Opere e servizi della carità nella Diocesi di Prato a) Servizi residenziali Anziani 1. Casa “Card, Giovanni Benelli” – Casa di riposo per anziani – Via della Piaggia 25 – S Quirico di Vernio (PO) 2. Casa “Ofelia Balestri” – Casa di riposo per anziani – Via Bolognese nord 45 – Sasseta Vernio (PO) 3. Casa Serena – Casa di riposo per anziani – Via Chiarugi 6 - Prato 4. Madonna del Rosario - Casa di riposo per anziani – Via Guazzalotri 42 Prato 5. Pio Istituto S.Caterina de’ Ricci – Casa di riposo per anziani – Via S. Vincenzo 39 - Prato 6. Casa S.Maria della Pietà – Casa di riposo per anziani – Piazza S. Maria della Pietà - Prato 7. Villa Maria Assunta – Casa di riposo per anziani – Via Bisori 12 - Prato 8. La Collinella – Casa di riposo per anziani – Montaione (FI) 9. Nostra Domus – Casa di riposo per anziani – Via Rione del Casone 4 Tirrenia (PI) Handicap 10. Casa “Simone Pietro” – Servizio di assistenza permanente a minori e giovani adulti con gravi handicap – Via Pacchiani 3 - Prato 11. Casa “Margherita e Giuseppe Bandera” – Servizio di assistenza permanente a giovani adulti con gravi handicap – Via Bonfglioli 102 - Prato 12. Opera S. Rita - Fondazione – Comunità per adulti inabili “Le Montagnole” Comunità di accoglienza per adulti inabili portatori di handicap di vario genere – Via del Coderino 6 – Prato 13. Opera S. Rita - Fondazione – Residenza sociale protetta per giovani inabili a bassa intensità assistenziale – Via Clitumno 26 - Prato Adulti con problemi psichiatrici – psicologici 14. Casa famiglia “Villa Martelli” – Casa di accoglienza per ragazze e donne con problemi psichici e di adattamento sociale – Via Longobarda 23 - Prato Adulti malati 15. Solidarietà Caritas - “Casa Malati” – Centro di ospitalità temporanea e di 83 sostegno a cittadini stranieri dimessi dal presidio ospedaliero in condizioni di invalidità temporanea – Via Pistoiese 249 - Prato Minori 16. Comunità familiare “Anawin” – Casa di accoglienza per minori con difficoltà familiari – Via Valdingole e Fossetto 22 - Prato 17. Solidarietà Caritas - Gruppo “Famiglie accoglienti” – Accoglienza offerta in casa propria da famiglie a minori con disagio familiare, o con particolari necessità – Via Montalese 387 - Prato 18. Solidarietà Caritas - “Minori in pronta e provvisoria accoglienza” – Piccola struttura di accoglienza temporanea per minori in difficoltà alloggiativa – Via Pistoiese 249 - Prato 19. Opera S. Rita – Fondazione – Attività di servizio per minori e giovani in difficoltà presso le seguenti case di accoglienza: 1) Casa Via Campostino 18 - Prato 2) Casa Via Galceti 45– Prato 3) Casa Via XXIV Maggio 1/d con servizio di pronta e provvisoria accoglienza – Prato Adulti dipendenti da sostanze 20. CeIS – Comunità Terapeutica Galceti – Centro di recupero di tossicodipendenti da sostanze – Via di Galceti - Prato Adulti con problemi economici o familiari - Immigrazione 21. Casa della Giovane “S.Caterina de’ Ricci – Casa di soggiorno temporaneo per giovani donne immigrate italiane e straniere, studentesse o lavoratrici di età 18-45 anni – Comune di Prato 22. Casa “Aurora” – Casa di accoglienza temporanea per donne in gravidanza e madri con neonati in difficoltà abitative – Via Carraia 66 - Prato 23. Opera S. Rita – Fondazione – Casa “Madre-Bimbi”– Casa di accoglienza temporanea per ragazze madri – Via 24 maggio 1/d - Prato 24. Solidarietà Caritas - Centro di accoglienza per stranieri “Betania” – Casa di alloggio temporaneo per italiani e stranieri regolari con basso reddito – Via Pistoiese 249 - Prato 25. Associazione “Giorgio La Pira” - Asilo Notturno – Dormitorio per la prima accoglienza di soli uomini italiani e stranieri senza fissa dimora o senza alloggio – Via del Carmine 18 - Prato 26. Comunità “Emmaus” - Casa di accoglienza per soli uomini in difficoltà da coinvolgere nell’attività della comunità – Via di Castelnuovo 23 - Prato 27. Solidarietà Caritas - Casa “Sosta sulla strada” – Casa di accoglienza per per84 sone senza fissa dimora o che iniziano un percorso di emersione da dipendenze – Corso Savonarola 10 - Prato 28. Opera S. Rita – Fondazione – “Comunità per Giovani” – Comunità di alloggio per giovani uomini adulti con disagio sociale – Via Roma 64/5 - Prato 29. Opera S. Rita - Fondazione - Casa delle Ragazze - Comunità di alloggio per ragazze maggiorenni con disagio sociale - Via Baracca 20 – Prato 30. “Cooperativa Sociale Ester” – Casa di accoglienza a medio-lungo termine per donne italiane ed immigrate anche con prole in disagio alloggiativo – Via Pratellone 4 - Prato Adulti con problemi di giustizia 31. Solidarietà Caritas - Centro di ospitalità “Jacques Fesch” – Casa di soggiorno temporaneo per detenuti in licenza e familiari di detenuti in visita ai parenti in carcere – Via Pistoiese 515/c - Prato b) Servizi non residenziali Anziani 1. Ass. Volontarie Vincenziane – Gruppo di Maliseti – Servizio di assistenza domiciliare ad anziani in difficoltà, intrattenimento e assistenza giornaliera nelle case di riposo per qualsiasi tipo di bisogno – Comune di Prato 2. Misericordia Femminile – “Telesoccorso” – Servizio di video-assistenza per anziani soli, fornitura dell’apparecchio televisivo agli anziani con difficoltà economiche con contatto telefonico giornaliero – Via Convenevole 51 - Prato 3. Misericordia Femminile – Progetto S.O.S. Anziani – Centro telefonico di informazioni sui servizi sociali, sanitari e psicologici per anziani – Via Convenevole 51 – Prato 4. Misericordia Femminile - Assistenza ai pasti, intrattenimento e cura del guardaroba ad anziani senza familiari o conoscenti ospitati in struttura ospedaliera - Via Convenevole 51 – Prato Handicap 5. OAMI - Laboratorio “Itaca” – Centro diurno di lavoro guidato per giovani adulti handicappati gravi – Via Pacchiani 3 - Prato 6. Piccola Cooperativa Sociale “Margherita” – Laboratorio diurno di bassa specializzazione tecnica per inserimento sociale e lavorativo di giovani portatori di handicap – Via M. Nistri19 - Prato 7. Opera S. Rita – Fondazione – Centro “Franco Primi” – Centro diurno di ria85 bilitazione per giovani cerebro-lesi – Via Bisori 91 - Prato 8. Opera S. Rita – Fondazione – Centro “Silvio Politano” – Centro diurno per la riabilitazione di minori e giovani adulti autistici – Via Bisori 19 - Prato -Sede distaccata – accoglienza di minori artistici in età scolastica – Via Pomeria 42 – Prato -Servizio ambulatoriale per soggetti autistici - Via Pomeria 42 - Prato 9. Opera S. Rita - Fondazione – Intervento domiciliare di sostegno individualizzato per giovani autistici – Prato 10. Arciconfraternita della Misericordia – Consegna di pasti caldi a persone sole non autosufficienti – Via del Seminario 26 - Prato 11. Cooperativa “La Speranza” – Servizio di reinserimento sociale di persone svantaggiate, come portatori di handicap sia fisici che psichici, attraverso attività lavorative e di formazione professionale – Via di Carmignanello 224 - Usella (PO) Adulti con problemi psichiatrici – psicologici 12. Solidarietà Caritas - Centro Diocesano di Ascolto per Italiani – Centro di ascolto e sostegno a persone e famiglie in difficoltà, con disagi materiali e psicologici, progettazione di aiuto personalizzato nell’ambito delle risorse territoriali per la promozione della persona (per italiani) Via delSeminario 36 – Prato 13. Arciconfraternita della Misericordia – Consultorio Familiare – Servizio di consulenza gratuita ai giovani, alle coppie, ai genitori per varie problematiche – Via del Seminario 26 - Prato 14. “DI.A.PSI.GRA.” Associazione Difesa Ammalati Psichici Gravi – Servizio di tutela e rappresentanza dei familiari degli ammalati mentali della provincia – Via Migliorati 1/A - Prato Adulti malati 15. Ass. Volontarie Vincenziane – Assistenza in famiglia ai malati terminali, assistenza in ospedale ai degenti soli e non autosufficienti durante i pasti, visita ai malati in stato di solitudine, aiuti di vario tipo ai degenti bisognosi, servizio prestito libri per i degenti - Comune di Prato 16. Misericordia Femminile – Assistenza domiciliare a persone sole non autosufficienti o in situazioni di disagio – Via Convenevole 51 - Prato 17. Arciconfraternita della Misericordia – Servizi Socio Sanitari – trasporto di malati e persone colpite da vari handicap dalle proprie abitazioni o dai presidi ospedalieri ai vari centri di riabilitazione – Via del Seminario 26 - Prato 18. Solidarietà Caritas – Servizio di ambulatorio medico in accordo con la ASL per cittadini stranieri, uomini e donne in possesso di S.T.P. – Presso il Centro 86 Giovannini - Prato Minori 19. Opera S. Rita - Fondazione – S.E.I. - Servizio educativo individuale effettuato presso le famiglie di origine per minori in disagio sociale – Prato 20. Opera S .Rita - Fondazione – Semiconvitto -– Servizio diurno educativo per minori in disagio sociale – Piazza S. Rocco 3 - Prato 21. Opera S. Rita - Fondazione – Centro “Meucci” – Centro diurno educativo per minori in disagio sociale – Viale della Rimembranza 4 - Prato 22. Opera S. Rita – Fondazione – Centro diurno “Il Coderino” – Centro diurno per accoglienza di soggetti adulti autistici e soggetti con ritardo mentale – Via del Coderino 6 - Prato 23. Ass. Volontarie Vincenziane – Gruppo di Maliseti – Servizio di doposcuola giornaliero per minori studenti in difficoltà – Prato 24. Misericordia Femminile – Doposcuola – Servizio quotidiano per minori della scuola dell’obbligo in difficoltà – Via Convenevole 51 - Prato 25. Misericordia Femminile – Ludoteca – spazio giochi in ospedale per minori ricoverati, prestito giochi e possibilità di attività didattiche e di recupero scolastico – Via Convenevole 51 – Prato 26. Misericordia Femminile - Soccorso Clown – Esibizioni artistiche di clown professionisti per minori ricoverati in ospedale nei reparti di pediatria e chirurgia – via Convenevole 51 - Prato 27. Misericordia Femminile – Servizio domiciliare di ginnastica per minori inabili – Via Convenevole 51 - Prato 28. Cooperativa “La Speranza” – Servizio di reinserimento sociale di persone svantaggiate, come minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiari, attraverso attività lavorative e di formazione professionale – Via di Carmignanello 224 – Usella (PO) Adulti dipendenti da sostanze 29. CeIS “Centro di Solidarietà” – Servizio di prevenzione ai problemi del disagio giovanile legato alle dipendenze da sostanze – Salita dei Cappuccini 1 Prato 30. Cooperativa “La Speranza” – Servizio per il reinserimento sociale di persone svantaggiate italiane o straniere, come tossicodipendenti e alcolisti, attraverso attività lavorative e di formazione professionale – Via di Carmignanello 224 – Usella (PO) 87 Adulti con problemi di giustizia 31. Solidarietà Caritas - Centro Comunità Carcere – Centro di Ascolto – Centro di ascolto, servizio di accoglienza, sostegno ai bisogni sociali e accompagnamento alle pratiche burocratiche per detenuti, ex-detenuti italiani e stranieri e per le loro famiglie – Via Montalese 387 - Prato 32. Solidarietà Caritas - Centro Comunità Carcere -Gruppo “Barnaba” – Servizio di accoglienza diurna per detenuti in semi-libertà, accompagnamento per l’inserimento lavorativo e sostegno allo studio, servizio di attività didattica all’interno del carcere – Via Montalese 422 - Prato 33. Soc. S.Vincenzo de Paoli – Opera Assistenza Famiglie Carcerati – Servizio di assistenza alle famiglie dei carcerati – Via del Carmine 18 - Prato 34. Cooperativa “La Speranza” – Servizio per il reinserimento sociale di persone svantaggiate italiane o straniere, come carcerati ammessi alle misure alternative alla detenzione, attraverso attività lavorative o di formazione professionale – Via di Carmignanello 224 – Usella (PO) Adulti con problemi economici e/o familiari – Immigrazione 35. Solidarietà Caritas - Centro Diocesano di Ascolto per Italiani – Centro di ascolto e sostegno a persone in difficoltà, con disagi materiali e psicologici, progettazione di aiuto personalizzato nell’ambito delle risorse territoriali per la promozione della persona (per Italiani) – Via del Seminario 36 - Prato 36. Solidarietà Caritas - Centro Diocesano di Ascolto per Stranieri – Servizio di ascolto e aiuto agli stranieri nel disbrigo di pratiche legali e burocratiche, ricerca di lavoro, reperimento di alloggio, aiuto per l’inserimento sociale, lavorativo e scolastico – Via del Seminario 36 - Prato 37. Solidarietà Caritas - Centro Diocesano di Ascolto per Cinesi – Servizio per l’aiuto nell’inserimento, nelle strutture scolastiche e nel disbrigo di pratiche burocratiche per adulti e bambini della comunità cinese – Via del Seminario 36 - Prato 38. Solidarietà Caritas - Centro di Ascolto Tratta – Centro di ascolto per aiuto alle donne, italiane e straniere, oggetto di sfruttamento sessuale, con percorso di accoglienza, progetto mirato e personalizzato per la fuoriuscita e la promozione della persona – Via del Seminario 36 - Prato 39. Solidarietà Caritas - Servizio Fraternità Nomadi – Centro Diocesano per l’ascolto e l’aiuto per l’inserimento sociale, lavorativo, scolastico e sanitario dei gruppi nomadi stanziali sul territorio pratese – Via del Seminario 36 Prato 40. Solidarietà Caritas - Servizio di Sostegno e Accompagnamento – Servizio di ascolto, sostegno ed accompagnamento a persone in povertà estrema, italiane e straniere, per facilitazione all’accesso di servizi pubblici e privati – Via 88 del Seminario 36 - Prato 41. Solidarietà Caritas – Servizio di Orientamento Legale – Servizio di ascolto per l’orientamento legale di persone che usufruiscono dei centri di ascolto della Caritas – Via del Seminario 36 – Prato 42. Solidarietà Caritas – Corsi di lingua italiana per stranieri, corsi di alfabetizzazione per donne straniere analfabete, anche nella loro lingua – presso i locali parrocchiali della Cattedrale e di S. Bartolomeo - Via di Gherardo 3 Prato 43. Centro di Aiuto alla Vita – Centro di ascolto, sostegno ed accompagnamento di donne in stato di gravidanza in difficoltà per problematiche diverse, distribuzione di beni di primaria necessità per neonati di famiglie disagiate – Via del Seminario 24 -Comune di Prato 44. Associazione pratese per i diritti della famiglia – Servizio di promozione culturale e sociale tramite conferenze, incontri con l’amministrazione locale su problematiche inerenti la famiglia: l’associazione fa parte del comitato di partecipazione alla Società della Salute -Piazza Lippi 1 - Prato 45. Associazione “Il Casolare” – Servizio di sostegno alla Caritas Diocesana nella ricerca delle abitazioni per l’affitto a famiglie o persone italiane o straniere in stato di necessità, e come garante nella stipula dei contratti di locazione – Via del Seminario 36 - Prato 46. “S.O.S. Casa” – Servizio di locazione ad affitto equo a famiglie o persone disagiate di immobili acquistati e ristrutturati – Filiale di Prato - Via di Castelnuovo 23- Prato 47. Associazione “Amici di Suor Erminia” - Servizio di accoglienza a famiglie o persone in difficoltà alloggiative e lavorative, sia italiane che straniere – Via di Vergaio 24/2 - Prato 48. Centri di ascolto parrocchiali e Caritas parrocchiali - Ascolto, accoglienza, accompagnamento, animazione delle comunità parrocchiali: 1) 2) 3) 4) 5) 6) 7) 8) 9) 10) 11) 12) 13) 14) 15) 16) 17) 18) 19) 20) 21) 22) Cafaggio Casale Castellina Castelnuovo Chiesanuova Coiano Fontanelle Galcetello Gesù Divin Lavoratore Grignano Madonna dell’Ulivo Maliseti Mercatale di Vernio Mezzana Narnali Reggiana Resurrezione Sacra Famiglia Sacro Cuore San Giovanni Bosco San Giuseppe S.Paolo segue elenco 89 23) 24) 25) 26) 27) 28) 29) 30) 31) S.Agostino S.Maria del Soccorso S.Maria delle Carceri SS.Martiri S.Pietro a Iolo Tavola Tobbiana Vaiano Vergaio 49. Associazione “Insieme per la Famiglia” Onlus – Servizio di sostegno e di accompagnamento per famiglie in grave difficoltà economica – Via del Seminario 36 - Prato 50. Solidarietà Caritas - S.O.S. Homeless – Servizio di ronda notturna per aiuto materiale e conforto morale a persone senza alloggio che dormono all’aperto – Via del Seminario 36 - Prato 51. Associazione “Giorgio La Pira” – Mensa per i poveri - Servizio per la distribuzione di un pasto caldo a pranzo e cena per uomini, donne e minori di qualsiasi etnia e religione – Via del Carmine 18 - Prato 52. Solidarietà Caritas - “Laboratorio” – Centro diurno per il lavoro guidato per persone in disagio sociale – Corso Savonarola 6 - Prato 53. Misericordia Femminile – “Telefono Amico Italia – Centro di Prato – (IFOTEF - Ginevra)” – Servizio di sostegno psicologico per chiunque si metta in contatto telefonico, e centro di informazioni telefoniche di uffici delle strutture pubbliche e private – Via Convenevole 51 - Prato 54. Arciconfraternita della Misericordia – Centro di Ascolto Anti-usura – Servizio di supporto economico a persone italiane o straniere vittime dell’usura – Via del Seminario 26 - Prato 55. Ass. Volontarie Vincenziane – Gruppo Centro – Servizio di interventi da effettuare in base alle richieste di aiuto pervenute – Prato 56. Ass: Volontarie Vincenziane – Gruppo S.Maria della Pietà – Centro di ascolto per persone in difficoltà, servizio distribuzione alimentare e vestiario Prato 57. Società S.Vincenzo de Paoli – Servizio di assistenza a famiglie indigenti attraverso le sue Conferenze presso le parrocchie di: 1) 2) 3) 4) 5) 6) 7) 8) Cattedrale Chiesanuova Figline Galcetello 90 Galciana Grignano Iolo Resurrezione 9) 10) 11) 12) 13) 14) 15) S.Agostino S.Bartolomeo Sacro Cuore S.Domenico S.Maria delle Carceri S.Maria della Pietà S.Pier Forelli 58. Cooperativa Sociale “La Bussola” - Strumento operativo per inserimento al lavoro e per il riscatto sociale delle persone svantaggiate, principalmente per nomadi Rom e Sinti – Prato 59. “U.N.I.T.A.L.S.I.” – Servizio di apostolato e di assistenza morale e materiale agli ammalati e ai disabili durante i Pellegrinaggi - Piazza S. Marco 7 - Prato 91 92 TESTIMONIANZE Storia di Michelina Michelina è una giovane donna proveniente dal foggiano, vissuta con la famiglia, padre, madre e due sorelle, in un tranquillo paesino di campagna: i genitori avevano un piccolo ristorante ricavato dal garage di casa, una trentina di coperti in tutto, dove veniva offerta la cucina semplice e casereccia della mamma, che faceva tutto da sé, e dove lei e le sorelle davano una valida mano dopo la scuola. Qui nasce anche l’amore per Mario, un ragazzo che aveva quattro anni più di lei, e la voglia di stare insieme cresceva con l’età, così, quando lei aveva 16 anni e lui 20, hanno deciso di fare la “fuitina”, e di cominciare la loro vita insieme. Quindi si sono sposati, e pochi mesi più tardi nasceva la loro prima bimba: era il 1985, lui lavorava in un’impresa di calcestruzzo, guadagnava abbastanza bene, l’affitto era basso, e poi la campagna intorno offriva a poco prezzo quanto di meglio produceva la buona terra del sud. Piano piano però la crisi ha cominciato a farsi sentire, anche nella ditta di Mario cominciavano i primi licenziamenti, e i progetti per il secondo figlio sono stati accantonati in attesa di tempi migliori. Nel 1989 il fratello di Mario, che era emigrato a Prato, lo ha chiamato, dicendogli che qui il lavoro c’era, che forse gli conveniva partire. Così è arrivato a Prato, ha girato un paio di ditte, poi ha trovato un buon posto e si è stabilito; hanno trovato una casina da comprare, ma non avevano le possibilità economiche per versare l’anticipo, quindi hanno chiesto un prestito a questo proposito, e hanno potuto accedere ad un mutuo. Ma la casa era piuttosto malconcia, per cui hanno chiesto un altro prestito per fare i lavori di ristrutturazione: dato che Mario lavorava 12 ore al giorno, anche sabato e domenica, lei faceva servizi a ore, la situazione economica non li spaventava, e riuscivano a far fronte serenamente a tutte le spese. Nel 1990 finalmente dopo 15 anni, ritenendo che fosse arrivato il momento propizio, hanno avuto la loro seconda bimba: tutto filava liscio, Michelina aveva fatto domanda di assunzione ad un supermercato e dopo il periodo di maternità è stata assunta, la bimba grande andava a scuola da sola, e la piccola, quando i turni di ambedue non lo permettevano, veniva accompagnata da una vicina di casa che si era resa disponibile. Nel 2003 la ditta di Mario ha avuto un po’ di problemi e sono iniziati i licenziamenti: Mario ha continuato a lavorare, ma senza la possibilità di fare straordinari, fino ad aprile del 2004 quando la ditta ha chiuso mettendolo in mobilità: così si sono ritrovati ad avere entrate limitate, e non riuscendo più a far fronte 93 alle tante spese, hanno chiesto un altro prestito per riuscire a sostenere il mutuo. Nel frattempo sono morti sia il padre di Michelina che quello di Mario, il ristorante è stato chiuso perché la mamma da sola non ce la faceva più, per cui anche l’aiuto che poteva arrivare dai loro genitori è svanito. Mario è riuscito a trovare soltanto lavoro interinale, passando purtroppo dal quarto livello al primo, con l’incubo della fine di ogni contratto, e l’ansia della ricerca di un’altra occupazione: Michelina dice che le buste paga di suo marito si erano più che dimezzate, e hanno incominciato a non poter più pagare le bollette delle utenze. La terza gravidanza li ha colti impreparati facendoli precipitare in una crisi totale in cui disperazione e sconforto li avevano condotti a decisioni estreme: Michelina aveva già preso l’appuntamento per abortire, ma quando è arrivato il momento a tutti e due è mancato il coraggio e insieme hanno deciso di accogliere la bimba, nata a gennaio di quest’anno, sperando in tempi meno difficili. La loro situazione attuale vede Mario con un lavoro interinale fino a fine luglio, Michelina in maternità al 30% con rientro al lavoro ad agosto, il mutuo, il primo prestito a nome di lui, il secondo a nome di lei, e un debito contratto con parenti: sono riusciti ad ottenere una rateazione delle utenze non pagate che avevano raggiunto una cifra considerevole; si sono rivolti ai servizi sociali, ma non rientravano nelle graduatorie né per il bonus-bebè né per il sussidio per la mensa scolastica; hanno fatto domanda al nido e sperano di rientrare nella graduatoria necessaria; se Mario non troverà un altro lavoro si occuperà della piccola quando Michelina tornerà al supermercato, altrimenti, quando i turni di ambedue non lo permetteranno, la solita vicina di casa supplirà i genitori. Michelina dice che hanno sentito moltissimo la mancanza del sostegno morale e materiale della rete familiare: amici e colleghi che hanno potuto contare sull’appoggio delle rispettive famiglie sono riusciti a tenersi a galla anche in momenti di crisi, per lo meno per la gestione dei figli; loro si sono sempre dovuti arrangiare da soli, e hanno dovuto accontentarsi di qualche sfogo telefonico, peraltro trattenuto per non dare troppo dispiacere a chi era lontano. 94 Storia di Alessandro ed Emilia Alessandro ed Emilia sono sposati dal 1999: lei, 29 anni, viene della provincia di Salerno, e lui, trentaquattrenne di origine siciliana, è a Prato dalla nascita. All’epoca del matrimonio lavorava soltanto Alessandro, Emilia invece ha trovato un posto in una tipografia l’anno successivo, ma dopo qualche mese ha iniziato una gravidanza un po’ difficile che l’ha costretta a casa, e dopo il periodo di maternità è stata licenziata. Emilia comunque era felice di potersi occupare del suo bambino e della casa, ma non molto tempo dopo anche lui è rimasto senza lavoro: per fortuna lo ha ritrovato in una cooperativa di facchinaggio, ma lo tenevano a nero, e per non essere licenziato doveva sottostare a tutto quello che dicevano i “soci anziani”. Quando hanno avuto bisogno di altro personale è stata chiamata per tre mesi anche Emilia, e in quel periodo, con due stipendi anche se magri, e un affitto di circa 600 € al mese riuscivano ad organizzarsi benino: in seguito alla divisione dei due titolari, Alessandro ha seguito quello che sembrava gli desse più garanzie, ma dopo quattro o cinque mesi è stato licenziato nuovamente. Dice che hanno tenuto solo stranieri perché li pagavano meno, con tutti gli straordinari in nero, e che tutti gli italiani, chi prima e chi dopo, sono stati mandati via, e lui per ultimo. Nel frattempo gli era sorto un grosso problema ad un ginocchio, perchè anni prima aveva subito un trauma giocando a calcio, e per cui doveva essere operato urgentemente: in effetti gli è stato completamente ricostruito, e mentre faceva la necessaria terapia, si occupava anche del bambino, perché fortunatamente Emilia aveva ritrovato un posto nel tessile, sempre a tempo determinato, ma per sei mesi, e dopo questi glielo hanno rinnovato per altri sei. Sembrava che la fortuna questa volta stesse dalla loro parte, invece, al momento di rinnovarle nuovamente il contratto, che questa volta sarebbe dovuto essere a tempo indeterminato, non l’hanno più chiamata. Hanno ritrovato tutti e due un altro lavoro, lei in orditura e lui nel facchinaggio, ma per tre mesi soltanto. E’ capitato poi una volta presso una ditta a cercare un amico, e il titolare, dopo averlo visto, gli ha chiesto se avesse lavoro: alla risposta negativa, gli ha offerto il lavoro come “stradino”. Alessandro era soddisfatto: il lavoro sembrava tantissimo, e per il primo mese la busta paga era decisamente buona, il secondo mese però gli straordinari non c’erano più stati, e il terzo mese lavoravano poche ore al giorno. Pochi giorni fa il titolare ha detto che non aveva più commesse, ha dovuto mandare via parecchi uomini, e anche Alessandro era fra loro, pur con la promessa di richiamarlo a settembre, non appena ci sarà nuovamente movimento. Ora sono tutti e due senza lavoro, hanno mandato i loro curricula a tutte le ditte 95 possibili, ma sono molto preoccupati per il loro futuro, anche perché l’anno prossimo scadrà il contratto di affitto della casa, e il proprietario ha già fatto sapere che non intende rinnovarlo, per cui si aggiunge problema a problema. Alessandro dice di non essere razzista, anzi, anche i suoi genitori erano emigrati per lavoro in Algeria, e sua sorella era nata là, ma non sopporta che gli stranieri riescano ad ottenere per furbizia quello che lui non riesce ad avere per giustizia, dalla casa popolare all’aiuto per pagare l’affitto o qualche bolletta. Emilia lamenta di non avere mai potuto contare sulla sua famiglia perché la madre non ha mai visto di buon occhio Alessandro, e per di più ha una chiara e spiccata preferenza per il figlio maschio, a cui riserva tutte le attenzioni e tutte le risorse, comprese quelle finanziarie: l’unica volta che le aveva dato una somma di denaro, Emilia si era accorta tempo dopo che sua madre aveva preso i soldi da un libretto depositato a suo nome dal nonno, che aveva suddiviso i risparmi di una vita in parti uguali fra tutti i nipoti. La famiglia di Alessandro invece è molto vicina alla giovane coppia, li circonda di affetto, però è in condizioni abbastanza critiche, e non può aiutarli con un sostegno materiale. Il loro bambino oltretutto ha dovuto essere seguito da una logopedista perché aveva difficoltà a parlare, ed è in cura ancora adesso, anche se ora parla bene… e tanto! Tutti e tre si vestono con i vestiti smessi di amici, e ogni tanto capita che non riescano a mettere insieme che un po’ di pane per mangiare, ma nonostante tutto, sorretti dal grande affetto reciproco, non perdono le speranze per tornare a fare una vita normale, e per poter pensare a quel secondo figlio tanto desiderato e sempre rimandato…. 96 Storia di Leku Leku è un uomo albanese di cinquantun’anni, proveniente da Scutari, sempre vissuto in città, in una casa in centro al secondo piano di un palazzo di proprietà dello stato: cucina, una camera matrimoniale e una cameretta per i suoi due figli, un maschio di sedici anni e una femmina di sette. Da quattordici anni lavorava come elettricista in un’officina di impianti industriali; la moglie era operaia in una tessitura; il padre da giovane era nei servizi segreti, ma dopo un po’ di anni, dato che ci sarebbe voluto un titolo di studi superiore al suo, lo stato lo ha sistemato come magazziniere in una fabbrica di mine; la madre lavorava in una ditta alimentare. Con la caduta del comunismo, nel 91, le attività lavorative hanno subito un collasso, le fabbriche sono fallite, o hanno chiuso, e all’improvviso tutto si è sgretolato; nella confusione che è seguita molti hanno deciso di partire per l’occidente, soprattutto per l’Italia che era così vicina. I nostri programmi televisivi erano seguiti già da tempo da molte persone che si erano fatte del nostro Paese un’idea di ricchezza fuori misura: gli spot pubblicitari di macchine lussuose e supermercati giganteschi con quantità e varietà di cibo da perdere la testa, e soprattutto gli spettacoli di varietà, con tutte quelle luci, i vestiti eleganti e i gioielli, denunciavano un tipo di vita da sogno a portata di mano, un braccio di mare da attraversare e avrebbero potuto condividere tutto quel ben di Dio. Così anche Leku, nel frattempo rimasto senza lavoro come sua moglie, non sapendo come fare a sfamare la famiglia, è arrivato il 6 marzo del 1991 con le famose navi le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, è entrato al campo profughi in Sicilia, e lì nel giugno dello stesso anno è riuscito a trovare lavoro in un’impresa di pulizie, dove è rimasto fino al ’94. Poi la ditta ha perso lavori, è stato licenziato, e dato che non conosceva i suoi diritti, né parlava un granché l’italiano, non gli hanno pagato la liquidazione. A gennaio del 94 è arrivato a Prato, dove gli avevano detto che era abbastanza facile trovare lavoro, e a febbraio è entrato come operaio in fabbrica: tutti i contratti erano a tempo determinato, ma non c’era problema, perché il lavoro era tanto, e passava da una ditta all’altra senza problemi, rimanendo tutt’al più fermo per qualche giorno, ma riuscendo a ricominciare ogni volta. Ha fatto di tutto: alle balle di lana, alla pressa, taglia-e-cuci, come spremitore, estrattore, ai vuoti, tutte mansioni per la rifinizione del tessuto, un genere di azienda a Prato molto usuale fino a non molto tempo fa, oggi purtroppo in crisi come tutto il settore, e non solo. Nel 2000 è rientrato in Albania dove si è trattenuto parecchio, perché il figlio aveva contratto una brutta infezione fra gola e orecchie, ed era stato ricoverato per mesi all’ospedale: alla guarigione del ragazzo è rientrato in Italia nel 2001, 97 ma ha fatto molta fatica a trovare un lavoro regolare, sempre più spesso gli offrivano lavori saltuari e a nero; guadagnando sempre meno, ha dovuto lasciare la casa che aveva, prima è stato da un affittacamere, poi si è rivolto al dormitorio, perché se chiedeva aiuto agli amici, questi pretendevano l’affitto per un posto letto, e quando scadeva il periodo di accoglienza di quindici giorni passava la notte alla stazione, è andato a mangiare alla mensa, e nonostante ciò è riuscito faticosamente a mantenere il permesso di soggiorno fino al febbraio del 2006; dato però che in quel momento era senza lavoro e non sapeva di dover produrre la documentazione della disoccupazione, non gli è stato possibile rinnovarlo, ed è caduto nell’irregolarità giuridica, nonostante fosse riuscito a trovare un contratto per tre mesi. Ha chiesto aiuto anche ad amici italiani, ma nessuno è riuscito a dargli una mano, oggi è molto difficoltoso trovare lavoro per tutti, non solo per gli stranieri. Ha anche fratelli e sorelle, che sono stati più fortunati di lui, sono riusciti a portare qui le loro famiglie, hanno case decorose, un lavoro, una vita normale. Lui non è riuscito mai ad avere i soldi necessari per fare in Italia tutto l’iter burocratico del ricongiungimento familiare, e pagare il “pizzo” in Albania a chi lascia varcare la soglia dell’ambasciata italiana. Non vuole chiedere aiuto ai fratelli perché fra albanesi della sua generazione non usa vivere nelle famiglie altrui: può andare bene per un breve periodo, ma poi basta, devono fare la loro vita senza impicci per casa. Allora ha deciso di ritornare in Albania, non vuole correre il rischio di cadere nelle mani di persone senza scrupoli, sempre in agguato, pronte ad approfittarsi della disperazione di tanti. Anche per venire in Italia la prima volta non si era imbarcato sui gommoni dei famigerati scafisti, la cui ferocia era nota a tutti, ma aveva scelto la strada della legalità, del viaggio tranquillo; non si è mai trovato a litigare con nessuno, mai guai con la polizia, mai niente di illegale. Non si dispera, dice di essere stato solo sfortunato, gli dispiace dopo tanti anni di essersi ritrovato nuovamente nelle stesse condizioni di quindici anni fa, con tanti più anni e molta meno energia di allora, e con la stessa strada in salita da dover percorrere; di dover venire a chiedere in Caritas i soldi del biglietto per il viaggio di ritorno; è comunque stato più fortunato di tanti altri, è contento di essere riuscito a mantenere la famiglia per tutto questo tempo, fino ad ora era riuscito a mandare a casa circa 300 € al mese, e con quella somma loro hanno potuto vivere bene, certo non potevano comprare tanti vestiti, là sono più cari che in Italia, ma la sua famiglia non ha mai avuto troppe pretese, e ha potuto vivere decorosamente per quindici anni. Spera di riuscire magari a ritrovare il suo lavoro di elettricista, o anche qualcos’altro, qui da noi ha fatto molta esperienza in campi diversi, e si augura che le cose in Albania cambino, ora è un paese libero, si potrà fare quello che si vuole! 98 Storia di Daniela Daniela è una giovane donna di 35 anni che viene dalla Moldova,, una delle zone meno ricche della Romania, e per questo più soggetta ai più recenti flussi migratori: racconta che sorte migliore hanno avuto gli abitanti della Transilvania, che sotto Ceausescu, che di lì proveniva, hanno avuto la possibilità di recarsi prima di tutti o in Ungheria o in Jugoslavia, e con il loro lavoro hanno potuto riportare in patria un po’ di benessere. Per gli altri rumeni invece, le frontiere si sono aperte soltanto con la fine dell’era comunista, ma invece di poter trovare una pace tanto sognata quanto insperata, dopo aver vissuto il dramma della guerra per le strade, si sono ritrovati alle prese con la corruzione più sfrenata sia a bassi che ad alti livelli, dall’uomo politico che manovra l’economia ed il potere a proprio uso e consumo, al poliziotto che chiede soldi in cambio di diritti. Dice Daniela, che è rientrata in Romania tre settimane fa assieme al fratello per la morte del padre, durante le feste natalizie, che alla frontiera il poliziotto ha chiesto loro “il passaporto con Babbo Natale”, cioè il documento corredato di denaro. Gli stipendi, incredibilmente bassi, si aggirano sul corrispondente di 150 € al mese (4.000.000 di Lei equivalgono a 100 €) ma il potere di acquisto è bassissimo, con quello stipendio non si arriva fino alla fine del mese, ci si deve regolarmente indebitare con le banche o con gli strozzini quando non si ha la fortuna di avere amici che con il lavoro all’estero possono dare una mano. La sopravvivenza è difficile soprattutto nelle città, dove si hanno da pagare affitto, luce, gas, riscaldamento oltre che da sfamare una famiglia molto spesso con tre o quattro figli. La situazione migliora un po’ se si vive nelle campagne e si lavora in città: con un orto, qualche animale da cortile, una mucca, si riesce a contenere il costo del cibo, e il lavoro procura un’ulteriore entrata, anche se minima, che permette un piccolo rialzo del tenore di vita; il sacrificio però è grande, dovendo partire alle quattro, alle cinque della mattina e rientrare alla sera tardi. Per questo c’è uno spostamento in massa verso il mondo occidentale, e soprattutto in Italia, dove i rumeni , popolo di discendenza latina, patiscono meno la lontananza da casa, hanno meno difficoltà ad imparare la lingua, e dove, dicono, c’è più tolleranza che in altri paesi europei: qui, pur vivendo di sacrifici, riescono a dare ai loro figli la possibilità di riservarsi un futuro migliore. Sono soprattutto le donne che si spostano, lasciando i loro figli più che altro ai nonni, a qualche sorella, raramente ai mariti: moltissimi uomini bevono, sia che abbiano o non abbiano il lavoro, sia per la disperazione che per abitudine di famiglia imparata già da piccoli, e quando hanno bevuto diventano violenti e aggressivi con le mogli e i figli. Dice Daniela che là non ci sono né la Caritas né le associazioni di solidarietà che aiutano in questi frangenti, si è abituati a subire, e Daniela si commuove pensando alla tenerezza che normal99 mente i padri italiani hanno per i loro bambini, quanto li coccolino, li abbraccino, li colmino di regali: lei non ha conosciuto questo sentimento, e neanche i suoi fratelli, e allora, giorno dopo giorno, si mette in luce un piccolo progetto per la partenza. Si parte anche per andare a vedere se le immagini che scorrono in televisione sul nostro mondo sono reali o no; partono anche i Rom, a cui Ceausescu aveva dato le case che prima della guerra erano state degli ebrei, fuggiti o morti, e dentro le quali loro avevano ricoverato le bestie da stalla, continuando a vivere nelle tende. Vendute le bestie, sono arrivati in occidente anche loro, perchè l’accattonaggio in euro rende di più. La speranza di potersi riscattare da una vita di oppressione vissuta con il comunismo, e dalla miseria che l’ha seguito, prende tutti, e nessuno vuole perdere l’occasione. Daniela studiava a Bucarest, i libri e la scuola erano gratis, ma per pagarsi il vitto e l’alloggio aveva un lavoro in un laboratorio di filatura. Allo stesso tempo ha fatto un corso di polizia sanitaria, per il controllo sanitario del cibo e degli ambienti negli ospedali, e stava cercando il lavoro un po’ più vicino a casa sua, quando le hanno prospettato un lavoro come domestica e baby sitter in una famiglia in Italia, a Prato, tramite conoscenze di un prete rumeno. Non ci ha messo molto a decidere, ed è arrivata nel 1996, prima con un permesso di turismo per una prova di tre mesi, e poi, rientrata in Romania, con un permesso di soggiorno per lavoro con chiamata nominativa da parte di una famiglia dove ha lavorato come una schiava dalla mattina alla sera per 200.000 Lire al mese, aumentate a 500.000 dopo cinque o sei mesi e dopo aver minacciato di andarsene. Dopo più di un anno, nel 1998 è andata presso un’altra famiglia dove ha fatto la stessa vita per 600.000 Lire al mese, e finalmente a Montecatini dove è riuscita ad avere un buon stipendio, e dove è rimasta un anno. Ha incominciato l’università a Prato, presso la facoltà di ingegneria ed economia della qualità, ma ben presto ha dovuto abbandonare perché non riusciva a mantenersi data la quasi impossibilità di trovare un lavoretto nel pomeriggio, e si è iscritta ad un corso di contabilità, trovando poi finalmente lavoro in una ditta a Montemurlo, quindi ad un altro corso di consulenza aziendale. Nel frattempo aveva conosciuto un ragazzo italiano, un bravo ragazzo così dolce e così diverso dal tipo di uomo a cui era stata abituata, che la aiutava a studiare, che la rispettava, che le voleva molto bene. E così Daniela ha deciso di sposarsi, di stabilirsi per sempre qui, di fare dell’Italia il suo secondo paese, anzi, dice, quasi quasi è il primo, in Romania può sempre andare per le vacanze, e può farla conoscere a suo marito per la bellezza del suo paesaggio, così simile a quello toscano, e per le tragedie della sua storia, raccontandogli di tutte le quarantatré chiese fatte costruire da Stefan il Grande, una ad ogni vittoria sui Turchi, e fatte distruggere da Ceausescu, delle sue paure nella metropolitana di Bucarest durante la rivoluzio100 ne, della ragazza così bella che lavorava nell’ufficio accanto al suo, morta in quei giorni per la strada, delle torture inflitte ai sacerdoti durante il regime, dell’impossibilità di criticare l’operato dei tovaràsi, le alzatacce alle quattro di mattina e la fila interminabile, per tre o quattro ore per poter prendere un litro di latte e le cose più necessarie, quei continui congressi del Partito come unico spettacolo alla televisione fino alle 10 di sera quando finivano le trasmissioni, la cattiveria dei professori a scuola che picchiavano gli studenti con i bastoni e con le verghe, vanificando così l’unica positività del comunismo, che era il diritto e la facilitazione allo studio a basso prezzo. Ora tutti i fratelli e le sorelle di Daniela sono in Italia: si sono tutti sistemati, con casa e lavoro, qualcuno con la speranza di tornare un giorno a casa, altri con la certezza di non riuscirci, la mamma invece non è voluta venire per stabilirsi, lei vuole continuare a vivere in Romania, a casa sua, fra le sue cose, le sue bestie e il suo orto, la sua Messa tutti i giorni nella sua lingua; è venuta ogni tanto a trovare i figli, ma poi ha preferito tornare indietro alla sua vita di sempre. Daniela chiude questa intervista con la speranza e l’augurio che le cose possano cambiare presto in Romania, anzi, non solo in Romania, ma dovunque non ci sia né pace né giustizia, dove regni la povertà, e che alla guida di queste nazioni possano arrivare le persone più giuste e rette, e che servano nel bene le loro nazioni. 101 Storia di Laura Laura dice che in Perù la vita è molto dura, specialmente per chi abita in montagna, dove ci sono le zone più povere del paese, da dove i bambini scappano di casa per cercare di raggiungere i paesi e le città, sperando di trovare un aiuto per la loro sopravvivenza, e dove invece trovano altra povertà, girano seminudi, senza scarpe, vanno a chiedere l’elemosina di casa in casa, vanno a frugare nella spazzatura in cerca di cibo, dove poi le bambine di dodici o tredici anni rimangono incinte prostituendosi, lasciando poi i neonati negli orfanotrofi, creando sempre più poveri, destinati a rimanere poveri. Come succede già in Brasile, i bambini si riuniscono in bande, attaccano le persone strappando loro di dosso tutto quello che possono, orecchini, collane, orologi, portafogli, borse, sporte della spesa. Lei stessa non sapeva cosa poter dare da mangiare ai suoi figli, e per tre anni hanno vissuto di pane, acqua e camomilla. La famiglia di Laura è molto grande, sono tredici tra fratelli e sorelle ed ognuno di loro ha da dieci a dodici figli, e tutti hanno vissuto momenti tragici in povertà assoluta. Una delle sue sorelle più grandi, rimasta vedova alla fine degli anni 80, ha deciso di compiere il gran passo e di venire a lavorare in Italia per poter aiutare i suoi figli: ha preso un visto da turista ed è partita alla volta di Roma dove ha trovato un posto come domestica a ore. Lì è stata qualche tempo, poi , dato che aveva una cameretta in affitto con altre 3 donne, e ci stavano allo stretto, ha seguito un sacerdote conosciuto nella chiesa che frequentava, che le ha proposto un lavoro sulla montagna pistoiese, in convivenza con una signora anziana. Da lì, nel tempo, si è poi spostata in città, a Prato e a Firenze. A questo punto Laura, che stava attraversando quello che ricorda come il suo periodo peggiore, nonostante per scelta avesse avuto, unica della famiglia, solo due figli, chiede alla sorella di aiutarla a venire in Italia: e così, con un contratto di lavoro per chiamata nominativa, anche Laura arriva, e lavora prima a Pescia, poi a Montecatini, quindi a Prato, dove ormai si è integrata, e dove ha portato prima il marito, poi i due figli. Dopo Laura arrivano altre due sorelle, due nipoti e una cugina, tutte fra i 20 e i 30 anni, perché ormai, dice, quando si sono compiuti i diciotto anni, si pensa solo a partire, a lasciare il Perù, in qualsiasi modo. Si sono venute a formare così le organizzazioni per i viaggi dei clandestini: ogni viaggio costava dai 6.000 agli 8.000 $, e la famiglia aiutava come poteva, arrivando non poche volte a vendere persino la casa per pagare il debito più l’interesse del 5/10% mensile, ma la speranza di poter avere a lavorare in Italia un familiare che garantiva un ritorno di soldi per le tante bocche da sfamare era un risorsa preziosa, che non aveva prezzo. Le organizzazioni procuravano in Italia, con la complicità di alcune persone all’interno delle questure, permessi di sog102 giorno falsi che venivano spediti in Perù, e in patria passaporti ecuadoregni che non necessitavano di visti di nessun genere. Iniziava quindi il viaggio, che, a seconda del prezzo pattuito durava da uno a tre mesi, con un po’ di fortuna e più denaro anche venti giorni, con varie tappe per ostentare un percorso turistico, dall’Ecuador e dal Brasile, con il pericolo di essere scoperti agli aeroporti e messi in prigione per qualche mese, fino alla Francia, Spagna, Portogallo, quindi con il treno fino in Italia. Una sola persona in Perù si occupava della riscossione della metà della cifra pattuita, delle carte per l’imbarco, della telefonata in Italia per avvertire della partenza, e a chi partiva rilasciava un numero di cellulare, unico contatto in Italia, della persona che era il regista dei vari spostamenti, il padrone della vita dei clandestini disperati, che decideva se e dove andarli a prendere da qualche parte in Europa, o se aspettarli al treno alla stazione di destinazione, o se farli andare a prendere direttamente dai parenti già qui. Una volta giunti a destinazione, veniva pagata l’altra metà della cifra pattuita. Si poteva anche prendere un visto per turismo per 5.000/6.000 $ e viaggiare con maggior tranquillità, ma era un lusso di pochi privilegiati che potevano dimostrare di avere mezzi a sufficienza per il loro mantenimento. Ora, da quando hanno scoperto l’esistenza di permessi di soggiorno falsificati e hanno reso obbligatorie le dattiloscopie, la situazione è molto più complicata, ci sono maggiori controlli alle frontiere e i clandestini stanno chiusi in una camera d’albergo da una settimana a un mese, tentando di passare, anche più volte, fino a che riescono a trovare il poliziotto disattento che non si accorga della falsificazione, e soprattutto che non faccia le domande di rito, chiedendo delucidazioni sulla città a cui si fa riferimento nel documento, o sui dintorni, o di parlare in italiano; per questo oggi c’è meno emigrazione dal Perù. Una cugina di Laura era emigrata in Portogallo, ha lavorato un anno presso un console, poi è voluta venire qui a Prato per stare con qualcuno della famiglia, per non sentirsi sola, e lasciando una tranquilla situazione di legalità per un’incertezza nell’illegalità. I peruviani si aiutano molto tra di loro, sia materialmente che moralmente, si riconoscono per strada come provenienti dalla stessa terra e si fermano, fanno conoscenza tra loro, spesso vanno a mangiare insieme o insieme vanno al cinema; il loro punto di ritrovo è la stazione ferroviaria, qualunque sia la loro città. Laura manda 100 € al mese a casa, destinandoli a turno ai vari fratelli, e 50€ al mese ai suoceri, tramite la banca o tramite amici fidati che tornano in vacanza in Perù; lei è tornata una sola volta, perché costa troppo, e per troppo tempo non potrebbe più aiutare i suoi. Dice anche che ha trovato l’Italia molto meglio di quanto si aspettasse, perché, a parte le prime difficoltà, poi è riuscita a realizzare se stessa e la sua famiglia. 103 Storia di Maria Maria viene da una città del centro sud del Perù, dove ha potuto studiare frequentando anche l’università: i problemi sono arrivati all’ultimo anno, quando ha dovuto sostenere le spese dei libri, che costavano molto, e che non riusciva più a trovare nelle biblioteche come gli anni precedenti, e per le spese degli spostamenti fuori città dove doveva andare per fare l’esperienza di insegnamento ai bambini che la facoltà richiedeva. A questo punto, ad un passo dalla laurea, una delle sorelle del marito, che era già in Italia, le ha consigliato di venire qui. Maria ha pagato 3.000 $, la metà del prezzo pattuito, mandati in prestito dalla cognata, ha preso i visti turistici per la Cecoslovacchia e per la Germania, e si è avventurata nel viaggio: era il 1994, e tutto è andato bene fino alla frontiera con la Svizzera, da dove parecchie volte l’hanno fatta tornare indietro. Dopo quindici giorni di tentativi non riusciti, ha telefonato disperata alla cognata, che le ha detto di andare in un certo albergo assieme ad un’altra ragazza peruviana che nel frattempo aveva conosciuto, e che come lei tentava la stessa strada, perché lì le sarebbe venute a prendere una donna, moglie di uno slavo, che sicuramente sarebbe riuscito a portarle al di là delle frontiera. Dopo qualche giorno difatti lo slavo è arrivato, e sono partiti con la macchina dalla Germania viaggiando solo di notte, quasi sempre sdraiate a terra nello spazio fra i sedili, ma quando sono arrivati alla frontiera italiana lui si è accorto che i poliziotti stavano perquisendo le macchine, ha fatto un giro e le ha scaricate ai margini di un bosco lì vicino e ha detto loro di nascondersi all’interno e di aspettarlo, che sarebbe tornato. Maria e l’altra ragazza hanno pensato che quella sarebbe stata per loro la fine, sole in un bosco, di notte, senza conoscere né il posto né la lingua, convinte che quell’uomo, che non sapevano chi fosse, ma che era la loro unica speranza, non tornasse più. Invece l’uomo è tornato, le ha ricaricate sulla macchina, le ha fatte sdraiare a terra come al solito, e quella notte hanno valicato la frontiera, ma nessuna delle due ha mai saputo dove lui fosse andato né che cosa avesse fatto. Da Como hanno poi preso il treno e Maria è arrivata a Livorno, meta del suo viaggio, dove l’aspettava la cognata, che a quel punto ha pagato l’altra metà del prezzo pattuito. Nel giro di quindici giorni le aveva già trovato un lavoro di assistenza ad una coppia di anziani, dove lei è rimasta per due anni, e con una parte dello stipendio del primo anno di lavoro ha restituito il prestito avuto e per ringraziamento alla cognata le ha pagato un viaggio di andata e ritorno in Perù. Dice che se l’è cavata con poco, perché conosce ragazze che hanno continuato a pagare inte104 ressi per il debito contratto per molti mesi, mentre lei nel giro di un anno ha saldato tutto. Una sua prima cognata invece era venuta a Firenze assieme ai suoi datori di lavoro, che erano andati per affari in Perù, e per i quali lavorava a Lima come domestica, e non si era lasciata scappare l’occasione di poter venire in Italia dove poi ha conosciuto un calabrese abitante a Prato con cui si è sposata. Al momento del matrimonio, ha mandato in Perù gli inviti per il fratello e la sorella, che sono arrivati con regolare permesso e qui si sono poi fermati, rimanendo come clandestini fino alla prima sanatoria. Questa seconda cognata è stata poi la beneficiaria di Maria nel 94, e la prima cognata la beneficiaria nel 96 di un altro fratello, marito di Maria Maria ha fatto poi venire a sua volta nel 99 sua sorella insieme ad una nipote del marito: loro sono riuscite, tramite un’organizzazione che comprendeva anche un’impiegata dell’ambasciata russa in Perù, ad aver i visti turistici per dieci paesi dell’ex Unione Sovietica e uno per l’Austria: hanno fatto perciò un vero e proprio viaggio turistico nell’est europeo, insieme ad altre cinque o sei donne, scortate da un uomo dell’organizzazione che fungeva da guida, e quando sono arrivate in Austria, che nel frattempo faceva già parte dei paesi aderenti agli accordi di Shengen, il loro accompagnatore le ha sistemate una per carrozza, riuscendo ad oltrepassare senza controlli la frontiera con l’Italia. Il loro pellegrinaggio è durato solo otto giorni, ma dice Maria che sono stati giorni terribili perché in tutto quel tempo non hanno più saputo niente di loro che avevano il divieto di mettersi in contatto con i parenti, per cui quando hanno ricevuto la telefonata che erano arrivate tranquillamente a Firenze non credevano alle loro orecchie. Maria intanto, si era regolarizzata, si era spostata con un altro lavoro da Livorno a Prato dove nel frattempo era arrivato anche il marito che a sua volta aveva trovato lavoro in un’officina meccanica, e dove giorno dopo giorno cercavano di risparmiare i soldi necessari per costruirsi una casa nella sua città. Continuava a tenere i contatti con alcuni amici italiani a Livorno, volontari di una delle strutture della Caritas, per un progetto che aveva sognato, in cui credeva, e che piano piano prendeva luce: un tetto per qualche bambino di strada. Perché in Perù ce ne sono tanti, riuniti in bande pronte a tutto, con i più piccoli anche di tre o quattro anni, e i più grandi di dodici o tredici anni, e dormono sulle panchine con i cartoni tirati addosso come coperte, dopo aver passato la giornata a rubare e a drogarsi con la colla, e i genitori neanche si accorgono che manca qualcuno dei dodici, quattordici figli, quando rientrano ubriachi nella stamberga che chiamano casa, una casa dove non c’è né pane né acqua. Senza contare poi i bambini di strada che spariscono, che finiscono nelle mani di pedofili o di sfruttatori, o che servono per “organi di ricambio”. 105 Per questo c’è tanta emigrazione dal Perù, in un primo tempo quasi esclusivamente dalla zona di Lima, ma da qualche tempo da tutte le province, dal nord al sud. Nel 2000, a 31 anni, Maria rientra in patria, comincia la costruzione della casa, con grande fatica dopo tanti anni riprende gli studi, pur nel il disagio di essere la studentessa più anziana, e di parecchio, rispetto agli altri studenti con cui non riesce a comunicare, a instaurare rapporti di amicizia, perde i contatti con i suoi compagni di studi che sono già da tempo nel campo del lavoro, ma nonostante tutto riesce a finire, e inizia la ricerca di un impiego. Anche qui le cose non vanno bene, non ha accumulato abbastanza esperienza per la sua età , ha già superato i venticinque anni, età massima per aspirare all’insegnamento, e in quel periodo di instabilità politica e di grandi cambiamenti, non ci sono stati bandi di concorsi pubblici. Intanto Maria da qualche mese aspetta un bambino: tenta ancora la strada del suo sogno, il tetto per i bambini di strada, per cui aveva avuto promessa di un finanziamento dagli amici livornesi, e porta un progetto al Ministero dell’educazione, ma l’apparato burocratico tenta di fare suo il progetto e soprattutto il finanziamento: Maria abbandona l’idea, telefona ai suoi sponsor che dirottano l’aiuto in Guatemala, e con il marito decide di tornare in Italia. Lui parte in tempo per non farsi scadere il permesso di soggiorno, lei aspetta la nascita del bambino, e quando decide di tornare le fanno storie perchè il neonato non è segnato sul suo permesso di soggiorno, quindi problemi e pastoie burocratiche fra ambasciata italiana in Perù e questura di Prato allungano tanto i tempi che le scade il permesso di soggiorno. Non si danno per vinti: il marito fa il ricongiungimento familiare e finalmente la famiglia si riunisce a luglio 2003. Qui per poter trovare un lavoro inizia l’inserimento al nido del bimbo, che non ne vuole sapere e diventa violento contro gli altri bambini e contro se stesso, tanto che Maria, spaventata, lo porta da una psicologa. Per fortuna poi tutto si appiana e il bambino inizia ad avere un comportamento normale, forse fra un po’ di tempo Maria potrà pensare di cercare un lavoro, intanto prepara un curriculum per un asilo che cerca personale. Chissà…. I problemi di Maria però non finiscono qui, perché si rende conto che la famiglia di suo marito, giorno dopo giorno, sta cambiando, i rapporti sono sempre meno affettuosi mano a mano che altri della famiglia raggiungono l’Italia: mi fa l’esempio di una famiglia mafiosa, sono più di cinquanta solo a Livorno, dove c’è qualcuno che decide e gli altri che obbediscono, qualcuno che cerca il lavoro per uno o l’altro del clan, e per questo viene ricompensato, qualsiasi cosa viene fatta dietro compenso, lei sospetta che facciano prestiti a usura. Il marito non vuole vedere, vuole pensare alla sua famiglia di un tempo e si tappa occhi e orecchie, lei rimane sola davanti a questa triste realtà, in una casa dove convivo106 no due nuclei familiari e dove a gennaio se ne aggiungerà un terzo. Tutti parenti del marito. A Livorno ci sarebbe anche una sua sorella che però convive con un vedovo italiano che non vuole avere a che fare con la grande famiglia “mafiosa”. Lei è sempre più isolata. Unico raggio di sole è suo figlio, per cui vive, e che occupa la sua mente tutto il giorno, che ha il potere di consolarla e di farla ridere nei momenti più bui, e le telefonate settimanali con le sue sorelle e la mamma, a cui partecipa anche il piccolo Juan con i suoi racconti e le sue canzoncine. Ha conosciuto un’altra ragazza guatemalteca che ha problemi simili ai suoi, e spera di ricevere una volta o l’altra una telefonata, non ha il coraggio di chiamare lei per prima. Ora al primo grande sogno ne ha aggiunto un altro: riuscire a mettere i soldi da parte per poter ritornare definitivamente in Perù, aprire un’officina meccanica per suo marito, che è diventato molto bravo, e occuparsi finalmente di qualche bambino di strada, tornando in seno alla sua famiglia a cui è sempre più legata. Maria dedica questa storia al suo bambino che desiderava da tantissimo tempo, e che sarà sempre nel suo cuore, con la speranza che non debba mai patire quello che ha patito lei, e che se un giorno, dopo il loro definitivo rientro in Perù, volesse tornare in Italia, possa farlo soltanto come turista. 107 Storia di Feng Feng è una piccolissima donna cinese di 41 anni, molto aggraziata nella voce e nei modi, che proviene dalla campagna del Fujan, dove la famiglia lavorava un campo di terra grande “come piazza Duomo”, messo a disposizione dallo Stato: settima di dieci figli, di cui uno solo maschio, per strapparla alla fame è stata ceduta ad un’altra famiglia quando aveva sei anni, e per dieci anni ha continuamente tentato la fuga per il ritorno a casa, ma veniva ogni volta convinta dalla madre a tornare alla sua seconda famiglia, così per lo meno non sarebbe morta di stenti; il fratello e le altre sorelle più grandi invece servivano per aiutare i genitori nel campo. Quando aveva sedici anni è stata promessa in sposa ad un uomo a cui lei non voleva legarsi, per cui è scappata definitivamente da una sua sorella sposata, dove è stata fino al compimento dei diciotto anni: a quel punto si è fidanzata e sposata con un uomo contadino come lei, con una situazione familiare complicata, perché la madre, rimasta vedova mentre era incinta di lui, ha dovuto sposare un fratello del marito, secondo le regole della società cinese del tempo. Così Feng si è trasferita nella povera casa del marito, e aiutava gli altri nel campo; aveva conosciuto persone nuove, vicini di casa della sua nuova famiglia, e lì aveva saputo da qualcuno che aveva parenti all’estero, della grande migrazione cinese in Italia. Ma erano molto poveri, e sono stati richiamati a vivere presso la sorella di lei che con il matrimonio si era trasferita in città, e che si era mossa a compassione nel vederli ridotti così male. Abitavano in uno stalletto per i maiali, ripulito e imbiancato dalla sorella, e lì sono stati per cinque anni, lei, il marito e i due figli maschi che nel frattempo erano nati. Aveva cominciato un corso per diventare infermiera, frequentandolo per soli tre mesi, e aveva lavorato poi per sei mesi in ospedale: le piaceva molto, ma non potendo più sostenere l’esame per mancanza di soldi, era stata licenziata anche se era molto brava e molto apprezzata dai medici. Il marito poi aveva dovuto subire due interventi chirurgici, e in Cina le prestazioni mediche di ogni genere sono a pagamento: lui non lavorava, Feng guadagnava circa 300.000 vecchie Lire, e ogni operazione era costata più di un milione; inoltre i figli andavano a scuola, e anche questa era a pagamento, ed era piuttosto costoso. Il marito aveva però incominciato a bere e non aveva nessuna voglia di cercarsi un lavoro, i litigi si sommavano ai litigi, e sempre più spesso lui, ubriaco, la picchiava. Feng cercava conforto presso la madre, che però, tramandandole una cultura di sottomissione e sofferenza, le diceva di sopportare e di andare avanti. Intanto aveva messo su un banchetto di frutta e verdura al mercato, e cerca108 va di sopravvivere mantenendo così la famiglia. Nel 1993, stanca dei continui soprusi e delle violenze del marito, aveva deciso di fare il grande passo e di emigrare in Italia: si era informata, aveva chiesto soldi in prestito a tutti i parenti ed amici, fatto il passaporto, consegnato trenta milioni di vecchie Lire ad una banda di sette persone che organizzava finti giri turistici per espatriare clandestinamente le persone, ed era partita. Il viaggio era durato più di un mese, facevano turismo nelle grandi città, sostando alcuni giorni in ognuna, passando per Pechino, Mosca, Varsavia, Berlino,Vienna, e finalmente Milano, dove si è fermata e ha rintracciato alcuni amici che le hanno trovato un lavoro a Campi Bisenzio. Qui ha cominciato la sua vita da clandestina, chiusa per tre mesi dentro un magazzino cinese a cucinare per tutti gli operai della ditta per 200.000 Lire al mese; poi chiedendo a vari amici, è passata ad un altro magazzino dove è rimasta a fare lo stesso lavoro per cinque mesi, e dove la pagavano 300.000 Lire; poi è andata da un “bravo padrone” che le ha detto che non poteva passare tutta la vita a cucinare, e le ha insegnato a cucire, e via via che imparava e si sveltiva, le aumentava la paga, arrivando addirittura a 600.000 Lire. Intanto mandava gran parte dei suoi guadagni in Cina per ripagare tutti i debiti. Nel ’95 è arrivata la possibilità di regolarizzazione degli extracomunitari clandestini con una sanatoria, e Feng è stata aiutata dal suo “padrone buono” che le ha presentato un italiano, Salvatore, che le ha permesso di ottenere il permesso di soggiorno facendole un contratto di lavoro come domestica presso la madre anziana; nel ’98 le ha permesso anche di fare il ricongiungimento familiare con il marito e con i figli, affittando una casa dove loro quattro si sono di nuovo riuniti, e dove Feng pensava che si sarebbe potuta ricostituire la famiglia; lavorando nelle ditte cinesi per così tante ore al giorno, sicuramente non avrebbero più avuto la forza di litigare, e le cose sarebbero andate meglio. I figli erano stati iscritti a scuola, ma il marito continuava a rifiutarsi di lavorare, avrebbe voluto fare solo il turista, come aveva fatto lei per arrivare in Italia, e glielo rinfacciava sempre, e tutti i giorni la picchiava; per di più era geloso, e quando vedeva Salvatore che parlava con Feng si accaniva sulla moglie con maggior violenza. I fratelli del marito sostenevano la piccola cognata, ma erano lontani, a Vienna, e non potevano che offrire la loro solidarietà: ad un certo punto aveva voluto partire anche lui per Vienna strappando la ricevuta del permesso di soggiorno che doveva rinnovare a Prato, di lei non ne aveva più voluto sapere, aveva preteso il divorzio e sposato una donna austriaca. Salvatore intanto pagava l’affitto della casa dove erano rimasti i suoi figli, pagava da mangiare per loro, e qualche vestito, e lei in cambio si occupava notte e giorno dell’anziana madre di lui, che la trattava come un cane, senza alcun compenso. Poi Salvatore aveva disdetto il contratto di affitto, i figli di Feng erano 109 rimasti senza casa, e lei, senza un soldo ormai da anni, ha chiesto denaro agli amici per comprare i biglietti del treno e mandarli dal padre a Vienna. Partendo, il più grande dei due aveva sussurrato a sua madre che forse, se avesse sposato Salvatore, le cose sarebbero andate meglio: lei ci aveva pensato su, aveva immaginato che forse la madre di lui l’avrebbe trattata meglio, sarebbe salita nella sua considerazione, forse la sua vita, dopo tanta sofferenza e mortificazione avrebbe avuto una svolta; certo lui aveva venticinque anni più di lei, era povero, storpio e mezzo cieco, ma con lei era sempre stato buono, non l’aveva mai picchiata. Ma nonostante il matrimonio le cose sono rimaste immutate, la suocera ha continuato a trattarla male e ha continuato a non darle nemmeno un soldo. Per di più ha rotto i ponti con la sua famiglia di origine, sua madre l’ha sgridata più volte, dicendole che in Cina non esiste il divorzio, tanto meno un secondo matrimonio dopo il divorzio, in Cina le donne devono sopportare, perché così è da sempre. Ora si è ribellata, dopo sette anni ha lasciato la casa della suocera e sta cercando un lavoro come badante presso qualche altra anziana, dove cerca un trattamento umano e un compenso, anche piccolo, decisamente inferiore alle paghe correnti, ma dove la sua esperienza di tanti anni di cure amorevoli ed esperte venga riconosciuta ed apprezzata. Feng è buddista, ma tutti i giorni va in chiesa e prega quel Dio che sicuramente, dice, è lo stesso per tutti, e lì trova la consolazione alle sue angosce, la pace di cui ha tanto bisogno, la forza per andare avanti, e la speranza di una vita finalmente insieme ai suoi figli. 110 Storia di Vera Vera è una ragazza albanese di una trentina d’anni, proveniente da un villaggio di campagna, ma non lontano dal mare, vicino a Scutari; la nostra storia incomincia quando lei aveva 21 anni, e il suo bimbo, Giulio, appena 1. Vivevano in una casa in pessime condizioni, appena abbozzata, non ancora finita e già vecchia; due piccole stanze senza pavimento e senza soffitto, era solo quel che si dice un tetto sopra la testa. Avevano un po’ di terra, ma era brulla, non dava niente, era difficile da coltivare e per di più erano senza i mezzi per poterlo fare. Arben, il marito di Vera, aveva deciso un giorno che quella vita non si poteva proprio più vivere: lavorava 12 ore al giorno e guadagnava il corrispettivo di 20.000 delle nostre vecchie Lire al mese, il lavoro si trovava solo tramite amici, ovunque c’erano povertà e ingiustizia; erano in quattro a dover sopravvivere, loro due, il bambino e la mamma di Arben che era vedova. E così un giorno era partito, anche lui con un motoscafo come tutti gli altri, una traversata difficile, durata dodici ore perchè si era spento un motore durante il viaggio, e in 11 mesi Vera, che viveva nella continua ansia, nella paura di chi non ha notizie, né belle né brutte, aveva ricevuto da lui soltanto due telefonate ed un’unica lettera. Ricevere telefonate era a quell’epoca un’impresa veramente difficile: in tutta la loro zona i telefoni nelle case non esistevano, c’era un solo telefono pubblico a cui si aggrappavano le speranze per un colloquio di tutti quelli che avevano un familiare all’estero, per cui si formavano code spaventose; la posta non funzionava, un telegramma molto urgente arrivava addirittura dopo quattro giorni, non c’era un postino vero e proprio nemmeno in città, figurarsi poi per arrivare nel loro villaggio… era quasi un miracolo che ne fosse arrivata una! Vera allora aveva deciso di partire per raggiungere Arben, aveva parlato con gli scafisti, cercato di prendere accordi per la traversata, ma le risposte erano state sempre elusive, perché non si fidavano di una donna, figuriamoci poi di una donna con un bambino: chi avrebbe pagato, chi avrebbe garantito per quei due? Arben era tornato inaspettatamente per qualche giorno a fine settembre, e il 1°ottobre di quell’anno era scoppiato il primo litigio fra di loro, perché Vera era determinata a partire insieme a lui, mentre lui voleva rientrare in Italia da solo, ritirare il sognato permesso di soggiorno, di cui era riuscito ad ottenere il cedolino di ricevuta, e col tempo far venire anche lei e Giulio. Ma Vera non cedeva, non voleva più vivere da sola con l’ansia e la paura, voleva stare insieme a lui; erano andati insieme a prendere il biglietto per il traghetto, ma senza parlarsi. All’uscita dall’agenzia avevano incontrato gli scafisti: Vera era riuscita convincere Arben a trattare con loro, e lui l’aveva accontentata, aveva promesso garanzie e soldi se avessero portato Vera e Giulio sani e salvi dall’”altra parte”. 111 L’accordo era stato fatto, erano bastate poche parole. Arben le aveva detto di raggiungere Firenze dopo la traversata, e, una volta arrivata, di chiedere ad altri albanesi come arrivare a Prato, o andare alla Caritas. Due giorni dopo,Vera stava lavando i piatti alla fine di un banchetto per la festa del villaggio, quando è arrivato un uomo, era lo scafista, le ha fatto cenno di andare; Vera si è tolta il grembiule, ha lasciato i piatti a metà, ha preso Giulio e la sacca che aveva già pronta sotto il letto, ha salutato ed è andata via con lui. Il treno non funzionava quel giorno, sono dovuti salire su un furgone: 30 persone per 10 posti, tutti uomini, lei e un’altra donna, Giulio e un altro bambino. Tre ore di strada sterrata senza vedere dove si andava, con le tende scure ai finestrini, una corsa a sobbalzi fino al porto, e l’attesa dell’imbarco in una costruzione nascosta: all’interno tutto sporco e desolazione, segni di passaggio di altri gruppi sicuramente già arrivati… Sono rimasti lì dentro dalle 6 di mattina alle 10,30 di sera, poi finalmente è arrivato l’ordine di imbarcarsi. In fila indiana e in silenzio sono saliti sul gommone, tutti gli uomini sotto un tendone soffocante, le due donne con i bambini fuori. Ma Giulio aveva incominciato a piangere, non smetteva più, gli scafisti le hanno detto senza mezzi termini che avrebbero buttato il bambino in mare se non lo faceva tacere: per fortuna aveva con sé il Luminal, un sedativo per il mal di pancia, e dopo quello per fortuna Giulio si è addormentato. C’era il mare grosso, e gli spruzzi arrivavano da tutte le parti, Vera aveva coperto Giulio con un pezzo di nylon, ma quando aveva cominciato a sentirsi male e a vomitare, non si era accorta che il nylon si era spostato, e lei continuava a vomitargli addosso; in quei momenti, completamente senza forze, disperata, si augurava solo di morire, di far cessare presto quell’agonia, di essere inghiottita da quel mare che prima le aveva rappresentato solo la grande speranza di futuro. Poi ecco le prime luci della costa, allora aveva ricominciato a prendere coraggio, a sperare di nuovo: voleva vederle meglio quelle luci, forse se si alzava un pochino…. ed ecco invece il buio, lampi, un dolore insopportabile, si è ritrovata distesa in un bagno di sangue mentre l’uomo, minaccioso sopra di lei, le diceva che se avesse provato ancora una volta ad alzarsi, invece di darle solo una gomitata nel naso l’avrebbe buttata a mare. Ma le luci per fortuna si avvicinavano sempre di più e finalmente sono arrivati alla spiaggia; l’ordine degli scafisti era di scendere tutti di corsa, ma quando è toccato a lei, la risacca aveva riportato il gommone indietro, e lei è sprofondata nell’acqua dove non toccava, con in braccio Giulio: per fortuna le mani provvidenziali di un cugino di Arben, partito con lo stesso scafo, l’hanno tirata su, sorretta fino a riva, e grazie a Dio erano arrivati sani e salvi. Si sono tolti i vestiti inzuppati di dosso, infilandosi poi velocemente quelli asciutti, e si sono incamminati per un viottolo di campagna che, procedendo, diventava sempre più fangoso, ed era sempre più difficile mantenersi in equilibrio nella melma che imprigionava i passi. 112 Giulio si era messo a strillare di nuovo, e altri due uomini, uno italiano e l’altro albanese, le giuravano che l’avrebbero fatto fuori se non l’avesse fatto tacere: per fortuna dopo poco, vinto dalla stanchezza del pianto, si è rimesso a dormire. Dopo una marcia di quattro ore si sono fermati, a metà strada fra Brindisi e Lecce, ad aspettare le macchine: dappertutto erano ammassati mucchi di vestiti, segno inequivocabile del passaggio di altri disperati, che forse erano stati informati meglio di quando era il momento giusto per cambiarsi; loro erano letteralmente ricoperti di fango, e non avevano altro da mettersi. Con rassegnazione si sono seduti ad aspettare, ma alle prime luci dell’alba sono stati assaliti dai morsi di nuvole di tafani, che non hanno dato tregua fino a che sono riusciti finalmente a salire sui famosi ”taxi” che li hanno scaricati alla stazione di Brindisi Sul treno per Firenze ha dato a Giulio le ultime cose da mangiare che aveva in borsa, sicura che comunque, ora avrebbe trovato chissà quali altre leccornie per lui. Come ha letto il cartello di Firenze è scesa dal treno, sempre assieme al cugino Rocco, ma era a Campo di Marte; nessuno le aveva detto che c’erano diverse stazioni, lei pensava che Firenze fosse un po’ più grande del suo villaggio, e solo ora era riuscita a realizzare che era enorme, mai l’avrebbe potuto immaginare, nemmeno dopo i racconti di suo marito. Hanno dormito lì, su una panchina, la mattina dopo sono andati a S.Maria Novella, e, seguendo le istruzioni di Arben, hanno chiesto ad alcuni albanesi che si aggiravano in stazione dove fosse la mensa, ma loro si giravano dall’altra parte, facevano finta di non capire. Allora lo hanno chiesto a due poliziotti che hanno dato le indicazioni per Via Baracca: arrivati là, a piedi, con Giulio sempre in braccio che strillava per la fame, hanno trovato la mensa già chiusa, e sono tornati a piedi alla stazione. L’ultima possibilità per ritrovare Arben era un numero di telefono di un cugino che stava a Roma: erano rimasti d’accordo che, se non si fossero trovati, lei sarebbe dovuta andare a Roma e il cugino poi sarebbe riuscito a rintracciare lui; hanno chiesto ad un signore anziano, che gentilmente ha prestato loro il cellulare, di poter fare una telefonata, ma il numero era inesistente. Angosciati, hanno dormito di nuovo su una panchina, e la mattina seguente Vera ha chiesto all’uomo di una bancarella qualcosa da mangiare per Giulio che, disperato, non prendeva cibo da circa 24 ore, ma nessuno le ha dato retta: per fortuna, dopo aver tanto urlato, ogni volta si riaddormentava spossato dalla stanchezza. La provvidenza ha voluto che passassero per la stazione due amici di Rocco che conoscevano il cugino di Arben, così hanno potuto avere il numero nuovo e i soldi del biglietto, e sono partiti alla volta di Roma. Arrivati là, dopo gli abbracci, con la gioia euforica di aver finalmente ritrovato facce amiche, sorridenti, dopo aver raccontato il travaglio passato, ripuliti e rifocillati, sono caduti in un sonno letargico ristoratore. Arben intanto, ignaro di tutto, continuava normalmente la sua vita di tutti i 113 giorni, al lavoro e poi a casa, una stanza in una casa abbandonata, che condivideva con altri 11 uomini: durante la settimana a mezzogiorno mangiava un panino durante la pausa, il sabato e la domenica andava a mangiare alla mensa; e lì per l’appunto, il giorno dopo l’arrivo di Vera a Roma, ha incontrato due ragazzi albanesi conoscenti del marito di sua sorella, che gli hanno detto che avevano parlato a Valona con una ragazza che aveva con sé un bambino, che si era fatta riconoscere come la moglie di K. e che stava andando in Italia, ma loro erano partiti con il primo gommone, lei invece doveva partire con il secondo. A quel punto Arben ha capito, si è fatto prestare 50.000 Lire ed è partito immediatamente per Roma. Vera era sola in casa, il cugino aveva portato Rocco a visitare la città, la moglie era uscita per fare la spesa, e lei, trastullando Giulio sul divano, stava guardandosi intorno in quella casa che le sembrava una reggia, con tanti oggetti sconosciuti, misteriosi, curiosi: ad un tratto ha sentito un suono di campanello, si è voltata verso il punto da cui proveniva quel suono, ormai da qualche ora aveva imparato che era il video citofono, aveva guardato allibita i suoi parenti quando lo avevano usato, e ha visto Arben. Arben che suonava e risuonava, e lei credeva di sognare, e non apriva, guardava l’immagine stravolta in bianco e nero di lui, guardava Giulio che giocava, e non capiva, non apriva. Poi un boato nel cervello, è corsa urlando verso il misterioso apparecchio, e pochi secondi dopo erano uno nelle braccia dell’altro, e i racconti si mescolavano ai baci, agli abbracci, alle lacrime, al riso. Poche ore dopo erano a Prato, sono arrivati di notte, non c’erano più autobus, e sono andati a piedi dalla stazione a via Pollative, con Giulio in braccio e le sporte della spesa che gli avevano dato i cugini: Vera ogni tanto domandava ad Arben se anche la sua casa fosse bella come quella di Roma, e lui ridacchiava e le diceva che era più grande. Poi sono arrivati alla casa abbandonata, era brutta, sporca, in disordine, in una stanza abbastanza piccola c’erano nove uomini, più Arben, più Rocco, faceva undici uomini più lei e Giulio, tutti a dormire per terra su giacigli di fortuna, con i topi che nel buio gironzolavano in cerca di cibo, ma era sempre meglio di niente. Per tre mesi quella è stata la sua casa: alla mattina tutti andavano a lavorare, e lei durante la giornata rimaneva sola con Giulio, Arben alla sera le portava qualcosa da mangiare dalla mensa dei poveri, quello che riusciva a mettersi in tasca senza farsi vedere. Alcune persone che abitavano lì vicino erano andate a curiosare, l’avevano vista trafficare, avevano visto Giulio, avevano avuto compassione, e tutti le avevano regalato qualcosa, anche la spesa, ma lei non aveva pentole per cucinare, e mangiava pasta cruda insieme a Giulio. Poi sono arrivate anche le pentole, anche un lettino per Giulio, e lei faceva trovare da mangiare per tutti alla sera, lavava la roba di tutti e cercava di tenere il più pulito possibile. Ma Arben non voleva che lei rimanesse lì 114 in quelle condizioni, avrebbe preferito che ritornasse in Albania, e a volte i toni della discussione si alzavano, perché lei di lasciarlo da solo non ne voleva proprio sapere, non accettava di tornare a convivere con l’ansia e la paura dell’ignoto, preferiva stare qui con lui: del resto non l’avevano forse giurato all’altare, qualche anno prima, di stare sempre insieme “nella buona e nella cattiva sorte?” Una notte, mentre tutti dormivano, sono arrivati gli uomini della polizia, hanno illuminato dappertutto con le pile, hanno frugato, dopo li hanno fatti uscire tutti fuori mentre loro erano ancora all’interno, poi se ne sono andati via ridendo, senza fare problemi, senza chiedere documenti, niente: quando, increduli, Vera e gli altri sono rientrati, hanno trovato pipì dappertutto: su materassi, coperte, vestiti, pentole, persino sul materassino e nel piattino di Giulio, dovunque; ma quanti erano, quanto liquido avevano in corpo? e poi, soprattutto, perché? Dopo questa vicenda i soliti “vicini di casa” le hanno regalato un lettino per Giulio: né lei né Arben avevano mai visto, ma nemmeno immaginato, niente di più bello, era il letto di un piccolo re, e lui ci stava così bene! Quello sì che era l’inizio di una vera casa. Il giorno dopo pioveva a catinelle, e sono arrivati di nuovo gli uomini della polizia, ma non gli stessi, erano altri: hanno guardato, frugato, fatto tante domande, poi hanno fatto telefonate, e intanto buttavano fuori la loro roba, anche il lettino da re è finito sotto la pioggia scrosciante, e Vera si sentiva andare via il cuore, pregava che lo rimettessero dentro in fretta, ma niente da fare, il lettino rimaneva lì, e continuava a piovere, e si inzuppava. Poi sono arrivati i vigili del fuoco e due donne della Caritas che le dicevano che non avrebbe dovuto portare un bambino così piccolo all’avventura, a vivere in una casa abbandonata, in continuo pericolo, senza la dovuta igiene. Vera taceva, si sentiva impotente perché non riusciva a parlare bene in italiano, era un tormento non riuscire a spiegare che la loro vita in Albania non era affatto migliore di questa, che qui nessuno poteva sapere, nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginarlo, e mentre loro continuavano a brontolare e il suo cuore batteva all’impazzata, sentiva dentro di sé che la loro strada lasciava intravedere una luce, qualcosa di molto forte le diceva “dai, non piangere più, questa è l’ultima sofferenza, presto tutto questo sarà finito, e anche tu potrai avere una vita normale come tutti”. Poi li hanno portati via, gli uomini al dormitorio e lei e Giulio dalle suore: lì sicuramente stavano tutti meglio, ma non era quella la vita che volevano, da separati, per cui quando Arben, dopo il periodo di accoglienza di quindici giorni ha dovuto lasciare il posto ad altri, perché questa era la regola del piccolo dormitorio, lei ha raccolto in una sacchetta tutto quello che era riuscita a salvare e si era incamminata verso l’uscita, salutando e ringraziando le suore, fino a che una di loro le ha chiesto dove stesse andando. Quando hanno sentito che lei stava tornando fuori, a dormire nella macchina bruciata che Arben era riuscito a scova115 re, hanno deciso, con un po’ di apprensione, di prendere a dormire anche lui. Vera rifiuta l’accusa, mossa da qualcuno, di ricatto morale nei confronti delle suore, per lei allora era l’unica decisione possibile, ha agito come una qualsiasi albanese che si rispetti, come avrebbero fatto sua madre o sua nonna; dice però che oggi ragionerebbe in modo diverso, che non rischierebbe più così tanto, perché ha preso coscienza di un mondo diverso, si è lasciata alle spalle concezioni di cultura albanese dove si danno per scontate cose che qui sono inconcepibili. Sono rimasti nel convento per tre mesi, lei nel frattempo aveva cominciato a fare qualche lavoretto in casa di famiglie scovate dalle suore, prima per due ore alla settimana, poi per tre ore, mentre Giulio aveva incominciato a frequentare la scuola materna interna; Arben ha avuto, sempre tramite le suore, un contatto di lavoro e per un anno e mezzo hanno lavorato lei come domestica in casa dei proprietari di una ditta, e lui come guardiano; abitavano in un appartamentino sopra la fabbrica messo a loro disposizione, che avrebbe dovuto essere ristrutturato e passato a civile abitazione, ma i proprietari non sono mai riusciti ad ottenere i necessari permessi; Vera e Arben a quel punto sono dovuti andare via da lì, ma hanno potuto permettersi una casa in affitto, e hanno continuato serenamente la loro vita tutti e tre insieme, Giulio all’asilo e poi a scuola, loro al lavoro. In seguito sono diventati quattro, con l’arrivo della piccola Michela, e la loro situazione economica è migliorata al punto di poter accedere ad un mutuo, hanno comprato e risistemato la stessa casa che avevano affittato anni prima e che era stata messa in vendita. Dopo di loro sono arrivati in Italia, ad uno ad uno, tutti i fratelli e le sorelle di Vera, si sono stabiliti tutti qui a Prato, in case il più possibile vicine, per stare uniti e potersi dare una mano l’un l’altro. Ogni anno in agosto tornano tutti e sei nel piccolo villaggio natio a casa dai genitori che, rimasti ormai soli, vivono dei momenti che passano insieme a figli e nipoti e delle telefonate che ricevono da loro: quando Vera è in viaggio per l’Albania, suo padre si mette sulla strada ad aspettarla fin dall’alba, anche se sa perfettamente che lei non potrà essere a casa prima del tardo pomeriggio, ma gli sembra così che il tempo scorra più velocemente. D’altro canto Vera non fa che sperare di riuscire a farli venire in Italia, ma non è facile, ci vorrebbe una casa più grande e un reddito più alto; per ora si limita ad aiutarli economicamente assieme a sorelle e fratelli, ma non è la stessa cosa che averli vicino… 116