Vito Giuseppe Millico (1737-1802) Inno al Sole Cantata sull’Ode di Giuseppe Saverio Poli (1746-1825) prima esecuzione assoluta in tempi moderni edizione critica a cura di Gaetano Magarelli Interpreti ORCHESTRA DA CAMERA “NINO ROTA” Angela Nisi, soprano I Annamaria Bellocchio, soprano II Antonio Magarelli, direttore Cattedrale di Molfetta 14 novembre 2009, ore 20.30 Molfetta, ancora scrigno d’arte traboccante di tesori, che, pur celati dalla polvere del tempo, si svelano piano in tutto il loro splendore, celebrerà, sabato 14 novembre 2009, la “prima esecuzione assoluta in tempi moderni” della cantata Inno al Sole. Su libretto del concittadino Giuseppe Saverio Poli e con musica di Vito Giuseppe Millico, Inno al Sole rende omaggio, agli albori di questo terzo millennio, alla grande cultura e tradizione musicale della scena locale e molfettese in particolare. L’opera risalente agli ultimi decenni del Settecento è stata ritrovata negli archivi della nostra Diocesi grazie ad una certosina ricerca voluta e curata dal dott. Giuseppe Saverio Poli e dal nostro Vescovo, Don Luigi Martella, ai quali va il ringraziamento della città. Voglio cogliere nella rispondenza profonda tra l’opera, pensata per inneggiare al Sole, e la calda luce solare che accende i profili dell’antico borgo all’ora del tramonto, il valore aggiunto di questo evento d’arte musicale. Ancora un’espressione di gratitudine per l’orchestra da camera “Nino Rota” ed il suo direttore Antonio Magarelli. Plaudo all’iniziativa ed ai grandi uomini nati in terra di Puglia, che hanno reso le nostre città feconde culle di cultura. Il Sindaco Antonio Azzollini 2 ‘Provinciali’ d’Europa: Vito Giuseppe Millico e Giuseppe Saverio Poli A ben vedere, un percorso comune segna il cammino di due ‘vite parallele’ di due intellettuali meridionali del ‘700. I quali, ad un certo punto della loro parabola esistenziale, si incontrano (artisticamente) a Napoli, alla corte borbonica di Ferdinando IV, ma per la via non tanto peregrina dell’erede al trono dei Borbone: quel Francesco I andato sposo nel 1796, a Foggia, alla cugina arciduchessa Maria Clementina d’Austria figlia dell’imperatore Leopoldo II. La vita di questo Re si colora di musica e di sapienza indotta in quanto già nel 1796, in quel del Palazzo Dogana di Foggia, il musicista ufficiale della corte napoletana Giovanni Paisiello - aveva fatto risuonare le note di un cantata dal titolo La Daunia felice appositamente composta per celebrare pomposamente e come si conveniva quelle nozze reali. In questo contesto, dunque, il testo sicuramente dotto dell’Inno al Sole di Poli non poteva non avere un referente musicale di tutto rispetto, almeno per quei tempi, come il sopranistacompositore Vito Giuseppe Millico da Terlizzi: un altro ‘provinciale’ che s’era fatto strada nella musica europea del tempo passando dalla corte di San Pietroburgo ai teatri londinesi della borghesia illuminata in cui s’era affermato come il cantante preferito delle opere serie di un notevole compositore come Antonio Sacchini. Tornato in patria nel 1769 tra Napoli e Terlizzi, Millico visse gli ultimi anni della sua vita come Musico Soprano della Real Cappella illustrando ciò che restava della sua avventurosa vita (a Pietroburgo s’era guadagnato l’appellativo di ‘Moscovita’) questa volta come compositore e come arpista - lo strumento prediletto con cui era solito accompagnarsi nelle esibizioni vocali - e diventando in Italia uno dei principali diffusori dell’estetica operistica di Gluck che egli aveva conosciuto a Parma (1767) quando questi aveva scritto appositamente per la sua voce ‘angelicata’ la parte di Orfeo. Era quindi naturale che un cortocircuito musicale dovesse accendersi tra questi due pugliesi nati a poche leghe di distanza, vindice una simbiosi artistica di settenari e ottonari scritti dalla sapiente ed elegante penna del dottore-scienziato-istitutore, e poi messi in musica dal ‘musico’ terlizzese in una corretta ed elegante scrittura che la dice lunga sulla sua frequentazione di musicisti che hanno fatto la storia del XVIII secolo. Da Gluck appunto, a Sacchini, Piccinni e Paisiello che gli suggeriscono tonalità ‘solari’ (do maggiore) accostate, ad esempio, a rassicuranti modulazioni a toni vicini (sol, mi, la, sib maggiore) e a tempi del tutto pacati, senza mai strafare o ‘innervosire’ chi ascolta, con uno stile in cui la cordialità dell’eloquio forbito, ma mai pedante del molfettese Poli, ben si sposa con la correttezza formale, a suo modo elegante, della partitura di Millico. Una familiarità di intenti per un pubblico come quello di ieri, e come quello di oggi, che addirittura è chiamato a riconoscervi personaggi d’altri tempi. E’ il caso di un tal canonico Bernardi da Terlizzi il quale vestiva la tonaca ma era anche un riconosciuto e tal provetto nuotatore da fondare, nel Settecento (!), una scuola di nuoto: «In sì feral sterminio / Serba pacati i sguardi / E con nuov’arte insolita / Salvasi sol Bernardi». Altro che Giove, Latona, Tetide, Narciso, Giacinto, Adone, Urano, Nettuno, Vertunno … che pure ci sono in parole e musica in questa curiosa e bella cantata profana. Un Inno al Sole che termina, bellamente, con un atto di fede al re degli astri che ci dà vita e salute: «Egli governa, e reggeci: Egli è quel Sol, che bea». Dunque a noi, comuni mortali, non resta altro che adorarlo e rivolgergli inni, se non è poco: «Mortale, che cieco, e misero / strisciando al suol ti giaci / No, tu non puoi comprenderlo: / Dunque l’adora, e taci». Pierfranco Moliterni 3 Francesco I, re delle Due Sicilie, che ebbe per istitutore Giuseppe Saverio Poli. Il canonico terlizzese Oronzio de’ Bernardi, autore de L’uomo galleggiante o sia l’arte ragionata del nuoto scoperta fisica pubblicata per graziosa munificenza de’ sovrani, e signori delle Sicilie Ferdinando IV Borbone e Maria Carolina d’Austria pii felici augusti dal dottore di leggi Oronzio de’ Bernardi avvocato, esaminator sinodale, e canonico della Cattedrale Chiesa della regia città di Terlizzi, opera stampata a Napoli nel 1794 e citata da Giuseppe Saverio Poli nell’Inno al Sole (strofa XLIII). 4 Appunti per uno studio su Giuseppe Saverio Poli e sulla scuola musicale napoletana A metà Settecento, nel Regno di Napoli, il genere musicale della cantata celebrativa riprendeva il vetusto uso secentesco, introdotto da Carlo di Borbone, di conferire solennità encomiastica alle ricorrenze legate alle vicende pubbliche e private dei regnanti; erano celebrati pomposamente genetliaci, matrimoni, nascite ed altre fauste date. Spesso quelle cantate fungevano da introduzione alle feste di corte. Magistrale esempio ne è la cantata Giove piacevole nella Reggia di Partenope, composta nel 1771 da Nicolò Piccinni ed eseguita al Teatro di S. Carlo a Napoli; la cantata di Piccinni, in realtà una specie di prologo musicale, ebbe grande successo tanto da essere riutilizzata anni dopo, ancora a Napoli, con il titolo di Giove revotato. La cultura napoletana era formata da «intellettuali di rilievo legati alla corte borbonica, quali Giulio Inbibo, Angelo Ricci e Giuseppe Saverio Poli, ultima propaggine di un’intelighenzia “illuminata” che portava nel secolo XIX il suo cosmopolitismo, la sua ansia divulgativo-pedagogica, la sua sete di conoscenza onnivora»1; in quella cultura, orientata ad essere enciclopedismo illuminista, anche per la musica, grazie alla pubblicazione del Dizionario di Bertini o delle Memorie di Carlo Antonio de Rosa, marchese di Villarosa, va inquadrato il contributo intellettuale tout court di Giuseppe Saverio Poli (1746-1825) scienziato molfettese. Poli, interessandosi di fisica acustica e della formazione del suono, approdò a valutazioni sulla musica, forse anche indotte dalla formazione maturata negli anni della sua adolescenza, giacché «di buon ora lo rinchiusero in quel Seminario Diocesano». Nei suoi Elementi di Fisica sperimentale scrisse che «reca veramente stupore il riflettere alla grandissima influenza, che ha la musica sull’animo umano. Non v’ha passione in noi, la quale non sia capace di esser calmata, oppur di farsi più violenta, con certe date sorte di musici componimenti». Un particolare apparentamento intellettuale lega la vena creativa dei musicisti di scuola napoletana ai testi poetici composti da Poli; molti di essi, infatti, musicarono i suoi testi. Quel sodalizio artistico è desumibile da quanto si legge in un libro pubblicato sul finire del Settecento, una specie di antologia dei componimenti poetici di Giuseppe Saverio Poli, Saggio di poesie editato dalla Reale Stamperia in Palermo. Nella parte dedicata a quelli che Poli stesso indica come componimenti drammatici sono contemplati, tra gli altri, lavori del maestro di cappella Francesco Piticchio (1750 ca. - ?) all’epoca al servizio del Re, e di Giovanni Paisiello (1740-1816) blasonato maestro di cappella che, secondo quanto precisava Poli nel Saggio di poesie, avrebbe composto I Desiderj Appagati per festeggiare il felice arrivo in Napoli di Clementina d’Austria. Con il poetare di Poli si cimentò anche Millico con l’Inno al Sole e L’Avventura benefica, rappresentata nel 1797; in quel tempo, maestro di canto delle Altezze Reali, Millico «era già del tutto cieco. Nulladimeno non solamente egli l’insegnò alle LL. AA. RR. ma stiede al cembalo in quella sera, in cui se ne fece la rappresentazione». Giovanni Antonio del Vescovo 1 L. MATTEI, I lavori teatrali di Luigi Capotorti: esempi dell’opera napoletana di primo Ottocento fra esigenza di rinnovamento e di ossequio al potere, «Luigi Giuseppe Capotorti musicista pugliese allievo di Piccinni», a cura di D. FABRIS, Bari 2001, p. 9-10. 5 L’Inno al Sole e la forma “Cantata” alla fine del Settecento «Quest’Inno fu messo graziosamente in musica dal celebre D. Giuseppe Millico, Maestro di canto delle LL. AA. RR. con motivi del tutto variati in ciascuna strofa, dimanieraché ne riuscì un’eccellente Cantata». Così Giuseppe Saverio Poli nell’«avvertimento» all’Inno al Sole pubblicato nel volume Saggio di poesie stampato a Palermo in anni posteriori al 1810. Non è nota la data di composizione dell’Inno, dal momento che né il testo2 né l’unico manoscritto musicale a noi noto - custodito presso l’Archivio Diocesano di Molfetta - forniscono indicazioni utili in merito; tuttavia, analizzando le fonti testuali, è possibile ipotizzare che l’Inno, per due soprani e orchestra, sia stato composto nell’ultimo decennio del Settecento. L’analisi musicale della composizione ha posto l’interrogativo su cosa dovesse intendersi per “Cantata” alla fine del Settecento e cosa intendessero Poli e Millico inquadrando l’Inno in quella forma musicale. La «eccellente Cantata» composta da Millico sull’Ode di Poli si sviluppa seguendo uno schema insolito per la cantata classica italiana, che prevedeva l’alternanza di recitativi e arie col da capo. Il Nostro, invece, ne sviluppa la composizione in diciassette quadri, che oserei definire “descrittivi”; è evidente, infatti, come nella musica vi sia la costante intenzione di aderire il più possibile (attraverso gli espedienti retorici e ritmici funzionali a tale scopo) alle scene ed alle situazioni proposte di volta in volta dal componimento poetico. Millico ha così strutturato l’Inno sulla base di tre tipologie di organici strumentali: il primo prevede l’impiego di violini primi e secondi, oboe primo, oboe secondo, due corni, due viole e basso continuo; il secondo, invece, impiega un “concertino” formato da violini primi e secondi, due viole e basso continuo; il terzo, infine, prevede violini primi e secondi, l’oboe solista, due viole e basso continuo; i piani sonori derivanti da tali formazioni si rivelano, in tal modo, funzionali alla resa timbrico-descrittiva delle varie scene proposte dal testo poliano. Lo scarso utilizzo, inoltre, della scrittura contrappuntistica favorisce la presenza preponderante del discorso melodico - affidato perlopiù all’oboe solista e al Canto I, che spesso dialogano tra loro - a sostegno dell’idea che la musica debba unicamente “muovere gli affetti”. La composizione è ricca di indicazioni agogiche, dinamiche e di fraseggio. Interessante notare, come Millico abbia scelto, per ciascun quadro, soltanto tonalità maggiori, quasi a voler rendere ancor più “luminose” le scene proposte dall’Inno; eccezione, in tal senso, è costituita dalla dodicesima aria («Lieto il Pastor», strofe LI e LII) - unico esempio di aria col da capo - dove, nonostante la tonalità d’impianto di Do maggiore, per il secondo tema, è impiegata la tonalità omonima minore per descrivere le pene d’amore di Elpino. La maggior parte degli ariosi sono riservati al Canto I; cinque, invece, gli ariosi dove il Canto I e II cantano insieme omoritmicamente per terze o per seste, con pochi episodi dialogici che hanno il compito di sottolineare alcuni elementi testuali rilevanti dal punto di vista poetico ed espressivo. 2 Le fonti più significative per il testo dell’Inno al Sole sono costituite dalle seguenti edizioni a stampa: Inno al Sole da recitarsi in musica alla presenza delle LL. AA. le Principesse Reali composto da Giuseppe Saverio Poli Istruttore di S.A.R. il Principe ereditario e messo in musica dal signor D. Giuseppe Millico, [post 1794]; Saggio di poesie di Giuseppe Saverio Poli già Istruttore di S.A.R. il Principe ereditario delle Sicilie membro britannico della Società Reale di Londra e socio di varie altre Accademie, Palermo [post 1810], p. 61-92. 6 Circa le scelte di carattere formale effettuate da Millico, è probabile che siano da ascriversi alla natura del componimento poetico; è evidente, infatti, come non si tratti di una azione scenica (come accadeva in molte cantate), bensì di una poesia strutturata in settantuno quartine, pensata per inneggiare al Sole attraverso il costante richiamo alla mitologia classica. Tutto ciò non avrebbe consentito, probabilmente, la composizione di una cantata secondo la codificazione scarlattiana, con alternanza di arie e recitativi. Millico, invece, piega la forma cantata alle esigenze del testo, rivestendo il testo poliano dell’abito musicale, facendo magistrale uso di una fluida vena melodica. Ognuno dei diciassette “quadri descrittivi” contempla una o più cellule tematiche, che si sviluppano nell’avvicendarsi delle strofe all’interno dello stesso quadro. Gli ariosi, presenti in ciascun quadro, si susseguono senza soluzione di continuità poiché non v’è alternanza con recitativi; quest’ultimi, tuttavia, sono rintracciabili all’interno degli stessi ariosi; il compositore affida a questi recitativi un compito funzionale alla narrazione, creando, di volta in volta, un ponte tra due cellule tematiche. Probabilmente il recitativo più interessante in tal senso (non per la sua struttura, ma per la sua funzione) è quello che Millico ha utilizzato per musicare la strofa LXXI, che chiude l’Inno; in realtà la conclusione è affidata alle strofe LXIX e LXX, messe in musica nella forma di un vero e proprio inno a Dio; tale inno, che sulle parole «Egli è quel Sol, che bea» parrebbe voler chiudere la composizione, è seguito, a sorpresa, dal recitativo in questione. È evidente come Millico abbia voluto creare un “effetto” per rendere con la musica lo sgomento provato dal mortale che si trova al cospetto di Dio e del mistero della Creazione. Millico, così facendo, mette in secondo piano la musica per dare maggior rilievo al testo e sottolineare che l’unico atteggiamento debba essere l’adorazione ed il silenzio. Gaetano Magarelli Giuseppe Saverio Poli Aula Magna dell’Università degli Studi Federico II, Napoli (scultore: Pasquale Duretti) 7 Frontespizio del testo dell’Inno al Sole custodito presso la Biblioteca Nazionale di Bari, per concessione del Ministero per i beni e le attività culturali. Frontespizio del Saggio di poesie contenente il testo dell’Inno al Sole (collezione privata). 8 Inno al Sole Al Signor D. Giuseppe Millico Endecasillabi Gentile Millico, Orfeo novello, Cigno d’Esperia, canoro augello, Oh come splendono or più che mai Su di Te vividi del Sole i rai! Nell’alma infondono gentile auretta, Che lieve, e armonica piace, e diletta. Or se tu m’animi col grato suono, Che il biondo Apolline ti diede in dono; Sai perché sfolgora oltre al costume Su di Te, Millico, di Delo il Nume? Perché in bei cantici la lingua snodi, E in voce altisona canti sue lodi. Or se tu m’ecciti col dolce canto, Ch’è in me dell’anima soave incanto; Io dissetandomi al sacro fonte, Del Sol le glorie farò più conte: Egli t’illumina, ti accende il petto, Acciò in te destisi vivace affetto. Tua voce energica, soave, e dolce Il cor mi penetra, lo tocca, e molce. E coll’Aonio almo furore Farò, che trovino le vie del core. Tu poi seguendomi fedele accanto. Farai, che ottengami fra i Cigni il vanto. Al dolce fremito de’ chiari accenti, Spesso si arrestano tremoli i venti: E sopra l’agili lievi lor piume Scorrendo rapidi, com’è costume; Così mischiandosi, se Tu lo vuoi, Ai detti Aonii i sensi tuoi; Con tali armoniche dolci parole Direm gli amplissimi pregi del Sole. * * * I Alto furor Castalio Di Te a cantar mi sprona, O figlio lucidissimo Di Giove, e di Latona. III E tratto da’ tuoi fervidi Spumanti, e bei destrieri, Trascorri per gli eterei Vastissimi sentieri: II Di Te, che in carro fulgido Superbamente assiso, Mille raggianti fiaccole Ornan mai sempre il viso; IV Ch’ai per foriera, e nunzia La variopinta Aurora, Che colle dita rosee Le nubi, e’l Ciel colora; 9 V E che nel corso celere L’ore fugaci, e snelle, Hai col lor piè volubile Fide ministre, e ancelle. XII De’ fior, che grati olezzano, L’eletta schiera, e rara, Col variegato Anemone Spiega i suoi pregi a gara; VI Qualor dell’alma Tetide Lasciando in grembo Amore, Dischiudi l’ineffabile Immenso tuo splendore; XIII E sotto a’ lucidissimi Tuoi rai a mille a mille Sparse su d’essi brillano Le rugiadose stille. VII Il Mar, la Terra, l’Etere, Tutto riappar giocondo: Tosto si adorna, e s’anima, Si rinnovella il Mondo. XIV Alle tremende Eumenidi Sacro il gentil Narciso, Al tuo fulgore accorgesi Del suo cangiato viso. VIII Dall’imo al sommo squarciasi Quel tenebroso velo, Che già brinoso, e roscido, Tutto ingombrava il Cielo. XV Né più del biondo Apolline Rammenta il cor Giacinto: Il suolo obblia da Zefiro Di sangue intriso, e tinto. IX Schiude ritrosa il labile Suo dilicato ammanto La rosa, a cui l’Esperidi Dan tra bei fiori il vanto. XVI Ma rigoglioso, e tumido, Il suo contento addita, Perché gli Dei lo trassero A questa nuova vita. X Sorge d’appresso il candido Immacolato Giglio, Che col candor contrastale Il suo più bel vermiglio. XVII Non più dolente Clizia Per le cangiate forme, Con chioma d’auro fulgida Segue fedel tue orme. XI La Violetta mammola, Che in folta siepe appare, Dal seno suo purpureo Versa d’ambrosia un mare. XVIII Al primo aprir del roseo Tuo fiammeggiante ostello, Lieto dal sonno destasi Ogni canoro Augello. 10 XIX Quell’Usignol, che rapido Imita al corso i venti, Per Te si arresta, e spiegaci I più soavi accenti. XXVI Per Te risplende, e sfolgora Di viva luce, e chiara L’alma Ciprigna, e inaurasi La tremul’onda amara. XX Quel gorgheggiare armonico, Que’ variati modi, Ei li consacra a renderti Sincero omaggio, e lodi. XXVI Per Te fa pompa Cinzia Del vago argenteo fianco, Ch’ora falcato mirasi Sul diritto corno, o il manco. XXI Al lume tuo benefico Corre l’Agnello al prato, Né più paventa il misero De’ lupi il fier latrato. XXVIII Dal tuo fulgor medesimo Vita riceve in dono Lento il figliuolo d’Urano, Che in alta sede ha il trono. XXII Sotto de’ fausti auspicii Del tuo possente lume Sorge l’Uom pigro, e torpido Dall’oziose piume; XXIX L’ampio girevol circolo, Che tutt’intorno il cinge, Per Te talora imbrunasi, O di pallor si tinge. XXIII Ed affrontando impavido L’arduo gravoso impegno, Lascia quà, e là vestigii Del suo sublime ingegno; XXX Per Te del pari splendono Quelle sue fide ancelle, Che nel chiaror pareggiano Quasi l’empiree stelle. XXIV Che ad eternar la Gloria Del tempo edace a danni, Stan minacciosi, e immobili Quivi a far onta agli anni. XXXI Del tuo splendor coronasi Perfin lo stesso Giove: Su lui, su i suoi satelliti Largo il tuo influsso piove. XXV Dominator perpetuo Tu dell’eterea Sfera Degli astri erranti regoli L’altissima carriera. XXXII Degli Astri erranti il numero, Ch’io di narrar mi arresto, Privo di Te rimirasi In bruno ammanto, e mesto. 11 XXXIII L’influsso tuo se languido Sopra di noi si rende, Sulla Natura squallida Un tetro vel si stende. XL E trascorrendo rapidi, Turbano i flutti a segno, Che già crollante, e labile Par di Nettuno il Regno. XXXIV Quelle, che pria brillavano Rugiade mattutine, Or di repente cangiasi In tormentose brine. XLI L’onda fremente estollesi Dell’etra all’alte cime, Indi crucciosa avvallasi Dall’alte sedi all’ime. XXXV La gioventù, che fervida Ha di sveltezza il vanto, Pigra ora torpe, e vedesi Tremare al vecchio a canto. XLII Quasi renduto esanime Al duro colpo, e fiero, Resta dolente, e naufrago Il misero Nocchiero. XXXVI Il rio, che molle, e limpido Fuggìa tra verdi sponde, Ora ritrova immobili Le già volubil’onde. XLIII In sì feral sterminio Serba pacati i sguardi, E con nuov’arte insolita Salvasi sol Bernardi. XXXVII Perfin ne’ petti teneri S’intiepidisce Amore: I dardi suoi non siedono, Neppur si accende il core. XLIV Lambendo Tu d’Ariete Il consecrato vello, Tutto si cangia, ed apresi Quasi che un ciel novello. XXXVIII Fosche le nubi annunziano Già già vicino il nembo: Squarcia l’orrenda folgore Fin della Terra il grembo. XLV In un balen dileguasi L’orrido gelo algente; Riede alla Terra il florido Aspetto suo ridente. XXXIX Ai minacciosi d’Eolo Alti sonori accenti, Già disserrati, e liberi Mugghiano irati i venti; XLVI Tutto di verde smaltasi Il monte, il colle, il prato: Nel mar tranquillo, e placido Specchiasi il volto amato. 12 XLVII L’aer sereno, e nitido, Che il verde suol circonda, D’aura vital purissima Gli umani petti inonda. LIV Tu poi co’ freschi zeffiri, Col rugiadoso umore, Il grand’eccesso temperi Del vivo tuo calore. XLVIII La Rondinella memore Del caro antico nido, Varcando il mare intrepida, Torna all’usato lido. LV Calor, che lieve ondeggia In su le piagge apriche, E invigorisce, ed anima Le verdeggianti spiche; XLIX I vaghi fior, che spuntano Nel verdeggiante campo; Le grate erbette tenere, Ove null’orma io stampo; LVI Che i pomi soavissimi D’oro il più fin dipinge; Che di splendente porpora, O di rossor li tinge. L Certa al cultor promettono La desiata messe: Del cor le liete immagini Veggio in suo volto espresse. LVII Indi librato in gemine Uguali parti il giorno, Una stagion men fervida Fa tosto a noi ritorno. LI Lieto il Pastor discostasi Dal chiaro usato fonte, E coll’armento avanzasi A costeggiare il monte. LVIII Pomona allor dal talamo Sorta col Dio Vertunno, I grati doni apprestaci Dell’abbondante Autunno. LII Fiamma leggiera, e vivida Serpe d’Elpin nel seno, Che dall’amata Fillide Brama un sospiro almeno. LIX Già della vite incurvasi Le floride ghirlande, Ed il gemmato grappolo Il grato odor già spande. LIII Che se raggiunto il torrido Leon, che adusta i campi, Avvien che il raggio fervido Più dell’usato avvampi; LX Il Villanello cupido Del rosseggiante umore, Colmane i tini, e pigialo In compagnia d’Amore. 13 LXI Indi di verdi pampini Inghirlandato il crine, Offre al figliuol di Semele Le spiritose brine. LXVII E pure, o Sol, ch’io venero, E con stupore ammiro, Sol’una sei dell’opere, Che dall’Eterno usciro. LXII Seco le vaghe Driadi Tra motti, e ciance, e fole, Allegre danze intrecciano, E rustiche carole. LXVIII Se Tu così mirabile, Se Tu sì eccelso sei, Ch’è mai quel Fabbro altissimo, A cui Tu l’esser dei! LXIII Colme le tazze spumano A canto al roseo tino; Entro gorgoglia, e innalzasi Il liquido rubino. LXIX Egli è quel Sol purissimo, Fonte di eterna luce, Onnipotente, massimo, Ch’è mio Signore, e Duce. LXIV [Tal Bacco un dì mostravasi Ad Arianna a canto; E col purpureo nettare Fè l’amoroso incanto.]3 LXX Egli in un atto semplice Vuole, dispone, e crea: Egli governa, e reggeci: Egli è quel Sol, che bea. LXV L’Arciero intanto celasi Nelle più folte selve, E con piacer trastullasi A saettar le belve. LXXI Mortal, che cieco e misero Strisciando al suol ti giaci, No, tu non puoi comprenderlo: Dunque l’adora, e taci. LXVI Queste stagion, che alternano Regolarmente il corso, Per ben dell’uom si prestano Scambievole soccorso. 3 La strofa non è stata messa in musica da Millico. 14 Atto di battesimo di Vito Giuseppe Sebastiano Donato Antonio Millico (ARCHIVIO PARROCCHIA CONCATTEDRALE TERLIZZI, Libri dei battezzati 1707-1756, reg. 5, f. 40v). Verso del primo foglio del manoscritto musicale dell’Inno al Sole, con indicazioni circa l’organico strumentale e vocale (ARCHIVIO DIOCESANO MOLFETTA, Fondo Peruzzi, Ms. 1.1). 15 Atto di battesimo di Giuseppe Saverio Simone Vincenzo Domenico Corrado Poli (ARCHIVIO DIOCESANO MOLFETTA, Parrocchia Cattedrale, Battesimi 1727-1753, Liber Baptizatorum ab anno D. 1741 usque ad 1747, f. 40v). Notizie sulla sepoltura di Giuseppe Saverio Poli a Napoli presso la chiesa di San Giuseppe ai Nudi. 16 Vito Giuseppe Millico (sec. XVIII, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna) 17 Interpreti ANGELA NISI, nata a Brindisi, si è diplomata in canto nel 2004 presso il Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli sotto la guida di Rosanna Casucci con il massimo dei voti, lode e menzione speciale. Nel 2008 ha conseguito il Master di I livello in alto perfezionamento nel repertorio per voce o strumento solista e orchestra presso lo stesso Conservatorio con valutazione 110/110 lode e menzione speciale. Si è perfezionata con i docenti S. Doz e G. Salvetti, F. Ogéas, G. Neuhold, A. Tonini, e ha studiato canto e repertorio con il soprano M. Baker-Genovesi. Attualmente prosegue i suoi studi con il mezzosoprano Manuela Custer. Ha frequentato tra il 2008 e il 2009 la Scuola di Arti Sceniche per Cantanti del Teatro Stabile di Torino diretta da Davide Livermore. Nel maggio 2005 ha conseguito, con il massimo dei voti e la lode, la Laurea in Storia, Scienze e Tecniche della Musica e dello Spettacolo presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, discutendo una tesi dal titolo La musica da camera per voce e pianoforte di Saverio Mercadante. In seguito a questo ha iniziato a collaborare attivamente con la Società Italiana di Musicologia. Si esibisce regolarmente come solista con ensemble quali l’Ensemble 05, Ars Cantica Choir & Consort (Milano) diretto dal M° M. Berrini, La Confraternita de’ Musici diretto dal M° C. Prontera, la Cappella della Pietà dei Turchini di Napoli diretta dal M° A. Florio. Collabora come solista anche con varie istituzioni orchestrali, tra cui l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, l’Orchestra della Società dei Concerti di Bari, l’Orchestra Roma Sinfonietta, l’Orquesta Filarmónica de Málaga diretta dal M° A. Ceccato. Nel 2009 ha eseguito ad Aosta (prima esecuzione in Italia) il Magnificat di A. Waignein per soprano, coro e orchestra di fiati, diretto dal M° L. Blanchod. La sua esperienza teatrale comprende la prima esecuzione moderna di Pulcinella finto maestro di musica, di Giacomo Insanguine nel 2003 a Monopoli, nel ruolo principale di Rosaura; La vedova allegra di Franz Lehar, nel ruolo del titolo (Hanna Glawari) in vari teatri e festival in Italia e in Albania (2005-2007); la prima esecuzione moderna della Passio D.N.I.C. secundum Ioannem, composta dal sacerdote e musicista molfettese Vito Antonio Cozzoli nel 1816, con l’Orchestra da camera “Nino Rota” diretta dal M° Antonio Magarelli (Cattedrale di Molfetta, 2008); Le sorelle Brontë di Bernard De Zogheb (musiche di Andrea Chenna) al Festival Biennale Teatro di Venezia (2009) e al Teatro Baretti di Torino con la regia di Davide Livermore. Ha eseguito per la prima volta in tempi moderni Il Demetrio di L. Leo nel ruolo di “Olinto” nell’agosto 2009 (Barocco Festival, San Vito dei Normanni). Si è distinta come finalista in vari concorsi di canto internazionali e ha vinto i seguenti premi: I premio nel Concorso lirico nazionale “Valerio Gentile”, Fasano (Brindisi) 2004; II premio nel Concorso lirico internazionale “Enrico Caruso”, Pignataro Maggiore (Caserta) 2006; I premio nel Concorso internazionale di canto barocco “F. Provenzale”, Napoli (Centro di Musica Antica Pietà dei Turchini) 2006; Premio Simpatia e Premio Giovane Finalista nel Concorso lirico internazionale Mattia Battistini, Rieti 2007. ANNAMARIA BELLOCCHIO, nata a Mola di Bari (Ba), si avvicina alla musica all’età di 10 anni partecipando alle attività dell’Associazione musicale “Accademia del Canto” diretta dal M° Nicola Diomede in qualità di corista e successivamente solista realizzando importanti opere quali: Te Deum di M. A. Charpentier, Stabat Mater di G.B. Pergolesi, Gloria in re magg., RV 589 di A. Vivaldi, Il Messiah di G.F. Haendel. Nel 2004 inizia lo studio del canto presso il Conservatorio di Musica “Nino Rota” di Monopoli, con la prof.ssa Rosanna Casucci. Nel 2005 entra a far parte del coro “Orffea” di Bari diretto dal M° Donato Sivo, partecipando a numerosi concerti. Debutta nel ruolo di “Valencienne” ne La Vedova Allegra di F. Lehàr all’interno della XII Stagione Musicale Agimus 2006 presso il Teatro “N. Van Westerhout” di Mola di Bari e nel 2009 presso il Teatro Kursaal Santa Lucia in Bari. Partecipa in qualità di artista alla X edizione del festival La Ghironda. Ad ottobre 2006 è solista alla I edizione dell’Ottobre Lirico putignanese; successivamente è a New York (U.S.A.) in occasione della rassegna Un Concerto Pugliese organizzato dall’associazione “Van Westerhout Cultural Activities” di Brooklyn (NY). Nel 2007 è solista durante la serata culturale in onore di Benedetto XVI presso il Teatro Argentina in Roma. Nell’ambito della XIII Stagione musicale internazionale Agimus 2007 di Mola di Bari è tra i protagonisti del pretesto comico in due atti O Cafè Chantant. Successivamente debutta nel ruolo di “Nella” in Gianni Schicchi di G. Puccini. Rappresenta il Conservatorio di Monopoli al Concerto di giovani 18 talenti dei Conservatori di Puglia e Basilicata in collaborazione con il Lions Club di Putignano. Debutta nel ruolo di “Elena” ne Il Cappello di Paglia di Firenze di N. Rota. Intraprende lo studio del canto barocco partecipando al corso di estetica e prassi esecutiva barocche tenuto dal prof. Daniele Bovo e lo studio della musica da camera partecipando alla Masterclass tenuta dal M° Konstatin Bogino. È vincitrice del I premio nella categoria “Canto Lirico” dell’XI Concorso Nazionale di Musica Fratres della Città di Monteroni di Lecce. GAETANO MAGARELLI, nato a Molfetta, è diplomato in Pianoforte, Organo e Composizione organistica presso i Conservatori di Bari e di Campobasso; è laureato con lode in Discipline Musicali (corso di Organo) presso il Conservatorio di Campobasso nella classe del M° Francesco Di Lernia; attualmente studia Clavicembalo nella classe del M° Marco Bisceglie presso il Conservatorio di Monopoli. In qualità di allievo effettivo, ha partecipato ad alcuni corsi di perfezionamento organistico, in Italia e all’estero, tenuti da W. van de Pol, M. Radulescu, F. Di Lernia, B. Winsemius, M. Haselböck. Ha studiato Organo presso la Facoltà di Musica dell’Accademia delle Arti di Utrecht (Olanda) nella classe del M° B. Winsemius. Nel 2002 ha vinto il primo premio (ex æquo) al 1° Concorso Organistico Internazionale Francesco D’Onofrio, Carunchio (Chieti). In collaborazione con il prof. G.A. del Vescovo ha pubblicato alcuni saggi sull’arte organaria, dedicandosi anche all’analisi dei codici liturgici notati degli archivi pugliesi. Svolge la sua attività concertistica (da solista e con ensemble vocali e strumentali) per varie rassegne e festival nazionali. Ha curato l’edizione critica della Passio D.N.I.C. secundum Ioannem a più strumenti con Cori di Ripieno, composta dal sacerdote e musicista molfettese Vito Antonio Cozzoli (17771817) nel 1816 ed eseguita in prima assoluta nella Cattedrale di Molfetta il 9 novembre 2008 con la partecipazione della “Cappella Musicale Corradiana” e dell’Orchestra da camera “Nino Rota” diretta dal M° Antonio Magarelli. È Organista e Maestro di Cappella della Cattedrale di Molfetta, nonché membro della Commissione Diocesana di Arte Sacra (settore organi storici). ORCHESTRA DA CAMERA “NINO ROTA” Violini Imi Flavio Maddonni, Fabrizio Signorile, Daniela Carabellese, Francesca Carabellese Violini IIdi Rita Iacobelli, Andreina Kiss, Pietro Catucci Oboe I Oboe II Corno I Corno II Viola I Viola II Violoncelli Contrabbasso Clavicembalo Giuseppe Montanaro Giampaolo Santamaria Antonio Fracchiolla Antonella Barile Francesco Capuano Giacomo Battista Giuseppe Carabellese, Elia Ranieri Francesco Barile Gaetano Magarelli L’Orchestra da Camera “Nino Rota” di Bari nasce come prosecuzione di un itinerario artistico iniziato nel 1987 col nome “L’Estro Armonico”. Nel 1989 l’ensemble confluisce nell’associazione Harmonia Coro e Orchestra dell’Ateneo barese nel tentativo di restituire alla musica il suo ruolo di scienza umanistica. Nel 1995 i musicisti dell’orchestra fondano la Cappella Musicale di S. Teresa dei Maschi e nel 2003 assumono il nome attuale. Nella sua ventennale attività l’orchestra ha tenuto concerti in Italia (Bari, Napoli, Milano, Roma, Bologna, Nuoro, Perugia, Milazzo ecc.), Francia e Germania. Ha partecipato ad importanti Festival (Time Zones, FIMU, Millico, Farinelli) collaborando con musicisti di fama quali Renè 19 Aubry (prima mondiale), Seigen Ono, Teresa Procaccini, Angelo Manzotti, Daniele Di Bonaventura. Ha registrato per RAI (diretta Eurovisione), Radio France, BBC Television. Dal 1 gennaio 2004 organizza al Teatro Piccinni di Bari per la Fondazione Family for Family il Concerto di Capodanno ripreso in diretta Televisiva dall’emittente Telenorba. Dal 2002 registra ogni anno un CD per la Fondazione Antiusura S. Nicola e Santi Medici di Bari distribuito dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Ha, inoltre, registrato CD con Mario Rosini (II classificato Festival di Sanremo 2004), con Anonimo Italiano e per Rinnovamento nello Spirito Santo (allegato a Famiglia Cristiana). ANTONIO MAGARELLI. Diplomato in Pianoforte, Didattica della Musica, Musica Corale e Direzione di Coro. Ha studiato tecnica della direzione con A. Cicconofri, A. Arnese, F.M. Bressan, P. Smith, O. Dantone, P. Neumann, G. Graden, Bo Holten, N. Corti, M Berrini. Presso l’Istituto Musicale “S. Cecilia” di Brescia ha approfondito lo studio della semiografia, della paleografia musicale e della prassi esecutiva della musica rinascimentale e barocca con G. Acciai. Ha studiato composizione con Cama Buccarella e Giuseppe Speranza. Ha frequentato diversi Master di perfezionamento in Direzione Corale presso la Fondazione Guido d’Arezzo. Ha perfezionando la tecnica del canto con Steve Woodbury e Giuseppe Naviglio, canto madrigalistico con Claudio Cavina e tecnica del basso continuo presso la Fondazione per la Musica Antica in Urbino. Ha frequentato, come allievo effettivo per due edizioni consecutive (2005 e 2007), i corsi dell’Accademia Internazionale di Direzione di Coro tenuti da F.M. Bressan. Ha diretto, in Italia ed in Francia, il Coro e Orchestra Harmonia dell’Università di Bari e l’orchestra da camera “Nino Rota”. Ha curato le trascrizioni di due libri di madrigali di Luzzasco Luzzaschi, alcune composizioni sacre di Francesco Durante ed alcune composizioni di Isabella Leonarda. Ha diretto la prima esecuzione assoluta in tempi moderni della Passio D.N.I.C. secundum Ioannem per soli, coro ed orchestra, composta nel 1816 dal sacerdote e musicista molfettese Vito Antonio R. Cozzoli (Cattedrale di Molfetta 2008). Attualmente studia Strumentazione per banda con Vincenzo Anselmi presso il Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli. È direttore della Cappella Musicale Corradiana. Ringraziamenti Archivio Notarile di Napoli, Biblioteca Nazionale di Bari, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna, Associazione musicale “Misure composte” di Bari, Cappella Musicale Corradiana, prof. mons. Luigi Michele de Palma archivista generale della Diocesi, M° Francesco Lisena, don Vito Bufi parroco della Cattedrale di Molfetta. L’espressione della più viva gratitudine giunga al dott. Giuseppe Saverio Poli promotore e solerte organizzatore della manifestazione. 20