatore automatico Correzione trapezoidale Interfaccia HDMI Elaborazione di immagini a 12 bit 3D Colour Management Menu comandi semplice e chiaro Funzione pulizia automatica 3 anni di garanzia I buoni motivi per scegliere il PLV-Z4. PLV-Z4 | Contrasto 7.000 :1* | 1.280 x 720 pixel | 22 dB (Modalità Eco) La nuova star tra i proiettori per home cinema è una grande protagonista: grazie al sensazionale rapporto di contrasto è in grado di stupire sia durante le scene scure sia durante quelle chiare. Fino a 10,7 miliardi di colori e una risoluzione compatibile con lo standard HDTV nel formato 16 : 9. Straordinariamente silenzioso con una rumorosità della ventola di 22 dB. Il PLV-Z4 eccelle ovunque lo si posizioni: già a una distanza di 3 metri l’obiettivo grandangolare 2x ottiene una diagonale d’immagine di oltre 2,5 metri, il lens shift orizzontale e verticale provvede alle immagini distorte ed il copriobiettivo automatico protegge dalla polvere. Per ulteriori informazioni sul nuovo PLV-Z4 visitare www.sanyo-europa.it * Modalità Vivid Idee brillanti. telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore ECONOMIA DEI MEDIA DI FRANCO MONTINI Destinazioni da sogno Mollare gli ormeggi, senza limiti alla fantasia. La ricetta del cineturismo funziona anche in Italia, parola di Montalbano, Elisa di Rivombrosa e addirittura Il padrino Oltre a Keira Knightley, uno degli elementi più seducenti ed affascinati del recente Orgoglio e pregiudizio sono la serie di location naturali, tutte autentiche e in gran parte visitabili, proposte nel film. Uscendo dalla proiezione si è inevitabilmente colti dal desiderio di andare a scoprire di persona alcuni dei set appena ammirati: la casa in mattoni della famiglia Bennet a Groombridge Place; le aristocratiche dimore del signor Bingley e di sua zia Lady Catherine de Bourg, sparse fra le località di Pemberley e Rosings; i giardini di Stourhead nello Wiltshire dove Darcy si dichiara a Lizzie ma viene rifiutato, e gli scenari di Peak District National Park. In effetti la nuova versione 78 RdC Aprile 2006 di Orgoglio e pregiudizio ha immediatamente fatto lievitare le presenze nei luoghi proposti dal film. La cosa è tutt’altro che sorprendente e non mancano precedenti illustri. Lo scorso anno il film Sideways, oltre a lanciare la moda del Pinot Nero, ha fatto crescere le presenze turistiche a Santa Barbara, California, di oltre il 15%. Insomma i film di successo funzionano regolarmente come efficacissimo strumento promozionale per il turismo. L’area del Wyoming, con l’inconfondibile montagna resa famosa da Incontri ravvicinati del terzo tipo, ha fatto registrare un aumento di presenze del 75% nell’anno di uscita del film di Spielberg e del 34% l’anno del primo passaggio del suo primo passaggio in televisione. Ma ancora oggi molti visitatori affermano di aver scelto il Wyoming spinti dal ricordo di Incontri ravvicinati. Qualcosa del genere accade sempre più spesso anche in Italia: nella finta/vera Vigata del commissario Montalbano i turisti fanno la coda per visitare i set della serie televisiva, mentre al castello di Agliè, in Piemonte, cercano di rivivere le emozioni della fiction Elisa di Rivombrosa. Il “cineturismo” rappresenta un fenomeno in rapida espansione che merita molto più che un’attenzione episodica. Nel mondo anglosassone se ne sono accorti da tempo: l’ufficio turistico di Philadelphia propone un itinerario fra le location di film e programmi televisivi realizzati in città. La British Tourist Authority ha realizzato la cartina British Movie Map che segnala una serie di siti cinematografici da visitare. Esiste anche una guida mondiale The Worldwide Guide to Movie Locations (acquistabile sul sito web www.movie-locations.com) che offre suggerimenti e proposte. Ma finalmente Studi di una neonata società del settore confermano: i film sono sempre più determinanti nella scelta delle vacanze qualcosa si muove anche in Italia: la recente proliferazione delle Film Commission deriva anche dalla consapevolezza che un film o una serie televisiva possano funzionare come strumento promozionale per lanciare un territorio. Inoltre a luglio 2005 è sorta la società Luoghi & Locations che si propone di studiare e favorire i flussi di turismo legati alla visione di film, offrendo consulenza a istituzioni e privati. “Per potersi tradurre in comunicazione - spiega il presidente Andrea Rocco, uno dei tre soci fondatori insieme ad Alessandro Signetto, presidente di Doc/It, e Paolo Di Maira, direttore di Cinema & Video International - gli effetti di film e programmi televisivi di successo hanno bisogno di interventi, strategie e investimenti, anche perché in molti casi il luogo mostrato, per quanto affascinante, non è sempre facilmente identificabile”. All’ultima edizione del BIT (Borsa Internazionale del Turismo), a febbraio, Luoghi & Locations ha presentato la ricerca “L’Italia sullo schermo”. Dai risultati dell’indagine emerge che per una componente molto sostanziosa di turisti, la visione di film italiani o girati nel nostro paese (nella classifica dei più visti ci sono nell’ordine: Il padrino III, Ocean’s Twelve, Il talento di Mister Ripley, 007 - Solo per i tuoi occhi, La dolce vita) non si limita a far crescere il desiderio d’Italia, ma è una componente importante nella decisione di trascorre una vacanza da noi. Per un quarto degli intervistati questa influenza è superiore al 30%. Interessante notare che il cinema tende a creare reazioni positive rispetto al paese identificato come set affascinante, anche a prescindere dai contenuti e dalle storie narrate. Il padrino III, che pure sembra una summa dei connotati negativi dell’Italia, ha comunque funzionato come polo d’attrazione per i turisti. Moltiplicare la presenza di produzioni internazionali nel nostro paese e far circolare maggiormente i nostri film all’estero rappresentano, dunque, operazioni che non riguardano esclusivamente l’economia del cinema. CAST & CREW DI MARCO SPAGNOLI Cacciatore di set Pasquale Spadola Professione Location Manager: uomo chiave, armato di bussola e cartina Quando si lavora in esterni, il Location Manager si occupa di fare in modo che la troupe trovi i punti più adatti per girare e sia facilitata sotto il profilo logistico e dei permessi da parte delle autorità locali. Una figura sempre più importante negli ultimi anni, perché – soprattutto grazie al product placement – in grado di valorizzare le risorse turistiche del territorio, favorendo accordi con le realtà locali interessate a comparire in un film. Pasquale Spadola, uno dei primi location manager italiani è da sempre uno tra i più attivi della Sicilia Orientale. Qual è l’obiettivo principale del suo lavoro? Trovare il perfetto accostamento di un film al territorio dove viene girato: da un lato c’è la ricerca dei posti giusti, dall’altro l’organizzazione in campo locale, creando una culla produttiva per il film. Quali sono le qualità richieste per questa professione? Conoscere il territorio e sul piano ISTRUZIONI PER L’USO panoramico, artistico e culturale. E’ importante anche essere sempre al corrente delle potenzialità produttive e della burocrazia politico – amministrativa. Il Location Manager si trova fra il produttore, il regista, lo scenografo e la rappresentanza del territorio. Deve restare integro… A quali produzioni ha partecipato? I film cui ho lavorato sono tanti: L’uomo delle stelle e una parte di Maléna di “Conoscenza del territorio e abilità diplomatiche sono il segreto” Tornatore, La stanza dello Scirocco di Sciarra, molti titoli di Amelio come Il ladro di bambini e Lamerica, tutti quelli di Vito Zagarrio e la serie di Montalbano. Un consiglio per i giovani? Umiltà e pazienza: bisogna avvicinarsi al cinema con preparazione e professionalità. Non c’è spazio per l’improvvisazione. Indirizzi e raccomandazioni, per provarci senza fare una brutta fine SCOPRIRE LAMERICA E’ stato Pasquale Spadola a scoprire Carmelo Di Mazzarelli: l’albanese scelto da Gianni Amelio per il suo celebre Lamerica, vincitore nel ’95 di un Nastro d’Argento e tre David di Donatello. BORSA LAVORO Trovare Location Manager in Italia? Ecco i link di alcune società, per iniziare la vostra ricerca dal web: www.ciaofoto.it www.locationmanager.it www.pantellerialink.com SULLE ORME DI MONTALBANO Da Ibla a Modica, da Scicli a Marina di Ragusa, magari sbirciando Luca Zingaretti al lavoro. Unica nel suo genere è la società “Miegghiucanienti” che organizza il Montalbano Tour. Info: www.viaggieventi.org Aprile 2006 RdC 79 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore di Francesco Bolzoni Radiografia delle “prime volte” Giovani e disoccupati Esordienti allo sbaraglio: bilancio dal cinema italiano Saranno famosi? Atto secondo Carlo Tagliabue Ediesse, Roma Lindau, Torino 2005, pp. 160, 14,00 Hitchcock e il surrealismo Ernesto G. Laura L’Epos, Palermo 2005, pp. 256, € 19,80 Chi l’avrebbe detto: nella stagione settembre 2004 agosto 2005 sono state distribuite nelle sale cinematografiche 24 opere prime, talvolta interpretate da attori di spicco (da Giancarlo Giannini a Stefania Sandrelli) e distribuite in un numero non sempre esiguo di copie (addirittura un centinaio per Nel mio amore di Susanna Tamaro) anche da ditte da tempo sul mercato. Sono state realizzate, è vero, da registi pochissimo o per nulla noti. Ma anche la già ricordata Tamaro, scrittrice che pur gode della simpatia di un numero consistente di lettori, ha fatto flop. Quei giovani, a leggerne le interviste raccolte in Saranno famosi? da Carlo Tagliabue, sono intelligenti e amano non solamente il cinema. Gente, insomma, preparata che parla con disincanto della lavorazione del suo primo film : “Il sogno di una vita virato in incubo”, dice David Ballerini. Eppure film costati molta fatica, finanziati con denaro pubblico, escono “quando possono, e a totale discrezione della distribuzione”. Qualche coraggioso, trasformatosi in uno di quei “medici scalzi” che in Cina vanno a cercarsi i clienti, dice no al sistema e , come nel caso di Stefano Mordini ricordato da Tagliabue, bussa “direttamente alla porta degli esercenti pur di ottenere una pur minima possibilità alle proprie fatiche” usando anche, e al meglio, le potenzialità di Internet. Ci sarebbe, osserva Tagliabue, un pubblico potenziale: il milione di clienti dei cinecircoli. Ma ho l’impressione che, dopo tre o quattro opere prime italiane, molti soci disdirebbero l’abbonamento. Non che, tra gli esordienti, non ci siano cineasti promettenti. Metterei tra loro Stefano Mordini (Provincia meccanica), Eugenio Cappuccio (Volevo solo dormirle addosso dove ben rese sono le figurine degli impiegati che il protagonista dovrebbe licenziare) e Saverio Costanzo, autore della bella metafora intitolata Private (film che propone un accordo tra palestinesi ed ebrei). Non a caso questi film hanno potuto contare sul maggior numero di spettatori fra quelli che hanno seguito le opere prime (alcuni esordienti si sono accontentati di 33 presenze). Anche i più promettenti tra questi cineasti non avranno mai la popolarità, la fama davvero abnorme, di Alfred Hitchcock, sul quale ogni mese viene pubblicato un libro (uno, di Salvatore Gelsi, raccoglie le “ricette di un grande gourmet”: A tavola con Hitchcock). L’ultimo, ma non certo per la qualità delle informazioni e la chiarezza della scrittura, è di Ernesto Guido Laura che esamina con pertinenza di storico avvertito un aspetto poco indagato nell’opera del maestro inglese: il rapporto con il surrealismo. Il surrealismo, in una carriera pur lunga e varia, non fu mai, dimostra Laura in Hitchcock e il surrealismo, “un beffardo gioco intellettuale”. Da non perdere a cura di Giorgia Priolo STELLE&STRISCE VIAGGI NEL CINEMA USA DAL MUTO AGLI ANNI ‘60 Adriano Aprà, Edizioni Falsopiano, € 15,00 Ecco in un volume gli scritti di uno dei protagonisti della stagione più pioneristica della critica cinematografica italiana. Presentati in ordine tematico-cronologico gli articoli e i saggi affrontano i principali autori (da Buster Keaton a Stanley Kubrick) e i più importanti film del cinema americano dalle origini agli anni ’60. Ma forse più che leggere cosa scriveva Aprà all’uscita di Splendore nell’erba di Elia Kazan è interessante scorrere la bella introduzione in cui l’autore ripercorre la sua formazione dall’amore per i Cahiers du Cinéma, ai primi goffi articoli su Filmcritica di Bruni. 80 RdC Aprile 2006 IL CINEMA E LA SHOAH Claudio Gaetani, Edizioni Le Mani, € 13,00 “In questo film non ci sono neanche cinque secondi della mia angoscia”: questo disse una sopravvissuta ad Auschwitz all’anteprima di Schindler’s List. Da questo aneddoto, nell’introduzione di Moni Ovadia, prende le mosse il bel saggio di Gaetani sui tentativi di rappresentare l’orrore della Shoah attraverso il mezzo cinematografico, evidenziando i diversi approcci al tema e l’evoluzione dei generi e del linguaggio: dai documentari dei liberatori al serial Olocausto, dalla propaganda antisemita di Süss l’ebreo alla riflessione sul Male ne L’allievo di Brian Singer, dalla visione hollywoodiana di Spielberg a quella favolistica di Benigni e Mihaileanu. UN FILOSOFO AL CINEMA Umberto Curi, Bompiani Editore, € 7,50 Cosa unisce Plotino a Matteo Garrone se non le dinamiche del Primo amore? E cosa contrappone Iñarritu a Leibniz se non i 21 grammi di peso dell’anima? Se il rapporto tra cinema e filosofia vi intriga, in questo volumetto troverete l’analisi di una trentina di film recentissimi suddivisi per temi filosofici. Curi ci illumina sul concetto di “doppio” partendo da L’uomo del treno, medita sul concetto di “morte” attraverso Le invasioni barbariche e affronta quello di “violenza” con Mystic River e cerca di sciogliere l’enigma del tempo rivedendo assieme al lettore Minority Report. Una lettura per chi nel cinema cerca qualcosa di più del semplice intrattenimento. DIZIONARI DEL CINEMA - ANIMAZIONE A cura di Gabriele Lucci, Edizioni Electa, € 19,00 Tutta la magia del cinema di animazione dalle origini a Madagascar. Dopo il volume sul Western segnaliamo un altro dei Dizionari del Cinema di Electa. Grande spazio ai capolavori del genere, analizzati e raccontati per immagini, ma anche a tecniche e protagonisti (produttori, registi, animatori). Gli autori, attraverso l’analisi dei dieci film caposaldi del genere, individuano altrettante tappe fondamentali del percorso storico e tecnico dell’animazione: dalla multiplane camera di Biancaneve e i sette nani all’animazione 3D più raffinata di Alla ricerca di Nemo, passando per lo stop motion di Nightmare Before Christmas di Tim Burton. Aprile 2006 RdC 81 telecomando DVD Inside Cinema Libri Colonne sonore di Ermanno Comuzio Visto da vicino LE TRE SEPOLTURE Regia Tommy Lee Jones Musica Marco Beltrami Italiano di nascita, americano di formazione, Marco Beltrami predilige i film horror e anche in questo western moderno qualche punta orrorosa non manca. Alle spalle le musiche della saga Scream e film come Io, robot, Hellboy e Resident Evil, questa volta pone però giustamente l’accento sull’America rurale dai vasti paesaggi e dalle meschinità umane (blues e country) e sul confinante Messico (ritmi locali ma “rivisitati”, insomma trattati con una certa autonomia). Ma ci sono anche pagine di commento – sul lungo viaggio verso la terza sepoltura, soprattutto – che su un tessuto di percussioni con ritmo di marcia esprimono la tragicità della situazione in cui sono accomunati sia il coriaceo cow-boy “giustiziere” che lo smarrito poliziotto di frontiera suo prigioniero. E come tocco più di drammatico contrasto che di definizione di aride esistenze ecco che, in una gargotta popolata da camionisti e bovari, una ragazzulla esegue su un pianoforte vecchio e stonato lo Studio Op.10 n.3 di Chopin (“E’ triste il mio cuor…”, qualcuno vi ha appiccicato anche le parole). Tra la disattenzione generale, ovviamente. L’accento è giustamente su blues e country. Ma il colpo di genio è Chopin Per tutti i gusti Senza senso CASANOVA TRAVAUX A firmare le musiche è l’inglese Stephen Warbeck (Oscar per Shakespeare in Love), che viene dal jazzrock. Qui più che altro coordina i “numeri” hip-hop cantati e ballati dell’avvocatessa Carole Bouquet per vincere le cause e incantare gli avversari. Anche se non c’era bisogno di buttarla nel quasi-musical. 82 RdC Aprile 2006 PER SESSO O PER AMORE? Adesso si esagera. In questo film – già sconclusionato per conto suo - ecco arie da Schicchi, Trovatore, Tosca, Butterfly, Il pirata e altro ancora. Il fatto è che i ritagli d’opera sono gettati nel minestrone a casaccio, senza collegamenti con la vicenda. Mon cher Blier, la lirica è una cosa seria! TRUMAN CAPOTE Il musicista Mychael Danna ha centrato il suo apporto contrapponendo futili musichette e canzoni sullo sfondo dei ricevimenti newyorchesi a un gocciolar di note del pianoforte per quanto riguarda l’eccidio commesso dai due balordi della provincia. Tanto semplice quanto efficiente. Regia Lasse Hallström Musica Alexandre Desplat Alexandre Desplat, che di solito è bravo (La ragazza dall’orecchino di perla) qui se la cava saccheggiando Vivaldi, Albinoni, Corelli. Guai prendersi sul serio in imprese burlesche come questa! Gariboldi & Associati Uno spot è pubblicità. Uno spot al cinema è spettacolo. Il cinema ha qualcosa in meno della televisione. Il telecomando. Perché l’unico programma è il grande spettacolo. Opus lo sa bene, in quanto concessionaria di spazi pubblicitari leader in Italia con il 37% del mercato per numero di spettatori e oltre 700 schermi certificati Cinetel. In queste sale la pubblicità dà spettacolo sia dentro il grande schermo, sia fuori. Infatti da oggi c’è la Cine-domination che permette di integrare la comunicazione tradizionale con soluzioni inedite e coinvolgenti: maxi affissioni, allestimenti ad alta visibilità, personalizzazione dei biglietti, serate di anteprima riservate e tanto altro. Se anche voi siete tra i 27 milioni di persone che ogni anno entrano nelle nostre sale, preparatevi a farvi stupire.