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UN GUIZZO Entusiasmo popolare per il passaggio del Giro dʼItalia
ESTATE
Tappa
a
Cortina,
partenza
da
S.
Vito,
transito
a
Pieve
DʼORGOGLIO,
CADORINA
PERDIANA!
Escursioni, scalate,
a crisi avanza, sempre più dura, e
L
non basta uno sviscerato ottimismo per arrestarla. Un lettore mi ha in-
viato dall’Australia dei ritagli di giornali con l’appunto “povero bellunese, come siamo ridotti”; e un lettore da Conegliano mi ha mandato altri ritagli di
giornali su come l’Alto Adige investe
proprio in questo momento. Due modi
per affrontare il problema.
La crisi avanza, manca il lavoro. Una
delle ultime occhialerie symbol del Cadore, la Sàfilo, annuncia 550 (cinquecentocinquanta!) licenziamenti solo nello stabilimento di Longarone che occupa 1250 dipendenti: ed è subito panico,
il 21 maggio la fabbrica si ferma, le maestranze protestano.
In verità, senza lavoro non c’è futuro e
il “io speriamo che me la cavo” è solo una
battuta. Oggi come non mai servono solidarietà, riflessione e contromisure. Le industrie manifatturiere ed artigiane non
debbono lasciare i nostri territori, perché
esse sono il “saper fare”, la ricchezza
ideativa e l’intraprendenza della nostra
gente. Leggete a pag. 13 come una minuscola fabbrichetta d’occhiali alla Molinà
di Calalzo riuscì a rigenerarsi e diventare
la Sàfilo, un colosso mondiale. Non fu fortuna, ma capacità, rischio, di diversi imprenditori pionieri che fondarono o rifondarono l’azienda, sul loro capitale sì, ma
altrettanto sulla capacità dei propri dipendenti. E’ così, ricordiamocelo, che le occhialerie del Cadore con tutto il loro indotto diedero benessere al territorio per
almeno cent’anni. E ci furono anni che a
dire difficili non rende l’idea.
Tutti sappiamo che è il mercato mondiale a guidare oggi talune scelte. E anche Sàfilo ha fatto le sue. L’amministratore delegato Sàfilo ha subito detto che si
adopererà per rendere meno traumatica
la ristrutturazione e che ci tengono sia all’identità dell’azienza che alle proprie
maestranze. Vedremo. Comunque, puntare di più sul legame e l’esperienza dei vecchi lavoratori Sàfilo è un valore aggiunto.
Per combattere la crisi, però, un guizzo d’orgoglio dovrebbe venire soprattutto dalla società cadorina e dai suoi
amministratori: la solidarietà parolaia
verso chi perde il posto di lavoro o è
nell’indigenza non basta, il tempo delle
riforme (penso all’aggregazione dei Comuni o dei servizi) e degli investimenti
(penso a nuove aziende artigiane e
commerciali) non può più essere eluso.
Il solo turismo non salverà il Cadore.
Renato De Carlo
I PAESI SI VESTONO DI ROSA
S
crisse Dino Buzzati alla
fine degli anni Quaranta: “...Serve dunque una faccenda stramba e assurda come il Giro d’Italia in bicicletta? Certo che serve: è una delle ultime città della fantasia,
un caposaldo del romanticismo, assediato dalle squallide
forze del progresso, e che si rifiuta di arrendersi”.
Sono passati tanti anni e
molto è cambiato dai tempi di
Coppi e Bartali (1948, Coppi
vince la tappa Cortina-Trento), di Anquetil, di Gimondi
(1966, vince la tappa MoenaBelluno), di Adorni, di
Merckx, di Moser (1979,
vince la tappa Pieve di Cadore-Trento), ... Oggi si stenta
ad elencare i big in bicicletta,
ma si può dire che il Giro d’Italia mantiene il suo fascino.
Al di là dell’evento sportivo che ha portato la carovana rosa sulle strade delle nostre Dolomiti (da Selva di
Cadore a Cortina d’Ampezzo, passando per il Passo
Giau, con lo spagnolo Rodriguez vincitore di tappa; da S.
Vito di Cadore passando per
Pieve di Cadore, con il velocista italiano Guardini che
inforca la Cavallera e si aggiudica la tappa a Vedelago),
il Giro doveva essere occa-
Lʼevento sportivo
è stato una
occasione di festa
e di promozione
del territorio
sione di festa e di promozione del territorio. Lo è stato?
Sì, festa c’è stata, lungo il
percorso i paesi si sono rianimati e vestiti di rosa: mercoledì 23, Cortina d’Ampezzo
ha sfoggiato tutta la sua bellezza e organizzazione riempendo di gente le tribune dell’arrivo di tappa e offrendo
degustazioni, vino e birra tra
vie e piazze, ma anche presentando un libro su “I sogni
a pedali”; un grande spot pubblicitario l’ha fatto la RAI, presente per il processo alla tappa, con oltre 6 ore di diretta
televisiva che ha mostrato
Cortina e le montagne dolomitiche con riprese aeree dal
Pelmo al Cristallo, al Passo
Giau assediato da migliaia di
appassionati; San Vito di
SERVIZI E FOTO
ALLE PAG. 23 - 24
Galleria foto su
www.il-cadore.it
Cadore ha richiamato centinaia di persone per la partenza di tappa giovedì 24, un
evento unico per il paese vissuto per un’intera settimana,
con la presenza di figuranti
storici e gruppi corali e bandistici, con balli, momenti di
intrattenimento con la ‘Caprioli bike’, stand e mostre
dedicati al mondo del ciclismo; Pieve di Cadore ha
vestito di rosa pure il pittore
Tiziano e atteso il Giro con
musiche e balletti del gruppo
folk in piazza Tiziano, Giro
che è transitato per il centro
nel primo pomeriggio avendo
un’accoglienza calorosa da
parte della cittadinanza e dei
numerosi appassionati accorsi dai paesi vicini.
E’ stato questo il modo per
dimostrare l’interesse al ciclismo ed è diventata pure l’occasione per rendere visibile,
con grandi cartelli, la situazione di disagio sul futuro
dell’Ospedale e per la perdita
di posti di lavoro; ma è rimasto l’amaro in bocca, poichè
la Rai non ha dedicato nemmeno un’immagine ai paesi,
ai panorami e alle problematiche del centro Cadore. E sì
che la giornata si prestava
proprio per un bel colpo d’occhio promozionale.
Red
UN GOVERNO PER IL CADORE
a Magnifica come laboL
ratorio politico-amministrativo per costruire un nuo-
La Magnifica
Comunità
potrebbe diventare
lʼinterlocutrice ideale
della Regione che
si trova a pensare
che compongono il Cadore. A
a una nuova
tirare la volata in altre occasioni di difficoltà sono semstrutturazione
pre stati i Comuni. Adesso peamministrativa
rò, anche loro si trovano sotto
tiro. Dopo aver subito tagli
per la montagna
drastici ai finanziamenti stata-
vo modello utile a governare
il Cadore. L’investitura è stata
corale. L’incontro che si è
svolto il 28 maggio a Pieve era
stato pensato per fare il punto
di una situazione che sta precipitando. Il malessere economico che ha contaminato il
Cadore è destinato a diventare malattia grave se non viene
arginato. E’ urgente fare qualcosa. C’è bisogno di una strategia terapeutica che deve essere pensata ed elaborata, insieme, da tutti i li si sono visti svuotare le Co- me consortili di erogazione di
soggetti prota- munità montane che, di fatto, servizi.
(segue a pag. 4)
gonisti delle valli rappresentavano le sole forBepi Casagrande
CALVI E IL RISORGIMENTO
STORIA DEL POPOLO CADORINO
C
(13)
ome sempre, anche nelle fasi del
Risorgimento il Cadore
si distinse per unità di
popolo, lungimiranza e
impegno in piena autonomia. Sarebbe stato
meno doloroso rimanere
alla finestra attendendo
che la Storia si compisse.
E invece no, ecco i Cadorini instaurare nel 1848
il Municipio di Cadore,
appoggiare la neonata Repubblica Veneta e chiedere ad essa un comandante esperto di tattica mili-
tare. Forse sono state tramandate più le gesta delle epiche azioni che non
gli uomini che le hanno
rese possibili. Oltre a
Pier Fortunato Calvi divenuto “leggenda” fin da subito, non va dimenticato
l’apporto di don Natale
Talamini, allora residente
a Venezia (come altri cadorini) che riuscì ad ottenere un “comandante”,
Luigi Coletti che fu sempre al fianco di Calvi e
che, insieme a L. O. Palatini, A. Serafini, G.B. Ca-
dorin, G. Osta e O. Vecellio Larice, costituirono il
Comitato di Difesa. Nel
maggio del 1848 il Cadore era circondato dalle
truppe austriache, ma i
Cadorini non si persero
d’animo, rintuzzarono gli
attacchi dalle pendici del
Marcora in Val Boite, dai
costoni sopra il Piave tra
Rivalgo e Rucorvo, dalla
Chiusa di Venas, dal Passo della Morte sotto il
Mauria, a ovunque gli austriaci cercassero di pas(segue a pag. 2)
sare.
mostre e cento
iniziative in quota
arà un’estate all’insegna della
S
montagna. Il Cadore delle Dolomiti esibirà quest’anno la sua vocazione
più antica, quella montanara. Sarà un
po’ come srotolare quel suo Dna che lo
fa essere unico, non omologabile e assolutamente non globalizzabile. Il Cadore
delle Dolomiti sarà protagonista di una
serie articolata di proposte e iniziative
culturali, di escursioni e di scalate classiche. La montagna al primo posto, dunque. E Pieve si propone come capitale
delle Dolomiti del Cadore. Un ruolo che
gli è stato riconosciuto da chi l’ha scelta
quale sede per assegnare, sabato 28
luglio, il Pelmo d’Oro 2012. Il prestigioso appuntamento sarà contornato da
un calendario di iniziative legate alla
montagna. Si inizierà venerdì 20 luglio
con un incontro-confronto sul futuro
della Fondazione Dolomiti Unesco e
si concluderà il giorno di ferragosto
con una festa dedicata alla montagna
al Rifugio Antelao. In mezzo ci sono
tante cose: dalle gare di arrampicata sulla diga di Sottocastello valide per Europa e Italia (11 e 12 agosto) alla giornata
di solidarietà con la locale Stazione del
Soccorso Alpino (5 agosto), dalla presentazione di libri e guide sulle falesie
cadorine fino alle escursioni lungo sentieri poco noti e misteriosi. Ma tutto il
Cadore, quest’estate, dedicherà una
speciale attenzione alla montagna in generale e alle Dolomiti in particolare. Il
23 e 24 giugno a Vellesella va in
scena DoloMie con tante iniziative promosse dai soggetti protagonisti della
montagna: Cai, Guide alpine, Soccorso
alpino, Guide naturalistiche e Gestori
(segue a pag. 2)
dei Rifugi alpini.
Bepi Casagrande
Nessuno avrebbe
scommesso
sullʼOcchialeria
MUSIZZA-DE DONÀ A PAG. 13
Il Sindaco di Auronzo
DANIELA LARESE
SI PRESENTA
SERVIZIO A PAG. 6
FANTASTICA
DOLOMITI NUOTO
SERVIZIO A PAG. 22
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ANNO LX
Giugno 2012
2
ESTATE CADORINA AL VIA
dalla prima pagina
B. Casagrande
Proposte culturali, escursionistiche e sportive,
organizzate dai 47 rifugi alpini del Cadore
E a proposito dei Rifugi alpini,
che in Cadore sono 47, spetta a loro il
compito di garantire una buona accoglienza in quota. Insieme stanno mettendo a punto un calendario di iniziative di richiamo e di promozione. Molte
le novità escursionistiche. Lungo le
Crode di San Pietro, sopra il Rifugio Antelao, sarà inaugurato (domenica 1 luglio) un super percorso messo in sicurezza in queste settimane. E tra il Rifugio Eremo dei
Romiti e il Rifugio Cercenà è stato
ripristinato un antico sentiero immerso nel bosco. Davanti a Pieve, invece, partendo da Sottocastello è
possibile salire a Vedorcia, al Rifugio Tita Barba e poi al Rifugio Padova o varcare la leggendaria Porta
del Sol lungo un sentiero che è stato
ripulito e segnato di recente dal Cai di
Pieve. Si tratta di un vecchissimo itinerario frequentato un tempo esclusivamente dai cacciatori per raggiungere i camosci che vivono sotto le cime
più occidentali degli Spalti di Toro.
Una novità che richiamerà attenzione e partecipazione sarà il concatenamento che le Guide alpine di
Auronzo realizzeranno sulle Marmarole Orientali tra i Rifugi
Baion e Ciareido. E le Guide alpine
del Cadore si renderanno protagoniste anche di altre iniziative spettacolari come la salita storica (vestiti come le Guide della fine del
1800) sul Monte Pelmo, sabato 4
agosto, per ricordare le prime Guide
alpine di Zoppè di Cadore. Un’altra
ascensione sulla cima del “Caregon
del Padreterno” sarà effettuata domenica 16 settembre da un gruppo di
donne alpiniste per ricordare la prima salita femminile avvenuta 130 anni fa, giusto dieci anni prima della costruzione del Rifugio Venezia avvenuta nel 1892. A proposito di storia, sa-
bato 21 luglio, a Domegge, sarà
inaugurata l’edizione 2012 della
mostra dedicata all’alpinismo del
Cadore che avrà un’appendice il 1
settembre al rifugio Padova dove sono conservati i biglietti di vetta lasciati dai conquistatori delle principali cime degli Spalti di Toro e delle Marmarole. Il 18 agosto in piazza ad
Auronzo nell’ambito dell’annuale serata di festa organizzata dal Consorzio Turistico con le Guide alpine, il
Cai e la locale Stazione del Soccorso
alpino, si ricorderanno i 110 anni
della prima salita al Campanile
San Marco, la vetta delle Marmarole
dedicata al campanile di Venezia in
occasione del suo crollo avvenuto nel
1902. Interverrà anche un pronipote
del barone ungherese che, con le nostre Guide alpine, salì per primo sulla
cima. Un appuntamento con la
storia sarà anche quello che si svolgerà domenica 9 settembre al rifugio Berti in Comelico. Il rifugio
compie 50 anni. E saranno ricordati
anche i 60 anni del Bivacco Battaglion Cadore. E storica sarà anche la
salita sulla Torre dei Sabbioni
che il Cai di San Vito ha organizzato per domenica 2 settembre allo scopo di ricordare la guida alpina
Luigi Cesaletti che per primo, proprio sulla Torre dei Sabbioni, ha superato il terzo grado di difficoltà alpi-
nistica sulle Dolomiti.
Anche il Soccorso alpino sarà
protagonista di alcuni eventi. Di rilievo sarà quello che del Centro Cadore
metterà in scena sabato 28 luglio a
Vallesella per ricordare i suoi 40
anni di attività. E lo farà con una
esercitazione, parlando di solidarietà,
ricordando gli operatori che hanno
segnato il passo e facendo festa.
Poi, a livello di attrazioni e di iniziative per promuovere la montagna
cadorina ci sono le escursioni proposte dalle locali Sezioni del Cai.
Escursioni sulle Dolomiti di casa ma
anche su montagne più alte e più lontane come il Monte Bianco. La Sezione di Lorenzago, insieme alle Guide
alpine “Tre Cime”, ha organizzato due
salite alla vetta d’Italia. Una si svolgerà a fine luglio e una a fine agosto.
Anche sul versante prettamente
culturale le proposte in quota
non mancano. Nel pomeriggio di
domenica 29 luglio Symphonia di
Belluno terrà un concerto al rifugio
Eremo dei Romiti mentre domenica
2 settembre, all’alba, al Rifugio Carducci in Alta Val Giralba, le musiche
di Vivaldi e Mozart accoglieranno i
primi raggi di sole ed incorniceranno
l’ormai tradizionale festa “Dolomiti
senza confini”. Originalissimo sarà
anche il Concerto Jazz che si svolgerà domenica 23 settembre (inizio ore
11) al Rifugio Cercenà, sopra il lago
di Domegge.
E, durante i mesi di luglio e agosto, il Rifugio Baion ospita addirittura una mostra di pittura. Le
opere dell’artista Orlando Fantin sono tutte rigorosamente ispirate alla
montagna.
6
fondato nel 1953
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Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
STORIA DEL POPOLO CADORINO
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 31.5.2012
dalla prima pagina
Al risultato militare di
quelle gloriose giornate (impedire alle truppe austriache di scendere in pianura) va aggiunto un
risultato politico: il ripristino ed il
rispetto dell’ identità cadorina.
L’Austria riprese il controllo, tut-
tavia la lotta all’oppressore non si
sopì - ricorda lo storico Giovanni
Fabbiani - prova ne sia che parecchi cadorini partirono come
combattenti nel 1959-60, raggiunsero la Lombardia (battaglie di S. Martino e Solferino), e
Garibaldi in Sicilia; altri assunsero cariche importanti, come Ferdinando Coletti di Tai che divenne il rappresentante nel Veneto
del Comitato Nazionale.
Finalmente la liberazione dall’invasore nel 1866 con la pace
successiva alla III guerra d’indipendenza e l’unione del Cadore
(votata dai suoi rappresentanti il
25 luglio) al Regno d’Italia. Atto
che sancisce ancora una volta la
volontà autonoma di scelta.
(13)
(continua)
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ANNO LX
Giugno 2012
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A PROPOSITO DI CULTURA
CONOSCI LA
QUEL CHE RIMANE DEI POPOLI MAGNIFICA COMUNITA’
'è una parola molto anC
tica e piuttosto logorata dall'uso e dagli incroci semantici, che in questa buia
crisi postindustriale ha trovato una nuova vita e qualche significato in più: si tratta di “cultura”, quella di cui si
stanno riempiendo i pensieri
e i discorsi di un Paese economicamente boccheggiante, ma pur sempre incomparabile palinsesto di bellezze
di natura, di storia e di ogni
arte - purtroppo oggi, e non
da oggi, consegnato ai buoni
uffici di un popolo che alle
patacche dei centurioni di
latta presta maggiore attenzione che alle case di Pompei. Chiudono le fabbriche
ma gli Uffizi sono sempre lì,
sicché attualmente, sostengono gli esperti, una solida
alternativa contro il declino
della nostra società sembra
essere proprio l'investimento culturale. Con qualche fatica e qualche ritardo di troppo lo hanno capito in tanti
(ma non tutti), amministratori pubblici e privati dispensatori di energie finanziarie:
che oggi si sono a dir poco
impoverite, ma che si possono recuperare anzitutto sui
presupposti di convinte strategie progettuali, di quel
“senso dell'insieme” che costituisce il requisito fondamentale di ogni visione politica seria. Dunque investire,
con intelligenza e su tempi
prolungati, il che vuol dire
avere capito le caratteristiche di attività che non possono produrre effetti di ritorno
immediati, ma che servono
alla formazione e alla maturazione etica e civile dell'individuo, oltreché al progresso sociale complessivo.
Nel merito basta gettare
lo sguardo sulle concentrazioni culturali della nostra Provincia: solo a Pieve
di Cadore si contano la Magnifica Comunità, la Fondazione Tiziano, il museo dell'Occhiale, il museo archeologico, la casa natale del pittore: per non parlare della
Cortina che incontra, incanta e incroda, che alle sue
montagne ne aggiunge una
di libri e fa dei suoi alberghi
centri di raccolta di scrittori
e intellettuali in libertà. Se
poi a tutto questo aggiungiamo la miriade di iniziative
che corrono lungo i Comuni
delle vallate, le tante manifestazioni del capoluogo, il lavoro delle organizzazioni del
sapere dedicato agli anziani
della Terza età, ecco che il
quadro complessivo che ne
risulta è quello di una diffusa
consapevolezza dell'importanza che la cultura riveste
nella sintesi di una civiltà.
Basti pensare che di recente
ai Rotary del Bellunese si è
dovuta una guida dei musei
e delle collezioni private del
territorio, con il risultato della persino sorprendente scoperta di una ricchezza misconosciuta almeno nella
sua ampiezza; sicché solo a
chi sia ancora vittima di una
visione “compartimentale”
dei fenomeni sociali, può
sfuggire il nesso che inter-
corre tra la cultura e l'industria turistica, specie quando
la prima sia rivolta alla valorizzazione di un luogo e del
suo nome. Qualcuno si ricorda che Pieve di Cadore fu
proclamata “città della cultura 2004”? Un marchio di élite, e se gli effetti in termini
commerciali non sono stati
significativi, questo è dipeso
essenzialmente da una situazione generale che è sotto
gli occhi di tutti.
Certo questi sono tempi di
ristrettezze e non è inutile tenere presente che nei bilanci comunali una delle voci
attualmente più sacrificate è proprio quella riferita
alle attività culturali: un errore di prospettiva? Sicuramente un danno per la crescita di una comunità. Ma alla fine, che cos'è veramente
la cultura? E' semplicemente
il sapere, o è ciò che rimane
quando si è dimenticato tutto? In un articolo del 1916
Antonio Gramsci scriveva
che la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io
interiore, presa di possesso
della propria personalità e
conquista di una coscienza
per la quale si riesce a comprendere il proprio valore
storico, la propria funzione
nella vita, i propri diritti, i
propri doveri. Oggi, in un
tempo in cui l'involgarimento delle migliori abitudini ha
costretto al ribasso soprattutto quelle culturali, quelle
restano ancora oggi parole
sulle quali riflettere.
Ennio Rossignoli
AGENDA
I
mesi di marzo e aprile 2012 hanno visto
impegnate le strutture
della Magnifica Comunità
in attività che sono state
funzionali alla redazione
del conto consuntivo
dell’ente, approvatosi nel
Consiglio Generale di
aprile, come lo Statuto vigente prevede. Il momento della redazione del bilancio, ha rappresentato
un occasione di particolare importanza perché oltre a sintetizzare attraverso i numeri le risultanze
della conduzione dell’anno passato, ha permesso
di mettere in evidenza una
serie di aspetti che riguardano anche la gestione
corrente, da poter migliorare o modificare per gli
esercizi successivi.
Sulla scorta delle osservazioni svolte infatti, si è
deciso di analizzare e razionalizzare la parte legata agli impianti che danno ser vizio al Palazzo
Comunitativo, primo fra
tutti quello relativo al riscaldamento. Sono stati
infatti contattati e sentiti a
riguardo alcuni tecnici,
che hanno sintetizzato attraverso il valido supporto
di uno studio professionale, le azioni da intraprendere. Tutto ciò si è concluso con la codificazione di
un progetto di riorganizza-
zione degli impianti (riscaldamento - idrogenico
sanitario - elettrico - allarmi - antincendio) per il
quale si è poi proceduto
alla richiesta di idoneo
contributo alla Regione
Veneto, a valere sulla LR
18/2011
E’ continuata l’attività
istituzionale, legata soprattutto al’organizzazione della Settimana Della
Cultura, che ha dato il via
all’apertura continuata
delle strutture museali
dell’Ente fino al prossimo
ottobre, relativamente alle
quali ci si stà organizzando con il volontariato per
rendere operativa la gestione della guardiania e
della promozione attraverso i canali di comunicazione che hanno nel tempo
trovato ampio riscontro
nei visitatori. Quest’anno,
l’apertura dei musei, potrà
essere inoltre garantita
anche attraverso l’impiego
di alcuni lavoratori socialmente utili, dei quali l’Ente ha deciso di avvalersi,
segnalati dal centro per
l’impiego di Pieve di Cadore.
La struttura dell’Ente
inoltre, è stata costantemente impegnata nel mettere a disposizione la
Sala Consiliare per incontri ed eventi che hanno coinvolto soprattutto le
scuole del Cadore, grazie
al lavoro svolto nei mesi
precedenti attraverso la
distribuzione del libretto
dedicato agli studenti delle scuole primarie, promuovendo anche una serie di visite guidate al museo archeologico cadorino
(marc) svolte direttamente da parte della Conservatrice Anna Angelini.
Sono in fase di avvio
inoltre alcune attività funzionali alla ricatalogazione degli archivi dell’Ente in paricolare alcuni fondi fotografici e parte della
Biblioteca Fabbro in collaborazione con il Centro
Studi Tiziano e Cadore.
Marco Genova
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F GIUGNO
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VITA dEI PAESI
appada rinnova ed abbelliS
sce il suo ingresso da est,
la Cleva che sale da Piani di Luzza a Cima Sappada. Quel percorso è sempre stato la Via Crucis
per gli automobilisti, soprattutto
in inverno, perché la zona è particolarmente fredda e capita che
le nevicate siano più abbondanti
che altrove, cosicché è inevitabile montare le catene o lasciare la
macchina a bordo strada. Ci avevano provato, negli anni Sessanta, gli amministratori comunali
sappadini, in accordo con la Regione Friuli Venezia Giulia, a
cambiare tragitto salendo con
pendenza più leggera da Piani di
Luzza sul versante della montagna. Ma l’alluvione del 1966 provocò uno smottamento franoso
proprio sul tratto di strada in costruzione, che fu quindi abbandonato, in attesa di ulteriori interventi di consolidamento.
Ormai sono passati quasi cinquant’anni, e per quanto altri sindaci e politici provinciali e regionali, sia veneti che friulani, ci abbiano riprovato, la variante della
Cleva non è più stata messa in
programma nel piano delle strade della Regione Friuli. Eppure
da quel versante salgono a Sappada per i soggiorni turistici sia
ANNO LX
Giugno 2012
SAPPADA - Lavori e un tocco dʼeleganza sul percorso poco
oltre Cima Sappada. Posizionata una imponente scultura
UN BEL BIGLIETTO DA VISITA
estivi che invernali molti vacanzieri, più che non dalla parte del
Comelico, dove analogamente la
strada lascia a desiderare, in particolare per il tracciato sul pendio roccioso, con pericoli di caduta di sassi e strapiombi sul fiume Piave. E poi l’attrazione del
Friuli, confermata dall’esito plebiscitario del referendum del
2010, fa propendere la vallata
sappadina più verso la Carnia
che non verso il Comelico.
Sicuramente l’affetto verso il
Friuli, a cui Sappada è legata come parrocchia, essendo parte
della diocesi di Udine, ha motivato la scelta di migliorare esteticamente l’accesso dalla Cleva e
visto il risultato, è apparso opportuno. Infatti, oltre alla difficoltà della salita, che in alcuni
tratti supera il 10 per cento, la
strada era buia e oppressa dalla
vegetazione in crescita. Ora, con
gli interventi combinati tra Servizi Forestali e Comune di Sap- to e si presenta con un bel bi- Forni Avoltri. Tagliati molti abepada, la zona ha cambiato aspet- glietto da visita per chi risale da ti, realizzate alcune piazzole di
6
sosta, il tocco di eleganza che
più balza all’occhi è la costruzione di una scritta in legno “Sappada- Plodn- Dolomiti” e la disposizione accanto di una imponente
scultura, eseguita dai due
esperti intagliatori Gianfrancesco Solero e Giandomenico
Menia Corbanese, di Danta.
La scultura raffigura un vecchio
montanaro, in una mano un bastone, nell’altra un boccale di birra, che sembra augurare “prosit”
agli automobilisti che salgono le
rampe della Cleva. Una piccolo
tocco di eleganza in un punto del
territorio finora molto trascurato, che va ad affiancarsi agli altri
luoghi dove sono state collocate
delle grandi sculture in legno
nelle varie borgate sappadine.
La Cleva, secondo le intenzioni dell’amministrazione comunale presieduta da Alberto Graz,
dovrebbe diventare in futuro lo
spazio dove verrà costruita una
grande centrale a biomasse, con
attiguo deposito del materiale
cippato, ricavato dai boschi del
territorio limitrofo. Ma intanto è
un bel biglietto da visita per chi
viene dal Friuli.
Lucio Eicher Clere
i è conclusa con la premia- GARA NAZIONALE A PIEVE PER
S
zione dei vincitori nella sala della Magnifica Comunità lo
scorso 20 aprile la gara nazionale per operatore meccanico del
settore ottico. A spuntarla su
un’agguerrita concorrenza è
stata la friulana Fiorilù Mattioz
del ‘Mattioni’ di Cividale con
una prestazione brillante in tutte le fasi dell’elaborazione dell’occhiale. Al secondo e al terzo
posto rispettivamente Aurel
Marian del ‘Fortunity’ di
Brescia e Francesca Roiate
del ‘Bernini’ di Napoli.
La Scuola di Ottica di Pieve,
organizzatrice dell’evento e fuori concorso per aver vinto l’edizione dello scorso con l’allievo
Jacopo Bisa, attraverso il dirigente scolastico Renzo Zagallo, ha espresso soddisfazione per l’ottimo livello dimostrato dai concorrenti nel corso di
questa particolare competizione indetta dal Ministero della
Pubblica Istruzione e riservata
OPERATORI MECCANICI OTTICI
agli alunni degli istituti professionali che hanno conseguito il
diploma di qualifica nell’anno
scolastico precedente.
“Al di là della grande soddisfazione per il risultato positivo -ha
detto Fiorilù Mattioz - sono soddisfatta anche perché ho avuto
l’opportunità di conoscere un
territorio straordinario e di
stringere delle belle amicizie con
gli altri concorrenti provenienti
da tutta Italia”. La gara, infatti,
ha visto la partecipazione per
questa edizione 2012 oltre che
degli istituti classificati, anche
delle scuole ‘Galvani’ di Reggio Emilia, ‘Sacconi’ di Ascoli Piceno, ‘Europa’ di Roma,
‘Majorana’ di Bari, ‘Archimede’ di Barletta, ‘Da Vinci’
di Castrovillari e ‘Ascione’ di
Palermo.
Vincitrice la friulana
Fiorilù Mattioz:
Organizzata questʼanno dalla Scuola “Soddisfatta, anche
perché ho avuto
Ottica di Pieve di Cadore, ha visto la
lʼopportunità di
partecipazione di 10 Istituti di tutta lʼItalia
conoscere un
Il sindaco ha rivolto le proprie congratuladi Pieve di zioni ai partecipanti e ha ringra- territorio straordinario”
Cadore Ma- ziato gli organizzatori e tutti gli
ria Antonia
Ciotti, intervenuto all’evento, dopo
aver sottolineato il valore
dell’iniziativa,
insegnanti che, nonostante le
mille difficoltà che il mondo della scuola attraversa, riescono
ancora a trasmettere alle nuove
generazioni la propria esperienza e il proprio sapere con l’ entusiasmo di chi non teme di
mettersi in gioco.
La manifestazione si è poi
conclusa con il gradito buffet offerto dalla storico Gran Caffè
Tiziano e con un arrivederci a
Cividale per l’edizione 2013.
Pierpaolo Genova
UN GOVERNO PER IL CADORE
dalla prima pagina
Disorientamento e
rassegnazione rischiano
ora di imbalsamare una situazione in crisi. E’ indispensabile reagire. E’ nato
da questo imperativo l’incontro di Pieve dal quale è
sortita una foto aggiornata
della situazione, sono stati
enunciati i bisogni culturali
ed economici ed è stata indicata la strada da percorrere per arrivare ad un progetto di governo locale in
grado di garantire quei servizi fin’ora erogati dalle Comunità montane e soprattutto capace di guardare al
futuro del Cadore con vivace intraprendenza. E qui
entra in gioco la Magnifica
Comunità di Cadore, la sto-
rica istituzione che ha il
merito d’aver tenuto unito
il territorio e le comunità
che vi risiedono per secoli
e secoli. La sua storia e il
suo prestigio possono dunque tornare utili e strategiche. La Comunità può diventare laboratorio istituzionale dove confrontarsi,
scegliere, elaborare, sperimentare nuove formule per
governare il Cadore. Quali
frutti darà l’iniziativa? E’
prematuro dirlo. Anche
perché, per il momento, è
solo un’idea. Ma, guai a
non coglierla. Perché si
tratta di una grande opportunità. Il futuro del Cadore
dipende dalla capacità che
avranno i suoi 22 Comuni
di lavorare insieme, di progettare insieme, di essere
credibili insieme, di saper
stimolare le comunità locali
insieme. Le condizioni sono note a tutti: rinunciare al
protagonismo individuale,
abbandonare le logiche
campanilistiche, capire che
i tempi dei particolarismi e
degli egoismi sono finiti.
Rilanciando questo suo
ruolo unitario la Magnifica
Comunità di Cadore potrebbe diventare interlocutrice ideale per la Regione che si troverà, tra non
molto, a dover pensare ad
una nuova strutturazione
amministrativa per la montagna veneta.
Bepi Casagrande
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laudio Pilotto di Vigo
C
di Cadore ed Enrico
Fant di Pieve di Cadore, dottori in giurisprudenza l’uno e
in economia l’altro: come
mai avete deciso di tornare in Cadore e di far nascere un'azienda agricola?
Oggi siamo troppo spesso
abituati ad cadorini che vanno via e non tornano più.
“Io ed Enrico ci siamo conosciuti sui banchi del Liceo
Scientifico di Pieve, anni d'oro, dove le amicizie se coltivate e sincere sono destinate a
durare allungo. Presa la maturità ognuno è andato per la
sua strada, io Giurisprudenza a Padova e lui Economia e
Marketing a Bologna. Com'è
normale quando si è in altre
faccende affaccendati non ci
si vede e non ci si sente per
mesi e mesi, ma poi ogni volta che ci si ritrova sembra sia
passato non più di un giorno.
Terminati gli impegni universitari Enrico, dopo una serie di lavori temporanei, approda come responsabile per
una ditta di servizi, con parecchi dipendenti (un'ottantina circa) da coordinare e amministrare. Io intanto, oltre a
portare avanti gli studi, mi
sono sempre interessato alla
nostra realtà, in particolare a
quella Regoliera che mi sembrava, ed anche lo è da un
certo punto di vista, quella
più vicina a quei principi di
protezione, valorizzazione ed
utilizzo sostenibile del nostro
territorio che tanto mi sono
cari.
Nel 2008 l'idea, Snowpark a Casera Razzo con
l'intento di rilanciare l'altipiano attraverso un turismo
"sano", non impattante, per
famiglie e giovani che hanno
voglia di passare una giornata serena. Ne parlo con la Regola di Vigo, l'amministrazione rimane entusiasta e convinta dell'idea, conosco un ragazzo originario di Mestre che
ha la casa in paese, da sempre appassionato dello snow, e
si parte. Troviamo un gatto
usato per pochi soldi in Comelico, noleggiamo un furgone e
andiamo fino a Torino a
prendere delle strutture particolari per le evoluzioni con la
tavola, studiate e omologate,
un paio di badili e tanta buona volontà. Quell'inverno è
stata dura, di neve ne è venuta giù parecchia e noi avevamo tutto da imparare. Alla fine ce l'abbiamo fatta e c'è stato un ottimo riscontro, finendo poi anche sulle riviste specializzate del settore, in "concorrenza" con impianti da
milioni di euro. Onore alla
Regola che c'ha creduto, ha
pagato le spese, ed ha voluto
che il Park fosse gratuito, al
servizio degli ospiti per dare
l'occasione all'altipiano di essere conosciuto. Oltre allo
Snowboard abbiamo riaperto
la pista di fondo e una pista
per bambini dove sono stati
messi a disposizione gratuita
bob, slittini, ufo...
L'inverno successivo c’è un
problema: l'impianto di risalita non è in funzione, per non
mandare all'aria tutto il lavoro fatto abbiamo dovuto acquistare una motoslitta usata
e portare con quella la gente
in quota, tutto il giorno su è
giù, più di 4000 km fatti in
ogni condizione, da morire!
Ma anche per quell'anno ce la
siamo cavata.
La Regola decide di acquistare dalla società fallimenta-
5
IL FUTURO E’ QUI
Claudio e Enrico hanno scelto di tornare in Cadore
e operare sul territorio, tra modernità e passato
re l'impianto e di provvedere
Claudio Pilotto:
alla dovuta e obbligatoria revisione decennale. Si cambia
marcia, faccio gli esami e “Non tutti saranno
prendo all'Ustif di Venezia il
allevatori,
patentino per le sciovie e nella
agricoltori,
stagione 2010/2011 ho gestito l'impianto come responsaboscaioli...,
bile d'esercizio. Intanto riusciamo a trovare in Austria ma in un progetto
un altro gatto usato, più perdi filiera ognuno,
formante, e la qualità della
pista viene elogiata da tutti,
qua, troverà
sia per la lavorazione sia per
il fatto, ormai più unico che
il suo posto”
raro, che si scivola su neve
naturale.”
Cosa ti ha fatto decidere
di tornare in Cadore a lavorare?
“Per me questa è stata un'esperienza fondamentale, che
mi ha fatto capire, anche attraverso il confronto con gente
da fuori, le enormi potenzialità che ha il nostro territorio,
apprezzato così com'è, senz'altro da valorizzare e rendere
più fruibile, ma senza il bisogno di opere abnormi. L'idea
dello Snowpark è nata dalla
constatazione che la pista da
sci esistente è senz'altro bella e
godibile, ma non assolutamente concorrenziale rispetto
ai grossi comprensori, mentre
un'area attrezzata per lo
snowboard in quel posto sarebbe stata di livello Europeo!
Tante volte valgono di più le
idee...”
Come è stata l'esperienza di dedicarsi all'allevamento e al bosco invece
di fare l'avvocato?
“Per pagarmi gli studi avevo lavorato nel bosco e per
passione avevo incominciato
ad allevare vacche scozzesi,
Scottish Hinglands, lavoravo
anche occasionalmente nel
campo del Diritto ma già incominciava a nausearmi
l'ambiente e così un bel giorno
ad Enrico gli ho fatto la proposta "se te vos...don!". Detto
fatto, l'incosciente ha gettato
dalla finestra la proverbiale
saggezza del padre di famiglia, si è licenziato, ed è partita l'avventura con tanto coraggio e voglia di fare.
E’ molto dura l’esperienza dell’allevamento,
come sta andando avanti?
“Non è facile, l'allevamento
richiede mille attenzioni, non
si può far conto delle ore spese, può succedere di trovarsi
alle dieci di sera sui ripidi
prati di Danta con il fieno ancora da raccogliere, ma poi
quando ti capita una mattina
di trovarti in mezzo al prato
un vitellino appena nato che
si rizza in piedi...o il lavoro
nel bosco, ingordo di fatica e
prodigo di pericoli, ma profumato di resina e muschio (che
per chi apprezza sono meglio
di un Chanel)... e poi ci sono
gli investimenti, tanti, non si
può improvvisarsi, si tratta
comunque di attività imprenditoriali e devono essere sviluppate con la massima serietà, ma se come dev'essere in
ogni cosa si affrontano con
decisione, precisione e un pò
di coraggio non devono fare
troppa paura.
E si vive qua. Se veramente
l'Identità non è quella cosa codificata nel codice fiscale, ma
è l'appartenenza, l'orgoglio,
la consapevolezza che ti fa
camminare nel mondo con le
spalle dritte e il petto in fuori,
sereno di avere le radici ben
piantate in quel terreno dove
hai corso da bambino e che
adesso ti dà da mangiare,
tuo, forse ora noi la stiamo
sentendo.
Non tutti saranno allevatori, agricoltori, boscaioli...ma
sono convinto che in un progetto di filiera ognuno, qua,
troverà il suo posto e quando
guarderà fuori dalla finestra
gonfierà i polmoni, farà un
sospiro e poi un sorriso perchè, in un mondo dove il be-
nessere è dato da dei numeri
su un computer e il valore delle cose è quotato in borsa, la
sua ricchezza, vera e reale, è
là, davanti agli occhi.
Francesca
Larese Filon
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Auronzo di Cadore
IN COMUNE CAMBIA
L’AMMINISTRAZIONE
er la prima volta ad Auronzo,
P
dallo scorso 7 maggio, la poltrona di primo cittadino si tinge di
rosa: Daniela Larese Filon è il nuovo sindaco di Auronzo di Cadore.
E’ una vittoria forte, dovuta
forse alla sua lunga esperienza
politica e allo spazio dato ai giovani in questa amministrazione. E’ stupita?
“A dire il vero no. Se Si corre si
corre per vincere e noi abbiamo
sempre pensato che la probabilità di
uscire positivamente da questa elezione ci fosse. Lo abbiamo percepito
negli incontri della campagna elettorale, nella gente, nel clima diffuso
che vi era da tempo in paese. C’era
nell’aria il desiderio di un cambia-
mento rimandato forse troppo a lungo. Sapevamo che non era facile dare ad Auronzo un’alternativa in un
momento così difficile per tutti dovuto alla crisi e anche, diciamolo,
ad una certa sfiducia nella politica
e ad un allontanamento dei ragazzi
dalle istituzioni. E’ evidente che
qualcosa sta cambiando.”
Perché la scelta è caduta su
persone che seppur capaci, non
vantano esperienze politiche?
“Mi preme sottolineare che non sono stata io a stendere una lista dei
nomi con cui presentarmi, è stato
questo gruppo di ragazzi a cercare
me. Anna Vecellio, Dario Vecellio,
Lorenzo De Martin, Andrea Golin
e Silvio Pomare’, che sono le perso-
Intervista a
Daniela Larese
Sindaco di
Auronzo di Cadore
ne con cui affronto questo impegno.
Quando mi hanno cercato avevano
già un programma, sapevano esattamente quali erano le priorità da
affrontare, quali gli obiettivi, quali
purtroppo i problemi di questo paese. Conoscono Auronzo, hanno studiato e discusso in pubblico di tutto,
dimostrando cognizione di causa,
interesse per la politica, per il futuro
loro e delle generazioni a venire. E
come sono consapevoli di tutto questo sapevano che da soli, forse, non
avrebbero avuto voce e mi hanno
cercato. Se avessero avuto esperienza non avrebbero avuto bisogno di
me, ma proprio per esperienza dico
che l’esperienza non è tutto.”
Parliamo di aspetti più con-
6
di Rosanna Franzese
CRISI “Vogliamo dare
al paese unʼiniezione ancora disponibili. La sfida è seria,
è un dato. Ma anche noi lo
di fiducia nella politica” questo
siamo. E anche questo è un dato.”
Si parla di crisi del lavoro e purTURISMO: renderemo troppo a farne le spese in misura
superiore nelle nostre zone sono
lʼofferta più varia,
ancora una volta i giovani. Avete
a qualche soluzione per
manterremo lʼimpegno pensato
evitare un’emigrazione di massa
con la Lazio”
delle nostre future menti?
“Dai dati che in provincia si regiLAVORO “Proporre strano debbo dire che sono preoccugli andamenti degli ultimi 3
soluzioni è impegnativo panti
anni. I giovani sono il nostro futuro,
di loro perde senso qualsiasi
però i giovani sono il senza
ragionamento politico e di sviluppo.
nostro futuro”
Proporre soluzioni è impegnativo
ma a qualcosa stiamo pensando.
coinvolgere determinati
CASA “Manterremo il Vogliamo
enti a lavorare in rete per creare dei
2%° per la prima casa” servizi aggiuntivi che permettano la
creazione di posti di lavoro. Vogliacreti. Avete già affrontato qualche aspetto programmatico,
qualche priorità?
“L’accoglienza degli uffici è stata
buona, Auronzo ha una struttura
amministrativa che permette un valido appoggio a chi è chiamato a
prendere le decisioni, la professionalità qui c’è pertanto poggiamo su
tutta una serie di validi collaboratori. Aspetti nel dettaglio li dobbiamo
ancora affrontare, certamente siamo alle porte di una stagione estiva
e l’attenzione nell’immediato è salvare l’economia auronzana, per
quanto possibile, dalla spirale di crisi. Il resto lo affronteremo punto per
punto un po’ alla volta, nostra intenzione è di comunicare con la popolazione e tenerli al corrente delle
iniziative, delle assemblee e delle delibere. Basta con i silenzi.”
Turismo. Metterete in campo
nuove idee?
“Indubbiamente si debbono fare
delle scelte e premiare quelle che
danno un maggiore riscontro.
Quindi, aldilà dei costi, si cercherà
di mantenere l’impegno con la Lazio, che salva il mese di luglio agli
albergatori e commercianti. Troveranno ancora il nostro appoggio, le
serate di conferenza, la sala polivalente per ospitare gli artisti, feste in
piazza, ma è nei nostri obiettivi far
partire alcune iniziative utilizzando le risorse esistenti e legandosi a
quello che offre la lingua e il territorio. Far partire ad esempio una
compagnia teatrale, abbiamo qualche idea su cui lavorare, anche con
il nostro dialetto. Cercare di solleticare fantasia e spirito di appartenenza ai luoghi per giovani e meno
giovani. Rendere l’offerta più varia,
tenendo sempre a mente che dobbiamo ragionare in ottica di sviluppo
culturale.”
Spesa Pubblica e Bilancio. E’
vero che Auronzo ha una posizione debitoria piuttosto seria?
“Purtroppo sì. Il comune di Auronzo ha contratto debiti per circa
23 milioni di euro. Sono cifre che ci
costringono a fare scelte difficili in
quanto non possiamo più ricorrere
all’indebitamento per finanziare le
opere pubbliche. Il decreto Salva
Italia del 2011 posto in essere dal
governo Monti ha spostato la percentuale di indebitamento in rapporto alle entrate correnti dei comuni dal 10% all’8% per il 2012, passerà al 6% nel 2013 e al 4% nel il
2014. Dobbiamo rientrare in questi
parametri per non essere considerato “comune a rischio finanziario” ed
essere sottoposto ad eventuali giudizi o peggio sanzioni dalla Corte dei
Conti. Inoltre i trasferimenti dallo
stato agli enti locali è diminuito del
30% e questo è ciò con cui dobbiamo
lavorare. Al contempo sappiamo
che la popolazione ha bisogno di vedersi potenziare le infrastrutture e i
nostri giovani il lavoro. Contiamo
di attingere al fondo Brancher per
avere una boccata di ossigeno, ma i
fondi alla data odierna non sono
mo lavorare con associazioni di categoria, con le scuole professionali,
con le cooperative, con le Regole,
con gli enti locali tutti per promuovere la crescita dei settori tradizionali e alternativi come quello del legno, dei prodotti locali e dell’energia. Coinvolgere le scuole professionali di Santo Stefano e di Pieve di
Cadore e siamo pronti a qualsiasi
suggerimento. Lavorare anche con
gli altri comuni è a questo punto indispensabile, insieme, ragionare
uniti dimenticando i campanili.
Non vogliamo certo che i nostri giovani si trasformino in un nuovo popolo di emigranti.”
Abbiamo parlato di Regole.
La sua posizione riguardo al riconoscimento della particella
di Misurina resta la stessa?
“Assolutamente sì. E’ nostra intenzione riconoscere la proprietà
della particella di Misurina alle Regole. E vogliamo garantire risorse
al comune adeguate per poter proseguire la sua attività. Pertanto andrà steso un nuovo contratto che sia
assolutamente trasparente per i regolieri evidenziando che se da un lato non può essere messo in discussione un diritto inalienabile, imprescrittibile e non usucapibile, dall’altro ci deve essere la consapevolezza
che le Regole sono chiamate ad un
atto responsabile che è quello di permettere al Comune di reperire risorse indispensabili per i servizi di tutti. Confidiamo di raggiungere presto un accordo definitivo.”
Auronzo ha una certa predisposione ad edificare a prescindere dal comportamento
del mercato. E’ vero che sono
abitudini non più sostenibili?
“Il problema dell’urbanesimo è un
aspetto delicato in quanto si toccano
nervi scoperti di un mercato edilizio
che è fermo da anni. Non solo ad
Auronzo. Purtroppo mancano i denari per acquistare le case e continuare ad edificare non è certo una
soluzione, senza considerare che così facendo si dà al paese un finto sviluppo non certo sostenibile. Non
più. Dobbiamo pensare e guardare
ancora una volta i dati. Il piano regolatore ad Auronzo è stato impostato negli anni passati in modo da
permettere nel lungo periodo uno
sviluppo urbano che arrivasse a
contenere circa 30000 persone. Il
che è assurdo.”
Come sarà il comportamento
del Comune in termini di Imu?
“Manterremo l’aliquota del 2 per
mille per la prima casa con il massimo della detrazione consentita per
legge che corrisponde a 200 euro;
questo permetterà a moltissimi di
non dover pagare l’imposta sulla
prima casa come avveniva in precedenza. Quindi l’introito più cospicuo sarà sì generato dalle seconde
case e attività produttive, ma su
queste ultime dobbiamo cercare di
non rendere troppo peggiorativa la
situazione considerando che la crisi
non demorde.”
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al Visdende da "vallis videnV
da" (la valle che deve essere
vista); è una delle vallate più suggestive dell'intero arco alpino, alla
confluenza tra il torrente Cordevole e il torrente Londo. Visitata negli
anni Ottanta dall'allora presidente
della Repubblica Sandro Pertini e
più volte dal 1987 in poi da Papa
Wojtila, rappresenta uno dei luoghi
simbolo del Comelico. Il suo territorio insiste nel censuario di due
Comuni, San Pietro di Cadore, per
la maggior parte, e Santo Stefano
di Cadore, nella zona dell'accesso
di Cima Canale. Ben nove Regole
hanno proprietà nella Valle:
Santo Stefano di Cadore, Campolongo, Casada, Costalissoio,
San Pietro di Cadore, Presenaio, Valle, Costalta e Tutta
Danta.
In questa complessa situazione
giuridico amministrativa, le iniziative per la promozione e valorizzazione della Val Visdende hanno registrato in passato problemi e difficoltà di non poco conto. Per fortuna negli ultimi anni l'azione congiunta delle amministrazioni comunali interessate con le Regole competenti, anche con l'intervento dell'Associazione Regole Comunioni
Familiari, ha portato a risultati positivi in termini di organizzazione e
offerta per il turista. Ne parliamo
con Piero Buzzo Contin, presidente della Regola di S. Stefano. “Va premesso che il territorio
della Val Visdende è molto vasto e
che quindi gli interventi necessari
sono molteplici e costosi. Inoltre abbiamo a monte il problema dell'accesso, visto che la ripida strada che
porta a Cima Canale, pur con l'aumento della manutenzione ordinaria e straordinaria di questi anni, è
sempre soggetta a problemi in caso
di pioggia e, a maggior ragione, nella stagione invernale”.
Ma quale impatto trova oggi il
turista o il residente che sale in
valle? “Le Regole hanno realizzato
nuovi tabelloni informativi ed una
nuova segnaletica in legno, in accordo con gli albergatori, a
Pra Marino, Costa D'Antola e Prà
della Fratta. In varie zone della val-
VAL VISDENDE SIMBOLO DEL COMELICO
La verde, splendida e visitata valle si dà una sistemata in attesa
della stagione turistica e pensa a strutture agrituristiche
L’IMPEGNO DELLE
AMMINISTRAZIONI
COMUNALI
Si pensa a un
collegamento
invernale a mezzo
telecabina
lessandra Buzzo, sindaco
di Santo Stefano di Cadore e
A
Silvano Pontil Scala, sindaco di
Pra Marino
Gara taglialegna
Casera
Ben 9 Regole hanno proprietà nella valle:
S. Stefano, Campolongo, Casada, Costalissoio,
S. Pietro, Presenaio, Valle, Costalta, Danta
le sono state anche realizzate aree
pic nic, con panche e tavoli. Abbiamo provveduto alla pulizia e sistemazione dei cigli delle principali
strade che percorrono la valle.
Grande attenzione è stata riservata
alla pista ciclabile che raggiunge le
malghe partendo da Pra Marino e
che nel progetto condiviso con i Comuni dovrà diventare una meravigliosa pista di fondo. Il tratto di si-
stemazione della pista ciclabile da
Col Chiastellin a Malga Manzon è
in fase di realizzazione, l'anno prossimo si realizzerà la sistemazione da
Manzon al bivio Ciadon. Altri interventi importanti riguardano la sistemazione della chiesetta di Costa
Zucco, primo luogo di culto della
valle, e un intervento in collaborazione con il Comune di S. Stefano e
con contributo BIM, per la strada di
accesso da Cima Canale al Ponte
delle Strente. Varie Regole hanno in
programma progetti per la realizzazione di strutture agrituristiche.
Naturalmente anche in Val Visdende sarà possibile raccogliere funghi
secondo il nuovo regolamento della
Comunità Montana, concordato assieme alle Regole".
Molte iniziative quindi, ma
come verrà organizzato l'accesso ed il parcheggio? “Come negli
San Pietro di Cadore, hanno concordato assieme alle Regole, la
predisposizione di un adeguato
servizio di vigilanza all'interno della valle, che quest'anno sarà coordinato da San Pietro di Cadore. Le
due amministrazioni condividono
anche i progetti di sviluppo per
l'area, in special modo per la realizzazione della pista di fondo che
utilizzerebbe il tracciato della
pista ciclabile e per una percorribilità della valle con navette a
ridotta emissione di gas di scarico. Tuttavia molti sono i problemi che pone la viabilità di accesso
alla valle, soprattutto per quanto attiene alla sicurezza nel periodo invernale. Sono state studiate varie
soluzioni, alcune anche altamente
innovative come il collegamento
a mezzo telecabina. Naturalmente in questo caso i costi da affrontare sarebbero notevoli, eppure vi
sono esempi nell'arco alpino di iniziative simili che hanno trovato finanziamenti adeguati ed hanno
consentito una fruizione eco-compatibile molto apprezzata dai turisti
a livello europeo.
anni scorsi, conclude Piero Buzzo
Contin, verrà regolamentato l'accesso alla valle con il costo di EUR 5,00
per vettura che comprende il parcheggio nelle quattro grandi aree
predisposte, per un totale di circa
800 posti. La gestione verrà svolta
dalla Regola di S. Pietro di Cadore”.
Livio Olivotto
LA SCHOLA CANTORUM DI LORENZAGO SI ESIBISCE IN VATICANO
a suscitato una incredibile
H
emozione in tutti i partecipanti il pellegrinaggio a Roma or-
ganizzato dalla Parrocchia dei
Santi Ermagora e Fortunato e dalla Schola Cantorum di Lorenzago,
in occasione del 25° anniversario
dalle prime vacanze wojtyliane in
Cadore (1987-2012). Nella mattinata del 5 maggio è stata organizzata la visita ai Musei Vaticani,
una delle raccolte d’arte più ricche al mondo, poi alla Cappella
Sistina, sotto la cui volta si tengono i Conclavi, con gli affreschi di
Michelangelo Buonarroti, infine
alla Basilica di San Pietro, dove
si è sostato in preghiera nella Cappella di San Sebastiano, sulla tomba del Beato Giovanni Paolo II, ivi
posta dopo l'esposizione in occasione della Beatificazione nel maggio dello scorso anno.
L’evento più importante si è ve-
rificato nel pomeriggio, quando la
Schola Cantorum, alla presenza
dell’Eminentissimo Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio
Cardinalizio e Segretario di Stato
Emerito, del Capo della Gendarmeria Vaticana Domenico Giani e
della famiglia Cibin, ha tenuto un
esecuzione musicale dal titolo:
“Lorenzago ricorda due amici.
Concerto di musica sacra in onore
del Beato Giovanni Paolo II e del
Comm. Camillo Cibin”. Quando è
nata questa idea e questa proposta
tutto sembrava irrealizzabile, un
piccolo coro di un paese di montagna ha il privilegio di cantare in
Vaticano per ricordare ed onorare
il Beato Giovanni Paolo II, un
Pontefice amato in tutto il mondo
e che molti di noi hanno avuto modo di incontrare, magari lungo un
sentiero di montagna, in un rifugio alpino o sulla strada del ritor-
Sembrava irrealizzabile lʼidea che
un piccolo coro di paese potesse
esibirsi in Vaticano
no alla Casetta di Mirabello, dove
ha soggiornato sei volte per un totale di oltre 70 giorni. Assieme a
Lui c’era sempre Camillo Cibin,
persona discreta, disponibile, dalla profonda fede che ci ha onorato
della sua amicizia e si è pure ricordato del Museo dedicato alle pre-
senze dei Papi a Lorenzago, piccola perla del piccolo paese di Lorenzago che nel 2007 ha ospitato anche Papa Benedetto XVI. La voce
della solista Marianna Piazza,
del coro magistralmente diretto
dal maestro Francesco Piazza e
le note dell’organo, suonato da
Cesare Gerardini, hanno riempito le volte della chiesetta dedicata
a Maria Madre della Famiglia, annessa al Palazzo del Governatorato ed hanno suscitato profonde
emozioni in esecutori ed uditori.
Il Cardinale Sodano si è complimentato per l’esecuzione e ha
invitato, scherzosamente, la Schola Cantorum a tenersi pronta per
supplire alle mancanze della Corale Vaticana della Cappella Sistina.
Marco D’Ambros
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Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni
DA CLIFTON GIUSEPPE PAMPANIN MANDA L’ESPERIENZA DI GIANNI MARIO AL GIRO
Egregio Direttore, in ocUN BACIO AL PELMO CHE SCALO’ NEL 1949 casione
del Giro d’Italia ciGentile Redazione, la vostra rivista mi arriva regolarmente ogni mese e mi
porta tanta gioia. Sebbene
cittadino degli Stati Uniti,
essendo nato a Clifton, N.J.
io conservo tanto amore e
tanti cari ricordi nel mio
cuore per i 20 anni della mia
giovinezza trascorsi in Cadore, parte in San Vito, parte in Zoppè, parte come alpino del Settimo Alpini, Battaglione Cadore durante la Seconda Guerra Mondiale e
parte come partigiano della
Brigata Pietro Fortunato
Calvi.
Il resto del mio tempo libero l’ho trascorso arrampicandomi sulle pareti del
mio amato “Sas de Pelf”
(Monte Pelmo). Il ricordo
più vivido è della scalata invernale da solo del Pelmo,
che feci il 27 Febbraio 1949.
Questa impresa venne riportata sul Gazzettino di
Belluno.
Tre settimane dopo presi
il treno per Genova, dove mi
imbarcai sulla nave “Augustus” e ritornai in America.
“Robes da mate !!! Ho fatto
diversi viaggi di ritorno in
Italia e mai ho dimenticato
di visitare il Cadore. Non
posso più scalare il Pelmo
(o l’Antelao) ma posso salu-
tarli e mandare un bacio dal
basso.
Vorrei chiedervi di farmi
un’altro grande piacere. Ho
letto nella vostra rivista che
un mio vecchio compagno di scuola
di San Vito,
Giovanni Battista Menegus
(Tita da Ruseco) ha scritto
un
libretto
“Storie di paese”. Gradirei
tanto se vi è
possibile inviarmene una copia oppure
farmi sapere come posso ottenerla. Io e Tita eravamo
“de visinanza” e facevamo
“la baronades” insieme. Si
parla di circa 80 anni fa
Tanti distinti saluti, e ringraziamenti.
Giuseppe (Joey)
Pampanin
Clifton, NJ - USA
Giuseppe ha tratteggiato
la sua storia per sommi capi,
invero, nel suo Cadore ha
vissuto una vita molto intensa. Piacerebbe a molti conoscere qualche sua avventura.
Intanto, acclude una foto
scattata dopo la salita al
Pelmo il 27/2/1949 “dal
mio amico Tòne Sagui Loti
di Zoppe che mi aveva seguito con binoccolo ed atteso sul Col del Fer. Tone,
precisa, era un appassionato, famoso cacciatore e mio
compagno d’armi.”
Caro Giuseppe, siccome
anche Tita da Ruseco era
suo amico de visinanza, abbiamo subito provveduto ad
inviarle il libro che ha riscosso tanto favore e dove troverà
tanti ricordi comuni.
“IJS”, LIBRO DI CARLINA DE LORENZO SU COME
PREPARARE IN CASA UN OTTIMO GELATO
Alla presenza di un folto
pubblico di appassionati del
gelato (chi non lo è? ) è stato presentato a Utrecht il
secondo libro di Carlina De
Lorenzo. Il titolo è IJS (pronuncia eis), che significa appunto gelato. Molto curato
nella veste tipografica, il volume è fornito di ricche illustrazioni e di molte fotografie, sia di archivio , sia originali eseguite nella gelateria
di Carlina e Roberto. Interessanti sono anche le vecchie immagini di famiglia,
che spesso ispirano tenerezza.
Da vera figlia d’arte, Carlina spiega come si può preparare in casa un ottimo gelato. Il successo dipende
dagli ingredienti, che devono essere di prima qualità, e
dal seguire alla lettera le
modalità di preparazione,
che lei e Roberto hanno
esperimentato in tutte le
parti. Ricette di diversi gradi di difficoltà si alternano a
informazioni merceologiche e a nozioni di fisica pratica per capire la struttura
del gelato.
Carlina ha dedicato il libro a sua madre, Mia, ed è
molto dolce e riconoscente
quando parla dei nonni, dei
genitori, delle sorelle e dei
parenti da cui ha ascoltato
le grandi e piccole storie
della famiglia, in particolare
nonna Rachele e zia Giacomina.
Per dimostrare la semplicità con cui sono scritte le
ricette, l’autrice ha preparato davanti ai presenti un delizioso sorbetto al prosecco,
che la nipotina Lisa (11 an-
Lettere al Direttore
ni) ha offerto ai presenti
senza però assaggiarlo perchè , sono le sue parole,
“l’alcool non è per bambini”.
Italo De Lorenzo
Potete scrivere, o inviare mail a
[email protected] o [email protected] o fax al numero tel. 043532858
clistico, che quest'anno farà
tappa a Cortina e San Vito,
vorrei ricordare che nel
1963 - quando lavoravo come fotoreporter all'Agenzia
fotogiornalistica Olympia alla Gazzetta dello Sport, mi
venne dato l'incarico di un
documentario 16 m/m da
realizzarsi sul percorso delle
tappe ciclistiche per conto
del “Caffè do Brasil” che patrocinava il Giro d'Italia.
E' stata un'esperienza bellissima e interessante, intercalando le riprese in corsa
con fatti di folklore italiano e
diffuso sulle televisioni brasiliane con successo. L’anno
successivo volevano che ripetessi l'esperienza, ma trovandomi in Inghilterra per
lavoro dovetti rinunciare all'incarico.
Cordialmente Vostro
Gianni Mario - Milano
Gianni è un Cadorino che
ancora oggi, 75enne, è innamorato della sua terra e del
suo lavoro. Fotografo giornalista (iniziò ventenne col
grande Beppe Ghedina)e poi
regista cine-televisivo con la
RAI, ha fra le esperienze delle
dirette sportive. Il suo lavoro
è stato premiato con l’Ambrogino d’Oro a Milano e
con il Cavalierato al merito
della Repubblica.
Ha un legame ben saldo
con il Cadore, tanto che lui
stesso ricorda: “Credo di essere stato di buon esempio e
fatto onore al nostro CADORE e alla Famiglia dei MARIO che ha tra i suoi antenati personaggi che hanno dato lustro alla nostra Terra.”
Un plauso dunque a Gianni Mario, la cui carriera si
può rivisitare nel Sito
www.giannimario.it
FEDERICA E NICOLA SPOSI D’ALTA QUOTA
COI FIGLI DAMIRA E VELICA
Federica e Nicola sposi
d’alta quota. Sono saliti al rifugio Antelao gli echi gioiosi
del matrimonio tra Federica
Invidia e Nicola Da Forno celebrato a Pieve di Cadore sabato 28 aprile. Tutti li conoscono perchè, insieme a Silvia Da Forno, sorella di Nicola, gestiscono lo storico rifugio Antelao che si trova sopra Pozzale, dove abitano.
Ma Federica e Nicola sono
famosi anche per i prodotti
lattiero caseari di alta qualità
che escono dalla loro azienda agricola. L’azienda si chiama “Le capre dell’Antelao”.
Un titolo da favola.
E la loro storia assomiglia
molto ad una fiaba. Per come
si sono incontrati ed innamorati. Per come hanno deciso
di dedicarsi all’agricoltura.
Federica, laureata in architettura, praticava la professione con tanto di studio a
Pieve. Poi la conversione coraggiosa ed appassionante.
Accantonata la progettazione
edilizia ed urbanistica ha imparato a fare formaggi. Prima i corsi di formazione e poi
l’esperienza e il perfezionamento produttivo. Ed è iniziata la grande avventura.
Hanno lavorato sodo Nicola
e Federica per avviare l’azienda che oggi contempla
capre, mucche, manze da
carne, cavalli, maiali. Una fatica che ha dato loro anche
parecchie soddisfazioni. E li
ha fatti diventare protagonisti nell’ambito del dibattito
sullo spopolamento della
montagna e sulla necessità di
offrire maggiori opportunità
ai giovani, di sostenere l’agricoltura e di pensare ad un
modello turistico dove il settore primario è fondamentale.
Nicola e Federica figurano
anche tra gli animatori del
progetto “Cadore regno delle ciaspe”, l’iniziativa di promozione nata per valorizzare
i rifugi alpini del Cadore che
restano aperti anche durante
la stagione invernale. In questi anni, oltre a seguire con
intraprendenza e passione
l’azienda e il rifugio, sono riusciti anche a dare un prezioso contributo alle iniziative
avviate per vivacizzare la vocazione turistica del Cadore.
E hanno trovato anche il tempo per mettere al mondo due
bellissime bambine: Damira
e Velica che sabato 28 aprile,
nella sala consiliare del municipio di Pieve di Cadore, insieme ai nonni, agli zii e a
tanti amici hanno assistito al
matrimonio di mamma e papà. Con il sindaco Antonia
Ciotti, a testimoniare e a documentare l’amore di Federica e Nicola sono intervenuti
proprio in tanti. E la festa si è
spostata poi da Pieve a Pozzale e su su verso l’Antelao
dove Federica e Nicola, sposi
novelli, accoglieranno escursionisti e alpinisti con la simpatia di sempre.
Bepi Casagrande
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Lettere & opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & opinioni
ORIGINARIO DI COSTALTA, GIAN ROMEO DE VILLA DIVENNE
IMPRENDITORE IN LIGURIA - TORNAVA OGNI ESTATE AL PAESE
ian Romeo De Villa Palù
G
era un imprenditore cadorino che ha fatto fortuna nella Liguria di Ponente, costruendo una
impresa edile che è arrivata ad
avere, negli anni del boom edilizio fino a 120 dipendenti. E’ morto a 82 anni, dopo aver resistito
con forza all’avanzare della malattia, ed è stato sepolto a Ventimiglia, dove vive la moglie Liliana Benedetti, di Sappada, insieme con i tre figli, e dove opera il
fratello Mario, che a sua volta
conduce una impresa, la Csl,
esperta nei controlli dei ponti
delle autostrade.
I due fratelli De Villa Palù, di
famiglia originaria di Costalta,
erano emigrati negli anni Cinquanta a Ventimiglia, dopo aver
tentato di aprirsi uno spazio in
Comelico per la loro prima esperienza di impresa edile, in continuità con l’attività intrapresa dal
padre, Gino De Villa Palù. Gli
orizzonti più larghi della terra ligure favorirono le idee imprenditoriali dei due fratelli, che per diversi anni rimasero soci, fino a
quando Mario si staccò per specializzarsi nell’attuale settore di
controlli autostradali. Gian Romeo invece ingrandì la sua attività, soprattutto nel settore delle
costruzioni civili, segnalandosi
come industriale lungimirante al
punto da essere scelto dai colleghi della provincia di Imperia come presidente della Confindustria dal 1983 al 1987, per ricoprire successivamente il ruolo di vicepresidente dal 1991 al 1993.
Anche con l’avanzare degli anni
Gian Romeo si manteneva attivo
negli organismi sociali della terra ligure, tant’è che fino al 2009,
poco prima di ammalarsi, aveva
ricoperto l’incarico di presidente
della Cassa edile provinciale di
Imperia. “Fino a poco tempo fa
–ricordano i figli e i collaboratorifintanto che la salute glielo consentì, seguiva l’azienda quotidianamente. Ci ha lasciato un imprenditore profondamente legato
al territorio in cui ha operato e
che ha profuso in prima persona
un contributo straordinario allo
sviluppo della nostra comunità
ed alla crescita dell’imprenditoria del ponente ligure. Ci lascia
un grande vuoto, ma anche un
importante esempio di valori e di
etica morale”.
Gian Romeo De Villa Palù tor-
nava ogni estate in Comelico, prima a Mare, dove c’era la casa paterna, e poi a Santo Stefano, dove aveva un appartamento nel ristrutturato palazzo in cui ha sede
la farmacia. Aveva molti amici sia
a Sappada, paese della moglie Liliana, sia in tutta la vallata del Comelico. Aveva appoggiato con
simpatia l’iniziativa del fratello
Mario, di istituire il “premio Beta
Fabiana “, in ricordo della nonna
Elisabetta Fabbian, che li aveva
allevati entrambi dopo la morte
in giovane età della mamma Maria. Il premio, consistente in un
contributo finanziario all’associazione Costaltarte, andava agli
scultori che per dieci anni hanno
realizzato una scultura in legno
nei pressi delle antiche case di legno di Costalta. Tutti quelli che
HARRY SENATORE DEL MICHIGAN E JANE LINDA INSEGNANTE
PROVENGONO DALLA FAMIGLIA DEI DE MASO DI NEBBIU’
Gentile Redazione, le invio un articolo sul senatore
Harry De Maso che è stato
insignito dell’onorificenza
del Free and Accepted Masons of Michigan per i suoi
oltre 60 anni di servizio e appartenenza.
Harry De Maso, Senatore
dello Stato del Michigan per
l’area di Battle Creek è di
origine Cadorina, nacque a
Battle Creek il 24 febbraio
1921,l primogenito di Eliseo
e Maria De Maso immigrati
da Nebbiù di Cadore. Cresciuto a Battle Creek, frequentò la Michigan State
University a East Lansing.
Durante la Seconda Guerra
mondiale prestò servizio
nell’U.S. Army Air Cops dal
1943 al 1945. Nel 1947 diventò capomastro per il
Free and Accepted Masons
e nel 1955 ricoprì la carica di
presidente dell’associazione
di categoria.
La carriera politica di De
Maso, durata 34 anni, iniziò
nel 1952 quando fu eletto alle elezioni comunali di Battie Creek. Nel 1957 fu eletto
alla Camera dei Rappresentanti dello Stato del Michigan, dove operò per i successivi nove anni. A partire
dal 1967, De Maso fu Senatore dello Stato del Michigan per 19 anni, durante i
quali ricoprì diverse cariche, tra cui Presidente assistente, Presidente associato
e Presidente pro tempore
lo conoscevano in Comelico e
Sappada lo ricordano come una
persona di animo nobile e raffinato.
Lucio Eicher Clere
dreault De Maso è nata il 15
aprile 1926, ha operato come insegnante ed educatrice, ha avuto due figli, Paul e
del Senato. Assunse anche il figlio Tom e il nipote Brian. Yvonne.
La nipote
la presidenza della CommisInvece Jane Linda GouMichigan State - USA
sione Finanza del Senato e,
per diversi anni, fu incaricato Governatore del Michigan. Insignito di diversi riconoscimenti, fu inoltre onorato della Legion d’Onore del
Supremo Consiglio Internazionale dell’Ordine di DeMolay, l’organizzazione giovanile per le opere murarie.
Nel 1996 De Maso sposò
Marie Ann Frayer, con cui
condivide questi anni di attiva e meritata pensione.
La presentazione e i festeggiamenti hanno avuto
luogo a metà febbraio a Battle Creek e nella foto vediamo la famiglia De Maso:
Harry con la moglie Marie,
Congratulazioni vivissime
ai nostri illustri americani e
ai loro figli che, invitiamo,
vorranno mantenere i legami con la loro comunità d’origine.
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Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni
NON DATECI COLPE
RITORNO A AURONZO, UNA GUARDIAMO COME
POESIA DI MIRTO VECELLIO PROCEDONO GLI ALTRI CHE NON ABBIAMO!
Eg. Direttore,
sono Mirto Vecellio Segate, nipote dei defunti Pietro e Giuseppe, ex presidenti della Magnifica Comunità.
Sono nato nel 1943 ad
Auronzo ma, dopo il servizio militare, mi sono trasferito fuori per lavoro. Attualmente abito a San Benedetto del Tronto, ma non ho
mai dimenticato le mie origini, tant’è che almeno tre
volte all’anno ritorno al paese natale, dove ho ancora i
miei parenti, assieme alla
mia famiglia.
Ricevo mensilmente il
Cadore; ho pensato di pro-
porvi una piccola poesia in
dialetto che, se ritenete opportuno, potreste prossimamente pubblicare nel vs
giornale.
Porgo i più cordiali saluti.
Mirto Vecellio Segate
San Benedetto del T.
“Torno a Auronzo” è un
simpatico e significativo racconto in rima, steso in ladino
(così oggi si dice il dialetto).
Vi si ritrova la gioia del momento del ritorno al proprio
paese, la vista dei luoghi che
riportano alla mente i ricordi, l’avvilimento comprensibile del lasciarlo dopo la breve vacanza. Complimenti.
Il lettore lo troverà a pag. 20.
Spett. Direzione, sul
“Messaggero Veneto” ho
trovato tre articoli che dovrebbero interessare il Cadore e la Provincia:
A) “LA REGIONE: TAVOLO CON IL GOVERNO
PER LA ZONA FRANCA”
B) “LA NUOVA AUTOSTRADA DEL FRIULI” /
“CIMPELLO - GEMONA
DAL 2013 - MA CRESCE
IL FRONTE DEL “NO”
C) “TURISMO, CIVIDALE PUNTA AI PACCHETTI “SU MISURA “
Cordialita e buon lavoro.
Bortolo (Lino) Mario
CONEGLIANO
Il nostro carissimo abbonato ci manda gentilmente
da qualche tempo articoli di
stampa dove sottolinea argomenti su problematiche
simili a quelle cadorine e soluzioni che altri territori
hanno messo in cantiere. Lo
ringraziamo e confermiamo
che leggiamo, proprio per
farci un’idea di come funziona il mondo.
Forse dovremmo riprendere questi argomenti su Il
Cadore e aprire un forum
con i lettori, ma temiamo
che i nostri amministratori
e politici ci rispondano che
loro ci hanno già pensato.
Un lettore ci invia dall’Australia una pagina di giornale riquadrando con pennarello un articolo e segnando
a margine “Povera Italia con
questa gente.” L’articolo, e
le fotografie, si riferiscono ad
un presunto episodio di malasanità presso l’Ospedale di
Pieve di Cadore, cosa di
qualche tempo fa ma che mi
dà modo per una riflessione.
Anzitutto, non giudichiamo prima delle sentenze.
Poi, nel caso, non dateci
colpe che non abbiamo. Gli
operatori sanitari citati fanno parte delle strutture della
Ulss bellunese che detta orga-
nizzazione e personale, quindi, che i presunti casi siano
accaduti presso l’Ospedale
del Cadore è un fatto puramente casuale.
La popolazione cadorina
in questo periodo di tagli
combatte non solo per il
mantenimento dell’Ospedale
ma pure per la qualità dei
servizi che, ovviamente, vanno tenuti da persone responsabili.
Ovvio che ai nostri emigranti non fa piacere leggere
notizie di scandali proprio
nella loro terra, ma non si
impressionino più di tanto,
va così in tutto il mondo.
LUCIA BROI CI HA LASCIATO GRAZIE PER LA RECENSIONE
CHERUBINI
DI DOMEGGE, ERA IN CANADA DIC.moCARLO
Direttore, deside- vano ha intenzione di fare
ro ringraziarla per il bel articolo pubblicato nel giornale Il Cadore di marzo e
scritto da Ennio Rossignoli, riguardante il pittore
Carlo Cherubini. L’autore
del testo è stato molto cortese e lo ringrazio per le
belle parole. La terrò informata di eventuali sviluppi.
Un noto gallerista pado-
una mostra di Cherubini
ed anche in territorioVeneziano sembra muoversi
qualcosa di interessante.
Da parte mia sono felice
che la monografia susciti
interesse e curiosità.
Buon lavoro e la saluto
cordialmente
Guido Moro
Treviso
ROBERTO LOZZA, IMPRENDITORE DI UNA FAMIGLIA
STORICA IN CADORE - HA FATTO GRANDE LA SOCIETÀ
SPORTIVA CALALZO
Gentili amici
La perdita di nostra
mamma, Lucia Broi, nata
a Domegge Cadore è stato pesante per noi e tutti i
suoi amici. Aveva 95 anni. Trasferirsi in Canada
con la famiglia nel 1957
si è sempre ricordata del
suo Cadore e particolarmente di Domegge.
Spero che il Cadore e
Domegge si ricordi di
Lucia nelle preghiere.
Cordiali saluti
Gian Pietro Broi
Il cordoglio è stato unanime per
la morte lo scorso 31 maggio di
Roberto Lozza, 76 anni, imprenditore, il cui nome riporta ad una famiglia storica di Calalzo. Era figlio
di Agostino, discendente di Giovanni Lozza, quel pioniere che
aveva dato vita, assieme a Angelo
Frescura,
alla
prima fabbrica
italiana di occhiali nel 1878. Da
qui, l’Occhialeria
F.lli Lozza che assunse un peso
determinante
nello
sviluppo
economico del
Cadore.
Qui voglio ricordare l’amico
Roberto, e penso
di interpretare anche il pensiero
dei tanti amici,
dei cacciatori, degli alpini e degli
sportivi che numerosi sono accorsi a salutarlo
per l’ultima volta.
Eravamo coetanei
- ma questa non è
una cosa strana però con una particolarità: siamo
stati vicini per 75
anni della nostra
vita, dalle elementari e fino a venti
giorni or sono allorchè ero passato a salutarlo a casa prima che entrasse in ospedale. Un lungo periodo di vera amicizia, ma Roberto
era troppo onesto,
troppo leale, troppo sincero e buono, per cui era impossibile non andare d’accordo.
Roberto ha frequentato l’Università a Milano, ha messo il cappello alpino con la ‘Julia’, si è sposato con
Marisa e avuto il figlio Agostino, ha
seguito in prima persona le attività
dell’Occhialeria LOZZA, finché non
fu incorporata nel Gruppo De Rigo:
un periodo delicato, di grandi delusioni, ma noi amici che gli eravamo
vicini.
Abbiamo proposto a Roberto di
assumere la presidenza della Società Sportiva di Calalzo, che allora non
navigava in buone acque, facendo leva sul ricordo del padre Agostino,
socio fondatore e presidente per
molti anni della stessa. Egli, sfoderando le sue doti, utilizzando la sua
capacità ed intelligenza sostenute da
un forte orgoglio, riuscì a trasformare la ‘Sportiva’ in un sodalizio vincente, raggiungendo vertici mai raggiunti in passato né solo imitati ai
nostri giorni. Dopo una decina di anni di soddisfacente ma impegnativa
direzione del sodalizio Roberto aveva sentito la necessità di lasciare,
conscio di trasferire in ottima situazione e buone mani i frutti del suo
lavoro appassionato. La presenza al
completo alle sue esequie della
squadra dei titolari della mitica ‘promozione’ calcistica ha dimostrato, a
distanza di tempo, quale era stato il
feeling e la stima tra il presidente ed
i suoi ragazzi di allora, visibilmente
commossi.
Roberto era uomo di grande cultura basata sui suoi studi ‘classici’,
amava la storia, la filosofia, le belle
arti, la fotografia ed altro. Conosceva tutto di Venezia per cui era bello
sentirlo raccontare. Aveva ripreso
contatto con i suoi luoghi cari, con i
suoi hobbies e le sue passioni.
Il ricovero di Roberto aveva preso
di sorpresa noi amici e ci aveva subito impensieriti per la serietà della
diagnosi. Il rientro a casa, dopo lunghe settimane, e la ripresa seppure
lenta della normalità. Evidente in lui
la voglia di vivere e godere lo scampato pericolo: duplicate le forze nella cura del giardino, l’acquisto di un
nuovo cane (uno spinone da istruire
in previsione di una prossima stagione venatoria), l’avvicinamento ai
moderni mezzi informatici per essere aggiornato e apprendere cose
nuove. Ma soprattutto una ritrovata
sintonia affettiva con Marisa frutto
dell’amore da lei dimostrato nelle
sue lunghe degenze.
Chi avrebbe immaginato che una
tale, ideale ‘situazione’ potesse essere interrotta per sempre !
Giorni fa ero salito a casa sua per
un augurio ed un abbraccio più profondo e prolungato del solito, una
for tunata oppor tunità poiché non
avrei più avuto la possibilità di rivederlo e di riabbracciarlo !
Ho perso un amico carissimo, fraterno. Ciao Roberto, anzi, arrivederci.
Pier Luigi Bergamo
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PROSA E POESIA A CHIUSURA DEL “LABORATORIO
DI SCRITTURA CREATIVA” DIRETTO DA A. CHIADES
Lo scorso martedì 8 maggio, si è
conclusa a Pieve di Cadore la 5a
edizione del Laboratorio di scrittura creativa diretto da Antonio Chiades, attuata al Centro Permanente
per l’educazione degli adulti, in collaborazione con il Rotary club Cortina- Cadore.
Nella serata finale, svoltasi nell’aula magna della Scuola Media,
aperta al pubblico, alla presenza
del vicesindaco e del presidente
del Rotary, i corsisti (Anna Bacolla,
Paola Bianchi, Emi Boccato, Norma Casanova, Floriana Cian, Roberta Coletti, Antonietta Crepaz,
Armanna De Martin, Giovanna
Deppi, Fides De Rigo Cromaro, Lu-
cia Finco, Giustina Forni, Celsa
Giacchetti, Maria Marinello, Francesco Meregalli, Bortola Pordon,
Rita Rech) hanno letto, in forma
espressiva, alcuni dei loro elaborati, in prosa e poesia, tratti dalla pubblicazione che, come di consueto,
ogni anno viene stampata per l’occasione, dal significativo titolo
“Percorsi”.
Particolarmente soddisfatto il direttore Antonio Chiades, che, in
questi cinque anni, ha visto maturare e crescere, in senso emozionale
ed estetico, il gruppo. Dice infatti,
nella presentazione del libretto:
“Quello svolto, possiamo dire, è stato
un cammino per tanti aspetti esem-
plare, “uno stare bene insieme” che
ha coinvolto anche chi ha guidato e
coordinato il gruppo, ricevendo influssi limpidi e stimolanti, soprattutto per la sincerità con cui ciascun
partecipante è andato esprimendo e
rivelando se stesso, in un’atmosfera
di emozioni condivise e di rispetto,
in parallelo con quel viluppo di imprevedibilità che si chiama vita”.
Il recital, intervallato da suggestivi brani musicali di un duetto di fisarmonica e chitarra, è stato accolto con calore e vivo interesse dal
pubblico presente.
Verrà riproposto il 2 giugno a
Valle di Cadore con il coro Rualan.
Emi Boccato
LAUREE
Patrizia De Pol di Pieve
di Cadore ha brillantemente
conseguito lo scorso 26 marzo la laurea specialistica in
Alimentazione e Nutrizione
Umana presso l’Università
degli Studi di Milano, discutendo la tesi: “Valutazione
dell’associazione tra Sindrome metabolica e lesioni del colon: studio pilota su un campione di pazienti afferente all’Ospedale di Belluno”.
Si congratulano la famiglia, i parenti e gli amici
Alvaro Rista, di Pieve di
Cadore ha conseguito lo
scorso 30 marzo la laurea in
Economia - Banca e Finanza presso l’Università degli Studi di Udine.
Nato a Durazzo, si è trasferito con la famiglia in Cadore
all’età di 2 anni, ha frequentato l’ITI di Pieve di Cadore, lavora tutt’ora al Caffè Tiziano
ovviamente con l’obiettivo
d’inserirsi in un lavoro conforme al suo dottorato.
Ringrazia di cuore quanti
hanno concorso negli anni a papà Aleksander e mamma
sostenerlo per fargli raggiun- Majlinda, il fratello Ervin.
Complimenti.
gere il risultato, soprattutto
IL CIRCOLO AUSER DI PIEVE IN ASSEMBLEA
CON LʼINCERTEZZA DEI FINANZIAMENTI PER
I SERVIZI SOCIALI
Di fronte al rischio di vedere
Al Circolo Auser di Pieve di Cadore si è tenuta
qualche tempo fa l’assemblea ordinaria annuale
che ha approvato il bilancio consuntivo dell’esercizo 2011 e quello preventivo 2012, dopo aver
ascoltato e condiviso la
relazione morale fatta dal
presidente Carlo Baldessari.
La novità più discussa,
tra i partecipanti, all’atto
della disamina dei documenti por tati in assemblea dal segretario Gian
Carlo Pagogna ha riguardato l’incertezza dell’aspetto finanziario per
poter garantire le attività
del Circolo, che si occupa
principalmente del ser vizio di trasporto a chiamata per ultrasessantacinquenni impossibilitati a
provvedere da soli o con
la propria famiglia, alla
mobilità sociale e sanitaria all’interno del territorio provinciale.
Tale incer tezza deriva
essenzialmente dai tagli
strutturali che il bilancio
della Regione Veneto ha
apportato ai finanziamenti per i Servizi Sociali e di
conseguenza alla ridotta
contribuzione che viene
erogata tramite il CSV di
compromesso il servizio si sono
registrati dal territorio grande
solidarietà e sostegno materiale
Belluno ai singoli circoli
associati a fronte di rendicontazione specifica. (Nel
2011 è stato azzerato il
contributo per i viaggi effettuati nel terzo trimestre e deve ancora essere
versato quello per il quarto mentre è del tutto incerto il finanziamento per
il 2012)
Di fronte alla paura e al
rischio di veder compromesso il ser vizio si sono
registrate diverse risposte da par te delle Associazioni del territorio cadorino con espressioni di
solidarietà e di sostegno
materiale, talora insperati
e perciò maggiormente
graditi.
L’Associazione Nazionale Alpini Gruppo di
Pieve di Cadore ha deliberato un significativo
contributo economico e
la disponibilità a fornire
Nel 2011 sono state trasportate
oltre 480 persone per un totale
di quasi 33 mila km percorsi
agli “autisti Auser” una
divisa di riconoscimento
e rappresentanza, l’Associazione Bellunesi Volontari del Sangue sezione di Pieve di Cadore, ha elargito un contributo economico in memoria della ex segretaria
di Pieve Olga Bacchetti,
il Gr uppo Volontari
per Sottocastello ha finanziato l’acquisto di
pneumatici da neve, il
Comune di Vigo di Cadore un contributo economico, infine il Comune di Pieve, grazie ad un
progetto obiettivo con la
Fondazione Cariverona
ha ricevuto una cospicua
contribuzione che permetterà l’erogazione del
ser vizio per il prossimo
anno e mezzo. Infine va
sottolineato come in occasione di esequie si sia
registrata la pratica di
chiedere, da parte dei familiari del defunto una
contribuzione a sostegno
del nostro circolo. A tutti
questi va il nostro sentito
ringraziamento e la fiducia nello spirito di solidarietà che li ha animati.
Con queste assicurazioni possiamo sperare di
poter superare l’attuale
momento di crisi finanziaria nella speranza che si
possa tornare alla normale amministrazione regionale e poter continuare a
fornire il nostro ser vizio
che nel 2011 ha permesso
il trasporto per oltre 480
persone per un totale di
quasi 33.000 km percorsi.
Giancarlo Pagogna
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STORIA
uando a Venezia giunQ
se la notizia che il presidio del castello di Botestagno si era arreso il 18 ottobre 1511 di fronte all’attacco
delle truppe imperiali la costernazione fu generale. E
quanto amara fu quella perdita resta dimostrato anche
dal tentativo di spiegare la
sconfitta con il comodo ricorso al tradimento: sarebbe
stato Nicolò Bolani, capitano
del castello, ad accettare di
andarsene in cambio della
vita e di 3000 fiorini. In verità non era andata così e il Bolani fu galantuomo fino in
fondo: si presentò spontaneamente a Venezia ed uscì
assolto dal processo intentatogli nel 1515, con 19 voti favorevoli e 4 contrari.
La spiegazione più logica,
accettata anche da Giuseppe
Richebuono nella sua “Storia d’Ampezzo”, era che la
superiorità numerica ed ossidionale messa in campo da
Massimiliano era tale da
rendere impossibile ogni
forma di resistenza, anche
per le condizioni pessime in
cui versava il fortilizio. Ogni
eroismo ad oltranza, con
conseguente inevitabile carneficina, sarebbe servito solo a ritardare di poco l’inevitabile caduta e in questo il
comportamento del Bolani
non fu in definitiva molto diverso da quello palesato in
quei mesi dalla stessa popolazione ampezzana: meglio
accettare la realtà dei fatti e
aspettare magari occasioni
più propizie per un’eventuale rivincita. E lo stesso storico esprime la convinzione
che i cortinesi non avrebbe-
ANNO LX
Giugno 2012
Il fallimento dellʼaudace progetto di Zuan de Ghedina 500 anni
fa significò per Venezia la definitiva rinuncia allʼAmpezzano
QUEL COLPO DI MANO POTEVA RIDARE
BOTESTAGNO ALLA SERENISSIMA
Se Ampezzo passò allʼAustria
non fu per libera scelta degli
abitanti, ma per lʼineluttabile
situazione militare
ro mai fatto atto di sottomissione a Massimiliano se quel
baluardo fosse rimasto in
mano veneziana: “… restarono fedeli a Venezia fino al limite del possibile. Se Ampezzo passò all’Austria non fu
certo per libera scelta degli
abitanti, ma per la ineluttabile situazione militare,
quando il suo destino era ormai segnato in conseguenza
delle convenzioni internazionali”.
Anzi, va detto che parecchi abitanti sarebbero stati
intenzionati ad aiutare le
truppe venete a rientrare di
sorpresa nel castello, a condizione naturalmente che
queste truppe ci fossero.
Abbiamo in proposito la
testimonianza scritta di Martin Sanudo (Diarii, tomo
XIII), che, con tono d’ammirazione nei confronti degli
Ampezzani “popolo et contado”, alla data del 30 ottobre
1511 scrive: “… se save che
alcuni d’Ampezo tramavano
dar dito castello a la signoria
(Venezia), videlicet fenzer di
fuzer e intrar dentro e come
erano zonti li nostri vicini,
rendersi… e con aiuto de le
ville tajarli a pezi”.
Perfino Massimiliano paventava siffatta ipotesi e il 25
di ottobre, da Dobbiaco, ordinava alle sue truppe di
sgombrare Cortina e di ritirarsi al di qua della posizione del castello. L’esercito veneziano però non si fece vedere e Botestagno rimase all’imperatore.
Ma non è finita qui, perché alcuni mesi più tardi
proprio un cortinese, Zuan
de Ghedina, oste di Ospitale,
fece la proposta al Consiglio
dei Dieci a Venezia, per il
tramite di Barnaba Barnabò,
di riconquistare Botestagno
per mezzo di uno stratagemma da lui preparato, progetto che venne approvato all’unanimità in Palazzo Ducale il
10 gennaio 1512. Evidentemente l’oste, che voleva farsi
perdonare di aver trattato la
resa assieme a Zorzi da Zara, era convinto di poter aver
accesso facilmente al castello in virtù del suo ruolo precedente e delle sue stesse
LE POSTE DI S. PIETRO PRIMA
DELLA RIVOLUZIONE INFORMATICA
n questi ultimi mesi abI
biamo letto sulla stampa
locale i numerosi interventi
dell’autorità e le sacrosante
proteste della popolazione in
relazione alla chiusura di alcuni uffici postali nei paesi
della montagna bellunese. In
particolare per noi cadorini è
stato coinvolto il paese di
Campolongo nel comune di
Santo Stefano di Cadore.
Ora, mentre unisco la mia
voce al coro di doglianze per
questo modo di “trattare” il
nostro territorio, consentitemi un ricordo d’ infanzia su
come funzionavano le Poste
e Telegrafi oltre cinquanta
anni fa nel mio comune di nascita, San Pietro di Cadore.
Il servizio postale era da
sempre gestito dalla famiglia
“di Frare”(Cesco Frare) a
Mare, solamente per la frazione di Costalta era titolare
della locale agenzia Liberale
Casanova De Marco. Gli uffici Poste e Telegrafo (quest’ultimo nei primi decenni
del Novecento molto importante per le comunicazioni
urgenti) si trovavano nella
casa dei consorti Cesco Frare, fabbricato situato sulla
strada principale in via Piave
a Mare. Questa antica costruzione è tuttora esistente
e conserva molti aspetti caratteristici di allora, anche se
nel corso degli anni ha subito degli interventi di ammo-
dernamento e restauro delle
strutture. Nel 1958 l’ufficio
postale venne trasferito al di
là della strada in locali più
spaziosi e moderni, dove vi
rimase fino nell’autunno del
1985 per poi traslocare nella
sede attuale in Piazza Garibaldi. Ritornando ai primi anni Cinquanta ricordo che l’ufficio postale era situato al piano terra sulla destra entrando dal portone principale, ovvero nella posizione sud est
del fabbricato. Una volta entrati si sentiva molto spesso il
ticchettio del telegrafo che
“dialogava” con l’alfabeto
Morse e un forte odore di ceralacca che serviva a sigillare “gli speciali”, ovvero le
conoscenze, e forse contava
pure sulle pessime condizioni della struttura, inficiata da
generale fatiscenza e preoccupanti brecce.
Tanta audacia invero non
sortì esito alcuno, ma l’episodio dimostra che gli ampezzani, lontani come s’è
detto dall’idea di sottomettersi spontaneamente, finirono col farlo in ragione sia
della forza dell’occupante,
sia dell’insipienza della Serenissima.
Si giunse così alla tregua
del 6 aprile 1512 tra l’Impero
e Venezia, in seguito alla
quale si decise di accettare
lo status quo, con ognuna
delle due parti a tenersi ciò
che in quel momento stava
effettivamente occupando. E
tale clausola, poi riconfermata dai trattati di Bruxelles
del 1516 e di Worms del
6
1521, segna il vero discriminante tra la signoria di Venezia e quella “di Sua Maestà
Cesarea” in Ampezzo, cosicché proprio quest’anno ricorre il 500° di una svolta
molto discussa, senz’altro
sofferta e comunque dolorosa, sia per gli ampezzani che
per i loro vicini cadorini.
Non conosciamo la data
esatta in cui sette notabili
cortinesi si recarono a S.
Candido a presentare formale atto di sottomissione nelle
mani del maresciallo Leonardo Rauber, ma certo ciò
avvenne solo nei giorni o
nelle settimane successive,
dopo ponderata analisi di
una situazione ormai stabilizzata e decantata.
Per completezza bisognerebbe aggiungere però che
un ulteriore tentativo di assediare Botestagno forse avvenne nel 1513, quando
truppe veneziane avrebbero
rioccupato momentaneamente anche Cortina. Ma al
di là di avvenimenti non suffragati da fonti sicure e indipendentemente da anniversari più o meno rotondi, l’intricata storia di quei primi
anni del ‘500 dimostra come
fosse davvero esagerata l’accusa mossa dall’Abate Ciani
agli ampezzani (“vile diserzione, iniquità, infamia”).
Troppo facile dirlo 300 e più
anni dopo quel fatidico sabato 18 ottobre 1511, giorno di
S. Luca, allorché sulle mura
del castello s’aprivano paurose brecce per i colpi ben
assestati di circa 20 cannoni,
alcuni dei quali di grosso caliWalter Musizza
bro.
Giovanni De Donà
Il servizio offerto negli anni ʻ50 non aveva nulla da
invidiare a quanto fornito da Poste italiane spa
corrispondenze raccomandate ed assicurate che viaggiavano a parte rispetto alla
posta ordinaria. Nel muro divisorio della stanza dove si
trovava il personale impiegatizio e l’ingresso, dove avevano accesso gli utenti, c’era
un’apertura quadrata di circa
sessanta centimetri che fungeva da sportello per il pubblico. In questo spazio c’era
l’occorrente per scrivere e
firmare: il calamaio con l’inchiostro nero e una penna
con pennino in acciaio come
si usava allora.
Passo ora a descrivere la
distribuzione della corrispondenza e dei pacchi che
allora arrivavano in Comelico con le corriere delle autolinee Carnia-Cadore, mentre
fino a Calalzo viaggiavano su
apposito vagone postale delle Ferrovie dello Stato. Una
volta arrivata a Mare la posta
dell’intero comune di San
Pietro veniva smistata e quella indirizzata a Costalta ritirata da chi svolgeva il servizio
di procaccia; in quegli anni
era svolto da mia zia, Tersilia
Casanova De Marco, vedova
di guerra e meglio conosciuta come la Rossetta. Dopo
aver sistemato tutta la corrispondenza e i pacchi di sua
competenza nello zaino (in
dialetto rodsòk) e firmato il
verbale di consegna degli
speciali, la Rossetta se lo caricava in spalla e a piedi risaliva fino a Costalta, dove una
volta arrivata consegnava il
tutto al titolare dello sportel-
lo postale. Par quanto riguarda le altre frazioni del Comune erano addetti alla distribuzione i coniugi Spirito e
Genia Pontil Scala. Questi,
una volta ordinate lettere,
cartoline, pacchi e telegrammi per nominativo via e numero civico inserivano il tutto in una grande e assai capiente borsa di cuoio color
marrone scuro e partivano a
piedi per il recapito a domicilio delle corrispondenze. Se
in alcune giornate c’erano
da recapitare delle raccomandate o vaglia postali; (allora molto usati per le rimesse di denaro tra persone) dovevano portarsi appresso an(segue a pag. 14)
che
Gian Antonio
Casanova Fuga
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IMPRENDITORIA
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a crisi c’è, eccome, e
L
non certo da oggi.
L’industria dell’occhiale, dopo aver abbandonato fisicamente il Cadore sembra voler lasciare anche Longarone
e chi ci lavora per lidi e
maestranze ben più lontani. Gli economisti ed
esperti di marketing ne
discutono da tempo e
non mancano diagnosi e
ricette, talvolta discordanti, spesso difficili da
interpretare in un contesto economico generale che si fa vieppiù inquietante.
Non è detto che chi si
occupa di storia debba
avere per forza la fede
di Niccolò Machiavelli,
fermamente convinto
che a ben guardare negli esempi del passato si
trovi sempre una situazione analoga alla difficoltà presente e con essa il viatico per uscirne
felicemente. Eppure un
po’ tutti, perfino chi si
sente più vicino allo
scetticismo di Francesco
Guicciardini, riconoscono che guardare agli errori e alle crisi del passato risulta comunque
utile per sviluppare una
mentalità reattiva e alla fine vincente. Analizziamo dunque alcune
contingenze più o meno
remote, in cui l’occhialeria si trovò davvero sull’orlo del baratro, o addirittura ci finì dentro, e
consideriamo strategie
e strumenti con cui essa
riuscì a risollevarsi.
Proprio la Sàfilo, o
per lo meno quella
che fu la sua progenitrice, ci appare in tal
senso una miniera di
consolazioni, giacché
in diverse epoche e situazioni la tenacia di
capi e gregari riuscì
sempre a risolvere
problemi che, sul momento, si palesavano
drammatici, addirittura insuperabili.
Non si può non riandare con la memoria alla notte del 30 marzo
1896, allorché il capitolo
dell’industria cadorina
dell’occhiale sembrò arrivato davvero all’ultima pagina.
Un furioso incendio
cancellò in poche ore il
lavoro profuso per quasi
10 anni da Carlo Enrico Ferrari, brillante ufficiale milanese che nel
1887 aveva acquistato la
fabbrica sul Molinà trasferendosi subito con
tutta la famiglia a Calalzo per dirigerla personalmente. Con una determinazione che suscita ancor oggi stupore, il
Ferrari vi investì il suo
patrimonio, comprò una
moderna turbina idraulica tipo Girard, adottò
nuove tecnologie per le
montature degli occhiali, si procurò una dinamo Tecnomasio per disporre di energia elettrica
nel reparto galvanico.
Insomma, di fronte agli
esordi difficili, e pur abbandonato da due soci,
introdusse tante e tali
innovazioni da trasformare la piccola fabbrica
in un moderno stabilimento. L’azienda a poco
NESSUNO AVREBBE SCOMESSO
SUL FUTURO DELL’OCCHIALERIA
Intraprendenza, passione e spirito Guardare alle difficoltà
di squadra sono stati i presupposti
superate nel passato
della grande crescita
può servire a combattere
dellʼocchialeria in Cadore
la crisi di oggi
a poco si fece conoscere
Come definire tutto ciò
in tutta Italia, grazie pu- Sulla piccola fabbrica alla Molinà di se non sagace adattare alla cura che l’imalle esigenze delCalalzo Ferrari investì tutto il suo mento
prenditore metteva nella realtà contingente?
la pubblicità e nella parO, meglio ancora, si popatrimonio, Ulisse Cargnel la
tecipazione alle princiaffermare che
risollevò dalla distruzione della trebbe
pali esposizioni. Racconegli seppe trasformare
ta Antonio Ronzon che grande guerra, Guglielmo Tabacchi la difficoltà in opportupacchi contenenti cianità.
scuno 20 dozzine d’ocFinita la Grande
le diede grande sviluppo
chiali partivano ogni
giorno da Calalzo diretti
in Francia, in Africa, in
Oriente…
In quella sventurata
notte tutto andò in fumo, e con esso molti operai si videro già licenziati, con tante famiglie sul
lastrico.
Invece il Ferrari non si
fece prendere dalla disperazione e con l’aiuto
della moglie ripartì con
rinnovato entusiasmo:
comprò a Ligny un nuovo impianto di lavorazione delle lenti, predispose
nuovi macchinari, riorganizzò l’intero ciclo produttivo puntando alla
qualità del prodotto. L’azienda crebbe per quantità e qualità dei suoi
prodotti, ottenne riconoscimenti e medaglie,
tanto da finire sull’Enciclopedia Illustrata Francese.
Passiamo ad un altro
esempio forse ancor più
calzante con la realtà di
oggi. Caporetto fu anzitutto una sconfitta militare, ma i suoi fantasmi
vengono comunemente
evocati ancor oggi proprio per rendere il clima
di crisi generale in cui
versa il nostro paese. Il
disastro della ritirata e
dell’invasione austriaca
del 1917 fu un’autentica
débacle materiale e morale per l’occhialeria cadorina, soprattutto per
Ulisse Cargnel, che, come noto, aveva continuato e sviluppato l'iniziativa del Ferrari facendo costruire, nel 1906,
due nuovi edifici su progetto dell’ing. Carlo Canella di Padova, e dando
così lavoro a circa 200
operai con una produzione giornaliera di 4.000
lenti e 2.000 paia di occhiali, esportati in gran
parte nell’America del
Sud.
Il 19 novembre 1905 il
nostro veniva nominato
Cavaliere del Lavoro e
nel 1907 l'allora Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio,
Rava, visitava i suoi
stabilimenti. Nel 1910
si iniziò a realizzare le
prime montature in celluloide, la cui lavorazione era stata prospettata
all’imprenditore durante un soggiorno a Napoli da un certo Larese di
Auronzo, forse non studiato ma certo ricco di
conoscenze empiriche.
Ebbene, nel 1917-18,
dopo Caporetto, tutto
ciò venne cancellato: gli
stabilimenti furono devastati dagli austriaci e
Cargnel, su invito del
Ministero, si trasferì a
Milano, dando vita nel
dicembre dello stesso
anno ad un impianto
per la fabbricazione di
lenti ed occhiali di protezione per le truppe
italiane combattenti.
Con grandi sacrifici finanziari egli installò
questo impianto provvisorio, in cui lavoravano
numerosi operai cadorini, tra i quali Giuseppe
Lozza, Giorgio e Berto Fedon. In siffatti
frangenti seppe giovarsi
pure dell’esperienza di
Lucio Lozza, che in
quel periodo si trovava
presso la Direzione del
Reparto di costruzioni
ottiche del R. Laboratorio di precisione in Roma, per perfezionare la
produzione delle lenti.
Guerra, Ulisse Cargnel
trasferì tutti i macchinari da Milano al Molinà, ripristinando lo stabilimento e dando particolare impulso alla produzione di lenti e occhiali di celluloide, che
in quel periodo iniziarono a diffondersi sia in
Italia che all'estero.
E se la celluloide fu
un’idea innovativa, geniale e assolutamente
vincente, nata dalla curiosità e dalla collaborazione di vari amici cadorini, altrettanto lo fu lo
stereoscopio adattato
per l’aviazione, figlio
dell’imprenditoria cadorina, della situazione
bellica in atto e dello
stesso contesto montano in cui si viveva e
combatteva.
Proprio
13
di Walter Musizza
Giovanni De Donà
nell’ambito della collaborazione col Ministero
della Guerra nacquero
questi geniali strumenti, capaci di assecondare
al meglio la tecnica militare di realizzare prima specifiche fotografie
panoramiche e di osservarle poi con strumentazione idonea. Un’idea
e una realizzazione che
molto devono alle esperienze maturate dagli
aviatori della 48a Squadriglia, tra cui il Ten.
Palli e il Cap. Porro, che
misurandosi con gli anfratti delle Dolomiti
perfezionarono la visione stereoscopica delle
posizioni nemiche, eseguendo fotografie prospettiche e planimetriche di grandissima utilità, ieri ma pure oggi,
soprattutto in campo di
ricerca archeologica.
Altri problemi ed altre soluzioni via via inventate potrebbero essere invocate nella storia ultracentenaria dell’occhialeria cadorina,
ma il concetto ci sembra
ormai acclarato. Le difficoltà attuali sono
grandi, ma nel passato
sono state ancor più
grandi. Il problema è
forse altrove: esiste ancora la comunione di intenti dei nostri avi?
Sussistono sinergie capaci di coniugare interesse personale e solidarietà collettiva? C’è
voglia di ricominciare
dalle basi, buttandosi
anima e corpo in una
nuova impresa? Gli imprenditori cadorini da
noi citati riuscirono in
miracoli inusitati forse
perché avevano perduto
tutto e bisognava solo
guardare avanti. Noi,
italiani e cadorini di
oggi, forse abbiamo
ancora molto da perdere e ciò ci frena, lasciandoci drammaticamente sospesi tra il
benessere del passato
e la paura dell’avvenire.
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QUEL CONFINE
MAI OTTENUTO
D
a quando a questo mondo
c’è vita animata si sono
creati dei “confini”: quelli dei branchi d’animali, quelli di caccia stabiliti degli umani, quelli tra le varie
etnie dei relativi abitanti e via discorrendo fino a quelli più recenti
nella geografia politica, non ultimi
quelli tra le “frazioni” nei vari Comuni. Proprio di uno di questi si
vuol raccontare.
Bisogna prima ricordare che la
Ferrovia delle Dolomiti, con tracciato a scartamento ridotto vista la
topografia assai impervia delle valli
del Boite e del Rienza, collegava la
stazione di testa delle Ferrovia dello Stato in Calalzo con Dobbiaco,
che si trova sulla linea ferroviaria
internazionale che da Lienz arriva
ad Innsbruck passando per brevità, con un vecchio raccordo, per l’Italia nella Val Pusteria. Nel comune di Pieve di Cadore c’era una stazioncina in “Valina” sul versante
orientale della sella di Pieve, quella
di Sottocastello-Pieve di Cadore,
quella di Tai e quella di Nebbiù.
Nel consiglio comunale del 14
febbraio 1953 era stata votata all’unanimità la Deliberazione n. 4, accettando la richiesta del maestro
Giovanni Pagogna, primo presidente della risorta Regola di Nebbiù, il quale avevo fatto presente
all’Ente Municipale che la stazione
di Nebbiù sorgeva nel territorio
della Frazione di Tai, che già aveva
la sua.
Qui bisogna precisare che nel
passato c’era solo una strada che
collegava Pieve di Cadore a Valle
di Cadore passando a mezzacosta
per le borgate di Ca’Depolo e Vissà, le quali, assieme a Nebbiù, Perarolo ed Ospitale, facevano parte
del Centenaro di Valle, disciolto
anch’esso da Napoleone assieme
alle Regole. Quella strada, detta
Via Regia e che tuttora in gran parte così si chiama, tranne un tratto
che è diventato Via Monte Rite dal
monte che si trova d’infilata ad occidente, segnava il confine fisico
tra le frazioni di Tai e Nebbiù. La
richiesta del maestro Pagogna era
di portare tal confine alla più recente Statale D’Alemagna n.51, in
media un centinaio di metri più a
sud, così incorporando la stazione
ferroviaria in parola.
Al tempo in quella lingua di territorio tra le due strade c’erano ben
La stazioncina
ferroviaria di Nebbiù
sorgeva nel territorio
della frazione di Tai,
di qui la richiesta al
Comune di spostare
più a sud i confini
di Nebbiù
pochi fabbricati; oltre alla stazione
c’era una grande casa abitata da
Nebludensi, autotrasportatori di
mestiere, davanti a questa il capitello dedicato alla Madonna e dal
quale ha preso nome la località “Alla Madonnetta”, costruzione che
da anni non c’è più, due fabbricati
con gran parte della struttura di legno per una segheria e relativo deposito del legname lavorato e una
casa che dava alloggio al custode
della stessa segheria e spazio per i
relativi uffici. Questo per dire che
allora gli unici a subire un sostanzioso mutamento domiciliare erano solo quei residenti che già si ritenevano abitanti di Nebbiù a tutti
gli effetti, visto anche che per la
stessa parrocchia ancor ora il confine oltrepassa la statale ed arriva
fino in vetta a Monte Zucco.
Bisogna precisare che il consiglio Comunale era composto, oltre
al sindaco, da 22 consiglieri dei
quali uno solo di Nebbiù; questo fa
capire che la richiesta del Presidente di Regola era stata condivisa
da ben 17 consiglieri delle altre
frazioni, visto che 5 erano assenti.
La Deliberazione Comunale si
conclude dando mandato alla
Giunta Comunale di deliberare a
sua volta i particolari tecnici, dopo
che i consiglieri delle frazioni interessate avessero raggiunto un accordo.
Fatto sta che a tutt’oggi quei
confini non sono mai stati modificati; ancora non s’è trovata traccia
della Deliberazione di Giunta conclusiva, ma nemmeno mai è stata
annullata la Deliberazione dell’Organo supremo che aveva ufficialmente stabilito che la stazione della Ferrovia delle Dolomiti “Nebbiù” dovesse insistere sul territorio della frazione di Nebbiù.
Osvaldo De Lorenzo
LE POSTE DI S. PIETRO
dalla prima pagina
il registro per raccogliere le
firma di consegna dei plichi.
Naturalmente il servizio di recapito e distribuzione della posta andava effettuato in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo atmosferico; infatti, nei mesi invernali mia
zia per scendere più velocemente
da Costalta a Mare adoperava lo
slittino anche se poi
al ritorno doveva riportarselo in quota.
Termino questo racconto con
una doverosa considerazione, nonostante gli scarsi mezzi tecnologici
a disposizione in quel tempo, mi
sembra che si possa osservare che
il servizio offerto allora non avesse
nulla da invidiare a quanto ci viene
fornito da Poste italiane S.p.A. ai
nostri giorni.
6
La seicentesca chiesa di Peaio fu dedicata a San Rocco, protettore
dalla peste che in quei tempi imperversava anche in Cadore
UNA TESTIMONIANZA DI
RELIGIOSITAʼ SALDA E VIVA
a chiesa di Peaio si trova inL
castonata tra le poche case
del paese, davanti alla maestà del
Pelmo. Lì a fianco scorre l’antica
Strada Regia, percorsa a metà ‘500
anche dal grande Tiziano, quando
si era recato ad Augusta in Germania su invito dell’imperatore Carlo
V, col quale aveva un costante rapporto di stima e amicizia. Ma altri
personaggi di spicco vi erano passati - ad esempio Martin Lutero
per recarsi a Roma - dal momento
che la storica arteria collegava la
pianura veneta con il Tirolo, prima
della costruzione della strada
di Alemagna, inaugurata nel
1832.
La chiesa, nitida ed elegante
nell’essenzialità della sua struttura, era stata consacrata - come avverte una lapide posta
sulla facciata - nel 1659. Ma la
sua esistenza risale a molto
tempo prima. E’ dedicata alla
Trinità, ma da secoli è viva anche la devozione a San Rocco, il
santo trecentesco che aveva la
facoltà di guarire gli appestati.
Nel ‘600, erano stati alcuni pasticceri di Peaio trasferitisi a
Venezia, gli “offellieri”, a portarne la devozione in paese, dopo essere stati risparmiati dalla
peste, che a quei tempi provocava un gran numero di
vittime nel corso delle
frequenti epidemie. In
chiesa è anche conservata una reliquia originale di San Rocco, autenticata nel 1853 dall’allora vescovo di Treviso,
Giovanni Antonio Farina, proclamato Beato da
Giovanni Paolo II il 4 novembre 2001.
Ad imprimere un senso di calda meraviglia,
appena entrati, sono i
tre altari della seconda
metà del ‘700, finemente intagliati e dorati.
In quello principale,
posto sul presbiterio,
sono raffigurati la Madonna col Bambino e ai
lati san Rocco e san Sebastiano, pure lui tradizionalmente invocato
contro la peste. In alto,
la Trinità. Sullo sfondo compare la
basilica della Salute, edificata a Venezia in occasione della peste del
1630. L’autore è Antonio Dana e la
data probabile di esecuzione è il
1780. Anche a Peaio la ricorrenza
della Madonna della Salute, il 21
novembre, veniva celebrata con
particolare solennità e la presenza
del pievano di San Vito. L’altare laterale di sinistra è dedicato - unitamente alla Vergine Assunta - ai
santi Liberale, Tiziano vescovo,
Francesco e Osvaldo re. E’ denominato anche “delle anime”. L’autore è anonimo. La pala di destra,
con la Madonna e il Bambino, propone la devozione ai santi Anna,
Luigi Gonzaga e verosimilmente
Gaetano da Thiene, che tanto si
adoperò per alleviare le conseguenze della peste, anche se la voce popolare ritiene trattarsi di Filippo Neri. L’autore è stato identificato lo scorso agosto, sulla base di
un’iscrizione leggibile su una “piastrella del pavimento” del dipinto:
si tratta di Antonio da Padola, “pi-
to l’attuale parroco di Vodo, da cui
Peaio dipende, don Gianni Rech.
Ha già pronto per la stampa il relativo manoscritto. Don Gianni, che
ha già pubblicato un volume di
grande interesse storico-artistico,
dedicato alla chiesa principale di
Santa Lucia, ci ha cortesemente
comunicato notizie e suggerimenti
utili per la stesura del presente articolo. In precedenza altri autori,
come Mario Ferruccio Belli, si
erano soffermati a descrivere caratteristiche e preziosità della
chiesa di Peaio.
Oltre agli altari principali, la
struttura presenta ulteriori
aspetti di notevole interesse. Ad
esempio appena entrati, dopo
aver superato l’attuale sagrato
recintato, dove fino al 1853 esisteva il cimitero, si nota a sinistra una statua di Sant’Antonio
dello scultore Antonio De Lotto. E’ stata realizzata attorno al
1920 e tuttora si conserva l’elenco di coloro che avevano
contribuito al finanziamento
dell’opera. Campeggia poi la data del 1854, che si richiama all’importante restauro avvenuto
in quell’anno, quando erano stati realizzati il pulpito, il fonte
battesimale in marmo e la cantoria. Al riguardo, va sottolineato come il coro di Peaio
sia stato attivo fino a
metà ‘900. Successivamente è andato gradualmente spegnendosi, soprattutto a motivo dello
spopolamento causato
dall’emigrazione, non
solo in Europa, ma anche verso Stati Uniti,
Brasile e Argentina.
Una curiosità: da
Peaio era partito anche
quell’Italo Marchioni
che ha inventato il cono
gelato, trasferitosi in
America nel 1903.
L’atmosfera spirituale
che si percepisce all’interno della chiesa è calda e vibrante, segno
che chi ha contribuito a
realizzare e ad ampliare
la struttura, attraverso i
secoli, possedeva un’impronta religiosa consapevole e determinata. Si notano fra
l’altro, all’inizio del presbiterio, alcune lampade pensili particolarmente pregiate, di fine ‘700, lavorate in argento e oro. Nella sacrestia,
invece, è conservato un elegante
armadio, pure settecentesco. Sullo
sfondo, infine - quasi ad avvolgere
simbolicamente l’insieme - si impone la presenza di un grande, austero crocifisso.
Antonio Chiades
Allʼinterno della chiesetta, tre altari
del ʻ700 finemente intagliati e dorati
con tele raffiguranti s. Rocco e
s. Sebastiano, s. Liberale, Tiziano
vescovo, Francesco e Osvaldo re
tor depinge”, come si può leggere.
La devozione alla Vergine è sempre stata particolarmente sentita a
Peaio, tanto è vero che sulla sinistra del presbiterio è conservato
anche uno stendardo raffigurante
la Madonna della Difesa, con il
quale gli abitanti si recavano annualmente in processione, il 19
gennaio, all’omonimo santuario di
San Vito. A compiere un’accurata
ricerca sulla chiesa del paese è sta-
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I CORTE METTO, RICCHI
COMMERCIANTI DI LEGNAME
IL LAUDO DI LOZZO -1444
ra le dimore storiche
T
del Cadore l'imponente palazzo Corte Metto, oggi
sede museale, mantiene
l'immagine del prestigio dell'omonima ricca famiglia che
vi dimorò. Le prime notizie
riguardanti il signorile edificio si trovano nel Catasto del
1816. Quanto a coloro cui appartenne, Giovanni Fabbiani
nel suo libro "Auronzo di Cadore" ricorda che in paese
nel secolo XIV esisteva un
"loco dicto ad cortes", aggiungendo che nel 1600 era diffuso solo il cognome da Corte.
Successivamente qualche
discendente dal ceppo comune tralasciò il "da" ed oggi esistono sia famiglie Da
Corte che "Corte". Un ramo
si distinse particolarmente:
quello derivato da un Giacomo da Corte, che si cognominava "de Metto". Della
sua posizione e preminenza
economica la dice lunga il
fatto che fu in grado di prestare al Comune di Auronzo
ben 1000 ducati. I Corte
Metto accumularono ricchezze con il commercio di
legname. Ma entrarono ufficialmente nel gotha dei proprietari fondiari veneti nell'Ottocento, allorché acquisirono il latifondo di Ca' Tron
nel Trevigiano, dove tuttora
se ne serba memoria. Anche
se la fine fu tutt'altro che gloriosa.
Risalendo indietro nel
tempo, Ca' Tron, oggi compresa nel Comune di Roncade, consisteva in una larga
estensione di terreni che in
epoca medievale appartenne alla famiglia dei Conti di
Collalto, Signori di Treviso
e, nella parte più prossima
al Sile, ad alcuni monasteri.
Nota anticamente come Col
di Meolo, in quanto vicino a
quella località, la tenuta nel
XVI secolo venne acquistata
dalla potente famiglia dogale veneziana dei Tron, la
quale vi installò un'azienda
agricola. Nel XVIII i Tron
adibirono quei terreni a risaie, il che portò all'insediamento di nuclei familiari. A
metà del Settecento - annota
lo studioso trevigiano Ivano
Sartor nel suo "I latifondi e
la Comunità di Ca' Tron" l'estensione coltivata a risaie
raggiungeva i 245 campi e
mezzo, saliti a 267 nel 1772".
Al tramonto della Repubblica Veneta l'ampio latifondo passò per buona parte
dai Tron ai Mocenigo, altra
illustre prosapia veneziana.
A inizio dell'Ottocento l'ultima discendente dei Tron cedette quel che restava al patrizio veneto Girolamo Morosini. Questi fra il 1833-34
vendette a sua volta al cadorino Giovanni Corte Metto,
commerciante di legname
di Auronzo, che viveva a Venezia in Campo San Marziale. Come era uso il proprietario non gestiva direttamente il latifondo ma si avvaleva di agenti in loco. Tra
costoro figura un Francesco
Barnabò De Meio, che apparteneva a famiglia in vista
di Lozzo.
Giovanni Corte Metto morì nell'aprile 1853, disponendo nel testamento la vendita
di quanto possedeva in Ca-
Il Laudo con le sue modifiche ed integrazioni ci
accompagna dai tempi dei Patriarchi a Napoleone
fornendo indicazioni sulla vita comunale
arà perché il Laudo di
S
Lozzo è abbastanza
corposo e comprende, tra
Tra le dimore storiche del Cadore
il Palazzo Corte Metto a Auronzo
mantiene lʼimmagine del prestigio
Nel primo Ottocento la famiglia
acquisì il latifondo di Caʼ Tron nel
Trevigiano, estensione
allora coltivata a risaie
dore, a Venezia e a Ca' Tron.
Le ricerche di Sartor attorno alle ultime volontà di Giovanni Corte Metto hanno
consentito curiose scoperte.
Alienate tutte le sue cospicue proprietà, divise la sua
sostanza per un sesto tra alcuni suoi eredi e per i restanti cinque sesti tra sei enti religiosi, da lui stesso indicati, con l'obbligo di celebrazione di messe. Ne beneficiarono l'oratorio delle Grazie di Udine, i frati Minori
conventuali della Basilica
del Santo di Padova, i Padri
Cappuccini, i Padri Riformati, i Padri Minori Osservanti
di Venezia. Risulta che solo
le prime due congregazioni
poterono accettare le 30 mila lire per ciascuno loro destinate. Gli altri dovettero rinunciare per via delle rispettive costituzioni.
Peggio decisamente andò
a una quindicina di componenti del casato Corte Metto che, esclusi dall'eredità si
avventurarono in un lungo
contenzioso legale. Si trattava di Giovanni, Romeo e Augusto fu Giovanni; Antonio,
Giovanni, Lucio fu Giacomo;
Lucio-Luigi, Giacomo, Giovanni di Antonio; Vittorio fu
Lucio; Giovanni, Liberale,
Lorenzo, Lucio-Alessandro
fu Liberale; Luigi fu Osvaldo. Finché la causa rimase
pendente l'eredità restò
bloccata e ogni attività cessò
nella tenuta, che soffrì del
più totale abbandono. La situazione si protrasse fino al
1875, quando il tutto fu rilevato da un ricco ebreo padovano. A quel punto i cadorini
Corte Metto sparivano per
sempre.
Bruno De Donà
norme ed aggiunte, ben
242 articoli, sarà perché il
prof. Giovanni Fabbiani,
nativo del posto, si interessò con ben due pubblicazioni, apparse nel 1957 e
nel 1981, sta di fatto che il
Laudo, del 1444, non certamente il primo che la comunità abbia avuto, riveste
un particolare motivo di
studio perché, con le successive modifiche ed integrazioni, ci accompagna
quasi dalle origini alla fine
del Dominio veneto ai primi anni della dominazione
austriaca (1821), dai tempi
dei patriarchi di Aquileia a
Napoleone, fornendoci indicazioni sulla vita comunale di più di quattro secoli di
questo paese cadorino. Nel
1761 i regolieri di Lozzo deliberarono di far riunire in
un unico libro tutti i laudi e
di farli tradurre, dal latino,
in lingua italiana.
Tra le varie notizie, disseminate nel testo, sono sicuramente interessanti
quelle che riguardano i
nomi, in dialetto, che si
usavano allora.
Ad esempio, il numero
72: Item che se li Audoni,
ovvero Agnelli saranno trovati nelle Biave ovvero nelli
Pradi da Dieci cavi in suso
vegna in comun un cau di
quei Audoni ovvero Asgnelli: e da dieci in zo in comun
Bagattini quattro per cau.
Si viene così a sapere
che, un tempo, i lozzesi
chiamavano audoni gli
agnelli e qualcosa di quell’antico modo di esprimersi
è rimasto nel dialetto cadorino perché le caprette vengono ancora oggi riconosciute come: audoi o audòle.
Nell’articolo 80 troviamo:
Item, che non ardisca alcuno lasciar il mercanei delle
Torte delle chiasure verso le
strade in pena di soldi due
per cadauno merzanei et di
rfar il danno.
Nel dialetto i merzanei
erano gli estremi della torta, la legatura fatta con un
ramo di viburno o di nocciolo o di sorbo, usata per
legare una stanga ad un palo. Con questa disposizione
si cercava di impedire che
il passaggio, lungo le strade, venisse ostacolato e fossero pericolose per i passanti le terminazioni delle
legature di legno che venivano usate in un’epoca in
cui il ferro costava molto.
Anche nell’articolo 84
troviamo qualcosa di particolare: Item che nessuna
Persona ardisca portar fuoco de notte dopo sonata l’Ave Maria, se non in qualche
olla, ovvero Lanterna, ovvero in qualche altra copertura, et se sarà trovato alcuno
portar sia condannato al
Comun soldi cinque de piccoli per cadauna volta.
Nell’articolo num. 148,
scritto nel 1678, veniamo a
conoscere che l’orologio
della torre campanaria
era appena stato messo in
funzione: ...essendo stato
proposto... di tior ed accettar ... l’elezione assoluta del
Monegho, che pro tempore
deve esser nella Veneranda
Chiesa del Glorioso Martire
Protettor nostro San Lorenzo, che per avanti andava a
Rodolo per il loco di Lozzo,
per ovviare a certe contese,
ed anco acciò le cose sacre,
ed anco il Rodolo, e Comun
medesimo, sia ben servito,
ed anco per la servitù dell’orologgio, poco fa fabbricato,
fu finalmente dopo lungo e
maturo discorso… che per
l’avvenire de cetero perpetuis futuris temporibus, l’elezione del Monico predetto
d’anno in anno sia assolutamente nel medesimo Comun
e che li regolieri de cetero in
particolare non abbino più
ingerenza alcuna...
Singolare appare la disposizione numero 177: Evidenti ed eccedenti essendo li
danni che inferiscono con li
sarchi quelli che vanno a
cercar schiosi per Tavella
attorno li campi Ruoi e Masiere con scavare anco li
Termini e confin tra Particolari, perciò resta proibito
l’uso de sarchi stessi con pena de Lire dieci 10 a quelli
che fossero ritrovati in Tavella a sarchiare, e ciò senza riguardo a chi si sij.. Dovendosi la pena sudetta ogni
anno intimare per le case
col mezzo de saltari.
La ricerca delle chiocciole, che costituivano un
diversivo nel menù giornaliero delle famiglie di Lozzo, doveva costituire un lavorio non indifferente che i
ricercatori dovevano fare
sui campi aiutandosi con
quella specie di piccola zappa fornita di due rebbi con
la quale si estirpano le male
erbe dalle coltivazioni.
E se avvenivano i danni
rilevati, le persone che andavano alla ricerca dei molluschi, perfino negli ammassi di macerie, coperti
da frantumi di roccia, dovevano aver lavorato alla
grande e pertanto nessuno
poteva accampare il pretesto di aver semplicemente
sarchiato il campo.
Marcello Rosina
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mandantur, in conformità alle direttive ricevute dall'alto,
ha dato disposizioni per una
degna celebrazione dell'onomastico dell'imperatore
d'Austria, che dal 21 novembre 1916 non è più Francesco Giuseppe, morto ad ottantasei anni, dopo sessantotto di regno: gli è succeduto il ventinovenne pronipote
Karl Franz Josef Ludwig
Hubert Georg Maria von
Habsburg-Lothringen.
Quinto nella lista dei pretendenti, non si sarebbe ritenuta pronosticabile una sua
possibilità di arrivare al trono. Prima di lui c'erano: il figlio dell'imperatore, Rodolfo, poi il fratello Carlo Ludovico, quindi i figli dello stesso, Francesco Ferdinando e
Ottone, padre di Carlo. Una
successione tragica di eventi porta quest'ultimo in prima fila. 1889: Rodolfo muore suicida, con la baronessa
Maria Vetsera, a Mayerling;
Carlo Ludovico rinuncia ai
suoi diritti in favore del primogenito; 1906: muore prematuramente il fratello minore dello stesso, Ottone;
28 giugno 1914: a Sarajevo,
per mano del serbo Gavrilo
Princip, è la volta dell'arciduca erede al trono e della
moglie Sofia.
KARL, ULTIMO
IMPERATORE D’AUSTRIA
Così, due anni e qualche
mese dopo, il giovane figlio
di Ottone è il nuovo imperatore d'Austria, col nome di
Carlo I, e apostolico re d'Ungheria, col nome di Carlo
IV. Gli compete un'interminabile serie di titoli: re di
Boemia, Dalmazia, Croazia,
Slavonia e Illiria; re del Lombardo-Veneto; re di Gerusalemme; granduca di Toscana e di Cracovia; duca di Lorena e di Salisburgo, di Stiria, di Carinzia, del Friuli, di
Ragusa e Zara; di Modena,
Parma, Piacenza e Guastalla; principe di Trento e
Bressanone, tralasciandone
almeno altrettanti. Da Vienna si esige che la ricorrenza
del genetliaco, 17 agosto,
Anche a S. Vito di Cadore chiesta la celebrazione solenne per
il genetliaco di Karl, pronipote di Franz. Era il 17 agosto 1918
LʼULTIMO IMPERATORE DʼAUSTRIA
sia celebrata con solennità
anche nei più sperduti
avamposti.
A S. VITO, ATMOSFERA
DA SANT’ AMBROGIO
Di quanto avviene a San
Vito ci riferisce, per memoria diretta, Vincenzo Menegus Tamburin, sempre nel
suo libretto “Nane e Nanuto
- elegie, racconti e profili
paesani illustrati da Vico Calabrò, Gruppo edizioni San
Vito - Val Boite, 1977”. Il mite ed umile mansionario della Difesa, don Pietro Belli
Mezzana, trovatosi, per singolare disegno provvidenziale, a reggere la pievania
proprio durante tutto il periodo di guerra, si premura
di comunicare, durante la
messa di domenica 11 agosto, dodicesima dopo Pentecoste, che sabato alle undici
ci sarà una liturgia, per la ricorrenza ecc., ecc.: la popolazione è invitata a parteciparvi. Preoccupato di non
incorrere in omissioni che
possano riuscire di pregiudizio alla cerimonia, eccede
in prudenza, ricordando che
Vico Calabrò
gosto 1918. L'invasioA
ne in Cadore dura da
nove mesi. La Platzkom-
no di militari “impalati, / come sogliono in faccia a generali,/ co' baffi di capecchio e
con que' musi,/ davanti a
Dio diritti come fusi”. Il cappellano conclude il suo sermone, in tedesco e poi in italiano, con lo scontato auspicio della buona sorte per le
sue armi vittoriose e l'assicurazione che i due imperatori Carlo e Guglielmo sono
protetti dalla mano divina
(momento retorico colto da
Vico con il consueto, magistrale tocco). Nel rigoroso
silenzio che accompagna il
suo rientro all'altare si avverte distintamente uno
strascichio di piedi e si nota
una persona che si sta avviando all'uscita.
RISENTIMENTO DELLO
SCULTORE MINOTTO
La solennità del rito non
consente ai militari di andare oltre una fugace occhiata,
accompagnata da fastidio e
disapprovazione, mentre i
locali hanno ben visto che si
tratta dell'anziano scultore
Gio Batta De Lotto Minoto.
Autore di pregevoli opere in
Riferisce Vincenzo Menegus Tamburin: i reparti sfilano
ordinatamente lungo la via principale ed entrano in chiesa;
allʼomelia della messa ʻin terzoʼ il cappellano militare auspica buona
sorte per le armi vittoriose dei due imperatori protetti dalla mano divina
Il risentimento e la scultura di G.B. De Lotto Minoto
non ci sarà il suono delle
campane a darne l'ordinario
segnale. La precisazione, di
per sé pleonastica, ben sapendo tutti che le campane
non ci sono, assume un'involontaria sfumatura umoristica, considerato che mancano... in quanto requisite,
come tutte quelle del Cadore, su ordine, o autorizzazione che dir si voglia, dello
stesso imperatore beneficiario della celebrazione. Arriva finalmente sabato diciassette. Di buon mattino i re-
parti sono in movimento per
la cerimonia militare, mentre si procura di allestire un
rancio, si fa per dire, speciale (pochi knödel, in gran parte privi dei tradizionali ingredienti, in un brodo altrettanto misero; crauti, patate e
vino). Preparativi di altro genere sono in corso all'albergo Marcora, dove sono attesi per il pranzo gli ufficiali e i
pochi notabili locali. Dieci e
mezza: i reparti sfilano ordinatamente lungo la via principale ed entrano nella chie-
sa parrocchiale, liberata dai
banchi per consentire la
massima capienza. La gente
che ha voluto prendere posto è giunta con largo anticipo. Numerosi i civili e i militari costretti a rimanere fuori. La messa solenne, “in terzo”, è presieduta dal cappellano militare, assistito da
prè Piero e da don Gio Batta
Cesaletti Martina. L'atmosfera evoca, all'evidenza,
quella di S. Ambrogio in Milano, plasticamente resa nella poesia del Giusti: un pie-
legno, tuttora conservate
nelle chiese di S. Vito, allievo preferito a Venezia del
maestro zoldano Valentino
Panciera detto Besarel, Tita
è benvoluto da tutti, tanto
che gli si perdona il vezzo,
inizialmente ritenuto snobistico, di continuare a parlare
in veneziano, anche dopo il
rientro in paese. Passa qualche giorno senza che lo
scultore venga al rituale incontro pomeridiano con gli
amici in una stanza attigua
all'osteria gestita dal sindaco. Finalmente si presenta
in via privata a quest'ultimo,
il quale, chiestogli conto dell'assenza e soprattutto della
decisione, a dir poco inopportuna, di uscire di chiesa
così platealmente in anticipo, si sente rispondere:
“Ciò, ti ga sentìo qual piàvoio (buffone) in césa; ghe a
dago mi la man divina a
quel nato d'un can”. E accompagna
l'anatema
estraendo da sotto la giacca
un bastone con una singolare impugnatura a T, i cui
bracci sono le teste dei due
imperatori: Carlo, che ha in
testa il “padellino”, cioè il
classico berretto di ufficiale
austroungarico, e Guglielmo col tradizionale elmo
chiodato dei tedeschi. L'unico collo da cui escono le due
teste è strozzato da una mano, col polso avvolto dal tricolore, le cui cinque dita richiamano le potenze alleate
in guerra contro gli Imperi
centrali: Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Russia (sorvolando sull'uscita
dalla coalizione di quest'ultima, a seguito degli eventi rivoluzionari).
L'ammirazione per il piccolo capolavoro è subito raf-
6
di Giuseppe De Sandre
freddata nel sindaco da un
dubbio, anzi da una certezza, considerato il carattere
estroverso e ciarliero del
personaggio: chissà mai a
quanti altri ha già imprudentemente esibito il bastone!
Infatti, il Comando, informato “da uno di quei sudici ruffiani che non mancano mai”,
dispone un'indagine sulle dicerie che corrono, incaricandone il Wachtmeister Thango. Nonostante la cattiva opinione che si ha di lui, il capoguardie, pretendendo di affrontare personalmente, le
grane, dimostra il buon senso di voler evitare, per quanto possibile, che le stesse si
complichino col divenire di
competenza degli alti gradi.
È così che, anche questa volta, prima di dar corso a qualsiasi ricerca, ne dà avviso al
sindaco. Il corpo del reato
sparisce d'incanto, in un luogo inaccessibile, “un supporto nella canna del camino di
altra casa, in cui il vecchio
tiene lo studio”, la ricerca si
rivela infruttuosa e tutto finisce lì. Il Minoto la passa liscia, senza avere forse mai
valutato appieno il rischio,
abbastanza plausibile in un
periodo di tensione, di essere scoperto e incriminato
“per lesa maestà”. Buon per
lui, in ogni caso, che gli occupanti abbiano ben altro
cui pensare.
KARL PROCLAMATO
BEATO NEL 2004
Gli imperi centrali, in gravi difficoltà sul piano militare, si dissolvono nel giro di
qualche mese ed entrambi i
sovrani sono costretti ad abdicare. Carlo muore esule a
Madera nel 1922, a soli trentacinque anni, e là rimane
sepolto. Un paio d'anni dopo, anche il nostro ottuagenario scultore, placato il suo
acceso risentimento patriottardo nei confronti degli invasori, passa a miglior vita.
Non ci è dato, quindi, sapere
come avrebbe commentato
il fatto che, impero o no, gli
Asburgo rimangono sempre
nel cuore dell'Austria e della
cattolicità. L'imperatrice Zita, morta nel 1989 a novantasette anni, dopo il solenne
funerale nel duomo di Santo
Stefano, viene sepolta nella
cripta dei Cappuccini. Il 3 ottobre 2004 Giovanni Paolo II
proclama Carlo beato, additandolo ad «esempio per noi
tutti, soprattutto per quelli
che oggi hanno in Europa la
responsabilità politica», per
avere preso a cuore le parole di Benedetto XV e cercato
con grande impegno di porre termine alla “inutile strage”. Assiste alla cerimonia in
San Pietro il novantaduenne
figlio Otto, membro del parlamento europeo, presidente dell'unione pan-europea
internazionale, che più di ottant'anni prima il padre aveva voluto accanto a sé, “affinché egli sappia in qual modo
dovrà diportarsi un giorno,
come imperatore e come vero
cattolico". Imperatore titolare, ancorché non in carica,
dal 1922 al 2007 (ora lo è il figlio Carlo), Otto muore nel
2011, quasi centenario e, dopo il rito funebre officiato
dall'arcivescovo di Vienna
cardinal Cristoph Schönborn, è sepolto, come i suoi
antenati, nella cripta dei
Cappuccini.
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COME ERAVAMO
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ZOPPEʼ DI CADORE IN UN RARO FILMATO DEL 1953
articolarmente noto è il film
P
“Il postino di montagna” girato nel 1951 a Colle Santa Lucia dal
regista Adolfo Baruffi (autore anche del documentario “Occhialeria
del Cadore” del 1952), il quale si avvalse della collaborazione del giornalista bellunese Dino Buzzati per
la stesura dei testi destinati ai commenti parlati. Meno conosciuto è
invece il filmato girato poco dopo
dalla Rai, nel 1953, a Zoppè di Cadore, la cui sceneggiatura venne
curata da Florestano Vancini con la
consulenza, ancora una volta, di Dino Buzzati. Entrambe le pellicole
subirono la medesima sorte: per
anni se ne persero completamente
le tracce, le immagini non vennero
mai trasmesse alla televisione e per
molto tempo nessuno ne parlò più.
“Il postino di montagna”, dopo un
susseguirsi di minuziose ricerche,
venne riportato alla luce e restaurato: il dvd con il film completo uscì
nel 2008 in allegato alla rivista “Meridiani Montagne” con copyright
“Fondazione Cineteca Italiana”.
Altro destino toccò invece al documentario su Zoppè di Cadore
che rischiò quasi di cadere nel dimenticatoio se nonché, nel 1995, si
fece avanti il figlio del regista Vanzini proponendo al Comune di Zoppè di Cadore di acquistare una pellicola 16mm (chiamata in gergo cinematografico “pizza”) nella quale,
tra le altre cose, vi era appunto anche il filmato su Zoppè. Il Comune,
per questioni burocratiche, si disse
indisposto all’acquisto della pellicola e passò la proposta all’Union de i
Ladin de Zopè che, valutando il valore storico delle riprese, decise di
acquistare il filmato per la bella
somma di quattro milioni di lire. La
pellicola venne portata poi in un laboratorio specializzato a Milano e
convertita in formato digitale. E’
ora conservata negli archivi dell’
Union de i Ladin che ha reso disponibile la visione integrale del filmato sul sito www.museoetnografico
zoppedicadore.com, nella speranza
di poterne fare presto un dvd con
altre riprese dell’epoca. Indubbia è
infatti l’importanza di questi rari fotogrammi che oltre a raccontare il
paese com’era, hanno impresso su
di essi momenti di vita risalenti a
quasi sessant’anni fa, volti e persone che adesso non ci sono più ma
anche tanti zoppedini che, allora
bambini, oggi possono raccontare
quell’esperienza, di certo non all’ordine del giorno.
CHI C’E’ NEI FOTOGRAMMI?
Pompeo Livan (attuale presidente dell’ Union de i Ladin de Zopè) e Simone Simonetti c’erano
sicuramente: sono infatti loro, assieme a Fausto Bortolot e Leone
Pampanin, i bambini che nelle riprese del 1953 scendono velocemente giù dal prato per rincorrere
una delle poche corriere che transitavano da quelle parti. E sono proprio Livan, Simonetti e Giulio
Mattiuzzi a raccontarmi i giorni in
cui Zoppè diventò un “set” cinematografico: grazie alla loro memoria
storica possiamo oggi dare un nome ai volti in bianco e nero del filmato, a partire dai bambini che rincorrono la corriera, mentre la voce
narrante parla di una Zoppè di Cadore popolata da ben 600 abitanti
(oggi ridotti a poco più di 270). Le
prime immagini ci mostrano la
strada che conduce a Zoppè, una
delle più ripide d’Italia. Simone Simonetti fa notare il cambiamento
del paesaggio: “allora si vedeva il
paese “pulito”, senza tutti gli alberi
che ci sono adesso”. La corriera sale
lenta e la strada, al suono del clacson, si deve obbligatoriamente fare
“deserta” per permettere al grande
mezzo di passare sulla strettissima
carreggiata. E’ qui che compaiono i
bambini già citati: non hanno molti
CIAK, SI GIRA...
Il paese divenne un set
cinematografico per
il filmato girato dalla RAI
Della pellicola 16mm se
ne persero le tracce,
venne acquistata nel 1995
dallʼUnion de i Ladin de
Zopè e convertita in forma
digitale per farne un DVD
Livan, Simonetti,
Mattiuzzi raccontano...
divertimenti e quindi si apprestano
ad affrontare una “gara di velocità”
sull’ultimo tratto del tragitto della
corriera. L’inquadratura si sposta
poi sulla via principale, di fronte al
municipio che ospitava anche le
scuole elementari. “A memoria
d’uomo non si ricordano analfabeti”, recita la voce narrante. Intanto
un uomo taglia la legna sul bordo
della strada. “Si tratta di Dante Simonetti di Ughi”, ricorda Pompeo
Livan. Su una ripida costa compaiono poi due donne, conosciute a
Zoppè come “le doi Nine”, intente a
portare il concime con il darlin.
Erano delle belle ragazze e così furono scelte per interpretare quella
parte. “In realtà non avevano mai
fatto quel mestiere, spiega Mattiuzzi, infatti indossavano le scarpe basse”, evidentemente inadatte per il
lavoro da svolgere. Preziosa è però
l’inquadratura successiva: si scorge un ragazzo, Camillo Mattiuzzi
di Zot, correre verso la fusina del
Mache, andata completamente perduta nel 1966 (ne rimane solo qualche rudere sotto l’attuale cimitero). Nell’immagine si vede l’intera
fusina e Primo De Nadal, ultimo
fabbro di Zoppè nonché figlio del
Mache, intento a realizzare “chiodi
o più precisamente ferri cadorini
da scarpe”. Mani più delicate vengono poi riprese mentre lavorano
delle suole per scarpe: sono le mani di Tonia Simonetti, Colomba
Bortolot e Pia Livan, a cui segue
l’immagine della barista Franca
Bortolot che porta da bere a un
gruppo di uomini all’interno del
vecchio bar Alto Cadore: tra questi
ci sono Antonio De Nadal, “al
Frizzo” e “al Gallo”. La voce narrante parla dell’emigrazione e in primo
piano vediamo la figura di Bortolo
Tomea, figlio di Antonio Tomea,
pioniere assoluto della tradizione dei gelatai, il primo ad
essere andato a Vienna. Dopo una serie di cartoline d’epoca che raccontano della
“crema dei Tomea”, ricompaiono infine i bambini, questa volta con l’enorme stella
del Verbum Caro (anche se
siamo solo in autunno): sono
Pompeo Livan, Leone Pampanin e Silvano Sagui. Cantano il Verbum Caro alla signora Giacoma Mattiuzzi
detta Nina (moglie di Luigi
Pampanin dei Criboi), impegnata a lavorare a maglia su
di una vecchia scala di legno. La voce narrante, dopo
4 minuti di documentario,
conclude descrivendo quello che sarà il futuro prossimo di Zoppé: l’inverno, il
freddo, senza luce e senza
telefono, quando “il Pelmo
più che mai sembrerà un gelato di panna”.
Irene Pampanin
4 minuti
di
documentario
per
descrivere
i luoghi
del paese
e la sua
gente
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Pittura - Musica
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Intervista a Lionello Puppi, del Centro Studi Tiziano e Cadore
MARTIRIO DI S. LORENZO DI TIZIANO
IL CAPOLAVORO RITROVATO
U
n professore emerito di Ca' Foscari,
membro autorevole di
istituzioni scientifiche in
Italia e all'estero, saggista
e autore di innumerevoli
studi sulla storia delle arti
figurative e sulle problematiche critiche e metodologiche: parliamo di
Lionello Puppi, membro
inoltre del comitato scientifico della Fondazione Tiziano e Cadore, il Centro
Studi che dalla sua sede
di Pieve lavora da anni su
scenari internazionali. Lo
si può incontrare mentre
attraversa la piazza del
paese magari immerso in
complessi pensieri e al riparo di una barba severa,
dalla quale spunta però facilmente un sorriso cordiale e dialogante: ne abbiamo approfittato per interrogarlo brevemente intorno a una recente notizia, che ancora una volta
ha portato il suo nome alla ribalta delle cronache
dell'arte.
Professore, lei avrà già
capito che le chiediamo di
parlarci del restauro del
“Martirio di S. Lorenzo”,
il capolavoro “ritrovato”
di Tiziano, il pittore di cui
lei è ritenuto unanimemente uno dei massimi
esperti: come è stato il
Suo
coinvolgimento
nella vicenda?
“La segnalazione mi è
giunta dal laboratorio di
Nicola Restauri di Aramengo, con il quale sono
in contatto da tempo, e con
la segnalazione l'incarico
di occuparmi della parte
storica riguardante il dipinto.”
Del “Martirio” Lei ha
parlato come di uno
dei capolavori del Maestro cadorino: cosa
può aggiungere?
“Certo la tela, conserva-
La tela
restaurata del
“Martirio di
S. Lorenzo”
era
conservata
nella chiesa
dei Gesuiti
a Venezia
ta nella chiesa dei Gesuiti
a Venezia e realizzata su
commissione di Lorenzo
Massolo tra il 1547 e il
1557 circa, appartiene a
pieno titolo al novero delle
grandi opere di Tiziano.
Avrei voluto esporre l’opera alla mostra di Belluno
da me curata nel 2007
“Tiziano ultimo atto”, ma
purtroppo la Soprintendente di allora non concesse il benestare allo spostamento; ridotta negli anni
a una condizione di grave
degrado, dopo mesi di uno
straordinario lavoro di restauro è oggi tornata al
suo splendore iniziale.”
Come mai nell'operazione è inter venuta
una Banca del Piemonte?
“La Banca d'Alba, un
paio di anni fa, aveva progettato di impreziosire l'inaugurazione della nuova
sede facendo restaurare
un'opera d'arte importante e si era rivolta a me, così la scelta è caduta sul dipinto tizianesco (anche nel
nome di S.Lorenzo, patrono di Alba), riportato in
mostra nel Palazzo omonimo.”
Una particolare attenzione è stata riservata al cosiddetto autoritratto, il volto con tur-
6
INTERREG IV - Alfarè Lovo - Lonzi
DRAVA - PIAVE
l fiume Piave, il più
I
antico dei canali di
comunicazione e di trasporto, quindi di unione
fra i popoli, autentica
strada che attraversa i
territori da millenni. Sulle sponde dei fiumi l’uomo è cresciuto ha fatto
dell’acqua un sostentamento per il suo sviluppo. Di qui l’interesse.
Il volumetto, inserito
in una elegante custodia
che racchiude molteplici cartine di territori (Alto bellunese, Dobbiaco, Prealpi bellunesi, Trevigiano, Worthersee) e un DVD, nasce in
partnership fra la Provincia di
Belluno, la Provincia di Treviso, la Napoleonstradel Karntens Haus der Archittektur e
l’Associazione turistica di
Dobbiaco, e fa parte del progetto INTERREG “DRAVA PIAVE - Fiumi & Architetture”.
L’intento dichiarato, è di rivalutare l’esistente architettonico facendo di esso un tesoro
da preservare, nonché d’offri-
re la possibilità di scoprire
scorci ed angoli della natura
che ancora non sono stati svelati.
Il progetto è stato curato da
Ivano Alfarè Lovo e da Letizia
Lonzi, coordinato dal Servizio
Cultura della Provincia di Belluno, e vi hanno collaborato
Diego Battiston, Achille Carbogno, Francesco Cervo, Iolanda
Da Deppo, Sara De March, Danilo De Martin, Fabio Padovan. Realizzazione e Stampa
Grafiche Antiga spa.
LA CORALE S. MARCO
SI ESIBISCE A VIENNA
Il Martirio di San Lorenzo di Tiziano durante il restauro nel laboratorio Nicola Restauri di Aramengo (Asti)
bante che appare in un
angolo basso del dipinto: qual è la sua opinione?
E' una questione aperta
e di non facile decifrazione, proprio anche a causa
di quel turbante (potrebbe
alludere a un coinvolgimento personale di Tiziano nel mondo della committenza). Occorrerà lavorarci sopra.”
Tutta
l’operazione
avrà qualche seguito?
Certamente, è in preparazione, anche grazie al
sostegno dei Rotary del Veneto, un volume nel quale
saranno af frontati e approfonditi tutti gli aspetti
storici e tecnici relativi al
recupero di questa fondamentale opera tizianesca.”
In tempi di crisi come
questi, una bella notizia!
Ennio Rossignoli
er la prima volta un coro
P
italiano si è esibito nella
splendida cornice della Grosse Festsaal del Municipio di
Vienna, nella 17a rassegna corale internazionale “Musica
Sacra Uber die Grenzen 2012”.
E’ la Corale S. Marco di Valle di Cadore che, pur col suo
esiguo numero di coristi e nei
dieci minuti consentiti dal programma per ognuno dei partecipanti, ha proposto in maniera superba alcuni pezzi contemporanei.
Alla manifestazione del 22
aprile scorso erano presenti
altri 6 cori: 2 austriaci, 3 della
Repubblica Ceca, 1 della Repubblica Slovacca, questo per-
ché la rassegna coinvolge tutti
i territori che confinano con
l’Austria nello spirito di amicizia e di scambio tra culture e
popoli.
La qualità dei cori era ad altissimo livello, citiamo per tutti il coro Campanula di Jihlava
diretto dal maestro Pavel Jirak
e il coro Magnificat di Bratislava. In chiusura, brano finale
dei 250 cantori dei cori riuniti
e accompagnati da strumentisti.
La Corale S. Marco, nel luglio dell’anno scorso, aveva organizzato la rassegna gemella,
“Musica Sacra uber die Bergen”, tenutasi a Valle e a Pieve
di Cadore.
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anno cominciato a suonare
H
tutti presso la scuola musicale cadorina, “La Sorgente”, ed è
lì che si sono conosciuti, suonando in uno dei gruppi dell’istituto,
la Jazz Orchestra del maestro
Marco Crestani. È un gruppo
giovanissimo, nato a settembre,
ma che si è già esibito in diverse
occasioni, proponendo la musica
Jazz degli anni ’50 e ‘60. Loro sono Matteo Festini Purlan, Luza
Zanetti, Marco Antona, Daniele Baltieri e Alessio Sopracolle; in un unico nome, sono “La
Sorgente Jazz Quintet”.
Matteo, presentaci il vostro
gruppo.
“Ci siamo conosciuti quest’anno
all’interno della nostra scuola musicale, “La Sorgente”. Uno dei nostri maestri, Marco Crestani, ci
ha proposto di riunirci assieme e
creare un gruppo. Siamo in cinque: il sottoscritto, Matteo, suono
il sax e sono riconosciuto un po’ da
tutti come il leader, semplicemente
perché sono il più vecchio; ho ventitre anni e sono di Casamazzagno. Poi abbiamo Luca, flautista,
diciotto anni di Pieve; Marco, bassista, diciassettenne di Tai; Daniele, chitarrista, sedicenne di Calalzo e, infine, Alessio, batterista,
diciassette anni di Pieve.”
Marco, parlaci del vostro
genere.
“Arriviamo tutti da generi diversi: chi dal rock, chi dal metal,
però ora siamo riusciti a trovare
una comune passione per il jazz.
Personalmente, all’inizio, mi pia-
Eʼ un gruppo giovanissimo, nato a settembre
La Sorgente Jazz Quintet
Matteo, Marco, Daniele, Luca hanno trovato una comune
passione: il jazz. Lʼesordio al Caffè Tiziano di Pieve.
Cavallo di battaglia “Blue Bossa” di Kenny Dorham.
A luglio si esibiranno nellʼAlto Adige Jazz Festival
ceva maggiormente il jazz più
contemporaneo, come il “Fusion”
e il “Funk”; poi, però, mi sono appassionato al jazz degli anni ’40’50-’60. È questo il genere che suoniamo; dallo “Swing” alla “Bossa
Nova”, alla “Latino-Americana”.
Il nostro cavallo di battaglia? Direi senza ombra di dubbio, “Blue
Bossa” di Kenny Dorham.
Una cosa molto importante che
caratterizza il nostro genere, come
tutto il mondo jazz, è l’ “improvvi-
sazione”. Ogni brano ha una sua
struttura base, che viene proposta
all’inizio del pezzo; il corpo centrale è dedicato interamente all’improvvisazione delle varie componenti del gruppo e, nel finale, si ripropone nuovamente il tema base.
Attraverso l’improvvisazione, ciascun musicista ha la possibilità di
raccontarsi in quanto non è un
pezzo scritto, ma un’espressione
istantanea e originale. Non si
tratta assolutamente di suonare
note a caso; quello che uno suona
deve bensì essere inserito in uno
schema melodico ben preciso. ”
Daniele, raccontaci delle
vostre esibizioni.
“Il nostro esordio è avvenuto il 4
marzo al Tiziano; abbiamo fatto
“da spalla” ai nostri maestri che
suonavano in quella occasione:
Enrico Crosato e Marco Crestani. Poi abbiamo suonato nuovamente al Tiziano, il 2 aprile, in
occasione di una mostra di quadri
realizzati dai ragazzi della psichiatria di Pieve. Abbiamo suonato poi il 25 aprile al Bar Serenissima a Domegge ed infine ci siamo
esibiti alla festa della nostra scuola di musica, sabato 5 maggio. È
stata davvero una bella serata, in
particolare quando tutti gli allievi, che nella scuola vengono divisi
in tre gruppi la Jazz orchestra, di
cui facciamo parte noi cinque, il
coro Gospel e la Classic Ensemble,
si sono esibiti contemporaneamente sul palco suonando e cantando
alcuni pezzi dei Beatles.”
Luca, progetti futuri?
“Vorremmo organizzare diverse
serate quest’estate perché la musica è la nostra passione e vorremmo divertirci a suonare assieme
davanti ad un pubblico. Faremo
molto probabilmente una serata
dedicata al Latin e alla Bossa Nova, due generi che amiamo moltissimo. Ci esibiremo a luglio all’Alto Adige Jazz Festival; ci sarà
poi un evento musicale dedicato al
rifugio Cercenà ed infine andremo
una settimana a Chioggia. Quest’ultimo, organizzato da “Veneto
Jazz”, è un appuntamento davvero
molto importante per gli amanti
del genere. Avremmo la possibilità
di frequentare dei corsi organizzati dalla “New School for Jazz and
Contemporary Music” di New
York e potremo esibirci in alcune
serate organizzate nella città. Per
noi rappresenta davvero una gran
bella occasione per conoscere ancora più da vicino il nostro mondo!”
Mario Da Rin
Le formazioni Ensemble, Jazz Orchestra, Classic
FESTA DELLA MUSICA Ensamble,
Corale hanno proposto i loro repertori
A DOMEGGE CON
La “Sorgente è un centro musicale che conta
oltre 350 allievi, molteplici le iniziative di
LA “SORGENTE”
diffusione della cultura musicale nelle scuole
na vera festa della
U
musica quella organizzata per il sesto anno
consecutivo alla sala San
Giorgio di Domegge, dal
Centro di Formazione Musicale "La Sorgente". Nell'occasione Rodolfo De Rigo Cromaro e i suoi collaboratori hanno anche celebrato il decennale di costituzione del Centro che conta oltre 350 allievi e molteplici iniziative di diffusione
della cultura musicale nelle
scuole.
Quattro formazioni musicali con decine di musicisti
tra cui molti giovanissimi,
si sono esibite davanti ad
un folto pubblico proponendo brani di vario genere: l'Ensemble con pezzi
classici di Offenbach e
Tchaikovsky; la Jazz Orchestra con un tributo al
grande Duke Ellington; la
Classic Ensamble con
brani di Handel e Rossini e
la formazione corale con
due pezzi gospel. Momento clou della serata il premio alla carriera al violinista di fama internazionale Piero Raf faelli, romagnolo di nascita, ma or-
mai cadorino di adozione,
che si è esibito in alcuni
pezzi virtuosistici anche
con l'accompagnamento
della meravigliosa voce
del soprano Laura Lo
Buono, che ha cantato la
"Vergine degli angeli" tratta da "La Forza del destino"
di Verdi.
La Sorgente ha voluto anche segnalare gli ottimi risultati di otto allievi conseguiti presso vari Conservatori del Triveneto, con il
dono di una pregiata litografia di Vico Calabrò che
è stato lo stesso Maestro a
consegnare sul palco della
sala San Giorgio. Si tratta
di Alice Pompanin, Francesca Comarella, Gaia
Lacedelli,
Elisabetta
Candeago, Elena Quariglio, Francesco De Zolt,
Giorgio Giacobbi, Francesco Pagni. Al maestro
Rodolfo De Rigo Calabrò
ha donato in segno di riconoscenza un violino, strumento che compare spesso
negli affreschi e nelle opere dedicate al Cadore.
Il tradizionale premio
"Amico de La Sorgente"
per chi collabora attiva-
Premio alla carriera al
violinista Piero Raffaelli,
litografia di Calabrò a otto
allievi e un violino al
maestro Rodolfo De Rigo
Consegnato il tradizionale
premio “Amico della Sorgente”
mente nelle attività di promozione della cultura musicale, è andato quest'anno
al Comune di Cibiana,
alla Regola di Dosoledo
presente con Adriano Zandonella, all'Associazione
Dino Ciani - ha ritirato il
premio la sig.ra Caterina
Ciani - e a Barbara Paolazzi di Radio Club 103.
In chiusura di serata il gran
fnale con tutte le formazio- evergreen dei Beatles, pubblico.
Livio Olivotto
ni de La Sorgente impegna- "Help" e "Yesterday" partite nella proposizione di due colarmente apprezzati dal
Piero Raffaelli
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Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
TORNO A AURONZO
al mar i a fatto tante viade
D
e stan le vignù su con la famea d’istiade.
Il viado e stou longo ma no la fato nà fermada
porcè che con la voia de tomà la fadia
era pasada.
Ma quanche ‘l rua alla diga e ‘1 vede i
doi leoi
nol vede l’ora de dì a ciatà i suoi.
‘L sencorde che le ciase le e ‘ntin cambiade
e dall’ultima ota le par trasformade.
Dendo inze i vien n’contro tante cese
coi sante che vien preade da duto ‘1 paese.
D’istiade por le strade le tanta confusion
inveze e pòca dente nelle autre stagion.
Gnante de passà a calchedun le porte
‘l và a ciatà de cimitero i suoi morte.
‘L camina daspò Pause n’cora n’tin
1’ passa il ponte e l’va inze por la Val da
Rin.
Da Ca’ se vedon le Marmarole
che le ghe par sempro pì sole.
I vece disiea che so mare da picenin
l’avea portou ca inze col darlin.
La inze por avè n’tin de formai e latte
a pascolà le vace i fasea dì i tosate.
A Rin e Pian de Serra il tempo nol passa
mai
porcè che i doi Criste de len i e vece
sempro compai.
Ma è lui che e cambiou e de seguro inveciou
porcè che sulle erte no i vien pi l’fiou.
Se passà por là e vedè un laurà
chel là e so frà, che neta i bosche e sea i
prà,
le stou su strade disastrade su una moto
il primo a ruà a Pian de Serra in tempo
remoto.
I vien ‘n mente quanche pì de sessanta
ane gnante
i se sentà dute la siera ‘n la casera col
fuogo davante.
‘L lassa sto posto con malinconia
por continuà il viado longo la via.
Ma gnante de camignà ‘1 varda il Monte
Ciastelin
agnò che oto ane fa’ le morto Tiziano so
cugin.
Daspò Tornede, Palus e l’aga rossa
‘1 decide de dasse nà mossa.
Noi sen corde del bivio por Cortina
che le belo ruou su la piana de Mesorina.
‘L spetacol e sempro chel
ancora no l’a mai visto ‘n posto pi bel.
Fermase ‘ntin al lago Antorno
mierta de vardase ‘n torno.
L’ultima erta va alle Tre Zime de Lavaredo
da agnò che par de tocià ‘1 ciel con un
dedo.
Vardando ‘ntin straco il Paterno
ringrazia por duto che ‘1 che la visto il
Padreterno.
‘L tempo delle vacanze è finiu
i parente lo saluda e ‘I se siente ‘ntin aviliu.
Mirto Vecellio Segate
BARBA NIN
ra le ciase de barba
F
Tino e la nostra, dièse metre pì avanti, stasèa
barba Nin, no, no, chel de
prima. Nota i “Antonio”, da
piciol era “Tonin” e dopo
Nin. So femena era nene
Rosa. Se disèa na famea
sioreta, gnente vacie o
ciaure, i lauraa te la Cooperativa de generi alimentari
ei vendèa anche robe par la
ciasa: broschìn, strigie,
scoe…
Era na persona particolare barba Nin, diversa da
chi del cianton, nol se vestia mai de negro, sora la
ciamesa sempre n’tricò de
lana, anche distade. Col
ciapèl no lei mai visto, el se
petenaa i ciavèi par da voi,
lis lis, sempre n’pacade.
Con noi tosate, quanche
dugheone là n’torno la so
ciasa, el se fermaa e lèra
sempre soridente, mai na
parola de rimprovero. Cre-
do chel sarae stou volentiera a dugà con noi.
Te botega no era pì lui,
con tante no lavèa pazienza, forse anche con reson,
ma …se sa che la reson e
del cliente, ma bisogna
considerà anche al laoro
chel fasèa. I solde corenti,
alora, era i libre, là i marcaa chel che se tolèa, ma
no basta, i dovèa marcà anche sul registro, chel libron gran che era là n’ciou
6
AL VOCABOLARIO LADIN DE L OLTREPIAVE
L E’ PRONTO
' stou finiu al laoro
E
che à npegnou dal
1980 Gianpiero De Donà e
la Maestra Lina De Dona
de Lorenzago. Ane eane
par tole su le testimonianze, betele apede, zercà le
parole pì vece, chele belo
sparide da l parlà de ognì
dì de la dente de ncuoi. N
laoro fato co la pasion de
chi che vo fei algo che reste par senpro a testimonià al ladin cadorin che se
parla nte i paesi de l'Oltrepiave: Lorenzago, Vigo,
Laio, Pelos e Pinié. Tanta
la dente che à dou na man
e i "informatori", vece e
dovin che i é deste n zerca
de i mode de dì de na ota.
Molto bel l elenco a la fin
de le piante e chela de le
bestie coi nome ladin: algo
che tanta dente à ormai
desmenteou ma che torna
n mente liedendo al vocabolario. Ernesto Maioni,
diretor de l Istituto Ladin
de la Dolomites se à dou
da fei par ciatà i s-chei par
stanpalo. La digitalisazion
l é stada fata grazie a l Istituto Ladin de la Dolomites
e a Denise Da Rin Vidal
che co tanta pasion la à trascrito duto par parecià la
stanpa (n laoro mostro).
Daspo' la stanpa l é stada
al banco, parchè calche
dun credèa fose de moda
ogni tanto perde el libro.
Ogni tanto, se i vendea n’pas de legne, n’vedèl, o
magare ruaa algo dai parente n’America, le femene
dèa là a scurtà el conto e
barba Nin i fasèa n’bèl soriso. Era ane de miseria!
Te la so botega era na
stanza che servia da magazin, sul sofito, con doi ganci de fèr, i avèa tacou doe
stange scusade, bèle bianche, e là, me penso polito, i
betèa su le scoe, i restièi, i
pagada da la Fondazion Cariverona
par al pì, da l'
Union Ladina de l
Cadore de Medo co
fonde de la Region
de l Veneto, da la
Magnifica Regola
de Vigo, Laio, Pelos e Pinié. Maria
Teresa Vigolo e Enzo Croatto de l'Università de Padova i
à dou na man a l interpretazion scientifica de le parole
dorade che le vien
da l Ladin Cadorin.
I doi sienziati dis nte l introduzion che i spera che
al vocabolario al serve par
mantegnì viva la parlada
nostrana.
E chesto é l bel de l vocabolario: tante ote al dì
de ncuoi se se desmentea
de calche parola pì vecia e
podé dà n ocio a chesto
laoro parmete de fei tornà
n mente chi modi de dì
che se se sientia da tanto
tenpo ma che fa parte de
la nostra storia e podarae/dovarae ese dorade
ancora. Savon che la contaminazion co l talian l é
senpre pì forte parché no
vivon pì isolade come na
ota ma vedon television e
bacalà, che se tolèa de
spes, parchè i costaa puoco. Sote tei ganci era tacade le scarpe, leade n’sième
coi cordoi, dute compagne.
La diferenza era solo al numero del pè, che era stampou su la sòla. Dopo, a chi
che volèa, i metèa su le
brocie, che i vendèa anche
chele.
Quanche era spese grande da fèi, le femene dèa
ele, i parìa che i tosate no
sèpe rende conto. A comprà un pèr de scarpe no era
na roba da puoco, prima se
fasèa consiglio te ciasa. Sta femena e desta là, no era niente
da sceglie, la dovèa
solo sta atenta al numero. La vardou polito: 43 una e 43 anche
chelautra. “Va ben, le
tòlo” – e la ia sporto
el libro. Barba Nin
brontolaa soteos –
“pazienza el pan, ma
le scarpe”!
E pasou dièse minuti, sta femena le
tornada e la poeou le
scarpe sul banco. “E
adès che te mancia?”.
“A dito al me on che
una i va su polito, ma
chelautra…”
Barba Nin no a capiu pì niente –“dilo a
to on che se là i pè
storte el vade ai feise
n’drezà, boea de un
can!”. La dènte intanto vardaa le scarpe e
ia visto che le era dute doe sinistre. “Varda Nin che sta femena a reson, forse là te
magazin te as le doe
destre!” – “Ma che
destre o sinistre, ca e
dute siore, varda se
nota i dèa davoi ste
arte ca, destre e sinistre, scarpe po’. Boea
parlon senpre pì de spes
par talian. Ma mantegnì la
nostra mare lenga e nsegnala a i nostre fioi à da
ese n modo par coltivà le
nostre tradizion e la cultura de Cadoris ladin. Al dizionario l é nportante come testimonianza e come
strumento par no desmentease de la nostra lenga.
Granmarzé a dute chi
che à laurou con pasion
par feilo! Chi che lo vo lo
può domandà ai comuni
de Lorenzago e Vigo o all'Istituto Ladin de la Dolomites de Borcia.
Francesca
Larese Filon
dun can, co e scarpe!”.
Nautra ota era le oto da
bonora, apena vèrto botega, e desto inte n’sior che
avèa na giacheta con n’tìn
de pelicia n’torno al col.
Era dautono, fasèa fredo.
“Bondì paron aveu…” – “Io
no puoi fei niente, el spiete
che rue el presidente”- a
dito barba Nin. Chesto cà
sa tirou là a vardà fora par
finestra chi che pasaa te
strada. Le stou n’tìn là, le
girou par dilo algo ma no
la podesto verde bocia- “A
minuti le cà, no può fei
chel rue”.
Se vedèa che chesto on
era davoi perde la pazienza, el continuaa a bete inte
e fora le man de fonda. El
sa a girou de scato e la dito
forte: “Ma ese besuoi del
presidente par guà na forfis?” . “Par guà chè?” –
“Porco de sonona, can can
chel porco, anche i guete
adès gira co la pelicia, no
sèi che te mondo che son!”
Te la nostra famea reone
quatro tosate e al tempo de
la guèra el pan era sempre
scarso, era la tessera e
deone a tole el pan col bolìn. Barba Nin el me strucaa el ocio e el contaa un
de pì, così aveone n’cora
na pagnoca da fèi quatro
parte. Verso n’boto el pasaa là te strada co la pipa
chel dèa a ciapà n’tìn de
aria. El nono dèa fora a dilo
grazie.
Me restou sempre n’bèl
ricordo de barba Nin!
Tita De Ina
Antonio Osvaldo Benedetti, cl.1893, alpino, combattente nella Grande
Guerra, decorato con Croce di Guerra.
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21
RACCONTO
SERDES, IL RICORDO DI IERI
di Osvaldo Palatini
’aria del mattino è frizzante,
L
il cielo imbianca. Impossibile distogliere lo sguardo dalle
montagne, sfondo protettivo che
circonda
Serdes, piccola frazione di S.
Vito, sul versante destro del Boite. Conclusi i lavori di raccolta del
fieno de la vares in luglio, ci incamminiamo di buon mattino a
far fieno sui prati più alti. La giornata è limpida e lo spettacolo della conca di Polentaia inondata dal
sole è inebriante. Il massiccio del
Pelmo colpito dal sole, comincia
a vibrare, sinfonia di chiaroscuri
e di lame di luce. Dalla cima di un
larice un prispolone esegue volteggi e gorgheggia il suo pittoresco trillo mentre sale in alto e poi
scende a parata nuziale.
Mio padre, braccia robuste,
continua a falciare, lasciandosi
dietro sinuose righe di erba (gli
andes). Mia madre e noi bambini
stendiamo l’erba ancora bagnata
al sole. La giornata scorre serena. E’ ora di caricare il carro da
monte. Il fieno è ben stipato e l’asse in legno (luvion) è saldamente
legato con funi che fissano anche
robuste stanghe disposte lateralmente, a cui mio padre ha aggiunto lunghi rami di nocciolo.
Attacchiamo il cavallo e scendiamo lungo la mulattiera a tratti incassata fra sponde boscose, raggiungendo così Rubinà e più a
valle, Soragnè, antico pascolo a
balconata sopra Serdes. Agganciate le ruote posteriori presso il
meteinciariola, il carro avanza più
dolcemente sulla strada. Posso
stare disteso sul carro, sopra il
fieno che ha un dolce profumo e
guardare le nuvole che scorrono.
I rami dei frassini disposti a filare,
mi sfiorano e le foglie accarezzano il mio volto.
E’ bello Serdes, con le case di
eleganza dimessa ed i grandi fienili con le grosse travi in legno di
larice, annerite dal tempo. Raggiungiamo la piazzetta adorna di
fontana, che separa Vila de sora
da Vila de sote, con l’antica chiesetta di S. Rocco, affacciata sulla
piazza, che nell’ombra conserva
piccoli tesori di pittura e di scultura. Sulla quella strada, nelle ore
pomeridiane c’e’ un andirivieni di
carri e cavalli che trasportano il
fieno. Un ultimo sforzo, le narici
fumanti e la groppa sudata, ed il
cavallo entra nel fienile con il carro colmo. Liberato dai finimenti,
lo abbeveriamo e gli diamo del
fieno. La giornata non è finita;
dobbiamo ancora sistemare il fieno sulla medena: una mansione
affidata a noi ragazzi che agilmente ci sappiamo infilare sotto
le travi del fienile ad ammassare
il fieno.
I cavalli fino agli anni ‘60 sono
ancora abbastanza numerosi a
RACCONTO
te altre di questo insolito,
tiepido autunno. Entro in
classe quando la campana
non è ancora suonata con
l’intenzione di completare il
registro almeno in alcune
parti, per poi poter spiegare
in pace. Conosco, infatti,
questi ragazzi solo da settembre e le ore di latino sono sempre poche…
“Prof, cominciamo con
grammatica o con letteratura?” chiedono le avanguardie in arrivo. “Con mitologia! ” esclamo col tono di
voce squillante e compiaciuto di chi sprizza improvvisamente gioia da tutti i
pori, quella gioia che si prova quando s’incontra inaspettatamente un vecchio
amico o si rinviene in modo
del tutto fortuito un oggetto
carissimo. È lì, proprio davanti a me, il “trono di Dio”,
il Pelmo, abbandonato distrattamente in un angolo
della cattedra in tutta la sua
regale bellezza. Campeggia
in una fotografia scelta per
il mese d’ottobre 2011 per
Serdes. Il cavallo roano di Silvio
Zotelo sembra uscito da un quadro di Velàzquez, quello baio di
Gelindo Botèr ha un incedere allo stesso tempo potente ed ingessato, come per una vecchia anchilosi; il sauro di Fedel De chi de
Toful è più dimesso ma, attaccato
al carro è insieme docile e sicuro.
Il cavallo di zio Tonin riunisce le
qualità più ricercate: è intelligente, docile e potente ed io ne vado
orgoglioso. Zio Tonin ce lo presta
spesso per i lavori agricoli. Talvolta però è troppo impegnato ed
allora c’è sempre un vicino con
un cavallo disponibile. A Serdes
vi sono anche 2 muli color bianco-grigio, posseduti da Colussi e
da Iani Codan.
Un’estate, quando ancora si faceva fieno sui ripidi pendii di Tra-
fies, mio padre aveva preso in
prestito, il mulo bianco di Iani Codan, una bestia bizzosa e testarda, sempre pronta a sferrare calci. La salita fino a Trafies era stata
tuttavia priva di incidenti. Mio padre aveva liberato il mulo lasciandolo pascolare liberamente come
faceva sempre con i cavalli, per il
tempo necessario a caricare il fieno. Finito di legare il carro con
fune e luvion e raccolti gli arnesi,
ci accingiamo a ritornare giù in
paese. Non resta che riattaccare
il mulo al carro, ma di far questo
il mulo proprio, non ne vuole più
sapere. Per quanto lo inseguiamo
e lo esortiamo alla docilità, alternando suppliche mansuete e minacciose invettive, il mulo continua a trotterellare ribelle davanti
a noi, giù per boschi e valli. Pro-
segue testardo, senza farsi mai
avvicinare nonostante i tentativi e
le imprecazioni di mio padre, fino
a giungere di nuovo a Serdes, dove con grande nostra rabbia e
gran divertimento dei vicini, entra docilmente nella stalla di Iani
Codan.
Oggi questo ricordo sembra
più una favola. Nonostante le
grandi fatiche per campi e per boschi e l’ingiustizia provata da chi
lavorava la terra ed allevava il bestiame con miseri guadagni, di
pura sussistenza, ora ricordiamo
quei tempi come un'epoca d'oro.
E‘ un rammentare prezioso, perché riapprendiamo i tempi della
sintonia con la natura, ora persi.
Le stagioni che scandivano i lavori agricoli del secolo scorso, con
le lunghe estati quando gran parte della gente era occupata nei
campi. Anche sulle grandi rivoluzioni conviene meditare: sulle rivoluzioni economiche che hanno
aumentato e diffuso il benessere.
È allora infatti che il paese comincia a crescere a raggiera, con impeto e la campagna si frammenta
e quasi scompare, costellata di
nuovi edifici. Forse proprio per
questo ne evochiamo il ricordo
solo di rado. Dai tempi di Dante
lo sappiamo: "Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria, e ciò sa 'l tuo dottore".
ORIZZONTI SENZA FINE
di Marina Daverio
arese, Liceo “ManzoV
ni” prima ora di lezione di una mattina come tan-
Era bello Serdes, con le case di eleganza
dismessa e i grandi fienili con le grosse
travi in legno di larice, annerite dal tempo
Allora le stagioni scandivano i lavori
I cavalli, fino agli anni Sessanta, erano
ancora abbastanza numerosi: il roano di
Silvio Zotelo sembrava uscito da un quadro
di Velàzques, poi cʼera quello baio di Gelindo
Botèr, il sauro di Fedele De chi de Toful...
un calendario in lingua tedesca. Apprendo poco dopo
che è stato regalato alla
classe dalla conversatrice
di tedesco durante lo scorso anno scolastico e che, finito in un cassetto della cattedra, è misteriosamente riemerso dal dimenticatoio.
La didascalia recita “Italien:
Dolomiten, Selva di Cadore, Pescul gegen Monte
Pelmo” ed in effetti ben sintetizza gli elementi portanti
della superba immagine: il
Pelmo si staglia netto contro il cielo terso autunnale e
pare instaurare un muto,
arcano colloquio con la
chiesetta di Pescul. Il particolare taglio di luce gli conferisce, come scriverebbe
Emily Dickinson, la solennità di una cattedrale: è un
giorno pieno, nitido, travolgente, in cui le ombre si allungano, i dettagli prendono evidenza, i colori si accendono, come quelli degli
stupendi larici dorati che
fanno degna corona all’edificio. La montagna sembra
proprio essersi appropriata
del silenzio, della solitudine, del mito… E il mio pen-
Lì sulla cattedra una fotografia, del Pelmo, il trono di Dio
Eʼ gioia ed emozione come quando si ritrova un vecchio
amico, ma anche ricordi di tragedia...
Scrive S. Agostino: “non piangere se veramente mi ami”
siero corre anche a Buzzati, al cui rapporto privilegiato con le Dolomiti nel periodo autunnale ho dedicato
una lezione qualche giorno
addietro rivolta ad altri allievi. L’ora passa velocemente nel migliore dei modi: ora i ragazzi sanno che,
oltre alla mitologia greca e
romana, esiste pure quella
ladina e non è cosa da poco
con i tempi che corrono in
campo scolastico. Soddisfatti ed incuriositi (hanno
pure appreso della mia passione per le Dolomiti), riappendono il calendario e mi
dicono di prendere e tenere
pure per me la bella immagine quando il mese sarà finito.
Di lì a qualche giorno
l’Oktober 2011 in versione
dolomitica troneggia sulla
mia scrivania come ospite
di estremo riguardo. Ora,
però, le mie emozioni sono
differenti… Ad essere sincera, è da quando ho terminato quella mattina la spiegazione che non posso fare
a meno di pensare che la
splendida foto, talmente vivida e reale che mi basta
guardarla solo qualche
istante per ritrovarmi ai piedi della mia amata montagna, suscita però nel contempo in me anche una sottile inquietudine, la cui origine, inizialmente non ben
qualificabile, mi si palesa
presto in tutta la sua brusca
evidenza. Altre immagini,
che mi hanno vista tempo
addietro spettatrice incredula e rattristata, scorrono
nella mia mente, anzi mi si
parano inesorabili davanti
agli occhi: tragedia sulla parete del Pelmo, morte dei
soccorritori, funerali a San
Vito in una giornata in cui
anche il cielo versa umide
lacrime. La bella fotografia
del calendario diventa un
enigma e il muto colloquio
fra il gigante e la chiesetta
ancor più silenzioso ed inesplicabile.
Assorta in questi pensieri, mentre lo stridente contrasto mi grava sul cuore,
mi accingo comunque a
controllare la posta ed altro
materiale presente sulla
scrivania per fare un po’
d’ordine: ho bisogno di spazio per appoggiare alcuni
compiti in classe e, soprattutto, di ricreare delle precise gerarchie nel profondo
del mio essere. C’è anche
un pieghevole, che la parrocchia ha fatto per venire
alle famiglie in relazione alle celebrazioni per i santi e
per i defunti: ormai non serve più, anzi avrei potuto
buttarlo prima, dato che
ero per altra via già perfettamente informata in merito agli orari e alle varie iniziative. Noto, però, che vi è
riportata una citazione e la
leggo, anche perché è di un
autore a me molto caro,
Sant’Agostino:
“Se conoscessi il mistero immenso del Cielo dove ora vivo,
questi orizzonti senza fine,
questa luce che tutto investe
e penetra,
non piangeresti se mi ami.
Sono ormai assorbito nell’incanto di Dio,
nella sua sconfinata bellezza.
Le cose di un tempo sono così piccole al confronto.
Mi è rimasto l’amore per te,
accompagno il tuo cammino
con una tenerezza dilatata
che tu neppure immagini.
Non piangere se veramente
mi ami.”
Ora il taglio di luce della
foto ha riacquistato la sua
sconfinata bellezza…
Se non possiamo ancora
pienamente capire, sicuramente possiamo sperare ed
amare!
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SPORT
’ stata finora una stagione
E
fantastica quella della “Dolomiti Nuoto”, la squadra cadorina di nuoto allenata dall’istruttrice Silvia Vecellio presso la Piscina
Sporting di Pelos. I ragazzi hanno
ottenuto risultati davvero eccezionali, a partire dalle due giovani atlete che, per la prima volta, hanno
portato il nuoto cadorino ai massimi livelli nazionali. Il 22 aprile,
infatti, Martina Da Rin Perette,
quattordicenne di Pelos, si è laureata campionessa italiana AICS
nei 50 delfino, ha vinto l’argento
nei 50 stile e il bronzo nei 100 stile. Eccezionale anche il piazzamento della coetanea Alessia
Poclener di Lozzo, che, negli
stessi campionati, vince il bronzo
nei 50 e nei 100 metri rana. “Queste due fantastiche atlete, commenta l’istruttrice Silvia Vecellio, sono passate da due anni all’agonismo con la Nuoto Belluno, dopo aver gareggiato per diversi anni
nella Dolomiti Nuoto. Ora si allenano due-tre volte a settimana a
Belluno e il resto della preparazione lo fanno da noi a Pelos.”
Altre due ragazze, anche loro
quattordicenni, hanno fatto la
stessa scelta, Anna Bombassei
di Auronzo e Veronica Da Rin di
Laggio, e pure loro hanno ottenuto ottimi risultati quest’anno. Nella staffetta femminile dei giochi
della gioventù, infatti, assieme ad
Alessia e Martina hanno sbaragliato tutte le avversarie e si sono
qualificate al primo posto. Nella
stessa competizione, ottimi risultati anche per i ragazzi dell’agonismo Federico Tonizzo, quattordicenne di Lozzo, e Davide Silvestro, tredici anni di Vallesella,
oro nei 50 rana e oro nei 50 stile
nella gara di Rovigo del 6 maggio.
“La nostra piscina di Pelos, con-
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I ragazzi di Silvia Vecellio stanno ottenendo risultati
eccezionali in questa stagione
LA MIA
PASSIONE
FANTASTICA DOLOMITI NUOTO PER LʼHIP HOP
Martina Da Rin di Pelos è campionessa italiana AICS nei 50 delfino,
argento e bronzo nei 50 e 100 stile, mentre Alessia Poclener di
Lozzo si aggiudica il bronzo nei 50 e 100 rana
tinua Silvia Vecellio, ha due vasche corte; questo, se è vero che impedisce di nuotare sulla lunga distanza, però agevola moltissimo i
nostri ragazzi nella virata. Sanno
virare molto bene e questo consente loro di guadagnare secondi in
gara sugli avversari.”
Altro atleta cadorino che sta ottenendo buoni risultati nella gare
provinciali di propaganda è Andrea Cabras, 15 anni di Calalzo.
Il 5 maggio, ad Agordo, si è classificato primo in stile libero e delfino: anche lui il prossimo anno
seguirà le orme degli altri agonisti e si tessererà a Belluno. “La
Dolomiti nuoto è inserita, ormai
da diversi anni, nel circuito di propaganda delle province di Belluno
e Treviso. Queste gare sono bellissime per i più piccoli, perché hanno
la possibilità di mettersi alla prova
in una gara, ma allo stesso tempo
di divertirsi tanto per il semplice
fatto di partecipare ad una manifestazione importante e sentirsi
parte di una squadra. Lo spirito
del nostro gruppo è fantastico: ogni
vittoria individuale viene vissuta
come una grande vittoria di squadra.”
I risultati della Dolomiti Nuoto
sono stati superlativi anche per i
più piccoli; in particolare ottime
le prestazioni di Marta Valmassoi, Caterina Marengon, Marco
De Candido e Greta De Zolt.
“Abbiamo ottenuto grandissime
soddisfazioni anche con i nostri allievi più piccoli, raggiungendo tantissimi primi posti, cosa davvero
eccezionale per una squadra di
montagna in confronto a tutte le
altre squadre di pianura. Ora ci
aspetta ancora un importante appuntamento, il 2 giugno, la Vascalonga di Belluno, alla quale parteciperemo con ben tre squadre da
diciotto atleti l’una!”
Mario Da Rin
Ci tenevo a scusarmi per un errore
(ripetuto) commesso nella stesura di
un pezzo nel numero de “Il Cadore” di
maggio, a pagina 23, “La mia passione
per l’Hip Pop”. Ebbene, il genere di
danza praticato dall’intervistata, Marta Bramezza, è l’ “Hip Hop”. Il primo,
l’Hip Pop, è un genere musicale abbinato alla danza (che, tra l’altro, è proprio l’Hip Hop). Il secondo è invece il
genere di danza di cui si tratta nell’articolo e che vanta, senza ombra di
dubbio, ben altro riconoscimento a livello mondiale.
Mi sento in dovere di scrivere queste righe non tanto per la semplice
correttezza espositiva; ma perché, intervistando Marta come molti altri
giovani, la passione che scaturisce dal
loro cuore nel raccontare un pezzo importante della propria vita, come in
questo caso la danza, è qualcosa di
straordinario. Mi ferisce, quindi, di
aver involontariamente urtato addosso a quella passione.
Colgo l’occasione per ringraziare di
cuore tutte le ragazze e i ragazzi che
mi hanno dato l’opportunità di coltivare la mia di grande passione, il giornalismo; grazie per avermi concesso delle interviste anche quando ero ancora
un diciassettenne alle primissime armi; grazie per quello che ciascuno di
voi mi insegna nelle lunghe chiacchierate prima della stesura dell’articolo.
Ringrazio, infine, il direttore de Il
Cadore per la fiducia che mi ha dimostrato fin dal primo giorno.
Mario Da Rin
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che il futuro sia ro“
E
sa”, stava scritto in
una vetrina al centro di San
Vito di Cadore il 24 maggio, giorno di partenza della
18° tappa del Giro d’Italia
che ha toccato l’intero Cadore sfrecciando tra le frazioni
di Borca, Vodo, Venas, Valle
e Pieve di Cadore, fino a Perarolo, Macchietto, Ospitale
e Termine di Cadore, attraversando, il giorno precedente 23 maggio, anche Selva di Cadore per imboccare
il leggendario passo Giau
con arrivo a Cortina d’Ampezzo. Due giorni indimenticabili per i cadorini che per
l’occasione hanno tirato fuori
tutto l’entusiasmo e l’accoglienza di cui sono capaci,
tanto che l’organizzazione
dello stesso Giro d’Italia ha
confessato di non aver mai
trovato, in nessun’altra tappa, un’ospitalità come quella
ricevuta dai sanvitesi.
LA PARTENZA
A S. VITO DI CADORE
A San Vito, a dire il vero,
c’era tutto il Cadore pronto
ad accogliere le centinaia di
persone accorse per il Giro.
Per tutta la mattinata, lungo
la via principale, il paese si è
animato con la sfilata del
Corpo Musicale Valboite
di Borca di Cadore, con i canti del Coro Sanvito, il gruppo dei Costumi Storici e
dei Ladini d' Oltrechiusa, il
tutto ripreso in diretta da RaiSport2 con l’inviato Paolo
Belli “apprendista” corista
durante il brano Lassù sulle
montagne (e non solo). C’era
anche il Comitato Turistico
Valle di Cadore che ha allestito nella piazza del municipio una suggestiva rievocazione storica in costume tradizionale, con tanto di aula “a
cielo aperto” ed alunni con
calamaio, oltre che alla messa in scena di antichi mestieri con attrezzi originali e una
moderna befana rosa impersonata da Savino da Cibiana
di Cadore. Positivi i com-
23
Due giorni indimenticabili per il passaggio del Giro dʼItalia
IL GIRO: L’EMOZIONE D’ESSERCI
In centinaia a S. Vito per la partenza della 18a tappa del Giro
Vera festa popolare, lʼorganizzazione ha funzionato al meglio
San Vito di Cadore
menti del gruppo di Valle e
della presidente Marianna
Hofer che ha evidenziato il
forte afflusso turistico portato dal Giro d’Italia, specie di
ospiti stranieri e appassionati. Un beneficio che non si è
limitato all’area di San Vito
ma si è propagato per tutto il
Cadore, per un giorno al centro dell’attenzione mediatica,
con le sue belle montagne
Patrimonio dell’Umanità incoronate di rosa, dal Pelmo
all’Antelao, testimoni silenziosi di una grande festa che
da troppo tempo non si vedeva da quelle parti.
Ci voleva il Giro: ma prima
c’è voluta la forte collaborazione tra tutti i Comuni e
quindi il protocollo d’intesa
che si auspica continui a funzionare così bene, anche
adesso che il Giro è finito,
perché il Cadore unito ha dimostrato di poter puntare (e
arrivare) alla “testa della corsa” (per rimanere in gergo ciclistico). Tra i vari stand c’erano anche quelli dell’Azienda Agricola dei fratelli Talamini di Vodo di Cadore, delle
produzioni artigianali di Lui-
gi De Lorenzo da Venas e dei
Narli della Val Comelico, con
la maschera del folletto da loro inventata. Tanti però anche i punti dedicati alla beneficenza e al volontariato: in
particolare lo stand di “Insieme si può” a cui è particolarmente legato il ciclista Ivan
Basso, il quale ha espresso la
sua vicinanza e quella degli
altri ciclisti, alla solidarietà.
Non è mancato uno striscione rosa per Aldo ed Alberto, i
due soccorritori scomparsi la
scorsa estate sul Pelmo nel
tentativo di salvare due
escursionisti in difficoltà.
A pochi minuti dalla partenza della carovana rosa, tra
la gente si respirava l’emozione di essere così vicini ai
campioni o più semplicemente di “esserci”, lì, in quel momento storico per San Vito.
Oltre agli appassionati c’erano infatti quelle persone che
magari di ciclismo non ne sapevano nulla ma contagiate
dallo spirito della festa, si sono lasciate coinvolgere, perché un evento così “non si
può perdere” e perché a San
Vito, “ci voleva proprio”. In
prima fila il sindaco Andrea Fiori, con cravatta rigorosamente rosa e fascia
tricolore, emozionato sotto la
partenza e quasi incredulo
che tutto questo stesse accadendo davvero. “E’ andata
veramente bene, ha commentato alla fine, è stata una cosa
indescrivibile: l’organizzazione ha funzionato benissimo,
tutto è andato per il meglio,
anche gli eventi collaterali.
Devo ringraziare davvero tutti: siamo entrati nelle case d’Italia. Grazie anche ai cittadini che hanno risposto con entusiasmo e partecipazione”.
C’erano anche tanti giovani
alla partenza, tra cui i ciclisti
del gruppo sportivo Caprioli Bike e gli alunni delle
scuole elementari di San Vito. In scia al Giro d’Italia, sono passati poi Gabriele Soravia da Venas con la carrozza
trainata dai suoi pony Bianco
e Nera e una ciclista in rosa
alquanto particolare. Chissà
che di questo bel giorno se
ne custodisca lo spirito ancora per un bel po’ …
DOMENICA 20 MAGGIO DA CORTINA A CALALZO
SULLA LUNGA VIA DELLE DOLOMITI
L A P E D A L ATA R O S A
500 ciclisti sono arrivati da tutto il Veneto, chi con bici
da corsa o da passeggio, chi in costume
’ stata un successo. Per come è stata organizzata, per il clima festoso che l’ha contornata,
E
per la mobilitazione dei paesi attraverso i quali si snoda la ciclabile che ha ospitato la manifestazione, per il numero dei partecipanti che ha superato quota 500. Una festa che ha fatto
promettere agli organizzatori di ripeterla e ai partecipanti di tornarci. Potremmo riassumere così la Pedalata tra Cortina e Calalzo di domenica 20 maggio. Pensata per animare l’atmosfera di
vigilia del Giro d’Italia si è trasformata in occasione senza precedenti di promozione genuina per
la pista ciclabile che, proprio grazie alla Carovana Rosa, ha fatto capolino sui mezzi di comunicazione di mezzo mondo. “Era questo che si cercava. Il Giro d’Italia passa ma la nostra ciclabile resta.” Così il sindaco di San Vito Andrea Fiori che, senza tanti giri di parole, ha fatto capire che le
tappe del Giro a Cortina e in Cadore dovevano essere e sono state un importante strumento promozionale. Il Giro come palcoscenico per la pista ciclabile che i Comuni interessati dal percorso
considerano sostanzialmente un’attrazione in più per richiamare nuovi turisti. E’ la carta che il
Cadore e Cortina intendono giocarsi turisticamente da questa stagione.
La pista non è nata ieri ma l’idea di promuoverla alla grande è di questi ultimi mesi. La scintilla
è scoccata con l’opportunità di ospitare il Giro in vista del quale i Comuni di Calalzo, Pieve, Valle,
Vodo, Borca, San Vito e Cortina si sono rimboccati le maniche e si sono mobilitati. La loro è stata
un’esclamazione corale: questa è la volta buona. La pista ciclabile è diventata centrale e l’entusiasmo con cui è stata addobbata domenica 20 maggio ne è la dimostrazione più genuina. Ovviamente i primi ad apprezzare sono stati i ciclisti, arrivati da tutto il Veneto. Due veterani della bici
e delle Dolomiti sono giunti anche da Bergamo. Sono stati loro, forti di una grande esperienza di
ciclabili - hanno pedalato sulle più famose d’Europa - a definirla la più bella in assoluto tra quelle
conosciute. Qualcuno ha pedalato in costume d’epoca, altri si sono mascherti, quattro intrepidi di
San Vito (compreso il sindaco Fiori) in risciò, chi con la bici da corsa e chi con il monopattino. Sicuramente le protagoniste sono state le famiglie. Numerosissime. Antonio e Maria, di Belluno,
con i quattro figlioletti ciclisti provetti. Tra quelle di casa nostra c’erano le famiglie del sindaco di
Domegge e di quello di Cortina. Tante persone anziane, a dimostrazione della fruibilità del percorso, e numerosi i giovani sempre alla ricerca di nuove emozioni. A Calalzo il gran finale, a base
di pastasciutta. E a Calalzo si sono intrecciati i giudizi euforici di tutti i pedalatori. Insieme hanno
promosso l’iniziativa che, come dicevamo, sarà riproposta ogni anno per tenere vivo l’interesse
sulla pista ciclabile che ha tutte le carte in regola per essere annoverata fra le più belle d’Europa
con il promettente e un po’ leggendario nome di “Lunga via delle Dolomiti”.
B. C.
DA SELVA DI CADORE
AL PASSO GIAU
Anche Selva di Cadore si
è preparata a dovere per accogliere il rapido passaggio
del Giro d’Italia il 23 maggio, direzione passo Giau e
quindi Cortina. I volontari
della Pro Loco Val Fiorentina hanno lavorato
un’intera giornata per addobbare Pescul, Santa Fosca e Selva con palloncini,
striscioni e fiocchi rosa. Anche i paesani e i turisti giunti per l’occasione si sono dati da fare, esponendo su finestre e terrazzi magliette e
cappellini. Quello che però
ha destato la curiosità della
carovana del Giro d’Italia
(tanto che alcune auto si sono fermate a fare le fotografie), è stato l’asino rosa di
“Attacca l’asino” sull’orlo
della strada sopra Marin, accompagnato dalla musica di
Luciano Gentili all’organetto
e Mansueto Bonifacio con il
Servizio e foto di
Irene Pampanin
“segon” che hanno suonato
a ritmo di “giro” per tutto il
tempo, con lo sfondo dell’enorme scritta bianca “W il
Giro” sui prati in fiore. Tanti
i selvani scesi in strada per
fare il tifo o semplicemente
per vedere i ciclisti passare,
perché non capita certo tutti
i giorni. Qualcuno ha preferito rimanere in casa e seguire la diretta dalla televisione (ma con un occhio
fuori dalla finestra).
Gli appassionati invece,
quelli che seguono il Giro
tappa per tappa e conoscono
a memoria nomi di squadre
e ciclisti, si sono dati appuntamento lungo il passo Giau, raggiunto in camper la sera prima o in bicicletta il giorno stesso: un
passo leggendario per il Giro d’Italia per le sue salite
costanti e impegnative.
Giungerà primo sul passo
il campione varesino Ivan
Basso, seguito a ruota dalla
maglia rosa Joaquin Rodrigues che si aggiudica
in volata la tappa a Cortina d’Ampezzo.
Selva di Cadore
FOTO IN ULTIMA DI COPERTINA
di Adriano Pampanin (1) - Tommaso Albrizio (2-3-4-6)
Irene Pampanin (5) - Renato De Carlo (7)
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