NON SPRECATE PAROLE
Esercizi Spirituali con il Padre Nostro
Premessa
Il volume che presentiamo raccoglie i testi delle meditazioni che il
Cardinal Martini ha tenuto a un gruppo di sacerdoti durante un
corso di esercizi spirituali "con il Padre Nostro".
Queste pagine non si offrono quindi come un commento del Padre
Nostro, in chiave esegetica o spirituale. Esse intendono piuttosto
accompagnare il lettore in un cammino che, a tappe successive, lo
introduca a scoprire gli inesauribili tesori di una preghiera che ben a
ragione è stata definita (come si legge nell'Introduzione) breviarium
totius Evangelii: «Il Padre Nostro riserva sempre delle sorprese, è
sempre nuovo, polivalente, e spesso non arriviamo a coglierne tutte
le ricchezze».
Lo stile è semplice e sobrio. A tratti però la commozione del cuore
rende la parola significativamente vibrante.
Per esempio dove si parla del Regno, «una realtà che è compresa
da chi la vive», che «viene vissuta giorno dopo giorno seguendo
Gesù», che «chiediamo intuendo più che ragionando, più
desiderando col profondo del cuore che avendo davanti agli occhi
una immagine precisa» (risentiamo l'eco delle parole di
sant'Agostino nella Lettera a Proba: «Il dovere della preghiera si
adempie meglio coi gemiti che con le parole, più con le lacrime che
con i discorsi»).
O dove si rivela l'anelito al compiersi definitivo del Regno nella
pienezza dei «cieli»: «Se il Regno di Dio è la Gerusalemme celeste
che inizia... la nostra domanda è che l'insieme della terra faccia
risplendere la pace e la luce della dimora di Dio»; «Siamo
appesantiti, affaticati, talora oppressi dal cumulo di ingiustizie che ci
circondano e delle quali, volere o no, siamo parte», ma
«affermiamo che esiste una situazione dove non c'è più ingiustizia,
né lacrime... e tutto è chiarezza, bellezza, purità».
Sembra a noi che passi come questi, e altri che lasciamo al lettore
di scoprire, diano alle meditazioni il sapore della testimonianza. Può
parlare così solo chi ha dedicato e dedica la propria vita al
compiersi del Regno, nella sequela amante e perseverante di
Gesù; solo chi ha vissuto e vive la com-passione e la solidarietà col
male e le sofferenze del mondo, tenendo lo sguardo fisso agli
orizzonti eterni che aprono alla speranza. E per questo valore di
testimonianza ogni parola risulta nuova e stimolante.
In una storia come quella in cui siamo immersi sentiamo più che
mai bisogno di testimoni che con accenti credibili e persuasivi ci
parlino di speranza, di solidarietà, di pace.
Siamo lieti perciò di consegnare al pubblico questo volume,
auspicando che molti possano trovarvi un aiuto a discernere e a
.percorrere cammini . di verità per sé, per la società in cui viviamo,
per il mondo.
Introduzione
Anzitutto desidero ringraziare il Signore che ancora una volta mi
permette di tenere un corso di esercizi spirituali.
È infatti per me un dono grande incontrare ciascuno di voi,
incontrare i vostri cammini spirituali e camminare un poco insieme
con voi. Ogni volta che do gli esercizi mi viene in mente la parola di
Paolo all' inizio della lettera ai Romani, là dove dice: «Ho infatti un
vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale
perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi
mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1,11-12).
Questo comune cammino di fede è un aiuto anche per me.
È utile richiamare, all'inizio di una nuova esperienza, che cosa sono
gli esercizi spirituali. Spesso infatti si chiamano esercizi le
settimane bibliche, gli aggiornamenti catechetici, le riflessioni
ascetiche, le esercitazioni di preghiera.
Cose ottime che è molto utile fare e che si usano anche negli
esercizi propriamente detti. Ma ciò che ritengo il punto nodale è che
gli esercizi sono un ministero dello Spirito, un mettersi in ascolto
dello Spirito perché ci aiuti a conoscere la volontà di Dio nell'oggi,
per abbracciarla e compierla con gioia e con fiducia. Lo Spirito
infatti non lascia immobili, fa sempre danzare e ci scioglie dai nostri
movimenti rigidi.
Occorre dunque creare le condizioni ottimali perché, nell'apertura
allo Spirito, la Parola dica a me e a me soltanto ciò che vuole da me
adesso, quest'anno, con questa salute, queste relazioni, questi
superiori, queste difficoltà e malumori, con queste temperie
spirituali, sociali e politiche.
Possiamo quindi parlare anche di ministero dell'immediatezza.
Come spiega molto bene il teologo Karl Rahner, Dio opera
immediatamente in me e parla al mio cuore, cerca il contatto
immediato con l'anima di ciascuno, per chiedere a ciascuno una
cosa che non chiederà a nessun altro.
Nel desiderio di aiutarvi ad entrare in questi giorni con le giuste
disposizioni, vi suggerisco di rispondere, magari per iscritto, a due
domande.
La prima: come arrivo agli esercizi? Ogni anno ci arriviamo in
maniera diversa: una volta stanchi, forse disgustati, turbati, con
ripugnanza; un' altra volta siamo disposti a farli volentieri; o ancora
ci ritroviamo pieni di distrazioni, di amarezze, di preoccupazioni, di
risentimenti; oppure iniziamo gli esercizi col desiderio di mettere a
fuoco un tema particolare che ci pesa. È molto utile prendere
coscienza del proprio stato d'animo.
La seconda domanda è: come vorrei uscire dagli esercizi? Che
cosa vorrei soprattutto chiedere come grazia per uscirne contento?
In questi giorni potremo anche reciprocamente edificarci vivendo
qualche momento di comunicazione nella fede, durante il quale chi
lo vuole potrà esprimere con semplicità ciò che, in quello che ha
ascoltato e meditato, lo ha maggiormente colpito e può aiutare
anche altri.
Ciascuno potrà pure comunicare personalmente con me, in un
colloquio o mettendo per iscritto un pensiero, un suggerimento, una
domanda, una riflessione.
Da parte mia il lavoro è molto semplice: vi suggerirò qualche pagina
della parola di Dio, dei pensieri biblici, non perché siano il tema
degli esercizi (che è appunto la ricerca di obbedienza allo Spirito
santo), bensì quale sfondo. E questa volta sono stato ispirato a
scegliere come sfondo biblico il Padre Nostro.
Verrebbe spontaneo dire: ma lo conosciamo a memoria, l'abbiamo
recitato infinite volte! È vero, tuttavia riserva sempre delle sorprese,
è ogni volta nuovo, misterioso, polivalente, e spesso non arriviamo
a coglierne tutte le ricchezze. Possiamo pure considerare il Padre
Nostro una sintesi del Vangelo.
N on a caso Tertulliano lo chiamava breviarium totius Evangelii. È
una definizione che mi attrae e che il mio grande e indimenticabile
padre spirituale Michel Ledrus*, defunto ormai da molti anni, dava
come titolo a un suo piccolo libretto: Il Padre Nostro preghiera
evangelica. È una preghiera che riassume infatti tutto il Vangelo; e,
se lo comprendiamo bene, ci accorgeremo che il Padre Nostro
poteva dirlo soltanto Gesù e solo lui poteva insegnarlo. Perché c'è
una corrispondenza, una omologia perfetta tra Padre Nostro,
insegnamento evangelico, vita di Gesù Figlio di Dio morto e risorto
per noi.
Esporrò brevemente alcuni temi di riflessione sul Padre Nostro,
supponendo l'esegesi che è propria dei libri scientifici. La collezione
dei commenti americani su questa preghiera, dal titolo Ermenèia,
dedica cento pagine fittissime al testo, con decine di pagine di
bibliografia. Noi non facciamo esegesi in questa sede, ma
dobbiamo comunque tenere presente che sul Padre Nostro ci
sarebbe materia per un anno intero di corso.
Vengono alla mente a questo punto le testimonianze che della loro
esperienza ci hanno lasciato i santi. Penso per esempio alle vibranti
esclamazioni con cui santa Teresa d'Avila, nel suo Cammino di
perfezione, introduce il commento alle prime parole della preghiera:
«"Padre Nostro che sei nei cie1i!"... Il nostro intelletto dovrebbe
andarne così rapito e la nostra volontà così compenetrata da non
essere più capaci di pronunciare parola... Come converrebbe che
qui l'anima si raccogliesse per elevarsi al di sopra di sé ad ascoltare
ciò che le insegna questo Figlio benedetto intorno al luogo dove
abita suo Padre, quando dice che è "nei cieli"!» (Cammino di
perfezione 27, 1).
E ancora è bello ricordare ciò che diceva santa Teresa di Gesù
Bambino, quando raccontava che cosa le suggeriva la preghiera di
Gesù: «Qualche volta, quando il mio spirito è in una tale aridità che
mi è impossibile tirar fuori un qualunque pensiero per unirmi al buon
Dio, io recito molto lentamente un Padre Nostro e poi la salutazione
angelica; allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono la mia
anima ben più che se le avessi recitate precipitosamente un
centinaio di volte» (Manoscritto C, 318). Questo era per lei il Padre
Nostro.
E la testimonianza di una consorella attesta: «La sua unione con
Dio era continua. Pregava senza sosta. Un giorno la trovai nella
sua celletta. Cuciva con grande velocità e tuttavia aveva l'aria così
raccolta che gliene domandai la ragione. "lo recito il Pater", mi
disse. "È così bello dire Padre Nostro", e alcune lacrime brillavano
nei suoi occhi».
Questo è il nostro desiderio: penetrare nel cuore, nello spirito della
preghiera insegnataci da Gesù.
Signore Gesù, tu ci vedi qui davanti a te col desiderio di pregare più
intensamente in questi giorni. Ma come tante altre volte, noi ti
rivolgiamo la domanda: Insegnaci a pregare!
L'esperienza della nostra vita ci mostra, anno dopo anno, che non
sappiamo pregare, che abbiamo bisogno di imparare
continuamente l'atteggiamento giusto della preghiera. Per questo ti
chiediamo di donarci il tuo Spirito. Vorremmo che tu ci insegnassi a
pregare come hai insegnato a sant'Ignazio di Loyola, a san Pietro,
a san Paolo, a santa Teresa d'Avila, a santa Teresa di Lisieux, a
tutti i tuoi santi. Vorremmo vivere il Padre Nostro come tu lo hai
vissuto. Fa' che sentiamo il tuo sostegno,
il tuo conforto e che, con la tua grazia, possiamo perseverare in
questi giorni nell'orazione.
Maria, Madre della pietà, Regina della preghiera, patrona della vita
interiore, prega per noi.
* M. LEDRUS, Il Padre Nostro preghiera evangelica, Borla, 1981.
Il fondamento
(omelia)
L'Eucaristia sarà ogni giorno il centro di tutto il nostro lavoro, perché
è il Signore Gesù che ci costruisce e ei viene incontro nello
spezzare del pane, è lo Spirito che ei tocca immediatamente per
cambiare il nostro cuore, per fargli conoscere la volontà di Dio, per
arricchirei del dono del discernimento.
«Fratelli, voi siete l'edificio di Dio. Secondo la grazia
di Dio che mi è stata data, come un sapiente archi
tetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi
costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come
costruisce. Infatti nessuno può porre un
fondamento diverso da quello che già vi si trova,
che è Gesù Cristo.
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito
di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di
Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di
Dio, che siete voi» (1 Cor 3,9-11.16-17).
«In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione
di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La
gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?".
Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri
Geremia o qualcuno dei profeti" .
Disse loro: "Voi chi dite che io sia?".
Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del
Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Simone figlio di
Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno
rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti
dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la
mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli,
e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei
cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà
sciolto nei cieli"» (Mt 16,13-19).
Nelle letture della liturgia odierna troviamo un vocabolo significativo
- lo vedremo nei prossimi giorni - per gli Esercizi spirituali di
sant'Ignazio di Loyola, ed è la parola fondamento: «Nessuno può
porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è
Gesù Cristo». E ancora nel vangelo: «Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia Chiesa».
Dunque la vita cristiana ha un fondamento: oggettivamente è Gesù
e soggettivamente è la fede in lui. Tutto ciò che diremo o vivremo in
questi giorni deriverà da questo fondamento che, a sua volta, è
parte di uno ancora più ampio: il Mistero di Dio Creatore, Signore,
amico dell'uomo. Da tali verità fondamentali deriva tutto il resto.
Il fondamento che parte da Dio, Trinità, Amore, Essere
perfettissimo, misericordioso, rivelato in Gesù, si esprime poi in noi
attraverso l'obbedienza, nell' accoglienza del Mistero e nella ricerca
di ciò che vuole da noi. È la sintesi degli esercizi. Tutto parte dal
riconoscimento di Dio Creatore, Signore, Redentore, che in Gesù si
fa vicino a noi e ci vuole con sé nella pienezza della vita. Nella
nostra preghiera e nell' adorazione quotidiana ci riporteremo a
Gesù e gli chiederemo di sostenerci, di nutrirci, di farci da punto di
riferimento e di appoggio.
Tale fondamento è poi reso concreto nel tempo e nello spazio dalle
chiese cattedrali - come quella in cui stiamo celebrando -, che sono
il luogo nel quale viene proclamato e reso visibile.
Ciascuno di noi può quindi ripensare alla sua chiesa cattedrale, alla
sua diocesi e comunque a quella realtà di Chiesa mediante la quale
è stato innestato in Gesù Cristo. Soltanto in questo contesto noi
troviamo la nostra verità, la nostra pienezza. Siamo perciò invitati in
questa celebrazione a pregare per tutte le Chiese del mondo,
perché in esse si rivela il mistero dell' amore di Dio. E mi piace
ricordare, pensando alla Chiesa ambrosiana, che essa celebra oggi
50 anni dalla morte del beato arcivescovo Alfredo Ildefonso
Schuster, che è stato una figura importante per la Chiesa di Milano
e per tutta la Chiesa di Dio.
Chiediamo la grazia di rimanere sempre ancorati alla Chiesa locale,
in comunione col Papa, perché tutto il nostro muoverci e agire non
sia vano, ma poggi su una roccia, perché tutto ciò che compiamo in
questi giorni non sia se non una conseguenza del nostro essere
Chiesa.
Certo durante il nostro Ritiro dovremo occuparci di noi stessi, della
nostra ascesi, della volontà di Dio per noi, ma questo sempre nell'
ambito e nel quadro della Chiesa visibile. Sant'Ignazio quando negli
Esercizi parla di scelte concrete, dice sempre: «Nell'ambito della
Chiesa visibile». È in questo orizzonte che troviamo la nostra verità,
la certezza che il nostro cammino piace a Dio.
Preghiamo allora perché questo cammino sia condotto nella verità,
nell' oggettività, nell' adesione alla Chiesa, a tutto ciò che essa
proclama e continuamente, nella sua sollecitudine per noi, ci
propone.
E rinnoviamo il desiderio di servirla, questa Chiesa, con
disinteresse, con dedizione, con fedeltà e lealtà. Così soltanto
troveremo Cristo ed entreremo in quel rapporto immediato con Dio
che Egli vuole stabilire con noi in questi giorni.
I MEDITAZIONE
I contesti evangelici del Padre Nostro
La prima meditazione che vi propongo sarà piuttosto breve, direi
introduttiva e anche un po' esegetica, formale, pur restando valido
quanto abbiamo detto. La dividerò in tre parti.
Una prima parte di lectio, dove ci fermeremo sui versetti di Lc 11 e
di Mt 6 riferiti al Padre Nostro. Poi una seconda parte di meditatio,
in cui proporrò qualche riflessione sintetica sui contesti del Padre
Nostro, sull' occasione in cui viene insegnato. Per concludere con
una contemplatio nella quale vorrei mettere a fuoco quali
atteggiamenti ci sono suggeriti per questi giorni dai brani evangelici.
Sappiamo che i vangeli in cui il Padre Nostro è riportato sono due.
E c'è da stupirsi, perché vorremmo che fossero tre, vorremmo che
pure in Marco ci fosse il Padre Nostro. Gli esegeti discutono se non
l'ha riferito perché non lo conosceva oppure perché non era
preoccupato di tramandare tutte le parole di Gesù.
Il Padre Nostro nel vangelo di Luca
Leggiamo anzitutto Lc 11. Il contesto in cui il Padre Nostro viene
insegnato si situa durante il viaggio di Gesù a Gerusalemme che
inizia in 9,51, quindi già abbastanza avanti nella sua biografia.
Ricordiamo che a Gerusalemme c'è una tradizione, testimoniata
dalla basilica del Pater noster, secondo cui la preghiera sarebbe
stata insegnata là, sul monte degli Ulivi, verso la fine della vita di
Gesù. In ogni caso, per Luca l'insegnamento del Padre Nostro è
tardivo.
- «Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare» (11, la). Questo
è avvenuto molte volte nella vita di Gesù: per esempio la notte
precedente la scelta dei dodici apostoli (cf Lc 6, 12); la notte
seguente la moltiplicazione dei pani, sempre presso il lago («Salì
sul monte, solo, a pregare» - Mt 14,23); la mattina dell'inizio del suo
ministero a Cafarnao, quando si alza presto e va in un luogo
appartato a pregare (<<Al mattino si alzò quando era ancora buio e,
uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava» - Mc 1,35);
al Getsemani, sul Tabor e in altre circostanze ancora.
- E proprio in una di queste occasioni, «quando ebbe finito» nessuno ha voluto interromperlo, vedendolo molto raccolto e
concentrato - «uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a
pregare"» (11, 1b).
È interessante che la domanda sia posta da uno dei discepoli, non
da tutti e non da un discepolo qualificato come Pietro o Giacomo o
Giovanni. Egli esprime il desiderio comune, che gli altri non
osavano manifestare.
- E continua: «Come anche Giovanni ha insegnato ai suoi
discepoli» (11,1c). Noi non sappiamo nulla della preghiera
insegnata dal Battista ai suoi discepoli, ma è probabile che egli,
come avveniva nella comunità di Qumran, desse indicazioni in
proposito. Qui comunque si suppone che il Battista insegnava a
pregare.
Non è facile capire che cosa il discepolo chiedeva veramente.
Potremmo rivolgerci a lui e domandargli: spiegaci che cosa volevi.
Volevi che Gesù ti insegnasse con quale contenuto bisogna
pregare? Lo si dedurrebbe dalla risposta; e tuttavia ci stupisce,
perché di contenuti gli Ebrei ne avevano già tanti, basti pensare
all'immensa ricchezza dei salmi. Oppure la tua domanda era sul
modo di pregare, quel modo che Gesù indica in Mt 6, 6: «Quando
preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo
nel segreto»? Era dunque sull' atteggiamento esteriore: in
ginocchio, con gli occhi chiusi, in un luogo appartato? Oppure era
sull'atteggiamento interiore, che sviluppa distesamente Luca
quando raccomanda la perseveranza dell' orazione (11,5-8) e
afferma: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete» (v. 9)?
Quale delle tre ipotesi interpreta la richiesta del discepolo?
Probabilmente tutte e tre. In ogni caso Gesù prende la domanda
come riferita al contenuto.
- «Ed egli disse loro: "Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il
tuo nome, / venga il tuo Regno; / dacci ogni giorno il nostro pane
quotidiano, / e perdonaci i nostri peccati, / perché anche noi
perdoniamo ogni nostro debitore, / e non ci indurre in tentazione»
(11,2-4).
L'istruzione viene poi prolungata nel riferimento all' atteggiamento
interiore con cui pregare, piuttosto ampio mentre la preghiera è di
per sé brevissima - tre versetti, cinque domande espresse in modo
lapidario.
Cerchiamo di capire le parole di Gesù.
- Comincia da un esempio concreto: «Poi aggiunse: "Se uno di voi
ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre
pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla
da mettergli davanti, e se quegli dall' interno gli risponde: Non
m'importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto
con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si
alzèrà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene
occorrono almeno per la sua insistenza"» (vv. 5-8). È un esempio
concreto più lungo del Padre Nostro.
Gesù passa quindi all' esortazione diretta, triplice: «Ebbene, io vi
dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà
aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà
aperto» (vv. 9-10).
E ancora un esempio molto incisivo: «Quale padre tra voi, se il figlio
gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli
chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (vv. 11-12).
Infine la conclusione: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare
cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo
Spirito santo a coloro che glielo chiedono!» (v. 13). È interessante
che non sia ripresa nessuna delle domande del Padre Nostro, ma si
parla dello Spirito santo. Forse per questo una variante di
manoscritti molto antichi aggiunge, dopo la richiesta del pane
quotidiano: «Il tuo Spirito santo venga su di noi e ci purifichi».
Gesù inizia da un contesto concreto, dalla sua preghiera, e
risponde a una domanda, prima con un contenuto, poi esplicando a
lungo gli atteggiamenti di perseveranza instancabile nell' orazione.
Atteggiamenti di perseveranza che saranno ripresi anche altrove
nel vangelo secondo Luca, come nella parabola del giudice iniquo e
della vedova importuna: «Disse loro una parabola stilla necessità di
pregare sempre, senza stancarsi: "C'era in una città un giudice, che
non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città
c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi
giustizia contro il mio avversario. Per un
certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo
Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così
molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a
importunarmi. E il Signore soggiunse: Avete udito ciò che dice il
giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano
giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che
farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà,
troverà la fede sulla terra?"»(18,1-8). È questo l'atteggiamento di
cui Gesù sottolinea l'importanza.
Il Padre Nostro nel vangelo di Matteo
Il contesto matteano del Padre Nostro si colloca nel quadro del
Discorso della montagna, che comprende i capitoli da 5 a 7 del
vangelo.
Dopo le antitesi del c. 5, Gesù passa, nel c. 6, a descrivere tre atti
di culto, di religione: elemosina, preghiera e digiuno. Di ciascuno
insiste che non vanno compiuti per essere visti dagli uomini. In tale
contesto, a proposito del secondo atto di culto, è inserito il Padre
Nostro.
- Anche in questo caso la descrizione è assai ampia. Dapprima
Gesù stigmatizza la preghiera per così dire dei religiosi ipocriti del
suo popolo: «Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che
amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle
piazze, per essere visti dagli uomini». Segue il giudizio negativo:
«In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa» (6,5); a
dire: ciò che hanno fatto non serve a niente.
In un secondo momento sottolinea l'atteggia
, mento positivo: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera
e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che
vede nel segreto, ti ricompenserà» (v. 6). È un'istruzione anzitutto
sull' atteggiamento esteriore, e successivamente interiore, della
preghiera: nel silenzio, nel raccoglimento, nel nascondimento.
- Riprende quindi l'esortazione riferendosi ai pagani: «Pregando,
poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di essere
ascoltati a forza di parole» (v. 7). Accenna probabilmente alle
monotone invocazioni nei templi che venivano recitate all'infinito.
Ricordo di aver visto in qualche rappresentazione o in qualche film,
e anche visitando monasteri o templi orientali, la ruota della
preghiera che viene girata ininterrottamente, così che l'invocazione
sia sempre ripetuta davanti a Dio.
«Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali
cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (v. 8). Viene
perciò criticata la preghiera che pretende di far conoscere a Dio ciò
di cui abbiamo bisogno. Notiamo che c'è una certa tensione rispetto
al passo di Luca che affermava: insistete nella preghiera. Gesù
ammonisce: non pensate che la vostra insistenza sia magica.
- Proprio in tale contesto insegna il Padre Nostra «Voi dunque
pregate così: Padre nostro che sei nei cieli / sia santificato il tuo
nome; / venga il tuo Regno; / sia fatta la tua volontà, / come in cielo
così in terra. / Dacci oggi il nostro pane quotidiano, / e rimetti a noi i
nostri debiti / come noi li rimettiamo ai nostri debitori, / e non ci
indurre in tentazione, / ma liberaci dal male» (vv. 9-13). Preghiera
più lunga di quella di Luca che comprende due domande più tre; in
Matteo sono tre più tre e addirittura, secondo alcuni, se si calcola
l'ultima sdoppiandola, sono tre più quattro cioè sette.
Gesù continua parafrasando la penultima richiesta: «Se voi infatti
perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste
perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini,
neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (vv. 14-15).
Qualche osservazione esegetica
Passando al momento della meditatio, possiamo domandarci: quale
dei due contesti è il più originario? Quale delle due formule la più
antica?
- Gli esegeti ritengono - penso con buone ragioni- che il contesto
lucano è il più antico: non siamo all'inizio dell'attività pubblica, in un
primo discorso programmatico, ma forse già un po' avanti nel
ministero. E si tratta di un' occasione concreta, la preghiera di
Gesù, immersa nell' esperienza vissuta. In Matteo invece
l'insegnamento sembra inserito all'interno di un discorso: «Non
sprecate parole... ma dite così» (cf 6,7-9).
Riteniamo perciò più probabile il contesto di Luca, pur se la
questione non disturba molto l'esegesi.
Anche sull' antichità della formula si è discusso: è più antica la
formula breve o la formula lunga?
Oggi ci si accorda su una specie di compromesso: è più antica la
formula breve di Luca, ma è più originaria la formula matteana;
Matteo ha parole più arcaiche, Luca ha il contenuto più antico.
Noi useremo dell'una e dell'altra delle formule; mi è sembrato
tuttavia utile introdurvi alla complessità della ricerca.
- Gli esegeti fanno inoltre notare che la preghiera in Luca è la terza
di tre pericopi successive: la parabola del samaritano - la carità (10, 29-37); il dialogo con Marta e Maria - l'ascolto della Parola (10,38-42); la preghiera del Padre Nostro (11,1-4). Quasi a mettere
in luce che carità, ascolto della Parola e preghiera sono inscindibili.
- Nel Padre Nostro di Matteo c'è poi una peculiarità interessante.
Un' analisi attenta mostra infatti che il Padre Nostro sta esattamente
al centro del Discorso della montagna.
È un insegnamento per noi, perché siamo ammoniti che il Discorso
della montagna non lo vive se non chi prega.
Indicazioni per la preghiera
In conclusione, vi suggerisco qualche applicazione per la preghiera
personale.
Tutti noi, come il discepolo inno minato, abbiamo detto tante volte:
«Signore, insegnaci a pregare!». Che cosa chiedevamo?
- Penso che molta gente, quando pone tale domanda, non di rado
desidera anzitutto raggiungere quell'unità interiore, quel
raccoglimento, quel possesso di sé, quella gioia di tenersi bene in
mano che è caratteristica di una preghiera profonda. Si tratta di
atteggiamenti positivi e utili, ma siamo ancora nell' ambito di una
preghiera psicologica, tesa a ottenere alcuni benefici: imparare a
essere calmo, tranquillo, raccolto, pacificato, coordinato, senza una
sarabanda di pensieri che mi frulla per la testa . Di fatto coloro che
si dedicano alle pratiche yoga o zen imparano simili cose: il
raccoglimento, il dimenticare tutto, l'astrarsi dal mondo esteriore, il
concentrarsi su un unico punto, magari sul nulla, l'eliminare ogni
pensiero per vivere nella calma più assoluta.
Forse noi pure abbiamo bisogno di tali atteggiamenti per pregare
bene. Ci vuole un minimo di concentrazione e unità, proprio perché
la preghiera è anche salute psicologica.
- Noi vogliamo tuttavia chiedere a Gesù di insegnarci a pregare
nello Spirito, soprattutto di insegnarci la disposizione interiore e
quali siano le richieste da presentare.
Spesso quando iniziò la preghiera apro il testo della lettera ai
Romani, là dove si dice che nemmeno sappiamo che cosa sia
conveniente domandare (cf 8,26a) e dico: Signore, vedi che non so
pregare. Però tu hai promesso lo Spirito in aiuto alla mia debolezza
e lo Spirito intercede per me «con gemiti inesprimibili; e colui che
scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, perché egli
intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (8, 26b-27).
Quindi per me, per noi imparare a pregare vuol dire imparare ad
affidarci allo Spirito che ci muove a recitare il Padre Nostro, fino a
raggiungere quel bellissimo stato d'animo su cui ho meditato molte
volte, in tanti momenti della mia vita: «Non preoccupatevi di come o
di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento
ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito
del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20).
- Oltre a questa disposizione fondamentale di abbandono allo
Spirito, per il cammino degli esercizi, vorrei suggerirne qualche altra
che Gesù ha messo in luce.
Abbiamo visto che ne ha evidenziate soprattutto quattro: il
nascondimento, la sobrietà delle parole, la perseveranza e la
fiducia filiale.
Pregando davanti a Dio, ognuno può scegliere quale di questi
atteggiamenti gli è più necessario.
Certamente è necessaria la fiducia filiale: il Padre non mi lascerà
mancare il pane quotidiano quando glielo chiedo.
Altrettanto necessaria è la perseveranza: in questi giorni proveremo
fatica, caldo, sonno, nervosismo, aridità. Donaci, Signore, di
perseverare!
E naturalmente abbiamo bisogno del nascondimento, perché gli
esercizi sono la preghiera nascosta per eccellenza, sconosciuta al
mondo e conosciuta solo da Dio.
Abbiamo inoltre bisogno di una certa sobrietà, che consiste non
tanto nel pregare poco, bensì nell'imparare una preghiera distesa,
non nervosa, che non cerca di forzare Dio, ma si affida
amabilmente a Lui.
II MEDITAZIONE
«Padre Nostro che sei nei cieli»
Inizia così il volumetto già citato di p. Ledrus:
«Il Padre Nostro rappresenta il punto di
convergenza di tutte le linee della dottrina
evangelica. Ogni domanda rappresenta un mondo
di considerazioni; dietro ognuna si possono
allineare una quantità di testi del Nuovo e dell'
Antico Testamento e scoprire quelle dimensioni
essenziali che articolano tutto il messaggio
evangelico. (...) Abbiamo quindi nella preghiera del
Signore, un trattato completo di vita spirituale,
sistemato dallo stesso Signore: non potremo mai
approfondirlo a sufficienza» (op.cit., p. 8).
Personalmente mi sento molto impari di fronte anche solo al
tentativo di delibare qualche significato della preghiera insegnata ci
da Gesù. E perciò mi unisco a voi dicendo:
O Dio Padre nostro, noi ti conosciamo soltanto per ché il tuo Figlio
Gesù ci ha fatto conoscere il tuo nome di Padre. Noi non sappiamo
spiegare il suo senso pro fondo, ma tu ci doni di viverne
l'esperienza giorno dopo giorno. Concedici, se vuoi, di viverla con
la mente e non semplicemente col cuore, per entrare nel pensiero e
nel cuore del tuo Figlio Gesù Cristo, che con te vive e regna
nell'unità dello Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli.
Padre Nostro e «Esercizi» ignaziani
Ci mettiamo dunque davanti al mistero del Padre Nostro.
Naturalmente non intendo esporlo esegeticamente, come ho già
detto; mi preme piuttosto focalizzarne qualche aspetto nello spirito
degli Esercizi spirituali di sant'Ignazio, tenendo presente cioè la
dinamica loro propria.
È una dinamica che procede per tappe, snodandosi in quattro
settimane, e comprende alcuni momenti forti, che aiutano a capire
che cosa significa seguire Gesù, in modo da compiere delle scelte
secondo il Vangelo.
In tale spirito vogliamo riflettere sul Padre Nostro, cercando il
significato delle singole parole, delle singole domande, e
considerandolo nel quadro di un cammino di ricerca della volontà di
Dio.
Perché gli esercizi - l'abbiamo ricordato - sono un ministero dello
Spirito e permettono di cogliere ciò che il Signore chiede,
suggerisce, ordina a ciascuno di noi.
Il libretto di sant'Ignazio comincia con una pagina chiamata
Principio e fondamento, che vuole stabilire alcune coordinate lungo
le quali procedere nella ricerca della volontà di Dio. Per Ignazio
Principio e fondamento è la sovranità assoluta di Dio Creatore di
ogni cosa a cui l'uomo è tenuto a rendere lode e servizio; e ognuno
è chiamato a scegliere ciò che più lo mette nella linea del servizio di
Dio Creatore e Signore. È questo in sintesi il Principio e
fondamento degli Esercizi.
Ci domandiamo se anche nel Padre Nostro c'è un principio e
fondamento e la risposta è certamente affermativa. Tutta la prima
parte della preghiera costituisce il principio e fondamento di quella
quotidianità della vita cristiana che è espressa nelle ultime quattro
domande. Vorrei però dedicarmi soprattutto questa mattina, nello
spirito del Principio e fondamento, a riflettere sulla prima
invocazione «Padre nostro che sei nei cieli»; nel pomeriggio ci
fermeremo sulle parole «sia santificato il tuo nome», così da porre
le basi sulle quali proseguire il cammino di questi giorni.
Colui che Gesù chiama Padre
Il Padre Nostro comincia con la parola «Padre», il che non è
usuale. Nessun salmo inizia così e se in alcune preghiere dei testi
sacri ci si rivolge talora a Dio come Padre, un inizio così secco è
unico, pur se Matteo lo allarga retoricamente dicendo, in maniera
più solenne rispetto a Luca, «Padre nostro che sei nei cieli».
Noi cerchiamo di capire che cosa vuol dire l'appellativo «Padre»;
cosa intendiamo invocandolo come «Padre nostro»; che cosa
aggiungiamo dicendo «Padre nostro che sei nei cieli».
Mi propongo di fare una lectio per rispondere alle nostre
interrogazioni e successivamente proporrò una meditatio per
comprendere quali sentimenti e quali linee di preghiera ci sono
suggeriti.
* La parola «Padre»
- Di per sé non è univoca, può avere tanti significati ed evocare
molte emozioni, anche esistenziali, perché ciascuno rivive il proprio
rapporto col padre naturale, che può essere ottimo, mediocre,
scarso. È dunque un appellativo che tocca molti aspetti della nostra
vita interiore e della nostra psiche.
In generale è una parola che ha molti significati. Padre è anzitutto
chiaramente colui che dà la vita biologica, che ne è, insieme alla
madre, l'iniziatore.
Padre è pure colui che educa alla vita ed educa magari in maniera
forte. La Scrittura non ha paura di ricordare che il padre è anche
colui che castiga. La lettera agli Ebrei ricorda che se accettiamo i
castighi del padre terreno, non dobbiamo spaventarci se Dio Padre
ci castiga, ci prova, perché è tipica del padre pure la funzione di
educatore energico (cf 12,7-11).
Padre è inoltre colui che nutre, che deve procurare il sostentamento
ai figli ed è colui che protegge, nelle cui braccia ci si ripara. Il
bambino si butta nelle braccia del papà per cercare una difesa,
chiude gli occhi mentre lo abbraccia per non vedere il pericolo. È
quindi simbolo di rifugio, di conforto.
Il padre rappresenta inoltre la forza della tradizione. Quando noi lo
nominiamo, pensiamo subito alle radici che costituiscono la nostra
identità di persone.
Nell'invocazione «Padre» che Gesù ci mette sulle labbra sono
presenti tutti questi significati.
- Tuttavia non è sufficiente perché, se fosse soltanto così, sarebbe
un'invocazione adatta per tutti. Il mistero consiste invece nel fatto
che, se è vero che il Padre Nostro può essere recitato un po' da
chiunque - penso ad esempio agli Ebrei e a tutti coloro che
ammettono un Dio personale -, è però altrettanto vero che è la
preghiera insegnata ci da Gesù e ha quindi delle radici molto
precise. Ne segnalo una particolarmente significativa: il Battesimo
di Gesù.
Egli va al Giordano per essere battezzato da Giovanni. Questi vuole
impedirglielo, ma Gesù insiste e Giovanni acconsente: «Appena
battezzato, Gesù uscì dall' acqua; ed ecco, si aprirono i cieli ed egli
vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.
Ed ecco una voce dal cielo che disse: "Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto"» (Mt 3,16-17). Per dire
«Padre» occorre perciò che qualcuno mi chiami «Figlio». «Padre»
non è la prima parola, è la seconda.
La prima è quella di chi ci dice: «Figlio, figlio mio carissimo, figlio
mio amatissimo».
Dunque, nel Padre Nostro, Padre è soprattutto Dio Padre di Gesù
Cristo, è Colui che Gesù chiama Padre e da cui è chiamato Figlio,
ed è fortemente presente in tutto il Discorso della montagna dove,
prima del Padre Nostro che si trova al centro del Discorso, Gesù
nomina otto volte il Padre e ancora lo nomina più volte in seguito.
Il Padre è il Padre di Gesù Cristo, e Gesù ce ne comunica la
paternità, rendendo ci partecipi della propria figliolanza.
Lo afferma chiaramente san Paolo: «E voi non avete ricevuto uno
spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno
spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!"
(Rm 8,15). Gesù ci dà il suo Spirito e nel suo Spirito possiamo dire
"Padre", Padre di Gesù, Padre mio: "Lo Spirito stesso attesta al
nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche
eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle
sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria"» (vv. 16-17).
Se pensiamo che la generazione del Figlio dal Padre è eterna,
senza tempo, che oggi Dio Padre genera il suo Figlio,
comprendiamo che in questo momento siamo generati come figli.
Essere figli del Padre è la nostra identità, è ciò che ci definisce nel
nostro essere più profondo. Nel battesimo ha un punto di inizio, ma
perdura in ogni momento della nostra esistenza: il Padre ci dice
«figlio mio carissimo, figlio mio amatissimo», e noi rispondiamo con
la parola «Padre».
Ecco il primo significato di questa parola, da cui poi tutti gli altri
derivano: Padre nutritore, Padre educatore, Padre rifugio, Padre
sostegno, Padre conforto, Padre anche che punisce e purifica, ma
perché ci ha generato in Gesù.
Noi sentiamo perciò di partecipare intimamente a tutta la preghiera
di Gesù, che ha questo contenuto fondamentale: «Padre, Padre
mio». Percepiamo, visitando la Galilea e contemplando i monti dove
lui ha pregato, che la nostra preghiera è una cosa sola con la sua
(ho fatto i miei esercizi personali sul Padre Nostro nel mese di
giugno sul monte Tabor e là pensavo: mi unisco a Gesù che qui
pregava a lungo contemplando il Padre).
Una cosa sola anche nei momenti in cui diventa drammatica:
«Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39);
«Di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo
calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua
volontà"» (v. 42); «Pregò per la terza volta, ripetendo le stesse
parole» (v. 44).
Insegnandoci a dire «Padre», Gesù ci coinvolge nella sua
determinazione di compiere la volontà del Padre.
E ancora ci assume in quell'atteggiamento che Luca descrive nella
conclusione della Passione: «Padre, perdonali, perché non sanno
quello che fanno» (23,34). In tanto riusciamo a perdonare in quanto
partecipiamo ai sentimenti filiali di Gesù.
Soprattutto ci coinvolge nell'ultima parola da lui pronunciata,
secondo la descrizione della Passione di Luca: «Gridando a gran
voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito"»
(23,46). È il cammino che ci fa compiere mettendo ci in bocca la
parola «Padre»: cammino di amore, di affidamento, di obbedienza,
di perdono, di consegna della vita. Dicendo questa parola noi
mettiamo in gioco la nostra vita e la nostra morte: «Padre, nelle tue
mani affido il mio spirito».
La paternità di Dio, che ci viene donata nel battesimo, è, come
dicevo, puntuale e insieme perenne, e noi la riattualizziamo ogni
volta che entriamo in preghiera, sapendo che assume una forza
particolare allorché prendiamo delle decisioni importanti. Il Signore
in quel momento ci dà, come dice san Tommaso d'Aquino, un
supplemento di Spirito santo, quindi una nuova prova della sua
paternità. Nella nostra vita dobbiamo affrontare tante situazioni di
questo tipo: per esempio quando uno assume una responsabilità
nuova di parroco, o diviene vescovo o superiore di comunità; o
quando nel segreto compiamo un gesto di perdono, di misericordia,
di fede, di speranza. Allora la paternità di Dio si manifesta in
maniera fortissima.
A concludere la riflessione, è bello ripetere le parole di Pietro e di
Paolo, che avevano compreso intimamente il mistero della
figliolanza di Gesù e nostra: «Sia benedetto Dio e Padre del
Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha
rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una
speranza viva» (1 Pt 1,3); e Paolo, all'inizio della seconda lettera ai
Corinti: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (1,3).
* Matteo all' appellativo «Padre» aggiunge «nostro», a sottolineare
che è una preghiera collettiva, comune, recitata insieme.
Recitata in primo luogo dalla comunità dei figli di Dio, dei battezzati
e - possiamo aggiungere - a nome di tutti i figli di Dio, quelli che
Karl Rahner chiama «cristiani anonimi» perché, seguendo la
propria coscienza, nella grazia dell' amore sono davvero figli, pur se
non conoscono Gesù. Così invochiamo «Padre» con una
moltitudine di persone sparse nel mondo.
E lo diciamo in particolare con la nostra comunità, con quanti
vivono con noi la quotidiana fraternità.
Ancora, chiamandolo «nostro» affermiamo che Dio è Padre di tutti
coloro di cui abbiamo qualche responsabilità. Negli anni del mio
servizio episcopale alla grande diocesi di Milano ero molto aiutato
dalla certezza che Dio si curava di tutte e di ciascuna delle persone
che mi erano affidate, che magari mi chiedevano preghiere e che io
non potevo nemmeno ricordare. Anche oggi, ogni volta che dico
«Padre nostro» affido a Lui tutte le persone che ho incontrato e le
sento unite alla mia preghiera, tutte ricordate nominai mente
davanti al Padre.
Egli è, infine, Padre di tutte le creature umane, perché tutte
chiamate a diventare figli di Dio. Recitando «Padre nostro»
sentiamo vicini buddhisti, musulmani, non credenti, qualunque sia
la loro condizione esistenziale.
In questo modo la nostra preghiera si allarga e abbraccia tutti.
* Ci soffermiamo ora sul «che sei nei cieli». È una espressione che
può avere molti significati.
Il rapporto cielo-terra è evocato nei vangeli più di quanto non si
pensi: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche
in cielo» (M t 18,18); «Se due di voi sopra la terra si accorderanno
per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nel cielo ve la
concederà» (v. 19); «Tutto ciò che voi farete nel segreto, il Padre
che è nei cieli lo vedrà e ricompenserà» (cf 6,4.6.18).
E se cerchiamo un analogo riscontro nel Primo Testamento,
possiamo leggere ad esempio nel primo libro dei Maccabei: «Il cielo
farà succedere gli avvenimenti secondo quanto è stabilito lassù»
(3,60).
«Che sei nei cieli» non è dunque una semplice apposizione.
Certamente serve per distinguere il Padre celeste da quello terreno,
ma soprattutto invochiamo con queste parole il Padre che vive nel
mondo della trascendenza, nel mondo definitivo, nel mondo delle
cose che non passano mai più; quel Padre che vive nella luce
perenne, in cui non c'è più ambiguità, non c'è più insicurezza, non
c'è più peccato.
Il cielo è pure il luogo della ricompensa dove la volontà di Dio si
compie pienamente, in maniera perfetta.
Questo aspetto della preghiera mi ha sempre colmato di grande
pace. Di fatto non siamo mai in una situazione chiara, viviamo
sempre rasentati, sfiorati, talvolta coinvolti dal compromesso; la
nostra è una situazione oscura, maligna, in cui non si sa mai bene
se operiamo davvero secondo il Vangelo oppure no; siamo ogni
giorno a rischio di ambiguità. Dicendo «Padre nostro che sei nei
cieli», confessiamo però che c'è un luogo dove tutto è chiaro,
luminoso, limpido, dove tutto è giusto e vero. Se ci guardiamo
intorno, siamo come affaticati, appesantiti e talora oppressi, dal
cumulo di ingiustizie che ci circondano e delle quali, volere o no,
siamo parte; proclamando «Padre che sei nei cieli» affermiamo che
c'è una situazione in cui non c'è più ingiustizia, né lacrime, né
amarezze, né incomprensione, né malinteso, e tutto è chiarezza,
bellezza, purità.
L'invocazione iniziale del Padre Nostro è dunque capace di nutrire,
sostenere, confortare il nostro animo.
Per la preghiera
Quali piste di preghiera ci vengono suggerite dalla prima domanda?
Alcune le ho già indicate e le riassumo riferendomi ai vangeli, in
particolare al Discorso della montagna.
- Ci è suggerita per esempio la linea dell'abbandono e della fiducia:
«Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la
porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel
segreto, ti ricompenserà» (M t 6,6);
È quel Padre a cui non sfugge nulla dei nostri sacrifici, della nostra
gratuità, delle nostre umiliazioni segrete, del silenzio che talora
dobbiamo conservare a nostro danno per non coinvolgere altri. È il
Padre che ricompensa tutto e al quale ci abbandoniamo in maniera
fiduciosa e totale.
È quel Padre che, secondo l'insegnamento di Pietro, ha cura di noi:
«Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al
tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione,
perché egli ha cura di voi» (1 Pt 5,6-7).
Il Padre conosce dunque i nostri bisogni prima che lo preghiamo.
Giorni fa mi sono ritrovato con una ventina di religiose, che avevo
guidato 30 anni fa nel cammino verso i voti definitivi; ci siamo
ritrovati nel desiderio di rileggere sinteticamente il tempo trascorso.
Personalmente mi sono servito di una formula molto semplice: in
questi 30 anni Dio Padre ha avuto cura di me, molto più di quanto
non potessi prevedere o richiedere o esigere; quindi continuerà ad
avere cura di me.
È la linea dell' abbandono, dell' assenza di ogni preoccupazione:
«Gettate in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di
voi».
- C'è poi la linea dell'affidamento di tutte le persone che amiamo e
di tutte le situazioni che ci opprimono. Vivendo nel Medio Oriente, a
Gerusalemme, sono testimone quotidianamente di situazioni di
violenza, di oppressione, e non si sa davvero come uscire dallo
smarrimento, ci si trova bloccati, coinvolti, legati, confusi.
Eppure l'invocazione «Padre nostro che sei nei cieli» invita a dire:
Signore, tu sai il significato di tutto ciò che accade e darai ragione a
chi ha ragione e farai giustizia a chi chiede giustizia.
Interroghiamoci allora seriamente sulla nostra capacità di vivere
almeno in parte i suggerimenti che ci vengono dalla parola
«Padre»; interroghiamoci se prevale in noi l'ansietà o la pace. Certo
abbiamo tanti motivi per essere ansiosi; tuttavia se prevale in noi,
quale sentimento di fondo, l'ansietà, vuol dire che non diciamo con
verità la parola «Padre».
Se la diciamo sul serio prevale in noi un sentimento di pace
profonda.
Così pure domandiamoci se prevale in noi la tristezza o la gioia. Se
prevale in noi la tristezza, l'amarezza, il pessimismo, lo scetticismo,
magari il pessimismo sulla situazione della Chiesa, della società,
vuol dire che non ci affidiamo sul serio a Dio Padre, perché è Lui
che ha cura di tutto, Lui che . conosce e sa mettere in ordine tutto,
Lui che sa riportare tutti a casa.
La pace, la fiducia, la gioia, l'abbandono sono sentimenti che ci
mettono sulla via del Vangelo. Non a caso il Padre Nostro è stato
definito «una sintesi del Vangelo».
Spirito e Parola
(omelia)
I testi liturgici di questo giorno toccano due temi che abbiamo detto
essere nodali del nostro Ritiro: il tema dello Spirito e quello della
Parola.
La dolcezza nel credere
«Fratelli, lo Spirito scruta ogni cosa, anche le
profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se
non lo spirito dell'uomo che è in lui?
Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti
conoscere se non lo Spirito di Dio.
Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo,
ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio
ci ha donato.
Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio
suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato
dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini
spirituali.
L'uomo naturale però non comprende le cose dello
Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è
capace di intenderle, perché se ne può giudicare
solo per mezzo dello Spirito.
L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza
poter essere giudicato da nessuno.
"Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in
modo da poterlo dirigere?".
Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1 Cor 2,1016).
Ricordiamo anzitutto che abbiamo definito gli esercizi come
ministero dello Spirito e dell'immediatezza, perché lo Spirito,
secondo la parola di Paolo che ci raggiunge oggi, scruta le
profondità di Dio e le profondità del nostro cuore. È lui che favorisce
il contatto immediato del Mistero indicibile, ineffabile, sovrumano,
con la nostra piccola storia.
E l'Apostolo continua: «Noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per
conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato». Ci ha donato la sua
paternità e con la paternità la vocazione cristiana e
successivamente la vocazione sacerdotale e religiosa, la vocazione
a diversi tipi di servizio, e anche la vocazione alla croce e alla
sofferenza. Di tutto questo lo Spirito ci parla.
L'epistola di Paolo ci insegna che «l'uomo spirituale giudica ogni
cosa», dal momento che ha la percezione, il gusto, la sapienza, la
sensibilità che gli permettono di capire ogni realtà fino in fondo.
L'uomo naturale, al contrario, non comprende «le cose dello Spirito
di Dio»; se si sforza di farlo, si accorge che sono al di sopra e al di
là della sua esperienza e arriva a dire: roba dell' altro mondo!
Può succedere in noi che a un certo momento, allontanandoci dal
clima della preghiera, dal clima della fede, dall' atmosfera di
apertura alle realtà celesti, non comprendiamo più la voce dello
Spirito. Entriamo allora in una tentazione grave contro la fede: quasi
ci sembra di ragionare con gli occhi dell'incredulo e la situazione del
credente ci appare follia. Soltanto la forza dello Spirito - attinta nella
preghiera perseverante, nella pratica fedele dei sacramenti, nel
dominio di sé - ci ricolloca nella verità della vita di fede.
È rischioso entrare nella situazione che Paolo chiama «naturale»,
psichica, perché si perde quella sensibilità delicata, acuta, tenera,
rispettosa che i Padri della Chiesa chiamavano il pius credulitatis
affectus, quella dolcezza nel credere che ci fa percepire le «cose
spirituali» come reali. Quando invece entriamo nell' atmosfera
mondana, profana, secolarista, tutto ci appare fumoso e nebuloso.
Purtroppo noi siamo particolarmente soggetti a tale tentazione,
perché siamo alla frontiera tra due mondi: viviamo nel mondo delle
cose di Dio, e nello stesso tempo ci troviamo a contatto col mondo
delle realtà quotidiane e profane. Se non abbiamo chiaramente
determinato la nostra posizione, veniamo sballottati dall'una all'
altra delle due situazioni e il nostro giudizio rimane incerto,
offuscato, spesso appiattito.
La tentazione di ateismo e di non credenza è sempre alla porta.
Sappiamo che santa Teresa di Gesù Bambino ha vissuto l'ultimo
anno della sua vita in una terribile prova di non credenza, vedeva e
giudicava le cose come le vede e giudica il non credente. E ha
avuto la grazia di perseverare nella fede malgrado tutto.
Componeva anche negli ultimi mesi di vita canti molto belli e
semplici poesie ricche di fede. A chi le chiedeva come poteva farlo
in mezzo a tante tentazioni e oscurità, mentre il cielo le appariva
angosciosamente chiuso, rispondeva: «Canto ciò che voglio
credere». In lei la fede era diventata una forza di volontà sostenuta
dallo Spirito.
Gli esercizi sono un' apertura, un' esercitazione per dare spazio allo
Spirito. Ci permettono di accoglierlo, come un bambino accoglie il
Regno; ci permettono di dargli ragione, di accettarlo e seguirlo, per
ritrovare a poco a poco la visione complessiva nella quale
respiriamo con serenità. E allora non siamo più a metà atei e a
metà credenti, ma credenti nel cuore.
La forza della Parola
«In quel tempo, Gesù discese a Cafarnao, una città
della Galilea, e il sabato ammaestrava la gente.
Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché
parlava con autorità.
Nella sinagoga c'era un uomo con un demonio
immondo e cominciò a gridare forte: "Basta! Che
abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei
venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di
Dio!".
Gesù gli intimò: "Taci, esci da costui!". E il demonio,
gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui,
senza fargli alcun male. Tutti furono presi da paura
e si dicevano l'un l'altro: "Che parola è mai questa,
che comanda con autorità e potenza agli spiriti
immondi ed essi se ne vanno?". E si diffondeva la
fama di lui in tutta la regione» (Lc 4,31-37).
Gli esercizi sono anche - ce lo richiama la seconda lettura - un'
apertura alla Parola, alla Parola forte ed efficace. La Parola di Gesù
non è semplicemente di interpretazione e commento dei testi sacri,
come poteva essere quella dell'insegnamento rabbinico. Egli parla
a nome di Dio.
Noi siamo ancora oggi sotto l'influsso della Parola. È la Parola del
battesimo che ci fa figli; è la parola eucaristica, che ci fa prendere
decisioni importanti nelle quali è coinvolta la nostra intera esistenza
e perennemente legata alla fedeltà di Gesù.
È la Parola che scaccia da noi il demonio e il mondo. Non è detto
che sia un demonio impuro; può esserlo, ma in genere la Parola è
forte quando entriamo nello smarrimento, nella turbolenza mentale
e nella confusione. Allora ci rianima, ci ricrea, ci rigenera, come dice
Pietro: siete rigenerati da una Parola viva (cf 1 Pt 1,23).
Quante volte abbiamo fatto l'esperienza, quante volte io ho fatto
l'esperienza che la Parola mi ridà coraggio, mi rilancia, mi rimette le
cose in chiaro, mi riordina la mente, mi dà un orizzonte nuovamente
aperto!
Gli esercizi sono un lasciar risuonare in noi la Parola, con la forza
dello Spirito.
Chiediamo in questa Eucaristia di poter essere aperti alla grazia
dello Spirito e della Parola, una Parola che - dobbiamo sempre
ricordarlo - si rivela nella sua verità allorché si comincia a metterla
in pratica.
E del Mistero stesso di Dio riusciamo a cogliere qualcosa quando,
intuendo che è dinamismo, azione, dono, rinuncia, servizio,
accettiamo di entrare in questa dinamica e di sintonizzarci con la
vita di Dio che è dedizione senza limiti. Allora il Mistero ci ritorna
chiaro, altrimenti resta un concetto che annega nel mare delle
obiezioni filosofiche.
L'Eucaristia è appunto dono senza limiti che ci è dato di conoscere
e di accogliere.
III MEDITAZIONE
«Sia santificato il tuo nome»
Riprendiamo brevemente il tema della meditazione di questa
mattina, per introdurci nella riflessione sulla successiva
invocazione: «Padre, sia santificato il tuo nome».
Il padre Michel Ledrus si serve di due o tre formule che mi pare
esprimano bene quanto abbiamo tentato di spiegare commentando
la parola «Padre». Anzitutto il termine
«"Padre" era per i Greci e per i Romani un titolo di
onore per la divinità, piuttosto che un richiamo a
una tenerezza patema. Invece, nominando Dio suo
"Padre", il cristiano attesta la remissione dei
peccati, la giustizia e la santità recuperate per
effetto della redenzione; l'adozione filiale, l'eredità
eterna e la condotta dello Spirito gratuitamente
donate» (op. cit" pp. 18-19).
Questo è il senso cristiano dell' invocazione pronunciata nello
Spirito di Gesù Cristo.
E continua:
«L'esclamazione "Padre" esprime, quindi, la
misteriosa, intima conoscenza di Dio, posseduta dal
fedele che recita il Padre Nostro sotto l'azione dello
Spirito santo» (ivi, p. 20); «Monstra te esse Patrem:
manifesta che sei Padre! "Dimostraci, Signore, la
tua misericordia!" (Sal 84,8). Tutte le lodi di Dio si
concentrano nella parola "Padre". L'opera di Cristo
si riassume nella manifestazione della paternità di
Dio: "Ho manifestato il tuo nome agli uomini" (Gv
17,6)» (ivi, pp. 21-22).
Queste formule ci aiutano a considerare la seguente espressione
del Padre Nostro - «Sia santificato il tuo nome» -, che sempre
meditiamo nello spirito del Principio e fondamento, di quel principio
su cui si fonda tutta la dinamica degli Esercizi ignaziani e tutta la
dinamica della vita cristiana.
«"Santo" è il tuo nome»
La formulazione è rara, un po' strana, e non la usiamo nella
predicazione e forse nemmeno nella nostra preghiera, all'infuori del
Padre Nostro. Avremmo preferito probabilmente al verbo greco
agiasthéto, «sia santificato», un altro verbo, col quale ci sentiamo
più a nostro agio, ed è il verbo doxàzo (glorificare).
Appare ampiamente nell'ultima preghiera di Gesù, secondo il
vangelo di Giovanni, e possiamo comprendere molto bene il
significato: «Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il
Figlio glorifichi te» (17,1); «Io ti ho glorificato sopra la terra,
compiendo l'opera che mi hai dato da fare» (v. 4); «E ora, Padre,
glorificami davanti a te, con quella gloria che avevo presso di te
prima che il mondo fosse»(v. 5); «Tutte le cose mie sono tue e tutte
le cose tue sono mie, e io sono glorificato in loro» (v. 10); «E la
gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come
noi una cosa sola» (v. 22); «Padre, voglio che quelli che mi hai
dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria,
quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della
creazione del mondo» (v. 24).
Ci saremmo trovati meglio filologicamente se anche nel Padre
Nostro fosse stato usato appunto il verbo doxàzo: «Padre, glorifica
il tuo nome», o: «Sia glorificato il tuo nome».
Il verbo agiàzo (agiasthéto) è certamente più misterioso, più rude,
più difficile da penetrare.
Tuttavia è importante per noi capire il senso di questa invocazione,
e vogliamo pregare il Padre dicendo: Il tuo nome è grande, il tuo
nome è glorioso. Donaci di penetrare nell'intenzione del tuo Figlio
quando ha messo sulle nostre labbra la domanda «sia santificato il
tuo nome».
Chiediamo alla Vergine Maria, che aveva una percezione profonda
del mistero della santità del Nome di Dio, di illuminare la nostra
mente e il nostro cuore, così da cogliere gli atteggiamenti che
questa domanda vuole suscitare in noi e intravedere il cammino
cristiano che ci invita a compiere.
Evocando la figura di Maria, viene alla mente il suo cantico, il
Magnificat, là dove ella canta con gioia: «Grandi cose ha fatto in me
l'onnipotente / e Santo è il suo nome» (Lc 1,49).
La percezione della santità del Nome è di fatto tipicamente
anticotestamentaria e per questo citerò più avanti alcuni passi dei
profeti. Ci è richiesto di entrare nella mentalità del Primo
Testamento, poiché l'invocazione «sia santificato il tuo nome» sta
sul crinale tra il Primo e il Secondo Testamento. È una parola che
gli Ebrei comprendono quasi meglio dei cristiani, e Gesù ce la
mette nel cuore e sulle labbra perché vuole che ci radichiamo nel
Primo Testamento.
Mi propongo dunque di fare una lectio, domandandoci che cosa
significa il «Nome» e che cosa significa «sia santificato il tuo
nome»; successivamente vi offrirò qualche spunto per una breve
meditatio, un'applicazione: quali sono gli atteggiamenti che tale
preghiera ci suggerisce?
Una suggestiva polivalenza di significati
Non stupiamoci se non avremo risposte precise alle nostre
domande, perché il Padre Nostro è una preghiera ricca, intensa,
brevissima, densissima, dai molti significati. Ovviamente di natura
sua la preghiera non è una formula matematica ed è possibile
coglierne sensi diversi, che probabilmente sono tutti validi.
1. Lo vediamo già considerando la parola «nome». Sappiamo dal
Primo Testamento che «il tuo Nome» significa «la tua persona», «la
tua potenza», «il tuo essere», «la tua realtà».
Però rimane da chiederci: si intende che Dio sia riconosciuto come
Dio - e ne viene, secondo la parola di Mt 22,21, il comando:
«Rendete a Dio quello che è di Dio»? Oppure: «Sia santificato il tuo
nome di Padre», cioè che tutti ti riconoscano non solo come Dio,
ma come Padre, tenero, amante, misericordioso, che invia il Figlio
per il perdono dei peccati? Che tutti riconoscano la tua grandezza,
la tua potenza, la tua infinità, la tua trascendenza? Oppure che tutti
riconoscano in particolare la tua bontà, la tua condiscendenza, il tuo
interesse per l'uomo? Probabilmente si intende l'uno e l'altro
significato. Personalmente opterei per l'insistenza: sia santificato il
tuo nome di Padre, cioè che Tu sia riconosciuto come Colui che
ama, conforta, perdona, come Colui che, secondo la parabola del
figlio prodigo, aspetta, va incontro, abbraccia, mette la veste
nuziale, dà il grande banchetto (cf Lc 15,11-32). La preghiera non lo
dice e sta a noi approfondire l'uno o l'altro aspetto.
2. E che cosa significa «sia santificato»? Ho già detto che è un'
espressione strana e curiosa.
* Può essere una semplice dossologia («Padre, benedetto sia il tuo
nome, venga il tuo Regno»), una specie di apposizione, un
intercalare come si ritrova spesso nelle preghiere ebraiche.
Non ritengo comunque probabile tale ipotesi. Potremmo pure rifarci
alla berakha, un genere
letterario comune nell' ebraismo. Di fatti quando ci si incontra o si
invita un ospite, si dice: baruk ha ba', benedetto colui che viene; e
alla domanda: come stai? si risponde: bene, baruk ha shem,
benedetto sia il Nome.
L'uso della berakha, del benedire Dio, ha poi la sua applicazione in
tanti altri aspetti della vita: c'è la berakha prima del pasto, quella
che Gesù ha pronunciato sul pane e sul vino, detta la preghiera di
benedizione; c'è la berakha del dopo pasto, ecc.
Il concetto è presente pure nel Nuovo Testamento. È una berakha
per esempio il saluto di Elisabetta a Maria: «Eulogeméne sy en
gynaixìn», «e benedetto il frutto del tuo seno Gesù» (Le 1,42).
Proprio qui vediamo che il verbo berek ha come corrispondente il
verbo eulogéin (eulogeméne) e il termine eulogìa.
Lo stesso Benedictus comincia con una berakha: «Eulogetòs kyrios
o theòs tou Israel» (Le 1,68). Un'altra forma di berakha la troviamo
in Le 11,27: «Una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse:
"Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!"
».
E ci sono almeno due lettere del Nuovo Testamento che cominciano
con una berakha. La seconda lettera ai Corinti: «Sia benedetto Dio,
Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio
di ogni consolazione» v. 3; la lettera agli Efesini: «Benedetto sia
Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con
ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» v. 3.
In ogni caso, il genere letterario della berakha non mi sembra
corrispondere pienamente alla prima invocazione del Padre Nostro
«sia santificato il tuo nome».
* È invece probabilmente una vera e propria domanda.
E che cosa si chiede? Si possono intendere diverse cose.
- Nello spirito del profeta Ezechiele, che usa più volte questa
formula, la domanda può significare: «Padre, agisci, intervieni nella
storia in maniera che il tuo nome sia riconosciuto grande». Il profeta
chiede un intervento di Dio che faccia sbalordire la gente ed
esclamare: Dio è davvero grande!
«Santificherò il mio nome grande», cioè mi manifesterò con opere
tali da far stupire, da far lodare il mio nome «disonorato tra le genti,
profanato da voi in mezzo a loro». Voi, col vostro comportamento
avete fatto sì che le genti disprezzassero il mio nome; ora io ne
mostrerò la grandezza. «Allora le genti sapranno che io sono il
Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in
voi davanti ai loro occhi» (cf Ez 36,21 ss.).
«Sia santificato il tuo nome» è un passivo teologico, cioè: Tu
santifica il tuo nome, intervieni in questo mondo così oscuro, così
confuso, così violento, così cattivo; intervieni per mostrare che ci
sei, che sei giusto, che sei santo, che hai in mano le sorti della
storia.
Ezechiele sottolinea addirittura una serie di sette interventi
santificatori di Dio: «Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni
terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e
sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti
i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno
spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di
carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i
miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.
Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri» (vv. 24-28a). Tutti
interventi che ricostituiscono Israele disperso e che perciò
glorificano Dio; sette interventi conclusi dalla formula dell' alleanza:
«Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (v. 28b). Ancora
oggi il popolo ebraico vive di questa speranza e la presenza in
Israele di milioni di Ebrei radunati da tutte le genti è vista come un
intervento glorioso di Dio che ama sempre il suo popolo.
È intèressante rileggere anche Is 29,22-23:
«Pertanto, dice alla casa di Giacobbe il Signore / che riscattò
Abramo: / "D'ora in poi Giacobbe non dovrà più arrossire / il suo
viso non impallidirà più, / poiché vedendo il lavoro delle mie mani
tra di loro, / santificheranno il mio nome, / santificheranno il santo di
Giacobbe / e temeranno il Dio di Israele"».
Penso perciò che nell' espressione «sia santificato il tuo nome»
siamo di fronte proprio al vocabolario della santificazione, della
santità, del kadosh, del Santo. Mi pare che in italiano si tradurrebbe
al meglio con la parola trascendente: che sia riconosciuta la
trascendenza di Dio, che Dio sia riconosciuto come trascendente e
che egli compia nella storia opere per cui gridino tutti: Dio è grande!
A questo punto mi rifaccio di nuovo allo studio di padre Ledrus. Egli
è contrario all' opinione di molti, tra i quali Schürman, secondo cui il
Padre Nostro contiene un'unica invocazione - «venga il tuo Regno»
- e attorno ad essa si collocano tutte le altre. In un certo senso è
vero. Ma la stessa domanda «venga il tuo Regno» è sottoposta alla
precedente: che il nome di Dio sia glorificato e benedetto, che Egli
sia riconosciuto nella sua trascendenza, nella sua santità, come
Padre.
Leggo dal testo:
«"Padre, sia santificato il tuo nome" (Le 11,2).
Questa versione di san Luca mostra come la prima
aspirazione ("sia santificato il tuo nome") è legata
all'in'vocazione del Padre, mentre nello stesso
tempo si distacca dall' aspirazione successiva e da
tutte le domande che seguono, che saranno
comunque riferite a questa medesima esaltazione
di Dio» (op. cit., p. 33).
Dunque in primo luogo «sia santificato il tuo nome» e per questo
«venga il tuo Regno», «sia fatta la tua volontà», si adempiano
alcune condizioni necessarie quali il pane quotidiano, il perdono, la
liberazione dalle tentazioni e dal male.
«Questa espressione innalza la preghiera al livello
di un inno eucaristico, la carica di toni di giubilo.
Così affiorava anche sulle labbra di Cristo che, con
gli occhi alzati verso il cielo, pregava "Padre santo"
(Gv 17,11); "Il tuo nome" vuol dire la tua Persona;
non solo come determinazione, ma anche come
manifestazione di potenza, di onnipotente
misericordia (cf Is 59,19: "nome-gloria"; Zac 14,9: "il
tuo nome sarà unico"). Significa Dio così come si è
rivelato e come si manifesta nel suo disegno di
salvezza, e quindi così come è da noi conosciuto
nella fede mediante la comunicazione della
conoscenza per ora oscura che Dio ha dato di sé.
Santificato vuol dire: Dio sia esaltato, riconosciuto
come incomparabile» (trascendente); «Dio sia
glorificato nell' attuazione del suo disegno di amore:
"10 ho loro reso noto il tuo nome, e lo renderò noto
ancora, affinché l'amore col quale tu hai amato me
sia in loro e io in loro" (Gv 17,26). L'interesse
sommo del Cristo, la passione unica del suo cuore
era Dio, Dio solo; questi li trasmise ai suoi discepoli
anche nella preghiera che loro insegnò; così che
prima di morire poté dire: "Padre, ho manifestato il
tuo nome agli uomini che mi hai dato" (Gv 17,6).
Gesù è venuto a insegnarci a "santificare il nome di
Dio", cioè a trattare Dio come Dio, a non trattare
come Dio nient' altro che Dio e la sua gloria, ad
amarlo di un amore sommo ed esclusivo, a
esaltarlo al di sopra di tutto e specialmente al di
sopra di noi stessi, a non metterlo mai nel nostro
cuore in competizione con un bene terreno, a
essere entusiasti di lui. La sicurezza e la fiducia che
Gesù riesce a comunicard, insegnandoci a pregare
così, ci fa presentire che questo desiderio è già
esaudito, nel senso che Dio sta già manifestando la
sua misericordia e la sua gloria nel mondo e sta già
portando a compimento il suo disegno di salvezza.
In ultima analisi, Dio solo è autore della propria
glorificazione e chi prega così come Gesù ha
insegnato sa di esserne partecipe e ne desidera il
compimento in sé e in tutti, oggi, e soprattutto nella
manifestazione regale che egli farà di se stesso alla
fine del mondo (cf Ez 36,23)» (ivi, pp. 33-34).
Ricordo infine che qualcosa di simile è presente anche in Gv 12,2728, col verbo doxàzo, tipico, come abbiamo visto dell' evangelista:
«"Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da
quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il
tuo nome". Venne allora una voce dal cielo: "L'ho glorificato e di
nuovo lo glorificherò!"».
Intervieni, o Padre!
Qui si parla di quella glorificazione che è la morte di Gesù e la sua
risurrezione. Il Padre è santificato in Cristo risorto. E forse Gesù
quando andava al Giordano per farsi battezzare pregava già per la
santificazione di Dio Padre.
In ogni caso, nella domanda del Padre Nostro la formula rimane
passiva e non esplicita questo contenuto.
- È possibile allora un' altra sfumatura di significato: l'auspicio che
noi lodiamo il nome di Dio.
L'invocazione «sia santificato il tuo nome» è intesa da molti cristiani
come il proposito di dare lode al nome di Dio e di non
bestemmiarlo. Dunque: «Sia santificato il tuo nome da noi uomini».
È quell'onore dovuto a Dio di cui parla il profeta Malachia: «Il figlio
onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone. Se io sono il
padre, dov'è il timore che mi spetta? Se sono il padrone, dov'è il
timore di me? Dice il Signore degli eserciti, a voi, sacerdoti che
disprezzate il mio nome» (1,6), sacerdoti che non agiscono
secondo le leggi di Mosè e quindi non onorano Dio.
Più profondamente, l'uomo può, entrando in comunione con Gesù,
santificarsi e dunque santificare il nome di Dio con la propria vita.
Ce lo suggerisce un passo significativo del vangelo di Giovanni, in
cui - pur se la versione italiana ha consacrare invece di santificare occorre lo stesso verbo agiàzo del Padre Nostro: «Consacrali
(agìason) nella verità... Per loro io consacro (agiàzo) me stesso,
perché siano anch'essi consacrati (òsin egiasménoi) nella verità»
(17,17-19), rendendo così testimonianza della santità di Dio.
La formula semplicissima «sia santificato il tuo nome» resta, come
vi accorgete, un po' misteriosa, mette insieme significati diversi,
intendendo sia l'azione di Dio come l'azione dell'uomo: intervieni,
manifestati; e: fa' che anche noi ti lodiamo, ti glorifichiamo,
santifichiamo il tuo nome.
Sta a ciascuno di noi, quando recitiamo il Padre Nostro, lasciarci
trascinare dallo Spirito, gustando l'uno o l'altro contenuto della
supplica.
I nostri atteggiamenti
E ora, nella meditatio e nella contemplatio tento di rispondere alla
domanda che ci eravamo prefissi: quali atteggiamenti suggerisce,
sostiene, promuove, comporta il pronunciare queste parole? Chi
prega così che cosa sente nel cuore quando le ripete?
- Penso anzitutto che debba venire spontaneo il senso della lode e
del ringraziamento a Dio. Viene alla mente il momento precedente
la risurrezione di Lazzaro, là dove Giovanni riporta: «Gesù allora
alzò gli occhi e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. lo
sapevo che sempre mi dai ascolto"» (11,41).
È necessario che chi prega abbia nel cuore questa tonalità di
costante ringraziamento, quella tonalità fatta propria da san Paolo
nelle sue epistole. Richiamo per esempio l'inizio della lettera ai
Colossesi: «Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del
Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi» (1,3).
È un versetto che mi colpisce, perché ho conosciuto pochi preti
capaci di ringraziare Dio per la loro comunità. Ne ho conosciuti
molti che, al contrario, si lamentavano: la gente non risponde, non
ascolta, non frequenta. I motivi del loro disagio erano reali, ma io
dicevo loro: il fatto che la tua comunità esista è già un miracolo di
Dio; il fatto che viva la fede evangelica, battesimale, in un mondo
incredulo e pagano, è un miracolo di Dio. Quindi in primo luogo
ringrazia il Signore per questo. È l'atteggiamento che avevano gli
apostoli: rendere lode a Dio che ti ha chiamato alla fede. Siamo
molto peccatori, molto imperfetti, estremamente negligenti, e però
abbiamo un dono straordinario, che è diffuso nel popolo cristiano: la
fede e la speranza. Vorrei che ogni sacerdote fosse cordialmente
grato al Signore per sé e per i suoi fedeli pregando così: ti rendo
grazie, o Padre, perché hai chiamato questi tuoi figli e figlie dalle
tenebre dell'ignoranza alla conoscenza di Te che sei Amore.
Il ringraziamento per tutto ciò che il Signore fa con amore per noi mi
pare sia l'atteggiamento sottostante all'invocazione «sia santificato
il tuo nome», che può sgorgare dalla consapevolezza dei doni di
Dio e che sa abbondare nelle benedizioni, come recita la lettera agli
Efesini: «... rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio
Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» (5,20).
Coltivare tale atteggiamento che ci fa innalzare il cuore a Dio è
cosa molto sana, e purtroppo poco presente nelle nostre comunità
cristiane, che di solito, almeno in Occidente, sono lamentose, sono
ripiegate su di sé, sono sempre pronte a guardare ciò che non va.
Chi ha letto i miei libri di esercizi degli anni trascorsi, sa che di solito
insisto su questo anche per quanto concerne il colloquio
penitenziale; occorre iniziare il colloquio penitenziale con un
rendimento di grazie a Dio, con una lode al Signore per ciò che ha
fatto per me dall'ultima confessione. Quando mi capita di
confessare e la gente comincia a sciorinare i propri peccati,
interrompo subito e chiedo: ma lei non ha niente di cui ringraziare
Dio? E mi sento rispondere: sì, è vero, avrei alcune cose. D'un
tratto cambia l'atmosfera, cambia la disposizione interiore. .
Un atteggiamento, questo della lode, che troviamo non solo nelle
ultime epistole di Paolo, ma pure nella primissima, quella ai
Tessalonicesi: «Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni
cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù
verso di voi» (5,16-18).
È quanto richiama, mi pare, l'invocazione del Padre Nostro che ci
invita a lodare Dio, a rendere grazie, a volere che il Padre sia
benedetto per la sua grandezza e che essa appaia e si manifesti
con chiara evidenza.
Ci interroghiamo: il ringraziamento è il tono di fondo della mia vita?
Quando mi sveglio al mattino il mio primo pensiero si rivolge al
Padre: grazie, o Signore, perché sei così grande e buono, perché
mi hai amato e conservato in questa notte? E alla sera ringrazio per
i doni ricevuti?
- Seconda linea di approfondimento.
Da quanto abbiamo detto cercando di spiegare questa parola,
appare che la santificazione del nome è anzitutto opera di Dio, è Lui
che glorifica il suo nome. Ne segue che siamo invitati ad affidargli la
cura della sua gloria.
Non siamo noi a doverla «gonfiare», è Lui stesso che se ne
preoccupa e noi chiediamo che la manifesti. Qualche volta noi ci
comportiamo come se la sua gloria dipendesse da noi.
Ricordo che un illustre teologo di Milano, mons. Pino Colombo,
diceva ironicamente che talora sembriamo voler praticare la
respirazione artificiale a Gesù Cristo per farlo risorgere! È un errore
grave, perché è lui la vita, la risurrezione, la gloria.
- Un terzo atteggiamento molto importante è proprio di chi
realisticamente considera che la gloria di Dio è molto calpestata nel
mondo, soprattutto là dove è calpestata la dignità umana, e questo
accade un po' dovunque.
Nasce di qui la preghiera di intercessione, affinché le situazioni di
ambiguità e di apparente silenzio di Dio siano superate; e ci è
concessa allora un po' di lamentela, come del resto troviamo nei
salmi: dov'è, Signore, la tua gloria? Dove sei? perché ti nascondi,
perché non ti riveli, perché non ti manifesti?
Tuttavia tale interrogazione va fatta nel quadro della gioia e della
fiducia che prima abbiamo descritto. Molti pii Ebrei anche nei
momenti più neri della loro storia hanno saputo e sanno ancora
oggi pregare così: tu, Signore, ti nascondi; tu, Signore, sembri
silenzioso. Mostra la tua gloria! Dove sei, Signore? Fa' che Ti
vediamo, fa' che tutti riconoscano che Tu sei il nostro re, che hai
cura di noi, che non ci hai abbandonato.
Dunque, se abbiamo assunto bene il senso profondo della lode di
Dio, possiamo anche entrare nella lamentela con Lui, ma nello
spirito e nell' atteggiamento di fede e di intercessione.
IV MEDITAZIONE
«Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori»
La notizia delle stragi che hanno funestato la giornata di ieri, gli
attentati in Israele, a Mosca e in Irak, mi spingono a porre una
considerazione sul contesto nel quale viviamo questi giorni di
esercizi.
Il contesto degli esercizi
Anzitutto c'è un contesto biografico, al quale vi ho chiesto di
riflettere con le due domande: come entro negli esercizi? come
vorrei uscirne?
Tale contesto si colloca, come sappiamo, nel quadro ecclesiale,
quello della mia diocesi, della mia comunità, della mia Chiesa
locale, della Chiesa universale. E quindi nelle nostre preghiere
dobbiamo sempre tenere presenti tali realtà.
Il terzo ambito è quello socio-politico generale, caratterizzato da tre
fenomeni: le convivenze dirompenti, la prevalenza degli interessi di
gruppo, l'assurdità del male.
- Innanzitutto le convivenze dirompenti. Oggi è sempre più
necessaria la conversione alla convivenza delle diversità e dei
diversi, senza ghettizzarsi né distruggersi a vicenda, e anche senza
soltanto tollerarsi. La tolleranza infatti è ancora poco; è una
soluzione che può sembrare ottimale, ma non basta. Occorre una
convivenza nella quale siamo capaci di fermentarci a vicenda, e
non necessariamente nel senso proselitistico del termine: tu ti
convertirai alla mia religione, alla mia cultura e allora faremo unità.
Tale orizzonte di evangelizzazione resta fondamentale per il
cristianesimo, tuttavia deve ancor prima realizzarsi la possibilità di
stare vicini da diversi, facendo sì che con il mio modo di vivere
approfondisca la mia autenticità e aiuti l'altro ad approfondire la
sua, a trovare la parola che il Signore gli dice nel profondo del
cuore, sia essa una parola religiosa o non religiosa.
È certamente utile il dialogo tra religioni, ma non lo ritengo tanto
importante. Le religioni sono di natura loro un sistema fisso,
codificato e al massimo si scambiano delle cortesie, delle
informazioni, dei chiarimenti per evitare malintesi, ma rimangono
tali e quali. Vediamo del resto che nei numerosi incontri di dialogo
interreligioso sono sempre presenti le stesse persone che
viaggiano da un continente all' altro per dire la loro volontà di pace
e tenere qualche discorso.
Non è però sufficiente. Bisogna - ripeto - imparare a convivere
fermentandoci a vicenda, vivendo ciascuno la propria autenticità,
rispettando quella dell' altro e facendo in modo possibilmente che
anche l'altro sia stimolato a un cammino di maggiore autenticità
rispetto alla propria tradizione e religione.
In questa prospettiva ci occorre dunque una forte autenticità, non
tanto come identità socio-culturale, socio-religiosa, bensì come
identità evangelica, perché il Vangelo è in qualche modo
sopraconfessionale. Il Discorso della montagna, per esempio, non
ha nessuna etichetta confessionale, rinnova l'esistenza umana
come tale e può valere per chiunque.
Concludo: le situazioni di convivenze dirompenti che vediamo nel
mondo - dalla Terra santa, alla Bosnia, al Ruanda, al Sudan - sono
la dimostrazione della necessità di imparare a convivere tra diversi;
in caso contrario non sopravviveremo come umanità.
- Il secondo fenomeno consiste nel fatto che nel contesto sociopolitico prevale un' attenzione agli interessi di gruppo.
Nelle nostre regioni, e ancora più in altre regioni del mondo, il
senso del bene comune è molto debole. C'è il bene della famiglia, il
bene del clan, che in certi Paesi è come una corazza d'acciaio, e si
arriva a uccidere quando le leggi interne non vengono rispettate e
quindi si disonora la famiglia. Anche se è vero che lo spirito di clan
può avere elementi positivi, può costituire una difesa all'interno di
una società anarchica o autoritaria.
Tuttavia noi dobbiamo camminare verso un mondo in cui il bene
comune è il primo valore: non solo il bene del gruppo, dell' etnia, e
nemmeno più soltanto il bene di una nazione, bensì il bene
dell'umanità nel suo insieme.
Per spezzare un contesto di interessi di gruppo, il cristianesimo ha
moltissimo da dire, proprio perché propone un bene comune,
concreto, uni-, versale.
- Infine non dobbiamo dimenticare che tuttora viviamo immersi
nell'assurdità del male. Non ci sono solo uomini e donne di buona
volontà che per caso, per sbaglio, per negligenza, compiono
qualche errore; l'assurdità del male, del male gratuito, della crudeltà
voluta per se stessa, dell'idolo del successo, è una realtà. Di tale
assurdità la croce di Cristo è frutto ed è dunque quanto mai attuale.
Pur riconoscendo tante nobilissime tensioni di pacifismo, non
dobbiamo mai dimenticare che questo è il contesto nel quale
viviamo.
Su questo sfondo possiamo continuare la meditazione sul Padre
Nostro. E dal momento che cerchiamo negli esercizi la volontà di
Dio nella nostra, vita, gli chiediamo: in un mondo drammatico,
conflittuale, agitato da assurdità, come vuoi che operiamo?
Domanda di perdono
Abbiamo già considerato, meditando il Padre Nostro, che è
possibile riferirsi al Principio e fondamento degli Esercizi. Ora vi
propongo di entrare nella Prima settimana degli Esercizi che è la
settimana penitenziale, la cosiddetta via purgativa, nella quale
riconosciamo i nostri peccati, il male che c'è in noi, le nostre
connivenze con la mondanità, le nostre debolezze, le nostre
fragilità, per esserne purificati.
Sant'Ignazio propone cinque meditazioni: la prima sui peccati nella
storia della salvezza, la seconda sui peccati personali, la terza e la
quarta come ripetizioni della prima e della seconda, così da
iscrivere nel cuore dell' esercitante quello che il Signore gli ha fatto
comprendere; e la quinta sulla dannazione quale punto di arrivo del
peccato.
Noi ci lasciamo guidare dallo spirito di questa settimana, dove si è
soliti preparare la confessione sacramentale, in modo da viverla
magari considerando tutto l'anno trascorso dagli ultimi esercizi.
Il Padre Nostro ci può aiutare. Invertendo l'ordine delle invocazioni,
ci soffermiamo sulla domanda: «Rimetti a noi i nostri debiti come
noi li rimettiamo ai nostri debitori» e, nelle successive meditazioni,
sulle parole «e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male».
Forse ci stupiamo di tanto spazio riservato al peccato nel Padre
Nostro - su sette domande, tre riguardano il male e il peccato.
Gesù sa che la nostra vita è insidiata, è fragile, si svolge in un
contesto di assurdità e di peccato e dunque ha bisogno
continuamente di essere riscattata, difesa da tale situazione.
Anche ogni comunità è costantemente irretita dalla divisione, dal
contrasto, dal conflitto. E Gesù ce lo fa capire. Spesso noi ci
meravigliamo di questo perché non abbiamo compreso a fondo il
Padre Nostro, mentre Gesù non se ne stupisce.
Ricordo il titolo di un interessante libro di Jean Vanier: La comunità
luogo del perdono e della festa. Anzitutto del perdono, in quanto la
comunità è luogo del peccato, noi dobbiamo insistentemente
chiedere perdono per noi e perdonare a coloro che ci hanno offeso.
Affrontiamo così la domanda: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi
li rimettiamo ai nostri debitori».
È una richiesta molto importante, non solo per il fatto che siamo
continuamente minacciati dal peccato, ma perché l'opera di Gesù, il
Regno è anzitutto la liberazione dal peccato. Egli è presentato così
dal vangelo di Matteo nella rivelazione dell'angelo a Giuseppe:
«Maria partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il
suo popolo dai suoi peccati» (1,21). La liberazione dal peccato è
parte integrante, sostanziale della sua missione. Per questo rimette
a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo a nostri debitori.
Vi propongo allora di soffermarci sull'invocazione del Padre Nostro
anzitutto con una lectio e successivamente riflettendo sugli
atteggiamenti che essa ci suggerisce.
Perdono gratuito
Consideriamo le singole parole.
- L'evangelista Luca ha usato la parola più usuale: «E perdonaci i
nostri peccati» (11,4); tuttavia Matteo, la cui espressione è, come
abbiamo già detto, più arcaica e primitiva, recita: «Rimetti a noi i
nostri debiti» (6,12), e non è usuale.
Nella Bibbia ebraica come in quella greca ci sono tanti vocaboli per
indicare il peccato, la trasgressione, la disobbedienza. Qui sceglie il
concetto di debito; e ce ne domandiamo il motivo.
Probabilmente perché il concetto di debito - ovviamente metaforico,
in quanto non si tratta di debito di denaro - è relazionale. Il concetto
di peccato può essere concepito con il solo riferimento alla legge:
c'è la legge e il peccato che la trasgredisce; c'è il precetto e la
deviazione dal precetto. Il debito invece sta a indicare una relazione
con qualcuno. Parlando di debiti, Gesù ci ricorda quindi che non si
tratta semplicemente di nostre deviazioni, trasgressioni, sbagli,
infrazioni alla legge, bensì di rottura di relazione con lui.
Perciò questa parola è a mio parere molto importante. Si può anche
tradurre giustamente «peccato», ma intendendo il peccato appunto
come la rottura della relazione con Dio.
- «Rimetti a noi i nostri debiti». Noi ci confessiamo incapaci di
pagare questi debiti. Potremmo dire: ho dei debiti e prima o poi li
pagherò. Però i debiti che abbiamo con Dio non riusciamo a pagarli.
Lo esprime chiaramente Matteo nella parabola del servo senza
pietà: «Il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i
suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era
debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da
restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con
i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel
servo, gettato si a terra, lo supplicava: "Signore, abbi pazienza con
me e ti restituirò ogni cosa". Impietositosi del servo, il padrone lo
lasciò andare e gli condonò il debito» (18,23-27). Il padrone
domanda anzitutto che il servo sia venduto, e dopo accoglie la
supplica di misericordia e condona il debito.
Il Padre Nostro suppone che noi siamo così davanti a Dio: abbiamo
debiti che non possiamo pagare, perché abbiamo rotto una
relazione d'amore e non siamo in grado di ricostituirla con le nostre
forze, se non ci viene gratuitamente ridata. «Rimetti a noi i nostri
debiti» è una domanda davvero nodale. Noi non conosciamo
neppure l'entità dei nostri debiti. La parabola ci parla di diecimila
talenti, ma se ci mettiamo di fronte a ciò che il Signore ha fatto per
noi, all' amore con cui ci ha abbracciato dall' eternità, ci ha seguito,
ci ha voluto, ci ha sostenuto, allora il nostro debito non è nemmeno
calcolabile, né solvibile se lui stesso non compie ancora un gesto di
gratuità e ce lo condona.
Essere perfetti come il Padre
«Come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 5,12). Luca riprende
lo stesso vocabolario: «perché anche noi perdoniamo a ogni nostro
debitore».
Gli esegeti si stupiscono dell' aggiunta, notando che «rimetti i nostri
debiti» è l'unica domanda non semplice. Le altre lo sono tutte: sia
santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, si compia la tua volontà,
dacci il pane. Qui si rompe lo schema unitario della preghiera e gli
esegeti si chiedono se è parte davvero della preghiera originaria
insegnata da Gesù. Tutto però fa capire che lo è. Ed è inoltre l'unica
domanda a cui Gesù pone una condizione, e ci chiama in causa.
La versione greca ha un'espressione stranissima, su cui discutono
gli esegeti: «os kaì emeìs "aphékamen" toìs ophelétais emòn»,
«come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori».
Sembra quasi che prima abbiamo dovuto perdonare e poi possiamo
chiedere perdono. È vero che gli esegeti sogliono mitigare questa
espressione dicendo che il perfetto aphékamen è un perfetto
presente, cioè noi «siamo soliti rimettere». Il legame rimane
comunque strettissimo.
Che cosa suppone quindi questa preghiera? Suppone una
comunità litigiosa, divisa, in cui le offese sono reciproche, dove ci
sono aspettative non corrisposte, recriminazioni, attese deluse. Ed
è talmente forte tale preghiera che, come ho già ricordato, il solo
commento al Padre Nostro nel Discorso della montagna è quello
aggiunto alla fine della preghiera: «Se voi infatti perdonerete agli
uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se
voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà
le vostre colpe» (Mt 6,14-15). È una condizione assoluta e
sottolinea che il Padre ben conosce che siamo poveri, fragili, che ci
offendiamo facilmente gli uni gli altri. Egli vuole garantire che il suo
perdono sia sempre accompagnato dal perdono nostro. Come
ancora ci insegna la parabola di Mt 18, noi che abbiamo ricevuto
tantissimo perdono da Dio, siamo chiamati a fare almeno il gesto di
perdonare agli altri i piccoli torti che abbiamo subito: «Appena
uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento
denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: "Paga quel che devi!". Il
suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi
pazienza con me e ti rifonderò il debito". Ma egli non volle
esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse
pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono
a riferire alloro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece
chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho
condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse
anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà
di te?". E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini,
finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio
celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro
fratello» (vv. 28-35).
È una domanda certamente assai impegnativa. Spesso noi, popolo
cristiano, la pronunciamo senza renderci conto bene di ciò che
significa. Di fatto vuol dire molto: impegna al perdono gratuito, che
è un gesto grosso, difficile, a volte eroico.
Ci impegna a quell'atteggiamento evangelico che non è per nulla
ovvio. Già Gesù aveva detto nel Discorso della montagna: «Se
dunque presenti la tua offerta sull' altare e lì ti ricordi che tuo fratello
ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all' altare e
va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo
dono» (M t 5,23-24). Parole di fuoco, che ci imbarazzano ogni volta
che celebriamo l'Eucaristia, non essendo mai sicuri che veramente
qualcuno non ce l'abbia con noi e che non siamo stati forse capaci
di compiere il passo della riconciliazione.
L'esigenza di Gesù è formidabile. A noi verrebbe da dire: chi ha
qualcosa contro di me, ci pensi lui. Il Signore invece vuole che
facciamo il possibile perché l'altro non abbia niente contro di noi.
Durissime pure le parole che seguono: «Avete inteso che fu detto:
Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non apparvi al
malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli
anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la
tunica, tu lascia anche il mantello». Questo è perdono. «E se uno ti
costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Da' a chi ti
domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo
nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa
sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere
sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (vv. 38-45).
Comprendiamo il motivo dell'insistenza di Gesù: perché il Padre
agisce così, Dio è così, ed è così glorificato. «Siate voi dunque
perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (v. 48).
Ci sono persone che quando hanno subito un grave torto, una
profonda ingiustizia, covano il rancore per anni. È difficile l'eroismo
del Vangelo; ma viverlo è possibile. Ho conosciuto in Israele un'
associazione nata per iniziativa di una mamma ebrea, la cui
bambina già a 14 anni partecipava alle manifestazioni pacifiste. A
16 anni fu uccisa da un terrorista e la madre, dopo aver sofferto
tantissimo, si disse: il mio dolore è talmente grande che devo capire
il dolore dell' altro.
Così nacque un' associazione di famiglie ebree e arabe, che hanno
avuto un parente o un fratello o un figlio o un padre ucciso dal
terrorismo o dalla guerra; si incontrano, per far proprio l'uno il dolore
dell' altro e camminare insieme verso la riconciliazione.
Una strada che può sembrare fuori del mondo. Eppure, anche
l'esperienza che ho avuto visitando le carceri mi ha convinto che
questa regola è capace di esercitare il suo influsso nello stesso
sistema penale e civile, che oggi, in tutti gli Stati, cerca forme di
riconciliazione, di riparazione, di restituzione, così da superare la
pura giustizia vendicativa e punitiva. Altrimenti il male si accresce, il
carcere peggiora le persone insegnando a fare ancora più male.
Sono forme già realizzate ad esempio nel Sud-Africa, dove si è
costituita una Commissione per la pace, la verità e la
riconciliazione, che ha promosso gesti straordinari in proposito.
La domanda del Padre Nostro «rimetti a noi i nostri debiti come noi
li rimettiamo ai nostri debitori» tocca dunque da vicino ciascuno di
noi.
In sintesi, quali disposizioni interiori comporta? Il sentirsi davanti al
Padre che mi ama infinitamente e vuole fare di me una cosa sola
con Gesù, vuole darsi tutto a me.
Il considerare i miei peccati, le mie mancanze, come insolvenze
d'amore, amore non dato, non restituito, non ricambiato.
Il mettermi, pregando al plurale, in relazione con tutti i peccatori:
«Rimetti a noi i nostri debiti», solidarizzando con i peccati
dell'umanità intera.
E ancora, mi dispongo a perdonare di cuore e soprattutto (cosa più
difficile) a perdonare a chi non mi ha dato quanto ragionevolmente
mi potevo attendere. Questa disposizione riguarda anche le
famiglie (genitori-figli, fratelli), le relazioni di amicizia e di comunità.
È un insegnamento tipicamente evangelico, che troviamo anche
nelle epistole del Nuovo Testamento.
«Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e
maldicenza con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Asprezza:
quando mi irrito con chi mi ha fatto un torto; sdegno, perché non mi
è stato dato ciò che mi aspettavo; ira, perché non sono stato
soddisfatto. «Siate invece benevoli gli uni verso gli altri,
misericordiosi, perdonando vi a vicenda come Dio ha perdonato a
voi in Cristo.
Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi; e camminate
nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se
stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (4,32 5,2).
Si potrebbero citare tanti altri passi che insistono su questo
insegnamento.
È interessante notare che l'evangelista Marco, pur non riportando la
preghiera del Padre Nostro, scrive: «Quando vi mettete a pregare,
se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il
Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25).
Dunque l'esortazione è presente in tutti gli strati neotestamentari,
perché assolutamente caratterizzante del messaggio di Gesù.
Pregare in verità
Domandiamoci infine quali atteggiamenti suggeriscono le parole del
Padre Nostro su cui abbiamo meditato.
- Un primo atteggiamento, più raro di quanto dovrebbe essere, è la
certezza di essere perdonati. Talora noi ci trasciniamo nella vita,
conservando, nonostante le molte assoluzioni ricevute, il timore che
il Signore ce l'ha ancora un po' con noi. È una tentazione di satana;
perché, una volta che abbiamo confessato i nostri peccati, Dio ci
perdona sul serio.
Il Nuovo Testamento ce lo ricorda spesso, per esempio in Col, 14:
«Per opera del Figlio diletto abbiamo la redenzione, la remissione
dei peccati» e in E f 1,6-7: «E questo a lode e gloria della sua
grazia, / che ci ha dato nel suo Figlio diletto; / nel quale abbiamo la
redenzione mediante il suo sangue, / la remissione dei peccati /
secondo la ricchezza della sua grazia».
Siamo invitati a mettere il nostro cuore in pace, dal momento che
Dio ci ama ed è in pace con noi.
- Un secondo atteggiamento ci viene raccomandato ed è lo sforzo
per cancellare ogni rancore, ogni amarezza, ogni recriminazione
che spesso si annidano, pur se non emergono a galla, nel fondo
della nostra psiche. Dobbiamo sforzarci di cancellare tutto questo,
risentendo la parola di Gesù nel Discorso della montagna: «Non
giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui
giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate
sarete misurati» (Mt 7,1-2). Ci si chiede un giudizio buono,
benevolo, mentre noi, pensando magari di essere buoni, ci
riserviamo quella acredine di giudizio che misura gli altri con una
misura stretta.
- Il terzo atteggiamento è quello di entrare nella misericordia del
Padre. Luca lo richiama in maniera molto efficace: «Siate
misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate
e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;
perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona
misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo,
perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in
cambio» (6,36-38). In altre parole: entrare nella misericordia del
Padre vuol dire amarci come Gesù ci ha amato (cf Gv 13,34-35).
Chiediamo allora, per intercessione di Maria, che crescano in noi
questi sentimenti evangelici, così da esprimere quella novità di vita,
quella fermentazione mutua che ci permette di stare insieme anche
da diversi e come diversi.
«Per questo sono stato mandato»
(omelia)
«Fratelli, sinora io non ho potuto parlare a voi come
a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come
a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un
nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E
neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali:
dal momento che c'è tra voi invidia e discordia, non
siete forse carnali e non vi comportate in maniera
tutta umana?
Quando uno dice: "Io sono di Paolo", e un altro: "Io
sono di Apollo", non vi dimostrate semplicemente
uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo?
Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e
ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso.
lo ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha
fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è
qualche cosa, ma Dio che fa crescere.
Non c'è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma
ciascuno riceverà la sua mercede secondo il
proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e
voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio» (1 Cor 3,
1-9).
Noi ci domandiamo che cosa sarà il linguaggio che usa Paolo
parlando a uomini spirituali, se già le pagine della prima lettera ai
Corinti ci fanno tanta difficoltà, ci sembrano tanto alte, pur se Paolo
le chiama ancora carnali! Vuol dire che ci resta ancora molto da
capire del mistero del regno di Dio, e siamo grati al Signore anche
solo se potremo cogliere qualcosa di queste parole che non sono
ancora, per esprimerci con l'Apostolo, il «nutrimento solido» degli
spirituali.
È Dio che irriga e fa crescere
La prima parola che siamo invitati a capire (1'abbiamo già visto
nella meditazione del mattino) è che nelle comunità ci sono
divisioni. C'erano nella comunità di Paolo; c'erano in rapporto a
persone di grande santità - Paolo, Apollo, Cefa -, e quindi non
dobbiamo stupirci mai. .
Ricordo che una volta ho dato gli esercizi spirituali proprio su
questo tema: L'utopia alla prova di una comunità. Ho commentato
la prima lettera ai Corinti evidenziando in essa la relazione tra
l'utopia di Paolo, il suo ideale di comunità e la realtà di una
comunità nella quale si verificavano disordini sessuali, divisioni di
fedeli in gruppi, problemi di disordine nelle assemblee cultuali ed
eucaristiche.
Risulta chiaro che ci può essere un cristianesimo ardente, forte,
spirituale, libero - e tale è stato sicuramente quello delle prime
comunità -, ma nel contempo travagliato. È qualcosa che ci
sorprende e che riusciamo a comprendere e ad accettare solo col
tempo.
Nel passato ho valutato molto rigidamente le divisioni all'interno dei
monasteri, da cui poi addirittura lo sciamare di alcuni per
cominciare nuove esperienze. Mi sembrava tutto troppo conflittuale,
non evangelico. Di fatto mi sono poi accorto che è in gran parte la
storia dei grandi monasteri, degli ordini religiosi: divisioni, conflitti,
personalismi, distacchi.
Siamo carnali, siamo fragili: occorre prenderne atto e accettarlo
senza scandalizzarcene.
Ciò non significa che non dobbiamo cercare con tutte le forze di
vivere la comunione fraterna di cui Gesù ci ha parlato e per la quale
ha pregato (cf Gv 17); tuttavia è importante sapere che siamo
chiamati a tendere all'unità in una comunità in qualche misura
sempre conflittuale. Se lo riconosciamo, saremo beati e non ci
spaventeremo troppo; agiremo positivamente e propositivamente,
imparando che non conta il nostro sforzo né quello di Apollo o di
Cefa, perché è Dio che irriga e fa crescere.
Tutto ciò che c'è di buono nelle nostre comunità viene dal Padre.
Noi facciamo qualche piccolo servizio, pestando magari i piedi a
molti, con tante divisioni e dissensi, ma è Lui che opera e salva.
Ed è mirabile che il Signore ci salvi a partire dalla nostra povertà,
per cui anche il nostro peccato ci richiama continuamente al
perdono («rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori»), senza che ci aspettiamo tuttavia la conclusione di questo
cammino, perché domani dovremo rimettere nuovi debiti, avremo
nuovi debitori.
È questa la vita dell'uomo, che viene così perfezionata, purificata,
cartavetrata. Dobbiamo crescere nella fiducia, nella misericordia,
nella capacità di leggere il piano di Dio attraverso gli eventi un po'
meschini e piccini delle nostre comunità, e di noi stessi.
Un ministero libero e coraggioso
«In quel tempo, Gesù uscito dalla sinagoga entrò nella casa di
Simone.
La suocera di Simone era in preda a una. grande febbre e lo
pregarono per lei. Chinatosi su di lei, intimò alla febbre, e la febbre
la lasciò.
Levatasi all'istante, la donna cominciò a servirli. Al calar del sole,
tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li
condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li
guariva. Da molti uscivano demoni gridando: "Tu sei il Figlio di
Dio!". Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché
sapevano che era il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo
cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne
andasse via da loro. Egli però disse: "Bisogna che io annunzi il
regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato".
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea» (Le 4,38-44).
Il vangelo ci mostra Gesù in un momento esemplare,
programmatico della sua vita: ha compassione per i malati e li
guarisce - la suocera di Pietro e molti altri -; vieta al demonio di
parlare su di lui, perché la testimonianza deve venire dal cuore e
dalla fede, non da chi non crede; sul far del giorno si ritira a
pregare. Mi sono sempre stupito che Luca, pur menzionando molto
la preghiera, non
dice qui che Gesù si recò in un luogo deserto a pregare. Lo riporta
Marco (cf 1,35), e Luca probabilmente lo suppone.
In ogni caso ammiriamo il gesto di libertà di Gesù: la gente lo cerca,
lo vuole trattenere, vuole che sia suo possesso esclusivo, e lui,
invece, è per tutti, ha una missione per tutti.
Sulle parole «per questo sono stato mandato» vorrei fermarmi un
momento, perché costituiscono la nostra forza. Quando ci troviamo
ad affrontare tentazioni, malintesi, umiliazioni, amarezze, dobbiamo
dire: «per questo sono stato mandato», qui mi ritrovo come prete,
perché con la mia sofferenza partecipo alla sofferenza di Cristo, per
il suo corpo che è la Chiesa, come dice san Paolo (cf Col, 24).
Ringraziamo il Signore anche di questa partecipazione alle
sofferenze della sua Chiesa e per la sua Chiesa.
V MEDITAZIONE
«Non ci indurre in tentazione»
Vieni, o Spirito santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il
fuoco del tuo amore.
Ricordaci, o divino Spirito, ciò che abbiamo detto all'inizio: che
questi giorni sono per noi un ministero dello Spirito, perché sei tu
che operi in noi. Fa' che ci la sciamo guidare da te, dalle tue
ispirazioni, dalle tue consolazioni, anche dai tuoi silenzi.
Donaci di essere piena mente disponibili ad accogliere quella
volontà di Dio che tu vuoi farci comprendere.
Tu vedi la nostra debolezza, la mia in particolare, nel l'esprimere
tale volontà. Fa' che ciascuno di noi riceva da te l'influsso, la forza,
la gioia, la chiarezza per compiere ciò che a Dio piace.
Maria, Madre di Gesù, patrona degli esercizi, assistici in questo
cammino.
Peccato, disordine, mondanità
Nella meditazione odierna mi propongo qualche riflessione sulla
domanda «non ci indurre in tentazione».
È utile ricordare che negli esercizi ignaziani la Prima settimana,
quella della purificazione, non riguarda solo il peccato - a proposito
del quale vale la pena richiamare quanto abbiamo già precisato: nel
Padre Nostro troviamo il termine «debito», che lo colloca nella
prospettiva di una relazione personale, col Padre, col Figlio e lo
Spirito santo.
Sant'Ignazio dunque non parla soltanto di purificazione dei peccati,
ma, al n. 63, chiede tre grazie, in tre colloqui importanti prima con la
Madonna, poi con Gesù e col Padre. Leggo dal testo.
«Il primo colloquio con la Madonna, affinché mi ottenga la grazia dal
suo figlio e Signore per tre cose:
La prima, perché io senta profonda cognizione dei miei peccati e
disgusto per gli stessi» (è la via penitenziale che noi ordinariamente
descriviamo).
«La seconda, perché senta il disordine delle mie attività in modo
tale che, detestandolo, mi corregga e mi ordini». Quindi sant'Ignazio
ci invita a considerare la nostra vita anche dal punto di vista del
disordine delle azioni. E disordine è tutto ciò che, senza essere
necessariamente peccato formale, soprattutto peccato grave, è
però non corrispondenza al fine per cui siamo creati e di
conseguenza getta nella nostra vita un non so che di disordinato, di
non chiaro; disordine è quell'agire in cui siamo portati piuttosto a
compiacere noi stessi, le nostre comodità, i nostri gusti, le nostre
voglie, pur se non raggiunge la formalità del peccato.
«La terza chiedere la conoscenza del mondo perché, detestando lo,
allontani da me le cose mondane e vane». La vanità è quel modo di
vivere vapora;o, che insegue successo, buona fama, approvazione
degli altri; senza essere un peccato formale, guasta tuttavia il verbo
della vita interiore.
Nel secondo e nel terzo colloquio «fare altrettanto con il Figlio
affinché me lo ottenga dal Padre» e «altrettanto con il Padre perché
lo stesso eterno Signore me lo conceda».
Nell'esaminarci dobbiamo dunque tener conto sia dei peccati
formali, sia di tutti quei disordini e di quella vanità che costituiscono
gran parte del nostro agire quotidiano e lo appesantiscono, lo
offuscano, lo rendono meno lieto, più impacciato, meno entusiasta,
meno generoso.
Tutto questo attiene pure al tema delle tentazioni, che hanno
appunto l'effetto di appesantire l'animo. Possiamo allora riflettere
brevemente sul senso della richiesta del Padre Nostro: «Non ci
indurre in tentazione».
Perché parlare di tentazione?
La richiesta è un po' scandalosa nella sua formulazione. La Chiesa
lotta da secoli contro l'apparente scandalosità di tale formula, e ha
cercato costantemente di ridirla, di riesprimerla.
Sant' Ambrogio per esempio traduceva: «non per mettere che
cadiamo nella tentazione». Il «non ci indurre», infatti, è una parola
molto dura, perché sembra che Dio stesso tenti al male. Sappiamo
che la Conferenza Episcopale Italiana ha fatto di tutto per cambiarla
nella nuova edizione della Bibbia, sostituendola con «non
abbandonarci nella tentazione», per edulcorare un po'
l'espressione.
In ogni caso è chiaro che il Padre Nostro dà spazio alla tentazione,
la fa oggetto di una domanda specifica. E può stupire che, dopo la
menzione dei peccati e del perdono reciproco, ci sia ancora una
preghiera che riguarda la liberazione dalla tentazione.
In realtà la tentazione è parte importante dell'esperienza cristiana, è
di fatto un' esperienza quasi quotidiana.
Gesù ci ha avvertito, dicendo agli apostoli: «Vegliate e pregate, per
non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole»
(Mt 26,41); mentre lui stesso è stato tentato da tristezza e paura (cf
vv. 37-38).
E ha pure voluto cominciare il suo ministero pubblico proprio
sottoponendosi nel deserto alle tentazioni di satana, come
raccontano i sinottici: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel
deserto per esser tentato dal diavolo» (Mt 4, 1; cf Me 1,12-13 e Le
4,1-2). È stato poi soggetto ad altre gravi tentazioni, come quella
dopo la confessione di Pietro, quando addirittura lo chiama
«satana» (cf Mt 16,23 e Mc 8,33): Gesù sentiva che le parole di
Pietro («Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai»)
erano una tentazione grave.
Di tentazione Gesù parla anche a proposito dello stesso Pietro, là
dove dice: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato», non solo
lui, ma tutti, «per vagliarvi come il grano», per tentarvi scuotendovi
fortemente, in maniera da far paura; «ma io ho pregato per te, che
non venga meno la tua fede e tu, una volta ravveduto, conferma i
tuoi fratelli» (Lc 22,31-32). Egli prevede una tentazione grave per gli
apostoli, una caduta di Pietro, salvando però la fede, e poi un
ravvedimento e una conferma dei fratelli.
Se la tentazione è parte importante della vita cristiana, cerchiamo
dunque di capire che cosa significa «non ci indurre in tentazione» o:
«non permettere che cadiamo nella tentazione» o: «non
abbandonarci nella tentazione».
Cinque tipi di tentazioni
Anzitutto è chiaro che il «non ci indurre» non vuol dire che Dio tenta
al male, ma che permette la tentazione come parte della nostra
esperienza, che in qualche modo ci è necessaria per crescere nella
fede, speranza e carità.
Naturalmente è una trappola in cui il tentatore satana fa di tutto per
farci cadere. E noi chiediamo di essere liberati da questa trappola,
che è realissima e pericolosa, anche se ci passiamo a fianco, se
cerchiamo di evitarla.
Di quale tentazione si tratta?
Gli esegeti hanno a lungo discusso. Quelli che interpretano in
maniera escatologica il Padre Nostro ritengono si tratti della
tentazione per eccellenza, quella escatologica, che riguarda la fine
dei tempi e che essi immaginano vicina. E di questo parla il Nuovo
Testamento. Leggiamo per esempio dalla seconda lettera ai
Tessalonicesi. «Allora sarà rivelato 1'empio e il Signore Gesù lo
distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all' apparire
della sua venuta, l'iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di
satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e
con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina,
perché non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito
all'iniquità» (2,8-12). Parole terribili, che concernono la tentazione
finale, l'ultimo scatenarsi di satana.
Ne parla lo stesso Matteo, nel discorso escatologico: «Sorgeranno
molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell'iniquità,
l'amore di molti si raffredderà» (24,11-12).
C'è davvero questa misteriosa minaccia, da cui giustamente il
fedele chiede di essere liberato, preservato, salvato, custodito.
Tale interpretazione escatologica non è più ritenuta attuale oggi da
molti i quali riferiscono la formula del Padre Nostro alle tentazioni di
cui è composta la vita del credente; e sono numerose.
lo ne. richiamo cinque, per aiutarvi a riflettere poi sulla molteplicità
di altre tentazioni che possono essere attuali per ciascuno di noi, a
seconda
delle prove che il Signore permette. Penso alla seduzione, alla
contraddizione, all'illusione, al silenzio di Dio, all'insignificanza di
Gesù.
* La seduzione. La seduzione è l'essere attratti verso il male sensualità, invidia, orgoglio, strapotere, crudeltà, vendetta, violenza
-, un male che si presenta come tale (anche se è vero che sempre
acconsentiamo al male perché ci appare con qualche parvenza di
bene).
Talora la seduzione è talmente forte che satana sembra entrare
dentro di noi, invadendo la nostra psiche e il nostro corpo, per cui
rischiamo di comportarci con una perversità che mai avremmo
immaginato. Dobbiamo sapercene guardare, e ciò è relativamente
facile, appunto perché mira al male: sensualità, sessualità
disordinata, pornografia, invidia, maldicenza, vendetta,
soperchierie, bugie che fanno gravi danni, furti, e così via. Tutto
questo fa parte dell' esperienza umana.
Nel vangelo di Marco troviamo un elenco ben calibrato di tali
deviazioni, elenco che a mio avviso costituiva una sorta di
compendio di teologia morale per il catecumeno. Egli era invitato a
fare un profondo esame di coscienza e a menzionare col loro nome
i difetti e i vizi che più lo tentavano.
«Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo
interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: "Siete
anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra
nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel
cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?". Dichiarava così
mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: "Dal di dentro, infatti, cioè
dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni,
furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia,
invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive
vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo"» (7,17-23).
Siamo invitati a interrogarci sul nostro cuore, dal momento che
«queste cose cattive» sono tutte dentro di noi, anche nel nostro
subconscio o inconscio, e spesso non scoppiano perché non c'è
l'occasione.
Possiamo notare che le nove intenzioni, le nove malvagità sono
divise a tre per tre.
Più palesi le prime: fornicazioni, furti, omicidi.
Le tre seguenti sono più nell' ombra: adultèri, cupidigie, malvagità.
Ancor più dentro al cuore si trovano inganno, impudicizia, invidia.
Infine la calunnia, la superbia, la stoltezza, forse le più
«ecclesiastiche», perché spesso infestano pure il giardino, o l'orto
della Chiesa.
Queste sono dunque le seduzioni. E dobbiamo tenerne conto,
dobbiamo rifletterci, proprio perché vi siamo tutti soggetti.
* Il secondo tipo di tentazione è la contraddizione. Essa ci tocca
allorché, facendo il bene, ci troviamo in un ambiente che ci critica,
ci impedisce, ci mette i bastoni nelle ruote, ci prende in giro, ci
blocca. Dobbiamo allora avere molta pazienza, molta perseveranza
e molta umiltà. Sovente le nostre tentazioni sono appunto
contraddizioni, che magari ci vengono dalla stessa comunità
cristiana, dalle persone che pensavamo più vicine, più attente e
invece non capiscono, ci contrastano, ci deridono, ci smorzano.
* Il terzo tipo di tentazione è l'illusione, il fare qualcosa che appare
come bene, ma da cui non deriva poi un bene.
Questa è la tentazione forse più frequente dei buoni, di coloro che
servono Dio con generosità, perché il demonio li tenta spingendoli
per esempio sulla via della penitenza, dell' austerità, col pretesto
della povertà, dell' autenticità, della sincerità, della giustizia, e fa
compiere loro opere sbagliate. Si illudono di essere chissà chi, ma
calpestano le regole più comuni del vivere onesto, appunto sotto la
bandiera della purezza, del rigore, della radicalità evangelica, e
vanno facilmente fuori strada.
Il demonio - ammonisce sant'Ignazio - tenta soprattutto sub specie
boni, sotto apparenza di bene, spingendo a fare sempre meglio per
poi arrivare ad avere in mano un pugno di mosche, a fare il vuoto
intorno a sé, a distruggere una comunità, partendo da intenzioni
apparentemente buone.
* Gravissima è la quarta tentazione: il silenzio di Dio, un silenzio
che fa chiedere all'uomo: perché, Signore, ti nascondi? Perché non
parli? È la tentazione vissuta nella Shoà dal popolo ebraico, che
ancora oggi si chiede: perché Dio non è intervenuto? Ed è la
tentazione che ci assale ogni qualvolta aspettiamo che Dio ci venga
incontro e ci sentiamo soli, abbandonati, privi di quell'aiuto che ci
attendevamo.
Il silenzio di Dio è anche una tentazione che tocca le persone più
avanzate nel cammino spirituale.
* L'ultima tentazione, collegata in un certo senso alla precedente, è
di carattere sociale. Io la colgo con chiarezza in Israele: dove i
cristiani sono pochi e non hanno rilievo pubblico, ma è pure
presente nei nostri Paesi occidentali, là dove il cristianesimo non ha
rilevanza sociale o la sta perdendo. È l'insignificanza di Gesù.
Se tutto si costruisce secondo parametri economici, politici, culturali
che non tengono conto di Gesù, considerandolo al massimo un
ornamento per l'albero di Natale; se l'ambito dei mass media e dei
divertimenti, la vita pubblica in genere si svolge come se Dio non ci
fosse, molti cristiani cedono a questa forte tentazione, che li fa
vivere una doppia vita: in parrocchia pregano, ma fuori della
parrocchia è come se Gesù non ci fosse.
Ho già ricordato in altre occasioni la testimonianza di un padre
spirituale tedesco, che nel suo 50° di Messa rispose a chi lo
interrogava sulla sua esperienza di prete: la prova più grande di
questi cinquant'anni non è stata per me né la seconda guerra
mondiale né il nazismo, ma il fatto che la gente si è allontanata
dalla Chiesa e anche le comunità cristiane più ferventi si sono
ridotte rapidamente a pochi numeri.
È una prova che ci è chiesto di attraversare, proprio perché anche lì
il Signore è presente. È una tentazione che richiede un aumento di
fede. Per questo motivo da sempre insisto sulla necessità di
praticare la lectio divina, che rigeneri continuamente la fede. Se
abbiamo questa ricchezza interiore, che la parola di Dio meditata
giorno dopo giorno costruisce e ricostruisce, possiamo affrontare
anche un esercito, possiamo affrontare anche la solitudine totale.
Vorrei suggerirvi di leggere la prima lettera di Pietro, per
comprendere meglio come avviene il superamento di questa
tentazione così perniciosa che è il senso dell'insignificanza del
cristiano. È una lettera scritta a credenti che vivono in condizione di
diaspora e di emarginazione sociale, e sono continuamente tentati
di dire: siamo dei poveretti, non valiamo nulla.
E Pietro in maniera mirabile ricostruisce in loro l'orgoglio di essere
cristiani, la gioia di esserlo anche nell'umiliazione,
nell'insignificanza, nella prova, nella sofferenza, mostrando che
proprio in quella situazione il vangelo si avvera, il Regno viene,
Gesù trionfa.
Fuggire le occasioni
Mi piace aggiungere ancora una nota alla riflessione sulla domanda
«non ci indurre in tentazione».
Mi pare di potermi esprimere così: come il perdono dei peccati
(«Rimetti a noi i nostri debiti») è legato al perdonarci a vicenda i
torti subiti («perdona a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo a
quelli che ci hanno offeso»), allo stesso modo la difesa da quella
trappola del nemico che è la tentazione è legata, in forza delle
parole di Gesù, alla fuga dalle occasioni. Non è detto nel Padre
Nostro e però mi sembra implicito: «Non ci indurre in tentazione»,
così come da parte nostra cerchiamo di evitare le occasioni di
peccato.
Del resto almeno due volte è ripetuto con molta forza nel contesto.
Anzitutto nel Discorso della montagna: «Se il tuo occhio destro ti è
occasione di scandalo, cavalo e gettai o via da te: conviene che
perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga
gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di
scandalo, tagliala e gettai a via da te: conviene che perisca uno dei
tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella
Geenna» (M t 5,29-30). Il contesto è quello dell' adulterio e della
santità della vita matrimoniale: «Chiunque guarda una donna per
desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (v.
27).
È chiaro che qui è posta una radicale esigenza di fuggire le
tentazioni, e può essere quindi ben collegata con la domanda «non
ci indurre in tentazione».
Sono parole che ritornano tali e quali nel discorso cosiddetto
ecclesiale del c. 18, in cui Matteo dice: «Se la tua mano o il tuo
piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è
meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani
o due piedi ed essere gettato nel fuoco, eterno. E se il tuo occhio ti
è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te
entrare nella vita con un occhio solo che avere due occhi ed essere
gettato nella Geenna del fuoco» (vv. 8-9).
È uno dei rarissimi casi in cui la stessa frase è ripetuta
identicamente due volte, in due diversi luoghi di uno stesso
vangelo. Ciò significa che ha un'importanza grande per Gesù e per
la predicazione primitiva. E se il primo contesto è quello
dell'adulterio, della santità del matrimonio, il secondo contesto è
quello dello scandalo dei piccoli; infatti precede immediatamente la
parola: «E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome
mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi
piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse
appesa al collo una macina girata da un asino, e fosse gettato negli
abissi del mare» (vv. 5-6). Parole durissime, che forse a leggerle ci
sembrano astratte, e tuttavia sono molto realistiche, molto attuali;
pensiamo per esempio ai tanti scandali di questi ultimi anni, ai casi
di pedofilia.
O Signore Gesù che scruti i nostri cuori e conosci le nostre fragilità
e le nostre debolezze, sostienici nelle prove che incontriamo nel
cammino di fede.
Sappiamo bene che con il tuo aiuto possiamo resiste re alle
tentazioni. Donaci di credere sempre che ci sei vicino, affinché non
ci sentiamo soli e perseveriamo nella speranza.
Fa' che non venga mai meno in noi la certezza che, come ci
insegna Paolo (cf 1 Cor 10,13), Dio è fedele e non permetterà che
siamo tentati al di sopra delle nostre forze se, come figli, ci
abbandoniamo fiduciosi nelle sue mani di Padre.
VI MEDITAZIONE
«Ma liberaci dal male»
«Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il
Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (M t
11,27). Queste parole ci invitano a pregare:
Facci conoscere, o Padre, il tuo Figlio Gesù. Noi cerchiamo di
conoscerlo attraverso il Padre Nostro che lui ci ha insegnato,
perché siamo sicuri che in questa preghiera ha messo tutto il suo
cuore, tutto ciò che gli sta a cuore, tutto ciò che per lui è importante,
e ha voluto comunicar celo. Fa' che conosciamo, Padre, l'intima
sua coscienza, per essere illuminati, chiariti, ordinati interiormente.
Ti chiediamo inoltre, o Padre, per mezzo del tuo Figlio, di
conoscere Te, che nessuno conosce se non colui al quale il Figlio ti
rivela. E ti rivela anche attraverso questa preghiera.
Fa' che conosciamo la tua volontà su di noi, per accoglierla e
abbracciarla, per abbracciare le nostre croci, di qualunque genere
siano, perché parte del tuo disegno d'amore su di noi.
Interceda per noi Maria, Madre nostra e Madre della Chiesa, che si
è abbandonata alla tua volontà, o Padre, con le parole: Si faccia di
me ciò che hai detto.
Concedici di unirei a Maria nella sua dedizione al tuo volere, per
trovare in esso la gioia piena e la gioia per il mondo. Amen.
«Strappaci» dalla peccaminosità
In questa meditazione riflettiamo sulla invocazione «ma liberaci dal
male». Secondo il p. Ledrus, per comprendere il Padre Nostro è
pedagogicamente meglio cominciare dall' ultima richiesta, perché è
ciò di cui abbiamo maggiore esperienza; anche se ontologicamente
e dal punto di vista valoriale il Padre Nostro ha una sua struttura
che comincia bene dall' alto e scende verso il basso, dal nome di
Dio al male.
Propongo anzitutto una lectio parola per parola e successivamente
faremo una meditatio nel tentativo di rispondere a due domande: in
quale modo agisce la malignità e il Maligno in noi? E come resistere
al Maligno?
* L'espressione, «ma liberaci dal male», come sappiamo, non si
trova in Luca; e qui comincia la ridda delle interpretazioni
esegetiche: è Luca che l'ha omessa o è Matteo che l'ha aggiunta?
E per quale motivo comincia con un «ma»?
Chiaramente è un «ma» esplicativo, non avversativo: poiché la
domanda «non ci indurre in tentazione» è al negativo, mentre
«liberaci dal male» è al positivo, le due richieste sono collegate con
un «ma».
Sorge però un altro interrogativo: «liberaci dal male» è
semplicemente un altro modo di dire «non ci indurre in tentazione»,
è un parallelismo sinonimo, o aggiunge qualcosa, vuol essere quasi
una conclusione sintetica del Padre Nostro?
Una indicazione ci può venire dal considerare il verbo «liberaci».
*«Liberaci». Il verbo greco (rysai) è più pregnante, perché significa
«strappaci» dal male. Dà dunque l'immagine di chi è già per
esempio azzannato da un leone e viene strappato dalle sue fauci.
Più blando è certamente l'evangelista Giovanni che, riportando la
splendida preghiera di Gesù al Padre, usa un verbo più dolce: «Non
chiedo che tu li tolga (àres) dal mondo, ma che li custodisca dal
Maligno» (17,15), come se l'assalto del nemico non sia ancora
avvenuto; e si può quasi parafrasare la frase dicendo: «non
permettere che cadano nella tentazione». Invece «liberaci,
strappaci» dal male è un grido che suppone si sia già dentro nelle
zanne del leone.
L'esempio forse più drammatico dell'uso del verbo ryomai lo
troviamo in Mt 27,43. Gesù è sulla croce e gli anziani, i sommi
sacerdoti, la gente lo prende in giro: «Ha confidato in Dio. Lo liberi
(rysàstho) lui ora, se gli vuol bene». Gesù è già sulla croce e
«liberarlo» vuol dire staccarlo, strapparlo dalla croce.
Un' altra occorrenza di questo verbo la troviamo nel Benedictus:
«Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri / e si è ricordato
della sua santa alleanza, / del giuramento fatto ad Abramo, nostro
padre, / di concederci, liberati, (rysthéntas) dalle mani dei nemici, di
servirlo senza timore, in santità e giustizia / al suo cospetto, per tutti
i nostri giorni» (Lc 1,72-74). A dire che i nemici non sono una
minaccia lontana, ma siamo già nelle loro mani.
E ancora un' esclamazione drammatica di Paolo, al termine della
lettera ai Romani: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà (rysetai)
da questo corpo votato alla morte?» (7,24). lo sono dentro un corpo
che mi porta verso la morte, verso il peccato, la degradazione; devo
esserne strappato fuori.
A me pare dunque che la parola «liberaci» aggiunga qualcosa
rispetto alla domanda «non ci indurre in tentazione»: dalla
tentazione possiamo essere preservati, ma quando siamo nelle
grinfie di satana, abbiamo bisogno di essere strappati fuori, di
essere liberati dalla malvagità che ci circonda da ogni parte, che ci
seduce, ci coinvolge, ci travolge. È davvero un grido molto accorato
e fa eco ai salmisti. Penso ai salmi del malato, del prigioniero, dello
sconfitto, che chiedono di essere tirati fuori dalla fossa, di non
essere lasciati in balìa del nemico.
È questo il senso del verbo «liberaci».
* L'altra parola è «dal male», apò tou poneroù.
Anzitutto, non si allude al male filosofico, al male astratto (to
kakòn), di difficile definizione. Apò tou poneroù si riferisce all'
essere liberati dalla cattiveria, dalla malvagità, da ciò che è
malvagio. E può essere considerato sia maschile che neutro,
quindi: dal malvagio, dal Maligno, ma anche: dalla cattiveria, dalla
malvagità.
Nella lunga storia della Chiesa ci si è sempre chiesti: bisogna
intendere «liberaci dal male» o «liberaci dal Maligno»?
La Conferenza Episcopale Italiana ha scelto, per la sua nuova
traduzione della Bibbia, una via di mezzo, dopo tanti pro e contro, in
cui «Male» è scritto maiuscolo («liberaci dal "Male"»), così che può
comprendere tutti e due i significati.
Il problema comunque rimane.
Ci sono diversi esempi nel Nuovo Testamento della parola usata al
neutro (to poneròn). Un esempio particolarmente pregnante è
quello della lettera ai Romani: «La carità non abbia finzioni. Fuggite
il male (to poneròn) con orrore, attaccatevi al bene» (12,9). È chiara
la contrapposizione bene-male e indica che to poneròn è da
intendersi nel senso di malignità, cattiveria. Esse hanno certamente
un referente misterioso, oscuro (satana, l'avversario), ma non è
facile distinguerlo dalla malignità che si è introdotta nel mondo e
opera dinamicamente, coinvolgendoci. Ci sono tanti casi simili nel
Nuovo Testamento e si potrebbe quindi supporre che tou poneroù
del Padre Nostro è neutro.
Tuttavia si può anche considerarlo maschile - ed, essendo
singolare, può applicarsi chiaramente solo a satana. Parecchie
volte nel Nuovo Testamento si ha l'uso del plurale, che rende più
chiara l'interpretazione al maschile - «liberaci dagli uomini cattivi».
Interessanti alcuni versetti della seconda lettera ai Tessalonicesi:
«Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore si
diffonda e sia glorificata come lo è anche tra voi e veniamo liberati
(rysthòmen) dagli uomini perversi e malvagi (apò ton atòpon kai
poneròn anthròpon). Non di tutti infatti è la fede. Ma il Signore è
fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno (apò tou
poneroù)» (3,1-3). È possibile che qui si riferisca al Maligno, a
satana.
La risposta alla domanda rimane incerta. Da parte mia, ritengo
assai più probabile pensare anzitutto alle forze della malvagità,
scatenate magari anche da satana, ma che sono ormai una
valanga che percorre il mondo. E come non pensare a certe scene
nelle occupazioni, nelle guerre soprattutto in altri continenti, agli
stupri in massa in Bosnia, alle azioni atroci dei terroristi ceceni in
questi stessi giorni? È il gusto di fare il male, è malvagità pura, è
crudeltà.
C'è comunque un'altra ipotesi che mi pare interessante ed è propria
del p. Ledrus, che nel suo libretto scrive:
«Il "male" da cui chiediamo a Dio di strapparci va
inteso in tutta la sua estensione: il male morale, il
peccato, il Maligno».
E aggiunge:
«Il male supremo, sia nel tempo che nell' eternità, è
la coscienza cattiva. La coscienza cattiva è, in se
stessa, il proprio immanente castigo giustissimo:
una autodannazione, l'apostasia, giusto
allontanamento da Dio, bene supremo, e
insediamento del demonio nell'anima, come nel
proprio tempio» (op. cit, p. 43).
È un'interpretazione che mi stupisce e insieme mi attrae. Egli
intende per «male» la coscienza cattiva, il gusto di essere immersi
nella malvagità e di architettare piani per renderla sempre più
pervasiva. Questa coscienza cattiva è già castigo a se stessa,
perché rimorde, inquieta, rende nevrotici e folli. E non è fenomeno
così raro. Ci sono persone, anche nell' ambito religioso cristiano,
che si sono lasciate talmente prendere dall' amarezza, dal disgusto,
dallo scetticismo, che sono entrate nel gusto del male e trovano
soddisfazione per esempio nello scrivere lettere anonime, nel
denunciare persone, nel rovinare la reputazione della gente.
Aggiunge Ledrus:
«Non dice: liberaci dai "mali", perché
assolutamente parlando non c'è che un male, la
dannazione, l'apostasia definitiva dei figli dal loro
Padre» (ivi).
Lo possiamo vedere contemplando la Passione di Gesù. Alcuni
teologi ritengono che quando egli grida «Mio Dio, mio Dio, perché
mi hai abbandonato?», ha toccato il fondo del male, è entrato in
una situazione simile a quella dei dannati, che si sono separati da
Dio. Si può essere «dannati» pure in questa vita, nel senso di un
totale allontanamento da Lui. E continua:
«Gli altri mali restano relativi; anche il peccato di cui
eventualmente potremo dire" o felix culpa". Ma la
dannazione fa una cosa sola con tutto ciò che vi
partecipa o vi conduce; e in questo senso tutti i mali
dell'uomo formano qui blocco, poiché essi risultano
dal peccato ed esprimono la sentenza di condanna
che pesa sull'umanità» (ivi, pp. 43-44).
Qualcosa di simile al leggere, che alcuni fanno, il «male» della
conclusione del Padre Nostro come il contrario della prima parte
della preghiera: Dio non è santificato, il Regno non viene, la volontà
di Dio non è fatta. Ancora:
«Il male, quindi, di cui si parla in questa domanda,
non si riferisce propriamente al peccato commesso.
Dal peccato commesso siamo liberati, giustificati
col perdono divino implorato nella quinta domanda:
"rimetti i nostri debiti". La settima domanda si
riferisce praticamente alla peccaminosità, a ciò che
conduce al peccato, alla malizia, alla corruzione
dell'''albero cattivo", sul quale non possono
crescere che frutti falsi, opere malvagie. (...)
Quindi qui chiediamo la liberazione, la salvezza
dalla ostilità del demonio non isolatamente, ma
considerato insieme con i due altri nemici della
nostra salvezza: il "mondo" e la "carne", accoliti del
demonio» (ivi, p. 44).
Sono sforzi per comprendere appieno il significato misterioso della
parola «male», che ne attestano la ricchezza e la fondamentale
importanza per la nostra esperienza.
Gli inganni del Maligno
Nel momento della meditatio cerchiamo di rispondere alle
domande: come opera il Maligno, inteso sia come satana sia come
malignità che ne deriva? E come resistere al Maligno, quindi come
opera in noi lo spirito buono?
In proposito vorrei richiamarmi alle Regole per il discernimento degli
spiriti che si trovano negli Esercizi spirituali di sant'Ignazio di Loyola
e offrirvene una breve sintesi. Egli le propone all' esercitante per
insegnargli a discernere i propri movimenti interiori. Così,
distinguendo quali sono i suggerimenti del nemico e i suggerimenti
dello Spirito, egli sarà in grado di comprendere la volontà di Dio su
di sé e di compierla. Sono dunque molto preziose tali Regole per
chi compie un cammino spirituale.
Il Maligno opera soprattutto in quattro modi.
- Anzitutto seduce. Nella I Regola sant'Ignazio scrive: «...il nemico,
comunemente, suole proporre piaceri apparenti facendo loro
immaginare piaceri e godimenti sensuali, perché meglio persistano
e crescano nei loro vizi e peccati» (n. 314).
Aggiungo che la seduzione è spesso legata all'illusione. Richiamo
l'esempio di un comportamento oggi frequente: mi metto la notte a
guardare la televisione, vado in internet per trovare i programmi
pornografici, e dico a me stesso: lo faccio non per la mia sensualità,
ma perché voglio capire quali immagini vedono i nostri giovani. È
un motivo buono, apparentemente, e satana seduce con questo
pensiero poiché è solito coinvolgerci e travolgerci con ragioni
apparenti. Vi abbiamo già accennato parlando del primo tipo di
tentazione, la seduzione appunto.
- Soprattutto chi cammina nella via della verità e del Vangelo viene
attaccato dal Maligno con la tristezza. «È proprio dello spirito cattivo
rimordere, rattristare, creare impedimenti, turbando con false
ragioni affinché non si vada avanti» (n. 315), suggerendo che non
siamo capaci, che per noi è troppo, che non ce la facciamo. È il
modo di agire ordinario del Maligno con chi cerca di camminare
bene, di vivere il Vangelo: rattristarci facendoci perdere coraggio,
perdere quota, infondendo tristezza e malinconia.
Sant'Ignazio descrive bene questa desolazione spirituale che
oscura l'anima, l'inclina alle cose basse e terrene - quasi un gusto
della sensualità -, la inquieta con vari tipi di agitazioni e tentazioni perdita di punti di riferimento, confusione, disordine -, la rende
sfiduciata, senza speranza, senza amore, pigra, tiepida e come
separata dal suo Creatore e Signore (cf n. 317). È l'azione tipica
dello spirito del male che ci sta agitando, ed è assolutamente
indispensabile saperla riconoscere e chiamarla con il suo nome.
- Altra azione dello spirito del male è quella di spaventare. Scrive
Ignazio nella Regola XII: «È proprio del nemico indebolirsi, perdersi
d'animo e indietreggiare con le sue tentazioni quando la persona
che si esercita nelle cose spirituali si oppone con fermezza alle sue
tentazioni, facendo in modo diametralmente opposto. Ma se, al
contrario, la persona che si esercita comincia ad avere timore o a
perdersi d'animo nel fronteggiare le tentazioni, non c'è sulla faccia
della terra bestia più feroce del nemico della natura umana che
persegua con maggiore malizia il proprio dannato intento» (n. 325).
Infatti quando uno è spaventato, titubante, incerto, viene facilmente
schiacciato dal demonio.
- Lo spirito del male, dunque, seduce, rattrista, spaventa; e, ancora,
occulta, nasconde. «Quando il nemico della natura umana
suggerisce a un' anima retta le sue astuzie e persuasioni»
soprattutto sotto colore di bene, «vuole e desidera che siano
accolte e tenute in segreto: mentre gli dispiace molto se questa le
scopre al proprio confessore o ad altra persona spirituale esperta
nel conoscere i suoi inganni e le sue cattiverie, perché si rende
conto di non poter portare avanti l'opera incominciata, dal momento
che sono stati scoperti i suoi inganni» (n. 326).
N on a caso consiglio sempre, specialmente ai giovani preti, di
confidarsi con qualcuno, esprimendo le proprie passioni, emozioni,
confusioni, perché così si è aiutati a chiarirsi.
- A questi quattro modi di agire del Maligno ne aggiungo un quinto: il
nemico cavalca le nostre debolezze fisiche e psichiche; dobbiamo
perciò stare molto attenti.
È opera di satana il farci dire: andiamo a letto il più tardi possibile.
Così può approfittare della nostra stanchezza fisica, del nostro
nervosismo, della nostra irritazione, soprattutto di ogni forma di
depressione e di vuoto mentale; quando si accorge che siamo
depressi, ci si precipita addosso e ci schiaccia.
Occorre perciò capire il linguaggio del corpo e tenere ben presente
che, quando siamo stanchi, nervosi, inquieti, quando siamo un po'
esauriti o smarriti, non dobbiamo seguire le nostre inclinazioni e i
nostri pensieri, perché potrebbero essere negativi e fuorvianti.
Con l'aiuto delle Regole di sant'Ignazio abbiamo tentato di
descrivere alcuni modi di agire in noi del Maligno.
Resistere al Maligno
Noi siamo alleati con lo Spirito di Dio, lo Spirito santo, e con la
tradizione della Chiesa. Se non avessimo questi alleati, ci
perderemmo. È dunque sommamente necessario saper
riconoscere in noi l'azione dello Spirito buono. Vi consiglio in
proposito due regole.
- Dobbiamo ascoltare lo Spirito che consola. Dice sant'Ignazio nella
II Regola: «È proprio del buono spirito dare coraggio, forza,
consolazioni, lacrime, ispirazioni e pace, rendendo facili le cose e
togliendo ogni impedimento, affinché si vada avanti nel bene
operare» (n. 315). Da questa forza positiva sgorga serenità e
facilità. L'angelo delle tenebre ci sussurra: Come potremo
rimuovere la pietra dalla bocca del sepolcro? Come faremo se i
soldati non ci aiutano? Ma a un tratto l'angelo buono viene e la
pietra è rotolata via.
E ancora, è proprio dell' agire del nostro alleato nel bene produrre
in noi «qualche movimento intimo con cui l'anima resti infiammata
nell' amore del suo Creatore e Signore; come pure quando essa
non riesce ad amare per se stessa nessuna cosa creata sulla faccia
della terra, ma solamente in relazione al Creatore di tutto» (n. 316).
È la cosiddetta consolazione spirituale, è l'aiuto che Dio ci dà per
sconfiggere satana.
«Chiamo consolazione ogni aumento di speranza, di fede e di carità
e ogni tipo di intima letizia che sollecita e attrae alle cose celesti e
alla salvezza della propria anima, rasserenandola e pacificandola
nel proprio Creatore e Signore» (ivi).
Tutto ciò che dà respiro, che dà facilità, che dà serenità, che
scioglie i problemi, è opera dello spirito buono.
Dobbiamo sempre ricordare che la nostra esistenza è caratterizzata
da una conflittualità, nella quale siamo immersi. Non è un cammino
evolutivo tranquillo, di bene in meglio; è una lotta, ed è di
fondamentale importanza conoscerne le componenti.
- In secondo luogo lo spirito buono ci invita a resistere.
È .indispensabile, nei momenti difficili, tenere duro: «In tempo di
desolazione non si facciano mai mutamenti» (regola d'oro!), «ma si
resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano il
giorno precedente a tale desolazione o nella decisione che si aveva
nella precedente consolazione» (n. 318). Purtroppo spesso si
compiono scelte nel momento della confusione, del turbamento,
dell'amarezza, e risultano sbagliate. «Perché, mentre nella
consolazione ci guida e ci consiglia di più lo spirito buono, nella
desolazione ci guida quello cattivo con i consigli del quale non
possiamo imbroccare nessuna strada giusta» (n. 320). Sono parole
da iscriversi veramente in fondo al cuore: io, noi abbiamo la grazia
per resistere alle tentazioni, allo spirito del male, con l'aiuto di Dio.
Termino sottolineando che una considerazione realistica e non
idilliaca della realtà ci fa capire quanto siamo immersi nel mistero
del male, che non si spiega soltanto con la nostra fragilità o la
debolezza umana, con i nostri errori. È gusto di fare il male, di far
soffrire, è pura malvagità. E non sappiamo spiegarlo direttamente,
proprio perché il male è assurdità - l'abbiamo accennato parlando
del contesto di male in cui viviamo e che dobbiamo avere presente
in questi giorni di esercizi.
Forse possiamo comprendere qualcosa di tale mistero
contemplando la croce di Cristo. E mentre, guardando il Crocifisso,
intuiamo almeno un poco l'enormità e la perversità delle deviazioni
di ogni tipo che funestano il mondo, possiamo esclamare: Signore
Gesù, tu hai vinto, hai superato tutte queste malvagità e noi siamo
certi che, con la tua grazia, saremo capaci di vincerle e di
superarle!
Fiducia illimitata nella Parola
(omelia)
Una testimonianza personale
«In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di
Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola
di Dio, Gesù vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori
erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone,
e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Seduto si, si mise ad
ammaestrare le folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e
calate le reti per la pesca". Simone rispose: "Maestro, abbiamo
faticato tutta la notte e non
abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti". E avendolo
fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.
Allora fecero cenno ai compagni dell' altra barca, che venissero ad
aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto
che quasi affondavano.
Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù,
dicendo: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore".
Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano
insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo
e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse
a Simone: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini".
Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono» (Le 5, 111).
Mi permetto in questa omelia di essere un po' autobiografico,
perché ho un rapporto molto speciale con il brano evangelico di
oggi. È il brano che si proclamava nella liturgia domenicale della V
domenica per annum del 1980, la domenica in cui celebravo, per la
prima volta nella mia vita, nel Duomo di Milano, facendo l'ingresso
in diocesi come arcivescovo.
Mi leggevo allora in questo brano, vedevo nella folla che «faceva
ressa» intorno a Gesù le tantissime persone che riempivano la
Cattedrale - erano circa 10.000 - e all'esterno gremivano la piazza.
Soprattutto sentivo, come Simone, la mia inadeguatezza: «Signore,
non sono capace. Per tutta la notte ho faticato e ho preso ben
poco». Sperimentavo la condizione di Pietro, umiliata e inadeguata,
come la mia. E percepivo insieme che dovevo dar fiducia alla
parola di Gesù, facendone programma.
«Sulla tua parola», dunque fidandomi di questa Parola,
proclamandola, spiegandola. Del resto il brano comincia proprio
sottolineando che Gesù predicava la parola di Dio; e tutto il testo
nel suo insieme esalta la Parola, la parola di Dio predicata da Gesù
e la parola di Gesù lanciata a Pietro: «Prendi il largo e calate le
reti».
Per me prendere il largo voleva dire entrare in una funzione della
quale non avevo nessuna esperienza, entrare in contatto con un
mondo totalmente nuovo; significava un po' passare dalla terra alla
luna, cioè da un servizio di tipo scientifico, istituzionale,
accademico, al servizio pastorale, ricominciando da zero, non
conoscendo nessuno e nulla. Era veramente un fidarsi soltanto
della parola di Gesù.
Avvertivo che mi veniva data questa fiducia dalla grazia Dio.
Non l'avevo in me, non la traevo da un'esperienza di ministero che
mi mancava. Non avevo la minima idea di che cosa fosse una
diocesi, avevo studiato poco il Diritto canonico perché mi ero
dedicato soprattutto agli studi di sacra Scrittura. Non sapevo, per
esempio, che cosa fosse una Curia o quale fosse la funzione di un
Vicario generale! E tutto mi veniva offerto, messo tra le mani, con
una sola assicurazione: prendi il largo, butta le reti per la pesca.
La verità della parola di Gesù l'ho sperimentata anno dopo anno, e
sempre più ho visto la bellezza dell' avventura che vivevo e dell'
essermi fidato di lui. Benché tante siano state le mie negligenze e
inadempienze, tuttavia mi sembrava che le reti si riempissero di
pesci, una quantità enorme, inattesa, e le reti quasi si rompevano.
A poco a poco cresceva in me il timore di essere inadeguato e
dicevo: «Signore, perché questo a me? Allontanati da me che sono
peccatore!».
Stupore, timore, senso di indegnità, e sempre il Signore mi diceva:
«Non temere, d'ora innanzi sarai pescatore di uomini».
Questo testo ricorre una volta all' anno nella liturgia feriale e due
volte quando nella liturgia domenicale si legge il vangelo di Luca. E
per tutti i 22 anni e 5 mesi in cui ho servito la Chiesa di Milano, ho
rivissuto gli stessi sentimenti.
«Tutto è vostro»
«Fratelli, nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si
crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto
per diventare sapiente; perché la sapienza di
questo mondo è stoltezza davanti a Dio.
Sta scritto infatti: "Egli prende i sapienti per mezzo
della loro astuzia". E ancora: "Il Signore sa che i
disegni dei sapienti sono vani". Quindi nessuno
ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è
vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la! vita, la
morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi
siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 18-23).
Vorrei dire pure qualcosa sulla prima lettura, dove san Paolo ci
toglie l'illusione che esista un linguaggio che finalmente può essere
capito dalla sapienza di questo mondo.
Noi spesso ci autoaccusiamo lamentandoci: non abbiamo il
linguaggio adatto; se avessimo il linguaggio, la gente ci capirebbe,
ci seguirebbe.
Io non ho mai creduto molto alla gherminella del linguaggio.
È chiaro che dobbiamo evitare nel nostro parlare tutto ciò che è
arcaico, artificioso, burocratico, teoretico. Tuttavia, quando diciamo
le cose come le viviamo, non possiamo fare di più.
Non c'è niente che possa costruire ponti di comunicazione, se non
avviene la rinuncia a una certa autosufficienza umana, a una certa
sapienza umana. Accettare l'umiltà di Gesù richiederà sempre un
salto di qualità, mai potremo fare in modo che l'umiltà di Gesù
piaccia e sia oggetto di desiderio mondano.
Ed è giusto che sia così. Dio «prende i sapienti per mezzo della loro
astuzia», li gioca.
Ma quando abbiamo compreso che i disegni dei sapienti sono vani,
allora mettiamo tutta la nostra fiducia nella Parola, ed è la Parola
che salva noi e gli altri.
Il testo di Paolo si conclude con una frase bellissima: «Tutto è
vostro» - siete ricchi e liberi - «Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita,
la morte, il presente, il futuro» - niente ci è sottratto quando, siamo
di Cristo. «Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio».
Anche tanti problemi riguardanti la Chiesa, la sua struttura, il suo
rinnovamento, impallidiscono. di fronte a tale verità: che tutto è di
Cristo e che Cristo è di Dio, e che Dio riporta a casa tutti e tutte le
cose. Come, lo sa solo Lui; però lo sta facendo e noi siamo semplici
collaboratori abbandonati alla sua azione, alla sua potenza, alla
grazia del suo Spirito.
Chiediamo, per intercessione di Maria, di poter vivere nella fiducia e
nell'abbandono.
VII MEDITAZIONE
«Venga il tuo Regno»
Siamo giunti al punto culminante dei nostri esercizi, alla domanda
centrale del Padre Nostro: «Venga il tuo Regno». Finora le abbiamo
un po' girato attorno, quasi nel timore di affrontarla. Vengono subito
alla mente due versetti di Lc 12: «Cercate piuttosto il regno di Dio, e
queste cose vi saranno date in aggiunta. Non temere, piccolo
gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (vv.
31-32).
Noi ti ringraziamo, o Padre, perché ti è piaciuto dare il tuo Regno a
noi, piccolo gregge insignificante rispetto al tumulto del mondo, del
suo strapotere, della sua violenza, delle sue vanterie per le
scoperte sempre più avanzate della scienza. Ti ringraziamo perché
dai il Regno a noi, così poco importanti e talora emarginati.
Tu ci inviti a cercarlo e a chiederlo. Donaci dunque di .
comprendere in che cosa consista. Certamente corrisponde a un
desiderio profondissimo del tuo Figlio Gesù. Fa' che entriamo nel
suo cuore, per comprendere questo Regno e perché possiamo
camminare verso di esso, lasciando che prenda posto nei nostri
cuori e nella nostra vita. Te lo chiediamo, o Padre, per Cristo nostro
Signore.
La domanda «venga il tuo Regno» è, secondo alcuni esegeti, la
domanda unica e tutte le altre fanno da contorno. Dopo aver
riflettuto a lungo, ho preferito la soluzione proposta dal p. Ledrus:
«sia santificato il tuo nome» è la domanda più radicale, metafisica,
e «venga il tuo Regno» ne è la realizzazione storica; «sia santificato
il tuo nome» è la richiesta ancora generale, di carattere assoluto,
mentre «venga il tuo Regno» si riferisce alla sua attuazione nella
vita di Gesù.
Naturalmente rimane comunque difficile capire ciò che chiediamo
con le parole «venga il tuo Regno».
È proprio con la presentazione del Regno che Ignazio di Loyola
inizia la Seconda settimana degli Esercizi spirituali; potremmo anzi
considerare questo momento del nostro Ritiro come il passaggio
dalla Prima alla Seconda settimana. Essa è appunto preceduta
dalla contemplazione del Re e del Regno, una meditazione
preparatoria e introduttiva, che Ignazio pone all'inizio delle
meditazioni sulla vita di Gesù quale chiave interpretativa sintetica:
«Fare attenzione a come questo re parla a tutti i suoi e dice: "È mia
volontà conquistare tutto il territorio degli infedeli; pertanto chi vorrà
venire con me deve accontentarsi di mangiare come me, e così
pure bere e vestirsi, ecc.; allo stesso modo, deve lavorare con me
di giorno e vegliare con me di notte, ecc.; affinché, in tal modo,
dopo partecipi con me alla vittoria, così come partecipò alle
sofferenze"» (n. 93).
Tale concezione del Regno è ovviamente nello stile conquistatore
tipico del secolo in cui Ignazio è vissuto: si perseguiva la
sottomissione di tutti gli infedeli alla potenza di Dio.
Non è sbagliata, però lascia aperta la domanda: in che modo viene
il Regno? Viene attraverso una potenza che distrugge i nemici e
vince in battaglia, come si pensava a partire dal tempo delle
crociate? Oppure è una realtà che viene piuttosto come seme,
come lievito, come penetrazione paziente nella massa?
L'invocazione «venga il tuo Regno» lascia adito, mi pare, a tante
diverse interpretazioni.
Da parte mia vorrei tentare un approfondimento, articolandolo in
quattro considerazioni: la domanda su cosa è il Regno; la
constatazione che questo Regno non c'è; che non c'è ma viene;
infine la riflessione sugli atteggiamenti con i quali chiediamo che il
Regno venga.
Che cos'è il Regno?
È ovvio soprattutto dai sinottici che il regno di Dio è la
preoccupazione centrale di Gesù, è il contenuto sintetico della sua
predicazione, così come leggiamo fin dall'inizio del racconto di Mare
o: «Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
"Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete
al vangelo"» (1,14-15).
Il regno di Dio è quindi il centro dell' annuncio di Gesù.
* Le «definizioni» di Gesù. I sinottici mostrano Gesù che in tanti
modi parla del Regno, soprattutto nelle parabole, per esempio in
Me 4, 26: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella
terra» e in Me 4, 30: «A che cosa possiamo paragonare il regno di
Dio e con quale parabola possiamo descriverlo?». E l'evangelista
ha già posto all'inizio del capitolo, pur senza parlare subito del
Regno, la parabola più nota, quella del seminatore, che è anch'essa
una parabola del Regno (cf vv. 2-9).
Dunque Gesù parla spesso del Regno, ma in parabole, con
paragoni, attraverso metafore, allusioni, immagini, senza mai darne
una definizione.
Non è facile comporre in sintesi tutto ciò; per farlo occorre
considerare e unificare le molte menzioni del Regno.
* Tentativi di sintesi. A mio giudizio una sintesi ottima la leggiamo
nella nota della Bibbia di Gerusalemme a Mt 4, 17:
«La regalità di Dio sul popolo eletto e, per suo
mezzo sul mondo, è al centro della predicazione di
Gesù, come lo era dell'ideale teocratico dell' Antico
Testamento. Essa comporta un regno di "santi" di
cui Dio sarà veramente il re, perché il suo regno
sarà riconosciuto da essi mediante la conoscenza e
1'amore. Compromessa dalla rivolta del peccato,
tale regalità deve essere ristabilita attraverso un
intervento sovrano di Dio e del suo messia.
Questo !'intervento che Gesù (...) realizza non con
un trionfo militare e nazionalistico» (come potrebbe
fare sospettare la parabola di Ignazio) «quale lo
attendevano le folle, ma in modo tutto spirituale,
come "Figlio dell'uomo" e "servo", con 1'opera della
redenzione che strappa gli uomini al regno avverso
di satana. Prima della sua realizzazione
escatologica e definitiva, nella quale gli eletti
vivranno col Padre nella gioia del banchetto
celeste, il regno apparirà con inizi umili, misteriosi»
(il seme buttato nella terra che non si sa in qual
modo cresca) «e contradditori, come una realtà già
cominciata e che si sviluppa lentamente sulla terra
mediante la Chiesa. Instaurato con potenza come
regno del Cristo mediante il giudizio di Dio su
Gerusalemme e predicato nel mondo attraverso la
missione apostolica, sarà definitivamente stabilito e
consegnato al Padre con il ritorno glorioso del
Cristo nel momento dell'ultimo giudizio. Nell' attesa,
esso si presenta come pura grazia, accettata dagli
umili e dai diseredati, rigettata dai superbi e dagli
egoisti. Vi si entra solo con la veste nuziale della
nuova vita; vi sono degli esclusi. Bisogna vegliare
per essere pronti quando esso verrà,
all'improvviso».
Una nota certamente sintetica, la quale, citando moltissimi passi dei
sinottici, fa comprendere che la realtà del Regno non è facile, è
complessa, ha inizi modesti, non si propone con la forza delle armi
e della conquista, non fa leva sulla potenza umana, ma è
soprattutto una realtà che entra nei cuori e deve venire da essi
accettata.
In proposito le frasi più pregnanti e più belle le leggo ancora una
volta nel testo di p. Ledrus:
«La verità elementare è che Dio domina
incondizionatamente e fin dal principio !'intera sua
creazione, non esclusa quella libera», Dio è già da
sempre re. «Però, parlando ora di "Regno" nel
senso evangelico, Dio propriamente regna quando
la sua bontà conquista con la mitezza della grazia
l'umile spontanea adesione dei cuori liberi. L'
onnipotenza divina splende sovranamente nei
trionfi della misericordia, quando essa porta a
maturazione la vita eterna negli eletti, quando con
longanimità risparmia il loglio dello scandalo
seminato in mezzo al buon seme della parola», non
lo fa sottrarre per forza, «quando trasforma la pietra
di inciampo, cioè il successo relativo della malizia il Calvario - in "pietra angolare" della casa vivente
dei figli adottivi. Il Regno evangelico del Padre delle
misericordie quindi non si riduce all' effettiva
padronanza di Dio che avvolge sotto la sua potenza
anche i dannati. Il Regno consiste nella piena libera
effusione della vita divina nel cuore e dal cuore
degli uomini redenti» (ap. cit., pp. 98-99).
Qui è sottolineato con grande efficacia il carattere di libertà, di
spontaneità, di progressività, di mitezza proprio del Regno.
E ancora:
«Questo Regno (...) è nientemeno l'operazione
apostolica dello Spirito santo, considerata nelle
tappe della sua diffusione e specialmente
nell'ordinamento celeste della vita cristiana come
avvenimento universale dell' eternità gloriosa. Il
"venga il tuo regno" è una domanda ispirata dalla
premura che si sviluppi il Regno già iniziato; che si
attui come primizia in questa vita e come
compiutezza nell'ultimo risorgere». Questo Regno,
«questa vita potente, manifesta e vittoriosa, di
Cristo nei suoi è la realtà misteriosa più solida, più
imponente che si svolga nell'universo, il fatto più
denso, più memorabile, più indimenticabile della
storia: il Regno incominciato, il Regno in
movimento, il Re vivente nel suo regno» (i v i, pp.
99-100).
È bello notare che tutto ciò mostra quanto sia ricco questo concetto
e come sia diffuso in tutti i vangeli.
* Una realtà che si comprende nella sequela di Gesù.
Abbiamo già detto che Gesù non ha mai voluto dare una sintesi
breve della natura del Regno; ha sempre lanciato parabole,
indicazioni di atteggiamenti - come le beatitudini -, con indicazioni
etiche, morali, teologiche, per far comprendere una realtà non così
facile da mettere in ordine teoreticamente, ma che è compresa da
chi la vive.
La preghiera «venga il tuo Regno» afferma il desiderio umile del
discepolo che una realtà dagli inizi poveri, miti, quasi disprezzati, a
poco a poco conquisti il cuore degli uomini e sia gioiosamente e
liberamente accolta.
È la grandezza del Regno, tutto giocato sulla libertà, sulla mitezza,
sulla spontaneità, sulla persuasione; ed è la sua debolezza, perché
non è affidato a una potenza, a un esercito, alla capacità di piegare
il consenso degli uomini né con la forza delle armi, né con il potere
economico, né con il potere intellettuale o politico. È una realtà
intima del cuore, che tuttavia conquista l'universo mediante il
cambiamento della vita che essa produce - pensiamo alle
beatitudini, che sono l'espressione tipica dello stile di vita del
Regno.
A questo punto potete capire che sono imbarazzato nel darne una
definizione precisa. Cerco di arrivarci attraverso le differenti
citazioni e soprattutto invocando lo Spirito santo affinché ci doni una
profonda comprensione dei vangeli in modo da permetterci di
cogliere il giusto senso del Regno, come si propone nel Discorso
della montagna, nel discorso in parabole, nel discorso missionario e
in tanti altri detti di Gesù.
Dunque il Regno è una realtà che non viene etichettata in maniera
facile, ma viene vissuta seguendo giorno dopo giorno Gesù e
dando fiducia alle parole del suo Vangelo. Una realtà che si vive
mettendosi alla sequela di quel Gesù che fin dall' inizio della sua
missione pubblica, al Giordano, si umilia mettendosi in fila tra i
peccatori e dichiarando così che vuole proclamare il Regno
nell'umiltà, nel nascondimento, nel disprezzo dei privilegi.
È perciò giusto domandare che il Regno venga, perché non può
essere una nostra conquista. È Dio che opera il Regno, è Lui che
entra nei cuori e li avvince; è Lui, con la grazia dello Spirito santo,
che prende possesso delle anime e le trasforma a immagine di
Gesù. In altre parole, il Regno è Gesù, è la sua vita, il suo modo di
vivere, di amare, di soffrire: proprio per questo il Regno si propone
in maniera formidabile e incontrovertibile nella croce, nella morte di
Gesù per amore.
«Venga il tuo Regno» è una richiesta altissima e forse dobbiamo
dire, come un giorno Gesù ai discepoli: «Voi non sapete quello che
chiedete» (Mt 20,22). Chiediamo intuendo più che ragionando, più
desiderando .col profondo del cuore che avendo davanti agli occhi
un'immagine ben precisa. Questo è tipico del regno di Dio, della
sua libertà, della sua spontaneità, della sua capacità di conquistare
i cuori senza forzarli, e insieme della sua insignificanza, della sua
non visibilità.
* Le definizioni di Paolo. Se Gesù non si è sprecato in definizioni
del Regno ed è stato piuttosto restio e parco, san Paolo in
particolare ci offre qualche maggiore chiarimento nelle sue lettere
apostoliche: ne parlano poco, ma in maniera molto convincente e
sintetica.
- Penso a Rm 14,17: «Il regno di Dio infatti non è questione di cibo
o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito santo». È
una bellissima «quasi definizione» del Regno: giustizia, però
giustizia del Regno, giustizia misericordiosa di Dio, a cui segue
pace e gioia nello Spirito santo.
- C'è un altro passo splendido di Paolo, che non dà una definizione
bensì una descrizione di atteggiamenti: «Il frutto dello Spirito invece
è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà,
mitezza, dominio di sé» (Gal5,22). Questo è il frutto dello Spirito, ed
è il Regno.
- Posso forse citare inoltre 1 Cor 4,20, un versetto un po'
enigmatico e però illuminante. «Verrò- scrive Paolo a coloro che lo
criticano - e mi renderò conto allora non già delle parole di quelli,
gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare. Perché il
regno di Dio non consiste in parole, ma in potenza» (vv. 19-20),
potenza che è soprattutto e anzitutto trasformazione della vita
dell'uomo, e anche capacità di operare miracoli attraverso tale
trasformazione.
Ho voluto mettere insieme alcune descrizioni e definizioni del
Regno, così che possiamo comprendere che occorre tutta una vita
per entrare nel senso profondo della domanda: «Padre, venga il tuo
Regno».
Come lievito e seme
Il nostro ripetere l'invocazione dimostra, d'altra parte, che il regno di
Dio non c'è ancora in pienezza. Esso infatti è nascosto, è un lievito,
è un seme, è una piccola pianticella, è un filo d'erba e ci vuole
l'occhio della fede per scorgerlo.
Oggi è certamente più visibile la potenza di satana, ma sappiamo
che tutta l'opera di Gesù consiste nel legare tale potenza satanica che si esprime nel peccato, nell' orgoglio, nella voglia di successo,
nello strapotere, nello schiacciare gli altri - affinché venga il Regno.
«Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue
cose se prima non avrà legato l'uomo forte; allora ne saccheggerà
la casa» (M c 3,27). Gesù è colui che ha legato l'uomo forte. L'ha
fatto durante tutta la sua vita e particolarmente nella sua Passione
e morte, quando ha legato satana, ha legato la forza della morte e
l'ha vinta.
Nell' oggi che viviamo, l' «uomo forte» è ancora in azione e in
qualche modo sembra dominare. La nostra fede però scorge,
nonostante il suo apparente strapotere, la presenza silenziosa del
Regno già in atto che si oppone a satana e, quale seme e lievito,
fermenta la storia.
Il venire del Regno
Come viene il Regno? Non certo in forza delle nostre opere, bensì
con la forza di Dio, con la forza di Gesù, con la grazia dello Spirito
santo. Noi desideriamo chiedere con fiducia che la potenza umile di
Gesù si manifesti fino allo svelamento completo e definitivo.
Alcuni esegeti discutono se con «venga il tuo Regno» si intende
quello finale escatologico oppure un Regno che viene nell' oggi,
giorno dopo giorno. Penso più consono con l'insieme delle nostre
riflessioni considerare la domanda riferendola al presente: «venga il
tuo Regno»; cioè si manifesti, o Signore, la potenza umile, discreta,
misteriosa, modesta, mite, convincente della tua verità.
Ovviamente guardiamo anche alla pienezza definitiva: venga il
Regno nella sua manifestazione finale, quando la morte sarà
sconfitta e non ci saranno più né lacrime né terrore né violenza,
«perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).
Un'ultima osservazione vorrei fare sul venire di questo Regno.
Abbiamo visto che la domanda si trova in Luca forse nel suo
contesto più preciso. Sappiamo tuttavia che il capitolo 11 di Luca è
preceduto da quelle dichiarazioni con cui Gesù a poco a poco fa
capire di che natura è il suo Regno.
La prima: «Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere riprovato
dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a
morte e risorgere il terzo giorno» (9,22).
La seconda: «Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè
ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua di partita che
avrebbe portato a compimento a Gerusalemme» (vv. 30-31).
C'è poi una terza dichiarazione: «Mentre tutti erano sbalorditi per
tutte le cose che faceva» e si aspettavano che il Regno si
manifestasse con potenza, con la sconfitta degli oppositori, «disse
ai suoi discepoli: "Mettetevi bene in mente queste parole: Il Figlio
dell'uomo sta per essere consegnato in mano degli uomini"» (vv.
43-44).
Dunque Gesù realizza il Regno attraverso la sua Passione.
In speranza e pace
Quali sono allora gli atteggiamenti con cui esprimere questa
domanda e gli atteggiamenti da essa suggeriti?
A me sembra che, se è valido quanto ho tentato di spiegare,
l'atteggiamento fondamentale non è lo sforzo affinché venga il
Regno, quasi dovessimo tirarlo giù dall' alto con violenza, bensì un
atteggiamento di speranza e di pace.
È l'auspicio di Paolo: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e
pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello
Spirito santo» (Rm 15,13).
Questa preghiera nasce da una grande speranza, da un' assoluta
fiducia, da un totale abbandono al Signore. E mentre la recitiamo
vogliamo camminare sulle orme di Gesù, che ci insegna come il
Regno viene vivendo una vita di povertà, di amore, di perdono, di
dono di sé fino alla morte.
È certamente una richiesta molto esigente, che comprende l'intero
Vangelo, e non riusciremo mai ad approfondirla pienamente; il suo
significato ci sarà rivelato nello snodarsi dei giorni, se pregheremo
con umiltà e ci sforzeremo di testimoniare gli atteggiamenti indicati
da Gesù come tipici del Regno, a partire dalle beatitudini.
VIII MEDITAZIONE
«Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»
All'inizio di questa meditazione rileggo con voi alcune parole del
Testamento spirituale di papa Giovanni XXIII, là dove dice: «Nell'
ora dell' addio, o meglio dell' arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò
che vale nella vita: Gesù Cristo benedetto, la sua santa Chiesa, il
suo Vangelo, e nel Vangelo soprattutto il Pater noster, nello spirito e
nel cuore di Gesù e del Vangelo».
Mi colpiscono le sue parole, perché oggi è il primo venerdì del
mese, dedicato tradizionalmente al Cuore di Gesù. Noi in questi
giorni stiamo proprio cercando di entrare nel suo cuore, nella sua
preghiera, nella preghiera che ci ha insegnato e che certamente
corrisponde a quanto c'era di più profondo nella sua coscienza
intima.
Abbiamo ricordato nella meditazione precedente che nel più
profondo della coscienza di Gesù albergava il desiderio del Regno
e ci siamo accorti di come sia difficile definirlo, perché il Regno è lui,
nella sua vita, Passione, morte, risurrezione e ascensione, e
dovremmo perciò avere in noi i suoi stessi sentimenti.
Ti chiediamo perciò, Signore Gesù, la grazia di poter compiere
l'esperienza di cui parla Paolo quando ci esorta: «Abbiate in voi gli
stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil2,5); ti chiediamo la
grazia di conoscerti intimamente attraverso la meditazione sulla
preghiera del Padre Nostro nella quale hai messo tutto il tuo cuore.
Oggi è la memoria liturgica di san Gregorio Magno, un santo che ho
sempre amato molto, e affidiamo alla sua intercessione il nostro
desiderio di comprenderla appieno.
L'invocazione sulla quale vogliamo riflettere oggi, «sia fatta la tua
volontà così in cielo come in terra», è riportata solo da Matteo, non
da Luca. Ci si domanda se è Luca che l'ha tolta o se è Matteo che
l'ha aggiunta. Sembra difficile che Luca l'abbia tralasciata, se
faceva parte della preghiera originaria; e d'altra parte corrisponde
pienamente, e lo vedremo, al senso e allo spirito del cuore di Cristo.
Quindi questa parola, che non sarebbe strettamente necessaria,
perché nella richiesta del Regno è già compreso tutto, è però molto
utile e Matteo ha voluto accoglierla, a dire che il Regno si realizza
concretamente nel compimento della volontà di Dio.
In questi giorni ci proponiamo appunto come scopo di cercare la
volontà di Dio nella nostra vita. Come dice sant'Ignazio nella prima
Annotazione, gli esercizi spirituali si fanno per «preparare e
disporre l'anima a togliere da sé tutti i legami disordinati e, dopo
averli tolti, a cercare e trovare la volontà divina nell'organizzazione
della propria vita per la salvezza dell' anima» (n. 1):
Teniamo presenti quale sfondo i versetti drammatici di Matteo 26.
Mostrano come Gesù, che pure ha desiderato tanto la venuta del
Regno perché la volontà del Padre si compia, fa fatica ad
accettarla: «E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e
pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo
calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!"» (v. 39). E
finalmente: «Padre mio, se questo calice non può passare da me
senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (v. 42). Quindi
l'invocazione del Padre Nostro è espressa da Gesù nel momento
più oscuro della sua vita.
Domandiamo alla Madonna, che ha sempre fatto il beneplacito di
Dio e a esso si è consacrata dopo l'annuncio dell'angelo, di poter
capire che cos'è questa volontà che ci auguriamo si compia «come
in cielo così in terra».
Su questo tema, dopo una premessa, svolgerò due riflessioni: la
volontà di Dio in Gesù e nei discepoli; la volontà di Dio in noi. Per
concludere con qualche considerazione sulle parole «come in cielo
così in terra».
Premessa
La volontà di Dio può essere intesa in due modi: c'è quella
trascendentale e quella categoriale.
- Potremmo definire la volontà di Dio trascendentale come il suo
piano globale, il suo disegno sull'universo, quel piano globale, quel
disegno che è la salvezza di tutti ed è esposto forse nella maniera
più bella e sintetica dall' evangelista Giovanni: «Dio infatti ha tanto
amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque
crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato
il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si
salvi per mezzo di lui» (3,16-17). Questa è la volontà di Dio
trascendentale, che abbraccia tutto, che spiega tutte le situazioni,
che penetra in tutte le vicende della storia.
Tale volontà universale è cantata da Paolo nello stupendo inno
della lettera agli Efesini, soprattutto al capitolo 1, vv. 9-10: «Poiché
egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà / secondo
quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito / per
realizzarlo nella pienezza dei tempi: / il disegno cioè di ricapitolare
in Cristo tutte le cose, / quelle del cielo come quelle della terra».
E ancora in Col 1,15-20 Paolo spiega: «Cristo è immagine del Dio
invisibile / (...). Tutte le cose sono state create / per mezzo di lui e in
vista di lui / (...). Perché piacque a Dio / di fare abitare in lui ogni
pienezza / e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, /
rappacificando con il sangue della sua croce, / cioè per mezzo di
lui, / le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli». Qui la volontà
trascendentale già diventa, col riferimento alla croce, in qualche
modo categoriale, cioè più concreta.
Nella prima lettera a Timoteo poi l'Apostolo invita a pregare per tutti,
perché «questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro
salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino
alla conoscenza della verità» (2,3-4). È il piano globale di Dio, è la
sua volontà, il suo disegno di salvezza che riguarda tutti gli uomini;
ed è per noi conforto sapere che ciò che Dio vuole si effettuerà.
- La volontà di Dio che chiamiamo categoriale si concretizza invece
nel tempo, è quella che riguarda l'oggi, il «qui e ora», e non va mai
separata dalla volontà trascendentale.
In particolare si esprime nei comandamenti, nel Decalogo; questa è
la volontà di Dio per il nostro tempo, specialmente il grande
comandamento della giustizia.
Gesù risponde al giovane ricco: «Se vuoi entrare nella vita, osserva
i comandamenti. Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non
uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il
falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te
stesso"» (Mt 19, 17-19).
Splendida anche la risposta di Gesù sul comandamento dell'amore:
«Un dottore della legge lo interrogò per metterlo alla prova:
"Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?"», cioè
la volontà di Dio più importante. «Gli rispose: "Amerai il Signore Dio
tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua
mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il
secondo
è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi
due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti"» (Mt 22,3540).
La volontà di Dio si concretizza in precetti, comandi, azioni che
vengono richieste per essere come Lui vuole, per essere suoi figli,
per vivere davvero lo spirito filiale.
Troviamo nel Nuovo Testamento altre espressioni della volontà di
Dio concreta, per esempio: «Così il Padre vostro celeste non vuole
che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18,14). Un
altro passo importante è nella epistola ai Romani: «Vi esorto
dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi
come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro
culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo,
ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere
la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (12,1-2).
Abbiamo inoltre un esempio molto bello di conformità alla volontà
divina categoriale negli Atti degli Apostoli, là dove si dice di Davide:
«Dio suscitò per loro come re Davide, al quale rese questa
testimonianza: "Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il
mio cuore. Egli adempirà tutti i miei voleri"» (13,22).
Il volere categoriale di Dio è quello che, quando lo compiamo, ci
rende davvero suoi figli, ci fa essere «secondo il suo cuore».
Giungiamo in questo modo al punto che ci prende più da vicino:
come conosco io la volontà di Dio, ciò che è a lui gradito, ciò che è
buono, ciò che è perfetto?
Vediamo di arrivarci per gradi.
La volontà di Dio
in Gesù e nei discepoli
- Anzitutto, i vangeli mostrano Gesù tutto immerso nella volontà del
Padre. Quando esclama: «Sia fatta la tua volontà» esprime la sua
più profonda intenzione quotidiana: il Regno si compie facendo la
volontà di Dio.
Cito qualche brano dell' evangelista Giovanni. Gv 6,38: «Sono
disceso dal cielo non per fare la
mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato»; v. 40:
«Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il
Figlio e crede in lui abbia la vita eterna». Di nuovo, 8,29: «Colui che
mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio
sempre le cose che gli sono gradite». E questo ci ricorda quell'altro
brano così bello in cui Gesù, presso il pozzo di Samaria, ai
discepoli che lo pregano di mangiare, risponde: «Mio cibo è fare la
volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera»
(4,34).
Possiamo contemplare Gesù immerso, trasfigurato, identificato
nella volontà di Dio.
- L'adesione a tale volontà caratterizza pure i discepoli. Ricordo
almeno un passo di Matteo e uno di Marco.
Alla fine del Discorso della montagna leggiamo: «Non chiunque mi
dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la
volontà del Padre mio che è nei cieli» (M t 7,21). Dunque su questo
Gesù pone l'accento: non ripetere «Signore, Signore», ma fare la
volontà del Padre.
E ancora più teneramente e affettuosamente, affettivamente, Gesù
si esprime nel testo di Marco: «Girando lo sguardo su quelli che gli
stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi
compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre"»
(3,34-35). Facendo la volontà di Dio acquistiamo un' intimità unica
con Gesù, che supera tutti i legami familiari e affettivi di questo
mondo, perché è la volontà di Colui che ci ha creato, che ci ama,
che ha dato per noi la sua vita, che è tutto per noi. E noi diventiamo
tutto per lui: «Il mio diletto è per me e io per lui», secondo la formula
del Cantico dei cantici (2,16).
La volontà di Dio in noi
Qual è la volontà di Dio in me, in noi, nella Chiesa, nel mondo?
* Certamente essa si esprime in modo molto chiaro nei
comandamenti e nei precetti della Chiesa, e anche nelle
disposizioni del Diritto canonico, pur se con valore obbligante
diverso a seconda del contenuto.
Tale volontà di Dio si esprime pure con gli obblighi assunti
liberamente verso Dio e verso gli altri. A questo proposito ricordo
che, avendo seguito come vescovo di una grande diocesi con
migliaia di preti alcuni casi di crisi sacerdotale, mi colpiva
negativamente il fatto che, anche nelle crisi più sincere, ci si
chiedeva: ma che cosa vuole Dio da me? Si dimenticavano
completamente gli obblighi assunti verso la Chiesa, verso i fedeli,
verso la società, cioè una realtà fondamentale per vivere la volontà
di Dio: rispettare i patti, gli impegni presi, mantenere le promesse.
Anche questa è volontà di Dio. Naturalmente ci possono essere
situazioni di eccezione, e la Chiesa infatti giunge talora alla
dispensa. Tuttavia quando uno ha assunto un obbligo verso una
comunità concreta, soprattutto se lo ha fatto pubblicamente,
solennemente, non può dispensarsene quasi non esistesse e come
se l'unica cosa a contare fosse la propria esistenza personale di
fronte a Dio. Si è invece legato ufficialmente di fronte a una
comunità e deve tener conto degli obblighi, delle conseguenze dei
suoi gesti di fronte a essa.
* Comunque, al di là di queste precise indicazioni della volontà di
Dio, rimangono ancora molti spazi nei quali il Signore
immediatamente ci può fare delle richieste. È lo spazio
dell'immediatezza dello Spirito, quello per il quale abbiamo detto all'
inizio che gli esercizi sono una forza, una dinamica, un ministero
dello Spirito e un ministero dell'immediatezza, in quanto riguardano,
oltre a ciò che Dio ci domanda coi suoi comandamenti e precetti,
richieste che non si trovano in nessun comandamento o precetto o
Codice di diritto canonico, perché sono la storia di Dio con me, la
sua immediata parola che mi tocca.
Rientra in questa prospettiva per esempio la vocazione. Nessuno è
stato obbligato dal Codice di diritto canonico, dalla Chiesa ad
assumerla. È la storia di Dio con me, è la mia risposta alla sua
parola.
E nell' ambito della vocazione, ci sono pure delle scelte che sono
affidate alla immediatezza del contatto quotidiano con Dio e sono
quindi oggetto di discernimento quotidiano. Penso ai tempi e ai
modi della preghiera; ai tempi e ai modi del lavoro e del riposo; al
modo di regolare le amicizie, a tutto quanto riguarda il campo dello
zelo apostolico, dove le nostre scelte o le nostre iniziative non sono
obbligate, ma vanno confrontate con la volontà di Dio, sono
appunto oggetto di discernimento.
Conoscere la volontà di Dio è importante per la mia pace, per la
mia verità, per l'autenticità della mia vita che si gioca sulla parola di
Gesù comunicatami attraverso lo Spirito. Tuttavia non è cosa facile.
Quante volte ci chiediamo, anche magari con qualche ansietà: sto
davvero facendo la volontà di Dio? Le imprese in cui mi sono
imbarcato, la scelta che ho compiuto piace davvero a Dio? Talora la
domanda è angosciosa e qualche volta l'incertezza può tormentarci
per un tempo lungo.
All'interrogativo di come arriviamo a conoscere la volontà di Dio,
una domanda che anche noi preti ci sentiamo porre sovente dalla
gente - Dio vorrà davvero questo da me? Forse vuole qualcosa di
più che non ho ancora capito? - non c'è risposta matematica. Anzi
io credo che il Signore ci mette in uno stato di qualche inquietudine,
proprio perché attraverso la ricerca noi ci purifichiamo, ci liberiamo
dalle nostre voglie disordinate o semplicemente fragili, fantasiose, e
cerchiamo davvero ciò che il Signore vuole per noi.
Per aiutarci nel difficile impegno del discernimento, possiamo
ricorrere ad alcune «regole», che desidero ora richiamare, perché vi
potranno essere utili in questi giorni di esercizi e pure in seguito,
nella vita normale.
Per spiegare la prima, forse la più sicura, vorrei servirmi dell' icona
di Mosè sul monte: «Mosè disse a Dio: "Mostrami la tua Gloria!".
Rispose: "Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e
proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi
vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò avere misericordia".
Soggiunse: "Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun
uomo può vedermi e restare vivo". Aggiunse il Signore: "Ecco un
luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia
Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano
finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle,
ma il mio volto non lo si può vedere"» (Es 33,18-23).
Mosè chiede di vedere il volto di Dio – che significa conoscere
chiaramente la sua volontà - ma non lo vedrà. Però una volta che
Dio sarà passato, da dietro lo vedrà.
Comprendiamo da questa immagine che la volontà di Dio è palese
soprattutto quando noi perseveriamo nella pace. Quando cioè
perseveriamo in qualche decisione presa, magari non facile, anche
nelle prove, anche nell' aridità, con una qualche profonda pace
interiore, è segno che la stiamo compiendo. Dunque, la si riconosce
non di rado a posteriori; e ogni scelta è un rischio. Ricordo un'
esperienza vissuta a Milano, quando ho proposto ai giovani
l'iniziativa del cosiddetto Gruppo Samuele, dicendo loro che, se
desideravano conoscere la volontà di Dio e mettere la propria vita a
sua disposizione a 360°, potevano compiere con me il cammino di
un anno. Alle centinaia di giovani che con grande generosità
avevano accettato la proposta tenevo un incontro mensile, dopo il
quale davo per così dire dei compiti a casa e spiegavo le Regole
del discernimento degli spiriti secondo sant'Ignazio.
Rimasi colpito dal fatto che la domanda più ansiosa postami da
quei giovani e da quelle ragazze, che pur vivevano l'itinerario con
molta intensità, era: ma sono davvero sicuro di trovare la volontà di
Dio? lo sceglierei la vita consacrata, la vita sacerdotale, ma se fossi
sicuro al cento per cento che Dio lo vuole. E io rispondevo: se
volete essere sicuri, non deciderete mai. La vita è un rischio e le
scelte, specialmente quelle riguardanti il nostro esistenziale, vanno
rischiate. Dovranno essere oggetto di discernimento, attraverso la
preghiera, il consiglio, la riflessione; tuttavia non avremo mai la
certezza matematica che la nostra scelta corrisponde alla volontà di
Dio. È una certezza che avremo solo col tempo e perseverando
nella pace.
Vi consiglio di leggere due testi del libro di Isaia, dove si parla
appunto del sostegno di Dio che ci accompagna nella nostra
fragilità colmandoci di pace: «Poiché dice il Signore Dio, / il Santo di
Israele: / "Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, /
nell' abbandono confidente sta la vostra forza"» (30,15); «Non lo sai
forse? / Non lo hai udito? / Dio eterno è il Signore, / creatore di tutta
la terra. / Egli non si affatica né si stanca, / la sua intelligenza è
inscrutabile. / Egli dà forza allo stanco / e moltiplica il vigore allo
spossato. / Anche i giovani faticano e si stancano, / gli adulti
inciampano e cadono; / ma quanti sperano nel Signore riacquistano
forza, / mettono ali come di aquile, / corrono senza affannarsi, /
camminano senza stancarsi» (40, 28-31).
La perseveranza nella pace è davvero un segno della volontà del
Signore.
Ci sono poi altri modi per discernere e sant'Ignazio li descrive
ampiamente. Mi limito a richiamare almeno il brano che descrive in
generale i tempi per fare una buona scelta.
- Il primo tempo «è quando Dio stimola e attira tanto la volontà che
l'anima fedele, senza dubitare né poter dubitare, segue quello che
le viene mostrato, come fecero san Paolo e san Matteo quando
seguirono Cristo nostro Signore» (n. 175).
È un modo di discernimento quasi carismatico, potremmo dire, e
però non è così raro. Ci sono scelte sicure, tranquille, scelte nelle
quali non abbiamo nessun dubbio (Dio me lo chiede e io mi butto).
Personalmente ho sempre detto che la mia scelta di andare a
Gerusalemme non ha nessuna ragione logica, è una scelta
carismatica. E in questo mi sento consolato e sorretto dalle parole
di Paolo nel Discorso di Mileto, là dove dice: «Ed ecco ora, avvinto
dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi
accadrà» (At 20, 22). La scelta carismatica non comporta la
valutazione di pro e contro, non è nemmeno la ricerca di qualche
particolare missione, è piuttosto un influsso dello Spirito. E almeno
fino ad oggi non ho avuto il minimo dubbio sulla mia scelta, che mi
pare confermata.
- Il secondo tempo «è quando, attraverso l'esperienza delle
consolazioni e delle desolazioni e attraverso quella del
discernimento degli spiriti, si raggiunge una grande chiarezza di
idee» (n. 176) - non chiarezza assoluta. È l'applicazione delle
Regole del discernimento che ho già ricordato: ci incliniamo
soprattutto verso ciò a cui siamo mossi dallo Spirito considerando
dove ci fa rimanere con gioia e dove al contrario suscita in noi
amarezza, disgusto, valutando cioè il pro e il contro delle
consolazioni e delle desolazioni.
Così troviamo a poco a poco la volontà di Dio. Tante vocazioni sono
nate in questo modo: da un certo disgusto, dal rilevare
l'insufficienza per noi di un' attività mondana, di un' affettività, di una
situazione. Ci sentiamo allora chiamati a fare di più, per opera dello
Spirito che ci attrae.
- Il terzo: «È di tranquillità: quando cioè una persona, tenendo
presente perché l'uomo è nato, cioè per lodare Dio nostro Signore e
per salvare la propria anima» - la volontà di Dio trascendentale «e
volendo ottenere ciò, sceglie come mezzo un genere o stato di vita
nell' ambito della Chiesa per essere aiutata nel servizio del Signore
e nella salvezza della propria anima. Ho parlato di tempo tranquillo,
quando, cioè, l'anima non è agitata da vari spiriti e usa le proprie
potenze naturali liberamente e tranquillamente» (n. 177).
È il tempo della razionalità, sempre ispirata dalla fede e dal
Vangelo, in cui però si valutano gli argomenti a favore e quelli
contrari. Così accade per molte decisioni pastorali: non nascono
semplicemente da un impulso carismatico, ma perché, avendo
passato in rassegna i pro e i contro alla luce della dottrina della
Chiesa, della psicologia e della sociologia, scegliamo questo o quel
modo di agire.
Perché venga la Gerusalemme celeste
Resta da commentare - e non è facile - l'ultima parte della domanda
del Padre Nostro: «come in cielo così in terra».
È vero che la corrispondenza cielo-terra appare più volte nel
vangelo di Matteo.
Nella meditazione su «Padre nostro che sei nei cieli» ho già citato
la promessa fatta a Pietro: «Tutto ciò che legherai sulla terra sarà
legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei
cieli» (16,19), nella sua ripresa in 18,18: «Tutto quello che legherete
sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che
scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo»; e ho ricordato le
parole: «In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si
accordano per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei
cieli ve la concederà» (v. 19).
Questa corrispondenza è dunque abbastanza usuale per
l'evangelista Matteo.
Ho riflettuto molto su che cosa può significare nel suo insieme
l'espressione «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». E
mi sembra di dover forse anzitutto sottolineare il fatto che non si
tratta di un proposito - pur se ci siamo soffermati a lungo sulla
nostra ricerca per conoscere e compiere ciò che Dio vuole -, ma di
un'invocazione. Chiediamo che Dio agisca, che la sua volontà si
compia, sia quella trascendentale sia quella categoriale.
Considerando questo, mi pare che «come in cielo così in terra» si
può tradurre: si compia la tua volontà, la tua giustizia, la tua verità,
la tua pace, con quella prontezza, eleganza, gioia, decisione,
precisione, con cui si compie in cielo.
Se il regno di Dio è la Gerusalemme celeste che inizia, il nostro
desiderio è che finalmente venga la Gerusalemme celeste dove
non c'è più pianto né dolore, dove le cose di prima sono passate,
dove regna stabile la giustizia; venga nel compiersi delle particolari
volontà di Dio, che tocca a noi compiere con certezza, pace, gioia,
facilità. La nostra domanda è che l'insieme della terra faccia
risplendere la pace e la luce proprie della dimora di Dio, della
pienezza della Gerusalemme celeste.
Signore, tu sai quello che vuoi da noi. Spesso noi non lo sappiamo
bene e magari perdiamo tempo girando e rigirando su strade
sbagliate. Donaci la luce e la chiarezza per comprendere ciò che ti
aspetti da noi e la forza di metterlo in pratica con serenità, con
scioltezza e ardo re, così come contempliamo compiersi in cielo la
tua volontà.
Nella libertà dello Spirito
(omelia)
Oggi celebriamo la memoria liturgica di san Gregario Magna: san
Gregario monaco,' Vescovo, Papa; san Gregario uomo della Parola.
È sua la formidabile intuizione che la Scrittura cresce in noi che la
leggiamo: Scriptura crescit cum legente. Così come è pure
illuminante e confortante per noi un' altra sua esperienza di cui ci ha
lasciato testimonianza: che più di una volta, non avendo capito un
passo della Scrittura, l'ha compreso poi spiegandolo alla gente.
È quindi il patrono della nostra predicazione biblica, il patrono del
nostro amore alla Scrittura, l'uomo della Parola.
E insieme uomo dell' equilibrio. Imparai ad apprezzarlo molti anni
fa, quando vivevo a Roma come studente e professore di Scrittura.
In quegli anni vivevo interiormente molte contraddizioni ed emozioni
e fui aiutato dalla lettura della Regula pastoralis,che è un
capolavoro di equilibrio, un continuo
Un modello di pastore
mettere in relazione gli opposti per trovare il giusto mezzo, ed è
perciò una lezione di vita straordinaria.
La vita è fatta di contrari, di opposti, di opposizioni; noi dobbiamo
sempre cercare la via media, la via che risolve le antinomie, le
contraddizioni. La Regula pastoralis è tutta giocata su questa
contrapposizione pacificata, superata.
E mi piace ricordare che fui aiutato anche dall'aver trovato una
significativa assonanza con le riflessioni di Gregario in un' opera
giovanile di Romano Guardini, L'opposizione polare, dove pure si
invita a rifiutare ogni estremismo e a ricreare continuamente un
equilibrio di contrari, che è fautore di crescita e di gioia, perché ci
consente di comprendere la complessità del reale.
Dalle Omelie su Ezechiele è tratta invece la pagina che di san
Gregorio ci propone oggi il breviario, una pagina che ce lo rende
molto vicino e simpatico.
Egli riconosce la sua incapacità a fare unità nella vita, perché
sballottato, tirato da ogni parte. Doveva infatti procurare il
necessario per i monaci, curarsi delle faccende dei cittadini,
respingere i barbari; riconosce di trovarsi addirittura a volte
coinvolto nel pettegolezzo, cominciato col desiderio di assecondare
qualcuno per accattivarsene la benevolenza, ma poi accettato
volentieri.
Uomo quindi verissimo, umilissimo, che, riconoscendo le proprie
debolezze, vedendosi confuso e lacerato, si affidava a chi poteva
salvarlo: «Forse lo stesso riconoscimento delle mie colpe mi otterrà
perdono presso il giudice pietoso».
Davvero un esempio straordinario di pastore. Tanto più che ha
vissuto in circostanze sociali, politiche ed ecclesiali dolorosissime l'invasione dei barbari, il venir meno di ogni autorità, il moltiplicarsi
di ingiustizie e di atti di violenza, i rapporti difficili con l'Oriente. Egli
ci insegna che, qualunque sia la nostra situazione, possiamo
diventare santi. Non ha aspettato momenti migliori, ma ha vissuto le
tragiche difficoltà dei suoi tempi compiendo in ogni momento la
volontà del Padre e, abbracciandola, si è trovato immerso nella
santità di Dio.
Così egli è modello di ogni pastore, di ogni vescovo in particolare
che, schiacciato da mille richieste, tutte urgenti, tutte necessarie,
tutte una più importante dell' altra, deve cercare di vivere nella pace
un simile accumulo di urgenze. Ed è pure patrono dei parroci, anch'
essi sempre assillati da esigenze, da sollecitazioni, da lamentele,
da ricatti affettivi, dovendo trovare in tutto questo la linea dell'unità,
dell'umiltà, della verità.
È dono di Dio, e lo chiediamo per intercessione di san Gregorio.
La legge dell'amore
«In quel tempo, gli scribi e i farisei dissero a Gesù:
"I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno
orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i
tuoi mangiano e bevono!".
Gesù rispose: "Potete far digiunare gli invitati a
nozze, mentre lo sposo è con loro?
Verranno però i giorni in cui lo sposo sarà strappato
da loro; allora, in quei giorni, digiuneranno".
Diceva loro 'anche una parabola: "Nessuno strappa
un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un
vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la
toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio.
E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi;
altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori
e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo bisogna
metterlo in otri nuovi.
Nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo,
perché dice: Il vecchio è buono!"» (Le 5,33-39).
Il brano di Luca inizia con la menzione della preghiera dei discepoli
di Giovanni e dei discepoli dei farisei. Circa la prima, troviamo un
unico riferimento, oltre a quello del nostro testo, in Le 11,1: «Uno
dei discepoli disse a Gesù: "Insegnaci a pregare, come anche
Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli"». Due sole menzioni,
dunque, ma significative.
Delle orazioni dei farisei e dei loro discepoli ci parla per esempio
Marco: «Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe
preghiere» (12,40) e il parallelo lucano (20,47). Ambedue
sottolineano l'ostentazione e la lunghezza delle preghiere.
Così siamo condotti al confronto con la preghiera che ci ha
insegnato Gesù. E ancora una volta il Padre Nostro ci appare in
tutta la sua preziosità, come una piccola miniatura, un piccolo
gioiello, in cui ogni parola può essere ampliata a misura della
grandezza di Cristo, e che nella sua brevità e semplicità contiene
un sapere e una forza formidabili.
Poi Gesù insegna che ciò che- conta è la presenza dello sposo,
non tanto il digiuno.
È un nuovo modo di pensare, in cui non è più la legge che importa,
ma l'amore personale a Gesù, Gesù come sposo e amico in mezzo
a noi, Gesù come nostro tutto.
Certo noi passiamo nella vita momenti diversi riguardo alla nostra
familiarità con Gesù. Ci sono momenti in cui essa è facile, dolce,
gioiosa. Allora, come dice l'Imitazione di Cristo, «esse cum Jesu
dulcis paradisus», essere con Gesù è un dolce paradiso.
Quando però Gesù sta in silenzio, allora ci deprimiamo e vorremmo
avere il coraggio di dire, come santa Teresa di Gesù Bambino: sono
una pallina che Gesù può far giocherellare tra le mani o buttare da
parte. lo so che in ogni caso egli mi ama.
«Il mio giudice è il Signore»
«Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo
e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si
richiede negli amministratori è che ognuno risulti
fedele.
A me però, poco importa di venir giudicato da voi o
da un consesso umano; anzi, io neppure giudico
me stesso, perché anche se non sono consapevole
di colpa alcuna, non per questo sono giustificato. Il
mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò
giudicare nulla prima del tempo, finché venga il
Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre
e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno
avrà la sua lode da Dio» (1 Cor 4, 1-5).
Dalla prima lettura possiamo imparare una grande libertà di spirito.
Perché neanche noi possiamo giudicarci, ma Dio solo. «Anche se
non sono consapevole di colpa alcuna, non per questo sono
giustificato». Non mi preoccupa quindi il giudizio della gente, per
quante critiche o lodi mi faccia; non mi giudico e giustifico
neanch'io, perché è solo il Signore buono che può giudicarmi e
giustificarmi.
Ricordo un mio prete, un grande teologo, uomo di grande
spiritualità, morto ancora giovane di tumore, che diceva nel suo
testamento spirituale: sono contento di trovarmi di fronte a un
giudice che ha dato la: vita per me; lui mi giudicherà e allora saprò
quanto valgo. Non varrò certo tanto, ma so che lui mi amerà e mi
perdonerà. Secondo la parola di Paolo: «Non vogliate giudicare
nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli manifesterà le
intenzioni dei cuori, allora ciascuno avrà la sua lode da Dio».
Noi ci affidiamo a te, o Signore, giusto giudice. Siamo contenti di
non essere in grado di giudicare a fondo la nostra vita, se siamo o
no appieno nella volontà di Dio, se viviamo veramente il Vangelo,
se questa nostra Chiesa è davvero evangelica come dovrebbe. Tu
lo sai, Signore, e tu ci giudicherai con amore e anche con la
capacità di purificarci, perché noi siamo tuoi e vogliamo che tu solo
regni nei nostri cuori.
IX MEDITAZIONE
«Dacci oggi il nostro pane quotidiano»
In questo momento, in quest'ora del venerdì, a Gerusalemme si sta
facendo la Via Crucis per le strade della città e si giunge fino all'
altare della Madonna Addolorata, quasi per concludere il cammino
verso il Calvario e poi al Sepolcro. Chiediamo perciò l'intercessione
di Maria per unirci a quel cammino, che raffigura la sofferenza di
Gesù e dell'umanità intera.
C'è ancora una domanda del Padre Nostro che non abbiamo
considerato ed è la richiesta del pane quotidiano. È la più piccola,
potremmo dire quasi la meno interessante, la più modesta, e però
forse quella che ci tocca più immediatamente.
Ed è curioso che ci sia questa domanda e non altre. Mi sono detto
sovente: perché non si desidera ottenere la fede, la speranza, la
carità, ma semplicemente il pane quotidiano?
Cerchiamo di capire dunque il senso di queste parole, fiduciosi che
lo Spirito ci può illuminare sulla profondità e sulla verità di ciò che
Gesù ci fa chiedere.
Quale pane?
A differenza delle prime tre invocazioni, dove all'inizio c'è il verbo
(<<sia santificato il tuo nome», «venga il tuo Regno», «sia fatta la
tua volontà»), qui all'inizio troviamo il sostantivo: «il pane nostro
quotidiano dacei oggi». È messo quindi in rilievo il pane.
* Che cosa si intende con «pane»?
Certamente il pane materiale, ma si può allargare il significato
riferendosi al fabbisogno di una giornata, a ciò che è necessario e
indispensabile per sopravvivere.
* Il pane - dice il testo greco - «emòn», «di noi», nostro, «ton
epioùsion».
Che cosa voglia dire «il pane ton epioùsion» nessuno lo sa.
È un termine greco di cui a tutt'oggi non si è chiarito pienamente il
significato; ricorre solo in questo passo della Scrittura e in un papiro
antico, dove pure non è sicuro ciò che si intende - forse riguarda il
vitto, le derrate quotidiane. Del resto le versioni antiche, che vanno
un po' in tutti i sensi, ci confermano che la parola è di difficile
interpretazione.
La versione Vetus latina traduceva «quotidiano», come traduciamo
noi oggi; non si saprebbe però giustificare tale scelta. La Volgata di
san Girolamo traduceva «supersostanziale», sovrasostanziale,
intendendo il pane celeste, il pane dell'Eucaristia, il pane dell'
amore infinito del Padre, il pane della vita eterna.
La versione siriaca traduceva «perpetuo», per indicare anch' essa
che non riguarda soltanto l'oggi, bensì ci viene dato nell' oggi per
l'eternità. Un' altra versione siriaca parla di «necessario».
Interessante è pure la traduzione sahidica: «che viene», il pane che
viene; forse è la traduzione grammaticalmente più esatta, che
rende meglio il significato del verbo greco. In un' altra traduzione
coptica troviamo «di domani», il pane di domani; a dire che chi
lavora a giornata ha già avuto il pane dell' oggi e, ricevendo la
mercede alla sera, può comprare il pane di domani.
Comunque nessuno sa esattamente quale sia la versione migliore.
La versione CEI e altre hanno optato per il termine «quotidiano» e
noi ei atteniamo a questa scelta, che comunque ha una sua logicità.
* Notiamo da ultimo che, se la domanda nel testo di Matteo suona:
ton àrton emòn ton epioùsion dos emìn sémeron, «il pane nostro
quotidiano da' a noi oggi», leggermente diversa è la domanda nel
vangelo di Luca, che esprime il medesimo contenuto con altre
forme verbali: ton àrton emòn ton epioùsion dìdou emìn to kath
'eméran, «il pane nostro quotidiano continua a dare a noi quello di
ogni giorno». Luca sembra un po' più previdente, in quanto non
chiede solo il pane per l'oggi, bensì il pane che viene dato ogni
giorno.
Chi prega così?
Possiamo approfondire la riflessione domandando ci chi è il
soggetto che esprime la richiesta, a chi essa si attaglia bene.
* Alcuni esegeti, soprattutto coloro che interpretano il Padre Nostro
come la preghiera che Gesù consegna ai discepoli itineranti, i
discepoli che manda in missione senza bisaccia e senza denaro (cf
Lc 10,4), ritengono che sia valida anzitutto per loro. Hanno lasciato
tutto, non hanno nulla e domandano ogni giorno con fiducia che il
Padre del cielo dia loro quel tanto di cui hanno bisogno per
sopravvivere, così da poter predicare nell' oggi il Vangelo, senza
preoccuparsi del domani. La domanda suppone un' estrema
povertà e un' estrema fiducia.
È certo l'interpretazione più radicale.
* Ovviamente questa domanda, inserita nei vangeli, si adatta poi ad
altre situazioni. Così, per esempio, alla situazione del discepolo in
generale, non semplicemente del discepolo itinerante che va in giro
senza provviste, ma di ogni discepolo che ha deciso di seguire
Gesù e non. fa comunque conto sulle sue ricchezze né ha tante
pretese; non vuole arricchire, non vuole grandi sicurezze, chiede
soltanto l'aiuto giorno per giorno.
* La terza situazione che possiamo intravedere dietro alla richiesta
è quella dell'uomo che si sa fragile, debole, in precari età, e confida
perciò nel Padre. È una bella preghiera di fiducia: il Padre vostro sa
che avete bisogno di tutte queste cose. Il Padre vostro provvede
agli uccelli dell' aria, ai gigli del campo, provvederà anche a voi (cf
Mt 6,25 ss.).
In questo senso la richiesta del pane corrisponde un poco alla
spiritualità che traspare dal libro dei Proverbi, per esempio in 30, 79: «lo ti domando due cose, / non negarmele prima che io muoia: /
tieni lontane da me la falsità e la menzogna, / non darmi né povertà
né ricchezza; / ma fammi avere il cibo necessario, / perché, una
volta sazio, io non ti rinneghi / e dica: Chi è il Signore?» - basto io
per me - «oppure, ridotto all'indigenza, non rubi / e profani il nome
del mio Dio».
Qualcosa di simile leggiamo nel Proverbio del c. 27 vv. 1-2, che può
pure servire bene come commento alla richiesta del pane nel Padre
Nostro: «Non ti vantare del domani, / perché non sai neppure che
cosa genera l'oggi». In altre parole: sii contento dell' oggi, sii
contento di ciò che il Signore oggi ti dà, il domani penserà a sé. È la
spiritualità che l'indimenticabile papa Giovanni XXIII chiamava di
una «povertà contenta», propria di chi non pretende molto, è
soddisfatto di quanto ha e chiede al Signore di mantenergli il
necessario così che non debba dispera!si, ma insieme di non
arricchirlo, per non cadere nelle tentazioni e nel pericolo.
Abbiamo dunque finora considerato tre situazioni progressivamente
più vicine alla nostra: la prima è la precarietà dei discepoli itineranti
che non hanno niente; la seconda è propria del discepolo che ha
deciso di seguire Gesù e non vuole contare sulle sue ricchezze né
ha grandi pretese; la terza riguarda in generale l'uomo che si affida
completamente a Dio sapendo che le ricchezze non bastano a
difenderlo né dalla malattia né dalla morte né dalla disgrazia.
* Sottolineo una quarta situazione che probabilmente è sottesa alla
domanda del pane: è quella del fedele che anela al pane che è
Gesù, al pane eterno, al pane della pienezza, e lo chiede fin da
oggi. Ci ricolleghiamo qui a quanto già detto a proposito della
traduzione di epioùsion con «sovrasostanziale», il pane della vita
eterna.
È una situazione che possiamo leggere chiaramente espressa nel
capitolo 6 del vangelo di Giovanni: «Rispose loro Gesù: "In verità, in
verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio
vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che
discende dal cielo e dà la vita al mondo". Allora gli dissero:
"Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose: "Io sono il
pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me
non avrà più sete"» (vv. 32-35).
E queste parole sono poi riprese nello stesso discorso: «lo sono il
pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto
e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne
mangia non muoia. lo sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno
mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia
carne per la vita del mondo» (vv. 48-51).
Se leggiamo i commenti dei Padri, ci accorgiamo che spaziano
dall'uno all'altro dei diversi significati. Penso sia lecito anche a noi
farlo, chiedendo il fabbisogno quotidiano, affidandoci al Padre come
figli e chiedendo il pane eucaristico.
La domanda «dacci oggi il nostro pane quotidiano» ha contorni
assai ampi e ciascuno può darle il significato che lo Spirito gli
suggerisce. È comunque una domanda che va alla sostanza delle
cose e di conseguenza, a un certo punto, a quella sostanza che è
Gesù.
Umiltà, fiducia filiale, solidarietà
Quali sono gli atteggiamenti che una simile preghiera suggerisce
come atteggiamenti evangelici?
Ne sottolineo cinque.
* È certo una preghiera da gente modesta, non da ricchi.
Suggerisce di accontentarsi del necessario, di non volere troppo, di
non volere avere tutto, di ringraziare per ciò che viene dato.
* Il secondo atteggiamento è di grande fiducia filiale nel Padre.
Viene alla mente una bellissima traduzione di questo
atteggiamento, la famosa preghiera di eh. de Foucauld:
«Padre mio,
mi abbandono a Te,
fa' di me quello che vuoi.
Qualsiasi cosa Tu faccia di me io ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto.
Purché si compia la tua volontà in me,
in tutte le tue creature
non desidero altro, mio Dio.
Rimetto la mia anima nelle tue mani,
la do a Te, mio Dio, con tutto l'amore che ho nel cuore,
perché ti amo, ,
e perché ho bisogno di amore, di far dono di me,
di rimettermi nelle tue mani senza misura,
con infinita fiducia.
Perché Tu sei mio Padre».
È un affidamento totale al Padre, per l'oggi e per il domani, per la
vita e per la morte.
* Il terzo atteggiamento è quello della solidarietà. Teniamo presente
che la richiesta è fatta al plurale: «Da' a noi oggi il nostro pane
quotidiano». Suscita quindi la nostra solidarietà, l'attenzione per i
poveri, per chi non ha il pane quotidiano, per i popoli che soffrono la
fame. A me pare che da questa preghiera possa nascere anche un
movimento per la giustizia, per fare in modo che tutti abbiano
almeno il necessario per sopravvivere.
* Il quarto atteggiamento a cui siamo invitati è quello che troviamo
espresso fortemente nel Discorso della montagna. L'abbiamo già
accennato, ma vi ritorno, perché spesso ce ne dimentichiamo. E
tante volte mi dico: credo davvero alle parole del Discorso della
montagna e le vivo? le ho fatte mie sul serio?
Mi riferisco alla pagina di Mt 6, 25-34: «Perciò vi dico: per la vostra
vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche
per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse
più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo:
non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il
Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi
di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un' ora sola alla
sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come
crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi
dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come
uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e
domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di
poca fede?». Spesso mi riconosco in questa gente di poca fede,
molto preoccupata per ciò che bisogna fare, sapere, dire, avere.
«Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che
cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si
preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete
bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte
queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque
per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A
ciascun giorno basta la sua pena» .
Parole d'oro. Eppure noi non ce ne ricordiamo, perché siamo
talmente preoccupati, ansiosi e bisognosi di programmi certi, sicuri,
palpabili, che non lasciamo niente alla Provvidenza. Quando poi la
Provvidenza ci sorprende con eventi inaspettati, come una
disgrazia o una malattia improvvisa, ci accorgiamo di aver fatto
troppo i conti su noi stessi.
Siamo così sollecitati a verificarci sulla nostra capacità di affidarci al
Padre, vincendo le preoccupazioni e la paura del domani.
* Un ultimo atteggiamento deriva dall'interpretazione di «pane»
quale pane eucaristico: è la fiducia nell'Eucaristia, il nostro pane
quotidiano, è la fiducia nella parola di Dio, di cui ci nutriamo ogni
giorno. Questo cibo ha il potere di sostenerci, di confortarci, di
confermarci, di renderci perseveranti. Da soli non ce la faremmo;
ma il pane eucaristico, il pane della Parola, chiesto umilmente nella
preghiera, ci preserva nelle tentazioni e ci dona quella
perseveranza che è capace di rispondere alle promesse di Dio.
Conclusione
Sarebbe stato bello avere il tempo per fare una lettura sintetica, di
insieme, del Padre Nostro, leggendo nelle sue richieste la Passione
di Gesù, la sua gloria e risurrezione, e la Trinità. È questo, a mio
giudizio, il punto conclusivo.
La Trinità è presente perché invochiamo il Padre che è «nei cieli»,
là dove è l'inizio del fuoco d'Amore che dilaga nel mondo, del
torrente di dedizione e d'Amore che è il Mistero trinitario: il Padre
genera il Figlio nello Spirito santo.
La Trinità è presente perché opera in Gesù.
Egli è colui che per eccellenza santifica il nome del Padre, è il
santo, il consacrato, l'inviato nel mondo, colui che è «costituito
Figlio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la
risurrezione dai morti» (Rm 1,4); colui che anche santifica se stesso
per noi, affinché a nostra volta siamo santificati nella verità.
Gesù è il Regno, che viene nella sua predicazione, nei miracoli,
nella sua Passione e nella sua gloria. In tutto questo compie
perfettamente la volontà del Padre, che è il suo cibo. «Ed è appunto
per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'
offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb
10,10), ma presente in ogni Eucaristia, nel pane quotidiano in cui si
dona invincibilmente a noi il Mistero del Figlio, del Padre e dello
Spirito.
Nella forza dello Spirito Gesù rimette i peccati
- «Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno
rimessi» (Gv 20,22-23) -, quello Spirito che ci difende nelle
tentazioni, «convincendo il mondo quanto al peccato, alla giustizia e
al giudizio» (Gv 16,8).
E solo per la forza dello Spirito santo Gesù ci libera dal male.
Lascio a voi di approfondire questa lettura sintetica. Scrive Ignazio
che chi propone le meditazioni offre solo qualche stimolo sul quale
poi devono lavorare gli esercitanti anche dopo la conclusione degli
esercizi, richiamando tutte le ricchezze della parola di Dio.
In questa Parola, che è luce ai nostri passi, resteremo uniti e a essa
vi affido perché, oltre ogni nostra resistenza, ha il potere di
santificarci e di farci vivere come Gesù.
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