La settimana di cittanuova.it
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ANNO I - N. 0 - APRILE 2012
ANNO I - N. 5 - GIUGNO 2012 - La settimana di cittanuova.it - Direttore responsabile Michele Zanzucchi - Mail [email protected]
UN FATTO UNA FOTO
Incontro mondiale delle famiglie. Storie di lavoro e di festa al centro di questo VII appuntamento che
vedrà confluire a Milano un milione di pellegrini da 153 Paesi. Nella serata di festa di sabato sul palco
si alterneranno testimonianze e momenti artistici. A fianco di Benedetto XVI le famiglie provenienti
dall'Emilia.
SOMMARIO
Una pausa di riflessione sulla legge 40? di Chiara Andreola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 2
L'amarezza di Cannes di Enzo Natta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La 'ndrangheta all'assalto dei comuni di Tobia Di Giacomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L'Italia si fa dentro le aule di Giovanni Vecchio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Rimboccarsi le maniche di Tiziana Nicastro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il calcio truccato e la realpolitick di Roberto Mazzarella
La fiducia e l'amore di Michele Zanzucchi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Investimenti e solidarietà per salvare l'Europa di Benedetto Gui . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Attila, flagello di Dio di Mario Dal Bello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Tutti in piedi per Usain di Marco Catapano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La famiglia, la festa e il lavoro di Violetta Conti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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26-05-2012
Se ne discute
UNA PAUSA DI RIFLESSIONE
SULLA LEGGE 40?
La Corte Costituzionale ha “deciso di non
decidere” sulla legittimità della legge 40,
rimandando gli atti ai tribunali. Un momento
opportuno per riflettere sulla questione,
secondo l’Associazione Scienza e Vita
di Chiara Andreola
Dopo la decisione della Consulta di rinviare
gli atti ai tribunali che avevano promosso
il ricorso contro la legge 40, perché i giudici
riesaminino la questione alla luce della sentenza
della Corte europea dei diritti dell’uomo
dello scorso novembre, sostenitori e oppositori
della fecondazione eterologa hanno letto
questa “volontà di non decidere” in maniera
diversa: da chi vi ha visto una pronuncia “di fatto”
a favore di questo divieto, a chi considera la
questione tutt’altro che chiusa. Tuttavia secondo
la giurista Lorenza Violini, membro del Consiglio
esecutivo dell’associazione Scienza e vita, non
è del tutto corretto porre il problema in questi
termini: «Trattandosi di un provvedimento
interlocutorio, è difficile dire quale fosse l’animus
dei giudici – afferma –: il non avere deciso,
tuttavia, offre degli spunti di riflessione sulle
scelte della Corte di Strasburgo, che in prima
battuta si era pronunciata a sfavore del divieto,
mentre la seconda sentenza ha smentito questa
posizione».
Anche la lettura secondo cui questa pronuncia
sarebbe comunque un invito al legislatore
a rivedere la disciplina sulla fecondazione
assistita «mi sembra piuttosto forzata – osserva
la Violini –: per quanto Strasburgo avesse fatto
riferimento all’adeguamento delle norme
ai progressi della scienza, il punto interessante
di questa sentenza è appunto che si riferisce
alla situazione attuale, non a quella ai tempi del
ricorso. Per cui non credo imponga proprio nulla
a nessuno». Del resto, il fatto che la fecondazione
eterologa sia consentita in molti altri Paesi
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«è un argomento quantomai poco probante:
ordinamenti costituzionali diversi in Paesi
diversi indicano appunto una diversità di valori
tutelati». Anche il presidente dell’associazione,
Lucio Romano, ricorda come la sentenza dello
scorso novembre e la giurisprudenza della Corte
rimandino appunto all’autonomia in questo
senso di ciascuno Stato: «E nel ribadire la non
violazione della Convenzione europea dei diritti
dell’uomo – prosegue – si attesta l’esigenza di
garantire il diritto del nascituro a riconoscere
i proprio genitori, in rispetto del principio di
certezza delle relazioni familiari». All’accusa di
non voler vedere il “pellegrinaggio” all’estero di
diverse coppie pur di coronare il desiderio di un
figlio, «mi sembra una sorta di atteggiamento
emotivista – risponde Romano –: se non altro
perché il fatto che una pratica sia consentita
altrove non è di per sé garanzia di eticità».
Inoltre, quella che l’associazione ha definito
«una costante e perseverante delegittimazione
della legge 40», avrebbe una sorta di effetto
disinformativo, facendo sì che «diverse donne,
male informate e fuorviate, credano di ottenere
risultati ricorrendo ai viaggi della speranza».
Posto che per ora la situazione in Italia resta
invariata, in attesa che i giudici valutino se
riproporre il ricorso, «bisognerà continuare a
riflettere sul significato della genitorialità e della
famiglia – osserva la Violini –: serve un percorso
culturale di ampio respiro piuttosto che perdersi
nei dettagli, focalizzandosi soltanto su uno degli
aspetti della questione».
28-05-2012
Cinema
L'AMAREZZA DI CANNES
La 65ª edizione premia la durezza del nostro
tempo. Vincono "Amour" di Michael Haneke
e "Reality" di Matteo Garrone
di Enzo Natta
Se è vero che una partecipazione massiccia
aumenta il calcolo delle probabilità di far
centro, è altrettanto vero che la quantità
non offre garanzie assolute di ritorni sicuri
e numerosi. Lo dimostrano i Palmarès
del 65° Festival, dove se quasi la metà dei film
in concorso erano americani (5) e francesi (4),
soltanto Amour (passaporto transalpino, ma
diretto dall'austriaco Michael Haneke) è riuscito
a spuntarla aggiudicandosi la Palma d'oro.
Il Grand Prix è stato assegnato all'Italia grazie
a Reality di Matteo Garrone (dopo il
trionfo di Gomorra nel 2008 con lo stesso
riconoscimento), il Premio della giuria
alla Gran Bretagna con The Angel's Share
(La parte degli angeli) di Ken Loach, la Palma
per la regia al messicano Carlos Reygadas per
Post tenebras lux e, infine, quella per
la sceneggiatura al romeno Cristian Mungiu
per Oltre le colline. Miglior attore il danese Mads
Mikkelsen per The Hunt di Thomas Vinterber
e migliori attrici Cosmina Stratan
e Cristina Flutur ancora per Oltre le colline.
Farà parecchio discutere il film al quale
è toccato il riconoscimento maggiore.
Non per le sue indubbie qualità, quanto
per il contenuto. Coinvolgente, toccante,
commovente, racconta gli ultimi giorni di una
coppia. Lei è l'indimenticabile Emmanuelle
Riva di Hiroshima mon amour di Alain Resnais,
lui è Jean-Louis Trintignant. Una vita mano
nella mano. Ma lei è affetta da un inguaribile
male... Bisognerebbe aggiungere un punto
interrogativo al titolo. Amore? Il gesto estremo
compiuto dal marito non è un atto di coraggio,
né d'amore. La sua non è una vittoria, ma una
resa. Alla vecchiaia, al male, alla sofferenza.
Il coraggio consiste invece nel lottare, nel
resistere. E Amour non lo fa. Cedendo il passo
all'eutanasia si schiera dalla parte della cultura
della morte invece che della vita.
Dopo Michael Haneke (Palma d'oro con
Il nastro bianco nel 2009), anche Matteo Garrone
ha fatto il bis, visto che nel 2009 aveva vinto
il Gran Prix con Gomorra. Reality è il ritratto
soltanto apparentemente paradossale e
grottesco dell'Italia d'oggi, della sua caduta
di valori, di ideali, di senso critico, tutti travolti
dall'ossessione di un'effimera celebrità
conseguita attraverso la partecipazione al
Grande fratello. Identikit angosciante di un Paese
di mostri e della sua deriva paranoica che lo
trascina sempre più in basso, tracciato senza
cinismo e senza cattiveria, ma con un senso di
pietas che invita a riflettere sul nostro futuro.
Ancora un bis e questa volta per Ken Loach, che
nel 2006 aveva vinto la Palma d'oro con Il vento
che accarezza l'erba. Con il passare degli anni
Ken Loach si è fatto più duttile, meno spigoloso
e il suo impegno civile e politico si è trasformato
in un invito a sperare che premia gli ultimi e
i puri di cuore. The Angel's Share, ambientato
nella Scozia dei giovani disoccupati, è un film
con i toni e i sapori della commedia, dispensati
con garbo e ironia, impastati di un umore
sottoproletario che trova il suo riscatto in “due
soldi di speranza” e nella dimenticata lezione di
un certo neorealismo (come quello di Renato
Castellani, per fare un esempio).
Il resto appartiene alla cronaca e si misurerà
con il giudizio del pubblico nella prossima
stagione. A cominciare dal messicano Post
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tenebras lux, premiato per una regia di tipo
sperimentale alla ricerca di compiaciute
soluzioni di linguaggio, e del romeno Oltre
le colline (il suo autore Cristian Mungiu
aveva vinto la palma d'oro nel 2007 per 4
mesi, 3 settimane e 2 giorni nel 2007), miglior
sceneggiatura per una anacronistica storia di
sopraffazione, intransigenza e intolleranza.
28-05-2012
Piemonte
LA 'NDRANGHETA
ALL'ASSALTO DEI COMUNI
L'Operazione Minotauro ha portato
al rinvio a giudizio di 75 persone. Sciolto
il consiglio comunale di Rivarolo Canavese
per una fitta rete di rapporti illeciti: dal voto
di scambio al controllo degli appalti
di Tobia Di Giacomo
E chi ha detto che la mafia non sta al Nord?
A pochi mesi dallo scioglimento per mafia
del comune di Leinì nel torinese, la scorsa
setttimana il Consiglio dei ministri, dopo la
relazione del ministro dell’Interno, ha deciso
per lo scioglimento del consiglio comunale
di Rivarolo Canavese, in provincia di Torino.
A guidare la cittadina di oltre 12 mila abitanti
è un sindaco di centrodestra, Fabrizio Bertot,
45 anni, ex An e ora del Pdl, che guida una
coalizione di centrodestra.
Proprio il nome di Bertot è finito nelle
intercettazioni dell’inchiesta della procura di
Torino, denominata “Minotauro”, che indaga
sulle infiltrazioni della 'ndrangheta calabrese
nell’intero Piemonte. Tra gli arrestati figura
Antonino Battaglia, segretario comunale e
amico del sindaco, accusato di voto di scambio
insieme all’imprenditore Giovanni Macrì, che
sembra aver promesso 20 mila euro al boss
Giuseppe Catalano in cambio del sostegno
della “rete dei calabresi” a Bertot, candidato
alle europee del 2009. Il sostegno si è tradotto
in 11 mila voti, cercati e trovati nelle zone di
Cuneo, Novara e Vercelli. Lo stesso sindaco
è stato intercettato mentre partecipava al
pranzo elettorale organizzato per lui da
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Battaglia dove parlava di lavori e grandi
opere alla presenza di nomi conosciuti della
’ndrangheta piemontese, Franco D’Onofrio,
Salvatore De Masi, Giovanni Iaria.
Nelle carte degli inquirenti che portano al
commissariamento di Rivarolo Canavese
compaiono anche appalti controllati dalle
cosche e presunte disponibilità degli
amministratori pubblici. Il capitolo della
'ndrangheta su Rivarolo Canavese segue a
quello di Leinì e quello di qualche anno fa di
Bardonecchia. Ma la complessa operazione
"Minotauro" potrebbe allargarsi in altre zone
e province del Piemonte, senza escludere
la Granda. Intanto una nuova commissione
d’accesso prefettizia è al lavoro nel comune di
Chivasso.
Intanto mercoledì 23 maggio settantacinque
persone sono state rinviate a giudizio a
Torino perché le indagini hanno consentito
di smantellare le bande della 'ndrangheta in
Piemonte e di portare alla luce i loro tentativi
di condizionare il mondo politico locale.
Il processo si aprirà il 18 ottobre. Gli indagati
sono circa 140 e, dal 28 maggio, si discutono
le posizioni di quelli che hanno scelto il rito
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abbreviato. Fra i 75 rinviati a giudizio figura
Nevio Coral, ex sindaco del paese di Leinì.
A processo anche Antonino Battaglia,
segretario comunale di Rivarolo. Venti sono
le persone che hanno chiesto e ottenuto
di patteggiare: le pene variano dai sedici ai
ventiquattro mesi di carcere e, in tutti i casi,
vanno a sommarsi a condanne precedenti.
Gli imputati incensurati, invece, saranno
processati secondo la procedura usuale.
29-05-2012
Dopo l'attentato di Brindisi
L'ITALIA SI FA
DENTRO LE AULE
I giovani di Milano ci fanno entrare nella
loro scuola: corsi di italiano per stranieri,
incontri con gli amici dei campi rom,
peché la condivisione e l'accoglienza
sono un patrimonio per tutto il Paese
di Giovanni Vecchio
L'eco dell'esplosione avvenuta davanti alla
scuola di Brindisi è subito risuonata in tutta
Italia, toccando da vicino ogni ragazzo che è
stato raggiunto dalla notizia dell'accaduto.
È nelle aule che, fin da piccoli, si trascorrono
gran parte delle proprie giornate, imparando
la difficile arte del crescere come uomini e
come cittadini: un attentato che colpisce
dei giovani proprio nel momento in cui si
recano a scuola non può lasciare indifferenti,
l'identificazione con loro – con gli zaini, i diari,
le interrogazioni da scongiurare – è immediata.
Per questo, i Giovani per un mondo unito
di Milano hanno sentito forte l'esigenza di
esprimere la loro vicinanza agli studenti
dell'istituto Morvillo - Falcone, per dir loro
«non siete soli». Ma a un gesto folle, che lascia
smarriti, si risponde anche contrapponendo
i piccoli gesti concreti di ogni giorno con cui
si cerca di costruire – invece che distruggere –
il mondo intorno a noi.
L'esperienza quotidiana ha fatto crescere l'idea
che il Paese in cui viviamo si costruisce anche
dentro le aule; e non solo studiando, ma anche
insegnando a propria volta. È quanto vivono
alcuni ragazzi impegnati nell'Associazione
Arcobaleno, dove una volta a settimana
si dedicano all'insegnamento dell'italiano
per i tanti stranieri presenti. Spesso non è facile:
gli allievi sono tanti, hanno poca dimestichezza
con l'alfabeto, e a volte oltre all'italiano devono
imparare come stare in classe; eppure, la sfida
è sempre raccolta. Tanto che al telefono uno
di loro, Gabriele, mi chiede se può raccontarmi
la sua esperienza tra qualche giorno:
«Sai, siamo davvero presi con gli esami di
italiano per ottenere la certificazione e
ci teniamo che tutti passino».
Maria Teresa invece nel suo tirocinio visita
regolarmente alcuni dei campi rom cittadini,
entrando in relazione con una parte della città
spesso dimenticata, se non volutamente presa
di mira. In una delle baracche ha conosciuto
Fabi, un bambino di sette anni, e con lui
è nato un rapporto speciale: mano nella mano,
lo accompagna in classe il primo giorno
di scuola e si ricorda di portargli uno zainetto
nuovo. Entrando in classe, dove imparerà
una nuova lingua e conoscerà tanti amici
italiani, il bambino è curioso e spaventato
al tempo stesso; di sicuro, grazie alla mano
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stretta nella sua all'inizio della sua avventura
scolastica si sente meno solo.
Proprio andando a lezione, Francesca incontra
un ragazzo africano, che le chiede di acquistare
un accendino in cambio di poche monete.
Per chi non fuma si tratta di un oggetto davvero
poco utile: perché allora non chiedere
al ragazzo di cosa abbia veramente bisogno,
per aiutarlo con ciò che davvero gli serve?
Nasce così un'amicizia fugace, fatta di poche
parole scambiate nel viavai degli studenti,
ma sufficiente per capire in che modo poter
dare una mano a lui e alle sue due figlie.
Così, dopo qualche giorno Francesca
si presenta con un pacco di suoi vestiti
di bambina da regalargli; e anche se il
ringraziamento non è molto caloroso, basta
la consapevolezza di aver compiuto un gesto
per niente scontato, in controtendenza con
l'egoista frenesia della città.
Sono tanti i piccoli gesti quotidiani che possono
nascere intorno alle aule e coinvolgerci in prima
persona, chiedendoci di fare quanto possiamo
per chi abbiamo intorno. La scuola insomma
aiuta a metterci tutti i giorni alla prova:
ma è anche con questo esercizio costante
che possiamo imparare come accogliere l'altro;
è anche con le semplici azioni di ogni giorno
che possiamo dare una forma nuova al mondo
intorno a noi.
30-05-2012
Emilia sotto shock
RIMBOCCARSI LE MANICHE
Medici, ingegneri, volontari: l'Emilia Romagna
lancia un appello. Servono forza lavoro e
anche persone capaci di ascoltare e consolare
di Tiziana Nicastro
Protezione civile, Vigili del fuoco, gruppi scout e
soprattutto tanti e tanti volontari: sono loro
i protagonisti di queste ore nelle zone
dell’Emilia colpite dal sisma. A San Felice
sul Panaro, così come a Medolla, si scava tra
le macerie per trovare ancora qualcuno vivo,
nelle tensostrutture si continuano a offrire pasti
caldi agli sfollati, nei parchi si montano tende e
brandine per dare un posto letto a tutti coloro
che oramai hanno la casa distrutta o inagibile.
È un lavoro infinito quello che tutte le forze
insieme, dello Stato e del volontariato e
associazionismo, stanno cercando di portare
avanti. Sono arrivati uomini da tutta Italia;
gli stessi giovani dei Paesi terremotati, che
oramai non vanno più a scuola, sono stati
intercettati per stare un po’ nelle tendopoli,
per prendersi cura delle persone anziane
e giocare con i bambini spaventati.
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C’è bisogno di forza lavoro, ma anche di
persone capaci di ascoltare e consolare.
Le esigenze in questo momento sono
molteplici e quindi è bene rivolgere un appello
a tutti coloro che desiderano impegnarsi in
prima linea in questa situazione d’emergenza:
chi vuole prestare servizio di collaborazione
e aiuto come volontario nelle zone terremotate
è bene che si metta in contatto con la
Protezione civile della propria città
o direttamente dei comuni terremotati.
Ad oggi le necessità più impellenti sono
la presenza di tecnici accreditati, medici e
psicologi che possano svolgere servizio nella
zona colpita dal sisma; anche questi è bene
che si mettano in contatto con la Protezione
civile specificando la propria competenza
e disponibilità .
«Sono tanti i pazienti – spiega Nunzio Borelli,
medico – che vengono a chiedermi medicinali
e in modo particolare calmanti perché non
riescono a reggere la continua tensione e
angoscia; si tratta di persone di tutte le età
che hanno anche crisi di panico dopo
le continue scosse»; Nunzio, così come altri
dottori, dallo scorso 20 maggio continua
costantemente senza tregua a svolgere
la sua professione al fianco dei cittadini.
«Oggi sono stato a Guastalla (in provincia di
Modena) – mi dice Giovanni Saccani, architetto
di Parma – perché la Protezione civile ha
bisogno di aiuto nel valutare l’agibilità o meno
di numerosi edifici, case, capannoni industriali;
in questo momento posso mettere la mia
professionalità al servizio dei più bisognosi».
Nunzio e Giovanni con le loro competenze,
insieme a tutti i volontari in azione, dicono
a tanti altri che, per chi vuole, c’è spazio per
rimboccarsi le maniche e mettersi a lavoro.
In queste ore difficili per le persone colpite dal
sisma, stiamo raccogliendo contributi per far
fronte alle loro necessità materiali.
Chi desidera contribuire, può utilizzare i
seguenti riferimenti:
Intestatario: Associazione Solidarietà
Banca: Cariparma Crédit Agricole
Codice IBAN: IT34F0623012717000056512688
Causale: Terremoto in Emilia Romagna
Con Carte di Credito:
Versamenti tramite PAYPAL ai Link presenti sul
sito www. Solidarietaonlus.org con la
Causale: Terremoto in Emilia Romagna.
30-05-2012
Attualità
IL CALCIO TRUCCATO
E LA REALPOLITICK
Anche i tifosi sono stati depredati della
speranza e della passione. La legalità diventa
oggi non un ambito di azione ma una scelta
necessaria che serve a rifondare l'intera vita
del Paese: dai partiti allo sport
di Roberto Mazzarella
Adesso non si potrà più dire che il nostro
sport nazionale sia il calcio, bensì il calcio
truccato. A sentire infatti la procura di Cremona,
l’inquinamento del pallone è diffuso e accettato
universalmente, anzi, la procura sostiene con
più brutalità che «l’insieme degli atti di indagine
testimonia come l’inquinamento etico del
mondo dei calciatori e forse anche di alcuni
dirigenti non è stato episodico, ma diffuso e
culturalmente accettato in spregio ai princìpi
della lealtà sportiva nei confronti dei tifosi
innanzitutto».
Ecco la questione: inquinamento etico, cioè
questi malfattori hanno «seminato in un campo
che era già dissodato e pronto ad accoglierli»,
dice ancora la procura. Un atto di accusa duro,
inclemente. Senza appello. Un atto d’accusa
contro il mondo del calcio ma non solo, se lo
sfacelo è davvero questo: 150 indagati,
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un numero impressionante di partite truccate,
la mafia che si interessa ai soldi delle scommesse
in competizione con altri gruppi criminali quali
gli zingari e quello degli ungheresi, assieme
ad altre fazioni svizzere e di Singapore.
Qualcuno associa questo filone di inchieste
a quello di Tangentopoli, almeno negli effetti.
Condivido l’ipotesi, perché allora l’effetto non fu
solo aver danneggiato le imprese escluse dagli
appalti e le casse dello Stato, ma tutti i cittadini
che persero fiducia nei confronti dei partiti.
Così, anche oggi, oltre al danno economico
per la finanza pubblica e le società calcistiche,
vi è il danno di milioni di tifosi che si sentono
delusi e ingannati.
Aumentano così i «depredati della speranza»:
depredati dalla mala politica, dalla mala
finanza, dalla mala sanità e oggi anche dal
calcio truffaldino e criminale. Allora ritengo che
la questione vada posta seriamente: stiamo
assistendo, e talvolta a bordo campo per usare
un’immagine calcistica, allo sfacelo della nostra
democrazia e del nostro stesso motivo di stare
insieme. Adesso, da più parti e talvolta anche da
parte di miei amici, sento dire che bisogna fare
qualcosa, che non possiamo stare a guardare
la decomposizione della nostra civiltà. Bisogna
agire, bisogna proporre. Bisogna fare.
Mi scuso già in anticipo se risulterò forse
sgradevole e antipatico, ma sono convinto che
oggi è necessario non girare tanto intorno alle
parole, ma andare giù duro – nel rispetto delle
persone – ma senza garantire alibi a nessuno.
E un alibi, per esser chiari, è quello che spesso
“confina” il mio impegno per la legalità a un
ambito, diciamo così, moralistico. Sì, mi dice
qualcuno, è importante quel che fai e quel
che dici, ma la legalità è un ambito, come lo è
l’economia, lo sport, la scuola e via dicendo.
E invece sono convinto che oggi la legalità è
una pre-condizione necessaria e indispensabile
per iniziare a parlare di qualunque argomento,
incluso lo sport.
L’atto d’accusa della procura di Cremona dice
che il mondo del calcio è un terreno favorevole
al malaffare e al brigantaggio. Cosa significa?
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Che da un decennio noi, senza volerlo,
relegando la questione della legalità solo alla
dimensione della coscienza e non dell’azione
tout-court abbiamo permesso che la politica
si poggiasse negli anni sull’evasione fiscale (vero
sport nazionale) e sul lavoro nero. Espressione
della “realpolitik” che garantiva la funzionalità
di un sistema già destinato al collasso.
Forse avremmo dovuto avere più coraggio.
Saremmo dovuti essere più generosi con la
nostra terra e intervenire nel bilanciamento tra
moralismo e realismo, e scegliere con decisione
di rifiutare qualunque autonomia della
politica dalla morale. Qualcuno mi potrebbe
sussurrare che, se vogliamo essere onesti,
questo nostro Paese è cresciuto (mi riferisco
dal boom economico in poi) grazie anche alla
illegalità diffusa (evasione fiscale in testa) e alla
dilatazione della spesa pubblica.
Chi sostiene questa tesi mi dice anche
qual è la prova del nove del suo assunto.
Finita la possibilità di dilatare all’inverosimile la
spesa pubblica, siamo nei guai. Più per il debito
pubblico, per dire, che per l’evasione fiscale o
la corruzione. Oggi, in buona sostanza, si parla
con veemenza della questione morale, ci si
indigna più che nel passato della corruzione
della politica, dell’evasione fiscale e via dicendo.
Ma attenzione: è ancora effetto della crisi
economica piuttosto che – come dovrebbe
essere – della riscoperta del bene comune
che dovrebbe naturalmente moralizzare
qualunque nostra azione e nostra decisione.
E invece cosa accade? Esattamente quel che
è avvenuto nello scandalo di questi giorni, lo
scandalo di “calciopoli”: cioè il terreno (le nostre
coscienze, le nostre famiglie, i nostri pensieri,
la nostra politica e la nostra economia) è già
dissodato e pronto a ricevere scelte disoneste
mature. Ecco allora la questione. Il nostro
sistema (dei partiti, della politica in genere,
dell’economia, del volontariato e via dicendo)
era già a rischio collasso nel secolo scorso.
E comunque è “tarato” sul modello del secolo
scorso. Rifondare la nostra vita, prima ancora
che rifondare i partiti o la società, mi sembra
la priorità. Siamo “inzuppati” dalla “realpolitik”
del secolo scorso, dove tra realismo e
moralismo, e cortina di ferro tra blocco sovietico
e blocco atlantico, abbiamo sempre tentato
di sfumare tutto. Inzuppati anche da una
concezione di politica e di partiti quando
il mondo non era esattamente simile a quello
di oggi. La centralità della persona è la risposta.
La scelta della legalità il metodo. Ma il metodo
questa volta potrebbe funzionare se scelto
non per necessità soltanto, ma anche
e sopratutto per virtù.
Avendo il coraggio di porre la scelta della
legalità come pre-condizione di qualunque
attività singola o comunitaria. Investendo
con generosità nella formazione e nella
testimonianza della cultura della legalità.
L’appello che i Ragazzi per l’unità hanno voluto
distribuire in occasione del ventennale delle
stragi di Palermo, lo scorso 23 maggio, spiega
bene il concetto: la regola d’oro – «Fai agli altri
quello che vorresti fosse fatto a te» – penso
potrebbe essere la cura seria e la prospettiva da
proporre a quel medico coscienzioso che vuole
salvare davvero il malato. Questa è la proposta
dei Ragazzi per l’unità. Un po’ di umiltà e di
ascolto nei confronti delle giovani generazioni
potrebbe aiutarci ad avere il coraggio e la
generosità di scegliere sul serio la centralità
della persona.
31-05-2012
Oltretevere
LA FIDUCIA E L'AMORE
Tempo di crisi in Vaticano. Ma con la forza
del Vangelo l’orizzonte può rischiararsi.
Le parole di Benedetto XVI e di Maria Voce
di Michele Zanzucchi
Le indiscrezioni di stampa si susseguono,
le interpretazioni degli eventi pure, spesso solo
teoremi frutto della fantasia di qualcuno, altre
volte risultato di una conoscenza approfondita
del mondo vaticano.
L'opinione pubblica sembra dividersi tra
coloro che condannano indistintamente e
pregiudizialmente ogni atto e ogni pensiero
che viene concepito nella Chiesa cattolica e
coloro che, invece, minimizzano e negano
ogni addebito alle personalità vaticane.
La maggioranza dei fedeli, tuttavia, ci sembra
seguire con attenzione e preoccupazione
quanto accade Oltretevere, pregando perché
quanto non corrisponde a modi di comportarsi
degni del Vangelo s'allontani dai palazzi
pontifici.
Si desidera fortemente – come sostengono
i leader di diversi movimenti e associazioni
intervistati in questi giorni – che ciò porti
alla necessaria conversione dei cuori e delle
menti, come più e più volte auspicato anche
dallo stesso papa nei suoi numerosi interventi
miranti a portare gli uomini di Chiesa a
comportamenti compatibili col dettame
evangelico, come nel suo ultimo discorso alla
curia romana.
Le acque, tuttavia, sembrano ora calmarsi:
giudici e avvocati fanno il loro lavoro, le
parole che filtrano dalle mura vaticane paiono
improntate più al serrare le fila che alla
denuncia e pure la stampa pare abbassare
i toni. Ieri, durante l’udienza del mercoledì,
il papa stesso ha parlato senza peli sulla lingua,
visibilmente addolorato ma comunque deciso:
«Gli avvenimenti successi in questi giorni,
circa la curia e i miei collaboratori, hanno
recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai
offuscata la ferma certezza che, nonostante la
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debolezza dell’uomo, le difficoltà e le prove,
la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e
il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per
sostenerla nel suo cammino». Rinnovando
la sua fiducia e il suo incoraggiamento
ai suoi più stretti collaboratori «e a tutti
coloro che, quotidianamente, con fedeltà,
spirito di sacrificio e nel silenzio», lo aiutano
nell’adempimento del suo ministero.
Felice coincidenza, allegato all’edizione
serale del quotidiano della Santa Sede, è
stato pubblicato un inserto curato da Lucetta
Scaraffia e Ritanna Armeni dedicato al mondo
femminile – donne chiesa mondo è il suo
titolo –, quasi a significare come la presenza
della donna porti anche nella Chiesa quella
“marianità forte” necessaria per l’equilibrio di
ogni consesso sociale.
La prima pagina è dedicata a un’ampia
intervista della stessa Lucetta Sacraffia a Maria
Voce, presidente dei Focolari. L’ultima risposta,
pur non essendo direttamente legata ai
recenti avvenimenti vaticani, pare tracciare un
orizzonte di senso. Chiede l’intervistatrice:
«La Chiesa in questi ultimi anni ha dovuto
superare momenti di grande difficoltà. Crede
che un ruolo e una presenza diversa delle
donne ne avrebbe facilitato il superamento?».
Risponde Maria Voce: «Difficile dirlo. Direi
di guardare all’oggi, quando una profonda
crisi attraversa non solo la Chiesa, ma tutta
l’umanità. Se, come ripete il papa, alla radice
della crisi vi è una crisi di fede, la donna,
ovunque vive, ha la specifica vocazione
di essere portatrice di Dio, di quell’amore
soprannaturale che è il valore più grande ed
efficace per rinnovare Chiesa e società».
31-05-2012
Crisi economica
INVESTIMENTI E SOLIDARIETÀ
PER SALVARE L'EUROPA
Grecia e non solo. Il fallimento non giova a
nessuno. Rafforzare la collaborazione tra
i Paesi dell'Unione è la strada da percorrere
di Benedetto Gui
Cerchiamo di rispondere alla domanda sulla
possibile salvezza della Grecia dal tracollo
economico e sociale. Purtroppo, una volta che
le crisi sono scoppiate e si è instaurato un clima
di paura nel futuro e di sfiducia nelle istituzioni
economiche, non è facile porvi rimedio.
In questo momento la Grecia, oltre ad avere
un'economia depressa (con conseguente
disoccupazione, fallimenti e povertà), corre un
pericolo immediato: una corsa agli sportelli da
parte dei depositanti. Una prima ragione è che
se il Paese abbandonasse l'euro è possibile che
i depositi dei loro risparmi sarebbero convertiti
in dracme, che presumibilmente si
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deprezzerebbero del 40-50 per cento. Ma poi,
se ci fosse un tracollo finanziario, la garanzia di
cui godono i depositi in caso di fallimento delle
banche potrebbe rivelarsi illusoria. Una prima
cosa che in questo momento è possibile fare
per la Grecia è far sì che a garantire i depositi
bancari sia l'Unione europea, e non i singoli
Stati. La cosa potrebbe rivelarsi costosa per
chi accettasse di accollarsi questo rischio (alla
fin fine sarebbero i Paesi finanziariamente più
solidi, in particolare la Germania).
Unica consolazione è che le perdite per il resto
dell'Europa non sarebbero affatto minori nel caso
di un crollo finanziario della Grecia, che potrebbe
essere seguito dal crollo a catena di altri Paesi
del Sud Europa. Come a dire che garantendo i
depositi dei greci non si sa se il resto dell'Europa
aiuti di più loro o sé stessa. Sarebbe comunque
un segno concreto che l'appartenenza all'Unione
e all'euro non è solo un insieme di vincoli,
ma anche effettiva solidarietà.
Un'altra forma di aiuto di cui si è molto discusso
e che, spero, si concretizzerà è il finanziamento
di grandi progetti di investimento nei Paesi
più in difficoltà da parte dell'Unione europea
(che per far questo emetterebbe i cosiddetti
project bond). I vantaggi per la Grecia
sarebbero molti: la creazione di posti di lavoro,
che metterebbe in moto il circolo virtuoso
"nuova spesa-maggiore produzione-maggiore
occupazione-maggiori redditi-maggiore
spesa..."; poi, in prospettiva, un miglioramento
della sua dotazione di infrastrutture (ad
esempio portuali, o informatiche); e ancora,
cosa non meno importante, questo sarebbe un
segno di speranza per il futuro in un momento
in cui tutto parla di peggioramento, di nuove
sciagure, di dissesti.
Ma quanto detto ci pone altre domande
stringenti. E cioè: possiamo prevedere che
altri Paesi come la Spagna o l'Italia possano
trovarsi, a breve, nella stessa situazione della
Grecia? Spero proprio di no. Un default non
conviene proprio a nessuno, neanche a chi oggi
fa grandi profitti sulle oscillazioni quotidiane
del famigerato spread o, il che è lo stesso, del
prezzo dei nostri titoli pubblici nei mercati
finanziari. Con il default, anziché un Paese
impegnato a lavorare per dedicare una parte
ragionevole dei propri guadagni a ripagare i
prestiti ottenuti, mantenendo così la propria
credibilità, avremmo pesanti conseguenze
prima di tutto sul sistema bancario, con
pesanti ricadute sulle imprese, l'occupazione, i
redditi delle famiglie, e anche i nostri creditori
esterni resterebbero con un pugno di mosche.
Il paradosso è che se i tassi sui nostri titoli
potessero tornare al 3-4 per cento, lo Stato
italiano riuscirebbe a pagare quanto dovuto
anche riducendo un po' il carico fiscale rispetto
ai livelli attuali, e così i suoi creditori potrebbero
stare tranquilli; invece, la paura del default,
che porta i tassi di interesse al 6-7 per cento
rischia di provocarlo davvero, danneggiando
così sia noi che i nostri creditori.
È per questo che l'Europa, se non vuole restare
una flottiglia di barchette in balia delle onde
dei mercati finanziari, deve rafforzare
la collaborazione finanziaria tra i Paesi che
la compongono. Il che non vuol dire che anche
all'interno di ciascun Paese non si possa e
non si debba fare di più. Un suggerimento
interessante per ridurre il debito pubblico,
ad esempio, è quello proposto da Alberto
Ferrucci sulle colonne di "Città Nuova".
La creazione di un fondo che acquisti e valorizzi
la parte più facilmente liquidabile delle
proprietà immobiliari pubbliche, finanziato
da sottoscrizioni obbligatorie da parte dei
possessori di ingenti patrimoni finanziari
(non una tassa patrimoniale, quindi, ma un
investimento finanziario coatto, che non è
detto, però, che debba rivelarsi un cattivo
affare per i partecipanti).
Anche nel caso della Spagna un default sarebbe
controproducente. Il debito pubblico spagnolo
è minore del nostro, ma lì c'è un altro problema:
un enorme volume di crediti che le banche
avevano sconsideratamente concesso per la
costruzione di un numero esagerato di case e
che ora, dopo il crollo dei valori immobiliari, non
saranno mai ripagati; e quindi ora sono le
banche che rischiano di saltare. Ma la soluzione
più conveniente per tutti è che le banche
(non i loro dirigenti) siano salvate, magari con
l'intervento del Fondo europeo recentemente
creato per salvaguardare la stabilità finanziaria.
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1-06-2012
Musica classica
ATTILA, FLAGELLO DI DIO
Al Teatro dell'Opera di Roma Muti dirige
in modo impeccabile l'opera giovanile di Verdi
di Mario Dal Bello
Aveva in mente l’affresco di Raffaello in
Vaticano con l’incontro tra papa Leone e il
re unno, Verdi. Infatti, si era fatto mandare
l’illustrazione da Roma per la sua opera, data a
Venezia, alla Fenice, nel 1846. Un successo per il
compositore trentatreenne. Che Verdi sia stato
preso da un furore giovanile, lo si sente per
tutta l’opera. Concisa, veemente, secca e decisa
come un abbozzo disegnato di getto.
Attila, in verità, è un microcosmo che contiene
in nuce aspetti del Verdi maturo e grande che
sboccerà con gli anni.
Si apre con un preludio fosco e lacrimoso, che
anticipa il Macbeth. Non contiene cori guerrieri
o dolenti come protagonisti, come succede
in Nabucco o nei Lombardi: piuttosto, i cori
sono descrittivi di stati d’animo, di atmosfere,
comprimari di un’azione che si concentra in
effetti su un quartetto. Attila, a metà tra fierezza
e bisogno d’affetto, tra barbarici terrori – la
scena del sogno, l’apparizione di Leone (un
coup de théâtre che anticipa Macbeth) – e
senso di pietas: più flagellato dagli uomini che
flagellatore. Odabella, virago formidabile, cui
Verdi regala una tessitura vocale arditissima,
che coniuga il virtuosismo più spietatamente
belcantistico con scarse tenerezze. Alla
lontana, prefigura la Lady, ma anche Azucena o
Amneris. Ezio, il condottiero romano pronto al
tradimento e Foresto, l’innamorato, una sorta di
Manrico ante litteram o, se si vuole, un Ernani
meno disperato.
È questo quartetto che si intreccia nella trama
piuttosto schematica del libretto, dove cori,
arie e cabalette si susseguono regolarmente.
Ma Verdi vi innerva un fuoco, una passione che
arde sia di toni pre-risorgimentali – «Cara Italia,
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già madre e reina…» – sia di pathos baritonale,
«Sento gonfiarsi l’anima» – come di chiaroscuri
corali tra preghiera e inni guerreschi.
La musica verdiana, manco a dirlo, è
trascinante. Le arie volano in quelle arcate
commosse, dove violini e violoncelli
accompagnano la melodia ascendente che,
come un groppo, prende l’anima, ma anche si
elettrizzano in ritmi nervosi e guizzanti, così
che il colore, la tinta dell’opera, risulta al calor
bianco. Rapida, l’opera chiude, come farà il
Trovatore, con scarne battute: Verdi già da
giovane ha fretta di arrivare alla fine.
Certo non sempre la musica è rifinita,
saranno necessari negli anni aggiustamenti,
approfondimenti. Ma il bozzetto è fatto e piace.
Piace moltissimo a Riccardo Muti, che ne ha
fatto un cavallo di battaglia, curando allo
spasimo sfumature orchestrali: la morbidezza
dei legni, lo squillo degli ottoni, pulito, il calore
dei corni, pregnante e poi gli archi (le viole,
dense, i violini “cantanti”). Muti scopre che
nell’orchestrazione, essenziale, Verdi non è
affatto trascurato, anzi.
E veniamo ai cantanti. Superbo soprano
drammatico di agilità, la russa Tatiana Serjan, ha
voce possente, tecnica spericolata, sensibilità
interpretativa fragrante: una grande cantante
verdiana, che a tratti ricorda la Callas, ma senza
le asprezze della grande greca. L’Attila di Ildar
Abdrazakov è un basso possente, morbido,
squisito attore dalla bella voce sonora.
Luminoso il Foresto dell’albanese Giuseppe
Gipali, e tonante l’Ezio di Nicola Alaimo,
gigantesco attore dalla voce robusta.
Ottimo il coro, preciso e attento.
e memoria. Avvolge di lumi tintoretteschi
le scene. L’allestimento diventa visione,
poesia della storia, lasciando alla musica lo
spazio per occuparla tutta e darle significato.
L’allestimento di Pierluigi Pizzi punta alla
bellezza fulgida della sintesi. Riecheggiando
le rovine romane e il Pantheon crea interni
bianco-grigi essenziali, dominati da un gran
cavallo centrale. Pizzi viaggia tra onirico
Muti può allora col gesto incisivo, fremente,
fulmineo e dolce, dirigere una orchestra ottima,
senza un minimo dubbio.
Si replica il 3 e il 5 a Roma, Teatro dell’Opera.
1-06-2012
Sport
TUTTI IN PIEDI PER USAIN
Parata di stelle al Golden Gala. Nella notte
romana brilla l'imprevedibile Bolt, uomo
copertina dell’atletica mondiale.
Ma non è solo lui la star della serata
di Marco Catapano
Era il 1980 quando, grazie a una felice intuizione
di Primo Nebiolo, allora presidente della
Federazione italiana di atletica leggera, andò
in scena la prima edizione del Golden Gala.
Si era nell’anno in cui alcuni Paesi occidentali
boicottarono le Olimpiadi di Mosca. Nebiolo,
uno dei più grandi dirigenti che il nostro sport
abbia mai avuto, pensò di creare a Roma un
evento che desse l’opportunità a quegli atleti
che non erano potuti essere presenti ai Giochi
di prendersi una rivincita. Ne venne fuori una
serata ricca di sfide spettacolari, dove furono
scritte le prime pagine di una storia che nel
tempo ha visto protagonisti di questo meeting
tutti i più grandi campioni di questo sport.
Oggi, a trentatré anni di distanza, il Golden
Gala è diventato uno tra gli appuntamenti
più importanti dell’intera stagione agonistica
dell’atletica leggera internazionale e giovedì
sera, a cinquantasette giorni dal via ufficiale dei
Giochi di Londra, alcuni tra gli attuali migliori
interpreti di questa appassionante disciplina
hanno dato vita a dei ghiotti antipasti delle
prossime sfide a cinque cerchi. Una serata di
atletica entusiasmante, i cui ottimi risultati sono
stati certamente favoriti anche dalla spinta data
dal calore dei circa 55 mila spettatori presenti
sulle tribune dello stadio Olimpico.
Il fenomeno Bolt Inutile nasconderlo. Anche
se quest’anno erano presenti ben 9 campioni
olimpici in carica (e altrettanti campioni del
mondo), l’attenzione degli appassionati era
tutta per lui, l’uomo copertina che l’atletica
aspettava da anni: Usain Bolt. Il ventiseienne
ragazzo giamaicano, un concentrato di muscoli
e talento, divenuto una star assoluta ai Giochi
di Pechino 2008 dove si aggiudico tre medaglie
d’oro, ha regalato forti emozioni al pubblico
romano. Prima ha fatto la sua comparsa per
un improvvisato giro di campo effettuato con
indosso una maglia della nazionale italiana
di calcio. Poi, circa un’ora dopo, un boato
assordante ha accompagnato il suo ingresso
per la gara più attesa della serata.
Il “fenomeno” che negli ultimi anni ha spostato
i limiti dell’uomo oltre barriere che solo poco
tempo fa sembravano insuperabili, ha vinto
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con l’ottimo riscontro cronometrico di 9”76,
miglior prestazione mondiale stagionale. Dietro
di lui il connazionale Asafa Powell, l’atleta che
ha corso più volte i 100 metri in meno di dieci
secondi (con la prestazione di giovedì sera
sono ben 79!), mentre terzo è giunto il francese
Christophe Lemaitre, l’unico velocista bianco
attualmente in grado di farsi largo nella marea
di sprinter dalla pelle scura, primo uomo non di
colore della storia a scendere sotto i 10 secondi
in questa specialità.
Il riscatto di Valerie grazie allo sport Ma se la
finale dei 100 metri ha catalizzato come sempre
l’attenzione del pubblico, nel corso della serata
si è assistito anche ad altre prestazioni di rilievo.
Valerie Adams, ventisettenne neozelandese,
si è aggiudicata ad esempio la gara del lancio
del peso femminile con la ragguardevole
misura di 21.03 (miglior prestazione mondiale
stagionale e nuovo record del meeting). A
vedere l’esultanza e il sorriso con cui questa
ragazza ha festeggiato la vittoria in pedana,
pochi sospetterebbero che Valerie da piccola
era molto timida. Spesso veniva presa in giro
a scuola a causa della sua stazza (oggi è una
ragazzona alta quasi due metri che pesa 120
Kg), tanto che per la vergogna di apparire in
pubblico non voleva fare dello sport. A 14 anni,
invece, è stata praticamente costretta dal suo
insegnante di educazione fisica a partecipare a
una gara regionale di lancio del peso dove ha
battuto un record che durava da oltre 20 anni.
Nel 2000, subito dopo aver visto la cerimonia di
apertura delle Olimpiadi di Sidney, sua madre,
grande appassionata di sport, morì di cancro.
Così, per onorare la sua memoria, Valerie
decise di mettersi a fare sul serio con l’atletica.
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I suoi primi giochi a cinque cerchi, ad Atene
2004, non andarono molto bene: operata di
appendicite una settimana prima della gara,
non riuscì ad andare aldilà di un ottavo posto.
Nelle stagioni successive, però, la Adams è
diventata via via la vera dominatrice di questa
disciplina nella quale, dopo un bronzo iridato
conquistato ad Helsinky nel 2005, ha vinto tre
titoli mondiali consecutivi (2007, 2009 e 2011),
oltre all’oro olimpico a Pechino 2008. Oggi
Valerie ha imparato a sorridere, e quelli che una
volta erano i suoi presunti “limiti fisici”, sono
diventati i suoi punti di forza.
Ottime prestazioni, ma pochi squarci d’azzurro
Un altro grande momento si è vissuto poi
durante la gara dei 3.000 siepi maschili dove,
ancora una volta, l’hanno fatta da padrone gli
atleti keniani. Pensate che in questa specialità
gli atleti cresciuti sugli altipiani di questo
Paese dell’Africa orientale si aggiudicano
ininterrottamente la medaglia d’oro olimpica
dal 1968. Questa volta l’ha spuntata Paul
Kipsiele Koech, già bronzo olimpico ad Atene
2004, che con il tempo di 7’54”31 ha stabilito
la terza prestazione mondiale di tutti i tempi
a meno di sette decimi dal record del mondo.
Ottimo risultato cronometrico e nuovo record
del meeting (nella serata ne sono stati stabiliti
quattro in tutto) anche per l’etiope Abeba
Aregawi, capace di fermare il cronometro,
nei 1.500 metri femminili, a 3’56”54, e altri
tre primati mondiali stagionali (nei 5.000
metri femminili per merito della keniana
Vivian Cheruiyot, nel salto in alto maschile
grazie al britannico Robbie Grabarz e nel
giavellotto femminile per mano della ceca
Barbora Spotakova), per un Golden Gala che si
conferma davvero ad alti livelli.
1-06-2012
VII Incontro mondiale
LA FAMIGLIA, LA FESTA
E IL LAVORO
Questi i temi dell'intervento di Luigino Bruni,
docente di economia politica, all’apertura
del Congresso teologico pastorale.
Ce ne parla in un'intervista
di Violetta Conti
È la famiglia il cuore pulsante del sistema
economico ed è sempre lei l'aspetto sofferente
con le sue maternità e paternità precarie,
le sue fragilità e incertezze in questo duro
tempo di crisi economico-finanziaria.
Ma è sempre alla stessa famiglia che si chiede
"inopportunamente" di consumare di più per
rilanciare la crescita e di lavorare poco e male.
La famiglia sembra chiamata a muovere la
macchina del capitalismo dominante "senza
se e senza ma". Ma è questo il modo giusto?
Se lo sono chiesti i quattromila presenti, il 30
maggio, alla prima giornata del Congresso
teologico pastorale che ha ufficialmente aperto
i lavori del VII Incontro mondiale della famiglia.
A rispondere il professor Luigino Bruni, docente
di economia politica all'università di Milano
Bicocca e autore per Città Nuova de Le nuove
virtù del mercato, che ha rilanciato queste
tematiche parlando di famiglia e lavoro sì, ma
anche di festa. Perché? Glielo abbiamo chiesto
in quest’intervista.
Impegnativi e delicati i temi di Milano
(famiglia e lavoro, ndr.), tanto per le famiglie
che si trovano in difficoltà economica quanto
per i giovani che, seppur con lavoro precario,
cercano di metter su famiglia. Ma la festa?
«C’è un’interconnessione profonda tra lavoro,
festa e famiglia. Prima di tutto perché la
famiglia è il principale luogo del lavoro e
della festa: pensiamo ad esempio quanto
del lavoro delle donne ci sia nelle occasioni
di festa o quanto sia sentito nel lavoro il
tempo della festa, dove il primo detta i tempi
del secondo. Ma c’è anche un’altra ragione.
Etimologicamente la parola festa deriva da
"fesia", cioè feria, feriale, e quindi legato ai
giorni lavorativi. Oggi però assistiamo sempre
di più a una frattura nell’equilibrio tra lavoro e
festa, a uno stravolgimento dei ruoli. Il mondo
economico soffre di eccedenza di festa da un
lato e di alto tasso di disoccupazione dall’altro.
Manca così una prospettiva più profonda».
Maternità e paternità sempre più precarie e
fine del “welfare state”. Come può la famiglia
rimanere il soggetto economico principale?
«Più che di fine dello Stato sociale parlerei della
sua crescita vorticosa e senza controllo, in un
determinato periodo storico ormai sorpassato.
Direi che oggi però siamo di fronte a una
preoccupazione che riguarda più l’ambito
economico che quello familiare. Lo Stato sociale
sta cambiando, la famiglia si sta evolvendo
(non è più patriarcale come 30 anni fa), ma
essa continua a svolgere il ruolo di soggetto
economico preminente, il luogo ideale in cui
far esperienza di gratuità. In questo senso non
è allora la famiglia, ma il mondo del lavoro, che
sta cambiando in modo più radicale, perché si
sta allontanando dal principio della gratuità.
Occorre riscoprirlo, ma non sarei nostalgico
di fronte alla fine di quel tipo di welfare state,
piuttosto volgerei lo sguardo alla possibilità
di creare migliori legami fra generazioni, fra
lavoratori, con un nuovo patto sociale».
Il mercato del lavoro chiede una diversa
conciliazione famiglia-lavoro e l’adattarsi
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a nuove culture lavorative. Qual è
l’atteggiamento giusto per accogliere
le nuove sfide al meglio?
«Il mercato del lavoro, nel giro di un
cinquantennio, è mutato molto, ma come
ricorda la Rerum Novarum “Il lavoro non è una
merce”, ed anche oggi va salvaguardato e
tutelato per la nostra società e i nostri giovani.
Certamente ci sono molte più opportunità oggi
grazie a Internet e ai viaggi, ma ci sono anche
diverse problematiche.
«Nel 1869 l’economista e filosofo J. Stuart Mill
scriveva a proposito della donna: “La formazione
morale dell’umanità non avrà ancora sviluppato
tutto il suo potenziale, finché non saremo capaci
di vivere nella famiglia con le stesse regole
morali che governano la comunità politica”.
Mill ovviamente faceva riferimento alla
sua epoca, quando l’impresa e la famiglia
erano ancora dei luoghi illiberali e gerarchici
nonostante i progressi nella democrazia.
Ma qual è la situazione odierna? In molti Paesi la
relazione uomo-donna in famiglia è incentrata
sul rispetto e sull’uguaglianza, ma è il mondo
civile, e in particolare quello economico
e lavorativo, a essere ancora troppo asimmetrico,
gerarchico e maschile. Non a misura di famiglia.
In me però prevale la speranza. In tempo di crisi
la speranza è un dovere civile, una forma di carità
alta anche nell’economia».
Direttore responsabile: Michele Zanzucchi - Redazione: Maddalena Maltese, Sara Fornaro, Roberta Ruggeri
Progetto Grafico: Umberto Paciarelli
Gruppo editoriale Città Nuova. Autorizzazione tribunale di Roma n. 339/2009 del 06/10/2009
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una pausa di riflessione sulla legge 40?