Per Christum abundant consolatio nostra CONSOLATIO BOLLETTINO DI INFORMAZIONE A CURA DELL’OPERA DELLA DIVINA CONSOLAZIONE Beate Johannes Paulus II ORA PRO NOBIS NEWSLETTER N. 11 Maggio 2011 Speciale sulla beatificazione di GIOVANNI PAOLO II Pp. 1-9 Sai Baba è morto. L’illusione continua Pp. 10-11 Primavera araba e Pp. UCCISIONE DI BIN LADEN 12-13 Ungheria odiata dal CorSera Divorzi USA e vero amore... Pp. 14 Pp. 15 Altre news e Dall’Opera. Pp. Catechesi. Speciale PASQUA 16-28 Humillime a Sanctitate Vestra petit ut Venerabilem Servum Dei Ioannem Paulum II, papam, numero Beatorum adscribere benignissime digneris. Con questa formula latina (tradotta in italiano: ―domanda umilmente alla Santità vostra di voler iscrivere nel numero dei Beati il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II, Papa‖) il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha dato inizio domenica 1° maggio mattina al rito della beatificazione di Karol Wojtyla. Il cardinale ha letto quindi, come prescritto dal rito, alcuni dati biografici essenziali del Servo di Dio, contenuti nel libretto della liturgia anticipato ai giornalisti accreditati. La memoria liturgica del nuovo beato Giovanni Paolo II sarà celebrata ogni anno il 22 ottobre, anniversario dell’inizio del suo pontificato, nel 1978. Lo ha stabilito il decreto emanato dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, pubblicato sull’Osservatore romano nell’edizione di martedì 12 aprile. La celebrazione del nuovo beato riguarderà la diocesi di Roma e le diocesi della Polonia: non è stato infatti concesso il «culto universale», che era stato richiesto dal Vicariato all’inizio della causa di beatificazione. Per Christum abundant consolatio nostra Balzano agli occhi i numeri del pontificato: Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite in Italia, ha visitato 317 delle attuali 332 parrocchie di Roma. I viaggi all‘estero sono stati 104. Ha scritto 14 encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche, oltre a 5 libri. Ha tenuto 9 Concistori nei quali ha creato 231 cardinali, più uno ―in pectore‖, mai rivelato. In 26 anni, 5 mesi e 17 giorni di pontificato ha presieduto 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio. Ha convocato 15 assemblee generali del Sinodo dei Vescovi. E a proposito di beatificazioni… Wojtyla ha celebrato 147 riti di beatificazione, nei quali ha proclamato 1338 beati, e 51 canonizzazioni per un totale di 482 santi. ―Nessun Papa – si legge nel libretto – ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II‖. Le udienze generali del mercoledì sono state 1160; vi hanno partecipato 17 milioni e 600 mila fedeli. Solo nell‘Anno giubilare del 2000 ha visto 8 milioni di pellegrini. Sono state 38 le visite ufficiali di personalità governative di tutto il mondo, mentre 738 sono state le udienze e gli incontri privati con capi di Stato e 246 le udienze con primi ministri. ―Proponendo al popolo di Dio momenti di particolare intensità spirituale – recitano ancora le note biografiche – indisse l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia nonché il Grande Giubileo del 2000”. Né si può dimenticare che “avvicinò le nuove generazioni indicendo la celebrazione della Giornata mondiale della Gioventù‖. E ancora: ha promulgato il nuovo Codice di diritto canonico per le Chiese latine e quello per le Chiese orientali e il Catechismo della Chiesa cattolica. Una vita, quella di Giovanni Paolo II, scandita dai drammi della storia: l‘occupazione nazista della Polonia che lo costrinse a frequentare il seminario clandestino di Cracovia e dal regime comunista al quale si oppose in nome della dignità dell‘uomo e della libertà religiosa. Ma anche dai drammi personali: la scomparsa della madre nel 1929, quella dell‘unico fratello nel 1932 e del padre nel 1941, lo lasciarono solo al mondo già 21 anni. Ordinato prete nel 1946, fu ordinato vescovo ausiliare di Cracovia nel 1958, arcivescovo della stessa diocesi nel 1964 e cardinale nel 1967. Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-1965) dando un contributo importante all‘elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Fu eletto Papa il 16 ottobre 1978. P a g i n a 2 Il 13 maggio 1981 in piazza S. Pietro ha subito ―un grave attentato‖ dal quale ―è stato ―salvato dalla mano materna della Madre di Dio‖ e ―dopo una lunga degenza ha perdonato il suo attentatore‖. ―Consapevole di aver ricevuto una nuova vita – aggiunge il libretto – ha intensificato i suoi impegni pastorali con eroica generosità‖. Al termine della lettura della biografia, anche Benedetto XVI pronuncerà la formula di rito con la quale concederà che Giovanni Paolo II ―d‘ora in poi sia chiamato Beato e che si possa celebrare la sua festa nei luoghi e secondo le regole stabilite dal diritto‖ annunciando che la sua festa verrà celebrata ogni anno il 22 ottobre, giorno in cui ha avuto inizio il suo ministero di pastore universale della Chiesa. O Dio, ricco di misericordia, che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa, a guidare l'intera tua Chiesa, concedi a noi, forti del suo insegnamento, di aprire con fiducia i nostri cuori alla grazia salvifica di Cristo, unico Redentore dell'uomo. Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen P a g i n a 3 CONSOLATIO Benedetto XVI: "Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato!" IL TESTO DELL’OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI IN OCCASIONE DELLA BEATIFICAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II Cari fratelli e sorelle! Sei anni or sono ci trovavamo in questa Piazza per celebrare i funerali del Papa Giovanni Paolo II. Profondo era il dolore per la perdita, ma più grande ancora era il senso di una immensa grazia che avvolgeva Roma e il mondo intero: la grazia che era come il frutto dell‘intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui. Per questo ho voluto che, nel doveroso rispetto della normativa della Chiesa, la sua causa di beatificazione potesse procedere con discreta celerità. Ed ecco che il giorno atteso è arrivato; è arrivato presto, perché così è piaciuto al Signore: Giovanni Paolo II è beato! Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a tutti voi che, per questa felice circostanza, siete convenuti così numerosi a Roma da ogni parte del mondo, Signori Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Confratelli nell‘Episcopato e nel Sacerdozio, Delegazioni Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e fedeli laici, e lo estendo a quanti sono uniti a noi mediante la radio e la televisione. Questa Domenica è la Seconda di Pasqua, che il beato Giovanni Paolo II ha intitolato alla Divina Misericordia. Perciò è stata scelta questa data per l‘odierna Celebrazione, perché, per un disegno provvidenziale, il mio Predecessore rese lo spirito a Dio proprio la sera della vigilia di questa ricorrenza. Oggi, inoltre, è il primo giorno del mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore. Questi elementi concorrono ad arricchire la nostra preghiera, aiutano noi che siamo ancora pellegrini nel tempo e nello spazio; mentre in Cielo, ben diversa è la festa tra gli Angeli e i Santi! Eppure, uno solo è Dio, e uno è Cristo Signore, che come un ponte congiunge la terra e il Cielo, e noi in questo momento ci sentiamo più che mai vicini, quasi partecipi della Liturgia celeste. «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29). Nel Vangelo di oggi Gesù pronuncia questa beatitudine: la beatitudine della fede. Essa ci colpisce in modo particolare, perché siamo riuniti proprio per celebrare una Beatificazione, e ancora di più perché oggi è stato proclamato Beato un Papa, un Successore di Pietro, chiamato a confermare i fratelli nella fede. Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica. E subito ricordiamo quell‘altra beatitudine: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17). Che cosa ha rivelato il Padre celeste a Simone? Che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Per questa fede Simone diventa ―Pietro‖, la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. La beatitudine eterna di Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ha la gioia di proclamare, sta tutta dentro Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 4 queste parole di Cristo: «Beato sei tu, Simone» e «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». La beatitudine della fede, che anche Giovanni Paolo II ha ricevuto in dono da Dio Padre, per l‘edificazione della Chiesa di Cristo. Ma il nostro pensiero va ad un‘altra beatitudine, che nel Vangelo precede tutte le altre. E‘ quella della Vergine Maria, la Madre del Redentore. A Lei, che ha appena concepito Gesù nel suo grembo, santa Elisabetta dice: «Beata colei che ha creduto nell‘adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). La beatitudine della fede ha il suo modello in Maria, e tutti siamo lieti che la beatificazione di Giovanni Paolo II avvenga nel primo giorno del mese mariano, sotto lo sguardo materno di Colei che, con la sua fede, sostenne la fede degli Apostoli, e continuamente sostiene la fede dei loro successori, specialmente di quelli che sono chiamati a sedere sulla cattedra di Pietro. Maria non compare nei racconti della risurrezione di Cristo, ma la sua presenza è come nascosta ovunque: lei è la Madre, a cui Gesù ha affidato ciascuno dei discepoli e l‘intera comunità. In particolare, notiamo che la presenza effettiva e materna di Maria viene registrata da san Giovanni e da san Luca nei contesti che precedono quelli del Vangelo odierno e della prima Lettura: nel racconto della morte di Gesù, dove Maria compare ai piedi della croce (cfr Gv 19,25); e all‘inizio degli Atti degli Apostoli, che la presentano in mezzo ai discepoli riuniti in preghiera nel cenacolo (cfr At 1,14). Anche la seconda Lettura odierna ci parla della fede, ed è proprio san Pietro che scrive, pieno di entusiasmo spirituale, indicando ai neo-battezzati le ragioni della loro speranza e della loro gioia. Mi piace osservare che in questo passo, all‘inizio della sua Prima Lettera, Pietro non si esprime in modo esortativo, ma indicativo; scrive, infatti: «Siete ricolmi di gioia» – e aggiunge: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede: la salvezza delle anime» (1Pt 1,6.8-9). Tutto è all‘indicativo, perché c‘è una nuova realtà, generata dalla risurrezione di Cristo, una realtà accessibile alla fede. «Questo è stato fatto dal Signore - dice il Salmo (118,23) - una meraviglia ai nostri occhi», gli occhi della fede. Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato, ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła, prima come Vescovo Ausiliare e poi come Arcivescovo di Cracovia, ha partecipato al Concilio Vaticano II e sapeva bene che dedicare a Maria l‘ultimo capitolo del Documento sulla Chiesa significava porre la Madre del Redentore quale immagine e modello di santità per ogni cristiano e per la Chiesa intera. Questa visione teologica è quella che il beato Giovanni Paolo II ha scoperto da giovane e ha poi conservato e approfondito per tutta la vita. Una visione che si riassume nell‘icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre. Un‘icona che si trova nel Vangelo di Giovanni (19,25-27) ed è riassunta nello stemma episcopale e poi papale di Karol Wojtyła: una croce d‘oro, una ―emme‖ in basso a destra, e il motto ―Totus tuus‖, che corrisponde alla celebre espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort, nella quale Karol Wojtyła ha trovato un principio fondamentale per la sua vita: ―Totus tutus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor tuum, Maria – Sono tutto tuo e tutto ciò che è mio è tuo. Ti prendo per ogni mio bene. Dammi il tuo cuore, o Maria‖ (Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 266). Nel suo Testamento il nuovo Beato scrisse: "Quando nel giorno 16 ottobre 1978 il conclave dei cardinali scelse Giovanni Paolo II, il Primate della Polonia card. Stefan Wyszyński mi disse: «Il compito del nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio»‖. E aggiungeva: ―Desidero ancora una volta esprimere gratitudine allo Spirito Santo per il grande dono del Concilio Vaticano II, al quale insieme con l‘intera Chiesa – e soprattutto con l‘intero episcopato – mi sento debitore. Sono convinto che ancora a lungo sarà dato alle nuove generazioni di attingere alle ricchezze che questo Concilio del XX secolo ci ha elargito. P a g i n a 5 CONSOLATIO Come vescovo che ha partecipato all‘evento conciliare dal primo all‘ultimo giorno, desidero affidare questo grande patrimonio a tutti coloro che sono e saranno in futuro chiamati a realizzarlo. Per parte mia ringrazio l‘eterno Pastore che mi ha permesso di servire questa grandissima causa nel corso di tutti gli anni del mio pontificato‖. E qual è questa ―causa‖? E‘ la stessa che Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: ―Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!‖. Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile. Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia di libertà. Ancora più in sintesi: ci ha ridato la forza di credere in Cristo, perché Cristo è Redemptor hominis, Redentore dell‘uomo: il tema della sua prima Enciclica e il filo conduttore di tutte le altre. Karol Wojtyła salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull‘uomo. Il suo messaggio è stato questo: l‘uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell‘uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo ―timoniere‖ il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare ―soglia della speranza‖. Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all‘ideologia del progresso, egli l‘ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di ―avvento‖, in un‘esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell‘uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace. Vorrei infine rendere grazie a Dio anche per la personale esperienza che mi ha concesso, di collaborare a lungo con il beato Papa Giovanni Paolo II. Già prima avevo avuto modo di conoscerlo e di stimarlo, ma dal 1982, quando mi chiamò a Roma come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, per 23 anni ho potuto stargli vicino e venerare sempre più la sua persona. Il mio servizio è stato sostenuto dalla sua profondità spirituale, dalla ricchezza delle sue intuizioni. L‘esempio della sua preghiera mi ha sempre colpito ed edificato: egli si immergeva nell‘incontro con Dio, pur in mezzo alle molteplici incombenze del suo ministero. E poi la sua testimonianza nella sofferenza: il Signore lo ha spogliato pian piano di tutto, ma egli è rimasto sempre una ―roccia‖, come Cristo lo ha voluto. La sua profonda umiltà, radicata nell‘intima unione con Cristo, gli ha permesso di continuare a guidare la Chiesa e a dare al mondo un messaggio ancora più eloquente proprio nel tempo in cui le forze fisiche gli venivano meno. Così egli ha realizzato in modo straordinario la vocazione di ogni sacerdote e vescovo: diventare un tutt‘uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nell‘Eucaristia. Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Amen Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 6 Wojtyla, la voce di chi non ha voce È nella festa della Divina Misericordia che Giovanni Paolo II sarà proclamato beato; è nei primi vespri della Divina Misericordia che il 2 aprile del 2005, alle 21,37 papa Wojtyla ha concluso il suo pellegrinaggio terreno. Un Papa che nei suoi quasi ventisette anni di Pontificato ha proclamato 482 santi e 1345 beati, tanto che si è anche voluto parlare di ―fabbrica dei santi‖, espressione che se da un lato fa ben capire il numero di uomini e donne elevato all‘onore degli altari da Giovanni Paolo II, dall‘altro non giustifica la scelta. Certo ha impresso una brusca accelerazione ai processi di beatificazione e canonizzazione: nessuno dei Papi che lo hanno preceduto ha mai raggiunto il suo record; anzi il suo record non si raggiunge nemmeno se si sommano tutti i santi e beati proclamati nei pontificati che hanno preceduto il suo. La domanda che sorge spontanea è: perché? Perché Giovanni Paolo II ha voluto indicare alla chiesa, alle comunità cristiane queste figure di santi e beati? Quando è stato chiamato a successore di Pietro non si è presentato con un programma riformatore, come il suo predecessore Paolo VI. Con semplicità disse: ―la linea del Papa? Questa linea è la fede‖. La prospettiva con la quale ha voluto impostare il suo cammino è stata quella di mettersi sulle tracce dei santi, dei martiri, dei Papi suoi predecessori. Prima ancora di indicare alla Chiesa nuove figure, Giovanni Paolo II ha voluto riscoprire, se così possiamo dire, le figure dei grandi santi italiani a partire da san Francesco – già un mese dopo la sua elezione – e poi santa Caterina da Siena. La santità per lui è la grande forza della Chiesa, spesso sconosciuta, anche negata talvolta, disprezzata. E c‘è un secondo elemento che mi piace sottolineare: la sua ordinazione sacerdotale è avvenuta nel giorno della solennità di tutti i santi. La Polonia, in quel primo novembre 1946, era uscita dalla violenza e dagli orrori della guerra e dell‘occupazione nazista, e ora conosceva la presenza delle truppe sovietiche. Ma nella cappella al piano terra dell‘arcivescovado di Cracovia, tutto sembra lontano e don Karol finalmente può indossare la talare. ―Mi rivedo così in quella cappella durante il canto del Veni, Creator Spiritus e delle litanie dei santi, mentre steso per terra a forma di croce, aspettavo il momento dell‘imposizione delle mani. Un momento emozionante!‖, scrive in Dono e mistero. Il giorno dopo, 2 novembre, don Karol è nella cattedrale del Wawel, sulla collina di Cracovia; entra nella splendida chiesa e va nella cripta di San Leonardo, uno dei luoghi più amati della cattedrale. Lì sono sepolti il re Giovanni III Sobieski, il principe Jozef Poniatowski: scegliendola il Papa ha voluto esprimere un legame spirituale particolare con quanti riposano in quella cattedrale che, per la sua stessa storia, costituisce un monumento senza confronti. Non solo lì riposano i re polacchi, ma nella cattedrale del Wawel venivano incoronati. Chi visita quel tempio si trova faccia a faccia con la storia della Nazione. [...] Quelle persone, scrive in Dono e mistero, sono come ―i ‗grandi spiriti‘ che conducono la Nazione attraverso i secoli. Non vi sono soltanto sovrani insieme con le consorti, o vescovi e cardinali; vi sono anche poeti, grandi maestri della parola, che hanno avuto un‘importanza enorme per la mia formazione cristiana e patriottica‖. Come non leggere in questa affermazione, nella sua formazione culturale e spirituale una sorta di origine di quella scelta di creare tanti santi e beati? A 21 anni Wojtyla è solo: la madre è morta quando lui aveva 9 anni; a 12 anni perde il fratello Edmund e in quel 1941 perde anche il padre. Sono le letture, appunto, degli autori del periodo romantico polacco, che riconosceva al cattolicesimo un ruolo di primo piano nella formazione della coscienza nazionale della Polonia. C‘è poi la spiritualità che il padre gli aveva testimoniato e insegnato sin da ragazzo; e c‘è ancora l‘incontro con il sarto mistico, Jan Tyranowski che si era formato alla scuola carmelitana – in un primo tempo Wojtyla aveva avuto il desiderio di entrare nell‘ordine Carmelitano – e che gli aveva fatto conoscere la spiritualita di san Giovanni della Croce e santa Teresa d‘Avila. Proprio alla scuola di Tyranowski – aveva creato il ―Rosario vivente‖, gruppi di quindici ragazzi guidati da un giovane più maturo, un tentativo di proseguire, negli anni dell‘occupazione nazista, la formazione dei giovani anche in assenza di sacerdoti – Karol Wojtyla impara che la santità non è soltanto ―di casa‖ in chiesa, ma ogni persona è chiamata alla santità e si può farne esperienza anche nei luoghi della quotidianità, dei lavori più semplici e umili, tra chi è chiamato a esercitare una professione nobile e chi è chiamato a difendere il paese. La beatificazione di Karol Wojtyla non è solo riconoscere la grandezza di un Papa che ha saputo guidare la Chiesa negli anni del post Concilio, facendo uscire dal silenzio chiese, nell‘est europeo, che avevano vissuto privazioni, sofferenze e martirio; che ha accompagnato le grandi trasformazioni nell‘Europa uscita dalla guerra fredda e dalla caduta del muro di Berlino; che ha chiamato i giovani a prendere in mano la loro vita, a diventare futuro del mondo e speranza della chiesa, come ha detto loro sin dall‘inizio del pontificato. Non è infine un riconoscere che in quel tredici maggio 1981 è stata la ―mano materna‖ di Maria a deviare il proiettile che Ali Agca aveva sparato in Piazza San Pietro, permettendo al ―Papa agonizzante‖ di fermarsi ―sulla soglia della morte‖. Ma è il segno di una testimonianza di un Papa che ha saputo dare voce a chi non ha voce; che è stato compagno di viaggio di credenti e non credenti. Estratto dell'articolo di Fabio Zavattaro, vaticanista del TG1, pubblicato integralmente dal quadrimestrale La Marca francescana. Terra dei Fioretti. Rivista di attualità, storia, spiritualità e cultura dei Frati Minori delle Marche, Anno IV (2011). P a g i n a 7 CONSOLATIO Quando Papa Wojtyła volle spiegare la «Dominus Iesus» «Tutti e due vengono da grandi esperienze, quella del pre-Concilio, quindi della preparazione alla grande riforma della Chiesa e l‘esperienza del Vaticano II stesso. E poi sono entrambi passati attraverso i totalitarismi, e hanno vissuto in profondità i problemi dell‘oppressione, della soppressione delle libertà. Due uomini di Dio appassionati della verità, della libertà, amanti dell‘umanità. Quindi entrambi amici dell‘uomo». Sono i principali tratti comuni tra Benedetto XVI e Papa Wojtyła nell‘ottica di un testimone d‘eccezione: il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, intervistato nel libro Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2011, pp. 124, euro 14) di cui anticipiamo alcuni punti interessanti. Frutto delle conversazioni con Michele Zannucchi, direttore di «Città Nuova», il volume reca la prefazione del cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Bertone ragiona del pontificato wojtyliano e ricorda episodi inediti. Un momento particolarmente difficile nel Pontificato di Giovanni Paolo II è stato quello in cui ha dovuto mettere mano a certe discutibili interpretazioni cristologiche. Parliamo della «Dominus Iesus», per intenderci... Un elemento tipico della fermezza dottrinale di Giovanni Paolo II riguarda proprio la sua passione per una cristologia vera, autentica. Il Papa stesso ha voluto in prima persona la dichiarazione dogmatica circa l‘unicità e l‘universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa (Dominus Jesus), nonostante le dicerie che hanno attribuito a una «fissazione» del cardinale Ratzinger o della Congregazione per la Dottrina della Fede il fatto di aver voluto questa famosa dichiarazione, dicerie che si erano propagate anche in campo cattolico. Sì, è Giovanni Paolo II stesso che aveva chiesto in prima persona la dichiarazione, perché era rimasto colpito dalle reazioni critiche alla sua Enciclica sulla missionarietà, la Redemptoris Missio, con la quale voleva incoraggiare i missionari ad annunciare il Cristo anche nei contesti dove sono presenti altre religioni, per non ridurre la figura di Gesù a un qualsiasi fondatore di un movimento religioso. Le reazioni erano state negative, soprattutto in Asia, e il Papa ne era rimasto molto amareggiato. Allora, nell‘Anno Santo — anno cristologico per eccellenza — disse: «Per favore, preparate una dichiarazione dogmatica». È stata così preparata la Dominus Jesus, densa, scarna e con un linguaggio dogmatico. Essa permane assai importante nell‘attuale temperie della Chiesa perché, partendo dall‘analisi di una situazione preoccupante a raggio mondiale, offre ai cristiani le linee di una dottrina fondata sulla rivelazione che deve guidare il comportamento coerente e fedele al Signore Gesù, unico e universale Salvatore. Inutile ricordare come, davanti a questa dichiarazione promulgata il 6 settembre 2000, sia immediatamente seguita la stroncatura da parte delle grandi agenzie di stampa internazionali e di tanti intellettuali. Come reagiste in Vaticano? Non solo in campo «laico», ma anche in campo cattolico alcuni si allinearono a queste critiche. Il Papa rimase doppiamente amareggiato. Ci fu una sessione di riflessione proprio su queste reazioni, soprattutto dei cattolici. Alla fine della riunione, con forza il Papa ci disse: «Voglio difenderla e voglio parlarne domenica 1° ottobre, durante la preghiera dell‘Angelus — eravamo presenti io, il Cardinale Ratzinger e il Cardinale Re — e vorrei dire questo e quest‘altro». Abbiamo preso nota delle sue idee e abbiamo redatto il testo che lui ha approvato e poi pronunciato. Era la domenica in cui venivano canonizzati i martiri cinesi. La coincidenza aveva suggerito a qualcuno una certa prudenza: «Non conviene — gli suggerivano taluni — che lei parli della Dominus Iesus proprio in quel giorno, è meglio che lo faccia in un altro contesto. È meglio che lo rimandi, potrebbe renderlo pubblico l‘8 ottobre, nella domenica del Giubileo dei Vescovi, alla presenza di centinaia di presuli». Ma il Papa rispose così a tali obiezioni: «Come? Adesso devo rimandare? Assolutamente no! Ho deciso per il primo ottobre, ho deciso per questa domenica, e domenica lo farò!». A Madras, nel corso del suo viaggio in India del 1986, il Papa aveva parlato della necessità di un «rispettoso annuncio». Ma quel primo ottobre si era dimostrato inflessibile... Assolutamente sì. Il Papa pronunciò senza tentennamenti né esitazioni il suo discorso in difesa della Dominus Iesus, di cui mi preme ricordare alcuni passaggi: «Con la dichiarazione Dominus Iesus — Gesù è il Signore —, approvata da me in forma speciale, ho voluto invitare tutti i cristiani a rinnovare la loro adesione a Lui nella gioia della fede, testimoniando unanimemente che Egli è, anche oggi e domani, la Via, la Verità e la Vita (Gv 14, 6). La nostra confessione di Cristo come unico Figlio, mediante il quale noi stessi vediamo il volto del Padre (cfr. Gv 14, 8), non è arroganza che disprezza le altre religioni, ma gioiosa riconoscenza perché Cristo si è mostrato a noi senza alcun merito da parte nostra. Ed Egli, nello stesso tempo, ci ha impegnati a continuare a donare ciò che abbiamo ricevuto e anche a comunicare agli altri ciò che ci è stato donato, perché la Verità donata e l‘Amore che è Dio appartengono a tutti gli uomini. Con l‘Apostolo Pietro noi confessiamo che ―in nessun altro nome c‘è salvezza‖ (Atti 4, 12)». E precisava ancora: «Il Documento chiarisce gli elementi cristiani essenziali, che non ostacolano il dialogo, ma mostrano le sue basi, perché un dialogo senza fondamenti sarebbe destinato a degenerare in vuota verbosità». Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 8 Le 14 encicliche del beato Giovanni Paolo II Giovanni Paolo II in quasi 24 anni ha scritto 14 encicliche. Un primo trittico riguarda le tre persone della Trinita', aperto dalla ''Redemptor hominis'', prima enciclica del pontificato, pubblicata il 4 marzo del '79. Probabilmente preoccupato da certe tendenze postconciliari, Wojtyla intende offrire ai cristiani una ecclesiologia fortemente cristocentrica, e la sua riflessione assume per questo un valore ecumenico. Completano il trittico la ''Dives in misericordia'' (1980) su Dio padre misericordioso, con un commento alla parabola del Figliol prodigo e la ''Dominum et vivificantem'' (1986), sullo Spirito Santo. Il secondo nucleo tematico riguarda la dottrina sociale della Chiesa e comprende la ''Laborem exercens'', 1981; la ''Sollicitudo rei socialis'' 1988 e la ''Centesimus annus'', 1991. Al centro della ''Laborem exercens'' il significato del lavoro umano, mai ''riducibile a merce'' perche' fondato sulla dignita' della persona umana, la priorita' dei lavoratori sul capitale e il rifiuto del capitalismo. La ''Sollicitudo rei socialis'' incita a una lettura teologica dei problemi moderni per far emergere il carattere morale dello sviluppo e sottolineare l'obbligo della sua promozione. La ''Centesimus annus'' e' invece l'enciclica del postcomunismo, per rispondere alla ''grande sfida'' posta dal cambiamento degli assetti mondiali e per rivalutare il ruolo della solidarieta' nella societa'. La ''Slavorum apostoli'', 1985, e' dedicata ai santi Cirillo e Metodio che portarono il Vangelo tra gli slavi, dettero un ''contributo eminente'' alla formazione delle ''comuni radici cristiane dell'Europa''. La ''Redemptoris mater'', 1987, e' una riflessione sul cammino di fede della Madonna, secondo la Scrittura e i documenti conciliari. Con la ''Redemptoris missio'' del 1990, a 25 anni dalla conclusione del Concilio e dalla ''Evangelii nuntiandi'' di Paolo VI, Giovanni Paolo II fa una forte riaffermazione della ''permanente validita' del mandato missionario della Chiesa''. La ''Veritatis splendor'' del 1993 sostiene che i cristiani hanno il dovere di seguire l'insegnamento morale della Chiesa e che esistono comportamenti oggettivamente cattivi, come per esempio quelli contraccettivi, con i quali l'uomo si perde. L'obbedienza ai comandamenti in campo morale e' indispensabile base di ogni convivenza sociale rispettosa dei diritti umani. Papa Wojtyla prende posizione su questo argomento dopo aver constatato la ''contrapposizione, anzi la radicale dissociazione tra liberta' e verita' che e' ''conseguenza della separazione tra fede e morale''. La ''Evangelium vitae'' del 1995 e' un appello mondiale ''per una nuova cultura della vita umana'' che partendo da gravi problemi morali come aborto, eutanasia, pena di morte e manipolazioni genetiche, giunge a chiedere una strategia internazionale dell'impegno politico, sociale e culturale a difesa del ''diritto alla vita'', impegno non solo dei cattolici, ma di ogni ''persona di buona volonta'''. L'enciclica postula la ''obiezione di coscienza'' contro leggi immorali; prende definitivamente le distanze dalla pena di morte; rinnova la radicale condanna dell'aborto, ma stila una lunga lista di corresponsabili nella scelta della donna, dai partner ai medici, ai legislatori. La pena di morte, scrive, e' teoricamente ammessa ma solo ''in casi di assoluta necessita', cioe' quando la difesa della societa' non fosse possibile altrimenti'', ma questi casi oggi sono ''molto rari'', se non addirittura ''praticamente inesistenti''. L'aborto, ''delitto abominevole'', e la contraccezione ''affondano le radici nella stessa mentalita' edonistica e deresponsabilizzante''. Nella ''Ut unum sint'' del 1995, Giovanni Paolo II pone la ricerca dell'unita' tra cristiani come principale impegno dei cattolici in vista del Duemila. A tutte le Chiese ricorda l'amore e il rispetto di quella di Roma e da loro ''implora'' perdono per il male compiuto dai cattolici. Wojtyla e' conscio del fatto che il papa ''costituito da Dio'' quale ''segno visibile e garante dell'unita''' costituisce ''una difficoltà'' per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria e' segnata da ricordi dolorosi. Ma ricorda che se i vescovi sono legittimi perche' successori degli apostoli, il vescovo di Roma e' successore di San Pietro, che Gesu' volle loro capo. La ''Fides et ratio'', pubblicata nell'ottobre 1998 per i venti anni di pontificato, postula una filosofia forte, che non rinunci a cercare risposte a domande autentiche, e' una esaltazione della ragione umana e delle sue capacita' speculative, capaci di andare verso l'Assoluto e di essere luogo di dialogo tra credenti e atei. Costata a Giovanni Paolo II dodici anni di elaborazione l'enciclica condanna varie correnti filosofiche, invitando la filosofia a abbandonare le strade ''deboli'' e tornare a quel compito di ''maestra'' che ha avuto in passato. L'ultima enciclica, la ''Ecclesia de eucharistia'' del 14-4 -2003, riafferma la centralita' di quel sacramento nella Chiesa. Denuncia anche alcuni abusi, come l'intercomunione tra cattolici e altri cristiani, e ribadisce che l'eucarestia non e' solo ricordo di un fatto e occasione conviviale, ma sacrificio che si rinnova ogni volta, che solo al prete spetta celebrare Messa e recitare la preghiera eucaristica, che per comunicarsi bisogna essere in ''stato di grazia'' (cioè essersi confessati e non vivere in stato di peccato), escludendo dal sacramento i conviventi ed i divorziati risposati. P a g i n a 9 CONSOLATIO Wojtyla, il "Papa operaio" che parlò di speranza Ponte tra due mondi, di Wojtyla si ricorda il suo essere stato mediatore tra l'etica e il lavoro. Un'opinione diffusa, raccontata in un convegno, il 20 aprile a Roma, al Palazzo della Cancelleria. A motivarla, tra gli altri, il cardinale Renato Raffaele Martino, l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni e il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Il Papa che ha dato voce all'homo ergaster, simbolicamente – non sfugge la coincidenza – sarà proclamato beato domenica 1 maggio, appunto festa dei lavoratori: evento «eccezionale e inusuale», lo definisce l'ex leader di Rifondazione Comunista, Bertinotti. E in fondo si tratta della beatificazione di colui che, in rete, è definito "prete operaio": quando le forze di occupazione naziste chiusero l'università, il giovane Karol Wojtyla entrò nella Solvay polacca, lavorando per quattro anni nelle cave di pietra di Zakrzowek, poi alle caldaie di Borek Falecki e Nowa Huta. Uomo realmente capace di ascolto, «guardava l'altro – continua Bertinotti, che non ha mai nascosto la sua stima per Giovanni Paolo II - come uno da cui imparare. Mi torna in mente una sua frase su Gandhi: "I cristiani potrebbero imparare da lui a essere più cristiani"». Una capacità di sguardo che ha promosso negli altri un atteggiamento di rispetto, attenzione e ascolto: «È questo, secondo me, che ha reso così potente la presenza di questo Pontefice nella storia, in un periodo che non era più lo stato di grazia dell'immediato dopoguerra, parlando dell'Europa occidentale ovviamente, e neanche la fase della "speranza ascendente"». Wojtyla seppe rilevare l'aspetto profetico nel tempo di crisi, intesa come transizione e smarrimento di senso. «Non ho titolo per parlare dell‘uomo della speranza – si giustifica Bertinotti - ma ho creduto di leggervi una grande lezione per tutti gli uomini». Alla fine del Novecento c'è la possibilità di uscire dalla condizione di spogliazione dei popoli. Un nuovo ciclo veniva alla luce e nel 1978 saliva al soglio pontificio un Papa operaio, che ha restituito al mondo, cattolico e laico, ben tre encicliche sul lavoro, la "Laborem exercens", la "Sollecitudo Rei Socialis" e la "Centesimus Annus". Con il pontificato del Papa polacco ha avuto inizio una straordinaria stagione in cui Giovanni Paolo II si è posto contro il macchinismo che spegne la soggettività e, dunque, la dignità. «Dal peccato originale nasce il lavoro come condanna ma non bisogna essere cattolici – conclude l'ex presidente della Camera - per apprezzare la cosiddetta causazione ideale del superamento del lavoro servile». In poche parole cade la possibilità di giustificare l‘occupazione servile. Di più, la tesi aristotelica per cui alcuni uomini nascono schiavi viene estirpata alla radice. Il politico che nel 2000 regalò a Wojtyla, per il compleanno, un catalogo di fine '800 delle Società di mutuo soccorso, «punto di incontro tra la carità cristiana e la nostra concezione della dignità del lavoratore», cita la Lettera ai Galati di San Paolo: «Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato (…). E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l'occasione, operiamo il bene verso tutti». Il cardinale Martino, per 16 anni alle Nazioni Unite in rappresentanza della Santa Sede, ricorda di essere stato scelto da Wojtyla per dare aiuto ai rifugiati, «unica condizione posta al mio mandato», spiega. Gli ultimi, i sofferenti, coloro che non avevano un lavoro erano nel cuore di Giovanni Paolo II, «che ha assunto su di sé la sofferenza degli altri – gli fa eco Bonanni -, avendola provata lui stesso» da operaio e "osservato speciale" nella Polonia dei nazisti prima, e dei comunisti poi. Da lavoratore, «appena eletto Papa – continua il leader della Cisl – ha reso tante visite alle fabbriche, ai cantieri e alle imprese». Anche se «il dato essenziale nel suo rapporto con il mondo del lavoro – secondo Bonanni – è stato quello di aver speso per il sindacato parole in piena controtendenza, in un momento in cui molti e agguerriti erano i detrattori del sindacato. Giovanni Paolo II disse una cosa che ci squarciò il cuore, e cioè che il sindacato è connaturato alla natura dell'uomo che questi ha bisogno di difendersi dallo sfruttamento». Il ministro del Lavoro, da parte sua, collega il tema del lavoro, presente in Giovanni Paolo II, ad un altro tema che ha caratterizzato tanto il Magistero del Papa polacco quanto quello di Benedetto XVI, e cioè il valore della vita. «La possibilità per i nostri giovani di entrare e restare nel mondo del lavoro – chiarisce – non si fonda solo sulle competenze e le conoscenze». Ricordando quanto sia parte dell‘essere giovani «sentire l‘anelito per ciò che è grande e che va oltre la sicurezza del lavoro», Sacconi spiega che c'è un nesso tra il valore cristiano del sapersi dedicare agli altri e la riuscita nel mondo occupazionale. «Nel momento in cui si riconosce il valore della persona, si riconosce il valore della vita. Io non vedo possibile – ribadisce il ministro l'attitudine al senso del lavoro senza il senso della vita». E così «se un giovane, di fronte ad un familiare, un amico o un affetto che vive uno stato di fragilità, si gira dall'altra parte, chiediamoci se può mai essere produttivo nel lavoro. L'assistenza amorevole, l'esserci, il non voltarsi è infatti precondizione per una professionalità e una occupabilità piena che sia fondata sullo sviluppo integrale della persona». Da Zenit.org Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 1 0 Sai Baba è morto, l’illusione continua. L’ipotesi che dietro di lui si nascondesse il demonio non è da escludere… La morte di Sathya Sai Baba, forse il più popolare guru indiano della seconda metà del secolo XX, induce a qualche riflessione sul successo che ha avuto in Occidente e in particolare in Italia, dove ha trovato seguaci fra ex-sessantottini affascinati dall‘Oriente, professionisti – fra cui diversi medici, che hanno scelto di andare a lavorare nell‘ospedale da lui fondato in India – e perfino un sacerdote lombardo, don Mario Mazzoleni (1945-2001), che la scelta senza riserve per Sai Baba ha condotto fino al dramma della scomunica. Ma chi era Sai Baba?Satyanaryan Raji (1926-2011) nasce nel 1926 a Puttaparthinell‘Andra Pradesh (India del Sud). A quattordici anni entra in uno stato di esaltazione al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia «Sono Sai Baba», assumendo lo stesso nome di un santo asceta, Sai Baba di Shirdi (1856-1918), molto popolare in India. Da allora comincia a raccogliere seguaci in un piccolo ashram, che oggi con il nome di Prashanti Nilayam è diventato un intero sobborgo di Puttaparthi.Sathya Sai Baba – come è normalmente chiamato in India proprio per distinguerlo da Sai Baba di Shirdi – invita a tornare alle scritture tradizionali dell‘India e a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore, che è già dentro di noi e che può essere raggiunto non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un‘esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere e dal servizio reso agli altri. Dio, pertanto, per Sai Baba non è un‘entità esterna separata dall‘uomo, ma uno stato di consapevolezza che ciascuno di noi può raggiungere. I fedeli considerano Sathya Sai Baba un avatar – cioè un‘incarnazione divina – integrale (purnavatar), come Krishna; secondo loro, la storia è stata anche percorsa da «amshavatara», avatar «parziali», tra cui Gesù Cristo, Sri Ramakrishna (1836-1886) e Sri Aurobindo (1872-1950), ma solo il loro maestro è stata un‘incarnazione totale e perfetta. Contrariamente ad altri maestri indiani – che considerano i miracoli come appartenenti a una sfera inferiore – Sathya Sai Baba ha affidato la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o «siddhi». Ha così offerto ai seguaci ogni sorta di «miracoli», sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni a migliaia di chilometri di distanza), sia nel regno fisico. Dalle mani del maestro usciva ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) cui erano attribuite proprietà miracolose. Il maestro era inoltre ritenuto capace di fare apparire oggetti di ogni genere: statuette devozionali, anelli d‘oro, il linga simbolo di Shiva, e perfino monete d‘oro che recavano, come data del conio, l‘anno di nascita del devoto per cui erano state «prodotte». Questi fenomeni hanno portato molti specialisti occidentali a liquidare Sathya Sai Baba come espressione di un sincretismo superstizioso estraneo al «vero» induismo. Ma questo giudizio si scontra con il fatto che Sathya Sai Baba ha decine di migliaia di seguaci in India, pacificamente considerati devoti indù. L‘induismo non ha una Chiesa o autorità che possano decidere chi è indù e chi non lo è. La più grande organizzazione indù, la Vishwa Hindu Parishad, espressione di un nazionalismo spesso intollerante verso le altre religioni che controlla il secondo partito politico indiano, ha sempre esaltato Sathya Sai Baba come un modello d‘induismo, difendendolo dalle accuse di pedofilia che ne hanno turbato gli ultimi anni di vita, anche perché il guru di Puttaparthi ne ha sempre sostenuto i progetti politici. Uno dei più vicini collaboratori e oggi dei candidati alla successione di Sai Baba, il novantenne Prafullachandra Natwarlal Bhagwati, è stato presidente della Corte Suprema indiana, il più alto magistrato dell‘immenso Paese asiatico. L‘induismo non è il sistema «puro» insegnato in qualche università occidentale ma un complesso coacervo di miti, riti e devozioni popolari dove oggi sono entrati anche, come componenti essenziali per decidere almeno in India chi ne fa parte, il nazionalismo e la politica. Sathya Sai Baba ha avuto successo anche in Occidente, come si è accennato, soprattutto in Italia. Una lettura di questo successo non può che fare riferimento alla grande crisi culturale degli anni 1960, che ha avuto il suo momento emblematico nel 1968. Il Sessantotto non ha eliminato – né sarebbe stato possibile – le domande di senso e di sacro che vivono nel cuore di ogni uomo, ma ha gettato un lungo sospetto sull‘Occidente e sul cristianesimo. Ne è nato un pregiudizio favorevole nei confronti di tutto quanto è orientale e di tutto quello che si presenta come eterodosso rispetto al cristianesimo. Dai contestatori delle università a musicisti come i Beatles molti hanno preso la strada dell‘India. Il fatto che molti italiani abbiano scelto Sai Baba si spiega con un gusto del miracoloso che non è estraneo alla nostra tradizione nazionale e che forse non sarebbe stato soddisfatto da forme d‘induismo più «colte» e filosofiche. Tuttavia, se si supera il clamore intorno ai «miracoli» e si cerca di capire in che cosa consiste l‘insegnamento di Sathya Sai Baba, si scopre che il suo centro è la ricerca di Dio o del Divino non come Persona, al di fuori di noi, ma come stato della nostra coscienza. Si tratta dunque, come spesso accade in Oriente, di una «enstasi», qualche cosa che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall‘estasi. Nell‘«enstasi» si entra sempre di più in se stessi e ci si chiude a ogni possibile trascendenza, mentre nell‘estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. L‘illusione, chiudendosi in se stessi, è quella di attingere così l‘Essere, mentre al massimo – come ha notato un ex induista della generazione del 1968 belga, poi convertito e oggi sacerdote cattolico, padre Joseph-Marie Verlinde - si arriva al «Sé inteso come atto primo dell‘esistenza che è soltanto e sempre l‘atto di un essere creato e non dell‘Essere divino increato». Il rischio, alla fine, è quello di un «narcisismo senza Narciso», secondo la formula del missionario e indologo francese Jules Monchanin (1895-1957). Chi s‘illudeva, magari grazie a Sai Baba, di sfuggire alla prigione della soggettività, percepita come tipicamente occidentale, finisce per ritrovarsi rinchiuso a doppia mandata in quella stessa prigione. Sathya Sai Baba è morto, ma l‘illusione continua Massimo Introvigne - da www.labussolaquotidiana.it P a g i n a 1 1 CONSOLATIO Sai Baba, nato nel 1926 a Puttaparthi, nel sud dell‘India, dove è vissuto e dove attirava annualmente oltre centomila pellegrini è morto il 24 aprile del 2011. Al suo funerale hanno partecipato oltre 200.000 fedeli e molte star del cinema e della politica. Chiamato alla nascita Satyanarayan Raju, il giovane Sathya conosce fin dalla più tenera età una serie di esperienze mistiche e- secondo i suoi seguaci – di fenomeni straordinari, finché a quattordici anni entra in uno stato di esaltazione (apparentemente provocato dal morso di uno scorpione) al termine del quale, il 23 maggio 1940, annuncia: ―Sono Sai Baba‖, è proclamato avatar, e anzi ―avatar integrale‖ (purnavatar) come Krishna, mentre Gesù Cristo, Ramakrishna, Aurobindo sarebbero stati soltanto amshavatar, avatar ―parziali‖. Contrariamente a Meher Baba, per cui i miracoli appartengono a una sfera inferiore, Sathya Sai Baba affidava la prova del suo carattere di avatar ai segni straordinari o siddhis. I suoi seguaci quando Baba era in vita gli attribuiscono ogni sorte di miracoli, sia nel regno psichico (chiaroveggenza, profezie, apparizioni ai suoi seguaci in diverse parti del mondo) sia, soprattutto nel regno fisico. Dalle mani di Sathya Sai Baba esce ogni giorno una cenere sacra (vibhuti) a cui sono attribuite ogni sorta di proprietà miracolose e curative. Il maestro sarebbe inoltre stato capace di ―materializzare‖ oggetti di ogni genere, in particolare statuette devozionali, anelli d‘oro, il linga o simbolo fallico di Shiva che Sathya Sai Baba faceva uscire dalla sua bocca una o due volte all‘anno in occasione di feste del dio, e perfino monete d‘oro americane che recano, come data del conio, l‘anno di nascita del devoto per cui sono state ―prodotte‖. ―l‘uomo dei miracoli‖ – come viene chiamato – è stato visto trasformare sabbia in un volume della scrittura sacra indiana Bhagavad Gita, sassi in caramelle, fiori in diamanti, fare sparire una figura da un anello e poi farla riapparire e così via. I ―fenomeni‖ tendono naturalmente a concentrare tutta l‘attenzione dei devoti della figura di Sathya Sai Baba piuttosto che sul suo insegnamento (che presenta caratteri meno complessi e originali). Il maestro invitava a tornare alle scritture tradizionali dell‘India in termini – se paragonati agli insegnamenti di altri maestri contemporanei – piuttosto conservatori. Il suo era del resto un messaggio profetico, ―trinitario‖ nel senso che Sathya Sai Baba costituisce una Trinità con Sai Baba di Schirdi e con un ―prema Sai Baba‖‖ che apparirà nel distretto di Mandya, Stato del Karnataka, in India. Il guru indiano– che nulla ignora del passato, del presente e del futuro – aveva annunciato la sua morte per l‘anno 2022 ma è morto ad 85 anni ben 11 anni prima….. Molti devoti pensano che l‘apparizione del futuro Prema Sai Baba segnerà il ritorno dell‘età dell‘oro. Contrariamente a quanto si ritiene talora in Occidente, i fenomeni di Sathya Sai Baba non attiravano l‘attenzione soltanto degli occidentali; i suoi seguaci sono numerosi in tutto il sud dell‘India. Come sempre di fronte a ―miracoli‖ viene avanzata, anche in India, l‘ipotesi della frode, di cui, grazie a numerose testimonianze dei suoi ex seguaci si sono trovate prove decisive che dimostrano gli inganni del guru. Come nel caso dei fenomeni spiritici, anche per Sathya Sai Baba si sono mossi gli illusionisti che hanno cercato di riprodurre i suoi ―miracoli‖, con successo in qualche caso, come riferisce lo stesso Haraldsson, ma non in tutti e questo fa pensare ad una pista demonologica. Gli autori più critici notano che la documentazione è molto incompleta per le due resurrezioni di morti (un indiano nel 1953 e un americano nel 1971) che vengono attribuite al maestro. In realtà come è stato ampiamente dimostrato da numerosissime testimonianze riportate dal sito www.exbaba.it, Sai Baba era invece un pervertito sessuale che faceva profezie che quasi sempre si rivelavano sbagliate ed aveva un giro di denaro enorme dovuto alle offerte dei suoi fedeli ma che invece di essere utilizzate per la beneficenza era volatizzato e quasi mai impiegato per gli scopi caritativi per i quali veniva raccolto. L‘ipotesi che dietro Sai Baba si nascondesse il demonio non mi pare completamente da escludere…. Don Marcello Stanzione Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 1 2 L’uccisione di Osama Bin Laden “Di fronte alla morte di un uomo, il cristiano non si rallegra mai” ―Di fronte alla morte di un uomo, il cristiano non si rallegra mai‖ e si impegna a non creare ―crescita ulteriore di odio‖: è il commento della sala stampa vaticana alla morte di Osama Bi Laden. In una dichiarazione ufficiale ai giornalisti, il direttore p. Federico Lombardi, ha ricordato che ―Osama Bin Laden – come tutti sappiamo – ha avuto la gravissima responsabilità di diffondere divisione e odio fra i popoli, causando la morte di innumerevoli persone, e di strumentalizzare le religioni a questo fine‖. E ha aggiunto: ―Di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini, e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell‘odio, ma della pace‖. Il commento di p. Lombardi avviene mentre crescono le notizie sull‘esultanza di migliaia di giovani americani davanti alla Casa Bianca a Washington. Anche leader politici Usa, europei e internazionali applaudono il risultato dell‘operazione anti-terrorista americana in Pakistan. Nel Paese, timoroso di reazioni violente di vendetta da parte dei gruppi estremisti, è stata rafforzata la sicurezza a uffici governativi e alle chiese. Il giornale pakistano The News riporta oggi sul suo sito web solo una parte della dichiarazione vaticana, affermando: ―Il Vaticano ha detto che ―Osama Bin Laden ha avuto ‗grande responsabilità (nel diffondere) divisione e odio fra le persone‖. Nessuna parola sul richiamo del Vaticano a ―non rallegrarsi‖ per la morte di un uomo, né a operare per non creare ―crescita ulteriore di odio‖. Bin Laden ucciso: cristiani “facile obiettivo” di rappresaglie in Pakistan Istituti, scuole e uffici cristiani in Pakistan hanno chiuso i battenti nel timore di attentati. Il blitz delle forze speciali statunitensi che ha portato alla morte di Osama Bin Laden potrebbe infatti scatenare la reazione dei musulmani contro la minoranza religiosa. Mons. Lawrence John Saldanha, arcivescovo emerito di Lahore, chiede maggiore protezione per i cristiani, ―facile obiettivo‖ di possibili rappresaglie. Intanto i movimenti vicini al fondamentalismo islamico smentiscono la notizia dell‘uccisione del leader di al Qaeda. La società civile è divisa fra rabbia e felicità, mentre il governo e il presidente del Pakistan stanno elaborando un comunicato ―equilibrato‖ per evitare di esacerbare gli animi. Dalle prime ricostruzioni emerge che Bin Laden è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco alla testa. Insieme a lui sarebbero morte altre quattro persone. Il cadavere sarebbe nelle mani delle forze speciali Usa, anche se un funzionario statunitense ha riferito di una sepoltura in mare già effettuata ―rispettando i dettami della dottrina islamica‖. Diversi siti dubitano dell‘autenticità della foto, definita un falso clamoroso, mentre le autorità di Islamabad negano di aver partecipato o collaborato alla preparazione del blitz. Il movimento estremista Pakistan Tehrik-e-Taliban parla di ―falsa operazione‖ e ritengono che Osama sia ancora vivo. Hameed Gul, ex capo dei potenti servizi segreti pakistani (Isi), mette in dubbio le immagini – ―sembra troppo giovane‖ – e le modalità secondo cui è stata condotta l‘operazione. A suo avviso si tratta di propaganda elettorale del presidente Usa: ―Obama è una persona intelligente – riferisce l‘ex militare – questo è un gran colpo per iniziare la campagna elettorale‖ per le presidenziali del 2012. Gli analisti sono divisi: alcuni pensano che la rete del terrore verrà indebolita, altri temono un‘escalation di violenze in risposta alla morte del leader fondamentalista. Fonti locali riferiscono di un vertice fra l‘ambasciata Usa e altri Paesi occidentali a Islamabad, sull‘ipotesi di chiusura delle sedi diplomatiche in via precauzionale. Molti istituti, scuole e uffici cristiani hanno interrotto i lavori; la minoranza religiosa è in allerta e teme nuove violenze, dopo gli attacchi in risposta al rogo del Corano in Florida delle scorse settimane. I controlli sono stati aumentati anche davanti alle chiese, nel timore di vendette ―anti-crociati‖. Mons. Lawrence Saldanha, arcivescovo emerito di Lahore, teme possibili azioni di rappresaglia contro i cristiani da parte dei movimenti estremisti. Il prelato sottolinea che il governo deve mettere in campo tutti gli sforzi per prevenire fenomeni di vendetta. Riferendosi, in particolare, alla minoranza cristiana egli parla di ―facile bersaglio‖, molto più semplice da colpire che gli Stati Uniti autori del blitz. Per questo sollecita ―l‘attuazione delle misure di sicurezza‖ a garanzia della minoranza. Nonostante l'appello lanciato dal prelato, in Pakistan continuano gli omicidi contro esponenti della minoranza cristiana. Questa mattina è stato ucciso a colpi di pistola Younas Masih, un commerciante del sotto-distretto di Chak Jhumra, a Faisalabad. Due persone – con precedenti penali – sono entrate nel suo negozio e hanno chiesto delle sigarette. Al rifiuto di procedere al pagamento, sarebbe divampata una colluttazione conclusa con l‘omicidio dell‘uomo, freddato da alcuni proiettili. Sarebbe invece morto per le ferite riportate in carcere Yiunas Masih (è un caso di omonimia con il precedente), in galera dal 2005 per blasfemia e condannato a morte nel 2007. Egli era oggetto di minacce di morte da parte dei compagni di cella, che lo scorso 28 aprile lo hanno attaccato al termine di una discussione. Il responsabile della prigione di Faisalabad nega ogni responsabilità. P. Mark Lucas, sacerdote a Faisalabad, punta il dito contro i funzionari del carcere, che hanno permesso ―le ripetute minacce e l‘attacco contro il cristiano‖. Egli non avrebbe ricevuto cure mediche adeguate ed è deceduto durante il ricovero in ospedale. http://www.asianews.it/notizie-it/Mons.-Saldanha:-Bin-Laden-ucciso,-cristiani-“facile-obiettivo”-di-rappresaglie-21448.html P a g i n a 1 3 CONSOLATIO Il Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal analizza la “primavera araba” La “primavera araba”, il ruolo dei cristiani orientali e di quelli della Terra Santa e che cosa si aspetta dai cristiani dell’Occidente sono gli argomenti affrontati in questa intervista dal Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal. Qual è il suo parere sulla “primavera araba” ? Sua Beatitudine Twal: Da una parte siamo molto contenti di questa presa di coscienza della gioventù, che comincia a prendere nelle sue mani il proprio destino. È un movimento senza colore politico e senza particolari pregiudizi religiosi. Emana dalla consapevolezza della gioventù araba della propria forza e vitalità. Essa è riuscita a spezzare l'elemento della “paura”: paura della polizia, paura dei servizi segreti, paura della prigione. Oggi possiamo affermare che la paura ha cambiato schieramento. I Governi temono questa massa di giovani, questa massa di opinione e di credenze che si stanno risvegliando. La Chiesa ha sempre predicato più democrazia, più libertà e più dignità per il nostro popolo. Nel mio primo messaggio come Patriarca, ho dichiarato che avrei fatto del mio meglio per evitare sia sul piano politico che su quello religioso delle decisioni unilaterali. D'altra parte, dobbiamo riconoscere che c'è sempre un'incognita riguardo questo genere di movimenti. Nessuno sa cosa accadrà in seguito. Speriamo che sia per il meglio e per il bene comune. Qual è il ruolo dei cristiani orientali e di quelli della Terra Santa? Sua Beatitudine Twal: I cristiani del Medio Oriente non dovrebbero restare ai margini di questi movimenti. Come abbiamo detto nel Sinodo nell’ottobre scorso, i cristiani dovrebbero sentirsi al 100% cittadini come i loro compatrioti musulmani. Devono partecipare alla vita del loro Paese se questi movimenti sono per il bene collettivo. Non mi piace vedere i cristiani al di fuori di questi movimenti, perché questo è anche il loro Paese. Non dovrebbero sentirsi in un ghetto a parte. Quanto ai cristiani della Terra Santa, dobbiamo ricordare che qui la situazione politica è estremamente delicata e molto diversa da quella presente in altri Paesi. Non esiste una ricetta miracolosa. La situazione di ogni Paese è decisamente unica. La Chiesa di Gerusalemme ha una missione particolare e deve cooperare per una pace giusta e duratura attraverso i suoi interventi, le sue istituzioni e le sue scuole. Oggi è chiaro che Israele e i vicini Paesi arabi devono capire il valore di queste proteste generalizzate. Se le proteste di massa dei giovani hanno sollevato questi movimenti all’interno del loro regime, tutti i Paesi, compreso Israele, dovrebbero essere vigilanti. Noi stessi, la Chiesa cattolica e i leader religiosi, siamo interpellati sul modo di guidarli correttamente. Che cosa si aspetta dai cristiani dell’Occidente? Sua Beatitudine Twal: Durante il Sinodo, abbiamo toccato da vicino la questione riconoscendo che la Chiesa occidentale non deve guardare la Chiesa d'Oriente solamente come Chiesa d'Oriente. È la stessa Chiesa, di fronte alle medesime sfide che vengono dai giovani, dalla famiglia, dalle vocazioni… I cristiani che provengono dall'Occidente non devono semplicemente aiutare la nostra Chiesa. Essi dovrebbero considerarsi parte interessata di questa Chiesa, che è la loro Madre Chiesa. Meglio, dovrebbero sentirsi responsabili del futuro dei cristiani che vivono in Terra Santa. Solo venendo a vivere qui, a Gerusalemme, potranno mettere delle “vitamine” nelle loro radici cristiane. Si tratta di un vantaggio reciproco sia in ambito locale che mondiale. Gerusalemme è la dimensione mondiale che sarà sufficiente per la Terra Santa. www.zenit.org/article-26464?l=italian Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 1 4 Se il "CorSera" scatena l'odio contro l'Ungheria Dei 23 paesi dell'Europa post-comunista (quella che va da Praga al Kazakistan) l'Ungheria è cronologicamente l'ultimo che ha deciso di darsi una nuova costituzione, che entrerà in vigore lunedì dopo che il capo dello Stato Pál Schmitt l'avrà controfirmata. Ma anziché rallegrarsi per l'uscita di scena dell'ultima costituzione stalinista d'Europa, entrata in vigore nel 1949 sotto il governo di Matyas Rakosi, ―il miglior discepolo ungherese di Stalin‖, come usava definirsi, l'uomo che fece incarcerare 100 mila oppositori politici (fra i quali il cardinale József Mindszenty condannato all'ergastolo) e giustiziarne 2 mila, politici, giornalisti ed osservatori europei e non solo stanno facendo a gara nell'accusare il nuovo testo, approvato da una maggioranza schiacciante di parlamentari (262 voti a favore e 44 contari, più una sessantina che hanno abbandonato l'aula al momento del voto), delle peggiori nefandezze. Autoritarismo, sciovinismo, omofobia, fondamentalismo religioso, intolleranza, discriminazione, estraneità ai valori europei: non c'è insulto politico che non sia stato affibbiato al nuovo testo e alle forze politiche che l'hanno prodotto: il partito Fidesz del premier Viktor Orban e il Kdnp (Partito popolare cristiano-democratico), che in coalizione hanno conquistato i due terzi dei seggi. Caratteristica della maggioranza dei critici della nuova costituzione è però quella di affermare che l'Europa si trova davanti a una costituzione «varata e progettata da un solo partito di nome Fidesz» (Giorgio Pressburger sul Corriere della Sera del 20 aprile), una palese falsità che fa subito nascere sospetti sulle reali intenzioni di questi critici. A fianco infatti di alcune critiche che un minimo di fondamento ce l'hanno, si innalza una montagna di accuse terribili ma pretestuose che sembra essere stata scatenata da puro odio ideologico per il fatto che la costituzione esalta l'identità nazionale ungherese e mette in evidenza le sue radici cristiane: due temi che vanno di traverso alle élites intente a produrre un'Europa senza radici e senza identità, fondata sul relativismo etico e culturale che permetta alle burocrazie politiche di Bruxelles e ai potentati finanziari di tutto il continente di dominare incontrastati. La nuova costituzione abbassa l'età del pensionamento dei giudici da 70 a 62 anni, stabilisce che le Leggi cardinali che potranno essere approvate dal parlamento su alcune materie potranno essere modificate solo con maggioranze dei due terzi, prolunga i termini di alcune nomine, come quella del Procuratore generale o del Presidente del consiglio fiscale, riduce i poteri della Corte costituzionale sottraendogli i giudizi su materie finanziarie e fiscali. Chiari indizi di una maggioranza politica che vuole lasciare la propria impronta sulle istituzioni. Sta di fatto che la ―rivoluzione costituzionale‖ era stata un cavallo di battaglia della coalizione Fidesz-Kdnp durante la campagna elettorale, e che i socialisti avevano ammonito l'elettorato che Orban, se vincitore, avrebbe fatto seguire i fatti alle parole. Dunque gli ungheresi hanno consegnato i due terzi del parlamento alla coalizione di centrodestra in piena coscienza: le leggi modificabili d'ora in poi solo con maggioranze qualificate sono il prodotto di un parlamento che per l'appunto le sta votando con maggioranza qualificata. Quanto ai poteri della Corte costituzionale, torneranno pieni quando il disavanzo pubblico, che attualmente è pari all'80 per cento del Pil, scenderà sotto il 50 per cento: una disposizione costituzionale che attirerà sull'Ungheria investimenti e investitori. Poi ci sono tutte le accuse pretestuose. Secondo il Corriere della Sera, «la costituzione abolisce il nome di Repubblica Ungherese e conferisce quello di Paese Magiaro (Magyarorszag). Questo forse per ammonire certe minoranze tra le quali zingari ed ebrei?». Peccato che Magiaro e Ungherese siano la stessa cosa: infatti il nome abolito era Magyar Köztársaság. Quanto alle minoranze, nel preambolo della nuova costituzione si legge: «Consideriamo le nazionalità e i gruppi etnici che vivono in Ungheria parti costituenti della nazione Ungherese». Poi l'articolo H protegge le lingue delle minoranze etniche nel paese, l'articolo XIV dettaglia che nessuno può essere discriminato per la razza, il colore, ecc. Sempre secondo il Corriere della Sera (un altro articolo), e secondo Amnesty International, i socialisti e i liberaldemocratici dell'Europarlamento, la nuova costituzione ungherese mette in pericolo il diritto delle donne all'aborto legale, perché in essa sta scritto: «La vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento». Magari. In realtà si tratta quasi della stessa frase contenuta nella legge che regola l'interruzione delle gravidanze in Ungheria, in base alla quale dal 1953 ad oggi sono stati effettuati milioni di aborti: «La vita del feto dovrà essere rispettata e protetta dal momento del concepimento». Quella ungherese non è l'unica legge abortista nell'Europa dell'Est a contenere un articolo che serve solo da foglia di fico, col quale lo Stato si mette a posto la coscienza dichiarando che farà qualcosa per prevenire il ricorso all'aborto legale. Francamente preoccuparsi per la restrizione del diritto all'aborto in un paese dove le interruzioni di gravidanza equivalgono a quasi il 50 per cento delle nascite (attualmente 40 mila aborti procurati all'anno contro 90 mila nascite) suona sinistro. Discorso simile sulla presunta ―omofobia‖ della Costituzione: solo perché c'è scritto che «l'Ungheria proteggerà l'istituzione del matrimonio inteso come l'unione coniugale di un uomo e di una donna». Budapest, come molti altri paesi europei, dispone di una legge che riconosce le ―unioni civili‖, comprese quelle fra persone delle stesso sesso. I paesi europei che hanno formalizzato il ―matrimonio omosessuale‖ sono solo sette su 47. Se c'è qualcosa che non va, non è nella costituzione ungherese, ma nella testa di chi formula questa critica. Molto inchiostro è stato speso sul carattere ultranazionalista della costituzione. Dimenticando (ma guarda che strano) che l'unico partito di estrema destra presente in parlamento, lo Jobbik, ha votato contro. Tutto questo perché nel preambolo sta scritto: «Guidata dalla nozione di una singola nazione ungherese, l'Ungheria sentirà responsabilità per il destino degli ungheresi che vivono fuori dai suoi confini, contribuirà alla sopravvivenza e allo sviluppo delle loro comunità, sosterrà i loro sforzi per preservare la loro identità ungherese e promuoverà la cooperazione fra loro e con l'Ungheria». Peccato che la vecchia costituzione stalinista del 1949, contro la quale nessuno in Europa aveva finora obiettato, dicesse le stesse cose con parole diverse: «La Repubblica d'Ungheria si sentirà responsabile per il destino degli ungheresi che vivono fuori dai suoi confini e promuoverà il rafforzamento dei loro legami con l'Ungheria». La verità è che tutte queste critiche denigratorie sono la punizione per il fatto che gli ungheresi hanno osato evocare nella nuova costituzione la loro storia cristiana: «Noi siamo orgogliosi del fatto che mille anni fa il nostro re, Santo Stefano, ha fondato lo stato ungherese su solide fondamenta, e reso il nostro paese parte dell'Europa cristiana. […] Riconosciamo il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella conservazione della nostra nazione». Un riconoscimento che non va a danno dei credenti di altre religioni o dei non credenti, perché subito dopo il preambolo afferma: «Rispettiamo tutte le tradizioni religiose del nostro paese», e l'articolo VI recita: «Ognuno avrà diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Questo diritto darà a ciascuno la possibilità di scegliere liberamente o cambiare la propria religione o convinzione, a manifestarla o ad astenersi dal manifestarla, a praticare o insegnare la propria religione o credo attraverso atti e cerimonie religiosi, o in qualunque altro modo». Non sembra fondamentalismo cristiano. Ma pretendere un po' di informazione obiettiva e completa su argomenti come questi, nell'Europa d'oggi è diventato difficile. Rodolfo Casadei Da labussolaquotidiana.it P a g i n a 1 5 Divorzio, boom di separazioni. Negli Usa la crisi... è finita Il divorzio torna a cavalcare la sua onda. Non è certamente un bene, ma è il segno che la crisi economica è quasi finita. Tempo fa avevamo detto che le causa di separazioni americane erano diminuite perché la gente non poteva permettersi le spese che comportava lasciare il coniuge. In America, si è rimessa in moto la macchina delle separazioni, segnando un + 25% con punte ancora più alte in stati in cui è consentita la procedura express come Las Vegas. È un po‘ triste prendere il polso economico in questo modo. È vero però che in periodi di alta disoccupazione, permettersi le parcelle degli avvocati non è una cosa per tutte le tasche. E poi c‘è il rischio che il coniuge non sia in grado di pagare gli alimenti. Inoltre, dividersi significa raddoppiare le spese della casa. È ora però esplosa una domanda arretrata, almeno così è stato definito il fenomeno dall‘avvocato di Las Vegas Marshall Willick, accumulata in due anni di rinvii forzati. Ricordiamo comunque che l‘America continua a essere il paese al mondo dove è più facile separarsi e il 40% delle nozze di solito finisce davanti a un giudice. La durata media dei matrimoni è di circa 8 anni e dopo meno di tre anni le persone si risposano. Nel 1980 c‘erano 11 milioni di divorziati per 100 milioni di adulti sposati, oggi sono rispettivamente 26 milioni e 121. In linea di massima a dire stop al matrimonio è la donna. Non pensiate che siano solo i ricchi a divorziare: non è così. I matrimoni solidi coincidono con i livelli d‘istruzione superiori. L‘81 per cento dei laureati che si sono sposati negli anni Ottanta, sono tuttora con la stessa moglie o marito. Il numero di separazioni aumenta con il diminuire del livello d‘istruzione. CONSOLATIO L'amore o è gratuito o non è amore. Una sera, mentre la mamma preparava la cena, il figlio undicenne si presentò in cucina con un foglietto in mano. Con aria stranamente ufficiale il bambino pose il pezzo di carta alla mamma, che si asciugò le mani con il grembiule e lesse quanto vi era scr...itto: "Per aver strappato le erbacce dal vialetto: 1 Euro Per aver riordinato la mia cameretta: 1,50 Euro Per essere andato a comprare il latte: 0,50 Euro Per aver badato alla sorellina (tre pomeriggi): 3 Euro Per ever preso due volte "ottimo" a scuola: 2 Euro Per aver portato fuori l'immondizia tutte le sere: 1 Euro Totale: 9 Euro". La mamma fissò il figlio negli occhi teneramente. La sua mente si affollò di ricordi. Prese una biro e, sul retro del foglietto, scrisse: "Per averti portato in grembo 9 mesi: 0 Euro Per tutte le notti passate a vegliarti quando eri ammalato: 0 Euro Per tutte le volte che ti ho cullato quando eri triste: 0 Euro Per tutte le volte che ho asciugato le tue lacrime: 0 Euro Per tutto quello che ti ho insegnato giorno dopo giorno: 0 Euro Per tutte le colazioni, i pranzi, le merende, le cene, e i panini che ti ho preparato: 0 Euro Per la vita che ti do ogni giorno: 0 Euro". Quando ebbe terminato, sorridendo la mamma diede il foglietto al figlio. Quando il bambino ebbe finito di leggere ciò che la mamma aveva scritto, due lacrimoni fecero capolino nei suoi occhi. Girò il foglio e sul suo conto scrisse: "Pagato". Poi saltò al collo della madre e la sommerse di baci. Quando nei rapporti personali e famigliari si cominciano a fare i conti, è tutto finito. L'amore o è gratuito o non è amore. Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 1 6 Don Amorth: inesorabile il castigo per chi rifiuta i continui richiami di Dio Il Signore ha sempre fatto così: richiama, richiama, alle volte minaccia, richiama e minaccia — mi riferisco alla storia biblica che è il modello di tutta la storia. Tante volte ha richiamato e minacciato Israele: ―Convertitevi, tornate a Dio...‖ (―Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perchè amava il suo popolo e La sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l‘ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio.‖ — 2 Cronache 36 —). Ecco il primo esilio. Tutti schiavi, tutti deportati; solo un piccolo numero potrà ritornare. Il re, che non aveva voluto ascoltare il consiglio del profeta Geremia: "Fa questo ed avrai salva la vita, tu e la ma famiglia", ebbe una triste sorte. I suoi figli furono portati alla sua presenza ed uccisi davanti ai suoi occhi. Dopo di ciò, furono bruciati a lui gli occhi e così cieco lo portarono prigioniero come trofeo di guerra a vivere come un cagnolino sotto la tavola del re avversario. Il Signore richiama, richiama... Possiamo vedere anche altri esempi biblici delle antichità: Sodoma e Gomorra. Quanti richiami prima che piovesse dal cielo il fuoco che li distrusse. Ai tempi di Noè, quanti richiami! Quanto tempo ha impiegato Noè per costruire l‘arca? e intanto richiamava i suoi concittadini... Niente, non ci badavano, ci avevano fatto il callo. E poi è venuto il diluvio. Invece è andata bene al profeta Giona che richiamò la città di Ninive: "Tra 40 giorni questa città verrà distrutta." Gli credettero e si convertirono. Pensarono: ―Ecco, il Signore ci ha promesso la distruzione, ma se noi mettiamo giudizio, Lui che è un Dio buono, misericordioso, può darsi pure che il castigo che ci ha promesso non ce lo mandi più.‖ Fecero penitenza sincera ed il Signore non mandò più il castigo. Alla luce di questi episodi, voi capite ciò che segue: ―molto di quello che accadrà dipende dalle vostre preghiere‖. Abbiamo visto quante volte durante i 40 anni di vita nel deserto, il popolo di Israele si ribelli e Dio lo voglia distruggere. Mosè intercede, e Dio non manda il castigo promesso, si lascia placare dalle preghiere. La Madonna a Medjugorje fin dai primi tempi diceva: ―Con la preghiera si può fermare anche le guerre‖. Ed io vi porto subito l‘esempio di una guerra che si poteva evitare: la seconda guerra mondiale. Fatima parla chiaro. Era il 1917, stava per finire la prima guerra mondiale e la Madonna disse: ―Presto questa guerra finirà, ma se gli uomini non si convertiranno, se non torneranno a Dio, sotto il pontificato di Pio XII saranno gli albori di una guerra ancora più tremenda.‖ Se... Se... Se... Non si sono osservate le parole della Madonna con le inevitabili conseguenze. Ecco allora come hanno un senso letterale ben preciso queste parole: ―...E che molto di quello che accadrà dipende dalla vostra preghiera...‖ Alessandra Maria Da Costa, portoghese, morta nel 1955, per 30 anni inferma, 13 anni e mezzo vissuti con la sola Eucaristia, viveva la Passione, aveva le stimmate. Il Signore si è servito di lei per spingere Pio XII a consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria nel ‗42. E‘ stata questa ragazza a ottenere da Gesù la grazia che il Portogallo non entrasse in guerra. La potenza della preghiera! Anche di una persona sola. Ma che sacrifici faceva… ―Molto di quello che accadrà dipende dalla vostra preghiera... e dalle vostre rinunce...‖.La Madonna a Medjugorje ci ha avvertito. L‘ascolteranno? Messaggi di Medjugorje della Regina della pace (Gospa) Cari figli, come la natura dà i colori più belli dell'anno, così anch'io vi invito a testimoniare con la vostra vita e ad aiutare gli altri ad avvicinarsi al mio Cuore Immacolato perché la fiamma dell'amore verso l'Altissimo germogli nei loro cuori. Io sono con voi e prego incessantemente per voi perché la vostra vita sia il riflesso del paradiso qui sulla terra. Grazie per aver risposto alla mia chiamata (25 aprile 2011). P a g i n a 1 7 CONSOLATIO Il celibato sacerdotale: un dono, non un'imposizione Mentre sta tornando di attualità il dibattito sulla tradizione della Chiesa latina, che richiede il celibato a coloro che accedono agli ordini sacri, ritorna anche l'obiezione circa la presunta forzatura da parte della stessa Chiesa, la quale - si sostiene - imporrebbe per legge, a chi è chiamato al presbiterato, il celibato, che è invece un dono (carisma) dello Spirito. Conviene però chiarire bene qual è il significato della norma canonica in questa tradizionale scelta della Chiesa in Occidente. Tralasciando la questione delle origini apostoliche del celibato legato al ministero sacerdotale - che, peraltro, sono sempre più convincenti - e limitandoci al problema del ruolo della legge canonica, giova riprendere il testo approvato il 7 dicembre 1965 dal concilio Vaticano II con 2.390 voti favorevoli dei padri conciliari (con solo 4 contrari): "Il celibato, che prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge nella Chiesa latina a tutti coloro che si avviano a ricevere gli ordini sacri. Questo sacro Sinodo torna ad approvare e confermare tale legislazione per quanto riguarda coloro che sono destinati al presbiterato, avendo piena certezza nello Spirito che il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della Nuova Legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del sacerdozio di Cristo con il sacramento dell'ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza" (Presbyterorum ordinis, n. 16). Come si vede, il testo conciliare contiene entrambi i termini del problema: conferma che il celibato è un dono dello Spirito, ma anche che nella Chiesa latina esiste per legge il legame tra sacerdozio e celibato, che prima era solo raccomandato. La deliberazione conciliare è stata poi formulata nel nuovo Codice di diritto canonico del 1983, al canone 277 § 1, che recita: "I chierici sono obbligati ad osservare la perfetta e perpetua castità per il Regno dei cieli, per cui sono vincolati al celibato, che è un dono speciale di Dio". Ma come conciliare i due termini della disposizione così che, da una parte, non sia stravolta la natura del carisma e, dall'altra, possa essere mantenuta la legislazione attuale? In altre parole, cosa stabilisce la legge della Chiesa, dal momento che nessuna autorità umana può imporre il celibato a chi non lo ha ricevuto come dono dallo Spirito? In realtà, con questo legame giuridico la Chiesa d'Occidente, fin dal IV secolo con il concilio di Elvira, non imponeva il celibato a chi non ne era chiamato per dono dello Spirito, ma restringeva l'ordinazione sacra a coloro che erano anche chiamati alla castità perfetta per il Regno. La legge canonica, dunque, non altera il significato del celibato come carisma che viene dallo Spirito, ma limita l'accesso al sacerdozio a coloro che, attraverso opportuno discernimento, sono dotati anche di questo prezioso dono. A questo punto si potrebbe obiettare che così viene violato il diritto di chi si sente chiamato al sacerdozio senza aver ricevuto la chiamata al celibato. Con Paolo VI va risposto che "la vocazione sacerdotale, benché divina nella sua ispirazione, non diventa definitiva e operante senza il collaudo e la responsabilità del ministero ecclesiale; e quindi spetta all'autorità della Chiesa stabilire, secondo i tempi e i luoghi, quali debbano essere in concreto gli uomini e quali i loro requisiti, perché possano ritenersi adatti al servizio religioso e pastorale della Chiesa medesima" (Sacerdotalis caelibatus, n. 15). In altre parole, nessuno può dirsi chiamato al sacerdozio senza il discernimento da parte della Chiesa che stabilisce i criteri oggettivi per verificare l'idoneità al sacro ministero. Ne consegue che nella Chiesa latina dal IV secolo fino a oggi, nessuno può dirsi chiamato al sacerdozio, se non è anche chiamato dallo Spirito al celibato. Due sono le conseguenze di questa chiarificazione circa il rapporto tra celibato come carisma e legge canonica che lo esige per la sacra ordinazione: a nessuno viene imposto il celibato per accedere al sacerdozio e nessuno può sentirsi privato del diritto di accedere al sacerdozio se non ha ricevuto anche il dono del celibato. Chiarito così che l'attuale legislazione non cancella la natura del celibato come carisma né viola alcun diritto soggettivo, si potrà, se si vuole, ancora discutere sulla convenienza di mantenere tale tradizione, purché non si usino false argomentazioni giuridiche non corrispondenti alla realtà. In buona sostanza, come sapientemente nella citata enciclica ricordava Paolo VI, stando la indiscutibile convenienza del legame tra sacerdozio e celibato, la radice dei problemi di infedeltà alle promesse e gli scandali passati e presenti tra i sacerdoti sono spiegabili nella maggioranza dei casi o per l'inadeguatezza della formazione al sacerdozio o per il venir meno della volontà di seguire Cristo dopo l'ordinazione oppure per errori nel discernimento vocazionale, quando viene considerato idoneo al sacerdozio chi non ha la duplice chiamata al sacerdozio e al celibato. Giustamente ancora Paolo VI ricordava che "una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell'intimo e all'esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude, infatti, soggetti di insufficiente equilibrio psico-fisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura" (Sacerdotalis caelibatus, n. 64). D'altra parte "non si può senza riserve credere che con l'abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l'esperienza contemporanea delle Chiese e delle comunità ecclesiali che consentono il matrimonio ai propri ministri sembra deporre in contrario" (Sacerdotalis caelibatus, n. 49). Più di ogni altra cosa, dunque, sembra necessario rendere più efficace e attenta la formazione umana e spirituale e il discernimento vocazionale prima dell'ordinazione sacra come pure fare ogni sforzo per una reale attuazione della formazione permanente dei sacerdoti che Giovanni Paolo II definiva come "vocazione nel sacerdozio" (Pastores dabo vobis, n. 70), in cui il dono della chiamata viene continuamente ravvivato (cfr. 2 Timoteo, 1, 6) per una risposta perseverante e fedele. Mons. GIUSEPPE VERSALDI, Vescovo di Alessandria - ©L'Osservatore Romano 29 aprile 2011 Per Christum abundant consolatio nostra L e c a t e c h e s i d i p a d r e P a g i n a G i u s e p p e 1 8 T a g l i a r e n i DIO SI RIPOSO’ «1In principio Dio creò il cielo e la terra…. 2 Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto…3Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gen 1,1-2,2.3). La Scrittura ci rivela che Dio lavora e, compiuta la Sua opera, si riposa. Ma qual è il lavoro e il riposo di Dio? Essendo Dio il Creatore, il Redentore e il Santificatore, il Suo lavoro è triplice: creare, redimere e santificare le creature. Solo allora il Suo lavoro è completo e quindi solo allora Egli può “riposarsi” e fare festa con le Sue creature redente e santificate. Poiché l’uomo è fatto “ad immagine e somiglianza” di Dio, anch’egli deve fare un lavoro e riposo simile a Dio. Gesù perfetto Dio e perfetto uomo, ci dà il modello più alto dell’attività umana. Egli, per un certo tempo fece il lavoro di “creazione”, tipico del Padre; poi quello suo p r o p r i o d i “redenzione”; infine, dopo la sua risurrezione, con la potenza dello Spirito, quello della “santificazione”. Vediamo in particolare i tre lavori. 1. La creazione E’ il lavoro tipico del Padre dei Cieli: far essere ciò che non c’è, creare qualcosa nuova, costruire, edificare, ordinare. Ci vuole tanta intelligenza e potenza operativa: sapienza per sapere cosa fare e potenza per porre in essere la cosa. Così Dio Padre creò l’ universo in ogni sua schiera e l’ordinò alla perfezione. « Dio vi- de quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1.31). Gesù imitò il Padre, imparando da S. Giuseppe l’arte del falegname, che egli esercitò fino all’età di trent’anni. Aiutò i suoi concittadini che ebbero bisogno della sua opera e col ricavo del suo lavoro aiutò la sua famiglia a vivere meglio. Ogni uomo è chiamato ad attuare i suoi talenti lavorando: è così che ciascuno perfeziona se stesso e il mondo. Il lavoro è mezzo indispensabile per vivere e per far vivere meglio gli altri. Ognuno che opera bene nel suo campo, contribuisce ad edificare la società, che del lavoro di tutti ha bisogno. Ognuno sceglie il suo campo: l’agricoltura, la fattoria, l’artigianato, la fabbrica, il commercio, il settore dei servizi, dei trasporti, delle comunicazioni, della medicina, dell’arte, etc. Questo primo livello operativo è basilare: è insieme diritto e dovere. Ogni uomo deve poter attuare con sapienza e determinazione un compito concreto, utile a tutti. Una famiglia e la stessa società progredisce se c’è lavoro, se c’è competenza e abilità, se ad ognuno è data la possibilità di mettere in atto le sue capacità. E questa è la regola. “Chi non vuole lavorare, neppure mangi” (2 Tes 3, 10) dice S. Paolo ai suoi discepoli. Ogni cristiano deve dare il suo buon esempio su questo campo, così necessario per il bene comune. Nessuno sia un parassita! «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» dice Gesù (Gv 5,17). Le buone opere di chi è solerte e attivo cantano la sua gloria. 2. La redenzione Dopo il lavoro di creazione, produzione, costruzione o di servizio tipico del Padre eterno che a tutti dà esistenza e vita, vi è un altro lavoro, proprio del Figlio, che si fece uomo per redimere l’umanità dal male, che in una sola parola può chiamarsi “peccato”, ma che si può specificare in tanti aspetti: colpa, maledizione, corruzione, vizio, ignoranza, malattia, ingiustizia, schiavitù a Satana, che della colpa è il primo responsabile e il re. Gesù cominciò questo “lavoro” già con l’incarnazione, prendendo una carne segnata dalla debolezza e una esistenza destinata alla morte. Ma il suo vero lavoro redentivo iniziò con la sua vita pubblica e la sua Passione. Si mise ad evangelizzare, a chiamare al Regno di Dio, a Per Christum abundant consolatio nostra L e c a t e c h e s i d i p a d r e P a g i n a G i u s e p p e 1 9 T a g l i a r e n i DIO SI RIPOSO’ a convertire i peccatori, a risanare i malati, a cacciare i demoni, ed infine ad espiare i peccati col suo Sacrificio sulla Croce. Con la sua Passione e Morte, egli ha riottenuto la Grazia che ridà agli uomini la dignità perduta e la veste candida per le nozze eterne nel Cielo. Questo lavoro è stupendo, perché restituisce alla creatura la bellezza originaria, perduta col peccato. Se il primo lavoro, quello creativo, è imitabile da qualunque uomo di buona volontà, questo secondo è tipico del cristiano. Gli altri uomini infatti, non sono uniti al Redentore, perché non lo conoscono né hanno il suo Battesimo, che li rende suoi membri. Vero cristiano è il battezzato che prolunga il lavoro redentivo di Gesù, imitandolo in tutto e attuando il suo Vangelo. Vero seguace di Cristo è chi offre la sua vita a Dio per redimere i fratelli. Così ci insegnano gli Apostoli e così hanno capito e operato tutti i Santi. Immolare se stessi per gli altri è aggiungere “ciò che manca ai patimenti di Cristo, in favore del Suo Corpo, che è la Chiesa” (Col 1,24). Ci si immola portando la propria croce ogni giorno dietro a Gesù. 3. La santificazione Questa terza opera è tipica dello Spirito Santo, che entra in azione dopo il Padre e il Figlio. Senza di Lui non c’è né vita, né bellezza, né grazia. Per i meriti del Redentore che ha espiato la colpa delle origini e ottenuto il perdono per tutti, lo Spirito Santo opera la nuova creazione: cancella i peccati, ridona la Grazia, risana le ferite, concede le virtù e i Suoi doni, fa santi tutti coloro che gli sono docili e corrispondono alle Sue mozioni e grazie. Lo Spirito Santo rende testimonianza a Cristo e purifica i cuori di coloro che diventano credenti. Quelli che invece resistono, vengono chiusi nel giudizio di condanna, perché “non hanno creduto nell’Unigenito Figlio di Dio” (cf. Gv 3,18). Lo Spirito convince il mondo “quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16,8) e mette alle corde “il principe di questo mondo”, perché anche lui dovrà dare gloria a Dio, dietro il carro trionfale di Cristo (Col 2,15) e con lui tutti coloro che avranno bestemmiato lo Spirito Santo. Quanto agli eletti, Egli li mette in comunione nel nome di Cristo e fa dei molti “uno”, viventi nell’unico spirito, quello della carità fraterna e dell’amore del Padre in Gesù. Così Egli fa la Chiesa, la famiglia dei figli di Dio, incentrata sull’ Eucaristia. Gesù “dà lo Spirito senza misura” (Gv 3,34; cf. 1 Cor 15,45) a coloro che credono in Lui. E lo Spirito Santo fa santi, cioè rende simili al Figlio di Dio, secondo il progetto del Padre. Gesù crocifisso e risorto è il modello supremo. Ecco allora l’azione trasformante dello Spirito che ci rende conformi a Cristo, “di gloria in gloria” (2 Cor 3,18), trasfigurati come sul Tabor. Tale “lavoro” si verifica nella preghiera personale, nella Liturgia eucaristica, nella direzione spirituale e nell’abbracciare la propria croce con amore. 4. Il riposo di Dio Quando il lavoro di creazione, redenzione e santificazione dell’uomo sarà terminato, allora soltanto Dio si riposerà. La Pasqua inizia il “Giorno del riposo” di Dio, perché in esso il Cristo risuscitò nella sua vera carne, resa ormai immortale e piena di vita divina. Egli è il Capo; quando tutto il Corpo Mistico subirà la stessa sorte, cioè quando la nuova creazione sarà completa e vi saranno Cieli Nuovi e Terra Nuova (cf. 2 Piet 3,13), allora Dio entrerà nel Suo riposo. Fino ad allora, tutto sarà in travaglio. La Domenica anticipa in qualche modo quel riposo divino e per questo va celebrata con ogni cura, dando a Dio lode, gloria e benedizione. Il modo più proprio di farlo è la S. Messa. Nella S. Messa infatti, da una parte s’innalza al Cielo la Vittima Divina che soddisfa ogni giustizia e dall’altra parte si riceve il dono del “Pane del Cielo”, cioè di Gesù che si fa cibo di vita eterna per noi. I veri figli di Dio sono chiamati ad “entrare nel Suo riposo” (cf. Ebr 3,18; 4,1.10) nella celebrazione domenicale, dove l’Agnello di Dio offre se stesso in un banchetto che anticipa le nozze eterne del Cielo. Il Paradiso è il luogo del riposo eterno di Dio e dei Suoi eletti. Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 2 0 SPECIALE: LA RESURREZIONE DI CRISTO Pasqua di Risurrezione Alleluja! Diamo gloria a Dio, fratelli e sorelle, perché Cristo è risorto! E‘ veramente risorto! L‘ultima parola non è la morte e la morte di croce, ma la vita! La vita piena ed eterna! Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi sulla croce ed è risorto per la nostra salvezza. Questa è la notte (il giorno) in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte e del peccato, risorge vincitore dal sepolcro e apre a tutti gli uomini la via della vita. ―O immensità dell‘amore di Dio per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, Dio ha sacrificato Suo Figlio‖. O alba beata, che ha visto irrompere ed esplodere la luce del Risorto, che ha fatto saltare i sigilli, cadere la pietra e tramortire i soldati posti a guardia del sepolcro. O beato mattino, che ha meritato di conoscere il tempo e l‘ora in cui Cristo è risorto dagli inferi. Oggi sorge un èra nuova. Oggi è Pasqua! Con Cristo risorto a nuova vita iniziano i Cieli nuovi e la Terra nuova predetti dai Profeti. Qui la morte è vinta per sempre. Qui il peccato non può più entrare. ―Questo è il Giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso‖. Questo è il Giorno in cui il Creatore ha rifatto l‘uomo nuovo ed è entrato nel Suo riposo. Questa è la Domenica eccellente tra tutte: Cristo nostra Pasqua è risorto e ci precede in Galilea, prima di salire al Padre. Ogni Domenica ci dà appuntamento per farci toccare le sue piaghe e farci bere alle fonti della luce e della vita nuova. Questo è il Giorno della Miseri- cordia: perché chi si pente riceva la grazia del perdono, gratis, perché Cristo crocifisso ne ha pagato il prezzo: la sua vita per la nostra vita, la sua croce per i nostri peccati, la sua morte per la nostra salvezza. Dalle sue piaghe siamo stati guariti. Le sue ferite sono fonti di luce. Il suo costato trafitto fa uscire sangue e acqua: un fiume di grazia che tutto purifica e rinnova. Siamo grati, fratelli! Siamo grati, sorelle, per tanta bontà e misericordia. Beato chi ne sa approfittare! Beato chi inizia da oggi una nuova vita nella purezza e nella santità, seguendo Cristo Maestro e Signore, Pane vivo disceso dal Cielo, Cibo e Bevanda di salvezza. Beato chi crede! Chi si accosta con fiducia a Cristo e bacia quelle sante cinque piaghe per avere la forza di decidersi, la grazia di risorgere, la forza per essere uomini nuovi, che vivono d‘amore, che conoscono la gioia che non finisce, che possono testimoniare nella loro vita la presenza potente del Risorto! Beato chi vive con Cristo e per Cristo! La notte è finita. Le tenebre sono vinte! E‘ spuntata la Stella del mattino. Lasciamoci illuminare, fratelli e sorelle, dal Sole di giustizia, dal Sole che mai tramonta: Cristo Signore. Ecco, viene sulle nubi del Cielo. Viene con potenza e gloria grande. Tutte le genti di fronte a lui si batteranno il petto. Tutti lo acclameranno con timore o con esultanza grande. Il Cristo risorto ci parla del Cielo: il posto dove trionfa la vita vera, quella che mai morirà. Un Cielo che è aperto per noi, per chiunque crede nel Cristo e a lui si lega come il buon Ladrone graziato. ―Oggi tu sarai con Me in Paradiso‖ Egli ci ripete, perché Io, il Figlio di Dio, ho espiato le tue colpe e lavato la tua anima col mio Sangue redentore. Abbi fiducia in Me! Nella casa del Padre mio vi sono molti posti e un posto è preparato per te fin dall‘eternità‖. Questa è la verità. Questa è la più lieta novella. Da questo momento, Gesù ha riaperto le porte del Cielo e il cuore del Padre per noi. Ecco perché c‘è ancora speranza. C‘è speranza per chi è senza speranza! C‘è speranza per chi è sepolto nel male, nella malattia, nella disperazione. C‘è speranza per chi è abbandonato alla sua miseria e preso nei lacci della morte. C‘è speranza per chi è fuggiasco, rapito, prigioniero e senza uscita. Un orizzonte insperato si apre davanti agli occhi increduli e smarriti. Un nuovo mattino si accende sulla terra percossa e umiliata dalla notte. Le tenebre si diradano. Ecco, il sole risplende. C‘è un Cielo aperto per noi, anche per i più peccatori, perché Cristo è risorto! Abbiamo fiducia, sorelle e fratelli. Nulla può vincere la potenza di Cristo risorto: gli assetti dell‘Inferno sono stati sconvolti. ―O morte, dov‘è la tua vittoria? O Inferno, sarò la tua rovina!‖. Egli ruba le prede all‘Inferno e le porta con Sé alla gloria. Manteniamo ferma e convinta la professione della nostra fede: Gesù è il Signore! Sappiamo guardarlo con gli occhi di Maria Maddalena e delle altre donne che per prime andarono al sepolcro, di Giovanni l‘apostolo, di Pietro pentito e dei discepoli di Emmaus prima tristi e poi esultanti di purissima gioia, degli altri Apostoli e di Tommaso prima incredulo che tocca le sue piaghe ed esclama con timore e tremore: ―Mio Signore e mio Dio!‖. Vieni, Signore Gesù! Fa‘ che ti acclamiamo con gioia! Fa‘ che ci lasciamo illuminare dai tuoi raggi benefici e portaci al Padre. Alleluja! Alleluja! Padre Giuseppe Tagliareni Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 2 1 SPECIALE: LA RESURREZIONE DI CRISTO Benedetto XVI: la risurrezione di Cristo, un fatto, non una speculazione Nel suo messaggio di Pasqua, Papa Benedetto XVI ha voluto sottolineare che ―la risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un‘esperienza mistica‖, ma un fatto. ―E' un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un‘impronta indelebile‖, ha affermato dopo mezzogiorno rivolgendosi dalla loggia centrale della Basilica Vaticana agli oltre 70.000 pellegrini che gremivano Piazza San Pietro. Ancora una volta, come fa ogni Domenica di Risurrezione dall'inizio del suo pontificato, il Papa ha sottolineato il fatto storico nel quale il cristianesimo trova le sue basi. ―Fino ad oggi – anche nella nostra era di comunicazioni ultratecnologiche – la fede dei cristiani si basa su quell‘annuncio, sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei fratelli che hanno visto prima il masso rovesciato e la tomba vuota‖, ha dichiarato. ―La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione, di un‘esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa un‘impronta indelebile‖. ―La luce che abbagliò le guardie poste a vigilare il sepolcro di Gesù ha attraversato il tempo e lo spazio. E‘ una luce diversa, divina, che ha squarciato le tenebre della morte e ha portato nel mondo lo splendore di Dio, lo splendore della Verità e del Bene‖. Di fronte a un autentico tripudio di fiori, portati e composti da fiorai olandesi, il Pontefice ha proseguito nel suo messaggio pasquale osservando che ―come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così l‘irradiazione che promana dalla Risurrezione di Cristo dà forza e significato ad ogni speranza umana, ad ogni attesa, desiderio, progetto‖. ―In Cielo tutto è pace e letizia. Ma non è così, purtroppo, sulla terra!‖, ha riconosciuto il Vescovo di Roma, che ha poi citato tutti gli angoli del pianeta che soffrono per situazioni di ―miseria, fame, malattie, guerre, violenze‖. ―Eppure, proprio per questo Cristo è morto ed è risorto! E‘ morto anche a causa dei nostri peccati di oggi, ed è risorto anche per la redenzione della nostra storia di oggi‖, ha concluso, riassumendo il messaggio centrale che i cristiani continuano ad annunciare duemila anni dopo quell'evento. Il Pontefice ha poi pronunciato i suoi auguri per la Pasqua in 65 lingue. In italiano ha detto: ―Buona Pasqua a voi, uomini e donne di Roma e d‘Italia! Il Signore Risorto risvegli nei singoli, nelle famiglie e nelle comunità un desiderio ancor più grande di unità e di concordia. Ponete la vostra fiducia nella forza della croce e della risurrezione di Cristo; una forza che sostiene quanti si impegnano generosamente per il bene comune‖. Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 2 2 SPECIALE: LA RESURREZIONE DI CRISTO Il Papa a Pasqua: l'uomo non è un prodotto casuale dell'evoluzione Nell'Amore creatore e redentore, presenta la speranza dell'esistenza L'uomo non è il prodotto c a s u a l e dell'evoluzione, ma dell'Amore creatore e redentore di Dio che dà senso alla vita, ha spiegato Papa Benedetto XVI nella Veglia pasquale. Presiedendo la ―madre di tutte le veglie‖ e b a tt e z z a n d o sei catecumeni di Svizzera, Albania, Russia, Perù, Singapore e Cina, il Pontefice ha voluto rispondere nell'omelia alle domande di ogni uomo e di ogni donna sull'origine e il destino della propria esistenza. ―Se l‘uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell‘evoluzione in qualche posto al margine dell‘universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura‖, ha affermato. ―Invece no‖, ha aggiunto, perché l'essere umano è stato creato da Dio, che è Amore, perché è Ragione. ―E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione‖, ha riconosciuto. ―Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all‘origine sta la Ragione buona, l‘amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato‖, ha indicato spiegando il messaggio di speranza che lasciano la Passione, la Morte e la Risurrezione di Cristo. Per questo, ―possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell‘amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata‖. La celebrazione si è aperta nell‘atrio antistante la Basilica di San Pietro, dove è avvenuto il rito della benedizione del fuoco e della preparazione del Cero pasquale, donato dalla Comunità Neocatecumenale di Roma. In Basilica, il passaggio dal buio alla luce ha simboleggiato l‘ingresso della Luce che è Cristo, Via, Verità e Vita, nel mondo tenebroso del peccato, della solitudine e della morte, come ha spiegato monsignor Guido Marini, maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie. Il servizio liturgico è stato svolto dagli studenti dei Legionari di Cristo. Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 2 3 SPECIALE: LA RESURREZIONE DI CRISTO L’Arcivescovo di Bologna, il card. Carlo Caffarra: La Resurrezione è un fatto. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato». La Chiesa è nata dalla costatazione di un fatto: Gesù crocifisso morto e sepolto, è risuscitato. E la comunità cristiana continua ad essere costruita sul fondamento di questo fatto. Essa non è raccolta primariamente attorno all‘insegnamento religioso di un maestro; non è in primo luogo la comunità di coloro che accettano di vivere secondo un determinato codice morale. Più semplicemente, è la comunità di coloro che credono alla narrazione del seguente fatto: Gesù è risorto. È un fatto realmente accaduto nella storia - un fatto storico - di cui gli Apostoli sono testimoni e non certo gli inventori. È un fatto: non un mito o un simbolo creato per comunicarci significati religiosi, o per stimolarci ad impegni etici. Nello stesso tempo però la risurrezione di Gesù non è stato un semplice ritorno alla vita che viveva prima della morte, alla sua vita terrena. Ma nella sua risurrezione, Cristo anche col suo corpo è entrato nella gloria dell‘esistenza del Padre e posto nella sua stessa condizione. Come di dice l‘apostolo Paolo, Egli «si trova … assiso alla destra di Dio». L‘umanità del Verbo incarnato, il suo corpo crocefisso e morto è divenuto partecipe della stessa vita di Dio. Riflettiamo bene su questo fatto. Nella sua umanità in tutto simile alla nostra, nella sua carne fragile e mortale come la nostra, Gesù è divenuto partecipe della vita eterna di Dio: questo è ciò che è accaduto nella risurrezione. È dunque la più grande ―trasformazione‖ mai accaduta, il ―salto‖ decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova. Non per niente durante questi giorni pasquali sentirete spesso ripetere: ―Cristo risorto non muore più; la morte non avrà più nessun dominio su di lui‖. L‘apostolo Paolo insegna che esiste una condivisione vera e propria da parte dell‘uomo della condizione di Cristo risorto. Con Cristo ed in Cristo siamo resi capaci anche noi, così come tutta la famiglia umana, la storia e l‘intero universo, e siamo chiamati ad entrare e a compiere quel ―salto‖ decisivo dentro alla dimensione di vita nuova di cui Cristo risorto è sorgente e causa. Con la sua risurrezione Egli ha dato inizio ad una nuova umanità, ad un modo nuovo di essere e di vivere; una novità che penetra continuamente dentro tutto il mondo del peccato, lo purifica e lo trasforma, e lo attira a Sé. Questa purificazione e trasfigurazione avviene concretamente mediante la Chiesa: mediante la fede alla predicazione del Vangelo ed i Sacramenti pasquali del Battesimo e dell‘Eucarestia. La presenza della Chiesa impregna la vita dell‘uomo e l‘universo intero della potenza trasformante del Signore risorto, comunicando a chi crede la stessa vita divina. Pertanto, «la Chiesa può, così, essere concepita come il ―Corpo di Cristo‖ e l‘organo congeniale attraverso cui il Risorto esercita la sua signoria e dispiega la sua forza vitale. Essa diventa, in questo senso, la comunità di Pasqua nel mondo» [L. Scheffczyk]. È questo che la Chiesa porta nel mondo: la forza di Cristo risorto, che trasforma la nostra povera umanità devastata dal peccato. Ed è questa la sorgente da cui scaturisce la capacità, il dovere ed il diritto della Chiesa di educare, e la sua legittimazione a farlo. Dal fatto della Risurrezione di Gesù, che dispiega la sua forza trasformante attraverso la Chiesa, nasce il bisogno per il credente di testimoniare dentro ogni ambito della vita la signoria del Risorto: «e ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio». Oggi più che mai, i discepoli del Signore sono chiamati a fuggire da un rinunciatario ripiegamento in se stessi e a collegare continuamente la proposta evangelica coi bisogni più profondi del cuore umano. E le nostre città oggi hanno particolare bisogno di testimoni del Signore risorto, perché hanno bisogno di ritrovare quel coraggio di esistere senza del quale non possono non avviarsi sul viale del tramonto, e non congedarsi dalla storia. La Risurrezione del Signore è la grande forza che Dio, ricco di misericordia, ha immesso nella storia di ogni uomo e di tutta l‘umanità. È la risurrezione corporea di Gesù che dà all‘uomo il diritto di sperare: sempre e comunque. Da: www.labussolaquotidiana.it del 23-04-2011 P a g i n a 2 4 CONSOLATIO “Satana è la causa ultima di ogni male” Un semplice piattino che evita il sacrilego Mi sono trovata improvvisamente in mezzo alla polvere, su un freddo pavimento di marmo. Mi hanno calpestata più volte, senza vedermi. Ho visto le suole lorde di molte scarpe, tacchi di ogni tipo, e ho sentito il peso di tante persone ignare che mi schiacciavano. Ho visto ragni e insetti, perfino formiche che cercavano di portarmi via. Ho visto e sentito le voci del sagrestano e delle pie donne che curavano l'altare e pulivano la Chiesa, ma non mi potevano vedere nè sentire. Poi una scopa mi ha colpita e gettata in un raccoglitore. Da lì sono finita in un bidone della spazzatura, poi in un camion maleodorante e infine in una discarica, in mezzo ad escrementi e ad ogni tipo di rifiuti. Sono solo una piccola briciola di pane, caduta dalle tue mani, caro ed amato sacerdote che dovresti custodirmi e invece mi hai fatto cadere, così, sovrappensiero, mentre un fedele da parte sua, invece, piamente riceveva il resto dell'Ostia di cui facevo parte. Io sono il Tuo Signore, sono la Divina Maestà e schiere di angeli e di santi mi rendono gloria. E tutto questo perché, carissimo ed amatissimo presbitero per evitare quello che chiami devozionalismo formalista, non hai voluto usare un semplice piattino, un semplice piattino che mi avrebbe evitato questo viaggio sacrilego. Il combattimento spirituale ci oppone al male presente nel mondo, in ognuno di noi e intorno a noi. Vuol dire guardare il male in faccia e disporsi a lottare contro i suoi effetti, soprattutto contro le sue cause, fino alla causa ultima, che è Satana. Significa non scaricare il problema del male sugli altri, sulla società o su Dio, ma riconoscere le proprie responsabilità e farsene carico consapevolmente. A questo proposito risuona quanto mai urgente, per noi cristiani, l’invito di Gesù a prendere ciascuno la propria "croce" e a seguirlo con umiltà e fiducia (cfr Mt 16,24). La "croce", per quanto possa essere pesante, non è sinonimo di sventura, di disgrazia da evitare il più possibile, ma opportunità per porsi alla sequela di Gesù e così acquistare forza nella lotta contro il peccato e il male. È necessario un forte impegno ascetico e spirituale fondato sulla grazia di Cristo per rinnovare la decisione personale e comunitaria di affrontare il male insieme con Cristo. La via della Croce è infatti l’unica che conduce alla vittoria dell’amore sull’odio, della condivisione sull’egoismo, della pace sulla violenza.. P a g i n a CONSOLATIO 2 5 Chi siamo? Cos'è Questa Newsletter è curata dai membri dell'Ope- della divina Consolazione? ra della divina Consolazione, come organo di informazione, formazione e collegamento tra di E' un'associazione di fedeli cattolici che loro e con tutti gli Amici e simpatizzanti sparsi vogliono da una parte consolare Dio nel per il mondo. Vogliamo tenerci uniti e cammina- mistero del suo dolore per le offese e gli re insieme nelle vie della fede e dell'amore, se- abbandoni degli uomini e dall'altra parte condo il Vangelo di Gesù nostro Signore e gli consolare gli afflitti con le consolazioni di insegnamenti della Chiesa Cattolica nostra Ma- Dio. dre. Quali sono le consolazioni di Dio? l'Opera Chi sono gli afflitti da consolare? Sono soprattutto amore, gioia e pace che Sono Dio e tutti coloro che soffrono. vengono da Lui, dal dono del suo Spirito Dio può soffrire? Santo e che chiunque può ricevere, se si Sì, perché Egli ama. La sua sofferenza è relativa a noi: Egli soffre se noi pecchiamo e accosta a Dio. Il ponte per avvicinarci a ci allontaniamo da Lui, perché ci vuole con Sé per beneficarci e il peccato glielo impeDio è fatto da due persone uniche ed ec- disce. Inoltre Egli soffre per compartecipazione alle nostre pene e tribolazioni, fino a cellenti: il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore quando non ce le alleggerisce o toglie del tutto. Chi ama, se vede soffrire le persone Immacolato (e Addolorato) di Maria. amate, soffre e fa di tutto per liberarle o risanarle. Così Dio. Qual è la sede dell'Opera? E' "Casa San Giorgio" posta tra Sciacca e Ribera, sulla Statale 115 al Km 129,8. Telefono: 0925 997015. Cosa si fa in "Casa San Giorgio"? Ci abita il padre fondatore con qualche persona dell'Opera. Il giovedì si fa la giornata di adorazione a Gesù nel Sacramento; il sabato mattina, le Benedizioni e la S. Messa; la domenica mattina, la S. Messa. Cosa fa in particolare l'Opera Dove e quando è nata l'Ope- della divina Consolazione? ra? Consola Dio portando le A Sciacca (AG) il 27 agosto nostre anime davanti a Gesù del 1983, giorno della me- Sacramentato e ai Sacri moria di S. Monica, madre Cuori di Gesù e di Maria; di Sant'Agostino. consola gli afflitti cercando di portarli a Dio per ricevere Come è nata? "amore, gioia e pace", trami- Per un'ispirazione nel cuore te Gesù e Maria. del padre fondatore, il sac. Giuseppe Tagliareni, che ha Come lo fa? operato a Sciacca, a Cala- Con gli incontri col sacerdo- monaci (come parroco) ed te; con le preghiere di adora- ha predicato per anni in zione e la S. Messa ben par- numerosi paesi dell'Agrigen- tecipata; con le Benedizioni tino (Ribera, Burgio, Villa- e l'uso dei Sacramentali; col franca, Lucca S., Caltabellot- santo Rosario e i Cenacoli ta, S. Margherita, Sambuca, Mariani; Menfi, Siculiana, Porto Em- etc. coi pellegrinaggi; pedocle, Favara, etc.). BENEFATTORI (Nov. Dic. 2010) ASPANO' FRANCESCO (Castelvetrano) - CANGEMI LIA (Partanna) - CRACO' FRANCESCO (Sciacca) - D'ANGELO ROSARIO (S. Cataldo) - GIARAMITA ANGELO (Sciacca) - GRAGEFFO SANTINA (Calamonaci) - GUCCIARDO NINETTA (Siculiana) - MISURACA NELLY (Sciacca) - MULE' AURELIA (Lucca Sicula) - NICOLETTI FRANCESCO (Siculiana) - NOCILLA MARIA (Caltabellotta) - PALMINTERI ENZA E STEFANO (Calamonaci) - PEPE GIUSEPPE (Villabate) - RUSSO EMANUELE (Palazzolo) - - SAMPIERI PANCRAZIA (Calamonaci) - SANTOPIETRO FABIO (Calamonaci) TESTONI IGNAZIO (Sciacca) - TRUDU VINCENZINA (Cesate Mi) VIZZACCARO WALTER (Roma). Anno 2011 (Inizio) ANNIBALE F.SCA (Grotte) - ASSENZO SINA (Sciacca) - BRUCCOLERI S.RE (Canicatti) - BURGIO NINFA (Porto Empedocle) - CARUSO ANGELA (Cianciana) - D‘ANGELO PAOLA E NINO (Lucca Sicula) - FERLITA NINFA (S. Margherita Belice) - FRISCIA FRANCESCO (Sciacca) – GRADO BENEDETTA (Siculiana) - GUASTELLA F.SCA (Ribera) - INTORRE MELINA (Campobello di Licata) - LICCIARDI GIUSEPPA (Marsala) - MAISANO NINO (Messina) - MARINO PATRIZIA (Siculiana) - PELLITTERI G.NNI (Castel- termini) - PINTO GIARRATANO PIA (Sciacca) – PANETTA GIUSEPPINA (Roma) – RAFFA CATERINA (Alessandria della Rocca) - RIGGIO ENZO (Menfi) SANZONE NICOLA (Menfi) – SALADINO VITTORIA (Enna Bassa) - SCARPULLA GASPARE (Sciacca) – SCATURRO MARSALA ENZA (S. Margherita B.). SILVIO VITINA (Lucca Sicula) - VACANTE GIUSEPPINA (Ribera) - VINCI CALOGERO (Calamonaci) (cont.). Ogni giorno viene celebrata una santa Messa per voi tutti. Dio vi benedica e ricompensi la vostra generosità. Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 2 6 "Padre, benedici i tuoi figli, santifica il tuo Nome e liberaci dal male!" O Dio nostro Padre, che hai promesso la tua Benedizione ad Abramo e alla sua discendenza e l’hai realizzata in Cristo tuo figlio e nella discendenza della Donna destinata a calpestare la testa al Serpente infernale, umilmente Ti preghiamo di attuare la tua promessa anche per noi, che T’invochiamo nel Nome di Gesù e per l’intercessione di Maria, sua e nostra Madre, da Te benedetta con ogni benedizione. Padre santo, allontana da noi lo spirito del male: ritorci su di lui e sui suoi servi tutte le maledizioni che egli riversa con diabolica ferocia ed ostinazione su di noi tuoi figli. Liberaci dal male! Donaci quella libertà dei figli di Dio che Gesù ci acquistò col suo Sangue e annulla tutte le trame malefiche che il Maligno tesse su di noi e sulle nostre iniziative. Spezza le sue catene, libera gli oppressi, vanifica le sue trappole e punisci in modo esemplare i suoi servi, perché lasciato il male tornino pentiti a Te, Padre di misericordia, che non vuoi la morte del peccatore ma che si converta e viva. Santifica il Tuo Nome, Padre buono, e mostrati grande e potente anche su coloro che maledicono il Cielo e la terra e disprezzano il Sangue di Cristo redentore. Favorisci la nostra vita che solo in Te crediamo e speriamo, e difendi l’Opera delle Tue mani che hai messo nelle nostre mani. E noi Ti renderemo lode e benedizione in eterno, Dio amante della vita e del bene, Dio che rendi giustizia ai tuoi servi che T’implorano giorno e notte. Per Cristo nostro Signore. Amen! Notizie dell’Opera Attività in Casa S. Giorgio: - il Giovedì: adorazione prolungata (dalle 10 alle 19) con Vespri e santa Messa dalle 19 in poi. - il Sabato: S. Rosario (ore 9,30) e S. Messa (ore 10). Seguono Benedizioni e colloqui col Padre. - la Domenica: S. Messa (ore 9), preceduta dal S. Rosario e seguita dalla Coroncina della Divina Misericordia. Un vivo grazie per tutti coloro che hanno voluto farsi presenti con le loro offerte per l’Opera. Dio Vi ricompensi e Vi benedica. Preghiamo per Voi in ogni santa Messa celebrata in Casa S. Giorgio. Ricordo che si può beneficare l’Opera in tanti modi: prima con la preghiera e poi: con offerte su CCP n. 88905179 IBAN IT55G07011660088905179 -con bonifico bancario IBAN IT94VO306983171100000011791 (Banca Intesa Sanpaolo) intestato a: Associazione della Divina Consolazione–Onlus Sciacca. -destinando la quota del 5 per mille: mettere il C.F.92016580844 nella casella apposita del modulo della Dichiarazione dei redditi. Le Vostre offerte ci aiutano ad andare avanti. Grazie! P a g i n a 2 7 CONSOLATIO Per Christum abundant consolatio nostra P a g i n a 2 8