I libri del Fondo sociale ISSN 15900002 europeo L’Isfol, Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, è stato istituito con D.P.R. n. 478 de 30 giugno 1973, e riconosciuto Ente di ricerca con Decreto legislativo n. 419 del 29 ottobre 1999; ha sede in Roma ed è sottoposto alla vigilanza del Ministero del lavoro e della previdenza sociale. L’Istituto opera in base al nuovo Statuto approvato con D.P.C.M. del 19 marzo 2003 ed al nuovo assetto organizzativo approvato con delibera del Consiglio di Amministrazione n. 12 del 6.10.2004. Svolge attività di studio, ricerca, sperimentazione, documentazione, informazione e valutazione nel campo della formazione, delle politiche sociali e del lavoro, al fine di contribuire alla crescita dell’occupazione, al miglioramento delle risorse umane, all’inclusione sociale ed allo sviluppo locale. Fornisce consulenza tecnicoscientifica al Ministero del lavoro e della previdenza sociale e ad altri Ministeri, alle Regioni, Province autonome e agli Enti locali, alle Istituzioni nazionali pubbliche e private. Svolge incarichi che gli vengono attribuiti dal Parlamento e fa parte del Sistema statistico nazionale. Svolge anche il ruolo di struttura di assistenza tecnica per le azioni di sistema del Fondo sociale europeo, è Agenzia Nazionale per il programma comunitario Leonardo da Vinci, Centro Nazionale Europass, Struttura nazionale di supporto all’iniziativa comunitaria Equal. Presidente Sergio Trevisanato Direttore generale Giovanni Principe La Collana I libri del Fondo sociale europeo raccoglie i risultati tecnicoscientifici conseguiti nell’ambito del Piano di attività ISFOL per la programmazione di FSE 20002006 “Progetti operativi: Azioni per l’attuazione del Programma Operativo Nazionale Ob. 3 Azioni di sistema” e del Programma Operativo Nazionale Ob. 1 “Assistenza tecnica e azioni di sistema”. La Collana I libri libri del Fondo sociale europeo è curata da Isabella Pitoni responsabile Ufficio Comunicazione Istituzionale Isfol. e u r o p e o sociale Fondo del libri I UNIONE EUROPEA Fondo sociale europeo ISFOL L A VA LU TA Z I O N E D I E F F I C AC I A D E L L E A Z I O N I DI SISTEMA NAZIONALI: LE RICADUTE SUI SISTEMI REGIONALI DEL CENTRO N O R D I TA L I A Il volume raccoglie i risultati di una ricerca curata dalla Struttura di Assistenza Tecnica al FSE dell’Isfol diretta da Olga Turrini. La ricerca è stata realizzata nell’ambito del Piano di attività dell’Isfol per il 2005-2006 a valere sull’Asse F, Misura 1, Azione 2 del PON “Azioni di sistema” obiettivo 3 di FSE 2000-2006. Il volume è a cura di Roberto De Vincenzi. Sono autori del volume: Roberto De Vincenzi (Introduzione, paragrafi 1.1, 1.4, 2.1 e 2.5), Fulvio Pellegrini (paragrafi 1.2, 1.3 e l’intero Capitolo 3), Gianpiero Bianchini (paragrafo 2.2), Maurizio De Fulgentiis (paragrafo 2.3), Maria Teresa Azzoni (paragrafo 2.4). La registrazione e schedatura delle interviste è stata realizzata da Andra Scarlato. La revisione finale volume è stata realizzata da Paola Paniccio. La ricerca è stata condotta da ISFOL in collaborazione con T&D S.p.A. Si ringraziano le Regioni Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto e la Provincia di Pistoia per la disponibilità e la collaborazione prestata nelle fasi di indagine sul campo. La ricerca è stata svolta tra giugno 2005 e giugno 2006. Coordinamento editoriale della collana I libri del Fondo sociale europeo: europeo Aurelia Tirelli e Piero Buccione. Collaborazione di Paola Piras. INDICE Prefazione 7 Introduzione 9 1 L’analisi delle ricadute delle azioni di sistema nazionali: contesto, teorie e metodi 13 1.1 Le politiche cofinanziate dal FSE: dal modello direttivo al modello devolutivo, dal governo alla governance 1.2 L’approccio metodologico adottato 1.3 Il ricorso alla mappa delle ricadute ipotetiche ed effettive 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni 2 I risultati 2.1 L’Analisi trasversale delle ricadute prodotte dalle azioni di sistema nazionali 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2.1 Il contesto di riferimento 2.2.2 Una sintesi degli interventi 2.2.3 L’analisi delle ricadute sui sistemi regionali 2.2.4 Criticità affrontate nel processo di implementazione/traslazione e i fabbisogni espressi dalle regioni 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3.1 L’apprendistato: il percorso di una riforma stratificata 2.3.2 Sintesi degli interventi realizzati 2.3.3 La prima fase di intervento dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali. Il supporto alla creazione dei sistemi regionali per l’apprendistato ex L. 196/97 2.3.4 La seconda fase di intervento dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali. Il supporto all’implementazione del nuovo apprendistato (L. 30/03) | INDICE 13 18 22 27 35 35 39 39 43 49 57 60 60 65 70 75 5 2.3.5 Le ricadute dell’azione di sistema nazionale per l’apprendistato sui sistemi regionali 2.3.6 Criticità e fabbisogni espressi dalle regioni 2.3.7 I risultati del focus locale: il sistema di apprendistato nella Provincia di Pistoia 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4.1 Dall’obbligo formativo al dirittodovere all’istruzione e formazione 2.4.2 Sintesi degli interventi realizzati dall’azione di sistema 2.4.3 L’analisi delle ricadute dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali 2.4.4 Criticità e fabbisogni espressi dalle regioni 2.4.5 I risultati del focus locale: il sistema dell’obbligo formativo e del dirittodovere all’istruzione e formazione nella Provincia di Pistoia 2.5 L’Azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5.1 I caratteri essenziali dell’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5.2 Le ricadute dell’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” sui sistemi di monitoraggio e valutazione regionali 2.5.3 Tra fabbisogni e sostenibilità 6 84 89 90 96 96 103 107 115 116 124 124 132 141 Conclusioni 145 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 145 Bibliografia 153 | INDICE P R E FA Z I O N E La programmazione di FSE per il periodo 20002006, giunta ormai al termine, presentava due connotati evidenti. Il primo era quello della continuità rispetto ad un percorso di supporto diretto alla promozione dell’occupazione, della competitività dei sistemi economici e dell’in clusione delle fasce di popolazione più deboli. Il secondo era invece rappresen tato dall’introduzione di importanti elementi di novità e tra questi, il ricorso a quelle particolari forme di intervento denominate azioni di sistema e di accompa gnamento. Tra le diverse opzioni, si scelse un’architettura programmatoria che, in disconti nuità con il passato ed in coerenza con i progressivi processi di decentramento, individuava nel Ministero del Lavoro il soggetto istituzionale in grado di accom pagnare quell’ampio processo (comunitario, nazionale e locale) di riforma delle politiche per l’education, il lavoro e l’inclusione sociale. Gli interventi nazionali sono stati finalizzati, dunque, all’accompagnamento dello sviluppo e innovazio ne dei sistemi regionali (nel rispetto delle specificità locali e dell’autonomia devo lutiva in vigore nel nostro Paese) e a favorire l’armonizzazione di tali sistemi in linea con le strategie nazionali e comunitarie. All’inizio del 2005, con l’approssimarsi della conclusione del ciclo programmato rio 20002006, il Ministero del Lavoro ha ritenuto opportuno effettuare, attraver so l’assistenza tecnica dell’Isfol, un percorso di ricerca valutativa totalmente dedicato all’analisi delle ricadute prodotte dall’implementazione degli interventi di sistema nazionali sui contesti regionali. La Direzione Generale per le Politiche per l’Orientamento e la Formazione ha definito gli obiettivi conoscitivi fondamentali che il lavoro di ricerca doveva pre figgersi: i) l’illustrazione degli esiti attuativi riscontrati nei sistemi regionali diretta mente associabili allo svolgimento delle azioni nazionali più strategiche; ii) l’indi viduazione dei fattori in grado di caratterizzare (in senso positivo e negativo) le ricadute delle azioni e proporre, per ciascuna ricaduta, una interpretazione del complesso di condizioni/meccanismi generativi che tendono a produrre determi nati esiti; iii) la segnalazione dei fattori critici più rilevanti di cui tenere conto nella | PREFAZIONE 7 Prefazione fase di presidio/controllo da parte dei policy maker, con particolare riferimento alla programmazione FSE 20072013. Tale percorso valutativo, per le caratteristiche dell’attuazione e le peculiarità dei temi strategici degli ambiti di programmazione Competitività e Convergenza, ha scelto di differenziare gli ambiti di analisi e la tempistica di riconsegna dei risul tati ed il Lavoro qui pubblicato illustra i risultati della ricerca sulle ricadute pro dotte dal PON “Azioni di sistema” sui sistemi regionali del Centro Nord Italia. I risultati a cui è giunta la ricerca forniscono materiale prezioso alla comprensio ne sull’utilità (e utilizzabilità) della strategia intrapresa dalle azioni di sistema nazionali osservate; quanto abbiano facilitato lo strutturarsi di prassi consolida te all’interno di specifici contesti regionali e come, in questi specifici contesti locali, si siano realizzate anche autonome esperienze. Non di meno, i risultati della ricerca esplicitano quei caratteri del processo di traslazione e diffusione di saperi e pratiche che aiutano i decisori a scegliere l’eventuale riposizionamento delle azioni nazionali osservate rispetto al nuovo e imminente ciclo programma torio di FSE (20072013). Vera Marincioni Direttore Generale della DG Politiche per l’Orientamento e la Formazione del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale 8 | PREFAZIONE INTRODUZIONE Il presente rapporto di ricerca restituisce i risultati dell’analisi delle ricadute sui sistemi regionali di alcune delle azioni di sistema ritenute strategiche per la pro grammazione nazionale di FSE, finalizzate all’accompagnamento e al supporto di importanti riforme dei sistemi di Istruzione, Formazione e Lavoro. Esse si riferiscono a quattro aree di policy/riforme: • l’apprendistato (disegnato dalla L. 196/97 e riformato dalla L. 30/03); • il dirittodovere all’istruzione e formazione (nel passaggio dalla L. 144/99 per l’obbligo formativo alla L. 53/03 per il Diritto/Dovere); • la certificazione delle competenze e il riconoscimento crediti; • il monitoraggio e la valutazione, intesi come strumentazioni complessive a sup porto della programmazione e gestione delle policies. L’analisi delle ricadute delle azioni di sistema si inscrive nel progetto più com plessivo di dotare la programmazione nazionale di una base conoscitiva e stru mentale sulle realizzazioni, i risultati e gli impatti in vista della conclusione del percorso di programmazione FSE 20002006. In questa prospettiva il monitorag gio qualitativo delle azioni di sistema, già realizzato dall’Isfol negli ultimi due anni, ha rappresentato un importante riferimento, un set di descrizioni sistematiche dell’avanzamento delle azioni di sistema nazionali (ob. 3 e 1 di FSE), ponendosi come una fonte informativa strategica sulla quale innestare percorsi valutativi di approfondimento ai vari livelli. La scelta di ampliare gli obiettivi e gli strumenti di valutazione dei programmi attraverso un’indagine sugli impatti delle azioni di sistema e un’analisi approfon dita di aspetti più specifici dell’implementazione, rappresenta una risposta, spe riamo adeguata, alla “sfida conoscitiva di ricostruire le relazioni esistenti tra azio ni di sistema nazionali e l’implementazione di politiche regionali, in termini di mainstreaming e di valore aggiunto offerto all’innovazione e qualificazione dei sistemi regionali di governo e di erogazione delle policies”1. 1 De Vincenzi R. (a cura di), Le azioni di sistema nazionali: tra conoscenza, qualificazione e innovazio ne, I libri del FSE, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005. | INTRODUZIONE 9 Introduzione Il mandato valutativo della ricerca si sostanzia, quindi, nel fornire ai decisori indi cazioni relative alla effettiva declinazione degli obiettivi, delle modalità attuative e della selezione degli strumenti che determinano, facilitano e/o inibiscono la messa in opera della programmazione nazionale in determinati contesti locali (regioni). Il carattere aperto di tale obiettivo poco si presta, infatti, ad una declinazione fon data sulla ricerca di risultati univocamente determinabili (rapporto tra obiettivi e risultati) né, crediamo, possa coincidere con la generica rilevazione di capacità locali di fare sistema negli ambiti di riferimento selezionati. Una delle specificità della ricerca, appare opportuno sottolinearlo, è quella di indagare sui legami tra i differenti livelli dell’implementazione (nazionale, regiona le e locale), sulle loro specificità, mettendo in luce ricorsività e differenziazioni. Questo non è, come vedremo più avanti, il tentativo già svolto da altri (per espli cite ragioni di mandato istituzionale) di valutare i risultati più generali del Pro gramma nei singoli contesti locali anche se a questi risultati si è fatto preciso e costante riferimento. La ricerca si pone (più limitatamente anche se non per que sto con meno implicazioni di metodo e di strumenti) come uno dei modi di guar dare alle realizzazioni, che specializza la propria osservazione sugli specifici aspetti di una relazione tra attori, livelli di governo, modalità di realizzazione a livello locale in qualche modo, data per scontata dagli attori stessi (taken for granted). Problematizzare le conoscenze acquisite attraverso lo studio di tale relazione e portare in evidenza i caratteri specifici della sostenibilità significa, allora, selezionare i materiali (metodi, sistemi di relazioni, ambiti regolativi, carat teri delle policies locali, comportamenti organizzativi, apprendimenti) che con sentano di migliorare la registrazione degli esiti della programmazione. L’osservazione, per richiamare le questioni di metodo affrontate con questa ana lisi valutativa, è stata operata attraverso la messa in trasparenza dei nodi crucia li del rapporto tra i diversi livelli di governo e di governance (Commissione Euro pea, Stato, Regioni, Enti e attori locali) che caratterizzano l’attuazione dei PON. Il Volume si articola in tre parti. Un primo Capitolo dedicato al modello e al percorso metodologico adottati. Per comprendere le ricadute della programmazione nazionale nel trasferimento di dispositivi di attuazione di politiche pubbliche è stato necessario indagare sul come tali dispositivi vengono concepiti e trasferiti, e sulle modalità della loro dif fusione da un contesto all’altro. Il capitolo prosegue con la definizione del percor so di delimitazione e identificazione delle ricadute per le azioni di sistema selezio nate: questa è la riconsegna a valle di una ricognizione delimitata dal punto di vista spaziotemporale. Essa è infatti relativa a cinque contesti regionali (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto) ed è stata condotta mentre le azioni nazionali (programmate per il periodo 20002006) erano in corso di rea lizzazione. Il tipo di ricognizione effettuata, durata poco più di un anno (dal Luglio 10 | INTRODUZIONE 2005 al Settembre 2006) induce, pertanto, a considerare le ricadute individuate e descritte in questo lavoro come “ricadute di breve e medio termine”. È opportuno, infatti, ricordare che le azioni nazionali considerate (apprendistato, obbligo formativo, certificazione delle competenze e riconoscimento crediti, monitoraggio e valutazione), cioè gli oggetti di indagine, rappresentano interven ti di supporto alla migliore realizzazione di politiche formative e del lavoro e alla loro integrazione con il segmento dell’istruzione che sono state: individuate come strategiche dalla programmazione di FSE 20002006 (in con nessione con gli allora National Action Plan); impostate su una struttura normativa profondamente rivisitata nel corso degli anni 20012005. Un secondo Capitolo dedicato ai risultati. Oltre al tentativo di fare qualche gene ralizzazione, l’analisi si sviluppa a livello di ciascun ambito di sistema indagato con una struttura analoga: una sintetica ricostruzione dei caratteri generali del l’intervento realizzato; la ricostruzione della relazione tra il livello regionale, ossia dei caratteri assunti dalla relazione che intercorre tra programmazione nazionale e sistemi locali, con particolare riferimento alle modalità del confronto tra i livelli tecnici e istituzionali, “corredo essenziale alla presa di decisioni” (multilevel governance), alle criticità rilevate, alle soluzioni adottate e alle istanze demanda te alla futura programmazione del FSE. Un terzo Capitolo conclusivo nel quale, a partire dalle acquisizioni della ricerca, si intende riflettere sul significato degli interventi realizzati secondo una visione pro spettica, centrando, cioè, l’attenzione sulla costruzione di migliori condizioni di partenza per l’attuazione delle politiche e dei programmi coofinanziati per il periodo 20072013. | INTRODUZIONE 11 Introduzione capitolo 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI: CONTESTO, TEORIE E METODI 1.1 LE POLITICHE COFINANZIATE DAL FSE: DAL MODELLO DIRETTIVO AL MODELLO DEVOLUTIVO, DAL GOVERNO ALLA GOVERNANCE L’impostazione strategica della programmazione nazionale FSE 20002006 ha individuato nelle azioni di sistema uno dei principali dispositivi per promuovere l’innovazione nei sistemi regionali, a partire dal mutamento profondo e generaliz zato del quadro regolativo nazionale. In questa cornice di riferimento, l’azione di sistema2 tende a definirsi come un ambiente/processo in grado di aggregare attori e significati/valori collocati nella sfera di interesse delle policies sviluppate attraverso il FSE, assumendo il trasferimento e lo scambio di conoscenza come condizione e principio guida per sostenere il successo di un articolato insieme di politiche pubbliche tra loro fortemente integrate. Questo modo di trasferire regole, conoscenze e competenze (organizzative e non)3 è il frutto di un profondo cambiamento che ha coinciso con lo sviluppo di nuove istanze di democrazia partecipata ai vari/tra i vari livelli di governo. La causa più rilevante di tale cambiamento che si concretizza, in sintesi, nel passag gio da una visione verticistica, rigida e prevalentemente meccanicistica dell’im plementazione dei processi di riforma ad una non lineare aperta e partecipata è da ricondursi all’affermarsi di nuovi assetti istituzionali che hanno posto, in pri mis, ai responsabili della programmazione e gestione delle policies, la questione 2 Un’azione di sistema è un dispositivo programmatorio che “supporta la modernizzazione del sistema formazione e del sistema lavoro, in un’ottica di concertazione tra il livello centrale e il livello locale. Le azioni di sistema pertanto, sostengono i processi di riforma e l’integrazione tra formazione professio nale, istruzione e lavoro con l’obiettivo di favorire in tutto il territorio nazionale livelli standard di qua lità nonché al tempo stesso il rispetto delle specificità istituzionali”. In De Vincenzi R. (a cura di), Le azioni di sistema nazionali…, op. cit., Glossario, p. 186. 3 Esperienze e conoscenze intese come “saperi esperti”. Cfr. Butera F., Come cambia il lavoro in fabbri ca, Marsilio, Venezia 1977, oppure il più recente L’orologio e l’organismo, F. Angeli, 1992. | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 13 1.1 Le politiche cofinanziate dal FSE: dal modello direttivo al modello devolutivo, dal governo alla governance della centralità della circolarità della conoscenza come condizione per il progres so sociale, circolarità che richiede una contaminazione continua fra i diversi sistemi (istituzionali, di mercato, della società civile)4. Un esempio appropriato di tali cambiamenti è rappresentato dal processo di uni ficazione europea che ha richiesto lo sviluppo di idee e strumenti per il trasferi mento di politiche da uno Stato all’altro, ovvero di dispositivi in grado di traslare le politiche (programmi, soluzioni, metodi, risorse economiche, attori) non tanto da un luogo di ideazione ad un luogo di attuazione, quanto da un luogo in cui l’i deazione è condivisa ad un altro in cui la stessa ideazione si realizza e si svilup pa nella forma di adattamento al contesto, adattamento caratterizzato da impre vedibilità e discontinuità. La programmazione comunitaria attraverso i Fondi Strutturali risponde a questa nuova logica: la governance comunitaria (Organi della UE e Stati Membri) favori sce l’affermazione di un soggetto plurale che trasforma e traduce le policies in strategie e linee di indirizzo a loro volta trasformate e tradotte dal soggetto plu rale caratteristico della governance nazionale (Ministeri e Regioni) e regionale (Regioni Enti e attori locali): il realizzarsi di questi cambiamenti è favorito dalla adozione di un metodo di coordinamento aperto, che mira a rafforzare la coope razione, diffondere le buone pratiche e conseguire una maggiore convergenza verso le finalità principali dell’Unione, attraverso: • la definizione di orientamenti comunitari per il conseguimento di obiettivi con creti che non metta in discussione la sovranità dei soggetti coinvolti; • la trasposizione di detti orientamenti nelle politiche nazionali e regionali messa in atto mediante piani di azione che tengono conto delle diversità e delle spe cificità locali; • la determinazione di indicatori e parametri per confrontare i risultati raggiunti. All’interno di questo nuovo scenario l’attuazione di riforme o di innovazioni può considerarsi come un processo che rende praticabile il trasferimento delle cono scenze (idee, programmi, soluzioni, obiettivi, tecniche e competenze) direttamente associato alla capacità di valorizzare le competenze definite localmente all’interno delle organizzazioni, nelle condizioni che permettono il trasferimento di determina ti saperi esterni e il loro radicamento all’interno di determinati contesti d’uso5. Come già individuato in altri lavori6, il programma nasce e si attua all’interno di un processo continuo (implicito od esplicito) di negoziazione/mediazione che vede coinvolti diversi soggetti, ognuno dei quali è portatore di bisogni e interessi pro 4 Gherardi S., Lippi A. (a cura di), Tradurre le riforme in pratica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000. 5 Dente B. e Lo Schiavo L. “Politiche pubbliche e change management”, in “Studi organizzativi”, 1999. 6 Cfr. Abbafati C. e De Vincenzi R., Azioni di sistema nazionali e lo sviluppo del capitale sociale, in “Pro fessionalità”, anno XXV, n. 86, Editrice La Scuola, Brescia 2005; oppure Isfol, Orientamenti metodo logici per la valutazione del processo di implementazione di programma, Pubblicazione CE MLPS, Roma 2002. 14 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI pri, talvolta divergenti. In particolare, gli attori coinvolti a vario titolo nell’implemen tazione del FSE esercitano un’influenza su di essa poiché trasformano/reinterpre tano le modalità con cui gli obiettivi programmati si traducono nelle realizzazioni. Essi sono portatori di proprie logiche di azione che rimandano a fattori di ordine valoriale, culturale, conoscitivo e organizzativo. Gli attori sono molteplici e tutti, almeno potenzialmente, intervengono nel processo condizionando le attività e gli esiti attesi in relazione agli interessi perseguiti o alla percezione degli obiettivi da perseguire. Essi possono, dunque, agire attuando quanto programmato, indivi duando una gerarchia di priorità diversa da quella programmata ovvero operando scelte diverse da quelle programmate. Il processo a cui ci si riferisce rimanda, inoltre, al quadro concettuale del mainstreaming (o coinvolgimento orizzontale e verticale) che, applicato al contesto comunitario, descrive il processo attraverso cui le innovazioni sperimentate in un ambito circoscritto (sociale, economico ed istituzionale) vengono trasformate e accolte a livello dell’intero sistema. Facendo proprio questo approccio, il processo di implementazione/attuazione di un programma o di un’innovazione non si presenta mai, quindi, in maniera lineare: il programma prende forma lentamente adattandosi alle risposte che emergono dalle situazioni e dall’esperienza secondo un’idea di implementazione incrementale tipi co di un sistema aperto che reagisce/interagisce con un contesto di riferimento. Nella ricostruzione della mappa delle ricadute ipotetiche (a monte) ed effettive (a valle) si è tenuto conto dello scenario devolutivo in cui le azioni di sistema, lungo tutto l’arco della programmazione 20002006, si sono collocate. Alcune leggi introdotte a partire dal 1997 in materia di decentramento e la L. Costituzionale 3/2001 che ha riformato l’art. 117 della Costituzione, hanno profondamente modificato la ripartizione delle competenze tra lo Stato e le Regioni. Nel quadro del decentramento di competenze istituzionali, le azioni di sistema nazionali, nella loro funzione di accompagnamento e supporto allo sviluppo dei sistemi di istruzione, formazione e lavoro, si pongono, fra l’altro, come elemento di mediazione e riequilibrio fra tendenze potenzialmente divergenti. Tali azioni sono finalizzate sia ad accompagnare lo sviluppo dei sistemi regionali nel rispetto delle specificità locali e dell’autonomia devolutiva in vigore nel nostro Paese, sia ad armonizzare tali sistemi in coerenza con le strategie di riferimento nazionale. Si può affermare che le azioni di sistema si realizzano attraverso logiche di inter vento in cui convergono sia modalità topdown (riforme nazionali) sia bottomup (la legislazione concorrente ed esclusiva demandata alle Regioni in alcuni ambi ti), e si caratterizzano come dispositivi potenzialmente capaci di accompagnare azioni globali di riforma entro contesti di azione locali7. In altri termini e per alcu 7 Un modello di analisi di politiche pubbliche di tale fattispecie è offerto da: Meny, Y. & Thoening, J.C., Le politiche pubbliche, il Mulino, Bologna, 1996. | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 15 1.1 Le politiche cofinanziate dal FSE: dal modello direttivo al modello devolutivo, dal governo alla governance 1.1 Le politiche cofinanziate dal FSE: dal modello direttivo al modello devolutivo, dal governo alla governance ni determinati percorsi di riforma8, le azioni di sistema nazionali sono finalizzate alla individuazione di possibili soluzioni in risposta alle criticità generate dal tra sferimento di dispositivi regolativi e dei conseguenti processi innovativi in riferi mento: • all’organizzazione (attraverso la costituzione di tavoli tecnici e reti di attori) della fase di traduzione della visione strategica e di regolazione nazionale in dispo sitivi che ne rappresentino gli indirizzi di attuazione e gli standard a livello loca le; in questo ambito esse rappresentano lo strumento che promuove la gover nance multilivello veicolata dal carattere strategico e di indirizzo dell’innovazio ne da trasferire (cambiamento da realizzare); • alla messa a punto di specifiche strumentazioni ad uso dei sistemi locali quali linee guida, manuali, ricerche ad hoc; tali soluzioni, che si possono rappresen tare come la “tecnologia” delle azioni di sistema, vengono condivise attraver so tavoli tecnici con i referenti locali in un processo di compartecipazione e, successivamente, di diffusione (seminari, convegni, etc.); • all’assistenza tecnica on demand e, per alcuni interventi, attraverso il ricorso a task force9 regionali per lo sviluppo di forme di adattamento e di sostegno alle trasformazioni del contesto; tale attività, anche in forma indiretta, si muove verso il consolidamento di una governance orizzontale (locale) secondo moda lità affini a quella sviluppata tra i livelli nazionali e regionali10; • allo sviluppo di sistemi di monitoraggio di livello nazionale che, per la loro fun zione di organizzazione/restituzione di informazioni sull’avanzamento di singo le attività locali, rappresentano un supporto all’autovalutazione e alla descrizio ne delle variabilità possibili (seppur ad oggi limitate agli aspetti fisici e proce durali) rispetto al disegno più complessivo dei programmi. Nel modello devolutivo che, come abbiamo sostenuto, presuppone ampiamente la circolarità della conoscenza, le azioni di sistema possono essere pensate, quindi, come l’espressione di un insieme di strumenti e soluzioni che, nel conte sto di un’azione globale (le riforme dei sistemi e lo sviluppo di policies o di loro segmenti), trasferisce saperi e traduce linguaggi. Essi acquistano significato nei contesti locali di uso e per essere trasportati da un luogo ad un altro si avvalgo no di intermediari (le assistenze tecniche nazionali, i referenti regionali dei tavoli nazionali), ossia di traduttori umani e dei prodotti di tale traduzione11. A questo proposito si può parlare di un processo di apprendimento istituzionale (institutio 8 Ci si riferisce qui all’accompagnamento allo sviluppo di sistemi regionali per l’apprendistato, il dirit to/dovere per l’istruzione e la formazione, la certificazione di competenze e il riconoscimento dei cre diti, il monitoraggio e la valutazione, che sono l’oggetto della presente ricerca. 9 Le task force non sono state adottate come modello di intervento per le azioni di sistema oggetto della presente ricerca, rappresentando il modello di intervento di azioni per l’accreditamento, per i SPI, ecc. 10 seppur rivolta ad un set di attori differente e maggiormente eterogeneo. 11 Gherardi, Lippi (2000), op. cit. 16 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI nal & policy learning) che, attraverso una comunità di pratica, produce e fa circo lare la conoscenza entro un sistema distribuito di competenze e funzioni. Si trat ta anche del cosiddetto “apprendimento di policy”12 i cui attori sono gli attori di una rete (politici, esperti, amministratori, rappresentanti di gruppi sociali) che produce conoscenza per adattamento incrementale in relazione a strumenti, metodi e linguaggi della politica. Tale conoscenza viene prodotta attraverso un processo di partecipazione competente (apprendimento) ad un insieme di prati che da parte degli attori interessati13. 12 Gualmini E. (1995), Apprendimento e cambiamento nelle politiche pubbliche: il ruolo delle idee e della conoscenza, in «Rivista Italiana di Scienza Politica», n. 2, pp. 343370. 13 Questo approccio ci consente, altresì di focalizzare e di rintracciare con chiarezza quelli che sono gli apprendimenti in situazione veicolate da cambiamenti cosiddetti inerziali che avvengono indipenden temente dalla consapevolezza degli attori interessati (deadweight effect). | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 17 1.1 Le politiche cofinanziate dal FSE: dal modello direttivo al modello devolutivo, dal governo alla governance 1.2 L’APPROCCIO METODOLOGICO ADOTTATO Il percorso metodologico adottato ha tentato di selezionare gli strumenti da uti lizzare per pervenire ad una comprensione più puntuale delle dinamiche e delle caratterizzazioni del trasferimento della programmazione nazionale e dei suoi dispositivi nei sistemi di relazioni nei processi/sistemi di governance locale. In considerazione di ciò, le finalità generali dell’analisi delle ricadute possono essere così descritte: • illustrare i principali esiti attuativi riscontrati nei sistemi regionali direttamente associabili, in diversa misura, allo svolgimento complessivo dell’azione di sistema; • individuare l’insieme di fattori in grado di caratterizzare (in senso positivo e negativo) le ricadute delle azioni e proporre, per ciascuna ricaduta, dispositivi di analisi valutativa finalizzati ad individuare e ricostruire il complesso di condi zioni/meccanismi generativi che hanno prodotto determinati esiti nel contesto attuativo; • segnalare i fattori critici più rilevanti di cui tenere conto nella fase di presidio/con trollo da parte dei policy maker con particolare riferimento alla programmazione FSE 20072013. Nella costruzione del modello valutativo sono stati utilizzate, in combinazione, tre modalità prevalenti: • la ricostruzione di un percorso che, a partire dalla decisione di programmazio ne iniziale (modalità/dispositivi di accompagnamento dell’azione di sistema ad una riforma, ad una regolazione, ad un’innovazione) ripercorre il processo di attuazione attraverso la ricostruzione delle varie fasi che intercorrono tra la for mulazione dei dispositivi/soluzioni e gli esiti prodotti, per individuare i punti di passaggio rilevanti nell’esercizio di accompagnamento; • la ricostruzione degli esiti del processo di accompagnamento/implementazio ne a partire dall’indagine sui fattori che lo hanno caratterizzato, analizzando in prevalenza l’ambito delle interazioni tra i livelli nazionale e regionale; • l’approccio al “contesto”, che lega i risultati di un programma all’influenza delle condizioni in cui esso viene attuato e ai meccanismi attivati per la produzione dei risultati medesimi; tale approccio combina la logica del programma e la sua performance alla luce delle istanze e delle trasformazioni che avvengono nel contesto da parte degli attori rilevanti. In termini di riferimenti teorici adottati per la valutazione delle ricadute (valutazio ne dei cambiamenti nei sistemi aperti), il primo rimando è a B.G. Peters14 il quale 14 Peters, B.G. “Policy transfer between governments: the case of administrative reforms”, in “Western European politics”, 20 (4), 1997. 18 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI concettualizza il problema del trasferimento di una politica che viaggia da un contesto all’altro come di un’organizzazione che sposta cultura e strumenti, risorse e soluzioni, adattandosi ai vincoli e alle contingenze politiche di ogni sin golo contesto in un sistema relativamente condiviso (New Public Management). L’attuazione delle riforme attraverso tale modello di trasferimento pone i policy makers di fronte a nuove complessità rispetto a quanto previsto da un approccio centralistico. Ci riferiamo a: 1 i mezzi e i modi per rendere la conoscenza “trasportabile”, riciclabile e adatta bile ai diversi contesti cui è diretta (i contesti possono essere istituzionalirego lativi, amministrativi o di utilizzo da parte dei destinatari finali); 2 i mezzi e i modi per trattare la conoscenza per renderla ricodificabile entro limi tazioni che non producano una riconversione completa e/o una distorsione generalizzata della conoscenza stessa. Il rischio di tale modello, secondo Peters, è che il trasferimento di riforme avven ga attraverso una serie di differenziazioni locali nei contesti in cui è stata appli cata, con il conseguente esito di realizzare un trasferimento che, pur essendo ideato nella condivisione, venga implementato nell’autarchia locale. In altri termi ni, se si assume come principio guida la promozione e l’organizzazione di un pro cesso riformatore che condivida soluzioni (nella regolazione e nell’individuazione dei modi per l’attuazione del progresso), il successo del trasferimento dipende dalla capacità di trasferire l’ideazione e di riprodurla nei contesti di implementa zione senza operare distorsioni che ne stravolgano il senso. Rispetto a tale approccio, la Actor Network Theory (sociologia della traslazione), una delle teorie a cui il nostro lavoro fa esplicito riferimento, utilizza una logica pressoché contraria: essa assume, cioè, che il trasferimento implichi sempre una trasformazione dell’oggetto dovuta alla rete delle azioni di coloro i quali lo accompagnano da un contesto ad un altro e, di conseguenza, assume fra gli esiti attesi proprio la variabilità delle realizzazioni. L’Actor Network Theory si focalizza, pertanto, sul processo attraverso il quale l’oggetto del trasferimento (la riforma, l’innovazione) si sposta e si trasforma attraverso una traduzione, ovvero tramite la rielaborazione operata dagli attori che, in un determinato momento, sono deputati alla gestione di quel processo. Se trasferire vuol dire contemporaneamente tradurre e trasformare, è evidente che le trasformazioni (e distorsioni) che un’innovazione (regolazione, strumento, tecnologia) subisce nel passaggio dal luogo della “produzione” al luogo della “attuazione”, rappresentano una parte significativa degli esiti attesi. In sintesi, il diverso modo di valutare gli esiti del trasferimento di una policy o di un dispositivo di accompagnamento di una policy, è strettamente correlato al giudizio di valore (o valore atteso) che si attribuisce al parametro dell’adattabilità al contesto di attuazione, dando origine a due modi diversi di guardare a tale adattabilità: | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 19 1.2 L’approccio metodologico adottato 1.2 L’approccio metodologico adottato • se si ammette uno spazio di adattamento ampio al contesto locale (devoluzio ne), l’esito in termini di variabilità locale viene considerato non tanto come una possibilità insita nel modello, quanto come un’opportunità tipica dell’attuazio ne stessa capace di stimolare/produrre soluzioni differenziate che, anche attra verso tale eterogeneità, riconsegnano valore al sistema nel suo complesso; • se i programmi/politiche nascono attraverso un processo di negoziazione e si attuano attraverso le scelte operate dagli attori coinvolti; in tale processo di tra slazione sono gli stessi programmi/politiche ad essere trasformati assumendo fisionomie diverse da quelle originariamente ipotizzate. Adottando questa diversa prospettiva la valutazione non può limitarsi, allora, alla sola verifica del raggiungimento dell’obiettivo individuato ex ante, bensì deve dirigere l’osservazione a ciò che può essere ragionevolmente connesso alle rea lizzazioni e ai risultati ottenuti e che fa capo a quei processi di implementazione che possono favorirne o inibirne il raggiungimento. Pawson e Tilley (1997)15 hanno evidenziato la permeabilità dei programmi agli stimoli del contesto di implementazione, che comportano un inevitabile scosta mento rispetto alla linearità e razionalità delle ipotesi formulate a monte del ciclo di vita di un programma/politica. Tale permeabilità si manifesta attraverso la messa al lavoro di meccanismi intesi come processi significativi tramite cui i sog getti interpretano (traslano e traducono nel linguaggio utilizzato dalla sociologia della traslazione), lo stratagemma dell’intervento. Il programma, quindi, prende forma lentamente adattandosi alle risposte che emergono dalle situazioni e dal l’esperienza secondo un’idea di implementazione incrementale. I programmi stessi possono essere considerati “sistemi aperti” che reagiscono/interagiscono con un contesto di riferimento. Come sostengono ancora Pawson e Tilley “i pro grammi sociali sono il prodotto delle volontà, delle azioni esperte e delle nego ziazioni degli attori e non sono riconducibili a semplici eventi (frequenze, durate, etc). Sono qualcosa che offre delle opportunità che possono o meno essere tra dotte in azione dalla capacità del soggetto di fare delle scelte”16. Che cosa significa allora concretamente fare riferimento agli approcci appena descritti? La lenta e definitiva affermazione di un modello devolutivo di programmazione è stata una delle conseguenze dirette del realizzarsi di nuove condizioni all’interno dei sistemi istituzionali e sociali di riferimento che hanno previsto, la partecipa zione da parte di una varietà di attori sociali (portatori di interessi specifici) che, di fatto, ha reso il modello centralistico non più praticabile nel momento in cui i soggetti della relazione “regolazione/attuazione” si moltiplicano e si fanno porta tori e garanti riconosciuti di istanze diverse e tutte legittime. 15 Pawson R., Tilley N., Realistic Evaluation, London, Sage, 1997. 16 Ibidem, p. 38. 20 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI Ciò richiama la centralità che, nel modello di programmazione devolutivo, assu me il concetto di governance come processo negoziale e come metodo per affrontare e per risolvere adeguatamente le contraddizioni che emergono nelle relazioni fra i diversi attori, e che si polarizzano rispettivamente in “pressione alla differenza”, da parte degli attori che attuano, e in “tensione verso l’unità”, da parte degli attori che hanno funzioni di coordinamento della strategia di riforma. Esiste però la concreta possibilità che tale contraddizione non trovi soluzione: essa è solitamente presente in quei modelli di devoluzione dei processi attuativi che si organizzano secondo due momenti fortemente distinti: 1) un momento di produzione condivisa/negoziata della strategia di innovazione e delle regolazioni che da essa derivano: tale momento, stante il profilo strategico, muove verso l’organicità e l’armonizzazione delle attuazioni ed è di solito demandato ad un gruppo di attori misto, ovvero attori responsabili delle policies e delle strategie e attori rappresentanti i contesti cui le policies e le strategie condivise sono diret te; 2) un momento di delega all’attuazione assunta dai sistemi locali che muove verso la contestualizzazione e affronta i vincoli e le scelte proprie del contesto, trasformando la strategia del programma in azione locale. In questo contesto emerge l’utilità di configurare e strutturare un terzo momento che si muova in sin cronia con gli altri e che faciliti la riunificazione di prospettive differenti (naziona li e locali) che tendono, invece, naturalmente a divergere. L’organizzazione di punti di riunificazione e di negoziato (la pratica autoriflessiva) permette agli attori di rappresentarsi sia nel quadro strategico della programma zione sia in quello attuativo dell’implementazione locale sviluppando la loro capacità di discriminare fra variabilità coerenti e divergenti, necessarie o meno, compartecipando ad un percorso che trasferisce a vari differenti visioni e logiche di sviluppo. Tale processo non è né automatico né neutrale (soprattutto laddove non sia chia ramente individuato), in quanto posto in essere da attori differenti e, rispetto ad esso, diversamente posizionati, i quali intervengono in maniera più o meno diret ta e consapevole nella gestione delle attività e manifestano, comunque, i loro interessi poiché esiste una “posta in gioco” che li riguarda17. Proprio rispetto a questo processo il nostro lavoro vuole offrire elementi di rifles sione, punti di vista, strumenti, piste di lavoro tendenzialmente aperte alla verifi ca di elementi ipotizzati e non18. 17 Cfr. Pellegrini F., La costruzione locale nella metropoli, in “Argomenti”, n. 2, Franco Angeli, Milano 2001. 18 A tale proposito Merton introduce il concetto di “serendipity”. Cfr. Merton R.K., La “serendipity” nella ricerca sociale e politica: cercare una cosa e trovarne un’altra, Luiss University Press, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002 (ed. originale 1998). | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 21 1.2 L’approccio metodologico adottato 1.3 IL RICORSO ALLA MAPPA DELLE RICADUTE IPOTETICHE ED EFFETTIVE Il primo nodo critico che il gruppo di ricerca ha dovuto affrontare è stato l’esatta connotazione del termine “ricadute”. Non esiste una teoria del programma19 in merito alle ricadute di sistema delle attività previste dal PON. Non si è pensato, cioè, ex ante, a come le realizzazioni potessero/dovessero aver luogo. Alcune realizzazioni prevedono espressamente la costruzione/realizzazione/uti lizzo a livello regionale di strumenti, modelli, task force, etc. In questi casi analiz zare le ricadute può equivalere ad una analisi in senso stretto dei cambiamenti ipotizzati delle azioni stesse20. Il grado di condivisione dei legami tra interventi nazionali e sistemi regionali è più visibile ed è più semplice ricostruire, in manie ra condivisa con gli attori locali, un iter che descriva effettivamente che cosa è successo, come e che giudizio (valutazione) può essere espresso sulla qualità, direzione, tenuta dei legami tra i due livelli (nazionale e locale/regionale). Non di rado, però, i sistemi regionali, hanno rappresentato un frame interpretativo, una lente attraverso la quale guardare ai processi, uno dei luoghi possibili dove osservare i processi di traslazione ai quali facciamo riferimento. In questo caso il lavoro da fare è più complesso e incerto negli esiti perché con siste nel selezionare, qualificare, estrapolare tra le tante cose che sono successe quelle più “sensate” cioè produttrici di senso nel nostro lavoro valutativo. Il termi ne ricaduta allora appare non completamente soddisfacente proprio perché: • è riferibile a differenti contesti d’uso diversamente caratterizzati e connotato dalla compresenza di punti di vista molteplici; • enfatizza una relazione tra livelli consapevole e univocamente osservabile. Siamo invece coscienti della difficoltà di definire i contorni di un processo che: • è dotato di elementi di reciprocità significativi (livello nazionalelocale e viceversa); • si caratterizza, quindi, per la compresenza di effetti su entrambi i livelli. Pensia mo, ad esempio, alle ricadute sul livello nazionale dovute alle attività dei tavoli 19 Elaborare una teoria del programma significa costruire un modello plausibile e ragionevole del modo in cui un programma pubblico presumibilmente funzioni. Essa, in linea generale, giustifica l’interven to in termini di effetti causali attesi. Su un piano più astratto è rappresentabile con “Se A allora B”. 20 Infatti, mentre le azioni di sistema per l’apprendistato e il diritto/dovere sono più direttamente con nesse a sostenere un processo di adozione di norme nazionali e, pertanto, la relazione nazionale regionale si connota come processo di supporto alla traduzione del sistema di regole e per l’adozio ne di soluzioni che rendano i sistemi funzionanti, negli ambiti della certificazione delle competenze e del monitoraggio e valutazione, la connotazione regolativa è certamente più debole per quanto orientata, in generale, a promuovere la condivisione di un complesso di comportamenti (standardiz zazione e costruzione di comportamenti coerenti al loro interno culture) e di norme (anche attra verso accordi es. Conferenza StatoRegioni fondati sulla concertazione generalizzata delle regole). L’azione di sistema assume, in quest’ultimo caso, l’espressione di una potenzialità di partecipazione all’apprendimento di una cultura di cui si deve reinterpretare la fattibilità, l’opportunità e la poten zialità realizzativa. 22 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI di concertazione, dei laboratori, delle ricerche e ai comportamenti organizzativi, alle innovazioni, alle scoperte che si diffondono nel corso della realizzazione. Abbiamo, a volte, utilizzato il termine impatto come sinonimo del termine ricadu ta. I due termini non sono lontani dall’essere considerati intercambiabili21. Il ter mine impatto si presenta, però, poco adatto al nostro contesto di studio se con esso intendiamo, come la terminologia valutativa intende, i cambiamenti visibili e registrabili (anche se non previsti) su persone e sistemi osservati ad un certo tempo dopo la fine dell’intervento oppure del programma22. Fatte queste precisazioni crediamo che i significati (valutativi) richiamati/evocati dal termine ricaduta forniscano agli stakeholders della valutazione del program ma una concettualizzazione adeguata al processo che si vuole osservare. La ricaduta è, pertanto, un risultato connaturato (legato)23 al processo osservato, ne ricostruisce gli esiti in forte connessione con i meccanismi caratteristici della messa in opera dell’azione di sistema a cui essa si riferisce. Partendo dall’insieme di queste riflessioni si è passati alla costruzione di una prima ipotesi di mappa delle ricadute per i quattro temi oggetto di indagine, ovve ro all’individuazione della gamma di esiti di cambiamento del sistema potenzial mente derivati dalla relazione fra l’azione di sistema e i contesti regionali, tenen do conto delle specificità delle quattro azioni di sistema oggetto di indagine. Alcune di esse erano già definite all’interno degli obiettivi dei progetti, altre sono state ricostruite ex post. A prescindere da tali diversità, nel modello di interven to sviluppato dalle azioni di sistema nazionali sono individuabili le seguenti 21 L’adozione di uno standard nazionale individuato dall’azione di sistema per adattarlo al contesto regionale si configura come impatto se viene osservato come risultato atteso/disatteso dalla pro grammazione, o, al contrario, una ricaduta, se viene indagato dal punto di vista del processo avve nuto nel sistema (relazione nazionaleregionale) in termini di cambiamento dei fattori coinvolti: rior ganizzazione degli attori, contesto regolativo, processo bottomup della programmazione regionale e suo impatto sulla programmazione nazionale, apprendimento organizzativo attraverso buone prati che e comunità professionali, modelli di governance locale, ecc. Rispetto al tema dell’apprendistato, la variazione nel tempo del numero di apprendisti in un determinato territorio, è inerente alla valu tazione di impatto ovvero permette l’identificazione di un risultato che non considera i cambiamen ti occorsi nel processo a meno che essi non abbiano influenzato il risultato stesso (ascrivendoli quin di alle motivazioni di quel risultato); diversamente, valutare la variazione degli apprendisti in termi ni di ricaduta significa ampliare l’osservazione a fattori che nel conseguire quel risultato, sono cam biati, ovvero i cambiamenti di sistema (ampliamento della strumentazione programmatica, program mazione partecipata e aperta agli attori locali, parti sociali e imprese) che hanno concorso o meno a produrre quel determinato esito. 22 Come sappiamo i finanziamenti del FSE non consentono, ad oggi, di osservare/intercettare con cadenze temporali più mirate (a 6 mesi o a 1 anno dagli interventi) i risultati/cambiamenti dovuti alla realizzazione di un determinato Programma. Il nostro lavoro si svolge, infatti, in corso d’opera anche se alcune delle azioni osservate fanno riferimento ad attività già concluse nonché per ragioni di mandato, organizzative e posizione del valutatore (Isfol) si caratterizza come maggiormente orien tato a sviluppare un insieme di pratiche autoriflessive e autovalutative. 23 Si intende qui la connotazione di embedded: integrato, internalizzato, non separabile. | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 23 1.3 Il ricorso alla mappa delle ricadute ipotetiche ed effettive 1.3 Il ricorso alla mappa delle ricadute ipotetiche ed effettive modalità/ricorsività operative messe in atto per accompagnare e supportare l’at tuazione di policies: 1 l’attivazione di dispositivi che supportano l’attuazione della regolazione: quan do a fronte di una norma nazionale (come per il nuovo apprendistato definito dalla L. 30/03 e dal D.lgs. 276/03 o per il Diritto/Dovere dalla L. 53/03) si indi vidua il necessario passaggio che riconduce alle relative regolazioni territoriali. In questo contesto, il livello nazionale sostiene la relazione attraverso la messa a punto di un’architettura attuativa predeterminata e l’azione di sistema ha il compito di supportare la traduzione delle regolazioni attraverso la progettazio ne di standard minimi o di livelli essenziali di prestazioni; 2 la diffusione di pratiche e di specifiche tecnologie derivate da ambiti di inter vento e di riforma (come per la certificazione di competenze e il monitoraggio e la valutazione) in cui i dispositivi regolativi, come detto, sono finalizzatati a promuovere la condivisione di un complesso di comportamenti e di standard. In questi casi l’azione di sistema si pone come opportunità di accesso ad un sistema di competenze che può tradursi o meno nell’adozione della strumen tazione proposta a supporto delle policies regionali. Per questi specifici ambi ti il modello di accompagnamento dell’azione di sistema nazionale ha il com pito di dimostrare un’effettiva capacità di promozione della validità dei principi e dei comportamenti di cui è portatrice, nonché essere dotata di ampi margini di flessibilità e adattabilità ai diversi contesti di policy a cui è diretta; 3 il “fare sistema” (individuare, programmare, progettare strumenti e soluzioni, regolare, rendere disponibili risorse e diffondere prassi) attraverso una comu nità professionale che, lungi dall’essere un’entità unitaria e stabile nel tempo, si dà un’organizzazione a rete che per sua natura è variabile, dinamica e orien tata alla trasformazione. Essa prevede volta per volta l’interconnessione di sistemi contigui (con i relativi attori) e dei luoghi a questi collegati, incorporan do culture, interessi, risultati attesi, che esprimono priorità anche molto diver se tra loro. Per quanto riguarda l’ultimo punto, che rappresenta la sintesi del modello di intervento nazionale nella sua funzione di costruire reti di operatori di sistemi, si può fare riferimento al principio secondo il quale l’apprendimento istituzionale delle comunità di pratiche è un processo di circolazione sociale della conoscen za che si configura come partecipazione consapevole e competente ad un insie me di pratiche, organizzative e sociali24. La comunità di pratiche configura uno dei presidi per le dinamiche che si stabi liscono fra il contesto globale del programma e quello locale, creando un luogo di mediazione e di negoziazione della relazione, fungendo da aggregante di atto 24 Cfr. Gherardi, S. e Lippi A. (2000), op. cit., p. 37. Per competente si intende capace di agire in situa zione in maniera efficace utilizzando set di conoscenze condivise. 24 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI ri nazionali e regionali per lo sviluppo di metodi e soluzioni condivise. In tal senso le azioni di sistema individuano un attore emergente nei referenti regionali, pre posti allo sviluppo del sistema, a cui demandare la promozione e i principi di aggregazione della governance locale per il presidio del processo di trasferimen to (e adattamento locale) dei dispositivi condivisi. Tali referenti, che solitamente all’interno dei contesti organizzativi di riferimento occupano posizioni interstizia li fra le funzioni di programmazione e quelle di gestione, sono, pertanto, in grado di tradurre le scelte “tecniche” individuate, sia in linguaggio politico (diretto alle funzioni di governo dei sistemi regionali) sia in linguaggio attuativo (diretto agli attori sociali), formano di per sé, per il fatto di condividere linguaggi, metodi e problemi comuni, una prima comunità professionale, che assume una valenza strategica nello sviluppo complessivo dei sistemi locali. I tavoli tecnici nazionali permettono ai referenti della comunità di disseminare le conoscenze e i saperi tecnici, negoziare significati, rappresentarsi e riconoscersi soggettivamente nelle attività e realizzare un apprendimento attraverso la parte cipazione ad una pratica sociale. Per concludere, nell’ambito di questo lavoro e con riferimento agli esiti di questa ricognizione, abbiamo osservato l’azione di sistema nazionale come dispositivo che consente lo sviluppo progressivo di relazioni sociali a partire dalla costituzio ne di una nuova conoscenza (le policies e le relative strumentazioni applicative). In tal senso, l’azione di sistema “crea e stabilisce traslazioni multiple fra gruppi di attori con un modello che tiene insieme i differenti punti di vista di tutti gli atto ri coinvolti nell’intervento, senza attribuire a nessuno di questi una preminen za”25. La tesi che ispira tale rappresentazione è che la cooperazione non presup pone un consenso assoluto o un appiattimento sui modi di tradurre le regolazio ni, bensì necessita di processi comuni di comprensione. In tal senso l’azione di sistema è un oggetto sufficientemente plastico da adattarsi ai bisogni locali e alle restrizioni imposte dai diversi attori sociali che li usano e, al contempo, sufficien temente robusto da mantenere un’identità stabile nel tempo. 25 Star S.L. & Griesmer J., Institutional ecology, translation and coherence: amateurs and professional in Berkley’s Museum of vertebrate zoology, in “Social Studies of Science”, p. 19, 1989. | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 25 1.3 Il ricorso alla mappa delle ricadute ipotetiche ed effettive Grafico 1.1 Il sistema di osservazione dell’analisi delle ricadute Programmazione nazionale Azioni di Sistema Programmazione Regionale ANALISI DELLE RICADUTE OGGETTI DELL’OSSERVAZIONE • Analisi del processo di accompagnamento dal livello nazionale al livello regionale nella sua relazione reciproca; • Ricostruzione dei sistemi regionali Nel processo di implementazione il contenuto dell’azione di sistema diventa un “fatto” perché la sua affermazione originaria (o il suo contenuto di partenza con diviso) viene trasformato lungo la catena di passaggi dagli attori in un processo di negoziazione continua e finalizzata ad una progressiva definizione. Il risultato finale di tale processo e la conseguente stabilità è pertanto il prodotto sociale di un insieme di gruppi coinvolti nell’identificazione di problemi e nella ricerca di una o più soluzioni possibili, in un continuum che muove dall’identificazione e sviluppo di un’idea al divenire di una pratica. La caratteristica principale del percorso di ricerca è, quindi, quella di utilizzare un metodo di indagine aperto ad approfondimenti successivi, capace di individuare e selezionare, con puntualità crescente, gli elementi che possono essere rappre sentativi delle ricadute attese consentendo, altresì, un confronto tra i diversi sistemi regionali pensati come luoghi di osservazione del processo di implemen tazione. 26 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 1.4 IL PERCORSO DI RICERCA, LE MODALITÀ E I CONTENUTI DELLE RILEVAZIONI I principali passaggi del lavoro intrapreso, attivato a marzo del 2005, possono essere così sintetizzati: • avvio di un percorso di approfondimento teorico e metodologico (anche attra verso seminari aperti ad esperti) finalizzato a colmare l’oggettiva assenza di esperienze significative di valutazione di efficacia di azioni di questa natura; • ricostruzione dell’azione di sistema nazionale attraverso le descrizioni fornite con il monitoraggio qualitativo e il successivo approfondimento operato sia attraverso l’analisi della documentazione di dettaglio (relazioni trimestrali e pro dotti), ma anche attraverso interviste dirette ai referenti Isfol responsabili della progettazione e attuazione delle azioni di sistema indagate; • presentazione delle finalità della ricerca alle Regioni (nelle sedi istituzionali) al fine di promuoverne l’autocandidatura da parte delle stesse Amministrazioni regionali26; • costruzione di un’ipotesi di mappa delle ricadute attraverso la definizione delle connessioni fra le diverse componenti delle azioni di sistema nazionali (attività, prodotti e attori progettuali rilevanti) e le caratteristiche dei sistemi regionali; • ricostruzione desk (svolta sulla documentazione nazionale e regionale reperibi le)27 delle realtà regionali individuate, al fine di rilevare un primo esaustivo qua dro dell’attuazione. La ricostruzione alla quale si è pervenuti per ciascuna Regione ha preso in considerazione l’analisi dei seguenti aspetti: � struttura organizzativa; � atti di indirizzo e linee guida per gli operatori del sistema; � programmazione attraverso il FSE e fondi nazionali/regionali; � principali dispositivi e soluzioni (standard e modelli e loro concertazione nella governance locale e diffusione nel sistema) adottate per l’implementazione; • definizione e sviluppo degli strumenti di indagine e validazione dell’ipotesi di ricerca attraverso un primo coinvolgimento degli attori delle Regioni campione; • indagine di campo attraverso il ricorso a tre approcci: 1 interviste dirette (semistrutturate) ai referenti dell’Amministrazione regionale dei temi/sistemi oggetto di indagine; 26 La ricerca è stata presentata dal MLPS DG POF al Coordinamento delle Regioni (comunicazione del 18 Maggio 2005) e, a seguito di tale presentazione, alcune Amministrazioni regionali hanno offerto la loro candidatura (comunicazione del Coordinamento delle Regioni del 28 Luglio 2005). Tra le diver se autocandidature, sono state scelte cinque Regioni che, per facilitare l’esposizione, chiameremo Regioni campione (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto). La scelta delle Regio ni campione ha considerato, tra l’altro, la necessità di considerare la “variabile di contesto politico”. 27 Sono stati analizzati: i documenti di programmazione pluriennale (POR, PON e relativi CdP), quelli di programmazione attuativa (Piani di attività Isfol, Piani e Bandi regionali), la documentazione nor mativa (Leggi e Decreti Legge nazionali, regionali e relative Circolari d’attuazione), quella di indiriz zo ed, infine, i rapporti di ricerca, i monitoraggi e le analisi valutative prodotte fino ad oggi (RAE, Rapporti di valutazione intermedi e finali dei POR e del PON, ricerche e approfondimenti tematici). | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 27 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni 2 focus group a livello locale attraverso i quali sono stati raccolti i punti di vita espressi dai stakeholders; 3 per l’analisi delle ricadute dell’azione di sistema nazionale “Analisi e Valuta zione”, interviste con questionario semistrutturato ai valutatori indipendenti dei POR di FSE obiettivo 3. Relativamente a quest’ultima parte, il lavoro di ricerca, dal mese di Luglio 2005 allo stesso mese del 2006, ha realizzato le rilevazioni di seguito riportate Schema 1.6. Indagini di campo interviste ai referenti regionali (realizzate tra la seconda metà del 2005 e la prima metà del 2006) Sistemi regionali Apprendistato Interviste dirette semistrutturate a C. Balboni e F. Monti (Regione Emilia Romagna); L. Falchini e M. Grazioli (Regione Toscana); T. Vecchio (Regione Lombardia); S. Trevisa nato e N. Romano (Regione Veneto), F. Viano e P. Viotti (Regione Piemonte). Documentazione consultata Rapporti di valutazione intermedia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004, Rapporti di monitoraggio regionali sullo stato di attuazione dell’istituto di apprendistato; archivi normativi regionali, siti WEB regionali dedicati all’apprendistato; Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Al focus group per il tema dell’apprendistato svolto a livello locale hanno partecipato i seguenti referenti della Provincia di Pistoia: Andreini Serena Referente Apprendista to della Provincia di Pistoia, Andreotti Francesca Associazione Industriali, Beneforti Gessica rappresentante per la CGIL, Sguanci Daniele rappresentante della Confin dustria Toscana, Bonomelli Romina rappresentante di EuroForm (agenzia formativa), Rafanelli Chiara rappresentante di Consorzio PlatForm (agenzia formativa). Sistemi regionali per il Diritto/Dovere all’istruzione e formazione Interviste dirette semistrutturate a C. Balboni e C. Bertelli (Regione Emilia Romagna); L. Falchini e A. Amodeo (Regione Toscana); R. Vicini, W. Terreni (Regione Lombardia); S. Trevisanato e P. Turri (Regione Veneto), F. Viano e G. Dal Mastro (Regione Piemon te). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione intermedia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004, Rapporti di monitoraggio regionali sullo stato di attuazione dell’Obbligo formativo e del DirittoDovere; archivi normativi regio nali, siti WEB regionali dedicati all’OF e DirittoDovere, Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Al focus group a livello locale hanno partecipato i seguenti referenti: Traverso Enza – rappresentante per la Provincia (P.O. Istruzione), Colli Francesca Beatrice rappresen tante per la Provincia (Coordinatrice del Servizio obbligo formativo), Benesperi Ema nuela tutor dell’obbligo formativo, Malavolta Ylenia tutor dell’obbligo formativo, Palmieri Enrica rappresentante dell’Istituto Professionale “Sismondi Pacinotti”, 28 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI Federici Rita Maria rappresentante dell’Istituto Professionale “Sismondi Pacinotti”, Rafanelli Chiara rappresentante del Consorzio Platform (agenzia formativa), Corrieri Barbara rappresentante Ente Camposampiero (agenzia formativa), Promavera Anna lisa rappresentante Servindustria Pistoia (agenzia formativa), Evangelista Luisa rap presentante IPSCT “L. Einaudi”, Pacifici Lorenzo rappresentante dell’Osservatorio Scolastico Provinciale di Pistoia. Sistemi regionali per la Certificazione e il riconoscimento dei crediti Interviste dirette semistrutturate a C. Balboni e F. Monti (Regione Emilia Romagna); L. Falchini, E. Sposato (Regione Toscana); R. Vicini (Regione Lombardia); S. Trevisanato e P. Turri (Regione Veneto), F. Viano e A. Totolo (Regione Piemonte). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione intermedia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004. Rapporti di monitoraggio regionali; archivi normativi regionali, siti WEB regionali, Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Sistemi regionali di monitoraggio e valutazione Interviste dirette semistrutturate a V. Vignoli, E. Morandi e S. Kaczanow (Regione Emi lia Romagna); A. Vettori (Regione Toscana) e G. Arlia (AT alla Regione Toscana); R. Ori goni e S. Giorgi (Regione Lombardia); R. Caccin e L. Dekleva (Regione Veneto), F. Viano, G. Casassa e G. Perfumo (Regione Piemonte). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione intermedia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004 Per gli approfondimenti sulla diffusione della cultura del monitoraggio e della valutazio ne in Italia, sono stati intervistati (tramite questionario semistrutturato) i seguenti valu tatori indipendenti dei POR obiettivo 3: Aldo Gandiglio (Cras), Lucia Napolitano ed Anna Teodoro (Ecosfera), Maurizio Di Palma (Ecoter), Claudia Villante (Ernst & Young), Daniela Oliva e Flavia Pesce (IRS), Floriana Quaglia (Resco). I valutatori indipendenti raggiunti dalla rilevazione hanno rappresentato una fonte informativa preziosa non solo per il lavoro svolto in ambito valutativo (le sei società di appartenenza degli inter vistati hanno valutato complessivamente, in ambito obiettivo 3, dieci POR e il PON), ma anche per l’attività di ricerca e di AT svolta (nel passato e nel presente) presso le Amministrazioni dove non erano valutatori indipendenti. Dal punto di vista più operativo, le interviste dirette somministrate ai respon sabili e referenti regionali, che abbiamo definito semistrutturate, sono state in realtà improntate alla massima apertura, specie quelle svolte con i responsa bilidirigenti di settore. Mentre le interviste somministrate ai referenti regiona li sui singoli temi sono state maggiormente vincolate ad una traccia di intervi sta costruita a seguito dei primi test svolti con la collaborazione della Regio ne Veneto nel Luglio del 2005 ed utilizzata a regime nelle interviste successi | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 29 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni ve. In sintesi, il processo di rilevazione presso gli attori regionali è stato indi rizzato a: 1 l’individuazione, fra gli obiettivi, le attività, i prodotti e più in generale, nel proces so immateriale sviluppato dall’azione nazionale, di quei precipui ambiti ricono sciuti dagli interlocutori regionali come elementi significativi del modello di inter vento funzionale all’induzione e promozione del cambiamento. Fra questi, elen chiamo: la ricostruzione delle modalità e degli esiti della partecipazione alla dia lettica nazionaleregionale, le caratteristiche del passaggio (traduzione e trasla zione) di standard, procedure, metodi e modelli di supporto/assistenza tecnica attraverso le modalità inscritte nella programmazione PON, il processo condivi so e partecipato dagli attori nel disegno, progettazione e costruzione di disposi tivi e soluzioni e i modelli che, nella partecipazione alla costruzione della gover nance a livello nazionale, vengono assunti nella governance a livello regionale; 2 la rilevazione, nel quadro della relazione nazionaleregionale, dei cambiamenti operati nei fattori (attori, knowledge management, programmazione, partena riato locale) che, in considerazione dell’autonomia devolutiva, siano collegabi li all’intervento della programmazione nazionale; 3 l’individuazione dei punti critici della relazione nazionaleregionale che hanno impedito o rallentato la diffusione dell’innovazione; 4 l’emersione dei principali fabbisogni connessi agli obiettivi definiti (o in corso di definizione) per il periodo di programmazione 20072013. I due focus group realizzati nella provincia di Pistoia con i referenti della governan ce provinciale (Provincia, Parti Sociali, Scuole, Agenzie formative) per i temi del l’apprendistato e del diritto dovere hanno indagato i caratteri salienti delle rica dute delle azioni nazionali sul contesto provinciale. Nello specifico, è stato osser vato il ruolo di mediazione svolto dalla Regione nel processo di traslazione di quanto condiviso nell’ambito del tavolo nazionale. Attraverso i due focus si sono indagati i seguenti aspetti: • apprendimento organizzativo: funzionamento della rete degli attori e costruzio ne della comunità professionale locale; • caratteristiche della governance: ruolo degli attori locali nel processo di imple mentazione del sistema (di apprendistato e dell’obbligo formativo). Attività, ruoli e modalità di partecipazione alla programmazione per l’apprendistato; • livello di concertazione per la programmazione del sistema di apprendistato in termini di competenze, funzioni e servizi attivati; • diffusione di materiali e conoscenze da parte delle organizzazioni di riferimen to (sindacali o datoriali, ISFOL e/o Ministero del Lavoro) a livello nazionale; • ruolo di coordinamento regionale in termini di organizzazione dei sistemi, di apprendimento organizzativo e passaggio di materiali (ricerche anche di profi lo nazionale, standard, metodologie, procedure, modalità di lavoro); • realizzazione dei percorsi triennali per il dirittodovere attraverso l’adeguamen to agli standard nazionali definiti dal protocollo di intesa MinisteroRegione; 30 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI • criticità di percorso per ridefinire il sistema di apprendistato nel passaggio dalla L. 196/97 alla L. 30/03; • soluzioni adottate ed esperienze conseguite sulla base delle novità introdotte dalla L. 30/03 per la formazione degli apprendisti (formazione interna e/o ester na, repertorio regionale, standard formativi); • punti critici di messa in opera dell’apprendistato nel sistema produttivo locale: metodi e soluzioni individuate e adottate; • criticità di percorso per ridefinire il sistema di obbligo formativo dirittodove re nel passaggio dalla L. 144 alla L. 53/03; • i fabbisogni da soddisfare con la nuova programmazione 2007201328. Infine, i valutatori indipendenti dei POR Obiettivo 3 (sei società raggiunte, responsabili della valutazione di nove POR e del PON obiettivo 3) hanno rappre sentato una fonte informativa preziosa non solo per il lavoro svolto in ambito valutativo ma anche per la conoscenza spesso approfondita dei singoli con testi (amministrativi e organizzativi) regionali. Ad essi è stato spedito un questio nario, che si riporta nello schema successivo, centrato su tre temi principali: • diffusione della cultura della valutazione; • impatto della valutazione indipendente del POR sull’efficienza gestionale e sui livelli di efficacia del Programma; • i “fabbisogni” della valutazione ed un giudizio sull’architettura della valutazio ne nel FSE 20002006. Attraverso l’insieme delle attività di indagine sin qui descritte, sono stati rilevati elementi in grado di fornire un quadro esaustivo delle realizzazioni regionali all’in terno delle quali distinguere, nel quadro delle specificità locali, quegli elementi che più di altri sono apparsi riferibili alle funzioni di supporto, di accompagna mento e di sperimentazione favoriti dalle azioni di sistema nazionali. Ci preme, in conclusione, sottolineare come il ricorso ad un complesso articola to di strumenti di rilevazione e la stessa ricostruzione desk dei sistemi regionali abbia facilitato, nell’economia dell’analisi realizzata, lo sviluppo delle condizioni per una migliore collaborazione con i referenti regionali attraverso l’offerta di una base comune condivisa sugli obiettivi/interrogativi della ricerca. 28 Per una analisi dei risultati dei focus group realizzati in collaborazione con la Provincia di Pistoia si vedano i paragrafi 2.3.7 e 2.4.5 del presente Volume. | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 31 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni Schema 1.7: Questionario ISFOL per i valutatori indipendenti POR e PON obiettivo 3 (somministrato a Dicembre 2005) Valutazione di efficacia dell’azione di sistema nazionale “monitoraggio e valutazione” (PON “Azioni di Sistema” obiettivo 3 ISFOL Struttura di AT al FSE 20/12/2005) Questa rilevazione è volta a verificare l’esistenza ed il carattere assunto dalle even tuali ricadute delle azioni di sistema promosse dal MLPS sui sistemi regionali e, nel caso specifico, sullo sviluppo della cultura del monitoraggio e valutazione in Italia. A tal scopo sono state attivate una pluralità di iniziative e tra queste, naturalmente, una analisi approfondita dei contesti regionali (con esame documentale, visita ed intervista ai referenti delle singole Autorità di Gestione). Ciò significa che disponia mo di un conoscenza sufficientemente articolata ed approfondita circa i sistemi di monitoraggio e valutazione delle realtà regionali fino ad oggi analizzate. Attraverso il presente questionario vorremmo cogliere il punto di vista di chi, su preciso man dato, ha dovuto interfacciarsi sia con l’Amministrazione regionale e le sue strutture tecniche sia con il soggetto attuatore dell’azione di sistema nazionale monitoraggio e valutazione. Il questionario viene somministrato a tutti i valutatori indipendenti degli attuali POR obiettivo 3. È quasi superfluo aggiungere che, trattandosi di una indagine qualitativa svolta su ambiti conoscitivi strategici ma al tempo stesso circoscritti ed essendo rivolta ad un numero limitato di soggetti esperti, essa è caratterizzata dalla presenza di domande “aperte” alle quali vi viene chiesto di rispondere in piena libertà e con il livello di det taglio che riterrete, di volta in volta, più opportuno. Tema: Diffusione della cultura della valutazione Quesito: Nella realizzazione della vostra attività valutativa sul FSE 20002006, vi è stata fornita la possibilità di diffondere metodologie, tecniche e logiche valutative all’interno dell’Amministrazione regionale e delle sue strutture tecniche? Se sì, in che modo? Quesito: Secondo la Sua opinione, ci sono segnali (elementi, comportamenti, proces si o prodotti stabili) tali da poter affermare che, in Italia, la cultura della valutazione delle policies si è sviluppata? Se sì, quali? Quesito: Le appare corretto parlare di cultura della valutazione? Tema: Impatto della valutazione indipendente del POR sull’efficienza gestionale e sui livel li di efficacia del Programma Quesito: Le chiediamo di esplicitare, se possibile, un esempio concreto di adozione di provvedimenti/raccomandazioni presenti nei vostri Rapporti di valutazione in merito a: 1) efficacia del Programma o di sue specifiche parti; 2) efficienza gestionale del Programma o di sue specifiche parti; 32 | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 3) revisione o specificazione relativa al sistema degli indicatori; 4) altro, specificare Tema: I “fabbisogni” della valutazione ed un giudizio sull’architettura della valutazione nel FSE 20002006 Quesito: Rispetto ad alcuni anni fa i sistemi di monitoraggio dei progetti e le relative anagrafiche (specie in ambito FSE) oggi operanti presso le Autorità di Gestione testi moniano una evoluzione significativa. Lei condivide questa affermazione? Quesito: Se no perché? Quesito: Quale sviluppo è da ritenere auspicabile per il prossimo futuro al fine di migliorare i sistemi di monitoraggio dei programmi o delle politiche? In altri termini, quale potrebbe essere l’idea forza da promuovere? Quesito: Vorremmo ora ragionare in termini di architettura complessiva della valutazio ne del FSE 20002006 anche nell’ottica della sua sostenibilità. A tal scopo, Le chiediamo di indicarci, per ciascuna voce sottoelencata, quali risorse/opportunità e quali criticità hanno caratterizzato la valutazione dei Programmi in questi ultimi anni. Elementi dell’architettura della valutazione del FSE 20002006: 1) La definizione standard minimi nazionali; 2) Il sistema degli indicatori di realizzazione, risultato e impatto; 3) Il coordinamento delle valutazioni indipendenti dei Programmi di FSE; 4) La definizione degli indici dei Rapporti di valutazione intermedi e finali; 5) L’utilizzo di un luogo formale (il Gruppo Tecnico di Valutazione) di incontro e di discussione. Per ognuno dei 5 punti elencati indicare, Risorse/Opportunità e Criticità | 1 L’ANALISI DELLE RICADUTE DELLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI 33 1.4 Il percorso di ricerca, le modalità e i contenuti delle rilevazioni capitolo 2 I RISULTATI 2.1 L’ANALISI TRASVERSALE DELLE RICADUTE PRODOTTE DALLE AZIONI DI SISTEMA NAZIONALI Riportiamo di seguito una lettura sintetica degli esiti dell’osservazione svolta nelle singole aree di policy depurati dalle specificità dei singoli ambiti di approfondi mento. Si tratta, quindi, di un elenco di scoperte29 che si caratterizzano come risultati dell’implementazione comuni a tutte le aree indagate così come lo sono le domande/bisogni emersi a livello locale in merito alla modifica, qualificazione dei caratteri di questa relazione. In termini di ricadute si evidenzia: • il consolidamento di specifiche comunità di pratiche. La comunità di pratiche configura uno degli ambiti di osservazione delle relazioni che si stabiliscono fra il contesto generale del programma e quello locale. Esse si costituiscono come luogo di sviluppo e diffusione di tecnologie di supporto all’attuazione (es. repertori, manuali, rapporti di ricerche, banche dati, linee guida, siti web), vei colo fondamentale della maturazione dei sistemi locali. È consolidata la perce zione degli attori locali intervistati in merito alla consapevolezza che questi strumenti hanno accompagnato e rafforzato la crescita dei sistemi sociotec nici locali e la costruzione di modalità di lavoro e linguaggi comuni; • la nascita e il consolidamento di tavoli locali e nazionali di coordinamento. Attraverso di essi si intensificano forme di negoziato tipiche della multilevel governance ma, altresì, si veicolano nuove acquisizioni, si stabilizzano innova zioni, si definiscono i contorni delle “cose che verranno”. In generale, attraver so lo sviluppo di forme di benchmarking e di cooperazione tra pari, si svilup pano ambiti di confronto/competizione sulle scelte politicoistituzionali, regola tive, tecniche, organizzative operate nei singoli ambiti locali. In alcuni casi il 29 Naturalmente, per una descrizione più puntuale ed esaustiva dei risultati specifici dell’indagine, si rimanda alla lettura del paragrafi successivi. | 2 I RISULTATI 35 2.1 L’Analisi trasversale delle ricadute prodotte dalle azioni di sistema nazionali livello interregionale, (es. certificazione delle competenze) si pone come frame rielaborativo che promuove e facilita la riflessione sui caratteri strategici da imprimere al cambiamento; • in quest’ambito la messa a regime di sistemi nazionali di monitoraggio a base regionale testimonia, sempre sul piano delle ricadute, lo sviluppo inequivoca bile di una cultura del monitoraggio e della valutazione. La necessità di dotarsi a livello nazionale e locale di sistemi informativi adeguati sia alla gestione sia alla rilevazione dei risultati ha promosso, nelle singole aree, la costruzione e il potenziamento di basi di dati, prime fra tutte quelle relative alle anagrafi dei destinatari; • il rafforzamento della presenza di forme knowledge management locale (es. task forces, tutor della formazione regionale, etc.). Vengono costituite a livello locale forme di conoscenza e saperi che si depositano in varie forme all’inter no delle amministrazioni e che consentono la creazione e diffusione, di com portamenti esperti che facilitano l’affermazione e la diffusione delle innovazio ni soprattutto in ambito regolativo. Si evidenziano alcuni snodi/criticità in rela zione al ruolo esplicito/implicito delle assistenze tecniche come depositi, per molti versi, esclusivi di informazioni e di conoscenze sul funzionamento dei sistemi locali; • il miglioramento sensibile della lettura dei fabbisogni organizzativi e professionali finalizzati all’implementazione delle politiche. Da una parte emerge la richiesta/necessità di competenze esperte acquisite all’esterno delle amministra zioni (outsourcing, task forces, assistenze tecniche) dall’altra si rafforzano, in egual misura, i bisogni di internalizzazione di competenze strategiche per la pro grammazione futura e la gestione. Ne consegue la realizzazione e lo sviluppo di sistemi sociotecnici locali dedicati (creazione di strutture, posizioni organizzati ve, organigrammi) orientati al supporto strategico dell’attuazione, in alcuni casi specifici la crescita dell’attenzione, a tutti i livelli delle amministrazioni locali, verso i processi di integrazione tra differenti azioni/aree di policy. Tali processi benché particolarmente complessi da strutturare e mantenere si connotano come uno dei fattori più rilevanti di maturazione dei sistemi locali verso filiere organizzative in aree di interventi limitrofe (es. apprendistato e dirittodovere all’istruzione). Infine, in termini di miglioramento o reingegnerizzazione dei futuri interventi a carattere nazionale, la ricerca, mette in evidenza i seguenti aspetti: • il mantenimento e sviluppo di luoghi coordinati e significativi di confronto e benchmarking sulla implementazione, sulle realizzazione e, soprattutto, sui risultati; • il potenziamento e animazione di comunità professionali. Attraverso il migliora mento delle modalità di trasferimento delle expertise a livello delle amministra zioni locali. Esiste una tensione non risolta tra esternalizzazione e internalizza zione delle competenze che evidenzia, comunque, la difficoltà di stabilizzare, a livello locale, conoscenze, saperi e comportamenti organizzativi; 36 | 2 I RISULTATI • il superamento delle fase di sperimentazione e tensione verso la standardizza zione e la messa a regime di gran parte dei processi attivati. È stato poi rileva ta l’esigenza, specie per la tematica della valutazione di prevedere, per il pros simo futuro, una semplificazione e una revisione dell’architettura complessiva adottata per la valutazione dei POR 20002006; • il rafforzamento dei meccanismi di governance orizzontale e verticale e valoriz zazione degli elementi di simmetria nella relazione StatoRegioni e quella RegioniProvince (snodo essenziale che ruota attorno alla programmazione e gestione delle risorse scarse messe a disposizione dalla prossima programma zione di FSE). Importante corollario è la necessità evidenziata di un modo più consapevole di concepire il rapporto centroperiferia; • la creazione e stabilizzazione di sistemi nazionali di riferimento. I processi di standardizzazione attivati e/o in via di attivazione (es. certificazione di compe tenze, repertori delle professioni, sistemi di riconoscimento dei crediti, livelli essenziali di prestazioni nei sistemi istruzione e formazione, standardizzazione delle modalità di raccolta della domanda) pongono in maniera sistematica nuove questioni in relazione al rapporto tra le declinazioni locali e i riferimenti nazionali (tra rischi di un eccesso di frammentazione e un costante riferimento nazionale autorevole). AZIONE DI SISTEMA Analisi del modello di intervento • Attività di supporto e Assistenza tecnica attraverso la costruzione di reti (tavoli nazionali e consulenza diretta) • Sviluppo e diffusione di metodologie, strumenti, buone prassi e ricerche • Sviluppo di un sistema di monitoraggio e valutazione nazionale RICADUTE APPRENDIMENTO ORGANIZZATIVO Costruzione di reti e comunità professionali); più marcata adozione logica bottom up della programmazione regionale GOVERNANCE: diffusione e promozione di modelli di governance; interazione fra programmazione nazionale e regionale e tra Regione e Attori locali CREAZIONE DI SISTEMI REGIONALI OMOGENEI: coerenza tra architettura nazionale (definita dalla regolazione) e sistemi regionali come requisito di uniformità del sistema e capacità di dialogo e passaggio fra sistemi regionali (certificazione competenze); Attivazione del sistema di monitoraggio SISTEMA REGIONALE Osservazione del processo di attuazione • Costruzione del sistema formativo dell’apprendistato nelle sue tre filiere, del sistema dell’Obbligo formativo e del passaggio al Diritto/Dovere • Traslazione di strumenti e modelli attraverso processi di disseminazione e momenti di incontro vero i contesti regionali per la costruzione del sistema di App. • Traslazione degli standard di monitoraggio nazionale nel sistema regionale ADESIONE/PARTECIPAZIONE AL MODELLO REGIONALE DELLE IMPRESE, AGENZIE FORMATIVE E PARTI SOCIALI: aumento/promozione del valore attribuito alla formazione esterna; aumento del numero di apprendisti in formazione | 2 I RISULTATI 37 2.1 L’Analisi trasversale delle ricadute prodotte dalle azioni di sistema nazionali Schema 1.2 Mappa delle ricadute delle Azioni nazionali di sostegno all’Apprendistato e all’Obbligo formativo Schema 1.3 Mappa delle ricadute dell’azione di sistema Certificazione di competenze e riconoscimento dei crediti AZIONE DI SISTEMA Analisi del modello di intervento • Modellizzazione di un sistema di rappresentazione degli standard minimi di competenza • Diffusione e sostegno alla adozione dei criteri di trasparenza nella certificazione dei percorsi formativi • Presidio e supporto sedi istituzionali di confronto • Iniziative di supporto tecnico nei confronti delle realtà regionali e locali Schema 1.4 Mappa delle ricadute dell’azione di sistema Analisi e Valutazione AZIONE DI SISTEMA Analisi del modello di intervento • Attività di impostazione e coordinamento metodologico del monitoraggio e della valutazione del FSE (definizione di standard e linee guida) • Attività di impostazione e coordinamento metodologico e diffusione di metodi di valutazione di specifiche policy • Progetti per lo sviluppo di sistemi statistici 38 | 2 I RISULTATI RICADUTE APPRENDIMENTO ORGANIZZATIVO (costruzione di reti e comunità professionali); logica Bottom up della programmazione regionale GOVERNANCE: diffusione e promozione di modelli di governance; interazione fra (programmazione nazionale-regionale) e Regione-Attori locali) CREAZIONE DI SISTEMI REGIONALI La Costruzione e la permanenza di un livello locale del sistema di certificazione; miglioramento della capacità di dialogo con altri sistemi regionali SISTEMA REGIONALE Osservazione del processo di attuazione • Recepimento della strumentazione nazionale per l’implementazione di dispositivi di descrizione e rappresentazione delle competenze (linee guida) • Avvio e sviluppo delle sperimentazioni • Partecipazione al processo istituzionale di condivisione di criteri e dispositivi per la certificazione (Tavoli nazionali) INTEGRAZIONE SISTEMI ISTRUZIONE-FORMAZIONE-LAVORO: adozione di sistemi di certificazione e trasparenza nelle diverse filiere RICADUTE APPRENDIMENTO ORGANIZZATIVO: diffusione della cultura e dei metodi della valutazione; adozione del metodo di coordinamento aperto GOVERNANCE: diffusione e promozione di modelli di governance maggiormente fondati sulla conoscenza CREAZIONE DI SISTEMI REGIONALI OMOGENEI: sviluppo delle funzioni monitoraggio e valutazione a livello di amministrazioni regionali e provinciali; crescita della capacità di lettura delle realizzazioni (fisiche e finanziarie) a livello sovra regionale Omogeneità nei sistemi valutativi e sviluppo della domanda di valutazione SISTEMA REGIONALE Osservazione del processo di attuazione • Percorso di sviluppo del sistema di monitoraggio del POR e delle altre politiche attive del lavoro • Partecipazione ai tavoli e alle riunioni organizzate a livello nazionale e condivisione delle metodologie e degli standard informativi minimi concernenti i sistemi di monitoraggio • Traslazione della cultura/strumenti di monitoraggio a sostegno della gestione di policy anche a livello locale 2.2 L’AZIONE DI SISTEMA NAZIONALE PER LA CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE ED IL RICONOSCIMENTO DEI CREDITI Fonti Per l’azione di sistema nazionale: intervista a G. Di Francesco (Dirigente Area Sistemi e Metodologie per l’Apprendimento dell’Isfol). Documentazione consultata: Rapporti di monitoraggio qualitativo (aggiornati seme stralmente) del PON obiettivo 3, RAE dal 2000 al 2004 del PON obiettivo 3; il volume Isfol, I sistemi regionali di certificazione: monografie, del 2005 curato da G. Di France sco. I principali prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale. Il Sito WEB di Tec nostruttura per il progetto interregionale “certificazione competenze”. Per i sistemi regionali: Interviste dirette semistrutturate a: C. Balboni e F. Monti (Regio ne Emilia Romagna); L. Falchini, E. Sposato (Regione Toscana); R. Vicini (Regione Lombardia); S. Trevisanato e P. Turri (Regione Veneto), F. Viano e A. Totolo (Regione Piemonte). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione intermedia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004, Rapporti di monitoraggio regionali; archivi normativi regionali, siti WEB regionali, Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Il tema della certificazione, inoltre, è stato oggetto di riflessione all’interno dei focus group concernenti l’apprendistato e l’obbligo formativo, organizzati in collaborazione con la Provincia di Pistoia. 2.2.1 Il contesto di riferimento La programmazione europea in materia di istruzione e formazione professionale comincia ad affrontare fin dal 1989 il problema della certificazione delle competen ze a partire dai meccanismi di mutuo riconoscimento tra Paesi membri delle atte stazioni di qualifiche professionali rilasciate, al fine di incentivare la mobilità di per sone, studenti e lavoratori. Il tema delle competenze viene quindi riconosciuto come uno dei fattori principali su cui investire per fare dell’Unione europea la “Società della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”30. Dal Consi glio di Lisbona, in particolare, si attiva il nesso strategico tra occupabilità degli indi vidui, apprendimento permanente, sviluppo economico armonico e sostenibile. 30 CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA, Conclusioni del Consiglio europeo su occupazione, riforme econo miche e coesione sociale, Lisbona, 2324 marzo 2000. | 2 I RISULTATI 39 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti In tale quadro di riferimento, il concetto di competenza viene collegato sia ad una dimensione di sistema, ponendolo al centro dei processi di innovazione ed integrazione tra sistemi educativi e formativi, sia ad una dimensione indivi duale relativamente al processo soggettivo di acquisizione di competenze nei diversi contesti di apprendimento formali, informali e non formali. Il persegui mento di una tale strategia presuppone tuttavia la riconoscibilità, valutabilità e certificabilità delle competenze attraverso criteri oggettivi e strumenti con divisi. A livello europeo è nel 2001 che sono state avviate nuove iniziative di coopera zione, appunto nell’ambito del “processo di BrugesCopenhagen”, che hanno promosso la diffusione di dispositivi di certificazione, come il Single Framework e il Curriculum Vitae Europeo e la creazione di strutture di coordinamento tecni co, come i National Reference Points31. A seguito del Consiglio europeo di Barcellona del 2002, l’Unione Europea si è proposta di favorire una cooperazione più stretta tra i Paesi membri in tema di competenze, trasferibilità di crediti e mutuo riconoscimento, enfatizzando nuovi sistemi di certificazione a livello europeo. A giugno 2002 a Bruxelles, nel corso della conferenza internazionale degli Stati membri, sono state individuate alcune linee guida per la definizione delle basi per una cooperazione in tema di standard e certificazione ed è stato sollecitato l’av vio di un approccio europeo per il riconoscimento dei titoli e delle competenze, delle professioni regolamentate e non regolamentate all’interno di un quadro comune condiviso32. Le linee guida insistono in particolare su: • la trasparenza: gli Stati membri sono chiamati ad elaborare certificati traspa renti e ad aumentare la visibilità delle competenze acquisite dagli individui (supplemento al certificato, curriculum vitae europeo, Europassformazione); • il riconoscimento delle qualifiche professionali e delle competenze: l’Unione europea invita gli Stati membri a sperimentare metodologie e strumenti di com patibilità e comparabilità delle qualifiche e sistemi di unità capitalizzabili e tra sferibili a livello europeo, al fine di raggiungere un riconoscimento delle qualifi che e delle competenze acquisite in esperienze formali e non formali; • la qualità dell’insegnamento e della formazione professionale che comporta il mettere a punto procedure di certificazione e di valutazione partendo da norme internazionali esistenti (Iso, Cen). 31 In termini più generali, il processo di BrugesCopenhagen ha ribadito, rafforzandolo, il ruolo dei sistemi dell’education nella creazione della società europea, identificando nei temi della trasparen za, dell’informazione, dell’orientamento, del riconoscimento delle competenze e delle qualifiche, della qualità dei processi i fattori chiave per lo sviluppo della cooperazione europea. 32 COMMISSIONE DELLE COMUNITÁ EUROPEE, PARLAMENTO EUROPEO, Proposta di direttiva del Parlamen to europeo e del Consiglio relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali COM/2002/0119 def. G.U.C.E. C 181 E del 30 luglio 2002 p. 183 257; Isfol, Rapporto Isfol 2002, op. cit., p. 528. 40 | 2 I RISULTATI Il processo avviato a livello nazionale ed europeo in tema di certificazione dei percorsi formativi, delle competenze e di riconoscimento dei crediti formativi, ha rappresentato una delle sfide maggiori che i governi centrali e le singole autorità di gestione si trovano ad affrontare. La programmazione nazionale Ob. 3 ha, in questo quadro, individuato una spe cifica azione di sistema (Azione C.1.3 del PON obiettivo 3) per supportare la defi nizione e la costruzione di un sistema organico nazionale in grado di collegare le diverse interfacce del sistema istruzioneformazionelavoro e, a tal fine, ha pre disposto un modello di intervento che rendesse nelle disponibilità degli attori del sistema (nazionali e regionali), specifiche occasioni di lavoro e di raccordo per identificare dispositivi di rappresentazione comune e per la costruzione di un quadro sistemico condiviso. Fra le criticità che l’azione di sistema ha dovuto affrontare si annovera propria mente il tema della conciliazione fra necessità di un quadro condiviso a livello nazionale e l’autonomia delle singole Amministrazioni che, ai sensi della riforma costituzionale (L. Cost. 3/2001), sono chiamate a predisporre un sistema di cer tificazione delle competenze e di riconoscimento dei crediti basato su standard di qualifiche adeguati alle specificità dei singoli territori in termini di fabbisogni di competenze correlate alla domanda di professionalitàchiave nei singoli contesti produttivi. L’azione di sistema ha, in tal senso, ricorperto un ruolo di mediazione fra l’orientamento alla costruzione di un sistema di certificazione tarato sulle esi genze territoriali, e la creazione di sistemi regionali altamente compatibili con la dimensione nazionale ed europea, tramite la condivisione degli strumenti finaliz zati al riconoscimento dei crediti e alla certificazione delle competenze. Sul ver sante nazionale, infatti, dopo la sottoscrizione di un primo Accordo preliminare sancito dalla Conferenza StatoRegioni (del 18 Febbraio del 2000), la necessità di sviluppare un percorso condiviso si è formalizzata a partire dal 2001 (DM 174/2001), attraverso la decisione di mettere a punto un sistema condiviso di certificazione delle competenze basato su figure professionali e integrato con i dispositivi regionali. La Conferenza Unificata del 19 giugno del 2003, ha sancito l’Accordo tra MIUR, MLPS, Regioni e Province Autonome, i Comuni e le Comunità montane per avviare il percorso di adozione degli standard formativi a partire da quelli relativi alle competenze di base, al fine di consentire il riconoscimento dei crediti a livel lo nazionale, delle certificazioni e dei titoli. Si è assistito nel corso degli ultimi anni a livello regionale ad una rinnovata con sapevolezza dell’esigenza di una cornice nazionale di riferimento che si è tradot ta nell’iniziativa delle regioni di dotarsi di un’organizzazione che favorisse la cir colarità e il lavoro congiunto e che si è sostanziato con l’avvio, in aggiunta all’a zione di sistema nazionale oggetto della nostra analisi, del progetto interregiona | 2 I RISULTATI 41 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti le “Descrizione e certificazione per competenze e famiglie professionali Stan dard minimi in una prospettiva di integrazione tra istruzione, formazione profes sionale e lavoro”33. Per quanto riguarda gli standard per i percorsi sperimentali triennali, l’azione coordinata da parte delle Regioni è approdata all’accordo del 28 ottobre 2004 sulla certificazione intermedia e finale e i passaggi tra sistemi per i percorsi spe rimentali e triennali, e all’accordo del 24 novembre 2005 per l’adozione comune dei tre dispositivi di certificazione (attestato di qualifica, attestato di certificazio ne di competenze, attestazione di riconoscimento di crediti in ingresso al percor so di formazione professionale). Infine, si è conseguita la recente adozione del Libretto formativo del cittadino. Con particolare riferimento alla regolazione del Libretto formativo, il progetto interregionale esplicita l’istanza che esso sia risultato di un processo di confron to tra tutti gli attori, istituzionali e non, configurandosi come uno strumento che deve essere adeguato ed integrato con la definizione delle caratteristiche di un sistema condiviso di standard minimi a livello nazionale. A tal fine il gruppo di lavoro costituito presso il MLPS ha visto la partecipazio ne di rappresentanti oltre che dei due ministeri coinvolti (MLPS e MIUR), delle Regioni e Province autonome (Coordinamenti Istruzione, Formazione profes sionale e Lavoro) delle Parti sociali e dell’Isfol quale organismo di assistenza tecnica. Nella riunione di insediamento del gruppo di lavoro tenutasi il 22 aprile 2004, si è costituito un gruppo ristretto di rappresentanti “tecnici” dei soggetti coinvolti, affidando ad esso il compito dell’elaborazione tecnica della proposta di libretto e di percorso di sperimentazione dello stesso nell’ambito di un preciso mandato che ha previsto la: • definizione di un format comune minimo di libretto formativo per la messa in trasparenza e registrazione delle competenze; • definizione di linee guida per l’utilizzo dello strumento da parte degli operatori; • definizione di un percorso di sperimentazione su scala nazionale dello stru mento, le relative azioni di formazione degli operatori che saranno chiamati ad attuare la sperimentazione e le azioni di divulgazione presso i cittadini. L’adozione del Libretto formativo informa di un processo di governance consoli dato che è nelle corde della programmazione FSE laddove si identifica nel meto 33 Il progetto interregionale “Descrizione e certificazione delle competenze e famiglie professionali”, voluto dagli Assessori alla Formazione professionale, Lavoro e Istruzione che, a partire dalla sotto scrizione del protocollo del 30 aprile 2004, ne hanno assunto il coordinamento congiunto con l’as sistenza tecnica di Tecnostruttura, ha rappresentato un punto di riunificazione fondamentale per il passaggio di esperienze e di know how finalizzato all’individuazione e sviluppo di criteri e sistemi omogenei e capaci di dialogare fra loro. 42 | 2 I RISULTATI do di lavoro a coordinamento aperto, il conseguimento di una maggiore conver genza verso le finalità principali dell’Unione, attraverso la definizione di orienta menti comunitari e la seguente trasposizione di detti orientamenti nelle politiche nazionali e regionali, mediante piani di azione nazionali che tengano conto delle diversità specifiche. Il percorso che ha condotto al conseguimento del Libretto formativo del cittadi no previsto dal D.lgs. 276/03, rappresenta un modello esemplificativo di tale metodo di lavoro e ha visto l’approvazione del dispositivo (il 3 novembre 200534) di concerto tra il MLPS, il MIUR, previa l’intesa con la Conferenza unificata Stato Regioni e in accordo con le parti sociali. Un passaggio successivo è rappresentato dalla sperimentazione del libretto nelle Regioni e nelle Province Autonome. A tal fine il gruppo costituito presso il MLPS ha previsto la partecipazione di rappresentanti, oltre che del Ministero del lavo ro, del MIUR, delle Regioni e Province autonome (Coordinamenti istruzione e for mazione professionalelavoro), delle parti sociali e dell’Isfol quale organismo di assistenza tecnica. 2.2.2 Una sintesi degli interventi L’azione di sistema nazionale per la certificazione delle competenze e dei credi ti è finalizzata a sostenere la riforma della formazione professionale, ad innalza re la qualità e promuovere l’apprendimento permanente all’interno dei sistemi regionali, attraverso la costruzione, la sperimentazione, il monitoraggio, ovvero attraverso modalità di lettura delle competenze, definizione di standard, moda lità di accertamento e di attestazione delle competenze acquisite percorsi di for mazione formali ed informali. Sinteticamente le azioni realizzate nel periodo 20002004 si sono sviluppate su due direttrici fondamentali: 1 definizione di indirizzi e orientamenti di tipo “regolativo” verso le regioni attra verso: • sviluppo di modelli e metodologie (linee guida) per la descrizione delle com petenze e il riconoscimento degli apprendimenti formali, non formali e infor mali; • supporto alla definizione dell’accordo “standard minimi di competenze e cer tificazione. Architettura di sistema istituzionale delle Regioni”; • supporto alla definizione dell’accordo StatoRegioni per la certificazione finale e intermedia e il riconoscimento dei crediti; • costituzione di un tavolo di lavoro con Ministeri, Regioni e Parti Sociali per la condivisione di criteri e dispositivi del libretto formativo; • costituzione della rete dei funzionari regionali come referenti per il territorio per la costruzione del sistema di certificazione delle competenze. 34 G.U. 256 del 3 novembre 2005. | 2 I RISULTATI 43 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2 azioni di supporto al processo di costruzione del modello di certificazione attraverso: • creazione e attivazione di un Osservatorio finalizzato alla raccolta e succes siva diffusione delle prassi avviate a livello internazionale, nazionale e locale su standard, certificazione e crediti; • attività di monitoraggio; • attività di studio e analisi (analisi comparativa dei modelli di certificazione e indagini sui requisiti di occupabilità in una dimensione europea; istruttorie tecniche per la definizione del libretto formativo; dossier dei report di sfondo per i gruppi tematici OCDE su standard di competenze e lifelong learning); • attivazione di laboratori in contesti regionali e interregionali (tematici di approfondimento; per una valutazione di praticabilità di nuovi dispositivi di certificazione); • attività di accompagnamento/partecipazione alle sperimentazioni applicative (attività di pilotaggio per gli standard di competenze nei percorsi IFTS; azio ni legate alla trasparenza internazionale nella prospettiva di decisione Euro pass). Il risultato principale dell’azione di sistema nazionale per la certificazione delle competenze e il riconoscimento dei crediti è stato quello di aver ideato e impo stato l’impianto del sistema di certificazione che è stato poi preso in carico, con gradi e secondo logiche implementative differenti, dalle Regioni. Il percorso realizzato in questi ultimi anni si è sostanzialmente tarato su due aspetti fortemente interconnessi fra loro: • la certificabilità delle competenze; • lo sviluppo di un’offerta formativa basata su standard certificabili. Le modalità operative della programmazione nazionale hanno assunto, come principio guida, l’implementazione di un processo di programmazione partecipa ta e di acquisizione negoziata con le Amministrazioni regionali che, a seguito del nuovo assetto di competenze istituzionali definito dalla L. 3/2001, sono titolari delle strategie e dei processi connessi allo sviluppo dei sistemi locali di certifica zione. Il ruolo delle regioni nell’evoluzione e nello sviluppo del tema della certificazione e della trasparenza degli apprendimenti è divenuto progressivamente prioritario in quanto ad esse viene delegata la capacità di governare la messa in opera del sistema sui loro territori e la promozione di una governance in grado di attivare le risorse degli attori locali e di conciliarne le istanze in relazione ad interessi ed obiettivi comuni. Sotto il profilo dei metodi e degli strumenti previsti dalla programmazione dell’a zione di sistema, l’impianto sviluppato dall’Isfol si è avviato con il disegno del modello delle competenze che ha introdotto un’innovazione di tipo culturale e metodologico e che ha coinvolto gli attori nazionali e regionali sulla base di un 44 | 2 I RISULTATI processo di costruzione e di adesione ad un linguaggio comune. L’impianto ha comportato in sintesi: • l’utilizzo di criteri di trasparenza adottati in Europa fin dal 1996 nella certifica zione del percorso formativo delle competenze acquisite; • l’utilizzo di un attestato unico a livello nazionale per la tipologia di qualificazio ne, aggiornato recentemente sulle competenze formali e informali; • l’orientamento del dibattito verso la validazione e il riconoscimento delle com petenze comunque acquisite; • l’utilizzo dell’impianto di sistema sugli standard, basato sull’approccio identifi cato dall’Isfol per la metodologia di costruzione degli standard (ad esempio per il caso IFTS) e sulle Unità Capitalizzabili. Il modello competence based, che ha rappresentato la cornice entro la quale si sta ancora sviluppando il sistema integrato di istruzioneformazione e lavoro, gradualmente e secondo passaggi dialettici, è diventato di uso comune sia nella programmazione che negli atti attuativi di adozione di dispositivi da parte delle Regioni. L’azione di sistema nazionale, inoltre, ha promosso e realizzato una specifica atti vità di supporto, consulenza e assistenza tecnica. Soprattutto nella prima fase di programmazione (20002003), l’azione di sistema nazionale ha svolto un’impor tante opera di affiancamento consulenziale e di supporto metodologico e scien tifico al processo politicoistituzionale che ha portato tra il 2003 e il 2004 alla definizione formale dei dispositivi necessari alla certificazione e al riconoscimen to dei crediti. L’evoluzione del quadro normativo e l’insieme consistente di prassi e proposte maturate fino al dicembre del 2003 in tema di certificazione delle competenze hanno determinato (all’interno della riprogrammazione del PON) una ridefinizio ne dell’azione di sistema nazionale orientata verso lo sviluppo e la diffusione di momenti coordinati di incontro e scambio, sia sul versante nazionale che su quello comunitario35 per rendere concreto, fruibile e armonico il complesso dei dispositivi. In particolare, si è inteso concentrare l’azione di sistema nazionale riprogram mata nel 2003 sulla: • definizione di standard a partire dal riconoscimento degli apprendimenti forma li, non formali e informali e dallo sviluppo e implementazione di dispositivi di rappresentazione delle competenze; • recepimento ed attuazione delle disposizioni legislative in materia di certifica zioni e crediti, in termini di requisiti e standard; 35 Gli attuali assetti normativi rafforzano l’importanza e l’urgenza di arrivare a definire un sistema di certificazione che valorizzi i percorsi formativi realizzati e le competenze acquisite, anche nell’otti ca di quanto si è definito e si sta ulteriormente definendo a livello comunitario. | 2 I RISULTATI 45 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti • creazione, sperimentazione, valutazione e diffusione di un sistema integrato di certificazione delle competenze e dei crediti; • confronto con i dispositivi e i modelli realizzati negli altri paesi europei e nelle diverse realtà regionali italiane in tema di certificazione, messa in rete e assi stenza agli operatori e agli attori istituzionali a livello regionale e nazionale. Per consentire ai cittadini italiani di disporre di una certificazione che renda spen dibili le loro competenze a livello nazionale ed europeo, la riprogrammazione di metà periodo ha definito come necessario: a) portare a sistema i vari dispositivi di certificazione finora elaborati, tenendo conto di quanto emergerà dai lavori di elaborazione normativa in corso e dagli Accordi StatoRegioniParti sociali; b) adottare l’approccio europeo basato sulla classificazione delle competenze for mali, informali e non formali come criterio di riferimento per i dispositivi di certi ficazione. A garanzia del necessario dialogo tra livello nazionale ed europeo, l’a zione di sistema, sempre nell’ambito dell’azione C1.3 del PON, segue l’operato di tre Gruppi tecnici europei: • gruppo sull’implementazione del Dispositivo Unico per la Trasparenza (Euro pass); • gruppo sulla Validazione dell’apprendimento formale, informale e non formale; • e il gruppo sul Sistema Europeo di Trasferimento dei Crediti (ECVET). La valorizzazione delle pratiche ideate a livello nazionale (e quindi la leadership funzionale rappresentata dall’azione di sistema) non ha implicato una rinuncia da parte delle regioni alle loro pratiche ma, al contrario, una messa in comune delle prassi e dei modelli in vista di una possibile generalizzabilità o trasferibilità di sin goli elementi36. Esiste un processo di socializzazione e disseminazione che risponde ad un interesse espresso dalle regioni a riferirsi ad un quadro condivi so a livello nazionale. In quest’ottica le attività seminariali e le conferenze orga nizzate (come, ad esempio, il convegno “La competenza in una prospettiva di sistema” Roma 7 giugno 2005) hanno rappresentato strumenti d’intervento indispensabili per fornire le chiavi di lettura dello scenario europeo, effettuare un confronto con la situazione italiana e fornire la contestualizzazione delle diverse esperienze e situazioni locali. 36 In questo senso l’azione di sistema nazionale ha analizzato le diversità, ossia recuperando i fattori comuni e trasferibili. La diversità è un elemento di debolezza ma può anche essere trasformato in punto di forza, se esiste comunque uno standard minimo di competenza, ovvero una metodologia standard applicabile ovunque (Unità di Competenza). 46 | 2 I RISULTATI Descrizione sintetica attività Prodotti Indagine qualiquantitativa su Primo report di indagine (2005). stage e tirocini realizzati in un campione di 61 atenei universitari e sulle relative prassi di riconoscimento dei crediti. (Avviata nel 2005) Sistema informativo permanente finalizzato alla raccolta e successiva diffusione delle prassi avviate a livello internazionale, nazionale e locale su standard, certificazione e crediti. (Avviata nel 2003) • Volume: "I sistemi regionali di certificazione: monografie", I Libri del FSE (2005). • Report di monitoraggio annuali (20042005 e 2006). • Sistema informativo sul web, contenente i dati del monitoraggio. • Analisi comparativa delle modalità standard di rappresentazione delle competenze. • Indagine sulle buone pratiche di riconoscimento e validazione del l’apprendimento non formale e informale. Prodotti 2006 • Report di sintesi sulle riflessioni e le proposte avanzate nell’am bito delle attività svolte nel Laboratorio di confronto con esperti ed Enti dell’offerta formativa. • Report di sintesi sulle riflessioni e le proposte avanzate nell’am bito delle attività svolte nel Laboratorio di confronto con esperti sul tema delle competenze di base. • Report di sintesi sulle riflessioni e le proposte avanzate nell’am bito delle attività svolte nel Laboratorio di confronto con esperti sulla formazione continua. Interventi sperimentali o congiunti condotti in contesti regionali e interregionali in tema di certificazione e avvio di sedi istituzionali di confronto destinati ad interlocutori istituzionali per una valutazione di praticabilità di nuovi dispositivi di certificazione e standard di competenza. (Avviata nel 2002) • Seminario nazionale destinato a Regioni e Parti sociali (giugno 2005) "Le competenze in una prospettiva di sistema". • Dossier di istruttorie tecniche e report di sintesi relativi agli incontri del Laboratorio Interregionale delle Regioni per la certi ficazione e gli standard (2002). • Abstract: "Laboratori territoriali sulla certificazione delle compe tenze: esperimenti di circolarità virtuosa tra sistema nazionale e reti locali" (2002). • Dossier di materiali relativi al progetto di ricercaazione LAB.COM LABoratorio delle COMpetenze, sulla valutazione e certificazione delle competenze acquisite dagli allievi nel settore dell’Istruzione tecnicoprofessionale (2003). Partecipazione al processo di BrugesCopenhagen e implementazione azioni legate alla trasparenza internazionale nella prospettiva dello sviluppo della proposta di decisione Europass. Costituzione del Punto Nazionale di Riferimento (PNR) Italia per la trasparenza. (Avviata nel 2002) • Dossier di documenti e reports per la partecipazione ai gruppi tec nici legati al processo di BrugesCopenhagen (20022004). • Brochure sui dispositivi europei di trasparenza e sul nuovo por tafoglio Europass (2003). • Sito web del PNR Italia per la trasparenza (www.nrpitalia.it) (2004). • Progetto operativo per l’attivazione del National Europass Centre (NEC), presentato alla Commissione Europea (2004). • Attivazione del portale web del National Europass Center Italia (2005). Prodotti 2006: • Realizzazione del depliant di promozione dei dispositivi europei per la trasparenza che dovrà essere distribuito presso centri per l’impiego, scuole e fiere. • Realizzazione e distribuzione dei primi due numeri della Newsletter elettronica sulla mobilità e la trasparenza delle competenze. segue | 2 I RISULTATI 47 Schema 2.1 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Certificazione delle competenze e riconoscimento dei crediti” (dal 2000 al I semestre 2006 segue Schema 2.1 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Certificazione delle competenze e riconoscimento dei crediti” (dal 2000 al I semestre 2006 Descrizione sintetica attività Prodotti • Definizione di un modulo formativo a supporto dell’acquisizione di conoscenze e competenze utili per l’uso, l’applicazione e la pro mozione dei dispositivi per la trasparenza nei diversi contesti; • Videopromo sul tema della mobilità e dei dispositivi ad essa con nessi. Sviluppo di attività di analisi e sperimentazione dei processi di rappresentazione delle competenze, loro modalità di acquisizione e loro riconoscimento quali crediti formativi. (Avviata nel 2001) • Volume: "Ricostruire l’esperienza competenze, bilancio, forma zione", Franco Angeli (2003). • Volume: "Competenze per l’occupabilità", Franco Angeli (2003). • Linee guida per lo sviluppo e la implementazione di dispositivi di rappresentazione delle competenze (2004). • Report di indagine sui fabbisogni di competenze strategiche e sui processi di riconoscimento dei crediti (2002/2005). Prodotti 2006: • Pubblicazione in corso di stampa del volume relativo alla ricostru zione delle esperienze individuali e professionali nei diversi ambi ti operativi: servizi per l’impiego, agenzie formative, centri d’o rientamento. • Documento relativo alla proposta nazionale di ricerca sul ricono scimento delle competenze approvato con decreto del Ministero del Lavoro. Supporto alla definizione e all’implementazione del Libretto Formativo del Cittadino, in particolare, a partire dal 2004, tramite un processo istituzionale di condivisione realizzato attraverso un tavolo di lavoro con Mlps e Miur, Regioni e Parti Sociali. (Avviata nel 2000) • Istruttorie tecniche di supporto alle attività istituzionali in tema di certificazione (20002003). • Volume: “Competenze per l’occupabilità”, Franco Angeli (2003). • Linee guida e materiali di supporto alla sperimentazione del Libretto Formativo del Cittadino (Decreto 276/03). • Pubblicazione del cofanetto "Certificazione delle competenze e lifelong learning", I Libri del FSE (2004). Prodotti 2006: • Manualistica di supporto alla sperimentazione del Libretto Forma tivo per la compilazione del dispositivo da parte degli operatori. • Dossier documentale per la sperimentazione. • Allestimento dell’area web riservata alla sperimentazione del Libretto Formativo (all’interno del sito web del Punto nazionale di Riferimento Italia) e pubblicazione al suo interno dei materiali informativi e di supporto predisposti. Attività di supporto alla definizione • Dossier di istruttorie tecniche per il Comitato Nazionale Ifts. e sperimentazione degli standard • Manuale per la costruzione degli standard minimi tecnicoprofes delle competenze tramite sionali per gli Ifts. istruttorie, manuali, linee guida, • "Guida alla progettazione per competenze" vol. 1 (2003) vol. 2 seminari. (Avviata nel 2000) (2004). Analisi comparativa dei modelli • Pubblicazione riguardante la costruzione del sistema di certifica di certificazione e indagini sui zione delle competenze in Europa, con particolare riferimento ai requisiti di occupabilità in una sistemi di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna (fascicolo in dimensione europea. (Avviata nel "Certificazione delle competenze e lifelong learning", 2004, I 2001 e conclusa nel 2003) Libri del FSE). • Dossier dei reports di sfondo per i gruppi tematici OCDE su stan dard di competenze e lifelong learning (2003). Il Costo complessivo rendicontato alla data di Giugno 2006 dall’azione C1.3 realizzata esclusivamente da ISFOL è di € 9.165.865,93 Fonte: Isfol Monitoraggio qualitativo delle Azioni di sistema nazionali FSE 20002006 48 | 2 I RISULTATI 2.2.3 L’analisi delle ricadute sui sistemi regionali Le ricadute sulla programmazione La necessità di sviluppare dispositivi di riconoscimento e certificazione delle competenze e dei crediti formativi viene generalmente collegata alla valorizzazio ne dell’individuo in termini di occupabilità e promozione dei diritti di cittadinan za, validandone gli apprendimenti e le esperienze lavorative nella prospettiva del l’integrazione tra sistemi e della costruzione di percorsi di lifelong learning. L’analisi della programmazione a livello di complemento dei POR Ob. 3 (ripro grammati nel 2003) delle Regioni campione evidenzia, nella misura C1, la neces sità della costruzione di un sistema di descrizione e certificazione dei crediti for mativi tenendo conto degli standard minimi definiti a livello nazionale. Nel conte sto di questo obiettivo generale comune, vengono espresse priorità diverse indi rizzando il focus della programmazione su obiettivi che esprimono una visione di indirizzo tarata sui contesti regionali di riferimento. In particolare l’Emilia Romagna, la Toscana ed il Piemonte indirizzano la pro grammazione verso la costruzione di un sistema organico e complessivo che, a partire dal modello competence based, approda a dispositivi di certificazione basati su standard minimi condivisi. Su questa base la Regione Toscana si orienta alla creazione di un repertorio delle pro fessioni basato sulle Unità di Competenza, quale standard minimo professionale, a partire dalle quali si costruiscono le modalità e le procedure dei dispositivi per la cer tificazione e la registrazione delle competenze e il relativo riconoscimento dei crediti. Prefigurando questo sistema, la Regione Toscana si pone come modello che, in qual che misura, anticipa il percorso che anima attualmente il dibattito nazionale in tema di approccio alla costruzione di un sistema nazionale che consideri prioritaria la necessità di corrispondere al mercato del lavoro in termini di lettura omogenea degli standard professionali. La stessa Toscana assume fra le priorità il riferimento all’esi stenza di un quadro nazionale di famiglie professionali e di standard minimi riferiti a ciascuna figura sui quali costruire le competenze formative da adottare per la costru zione del sistema regionale. Nel modello adottato dall’Emilia Romagna viene espressa la necessità di armonizza zione delle qualifiche regionali al modello tripartito delle competenze (competenze di base, trasversali, tecnicoprofessionali), assumendo, nel sistema di definizione delle policies, il paradigma di lettura e di definizione delle professioni, offerta dall’azione di sistema nazionale. Nella messa a punto di procedure trasparenti per il riconoscimen to e la certificazione di crediti formativi, la Regione ha realizzato banche dati di stan dard riferiti alle qualifiche regionali ponendo il focus sugli standard formativi (UFC) sperimentati e relativi a singoli ambiti di competenza. | 2 I RISULTATI 49 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti La Regione Piemonte ha posto, già al momento della predisposizione del modello 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti competence based proposto dall’Isfol, il problema della declinazione di “livello” delle competenze e di come, in base al contesto professionale, una competenza di base possa essere interpretata come tecnico specialistica se riferita a figure professionali simili ma di livello diverso. Questo ha indotto la Regione a sviluppare un originale modello bipartito che individua da una parte le competenze di base (così come identi ficate dal diritto/dovere) e dall’altra quelle tecnicoprofessionali e trasversali. Si può affermare che le criticità di applicazione del modello nazionale nel contesto specifico siano state risolte attraverso una “rilettura delle competenze” che, una volta definite e standardizzate sono state etichettate a partire dalle modalità di accertamento e dalla contestualizzazione delle stesse all’interno delle varie filiere formative. L’individuazione di un format che definisse le varie competenze legate agli specifici contesti lavorativi, ne ha permesso, da subito, la trasferibilità nella logica della trasparenza e ricombina zione. A tal fine, la costruzione di una piattaforma informatizzata in grado di tradurre con modalità operative la descrizione delle competenze restituendone in automatico le certificazioni, è stato un elemento chiave nella costruzione progressiva del sistema. I sistemi delle Regioni Lombardia e Veneto, con sfumature diverse, pongono la loro attenzione sul concetto di trasparenza e riconoscimento dei crediti come ele mento fondante l’integrazione fra il sistema di istruzione e il sistema di formazio ne in un’ottica di costruzione e sperimentazione dei nuovi modelli di formazione. In particolare per la Regione Veneto si evidenzia la necessità di individuare e definire standard regionali e di qualifica come elemento di concertazione con gli attori sociali (imprese e parti sociali) ritenuto prioritario per i canali dell’apprendistato, del diritto dovere e della formazione superiore. La Regione Lombardia sviluppa un indirizzo prioritario volto al recepimento della L. 53/03 per quanto concerne la regolamentazione e la sistematizzazione dei processi formativi e di certificazione in stretto raccordo con il Comitato paritetico di coordina mento della sperimentazione dei percorsi triennali, coinvolgendo attivamente la Dire zione Scolastica Regionale. Per quanto riguarda la programmazione attuativa di azioni di sistema regionali finalizzate alla messa a punto di modelli di certificazione e riconoscimento, emer gono differenze tra le cinque regioni intervistate che in parte derivano dall’inten sità con cui si è resa operativa la delega alle Province. In ogni caso, i dispositivi di attuazione si rivolgono all’individuazione di specifiche soluzioni per le diverse filiere formative, siano esse collocate all’interno dei canali di istruzioneformazio ne che nell’ambito della formazione permanente e continua. Complessivamente si rileva l’assunzione del framework nazionale che vede il tema della certificazione e del riconoscimento come elemento di snodo e di 50 | 2 I RISULTATI scambio e pertanto di facilitazione all’integrazione fra sistemi, e che si è configu rato sulla base dal dibattito relativo alla standardizzazione dei percorsi IFTS. Già a partire dal 2001 si rileva nella programmazione provinciale (Regioni Toscana ed Emilia Romagna) l’introiezione, nel linguaggio e nella filosofia di concezione delle policies, dei paradigmi caratterizzanti il modello di certificazione individuato dal l’azione di sistema nazionale, ovvero il riferimento alla necessità di adottare un sistema di crediti formativi per costruire i valori di spendibilità delle competenze nei diversi sottosistemi di istruzioneformazionelavoro. Un esempio significativo si rappresenta nel riconoscimento dei crediti acquisiti nei percorsi IFTS spendibili per il proseguimento degli studi all’interno delle Università. Le ricadute in termini di adozione di norme che regolino il sistema di certifica zione e riconoscimento dei crediti a livello regionale La regolazione del sistema di certificazione all’interno degli atti normativi delle Regioni riconsegna un quadro sostanzialmente fondato su specificità regionali dipendenti anche dal differente excursus storico ed esperienziale di ciascun ter ritorio, secondo il quale si evidenziano due configurazioni di massima: • una configurazione più circoscritta che identifica nel tema della certificazione il complesso di dispositivi strumentali necessari all’innalzamento della qualità dei sistemi (personalizzazione dei percorsi ed innovazione del sistema), • una configurazione più ampia, laddove il sistema di certificazione viene coniu gato con il diritto di cittadinanza e pertanto posto fra le priorità delle policies regionali, attraverso l’avvio di un percorso in cui il valore centrale dell’appren dimento diventi effettivamente paradigma di riferimento per le politiche sociali e di sviluppo del territorio. Indipendentemente dalla differente visione può dirsi ormai consolidato, nella cul tura regionale, il ricorso ad una dotazione ampia di dispositivi di certificazione che derivano da un processo negoziato e condiviso con il riferimento nazionale e che ha come conseguenza diretta la messa in opera di un impianto di soluzio ni adattabili alla “traduzione” ovvero ad un’implementazione che consideri le specificità e i bisogni dei contesti locali di riferimento. Tutte le Regioni adottano i sistemi di attestazione per le diverse filiere formative. Tali sistemi mostrano ancora un relativo grado di disomogeneità37. Anche in que sto caso rileviamo come alcune Regioni hanno agito in senso anticipatorio rispet to alla programmazione: il riferimento è al dispositivo di portfolio delle competen ze adottato dalla Regione Emilia Romagna nel 2000 e che può considerarsi l’an tesignano del Libretto formativo in quanto concepito come dispositivo capace di registrare la formazione dell’individuo per tutto l’arco della vita. 37 Per un quadro aggiornato circa l’attività istituzionale in tema di certificazione condotta dalle Ammi nistrazioni regionali negli ultimi due anni si veda: Isfol, I sistemi regionali di certificazione: mono grafie, I libri del FSE, 2005. | 2 I RISULTATI 51 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti Si apre oggi, come anticipato nelle pagine precedenti, la fase di sperimentazione e diffusione del Libretto formativo, che vedrà una regia istituzionale condivisa tra gli attori chiave che hanno contribuito alla realizzazione dello stesso e il coinvolgimen to di operatori e servizi sul territorio, nonché dei Fondi interprofessionali per la for mazione continua. Le Regioni intervistate hanno aderito alla sperimentazione. Le ricadute sui sistemi di istruzioneformazione Il modello competence based elaborato dall’azione di sistema nazionale e pro gressivamente disseminato dalle Autorità di gestione (AdG) nel sistema degli operatori dell’istruzioneformazione, ha innestato un cambiamento culturale pro muovendo l’innalzamento qualitativo, attraverso il passaggio da un modello for mativo orientato all’addestramento (approccio finalistico) ad un modello teso alla sviluppo complessivo della persona in ausilio al progetto di vita (approccio costruzionista). Dal punto di vista del mercato del lavoro, ciò ha comportato il superamento della lettura delle professioni attraverso i profili professionali per approdare ad una visione incentrata su figure a “banda larga”38 fondate sulla distinzione tra stan dard professionali e standard formativi e su nuclei di competenze che possono essere ricombinati funzionalmente alla flessibilità della domanda di professiona lità. Di conseguenza, l’offerta formativa tende ad indagare i fabbisogni conside rando l’ottica e i modi di lettura propri del mercato del lavoro nei quali si privile gia l’approccio ai processi lavorativi nella loro reale contestualizzazione. Coeren temente a questa tendenza, l’orientamento di alcune Regioni ai repertori profes sionali si sta sviluppando sulla base delle Unità di Competenze. Ciò informa di una progressiva diffusione di una cultura che comporta una nuova concezione del modello formativo e che spinge i soggetti attuatori ad operare una trasformazione culturale che consente loro di avere una relazione più ade guata con il mondo delle imprese, promuovendo un sistema di partenariati loca li che si rappresentano e riconoscono in uno stesso linguaggio e in una stessa cornice di valori39. La logica bottom up dei sistemi regionali Vi sono indubbiamente, e ciò fa parte anche dell’attuale dibattito in corso, siste mi regionali che avanzano proposte adottando un profilo di relazione bottomup 38 Le figure nazionali, cui sono riferiti gli standard minimi di competenze, sono delineate “a banda larga” perché si modificano di regola nel medio periodo, in relazione ai mutamenti organizzativi e professionali del sistema produttivo D.I. n. 436/2000, artt. 4 e 5: le modalita’ per la definizione degli standard minimi delle competenze tecnicoprofessionali. 39 Sulla base della dialettica tra Regione, Province e attori locali, si è creato un processo di feedback che, nella costruzione della governance locale diretta alla messa a punto del sistema, ha avuto come conseguenza una ricaduta sulla programmazione regionale che ha operato la raccolta degli stimoli ponendosi come modello di programmazione partecipata aperto ai contributi degli attori. 52 | 2 I RISULTATI e che implementano le innovazioni, offerte dall’azione di sistema nazionale, determinandone i significati e i valori attraverso l’ampliamento e la declinazione dello standard nazionale nell’ambito del contesto locale. È il caso della Regione Toscana e della Regione Emilia Romagna che, disegnando il sistema di certificazione regionale all’interno del proprio impianto regolativo40, hanno operato una traslazione dell’innovazione coniugando l’assunzione dei principi cardine stabiliti a livello nazionale con l’apporto delle trasformazioni adattive configurando ulteriori termini di confronto in ambito interregionale e di programmazione nazionale. In questo senso possiamo riferirci ad una sorta di processo di innovazione incre mentale in cui l’azione di sistema nazionale si offre come luogo in cui le soluzio ni vengono ricorsivamente condivise mantenendo la loro plasticità, ovvero la capacità di adattarsi ai bisogni locali e alle trasformazioni operate dai diversi attori sociali. A questo proposito risulta significativo il caso dell’Emilia Romagna che ha procedu to, sulla base del modello di intervento dell’azione di sistema nazionale, alla messa a punto di un repertorio regionale incentrato sulla definizione degli standard minimi per le competenze tecnico professionali, anticipando in qualche misura il lavoro di indivi duazione di standard minimi che dovrà svilupparsi a livello nazionale. In tal senso si rappresenta l’esito in cui l’attore locale assume il metodo di progettazione degli stan dard minimi definiti a livello nazionale e ne amplia i campi di applicazione, incremen tando l’innovazione di partenza. Per quanto riguarda la Regione Toscana si rileva la volontà di fornire un contributo nello stimolare il percorso a livello nazionale, contributo che viene formalizzato anche in documenti di indirizzo41. In tal senso il documento di indirizzo regionale costituisce un atto operativo per la realizzazione di un programma di lavoro che necessariamen te, per complessità e significato culturale, si configura come un’operazione di medio lungo termine, finalizzato ad intervenire su versanti molteplici (dai sistemi di offerta di servizi educativi e del lavoro a quelli di supporto alla domanda) e con strumenti diver sificati e che trova nel confronto sociale ed istituzionale il riferimento metodologico principale. Il livello nazionale, rappresentato dall’azione di sistema, ha complessivamente recepito gli impianti regionali e le istanze di innovazione provenienti da tali sistemi nella rielaborazione dell’impianto messo a punto dalla programmazione nazionale 40 L.R. 32/2002 per la Regione Toscana e L.R. 12/03 e L.R. 17/2005 per la Regione Emilia Romagna. 41 D.G.R 347 del 19 aprile 2004, Regione Toscana. | 2 I RISULTATI 53 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti attraverso la promozione, nell’alveo dei principi della buona governance, di un pro cesso di programmazione partecipata e di acquisizione negoziata con le Ammini strazioni regionali che ha pienamente risposto al principio di sussidiarietà dove l’at tore nazionale, elaborando sistemi nuovi e innovazioni nel tema della certificazione di competenze, ha integrato i bisogni comuni nel rispetto delle autonomie. Dal punto di vista nazionale42 si afferma l’importanza che, nel quadro di questa matrice di condivisione, le diversità locali vadano recuperate nella logica della leggibilità reciproca facendo emergere i fattori comuni e trasferibili per evitare il rischio di frammentazione del sistema. Gli attori della governance dei sistemi di certificazione (compreso il livello di governo nazionale) devono interrogarsi sul punto di equilibrio tra le diversità discriminando tra una diversità che rinforza il sistema complessivo da una che, aumentandone la complessificazione locale, ne rende fragile e non adeguato l’impianto. Creazione e sviluppo di occasioni stabili di concertazione a livello locale: La governance regionale degli attori locali del sistema Uno degli esiti più rilevanti e a nostro avviso direttamente derivati dall’opera del l’azione di sistema nazionale nella sua metodologia di programmazione e imple mentazione partecipata, si evince dal fatto che le Regioni hanno aderito ad un frame a forte condivisione il cui imprinting organizzativo (la comunità professio nale) e di relazione a profilo concertativo e negoziale, è inscritto nel modello di intervento della programmazione nazionale. Le Regioni intervistate hanno complessivamente individuato una struttura socio tecnica dedicata allo sviluppo del sistema di certificazione regionale. A tale strut tura è demandata, fra l’altro, la promozione della governance regionale che indi vidua, nel processo di concertazione con gli attori locali, il principio guida per la messa a punto del sistema di certificazione. Possiamo affermare con ragionevo le sicurezza, che la programmazione FSE ha in qualche misura promosso e tra sferito i principi della buona governance43, inducendo i policy makers regionali ad adottare, anche se con gradazioni diverse, il metodo di condivisione con gli attori e gli stakeholders di riferimento del territorio. In tutti e cinque i contesti regionali vengono realizzati modelli di governance fina lizzati ai percorsi di integrazione fra istruzione e formazione, in coerenza con gli indirizzi della loro programmazione e coinvolgendo, nella costruzione del siste ma, gli attori della scuola e della formazione professionale. In particolare la Lombardia ha individuato nella Consulta Regionale Standard Formativi un organismo tecnico permanente, composto da referenti della Regione, degli Enti 42 Intervista a G. Di Francesco Responsabile Isfol Area Sistemi e Metodologie per l’apprendimento. 43 Commissione Europea: Libro Bianco sulla governance europea, COM (2001) 428, 25/07/2001. 54 | 2 I RISULTATI Locali, delle Parti Sociali, delle realtà formative e delle autonomie scolastiche. La stes sa Regione ha promosso l’attivazione di tavoli che vedono la partecipazione di tutti gli attori del rinnovato sistema unitario di istruzione e formazione, finalizzati all’elaborazio ne, al consolidamento ed alla diffusione di strumenti, metodologie e modelli di riferimen to unitari, in particolare per quanto riguarda gli standard formativi per i percorsi trienna li nonché la valutazione e la certificazione dei crediti e la valutazione del sistema. La Regione Veneto ha privilegiato la realizzazione di specifici protocolli di intesa con l’ufficio scolastico regionale per il riconoscimento dei crediti acquisiti nel sistema della formazione professionale regionale, nell’esercizio dell’apprendistato e nel corso di attività lavorativa o di autoformazione. Inoltre, essa ha promosso l’istituzione di appo site Commissioni presso le singole istituzioni scolastiche autonome e gli organismi di formazione professionale che, con apposite intese locali, stabiliscono criteri e moda lità per la valutazione dei crediti formativi e per il loro riconoscimento. Per la Regione Toscana e per la Regione Emilia Romagna il ricorso alla concertazio ne si colloca nella storia consolidata di queste amministrazioni e la governance si rap presenta come metodo di lavoro implicito al processo di individuazione e messa in opera delle decisioni. Secondo tali modelli, il sistema di competenze non può che essere costruito con il coinvolgimento di tutti i soggetti, istituzionali e non, che a diver so livello contribuiscono alla definizione di questo nuovo quadro di diritti; ed è altret tanto evidente per questi contesti che tale percorso deve incontrare quello avvia to dagli altri paesi europei, affinché tale prospettiva di garanzia investa la cittadinan za europea nel quadro della società fondata sulla conoscenza. Miglioramento delle capacità di dialogo con altri sistemi regionali L’Isfol ha svolto un ruolo rilevante di consulenza ed assistenza tecnica presso Istitu zioni nazionali e Regioni attraverso attività di diffusione di know how, di attivazione di laboratori e di sperimentazioni locali. La promozione e il mantenimento di una comu nità professionale si è realizzato attraverso la partecipazione con un ruolo propositi vo e di accompagnamento nelle sedi di concertazione socioistituzionali (conferenza StatoRegioni, tavoli tecnici) e le numerose ricerche e seminari indispensabili per for nire sia le chiavi di lettura dei diversi contesti di riferimento (europeo e nazionale) che la rappresentazione delle contestualizzazioni a livello di sistemi regionali. Il processo di sviluppo e messa a punto del sistema è stato costruito insieme alle Regioni a partire dalla prassi; da quando nel 1994 sono state sviluppate le UFC è stata creata una rete delle Regioni. Anche il successo degli IFTS è esito della forte interrelazione con le Regioni, attraverso un lavoro di elaborazione e speri mentazione condotto e negoziato con i referenti regionali fino a creare un patri monio comune consolidato. Uno dei risultati indiretti associabili all’azione di sistema risiede nell’aver promos so nelle regioni un processo di autoriflessione sul tema della certificazione e di | 2 I RISULTATI 55 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti aver portato a scoperta, in senso maieutico, la necessità di un’azione coordina ta in funzione della compatibilità fra sistemi regionali di certificazione e riconosci mento su cui si giocano tutti gli sforzi della programmazione (nazionale e regio nale) per costruire un sistema integrato di istruzione, formazione e lavoro. Possiamo ragionevolmente affermare come la necessità di un’azione coordinata da parte delle regioni che, come noto, è approdata al progetto interregionale coordinato da Tecnostruttura44, si sia configurata come conseguenza dell’acqui sizione di una massa critica di competenze e funzioni regionali che, a seguito del consolidamento dei diversi sistemi, hanno riconosciuto, in controtendenza alle spinte devolutive, l’importanza di dare avvio a processi di riunificazione e armo nizzazione di respiro nazionale. In tal senso si può dire che anche le regioni con sistemi di certificazione più avan zati (e in qualche misura autoconsistenti) abbiano assunto la priorità di “aprirli” per renderli compatibili al sistema nazionale in termini di classificazione, lettura e riconoscibilità. Il progetto interregionale coordinato da Tecnostruttura si ascrive a questo movi mento verso l’armonizzazione e connessione fra i diversi sistemi operativi a livel lo territoriale (il cui sviluppo è avvenuto, evidentemente, sulla base dell’azione di supporto dell’azione di sistema nazionale) e di messa a punto di dispositivi di standardizzazione nazionale (per i percorsi triennali e per il libretto formativo) attraverso un processo di confronto e di condivisione. Nella percezione delle Regioni intervistate il progetto interregionale coordinato da Tecnostruttura è stato fondamentale rappresentandosi in funzione vicaria al coordinamento nazionale nel chiarire i contenuti, a tratti interferenti, lungo il per corso partecipato di costruzione del sistema di competenze e nell’offrire una visio ne coordinata nei momenti di successiva regolazione resisi necessari per elimina re ambiguità ed incertezze normative. Secondo i referenti della Regione Toscana sarebbe utile un ruolo maggiore dell’Isfol per la prossima programmazione, finaliz zato alla diffusione di comuni standard minimi identificati a livello politico naziona le (repertorio delle professioni, standard di filiera: apprendistato professionalizzan te, apprendistato in dirittodovere, standard di qualifica dei percorsi in Diritto Dovere, ecc.). 44 Il progetto interregionale “Descrizione e certificazione per competenze e famiglie professionali” che prevede sperimentazioni collegate (Libretto Formativo del Cittadino, accordo per la regolazione dei passaggi istruzione/formazione professionale nell’ambito del Diritto/Dovere) persegue i seguenti obiettivi: 1) definire il concetto di standard minimo, distinguendo metodologicamente quando attie ne all’ambito nazionale (ovvero ad una definizione comune), che consente la leggibilità del sistema, e quanto invece attiene alla diversificazione e specificità territoriale (ambito regionale); 2) costrui re e condividere gli standard minimi comuni relativi ai raggruppamenti dei profili per famiglie pro fessionali, in accordo con le parti sociali, e attivare dinamiche di scambi e di reciproca conoscenza dei sistemi per le parti di specificità regionali nell’ottica di sfruttare tutte le opportunità che nasco no dalla condivisione di buone prassi; 3) definire i criteri generali uniformi di accertamento dei cre diti in relazione alle diverse figure. 56 | 2 I RISULTATI Il tavolo interregionale ha assunto il ruolo di sede di confronto/decisione nazio nale, fungendo da momento di “concertazione istituzionale”, incidendo anche sull’esito dei documenti prodotti a livello nazionale (accordo del 28 ottobre 2004 per gli standard dei percorsi triennali in dirittodovere, libretto formativo ecc). Negli incontri promossi nel contesto del progetto interregionale sono stati veico lati i linguaggi e i significati relativi al concetto di certificazione nelle varie filiere formative sulla base dei risultati delle sperimentazioni nei contesti regionali (rea lizzate attraverso il supporto dell’azione di sistema) rinforzando la comunità pro fessionale per il tema della certificazione. Le Regioni hanno potuto riconoscersi come interlocutori nei diversi tavoli finalizzati alla definizione di un sistema nazio nale di standard di competenze e certificazione. L’operatività dei gruppi di lavoro del progetto interregionale ha avuto, quindi, un risultato diretto proprio sui tavoli attivati nell’ambito delle politiche di attuazione delle riforme per l’istruzione e del mercato del lavoro, promuovendo il coordina mento e l’unitarietà delle Regioni presso i Tavoli nazionali e conseguendo impor tanti risultati regolativi. 2.2.4 Criticità affrontate nel processo di implementazione/traslazione e i fabbisogni espressi dalle regioni La dialettica nazionale e regionale Nell’osservazione del processo con cui l’impianto ordinativo dell’azione di siste ma per il tema della certificazione è stato recepito e traslato all’interno dei con testi regionali, si evidenziano alcuni punti di passaggio critico derivanti fonda mentalmente dalla dialettica, a tratti in contrapposizione, sulla rappresentazione del ruolo che le Regioni assumono nel governo delle policies ad esse delegate dalla riforma dell’art. 117 della Costituzione definita dalla L. Cost. 3/2001. Nelle opinioni espresse dai referenti regionali intervistati si evidenzia, in tal senso, l’importanza che le procedure ed i soggetti responsabili della certificazione delle competenze nonché le modalità di riconoscimento dei crediti, vengano definiti dalle Regioni sulla base di criteri generali omogenei che devono essere indivi duati a livello nazionale e che, pertanto, il livello nazionale occupi la posizione di garante dell’omogeneità del sistema nella regolazione degli elementi costitutivi minimi finalizzati alla “leggibilità” e all’aderenza agli standard europei45. A questo proposito il fabbisogno espresso dalle Regioni di azioni di sistema nazionali, finalizzate alla standardizzazione delle competenze per permettere il riconoscimento reciproco delle qualifiche, riguarda essenzialmente gli standard professionali, mentre le stesse Regioni rivendicano una loro discrezionalità nella messa a punto degli standard formativi, in quanto più adatti ad una contestualiz 45 Si veda il precedente paragrafo 2.1.2. | 2 I RISULTATI 57 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti zazione territoriale delle competenze in coerenza con lo spazio di autonomia pre visto dai processi di devoluzione. Tuttavia, contemporaneamente alla rivendica zione di un proprio spazio decisionale, si afferma l’importanza che, nel persegui mento delle policies di istruzioneformazionelavoro, venga elaborata e diffusa una strategia complessiva a regia nazionale per scongiurare il rischio di un’ec cessiva frammentarietà e il proliferare di microsistemi locali autoreferenziali e incapaci di dialogare nel perseguimento di obiettivi ed indirizzi comuni. Sotto il profilo della relazione interregionale, l’assenza di una regia forte può con durre allo sviluppo di orientamenti competitivi fra le Regioni che, per esempio nell’ambito del progetto interregionale per le competenze, si realizzano in tenta tivi di legittimare e imporre il proprio modello. La percezione da parte delle Regio ni che, in alcuni particolari momenti del percorso di implementazione del siste ma, vi sia stata la carenza di un luogo nazionale che avesse come orizzonte la costituzione di un “sistema paese”, ha avuto la conseguenza di esporre le Regio ni da un lato al rischio di autarchia e, dall’altro, a quello di essere “schiacciate” dalle Regioni più avanzate nel processo di formalizzazione della certificazione delle competenze. Le Regioni hanno comunque compreso come la regolazione nazionale, attraver so gli standard, rappresenti la condizione cruciale di garanzia al sistema di dirit ti e che il processo di contestualizzazione (politica e tecnica) possa produrre modelli regionali allineati pedissequamente sullo standard nazionale e altri in cui esso viene declinato in funzione del territorio e delle sue necessità/specificità. Le Criticità espresse dalle Regioni intervistate Nonostante l’azione del PON abbia facilitato la creazione di un linguaggio condi viso a partire dalla necessità di individuare una netta separazione tra standard professionali e standard formativi, tutti gli attori intervistati sottolineano la diffi coltà rispetto alla attivazione di procedure di riconoscimento e di individuazione dei dispositivi di certificazione dell’apprendimento formale, non formale e infor male. Sicuramente l’azione di sistema nazionale ha contribuito alla definizione delle caratteristiche salienti dei tre diversi ambiti ma non è ancora stato indivi duato un meccanismo in grado di rispondere all’esigenza di tradurre in crediti formativi le competenze in esito alle diverse tipologie di intervento formativo. Per quanto riguarda gli standard professionali, si è proceduto a livello locale, come ricordato, in modo autonomo e in via sperimentale ad individuarne le caratteristi che a seguito di un confronto serrato e allargato con tutti gli attori del sistema istruzioneformazionelavoro tramite specifici approfondimenti settoriali nel ten tativo di costruire un sistema “a banda larga” basato sulle unità di competenza. Rimane anche aperto il problema della valutazione delle competenze e del loro riconoscimento e messa in trasparenza tra i diversi sistemi soprattutto nel tenta tivo di equiparare i sistemi di formazione e di istruzione in relazione alla spendi bilità dei titoli nel mercato del lavoro. 58 | 2 I RISULTATI Tra sostenibilità e fabbisogni Si può in conclusione affermare come l’impianto sviluppato dalla programmazio ne nazionale abbia introdotto e diffuso un’innovazione di tipo culturale che ha coinvolto gli attori nazionali e regionali in un processo condiviso di costruzione di un linguaggio e di una impostazione che ha posto il tema della certificazione al centro dell’integrazione fra istruzione, formazione e lavoro con ampie e profonde ricadute sulla qualità complessiva (organizzazione e programmazione regionale, formazione delle risorse umane) di tutto il sistema. Anche a partire da queste considerazioni, emergono una serie di bisogni espres si dalle regioni concentrati essenzialmente sulla richiesta di una regia forte a livel lo nazionale che faciliti, da una parte, occasioni di maggiore scambio e relazione con i Ministeri competenti e, dall’altra, la promozione di interventi di accompa gnamento finalizzati all’aggiornamento e all’informazione sui temi della certifica zione e riconoscimento dei crediti e formalizzazione delle competenze. Oltre a ciò, emerge anche la necessità di promuovere, a livello di azione di sistema nazionale, momenti di confronto tra le diverse AdG in una logica di benchmarking e di trasferimento di esperienze e metodologie sviluppate all’interno dei sistemi di riferimento. Il rafforzamento dei meccanismi di governance orizzontale nel confronto tra i diversi attori locali viene avvertito come esigenza prioritaria nel l’ottica della condivisione e della individuazione di meccanismi atti ad identifica re standard minimi di competenze con la finalità di promuovere la trasparenza in un sistema concertativo. L’azione di sistema nazionale dovrebbe prevedere l’at tivazione di azioni sperimentali guidate, anche attraverso il ricorso all’assistenza tecnica, finalizzate alla implementazione di sistemi e dispositivi per il riconosci mento dei crediti e la messa in trasparenza delle competenze in esito ai diversi percorsi di istruzione, formazione e lavoro. A questo proposito viene sottolinea ta l’importanza di pervenire all’adozione del Libretto formativo quale strumento atto a garantire una leggibilità condivisa delle competenze degli individui nella messa a valore delle esperienze formative e lavorative spendibili trasversalmen te in tutti i sistemi. | 2 I RISULTATI 59 2.2 L’Azione di Sistema Nazionale per la Certificazione delle Competenze ed il riconoscimento dei crediti 2.3 L’AZIONE DI SISTEMA NAZIONALE PER L’APPRENDISTATO Fonti Per l’azione di sistema nazionale: intervista a G. Allulli (ex Dirigente Area Sistemi For mativi dell’Isfol) e S. D’Agostino (Ricercatore Area Sistemi Formativi Isfol). Documen tazione consultata: Rapporti di monitoraggio qualitativo (aggiornati semestralmente) del PON obiettivo 3, RAE dal 2000 al 2005 del PON obiettivo 3; Rapporti di Monito raggio sull’apprendistato dal 2000 ad oggi. Principali prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale. Per i sistemi regionali: interviste a C. Balboni e F. Monti (Regione Emilia Romagna); M. Grazioli (Regione Toscana); T. Vecchio (Regione Lombardia); N. Romano e S. Trevisa nato (Regione Veneto). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione interme dia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004, Rapporti di moni toraggio regionali sullo stato di attuazione dell’istituto di apprendistato; archivi norma tivi regionali, siti WEB regionali dedicati all’apprendistato; Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Al focus group per il tema dell’apprendistato svolto a livello locale hanno partecipato i seguenti referenti della Provincia di Pistoia: Andreini Serena Referente Apprendista to della Provincia di Pistoia, Andreotti Francesca Associazione Industriali, Beneforti Gessica rappresentante per la CGIL, Sguanci Daniele rappresentante della Confin dustria Toscana, Bonomelli Romina rappresentante di EuroForm (agenzia formativa), Rafanelli Chiara rappresentante di Consorzio PlatForm (agenzia formativa). 2.3.1 L’apprendistato: il percorso di una riforma stratificata La riforma operata dalla L. 196/97 La disciplina dell’apprendistato che, come noto, risale al 1955 (L. 25/55), è stata modificata con l’art. 16 della L. 24 giugno 1997 n. 196 (la c.d. legge Treu). La L. 196/97, infatti, rivede l’impianto generale dell’istituto dell’apprendistato che, per la prima volta, viene collocato nel quadro delle politiche attive del lavoro rinfor zandone il dispositivo formativo. In tal modo l’apprendistato si inscrive in un modello di programmazione orientato all’integrazione fra i sistemi e le policies pre poste al loro presidio, superando la relazione funzionale e lineare tra educazione, formazione e lavoro. Il disegno di riforma avviato con la L. 196/97 può dirsi ispirato ad un “nuovo uma nesimo” che, integrando in un quadro organico l’istruzione, la formazione e il lavo ro, assegna una rinnovata centralità al ruolo dell’utente, sia nell’accesso a nuovi 60 | 2 I RISULTATI diritti di cittadinanza che nella responsabilità di una partecipazione attiva alla costruzione sociale. L’apprendistato disegnato dalla L. 196/97 si presenta come un contratto di lavo ro a causa mista il quale prevede che, in aggiunta all’attività di lavoro vera e pro pria, l’imprenditore si impegni a fornire al lavoratore la formazione necessaria per ottenere la qualifica per la quale è stato assunto. Ciò si inserisce nell’ambito delle nuove prassi formative cosiddette duali che associano la formazione all’attività lavorativa con la finalità di acquisire qualifiche in linea con le esigenze del mercato del lavoro. La riforma dell’istituto di apprendistato, nel quadro più complesso di attori e rela zioni delineato dal progressivo decentramento di competenze46, ha rappresenta to in modo emblematico l’introduzione di un dispositivo rispondente ai principi di qualità della formazione che si declina nel porre al centro l’utente, nel presidiare il processo di intervento monitorandone l’adeguatezza, nel costruire un processo di coproduzione che coniuga attori e contesti integrando politiche della formazione e politiche del lavoro e, infine, includendo nel partenariato le parti sociali e le imprese. I due assi portanti di tale disegno riformatore possono essere individuati come segue47: • la rivalutazione e l’obbligatorietà della formazione esterna (pari ad almeno 120 ore ampliata a 240 nella fascia dai 15 ai 17 anni); • l’integrazione tra sistema formativoscolastico e sistema occupazionale nell’ot tica del lifelong learning. Le innovazioni più rilevanti introdotte con il cosiddetto “pacchetto Treu” hanno riguardato: 1 l’allargamento della fascia d’età interessata dall’apprendistato48; 2 la riduzione della durata massima del contratto da 5 a 4 anni e l’introduzione di una durata minima di 18 mesi; 3 il superamento delle pregiudiziali sui titoli di studio, con l’introduzione della pos sibilità di assumere apprendisti con titoli di studio postobbligo o qualifiche coe renti con l’attività da svolgere in azienda; 4 l’introduzione di un limite minimo di 120 ore annue da destinare alle attività di formazione esterna all’azienda, secondo la denominazione che sostituisce quel la di “insegnamento complementare”. 46 Decreto legislativo n. 469 del 23 dicembre 1997, Conferimento alle Regioni e agli enti locali di fun zioni e compiti in materia di mercato del lavoro. 47 Capogna S., L’apprendistato come politica formativa: teorie, pratica, esperienze, in “Formazione e Cam biamento”, webmagazine sulla formazione, Anno V, n. 37, ottobre 2005. 48 Giovani dai 15 ai 24 anni e fino a 29 anni (per alcune qualifiche del settore artigiano) elevabili a 26 anni nelle regioni dell’obiettivo 1 e 2. | 2 I RISULTATI 61 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Per la realizzazione delle attività di formazione esterna previste dalla L. 196/97, i decreti del Ministero del Lavoro49 stabiliscono una precisa architettura del model lo formativo così organizzata: • struttura modulare della formazione; • contenuti articolati in due tipologie: contenuti a carattere trasversale e contenu ti a carattere professionalizzante, differenziati in funzione delle diverse figure professionali; • presenza di un tutor durante le attività on the job; • erogazione della formazione all’interno di strutture accreditate dalla regione; • certificazione della formazione da parte delle regioni che assume valore di cre dito formativo nell’ambito del sistema formativo integrato. Successivamente all’emanazione della legge, si è assistito ad un processo di rego lamentazione che ha attenuato i meccanismi sanzionatori per le imprese rispetto all’obbligatorietà della formazione esterna50 definiti dall’art. 16 della L. 196/97, e ha richiesto la costruzione di banche dati sugli apprendisti in formazione51 a suppor to dell’organizzazione e gestione della filiera formativa sul territorio. La caratterizzazione dei flussi informativi necessari alla costruzione di tali banche dati ha promosso la ridefinizione di ruoli e funzioni nell’organizzazione complessi va dei servizi per l’impiego, che nel quadro della riqualificazione complessiva dei sistemi disegnata dall’impianto normativo, vengono riconosciuti in alcuni sistemi regionali come “attore pivot, la cerniera e il collante della complessa rete tratteg giata dalla riforma del nuovo apprendistato”52. Attraverso il varo del decreto ministeriale n. 22 del 28 febbraio 2000 si è infine rego lamentata l’esperienza professionale necessaria allo svolgimento della funzione di tutor aziendale definendo i compiti che questa nuova figura deve svolgere. L’istituto dell’apprendistato è stato ulteriormente rafforzato con la previsione di utilizzarlo come dispositivo per assolvere l’obbligo di frequenza di attività forma tive fino al compimento del diciottesimo anno d’età53. 49 “Disposizioni concernenti i contenuti formativi delle attività di formazione degli apprendisti», e del 20 maggio ’99 n. 179, dedicato all’“Individuazione dei contenuti delle attività di formazione degli apprendisti”. 50 Decreto legislativo n. 214 del 1° luglio ’99 convertito con modifiche nella legge n. 263 del 2 agosto ’99. 51 Decreto ministeriale n. 359 del 7 ottobre ’99, che introduce l’obbligo di comunicare all’amministra zione competente i dati degli apprendisti assunti e del tutore designato dall’impresa. 52 S. Capogna, op. cit. 53 Articolo 68 della legge n. 144 del 17 maggio ’99 e DPR 257 del 12 luglio 2000, che per l’assolvimen to dell’obbligo formativo stabilisce la partecipazione degli apprendisti, d’età compresa fra i 15 e i 17 anni, a un modulo aggiuntivo di formazione esterna della durata di 120 ore annue. 62 | 2 I RISULTATI La riforma operata della L. 30/03 Come noto, con il D.lgs. 276/03 attuazione delle deleghe in materia di occupa zione e mercato di lavoro (L. 30/03) la disciplina relativa ai contratti di apprendi stato viene rivista. L’apprendistato passa da un’unica fattispecie a tre tipologie contrattuali in grado di coniugare, per diverse fasce di utenti, l’aspetto formativo a quello lavorativo. In sostanza, l’apprendistato rimane al centro delle politiche attive del lavoro e diviene l’unico contratto di lavoro a causa mista, rappresentando un importante strumento di transizione dalla scuola (e università) al lavoro. A fronte della presta zione lavorativa il datore di lavoro si obbliga a corrispondere all’apprendista non solo una controprestazione retributiva ma anche, direttamente o a mezzo di enti esterni, percorsi formativi formali interni od esterni all’azienda per il conseguimen to (in base al titolo di studio “in entrata” del destinatario) di: • una qualifica professionale; • una qualificazione tecnicoprofessionale; • titoli di studio di livello secondario, universitari, o specializzazioni dell’alta for mazione (tra cui la specializzazione tecnica superiore di cui alla L. 144/99 arti colo 69). Si declinano quindi, per l’istituto dell’apprendistato, tre diverse tipologie: 1 l’apprendistato per l’espletamento del diritto dovere all’istruzione e formazione: riguarda individui fino a 18 anni d’età in continuità con quanto stabilito dalla regolamentazione dell’obbligo formativo; 2 l’apprendistato professionalizzante: riguarda individui dai 18 anni ai 29 anni per l’acquisizione di qualifiche professionali regionali i cui profili formativi vanno adottati in intesa con le parti sociali; 3 l’apprendistato per l’acquisizione di un diploma o per percorsi di alta formazio ne che integra formazione pratica in azienda con la formazione secondaria, uni versitaria, di alta formazione o una specializzazione tecnica superiore. Una riforma articolata, quale quella del mercato del lavoro prevista dalla L. 30/03, ha richiesto, nel corso di questi ultimi anni, interventi interpretativi che hanno dovuto considerare l’ampiezza dell’impianto regolativo previsto dal legislatore e il fatto che la norma si intrecci con la revisione dell’ordinamento statuale a tutela, da un lato, dell’autonomia delle istituzioni pubbliche Regioni e Province e, dall’al tro, dei lavoratori e dei diritti costituzionali fondamentali. Tutto ciò ha, dunque, comportato una notevole produzione normativa54, volta a dare stabilità alla regolazione dell’istituto riformato e a conseguire nuovi equilibri 54 L. 30/03, D.lgs. 276/03, L. 80/2004, Circolare 40/2004, Circolare 30/2005. | 2 I RISULTATI 63 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato nella relazione tra centro ed autonomie in un’adeguata ripartizione dei poteri e delle competenze. Il legislatore, definendo il modello regolativo dell’istituto di apprendistato, ha demandato alle Regioni ed alle parti sociali la regolamentazione del contratto tenendo conto delle diverse specificità territoriali. In tal senso, il legislatore ha inscritto all’interno della regolazione il modello di governance regione parti socia li (datoriali e sindacali) per la definizione dei profili formativi che confluiranno nel repertorio nazionale delle professioni. La definizione di un modello regolativo che assume la governance nella propria strumentazione si muove in continuità con la L. 196/97 attraverso politiche che realizzano il principio di sussidiarietà tra Stato e Regioni, ed esprime un suo valo re strategico prevedendo la collaborazione tra tutti i soggetti. La determinazione di una triangolazione istituzionale (Stato, Regioni, parti sociali/datoriali) si rende evidente per la valenza formativa del contratto di apprendistato, che deve coniu garsi alle specificità del tessuto produttivo locale particolarmente “regionalizzato” nel nostro paese e che, alla luce delle rilevanti differenze tra Regioni del Centro Nord e Regioni del Mezzogiorno, si articola in molteplici mercati del lavoro55. Si è in tal senso delineata la necessità di programmare politiche formative defini te a livello territoriale rendendo necessaria la collaborazione sia delle regioni, com petenti in materia di formazione professionale, sia delle parti sociali/datoriali, quali attori partecipi alla vita delle imprese e dei lavoratori e capaci pertanto di portare un concreto supporto nella definizione dei profili formativi e dei dispositivi propri dell’istituto. Al contempo, però, viene assunta fra le priorità della legislazione nazionale la coerenza e l’uniformità dei sistemi regionali alle specifiche comuni di organizzazione e gestione in modo da valorizzare la variabilità locale nel quadro organico di un sistema paese. Infine, per quanto riguarda il ruolo significativo attribuito alla contrattazione collet tiva, il sistema di regolazione per le tre tipologie di apprendistato prevede che i contratti collettivi nazionali e di secondo livello regolino: • le modalità di espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione, in azienda, nel rispetto degli standard generali fissati dalle regioni competenti (art. 48, comma 4, lett. c); • la determinazione della durata del contratto di apprendistato professionalizzan te nei limiti non inferiori a due e non superiori a sei anni (art. 49, comma 3); • le modalità di erogazione e di articolazione della formazione interna ed esterna all’azienda, dell’apprendistato professionalizzante (art. 49, comma 5, lett. b); • la facoltà di escludere o meno gli apprendisti dal computo dei limiti numerici per l’applicazione di particolari istituti e normative (art. 53, comma 2). 55 Tiraboschi P., L’apprendistato professionalizzante: le competenze regionali e di contrattazione colletti va, Centro Studi Internazionali e Comparati “Marco Biagi”. Bollettino ADAPT n° 50 del 12/12/2005. 64 | 2 I RISULTATI 2.3.2 Sintesi degli interventi realizzati Dal complesso quadro regolativo e di disegno dell’architettura generale del siste ma, emerge che, nell’ambito della programmazione 20002006, l’azione di siste ma nazionale dedicata all’apprendistato, nel periodo precedente alla riprogram mazione (20002003), ha assunto un ruolo propulsivo nella progressiva definizio ne, sperimentazione e messa a regime di modelli progettati sulla base delle indi cazioni della L. 196/97, per poi “ridisegnare se stessa” (tra il 2003 e il 2004) in fun zione dell’accompagnamento alla nuova regolamentazione e dell’implementazio ne del nuovo apprendistato introdotto con la L. 30/03, con particolare riferimento alla tipologia di apprendistato professionalizzante56. Per quanto riguarda il primo periodo di vita dell’azione di sistema nazionale57, esso si è avviato (già nel 1998) attraverso la decisione di procedere ad una spe rimentazione che, in accordo con le parti sociali (Sindacati, Confindustria, Con fartigianato, ecc.) e con il Ministero del Lavoro, ha promosso con la realizzazio ne di sei progetti pilota di sperimentazione per sei macrocategorie: meccanici, artigiani, edili, tessili, commercio, grafici, per i quali l’Isfol ha realizzato una fun zione di assistenza tecnica. Poiché il disegno dell’istituto introduceva per la prima volta il sistema della forma zione esterna, la prima missione dell’azione di sistema nazionale è stata quella di creare una cultura della formazione per l’apprendistato coinvolgendo le Regioni e le imprese, che presentavano alcune resistenze verso l’obbligo di erogazione delle 120 ore di formazione esterna stabilite dalla norma. Il Ministero del Lavoro individuò nei progetti sperimentali lo strumento idoneo a verificare modelli di gestione, contenuti formativi, metodologie e materiali didatti ci per questa nuova filiera del sistema di formazione professionale. I progetti spe rimentali erano suddivisi in due tipologie: quelli gestiti dalle parti sociali, in cui i soggetti attuatori si sono convenzionati con il Ministero del Lavoro (per i settori metalmeccanica, edile e turismo) e quelli gestiti direttamente dalle Regioni (impre se artigiane, piccole e medie imprese aderenti alla Confapi e industria tessile). Questo complesso di attività ha implicato la messa in opera di un processo di assistenza tecnica al Ministero per ciò che riguardava il supporto alla regolazione e all’avvio di una relazione stabile con le Regioni per aiutarle nella definizione e assunzione dei loro compiti, ovvero: 56 L’apprendistato per il Diritto Dovere è infatti condizionato alla riforma del 2° ciclo di istruzione sta bilito dalla L. 53/03 il cui regolamento attuativo è stato emanato nel 2005 e alla definizione degli standard formativi per i percorsi di istruzione e formazione e l’Alto Apprendistato che è in fase di sperimentazione a seguito di specifici protocolli di intesa StatoRegioni. 57 Si tratta dell’attività affidate all’Isfol dal 1998 al 2000 i cui esiti (in termini di modello sperimenta le) sono stati pienamente ricompresi dall’azione di sistema per l’apprendistato avviata nel 2000 con l’attuale PON “Azioni di sistema” 20002006. | 2 I RISULTATI 65 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 1 la costruzione di una cultura (regolativa) e l’individuazione di soluzioni organiz zative e tecnologiche per la creazione dei sistemi regionali di formazione per gli apprendisti adatti alle diverse specificità territoriali. Il modello di intervento del l’azione di sistema ha optato per l’organizzazione di una rete di referenti regio nali che, attraverso la metodologia della comunità professionale, si presentasse come luogo di confronto periodico sugli obiettivi e sui problemi di volta in volta emergenti; 2 la creazione di un sistema di monitoraggio nazionale alimentato con i dati di monitoraggio a base regionale presupponendo, pertanto, un’architettura comu ne su cui far confluire i dati e un dispositivo per rappresentare i risultati attuati vi delle singole Regioni; 3 la diffusione di ricerche specifiche e di modelli relativi al tema, in modo da faci litare processi di knowledge management; 4 il supporto alla definizione di standard formativi per l’istituto dell’apprendistato, adattabili ai diversi contesti territoriali e al contempo in grado di rappresentare un sistema di competenze finalizzato alla riconoscibilità e trasparenza da parte dei diversi sistemi regionali. Per quanto riguarda l’apprendistato in obbligo formativo, sulla base del Decreto Interministeriale n. 152 del 16 maggio 2001 è stato elaborato, con il supporto tec nico dell’Isfol, un documento che contiene le prime indicazioni per la verifica degli standard in uscita previsti per gli apprendisti in obbligo formativo. Sono stati inol tre predisposti, con la collaborazione dell’Invalsi/Cede Servizio ONEDA58, gli strumenti per la verifica delle competenze alfabetiche e matematiche funzionali conseguite dagli apprendisti in obbligo formativo nei moduli aggiuntivi. Inoltre, con il Dipartimento di ricerche storicofilosofiche e pedagogiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, è stato realizzato il manuale “Lavorare per progetti. Le competenze di base per gli apprendisti in obbligo formativo: guida per i formato ri”, il quale propone, per la realizzazione dei moduli aggiuntivi, una metodologia didattica lontana dagli approcci tradizionali. Per quanto riguarda la standardizzazione dei profili, l’azione di sistema ha realiz zato un servizio di assistenza tecnica alla Commissione di lavoro prevista dal DM 179/99, per la definizione dei contenuti di dettaglio delle attività formative profes sionalizzanti esterne all’azienda e delle competenze da conseguire sul luogo di lavoro dall’apprendista. A tal fine sono stati avviati gruppi di esperti di diversi set tori, designati dal Ministero del Lavoro, dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, dalle Regioni e dalle parti sociali, che, operando con il supporto tecnico dell’Isfol, hanno elaborato i contenuti per i settori metalmeccanico, edile e terzia rioturismo. Infine, in continuità con quanto realizzato per l’apprendistato ex L. 196/97, l’azione di sistema ha condotto il monitoraggio nazionale della messa a regime del nuovo sistema di apprendistato. Le attività di indagine hanno riguarda 58 Osservatorio Nazionale Educazione degli Adulti costituito presso l’INVALSI. 66 | 2 I RISULTATI to l’evoluzione del quadro normativo e regolamentare, l’analisi dell’andamento dell’occupazione in apprendistato, i modelli regionali per l’organizzazione e la gestione dell’offerta con particolare riferimento al coinvolgimento di giovani apprendisti che espletano il dirittodovere alla formazione. Con l’introduzione della L. 30/03 e la conferma del ruolo strategico delle Regioni nell’ambito dell’istituto dell’apprendistato, l’attività della programmazione nazio nale (Ministero del Lavoro), attraverso l’azione di sistema (attuata dall’Isfol), ha continuato a considerare prioritario il supporto alle Regioni quali soggetti che hanno la titolarità della costruzione e gestione del sistema territoriale di apprendi stato; tale centralità si rispecchia nella scelta di costituire e mantenere attiva la rete dei funzionari regionali che a livello territoriale sono i referenti del sistema apprendistato, con i quali si è instaurato un dialogo stabile attraverso incontri a cadenza periodica. Tali incontri hanno rappresentato la sede per un aggiornamen to continuo e reciproco sullo stato di attuazione dell’apprendistato nei diversi ter ritori, sui modelli che vengono definiti e sulle problematiche che emergono. Proprio la frequenza dei momenti di scambio fra i diversi referenti regionali nel corso di un lungo periodo di tempo ha consolidato la “comunità di pratiche” avvia ta per il supporto al disegno inscritto nella L. 196/97 e riconfermata anche nell’am bito del secondo periodo di intervento (a seguito della riforma dell’apprendistato nel 2003), divenendo una risorsa anche per lo scambio diretto fra alcune Regioni di documenti, materiali, strumenti. La rete dei referenti è stata una risorsa per la progettazione e la diffusione degli ulteriori interventi realizzati a livello nazionale nell’ambito delle azioni di sistema. Infatti, con gli stessi funzionari è stato definito il quadro dei bisogni e quindi delle attività realizzate dall’Isfol; la rete ha favorito il coinvolgimento diretto delle diverse amministrazioni negli interventi di ricerca e di monitoraggio ed è stata uno strumen to importante per la circolazione dei materiali documentali e report di ricerca. Fra le ricerche che hanno consolidato il processo di condivisione delle conoscenze si annoverano gli strumenti elaborati per supportare le gestione degli interventi for mativi sia a livello regionale (modello di aggregazione di figure professionali in grup pi omogenei, analisi dello stato della contrattazione collettiva, definizione di funzio ni e competenze degli operatori tutor), sia delle strutture (contenuti formativi per gli apprendisti, manuali per la formazione, catalogo di moduli per la formazione dei tutor aziendali), sia per le imprese (manuale per il tutor aziendale). La programmazione nazionale delle azioni di sistema per i nuovi apprendistati ha rappresentato indubbiamente l’avvio di una fase di rinnovamento del ruolo pro pulsivo e di regia da parte del Ministero del Lavoro con particolare riferimento all’Alto Apprendistato. Il Ministero del Lavoro attraverso l’Isfol si è fatto portato re di un processo di condivisione di conoscenze e procedure con le amministra | 2 I RISULTATI 67 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Schema 2.2 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Apprendistato e contratti d’inserimento” (dal 2000 al I semestre 2006) zioni regionali (anche attraverso l’implementazione di un portale59 dedicato alla comunità professionale degli attori della programmazione/attuazione del dispo sitivo) che ne hanno traslato l’attuazione all’interno dei diversi contesti, a partire da un disegno organizzativo (di tipo sperimentale e discendente da protocolli di intesa MinisteroRegioni) individuato sulle specificità della programmazione e dei fabbisogni dei contesti di riferimento. Descrizione sintetica attività Prodotti Attività di elaborazione degli obiettivi formativi per gli apprendisti, analisi di sfondo e ricerche sui contenuti della formazione professionalizzante erogati nei corsi in vista della messa a punto di standard. (Avviata nel 2004) Volume: "Costruire la formazione per l’apprendistato", Isfol (2001). Volumi: "Guida alla progettazione formativa", vol. I e vol. II, Isfol (2002). Volume: "Le professionalità dell’apprendistato", Isfol (2002). Volume: "I contenuti per l’apprendistato", I Libri del Fse (2003). Convegno 15/17 gennaio 2002, a Milano. Rapporto finale di ricerca per il settore edile (2005) e seminario di presentazione (8 Settembre 2005, Roma). Rapporto finale di ricerca per il settore metalmeccanico (2006) e seminario di presentazione (28 marzo 2006, Roma). Rapporto finale di ricerca per i settori terziario e turismo (2006) e seminario di presentazione (18 maggio 2006, Bologna). Rapporto finale di ricerca per il settore tessile (2006) e seminario di presentazione (19 maggio 2006, Bologna). Seminario di approfondimento sui percorsi di inserimento in azienda (25 maggio 2006, Varese). Realizzazione di un Catalogo di prodotti per l'apprendistato. (Avviata nel 2003) Software per la gestione dell'archivio; seminario di lancio del progetto (2003). Definizione di Protocolli di intesa con le Regioni per l’attuazione delle sperimentazioni sull’apprendistato per il conseguimento dei titoli di studio. (Avviata nel 2003) Realizzazione del rapporto: "La riforma dell’apprendistato: stato di attuazione e prime evidenze" (2005). Elaborazione del modello di monitoraggio fisico e procedurale per le sperimentazioni. Partecipazione ai Comitati regionali di pilotaggio in Lombardia, Liguria, Piemonte e Supporto alla Regione Lazio per la definizione del bando (2006) Supporto alla rete degli attori istituzionali (ministeri e regioni) che si occupano di apprendistato anche in riguardo alla implementazione del Decr. Leg. 276/03. (Avviata nel 2000) Incontri della rete. Rapporto finale sulla ricerca sui nuovi dispositivi introdotti dal D.lgs. 276/03 per la riforma dell’apprendistato "Profili formativi" e "Piano formativo individuale". Realizzazione del rapporto "La riforma dell’apprendistato: stato di attuazione e prime evidenze" (2005). Analisi delle elaborazioni di profili formativi da parte delle Regioni e delle parti sociali, anche in vista della definizione del Repertorio delle professioni. (Avviata nel 2006) Analisi dei profili formativi regolamentati dalle Regioni e dai CCNL. Realizzazione del rapporto "La messa a regime del contratto di apprendistato professionalizzante nella contrattazione collettiva" (2006). segue 59 Cfr. www.europalavoro.it. All’interno del sito è stata creata un’apposita area tematica dedicata alle attuazioni delle sperimentazioni dell’alto apprendistato. 68 | 2 I RISULTATI Descrizione sintetica attività Prodotti Redazione periodica Rapporti di "La rete, i confini, le prospettive Rapporto Apprendistato 2004", monitoraggio. (Avviata nel 2000) I libri del FSE (2005). "Un ponte fra formazione e impresa Rapporto apprendistato 2003" con lo stato di avanzamento dei piani regionali (Strumenti e ricerche, Franco Angeli, 2004). "La costruzione di un sistema di formazione per l’apprendistato", IV VIII Rapporti nazionali di monitoraggio. 1° 5° monitoraggio sullo stato di avanzamento della regolamentazione dell’apprendistato professionalizzante. 1°2° monitoraggio sullo stato di avanzamento delle sperimentazioni sull’apprendistato alto. (2005 e 2006) Ricerche a carattere Report finale sul sistema di apprendistato e la formazione in internazionale. Analisi azienda in cinque Paesi europei: Francia, Germania, Olanda, dell'apprendimento in azienda Inghilterra, Norvegia (2005). nell'ambito di un contratto di apprendistato in Europa. (Avviata nel 2004 e conclusa nel 2005) Visite di studio per funzionari regionali. (Avviata nel 2004) Dossier informativo sulla Germania e realizzazione delle due visite in Germania. Dossier informativo sulla Francia e realizzazione delle due visite in Francia. Seminario (7 Dicembre 2005) e dossier finali (2005). Dossier informativo sul Regno Unito e realizzazione delle due visite in Irlanda del Nord. (2006) Ricerca sull'emergere della funzione del tutorato (il ruolo del tutor nei processi formativi legati all’apprendistato). (Avviata nel 2003 e conclusa nel 2005) Report finale della ricerca sull’emergere della funzione di tutorato nei diversi contesti formativi (2005). Pubblicazione: "La moltiplicazione dei tutor. Fra funzione diffusa e nuovi ruoli professionali", I Libri del FSE (2005). Indagine sugli esiti formativi e professionali dei giovani che hanno partecipato ai primi corsi per l'apprendistato. (Avviata nel 2002 e conclusa nel 2004)"La sfida dell’alternanza. Rapporto Apprendistato 2002", Strumenti e Ricerche (2002). "La sfida dell’alternanza. Rapporto Apprendistato 2002", Strumenti e Ricerche (2002). Indagini di campo sulle caratteristiche degli apprendisti occupati, sulle caratteristiche del tutor aziendale e sulla valutazione sulla formazione esterna espressa dalle aziende. (Avviata nel 2001 e conclusa nel 2003) Realizzazione delle indagini. Volume: "Una lente sull'apprendistato: i protagonisti ed i processi della formazione", I libri del FSE (2004). Volume: "I nuovi apprendisti e la formazione", I nuovi confini della formazione (2002). Ricerca sui modelli europei di apprendistato per i giovani con alti titoli di studio e nei nuovi settori economici. (Avviata nel 2001 e conclusa nel 2003) Volume "L’apprendistato vola alto", Strumenti e Ricerche, Franco Angeli (2003). segue | 2 I RISULTATI 69 segue Schema 2.2 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Apprendistato e contratti d’inserimento” (dal 2000 al I semestre 2006) segue Schema 2.2 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Apprendistato e contratti d’inserimento” (dal 2000 al I semestre 2006) Descrizione sintetica attività Ricerca sull'organizzazione della funzione di tutorato nelle aziende. Redazione Manuale e relativa proposta progetto formativo tutor. (Avviata nel 2000 e conclusa nel 2003) Prodotti "Manuale per il tutor aziendale", Strumenti e Ricerche, Franco Angeli (2003). Il Costo complessivo rendicontato al Giugno 2006 dall’azione C1.6 per la parte realizzata dall’ISFOL è di € 3.617.726,98 Fonte: Isfol Monitoraggio qualitativo delle Azioni di sistema nazionali FSE 20002006 2.3.3 La prima fase di intervento dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali. Il supporto alla creazione dei sistemi regionali per l’apprendistato ex L. 196/97 L’esperienza, compiuta dalle regioni campione, nella costruzione di un nuovo e specifico sistema formativo per gli apprendisti, connesso alle esigenze del mer cato del lavoro e della produzione nei diversi settori, ha permesso di coinvolge re il sistema produttivo in un progetto importante che le vede coprotagoniste nel disegno e implementazione delle policies per l’apprendistato. L’azione di sistema del PON promossa dal Ministero del Lavoro è intervenuta nel quadro descritto, nel momento in cui veniva consegnato alle Regioni, dopo la fase sperimentale, il ruolo principale nella costruzione dei modelli territoriali di formazione per l’ap prendistato e nell’avvio di questa offerta formativa60. Il progetto dell’azione di sistema nazionale, come descritto nel paragrafo precedente, è stato quindi fina lizzato a sostenere la crescita di un sistema di formazione per l’apprendistato sul territorio che avesse caratteristiche di qualità. Dalle interviste ai referenti regionali e ai referenti della programmazione naziona le, emerge che il tavolo nazionale, attraverso la partecipazione attiva e il confron to tra gli attori regionali, si è concentrato sull’individuazione delle criticità da affrontare per la costruzione del sistema, contribuendo a far maturare una cultu ra consapevole delle opportunità dell’apprendistato e stimolando l’individuazio ne di sedi di confronto e l’elaborazione di modelli sul territorio61. Il lavoro svolto dalla rete di attori (referenti regionali) è stato finalizzato al conso lidamento progressivo (attraverso un processo di scambio di know how e di 60 Ministero del Lavoro DG Politiche per l’Orientamento e la Formazione: Una buona pratica nel l’ambito delle azioni di sistema: l’azione per l’apprendistato, documento di lavoro presentato all’in contro annuale con la Commissione Europea (DG Employment) nel dicembre 2004. 61 Sotto il profilo quantitativo, si rileva come i sistemi territoriali di formazione per l’apprendistato siano passati da un’offerta formativa concentrata su qualche migliaio di unità (nei primi progetti spe rimentali del 1998), ad un’offerta formativa che, nel 2003, è stata in grado di coinvolgere oltre 105.000 apprendisti e circa 30.000 tutor aziendali. 70 | 2 I RISULTATI esperienze realizzate nei singoli contesti) delle sperimentazioni regionali che, seguendo percorsi diversi, vanno a configurare sistemi consolidati come quadro di riferimento nell’utilizzo dei contratti di apprendistato nei rispettivi territori62. Gli elementi costitutivi della costruzione di tali sistemi sono: 1 la programmazione territoriale e le strutture di governo (soggetti, ruoli e funzio ni, procedure, ecc.); 2 le strategie per il coinvolgimento del sistema produttivo e per assicurare il col legamento tra imprese ed enti di formazione; 3 le modalità con cui programmare ed organizzare l’offerta formativa; 4 gli strumenti ed i dispositivi per la valutazione dei risultati conseguiti e la certi ficazione delle competenze acquisite (i crediti). Le criticità da affrontare per realizzare sistemi regionali omogenei per l’istitu to dell’apprendistato si sono evidenziate in molteplici ambiti come, ad esem pio, nella creazione all’interno delle Regioni di strutture amministrative artico late e specializzate, provviste di banche dati aggiornate, in grado di dialogare sia con le aziende che con i centri di formazione. Nel primo sviluppo dell’of ferta formativa sono state incontrate difficoltà logistiche ed organizzative dovute all’articolazione delle qualifiche di apprendistato e al rapido turn over degli apprendisti. In generale, questa nuova filiera della formazione ha permesso a tutti gli attori coinvolti (le imprese, gli enti di formazione accreditati, l’ente programmatore) di progettare concretamente politiche attive del lavoro, coniugando l’attività forma tiva con i meccanismi di incentivazione all’inserimento lavorativo. Gli intervistati, soprattutto per facilitare la partecipazione di piccole imprese delle imprese, anche in forma associata, hanno fatto riferimento alle esperienze accumulate nella programmazione della L. 236/93. Tutte le Regioni hanno fondato l’organizzazione dell’istituto sulla base di una regia regionale delegando alle Province (nei casi in cui l’attuazione della delega sia concretamente realizzata) l’organizzazione e la gestione delle attività formati ve. Il modello organizzativo condiviso anche grazie all’apporto dell’azione di sistema nazionale, stabilisce che la Regione assuma la definizione delle politiche e delle strategie delineate per il sistema, nonché la messa a punto delle regola zioni e il mantenimento dei rapporti con il Ministero del Lavoro. Nel processo di delega alle Province, che in quella fase (dal 1998 al 2001) si stava rendendo ope rativa, si venivano a determinare i compiti di programmazione annuale finalizza ta alla gestione del servizio nel suo complesso (servizi per l’impiego, agenzie for mative, imprese) e alle attività di monitoraggio che confluiscono nel sistema informativo regionale. 62 Isfol, L’avvio di un nuovo percorso formativo. I risultati del monitoraggio, Franco Angeli, Milano 2002. | 2 I RISULTATI 71 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Sempre rispetto alla prima fase di intervento dell’azione di sistema nazionale, si può affermare che le ricadute prioritarie riscontrate nei sistemi regionali e diret tamente associabili a quanto prodotto dal PON si concretizzano in: • la creazione, lo sviluppo e la condivisione del knowledge management con i referenti regionali individuati come gli attori portanti capaci di traslare, all’inter no dei contesti regionali, il disegno organizzativo e la messa in opera dei dispo sitivi per lo sviluppo dei sistemi regionali; • la realizzazione di sistemi regionali che, in conseguenza di un disegno regolati vo piuttosto stabile e sostanzialmente accolto dalle amministrazioni regionali nei suoi principi e nei suoi dispositivi, restituiscono esiti di efficienza (consolidamen to del servizio nel 2002) e di uniformità con le caratteristiche comuni, con riferi mento alla struttura organizzativa (regia regionale e delega alle province), alla logica concertativa (partecipazione delle parti sociali e datoriali) e integrazione dei sistemi istruzioneformazionelavoro anche attraverso i centri per l’impiego; • la diffusione di un dispositivo di policy che, nell’ambito della formazione inizia le, integra fattivamente gli attori del partenariato sociale (imprese, agenzie for mative, parti sociali) nella programmazione, costruendo una governance loca le che crea circuiti virtuosi di circolazione di conoscenza, prassi e opportunità; • il numero crescente di apprendisti avviati e formati per anno nelle singole regio ni esaminate, che sintetizza quantitativamente l’insieme delle ricadute che hanno contribuito alla sua realizzazione; infatti la formazione in apprendistato, percepita da parte delle imprese come un elemento critico, rimanda alla cre scita culturale di tutto il sistema di attori chiamati a ridefinire, all’interno del quadro organizzativo, il proprio ruolo. In una regione come il Veneto63, dove l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro avviene più precocemente che altrove, trainato dalla domanda del sistema produttivo e dove, anche per i caratteri specifici dell’economia regionale (importanza dell’indu stria e del turismo e tessuto parcellizzato in piccole imprese), l’apprendistato ha sem pre avuto un peso superiore a quello delle altre Regioni (rappresentando il 17% dello stock nazionale) e la riforma dell’istituto dell’apprendistato definita dalla L. 196/97 è stata assunta fra le priorità della programmazione regionale. Si nota un incremento delle attività formative in apprendistato progressivamente messo a regime in tutti i set tori nel corso del 2002. Da sottolineare anche il dato relativo agli oltre 4500 tutor aziendali che hanno frequentato le attività formative a loro riservate. In questo quadro, la visione della Regione Veneto ha voluto promuovere l’istituto dell’apprendistato presso le imprese di più piccole dimensioni, per le quali la formazione formale non viene considerata come un investimento strategico, e ad individuare soluzioni per 63 VenetoLavoro Osservatorio del mercato del Lavoro: Gli apprendisti nel Veneto e la loro articolazione per qualifiche e territorio 31/03/2000. 64 Regione Veneto, Salatin A. (a cura di), L’evoluzione della formazione professionale nel 2002. 72 | 2 I RISULTATI valorizzare l’impresa come “ambiente di apprendimento” e nell’internalizzare maggio ri competenze di gestione e sviluppo delle risorse umane, in grado di superare model li coercitivi e informali”64. Per la Regione Veneto, il 2002 segna la definitiva formaliz zazione del quadro regolativo regionale con la promulgazione della direttiva regionale sull’apprendistato65. Per l’apprendistato L. 196/97, la Regione Lombardia ha percorso una via sperimen tale, avviando alcuni progetti per la formazione esterna (complessivamente tre dal 1999 al 2001 in collaborazione con le Province, gli Enti bilaterali ed i Centri formativi), che hanno permesso di varare un primo ed un secondo piano di indirizzo regionale (D.G.R. 5621/2001). I piani contengono indirizzi relativi al numero di apprendisti da coinvolgere, ai settori di attività, al riparto finanziario, i criteri generali per l’organizza zione dei corsi ed i raccordi con le parti sociali ed i servizi pubblici per l’impiego, le modalità di monitoraggio e di certificazione. Rispetto al complesso degli apprendisti66 che risultano occupati (106.036) alla data del 31.10.2002, le attività formative esterne hanno coinvolto circa il 13% dei potenziali utenti. La Regione Lombardia nel 2000 ha approvato il primo Piano Operativo Regionale per la formazione esterna degli apprendisti assunti in Lombardia, composto dai diversi Piani Provinciali. Il lavoro svolto dalla Regione Emilia Romagna, insieme alle parti sociali, agli Enti Bila terali e al sistema degli enti accreditati della formazione professionale, per la costru zione del sistema regionale di formazione per l’apprendistato (nonché le diverse atti vità di valutazione e monitoraggio che hanno accompagnato la fase biennale di avvio), riconsegnano notizie precise di estremo interesse sull’andamento delle assunzioni, la vita dei contratti, i diversi tipi di apprendista presenti sul mercato del lavoro regiona le. Il primo “piano delle attività formative per gli apprendisti” risale all’anno 200067, così come nello stesso anno si ha l’approvazione delle linee guida68 e delle modalità di programmazione degli interventi per l’apprendistato. Gli avviamenti69 con contrat to di apprendistato registrati nel 2001 sono stati 62.108; se si considera che gli avvia menti al lavoro, in totale, sono stati 737.162, l’incidenza che l’apprendistato ha avuto sui nuovi avvii è dell’8,4% (di poco inferiore all’incidenza fatta registrare nel 2000). Dall’inizio delle attività formative fino al 31 dicembre 2002, gli apprendisti avviati in for mazione risultavano il 28,3% degli apprendisti assunti. Il confronto più significativo e coerente in termini di valutazione di esito è, tuttavia, con il dato degli apprendisti in 65 Regione Veneto DGR 3781/2001. 66 Regione Lombardia (a cura di Ceriani A.), Analisi ex post della legge regionale n.1/1999 “politiche regionali del lavoro e dei servizi per l’impiego”, II Rapporto di monitoraggio 2002. 67 DGR N. 415/2000 del 01/03/2000 Approvazione piano attività formative per gli apprendisti. 68 DGR N. 2387/2000 del 19/12/2000 Attuazione del piano di formazione degli apprendisti. 69 Regione Emilia Romagna Poleis, Rapporto di monitoraggio dell’apprendistato periodo novembre 2000 Dicembre 2002, maggio 2003. | 2 I RISULTATI 73 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato forza e, tra questi, con i “formalizzati”. Tra gli apprendisti in forza, oltre il 58% è entra to nel percorso formativo. Gli apprendisti con adesione formalizzata ed avviati in for mazione rappresentavano l’83,9%. La Regione EmiliaRomagna, tramite gli Enti Bilaterali territoriali, nell’ottobre del 2002 e quindi a sistema consolidato, avvia un percorso di ricerca70 che tenta di valutare l’a deguatezza del sistema dell’apprendistato dal punto di vista dei destinatari finali. La ricerca è stata finalizzata a delineare il profilo degli apprendisti in formazione e alcuni aspetti della loro situazione lavorativa, con particolare riguardo alle esigenze di svilup po delle conoscenze e abilità. I principi organizzativi del modello dell’apprendistato in Toscana sono stati tracciati dalla Delibera di Giunta Regionale n. 135 del 14 febbraio 2000, che ha approvato il primo “piano delle attività formative per l’apprendistato”. L’offerta formativa aperta, flessibile e personalizzata viene garantita dalla presenza di molteplici agenzie, specia lizzate nei diversi campi dell’offerta formativa per apprendisti, che assicurano un’of ferta coordinata di moduli sui diversi contenuti formativi, nei diversi periodi dell’anno (stagionalità del contratto di apprendistato). La programmazione delle policies per l’apprendistato segue un modello consolidato di forte concertazione con le parti sociali e di integrazione fra gli attori (servizi per l’impiego, agenzie formative, imprese). È un modello in cui ciascuna Amministrazione provinciale toscana definisce, sulla base della decisioni della rispettiva Commissione Provinciale Tripartita, i settori di intervento e le figure professionali in relazione alle quali intervenire con le azioni di for mazione e redige il piano annuale degli interventi per l’apprendistato. I servizi per l’im piego avviano un processo di compartecipazione delle imprese al progetto formativo (analisi e individuazione di specifiche soluzioni con l’impresa per coniugare gli obiet tivi formativi con le esigenze della produzione) e, contemporaneamente, all’attività di orientamento dell’apprendista. Il modello toscano prevede che tra apprendista e agenzia formativa si sottoscriva il Patto Formativo Integrato (PFI), nel quale si detta gliano gli insegnamenti da impartire e le competenze da conseguire da parte dell’ap prendista e che, in qualche modo, anticipa il dispositivo del Piano formativo Individua le stabilito per l’apprendistato ex L. 30/03. I dati al 2002 segnalano la presenza di una media annuale di circa 34.000 apprendisti avviati (media calcolata sulle annualità 2001 e 2002)71. Anche per questa Regione si segnala il forte coinvolgimento delle parti sociali e degli enti di formazione per la creazione del sistema. A seguito della realizzazione delle attività tracciate con la Direttiva 20012002 “Attività Formative per Apprendisti”, deliberata dalla Regione nel maggio 2001 con D.G.R. n. 75 7234 del 30 settembre 2002, la Regione Piemonte emana una nuova Direttiva 70 Regione Emilia Romagna: Monitoraggio apprendistato, il ruolo degli Enti bilaterali nella formazione per gli apprendisti, ottobre 2002. 71 Regione Toscana, Il mercato del lavoro in Toscana Rapporto sulle attività di collocamento anno 2002, giugno 2004. 74 | 2 I RISULTATI per il 20022003 che tiene presenti le modifiche realizzate attraverso il processo di delega alle province delle attività formative. Le azioni formative indicate nella DGR riguardano i tre ambiti dell’apprendistato: • apprendisti in obbligo formativo (Decreto Interministeriale 16/05/2001 n. 152); • apprendisti con più di 18 anni privi di titoli superiori o di qualifica professionale; • apprendisti in possesso di qualifica, diploma o laurea. Ma la direttiva 20022003 introduce una significativa novità per quanto riguarda la tipologia delle azioni formative rivolte ad apprendisti. Accanto al cosiddetto “corso strutturato”, rivolto a gruppi di allievi con caratteristiche omogenee per fasce e per tipologia di funzioni professionali, viene introdotto il “progetto formativo”. Questa modalità di azione formativa, rivolta a quegli apprendisti per i quali risulta difficile l’inserimento in corsi strutturati in una delle aree individuate per la loro realizzazio ne, è caratterizzata dalla flessibilità dei percorsi formativi che, secondo quanto pre visto dal bando, “si compongono mediante un’offerta modulare ampia che consen tirà la massima personalizzazione” degli stessi. Con la D.G.R. n. 219517 del 56 2003 la Regione Piemonte approva un nuovo modello di “Attestato di Frequenza”, da rilasciarsi a cura delle strutture formative accreditate: i) agli apprendisti a segui to della frequenza di fasi intermedie o parziali dei percorsi di apprendistato che non danno esito ad attestazioni ufficiali; ii) alle imprese, per l’attestazione dell’avvenuta partecipazione ai corsi del proprio dipendente, assunto con contratto di apprendi stato. 2.3.4 La seconda fase di intervento dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali. Il supporto all’implementazione del nuovo apprendistato (L. 30/03) Come anticipato nelle pagine precedenti, la L. 30/03 e il relativo D.lgs. 276/03 pre sentano un quadro di revisione complessivo dell’istituto dell’apprendistato previsto dalla L. 196/97 che, in estrema sintesi, fa riferimento alla tripartizione del dispositi vo e alla ridefinizione del ruolo delle parti sociali. Tale revisione ha avuto come con seguenza una ricollocazione del processo di accompagnamento dell’azione di sistema in ordine ad una rideterminazione di compiti e di missione. La L. 30/03 inter viene su sistemi regionali avviati e in fase di progressivo consolidamento dell’istituto delineato dalla L. 196/97 muovendosi, sia su un piano di continuità e facendo leva su dispositivi regionali sostanzialmente a regime, che di discontinuità, creando qual che elemento di disorientamento e in alcuni casi di resistenza e confronto dialettico. In tale quadro, l’azione di sistema ha diretto le sue attività principalmente a sup porto della regolazione regionale e in particolare sui nuovi dispositivi introdotti dal D.lgs. 276/03, ovvero: 1 la possibilità di realizzare la formazione formale in azienda; 2 il piano formativo individuale; 3 i profili formativi, che pure devono fare riferimento ad un Repertorio nazionale istituito presso il Ministero del Lavoro. | 2 I RISULTATI 75 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Il processo di messa a punto e stabilizzazione del quadro normativo delineato dal D.lgs. 276/03 ha presentato diversi punti critici di passaggio che hanno investito la relazione nazionaleregionale e di conseguenza anche l’esercizio dell’azione di sistema nazionale. Vogliamo fare qui esplicito riferimento ai seguenti fattori: 1 un generale processo di riregolazione chiamato a rispondere alla necessità di ulteriori atti regolativi (circolari ministeriali a carattere esplicativo)72 tesi a risol vere alcune ambiguità introdotte dal D.lgs. 276/03 e a definire più chiaramen te ed esaustivamente l’architettura complessiva del sistema; 2 il confronto aperto tra Stato e Regioni sull’esclusività delle competenze stabi lite per il presidio della formazione (e dei suoi contenuti), risolto solo nel 200573; 3 specifici elementi di criticità dipendenti dalle caratteristiche e dalle diverse dif ficoltà implementative proposte dalle tre tipologie di apprendistato, ognuna delle quali prevede una sua organizzazione, il rispetto di determinati vincoli normativi, l’intreccio con dispositivi più o meno regolamentati (apprendistato in diritto/dovere), la capacità di attivare risorse e definire nuovi quadri organizza tivi e di relazioni (alto apprendistato); 4 la definizione dei ruoli dei diversi attori in una logica concertativa, di tipo verti cale nel rapporto StatoRegioni, in termini di omogeneità minima rispetto ad uno standard nazionale, e di tipo orizzontale, finalizzata a creare sistemi e dispositivi concordati con gli attori locali in una logica di contestualizzazione territoriale della formazione in apprendistato. La ridefinizione del ruolo74 si chiarisce meglio se si rappresenta l’azione di siste ma all’interno delle tre tipologie di apprendistato: • l’apprendistato in diritto/dovere ha sostanzialmente posto l’azione di sistema nazionale in una sorta di stand by considerato che la regolamentazione regio nale (sulla quale concentrare il supporto dell’azione di sistema), è stata subor dinata alla regolamentazione dei percorsi di istruzione e formazione professio nale del secondo ciclo come definiti dalla L. 53/03 che, a distanza di tre anni e per diverse motivazioni, non è pienamente operativa; • l’apprendistato professionalizzante, che è la tipologia più coerente con il dise gno inscritto nella L. 196/97, ha indotto un processo di riregolazione a livello nazionale in ordine al ruolo delle parti sociali per la definizione dei profili pro fessionali (in sub ordine alla regolazione regionale), ponendo l’azione di siste ma nazionale in una posizione di attesa rispetto alle indicazioni (per “stratifica 72 Richiamiamo qui la circolare 40/2004, la L. 80/2005, la circolare 30/2005. 73 Sentenza Corte Costituzionale 50/2005. 74 È indubbio che l’azione di sistema nazionale, a partire dal 2003, abbia subito una sorta di ridimen sionamento di ruolo, in parte perché aveva sostanzialmente conseguito il compito prioritario di svi luppo dei sistemi, predisponendosi a seguirne lo sviluppo negli anni successivi attraverso un eserci zio che potremmo definire di manutenzione/consolidamento del processo di accompagnamento; in parte perché l’avvio della L. 30/03, con i conseguenti processi di regolazione, ha innescato momen ti di stop and go che ne hanno influenzato la direzione e la missione. 76 | 2 I RISULTATI zione”) della circolare 40/2004 e l’art. 5 della L. 80/2005, chiarificate con la cir colare 30/2005; • l’alto apprendistato che, passando attraverso la sperimentazione e il ricorso a protocolli di intesa fra Ministero e Regioni (peraltro avviati nella seconda metà del 2004), ha previsto l’organizzazione di un “sistema laboratorio” piuttosto cir coscritto in cui la relazione portante si gioca in bilaterale fra questi due sogget ti, in cui l’azione di sistema del PON partecipa alla cabina di regia nazionale svolgendo attività di supporto tecnico e di monitoraggio delle sperimentazioni. Risulta più difficile, considerato tale scenario, ricostruire puntualmente le ricadute operate dall’azione di sistema nel periodo che intercorre dal 2003 ad oggi e por tare alla luce i risultati in termini di cambiamento dei fattori (attori, organizzazione, programmazione del servizio, partenariato) quale conseguenza diretta del suo esercizio. Processi quali la riregolazione e la definizione delle competenze istitu zionali, nonché la non completezza del quadro regolativo (apprendistato in diritto dovere) hanno, in alcuni periodi di esercizio della programmazione, creato interfe renze e in qualche misura sottratto visibilità all’azione di sistema nazionale. Ciò non di meno, come vedremo, sia per l’apprendistato professionalizzante che per l’apprendistato per l’acquisizione di un diploma o di un titolo di studio di alta for mazione, la programmazione nazionale non ha mai abdicato alle funzioni di soste gno all’innovazione e al cambiamento (anche di profilo culturale) che è sotteso al processo di riforma di tale istituto. Con particolare riferimento all’Alto apprendista to, anche in considerazione dell’emanazione della circolare Ministeriale n. 2 del 25 gennaio 2006, che esplicita in modo più stabile (anche a seguito della sperimen tazione triennale della P.A. di Trento per il conseguimento della laurea triennale in informatica) i contenuti e le caratteristiche del dispositivo, si può affermare come il Ministero del Lavoro attraverso la programmazione nazionale, abbia fortemente presidiato, di concerto con le Regioni e secondo la logica della sussidiarietà, l’in troduzione e la realizzazione dell’alto apprendistato con un approccio di sistema. Le ricadute dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali per l’apprendi stato professionalizzante L’apprendistato professionalizzante è, fra le tre tipologie previste dalla L. 30/03, quella che presenta un maggiore dinamismo da parte delle amministrazioni regio nali, anche in virtù del fatto che il dispositivo si stratifica sul servizio già organizzato e messo a punto dalla L. 196/97 e per il quale le parti sociali si sono attivate renden dosi anche promotori nel processo di policy making. Non da ultimo si deve consi derare il maggior gradimento espresso dalle imprese per un dispositivo che garan tisce vantaggi contributivi sostanziali per i giovani fino ai 29 anni di età. La regolazione regionale relativa ai profili professionali ha subito dei rallentamen ti anche per l’impasse istituzionale75 risolta sono nel 2005 e per il ritardo con cui 75 Sentenza della Corte Costituzionale 50/2005. | 2 I RISULTATI 77 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato sono stati avviati i tavoli nazionali di confronto. Per dare conto del quadro com plessivo della disciplina dell’apprendistato professionalizzante76 è pertanto necessario osservare sia l’attività regionale che l’attività delle parti sociali stante il rilevante intreccio delle competenze. Malgrado i molti elementi di continuità l’apprendistato professionalizzante intro dotto dalla L. 30/03 ha determinato un impatto rilevante sull’organizzazione regionale, specie per la parte riguardante la possibilità di svolgere formazione professionale all’interno delle imprese. Si comprende, infatti, come la modifica operata non sia di poco conto dal momento che si era pervenuti (con molto sfor zo) ad un’organizzazione delle attività formative basate su agenzie formative appositamente accreditate. Inoltre, l’assenza di un sistema nazionale di certificazione dei profili (ricondot ti dalla definizione regionale e al repertorio nazionale) può, in qualche misura, presentarsi come vincolo all’esercizio di garanzia della qualità dei processi formativi anche a valle del processo. Da ciò consegue che la mancanza di strumenti a presidio della qualità formativa abbia indotto le Regioni ad indivi duare, nell’ambito di dispositivi sperimentali o delle regolazioni, altre modalità che garantiscono l’effettivo svolgimento di formazione adeguata, circoscri vendo l’apporto delle aziende ad erogare solo parti della formazione formale o a circoscriverne l’esercizio secondo puntuali standard di qualità. Per le quattro regioni campione, l’adempimento alla funzione di garanzia della qua lità della formazione viene adottata a partire dalla messa punto di un’organiz zazione (i profili formativi) che definiscono uno standard minimo e a cui le imprese devono adeguarsi nel caso vogliano realizzare la formazione dell’ap prendista al loro interno. Gli orientamenti che su questo tema gli interlocutori raggiunti hanno unanime mente indicato possono essere così sintetizzati: • mantenimento del presidio della regia regionale sulla base del consolidato del periodo precedente con la delega gestionale alle Province, finalizzando l’eser cizio di programmazione a strategie armoniche sul territorio regionale (stesso sistema di qualifiche, una governance che integra fortemente le parti sociali, la definizione di standard di qualità della formazione esterna/interna); • adozione dello standard minimo di uniformità del sistema definito dal reperto rio dei profili che confluirà nel repertorio nazionale; • incremento del servizio formativo con l’apertura alla formazione interna all’im presa condizionata però all’adempimento di requisiti che attestino la capacità formativa dell’impresa. 76 Cfr. Isfol, La riforma dell’apprendistato: stato di attuazione e prime evidenze, aprile 2005. 78 | 2 I RISULTATI Per quanto riguarda la definizione dei dispositivi a presidio della valorizzazione del ruolo formativo dell’istituto precisati dalla Circolare 40/04 (piano formativo individuale, profili formativi, formazione formale, registrazione sul Libretto forma tivo e repertorio delle professioni), essi trovano un’ulteriore definizione e regola zione da parte delle singole regioni (variabiltà locale delle implementazioni). Infat ti, sia le regolamentazioni legislative emanate, che gli accordi siglati con le parti sociali si fanno carico di specificare la natura di tali dispositivi. Nel corso del 2004 le regioni si sono incontrate più volte in sede tecnica e hanno compiuto un percorso per concordare un approccio comune alla riforma dell’ap prendistato. Tale percorso, promosso dall’azione di sistema nazionale, ha porta to alla maturazione di una visione condivisa che si è riflessa nella formulazione dei diversi atti in cui le Regioni delineano una matrice comune che viene collocata all’interno della programmazione regionale e successivamente articolata in ulte riori specifiche e modalità organizzative di adattamento al contesto locale. Come si potrà verificare nella sezione successiva, i sistemi regionali presentano alcune varianti rispetto alla configurazione generale di programmazione ed ero gazione del servizio previsti negli atti di emanazione. In ciò si rileva la ricaduta operata dall’azione di sistema che, nell’esercizio di supporto alla regolazione dei dispositivi previsti dal decreto 276/93, ha indotto l’adozione di una visione omo genea finalizzata al mantenimento degli standard di qualità. La Regione Emilia Romagna disciplina l’istituto dell’apprendistato professionalizzante all’interno della legge quadro delle politiche del lavoro, istruzione e formazione77 defi nendo la formazione formale e i criteri perché la sua qualità sia garantita in termini di una “formazione che viene attuata, mediante una specifica progettazione, in un ambiente formativo adeguato, anche nel luogo di lavoro; in tal caso deve essere svol ta in situazione distinta da quella finalizzata prioritariamente alla produzione di beni o servizi. Essa si realizza mediante un percorso formativo finalizzato a conferire all’ap prendista le competenze trasversali e tecnicoprofessionali per l’acquisizione di ade guata capacità professionale. Tale formazione deve produrre esiti verificabili e certifica bili, secondo le modalità stabilite dalla Giunta regionale”. Per quanto riguarda la disci plina degli aspetti formativi, la Delibera di Giunta Regionale n. 1256 del 1 agosto 2005 “Aspetti formativi dell’apprendistato professionalizzante di cui alla L.R. n. 17 del 2005. norme di prima attuazione” rinvia al “Sistema Regionale delle Qualifiche” (SRQ)78. 77 L.R. 17/2005 Norme per la promozione dell’occupazione, della qualità, sicurezza e regolarità del lavoro”. 78 Il “Sistema Regionale delle Qualifiche” declina per ogni qualifica le unità di competenza e gli stan dard essenziali da tenere presenti nella costruzione dei processi formativi. Nel piano formativo indi viduale deve quindi essere indicata anche la qualifica del Sistema regionale delle Qualifiche assunta a riferimento quale esito del percorso formativo. Il percorso formativo deve risultare coerente con la qualifica indicata, fermo restando che, in ragione della durata del contratto e delle caratteristiche dell’apprendista, possono essere raggiunte anche solo alcune delle unità di competenza costituenti la qualifica”. | 2 I RISULTATI 79 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato La Regione Toscana disciplina l’apprendistato professionalizzante a partire dal’Aprile 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 200579 La Giunta Regionale ha approvato le modalità operative per dare avvio all’ap prendistato professionalizzante e in particolare: i profili formativi, la registrazione della formazione nel libretto formativo, la regolamentazione dell’attività formativa esterna, l’erogazione della formazione a distanza. Inoltre, è stata definita la procedura80 per l’approvazione dei profili formativi dell`apprendistato professionalizzante: i nuovi con tratti di apprendistato professionalizzante sono applicati, secondo la nuova disciplina nei settori di attività per i quali i contratti collettivi di lavoro nazionali abbiano già rego lamentato l’apprendistato professionalizzante. Ove i contratti collettivi non abbiano ancora regolamentato l’apprendistato professionalizzante, continuerà ad applicarsi la preesistente normativa (L. 196/97). L’eventuale formazione interna viene organizzata affiancando a ciascun apprendista un tutor aziendale che è tenuto alla realizzazione del piano formativo individuale. La Regione Lombardia, in continuità con il modello di programmazione adottato per l’ap prendistato, avvia una sperimentazione di due anni in seguito alla firma di un protocollo di intesa, il 10 gennaio 2005, con l’Unione regionale lombarda del commercio del turismo e dei servizi e le organizzazioni sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil. Gli obiet tivi individuati sono: la definizione dei contenuti dei profili formativi; la definizione delle modalità di certificazione delle competenze dell’apprendista; l’individuazione degli stan dard di riferimento per la definizione delle competenze dei tutor aziendali; l’individuazio ne di criteri e requisiti di riferimento relativi alla capacità formativa delle imprese. La for mazione interna costituisce uno specifico obbligo del datore di lavoro che deve imparti re la formazione necessaria a far conseguire all’apprendista la relativa qualifica professio nale. Al termine del periodo di apprendistato il datore di lavoro deve attestare le compe tenze professionali acquisite dal lavoratore, dandone comunicazione alla struttura territo riale pubblica competente in materia di servizi all’impiego. La formazione aziendale si svolge attraverso l’affiancamento di un tutor. Il datore di lavoro deve nominare uno o più tutor aziendali; ogni tutor può affiancare al massimo 5 apprendisti. Il 28 gennaio 2005 la Regione Veneto ha emanato una delibera sulla materia81, for nendo i primi indirizzi operativi in attesa della definitiva regolamentazione dei profili formativi da parte dei contratti collettivi. Nei settori disciplinati dai contratti può esse re utilizzato il nuovo apprendistato a partire dal 4 aprile 2005; negli altri si dovrà inve ce continuare ad applicare la previgente normativa (art. 16 L. 196/97). La dichiarazio ne sulla capacità formativa formale interna dell’azienda, risulta dall’acquisizione o meno dei requisiti stabiliti dalla Regione e quindi con l’assegnazione di un determi nato punteggio. Se l’azienda risulta essere in possesso dei requisiti necessari per la formazione formale interna, è obbligata ad effettuare la formazione interna. Se l’a 79 Regione Toscana DGR n. 427 del 21/03/2005. 80 Regione Toscana DGR n. 706 del 4/07/2005. 81 Regione Veneto DGR n. 197 del 28/01/2005. 80 | 2 I RISULTATI zienda ha capacità formativa interna può scegliere di effettuare anche la formazione trasversale all’interno. Attraverso la Deliberazione della Giunta Regionale n. 23 del 26/07/2004 la Regione Piemonte emana un Atto di Indirizzo per l’anno 20042005 (ad integrazione delle DGR n. 75 del 30/09/02 Direttiva 20022003 Attività formative per apprendisti e DGR n. 49 del 13/10/03 Continuità dell’offerta formativa per l’apprendistato) per perfezionare alcune delle linee di programmazione individuate dalla Direttiva Appren distato 20022003 al fine di qualificare l’offerta formativa per l’apprendistato. Gli ele menti innovativi introdotti sono stati individuati sulla base delle indicazioni avute dalle Amministrazioni provinciali a seguito dell’esperienza di gestione fino ad oggi avuta, e dei rilievi emersi in sede di Comitato di pilotaggio sull’Apprendistato. Con la DGR n. 55 del 30 marzo 2005, la Regione Piemonte avvia alla sperimentazione dell’ap prendistato professionalizzante così come concordato nel Protocollo d’Intesa stipu lato in data 25 marzo 2005, tra la Regione Piemonte e le rappresentanze regionali di CGIL, CISL, UIL, Confindustria, Confartigianato, C.A.S.A, Confcommercio, ConfApi, Lega Cooperative , Confcooperative, Confagricoltura. Il protocollo disciplina, in regi me transitorio e in via sperimentale, i profili formativi di apprendisti assunti ai sensi dell’art 49. Le Parti convengono di attuare il contratto di apprendistato professiona lizzante nei settori per i quali i contratti collettivi stipulati dalle rappresentanze dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative a livello nazio nale, abbiano disciplinato o disciplineranno al loro interno il nuovo istituto contrat tuale ai sensi dell’ari. 49 del D.lgs. 276/03 e delle linee guida di cui al presente accor do. Le parti convengono di prevedere una durata massima della sperimentazione di due anni. Le aree sulle quali vengono delineate specifiche indicazioni attuative sono: il Piano Formativo Individuale; il Profilo Formativo; il Tutor aziendale; la Formazione formale e non formale; la Certificazione del percorso formativo; il Libretto Formativo del cittadino, il Monitoraggio. Sempre relativamente all’apprendistato professionaliz zante con Delibera adottata il 27 settembre 2005 dalla Giunta regionale del Piemon te, è stato recepito l’accordo nazionale del 23 giugno 2005 firmato, a livello naziona le, dall’ABI (Associazione bancaria italiana) e dai sindacati, per l’utilizzo da parte delle banche dell’apprendistato professionalizzante introdotto dalla L. 30/03. Il sistema bancario piemontese si impegna così per favorire l’inserimento di giovani dai 18 ai 29 anni nel mondo del lavoro offrendo l’opportunità di un percorso professionale qualificato e moderno, in linea con la migliore organizzazione delle aziende del set tore. Come si stanno caratterizzando sistemi regionali per l’apprendistato in Diritto/Dovere e per l’alto apprendistato L’apprendistato in diritto dovere, come illustrato precedentemente, ha presenta to, fra le tre tipologie previste dalla L. 30/03, le maggiori difficoltà attuative, in conseguenza del ritardo con cui si è proceduto alla regolazione di attuazione della L. 53/03 e della mancanza della regolamentazione degli standard di forma | 2 I RISULTATI 81 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato zione previsti per i percorsi del canale di istruzioneformazione. Nell’analisi dei sistemi regionali, si rileva per le quattro regioni indagate il riferimento al prece dente apprendistato in obbligo formativo (L. 196/97 e art. 68 della L. 144/1999). La novità dell’apprendistato “alto” ha indotto il Ministero del Lavoro a promuo vere l’applicazione di tale strumento attraverso il supporto alla realizzazione di interventi sperimentali gestiti dalle Regioni in una sorta di “imitazione” di quanto operato nel 1998 per promuovere l’implementazione della riforma dell’apprendi stato introdotta dalla L. 196/97. A tal fine sono state messe a disposizione delle Regioni del Centro Nord che ricadono nell’obiettivo 3 del Fondo Sociale Europeo risorse del PON. Complessivamente sono stati approvati 10 progetti sperimen tali per un totale di circa 13 milioni di Euro a favore di 18 Amministrazioni regio nali e di una Provincia Autonoma82. L’iter procedurale individuato per dare avvio a tali progetti sperimentali si origina a partire da un Protocollo d’intesa stipulato tra il Ministero del Lavoro e la singola Regione interessata. Tale Protocollo fissa i termini che caratterizzano il rapporto tra i due soggetti istituzionali e quindi le condizioni in base alle quali il Ministero del Lavoro finanzia l’iniziativa regionale. Ai protocolli d’intesa viene allegato il progetto di massima della sperimentazione che descrive i tratti essenziali dell’iniziativa. La programmazione delle attività viene poi formalizzata con l’emanazione, a cura della Regione, di un bando pubblico in base al quale vengono individuati i progetti spe cifici da realizzare sui singoli territori. Il protocollo d’intesa, come anticipato, rappresenta il presidio di un coordinamento nazionale di profilo aperto verso le regolazioni regionali che non presuppone l’inge renza nei contenuti decisi per le singole attuazioni (la tipologia dei diplomi, il nume ro dei giovani da coinvolgere, le modalità di erogazione e le risorse disponibili). Inoltre, la scelta di organizzare il modello di intervento attraverso un accordo bila terale presenta una caratterizzazione della relazione nazionalesistemi regionali che, in qualche misura, ha riconfigurato il ruolo dell’azione di sistema (intesa come presidio metodologico e di assistenza tecnica) con il passaggio da funzio ni di mediazione e traduzione (delle regolazioni, del linguaggio, delle culture) a favore di una funzione di monitoraggio e supporto tecnico alla Cabina di regia nazionale delle sperimentazioni presidiata dal Ministero del Lavoro quale attore firmatario dei diversi protocolli sperimentali e di promozione dell’innovazione. Siamo di fronte ad un dispositivo sperimentale, disposto su una relazione uno a 82 Attraverso l’Azione 6, Misura C1 del PON obiettivo 3, sono stati finanziati progetti sperimentali di alto apprendistato (attualmente in corso di realizzazione) alle Regioni Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Toscana, Umbria, Veneto e alla Provincia Autonoma di Bolzano. 82 | 2 I RISULTATI uno (MinisteroRegione) dove il ruolo dell’azione di sistema si può attuare con efficacia anche nei diversi comitati di pilotaggio regionali, nei quali la program mazione nazionale svolge le funzioni di supporto all’individuazione di soluzioni e funge da diffusione di buone prassi e know how. Ogni Regione si impegna, infat ti, ad attivare momenti di coordinamento a livello locale costituendo comitati ai quali partecipano rappresentanti delle diverse tipologie di soggetti coinvolti (prio ritariamente istituzioni formative interessate, parti sociali, eventuali rappresen tanze delle Province, ecc.) oltre che due rappresentanti del Ministero del Lavoro. Tali comitati regionali hanno funzioni di indirizzo nell’attuazione del programma e di supporto nelle attività di monitoraggio e rappresentando i luoghi della concer tazione fra gli attori del sistema. In Emilia Romagna è già operativa una sperimentazione, avviata sulla base di un accordo adottato con delibera regionale con il MLPS e con le parti sociali che preve de l’attivazione di percorsi di master progettati e realizzati dalle Università del territo rio in stretta collaborazione con le imprese interessate. L’accordo ha dato luogo all’av viso di chiamata di progetti del febbraio 2006. In Toscana, la Giunta Regionale ha approvato (DGR 1272 del 13/12/2004) lo schema di protocollo di intesa tra MLPS e Regione Toscana per la realizzazione di un percor so sperimentale in attuazione dell’art. 50 del D.lgs. 276/03 “Apprendistato per l’acqui sizione di un diploma o per percorsi di alta formazione”. Nel gennaio 2005, il Proto collo è stato sottoscritto e i percorsi formativi sono individuati attraverso intese tra i soggetti attori della sperimentazione: la Regione, le Università della Toscana e le Parti sociali. Non si esclude che si possano realizzare, se necessario, anche partenariati pubblicoprivati che consentano l’elaborazione di soluzioni innovative in grado di offri re vantaggi per tutti gli attori coinvolti, soggetti attuatori (atenei, agenzie formative, ecc.) e destinatari finali (imprese e apprendisti), allo scopo di valorizzare le capacità progettuali del territorio. La Regione Veneto è una delle prime regioni a siglare il Protocollo d’Intesa con il MLPS per la realizzazione di un percorso sperimentale nell’alto apprendistato (DGR 1833 18/06/04). Dopo due mesi dalla stipula del protocollo d’intesa la Regione Veneto ha emanato la Direttiva per la realizzazione del percorso sperimentale nell’alto apprendista to (DGR 2626 del 6/08/04) che ha fissato il termine del 1/11/04 per la presentazione dei progetti attuativi. L’emanazione della Direttiva preceduta dalla concertazione con le Parti Sociali e con le Università, disciplina, ai sensi dell’art. 50 del D.lgs. 276/03, l’attuazione e il finanziamento delle azioni formative sperimentali nell’alto apprendistato. L’oggetto dell’attività formativa messa a bando con il provvedimento regionale riguarda la proget tazione ed erogazione di cinque percorsi formativi volti all’acquisizione di un diploma di master di primo livello. Nel monitoraggio delle attività è previsto il coinvolgimento degli Enti Bilaterali, con funzione di supporto al sistema della formazione per apprendisti. Anche questa Direttiva è stata considerata di tipo sperimentale. | 2 I RISULTATI 83 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Anche la Regione Lombardia ha siglato il 3 novembre 2004 il protocollo d’intesa con 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato il Ministero del Lavoro, per il conseguimento di un master universitario di primo livel lo (per giovani in possesso di una laurea breve), uno di secondo livello (per giovani in possesso di una laurea specialistica), oppure un titolo di specializzazione tecnica superiore se possiedono almeno il diploma. Il Protocollo spiega che i percorsi sperimentali “saranno caratterizzati dall’adozione della metodologia dell’alternanza formativa, basata su una forte integrazione fra per corso realizzato in azienda e percorso realizzato nell’istituzione formativa coinvolta” e punta molto sulla valorizzazione del percorso in azienda, che “si realizza principal mente attraverso il riconoscimento, da parte dell’istituzione formativa che rilascia il titolo finale di specializzazione tecnica superiore (Ifts) o di Master di 1° e 2° livello, di crediti formativi per le acquisizioni maturate in impresa, in progetti concordati fra impresa e istituzione formativa e realizzati con l’ausilio di un tutor aziendale che opera in collaborazione con il tutor dell’ istituzione formativa”. Le attività avranno durata biennale. Il titolo di studio e le eventuali ulteriori acquisizioni maturate nell’ambito del contratto di apprendistato saranno registrati sul “Libretto formativo del cittadino”, come previsto dall’articolo 2 comma i) del D.lgs. 276/03. Il progetto, si deve conclu dere entro il 30 giugno 2008. Per quanto riguarda l’apprendistato nell’Alta formazione, con la Deliberazione della Giunta Regionale 23 febbraio 2004, n. 59 la Regione Piemonte ha firmato l’adesione al Progetto interregionale “ALFA Alta Formazione Apprendistato”. Il progetto Interregionale ALFA è finalizzato allo studio per la definizione di un model lo di “via alta” dell’apprendistato attraverso una sperimentazione coordinata dalle Regioni in collaborazione con l’Isfol. La sperimentazione si sviluppa su due tipologie di azioni: i) azioni coordinate tra le Regioni per individuare una via sperimentale di alta formazione finalizzata al conseguimento di titoli di studio superiori (diploma di scuola secondaria superiore, percorsi IFTS, laurea “breve”) rivolta a persone in esercizio di apprendistato già in possesso di titoli di qualifica professionale o di maturità; ii) azio ni coordinate tra le Regioni per la gestione di scambi di apprendisti tra regioni in par ticolare nella fase di formazione professionalizzante. 2.3.5 Le ricadute dell’azione di sistema nazionale per l’apprendistato sui sistemi regionali Il ruolo del tutor Una ricaduta diretta dell’operato dell’azione di sistema nazionale lungo la pro grammazione 20002006 e che ha mantenuto una sua coerenza all’interno di entrambi i disegni regolativi dell’apprendistato (L. 196/97 e L. 30/03), è senz’al tro da riferirsi alla figura del tutor. L’azione di sistema ha svolto un ruolo di stan dardizzazione e di diffusione delle soluzioni adottabili per il dispositivo di tutorag gio che le Regioni confermano e pongono in risalto. 84 | 2 I RISULTATI Di fatto, si riscontra una complessiva uniformità all’interno dei sistemi regionali sia in senso operativo (ruolo dei tutor e sua formazione) che culturale, laddove esso viene rappresentato come figura cardine dell’organizzazione e dell’erogazione del servizio formativo e come elemento ponte fra le agenzie formative e le imprese. Il tutor viene interpretato dalle Regioni come elemento di garanzia della qualità della formazione on the job e pertanto in grado di promuovere, nella cultura delle imprese, l’adozione di modelli e metodi di formazione adeguata in grado di pro muovere la crescita dell’impresa nel suo complesso. Quest’ultima connotazione della figura del tutor si evince con maggiore chiarezza per la Regione Veneto che segue, nelle priorità della programmazione, l’obiettivo della cosiddetta “impresa formativa”. Si deduce, dal modello della Regione Veneto un rilevante lavoro di analisi e raccordo con il sistema produttivo che vede nel tutor uno strumento per promuovere processi di innovazione nel sistema delle imprese (promozione della cultura della formazione sviluppo di una politica di gestione delle risorse umane) e l’apprendimento organizzativo. Il sistema di monitoraggio Anche il monitoraggio nazionale rappresenta un dispositivo che si colloca lungo la programmazione nazionale senza sostanziali discontinuità. La costruzione del sistema di monitoraggio nazionale (a base regionale) è stata occasione di apprendimento e individuazione di soluzioni condivise, configurando idealmente il luogo in cui le differenze e i problemi trovavano una loro rappresentazione al tavolo nazionale per essere affrontate e risolte. La definizione di un architettura comune basata su standard condivisi che tenesse conto dell’organizzazione dei sistemi informativi regionali ha implicato un rilevante lavoro da parte di tutti gli attori (nazionali e regionali). Le ricadute operate dall’azione di sistema nazionale appaiono connesse ai seguenti elementi: • molti dei sistemi regionali hanno ormai un consolidato sistema di monitoraggio (su base provinciale) dell’apprendistato (in obbligo formativo, professionaliz zante e in riferimento alla sperimentazione dell’alto apprendistato); • il monitoraggio nazionale configura la base di rappresentazione per le ammini strazioni regionali dello stato dell’arte del dispositivo ed è valutato come un’op portunità di confronto e dialogo fra gli attori; • molti sistemi regionali hanno dotato la filiera dell’apprendistato di un sito web rivolto ad apprendisti e imprese che funge da sistema di sensibilizzazione e infor mazione, di raccolta di feedback e di promozione delle opportunità formative; • i sistemi regionali, sulla base di tale architettura, hanno realizzato dispositivi informativi che regolano tutti i flussi di informazione (fra Province, aziende, ser vizi per l’impiego, agenzie formative) e cominciano ad incrementare il sistema di monitoraggio con dispositivi informativi capaci di raccogliere ed analizzare | 2 I RISULTATI 85 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato le informazioni qualitative con particolare riferimento al profilo tipo degli apprendisti e alla valutazione espressa da parte delle imprese relativamente al funzionamento dell’organizzazione che le Regioni insieme alle Province hanno messo in campo. L’apprendimento organizzativo attraverso la costruzione di reti e comunità pro fessionali L’attività dell’azione di sistema per il supporto alla creazione di sistemi regionali per l’apprendistato ha optato per l’adozione di un metodo di intervento basato sulla rete di operatori che, creando una struttura regionale sempre più coesa, ha innescato un processo di arricchimento reciproco e di crescita di cultura collet tiva sulla base dello scambio negli incontri periodici e in occasioni di incontro e consultazione. Il rilancio dell’istituto di apprendistato, operato all’origine dalla L. 196/97, ha indotto nei sistemi regionali la creazione di un nuovo modo di pensare la gestio ne di tutte le attività inerenti l’apprendistato che fosse in grado di far dialogare tutti gli attori coinvolti, a partire dalle amministrazioni centrali fino alle parti socia li e le agenzie formative. Tale processo di apprendimento organizzativo ha infatti coinvolto, da una parte, le parti sociali che hanno esercitato un ruolo attivo, a partire dalla sperimentazio ne, nella programmazione e nella progettazione delle nuove attività formative e, dall’altra, il coinvolgimento delle agenzie formative chiamate ad assolvere un compito nuovo per la definizione degli approcci e delle metodologie formative. Il modello della rete ha sostanzialmente continuato a funzionare anche a seguito della riforma dell’istituto ai sensi della L. 30/03 anche se ha diretto il suo eserci zio prioritariamente verso l’apprendistato professionalizzante. Con riferimento all’alto apprendistato, il recentissimo avvio del processo consen te di ricostruire gli esiti in termini di apprendimento organizzativo in modo anco ra frammentario anche perché, come detto, si tratta di un modello di intervento in qualche modo “preiscritto” nel protocollo di intesa e che delega all’azione di sistema, attraverso il monitoraggio nazionale, l’esercizio di raccordo, di confron to e di rappresentazione di buone prassi e know how realizzate all’interno dei sistemi regionali avviati solo a partire dal 2004. L’apprendimento organizzativo come capacità di dialogo e adozione di logiche d’intervento bottom up Uno dei risultati principali in termini di ricadute dell’azione di sistema viene rap presentato nella capacità da parte dell’azione di sistema nazionale di creare occasioni di circolarità di buone pratiche e conoscenza fra le singole Regioni. Si pensi al riferimento rappresentato dalla PA di Trento quale buona pratica per 86 | 2 I RISULTATI l’apprendistato ex L. 196/97 a cui poi è seguito quello della Regione Friuli Vene zia Giulia. Nel 2002, quando i sistemi regionali per l’apprendistato potevano dirsi consoli dati sulla base del disegno formulato dalla L. 196/97, sussistevano ancora rela tivi problemi in ordine alla loro uniformità. La questione dell’omogeneità si riscon trava soprattutto in riferimento: a) alla definizione degli standard degli obiettivi delle attività formative a copertura di tutti i settori economici definiti per l’istituto (al 2002 erano completi solo i settori meccanico, edile, commercio, turismo ed era in completamento il settore tessile); b) rispetto alla questione della certifica zione e della permanenza di aree di ambiguità definitoria circa le qualifiche con trattuali e le qualifiche rilasciate in esito al percorso formativo. Benché l’architettura del sistema di certificazione (anche grazie ai lavori dell’azio ne di sistema del PON e del progetto interregionale “competenze”) abbia conse guito la definizione del Libretto formativo del cittadino e alla standardizzazione dei percorsi formativi del canale di istruzioneformazione (dirittodovere), rimane ancora aperta la questione del repertorio nazionale delle professioni. Come emerge dalle interviste ai referenti regionali, è stato molto utile lo scambio di esperienze e di trasferimento di know how da parte delle Regioni che, per necessità legate ai fabbisogni territoriali, hanno proceduto ad una definizione e standardizza zione dei dispositivi dell’apprendistato e questi hanno influenzato, in misura non irri soria, la standardizzazione nazionale. Ad esempio, nel caso della definizione e distin zione fra formazione formale e non formale, il Veneto (insieme alla Liguria) ha forni to una definizione di riferimento anche per tutte le altre Regioni. Un’altra importante ricaduta si evince nel lavoro operato, a partire dal 2003, dal tavolo nazionale per l’apprendistato professionalizzante (art. 49) che, presentando un luogo sistematico e continuativo di confronto, ha contribuito a sviluppare la capacità delle singole regioni nella messa a punto del proprio sistema anche in una logica di benchmarking. Le buone pratiche individuate hanno successivamente trovato una contestualizzazione specifica nel quadro di una cornice condivisa. La diffusione e promozione di modelli di governance RegioneParti Sociali Una delle caratteristiche più evidenti dell’apprendistato risiede nel potenziamento del ruolo delle parti sociali. Nei sistemi regionali esaminati, l’istituto dell’apprendi stato si poggia su una forte concertazione con le parti sociali anche in quelle regio ni dove la concertazione non ha rappresentato, storicamente, una prassi consoli data. Si deve considerare che la concertazione e il partenariato sociale sono prin cipi sottesi già al disegno dell’istituto dell’apprendistato della L. 196/97 e comun que, al di là dello specifico tema dell’apprendistato, rappresentano prassi consoli date nei processi di programmazione e attuazione delle politiche regionali. | 2 I RISULTATI 87 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Ma rimanendo nell’ambito dell’apprendistato, nel 1996 viene istituito fra le parti sociali, con la partecipazione attiva delle Regioni, un Comitato nazionale di con certazione delle politiche di formazione professionale presso il Ministero del Lavoro83. A tale assetto concertativo si aggiunge la sempre maggiore importan za assunta dal Coordinamento delle Regioni che tra il 1996 e il 1997 si dota di un coordinamento tecnico permanente84. I rapporti tra governo, regioni e parti sociali hanno portato alla costituzione di due strutture dedicate all’organizzazione dell’apprendistato ex L. 196/97: (a) il Comi tato nazionale di coordinamento delle sperimentazioni sull’apprendistato che è nominato dal Ministero del Lavoro ed è composto da rappresentanti dello stes so Ministero, del Ministero della Pubblica Istruzione, delle Parti Sociali, del Coor dinamento delle Regioni con l’assistenza tecnica dell’Isfol; (b) il coordinamento interregionale per l’apprendistato che è nominato dal Coordinamento delle Regioni ed è formato dai rappresentanti delle Regioni che hanno aderito ai pro getti di apprendistato. Quindi l’azione di sistema nazionale, nel periodo di programmazione precedente al 2003 ha in qualche modo favorito la relazione fra le parti sociali e la program mazione regionale promuovendone il ruolo portante all’interno delle dinamiche di sensibilizzazione, motivazione e di regolazione verso le imprese. Per quanto riguarda l’apprendistato disegnato dalla L. 30/03 ed, in particolare, per l’appren distato professionalizzante, si è assistito nel corso degli ultimi due anni ad un’at tività rilevante, anche sotto il profilo del dibattito sulla regolazione, da parte delle parti sociali. Il monitoraggio effettuato dal Ministero del Lavoro85 sul ruolo della contrattazio ne nella realizzazione della riforma Biagi, rileva come per l’apprendistato profes sionalizzante, anche in presenza di incertezza del quadro normativo regionale nel periodo di prima applicazione della disciplina, non abbia scoraggiato le parti sociali ad intraprendere iniziative di partecipazione attiva alla implementazione dell’istituto. 83 Gli accordi tra le parti sociali e il Governo in materia di formazione professionale sono stati molto importanti per la definizione dell’istituto di apprendistato che si realizza nel solco del Protocollo di intesa tra sindacati, organizzazioni imprenditoriali e Governo del Luglio 1993 su “Politiche dei red diti e della occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al siste ma produttivo”. Da questo accordo deriva, infatti, la costituzione degli Enti Bilaterali quale struttu ra permanente tra le parti sociali con compiti di intervento nella definizione di regole relative ai diversi contratti di apprendistato e di organizzazione e monitoraggio nelle diverse regioni. 84 Il livello tecnico del Coordinamento delle Regioni si struttura definitivamente nel 1996, mentre nel 1997 nasce Tecnostruttura con compiti di supporto tecnico scientifico al coordinamento tra le Regio ni in materia di formazione professionale e politiche del lavoro. 85 MLPS Direzione Generale della tutela delle condizioni di lavoro, Il ruolo della contrattazione collet tiva nella riforma Biagi, Roma 2004. 88 | 2 I RISULTATI La consapevolezza del valore strategico dell’integrazione delle parti sociali nella programmazione, si riscontra dal fatto che tutte le Regioni campione si sono dotate di apposite strutture di governo del sistema allargate alle parti sociali e agli attori del territorio e apprezzano la logica della concertazione come modalità irri nunciabile di governo della filiera. Può dirsi in fase di avanzato consolidamento il risultato in termini di lavoro istituzionale (intrapreso dal Ministero del Lavoro) nella concertazione e sui singoli territori regionali ai fini della costituzione di un sistema nazionale integrato, condiviso e partecipato. 2.3.6 Criticità e fabbisogni espressi dalle regioni Il processo di messa a punto e stabilizzazione del quadro normativo delineato dal decreto attuativo 276/03 ha presentato diversi passaggi critici che hanno investito la relazione nazionaleregionale e di conseguenza anche l’esercizio dell’azione di sistema nazionale. Ora che il processo di regolazione può dirsi stabilizzato sembra rinnovarsi la necessità di superare quelle criticità che anco ra permangono per consolidare il sistema di apprendistato nelle tre tipologie. Ognuna delle tre tipologie di apprendistato ha presentato specifiche criticità in ordine alla regolazione, all’intreccio dell’apprendistato con la regolazione attua tiva del diritto dovere che ha subito forti ritardi e la capacità di seguire la speri mentazione dell’alto apprendistato in ordine alla sua rappresentazione (in termi ni di soluzioni adottate dai diversi sistemi regionali) per dare avvio alla costru zione del sistema. L’azione di sistema nazionale per l’apprendistato ha affrontato alcune criticità nello sforzo di mantenere visibilità e ruolo nell’ambito di una filiera fondata sulla governance locale (regioni, province, parti sociali, imprese, agenzie formative) in cui la logica concertativa dovrebbe tendere e uniformarsi alla standardizzazione nazionale sulle qualifiche, sugli standard formativi e sui dispositivi (piano forma tivo individuale, formazione interna ed esterna, certificazione, ecc.). In qualche misura, l’azione di sistema si è collocata nella funzione di coniugare istanze divergenti e spesso in contrasto dialettico relativamente a competenze, ruoli e primato sull’individuazione di soluzioni. Si tratta di ricollocare le expertise dell’azione di sistema che è stata principal mente finalizzata verso l’apprendistato professionalizzante, nelle altre due tipolo gie di apprendistato. È auspicabile che l’azione di sistema venga chiamata, anche a seguito del lavoro di monitoraggio realizzato per l’apprendistato in dirit todovere, a svolgere il suo ruolo di supporto allo sviluppo di know how. Inoltre si evidenzia la possibilità di un ruolo di promozione dell’apprendistato in diritto dovere verso le imprese che mostrano scarso gradimento verso tale tipologia. Per l’Alto apprendistato, il contributo richiesto in prospettiva all’azione nazionale è di supportare il superamento della logica di “laboratorio” che il modello del proto | 2 I RISULTATI 89 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato collo di intesa porta inevitabilmente con sé. Si vuol qui fare riferimento alla neces sità di configurare un modello a rete degli operatori che, attraverso un coordina mento congiunto (e la Cabina di regia nazionale va in quella direzione), individuino i passaggi nodali per superare la fase sperimentale e mettere a regime il sistema. Inoltre, sull’apprendistato professionalizzante, è noto come il modello di gover nance debba affrontare il nodo rappresentato dalla certificazione di competenze; la stessa normativa non ha sostenuto tale processo di integrazione lasciando nelle facoltà del datore di lavoro il compito di riconoscere o meno la qualifica al termine del contratto. A partire da ciò, si sottolinea la necessità, al fine di garan tire la sostenibilità della nuova programmazione 20072013, di prevedere che la programmazione nazionale supporti le Regioni nel consolidamento di un proces so di integrazione dei diversi attori. Nel corso delle interviste condotte nel contesto della presente ricerca, i referenti regionali hanno espresso la necessità condivisa di avere a disposizione azioni di sistema nazionali che, complessivamente, consolidino e riconfermino, per la pro grammazione 20072013, le linee di azione attualmente previste. In un quadro in cui le Amministrazioni regionali si trovano a gestire una forte autonomia nella messa a punto dei rispettivi sistemi formativi, un programma organico di inter venti nazionali offrirebbe l’opportunità di ottimizzare le potenzialità offerte dai processi devolutivi in atto. Ciò in ordine ai rispettivi ambiti: • promozione di azioni di accompagnamento alla costruzione di sistemi locali che abbiano, nei tratti fondamentali, forti elementi di omogeneità nella garan zia della spendibilità delle conoscenze dei lavoratori garantendone i diritti di cittadinanza; • il mantenimento e lo sviluppo di un luogo di confronto proficuo tra i diversi refe renti regionali che permetta uno scambio di esperienze e crei le occasioni per l’individuazione di soluzioni condivise ai problemi comuni; si fa riferimento al repertorio dei profili professionali quale compito prioritario della prossima pro grammazione; • l’organizzazione e animazione di una comunità professionale che, seppur nel turn over degli attori, costituisca un punto di riferimento per i singoli operatori; • il consolidamento dei canali di comunicazione tra amministrazioni locali e mini steri per ottimizzare la programmazione delle policies e in un quadro coerente di costruzione del sistema paese. 2.3.7 I risultati del focus locale: il sistema di apprendistato nella Provincia di Pistoia La ricostruzione del sistema di apprendistato nella programmazione della Provin cia di Pistoia viene effettuata dall’anno 2001, anno in cui si realizza la concreta delega alle Province Toscane per l’attuazione dell’istituto di apprendistato così come disposto dall’art. 16 della L. 196/97. 90 | 2 I RISULTATI Per lo sviluppo della programmazione, gli intervistati e nello specifico il dirigente del Servizio fa esplicito riferimento ad un complesso e importante percorso di concer tazione con le Parti sociali e le agenzie formative. Si individua nella Commissione Provinciale Tripartita il soggetto trainante di tale programmazione preposto all’ela borazione della strategia e alla risoluzione di problemi specifici relativi al contesto provinciale. In particolare si fa riferimento alla risoluzione dei seguenti nodi: • stabilire i criteri di programmazione provinciale dell’apprendistato tenendo conto della sua integrazione nelle policies di istruzione, formazione e lavoro, con particolare riferimento alle caratteristiche della fascia di utenza; • individuare i canali di destinazione dei fondi; • individuare i settori economici provinciali maggiormente indicati ad assorbire l’offerta di apprendisti; • mediare fra caratteristiche del contesto provinciale (fabbisogni, capacità orga nizzativa, diffusione di una nuova “cultura” dell’apprendistato verso le impre se, preparazione delle agenzie formative ad una nuova tipologia di offerta, ecc.) e indirizzi regionali (regolazione, dialogo con le parti sociali) a sua volta influen zata dai processi implementativi di livello nazionale. La strategia della programmazione della Regione Toscana che, a partire dagli anni 1999/2000 si era data un’organizzazione fortemente integrata86 (accredita mento delle agenzie formative per l’apprendistato, istituzione di un sistema su base provinciale del sistema di monitoraggio che, come noto, confluisce nel rap porto annuale nazionale curato dall’Isfol), aveva indicato, per la programmazione provinciale, le seguenti priorità per l’apprendistato: • apprendistato in obbligo formativo; • apprendistato per utenti che, pur avendo assolto l’obbligo, erano in possesso di titoli di studio deboli. Tali priorità sono state recepite dalla Provincia di Pistoia e inserite nella program mazione provinciale. In tale quadro, l’assetto organizzativodecisionale adottato dalla Provincia, sulla base della Commissione Tripartita, ha individuato al suo interno, per la risoluzione dei problemi operativi: una sotto commissione con compiti di analisi e individuazione di opportunità e problemi; diversi tavoli tecni ci con il compito di individuare i settori prioritari ed adottare specifiche soluzioni per superare le diverse criticità derivate dalla relazione tra il nuovo istituto di apprendistato e la tipologia di utenza. 86 Il primo piano regionale triennale per la formazione è istituito con la Delibera del Consiglio Regio nale 251/96. Gli indirizzi per la scelta dei settori e delle figure professionali relative al piano delle attività formative in apprendistato risale al 2000 con la Delibera di Giunta Regionale 297 del 14/03/2000. Entrambe le norme fanno riferimento alla Legge Quadro Regionale n° 52/98 poi rive duta e ulteriormente ampliata dalla 32/2002 da cui discende l’attuazione della formazione in appren distato disciplinata dal Regolamento regionale n° 47 del 08/08/03. La Legge regionale per l’appren distato è la 20/2005 che ha messo a regime l’apprendistato definito dalla L. 30/03. | 2 I RISULTATI 91 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Sono stati individuati 14 settori economici provinciali raggruppati in 4 macroset tori che rappresentano gli ambiti di intervento della programmazione provincia le per l’apprendistato. La natura del dispositivo che per la prima volta introdu ceva il cambiamento (anche di ricaduta culturale sulle imprese) dell’obbligato rietà della formazione esterna, ha prodotto un cambiamento nell’assetto con certativo della programmazione provinciale: il riferimento esplicito è alla concer tazione sulla formazione in apprendistato che ha riguardato anche per il tavolo provinciale per le attività produttive, l’occasione per un’ulteriore coesione degli attori in un processo di governance per l’integrazione delle policies e della pro grammazione. Tale processo di concertazione ha portato la Provincia di Pistoia ad elaborare, per ogni anno, un piano delle attività formative in apprendistato e la diffusione di procedure snelle per le imprese e le agenzie formative. Per i primi tre anni di pro grammazione, ovvero quella che riferisce l’apprendistato alla L. 196/97, la Pro vincia di Pistoia ha costruito il sistema di apprendistato sulla base di un’offerta formativa realizzata da agenzie formative accreditate e attraverso un catalogo formativo a cui gli utenti accedono attraverso voucher. La Provincia ha scelto di lasciare l’apprendista libero di scegliere l’agenzia formativa. Per i primi 3 anni di programmazione (fino al 2003) sono stati erogati 670 voucher mentre nell’anno 2004/2005 ne stati erogati 2000. L’indirizzo guida della Regione Toscana (confermato dalla Provincia di Pistoia) all’avvio della L. 30/03 che, come noto consente di realizzare la formazione del l’apprendista anche all’interno delle imprese, è stato quello di continuare a pro muovere la formazione esterna presso le agenzie accreditate proprio per l’avve nuto consolidamento delle expertise nel realizzare una formazione tarata su una particolare tipologia di utenza e per la garanzia di qualità richiesta ai corsi funzio nali ad un contratto ad alto tasso di mortalità. Nel caso l’impresa sia in grado di realizzare la formazione interna, le procedure della Provincia di Pistoia prevedo no la validazione presso l’impresa del piano individuale previsto dal D.lgs. 276/03 e l’ottemperanza da parte delle imprese erogatrici agli standard di qualità previ sti per le agenzie formative accreditate. Per volontà dell’Assessorato Provinciale il blocco di competenze di area comu ne dei percorsi integrati di istruzione e formazione professionale, previsti dalla sperimentazione della L. 53/03, sono stati inseriti anche nell’apprendistato in diritto dovere previsto dalla normativa nazionale. L’elaborazione del piano provinciale ha richiesto il coinvolgimento di tutto il siste ma integrato provinciale e quindi del sistema dell’istruzione, della formazione del lavoro e del supporto delle parti sociali. 92 | 2 I RISULTATI Un esempio di percorso concertativo e di governance: la programmazione 2005/ 2006 Il percorso svolto per conseguire la predisposizione del piano provinciale per l’of ferta formativa in apprendistato, è iniziato nel mese di marzo 2005. Esso ha visto una prima fase di concertazione con la Commissione Provinciale Tripartita attra verso il confronto che è iniziato sulla condivisione dei contenuti e sull’interpreta zione della nuova normativa. Il tavolo provinciale si è poi concentrato sui conte nuti dei moduli formativi, considerando l’utenza estremamente differenziata in ordine alle competenze di base. È stata costituita una sottocommissione all’in terno della Commissione Tripartita di cui sono parte l’Amministrazione provincia le, le associazioni di categoria e le organizzazioni sindacali in modo da rappre sentare i diversi interessi coinvolti. Questa sottocommissione si è riunita nel periodo da aprile a giugno 2005 raggiungendo importanti obiettivi confluiti suc cessivamente nella costruzione del piano provinciale: 1 la condivisione delle linee interpretative del testo normativo; 2 la presa d’atto della necessità di garantire l’offerta formativa a tutti gli appren disti; 3 la valorizzazione del percorso formativo dal punto di vista dei livelli qualitativi dell’offerta; 4 l’individuazione di un sistema di offerta formativa in grado di interessare tutti i settori produttivi; 5 la riduzione della frammentazione degli interventi basati esclusivamente su set tori produttivi e l’adozione dell’approccio progettuale per famiglie professionali. Sono stati definiti cinque ambiti di intervento in modo da ottenere raggruppa menti di competenze comuni spendibili in più settori. Gli ambiti su cui viene orga nizzata la formazione sono: amministrazione e gestione, commercio e vendita, progettazione, ricerca e sviluppo, programmazione della produzione, manuten zione e produzione di beni e servizi. La proposta, che è stata poi approvata dalla Commissione Tripartita, è stata dif fusa alle agenzie formative accreditate all’inizio del mese di luglio in modo da integrarle nel nuovo sistema organizzativo. Apprendistato in DirittoDovere La programmazione provinciale ha utilizzato l’esperienza e la sperimentazione realizzata sulla base di un’attività di integrazione tra istituti secondari superiori e agenzie formative accreditate che avevano già avviato una percorso rivolto a ragazzi in abbandono scolastico, per i quali sono stati elaborati moduli formativi specifici. L’organizzazione della sperimentazione è avvenuta attraverso la costi tuzione di comitati di progetto e la formazione delle competenze di base e viene realizzata in integrazione con il sistema di istruzione per la certificazione di com petenze. | 2 I RISULTATI 93 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato Apprendistato professionalizzante La formazione è così organizzata: 40 ore con competenze comuni a tutti gli ambi ti individuati, obbligatoria per gli apprendisti maggiorenni e privi di titolo di studio, che riguarda l’eventuale recupero di conoscenze linguistico matematiche, i com portamenti relazionali, le conoscenze organizzative e gestionali, le conoscenze economiche di sistema e di settore aziendale. È prevista, inoltre, una formazione tecnico professionale di 80 ore, centrata sull’acquisizione di competenze che costituiscono i requisiti di occupabilità. I moduli a carattere professionalizzante di tipo tecnico scientifico e operativo sono differenziati in funzione delle singole figu re professionali con riferimenti anche ai temi della sicurezza sul lavoro e dei mezzi di protezione individuali proprie della specifica figura professionale. I giovani in possesso di un diploma o una laurea partecipano ad un percorso di 80 ore per le competenze tecnicoprofessionali. La formazione intersettoriale specialistica è finalizzata ad accrescere ed a potenziare le abilità ed il bagaglio di competenze linguistiche e informatiche. Dopo il primo anno è prevista per gli utenti maggiori di 18 anni la formazione a distanza secondo le modalità struttu rate dalla Regione Toscana attraverso la rete di teleformazione TRIO. La forma zione sul lavoro è centrata sull’acquisizione e consolidamento in azienda di abi lità tecniche e operative con la previsione della certificazione degli apprendimen ti. È prevista la formazione di tutor aziendale fino a 8 ore. La governance e la costruzione della comunità professionale Gli attori intervistati (Direzione dell’Ufficio di programmazione provinciale, parti sociali, agenzie formative, CPI) rilevano come la buona governance operante nella provincia sia frutto di un percorso costante di integrazione di tutti gli attori nella partecipazione alla costruzione del sistema. Si tratta di un percorso di apprendimento organizzativo in cui gli attori hanno individuato problemi e solu zioni, apportando ognuno specifiche expertise operative di riferimento. Da tale processo derivano ricadute importanti sia sulle agenzie formative che oggi offrono una formazione standardizzata e di qualità, sia sulle imprese che, grazie alla mediazione (culturale, di promozione e di risoluzione) operata dalle Associa zioni di categoria, partecipano in misura sempre maggiore all’apprendistato. L’organizzazione della Provincia di Pistoia ha previsto la costituzione di due tavo li tecnici: • un tavolo tecnico di progettazione dei contenuti formativi e modalità per la cer tificazione finale del percorso dell’apprendistato di cui sono parte i servizi per l’impiego, il sistema della formazione e le agenzie accreditate; • un tavolo tecnico per gli standard organizzativi e procedurali: questo interessa in modo particolare le aziende, perché elabora le indicazioni precise sugli aspetti procedurali, le responsabilità e competenze dei singoli soggetti, il con trollo e il monitoraggio delle attività formative. 94 | 2 I RISULTATI Il riconoscimento di nuovi profili professionali per l’apprendistato professionaliz zante La Regione Toscana ha il merito di essere intervenuta legislativamente in modo compiuto in materia di apprendistato professionalizzante con riferimento ai setto ri coperti dai contratti collettivi relativamente alla determinazione dei profili profes sionali. Attualmente se nel contratto collettivo mancano nuovi profili professiona li, intervengono i regolamenti regionali di sperimentazione attraverso un apposito atto. La Regione Toscana sta adeguando il proprio repertorio considerando ciò che è stato approvato dai contratti collettivi (recepiti dalla legge regionale), ma si rileva la necessità di poter usufruire di una maggiore assistenza da parte dei Ser vizi per l’Impiego del sistema della formazione al fine di giungere al riconoscimen to di eventuali nuovi profili professionali senza impedire il percorso di apprendista to qualora non coincidessero con le corrispondenti qualifiche previste. I rapporti con le aziende e il tasso di mortalità del contratto di apprendistato Si rileva ancora una certa frammentazione nei rapporti con le aziende. Infatti il tessuto provinciale è fortemente parcellizzato (il 57% delle aziende ha forma giu ridica di Ditta individuale) con la conseguente difficoltà di realizzare la formazio ne interna ed esterna e comunque di accedere a tale tipo di contratto nonché i relativi problemi di copertura del numero potenziale di apprendisti e il permane re di un abbandono che si attesta intorno al 30%. I partecipanti al focus provinciale rivendicano comunque il valore aggiunto offer to con la programmazione provinciale in relazione al profondo cambiamento cul turale da parte delle imprese e per connotare la formazione obbligatoria come valore aggiunto per la loro organizzazione in termini di personale complessiva mente più qualificato. Si individua come linea risolutiva di una migliore relazione con il tessuto produttivo locale, l’opportunità di interessare tutti i settori produt tivi e più specificatamente di considerare, come strumenti operativi, sia il piano annuale per la formazione esterna che il piano formativo individuale per la forma zione interna all’azienda, collegando la stessa formazione esterna al percorso formativo previsto all’interno della azienda mediante i tutor. | 2 I RISULTATI 95 2.3 L’Azione di Sistema Nazionale per l’Apprendistato 2.4 L’AZIONE DI SISTEMA NAZIONALE PER L’OBBLIGO FORMATIVO E IL DIRITTODOVERE ALL’ISTRUZIONE E FORMAZIONE Fonti Per l’azione di sistema nazionale: intervista a G. Allulli (ex Dirigente Area Sistemi For mativi dell’Isfol) e ad E. Crispolti (Ricercatore Area Sistemi Formativi dell’Isfol). Documentazione consultata: Rapporti di monitoraggio qualitativo (aggiornati semestral mente) del PON obiettivo 3, RAE dal 2000 a 2004 del PON obiettivo 3; Rapporti di Monitoraggio per l’obbligo formativo dal 2000 ad oggi e per i percorsi triennali speri mentali in diritto dovere dal 2004 ad oggi. Principali prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale Per i sistemi regionali: intervista a C. Balboni e C. Bertelli (Regione Emilia Romagna); A. Amodeo (Regione Toscana); R. Vicini e W. Terreni (Regione Lombardia); P. Turri, S. Tre visanato (Regione Veneto). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione inter media e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004, Rapporti di moni toraggio regionali sullo stato di attuazione dell’Obbligo formativo e del DirittoDovere; archivi normativi regionali, siti WEB regionali dedicati all’OF e DirittoDovere, Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Al focus group a livello locale hanno partecipato i seguenti referenti: per la Provincia di Pistoia Traverso Enza (P.O. Istruzione), Colli Francesca Beatrice (Coordinatrice del Ser vizio obbligo formativo), Benesperi Emanuela tutor dell’obbligo formativo, Malavolta Ylenia tutor dell’obbligo formativo, Palmieri Enrica rappresentante dell’Istituto Pro fessionale “Sismondi Pacinotti”, Federici Rita Maria rappresentante dell’Istituto Pro fessionale “Sismondi Pacinotti”, Rafanelli Chiara rappresentante del Consorzio Platform (agenzia formativa), Corrieri Barbara rappresentante Ente Camposampiero (agenzia formativa), Promavera Annalisa rappresentante Servindustria Pistoia (agenzia formativa), Evangelista Luisa rappresentante IPSCT “L. Einaudi”, Pacifici Lorenzo rappresentante dell’Osservatorio Scolastico Provinciale di Pistoia. 2.4.1 Dall’obbligo formativo al dirittodovere all’istruzione e formazione La riforma dell’obbligo formativo (art. 68 della L. 144/99) si inserisce nel comples so quadro delle riforme del sistema di istruzione e formazione già delineate negli impegni del Patto sociale per lo sviluppo e l’occupazione del 1° febbraio 1999, più noto come «Il Patto di Natale ’98», che ha promosso importanti cambiamenti strutturali per il tema dell’istruzione, quali: • l’elevamento dell’obbligo di istruzione a 15 anni; 96 | 2 I RISULTATI • l’obbligo di partecipazione ad attività formative sino a 18 anni; • l’istruzione e formazione tecnica superiore. L’approvazione dell’articolo 68 della L. 144/99 ha introdotto in Italia l’obbligo for mativo, ovvero l’obbligo a frequentare attività di formazione fino al compimento dei 18 anni, all’interno di tre percorsi possibili: la scuola, la formazione professio nale, l’apprendistato. La scelta (non irreversibile considerata la possibilità di pas saggio tra i tre canali) viene compiuta al compimento del 15° anno di età, ovvero al termine dell’obbligo scolastico (innalzato di un anno rispetto all’impianto rego lativo precedentemente in vigore). L’obiettivo perseguito è duplice: aumentare il livello culturale e professionale di base delle giovani generazioni e garantirne l’ac quisizione di competenze durevoli riattivabili nel corso della vita attraverso rinno vati cicli di formazione nei centri di educazione degli adulti87. La ricostruzione degli aspetti programmatici impliciti e sottesi alla riforma88, pone l’obbligo formativo come policy in grado di aprire la scuola e il sistema della forma zione iniziale alla società del lavoro e della produzione, e quindi di finalizzarne la mis sione a nuove esigenze (una scuola non più distante ma capace di rispondere ai fabbisogni di professionalità), senza per questo dimenticare il ruolo educativo e di formazione del cittadino che è da sempre alla base del concetto di scuola moder na. Inoltre, la riforma dell’obbligo formativo si è collocata nel quadro delle riforme di quel periodo, ovvero l’autonomia delle istituzioni scolastiche, il riordino dei cicli sco lastici (che è successiva all’obbligo e lo ratifica in toto), la riforma dei saperi e dei curricola, che rappresentano il passaggio da una vision fondata sul successo sco lastico ad una fondata sul successo formativo, dotando le politiche per la preven zione della dispersione scolastica di un ampio ventaglio di strumentazioni. La riforma è stata completata dall’Accordo StatoRegioni del 2 marzo 2000 che considera, fra le sue priorità, la necessità di stabilire un forte coordinamento fra istituzioni nazionali, regionali e enti locali e fissa criteri di riferimento univoci per tutto il territorio nazionale in materia di assolvimento dell’obbligo di frequenza di attività formative in conseguenza di una programmazione concordata fra tutti i soggetti coinvolti ed una concertazione interistituzionale volta ad ottimizzare l’uti lizzazione delle risorse a disposizione. I punti cardine del sistema previsto e condiviso si articolano in: • percorsi regionali articolati in cicli formativi, dotati di misure di accompagna mento volte a favorire l’inserimento professionale dei giovani tenendo conto delle peculiarità occupazionali locali, utilizzando, fra l’altro, anche il canale del l’apprendistato; 87 Capaldi D. (a cura di), Obbligo scolastico e obbligo formativo; Sistema italiano e confronto europeo In “Studi e documenti degli Annali della Pubblica Istruzione” n. 92/93, Le Monnier, Roma 2001. 88 Aspetti riconducibili alla cosiddetta “teoria del programma” come metodo di analisi e di lettura di un programma o di una riforma. Cfr. paragrafo 1.2 del presente Volume. | 2 I RISULTATI 97 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione • l’adozione di standard formativi omogenei in tutto il territorio nazionale ed ade guatamente certificati che siano adeguati alla personalizzazione dei percorsi (fondata sulle specificità soggettive); • la creazione di un sistema di rete di comunicazione, operante a livello regiona le e interregionale, di notizie e informazioni utili per i giovani soggetti ad obbli go formativo fra scuole, agenzie formative e i servizi per l’impiego; • la promozione di intese fra regioni, province delegate e amministrazioni scola stiche volte a favorire l’integrazione fra percorsi scolastici e di formazione pro fessionale; • la creazione di un sistema di monitoraggio effettuato dalle regioni, province e comuni sulla realizzazione degli interventi, sul livello qualitativo dei cicli formati vi svolti nonché sull’incidenza dei medesimi sui livelli occupazionali. Per la prima volta nel paese si realizza un effettivo canale duale in cui istruzione e formazione vengono ad assumere eguale importanza e dignità. Come vedremo, la normativa successiva concernente il riordino dei cicli dell’istruzione secondaria supe riore (attraverso la legge Berlinguer), conferma tale principio e ratifica l’impostazione dell’obbligo formativo laddove prevede espressamente che nella «nuova scuola» vi sia un passaggio semplificato fra scuola e formazione professionale prevedendo il riconoscimento di crediti formativi nell’una e nell’altra struttura. In tal senso si apre la prospettiva di una maggiore flessibilità nel ventaglio di opportunità che lo studente ha a disposizione in base al proprio percorso e in relazione alle proprie scelte. Anche il DPR n. 257 del 12 luglio 2000, che attua la L. 144/99 sancisce questa filosofia riformatrice e stabilisce, inoltre, che le istituzioni scolastiche89 sono dele gate alla progettazione di percorsi formativi integrati da realizzare in convenzione con agenzie di formazione professionale o con altri soggetti pubblici e privati. Le tipologie fondamentali dei percorsi formativi integrati promossi dalle istituzioni scolastiche sono: 1 i percorsi con integrazione curricolare90, in esito ai quali si consegue il diploma di istruzione secondaria superiore e una qualifica professionale; 2 i percorsi con arricchimento curricolare91 in esito ai quali si consegue il diploma di istruzione secondaria superiore e la certificazione di crediti spendibili nella formazione professionale. Per tali percorsi vengono predisposte certificazioni approvate e condivise da pro tocolli di intesa fra i Ministri della Pubblica Istruzione e del Lavoro, sentita la Con 89 Sulla base delle intese di cui all’articolo 6, comma 1, del regolamento emanato con decreto del Mini stro della Pubblica Istruzione 9 agosto 1999, n. 323, e nel quadro della programmazione dell’offerta formativa integrata di cui all’articolo 138, comma 1, lettera a) del D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 112. 90 A norma dell’articolo 8, comma 5, del Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275. 91 A norma dell’articolo 9, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275. 98 | 2 I RISULTATI ferenza unificata Stato Regioni (città ed autonomie locali). L’obbligo formativo può essere assolto, inoltre, all’interno del percorso di apprendistato92 attraverso la fre quenza di moduli formativi aggiuntivi per la durata di almeno 120 ore annue da svolgersi presso agenzie formative accreditate in base agli accordi con le organiz zazioni sindacali. Per l’espletamento di tale opzione formativa, il Ministero del Lavoro ha nominato un’apposita commissione93 per la definizione di obiettivi, cri teri generali e contenuti per lo svolgimento dei moduli formativi aggiuntivi, nonché standard formativi minimi necessari ad assicurare omogeneità nazionale ai per corsi formativi. Le conoscenze, competenze e abilità acquisite nel sistema della formazione professionale, nell’esercizio dell’apprendistato, per effetto dell’attività lavorativa o per autoformazione, costituiscono crediti per l’accesso ai corsi di istruzione secondaria superiore. La potestà normativa in materia di obbligo formativo è in capo a più soggetti: lo Stato, le Regioni e gli enti locali. È un intreccio istituzionale che rende poco prati cabile la netta separazione tra attività da realizzare nell’ambito del sistema di istru zione, nell’apprendistato o nel sistema della formazione professionale. Ogni fase attuativa, a partire dall’orientamento, richiede la collaborazione di più soggetti che devono integrare le rispettive competenze. Per questo motivo, l’accordo sancito dalla Conferenza unificata il 2 marzo 2000 indica gli obiettivi condivisi e le moda lità per realizzarli, con il coinvolgimento di enti locali, scuole, agenzie formative accreditate, servizi per l’impiego, forze sociali e aziende. La stessa struttura di implementazione dell’obbligo formativo è concepita all’in terno di una rete territoriale promossa e sostenuta dalle Regioni e dagli enti loca li94. Le Regioni e le Province (progressivamente soggette alla delega attuativa), vengono poste a presidio della policy con compiti di programmazione e di indiriz zo per il territorio di loro competenza. Un ruolo molto importante è delegato alle Province, in considerazione della centralità che assumono i servizi per l’impiego, quale punto di snodo tra i percorsi dell’istruzione, della formazione professionale e dell’apprendistato. L’attore cardine del sistema è l’istituzione formativa che pro getta ed eroga le attività mentre ai servizi per l’impiego (decentrati e posti nell’al veo del governo provinciale) spetta la rilevazione delle scelte operate dai giovani (per il proseguimento degli studi nel canale dell’istruzione ovvero l’inserimento nel canale della formazione professionale o l’accesso all’apprendistato) attraverso l’a nagrafe regionale. L’anagrafe viene concepita come uno strumento per il control lo informativo e come dispositivo che indirizza e promuove la reciproca collabo 92 Come disciplinato dall’articolo 16 della L. 24 giugno 1997, n. 196, e successive modificazioni e dai relativi provvedimenti attuativi. 93 Decreto del MLPS 20 maggio 1999. 94 Ricordiamo qui che il D.lgs. n. 469 del 23 dicembre 1997, adottato in base alla delega contenuta nella L. 59 del 15 marzo 1997 (“legge Bassanini”) ha conferito alle Regioni e agli enti locali le fun zioni e i compiti relativi al collocamento e alle politiche attive del lavoro, per istituire un comples so di servizi ed organismi, costituenti in ogni Regione il “sistema regionale per l’impiego”. | 2 I RISULTATI 99 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione razione fra istituzioni scolastiche, servizi per l’impiego ed enti locali. I servizi per l’impiego hanno poi il compito di organizzare interventi di informazione, orienta mento e tutorship attraverso attività di accoglienza, informazione e orientamento. L’istituzione dell’anagrafe regionale e delle banche dati provinciali assicura la rete di comunicazione tra i diversi soggetti coinvolti nella attuazione dell’obbligo for mativo espressamente prevista dalla legge. La condivisione del sistema informa tivo per l’istituzione delle anagrafi e per l’organizzazione delle banche dati relative all’offerta scolastica, alla formazione professionale e all’apprendistato è condizio ne essenziale per una compiuta ed efficace attuazione della riforma. Dall’analisi dei dispositivi regolativi sopra illustrati, si comprende come vi sia stata la volontà, nel disegnare la riforma, di superare le tradizionali impostazioni secondo le quali la formazione professionale e l’apprendistato rappresentavano percorsi formativi di basso profilo, riconoscendo il valore positivo del “lavoro” nello sviluppo della personalità dell’allievo che, attraverso l’accesso alla cultura del «fare» e del «saper fare» acquisisce elementi fondamentali in ordine alla for mazione complessiva della persona. La riforma introdotta nel 2003 il DirittoDovere all’istruzione e formazione Il 2003 è l’anno delle due importanti leggi di riforma dell’obbligo formativo: la legge di riforma del sistema di istruzione e formazione professionale L. 53/03, e la riforma del mercato del lavoro, L. 30/03 con riferimento all’apprendistato in DirittoDovere. La L. 53/03 esprime l’intento di costruire un sistema unico di istruzione e forma zione professionale, nell’ambito del quale il sistema scolastico superi la sua tra dizionale connotazione di “dispensatore del sapere teorico” per aprirsi al mondo del lavoro e dedicare uno spazio non marginale alla costruzione di basi conosci tive orientate specificatamente al miglioramento delle condizioni di occupabi lità95. Dall’altra parte, la formazione professionale, pur nella sua connotazione di canale finalizzato all’acquisizione di competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro, si arricchisce di contenuti teorici utili a costruire una solida base di conoscenza sulla quale innestare competenze tecniche e professionaliz zanti. Il tentativo dunque di trasformare la formazione professionale da “secon da opportunità” a canale privilegiato per la formazione tecnica passa attraverso la creazione di passaggi orizzontali e verticali (o “passerelle”), che permettono agli allievi di traghettare verso i pari livelli del sistema di istruzione da un lato, e verso i percorsi formativi di alta qualificazione (qualifiche di secondo livello, IFTS, percorsi universitari) dall’altro. In particolare, la legge riconferma il principio costi tuzionale dell’obbligo scolastico per otto anni, abroga l’obbligo scolastico della 95 Isfol, L’attuazione dell’obbligo formativo V rapporto di monitoraggio, I libri del FSE, maggio 2005. 100 | 2 I RISULTATI L. 9 del 20 gennaio 1999, (vale a dire l’estensione all’obbligo scolastico a nove anni) e comprende l’obbligo formativo all’interno del principio del diritto/dovere di istruzione e formazione per 12 anni o fino al conseguimento di una qualifica96. Infine, come illustrato precedentemente, i percorsi di formazione professionale a responsabilità regionale diventano triennali, come sancito dall’accordo tra Ministe ro dell’Istruzione, Ministero del Lavoro e Regioni del 19 giugno 2003 e dai singoli protocolli di intesa tra le Regioni ed i due Ministeri, stipulati successivamente. Sia la L. 53/03 che la L. 30/03 non abrogano il ruolo cardine dei servizi per l’im piego per le funzioni di complessiva responsabilità dei giovani inclusi nel Diritto Dovere, confermando il loro ruolo centrale nello svolgimento delle azioni di infor mazione, orientamento e tutorship. Analogamente, le anagrafi regionali dell’ob bligo formativo vengono perfezionate e messe a regime stabilmente, anche in vista della costruzione dell’anagrafe nazionale degli studenti prevista dalla L. 53/03 e dal D.lgs. 76/05, al fine di evitare fenomeni di dispersione successivi agli otto anni obbligatori di permanenza nel sistema di istruzione. In tali anagrafi e nelle azioni di supporto dei CPI vengono inclusi i quattordicenni, a seguito del l’abolizione del nono anno di obbligo scolastico. La riforma prevede che il sistema dell’istruzione professionale e quello della for mazione professionale siano riunificati sotto il presidio (di governo e di gestione) delle Regioni. L’integrazione fra i due sistemi è gradualmente promossa a parti re dall’omogeneizzazione dei titoli e delle qualifiche professionali di diverso livel lo, le quali sono ottenibili attraverso entrambi i canali e dovranno rispondere a standard omogenei e riconosciuti su tutto il territorio nazionale. Inoltre, in questo quadro, assume un ruolo centrale il dispositivo del credito formativo97, che si basa su unità formative standardizzate e permette il riconoscimento delle com petenze maturate/acquisite. Il credito formativo infatti, è strumento di valutazione (in entrata in itinere e in uscita degli istituti del secondo canale) che garantisce e facilita il rientro nel siste ma di istruzione e il passaggio da ogni percorso del secondo ciclo a un altro in qualunque momento della carriera scolastica o formativa. A partire dal 2003, e nelle more dei decreti di attuazione della legge, sono stati avviati, a titolo sperimentale, i percorsi formativi triennali (Accordo del 19 giugno 96 In altri termini, l’alunno che entra nella scuola primaria deve trascorrere 8 anni negli istituti scola stici, dopo i quali può scegliere se proseguire nel sistema di istruzione o passare al sistema di istru zione e formazione professionale, dal quale uscirà al più presto dopo tre anni, con il conseguimento di una qualifica. In alternativa al conseguimento di una qualifica o di un titolo di studio superiore, il diritto/dovere è comunque superato dopo aver trascorso 12 anni all’interno del sistema di istru zione e formazione professionale. 97 Il credito formativo viene introdotto con la riforma dell’esame di Stato del 1997. | 2 I RISULTATI 101 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2003) a cui ha fatto seguito, sempre a livello sperimentale, la definizione degli standard minimi delle competenze di base per gli stessi percorsi (Accordo in Conferenza StatoRegioni del 15 gennaio 2004). La regolazione nazionale si è poi completata attraverso l’emanazione dei due decreti attuativi della L. 53/03 inerenti il dirittodovere (D.lgs. n. 76/2005) e l’al ternanza scuolaformazione (D.lgs. n. 77/2005). A livello più ampio, il processo di definizione del sistema educativo nazionale, ha investito anche il tema della certificazione finale ed intermedia dei percorsi trien nali e quello del riconoscimento dei crediti formativi98. Tale processo è stato avviato con lo stesso accordo del 19 giugno 2003 con il quale il MIUR e le Regio ni stabiliscono la realizzazione di un percorso di partenariato istituzionale, per la definizione degli standard formativi minimi, a partire da quelli relativi alle compe tenze di base, al fine di consentire il riconoscimento, a livello nazionale, dei cre diti, delle certificazioni e dei titoli, compresi i crediti acquisiti in apprendistato; ciò anche per il passaggio dai percorsi formativi ai percorsi scolastici e viceversa, nonché per la definizione delle procedure relative alla determinazione e all’inte grazione delle risorse, al monitoraggio e alla valutazione. L’accordo sancito in sede di Conferenza unificata il 19 giugno 2003 per la realiz zazione di un’offerta formativa sperimentale di istruzione e formazione professio nale ha attivato i percorsi integrati di istruzione e formazione della durata di tre anni che hanno rappresentato una delle possibilità offerte dalla riforma per assol vere l’obbligo formativo in dirittodovere. A seguito di tale decisione, alcune Regioni hanno firmato un protocollo di intesa con il Ministero dell’Istruzione per dare avvio alla sperimentazione sui loro territori a cui sono seguiti accordi di inte sa locale. Gli obiettivi del protocollo di intesa riguardano: • la sperimentazione di percorsi triennali di qualifica; • i progetti di alternanza scuolalavoro; • l’assolvimento dell’obbligo formativo nei percorsi di formazione professio nale. I percorsi sperimentali, realizzati attraverso protocolli di intesa fra MIUR e singo le Regioni, devono rispondere alle seguenti caratteristiche: • avere durata almeno triennale; • contenere, con equivalente valenza formativa, discipline ed attività attinenti sia alla formazione culturale generale sia alle aree professionali interessate; • consentire il conseguimento di una qualifica professionale riconosciuta a livel lo nazionale e corrispondente almeno al secondo livello europeo (decisione del Consiglio 85/368/CEE). 98 Accordo del 28 ottobre 2004, Decreto Interministeriale n. 86 del 3 dicembre 2004 e l’Ordinanza del MIUR n. 87/04 relativo alle norme concernenti il passaggio dal sistema della formazione professio nale e dell’apprendistato al sistema di istruzione. 102 | 2 I RISULTATI La sperimentazione è stata concepita sulla base di un forte partenariato istituzio nale al fine di contemplare, da un lato, l’esigenza di un sistema di riferimento condiviso e, dall’altro, il rispetto dell’autonomia dei diversi sistemi e livelli istitu zionali esistenti. Il processo di standardizzazione è pervenuto, il 24 novembre 2005, in sede di Conferenza Unificata StatoRegioni, all’accordo per la certifica zione di competenze e il riconoscimento dei titoli in uscita dai percorsi triennali. 2.4.2 Sintesi degli interventi realizzati dall’azione di sistema L’azione di sistema per il supporto alla creazione di sistemi regionali finalizzati all’attuazione dell’obbligo formativo e dal 2003 del dirittodovere, si è sviluppata a partire da una definizione condivisa con le Regioni dell’impianto di sistema. L’intervento è stato impostato subito in termini di costruzione di una rete di fun zionari regionali con lo scopo di produrre e diffondere know how finalizzato allo sviluppo di strumenti e progressivamente è stato arricchito con l’offerta di manualistica operativa e pubblicazioni che hanno configurato la base conoscitiva e strumentale funzionale alla costruzione dei sistemi regionali. In tale quadro, per molti versi reso complesso dalle reiterazioni regolative (nel pas saggio dal sistema dell’obbligo formativo al sistema del DirittoDovere) l’azione di sistema nazionale si è posta come luogo di condivisione e coordinamento per l’ar monizzazione, la facilitazione del processo di contestualizzazione delegato a regioni e province. Nel 2000, nel momento in cui l’azione di sistema doveva farsi carico di supportare l’introduzione della riforma dell’obbligo formativo prevista dalla L. 144/99, si è affrontato lo sviluppo di tre reti di operatori (referenti della pro grammazione, operatori della formazione iniziale, operatori delle anagrafi) riunifi cando, nel quadro di un’architettura unitaria, un universo puntiforme di servizi ed esperienze realizzate nell’ ambito della formazione iniziale a cui facevano capo attori diversi e operanti attraverso forme di coordinamento frammentate (scuole, centri di formazione professionale, agenzie formative, centri per l’impiego, ecc.). Nel quadro di tale disegno, il processo di decentramento a livello provinciale rap presentava un fattore di complessità, perché si trattava di portare a sistema (e quindi di ricondurre nell’alveo della regia e della programmazione regionale) esperienze legate alla sensibilità locale, e di “convincere” e coinvolgere gli attori provinciali (Province, scuole, agenzie, CPI) a dotarsi di un visione più ampia (senza trascurare la ricchezza delle esperienze territoriali) e di respiro nazionale. La progressiva attuazione dell’obbligo formativo è stata sostenuta mediante la costituzione di più reti transregionali di amministratori e di operatori impegnati nell’attività. I soggetti coinvolti nella rete hanno potuto così partecipare a momenti sistematici di analisi e di scambio di esperienze finalizzati a favorire un disegno di programmazione ed organizzazione condiviso e adattabile alle speci ficità territoriali, nel confronto tra le Regioni e le Province. | 2 I RISULTATI 103 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione In tal senso, si sviluppa l’attività svolta verso gli operatori dei Centri per l’Impie go99 che ha portato, in un processo di apprendimento organizzativo diffuso, alla messa a punto del servizio di supporto operativo alla progettazione e alla crea zione di un Servizio per l’informazione e l’orientamento e per la costruzione di anagrafi regionali. Un altro esempio importante è dato dalle attività di analisi100 delle prime speri mentazioni del sistema dell’obbligo formativo in alcune regioni del centro nord, che hanno costituito una base esperienziale per lo scambio e la diffusione di buone prassi fra regioni. Per quanto riguarda l’apprendistato in obbligo formativo, la Commissione Nazio nale prevista dal D.M. 179/99 ha successivamente fornito, con il supporto tecni co dell’azione di sistema nazionale, le prime indicazioni per la verifica degli stan dard in uscita previsti per gli apprendisti in obbligo formativo che sono poi con fluiti nel D. Lgs. 152/2001 sugli standard formativi per l’apprendistato in obbligo formativo. Inoltre, l’azione di sistema ha svolto un rilevante lavoro di assistenza tecnica al Ministero del Lavoro e ai soggetti coinvolti nell’obbligo formativo attraverso la realizzazione di un’attività continuativa di supporto consistente nella predisposi zione di materiali e strumenti tecnici finalizzati alla gestione delle attività connes se con l’obbligo formativo. L’attività di monitoraggio del sistema dell’obbligo formativo (e successivamente dei percorsi triennali di sperimentazione nel dirittodovere) ha rappresentato, nei suoi esiti, una modalità univoca di rappresentazione per tutti gli attori in ordine alle attuazioni, alle prassi e agli schemi di realizzazione dei sistemi regionali. Tale risultato restituisce solo parzialmente l’importanza di questa attività: infatti, la costruzione di un sistema di monitoraggio nazionale basato su rilevazioni regio nali, ha previsto l’adozione di standard di archiviazione e gestione delle informa zioni che ha coinvolto attori della programmazione (regioni e province) e attori del sistema di servizio (scuole, centri di formazione, centri per l’impiego). L’attività di monitoraggio ha progressivamente fornito una rappresentazione omogenea che ha riguardato tutti i dispositivi dell’obbligo formativo che in qualche misura ha ricondotto le attuazioni (e le relative modalità) ad un quadro unitario. 99 Isfol, L’intervento per l’obbligo formativo nei Servizi per l’Impiego Manuale Operativo (versione 2.0), Febbraio 2002. 100 Isfol, Obbligo formativo: l’avvio delle sperimentazioni della formazione di base, Franco Angeli, Bolo gna 2001. Il volume offre un repertorio di prime sperimentazioni illustrando i casi del Lazio, Emi liaRomagna, Umbria e Provincia Autonoma di Trento e si propone di offrire degli spunti di rifles sione e dei contributi operativi a quanti operavano nella programmazione dell’Obbligo Formativo. 104 | 2 I RISULTATI Con il passaggio dal sistema dell’obbligo formativo al dirittodovere anche l’azione di sistema nazionale, in qualche misura, ha dovuto affrontare un cambiamento di funzioni in conseguenza dell’adattamento al quadro regolativo e al suo impatto in termini di revisione della missione della programmazione nazionale. I punti di pas saggio e di cambiamento portati dal quadro regolativo si sintetizzano come segue: • l’introduzione di una riforma (L. 53/03) che rivede complessivamente il sistema nazionale dell’istruzione dalla scuola dell’infanzia fino all’istruzione secondaria superiore: l’ampiezza e la profondità del disegno ha implicato un processo di riflessione (anche dialettico e a volte di contrapposizione) sull’organizzazione e gestione complessiva delle policies (sempre più integrate sul raccordo scuola, formazione e lavoro) e dei diversi canali; • la riforma si è caratterizzata ancor più per la sua “sospensione attuativa” risol ta con i relativi decreti solo nel 2005: in tal senso tutto il sistema (nazionale regionale) si è predisposto in attesa della riforma proseguendo l’esercizio attuativo sulla base regolativa formulata, a presidio dell’obbligo formativo, dalla L. 144/99; • il segmento della riforma relativo al secondo canale, che integra l’istruzione e la formazione sotto la regia regionale e che riguarda propriamente il supporto operato dall’azione di sistema nazionale, è stato implementato secondo logi che di sperimentazione attraverso i percorsi triennali e seguendo un approccio in contrasto con quanto svolto fino al 2003: infatti il modello sperimentale, attuato attraverso i protocolli di intesa (MIUR MLPS e Regioni), ha previsto un’ampia autonomia di programmazione di tali percorsi da parte delle Regioni, fatti salvi alcuni criteri di uniformità minimi (durata, integrazione di contenuti di istruzione e formazione, qualifica finale). Con particolare riferimento all’ultimo punto, l’azione di sistema ha finalizzato la propria funzione nel solco delle specificità previste nei diversi protocolli, con una visione di intervento meno organica rispetto al periodo precedente. L’azione di sistema nazionale, stante la revisione del modello di intervento sopra descritta, si è maggiormente diretta a supportare il processo di standardizzazio ne che ha portato all’Accordo in Conferenza StatoRegioni del 15 gennaio 2004 relativamente agli standard minimi dei percorsi triennali sperimentali per l’assol vimento del dirittodovere. Anche il supporto allo sviluppo del partenariato istituzionale può essere compre so nel quadro della continuità di esercizio alla condivisione di una metodologia di lavoro integrato tra i diversi soggetti operanti a livello territoriale sui percorsi sperimentali triennali. Tale modalità, frutto del lavoro di rete degli attori, può dirsi attualmente “interiorizzata” da parte di molte Regioni e Province che hanno avviato tavoli di concertazione e di scambio ed istituito organismi di coordina mento, gestione e monitoraggio del sistema a livello locale. | 2 I RISULTATI 105 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione Si è poi predisposta e conseguita, grazie alle attività di monitoraggio dei percor si triennali e di importanti ricerche, una base di rappresentazione dei sistemi regionali adeguata alla riflessione e alla condivisione di metodi che senz’altro potrà essere utilizzata per individuare le soluzioniponte verso il superamento dell’approccio sperimentale e la conversione delle singolarità ad una visione uni taria di profilo nazionale. Schema 2.3 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Diritto dovere all’istruzione e formazione” (dal 2000 al I semestre 2006) Descrizione sintetica Prodotti Creazione e gestione di tre reti di operatori dell’obbligo formativo diritto/dovere alla formazione e istruzione: • responsabili regionali dell’ob bligo formativo, • responsabili dei sistemi di ana grafe regionale, • responsabili della formazione iniziale per i giovani in obbligo formativodiritto/dovere alla formazione e istruzione. Predisposizione e condivisione con le Regioni di strumenti di rilevazione delle attività di moni toraggio e delle bozze dei Rappor ti di Monitoraggio dell’Obbligo formativo. (Avviata nel 2001) • Tavoli di lavoro con i referenti regionali delle tre reti su temati che e problemi inerenti l’obbligo formativo/dirittodovere. • Prodotto a stampa dell’aggiornamento (versione 2.0) del Manuale per i Servizi all’Impiego (2005). • "Manuale per il tutor dell'obbligo formativo Manuale operativo e percorsi di formazione", I libri del FSE (2003). • "L’intervento per l’obbligo formativo nei Servizi per l’Impiego Manuale operativo", I nuovi confini della formazione (2002). • Aggiornamento dell’indirizzario dei funzionari regionali responsa bili delle attività. • Aggiornamento del dossier normativo contenente la normativa di riferimento dell'obbligo formativo. • Polo informativo comprendente l’aggiornamento delle pagine web con le ultime documentazioni realizzate dall’Area sull’obbligo for mativo, la gestione dello sportello telematico che offre consulen ze telefoniche e via email a tutti i soggetti interessati a tali tematiche (Regioni, Province, CPI, operatori, studenti, ecc.). Monitoraggio dello stato di avan zamento del processo di costru zione e sviluppo del sistema del dirittodovere, a livello nazionale e regionale. Approfondimento e analisi delle attività svolte dalle Province in materia di obbligo formativo/di rittodovere. Approfondimento su azioni specifi che realizzate dai Spi per i giovani. Monitoraggio dei percorsi trien nali sperimentali di formazione professionale di primo livello atti vati dalle Regioni a seguito della L. 53/03. (Avviata nel 2001) • Rapporti annuali di monitoraggio sull'attuazione dell’obbligo for mativo: 1 Il monitoraggio dell’obbligo formativo 2 I sistemi regionali per l’obbligo 3 L’attuazione dell’obbligo formativo 4 L’attuazione dell’obbligo formativo 5 Modelli e servizi per la qualificazione dei giovani 6 Verso il successo formativo • Il governo locale dell’obbligo formativo. Indagine sulle attività svolte dalle Province per la costruzione del sistema di OF (2006). • Contributo al Rapporto di monitoraggio annuale dei SPI (2005). • Contributo all'analisi di profondità, svolta annualmente su un campione di CPI con la parte relativa ai servizi per l'obbligo for mativo (2004). • Rapporto: "Le sperimentazioni dei nuovi modelli di istruzione e formazione professionale. Primo rapporto di monitoraggio" (dati 20032004, approvato nel 2005 al tavolo di partenariato interisti tuzionale previsto nell'accordo StatoRegioni 19/06/03). Assistenza tecnica e consulenza Incontri seminariali e interventi consulenziali partecipazione ai gruppi di lavoro locali e formazione formatori agenzia. on demand (Avviata nel 2000) segue 106 | 2 I RISULTATI Descrizione sintetica Prodotti 1 Indagini sulla formazione ini ziale 2 Indagine sulla domanda di for mazione espressa dai giovani tra 14 e 17 anni (2005). 3 Indagine sulle politiche euro pee per il diritto alla formazio ne all’interno dei diversi Nap nazionali. 4 Indagine sulle diverse tipolo gie e caratteristiche dei tutor che operano nelle varie filiere formative e nei CPI. • Indagine sulle caratteristi che dei tutor dei giovani in obbligo che operano nei CPI. • Indagine sul modello orga nizzativo dei CPI per la rea lizzazione delle attività a supporto del successo for mativo. (Avviata nel 2000) 1 "Obbligo formativo: l’avvio delle sperimentazioni della formazione di base", Strumenti e Ricerche, Franco Angeli (2001) • "Dalle buone pratiche all’eccellenza nella formazione iniziale: un modello teorico per l'individuazione di casi di studio", Stru menti e Ricerche, Franco Angeli (2002) • "L’opportunità della formazione Nuovi modelli e pratiche della formazione iniziale in un quadro di sviluppo", Strumenti e Ricerche, Franco Angeli (2004) • "La formazione iniziale per la qualificazione dei giovani", Fran co Angeli (2003) 2 Studio di fattibilità per una ricerca sugli esiti formativi degli allie vi della formazione iniziale (2004). 3 Rapporti periodici di ricerca relativi all’analisi delle strategie euro pee per la promozione del diritto alla formazione, a partire dall'e same dei Nap nazionali. 4 Pubblicazione "La moltiplicazione dei tutor Fra funzione diffusa e nuovi ruoli professionali", I libri del FSE (2005). Indagine censuaria sul ricorso al tirocinio nel sistema dell'Istruzio ne e Formazione Professionale. (Avviata nel 2003 e conclusa nel 2005) Definizione degli strumenti per l'indagine censuaria e per le intervi ste. Report sull’indagine censuaria interviste e studi di caso con Rappor to finale di analisi trasversale dei risultati (2005). e diffusione modelli • Incontro: "Il sistema dell'apprendistato, Elaborazione strumenti a supporto" formativi. Definizione standard (2005). minimi per apprendisti in • Manuale: "Lavorare per progetti. Guida teoricopratica per forma formazione iniziale. tori degli apprendisti in obbligo formativo", Isfol (2004). (Avviata nel 2001) • CD Rom comprendenti la versione definitiva dei fascicoli di prove di verifica delle competenze alfabetiche e matematiche funziona li, con relative guide. 2.4.3 L’analisi delle ricadute dell’azione di sistema nazionale sui sistemi regionali Il ruolo dell’azione di sistema per la costruzione dei sistemi regionali per l’obbli go formativo e il dirittodovere La costruzione del sistema dell’obbligo formativo nei contesti regionali è stata avviata con la revisione del disegno organizzativo interno alle Regioni in ordine alla definizione di una struttura in grado di determinare le linee di programmazio ne e di gestione delle nuove competenze definite dalla L. 144/99. Le Regioni intervistate hanno consolidato questa nuova organizzazione che ha visto numerosi passaggi di aggiustamento, primo fra tutti, la riunificazione, all’interno di un unico Assessorato regionale, dei servizi di istruzione, di for mazione e del lavoro. La ricaduta operata in ordine alla costituzione di funzio | 2 I RISULTATI 107 segue Schema 2.3 Principali attività e prodotti realizzati dall’azione di sistema nazionale “Diritto dovere all’istruzione e formazione” (dal 2000 al I semestre 2006) 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione ni organizzative preposte all’obbligo formativo (e al dirittodovere) strutturata in base alle specifiche competenze, può dirsi conseguita. Nelle cinque regio ni campione l’obbligo formativo è presidiato, all’interno di un unico assesso rato, in direzioni o servizi, in grado di governare il sistema nelle sue diverse filiere intersettoriali (canale della formazione professionale e canale dell’ap prendistato) coadiuvati da gruppi tecnici e da gruppi intersettoriali a presidio degli snodi organizzativi (anagrafe regionale, programmazione provinciale, ecc.). Si è potuto verificare come, nelle regioni, si sia realizzato un percorso progressi vo ridisegno dell’organigramma, finalizzato ad individuare soluzioni organizzati ve atte a garantire l’integrazione, all’interno della Regione, tra le diverse compe tenze attraverso la costituzione di tavoli o gruppi tecnici in cui far confluire le competenze settoriali, la funzione di coordinamento delle scuole (l’ufficio scola stico regionale) e la funzione di presidio per le anagrafi. In sostanza si è tentato di dare unitarietà al sistema dell’obbligo formativo senza isolarlo dalle competen ze prodotte dal processo di integrazione: non si rappresenta un servizio organiz zativo che prescinda dai settori della sua programmazione; pertanto l’obbligo/dirittodovere viene gestito trasversalmente nei diversi servizi (lavoro, istruzione e formazione) in relazione e in coerenza con le tre fasce di età dei gio vani in obbligo formativo, le cui attività vengono riunificate sotto un’unica forma di coordinamento intersettoriale. L’esame della programmazione dei sistemi regionali oggetto di indagine eviden zia, alla fine del 2002, il consolidarsi di modalità di coordinamento e di avanza mento operativo degli organismi anche attraverso una più chiara definizione dei ruoli e dei compiti dei singoli soggetti coinvolti. Si evidenzia anche l’avvio di forme di cooperazione tra servizi ed istituzioni volte alla realizzazione di attività specifiche, quali il monitoraggio dello stato di avanzamento del sistema, la defi nizione di standard e di modalità di certificazione, la sensibilizzazione e l’informa zione degli operatori. Tra il 2001 e il 2002 si attuano progressivamente forme di integrazione di governo sull’asse RegioneProvince. A livello regionale e provinciale, infatti, il coordinamento tra le istituzioni e gli altri organismi coinvolti è stato finalizzato alla creazione di procedure di comunicazio ne atte a programmare in modo efficiente le risorse sul territorio, ad evitare sovrapposizioni e ad indirizzare opportunamente i giovani. Tali azioni di coordinamento vengono (Lombardia, EmiliaRomagna, Piemonte e Veneto) formalizzate in accordi che prevedono la creazione di cabine di regia, comi tati di pilotaggio, gruppi di lavoro. In Toscana si è invece ritenuto maggiormente con veniente non formalizzare il coordinamento, che comunque prevede la partecipazio ne di più Enti ad obiettivi legati all’attuazione dell’obbligo formativo. 108 | 2 I RISULTATI A partire dal 2001, si assiste ad un progressivo sviluppo dell’offerta di formazio ne iniziale così come al consolidamento di azioni di orientamento e di percorsi di integrazione tra i sistemi di istruzione e formazione professionale. L’elemento nuovo, ricordato dai referenti regionali intervistati, è dato da un accresciuto grado di attivazione delle Province che, sulla base delle funzioni loro attribuite, si trova no a svolgere compiti rilevanti nella gestione dei Servizi per l’Impiego e nella atti vazione di reti locali attraverso la programmazione di azioni di sensibilizzazione sul territorio finalizzate alla realizzazione di sinergie istituzionali. Fino al 2003, il collegamento diretto con l’azione di sistema si è reso evidente nel supporto all’introduzione dei dispositivi di tutoraggio per l’obbligo formativo. Nel l’ambito della riforma dell’obbligo formativo, il tutor viene considerato come atto re portante anche in funzione di vicariato in mancanza di soluzioni sanzionatorie (non previste dalla norma) nel caso di non adempimento dell’Obbligo formativo. Nella ricostruzione operata dai referenti della Regione Toscana, si fa esplicito riferi mento al lavoro svolto dall’azione di sistema per fornire indicazioni e standard per la figura del tutor. Per la Regione Toscana il tutor formativo assume un ruolo centrale tale da inserire il rispettivo percorso formativo nei moduli professionalizzanti previsti nei canali universitari. Si rilevano anche iniziative volte al monitoraggio dello stato di avanzamento dei dispositivi per l’obbligo formativo, monitoraggio che costituisce un passaggio fon damentale per la gestione dell’obbligo formativo con un approccio di sistema. Infi ne, le Regioni campione sono state in grado di creare una rete efficiente tra tutti i soggetti incaricati di svolgere azioni inerenti l’obbligo (con il coinvolgimento, oltre che di Regioni e Province, anche di CPI, Centri di formazione professionale, Dire zioni scolastiche regionali). In questo quadro, il monitoraggio nazionale è conside rato un aspetto cardine ed unificante per i diversi sistemi regionali. L’avvio dei percorsi triennali per il dirittodovere Relativamente alla formazione iniziale o di base nell’obbligo formativo, l’anno for mativo 20022003 rappresenta un anno di transizione dalla formazione biennale alle prime sperimentazioni triennali previste dai protocolli di intesa nelle more dei decreti attuativi della L. 53/03. Appare pertanto difficile riscontrare linee comuni di tendenza se non la persistenza, accanto ai corsi tradizionali, dei nuovi corsi sperimentali più diffusamente avviati a partire dal 20032004. Nella ricostruzione operata sulla base della documentazione di ricerca e delle interviste ai referenti regionali e nazionali, emerge un processo di rallentamento che la riforma del 2003 ha prodotto, almeno in prima istanza, nei termini di una sospensione in attesa di conseguire un quadro regolamentare attuativo (che arri va con poco più di due anni di ritardo, nel 2005). | 2 I RISULTATI 109 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione I referenti delle Regioni Toscana ed Emilia Romagna illustrano una situazione secon do la quale il sistema dell’obbligo formativo ha subito una notevole discontinuità, veri ficatasi già a partire dal 2001 rispetto ad un progetto che vedeva l’innalzamento del l’obbligo scolastico e dell’obbligo formativo come due leve che dovevano converge re nella riforma (dei cicli) della scuola secondaria superiore. Con le elezioni politiche del 2001 si è avuta la netta percezione che questo processo avrebbe subito un cam bio di rotta che si è completato solo nel 2005 con i decreti attuativi della L. 53/03. I responsabili della Regione Piemonte, pur manifestando le difficoltà dovute alle discontinuità presenti nel quadro regolativo, fanno riferimento al fatto che già nel 20022003 la Regione aveva avviato una sperimentazione dei percorsi triennali inte grati scuolaformazione professionale (anticipando in qualche misura i percorsi speri mentali in DirittoDovere oggetto della L. 53/03). Per le Regioni Veneto e Lombardia il quadro di cambiamento sopra illustrato assume una valenza diversa. Già nel 2002, d’intesa con MIUR e MLPS, la Regione Veneto ha avviato (come precedentemente descritto) non solo la sperimentazione di percorsi formativi triennali orientati al conseguimento di una qualifica, ma anche la program mazione congiunta di progetti in alternanza scuola lavoro e la programmazione di interventi comuni di formazione formatori, in qualche modo anticipando la sperimen tazione dei percorsi triennali della L. 53/03. Per la Lombardia, dai documenti di programmazione si rileva la finalità di una ridefi nizione organica ed unitaria dell’intero sistema educativo regionale, nel solco traccia to dalla nuova L. 53/03: un sistema di “Istruzione e formazione”, articolato nei due sot tosistemi dell’Istruzione “liceale” e dell’Istruzione e formazione professionale” (I.F.P.), tra loro non scissi, ma equipollenti e permeabili, capaci cioè di garantire all’utente per corsi adeguati alle proprie esigenze e modalità di apprendimento, eventuali passaggi sia verticali che orizzontali ed il raggiungimento di un comune profilo “educativo, cul turale e professionale”. Anche la Lombardia ha anticipato i percorsi triennali avvian doli sulla base di una sperimentazione regionale nel 2002 contribuendo, in una logica bottom up, alla formulazione dell’Accordo del 19 giugno 2003. Pertanto può dirsi che l’accordo quadro nasca sulla scorta di alcune esperienze e sperimentazioni regionali e in ciò si riafferma che, nel modello di programmazione devolutivo, la messa a punto dei sistemi accoglie in senso paritetico i contributi dei diversi attori. Un aspetto su cui le regioni riflettono, complessivamente e senza sostanziali dif ferenze, riguarda l’estrema variabilità dei percorsi sperimentali. I protocolli di inte sa (MIURMLPSRegioni), infatti, a partire da una base minima comune, adotta no una logica fortemente devolutiva, lasciando ampia autonomia di realizzazione alle Regioni. La scelta di adottare un modello di intervento che si avvale dello strumento del protocollo di intesa, ovvero di un accordo bilaterale fra i Ministeri (MIUR e MLPS) e le singole regioni, ha rappresentato, in sintesi, la possibilità 110 | 2 I RISULTATI (dato anche il carattere sperimentale dell’iniziativa) di esprimere le istanze e le visioni di policy e di programmazione del contesto regionale. I protocolli hanno pertanto rappresentato una struttura di accompagnamento al processo di imple mentazione capace di adeguare la sperimentazione di un dispositivo regolativo alle caratteristiche dei sistemi regionali di formazione professionale e le scelte di politica formativa. Poiché i tempi di avvio della sperimentazione sono stati molto rapidi, si può affer mare che anche l’azione di sistema abbia “subito” una sorta di bypass e di sor passo da parte della regolazione che, adottando la soluzione dell’accordo bila terale, ha in qualche misura ridefinito anche il ruolo di accompagnamento dell’a zione di sistema. In ordine alla restituzione della variabilità locale dei percorsi triennali useremo la nomenclatura estremamente efficace adottata dall’Isfol nella recente ricerca elaborata ai sensi della L. 845/78 art. 20101. Secondo la classificazione adottata, il Veneto e la Lombardia appartengono al modello della “formazione professionale” caratterizzato da titolarità dei centri di for mazione professionale, rilascio dell’attestato regionale, insegnamento delle compe tenze di base affidate in prevalenza ai formatori dei Centri pubblici di FP. In tale model lo l’integrazione con la scuola diventa un elemento “di sistema” (passaggi, riconosci mento delle acquisizioni, orientamento ecc.) più che un presupposto per azioni riferi te alla gestione congiunta del percorso. I percorsi di formazione professionale sono finalizzati al conseguimento di un attestato di qualifica professionale e all’eventuale acquisizione dei crediti per il rientro nel sistema di istruzione. La Regione Lombardia adotta anche la tipologia del “canale scolastico di formazione professionale” caratterizzato da: 1) titolarità della scuola; 2) rilascio dell’attestato regionale in via prioritaria; 3) insegnamento delle competenze di base affidate ai docenti della scuola. In Lombardia, pur in presenza di un modello prevalentemente centrato sulla formazione professionale, si prevede anche l’istituzione di percorsi triennali in istituti tecnici e professionali individuati in base all’intesa tra Regione e Uffi cio scolastico regionale. Tali percorsi avvicinano le loro caratteristiche a quelli della formazione professionale, essendo destinati al conseguimento degli stessi obiettivi. Il Piemonte, che come già accennato aveva avviato dal 20022003 una sperimenta zione dei percorsi triennali integrati scuolaformazione professionale anticipando i percorsi sperimentali oggetto della L. 53/03 adotta la tipologia “formazione profes sionale mista”. Nello specifico l’architettura dell’obbligo formativo si caratterizza in base a: 101 Isfol, Relazione ex lege 845/78 art. 20, sullo stato e sulle previsioni delle attività di formazione pro fessionale, Novembre 2005. | 2 I RISULTATI 111 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione • percorsi triennali sperimentali; • percorsi biennali di qualifica conseguiti nel canale della formazione professionale dopo aver frequentato un anno di istruzione secondaria superiore; • la frequenza di un anno “destrutturato” rivolto a giovani a rischio di abbandono e finalizzato alla rimotivazione e alla frequenza in uno dei due canali precedenti. La Toscana, ma solo per una parte della sua offerta, ricade nella stessa tipologia ma con alcune caratteristiche del tutto peculiari: titolarità del Centro pubblico di FP; rila scio dell’attestato regionale; insegnamento delle competenze di base affidate in pre valenza ai docenti della scuola. I percorsi triennali delineati da tale architettura preve dono, di fatto, la presenza strutturata, non sussidiaria o comunque, preponderante di docenti di scuola per l’insegnamento delle competenze di base. La progettazione del percorso è congiunta. L’Emilia Romagna e la Toscana (per il resto dell’offerta formativa in tema di Obbligo) rica dono più propriamente in una tipologia di integrazione caratterizzata da: 1) titolarità della scuola; 2) rilascio del diploma di stato o proseguimento scolastico in via prioritaria; 3) insegnamento delle competenze di base affidate in prevalenza ai docenti della scuola attuata anche attraverso la stipula di un’apposita convenzione, mediante il coinvolgimen to delle istituzioni scolastiche e dei centri di formazione professionale nella progettazio ne e realizzazione dei percorsi sperimentali. In tale modello, la formazione professionale è presente con compiti sussidiari e di “arricchimento” rispetto a percorsi che rimangono essenzialmente scolastici. I percorsi di istruzione curricolari, integrati da moduli di forma zione professionale sono, in primo luogo, finalizzati alla progressione ed ai titoli di studio previsti dagli ordinamenti scolastici, consentendo anche l’acquisizione di attestati di qua lifica regionali o crediti utili al passaggio nel sistema della formazione professionale. La variabilità locale delle sperimentazioni ha prodotto rilevanti ricadute sul siste ma di monitoraggio nazionale condotto dall’azione di sistema. In primis si è adot tata una separazione, dato il carattere sperimentale dell’iniziativa, fra monitorag gio dell’obbligo formativo e monitoraggio delle sperimentazioni triennali. Questo ha probabilmente rappresentato una risposta coerente alla revisione organizzati va dei sistemi regionali che, in funzione della sperimentazione, hanno ulterior mente articolato il loro organigramma definendo un servizio di governo a parte per tali percorsi. Anche quest’ultimo aspetto non ha contribuito a creare una rete unica sulla quale far confluire informazione, prassi ed esperienze. Il monitoraggio della sperimentazione ha subito, a causa della variabilità locale, rilevanti difficoltà di standardizzazione. La regionalizzazione delle scelte ha reso difficile ricondurre ad un quadro omogeneo modalità attuative profondamente diverse anche se, da parte dei referenti regionali, si riconosce un importante lavoro operato dall’azione di sistema per individuare un sistema di rappresenta zione comune. 112 | 2 I RISULTATI L’apprendimento organizzativo: ovvero il modello di accompagnamento attraver so il metodo della valorizzazione Le ricadute in termini di accompagnamento alla costruzione del sistema articolato in una programmazione fondata sull’asse RegioneProvince basato su specifiche linee di indirizzo e su opzioni attuative che, a partire dal presidio provinciale, pro muovono un’offerta formativa integrata su una pluralità di attori. Tali linee si sinte tizzano in una particolare caratteristica che viene rilevata dai referenti regionali, ovvero il lavoro per portare alla luce le risorse territoriali (competenze, sperimenta zioni, buone prassi) che, in modo frammentato e secondo specificità locali, carat terizzavano i contesti regionali nell’ambito della formazione iniziale. L’azione di sistema nazionale ha svolto, secondo i referenti regionali, un impor tante ruolo non tanto in accompagnamento della regolamentazione dell’obbligo, quanto nel determinare e valorizzare la continuità con le esperienze già in atto nei singoli territori, supportando il processo di valorizzazione delle risorse già attive all’interno dei centri per l’impiego e dei contesti scolastici che dovevano essere integrate nel nuovo sistema d’offerta. I sistemi regionali sono stati costruiti a par tire dalla valorizzazione dell’esistente per adattarlo alle innovazione della riforma e non viceversa. In tal senso il ruolo del tavolo nazionale (nella sua configurazio ne: referenti della programmazione, referenti della formazione, referenti delle ana grafi) è stato molto utile per rappresentare, in una logica bottom up, le soluzioni adottate dai sistemi regionali anche nella diffusione di buone prassi tra regioni. Ad esempio, il tavolo nazionale ha permesso la diffusione del Progetto Marche per il Tutor dell’obbligo formativo, rispetto al quale le Regioni hanno potuto con frontarsi, adottando in parte le soluzioni proposte dallo stesso Progetto. Per i referenti regionali (particolarmente evidenziato dalla Lombardia e dalla Tosca na), il processo riformatore di questi anni si è configurato come sviluppo progressi vo del ripensamento del ruolo dell’attore nazionale nello scenario di innovazione dei sistemi di istruzione, formazione e lavoro. Si fa riferimento ad un cambiamento epo cale nel modello di programmazione con il passaggio da un forte ruolo regolativo operato dal livello nazionale (a cui seguiva una declinazione da parte delle Regioni a livello territoriale) alla formazione di un rinnovato ruolo per il livello nazionale di faci litazione dell’interazione fra i diversi sistemi. Il modello di intervento dell’azione di sistema nazionale a supporto della riforma dell’obbligo formativo viene, infatti, svi luppato a partire dal “dato” regionale che, presentando un’estrema varietà, neces sita di riportare le variabilità a sistema, in modo da conseguire capacità di dialogo e raccordo. In altre parole la trasferibilità delle innovazioni si lega alla costruzione della coerenza nel modo in cui gli attori partecipano al percorso con particolare riferimen to all’apprendimento di un linguaggio e di una cultura condivisi. I tavoli nazionali per l’obbligo formativo/dirittodovere sono stati fondamentali anche se permane un problema di raccordo tra le regioni dovuto alla loro orga | 2 I RISULTATI 113 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione nizzazione e ad una loro partecipazione “segmentata”. Il tavolo nazionale viene identificato dai referenti regionali come risposta all’esigenza di identificare un punto di riferimento che funzioni da traduttore comune. Sebbene il processo devolutivo e di decentramento sia molto avanzato, sono le stesse Regioni a porsi il problema del mantenimento del riferimento nazionale in grado di offrire un luogo di confronto. La governance Le cinque regioni intervistate ed analizzate nel percorso di ricerca presentano un quadro di sostanziale e profonda coerenza al modello di governance proposto dall’azione di sistema nazionale. Si è adottato un modello di governo che ha for temente integrato le province che a loro volta hanno operato per l’integrazione e la partecipazione degli attori (Ufficio scolastico regionale, CPI, scuole, CFP, agenzie formative, ecc.). In termini di governance promossa e realizzata con gli attori locali dalla Regione Lom bardia, è stato avviato un processo che si è risolto nella costituzione di un Associa zione Temporanea di Scopo fra Enti di formazione che ha dato vita ai percorsi trien nali con una forma di progettazione e di autogoverno autonomo che si interfaccia con la Regione. Si è creato un tavolo congiunto con l’ufficio scolastico regionale, le scuo le, l’Assessorato regionale e l’ATS degli enti che si è articolato in gruppi di progetta zione. Questa sinergia tra i diversi attori ha generato un processo di apprendimento organizzativo e di valorizzazione delle competenze degli attori. Per il governo dei per corsi triennali la Lombardia ha inoltre previsto la costituzione di un comitato interisti tuzionale di governo e un comitato paritetico interistituzionale, composto da referenti regionali, dalle province dall’ufficio scolastico regionale, dal Ministero del lavoro, dal MIUR e dalle parti sociali. È una cabina di regia dotata di un livello più tecnico artico lato in gruppi di lavoro per l’accompagnamento della sperimentazione. L’Emilia Romagna ha organizzato la governance attraverso la conferenza regionale per il sistema formativo a cui partecipa la Regione, l’Ufficio scolastico regionale, le 9 Province, 9 Comuni, i rappresentanti delle scuole, i rappresentanti degli enti di forma zione professionali e le università. In questa sede vengono presentati anche la bozza degli indirizzi della Regione di cui si acquisisce il parere e si discutono importanti solu zioni anche rispetto all’identificazione di standard qualitativi. Il Veneto, ha adottato il modello dei protocolli di intesa con le Province e l’Ufficio sco lastico Regionale e avendo mantenuto anche la gestione amministrativa diretta dei percorsi formativi in dirittodovere ha emanato linee guida e dispositivi in occasione dei bandi ai quali tutto il sistema doveva attenersi. Proprio per questo motivo la tran sizione tra i sistemi è stata piuttosto fluida, grazie anche al lungo ed articolato percor so di collaborazione con gli attori dell’attuazione, ovvero gli organismi di formazione accreditati per l’obbligo. 114 | 2 I RISULTATI In Toscana è attivo un gruppo paritetico fra Regione e Ufficio Scolastico Regionale. Con le province, i CPI si organizzano incontri periodici per la programmazione e gestione degli interventi. Con gli attori locali vengono realizzati incontri informali per l’analisi di problemi specifici a sostegno della progettazione delle attività. Infine con gli Istituti scolastici, la Direzione regionale e gli uffici decentrati della pubblica istruzio ne proseguono le attività di coordinamento congiunto per l’organizzazione degli Osservatori Scolastici Provinciali. Già all’avvio della L. 144/99 relativa all’introduzione dell’obbligo formativo, il servizio Istruzione della Regione Piemonte ha dato vita ad un’azione di diffusione capillare verso le scuole con la collaborazione dell’Ufficio Scolastico Regionale. Uno dei proble mi che la comunità degli attori ha dovuto affrontare nell’implementazione della riforma disposta dal nuovo obbligo formativo (che ricordiamo non prevedeva un’obbligatorietà di profilo sanzionatorio) si è configurato nella costruzione dell’anagrafe attraverso il coin volgimento diretto del sistema scolastico che doveva dotarsi di sistemi informativi stan dardizzati. In tal senso si è cercato di introdurre metodi e procedure che, diversamente, erano consolidate nel sistema della formazione professionale già da tempo dotato di un proprio sistema di anagrafe e di un sistema informativo degli allievi in formazione. In tal senso e intorno al problema di raccolta e rappresentazione delle informazioni, si è costruito il primo nucleo di governance fra Regione, Province e sistema scolastico con un percorso complesso di condivisione di metodi e di approcci organizzativi. Nel rap porto con le Province, la Regione Piemonte ha mantenuto un forte ruolo di coordina mento e di mediazione di cultura e knowhow procedurale e metodologico. Rispetto agli strumenti della governance, già nel 2003, è stato stipulato un Accordo Territoriale fra Regione Piemonte Direzione Formazione ProfessionaleLavoro e Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte per la costituzione di un organismo regionale di indirizzo, moni toraggio e valutazione composto da rappresentanti di vari soggetti istituzionali. Su un piano più squisitamente tecnico è stato invece istituito un Tavolo Regionale di Progetta zione, composto da rappresentanti delle Agenzie Formative, delle Istituzioni Scolasti che, del Settore Standard Formativi della Direzione Formazione Professionale Lavoro della Regione Piemonte e dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte. 2.4.4 Criticità e fabbisogni espressi dalle regioni Si fa esplicito riferimento, relativamente all’ultimo periodo della programmazione (dopo il 2003), all’esistenza di tavoli nazionali segmentati e ridondanti. Si esprime l’esigenza di una razionalizzazione dei tavoli nazionali e dei referenti che vi parteci pano (turn over). Lo strumento del tavolo nazionale viene individuato in tutta la sua necessità per la condivisione di linguaggi e tecnologie anche per il dialogo e la dif fusione di buone prassi fra Regioni a condizione che il modello di intervento defi nito dal tavolo nazionale, sia portatore di una visione trasversale e sistemica. Si avverte, inoltre, l’esigenza di superare la fase sperimentale dei percorsi trien nali di promuovere, iniziative in grado di coniugare le diverse realtà attuative e di | 2 I RISULTATI 115 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione dare soluzioni ordinative delle diversità come missione per la programmazione 20072013. In tale quadro l’azione di sistema può fornire, anche grazie all’esperienza del monitoraggio nazionale, specifiche expertise di rappresentazione (in termini di luoghi di confronto, continuità dello scambio) della base informativa delle speri mentazioni in ordine alla messa a regime del canale di istruzioneformazione. Inoltre, sotto il profilo della sostenibilità della nuova programmazione nazionale, si evidenzia la necessità di un’azione che promuova la visione strategica regio nale attraverso lo sviluppo di una offerta strutturata a partire dalla domanda sociale proveniente dal target di riferimento. Infatti, si può affermare come l’azio ne di sistema nazionale non abbia esaurito completamente la sua missione di accompagnamento alla creazione dei sistemi per il Diritto Dovere, anche in con siderazione del fatto che la riforma dovrebbe vivere la sua compiuta attuazione o la sua completa revisione. Tale giudizio è non solo consapevole ma assunto fra le priorità connesse al valore strategico, attribuito dalle Regioni intervistate, del coordinamento unitario in riferimento ad un disegno attuativo condiviso. Il modello di intervento della programmazione nazionale può funzionare se man tiene la “coralità” del sistema nella molteplicità degli attori e delle istanze in esse re. La rinuncia ad un modello di accompagnamento basato sul lavoro di rete e sulla circolarità della conoscenza a favore di un modello di accompagnamento alla situazione singolare (in emulazione di una task force) produce, anche a fron te di un apprendimento organizzativo più efficiente sotto il profilo dei tempi di implementazione, un’eccessiva variabilità dei sistemi regionali che, anche nella logica devolutiva, si rappresenta come esternalità del processo perché priva di legami e di opzioni di compatibilità verso la visione di sistema paese. 2.4.5 I risultati del focus locale: il sistema dell’obbligo formativo e del dirittodovere all’istruzione e formazione nella Provincia di Pistoia Per la costruzione del sistema dell’obbligo formativo prima e del dirittodovere poi, la Provincia di Pistoia ha programmato: • i percorsi integrati di istruzione e formazione in attuazione della L. 53/03 sulla base di quanto stabilito dall’Accordo quadro, ratificato il 19 giugno 2003, tra il Ministero della Pubblica Istruzione, il MLPS, le Regioni, le Province, i Comuni e le Comunità montane. La sperimentazione di percorsi ha avuto inizio a parti re dall’anno scolastico 2003/2004; • un progetto Ricercaazione per il sostegno ai comitati di progetto costituiti in attuazione della DGR. n. 687 del 14 luglio 2003 e dell’Accordo statoregioni del 19 giugno 2003 finalizzato alla costruzione di un sistema integrato di istruzio ne e formazione professionale. L’obiettivo della messa a punto del progetto Ricercaazione è stata la definizio ne di un vero e proprio sistema di gestione in grado di individuare le criticità e 116 | 2 I RISULTATI sviluppare le strategie per la realizzazione dell’obbligo formativo e del diritto dovere nell’ottica dell’efficacia ed efficienza. Gli aspetti rilevanti nella costruzio ne del sistema dell’obbligo formativo e del dirittodovere, hanno riguardato le seguenti dimensioni: • l’organizzazione, i ruoli e le responsabilità di tutti gli attori coinvolti; • il monitoraggio, la valutazione e la pianificazione dei processi; • gestione, produzione e diffusione dei documenti; • analisi dei fabbisogni e tutoraggio; • valutazione degli esiti formativi e la certificazione delle competenze riconosciu te reciprocamente dai diversi sistemi; • selezione e formazione dei formatori e degli insegnanti. Inoltre la programmazione provinciale ha realizzato: 1 la sperimentazione del progetto SOFOS, in collaborazione con l’Università di Firenze per la creazione di un sistema integrato. Le azioni specifiche hanno riguardato: • la messa a punto di modelli di certificazione della competenze in partenaria to con le Province di Arezzo e Grosseto (alla luce di quanto stabilito dall’Ac cordo StatoRegioni del 3.11.2004); • le attività di orientamento e riorientamento dei ragazzi in uscita dalla scuola dell’obbligo che hanno scelto di non proseguire gli studi; • la pianificazione delle attività formative extracurricolari per l’obbligo formati vo fino a 18 anni. 2 l’istituzione di un Osservatorio Scolastico provinciale con l’anagrafe dell’obbli go formativo che è stato costituito sulla base di un protocollo di intesa con tutte le scuole della provincia, statali e paritarie, con il C.S.A. e tutti i comuni; 3 l’istituzione di una figura di coordinamento per la promozione, coordinamento e verifica di tutta l’attività. Di seguito uno schema illustra le diverse attività. | 2 I RISULTATI 117 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione Azioni specifiche 1 Rafforzamento dell’Osservato 1.1 Miglioramento del monitorag gio degli interventi attraver rio Scolastico Provinciale so la progettazione di un (O.S.P.) con particolare riferi sistema provinciale per la mento all’anagrafe dell’obbli valutazione dell’efficacia e go formativo dell’efficienza delle attività dell’obbligo formativo 1.2 Realizzazione campagna di comunicazione sui percorsi integrati di istruzione e for mazione professionale desti nate ai giovani tra i 14 e 18 anni e alle loro famiglie. Azioni prioritarie 118 | 2 I RISULTATI Realizzazione del progetto Ricerca Azione finaliz zato a sostenere i comitati di progetto costituiti in attuazione della deliberazione G.R. n. 687 del 14 luglio 2003 e dell’accordo StatoRegioni del 19 luglio 2003 Campagna di comunicazione e sensibilizzazione a favore degli istituti per promuovere lo scambio di esperienze e conoscenze tra gli operatori della for mazione professionale e dei docenti delle scuole per la realizzazione congiunta degli interventi inte grati di Obbligo Formativo e Diritto Dovere e il loro inserimento nel POF Piani di azione formativa Progettazione e realizzazione del sistema provin ciale per la valutazione dell’efficacia ed efficienza dell’obbligo Formativo Costituzione del Sistema Informativo Scolastico Regionale SIRS (piani di Indirizzo regionale) per la realizzazione dell’anagrafe dell’obbligo formati vo con l’individuazione degli Osservatori Scolastici Provinciali O.S.P. Modalità di implementazione Schema 2.4 Attività realizzate dalla Provincia di Pistoia nell’ambito dell’Obbligo Formativo e del DirittoDovere segue Coordinamento e supporto al sistema integrato e O.S.P Servizio Istruzione e Formazione Osservatori Scolastici Provinciali. O.S.P. Protocollo di intesa con tutte le scuole della pro vincia statali e paritarie, con il C.S.A. e tutti i comuni, Comitato di Gestione dell’OSP Progetto Ricercaazione deliberazione G.R. n. 687 del 14 luglio 2003 Accordo Stato RegioniAutonomie Locali del 19 luglio 2003 Commissione Promozione e Diffusione della Ricer caazione: organizzazione seminari per operatori della forma zione e dell’istruzione seminari rivolti alle famiglie incontri interprovinciali tra i diversi operatori atti vi nella realizzazione dei percorsi integrati di istruzione e formazione per il trasferimento delle esperienze e alla costruzione di prassi condivise Data base obbligo formativo Definizione, degli indicatori per il monitoraggio e valutazione di Obbligo Formativo Strumenti e attori Schema 2.4 Attività realizzate dalla Provincia di Pistoia nell’ambito dell’Obbligo Formativo e del DirittoDovere Azioni specifiche 2 Costruzione della banca del 2.1 Sperimentazione integrata a l’offerta Formativa che privile cure Servizio Istruzione e gia la prosecuzione della spe Formazione rimentazione regionale. Modu 2.2 Moduli propedeutici di orien li brevi, corsi di qualificazione tamento e riorientamento a professionale, tirocinio e for cura dell’Ufficio Istruzione mazione nell’apprendistato. 2.3 Corsi di qualificazione profes sionale a cura del Servizio Istruzione e Formazione Pro fessionale Azioni prioritarie Adesione alla sperimentazione regionale in base all’accordo StatoRegioniAutonomie Locali del 19 luglio 2003 Offerta formativa rivolta a giovani che abbiano concluso il primo ciclo di studi (licenza scuola media inferiore): corsi di primo anno integrati con attività di formazione professionale Integrazione professionalizzante e formazione a carattere indivi dualizzato Percorsi formativi. Organizzazione dei servizi di supporto ai giovani: tutoraggio iniziative di orientamento valutazione delle competenze per la definizione dei percorsi individualizzati Progettazione di percorsi modulari professionaliz zanti anche individualizzati, finalizzati alla acqui sizione di una qualifica Coinvolgimento dei soggetti che rappresentano la scuola, la formazione e le imprese nella fase di progettazione e gestione dei progetti Modalità di implementazione segue Schema 2.4 Attività realizzate dalla Provincia di Pistoia nell’ambito dell’Obbligo Formativo e del DirittoDovere Strumenti e attori segue Sperimentazione regionale: Servizio Istruzione e Formazione Professionale Servizio lavoro Centri per l’impiego Accordo StatoRegioniAutonomie Locali del 19 giugno 2003 per la realizzazione di un’offerta for mativa integrata nelle more dell’emanazione dei decreti attuativi ex 53/03 Protocollo di intesa Regione Toscana MIUR e il Ministero per il Lavoro per la realizzazione di un’offerta formativa integrata (Luglio 2003). Promozione e sottoscrizione di Accordi di rete fra i diversi soggetti Istituti professionali, Associa zioni datoriali, imprese, agenzie formative ecc., per la realizzazione di percorsi modulari do orien tamento segue Schema 2.4 Attività realizzate dalla Provincia di Pistoia nell’ambito dell’Obbligo Formativo e del DirittoDovere | 2 I RISULTATI 119 120 | 2 I RISULTATI 3 Orientamento e tutoraggio a cura dei tutor afferenti al Ser vizio istruzione alle dipenden ze funzionali dei Centri per l’impiego Il tutor garantisce un’attività di tutoraggio indivi La figura del tutor si configura come un attore duale personalizzato nei confronti dei giovani. pivot intorno al quale ruota tutto il sistema. Attività principali: attività preliminari di accoglienza, orientamen to, valutazione delle competenze identificazione delle opportunità formative definizione di un patto formativo con ogni sin golo soggetto in accordo con gli altri attori, le famiglie e i servizi competenti monitoraggio del processo di apprendimento. Strumenti e attori Per l’apprendistato per l’espletamento del diritto/dovere di istruzione e formazione la forma zione esterna viene erogata con priorità all’asse gnazione di buoni individuali da utilizzare presso le agenzie accreditate. 3 Orientamento e tutoraggio Modalità di implementazione Organizzazione corsi di qualificazione professiona le tramite la concessione di voucher formativi Per l’apprendistato in diritto/dovere di istruzione e formazione, la formazione esterna viene erogata con priorità all’assegnazione di buoni individuali da utilizzare presso le agenzie accreditate. L’attività di tutoraggio per gli apprendisti viene erogata e garantita dai Centri per l’impiego e sportelli facendo riferimento ad apposita lista dei tutor. Azioni specifiche 2 Costruzione della banca del 2.4 Formazione esterna nell’ap l’offerta Formativa che privile prendistato a cura del Servi gia la prosecuzione della spe zio lavoro rimentazione regionale. Modu 2.5 Tirocini a cura dei Centri per li brevi, corsi di qualificazione l’impiego professionale, tirocinio e for mazione nell’apprendistato Azioni prioritarie segue Schema 2.4 Attività realizzate dalla Provincia di Pistoia nell’ambito dell’Obbligo Formativo e del DirittoDovere segue Schema 2.4 Attività realizzate dalla Provincia di Pistoia nell’ambito dell’Obbligo Formativo e del DirittoDovere La costruzione della governance nell’obbligo formativo e il diritto/dovere all’i struzione e alla formazione Le ricadute sui sistemi provinciali dell’azione di sistema nazionale per l’obbligo formativo prima, e per il diritto dovere poi, si inseriscono, nel caso della provin cia di Pistoia, in un disegno organizzativo del sistema concertato ed esaustivo. L’Amministrazione provinciale, superati alcuni problemi iniziali, ha individuato i ruoli e le funzioni per l’implementazione di un modello provinciale di diritto dove re. L’Assessorato all’Istruzione e alla Formazione ha svolto un ruolo di coordina mento nel coinvolgere tutti gli attori sul territorio: i centri per l’impiego per la costruzione dell’anagrafe e l’osservatorio scolastico. La costruzione del sistema ha preso avvio a partire dalla programmazione di un’azione di sistema integrata e articolata su più livelli. Accanto alla sperimentazione dei percorsi triennali, l’at tivazione di un progetto Ricercaazione102 ha permesso all’Amministrazione pro vinciale di costruire un sistema organico di ruoli e competenze che ha visto il coinvolgimento di tutti gli attori ai diversi livelli. Nel perseguimento degli obiettivi dell’azione di sistema nazionale finalizzata all’at tività di supporto e assistenza tecnica per accompagnare le regioni e le province alla creazione di modelli organizzativi per l’obbligo formativo e il diritto dovere, la Provincia di Pistoia, attraverso il rafforzamento dell’Osservatorio Scolastico Pro vinciale ed in particolare attraverso l’istituzione dell’anagrafe dell’O.F., ha costitui to il punto di riferimento e di collegamento di tutti gli attori coinvolti. Il Protocollo di intesa tra tutte le Scuole statali e paritarie della provincia, con il Centro Servizi Amministrativi e tutti i Comuni, ha dato vita ad una rete di soggetti istituzionali che ha permesso una costruzione congiunta del sistema del diritto dovere con l’otti ca di ottimizzare le risorse e garantire efficacia ed efficienza. La messa in relazio ne dei diversi attori ha generato una serie di servizi integrati con un forte coordi namento dei Centri per l’impiego, la cui costruzione ha coperto diverse aree di intervento. In particolare, al fine di sostenere i comitati di progetto, sono state implementate numerose attività tra cui si annoverano azioni di comunicazione e monitoraggio e valutazione finalizzate alla creazione di valore aggiunto alla pro gettazione del sistema. Si sottolinea la particolare attenzione al monitoraggio e alla valutazione delle azioni e dei servizi che ha permesso una maggiore consape volezza degli attori rispetto al loro operato in una logica di costruzione dal basso. Da un punto di vista di governance orizzontale, la Provincia ha giocato un ruolo di forte regia nella costruzione del sistema agendo su due principali piani: • sviluppando un partenariato istituzionale per la costruzione dell’organizzazione e delle funzioni, trasferendo i principi guida concordati a livello nazionale nel contesto locale; 102 In attuazione della DGR. del 14 luglio 2003 e dell’Accordo StatoRegioni del 19 luglio 2003. | 2 I RISULTATI 121 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione • attivando tutti gli attori coinvolti e ricorrendo alla pianificazione delle azioni all’insegna della concertazione, promuovendo un processo di trasferimento, sensibilizzazione e informazione. Un altro elemento di particolare interesse riguarda lo scambio di prassi ed espe rienze con le altre province attraverso il sistema degli osservatori, elemento aggiuntivo della costruzione della governance orizzontale e piattaforma per lo scambio di informazioni. Rispetto alle modalità organizzative, finalizzate ad indirizzare l’offerta formativa in una logica di partenariato, l’amministrazione provinciale ha promosso la costitu zione di partenariati tra agenzie e istituti scolastici nella logica della condivisione delle rispettive responsabilità. La costruzione della comunità professionale L’istituzione degli osservatori provinciali per il diritto dovere, ha permesso un atti vo scambio di informazioni ed esperienze tra le diverse amministrazioni soprat tutto per quanto riguarda la realizzazione dei percorsi integrati. In merito alla pro grammazione, la Provincia ha sperimentato modalità attuative e strumenti di volta in volta concertati con i diversi operatori, nel tentativo di condividere sape ri, procedure e modalità gestionali. Se la concertazione ha permesso una miglio re attuazione della programmazione, la condivisione delle esperienze, il trasferi mento e la produzione delle conoscenze legate al contesto territoriale hanno generato una rete di attori che, monitorando e valutando in itinere le diverse azio ni sperimentate, si sono sforzati di individuare linguaggi comuni e condivisi in un processo di apprendimento organizzativo. Il contatto tra mondo della scuola e quello della formazione, mediato dall’Ammi nistrazione provinciale, ha permesso il confronto con sistemi di pensiero e para digmi diversi che sono stati declinati a partire da standard comuni nel tentativo di integrare la formazione, l’istruzione e il mondo del lavoro. Questa sfida, emer sa fortemente dalle interviste, ha rappresentato la maggiore difficoltà ma anche il terreno di confronto tra saperi ed approcci diversi che si sono dovuti integrare a partire dal diretto confronto tra gli operatori nel tentativo di costruire una comu nità professionale composta da formatori, tutor ed insegnanti degli istituti tecni ci. Il trasferimento di metodologie didattiche e formative, l’integrazione curricola re di moduli professionalizzanti, anche nel tentativo di arginare i fenomeni di dispersione scolastica e formativa, hanno creato dei ponti tra due comunità pro fessionali (quella dei formatori e degli insegnanti) che hanno trovato una sintesi nella sperimentazione dei percorsi del diritto dovere. L’attore “pivot” di questo sistema che metteva insieme saperi e pratiche diverse è stato il tutor che ha “facilitato” l’incontro fra dimensioni diverse (scuola e for mazione) accompagnando i ragazzi in una logica di orientamento personalizzato ed individualizzato. La figura del tutor, alle dirette dipendenze del servizio forma 122 | 2 I RISULTATI zione della Provincia, ha svolto un ruolo di accompagnamento delle sperimenta zioni diventando il punto di riferimento per insegnanti e formatori, promuovendo ne la partecipazione ad un’unica comunità professionale. Criticità e fabbisogni Le maggiori criticità incontrate dai diversi attori nella costruzione del sistema del l’obbligo formativo e del diritto dovere hanno riguardato in primo luogo le modi fiche legislative intervenute che hanno indotto gli operatori a ritarare le proprie azioni ed avviare una nuova fase sperimentale. A questo proposito si sottolinea la necessità, accanto alla legittimità dello sviluppo di un sistema fortemente radi cato sul territorio e nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà e delle com petenze degli enti locali, di sviluppare azioni di sistema che a livello nazionale diano standard generali facilmente contestualizzabili e flessibili ma anche minimi principi di uniformità e riconoscibilità a livello nazionale. | 2 I RISULTATI 123 2.4 L’Azione di Sistema Nazionale per l’obbligo formativo e il DirittoDovere all’Istruzione e Formazione 2.5 L’AZIONE DI SISTEMA NAZIONALE “ANALISI E VALUTAZIONE” Fonti Per l’azione di sistema nazionale: intervista ad Aviana Bulgarelli (ex Dirigente Struttu ra nazionale di valutazione dell’Isfol) e ad Alberto Vergani (consulente Isfol Struttura di valutazione FSE ed esperto di valutazione dei programmi). Nell’ambito delle rileva zioni periodiche svolte per il monitoraggio qualitativo è stato intervistato Stefano Volpi (attuale responsabile della Struttura). Documentazione consultata: Rapporti di monito raggio qualitativo (aggiornati semestralmente) del PON obiettivo 3, RAE dal 2000 a 2004 del PON obiettivo 3; Relazioni trimestrali prodotte dall’Isfol (dal 2000 ad oggi) e principali prodotti realizzati dalla Struttura di valutazione dell’Isfol. Per i sistemi regionali: interviste dirette semistrutturate a V. Vignoli, E. Morandi e S. Kaczanow (Regione Emilia Romagna); A. Vettori (Regione Toscana) e G. Arlia (AT alla Regione Toscana); R. Origoni e S. Giorgi (Regione Lombardia); R. Caccin e L. Dekle va (Regione Veneto), F. Viano, G. Casassa e G. Perfumo (Regione Piemonte). Documentazione consultata: Rapporti di valutazione intermedia e finale dei POR FSE 20002006 e RAE regionali 2003 e 2004, Rapporti di monitoraggio regionali; archivi normativi regionali, siti WEB regionali, Banca Dati Isfol Bandi della programmazione attuativa FSE. Per gli approfondimenti sulla diffusione della cultura del monitoraggio e della valuta zione in Italia, sono stati intervistati (tramite questionario semistrutturato) i seguenti valutatori indipendenti dei POR obiettivo 3: A. Gandiglio (Cras), L. Napoletano (Eco sfera), M. Di Palma (Ecoter), C. Villante (Ernst & Young), D. Oliva e F. Pesce (IRS), F. Quaglia (Resco)103. 2.5.1 I caratteri essenziali dell’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” All’interno del sistema nazionale di valutazione di programmi e progetti cofinan ziati ossia l’insieme di strutture tecniche e organizzative (nazionali e regionali) connesse alla realizzazione di specifici processi valutativi convivono due profi li di significato: il profilo prescrittivo e il profilo di cultura tecnica e organizzativa 103 I valutatori indipendenti raggiunti dalla rilevazione hanno rappresentato una fonte informativa pre ziosa non solo per il lavoro svolto in ambito valutativo (le 6 società di appartenenza degli intervi stati hanno valutato complessivamente, in ambito obiettivo 3, dieci POR il PON), ma anche per l’at tività di ricerca e di AT svolta (nel passato e nel presente) presso le Amministrazioni dove non erano valutatori indipendenti. 124 | 2 I RISULTATI necessaria all’accompagnamento e alla verifica dell’attuazione dei programmi cofinanziati. Una delle più importanti innovazioni ascrivibili alla programmazione FSE 2000 2006 rispetto al precedente periodo, è quella di aver individuato nello sviluppo di un sistema nazionale di valutazione il volano per il potenziamento delle azioni a supporto delle scelte dei decisori nazionali e regionali. In tal senso la valutazione è stata integrata nella logica del policy cycle management non solo in coerenza con il quadro regolativo comunitario, ovvero in adempimento degli obblighi deri vanti dai Regolamenti dei Fondi104, ma anche, appunto, per dare avvio allo svilup po e alla diffusione di un sistema organico e omogeneo di saperi e metodologie a supporto di specifiche strategie attuative di politiche inserite in un contesto, quale quello italiano, caratterizzato da un rilevante processo di decentramento. Il profilo regolativo della programmazione dei Fondi Strutturali sul tema della valu tazione, ha innestato, pertanto, un primo conseguente processo di diffusione di teorie, metodi e strumenti, attraverso la messa a punto di standard comuni e con divisi finalizzati alla costruzione di percorsi di analisi prescritti105 per una riconse gna armonizzata degli esiti (realizzazioni, risultati e impatti) a fini decisionali e di riprogrammazione. Ambedue i profili di significato della valutazione di programma (quello prescrittivo e quello di cultura tecnica e organizzativa) vengono ad essere fortemente condi zionati, o comunque ampiamente connessi con il monitoraggio. Si tratta di un pro cesso distinto, anzi il monitoraggio è il processo di lavoro dell’Amministrazione titolare o delegata nella gestione di programmi cofinanziati dal FSE obiettivo 3 che più di altri è stato sviluppato ed innovato nel corso dell’ultimo decennio. Ma su questo ambito sono intervenuti anche altri profili prescrittivi (dettati dalla normati va comunitaria come il Reg. (CE) 438/2001) e profili di cultura tecnica (come il complesso progetto Monit2000, ora MonitWeb, dell’IGRUE Ragioneria Genera le dello Stato), per altro non oggetto diretto di questa analisi. Ma la visione integrata di due processi sostanzialmente diversi viene almeno in parte richiamata dallo stesso corpus regolamentare. Nei Regolamenti comunitari106 il monitoraggio è considerato uno strumento informati vo e funzione del processo di programmazione, gestione e valutazione delle politiche (programmi e progetti); 104 Ricordiamo che in adempimento ai regolamenti dei Fondi Strutturali la valutazione rappresenta un processo prescritto finalizzato alla ricostruzione delle realizzazioni, dei risultati e degli impatti degli interventi per tutti i livelli di programmazione (programmi, misure e interventi). 105 Monitoraggio, valutazione intermedia e valutazione finale del singolo programma cofinanziato. 106 Regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio del 21 giugno 1999, recante disposizioni generali sui Fondi strutturali, in G.U. C.E. del 26.6.1999 L 161/1 | 2 I RISULTATI 125 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” I citati Regolamenti e le Guidelines107, considerano la valutazione uno “strumento ana litico per il disegno, la programmazioneriprogrammazione e la gestione delle politiche e degli interventi cofinanziati”108. Le valutazioni intermedie, finali ed ex post, nonché le valutazioni tematiche, forniscono le informazioni e le analisi di realizzazione, efficacia e impatto degli obiettivi generali e specifici in cui si articolano i Quadri Comunitari di Sostegno e i Programmi Operativi Nazionali e Regionali. Tutti i livelli di programmazio ne e i diversi livelli di aggregazione degli obiettivi, in base alle indicazioni della nuova programmazione, devono essere adeguatamente monitorati e valutati, in particolare: i programmi vengono valutati sulla base di un sistema di indicatori di realizzazione, di risultato e di impatto; le singole misure d’intervento e le cosiddette “tematiche trasver sali”109 possono essere oggetto di specifici approfondimenti valutativi. Fermi restando gli obblighi comunitari espressamente previsti per il monitoraggio e valutazione dei Programmi, la definizione degli standard informativi richiesti per la pro duzione dei singoli indicatori e di specifiche metodologie, caratterizza il contenuto della programmazione nazionale di FSE come degli altri Fondi Strutturali stante la necessità di una più elevata condivisione di elementi omogenei volti alla creazione di basi minime di conoscenza utili alla verifica dell’avanzamento dell’insieme dei programmi regionali e degli effetti generati dalla loro attuazione110. Come vedremo, gli interventi realizzati dall’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” qui analizzati, comprendono una serie di finalità il cui indirizzo por tante conduce all’inclusione sistematica nei sistemi regionali della cultura teorica e pratica (in una parola metodologica) del monitoraggio e della valutazione come strumentazione permanente a supporto del governo delle policies. La macrofinalità delle azioni di sistema può, pertanto, essere ricondotta alla crescita complessiva della cultura del monitoraggio e della valutazione attraverso processi di: • costruzione della consapevolezza nelle amministrazioni pubbliche che il carat tere di utilità del monitoraggio e della valutazione (strumenti di conoscenza) è decisamente superiore al carattere di adempimento formale; 107 European Commission, Directorate General V, Employment, Industrial Relations and Social Affaires, Guidelines for systems of monitoring and evaluation of ESF interventions in the period 20002006, Brussels 10 May 1999, mimeo. 108 Le valutazioni intermedie, finali ed ex post, nonché le valutazioni tematiche (artt. 40, 42 e 43 del Regolamento quadro), forniscono le informazioni e le analisi di realizzazione, efficacia e impatto degli obiettivi generali e specifici in cui si articolano i Quadri Comunitari di Sostegno e i Program mi Operativi. Le misure e le tipologie di azione rilevanti, sia per concentrazione finanziaria che per significato strategico, riferite agli obiettivi operativi definiti nei complementi di programmazione, saranno anch’esse oggetto di valutazione intermedia, finale, tematica ed, eventualmente, expost. 109 Le “tematiche trasversali” individuate dalla programmazione fanno riferimento allo Sviluppo locale, alle Pari opportunità e alla Società dell’informazione. Cfr. Qcs Ob. 3 di FSE per il 20002006. 110 In ambito Obiettivo 3, i paesi che, in termini di soggetti responsabili, mostrano un più elevato grado di articolazione sono: la Germania (con 16 Läender) e l’Italia (con 12 Regioni, 2 Province autonome e il Ministero del Lavoro). 126 | 2 I RISULTATI • diffusione di percorsi di analisi (approcci metodologici, scelte operative e loro sviluppo sequenziale, strumentazione minima comune) utili alla valutazione delle politiche cofinanziate; • produzione di analisi significative in termini di valutazione di efficacia dei pro grammi (a livello di POR e a livello di QCS) e delle policies di riferimento del FSE. Una lettura integrata delle azioni porta alla designazione di una finalità complessiva e, tendenzialmente, organica tesa alla creazione di basi comuni e condivise di cono scenza nel sistema di multilevel governance che permettano di modulare gli indiriz zi di policy e le relative attuazioni sulle specificità territoriali e/o di target group. In primis, la valutazione viene connotata come strumento di governo delle poli cies del FSE a supporto dell’attuazione della SEO: in tale ambito si induce nei sistemi locali un ripensamento delle policies per ascriverle ad un quadro di più ampio respiro, che muova gli interventi non solo in relazione delle specificità locali ma nel quadro di una strategia più ampia. In seconda istanza, l’azione di sistema si fa promotrice di un ruolo di coordinamento scientifico e metodologi co finalizzato ad elaborare metodologie e strumenti della valutazione condivisi. Infine, il tema della valutazione inserito nel processo di trasferimento di cultura e strumenti della programmazione delle azioni di sistema, si fa policyoriented (e non più solo targetoriented) ampliando la base valutativa all’insieme di politiche che concorrono alla costruzione dei sistemi per indurre localmente l’ampliamen to dell’utilizzo dello strumento valutativo a supporto della programmazione. Il punto di partenza della nostra analisi è stato quello di comprendere se la stra tegia intrapresa dall’azione di sistema nazionale nell’individuare strumenti e modelli della valutazione applicati a diversi ambiti di policy, abbia facilitato lo strutturarsi di prassi consolidate finalizzate alla valutazione all’interno di speci fici contesti regionali e quanto e come, in questi specifici contesti locali, si siano realizzate autonome esperienze, magari di rielaborazione di prassi realizzate negli anni precedenti. In altri termini, l’attenzione è stata posta sulla compren sione del processo di diffusione della cultura del monitoraggio e della valutazio ne e la verifica dell’eventuale riposizionamento della valutazione dall’ambito esclusivamente prescrittivo a strumento al servizio della programmazione nazio nale e regionale. | 2 I RISULTATI 127 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” Schema 2.5 Principali prodotti realizzati dall’Azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” dal 2000 al Giugno 2006 Pubblicazioni Collana Metodologie per la valutazione di programma: "Linee guida per il monitoraggio e la valutazione del Fse 20002006", vol. 1 (2001) "Orientamenti metodologici per la valutazione del processo di implementazione di pro gramma", vol. 2 (2002) “Linee guida per la valutazione degli effetti occupazionali del Fse 20002006”, vol. 3 (2002) “Approccio alla valutazione della qualità dei sistemi formativi”, vol. 4 (2003) “La valutazione della qualità dei sistemi formativi: aspetti metodologici e strumenti applicativi”, vol. 5 (2005) Altre Pubblicazioni "Formazione e lavoro. Effetti del Fse sull'occupabilità in Italia", (2001) "La strategia europea per l'occupazione. Il contributo del Fse in Italia 20002002", (2003) "Applicazione del modello della qualità dei sistemi formativi Prima sperimentazione nell'area obiettivo 3”, (2004) "Le strategie di sviluppo delle risorse umane nel centro nord. Un'analisi dei bandi di gara ad avvisi pubblici in Ob. 3 ,20002003", (2004) "La valutazione intermedia del QCS dell’ob. 3 in Italia", (2005) “La valutazione degli interventi del FSE 20002006 a sostegno dell’occupazione”, (2006) Principali rapporti di ricerca non pubblicati (diffusione attraverso Comitati, Gruppi e repe ribilità sul sito del MLPS) "Rapporto sulle condizioni di valutabilità del Qcs ob.3 Fse 20002006", (2002) "La valutazione intermedia del QCS dell’ob. 3 in Italia", (2003) “Aggiornamento della valutazione intermedia del QCS ob.3 Fse 20002006 (2005) Principali materiali monografici presentati (diffusione attraverso Comitati, Gruppi e repe ribilità sul sito del MLPS) “Strumenti per la valutazione dell’impatto diretto sui destinatari delle politiche preven tive e curative. Set di questionari per la valutazione degli effetti. Placement” (2002 2004) "Indirizzi operativi per l’attuazione delle Linee guida Vispo Indicazioni per la ripro grammazione Fse", (2003) "Integrazione dell’analisi di genere nelle valutazioni intermedie”, (2003) “Indagini Placement. La valutazione degli interventi Fse a sostegno dell’occupazione”, (2005) 128 | 2 I RISULTATI Attività di disseminazione Convegno “Formazione e occupazione Valutazione degli esiti occupazionali nelle regioni italiane”, (2001) Convegno “Il Fondo sociale europeo in Italia: il contributo alla Strategia europea per l’occupazione, risultati e prospettive”, (2003) Seminario nazionale sulla valutazione del Fse in Italia. (2004) Sviluppo competenze 23 seminari IDEA Isfol Debates on Evaluation (realizzati dal 2000 al 2005). Schema 2.6 I 23 seminari IDEA (Isfol Debates on Evaluation) Aprile 2000 Paul Mooney & Jacqui Hansbro Department for Education and Employment, Moorfoot, United Kingdom MADE TO MEASURE EVALUATION OF PATHWAYS TO INTEGRATION IN THE UK ESF OBJECTIVE 3 PROGRAMME Giugno 2000 Sergio Bruno Università La Sapienza, dip. Scienze Economiche, Roma QUALE VALUTAZIONE PER I PROGRAMMI DI SVILUPPO LOCALE? Luglio 2000 JeanClaude Barbier Centre d'Etudes de l'Emploi, Noisy le Grand, France SUR TROIS CRITERES DE QUALITE, A PROPOS DE L'EVALUATION DU FSE OBJECTIF 3 EN FRANCE Ottobre 2000 Michael Q. Patton The Union Institute UtilizationFocused Evaluation, Minneapolis, Usa PROGRAMME EVALUATION Novembre 2000 Robert Arnkil Social Development Company, Hämeenlinna, Finland DIALOGUE METHODS OF EVALUATION IN MULTISTAKEHOLDER SITUATIONS Dicembre 2000 Felix Büchel Max Planck Institute for Human Development, Berlin, Germany EXPLORING THE RETURNS TO FIRMSPONSORED CONTINUING VOCATIONAL TRAINING ON THE FIRM LEVEL SHOULD WE CARE ABOUT Maggio 2001 Guido Pellegrini Università di Bologna, Università di Napoli Esperto per il Ministero dell’industria, Roma LA VALUTAZIONE EX POST DEGLI INCENTIVI ALLE IMPRESE: IL CASO DELLA 488 | 2 I RISULTATI 129 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” Giugno 2001 Antonella Picchio & S. Himmelweit Università di Modena, e Open University, Keynes, GB VALUTAZIONE IN CHIAVE DI GENERE DELLE POLITICHE PUBBLICHE Ottobre 2001 Ray Pawson University of Leeds, Gran Bretagna REALIST EVALUATION Novembre 2001 Erwin Seyfried Forschungsstelle für Berufsbildung, Arbeitsmarkt und Evaluation, Berlino, Germania LA VALUTAZIONE DELL’OBIETTIVO 3 IN GERMANIA E APPRENDIMENTI PER LE PROSSIME VALUTAZIONI DEL FSE Dicembre 2001 Liisa Horelli & MarieChristine Lefebvre Helsinki University of Tecnology, Finlandia, e L Consult ssrl, Bruxelles, Belgio "Evaluating Structural fund interventions from the Everyday lifeperspective" PRESENTAZIONE HORELLI TESTO LEFEBVRE Maggio 2002 Jordi Planas Università Autonoma di Barcellona, Dip. di sociologia, Barcellona, Spagna. SISTEMI DI ISTRUZIONE/FORMAZIONE E CREAZIONE DI COMPETENZE PER LO SVILUPPO DELL'ECONOMIA: ALCUNE RIFLESSIONI PER LA VALUTAZIONE Giugno 2002 Alan Barrett Dipartimento delle Finanze e ESRI Economic and Social Research Institute, Dublino, Irlanda EVALUATION METHODS FOR MEASURING THE IMPACT OF INCOMPANY TRAI NING: AN IRISH EXPERIENCE Ottobre 2002 Rita Asplund ETLA The Research Institute of the Finnish Economy, Helsinki, Finlandia. EDUCATION MATTERS BUT INDIVIDUAL DIFFERENCES ARE LARGE Novembre 2002 Francesco Mantino INEA Instituto Nazionale di Economia Agraria FONDI STRUTTURALI E POLITICHE DI SVILUPPO: LA PROGRAMMAZIONE E LA GESTIONE DEGLI INTERVENTI 20002006 NELL'UNIONE EUROPEA Maggio 2003 Jacques Toulemonde Directeur Associé / Partner, EurevalC3E, Centre Européen d'Expertise en Evaluation, France EVALUATING COMPLEX PROGRAMMES Giugno 2003 Angel de la Fuente Associate Professor and vicedirector, Instituto de Análisis Económico (CSIC), Univer sidad Autónoma de Barcelona, Spain. PRIVATE AND SOCIAL RETURNS TO EDUCATION IN THE EU Ottobre 2003 Richard Boyle Senior Research Officer, Institute of Public Administration, Dublin, Ireland. BUILDING EFFECTIVE EVALUATION CAPACITY SOME LESSONS FROM INTERNA TIONALPRACTICE 130 | 2 I RISULTATI Giugno 2004 Andrés RodrìguezPose Ricercatore della London School of Economics, London "CAPITALE UMANO E SVILUPPO ECONOMICO ISTRUZIONE, FORMAZIONE E JOB SATISFACTION: I RENDIMENTI REGIONALI DEL CAPITALE UMANO IN EUROPA" Ottobre 2004 Barbara Sianesi Senior Research Economist in the Education, Employment and Evaluation Sector, Institute for Fiscal Studies, London EVALUATING THE IMPACT OF EDUCATION ON EARNINGS IN THE UK: MODELS, METHODS AND RESULTS FROM THE NCDS Maggio 2005 Andrea Ichino Professore di economia presso il Dipartimento di economia dello European University Institute (Eui), Firenze MATCHING ESTIMATION : WHEN AND HOW IT SHOULD BE USED Giugno 2005 Erich Battistin Ricercatore presso il Centro di valutazione delle politiche di sviluppo dell'Institute for Fiscal Studies, London AN INTRODUCTION TO REGRESSION DISCONTINUITY METHODS Settembre 2005 Piero Cipollone Ricercatore presso l'Ufficio studi della Banca d'Italia, Roma I RENDIMENTI SOCIALI DELL'ISTRUZIONE | 2 I RISULTATI 131 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5.2 Le ricadute dell’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” sui sistemi di monitoraggio e valutazione regionali Si può ragionevolmente affermare che il tema della valutazione nel quadro della programmazione comunitaria e nazionale, sia l’erede naturale di un processo di integrazione di competenze e saperi elaborato e acquisito storicamente, sulla base della valutazione e delle azioni di assistenza tecnica (AT) sviluppate a par tire dalla passata programmazione (FSE 19941999). In altri termini, il processo di diffusione della cultura della valutazione e del monitoraggio nelle diverse programmazioni, è avvenuto integrando vertical mente le competenze dell’assistenza tecnica e superando, in primis, la mera collocazione “dell’insieme delle attività finalizzate alla costruzione di basi di conoscenza” nell’ordine delle prescrizioni, per renderle effettivamente stru mento a servizio della programmazione (nazionale e regionale). Il salto qualita tivo è avvenuto operando una dialettica attiva, assumendone i metodi operati vi e agendo verso l’armonizzazione dei dispositivi e di standard minimi acces sibili ai diversi sistemi. Un contributo importante allo sviluppo di tale processo di diffusione è avvenuto anche attraverso a quei percorsi che, a livello regionale, hanno caratterizzato la valutazione dei POR a partire da precisi vincoli stabiliti dalla programmazione comunitaria. Con la valutazione intermedia dei POR nella dialettica e nella reci procità in riferimento a quelle prodotte a livello di PON e QCS sono state imple mentate le specifiche modalità previste per la valutazione in Italia e capitalizzati i contributi delle assistenze tecniche regionali nella diffusione di metodi e stru menti per il controllo di gestione e per la raccolta di informazioni utili alla valuta zione (come processo attraverso il quale si possa pervenire ad un giudizio su un qualche fenomeno e/o processo). Tutto ciò ha contribuito a definire i contesti amministrativi regionali come uno degli ambienti privilegiati di diffusione di concetti, metodi e valori propri della valutazione, innestando processi di rilevazione e interiorizzazione di successive necessità valutative orientate allo sviluppo del complesso delle capacità autori flessive. Di seguito si elencano i connotati specifici di questi processi di diffusio ne di della cultura della valutazione nelle aree investigate. È cresciuto il riconoscimento del ruolo assegnato dalle Amministrazioni regionali alla valutazione Rispetto allo sviluppo consolidato di una cultura della valutazione i pareri sono cauti. “Non siamo all’anno zero ma non si può parlare dell’esistenza di una cultu ra consolidata o matura”. Ciononostante, può essere sostenuto con sufficiente certezza che nel corso dell’ultimo decennio è stata realizzata un’azione congiun 132 | 2 I RISULTATI ta di sviluppo, la quale, dal rapporto tra le istituzioni centrali e periferiche (Com missione Europea, Ministeri e Regioni) ha tratto legittimazione, ispirazione, meto di e strumenti condivisi. In Toscana, ad esempio, la valutazione (nella sua architettura adottata per il POR) è stata estesa ai programmi non cofinanziati (nel caso specifico a Piano di Indirizzo Generale Integrato, attuativo della LR 32/2002) e, a monte, sono state create le con dizioni per la loro valutazione (esplicitazione degli obiettivi e delle finalità, adozione standard). Quasi tutti gli intervistati hanno sottolineato poi come l’Amministrazione regiona le abbia utilizzato spesso integrandole ai suggerimenti avanzati dalle assisten ze tecniche le “raccomandazioni” della valutazione intermedia. Ci sono delle ragionevoli differenze date dal contesto organizzativo regionale e dal modello di governance adottato da quella particolare attività amministrativa che afferisce alla programmazione e gestione dei programmi cofinanziati. Probabilmente le caratteristiche di tale attività sempre più finalizzate al coordinamento degli organismi delegati (Province, grandi Comuni, soggetti titolari di Sovvenzioni Glo bali) e alla regolamentazione e indirizzo dei servizi e attività erogate per conto della Regione da parte dei soggetti attuatori (società private, associazioni di categoria e organismi pubblici come l’università, le scuole, o gli enti di ricerca) aumentano la sensibilità del committente (la Regione Assessorato Lavoro e Formazione) ad ascoltare e accogliere i suggerimenti proposti dal fornitore (la società incaricata della valutazione indipendente del POR) in riferimento al miglioramento dell’efficienza gestionale del programma. Dai valutatori indipendenti sono stati forniti, solo per rappresentare qualche esempio, suggerimenti concernenti lo snellimento delle procedure di valutazione ex ante delle proposte progettuali, l’organizzazione del processo di certificazio ne, l’estensione dei controlli. Inoltre, la concomitante chiusura della prima fase di attuazione (20002003), presentazione delle valutazioni indipendenti (luglio dicembre 2003) e la revisione di metà periodo dei programmi (conclusa nei primi mesi del 2004) ha fatto sì che a molti valutatori indipendenti sia stato richiesto di dare un contributo significativo alla riprogrammazione dei POR e dei relativi Complementi di Programmazione. Proprio in questo ambito l’esperienza realizzata in Lombardia ha rappresentato per il valutatore indipendente una sorta di “investitura istituzionale”, un’occasione for malizzata e ricorrente dedicata alla diffusione di metodologie, tecniche e logiche valutative. In particolare, il riferimento è all’istituzione del Gruppo di lavoro sulla riprogrammazione, nell’ambito del quale il valutatore indipendente ha svolto il dupli ce ruolo di supporto informativo e decisionale, concretizzatosi principalmente nella messa a punto di un metodo di raccolta e sistematizzazione degli stimoli provenien ti dal Gruppo di Lavoro, nell’individuazione delle tematiche di maggiore rilevanza ai | 2 I RISULTATI 133 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” fini della riprogrammazione e nella redazione di note, documenti e schede tecniche volte ad approfondire gli argomenti al centro della discussione ed, infine, nell’ani mazione delle discussioni e riflessioni affrontate nelle riunioni del Gruppo, effettua te con tecniche mirate a favorire l’approdo verso le scelte condivise della ripro grammazione. Nelle sue attività il valutatore del POR Abruzzo, probabilmente in ragione del livello di “partenza” (nel 2000) delle capacità espresse dalle strutture tecnico amministrative, ha assunto un approccio più attento ai processi di internalizzazione delle competen ze di base sul monitoraggio, la valutazione dei progetti e la valutazione di programma. I suggerimenti forniti dal valutatore in concomitanza con la valutazione intermedia (2003) sono stati utilizzati per avviare un percorso di sviluppo della capacity building dell’Amministrazione regionale, percorso finalizzato a colmare i gap di natura tecnica (come, nella fattispecie il sistema di monitoraggio informatizzato) e organizzativa (pro cedurale) che incidono direttamente sull’efficienza complessiva del sistema di pro grammazione e gestione degli interventi. Ma ci sono segnali di una crescita della cultura della valutazione anche sul piano della condivisione di una base semantica e non solo. L’Amministrazione pubbli ca, oggi rispetto al recente passato, ha la possibilità di interagire con una “comu nità” (i valutatori e le assistenza tecniche) molto più omogenea nei riferimenti concettuali (comune base semantica), nella definizione, anche operativa, di metodologie e tecniche di analisi. La presenza di un ambiente regionale “favorevole” (sensibile e attento alle tematiche valutative) e la partecipazione ai tavoli nazionali (Gruppo Tecnico di Valutazione, Grup po tecnico di valutazione Pari opportunità Gruppo placement, ecc.), ha creato le condizioni per sperimentare e diffondere tecniche valutative come, nel caso specifico dell’Emilia Romagna, in riferimento all’approccio integrato relativo alle politiche non solo FSE che interagiscono sui territori o all’utilizzo della metodologia Vispo nella valutazione delle pari opportunità uomodonna e mainstreaming di genere già nella valutazione intermedia). Queste esperienze hanno portato poi ad una evoluzione e raf finamento della metodologia ed alla sperimentazione delle stesse in politiche diverse da quelle concernenti l’occupabilità. Assistiamo pertanto ad un processo non perfettamente distribuito a livello loca le e, per certi versi discontinuo, che ha portato a forme di internalizzazione delle competenze per la valutazione. Questo percorso di sviluppo può essere colto verificando: • una partecipazione sempre più ampia dei valutatori indipendenti nella defini zione di alcuni passaggi cruciali per la definizione degli interrogativi sull’avan zamento, per la definizione degli indicatori e più in generale per il miglioramen to della capacità di porsi domande sull’avanzamento; 134 | 2 I RISULTATI • una migliorata sinergia tra gli interrogativi posti dalla ricerca valutativa svolta a livello locale e le necessità conoscitive dei policy makers sulla direzione da imprimere alle scelte di policy sia a livello centrale che locale. Per questo, seppur di fronte ad un processo che in ragione di differenti sensibi lità territoriali non risulta univocamente distribuito, si può sostenere che la valu tazione, come percorso autoriflessivo sull’attuazione, ha teso ad emanciparsi da un ruolo tendenzialmente formale sviluppato in risposta alle richieste della Com missione Europea in merito alla valutazione dell’intero Programma, per svolgere un ruolo più preciso e definito in merito alla “ristrutturazione” degli interrogativi possibili sulla realizzazione. Tali interrogativi scaturiscono anche dalla crescita delle competenze a livello locale di settori dell’amministrazione regionale che investono nella direzione di un miglioramento delle capacità di lettura di processi e risultati. Ma il rapporto tra amministrazione regionale e società incaricata della valuta zione indipendente del POR può assumere dei caratteri di criticità e risultare poco o per nulla “efficiente”. Ad esempio, possono verificarsi casi in cui le capacità di lettura (dei processi e dei risultati) espressa dall’amministrazione equivale o è superiore a quella espressa dalla società, oppure che si verifichi un turn over rapido all’interno del team di valutatori e ciò determini, per l’am ministrazione, la necessità di ricominciare, ogni volta, dalla illustrazione/spie gazione delle caratteristiche (spesso complesse) del sistema regionale (pro cessi amministrativi, monitoraggio, strategie politiche e strumentazione ope rativa). Dall’esperienza maturata con la programmazione 20002006, la Regione Piemonte trae ispirazione per sollevare una riflessione sulle modalità di affidamento del servizio di valutazione e, più in generale, sul significato da attribuire al concetto di indipenden za della valutazione. Può essere definito indipendente un servizio di valutazione finan ziato attraverso una fonte (il POR) che rappresenta, nel contempo, l’oggetto della valutazione? Il nodo nel rapporto tra fonte di finanziamento, committenza e servizio richiesto potrebbe essere sciolto, ed è questa la proposta informalmente avanzata dalla Regione durante l’intervista, spostando committenza e fonte di finanziamento del servizio di valutazione dei POR al di fuori della Programmazione regionale, inne standole, ad esempio, sulla eventuale Programmazione nazionale. Le criticità del sistema degli indicatori di programma Le criticità sembrano connesse alla gestione del rapporto inevitabilmente dialet tico esistente tra la standardizzazione (oggi si preferisce parlare di armonizzazio ne, ma in riferimento alle base dati è preferibile continuare ad utilizzare questo termine) e le specificità dei contesti amministrativi e locali e le loro peculiari esi | 2 I RISULTATI 135 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” genze conoscitive (del mercato del lavoro, delle priorità politiche, del mercato dell’offerta formativa, ecc.). Il valutatore indipendente del PON a titolarità del Ministero del Lavoro, ad esempio, è intervenuto nella fase di riprogrammazione del Programma proprio su questi aspet ti di criticità, invitando l’Amministrazione (e anche l’AT) a riflettere sul significato pecu liare che gli indicatori di risultato (efficacia) e di impatto (variazione del contesto) assu mevano per un Programma il cui significato e valore aggiunto è da ricercare proprio nella interazione con la programmazione regionale. Questa riflessione, sollecitata dal valutatore indipendente, ha comportato, in fase di riprogrammazione del Programma e di ridefinizione del relativo Complemento di Programmazione da parte dell’Ammini strazione, una rivisitazione sostanziale del sistema di indicatori di risultato e impatto del PON “Azioni di sistema”. Unanime è, ancora, il giudizio espresso dagli intervistati circa l’elevato grado di complessità del sistema degli indicatori (di realizzazione, risultato e impat to) e tale giudizio si accompagna all’auspicio che, per il prossimo futuro, si operi verso una semplificazione e migliore condivisione preliminare di tale sistema. In Umbria, Amministrazione e valutatore indipendente hanno organizzato e realizzato uno specifico focus group a cui sono stati invitati i principali attori regionali coinvol ti nell’attuazione del programma e gli enti strumentali che abitualmente trattano i dati e le informazioni socio economiche regionali finalizzato alla analisi della utilizzabilità ed effettiva utilità degli indicatori di valutazione del POR. Nell’alveo delle criticità connesse al sistema degli indicatori rientra anche l’indi cazione di un sostegno troppo debole espresso dall’azione di sistema nazionale circa l’analisi e il confronto sugli indicatori di programma. Per comprendere appieno il significato di tale critica è opportuno rammentare quale architettura del (o nel) rapporto nazionaleregionale è stata realizzata per la valutazione di pro gramma. 136 | 2 I RISULTATI QCS obiettivo 3 MLPS (DG POF DIV. VII) Soggetto preposto Isfol Struttura naz. di valutazione (ente pubblico di ricerca, soggetto in house al MLPS) Programmi Operativi ob. 3 REGIONI (Assessorato Lavoro e FP Referente della valutazione) Valutatori indipendenti (società private singole o associate) Riferimenti formali per Art. 40 del Regolamento 1260/99 l’Amministrazione e per i Cap. “Sorveglianza” del Qcs obiettivo 3 e dei POR ob. 3 valutatori (Terms of reference) Contratti di servizio Riferimenti sostanziali a Sistema di indicatori di realizzazione (o di monitoraggio) livello comunitario comuni a livello europeo, Guidelines for System of Monitoring and Evaluation of ESF (CE 1999) Guidelines for the Mechanisms of Monitoring and Evaluation of the Intervena tion of ESF (CE 2001) Riferimenti sostanziali a Sistema di indicatori di realizzazione (o di monitoraggio), di risultato (diffu livello nazionale sione ed efficacia diretta) e di impatto (modificazioni del contesto) Coordinamento nazionale e Gruppi di lavoro tematici Isfol (placement, qualità della FP) Appuntamento Formale GTV (Gruppo tecnico di valutazione) Qcs ob. 3 GTV Gruppo tecnico di valutazione regionale singolo POR Linee di finanziamento dedicata Misura F1 del PON obiettivo 3 Azioni di supporto e Azione di sistema nazionale “Analisi relativa linea finanziaria e valutazione” utilizzata Misura C2 Azione 1 Misura F1 dei POR obiettivo 3 Analisi e ricerche valutative specifi che soprattutto Misure F1, F2, A1 e C2 Ebbene, soprattutto nel periodo 20032005 tra i “riferimenti sostanziali” e ad eccezione delle attività concernenti il Gruppo placement111, sono risultate sotto dimensionate e discontinue a livello di coordinamento nazionale l’insieme delle attività di confronto sugli indicatori, sia sulle questioni aperte (come nel caso specifico della scarsa adeguatezza degli indicatori concernenti le tematiche trasversali quali sviluppo locale e società dell’informazione), che di condivisione e confronto sulle scelte adottate nel corso dell’implementazione dei Programmi (come ad esempio la definizione, a livello comunitario, dell’indice dei Rapporti di valutazione). Se la manualistica (le linee guida prodotte)112 ha affrontato organicamente tutti gli aspetti di impostazione metodologica operativa con una particolare attenzio 111 Il Gruppo placement, attivo dal 1997, affronta le questioni metodologiche e tecniche concernenti la rilevazione degli esiti occupazionali degli interventi formativi (indicatori di risultato delle poli tiche per l’occupabilità). 112 Si vedano in particolare le pubblicazioni Collana Metodologie per la valutazione di programma elen cate nel paragrafo 2.4.1. | 2 I RISULTATI 137 Schema 2.7 Architettura della valutazione FSE obiettivo 3 nel periodo 20002006 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” ne agli indicatori di programma, i Gruppi di lavoro tematici promossi e coordina ti dall’Isfol hanno trattato con maggiore continuità ed efficacia aspetti aggiuntivi, ancorché importanti (come l’analisi dei processi di implementazione o la valuta zione della qualità dei sistemi di FP), ponendo un’attenzione meno continuativa all’accompagnamento dei processi di adattamento, traslazione, aggiornamento dei metodi concordati per la valutazione dei programmi in base al sistema degli indicatori di realizzazione, risultato e impatto. L’emergere di queste criticità, al di là delle implicazioni di breve periodo che si concretizzano nella necessità di una revisione importante in termini di pertinen za e affidabilità dell’impianto di osservazione delle realizzazioni del Programma¸ crediamo possa essere interpretato proprio come naturale esito di quanto soste nuto in precedenza. Il guardare alle realizzazioni e alla credibilità degli strumenti di osservazione adottati rappresenta uno dei processi di cambiamento maggior mente significativi. La percezione di una certa inadeguatezza dei punti di osservazione e dei modi di osservare è, infatti, una delle conseguenze dirette della crescita di una domanda di informazioni rilevanti, affidabili, relative al processo che si attivato e capaci di riconsegnare conoscenze cha consentano di esprimere motivati giudizi (valuta zione). Il ruolo del monitoraggio nella crescita della cultura della valutazione È pressoché unanime il giudizio espresso circa una “sostanziale crescita della cultura e pratica del monitoraggio”. È opportuno premettere il significato ed il peso relativo che assume la ricostru zione delle ricadute prodotte da un’azione finalizzata alla standardizzazione delle informazioni registrate in fase di attuazione dei progetti in contesti regionali (Emi lia Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte e Veneto) caratterizzati anche sullo specifico terreno della raccolta dati e della valutazione da una storia ricca e da esperienze significative. Ciononostante, gli sforzi compiuti a livello nazionale, in particolare con l’azione congiunta, promossa dal Ministero dell’Economia e Finanze Ragioneria Gene rale dello Stato e realizzata con il supporto del Ministero del Lavoro e (su un piano operativo) dell’Isfol, finalizzata alla diffusione degli standard informativi da adottare nei sistemi di monitoraggio dei programmi cofinanziati, malgrado le cri ticità del progetto Monit2000 (in parte risolte con MonitWeb) hanno dato i loro frutti. Di fatto, quasi tutte le realtà approfondite sono, dal punto di vista dei sistemi di monitoraggio regionali di FSE, “casi di eccellenza europei”. In queste, come in molte altre regioni e province del Centro Nord Italia, gli Assessorati competenti 138 | 2 I RISULTATI di FSE si avvalgono di sistemi di monitoraggio integrati, di supporto alla gestio ne amministrativa dei progetti, ma anche alla produzione di microdati diretta mente utilizzabili a fini statisticoinformativi. Si tratta di sistemi complessi gestiti dall’Amministrazione regionale, che coinvolgono, per la quota parte di loro com petenza, gli Organismi intermedi (Province e soggetti responsabili delle Sovven zioni Globali) e che vedono la compartecipazione (controllata) dei soggetti attua tori che compongono il mercato dell’offerta formativa (e non) che accede ai finanziamenti messi a disposizione dal POR, alla produzione delle informazioni semplice (microdati) e al loro caricamento diretto sul sistema. Ne risultano base dati costantemente aggiornate e contenenti informazioni sui soggetti attuatori, sui progetti e sui destinatari effettivi (persone) che, nella loro struttura e utilizzazione, testimoniano l’adozione degli standard nazionali concordati. E proprio le anagrafiche sui destinatari effettivamente coinvolti negli interventi, ossia le informazioni concernenti le variabili anagrafiche (codice fiscale compre so) e i livelli di istruzione delle persone “in entrata”, rappresentano quella sezio ne delle base di dati regionali rispetto alle quali risulta più direttamente intelligi bile la crescita significativa della cultura della standardizzazione e della diffusio ne della consapevolezza che il monitoraggio più che un vincolo (mero adempi mento formale) è fondamentalmente una risorsa (supporto strategico alla presa di decisioni). In Toscana le informazioni anagrafiche e i livelli di istruzione dei destinatari diretti riguardano non solo le attività formative cofinanziate ma anche le attività a finanzia mento esclusivamente regionale, o statale, nonché gli interventi formativi privati ma riconosciuti dalla Regione. L’utilizzo delle anagrafiche regionali da parte del valutato re indipendente è stato ampio e articolato anche perché la valutazione di placement (analisi degli esiti occupazionali dei formati) rientrava nei compiti stabiliti dal contrat to di servizio sottoscritto. La raccolta dei dati anagrafici connessa alla realizzazione delle indagine retrospettive sui formati (denominate in questo caso follow up) in Piemonte ha una storia “antica”. È, infatti, dal 1983 che la Direzione Generale Formazione della Regione Piemonte, ogni anno e attraverso i soggetti attuatori dei corsi di formazione (per tutte le filiere finalizzate all’occupabilità, esclusa quindi la formazione continua) raccoglie ed elabo ra i dati anagrafici e i livelli di istruzione dei formati, nonché la loro condizione occu pazionale a 6 e a 12 mesi di distanza dalla chiusura dell’attività formativa. Per altro, la strategicità della produzione delle anagrafiche sui destinatari è rico nosciuta da tutti gli intervistati e senza alcuna ambiguità. Essi, infatti, alla nostra esplicita domanda: Se nella prossima programmazione non fosse più obbligatorio produrre le anagrafiche, la Regione, secondo Lei, dovrebbe continuare a raccogliere dati sui destinatari? | 2 I RISULTATI 139 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” hanno unanimemente risposto che si tratta di un processo sostanzialmente irre versibile, per la sua utilità e per l’impatto prodotto sui rapporti (più strutturati, col laborativi e trasparenti) instaurati con i soggetti attuatori113. Sul terreno della produzione delle anagrafiche si innesta però anche una rifles sione critica che coinvolge, secondo una visione di più ampio respiro, la questio ne della mancanza delle connessioni tra i diversi archivi amministrativi (scuola, università, formazione, lavoro) e che auspica il superamento di una produzione informativa sostanzialmente autarchica, tutta interna al sistema regionale di attuazione delle politiche cofinanziate (politiche della formazione e, solo margi nalmente, del lavoro)114. Questa prospettiva, intravista dai più, determina la necessità di “ripensare” ad un coordinamento interistituzionale e ad un dialogo tra sistemi che, al dì la della definizione del “metaobiettivo” dell’integrazione (dei sistemi e delle politiche) proprio della programmazione in fase conclusiva, regi stra una preoccupante successione di fasi caratterizzate da una “comunicazione difficile” tra le Amministrazioni competenti. Alcune criticità di carattere operativo connesse al monitoraggio dei progetti Oltre al già citato problema della ricerca di un equilibrio stabile e condiviso tra le esigenze di standardizzazione e quelle di tipicità (delle informazioni e della loro lettura), vengono individuate anche criticità di carattere tecnico e gestionale con nessa all’utilizzo di sistemi gestionali e informativi tarati sull’unità progettuale. Ad esempio, è sempre più diffuso il finanziamento di progetti compositi e integrati, i quali, anche se “trattati” in modi diversi dai sistemi informativi115, male si adat tano a criteri univoci di classificazione. Sempre allo stesso ambito appartengono poi i problemi di compresenza, nei sistemi di archiviazione delle informazioni, di progetti dalle dimensioni (finanzia ria, temporale, localizzativa, ecc.) palesemente diverse. Conteggiare il numero di progetti, come per altro prevede l’indicatore di realizzazione comune a livello europeo, senza tener conto della eterogeneità dell’unità progettuale, significa, nella migliore delle ipotesi, rappresentare una realtà distorta. 113 Per altro, i rapporti oggi consolidati tra Amministrazione regionale, provinciale e soggetti attuato ri, rappresentano il risultato di un percorso di decentramento e di responsabilizzazione che ha visto nelle prime fasi l’introduzione di meccanismi di sanzione/premialità legati ad azioni di inserimen to/aggiornamento dei dati per assicurare la corretta implementazione dei dati non nei confronti dei soggetti attuatori e degli Organismi intermedi (Province e soggetti delegati alla gestione delle Sov venzioni Globali). 114 In base agli ultimi dati disponibili, il FSE nelle annualità 20032004 ha cofinanziato circa il 90% del totale degli interventi formativi a finanziamento pubblico realizzati in Italia. 115 Un progetto composito o integrato in alcuni sistemi di monitoraggio regionali viene inserito come un progetto e l’attribuzione dei vari elementi classificatori avviene sulla base della cosìdetta “atti vità prevalente”. In altri sistemi, al contrario, il progetto composito o integrato viene scomposto in n attività, ognuna delle quali inserita come fosse un progetto, con i potenziali problemi di ricon duzione all’unità progettuale e di lettura dei dati di attuazione che questo tipo di scelta comporta. 140 | 2 I RISULTATI Rispetto a questi esempi, si registrano due “strategie di soluzione” delle criticità gestionali e “di correzione” delle distorsioni ambedue generate dalla difformità delle dimensioni dei progetti. La prima è interna alla gestione dei sistemi informativi. Se uno stesso soggetto attuatore realizza n progetti aventi la stessa finalità e afferenti alla stessa tipolo gia (formazione nell’ambito dell’apprendistato oppure progetti di work experien ce, o ancora la pubblicazione di bandi di gara) allora le n attività possono esse re raggruppate in uno stesso progetto. L’altra soluzione per compensare l’effet to distorcente prodotto dalla presenza di oggetti eterogenei è, invece, riferita alla lettura (e, a monte, al trattamento) dei dati di monitoraggio. Il ricorso al peso pon derato (numero di progetti per importo finanziario) consente di analizzare, ad esempio, l’esatto investimento operato dall’amministrazione su un determinato ambito di intervento o tipologia di progetto, nonché il suo grado di diffusione, correggendo la lettura che se ne avrebbe considerando la sola numerosità dei progetti. Al di là del contenuto specifico delle questioni sopraesposte, queste “soluzioni tecnicoorganizzative” rivelano capacità e competenze di eccellente profilo ed indicano, in modo piuttosto inequivocabile, il livello di diffusione e maturità che, sul terreno specifico della standardizzazione (sia in termini gestionali che informa tivi), la cultura del monitoraggio e delle valutazione ha raggiunto. La funzione del valutatore indipendente quale parte integrante del processo di pro grammazione regionale per le politiche formative e del lavoro ha forse trovato una delle sue massime espressioni in Emilia Romagna. Il valutatore ha contribuito a far emergere le lacune conoscitive e a prevedere i nuovi fabbisogni informativi attraverso la definizione di domande valutative coerenti sia con gli obiettivi della programmazio ne 20002003 sia con lo sviluppo socioeconomico del territorio. Appare forse più difficile da dimostrare con certezza come tale diffusione e matu rità abbia ricadute dirette sulla capacità, da parte delle strutture regionali com petenti, di programmare in funzione dei risultati ottenuti (e palesati dalla valuta zione) e di capitalizzare sistematicamente le esperienze (buone o cattive) per orientare o riorientare le scelte strategiche. 2.5.3 Tra fabbisogni e sostenibilità Ma quale sviluppo è da ritenere auspicabile per il prossimo futuro al fine di miglio rare i sistemi di monitoraggio e valutazione dei programmi o delle politiche? Sul fronte organizzativo l’idea forza appare connessa alla consapevolezza della necessità di creare filiere organizzative di presidio dei diversi processi di monito raggio e valutazione delle politiche, ad esempio attraverso una più stretta colla borazione operativa con i Nuclei di Valutazione degli Investimenti pubblici oggi | 2 I RISULTATI 141 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” operanti all’interno di ciascuna amministrazione116. Analogamente, risulta diffu sa l’intenzione di investire nel rafforzamento della funzione di tutorship di siste ma attraverso, ad esempio, la creazione di un help desk a beneficio dei sogget ti incaricati della produzione e alimentazione dei dati (i soggetti attuatori), lo svi luppo e la formalizzazione di procedure organizzative per regolamentare puntual mente le attività e le responsabilità. Rispetto ad un piano più generale, accanto alla finalità prettamente gestionali (verifica e previsione dell’andamento di spesa) e alla finalità conoscitiva (suppor to alle decisioni) su cui si è già scritto in passato117, sembra farsi strada (sempre in riferimento ai contesti “avanzati” presi in esame) l’idea che il monitoraggio deve svolgere il ruolo di strumento per la verifica del buon andamento dei pro getti complessi: vale a dire la capacità del sistema di segnalare tempestivamen te eventuali inefficienze, al fine di poter predisporre il necessario supporto ammi nistrativo, tecnico e organizzativo (spesso definito “accompagnamento”) finaliz zato al superamento delle eventuali criticità attuative. Si tratta di capacità che rimandano all’affidabilità dei dati raccolti ma, soprattut to, alla tempestività della raccolta e della credibilità delle informazioni raccolte e della loro fruibilità effettiva da parte degli attuatori. Si innestano qui questioni relative, come si diceva, alle necessarie compatibilità tra differenti piattaforme di raccolta (nazionali e locali) nonché, al di là degli enormi sforzi già compiuti, di selezione di informazioni riconosciute da tutti i sistemi di raccolta come basilari per la descrizione dell’avanzamento. Ma c’è di più. Il riassestamento in corso d’opera di programmi e progetti è un processo che non può essere alimentato esclusivamente con dati sulla gestione, ma necessita di focalizzazioni qualitative sull’andamento in ragione del grado di raggiungimento degli obiettivi. Tutto ciò richiama la necessità di un significativo e generalizzato miglioramento del modo di porsi le domande e delle capacità di affrontare i “cambiamenti imprevisti nell’implementazione” con competenze organizzative non stoccabili automaticamente (presenti, cioè, una volta per tutte) nei sistemi sociotecnici che gestiscono l’avanzamento dei progetti e dei pro grammi. In altre parole, emerge un naturale bisogno (da porre oggi nelle sedi opportune) di accrescere il numero dei “sensori” per la valutazione da disseminare su tutto il 116 Si veda a tale proposito la delibera Cipe 77/2005, che definisce il ruolo dei Nuclei a sostegno del Quadro Strategico Nazionale e della programmazione dei Fondi Strutturali 20022013. 117 De Vincenzi R. e Villante C., Monitoring of Structural Founds: The Development of Policy Evaluations in Italy, in “The 2002 EES (European Evaluation Society) Conference. Three movements in Contem porary Evaluation: Learning, Theory and Evidence”, Siviglia, Ottobre 2002. 142 | 2 I RISULTATI ciclo attuativo: dalla modifica della programmazione attraverso la migliorata capacità di riflettere sul gap dell’implementazione; alla registrazione degli impat ti attraverso un più sensibile percorso di osservazione ex post dei risultati, oggi delegato sostanzialmente ad una riflessione che pur potendo avvalersi delle informazioni provenienti dalle valutazioni previste non consente una adeguata lettura dei cambiamenti avvenuti al termine del ciclo di programmazione. Infine, la domanda di risorse umane qualificate ma soprattutto la predisposizio ne a livello locale di terreni di accoglienza adeguati per lo sviluppo di determina te competenze per il monitoraggio e la valutazione viene indicata, più o meno esplicitamente, come una delle necessità più rilevanti. Resta forte, se non prevalente, il fabbisogno di Assistenza tecnica (AT). Nella nostra ricognizione abbiamo potuto constatare la strategicità delle competenze espresse dalle AT e il loro grado di coinvolgimento nelle attività connesse ai pro cessi attuativi tipici del FSE (dalla programmazione alla gestione, fino al monito raggio). È per altro ormai noto come il ricorso da parte della Pubblica Ammini strazione ai servizi di AT, in molti casi, rappresenti un modo di affrontare il sostan ziale blocco del turn over naturale di personale e l’acquisizione rapida ed effi ciente di adeguati expertise non immediatamente disponibili. Peraltro, il crescente ricorso alle AT e in ambiti specifici del processo gestiona le alle esternalizzazioni oltre che all’aumento della complessità tecnologica, appare connesso alla esigenza di liberare risorse (ed energie) al fine di realizzare secondo un principio di governance le sempre più onerose attività di coordi namento, di indirizzo e di gestione dei flussi informativi dei (sempre più numero si) soggetti coinvolti nell’attuazione dei POR (Province, Organismi delegati alla gestione delle Sovvenzioni Globali, Enti formativi accreditati e non, Scuole e Uni versità, Parti sociali e Organismi afferenti al terzo settore, Società private ed Enti locali). L’enfasi intercettata sull’assistenza tecnica, rappresenta sicuramente la prova diretta di una connessa necessità di puntare ancora e in maniera risoluta verso il miglioramento generalizzato delle capacità di gestione e delle capacità di rapido ed efficace adattamento ai contesti (progettuali e non). È evidente che la tempi stica di questi adattamenti spesso non consente una programmazione degli investimenti in risorse umane e strumentali dedicate e costruisce, pertanto, parallelamente una significativa dipendenza delle amministrazioni da nuclei (a volte molto sviluppati) di saperi tecnici depositati presso soggetti esterni alle Amministrazioni. Gli effetti di questo processo non appaiono completamente prevedibili. In gene rale, le interviste effettuate hanno messo in evidenza il sostanziale incardinamen to di tali saperi nella gestione e in alcuni casi, crediamo destinati ad accrescersi, | 2 I RISULTATI 143 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” 2.5 L’azione di sistema nazionale “Analisi e Valutazione” di sostanziale dipendenza dei processi decisionali proprio dalle regole e dalle forme di utilizzo di tali presidi conoscitivi. Appare evidente come questo di per sé non rappresenti un limite insormontabi le. Evidenzia però una via di fuga di quello che può essere definito bisogno di competenze. L’integrazione di queste competenze nei contesti organizzativi e l’opportuno scambio di risorse e saperi che dovrebbe caratterizzare i percorsi di outsorcing, appare oggi veicolata da una forte asimmetria tra bisogni di diffusio ne di competenza esperti e tempistica della realizzazione (efficace ed efficiente). Si tratta di una forbice che tende a divaricare percorsi che sarebbe auspicabile tenere fortemente copresenti. 144 | 2 I RISULTATI capitolo 3 CONCLUSIONI 3.1 CONTRIBUTO ALLA COSTRUZIONE DI MIGLIORI CONDIZIONI DI PARTENZA PER LA PROGRAMMAZIONE E ATTUAZIONE DELLE POLITICHE E DEI PROGRAMMI 20072013 Le pagine che seguono vogliono essere un tentativo di richiamare alcuni dei temi fin qui emersi per riproporli all’interno di una riflessione di più ampio respiro intor no, non tanto alle ricadute delle azioni di sistema alle quali il presente lavoro è dedi cato, quanto alla sostenibilità del PON. Il concetto di sostenibilità si riferisce, in questo caso, alla specificità e utilità del contributo da esso offerto alla implemen tazione di determinate politiche di intervento ma soprattutto, nella fase attuale di impostazione della prossima programmazione di FSE, alla costruzione di migliori condizioni di partenza per l’attuazione delle politiche e dei programmi 20072013. Parafrasando quanto già affermato nelle pagine iniziali di questo lavoro si può ritenere, in sintesi, che le azioni di sistema nazionali siano state caratterizzate da risultati rintracciabili all’interno di differenti seppur concomitanti processi. Infatti, esse hanno: • supportato l’attività regolativa consentendo all’architettura dei sistemi, malgra do alcune incertezze determinate dai ritardi delle corrispondenti norme attuati ve, di situarsi efficacemente nei territori (è il caso della L. 30/03 e della L. 53/03); • facilitato la progettazione di standard minimi e/o l’individuazione di livelli essenziali di prestazioni; • consentito l’accesso a sistemi di competenze definiti, proposti e/o regolati a livello nazionale (es. modelli di analisi delle competenze); • favorito la messa a punto di strumenti di uso diffuso di sostegno all’implemen tazione delle differenti policies a livello locale (linee guida, forme di accompa gnamento mirato, etc.); • sviluppato, conseguentemente, forme di assistenza tecnica on demand con il preciso scopo di supportare il potenziamento di competenze locali per il gover no e la gestione; | 3 CONCLUSIONI 145 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 • lavorato (direttamente e indirettamente) in direzione del fare sistema attraverso lo stimolo alla costruzione di comunità professionali (anch’esse a geometria variabile) che hanno svolto un ruolo insostituibile in direzione della stabilizza zione di forme diffuse di knowledge management; • contribuito a delineare differenti forme di governance multilivello in stretta rela zione con le tematiche affrontate, offrendo soluzioni e modi di vedere afferma tisi con una certa uniformità a livello locale; • operato in maniera strategica in direzione del sostegno alla domanda di valu tazione attraverso il miglioramento generalizzato della raccolta di informazioni sui processi attuativi e la costruzione di competenze locali mirate sempre più all’internalizzazione di specifiche competenze d’uso. Il processo di implementazione del PON osservato nella sua fase di maturità del l’ultimo biennio e attraverso il colpo d’occhio tipico di specifiche aree di policy e di contesti territoriali delimitati è stato caratterizzato dalla costante coesistenza di due punti di vista nazionale e locale rivelatisi entrambi strategici. Il loro costante confronto e complementarietà, la continua tensione verso la loro messa in coerenza hanno posto in maniera crescente una domanda di governa bilità dei processi di implementazione delle politiche nazionali che non aveva pre cedenti nel nostro Paese. D’altro canto, se tutto quanto realizzato attraverso il PON rischia di apparire, oggi, come una naturale evoluzione dei processi di regolazione politica multilivel lo, attivati attraverso le riforme dei sistemi istruzione, formazione e lavoro, non appaiono naturalmente connaturati a questa evoluzione in maniera chiara e uni voca risposte, interpretazioni e soluzioni che, anche attraverso la dialettica nazionalelocale, hanno caratterizzato gli investimenti pubblici per lo sviluppo del capitale sociale. Il compito strategico rintracciabile dalla lettura dell’insieme degli obiettivi/risulta ti del PON e percepito seppur in maniera differenziata, ma in ogni caso significa tiva, dagli attori locali è stato, innanzitutto, quello di sostenere con azioni concre te la complessità della costruzione di modelli di azione pubblica ai vari livelli in grado di orientare e presiedere agli innumerevoli e diversificati passaggi concre ti della realizzazione. È proprio attraverso tali passaggi che sono stati prodotti quei beni relazionali (pratiche, culture, forme organizzative, valori) che hanno concorso e concorrono al miglioramento stabile del rendimento istituzionale a livello nazionale e locale. Per generare cambiamenti tangibili, osservabili e, laddove possibile, trasferibili da un territorio/da un contesto istituzionale all’altro sono state costruite risposte capaci di affrontare e di rendere produttive le dialettiche macromicro, centro periferia, globalelocale. 146 | 3 CONCLUSIONI Il livello locale, concetto ampiamente valorizzato dai processi di devoluzione veicolati dalla riforma costituzionale, è venuto in questi anni a costituirsi sempre più come un ambito privilegiato delle policies, un luogo dove si intrecciano dina miche culturali e storiche di lunga durata, culture organizzative e competenze istituzionali in continua trasformazione, logiche cooperative, collaborative e competitive differenziate, domanda sociale e capacità di raccolta dei bisogni specializzate e fortemente ancorate alle vicende dei luoghi, delle persone e delle istituzioni. Queste vocazioni, questi modi di vedere, di pensare e di organizzare hanno tro vato anche e soprattutto attraverso il PON risorse umane e finanziarie, suggeri menti, obiettivi, visioni ampiamente utilizzate e utilizzabili. Il livello nazionale ha trovato nel confronto con le realtà locali (regionali e provin ciali in special modo) stimoli al miglioramento di una visione strategica in linea teorica già capace di promuovere cambiamenti dotati di un sufficiente grado di autonomia e di un adeguato grado di coerenza con l’insieme delle strategie loca li messe in atto. I vincoli che in alcuni ambiti hanno sovrastato il raggiungimento di risultati posi tivi di un programma come il PON, hanno riguardato prevalentemente la variabi lità dei punti di vista che si costituiscono ai differenti livelli territoriali e/o di gover no che hanno portato gli attori a reinterpretare, attraverso selezionati e specifici criteri di azione, le ideeforza, gli obiettivi, gli strumenti e i metodi suggeriti più o meno esplicitamente dal Programma. La rielaborazione che di essi viene qui svi luppata ex post non dovrebbe, tra l’altro, eludere l’interrogativo più generale che riguarda la necessità/utilità strategica di Programmi, come il PON Azioni di siste ma, che entrano nel vivo della relazione tra livelli di governo, territori, attori, poli tiche. Il PON attraverso le sue azioni ha agito, è quanto (seppur con differenti sfu mature) hanno suggerito i nostri interlocutori, sia sul coordinamento di azioni tutte fortemente improntate ad un approccio locale, sia sul potenziamento delle specifiche capacità strategiche locali di supporto al disegno dell’azione pubbli ca di livello più generale (nazionale). In questi anni, seppur in maniera non perfettamente omogenea ma decisamente ravvisabile, è maturata la capacità diffusa di potenziare e sperimentare le com petenze locali di fare governo, di fare rete, di fare integrazione all’interno di un quadro strategico più generale, sempre teso a richiamare le necessità di tenere compresenti la tensione alla differenziazione e il potenziamento delle strategie di accompagnamento e omogeneizzazione. È cresciuta, a tutti i livelli di governo e in maniera significativa (almeno negli ambi ti di approfondimento osservati), la consapevolezza/percezione dei rischi dovuti: • sia ad un eccesso di frammentazione generato da visioni esageratamente localistiche; | 3 CONCLUSIONI 147 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 • sia a debole diffusione di competenze strategiche di rielaborazione, di coordi namento e di integrazione in settori di intervento contigui e, in alcuni casi sovrapposti. In altre parole il bisogno di centro e di governo strategico che è emerso nella nostra ricognizione individua proprio nel miglioramento della capacità di antici pazione strategica del livello nazionale la risposta più adeguata alla frammenta zione delle risposte locali o ai rischi di inadeguatezza delle corsie di scambio tra i percorsi/prodotti delle politiche locali (regionali) e il disegno complessivo di uno sviluppo armonico dell’intero sistema Paese. Ad un altro livello, tuttavia, appare opportuno segnalare il consolidamento (altrettanto significativo) del bisogno di locale e di governo decentrato, reso sempre più visibile se osservato all’interno di processi di concorrenza e coope razione tra pari (Regioni) attraverso i quali (si pensi al ruolo del Coordinamento delle Regioni e di Tecnostruttura sulla questione delle competenze) anche la direttrice Province → Regioni → Stato, ha avuto modo di sostanziarsi e di tro vare canali di costruzione condivisa, di negoziazione e di proposta, stimolando una dialettica a somma positiva. Peraltro, le forme di scambio di saperi, modelli organizzativi, soluzioni intercetta te nel corso della ricerca anche grazie alle ottiche di osservazione adottate (teo ria degli attori e teoria del programma), nel loro percorso di affermazione e radi camento locale sembrano aver seguito logiche di tipo diverso: • logiche di tipo incrementale, ove è privilegiato un approccio ai problemi e alla complessità per step successivi e progressivi; • logiche imitative, ove l’enfasi maggiore è posta sui processi di confronto e ben chmarking tra amministrazioni; • logiche di coerenza attuativa tra nazionale e locale, nelle quali viene data espres sione diretta a ciò che è espressamente previsto nei dettagli della normativa; • logiche contestuali di grande interesse e forza esplicativa ma che fanno di sin goli ambiti/soluzioni territoriali fatti unici118, che possono essere studiati preva lentemente in funzione della genuinità e della specializzazione possibile dei loro ingredienti costitutivi. 118 La nostra attività ci ha consentito di rivedere e migliorare anche l’approccio alle cosiddette buone pratiche. Una pratica sembra potersi considerare buona quando: i) risponde al sistema delle aspet tative degli attori interessati ad essa, quando cioè viene considerata buona da tutti coloro che ad essa ricorrono (percezione e rappresentazione condivisa); ii) è generalmente in grado, una volta che si ricorra ad essa, di risolvere il problema che ne ha promosso la realizzazione, quando cioè, per un determinato periodo di tempo (ceteris paribus), consente a coloro che la realizzano di produrre i medesimi risultati/accedere agli stessi benefici/attivare gli stessi comportamenti per i quali essa viene considerata buona (stabilità nel tempo); iii) gli elementi salienti e condivisi che la individua no come buona consentono, a determinate condizioni, di ottenere gli stessi benefici/cambiamenti in contesti differenti da quelli della sua realizzazione originaria (trasferibilità). Appare evidente che questi elementi accrescono la complessità e la variabilità degli esiti nonché proprio la tenuta e la coerenza attuativa del Programma nazionale. 148 | 3 CONCLUSIONI Queste differenti e spesso concomitanti logiche di realizzazione, di sviluppo delle azioni di sistema, di diffusione di pratiche e di risultati nei territori e tra i territori richiamano con forza alcuni dei fattori esplicativi della individuazione delle ricadu te già ampiamente descritti nelle pagine precedenti. Li indichiamo brevemente. La grande rilevanza strategica assunta dalla nascita e lo sviluppo delle comunità professionali sviluppatesi attorno ai temi (apprendistato, ruolo del tutor, certifica zione delle competenze, etc.) e agli strumenti (tavoli, coordinamento di referenti) tipici del PON. Lo sviluppo di queste comunità ha agito, poi, a differenti livelli attraverso: • la creazione di precisi e riconoscibili ambiti di snodo e di scambio di conoscenze; • la promozione di competenze organizzative sussidiarie sviluppatesi attorno all’azione di sistema nazionale ma orientate al coordinamento dei vari ambiti di azione locale, alla creazione di sinergie tra filiere progettuali e di intervento con tigue a livello locale (nel caso specifico, il dirittodovere, l’apprendistato e la certificazione). L’approvvigionamento di esperti, di alcune idee forza, di strumenti di rielabora zione e di sostegno alle policies locali non poteva non provenire da un livello stra tegico nazionale ma ha trovato al livello locale (regionale e provinciale) terreno fertile di radicamento, di sviluppo e di originalità di azione. In alcuni di questi ter ritori, come già descritto in precedenza, le azioni nazionali si sono innestate all’interno di percorsi originali preesistenti, determinando sinergie e sviluppi inat tesi. Detto in altri termini, l’effetto più significativo rintracciabile nei territori, che nel corso del lavoro abbiamo chiamato semplicemente apprendimento organiz zativo, è stato caratterizzato dal progressivo definirsi di capacità di azione loca le e di governo dei processi a partire da expertise tematiche e/o territoriali già innestate, che hanno consentito di migliorare nel complesso le strategie di inter vento locale sul terreno della omogeneizzazione negli ambiti e tra gli ambiti del l’azione pubblica locale. Il passo ulteriore è stato, se così si può sintetizzare, il repentino passaggio, alme no nei territori osservati, da strategie di sussistenza legate a logiche prevalente mente attuative (applicative) a strategie di sviluppo maggiormente ancorate a logi che di integrazione e coordinamento nelle quali sono state migliorate progressi vamente e complessivamente tutte le competenze organizzative e istituzionali utili all’azione dei singoli contesti locali. Proviamo ad elencarle brevemente: • la capacità di lettura dei processi e di ancoraggio a quanto, a livello locale, è già stato realizzato; • la capacità di selezionare i problemi sul tappeto individuando soluzioni concre te e praticabili; • la capacità di fare negoziato (governance) all’interno di interessi spesso collo cati in diversi ambiti strategici e dipendenti da differenti ambiti decisionali | 3 CONCLUSIONI 149 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 (chiaro è il riferimento alla tensione tra standardizzazioneformalizzazione delle certificazioni e personalizzazione dell’offerta formativa da parte dei sistemi locali); • la capacità di lavorare in direzione della omogeneità di processi di evidente portata nazionale arretrando o avanzando rispetto a quanto realizzato al livello locale in presenza di un disegno condiviso multilivello e multiattore (è il caso del dibattito sui sistemi nazionali di certificazione o dei repertori delle profes sioni) e in vista della costruzione di sistemi di riferimento regolativi condivisi; • la capacità di sviluppare forme di autoriflessività sui processi attivati che altro ve, seppur in maniera un po’ enfatica, abbiamo descritto come sviluppo e dif fusione di una più radicata e consapevole cultura della valutazione. Tutto questo definisce in concreto il contributo che il PON ha dato in questi anni al percorso che, nei documenti strategici della nuova programmazione 2007 2013 vengono individuati come institutional building e capacity building. La presenza di attori esperti formati all’interno delle dinamiche attuative multili vello, di amministrazioni locali capaci di azioni coerenti e flessibili a partire da rin novate competenze di intercettazione della domanda sociale, di basi di cono scenza fruibili da più attori a più livelli, sono i più evidenti fattori di novità a cui il PON, come descritto, ha con tutta evidenza contribuito. La parzialità e limitatezza del nostro punto di vista, che nasce dall’aver osservato solo una parte seppur consistente delle azioni di sistema previste dal Program ma nazionale, non impedisce di individuare alcuni temi da suggerire a coloro che in questi mesi stanno lavorando alla riproposizione, secondo forme rinnovate, di strumenti di supporto allo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. Il primo consiste nel lavorare con forza in direzione dell’integrazione tra aree, metodi e strumenti di policy. La tensione all’integrazione deve potersi avvalere, oggi, di modi di vedere i problemi e le possibili soluzioni che diano maggiore risalto: • alla complementarietà delle azioni (che risiede nella capacità dei diversi attori di mettere in sinergia le azioni presenti in uno stesso ambito); • al coordinamento delle azioni che si sostanzia nella convergenza su un mede simo obiettivo del lavoro di differenti attori/operatori/organizzazioni dotati di differenti expertise; • alla coerenza, ossia ad una rinnovata attenzione a come differenti azioni agi scono per potenziare aspetti analoghi dell’intervento (a partire dal ricorso ad uno stesso linguaggio o ambito di significati). Ognuno di questi criteri produce specifici luoghi di osservazione che consento no di posizionare adeguatamente singole azioni o interventi in funzione del grado di complementarietà, di coordinamento e di coerenza che essi sono in grado di realizzare. 150 | 3 CONCLUSIONI Per tale via appare possibile uscire dalle strettoie delle “retorica sull’integrazio ne” e orientarsi, invece, verso l’individuazione di precisi ambiti di connessione. Il presidio di tali ambiti può rappresentare una modalità efficace ed efficiente di intervento coordinato da promuovere e sostenere al livello nazionale, in grado di produrre risultati apprezzabili in contesti caratterizzati da un elevato grado di maturità e di consapevolezza sistemica. È in questo senso che il governo della complessità e della frammentazione appa re come la le frontiera progettuale e di intervento a cui il programma in fase di chiusura ha strutturato prime risposte, molte delle quali sostenibili. Ma la loro ristrutturazione e il loro consolidamento è da prefigurare all’interno dell’imminen te nuovo ciclo programmatorio. Infine, sempre in termini di prospettiva futura, vogliamo auspicare che anche il presente lavoro quale prodotto di un’azione di sistema nazionale possa gene rare, all’interno delle amministrazioni e della comunità scientifica, ricadute posi tive sugli sviluppi di carattere metodologico del monitoraggio e della valutazione dei progetti complessi. | 3 CONCLUSIONI 151 3.1 Contributo alla costruzione di migliori condizioni di partenza per la programmazione e attuazione delle politiche e dei programmi 20072013 bibliografia ABBAFATI C. E DE VINCENZI R., Azioni di sistema nazionali e sviluppo del capitale sociale, in “Professionalità”, anno XXV, n. 86, Editrice La Scuola, Brescia 2005. AZZONI M.T., DE VINCENZI R. 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Primo rapporto nazionale, luglio 2003 7 Sviluppo del territorio nella new e net economy, luglio 2003 8 Le campagne di informazione pubblica: un’esperienza nazionale sulla formazione e le politiche attive del lavoro, settembre 2003 9 L’attuazione dell’obbligo formativo. Terzo rapporto di monitoraggio, settembre 2003 10 Manuale per il tutor dell’obbligo formativo. Manuale operativo e percorsi di formazione, settembre 2003 11 Secondo rapporto sull’offerta di formazione professionale in Italia. Anno formativo 20002001, settembre 2003 12 Fondo sociale europeo: strategie europee e mainstreaming per lo sviluppo dell’occupazione, ottobre 2003 13 Il Centro di Documentazione: gestione e diffusione dell’informazione, ottobre 2003 14 I contenuti per l’apprendistato, ottobre 2003 15 Formazione continua e politiche di sostegno per le microimprese, dicembre 2003 16 L’apprendimento organizzativo e la formazione continua on the job, dicembre 2003 17 L’offerta di formazione permanente in Italia. Primo rapporto nazionale, dicembre 2003 18 Formazione permanente: chi partecipa e chi ne è escluso. Primo rapporto nazionale sulla domanda, dicem bre 2003 19 La qualità dell’elearning nella formazione continua, dicembre 2003 20 Linee guida per la valutazione del software didattico nell’elearning, dicembre 2003 21 Apprendimento in età adulta. Modelli e strumenti, marzo 2004 22 Il monitoraggio e la valutazione dei Piani di comunicazione regionali: prima fase applicativa del modello di indica tori, aprile 2004 23 La comunicazione nelle azioni di sistema e nel mainstreaming per la società dell’informazione: un modello di ana lisi e valutazione, aprile 2004 I file pdf dei volumi della collana sono disponibili nella sezione Europalavoro del sito del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale (area "Prodotti editoriali", http://www.welfare.gov.it/EuropaLavoro/Ucofpl/ProdottiEditoriali/Colla neEditoriali/ILibriDelFondoSocialeEuropeo/default.htm). 24 La formazione continua nella contrattazione collettiva, maggio 2004 25 Definizione di un modello di valutazione exante della qualità degli interventi fad/elearning cofinanziati dal FSE (volume + cd rom), maggio 2004 26 Appunti sull’impresa sociale, maggio 2004 27 Adult education Supply, demand and lifelong learning policies. Synthesis report, maggio 2004 28 Formazione continua e grandi imprese (volume + cd rom), maggio 2004 29 Guida al mentoring. Istruzioni per l’uso, giugno 2004 30 Gli appalti pubblici di servizi e il FSE. Guida operativa, giugno 2004 31 La filiera IFTS: tra sperimentazione e sistema. Terzo rapporto nazionale di monitoraggio e valutazione dei percorsi IFTS, giugno 2004 32 Una lente sull'apprendistato: i protagonisti ed i processi della formazione, giugno 2004 33 Tecnici al lavoro. Secondo rapporto nazionale sugli esiti formativi ed occupazionali dei corsi IFTS, giu gno 2004 34 Approcci gestionali e soluzioni organizzative nei servizi per l'impiego, giugno 2004 35 Indagine campionaria sul funzionamento dei centri per l'impiego, giugno 2004 36 Indirizzi operativi per l'attuazione delle linee guida V.I.S.P.O. Indicazioni per il Fondo sociale europeo, luglio 2004 37 L'attuazione dell'obbligo formativo. Quarto rapporto di monitoraggio, luglio 2004 38 Terzo rapporto sull’offerta di formazione professionale in Italia, settembre 2004 39 Accreditamento delle sedi orientative (8 volumi in cofanetto), settembre 2004 40 Trasferimento di buone pratiche: analisi dell’attuazione, ottobre 2004 41 Trasferimento di buone pratiche: schede di sintesi, ottobre 2004 42 Guida al mentoring in carcere, novembre 2004 43 Applicazione del modello di valutazione della qualità dei sistemi. Prima sperimentazione nell’area Obiettivo 3, novembre 2004 44 Certificazione delle competenze e life long learning. Scenari e cambiamenti in Italia ed in Europa, dicembre 2004 45 Fondo sociale europeo: politiche dell’occupazione, dicembre 2004 46 Le campagne di informazione e comunicazione della pubblica amministrazione, dicembre 2004 47 Le azioni di sistema nazionali: tra conoscenza, qualificazione e innovazione (volume + cd rom), gennaio 2005 48 L’analisi dei fabbisogni nella programmazione FSE 20002006: stato di attuazione al termine del primo triennio, gennaio 2005 49 I profili professionali nei servizi per l’impiego in Italia ed in Europa, gennaio 2005 50 Le strategie di sviluppo delle risorse umane del Centronord. Un’analisi dei bandi di gara ed avvisi pubblici in obiettivo 3 20002003, gennaio 2005 51 La rete, i confini, le prospettive. Rapporto apprendistato 2004, febbraio 2005 52 La spesa per la formazione professionale in Italia, febbraio 2005 53 La riprogrammazione del Fondo sociale europeo nel nuovo orizzonte comunitario (volume + cd rom), marzo 2005 54 Informare per scegliere. Strumenti e documentazione a supporto dell’orientamento al lavoro e alle pro fessioni, aprile 2005 55 Conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare. Integrazione delle politiche a problemi di valutazione, aprile 2005 56 Modelli e servizi per la qualificazione dei giovani. V rapporto di monitoraggio dell’obbligo formativo, maggio 2005 57 La simulazione nella formazione a distanza: modelli di apprendimento nella Knowledge society (volume + cd rom), giugno 2005 58 La domanda di lavoro qualificato. Le inserzioni a “modulo” nel 2003, giugno 2005 59 La formazione continua nelle piccole e medie imprese del Veneto. Atteggiamenti, comportamenti, ruolo del territorio, settembre 2005 60 La moltiplicazione del tutor. Fra funzione diffusa e nuovi ruoli professionali, settembre 2005 61 Quarto rapporto sull’offerta di formazione professionale in Italia. Anno formativo 20022003, settembre 2005 62 La Ricerca di lavoro. Patrimonio formativo, caratteristiche premianti, attitudini e propensioni dell’offerta di lavoro in Italia, settembre 2005 63 I formatori della formazione professionale. Come (e perché) cambia una professione, ottobre 2005 64 I sistemi regionali di certificazione: monografie, ottobre 2005 65 Il Fondo Sociale Europeo nella programmazione 20002006: risultati e prospettive. Atti dell’Incontro Annuale QCS Ob3. Roma, 31 gennaio1 febbraio 2005, ottobre 2005 66 Trasferimento di buone pratiche: case study. Terzo volume, ottobre 2005 67 Applicazione del modello di valutazione della qualità dei sistemi formativi in obiettivo 1. Seconda sperimenta zione in ambito regionale, novembre 2005 68 L’accompagnamento per contrastare la dispersione universitaria. Mentoring e tutoring a sostegno degli studenti, novembre 2005 69 Analisi dei meccanismi di governance nell’ambito della programmazione regionale FSE 20002006, dicembre 2005 70 La valutazione degli interventi del Fondo sociale europeo 20002006 a sostegno dell’occupazione. Indagini pla cement Obiettivo 3, gennaio 2006 71 Aspettative e comportamenti di individui e aziende in tema di invecchiamento della popolazione e della forza lavo ro. I risultatidi due indagini, febbraio 2006 72 La domanda di lavoro qualificato: le inserzioni “a modulo” nel 2004, febbraio 2006 73 Insegnare agli adulti: una professione in formazione, marzo 2006 74 Il governo locale dell’obbligo formativo. Indagine sulle attività svolte dalle Province per la costruzione del sistema di obbligo formativo, marzo 2006 75 Dipendenze e Mentoring. Prevenzione del disagio giovanile e sostegno alla famiglia, maggio 2006 76 Guida all'Autovalutazione per le strutture scolastiche e formative. Versione italiana della Guida preparata dal Technical Working Group on Quality con il supporto del Cedefop, giugno 2006 77 Modelli e metodologie per la formazione continua nelle Azioni di Sistema. I progetti degli Avvisi 6 e 9 del 2001 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, giugno 2006 78 Esiti dell'applicazione della politica delle pari opportunità e del mainstreaming di genere negli interventi di FSE. Le azioni rivolte alle persone e le azioni rivolte all'accompagnamento lette secondo il genere, giugno 2006 79 La transizione dall’apprendistato agli apprendistati. Monitoraggio 20042005, giugno 2006 80 Plus Partecipation Labour Unemployment Survey. Indagine campionaria nazionale sulle caratteristiche e le aspettative degli individui sul lavoro, luglio 2006 81 Valutazione finale del Quadro comunitario di sostegno dell'Obiettivo 3 20002006. The 20002006 Objective 3 Community Support Framework Final Evaluation. Executive Summary, luglio 2006 82 La comunicazione per l'Europa: politiche, prodotti e strumenti, luglio 2006 83 Le Azioni Innovative del FSE in Italia 20002006. Sostegno alla diffusione e al trasferimento dell'innovazio ne. Complementarità tra il FSE e le Azioni Innovative (ex art. 6 FSE), novembre 2006 84 Organizzazione Apprendimento Competenze. Indagine sulle competenze nelle imprese industriali e di servi zi in Italia, dicembre 2006 85 L'offerta regionale di formazione permanente. Rilevazione delle attività cofinanziate dal Fondo Sociale Euro peo, febbraio 2007 86 La valutazione di efficacia delle azioni di sistema nazionali: le ricadute sui sistemi regionali del Centro Nord Italia, marzo 2007 Finito di stampare nel mese di marzo 2007 dalla Rubbettino Industrie Grafiche ed Editoriali 88049 Soveria Mannelli (Catanzaro)