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numero 16 anno VII – 29 aprile 2015
edizione stampabile
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LA CITTÀ COL FIATO SOSPESO
Luca Beltrami Gadola
Milano ha il fiato sospeso, magari
anche il fiato grosso: grosso perché
sta correndo a più non posso, sospeso perché mancano due giorni
all’inaugurazione di Expo2015; che
tutto vada bene è ancora una speranza ma non una certezza. Sappiamo che qualcosa non sarà finite
ma questo è più o meno normale soprattutto da noi -, sempre che
l’incompleto non sia così visibile e
massiccio da sollevare critiche e
perplessità da parte dei visitatori:
certo i primi tempi vedremo ancora
operai al lavoro, magari di notte per
non mettere in pericolo i visitatori.
Se le cose andranno in modo ragionevole, ne saremo tutti contenti perché salvo alcuni irriducibili del tanto
peggio tanto meglio, checché ne
dica Diana Bracco, nessuna persona normale sarebbe contenta di un
insuccesso, nemmeno nel nostro
Paese di auto flagellatori: la pessima figura di Expo sarebbe una pessima figura per il Paese intero e non
lascerebbe fuori nessuno.
Anche se quel che succederà il
Primo Maggio già sarà un segnale,
prima di esprimere un giudizio bisognerà lasciar passare un paio di
mesi perché la prova non si fa in un
giorno e nemmeno in una settimana. Difficoltà e intoppi ve ne saranno certo ma anche qui si vedrà se la
squadra di Expo sarà in grado di
reggere il colpo.
E fin qui abbiamo parlato di Expo2015 e di quel che succederà
all’interno del suo recinto o nelle
sue immediate vicinanze. Resta
un’inesorabile riflessione: la vicenda
di Expo è stata tutta gestita senza
che il pericolo di un insuccesso fosse attentamente evitato, cosa certamente possibile. Ricordo una riunione in via San Tomaso nella sede
comunale di Expo quando ancora si
parlava di indire i bandi per la famosa piastra e, come membro della
Comitato antimafia, partecipavo a
qualche riunione: scorrendo i cronoprogrammi di attività non trovavo
alcuna previsione che riguardasse
fatti imprevisti quali le avversità atmosferiche o di altro tipo, cose che
nei cronopragrammi non dovrebbero mancare mai. Sentir dire negli
ultimi tempi che tutto sarebbe dipeso dalla pioggia o dal gelo invernale
era solo la manifestazione di scarsa
o nessuna avvedutezza. Far correre
rischi inutili è un reato? Farli correre
a una città, a un Paese? Non so,
certo val la pena di cambiare chi sta
al volante o quanto meno non essere troppo generosi nei giudizi a posteriori.
Per la città, per Milano, il discorso è
diverso. Se nell’accoglienza ai visitatori qualcosa non funzionerà, non
ci sono scuse. Expo ha avuto i suoi
travagli ed è inutile ricordarli ma Milano no. Che questo ”Primo Maggio”
dovesse arrivare lo sapeva la Giunta Moratti e dal giugno 2011 lo sapeva per certo anche la Giunta Pisapia quando si è insediata: se i la-
vori programmati non saranno finiti,
se i cantieri ancora aperti intralceranno il traffico, se le biglietterie automatiche nei mezzanini della MM
avranno code infinite, se le scale
mobili saranno ancora in manutenzione, se i visitatori del Cenacolo
saranno costretti a fare la coda sotto il sole cocente dell’estate senza il
riparo di una tenda, tanto per citare
due o tre dei mille possibili punti di
crisi ma anche se per eccesso di
informatizzazione troppi digitali non
nativi resteranno disinformati e persi, se tutto questo accadrà la città
farà una vera figuraccia: l’imminenza di nuove elezioni amministrative
rischia di far giustizia sommaria,
travolgendo tutti per le inadeguatezze di pochi.
A ciascuno il suo e dunque alla gente comune, ai privati quel che loro
compete e i relativi meriti: sino a ora
l’aver mostrato un’intelligenza e una
voglia di fare e una creatività che
Expo ha risvegliato al di là di ogni
aspettativa. Dal Primo Maggio in
avanti i cittadini dovranno mostrare
una serena pazienza per gli inevitabili disagi e confermare lo spirito di
accoglienza che ha sempre distinto i
milanesi, pacati, parsimoniosi ma
disponibili. Il vero bilancio si farà a
partire da ottobre e da quel momento potremo valutare il lascito di Expo, i suoi costi e i suoi ricavi.
M4 E CITTADINI: PER UNA GESTIONE PARTECIPATA DEI CANTIERI
Davide Corritore*
La storia della metropolitana di Milano è probabilmente l’esempio più
bello e concreto dell’amore e del
senso di appartenenza dei milanesi
verso la propria città. Per raccogliere i fondi ed essere in grado di finanziare la costruzione della M1,
infatti, MM lanciò un prestito obbligazionario ventennale che i cittadini
sottoscrissero con entusiasmo, contribuendo direttamente e in modo
decisivo allo sviluppo e alla crescita
di Milano.
Sono passati 50 anni dall’inaugurazione della Linea Rossa e la
nostra città è oggi alle prese con un
nuovo e importante progetto infrastrutturale: la realizzazione della
M4, la nuova metropolitana di Milano. La Blu - questo il colore scelto
per la Linea - è un’opera strategica,
che permetterà di collegare la zona
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ovest con la zona est, collegando il
centro città con l’aeroporto di Linate.
Nel suo ruolo di direzione lavori e
assistenza al Responsabile Unico
del Procedimento per M4, MM ha
potuto “tastare il polso” del territorio,
dal quale è emersa una forte domanda di partecipazione, anche con
idee per migliorare il progetto definitivo. Questa volontà di confronto sui
lavori della Linea Blu (riscontrata
durante gli incontri territoriali, ma
anche dal proficuo dialogo con i
Consigli di Zona) ha indotto ad attivare un processo partecipativo e un
percorso di discussione organizzata, con l’obiettivo di arrivare a un
progetto di comunicazione condiviso
tra tutte le parti coinvolte: amministratori, costruttori, cittadini, associazioni, enti, studi professionali.
In questa fase iniziale di cantierizzazioni, i cittadini residenti nelle zone interessate dai lavori per la M4
sono sensibili a ogni cambiamento
che possa avere ripercussioni sulla
propria quotidianità, anche per i disagi che comporta un’opera pubblica di questa portata. È quindi il
momento in cui l’attenzione è più
alta e in cui le richieste di informazioni sull’impatto e la durata dei lavori sono, giustamente, più frequenti
e puntuali. Proprio il cantiere, però,
può giocare un ruolo determinante
nel racconto alla cittadinanza della
città che verrà. I cantieri possono
diventare spazi di aggregazione e
confronto, attraverso i quali riscoprire luoghi spesso dimenticati, innescando un processo di riqualificazione del territorio circostante.
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Da qui nasce l’opportunità di rafforzare un rapporto diretto, costante e
costruttivo con i milanesi: spiegando
loro il progetto, i passaggi necessari
della sua realizzazione e, allo stesso tempo, coinvolgendoli in un percorso di trasformazione di un momento di potenziale disagio (per residenti o commercianti) in una occasione per sperimentare e condividere un nuovo modo di “vivere i
cantieri”. Gli anni da qui al 2022,
anno in cui la M4 diventerà operativa, sono un’occasione unica per riscoprire la storia e il vissuto delle
zone interessate dagli scavi. Il disagio per la temporanea sottrazione di
un’area, un parco, una via, può essere superato dal racconto di quello
che la M4 sarà, attraverso la riap-
propriazione di quegli stessi spazi.
In un’ottica e una forma diversa da
quella abitudinaria.
Per questo, MM Spa ha voluto promuovere il primo workshop partecipato per la definizione di un progetto di comunicazione integrato, che
si terrà mercoledì 6 maggio dalle
ore 18.30 presso Spazio “Open” di
Viale Montenero 6 (per partecipare
inviare una e-mail a [email protected]). Grazie alla stretta collaborazione tra chi vorrà partecipare e
un Comitato Tecnico qualificato, sarà possibile dare vita ai cantieri della
metropolitana proponendo (e realizzando) progetti per interventi sulle
cesate, funzioni del perimetro di
cantiere, attività ricreative e culturali, riqualificazione delle aree al ter-
mine dell’opera. In questo senso il
cantiere può diventare uno spazio
vivibile e fruibile dai cittadini per tutto il periodo dei lavori.
Lo sviluppo di una metropoli come
Milano non può prescindere dal coinvolgimento dei suoi cittadini. I milanesi sono conosciuti per la laboriosità e per la capacità di abbinare
alla creatività un’indiscutibile concretezza. Un patrimonio irrinunciabile, che è doveroso mettere nelle
condizioni di potersi esprimere: rendendo, ancora una volta, i milanesi
protagonisti del cambiamento della
propria città.
*Presidente Metropolitana Milanese
LA VERA ROTTAMAZIONE: SI LEGGE D'ALEMA, S'INTENDE PRODI
Giuseppe Ucciero
Ce n'è voluto un po', ma alla fine il
tempo, che è galantuomo, rivela
l'autentico segno dell'avventura renziana: rottura netta con la stagione
riformatrice dell'Ulivo. Gabellato
come cacciata di un ceto politico
immobile e rissoso, contraffatto come finale regolamento di conti tra
democrazia e veterocomunismo, il
cambiamento renziano più che rivoluzionario si dimostra “eversivo”.
Non si tratta né di D'Alema né di
Bersani, né di Cuperlo né di Fassina, si tratta di Prodi, della sua sintesi “cattocomunista” e del suo Ulivo.
E' stato zitto per un po', il totem di
tutta una stagione del riformismo
italiano, forse perfino gratificato nella sua perfida ritrosia dall'impeto iconoclasta della nouvelle vague
renziana ma alla fine i conti, che
devono tornare, non tornano per
niente. Partito come sempre con
sussurro, un borbottio quasi inudibile, il vento contrario dell'ex leader,
dell'Ulivo prima e dell'Unione poi, è
divenuto brezza, poi vento, infine
quasi tempesta.
Non riconosce alcuna continuità tra
la sua politica e quella dell'attuale
Presidente del Consiglio, cui preferisce senza alcuna remora il predecessore, quel Letta di cui apprezza
il metodo del “cacciavite” almeno
quanto lo indispone lo scomposto
precipitare in avanti di Renzi. Per
Romano Prodi, l'azione politica di
Renzi contraddice su tutta la linea
valori guida dell'Ulivo, stile, metodo
democratico e programma. Ne aveva forse oscura percezione dall'inizio ma i fatti hanno dato sostanza
concreta a preoccupazioni e sospetti.
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Decisivo è stato lo snodo dell'elezione del Presidente della Repubblica, cui Prodi aspirava, non senza
ragioni. D'altro canto, non era stato
proprio Renzi ad aver ripudiato, lui
ora campione della disciplina di partito, il candidato di partito Marini per
fargli spazio e non aveva gridato
proprio lui al tradimento dopo la vicenda dei 101? Prodi attendeva la
chiamata al soglio presidenziale ma
ha dovuto assaggiare di nuovo amarezza e disillusione: convocato a
Palazzo Chigi si è sentito dire che
andava bene per … un incarico
all'ONU.
Silenzioso fino allora, si è sentito
tradito nelle aspettative che nutriva,
dove il riconoscimento personale si
sarebbe unito al sigillo su di una lotta di popolo ventennale: disilluso, ha
dovuto prendere atto della sensibilità di Renzi all'elettorato post berlusconiano, non meno decisiva dell'Ego di un leader che non tollera figure forti vicino a sé. Qui lo strappo
personale è divenuto segno di una
distanza politica ormai non più occultabile.
Una distanza tra il riformismo ecumenico ulivista, ispirato ai principi
della stretta connessione tra azione
politica e corpi sociali, e l'arrembante e scomposto “nuovismo” renziano, neppure definibile nel campo
social liberale. Del PD, erede legittimo, con tutti i pregi e difetti, del
convergere delle culture politico sociali che hanno dominato il novecento italiano (dottrina cristiano sociale e comunismo democratico),
non resta più nulla, giusto il marchio
che non dispiace ai nuovi padroni
per la sua capacità di alludere a un
riformismo tanto “debole” nella sostanza quanto “forte” nelle apparenze, un bello specchio per allodole elettori ormai disillusi e disorientati.
Fatto fuori Berlusconi, ora tocca per
forza a Prodi, che, come quello, non
ci sta ma fatica a trovare risorse,
tempi ed eredi. E del resto cosa ha
fatto anche lui per vent'anni (misura
aurea dello spazio temporale negazionista del “nostro caro leader”)?
Certo, Enrico Letta. Certo, una figura di politico che, pur relativamente
giovane, mantiene tutti i caratteri del
politico ulivista, nel tratto personale,
nel metodo politico, nella cautela di
riformista delle cose e non delle parole, nelle relazioni intrecciate con il
Gotha del riformismo europeo e internazionale, che tuttora guarda con
sospetto all'uomo di Firenze, forse
perché ne intravede, nello stile più
che nei contenuti, l'inquietante continuità con il pregiudicato di Milano,
entrambi visti come espressione
dell'inesausta fucina di caratteristi
italiani imprestati alla politica.
Che Prodi indichi Letta come suo
successore appare più che comprensibile, ed anche qui l'avversione
a Renzi e al renzismo trova la sua
massima caratura simbolica, segnando visione e proposta politica
idealmente erede della stagione ulivista. Basteranno simboli e ricordi,
o non siamo piuttosto di fronte al
sommarsi, infine impotente, di livori
personali, di figure sbiadite dal tempo, di energie impoverite dalle sconfitte, insomma di un sentire della
memoria, pur lodevole ma incapace
di saldarsi con la cultura diffusa ormai nel Paese, così distante da
quella temperie in cui si formò l'Uli-
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vo, e con i suoi soggetti sociali,
stretti sempre più tra rabbia, isolamento e impotenza?
Se guardiamo alla politica dell'oggi,
scorgiamo un forte centro gravitazionale e ai lati le macerie di forze e
figure che pure un tempo erano
dominanti, o almeno forti protagoniste. Domani un sistema elettorale
progettato ad hoc per dare potere
senza adeguata rappresentanza,
toglierà ulteriore spazio di manovra,
ostacolando la formazione di forze
politiche capaci di indicare alternative praticabili. Per chi non vede in
Renzi un interlocutore credibile sul
fronte riformatore, sembrano intravedersi in nuce due prospettive,
precarie e in competizione tra loro:
la riproposizione dell'Ulivo, riveduto
e corretto, e un cotè di sinistra - sinistra, dove si è candidata la “coalizione sociale” di Landini.
Mentre quest'ultimo però traccheggia, la mossa di Prodi - Letta avrebbe il pregio di indicare un soggetto
già oggi spendibile per aggregare la
vasta area dello scontento PD, offrendo il calduccio ristoratore di una
memoria ancora cara a tutti. Ma basterà evocare l'Ulivo 2.0 per riaprire
una prospettiva riformatrice, capace
di riconnettere passato e futuro in
un presente efficace?
E che dicono infine le “anime belle”
del PD, numi tutelari dello spirito
originario dell'Ulivo? Che dicono
quelle che, a Roma ma anche a Milano, hanno benedetto il Renzi
“terminator” della tardiva egemonia
post comunista, godendo delle umiliazioni ripetutamente inflitte ai suoi
leader? Che fanno ora, che sono
invocate da Prodi a unire gli scudi a
quelli di Bersani e Cuperlo, e perfino
di D'Alema?
Faranno spallucce, intente a raccogliere i dividendi di un accorto posizionamento, o rimetteranno in discussione, con le decisioni ultime,
anche se stessi. Ne fa di scherzi la
politica.
BELLA CIAO MILANO, UN PROGETTO LUNGO UN ANNO
Mario Vanni*
Tutto è cominciato nel luglio 2014 al
tavolo di una festa dell’Unità in provincia di Milano, oggi Area metropolitana milanese. La domanda che
circolava da un po’ di tempo
all’interno di un gruppo variegato di
persone era la seguente: come
possiamo celebrare degnamente il
settantesimo anniversario della Liberazione, uscendo dagli schemi e
dalle ritualità che spesso accompagnano questi momenti, facendo conoscere alle nuove generazioni il
sacrificio e le passioni politiche che
animarono gli uomini e le donne della Resistenza?
Una sfida che sentivamo doverosa,
attuale e appassionante ma anche
difficile, perché includeva la capacità di trovare un registro nuovo, capace di coniugare la “tradizione liturgica” delle celebrazioni con cui
siamo cresciuti - e a cui siamo comunque legati - con elementi di innovazione e in qualche caso di rottura. Una sfida molto milanese, sia
per le implicazioni che comporta
progettare e realizzare a Milano, sia
perché ad essere rappresentato è
un pezzo importante della storia della nostra città, medaglia d’oro alla
Guerra di Liberazione e Capitale
della Resistenza.
Con questa consapevolezza, abbiamo cominciato a condividere la
volontà di iniziare un percorso con
amici, compagni e simpatizzanti, ma
anche a persone senza trascorsi o
appartenenza politica. Così da un
gruppo intergenerazionale di volontari - e dalla contaminazione tra
buone pratiche consolidate e spinta
alla sperimentazione - è nata Bella
Ciao Milano e il suo programma di
eventi lungo un anno. Militanti, ricercatori, grafici, musicisti, alpinisti,
comunicatori che hanno dedicato
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molto del loro tempo libero al lavoro
di gruppo, all’ideazione, agli allestimenti, all’organizzazione, alla tecnologia.
Abbiamo così costruito il sito
www.bellaciaomilano.com, dove è
possibile ritrovare le storie e le immagini della Resistenza a Milano,
che fanno parte di un ricco patrimonio archivistico costruito negli anni
da storici e associazioni, ancora poco conosciuto. Allo stesso tempo,
perché questa storia sia patrimonio
comune, soprattutto dei più giovani,
stiamo realizzando una App per
smartphone sui luoghi della Resistenza e sulle lapidi dei martiri che
si chiamerà “quello che le lapidi non
raccontano”. Si tratta di una mappatura della città, che racconta cosa
siano stati alcuni luoghi di Milano
durante l’occupazione nazifascista.
È un lavoro in divenire, aperto al
contributo di tutti e sul quale abbiamo già raccolto diverso materiale.
Per sostenere la sua realizzazione,
abbiamo lanciato anche una campagna di crowdfunding attraverso la
piattaforma DeRev. Questa modalità di finanziamento, inoltre, consente a tutti di sentirsi parte di un progetto di memoria collettivo.
L’obiettivo è quello di estendere
questa mappatura a tutta l’area metropolitana, che è stata teatro della
guerra di Liberazione e di cui, purtroppo, spesso non ci sono più tracce che lo ricordino. Abbiamo dato
un’anticipazione di cosa conterrà la
App e di quello che è stata l’area
metropolitana durante l’occupazione
nazifascista anche con gli eventi
“Passi nella memoria”, passeggiate
accompagnate da storici e testimoni
sui luoghi simbolo della Resistenza
a Milano, Rho e Sesto San Giovanni.
Abbiamo promosso convegni storici
come quello che ha ristabilito che i
giovani volontari della Brigata ebraica meritano a pieno titolo un posto
d’onore tra i combattenti per la libertà dell’Europa. Abbiamo poi camminato in montagna sui sentieri dei
partigiani, inaugurato il primo Trofeo
di calcio della Liberazione e percorso come pellegrini, insieme a testimoni e alle comunità religiose milanesi, le strade dell’odio e del terrore
nazifascista che a Milano si concludono al Binario 21.
Un percorso che qualcuno ha definito pop un termine che a noi non dispiace soprattutto se per pop si intende popolare, capace di aprirsi,
attrarre e parlare a tutti. Un progetto
che è stato adottato e valorizzato fin
dalla sua fase iniziale dal Segretario
Metropolitano del PD Pietro Bussolati che ha così permesso a Bella
Ciao Milano di coinvolgere tutte le
articolazioni del PD e i territori e che
dai territori ha ricevuto molto in termini di idee, volontariato e partecipazione. Abbiamo riscoperto e spinto al massimo pur nelle difficoltà il
piacere di sentirsi comunità, di lavorare insieme e di creare valore per
gli altri con quel minimo di sacrificio
che è niente rispetto a quello incommensurabile delle persone che
ci hanno lasciato in eredità la libertà
di cui godiamo.
Adesso a pochi giorni dal 25 Aprile
2015 ci sentiamo un po’ stanchi ma
molto soddisfatti di avere dato il nostro contributo unitamente a tutte le
realtà impegnate nel tenere viva la
memoria in primis l’Anpi, il Sindacato e gli Istituti di ricerca a trovare e
conservare i tasselli di quel passato
così importante per la vita democratica dell’Italia e dell’Europa resti-
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tuendo quelle testimonianze in una
forma accessibile a tutti.
* coordinatore Progetto Bella Ciao Milano
EXPO: DONNE, TERRA, LAVORO E CIBO UN DIBATTITO IN CORSO
Roberta Pellizzoli
Negli ultimi anni, grande attenzione
è stata dedicata agli effetti del sostanziale aumento delle acquisizioni
di terra su larga scala da parte del
settore privato, prevalentemente
straniero, in molti paesi in via di sviluppo. Riconoscendo i rischi del
land grabbing - inclusi quelli legati
alla sicurezza alimentare - attori
chiave nel mondo dello sviluppo
hanno avviato una riflessione su
come gli investimenti possano creare opportunità per lo sviluppo economico e migliorare le condizioni di
vita delle popolazioni delle aree rurali e su come, dunque, regolamentarli al fine di promuovere modelli di
investimenti equi, sostenibili e di
mutuo beneficio per tutti coloro che
ne sono coinvolti. In Mozambico,
come in altri paesi, una delle soluzioni individuate è quella della promozione di partenariati tra investitori
e comunità o gruppi di piccoli produttori rurali. I casi qui presentati
mostrano la complessità e le ambiguità di queste soluzioni e ci permettono di approfondire la riflessione su donne, terra, lavoro e cibo in
prossimità di Expo.
Nel distretto mozambicano di Sussundenga, nella Provincia di Manica, vicino al confine con lo Zimbabwe, l’associazione KK dal 2009
alleva vacche da latte grazie alla
formazione e al sostegno ricevuto
da una cooperativa di produttori agricoli statunitense. Con 26 vacche
per 23 membri (due dei quali sono
donne vedove e gli altri registrati
come coppia), l’associazione riesce
a ottenere dai 70 agli 80 litri di latte
al giorno. Terminata la mungitura, i
membri portano il latte presso la casa del presidente dell’associa-zione,
viene calcolata la quantità consegnata da ciascuno e il latte viene
travasato nei contenitori per il trasporto. I bambini e i ragazzi, in bicicletta, consegnano il latte a
un’impresa danese, che nel 2012 ha
rilevato una piccola impresa zimbabwana e che produce, processa e
commercializza formaggio, latte e
yogurt.
La segretaria dell’impresa annota
sul registro la quantità ricevuta e
paga la KK a fine mese il prezzo
concordato al litro. Il tesoriere
dell’associazione divide il ricavato
tra i membri sulla base delle quanti-
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tà di latte prodotte. I membri
dell’associazione ritengono di avere
la capacità di allevare più vacche,
cosa che permetterebbe loro di aumentare la produzione e, dunque, le
entrate. Con un guadagno mensile
che si aggira intorno ai 2.500 meticais (circa 65 euro) (1), i membri
dell’associazione si ritengono comunque soddisfatti perché l’accordo
con l’impresa permette loro di non
soffrire più la fame – soprattutto nel
periodo peggiore dell’anno, quello
delle piogge.
Poco distante, nel distretto di Belas,
i membri dell’associazione IV Campo coltivano peperoncini e fagiolini
che vengono venduti a una impresa
sulla base di un contratto individuale
di produzione che stabilisce il prezzo al quale il prodotto verrà acquistato, gli standard di qualità da rispettare e l’obbligo per il contadino
di ripagare (attraverso una detrazione sul guadagno) i costi di sementi,
fertilizzanti
e
pesticidi
forniti
dall’impresa stessa. Ogni membro
coltiva un appezzamento di terra
(registrata nel catasto a nome
dell’associazione) di circa un decimo di ettaro, una dimensione che,
secondo l’impresa, può essere lavorata da una coppia adulta senza che
sia necessario impiegare manodopera o i bambini della famiglia. La
produzione e il guadagno sono estremamente variabili, ma generalmente le donne sono le migliori produttrici, siano esse membri registrati
dell’associazione o lavorino un appezzamento di terra intestato al marito.
In quest’ultimo caso, l’impresa favorisce il passaggio di intestazione
dell’appezzamento di terra, di modo
che il guadagno sia ricevuto – e,
auspicabilmente, controllato – da
chi lavora la terra. Tutti i membri
dell’associazione coltivano un altro
appezzamento di terra, che si trova
generalmente nei pressi della loro
abitazione e che viene prevalentemente dedicato alla produzione per
il consumo familiare. La produzione
per l’autoconsumo è migliorata nel
corso del tempo perché i contadini
riescono ad utilizzare parte degli
input che ricevono dall’impresa per
il campo familiare.
Questi modelli di partenariato tra
associazioni di piccoli produttori e
produttrici e imprese private, che
possono apparire virtuosi perché
basati su modelli partecipativi di sviluppo locale, soprattutto a fronte dei
conosciuti fenomeni di land grabbing, ci mettono tuttavia di fronte a
una serie di ambiguità e dinamiche
che raramente emergono nel dibattito più mainstream su donne, terra,
produzione agricola e sicurezza alimentare.
Primo, le donne lavorano sempre
nelle imprese famigliari come manodopera non pagata o con limitate
capacità di controllare il reddito che
producono. Secondo, è necessario
ricostruire i nessi tra le spinte alla
produzione commerciale dei piccoli
contadini e la qualità del cibo prodotto e consumato dentro l’aggregato familiare. Terzo, le entrate prodotte dai questi accordi generalmente permettono di fare fronte alle
crisi alimentari, ma difficilmente
producono un surplus che possa
essere reinvestito; in ogni caso, il
rischio della mancata produzione
rimane sulle spalle del piccolo produttore. Quarto, la diversificazione
della produzione rischia di essere
un’arma a doppio taglio per le donne, che si trovano a dover gestire –
ma, come detto sopra, non necessariamente a controllare - svariate
attività produttive e riproduttive che
si basano sul loro lavoro gratuito e
su una presunta infinita disponibilità
di tempo. Quinto, le forme associative sono cruciali per l’empowerment delle donne, ma la loro promozione non può prescindere
dall’analisi delle disuguaglianze di
potere e di genere esistenti a livello
locale che rischiano di relegare le
donne a sacche di produzione marginali, cristallizzando così le disuguaglianze esistenti anziché produrre cambiamento.
Queste dinamiche complesse e interconnesse richiedono approcci
articolati e che siano in grado, anche, di valorizzare i saperi e le esigenze identificate da produttori e
produttrici rurali, soggetti della produzione di conoscenza, le cui voci,
nei grandi dibattiti ed eventi in corso, rimangono spesso inascoltate.
(1) I dati qui presentati sono stati raccolti
dall’autrice nel corso di una ricerca su
campo svolta nel 2011-2012. I risultati di
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questa ricerca, insieme a quelle dei colleghi che hanno partecipato al progetto
IAO/Gender sono pubblicati in Donne,
terre e mercati. Ripensare lo sviluppo
rurale in Africa sub-sahariana (a cura di
R. Pellizzoli e G. Rossetti, CLEUP, Padova, 2013).
LA DARSENA LIBERATA
Ilaria Li Vigni
Nel settembre 2014 scrivevo dalle
pagine di questo giornale che i lavori di riqualificazione di Piazza XXIV
Maggio e della Darsena di Milano,
dopo anni di incertezze, erano finalmente iniziati: un progetto ampio
e complesso per trasformare
un’area trascurata in un nuovo polo
d’attrazione della città in vista di Expo 2015, nell’ottica di rivalutazione
di una zona, i Navigli, con un passato glorioso, ma con un presente caotico e architettonicamente molto
disordinato. Ma, come spesso accade in Italia per le ristrutturazioni
complesse, vigeva tra i milanesi un
po’ di scetticismo, in particolare riguardo ai tempi dei lavori, spesso
lunghissimi e al risultato finale che
sembrava difficile da immaginare,
considerato che gran parte dell’area
era stata davvero sventrata.
Lavori in corso e calcinacci non riuscivano, nonostante la fantasia e
l’immaginazione, a dare l’idea del
progetto finale. La secca dei Navigli
era cominciata a settembre, non
certo un bel vedere per una delle
zone più belle e storicamente più
piene di storia della nostra città. E
già da settembre scorso si sapeva
che l’assenza di acqua nel canale
sarebbe durata a lungo: perché
questa volta, oltre alla periodica pulizia del letto dei Navigli, c'era anche
da far tornare l'acqua in Darsena,
dopo anni di incuria e di abbandono.
L'acqua è tornata a riempire i bacini
milanesi e domenica 26 aprile, come anticipo dell’avvio di Expo 2015,
c’è stata la grande inaugurazione
della nuova Darsena con la presenza di molti cittadini, giunti a vedere i
grandi cambiamenti di questa particolare zona di Milano. È stata una
grande festa di città, con musica dal
vivo e artisti di strada e la partecipazione attiva delle associazioni e
dei commercianti della zona, visto
che ormai sono finiti i lavori di riqualificazione dell'alzaia Naviglio grande e delle stradine lì vicino, da via
Corsico a via Casale.
C’è stato il ritorno, davvero storico,
del Barchett de Boffalora, una delle
ultime antiche chiatte sopravvissute
finora, un’imbarcazione senza motore di 40 metri e 30 tonnellate, utilizzata nel corso dei secoli per trasportare materiali edili nel cuore di Milano. La grande chiatta, dopo aver
risalito il corso d’acqua da Cuggiono, è stata posizionata tra il Naviglio
Grande e il Naviglio Pavese e diventerà un palcoscenico galleggiante per spettacoli ed eventi.
Piazza XXIV Maggio, con la nuova
pavimentazione, è stata aperta al
traffico con: una nuova viabilità più
scorrevole e una nuova area pedonale intorno ai due caselli daziari e
al monumento del Cagnola. Sullo
specchio del bacino è stato posizionato un grande cubo luminoso galleggiante, the Cube, da cui è partito
il countdown per i giorni mancanti
all’apertura di Expo. Questa struttura sarà per tutti i 6 mesi di Expo un
touch point con un palinsesto continuo e originale di video e contenuti
editoriali.
I milanesi possono, così, rivedere la
Darsena piena d'acqua com’era
prima del 2004, quando si aprì il
cantiere per la costruzione di un
grande parcheggio che fu poi bloccato per ragioni amministrative. Ora
il bacino diventerà una zona di passeggio: dal nuovo mercato comunale si arriverà al ponte appena realizzato per collegare viale Gorizia a
viale D'Annunzio e lungo il percorso
ci saranno panchine e un bar.
Dopo anni di abbandono, nel vecchio bacino è tornata l'acqua e vi
saranno importanti piantumazioni di
alberi, anche ad alto fusto e la progettazione di banchine per organizzare manifestazioni e spettacoli, oltre al nuovo mercato comunale che
già si intravede nella sua struttura in
ferro. Con l’inaugurazione della
nuova Darsena, ripulita, ampliata,
accessoriata, Milano ritrova il suo
storico porto e insieme le sue radici
fluviali. Quante volte siamo rimasti
senza parole di fronte a certe vecchie fotografie della città attraversata dai Navigli? Pareva davvero più
vivibile, armoniosa e a misura
d’uomo.
Anche se i Navigli non sono ricomparsi, recuperiamo però, previo robusto lifting, il suo porto, quello dove una volta arrivavano e partivano
barconi con carichi d’ogni genere.
Un simbolo di partenza e di arrivo,
utilizzando l’elemento dell’acqua,
così poco presente a Milano dopo
l’interramento di gran parte dei Navigli, un simbolo di collegamento
con il grande fiume Po e con il mare. Milano, città certamente votata al
lavoro, anche da un punto di vista
architettonico e strutturale, anche
nella fase successiva all’esposizione universale avrà bisogno di
luoghi dedicati al tempo libero, in cui
la bellezza artistica e naturale possa
essere un sostentamento per il benessere di cittadini e turisti. La Darsena sarà anche questo.
E non solo per gli uomini: in questi
lunghi mesi di lavori in corso, alcune
delle anatre dei Navigli erano rimaste in zona, accontentandosi delle
pozze d'acqua che si formavano nel
cantiere della Darsena. Ora torneranno, grazie anche alla primavera,
in un luogo a loro più confacente,
godendosi uno degli scorci più belli
di Milano.
RIVEDERE LEONARDO DA VINCI: IL GENIO SENZA TEMPO
Laura Antonella Carli
La mostra temporanea Leonardo
1452-1519. Il disegno del mondo,
aperta a Milano a Palazzo Reale dal
16 aprile al 19 luglio ha due grandi
meriti: il primo è quello di proporre
una figura così famigerata senza
adagiarsi sulla vuota celebrazione
del “genio totale”, mostrandoci inve-
n. 16 VII -29 aprile 2015
ce un Leonardo in tutto e per tutto
figlio del suo tempo; il secondo è di
aver spostato il focus sul disegno,
proponendo dagli schizzi preparatori
ai lavori autonomi, dagli studi del
panneggio alle mirabolanti progettazioni di qualche macchinario di gusto steampunk.
Le mostre di grandi pittori imbastite
sui disegni danno spesso l’idea di
essere andate al risparmio, accontentandosi di opere minori, non rappresentative (dove la rappresentatività è uno dei principali criteri di
successo di un’opera d’arte), di aver
insomma giocato (sporco) sulla fir-
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ma di richiamo. In questo caso però,
nonostante i disegni siano gran parte del materiale esposto, queste obiezioni non trovano fondamento.
Anche perché, nel caso di Leonardo, i disegni sono forse quanto di
più rappresentativo possiamo osservare. Naturalmente nessuno
vuole sminuire un’icona come la
Gioconda o capolavori qui esposti
come la Madonna Dreyfus o la Belle
Ferronière, ma è proprio attraverso i
suoi schizzi – elaboratissimi, maniacali e densi di appunti – che si può
davvero intuire l’ingegno davinciano
all’opera. Ancor più che nel quadro
finito.
La mostra di Leonardo a Palazzo
Reale è definita «la più grande e
importante esposizione dedicata a
Leonardo mai realizzata in Italia».
Unica rivale: l’ambiziosa mostra del
1939, sempre milanese, questa sì
grondante retorica sul genio italico
(e visti i tempi c’era da aspettarselo).
Da più parti acclamata come «la più
rilevante offerta culturale di Milano
durante il semestre Expo», è stata
però ideata, organizzata e finanziata
da un soggetto privato, Skira editore, che ha affidato la curatela a Pietro C. Marani, professore al Politecnico e presidente dell’Ente Raccolta
Vinciana di Milano, e a Maria Teresa Fiorio, vice presidente dello stesso ente.
L’allestimento comprende 225 opere, recuperate da un centinaio di
musei e collezioni internazionali.
Niente Gioconda e niente Vergine
della Rocce, del tutto inamovibili dal
Louvre, che ha però concesso la
Belle Ferronière, il San Giovanni
Battista e la Piccola Annunciazione.
Ben trenta disegni autografi provengono direttamente dalla Royal Collection di Elisabetta II, mentre la Pinacoteca Ambrosiana, la “casa milanese” di Leonardo, presta il Ritratto di musico e ben trentotto disegni
del Codice Atlantico.
L’importanza del disegno: la natura,
il corpo e la macchina - Il concept,
dicevamo, è il disegno: fondamento
pedagogico nelle botteghe fiorentine
ma anche, e soprattutto, strumento
conoscitivo privilegiato di Leonardo
per la sua lunga, complessa scoperta del mondo. Scettico nei confronti
della scrittura, egli considerava invece la pittura alla stregua di una
vera scienza, in quanto «sola imitatrice di tutte le opere evidenti in natura».
Il disegno in particolare ha per lui un
valore euristico: disegnando i fiumi
indaga sul loro moto, così simile ai
suoi occhi a quello del sangue nelle
vene; schizzando cavalieri, cavalli e
battaglie nei disegni preparatori
(come lo studio prospettico per
l’Adorazione dei magi) analizza le
anatomie, i volumi e le dinamiche di
movimento. Il disegno poi è terreno
fertile per i suoi studi di carattere
scientifico, in virtù di quell’approccio
interdisciplinare (dalla fisiologia alla
meccanica alla cosmologia) che è
poi una delle sue grandi peculiarità:
quella che gli è valsa la fama, così
radicata, di genio versatile. O, come
si usava dire allora, di polimata, di
uomo universale.
Ma i disegni, spesso corredati dalla
sua celebre scrittura speculare (che
secondo teorie più recenti non ...
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CITTÀ BENE COMUNE 2015: QUATTRO LIBRI PER DISCUTERE
Renzo Riboldazzi
La città è un bene comune? E se lo
fosse, in che modo il progetto e il
governo urbano e territoriale contemporanei possono contribuire a
garantire ai cittadini questa condizione di civiltà? A queste e ad altre
questioni rispondono quattro autori
di pubblicazioni più o meno recenti
che, sollecitati da un nutrito gruppo
di discussant, parteciperanno alla
terza edizione del ciclo di incontri di
cultura del progetto urbano “Città
Bene Comune”, organizzato anche
quest’anno da chi scrive per la Casa
della Cultura e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. La tesi di fondo è
che la città sia un bene comune e lo
siano non solo gli spazi o gli edifici
di proprietà pubblica, ma l’intero organismo urbano nel suo insieme
come fatto fisico, sociale e politico,
con tutto quel corollario di diritti che
ne consegue ben esemplificato da
Edoardo Salzano nel suo La città
bene comune (ed. Ogni uomo è tutti
gli uomini, Bologna 2009).
Il primo incontro alla Casa della Cultura (lunedì 4 maggio alle ore 18)
sarà con lo storico dell’arte Tomaso
Montanari che nel 2013 ha pubblicato, per i tipi di Minimum fax, Le
pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane. Non si tratta dell’ultimo libro di
n. 16 VII -29 aprile 2015
questo generoso autore ma questo
lavoro - di cui discuteremo con il
contributo di Giulio Ernesti, Jacopo
Muzio e Paolo Pileri – appare interessante perché – di là degli incresciosi fatti di cronaca di cui narra
relativi al patrimonio artistico e culturale italiano e di là della vivida e
condivisibile denuncia circa la mercificazione delle cosiddette “città
d’arte” nonché delle opere che dovrebbero gelosamente custodire – è
fondato sulla tesi dell’inscindibilità
tra forma dello spazio pubblico, identità collettiva e democrazia. «Per
secoli, anzi per millenni, la forma
dello Stato, la forma dell’etica, la
forma della civiltà stessa si sono
definite e si sono riconosciute nella
forma dei luoghi pubblici – scrive
Montanari –. Le città italiane sono
sorte come specchio, e insieme
come scuola, per le comunità politiche che le abitavano».
Il secondo incontro (lunedì 11 maggio alle ore 18) sarà con il giurista
Paolo Maddalena autore de Il territorio bene comune degli italiani.
Proprietà collettiva, proprietà privata
e interesse pubblico (Donzelli, Roma 2014), un libro che – come osserva Salvatore Settis nell’introduzione al volume – si muove entro
tre coordinate principali – quella della politica, quella della cittadinanza
e quella dello «scontro frontale fra le
ragioni del mercato e i principi del
bene comune». Maddalena – che
alla Casa della Cultura si confronterà con Giancarlo Consonni, Luigi
Mazza e Gabriele Pasqui – apre la
sua riflessione evidenziando i pesanti squilibri ambientali ed economici del pianeta. Ne deduce
l’improcrastinabile necessità «di agire […] colpendo le idee che sono la
causa diretta e immediata di [quella
che definisce una] immane tragedia». Infine propone di passare da
una «visione individualistica dei diritti a quella collettivistica […] secondo il principio indefettibile
dell’uguaglianza economica e sociale di tutti i cittadini». Tutto ciò, facendo sereno affidamento sulla Costituzione italiana in cui già oggi –
sostiene l’ex giudice della Corte costituzionale – «nulla si oppone, dal
punto di vista del diritto positivo, a
considerare l’uomo e l’ambiente sul
piano dei valori».
Il terzo incontro (lunedì 18 maggio
alle ore 18) sarà con l’urbanista Paolo Berdini autore de Le città fallite.
I grandi comuni italiani e la crisi del
welfare urbano (Donzelli, Roma
2014). Si tratta di un libro da cui –
osserva Paolo Maddalena nella prefazione – emerge chiaramente come, in Italia, la «distruzione territo-
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riale e ambientale [degli ultimi decenni] sia andata di pari passo con
la cancellazione delle regole
dell’urbanistica» e da cui appare in
modo altrettanto evidente «l’importanza delle regole urbanistiche, del
loro valore di civiltà». Berdini – che
alla Casa della Cultura discuterà dei
temi del suo libro con Corinna Morandi, Federico Oliva e Graziella
Tonon – traccia un quadro desolante di come, tanto per ragioni economico-finanziarie quanto per ragioni politiche, negli ultimi decenni si
sia progressivamente smantellato
un «patrimonio di idee e conquiste»
faticosamente costruito dalla cultura
urbanistica e amministrativa nel XIX
e nel XX secolo. «Oggi – afferma –
stanno [perfino] venendo meno le
condizioni culturali, economiche e
sociali che hanno garantito alle città
una storia ininterrotta di sei millenni.
La finanza dominante – prosegue –
ha deliberatamente rotto lo storico
patto sociale su cui è fondata la vita
delle città ed è stata conseguentemente minata alla radice la stessa
concezione del vivere comune».
Il quarto e ultimo incontro del ciclo
Città Bene Comune (lunedì 25
maggio alle ore 18) sarà con il politico Walter Vitali che lo scorso anno
ha curato, per i tipi de il Mulino,
Un’Agenda per le città. Nuove visioni per lo sviluppo urbano, un libro
che raccoglie tredici saggi in cui si
indagano, anche a partire dal caso
bolognese, temi e questioni inerenti
il futuro delle politiche urbane praticate dalle grandi città. Si tratta di un
lavoro – di cui discuteremo alla Casa della Cultura con Alessandro
Balducci, Matteo Bolocan Goldstein
e Patrizia Gabellini – che si inquadra in quelle attività volte a rispondere all’invito dell’Unione europea
«a ciascun paese membro, di dotarsi di “un’ambiziosa Agenda urbana”
con almeno il 5% delle risorse assegnate a livello nazionale». L’ex
sindaco di Bologna ed ex senatore
del PD imposta la sua riflessione su
due questioni fortemente interrelate.
La prima riguarda la distribuzione
della popolazione sul territorio, le
concentrazioni urbane e il loro impatto ambientale. La seconda concerne gli impatti della crisi economica e le potenzialità di ripresa che
passano da un ripensamento integrale delle città, dalla loro riprogettazione «come affermazione di un
nuovo modello di sviluppo su scala
globale».
EXPO 2015: LA CONTABILITÀ DI UN SUCCESSO
Giulia Mattace Raso
Di cosa parliamo quando parliamo
di Expo 2015, chi misurerà il suo
successo, con quale criterio di giudizio e unità di misura? È una difficile contabilità quella di Expo: il numero dei visitatori, i posti di lavoro
creati, le opportunità di sviluppo del
territorio, la messa in opera (i cantieri) e in scena (la gestione) della
esposizione, la capacità di accoglienza della città, la compiutezza
delle infrastrutture, il destino delle
aree, l’eredità materiale e immateriale declinata sul tema e non solo.
Quali di questi parametri ci interessa di più? In che momento è lecito
esprimere un giudizio? Valuteremo
l’opera in sé o il meta progetto che
si è generato per produrla?
Bisogna che ci si metta d’accordo,
di numeri ne sono stati detti tanti e
da più parti, a volte contraddittori e
la credibilità delle affermazioni ne
ha pagato le spese: il caso esemplare, i visitatori attesi e il numero
dei biglietti venduti necessari per
raggiungere la parità di bilancio.
Oscillato senza che mai si avesse
ben chiara la cornice di riferimento,
o il reale interesse di chi l’affermazione la andava facendo: eravamo uditori clienti o uditori portatori di
interessi? Interlocutori passivi di una
strategia di marketing o ascoltatori
meritevoli di comunicazioni inter pares? Gli oppositori delle Vie d’acqua
ancora se lo domandano, e il fatto
che l’iter fosse viziato in partenza
dalla corruzione non lenisce certo
l’amarezza.
Expo in questi anni di gestazione è
stata una nebulosa, alimentata dalla
ambiguità di fondo tra le aspettative
n. 16 VII -29 aprile 2015
generate dalla retorica del tema e il
compimento di quanto previsto dal
contratto col Bie, la realizzazione di
un parco tematico per famiglie. E al
tempo stesso una stella cometa per
la città che ha voluto seguirla e concentrato le proprie energie creative
per la realizzazione dell’obiettivo.
In questa tensione si registra
l’innovazione di Milano al format con
l’introduzione dei padiglioni tematici,
i Cluster, e del Padiglione della Società Civile (Cascina Triulza) con
alle spalle una Fondazione ad hoc
che fa riferimento al Terzo Settore.
Senza dimenticare l’unicità dell’expo
diffusa, la capacità di uscire dal sito
espositivo e di coinvolgere la città in
un palinsesto di eventi sul modello
Fuori Salone che in questo caso si è
tradotto in Expo in città, una esplosione di intelligenza creativa che ha
portato a riempire un calendario di
17.000 eventi.
Expo in città è in sostanza una
piattaforma, sviluppata in un ecosistema digitale E015 che permette
a data base di diverse origini di dialogare, creata da Comune di Milano
e Camera di Commercio, un open
data cui attingere per creare itinerari
di senso, stuzzicando la capacità
editoriale dei milanesi, di cui certo
non fanno difetto. Un lascito non
indifferente per una città come Milano che finalmente ha gli strumenti
per mettere in comunicazione le sue
istituzioni.
Il fatto che si sia così indietro nella
definizione della eredità materiale
delle aree Expo, rischia di sminuire
la vivacità e la ricchezza della sua
eredità culturale.
Lo Urban Food Policy Pact: il Comune di Milano si fa promotore di
un patto internazionale che coinvolga il maggior numero di città del
mondo nella costruzione di sistemi
alimentari centrati sulla sostenibilità
e sulla giustizia sociale, un impegno
per un coordinamento delle Food
Policies che verrà sottoscritto dai
Sindaci. Il Patto rappresenta anche
uno strumento di politica estera di
Milano, a partire dalle reti internazionali cui è già collegata: dalle tante e importanti città con cui è gemellata alla rete C40 – Climate Leadership Group, le 69 grandi città del
mondo impegnate nella lotta al
cambiamento climatico.
Mentre la UE con la sua partecipazione ad Expo invita a riflettere sul
ruolo della scienza nella nutrizione
globale e per la sicurezza alimentare, la Carta di Milano, rappresenta
la legacy immateriale per volontà
del governo, nella figura del Ministero della Politiche agricole, alimentari
e forestali che ha coinvolto il Laboratorio Expo della Fondazione Feltrinelli per la sua stesura. Con le parole del Ministro Martina: “promuoviamo la «Carta di Milano», non
come documento intergovernativo
fra addetti ai lavori, ma come vero e
proprio strumento di cittadinanza
globale. Per la prima volta nella sua
storia una Esposizione universale
promuove un atto d’impegno verso i
governi, che tutti i cittadini potranno
sottoscrivere contribuendo alla definizione di precise responsabilità dei
singoli, delle imprese e delle associazioni”.
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Expo dei Popoli è il forum internazionale della società civile e dei movimenti contadini che si svolgerà a
Milano, alla Fabbrica del Vapore,
dal 3 al 5 di giugno 2015 “per rispondere alla sfida di “Nutrire il Pianeta” applicando i principi della Sovranità Alimentare e della Giustizia
Ambientale. Obiettivi principali del
forum sono quelli di affiancare le
voci dei popoli a quelle dei governi e
delle imprese transnazionali e di
qualificare Milano e l’Italia come una
delle tappe della società civile e dei
movimenti mondiali verso i due
grandi appuntamenti ONU dell’an-
no: l’Agenda di Sviluppo Post-2015
e l’Accordo globale contro il Cambiamento Climatico”.
The Zero Hunger Challenge la call
to action di Onu, che nell’anno della
verifica degli Obiettivi del Millennio
(di cui l’eliminazione delle povertà
estrema e della fame nel mondo era
il primo) vede in Expo 2015
l’occasione ideale per promuovere il
dialogo e sensibilizzare l’opinione
pubblica sulla sicurezza alimentare
e la nutrizione, lo sviluppo rurale e
la gestione sostenibile delle risorse
naturali, per far capire ai visitatori
che “insieme possiamo costruire un
mondo in cui tutti hanno accesso a
cibo sicuro, sufficiente e nutriente, e
si può condurre una vita sana e
produttiva, senza compromettere le
necessità delle generazioni future”.
Aspettiamo quindi il 16 ottobre, la
giornata mondiale per l’alimentazione indetta dall’Onu che sarà festeggiata a Milano a livello mondiale: è quello il giorno in cui la Carta di
Milano sottoscritta durante Expo sarà consegnata a Ban Ki-moon, e
sancito lo Urban Food Policy Pact,
definitiva epifania per Nutrire il pianeta, energia per la vita.
LA CINA È VICINA? NO È QUI
Pier Vito Antoniazzi
“La Cina è vicina” intitolava un film
di Marco Bellocchio del 1967. Allora
il riferimento era la rivoluzione culturale, alla ricerca di nuovi miti rivoluzionari “dell’origine”, che attraversarono il 68. Oggi la Cina è vicina perché protagonista della scena economica e politica mondiale. Perché,
solo a Milano, di recente sta perfezionando l’acquisto della Pirelli e del
Palazzo ex Credito Italiano in piazza
Cordusio, mentre si parla di interesse al A.C.Milan. Ma come cercare di
capire questi cambiamenti? “Che
c’azzecca” l’ultimo grande paese
che si definisce comunista con lo
sviluppo di un capitalismo sfrenato
che produce milioni di “signori dollaroni” e, supponiamo, aumenta il divario con un miliardo di poveri.
Io ho trovato una strada semplice e
piacevole. Certo non esaustiva, ma
per la mia generazione di sinistra
post sessantottina, molto interessante. Ho scoperto i romanzi di Qiu
Xialong (nove quelli finora pubblicati
in Italia da Marsilio) e con essi il
protagonista, l’ispettore Chen Cao
della polizia di Shangai. Qiu Xialong, scrittore e traduttore (come il
suo personaggio Chen, certo un po’
autobiografico) di poesie cinesi e di
poesie di Eliot e altri autori anglosassoni, vive dal 1989 negli Stati
Uniti dove insegna Letteratura Cinese nell’università di St. Louis, dove ha preferito rimanere dopo i fatti
di Tien An Men.
Questo strano tipo di ispettore, laureato in lettere ma assunto in Polizia
perché uno dei migliori laureati, che
cita poesie classiche mentre cerca
di scoprire i responsabili di delitti, al
quale piace degustare piatti della
“cucina di strada” ma anche di
grandi ristoranti, alla presa con
donne affascinanti ma senza poi
mai legarsi in un rapporto stabile
(con grande cruccio della madre
poiché per Confucio un uomo retto
deve prendere moglie e avere figli
…), passa attraverso i luoghi e le
persone delle trasformazioni cinesi.
Molti personaggi hanno vissuto le
svolte del Presidente Mao, hanno
subito gli alti e bassi, a volta tragici,
delle campagne politiche contro “i
neri”, gli intellettuali, “i nemici del
socialismo” per poi trovarsi nell’epoca in cui “arricchirsi è positivo” come
ha detto Deng Xiao Ping, per cui
alcuni fanno fortune enormi e altri
vivono in vecchie case con fornello
in comune e un solo locale dove
stare.
Chen è figlio di uno studioso di Confucio e mantiene un’onestà specchiata che è insieme figlia di valori
originari del socialismo e di valori
tradizionali. Ripete spesso una
massima di Confucio “Ci sono cose
che un uomo può fare e ci sono cose che un uomo non può fare”. È
ben consapevole di un potere sovrastante che vuol difendere
l’immagine di “una via cinese al socialismo” e che non tollera trasgressioni o cadute. Spesso mentre fa
indagini il Servizio di Sicurezza del
Partito indaga su di lui. Per il Partito
la buona reputazione dello stesso è
più importante della verità. Fino ad
accettare la condanna dei corrotti,
come capro espiatorio e a dimostrazione che il Partito si autocorregge,
piuttosto di andare avanti nel trovare i burattinai dentro il partito, che
siano a Pechino o a Shangai.
Si capisce molto di una società
frammentata alle prese con i problemi dell’inquinamento (rimosso
per decenni dall’agenda politica),
della libertà di internet cosi difficile
da gestire e capace di creare vere
campagne di controinformazione
feroci. E finiamo per affezionarci
all’ispettore Chen che è un’idealista
come la nostra generazione. Che
voleva cambiare il mondo con una
rivoluzione poetica e si trova a navigare a vista in una società piena di
contraddizioni e che cerca di assimilarlo o alla disciplina del realismo o
alla condanna di una marginalità
definitiva.
Le storie dell’ispettore Chen sono
una guida perfetta dentro i meandri
di una società in pieno cambiamento. Un continente, quello cinese, cosi difficile da capire per noi occidentali ma che nelle storie di Qiu Xiaolong diviene più vicino a noi, e i suoi
conflitti e le sue contraddizioni (tutte
ancora da decifrare nei loro sviluppi
futuri) ci sembrano non cosi lontani
dai nostri. Capire di più la Cina è un
obbligo del XXI secolo e leggere le
vicende dell’ispettore Chen può essere un buon inizio.
Scrive Fausto Scarpato a proposito della Brigata Ebraica
n. 16 VII -29 aprile 2015
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Concordo con l’articolo in questione.
Il collegare la Brigata Ebraica con
gli attuali conflitti Israeliani - Palestinesi è assolutamente antistorico e
frutto di ignoranza se non malafede.
Ho 85 anni e quindi ricordo benissimo “la spada dell’Islam” di Mussolini e la presa di posizione degli arabi a favore dei Tedeschi, o, peggio
dei nazisti come il Gran Muftì. Un
po' quella di certe popolazioni Sovietiche anti Staliniane che si arruolarono nelle SS.
Certo si può e si deve considerare il
colonialismo Anglo Francese, anche
se quello Italiano in Libia fu assai
peggio ... . Oggi certamente i Palestinesi si sentono privati di una pa-
tria, ma la sinistra Israeliana avversa fortemente Nethaniau e i destrorsi del loro paese. Quindi invito
una certa nostra vetero-sinistra a
documentarsi meglio che di guai ne
hanno già fatti tanti con la loro faziosità.
Scrive Piero Basso a proposito della Brigata Ebraica
Ho letto con un certo disappunto
l'articolo di Massimo Cingolani sulla
Brigata Ebraica, e desidero chiarire
perché non sono d'accordo. Nessuno contesta il contributo dato alla
campagna d'Italia dalla Brigata Ebraica, come da tutte le altre brigate
aggregate agli eserciti alleati, tra cui
brasiliani, francesi, greci, polacchi e
arabi (nel corpo di spedizione francese).
Il problema però non è quello che è
accaduto settant'anni fa (se mi met-
tessi sullo stesso piano di Cingolani
dovrei ricordare che furono molto
più numerosi gli ebrei che si candidarono ai consigli ebraici o alla polizia ebraica nei ghetti, di quanti si
opposero ai nazisti nell'eroica resistenza del ghetto di Varsavia), ma il
problema è quello che succede oggi: perché mai i discendenti (?) di un
corpo di spedizione straniero, che
ha validamente combattuto in Italia,
sente il bisogno di sfilare in un corteo di partigiani (tra cui furono an-
che numerosi ebrei italiani), corteo
cui non ha mai sentito il bisogno di
partecipare nessun altro corpo di
spedizione?
A me questo atteggiamento "presenzialista" ricorda un po' quello
della signora Letizia Moratti, che
prima di governare Milano con i fascisti sentì il bisogno di far sfilare
l'anziano padre in carrozzella lungo
tutto il corteo.
Replica Massimo Cingolani
Veramente il contributo dato dalla
Brigata Ebraica è spesso contestato, come è successo questo 25 Aprile. Polemiche che sicuramente a
nessuno verrebbe in mente di fare
se sfilassero greci, polacchi, brasiliani, ecc.
Non si può paragonare la Brigata
agli altri reparti militari, perché la
sua principale caratteristica era
quella di essere formata da volontari, che tra l'altro in caso di cattura
non sarebbero stati considerati
normali prigionieri di guerra. È come
valutare i volontari garibaldini che
combatterono a Digione nella guerra franco-prussiana un corpo di
spedizione straniero.
Per quanto riguarda brasiliani, francesi greci e polacchi erano parte
degli eserciti alleati avendo dichiarato guerra alla Germania. Gli arabi
aggregati al corpo di spedizione
francese,i goumier più assimilabili a
dei mercenari che a dei volontari,
furono, dopo i tedeschi, le truppe
che commisero più crimini di guerra
in Italia, commettendo stupri e uccisioni. Per documentarsi basta leggere “La ciociara” di Moravia.
Alcuni ebrei entrarono nella Judenpolizei, è normale che in una fase di
annientamento come la vita in un
ghetto, ci siano scelte opportunistiche. Il fatto è che si parla di decisioni individuali, che, anche se riguardarono diverse persone, sono ben
diverse dalle posizioni prese da élite
religiose e politiche, come ad esempio il Gran Muftì di Gerusalemme e Alì al Gaylani ex primo ministro iracheno.
La tradizione che vuole, anche in
ricorrenze particolari come il settantesimo, l'assenza delle rappresentanze degli eserciti alleati, è senz'altro un'anomalia, visto il contributo
militare determinante. Probabilmente è un'eredità della guerra fredda,
quando la presenza della bandiera
americana avrebbe potuto creare
imbarazzo, anche se credo sarebbe
fischiata anche adesso e comunque
cosa “c’azzecca”quella palestinese
con il 25 Aprile?
Scrive Sergio Brenna a proposito di Giunte e realizzazioni
Stefano Boeri scrive al B.I.E. chiedendo di non demolire i padiglioni
nel dopo Expo, in nome della "sostenibilità" dell'operazione: anche il
padiglione a tronchetto, a cappello
di paglia, a seme, ad alveare (per
decenza non sto a dire a cosa assomiglia quello di Libeskind per
l'immobiliare cinese Vanke)? Un
conto è salvaguardare l'impianto a
cardo-decumano, altro rendere
permanenti le bizzarìe progettuali
permesse ai singoli espositori. Da
Parigi dovrebbero rispondergli "Il
aurait fallu y penser auparavant!",
quando si potevano prevedere padiglioni-tipo facilmente riconvertibili:
n. 16 VII -29 aprile 2015
oggi si può salvare ben poco e la
"sostenibilità" diventa l'alibi per rendere permanenti gli errori e gli orrori!
Pisapia in Tv e sulla stampa: tremulo e inconsistente come sempre,
assolve le scelte delle amministrazioni precedenti «Partirei dallo
skyline intorno a piazza Gae Aulenti. Lì i grattacieli si uniscono con sintonia alle case "vecchia Milano",
moderno e antico si fondono insieme e la vista va verso il quartiere
Isola. Un'istantanea perfetta di quello che la città rappresenta oggi: una
metropoli inclusiva, innovativa, interculturale e interreligiosa. Che non
si è lasciata trascinare nel baratro
della crisi perché ha avuto la forza
di anticipare il futuro». «Pisapia:
siamo cambiati così», intervista a
cura di Giovanni N. Ciullo, in «D»,
suppl. a «La Repubblica», a. XX, n.
935, 18 aprile 2015, p. 62. Intanto
Gian Giacomo Schiavi sul Corriere
Milano trova del buono in tutti i Sindaci da Albertini "amministratore di
condominio" alla Moratti "Maria Antonietta dei Navigli" a Pisapia "tremulo e amletico" e quindi Albertini
ha gioco facile a dire che Pisapia si
può vantare solo di cose avviate da
lui: tutti insieme appassionatamen-
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te, peccato che siano quelle sba-
gliate!
Scrive Sergio Murelli a proposito di graffiti
Lodevolissima l’attività di Retake
Milano: però, se si vuole essere veramente efficaci e scoraggiare
l’aggressione dei Bad Writers, il
Sindaco e le forze dell’ordine devono agire in stretto collegamento per
individuare le diverse bande (crew)
attraverso i loro segni e simboli e
punirle severamente (gli imbrattatori
vanno denunciati e costretti sotto
sorveglianza ad eseguire la pulitura
dei muri). Utili i corsi di sensibilizza-
zione nelle scuole: ma attenzione
che siamo di fronte a delinquenti
abituali che spesso vengono dall’estero attratti dalla nostra proverbiale mancanza di certezza della
pena.
MUSICA
questa rubrica è a cura di Paolo Viola
[email protected]
Una settimana di fiati
Zefiro è un vento che arriva da occidente, leggero come una brezza,
ma da venticinque anni è anche il
nome di un Ensemble di fiati
“d’epoca” creato dai fratelli (gemelli)
mantovani Paolo e Alberto Grazzi e
dal loro amico romano Alfredo Bernardini, appassionati oboisti, fagottisti e costruttori dei loro preziosi
strumenti; l’entusiasmo, la simpatia
e soprattutto le grandi qualità musicali che li caratterizzano hanno fatto
esplodere la loro fama e oggi Zefiro
è uno dei più conosciuti Ensemble
di fiati al mondo. I concerti e i CD
dei loro “organici variabili” (dal trio
fino all’orchestra barocca) portano
ovunque una straordinaria eccellenza italiana.
L’altra sera al Conservatorio Zefiro
si è esibito in un concerto totalmente mozartiano in due diverse formazioni: nel primo tempo era un ottetto
classico per fiati (due flauti, due oboi, due fagotti e due corni) che ha
eseguito la Serenata n. 12 in do minore K. 388; nel secondo tempo si
sono aggiunti due meravigliosi corni
di bassetto, altri due corni e un contrabbasso, formando così una classica “Harmonienmusik” (quelle piccole orchestre da camera che si costituivano presso le Corti delle capitali europee fra il sette e l’ottocento)
per eseguire la celeberrima “Gran
Partita” - o Serenata - in si bemolle
maggiore K. 361.
Sembrava di essere alla Corte
dell’Imperatore,
nell’Hofburg
di
Vienna, in quei magici anni ’80 del
settecento in cui la città era al centro dell’Europa e viveva uno dei
momenti più effervescenti della storia della musica; il gruppo di strumentisti di Zefiro (chissà perché tutti
maschi e tutti rigorosamente in nero
dalla testa ai piedi, ma con belle
cravatte dai colori sgargianti, una
diversa dall’altra) hanno inebriato il
n. 16 VII -29 aprile 2015
folto pubblico della Società del
Quartetto con queste due gioiose e
pervasive Serenate la cui scrittura
riflette con grande chiarezza
l’intento di divertire e intrattenere
ascoltatori colti ed esigenti.
Nel programma di sala di Oreste
Bossini - come sempre ricco di osservazioni e notazioni molto utili alla
comprensione del concerto - viene
riportata la frase con cui Don Giovanni, nella prima scena del Finale,
invita i suonatori che accompagneranno la cena del padrone a dare
inizio al concertino: “Già che spendo
i miei danari io mi voglio divertir; voi
suonate amici cari!” ed eccoci dunque al vero spirito della serata. Che
non a caso si è conclusa con due
bis rappresentati da perfette citazioni delle Nozze di Figaro (“Non più
andrai farfallone amoroso”) e del
Don Giovanni (“Là ci darem la mano”) mimate dagli stessi musicisti
con grandissimo spirito ed esilarante teatralità (il fagotto-don-giovanni
che concupiva l’oboe-zerlina era
assolutamente irresistibile!). Una
serata indimenticabile.
Sembra che in questi anni ci sia una
gran voglia di rinnovare la liturgia
del concerto di musica classica, anche attraverso operazioni discutibili,
mentre la strada maestra sarebbe
proprio quella di riproporre partiture
collaudate di capolavori poco frequentati, scritti per organici difficili
da mettere insieme e da inserire nel
circuito dei recital e delle tournée
orchestrali.
***
Un altro esempio di questo genere
si è presentato il sabato successivo
a villa Bossi di Bodio, sul lago di Varese, un luogo magico cui avevo già
fatto cenno in questa rubrica nello
scorso novembre. Lì il trio formato
dal flautista Giuseppe Nova, dal fagottista Rino Vernizzi e dal pianista
Giorgio Costa, ha eseguito un programma di trascrizioni di arie
d’opera (Verdi, Donizetti, Bellini,
Mozart) che si è concluso con le
Quattro Stagioni di Piazzolla; musiche che hanno divertito enormemente il pubblico di appassionati
cultori di musica da camera che una
volta tanto, anziché concentrarsi
sulla complessità dell’ascolto, hanno potuto provare il piacere
dell’ascolto disimpegnato e giocoso.
***
Nella settimana appena trascorsa
gli strumenti a fiato sono stati protagonisti anche del concerto diretto da
John Axelrod all’Auditorium in cui è
stata eseguita una suite orchestrale
della “Ascesa e caduta della città di
Mahagonny” – l’opera di Kurt Weill
su libretto di Bertold Brecht – seguita dalla famosissima e amatissima
Quinta Sinfonia di Mahler.
La piacevolezza della musica di
Weil è arcinota e anche questa
Suite è stata travolgente; forse non
si è rivelata l’introduzione più appropriata alla Sinfonia di Mahler, sia
dal punto di vista psicologico (da
una parte ironia e indignazione,
dall’altra la depressione e il senso
della tragedia più profonda) che con
riferimento alla cronologia (l’opera di
Weil è stata scritta un quarto di secolo dopo quella di Mahler e c’è stata di mezzo la grande guerra!).
Non occorre essere dei grandi mahleriani per amare questa Sinfonia il
cui “Adagietto” (unica parte senza
fiati, affidata solo agli archi e
all’arpa) è la struggente colonna sonora del film “Morte a Venezia” di
Luchino Visconti, a sua volta tratto
dal romanzo di Thomas Mann: un
vero grandioso monumento letterario - cinematografico - musicale del
novecento che tocca il cuore a
qualsiasi appassionato di musica,
dai più giovani ai più attempati.
11
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Benché caratterialmente poco adatto a dirigere il cupo e depresso Mahler - e in particolare questa Quinta
Sinfonia dominata dal senso della
morte - grazie alla passione che le
dedica e al temperamento che lo
guida, il texano John Axelrod è riuscito a rivelare inattesi risvolti della
grande costruzione sinfonica mahle-
riana e a suscitare forte emozione
nel pubblico. Certamente il carattere
estroverso del direttore ha prevaricato la compostezza e la concettualità dell’opera di Mahler (la gravità
della Marcia funebre e la lievità
dell’Adagietto, per esempio, si sono
perse un po’ per la strada!) e tuttavia l’interpretazione che ne ha offer-
to non l’ha penalizzata più di tanto.
Ovviamente anche in questo caso la
parte del leone è toccata – non inopinatamente – ai legni e agli ottoni
che hanno brillato per precisione,
generosità e qualità del suono.
ARTE
questa rubrica è a cura di Benedetta Marchesi
[email protected]
Parigi è a Milano grazie agli scatti di Brassaï
In tempo di Expo Palazzo Morando
porta Brassaï a Milano: dal 20 marzo al 28 giugno 2015 sono esposte
al piano terra del palazzo di via S.
Andrea 260 immagini di una Parigi
onirica e poetica attraverso lo
sguardo innamorato dell’artista ungherese che fece sua la capitale
francese.
Nato nel 1899 a Brasso (l’attuale
Braşov) in Transilvania, Gyula Halász - che prenderà il nome di Brassaï quando inizierà a fotografare,
nel 1929 - arriva la prima volta a Parigi a soli 4 anni, con il padre, professore di letteratura che vi trascorre un anno sabbatico. I ricordi di
quegli anni, come "petites madeleines" di proustiana memoria, rimarranno in lui riaffiorando talvolta e
lasciandogli perennemente dentro
uno sguardo incantato nei confronti
della città.
Le prime tre sale portano il visitatore
in una Parigi dolce, malinconica:
dove i bambini dai calzini bianchi giocano con le barchette al Jardin du Luxembourg o i leoni di pietra
hanno criniere di neve nel parco
delle Tuileries. La Tour Eiffel luccica
nella notte e a Longchamp si pesano i cavalli da corsa. Passano gli
anni e lo sguardo muta, giunge il
disincanto ma rimane l’accuratezza
e le assenza di giudizio nel raccontare la notte e i suoi protagonisti.
Brassaï inizia a inseguire, nella luce
notturna della città, una Parigi insolita, sconosciuta e finora non degna
di attenzione. Durante le sue lunghe
passeggiate che lo portano solo o in
compagnia di Henry Miller, Blaise
Cendrars e Jacques Prévert, complici nell’alimentare le sue curiosità,
rende visibili le prostitute dei quartieri “caldi” o i lavoratori della notte
alle Halles, o ancora i quarti di animali appesi dai macellai.
Brassaï in quegli anni ricerca gli oggetti più ordinari e ne trasforma il
significato, osa giustapposizioni insolite e defamiliarizza la percezione,
togliendo il reale dal suo contesto. Il
suo pensiero si concentra nel trasformare il reale in decoro irreale, è
a partire dal 1929 che nascerà la
sua ostinata ricerca dei graffiti.
Circo, nudi femminili, ancora Parigi,
Picasso e molti altri artisti sono i
soggetti degli scatti del grande fotografo (ma anche scrittore e cineasta) che testimoniano il tanto profondo quanto fecondo rapporto che
per oltre cinquanta anni lo ha legato
alla Ville lumière, fino alla sua
scomparsa nel 1984.
Brassaï. Pour l’amour de Paris
Palazzo Morando | Costume Moda
Immagine via Sant’Andrea 6, piano
terra, spazi espositivi 20 marzo – 28
giugno 2015, mart. – dom., ore 10 19 Biglietteria € 10,00 / 8,50 / 5,00
Pietà Rondanini: la nuova casa aspetta i milanesi
Dopo una vicenda travagliata durata
alcuni anni, la Pietà Rondanini trova
finalmente pace in un Museo a lei
interamente dedicato. Dopo sessant’anni trascorsi nell’allestimento
di BBPR nella Sala degli Scarlioni
del Museo d’Arte Antica, l’ultimo lavoro di Michelangelo, quello forse
più intimo ed emozionante, raggiunge
una
nuova
collocazione,
anch’essa densa di valore e simbologia. È l’antico Ospedale Spagnolo
del Castello Sforzesco, realizzato
nella seconda metà del Cinquecento per i soldati della guarnigione
spagnola colpiti dalla peste, che
porta in sé, per sua natura,
l’essenza del dolore e della sofferenza. Termina così il percorso durato tre anni, da quando si è riconosciuta l’esigenza di dare rinnovato
valore alla scultura michelangiolesca, che l’ha vista al centro di accesi dibattiti sia nel mondo politico che
n. 16 VII -29 aprile 2015
in quello culturale e si conclude in
un evento di grande festa cittadina
dove l’opera preziosa torna a Milano
e ai milanesi in occasione
dell’inaugurazione del palinsesto di
Expoincittà.
«Il nuovo allestimento ribalta completamente la visione a oggi consueta dell’opera: entrando i visitatori
vedranno infatti la scultura di spalle
e scorgeranno per prima cosa ciò
che Michelangelo scolpì per ultima,
la schiena della Madonna ricurva
sul Cristo, rendendo ancora più intensa l’emozione per l’opera», afferma l’architetto Michele De Lucchi,
cui è stato affidato il progetto allestitivo. «Solo girando attorno alla statua si vedrà la parte anteriore, con il
Cristo cadente sostenuto dalla Madre: una prospettiva assolutamente
inedita, voluta per mettere in risalto
quella dimensione della scultura,
incompiuta, prima impossibile da
osservare nella sua completezza».
Un allestimento che invita alla contemplazione e al raccoglimento di
fronte all’opera incompiuta di Michelangelo e che forse, più di ogni altra,
racchiude nell’abbraccio dei due
corpi il senso dell’amore. L’ingresso
nel museo conduce ad un’immersione che coinvolge tutti i sensi grazie al profumo del legno, il silenzio
che inevitabilmente cala di fronte
alla scultura e alla penombra che
avvolge la sala concentrando la luce
solo sulla statua.
Museo
Pietà
Rondanini_Michelangelo - Milano, Castello
Sforzesco, Cortile delle Armi
Sabato 2 maggio apertura inaugurale alla città dalle ore 14 fino alle ore
23 Ingresso gratuito al Museo Pietà
Rondanini tutti i giorni (lunedì 4
maggio compreso) fino a domenica
12
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10 maggio Giovedì 6 apertura prolungata dalle ore 9.00 fino alle ore
22.30 (ultimo ingresso ore 22)
Dal 12 maggio 2015 l’ingresso al
Museo della Pietà Rondanini è
compreso nel biglietto unico per i
Musei del Castello Sforzesco al co-
sto di 5 euro (ridotto 3 euro) acquistabile presso la biglietteria dei Musei del Castello Sforzesco
L’Africa si mostra a Milano
L’Africa approda a Milano con una
mostra allestita nel nuovo Mudec, il
Museo delle Culture che ha finalmente aperto i suoi battenti dopo 12
anni di agognati lavori. Il capoluogo
lombardo, a breve al centro del
mondo come sede dell’Esposizione
Universale, afferma la propria identità di città multietnica, bacino delle
tante culture che negli ultimi decenni si sono andate a integrare
nell’antico e complesso tessuto urbano di Milano. “Africa. Terra degli
spiriti” è un interessante progetto
espositivo che raccoglie circa 270
manufatti e che da il via alla vivace
stagione culturale milanese organizzata durante i mesi di EXPO
2015.
La mostra si articola in vari ambienti
presentando le affascinanti sfaccettature della cultura subsahariana
dalle figure reliquiario alle armi, dagli altari vudu alle celeberrime maschere utilizzate durante le danze e
le cerimonie religiose. Sorprendenti
risultano essere alcuni manufatti
come cucchiai e olifanti realizzati
interamente in avorio ed eseguiti
con un altissimo e raffinatissimo livello qualitativo. Interessante è an-
che il progetto d’allestimento che
tenta di creare un’atmosfera intima
e infondere un profondo senso religioso nel visitatore. Convincente è
la soluzione adottata nella prima
sala dove sono esposte figure custodite all’interno di teche cilindriche
sorrette da una struttura che vuole
forse richiamare le affascinanti e
impenetrabili foreste di questo continente. Da notare anche l’utilizzo di
alcuni effetti sonori come il frinire
dei grilli o il penetrante ritmo delle
percussioni, espedienti che aiutano
il visitatore a immergersi nella ancestrale cultura africana. Unica interazione tra opere esposte e pubblico è
la possibilità che ha quest’ultimo di
far rivivere le divinità di un altare
vudu. Come suggerisce Claudia Zevi attraverso l’audio guida distribuita
gratuitamente, il visitatore è invitato
a lasciare un oggetto personale in
segno di devozione per manufatti
che riescono ancora oggi a serbare
in sé un elevato valore sacrale.
La fretta di inaugurare ha, però, determinato la presenza di alcuni errori, minimi dettagli a cui bisognerebbe prestare sempre la massima attenzione. Grazie a una buona e
suggestiva illuminazione, i singoli
reperti sono facilmente fruibili nonostante la presenza, in alcuni casi, di
polvere e di impronte lasciate sulla
superficie delle teche. Di difficile lettura risultano essere, inoltre, alcuni
pannelli, ora velati da un sottile tessuto reticolato, ora posti in una zona
d’ombra, lontano del cono di luce.
Alcune didascalie sono poste al livello della superficie di calpestio,
elemento che porta il visitatore a
doversi sforzare per leggerle. Tutti
questi aspetti di disturbo non vanno,
comunque, a intaccare una mostra
che nel complesso risulta essere un
ottimo progetto curatoriale, di enorme interesse per Milano che si conferma città internazionale e che si
affaccia con prepotenza sulla società globale contemporanea.
Giordano Conticelli
Africa - la terra degli spiriti fino al
30 agosto 2015 MUDEC Museo delle culture via Tortona 56 Milano orari lunedì 14.30-19.30 martedì/mercoledì/venerdì /domenica 9.3019.30 giovedì e sabato 9.30-22.30 biglietti 15/13 euro
Italia Inside Out: i maestri della fotografia raccontano l'Italia
Dal 21 marzo al 27 settembre 2015,
Palazzo della Ragione ospita Italia
Inside Out, la grande mostra di fotografia interamente dedicata all’Italia con più di 500 immagini dei più
importanti fotografi del mondo.
Un’unica iniziativa articolata in due
successivi allestimenti, dal 21 marzo al 21 giugno con i fotografi italiani e dal 1° luglio al 27 settembre con
i fotografi del mondo, che raccontano a chi li visita le trasformazioni e
le emozioni di un’Italia che cambia
dal secondo dopoguerra fino ai
giorni nostri. E il cambiamento si
percepisce in ogni cosa: nelle tecniche, nell’uso del bianconero e del
colore, nei ritratti e nelle storie dei
protagonisti ritratti.
Promossa e prodotta dal Comune di
Milano - Cultura, Palazzo della Ragione, Civita, Contrasto e GAmm
Giunti, curata da Giovanna Calvenzi; l’allestimento si deve a un progetto scenografico di Peter Bottazzi
dove ogni autore è una carrozza di
un immaginario treno che porta il
visitatore alla scoperta del Bel Paese.
n. 16 VII -29 aprile 2015
Il viaggio inizia da Milano con le
immagini storiche di Paolo Monti e
qui si conclude con le vedute della
nuova Milano di Vincenzo Castella;
su ciascuna carrozza si scopre
un’Italia differente per geografia
(dalla Venezia degli anni cinquanta
di Berengo Gardin alla Palermo della Battaglia, passando per il delta
del Po di Pietro Donzelli); per epoche (la Sardegna dei primi anni ’60
di Franco Pinna, gli estemporanei
anni ’80 della Via Emilia di Luigi
Ghirri, ma anche il terremoto
dell’Aquila ritratto da Marta Sarlo);
per progetti (Io parto di Paola de
Pietri, Gli ultimi Gattopardi di Shobha, Florence versus the World di
Riverboom).
La prima parte - INSIDE - accoglie
dal 21 marzo al 21 giugno 2015 una
selezione di oltre 250 immagini di
quarantadue fotografi. Nella seconda parte - OUT -, dal 1° luglio al 27
settembre 2015, saranno protagoniste le fotografie dei grandi maestri
internazionali, quali Henri CartierBresson, David Seymour, Alexey
Titarenko, Bernard Plossu, Isabel
Muñoz, John Davies, Abelardo Morell e altri.
Quella ospitata negli spazi del Palazzo della Ragione è una mostra
davvero ricca, piena di punti vista e
sguardi, quasi troppo: al punto che il
visitatore talvolta si smarrisce, vista
l’assenza di un percorso definito,
rischiando di non vedere alcuni degli autori. L’allestimento, poi, pare
incompleto (o la scelta molto curiosa) laddove solo alcuni pannelli con
le fotografie hanno le didascalie
mentre altri no. E va aggiunto che al
terzo giorno dall’apertura le audioguide sono ancora non pervenute,
causa corriere. Si perdona tutto davanti alla bellezza di questa italianità per immagini?
Italia Inside Out - I fotografi italiani fino al 21 giugno 2015 Palazzo
della Ragione Fotografia Milano,
Piazza Mercanti, 1 Martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30 –
20.30/ Giovedì e sabato 9.30 –
22.30 Biglietto €12/10/6 Congiunto
€18/16/9
13
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Gli scatti di David Bailey: star system (e non solo) al PAC
Varcare la soglia del PAC in questi
giorni (fino al 2 giugno) è fare un
tuffo tra i volti pop degli ultimi 50
anni: nella mostra Stardust sono
esposti più di 300 scatti di David
Bailey tra divi del cinema, grandi
artisti visivi, top model ma anche
persone normali e scatti sociali per
risvegliare le più pigre coscienze.
Curata dallo stesso artista e realizzata in collaborazione con la National Portrait Gallery di Londra e con
il magazine ICON, la mostra contiene una vasta serie di fotografie, selezionate personalmente da Bailey
come le immagini più significative o
memorabili della sua carriera, che
ha attraversato più di mezzo secolo.
Nello spazio progettato da Ignazio
Gardella si articolano per temi alcuni dei progetti più interessanti del
grande fotografo: dagli scatti realizzati per Vogue che lo hanno reso
famoso nei primi anni ’60, alle immagini realizzate per i dischi dei
Rolling Stones o ai gemelli pugili
Reggie e Ronnie Kray; i grandi ritratti che hanno per protagonista
Catherine Dyer, talvolta straordinaria modella talaltra moglie e madre
dei loro tre figli, sempre donna di
straordinaria femminilità. L’arte di
Bailey non si limita però alle celebrità: sono una decina le fotografie
appartenenti al progetto “Democracy”, realizzato tra il 2001 e il
2005, dove un gruppo di sconosciuti, a turno, ha posato nudo per 10
minuti; ci sono le immagini degli anziani con i costumi tradizionali scattate durante il viaggio nella regione
indiana di Naga Hills; ci sono gli
scatti dedicati ai teschi; c’è il reportage realizzato negli anni ’80 per
portare l’attenzione mondiale sulla
situazione in Sudan.
Non l’ordine cronologico ma quello
tematico sancisce ancora una volta
la profondità e la qualità del lavoro
del grande artista inglese, che attraverso le proprie immagini racconta
non solo le storie dei protagonisti
ritratti, ma anche del mondo attorno
che li circonda.
Unica pecca della mostra: l’assoluto
divieto di usare gli smartphone e di
fare fotografie all’interno degli spazi,
curioso e un po’ anacronistico in un
mondo dove la promozione e la comunicazione dell’arte passano anche attraverso la condivisione digitale.
Stardust. David Bailey fino al 2
giugno 2015 PAC Via Palestro 14,
Milano Da martedì a domenica 9.30
– 19.30, giovedì fino alle 22.30 Biglietti € 8,00/ 6,50 /4,00
Medardo Rosso alla Gam, con molti dubbi
Medardo Rosso, torna ad essere
protagonista di una mostra monografica a Milano dopo 35 anni
dall'ultima. Organizzata e prodotta
dalla Galleria d'Arte Moderna di Milano, da 24 ore Cultura - Gruppo 24,
insieme al Museo Rosso di Barzio,
la mostra è a cura di Paola Zatti,
conservatore della Galleria d’Arte
Moderna di Milano.
Rosso è l'artista della forma che
prende vita: nel percorso espositivo,
tra gessi, bronzi e modelli in cera,
oltre ad immagini d’archivio, i personaggi ritratti sono vive idee che si
animano, con l’intento di perseguire
non una verosimiglianza ma una
rappresentazione dell’impressione.
Le 15 opere di Rosso della GAM
sono affiancate da una selezione
significativa proveniente dal Museo
Rosso di Barzio, che ha partecipato
alla curatela della mostra, e una serie di prestiti nazionali e internazionali (Musée d’Orsay e Musée Rodin
di Parigi, Staatliche Kunstammlungen di Dresda, il Museo d’Arte di
Winthertur, Szepmuveszeti Muzeum
di Budapest).
L’insieme di queste opere consente
di avere una visione ampia sia dei
soggetti affrontati dall’artista sia della sua evoluzione interpretativa e
della sua competenza e passione
per la tecnica fotografica. Infatti ad
arricchire l’esposizione è presente
un cospicuo contributo iconografico
che documenta il lavoro di Medardo:
l’artista infatti quando esponeva i
propri lavori creava loro intorno una
sorta di scenografia che ne accresceva, o addirittura modificava, il
senso. La straordinaria Madame X,
opera del 1896, è al centro della
terza sezione della mostra, e dialoga con due versioni a confronto in
bronzo e cera dell’Enfant Malade,
documento della fase sperimentale
di Rosso.
Seppur interessante il dialogo che si
va a creare tra le sale della galleria
e i lavori dell’artista, dove i grandi
specchi consentono di osservare da
diversi punti di vista le stesse opere,
gli spazi danno poca aria alle sculture che ne risultano penalizzate e
laddove vi siano dei gruppi guidati la
visita risulta estremamente complessa, quasi impossibile. Il costo
dell’ingresso è piuttosto alto (12€)
considerando che si tratta di una
mostra articolata in sole sei sale e
che poi per visitare gli altri spazi della Galleria deve essere acquistato
un ulteriore biglietto. Purtroppo si
deve notare che il livello della conoscenza della lingua inglese da parte
degli operatori della biglietteria non
è adeguato, elemento invece che
dovrebbe essere curato e seguito
da ogni organizzazione in particolar
modo nell’anno di Expo.
Medardo Rosso la luce e la materia - fino al 31 maggio Galleria d'Arte Moderna di Milano via Palestro
16 - Lunedì 14.30 – 19.30 Martedì,
mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30 Giovedì 9.30 –
22.30
Food. Quando il cibo si fa mostra
Food | La scienza dai semi al piatto,
non è solo una mostra dedicata
all’alimentazione: è un percorso di
avvicinamento e scoperta del processo di produzione di ciò che
mangiamo. Anche questa definizione è riduttiva: le quattro sezioni accompagnano il visitatore dalla scoperta dei cibo, dall’origine quando è
seme fino alle reazioni chimiche che
sottendono la cottura, passando at-
n. 16 VII -29 aprile 2015
traverso dettagliate spiegazioni su
provenienza
storico-geografica,
suggerimenti sulle modalità di conservazione o exhibit interattivi.
La mostra, in corso fino al 28 giugno
2015 e allestita nelle sale del Museo
di Storia Naturale Milano, rappresenta il più importante evento di divulgazione scientifica promosso dal
Comune di Milano sul tema di Expo
2015. “Nutrire il Pianeta, Energia
per la Vita” e costituisce una delle
più importanti iniziative del programma di “Expo in Città”.
Tutto nasce dai semi è il titolo della
prima sala, nella quale vengono
raccontate le diverse classi e famiglie con caratteristiche, provenienza
e utilizzo. Decine e decine di barattoli mostrano, portando, in alcuni
casi per la prima volta, esemplari
che appartengono alle più importan-
14
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ti banche dei semi italiane. Si prosegue poi con Il viaggio e
l’evoluzione degli alimenti dove mele, agrumi, riso, caffè e cacao non
avranno più segreti: tra giochi interattivi e alberi genealogici, tutto è
facilmente accessibile e non superficiale. Grande elemento positivo
della mostra è infatti la capacità di
rendere fruibili le nozioni più scientifiche a un pubblico differenziato,
senza per questo incorrere nel rischio di semplicismo.
Che la cucina sia un’arte è risaputo
da tempo, ma che alla base di tante
ricette vi siano principi di chimica e
fisica passa spesso inosservato: la
terza sezione della mostra illustra
come funzionano alcuni degli elettrodomestici più comuni, con consigli sulla conservazione degli alimenti (sapevate che i broccoli hanno un
metabolismo più veloce delle cipolle
e che per meglio conservarli andrebbero avvolti in una pellicola di
plastica?!) e soluzioni fisico-chimiche ai problemi di chi cucina (cosa
fare se la maionese impazzisce?).
Quando poi sembra che niente in
materia di cibo possa più sorprenderci si giunge all’ultima sala I sensi. Non solo gusto ovvero niente è
come sembra: vista, olfatto e tatto
anche nel mangiare giocano un ruo-
lo determinante, al punto talvolta di
allontanare il gusto dalla reale percezione.
Il costo del biglietto è medio alto
(12/10 euro), ma la visita merita
davvero il prezzo d’ingresso se non
altro per cominciare ad affacciarsi
nel tema che, grazie ad Expo, ci accompagnerà per tutto il 2015.
Food. La scienza dai semi al piatto fino al 28 giugno 2015 Lunedì
09.30 – 13.30 / Martedì, Mercoledì,
Venerdì, Sabato e Domenica 9.30 –
19.30 / Giovedì 9.30 – 22.30 Biglietto 12/10/6 euro
LIBRI
questa rubrica è a cura di Marilena Poletti Pasero
[email protected]
Ludovico Festa e Giulio Sapelli
Se la Merkel è Carlo V
Perché l'Italia può sfasciarsi come 500 anni fa
Guerini & Associati 2014
pp. 175 euro 14,50
Un "pamphlet" che un celebre storico dell'economia e un non meno
famoso giornalista politico hanno
confezionato, in forma di dialogo,
con un intento divertito e graffiante
di descrivere le inquietanti analogie
tra due fasi della storia italiana: il
1494-1527 e il 1992-2014. Vengono
così messi a confronto due momenti
cruciali di rottura. Il ventennio dopo
la morte di Lorenzo il Magnifico e
quello successivo alla prima denuncia di Tangentopoli, individuando
alcuni personaggi, eventi e istituzioni emblematici di entrambi.
Naturalmente la provocazione è
un'ospite fissa nella comparazione
di due stagioni così lontane. Ma lo
spirito di Sapelli e Festa è quello di
indurre a ogni costo il lettore a una
riflessione, magari stralunata ma
impellente, al di là della miseria delle 140 battute, in cui si richiude oggi
quasi ogni discussione pubblica.
Il dialogo fra i coautori si snoda intorno a dieci comparazioni tra uomini, istituzioni e circostanze storiche
di cui fa da sfondo il binomio, già da
solo poco rassicurante, tra il fallimento del tentativo di costruire uno
stato unitario alla fine del '400 e la
disgregazione (relativa ma crescente) dell'attuale condizione repubblicana.
Il primo capitolo, dedicato alle vite
parallele di Ludovico il Moro e Enrico Cuccia ruota intorno al carattere
autorevole/fragile di Milano e delle
forze che nella capitale lombarda
prevalevano a quei tempi, circo-
n. 16 VII -29 aprile 2015
stanza questa che spiega in parte
alcuni degli errori di due uomini non
certo privi di grandezza, ma indotti,
se non costretti, alla ricerca
dell'"aiutino" straniero. I parallelismi
tra Cesare Borgia e Bettino Craxi
testimoniano nel secondo capitolo
come sia difficile affermare una dinamica centripeta in una nazione
dalle tendenze prevalentemente
centrifughe, che li travolgeranno entrambi.
La comparazione tra le stagioni delle grandi scoperte geografiche e
dell'ingresso della Cina nel WTO,
oggetto del terzo capitolo, fa pensare a come queste due fasi storiche
abbiano cambiato il mondo e come
in entrambe l'Italia si sia trovata
spinta ai margini. Il quarto capitolo
ruota sul gustoso confronto tra i
Medici e la Democrazia Cristiana e
sulla riflessione di come i processi
della storia vadano esaminati con
respiro adeguato: grandi forze, pure
sconfitte, che hanno segnato la vita
nazionale, non evaporano nel nulla
ma mantengono un'influenza profonda. In questo senso, osservano
maliziosamente Sapelli e Festa, anche il fenomeno Renzi ne è una
manifestazione.
Il paragone Dogi- Berlusconi, nel
quinto capitolo, pure vistosamente
spericolato, fa capire come certi fallimenti (quello veneziano nell'impedire un'egemonia straniera e quello
berlusconiano nel guidare un qualche rinnovamento nello stato) ab-
biano cause strutturali e non solo di
natura etica o intellettuale.
Non meno godibili i successivi capitoli dal sesto al nove. Il sesto è dedicato al binomio Papato rinascimentale e Quirinale post '92, invita a
fondare eventuali giudizi morali su
un 'attenta analisi di poteri che, per
quanto programmaticamente super
partes, vengono trascinati nel merito
delle vicende politiche dalla propria
struttura istituzionale.
L'accoppiata Carlo V - Angela Merkel ruota attorno a una costatazione
preoccupante: i danni per l'Italia sono inevitabili quando il centro del
continente europeo si sposta verso
l'interno e il nord, piuttosto che verso i grandi mari dell'Atlantico e del
Mediterraneo. Il capitolo sulla "Riforma contrapposta di due agostiniani tedeschi", vale a dire Lutero e
Ratzinger, si pone un interrogativo
intrigante: il cristianesimo, che si
divise nell'era del trionfo dell'Occidente, riconvergerà al momento del
declino di quest'ultimo?
Il confronto Lega di Cognac e coppia Tremonti - Fazio invita a meditare sul fatto che la tentazione di dividersi anche di fronte a un pericolo
mortale è caratteristica di una nazione come l'italiana , che ancora si
considera "in qualche modo", più
parte di un impero che comunità
anche solo relativamente autonoma.
L'ultima sferzata è dedicata al binomio Sacco (anzi Sacchi) di Roma
e svendita delle aziende italiane. E
ce n'è per tutti in un impasto di iro-
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nia crescente e di riferimenti corrosivi a nomi ed eventi che abbiamo
troppo presto dimenticati e che ci
ricordano tutti che "la situazione è
disperata ma non seria".
Paolo Bonaccorsi
SIPARIO
questa rubrica è a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi
[email protected]
Al Piccolo Teatro Studio Melato, fino al 30 aprile, è ancora possibile vedere Divine Parole, regia
di Damiano Michieletto
Divinas palabras racconta la storia
di una comunità di “ultimi”, creature
disperate, straccioni, ladri, prostitute, emarginati, che vivono alle porte
di una città, in un’epoca e in un
tempo non definiti, lottando gli uni
con gli altri per la sopravvivenza.
"È una sorta di parabola moderna,
un racconto disperato e ancestrale
– spiega Damiano Michieletto –.
Una parabola nel senso di racconto
epico, stagliato in una atmosfera
nera e violenta. Racconta l'avarizia,
la lussuria, l'ipocrisia. Racconta l'assenza di Dio e la lotta per recuperare in qualche modo il valore di una
spiritualità. Le parole divine sono
quelle che fermano il tempo. La necessità, il bisogno delle divinas palabra intese come elemento di spiritualità che sollevi l'essere umano da
una quotidianità di squallore mi è
sembrato l’elemento affascinante di
questo testo barbaro ed enigmatico.
Una invenzione teatrale ruvida e
ostica, che mi ha portato a trovare
certe affinità con il teatro di Pasolini
In un contesto in cui vige lo scardinamento dei valori della convivenza
civile, in una dimensione ferina, in
cui tutto è violenza, sopraffazione,
abiezione dell’individuo, il bisogno di
qualcosa che sia "oltre" mi è apparso immediatamente contemporaneo. Una vicenda intrisa di sangue fin
dai primi minuti, e dominata dal fango della strada in cui gran parte
dell'azione si svolge, fino alla lapidazione finale, parallelo biblico in
cui il Cristo ferma il tempo con le
parole divine (qui sine peccato est
vestrum, primus in illam lapidem
mittat)". *
da
https://www.piccoloteatro.org/events
/2014-2015/divine-parole
Al Franco Parenti, sempre fino al 30 aprile, l’Amleto di CollettivO CineticO
L’Amleto di CollettivO CineticO é un
meccanismo letale. La scena é spazio preparato ad ospitare aleatorietà
e inevitabilità in un limbo costante
tra ironia e tragedia. Attori professionisti, dilettanti, malcapitati, timidi
intellettuali, registi, parrucchieri, esibizionisti, danzatori, assicuratori annoiati, sostituti dell’ultimo minuto,
critici, virtuosi e sfigati si contendono il titolo di protagonista dello spettacolo. Reali candidati che non sanno quello che li aspetterà in scena.
Il loro unico riferimento è un manuale di istruzioni inviatogli due setti-
mane prima. Ciascuno si prepara da
solo presentandosi a teatro direttamente per salire sul palcoscenico.
Guidati da una incorporea voce fuori
campo e seguiti da secondini muti, i
candidati si sfidano in una serie di
prove che sintetizzano i principi
formali dell’opera shakespeariana.
Lasciati in balia di un’istruzione e
nell’impossibilità di controllare fenomeni e competenze, precipitano
tutti nella condizione amletica per
eccellenza. Tra desolazione e intrattenimento sono gli spettatori di ciascuna replica ad eleggere il vincito-
re del titolo, unico superstite tra i
corpi e i resti dei suoi avversari abbandonati al suolo. Un panorama
improbabile di Amleti tra gli innumerevoli interpreti che si sono confrontati per secoli con il più emblematico
testo teatrale.*
*da
https://www.piccoloteatro.org/events
/2014-2015/divine-parole
Emanuele Aldrovandi
CINEMA
questa rubrica è curata da Anonimi Milanesi
[email protected]
I bambini sanno
di Walter Weltroni [Italia, 2015, 113’]
musiche Danilo Rea
I riferimenti del documentario di
Walter Veltroni, hanno origini lontane, non solo in tutte le pellicole del
passato che sui bambini hanno incentrato il loro racconto cinematografico, (‘Billy Elliot’, ‘Io non ho paura’, ‘Stand by me’ e 'I 400 colpi' tra
gli altri) a cui il regista fa un sentito
omaggio in apertura di film.
Riprendono quella strada tracciata
da quel maestro del cinema italiano
che era Comencini, a cui il film è
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dedicato, quando rappresentò il
mondo dell’infanzia che gli girava
intorno, attraverso la realizzazione
dei 6 episodi del programma televisivo “I bambini e noi” prodotto dalla
RAI nel 1970
e andato in onda
otto anni dopo.
Quarant’anni fa Comencini si era
messo in ascolto, senza maniera e
senza una chiave interpretativa precostituita, girando l’Italia per intervistare e seguire tanti bambini con
storie differenti, per appartenenza
geografica, estrazione sociale e culturale, e ne aveva fatto un quadro
collettivo dell’infanzia, con grande
rispetto e pudore, restituendone i
pensieri sulla loro condizione, e rivelando anche il suo personale stupore, sul racconto che ne era uscito.
Veltroni ha cercato di riprendere
quel filo, con l’idea di raccontare lo
sguardo sull’Italia di oggi, attraverso
le voci di 39 bambini tra i 9 e i 13
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anni, sollecitati a parlare di tanti argomenti differenti, cercando di far
affiorare quale consapevolezza, istintiva e ragionata insieme, i bambini abbiano della società in cui sono immersi, dei suoi cambiamenti, e
delle relazioni non sempre facili con
il mondo adulto e con le ‘cose’ dei
grandi.
Temi difficili, domande non semplici
a cui i bambini rispondo in modo
diretto, con profondità, questo anche grazie alla scelta di non parcellizzare le loro risposte in funzione
dell’efficacia e dell’effetto di una
battuta singola, ma lasciando scorrere il discorso, a volte saggio, a
volte ingenuo, quasi sempre autentico. Lo sguardo dell’autore rimane
fuori campo, come la voce, scegliendo ambientazioni che rischiano
di sembrare troppo simili, e privilegia volti e voci, per lasciare spazio a
un racconto dai tempi distesi dei
protagonisti, evitando la strada più
facile della raccolta di frammenti abilmente montati.
Questo permette a chi guarda di entrare nelle storie, per saperne di più
di questi bambini che hanno vissuti
diversi. Di lasciarsi coinvolgere nelle
rappresentazioni personali delle loro
storie, sia che abbiano origini nella
comunità di un orfanotrofio in Colombia, sia che rivelino la capacità
di misurare la propria adolescenza
con la piccola stanza di un albergo
occupato, o di mostrare con sincerità la difficoltà di fare i conti con il
talento non scelto di bambino geniale, o ancora la forza bella di un rapporto di sorellanza di reciproco aiuto.
Lo scorrere quieto dei racconti permette di comprendere che i bambini
sanno, sanno cosa sia la crisi, sanno che cosa siano le famiglie allargate, l’assenza di un genitore, la
perdita di un lavoro, l’amore nelle
diverse forme, e che per loro ‘futuro’
è una bella parola.
Se lo spaccato sociale dei documentari di Comencini era più articolato e meno omogeneo, il ritratto
meno consolatorio e più spiazzante
e sorprendente (e la sua lunghezza
tutta utile, mentre in questo caso
qualche lunghezza poteva essere
alleggerita), la visione in sala del
film di Veltroni innesca nel pubblico
adulto (e dicono anche in quello dei
bambini) un vivace sentimento di
partecipazione: si ride, si sorride e
si pensa, ci si commuove.
Si è coinvolti dalla diversità e vivacità delle voci di tutti, con pizzico di
nostalgia per quel tempo in cui alla
domanda ‘Cosa serve nella vita per
essere felici’ si poteva anche rispondere subito: “Sognare”.
Adele H.
IL FOTO RACCONTO DI URBAN FILE
DARSENA BELLA DI NOTTE
http://blog.urbanfile.org/2015/04/26/zona-ticinese-la-piazza-della-gente/
videomakARS [ Milano, a place to BE ]
“BE Art”
https://youtu.be/Q_n_r_PHuQ8
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numero 16 anno VII – 29 aprile 2015