L’AMORE
E
LA DONNA
NEL
DOLCE
STILNOVO
La testimonianza di Dante
Bologna Firenze
Temi
Guido Guinizzelli
Guido Cavalcanti
Cino da Pistoia
EXIT
LA TESTIMONIANZA DI DANTE
Dante e gli chiede ( vv. 49-51 ) :
“Nel canto XXIV del Purgatorio il poeta Bonagiunta
riconosce Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
Donne ch’avete intelletto d’ amore”
Risponde Dante (vv. 52-54) :
…”I’ mi son un che, quando
Amor mi spira , noto, e a quel modo
ch’è ditta dentro vo significando”.
E Bonagiunta (vv.55-60) :
“O frate, issa vegg’io …il nodo
che ‘’l Notaro e Guittone e a me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne”.
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Bologna Firenze
L’esperienza dello Stilnovo si sviluppa sull’asse Bologna-Firenze.
A Bologna nasce una nuova poesia in volgare, più sincera di quella
siciliana, più vera e più dolce: poesia “che canta più nobilmente
l’amore e la donna e si leva e nuove idealità, che sono indizio di
una concezione della vita diversa dalla precedente.
Bologna era infatti la sede di un’Università famosa a livello
europeo e di una rinomata scuola di retorica. Questa scuola avrà il
suo centro principale in Firenze, città che a quell’epoca riuscì a
consolidare il suo predominio sugli altri comuni toscani, non solo
dal punto di vista economico ( crescente potere delle compagnie
bancarie ) e politico, ma anche dal punto di vista culturale con
l’affermarsi del fiorentino.
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I temi comuni alla nuova poesia sono: 1) la nozione che l’Amore può essere
solo nel cuore gentile e non ci può essere nobile cuore in cui Amore non sia: la
nozione, cioè, che Amore e cuore gentile si identificano; 2) l’idea che la
gentilezza è nobiltà spirituale: non è nobiltà quella che si eredita col sangue, ma
quella che a ciascuno deriva dalla sua propria virtù; 3) l’idea che la bella
donna fa attuare nell’anima dell’uomo l’innata disposizione al bene, attua, cioè,
nell’uomo la gentilezza e pertanto è strumento dell’elevazione dell’anima
dell’amante al sommo bene; 4) la figurazione della donna come “angelo”,
come creatura angelicata “angelica figura … di ciel venuta a spandere salute”,
come pura luce, come la donna che “è venuta di cielo in terra a miracol
mostrare” e porta, negli occhi, amore, onde fa gentile tutto quanto ella mira, e i
suoi occhi, ovunque li giri, mostran pace, e il suo saluto dona salute e
beatitudine e accende nel cuore dell’amante la nostalgia del cielo; 5) la
figurazone dell’amante quasi sempre stupefatto e attonito, rapito nella
contemplazione della donna-angelo, umile e adorante; ma talvolta anche
angosciato e tremante, spaurito e doloroso, che è insomma in uno stato di grazia
o di incubo.
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DONNA-ANGELO
Nello Stilnovo è presente una visione spiritualizzata della donna,
che viene esaltata come angelo in terra e dispensatrice di salvezza.
L’attenzione è concentrata sull’interiorità dell’amante.
La donna-angelo si confonde con l’Intelligenza del cielo, a causa
di un amore che si identifica con la gentilezza. La donna-angelo
non è bella come un angelo, ma, si identifica per la sua bellezza,
miracolo di Dio, e con le Intelligenze che imprimono movimento
ai cieli, fedeli e obbedienti alla divina volontà da loro trasmessa
con funzione mediatrice qui sulla terra. Le donne-angelo in tal
modo costituiscono una sorta di decimo coro angelico, il più basso,
ed assolvono ad analoga funzione mediatrice tra il cuore
dell’uomo, che muovono, e Dio, operando beneficamente sui
sentimenti di lui.
TEMI
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NOBILTÀ E GENTILEZZA
Lo Stilnovo si rivela l’espressione dello strato più elevato delle nuove classi
dirigenti comunali che aspirano a presentarsi come una nuova aristocrazia,
fondata non più sulla nobiltà di sangue ma sull’ “altezza d’ingegno” (Dante,
Inferno, X, v.59) e sulla raffinatezza del sentire, per distinguersi dagli
inferiori ceti borghesi. Uno dei temi principali è appunto l’identificazione
dell’amore con la gentilezza: proprio il saper amare “finemente” ( che vuol
dire saper scrivere poesie d’amore, essere ,cioè, di raffinata cultura) è indizio
di una superiore nobiltà d’animo.
Gli stilnovisti respingono senza compromessi il concetto di una nobiltà
puramente cavalleresca, feudale, razzistica: “ Dis’omo alter: Gentil per sclatta
torno; Lui semblo al fango, al sol gentil valore”(Guinizzelli).
Questa è l’idea-forza degli stilnovisti, che costituisce la nervatura di una
concezione dell’amore che si risolve in una nobile e altamente etica
concezione della vita, nella quale l’appello all’interiorità è determinante.
TEMI
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VALUTAZIONE DELLA VICENDA D’AMORE
Il poeta si innamora della sua donna- angelo secondo i modi
tradizionali, ma nello Stilnovo Amore opera una profonda
trasformazione nell’uomo, con la differenza che gli effetti vigono entro
confini morali. Negli stilnovisti la vicenda d’amore è tomisticamente e
aristotelicamente sentita come passaggio dalla potenza all’atto nel
senso stretto della morale perfettibilità dell’uomo.
Ma se Amore, tradizionalmente, è passione, per gli stilnovisti si
identifica con la Gentilezza. Il che significa che Amore diventa
un’estuosa volontà di annobilimento nella coscienza e nella sapienza,
un’insopprimibile ansia di verità.
L’Amore diviene, nello Stilnovo, L’asse intorno al quale gira l’univero;
la forza che spira nel cuore dell’uomo per la sua ansiosa elevazione.
TEMI
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Guido Guinizzelli
La vita
Le opere
L’amore e la donna
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Altri temi
BIOGRAFIA
Fu il primo poeta che gettò le fondamenta della poesia stilnovista.
Abbiamo scarse notizie intorno alla vita del Guinizzelli e nessuna ci
illumina veramente sulla sua formazione intellettuale e artistica.
Visse e operò a Bologna dove nacque intorno al 1235, di famiglia
ghibellina, eccellente soprattutto in giurisprudenza, divenne giudice e
fu attivamente impegnato nelle vicende politiche della sua città.Dopo
essere stato esiliato sui colli Euganei morì a Padova il 14 Novembre
1276.
Scrive in volgare bolognese, si dichiara seguace di Guittone
D’Arezzo ma nella sua poesia troviamo degli elementi nuovi.
Bonagiunta infatti lo considera “colui che ha mutato la maniera”e
Dante lo incontra nel Purgatorio e lo definisce “padre di un nuovo
stile”.
GUINIZZELLI
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Le opere - sommario
I- Tegno de folle’mpres’, a lo ver dire
II- Madonna, il fino amor ched eo vo porto
III- Donna, l’amor mi sforza
IV- Al cor gentil rempaira sempre amore
V- Lo fin pregi’avanzato
VI- Lo vostro bel saluto e ’l gentil sguardo
VII- Vedut’o la lucente stella diana
VIII- Dolente, lasso, già non m’asecuro
IX- Ch’eo cor avesse, mi potea laudare
X- Io voglio del ver la mia donna laudare
XI- Lamentomi di mia disaventura
XII- Gentil donzella, di pregio nomata
GUINIZZELLI
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CONTINUA—»
XIII- Madonna mia, quel di ch’Amor
XIV- Si sono angostioso e pien di doglia
XV- Pur a pensar mi par gran meraviglia
XVI- Fra l’altre pene maggio credo sia
XVII- Chi vedesse a Lucia un var capuzzo
XVIII- Volvol te levi, vecchia rabbiosa
XIX (a)- Bonagiunta da Lucca a Messer Guido
XIX (b)- Risposta a Bonagiunta da Lucca
XX (a)- A frate Guittone
XX (b)- Frate Guittone - risposta al sopra scritto
GUINIZZELLI
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Al cor gentil rempaira sempre amore
Questa canzone è il testo più celebre di Guinnizzelli, e si può considerare il vero e proprio
“manifesto” di una nuova tendenza poetica, quella che in Toscana assumerà il nome di «stil
novo».
Metro: canzone di sei strofe composte di dieci versi (endecasillabi e settenari). Schema: ABAB.
cDc. EdE.
Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
5
ch’adesso con’ fu ‘l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ‘l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
10
come calore in clarità di foco.
GUINIZZELLLI
CONTINUA—»
LE OPERE
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Foco d’amore in gentil cor s’apprende
come vertute in pietra prezïosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ‘l sol la faccia gentil cosa;
15
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da nature
asletto, pur, gentile,
20
donna a guisa di stella lo ‘nnamora.
Amor per tal ragion sta ‘n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero.
25
CONTINUA—»
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
GUINIZZELLI
LE OPERE
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caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
30
com’ adamàs del ferro in la miniera.
Fere lo sol lo fango tutto ‘l giorno:
vile reman, né ‘l sol perde calore;
dis’ omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al gentil valore:
35
chè non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’ aigua porta raggio
40
e ‘l ciel volgiando riten le stelle e lo spendore.
CONTINUA—»
Splende ‘n la ‘ntelligenzïa del cielo
GUINIZZELLI
LE OPERE
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Deo crïator più che [‘n] nostr’occhi ‘l sole:
ella intende suo fattor oltra ‘ cielo,
e ‘l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
45
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [‘n] gli occhisplende
del suo gentil, talento
50
che mai di lei obedir non si disprende.
Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ‘nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
55
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
CONTINUA—»
per cui cessa onne fraude».
GUINIZELLI
LE OPERE
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Dir L porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
60
non me fu fallo, s’in lei posi amanza».
GUINIZZELLI
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LE OPERE
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AVANTI—»
ANALISI DEL TESTO
Il problema centrale della canzone è quello della nobiltà (“gentilezza”). Era un
problema già ampiamente trattato in precedenza dalla cultura cortese: ad esempio
Andrea Cappellano, il massimo teorico dell’amor fino, nel suo trattato De Amore
affermava che solo la prodezza dei costumi fa conoscere gli uomini per nobiltà.
In tali concetti si rispecchiavano le aspirazioni di una piccola aristocrazia senza
feudi ad essere riconosciuta a pieno diritto come facente parte della classe
feudale; per questo, già in quel contesto si sosteneva che la nobiltà non dipendeva
solo dalla nascita, ma dal valore della persona. Il concetto è però ripreso da
questa canzone in un contesto del tutto diverso. Guinizzelli è un intellettuale che
fa parte del ceto dirigente dell società urbana, che , in questi decenni di fine
Duecento, aspira a raggiungere l’egemonia nelle istituzioni cittadine e a
soppiantare la vecchia classe dirigente nobiliare del Comune. Proprio a tale fine,
cioè per legittimare la propria ascesa e la propria affermazione sociale e politica,
questo ceto elabora una concezione della nobiltà che risponda ai propri interessi:
per essere “gentili” non è sufficiente la “schietta”, la nascita da una famiglia di
sangue nobile, perché la nobiltà non è ereditaria.
GUINIZZELLI
LE OPERE
AL COR GENTILE…
CONTINUA—»
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Il concetto è enunciato in modo diretto ed esplicito nella quarta strofa della canzone
guinizzelliana: la nobiltà non è nella dignità dell’erede, se non c’è il coraggio, il valore
personale dell’animo.
Si delinea così la fisionomia di una nuova nobiltà cittadina, che fonda la propria egemonia
sulle proprie doti di intelligenza e cultura sull’altezza di “ingegno”.
Nella civiltà cortese la rivendicazione delle qualità personali esprimeva le esigenze di uno
strato inferiore della nobiltà che voleva integrarsi a pieno titolo negli strati superiori;
nella civiltà urbana esprime le aspirazioni di un ceto emergente che vuole sostituirsi al
precedente ceto dominante.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
AL COR GENTILE…
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AVANTI—»
AMORE E GENTILEZZA
Il fondamento della “gentilezza” è trovato nell’amore: l’amore ha la sua sede naturale nel
cuore gentile; amore e “gentilezza” sono tutt’uno, non sono pensabili separatamente: il
saper amare “finemente” è indizio di gentilezza, e viceversa chi ha per natura un cuore
gentile non può che manifestarlo amando finemente. Anche qui è chiaramente ereditato un
concetto cortese, quello secondo cui l’amore si identifica con un privilegio spirituale
un’elevazione e un raffinamento dell’animo. Ma anche in questo caso il motivo cortese e
feudale, usato in altro contesto, si trasforma, assume un senso diverso: il saper amare
cortesemente diviene il segno dell’elezione spirituale della nuova classe dirigente cittadina.
L’amore però, ha veder bene, assume qui un significato metaforico: saper amare vuol dire
in sostanza saper poetare d’amore, saper scrivere versi raffinati; amore e poesia si
identificano, sono indistinguibili: quindi all’identità amore-gentilezza si somma quella
gentilezza-altezza d’ingegno.
La gentilezza secondo gli stilnovisti nasce dalle facoltà intellettuali, è la cultura ciò che
individua la nuova èlite cittadina.
Per questo ciò che più visibilmente caratterizza la canzone guinizzelliana è la mescolanza
del tipico linguaggio cortese, proveniente dalla tradizione trobadorica e siciliana, con il
linguaggio della nuova cultura universitaria.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
AL COR GENTILE…
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LINGUAGGIO CORTESE E LINGUAGGIO FILOSOFICO
Il tessuto discorsivo della canzone è tutto fondato su un sottile argomentare, che si
vale continuamente di paragoni filosofici e scientifici, attinti alla Scolastica:
amore che “prende loco” in gentilezza così propriamente come il calore della
chiarità del fuoco; la “virtù” della pietra preziosa, in cui il “valore” non può
discendere dagli influssi celesti prima che il sole la purifichi; il fuoco tende
all’alto per sua intrinseca natura… .
Vi sono poi alla base concetti filosofici dell’aristotelismo, come potenza-atto: così
nell’uomo la donna sa passare in atto la virtualità amorosa del cuor gentile.
Questa caratteristica rivoluzionaria del discorso poetico di Guinizzelli fu
subito colta dai contemporanei, in particolare da quelli più legati alla tradizione.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
AL COR GENTILE..
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AVANTI—»
LE IMMAGINI TEOLOGICHE
Con la quinta strofa si introduce un nuovo ambitodi comparazione, non più solo
filosofico-scientifico, ma teologici. Il discorso è impostato su un’equazione:come
le intelligenze angeliche, intendendo immediatamente il Creatore, prendono ad
obbedirgli, così l’amante, appena la bella donna risplende ai suoi occhi, acquista
la volontà di obbedirle sempre. Al cento del paragone vi è ancora un concetto
cortese, quello dell’“obbedienza” dell’amante alla donna, cioè della “servitù
d’amore”. Ma l’ambito metaforico è profondamente diverso rispetto a quello della
poesia cortese precedente: il rapporto uomo-donna non è equiparato a quello tra
vassallo e signore, bensì a quello tra gli angeli e Dio: lo scenario non è più
feudale, ma teologico. L’amore si ammanta di di valori religiosi: nonsolo è segno
di superiorità spirituale, ma diviene una sorta di culto mistico della donna, che è
trasformata in essere sovrannaturale, miracoloso, equiparabile alla stessa divinità.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
AL COR GENTILE…
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IL SISTEMA DELLE IMMAGINI
LA LUMINOSITÀ
Al di sotto del discorso logico-argomentativo si svolge un discorso di secondo livello,
di tipo lirico- fantastico, che è creato dalla successioni delle sue immagini. Nella
canzone le immagini sono numerosissime, tanto da pervadere tutto il tessuto
discorsivo: ebbene, si può notare che esse sono legate fra loro da un filo continuo, e
rimandano l’una all’altra. Il nucleo centrale da cui tutte si irradiano è l’idea di
luminosità, chiarezza, splendore.
Passiamole in rassegna: “sole”, “splendore lucente”, “calore”, “clarità di foco”, “foco
d’amore”, “petra prezïosa”, “stella”, “solï”, “foco in cima del doplero” ecc… .
Tale insistenza balza agli occhi, e non può che essere voluta e ricca di
significato:probabilmente risponde al fine di esprimere metaforicamente, col tessuto
continuo delle immagini, i due concetti centrali della poesia, sia il fuoco d’amore, sia
lo splendore che emana dalla “gentilezza. A questa serie di immagini si legano
ancora, però per contrasto, quelle dell’acqua fredda e del fango, che evocano i
concetti opposti, dell’incapacità d’amare e della bassezza d’animo.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
AL COR GENTILE…
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LO STILE DOLCE
Il termine dolce non ha un valore generico e impressionistico, ma è una formula
tecnica, che designa precisi procedimenti stilistici, che poi saranno ripresi dai
successori di Guinizzelli.
Livello fonico: sono evitati accuratamente suoni aspri, in particolare scontri di
consonanti. Le sillabe toniche in rima sono in prevalenza aperte ( terminano in
vocale). Dove vi sia una sillaba chiusa, si ha il gruppo nasale + occlusiva, o
quello vibrante + occlusiva, che sono molto meno aspri di un gruppo di due
occlusive, o di due fricative,o di due sibilanti.
Livello metrico: non vi sono rime rare o difficili. Poco frequenti sono anche le
rime che presentano particolari artifici. Compare solo episodicamente l’artificio
delle coblas capfinidas.
Livello lessicale: non vi sono termini rari e ricercati, ma il lessico è in genere
piano e comune. Sono pochi i francesismi e i provenzalismi.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
AL COR GENTILE…
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Livello sintattico: la sintassi è in genere piana, senza dure inversioni.
Livello ritmico: il ritmo è fluido, senza spezzature violente: non vi sono versi che
presentino forti pause al loro interno, e rari sono gli enjambements dalla forte
inarcatura.
Livello retorico: a differenza di Guittone d’Arezzo, che impiega numerose figure
retoriche di ogni tipo, qui le figure retoriche sono rare:la più frequente è il
paragone.
GUINIZZELLI
LE OPERE
AL COR GENTILE…
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Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo
Metro: sonetto (schema ABAB, ABAB, CDE, CDE). Sono “siciliane” le rime
“ancide”/ “merzede”, vv. 2 e 4, “divide”/ “vede”, vv. 6 e 8 (che è anche una rima
“ricca”)
Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo
che fate quando v’encontro, m’ancide:
Amor m’assale e già non ha reguardo
4
s’elli face peccato over merzede,
ché per mezzo lo cor me lanciò un dardo
ched oltre ‘nparte lo taglia e divide;
parlar non posso, ché ‘n pene io ardo
8
sì come quelli che sua morte vede.
Per li occhi passa come fa lo trono,
GUINIZELLI
LE OPERE
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che fer’ per la finestra de la torre
11
e ciò che dentro trova spezza e fende:
remagno como statüa d’ottono,
ove vita né spirto non ricorre,
14
se non che la figura d’omo rende.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
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ANALISI DEL TESTO
Col primo verso il sonetto introduce il tema del saluto, che avrà poi ampia diffusione
nella poesia stilnovistica. Il motivo viene ripreso da Guinizzelli stesso nel sonetto Io
voglio del ver la mia donna laudare; ma mentre là il saluto della donna dona
“salute”, cioè salvezza, qui “ancide” l’amante.
Lapoesia guinizzelliana presenta due fondamentali filoni tematici:
•la lode dell’eccellenza della donna;
•l’analisi degli effetti chel’amore ha sull’amante.
L’amore visto come forza devastante, che ferisce crudelmente il cuore dell’amante, e
gli toglie ogni forza vitale, sino a renderlo come un puro simulacro, che ha solo
l’apparenza esterna dell’uomo. Il motivo sarà poi ripreso e portato alle estreme
conseguenze da Guido Cavalcanti, che insisterà soprattutto sull’esperienza amorosa
come sofferenza e tormento, che distrugge fisicamente e psichicamente l’amante.
In cavalcanti, rispetto a Guinizzelli , vi è però una più radicale interiorizzazione
dell’esperienza: il poeta si concentra esclusivamentesulle vicende del suo io
sofferente e lacerato.
GUINIZZELLI
LE OPERE
LO VOSTRO BEL….
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Guinizzelli invece introduce anche la realtà esteriore, nei due paragoni del fulmine
che colpisce attraverso la finestra della torre spezzando e tagliando tutto ciò che
trova dentro, e della della statua d’ottone.
Il sonetto presenta una costruzione molto studiata, che insiste su diverse simmetrie.
La prima terzina costituisce lo sviluppo dei vv. 5 e 6, come conferma
dell’espressione “spezza e fende” ( v. 11), che riprende la stessa immagine del v. 6.
“taglia e divide”: anche formalmente la ripresa è puntuale, perché si hanno due
coppie di verbi sinonimici, collocate simmetricamente nella stessa posizione, in
fine verso. La seconda terzina col paragone della “statua d’ottone”, costituisce uno
sviluppo del “parlar non posso” del v.7, così come “vita né spirito non ricorre”
corrisponde a “sì come quelli che sua morte vede”.
GUINIZZELLI
LE OPERE
LO VOSTRO BEL…
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Io voglio del ver la mia donna laudare
Metro: sonetto (ABAB, ABAB, CDE, CDE)
Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asemblarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende a pare,
4
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Veder river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
8
medesmo Amor per lei rafina meglio.
GUINIZZELLI
LE OPERE
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Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
11
e fa ‘l de nostra fé se non la crede;
e no˙le po’ apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
14
null’om po’ mal pensar fin che la vede.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
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ANALISI DEL TESTO
Anche i motivi presenti in questo sonetto avranno in seguito ampi
sviluppi: Dante, ad esempio, riprenderà soprattutto i versi delle terzine,
riecheggiandoli in componimenti famosi. Il tema dominante è quello
della lode, che le quartine esemplificano attraverso il confronto con le
più elette e preziose realtà naturali: i fiori, idealmente rappresentati dalla
rosa e dal giglio: che possono simboleggiare una vasta gamma di
sentimenti, in particolare l’amore e la purezza; i corpi celesti, che già
trasferiscono le virtù della donna su un piano sovrannaturale; le bellezze
della natura con i loro colori, compresi quelli cangianti delle pietre
preziose. Ispiratrice e quasi purificatrice dello stresso amore ( introdotto
mediante il processo di personificazione),la sua apparizione produce
effetti benefici e miracolosi: può addirittura convertire gli infedeli, oltre
ad allontanare ogni male e cattivo pensiero.
GUINIZZELLI
LE OPERE
IO VOGLIO…
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Si compie così quel processo di sublimazione della donna -da creatura
celeste a terrena- che contraddistingue la poetica stilnovistica.
Il sonetto è un altro perfetto esempio di “stile dolce”: assenza di suoni
aspri e di rime rare e difficili, fluidità del ritmo e mancanza di spezzature
all’interno dei versi, lessico piano, senza termini rari e ricercati e senza
mescolanze linguistiche ardite, sintassi lineare, senza dure inversioni ed
enjambements fortemente inarcati, assenza di artifici retorici preziosi.
Questa linearità cela però una costruzione sofisticatissima: è cioè una
precisa scelta di stile, che presuppone un perfetto dominio dei mezzi
espressivi. S prenda subito a campione la prima strofa:essa comincia con
un verbo alla prima persona, “io voglio”, e si chiude simmetricamente
con un altro verbo in prima persona, “ somiglio”. Poi, tra il primo e il
secondo verso si nota il nesso paratattico tra due infiniti “ laudare/ ed
asemblarli”, uno collocato al termine di un verso, l’altro all’inizio di
quello successivo.
GUINIZZELLI
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LE OPERE
IO VOGLIO…
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CONTINUA—»
Ne deriva una costruzione simmetricamente speculare: complemento oggetto più verbo,
verbo più complemento oggetto. A sua volta l’infinito “asemblarli” rompe
deliberatamente una costruzione continua, poiché gli altri tre versi della strofa
presentano tutti un verbo in chiusura ( laudare v.1, pare v.3, somiglio v.4 ) .
Nella seconda quartina presenta una costruzione del tutto diversa, più lineare,
fondendosi essenzialmente su un’enumerazione di sostantivi ( schema del plazer,
l’elenco di realtà piacevoli). Una variazione rispetto alla prima strofa è costituita anche
dalla collocazione del verbo reggente al centro del verso, anziché all’inizio o alla fine.
Nel verso finale di questa quartina vi è un improvviso cambio di soggetto: in tutto il
discorso precedente prevaleva l’io del poeta, ora invece soggetto diventa Amore. Ma è
soggetto solo grammaticalmente: il soggetto logico è in realtà la donna. Il verso funge
così da passaggio alle terzine, in cui il soggetto grammaticale e logico è essenzialmente
la donna: si assiste quindi a un progressivo venire in primo piano dell’apparizione
sovrannaturale, che prima è evocata indirettamente dai paragoni proposti dall’io lirico
( la rosa e il giglio, la stella diana ecc.), poi si presenta senza più mediazione in tutto il
suo fulgore portentoso, nelle sue operazioni miracolose.
GUINIZZELLI
LE OPERE
IO VOGLIO…
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I cuori gentili
La sublimazione della donna
La donna angelo
GUINIZZELLI
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– I « CUORI GENTILI» –
Il tema fondamentale della poesia guinizzelliana è la reciproca e naturale
intesa tra amore e cuor gentile. La purificazione dell’uomo, infatti, non
può avvenire se l’individuo non dispone di una naturale inclinazione a
ricevere questo beneficio: la donna , e quindi l’amore, può esercitare il
suo influsso salvifico solo se si imbatte in un animo nobile.
L’amore ha quindi la sua sede naturale nel cuor gentile; amore e
gentilezza sono tutt’uno, non sono pensabili separatamente: il saper
amare “finemente” è indizio di gentilezza, e viceversa chi ha per natura
cuor gentile non può che manifestarlo amando finemente.
Delle volte però l’ amore assume un significato metaforico (Al cor gentil
rempaira sempre amore): saper amare vuol dire in sostanza saper poetare
d’amore saper scrivere versi raffinati; amore e poesia si identificano,
sono indistinguibili: quindi all’identità amore-gentilezza si somma quella
gentilezza-altezza d’ingegno.
GUINIZZELLI
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L’AMORE E …..
AVANTI—»
—LA SUBLIMAZIONE DELLA DONNA–—
Un altro tema è quello della sublimazione della donna, spesso troviamo infatti
il confronto con le più elette e preziose realtà naturali: viene usata la metafora
del fiore per simboleggiare una vasta gamma di sentimenti, in particolare
l’amore e la purezza; o i corpi celesti che trasferiscono le virtù della donna su
un piano soprannaturale, l’apparizione della donna infatti produce effetti
benefici e miracolosi: può addirittura convertire gli infedeli e allontanare ogni
male e cattivo pensiero. Si compie così quel processo di sublimazione della
donna da creatura terrena a creatura celeste.
La scelta di fare poesia, perciò, diventa quasi obbligata. Il poeta affronta una
lunga agonia che dolcemente trasforma in lode di colei per cui solo muore e
solo potrebbe vivere: ne sono elementi gli occhi, la figura, l’immagine di lei
che porta dipinta nel segreto del cuore, la preghiera di non rifiutare l’omaggio
che le portano i versi splendenti di lei o dimessi o umili del dolore di lui.
GUINIZZELLI
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L’AMORE E….
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– LA DONNA-ANGELO –
L’originalità poetica di Guinizzelli può forse essere sintetizzata nell’idea -chiave
della donna angelo. Quest’idea proviene da una concettualistica rielaborazione di
un’immagine già presente nel tradizionale repertorio figurativo.
Il Guinizzelli inserisce l’immagine della donna in una ordinata e sistematica
concezione dell’universo ricorrendo all’analogia dell’attività degli angeli, con
ardimento e argomentazioni del tutto lontani della poetica strettamente cortese della
quale invece l’immagine angelica rimane pienamente decorativa, esornativa.
La donna, essere superiore per bellezza e moralità, viene del tutto identificata,
attraverso un’acuta similitudine, con le intelligenze angeliche. Attraverso lo
strumento d’amore, la donna amata predispone l’uomo innamorato a una volontà di
perfezionamento morale: amando, l’uomo purifica la sua essenza spirituale
avvicinandosi a Dio.
Questa visione della donna provoca però un conflitto tra amore e religione: il poeta
infatti teme che, il giorno in cui si presenterà dinanzi a Dio, questi lo rimprovererà di
aver osato salire sino a Lui indegnamente dopo aver attribuito sembianze sacre ad un
peccaminoso amore terreno (Al cor gentil rempaira sempre amore).
GUINIZZELLI
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Da una parte l’Intelligenza contribuisce all’ordine cosmologico, muovendo il
proprio cielo in ottemperanza alla volontà di Dio; dall’altra la donna angelo con
uguale disinteresse e provvidenzialità contribuisce all’ordine morale, muovendo
anch’essa in ottemperanza alla volontà di Dio, il cuore dell’uomo verso il bene.
Il poeta insomma fissa con convergenza di obbedienze, che dal suo vertice ha Dio e
Dio soltanto: dal cielo all’Intelligenza a Dio; dal cuore dell’uomo alla donna a Dio;
rispettivamente sul piano cosmologico e sul piano morale.
Il poeta anzi avrebbe peccato se si fosse sottratto a quel beatifico e benefico
impulso, insomma a quel godimento di Grazia che, attraverso la mediazione
angelica, viene in definitiva da Dio stesso.
Nel Guinizzelli persiste la distinzione tra umano e divino (“Così dar dovria, al
vero, -la bella donna”); ma la via verso il nuovo ontologismo e fenomenologismo
dell’amore è aperta.
GUINIZZELLI
L’AMORE E...
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Conflitto Amore-Religione
La lode
GUINIZZELLI
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— IL CONFLITTO AMORE-RELIGIONE—
Il conflitto tra amore e religione era già insito in tutto l’amore cortese.
Il conflitto emerge in piena luce: il poeta immagina che il giorna in cui
si presenterà dinanzi a Dio , questi lo rimprovereràdi aver osato salire
sino a lui indegnamente dopo aver attribuito sembianze sacre ad un
peccaminoso amore terreno, con una nuova lode alla donna: aveva
sembinza di un angelo che venisse dal paradiso; non era quindi una
colpa amarla. Il conflitto amore cortese-religione, donna-dio non è
risolto, è solo eluso con un’iperbole letteraria, quella che identifica la
dona con un angelo. Tale conflitto sarà poi definitivamente superato da
Dante con la Vita Nuova e con la Divina Commedia.
GUINIZZELLI
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ALTRI TEMI
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LA LODE
Il tema dominante è quello della lode, che le quartine esemplificano attraverso i
confronto con le più elette e preziose realtà naturali: i fiori, idealmente rappresentati
dalla rosa e dal giglio: che possono simboleggiare una vasta gamma di sentimenti,
in particolare l’amore e la purezza; i corpi celesti, che già trasferiscono le virtù della
donna su un piano sovrannaturale; le bellezze della natura con i loro colori,
compresi quelli cangianti delle pietre preziose. Ispiratrice e quasi purificatrice dello
stresso amore ( introdotto mediante il processo di personificazione),la sua
apparizione produce effetti benefici e miracolosi: può addirittura convertire gli
infedeli, oltre ad allontanare ogni male e cattivo pensiero.
Si compie così quel processo di sublimazione della donna -da creatura celeste
a terrena- che contraddistingue la poetica stilnovistica.
GUINIZZELLI
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ALTRI TEMI
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Guido Cavalcanti
La vita
Le opere
L’amore e la donna
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Altri temi
BIOGRAFIA
Figlio di Cavalcante (collocato tra gli eretici nel canto X dell’Inferno), nacque a
Firenze intorno al 1250. Proveniente da una famiglia tra le più potenti di Firenze, di
ordinamento Guelfo, Guido si schierò dalla parte dei dei Bianchi e partecipò
intensamente alle vicende politiche della città. Nel 1280 fu uno dei garanti della pace
tra Guelfi e Ghibellini; come atto di pacificazione politica si può intendere il suo il suo
fidanzamento avvenuto nel 1267, con Beatrice, figlia di Farinata degli Uberti. Ma il
carattere deciso e animoso del suo temperamento emerge dal tentativo di uccidere il
capo dei Guelfi Neri, Corso Donati, che pare avesse in precedenza attentato alla sua
vita. Nel 1284 e nel 1290 fu eletto tra i rappresentanti del Consiglio Comunale. Nel
giugno del 1300 fu tra i capi delle opposte fazioni condannati dai priori (tra cui sedeva
l’amico Dante) all’esilio, per riportare la pace in città. Dal confino di Sarzana fu
richiamato a Firenze il19 agosto ma, ammalato probabilmente di malaria, morì poco
dopo.
La sua personalità fiera e aristocraticamente sdegnosa, emerge dal ricordo che ne
hanno lasciato gli scrittori contemporanei: dai cronisti Dino Compagni e Giovanni
Villani a novellieri come Boccaccio e Franco Sacchetti. Si legga il ritratto di Dino
Compagni: “Uno giovane gentile , figlio di Messer Cavalcante Cavalcanti, nobile
cavaliere, cortese e ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio”.
CAVALCANTI
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Le opere
Il canzoniere si presenta senza una vera e propria evoluzione cronologica, ma che si
coagula intorno a tematiche costanti e senza dubbio fondamentali per l’evoluzione più
matura dello stilnovismo fiorentino. I 52 componimenti di questo corpus, comprese le
rime di corrispondenza, trovano nella canzone Donna ma prega una presenza
spartiacque, un vero e proprio elemento discriminante tra i sonetti di tono riflessivo o
anche amichevole(si guardino quelli indirizzati a Guittone, Dante, Guido Orlandi) e le
ballate, nelle quali è dominante invece la compassione di sé, la ricerca di un colloquio
interiore con la donna, lo sbigottimento, la meraviglia sentimentale di fronte a una
bellezza che è angosciosamente lontana. Lo stesso tema amoroso, rappresentato da
alcuni stilnovisti tra cui Dante, in vista di un innalzamento morale e spirituale
dell’uomo, viene sostanzialmente rovesciato, riportato cioè a una condizione di visione
drammatica, fortemente coinvolgente sul piano emotivo.
Un percorso, quello di Cavalcanti, che mira a stabilire una puntuale gerarchia di temi e
motivi affini e un’attenzione speculativa estremamente raffinata.
Nello sviluppo di questi argomenti e per evidenziare la centralità di Donna me prega si
potrebbero osservare il lessico e la terminologia della poesia di Cavalcanti, a
conferma di una concezione tormentata e dolorosa dell’amore.
CAVALCANTI
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Sorprendono la coerenza e la stabilità delle parole-chiave : sospiri, dolore,
timore ( nel sonetto Li miè foll’occhi, che per prima guardaro); pena e
sbigottimento (nei sonetti Deh, spiriti miei, quando mi vedete e L’anima mia
vilment’è sbigottita); sofferenza e morte ( Tu m’hai si piena di dolor la mente);
tormento, tremore, pianto, disperazione ( nella canzone Io non pensava che lo
cor giammai); angoscia, pensosi sospiri, disfacimento ( in Voi che per li occhi
mi passate ‘l core), e l’elenco potrebbe continuare.
Forse si deve a un risentimento orgoglioso, a un’angosciosa ostilità alle
atmosfere concilianti dello stilnovismo dantesco, la cifra singolare di questo
lessico, che resta comunque un dato sorprendente e originale nella lezione di un
artista capace di muoversi sul terreno della poesia con grande perizia tecnica e
stilnovistica, con un una sorvegliata capacità innovativa, con un calcolato uso
dell’enfasi e della drammatizzazione.
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SOMMARIO
I- Fresca rosa novella
II- Avete ‘n vo’ li fior’ e la verdura
III- Biltà di donna e di saccente core
IV- Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira
V- Li mie’ foll’occhi, che prima guardaro
VI- Deh, spiriti miei, quando mi vedete
VII- L’anima mia vilment’è sbigottita
VIII- Tu m’hai sì piena di dolor la mente
IX- Io non pensava che lo cor giammai
X- Vedete ch’ì son un che vo piangendo
XI- Poi che di doglia cor conven ch’ì porti
XII- Perché non fuoro a me li occhi dispenti
XIII.- Voi che per li occhi mi passaste ‘l core
CAVALCANTI
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XIV- Se m’ha del tutto obilato Merzede
XV- Se Mercè fosse amica a’ miei disiri
XVI- A me stesso di me pietade vene
XXXV- Perch’io no spero di tornar giammai
XXXVI- A Dante (?)
XXXVII- Risposta a un sonetto di Dante
XXXVIII- Risposta a un sonetto di Dante
XXXIX- A Dante Alighieri
XL- A Dante Alighieri
XLI- A Dante Alighieri
XLII- A un amico
XLIII- Risposta a un sonetto di Gianni Alfani
CAVALCANTI
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XLIV- Risposta a un sonetto di Bernardo da Bologna
XLV- A un amico
XLVI- In un boscheto trovà pasturella
XLVII- A frate Guittono d’Arezzo
XLVIII- A Guido Orlandi
XLIX- A Guido Orlandi
L- Risposta a Guido Orlandi
LI- A Manetto
LII- A Nerone Cavalcanti
XVII- S’io prego questa donna che Pietade
XVIII- Noi sian le triste penne isbigotite
XIX- I’ prego voi che di dolor parlate
XX- O tu, che porti nelli occhi sovente
XXI- O donna mia, non vedestù colui
XXII- Veder poteste, quando v’incontrai
CAVALCANTI
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XXIII- Un amoroso sguardo spiritale
XXV- Posso degli occhi miei novella dire
XXVI- Veggio negli occhi de la donna mia
XXVII- Donna me prega,- per ch’eo voglio dire
XXVIII- pegli occhi fere un spirito sottile
XXIX- Una giovane donna di Tolosa
XXX- Era in penser d’amor quand’ì trovai
XXXI- Gli occhi di quella gentil foresetta
XXXII- Quando di morte mii conven trar vita
XXXIII- Io temo che la mia disaventura
XXXIV- La forte e nova mia disaventura
CAVALCANTI
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ANALISI DEL TESTO
Il sonetto riprende la tecnica del plazer medievale, l’elenco cioè di cose situazioni
piacevoli: un tema che ha incontrato fortuna anche presso gli altri stilnovisti, come Lapo
Gianni (Amor eo chero mia donna in domino) e Dante stesso (Sonar brachetti e cacciatori
aizzare; Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io). Ma il motivo dei trovatori (o di qualche
sonetto di Giacomo da Lentini, come Diamante né smiraldo, incentrato sullo stesso tema),
viene profondamente rinnovato da Cavalcanti: adesso il catalogo delle cose più belle
diventa l’occasione per celebrare l’assoluta superiorità dell’amata, una superiorità che è di
natura anzitutto morale: valenza, gentil coraggio,conoscenza, ben. Nei poeti stilnovisti si
è infatti modificata la disposizione psicologica. Le loro donne non sono solo belle e
virtuose per se stesse; esse diffondono il bene nel mondo, e portano con sé una gioia che
è inarrivabile, quanto il cielo è più grande della terra (v.13). Dalle regioni celesti viene
l’amata cavalcantiana; e lungamente sospirata è la sua apparizione, come vediamo
dall’accumulo delle immagini nelle due strofe iniziali. Poi la tensione si scioglie e noi
siamo messi di fronte al prodigio, che è anzitutto quello, luminoso, della pura poesia.
La struttura del sonetto prevede una netta divaricazione tra le due quartine e le due terzine,
tra cui, in funzione di ricapitolazione e di censura, viene fortemente rilevato il pronome
ciò (v.9), replicato alla fine del v.11.
CAVALCANTI
LE OPERE
BILTÀ DI….
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Gli otto versi iniziali costituiscono propriamente il primo termine di paragone: gli
elementi comparati alla bellezza dell’amata sono elencati in frasi con struttura nominale
e sintassi coordinativa. I verbi secondo il genere del plazer, sono prevalentemente
all’infinito (cantar e ragionar, apar, scender).
Più mossa la costruzione degli ultimi sei versi, che sostengono l’imparagonabilità della
donna a ogni evento o oggetto sia pure piacevolissimo: la serie delle proposizioni
comparative e consecutive (sì che rasembra vile a chi… v.11, e tanto più… quanto lo
ciel… è maggio vv. 12 – 13) sembra trovare un punto fermo nella sentenza conclusiva,
enfaticamente isolata, del v.14.
Il sonetto è una testimonianza di come gli stilnovisti affinino gli strumenti linguistici e
retorici elaborando il loro stile “dolce”. Sul piano fonico, Cavalcanti valorizza il
vocalismo, elemento peculiare della lingua italiana, incentrando su Dio esso il timbro
del sonetto: prevalgono le vocali a, i, e, come nel v. 3: cantar d’augelli e ragionar
d’amore (con la rima interna cantar/ragionar), o come nel v. 6 e bianca neve scender
senza venti, dove si riscontra una forte presenza della consonante -n. Quest’ultima si
accompagna invece nel v. 4 alla vocale -i : adorni legni ‘n forte correnti. Fluidità e
armonia caratterizzano, in senso melodico, l’insieme del componimento.
CAVALCANTI
LE OPERE
BILTÀ DI...
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ANALISI DEL TESTO
La ballata può sembrare la struggente confessione autobiografica di una condizione di esilio
e di dolore, percorsa da presagi di morte. Così fu letta in età romantica, quando si amava la
poesia come immediato sfogo soggettivo, e aveva larga fortuna la figura del poeta
tormentato e sofferente, esule e segnato da un destino di morte. Si legava così la ballata
all’esilio del poeta a Sarzana, e vi si leggeva la premonizione alla morte ormai prossima. In
realtà il collegamento con l’esilio è del tutto privo di fondamento: il timore della morte
durante un viaggio è un vero e proprio topos letterario, come prova il suo ricorrere anche
nella poesia di Lapo Gianni. Non solo ma in generale è scorretto sovrapporre alla poesia
medievale gli schemi romantici moderni. Era ignota allora la poesia come confessione e
sfogo dell’anima: la poesia era esercizio altamente convenzionale e codificato ed escludeva
il riferimento a situazioni soggettive, individuali, contingenti (vedi l’analisi del sonetto Voi
che per li occhi). Il componimento, quindi, appare regolato da precise norme e convenzioni,
che si possono agevolmente ricondurre al sistema letterario della poesia cortese, ed in
particolare al sistema tematico-stilistico della produzione cavalcantiana. Ad esempio il
motivo della lontananza e della dolorosa separazione dalla donna amata è proprio della
tradizione cortese sin dai trovatori provenzali. Più strettamente connesso col sistema
cavalcantiano è il motivo del dolore, dell’angoscia , della paura, della distruzione fisica e
psichica, della morte. Il motivo genera la trama verbale su cui si regge tutta la struttura del
discorso poetico.
CAVALCANTI
LE OPERE
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Tipicamente cavalcantiana è poi l’obiettivazione dei processi interiori in una serie di entità
astratte personificate: la “ballatetta” in primo luogo, la “morte”, “la vita”, gli “spiriti”, l’
“anima”, la “voce”.queste entità divengono i veri e propri personaggi di una vicenda
drammatica molto mossa e intensa: come si è già notato, Cavalcanti non analizza la propria
vita interiore, ma la mette in azione, oggettivandola. La struttura portante della vicenda
drammatica è il percorso della “ballatetta” che, come intermediaria, deve raggiungere la
donna, portando notizia dei sospiri, del dolore, della paura. Su questo percorsi si profilano
ostacoli, la presenza di persone villane e ostili, che potrebbero impedire la missione,
accrescendo la sofferenza del poeta. Qui si inserisce la descrizione della condizione
dell’amante, anche in questo caso affidata a personificazioni, la morte che incalza, la morte
che lo abbandona, gli spiriti che discutono in modo contrastante nel cuore. Riprende di qui il
motivo del viaggio, ma al personaggio originario, la “ballatetta”, se ne aggiungono altri:
l’anima che trema, e che la “ballatetta” presenta alla dona come sua “servente” , la voce
“sbigottita e deboletta”, anch’essa costretta a staccarsi e allontanarsi “de lo cor dolente”, e
che parla con l’anima e con la ballatetta della distruzione dell’amante. La vicenda si
conclude con l’apoteosi della donna: i delegati del poeta, la ballata, l’anima, la voce, si
diletteranno a stare sempre con lei, e l’anima dovrà adorarla sempre.
La forma metrica della ballata nella sua piena scorrevolezza musicale accentua gli aspetti
dello stile dolce.
CAVALCANTI
LE OPERE
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ANALISI DEL TESTO
Il sonetto reca ulteriori apporti alla definizione dell’amore stilnovistico e all’immagine
della donna angelicata. Si rifà chiaramente a Guinizzelli, riprendendo il motivo della
lode della donna già presente nel sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare; anzi,
di tale sonetto non solo utilizza le rime in -are e in -ute, ma ripete ben quattro parole in
rima, due nelle quartine ( «are», «pare») e due nelle terzine («salute», «vertute»). Da un
lato però cadono i paragoni naturali, concreti, che sono propri del sonetto guinizzelliano
(la rosa e il giglio, la stella diana, la verde rivera, ecc), e il discorso si fa più astratto e
metafisico; dall’altro l’atteggiamento del poeta risulta qui più radicale nella
sublimazione della donna, trasformandola in un essere sovrumano e irraggiungibile. Già
l’interrogazione iniziale, che racchiude nel suo giro l’intera quartina, accentua
l’atmosfera di stupore creata dall’apparizione di una creatura miracolosa. L’attacco
rimanda al linguaggio biblico, essendo desunto dal Cantico dei cantici «Quae est ista
quae progreditur?» ( Chi è questa che avanza?). E poiché l’esegesi cristiana nel Medio
Evo applicava questi passi biblici a Maria, è evidente che nel sonetto cavalcantiano, la
figura della donna è assimilata a quella della Vergine, rafforzando così l’impressione di
un’apparizione sovrannaturale.
CAVALCANTI
LE OPERE
CHI È QUESTA…
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L’impressione è ulteriormente accentuata dall’immagine successiva, “fa tremar di
chiaritate l’are”, che richiama il nimbo fulgente che circonda appunto, nelle
rappresentazioni del tempo, le figure sovrannaturali; parimenti «sì che
parlare/null’omo pote» dà l’idea della stupefazione che coglie i mortali dinanzi alle
manifestazioni del divino. Però già qui si introduce un elemento profano, la presenza
del dio Amore che accompagna la donna, che dal clima mistico riporta all’ambito
consueto della cortesia, ricordando quali quali sono i termini reali del discorso.
Il clima mistico è ancora accentuato dall’invocazione a Dio che apre la seconda
quartina (O deo ). Ma soprattutto si propone qui un motivo centrale dell’esperienza
mistica e del suo linguaggio, quello dell’ineffabilità: la realtà sovrannaturale supera
ogni possibilità di linguaggio umano, per cui l’uomo dinanzi ad essa non può che
confessare la sua impotenza. Il tema dell’ineffabilità percorre tutta la poesia,
costituendone la struttura portante (v.6 e v.9), per culminare nell’ultima terzina, che è
tutta dedicata ad esso. Qui il discorso non riguarda solo la poesia, ma viene a toccare
direttamente il problema della conoscenza, in senso filosofico e teologico: la mente
mortale dichiara la sua sconfitta, l’intelligenza dell’uomo non può raggiungere vertici
così alti, non ha tanta «salute» da poter avere conoscenza adeguata della donna.
CAVALCANTI
LE OPERE
CHI È QUESTA…
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A questo punto essa viene davvero assimilata a Dio, l’essere infinito ed assoluto, di cui non
è possibile per l’uomo avere conoscenza totale. Cavalcanti conduce ben oltre il processo
inaugurato da Guinizzelli, di conferire alla donna le caratteristiche della dvinità e di
modellare il culto ad essa tributato sul culto dovuto a Dio.
Gli aspetti formali
Per quanto concerne l’organizzazione formale del testo, si può rilevare una costruzione a
gradini: la poesia è cioè costruita su una serie di riprese interne, per cui il motivo proposto
nella prima strofa è ripreso nella seconda, uno proposto nella seconda e ripreso nella terza:
“Amo” che compare al v.3, è richiamato al v.6; “nol savria contare” del v.6 è ripreso al v.9
“Non si porria contar”, con un allargamento da un’incapacità soggettiva e individuale ad
un’incapacità generale e assoluta; il paragone tra l’umiltà della donna e l’ira di tutte le altre,
vv.7-8, è ripreso al v.10; infine l’ultima terzina, come si è visto riprende il concetto della
seconda.
Questo sonetto cavalcantiano , oltre al motivo della lode, mutua da Guinizzelli anche le
caratteristiche dello stile dolce: assenza di suoni aspri, di scontri duri di consonanti, di rime
rare e difficili; lessico piano, senza termini troppo preziosi e ardite mescolanze linguistiche;
ritmo fluido senza spezzature interne al verso e senza enjamblements fortemente inarcati;
sintassi lineare senza inversioni, sobrietà nelluso di artefici retorici.
CAVALCANTI
LE OPERE
CHI È QUESTA…
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ANALISI DEL TESTO
Si è osservato che la poesia stilnovistica si muove lungo due direttrici tematiche
fondamentali: la lode della donna e l’esame degli effetti dell’amore sul soggetto amante.
Nel sonetto Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira abbiamo visto la prima; in questo
sonetto compare la seconda, nei modi particolari in cui è sentita da Cavalcanti: l’amore
è concepito come una forza cieca, irrazionale, che genera angoscia e dolore nell’amante
ed ha effetti devastanti sulla sua persona. Infatti la struttura portante del sonetto è
costituita da una serie di immagini di violenza distruttiva e di sofferenza: “angosciosa”
v.3, “distrugge” v.4, “dolore” v.8, “disfatto” v.9, “colpo” v.12, “tremendo” v.13,
“morto” v.14.
Il testo è costruito su un doppio movimento, distribuito fra le quartine e le terzine. Nelle
quartine si delinea, sia pur in forme astratte e simboliche, una vera e propria sequenza
narrativa, scandita in una serie di microsequenze: 1. la donna con i suoi sguardi
trafigge il cuore del poeta e mette in angoscia la mente prima tranquilla; 2. dal piano
reale si passa a quello allegorico: Amore viene tagliando con gran forza; 3. L’allegoria
amorosa assume le forme di una vicenda bellica; 4. in mano al conquistatore vittorioso
restano solo l’aspetto esteriore dell’uomo e la sua voce che esprime il suo dolore.
CAVALCANTI
LE OPERE
VOI CHE PER…
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Nelle terzine la stessa vicenda viene ripresa e raccontata una seconda volta, seguendo fasi
analoghe, con qualche variazione negli attori del dramma: 1. La virtù dell’amore che esce
dagli occhi della donna ha disfatto l’amante (corrispondenza con la prima microsequenza
delle quartine); 2. la virtù d’amore getta il dardo nel fianco dell’uomo (microsequenza 2); 3.
L’anima si riscuote tremando ( terza parte); 4. L’anima vede il cuore morto nel lato sinistro.
In questa vicenda di personaggi astratti ( l’amore, l’anima, il cuore, gli spiriti, la voce)
assumono forma oggettivata i moti interiori del poeta. Possiamo vedere in questo una
caratteristica tipica, oltre che della poesia cavalcantiana, anche della lirica amorosa nel
Medio Evo. In essa la trattazione dei sentimenti dà origine a una vicenda che vuole essere
svincolata da ogni riferimento strettamente personale, da contingenze reali di tempo e di
luogo, che aspira ad avere un significato universale e assoluto. Di qui scaturisce la tendenza
all’oggettivazione che è propria della poesia cavalcantiana: poiché il poeta non confessa se
stesso, ma rappresenta sentimenti generali.
Troviamo quindi l’amore come passione che esclude ogni controllo razionale, che fa soffrire
e distrugge l’amante, annullando ogni facoltà sensibile e ogni energia vitale. L’annullamento
della personalità che ne deriva, ricorda gli effetti dell’amore mistico in cui l’annientamento è
un potenziamento infinito di Dio, qui invece il senso di morte si risolve in cupa e paurosa
disperazione.
CAVALCANTI
LE OPERE
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ANALISI DEL TESTO
La pastorella è un genere provenzale, di origine aristocratica, composta per musica e
dedicata al cento. Il cavaliere o poeta, che parla in prima persona, racconta di un
incontro che egli ha, nel bosco o nei campi e normalmente in primavera, con una
contadina o pastorella a cui chiede amore, senza troppe esitazioni. Siamo cioè al di fuori
del codice cortese: nella pastorella il tema del desiderio erotico è il centro della poesia.
Rispetto alla struttura normalmente dialogata , Cavalcanti predilige un andamento più
narrativo, restringendo l’area delle battute a botta e risposta; il protagonista è poi
identificato fin da subito con l’io-poeta, così da attribuire un andamento più personale al
componimento.
L’amore è rappresentato nella sua immediatezza, come forza naturale dell’istinto, ma
risulta illanguidito, ambientato come in una serena cornice agreste, con il suo idillio di
suoni e colori, come si vede bene dall’abbondanza dei diminutivi (bionmdetti e
ricciutelli v.3, verghetta v.5, freschetta foglia v.23) che rendono più elegantemente
decorativo il quadro della natura e ne sottolineano l’irrealtà. Lo stile risulta piano, le
rime facili e ripetitive.
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LE OPERE
NEL BOSCO….
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ANALISI DEL TESTO
La canzone, che probabilmente risponde a un sonetto di Guido Orlandi ( Onde si muove
donde nasce Amore?), si scrive certamente nell’ambito delle dispute cortesi sul tema
d’amore, ma ne fa occasione per un esemplare manifesto ideologico e letterario. Che
Donna me prega debba intendersi non soltanto come superba prova retorica , ma anche
come provocazione ideologica, cioè come programma di una linea culturale alternativa,
è testimoniato dall’estrema vigilanza formale, dalle punte polemiche, dal rigore logico
in cui il discorso poetico si cala: Cavalcanti fonda un linguaggio, nel segno pregnante
del termine. I procedimenti concettuali e stilistici si convogliano e unificano attorno a un
solo asse, la categoria della razionalità laica, nella sua sapienza e chiarezza
autosufficiente: la prospettiva è dichiarata da quel natural dimostramento, che non è più
l’ingenua tecnica comparativo-naturalistica di Guinizzelli, bensì la modalità esclusiva
del rapporto conoscitivo e dell’attività giudicante.
Ecco i procedimenti cavalcantiani:
•Il disegno della canzone si propone subito come modello di ordine razionale: un
“indice” di argomenti , quindi lo sviluppo, in ogni stanza simmetricamente calcolato, di
ciascuno di essi;indice e sviluppo dei temi sono racchiusi nel cerchi descritto da apertura
e congedo;
CAVALCANTI
DONNA ME PREGA
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CAVALCANTI
SOMMARIO
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• Ogni punto è svolto secondo una rigorosa formulazione logico-dimostrativa : è
enunciato-definizione o spiegazione-effetto derivante-conclusione concisa;
• All’intransigenza sintattica corrisponde, senza cedimenti, l’esigenza e intransigenza
espressiva: gioco di simmetrie, sistema di echi delle rime al mezzo, procedimento per
ellissi del soggetto, movimento delle antitesi ecc. Un procedimento ricorrente è la
costruzione di un verso-o di una coppia di versi-per opposizione ( vv. 27, 29, 31, 38-39,
60 ).
Il lessico impiegato è severamente tecnico-filosofico. Bandita ogni ornamentazione
figurativa, l’autore persegue un espressività fortemente sintattica, che fissa in evedenza
e concatenazione essenziale i termini del discorso. Ma la razionalità si fa anche vivezza
dinamica, funzione creativa di quello stesso linguaggio: si osservino le antitesi (vv. 17,
46, 68), il puro e coerente lampeggiare della luce (vv. 16, 21-23, 26, 52, 64, 67, 68) che
ignora le suggestioni del tonalismo e del colorismo, in nome del procedimento razionale
adottato.
CAVALCANTI
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DONNA ME PREGA
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Il dramma
L’amore
CAVALCANTI
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IL DRAMMA
Caratteristica principale della poesia cavalcantiana è la drammaticità. Il conflitto
interiore viene rappresentato in atto, sempre al presente, dato che non esiste storia
perché l’esperienza è continuamente ripetuta e rivissuta nel suo valore assoluto e
universale. I personaggi del dramma sono le passioni stesse ( Amore, Pietà, come
nella tradizione cortese, ma anche Paura, Dolore), o le parti del corpo che ne sono
soggette, o gli atti che le esprimono (sguardi, voce, sospiri, pensieri), o la Morte in
persona , oppure, infine, i frammenti dell’ io lacerato del poeta, le personificazioni
delle funzioni vitali senza più governo, gli spiriti o spiritelli. Questi ultimi sono già
presenti saltuariamente nella lirica toscana precedente ( non nei Siciliani), ma
Cavalcanti per primo li inserisce in un’articolata drammatizzazione che sarà imitata
in varia misura dagli altri Stilnovisti.
La drammaticità di questa poetica è associata a uno stile quanto mai dolce, dove
spesso la disperazione prende i toni patetici dell’autocommiserazione. Si tratta
della vera fondazione, dopo le prime ed estemporanee intuizioni del Guinizzelli, di
un nuovo linguaggio poetico, che influenzerà lo svolgimento successivo della lirica
italiana.
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L’AMORE E…
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L’AMORE
Dall’averroismo ( interpretazione di Aristotele secondo il filosofo arabo Averroè)
prende sostanza filosofica la concezione pessimistica del Cavalcanti: l’Amore è un
accidente e non sostanza o essere, secondo la terminologia filosofica antica e
medievale, passione che si produce nell’anima sensitiva dell’influsso maligno di
Marte e della rappresentazione interiore della bellezza della donna. Esso prende poi
dimora nell’intelletto possibile, e secondo gli averroisti è la facoltà attraverso cui si
contempla il vero, al di fuori di ogni passione e oggetto sensibile. Amore dunque in quanto passione- non può essere conosciuto; diviene anzi ostacolo all’attività
dell’intelletto possibile e quindi alla conoscenza, provocando uno sconvolgimento
interiore e un tremendo stato di angoscia.Tutto ciò porta infine all’annichilimento
ovvero alla morte, perché distrugge le facoltà vitali, o perché toglie all’uomo il
dominio di sé o lo distrae dalla speculazione. Nella particolare accezione
cavalcantiana la morte è un evento morale e intellettuale, quindi non da mettere
necessariamente in relazione con l’atteggiamento sdegnoso di Madonna o con
l’ansia della soddisfazione del desiderio. Essa è pertanto profondamente diversa
dalla morte metaforica della tradizione precedente. La poesia amorosa di Guido
non si esaurisce tuttavia in una visione angosciosa e tragica. Egli ha portato allo
Stilnovo di Guinizzelli anche temi più gioiosi e positivi, dai quali spicca la lode
della donna.
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L’AMORE E….
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Essa è talora paragonata, come nelle prime liriche, agli elementi più gradevoli
della natura (Avete ‘no’ li fior’ e la verdura) ma più spesso viene considerata in
rapporto agli effetti della sua apparizione sull’animo ( Chi è questa che ven,
ch’ogn’om la mira), e la lode di lei si risolve in una dichiarazione di
inconoscibilità e ineffabilità che infine approda al tema della donna- angelo (
l’ultima terzina di Chi è questa che ven…o la ballata Veggio negli occhi de la
donna mia ).
Ciononostante, in lui l’esperienza amorosa non si traduce in vera elevazione,
perché l’anelito alla perfezione di sé e alla conoscenza è frustrato: la passione
con i suoi effetti nefasti impedisce infatti ogni sviluppo spirituale e conoscitivo.
Anzi, secondo un passo fondamentale (v.39) della canzone dottrinale Donna me
prega… , l’uomo per effetto dell’amore è allontanato dal buon perfetto, dal
sommo bene inteso come perfezione razionale.La salute (“beatitudine”)
cavalcantiana non è dunque che una momentanea impressione, legata
all’apparizione della donna e all’assunzione dell’immagine della bellezza ideale,
prima dell’inesorabile affermarsi della passione. La peculiarità di Cavalcanti sta
proprio qui, e qui sta la differenza con lo Stilnovo di Dante, che pure a Guido
deve tanto.
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Gli spiriti
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GLI SPIRITI
Per dare voce alle facoltà sensitive, alle funzioni vitali, ai moti dell’anima investiti
e
coinvolti nell’esperienza totalizzante d’amore, Guido Cavalcanti fece ricorso a una teoria
fisiologica allora molto diffusa: quella degli spiriti o spiritelli. Essa derivava dal pensiero
del medico greco Claudio Galieno (129-201), ed era stata rielaborata dal medico e filosofo
musulmano Avicenna ( 980-1037) e poi dal filosofo aristotelico tedesco Alberto Magno
(1206ca.-80) nel trattato De spiritu et respiratione (“Il soffio vitale e la respirazione”).
Secondo questa teoria gli spiriti sono elementi della fisiologia animale e umana, composti di
materia sottile e
mobile, che sovrintendono alle funzioni vitali dell’organismo tramite
il loro movimento. Gli spiriti sono di tre tipi, ciascuno con un diverso grado di sottigliezza.
Lo spirito naturale ha origine nel fegato e si propaga nel corpo attraverso le vene
provvedendo alla nutrizione. Con un processo di raffinazione da esso si forma lo spirito
vitale, che ha sede nel cuore e attraversa il corpo mediante le arterie, provvedendo alla
respirazione e alla vita dell’organismo. In seguito ad un ulteriore processo di raffinazione,
dallo spirito vitale si forma lo spirito animale. Esso ha sede nel cervello e, muovendosi da un
ventricolo all’altro, ne provoca il funzionamento. Lo spirito animale raggiunge gli organi di
senso attraverso i nervi: sovrintende così alla trasmissione delle sensazioni al cervello.
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ALTRI TEMI
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Nell’accezione puramente fisiologica e filosofica, la nozione di spirito non ha nulla
di personale o animato. Lo spiritus, etimologicamente non è altro che un’ essenza
corporea, benché assai rarefatta, che si propaga attraverso le vene le arterie e i
nervi. Che questi spiriti agiscano, combattano, fuggano o addirittura parlino è
creazione poetica particolarmente legata alla concezione drammatica cavalcantiana.
Ciò risponde anche, però, al carattere generale della cultura e dell’arte medievale
incline alla figurazione e alla rappresentazione, cui né Guido né Dante né altri si
sottrassero.
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ALTRI TEMI
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Cino da Pistoia
La vita
Le opere
L’amore e la donna
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Altri temi
BIOGRAFIA
Cino dei Sigibuldi, nacque a Pistoia tra il 1265 e il 1270, figlio di un nobile
pistoiese , Francesco di Guittoncino. Verso il 1290 si recò a Bologna per studiare
all’università. Nel 1300 fu nominato assessore delle cause civili della sua città,
quindi si gettò nelle lotte civili; militante tra i neri fu esiliato nel 1303; potè
ritornare a Pistoia dopo la sconfitta dei bianchi nel 1306, e ricevette l’incarico di
giudice fino al 1309.
Fautore di Arrigo VII ( come Dante), fu consigliere del conte Ludovico di Savoia
durante la fallita ambasceria a Firenze e lo assistette come funzionario al tribunale
imperiale di Roma, che doveva decretare l’incoronazione di Arrigo VII. Con la
morte di questi , Cino uscì definitivamente dalla scena politica e si dedicò ai
prediletti studi di giurisprudenza, in cui doveva cogliere la sua maggiore gloria.
Esercitò la professione di giurista e,conseguita allo Studio di Bologna la licentia
docendi 1314, insegnò nelle università di Siena, Perugia (1326), Napoli (133031),forse anche a Firenze e a Bologna.Poi tornò a Perugia e infine a Pistoia, dove
morì nel 1336-37.
CINO DA PISTOIA
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I passi del De vulgari eloquentia che lo riguardano testimoniano la stima che
Dante ebbe di lui come poeta e sul piano personale ( l’Alighieri menziona se
stesso come amicus eius, di Cino ). I rapporti tra i due poeti sono anche
documentati da un nutrito scambio di rime ( Cino scrisse anche una canzone
consolatoria per la morte di Beatrice, e infine una in morte dell’amico) e da
un’epistola latina di Dante a Cino complementare alla corrispondenza
poetica.
Più controversi sono i rapporti col Cavalcanti: ci resta solo un sonetto di
Cino, in tono polemico (Quà son le cose vostre ch’io vi tolgo), in risposta a
uno perduto di Guido che lo accusava di plagio.
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Le opere
Ci occuperemo dell’opera poetica, ricordando però che Cino da Pistoia
ai tempi suoi ebbe fama più chiara e più estesa ( a livello europeo) per la
sua copiosa opera di giurista.
Il corpus delle sue rime consta di 165 componimenti, oltre a un nutrito
gruppo di poesie di attribuzione incerta. Per la maggior parte esse sono
di argomento amoroso e di stampo stilnovista, ma non ,mancano altri
tempi: il plazer rovesciato in senso comico ( come nel sonetto Tutto ciò
ch’altrui agrada a me disgrada), la poesia politica d’occasione ( come
nella canzone in morte di ArrigoVII ), i recuperi della vecchia tradizione
dell’amore cortese.
Lo stilnovismo di Cino prende temi e motivi dalla Vita nuova,
soprattutto, e dall’opera di Cavalcanti. Esso si configura come adesione a
una poetica già stabilita nelle sue linee essenziali e come accettazione di
uno stile , senza che vi sia un approfondimento concettuale e senza che
sia rintracciabile una sua autonoma posizione dottrinale.
CINO DA PISTOIA
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Cino è immune dalle ansie conoscitive e metafisiche di Dante e
Cavalcanti, e nemmeno si può dire che creda fino in fondo, al di là degli
schemi e dei motivi ereditati, ad Amore come esperienza trascendentale e
universale. La sua riflessione si svolge su un piano più concretamente
individuale, che nelle sue prove migliori si realizza per mezzo di un
realismo psicologico nuovo: egli si propone così come poeta della
Memoria e della confessione autobiografica, lungo una strada che porterà
al Petrarca ( debitore a Cino in molti luoghi del Canzoniere).
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La memoria
L’amore e la donna
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LA MEMORIA
Tutta la concezione di Cino da Pistoia si fonda su una forma interiore di ragionamento
del piacere che si realizza nella speranza di cui la vista della donna è seme: un
ragionare che è peraltro da intendersi come un discorrere della mente che non si può
intendere come immediato atto espressivo.
Cino non possiede un’ida unitari, centrale, organica , ma la sua poetica è l’addizione di
tematiche e concezioni della più varia specie. Il ragionamento di Cino ha in sé qualcosa
di occasionale: si svolge di tema in tema di concetto in concetto, senza determinarsi in
un organismo sistematico. Tuttavia egli segue una facoltà esterna allo svolgimento
concettuale, ma pur sempre feconda di risoluzioni morali: la memoria: “Tutto è visto
nel gioco di specchi della mente, tutto il suo mondo è passato attraverso i filtri del suo
ripensamento, si dispone nel tempo attraverso il processo del discorso stesso” ( De
Robertis) .
La memoria amorosa porge a Cino meticolosi sussidi visivi e psicologici. Non è ancora
una memoria svincolata da un processo ragionativo dentro, e affidata ad un immediato
rampollare di sembianze, perché allora sarammo al Petrarca; ma s’è già fatto un
notevole passo avanti.
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Cino ha liquidato il Dolce stile in ciò che era orgogliosa conquista di un nuovo
metodo conoscitivo dell’amore, e ha anticipato una poesia della memoria pura;
in questa direzione, Cino travalica i termini di tempo storico stilnovistico per
affacciarsi confusamente agli esordi della stagione petrarchesca.
Il linguaggio di Cino è solitamente solitamente spoglio di quella aggraziata
levità ch’era dei suoi amici di Firenze; ma riguardava quelle aeree forme
quando l’immagine scaturisce dal fantasioso “donneare” della memoria.
Non esiste nei suoi versi una rappresentazione concreta: anche le figurazioni
che potrebbero scaturire da un disegno interiore, sono nate, in realtà dal gioco
della memoria.
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L’amore e la donna
Negli anni giovanili Cino dimorò a Firenze, e qui nacque la sua dimestichezza con
Dante che gli anni d’esilio dell’uno e dell’altro dovettero col tempo diradare se non
disperdere. Del resto egli continuava a poetare stilnovisticamente in un periodo in cui
l’Alighieri aveva intrapreso altra strada ( De vulgari eloquentia ). Pistoia fu città ricca
di attività culturali, ma Cino guarda Firenze con la volontà di distinguersi dai fiorentini
con una sua dottrina dell’amore che in effetti ha, pur con tante auscultazioni dei moduli
espressivi dei suoi più anziani colleghi. Cino ragiona sulle cause interiori dell’amore in
quanto diletto dell’anima che è alimentato dallo sguardo in una successione “vista della
donna”-” discorrere della mente”, espressione della parola poetica, ma non ha la
rigorosa coerenza ragionativa di Cavalcanti così come non ne eredita l’avventura
averroistica e il ferreo razionalismo. Così che spesso, trascorrendo da una rima all’altra,
si noterà che accetta o semplicemente accenna a percorsi diversi suggeriti da una
fenomenologia memorialistica che lo fa andare indietro nel tempo o lo ferma a
contemplare la bellezza della donna vicina o a ricostruirsi le sembianze se essa è
lontana.
CINO DA PISTOIA
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Lo stilnovismo
di Cino
CINO DA PISTOIA
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Lo stilnovismo di Cino
Nella lingua di Cino non si notano la levità, il grado di dolcezza dei fiorentini, e non
mancano arcaismi che questi avrebbero rifiutato, e assenze di melodie delicate, di una
vera suavitas espressiva. Il suo figurare è sovente impacciato, generico, e la mancanza
di storia interna del canzoniere favorisce le replicazioni, i ritorni all’indietro, talvolta le
ambiguità. I momenti migliori risiedono nel descrittivismo fisionomico o in taluni aerei
scorci di paesaggi naturali, come nella ballata Io guardo per li prati ogni fior bianco,
immagini anche di colori non aggraziati come nel cavalcantiano Biltà di donna e di
saccente core ma pur sempre significativi.
Un ulteriore elemento arricchisce, per merito di Cino, il quadro della Toscana letteraria:
con Cino l’alta cultura universitaria fa il suo ingresso nella poesia italiana. Questo
collegamento tra il mondo degli studi giuridici e quello della letteratura “militante”
resterà per il momento senza eguali, non perché manchino notai o giuristi che pratichino
la poesia, ma perché nessuno può vantare meriti canonistici e privatistici del dotto
professore universitario che egli fu. E ancora un elemento che accomuna il pistoiese ai
fiorentini: la partecipazione alla politica, una combattività che gli frutterà l’esilio.
CINO DA PISTOIA
ALTRI TEMI
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ANALISI DEL TESTO
Le prime due stanze pongono il tema-chiave della partenza: lo vediamo nei vv.
9,12 e 17; e poi con leggera variazione, torna nella strofa seguente (divide, v.23
e diviso v.24) e nel son tanto / lontan dei versi 32-33. Esso si muta nell’altro
motivo saliente della perdita: ho perduta la morosa vista, v. 40, dove
significativamente si riprende la vista del v.1. Su queste basi cresce questa
canzone, dove troviamo i motivi più caratteristici della produzione di Cino da
Pistoia: la dolcezza, il ricordo e il dolore.
Questo componimento e i vari motivi che gli danno vita (amore personificato,
l’invocazione del morire, il tornare dell’animo dopo la morte, presso l’amata),
ci riportano alla celebre ballata di Cavalcanti (Perch’i’ no spero di tornar
giammai), che costituisce il modello di Cino. Simile è infatti la struttura dei due
testi. Entrambi sono costruiti per accumulo di immagini: una corata mestizia si
espande e progressivamente si approfondisce fino alla finale invocazione di
morte.
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LE OPERE
LA DOLCE VISTA….
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In Cino però la dolente malinconia non porta, come in Cavalcanti, alla
rarefazione della realtà; nonostante gli inserti dialogici, la sua poesia
perde in vivezza drammatica, anche se acquista, forse, in tono elegiaco.
Nel testo opera un saldo tessuto retorico, con la sua rete di apostrofi,
antitesi e ossimori. Un suggestivo alone di musicalità, si crea mediante
l’insistita anafora di amore, l’artificio delle coblas capfinidas, gli
enjembements, e ancora grazie al sapiente impiego di rime interne,
inversioni, allitterazioni.
CINO DA PISTOIA
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LE OPERE
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LA MALINCONIA DI CINO
I principali topoi della lirica stilnovistica sono tutti presenti nel componimento Lad
dolce vista e ‘l bel guardo soave. Ma quel che più importa rilevare è l’oraganizzazione
retorico-stilistica del testo.
In effetti questa canzone è incentrata sull’espressione effusiva, malinconica, lamentosa
del proprio stato interiore e sulla ripetuta, monotona invocazione ad Amore
interlocutore ideale del lirismo ciniano.
Il motivo centrale più volte ribadito e variato può essere così espresso: “ la felicità che
io provavo quando ero presso la donna mia, coll’allontanamento da lei si è tramutata in
continuo dolore, sicchè io continuo a lamentarmi e desidero piuttosto morire, per
congiungermi idealmente con lei, che continuare a vivere in tale stato”. Questa è la
situazione sentimentale da cui prende spunto il testo e su cui si innestano come
variazioni alcuni motivi particolari. Si noterà come essa si fondi su una duplice antitesi:
un tempo (felicità) / ora (infelicità) / in futuro (pietà), che dà il via agli opposti
atteggiamenti i dolente ricordo del tempo felice e di mesta speranza in una futura
consolazione.
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LE OPERE
LA DOLCE VISTA…
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La presentazione è stata svolta da:
Maggiore
Analia
&
Sandrin
Lorenza
SI RINRAZIA il professore LUIGI GAUDIO
EXIT
per l’attenzione e la pazienza dimostrata.
Donna me prega
Donna me prega, - per ch'eo voglio dire
d'un accidente - che sovente - è fero
ed è si altero - ch'è chiamato amore:
sì chi lo nega - possa 'l ver sentire!
05
Ed a presente - conoscente - chero,
perch'io no sper - ch'om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza - natural dimostramemto
non ho talento - di voler provare
10
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l'essenza - poi e ciascun suo movimento,
e 'l piacimento - che 'l fa dire amare,
e s'omo per veder lo pò mostrare.
CAVALCANTI
LE OPERE
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15 In quella parte - dove sta memora prende suo stato,
sì formato,come diaffan da lume, d'una scuritate la qual da Marte - vène,
e fa demora; elli è creato -
ed ha sensato nome,
20 d'alma costume -e di cor volontate.
Vèn da veduta forma che s'intende, che prende nel possibile intelletto, come in subietto, -
loco e dimoranza.
In quella parte mai non ha pesanza
25 perché da qualitate non descende:
resplende - in sé perpetual effetto; non ha diletto
ma consideranza; sì che
non pote largir simiglianza.
CAVALCANTI
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CONTINUA—»
Non è vertute, - ma da quella vène
30 ch'è perfezione (ché si pone - tale), non razionale, ma che sente, dico; for di salute giudicar mantene, ch la 'ntenzione - per ragione - vale: discerne male in cui è vizio amico.
35 Di sua potenza segue spesso morte, se forte la vertù fosse impedita, la quale aita la contraria via: non perché oppost' a naturale sia;
ma quanto che da buon perfetto tort'è
40 per sorte, non pò dire om ch'aggia vita, ché stabilita
non ha segnoria.
A simil pò valer quand'om l'oblia.
CAVALCANTI
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CONTINUA—»
L'essere è quando
lo voler è tanto ch'oltra misura - di natura -torna,
45 poi non s'adorna- di riposo mai. Move, cangiando
color, riso in pianto, e la figura -
co paura -storna;
poco soggiorna; ancor di lui vedrai che 'n gente di valor lo più si trova.
50 La nova- qualità move sospiri, e vol ch'om miri 'n non formato loco, destandos' ira la qual manda foco
(Imaginar nol pote om che nol prova), né mova già però ch'a lui si tiri,55 e non si giri per trovarvi gioco: né cert'ha mente gran saver né poco.
CAVALCANTI
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CONTINUA—»
De simil tragge - complessione sguardo che fa parere
lo piacere - certo: non pò coverto star, quand'è sì giunto.
60 Non già selvagge le bieltà son dardo, ché tal volere per temere - è sperto: consiegue merto spirito ch'è punto.
E non si pò conoscer per lo viso: compriso -bianco in tale obietto cade;
65 e, chi ben aude, -forma non si vede:
dungu' elli meno, che da lei procede.
For di colore, d'essere diviso, assiso
'n mezzo scuro, luce rade,
For d'ogne fraude - dico, degno in fede,
70 che solo di costui nasce mercede.
CAVALCANTI
LE OPERE
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CONTINUA—»
Tu puoi sicuramente gir, canzone, là 've ti piace,
ch'io t'ho sì adornata ch'assai laudata sarà tua ragione da le persone c'hanno intendimento:
75 di star con l'altre tu non hai talento.
CAVALCANTI
LE OPERE
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AVANTI—»
Biltà di donna e di saccente core
sonetto
04
Biltà di donna e di saccente core
e cavalieri armati che sien genti;
cantar d'augilli e ragionar d'amore;
adorni legni 'n mar forte correnti;
08
aria serena quand' apar l'albore
e bianca neve scender senza venti;
rivera d'acqua e prato d'ogni fiore;
oro, argento, azzuro 'n ornamenti:
11
ciò passa la beltate e la valenza
de la mia donna e 'l su' gentil coraggio,
sì che rasembra vile a chi ciò guarda;
14
e tanto più d'ogn' altr' ha canoscenza,
quanto lo ciel de la terra è maggio.
A simil di natura ben non tarda.
CAVALCANTI
LE OPERE
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AVANTI—»
Chi è questa che vèn qh’ogn’om la mira
sonetto
04
Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira,
che fa tremar di chiaritate l'âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null'omo pote, ma ciascun sospira?
08
O Deo, che sembra quando li occhi gira,
dical' Amor, ch'i' nol savria contare:
contanto d'umiltà donna mi pare,
ch'ogn'altra ver' di lei i' la chiam' ira.
11
Non si poria contar la sua piagenza,
ch'a le' s'inchin' ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.
14
Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose 'n noi tanta salute,
che propiamente n'aviàn conoscenza.
CAVALCANTI
LE OPERE
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AVANTI—»
Veggio negli occhi de la donna mia
un lume pien di spiriti d'amore,
che porta uno piacer novo nel core,
sì che vi desta d'allegrezza vita.
05 Cosa m'aven, quand' i' le son presente,
ch'i' non la posso a lo 'ntelletto dire:
veder mi par de la sua labbia uscire
una sì bella donna, che la mente
comprender no la può, che 'mmantenente
10 ne nasce un'altra di bellezza nova
da la qual par ch'una stella si mova
e dica: - La salute tua è apparita
. Là dove questa bella donna appare
s'ode una voce che le vèn davanti
15 e par che d'umiltà il su' nome canti
sì dolcemente, che, s'i' 'l vo' contare,
CAVALCANTI
sento che 'l su' valor mi fa tremare;
LE OPERE
e movonsi nell'anima sospiri che dicon:
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- Guarda; se tu coste' miri,
20 vedra' la sua vertù nel ciel salita - .
Voi che per gli occhi mi passaste ‘l core
Voi che per li occhi mi passaste 'l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l'angosciosa vita mia,
04 che sospirando la distrugge Amore.
E vèn tagliando di sì gran valore,
che' deboletti spiriti van via
riman figura sol en segnoria
08 e voce alquanta, che parla dolore.
Questa vertù d'amor che m'ha disfatto
CAVALCANTI
da' vostr' occhi gentil' presta si mosse:
LE OPERE
11 un dardo mi gittò dentro dal financo.
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Si giunse ritto 'l colpo al primo tratto,
AVANTI
che l'anima tremando si riscosse
14 veggendo morto 'l cor nel lato manco.
In un boschetto trovà pasturella
In un boschetto trova' pasturella
più che la stella - bella, al mi' parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien' d'amor, cera rosata;
05 con sua verghetta pasturav' agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse 'namorata:
er' adornata - di tutto piacere.
D'amor la saluta' imaantenente
10 e domaandai s'avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: - Sacci, quando l'augel pia,
CAVALCANTI
LE OPERE
HOME PAGE
CONTINUA
allor disïa - 'l me' cor drudo avere .15 Po' che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare
, fra me stesso diss' I': - Or è stagione
di questa pasturella gio' pigliare . Merzé le chiesi sol che di basciare
20 ed abracciar, - se le fosse 'n volere
. Per man mi prese, d'amorosa voglia,
e disse che donato m'avea 'l core
; menòmmi sott' una freschetta foglia,
là dov'i' vidi fior' d'ogni colore;
25 e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
che 'l die d'amore - mi parea vedere.
CAVALCANTI
LE OPERE
HOME PAGE
AVANTI
I’ vegno il giorno a te infinite volte
I' vegno 'l giorno a te 'nfinite volte
e trovoti pensar troppo vilmente:
molto mi dòl della gentil tua mente
04 e d'assai tue vertù che ti son tolte.
Solevanti spiacer persone molte;
tuttor fuggivi l'annoiosa gente;
di me parlavi sì coralemente
,08 che tutte le tue rime avie ricolte.
Or non ardisco, per la vil tua vita,
far mostramento che tu' dir mi piaccia,
CAVALCANTI
11 né 'n guisa vegno a te, che tu mi veggi.
LE OPERE
Se 'l presente sonetto spesso leggi,
HOME PAGE
lo spirito noioso che ti caccia
14 si partirà da l'anima invilita.
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L`amore e la donna nel Dolce Stil Novo