Piccola Storia di Mazzorno Destro e dei suoi Nativi:
il mito, la leggenda, le tradizioni ed i ricordi sociali e personali
1. Il mito.
un giorno il carro e le redini, in modo da poter osservare il mondo. Il Sole lo ascoltò e al momento si oppose,
ben sapendo quello che sarebbe accaduto, ma poi, alle
sue insistenze, acconsentì e gli insegnò il percorso. Salito
sul carro, egli lo guidava in modo scombinato, tanto da
incendiare ogni cosa ci fosse sulla Terrae così Zeus, con
un fulmine, pose fine al suo gesto folle. Fetonte, con una
divina fiammata, cadde nel fiume Eridano e morì.
Le sorelle, recatesi presso questa località del mare celtico,
lo piangevano incessantemente giorno e notte. Zeus misericordioso le trasformò in pioppi, facendone il ricordo
perpetuo di quella sventura. A quanto si dice, proprio da
essi scaturisce l’ambra, il frutto di questo antico pianto che
stilla dall’albero” (Omero).
Da ragazzo- circa 1940/1955- tutto era mistero: la benedizione del Campanile, il concepimento, la nascita, l’acqua
cheta o intavanà dell’amato Po ma anche il venire alla luce
di un vitello tirato, da me e Pasquino Zanini, per le zampe
“unite”, osservando i rapidi ma dettagliati insegnamentidetti una sola volta- dal saggio padre, signor Luigi Zanini,
era un mistero. Mentre io ero stato comprà da la frabica
di putin e mio fratello Renato el iera stà catà sota a un
capusso dae foie larghe. Erano misteri belli, creduti con il
cuore, come la Resurrezione di Gesù.
Tutto fascino, incanto, serenamente vissuto, anche nella
carenza di beni di sussistenza o forse per quello.
I miei cari compaesani conoscevano intimamente il
linguaggio del “Mistero”, della vita, della religione, della
tradizione, della coltivazione della terra e degli atti di
eroismo. Ora anche i Masurnieri ed i Tagliolesi sembra
che abbiano in parte smarrito la conoscenza del mistero
nell’abbracciare l’utilitarismo ed il relativismo (stigmatizzato da Benedetto XVI) .
SPIGOLATURE :
Le isole dell’ambra
“Nelle isole Elettridi, che sono situate nell’intimo golfo
dell’Adriatico, dicono che ci siano due statue con dedica,
una di stagno e una di bronzo, lavorate secondo lo stile
arcaico. Si dice che siano opera di Dedalo....
Dicono che sia il fiume Eridano ad aver formato con i suoi
depositi alluvionali queste isole. C’è poi anche un lago...
Su di esso ci sono molti pioppi, da cui stilla il cosiddetto
Elettro. Dicono che sia simile alla gomma arabica e che si
indurisca come una pietra e che raccolto dagli indigeni
venga trasportato ai Greci...” (Aristotele).
“ .... ancor oggi le donne traspadane di campagna portano
ambre come monili, soprattutto per ornamento ma pure
quale medicamento...” (Plinio).
Secondo la mitologia classica al fiume Eridano (nome con
il quale i Greci identificavano il Po) è legata la tragica avventura di Fetonte. Nello stesso fiume giungono anche gli
Argonauti attraversando le mitiche isole Elettriti: le isole
dell’ambra (in greco èlectron significa ambra).
In questi miti la scelta dello scenario deltizio padano è
giustificata dal fatto che qui viene identificato uno degli
scali terminali della via dell’ambra. Questo attivo percorso
mercantile dalle regioni del Baltico, attraverso il Danubio,
i valichi alpini del Brennero e del Resia e la valle dell’Adige, raggiungeva il Po e l’Adriatico.
Se il Po non è certamente il fiume presso cui si raccoglieva
l’ambra, il suo Delta era una zona nevralgica nei traffici
commerciali di questa resina fossile e qui i Greci venivano
a prelevarla. Il “luogo” dell’ambra si riflette ed entra anche
nella trama di storie e leggende legate all’esteso apparato
deltizio del Grande Fiume.
Gli argonauti affranti.
“Penetrarono gli ben addentro nell’ alveo dell’ Eridano;
qui una volta, colpito al cuore da ardenti fulmini, semiarso, Fetonte era caduto dal carro del Sole, proprio all’ entrata di questo ampio fiume, il quale ancora adesso esala
dalla ferita bruciante un tremendo vapore: nessun uccello
può sorvolare quelle acque dispiegando le sue ali leggere,
ma spezza il suo volo e piomba in mezzo alle fiamme.
Intorno, le giovani Eliadi, infelici, mutate negli alti pioppi,
effondono tristi lamenti e dai loro occhi versano al suolo
le gocce d’ambra splendente. Le gocce si asciugano sopra
la sabbia ai raggi del sole.
Gli eroi non avevano voglia di bere nè di mangiare; la loro
mente non andava ai piaceri. Durante il giorno giacevano
affranti, sfiniti dall’odore cattivo che mandavano le correnti dell’Eridano dal corpo riarso di Fetonte, intollerabile.; e
poi la notte sentivano i gemiti acuti, il triste lamento delle
Eliadi.” (Apollonio Rodio).
L’impresa del figlio del Sole
“Il Sole, dall’unione con Roda, figlia di Asopo, genera i
figli Fetonte, Lampetia, Egle e Faetusa. Divenuto adulto
Fetonte chiese a sua madre chi fosse suo padre.
Saputo di essere figlio di dio Sole, si recò là dove questi
si leva. Fattosi riconoscere, pregò il padre di cedergli per
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2. La leggenda:
Quando gli Eneti sbarcarono nel Delta Po.
Zeus, concluse la sua folle corsa alla guida del cocchio del Sole, inabissandosi sulle foci di Eridano, il
grande fiume che sfociava nel Mare Adriatico.
Passarono i secoli e sulle pareti di quel tempio gli
Eneti fecero scolpire una preghiera del poeta greco
Euripide, le cui parole recitavano così:
“Vorrei levarmi a volo sull’onda marina fino alle
spiagge adriatiche ed all’acqua del fiume Eridano,
dove nel flutto impetuoso le giovinette infelici figlie
del Sole stillano per la misera sorte di Fetonte lacrime in gocce di ambra fulgente”.
Un balbettio che giungeva dai secoli, un mito, il mito
di queste terre poste all’estremo nord conosciuto, ai
confini del mondo antico, nei pressi delle foci del
grande fiume Eridano. La culla della
civiltà Veneta. Civiltà di Terra, Acqua
ed Aria.
La Laguna ha un suo fascino, una
magia che le è particolare e la distingue da altre zone venete. E’ un
territorio di confine, un limite indefinito dove terra, mare e vento si
sovrappongono continuamente, senza
confini definiti. Gli elementi che la
compongono sono la naturale espressione di uno slancio vitale.
La Terra allieta lo spirito, l’ Acqua lo
lava e l’Aria alimenta l’anima. Qui la
natura mantiene in perfetto equilibrio
il corpo, la mente e lo spirito degli abitanti. Le acque
non sono profonde ed in continuità sono costellate
da molti isolotti, isole da terre anfibie, le Barene e da
canneti che nascono spontanei.
Luoghi di maree, terre ed isole, lunghi orizzonti immobili, scarsamente abitati, dove nei giorni di maltempo il Lampo, il Tuono ed il Vento sono il Tocco,
la Voce ed il Respiro del Creatore.
Il vento, l’anima della forza vitale che soffia su spazi immensi, da colori tenui, sfumati, dove il tempo
scorre con ritmi naturali. Il Vento che passa sulla
solitudine, sugli abitanti di questi limiti del mondo,
isolati dalle campagne e dalle montagne.
Su queste persone che vivono tra cielo e mare, in
panorami immensi, tra lo stormire delle canne, il
volo degli aironi, dei germani, delle beccacce di mare.
Questo mare, ricco di nutrimento e di sale.
Ambienti di cordoni sottili di terra e sabbia, acque
fonde, bassifondi e secche, dossi, isole ed acquitrini ,
dove vive un popolo di pescatori e barcaioli, appollaiati sulle loro palafitte, gli uni vicini agli altri, poveri e
ricchi, dediti a coltivare il mare.
Una notte come tante, migliaia di anni fa.
Una città fortificata, una cavallo di legno enorme,
donato alla città per una pace ipocrita.
“TIME DANAOS ET DONA FERENTES”.
Temi i Greci quando ti offrono dei doni. Poi le grida,
il tradimento, le fiamme che divorano la città e la
strage di Ilio. Pochi Troiani sopravvissero, aprendosi
la via della salvezza, armi alla mano.
Nomi eterni: Enea, Antenore. Enea, con la sua gente,
dopo lunghe sofferenze, approdò sulle rive del Lazio.
Antenore, altro nobile Troiano, si spinse navigando
fino alle lagune dell’alto mare Adriatico.
Erano con lui gli Enetj, un popolo di
Paflagonia, dell’Asia minore, che aveva perduto il proprio Re in battaglia,
durante i dieci anni cui era durata la
Guerra di Troia.
Caduta la città, riconobbero come
loro re il troiano Antenore, che diventò così il padre della gente Eneta.
Evitando il grosso delle truppe greche
che devastavano la città, guadagnarono la spiaggia. Sorpresero le sentinelle che i greci avevano lasciato a custodire le loro navi. Si impadronirono di
alcune di esse e guadagnarono il mare aperto.
Dopo mesi di navigazione giunsero all’apice superiore del mare conosciuto. Qui le terre erano costituite
da lidi sottili che si confondevano con il mare. Erano
le Lagune Venete. Antenore diede l’ordine di scendere a terra.
Vennero allora inviati uomini ad esplorare le zone
circostanti. Questi tornarono alle navi riferendo di
aver trovato un tempio dedicato al Sole.
Antenore, colpito, volle recarsi a visitare il luogo sacro, entrato all’interno di questo vide sulle sue pareti
degli affreschi e delle incisioni: queste raffiguravano
un uomo alla guida di un carro alato che si dirigeva verso il sole. La sommità del tempio era fatta in
modo tale da permettere ai raggi solari di filtrare a
raggera, creando riflessi e bagliori lungo le pareti di
pietra del luogo. Era un sito sacro.
Alle pareti erano anche raffigurati presagi, vaticini. Si
vedevano affreschi che raffiguravano navi che arrivavano da una città in fiamme. Antenore allora comprese che era il luogo che il fato gli aveva assegnato.
Diede allora l’ordine di sbarcare, gli Eneti presero
terra ed occuparono quelle leggendarie terre anfibie, dove Fetonte, figlio di Elio, colpito dagli strali di
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3. La tradizione.
appena passato. Si apre un tempo nuovo, pieno di
speranze; e proprio dalle faville, che scoppiettanti
si alzano in cielo, si possono trarre gli auspici per i
giorni a venire, nella consapevolezza che: ...Faive a
levante, panoce tante. Ma si sa che ogni medaglia ha il
suo rovescio per cui: Faive a ponente, panoce niente.
Ma anche se le faville non prendono il corso desiderato, nella serata del Brusa Vecia non c’è spazio per le
malinconie, il clima festoso prevale, nella convinzione, che da sempre ha contraddistinto l’umanità, che il
nuovo anno sarà migliore di quello appena passato.
E a Loreo si prepara una festa in grande, pensando di
valorizzare al meglio alcuni aspetti del paese caratterizzato dal canale presso cui sorge l’antica torre. Su
una zattera in mezzo al corso d’acqua verrà dunque
posta la pira sovrastata dalla vecchia da bruciare.
Dalla torre partirà una miccia che, rapida e festosa, raggiungerà l’obiettivoin mezzo alle acque. Ed il
fuoco del falò avrà un ulteriore sviluppo con l’avvio
di uno spettacolo pirotecnico che si preannuncia di
grande impatto emotivo. Un appuntamento da non
perdere.
Il Brusavecia.
Trascurata per vari decenni, soppiantata da mode
consumistiche spesso imposte dai moderni mezzi di
comunicazione sempre alla ricerca del sensazionale o
interessati a creare nuovi eventi, la voce della tradizione che da più parti si dava per spacciata, sembra
invece ultimamente dare segnali di sana rivincita.
E ciò soprattutto grazie all’impegno di associazioni
o delle Pro Loco, impegnate a riscoprire il sapore di
significativi momenti di ritualità ed aggregazione paesana, con l’intento di riproporre i più tipici appuntamenti stagionali. Occasioni festose, basate su pochi
genuini ingredienti che, per centinaia di anni, hanno
costituito attesi momenti di gioia e di aggregazione
delle comunità locali.
E all’inizio del nuovo anno una delle iniziative festose, dal tipico sapore popolare, ripresa in alcuni paesi
del Polesine, è quella denominata “Brusavecia” che,
in coincidenza con la festa dell’ Epifania, ha il suo
fulcro in un grande falò liberatorio e propiziatorio
insieme, sul quale solitamente è posto a bruciare un
fantoccio impagliato dalle fattezze di una vecchia
arcigna e detestabile.
Come sia nata questa tradizione non è dato a sapere:
è probabilmente il retaggio di antichissimi riti che,
dopo il solstizio invernale, con la massima durata
della notte rispetto al giorno, intendevano invocare
il ritorno della luce, “aiutando” il sole a farsi strada
sulle tenebre con il chiarore di grandi fuochi accesi
nelle campagne. Falò che nella tradizione contadina venivano alimentati con i residui dei prodotti
agricoli, specie le canne del mais e i sarmenti provenienti dalla potatura delle viti. E mentre le fiamme si
alzavano cresceva l’allegria, richiamando attorno al
fuoco giovani e vecchi pronti a brindare con qualche
bicchiere del vino dell’ultima vendemmia, accompagnandolo con qualche fetta di “polenta brustolà” o
qualche dolce di stagione confezionato con le ricette
locali.
Una tradizione antichissima dicevamo, certamente
rielaborata secoli fa in chiave cristiana, visto che una
leggenda vuole che i falò notturni nelle campagne
derivino dai fuochi accesi dai pastori nelle notti successive alla nascita di Gesù per rischiarare la via ai Re
Magi smarritisi nel loro viaggio a Betlemme.
In ogni caso il Brusavecia, nonostante coincida con
l’Epifania e quindi con la venuta dei Magi, ha ben
poco di mistico e si qualifica con una schietta festa
popolare, caratterizzata dalla voglia di cancellare,
con un grande e allegro falò, ciò che più non serve,
e soprattutto ciò che di negativo c’è stato nell’anno
El fèste (di erminio girardi, tagliolese)
Oggi come tanti anni fa, stanno ad indicare i giorni
e gli eventi che si svolgevano dal 24 dicembre al 6
gennaio, a cavallo di ogni anno: Natale, Capodanno,
Epifania, con annessi e connessi.
Negli ultimi 30/40 anni, tutti i significati originari
di queste feste sono stati progressivamente ed inesorabilmente stravolti dalla civiltà del progresso,
rivalutati in termini di regali, vacanze, settimane
bianche, pranzi e serate convenzionali ma simili ad
altri periodi dell’anno. Nella civiltà contadina era
tutto diverso: erano el Fèste più importanti dell’anno,
momento di grande umanità e spiritualità, momento
dei bilanci e delle verifiche familiari: el bosgàto aveva
fatto onestamente la sua parte e, dopo una sapiente ...
autopsia, faceva bella mostra di sè su pèrtghe affollate
di sàlami d’ càrne e d’ còdga, bòndle, bràsòle e pansèta; nelle pentole di terracotta piene di strutto per
tutti quegli usi che, in cucina, oggi vengono delegati
all’olio, burro o margarina ed in buona scorta di ciciole per le classiche fugàSe. El sàc del pàn boslà, soddisfacentemente pieno, pendeva dalle travi del soffitto
, el bànco dlà farìna era pieno e la casòna era pronta
a fornire légna, brùscle e faSine per la cucina ed il
riscaldamento...centralizzato del foglàro: la sopravvivenza per l’inverno era assicurata.
E allora si poteva pensare al Presepio almeno 15
giorni prima di Natale: era impossibile frenare ulteriormente la smania dei bambini ! Due cavalìti da
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bugà e una tòla da lavàre, erano il palcoscenico che,
ricoperto di cùdghi sopra montagnòle di sabbia, una
capanna fatta con due spugnòti d’paja o altro (non
sapendo con certezza se Gesù era nato in una capanna o in una grotta, ognuno poteva fare ciò che voleva:
grotte fatte a capanna e capanne fatte a grotta) un fregolòto di specchio rotto (senza causare sette anni di
disgrazie !) per creare un laghetto, frammenti di un
coperchio di scatola da scarpe, tagliati ad imitazione
delle stelle, incollati col sapone su fogli di carta da
zucchero, imitazione Cielo, appiccicati al muro e la
scena era pronta. Le statuine di gesso, sempre le stesse, sbucavano da chissà dove, incartate una per una
in vecchi fogli di giornale: mancava, è vero, sempre
qualcosa (angeli senza qualche ala, pecorelle senza
qualche gamba o senza la coda, pastori col naso spiSà, Re Magi a mani vuote...) ma tutto andava a posto
ed il risultato, grazie alla scarsissima illuminazione in
quelle povere abitazioni, era splendido.
Ormai si era entrati nell’atmosfera delle Fèste e tutto
doveva procedere secondo le usanze:
La vsìlia andava rispettata rigorosamente: un piatto
di bìguli in salsa consumato verso le quattro del pomeriggio, sostituiva il pranzo e la cena (per i bambini
ai quali il semplice odore delle sardéle faceva venire
ingòSa una scodella di caffelatte era più che sufficiente)
La MéSa d’mesanòte: il momento più suggestivo !
Chiese affollate di gente intabarrata fino agli occhi,
sbucata da tante stradine gelate, attratta dall’affascinante suono delle campane a festa, a bocca aperta per
lo sfolgorare di tutte le luci, rapita dal suono dell’organo, stordita dall’odore dell’incenso e delle candele,
toccata dal canto del coro, meravigliata dalla grandezza e bellezza del Presepio e commossa dalle tante
strette di mano che si ricevevano e scambiavano-Augùri, còmpare !- GràSie,vìSare, ancòra tì e faméja.
La tombola della vigilia era generalmente riservata
alle donne (per loro ci sarebbe stata la Messa prima,
all’indomani) ed era un pretesto, perchè dopo alcuni
giri di tombola, con manciate di fagioli che traballavano sulle bisunte cartelle, si passava al mazzo di
carte: cùco e bestia, giochi d’azzardo che potevano
dare favolose vincite o disastrose perdite valutabili
persino attorno alle 50-60 lire, animavano la serata
con situazioni od episodi di cui si sarebbe parlato nei
filò, almeno fin dopo l’ Epifania. Verso la mezzanotte,
ultimi due giri e poi, sìale e carèga sulle spalle, tutte a
casa a ricevere i mariti che tornavano dalla Messa e
scambiarsi l’augurio di “Bòn Nadàle”.
Il pranzo di Natale, visto con gli occhi di oggi, aveva
qualcosa di allucinante ! Smisurate pgnàte d’capliti
fàti in cà, cucinati in brodo di galìna, ànara e pitòn
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(tutto insieme, magari con l’aggiunta de dù òSi da
brodo per...tajàre el gùsto !) erano il primo.
I pennuti con i quali si era fatto il brodo erano il
secondo. Robuste fette di sàlami d’càrne e d’ còdga o
della venerata bòndla servivano a rifarsi la bocca (al
posto di caffè, liquori e panettone): il tutto accompagnato da qualche buon metro quadrato di polenta.
Era la rivincita più sfacciata alla fame di tutto l’anno,
uno schiaffo ai rìsi e fasòi quotidiani, alla polenta e
pesce, polenta e siòla, polenta e fighi, polenta e...
I bambini a scuola avevano già svolto l’intramontabile tema “La Natività” ed avevano la schiena curva per
aver scritto cinque o sei volte in brutta e due, tre volte
in bella copia poche righe che, sia pure con sbròdghi
e macchie d’inchiostro su un mare di cancellature, diventavano la classica Letterina di Natale nella quale
erano contenute tutte le promesse di bontà e tutte
le speranze di una buona mancia, quando il papà
l’avesse trovata sotto il piatto di tortellini. Inevitabilmente chi l’aveva scritta, finiva anche col leggerla, ad
alta voce perchè il papà, con la scusa che non aveva
gli occhiali a portata di mano, riusciva a nascondere
per anni che l’Università della Zappa lo aveva strappato troppo presto dai banchi di scuola, sui quali
aveva appena appena imparato, nel migliore dei casi,
a scarabocchiare la propria firma.
Seguiva a ruota Capodanno, con l’inevitabile e pittoresco fèston; con gruppetti musicali che di strada
in strada andavano di notte a suonar sotto i balconi
delle case per passar qualche ora più tardi a riscuotere i bonamàn; con i bambini che al mattino uscivano di casa come schegge per correre ad augurare
“Bunìn- bonàno tutto-d’un-fiatoa quante più famiglie
possibile, per riceverne in cambio quante più monetine possibile (ma questo è tutto da raccontare !)
E per ultima, la Vecìa: unica occasione per i bambini
di ricevere doni: in una calza dai mille rammendi
si trovava ogni ben di Dio: caràte, bagìgi, biscutìn o
stracaganàSe, un mandarà e se l’inflazione lo permetteva, un paio di caramelle all’anice. De la Vecìa
si sapeva solo che era vecchia, viaggiava su di un asinello, scendeva dal camino, avrebbe cucito gli occhi
dei bambini trovati svegli a spiare e che aveva freddo,
sempre tanto ma tanto freddo. Per questo le mamme, con il pretesto che la Befana si doveva scaldare,
costringevano i bambini a raccogliere legna e fascine
di sterpi per giorni e giorni. Solo molto tempo dopo
si scopriva che sarebbero servite alle mamme stesse
per la lìSia e le bugà, ma a quei tempi lo sfruttamento
del lavoro minorile non era reato ed il Telefono Azzurro non poteva esistere anche perchè non esistevano telefoni nei nostri paesi...di nessun colore. Non
sarebbe comunque servito a niente: si era sempre più
buoni, sòta el Fèste ! ...e scusé dél ciàcole !
4. La Storia (considerazioni personali e ricordi piacevolmente nostalgici)
“Oratorio di San Francesco d’Assisi( foto a destra ) di
là da Po olim (= c’era una volta) eretto da molti devoti
che avevano beni in detto luogo con facoltà di Monsignor Vescovo Venier dè dì IV Ottobre 1523, riedificato
e benedetto con licenza di Monsignor Francesco Grasso il VI luglio 1642. Finalmente ristorato e benedetto
con licenza di Monsignor Vescovo Soffetti dè dì Undici
Dicembre 1721” .
Così è descritto il primo Oratorio sorto a Mazzorno
Destro, nell’elenco delle Chiese ed Oratori della Diocesi di Chioggia, soggetti alla visita di Monsignor Vescovo per l’ anno 1860 e pubblicato a cura di De Antoni.
Il territorio dell’ Oratorio e le case di Borgheto in origine veniva chiamato Cà Quirini - San Francesco.
Il 25 Febbraio del 1798 viene dichiarata la Municipalità di Taglio di Po (preferendo tale nome al locale ed
antico toponimio “Porto Viro”), con le due frazioni:
Mazzorno Destro ed Oca Marina.
Il Grande Fiume che dai Greci era detto Eridanus e
dai Latini chiamato Padus, successivamente contrat-
rilevanti danni economici ed esodi della popolazione,
provvisori o definitivi, come per me lo fu la Grande
Alluvione del 1951 che mi portò a Modena, Merano,
Glorenza (BZ), Genova, Orvieto e Roma.
Nel 1866 gli abitanti di Mazzorno erano 1310 e commerciavano di pesce, foraggi, bestiame, frumento,
canapa, mais ed allevavano bachi da seta fin dal 1500.
I gelsi, imponenti alberi le cui foglie venivano brucate dai bachi per produrre la seta, erano presenti
fino all’anno 1955 attorno al recinto dei cavalli della
proprietà notaio Bellini. L’industria più fiorente era
quella della produzione della rinomata “pipa masur-
niera”, con la speciale creta tigliosa detta tivaro che
si formava in un trentennio nella Grande Golena di
Mazzorno che ora non c’è più !
L’attuale Chiesa è stata edificata negli anni 1850-1857.
Mio nonno Quirino per la costruzione del fabbricato,
aveva la carica di Fabricere ( cioè Direttore dei lavori), come suo padre ed il mio avo, Ambrogio.
Nel 1858 l’ Oratorio diventa Scuola Elementare ( foto
sopra), con le prime quattro classi, mentre la quinta classe si frequentava presso le scuole di Corbola
.Nell’ anno scolastico 1944-45 di quaranta scolari che
eravamo in quarta classe, soltanto Nevio Doria ed io,
a piedi, andammo a frequentare la quinta classe del
bravo Maestro Fusetti, a Corbola.
La trasformazione da Oratorio in Scuola è stata realizzata dalla Ditta edile “Bonafè” con sede in una
grande casa del Borghetto tra la calà d’ Impolita e la
casa di Isacco “Snin” (= sellaio, = calzolaio) poi della
famiglia e negozio alimentari “Fraulini”: case tutte
demolite per rettificare l’argine (1960).
La nuova Chiesa conserva un dipinto di notevole
valore artistico: da “Ventaglio 90”, editrice “Turismo e Cultura” (RO) nr. 52/2016, riporto il seguente
tosi in Po. Mentre la terra ove scorre, per 652 Km, dal
Monviso all’Adriatico è detta Valle Padana.
Sono tutte traslitterazioni tra Greco Antico, Celtico
Latino, quindi con radice comune Indoeuropea.
Il Grande Fiume talvolta el se intavana (lui si infuria) ed esonda allagando abitati e campi coltivati con
Processione nel 1946 per la benedizione del Po, acsi nol laga case e campi. Io
sono, con pullover e calzettoni bianchi, all’età di 12 anni. La Torre Campanaria del 1523 venne demolita (!) nel 1956.
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ni....” in sponda destra.
Tornando alla Chiesa Parrocchiale di Mazzorno Destro, una lapide , sulla facciata, ricorda che nel 1789,
con le elemosine (stipe) dei fedeli, essa fu restaurata allo scopo di favorire l’adempimento dei doveri
religiosi ai circa trecento abitanti (di quel tratto) della
sponda destra del Po ove vivevano nelle modeste case
dette “el Borgheto” già appartenute a Mazzorno Unico in sponda sinistra (vedi articolo sul sito).
A fianco della nuova Chiesa si erge uno snello campanile alto 32 metri, benedetto con Cerimonia
solenne il 7 agosto 1954.
Ero il Presidente della Gioventù Italiana di Azione
Cattolica, Tessera n 83482 “Anno Sociale Mariano
1953-1954”, Gruppo “San Tarcisio” (nome del padre del curato).Don Domenico Chiozzotto, curato,
mi incaricò di porgere il Benvenuto a S. E. Vescovo
Visentini. Esordii dicendo che avevamo pagato la
cuspide, in rame, del nuovo campanile, raccogliendo speciali offerte nei giorni festivi e con la vendita
dei biglietti per
assistere oppure per
partecipare a partite
di pallone (regolamentare, a spicchi
di cuoio bianco e
nero, acquistato con
un sacco di spighe
di grano raccolte
assieme a Pasquino
“gargoyle”: chimera che assale un toro
Zanini, strisciando
i piedi scalzi per
piegare le stoppie) ed anche con la vendita di biglietti
per partecipare e/o assistere allo spettacolo (in Golena) di “tiro del colo al’ oca” appesa ad un’ asta fissata
su due pali di fronte ad un trampolino oppure per la
contesa del cesto della cuccagna, in cima ad un palo,
accuratamente unto con le cotenne, erano gli anni
1946 - 1955. All’ Eminentissimo Vescovo di Chioggia, partecipai anche di aver scelto come Vessillo
del Gruppo di quindici ragazzi GIAC i colori della
Bandiera Nazionale a significare che intendavamo
operare osservando il Cattolicesimo ed i Valori della
Patria: il colore bianco: “la fede serena delle idee” il verde: “la perpetua rifioritura della speranza” - il
rosso: “la passione ed il sangue dei martiri e degli
eroi”. Ricordo la proditoria fucilazione avvenuta il 24
aprile 1945 di tre Militi ventenni della RSI da parte di
8 pseudopartigiani. Il tarchiato capo di quei banditi
aveva accento ferrarese e atteggiamento da gradasso con due pistole e fucile. Erano giunti prima dell’
Avanguardia della Divisione Cremona dell’Esercito
Regio (formata a Bari con soldati, marinai, aviatori,
stralcio, tratto dall’articolo
“Da Cà Tiepolo a Mazzorno Sinistro”, di Luciano
Scarpante: “...Risalendo il
Grande Fiume, sempre nel
Comune di Taglio di Po,
raggiungiamo Mazzorno
Destro la cui Chiesa Parrocchiale è dedicata a San
Francesco. Fu ricostruita
nel 1642, in sostituzione del
primo Oratorio edificato
dai nobili Quirini nel 1523
Estasi di San Francesco e Impressione (vedi articolo “Sua Maestà
delle stimmate
il Baccalà sul sito).
(attribuito al Guercino)
Fu restaurata nel 1721, ma
le frequenti alluvioni resero necessario un nuovo restauro nel 1789, come ricorda una lapide sulla facciata
dell’ edificio... . Della chiesa settecentesca restano: un
tondo marmoreo con una chimera che assale un bue,
murato all’esterno;
una croce processionale appesa alla
parete destra; un
grande crocifisso
collocato nel presbiterio. Il resto dell’arredo è del tardo
ottocento (periodo in
cui la chiesa assunse
l’aspetto attuale) oppure dell’inizio del Novecento, come il sacello con santa
Teresa incassato nella parete destra.
Proviene dalla vecchia chiesetta anche il quadro con
San Francesco, appeso in controfacciata ed attribuito
in molte guide al Guercino o alla sua scuola. In realtà
è una copia del tardo Seicento del dipinto di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino: l’originale è
conservato a Ferrara nella chiesa delle Sacre Stimmate. Nel dipinto di Mazzorno manca la natura morta
in primo piano (teschio, libro e croce) ed il paesaggio
presenta alcune varianti.
Contemporaneamente alla chiesa di Mazzorno Destro, nel 1523 i Quirini, ai quali la Serenissima aveva
affidato queste terre con l’obbligo di realizzare una
fattoria e un oratorio, edificarono per analoghi motivi
un oratorio anche sull’altra sponda del Po, a Mazzorno
Sinistro, dove si conclude il nostro itinerario di conoscenza: il paese è parte integrante del comune di Adria,
ma sotto l’aspetto religioso appartiene alla Diocesi
di Chioggia (analogamente a Mazzorno Dx). Come
detto, la chiesa di Mazzorno Sinistro, nasce dall’antico
edificio fatto costruire nel 1523 dalla famiglia Quiri6
1925, tutte demolite, dopo la grande Alluvione del
14 novembre 1951 per rettificare l’argine, alzandolo
mediamente di due metri e potenziandolo con una
seconda “banchina” di contraforte.
Durante i cinque anni all’ I.T.C. di Adria, Monsignor
Bolzan, Teologo della Cattedrale, è stato l’insegnante
di religione. In quegli anni il Parroco Don Domenico
mi affidò l’incarico di insegnante di Dottrina Cristiana. Tenevo lezione ogni domenica dalle 15.30 alle
17.00, ora del Vespro (l’ Omelia era tenuta da Monsignor Bolzan nei periodi delle “Missioni” e nelle
Festività particolari dell’ anno). A distanza di sessant’anni la signora Annuscha Bellucco Ferro mi ha
dato una sua foto da bambina di nove anni (con due
spiritosi fiocchetti biondi legati con nastro bianco ed
ha detto, sorridendo, in presenza del marito signor
Renato Ferro delle figlie che durante quelle lezioni si
era innamorata di me ma che l’avevo “ignorata” e che,
nonostante prendesse, svelta svelta, da sola la stradela
per casa e si girava, con circospezione, ma rimaneva
sempre delusa perchè ...non mi vedeva all’inseguimento!
Don Domenico Chiozzotto venne a farmi visita subito dopo il mio matrimonio (18/2/1965) nella casa
di Orvieto per conoscere mia moglie. Quella fu una
bella giornata ! Il mio Parroco disse una memorabile
verità: matrimonio significa: “dominio della madre
sui figli”. Non commentai perchè, con mia moglie,
non avevamo puntualizzato il fatto nè, tantomeno,
di “evitare i figli” . Undici mesi dopo nacque Carlo e
dopo altri...undici arrivò Angelo !
Eravamo tutti e due preoccupatissimi mentre i quattro nonni gioivano e ringiovanivano !
Carlo a sette anni, a nome degli studenti romani,
presentò il volume “Il Ponte d’Oro” a Paolo VI e Don
Domenico mi scrisse una lettera molto bella.
Il loro profilo (mentre si baciavano) è stato inciso
sul Medaglione d’oro che Papa Montini regalava ai
Mazzorno Dx dal ponte Corbola / Adria in cemento armato
vigili urbani, studenti di tutta Italia ecc... che si erano
trovati al Sud dopo l’infausto e miserevole 8 settembre dell’ Armistizio “la guerra continua”).
Il Reggimento “Cremona” che liberò il Polesine era
comandato dal Colonnello Ettore Musco, poi Generale di Corpo d’Armata, Comandante della Regione
Militare Nord- Est (con sede a Padova) e, successivamente prestigioso Capo del Servizio Segreto
Militare (Il Gen. Musco partecipò al mio Matrimonio
- 18/2/1965).
I tre militi RSI vennero sepolti, nudi, giù dall’argine, alla siepe dell’ orto del signor Luigi Mosca, detto
“Gigi Titina”, marito di Edwige Zanini, zia di Pasquino, carissimo amico di infanzia (che ora, 2014 riposa
“accanto” a mio fratello Renato e la nostra Mamma).
Mia madre Laura, con alcune pie donne (abitanti in
Golena) quali la Maria d’ Belato e la Rosina Mosca,
la Maria Doria (madre di Nevio), la Rosa d’ Belato
(madre di Giuseppe Bellato, ora abitante a Corbola) e
la Rosa Bonafè in Doni (abitante nello Squero Doni)
ottennero dal Curato don Leone Lavagna il trasferimento delle Salme di quei tre giovani fucilati a tradimento richiamandoli (amichevolmente: “Siamo della
X Mas, veniteci a prendere”) dalla sponda sinistra.
I tre caduti furono inumati nudi al Cimitero di Mazzorno, nel “tombino” di mio nonno Quirino Doni
(deceduto nel 1929 con la Grande Gelata del Po).
Raccolsi le ossa del Nonno in una cassetta ora nel
loculo con mio padre Aldo.
Successivamente, nel 1947 la
Madre dei due gemelli RSI
li portò (con il terzo Milite),
a Milano, dopo una ricerca
che solo una madre sa fare “al
buio”, con gli occhi del cuore e
le antenne della mente !
L’ ex Allievo deve raggiungere la Le ventidue case in Golena
gioielleria prima che la serranda
erano state costruite da mio
sia abbassata
nonno Quirino dal 1900 al
( è il 45° di Matrimonio!).
Vescovi al termine della visita quinquennale “Ad Limina” in Vaticano. Il bacio che contraccambiò il Papa
L’ Ex - Allievo, di sessant’anni or sono, dell’Accademia Militare di Modena “deve” arrivare primo al traguardo.
( Per il Concorso Nazionale all’Accademia vennero presentate nr. 10.032 domande.
Ammessi alle prove scritte nazionali nr 6000 - per me al Distretto Militare di Padova.
Ammessi alle prove orali in Accademia Militare (Mo) dal 1° settembre 1955, nr.1000
ed ammessi quali Aspiranti - Allievi al 1° ottobre, nr. 500.
Al 2° gennaio 1956 siamo stati convocati in 400 per la frequenza dei Corsi
regolari SPE. Siamo usciti in 372 “pimpanti” Sottotenenti)
Per scambiarci gli auguri di Natale 2013, al Circolo Ufficiali F.A. in Palazzo Barberini a
Roma, ci siamo incontrati in nr. 72, con 112 vedove e 46 mogli.
lì, Chianciano Terme (SI) Agosto 2013
7
a mio figlio fu una sorpresa generale perchè si diceva
che Papa Montini non avesse mai baciato i bambini.
Il paese confina con Corbola (km 3) in diocesi di
Adria (6 km) mentre Mazzorno Destro e Taglio di
Po distano 9 km e sono in Diocesi di Chioggia.
Il mio paesello annovera una prestigiosa Medaglia
d’Oro al Valor Militare: Gesù Crepaldi, caduto nel
1912 in Libia. Il 25/03/2012 Mazzorno ha celebrato
il ricordo del nostro “Campione” (vedere fascicolo
in allegato al numero di Ottobre - Dicembre 2012
di Polesani nel Mondo: “Polesani anche...eroici” e il
fascicolo nr. 18 “Beatrice Crepaldi”, sul mio sito).
La via principale del paese è intitolata a Gesù Crepaldi, mentre la seconda strada è via “Marchi” (già via
dei Marchi, come risulta su una busta di una lettera
nell’archivio Comunale) senza un nome di battesimo nè la lettera iniziale di un nome: sembra sia un
toponimio riferito ad una famiglia trasferitasi e della
quale si è perduta la memoria.
Sul canale “Scolo Veneto” da Corbola alla Sacca di
Goro esistevano (fino al 1955) i ruderi di alcuni Pilastri in mattoni, distanziati di 500 metri sul lato sud
e su quello nord dello
Scolo.
Sui pilastri erano applicate due lapidi: sul lato
Nord con il Leone di
San Marco e sul lato Sud,
le “Chiavi di San Pietro” e “ Tiara Pontificia”,
simboli rispettivamente
della Repubblica Serenissima Veneta e dello Stato
Vaticano, a marcare il
confine tra le due Giurisdizioni Statuali, definito
Cippo di confine tra Vaticano/ Serenissima con interminabili diatribe, dopo il “Taglio del
Po” a Porto Viro.
Due dei suddetti simboli, in arenaria, sono collocati a
sinistra della Casa Comunale, al bordo dei giardinetti, esposti alle logoranti intemperie, del tutto derelitti.
Ho chiesto a numerosi tagliolesi, compreso un dipendente comunale, notizie in merito: tutti ignorano il
loro significato !
Di notevole interesse artistico nel territorio è la villa
patrizia veneziana “Cà Quirini” dalla singolare facciata ondulata, del 1707 che ora sta tornando all’antico
splendore con un importante restauro. Il Cavalier
Ermete Marangoni, nel suo libro “Taglio di Po- Rievoco fatti, personaggi e storia dei nostri tempi...” riporta
quanto scritto dallo storico Gustavo Cristi, secondo
cui “la prima terra formatasi con l’interramento della
Laguna Adriana, a Nord-Est di Ariano, fu Mazzorno,
a capo della quale era investito dalla Repubblica Veneta il Quirini che secondo le norme dell’investitura
aveva obbligo di costruire sul fondo, come costruì:
un Oratorio, sul quale esercitava il “Giuspatronato” e
ne garantiva il sostegno vitale.
Un altro storico Antenore Siviero, precisa che “la
piccolissima zona di Mazzorno fino al 1500 risulta
abitata da poche persone, circa 300”. Il Cristi scrive:
“Mazzorno Destro ha preso il nome del paese che gli
stava di fronte sulla riva sinistra del Po”. “el MaSòr”,
il Maggiore che reggeva il Presidio Della Serenissima
con i “Fanti da Mar” in turno di riposo sul confine
(allora segnato dal Po) con lo Stato Vaticano, spostato poi sullo “Scolo Veneto” con i pilastri di confine
descritti sopra. Il primo nome trovato segnato sulle
carte risulta però “Cà Quirini - San Francesco”, mutato poi in quello di Mazzorno di San Francesco - Cà
Puli.
I nobili Puli erano i nuovi proprietari. Però quanto
riferisce il Siviero necessita di un’integrazione, infatti
Mazzorno era “uno solo” ma una esondazione (non
registrata dagli storici, probabilmente qualche decennio prima del 1500), separò il paese in due parti,
una in sponda sinistra e l’altra, di un gruppo di case,
in sponda destra, con l’Oratorio di San Francesco,
che noi abitanti sulla destra, chiamavamo “ el Borgheto”(vedi in merito l’ articolo su Mazzorno unito,
sul mio sito). Con l’istituzione (1798) del Comune
di Taglio di Po, anzichè “Porto Viro” (= Porto Vivaio
del pesce in corbe =Porto Vivaro) il paesello venne
incorporato nella Circoscrizione Comunale unitamente alle dodici case
in Golena ove abitavano i discendenti
degli eroici scariolanti
che realizzarono
(1600-1604) il “faraonico” Taglio del Po
in località Porto Viro,
sulla Sacca di Goro, in
sponda Destra.
L’ opera è stata cantata dal “Vate Tajento”
Il cieco Grotto con “molto animo indicò dove
Erminio Girardi con
fare el tajo” del Grande Fiume
il romanzo storico
“Scacco al Papa” : opera letteraria il cui livello sta tra
Alessandro Manzoni e Umberto Eco; è stato detto così, mentre io aggiungo che il romanzo storico
“Scacco al Papa” sta a Taglio di Po come la “Divina
Commedia” sta a Firenze.
Il paese venne chiamato “Mazzorno Destro” ed ora,
con targa di moderna toponomastica “Mazzorno Dx”.
8
Il Po amato dai Masurnieri ed anche dal grande poeta
inglese Lord Byron, da poeti italiani come Diego
Valeri e da moltissimi cantori dialettali, talvolta el se
intavana (=si arrabbia) ed esonda, con grossi danni
all’agricoltura e all’industria e gravi disagi per le popolazioni rivierasche. Le principali alluvioni del Po,
nella storia, sono “catalogate” con specifico dossier
di Erminio Girardi, esimio Storico Locale, tagliolese
illustre per cultura ed amore per il Loco natio.
Nella piazza intitolata al M°. Antonio Duò, è stato
inaugurato (1990) un significativo Monumento ai
Caduti per la Patria.
Negli anni ‘30 veniva elargito un “premio di incremento della Razza” di lire mille alle famiglie con sette
o più figli. A mia madre non spettava perchè eravamo “solo” tre figli però le fu conferito un attestato a
firma del “Capo del Governo e Duce del Fascismo”
quale madre esemplare per le cure sanitarie che riservava alla prole. Riconoscimento proposto dal Medico
Condotto dott. Michele Fischetti che due volte alla
settimana veniva nell’ambulatorio di Mazzorno (con
la moto Guzzi rossa dal grande manubrio) ove spesso
mia madre ci portava per una visita ed il grande
medico elargiva consigli sanitari preziosi (che ancora
osservo!).
Spesso mi unisco a gruppi di Polesani in visita a
Roma: memorabile l’incontro con Papa Benedetto
XVI il 4 luglio 2009, nella Sede estiva di Castel Gandolfo.
I veci di Mazzorno, durante i miei anni giovanili, con
4 Luglio
2009
la loro sapienza ed il loro
semplice
e laborioso stile di
in visita a Papa Benedetto XVI
vita, mi hanno nella
insegnato
molto,
dei
Valori umani e
sede estiva di Castelgandolfo
cristiani .
E. Doni
affermava mi go finì la quarta limentare e ti ciò?
Simpatizzava per la socialdemocrazia di Matteotti
ma dava il voto al P.C.I. per copare i democristian e
i siuri! Egli voleva leggere l’Unità ma io portavo, da
Adria, solo il Gazzettino.
Il 14 luglio 1944 ho assistito, sull’argine (all’inizio d’
la calà dl’ Impolita), al bombardamento degli aerei
USA dei ponti in ferro, quello stradale e quello ferroviario, sul Po tra Bottrighe-Curicchi e Corbola, al
fine di ostacolare la ritirata delle truppe tedesche e di
quelle della Repubblica Sociale di Mussolini.
La sera, negli anni 1943 - fino all’agosto del 1955,
mi recavo, dopo cena, per un’ oretta all’ osteria da
l’Elide Mosca, in Golena per ascoltare il radiogiornale
dall’unica radio del paese.
Nel 1947 venne annunciata la formazione del Governo De Gasperi (DC - PCI - PSI); ciò innescò il
“boom economico” che nel 1953 mandò tutti al mare
a “mostrar le chiappe chiare” con la nuova Fiat 600
(avente le portiere controvento!).
Nel 1954 (finalmente era giunta l’energia elettrica)
la televisione noleggiata espressamente e collocata
sulla finestra sovrastante l’Osteria “Da Gigi Mosca” a
la calà dei Marchi, ci diede la possibilità di vedere il
“Tour de France” con Bartali e Coppi, che vivemmo
come “lo sbarco del primo uomo sulla Luna” .
Le fascine di sbrègavaca (robine infestanti che segavo
nella “Golena Grande” a Po) bruciate nel focolare,
emanavano un gradevole odore che la polenta acquisiva cuocendola nel parolo.
Veniva mangiata con qualche pesce d’ Po oppure dei
fossi di drenaggio, quali i barbi, spinosissimi però:
queo che no stroSa rinfòrSa.
Altro piatto dell’infanzia molto gradito è quello di
“Polenta e fichi secchi”, fritti nello strutto del bosgato
(= maiale).
Ricordi vivi ho delle dotte omelie, nelle periodiche
“Missioni” in Parrocchia, tenute da Monsignor Bolzan “Teologo della Cattedrale” e mio insegnante di
religione all’ITC di Adria.
Il Rosario nel mese di Maggio, la Processione sull’argine del Po, il giro in giostra, la “calcio in culo” il
sette d’agosto per la Festa di S. Gaetano da Thiene, il
“Santo del Pane”; di questi avvenimenti si parlava, nei
filò, per diversi giorni successivi, rifugiati al tepore
della stalla degli agricoltori signori Molena (brava
gente, instancabili lavoratori e ferventi cattolici),
nelle fredde ed umide serate da novembre a marzo
Don Valentino,
Presidente Associazione Polesani nel
Mondo
I profili fisiognomici dei Polesani del Delta (vedi allegato) mi hanno portato ad immaginare quelli degli
scarriolanti del 1600 e dei quali alcuni veci di Mazzorno portavano i marcati lineamenti.
Di quei Veci ricordo la sintesi espressiva e la tenacia
nel perseguire le idee, le convinzioni politiche e quelle sociali, quali lo spirito corporativistico.
Luigi Mosca, detto Gigi l’aocato, era orgoglioso di
aver superato tute le scole d’ la PiaSa. Egli infatti
9
al chiarore del canfìn (= lume a petrolio) o di una
tremolante candela. Erano serate formative per noi
ragazzi aspiranti ad una vita migliore. Nella stalla si
confondevano i profumi del fieno maggengo con gli
olezzi ammoniacali dello stallatico che impregnava i
nostri vestiti... mia madre il giorno dopo li sciorinava
a lungo !
Nel settembre del 1953 organizzai una gita per visitare il Cimitero Militare di Redipuglia. Ho affittato
una corriera dalla Ditta Caniato di Adria, superando
le perplessità della Signora proprietaria delle corriera in quanto avevo 19 anni (la maggiore età era a
21). Mi disse di tornare la settimana successiva con...
metà dell’importo... il saldo...a fine corsa ! Mia madre
che portava un grande mazzo delle sue zinie rosse
per i Caduti di Redipuglia: era emozionata. Con i
40 compaesani, dopo
la visita al monumentale Cimitero fatta con
molta attenzione alle mie
informazioni sui Caduti
durante la Prima Guerra
Mondiale (1915-1918),
pranzammo allegramente
in una trattoria che servì
polenta e capallo (=cavallo) col tocio di doppio
concentrato di pomodoro
(conserva), cipolla pestata e fritta col lardo, il tutto innaffiato con vino clinto
e cantando le canzoni degli Alpini.
Questa fotografia ricorda una giornata felice (10
maggio 1987) trascorsa con i miei fratelli che ora
sono andati...avanti ed i parenti: è diventata ricordo
struggente.
Ricordo con nostalgia ed affetto gli
incontri con Nevio
Doria a Torino (questa fotografia è del
28/06/1994 nel portiRenato, Dante, Emilio, Gabriella moglie di
co dell’ Hotel PrinciDante, Laura figlia di Dante, Alice moglie di
pe di Piemonte ove
Maurizio f. di Dante, Grazia figlia di Dante,
alloggiavo durante le
Ispezioni effettuate in Piemonte e Nevio era Direttore
Tecnico del Consorzio Agrario di Carmagniola, che
è stato pioniere nella fabbricazione di mangimi per
animali da cortile e di formelle di erba medica per
i bovini i cui impianti di
lavorazione erano seguiti
con molta professionalità
da Nevio).
Nubifragio d’agosto nel 1957, sto sollecitando il branco di oche verso casa.
Si erano attardate oltre il ponticello “ai Giordani”
sullo Scolo Veneto.
Hanno il gozzo gonfio di alghe, erbe masarine,
aquadele e girini di
rane... Sono felici,
io meno ! Ero Cadetto in licenza in
attesa del DPR di
Nomina a Sottotenente in SPE (Servizio Permanente
Effettivo) e della assegnazione ad una
sede di Servizio.
Non mi era permesso fare la campagna saccarifera
come era stato per gli anni 1952 - ‘53-’54-’55 con
retribuzione straordinaria e regolari contributi (mi
vennero poi riconosciuti all’atto del Pensionamento).
Allo zuccherificio avevo l’incarico di gestire il magazzino dei sacchetti di canapa per i campioni di barbabietole da prelevare da ciascun automezzo o carretto
che le consegnava; sigillare i sacchetti e con la cariola
portarli alla “Sala Chimici” per l’accertamento del
grado saccarometrico, elemento alla base della determinazione del prezzo per l’ Agricoltore da parte della
società “Eridania”.
Tra i molti ricordi, è viva la memoria delle donne di
Mazzorno che la domenica pomeriggio, prima delle
funzioni del Vespro, si recavano al Cimitero e parlavano a lungo con i loro Defunti. Li tenevano informati dei fatti di famiglia e di quelli del paese. Non
avevano quasi mai...cose belle da raccontare. In una
mia fugace visita a Mazzorno sorpresi, gradevolmente, la signora Rosa, madre di Nevio Doria prematuramente...andato avanti, seduta nella Cappella in
conversazione col figlio.
Durante la settimana facevo due o tre visite al signor
Libero Cibin, era immobile nel letto e muoveva un
pò le gambe e le braccia (costruiva piccoli velieri
e giocattoli). Il ragionier Franco Doni (emigrato a
Parma) si rivolse alla Consorte del Presidente della
Repubblica On. Leone ed ottenne dalla CRI una carrozzella a pedali che il meccanico Venerino Doati ed
il padre Aceto adattarono all’infermità di Libero.
Nel 1960 (in licenza da Merano) raggiunsi il sig.
Libero sullo Scolo Veneto (all’ altezza della casa
padronale dei Boscolo) stava pescando ! Nelle licenze
successive non l’ho più potuto salutare perchè col
fratello e la famiglia emigrarono a Milano per lavoro
(le lettere che mi scrisse il caro Libero sono fra le mie
cose più care).
10
boslà (= filone di pasta
chiuso a cerchietto
premendo le due estremità con il pollice) con
una fetta di lardo o di
salame, per la merenda
delle 10.30.
In primavera vengono
fatte abbondanti retate
di sardine nel Po ed i
pescatori passano di
casa in casa offrendo il
loro pescato a prezzo
Emilio Doni con la moglie Anna (a Rovigo minimo. Mia madre ne
nel 1992 per un matrimonio). Sullo sfondo il
acquistava dieci chiloponte: Porto Viro- Taglio di Po (sulla destra).
grammi e preparava le
“sardele in saor” (=le
sardine in sapore) che, dopo un mese di maturazione, venivano gradualmente consumate (la ricetta è
sul sito).
Altro uso abituale era una
passeggiata sull’argine del
Po dopo un fatto emotivamente “impegnativo”,
suggerita dal saggio medico Fischetti dott. Michele.
Egli la raccomandava per
mantenere in buona salute
gli occhi, specialmente gli
A Po dopo il saluto a Renato andato...
studenti, dopo i compiti
avanti il 4 ottobre 2012.
Foto scattata da Angelo, mio secondoge- del pomeriggio, in quanto
nito in data 7/10/2012.
fissare un punto lontano
(quale il campanile di Mazzorno Sinistro) era la migliore cura per gli occhi.
Roma 8 gennaio 2016
Emilio Doni
Allorquando mio fratello Renato mi mandò parte dei
risparmi lasciati da nostra Madre su di un libretto
postale acquistai con l’ “enorme” somma l’ Enciclopedia Treccani che spesso consulto.
Mazzorno Destro - Epifania del 1946 : Scuola Elementare, Torre Campanaria,
Chiesa, Canonica e, a sinistra, la “trattoria con alloggio F.lli Doni”.
5. usi e costumi desueti
Ricordo el maSin del bosgato signor Cencio(= l’ammazzatore del maiale) con il suo borsone contenente
il lungo coltello per lo scannamento e gli attrezzi per
trasformare il maiale in salami, due prosciutti, la bondola,
le ciciole, i sugli...
L’uccisione del maiale crea
uno scenario truculento,
tipico della società rustica:
“cattivi e buoni”. Il “sacrificio”
era tuttavia contestuale ad una
grande festa dell’ abbondanza
e del godimento gastronomico. In quei giorni passava lo
straSarolo che gridava: “Done,
El bosgato in t’la pladura (=il
maiale nella vasca di pelatura) compro pelo, ossi, unge, fero,
con acqua bollente e cenere vestiti veci e...pelo; done av’
pago ben” (= donne vi pago
bene !). Il pelo (=setole) del maiale veniva utilizzato
per fare spazzole, mentre dalle ossa e dalle unghie
venivano ritagliati pettini e bottoni; il ferro vecchio
era portato alla fonderia ed il vestiario usato veniva
cardato, lavato, sbiancato, tessuto e tinteggiato nuovamente. Il maiale “riempiva” meglio le pentole e lo
stomaco ma dava anche un pò di lire per acquistare
(dalla signora Elsa) i mandarini e la frutta secca per il
Santo Natale e l’ Epifania.
Altro avvenimento che ricordo piacevolmente, era
il portare, con la carriola, un sacco di grano della
mdanda al mulin GheSo (= della mietitura al mulino
del signor Ghezzo) e la farina al forno di “Paulena”
Vicentini con l’ “Argenide”, nerboruta, buona e brava
fornaia.
Per qualche giorno avremmo avuto el pan fresco e per
due mesi el pan biscoto - me ne portavo a scuola un
11
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Il mito, la leggenda, le tradizioni ed i ricordi sociali e personali