I risultati della ricerca su partecipazione dei soci e dei lavoratori e relazioni industriali: primi risultati DI MARIO RICCIARDI 1. al numero spesso rilevante di lavoratori non soci, e la presenza di gruppi d’impresa si cui l’impresa cooperativa la con rollan e e erci ano o eno na or a e pan i a dei valori cooperativi di tutela del lavoro anche oltre i con ni delle coopera i e e e ello c e eg e il re ocon o di n recen e iaggio nel mondo delle cooperative in Emilia-Romagna. Nell’estate del 2014 abbiamo incontrato venticinque tra managers, amministratori di cooperative di diversi settori e dirigenti di Legacoop nazionale, regionale e provinciale, che con cortesia e pazienza hanno risposto alle nostre domande, illustrandoci vari aspetti del funzionamento delle cooperative emiliano romagnole nell’attuale congiuntura. Per cercare di rispondere a domande come queste seguimmo un duplice percorso, che deriva dall’osservazione del funzionamento della partecipazione in cooperativa. Da un lato, ci interrogammo sul funzionamento della partecipazione dei lavoratori-soci attraverso gli organi sociali. D’altro lato, considerando la natura peculiare del socio-lavoratore della cooperativa, ma anche la già ricorda a a pia di ione di la ora ori non oci e per altri aspetti di soci non lavoratori, come nella cooperazione di consumo), nonché l’elevata sindacalizzazione e di ione della con ra a ione colle i a nella no ra regione, ci interrogammo anche sul funzionamento della par ecipa ione di rela ioni ind riali , condo a cio ia attraverso gli strumenti contrattual/sindacali (sistemi di informazione/trasparenza, rapporto tra salari e produttii ia e ra con ra ali, di rappor o dire o, cio , ra l’azienda e i lavoratori. A dire il ero il no ro, pi c e n iaggio, ao n ri orno Nel iennio 2010 2011, i p l o della Fondazione Barberini, avevamo fatto una prima “immersione” nel mondo della cooperazione, anche allora incontrando un numero di amministratori e managers all’incirca equivalente a quello attuale, e successivamente raccogliendo, attraverso la somministrazione di questionari, l’opinione di 35 cooperative. o ie i o di ell indagine, c e ene i ricordare non soltanto perché in larga misura coincide con quello dell’attuale ricerca, ma soprattutto perché ne rappresena l indi pen a ile an e a o, era ello di eri care lo “stato di salute” della partecipazione dei lavoratori nel mondo della cooperazione della nostra regione È appena il caso di sottolineare che la ricerca di cui stiamo parlando si concluse prima della drammatica estae del 2011, in n periodo cio in c i la cri i econo ica che sta tuttora travagliando l’economia europea era già esplosa, anche se ci trovavamo ancora nella sua prima fase, in cui molti ritenevano che la ripresa fosse prossima, se non a portata di mano. Le domande che ci ponemmo e da cui partimmo erano più o meno le seguenti. La partecipazione dei lavoratori n alore or e I alore onda i o della coopera ione Ma con il trascorrere degli anni, le profonde trasformazioni che le imprese cooperative hanno conosciuto, dal punto di vista dimensionale, settoriale, di mercato, eccetera, come hanno inciso sulle modalità della partecipaione Co e, e in c e i ra, le e igen e di e cien a e competitività delle imprese cooperative sono compatibili con la partecipazione stessa? La partecipazione, nelle forme che essa ha tradizionalmente assunto nel mondo coopera i o, n alore aggi n o o n i paccio nel contesto attuale? In particolare, le trasformazioni collegate Che cosa emerse dunque dalla nostra indagine? Il versane or e pi appro ondi o dalla ricerca , ello cio delle relazioni industriali, diede risposte abbastanza rassicuran i, anc e e con ra egna e, co o io, da l ci ed ombre. Il quadro che emergeva era, innanzitutto, quello di una situazione adeguatamente regolata, nella quale erano in igore non ol an o con ra i na ionali peci ci per la cooperazione o, in qualche caso, applicando alle cooperative contratti stipulati da altri soggetti datoriali) 63 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 e, in molti casi, contratti di secondo livello, ma, quel che più conta, si rilevava che i contratti venivano applicati in tutti i loro aspetti, salariali e normativi, inclusi, quindi, quegli istituti contrattuali che prescrivono l’ informazione e la consultazione delle rappresentanze sindacali su alcune scelte strategiche della vita d’impresa, e che rappresentano, allo stato dei fatti, la principale , se non l nica or a cial en e anci a della de ocra ia industriale “all’italiana”. Anche sull’altro versante della partecipazione, quello “sociale”, la ricerca metteva in evidenza luci ed ombre. Da un lato, l’assoluta maggioranza dei cooperatori intervistati sottolineava non solo l’importanza della partecipazione dei soci come valore fondante della cooperazione, ma evidenziava anche lo sforzo per ampliare la base sociale, rendere attrattiva l’adesione alla cooperativa attraverso una pluralità di strumenti e di iniziative, da quelle riguardanti più direttamente l’interesse economico (ristorno, erogazioni sociali di varia natura) alle iniziative ludiche, di ociali a ione e ra or a en o iden i ario Na ralmente, si evidenziava la ben diversa forza del vincolo sociale, a seconda del settore e del tipo di scambio mutualistico. In molte cooperative di produzione e lavoro, in particolare, appariva evidente che la porta dell’accesso alla condizione di socio era socchiusa, sia per l’entità mediamente abbastanza elevata della quota sociale, sia per gli itinerari necessari per accedere allo status di socio. Altrove, invece, la porta era addirittura spalancata, come nella cooperazione di consumo. Ciò naturalmente corrispondeva a un ben diverso grado di interesse a partecipare alla vita della cooperativa, e si riverberava sia sulla partecipazione alle assemblee che sul processo di formazione dei gruppi dirigenti. Altri aspetti in grado di incidere sulla partecipazione sottolineati nell’indagine erano la dimensione dell’impresa, la sua dispersione territoriale, la composizione professionale della forza lavoro, la stabilità della base sociale/occupazionale, resa strutturalmente più instabile, ad esempio, nelle imprese che concorrevano sistematicamente ad appalti pubblici. Nel complesso, la ricerca descriveva un rapporto costante e iologica en e poco con i ale ra le coopera i e e i indaca i, rappor i ra or a i da na re e di rela ioni anche informali, tra le rappresentanze sindacali, gli organi di governance e la tecnostruttura aziendale, aventi come oggetto non soltanto le condizioni di lavoro, ma anche le prospettive produttive e occupazionali delle aziende cooperative. Questa fairness nelle relazioni industriali determinava, insomma, nella maggior parte dei casi da noi analizzati na pi a a con i ali e n a eggia en o pi collaora i o da par e dei indaca i l al ra accia della edaglia era rappresentata però dal fatto che questo migliore rapporto (rispetto alla media delle imprese private) “costava”, per dir così, alle imprese, salari talvolta più elevati rsipetto ai concorrenti, condizioni di lavoro migliori, sistemi di welfare aziendale spesso notevolmente avanzati, e un ricorso più circoscritto, rispetto alle imprese non cooperative, a rapporti di lavoro atipici. Il che incide in parte sulla competitività aziendale, ma va comunque messo sull’altro piatto della bilancia con un maggiore coinvolgimento attivo dei lavoratori. Passando dai problemi riguardanti l’adesione a quelli riguardanti la partecipazione vera e propria, l’indagine metteva in luce una situazione abbastanza variegata, caratterizzata tuttavia da un costante rispetto delle scadenze “sociali” (assemblee, consigli d’amministrazione, in alcuni casi commissioni di soci) e un impegno a rendere più agevole la partecipazione stessa, attraverso assemblee ripetute e separate territorialmente nelle cooperative più grandi, e la predisposizione di incentivi vari alla partecipazione. D’altra parte, però, il dato che emergeva con una certa e iden a era c e co n e e a a re e di rappor i con le rappresentanze sindacali, utile per mantenere un elevato grado di pace sociale nelle aziende e nel sistema, pe o non da a l ogo per n a n e e i o coin olgimento, né a qualche forma di controllo sulle decisioni aziendali, e non appariva del tutto chiaro se ciò corrispondesse soprattutto a un basso grado di reale coinvolgimento delle controparti da parte del management aziendale, convinto che comunque le decisioni gli spettassero in via esclusiva, o (come sostenevano i vertici aziendali da noi intervistati) a una troppo scarsa capacità dei sindacati di collaborare costruttivamente oltre il mero ambito contrattuale e rivendicativo. Nel complesso, e fatte ovviamente le debite distinzioni tra settori , aziende e territori, sotto un “guscio” formale di norme contrattuali e di prassi di confronto estremamente ricco e di eren ia o, la ricerca rile a a c e la an i e alità di questa partecipazione.. rischia di essere in diveri ca i non cien e en e a i a e all al e a di ello che si immagina dovrebbe essere lo “stile”cooperativo(…) e sarebbe certamente più utile se anche le controparti e i lavoratori si attrezzassero meglio nelle abbastanza numerose occasioni di confronto”. Il quadro così descritto mostrava tuttavia diverse criticità. Innanzitutto, quale che fosse il tasso di partecipazione alle assemblee, l’indagine mostrava che sovente le assemblee stesse avevano un ruolo comunque poco più c e di ra i ca or ale di deci ioni a n e dal con iglio d’amministrazione, le quali erano a loro volta il risultato di decisioni prese in sedi più ristrette, con il decisivo apporto dei vertici della tecnostruttura. La passività e la tendenza alla delega da parte della base sociale sembraano e ere pi o o di e, e anc e gli or i per perarle non apparivano troppo convinti. Nonostante l’osservanza del principio “una testa (una quota sociale)= un o o, poco di eren ia a, in o a, e a a e del processo decisionale cooperativo da quello di una qualsiasi società per azioni, e se questo certamente testimoniava in parte l’autorevolezza delle leadership cooperative , 64 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 dall al ro di o ra a la di col fettiva voice sociale. dell e ergere di ne - Naturalmente a fare più notizia sono state le crisi delle aziende cooperative più grandi, più radicate nel territorio e, spesso, con una storia che coincide con la storia del territorio stesso, sì che la crisi di una cooperativa diventa anche la crisi di una comunità. Un’altra criticità riguardava il rinnovamento delle leadership aziendali, considerato a parole come un requisito importante della vitalità della democrazia associativa, ma anche un’importante risorsa in termini di competitività, in una fase caratterizzata da intensi cambiamenti nel contesto economico-produttivo e sociale. In realtà, i dati della ricerca rivelavano che il ricambio (anche) generazionale avveniva piuttosto lentamente, soprattutto nelle cooperative più “ricche” e per ciò stesso più “chiuse”. Certo, l’analisi delle ragioni della crisi, delle sue manifestazioni, dei rimedi adottati anche se limitata al mondo cooperativo richiederebbe un’indagine ben più vasta e approfondita di quella che abbiamo condotto nel poco tempo a nostra disposizione. Occorre avvertire, insomma, che le osservazioni che faremo sono per forza di cose limitate e parziali, prima di tutto perché, anche dal nostro circoscritto osservatorio, abbiamo potuto vedere che le situazioni sono molto diverse a seconda dei settori produttivi, e che anche all’interno dello stesso settore, aziende anche contigue possono avere risentito della congiuntura in modi profondamente diversi. Le considerazioni che seguono e che abbiamo tratto dalle realtà con cui siamo venuti in contatto non sono insomma automaticamente estendibili all’intero mondo cooperativo, anche se possono avere un valore orientativo, e fornire qualche spunto per ulteriori, più approfondite osservazioni. La ricerca rivelava, in sostanza, che la partecipazione in cooperativa, nelle sue varie forme, pur essendo ancora un valore sentito e praticato, era piuttosto “stanca”.E che ad aggravare la situazione stavano soprattutto tre aspetti: da n la o, n cli a c l rale e n approccio di o ai temi dell’impresa e delle relazioni industriali nel nostro paese, esitanti, se non in diversi casi esplicitamente ostili verso la partecipazione. Dall’altro, il sopravvenire della crisi, che poteva indurre a considerare un impiccio i tempi e le procedure della partecipazione di fronte alla rapidità della decisioni da prendere, ma che, come vedremo meglio tra poco, induceva anche una parte dei vertici cooperativi a restringere ulteriormente il “cerchio” decisionale per celare gli errori compiuti, o le indecisioni sulle scelte da fare. Il clima che abbiamo incontrato nei nostri incontri e “respirando” per dir così, l’atmosfera che sembra prevalente nelle a iende e nelle a ocia ioni, pi o o di er o da ello di re/ a ro anni a Allora, a ron are il e a della partecipazione dei lavoratori sembrava essere più che altro (come dire?) un problema di “lucidatura” di un’identità cooperativa un po’ appannata ma che, proprio dal rilancio della partecipazione intendeva trarre nuovo lancio per a ron are, con a la do a ione di poni ile, le de della cre ci a e della cri i alc no di e, in conclusione una delle riunioni che avemmo allora, che la partecipazione era la “ciliegina sulla torta”, forse interpretando più o meno istintivamente un certo comune en ire di o nel ondo coopera i o, o agari in endendo dire che la partecipazione era la componente più pregiata e più spendibile anche all’esterno dell’identità cooperativa. n al ro a pe o ri ela ore delle di col del o ento lo si poteva individuare, del resto, guardando alcuni dati riguardanti le cooperative osservate dalla ricerca: il calo della produzione e dei fatturati, dopo un triennio di di col econo ic e generali, era o an ial en e in linea con la situazione generale, ma nello stesso periodo si rilevava una sorprendente crescita dell’occupazione e un ricorso molto limitato agli ammortizzatori sociali: “nel complesso si conferma come il comportamento delel coopera i e nei o en i di di col di erca o ende ad a or i are gli e e i c e la cad a dell a i i produttiva provoca sui livelli occupazionali”. Si trattava di n eno eno i por an e, e igni ca i o dell a en ione portata dalle aziende cooperative verso il lavoro e gli e e i ociali delle poli ic e a iendali o er a ione racchiudeva tuttavia una domanda inespressa eppure naturale: cosa sarebbe accaduto se la crisi fosse continuata a lungo, in termini di sostenibilità delle politiche adottate e della tenuta stessa delle imprese? Oggi, il clima che abbiamo percepito nei nostri colloqui appare di er o e pi di er i ca o Il di onder i di crisi aziendali sembra rilanciare, da una parte, una serie di interrogativi che vanno per certi aspetti alla radice della natura cooperativa, all’adeguatezza della “forma” cooperativa nell’attuale congiuntura, alla domanda su quale uso sia stato fatto della partecipazione prima e dopo l’avvento della crisi, al tema se non si sia creato uno squilibrio tra una “centralità dell’impresa” praticata forse in modo troppo acritico, e i valori su cui si fonda, o dovrebbe fondarsi, la cooperazione, all’assetto e alle prospettive delle relazioni sindacali e di lavoro. Non si può però trascurare il fatto che importanti settori della coopera ione anno reggendo, nono an e le di col , e questo sembra determinare in qualche interlocutore una sorta di “orgoglio” nel modo in cui vengono raccontati al 2. La riposta a quest’ultima domanda la si sarebbe trovata negli anni immediatamente successivi e non sarebbe stata, purtroppo, una risposta rassicurante. Le cronache dell’ultimo biennio sono punteggiate da crisi e chiusure di i pre e, e la coopera ione e iliano ro agnola ne stata tutt’altro che indenne. 65 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 ricercatore i modi e le strategie che danno ad alcuni setori della coopera ione na arcia in pi per a ron are la crisi. stata, da un lato, determinata da ragioni dimensionali, poiché la presenza nei mercati esteri richiede trasformazioni organizzative e investimenti consistenti, che si sarebbero potuti realizzare peraltro attraverso accordi e sinergie tra diverse imprese, oppure che si sia trattato in parte di una scelta per così dire più “comoda” per imprese nelle quali i lavoratori sono anche soci, che possono quindi apprezzare la relativa vicinanza dei cantieri operativi, o forse per la radi ionale d cia nel a one ipica delle no re one 3. Co en no o il cra ere della cri i i e colloca o nel comparto delle costruzioni, un settore nel quale storicamente la cooperazione ha una presenza forte , e che, co e al re an o no o, a a ra er ando la a e pi di cile dal dopog erra ad oggi Fa o a c e la cri i a co n e co incia o a incidere pesantemente sull’attività di molte cooperative, i cui fatturati si sono drasticamente abbassati ( abbiamo qualche dato fornitoci nei colloqui, ma va confermato e co ple a o i, ando alle in or a ioni raccol e, i eri ca o n eno eno c e a aggra a o la i a ione, vale a dire un’ esitazione da parte dei vertici di alcune cooperative a prendere atto della crisi, e ad adottare le misure necessarie per fronteggiarne le conseguenze nel breve e medio periodo. Quali siano le ragioni di queste esitazioni, che hanno portato a “mettere la polvere sotto il tappeto”, ad assumere comportamenti rassicuranti, a adottare misure forse opportune in presenza di crisi congiunturali e transitorie, ma decisamente da evitare di fronte a situazioni molto più gravi, come il mancato ricor o ad a or i a ori ociali, o l o di elli pi o co e i con ra i di olidarie , non acile dire Cer o, la pro ondi della cri i a a ina pe a a, e per n cer o periodo i o i i ica en e pen a o c e il peggio o e alle spalle. Dalle informazioni ricevute si possono tuttaia cogliere al re ragioni, co e la di col dei gr ppi dirigenti a cogliere i segnali e la dimensione della crisi, la scarsa disponibilità a far circolare le informazioni sulla reale i a ione econo ico nan iaria dell a ienda, la volontà di non “allarmare” clienti, fornitori , stakeholders in generale, sulla solidità della cooperativa,la difesa di posizioni di leadership dei gruppi dirigenti acquisite in tempi anche abbastanza lontani, e consolidate dai risultati di una crescita continua. Le cooperative edili hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico della nostra regione, dando un contributo fondamentale al rinnovamento infrastrutturale non solo della regione, ma dell’intero paese. Le ragioni della crisi che ha portato alcune di esse al default sono varie, e probabilmente per indagarle a fondo occorrerebbe dedicarsi a scrivere qualche “storia” aziendale. Ciò che emerge anche dai colloqui che abbiamo avuto con gli e ponen i di alc ne di e e c e e le cri i anno ragioni abbastanza remote, e vanno fatte risalire a scele co pi e ando il erca o dell edili ia era oren e, e decidere di dedicarsi ai lavoro pubblici nel nostro paese e all’attività di costruzione e vendita di edilizia residenziale, industriale, terziaria, era una scelta premiante. Anche dalle o arie in or a ioni c e a o po i ile raccogliere nelle interviste, risulta evidente che molte cooperative edili, sia di grandi che di medie dimensioni, hanno da un certo punto in poi consapevolmente scelto di dedicarsi al mercato domestico,talora abbandonando mercati esteri in cui avevano operato, ovviamente privilegiando il core business dei classici settori dei lavori pubblici e dell’immobiliare, ia p re di er i cando, in alc ne a i, no e ol en e le attività: oltre a quelle più tradizionali , si sono dedicate a attività come, ad esempio, la realizzazione e la gestione di nuove tratte autostradali, la realizzazione e la gestione di case di riposo, la gestione di cave. Tuttavia, la crisi ha cominciato a mordere sostanzialmente per due ragioni, il rarefarsi dei lavori pubblici, e soprattutto dei grandi lavori, deri a a dalla cri i della nan a p lica cri i a en a a e ritardata solo in parte da grandi iniziative come l’Expo, peraltro in fase conclusiva) e la crisi dell’immobiliare, nel quale le cooperative avevano investito ingenti capitali, con dando in n erca o c e a e a a o na a e di rapida espansione continua e prolungata e che comunque, anche nei suoi andamenti ciclici, non aveva mai conosciuto in passato un arresto così profondo, esteso e prolungato, con prospettive di uscita dal tunnel tuttora incerte , ma che fanno comunque ritenere improbabile in tempi ragionevolmente brevi una ripresa consistente. La spiegazione della scelta esclusivamente “domestica” compiuta da molte cooperative delle costruzioni, talvolta abbandonando il mercato estero nel quale erano presenti, richiederebbe un’analisi più approfondita. Si può ipotizzare che sia La crisi ha provocato in diversi casi da noi contattati un igni ca i o calo dell occ pa ione, e in alc e i a ione ha richiesto misure drastiche, come una riduzione generalizzata, anche se provvisoria, dei salari. Ovviamente non siamo in grado di dire se le misure adottate siano tali da consentire la salvezza e il rilancio dell’impresa, anc e e la en a ione c e e erge dai no ri collo i quella di una situazione ancora molto in bilico. In realtà i nostri interlocutori sono stati abbastanza generici sulle misure che si ritengono necessarie per superare la crisi: entrare nei mercati esteri sarebbe desiderabile ma semra pi o o di cile da a ar i in n periodo di cri i come l’attuale, (anche se qualche passo in questa direzione sembra già essere stato compiuto) spesso si manifesta l’intenzione di abbandonare una vocazione “generalista” scegliendo produzioni più specializzate e a maggior contenuto tecnologico. Al fondo, comunque, la speranza difa c e e ra di cogliere c e la cri i a ia occa o 66 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 il fondo, e che, alleggeriti di personale e di debiti, sia possibile ripartire. er i i en pre en e nel ondo coopera i o, e olge na an i pi o o di er i ca a di a i i , dalle p li ie, alla vigilanza, agli autotrasporti, alla logistica, alla ristorazione. Le informazioni che abbiamo raccolto ci raccontano di imprese con un’occupazione stabile o addirittura in crescita, bilanci che consentono la distribuzione del ristorno. Tuttavia la crisi incide anche qui, e qualcuno addirittura si spinge a dirci che la situazione di relativa buona salute a ale piega ile con il a o c e la cri i arri a in ri ardo nel settore dei servizi rispetto ad altri settori. D’altra parte, i servizi non possono non risentirne, visto che si tratta di aziende in larga misura dipendenti dalle commesse del settore pubblico e delle imprese private. Qualcuno, per la verità, non ce l’ha fatta, ed ha attraversato l’inferno del fallimento, del default del prestito sociale, della ripartenza con un’altra natura sociale, questa volta non cooperativa. È piuttosto lacerante ascoltarne la oria, il cceder i di di col ogge i e, errori ge ionali, conseguenze sociali sul territorio d’insediamento. Ma la con eg en a or e pi pe an e l o ra di d cia che queste vicende hanno proiettato sul metodo cooperativo, sull’idea stessa della cooperazione, sentir riferire che i lavoratori usciti traumaticamente dalla cooperativa e recuperati in una newco non cooperativa ritengono l’attuale situazione assai più trasparente, partecipativa e motivante rispetto alla precedente gestione. Da un lato, quindi, il settore risente della crescente richiesta da parte dei committenti, pubblici e privati, di prestare servizi a costi sempre più bassi, ma senza incidere sulla qualità della prestazione, dall’altro si risente sempre più fortemente di una concorrenza, sia da parte di imprese private, sia, soprattutto in alcuni settori come la logistica e le pulizie, da parte delle cosiddette cooperative “spurie” che prestano servizi a costi molto bassi, praticando quasi sempre condizioni salariali e lavorative deteriori, non applicando i contratti o applicando contratti “pirata”, non pagando regolarmente i dipendenti, trascurando le norme sulla sicurezza. Le cooperative del settore vengono insomma aggredite su due fronti, da un lato dalla crisi e dall’altro da una concorrenza ai limiti o addirittura fuori della legalità. Quest’ultimo fenomeno a e e i anc e ll i agine della coopera ione, al p n o da rendere di cile raccogliere n o e ade ioni sociali nelle zone in cui la presenza di cooperative spurie alimenta i pregiudizi contro la cooperazione. Non o il e ore delle co r ioni a ia in cri i Nei nostri incontri abbiamo sentito il caso di una cooperativa che orgogliosamente rivendica di essere in buona salute, grazie alla strada imboccata già nel decennio settanta e perseguita con continuità negli anni, oltre a una specializzazione nel settore dei trafori che la porta ad essere competitiva avendo vari cantieri in quattro coninen i Ci c e colpi ce in e a coopera i a per il dato riguardante la proporzione tra soci e lavoratori, che di no a en i, e c e lo a di ocio i p ac i ire solo con una condizione molto selettiva, determinata non tanto dall’importo della quota sociale quanto dal fatto che per diventare soci occorre essere stabilmente occupati presso la sede centrale da almeno due anni, ciò che fa sì che la compagine sociale di questa cooperativa sia piuttosto esclusiva, composta per lo più da impiegati, tecnici e dirigenti. Un po’ paradossalmente, gli esuberi potenziali in questa cooperativa che, dal punto di vista dei risultati, va in controtendenza con il settore sono alcune decine di operai che lavorano nella città dove la coopera i a na a, e nella ale l a i i edili ia ri en e o ia en e delle en no e di col generali La crisi non sembra aver determinato, nelle cooperative contattate da noi, conseguenze eclatanti sull’occupazione complessiva, anche se ovviamente possono esservi stati singoli punti o momenti di crisi, fronteggiati con l’uso della cassa integrazione. La storia aziendale recente di e e coopera i e non a a, peral ro, pri a di epi odi tribolati. La sostituzione di alcuni vertici, qui come in dier i al ri ca i, ci a a raccon a a non co e la iologica evoluzione di un ricambio (anche) generazionale, ma co e il ri l a o di con i i an o pi a pri an o aggiore la d ra a in carica dei gr ppi dirigen i, con i i dei quali gli stessi nostri interlocutori sono restii a raccontarci i particolari. Il fatto che comunque appare anche o o n cer o elo di ri er a e a c e, anc e ando la cri i al er ice non a a pro oca a da dra a ici de a l , il con i o pe o lega o a di er e i ioni lle rade da prendere per a ron are la cri i, co e ad e e pio la scelta se procedere o no ad accordi o fusioni. Non il ca o di rarre ded ioni roppo generali dalle o er a ioni a e n i, da a la li i a e a del ca pione osservato, ma non si può non notare, come sia singolare che tra le aziende di costruzioni da noi incontrate la cooperativa che ha avuto la crisi più profonda sia rinata, per trovare spazi di competitività, in forma non cooperativa, e d’altro canto la cooperativa che “va bene” abbia una struttura e una “chiusura” piuttosto insolita rispetto al classico modello cooperativo. Del resto, i nostri interlocutori delle cooperative di costruzioni ci hanno pressoché i ill ra o la nece i di co i ire ocie nan iarie, di progetto, per cantieri, spesso con soggetti privati, allo scopo di accrescere le attività, in forme diverse dalla forma cooperativa, giudicata troppo rigida. F ori dal cra ere della cri i le co e e rano andare eglio, almeno nelle cooperative che abbiamo intervistato. Tuttavia la crisi si avverte anche qui, eccome. Il settore dei 67 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 Ovviamente , per reggere la concorrenza di fronte alla situazione appena ricordata, le cooperative hanno dovuto adottare misure sia dal punto di vista strategico che del lavoro. Dal punto di vista strategico, ad esempio, riducendo la presenza nei settori più generici e più aggredibili sul versante dei costi e aumentando invece la presenza in settori più qualitativamente specializzati, come la logiica del ar aco, o il ri ana en o a ien ale li e e i l per onale ono a i opra o nali a i a rid rre i costi attraverso un aumento del part time, una riduzione delle ore lavorate, un aumento dei rapporti di lavoro e i ili , in alc e ca o anc e alla rin ncia ad alc ne prestazioni già in godimento, come i ticket mensa ai lavoratori della logistica. consumo “classica” (soci/consumatori) che dalla cooperazione che mette insieme soci/imprenditori, anche se parzialmente diverse sono le strategie di risposta. Dalle informazioni ricevute si coglie che, più che da un calo delle an i di erce end a, la cri i opra o percepibile come riduzione degli utili per la contrazione del valore dei prodotti venduti, a seguito della scelta dei consumatori verso prodotti a più basso prezzo e alla necessità di ricorrere a promozioni. Dalle interviste e e a e e ra a ia c e non i iano i a ioni molto critiche dal punto di vista occupazionale. La cooperazione di imprenditori si giova probabilmente delle dimensioni medio piccole dei negozi, e l’occupazione cre ci a, anc e a eg i o dell aper ra di n o i p n i vendita. Nella cooperazione di soci l’occupazione stabile non sembra essere stata intaccata, poiché le esigenze di e i ili ono a e oddi a e ano rando pre alentemente sui numerosi contratti part time e a termine già da tempo esistenti. Le strategie per fronteggiare la crisi ono arie: dalla di er i ca ione di en ionale, c e, ol re ai tradizionali iper e supermercati punta verso strutture a dimensione più piccola e con prodotti di qualità, alla formazione e coinvolgimento del personale (su cui torneremo più avanti) all’esternalizzazione della logistica. Nel settore delle cooperative sociali soltanto alcuni aspetti assomigliano da vicino a quelli appena menzionati per i er i i Anc e i c dipenden a da na co i en a c e di a o na onoco i en a, ella del e ore pubblico, con tutte le conseguenze legate a una politica di rid ione della pe a p lica c e non a i ai elettiva rispetto all’importanza e alla qualità dei servizi da o rire , a i a a agli lineari Anc e i la cri i i manifesta dunque attraverso la richiesta di prestare servizi a costi sempre più bassi, nell’allungamento dei tempi di pagamento e, per quanto in misura più ridotta rispetto al settore dei servizi, nella presenza di concorrenza al ribasso di privati e cooperative spurie. Va peraltro rilevato che qui, il problema della pressione sui costi e le condiioni di la oro re a pi co ple a dalla con ig i con il settore pubblico, e dalla forza d’attrazione che esercitano i contratti pubblici, anche a causa della presenza di controparti sindacali che sono le stesse del settore pubblico. Si ra a di a ori c e e erci ano e e i nega i i opra o in termini di bassa redditività (circa il 3% in Emilia-Romagna), in particolare sulle cooperative di piccole dimensioni, meno sulle grandi cooperative,con più di 500, ma che hanno anche alcune migliaia di dipendenti, in grande maggioranza anche soci. Anche qui non vi sono stati effetti massicci della crisi sull’occupazione complessiva, aleno ella a e po inde er ina o, le di col ono a e in par e a ron a e, al eno nelle grandi coopera i e, con meccanismi di solidarietà e mobilità interna, in parte pro a il en e carica e lla e i ili di anodopera marginale. Ovviamente anche qui si corre ai ripari non soltanto con aggiustamenti riguardanti la manodopera, ma anc e con opera ioni nan iarie, co e accordi con anc e per anticipare i crediti verso la p.a., l’abolizione delle gare d appal o, la reali a ione di a ili nido co r i i con nanza di progetto e convenzionati con le autonomie locali,la endi a di er i i di el are in egra i o di er i ca i a pria i e ad al re coopera i e, na n o a e pi di er i ca a, ma anche meno costosa, organizzazione dei servizi forniti (es: assistenza domiciliare graduata). 4. Le “linee guida per la governance delle cooperative aderenti a Legacoop” approvate dalla direzione nazionale di Legacoop il 18 settembre 2008 rappresentano una sintetica e fondamentale elencazione di principi e metodi opera i i per e ili rare e cien a e par ecipa ione, odernità e valori. e linee g ida i ar icolano, co e no o, in na erie di paragra nei ali i a ron ano i ari pro le i, da elli più tradizionali della adesione e partecipazione dei soci, a quelli più complessi legati alle grandi dimensioni e alla natura di gruppo assunta de numerose cooperative. Riassumendo in breve i contenuti del documento, si iniia con la ria er a ione del principio della por a aper a, necessario per il rinnovamento della base sociale e da gestire in base a requisiti e procedure di accesso determinati secondo criteri di equità e trasparenza. La partecipazione dei soci deve essere favorita attraverso l’attivazione di strumenti di natura informativa sull’andamento delle attività economiche della cooperativa, attraverso procedure formalizzate di informazione sulle decisioni maggiormente rilevanti che sia avvalgano di tutti gli strumenti disponibili, da incontri e gruppi di lavoro preassembleari, gli house organ alle tecnologie informatiche. Per quanto riguarda la cooperazione di consumo la crii o ia en e lega a al calo generali a o dei con mi, e sembra essere percepita sia dalla cooperazione di Nei gruppi a controllo cooperativo le informazioni devono riguardare anche quanto di rilevante avviene nelle società controllate, nonché il raccordo tra l’attività di que- 68 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 e e la nali ali ica propria della capogr ppo L’indagine che abbiamo condotto questa volta, sia per la limitatezza del campione, sia per la vicinanza temporale con la precedente, non ci ha portato a risultati complessivamente diversi o più generalizzabili, ma forse a speci care eglio alc ne delle o er a ioni c e a e a o avanzato nella precedente occasione. La partecipazione dei soci all’assemblea deve essere garan i a a ra er o or e di con oca ione e caci, e la a e e a ione de e e ere ale da garan ire la a i a partecipazione, soprattutto nelle cooperative più grandi e complesse, attraverso assemblee separate e la creazione di strumenti stabili di partecipazione, come comitati territoriali, sezioni soci, eccetera). Per quanto riguarda l’apertura della “porta” abbiamo visto sostanzialmente confermato quanto avevamo già noa o nella ricerca preceden e, cio na inore pre en a percentuale di soci rispetto ai lavoratori nelle cooperative di pl, con una punta estrema in una cooperativa (400 soci e 8000 dipendenti complessivi tra coop e controllate:, una percentuale tra il 40 e il 60% nella maggior parte delle altre, un deciso aumento della base sociale nella cooperazione sociale (2300 soci su 3000 una cooperativa tra quelle da noi intervistate, un rapporto ovviamente molto più squilibrato nella cooperazione di consumo “di oci , en re o ia en e del 100 nella coopera ione di consumo “di imprenditori”. L’elezione delle cariche sociali deve avvenire con procedure formalizzate e trasparenti, le candidature devono essere rese pubbliche con le caratteristiche professionali e personali dei candidati, dev’essere garantita un’adeguaa rappre en an a di genere e di e en ali oci nan iaori, nece aria la ro a ione nelle caric e ociali, con n ricambio preferibilmente parziale degli amministratori. Le linee guida sottolineano anche l’opportunità che si introduca un limite al numero degli incarichi, e che il trattamento economico dei managers sia regolamentato e/o a da o a n appo i o co i a o re nera ione Nelle cooperative da noi interpellate non si può dire che l’importo della quota sociale costituisca una barriera all’entrata eccetto che in una della pl. Semmai una barriera può essere rappresentata, come abbiamo già ricordato, dal fatto che i soci devono essere dipendenti a tempo indeterminato, o dal requisito presente in una delle cooperative intervistate, per cui uno dei requisiti per dien are ocio l e ere a i dipenden i a e po indeterminato per due anni nella struttura centrale, il che fa sì, tra l’altro, che su parecchie migliaia di dipendenti, tra dipendenti della cooperativa e delle controllate, i soci sono nella grande maggioranza nella sede storica della cooperativa. Molto importanti sono poi le indicazioni riguardanti il controllo: qui il documento raccomanda la distinzione tra i ruoli di indirizzo e quelli di gestione, indica l’opporni di in rod rre la g ra degli a ini ra ori indipendenti, e richiama la possibilità di ricorrere al modello dualistico di governance. Per quanto riguarda i gruppi societari alla cui guida vi sono una o più cooperative, il documento raccomanda che vi sia “coerenza dei comportamenti delle società controllate con i valori tipici della cooperazione” e “l’estensione alle società controllate, nelle forme giuridicamente possibili, dei principi tipici della cooperazione. I meccanismi di partecipazione assembleare sono piuttosto vari, ma sembrano, nel loro complesso, essere piuttosto coerenti con quelli contenuti nelle linee guida. Convocazioni dell’assemblea trasparenti, due-tre assemblee all’anno, che spesso riguardano il preconsuntivo, il budget, il bilancio e le cariche sociali. Le riunioni sono in quasi tutti i casi esaminati precedute da riunioni preparatorie che in qualche caso prevedono anche l’invito ai dipendenti non soci, che in qualche caso vengono peraltro invitati anche alle assemblee, ovviamente senza diritto di voto .Vanno ricordati anche gli incentivi che vengono escogitati per incrementare la partecipazione sociale, che in qualche caso consistono ad esempio nell’organizzazione di iniziative conviviali coincidenti con l’assemblea, o, in almeno un caso da noi rilevato,, nel fatto che la partecipa ione agli app n a en o ociali no degli ele enti che rilevano al momento dell’attribuzione di incentivi salariali. In ne, le linee g ida a dano alla r ra a ocia i a un compito di vigilanza sul processo di applicazione dei principi ivi contenuti nelle aziende cooperative aderenti. Il documento – del quale abbiamo riportato qui molto sommariamente alcuni contenuti, ma si tratta di un testo piuttosto articolato e ricco di indicazioni operative – risale, co e i de o, al 200 , ed appare pi o o e iden e l’intenzione, ad esso sottesa, di “richiamare” il mondo coopera i o, n roppo di er i ca o co e concre i odelli e stili di governance, verso una moderna e certamente rivisitata adesione ai principi identitari della cooperazione, il che induce ovviamente a ritenere che le “deviazioni” fossero già allora piuttosto numerose ed evidenti. Già nella precedente ricerca, del resto, si era potuto rilevare che, anche al di là del guscio formalmente stabilito negli statuti e nell’osservanza delle scadenze canoniche, la situazione della partecipazione “sociale” presentase di er e cri ici ia o o il pro lo del r olo arcaa en e pa i o e e i a en e e erci a o dai oci, c e su quello del ricambio e rinnovamento delle leadership cooperative. Nelle grandi cooperative vi sono articolazioni territoriali, i comitati ( o sezioni) soci, che hanno una loro vita sociale, che non si occupano di gestione, ma di rapporti con i soci e con il territorio, ma svolgono anch’essi un ruolo in- 69 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 formativo. In alcuni casi tali comitati esprimono membri del consiglio d’amministrazione. del consiglio, che contraddice con il principio della netta distinzione tra indirizzo/controllo e gestione, può avere n a pe o po i i o, c e ello di e ere a con ron o nell’organismo di vertice esperienze e competenze diverse. Appare tuttavia evidente il rischio che si generi uno ili rio di cono cen e e indi di po ere ra c i in possesso di informazioni quotidiane e dettagliate sull’andamento aziendale e chi no. Naturalmente questo gap potrebbe essere colmato almeno in parte da iniziative formative dei consiglieri “laici”, per dir così, che ci risulano e i ere in alc ni ca i, a lla c i e e i a pro ondi ed e cacia non ia o per ora in grado di e pri ere giudizi. Bisogna ricordare inoltre che in alcune aziende e in alcuni settori il gap culturale tra la struttura tecnica e la grande aggioran a dei oci e dei dipenden i ol o rilevante, e che nelle aziende molto disperse sul territorio, con cantieri, ecc. le informazioni circolano spesso con di col i delica o il ca o in c i il er ice a iendale ha anche responsabilità direttamente operative, (il che può avvenire con l’unicità delle cariche di presidente e direttore generale, ovvero con l’attribuzione di deleghe peci c e e di pe o al pre iden e e ai con iglieri in eo ca o lo ili rio ra indiri o, ge ione e con rollo evidente, e la concentrazione di potere può solo indurre a sperare nelle capacità e nella visione strategica di chi lo concentra nella sua persona e, naturalmente, nelle capacità di comprensione/controllo dei consiglieri e dei soci. In alc ni ca i l ac i i ione dello a di ocio preceduta da una qualche formazione, tendente a illustrare storia, diritti e doveri. E in diversi casi l’informazione dei soci passa anche attraverso strumenti informativi come house organ e/ o siti aziendali Nonostante ciò non si può dire che la partecipazione alle assemblee sia del tutto soddisfacente, anche dal punto di i a era en e an i a i o a par ecipa ione edia en e a a ando le co e anno ene, ci ao detto, e aumenta quando ci sono problemi e/o in occasione del rinno o degli organi la par ecipa ione , inol re, solitamente più alta nelle cooperative di dimensioni più piccole, e in quelle con un’organizzazione più concentrata territorialmente e più compatta dal punto di vista organizzativo. Per quanto riguarda le regole sulla formazione dei gruppi dirigenti, occorrerebbe un’analisi puntuale degli statui, c e non a a per ora po i ile alle in or a ioni avute dagli intervistati, spesso le regole prevedono un limite ai mandati (per lo più tre, nelle cooperative da noi consultate), che può avere deroghe che però prevedono un quorum maggiore per essere confermati, e forme di rinnovo parziale dei consigli d’amministrazione. È interessante rilevare tuttavia che anche nel limitato numero di casi da noi osservato non mancano presidenze ultra decennali e, d’altro canto, vicende nelle quali , come abia o gi ricorda o, l a icendar i dei gr ppi dirigen i ao al ro c e n ran illo e iologico pa aggio di consegne. È interessante capire come sono andate le cose nelle aziende che hanno risentito più fortemente della crisi. Per quanto riguarda ad esempio le cooperative del settore delle costruzioni le opinioni che abbiamo raccolto sono state in generale piuttosto critiche sul funzionaen o dei i in or a i i pre cri i In di er i ca i la i a ione c e ci a a raccon a a era cara eri a a da leadership aziendali insediate da molto tempo, con un con en o con olida o, e na d cia di a, c e a e a però contribuito a determinare una certa passività non solo da parte dei soci, ma anche da chi (consiglio, strutture associative) avrebbe dovuto esercitare il controllo. Al o en o in c i la cri i inco incia a e rano e er i eri ca i di er i eno eni In alc ni ca i il er ice pi ristretto ha cercato di tenere il più possibile riservate le informazioni. Vi sono alla base di questo comportamento molte diverse motivazioni, in parte determinate forse da na le ra non cien e en e l cida della i a ione, e della gra i della cri i, in par e dalla di col di prendere decisioni impopolari dopo un lungo periodo di acc e gra e , in par e dalla di col o ie i a di ar condividere scelte di taglio dell’occupazione e dei salari a una platea di soci-lavoratori. Tutto questo ha portato a rinviare le decisioni o a prendere e protrarre decisioni attendiste (come i contratti di solidarietà). Le situazioni sono, peraltro, abbastanza diverse. Le vicende della crisi e le capacità di reazione delle cooperative sembrano essere state collegate anche a fattori come il momento in cui la crisi ha cominciato a mordere davvero: lo shock e la capacità di reazione sembrano essere stati minori nelle Per quanto riguarda la composizione e il funzionamento del consiglio d’amministrazione, la situazione sembra essere, anche nel limitato campione da noi esaminato, ol o di er i ca a Co e i de o, il con iglio d a inistrazione ha spesso una composizione piuttosto eterogenea, essendo in diversi casi composto sia da consiglieri espressione dei comitati, o sezioni soci, e quindi espressione di una leadership “territoriale” formatasi probabilmente attraverso il prestigio o l’attivismo nelle attività sociali, e, in diversi casi, da esponenti della tecnostruttura In alc ni ca i nel con iglio pre i a na pre en a inori aria, a a a an a igni ca i a, di oci o entori mentre non ci risulta che vi siano amministratori indipendenti. Vi ono poi ca i in c i, all oppo o, il pre iden e anc e direttore generale, o i componenti del consiglio di amministrazione hanno deleghe che li mettono, di fatto, a capo di settori operativi. La cosa viene descritta come un fatto o o a o iologico, in alc e ca o ci iene de o che “si cerca di evitarlo”, ovviamente abbiamo necessità di con l are gli a i per eri care e i iano con enute norme sull’incompatibilità. La composizione mista 70 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 prime cooperative andate in crisi, mentre in quelle entrae in cri i pi ardi, do e l in or a ione lla i a ione sembrata avvenire, peraltro, attraverso un “passaparola” prima ancora che attraverso informazioni o atti formali, i soci e i lavoratori erano già più preparati, a decidere ( e a subire) misure più pesanti e dolorose. Nelle cooperative da noi o er a e appar o inol re c e la olon /capacidi rea ione a a aggiore nelle coopera i e con na struttura più compatta e meno dispersa territorialmente, dove non solo le informazioni circolano più intensamente e lo a o dell a ienda e del erca o no o a ol i, e non a tutti, ma anche la solidarietà tra i lavoratori sembra e ere pi olida e di a in aniera ancora pi p n ale nel doc en o Fonda Barberini-Ancpl: Partecipazione in cooperativa: istruzioni per l’uso del 10 maggio 2012 o nel “libretto rosso” di Generazioni E.R.) e soprattutto di alcuni dei suoi contenuti più sostanziali e innovativi. In particolare, alcuni tra gli aspetti che, dalla nostra indagine, sembrano più critici e su cui varrebbe invece la pena di focalizzare l’attenzione sono quelli che riguardano la distinzione tra indirizzo/ gestione/controllo, la dialettica tra gli organi sociali e l’adozione di misure come l’immissione di amministratori indipendenti e l’adozione del modello dualistico, un rafforzamento della “funzione di presidio delle regole e dei valori” da parte delle strutture associative. Il da o c e co n e e erge a a an a ne a en e che la concentrazione delle informazioni e dei poteri, la carenza di informazioni e di controlli, la timidezza nell’inor are la a e ociale delle i a ioni e e i a en e eri ca e i e l ado ione di i re enden i a ini i are l’impatto della crisi nel breve periodo, ma strategicamente controproducenti, sono state, se non le cause prime, cer a en e a pli ca ori e aggra an i delle cri i A esto va aggiunta certamente una debolezza del ruolo delle strutture associative, sulle cui ragioni, su entrambi i lati del rapporto stesso, andrebbe fatta un’indagine apposita e pi appro ondi a a alc e in er i a ci e ra o di capire che il rapporto tra alcune cooperative e l’associazione si era fortemente allentato negli anni delle “vacche grasse” in nome di una certa ubris da a o cien a di alcuni settori cooperativi. A questo, tuttavia, va aggiunto qualcos’altro. La partecipa ione n alore in , a in n con e o a o di imprese, la partecipazione deve servire a creare un valore aggiunto che le rende più competitive in quanto possono giovarsi dell’apporto attivo di tutti coloro che vi lavorano, e in più perché vi si crea una dialettica che aiuta gli amministratori e il management da un lato, i lavoratori dall’altro, a creare quella circolazione di informazioni, di innovazioni e di stimoli che consente di evitare gli errori e di prendere consensualmente le decisioni, facili o di cili, c e er ono alla ona al e dell i pre a e al benessere di chi vi lavora. er o enere e i ri l a i, la par ecipa ione cla ica sicuramente utile, ma probabilmente non basta. Una cooperativa nella quale la forma e la sostanza della partecipazione dei soci-lavoratori ai vari momenti assembleari iano ri pe a e alla per e ione, le caric e iano de ni e in modo democratico, e le informazioni sui bilanci vengano orni e in odo ra paren e e corre o, cer a en e un’ottima cooperativa, ma se l’organizzazione del lavoro al suo interno resta di tipo gerarchico/ tradizionale non si può dire che essa utilizzi in maniera ottimale le risorse c e la par ecipa ione p o rire po i ile a er are c e i pro le i e le di or ioni nel “metodo” cooperativo sono limitati ad alcuni casi ormai esplosi e non ripetibili? Non abbiamo l’ambizione di dare risposte con valore generale, vista la limitatezza del campione sia questa volta che, tutto sommato, anche nell’indagine precedente. Non si può però tacere che gli avvenimenti recenti fanno suonare più di un campanello d’allarme: se i casi di crisi più conclamata hanno avuto co e conca e n de ci di par ecipa ione e di con rollo, un’ evidente confusione tra indirizzo e gestione, un eccesso di protagonismo da parte di oligarchie quando non di “un uomo solo al comando”, diversi assetti ed equilibri che abbiamo rilevato anche al di fuori del “cratere” della crisi non sono ancora oggi troppo diversi, anche se naturalmente le condizioni oggettive (di mercato, patrimoniali, organizzative) e soggettive possono fare molta di eren a Qui il discorso si farebbe molto ampio, e in questa sede lo si può solo richiamare per sommi capi. Il dato di partenza c e la ia i aliana al rec pero di prod i i a ra ero l a en o della e i ili e erna, la a ra ione dei e pi e delle ore la ora e a de ni i a en e o ra o la corda. “ La competitività del sistema manifatturiero italiano può essere rilanciata soltanto attraverso un deciso sforzo di innovazione nel sistemi organizzativi e gestionale delle imprese” (Pero-Ponzellini 2014). D’altra parte, “la debole presenza di innovazioni organizzative , di nuove pratiche di lavoro, di stili partecipativi di gestione del personale, di forme di cooperazione attiva dei lavoratori, di robusti ed equi sistemi di incentivazione del personale, può essere considerata una causa nascosta della stagnazione dell’andamento della produttività” (Cerruti-Pedaci 2012) Come fare a rivitalizzarla e potenziarla, questa partecipazione dei soci e dei lavoratori, di cui sembra che si percepi cano pi i pro le i ando non c , o non c a aan a, c e i pregi ando c Dall’indagine che abbiamo condotto ci sembra emergere innanzitutto l’importanza che ha/avrebbe un’applicazione più generalizzata e puntuale delle linee guida del 200 , alc ne delle ali ono a e arricc i e e ride ni e er dirla in aniera e re a en e in e ica, il e a in larga misura quello di invertire, o per meglio dire comple- 71 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 tare lo “sguardo” con cui si decide all’interno dell’impresa, passando da una situazione nella quale lo “sguardo” e cl i a en e er icale, dall al o er o il a o,ed quindi competenza esclusiva del management aziendale, a una situazione nella quale lo “sguardo” di chi lavora acquisisce un peso rilevante nel processo decisionale. Ovviamente le forme che questo cambiamento può assumere sono le più varie, e cambiano a seconda del settore, dell a ienda, dell organi a ione del la oro er no le forme apparentemente più banali di partecipazione dal basso, come il sistema dei suggerimenti, possono diventare importanti, nella misura in cui vengono prese sul serio, innescando processi di cambiamento reale nell’organizzazione del lavoro, la creazione di gruppi di intervento e miglioramento delle condizioni di lavoro e della sicurezza, lo stimolo a forme di job rotation, processi di or a ione di i nali a i ad ac i ire le capaci cogni i e e le cono cen e ecnic e per iden i care, decidere ed ottimizzare i cambiamenti. Naturalmente l’attivazione di pratiche come queste, che aumentano l’autonomia e l’interattività dei lavoratori, singoli e in gruppo, ma ne accre cono anc e la o i a ione e l iden i ca ione con il lavoro e l’azienda, richiedono anche un parallelo “allenamento alla delega” da parte del management, “allenamento” che peraltro dovrebbe essere consueto nel contesto cooperativo. Va ricordato che questo della partecipazione attiva dei lavoratori al processo produttivo sembra stia sta diventando, in maniera per certi aspetti per no orprenden e, no dei e i or i della ra egia di relazioni industriali di associazioni imprenditoriali tradi ional en e orien a e in al ro er o co e Federmeccanica. Va aggiunto che percorsi del genere di cui abbiamo qui soltanto delineato un abbozzo possono benissimo, e di fatto sono stati in vari casi, condivisi dalle rappresentanze sindacali e hanno dato luogo ad accordi. L’interazione tra innovazione organizzativa e contrattazione collettiva può anzi determinare una maggiore prevedibilità, e quindi un consolidamento, degli stessi processi di cambiamento. La nostra indagine, per i tempi stretti e le modalità con c i i ol a, non a a in grado di g ardare a a anza a fondo dentro l’organizzazione del lavoro delle coopera i e in er i a e, e e o cer a en e n a pe o c e meriterebbe un approfondimento . Della creazione di un clima partecipativo può far parte anc e no r en o c e da e po pre en e nel ondo cooperativo, ma ha avuto di recente uno sviluppo crecen e in o il i e a delle i pre e, ed il eno eno del cosiddetto “welfare aziendale”. Si tratta di un aspetto che tocca, in qualche misura, sia il tema delle relazioni industriali che quello della partecipazione sociale: esso riguarda da un lato le relazioni ind riali perc negli anni pi recen i en ra o di prepotenza nella contrattazione di tutti i settori, sia come succedaneo degli incrementi salariali che come strumeno per a en are l iden i ca ione nell a ienda e la prod i i a iendale al ra par e il el are a iendale i tradizionalmente sviluppato nel settore cooperativo anc e i co e a ore di iden i ca ione con la coopera i a ma anche per certi aspetti, come elemento distintivo della miglior condizione di lavoro e del maggiore benessere implicito nell’essere soci rispetto alla generalità dei lavoratori. Si tratta di aspetti che, pur nella crisi, sembrano essere valorizzati in molte realtà da noi incontrate, con le forme più varie. Solo per fare qualche esempio, sconti ai soci (ma anche in misura inferiore ai dipendenti non oci per l ade ione alla a n o a ani con en ioni per o enere pre i i per onali oggiorni e i i, con ri i per gli studi, forme di conciliazione tra vita e lavoro. Interessante, tra gli altri, il caso di Coop Adriatica, che ha istituito un pacchetto di prestazioni per i lavoratori/soci, in un contesto come quello del consumo nel quale, tradi ional en e, l iden i del la ora ore/ ocio pi o o pallida. Di questo pacchetto fanno parte, oltre ad alcune provvidenze evidentemente mirate alla prevalenza di genere delle dipendenti (conciliazione di tempi di lavoro e di vita, voucher per badanti) anche a sconti sulla spesa l eriori ri pe o a elli pra ica i per i oci, il c e i rado o anc e in n a are per la coopera i a, c e a i o aumentare le sue vendite. Occorre sottolineare inoltre c e le pre a ioni ociali ono in ona par e a da e ad altre cooperative, dando un esempio concreto del “fare rete” . Su questo tema occorre aggiungere che dai colloqui e dalle o er a ioni c e a o po i ile are d ran e e a a e della no ra ricerca i rile a o c e i ono (almeno) due fattori che possono aiutare molto a creare le condizioni favorevoli alla partecipazione continua e dal a o nel en o da l i o ill ra o no l e i enza di un contesto aziendale molto innovativo, e con la presenza di una forza-lavoro (soci e non) con un buon livello di scolarità e adeguatamente motivata. Il secondo , app n o, l e i en a del cli a coopera i o, cio di un tessuto di informazioni e di relazioni che tenga uniti soci e non soci, facendoli sentire protagonisti di un progetto comune. Si tratta di condizioni che, laddove si reali ano, po ono per no rendere a i per e le ecniche manageriali (circoli di qualità, e quant’altro) che sono invece raccomandate in contesti aziendali diversi. Ceteris paribus, - rileva una ricerca condotta nel 2011 per con o della Fonda ione Bar erini nell i pre a cooperativa il livello ottimale di monitoraggio manageriale pi a o c e nell i pre a capi ali ica Me ori 2011 e o cer a en e ero, anc e e i do re e aggi ngere c e, perc ia del o ero, nece ario che il management, e non solo, adotti anche uno “stile” cooperativo. Se dunque, da un lato, la partecipazione “cooperativa” ha ic ra en e i ogno, per e ere n e e i o a ore di 72 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 an aggio, anc e di a er are e pra icare or e di partecipazione gestionale capaci di coinvolgere i soci, e in certa misura anche i lavoratori non soci, non soltanto nei momenti topici della vita cooperativa, ma in tutte le fasi del processo lavorativo con ampi gradi di autonomia decisionale e operativa, un altro fronte sul quale il movimento cooperativo nel suo complesso dovrebbe impegnar i ello i i ionale, della reali a ione cio di egli r en i anc e legi la i i capaci di ra or are, non soltanto nell’ambito cooperativo, ma più in generale, la partecipazione dei lavoratori nelle imprese del “sistea I alia Il ri eri en o i , da n la o, alle dire i e europee in materia di partecipazione, ma soprattutto alle numerose proposte di legge da tempo giacenti in parlamento in materia appunto di partecipazione, e delle quali si fatica a capire perché non siano diventate, accanto ai molti provvedimenti già assunti o in cantiere in materia di la oro, na delle priori di go erni c e a er ano ad ogni pi o pin o la loro vis innovativa e la loro conformità con i modelli europei. italiano, e non solo, sembra incamminarsi in tutt’altra dire ione cer a en e i por an e, a ri c ia di ra orar i in na o ione degli a e i e non acco pagnato e sostenuto da una più ampia e solida azione tendente a spostare il baricentro delle relazioni industriali verso direzioni compatibili con questa opzione”. Vi sono, oggi, condizioni più favorevoli perché questo avvenga? La doanda , per ora, en a ri po a 5. Il riennio c e ci epara dalla ricerca preceden e ao caratterizzato, sul piano delle relazioni industriali, da alcune rilevanti novità nei rapporti tra gli imprenditori e le grandi confederazioni sindacali. A partire dal 2009, come no o, ini ia o n proce o di re i ione del i e a con ra ale c e i en o reali ando con na erie di accordi interconfederali aventi come oggetto principalen e la iono ia dei d e li elli con ra ali, na ionale e aziendale, e i rapporti tra essi. Per limitarci al periodo successivo alla conclusione della nostra precedente ricerca, tra il 2010 e il 2014 si annoverano tre accordi, quello del giugno/settembre 2011 sulla riforma, appunto, del sistema contrattuale, con un’importante norma sulla derogabilità dei contratti nazionali da parte del secondo livello, quello del novembre 2012 sulla produttività, contenente un’ulteriore redistribuzione di quote di salario a vantaggio della contrattazione aziendale versus la detassazione delle somme così erogate, e l’accordo ACI-Confederazioni del 18 settembre 2013 sulla rappresentatività sindacale. Per dirla, anche qui, molto in breve, i progetti esistenti propongono un ventaglio, o per meglio dire una scala di possibilità, che vanno dal consolidamento dei sistemi di informazione e consultazione già esistenti nei principali con ra i colle i i, a or e di a ionaria o, no a odelli che, optando per lo più per il modello dualistico di governance , propongono la partecipazione dei lavoratori agli organi di controllo. Va aggiunto, peraltro, che diversi di questi progetti includono anche forme di regolazione legi la i a della rappre en a i i indacale e dell e cacia generale dei contratti collettivi. a inare gli e e i c e l applica ione di proge i co e questi avrebbe sulla cooperazione esula dagli obiettivi e dalle possibilità di questo scritto. Si possono tuttavia fare alcune osservazioni. Da un lato, si può ritenere che introdurre norme più generali e vincolanti sulle informazioni che le imprese devono fornire alle rappresentanze dei laora ori a re e n e e o po i i o ella ra paren a della deci ioni a iendali c e n a pe o orica en e critico nel nostro sistema produttivo ma che, almeno da quanto abbiamo potuto vedere, non si può dire sia del tutto risolto anche nel mondo della cooperazione. Quanto all’opportunità di introdurre il sistema di governance dualistica nelle grandi cooperative si può rinviare a quanto contenuto nelle “linee guida”. Per quanto riguarda la rappre en a i i , l in rod ione dell e cacia erga o nes dei contratti collettivi farebbe almeno scomparire i contratti pirata. L’Alleanza delle cooperative ha avuto un ruolo rilevante nei diversi passaggi contrattuali, e importante appare in par icolare la o o cri ione di no peci co accordo lla rappresentatività. Si tratta di un accordo importante sotto vari aspetti. Da un lato, conferisce maggiore stabilità e trasparenza al sistema contrattuale, selezionando gli interlocutori conra ali lla a e di na rappre en a i i cer i ca a Dall’altro,apre alla possibilità di contrattazioni in deroga al contratto nazionale, seguendo una linea fortemente per eg i a dagli accordi adro dal 2009 in poi, e odi cando quindi il tradizionale assetto della contrattazione collettiva a vantaggio dei contratti di secondo livello. Si tratta di mutamenti, e di opportunità per le imprese che sarebbe sbagliato sottovalutare, e che anzi vanno utilizzati in tutte le loro potenzialità. Tuttavia il sistema contrattuale nel suo complesso mantiene alcune criticità e alc ni dile i dei ali oppor no dare con o C poi na ragione pi generale per c i n ini ia i a c e spostasse più decisamente verso l’orizzonte partecipativo le relazioni di lavoro farebbe bene (anche) alla cooperazione. Riportiamo qui alcune frasi scritte nel precedente rapporto: “Chiedere ad amministratori e managers della cooperazione di tenere comportamenti “partecipativi” mentre gran parte del sistema di relazioni industriali a) Gli spazi che gli accordi quadro più recenti aprono alla contrattazione di secondo livello si inseriscono in un contesto strutturale complessivo della contrattazione collet- 73 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 i a c e non a i o inde olir i, a an i ra or ar i,anche in tempi recenti, la tendenza dei contratti nazionali (si tratta si una tendenza generale, come tale presente anche nei contratti della cooperazione) a mantenere, e in qualche caso ad assumere sempre più, per sedimentazioni successive, la caratteristica di documenti onnicomprensii, iperreregola i i e di a en e pe an i in e le a erie a iono ia con ra ale co ple i a c e ne deri a d n e pi o o con raddi oria, enden e co , da un lato, a proclamare l’esigenza e in certa misura ad aprire spazi per il decentramento, ma d’altro lato a sovraccaricare di norme la contrattazione di primo livello. che generalizzi e consolidi per tutto il sistema i risultati par iali anci i dagli accordi adro n i ip la i dalle diverse organizzazioni imprenditoriali e dai sindacati. al ra ella di procedere a rappi , co e i ini ia o a fare con l’episodio dell’art. 8.Entrambe queste soluzioni presentano ovviamente vantaggi e svantaggi. La prima, co e e le ol ioni grad ali e, p a ere n de ci di e pe i i e di e cacia a econda ri c ia eriamente di introdurre un disordine eccessivo nel sistema e certamente sottovaluta il ruolo pro-mercato e antidumping svolto storicamente dalla contrattazione nazionale. In ogni caso, la riforma del sistema contrattuale non può essere limitata all’introduzione di clausole che consentano la derogabilità dei contratti di primo livello da parte del livello inferiore. Il sistema contrattuale ric iede in a i na ride ni ione pi co ple i a, c e a dalla riduzione del numero dei contratti nazionali (anche allo copo di ridi en ionare di eren e di ra a en o ra i diversi settori e/o all’interno dello stesso settore speso do e pi a ragioni orico poli ic e c e ad e e i e motivazioni economico-produttive), all’alleggerimento dei contratti nazionali riconducendoli a un vero e proprio ruolo di regolazione delle condizioni essenziali, all’esigen a di a ron are il e a della loro e cacia generale Occorre osservare tuttavia che nel corso della nostra indagine a ia o a o odo di eri care c e non olo i contratti nazionali, ma anche diversi tra quelli di secondo livello di aziende cooperative, soprattutto grandi e edio grandi, ono di en i, per ra i ca ioni cce ive, assai minuziosi, onerosi e “pesanti”. Il problema della revisione contrattuale non può dunque limitarsi a un, pur importante, decentramento del sistema. b) Da questo punto di vista, l’idea un pò “illuminista” secondo cui il sistema contrattuale dovrebbe gradualmente e quasi naturalmente evolvere verso un alleggerimento concordato dei contratti nazionali e una simmetrica estensione/espansione dei contratti decentrati appare tutt’altro che di semplice realizzazione: nel sistema contrattuale non esistono vasi (automaticamente) comunicanti. Inoltre, se da un lato permane comunque la tendenza da parte dei sindacati a ergersi a difesa di un sistema contrattuale “pesante”, non mancano d’altro lato i tentativi di procedere a strappi (come nel caso dell’articolo della l 14 /2011 o appro ando delle di i ioni e delle debolezze del sindacato per uscire, di fatto, dal sie a di rela ioni ind riali, co e nel ca o Fia Vi ono tuttavia anche numerosi esempi di contrattazione di secondo livello “virtuosa” (senza andare troppo lontano, il caso Ducati), che dimostrano la possibilità di procedere nel en o di na alori a ione concorda a dell e cien a e della produttività senza uscire dal quadro negoziale esistente, e pur in presenza di un sistema complessivo di regole tuttora contraddittorio. ale a a , in e o con e o re o co di cile ia per l’incertezza delle regole di funzionamento sia - soprattutto – per l’incedere della crisi, la dinamica delle relazioni industriali nelle cooperative nell’ultimo triennio? c) Gli accordi sulla rappresentatività, in assenza di un contesto legislativo che fornisca certezze regolative a tutto il sistema delle relazioni industriali, possono su alcuni aspetti vincolare eccessivamente le imprese aderen i alle a ocia ioni r a arie, en re non e erci ano ne n e e o ll arcipelago di i pre e non aderen i o c e aderi cono ad a ocia ioni non r a arie, ri c iando di determinare incentivi al free riding o addirittura alla fuoriuscita dagli ambiti associativi più leali. Il prolungarsi e l’aggravarsi della crisi non sembra aver odi ca o o an ial en e, al eno nelle a iende c e abbiamo intervistato, alcune caratteristiche generali delle relazioni industriali in cooperazione rispetto a quanto già rilevato nell’indagine del 2011, eccezion fata, co o io, per elle in c i i a a ne ol ione più drammatica. Rinviando quindi per alcuni aspetti a quanto già scritto nella ricerca 2011, possiamo dire che le cooperative, nel loro complesso, continuano a ritenere che applicare regolarmente leggi e contratti ai loro dipendenti, e osservare puntualmente metodi e procedure informative/consultive stabiliti dai contratti collettivi nazionali nei rapporti con gli interlocutori sindacali sia una caratteristica dell’identità cooperativa, anche se dalle interviste si coglie la crescente fatica che comporta il mantenere comportamenti collaborativi e rispettosi dei con ra i in con e i pe o cara eri a i dalla di col di contemperare le “buone” relazioni industriali e le esigenze della competitività. d) Il problema dell’assetto strutturale della contrattazione rimane dunque aperto e ancora in parte da costruire, e non d io c e per le i pre e i ia la nece i di adeguare la contrattazione alle esigenze organizzative e produttive del singolo contesto aziendale, contemperando ed equilibrando tali esigenze con la tutela delle condizioni di lavoro e dell’occupazione. Per fare questo già esistono, come abbiamo detto, alcuni spazi di praticabilità Il di a i o a li ello na ionale e ra pre g rare c e nel “cantiere” della riforma del sistema contrattuale siano aper e o an ial en e d e po i ili ie: na ella di proseguire sulla strada di un’evoluzione graduale, magari anche attraverso qualche intervento legislativo 74 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 Se volessimo elencare, senza pretese di organicità o completezza, alcune caratteristiche tipiche dell’assetto delle relazioni di lavoro nelle cooperative diremmo che la “regola del no o al ol a 2 o co e ci aa a e aa da alc e in erloc ore a a an a generali a a, e la si può vedere in numerosi aspetti: dalla percentuale molto elevata di contratti a tempo indeterminato, alla presenza di a di pre a ioni di el are, alla pre en a di con ra tazione di secondo livello più che nelle aziende non cooperative concorrenti, a condizioni retributive e normative più favorevoli ai lavoratori, all’uso di ammortizzatori più o in ca o di cri i, e i po re e con in are ti clou come il welfare aziendale, l’ambiente di lavoro, gli investimenti. Il livello di trasparenza delle decisioni aziendali vede una positiva sinergia tra la partecipazione sociale e quella di relazioni industriali (i frequenti momenti di confronto con i soci fanno sì che l’insieme dei lavoratori sia costantemente informato dell’andamento della cooperativa) e l’elevata professionalità degli occupa i ai a ol o l iden i ca ione dei la ora ori, oci e non, con il proprio lavoro e con il successo dell’azienda. I o en i di con i o, c e p re ogni an o i eri cano, con i sindacati, vengono superati nell’ambito aziendale, senza che vi sia bisogno di particolari coinvolgimenti delle strutture associative. Riandando a un temi già trattato nella ricerca del 2011 si può rilevare inoltre che le forme di partecipazione “di rela ioni ind riali , elle cio deri an i dagli i pegni contenuti nelle prime parti dei contratti collettivi, confermano nella maggior parte delle aziende incontrate il loro funzionamento piuttosto regolare, integrato da rapporti informali abbastanza costanti. All’estremo opposto vi sono i casi abbastanza numerosi nei quali ci sono state descritte situazioni di criticità nel rapporto con le organizzazioni sindacali, che in buona misura riprendono e approfondiscono, nel contesto della crisi, alcuni dati già emersi nella ricerca precedente. In quell’occasione si era infatti sollevato da parte di molti in erloc ori il pro le a della di col dei indaca i di prendere e e i a en e a o del a o con e o economico/produttivo, mantenendo tutto sommato atteggiaen i da a i anc e di ron e a i a ioni di di col Questo dato sembra confermarsi nei colloqui che abbiamo condotto di recente, in due direzioni. Da un lato, alcune cooperative da noi intervistate hanno dichiarato la loro intenzione di ridisegnare almeno in parte alcuni degli istituti contrattuali scritti negli anni delle “vacche grasse” ( ad es. superminimi generalizzati, permessi, ecc), per riuscire a stare sul mercato in presenza di vincoli stretti, concorrenza accentuata e margini di redditività in deciso calo. Tuttavia, la risposta ricevuta dai sindacai , econdo i no ri in erloc ori, ol o pe o nega iva, in nome del principio della rigida irriducibilità delle conquiste ottenute dai lavoratori. Situazioni analoghe ci sono state descritte quando si tratta di omogeneizzare i trattamenti tra diverse aziende in caso di fusioni o acquisizioni. Naturalmente la situazione varia parecchio a seconda dei territori, ma il quadro che emerge in alcune i a ioni da arc eologia delle rela ioni ind riali: aziende grandi e medio grandi nelle quali le organizzazioni indacali non anno ai ele o le r , e per no le r a vengono emarginate dai funzionari dei sindacati provinciali ra a i e con ra i ai ali e raneo al ia i collega en o ra alari , prod i i , ri l a i ene del tipo di quelli che considerano nell’orario di lavoro il tragitto casa/azienda, e si tratta solo di qualche esempio. r ai di a per l o er a ione c e le oglie di ele dei lavoratori raggiunte negli anni precedenti la crisi, e cristallizzate nei contratti nazionali e aziendali siano di cil en e o eni ili nella i a ione a ale Rela ioni industriali corrette sono quindi considerate in diversi casi più un vincolo che un’opportunità, anche se numerosi tra i nostri interlocutori ritengono che, particolarmente in contesti a elevata sindacalizzazione come quello dell’Emilia-Romagna, questo sia comunque un prezzo da pagare per ottenere almeno in parte una situazione di maggior pace sociale e comportamenti collaborativi dei sindacati nei momenti di crisi In questo contesto in parte mutato rispetto a quanto già evidenziato nella ricerca precedente, vi sono tuttavia diferen e igni ca i e c e conno ano le rela ioni indacali nel mondo cooperativo come un arcipelago piuttosto frastagliato. Guardando alle aziende da noi osservate ci si trova di fronte a una scala di situazioni e di comportamenti che anno da i a ioni c e po ia o de nire ir o e a ia ioni de ni ili co e cri ic e a n la o c n ipo c e de nire o ir o o, nel ale le relazioni industriali presentano caratteristiche prevalentemente positive. Si tratta di aziende (una soprattutto, appartenente alla PL, tra quelle da noi osservate, ma anche in altri settori della cooperazione sociale, di servizi, di con o, nelle ali i na i a ione di erca o positiva, un livello tecnologico di forte innovazione accompagnato da una forza lavoro composta da un alto numero di lavoratori a elevata scolarità e forte specializzazione. Qui le relazioni industriali sono caratterizzate da rapporti costanti tra l’azienda e i rappresentanti sindacali, e la dina ica c e ci iene de cri a ella di n a ienda c e precede addirittura le richieste sindacali su argomen- Questo atteggiamento sostanzialmente immobilista appare con er a o in alc ni ca i di cri i, nei ali ci ao a volte descritto un comportamento sindacale che pore o de nire non aderire n a o are i ron e alla decisione aziendale di abbassare i salari per un periodo de ni o, al ne di a ron are na a e ol o cri ica della i a a iendale, il indaca o a re e ri a o di a allare con un accordo tale decisione, non mettendo però in atto nessuna azione per contrastarla. Se questa può essere 75 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 considerata una situazione limite, da diversi colloqui avuti si coglie comunque che la crisi stimola sempre di più le aziende (anche) cooperative ad assumere decisioni unilaterali. one, e pi di cile da o enere ando le n ole i addensano sull’orizzonte. Quel “qualcosa di più” che i sindacati e i lavoratori continuano ad aspettarsi dalle aziende cooperative rispetto alle aziende private continua a lasciar traccia a livello nazionale e in molti accordi di econdo li ello, a appare di cil en e o eni ile nella vita quotidiana in molti contesti aziendali. opinione c e i coglie anc e i, con ecce ioni c e le relazioni con i sindacati sono sempre meno considerate come una risorsa innovativa, la capacità dei sindacati di e erci are na con rollo dina ico, cio propo i i o, bassa, e che le relazioni industriali tendono ad essere un aspetto tendenzialmente critico della vita delle imprese. Gioca un ruolo anche un certo impallidimento, per dir così, dell’identità cooperativa. L’identità cooperativa stava (e ancora, certo, sta in moltissimi casi) anche nell’orgoglio e nelle sicurezze determinate dall’ essere protagonisti di un progetto comune, solidale e proiettato sulle genera ioni re: era e o il ene or e pi i portante dell’ essere soci e/o nel lavorare in cooperativa. e a iden i oggi eno or e, per na erie di ragioni che sarebbe troppo lungo enumerare qui, ma su alcune delle ali ci ia o o er a i nelle pagine preceden i: questa la ragione per cui , probabilmente, vi sono lavoraori e per no oci c e en ono di a ere per o per rada el onda en ale ene e i en ono la ora ori co e gli altri. La crisi delle relazioni industriali ha un evidente risvolto negli spazi che si sono aperti, in alcuni settori e in par icolar odo nella logi ica, a na con i ali ol o aspra pilotata ed egemonizzata da sindacati di base e gruppi politici estremisti. Si tratta di un aspetto che preen a ari pro li di co ple i e ric iedere e indi un maggiore approfondimento. In ogni caso, appare evidente che si tratta di un tema nel quale si intrecciano diversi fattori, dalla particolare composizione sociale del personale coinvolto, alla natura particolarmente disagiata delle attività svolte, a norme contrattuali talvolta arragino e, alla pra i or ai di i i a di indire a e al massimo ribasso. A questo si aggiunge la concorrenza esistente nel settore, che alimenta, a quanto si vede, un sottobosco di aziende e cooperative spesso ai limiti o oltre la legalità. Qui il tema può essere, da un lato, quello scelto, a quanto ci risulta,da alcune cooperative , di uscire dal settore del facchinaggio per entrare in quello della logistica di qualità, ma soprattutto, da parte delle cooperative che hanno esternalizzato i servizi di logistica, di fare molta attenzione alle condizioni di lavoro delle aziende di cui si servono. Resta da chiedersi se sia questa la situazione preferibile per un movimento che ha fatto della capacità di cone perare la capaci di are e cace en e l erca o con la sensibilità sociale e il riconoscimento del ruolo e dell’interlocuzione con i sindacati uno dei suoi caratteri storicamente distintivi. Per colmare il “cuscino d’aria”, cui abbiamo accennato, tanto più in una fase che sarà probabilmente caratterizzata da un crescente decentraen o del i e a con ra ale, nece aria na ri e ione ra egica lle rela ioni ind riali, na ri e ione che vada anche al di là della situazione contingente, e che richiederà probabilmente seri approfondimenti. Il quadro delle relazioni industriali nelle aziende cooperative, come l’abbiamo potuto cogliere dai nostri colloqui, si presenta dunque assai variegato. Ovviamente, le di eren e ono in cer a i ra iologic e e ine i a ili, e in parte dipendono da fattori oggettivi, come la composizione della forza lavoro, le condizioni di mercato, le caratteristiche dei sindacati, diverse tra le varie categorie e per no ra erri ori con nan i T a ia i no a, e iene a a rile are da alc ni in erloc ori, la di col di individuare una visione strategica delle relazioni industriali del mondo cooperativo, l’impressione che vi sia una sorta di “cuscino d’aria” tra il livello che contratta nazionalmente, seguendo ovviamente le dinamiche nazionali in un contesto non facile, e le singole strategie aziendali. Permane, nelle relazioni industriali l’impronta di ecc i a e i, pro a il en e gli di an ic i rappor i e collateralismi tra soggetti politici, economici e sociali, nei quali era relativamente facile trovare una stanza di compensazione tra interessi diversi, e una situazione come l’attuale nella quale il ruolo dei partiti e delle istituzioni non pi in grado, o non ole, e erci are e a n ione Vi , d al ra par e, anc e i, il ri e o di n a iendalizzazione spinta rivendicata con orgoglio nelle stagioni ali concl ioni rarre dalle o er a ioni a e n i La sintesi non spetta certamente all’autore di queste note, il cui compito era quello di cogliere alcuni elementi da proporre a na ri e ione c e a co e pro agoni i gli addetti ai lavori Si possono fare tuttavia alcune osservazioni, la prima delle ali c e pro a il en e nece ario ri e ere , nella prospettiva di un apporto non soltanto occasionale e/o emergenziale, anche sul ruolo delle strutture associative territoriali, il cui intervento appare importante in questa fase , e tanto più di fronte a un possibile decentramento della struttura contrattuale, con funzioni di formazione , confronto tra le varie aziende e realtà territoriali, circolazione delle migliori pratiche, technical advice alle imprese. T a ia, la ri e ione or e pi i por an e e ra egica riguarda il rapporto sempre più stretto che esiste tra la qualità della partecipazione e della governance e lo stato delle relazioni di lavoro nel movimento cooperativo. Le cooperative sono, e sono percepite come qualcosa di 76 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2 “altro” rispetto all’impresa capitalistica “normale” non perché non debbano stare alle regole della competizione e del mercato, ma perché devono perseguire questi scopi con etica, principi e strumenti che non sono quelli del capi ali o nor ale na da apparen e en e e pre pi di cile da giocare, a or e non co a di col cer a en e cre ce e p di en are in pera ile se la cooperazione si omologa, negli strumenti e negli o ie i i, al re o del i e a, a cer a en e non lo e la cooperazione, anziché dimenticarli, usa pienamente e alori a gli r en i di c i orica en e depo i aria, come la partecipazione, la trasparenza, il senso dello sforzo comune, che sono esattamente gli obiettivi che le aziende “altre” spesso cercano di perseguire con strumeni anageriali pi o eno ra na i, pe o en a ri cirvi. La ricerca della partecipazione, non soltanto dei soci nei momenti topici e rituali, ma l’interlocuzione diretta e la valorizzazione dell’apporto dei soci e dei lavoratori nelle varie fasi del processo produttivo (lasciando spazio, e magari aiutando a vivere meglio, anche il tempo di non la oro , pro a il en e lo r en o capace non olo di ottimizzare la capacità di stare nel mercato, ma anche di aiutare gli interlocutori sindacali a uscire da una visione spesso troppo datata del rapporto con la cooperazione. 77 RAPPORTO SULLA COOPERAZIONE IN EMILIA-ROMAGNA CAPITOLO 2