CAMERA DEI DEPUTATI
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DISEGNO DI LEGGE
PRESENTATO DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
E DALMINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE E DEI TRASPORTI
DI CONCERTO CON IL MINISTERO DELL’AMBIENTE
E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
CON IL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO
CON IL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO
CON IL MINISTERO PER GLI AFFARI REGIONALI E LE AUTONOMIE
E CON IL MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
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Conversione in legge del decreto-legge 12 settembre 2014, n.133, recante misure urgenti per
il rilancio dell’economia e dell’occupazione del Paese attraverso misure per il risanamento
delle matrici ambientali inquinate, una gestione sostenibile dei rifiuti, gestione pubblica e
partecipativa dell’acqua e dei servizi pubblici locali, misure per il rilancio delle energie
rinnovabili, nonché attraverso misure per la messa in sicurezza del territorio contro il
dissesto idrogeologico e rischio sismico e misure atte ad arrestare il consumo di suolo.
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Presentato il 12 settembre 2014
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ONOREVOLI DEPUTATI ! — Con il presente disegno di legge si chiede la
conversione in legge del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, recante misure
urgenti per il rilancio dell’economia e dell’occupazione del Paese attraverso misure per
il risanamento delle matrici ambientali inquinate, una gestione sostenibile dei rifiuti,
gestione pubblica e partecipativa dell’acqua e dei servizi pubblici locali, misure per il
rilancio delle energie rinnovabili, nonché attraverso misure per la messa in sicurezza
del territorio contro il dissesto idrogeologico e rischio sismico e misure atte ad
arrestare il consumo di suolo.
CAPO I
MISURE PER IL RISANAMENTO DELLE MATRICI AMBIENTALI
In merito agli interventi di bonifica essi non devono essere concepiti facendo
riferimento solo alla loro natura procedurale tecnica nella quale spesso prevale la logica
economica ma altresì andrebbero considerati maggiormente gli aspetti ambientali e sanitari.
Una sorta di azione di giustizia sociale per tutti quei territori devastati che spesso hanno
perso l'opportunità di proporre forme diverse di economia più sostenibili.
Si propone di introdurre il divieto di commissariamento in materia di bonifiche, non
essendo situazioni né improvvise né tanto meno imprevedibili.
In extremis si propone l'esercizio dei poteri sostitutivi senza commissariamento da parte
degli enti sovra-ordinati automatici in caso di inadempienza ed inerzia da parte di uno dei
soggetti istituzionali deputati.
Inoltre si propone l'introduzione delle seguenti norme:
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Gli accordi di programma devono essere sottoposti a Valutazione Ambientale
Strategica completa e a Valutazione di Impatto Sanitario, per permettere l’effettiva
partecipazione dei cittadini ai procedimenti;
per le aree più vaste non può essere lasciata all’autocertificazione la qualificazione
dell’entità dell’inquinamento ma vi deve essere un preciso elenco di sostanze da
cercare e schemi di campionamento da adottare con controanalisi su una parte dei
campioni da parte delle agenzie ambientali regionali.
Sulle aree più piccole devono essere introdotti controlli a campione sui procedimenti
semplificati attivati rispetto ai dati autocertificati, prevedendo aggravanti specifiche
per chi ha prodotto dichiarazioni mendaci. La caratterizzazione successiva
all’intervento di bonifica e le relative controanalisi devono comunque prevedere un
elenco minimo di parametri da analizzare ed eventuali scostamenti devono essere
autorizzati specificatamente;
il trattamento dei materiali finalizzato alla decontaminazione deve essere la prima
opzione; se il trattamento è impossibile o poco efficace tali materiali devono essere
smaltiti prioritariamente in discariche già esistenti ed autorizzate; lo stoccaggio “sul
posto” tramite realizzazione di nuove discariche deve essere consentita
esclusivamente in aree con bassa vulnerabilità delle falde, basso rischio per quanto
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riguarda il rischio idrogeologico e sismico, assicurando il coinvolgimento dei
cittadini nelle scelte;
il funzionamento dei sistemi di trattamento a valle delle acque di falda come
intervento di messa in sicurezza deve essere limitato il più possibile nel tempo, dando
priorità agli interventi di rimozione delle fonti di contaminazione. Negli interventi
che prevedono il re-insediamento di attività produttive, non è possibile ricorrere al
solo barrieramento idraulico a valle e a sistemi di messa in sicurezza operativa, ma
deve essere resa obbligatoria la preventiva rimozione/decontaminazione delle fonti di
contaminazione.
come avviene per le autorizzazioni paesaggistiche, i comuni (anche in collaborazione
tra di loro) devono dotarsi di servizi tecnici adeguati secondo standard elevati e certi
per quanto riguarda le procedure di bonifica/risanamento territoriale;
annullamento della decisione del 2013 del declassamento di 18 siti, tra cui Terra dei
Fuochi, da Siti di Interesse Nazionali a Siti di Interesse Regionali e verifica
dell’esistenza di altre aree da inserire quale Sito di interesse Nazionale per le
bonifiche, anche su segnalazione di comitati e cittadini;
realizzare entro 12 mesi un Piano Nazionale per le Bonifiche assicurando ampia
partecipazione da parte degli enti territoriali e dei comitati, realizzando
obbligatoriamente un’inchiesta pubblica con visite sul territorio;
prevedere obbligatoriamente tavoli di lavoro congiunti e permanenti tra comitati ed
istituzioni nei Siti Nazionali di Bonifica (anche in quelli declassati);
obbligare entro il 31/12/2014 il Ministero dell’Ambiente e gli enti territoriali (ASL,
Agenzie ambientali) al rispetto del Decreto 195/2005 sulla trasparenza dei dati e
delle informazioni ambientali in loro possesso, introducendo l’immediata
sospensione con decurtazione del premio di produttività e, in caso di permanenza
dell’inadempienza, la decadenza dall’incarico del dirigente responsabile al
procedimento per il quale non vengono resi disponibili i dati;
rendere obbligatorio il Registro dei Tumori e delle malattie da esposizione
ambientale;
rendere permanenti gli osservatori delle malattie da esposizione ambientale e la
sorveglianza epidemiologica per i Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche
(compresi quelli declassati);
attivare uno sportello per il cittadino in tutti i Siti Nazionali per le Bonifiche
(compresi quelli declassati) dove poter ottenere tutte le informazioni;
affidare le istruttorie relative ai S.I.N. a personale di ruolo e non a precari della
pubblica amministrazione.
Per quanto riguarda le procedure di affidamento di lavori nel campo delle bonifiche
deve essere introdotto:
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l’obbligo di iscrizione all’Albo dei Gestori Ambientali al momento della
partecipazione alla selezione;
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l’obbligo alla pubblicazione, sui siti WEB dell’autorità precedente, del curriculum
dell’azienda selezionata e dell’ultima visura camerale disponibile.
CAPO II
GESTIONE SOSTENIBILE DEI RIFIUTI
L’introduzione di obiettivi di prevenzione (riduzione in peso dei rifiuti prodotti), di
riciclaggio effettivo e di riduzione degli imballaggi e dei rifiuti da imballaggio. In sintesi si
propone che:
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dimezzare la quantità di rifiuti urbani prodotti, in particolare dei rifiuti organici
attraverso l’autocompostaggio così come indicatoci dalle linee guida europee per la
prevenzione dei rifiuti;
ridurre i rifiuti speciali, analizzando in dettaglio le singole filiere produttive,
attraverso il
supporto dei centri di ricerca appositamente costituiti e la
collaborazione delle aziende;
creazione di centri di riparazione e riuso per allungare la vita dei prodotti, prima che
questi assumano la qualifica di rifiuto. Questi centri saranno gestiti direttamente dai
comuni. Il nostro scopo è allargare la coscienza ecologica responsabilizzando i
cittadini per evitare la pratica dell’usa e getta;
eliminare i conflitti d'interesse nelle fasi di prevenzione e gestione dei rifiuti,
attraverso la netta separazione delle attività di prevenzione da quelle di gestione e la
separazione fra gestione e smaltimento: in questo modo si eviterà che le partecipate
non facciano bene la raccolta e la selezione dei rifiuti, avendo una discarica da
riempire;
Trasformazione del Conai per poter dirimere i conflitti d’interesse all’interno dei
consorzi di filiera. Il Conai diventerà un’agenzia per il riciclo e l’economia circolare
con natura giuridica pubblica e non più privata, alle dipendenze del Ministero
dell’Ambiente di concerto con quello delle Attività Produttive . Oltre ciò, abbiamo
predisposto dei criteri di nomina trasparenti e la partecipazione paritaria di tutti i
portatori di interesse quali riciclatori, associazioni dei consumatori, produttori,
commercianti, enti di controllo, amministratori pubblici. Vogliamo l’eliminazione del
recupero energetico per il raggiungimento degli obiettivi di riciclo.
Introduzione del sistema del vuoto a rendere esteso a tutte le tipologie di bevande. È
necessario che i contenitori in plastica destinati all’uso alimentare e contenenti
diverse bevande siano sottoposti al sistema del vuoto a rendere, incoraggiando in tal
modo il riutilizzo di materiale prezioso. Indispensabile per le stesse ragioni includere
anche l’alluminio.
Implementazione di una vera tariffazione puntuale, in modo che i cittadini paghino
la Tari esclusivamente in base ai rifiuti prodotti e non alla grandezza della casa in cui
vivono;
Introdurre una tassa di scopo sul conferimento in discarica ed agli inceneritori: in
questo modo si potranno finanziare i centri di ricerca e scoraggiare le pratiche
scorrette;
Introduzione del calcolo dell'impatto ambientale durante il ciclo di vita dei prodotti;
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Introduzione del principio di sostenibilità ambientale ovvero la capacita' fisica di un
territorio di rigenerare le risorse in luogo di quello di "sviluppo sostenibile”;
Introduzione di una vera responsabilità estesa del produttore, così come previsto
dalla normativa europea, visto che ad oggi la responsabilità del produttore e' solo
monetaria. Il nostro scopo e’ sensibilizzare i produttori e cioè chi produce oggetti
destinati a diventare rifiuti, affinchè si faccia carico degli impatti ambientali derivanti
dall'utilizzo di questi beni; in tal senso vogliamo introdurre la responsabilità del
produttore di beni e non solo di rifiuti;
Individuare e censire nell’intero territorio nazionale tutti gli impianti dove vengono
svolte attività di preparazione per il riutilizzo, di pre-selezione meccanica, di
compostaggio. Censire inoltre ogni altro sito attualmente esistente nel territorio
nazionale, in cui siano poste in essere operazioni di recupero di materia dai rifiuti,
approvato o già previsto nella pianificazione regionale, provinciale e d'ambito.
Specificare il fabbisogno nazionale residuo dei predetti impianti, per potere davvero
conseguire gli obiettivi di riciclaggio di cui all’art. 11 della direttiva 2008/98/CE del
Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008. Oltre ciò
contestualmente predisporre un piano di progressiva dismissione degli impianti di
recupero di energia dai rifiuti urbani e speciali, nonchè degli impianti di smaltimento
dei rifiuti urbani e speciali;
Premesso che gli inceneritori deprimono lo sviluppo della raccolta differenziata e del
riciclaggio, aumentando la circolazione dei rifiuti sul territorio nazionale, nonché il
fabbisogno delle discariche, si introduce il concetto di sostenibilità economica e
occupazionale della filiera dei rifiuti, in linea con la nostra proposta di revisione della
seconda parte del codice ambientale, definendo i costi dei metodi alternativi e i
finanziamenti richiesti dagli imprenditori, spingendo verso i metodi che tutelano
l’ambiente (che sono sempre i meno costosi) e garantiscono un maggior numero di
occupati (in linea con i dati del CNR, occupazione dieci volte superiore con il riciclo
rispetto al ricorso alla discarica e all’incenerimento) ed evitando le speculazioni
come il proliferare di impianti a biogas.
CAPO III
GESTIONE PUBBLICA E PARTECIPATIVA DELL’ACQUA E DEI SERVIZI PUBBLICI
LOCALI
Le politiche di privatizzazione, che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il
punto di riferimento per la sua gestione, hanno provocato ovunque:
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degrado e spreco della risorsa,
precarizzazione del lavoro,
peggioramento della qualità del servizio,
aumento delle tariffe,
riduzione dei finanziamenti per gli investimenti,
mancanza di trasparenza e di democrazia.
Ciò significa il totale fallimento degli obiettivi promessi da anni di campagne a sostegno dei
processi di privatizzazione e del cosiddetto partenariato pubblico-privato - maggiore qualità,
maggiore economicità, maggiori investimenti – che come dimostra l’attuale crisi del sistema
hanno evidentemente fallito!
L’acqua costituisce un bene comune dell’umanità, un bene irrinunciabile e che appartiene a
tutti.
E’ necessario, pertanto, dotare il nostro paese di un quadro legislativo nazionale che
sancisca la natura pubblica del “servizio idrico integrato (SII)” e lo sottragga da quello dei
servizi pubblici locali di rilevanza economica.
Per funzionare correttamente ogni società ha bisogno di “possedere”, promuovere e
“governare” insieme una serie di beni e servizi pubblici.
Per questi motivi si propone:
•
di bloccare i processi di privatizzazione e far partire la ricostruzione di una gestione
dell'acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico locale, dell'energia, prossima ai cittadini
e alle amministrazioni locali, per garantirne la trasparenza e la partecipazione nella
gestione dei servizi.
•
Di rilanciare il ruolo delle città e la partecipazione dei cittadini, rilanciando la
costruzione di nuovi modelli di gestione dei servizi pubblici locali più efficienti e a
misura del cittadino, in cui si evitino gli sprechi e il corporativismo e si riesca a
garantire a tutti il servizio.
Sulla questione gestione, affidamenti e concessioni, si propone che:
•
vengano introdotti Piani di gestione e tutela delle acque, a livello di distretti
idrografici, tenendo in considerazione quindi il ciclo idrologico, ovvero la stretta
interconnessione tra acqua, agricoltura e produzione di cibo, salute ed energia;
•
il servizio idrico, debba essere inteso quale insieme delle attività di captazione,
adduzione e distribuzione di acqua a usi civili, fognatura e depurazione delle acque
reflue, come servizio pubblico locale di interesse generale, privo di rilevanza
economica. Questo per noi significa difendere l’unitarietà del servizio che, appunto,
deve essere integrato. Questo vuol dire anche rilanciare gli investimenti in questo
settore, ma garantendo che vengano effettuati con trasparenza e sotto il controllo
delle comunità che vivono nei territori al fine di assicurare a tutta la popolazione la
distribuzione nelle case e nei luoghi di lavoro di acqua salubre, priva da agenti
patogeni e sostanze contaminanti potenzialmente pericolose per la salute;
•
che la gestione del servizio idrico integrato venga nuovamente affidato ad enti di
diritto pubblico i quali hanno quale scopo societario l'erogazione del servizio alla
cittadinanza;
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che i bacini idrografici siano l’unità di misura in base alla quale pianificare la
gestione delle risorse idriche. Definendo infatti i distretti idrografici come dimensione
ottimale di governo e gestione dell’acqua, si sancisce che per ogni distretto
idrografico viene costituita una Autorità di Distretto idrografico che definisce il Piano
di gestione sulla base del bilancio idrico, gli strumenti di pianificazione e concede il
rilascio e il rinnovo delle concessioni i quali devono essere vincolati al rispetto delle
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priorità di utilizzo della risorsa;
deve essere affidato in esclusiva al Ministero dell'Ambiente il governo e la tutela del
ciclo naturale dell’acqua, con il fine di regolamentarne tutti gli usi, produttivi e non
produttivi, e del servizio idrico, e di determinazione delle componenti delle tariffe,
non ad un’Authority come l’AEEGSI che non può essere garante degli interessi dei
consumatori in quanto nata per garantire il mercato;
deve essere affidato alle Regioni il compito di redigere il Piano di tutela delle acque e
la facoltà di normare la scelta del modello gestionale del servizio idrico integrato,
esclusivamente tra quelle possibili per gli enti di diritto pubblico;
gli enti locali, attraverso il Consiglio di Bacino devono invece svolgere le funzioni di
programmazione del Piano di Bacino, organizzazione del servizio idrico integrato,
scelta della forma di gestione, modulazione delle tariffe all’utenza;
si deve urgentemente avviare una fase di transizione verso la ripubblicizzazione della
gestione del servizio idrico, stabilendo la decadenza degli affidamenti in essere in
concessione a terzi, e anche quelli a società a capitale misto pubblico-privato o
attraverso società a totale capitale pubblico;
per attuare i processi previsti dalla fase di transizione, bisogna prevedere l’istituzione
di un Fondo per la Ripubblicizzazione, sostenuto anche dalla Cassa Depositi e
Prestiti. Cassa Depositi e Prestiti infatti, essendo costituita dai risparmi postali dei
cittadini italiani dovrà contribuire ad accelerare gli investimenti nel servizio idrico
integrato, con particolare riferimento alla ristrutturazione della rete idrica. Questi
sono gli interventi di interesse generale nei quali deve essere coinvolta CDP,
facendola ritornare alle origini della sua nascita.
infine devono essere definiti gli strumenti di democrazia partecipativa che dovranno
essere disciplinati negli Statuti degli enti locali, prevedendo anche che le sedute dei
Consigli di Bacino siano pubbliche.
Seria attenzione da parte delle Istituzioni, va data al tema della qualità delle acque
che arriva ai nostri rubinetti. Troppo spesso i cittadini si sono trovati di fronte alla mancanza
di trasparenza da parte di regioni, ASL e gestori del servizio idrico.
Per la sua conformazione geografica il paese ha a disposizione grandi riserve di acqua,
ultimamente mal gestite, che vede il cittadino dover affrontare problemi per presenza di
arsenico o solventi clorurati. Ciò rivela l'esistenza di forti criticità del sistema e di carenze
delle norme attuali. Inoltre inizia ad essere evidente la condizione di inquinamento che
affligge le falde acquifere di molte regioni.
Si propone quindi a riformare in maniera profonda il sistema di controllo dell'acqua
potabile, oggi regolato dal Decreto legislativo 31/2001, come segue:
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Ponendo al centro dell'attenzione il tema della trasparenza e dell'accesso ai dati
dell'acqua potabile da parte dei cittadini. ASL e gestori dovranno mettere a
disposizione sul WEB i dati relativi ai controlli, che pure sono quasi quotidiani.
Si introduce un Piano di sicurezza delle acque destinate al consumo umano,
strumento suggerito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Piano dovrà essere
•
•
incentrato non solo sulla qualità dell'acqua ma anche sulla sua disponibilità, tenendo
conto degli effetti potenziali dei cambiamenti climatici in atto. Il Piano dovrà essere
elaborato dalle regioni con la partecipazione dei cittadini. Inoltre si prevede che il
Ministero della Salute rivaluti i limiti di legge ogni tre anni sulla base delle evidenze
scientifiche, introducendo altresì nuove linee guida per la ricerca da parte delle ASL
di sostanze non tabellate ma ugualmente pericolose e la valutazione degli effetti
sinergici sulla salute di sostanze che possono essere presenti contemporaneamente
nell'acqua.
Precludere la captazione di acque potabili da siti inquinati e nelle aree
immediatamente a valle.
A tutela del diritto dei cittadini ad avere acqua salubre e "trasparente", si aumentano
notevolmente le sanzioni pecuniarie che oggi sono risibili e si introducono sanzioni
penali per i casi più gravi di violazione delle norme sulla potabilità, prevedendo
anche nei casi più gravi la decadenza dell'affidamento del servizio per le società di
gestione.
CAPO IV
MISURE PER IL RILANCIO DELLE ENERGIE RINNOVABILI
Si stanno moltiplicando gli studi scientifici che dimostrano come la sostenibilità
ambientale sia direttamente proporzionata a quella economica e sociale, anche sul versante
occupazionale. A partire dagli articoli di stampa apparsi sul Sole24ore nel febbraio 2012, è
noto che investimenti di un miliardo di euro in riqualificazione energetica garantiscono oltre
13 mila posti di lavoro, che salgono a 18 mila nello studio dell’ENEA del 2009, contro i 700
per investimenti in fonti energetiche fossili o grandi opere inutili e azzardate. Il CRESME
ha confermato, durante le audizioni il corso sulla valutazione dei risultati dell’ecobonus al
65%, che sono stati generati oltre 340mila posti di lavoro con un mercato di 20 miliardi di
euro; il capo della struttura contro il dissesto idrogeologico Erasmo D’Angelis ha stimato in
7000 i posti di lavoro per miliardo di euro per interventi contro il dissesto idrogeologico;
Giordano Mancini, del Movimento della decrescita felice ha stimato in 3-4000 posti per
miliardo di euro investito in energia solare fotovoltaica. Tutti documenti inseriti nel testo del
comitato di indagine sulla Green Economy, recentemente concluso.
Rispetto a questi numeri, sembrano davvero poco rassicuranti sul fronte
occupazionale, i dati forniti dal sottosegretario all’agricoltura Castiglione, che ha valutato in
poco più di 400 per miliardo di euro investiti, gli occupati nella filiera del biogas e quelli del
prof. Redi che ha stimato in 500 gli occupati per un analogo investimento in produzione
energetica fossile.
I dati sopra esposti devono confortare chi teme che sia impossibile coniugare salute,
occupazione e tutela ambientale, per questo si propone una decisa spinta degli investimenti
nei settori dove è più urgente e più sensato, come appunto la riqualificazione energetica, e
non nei settori speculativi come la produzione energetica da fonti fossili magari estratte con
gravi rischi nei nostri mari o nel nostro sottosuolo o la gestione dei rifiuti mediante
incenerimento o biogassificazione.
Il rapporto occupazionale di 1 a 36 fra produzione di energia con fonti fossili e
risparmio energetico e l’analoga proporzione di sostenibilità impongono un chiaro obbligo
per tutti i decisori.
Occorre quindi un piano energetico nazionale che vada nella giusta direzione del
superamento del combustibile fossile verso una nuova rivoluzione energetica.
In seguito all'esaurimento dei principali combustibili fossili e del petrolio e alle ormai
obsolete tecnologie da essa alimentate che hanno provocato seri problemi al nostro pianeta,
siamo oramai giunti alla fine dell'era del carbonio e dentro la terza rivoluzione Industriale.
L’energia da combustibili fossili, su cui era basata l’identità della seconda rivoluzione
industriale, è diventa sempre più costosa, è invecchiata, e il suo prezzo sul mercato
mondiale è diventato estremamente instabile e i costi ambientali e sociali sono altissimi.
Dobbiamo renderci conto però che questa nostra società è composta e funziona con i
combustibili fossili. Abbiamo costruito una civiltà di breve durata, molto pericolosa e
autodistruttiva, basata sull’estrazione dal sottosuolo di gas e petrolio. Adesso questa seconda
rivoluzione industriale basata sui combustibili fossili è vicina alla fine per due ordini di
motivi.
- Scarsità di approvvigionamento, costi crescenti, necessità di autonomia energetica che ci
sottopone a continue tensioni geopolitiche e a vere e proprie guerre.
- Inquinamento e surriscaldamento, che modifica il ciclo dell’acqua sulla terra: assistiamo a
eventi legati all'acqua di natura violenta, quali nevicate troppo abbondanti in inverno,
alluvioni drammatiche in primavera, siccità estive più prolungate, cicloni disastrosi,
innalzamento del livello del mare e lo scioglimento dei grandi ghiacciai sulle catene
montuose.
Il nostro ecosistema non può sostenere il cambiamento del ciclo dell’acqua e ormai
siamo arrivati al punto di interrogarci sulla futura sopravvivenza della razza umana e della
terra.
Occorre necessariamente puntare la strategia nazionale su di una nuova era
energetica che insieme alla definitiva abdicazione dell'insana idea di bruciare i rifiuti,
pratica non solo impattante ma in antitesi al sistema circolare di utilizzo delle risorse e della
materia (e di consequenziale autonomia dall'importazione della materia prima tramite il
riutilizzo della materia prima seconda), corrisponderà anche a una grande rivoluzione
economica che avviene ogni qualvolta nella storia, emergono nuovi regimi energetici,
liberando quindi nuove possibilità di sviluppo e di lavoro in settori a basso impatto
ambientale e grande beneficio economico distribuito.
Il sistema energetico italiano potrà contribuire a “sbloccare” il nostro paese solo se riuscirà a
trasformare se stesso, anticipando i cambiamenti rapidissimi in atto nel panorama mondiale.
I pilastri di questa nuova architettura dovranno necessariamente fondarsi sul rispetto della
salute umana e sulla tutela dell’ambiente durante l’intero ciclo di vita produzione-consumo
di energia. Per questo, appare necessario attivare un processo di calcolo e verifica delle
esternalità negative, al fine di comunicare ai consumatori il reale prezzo dell’energia.
Ovviamente il processo, pur essendo estremamente urgente e necessario, non può
essere costruito senza la partecipazione di tutti e senza avere chiare le tappe e il punto di
arrivo. Per questo motivo, la nostra prima proposta riguarda l’adozione di un nuovo piano
energetico, nazionale, con tappe decennali a partire dal 2020, in grado di portare il nostro
paese a compiere quel processo di decarbonizzazione necessario a limitare gli squilibri
climatici mondiali e utile ad affermare la volontà italiana ed europea di guidare il
cambiamento.
Il Piano energetico sarà poi la base del processo di revisione dell’impianto normativo
(pianificazione, autorizzazioni, monitoraggio, sanzioni) che permetta di attuare una rete
energetica di micro-generazione diffusa basata sul fabbisogno energetico reale al netto del
risparmio realizzabile con l'efficientamento degli edifici e con il ricorso a pratiche produttive
e sociali meno energivore quali:
•
La geotermia a bassa/media entalpia;
•
La biomassa legnosa da colture locali a raggio ridotto (manutenzione boschi) anche
per la creazione di piccole reti di teleriscaldamento;
•
La fermentazione anaerobica + post aerobica da frazione umida raccolta
differenziata;
•
L'energia solare;
•
L'energia idroelettrica (varie definizione compresi salti su canali irrigui)
•
L’energia eolica
•
L’energia da vento troposferico
•
L’energia da maree
•
L’energia solare a concentrazione in cave, aree industriali abbandonate, recuperi di
aree dismesse.
In merito al tema degli idrocarburi e dell’energia quindi, si propone di:
•
Avviare un processo di riqualificazione energetica degli edifici. Infatti la prima fonte
di energia è il risparmio e i nostri edifici consumano troppa energia e inquinano
tantissimo. Puntare a un serio programma di rilancio di questo settore porterà a sicuri
benefici nel migliorare il confort degli ambienti interni; nel contenere i consumi di
energia; nel ridurre le emissioni d'inquinanti e il relativo impatto sull’ambiente;
•
Utilizzare in modo razionale le risorse, attraverso lo sfruttamento di fonti energetiche
rinnovabili in sostituzione dei combustibili fossili;
•
Ottimizzare la gestione dei servizi energetici in rete; nella nuova era energetica, ogni
cittadino da casa, dall'ufficio o da qualsiasi altro edificio potrà produrre energia da
utilizzare in proprio o da condividere nel sistema a cui è collegato tutto il mondo.
Seguendo l'esempio d'internet il futuro del regime energetico sarà distribuito e
collaborativo al contrario dell'attuale centralizzato e gerarchico. Che cosa sono le
energie centralizzate? Il carbone, il petrolio, l'uranio, lo shale gas sono per loro
natura energie d’élite perché non si trovano ovunque, richiedono un enorme controllo
militare, un ampio management geopolitico e capitali massicci per trasportarli dalla
fonte all’utente finale. Che cosa sono invece le energie distribuite? Il sole; 45 minuti
di sole sono in grado di fornire energia al mondo per un anno intero per 7 volte. Il
vento; il 20% se imprigionato, ci darebbe 7 volte più energia di quella di cui necessita
l’economia del pianeta. Le maree e le onde oceaniche.
•
Immagazzinare l'energia: le energie rinnovabili sono sì inesauribili ma sono fonti di
energia intermittenti che dobbiamo immagazzinare. Occorre investire in tecnologie
per lo stoccaggio energetico, valutandone gli impatti e i costi, perfezionando tutte le
proposte già esistenti e sperimentando nella ricerca di sempre migliori sistemi.
Inoltre si propone che:
•
gli Enti territoriali (regioni, province e comuni) possano deliberare di
diventare “oil free” aderendo ufficialmente a programmi di progressiva
riduzione dalla dipendenza da energia derivante da fonti fossili. Tali
documenti devono essere sottoposti a VAS completa. Il programma deve
avere obiettivi e scadenze certe e non derogabili per quanto riguarda gli
obiettivi di risparmio, efficienza e uso di energia da fonti rinnovabili. Gli
obiettivi devono essere certificabili da soggetti terzi quali le agenzie
ambientali regionali e non possono essere meno ambiziosi rispetto agli
obblighi comunitari. La prima scadenza di verifica deve essere posta non oltre
5 anni dalla data di approvazione del programma. Nel territorio di questi enti
deve essere fatto divieto di realizzare interventi di ricerca, prospezioni e
sfruttamento di idrocarburi (per comuni rivieraschi il divieto è esteso per 20
miglia dalla costa) . Il divieto decade qualora non siano stati raggiunti gli
obiettivi prefissati.
•
Le zone con produzioni agroalimentari IGP, DOC, DOCG devono essere
considerate aree di interesse strategico nazionale in cui sono vietati interventi
di ricerca, prospezioni e sfruttamento di idrocarburi, con un buffer di almeno 5
km;
•
Siano inoltre essere considerate aree di interesse strategico nazionale, in cui
sono vietati interventi di ricerca, prospezioni e sfruttamento di idrocarburi,
con un buffer di almeno 5 km (di 20 km le aree marine): i Siti della
ReteNATURA2000, Sic e ZPS; le aree di ricarica delle falde così come
individuate dai Piani di Tutela delle acque e dai Piani di Distretto; le sorgenti
con portata maggiore di 50 litri/secondo; le zone classificate a rischio sismico
2 e 3;
•
Le aree marine di riproduzione dei pesci, devono essere considerate aree di
interesse strategico nazionale in cui sono vietati interventi di ricerca,
prospezioni e sfruttamento di idrocarburi, con un buffer di almeno 20 km;
Infine si propone di:
•
Rivedere la tassazione energetica: Eliminando tutti i sussidi alle fonti fossili (diretti e
indiretti) e istituendo un’accisa sulla produzione o importazione dei prodotti
energetici determinata in misura proporzionale al contenuto di carbonio dei
medesimi, a decorrere dal primo gennaio 2016. Lo scopo della tassazione è quello di
integrare il gettito derivante dalle componenti tariffarie destinate alla copertura dei
sistemi di incentivazione e di reperire le risorse necessarie a completare il processo di
transizione a un’economia a bassa intensità di carbonio.
•
Collegare l’innovazione al risparmio energetico: Introducendo un sistema premiale
per quelle aziende che producono con processi virtuosi finalizzati a ridurre il
consumo energetico per unità di prodotto realizzato e impiegano materie prime
secondarie provenienti dalla filiera del riciclo, nuovi materiali a minore impatto
ambientale, delle bioingegneria e della nuova chimica verde, favorendo il crearsi
delle condizioni per la nascita di nuove imprese innovative nei settori della green
economy e la riconversione delle produzioni verso la sostenibilità e l'ecoefficienza.
CAPO V
MISURE PER LA MESSA IN SICUREZZA DEL TERRITORIO CONTRO IL DISSESTO
IDROGEOLOGICO E RISCHIO SISMICO E MISURE ATTE AD ARRESTARE IL
CONSUMO DI SUOLO
Il cemento ha avuto, in Italia, la priorità su tutto e così si sono perpetuate le politiche
che hanno provocato la crisi che attraversiamo.
Si sono infatti negli anni elaborati artifici normativi indirizzati alla costruzione di
strumenti finanziari come i project bond, alla defiscalizzazione del project financing, al
potenziamento del braccio operativo della grande svendita del patrimonio immobiliare. Una
serie impressionante di commi scritti su misura dei tanti appetiti speculativi.
Bisogna ripartire dai principi sanciti dalla Costituzione: “il suolo non è solo un elemento
produttivo ma anche il cardine della nozione di paesaggio (articolo 9, secondo comma, della
Costituzione), che, come ha affermato la giurisprudenza costituzionale, «non dev'essere
limitato al significato di bellezza naturale, ma va inteso come complesso dei valori inerenti
al territorio» (Corte costituzionale, sentenza 7 novembre 1994, n. 379) e conseguentemente
come bene «primario» e «assoluto» (Corte costituzionale, sentenze 5 maggio 2006, nn. 182
e 183) necessitante di una tutela unitaria e sostenuta anche da competenze regionali, sempre
nell'ambito di parametri minimi stabiliti a livello statale (Corte costituzionale, sentenza 22
luglio 2004, n. 259).
Difendere il territorio dalle aggressioni delle lobby del cemento significa difendere
una risorsa economica e identitaria strategica per l’Italia nonché un bene della collettività. Il
livello di cementificazione del nostro Paese è tra i più alti in Europa, e l’impressionante
tasso di consumo di suolo, pari a 8 metri quadrati al secondo, come certificano i dati ISPRA
2014, impone una risposta delle Istituzioni.
L’impermeabilizzazione dei suoli rappresenta la principale causa di degrado del suolo, in
quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce al riscaldamento
globale, minaccia la biodiversità, riduce la disponibilità di terreni agricoli fertili e aree
naturali, provoca la svalutazione del patrimonio immobiliare privato, contribuisce, insieme
alla diffusione urbana, alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto
rurale.
L’impermeabilizzazione deve essere, per tali ragioni, intesa come un costo
ambientale, risultato di una diffusione indiscriminata delle tipologie artificiali di uso del
suolo che porta al degrado delle funzioni ecosistemiche e all’alterazione dell’equilibrio
ecologico (Commissione Europea, 2011a).
Questa situazione incontrollata è frutto di venti anni di deregolamentazione, di condoni
edilizi, di demolizione delle regole pubbliche volte al controllo delle trasformazioni urbane;
di concetti giuridicamente inesistenti, come i «diritti edificatori»; di strumenti di
moltiplicazione del consumo di suolo, come la compensazione urbanistica; di deroghe ai
vincoli urbanistici e paesaggistici, ottenute con l'uso strumentale dell'accordo di programma
Limitare l’impermeabilizzazione del suolo significa impedire la conversione di aree
verdi e la conseguente copertura artificiale del loro strato superficiale o di parte di esso.
Andrebbero, perciò, promosse le attività di riutilizzo di aree già costruite, come i centri
storici e i siti industriali dismessi. Questo vuol dire che occorre investire sul patrimonio
edilizio esistente, incentivare il riuso dei suoli già compromessi e la rigenerazione urbana,
assicurare un monitoraggio delle aree urbane già esistenti e non utilizzate, tutelare tutte le
aree non edificate e non impermeabilizzate, anche in ambito urbano, e non solo le aree
agricole.
Per questi motivi si propone di:
•
stabilire i princìpi fondamentali per la tutela del paesaggio, per il razionale
sfruttamento del suolo nonché per la conservazione e la valorizzazione dei terreni
agricoli, al fine di promuovere e tutelare l'attività agricola e forestale;
•
inserire nelle norme le definizioni di zone agricole, urbanizzate, consumo di suolo e
di suolo impermeabilizzato
•
prevenire il dissesto idrogeologico del territorio e di promuovere un rapporto
equilibrato tra sviluppo delle aree urbanizzate e delle aree rurali mediante il
contenimento del consumo di suolo libero, in attuazione degli articoli 9, secondo
comma, e 44 della Costituzione, nonché della Convenzione europea sul paesaggio,
fatta a Firenze il 20 ottobre 2000, resa esecutiva dalla legge 9 gennaio 2006, n. 14;
•
far sì che le politiche di sviluppo territoriale attuate dallo Stato e dalle regioni
perseguano la tutela e la valorizzazione dell'attività agricola attraverso il
contenimento del consumo di suolo e l'utilizzazione agroforestale dei suoli agricoli
abbandonati, privilegiando gli interventi di rigenerazione e di recupero di aree
urbanizzate;
•
modificare il Codice dei beni culturali, introducendo un regime di tutela per i territori
allo stato naturale e per quelli utilizzati per attività agricola e forestale;
limitare dei diritti edificatori dei singoli in attuazione del principio Costituzionale di
prevalenza dello scopo sociale della proprietà privata;
destinare gli oneri di urbanizzazione solo a opere di urbanizzazione primaria e
secondaria e alla tutela e conservazione del territorio comunale;
ripristinare regole urbanistiche chiare, finalizzate ad una razionale, corretta e
partecipata pianificazione territoriale;
censire il patrimonio immobiliare inutilizzato, sia pubblico che privato, in modo da
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legare eventuali espansioni urbanistiche ad effettive e documentate esigenze.
Introdurre meccanismi finalizzati a privilegiare, un uso sociale del patrimonio
pubblico non utilizzato;
esentare i terreni destinati ad uso agricolo da imposte di carattere patrimoniale;
incentivare la ristrutturazione e riqualificazione, sotto il profilo della qualità
energetica e della sicurezza sismica, del patrimonio edilizio esistente
prevedere regole chiare e rigorose nell'individuazione di aree per le nuove
edificazioni
prevedere una seria certificazione energetica nazionale univoca degli immobili
bloccare l’espansione urbana e, conseguentemente, disincentivare l’edificazione in
terreni non impermeabilizzati
individuazione e perimetrazione delle aree urbanizzate, al fine di prevenire fenomeni
di “urban sprawl"
Piano nazionale di riqualificazione urbana, energetica e antisismica degli edifici.
Come ha più volte affermato il presidente dell’ordine Nazionale degli Architetti la leva per
il rilancio del mercato edile si trova nella ristrutturazione urbana attraverso opere di
consolidamento e di efficientamento energetico. In questo momento nel nostro paese l’85 %
delle abitazione dovrebbe essere ristrutturato e messo in sicurezza. Tali opere
permetterebbero di riattivare l’indotto edilizio anche delle piccole medie imprese
attualmente in sofferenza economica, rilanciando l’economia locale e territoriale.
Riqualificare il patrimonio edilizio esistente permette di conseguire un notevole risparmio
sulla spesa energetica nazionale, di aumentare il valore degli immobili oggetto degli
interventi e di creare una filiera produttiva innovativa in grado di competere sui mercati
esteri.
Il Documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla green economy, promosso dalle
Commissioni congiunte VIII Ambiente e X Attività produttive della Camera dei deputati,
riporta i dati relativi ai potenziali nuovi occupati generabili a parità di investimento in
differenti settori. Ebbene, per ogni miliardo investito in grandi opere si producono appena
640 posti di lavoro contro i circa 15.000 del settore della riqualificazione energetica degli
edifici.
Per questo si propone:
•
Esclusione dal patto di stabilità interno degli investimenti dell’amministrazione
locale per interventi di riqualificazione del patrimonio pubblico
•
Credito alla riqualificazione del patrimonio edilizio attraverso istituzione di apposito
fondo nazionale
•
Semplificazione e incentivi per la riqualificazione energetica dei condomini
•
Certezze per la certificazione energetica attraverso regole semplici e coerenti
•
Obbligo di dotazione di libretto antisismico per tutti gli edifici esistenti
•
Rendere strutturali gli incentivi per l’efficienza energetica degli edifici
•
Estendere gli incentivi al consolidamento antisismico degli edifici
In merito al tema del dissesto idrogeologico, lo Stato deve trovare più finanziamenti
(almeno 1 miliardo/anno) e impiegarli sia per interventi strutturali che per interventi non
strutturali.
Per gli interventi strutturali si devono favorire quelli pianificati a scala di bacino
idrografico, gli interventi di rinaturalizzazione o che prevedano l’impiego di ingegneria
naturalistica.
Gli interventi per la prevenzione del rischio idrogeologico effettuati dagli enti
territoriali, inoltre, devono essere svincolati dal patto di stabilità.
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Per queste ragioni in merito a questo tema si propone:
l’istituzione di un bonus fiscale (geobonus) fino al 65% per chi effettua interventi di
mitigazione del rischio idrogeologico e di contrasto all’erosione del suolo. Pensato
anche per le attività produttive agro-forestali che gestiscono il territorio in maniera
consapevole preservandolo;
l’investimento nell’aggiornamento e nell’omogeneizzazione dei quadri conoscitivi
delle proprietà del territorio e delle caratteristiche di rischio;
la pianificazione territoriale: vincoli stringenti per le aree a rischio; recupero terreni
in zone montano-collinari a tecniche agricole o forestali che proteggano il territorio;
stop cementificazione e recupero permeabilità del suolo; progressiva demolizione
degli edifici costruiti in aree a rischio per ricostruirli in zona sicura;
l’investimento in sistemi di monitoraggio e previsione dei fenomeni calamitosi e in
un serio piano di valutazione, revisione e trasmissione alla popolazione dei piani di
emergenza comunali;
l’investimento in cultura del rischio: considerare la previsione e prevenzione dei
rischi idrogeologici come una linea di ricerca prioritaria e un settore
dell’insegnamento fondamentale. Di conseguenza, potenziare l’insegnamento della
geografia fisica e della geologia nelle scuole superiori, adottare provvedimenti che
salvaguardino l’esistenza e l’identità dei dipartimenti universitari di Scienze della
Terra, finanziare apposite linee di ricerca applicata.
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