Piccola Storia di Mazzorno Destro e dei suoi Nativi: il mito, la leggenda, le tradizioni ed i ricordi sociali e personali 1. Il mito. un giorno il carro e le redini, in modo da poter osservare il mondo. Il Sole lo ascoltò e al momento si oppose, ben sapendo quello che sarebbe accaduto, ma poi, alle sue insistenze, acconsentì e gli insegnò il percorso. Salito sul carro, egli lo guidava in modo scombinato, tanto da incendiare ogni cosa ci fosse sulla Terrae così Zeus, con un fulmine, pose fine al suo gesto folle. Fetonte, con una divina fiammata, cadde nel fiume Eridano e morì. Le sorelle, recatesi presso questa località del mare celtico, lo piangevano incessantemente giorno e notte. Zeus misericordioso le trasformò in pioppi, facendone il ricordo perpetuo di quella sventura. A quanto si dice, proprio da essi scaturisce l’ambra, il frutto di questo antico pianto che stilla dall’albero” (Omero). Da ragazzo- circa 1940/1955- tutto era mistero: la benedizione del Campanile, il concepimento, la nascita, l’acqua cheta o intavanà dell’amato Po ma anche il venire alla luce di un vitello tirato, da me e Pasquino Zanini, per le zampe “unite”, osservando i rapidi ma dettagliati insegnamentidetti una sola volta- dal saggio padre, signor Luigi Zanini, era un mistero. Mentre io ero stato comprà da la frabica di putin e mio fratello Renato el iera stà catà sota a un capusso dae foie larghe. Erano misteri belli, creduti con il cuore, come la Resurrezione di Gesù. Tutto fascino, incanto, serenamente vissuto, anche nella carenza di beni di sussistenza o forse per quello. I miei cari compaesani conoscevano intimamente il linguaggio del “Mistero”, della vita, della religione, della tradizione, della coltivazione della terra e degli atti di eroismo. Ora anche i Masurnieri ed i Tagliolesi sembra che abbiano in parte smarrito la conoscenza del mistero nell’abbracciare l’utilitarismo ed il relativismo (stigmatizzato da Benedetto XVI) . SPIGOLATURE : Le isole dell’ambra “Nelle isole Elettridi, che sono situate nell’intimo golfo dell’Adriatico, dicono che ci siano due statue con dedica, una di stagno e una di bronzo, lavorate secondo lo stile arcaico. Si dice che siano opera di Dedalo.... Dicono che sia il fiume Eridano ad aver formato con i suoi depositi alluvionali queste isole. C’è poi anche un lago... Su di esso ci sono molti pioppi, da cui stilla il cosiddetto Elettro. Dicono che sia simile alla gomma arabica e che si indurisca come una pietra e che raccolto dagli indigeni venga trasportato ai Greci...” (Aristotele). “ .... ancor oggi le donne traspadane di campagna portano ambre come monili, soprattutto per ornamento ma pure quale medicamento...” (Plinio). Secondo la mitologia classica al fiume Eridano (nome con il quale i Greci identificavano il Po) è legata la tragica avventura di Fetonte. Nello stesso fiume giungono anche gli Argonauti attraversando le mitiche isole Elettriti: le isole dell’ambra (in greco èlectron significa ambra). In questi miti la scelta dello scenario deltizio padano è giustificata dal fatto che qui viene identificato uno degli scali terminali della via dell’ambra. Questo attivo percorso mercantile dalle regioni del Baltico, attraverso il Danubio, i valichi alpini del Brennero e del Resia e la valle dell’Adige, raggiungeva il Po e l’Adriatico. Se il Po non è certamente il fiume presso cui si raccoglieva l’ambra, il suo Delta era una zona nevralgica nei traffici commerciali di questa resina fossile e qui i Greci venivano a prelevarla. Il “luogo” dell’ambra si riflette ed entra anche nella trama di storie e leggende legate all’esteso apparato deltizio del Grande Fiume. Gli argonauti affranti. “Penetrarono gli ben addentro nell’ alveo dell’ Eridano; qui una volta, colpito al cuore da ardenti fulmini, semiarso, Fetonte era caduto dal carro del Sole, proprio all’ entrata di questo ampio fiume, il quale ancora adesso esala dalla ferita bruciante un tremendo vapore: nessun uccello può sorvolare quelle acque dispiegando le sue ali leggere, ma spezza il suo volo e piomba in mezzo alle fiamme. Intorno, le giovani Eliadi, infelici, mutate negli alti pioppi, effondono tristi lamenti e dai loro occhi versano al suolo le gocce d’ambra splendente. Le gocce si asciugano sopra la sabbia ai raggi del sole. Gli eroi non avevano voglia di bere nè di mangiare; la loro mente non andava ai piaceri. Durante il giorno giacevano affranti, sfiniti dall’odore cattivo che mandavano le correnti dell’Eridano dal corpo riarso di Fetonte, intollerabile.; e poi la notte sentivano i gemiti acuti, il triste lamento delle Eliadi.” (Apollonio Rodio). L’impresa del figlio del Sole “Il Sole, dall’unione con Roda, figlia di Asopo, genera i figli Fetonte, Lampetia, Egle e Faetusa. Divenuto adulto Fetonte chiese a sua madre chi fosse suo padre. Saputo di essere figlio di dio Sole, si recò là dove questi si leva. Fattosi riconoscere, pregò il padre di cedergli per 1 2. La leggenda: Quando gli Eneti sbarcarono nel Delta Po. Zeus, concluse la sua folle corsa alla guida del cocchio del Sole, inabissandosi sulle foci di Eridano, il grande fiume che sfociava nel Mare Adriatico. Passarono i secoli e sulle pareti di quel tempio gli Eneti fecero scolpire una preghiera del poeta greco Euripide, le cui parole recitavano così: “Vorrei levarmi a volo sull’onda marina fino alle spiagge adriatiche ed all’acqua del fiume Eridano, dove nel flutto impetuoso le giovinette infelici figlie del Sole stillano per la misera sorte di Fetonte lacrime in gocce di ambra fulgente”. Un balbettio che giungeva dai secoli, un mito, il mito di queste terre poste all’estremo nord conosciuto, ai confini del mondo antico, nei pressi delle foci del grande fiume Eridano. La culla della civiltà Veneta. Civiltà di Terra, Acqua ed Aria. La Laguna ha un suo fascino, una magia che le è particolare e la distingue da altre zone venete. E’ un territorio di confine, un limite indefinito dove terra, mare e vento si sovrappongono continuamente, senza confini definiti. Gli elementi che la compongono sono la naturale espressione di uno slancio vitale. La Terra allieta lo spirito, l’ Acqua lo lava e l’Aria alimenta l’anima. Qui la natura mantiene in perfetto equilibrio il corpo, la mente e lo spirito degli abitanti. Le acque non sono profonde ed in continuità sono costellate da molti isolotti, isole da terre anfibie, le Barene e da canneti che nascono spontanei. Luoghi di maree, terre ed isole, lunghi orizzonti immobili, scarsamente abitati, dove nei giorni di maltempo il Lampo, il Tuono ed il Vento sono il Tocco, la Voce ed il Respiro del Creatore. Il vento, l’anima della forza vitale che soffia su spazi immensi, da colori tenui, sfumati, dove il tempo scorre con ritmi naturali. Il Vento che passa sulla solitudine, sugli abitanti di questi limiti del mondo, isolati dalle campagne e dalle montagne. Su queste persone che vivono tra cielo e mare, in panorami immensi, tra lo stormire delle canne, il volo degli aironi, dei germani, delle beccacce di mare. Questo mare, ricco di nutrimento e di sale. Ambienti di cordoni sottili di terra e sabbia, acque fonde, bassifondi e secche, dossi, isole ed acquitrini , dove vive un popolo di pescatori e barcaioli, appollaiati sulle loro palafitte, gli uni vicini agli altri, poveri e ricchi, dediti a coltivare il mare. Una notte come tante, migliaia di anni fa. Una città fortificata, una cavallo di legno enorme, donato alla città per una pace ipocrita. “TIME DANAOS ET DONA FERENTES”. Temi i Greci quando ti offrono dei doni. Poi le grida, il tradimento, le fiamme che divorano la città e la strage di Ilio. Pochi Troiani sopravvissero, aprendosi la via della salvezza, armi alla mano. Nomi eterni: Enea, Antenore. Enea, con la sua gente, dopo lunghe sofferenze, approdò sulle rive del Lazio. Antenore, altro nobile Troiano, si spinse navigando fino alle lagune dell’alto mare Adriatico. Erano con lui gli Enetj, un popolo di Paflagonia, dell’Asia minore, che aveva perduto il proprio Re in battaglia, durante i dieci anni cui era durata la Guerra di Troia. Caduta la città, riconobbero come loro re il troiano Antenore, che diventò così il padre della gente Eneta. Evitando il grosso delle truppe greche che devastavano la città, guadagnarono la spiaggia. Sorpresero le sentinelle che i greci avevano lasciato a custodire le loro navi. Si impadronirono di alcune di esse e guadagnarono il mare aperto. Dopo mesi di navigazione giunsero all’apice superiore del mare conosciuto. Qui le terre erano costituite da lidi sottili che si confondevano con il mare. Erano le Lagune Venete. Antenore diede l’ordine di scendere a terra. Vennero allora inviati uomini ad esplorare le zone circostanti. Questi tornarono alle navi riferendo di aver trovato un tempio dedicato al Sole. Antenore, colpito, volle recarsi a visitare il luogo sacro, entrato all’interno di questo vide sulle sue pareti degli affreschi e delle incisioni: queste raffiguravano un uomo alla guida di un carro alato che si dirigeva verso il sole. La sommità del tempio era fatta in modo tale da permettere ai raggi solari di filtrare a raggera, creando riflessi e bagliori lungo le pareti di pietra del luogo. Era un sito sacro. Alle pareti erano anche raffigurati presagi, vaticini. Si vedevano affreschi che raffiguravano navi che arrivavano da una città in fiamme. Antenore allora comprese che era il luogo che il fato gli aveva assegnato. Diede allora l’ordine di sbarcare, gli Eneti presero terra ed occuparono quelle leggendarie terre anfibie, dove Fetonte, figlio di Elio, colpito dagli strali di 2 3. La tradizione. appena passato. Si apre un tempo nuovo, pieno di speranze; e proprio dalle faville, che scoppiettanti si alzano in cielo, si possono trarre gli auspici per i giorni a venire, nella consapevolezza che: ...Faive a levante, panoce tante. Ma si sa che ogni medaglia ha il suo rovescio per cui: Faive a ponente, panoce niente. Ma anche se le faville non prendono il corso desiderato, nella serata del Brusa Vecia non c’è spazio per le malinconie, il clima festoso prevale, nella convinzione, che da sempre ha contraddistinto l’umanità, che il nuovo anno sarà migliore di quello appena passato. E a Loreo si prepara una festa in grande, pensando di valorizzare al meglio alcuni aspetti del paese caratterizzato dal canale presso cui sorge l’antica torre. Su una zattera in mezzo al corso d’acqua verrà dunque posta la pira sovrastata dalla vecchia da bruciare. Dalla torre partirà una miccia che, rapida e festosa, raggiungerà l’obiettivoin mezzo alle acque. Ed il fuoco del falò avrà un ulteriore sviluppo con l’avvio di uno spettacolo pirotecnico che si preannuncia di grande impatto emotivo. Un appuntamento da non perdere. Il Brusavecia. Trascurata per vari decenni, soppiantata da mode consumistiche spesso imposte dai moderni mezzi di comunicazione sempre alla ricerca del sensazionale o interessati a creare nuovi eventi, la voce della tradizione che da più parti si dava per spacciata, sembra invece ultimamente dare segnali di sana rivincita. E ciò soprattutto grazie all’impegno di associazioni o delle Pro Loco, impegnate a riscoprire il sapore di significativi momenti di ritualità ed aggregazione paesana, con l’intento di riproporre i più tipici appuntamenti stagionali. Occasioni festose, basate su pochi genuini ingredienti che, per centinaia di anni, hanno costituito attesi momenti di gioia e di aggregazione delle comunità locali. E all’inizio del nuovo anno una delle iniziative festose, dal tipico sapore popolare, ripresa in alcuni paesi del Polesine, è quella denominata “Brusavecia” che, in coincidenza con la festa dell’ Epifania, ha il suo fulcro in un grande falò liberatorio e propiziatorio insieme, sul quale solitamente è posto a bruciare un fantoccio impagliato dalle fattezze di una vecchia arcigna e detestabile. Come sia nata questa tradizione non è dato a sapere: è probabilmente il retaggio di antichissimi riti che, dopo il solstizio invernale, con la massima durata della notte rispetto al giorno, intendevano invocare il ritorno della luce, “aiutando” il sole a farsi strada sulle tenebre con il chiarore di grandi fuochi accesi nelle campagne. Falò che nella tradizione contadina venivano alimentati con i residui dei prodotti agricoli, specie le canne del mais e i sarmenti provenienti dalla potatura delle viti. E mentre le fiamme si alzavano cresceva l’allegria, richiamando attorno al fuoco giovani e vecchi pronti a brindare con qualche bicchiere del vino dell’ultima vendemmia, accompagnandolo con qualche fetta di “polenta brustolà” o qualche dolce di stagione confezionato con le ricette locali. Una tradizione antichissima dicevamo, certamente rielaborata secoli fa in chiave cristiana, visto che una leggenda vuole che i falò notturni nelle campagne derivino dai fuochi accesi dai pastori nelle notti successive alla nascita di Gesù per rischiarare la via ai Re Magi smarritisi nel loro viaggio a Betlemme. In ogni caso il Brusavecia, nonostante coincida con l’Epifania e quindi con la venuta dei Magi, ha ben poco di mistico e si qualifica con una schietta festa popolare, caratterizzata dalla voglia di cancellare, con un grande e allegro falò, ciò che più non serve, e soprattutto ciò che di negativo c’è stato nell’anno El fèste (di erminio girardi, tagliolese) Oggi come tanti anni fa, stanno ad indicare i giorni e gli eventi che si svolgevano dal 24 dicembre al 6 gennaio, a cavallo di ogni anno: Natale, Capodanno, Epifania, con annessi e connessi. Negli ultimi 30/40 anni, tutti i significati originari di queste feste sono stati progressivamente ed inesorabilmente stravolti dalla civiltà del progresso, rivalutati in termini di regali, vacanze, settimane bianche, pranzi e serate convenzionali ma simili ad altri periodi dell’anno. Nella civiltà contadina era tutto diverso: erano el Fèste più importanti dell’anno, momento di grande umanità e spiritualità, momento dei bilanci e delle verifiche familiari: el bosgàto aveva fatto onestamente la sua parte e, dopo una sapiente ... autopsia, faceva bella mostra di sè su pèrtghe affollate di sàlami d’ càrne e d’ còdga, bòndle, bràsòle e pansèta; nelle pentole di terracotta piene di strutto per tutti quegli usi che, in cucina, oggi vengono delegati all’olio, burro o margarina ed in buona scorta di ciciole per le classiche fugàSe. El sàc del pàn boslà, soddisfacentemente pieno, pendeva dalle travi del soffitto , el bànco dlà farìna era pieno e la casòna era pronta a fornire légna, brùscle e faSine per la cucina ed il riscaldamento...centralizzato del foglàro: la sopravvivenza per l’inverno era assicurata. E allora si poteva pensare al Presepio almeno 15 giorni prima di Natale: era impossibile frenare ulteriormente la smania dei bambini ! Due cavalìti da 3 bugà e una tòla da lavàre, erano il palcoscenico che, ricoperto di cùdghi sopra montagnòle di sabbia, una capanna fatta con due spugnòti d’paja o altro (non sapendo con certezza se Gesù era nato in una capanna o in una grotta, ognuno poteva fare ciò che voleva: grotte fatte a capanna e capanne fatte a grotta) un fregolòto di specchio rotto (senza causare sette anni di disgrazie !) per creare un laghetto, frammenti di un coperchio di scatola da scarpe, tagliati ad imitazione delle stelle, incollati col sapone su fogli di carta da zucchero, imitazione Cielo, appiccicati al muro e la scena era pronta. Le statuine di gesso, sempre le stesse, sbucavano da chissà dove, incartate una per una in vecchi fogli di giornale: mancava, è vero, sempre qualcosa (angeli senza qualche ala, pecorelle senza qualche gamba o senza la coda, pastori col naso spiSà, Re Magi a mani vuote...) ma tutto andava a posto ed il risultato, grazie alla scarsissima illuminazione in quelle povere abitazioni, era splendido. Ormai si era entrati nell’atmosfera delle Fèste e tutto doveva procedere secondo le usanze: La vsìlia andava rispettata rigorosamente: un piatto di bìguli in salsa consumato verso le quattro del pomeriggio, sostituiva il pranzo e la cena (per i bambini ai quali il semplice odore delle sardéle faceva venire ingòSa una scodella di caffelatte era più che sufficiente) La MéSa d’mesanòte: il momento più suggestivo ! Chiese affollate di gente intabarrata fino agli occhi, sbucata da tante stradine gelate, attratta dall’affascinante suono delle campane a festa, a bocca aperta per lo sfolgorare di tutte le luci, rapita dal suono dell’organo, stordita dall’odore dell’incenso e delle candele, toccata dal canto del coro, meravigliata dalla grandezza e bellezza del Presepio e commossa dalle tante strette di mano che si ricevevano e scambiavano-Augùri, còmpare !- GràSie,vìSare, ancòra tì e faméja. La tombola della vigilia era generalmente riservata alle donne (per loro ci sarebbe stata la Messa prima, all’indomani) ed era un pretesto, perchè dopo alcuni giri di tombola, con manciate di fagioli che traballavano sulle bisunte cartelle, si passava al mazzo di carte: cùco e bestia, giochi d’azzardo che potevano dare favolose vincite o disastrose perdite valutabili persino attorno alle 50-60 lire, animavano la serata con situazioni od episodi di cui si sarebbe parlato nei filò, almeno fin dopo l’ Epifania. Verso la mezzanotte, ultimi due giri e poi, sìale e carèga sulle spalle, tutte a casa a ricevere i mariti che tornavano dalla Messa e scambiarsi l’augurio di “Bòn Nadàle”. Il pranzo di Natale, visto con gli occhi di oggi, aveva qualcosa di allucinante ! Smisurate pgnàte d’capliti fàti in cà, cucinati in brodo di galìna, ànara e pitòn 4 (tutto insieme, magari con l’aggiunta de dù òSi da brodo per...tajàre el gùsto !) erano il primo. I pennuti con i quali si era fatto il brodo erano il secondo. Robuste fette di sàlami d’càrne e d’ còdga o della venerata bòndla servivano a rifarsi la bocca (al posto di caffè, liquori e panettone): il tutto accompagnato da qualche buon metro quadrato di polenta. Era la rivincita più sfacciata alla fame di tutto l’anno, uno schiaffo ai rìsi e fasòi quotidiani, alla polenta e pesce, polenta e siòla, polenta e fighi, polenta e... I bambini a scuola avevano già svolto l’intramontabile tema “La Natività” ed avevano la schiena curva per aver scritto cinque o sei volte in brutta e due, tre volte in bella copia poche righe che, sia pure con sbròdghi e macchie d’inchiostro su un mare di cancellature, diventavano la classica Letterina di Natale nella quale erano contenute tutte le promesse di bontà e tutte le speranze di una buona mancia, quando il papà l’avesse trovata sotto il piatto di tortellini. Inevitabilmente chi l’aveva scritta, finiva anche col leggerla, ad alta voce perchè il papà, con la scusa che non aveva gli occhiali a portata di mano, riusciva a nascondere per anni che l’Università della Zappa lo aveva strappato troppo presto dai banchi di scuola, sui quali aveva appena appena imparato, nel migliore dei casi, a scarabocchiare la propria firma. Seguiva a ruota Capodanno, con l’inevitabile e pittoresco fèston; con gruppetti musicali che di strada in strada andavano di notte a suonar sotto i balconi delle case per passar qualche ora più tardi a riscuotere i bonamàn; con i bambini che al mattino uscivano di casa come schegge per correre ad augurare “Bunìn- bonàno tutto-d’un-fiatoa quante più famiglie possibile, per riceverne in cambio quante più monetine possibile (ma questo è tutto da raccontare !) E per ultima, la Vecìa: unica occasione per i bambini di ricevere doni: in una calza dai mille rammendi si trovava ogni ben di Dio: caràte, bagìgi, biscutìn o stracaganàSe, un mandarà e se l’inflazione lo permetteva, un paio di caramelle all’anice. De la Vecìa si sapeva solo che era vecchia, viaggiava su di un asinello, scendeva dal camino, avrebbe cucito gli occhi dei bambini trovati svegli a spiare e che aveva freddo, sempre tanto ma tanto freddo. Per questo le mamme, con il pretesto che la Befana si doveva scaldare, costringevano i bambini a raccogliere legna e fascine di sterpi per giorni e giorni. Solo molto tempo dopo si scopriva che sarebbero servite alle mamme stesse per la lìSia e le bugà, ma a quei tempi lo sfruttamento del lavoro minorile non era reato ed il Telefono Azzurro non poteva esistere anche perchè non esistevano telefoni nei nostri paesi...di nessun colore. Non sarebbe comunque servito a niente: si era sempre più buoni, sòta el Fèste ! ...e scusé dél ciàcole ! 4. La Storia (considerazioni personali e ricordi piacevolmente nostalgici) “Oratorio di San Francesco d’Assisi( foto a destra ) di là da Po olim (= c’era una volta) eretto da molti devoti che avevano beni in detto luogo con facoltà di Monsignor Vescovo Venier dè dì IV Ottobre 1523, riedificato e benedetto con licenza di Monsignor Francesco Grasso il VI luglio 1642. Finalmente ristorato e benedetto con licenza di Monsignor Vescovo Soffetti dè dì Undici Dicembre 1721” . Così è descritto il primo Oratorio sorto a Mazzorno Destro, nell’elenco delle Chiese ed Oratori della Diocesi di Chioggia, soggetti alla visita di Monsignor Vescovo per l’ anno 1860 e pubblicato a cura di De Antoni. Il territorio dell’ Oratorio e le case di Borgheto in origine veniva chiamato Cà Quirini - San Francesco. Il 25 Febbraio del 1798 viene dichiarata la Municipalità di Taglio di Po (preferendo tale nome al locale ed antico toponimio “Porto Viro”), con le due frazioni: Mazzorno Destro ed Oca Marina. Il Grande Fiume che dai Greci era detto Eridanus e dai Latini chiamato Padus, successivamente contrat- rilevanti danni economici ed esodi della popolazione, provvisori o definitivi, come per me lo fu la Grande Alluvione del 1951 che mi portò a Modena, Merano, Glorenza (BZ), Genova, Orvieto e Roma. Nel 1866 gli abitanti di Mazzorno erano 1310 e commerciavano di pesce, foraggi, bestiame, frumento, canapa, mais ed allevavano bachi da seta fin dal 1500. I gelsi, imponenti alberi le cui foglie venivano brucate dai bachi per produrre la seta, erano presenti fino all’anno 1955 attorno al recinto dei cavalli della proprietà notaio Bellini. L’industria più fiorente era quella della produzione della rinomata “pipa masur- niera”, con la speciale creta tigliosa detta tivaro che si formava in un trentennio nella Grande Golena di Mazzorno che ora non c’è più ! L’attuale Chiesa è stata edificata negli anni 1850-1857. Mio nonno Quirino per la costruzione del fabbricato, aveva la carica di Fabricere ( cioè Direttore dei lavori), come suo padre ed il mio avo, Ambrogio. Nel 1858 l’ Oratorio diventa Scuola Elementare ( foto sopra), con le prime quattro classi, mentre la quinta classe si frequentava presso le scuole di Corbola .Nell’ anno scolastico 1944-45 di quaranta scolari che eravamo in quarta classe, soltanto Nevio Doria ed io, a piedi, andammo a frequentare la quinta classe del bravo Maestro Fusetti, a Corbola. La trasformazione da Oratorio in Scuola è stata realizzata dalla Ditta edile “Bonafè” con sede in una grande casa del Borghetto tra la calà d’ Impolita e la casa di Isacco “Snin” (= sellaio, = calzolaio) poi della famiglia e negozio alimentari “Fraulini”: case tutte demolite per rettificare l’argine (1960). La nuova Chiesa conserva un dipinto di notevole valore artistico: da “Ventaglio 90”, editrice “Turismo e Cultura” (RO) nr. 52/2016, riporto il seguente tosi in Po. Mentre la terra ove scorre, per 652 Km, dal Monviso all’Adriatico è detta Valle Padana. Sono tutte traslitterazioni tra Greco Antico, Celtico Latino, quindi con radice comune Indoeuropea. Il Grande Fiume talvolta el se intavana (lui si infuria) ed esonda allagando abitati e campi coltivati con Processione nel 1946 per la benedizione del Po, acsi nol laga case e campi. Io sono, con pullover e calzettoni bianchi, all’età di 12 anni. La Torre Campanaria del 1523 venne demolita (!) nel 1956. 5 ni....” in sponda destra. Tornando alla Chiesa Parrocchiale di Mazzorno Destro, una lapide , sulla facciata, ricorda che nel 1789, con le elemosine (stipe) dei fedeli, essa fu restaurata allo scopo di favorire l’adempimento dei doveri religiosi ai circa trecento abitanti (di quel tratto) della sponda destra del Po ove vivevano nelle modeste case dette “el Borgheto” già appartenute a Mazzorno Unico in sponda sinistra (vedi articolo sul sito). A fianco della nuova Chiesa si erge uno snello campanile alto 32 metri, benedetto con Cerimonia solenne il 7 agosto 1954. Ero il Presidente della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, Tessera n 83482 “Anno Sociale Mariano 1953-1954”, Gruppo “San Tarcisio” (nome del padre del curato).Don Domenico Chiozzotto, curato, mi incaricò di porgere il Benvenuto a S. E. Vescovo Visentini. Esordii dicendo che avevamo pagato la cuspide, in rame, del nuovo campanile, raccogliendo speciali offerte nei giorni festivi e con la vendita dei biglietti per assistere oppure per partecipare a partite di pallone (regolamentare, a spicchi di cuoio bianco e nero, acquistato con un sacco di spighe di grano raccolte assieme a Pasquino “gargoyle”: chimera che assale un toro Zanini, strisciando i piedi scalzi per piegare le stoppie) ed anche con la vendita di biglietti per partecipare e/o assistere allo spettacolo (in Golena) di “tiro del colo al’ oca” appesa ad un’ asta fissata su due pali di fronte ad un trampolino oppure per la contesa del cesto della cuccagna, in cima ad un palo, accuratamente unto con le cotenne, erano gli anni 1946 - 1955. All’ Eminentissimo Vescovo di Chioggia, partecipai anche di aver scelto come Vessillo del Gruppo di quindici ragazzi GIAC i colori della Bandiera Nazionale a significare che intendavamo operare osservando il Cattolicesimo ed i Valori della Patria: il colore bianco: “la fede serena delle idee” il verde: “la perpetua rifioritura della speranza” - il rosso: “la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi”. Ricordo la proditoria fucilazione avvenuta il 24 aprile 1945 di tre Militi ventenni della RSI da parte di 8 pseudopartigiani. Il tarchiato capo di quei banditi aveva accento ferrarese e atteggiamento da gradasso con due pistole e fucile. Erano giunti prima dell’ Avanguardia della Divisione Cremona dell’Esercito Regio (formata a Bari con soldati, marinai, aviatori, stralcio, tratto dall’articolo “Da Cà Tiepolo a Mazzorno Sinistro”, di Luciano Scarpante: “...Risalendo il Grande Fiume, sempre nel Comune di Taglio di Po, raggiungiamo Mazzorno Destro la cui Chiesa Parrocchiale è dedicata a San Francesco. Fu ricostruita nel 1642, in sostituzione del primo Oratorio edificato dai nobili Quirini nel 1523 Estasi di San Francesco e Impressione (vedi articolo “Sua Maestà delle stimmate il Baccalà sul sito). (attribuito al Guercino) Fu restaurata nel 1721, ma le frequenti alluvioni resero necessario un nuovo restauro nel 1789, come ricorda una lapide sulla facciata dell’ edificio... . Della chiesa settecentesca restano: un tondo marmoreo con una chimera che assale un bue, murato all’esterno; una croce processionale appesa alla parete destra; un grande crocifisso collocato nel presbiterio. Il resto dell’arredo è del tardo ottocento (periodo in cui la chiesa assunse l’aspetto attuale) oppure dell’inizio del Novecento, come il sacello con santa Teresa incassato nella parete destra. Proviene dalla vecchia chiesetta anche il quadro con San Francesco, appeso in controfacciata ed attribuito in molte guide al Guercino o alla sua scuola. In realtà è una copia del tardo Seicento del dipinto di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino: l’originale è conservato a Ferrara nella chiesa delle Sacre Stimmate. Nel dipinto di Mazzorno manca la natura morta in primo piano (teschio, libro e croce) ed il paesaggio presenta alcune varianti. Contemporaneamente alla chiesa di Mazzorno Destro, nel 1523 i Quirini, ai quali la Serenissima aveva affidato queste terre con l’obbligo di realizzare una fattoria e un oratorio, edificarono per analoghi motivi un oratorio anche sull’altra sponda del Po, a Mazzorno Sinistro, dove si conclude il nostro itinerario di conoscenza: il paese è parte integrante del comune di Adria, ma sotto l’aspetto religioso appartiene alla Diocesi di Chioggia (analogamente a Mazzorno Dx). Come detto, la chiesa di Mazzorno Sinistro, nasce dall’antico edificio fatto costruire nel 1523 dalla famiglia Quiri6 1925, tutte demolite, dopo la grande Alluvione del 14 novembre 1951 per rettificare l’argine, alzandolo mediamente di due metri e potenziandolo con una seconda “banchina” di contraforte. Durante i cinque anni all’ I.T.C. di Adria, Monsignor Bolzan, Teologo della Cattedrale, è stato l’insegnante di religione. In quegli anni il Parroco Don Domenico mi affidò l’incarico di insegnante di Dottrina Cristiana. Tenevo lezione ogni domenica dalle 15.30 alle 17.00, ora del Vespro (l’ Omelia era tenuta da Monsignor Bolzan nei periodi delle “Missioni” e nelle Festività particolari dell’ anno). A distanza di sessant’anni la signora Annuscha Bellucco Ferro mi ha dato una sua foto da bambina di nove anni (con due spiritosi fiocchetti biondi legati con nastro bianco ed ha detto, sorridendo, in presenza del marito signor Renato Ferro delle figlie che durante quelle lezioni si era innamorata di me ma che l’avevo “ignorata” e che, nonostante prendesse, svelta svelta, da sola la stradela per casa e si girava, con circospezione, ma rimaneva sempre delusa perchè ...non mi vedeva all’inseguimento! Don Domenico Chiozzotto venne a farmi visita subito dopo il mio matrimonio (18/2/1965) nella casa di Orvieto per conoscere mia moglie. Quella fu una bella giornata ! Il mio Parroco disse una memorabile verità: matrimonio significa: “dominio della madre sui figli”. Non commentai perchè, con mia moglie, non avevamo puntualizzato il fatto nè, tantomeno, di “evitare i figli” . Undici mesi dopo nacque Carlo e dopo altri...undici arrivò Angelo ! Eravamo tutti e due preoccupatissimi mentre i quattro nonni gioivano e ringiovanivano ! Carlo a sette anni, a nome degli studenti romani, presentò il volume “Il Ponte d’Oro” a Paolo VI e Don Domenico mi scrisse una lettera molto bella. Il loro profilo (mentre si baciavano) è stato inciso sul Medaglione d’oro che Papa Montini regalava ai Mazzorno Dx dal ponte Corbola / Adria in cemento armato vigili urbani, studenti di tutta Italia ecc... che si erano trovati al Sud dopo l’infausto e miserevole 8 settembre dell’ Armistizio “la guerra continua”). Il Reggimento “Cremona” che liberò il Polesine era comandato dal Colonnello Ettore Musco, poi Generale di Corpo d’Armata, Comandante della Regione Militare Nord- Est (con sede a Padova) e, successivamente prestigioso Capo del Servizio Segreto Militare (Il Gen. Musco partecipò al mio Matrimonio - 18/2/1965). I tre militi RSI vennero sepolti, nudi, giù dall’argine, alla siepe dell’ orto del signor Luigi Mosca, detto “Gigi Titina”, marito di Edwige Zanini, zia di Pasquino, carissimo amico di infanzia (che ora, 2014 riposa “accanto” a mio fratello Renato e la nostra Mamma). Mia madre Laura, con alcune pie donne (abitanti in Golena) quali la Maria d’ Belato e la Rosina Mosca, la Maria Doria (madre di Nevio), la Rosa d’ Belato (madre di Giuseppe Bellato, ora abitante a Corbola) e la Rosa Bonafè in Doni (abitante nello Squero Doni) ottennero dal Curato don Leone Lavagna il trasferimento delle Salme di quei tre giovani fucilati a tradimento richiamandoli (amichevolmente: “Siamo della X Mas, veniteci a prendere”) dalla sponda sinistra. I tre caduti furono inumati nudi al Cimitero di Mazzorno, nel “tombino” di mio nonno Quirino Doni (deceduto nel 1929 con la Grande Gelata del Po). Raccolsi le ossa del Nonno in una cassetta ora nel loculo con mio padre Aldo. Successivamente, nel 1947 la Madre dei due gemelli RSI li portò (con il terzo Milite), a Milano, dopo una ricerca che solo una madre sa fare “al buio”, con gli occhi del cuore e le antenne della mente ! L’ ex Allievo deve raggiungere la Le ventidue case in Golena gioielleria prima che la serranda erano state costruite da mio sia abbassata nonno Quirino dal 1900 al ( è il 45° di Matrimonio!). Vescovi al termine della visita quinquennale “Ad Limina” in Vaticano. Il bacio che contraccambiò il Papa L’ Ex - Allievo, di sessant’anni or sono, dell’Accademia Militare di Modena “deve” arrivare primo al traguardo. ( Per il Concorso Nazionale all’Accademia vennero presentate nr. 10.032 domande. Ammessi alle prove scritte nazionali nr 6000 - per me al Distretto Militare di Padova. Ammessi alle prove orali in Accademia Militare (Mo) dal 1° settembre 1955, nr.1000 ed ammessi quali Aspiranti - Allievi al 1° ottobre, nr. 500. Al 2° gennaio 1956 siamo stati convocati in 400 per la frequenza dei Corsi regolari SPE. Siamo usciti in 372 “pimpanti” Sottotenenti) Per scambiarci gli auguri di Natale 2013, al Circolo Ufficiali F.A. in Palazzo Barberini a Roma, ci siamo incontrati in nr. 72, con 112 vedove e 46 mogli. lì, Chianciano Terme (SI) Agosto 2013 7 a mio figlio fu una sorpresa generale perchè si diceva che Papa Montini non avesse mai baciato i bambini. Il paese confina con Corbola (km 3) in diocesi di Adria (6 km) mentre Mazzorno Destro e Taglio di Po distano 9 km e sono in Diocesi di Chioggia. Il mio paesello annovera una prestigiosa Medaglia d’Oro al Valor Militare: Gesù Crepaldi, caduto nel 1912 in Libia. Il 25/03/2012 Mazzorno ha celebrato il ricordo del nostro “Campione” (vedere fascicolo in allegato al numero di Ottobre - Dicembre 2012 di Polesani nel Mondo: “Polesani anche...eroici” e il fascicolo nr. 18 “Beatrice Crepaldi”, sul mio sito). La via principale del paese è intitolata a Gesù Crepaldi, mentre la seconda strada è via “Marchi” (già via dei Marchi, come risulta su una busta di una lettera nell’archivio Comunale) senza un nome di battesimo nè la lettera iniziale di un nome: sembra sia un toponimio riferito ad una famiglia trasferitasi e della quale si è perduta la memoria. Sul canale “Scolo Veneto” da Corbola alla Sacca di Goro esistevano (fino al 1955) i ruderi di alcuni Pilastri in mattoni, distanziati di 500 metri sul lato sud e su quello nord dello Scolo. Sui pilastri erano applicate due lapidi: sul lato Nord con il Leone di San Marco e sul lato Sud, le “Chiavi di San Pietro” e “ Tiara Pontificia”, simboli rispettivamente della Repubblica Serenissima Veneta e dello Stato Vaticano, a marcare il confine tra le due Giurisdizioni Statuali, definito Cippo di confine tra Vaticano/ Serenissima con interminabili diatribe, dopo il “Taglio del Po” a Porto Viro. Due dei suddetti simboli, in arenaria, sono collocati a sinistra della Casa Comunale, al bordo dei giardinetti, esposti alle logoranti intemperie, del tutto derelitti. Ho chiesto a numerosi tagliolesi, compreso un dipendente comunale, notizie in merito: tutti ignorano il loro significato ! Di notevole interesse artistico nel territorio è la villa patrizia veneziana “Cà Quirini” dalla singolare facciata ondulata, del 1707 che ora sta tornando all’antico splendore con un importante restauro. Il Cavalier Ermete Marangoni, nel suo libro “Taglio di Po- Rievoco fatti, personaggi e storia dei nostri tempi...” riporta quanto scritto dallo storico Gustavo Cristi, secondo cui “la prima terra formatasi con l’interramento della Laguna Adriana, a Nord-Est di Ariano, fu Mazzorno, a capo della quale era investito dalla Repubblica Veneta il Quirini che secondo le norme dell’investitura aveva obbligo di costruire sul fondo, come costruì: un Oratorio, sul quale esercitava il “Giuspatronato” e ne garantiva il sostegno vitale. Un altro storico Antenore Siviero, precisa che “la piccolissima zona di Mazzorno fino al 1500 risulta abitata da poche persone, circa 300”. Il Cristi scrive: “Mazzorno Destro ha preso il nome del paese che gli stava di fronte sulla riva sinistra del Po”. “el MaSòr”, il Maggiore che reggeva il Presidio Della Serenissima con i “Fanti da Mar” in turno di riposo sul confine (allora segnato dal Po) con lo Stato Vaticano, spostato poi sullo “Scolo Veneto” con i pilastri di confine descritti sopra. Il primo nome trovato segnato sulle carte risulta però “Cà Quirini - San Francesco”, mutato poi in quello di Mazzorno di San Francesco - Cà Puli. I nobili Puli erano i nuovi proprietari. Però quanto riferisce il Siviero necessita di un’integrazione, infatti Mazzorno era “uno solo” ma una esondazione (non registrata dagli storici, probabilmente qualche decennio prima del 1500), separò il paese in due parti, una in sponda sinistra e l’altra, di un gruppo di case, in sponda destra, con l’Oratorio di San Francesco, che noi abitanti sulla destra, chiamavamo “ el Borgheto”(vedi in merito l’ articolo su Mazzorno unito, sul mio sito). Con l’istituzione (1798) del Comune di Taglio di Po, anzichè “Porto Viro” (= Porto Vivaio del pesce in corbe =Porto Vivaro) il paesello venne incorporato nella Circoscrizione Comunale unitamente alle dodici case in Golena ove abitavano i discendenti degli eroici scariolanti che realizzarono (1600-1604) il “faraonico” Taglio del Po in località Porto Viro, sulla Sacca di Goro, in sponda Destra. L’ opera è stata cantata dal “Vate Tajento” Il cieco Grotto con “molto animo indicò dove Erminio Girardi con fare el tajo” del Grande Fiume il romanzo storico “Scacco al Papa” : opera letteraria il cui livello sta tra Alessandro Manzoni e Umberto Eco; è stato detto così, mentre io aggiungo che il romanzo storico “Scacco al Papa” sta a Taglio di Po come la “Divina Commedia” sta a Firenze. Il paese venne chiamato “Mazzorno Destro” ed ora, con targa di moderna toponomastica “Mazzorno Dx”. 8 Il Po amato dai Masurnieri ed anche dal grande poeta inglese Lord Byron, da poeti italiani come Diego Valeri e da moltissimi cantori dialettali, talvolta el se intavana (=si arrabbia) ed esonda, con grossi danni all’agricoltura e all’industria e gravi disagi per le popolazioni rivierasche. Le principali alluvioni del Po, nella storia, sono “catalogate” con specifico dossier di Erminio Girardi, esimio Storico Locale, tagliolese illustre per cultura ed amore per il Loco natio. Nella piazza intitolata al M°. Antonio Duò, è stato inaugurato (1990) un significativo Monumento ai Caduti per la Patria. Negli anni ‘30 veniva elargito un “premio di incremento della Razza” di lire mille alle famiglie con sette o più figli. A mia madre non spettava perchè eravamo “solo” tre figli però le fu conferito un attestato a firma del “Capo del Governo e Duce del Fascismo” quale madre esemplare per le cure sanitarie che riservava alla prole. Riconoscimento proposto dal Medico Condotto dott. Michele Fischetti che due volte alla settimana veniva nell’ambulatorio di Mazzorno (con la moto Guzzi rossa dal grande manubrio) ove spesso mia madre ci portava per una visita ed il grande medico elargiva consigli sanitari preziosi (che ancora osservo!). Spesso mi unisco a gruppi di Polesani in visita a Roma: memorabile l’incontro con Papa Benedetto XVI il 4 luglio 2009, nella Sede estiva di Castel Gandolfo. I veci di Mazzorno, durante i miei anni giovanili, con 4 Luglio 2009 la loro sapienza ed il loro semplice e laborioso stile di in visita a Papa Benedetto XVI vita, mi hanno nella insegnato molto, dei Valori umani e sede estiva di Castelgandolfo cristiani . E. Doni affermava mi go finì la quarta limentare e ti ciò? Simpatizzava per la socialdemocrazia di Matteotti ma dava il voto al P.C.I. per copare i democristian e i siuri! Egli voleva leggere l’Unità ma io portavo, da Adria, solo il Gazzettino. Il 14 luglio 1944 ho assistito, sull’argine (all’inizio d’ la calà dl’ Impolita), al bombardamento degli aerei USA dei ponti in ferro, quello stradale e quello ferroviario, sul Po tra Bottrighe-Curicchi e Corbola, al fine di ostacolare la ritirata delle truppe tedesche e di quelle della Repubblica Sociale di Mussolini. La sera, negli anni 1943 - fino all’agosto del 1955, mi recavo, dopo cena, per un’ oretta all’ osteria da l’Elide Mosca, in Golena per ascoltare il radiogiornale dall’unica radio del paese. Nel 1947 venne annunciata la formazione del Governo De Gasperi (DC - PCI - PSI); ciò innescò il “boom economico” che nel 1953 mandò tutti al mare a “mostrar le chiappe chiare” con la nuova Fiat 600 (avente le portiere controvento!). Nel 1954 (finalmente era giunta l’energia elettrica) la televisione noleggiata espressamente e collocata sulla finestra sovrastante l’Osteria “Da Gigi Mosca” a la calà dei Marchi, ci diede la possibilità di vedere il “Tour de France” con Bartali e Coppi, che vivemmo come “lo sbarco del primo uomo sulla Luna” . Le fascine di sbrègavaca (robine infestanti che segavo nella “Golena Grande” a Po) bruciate nel focolare, emanavano un gradevole odore che la polenta acquisiva cuocendola nel parolo. Veniva mangiata con qualche pesce d’ Po oppure dei fossi di drenaggio, quali i barbi, spinosissimi però: queo che no stroSa rinfòrSa. Altro piatto dell’infanzia molto gradito è quello di “Polenta e fichi secchi”, fritti nello strutto del bosgato (= maiale). Ricordi vivi ho delle dotte omelie, nelle periodiche “Missioni” in Parrocchia, tenute da Monsignor Bolzan “Teologo della Cattedrale” e mio insegnante di religione all’ITC di Adria. Il Rosario nel mese di Maggio, la Processione sull’argine del Po, il giro in giostra, la “calcio in culo” il sette d’agosto per la Festa di S. Gaetano da Thiene, il “Santo del Pane”; di questi avvenimenti si parlava, nei filò, per diversi giorni successivi, rifugiati al tepore della stalla degli agricoltori signori Molena (brava gente, instancabili lavoratori e ferventi cattolici), nelle fredde ed umide serate da novembre a marzo Don Valentino, Presidente Associazione Polesani nel Mondo I profili fisiognomici dei Polesani del Delta (vedi allegato) mi hanno portato ad immaginare quelli degli scarriolanti del 1600 e dei quali alcuni veci di Mazzorno portavano i marcati lineamenti. Di quei Veci ricordo la sintesi espressiva e la tenacia nel perseguire le idee, le convinzioni politiche e quelle sociali, quali lo spirito corporativistico. Luigi Mosca, detto Gigi l’aocato, era orgoglioso di aver superato tute le scole d’ la PiaSa. Egli infatti 9 al chiarore del canfìn (= lume a petrolio) o di una tremolante candela. Erano serate formative per noi ragazzi aspiranti ad una vita migliore. Nella stalla si confondevano i profumi del fieno maggengo con gli olezzi ammoniacali dello stallatico che impregnava i nostri vestiti... mia madre il giorno dopo li sciorinava a lungo ! Nel settembre del 1953 organizzai una gita per visitare il Cimitero Militare di Redipuglia. Ho affittato una corriera dalla Ditta Caniato di Adria, superando le perplessità della Signora proprietaria delle corriera in quanto avevo 19 anni (la maggiore età era a 21). Mi disse di tornare la settimana successiva con... metà dell’importo... il saldo...a fine corsa ! Mia madre che portava un grande mazzo delle sue zinie rosse per i Caduti di Redipuglia: era emozionata. Con i 40 compaesani, dopo la visita al monumentale Cimitero fatta con molta attenzione alle mie informazioni sui Caduti durante la Prima Guerra Mondiale (1915-1918), pranzammo allegramente in una trattoria che servì polenta e capallo (=cavallo) col tocio di doppio concentrato di pomodoro (conserva), cipolla pestata e fritta col lardo, il tutto innaffiato con vino clinto e cantando le canzoni degli Alpini. Questa fotografia ricorda una giornata felice (10 maggio 1987) trascorsa con i miei fratelli che ora sono andati...avanti ed i parenti: è diventata ricordo struggente. Ricordo con nostalgia ed affetto gli incontri con Nevio Doria a Torino (questa fotografia è del 28/06/1994 nel portiRenato, Dante, Emilio, Gabriella moglie di co dell’ Hotel PrinciDante, Laura figlia di Dante, Alice moglie di pe di Piemonte ove Maurizio f. di Dante, Grazia figlia di Dante, alloggiavo durante le Ispezioni effettuate in Piemonte e Nevio era Direttore Tecnico del Consorzio Agrario di Carmagniola, che è stato pioniere nella fabbricazione di mangimi per animali da cortile e di formelle di erba medica per i bovini i cui impianti di lavorazione erano seguiti con molta professionalità da Nevio). Nubifragio d’agosto nel 1957, sto sollecitando il branco di oche verso casa. Si erano attardate oltre il ponticello “ai Giordani” sullo Scolo Veneto. Hanno il gozzo gonfio di alghe, erbe masarine, aquadele e girini di rane... Sono felici, io meno ! Ero Cadetto in licenza in attesa del DPR di Nomina a Sottotenente in SPE (Servizio Permanente Effettivo) e della assegnazione ad una sede di Servizio. Non mi era permesso fare la campagna saccarifera come era stato per gli anni 1952 - ‘53-’54-’55 con retribuzione straordinaria e regolari contributi (mi vennero poi riconosciuti all’atto del Pensionamento). Allo zuccherificio avevo l’incarico di gestire il magazzino dei sacchetti di canapa per i campioni di barbabietole da prelevare da ciascun automezzo o carretto che le consegnava; sigillare i sacchetti e con la cariola portarli alla “Sala Chimici” per l’accertamento del grado saccarometrico, elemento alla base della determinazione del prezzo per l’ Agricoltore da parte della società “Eridania”. Tra i molti ricordi, è viva la memoria delle donne di Mazzorno che la domenica pomeriggio, prima delle funzioni del Vespro, si recavano al Cimitero e parlavano a lungo con i loro Defunti. Li tenevano informati dei fatti di famiglia e di quelli del paese. Non avevano quasi mai...cose belle da raccontare. In una mia fugace visita a Mazzorno sorpresi, gradevolmente, la signora Rosa, madre di Nevio Doria prematuramente...andato avanti, seduta nella Cappella in conversazione col figlio. Durante la settimana facevo due o tre visite al signor Libero Cibin, era immobile nel letto e muoveva un pò le gambe e le braccia (costruiva piccoli velieri e giocattoli). Il ragionier Franco Doni (emigrato a Parma) si rivolse alla Consorte del Presidente della Repubblica On. Leone ed ottenne dalla CRI una carrozzella a pedali che il meccanico Venerino Doati ed il padre Aceto adattarono all’infermità di Libero. Nel 1960 (in licenza da Merano) raggiunsi il sig. Libero sullo Scolo Veneto (all’ altezza della casa padronale dei Boscolo) stava pescando ! Nelle licenze successive non l’ho più potuto salutare perchè col fratello e la famiglia emigrarono a Milano per lavoro (le lettere che mi scrisse il caro Libero sono fra le mie cose più care). 10 boslà (= filone di pasta chiuso a cerchietto premendo le due estremità con il pollice) con una fetta di lardo o di salame, per la merenda delle 10.30. In primavera vengono fatte abbondanti retate di sardine nel Po ed i pescatori passano di casa in casa offrendo il loro pescato a prezzo Emilio Doni con la moglie Anna (a Rovigo minimo. Mia madre ne nel 1992 per un matrimonio). Sullo sfondo il acquistava dieci chiloponte: Porto Viro- Taglio di Po (sulla destra). grammi e preparava le “sardele in saor” (=le sardine in sapore) che, dopo un mese di maturazione, venivano gradualmente consumate (la ricetta è sul sito). Altro uso abituale era una passeggiata sull’argine del Po dopo un fatto emotivamente “impegnativo”, suggerita dal saggio medico Fischetti dott. Michele. Egli la raccomandava per mantenere in buona salute gli occhi, specialmente gli A Po dopo il saluto a Renato andato... studenti, dopo i compiti avanti il 4 ottobre 2012. Foto scattata da Angelo, mio secondoge- del pomeriggio, in quanto nito in data 7/10/2012. fissare un punto lontano (quale il campanile di Mazzorno Sinistro) era la migliore cura per gli occhi. Roma 8 gennaio 2016 Emilio Doni Allorquando mio fratello Renato mi mandò parte dei risparmi lasciati da nostra Madre su di un libretto postale acquistai con l’ “enorme” somma l’ Enciclopedia Treccani che spesso consulto. Mazzorno Destro - Epifania del 1946 : Scuola Elementare, Torre Campanaria, Chiesa, Canonica e, a sinistra, la “trattoria con alloggio F.lli Doni”. 5. usi e costumi desueti Ricordo el maSin del bosgato signor Cencio(= l’ammazzatore del maiale) con il suo borsone contenente il lungo coltello per lo scannamento e gli attrezzi per trasformare il maiale in salami, due prosciutti, la bondola, le ciciole, i sugli... L’uccisione del maiale crea uno scenario truculento, tipico della società rustica: “cattivi e buoni”. Il “sacrificio” era tuttavia contestuale ad una grande festa dell’ abbondanza e del godimento gastronomico. In quei giorni passava lo straSarolo che gridava: “Done, El bosgato in t’la pladura (=il maiale nella vasca di pelatura) compro pelo, ossi, unge, fero, con acqua bollente e cenere vestiti veci e...pelo; done av’ pago ben” (= donne vi pago bene !). Il pelo (=setole) del maiale veniva utilizzato per fare spazzole, mentre dalle ossa e dalle unghie venivano ritagliati pettini e bottoni; il ferro vecchio era portato alla fonderia ed il vestiario usato veniva cardato, lavato, sbiancato, tessuto e tinteggiato nuovamente. Il maiale “riempiva” meglio le pentole e lo stomaco ma dava anche un pò di lire per acquistare (dalla signora Elsa) i mandarini e la frutta secca per il Santo Natale e l’ Epifania. Altro avvenimento che ricordo piacevolmente, era il portare, con la carriola, un sacco di grano della mdanda al mulin GheSo (= della mietitura al mulino del signor Ghezzo) e la farina al forno di “Paulena” Vicentini con l’ “Argenide”, nerboruta, buona e brava fornaia. Per qualche giorno avremmo avuto el pan fresco e per due mesi el pan biscoto - me ne portavo a scuola un 11