Le radici Storie semplici Interviste a persone che vivono o lavorano a Gavirate Luciano Folpini Edizione Kairòs Centro culturale del Decanato di Besozzo Aderente al Progetto Culturale della Cei Gavirate – aprile 2015 Storie semplici Indice 1. Premessa ............................................................................................................. 4 2. Gavirate e le sue antiche contrade ....................................................................... 4 3. Quando passava il tram........................................................................................ 6 4. La casa del popolo ................................................................................................ 7 5. Il reduce e la barcaiola ......................................................................................... 8 6. Il lavatoio e la Prealpina di Fignano .................................................................... 11 7. L'ultimo mugnaio ............................................................................................... 13 8. Renzo e il barutat (novembre 2010) ................................................................... 14 9. Lo sciupa femmine ............................................................................................. 18 10. L’antica cappella ............................................................................................. 18 11. Maria e il pio partigiano .................................................................................. 20 12. Anziani e figli ................................................................................................... 23 13. Il marito scomparso ........................................................................................ 24 14. La nipote brasiliana ......................................................................................... 27 15. La vita grama................................................................................................... 28 16. Il marito malato .............................................................................................. 28 17. L’allegro valigiaio ............................................................................................ 29 18. L’emigrante ..................................................................................................... 30 19. Le due amiche ................................................................................................. 31 20. La trattoria del Nord e il diario di Lucia ........................................................... 32 21. La nonna di don Piero ..................................................................................... 38 22. Il Totomondiale ............................................................................................... 40 23. Ferragosto a Ispra ........................................................................................... 41 24. Il Comifestivalando ......................................................................................... 42 25. La Corrida........................................................................................................ 42 26. Il torneo di scopa ............................................................................................ 43 27. Il campione ..................................................................................................... 43 28. Il pittore e le bande ......................................................................................... 44 29. La poetessa ..................................................................................................... 46 30. Ur cercott ........................................................................................................ 48 2 Storie semplici 31. I ragazzi del sabato .......................................................................................... 48 32. Era una di noi .................................................................................................. 49 33. Caterina, Rosetta e Teresa .............................................................................. 49 34. I ragazzi ........................................................................................................... 51 35. Lavoro o missione? ......................................................................................... 53 36. I calzini viola .................................................................................................... 54 37. Il pittore .......................................................................................................... 55 38. Si può ancora vivere ........................................................................................ 56 39. Colpa del nonno .............................................................................................. 58 40. L’Acqua calda .................................................................................................. 59 41. La scoperta di Gulliver..................................................................................... 60 42. L’infermiera venuta da lontano ....................................................................... 61 43. La Maria .......................................................................................................... 61 44. Il cuore troppo piccolo .................................................................................... 62 45. Venuta per amore ........................................................................................... 64 46. Occhi da formica ............................................................................................. 65 3 Storie semplici 1. Premessa È questa una raccolta d’interviste tratte principalmente dal libro Le nostre storie, Un viso, una storia, che ho scritto nel 2010 in occasione del Centenario della Casa Domenico Bernacchi e da Gavirate, alla ricerca dell’anima, del 2006. Si tratta delle storie più belle della gente che ho incontrato in questi ultimi 15 anni proveniente da diverse località e paesi che vive o lavora a Gavirate. Un affresco straordinario di storie vissute e raccontate con umiltà e grande passione. 2. Gavirate e le sue antiche contrade Giuseppe Nassi è sempre stato una persona sportiva e gli piaceva giocare a calcio con gli amici. Mettevan su una squadretta e qualche premio, una bottiglia di vino, una torta, e chi vinceva condivideva il premio con gli altri. A Gavirate si faceva il palio dei rioni: Fignano, Pozzuolo, Armino, la Lea, il quartiere signorile del centro, la Riva dei Brutti, così detta non per i “brutti e buoni” ma perché erano proprio brutti, e la Bovisa, che corrispondeva a viale Ticino dove c’è la Madonnina. Ogni rione aveva una squadra. Si sfidavano a vicenda in gare sportive. C’era un tifo, una rivalità e un astio tremendo; i più cattivi erano quelli di Voltorre e Oltrona; prendevano in giro e scherzavano gli altri rioni nei giorni precedenti le competizioni. Durante l’anno capitava di sfottersi. Tante volte si facevano delle partite, Fignano contro Pozzuolo, Lea contro viale Ticino. 4 Storie semplici Ma quando c’era qualche lite, c’era sempre di mezzo Fignano. Qualche volta ha partecipato a varie gare sportive: in bicicletta di 2 o 4 km, di bocce, della corsa con le carriole, con i sacchi e il tiro alla fune. Più recenti sono state le gare in barca e le partite di calcio. Ogni rione aveva la propria bandiera con i suoi colori. Durante il palio, oltre alle gare, si faceva la sfilata dei carri. Ogni quartiere allestiva il proprio carro che sfilava in Gavirate con la bandiera. Un anno hanno fatto il carro della classe con persone adulte vestite da scolari col grembiule nero e il colletto bianco, come una volta, ovviamente eccetto la maestra. Tutti partecipavano alla costruzione dei carri che iniziava mesi prima e venivano anche dagli altri paesi per vederli. Alla fine delle competizioni la contrada vittoriosa era premiata con una coppa e per tutto l’anno conservava il titolo di “campione in carica”. Si faceva una festa con un pranzo cui partecipavano tutti: giovani, mamme, cognate, zie… Purtroppo questa tradizione si è persa. C’era troppo da lavorare e poi era molto costosa. Chi poteva contribuiva economicamente, gli altri lavoravano. Io e la mia famiglia, che appartenevamo alla contrada di Fignano, detta la Cocca, ossia la chioccia. La contrada di Armino era detta la pinta, per l’anfora piena di monete d’oro che si narra fosse stata ritrovata in un caseggiato da soldati spagnoli. Pozzuolo si chiamava così per via del pozzo, Voltorre era La Tor, cioè la torre e Oltrona era i sarisch, che significa i sassi. A Fignano su per la Bellaria c’è la villa di Domenico Bernacchi, una bella villa con la torretta, tutta merli, che veniva da Milano. Quando passeggiava in carrozza, buttava gran caramelle ai bambini che incontrava. La villa c’è ancora, ma è stata venduta due o tre volte e il parco sulla collina è stato utilizzato per costruirvi delle case. Sembra ci sia ancora un erede a Milano… L’appartenenza al quartiere era importante, c’era rivalità durante tutto l’anno e durante il periodo natalizio c’era la “gara” dei presepi. Nel mio quartiere, Fignano, lo facevano alla fontana, a volte sopra l’acqua e a volte dentro quando la svuotavano. Il giorno di San Carlo ad Armino si festeggiavano col palo della cuccagna. A Natale, dopo la Messa di mezzanotte, a Fignano si usava fare il falò e offrire il vin brulé. Sono tradizioni antiche e belle, come quella del 15 di settembre: la festa paesana della “Madonna Addolorata”. In tale occasione vi era l’usanza di addobbare grandi portoni con fiori di carta, cannette e muschio. Una volta quelli di viale Verbano hanno fatto un grande arco dipinto in finto marmo. Guardandolo sembrava marmo vero, mentre in realtà si trattava di una struttura in compensato. Si narra che Churchill, che si trovava a Stresa per un incontro politico, sia passato da Gavirate e colpito dall’opera artistica sia saltato giù dalla vettura per mirarla e sapere chi fosse il promotore. Lui ricorda che avvenne quando aveva circa 18 anni, e ricorda anche che quando da Gavirate è passato Garibaldi… lui non c’era! 5 Storie semplici 3. Quando passava il tram Matilde Moroni, ricorda che quando a Gavirate passava il tram era una signorina cui piaceva girare. Esistevano diverse linee del tram, quella che da Varese arrivava ad Angera passando per Casciago, Barasso, Comerio, Gavirate, Bardello, Besozzo poi Brebbia, Ispra e Angera passando a Gavirate per la strada del Sasso. Un’altra linea era quella che da Varese andava alla Prima Cappella dove si poteva prendere la funicolare che portava al Sacro Monte e al Campo dei Fiori. C’erano anche la linea Varese–Luino, quella che collegava Cittiglio a Bosco Valtravaglia e quella che univa Ghirla a Ponte Tresa. A Ghirla e a Ganna c’era un punto di scambio, in cui si poteva cambiare il tram. C’èra chi andava a Ponte Tresa e chi proseguiva per Cunardo, Ferrera sino a Grantola e a Molino D’Anna, una frazioncina di Bosco. Lì c’era un altro cambio di tram, quello che andava a Cittiglio partendo da Luino. A Molino D’Anna, che era una stazione di scambio, scendevano i passeggeri diretti a Cittiglio e cambiavano tram, mentre gli altri erano diretti a Varese. Ogni fermata aveva la sua stazioncina, un locale aperto, col tetto e le panchine in sasso, alcune delle quali si possono ancora vedere. I tram erano bianchi. E molte persone prendevano il tram, non solo nei giorni festivi per fare una gita, ma anche in quelli feriali per andare a lavorare. Anche lei andavo col tram al calzaturificio Elio, dove era impiegata. Qualche volta le capitava di dormire troppo e allora per arrivare in tempo alla fermata del tram faceva una scorciatoia. A un certo punto della strada c’era una curva in cui si accedeva a un sentiero che permetteva di accorciare il tragitto per arrivare alla fermata. Amava il suo lavoro e conosceva bene il padrone e la signora Iolanda, sua moglie. 6 Storie semplici Sapeva bene il lavoro e i padroni la facevano andare anche in studio a preparare le stecche di balena che mettevamo dentro gli stivali di soldati e ufficiali. Si confezionavano anche scarpe da uomo soprattutto per i soldati che andavano in Etiopia e per i vigili del fuoco di tutta Italia. Si lavorava tanto. Quando il padrone è morto, in che modo non si sa, la ditta ha chiuso. A dire il vero, già negli ultimi anni aveva iniziato ad andare un po’ in malora. Quando hanno tolto il tram, strappato tutti i binari e disfatto le stazioncine, sua mamma ha fatto dei sacrifici per poter comperare la bicicletta a lei e sua sorella. Abitavano a Molino D’Anna e andavano al lavoro in bicicletta allo stabilimento, vicino a Luino. Per raggiungerlo c’era un tratto di strada in salita che percorreva a piedi con la bicicletta a mano. Ah, il tram com’era comodo! Quando sono andati ad abitare a Gavirate il tram, purtroppo non c’era più. Era stato sostituito dalla corriera. Col tram si raggiungeva facilmente anche Cuvio Canonica, dove c’era un negozio in cui vendevano i tessuti per confezionare le tovaglie e le lenzuola. Lei aveva due mani d’oro, acquistava la stoffa per fare gli abiti e comprava il cotone per ricamare i centri con un punto francese. Ha lasciato un centro a metà perché purtroppo ha avuto problemi con le mani. 4. La casa del popolo Grazioli Erminia era nata a Castiglione Olona nel 1928 in una famiglia di cinque fratelli e due sorelle, a dodici anni andò a lavorare in campagna. Tre dei suoi fratelli andarono in guerra e uno restò disperso in Russia. Aiutava una parente al bar del suo paese quando entra il Lido Berlusconi, imbianchino di Gavirate, ma non era suo parente, sia affretta a dire sottolineando con orgoglio: io sono di sinistra. Scattò il colpo di fulmine. Si sposano e andarono ad abitare a Fignano dove avrà un figlio che proseguirà il lavoro del padre. Lei lavorava all’Astra che dava il pranzo di mezzogiorno da consumare a casa. Lei spesso lo consumava col marito e serviva anche per la cena. Il marito, iscritto al partito, era socio della Casa del Popolo, qualifica che erediterà lei dopo la sua morte. Essere socio, specificò, non comporta guadagni ma solo qualche regalo simbolico a Natale. La Casa del Popolo, fondata del 1946 e il Circolo Acli, fondato nel 1947, raccolgono l’antica eredità della Società Operaia di Mutuo soccorso fondata nel 1868 dall’avvocato Enrico Baj, là dove oggi c’è il cinema Garden, allora centro della vita sociale di Gavirate. Nel 1888 la società con altre istituzioni, fonda la Ludendo Benefica che tra le sue attività comprende l’organizzazione di feste da ballo e rappresentazioni teatrali. Nel 1908 dà impulso alla Cooperativa Operaia di Consumo con succursale a Pozzolo. Nel 1922 darà luogo alla prima scuola serale di disegno edile che consentirà a molti di diventare lavoratori qualificati richiesti anche all’estero. 7 Storie semplici Nel 1927, diventata Società Operaia di Mutuo Soccorso, Istruzione e Beneficenza, riesce a mantenere una certa autonomia dal regime fascista e ampliare gli indirizzi della scuola anche al settore meccanico. Cesserà la sua attività nel 1968 donando i suoi immobili al comune. Ma ritornando alla serena Erminia, questa sottolinea lo spirito di solidarietà che c’è sempre stato tra le famiglie dei soci, e ricorda le feste in montagna, i picnic, le cene e i balli. Ora è nella casa di riposo e qui ha trovato tanti vecchi amici. Non le sembra che sia cambiato molto della sua vita. Ora legge molto e spesso canta con le amiche. È bisnonna e spesso la vengono a trovare anche i due nipoti. Dice: qui mi sento a casa mia. 5. Il reduce e la barcaiola Giuseppe Nassi, ha partecipato alla seconda guerra mondiale e ha voluto raccontare la sua storia da soldato, prigioniero e reduce perché non se perdesse la memoria per non ripetere i tragici errori in cui può cadere un popolo ingannato dai suoi governanti e dell’ingratitudine verso i suoi figli più giovani che dopo avere perso la vita o affrontato terribili sacrifici scoprono la sua ingratitudine. Il suo racconto parte dalla fine di questo tragico periodo. Ero lì ai piedi della via Bernacchi a Fignano, quella mattina di fine settembre del 1945 quando lo zio Pino e sua madre, la mia nonna Margherita, posero fine con un lungo e commovente abbraccio ad un’attesa disperata durata quasi quattro anni, gli anni del suo servizio militare prima e della prigionia poi. Così scrive don Luigi Del Torchio che allora aveva cinque anni, nella prefazione del libro del suo caro zio, Nassi Giuseppe. Scrive ancora: La nonna gli era corsa incontro appena era rimbalzata la notizia del suo ritorno. La mamma ci aveva ogni sera fatto pregare l’Addolorata per lui perché potesse tornare da quei brutti posti. La storia era cominciata quando alla fine del 1941, poco prima di compiere i vent’anni, arrivò la cartolina che lo invitava a presentarsi al Distretto Militare di Varese dove fu assegnato al 343° Reggimento di artiglieria di campagna e spedito con la tradotta a Cosenza, insieme a Bogni Vittorio di Groppello. Dopo vari spostamenti nel sud d’Italia, nel Natale del ’42 ha la prima licenza: dieci giorni più due di viaggio. Durante il viaggio di ritorno trova a Roma il fratello Guido col compaesano Margarini Domenico, arruolato nei granatieri di Sardegna. Ma al ritorno al reggimento la brutta notizia: si trasferivano in Albania, allora Italiana, a presidiare le zone pericolose dell’interno, prima la zona di Tirana-Elbasan, e poi quella presso il lago di Progradec o di Ochirida, dove le montagne pullulavano di partigiani o ribelli, come li chiamavamo gli italiani. L’8 settembre 1943 è salutato con manifestazioni di euforia. Tutti pensano che tutto sia finito. Ma il 12 settembre migliaia di soldati tedeschi li fanno prigionieri. Il 15 di settembre, alla festa dell’Addolorata, un ufficiale tedesco li invita ad andare volonta8 Storie semplici ri con loro in Italia per liberarla dagli americani sbarcati in Sicilia, altrimenti sarebbero andati a lavorare nelle miniere della Germania o peggio. Nessuno aderì. Allora prelevarono alcuni ufficiali, sottufficiali e soldati, tra cui l’amico Bogni Vittorio, e dissero che l’indomani avremmo saputo che fine avrebbero fatto quelli che non accettavano di collaborare. Li fucilarono ma nessuno neanche allora si unì a loro e così a marce forzate li portarono in Grecia e da lì con carri piombati in Bulgaria. Qui poco prima era morto il re Bulgaro Boris III e la regina Giovanna di Savoia volle che ogni prigioniero italiano che passava dal suo regno dovesse ricevere un pasto caldo. Come lo ricorda ancora quel pasto! Dopo un mese di viaggio in mezza Europa arrivano a Köninsberg sul mar Baltico. Lì c’erano circa quarantamila prigionieri provenienti da tutte le parti. Tolsero loro tutto, li immatricolarono come Genfangener Italiener (prigioniero italiano) col numero di matricola segnato su una piastrina che dovevano tener sempre al collo, e li assegnarono a una baracca abitata in prevalenza da belgi e francesi con cui fu facile familiarizzare. Il rancio era: il mattino un mestolo di tè; a mezzogiorno acqua, barbabietole e patate; e la sera un filone di pane ogni dieci prigionieri, da condire con margarina o marmellata. I francesi e i belgi avevano di tanto in tanto il controllo medico e tre o quattro volte il mese un pacco della Croce Rossa, gli italiani niente perché non avevano aderito alla Convenzione di Ginevra. Di giorno li mandavano a lavorare nelle campagne accompagnati da contadini. Durante la prigionia tre francesi tentarono la fuga attraverso una galleria, ma la pioggia la fece crollare e così il tentativo fu scoperto, ma non i colpevoli. Allora la loro baracca, che confinava con la galleria, fu lasciata senza cibo. I tre colpevoli allora si fecero avanti e di loro non si seppe più nulla. Poi furono trasferiti in Lituania a tagliar legna durante l’inverno del 43-44. Poi a Stammlager, in Polonia, per costruire una pista nel campo di aviazione della città di Bromberg. Qui i polacchi facevano trovare loro piccoli cartocci con pane e burro o lardo che nascondevano in piccole fessure dei muretti lungo la strada per andare al campo. Per alcuni non era difficile raccogliere quei pacchettini perché la guardia tedesca, assegnata una ogni quindici, li trattava con umanità, mentre altre guardie erano inflessibili e sequestravo i pacchetti e li gettavano ai cani. Lui ricorda quel bravo Franz assegnato al suo gruppo, aveva avuto due figli dispersi in Russia e divideva ogni giorno il suo rancio con uno diverso di loro. Dava sempre il suo “guten tag” (buon giorno) e teneva il gruppo come ultimo per poter entrare in un piccolo prestinaio e comprare qualche filone di pane da dividere tra loro. Una volta ebbe la gioia di poter assistere a una Messa e ricevere un santino del suo santo che affisse sopra il suo giaciglio provocando l’ira di una guardia che con un frustino gli fece sanguinare il viso. Così dovette nascondere il suo san Giuseppe sotto il giaciglio. Un’altra volta un carro perse delle patate e loro, per averle raccolte, furono messi per un giorno senza cibo in una buca con una piccola fessura in alto in cui si poteva sopravvivere al massimo tre giorni. Ma questa fu una solo delle tante punizioni che lo avevano più volte sfiorato e spesso finivano in modo tragico. 9 Storie semplici Nel ’44 poté spedire e ricevere alcune lettere del cognato che esprimevano la gioia di saperlo vivo e lo informarono della morte della sorella Irma, suor Margherita Romana, della nascita della nipotina Grazia e dell’invio di pacchi. Gli arrivò anche quella dell’amico Nino Realini che informava sulla morte di don Vittorio Brunetti e dell’arrivo di don Carlo Baj. Verso la fine del ’44 finalmente riceve il primo pacco che conteneva ogni ben di Dio. Nel gennaio del 1945, per l’avanzata dei russi, in un mese di marce forzate di trenta quaranta chilometri il giorno, furono trasferiti nei pressi di Berlino. La notte si fermavano in fienili o sotto portici. A volte erano svegliati nel pieno della notte e dovevano riprendere la marcia perché i russi erano troppo vicini. All’inizio, nella gran la confusione, alcuni si nascondevano sotto la paglia e riuscivano a fuggire, ma poi i tedeschi presero l’abitudine di sparare dentro la paglia e qualcuno fu ucciso o ferito e allora i tentativi cessarono. Durante i trasferimenti erano affiancati dalla popolazione che fuggiva. Due giorni prima di arrivare a Berlino, una notte un ufficiale passò con la pila e vide vicino a lui un escremento e lo accusò. Era secco e quindi non poteva essere suo, ma lui gli puntò la pistola alla testa e lo costrinse a mettersi in ginocchio e col tacco gli spinse dentro la faccia tra le sue risate. Pianse di rabbia. Arrivati a Berlino, a causa dei bombardamenti, dopo pochi giorni furono trasferiti in una fattoria a Wismar dove nell’aprile del 1945 improvvisamente si ritrovarono soli e liberi in una terra di nessuno. Seguirono il consiglio di un vecchio contadino e si diressero, con un carretto e un cavallo ritrovati nei boschi, nella direzione degli americani che li inviarono in un campo di raccolta dove poterono ristabilirsi. Ma dovettero aspettare sino al 20 settembre per poter ripartire per l’Italia. Sul treno incontra l’amico Vittorio Mattioni e dopo varie peripezie insieme arrivano a Varese dove prendono una corriera della Satov per raggiungere a Gavirate. Il controllore pretendeva il biglietto, che ovviamente non potevano acquistare ma, dopo le rimostranze degli altri passeggeri, questi rinunciò alle sue pretese. Arrivati alla fermata di via Roma si abbracciano e si separano. In piazza della Libertà incontra il padre carrettiere, al lavoro. Che emozione quell’abbraccio! Altri corrono ad avvisare la madre che tutta affannata lascia la casa di via Bernacchi e gli corre incontro e tra le lacrime lo abbraccia davanti al negozio della Lisetta. Il giorno dopo, lui uomo di fede, andò a ringraziare la sua Addolorata e il suo santo protettore per il miracolo di aver superato così tanti pericoli. Non gli importò molto che la gente sembrasse ignorarlo e il Comune gli desse solo una camicia e tre chili di riso. Gli dispiaceva soltanto che la gente, non interessandosi a lui, dimenticava quei tanti eroici figli che aveva mandato a morire in guerra senza aver fatto nulla per impedirlo. Solo dopo l’8 settembre del 1943 era comparsa sulla scena la Resistenza. Entra a lavorare all’Astra e poi per sua fortuna conosce la Miranda Colombo, la giovane figlia del marionela, il barcaiolo che accompagnava i Signori dal lido all’Isolino 10 Storie semplici con la sua barca a remi. Anche lei brava rematrice, era diventata barcaiola. Nel 1949 si sposano ed hanno sei figli che iniziano a lavorare presto per aiutare la famiglia. Ma i ricordi di prigioniero di guerra non lo lasciano in pace e decide con l’aiuto del nipote Luigi Del Torchio di pubblicarli a sue spese su un libretto, ora introvabile, che stampa in trecento copie che in breve tempo vanno esaurite, dedicato ai compagni di prigionia morti nei campi di concentramento, perché tu sappia, scrive come motto. I tre milioni ricavati dalla vendita del libro, li donò in parti uguali alla Casa di Riposo, alla Casa della Madre e del Fanciullo e all’Orfanatrofio. Solo dopo la morte della moglie, nel 2007, il vecchio combattente si arrende e poco dopo si lascia ricoverare alla Casa Bernacchi. 6. Il lavatoio e la Prealpina di Fignano Catalano Eleonora nasce nel paese agricolo di Guilmi in provincia di Chieti, nel 1933. Ha nove fratelli e un padre padrone molto manesco. Nel 1959 il parroco le propone di mettersi in corrispondenza con uno di Cremona. Questi era tornato dalla guerra dopo la tragica campagna di Russia. Questa guerra iniziata nel 1941, vide la partecipazione degli italiani, per la convinzione da parte del governo, che questa sarebbe stata guerra di facile conquista. Furono inviati gradualmente 229.000 soldati italiani mal equipaggiati inquadrati prima nel CSIR e poi nell’Armir. Dopo l’avanzata sino le porte di Mosca, nel gennaio del 11 Storie semplici 1943, le forze sovietiche passano al contrattacco e sfondano le linee nemiche. Incomincia la disastrosa e disorganizzata ritirata che vede soccombere 74.800 soldati, mentre i 114.425 superstiti, dopo tredici violente battaglie combattute per proteggere la ritirata, gli assalti dei partigiani russi e la neve alta, riescono dopo una marcia di oltre 350 km, durante la quale i soldati cadevano congelati e sfiniti come mosche, a rientrare in Germania e dopo alterne vicende, a ritornare alla fine della guerra in Italia. Il loro ritorno fu accolto in sordina, come se avessero avuto delle colpe. Ma la delusione dei soldati crebbe ancor più quando si accorsero che quasi tutte le loro donne si erano già sposate. Allora, tramite una specie di catena di sant’Antonio organizzata dai parroci, si misero in contatto con donne di altre località italiane. E così che Eleonora viene in contatto col suo futuro marito. Si scrivono lettere e si scambiano foto e dopo sei mesi sono decise le nozze. Gli sposi si conoscono il giorno delle nozze. L’intervista è fatta con l’indispensabile aiuto della figlia Primella, poiché lei ha difficoltà nella parola per cui è molto difficile capire quello che dice. Ma quando le chiediamo se si erano piaciuti, sorride e le si illuminano gli occhi, si sforza di parlare, ma la sua espressione rende ogni parola inutile. Per qualche giorno sono costretti a rimanere a Guilmi e dormire in camere separate. Lei con le donne, lui con gli uomini. Le chiediamo, ma anche la prima notte? E lei con un sospiro fa capire che fu proprio così. Poi per fortuna partono per Cremona, dove lui fa il bergamino (mungitore) sotto padrone e anche lei da una mano in stalla e nei campi. Li inizia la sua vita felice, lontana dal padre con un marito che la rispetta, hanno due figli. Alle feste vanno a ballare. Poi nel 1963 viene ad abitare in Fignano. Lui prima fa il muratore, poi va a lavorare alla Karl Fischer, mentre lei coltiva un campo ed un orto, alleva animali da cortile e cucina. Celebre è la sua pasta fresca. A lui piace un po’ bere e a quelli che lo scherniscono racconta che se beve lo deve a quei terribili giorni in Russia quando prima di mandarli in battaglia li riempivano di vodka. Si costruiscono una casa e lei fa anche l’aiuto muratore. Hanno un altro figlio. A quell’epoca per lavare i panni si andava al lavatoio. Era duro lavare i panni ma lei ricorda con nostalgia quei tempi. Li si incontravano tutte le donne del rione, specialmente il lunedì ed il sabato. Scambiavano notizie e pettegolezzi, si rideva e cantava. Qualche volta c’era qualche lite, magari per questione d’amore. Entra nell’associazione Amici di Fignano e si merita il sopranome di Prealpina di Fignano. La sua popolarità nel rione fa diventare la sua casa un porto di mare. Purtroppo questo momento finì negli anni 70. Poco alla volta, tutte si comprano la lavatrice e il lavatoio diventa deserto. Solo ogni tanto qualcuno va a lavare le cose più voluminose. Ora comunicare è diventato più difficile. Dopo che il marito va in pensione, hanno un po’ di tranquillità sinché il marito muore e lei rimane sola. Nel 2004 è costretta ad accettare un aiuto per i primi segni della sua malattia. 12 Storie semplici Quest’aiuto si dimostra negativo, per cui la figlia nel 2008 la convince a entrare nella casa di riposo. Ora pensa sempre alla sua casa, ma tuttavia la vicinanza della figlia, il suo carattere allegro, il suo interesse per le notizie, guarda sempre il telegiornale e gli spettacoli musicali appena può, le fanno superare le difficoltà quotidiane, principalmente quella del mangiare, azione problematica per la sua invalidità. Dopo il lungo incontro mi saluta con un sorriso e m’invita a tornare. 7. L'ultimo mugnaio A undici anni Emilio Broggini faceva la quarta elementare a Gavirate che raggiungeva con la sua bicicletta. Dopo un piccolo incidente e visto che sapeva far di conto più del padre Gerolamo, questi lo tenne a casa. Si ricorda con nostalgia quando si conoscevano tutti e suo padre macinava grano, granoturco e segale e produceva manualmente un quintale di pasta al giorno. Le famiglie arrivavano per far macinare il loro raccolto da Bodio, Biandronno e Bardello dopo più di un’ora di traversata. A volte con qualche pericolo arrivavano con barche che non portavano più di un quintale e spesso anche il cavallo o il mulo. Le tasse allora erano sopratutto dazi. Quelli di Cazzago Brabbia erano i più poveri e d'inverno tagliavano le canne che mandavano in Svizzera per fare controsoffitti o usavano per cucinare la polenta. Stavano meglio i due pescatori che vendevano il pesce alla Schiranna. Ricorda anche quando alle 6 partivano coi carri per portare 10-12 quintali di granaglie o macinato per andare ai paesi dell'altra sponda. Si doveva andare in fretta tra Cazzago e Cassinetta per via delle zanzare che tormentavano i cavalli. Quando tornavano alla sera, il viaggio a volte era pericoloso a causa dei banditi che, approfittando dell'oscurità e dei conducenti che avevano alzato il gomito, li assalivano, soprattutto là dove ora c'è il Passatore e la strada che era più buia per la folta alberatura. Allora si preferiva farsi giustizia da soli. Se s’individuavano i ladri erano legnate come quella volta che, riconosciuto uno di Lissago lo andarono a prendere a bastonate, riuscirono a farsi rendere i soldi e farsi dare il nome del compagno che si prese anche lui la sua razione. Agli inizi del ‘900 a Groppello c'erano 350 abitanti, due mulini e due frantoi per olio di lino, una segheria costruita nel 1920 dai Giamberini ed un'altra dai Tartaini nel 1928. Ad Oltrona e Groppello si viveva bene con un pezzo di terra, le marcite e almeno una mucca. Allora si cominciava a lavorare a 12 anni, l’età in cui l'Emilio faceva i turni di notte al mulino e quando si addormentava il padre sentiva il mulino girare a vuoto allora si alzava, caricava le macine e lo svegliava. L’Emilio ricorda anche il grande gelo del ‘27 quando si attraversava a piedi il lago, evitando la foce del Tinella dove c'erano le sorgenti (i bulitt) che rendevano il ghiaccio poco sicuro e dove uno annegò. 13 Storie semplici In quell'anno presso l'Isolino fu costruito un grande pupazzo di neve con alla base una galleria dove passavano le cento persone che facevano festa. Improvvisamente un biandronnese vide il ghiaccio fendersi per il peso eccessivo e diede l'allarme. Tutti scapparono ma alcuni, tra cui l'Emilio, non riuscirono ad evitare un bagno. Quando arrivò la ferrovia, i Broggini, avviarono anche un'attività commerciale di granaglie e macinato provenenti da grossisti di Gerenzano, da dove prendevano anche gli scarti della lavorazione del lino pressati in forme rotonde (panel) usati per attirare i topi e poi prenderli a bastonate. Da qui il detto: tel du mi 'l panel di rat. Nel ‘36 gli fu requisito per la patria il cavallo, che gli fu pagato con un buon prezzo: 5.000 £. più 100 lire di premio (5.000 €.) per come era stato tenuto. Nel 1946 i carri furono definitivamente sostituiti dai camion. 8. Renzo e il barutat (novembre 2010) Renzo Furiga nasce a Gavirate nel 1916 e ha potuto vivere molti momenti della vita del vecchio oratorio inaugurato nel 1910 dopo che il cardinale Ferrari aveva lanciato lo slogan, ripreso dalla Conferenza episcopale lombarda nel 1895: «Un oratorio maschile e uno femminile in ogni parrocchia». Don Vittorio Brunetti, nato da famiglia benestante a 14 Storie semplici Milano il 18 luglio 1862 e parroco a Gavirate dal 1906 al 1943, decise di costruire su un fondo parrocchiale l’oratorio maschile e lo inaugurò l’8 settembre 2010, mentre l’oratorio femminile lo istituì presso le suore dell’asilo. La costruzione costò 11.000 £ pari a 41.000 € attuali, con solo 1.300 € di offerte di privati mentre il rimanente 39.700 € li pagò di tasca sua, tanto che diceva a chiunque avanzasse pretese: L’uratori l’è il mè. Bisogna premettere che in quegli anni la divisione tra uomini e donne era molto rigida, non solo tra ragazzi ma anche tra adulti, per cui le porte dell’oratorio erano aperte solo a bambini e uomini, mentre all’oratorio femminile solo bambine e donne. E questo per tutto, anche per il coro che era sono maschile, e non solo in parrocchia, visto che al Bardello, dove i ragazzi andavano a fare il bagno, c’era la riva delle donne e quella degli uomini. Negli spettacoli teatrali che si tenevano nell’oratorio maschile le parti delle donne erano recitate da uomini vestiti da donna e gli spettatori erano solo uomini, e viceversa all’oratorio femminile. I ricordi di Renzo cominciano attorno agli anni 30, quando all’oratorio, la sera della domenica alle 21, si proiettavano filmati del cinema muto e durante gli intervalli suonava un’orchestrina. Il biglietto d’ingresso variava da 10 a 20 centesimi a secondo del posto. Le preferite erano le pellicole di Ridolini. A volte le pellicole subivano la censura fatta mettendo la mano davanti all’obiettivo quando le scene erano scandalose (si baciavano). Erano tre giovani, Gastone Gamberoni, Buzzi Carlo e Fagnani, che proiettavano i film e li portavano anche nei paesi vicini. Allora era coadiutore don Carlo Macchi, poi andato parroco a Buccinigo frazione di Erba, e sostituito da don Angelo Stella di Travedona. Al sabato arrivava da Gorla il barutat (barat era la castagna cotta) col suo grande cappello nero e il suo sacco di castagne. Alloggiava all’osteria del Marzell, dove poi venne l’Acli. La domenica vendeva i suoi filoni di castagne cotte. Di soldi ce n’erano pochi e allora aveva inventato un sistema di vendita molto particolare: tri ball al cent, che tradotto voleva dire che per pochi centesimi si potevano estrarre da un sacchetto tre numeri della tombola e se la somma dei numeri era inferiore al 100 si vinceva un filone. 15 Storie semplici Vendeva anche i filoni ma ci volevano più soldi. Pare che dei furbi riuscissero a imbrogliare il pur attento barutat. Ma se li scopriva … Quando il lago era ghiacciato, ci andava sopra a vendere le castagne mentre i ragazzi di divertivano a far scorrere i sassi sulla superficie liscia. A quell’epoca gli inverni erano rigidi e in val di Pozzolo al Sas got, si poteva ammirare una cascata di ghiaccio del riale Fignano. Era anche l’epoca in cui per avere la pagella di dovevano pagare 5 £. A 18 anni, 2 anni prima della leva, c’era il premilitare, che prevedeva la partecipazione a marce ed esercitazioni paramilitari dove si imparava a usare il moschetto. Nel 1937 andò militare prima a Palese Macchie e poi in Belgio nel corpo di spedizione appositamente inviato per essere presenti all’imminente sbarco vittorioso in Inghilterra, dove i tedeschi li impegnarono ironicamente in compiti inutili. Tornò a Gavirate dopo una leva relativamente breve, perché era dipendente di un’azienda strategica. Facilitato dal regime che promuoveva la fratellanza col popolo tedesco, strinse amicizia con la famiglia del farmacista di Laufen, Herby Fuchs, che parlava un ottimo italiano, e col quale ebbe una lunga e calda amicizia. Allora a Gavirate erano attivi solo due gruppi: i fascisti e l’Azione Cattolica maschile (A.C.) che aveva pochi soci (nel 1934 erano 26), tra cui Caletti, poi prete nel 1943, Rodari e il fratello Cesare. La colonna era Giovanni De Bernardi, che la dirigeva e per questo fu perseguitato, picchiato dai fascisti e, quando dovette andare militare, fu mandato in Africa con i reparti di artiglieria degli Alpini. Allora l’A.C. non era antifascista, era apolitica, come si può facilmente rilevare dai verbali delle adunanze, ma comunque dava fastidio al regime poiché i suoi ragazzi non andavano alle adunate fasciste. I rapporti della Chiesa col fascismo furono molto difficili e il governo decise il 29 maggio del 1931 di sopprimere l’A.C. e chiudere tutte le sue sedi giovanili e quindi anche l’oratorio di Gavirate. Dopo la chiusura alcuni giovani di A.C. vennero pedinati dai fascisti e rice16 Storie semplici vettero anonime lettere di minaccia. Ma, malgrado la chiusura, il Renzo con alcuni amici riuscì a entrare da un’entrata nascosta per ricuperare dei documenti insignificanti, giusto per farsi beffe dei sigilli. Poi l’oratorio comunque riprese la sua attività come Scuola della dottrina cristiana, come evidenziato dagli ingenui verbali del 1934 e degli anni seguenti. L’oratorio era anche centro di cultura, ovviamente per soli uomini. Si tenevano conferenze, si avevano indicazioni per la lettura. A Renzo piaceva Papini e il Dizionario dell'omo salvatico di Domenico Giuliotti e Giovanni Papini. Nel 1941 all’oratorio, cominciarono le rappresentazioni teatrali con Riva capocomico, Silvano Ambrosetti, il maestro Camesasca che suonava il pianoforte e altri. Gli spettacoli si effettuavano alle ore 21 della Domenica. A quei tempi erano tre le compagnie che operavano a Gavirate tra cui quella della Società Operaia, che allora aveva la sua prima sede all’angolo opposto di dove oggi c’è la Contrada Maggiore. Si giocava anche a calcio con quelli della Plaga (Comerio, Bardello, Carnisio, Gavirate e Voltorre). Tra i giocatori c’era il Brivio, il portiere del Gavirate che era militare a Intra e pur di giocare una domenica scappò dalla caserma. Renzo conobbe bene anche il parroco, una persona molto dotata e decisa che parlava in dialetto milanese, rigido guardiano della già citata divisione tra uomini e donne, fatta anche alle messe, viveva arroccato nella Casa parrocchiale. Quando si voleva parlare con lui ci si imbatteva nella severa perpetua che diceva sempre: vadu a vedè se el me padrun l’è liber. Quando una volta durante le cresime, per fare alcune fotografie, un fotografo salì sul pulpito, che allora era di legno ed eretto presso la colonna di sinistra più vicino all’altare, gli bastò uno sguardo per farlo scendere col fotografo che esclamava: ma cum l’è cativ. Ma era noto anche come persona di cuore che aiutava in modo nascosto molte persone e mediava nelle liti, quasi come un giudice conciliatore. Realizzò molte opere per la chiesa, che 1902 Leone XIII aveva elevato prepositurale, consentendole così di diventare nel 1907 Pieve per le parrocchie di Comerio, Oltrona, Bardello, Cocquio, Carnisio con Trevisago, e nel 1933 di essere nominata dal cardinal Schuster, uno dei 72 santuari mariani per il giubileo della Redenzione, col titolo di santa Maria in san Giovanni Evangelista. A lui si devono tra l’altro la sopraelevazione del campanile (1931), buona parte degli affreschi ancor oggi presenti, il rifacimento delle cappelle e del pavimento della chiesa, la ristrutturazione delle sacrestia, il restauro dei quadri e della chiesetta della Trinità, la nuova chiesetta di Armino con la statua di san Carlo, la realizzazione dell’ornato del coro, le vetrate artistiche, la grotta di Lourdes. Anche la sua attività pastorale fu molto intensa, riattivò le processioni dell’Addolorata affidandole alla confraternita del Santissimo Sacramento, sviluppò il culto a Maria, le Sante Missioni, i pellegrinaggi, sostenne l’asilo, la casa Bernacchi, le Confratermite, le Figlie di Maria, 17 Storie semplici la gioventù cattolica e iniziò la tradizione dell’esposizione natalizia del presepio in legno di Anselmo Bai. Nel 1918 si ebbe la terribile spagnola che colpì lui con tre quarti della popolazione, fece 32 morti e vide qui ricoverati 100 profughi di Asiago. Nel 1931 benedisse il primo monumento in bronzo dedicato ai caduti e poi donato alla patria. Ha lasciato un grande, indimenticabile e affettuoso ricordo che è durato molto anni anche dopo la sua scomparsa nel 1943. 9. Lo sciupa femmine Guido Maffioli, è un solvente nato nel 1953, che alla morte del padre nel 1993 subentra nella conduzione dell’officina paterna che poi cede al figlio del socio paterno. Lui, un bel giovanotto, ha qualche problema esistenziale, non riesce a trovare il suicidio che gli va bene, gli piacciono le donne, Ne ho avute undici, di cui quattro sono morte, ma le sfugge. Ricorda in particolare la Rosalba quella che lo ha inseguito con più insistenza e gli ha scritto numerose lettere. Con l’aiuto del cognato, per lui più che un fratello, mette a posto i suoi affari e nel 2006 decide di entrare nella casa di riposo conservando comunque la sua vettura, con la quale fa anche qualche commissione, e la sua residenza, dove va ogni tanto. Qui si trova come in famiglia e ha pure tentato una storia d’amore, ma questa volta è lui a essere stato rifiutato. Ha il telefonino sempre acceso per essere pronto alle richieste degli amici della Casa. Esce spesso e, soprattutto il mattino, lo potete trovare a far commissioni per le strade di Gavirate e la sera va alle feste al lago. Nei suoi ricordi si trovano: le storie del nonno disperso nella guerra 15-18; i genitori che avevano ospitato nella loro casa l’Annetta, cui regalavano anche il carbone; il Ginun che mangiava le supposte; il Lupo che metteva la testa nel lago per non bagnarsi; oltre a quei poveri scoperti ricchi alla loro morte, come la Limunada, celebre perché vendeva i limoni e metteva i soldi nel materasso e dentro il muro; il Gianin, che faceva il batterista e dopo i suoi concerti era sempre ciuco; il Pimpinin o l’Eletricista, che faceva il pastore, chiedeva l’elemosina, andava in giro a suonare i campanelli e dai negozianti a farsi cambiare le monetine. Una volta dal macellaio si fece cambiare 7.000 lire in monetine. 10. L’antica cappella Negli anni ’50 l’Anselmo Buzzi era ancora un ragazzo ma ha ancora vivi ricordi del “Ricovero dei vecchi” e delle suore sempre indaffarate e ben visibili per le vie del paese. Nelle prime ore del mattino con passo svelto si recavano alla prima messa e si sedevano sulla prima panca alla destra dell’altare. Il vecchio ricovero lo ricorda ordinato, semplice, essenziale ma accogliente e curato con amore. Al piano terreno, sul lato che si affacciava verso la balconata panoramica che guarda verso la piazza del mercato, era collocata la porta esterna della Cappella della Madonna Immacolata, piccola chiesa sobria e accogliente, luogo di preghiera per le suore, gli ospiti e i 18 Storie semplici visitatori. Fuori un bel parco alberato, sereno tranquillo, in contrasto con la posizione centrale delle attività pulsanti della vita cittadina. Ma la Casa era anche luogo speciale e gradito ai ragazzi perché ogni tanto vi erano organizzati degli incontri speciali. Erano incontri in cui si respirava un’insospettata tranquillità, un luogo ideale per la riflessione. Di questi incontri ricorda la figura del gesuita Padre Battan di Masnago che li animava con grande entusiasmo e simpatia, ed è ancora ben ricordato in tutta la sua zona dai ragazzi dell’epoca. Ma la casa fu anche la residenza di don Adolfo Passoni, un uomo colto, traduceva con facilità dal latino e dal greco, umile e generoso, che era stato assistente delle Acli e vicario a Lesmo nel 1963 per la costituzione della nuova Parrocchia dell'Annunciazione di Peregallo. Poi, a causa della sua cagionevole salute, fu qui inviato come cappellano. Qui studia e negli anni ‘80 pubblica, con l’aiuto di alcuni studenti, alcuni importanti libretti sulla storia delle parrocchie di san Giovanni di Gavirate e dei santi Ippolito e Cassiano di Comerio, pubblicati negli anni 82-84, che il parroco don Tiziano Arioli presentò così: Con diligente impegno, ha ricevuto e studiato le antiche carte che custodiscono e tramandano la storia di Gavirate e con intelligente sensibilità, ha saputo fare rivivere i personaggi e gli avvenimenti di quel tempo passato ma non trascorso. Questi testi, unitamente a quello del 1973 di Inos Biffi, sono ancor oggi testi fondamentali per chi vuol conoscere la storia di Gavirate. Fu anche l’autore del libro: Elena da Persico, una donna nella storia, il suo contributo al sorgere del femminismo cattolico pubblicato postumo nel 1991. È questa la storia di una giornalista, scrittrice e politica italiana, promotrice di opere sociali a favore delle donne e fondatrice dell'istituto secolare le Figlie della Regina degli Apostoli. 19 Storie semplici Alla domenica teneva incontri domenicali settimanali “La parola dei piccoli” e sulla dottrina sociale della chiesa in un locale a fianco della cappella che l’allora presidente Tommaso Camporeale, aveva messo a disposizione. Ma la sua presenza molto attiva nella Casa si faceva sentire anche fuori della Casa. La sua attenzione per tutti gli ospiti, era molto importante anche per il mantenimento del senso religioso per una migliore accettazione della loro stato e la sua scomparsa, ha rappresentato una grave perdita anche per la successiva abbandono della casa di tutte le suore. 11. Maria e il pio partigiano Chi avrebbe mai potuto dire che dietro quel mite e simpatico vecchietto che faceva il banditore durante le feste dell’Addolorata all’incanto dei canestri, ci fosse una vita così movimentata? È dal ricordo della figlia, la sua bambola, che si può scoprire quanto coraggio e quanto lavoro ci sia stato dietro questa mitezza. Stiamo parlando di Lino Salvan. Nasce il 1925 in una famiglia contadina abitante una cascina tra i campi di Carceri, ora santa Maria delle Carceri, dove c’è la grande Abbazia di santa Maria, nei pressi di Este, in provincia di Padova. Il padre fervente cattolico, non s’iscrisse al partito fascista e non inserì i figli tra i Balilla. A scuola Lino, per tale motivo, non riceveva la merenda, ma la sua buona maestra, con continui e giornalieri stratagemmi, lo puniva per metterlo dietro la lavagna e dargli un uovo sodo da mangiare. Poi arriva un maestro fanatico e fioccano le bacchettate sulle mani sempre e solo a lui, capro espiatorio. Lui non vuole più andare a scuola. Il padre, prima tenta di cambiare la situazione ma poi, vista l’inutilità dei suoi tentativi, lo tiene a casa. Arriva il ’43 e, chiamato militare, va alla caserma di Padova, dove resta sino a quando nel ’44 è bombardata. Allora insieme a molti compagni d’arma fugge e poco dopo, con l’aiuto di un sacerdote, diventa uno degli 80.000 partigiani cattolici organizzati in 180 brigate che agivano in collaborazione con gli altri 120.000 partigiani. A lui e un amico, è assegnata una postazione in aperta campagna posta sotto le radici di una grossa pianta dove di giorno dormono e di notte fanno i corrieri da una postazione all’altra e, nelle notti prestabilite, pongono file di candele per segnalare a Pippo, come chiamavano gli aerei degli alleati, dove paracadutare i rifornimenti. 20 Storie semplici Ma all’epoca Pippo era anche chiamato un aereo misterioso e solitario che solcava costantemente i cieli del nord Italia fra il ‘43 e il ‘45, terrorizzando la popolazione. Tutti pensavano che si trattasse di un aereo dell’Asse che colpiva ogni fonte luminosa visibile per evitare riferimenti al nemico ma, in realtà, oggi si sa che si trattava di cinque coppie di caccia notturni degli alleati che arrivavano in volo radente per evitare la contraerea, e grazie ai primi radar riuscivano a sganciare bombe e mitragliare quasi ogni sera. Partivano dalle basi aeree del centro Italia e raggiungevano il Nord e potevano essere confusi con aerei della Lufthwaffe, anche loro in volo, ma per altri scopi. Quando la madre del suo amico viene a trovarli si spaventa così tanto delle loro condizioni di vita, che il giorno dopo muore di crepacuore. Ogni tanto ritornavano a casa per brevi momenti, ma una volta, mentre erano a casa, arrivano i tedeschi, e allora li nascondono sotto il letame. Fortuna vuole che sfuggono alla loro inforcate. Appena andati via, li estraggono mezzi morti per le esalazioni. Arrivano finalmente gli ultimi giorni della guerra, i tedeschi sono in fuga, lui pensa che non ci siano più pericoli e torna a casa all’alba. Entra e si trova davanti un giovane tedesco, più o meno della sua stessa età. Non sa cosa fare. Per fortuna arriva la madre che gli racconta che si tratta di un giovane in fuga che aveva perso la strada e che lei ha ospitato per una notte. Si stringono la mano e poi lui lo accompagna sino a dove non la può più perdere. Non l’ha più rivisto. Con la sua storia la nipote Sabrina vince il primo premio del suo liceo nel ’95, per il 50° della Liberazione e, con la sua classe, va al museo partigiano di Domodossola. Ma finisce la guerra, ma non i problemi per i cattolici convinti come lui. Prima i neri, ora i rossi. Lui, suo fratello e altri tre amici e con le stesse idee, non trovano lavoro in paese e lo cercano nei dintorni. Finalmente trovano lavoro in una fabbrica di un paese poco lontano. Una mattina presto davanti alla fabbrica si trovano di fronte oltre 100 giovani rossi che impediscono loro di entrare. Nasce una zuffa nella quale i giovani malcapitati 21 Storie semplici hanno ovviamente la peggio e finiscono tutti all’ospedale. Lui, ritenuto il capo, finisce in coma e temono per la sua vita. Per miracolo riesce a riprendersi, lui dice grazie alla sua Madonna cui resterà particolarmente devoto, ma non vanno più alla fabbrica. Suo fratello rimane comunque debole di salute e muore a Napoli durante il servizio militare. Vista la mancanza di lavoro, va in giro per fossi e per torrenti con la bicicletta a pescare. Allora la pesca era abbondante e lui era un bravo pescatore e pigliava molto pesce che riusciva a vendere lungo la strada del ritorno. Un giorno decidono di arare in profondità un terreno dietro casa per seminare patate e trovano qualcosa di duro. Ecco improvvisamente cadere dal cielo un lavoro: hanno scoperto una necropoli romana del I secolo per la quale la sovraintendenza chiede di fare, sotto la sua direzione, gli scavi. Saltano fuori tombe, scheletri, uno alto più di due metri, ritenuto di uno schiavo, visto che i signori dell’epoca si facevano cremare. Le molte suppellettili trovate vengono portate al vicino museo di Este. Ma qualcuno dei più belli, come il bel pugnale intarsiato da loro ritrovato, no. Finiti i lavori che sconvolgono la cascina, lui alla fine del ’51 va a lavorare come contadino in Francia. Lì sta bene e vorrebbe restare per sempre, ma quando torna al suo paese e s’innamora. La sua Antonia, che prima era andata a fare la mondina in Piemonte, dove davano loro vitto e alloggio ma come unico compenso alla fine della stagione: 10 kg di riso, era venuta a Gavirate dove lavorava come domestica. Lei non vuole andare in Francia e lo convince a venire a Gavirate dove gli trova un lavoro da macellaio di carne equina. Il proprietario della macelleria e commerciante di cavalli, da loro una casa a Pozzolo sopra la scuderia dove mette tutti i cavalli. Quelli meno vendibili li macellava. Quei cavalli attiravano i ragazzini del paese e tra questi Marcello, il futuro marito della sua bambola. Nei primi tempi era Lino che li macellava. I cavalli a differenza dei maiali, non avvertono la prossima fine per cui rimangono calmi e il macellaio con un apposito attrezzo li tramortiva e poi tagliava loro una vena del collo e morivano dissanguati. Più tardi comparvero anche le apposite pistole che terminavano con un imbuto rovesciato da appoggiare sulla fronte del cavallo che con un solo colpo stramazzava al suolo, ma veniva usata solo in casi particolari poiché rovinava il gusto della carne. Poi negli anni ’70 vennero i macelli pubblici e lui si limitò a preparare salsicce e i pezzi destinati alla vendita. Ma la sua presenza a Gavirate non passò inosservata anche per la sua disponibilità con tutti, famosa la polenta che preparava per gli alpini, e per la sua attività in parrocchia, come testimonia la motivazione del suo Giovannino d’oro del 2003 scritta da don Mario che riporta: … identificato come credente e membro della chiesa, l’ha sempre servita con entusiasmo e costanza in diverse mansioni e per lunghi anni donando a tutti l’esempio di come debba essere amata la Chiesa con spirito di umiltà e di collaborazione cordiale … 22 Storie semplici Era infatti un uomo solare, sempre allegro e disponibile, aiutava Paolino, il vecchio sacrista. Fece l’incanto sino all’ultimo sia all’Addolorata e sia a san Carlo ad Armino, uomo di pace il suo motto era: lascia scivolare via. Fu inventore di un’originalissima figura sdoppiata con cui sfilava al carnevale, fatta con una pesante struttura in legno. Poi nel 2007, dopo aver compiuto i 50° di matrimonio, muore il suo amore e lui rimane con la sua badante, la Maria, un buona cinquantenne ucraina che ama come una figlia. Poi tutto precipita quando arrivano i carabinieri e, per uno scambio di persona, l’arrestano. Quando l’errore è riconosciuto, comunque l’espellono, poiché era ancora in attesa del permesso di soggiorno, senza che loro potessero intervenire. È caricata su un aereo per Kiev, distante 1000 km da dove abita e là abbandonata in aeroporto in pieno inverno, nel freddo e senza adeguati vestiti. Per Lino fu un colpo tremendo da cui non si riprese più. È da notare che tra l’altro la donna ucraina con cui era stata scambiata, aveva avuto solo la disgrazia di ricevere in eredità i mobili della sua vecchia, del valore massimo di 5.000 €, e un nipote di Milano l’aveva denunciata per circonvenzione d’incapace. Dopo un ricovero ospedaliero, lui chiede di essere messo alla Bernacchi per non dare fastidio a nessuno, ha qualche ricovero ospedaliero e muore nel 2008, nella stanza, dove alloggiava con l’amico Donato. 12. Anziani e figli Angela Civella venne in Lombardia dall’Abruzzo. Per sedici anni ha fatto la custode a Castelveccana, sopra a Porto Valtravaglia, per un signore di Milano. Lei e il marito lavoravano duramente: tagliavano l’erba, la legna … Una notte mentre dormivano sono venuti i ladri. Hanno aperto la porta di ferro, hanno aperto le altre porte e sono entrati nell’appartamento, senza che loro non ci siamo accorgessero di niente e gli hanno rubato l’orologio e altre cose. Lei racconta che al mattino il marito la chiama e scopre nelle stanze le carte, l’armadio, il comò, il letto rivoltato e in cucina i resti di un pranzo. Telefonano alla padrona e le dicono che avevano rubato quattrini e ori… persino i soldi per pagare le spese, e bollette della luce, il gas. Avendo paura che la padrona credesse che li avessero rubati loro si offersero di pagare coi loro soldi ma non loro non vollero. Dopo quello spaventato non si sentivo più sicuri e il padroni aveva messo l’allarme e il padrone che aveva il porto d’armi aveva lasciato un fucile per spaventare i ladri nel caso fossero tornati. Dopo sedici anni sono andati a vivere a Luino presso la figlia Antonietta, perché il marito non era più in grado di fare certi sforzi e lavorare come prima a il padrone disse: Mi dispiace che ve ne andiate, perché ho avuto tanti custodi, c’era chi faceva 23 Storie semplici un anno, chi due, chi mezzo anno. Voi, invece, siete rimasti qui sedici per anni … Hanno avuto anche altri figli, che erano lontani o emigrati. Due vivevano in Germania. Ogni tanto, durante le ferie, facevano dei pranzi per riunirli tutti: quelli dell’Abruzzo, quelli della Germania, questi di Varese. Venivano con le famiglie e i tanti nipoti. Poi nel 1998 muore il marito e lei aiuta in casa: fa i mestieri, cucina, cuciva tovaglie, tovaglioli, lenzuola. Lavorare le piaceva, non riusciva a stare ferma, senza fare niente. Ma poi dopo tre anni non ci vede più da un occhio e dall’altro poco. Non riesce più a fare più niente Allora sua figlia le dice che ha trovato un posto alla Casa di riposo e le propone di andarlo a vederlo. Il posto le piace e dice di volerci andare. La figlia piangeva e allora lei le dice: Antonietta, non piangere. A me piace qui. Mi sento, non so come dire… più libera. Ora la viene spesso trovare e se non può, viene il genero e li si trova bene con tutti. Inizialmente aiutava a cucire e ricamare, dipingere e ritagliare. Poi non potendo più ascolta Radio Maria. Alle cinque viene Daniela e l’accompagna con le altre signore giù in Chiesa per il Rosario e la Messa. Qualche volta va nel salone, prende il tè e quando se la sente va in palestra e fa gli esercizi per le braccia, oppure la cyclette e qui a modo di chiacchierare con l’Alex, il fisioterapista e conclude: Cerco sempre di andare d’accordo. Quando dopo essermi sposata sono andata a vivere in casa di mio marito, ho cercato di mantenere dei buoni rapporti in famiglia. Ora che ho quasi 90 anni ti dico che non avrei mai creduto di arrivare sino a qui, a questa età. Novant’anni non è da tutti! Poi prendo le cose come vengono, cosa ti devo dire? Mi dispiace di non vederci più… 13. Il marito scomparso Rita Pedotti è nata a Valdobbiadene in provincia di Treviso nel 1923. Nel 2001 non potendo più vivere da sola, a causa ai bronchi al minimo sforzo dovevo sedermi. Già da bambina era soggetta a bronchiti. Sua mamma era veneta, mentre il padre era di Azzio dove sono andati a vivere perché li aveva un a casa sua. Poi lui si era messo in testa che, per fare fortuna avrebbe dovuto andare in America. Era già stato all’estero a lavorare in Svizzera e in Francia. La sua idea era di tentare la fortuna in un altro paese e poi farsi raggiungere da tutta la famiglia. Avevano due figlie quando nel 1925 è nato un maschio e nel 1926 il padre,di cui ha 24 Storie semplici pochi ricordi, partì con suoi amici per Argentina per trovare lavoro. Li raccoglievano il granoturco ma prima avevano fatto i muratori in Svizzera e in Francia. Per un po’ di anni scriveva, ma poi non ha scritto più. Era l’epoca del fascismo, la mamma in piena miseria da sola con tre bambini, andava a lavorare per guadagnare qualche soldo. Poi la sorella maggiore ha iniziato a lavorare quando non aveva neanche dodici anni e ha incominciato anche lei. Le paghe erano basse. Poi sono subentrata la guerra e il mercato nero, hanno sofferto la fame. C’era chi mangiava il pane bianco e chi non aveva nemmeno quello nero. Finita la guerra, hanno cominciato a stare bene anche perché facevano gli straordinari. Il panettone e il prosciutto li hanno assaggiati solo a ventidue anni. Racconta: Il primo panettone ce lo avevano dato in fabbrica. Non lo mangiavamo tutti i giorni. Si mangiava la domenica, finché durò. Ci sembrava di essere diventati dei ricconi! Quando ho iniziato ad andare in fabbrica, facevo un po’ di bronchiti, ma meno rispetto al passato, perché si mangiava già meglio. Il mio principale mi dava venti giorni in primavera o in autunno per andare al mare. Ho lavorato in fabbrica per trentacinque anni. Negli ultimi anni, mia mamma, ha iniziato un poco alla volta a perdere la memoria. Ho chiamato il medico le ha dato un’occhiata e mi ha detto: “Tua mamma ha l’Alzheimer”. Lei viveva con me perché mia sorella si era già sposata e aveva cinque bambini e anche mio fratello aveva la sua famiglia con tre bambini. Mia sorella diceva a mia mamma: “Vieni qui a casa mia, stai qui sino a mezzogiorno e torni a casa quando arriva la Rita.” ma lei, no, no, diceva che doveva andare a casa a fare da mangiare. Il periodo brutto è durato cinque anni. Io ero sempre ammalata. Il dottore mi ha detto che non potevo andare avanti così. Mi ha consigliato di cercarle una casa di riposo perché da sola non puoi farcela. Ma io lavoravo ancora. Quando ho raggiunto i trentacinque anni di anzianità, sono andata in pensione. Durante quegli anni ero spesso ammalata per lo stress provocato dal pensiero di quello che poteva accadere. Poi ho iniziato a curarmi. Ero sempre dentro e fuori dall’ospedale. Un giorno una dottoressa mi ha detto che era il caso di trovare un’altra sistemazione, allora ho capito che era giunto il momento di andare in casa di riposo e sono venuta qui. La dottoressa che mi curava all’ospedale mi ha preparata per tempo all’eventualità. Quando sono venuta qua, l’ambiente era bello, mi sono subito trovata bene. E pensare che a me piaceva viaggiare e quando stavo benino e lavoravo andavo a trovare le mie zie in Veneto, andavo in Francia, a Marsiglia dai miei cugini. Il papà di questo mio cugino era il fratello di mia nonna materna e aveva 25 Storie semplici sposato una francese. Non avevano figli. Il mio sogno era di poter viaggiare quando sarei stata in pensione e invece sono andata alla Bernacchi! Certi giorni non mi sembra dura, ma in altri mi sembra di non farcela più. Mi metto a leggere, oppure faccio due o tre lacrimucce in solitudine e poi mi dico: Basta, basta, perché tanto è inutile stare a piangere. Un po’ fa bene, ma troppo no. Anche quando non ho voglia di alzarmi dal letto, mi dico: No cara. Adesso ti alzi, vai a fare la doccia, ti vesti. Finché Dio ti da la grazia di poterti alzare, lavare e vestire, metterti in ordine da sola, cosa vuoi di più? Ti alzi e vai, tossisci, tossisci, ma ti alzi lo stesso. Mi piaceva cucinare. Quando ero sola cucinavo dei bei piattini. Mi dicevo: Se sono da sola devo mangiare porcherie? Poi i miei nipoti mi hanno chiesto se volevo andare ad abitare con mio cognato. Mia sorella era già morta. Era una casa molto grande con un bel giardino. Ci abitavamo io, mio cognato e una ragazza polacca, che lo accudiva. Per sette anni sono stata bene. Io non ero in grado di prendermi cura di mio cognato. La ragazza era brava, aveva venticinque anni, era giovane e aveva una bambina. Dopo si è sposata con un taxista di Varese. Qui il mattino ho sempre da soffiare nella mia bottiglietta. Dopo se non sono troppo stanca leggo e vado a Messa. Mi piace recitare il Rosario quando la Chiesa è vuota, perché c’è silenzio. Vado alle feste quando c’è la musica, oppure agli incontri di poesia dialettale, ma siccome ho imparato anche a stare in solitudine, sto da sola e mi trovo bene. Al massimo, quando mi viene un po’ di malinconia la faccio passare. Stare da sola non è un peso. Cerco di affrontare le cose in modo positivo. Ho imparato a essere ottimista. A buttarsi giù che cosa viene in tasca? Quelli che piangono sempre, sono quelli cui piace piangersi addosso. Ho imparato dalla vita e da mia mamma. Era una persona positiva, nonostante tutto quello che ha dovuto affrontare. Il piacere della lettura me l’ha trasmesso lei. Ma forse l’esperienza che mi ha dato la determinazione a vivere mi è venuta quando ero bambina e credevo di morire. Un inverno, avrò avuto quasi tre anni, si è diffusa ad Azzio una brutta pleurite. Tre bambini sono morti in quell’anno. Anch’io l’ho presa. Ho avuto la febbre alta, ero ferma a letto. Una sera la signora che veniva a farmi le iniezioni, ha detto a mia mamma: Prepari un vestitino un po’ bello, che domani glielo mettiamo. Faceva le punture con quei siringoni, e quegli aghi lunghi da materasso. C’era anche il prete. Era venuto a darmi l’unzione perché erano certi che non sarei arrivata all’indomani. Ricordo che io dicevo: Ma io non voglio morire, non voglio morire!. Allora il prete mi aveva detto: Vedrai che i re magi ti porteranno un po’ di bene. Il mattino seguente la signora delle iniezioni è venuta a casa per vestirmi e mi ha trovata senza febbre. Ricordo che piangevo, perché non 26 Storie semplici volevo morire. Quando sono guarita, ho dovuto imparare nuovamente a camminare. Poi qui mi è capitata una seconda volta di essere sul punto di morire, quando ho avuto l’edema polmonare. La Cinzia mi ha trovata qui, in camera, riversa sul letto. Mi ha raccontato che per lei ero morta. Io non ricordo niente. Per fortuna dopo mi sono ripresa. Ho trascorso dei momenti belli ed altri brutti. Ho sempre cercato di godermi i momenti belli in cui stavo bene, ho sempre cercato di apprezzarli. 14. La nipote brasiliana Adalgisa Bulfon, ha 84 anni. È nata nel 1923 a Treviso, ma ha vissuto gli anni della giovinezza in Friuli. Successivamente si è trasferita in Lombardia lavorando prima a Milano e poi in provincia di Varese. Attualmente abita col nipote in un paese vicino a Gavirate. Quando la moglie di suo nipote va a trovare i parenti in Brasile, soggiorna in Casa di Riposo per uno o due mesi perché in questo periodo non può stare in casa da sola, siccome il nipote è a casa da solo e non può accudirla. Anche l’anno scorso è andata in Brasile ed è venuta. Lei racconta: A casa da sola non posso stare, perché non cammino tanto bene da quando nel 2005 sono caduta in casa. All’ospedale mi hanno fatto la protesi al ginocchio destro. Dopo l’operazione non riuscivo a camminare per la paura di farmi male e le infermiere non erano né pazienti, né gentili. Ce ne era una che mi diceva sempre: E muoviti e dai! L’avrei ammazzata di botte. Come facevo ad alzarmi dalla carrozzina e andare se non riuscivo a camminare? Come facevo? Siccome non camminavo, mi hanno riportato a casa in autoambulanza. A casa mi è successo un altro guaio: mi si è fermata la circolazione del sangue, sono dovuta tornare all’ospedale e là mi hanno guarita. Quando mi hanno dimesso mia nipote ha fatto venire a casa una fisioterapista per un po’ di tempo, per vedere se riuscivo a vincere la paura di camminare. Era una ragazza molto carina, con lei ho iniziato a usare il girello e piano, piano sono guarita del tutto e ho ripreso a camminare. Poi mia nipote doveva andare in Brasile e non si fidava a lasciarmi a casa da sola con mio nipote. Lui deve lavorare, ha una tipografia, e non può lasciare il lavoro. Allora mi ha portato qui dove mi trovo benissimo, le ragazze mi vogliono bene: mi danno sempre un bacio. A casa mia nipote mi aiuta, sbriga le faccende domestiche, cucina. La casa è grande, è una bella villetta e c’è un bel giardino. Nei momenti duri che sono stati tanti, ho sempre pregato e sperato in Dio e nell’aiuto della Madonna. La Fede è importante. Non so come fanno i ragazzi d’oggi, che non credono. In cosa sperano? Tutti hanno il loro destino, ma bisogna cercare di fare il bene, no? Ma guardiamo avanti. Quando mia nipote tornerà a casa, andrò nel mio bel giardino. C’è una pianta 27 Storie semplici stupenda che fa dei fiori bellissimi, piccoli e bianchi a mazzetti. Ho i giacinti, che crescono per conto loro, ho i tulipani gialli e rossi. Poi il giovedì pomeriggio vengono a trovarmi le amiche e giochiamo a carte. Mia nipote fa il tè per tutti. Anche qui gioco a carte. L’anno scorso giocavo da sola, ma quest’anno gioco con Selene e con Maria. Mi piace tanto anche ballare. Quando ero giovane, andavo … Nel Friuli, si ballava nelle case, c’era chi suonava la fisarmonica che mi piaceva tanto. Venerdì sono andata a danza terapia e abbiamo ballato; io con questa mia gamba! E’ stato bello. Mi piace ascoltare la musica. A casa mia nipote ascolta sempre la musica brasiliana. A volte è troppo forte, allora vado in camera, così posso stare un po’ per conto mio. L’altra musica mi piace. Mi piace anche sentire cantare in friulano. Qui in Casa di Riposo mi piace ascoltare le corali, quando vengono. Ci sono le feste, si va alla scuola materna a trovare i bambini. Vado al Rosario, a Messa. Qui mi trovo bene, spero di tornare l’anno prossimo. 15. La vita grama Quel peperino della Costantini Francesca racconta la sua vita dura e tempestosa. È nata a Sangiano nel 1935, ultima di tre figli, di cui due maschi. Non ha ricordi dei genitori perché muoiono quando era ancora piccola e fu affidata a una zia di Barza, di cui sembra non serbare alcun ricordo particolare. A tredici anni è mandata a lavorate in una tessitura di Leggiuno, dove effettua turni alternati 6-14 o 14-22. Qui conosce un giovane fruttivendolo che da Gavirate veniva a fare consegne a Sangiano, se ne innamora e poi, restata incinta, lo sposa a vent’anni e va ad abitare a sant’Andrea dove ha due figli, una ragazza, ora sposata con due figli e uno che muore giovane per una peritonite. Un dolore immenso per il quale non le bastarono le lacrime. In casa di Riposo dice di essere contenta e di avere trovato la tranquillità. Ha scoperto la sua passione per la pittura e di potersi ancora divertire nei momenti di festa, come alle loro Olimpiadi. “Siamo arrivati primi”, dice con orgoglio. 16. Il marito malato Anche la dolce Alice Brovelli, nata nel 1922 a Ranco, ha una vita dura per le disgrazie, ma è stata confortata da persone di cui ha un buon ricordo. In primo luogo i genitori che l’hanno sempre aiutata nonostante la loro povertà, poi il marito e la suocera cha ha assistito per vari anni. A lei l’amore non è mai mancato, ma i soldi e la salute del marito sì. Ha cominciato a lavorare a tredici anni in una tessitura di Taino e dopo cinque anni nella maglieria di Ranco. Questa maglieria, dove lavoravano parecchie ragazze e dove rimase sino alla pensione, era ben in evidenza in riva al lago. Durante la guerra gli allarmi e le fughe precipitose furono numerosi. Ricorda quella volta in cui colpirono un barcone di sabbia che era ancorato proprio a fianco della fabbrica. 28 Storie semplici Lei appassionata del ballo, con un’amica andava in bicicletta a ballare a Besozzo. Una volta tornando verso casa decisero di fermarsi a ballare anche a Taino. E qui avvenne il colpo di fulmine. Da quel momento il giovane innamorato cominciò a venirla a corteggiare a Ranco e a ventiquattro anni si sposarono. Lui rimane aviere per sette anni a causa della guerra, poi rinuncia alla carriera militare per sposare la sua Alice. Poco dopo il matrimonio, lei si ammala gravemente, tanto che l’ospedale dov’era ricoverava la manda a casa per morire, ma la penicillina, appena scoperta, la salva. Nel 1947 lui va a lavorare alla SIAE Marchetti di Ispra e poi va a cercare fortuna in Svizzera, dove per cinque anni lavora in una fabbrica di macchine per cucire mentre lei resta a casa a curare la suocera. Con i pochi risparmi, un anno dopo il loro matrimonio, poco alla volta cominciano a costruire la loro casa in un pezzo di terra dei suoi genitori. Allora non c’erano i mutui per loro e così, quando avevano un po’ di soldi, ne aggiungevano un pezzo. Dopo sei anni la casa è pronta. Ma il marito comincia il suo calvario. Lo colpisce una brutta e misteriosa malattia intestinale senza cura che lo affligge per quindici anni sino alla morte. A sessanta anni va in pensione ma continua a lavorare in casa per altri dieci anni con lavori di maglieria e con qualche collaborazione domestica. Guarda alla sua vita e sospira. È stata dura ma da sola e con coraggio sono andata avanti, dice con orgoglio e rivolge un affettuoso ricordo alla sua mamma e suo marito. Non ha potuto avere figli, ma ricorda con affetto i suoi quarantaquattro cugini, con cui ha sempre avuto buoni rapporti, e le tante amiche. Poi quando le gambe non la reggono più, decide di venire alla Casa di Riposo. Ora è qui a godersi un meritato riposo. Si trova bene, non può scrivere, ma legge moltissimo e fa un po’ di palestra. 17. L’allegro valigiaio Enrico Bertollo da Varese, è nato nel 1928 e in una famiglia di otto figli con i quali viveva in una casa rustica alla periferia della città. Un tipo allegro che prende tutto con filosofia. Dice che è inutile piangersi addosso e quel poco che devi fare, fallo fare agli altri. Dei suoi genitori ricorda solo che il padre lavorava a Milano. Va a lavorare presto come valigiaio, attività che svolgerà per tutta la vita e sempre nella stessa ditta. Poi ricorda un fratello che fu inviato in Russia come camionista. Dice che là non sapeva cosa fare e quando scattò la ritirata, scappò con un camion che si riempì di commilitoni strada facendo, dice ridendo. Del periodo della dittatura ha ricordi contrastanti. Erano aiutati perché erano una famiglia numerosa, ma temevano i repubblichini che li sorvegliavano continuamente. Controllavano tutto quello che facevano e se andavano alla manifestazioni e vestiti bene. Una volta avevano fermato suo fratello, ma lui riuscì a scappare e nascondersi. Quando era piccolo, accompagnava il fratello maggiore che andava a giovare a carte, 29 Storie semplici tanto per tirar sera. Ma lui non giocò mai. Quando era grande, andava a pescare nel piccolo porto di Capolago. Poco alla volta tutti i fratelli si sposarono e lasciarono la casa paterna. Lui rimane solo con la madre. Dopo la morte della madre rimane solo. Quando ormai è in pensione, si ammala ed è ricoverato in ospedale. Vedendo che ormai non può più vivere da solo lo inviano alla Casa di Riposo di Gavirate, perché è vicina a una sorella che abita a Luvinate e che ogni tanto lo viene a trovare. Nel primo periodo non accetta la situazione e si rifiuta di scendere dal suo piano. Poi poco alla volta Alessandra conquista la sua fiducia e lo convince a partecipare a qualche iniziativa. Ora qui si trova bene perché il personale gli vuole bene e può muoversi liberamente con la sua carrozzina. Poi mi confida. Qui non si può fare amicizia. Solo col suo compagno di stanza va d’accordo, non parla mai, mi dice ridendo. 18. L’emigrante Zaira Franco nasce nel 1922 a Torre di Mosto, in provincia di Venezia, dove vive in povertà in una cascina in affitto, dove ci sono ventiquattro persone tra cui sei suoi fratelli tutti minori di lei. Riesce a fare le prime tre classi elementari e poi, prima la mandano a curare bambini in una casa d’Este, e poi, a 15 anni, quelli di una zia postina. Poco dopo tramite parenti, lei con tutta la famiglia trovano una casa ad Olginasio. È una breve parentesi felice, poiché poco dopo la mamma muore e dopo pochi mesi il padre è richiamato a militare e la lascia sola. Lei così si trova sola a diciassette anni a curare i fratelli. Fa vari lavori, ma la vita è dura e lei può procurare solo patate a mezzogiorno e bucce la sera, ma riesce mandarli ogni giorno a piedi alla scuola di Besozzo, mentre lei va a lavorare, sempre a piedi, in una tessitura di Brebbia. Poi s’innamora di un giovane fabbro del luogo, uno di sette fratelli, che la vedeva come ogni giorno mandare a scuola i suoi fratelli, poveramente vestiti ma puliti e ordinati. Ma c’è la guerra e anche il suo fidanzato deve andare in guerra. Finalmente finisce la guerra e si può sposare. Hanno Emma. Ma dopo la guerra non trova lavoro e allora decide di andare da solo in Argentina a cercare fortuna. Trova lavoro come meccanico, riesce a comprare un pezzo di terra nei dintorni di Buenos Aires, dove lavorava, e vi costruisce una piccola casa di due stanze. Chiama la moglie con la piccola figlia che, dopo un’attraversata di quaranta giorni, lo raggiungono. Lui viene a casa alla fine settimana e in dieci anni ampliano la casa, e hanno altri due figli. Lei ricorda come, quella volta in cui rubarono al marito il borsellino con tutto lo stipendio, fu dura arrivare alla fine del mese. Poi il marito trova un lavoro più redditizio molto più lontano: a Cordoba che lo obbliga a tornare a casa solo una volta il mese. Dopo due anni tutta la famiglia si trasferisce a Cordoba. Poi la ditta gli regala una vacanza di quaranta giorni in Italia. Torna a Olginasio e trova l’Italia e il suo paese completamente trasformati. Decide di programmare il suo ritorno. A cinquant’anni, nel 1965, vende tutto e manda Emma in esplorazione in Italia. Lei 30 Storie semplici trova una casa in affitto vicino a Brebbia e richiama tutta la famiglia. Ereditano dal suocero un terreno a Olginasio, dove costruiscono una casa. Il marito e una figlia trovano lavoro all’Ignis. Passano nove anni sereni poi il marito muore d’infarto mentre sta tornando a casa in macchina. Ora i figli sono grandi e sono tutti usciti da casa, la pensione non basta e lei, per arrotondare torna a lavorare in un allevamento di pulcini e cura il suo orto. Lei così vive in piena autonomia col conforto dei figli, Antonio, Luigi ed Emma, sino a ottantasette anni. Poi una serie di malanni la costringono a ricoveri ospedalieri. Decide di andare in una Casa di Riposo. Trova posto a Gavirate. Ogni tanto ha nostalgia della sua casa, anche perché non è in grado di svolgere alcuna attività, ma la compagnia di sua figlia, che pur con cinque nipoti da badare la viene a trovare quasi ogni giorno, le permette di non perdere la sua serenità. 19. Le due amiche Prima incontro Angelina Belligio con la figlia. Era nata vicino a Sandrigo nel 1927, in una famiglia di sette figli che aveva in affitto una piccola cascina vicino a una zia, anch’essa con sette figli. Malgrado fossero in tanti, andavano tutti d’accordo. La povertà imponeva però rigide regole di vita. Il padre non poteva fare un regalo a uno solo, ma doveva sempre farlo a tutti. Così non li faceva a nessuno. Bisognava accettare. Li aveva amiche due care sorelle, senza soldi come lei. Una grande amicizia che continua anche oggi. Solo in qualche domenica pomeriggio, la sera era sempre proibito, poteva permettersi di andare al cinema. Dopo sposata, nel 1950, viene a Summirago, dove e va lavorare in una tessitura. Ha una figlia che a sua volta sposa un veneto. Dopo una caduta che la costringe sulla sedia a rotelle, si fa ricoverare nella casa di riposo. Qui si trova bene, anche se non può fare un gran che. La figlia, col marito e i nipoti e le fidanzate la vengono a trovare spesso e il tempo passa anche grazie Bruna, la sua compagna di tavola. Finisce dicendo bisogna accettare la vita e accettarsi come si è. Ma non ho ancora finito di parlare che irrompe con la sua simpatia dirompente l’amica Bruna Pasini. Era nata nel 1928 a San Pietro in Valle presso il confine tra Mantova e Verona. Il padre la vuole istruita e la manda nel 1945 a Bologna a specializzarsi in psicologia. Quando torna lavora in un ospedale. Il suo temperamento è esplosivo e quando diciottenne un giovane all’uscita dalla messa la scherza per il ricamo che trafora la sua camicetta, lei gli lascia andare uno schiaffo, che mai più fu così malandrino. Il Dante comincia così il corteggiamento sotto gli occhi vigili dei genitori che li sorvegliano ovunque e li accompagnano anche ai concerti all’Arena di Verona. A ventuno anni si sposano e, quando nel 1954 lui è colpito da una pleurite, si trasferiscono a Sant’Andrea, dove lui fa qualche lavoretto agricolo per fare vita all’aperto. Lei fa un po’ di tutto, lavora in una tessitura, poi a Gavirate in una casa di due maestri, dove si fa accogliere come una di famiglia, fino a quando non si trasferiscono in 31 Storie semplici provincia di Como. Lei è contenta ma il suo unico cruccio e di non aver potuto avere figli per la sterilità del marito, cosa che ha creato tensioni con i suoceri, che non volevano accettare la realtà. Fa l’ausiliaria all’Asl e alla casa di riposo di Comerio. Rimasta sola nel 2003 ottiene una casetta della Casa dell’Anziano di Cocquio, fa l’infermiera e così conosce una donna poi vittima di un misterioso delitto. Lì vi rimane sino a quando non ritenuta autosufficiente è trasferita alla casa di Riposo di Gavirate. Qui un ricoverato poeta perde la testa per lei e le chiede di sposarla. Lei gli vuol bene, gli resta amica, lo aiuta e anche lo assiste quando rifiutato dice di sentirsi morire. Ma sposarlo no. Ma visto che lui continua la sua corte, la figlia si sente costretta a spostarlo in un’altra casa di riposo. 20. La trattoria del Nord e il diario di Lucia Lucia Cilia, una bella signora dalla parola vivace, ha scritto le sue memorie e con semplicità me le propone. Sono storie semplici ma ricche di particolari che fanno capire la vita di una volta. Suo padre lavorava in Francia ma era tornato in Italia quando fu chiamato militare, malgrado fosse potuto restare, dato che era molto benvisto. Allora gli italiani, diventati popolo nemico, erano rimpatriati. Lei nasce a Cuvio nel ’24, ma poi si trasferisce a Luino, dove muore la sorella maggiore ancora bambina. Nelle sue memorie si leggono vari episodi. Ecco il suo racconto. La pasta e fagioli Avevo cinque anni e andavo malvolentieri all’asilo. Un giorno all’asilo la cuoca aveva scodellato la bollente minestra e, con l’intenzione di farla raffreddare, aveva messo le scodelle su una tavola appoggiata a una parete. Nell’attesa la maestra ci aveva fatto accomodare fuori del refettorio e ci raccontava una storia. La cosa non mi andava per niente. Il profumo della minestra, il mio appetito, il suo aspetto e la mia gola mi attirarono di nascosto all’interno. Per sedermi al mio posto dovevo 32 Storie semplici spostare dal muro il tavolo. Presto fatto, afferro il tavolo ma questo si rovescia. Dieci scodelle rotte, la minestra sul pavimento, uno spavento che non vi dico. A casa cominciarono a prendermi in giro: Vuoi pastina o pasta e fagioli? E io rispondevo sempre: Pasta e fagioli. Ancor oggi, a distanza di ottantun anni, vedo ancora il disastro che avevo fatto e quando vedo comparire la stessa pasta e gli stessi fagioli mi commuovo, qualche lacrima mi scende e mangio di gusto quello cui dovetti allora rinunciare. Il mio primo cane Il mio primo cane fu un segugio che si chiamava Brill. Non so per quale motivo mio padre smise di cacciare e diede il cane a un suo amico. L’anno dopo mentre stavamo mangiando sentimmo un gran fracasso davanti alla porta della cucina. Era Brill che aveva ritrovato il suo antico padrone. Una festa che non vi dico. In Francia Nel ‘31 i genitori ritornano in Francia a Seuveux, una località sulla via Francigena non lontano dalla Svizzera, dove avevano lavorato prima della prima grande guerra. Era un piccolo paese di campagna senza luce elettrica che ancor oggi ha meno di 500 abitanti. Mio padre tornò a lavorare con dei parenti e io, che avevo fatto la prima a Luino, volevo andare a scuola. Mia madre mi dice che non potevo perché non sapevo una parola di francese. Ma io insistetti. Poi, quando mi mandano, dopo pochi giorni abbandonai. Resto a casa e, giocando con i bambini del vicinato, in poco tempo imparo la lingua e posso tornare a scuola. Qui faccio diversi amici. A carnevale, con l’aiuto delle mamme, facevamo una festa. Allora non potevamo permetterci i costumi di oggi, ma quattro stracci, delle maschere di cartone disegnati con la carbonella e due buchi per gli occhi, bastavano. Andavano in giro per le case del paese a raccogliere dolcetti. All’ultima trovammo su una tavola una grossa torta salata di zucca. Ma i padroni della torta ci dissero che se volevamo mangiarla dovevamo farlo senza toglierci la maschera. Accettammo la sfida ed io, malgrado che non mi piacesse, ne mangiai tanta e feci indigestione. Da allora non mangiai più la zucca. Il dirigibile Ricordo anche quella notte senza luna. Io ero appena andata a letto, quando fuori dalla finestra comparve improvvisamente una luce misteriosa. Spaventata, guardai fuori dalla finestra e sorpresa vidi che stava passando a bassa quota, appena sopra i tetti, un dirigibile con la cabina illuminata a giorno che illuminava tutto il paese e lasciava distinguere i passeggeri. La paura passò e grande fu l’emozione. Fu l’unica volta lo vidi ma oggi rimane ancor vivo nella mia memoria. L’inferriata e la curiosa L’estate era una bella stagione. Eravamo una quindicina di amici che la sera ci trovavamo fuori casa mia. Tempo permettendo si giocava a nascondino. Il paese era la 33 Storie semplici nostra palestra. Quanto ridere, quanto divertimento e quanta gente abbiamo disturbato. Una sera davanti alla casa della Moin, eravamo lì numerosi a decidere come divertirci. La Maria, curiosa sporse la sua testa attraverso l’inferriata e vi rimase incastrata fintanto che il marito non riuscì ad allargare le sbarre. E noi per tutta la scena, incoscienti lì a osservare e farci tante risate. Il secchio d’acqua Un’altra sera eravamo fermi in una a strada a discutere e fare il solito baccano. Improvvisamente ci arrivò in testa un secchio d’acqua. Gino, di Milano, si mise a ridere di noi e ci disse: Mi el ma ciapà no! Ma non aveva fatto tempo a dirlo che ecco arrivare una doccia, solo per lui, dal padrone di casa che lo aveva sentito e non voleva fare ingiustizie. Non vi dico le nostre risate. Tanti amici Quando invece erano giornate di pioggia andavamo a casa di uno di noi a giocare a tombola. Per fortuna non c’era la televisione. Quando ripenso a quegli anni, rivedo tutti i miei amici, molti dei quali sono andati avanti, mi prende un nodo alla gola per la nostalgia. Lucia - mi dico - hai 86 anni, ringrazia Dio di averti dato tanti amici il cui ricordo è la cosa più bella che hai. L’aquilino Nel ‘34, muore il padre e allora tornano in Italia e vanno ad abitare ad Azzio, dove la nonna aveva un’osteria. A quell’epoca le belle e rare monete d’argento da 5 lire si chiamavano aquilini per via dell’aquila che era stampata. Nelle tasche di noi ragazzi erano proprio inesistenti. A ogni settembre veniva da noi il signor Paolo per una vacanza di tre settimane che dedicava alla cura dell’acqua che ogni mattina andava a bere alla fonte Gesiola posta sopra Orino, secondo lui miracolosa. A ogni bicchiere faceva un giro nei boschi vicini raccogliendo nocciole e funghi che faceva seccare. Poi, alla fine della vacanza, li portava a casa e ogni volta, prima di partire, mi dava come mancia: una moneta da cinque lire, il famoso aquilino. Io cercavo di conservarlo il più a lungo possibile ma, purtroppo le necessità erano tante, e i soldi molto pochi, e allora dovevo con l’aquilino tappare i buchi fatti per l’acquisto dei libri per la scuola o di un paio di scarpe nuove, quando le altre non erano più riparabili. Allora non mi restava cha aspettare il prossimo settembre con la speranza di meritarmi un nuovo aquilino. La signora Rosa A quattordici anni andai a lavorare alla fabbrica di organi Maschioni a Comacchio di Cuvio. Era un ambiente familiare. Vincenzo e Rosa Mascioni avevano undici figli, cinque femmine e sei maschi, che lavoravano tutti sotto la direzione del padre. Ognuno aveva un suo reparto e la signora Rosa, una bellissima donna con i capelli bianchi, da fare invidia a una ventenne, aveva un portamento da gran signora. Ogni giorno faceva il giro della fabbrica e non le scappava niente. Una mattina d’estate, per il gran caldo, avevo tolto le calze lunghe di cotone e avevo 34 Storie semplici messo i calzini corti. Arrivo in ditta e mi sento chiamare dalla signora Rosa: ven chi un mument – io le rispondo – se ghe sciura Rosa – e lei – va a ca’ a metter su i calzett – ma mi li u – rispondo, ma lei – chi li van minga ben. Quandi i tusan lavuren insema agli omen deven no far vedè i gamb biott immaginate cosa mostravo: il calzini arrivavano sin sopra le caviglie e il grembiule arrivava a metà gamba! Così dovetti rimettermi le mie calze lunghe col caldo che faceva. E pensare che oggi le ragazze vanno in giro con pantaloni che davanti coprono appena la vergogna e lasciano libera la pancia sin sotto l’ombelico e dietro lasciano libero tutto il fondo schiena, oltre il limite della decenza. Allora io penso a quanto sono cambiati il mondo e il modo di pensare. Prima di tutto i pantaloni erano un abbigliamento solo maschile e non erano certamente attillati da mostrare tutto senza lasciar nulla da indovinare. La libertà è una bella cosa mi risponderete. Si dico io, bellissimo essere liberi, ma rispettando il diritto altrui di non essere turbati. Ma torniamo alla fabbrica. Avevo diciannove anni quando mi fu chiesto se volevo fare una vacanza gratuita di due settimane, al campeggio della Gioventù Fascista, sulle montagne della Valganna. Era la prima vacanza della mia vita, immaginate quanto fossi contenta. Chiesi al mio capo, uno dei figli, di poter fare due delle settimane di ferie che mi spettavano, ma questi mi rispose che da loro le ferie non si facevano. Mi allontanai brontolando e fortuna volle che finissi contro il signor Vincenzo che mi chiese come mai ero così furibonda. Spiegai a lui il perché e lui: Vai pure, fai le tue vacanze e divertiti. Lo avrei abbracciato tanto mi aveva fatto felice. Le due settimane passarono in un lampo e il 24 luglio 1943 partimmo per ritornare a casa. Prima tappa: Varese dove, in attesa della corriera, con altre tre amiche in divisa della Gioventù Fascista, incontrammo un fotografo. Ci fece delle foto che avremmo dovuto ritirare la settimana dopo. Ma il giorno dopo veniva imprigionato Mussolini sul Gran Sasso e cominciò il caos. E di quelle foto non si parlò più. La trattoria del Nord Il bisnonno nel 1870 aveva aperto ad Azzio, negli attuali locali, un’osteria. Nel 1895 la nonna sposa il nonno muratore contenta perché convinta di non dover più stare in osteria. Ma i conti andarono diversamente, il lavoro da muratore non ce n’era e solo con la campagna non si campava, anche perché la famiglia cresceva. Così fu che nei primi del novecento a Comacchio di Cuvio, nacque la trattoria del Nord con alloggio. C’erano solo due camere che d’estate diventavano tre, perché i ragazzi andavano a dormire nel granaio. Con l’ottima cucina casalinga della nonna, famoso il suo minestrone, i suoi arrosti e il suo brasato, e il buon trattamento, il lavoro non mancava mai. Poi nel ‘22, decisero di trasferirsi ad Azzio; nel ‘35, aggiunsero una tabaccheria ancor oggi esistente. C’erano anche tanti milanesi tra i clienti abituali e non mancavano mai neanche i gaviratesi, a gustare la cucina casalinga. Famosi erano i risotti con i gamberi della nonna. Allora i gamberi erano abbondanti e, quando servivano, la nonna mandava il nonno a prenderli appena prima di cucinarli, direttamente nei fossi vicino all’osteria. 35 Storie semplici Fino a prima della guerra in estate c’erano tanti villeggianti ma anche durate l’anno non mancava il lavoro. Poi lo zio che aiutava fu richiamato a militare. Le donne rimaste sole e col lavoro ridotto a causa dei tesseramenti, decisero di affittare le stanze agli sfollati. Erano anni duri, ma la nonna, autoritaria e con grande grinta seppe resistere sino al ‘48, quando alla sua morte subentra lo zio. Ma negli anni ’60 prima si ammala la mamma e poi nel ’68, appena dopo aver allargato e abbellito l’osteria, anche lo zio. La povera Lucia che mai aveva posto piede in cucina si trova a improvvisarsi cuoca. Ricorda le corse su al letto della mamma a chiedere consigli e la montagna di libri di cucina. Poi nel ‘71, morto lo zio e rimasta sola, affitta l’osteria, ma dopo quattro anni la riprende e da sola rinnova i menù, prima tipicamente casalinghi. Si dà alla selvaggina e alla polenta. Vi lavorerà per quindici anni sino quando a sessantacinque, ormai stanca, decide definitivamente di smettere e l’affitta. Grande è la fama della sua osteria e poco dopo avere smesso i cacciatori di Cuvio la pregano di cucinare per loro gli uccelli e le lepri catturate. Sarebbe stato un impegno limitato, le dicono per convincerla. Loro erano solo una trentina, ma si sparge la voce e arrivano quasi in cento. Lavorò per una settimana, ma questa fu l’ultima volta. Poi in dieci anni si alternano vari gestori. Per ultimo trova una coppia stupenda, lui siciliano e lei danese, che si portano sul pesce e saranno per lei come fratelli. Ancor oggi l’aiutano e la vengono spesso a trovare. Il suo racconto volge al termine, ma alle mie domande affiorano tanti ricordi, un’osteria non è solo un posto per mangiare o bere. Passano davanti tante persone e si commuove e allora continua il racconto. Il fratello del nonno Faceva il macchinista delle ferrovie dello stato, poi nel ‘19 fu dichiarato uno sciopero, e lui, pensando ai sei figli, non aderì e pochi giorni dopo fu accoltellato e morì. Allora le ferrovie assunsero due dei suoi figli, uno per fare il macchinista sulla linea Milano – Domodossola, e il minore per la manutenzione delle rotaie. Una volta il fratello macchinista dovette procedere a passo d’uomo poiché c’erano lavori sulla linea. Tra quelli che lavorano, vede il fratello che gli dice: ho venti pacchetti di sigarette t’interessano? Visto il prezzo le prende. Ma quando torna a casa si accorge che le sigarette che aveva sono sparite. Gli aveva venduto le sue. Il Bastola e il Puccia Quando andavano a ritirare la pensione si fermavano all’osteria si ubriacavano e non riuscivano più a tornare a casa. Dovevano venire a prenderli. Il Bastola prima faceva lo stradino e il becchino. La gente lo pigliava in giro. Un giorno al principio di settembre, era lì a chiacchierare con la nonna. Di recente aveva seppellito uno e doveva seppellirne un altro. Dopo questo seppellirai me, ma dopo verrai anche tu, disse la nonna. La nonna muore il giorno dopo. Lui non ha più voluto seppellire nessuno. Il Puccia era buono ma sempre ubriaco e col Bastola faceva proprio una bella coppia. 36 Storie semplici Una volta ruba un coniglio a suo fratello e lo porta all’osteria e dice alla nonna: Tienimelo via e cucinamelo tra quindici giorni. Passano i giorni e la nonna se lo dimentica. Quando arriva il Puccia per mangiarlo la nonna non sa cosa fare. Il nonno aveva appena cucinato un gatto e le dice: Dagli questo. Il Puccia tutto solo e gongolante si gusta il gatto e dice: È proprio buono, si vede che questi sono i conigli di mio fratello che li tira su a fieno e castagne. Il nonno non la smetteva più di ridere. Una sera la Lucia tornava a casa dalla maglieria e quella volta c’era la neve alta e si faceva fatica a camminare. In un tratto deserto, in cima a una salita, improvvisamente compare l’ombra nera di un uomo con un grande mantello che sembra ondeggiare. Lei si spaventa, non sa dove fuggire, si fa coraggio e tenda di girare al largo, ma più di tanto non può. Quando passa nel punto a lui più vicino e le sembra venirle addosso, lei vede che è il Puccia completamente ubriaco e smarrito. Allora gli dà la mano e lo aiuta a ritornare a casa. Il Puccia, sembrava che le disgrazie se le attirasse. Una volta aveva scoperto dei ladri a lui sconosciuti rubare in un pollaio e si mise a urlare. Questi vistisi scoperti lo assalirono, bastonarono e fuggirono. Arrivati i carabinieri chiamati dal padrone arrestarono lui e lo misero in prigione per due giorni, senza che potesse fare il nome dei ladri. Ma una volta che vide uno di questi si mise ad urlare e a rincorrerlo con un bastone e quello si spaventò tanto che si non fece più vedere. Eppure, malgrado le sue debolezze era un uomo onesto e orgoglioso. Tante volte arrivava all’osteria senza il becco di un quattrino e si sedeva discretamente in un angolo ad ascoltare. I nonni che erano molto generosi, un posto a tavola per chi non avesse soldi c’era sempre, quando lo vedevano così gli offrivano un bicchiere di vino, ma lui sempre rifiutava. Allora il nonno gli chiedeva se poteva portare della legna nella legnaia o qualche altro lavoretto. Lui lo faceva e solo dopo accettava il bicchiere di vino. Gli amanti milanesi Per arrivare all’osteria di Azzio da Milano, allora era un’avventura. Si doveva prima arrivare a Varese col treno. Poi bisognava prendere il tram della Valganna, a Girla cambiare tram e infine a Ganna prendere una carrozza. Qui sembrava un posto sicuro. Quando gli amanti arrivarono, chiesero una camera per tre giorni, allora non si dovevano neanche chiedere i documenti. Quando stanno per entrare in camera spunta da quella accanto una donna, la vicina di casa di lui in vacanza. Attimi di terrore. Lui la prega di non dire niente alla moglie e poi scappa via lasciando l’amata imbarazzata. La mezza testa C’era il tesseramento, ogni cibo doveva seguire un percorso prestabilito per evitare il mercato nero, che comunque prosperava, anche se era previsto l’arresto per chi vendeva e chi comprava. Viene all’osteria il macellaio e la nonna gli chiede se non ha qualcosa per fare il brodo. Le dice, mandami la ragazza che le darò qualcosa. La Lu37 Storie semplici cia va in paese con una bicicletta da uomo e il macellaio le dà una mezza testa di bue che mette in una grossa borsa appesa al manubrio e pedalando a tutta birra corre via sulla strada del ritorno. C’è però una ripida salita e lei è costretta a scendere ed andare a piedi. Improvvisamente le compaiono davanti due carabinieri, lei non sa cosa fare, si vede già in prigione, ma visto che non c’è scampo tira dritto col cuore in gola. I carabinieri: Bella signorina, vuole una mano per spingere la bicicletta? Lei con grande imbarazzo aumenta in passo e ringrazia dicendo con finto orgoglio: No grazie, ce la faccio da sola. Arrivata a casa, solennemente dichiara che mai più sarebbe andata dal macellaio. Il nascondiglio segreto Una sera arriva il Nando che racconta di aver incontrato una donna, che gli racconta di suo nonno, un fabbro molto bravo e famoso per le sua cancellate artistiche, che durante la guerra era stato chiamato da alcuni signori ebrei che dovevano fuggire a causa delle leggi razziste. Questi gli chiesero di fare un nascondiglio segreto per nascondere alcuni gioielli che non potevano portare via. Dopo aver girato la casa, decise di ricavare un nascondiglio in un gradino della scala. Il lavoro fu fatto e i padroni della casa furono molto contenti e gli chiesero cosa gli dovevano per il lavoro. Questi rispose che non gli dovevano niente, perché a lui bastava la fiducia che gli avevano dato. Lei era la figlia dei padroni e lo aveva cercato perché aveva voluto che il gesto del nonno fosse ricordato. L’organetto Tanti anni fa era solito passare all’osteria un suonatore di organetto accompagnato da una bambina. La nonna prendeva la bambina e le faceva mangiare sempre qualcosa. Sono passati vent’anni e un giorno compare una signorina che vendeva qualcosa. Lei guarda la Lucia e le chiede: Lei si ricorda di me? Lei le disse che francamente non sapeva chi fosse e allora questa le raccontò che era proprio quella bambina dell’organetto e chiese notizie sulla nonna e sulla mamma. Lei non poté non comprarle qualcosa e le diede un bacio mentre una lacrima scorreva sul mio viso. 21. La nonna di don Piero Tutti noi siamo debitori dei volti che abbiamo incontrato. Spesso tra questi volti ci sono i nonni o qualche prozia anziana con cui abbiamo vissuto i primi anni della vita. Vivendo in una normale famiglia di operai, anch’io sono cresciuto con i nonni e con gli anziani del cortile in cui vivevo. A una mia nonna, che viveva in casa con noi debbo in particolare molto della mia vita. Mi rimangono dei ricordi della pazienza con cui mi accompagnava e dei racconti con cui mi convinceva a mangiare la colazione prima di andare all’asilo. Mi ricordo soprattutto il suo silenzio e la sua attenzione a non fare pesare la sua presenza assumendosi dei ruoli che non erano i suoi. Ancora più vivo è in me il ricordo di quando accettò, a 72 anni, di accompagnarmi nei primi anni di sacerdozio a Giubiano, provvedendo alle necessità della casa. Allora vidi davvero che cosa può far fare l’amore per una persona. Ritornata dalla 38 Storie semplici Francia molto giovane, praticamente non si era più mossa dal paese, e ora accettava di incominciare a vivere in un ambiente nuovo. Era certo molto timida e schiva, eppure ora accettava di misurarsi con questa nuova e sconosciuta situazione. E avvenne davvero quasi un miracolo: in breve tempo, non cambiando il suo temperamento e il suo stile di vita, si fece accettare da tutti, divenne la nonna dei tanti ragazzi che frequentavano l’oratorio, accettò di aprire la casa e di avere sempre qualcuno con cui fare i conti, accettando anche le intemperanze dei ragazzi, che si sa, non sono sempre molto discreti. Rimase con me per circa dieci anni sempre con una presenza discreta ma vera, diventando parte importante anche nella vita di quei ragazzi che l’hanno incontrata. La prova è che è un ricordo vivo su cui il discorso va quando si tenta con qualcuno di essi di ricordare i tempi passati. Che cosa mi ha insegnato? Innanzitutto che la profondità della vita non sta nel fare cose straordinarie o nel vivere con la preoccupazione di imporsi e di far colpo sugli altri, ma nel fare con coscienza e fedeltà le cose che la vita e gli altri ti chiedono. E soprattutto sta nella capacità di occupare con gioia il proprio posto, standoci contenti e vincendo la tentazione di voler fare quello che gli altri devono fare. Nella vita si possono fare cose grandi anche vivendo semplicemente e nell’assoluta normalità e forse anche un po’ in ombra. Chi è al suo posto trova comunque la possibilità di farsi accettare e di dire quella parola importante che è racchiusa nella sua vita. Bisogna vincere la frenesia dell’apparire che sfigura le persone e le abbruttisce. Ci sono, ma sono tristi macchiette che non comunicano nulla e lasciano solo il vuoto. È il caso di tante presenze che s’impongono senza rispetto e pudore, che fanno tanto chiasso, ma non dicono nulla, ricorrono a qualsiasi artificio pur di far colpo, ma non incidono nella vita. Mia nonna mi ha insegnato che bisogna stare al proprio posto perché è lì che gli altri devono venire a incontrarti, perché solo da lì puoi pronunciare la parola per cui vivi. E che importa se gli altri “fanno carriera”, sono più visibili … solo dal posto che ti è assegnato dalla Vita tu puoi fare davvero bene. 39 Storie semplici C’è un’altra cosa che mi sembra di aver capito. Ed è che le parole nascono solo dal silenzio. È sorprendente vedere come una donna che stava prevalentemente in silenzio sapesse in alcune occasioni folgorare con la parola giusta che illuminava, che sdrammatizzava, ironizzando, che sintetizzava in un suono una sapienza a lungo custodita e coltivata … e non aveva studiato! Se non c’è silenzio, si parla a vuoto, e le numerose parole, se non fanno danni, di certo alimentano solo rapporti passeggeri e superficiali, entusiasmi che lasciano il tempo che trovano, fuochi fatui che non hanno il potere di riscaldare la vita. Dunque il silenzio come grembo fecondo della parola vera! Non occorre parlare molto, ma dire quella parola che è necessaria, al momento giusto, quella che è in grado di cambiare anche una vita. Ma questa parola può nascere solo se è a lungo coltivata in se, se non ci si ferma al primo stato d’animo, se si ha la pazienza di riflettere a lungo sugli avvenimenti. Penso che devo soprattutto a lei questa minima capacità di fare silenzio, di pensare almeno un po’ le parole da dire, di dire solo ciò che è necessario a costruire … anche se non sempre questa capacità è adeguata alle necessità. Da ultimo mi ha insegnato ad amare. Non sono state molte nella sua vita le manifestazioni di affetto. Per pudore non si lasciava andare a molte effusioni, eppure voleva bene. Come quando mi ha seguito senza discutere, come fosse la cosa più normale, come se fosse scontato che dovesse rimettere in discussione la sua vita per darmi un aiuto. L’amore è così. Non si limita all’effusione, ma entra nella vita e porta a fare scelte difficili, come se fossero le più semplici e naturali. Mia nonna forse non mi ha mai detto “ti voglio bene”, ma si è fatta trovare pronta a ogni necessità e ha dato, per quanto poteva, la risposta, senza farla pesare, quasi ringraziando per poter fare ciò che stava facendo. Quando nelle cose più semplici incontri un amore così allora non hai più paura della vita, non dubiti più della sua bontà, non stai più a fare calcoli strani … impari ad amare, impari a vivere. Ci sono ancora nonni così? L’assoluta normalità di mia nonna mi dice di sì! Forse vanno un po’ più ascoltati, forse bisogna restituire loro lo spazio, che una certa presunzione ha loro tolto. E allora ben venga quest’occasione del centenario della Fondazione Bernacchi-Gerli Arioli. E possa essere l’occasione in cui tutti si accorgano del patrimonio di umanità che questa casa contiene, così come tutte le case in cui vivono anziani veri. Forse è proprio da queste persone che abbiamo un po’ emarginato che può venire una risposta vera alle nostre angosce, una risposta fatta non di parole soltanto, ma di fedeltà vera alla vita. 22. Il Totomondiale Ogni mattina quasi la metà dei ricoverati va alla palestra fisioterapica dove operano Gloria Baldas e il fisioterapista Alex Mastrotto, supervisionati dalla dr.ssa Ester Generani. La palestra è dedicata a Mario Tonetti. È per loro un momento di vita. Arrivano puntuali e fanno piccoli progressi. La fisiatra stabilisce con i fisioterapisti il programma per ciascuno di loro e loro docili si lasciano guidare. I più in salute arrivano 40 Storie semplici puntuali ogni giorno a fare i loro esercizi. Ma la palestra è anche luogo d’incontro, si familiarizza anche con i fisioterapisti, che li sentono loro nonni. Quando qualcuno viene a mancare, per loro è un vero dolore. Sono persone difficili da dimenticare. Si parla di malanni ma anche di tutto un po’. Per alcuni la mezzora d’esercizi è una grande fatica ma non demordono. Nei momenti di attesa chiacchierano e fanno nuovo conoscenze anche di ospiti di altri piani. La Gloria, che è quella sempre presente mattina e pomeriggio, sta attenta a organizzare i turni degli esercizi in modo da facilitare questi incontri. Quest’anno c’è stata una nuova iniziativa all’interno dei progetti, che ha portato un po’ di fermento: il Totomondiale. Sono state formate sette squadre composte sia da ospiti e sia dal personale, una quarantina di persone in tutto. A ogni turno di gioco ogni gruppo doveva compilare una schedina e per ogni risultato giusto otteneva dei punti. Alex, noto e scatenato juventino, metteva del sale sulla coda con le sue sfottiture. Dopo ogni turno s’informavano non solo i partecipanti ma anche gli altri ospiti e anche visitatori. Neanche a farlo apposta ha vinto il gruppo con Alex, il polipo italiano della casa di riposo, anche perché aveva pronosticato sin dall’inizio la vittoria della Spagna, cosa che ha procurato i punti decisivi per vincere. Il gruppo vincente ora sta vivendo di rendita sul successo ottenuto. Visto il successo, si pensa di organizzare qualcosa di analogo in futuro. 23. Ferragosto a Ispra A Caterina Alquà è rimasta impressa la gita a Ispra, quando partiti da Gavirate si sono fermati ad Angera per visitare il mercato e passeggiare lungo il lago. Poi sono andati a Ispra per la strada che passa per Ranco per il grande pranzo. Verso la fine del pranzo due musicisti, un uomo e una donna, hanno iniziato a suonare. Nonostante la pista fosse al sole, alcune coppie si sono messe a ballare. Qui si scatena il racconto di Caterina: Mi sono ricordata di quando anch’io ballavo e mi è venuta una gran voglia... Mi piaceva tantissimo ballare, di solito ci andavo il sabato e la domenica, quando non ero ancora sposata e avevo la possibilità di scegliere il ballerino. Danzavo con chi era capace e se qualcuno mi pestava il piede, terminata la danza, lo cambiavo. C’erano alcuni ballerini con cui mi stancavo di fare coppia dopo tre o quattro passi. Mio marito non l’ho conosciuto al ballo, ma a un caffè. Vi ero andata con una mia amica e il suo consorte. Non era solo un caffè ma anche un ambiente familiare in cui si danzava. Lui era là con i suoi amici. Mi ha invitato a ballare ed io ho accettato. Quando ho visto che non mi mollava più, ho capito. Non ricordo dove e quando ho imparato a ballare e credo che sia qualcosa con cui sono nata. Ma forse ho imparato quando ero nella pancia di mia madre, perché non 41 Storie semplici ho un ricordo di qualcuno che mi abbia insegnato un passo. Credo che sia la passione che mi ha spinta a ballare. Sin da bambina osservavo in modo critico le coppie danzanti. Con mia sorella maggiore scambiavamo giudizi e pareri del tipo: “quella col vestito così e così non balla tanto bene”. Mia mamma amava ballare. Ha sempre ballato prima di sposarsi, per cui ci capiva, anche se una volta l’ho fatta piangere. Ricordo che ero una ragazzina. Ero a casa dal lavoro perché avevo avuto la pleurite. Ma la voglia di andare a ballare era tale che non ho resistito. Ci sono andata di nascosto. Sfortunatamente là mi ha vista il mio direttore che ha preso la bicicletta ed è andato a casa da mia mamma e le ha detto: “Venga un po’ a vedere che malattia ha sua figlia”. Mia mamma ha immaginato. Quando sono tornata a casa, l’ho vista piangere: “Il direttore è stato qui!”. Allora chi lavorava aveva paura di perdere il posto. Con il papà in guerra, se non lavoravo era grama. Mia mamma cercando comprensione gli disse che ero giovane e che avevo voglia di divertirmi, ma lui rispose: “Sì, ma quando c’è da mettere il piatto in tavola”. È finita così. Poi sono andata a lavorare e non sono stata più a casa. 24. Il Comifestivalando Nel maggio del 2009 abbiamo partecipato per la prima volta come concorrenti, alla manifestazione del “Comifestivalando”. Per diversi mesi, abbiamo compiuto prove bisettimanali, in un primo momento per decidere che canzone sarebbe stata meglio eseguire, successivamente per le vere e proprie prove canto. Durante le numerose prove sono state eseguite diverse canzoni del repertorio popolare italiano, con grande partecipazione di tutti i coristi. Il coro si è sempre entusiasmato nelle prove, senza sentire stanchezza o affaticamento, anche dopo ripetute interruzioni alla ricerca della forma perfetta, della giusta tonalità. Il Maestro Giromini, è stato instancabile nel fornire supporto e insegnamento aiutato da Linda. Un validissimo riferimento per il nostro coro. A Luino, la splendida esecuzione del canto: Il Mazzolin di fiori è stata molto apprezzata dal pubblico con un grande applauso, ma anche dalle autorità presenti e dalla “giuria” che ci ha assegnato il secondo premio sui sei cori partecipanti. L’attività è stata riproposta nel 2010, col coro guidato da Linda, Alessandra con la collaborazione del personale Asa e dei volontari ha ottenuto il 2° posto con il brano “L’uva fogarina “ con entusiasmo da parte degli ospiti. 25. La Corrida Tra le iniziative da ricordare vi è la Corrida, proposta per la 1° volta nel 2006. con altre case di riposo della zona. Nel 2009, in occasione della Festa Regionale dei Nonni si è svolta nuovamente l’iniziativa. A partire dal mese di settembre, gli ospiti partecipano alle prove settimanali, inizialmente per decidere in quale delle tre categorie (canto, ballo e recitazione) esibir42 Storie semplici si e, successivamente, per le vere e proprie prove generali. Durante le numerose prove vengono letti racconti, poesie e barzellette inventate dai nostri ospiti, mentre le canzoni sono del repertorio popolare italiano e i balli sono tratti da brani celebri. Nell’ultima edizione gli ospiti partecipanti sono stati in tutto diciotto. Ammirevole sono stati l’impegno e l‘entusiasmo. Anche quando la stanchezza e l’affaticamento si facevano sentire, dopo una pausa si ripartiva spinti da una sana competizione e voglia di fare. La manifestazione si è aperta con lo spettacolo preparato dai Ragazzi del Liceo con Cristian, che faceva il presentatore, e gli altri dedicati al ballo, alla coreografia e all’addestramento dei concorrenti per due o tre interi pomeriggi la settimana. Dopo un’ardua decisione, la giuria ha decretato vincitrice la signora Gina Civelli che ha recitato la poesia Lo specchio della Vita, poesia scritta dal Direttore Sergio Sgubin, e usata, a sua insaputa, nella gara. 26. Il torneo di scopa Cesare Porro vince il torneo di scopa in coppia con Walter Marini contro quelli bravi del circolo della terza età che hanno la sede in un fabbricato presso la casa di riposo. Lui era nato ad Azzio nel ‘33 e venne a Gavirate nel ‘79 quando riuscì a comprare casa a Fignano. Poi non poteva farcela più con quei trentadue gradini, per cui va in affitto in un’altra casa. Qui arriva nel 2009 quando ha alcuni malanni e la moglie non ce la fa più a seguirlo. Spera di poter star meglio e ritornare a casa. Lui la scopa d’asse e liscia l’aveva giocata ad Azzio sino a quando, verso la fine degli anni ’60, incominciarono a giocare con i segni. Allora erano in tanti, avevano una società che organizzava tornei. Ora qui ha ripreso a giocare soprattutto con gli amici del circolo con i quali passa volentieri il tempo a giocare a carte e chiacchierare di calcio, lui fedele tifoso del grande Torino, di cui ricorda la formazione, con qualche simpatia per l’Inter sia per Mazzola figlio dell’attaccante del Toro, morto nella sciagura aerea di Superga nel ‘49 e sia perché la prima partita che aveva visto fu: Torino contro l’Inter. Qui ha incontrato la Lucia con cui ricorda i tempi antichi di Azzio quando andava a comprare le sigarette nella sua tabaccheria e chiacchierare con lo zio o andava mangiare la polenta e usei. Ma nella sua trattoria tutto era buono. È contento di aver trovato una soluzione al suo stato, è assistito, sa come passare il tempo, tutti i giorni il Guido gli compra la Gazzetta, segue lo sport alla televisione, soprattutto il calcio, e qualche volta guarda film e programmi musicali. Nel piatto non lascia mai niente, non si deve sprecare il cibo, mi dice, col suo buon compagno di scopa divide la camera. Spesso lo vengono a trovare la moglie, i figli e i nipoti. 27. Il campione Erano arrivati alla pari quest’anno alle Olimpiadi del Centenario, con quelli di Ispra. 43 Storie semplici Bisognava fare lo spareggio. Scelsero lui per la gara decisiva a braccio di ferro. Lui vinse e si meritò il titolo di Campione. Stiamo parlando di Gatti Luigi nato a Codigoro di Ferrara nel ‘30, dove viveva con cinque fratelli nell’azienda agricola in cui lavorava il padre. Un mattino d’inverno quando c’era ancora la brina e lui era decenne, il figlio del padrone lo mandò col fratello e le sue settantaquattro mucche a pascolare l’erba medica, che in arabo è chiamata padre di tutti i cibi, rimasta dopo il taglio. Dovevano farle pascolare per quindici minuti. Così fecero, ma sulla strada del ritorno improvvisamente le mucche cominciarono a gonfiarsi. I ragazzi si spaventarono moltissimo e corsero a perdifiato ad avvisare. Gli animali avevano mangiato l'erba che coperta da troppa poca brina stava fermentando e così, i ruminati, che già producono molto gas e lo espellono una volta ogni minuto, per il troppo gas si gonfiarono a dismisura e stavano soffocando col rischio di morire in meno di un’ora. I padroni accorsero per bloccare la fermentazione e cominciarono a infilare tubi nello stomaco degli animali per far bere loro del bicarbonato di sodio mescolato ad acqua (in alcuni casi si pratica un foro sul fianco). Ma nonostante l’intervento tempestivo, morirono tre bestie, i padroni si misero a piangere e i ragazzi rimasero sconvolti. La loro carne, diventata quasi immangiabile, fu svenduta. Poi la meccanizzazione e lui e la moglie, che faceva la mondina, trovano solo lavori stagionali o provvisori. Poi nel ‘63 si produce un’ernia al disco, è operato ma non può più fare lavori pesanti e allora decide di seguire un fratello, che era già venuto a lavorare a Gavirate nel ‘48, e trova lavoro alla Ignis, dove rimane sino alla pensione arrivata a 54 anni. Ha malinconia del suo paese, ricorda ancora la coppia, il pane croccante con due cornetti che si facevano in casa. Là vi aveva anche costruito una casetta di vacanza che dopo pochi anni dovette vendere per aiutare i figli. A Gavirate, dove si sono trasferiti anche i suoi fratelli, ritrova molti amici del suo paese. Là è rimasta solo una cognata che ha un albergo trasformato in casa di riposo. Lui avrebbe anche voluto andare là, ma ha i figli e i nipoti qui. Ora vive in una camera della casa di riposo con la moglie, che ha difficoltà di movimento ed è molto aiutata dalla figlia. Lui va spesso alla sede della terza età a ballare il liscio, specie il valzer, sua passione sin da quando era giovane o a giocare a carte, come già faceva al circolo di Voltorre, dove viveva. Partecipa a tutte le iniziative che le ragazze dell’animazione organizzano. Ricorda con particolare soddisfazione la gara di canto di Luino, dove sono arrivati secondi col canto popolare: L’uva Fogarina, in onore di un vitigno rustico usato nei campi a ridosso della sponda reggina del Po usato nella produzione di un tipo di Lambrusco che si usava un secolo fa ed è quasi scomparso. Ora è stato riscoperto forse anche grazie al famoso canto e forse ha preso il nome di fogarina: da «fugare», nel senso di scappare dalle piene del Po. 28. Il pittore e le bande 44 Storie semplici Lo chiamano l’artista poiché dipinge parecchi quadri che, nelle grandi occasioni, espone. È Donato Lorusso, nato ad Altamura nel ‘29. Già a dieci anni faceva il sellaio in una della quindicina di botteghe della sua città, dove fabbricando soprattutto finimenti per i muli, il mezzo di trasportò più diffuso dell’epoca e per i cavalli da tiro. Erano i meccanici dell’epoca. Famose anche le sue polsiere di cuoio che i contadini usavano per proteggere i polsi durante la raccolta delle famose lenticchie verdi di Altamura, fatta con lo sradicamento delle piante. Sin da giovane dimostra un particolare talento artistico, gli piace disegnare e suona il sax- tenore nella banda del paese e tante volte anche in quella di Gravina. Le bande importanti avevano oltre cinquanta elementi con una decina di professionisti che facevano gli assolo. Loro erano solo una trentina e tutti dilettanti. Allora suonare in una banda era un’occasione per guadagnare dei bei soldi. Nelle feste di paese si guadagnavano 1.500 £. e nei matrimoni, che allora si facevano nelle case, ancor di più anche 3-4mila £. perché si suonava dalle 12 alle 3 di notte. Poi i festeggiamenti furono portati nelle sale da ballo e venne la SIAE che si faceva pagare i diritti d’autore agli sposi e allora, si eseguivano meno brani per pagare meno diritti e le feste terminavano prima anche se il compenso restò lo stesso. Oggi quella banda esiste ancora ma ora è composta di giovani che studiano musica. Poi la chiusura delle botteghe di sellaio, per l’arrivo delle automobili, lo costringe a cambiare lavoro. Lui non vuole né lavorare in campagna né fare il muratore. E allora 45 Storie semplici si da fare e si arrangia in tanti mestieri. Il direttore della banda lo prende come factotum prima per la sua tabaccheria e poi anche per la vendita delle bombole. Ma a lui i soldi non bastano anche perché nel frattempo si è sposato e ha avuto sei figli, e allora, nel tempo libero, in un piccolo locale presso la tabaccheria fa il calzolaio, dove aggiusta scarpe e palloni e aiuta i contadini che non hanno confidenza con gli uffici, facendo pratiche in cambio di piccoli compensi in denaro o natura (uva, patate, vino …). La sera fa la maschera al cinema e la domenica vende i biglietti allo stadio. Immaginate le corse da un posto all’altro. Poi un parente che abitava a Gavirate e lavorava all’Ignis, lo vede affannato e gli consiglia di venire anche lui a Gavirate. Gran consiglio di famiglia e la decisione, soprattutto voluta dalla moglie attirata da un maggior guadagno: lei va in esplorazione con i figli, due dei quali in età da lavoro. Trovano a Gavirate un piccolo locale in affitto e tramite un conoscente, i due figli maggiori trovano lavoro all’Ignis. Così, con grande dispiacere, lui lascia la sua amata Altamura per venire a Gavirate dove, tramite lo stesso conoscente, trova anche lui, lavoro all’Ignis. Ricorda ancora le sue lacrime di gioia alla prima busta paga, non aveva mai visto così tanti soldi in una volta sola. Qui la sua dinamicità non si esaurisce e gli consente di diventare caposquadra, ma comunque l’inserimento è difficile per un uomo del sud come lui. Dopo la pensione, in un piccolo locale a Fignano, ripara le scarpe agli amici e riprende a disegnare. Poi il suo ultimo figlio, nato a Gavirate, gli regala cavalletto, tele e colori e lui comincia a dipendere la cattedrale di Altamura che ha sempre nel cuore. Nel 2004 muore la moglie e rimane solo, poi una malattia nel 2009 lo obbliga prima in ospedale e poi alla Casa Bernacchi. Qui gli trovano un piccolo spazio, dove può dipingere per quasi tutto il suo tempo libero. Molti dei suoi quadri si possono vedere esposti nel salone al secondo piano. Solo qualche volta gioca a carte per stare con gli amici. Ha soprattutto la malinconia del pane di Altamura, che si trova anche qui, ma non è lo stesso, e se non avesse qui i figli, gli piacerebbe tornare a vivere al suo paese. 29. La poetessa Un’altra poetessa è Gina Civelli, nata nel ‘19 e vissuta a Groppello, ancora lucida e fragile testimone dei suoi tempi, anche se a volte la sua memoria la tradisce. Con l’aiuto della figlia Chiarella cerca di raccontare le sue memorie. Da piccola la mandano a studiare al collegio delle Canossiane di Besozzo per evitarle i trasferimenti a causa delle salute delicata. Fu un periodo da incubo per la mentalità retrograda e paesana delle suore, che avevano una severità eccessiva, imponevano di fare il bagno avvolte in un bianco lenzuolo e le facevano dormire in enormi stanzoni senza intimità. I genitori, resesi conto del malessere della figlia, piangevano quando doveva ritornare al collegio dopo un periodo di vacanze e poi, appena possibile, la trasferirono a Varese al collegio 46 Storie semplici sant’Ambrogio, dove stette molto meglio e respirò un’aria cittadina. Così si diplomò maestra, una laurea per l’epoca. Dopo essersi inquadrata nel partito fascista, poté svolgere l’attività in tanti paesi della zona. Una domenica, aveva 19 anni, lo zio Mario portò in barca lei e alcune amiche all’Isolino. Allora c’era una trattoria dove si suonava e ballava. La musica si sentiva anche fuori e le giovani amiche erano fuori sul piazzaletto e ballavano e scherzavano tra loro. Poi cominciarono a ricorrersi e nel gioco si unì un giovane ufficiale siciliano, anche lui in gita sull’isola. Lei era nascosta dietro una siepe quando all’improvviso sbucò dietro le sue spalle il giovane ufficiale che la baciò e poi corse via. Fu un colpo di fulmine. Si videro di nascosto altre volte ma la mamma pose fine al sogno obbligandola a scrivere una lettera d’addio. Fu per lei un dramma ma quel giovane non lo dimenticò mai. Molto più tardi riuscirà a rintracciarlo e scambiare con lui dolci ricordi, ma ormai la vita li aveva separati per sempre. Lei a 29 anni aveva sposato il proprietario di una ditta di pipe di Groppello e lui si era sposato e aveva intrapreso una carriera accademica. Durante la guerra si trova a insegnare a Graglio, ancor oggi una piccola frazione della Val Veddasca, dove in una stanza, teneva scuola, dormiva e cucinava la polenta, che le portava il nonno mugnaio, e le castagne degli abitanti del luogo. A volte per paura dei bombardamenti fuggivano nei boschi e poi a fatica ritrovavano la strada di casa. Durante le estati fu nominata Direttrice della Colonia Elioterapica fondata dal senatore Roncoroni nel ‘40, per rispondere al mito della vita sana e all’aria aperta. Qui ricorda i ragazzi vivaci che a fatica si potevano inquadrare nel programma quotidiano fatto di momenti di canti patriottici, ginnastica, riposo, di esposizione al sole. Dovevano prendere il sole sulle sdraio prima davanti e poi, voltandosi ai colpi di fischietto, anche sulla schiena. Ricorda ancora il profumo dei minestroni preparati dalla Richetun, la grossa cuoca che preparava anche i panini della merenda. La sana disciplina era sempre cercata con discreto successo ed era scandita dal suono degli zoccoli di legno della Gina. Al termine della guerra la colonia fu chiusa e le fu affidato il compito di gestirvi il doposcuola. Ma altri pensieri emergono dalla sua memoria. Ricorda la grande paura provata quella volta che fu fermata e portata in una villa alla periferia di Varese sopranominata Villa Triste, la villa di Milano dove la famigerata banda Koch torturava i prigionieri, da militi dei Reparti Italiani di Polizia, che dopo 8 settembre si erano messi alle dipendenze delle SS naziste. Era successo che, sul diario di un’amica uccisa dai partigiani come spia mentre andava a prendere il treno che anche lei abitualmente utilizzava per andare al dopolavoro, fosse indicato il suo nome. Non le fecero del male ma la sottoposero a pesanti interrogatori per cercare di conoscere il nome degli assassini. Poi la sera la rilasciarono. 47 Storie semplici Dopo la guerra, ha tre figli che alleva nella musica, passione ereditata dalla mamma che persino sul letto di morte cantò con lei un brano di musica operistica, nelle letture e nella poesia, che anche lei compone. La figlia dice di essere stata allevata Al chiaro di luna di Beethoven. Poi quando nel ‘93, dopo un periodo in cui rimane sola, perde la sua autonoma, viene alla casa di riposo dove nei primi tempi riesce a comporre altre poesie, passione che erediterà un suo nipote. 30. Ur cercott Maria Luisa Mattioni, sin da bambina veniva a trovare con la mamma alcuni vecchi di Gavirate che vi erano ricoverati. Allora l’immagine era triste, stanze buie, ospiti trascurati. Conobbe suor Rosalia, allora chiamata ur cercott perché sempre in caccia di sussidi per la Casa. Era rustica, infaticabile, un fuoco d’artificio, per alcuni anche antipatica, ma aveva un cuore d’oro. Il suo carattere contrastava con quello di suor Giulietta che ricorda come una grande suora per la sua dolcezza, disponibilità, simpatia e famigliarità. Ricorda anche la bella accoglienza delle suore quando con l’oratorio andavano a visitare i vecchi. Ora, quando ha tempo, viene spesso ad aiutare a mangiare qualche anziano, ma sopratutto a fare loro un po’ di compagnia. Per me sono tutti miei nonni, dice e spero sempre di poter fare di più. 31. I ragazzi del sabato Nella mente di Matilde Cataffo, può sembrare strano, la Casa di Riposo è associata a ricordi di adolescenza e giovinezza. Erano un bel gruppo, circa una quindicina di giovani e tutti i sabati, verso le quattro, andavamo a trovare gli anziani. Di solito chiacchieravamo con loro, nella sala comune o nelle loro stanze, ma non mancavano momenti di festa, con canti e scenette o momenti di preghiera insieme, guidati dalle suore, che allora abitavano nella casa. La presenza costante delle suore, una in particolare, era vitale: loro conoscevano a fondo ogni ospite e per ciascuno avevano attenzioni particolari; lei, suor Adele, la loro suora, li aspettava, li accompagnava, li guidava, di fatto era parte del gruppo. Gli anziani li accoglievano sempre con gioia, parlavano volentieri, raccontavano le loro storie; spesso erano storie di solitudine, di attesa di una visita da figli e nipoti lontani, di desiderio di tornare alla propria casa. A volte, invece, la loro vita era tutta lì, dentro la Casa di Riposo; allora nascevano alleanze, amicizie e perfino amori. Matilde ricorda una coppia, vedovi entrambi, il cui amore è nato proprio lì, a dimostrazione che i sentimenti non hanno età! Per gli ospiti era come se loro portassero la vita, mentre in realtà loro la vita la tenevano tutta dentro, nei loro ricordi, negli episodi della loro vita, che raccontavano con pudore, senza sensazionalismi, a chi le stava ad ascoltare. Matilde racconta: 48 Storie semplici È una grande ricchezza quella che mi è stata donata in quegli anni: l’opportunità di vedere la vita da un altro lato, con gli occhi di chi viveva momenti così diversi dal mio e un gruppo di amici con cui costruire questa esperienza, confrontarsi, progettare insieme idee sempre nuove per divertire i nostri vecchietti. Che bravi ragazzi ci dicevano, mentre noi ricevevamo assai più di quanto donassimo. 32. Era una di noi Carmine ha tanti i ricordi dei ragazzi del sabato, delle giornate a cantare le canzoni del tempo, ai ritrovi per preparare le nostre piccole recite, e la loro coordinatrice, la mia suora Adele, una che non ci ha mai imposto nulla, tranne quello di farci stare bene e fare stare bene gli ospiti della casa di riposo, ho ricordi bellissimi di quel periodo, facevo salti mortali per non perdere un sabato, ed ere bello vedere i nostri vecchietti aspettare il sabato come uno dei giorni più importanti. C'era l'attesa del nostro arrivo e ricordo con piacere come le signore si preparavano, dal vestito elegante, al trucco, Ricordo con affetto quanta armonia c'era tra noi, così caratterialmente diversi ma compatibili, tutti per un fine che era quello di far star bene l'ospite, ricordo le ballate di liscio con la Concetta, le pettegolate della Bruna, le partite a carte e l'eleganza della Rita, le caramelle e le confidenze dell'Olga e poi i nostri Natale, le feste di pasqua, le giornate d'estate sotto la bellissima magnolia del cortile, le preghiere del rosario nella piccola chiesa con la suora, ricordo anche i rac conti di una vita vissuta, il dispiacere del parente che non veniva a trovarli, il senso di abbandono, le loro lacrime nelle loro facce segnate da un tempo passato, i loro occhi quando ci vedevano,e poi quando ci si diceva ''dai ragazzi facciamo il giro nelle stanze'', quando Fabio tirava fuori la sua chitarra, e la tenerezza delle persone che come me sapevano che stavano facendo qualcosa di bello per i nostri vecchietti e soprattutto al nostro cuore. E' stato un periodo importante quello de i ragazzi del sabato, sono tanti i ricordi e tante sono l'emozioni che quel tempo mi ha donato, e sono contento di esser nel mio cuore, ancora un ragazzo del sabato.. 33. Caterina, Rosetta e Teresa Roberta Lentà, da ragazza per qualche tempo ha avuto l’occasione di frequentare delle persone presso la casa di riposo Bernacchi, a Gavirate. Ricorda in particolare 49 Storie semplici alcune donne, che riscopre a un tratto interne, e improvvisa questa testimonianza: Una è Caterina. Non potrei non scrivere di lei. Penso la sua sagoma nervosa, da ragazzino, il ciuffo di capelli bianchissimi che non stavano mai a posto, come un senso di rivoluzione indorata a fantasia, che ancora oggi dà consistenza al ricordo. Aveva un accento umbro pronunciato, che in qualche modo radicava l’esuberanza liquida, azzurra dello sguardo. Grazie per la sua gentilezza, mi diceva spesso, con quella terza vocale chiusa, diversa dalla mia, che era già un ammiccamento in cui ritrovarla uguale a se stessa soltanto. Aveva mani magroline, nodose, con cui cercava a un tratto una confidenza chiocciante, mettendomele sottobraccio. Sembrava non capacitarsi del fatto che con lei stessi bene, non era affatto una forma forzata di compagnia, acciuffavo la sua voce più alta sulle altre che mi arrivava con la sua complicità pratica, canterina. La povera vecchietta la gioventù rinnova e se lo sposo trova anch’io lo troverò – quell’ostinazione un po’ anarchica, o triste, all’allegria arrivava nel suo canto sempre uguale, un rituale di scherno, un ritrovamento certo. Quella lì è tutta matta, commentavano a volte le altre, urtate da quella fantasia giocoliera, sfacciata, sul dolore di un’atteggiata consapevolezza. Lei fingeva di non sentirle, oppure copriva per dispetto l’esatta staffilata di quell’offesa impostando un ritmo più leggero, irriverente. Io non sono matta, mi avevo detto una volta, forzando il dolore sotto un’improvvisa rabbia che lo velava a pudore. Ma cosa devo fare? Devo spararmi?. Non mi ha mai concesso lo sguardo nudo con cui probabilmente guardava la sera dalle ampie vetrate, soffocanti, della sua stanza. Forse neanche a se stessa, per l’orgoglio che le si impostava a vezzo sulle labbra, offeso. Quella fantasia ribelle, lucida, acrobata, dolcissima mi correva attorno per poi placarsi, diventare liscia, indifesa. Signorina, grazie per la sua gentilezza. L’ho rivista dopo diversi anni. Su una sedia a rotelle. Docile, il mento affondato nella camicetta, ad aspettare il suo turno. I capelli corti, che poco sopportavano di essere legati in una crocchia. Gli occhi straniati, davanti al grande tavolo della mensa. Non aveva perso quell’azzurro irriverente, che era pronto a ribaltare una prospettiva, ostinato alla felicità. Era sempre diversa, precisa. Neanche la malattia poteva violarla. Rosetta aveva lo stesso sguardo azzurro. La stessa lucidità, ma non mascherata. Una nostalgia che stemperava lo sguardo accogliente, eppure severo. Ci conduceva nella sua stanza. Aveva un baule magico. Era pieno dei vestiti che aveva confezionato nella sua vita di sarta. Abiti raffinatissimi, veli di stoffe viola. Li poggiava sul letto, passando sulle cuciture mani esitanti. Distrarre i pomeriggi a guardarli era affondare in storie che rendevano acquee, mutevoli le iridi che conservavano la naturale eleganza che resisteva dignitosa nella sua persona. Di Caterina aveva la discrezione. L’orgoglio. La dimessa rotondità nelle mani aperte a palmo mentre apriva la porta attendendoci. Non so perché ci 50 Storie semplici ritenesse degne di accedere a quell’intimità. Forse regalava alla nostra giovinezza inquieta, increata un po’ di consistenza. Spessore alle nostre vite indefinite. Teresa stava in una stanza in fondo al corridoio. Passava il giorno a piangere un verso lamentoso, indistinto, di rondine. Era cieca e la sua parlata era una lallazione impostata da bimba. Seduta sulla sedia, si dondolava avanti e indietro, per contenersi dentro quel grande corpo maestoso, eppure esile, che portava tutto il dolore del mondo. Mi riconosceva dalla forma dell’orologio. Se mi accostavo cercava subito, con piglio sicuro, il polso, ripercorreva la forma del cinturino metallico, i pulsanti del quadrante, con precisione di farfalla, fino a sentirla saputa. A volte veniva a trovarla la sorella. Dicevano che dopo quelle visite ritornasse irritabile, capricciosa, intonava quel canto infantile, senza scampo, scandito in poche sillabe quasi rotte a balbuzie. Fisicamente aveva in sé l’abisso primo della mancanza, appena le lasciavi la mano. Era rimasta amplificata e bambina. Essenziale come una foglia di calycanthus. Mi accorgo solo scrivendo di loro di quanto siano divenute mie. Forse confondo le mie storie con le loro. Maestre senza risposte, mi hanno insegnato la dignità dell’umano. Il dono incolmabile delle corrispondenze. Il pane che non smette di nutrire. 34. I ragazzi Tutti li chiamano e loro si chiamano: I ragazzi. I vecchi li chiamano: I Nipotini. Ma bisognerebbe chiamarli: I profeti, per la loro capacità di guardare il futuro leggendo il passato. Sono una decina di ventenni dell’Istituto d’istruzione superiore: Edith Stein di Gavirate che frequentano o hanno frequentato l’indirizzo Professionale per i Servizi Socio-sanitari, destinati alle persone e alle comunità, per la promozione della salute e del benessere delle persone bisognose di assistenza. A partire dal III° anno i corsi prevedono un tirocinio sul campo. Loro hanno scelto la Casa di Riposo, mentre la maggioranza ha scelto l’asilo, dove anche loro hanno avuto qualche esperienza. Dicono che con gli anziani s’impara molto di più. Anche altri avevano tentato, ma sono stati scoraggiati da alcune difficoltà pratiche. La loro decisione è maturata in maniere diverse. Alcuni sono arrivati perché già abituati sin da piccoli a venire alla Casa per andare a trovare nonni e bisnonni, a volte con i genitori, a volte con l’oratorio accompagnati da suor Teresa, o con la loro classe sin da quando erano ancora piccoli. Altri perché invitati da altri volontari, anche prima dell’inizio del tirocinio. Di norma li chiamano, almeno un mese prima, quando c’è da organizzare qualche manifestazione. Dopo le prime esperienze sono tornati col loro entusiasmo giovanile per far rinascere quello spirito giovane che c’è in ciascuno degli ospiti. Sentono il fascino dei vecchi sapori e delle storie antiche, anche se spesso ripetute, piace scambiare opinioni con chi ti ascolta volentieri, scoprire il proprio futuro, sentirsi utili. Con entusiasmo, alcuni di Gavirate e altri da località vi51 Storie semplici cine, hanno raccontato le loro esperienze. Sono i fratelli Davide e Cristian Inclimona, Viviana Lentà, Emanuele Vespertino e Sara Genco, che qui vengono da alcuni anni. Ciascuno ha i suoi sogni nel cassetto, chi ha proseguito gli studi per sviluppare la sua professionalità, chi spera di diventare carabiniere, chi cantante, chi vuole recitare in teatro, chi educatore. C’è Davide che studia psicologia e ha anche dei progetti molto concreti per l’anziano. Ha scoperto che è spesso duro il primo impatto con queste strutture e vuole dedicarsi a progetti per facilitare il loro inserimento. Durante l’anno scolastico vengono qua e svolgono alcune attività: accompagnare gli ospiti agli spettacoli o alle prove; aiutarli nelle prove; preparare le scene; fare balletti; partecipare alle recite o presentare; scrivere copioni. Ma non è raro che quando hanno del tempo libero vengano a trovare i loro nonni, magari con qualche regalo, come quando hanno portato una scacchiera fatta da loro ad un loro nonno che la difesa gelosamente. C’erto che quando uno di quelli a cui ti sei più affezionato “va avanti”, come dice la Lucia, una grande rimpianto sorge e il suo ricordo rimane incancellabile. La loro prima esperienza è stata la preparazione degli ospiti per le Olimpiadi, prima fatte all’interno della Casa e poi, negli anni successivi, allargate ad altre case. Poi è stata la volta del teatro che ha visto tra l’altro la rappresentazione della Giara di Pirandello, che li ha visti in un lavoro di gruppo molto complesso: l’adattamento del testo e la scrittura delle parti, la realizzazione delle scene, la costruzione della grande giara in cartapesta, l’arruolamento e l’istruzione degli attori, tutti anziani, salvo uno solo di loro. Divertente, anche se faticosa, la scrittura degli attori, tra cui Angelo, che prima guardava scettico, girava attorno, criticava ma poi si è buttato con entusiasmo. Poi quando tutto era pronto, alla vigilia della rappresentazione sta male. Qui scoppia il panico. I ragazzi non sapevano cosa fare. Ma salta fuori il Mario, che ironico aveva seguito tutte le prove, che si propone e in poche ore entra nella parte facilitato anche dal fatto che non era necessario imparare a memoria il testo scritto. Lo spettacolo fu un grande successo di pubblico e di critica anche perché alcuni protagonisti, investiti dalla parte recitarono e arricchirono il testo con loro improvvisazioni, come fanno i grandi attori. L’Angelo, passata l’indisposizione, ebbe occasione di rifarsi con altre repliche. Certo che ci fosse stato un palco tutto sarebbe stato più bello. Tra le altre cose Emanuele, con la sua passione per la musica, ha tentato con successo, contro lo scetticismo generale, di rivoluzionare il repertorio musicale introducendo la musica pop – rock, bella anche da vedere, ed è riuscito a coinvolgere gli spettatori. Io sono giovane e qui devo portare la forza e l’entusiasmo dei giovani, dice, come quando un anziano espresse il desiderio di comprarsi un paio di scarpe dorate come le sue o quando mi hanno chiesto il numero di telefono. 52 Storie semplici 35. Lavoro o missione? È a tutti evidente che non tutto il personale vede il proprio lavoro come una missione, riesce facilmente a superare i momenti di saturazione, presta la sua opera senza avere l’orologio in mano e non si lascia tentare dal rifugiarsi nelle assenze per malattia, ma questo spirito è sempre più difficile trovarlo anche in altre professioni. Purtroppo questi aspetti fanno parte del tempo presente, ma tuttavia non impediscono di svolgere in modo professionale ciascuno il proprio lavoro e non devono frenare una serena collaborazione tra parenti, ospiti, volontari e personale. Tra quelle che vedono il lavoro come una missione c’è sicuramente Laura Pelliccia, un grande mamma per tutti. Figlia unica di una famiglia di contadini, nasce a Zaccanopoli, un piccolo paese agricolo calabrese, il cui nome significa: città delle pecore, posto alle spalle di Tropea. A ventuno anni sposa Giuseppe, un giovane che conosceva da sempre e con cui aveva avuto un lungo fidanzamento, che dieci anni prima era andato al nord a cercare fortuna e ogni tanto tornava al paese. Aveva trovato lavoro nelle industrie di Gavirate, dove si stabiliscono. Qui fa la vita della casalinga e si trova subito bene, poiché la mamma l’ha da sempre abituata ad assumere le sue responsabilità nella conduzione della casa. Le aveva insegnato a ricamare, lavorare a uncinetto per preparare corredi anche per altri, ma l’aveva anche abituata a essere autonoma incaricandola di controllare quello che mancava, andarlo ad acquistare e poi preparare il pranzo o la cena. Qui a Gavirate, negli anni ’80 aveva un figlio ancor piccolo che andava all’asilo, e lei spesso con lui si fermava sulle panchine della piazza davanti al Ricovero. Aveva osservato che tutti i giovedì una signora vi entrava dopo il lavoro. Incuriosita le chiese se aveva qualche parente ricoverato. Quando lei le rispose che non aveva nessuno ma vi andava come volontaria, le chiese se poteva accompagnarla. E così iniziò la sua conoscenza della Casa. Allora c’era suor Giulietta che le insegnò le prime cose e le disse che ogni tanto poteva anche portare a casa qualche vecchietta. Allora erano quasi tutte donne che, per convenienza, sceglievano la Casa dove pagavano meno dell’affitto e del vitto di quando erano casa loro e in più avevano più compagnia. Loro gradivano la sua presenza e la cercavano. Una volta le capitò di essere cercata da un anziano che però non riusciva a ricordare il suo nome e dopo un po’ come colpito da una folgorazione pasticciando col suo cognome, esclamò: la signora Velluto, e questo per un bel po’ divenne il suo sopranome. Erano i tempi in cui c’era il don Adolfo che mangiava con loro, giocava a carte, girava per le stanze a sentire le loro storie e spesso li portava in gita. Poi la cooperativa Fai di Monza le chiese se poteva fare qualche ora e lei accettò. Lei di questa cooperativa ha un ottimo ricordo, la ricorda molto seria, precisa nei pagamenti e molto professionale. Ricorda gli incontri periodici tra loro fatti da don Pino, il loro coordinatore, in cui s’imparava molto anche da un punto di vista umano. Fu in questo periodo che 53 Storie semplici fece il corso ASA. Nel ‘99 la Casa decide di assumere tutto il personale e lei decide di concorrere ed è assunta. A lei piace trovare il tempo per ascoltare le loro storie, tenere le loro mani nei momenti di difficoltà, avvicinarli quando sono tristi o assenti. Certo, dice: questo non è un mestiere per tutti, uno come un altro, questa è scuola di umanità. Sapesse, quanto è importante tenere la mano a uno che sta morendo. Io ancor oggi sto soffrendo per non averlo potuto fare con mia mamma. Nessuno dovrebbe dimenticarlo ed io cerco di farlo ogni volto che posso, e mi viene da piangere anche per loro pensando al figlio o la figlia che non sono venuti. Fuori mi rendo conto che l’anziano sta diventando sempre più un peso, e quando arriva alla sua fine quasi lo si nasconde. Io mi domando come mai i genitori lasciano vedere dei film orrendi con spettacoli raccapriccianti e poi non portano i loro bimbi a trovare i vecchi malati, tanto meno quando stanno per morire. Eppure quanti rosari ho recitato da piccola al capezzale di amici e parenti e mai ho avuto alcun trauma. Sono forse i grandi che hanno paura della morte? C’era una volta una signora che non poteva parlare e stava molto male, un giorno arriva sua nuora con il nipotino piccolo, lei lo vede, non può dire una parola ma il suo viso s’illumina con un ampio sorriso e per quel giorno sembrò stare meglio. Lei pensa che Casa Bernacchi sia molte volte meglio per un anziano della propria casa. A volte arrivano dei nuovi ospiti in condizioni pietose dopo periodi con badanti o di parziale assistenza. Unghie lunghe e non curate, facce pulite solo davanti, il corpo sporco o con piaghe non curate. Questi sono solo alcuni dei segni di un trattamento inadeguato che a volte lascia turbe anche nella mente degli anziani. Poi questi, quando arrivano, sono difficili da inserire e da far loro acquistare nuove abitudini. Io, conclude, mi sento gaviratese ma come i miei figli non dimentichiamo mai le nostre radici, ma ho già detto ai miei figli che, quando non ce la faccio più, voglio venire qui. 36. I calzini viola Maria Teresa Di Carlo, è arrivata nel ’84 con la cooperativa Fai e poi fu assunta nel ’99 tramite concorso. La pesantezza del suo lavoro la si legge sul suo viso, ma la cosa che più l’amareggia è la mancanza di rispetto soprattutto da parte di quei parenti che non capiscono il loro impegno e arrivano sino all’insulto. Pazienza gli insulti degli ospiti che hanno perso la lucidità, ma non quelli di quei parenti che non comprendono o non s’informano sulle reali problematiche. Se ad esempio un ospite ossessionato da bisogni immaginari, si lamenta, è meglio sopportare i suoi lamenti o sedarlo perché non si senta la sua voce e si possa rimanere con la coscienza tranquilla? Se un ospite non vuole mangiare da solo, pur potendolo, è meglio imboccarlo o sollecitarlo a farlo da solo? Oppure e meglio conte54 Storie semplici nere uno a rischio di fratture, oppure rischiare di vederlo cadere? O meglio impedirgli di strappare una flebo o interrompere le sue cure? Tanti interrogativi si pongono sulla sottile linea di confine che regola la vita di un anziano, soprattutto quando non è in grado di collaborare. È qui, quando l’ospite non è più in grado di decidere da solo, che la collaborazione tra parenti e assistenti deve svilupparsi. Invece a volte arrivano richieste assurde come quelle volta che avevano messo a un’ospite un pigiama viola e dei calzini verdi e arriva la figlia pretende che subito si debbano mettere anche i calzini della stessa tinta. C’era urgenza per una sfilata? Sui volontari che aiutano a imboccare gli inabili crede che il modello sia Daniela, sempre puntuale, sempre discreta, un vero aiuto, ma purtroppo quasi unica. Eppure lei, arrivata dall’Abruzzo, per amore di un militare, con un diploma di Segretaria d’azienda e dopo esperienze di lavoro in ufficio, continua a preferire il suo lavoro nonostante tutto, e anche se il suo fisico oggi le genera qualche difficoltà. Ricorda il tempo delle suore, in particolare suor Giuseppina, la superiora, il caro don Adolfo, suor Giulietta e suor Anita, buone suore che svolgevano tutte le funzioni, imparate sul campo, delle attuali infermiere e spesso anche quelle dei medici, pur non essendolo e coordinavano tutte le attività. Grande era la loro disponibilità ma avevano una mentalità antica, improntata al massimo risparmio. Quando nel ’97 se ne andarono l’assistenza cambiò completamente con l’arrivo di tante nuove diverse professionalità. A quell’epoca è vero che c’erano i ragazzi del sabato chiamati dalle suore che facevano un po’ di animazione, ma la loro attività non è paragonabile a quella che è oggi svolta quotidianamente dalle animatrici attuali. Inoltre non c’erano fisioterapisti e psicomotricisti. Quando arriverà alla sua meritata pensione, di tornare nella sua amata Teramo. 37. Il pittore Tiziana Benireni ha sempre voluto occuparsi delle persone, ma quando, essendo la maggiore, dovette iniziare a lavorare, era troppo giovane, così si dovette adattare a fare altri lavori. A 23 anni vede un’inserzione di un corso per operatori sanitari e subito si iscrive. E così entra nel ‘92 nella Casa di Riposo tramite, la Fai, che ricorda molto seria anche se pagava poco. Allora c’erano tre suore e una superiora. Suore Adele si occupava dell’animazione e suor Giulietta faceva da caposala. Lei lavorava al secondo piano, quello protetto. Gli altri due piani funzionavano come un albergo, con gente si anziana, ma completamente autosufficiente e quindi quasi priva di qualsiasi servizio di assistenza. Poi nel ‘99 la Casa decide di assumere il personale tramite un concorso. Lei fa il concorso e si classifica al primo posto. Ricorda molte persone, ora scomparse, come la tenera Paolina, che ammalata del Parkinson non parlava, non comunicava, aveva bisogno di aiuto per fare qualsiasi cosa ed era quasi sola, perché aveva un fratello anziano malmesso anche lui. Lei stava seduta sempre nello stesso posto e accarezzava una bambola. 55 Storie semplici Ma ha anche il dolce ricordo di Ferdinando Corbella, grande disegnatore con opere di grande fama che viene a Gavirate nel ‘45. S’isolava nella sua stanza, dove anche mangiava, tra montagne di fogli da disegno, ed era sempre all’opera. Aveva uno straordinario talento e se uno gli dava un tema, lui subito lo disegnava con straordinaria abilità. Aveva un complesso d’inferiorità, soffriva di depressione e fu messo nella casa di riposto dalla moglie, che aveva dei problemi di salute, preoccupata per alcuni tentativi di suicidio. Aveva una memoria di ferro, ricordava i turni di lavoro di ognuno, era colto, educato, dolce e affettuoso con tutti. Era ciarliero col personale. Quando non disegnava, guardava la televisione. Ogni tanto faceva suoi autoritratti dove si faceva sempre più piccolo e con un corpo da bambino. A lei regalò alcune sue opere. Da quando ha iniziato a lavorare qui, tante cose sono cambiate. Oggi c’è più professionalità e più stabilità. Allora era tutto più famigliare e il ruolo dei volontari era più ampio. Un esempio è sempre stata Daniela Pontiggia, sempre presente e sempre disponibile ad aiutare, da tutti ben voluta. Quando c’erano le suore le signore preparavano le torte, molti portavano i frutti del loro orto e c’erano tanti giovani che venivano regolarmente a suonare. Ora gli ospiti sono aumentati, i compiti sono più suddivisi e le attività sono più regolamentate. Anche i parenti sono cambiati. Ora molti hanno cambiato il loro atteggiamento verso il personale. È diminuita la fiducia è aumentata l’arroganza, fiducia zero, dice, tante le critiche gratuite e immotivate. Si arrabbiano con maggior facilità. Perché l’avete alzato così presto o così tardi? Perché non lo avete cambiato o l’avete cambiato? Sembra emergere un senso di colpa per essersi disfatti dei loro vecchi, in contrasto con la antiche tradizioni familiari. Pochi collaborano e capiscono che il personale ha regole da seguire e tanti altri ospiti da assistere. 38. Si può ancora vivere Il lavoro degli assistenti, racconta Elisabetta Lecis, che da dodici anni lavora alla casa di riposo, non può essere considerato un lavoro come gli altri. Lei era nata in Sardegna, a Isili in provincia di Nuoro. Poi quando era ancora piccola, i genitori vengono a Castelveccana, dove frequenta le scuole elementari. Poi abita qualche tempo in varie località del varesotto al seguito del padre impiegato e della mamma casalinga. Lei è la maggiore di quattro figli. A diciotto anni è assunta all’Ospedale di Gallarate, nel cui convitto va ad abitare, che la impiega subito in sala operatoria. Lei non aveva alcuna esperienza ma voleva lavorare in campo sanitario e questa fu l’occasione per diventare infermiera. 56 Storie semplici Dopo la nascita della figlia rimane a casa cinque anni per poi riprendere a lavorare inizialmente come aiuto nello studio grafico del marito. Vanno a Omegna dove è responsabile di una piccola fabbrica di stampi per dolci. Poi il marito si ammala e lei vuole ritornare a fare l’infermiera. Trova lavoro come assistente alla casa di riposo di Besozzo e nel ‘98 è assunta come ausiliaria alla nostra casa di riposo. Nel 2006 diventa assistente socio sanitaria. Le piace discutere con gli ospiti che tendono a farsi compatire: io sono l’unico a essere veramente ammalato; sono rimasto solo; guardate di più quell’altro; mi trascurate; datemi qualche cosa che sto male … insomma vogliono essere considerati e avere attenzioni esclusive e cure continue. Ci sono però anche quelli che non chiedono mai niente e sono quelli che fanno più tenerezza. Certo quando si sente un figlio che dice: Questo è il mio numero di telefono, chiamatemi dopo che è morta, si possono capire certi atteggiamenti degli anziani, in questo caso la mamma si lasciò andare e dopo pochi mesi morì. Ma di norma anche quelli abbandonati trovano un loro equilibrio. Ci sono anche episodi particolari come quella volta di quella vecchia di novantanove anni che stava molto male alla vigilia delle vacanze. I figli le erano molto vicini e volevano sempre il meglio per lei, per cui essendo prossime le vacanze decisero di prepararle in modo adeguato il funerale e organizzarono il tutto nei minimi particolari. La vecchia, contro ogni aspettativa, migliorò e morì tre anni dopo. Ci sono poi i vecchi che hanno un rapporto ossessivo con le cure e le apparecchiature mediche, come quella che deve usare il respiratore che le consente ad intervalli un’autonomia di una sola ora e insiste ad avere sempre lo stesso personale ad assisterla. S’informa dei turni e delle assenze di ognuno e ha preso l’abitudine di battere le mani per chiamare il personale avendo la camera vicino alla cucina dove c’è sempre qualcuno. Ma il momento più brutto per ogni ospite è la notte, quando sorge spesso la paura dell’abbandono, specie nei primi tempi. Qualcuno ogni tanto chiama per essere sicuro che, se ha bisogno, arrivi qualcuno. Ha volte chiamano perché sentono fame. A volte basta un biscotto e un po’ d’acqua per farli addormentare. Alcuni per attirare l’attenzione straparlano, altri fanno profusioni d’amore verso altri ospiti o anche verso il personale e fanno scene di gelosia. Ci sono tra i ricoverati alcune coppie che sono messe nella stessa stanza. Una volta c’era una coppia molto affiatata che andava spesso in giro stringendosi la mano. Un giorno lui andando per i corridoi incontra una un po’ fuori, che aveva l’abitudine di prendere la mano a chiunque passasse. Quella volta prese la mano di lui che passava di lì. Lei li vide, si fermò davanti a loro, mise le mani sui fianchi e disse: Questo da te non me l’aspettavo, mollò due sberle a lei, girò i tacchi e arrabbiata si allontano tra le risate generali. Quando lei morì, lui non si dette pace e sopravvisse pochi mesi. 57 Storie semplici Ma la vita della casa di riposo è tutta un movimento: qualche raro ospite tenta la fuga; i bambini e i ragazzi delle scuole che arrivano e improvvisano nel salone piccoli concerti; le feste organizzate; la proiezione di film; la palestra; i laboratori per le attività; l’incontro con parenti e amici. Sono tra i momenti che impediscono la vita monotona a molti ospiti, anticamera della depressione. 39. Colpa del nonno Particolare è l’esperienza di Laudi Raffaella, qui da due anni. Prima era stata commessa a Gavirate per trenta anni. Aveva studiato da operatore chimico. Il nonno continuamente la incitava a trovare un lavoro più qualificato ma lei, pur avendo una passione per il nonno, non si decideva. Un giorno vide per caso un’inserzione di una scuola di Varese per un corso serale di assistente sanitario che la stimolò. Decise di iscriversi per migliorare la sua cultura. Il corso prevedeva anche il tirocinio in qualche struttura e lei per comodità scelse la Casa di Riposo di Gavirate. Lei aveva della Casa di Riposo l’immagine antica dell’ospizio, e fu per lei una sorpresa scoprirne la realtà. Dopo il primo impatto, si trova a subito a suo agio, le sembra di essere a casa sua in mezzo a dei nonni. Decide di abbracciare la professione, che sente di avere dentro e sente che la può realizzare. Nel 2008 è assunta. Dice che l’unica cosa che le pesa è alzarsi presto, quando ha il primo turno. La giornata di un assistente è molto coinvolgente e si svolge senza un attimo di respiro. Il mattino la sveglia avviene secondo un programma stabilito dalle ore 6 alle 8. Bisogna aiutare quelli che non riescono lavarsi e vestirsi. Dopo la colazione quelli che se la sentono scendono a fare le varie attività, mentre il personale riordina le stanze. Dopo il pranzo, la gran parte degli ospiti ha bisogno di un po’ di riposo. Dopo le 14 cominciano ad alzarsi e verso le 15 fanno una merenda leggera. Poi altri momenti di animazione. Verso le 18 la cena per poi secondo le richieste e le esigenze di ciascun ospite, vengono aiutati a coricarsi. Durante la notte intervengono su chiamata e gli infermieri prendono i parametri dei pazienti segnalati dai medici. Tutto questo senza dimenticare le cure che bisogna praticare a richiesta o su prescrizione dei medici. E tutto bisogna sempre fare col sorriso sulle labbra, qualche buona parola e un po’ di umorismo. Ora sta frequentando un corso di assistente socio sanitario per migliorare la sua professionalità. Il suo rapporto con la gente, che già aveva sperimentato quando faceva la commessa, qui lo vede molto più ricco, anche se arriva a casa alla sera sfinita dai lunghi e pazienti servizi ai pazienti, che tengono a travolgerti anche emotivamente, e dalla diatribe coi parenti che a volte fanno richieste assurde. Ai piani bisogna anche seguire le attività di quelli che non vogliono scendere. Ci sono accaniti lettori che fanno fuori un libro il giorno, o quelli che si limitano a sfogliare delle riviste. Qualcuno guarda la televisione e pochi ascoltano la radio. Qualcuna non perde mai l’ascolto di Radio Maria. Ma la cosa che piace di più a tutti e parlare o 58 Storie semplici ascoltare qualcuno che parla con loro o con un ospite vicino. A lei piace trovare un po’ di tempo per parlare con loro, perché vede nel rapporto coi pazienti la parte più bella del suo lavoro, anche se non bisogna dimenticare la pazienza in certi comportamenti un po’ infantili e il pericolo di un eccessivo attaccamento. 40. L’Acqua calda Maria Santoro è venuta nel 1960 ancor piccola a Gavirate. Dopo la scuola dell’obbligo, svolge per nove anni la professione di parrucchiera, vivendo negli ultimi anni quasi un conflitto: era alla ricerca di qualcosa che, purtroppo, non riusciva a capire, aveva bisogno di sentirsi più utile a qualcuno. Grazie a delle esperienze fatte sotto forma di volontariato in pellegrinaggi e associazioni per andicappati ha voluto svolgere una professione vicina a persone anziane o disabili. Da lì la scelta dell'iscrizione al corso OSS e l'arrivo al secondo piano della Casa Bernacchi assunta da una cooperativa per assistere i non autosufficienti. È stata una grossa svolta nella sua vita che le ha portato tanta positività. In Casa di Riposo sin dall'inizio ha percepito un'aria familiare e si è sentita subito accettata dagli anziani che, col tempo, sono meno anziani e più persone che fanno parte della sua vita. Allora c’era suor Giulietta, la tenerezza in persona che si occupava dell’assistenza e insegnava a combattere gli sprechi. Si definiva la suocera delle sue ragazze, che amava come figlie. Allora faceva anche da parrucchiera, assistita dalla suora, per quelli che non potevano muoversi. Per lei è come aver scoperto "l'acqua calda ", perché la professione più bella è quella che prevede il rapporto con le persone, che non sempre gratifica o è come te lo aspetti, ma sempre è una concreta possibilità di scambio. Ci vorrebbe sempre un "sacco" d'esperienza in più per saper sempre essere all'altezza della situazione ma nello stesso tempo bisogna poter mantenere un rapporto sempre "giovane" e vedere sempre la persona anziana e non un oggetto del proprio lavoro. Ricorda la Laura Gandolfi nei primi due mesi del suo arrivo, stava isolata senza proferire una parola ma sembrava capire. Poi comincia a parlare e mostra di aver memorizzato tutto quanto aveva sentito e comincia a fare domande e bigliettini di auguri. Poi non dimentica l’Enrica Besozzi, che pregava san Giuseppe perché le trovasse un buon marito e, guarda caso, lei poi sposa un Giuseppe. E poi come dimenticare la Concetta, un siciliana che conosceva solo il dialetto che nessuno capiva, ma era generosissima. Andava al mercato a comprare a sue spese le mandorle e poi nella cucina del piano faceva il torrone per tutti, oppure comprava i peperoncini e li faceva sottoaceto inondando con i loro profumi tutto il piano. E come si arrabbiò quella volta quando aveva il bagno in comune con altre tre e vi aveva dimenticato la dentiera e la sua vicina di letto, non tutta a casa, gliele prese. Non fu più trovata. O quando soprattutto alle feste si vestiva di tutti i colori e si metteva il rossetto anche sulle guance e andava in giro a pavoneggiarsi. 59 Storie semplici Ora si dedica al servizio domiciliare e con altre due colleghe assiste una trentina di persone, una sola giovane menomata, che visitano giornalmente per l’igiene della persona e per il collegamento con le strutture ed i medici. Alcune di queste, poi finiscono nella Casa. 41. La scoperta di Gulliver Enkelejda Michela Luli, proviene da Laci in Albania, una piccola località industriale di pianura vicino al mare, dove viveva con due fratelli. È arrivata dodici anni fa in Italia quando aveva ventiquattro anni, preceduta dal marito, prima macchinista di treni, arrivato col gommone. Avevano come riferimento una sorella di lui che si era sistemata a Varese che le ha permesso di arrivare poi regolarmente, lasciando la prima figlia presso i nonni. Lei in Albania aveva frequentato il liceo classico e un breve corso di lingua italiana. In Albania tutti capiscono l’italiano, anche se non lo parlano, perché vedono la televisione italiana. Qui inizialmente hanno fatto tutti i lavori, suo marito con la bicicletta ha girato quasi tutta la Lombardia per consegnare pubblicità, allora che fisico d’atleta aveva, dice con orgoglio, ma era dura per la cattiva fama che avevano procurato loro i primi compatrioti arrivati, tanto da costringere suo marito, ora muratore, a dichiararsi di un altro paese. La fortuna vuole che dopo pochi mesi scatta una sanatoria. Allora può far venire sua figlia. Poi qui ne avuta una seconda. Qui fa amici, ma precisa, non a scuola dove ha sentito ostilità dagli altri genitori. Ora, anche i genitori sono qui col figlio minore. Racconta che in Albania, i genitori vivono nella casa del figlio minore che, anche se si sposa, continua a versare lo stipendio alla mamma, la vera padrona di casa sino a quando non diventa inabile. Là tutti quelli che hanno versato contributi hanno una piccola pensione e solo i vecchi soli sono ricoverati in un ospizio, ma le loro condizioni non sono invidiabili. Ora che il fratello minore si sta sposando con un’albanese, dice: per fortuna, e rispetterà la tradizione. Lei prima frequenta un corso d’italiano e poi, poco più di tre anni fa, frequenta un corso di Assistente Socio Sanitario organizzato dall’associazione Guliver di Varese attirata sia dal tipo di lavoro e sia dall’assicurazione che era un settore che offriva possibilità d’impiego. Dopo le prime lezioni e i tirocini, molti hanno rinunciato. Al termine trova lavoro presso una cooperativa che la impiega presso la nostra Casa di Riposo che dopo pochi mesi la assume. Il lavoro le piace subito, anche se non mancano paure e timori. Ma presto lo sente quasi come una missione. Ci vuole pazienza, ma è difficile non affezionarsi a molti di loro, anche se bisogna anche avere molta prudenza nei rapporti per non creare gelosie tra loro. Spesso la loro scomparsa lascia un vuoto difficile da colmare. Ogni sera non riesce a staccare la mente dai suoi assistiti. Anche quando va in vacanza, non resiste dall’informarsi su di loro. La sua più grande soddisfazione è sentire che loro s’interessano di lei: quando è il tuo turno, quanti giorni stai via, …? Ora ha comprato casa a Varese e ha fatto un mutuo. Per lei il lavoro fa parte della sua vita e nel futuro non vede altro. Ormai nel suo pae60 Storie semplici se si sente un’estranea, non ha più amici e pochissimi parenti e, mentre il marito muratore, che forse ha un po’ di nostalgia del suo paese anche se non ha più nessuno, avrebbe voluto costruirvi una casa di vacanza, che sarebbe costata loro poco, lei non ha voluto. Ora segue un corso di Operatore Socio Sanitario per migliorare qui la sua professionalità, si sente italiana e ancor di più le sue figlie. Loro non badano al passaporto. 42. L’infermiera venuta da lontano Szakaci Irina Adriana nasce nel ‘77a Dej una località di campagna della Romania nella regione della Transilvania da madre ucraina e padre ungherese, paesi confinanti. I genitori hanno una discreta cultura, grandi lavoratori non fanno mancare a lei e al fratello maggiore la possibilità di studiare. Lei frequenta il liceo, dove si specializza in chimica e biologia e poi frequenta l’università, dove dopo tre anni consegue la laurea in infermeria. Comincia a lavorare in ospedale prima nel reparto di neurologia e poi in terapia intensiva. Poi la paga bassa e le richieste di personale infermieristico dall’Italia, la spingono a studiare l’italiano e chiedere, sulle orme di tante sue amiche, il riconoscimento italiano del suo titolo di studio, che arriva inaspettato due anni dopo mentre ha iniziato gli studi in Economia. E così, nel 2003, viene assunta da una cooperativa di Bologna e dopo pochi mesi in una di Laveno dove abita con delle colleghe in una bella villetta della casa di cura dove lavora. Qui il lavoro le piace e le da soddisfazione, ma il desiderio di indipendenza la spinge a svincolarsi dalla cooperativa. Nel 2008 la Casa di Riposo di Gavirate le offre un impiego fisso come infermiera e lei si trasferisce qui in una casa in affitto. Parla con piacere della sua lontana patria, dove ricorda con nostalgia in particolare i suoi genitori e il nonno, ma non ha alcun dubbio sul fatto che il suo futuro sarà in Italia, dove ormai ha più amici che in patria e dove pensa di poter costruire una sua famiglia. La sua patria, malgrado il numerosi progressi, è ancora molto indietro rispetto l’Italia. Racconta che nonostante la sua nazionalità non abbia in Italia una gran bella fama a causa dei nomadi che per motivi elettorali hanno avuto con gran facilità la nazionalità romena, lei abbia avuto pochi problemi, forse anche perché è entrata dalla porta principale e ha svolto da subito un lavoro qualificato. Là, la situazione degli anziani sembra quella dei nostri di molti anni fa. Rimangono in famiglia tutta la vita, salvo nei periodi dei ricoveri ospedalieri. Solo i vecchi soli, poveri e invalidi vengono affidati agli ospizi. In alcune famiglie sono considerati un peso in altre sono considerati con grande rispetto. E il pensiero si rifà a suo nonno. Inviato in Russia dal regime alleato dei tedeschi, è fatto prigioniero e finisce in un lager. Quando era bambina ricorda che era affascinata dai suoi racconti. Ora è vecchio, ma essendo in campagna trova sempre qualcosa da fare. 43. La Maria Così chiamano tutti l’esuberante e sgobbona Maria Roman sposata Vodnar, nata a 61 Storie semplici Borşa nel 1961, città della Romania di circa 28.000 abitanti, ubicata nel distretto di Maramureş, nella regione della Transilvania, l’antica Dacia romana. Una località montana frequentata, dove suo nonno era stato sindaco, famosa per la lavorazione del legno e come base di partenza per diverse escursioni verso le sue riserve naturali. Lei, figlia di una madre giovanissima, cresce con i nonni. Allora nella zona l’unica attività lavorativa significativa era una miniera dove prima lavorava suo padre, poi lei come contabile e poi suo marito come ingegnere minerario. Nel ‘95 suo marito muore in giovane età. Quando nel 2002 si accorge che la miniera è prossima alla chiusura, poiché le sovvenzioni statali non bastano più, viene in Italia con un visto turistico e grazie a una sorella che lavora come domestica a Cassano d’Adda, trova lavoro come badante a Trigolo vicino a Soresina, dove la sua assistita, una buona signora di 92 anni, le fa conoscere un po’ d’italiano. L’italiano le piace per la sua musicalità e perché ha molte parole comuni alla lingua madre, che però è più consonantica. Poco dopo avviene la sanatoria e lei riesce a regolarizzarsi e può quindi portare in Italia anche i figli, lasciati ai nonni. Poi alla ricerca di una sistemazione definitiva, lavora prima a Milano e poi trova impiego come badante ad Azzate, dove risiede tutt’ora in una villetta a schiera presa in affitto, dove ha un giardino di cui è molto orgogliosa. Qui sente di avere un buon rapporto con la gente, anche se non sono mancate alcune difficoltà per la presenza dei Rom, che essendo un popolo nomade ha solo per questioni formali la cittadinanza romena. A volte la gente che conosce la sua storia esprime ammirazione per lei, e si domanda come avrà mai fatto a fare tutta questa strada, ma lei alle difficoltà ha sempre reagito con coraggio e determinazione. Alla morte della sua assistita va a lavorare dalla sua cognata sino alla sua morte. Durante questo periodo durato più di quattro anni, piglia la patente e frequenta un corso di un anno come ASA. Muore la signora, lei finisce il corso e, malgrado le insistenze di suo marito, preferisce entrare a lavorare in una struttura e così arriva tramite un’agenzia alla Casa Bernacchi, che dice di aver preferito ad un inserimento in una struttura ospedaliera dove il rapporto coi pazienti è di breve durata, prima in una cooperativa e poi assunta. Ora possiede la macchina, i figli hanno studiato e lavorano. Lei ora pensa di poter lavorare sino all’età della pensione. Poi le piacerebbe tornare in Romania dove risiedono parenti e amici, ma questo dipenderà dai suoi figli, con cui ha un ottimo rapporto e un forte attaccamento, e che qui si sono ben integrati e non pensano a un eventuale ritorno nella loro terra. 44. Il cuore troppo piccolo Amoi Assamala Judith è nata a Bouakè nel centro della repubblica della Costa d’Avorio che ha più di 20 milioni di abitanti e un territorio più grande dell’Italia. Una volta paradiso degli elefanti e ora uno dei paesi più poveri dell’Africa, con un caldo e umido e periodi di piogge intense in primavera ed estate. Ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel ‘60 e la madre lingua è il francese. Nel 2004 scoppia 62 Storie semplici una guerra civile contro Gbagbo, presidente dal 2000, accusato di essere un dittatore, e contro i bianchi, che ha provocato più di 4000 morti e dura sino al 2007, quando ha successo il negoziato tra le parti in causa, sostenuto dall’Onu e dalla Francia. Ma le manifestazioni e le violenze durano tutt’ora per i conflitti indipendenti dalle etnie e dalla religione e determinati sia dalle lotte dei gruppi di potere, tra cui i militari, appoggiati anche da altri paesi, e sia per la presenza di banditi. Nella Costa d’Avorio vivono 65 etnie diverse, ognuna col suo dialetto. Al Nord è prevalentemente una minoranza mussulmana con la tendenza a essere introversi, mentre al sud prevale una maggioranza cattolica di gente tendenzialmente più estroversa. Non esistono problemi tra le etnie. La sua famiglia si trova in una zona centrale prevalentemente agricola, dove la madre di etnia Baoulè è casalinga e il padre di etnia Agni è insegnate nella scuola elementare. La scuola è organizzata sul modello francese con le elementari che durano sei anni e sono seguite da quella secondaria di sette anni, il college, in cui s’impara a scelta, oltre l’inglese, il tedesco o lo spagnolo. Poi chi vuole andare all’università deve studiare altri tre anni in una specie di liceo. Lei dopo il liceo, va a lavorare come commessa ad Abidjan, capitale amministrativa, nella catena francese di grandi magazzini di abbigliamento Tati, dove conosce il futuro marito. Grazie al fratello maggiore del marito, alla ricerca di una vita più sicura, scopre l’Italia, che per loro è un paese tranquillo, dove si vive meglio anche se non c’è quel clima di solidarietà del suo paese. Lui prima arriva in esplorazione con un visto turistico, fa lavori generici e poi viene assunto alla Wirpool come magazziniere. Così nel 2004 ottiene il permesso di soggiorno, chiama la moglie e la figlia di 5 anni e va a risiedere a Besozzo. Lei tramite un’amica già conosceva la possibilità lavorare come ASA dopo aver fatto un corso. Così appena possibile lo frequenta e impara in pochi mesi l’italiano anche seguendo i compiti della figlia. Dopo un breve periodo in cui lavora in un ristorante, nel 2006 entra con una cooperativa nella Casa Bernacchi che nel 2007 la assume. Il primo impatto con gli anziani le era capitato durante il tirocinio, dove trova qualche ostilità da parte di qualche ospite. Ora nella casa di riposo si sente ben inserita sia con i colleghi di lavoro e sia con gli anziani, che la chiamano spesso Giuditta. Per lei fu una lieta sorpresa la manifestazione di simpatia che le fecero tutti all’annuncio dell’attesa del suo secondo figlio e l’inaspettato e tenero abbraccio della caposala. Forse è ben accettata per il suo carattere allegro e la sua determinazione. Racconta che per lei il lavoro è come il matrimonio, è una scelta che obbliga a una lunga convivenza per cui se ci sono dei problemi vanno chiariti subito e non bisogna aver paura di mettersi nei panni degli altri e fare il primo passo. Io ho il cuore troppo piccolo per odiare, dice. Da loro il portare odio è limitato a poche persone e prevalente è una grande solidarietà che non lascia solo mai nessuno. Nel suo paese solo quelli che hanno lavorato in una ditta hanno la pensione mentre 63 Storie semplici gli altri sono aiutati dai parenti, a volte anche lontani. Non esistono né Case di Riposo, né ospizi, spetta agli anziani preoccuparsi degli altri anziani qualunque sia il vincolo di parentela, magari col sostegno economico degli altri. Questo all’inizio le ha portato qualche difficoltà non avendo l’abitudine e la mentalità per lavorare per gli anziani. Molti ivoresi sono giunti in Italia per sfuggire alle violenze e alla povertà, alcuni per studiare altri per lavorare e hanno organizzato associazioni. Ma non dimenticano il loro paese e i loro cari. All’associazione di Varese aderiscono anche Judith e il marito che fanno anche parte del coro composto solo da ivoresi e si ritrova ogni sabato nell’oratorio di Biumo per le prove un repertorio classico per concerti, feste e matrimoni. Il suo sogno è costruirsi una casa dove andare ad abitare quando arrivasse alla pensione e il suo paese fosse pacificato. 45. Venuta per amore Ospina Gonzales Esperanza è nata nella cittadina di san Sebastian de Mariquita, prima capitale della Colombia, il cui nome significa coccinella, dove vivono ancora la madre, i fratelli e gli zii. La madre dopo il matrimonio è costretta dalle circostanze a lavorare duramente per mantenere i suoi cinque figli che passano buona parte del loro tempo con i nonni. Esperanza è costretta a lavorare ancor giovane ma riesce a completare la scuola secondaria. Il sistema scolastico in Colombia segue il modello spagnolo, ed è strutturato in: sei anni di primaria, quattro di secondaria, due di bachilerato e poi l’università. Lei va a vivere presso la sorella che è andata ad abitare a Derien sul lago Calima, una località turistica, dove si innamora di un ragazzo italiano, lì in vacanza, e nel 2000 viene in Italia e va ad abitare a Bisuschio. Qui ha due figli e malgrado che possa avere la cittadinanza italiana rimane di cittadinanza colombiana. Là ha le sue radici, i suoi parenti, ma soprattutto la sua cara mamma che dice di avere compreso solo ora che è mamma anche lei. Ma i suoi figli sono italiani e lei vive per loro. Dopo i primi lavori generici, un’amica le fa conoscere i corsi ASA e lei s’iscrive. I docenti, vedendo il suo fisico gracile e una certa cura della persona, le profetizzano che non riuscirà mai a fare questo lavoro per lei troppo pesante e umiliante, ma già durante il tirocinio scopre che è invece un mondo di umanità e, che non è lei ad avere difficoltà, ma sono gli anziani che si vergognano di essere aiutati. Ora studia per diventare OSS. Lei in Italia si trova bene anche perché è sempre stata accolta e aiutata, forse anche per il suo aspetto simpatico e il suo carattere aperto e conciliante. Ha trovato una famiglia nei vicini di casa siciliani, nei pochi amici colombiani e nelle colleghe di lingua spagnola, con le quali s’incontra spesso, tutti loro rappresentano una sincera amicizia ed un sicuro punto di riferimento. Ma anche con gli altri colleghi si sente bene anche se non hanno quel calore della gente del suo paese. Ma è il lavoro che le riempie la vita e le toglie i pensieri che sempre la agitano. Qui scambia le storie e 64 Storie semplici confidenze con qualche anziana, un po’ come faceva da piccola con i suoi nonni. Quanto piacere le fa quando, appena arriva al lavoro, c’è sempre qualcuno che s’informa di lei, dei suoi figli e dei suoi problemi. Io per loro, dice, mi sento di essere le mani di Dio, anche se nella fede, almeno per ora, non ha seguito le orme della madre fervente cristiana, ma ne ha comunque ereditato i valori. Spesso per cercare di sollevare la tristezza che c’è negli occhi di molti di loro, racconta che loro non sanno di essere fortunati ad avere un’assistenza così continua, non essere mai soli, essere circondati dall’affetto di tanti buoni assistenti e avere la possibilità di svolgere delle attività e partecipare a manifestazioni fatte apposta per loro, mentre al suo paese non c’è niente di tutto questo. Là le modeste pensioni ci sono solo per quelli che lavorano nelle ditte, non ci sono le Case di Riposo e i vecchi sono sì assistiti dai familiari, ma non con le cure e le attenzioni che qui ci sono e là non si possono permettere. Ora sta comprando la casa con un mutuo, manda qualche aiuto alla mamma ed ha un sogno: costruirsi una casa al suo paese, ritornarvi per vedere i nipoti crescere e partecipare alle grandi feste familiari di cui ha tanta nostalgia, quando i figli, la sua famiglia, avessero raggiunto la loro indipendenza e non avessero più bisogno di lei. 46. Occhi da formica Julienne Jeremie nasce nel 1952, nelle Seychelles, 115 isole sparse nell’oceano Indiano a lungo punto di scalo tra Africa e Asia, luogo di traffici e scambi commerciali, e una volta base di pirati. Ha una superficie ampia meno della metà della provincia di Varese, con un decimo di abitanti che vivono di turismo, degli abbondanti ed economici frutti della pesca accompagnati soprattutto dai frutti dell’albero del pane, cucinati i vari modi, e dal particolare cocco delle loro isole. Lei, allora ventenne con lo stipendio dell’albergo dove lavorava, non avrebbe mai potuto comprare casa, perché troppo costose per la necessità di importare quasi tutto il materiale di costruzione, così quando una turista di Como le chiede se vuole venire in Italia con un contratto di tre anni per curare i suoi bambini, lei entusiasta accetta. In una fredda sera di novembre arriva alla Malpensa e la coglie un terribile freddo imprevisto. Mentre è in attesa che arrivino a prenderla, un giovane la vede tremare e la copre con una giacca e la porta in un posto riscaldato. A Como si trova bene, lo stipendio è poco, ma la trattano bene, non le manca nulla e la portano con i bimbi al mare e in montagna. Qui ha il primo impatto con la neve ed è sorpresa quando la tocca, le sembra bruciare la pelle. Poi la signora le fa prendere lezioni di sci per accompagnare i bambini e le raccomanda di non prendere gli impianti di risalita. A lei sembra di andare bene sugli sci e così quando rimane sola con i bambini, si lascia a convincere a salire con loro. La salita va bene, a parte il capitombolo al termine della corsa, ma la discesa è anche peggio. Alla prima gobba vola nel bosco incastrata tra gli alberi e tutta coperta di aghi di pino. Ci vuole la barella per riportarla alla base ma nonostante i numerosi lividi non si rompe niente. 65 Storie semplici Mai in Italia avverte ostilità nei suoi confronti, forse anche perché proviene da un paese multietnico in cui non esiste il problema razziale. Finito il contratto, lei per guadagnare di più, prima assiste un’anziana signora e poi cura i bambini in una famiglia facoltosa che la porta anche in vacanza sul loro grande yacht lungo le coste francesi. Le sembrava di sognare. Poi loro si trasferiscono in Francia e lei va a lavorare a Milano. Nel ‘80 incontra in piazza del Duomo, il suo futuro marito, allora studente, proveniente dalla Costa d’Avorio, con un iter tormentato di studi che lo porta anche a Perugia per ottenere i titoli necessari per il permesso di soggiorno. Poi trovano un posto come guardiani in una villa posta alle spalle della Casa Bernacchi, dove rimangono nove anni. Qui ha occasione di partecipare alle feste della Casa, che ricorda con grande piacere. Dopo il cambio di proprietà della villa, nel ’94 vanno a Varese, lei come badante per i due genitori di Dino Meneghin che da loro anche alloggio nella sua villa. Il primo impatto col padre è di netto rifiuto: I neri no, ma poi, grazie anche al figlio, entra nelle sue simpatie. Lui la chiama: la sua perpetua e lei don Bepi. Poi prima muore la mamma e dopo il padre e Dino consente loro di cercarsi con calma un nuovo posto e una casa. Prima fa lavori generici e poi volendo migliorare vuole fare un corso da OSS, ma le servono i documenti della sua antica scuola, che non risultano più reperibili. Allora frequenta dei corsi serali e ottiene la licenza della scuola media italiana e così può fare il corso. Nel 2003, come si diploma, risponde all’annuncio della Bernacchi, e prima è assunta dalla cooperativa che allora aveva in gestione i servizi, e pochi mesi dopo viene assunta direttamente dalla Casa. Qui il suo carattere estroverso le permette di non andare in difficoltà anche con gli anziani apparentemente più impenetrabili. Io parlo molto, dice, anche con loro e vedo che anche se non rispondono e sembrano non capire, nei loro atteggiamenti dimostrano di avere fiducia in quello che sto loro facendo e non s’irrigidiscono come quando sono accuditi senza accorgimenti particolari. È proprio vero che l’affetto fa miracoli. Una volta ci restò male quando stava aiutando a lavarsi un’anziana e questa improvvisamente con voce asciutta le disse: Occhi di formica, io ci rimasi male e per un po’ di giorni finsi di portarle il muso. Lei se ne accorse e un giorno mi disse: Ce l’hai come? ed io, Certo dopo quello che mi ha detto. E lei sorrise e mi disse: Ma guarda che era un complimento, quel detto vuol dire che ai tuoi occhi non scappa niente. Scoppiammo in una risata tutte due e la guerra finì. Ora i figli sono grandi, hanno studiato e cominciato a lavorare e lei si è fatta una piccola casa di vacanza in Costa d’Avorio dove spera di andare dopo la pensione. 66