Vito Giuseppe Millico (1737-1802)
Inno al Sole
Cantata sull’Ode di
Giuseppe Saverio Poli (1746-1825)
prima esecuzione assoluta in tempi moderni
edizione critica a cura di
Gaetano Magarelli
Interpreti
ORCHESTRA DA CAMERA “NINO ROTA”
Angela Nisi, soprano I
Annamaria Bellocchio, soprano II
Antonio Magarelli, direttore
Cattedrale di Molfetta
14 novembre 2009, ore 20.30
Molfetta, ancora scrigno d’arte traboccante di tesori, che, pur celati dalla
polvere del tempo, si svelano piano in tutto il loro splendore, celebrerà,
sabato 14 novembre 2009, la “prima esecuzione assoluta in tempi moderni”
della cantata Inno al Sole.
Su libretto del concittadino Giuseppe Saverio Poli e con musica di Vito
Giuseppe Millico, Inno al Sole rende omaggio, agli albori di questo terzo
millennio, alla grande cultura e tradizione musicale della scena locale e
molfettese in particolare.
L’opera risalente agli ultimi decenni del Settecento è stata ritrovata negli
archivi della nostra Diocesi grazie ad una certosina ricerca voluta e curata dal
dott. Giuseppe Saverio Poli e dal nostro Vescovo, Don Luigi Martella, ai
quali va il ringraziamento della città.
Voglio cogliere nella rispondenza profonda tra l’opera, pensata per
inneggiare al Sole, e la calda luce solare che accende i profili dell’antico borgo
all’ora del tramonto, il valore aggiunto di questo evento d’arte musicale.
Ancora un’espressione di gratitudine per l’orchestra da camera “Nino
Rota” ed il suo direttore Antonio Magarelli.
Plaudo all’iniziativa ed ai grandi uomini nati in terra di Puglia, che
hanno reso le nostre città feconde culle di cultura.
Il Sindaco
Antonio Azzollini
2 ‘Provinciali’ d’Europa: Vito Giuseppe Millico e Giuseppe Saverio Poli
A ben vedere, un percorso comune segna il cammino di due ‘vite parallele’ di due
intellettuali meridionali del ‘700. I quali, ad un certo punto della loro parabola esistenziale, si
incontrano (artisticamente) a Napoli, alla corte borbonica di Ferdinando IV, ma per la via
non tanto peregrina dell’erede al trono dei Borbone: quel Francesco I andato sposo nel 1796,
a Foggia, alla cugina arciduchessa Maria Clementina d’Austria figlia dell’imperatore
Leopoldo II. La vita di questo Re si colora di musica e di sapienza indotta in quanto già nel
1796, in quel del Palazzo Dogana di Foggia, il musicista ufficiale della corte napoletana Giovanni Paisiello - aveva fatto risuonare le note di un cantata dal titolo La Daunia felice
appositamente composta per celebrare pomposamente e come si conveniva quelle nozze reali.
In questo contesto, dunque, il testo sicuramente dotto dell’Inno al Sole di Poli non poteva
non avere un referente musicale di tutto rispetto, almeno per quei tempi, come il sopranistacompositore Vito Giuseppe Millico da Terlizzi: un altro ‘provinciale’ che s’era fatto strada
nella musica europea del tempo passando dalla corte di San Pietroburgo ai teatri londinesi
della borghesia illuminata in cui s’era affermato come il cantante preferito delle opere serie di
un notevole compositore come Antonio Sacchini. Tornato in patria nel 1769 tra Napoli e
Terlizzi, Millico visse gli ultimi anni della sua vita come Musico Soprano della Real Cappella
illustrando ciò che restava della sua avventurosa vita (a Pietroburgo s’era guadagnato
l’appellativo di ‘Moscovita’) questa volta come compositore e come arpista - lo strumento
prediletto con cui era solito accompagnarsi nelle esibizioni vocali - e diventando in Italia uno
dei principali diffusori dell’estetica operistica di Gluck che egli aveva conosciuto a Parma
(1767) quando questi aveva scritto appositamente per la sua voce ‘angelicata’ la parte di
Orfeo. Era quindi naturale che un cortocircuito musicale dovesse accendersi tra questi due
pugliesi nati a poche leghe di distanza, vindice una simbiosi artistica di settenari e ottonari
scritti dalla sapiente ed elegante penna del dottore-scienziato-istitutore, e poi messi in musica
dal ‘musico’ terlizzese in una corretta ed elegante scrittura che la dice lunga sulla sua
frequentazione di musicisti che hanno fatto la storia del XVIII secolo.
Da Gluck appunto, a Sacchini, Piccinni e Paisiello che gli suggeriscono tonalità ‘solari’
(do maggiore) accostate, ad esempio, a rassicuranti modulazioni a toni vicini (sol, mi, la, sib
maggiore) e a tempi del tutto pacati, senza mai strafare o ‘innervosire’ chi ascolta, con uno
stile in cui la cordialità dell’eloquio forbito, ma mai pedante del molfettese Poli, ben si sposa
con la correttezza formale, a suo modo elegante, della partitura di Millico. Una familiarità di
intenti per un pubblico come quello di ieri, e come quello di oggi, che addirittura è chiamato
a riconoscervi personaggi d’altri tempi. E’ il caso di un tal canonico Bernardi da Terlizzi il
quale vestiva la tonaca ma era anche un riconosciuto e tal provetto nuotatore da fondare, nel
Settecento (!), una scuola di nuoto: «In sì feral sterminio / Serba pacati i sguardi / E con
nuov’arte insolita / Salvasi sol Bernardi». Altro che Giove, Latona, Tetide, Narciso, Giacinto,
Adone, Urano, Nettuno, Vertunno … che pure ci sono in parole e musica in questa curiosa e
bella cantata profana. Un Inno al Sole che termina, bellamente, con un atto di fede al re degli
astri che ci dà vita e salute: «Egli governa, e reggeci: Egli è quel Sol, che bea». Dunque a noi,
comuni mortali, non resta altro che adorarlo e rivolgergli inni, se non è poco: «Mortale, che
cieco, e misero / strisciando al suol ti giaci / No, tu non puoi comprenderlo: / Dunque
l’adora, e taci».
Pierfranco Moliterni
3 Francesco I, re delle Due Sicilie, che ebbe
per istitutore Giuseppe Saverio Poli.
Il canonico terlizzese Oronzio de’ Bernardi, autore de
L’uomo galleggiante o sia l’arte ragionata del nuoto scoperta fisica pubblicata per graziosa munificenza de’ sovrani,
e signori delle Sicilie Ferdinando IV Borbone e Maria Carolina d’Austria pii felici augusti dal dottore di leggi
Oronzio de’ Bernardi avvocato, esaminator sinodale, e canonico della
Cattedrale Chiesa della regia città di Terlizzi,
opera stampata a Napoli nel 1794 e citata da Giuseppe Saverio Poli nell’Inno al Sole (strofa XLIII).
4 Appunti per uno studio su Giuseppe Saverio Poli
e sulla scuola musicale napoletana
A metà Settecento, nel Regno di Napoli, il genere musicale della cantata celebrativa
riprendeva il vetusto uso secentesco, introdotto da Carlo di Borbone, di conferire solennità
encomiastica alle ricorrenze legate alle vicende pubbliche e private dei regnanti; erano
celebrati pomposamente genetliaci, matrimoni, nascite ed altre fauste date. Spesso quelle
cantate fungevano da introduzione alle feste di corte. Magistrale esempio ne è la cantata
Giove piacevole nella Reggia di Partenope, composta nel 1771 da Nicolò Piccinni ed eseguita al
Teatro di S. Carlo a Napoli; la cantata di Piccinni, in realtà una specie di prologo musicale,
ebbe grande successo tanto da essere riutilizzata anni dopo, ancora a Napoli, con il titolo di
Giove revotato. La cultura napoletana era formata da «intellettuali di rilievo legati alla corte
borbonica, quali Giulio Inbibo, Angelo Ricci e Giuseppe Saverio Poli, ultima propaggine di
un’intelighenzia “illuminata” che portava nel secolo XIX il suo cosmopolitismo, la sua ansia
divulgativo-pedagogica, la sua sete di conoscenza onnivora»1; in quella cultura, orientata ad
essere enciclopedismo illuminista, anche per la musica, grazie alla pubblicazione del
Dizionario di Bertini o delle Memorie di Carlo Antonio de Rosa, marchese di Villarosa, va
inquadrato il contributo intellettuale tout court di Giuseppe Saverio Poli (1746-1825)
scienziato molfettese. Poli, interessandosi di fisica acustica e della formazione del suono,
approdò a valutazioni sulla musica, forse anche indotte dalla formazione maturata negli anni
della sua adolescenza, giacché «di buon ora lo rinchiusero in quel Seminario Diocesano». Nei
suoi Elementi di Fisica sperimentale scrisse che «reca veramente stupore il riflettere alla
grandissima influenza, che ha la musica sull’animo umano. Non v’ha passione in noi, la
quale non sia capace di esser calmata, oppur di farsi più violenta, con certe date sorte di
musici componimenti».
Un particolare apparentamento intellettuale lega la vena creativa dei musicisti di scuola
napoletana ai testi poetici composti da Poli; molti di essi, infatti, musicarono i suoi testi.
Quel sodalizio artistico è desumibile da quanto si legge in un libro pubblicato sul finire del
Settecento, una specie di antologia dei componimenti poetici di Giuseppe Saverio Poli, Saggio
di poesie editato dalla Reale Stamperia in Palermo. Nella parte dedicata a quelli che Poli stesso
indica come componimenti drammatici sono contemplati, tra gli altri, lavori del maestro di
cappella Francesco Piticchio (1750 ca. - ?) all’epoca al servizio del Re, e di Giovanni Paisiello
(1740-1816) blasonato maestro di cappella che, secondo quanto precisava Poli nel Saggio di
poesie, avrebbe composto I Desiderj Appagati per festeggiare il felice arrivo in Napoli di
Clementina d’Austria. Con il poetare di Poli si cimentò anche Millico con l’Inno al Sole e
L’Avventura benefica, rappresentata nel 1797; in quel tempo, maestro di canto delle Altezze
Reali, Millico «era già del tutto cieco. Nulladimeno non solamente egli l’insegnò alle LL. AA.
RR. ma stiede al cembalo in quella sera, in cui se ne fece la rappresentazione».
Giovanni Antonio del Vescovo
1
L. MATTEI, I lavori teatrali di Luigi Capotorti: esempi dell’opera napoletana di primo Ottocento fra esigenza di rinnovamento
e di ossequio al potere, «Luigi Giuseppe Capotorti musicista pugliese allievo di Piccinni», a cura di D. FABRIS, Bari
2001, p. 9-10.
5 L’Inno al Sole e la forma “Cantata” alla fine del Settecento
«Quest’Inno fu messo graziosamente in musica dal celebre
D. Giuseppe Millico, Maestro di canto delle LL. AA. RR.
con motivi del tutto variati in ciascuna strofa, dimanieraché
ne riuscì un’eccellente Cantata».
Così Giuseppe Saverio Poli nell’«avvertimento» all’Inno al Sole pubblicato nel volume
Saggio di poesie stampato a Palermo in anni posteriori al 1810. Non è nota la data di
composizione dell’Inno, dal momento che né il testo2 né l’unico manoscritto musicale a noi
noto - custodito presso l’Archivio Diocesano di Molfetta - forniscono indicazioni utili in
merito; tuttavia, analizzando le fonti testuali, è possibile ipotizzare che l’Inno, per due soprani
e orchestra, sia stato composto nell’ultimo decennio del Settecento. L’analisi musicale della
composizione ha posto l’interrogativo su cosa dovesse intendersi per “Cantata” alla fine del
Settecento e cosa intendessero Poli e Millico inquadrando l’Inno in quella forma musicale.
La «eccellente Cantata» composta da Millico sull’Ode di Poli si sviluppa seguendo uno
schema insolito per la cantata classica italiana, che prevedeva l’alternanza di recitativi e arie
col da capo. Il Nostro, invece, ne sviluppa la composizione in diciassette quadri, che oserei
definire “descrittivi”; è evidente, infatti, come nella musica vi sia la costante intenzione di
aderire il più possibile (attraverso gli espedienti retorici e ritmici funzionali a tale scopo) alle
scene ed alle situazioni proposte di volta in volta dal componimento poetico. Millico ha così
strutturato l’Inno sulla base di tre tipologie di organici strumentali: il primo prevede l’impiego
di violini primi e secondi, oboe primo, oboe secondo, due corni, due viole e basso continuo;
il secondo, invece, impiega un “concertino” formato da violini primi e secondi, due viole e
basso continuo; il terzo, infine, prevede violini primi e secondi, l’oboe solista, due viole e
basso continuo; i piani sonori derivanti da tali formazioni si rivelano, in tal modo, funzionali
alla resa timbrico-descrittiva delle varie scene proposte dal testo poliano. Lo scarso utilizzo,
inoltre, della scrittura contrappuntistica favorisce la presenza preponderante del discorso
melodico - affidato perlopiù all’oboe solista e al Canto I, che spesso dialogano tra loro - a
sostegno dell’idea che la musica debba unicamente “muovere gli affetti”.
La composizione è ricca di indicazioni agogiche, dinamiche e di fraseggio. Interessante
notare, come Millico abbia scelto, per ciascun quadro, soltanto tonalità maggiori, quasi a
voler rendere ancor più “luminose” le scene proposte dall’Inno; eccezione, in tal senso, è
costituita dalla dodicesima aria («Lieto il Pastor», strofe LI e LII) - unico esempio di aria col da
capo - dove, nonostante la tonalità d’impianto di Do maggiore, per il secondo tema, è
impiegata la tonalità omonima minore per descrivere le pene d’amore di Elpino. La maggior
parte degli ariosi sono riservati al Canto I; cinque, invece, gli ariosi dove il Canto I e II
cantano insieme omoritmicamente per terze o per seste, con pochi episodi dialogici che
hanno il compito di sottolineare alcuni elementi testuali rilevanti dal punto di vista poetico
ed espressivo.
2
Le fonti più significative per il testo dell’Inno al Sole sono costituite dalle seguenti edizioni a stampa: Inno al Sole da
recitarsi in musica alla presenza delle LL. AA. le Principesse Reali composto da Giuseppe Saverio Poli Istruttore di S.A.R. il
Principe ereditario e messo in musica dal signor D. Giuseppe Millico, [post 1794]; Saggio di poesie di Giuseppe Saverio Poli già
Istruttore di S.A.R. il Principe ereditario delle Sicilie membro britannico della Società Reale di Londra e socio di varie altre
Accademie, Palermo [post 1810], p. 61-92.
6 Circa le scelte di carattere formale effettuate da Millico, è probabile che siano da
ascriversi alla natura del componimento poetico; è evidente, infatti, come non si tratti di una
azione scenica (come accadeva in molte cantate), bensì di una poesia strutturata in settantuno
quartine, pensata per inneggiare al Sole attraverso il costante richiamo alla mitologia classica.
Tutto ciò non avrebbe consentito, probabilmente, la composizione di una cantata secondo la
codificazione scarlattiana, con alternanza di arie e recitativi. Millico, invece, piega la forma
cantata alle esigenze del testo, rivestendo il testo poliano dell’abito musicale, facendo
magistrale uso di una fluida vena melodica. Ognuno dei diciassette “quadri descrittivi”
contempla una o più cellule tematiche, che si sviluppano nell’avvicendarsi delle strofe
all’interno dello stesso quadro. Gli ariosi, presenti in ciascun quadro, si susseguono senza
soluzione di continuità poiché non v’è alternanza con recitativi; quest’ultimi, tuttavia, sono
rintracciabili all’interno degli stessi ariosi; il compositore affida a questi recitativi un compito
funzionale alla narrazione, creando, di volta in volta, un ponte tra due cellule tematiche.
Probabilmente il recitativo più interessante in tal senso (non per la sua struttura, ma per
la sua funzione) è quello che Millico ha utilizzato per musicare la strofa LXXI, che chiude
l’Inno; in realtà la conclusione è affidata alle strofe LXIX e LXX, messe in musica nella forma
di un vero e proprio inno a Dio; tale inno, che sulle parole «Egli è quel Sol, che bea»
parrebbe voler chiudere la composizione, è seguito, a sorpresa, dal recitativo in questione. È
evidente come Millico abbia voluto creare un “effetto” per rendere con la musica lo
sgomento provato dal mortale che si trova al cospetto di Dio e del mistero della Creazione.
Millico, così facendo, mette in secondo piano la musica per dare maggior rilievo al testo e
sottolineare che l’unico atteggiamento debba essere l’adorazione ed il silenzio.
Gaetano Magarelli
Giuseppe Saverio Poli
Aula Magna dell’Università degli Studi Federico II, Napoli
(scultore: Pasquale Duretti)
7 Frontespizio del testo dell’Inno al Sole custodito
presso la Biblioteca Nazionale di Bari,
per concessione del Ministero per i beni e le
attività culturali. Frontespizio del Saggio di poesie contenente
il testo dell’Inno al Sole (collezione privata).
8 Inno al Sole
Al Signor
D. Giuseppe Millico
Endecasillabi
Gentile Millico, Orfeo novello,
Cigno d’Esperia, canoro augello,
Oh come splendono or più che mai
Su di Te vividi del Sole i rai!
Nell’alma infondono gentile auretta,
Che lieve, e armonica piace, e diletta.
Or se tu m’animi col grato suono,
Che il biondo Apolline ti diede in dono;
Sai perché sfolgora oltre al costume
Su di Te, Millico, di Delo il Nume?
Perché in bei cantici la lingua snodi,
E in voce altisona canti sue lodi.
Or se tu m’ecciti col dolce canto,
Ch’è in me dell’anima soave incanto;
Io dissetandomi al sacro fonte,
Del Sol le glorie farò più conte:
Egli t’illumina, ti accende il petto,
Acciò in te destisi vivace affetto.
Tua voce energica, soave, e dolce
Il cor mi penetra, lo tocca, e molce.
E coll’Aonio almo furore
Farò, che trovino le vie del core.
Tu poi seguendomi fedele accanto.
Farai, che ottengami fra i Cigni il vanto.
Al dolce fremito de’ chiari accenti,
Spesso si arrestano tremoli i venti:
E sopra l’agili lievi lor piume
Scorrendo rapidi, com’è costume;
Così mischiandosi, se Tu lo vuoi,
Ai detti Aonii i sensi tuoi;
Con tali armoniche dolci parole
Direm gli amplissimi pregi del Sole.
*
*
*
I
Alto furor Castalio
Di Te a cantar mi sprona,
O figlio lucidissimo
Di Giove, e di Latona.
III
E tratto da’ tuoi fervidi
Spumanti, e bei destrieri,
Trascorri per gli eterei
Vastissimi sentieri:
II
Di Te, che in carro fulgido
Superbamente assiso,
Mille raggianti fiaccole
Ornan mai sempre il viso;
IV
Ch’ai per foriera, e nunzia
La variopinta Aurora,
Che colle dita rosee
Le nubi, e’l Ciel colora;
9 V
E che nel corso celere
L’ore fugaci, e snelle,
Hai col lor piè volubile
Fide ministre, e ancelle.
XII
De’ fior, che grati olezzano,
L’eletta schiera, e rara,
Col variegato Anemone
Spiega i suoi pregi a gara;
VI
Qualor dell’alma Tetide
Lasciando in grembo Amore,
Dischiudi l’ineffabile
Immenso tuo splendore;
XIII
E sotto a’ lucidissimi
Tuoi rai a mille a mille
Sparse su d’essi brillano
Le rugiadose stille.
VII
Il Mar, la Terra, l’Etere,
Tutto riappar giocondo:
Tosto si adorna, e s’anima,
Si rinnovella il Mondo.
XIV
Alle tremende Eumenidi
Sacro il gentil Narciso,
Al tuo fulgore accorgesi
Del suo cangiato viso.
VIII
Dall’imo al sommo squarciasi
Quel tenebroso velo,
Che già brinoso, e roscido,
Tutto ingombrava il Cielo.
XV
Né più del biondo Apolline
Rammenta il cor Giacinto:
Il suolo obblia da Zefiro
Di sangue intriso, e tinto.
IX
Schiude ritrosa il labile
Suo dilicato ammanto
La rosa, a cui l’Esperidi
Dan tra bei fiori il vanto.
XVI
Ma rigoglioso, e tumido,
Il suo contento addita,
Perché gli Dei lo trassero
A questa nuova vita.
X
Sorge d’appresso il candido
Immacolato Giglio,
Che col candor contrastale
Il suo più bel vermiglio.
XVII
Non più dolente Clizia
Per le cangiate forme,
Con chioma d’auro fulgida
Segue fedel tue orme.
XI
La Violetta mammola,
Che in folta siepe appare,
Dal seno suo purpureo
Versa d’ambrosia un mare.
XVIII
Al primo aprir del roseo
Tuo fiammeggiante ostello,
Lieto dal sonno destasi
Ogni canoro Augello.
10 XIX
Quell’Usignol, che rapido
Imita al corso i venti,
Per Te si arresta, e spiegaci
I più soavi accenti.
XXVI
Per Te risplende, e sfolgora
Di viva luce, e chiara
L’alma Ciprigna, e inaurasi
La tremul’onda amara.
XX
Quel gorgheggiare armonico,
Que’ variati modi,
Ei li consacra a renderti
Sincero omaggio, e lodi.
XXVI
Per Te fa pompa Cinzia
Del vago argenteo fianco,
Ch’ora falcato mirasi
Sul diritto corno, o il manco.
XXI
Al lume tuo benefico
Corre l’Agnello al prato,
Né più paventa il misero
De’ lupi il fier latrato.
XXVIII
Dal tuo fulgor medesimo
Vita riceve in dono
Lento il figliuolo d’Urano,
Che in alta sede ha il trono.
XXII
Sotto de’ fausti auspicii
Del tuo possente lume
Sorge l’Uom pigro, e torpido
Dall’oziose piume;
XXIX
L’ampio girevol circolo,
Che tutt’intorno il cinge,
Per Te talora imbrunasi,
O di pallor si tinge.
XXIII
Ed affrontando impavido
L’arduo gravoso impegno,
Lascia quà, e là vestigii
Del suo sublime ingegno;
XXX
Per Te del pari splendono
Quelle sue fide ancelle,
Che nel chiaror pareggiano
Quasi l’empiree stelle.
XXIV
Che ad eternar la Gloria
Del tempo edace a danni,
Stan minacciosi, e immobili
Quivi a far onta agli anni.
XXXI
Del tuo splendor coronasi
Perfin lo stesso Giove:
Su lui, su i suoi satelliti
Largo il tuo influsso piove.
XXV
Dominator perpetuo
Tu dell’eterea Sfera
Degli astri erranti regoli
L’altissima carriera.
XXXII
Degli Astri erranti il numero,
Ch’io di narrar mi arresto,
Privo di Te rimirasi
In bruno ammanto, e mesto.
11 XXXIII
L’influsso tuo se languido
Sopra di noi si rende,
Sulla Natura squallida
Un tetro vel si stende.
XL
E trascorrendo rapidi,
Turbano i flutti a segno,
Che già crollante, e labile
Par di Nettuno il Regno.
XXXIV
Quelle, che pria brillavano
Rugiade mattutine,
Or di repente cangiasi
In tormentose brine.
XLI
L’onda fremente estollesi
Dell’etra all’alte cime,
Indi crucciosa avvallasi
Dall’alte sedi all’ime.
XXXV
La gioventù, che fervida
Ha di sveltezza il vanto,
Pigra ora torpe, e vedesi
Tremare al vecchio a canto.
XLII
Quasi renduto esanime
Al duro colpo, e fiero,
Resta dolente, e naufrago
Il misero Nocchiero.
XXXVI
Il rio, che molle, e limpido
Fuggìa tra verdi sponde,
Ora ritrova immobili
Le già volubil’onde.
XLIII
In sì feral sterminio
Serba pacati i sguardi,
E con nuov’arte insolita
Salvasi sol Bernardi.
XXXVII
Perfin ne’ petti teneri
S’intiepidisce Amore:
I dardi suoi non siedono,
Neppur si accende il core.
XLIV
Lambendo Tu d’Ariete
Il consecrato vello,
Tutto si cangia, ed apresi
Quasi che un ciel novello.
XXXVIII
Fosche le nubi annunziano
Già già vicino il nembo:
Squarcia l’orrenda folgore
Fin della Terra il grembo.
XLV
In un balen dileguasi
L’orrido gelo algente;
Riede alla Terra il florido
Aspetto suo ridente.
XXXIX
Ai minacciosi d’Eolo
Alti sonori accenti,
Già disserrati, e liberi
Mugghiano irati i venti;
XLVI
Tutto di verde smaltasi
Il monte, il colle, il prato:
Nel mar tranquillo, e placido
Specchiasi il volto amato.
12 XLVII
L’aer sereno, e nitido,
Che il verde suol circonda,
D’aura vital purissima
Gli umani petti inonda.
LIV
Tu poi co’ freschi zeffiri,
Col rugiadoso umore,
Il grand’eccesso temperi
Del vivo tuo calore.
XLVIII
La Rondinella memore
Del caro antico nido,
Varcando il mare intrepida,
Torna all’usato lido.
LV
Calor, che lieve ondeggia
In su le piagge apriche,
E invigorisce, ed anima
Le verdeggianti spiche;
XLIX
I vaghi fior, che spuntano
Nel verdeggiante campo;
Le grate erbette tenere,
Ove null’orma io stampo;
LVI
Che i pomi soavissimi
D’oro il più fin dipinge;
Che di splendente porpora,
O di rossor li tinge.
L
Certa al cultor promettono
La desiata messe:
Del cor le liete immagini
Veggio in suo volto espresse.
LVII
Indi librato in gemine
Uguali parti il giorno,
Una stagion men fervida
Fa tosto a noi ritorno.
LI
Lieto il Pastor discostasi
Dal chiaro usato fonte,
E coll’armento avanzasi
A costeggiare il monte.
LVIII
Pomona allor dal talamo
Sorta col Dio Vertunno,
I grati doni apprestaci
Dell’abbondante Autunno.
LII
Fiamma leggiera, e vivida
Serpe d’Elpin nel seno,
Che dall’amata Fillide
Brama un sospiro almeno.
LIX
Già della vite incurvasi
Le floride ghirlande,
Ed il gemmato grappolo
Il grato odor già spande.
LIII
Che se raggiunto il torrido
Leon, che adusta i campi,
Avvien che il raggio fervido
Più dell’usato avvampi;
LX
Il Villanello cupido
Del rosseggiante umore,
Colmane i tini, e pigialo
In compagnia d’Amore.
13 LXI
Indi di verdi pampini
Inghirlandato il crine,
Offre al figliuol di Semele
Le spiritose brine.
LXVII
E pure, o Sol, ch’io venero,
E con stupore ammiro,
Sol’una sei dell’opere,
Che dall’Eterno usciro.
LXII
Seco le vaghe Driadi
Tra motti, e ciance, e fole,
Allegre danze intrecciano,
E rustiche carole.
LXVIII
Se Tu così mirabile,
Se Tu sì eccelso sei,
Ch’è mai quel Fabbro altissimo,
A cui Tu l’esser dei!
LXIII
Colme le tazze spumano
A canto al roseo tino;
Entro gorgoglia, e innalzasi
Il liquido rubino.
LXIX
Egli è quel Sol purissimo,
Fonte di eterna luce,
Onnipotente, massimo,
Ch’è mio Signore, e Duce.
LXIV
[Tal Bacco un dì mostravasi
Ad Arianna a canto;
E col purpureo nettare
Fè l’amoroso incanto.]3
LXX
Egli in un atto semplice
Vuole, dispone, e crea:
Egli governa, e reggeci:
Egli è quel Sol, che bea.
LXV
L’Arciero intanto celasi
Nelle più folte selve,
E con piacer trastullasi
A saettar le belve.
LXXI
Mortal, che cieco e misero
Strisciando al suol ti giaci,
No, tu non puoi comprenderlo:
Dunque l’adora, e taci.
LXVI
Queste stagion, che alternano
Regolarmente il corso,
Per ben dell’uom si prestano
Scambievole soccorso.
3
La strofa non è stata messa in musica da Millico.
14 Atto di battesimo di Vito Giuseppe Sebastiano Donato Antonio Millico
(ARCHIVIO PARROCCHIA CONCATTEDRALE TERLIZZI, Libri dei battezzati 1707-1756, reg. 5, f. 40v).
Verso del primo foglio del manoscritto musicale dell’Inno al Sole,
con indicazioni circa l’organico strumentale e vocale
(ARCHIVIO DIOCESANO MOLFETTA, Fondo Peruzzi, Ms. 1.1).
15 Atto di battesimo di Giuseppe Saverio Simone Vincenzo Domenico Corrado Poli
(ARCHIVIO DIOCESANO MOLFETTA, Parrocchia Cattedrale, Battesimi 1727-1753,
Liber Baptizatorum ab anno D. 1741 usque ad 1747, f. 40v).
Notizie sulla sepoltura di Giuseppe Saverio Poli
a Napoli presso la chiesa di San Giuseppe ai Nudi.
16 Vito Giuseppe Millico
(sec. XVIII, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica di Bologna)
17 Interpreti
ANGELA NISI, nata a Brindisi, si è diplomata in canto nel 2004 presso il Conservatorio “Nino Rota” di
Monopoli sotto la guida di Rosanna Casucci con il massimo dei voti, lode e menzione speciale. Nel
2008 ha conseguito il Master di I livello in alto perfezionamento nel repertorio per voce o strumento solista e
orchestra presso lo stesso Conservatorio con valutazione 110/110 lode e menzione speciale. Si è
perfezionata con i docenti S. Doz e G. Salvetti, F. Ogéas, G. Neuhold, A. Tonini, e ha studiato canto e
repertorio con il soprano M. Baker-Genovesi. Attualmente prosegue i suoi studi con il mezzosoprano
Manuela Custer. Ha frequentato tra il 2008 e il 2009 la Scuola di Arti Sceniche per Cantanti del Teatro
Stabile di Torino diretta da Davide Livermore. Nel maggio 2005 ha conseguito, con il massimo dei voti
e la lode, la Laurea in Storia, Scienze e Tecniche della Musica e dello Spettacolo presso l’Università di Roma
“Tor Vergata”, discutendo una tesi dal titolo La musica da camera per voce e pianoforte di Saverio
Mercadante. In seguito a questo ha iniziato a collaborare attivamente con la Società Italiana di
Musicologia. Si esibisce regolarmente come solista con ensemble quali l’Ensemble 05, Ars Cantica Choir &
Consort (Milano) diretto dal M° M. Berrini, La Confraternita de’ Musici diretto dal M° C. Prontera, la
Cappella della Pietà dei Turchini di Napoli diretta dal M° A. Florio. Collabora come solista anche con
varie istituzioni orchestrali, tra cui l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, l’Orchestra della Società dei Concerti
di Bari, l’Orchestra Roma Sinfonietta, l’Orquesta Filarmónica de Málaga diretta dal M° A. Ceccato. Nel 2009
ha eseguito ad Aosta (prima esecuzione in Italia) il Magnificat di A. Waignein per soprano, coro e
orchestra di fiati, diretto dal M° L. Blanchod. La sua esperienza teatrale comprende la prima esecuzione
moderna di Pulcinella finto maestro di musica, di Giacomo Insanguine nel 2003 a Monopoli, nel ruolo
principale di Rosaura; La vedova allegra di Franz Lehar, nel ruolo del titolo (Hanna Glawari) in vari
teatri e festival in Italia e in Albania (2005-2007); la prima esecuzione moderna della Passio D.N.I.C.
secundum Ioannem, composta dal sacerdote e musicista molfettese Vito Antonio Cozzoli nel 1816, con
l’Orchestra da camera “Nino Rota” diretta dal M° Antonio Magarelli (Cattedrale di Molfetta, 2008); Le
sorelle Brontë di Bernard De Zogheb (musiche di Andrea Chenna) al Festival Biennale Teatro di Venezia
(2009) e al Teatro Baretti di Torino con la regia di Davide Livermore. Ha eseguito per la prima volta in
tempi moderni Il Demetrio di L. Leo nel ruolo di “Olinto” nell’agosto 2009 (Barocco Festival, San Vito
dei Normanni). Si è distinta come finalista in vari concorsi di canto internazionali e ha vinto i seguenti
premi: I premio nel Concorso lirico nazionale “Valerio Gentile”, Fasano (Brindisi) 2004; II premio nel
Concorso lirico internazionale “Enrico Caruso”, Pignataro Maggiore (Caserta) 2006; I premio nel
Concorso internazionale di canto barocco “F. Provenzale”, Napoli (Centro di Musica Antica Pietà dei
Turchini) 2006; Premio Simpatia e Premio Giovane Finalista nel Concorso lirico internazionale Mattia
Battistini, Rieti 2007.
ANNAMARIA BELLOCCHIO, nata a Mola di Bari (Ba), si avvicina alla musica all’età di 10 anni
partecipando alle attività dell’Associazione musicale “Accademia del Canto” diretta dal M° Nicola
Diomede in qualità di corista e successivamente solista realizzando importanti opere quali: Te Deum di
M. A. Charpentier, Stabat Mater di G.B. Pergolesi, Gloria in re magg., RV 589 di A. Vivaldi, Il Messiah di
G.F. Haendel. Nel 2004 inizia lo studio del canto presso il Conservatorio di Musica “Nino Rota” di
Monopoli, con la prof.ssa Rosanna Casucci. Nel 2005 entra a far parte del coro “Orffea” di Bari diretto
dal M° Donato Sivo, partecipando a numerosi concerti. Debutta nel ruolo di “Valencienne” ne La
Vedova Allegra di F. Lehàr all’interno della XII Stagione Musicale Agimus 2006 presso il Teatro “N. Van
Westerhout” di Mola di Bari e nel 2009 presso il Teatro Kursaal Santa Lucia in Bari. Partecipa in
qualità di artista alla X edizione del festival La Ghironda. Ad ottobre 2006 è solista alla I edizione
dell’Ottobre Lirico putignanese; successivamente è a New York (U.S.A.) in occasione della rassegna Un
Concerto Pugliese organizzato dall’associazione “Van Westerhout Cultural Activities” di Brooklyn (NY).
Nel 2007 è solista durante la serata culturale in onore di Benedetto XVI presso il Teatro Argentina in
Roma. Nell’ambito della XIII Stagione musicale internazionale Agimus 2007 di Mola di Bari è tra i
protagonisti del pretesto comico in due atti O Cafè Chantant. Successivamente debutta nel ruolo di
“Nella” in Gianni Schicchi di G. Puccini. Rappresenta il Conservatorio di Monopoli al Concerto di giovani
18 talenti dei Conservatori di Puglia e Basilicata in collaborazione con il Lions Club di Putignano. Debutta nel
ruolo di “Elena” ne Il Cappello di Paglia di Firenze di N. Rota. Intraprende lo studio del canto barocco
partecipando al corso di estetica e prassi esecutiva barocche tenuto dal prof. Daniele Bovo e lo studio
della musica da camera partecipando alla Masterclass tenuta dal M° Konstatin Bogino. È vincitrice del I
premio nella categoria “Canto Lirico” dell’XI Concorso Nazionale di Musica Fratres della Città di
Monteroni di Lecce.
GAETANO MAGARELLI, nato a Molfetta, è diplomato in Pianoforte, Organo e Composizione organistica
presso i Conservatori di Bari e di Campobasso; è laureato con lode in Discipline Musicali (corso di
Organo) presso il Conservatorio di Campobasso nella classe del M° Francesco Di Lernia; attualmente
studia Clavicembalo nella classe del M° Marco Bisceglie presso il Conservatorio di Monopoli. In qualità
di allievo effettivo, ha partecipato ad alcuni corsi di perfezionamento organistico, in Italia e all’estero,
tenuti da W. van de Pol, M. Radulescu, F. Di Lernia, B. Winsemius, M. Haselböck. Ha studiato
Organo presso la Facoltà di Musica dell’Accademia delle Arti di Utrecht (Olanda) nella classe del M° B.
Winsemius. Nel 2002 ha vinto il primo premio (ex æquo) al 1° Concorso Organistico Internazionale
Francesco D’Onofrio, Carunchio (Chieti). In collaborazione con il prof. G.A. del Vescovo ha pubblicato
alcuni saggi sull’arte organaria, dedicandosi anche all’analisi dei codici liturgici notati degli archivi
pugliesi. Svolge la sua attività concertistica (da solista e con ensemble vocali e strumentali) per varie
rassegne e festival nazionali. Ha curato l’edizione critica della Passio D.N.I.C. secundum Ioannem a più
strumenti con Cori di Ripieno, composta dal sacerdote e musicista molfettese Vito Antonio Cozzoli (17771817) nel 1816 ed eseguita in prima assoluta nella Cattedrale di Molfetta il 9 novembre 2008 con la
partecipazione della “Cappella Musicale Corradiana” e dell’Orchestra da camera “Nino Rota” diretta
dal M° Antonio Magarelli. È Organista e Maestro di Cappella della Cattedrale di Molfetta, nonché
membro della Commissione Diocesana di Arte Sacra (settore organi storici).
ORCHESTRA DA CAMERA “NINO ROTA”
Violini Imi
Flavio Maddonni, Fabrizio Signorile,
Daniela Carabellese, Francesca Carabellese
Violini IIdi
Rita Iacobelli, Andreina Kiss, Pietro Catucci
Oboe I
Oboe II
Corno I
Corno II
Viola I
Viola II
Violoncelli
Contrabbasso
Clavicembalo
Giuseppe Montanaro
Giampaolo Santamaria
Antonio Fracchiolla
Antonella Barile
Francesco Capuano
Giacomo Battista
Giuseppe Carabellese, Elia Ranieri
Francesco Barile
Gaetano Magarelli
L’Orchestra da Camera “Nino Rota” di Bari nasce come prosecuzione di un itinerario artistico iniziato
nel 1987 col nome “L’Estro Armonico”. Nel 1989 l’ensemble confluisce nell’associazione Harmonia Coro e Orchestra dell’Ateneo barese nel tentativo di restituire alla musica il suo ruolo di scienza umanistica.
Nel 1995 i musicisti dell’orchestra fondano la Cappella Musicale di S. Teresa dei Maschi e nel 2003
assumono il nome attuale. Nella sua ventennale attività l’orchestra ha tenuto concerti in Italia (Bari,
Napoli, Milano, Roma, Bologna, Nuoro, Perugia, Milazzo ecc.), Francia e Germania. Ha partecipato ad
importanti Festival (Time Zones, FIMU, Millico, Farinelli) collaborando con musicisti di fama quali Renè
19 Aubry (prima mondiale), Seigen Ono, Teresa Procaccini, Angelo Manzotti, Daniele Di Bonaventura.
Ha registrato per RAI (diretta Eurovisione), Radio France, BBC Television. Dal 1 gennaio 2004
organizza al Teatro Piccinni di Bari per la Fondazione Family for Family il Concerto di Capodanno ripreso
in diretta Televisiva dall’emittente Telenorba. Dal 2002 registra ogni anno un CD per la Fondazione
Antiusura S. Nicola e Santi Medici di Bari distribuito dalla Gazzetta del Mezzogiorno. Ha, inoltre,
registrato CD con Mario Rosini (II classificato Festival di Sanremo 2004), con Anonimo Italiano e per
Rinnovamento nello Spirito Santo (allegato a Famiglia Cristiana).
ANTONIO MAGARELLI. Diplomato in Pianoforte, Didattica della Musica, Musica Corale e Direzione di
Coro. Ha studiato tecnica della direzione con A. Cicconofri, A. Arnese, F.M. Bressan, P. Smith, O.
Dantone, P. Neumann, G. Graden, Bo Holten, N. Corti, M Berrini. Presso l’Istituto Musicale “S.
Cecilia” di Brescia ha approfondito lo studio della semiografia, della paleografia musicale e della prassi
esecutiva della musica rinascimentale e barocca con G. Acciai. Ha studiato composizione con Cama
Buccarella e Giuseppe Speranza. Ha frequentato diversi Master di perfezionamento in Direzione Corale
presso la Fondazione Guido d’Arezzo. Ha perfezionando la tecnica del canto con Steve Woodbury e
Giuseppe Naviglio, canto madrigalistico con Claudio Cavina e tecnica del basso continuo presso la
Fondazione per la Musica Antica in Urbino. Ha frequentato, come allievo effettivo per due edizioni
consecutive (2005 e 2007), i corsi dell’Accademia Internazionale di Direzione di Coro tenuti da F.M.
Bressan. Ha diretto, in Italia ed in Francia, il Coro e Orchestra Harmonia dell’Università di Bari e
l’orchestra da camera “Nino Rota”. Ha curato le trascrizioni di due libri di madrigali di Luzzasco
Luzzaschi, alcune composizioni sacre di Francesco Durante ed alcune composizioni di Isabella
Leonarda. Ha diretto la prima esecuzione assoluta in tempi moderni della Passio D.N.I.C. secundum
Ioannem per soli, coro ed orchestra, composta nel 1816 dal sacerdote e musicista molfettese Vito
Antonio R. Cozzoli (Cattedrale di Molfetta 2008). Attualmente studia Strumentazione per banda con
Vincenzo Anselmi presso il Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli. È direttore della Cappella Musicale
Corradiana.
Ringraziamenti
Archivio Notarile di Napoli, Biblioteca Nazionale di Bari, Museo Internazionale e Biblioteca
della Musica di Bologna, Associazione musicale “Misure composte” di Bari, Cappella
Musicale Corradiana, prof. mons. Luigi Michele de Palma archivista generale della Diocesi,
M° Francesco Lisena, don Vito Bufi parroco della Cattedrale di Molfetta.
L’espressione della più viva gratitudine giunga al dott. Giuseppe Saverio Poli promotore e
solerte organizzatore della manifestazione.
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programma - Cappella Musicale Corradiana