GIUGNO 1 .QXD:FEBBR 1 5-06-2012 10:05 Pagina 1 UN GUIZZO Entusiasmo popolare per il passaggio del Giro dʼItalia ESTATE Tappa a Cortina, partenza da S. Vito, transito a Pieve DʼORGOGLIO, CADORINA PERDIANA! Escursioni, scalate, a crisi avanza, sempre più dura, e L non basta uno sviscerato ottimismo per arrestarla. Un lettore mi ha in- viato dall’Australia dei ritagli di giornali con l’appunto “povero bellunese, come siamo ridotti”; e un lettore da Conegliano mi ha mandato altri ritagli di giornali su come l’Alto Adige investe proprio in questo momento. Due modi per affrontare il problema. La crisi avanza, manca il lavoro. Una delle ultime occhialerie symbol del Cadore, la Sàfilo, annuncia 550 (cinquecentocinquanta!) licenziamenti solo nello stabilimento di Longarone che occupa 1250 dipendenti: ed è subito panico, il 21 maggio la fabbrica si ferma, le maestranze protestano. In verità, senza lavoro non c’è futuro e il “io speriamo che me la cavo” è solo una battuta. Oggi come non mai servono solidarietà, riflessione e contromisure. Le industrie manifatturiere ed artigiane non debbono lasciare i nostri territori, perché esse sono il “saper fare”, la ricchezza ideativa e l’intraprendenza della nostra gente. Leggete a pag. 13 come una minuscola fabbrichetta d’occhiali alla Molinà di Calalzo riuscì a rigenerarsi e diventare la Sàfilo, un colosso mondiale. Non fu fortuna, ma capacità, rischio, di diversi imprenditori pionieri che fondarono o rifondarono l’azienda, sul loro capitale sì, ma altrettanto sulla capacità dei propri dipendenti. E’ così, ricordiamocelo, che le occhialerie del Cadore con tutto il loro indotto diedero benessere al territorio per almeno cent’anni. E ci furono anni che a dire difficili non rende l’idea. Tutti sappiamo che è il mercato mondiale a guidare oggi talune scelte. E anche Sàfilo ha fatto le sue. L’amministratore delegato Sàfilo ha subito detto che si adopererà per rendere meno traumatica la ristrutturazione e che ci tengono sia all’identità dell’azienza che alle proprie maestranze. Vedremo. Comunque, puntare di più sul legame e l’esperienza dei vecchi lavoratori Sàfilo è un valore aggiunto. Per combattere la crisi, però, un guizzo d’orgoglio dovrebbe venire soprattutto dalla società cadorina e dai suoi amministratori: la solidarietà parolaia verso chi perde il posto di lavoro o è nell’indigenza non basta, il tempo delle riforme (penso all’aggregazione dei Comuni o dei servizi) e degli investimenti (penso a nuove aziende artigiane e commerciali) non può più essere eluso. Il solo turismo non salverà il Cadore. Renato De Carlo I PAESI SI VESTONO DI ROSA S crisse Dino Buzzati alla fine degli anni Quaranta: “...Serve dunque una faccenda stramba e assurda come il Giro d’Italia in bicicletta? Certo che serve: è una delle ultime città della fantasia, un caposaldo del romanticismo, assediato dalle squallide forze del progresso, e che si rifiuta di arrendersi”. Sono passati tanti anni e molto è cambiato dai tempi di Coppi e Bartali (1948, Coppi vince la tappa Cortina-Trento), di Anquetil, di Gimondi (1966, vince la tappa MoenaBelluno), di Adorni, di Merckx, di Moser (1979, vince la tappa Pieve di Cadore-Trento), ... Oggi si stenta ad elencare i big in bicicletta, ma si può dire che il Giro d’Italia mantiene il suo fascino. Al di là dell’evento sportivo che ha portato la carovana rosa sulle strade delle nostre Dolomiti (da Selva di Cadore a Cortina d’Ampezzo, passando per il Passo Giau, con lo spagnolo Rodriguez vincitore di tappa; da S. Vito di Cadore passando per Pieve di Cadore, con il velocista italiano Guardini che inforca la Cavallera e si aggiudica la tappa a Vedelago), il Giro doveva essere occa- Lʼevento sportivo è stato una occasione di festa e di promozione del territorio sione di festa e di promozione del territorio. Lo è stato? Sì, festa c’è stata, lungo il percorso i paesi si sono rianimati e vestiti di rosa: mercoledì 23, Cortina d’Ampezzo ha sfoggiato tutta la sua bellezza e organizzazione riempendo di gente le tribune dell’arrivo di tappa e offrendo degustazioni, vino e birra tra vie e piazze, ma anche presentando un libro su “I sogni a pedali”; un grande spot pubblicitario l’ha fatto la RAI, presente per il processo alla tappa, con oltre 6 ore di diretta televisiva che ha mostrato Cortina e le montagne dolomitiche con riprese aeree dal Pelmo al Cristallo, al Passo Giau assediato da migliaia di appassionati; San Vito di SERVIZI E FOTO ALLE PAG. 23 - 24 Galleria foto su www.il-cadore.it Cadore ha richiamato centinaia di persone per la partenza di tappa giovedì 24, un evento unico per il paese vissuto per un’intera settimana, con la presenza di figuranti storici e gruppi corali e bandistici, con balli, momenti di intrattenimento con la ‘Caprioli bike’, stand e mostre dedicati al mondo del ciclismo; Pieve di Cadore ha vestito di rosa pure il pittore Tiziano e atteso il Giro con musiche e balletti del gruppo folk in piazza Tiziano, Giro che è transitato per il centro nel primo pomeriggio avendo un’accoglienza calorosa da parte della cittadinanza e dei numerosi appassionati accorsi dai paesi vicini. E’ stato questo il modo per dimostrare l’interesse al ciclismo ed è diventata pure l’occasione per rendere visibile, con grandi cartelli, la situazione di disagio sul futuro dell’Ospedale e per la perdita di posti di lavoro; ma è rimasto l’amaro in bocca, poichè la Rai non ha dedicato nemmeno un’immagine ai paesi, ai panorami e alle problematiche del centro Cadore. E sì che la giornata si prestava proprio per un bel colpo d’occhio promozionale. Red UN GOVERNO PER IL CADORE a Magnifica come laboL ratorio politico-amministrativo per costruire un nuo- La Magnifica Comunità potrebbe diventare lʼinterlocutrice ideale della Regione che si trova a pensare che compongono il Cadore. A a una nuova tirare la volata in altre occasioni di difficoltà sono semstrutturazione pre stati i Comuni. Adesso peamministrativa rò, anche loro si trovano sotto tiro. Dopo aver subito tagli per la montagna drastici ai finanziamenti stata- vo modello utile a governare il Cadore. L’investitura è stata corale. L’incontro che si è svolto il 28 maggio a Pieve era stato pensato per fare il punto di una situazione che sta precipitando. Il malessere economico che ha contaminato il Cadore è destinato a diventare malattia grave se non viene arginato. E’ urgente fare qualcosa. C’è bisogno di una strategia terapeutica che deve essere pensata ed elaborata, insieme, da tutti i li si sono visti svuotare le Co- me consortili di erogazione di soggetti prota- munità montane che, di fatto, servizi. (segue a pag. 4) gonisti delle valli rappresentavano le sole forBepi Casagrande CALVI E IL RISORGIMENTO STORIA DEL POPOLO CADORINO C (13) ome sempre, anche nelle fasi del Risorgimento il Cadore si distinse per unità di popolo, lungimiranza e impegno in piena autonomia. Sarebbe stato meno doloroso rimanere alla finestra attendendo che la Storia si compisse. E invece no, ecco i Cadorini instaurare nel 1848 il Municipio di Cadore, appoggiare la neonata Repubblica Veneta e chiedere ad essa un comandante esperto di tattica mili- tare. Forse sono state tramandate più le gesta delle epiche azioni che non gli uomini che le hanno rese possibili. Oltre a Pier Fortunato Calvi divenuto “leggenda” fin da subito, non va dimenticato l’apporto di don Natale Talamini, allora residente a Venezia (come altri cadorini) che riuscì ad ottenere un “comandante”, Luigi Coletti che fu sempre al fianco di Calvi e che, insieme a L. O. Palatini, A. Serafini, G.B. Ca- dorin, G. Osta e O. Vecellio Larice, costituirono il Comitato di Difesa. Nel maggio del 1848 il Cadore era circondato dalle truppe austriache, ma i Cadorini non si persero d’animo, rintuzzarono gli attacchi dalle pendici del Marcora in Val Boite, dai costoni sopra il Piave tra Rivalgo e Rucorvo, dalla Chiusa di Venas, dal Passo della Morte sotto il Mauria, a ovunque gli austriaci cercassero di pas(segue a pag. 2) sare. mostre e cento iniziative in quota arà un’estate all’insegna della S montagna. Il Cadore delle Dolomiti esibirà quest’anno la sua vocazione più antica, quella montanara. Sarà un po’ come srotolare quel suo Dna che lo fa essere unico, non omologabile e assolutamente non globalizzabile. Il Cadore delle Dolomiti sarà protagonista di una serie articolata di proposte e iniziative culturali, di escursioni e di scalate classiche. La montagna al primo posto, dunque. E Pieve si propone come capitale delle Dolomiti del Cadore. Un ruolo che gli è stato riconosciuto da chi l’ha scelta quale sede per assegnare, sabato 28 luglio, il Pelmo d’Oro 2012. Il prestigioso appuntamento sarà contornato da un calendario di iniziative legate alla montagna. Si inizierà venerdì 20 luglio con un incontro-confronto sul futuro della Fondazione Dolomiti Unesco e si concluderà il giorno di ferragosto con una festa dedicata alla montagna al Rifugio Antelao. In mezzo ci sono tante cose: dalle gare di arrampicata sulla diga di Sottocastello valide per Europa e Italia (11 e 12 agosto) alla giornata di solidarietà con la locale Stazione del Soccorso Alpino (5 agosto), dalla presentazione di libri e guide sulle falesie cadorine fino alle escursioni lungo sentieri poco noti e misteriosi. Ma tutto il Cadore, quest’estate, dedicherà una speciale attenzione alla montagna in generale e alle Dolomiti in particolare. Il 23 e 24 giugno a Vellesella va in scena DoloMie con tante iniziative promosse dai soggetti protagonisti della montagna: Cai, Guide alpine, Soccorso alpino, Guide naturalistiche e Gestori (segue a pag. 2) dei Rifugi alpini. Bepi Casagrande Nessuno avrebbe scommesso sullʼOcchialeria MUSIZZA-DE DONÀ A PAG. 13 Il Sindaco di Auronzo DANIELA LARESE SI PRESENTA SERVIZIO A PAG. 6 FANTASTICA DOLOMITI NUOTO SERVIZIO A PAG. 22 GIUGNO 2.QXD:FEBBR 3 5-06-2012 10:10 Pagina 1 ANNO LX Giugno 2012 2 ESTATE CADORINA AL VIA dalla prima pagina B. Casagrande Proposte culturali, escursionistiche e sportive, organizzate dai 47 rifugi alpini del Cadore E a proposito dei Rifugi alpini, che in Cadore sono 47, spetta a loro il compito di garantire una buona accoglienza in quota. Insieme stanno mettendo a punto un calendario di iniziative di richiamo e di promozione. Molte le novità escursionistiche. Lungo le Crode di San Pietro, sopra il Rifugio Antelao, sarà inaugurato (domenica 1 luglio) un super percorso messo in sicurezza in queste settimane. E tra il Rifugio Eremo dei Romiti e il Rifugio Cercenà è stato ripristinato un antico sentiero immerso nel bosco. Davanti a Pieve, invece, partendo da Sottocastello è possibile salire a Vedorcia, al Rifugio Tita Barba e poi al Rifugio Padova o varcare la leggendaria Porta del Sol lungo un sentiero che è stato ripulito e segnato di recente dal Cai di Pieve. Si tratta di un vecchissimo itinerario frequentato un tempo esclusivamente dai cacciatori per raggiungere i camosci che vivono sotto le cime più occidentali degli Spalti di Toro. Una novità che richiamerà attenzione e partecipazione sarà il concatenamento che le Guide alpine di Auronzo realizzeranno sulle Marmarole Orientali tra i Rifugi Baion e Ciareido. E le Guide alpine del Cadore si renderanno protagoniste anche di altre iniziative spettacolari come la salita storica (vestiti come le Guide della fine del 1800) sul Monte Pelmo, sabato 4 agosto, per ricordare le prime Guide alpine di Zoppè di Cadore. Un’altra ascensione sulla cima del “Caregon del Padreterno” sarà effettuata domenica 16 settembre da un gruppo di donne alpiniste per ricordare la prima salita femminile avvenuta 130 anni fa, giusto dieci anni prima della costruzione del Rifugio Venezia avvenuta nel 1892. A proposito di storia, sa- bato 21 luglio, a Domegge, sarà inaugurata l’edizione 2012 della mostra dedicata all’alpinismo del Cadore che avrà un’appendice il 1 settembre al rifugio Padova dove sono conservati i biglietti di vetta lasciati dai conquistatori delle principali cime degli Spalti di Toro e delle Marmarole. Il 18 agosto in piazza ad Auronzo nell’ambito dell’annuale serata di festa organizzata dal Consorzio Turistico con le Guide alpine, il Cai e la locale Stazione del Soccorso alpino, si ricorderanno i 110 anni della prima salita al Campanile San Marco, la vetta delle Marmarole dedicata al campanile di Venezia in occasione del suo crollo avvenuto nel 1902. Interverrà anche un pronipote del barone ungherese che, con le nostre Guide alpine, salì per primo sulla cima. Un appuntamento con la storia sarà anche quello che si svolgerà domenica 9 settembre al rifugio Berti in Comelico. Il rifugio compie 50 anni. E saranno ricordati anche i 60 anni del Bivacco Battaglion Cadore. E storica sarà anche la salita sulla Torre dei Sabbioni che il Cai di San Vito ha organizzato per domenica 2 settembre allo scopo di ricordare la guida alpina Luigi Cesaletti che per primo, proprio sulla Torre dei Sabbioni, ha superato il terzo grado di difficoltà alpi- nistica sulle Dolomiti. Anche il Soccorso alpino sarà protagonista di alcuni eventi. Di rilievo sarà quello che del Centro Cadore metterà in scena sabato 28 luglio a Vallesella per ricordare i suoi 40 anni di attività. E lo farà con una esercitazione, parlando di solidarietà, ricordando gli operatori che hanno segnato il passo e facendo festa. Poi, a livello di attrazioni e di iniziative per promuovere la montagna cadorina ci sono le escursioni proposte dalle locali Sezioni del Cai. Escursioni sulle Dolomiti di casa ma anche su montagne più alte e più lontane come il Monte Bianco. La Sezione di Lorenzago, insieme alle Guide alpine “Tre Cime”, ha organizzato due salite alla vetta d’Italia. Una si svolgerà a fine luglio e una a fine agosto. Anche sul versante prettamente culturale le proposte in quota non mancano. Nel pomeriggio di domenica 29 luglio Symphonia di Belluno terrà un concerto al rifugio Eremo dei Romiti mentre domenica 2 settembre, all’alba, al Rifugio Carducci in Alta Val Giralba, le musiche di Vivaldi e Mozart accoglieranno i primi raggi di sole ed incorniceranno l’ormai tradizionale festa “Dolomiti senza confini”. Originalissimo sarà anche il Concerto Jazz che si svolgerà domenica 23 settembre (inizio ore 11) al Rifugio Cercenà, sopra il lago di Domegge. E, durante i mesi di luglio e agosto, il Rifugio Baion ospita addirittura una mostra di pittura. Le opere dell’artista Orlando Fantin sono tutte rigorosamente ispirate alla montagna. 6 fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 EMail: [email protected] - Sito: www.il-cadore.it Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 COME ACQUISTARE “IL CADORE” NELLE EDICOLE DEL CADORE: una copia € 2.10 - ARRETRATI: il doppio TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA € 25,00 ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI €34.00 SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su COME ABBONARSI UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) VAGLIA POSTALE a ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento” DALL’ITALIA: UNCRITM1D41 AG. 02090 Codice IBAN IT33Y 02008 61230 000110014839 DALL’ESTERO: UNCRITM1D41 AG. 02090 codice IBAN IT33Y 02008 61230 000110014839 TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa. La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti. Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta. Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo STORIA DEL POPOLO CADORINO QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 31.5.2012 dalla prima pagina Al risultato militare di quelle gloriose giornate (impedire alle truppe austriache di scendere in pianura) va aggiunto un risultato politico: il ripristino ed il rispetto dell’ identità cadorina. L’Austria riprese il controllo, tut- tavia la lotta all’oppressore non si sopì - ricorda lo storico Giovanni Fabbiani - prova ne sia che parecchi cadorini partirono come combattenti nel 1959-60, raggiunsero la Lombardia (battaglie di S. Martino e Solferino), e Garibaldi in Sicilia; altri assunsero cariche importanti, come Ferdinando Coletti di Tai che divenne il rappresentante nel Veneto del Comitato Nazionale. Finalmente la liberazione dall’invasore nel 1866 con la pace successiva alla III guerra d’indipendenza e l’unione del Cadore (votata dai suoi rappresentanti il 25 luglio) al Regno d’Italia. Atto che sancisce ancora una volta la volontà autonoma di scelta. (13) (continua) GIUGNO 3 .QXD:FEBBR 3 6 5-06-2012 10:13 Pagina 1 ANNO LX Giugno 2012 3 A PROPOSITO DI CULTURA CONOSCI LA QUEL CHE RIMANE DEI POPOLI MAGNIFICA COMUNITA’ 'è una parola molto anC tica e piuttosto logorata dall'uso e dagli incroci semantici, che in questa buia crisi postindustriale ha trovato una nuova vita e qualche significato in più: si tratta di “cultura”, quella di cui si stanno riempiendo i pensieri e i discorsi di un Paese economicamente boccheggiante, ma pur sempre incomparabile palinsesto di bellezze di natura, di storia e di ogni arte - purtroppo oggi, e non da oggi, consegnato ai buoni uffici di un popolo che alle patacche dei centurioni di latta presta maggiore attenzione che alle case di Pompei. Chiudono le fabbriche ma gli Uffizi sono sempre lì, sicché attualmente, sostengono gli esperti, una solida alternativa contro il declino della nostra società sembra essere proprio l'investimento culturale. Con qualche fatica e qualche ritardo di troppo lo hanno capito in tanti (ma non tutti), amministratori pubblici e privati dispensatori di energie finanziarie: che oggi si sono a dir poco impoverite, ma che si possono recuperare anzitutto sui presupposti di convinte strategie progettuali, di quel “senso dell'insieme” che costituisce il requisito fondamentale di ogni visione politica seria. Dunque investire, con intelligenza e su tempi prolungati, il che vuol dire avere capito le caratteristiche di attività che non possono produrre effetti di ritorno immediati, ma che servono alla formazione e alla maturazione etica e civile dell'individuo, oltreché al progresso sociale complessivo. Nel merito basta gettare lo sguardo sulle concentrazioni culturali della nostra Provincia: solo a Pieve di Cadore si contano la Magnifica Comunità, la Fondazione Tiziano, il museo dell'Occhiale, il museo archeologico, la casa natale del pittore: per non parlare della Cortina che incontra, incanta e incroda, che alle sue montagne ne aggiunge una di libri e fa dei suoi alberghi centri di raccolta di scrittori e intellettuali in libertà. Se poi a tutto questo aggiungiamo la miriade di iniziative che corrono lungo i Comuni delle vallate, le tante manifestazioni del capoluogo, il lavoro delle organizzazioni del sapere dedicato agli anziani della Terza età, ecco che il quadro complessivo che ne risulta è quello di una diffusa consapevolezza dell'importanza che la cultura riveste nella sintesi di una civiltà. Basti pensare che di recente ai Rotary del Bellunese si è dovuta una guida dei musei e delle collezioni private del territorio, con il risultato della persino sorprendente scoperta di una ricchezza misconosciuta almeno nella sua ampiezza; sicché solo a chi sia ancora vittima di una visione “compartimentale” dei fenomeni sociali, può sfuggire il nesso che inter- corre tra la cultura e l'industria turistica, specie quando la prima sia rivolta alla valorizzazione di un luogo e del suo nome. Qualcuno si ricorda che Pieve di Cadore fu proclamata “città della cultura 2004”? Un marchio di élite, e se gli effetti in termini commerciali non sono stati significativi, questo è dipeso essenzialmente da una situazione generale che è sotto gli occhi di tutti. Certo questi sono tempi di ristrettezze e non è inutile tenere presente che nei bilanci comunali una delle voci attualmente più sacrificate è proprio quella riferita alle attività culturali: un errore di prospettiva? Sicuramente un danno per la crescita di una comunità. Ma alla fine, che cos'è veramente la cultura? E' semplicemente il sapere, o è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto? In un articolo del 1916 Antonio Gramsci scriveva che la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore, presa di possesso della propria personalità e conquista di una coscienza per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri. Oggi, in un tempo in cui l'involgarimento delle migliori abitudini ha costretto al ribasso soprattutto quelle culturali, quelle restano ancora oggi parole sulle quali riflettere. Ennio Rossignoli AGENDA I mesi di marzo e aprile 2012 hanno visto impegnate le strutture della Magnifica Comunità in attività che sono state funzionali alla redazione del conto consuntivo dell’ente, approvatosi nel Consiglio Generale di aprile, come lo Statuto vigente prevede. Il momento della redazione del bilancio, ha rappresentato un occasione di particolare importanza perché oltre a sintetizzare attraverso i numeri le risultanze della conduzione dell’anno passato, ha permesso di mettere in evidenza una serie di aspetti che riguardano anche la gestione corrente, da poter migliorare o modificare per gli esercizi successivi. Sulla scorta delle osservazioni svolte infatti, si è deciso di analizzare e razionalizzare la parte legata agli impianti che danno ser vizio al Palazzo Comunitativo, primo fra tutti quello relativo al riscaldamento. Sono stati infatti contattati e sentiti a riguardo alcuni tecnici, che hanno sintetizzato attraverso il valido supporto di uno studio professionale, le azioni da intraprendere. Tutto ciò si è concluso con la codificazione di un progetto di riorganizza- zione degli impianti (riscaldamento - idrogenico sanitario - elettrico - allarmi - antincendio) per il quale si è poi proceduto alla richiesta di idoneo contributo alla Regione Veneto, a valere sulla LR 18/2011 E’ continuata l’attività istituzionale, legata soprattutto al’organizzazione della Settimana Della Cultura, che ha dato il via all’apertura continuata delle strutture museali dell’Ente fino al prossimo ottobre, relativamente alle quali ci si stà organizzando con il volontariato per rendere operativa la gestione della guardiania e della promozione attraverso i canali di comunicazione che hanno nel tempo trovato ampio riscontro nei visitatori. Quest’anno, l’apertura dei musei, potrà essere inoltre garantita anche attraverso l’impiego di alcuni lavoratori socialmente utili, dei quali l’Ente ha deciso di avvalersi, segnalati dal centro per l’impiego di Pieve di Cadore. La struttura dell’Ente inoltre, è stata costantemente impegnata nel mettere a disposizione la Sala Consiliare per incontri ed eventi che hanno coinvolto soprattutto le scuole del Cadore, grazie al lavoro svolto nei mesi precedenti attraverso la distribuzione del libretto dedicato agli studenti delle scuole primarie, promuovendo anche una serie di visite guidate al museo archeologico cadorino (marc) svolte direttamente da parte della Conservatrice Anna Angelini. Sono in fase di avvio inoltre alcune attività funzionali alla ricatalogazione degli archivi dell’Ente in paricolare alcuni fondi fotografici e parte della Biblioteca Fabbro in collaborazione con il Centro Studi Tiziano e Cadore. Marco Genova Dacia Duster. Sfacciatamente unico. OGGI ANCHE A 11.900 € O A 199 € AL MESE CON DACIA WAY*. www.dacia.it Dacia Duster, il SUV unico in tutto, non solo nel prezzo: comfort, modularità, robustezza e prestazioni da vero 4x4. 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Ma l’alluvione del 1966 provocò uno smottamento franoso proprio sul tratto di strada in costruzione, che fu quindi abbandonato, in attesa di ulteriori interventi di consolidamento. Ormai sono passati quasi cinquant’anni, e per quanto altri sindaci e politici provinciali e regionali, sia veneti che friulani, ci abbiano riprovato, la variante della Cleva non è più stata messa in programma nel piano delle strade della Regione Friuli. Eppure da quel versante salgono a Sappada per i soggiorni turistici sia ANNO LX Giugno 2012 SAPPADA - Lavori e un tocco dʼeleganza sul percorso poco oltre Cima Sappada. Posizionata una imponente scultura UN BEL BIGLIETTO DA VISITA estivi che invernali molti vacanzieri, più che non dalla parte del Comelico, dove analogamente la strada lascia a desiderare, in particolare per il tracciato sul pendio roccioso, con pericoli di caduta di sassi e strapiombi sul fiume Piave. E poi l’attrazione del Friuli, confermata dall’esito plebiscitario del referendum del 2010, fa propendere la vallata sappadina più verso la Carnia che non verso il Comelico. Sicuramente l’affetto verso il Friuli, a cui Sappada è legata come parrocchia, essendo parte della diocesi di Udine, ha motivato la scelta di migliorare esteticamente l’accesso dalla Cleva e visto il risultato, è apparso opportuno. Infatti, oltre alla difficoltà della salita, che in alcuni tratti supera il 10 per cento, la strada era buia e oppressa dalla vegetazione in crescita. Ora, con gli interventi combinati tra Servizi Forestali e Comune di Sap- to e si presenta con un bel bi- Forni Avoltri. Tagliati molti abepada, la zona ha cambiato aspet- glietto da visita per chi risale da ti, realizzate alcune piazzole di 6 sosta, il tocco di eleganza che più balza all’occhi è la costruzione di una scritta in legno “Sappada- Plodn- Dolomiti” e la disposizione accanto di una imponente scultura, eseguita dai due esperti intagliatori Gianfrancesco Solero e Giandomenico Menia Corbanese, di Danta. La scultura raffigura un vecchio montanaro, in una mano un bastone, nell’altra un boccale di birra, che sembra augurare “prosit” agli automobilisti che salgono le rampe della Cleva. Una piccolo tocco di eleganza in un punto del territorio finora molto trascurato, che va ad affiancarsi agli altri luoghi dove sono state collocate delle grandi sculture in legno nelle varie borgate sappadine. La Cleva, secondo le intenzioni dell’amministrazione comunale presieduta da Alberto Graz, dovrebbe diventare in futuro lo spazio dove verrà costruita una grande centrale a biomasse, con attiguo deposito del materiale cippato, ricavato dai boschi del territorio limitrofo. Ma intanto è un bel biglietto da visita per chi viene dal Friuli. Lucio Eicher Clere i è conclusa con la premia- GARA NAZIONALE A PIEVE PER S zione dei vincitori nella sala della Magnifica Comunità lo scorso 20 aprile la gara nazionale per operatore meccanico del settore ottico. A spuntarla su un’agguerrita concorrenza è stata la friulana Fiorilù Mattioz del ‘Mattioni’ di Cividale con una prestazione brillante in tutte le fasi dell’elaborazione dell’occhiale. Al secondo e al terzo posto rispettivamente Aurel Marian del ‘Fortunity’ di Brescia e Francesca Roiate del ‘Bernini’ di Napoli. La Scuola di Ottica di Pieve, organizzatrice dell’evento e fuori concorso per aver vinto l’edizione dello scorso con l’allievo Jacopo Bisa, attraverso il dirigente scolastico Renzo Zagallo, ha espresso soddisfazione per l’ottimo livello dimostrato dai concorrenti nel corso di questa particolare competizione indetta dal Ministero della Pubblica Istruzione e riservata OPERATORI MECCANICI OTTICI agli alunni degli istituti professionali che hanno conseguito il diploma di qualifica nell’anno scolastico precedente. “Al di là della grande soddisfazione per il risultato positivo -ha detto Fiorilù Mattioz - sono soddisfatta anche perché ho avuto l’opportunità di conoscere un territorio straordinario e di stringere delle belle amicizie con gli altri concorrenti provenienti da tutta Italia”. La gara, infatti, ha visto la partecipazione per questa edizione 2012 oltre che degli istituti classificati, anche delle scuole ‘Galvani’ di Reggio Emilia, ‘Sacconi’ di Ascoli Piceno, ‘Europa’ di Roma, ‘Majorana’ di Bari, ‘Archimede’ di Barletta, ‘Da Vinci’ di Castrovillari e ‘Ascione’ di Palermo. Vincitrice la friulana Fiorilù Mattioz: Organizzata questʼanno dalla Scuola “Soddisfatta, anche perché ho avuto Ottica di Pieve di Cadore, ha visto la lʼopportunità di partecipazione di 10 Istituti di tutta lʼItalia conoscere un Il sindaco ha rivolto le proprie congratuladi Pieve di zioni ai partecipanti e ha ringra- territorio straordinario” Cadore Ma- ziato gli organizzatori e tutti gli ria Antonia Ciotti, intervenuto all’evento, dopo aver sottolineato il valore dell’iniziativa, insegnanti che, nonostante le mille difficoltà che il mondo della scuola attraversa, riescono ancora a trasmettere alle nuove generazioni la propria esperienza e il proprio sapere con l’ entusiasmo di chi non teme di mettersi in gioco. La manifestazione si è poi conclusa con il gradito buffet offerto dalla storico Gran Caffè Tiziano e con un arrivederci a Cividale per l’edizione 2013. Pierpaolo Genova UN GOVERNO PER IL CADORE dalla prima pagina Disorientamento e rassegnazione rischiano ora di imbalsamare una situazione in crisi. E’ indispensabile reagire. E’ nato da questo imperativo l’incontro di Pieve dal quale è sortita una foto aggiornata della situazione, sono stati enunciati i bisogni culturali ed economici ed è stata indicata la strada da percorrere per arrivare ad un progetto di governo locale in grado di garantire quei servizi fin’ora erogati dalle Comunità montane e soprattutto capace di guardare al futuro del Cadore con vivace intraprendenza. E qui entra in gioco la Magnifica Comunità di Cadore, la sto- rica istituzione che ha il merito d’aver tenuto unito il territorio e le comunità che vi risiedono per secoli e secoli. La sua storia e il suo prestigio possono dunque tornare utili e strategiche. La Comunità può diventare laboratorio istituzionale dove confrontarsi, scegliere, elaborare, sperimentare nuove formule per governare il Cadore. Quali frutti darà l’iniziativa? E’ prematuro dirlo. Anche perché, per il momento, è solo un’idea. Ma, guai a non coglierla. Perché si tratta di una grande opportunità. Il futuro del Cadore dipende dalla capacità che avranno i suoi 22 Comuni di lavorare insieme, di progettare insieme, di essere credibili insieme, di saper stimolare le comunità locali insieme. Le condizioni sono note a tutti: rinunciare al protagonismo individuale, abbandonare le logiche campanilistiche, capire che i tempi dei particolarismi e degli egoismi sono finiti. Rilanciando questo suo ruolo unitario la Magnifica Comunità di Cadore potrebbe diventare interlocutrice ideale per la Regione che si troverà, tra non molto, a dover pensare ad una nuova strutturazione amministrativa per la montagna veneta. Bepi Casagrande GIUGNO 4-5 .qxd:FEBBR 4-5 6 5-06-2012 10:20 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 laudio Pilotto di Vigo C di Cadore ed Enrico Fant di Pieve di Cadore, dottori in giurisprudenza l’uno e in economia l’altro: come mai avete deciso di tornare in Cadore e di far nascere un'azienda agricola? Oggi siamo troppo spesso abituati ad cadorini che vanno via e non tornano più. “Io ed Enrico ci siamo conosciuti sui banchi del Liceo Scientifico di Pieve, anni d'oro, dove le amicizie se coltivate e sincere sono destinate a durare allungo. Presa la maturità ognuno è andato per la sua strada, io Giurisprudenza a Padova e lui Economia e Marketing a Bologna. Com'è normale quando si è in altre faccende affaccendati non ci si vede e non ci si sente per mesi e mesi, ma poi ogni volta che ci si ritrova sembra sia passato non più di un giorno. Terminati gli impegni universitari Enrico, dopo una serie di lavori temporanei, approda come responsabile per una ditta di servizi, con parecchi dipendenti (un'ottantina circa) da coordinare e amministrare. Io intanto, oltre a portare avanti gli studi, mi sono sempre interessato alla nostra realtà, in particolare a quella Regoliera che mi sembrava, ed anche lo è da un certo punto di vista, quella più vicina a quei principi di protezione, valorizzazione ed utilizzo sostenibile del nostro territorio che tanto mi sono cari. Nel 2008 l'idea, Snowpark a Casera Razzo con l'intento di rilanciare l'altipiano attraverso un turismo "sano", non impattante, per famiglie e giovani che hanno voglia di passare una giornata serena. Ne parlo con la Regola di Vigo, l'amministrazione rimane entusiasta e convinta dell'idea, conosco un ragazzo originario di Mestre che ha la casa in paese, da sempre appassionato dello snow, e si parte. Troviamo un gatto usato per pochi soldi in Comelico, noleggiamo un furgone e andiamo fino a Torino a prendere delle strutture particolari per le evoluzioni con la tavola, studiate e omologate, un paio di badili e tanta buona volontà. Quell'inverno è stata dura, di neve ne è venuta giù parecchia e noi avevamo tutto da imparare. Alla fine ce l'abbiamo fatta e c'è stato un ottimo riscontro, finendo poi anche sulle riviste specializzate del settore, in "concorrenza" con impianti da milioni di euro. Onore alla Regola che c'ha creduto, ha pagato le spese, ed ha voluto che il Park fosse gratuito, al servizio degli ospiti per dare l'occasione all'altipiano di essere conosciuto. Oltre allo Snowboard abbiamo riaperto la pista di fondo e una pista per bambini dove sono stati messi a disposizione gratuita bob, slittini, ufo... L'inverno successivo c’è un problema: l'impianto di risalita non è in funzione, per non mandare all'aria tutto il lavoro fatto abbiamo dovuto acquistare una motoslitta usata e portare con quella la gente in quota, tutto il giorno su è giù, più di 4000 km fatti in ogni condizione, da morire! Ma anche per quell'anno ce la siamo cavata. La Regola decide di acquistare dalla società fallimenta- 5 IL FUTURO E’ QUI Claudio e Enrico hanno scelto di tornare in Cadore e operare sul territorio, tra modernità e passato re l'impianto e di provvedere Claudio Pilotto: alla dovuta e obbligatoria revisione decennale. Si cambia marcia, faccio gli esami e “Non tutti saranno prendo all'Ustif di Venezia il allevatori, patentino per le sciovie e nella agricoltori, stagione 2010/2011 ho gestito l'impianto come responsaboscaioli..., bile d'esercizio. Intanto riusciamo a trovare in Austria ma in un progetto un altro gatto usato, più perdi filiera ognuno, formante, e la qualità della pista viene elogiata da tutti, qua, troverà sia per la lavorazione sia per il fatto, ormai più unico che il suo posto” raro, che si scivola su neve naturale.” Cosa ti ha fatto decidere di tornare in Cadore a lavorare? “Per me questa è stata un'esperienza fondamentale, che mi ha fatto capire, anche attraverso il confronto con gente da fuori, le enormi potenzialità che ha il nostro territorio, apprezzato così com'è, senz'altro da valorizzare e rendere più fruibile, ma senza il bisogno di opere abnormi. L'idea dello Snowpark è nata dalla constatazione che la pista da sci esistente è senz'altro bella e godibile, ma non assolutamente concorrenziale rispetto ai grossi comprensori, mentre un'area attrezzata per lo snowboard in quel posto sarebbe stata di livello Europeo! Tante volte valgono di più le idee...” Come è stata l'esperienza di dedicarsi all'allevamento e al bosco invece di fare l'avvocato? “Per pagarmi gli studi avevo lavorato nel bosco e per passione avevo incominciato ad allevare vacche scozzesi, Scottish Hinglands, lavoravo anche occasionalmente nel campo del Diritto ma già incominciava a nausearmi l'ambiente e così un bel giorno ad Enrico gli ho fatto la proposta "se te vos...don!". Detto fatto, l'incosciente ha gettato dalla finestra la proverbiale saggezza del padre di famiglia, si è licenziato, ed è partita l'avventura con tanto coraggio e voglia di fare. E’ molto dura l’esperienza dell’allevamento, come sta andando avanti? “Non è facile, l'allevamento richiede mille attenzioni, non si può far conto delle ore spese, può succedere di trovarsi alle dieci di sera sui ripidi prati di Danta con il fieno ancora da raccogliere, ma poi quando ti capita una mattina di trovarti in mezzo al prato un vitellino appena nato che si rizza in piedi...o il lavoro nel bosco, ingordo di fatica e prodigo di pericoli, ma profumato di resina e muschio (che per chi apprezza sono meglio di un Chanel)... e poi ci sono gli investimenti, tanti, non si può improvvisarsi, si tratta comunque di attività imprenditoriali e devono essere sviluppate con la massima serietà, ma se come dev'essere in ogni cosa si affrontano con decisione, precisione e un pò di coraggio non devono fare troppa paura. E si vive qua. Se veramente l'Identità non è quella cosa codificata nel codice fiscale, ma è l'appartenenza, l'orgoglio, la consapevolezza che ti fa camminare nel mondo con le spalle dritte e il petto in fuori, sereno di avere le radici ben piantate in quel terreno dove hai corso da bambino e che adesso ti dà da mangiare, tuo, forse ora noi la stiamo sentendo. Non tutti saranno allevatori, agricoltori, boscaioli...ma sono convinto che in un progetto di filiera ognuno, qua, troverà il suo posto e quando guarderà fuori dalla finestra gonfierà i polmoni, farà un sospiro e poi un sorriso perchè, in un mondo dove il be- nessere è dato da dei numeri su un computer e il valore delle cose è quotato in borsa, la sua ricchezza, vera e reale, è là, davanti agli occhi. Francesca Larese Filon GIUGNO 6-7.qxd:FEBBR 6-7 5-06-2012 10:37 Pagina 2 6 ANNO LX Giugno 2012 Auronzo di Cadore IN COMUNE CAMBIA L’AMMINISTRAZIONE er la prima volta ad Auronzo, P dallo scorso 7 maggio, la poltrona di primo cittadino si tinge di rosa: Daniela Larese Filon è il nuovo sindaco di Auronzo di Cadore. E’ una vittoria forte, dovuta forse alla sua lunga esperienza politica e allo spazio dato ai giovani in questa amministrazione. E’ stupita? “A dire il vero no. Se Si corre si corre per vincere e noi abbiamo sempre pensato che la probabilità di uscire positivamente da questa elezione ci fosse. Lo abbiamo percepito negli incontri della campagna elettorale, nella gente, nel clima diffuso che vi era da tempo in paese. C’era nell’aria il desiderio di un cambia- mento rimandato forse troppo a lungo. Sapevamo che non era facile dare ad Auronzo un’alternativa in un momento così difficile per tutti dovuto alla crisi e anche, diciamolo, ad una certa sfiducia nella politica e ad un allontanamento dei ragazzi dalle istituzioni. E’ evidente che qualcosa sta cambiando.” Perché la scelta è caduta su persone che seppur capaci, non vantano esperienze politiche? “Mi preme sottolineare che non sono stata io a stendere una lista dei nomi con cui presentarmi, è stato questo gruppo di ragazzi a cercare me. Anna Vecellio, Dario Vecellio, Lorenzo De Martin, Andrea Golin e Silvio Pomare’, che sono le perso- Intervista a Daniela Larese Sindaco di Auronzo di Cadore ne con cui affronto questo impegno. Quando mi hanno cercato avevano già un programma, sapevano esattamente quali erano le priorità da affrontare, quali gli obiettivi, quali purtroppo i problemi di questo paese. Conoscono Auronzo, hanno studiato e discusso in pubblico di tutto, dimostrando cognizione di causa, interesse per la politica, per il futuro loro e delle generazioni a venire. E come sono consapevoli di tutto questo sapevano che da soli, forse, non avrebbero avuto voce e mi hanno cercato. Se avessero avuto esperienza non avrebbero avuto bisogno di me, ma proprio per esperienza dico che l’esperienza non è tutto.” Parliamo di aspetti più con- 6 di Rosanna Franzese CRISI “Vogliamo dare al paese unʼiniezione ancora disponibili. La sfida è seria, è un dato. Ma anche noi lo di fiducia nella politica” questo siamo. E anche questo è un dato.” Si parla di crisi del lavoro e purTURISMO: renderemo troppo a farne le spese in misura superiore nelle nostre zone sono lʼofferta più varia, ancora una volta i giovani. Avete a qualche soluzione per manterremo lʼimpegno pensato evitare un’emigrazione di massa con la Lazio” delle nostre future menti? “Dai dati che in provincia si regiLAVORO “Proporre strano debbo dire che sono preoccugli andamenti degli ultimi 3 soluzioni è impegnativo panti anni. I giovani sono il nostro futuro, di loro perde senso qualsiasi però i giovani sono il senza ragionamento politico e di sviluppo. nostro futuro” Proporre soluzioni è impegnativo ma a qualcosa stiamo pensando. coinvolgere determinati CASA “Manterremo il Vogliamo enti a lavorare in rete per creare dei 2%° per la prima casa” servizi aggiuntivi che permettano la creazione di posti di lavoro. Vogliacreti. Avete già affrontato qualche aspetto programmatico, qualche priorità? “L’accoglienza degli uffici è stata buona, Auronzo ha una struttura amministrativa che permette un valido appoggio a chi è chiamato a prendere le decisioni, la professionalità qui c’è pertanto poggiamo su tutta una serie di validi collaboratori. Aspetti nel dettaglio li dobbiamo ancora affrontare, certamente siamo alle porte di una stagione estiva e l’attenzione nell’immediato è salvare l’economia auronzana, per quanto possibile, dalla spirale di crisi. Il resto lo affronteremo punto per punto un po’ alla volta, nostra intenzione è di comunicare con la popolazione e tenerli al corrente delle iniziative, delle assemblee e delle delibere. Basta con i silenzi.” Turismo. Metterete in campo nuove idee? “Indubbiamente si debbono fare delle scelte e premiare quelle che danno un maggiore riscontro. Quindi, aldilà dei costi, si cercherà di mantenere l’impegno con la Lazio, che salva il mese di luglio agli albergatori e commercianti. Troveranno ancora il nostro appoggio, le serate di conferenza, la sala polivalente per ospitare gli artisti, feste in piazza, ma è nei nostri obiettivi far partire alcune iniziative utilizzando le risorse esistenti e legandosi a quello che offre la lingua e il territorio. Far partire ad esempio una compagnia teatrale, abbiamo qualche idea su cui lavorare, anche con il nostro dialetto. Cercare di solleticare fantasia e spirito di appartenenza ai luoghi per giovani e meno giovani. Rendere l’offerta più varia, tenendo sempre a mente che dobbiamo ragionare in ottica di sviluppo culturale.” Spesa Pubblica e Bilancio. E’ vero che Auronzo ha una posizione debitoria piuttosto seria? “Purtroppo sì. Il comune di Auronzo ha contratto debiti per circa 23 milioni di euro. Sono cifre che ci costringono a fare scelte difficili in quanto non possiamo più ricorrere all’indebitamento per finanziare le opere pubbliche. Il decreto Salva Italia del 2011 posto in essere dal governo Monti ha spostato la percentuale di indebitamento in rapporto alle entrate correnti dei comuni dal 10% all’8% per il 2012, passerà al 6% nel 2013 e al 4% nel il 2014. Dobbiamo rientrare in questi parametri per non essere considerato “comune a rischio finanziario” ed essere sottoposto ad eventuali giudizi o peggio sanzioni dalla Corte dei Conti. Inoltre i trasferimenti dallo stato agli enti locali è diminuito del 30% e questo è ciò con cui dobbiamo lavorare. Al contempo sappiamo che la popolazione ha bisogno di vedersi potenziare le infrastrutture e i nostri giovani il lavoro. Contiamo di attingere al fondo Brancher per avere una boccata di ossigeno, ma i fondi alla data odierna non sono mo lavorare con associazioni di categoria, con le scuole professionali, con le cooperative, con le Regole, con gli enti locali tutti per promuovere la crescita dei settori tradizionali e alternativi come quello del legno, dei prodotti locali e dell’energia. Coinvolgere le scuole professionali di Santo Stefano e di Pieve di Cadore e siamo pronti a qualsiasi suggerimento. Lavorare anche con gli altri comuni è a questo punto indispensabile, insieme, ragionare uniti dimenticando i campanili. Non vogliamo certo che i nostri giovani si trasformino in un nuovo popolo di emigranti.” Abbiamo parlato di Regole. La sua posizione riguardo al riconoscimento della particella di Misurina resta la stessa? “Assolutamente sì. E’ nostra intenzione riconoscere la proprietà della particella di Misurina alle Regole. E vogliamo garantire risorse al comune adeguate per poter proseguire la sua attività. Pertanto andrà steso un nuovo contratto che sia assolutamente trasparente per i regolieri evidenziando che se da un lato non può essere messo in discussione un diritto inalienabile, imprescrittibile e non usucapibile, dall’altro ci deve essere la consapevolezza che le Regole sono chiamate ad un atto responsabile che è quello di permettere al Comune di reperire risorse indispensabili per i servizi di tutti. Confidiamo di raggiungere presto un accordo definitivo.” Auronzo ha una certa predisposione ad edificare a prescindere dal comportamento del mercato. E’ vero che sono abitudini non più sostenibili? “Il problema dell’urbanesimo è un aspetto delicato in quanto si toccano nervi scoperti di un mercato edilizio che è fermo da anni. Non solo ad Auronzo. Purtroppo mancano i denari per acquistare le case e continuare ad edificare non è certo una soluzione, senza considerare che così facendo si dà al paese un finto sviluppo non certo sostenibile. Non più. Dobbiamo pensare e guardare ancora una volta i dati. Il piano regolatore ad Auronzo è stato impostato negli anni passati in modo da permettere nel lungo periodo uno sviluppo urbano che arrivasse a contenere circa 30000 persone. Il che è assurdo.” Come sarà il comportamento del Comune in termini di Imu? “Manterremo l’aliquota del 2 per mille per la prima casa con il massimo della detrazione consentita per legge che corrisponde a 200 euro; questo permetterà a moltissimi di non dover pagare l’imposta sulla prima casa come avveniva in precedenza. Quindi l’introito più cospicuo sarà sì generato dalle seconde case e attività produttive, ma su queste ultime dobbiamo cercare di non rendere troppo peggiorativa la situazione considerando che la crisi non demorde.” GIUGNO 6-7.qxd:FEBBR 6-7 6 5-06-2012 10:37 Pagina 3 7 ANNO LX Giugno 2012 al Visdende da "vallis videnV da" (la valle che deve essere vista); è una delle vallate più suggestive dell'intero arco alpino, alla confluenza tra il torrente Cordevole e il torrente Londo. Visitata negli anni Ottanta dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini e più volte dal 1987 in poi da Papa Wojtila, rappresenta uno dei luoghi simbolo del Comelico. Il suo territorio insiste nel censuario di due Comuni, San Pietro di Cadore, per la maggior parte, e Santo Stefano di Cadore, nella zona dell'accesso di Cima Canale. Ben nove Regole hanno proprietà nella Valle: Santo Stefano di Cadore, Campolongo, Casada, Costalissoio, San Pietro di Cadore, Presenaio, Valle, Costalta e Tutta Danta. In questa complessa situazione giuridico amministrativa, le iniziative per la promozione e valorizzazione della Val Visdende hanno registrato in passato problemi e difficoltà di non poco conto. Per fortuna negli ultimi anni l'azione congiunta delle amministrazioni comunali interessate con le Regole competenti, anche con l'intervento dell'Associazione Regole Comunioni Familiari, ha portato a risultati positivi in termini di organizzazione e offerta per il turista. Ne parliamo con Piero Buzzo Contin, presidente della Regola di S. Stefano. “Va premesso che il territorio della Val Visdende è molto vasto e che quindi gli interventi necessari sono molteplici e costosi. Inoltre abbiamo a monte il problema dell'accesso, visto che la ripida strada che porta a Cima Canale, pur con l'aumento della manutenzione ordinaria e straordinaria di questi anni, è sempre soggetta a problemi in caso di pioggia e, a maggior ragione, nella stagione invernale”. Ma quale impatto trova oggi il turista o il residente che sale in valle? “Le Regole hanno realizzato nuovi tabelloni informativi ed una nuova segnaletica in legno, in accordo con gli albergatori, a Pra Marino, Costa D'Antola e Prà della Fratta. In varie zone della val- VAL VISDENDE SIMBOLO DEL COMELICO La verde, splendida e visitata valle si dà una sistemata in attesa della stagione turistica e pensa a strutture agrituristiche L’IMPEGNO DELLE AMMINISTRAZIONI COMUNALI Si pensa a un collegamento invernale a mezzo telecabina lessandra Buzzo, sindaco di Santo Stefano di Cadore e A Silvano Pontil Scala, sindaco di Pra Marino Gara taglialegna Casera Ben 9 Regole hanno proprietà nella valle: S. Stefano, Campolongo, Casada, Costalissoio, S. Pietro, Presenaio, Valle, Costalta, Danta le sono state anche realizzate aree pic nic, con panche e tavoli. Abbiamo provveduto alla pulizia e sistemazione dei cigli delle principali strade che percorrono la valle. Grande attenzione è stata riservata alla pista ciclabile che raggiunge le malghe partendo da Pra Marino e che nel progetto condiviso con i Comuni dovrà diventare una meravigliosa pista di fondo. Il tratto di si- stemazione della pista ciclabile da Col Chiastellin a Malga Manzon è in fase di realizzazione, l'anno prossimo si realizzerà la sistemazione da Manzon al bivio Ciadon. Altri interventi importanti riguardano la sistemazione della chiesetta di Costa Zucco, primo luogo di culto della valle, e un intervento in collaborazione con il Comune di S. Stefano e con contributo BIM, per la strada di accesso da Cima Canale al Ponte delle Strente. Varie Regole hanno in programma progetti per la realizzazione di strutture agrituristiche. Naturalmente anche in Val Visdende sarà possibile raccogliere funghi secondo il nuovo regolamento della Comunità Montana, concordato assieme alle Regole". Molte iniziative quindi, ma come verrà organizzato l'accesso ed il parcheggio? “Come negli San Pietro di Cadore, hanno concordato assieme alle Regole, la predisposizione di un adeguato servizio di vigilanza all'interno della valle, che quest'anno sarà coordinato da San Pietro di Cadore. Le due amministrazioni condividono anche i progetti di sviluppo per l'area, in special modo per la realizzazione della pista di fondo che utilizzerebbe il tracciato della pista ciclabile e per una percorribilità della valle con navette a ridotta emissione di gas di scarico. Tuttavia molti sono i problemi che pone la viabilità di accesso alla valle, soprattutto per quanto attiene alla sicurezza nel periodo invernale. Sono state studiate varie soluzioni, alcune anche altamente innovative come il collegamento a mezzo telecabina. Naturalmente in questo caso i costi da affrontare sarebbero notevoli, eppure vi sono esempi nell'arco alpino di iniziative simili che hanno trovato finanziamenti adeguati ed hanno consentito una fruizione eco-compatibile molto apprezzata dai turisti a livello europeo. anni scorsi, conclude Piero Buzzo Contin, verrà regolamentato l'accesso alla valle con il costo di EUR 5,00 per vettura che comprende il parcheggio nelle quattro grandi aree predisposte, per un totale di circa 800 posti. La gestione verrà svolta dalla Regola di S. Pietro di Cadore”. Livio Olivotto LA SCHOLA CANTORUM DI LORENZAGO SI ESIBISCE IN VATICANO a suscitato una incredibile H emozione in tutti i partecipanti il pellegrinaggio a Roma or- ganizzato dalla Parrocchia dei Santi Ermagora e Fortunato e dalla Schola Cantorum di Lorenzago, in occasione del 25° anniversario dalle prime vacanze wojtyliane in Cadore (1987-2012). Nella mattinata del 5 maggio è stata organizzata la visita ai Musei Vaticani, una delle raccolte d’arte più ricche al mondo, poi alla Cappella Sistina, sotto la cui volta si tengono i Conclavi, con gli affreschi di Michelangelo Buonarroti, infine alla Basilica di San Pietro, dove si è sostato in preghiera nella Cappella di San Sebastiano, sulla tomba del Beato Giovanni Paolo II, ivi posta dopo l'esposizione in occasione della Beatificazione nel maggio dello scorso anno. L’evento più importante si è ve- rificato nel pomeriggio, quando la Schola Cantorum, alla presenza dell’Eminentissimo Cardinale Angelo Sodano, Decano del Collegio Cardinalizio e Segretario di Stato Emerito, del Capo della Gendarmeria Vaticana Domenico Giani e della famiglia Cibin, ha tenuto un esecuzione musicale dal titolo: “Lorenzago ricorda due amici. Concerto di musica sacra in onore del Beato Giovanni Paolo II e del Comm. Camillo Cibin”. Quando è nata questa idea e questa proposta tutto sembrava irrealizzabile, un piccolo coro di un paese di montagna ha il privilegio di cantare in Vaticano per ricordare ed onorare il Beato Giovanni Paolo II, un Pontefice amato in tutto il mondo e che molti di noi hanno avuto modo di incontrare, magari lungo un sentiero di montagna, in un rifugio alpino o sulla strada del ritor- Sembrava irrealizzabile lʼidea che un piccolo coro di paese potesse esibirsi in Vaticano no alla Casetta di Mirabello, dove ha soggiornato sei volte per un totale di oltre 70 giorni. Assieme a Lui c’era sempre Camillo Cibin, persona discreta, disponibile, dalla profonda fede che ci ha onorato della sua amicizia e si è pure ricordato del Museo dedicato alle pre- senze dei Papi a Lorenzago, piccola perla del piccolo paese di Lorenzago che nel 2007 ha ospitato anche Papa Benedetto XVI. La voce della solista Marianna Piazza, del coro magistralmente diretto dal maestro Francesco Piazza e le note dell’organo, suonato da Cesare Gerardini, hanno riempito le volte della chiesetta dedicata a Maria Madre della Famiglia, annessa al Palazzo del Governatorato ed hanno suscitato profonde emozioni in esecutori ed uditori. Il Cardinale Sodano si è complimentato per l’esecuzione e ha invitato, scherzosamente, la Schola Cantorum a tenersi pronta per supplire alle mancanze della Corale Vaticana della Cappella Sistina. Marco D’Ambros GIUGNO 8-9 .qxd:FEBBR 8-9 5-06-2012 11:22 Pagina 2 8 ANNO LX Giugno 2012 6 Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni DA CLIFTON GIUSEPPE PAMPANIN MANDA L’ESPERIENZA DI GIANNI MARIO AL GIRO Egregio Direttore, in ocUN BACIO AL PELMO CHE SCALO’ NEL 1949 casione del Giro d’Italia ciGentile Redazione, la vostra rivista mi arriva regolarmente ogni mese e mi porta tanta gioia. Sebbene cittadino degli Stati Uniti, essendo nato a Clifton, N.J. io conservo tanto amore e tanti cari ricordi nel mio cuore per i 20 anni della mia giovinezza trascorsi in Cadore, parte in San Vito, parte in Zoppè, parte come alpino del Settimo Alpini, Battaglione Cadore durante la Seconda Guerra Mondiale e parte come partigiano della Brigata Pietro Fortunato Calvi. Il resto del mio tempo libero l’ho trascorso arrampicandomi sulle pareti del mio amato “Sas de Pelf” (Monte Pelmo). Il ricordo più vivido è della scalata invernale da solo del Pelmo, che feci il 27 Febbraio 1949. Questa impresa venne riportata sul Gazzettino di Belluno. Tre settimane dopo presi il treno per Genova, dove mi imbarcai sulla nave “Augustus” e ritornai in America. “Robes da mate !!! Ho fatto diversi viaggi di ritorno in Italia e mai ho dimenticato di visitare il Cadore. Non posso più scalare il Pelmo (o l’Antelao) ma posso salu- tarli e mandare un bacio dal basso. Vorrei chiedervi di farmi un’altro grande piacere. Ho letto nella vostra rivista che un mio vecchio compagno di scuola di San Vito, Giovanni Battista Menegus (Tita da Ruseco) ha scritto un libretto “Storie di paese”. Gradirei tanto se vi è possibile inviarmene una copia oppure farmi sapere come posso ottenerla. Io e Tita eravamo “de visinanza” e facevamo “la baronades” insieme. Si parla di circa 80 anni fa Tanti distinti saluti, e ringraziamenti. Giuseppe (Joey) Pampanin Clifton, NJ - USA Giuseppe ha tratteggiato la sua storia per sommi capi, invero, nel suo Cadore ha vissuto una vita molto intensa. Piacerebbe a molti conoscere qualche sua avventura. Intanto, acclude una foto scattata dopo la salita al Pelmo il 27/2/1949 “dal mio amico Tòne Sagui Loti di Zoppe che mi aveva seguito con binoccolo ed atteso sul Col del Fer. Tone, precisa, era un appassionato, famoso cacciatore e mio compagno d’armi.” Caro Giuseppe, siccome anche Tita da Ruseco era suo amico de visinanza, abbiamo subito provveduto ad inviarle il libro che ha riscosso tanto favore e dove troverà tanti ricordi comuni. “IJS”, LIBRO DI CARLINA DE LORENZO SU COME PREPARARE IN CASA UN OTTIMO GELATO Alla presenza di un folto pubblico di appassionati del gelato (chi non lo è? ) è stato presentato a Utrecht il secondo libro di Carlina De Lorenzo. Il titolo è IJS (pronuncia eis), che significa appunto gelato. Molto curato nella veste tipografica, il volume è fornito di ricche illustrazioni e di molte fotografie, sia di archivio , sia originali eseguite nella gelateria di Carlina e Roberto. Interessanti sono anche le vecchie immagini di famiglia, che spesso ispirano tenerezza. Da vera figlia d’arte, Carlina spiega come si può preparare in casa un ottimo gelato. Il successo dipende dagli ingredienti, che devono essere di prima qualità, e dal seguire alla lettera le modalità di preparazione, che lei e Roberto hanno esperimentato in tutte le parti. Ricette di diversi gradi di difficoltà si alternano a informazioni merceologiche e a nozioni di fisica pratica per capire la struttura del gelato. Carlina ha dedicato il libro a sua madre, Mia, ed è molto dolce e riconoscente quando parla dei nonni, dei genitori, delle sorelle e dei parenti da cui ha ascoltato le grandi e piccole storie della famiglia, in particolare nonna Rachele e zia Giacomina. Per dimostrare la semplicità con cui sono scritte le ricette, l’autrice ha preparato davanti ai presenti un delizioso sorbetto al prosecco, che la nipotina Lisa (11 an- Lettere al Direttore ni) ha offerto ai presenti senza però assaggiarlo perchè , sono le sue parole, “l’alcool non è per bambini”. Italo De Lorenzo Potete scrivere, o inviare mail a [email protected] o [email protected] o fax al numero tel. 043532858 clistico, che quest'anno farà tappa a Cortina e San Vito, vorrei ricordare che nel 1963 - quando lavoravo come fotoreporter all'Agenzia fotogiornalistica Olympia alla Gazzetta dello Sport, mi venne dato l'incarico di un documentario 16 m/m da realizzarsi sul percorso delle tappe ciclistiche per conto del “Caffè do Brasil” che patrocinava il Giro d'Italia. E' stata un'esperienza bellissima e interessante, intercalando le riprese in corsa con fatti di folklore italiano e diffuso sulle televisioni brasiliane con successo. L’anno successivo volevano che ripetessi l'esperienza, ma trovandomi in Inghilterra per lavoro dovetti rinunciare all'incarico. Cordialmente Vostro Gianni Mario - Milano Gianni è un Cadorino che ancora oggi, 75enne, è innamorato della sua terra e del suo lavoro. Fotografo giornalista (iniziò ventenne col grande Beppe Ghedina)e poi regista cine-televisivo con la RAI, ha fra le esperienze delle dirette sportive. Il suo lavoro è stato premiato con l’Ambrogino d’Oro a Milano e con il Cavalierato al merito della Repubblica. Ha un legame ben saldo con il Cadore, tanto che lui stesso ricorda: “Credo di essere stato di buon esempio e fatto onore al nostro CADORE e alla Famiglia dei MARIO che ha tra i suoi antenati personaggi che hanno dato lustro alla nostra Terra.” Un plauso dunque a Gianni Mario, la cui carriera si può rivisitare nel Sito www.giannimario.it FEDERICA E NICOLA SPOSI D’ALTA QUOTA COI FIGLI DAMIRA E VELICA Federica e Nicola sposi d’alta quota. Sono saliti al rifugio Antelao gli echi gioiosi del matrimonio tra Federica Invidia e Nicola Da Forno celebrato a Pieve di Cadore sabato 28 aprile. Tutti li conoscono perchè, insieme a Silvia Da Forno, sorella di Nicola, gestiscono lo storico rifugio Antelao che si trova sopra Pozzale, dove abitano. Ma Federica e Nicola sono famosi anche per i prodotti lattiero caseari di alta qualità che escono dalla loro azienda agricola. L’azienda si chiama “Le capre dell’Antelao”. Un titolo da favola. E la loro storia assomiglia molto ad una fiaba. Per come si sono incontrati ed innamorati. Per come hanno deciso di dedicarsi all’agricoltura. Federica, laureata in architettura, praticava la professione con tanto di studio a Pieve. Poi la conversione coraggiosa ed appassionante. Accantonata la progettazione edilizia ed urbanistica ha imparato a fare formaggi. Prima i corsi di formazione e poi l’esperienza e il perfezionamento produttivo. Ed è iniziata la grande avventura. Hanno lavorato sodo Nicola e Federica per avviare l’azienda che oggi contempla capre, mucche, manze da carne, cavalli, maiali. Una fatica che ha dato loro anche parecchie soddisfazioni. E li ha fatti diventare protagonisti nell’ambito del dibattito sullo spopolamento della montagna e sulla necessità di offrire maggiori opportunità ai giovani, di sostenere l’agricoltura e di pensare ad un modello turistico dove il settore primario è fondamentale. Nicola e Federica figurano anche tra gli animatori del progetto “Cadore regno delle ciaspe”, l’iniziativa di promozione nata per valorizzare i rifugi alpini del Cadore che restano aperti anche durante la stagione invernale. In questi anni, oltre a seguire con intraprendenza e passione l’azienda e il rifugio, sono riusciti anche a dare un prezioso contributo alle iniziative avviate per vivacizzare la vocazione turistica del Cadore. E hanno trovato anche il tempo per mettere al mondo due bellissime bambine: Damira e Velica che sabato 28 aprile, nella sala consiliare del municipio di Pieve di Cadore, insieme ai nonni, agli zii e a tanti amici hanno assistito al matrimonio di mamma e papà. Con il sindaco Antonia Ciotti, a testimoniare e a documentare l’amore di Federica e Nicola sono intervenuti proprio in tanti. E la festa si è spostata poi da Pieve a Pozzale e su su verso l’Antelao dove Federica e Nicola, sposi novelli, accoglieranno escursionisti e alpinisti con la simpatia di sempre. Bepi Casagrande GIUGNO 8-9 .qxd:FEBBR 8-9 6 5-06-2012 11:22 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 9 Lettere & opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & opinioni ORIGINARIO DI COSTALTA, GIAN ROMEO DE VILLA DIVENNE IMPRENDITORE IN LIGURIA - TORNAVA OGNI ESTATE AL PAESE ian Romeo De Villa Palù G era un imprenditore cadorino che ha fatto fortuna nella Liguria di Ponente, costruendo una impresa edile che è arrivata ad avere, negli anni del boom edilizio fino a 120 dipendenti. E’ morto a 82 anni, dopo aver resistito con forza all’avanzare della malattia, ed è stato sepolto a Ventimiglia, dove vive la moglie Liliana Benedetti, di Sappada, insieme con i tre figli, e dove opera il fratello Mario, che a sua volta conduce una impresa, la Csl, esperta nei controlli dei ponti delle autostrade. I due fratelli De Villa Palù, di famiglia originaria di Costalta, erano emigrati negli anni Cinquanta a Ventimiglia, dopo aver tentato di aprirsi uno spazio in Comelico per la loro prima esperienza di impresa edile, in continuità con l’attività intrapresa dal padre, Gino De Villa Palù. Gli orizzonti più larghi della terra ligure favorirono le idee imprenditoriali dei due fratelli, che per diversi anni rimasero soci, fino a quando Mario si staccò per specializzarsi nell’attuale settore di controlli autostradali. Gian Romeo invece ingrandì la sua attività, soprattutto nel settore delle costruzioni civili, segnalandosi come industriale lungimirante al punto da essere scelto dai colleghi della provincia di Imperia come presidente della Confindustria dal 1983 al 1987, per ricoprire successivamente il ruolo di vicepresidente dal 1991 al 1993. Anche con l’avanzare degli anni Gian Romeo si manteneva attivo negli organismi sociali della terra ligure, tant’è che fino al 2009, poco prima di ammalarsi, aveva ricoperto l’incarico di presidente della Cassa edile provinciale di Imperia. “Fino a poco tempo fa –ricordano i figli e i collaboratorifintanto che la salute glielo consentì, seguiva l’azienda quotidianamente. Ci ha lasciato un imprenditore profondamente legato al territorio in cui ha operato e che ha profuso in prima persona un contributo straordinario allo sviluppo della nostra comunità ed alla crescita dell’imprenditoria del ponente ligure. Ci lascia un grande vuoto, ma anche un importante esempio di valori e di etica morale”. Gian Romeo De Villa Palù tor- nava ogni estate in Comelico, prima a Mare, dove c’era la casa paterna, e poi a Santo Stefano, dove aveva un appartamento nel ristrutturato palazzo in cui ha sede la farmacia. Aveva molti amici sia a Sappada, paese della moglie Liliana, sia in tutta la vallata del Comelico. Aveva appoggiato con simpatia l’iniziativa del fratello Mario, di istituire il “premio Beta Fabiana “, in ricordo della nonna Elisabetta Fabbian, che li aveva allevati entrambi dopo la morte in giovane età della mamma Maria. Il premio, consistente in un contributo finanziario all’associazione Costaltarte, andava agli scultori che per dieci anni hanno realizzato una scultura in legno nei pressi delle antiche case di legno di Costalta. Tutti quelli che HARRY SENATORE DEL MICHIGAN E JANE LINDA INSEGNANTE PROVENGONO DALLA FAMIGLIA DEI DE MASO DI NEBBIU’ Gentile Redazione, le invio un articolo sul senatore Harry De Maso che è stato insignito dell’onorificenza del Free and Accepted Masons of Michigan per i suoi oltre 60 anni di servizio e appartenenza. Harry De Maso, Senatore dello Stato del Michigan per l’area di Battle Creek è di origine Cadorina, nacque a Battle Creek il 24 febbraio 1921,l primogenito di Eliseo e Maria De Maso immigrati da Nebbiù di Cadore. Cresciuto a Battle Creek, frequentò la Michigan State University a East Lansing. Durante la Seconda Guerra mondiale prestò servizio nell’U.S. Army Air Cops dal 1943 al 1945. Nel 1947 diventò capomastro per il Free and Accepted Masons e nel 1955 ricoprì la carica di presidente dell’associazione di categoria. La carriera politica di De Maso, durata 34 anni, iniziò nel 1952 quando fu eletto alle elezioni comunali di Battie Creek. Nel 1957 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti dello Stato del Michigan, dove operò per i successivi nove anni. A partire dal 1967, De Maso fu Senatore dello Stato del Michigan per 19 anni, durante i quali ricoprì diverse cariche, tra cui Presidente assistente, Presidente associato e Presidente pro tempore lo conoscevano in Comelico e Sappada lo ricordano come una persona di animo nobile e raffinato. Lucio Eicher Clere dreault De Maso è nata il 15 aprile 1926, ha operato come insegnante ed educatrice, ha avuto due figli, Paul e del Senato. Assunse anche il figlio Tom e il nipote Brian. Yvonne. La nipote la presidenza della CommisInvece Jane Linda GouMichigan State - USA sione Finanza del Senato e, per diversi anni, fu incaricato Governatore del Michigan. Insignito di diversi riconoscimenti, fu inoltre onorato della Legion d’Onore del Supremo Consiglio Internazionale dell’Ordine di DeMolay, l’organizzazione giovanile per le opere murarie. Nel 1996 De Maso sposò Marie Ann Frayer, con cui condivide questi anni di attiva e meritata pensione. La presentazione e i festeggiamenti hanno avuto luogo a metà febbraio a Battle Creek e nella foto vediamo la famiglia De Maso: Harry con la moglie Marie, Congratulazioni vivissime ai nostri illustri americani e ai loro figli che, invitiamo, vorranno mantenere i legami con la loro comunità d’origine. GIUGNO 10-11 .qxd:FEBBR 10-11 5-06-2012 11:38 Pagina 2 10 ANNO LX Giugno 2012 6 Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni NON DATECI COLPE RITORNO A AURONZO, UNA GUARDIAMO COME POESIA DI MIRTO VECELLIO PROCEDONO GLI ALTRI CHE NON ABBIAMO! Eg. Direttore, sono Mirto Vecellio Segate, nipote dei defunti Pietro e Giuseppe, ex presidenti della Magnifica Comunità. Sono nato nel 1943 ad Auronzo ma, dopo il servizio militare, mi sono trasferito fuori per lavoro. Attualmente abito a San Benedetto del Tronto, ma non ho mai dimenticato le mie origini, tant’è che almeno tre volte all’anno ritorno al paese natale, dove ho ancora i miei parenti, assieme alla mia famiglia. Ricevo mensilmente il Cadore; ho pensato di pro- porvi una piccola poesia in dialetto che, se ritenete opportuno, potreste prossimamente pubblicare nel vs giornale. Porgo i più cordiali saluti. Mirto Vecellio Segate San Benedetto del T. “Torno a Auronzo” è un simpatico e significativo racconto in rima, steso in ladino (così oggi si dice il dialetto). Vi si ritrova la gioia del momento del ritorno al proprio paese, la vista dei luoghi che riportano alla mente i ricordi, l’avvilimento comprensibile del lasciarlo dopo la breve vacanza. Complimenti. Il lettore lo troverà a pag. 20. Spett. Direzione, sul “Messaggero Veneto” ho trovato tre articoli che dovrebbero interessare il Cadore e la Provincia: A) “LA REGIONE: TAVOLO CON IL GOVERNO PER LA ZONA FRANCA” B) “LA NUOVA AUTOSTRADA DEL FRIULI” / “CIMPELLO - GEMONA DAL 2013 - MA CRESCE IL FRONTE DEL “NO” C) “TURISMO, CIVIDALE PUNTA AI PACCHETTI “SU MISURA “ Cordialita e buon lavoro. Bortolo (Lino) Mario CONEGLIANO Il nostro carissimo abbonato ci manda gentilmente da qualche tempo articoli di stampa dove sottolinea argomenti su problematiche simili a quelle cadorine e soluzioni che altri territori hanno messo in cantiere. Lo ringraziamo e confermiamo che leggiamo, proprio per farci un’idea di come funziona il mondo. Forse dovremmo riprendere questi argomenti su Il Cadore e aprire un forum con i lettori, ma temiamo che i nostri amministratori e politici ci rispondano che loro ci hanno già pensato. Un lettore ci invia dall’Australia una pagina di giornale riquadrando con pennarello un articolo e segnando a margine “Povera Italia con questa gente.” L’articolo, e le fotografie, si riferiscono ad un presunto episodio di malasanità presso l’Ospedale di Pieve di Cadore, cosa di qualche tempo fa ma che mi dà modo per una riflessione. Anzitutto, non giudichiamo prima delle sentenze. Poi, nel caso, non dateci colpe che non abbiamo. Gli operatori sanitari citati fanno parte delle strutture della Ulss bellunese che detta orga- nizzazione e personale, quindi, che i presunti casi siano accaduti presso l’Ospedale del Cadore è un fatto puramente casuale. La popolazione cadorina in questo periodo di tagli combatte non solo per il mantenimento dell’Ospedale ma pure per la qualità dei servizi che, ovviamente, vanno tenuti da persone responsabili. Ovvio che ai nostri emigranti non fa piacere leggere notizie di scandali proprio nella loro terra, ma non si impressionino più di tanto, va così in tutto il mondo. LUCIA BROI CI HA LASCIATO GRAZIE PER LA RECENSIONE CHERUBINI DI DOMEGGE, ERA IN CANADA DIC.moCARLO Direttore, deside- vano ha intenzione di fare ro ringraziarla per il bel articolo pubblicato nel giornale Il Cadore di marzo e scritto da Ennio Rossignoli, riguardante il pittore Carlo Cherubini. L’autore del testo è stato molto cortese e lo ringrazio per le belle parole. La terrò informata di eventuali sviluppi. Un noto gallerista pado- una mostra di Cherubini ed anche in territorioVeneziano sembra muoversi qualcosa di interessante. Da parte mia sono felice che la monografia susciti interesse e curiosità. Buon lavoro e la saluto cordialmente Guido Moro Treviso ROBERTO LOZZA, IMPRENDITORE DI UNA FAMIGLIA STORICA IN CADORE - HA FATTO GRANDE LA SOCIETÀ SPORTIVA CALALZO Gentili amici La perdita di nostra mamma, Lucia Broi, nata a Domegge Cadore è stato pesante per noi e tutti i suoi amici. Aveva 95 anni. Trasferirsi in Canada con la famiglia nel 1957 si è sempre ricordata del suo Cadore e particolarmente di Domegge. Spero che il Cadore e Domegge si ricordi di Lucia nelle preghiere. Cordiali saluti Gian Pietro Broi Il cordoglio è stato unanime per la morte lo scorso 31 maggio di Roberto Lozza, 76 anni, imprenditore, il cui nome riporta ad una famiglia storica di Calalzo. Era figlio di Agostino, discendente di Giovanni Lozza, quel pioniere che aveva dato vita, assieme a Angelo Frescura, alla prima fabbrica italiana di occhiali nel 1878. Da qui, l’Occhialeria F.lli Lozza che assunse un peso determinante nello sviluppo economico del Cadore. Qui voglio ricordare l’amico Roberto, e penso di interpretare anche il pensiero dei tanti amici, dei cacciatori, degli alpini e degli sportivi che numerosi sono accorsi a salutarlo per l’ultima volta. Eravamo coetanei - ma questa non è una cosa strana però con una particolarità: siamo stati vicini per 75 anni della nostra vita, dalle elementari e fino a venti giorni or sono allorchè ero passato a salutarlo a casa prima che entrasse in ospedale. Un lungo periodo di vera amicizia, ma Roberto era troppo onesto, troppo leale, troppo sincero e buono, per cui era impossibile non andare d’accordo. Roberto ha frequentato l’Università a Milano, ha messo il cappello alpino con la ‘Julia’, si è sposato con Marisa e avuto il figlio Agostino, ha seguito in prima persona le attività dell’Occhialeria LOZZA, finché non fu incorporata nel Gruppo De Rigo: un periodo delicato, di grandi delusioni, ma noi amici che gli eravamo vicini. Abbiamo proposto a Roberto di assumere la presidenza della Società Sportiva di Calalzo, che allora non navigava in buone acque, facendo leva sul ricordo del padre Agostino, socio fondatore e presidente per molti anni della stessa. Egli, sfoderando le sue doti, utilizzando la sua capacità ed intelligenza sostenute da un forte orgoglio, riuscì a trasformare la ‘Sportiva’ in un sodalizio vincente, raggiungendo vertici mai raggiunti in passato né solo imitati ai nostri giorni. Dopo una decina di anni di soddisfacente ma impegnativa direzione del sodalizio Roberto aveva sentito la necessità di lasciare, conscio di trasferire in ottima situazione e buone mani i frutti del suo lavoro appassionato. La presenza al completo alle sue esequie della squadra dei titolari della mitica ‘promozione’ calcistica ha dimostrato, a distanza di tempo, quale era stato il feeling e la stima tra il presidente ed i suoi ragazzi di allora, visibilmente commossi. Roberto era uomo di grande cultura basata sui suoi studi ‘classici’, amava la storia, la filosofia, le belle arti, la fotografia ed altro. Conosceva tutto di Venezia per cui era bello sentirlo raccontare. Aveva ripreso contatto con i suoi luoghi cari, con i suoi hobbies e le sue passioni. Il ricovero di Roberto aveva preso di sorpresa noi amici e ci aveva subito impensieriti per la serietà della diagnosi. Il rientro a casa, dopo lunghe settimane, e la ripresa seppure lenta della normalità. Evidente in lui la voglia di vivere e godere lo scampato pericolo: duplicate le forze nella cura del giardino, l’acquisto di un nuovo cane (uno spinone da istruire in previsione di una prossima stagione venatoria), l’avvicinamento ai moderni mezzi informatici per essere aggiornato e apprendere cose nuove. Ma soprattutto una ritrovata sintonia affettiva con Marisa frutto dell’amore da lei dimostrato nelle sue lunghe degenze. Chi avrebbe immaginato che una tale, ideale ‘situazione’ potesse essere interrotta per sempre ! Giorni fa ero salito a casa sua per un augurio ed un abbraccio più profondo e prolungato del solito, una for tunata oppor tunità poiché non avrei più avuto la possibilità di rivederlo e di riabbracciarlo ! Ho perso un amico carissimo, fraterno. Ciao Roberto, anzi, arrivederci. Pier Luigi Bergamo GIUGNO 10-11 .qxd:FEBBR 10-11 6 5-06-2012 11:38 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 11 PROSA E POESIA A CHIUSURA DEL “LABORATORIO DI SCRITTURA CREATIVA” DIRETTO DA A. CHIADES Lo scorso martedì 8 maggio, si è conclusa a Pieve di Cadore la 5a edizione del Laboratorio di scrittura creativa diretto da Antonio Chiades, attuata al Centro Permanente per l’educazione degli adulti, in collaborazione con il Rotary club Cortina- Cadore. Nella serata finale, svoltasi nell’aula magna della Scuola Media, aperta al pubblico, alla presenza del vicesindaco e del presidente del Rotary, i corsisti (Anna Bacolla, Paola Bianchi, Emi Boccato, Norma Casanova, Floriana Cian, Roberta Coletti, Antonietta Crepaz, Armanna De Martin, Giovanna Deppi, Fides De Rigo Cromaro, Lu- cia Finco, Giustina Forni, Celsa Giacchetti, Maria Marinello, Francesco Meregalli, Bortola Pordon, Rita Rech) hanno letto, in forma espressiva, alcuni dei loro elaborati, in prosa e poesia, tratti dalla pubblicazione che, come di consueto, ogni anno viene stampata per l’occasione, dal significativo titolo “Percorsi”. Particolarmente soddisfatto il direttore Antonio Chiades, che, in questi cinque anni, ha visto maturare e crescere, in senso emozionale ed estetico, il gruppo. Dice infatti, nella presentazione del libretto: “Quello svolto, possiamo dire, è stato un cammino per tanti aspetti esem- plare, “uno stare bene insieme” che ha coinvolto anche chi ha guidato e coordinato il gruppo, ricevendo influssi limpidi e stimolanti, soprattutto per la sincerità con cui ciascun partecipante è andato esprimendo e rivelando se stesso, in un’atmosfera di emozioni condivise e di rispetto, in parallelo con quel viluppo di imprevedibilità che si chiama vita”. Il recital, intervallato da suggestivi brani musicali di un duetto di fisarmonica e chitarra, è stato accolto con calore e vivo interesse dal pubblico presente. Verrà riproposto il 2 giugno a Valle di Cadore con il coro Rualan. Emi Boccato LAUREE Patrizia De Pol di Pieve di Cadore ha brillantemente conseguito lo scorso 26 marzo la laurea specialistica in Alimentazione e Nutrizione Umana presso l’Università degli Studi di Milano, discutendo la tesi: “Valutazione dell’associazione tra Sindrome metabolica e lesioni del colon: studio pilota su un campione di pazienti afferente all’Ospedale di Belluno”. Si congratulano la famiglia, i parenti e gli amici Alvaro Rista, di Pieve di Cadore ha conseguito lo scorso 30 marzo la laurea in Economia - Banca e Finanza presso l’Università degli Studi di Udine. Nato a Durazzo, si è trasferito con la famiglia in Cadore all’età di 2 anni, ha frequentato l’ITI di Pieve di Cadore, lavora tutt’ora al Caffè Tiziano ovviamente con l’obiettivo d’inserirsi in un lavoro conforme al suo dottorato. Ringrazia di cuore quanti hanno concorso negli anni a papà Aleksander e mamma sostenerlo per fargli raggiun- Majlinda, il fratello Ervin. Complimenti. gere il risultato, soprattutto IL CIRCOLO AUSER DI PIEVE IN ASSEMBLEA CON LʼINCERTEZZA DEI FINANZIAMENTI PER I SERVIZI SOCIALI Di fronte al rischio di vedere Al Circolo Auser di Pieve di Cadore si è tenuta qualche tempo fa l’assemblea ordinaria annuale che ha approvato il bilancio consuntivo dell’esercizo 2011 e quello preventivo 2012, dopo aver ascoltato e condiviso la relazione morale fatta dal presidente Carlo Baldessari. La novità più discussa, tra i partecipanti, all’atto della disamina dei documenti por tati in assemblea dal segretario Gian Carlo Pagogna ha riguardato l’incertezza dell’aspetto finanziario per poter garantire le attività del Circolo, che si occupa principalmente del ser vizio di trasporto a chiamata per ultrasessantacinquenni impossibilitati a provvedere da soli o con la propria famiglia, alla mobilità sociale e sanitaria all’interno del territorio provinciale. Tale incer tezza deriva essenzialmente dai tagli strutturali che il bilancio della Regione Veneto ha apportato ai finanziamenti per i Servizi Sociali e di conseguenza alla ridotta contribuzione che viene erogata tramite il CSV di compromesso il servizio si sono registrati dal territorio grande solidarietà e sostegno materiale Belluno ai singoli circoli associati a fronte di rendicontazione specifica. (Nel 2011 è stato azzerato il contributo per i viaggi effettuati nel terzo trimestre e deve ancora essere versato quello per il quarto mentre è del tutto incerto il finanziamento per il 2012) Di fronte alla paura e al rischio di veder compromesso il ser vizio si sono registrate diverse risposte da par te delle Associazioni del territorio cadorino con espressioni di solidarietà e di sostegno materiale, talora insperati e perciò maggiormente graditi. L’Associazione Nazionale Alpini Gruppo di Pieve di Cadore ha deliberato un significativo contributo economico e la disponibilità a fornire Nel 2011 sono state trasportate oltre 480 persone per un totale di quasi 33 mila km percorsi agli “autisti Auser” una divisa di riconoscimento e rappresentanza, l’Associazione Bellunesi Volontari del Sangue sezione di Pieve di Cadore, ha elargito un contributo economico in memoria della ex segretaria di Pieve Olga Bacchetti, il Gr uppo Volontari per Sottocastello ha finanziato l’acquisto di pneumatici da neve, il Comune di Vigo di Cadore un contributo economico, infine il Comune di Pieve, grazie ad un progetto obiettivo con la Fondazione Cariverona ha ricevuto una cospicua contribuzione che permetterà l’erogazione del ser vizio per il prossimo anno e mezzo. Infine va sottolineato come in occasione di esequie si sia registrata la pratica di chiedere, da parte dei familiari del defunto una contribuzione a sostegno del nostro circolo. A tutti questi va il nostro sentito ringraziamento e la fiducia nello spirito di solidarietà che li ha animati. Con queste assicurazioni possiamo sperare di poter superare l’attuale momento di crisi finanziaria nella speranza che si possa tornare alla normale amministrazione regionale e poter continuare a fornire il nostro ser vizio che nel 2011 ha permesso il trasporto per oltre 480 persone per un totale di quasi 33.000 km percorsi. Giancarlo Pagogna GIUGNO 12-13 12 .qxd:FEBBR 12-13 5-06-2012 11:44 Pagina 2 STORIA uando a Venezia giunQ se la notizia che il presidio del castello di Botestagno si era arreso il 18 ottobre 1511 di fronte all’attacco delle truppe imperiali la costernazione fu generale. E quanto amara fu quella perdita resta dimostrato anche dal tentativo di spiegare la sconfitta con il comodo ricorso al tradimento: sarebbe stato Nicolò Bolani, capitano del castello, ad accettare di andarsene in cambio della vita e di 3000 fiorini. In verità non era andata così e il Bolani fu galantuomo fino in fondo: si presentò spontaneamente a Venezia ed uscì assolto dal processo intentatogli nel 1515, con 19 voti favorevoli e 4 contrari. La spiegazione più logica, accettata anche da Giuseppe Richebuono nella sua “Storia d’Ampezzo”, era che la superiorità numerica ed ossidionale messa in campo da Massimiliano era tale da rendere impossibile ogni forma di resistenza, anche per le condizioni pessime in cui versava il fortilizio. Ogni eroismo ad oltranza, con conseguente inevitabile carneficina, sarebbe servito solo a ritardare di poco l’inevitabile caduta e in questo il comportamento del Bolani non fu in definitiva molto diverso da quello palesato in quei mesi dalla stessa popolazione ampezzana: meglio accettare la realtà dei fatti e aspettare magari occasioni più propizie per un’eventuale rivincita. E lo stesso storico esprime la convinzione che i cortinesi non avrebbe- ANNO LX Giugno 2012 Il fallimento dellʼaudace progetto di Zuan de Ghedina 500 anni fa significò per Venezia la definitiva rinuncia allʼAmpezzano QUEL COLPO DI MANO POTEVA RIDARE BOTESTAGNO ALLA SERENISSIMA Se Ampezzo passò allʼAustria non fu per libera scelta degli abitanti, ma per lʼineluttabile situazione militare ro mai fatto atto di sottomissione a Massimiliano se quel baluardo fosse rimasto in mano veneziana: “… restarono fedeli a Venezia fino al limite del possibile. Se Ampezzo passò all’Austria non fu certo per libera scelta degli abitanti, ma per la ineluttabile situazione militare, quando il suo destino era ormai segnato in conseguenza delle convenzioni internazionali”. Anzi, va detto che parecchi abitanti sarebbero stati intenzionati ad aiutare le truppe venete a rientrare di sorpresa nel castello, a condizione naturalmente che queste truppe ci fossero. Abbiamo in proposito la testimonianza scritta di Martin Sanudo (Diarii, tomo XIII), che, con tono d’ammirazione nei confronti degli Ampezzani “popolo et contado”, alla data del 30 ottobre 1511 scrive: “… se save che alcuni d’Ampezo tramavano dar dito castello a la signoria (Venezia), videlicet fenzer di fuzer e intrar dentro e come erano zonti li nostri vicini, rendersi… e con aiuto de le ville tajarli a pezi”. Perfino Massimiliano paventava siffatta ipotesi e il 25 di ottobre, da Dobbiaco, ordinava alle sue truppe di sgombrare Cortina e di ritirarsi al di qua della posizione del castello. L’esercito veneziano però non si fece vedere e Botestagno rimase all’imperatore. Ma non è finita qui, perché alcuni mesi più tardi proprio un cortinese, Zuan de Ghedina, oste di Ospitale, fece la proposta al Consiglio dei Dieci a Venezia, per il tramite di Barnaba Barnabò, di riconquistare Botestagno per mezzo di uno stratagemma da lui preparato, progetto che venne approvato all’unanimità in Palazzo Ducale il 10 gennaio 1512. Evidentemente l’oste, che voleva farsi perdonare di aver trattato la resa assieme a Zorzi da Zara, era convinto di poter aver accesso facilmente al castello in virtù del suo ruolo precedente e delle sue stesse LE POSTE DI S. PIETRO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE INFORMATICA n questi ultimi mesi abI biamo letto sulla stampa locale i numerosi interventi dell’autorità e le sacrosante proteste della popolazione in relazione alla chiusura di alcuni uffici postali nei paesi della montagna bellunese. In particolare per noi cadorini è stato coinvolto il paese di Campolongo nel comune di Santo Stefano di Cadore. Ora, mentre unisco la mia voce al coro di doglianze per questo modo di “trattare” il nostro territorio, consentitemi un ricordo d’ infanzia su come funzionavano le Poste e Telegrafi oltre cinquanta anni fa nel mio comune di nascita, San Pietro di Cadore. Il servizio postale era da sempre gestito dalla famiglia “di Frare”(Cesco Frare) a Mare, solamente per la frazione di Costalta era titolare della locale agenzia Liberale Casanova De Marco. Gli uffici Poste e Telegrafo (quest’ultimo nei primi decenni del Novecento molto importante per le comunicazioni urgenti) si trovavano nella casa dei consorti Cesco Frare, fabbricato situato sulla strada principale in via Piave a Mare. Questa antica costruzione è tuttora esistente e conserva molti aspetti caratteristici di allora, anche se nel corso degli anni ha subito degli interventi di ammo- dernamento e restauro delle strutture. Nel 1958 l’ufficio postale venne trasferito al di là della strada in locali più spaziosi e moderni, dove vi rimase fino nell’autunno del 1985 per poi traslocare nella sede attuale in Piazza Garibaldi. Ritornando ai primi anni Cinquanta ricordo che l’ufficio postale era situato al piano terra sulla destra entrando dal portone principale, ovvero nella posizione sud est del fabbricato. Una volta entrati si sentiva molto spesso il ticchettio del telegrafo che “dialogava” con l’alfabeto Morse e un forte odore di ceralacca che serviva a sigillare “gli speciali”, ovvero le conoscenze, e forse contava pure sulle pessime condizioni della struttura, inficiata da generale fatiscenza e preoccupanti brecce. Tanta audacia invero non sortì esito alcuno, ma l’episodio dimostra che gli ampezzani, lontani come s’è detto dall’idea di sottomettersi spontaneamente, finirono col farlo in ragione sia della forza dell’occupante, sia dell’insipienza della Serenissima. Si giunse così alla tregua del 6 aprile 1512 tra l’Impero e Venezia, in seguito alla quale si decise di accettare lo status quo, con ognuna delle due parti a tenersi ciò che in quel momento stava effettivamente occupando. E tale clausola, poi riconfermata dai trattati di Bruxelles del 1516 e di Worms del 6 1521, segna il vero discriminante tra la signoria di Venezia e quella “di Sua Maestà Cesarea” in Ampezzo, cosicché proprio quest’anno ricorre il 500° di una svolta molto discussa, senz’altro sofferta e comunque dolorosa, sia per gli ampezzani che per i loro vicini cadorini. Non conosciamo la data esatta in cui sette notabili cortinesi si recarono a S. Candido a presentare formale atto di sottomissione nelle mani del maresciallo Leonardo Rauber, ma certo ciò avvenne solo nei giorni o nelle settimane successive, dopo ponderata analisi di una situazione ormai stabilizzata e decantata. Per completezza bisognerebbe aggiungere però che un ulteriore tentativo di assediare Botestagno forse avvenne nel 1513, quando truppe veneziane avrebbero rioccupato momentaneamente anche Cortina. Ma al di là di avvenimenti non suffragati da fonti sicure e indipendentemente da anniversari più o meno rotondi, l’intricata storia di quei primi anni del ‘500 dimostra come fosse davvero esagerata l’accusa mossa dall’Abate Ciani agli ampezzani (“vile diserzione, iniquità, infamia”). Troppo facile dirlo 300 e più anni dopo quel fatidico sabato 18 ottobre 1511, giorno di S. Luca, allorché sulle mura del castello s’aprivano paurose brecce per i colpi ben assestati di circa 20 cannoni, alcuni dei quali di grosso caliWalter Musizza bro. Giovanni De Donà Il servizio offerto negli anni ʻ50 non aveva nulla da invidiare a quanto fornito da Poste italiane spa corrispondenze raccomandate ed assicurate che viaggiavano a parte rispetto alla posta ordinaria. Nel muro divisorio della stanza dove si trovava il personale impiegatizio e l’ingresso, dove avevano accesso gli utenti, c’era un’apertura quadrata di circa sessanta centimetri che fungeva da sportello per il pubblico. In questo spazio c’era l’occorrente per scrivere e firmare: il calamaio con l’inchiostro nero e una penna con pennino in acciaio come si usava allora. Passo ora a descrivere la distribuzione della corrispondenza e dei pacchi che allora arrivavano in Comelico con le corriere delle autolinee Carnia-Cadore, mentre fino a Calalzo viaggiavano su apposito vagone postale delle Ferrovie dello Stato. Una volta arrivata a Mare la posta dell’intero comune di San Pietro veniva smistata e quella indirizzata a Costalta ritirata da chi svolgeva il servizio di procaccia; in quegli anni era svolto da mia zia, Tersilia Casanova De Marco, vedova di guerra e meglio conosciuta come la Rossetta. Dopo aver sistemato tutta la corrispondenza e i pacchi di sua competenza nello zaino (in dialetto rodsòk) e firmato il verbale di consegna degli speciali, la Rossetta se lo caricava in spalla e a piedi risaliva fino a Costalta, dove una volta arrivata consegnava il tutto al titolare dello sportel- lo postale. Par quanto riguarda le altre frazioni del Comune erano addetti alla distribuzione i coniugi Spirito e Genia Pontil Scala. Questi, una volta ordinate lettere, cartoline, pacchi e telegrammi per nominativo via e numero civico inserivano il tutto in una grande e assai capiente borsa di cuoio color marrone scuro e partivano a piedi per il recapito a domicilio delle corrispondenze. Se in alcune giornate c’erano da recapitare delle raccomandate o vaglia postali; (allora molto usati per le rimesse di denaro tra persone) dovevano portarsi appresso an(segue a pag. 14) che Gian Antonio Casanova Fuga GIUGNO 12-13 6 .qxd:FEBBR 12-13 5-06-2012 11:44 Pagina 3 IMPRENDITORIA ANNO LX Giugno 2012 a crisi c’è, eccome, e L non certo da oggi. L’industria dell’occhiale, dopo aver abbandonato fisicamente il Cadore sembra voler lasciare anche Longarone e chi ci lavora per lidi e maestranze ben più lontani. Gli economisti ed esperti di marketing ne discutono da tempo e non mancano diagnosi e ricette, talvolta discordanti, spesso difficili da interpretare in un contesto economico generale che si fa vieppiù inquietante. Non è detto che chi si occupa di storia debba avere per forza la fede di Niccolò Machiavelli, fermamente convinto che a ben guardare negli esempi del passato si trovi sempre una situazione analoga alla difficoltà presente e con essa il viatico per uscirne felicemente. Eppure un po’ tutti, perfino chi si sente più vicino allo scetticismo di Francesco Guicciardini, riconoscono che guardare agli errori e alle crisi del passato risulta comunque utile per sviluppare una mentalità reattiva e alla fine vincente. Analizziamo dunque alcune contingenze più o meno remote, in cui l’occhialeria si trovò davvero sull’orlo del baratro, o addirittura ci finì dentro, e consideriamo strategie e strumenti con cui essa riuscì a risollevarsi. Proprio la Sàfilo, o per lo meno quella che fu la sua progenitrice, ci appare in tal senso una miniera di consolazioni, giacché in diverse epoche e situazioni la tenacia di capi e gregari riuscì sempre a risolvere problemi che, sul momento, si palesavano drammatici, addirittura insuperabili. Non si può non riandare con la memoria alla notte del 30 marzo 1896, allorché il capitolo dell’industria cadorina dell’occhiale sembrò arrivato davvero all’ultima pagina. Un furioso incendio cancellò in poche ore il lavoro profuso per quasi 10 anni da Carlo Enrico Ferrari, brillante ufficiale milanese che nel 1887 aveva acquistato la fabbrica sul Molinà trasferendosi subito con tutta la famiglia a Calalzo per dirigerla personalmente. Con una determinazione che suscita ancor oggi stupore, il Ferrari vi investì il suo patrimonio, comprò una moderna turbina idraulica tipo Girard, adottò nuove tecnologie per le montature degli occhiali, si procurò una dinamo Tecnomasio per disporre di energia elettrica nel reparto galvanico. Insomma, di fronte agli esordi difficili, e pur abbandonato da due soci, introdusse tante e tali innovazioni da trasformare la piccola fabbrica in un moderno stabilimento. L’azienda a poco NESSUNO AVREBBE SCOMESSO SUL FUTURO DELL’OCCHIALERIA Intraprendenza, passione e spirito Guardare alle difficoltà di squadra sono stati i presupposti superate nel passato della grande crescita può servire a combattere dellʼocchialeria in Cadore la crisi di oggi a poco si fece conoscere Come definire tutto ciò in tutta Italia, grazie pu- Sulla piccola fabbrica alla Molinà di se non sagace adattare alla cura che l’imalle esigenze delCalalzo Ferrari investì tutto il suo mento prenditore metteva nella realtà contingente? la pubblicità e nella parO, meglio ancora, si popatrimonio, Ulisse Cargnel la tecipazione alle princiaffermare che risollevò dalla distruzione della trebbe pali esposizioni. Racconegli seppe trasformare ta Antonio Ronzon che grande guerra, Guglielmo Tabacchi la difficoltà in opportupacchi contenenti cianità. scuno 20 dozzine d’ocFinita la Grande le diede grande sviluppo chiali partivano ogni giorno da Calalzo diretti in Francia, in Africa, in Oriente… In quella sventurata notte tutto andò in fumo, e con esso molti operai si videro già licenziati, con tante famiglie sul lastrico. Invece il Ferrari non si fece prendere dalla disperazione e con l’aiuto della moglie ripartì con rinnovato entusiasmo: comprò a Ligny un nuovo impianto di lavorazione delle lenti, predispose nuovi macchinari, riorganizzò l’intero ciclo produttivo puntando alla qualità del prodotto. L’azienda crebbe per quantità e qualità dei suoi prodotti, ottenne riconoscimenti e medaglie, tanto da finire sull’Enciclopedia Illustrata Francese. Passiamo ad un altro esempio forse ancor più calzante con la realtà di oggi. Caporetto fu anzitutto una sconfitta militare, ma i suoi fantasmi vengono comunemente evocati ancor oggi proprio per rendere il clima di crisi generale in cui versa il nostro paese. Il disastro della ritirata e dell’invasione austriaca del 1917 fu un’autentica débacle materiale e morale per l’occhialeria cadorina, soprattutto per Ulisse Cargnel, che, come noto, aveva continuato e sviluppato l'iniziativa del Ferrari facendo costruire, nel 1906, due nuovi edifici su progetto dell’ing. Carlo Canella di Padova, e dando così lavoro a circa 200 operai con una produzione giornaliera di 4.000 lenti e 2.000 paia di occhiali, esportati in gran parte nell’America del Sud. Il 19 novembre 1905 il nostro veniva nominato Cavaliere del Lavoro e nel 1907 l'allora Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio, Rava, visitava i suoi stabilimenti. Nel 1910 si iniziò a realizzare le prime montature in celluloide, la cui lavorazione era stata prospettata all’imprenditore durante un soggiorno a Napoli da un certo Larese di Auronzo, forse non studiato ma certo ricco di conoscenze empiriche. Ebbene, nel 1917-18, dopo Caporetto, tutto ciò venne cancellato: gli stabilimenti furono devastati dagli austriaci e Cargnel, su invito del Ministero, si trasferì a Milano, dando vita nel dicembre dello stesso anno ad un impianto per la fabbricazione di lenti ed occhiali di protezione per le truppe italiane combattenti. Con grandi sacrifici finanziari egli installò questo impianto provvisorio, in cui lavoravano numerosi operai cadorini, tra i quali Giuseppe Lozza, Giorgio e Berto Fedon. In siffatti frangenti seppe giovarsi pure dell’esperienza di Lucio Lozza, che in quel periodo si trovava presso la Direzione del Reparto di costruzioni ottiche del R. Laboratorio di precisione in Roma, per perfezionare la produzione delle lenti. Guerra, Ulisse Cargnel trasferì tutti i macchinari da Milano al Molinà, ripristinando lo stabilimento e dando particolare impulso alla produzione di lenti e occhiali di celluloide, che in quel periodo iniziarono a diffondersi sia in Italia che all'estero. E se la celluloide fu un’idea innovativa, geniale e assolutamente vincente, nata dalla curiosità e dalla collaborazione di vari amici cadorini, altrettanto lo fu lo stereoscopio adattato per l’aviazione, figlio dell’imprenditoria cadorina, della situazione bellica in atto e dello stesso contesto montano in cui si viveva e combatteva. Proprio 13 di Walter Musizza Giovanni De Donà nell’ambito della collaborazione col Ministero della Guerra nacquero questi geniali strumenti, capaci di assecondare al meglio la tecnica militare di realizzare prima specifiche fotografie panoramiche e di osservarle poi con strumentazione idonea. Un’idea e una realizzazione che molto devono alle esperienze maturate dagli aviatori della 48a Squadriglia, tra cui il Ten. Palli e il Cap. Porro, che misurandosi con gli anfratti delle Dolomiti perfezionarono la visione stereoscopica delle posizioni nemiche, eseguendo fotografie prospettiche e planimetriche di grandissima utilità, ieri ma pure oggi, soprattutto in campo di ricerca archeologica. Altri problemi ed altre soluzioni via via inventate potrebbero essere invocate nella storia ultracentenaria dell’occhialeria cadorina, ma il concetto ci sembra ormai acclarato. Le difficoltà attuali sono grandi, ma nel passato sono state ancor più grandi. Il problema è forse altrove: esiste ancora la comunione di intenti dei nostri avi? Sussistono sinergie capaci di coniugare interesse personale e solidarietà collettiva? C’è voglia di ricominciare dalle basi, buttandosi anima e corpo in una nuova impresa? Gli imprenditori cadorini da noi citati riuscirono in miracoli inusitati forse perché avevano perduto tutto e bisognava solo guardare avanti. Noi, italiani e cadorini di oggi, forse abbiamo ancora molto da perdere e ciò ci frena, lasciandoci drammaticamente sospesi tra il benessere del passato e la paura dell’avvenire. Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] GIUGNO 14-15.qxd:FEBBR 16-17 5-06-2012 11:48 Pagina 2 ANNO LX Giugno 2012 14 QUEL CONFINE MAI OTTENUTO D a quando a questo mondo c’è vita animata si sono creati dei “confini”: quelli dei branchi d’animali, quelli di caccia stabiliti degli umani, quelli tra le varie etnie dei relativi abitanti e via discorrendo fino a quelli più recenti nella geografia politica, non ultimi quelli tra le “frazioni” nei vari Comuni. Proprio di uno di questi si vuol raccontare. Bisogna prima ricordare che la Ferrovia delle Dolomiti, con tracciato a scartamento ridotto vista la topografia assai impervia delle valli del Boite e del Rienza, collegava la stazione di testa delle Ferrovia dello Stato in Calalzo con Dobbiaco, che si trova sulla linea ferroviaria internazionale che da Lienz arriva ad Innsbruck passando per brevità, con un vecchio raccordo, per l’Italia nella Val Pusteria. Nel comune di Pieve di Cadore c’era una stazioncina in “Valina” sul versante orientale della sella di Pieve, quella di Sottocastello-Pieve di Cadore, quella di Tai e quella di Nebbiù. Nel consiglio comunale del 14 febbraio 1953 era stata votata all’unanimità la Deliberazione n. 4, accettando la richiesta del maestro Giovanni Pagogna, primo presidente della risorta Regola di Nebbiù, il quale avevo fatto presente all’Ente Municipale che la stazione di Nebbiù sorgeva nel territorio della Frazione di Tai, che già aveva la sua. Qui bisogna precisare che nel passato c’era solo una strada che collegava Pieve di Cadore a Valle di Cadore passando a mezzacosta per le borgate di Ca’Depolo e Vissà, le quali, assieme a Nebbiù, Perarolo ed Ospitale, facevano parte del Centenaro di Valle, disciolto anch’esso da Napoleone assieme alle Regole. Quella strada, detta Via Regia e che tuttora in gran parte così si chiama, tranne un tratto che è diventato Via Monte Rite dal monte che si trova d’infilata ad occidente, segnava il confine fisico tra le frazioni di Tai e Nebbiù. La richiesta del maestro Pagogna era di portare tal confine alla più recente Statale D’Alemagna n.51, in media un centinaio di metri più a sud, così incorporando la stazione ferroviaria in parola. Al tempo in quella lingua di territorio tra le due strade c’erano ben La stazioncina ferroviaria di Nebbiù sorgeva nel territorio della frazione di Tai, di qui la richiesta al Comune di spostare più a sud i confini di Nebbiù pochi fabbricati; oltre alla stazione c’era una grande casa abitata da Nebludensi, autotrasportatori di mestiere, davanti a questa il capitello dedicato alla Madonna e dal quale ha preso nome la località “Alla Madonnetta”, costruzione che da anni non c’è più, due fabbricati con gran parte della struttura di legno per una segheria e relativo deposito del legname lavorato e una casa che dava alloggio al custode della stessa segheria e spazio per i relativi uffici. Questo per dire che allora gli unici a subire un sostanzioso mutamento domiciliare erano solo quei residenti che già si ritenevano abitanti di Nebbiù a tutti gli effetti, visto anche che per la stessa parrocchia ancor ora il confine oltrepassa la statale ed arriva fino in vetta a Monte Zucco. Bisogna precisare che il consiglio Comunale era composto, oltre al sindaco, da 22 consiglieri dei quali uno solo di Nebbiù; questo fa capire che la richiesta del Presidente di Regola era stata condivisa da ben 17 consiglieri delle altre frazioni, visto che 5 erano assenti. La Deliberazione Comunale si conclude dando mandato alla Giunta Comunale di deliberare a sua volta i particolari tecnici, dopo che i consiglieri delle frazioni interessate avessero raggiunto un accordo. Fatto sta che a tutt’oggi quei confini non sono mai stati modificati; ancora non s’è trovata traccia della Deliberazione di Giunta conclusiva, ma nemmeno mai è stata annullata la Deliberazione dell’Organo supremo che aveva ufficialmente stabilito che la stazione della Ferrovia delle Dolomiti “Nebbiù” dovesse insistere sul territorio della frazione di Nebbiù. Osvaldo De Lorenzo LE POSTE DI S. PIETRO dalla prima pagina il registro per raccogliere le firma di consegna dei plichi. Naturalmente il servizio di recapito e distribuzione della posta andava effettuato in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo atmosferico; infatti, nei mesi invernali mia zia per scendere più velocemente da Costalta a Mare adoperava lo slittino anche se poi al ritorno doveva riportarselo in quota. Termino questo racconto con una doverosa considerazione, nonostante gli scarsi mezzi tecnologici a disposizione in quel tempo, mi sembra che si possa osservare che il servizio offerto allora non avesse nulla da invidiare a quanto ci viene fornito da Poste italiane S.p.A. ai nostri giorni. 6 La seicentesca chiesa di Peaio fu dedicata a San Rocco, protettore dalla peste che in quei tempi imperversava anche in Cadore UNA TESTIMONIANZA DI RELIGIOSITAʼ SALDA E VIVA a chiesa di Peaio si trova inL castonata tra le poche case del paese, davanti alla maestà del Pelmo. Lì a fianco scorre l’antica Strada Regia, percorsa a metà ‘500 anche dal grande Tiziano, quando si era recato ad Augusta in Germania su invito dell’imperatore Carlo V, col quale aveva un costante rapporto di stima e amicizia. Ma altri personaggi di spicco vi erano passati - ad esempio Martin Lutero per recarsi a Roma - dal momento che la storica arteria collegava la pianura veneta con il Tirolo, prima della costruzione della strada di Alemagna, inaugurata nel 1832. La chiesa, nitida ed elegante nell’essenzialità della sua struttura, era stata consacrata - come avverte una lapide posta sulla facciata - nel 1659. Ma la sua esistenza risale a molto tempo prima. E’ dedicata alla Trinità, ma da secoli è viva anche la devozione a San Rocco, il santo trecentesco che aveva la facoltà di guarire gli appestati. Nel ‘600, erano stati alcuni pasticceri di Peaio trasferitisi a Venezia, gli “offellieri”, a portarne la devozione in paese, dopo essere stati risparmiati dalla peste, che a quei tempi provocava un gran numero di vittime nel corso delle frequenti epidemie. In chiesa è anche conservata una reliquia originale di San Rocco, autenticata nel 1853 dall’allora vescovo di Treviso, Giovanni Antonio Farina, proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 4 novembre 2001. Ad imprimere un senso di calda meraviglia, appena entrati, sono i tre altari della seconda metà del ‘700, finemente intagliati e dorati. In quello principale, posto sul presbiterio, sono raffigurati la Madonna col Bambino e ai lati san Rocco e san Sebastiano, pure lui tradizionalmente invocato contro la peste. In alto, la Trinità. Sullo sfondo compare la basilica della Salute, edificata a Venezia in occasione della peste del 1630. L’autore è Antonio Dana e la data probabile di esecuzione è il 1780. Anche a Peaio la ricorrenza della Madonna della Salute, il 21 novembre, veniva celebrata con particolare solennità e la presenza del pievano di San Vito. L’altare laterale di sinistra è dedicato - unitamente alla Vergine Assunta - ai santi Liberale, Tiziano vescovo, Francesco e Osvaldo re. E’ denominato anche “delle anime”. L’autore è anonimo. La pala di destra, con la Madonna e il Bambino, propone la devozione ai santi Anna, Luigi Gonzaga e verosimilmente Gaetano da Thiene, che tanto si adoperò per alleviare le conseguenze della peste, anche se la voce popolare ritiene trattarsi di Filippo Neri. L’autore è stato identificato lo scorso agosto, sulla base di un’iscrizione leggibile su una “piastrella del pavimento” del dipinto: si tratta di Antonio da Padola, “pi- to l’attuale parroco di Vodo, da cui Peaio dipende, don Gianni Rech. Ha già pronto per la stampa il relativo manoscritto. Don Gianni, che ha già pubblicato un volume di grande interesse storico-artistico, dedicato alla chiesa principale di Santa Lucia, ci ha cortesemente comunicato notizie e suggerimenti utili per la stesura del presente articolo. In precedenza altri autori, come Mario Ferruccio Belli, si erano soffermati a descrivere caratteristiche e preziosità della chiesa di Peaio. Oltre agli altari principali, la struttura presenta ulteriori aspetti di notevole interesse. Ad esempio appena entrati, dopo aver superato l’attuale sagrato recintato, dove fino al 1853 esisteva il cimitero, si nota a sinistra una statua di Sant’Antonio dello scultore Antonio De Lotto. E’ stata realizzata attorno al 1920 e tuttora si conserva l’elenco di coloro che avevano contribuito al finanziamento dell’opera. Campeggia poi la data del 1854, che si richiama all’importante restauro avvenuto in quell’anno, quando erano stati realizzati il pulpito, il fonte battesimale in marmo e la cantoria. Al riguardo, va sottolineato come il coro di Peaio sia stato attivo fino a metà ‘900. Successivamente è andato gradualmente spegnendosi, soprattutto a motivo dello spopolamento causato dall’emigrazione, non solo in Europa, ma anche verso Stati Uniti, Brasile e Argentina. Una curiosità: da Peaio era partito anche quell’Italo Marchioni che ha inventato il cono gelato, trasferitosi in America nel 1903. L’atmosfera spirituale che si percepisce all’interno della chiesa è calda e vibrante, segno che chi ha contribuito a realizzare e ad ampliare la struttura, attraverso i secoli, possedeva un’impronta religiosa consapevole e determinata. Si notano fra l’altro, all’inizio del presbiterio, alcune lampade pensili particolarmente pregiate, di fine ‘700, lavorate in argento e oro. Nella sacrestia, invece, è conservato un elegante armadio, pure settecentesco. Sullo sfondo, infine - quasi ad avvolgere simbolicamente l’insieme - si impone la presenza di un grande, austero crocifisso. Antonio Chiades Allʼinterno della chiesetta, tre altari del ʻ700 finemente intagliati e dorati con tele raffiguranti s. Rocco e s. Sebastiano, s. Liberale, Tiziano vescovo, Francesco e Osvaldo re tor depinge”, come si può leggere. La devozione alla Vergine è sempre stata particolarmente sentita a Peaio, tanto è vero che sulla sinistra del presbiterio è conservato anche uno stendardo raffigurante la Madonna della Difesa, con il quale gli abitanti si recavano annualmente in processione, il 19 gennaio, all’omonimo santuario di San Vito. A compiere un’accurata ricerca sulla chiesa del paese è sta- GIUGNO 14-15.qxd:FEBBR 16-17 6 5-06-2012 11:48 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 15 I CORTE METTO, RICCHI COMMERCIANTI DI LEGNAME IL LAUDO DI LOZZO -1444 ra le dimore storiche T del Cadore l'imponente palazzo Corte Metto, oggi sede museale, mantiene l'immagine del prestigio dell'omonima ricca famiglia che vi dimorò. Le prime notizie riguardanti il signorile edificio si trovano nel Catasto del 1816. Quanto a coloro cui appartenne, Giovanni Fabbiani nel suo libro "Auronzo di Cadore" ricorda che in paese nel secolo XIV esisteva un "loco dicto ad cortes", aggiungendo che nel 1600 era diffuso solo il cognome da Corte. Successivamente qualche discendente dal ceppo comune tralasciò il "da" ed oggi esistono sia famiglie Da Corte che "Corte". Un ramo si distinse particolarmente: quello derivato da un Giacomo da Corte, che si cognominava "de Metto". Della sua posizione e preminenza economica la dice lunga il fatto che fu in grado di prestare al Comune di Auronzo ben 1000 ducati. I Corte Metto accumularono ricchezze con il commercio di legname. Ma entrarono ufficialmente nel gotha dei proprietari fondiari veneti nell'Ottocento, allorché acquisirono il latifondo di Ca' Tron nel Trevigiano, dove tuttora se ne serba memoria. Anche se la fine fu tutt'altro che gloriosa. Risalendo indietro nel tempo, Ca' Tron, oggi compresa nel Comune di Roncade, consisteva in una larga estensione di terreni che in epoca medievale appartenne alla famiglia dei Conti di Collalto, Signori di Treviso e, nella parte più prossima al Sile, ad alcuni monasteri. Nota anticamente come Col di Meolo, in quanto vicino a quella località, la tenuta nel XVI secolo venne acquistata dalla potente famiglia dogale veneziana dei Tron, la quale vi installò un'azienda agricola. Nel XVIII i Tron adibirono quei terreni a risaie, il che portò all'insediamento di nuclei familiari. A metà del Settecento - annota lo studioso trevigiano Ivano Sartor nel suo "I latifondi e la Comunità di Ca' Tron" l'estensione coltivata a risaie raggiungeva i 245 campi e mezzo, saliti a 267 nel 1772". Al tramonto della Repubblica Veneta l'ampio latifondo passò per buona parte dai Tron ai Mocenigo, altra illustre prosapia veneziana. A inizio dell'Ottocento l'ultima discendente dei Tron cedette quel che restava al patrizio veneto Girolamo Morosini. Questi fra il 1833-34 vendette a sua volta al cadorino Giovanni Corte Metto, commerciante di legname di Auronzo, che viveva a Venezia in Campo San Marziale. Come era uso il proprietario non gestiva direttamente il latifondo ma si avvaleva di agenti in loco. Tra costoro figura un Francesco Barnabò De Meio, che apparteneva a famiglia in vista di Lozzo. Giovanni Corte Metto morì nell'aprile 1853, disponendo nel testamento la vendita di quanto possedeva in Ca- Il Laudo con le sue modifiche ed integrazioni ci accompagna dai tempi dei Patriarchi a Napoleone fornendo indicazioni sulla vita comunale arà perché il Laudo di S Lozzo è abbastanza corposo e comprende, tra Tra le dimore storiche del Cadore il Palazzo Corte Metto a Auronzo mantiene lʼimmagine del prestigio Nel primo Ottocento la famiglia acquisì il latifondo di Caʼ Tron nel Trevigiano, estensione allora coltivata a risaie dore, a Venezia e a Ca' Tron. Le ricerche di Sartor attorno alle ultime volontà di Giovanni Corte Metto hanno consentito curiose scoperte. Alienate tutte le sue cospicue proprietà, divise la sua sostanza per un sesto tra alcuni suoi eredi e per i restanti cinque sesti tra sei enti religiosi, da lui stesso indicati, con l'obbligo di celebrazione di messe. Ne beneficiarono l'oratorio delle Grazie di Udine, i frati Minori conventuali della Basilica del Santo di Padova, i Padri Cappuccini, i Padri Riformati, i Padri Minori Osservanti di Venezia. Risulta che solo le prime due congregazioni poterono accettare le 30 mila lire per ciascuno loro destinate. Gli altri dovettero rinunciare per via delle rispettive costituzioni. Peggio decisamente andò a una quindicina di componenti del casato Corte Metto che, esclusi dall'eredità si avventurarono in un lungo contenzioso legale. Si trattava di Giovanni, Romeo e Augusto fu Giovanni; Antonio, Giovanni, Lucio fu Giacomo; Lucio-Luigi, Giacomo, Giovanni di Antonio; Vittorio fu Lucio; Giovanni, Liberale, Lorenzo, Lucio-Alessandro fu Liberale; Luigi fu Osvaldo. Finché la causa rimase pendente l'eredità restò bloccata e ogni attività cessò nella tenuta, che soffrì del più totale abbandono. La situazione si protrasse fino al 1875, quando il tutto fu rilevato da un ricco ebreo padovano. A quel punto i cadorini Corte Metto sparivano per sempre. Bruno De Donà norme ed aggiunte, ben 242 articoli, sarà perché il prof. Giovanni Fabbiani, nativo del posto, si interessò con ben due pubblicazioni, apparse nel 1957 e nel 1981, sta di fatto che il Laudo, del 1444, non certamente il primo che la comunità abbia avuto, riveste un particolare motivo di studio perché, con le successive modifiche ed integrazioni, ci accompagna quasi dalle origini alla fine del Dominio veneto ai primi anni della dominazione austriaca (1821), dai tempi dei patriarchi di Aquileia a Napoleone, fornendoci indicazioni sulla vita comunale di più di quattro secoli di questo paese cadorino. Nel 1761 i regolieri di Lozzo deliberarono di far riunire in un unico libro tutti i laudi e di farli tradurre, dal latino, in lingua italiana. Tra le varie notizie, disseminate nel testo, sono sicuramente interessanti quelle che riguardano i nomi, in dialetto, che si usavano allora. Ad esempio, il numero 72: Item che se li Audoni, ovvero Agnelli saranno trovati nelle Biave ovvero nelli Pradi da Dieci cavi in suso vegna in comun un cau di quei Audoni ovvero Asgnelli: e da dieci in zo in comun Bagattini quattro per cau. Si viene così a sapere che, un tempo, i lozzesi chiamavano audoni gli agnelli e qualcosa di quell’antico modo di esprimersi è rimasto nel dialetto cadorino perché le caprette vengono ancora oggi riconosciute come: audoi o audòle. Nell’articolo 80 troviamo: Item, che non ardisca alcuno lasciar il mercanei delle Torte delle chiasure verso le strade in pena di soldi due per cadauno merzanei et di rfar il danno. Nel dialetto i merzanei erano gli estremi della torta, la legatura fatta con un ramo di viburno o di nocciolo o di sorbo, usata per legare una stanga ad un palo. Con questa disposizione si cercava di impedire che il passaggio, lungo le strade, venisse ostacolato e fossero pericolose per i passanti le terminazioni delle legature di legno che venivano usate in un’epoca in cui il ferro costava molto. Anche nell’articolo 84 troviamo qualcosa di particolare: Item che nessuna Persona ardisca portar fuoco de notte dopo sonata l’Ave Maria, se non in qualche olla, ovvero Lanterna, ovvero in qualche altra copertura, et se sarà trovato alcuno portar sia condannato al Comun soldi cinque de piccoli per cadauna volta. Nell’articolo num. 148, scritto nel 1678, veniamo a conoscere che l’orologio della torre campanaria era appena stato messo in funzione: ...essendo stato proposto... di tior ed accettar ... l’elezione assoluta del Monegho, che pro tempore deve esser nella Veneranda Chiesa del Glorioso Martire Protettor nostro San Lorenzo, che per avanti andava a Rodolo per il loco di Lozzo, per ovviare a certe contese, ed anco acciò le cose sacre, ed anco il Rodolo, e Comun medesimo, sia ben servito, ed anco per la servitù dell’orologgio, poco fa fabbricato, fu finalmente dopo lungo e maturo discorso… che per l’avvenire de cetero perpetuis futuris temporibus, l’elezione del Monico predetto d’anno in anno sia assolutamente nel medesimo Comun e che li regolieri de cetero in particolare non abbino più ingerenza alcuna... Singolare appare la disposizione numero 177: Evidenti ed eccedenti essendo li danni che inferiscono con li sarchi quelli che vanno a cercar schiosi per Tavella attorno li campi Ruoi e Masiere con scavare anco li Termini e confin tra Particolari, perciò resta proibito l’uso de sarchi stessi con pena de Lire dieci 10 a quelli che fossero ritrovati in Tavella a sarchiare, e ciò senza riguardo a chi si sij.. Dovendosi la pena sudetta ogni anno intimare per le case col mezzo de saltari. La ricerca delle chiocciole, che costituivano un diversivo nel menù giornaliero delle famiglie di Lozzo, doveva costituire un lavorio non indifferente che i ricercatori dovevano fare sui campi aiutandosi con quella specie di piccola zappa fornita di due rebbi con la quale si estirpano le male erbe dalle coltivazioni. E se avvenivano i danni rilevati, le persone che andavano alla ricerca dei molluschi, perfino negli ammassi di macerie, coperti da frantumi di roccia, dovevano aver lavorato alla grande e pertanto nessuno poteva accampare il pretesto di aver semplicemente sarchiato il campo. Marcello Rosina GIUGNO 16-17.qxd:FEBBR 16-17 5-06-2012 11:53 Pagina 2 ANNO LX Giugno 2012 16 mandantur, in conformità alle direttive ricevute dall'alto, ha dato disposizioni per una degna celebrazione dell'onomastico dell'imperatore d'Austria, che dal 21 novembre 1916 non è più Francesco Giuseppe, morto ad ottantasei anni, dopo sessantotto di regno: gli è succeduto il ventinovenne pronipote Karl Franz Josef Ludwig Hubert Georg Maria von Habsburg-Lothringen. Quinto nella lista dei pretendenti, non si sarebbe ritenuta pronosticabile una sua possibilità di arrivare al trono. Prima di lui c'erano: il figlio dell'imperatore, Rodolfo, poi il fratello Carlo Ludovico, quindi i figli dello stesso, Francesco Ferdinando e Ottone, padre di Carlo. Una successione tragica di eventi porta quest'ultimo in prima fila. 1889: Rodolfo muore suicida, con la baronessa Maria Vetsera, a Mayerling; Carlo Ludovico rinuncia ai suoi diritti in favore del primogenito; 1906: muore prematuramente il fratello minore dello stesso, Ottone; 28 giugno 1914: a Sarajevo, per mano del serbo Gavrilo Princip, è la volta dell'arciduca erede al trono e della moglie Sofia. KARL, ULTIMO IMPERATORE D’AUSTRIA Così, due anni e qualche mese dopo, il giovane figlio di Ottone è il nuovo imperatore d'Austria, col nome di Carlo I, e apostolico re d'Ungheria, col nome di Carlo IV. Gli compete un'interminabile serie di titoli: re di Boemia, Dalmazia, Croazia, Slavonia e Illiria; re del Lombardo-Veneto; re di Gerusalemme; granduca di Toscana e di Cracovia; duca di Lorena e di Salisburgo, di Stiria, di Carinzia, del Friuli, di Ragusa e Zara; di Modena, Parma, Piacenza e Guastalla; principe di Trento e Bressanone, tralasciandone almeno altrettanti. Da Vienna si esige che la ricorrenza del genetliaco, 17 agosto, Anche a S. Vito di Cadore chiesta la celebrazione solenne per il genetliaco di Karl, pronipote di Franz. Era il 17 agosto 1918 LʼULTIMO IMPERATORE DʼAUSTRIA sia celebrata con solennità anche nei più sperduti avamposti. A S. VITO, ATMOSFERA DA SANT’ AMBROGIO Di quanto avviene a San Vito ci riferisce, per memoria diretta, Vincenzo Menegus Tamburin, sempre nel suo libretto “Nane e Nanuto - elegie, racconti e profili paesani illustrati da Vico Calabrò, Gruppo edizioni San Vito - Val Boite, 1977”. Il mite ed umile mansionario della Difesa, don Pietro Belli Mezzana, trovatosi, per singolare disegno provvidenziale, a reggere la pievania proprio durante tutto il periodo di guerra, si premura di comunicare, durante la messa di domenica 11 agosto, dodicesima dopo Pentecoste, che sabato alle undici ci sarà una liturgia, per la ricorrenza ecc., ecc.: la popolazione è invitata a parteciparvi. Preoccupato di non incorrere in omissioni che possano riuscire di pregiudizio alla cerimonia, eccede in prudenza, ricordando che Vico Calabrò gosto 1918. L'invasioA ne in Cadore dura da nove mesi. La Platzkom- no di militari “impalati, / come sogliono in faccia a generali,/ co' baffi di capecchio e con que' musi,/ davanti a Dio diritti come fusi”. Il cappellano conclude il suo sermone, in tedesco e poi in italiano, con lo scontato auspicio della buona sorte per le sue armi vittoriose e l'assicurazione che i due imperatori Carlo e Guglielmo sono protetti dalla mano divina (momento retorico colto da Vico con il consueto, magistrale tocco). Nel rigoroso silenzio che accompagna il suo rientro all'altare si avverte distintamente uno strascichio di piedi e si nota una persona che si sta avviando all'uscita. RISENTIMENTO DELLO SCULTORE MINOTTO La solennità del rito non consente ai militari di andare oltre una fugace occhiata, accompagnata da fastidio e disapprovazione, mentre i locali hanno ben visto che si tratta dell'anziano scultore Gio Batta De Lotto Minoto. Autore di pregevoli opere in Riferisce Vincenzo Menegus Tamburin: i reparti sfilano ordinatamente lungo la via principale ed entrano in chiesa; allʼomelia della messa ʻin terzoʼ il cappellano militare auspica buona sorte per le armi vittoriose dei due imperatori protetti dalla mano divina Il risentimento e la scultura di G.B. De Lotto Minoto non ci sarà il suono delle campane a darne l'ordinario segnale. La precisazione, di per sé pleonastica, ben sapendo tutti che le campane non ci sono, assume un'involontaria sfumatura umoristica, considerato che mancano... in quanto requisite, come tutte quelle del Cadore, su ordine, o autorizzazione che dir si voglia, dello stesso imperatore beneficiario della celebrazione. Arriva finalmente sabato diciassette. Di buon mattino i re- parti sono in movimento per la cerimonia militare, mentre si procura di allestire un rancio, si fa per dire, speciale (pochi knödel, in gran parte privi dei tradizionali ingredienti, in un brodo altrettanto misero; crauti, patate e vino). Preparativi di altro genere sono in corso all'albergo Marcora, dove sono attesi per il pranzo gli ufficiali e i pochi notabili locali. Dieci e mezza: i reparti sfilano ordinatamente lungo la via principale ed entrano nella chie- sa parrocchiale, liberata dai banchi per consentire la massima capienza. La gente che ha voluto prendere posto è giunta con largo anticipo. Numerosi i civili e i militari costretti a rimanere fuori. La messa solenne, “in terzo”, è presieduta dal cappellano militare, assistito da prè Piero e da don Gio Batta Cesaletti Martina. L'atmosfera evoca, all'evidenza, quella di S. Ambrogio in Milano, plasticamente resa nella poesia del Giusti: un pie- legno, tuttora conservate nelle chiese di S. Vito, allievo preferito a Venezia del maestro zoldano Valentino Panciera detto Besarel, Tita è benvoluto da tutti, tanto che gli si perdona il vezzo, inizialmente ritenuto snobistico, di continuare a parlare in veneziano, anche dopo il rientro in paese. Passa qualche giorno senza che lo scultore venga al rituale incontro pomeridiano con gli amici in una stanza attigua all'osteria gestita dal sindaco. Finalmente si presenta in via privata a quest'ultimo, il quale, chiestogli conto dell'assenza e soprattutto della decisione, a dir poco inopportuna, di uscire di chiesa così platealmente in anticipo, si sente rispondere: “Ciò, ti ga sentìo qual piàvoio (buffone) in césa; ghe a dago mi la man divina a quel nato d'un can”. E accompagna l'anatema estraendo da sotto la giacca un bastone con una singolare impugnatura a T, i cui bracci sono le teste dei due imperatori: Carlo, che ha in testa il “padellino”, cioè il classico berretto di ufficiale austroungarico, e Guglielmo col tradizionale elmo chiodato dei tedeschi. L'unico collo da cui escono le due teste è strozzato da una mano, col polso avvolto dal tricolore, le cui cinque dita richiamano le potenze alleate in guerra contro gli Imperi centrali: Italia, Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Russia (sorvolando sull'uscita dalla coalizione di quest'ultima, a seguito degli eventi rivoluzionari). L'ammirazione per il piccolo capolavoro è subito raf- 6 di Giuseppe De Sandre freddata nel sindaco da un dubbio, anzi da una certezza, considerato il carattere estroverso e ciarliero del personaggio: chissà mai a quanti altri ha già imprudentemente esibito il bastone! Infatti, il Comando, informato “da uno di quei sudici ruffiani che non mancano mai”, dispone un'indagine sulle dicerie che corrono, incaricandone il Wachtmeister Thango. Nonostante la cattiva opinione che si ha di lui, il capoguardie, pretendendo di affrontare personalmente, le grane, dimostra il buon senso di voler evitare, per quanto possibile, che le stesse si complichino col divenire di competenza degli alti gradi. È così che, anche questa volta, prima di dar corso a qualsiasi ricerca, ne dà avviso al sindaco. Il corpo del reato sparisce d'incanto, in un luogo inaccessibile, “un supporto nella canna del camino di altra casa, in cui il vecchio tiene lo studio”, la ricerca si rivela infruttuosa e tutto finisce lì. Il Minoto la passa liscia, senza avere forse mai valutato appieno il rischio, abbastanza plausibile in un periodo di tensione, di essere scoperto e incriminato “per lesa maestà”. Buon per lui, in ogni caso, che gli occupanti abbiano ben altro cui pensare. KARL PROCLAMATO BEATO NEL 2004 Gli imperi centrali, in gravi difficoltà sul piano militare, si dissolvono nel giro di qualche mese ed entrambi i sovrani sono costretti ad abdicare. Carlo muore esule a Madera nel 1922, a soli trentacinque anni, e là rimane sepolto. Un paio d'anni dopo, anche il nostro ottuagenario scultore, placato il suo acceso risentimento patriottardo nei confronti degli invasori, passa a miglior vita. Non ci è dato, quindi, sapere come avrebbe commentato il fatto che, impero o no, gli Asburgo rimangono sempre nel cuore dell'Austria e della cattolicità. L'imperatrice Zita, morta nel 1989 a novantasette anni, dopo il solenne funerale nel duomo di Santo Stefano, viene sepolta nella cripta dei Cappuccini. Il 3 ottobre 2004 Giovanni Paolo II proclama Carlo beato, additandolo ad «esempio per noi tutti, soprattutto per quelli che oggi hanno in Europa la responsabilità politica», per avere preso a cuore le parole di Benedetto XV e cercato con grande impegno di porre termine alla “inutile strage”. Assiste alla cerimonia in San Pietro il novantaduenne figlio Otto, membro del parlamento europeo, presidente dell'unione pan-europea internazionale, che più di ottant'anni prima il padre aveva voluto accanto a sé, “affinché egli sappia in qual modo dovrà diportarsi un giorno, come imperatore e come vero cattolico". Imperatore titolare, ancorché non in carica, dal 1922 al 2007 (ora lo è il figlio Carlo), Otto muore nel 2011, quasi centenario e, dopo il rito funebre officiato dall'arcivescovo di Vienna cardinal Cristoph Schönborn, è sepolto, come i suoi antenati, nella cripta dei Cappuccini. GIUGNO 16-17.qxd:FEBBR 16-17 6 5-06-2012 11:53 Pagina 3 COME ERAVAMO ANNO LX Giugno 2012 ZOPPEʼ DI CADORE IN UN RARO FILMATO DEL 1953 articolarmente noto è il film P “Il postino di montagna” girato nel 1951 a Colle Santa Lucia dal regista Adolfo Baruffi (autore anche del documentario “Occhialeria del Cadore” del 1952), il quale si avvalse della collaborazione del giornalista bellunese Dino Buzzati per la stesura dei testi destinati ai commenti parlati. Meno conosciuto è invece il filmato girato poco dopo dalla Rai, nel 1953, a Zoppè di Cadore, la cui sceneggiatura venne curata da Florestano Vancini con la consulenza, ancora una volta, di Dino Buzzati. Entrambe le pellicole subirono la medesima sorte: per anni se ne persero completamente le tracce, le immagini non vennero mai trasmesse alla televisione e per molto tempo nessuno ne parlò più. “Il postino di montagna”, dopo un susseguirsi di minuziose ricerche, venne riportato alla luce e restaurato: il dvd con il film completo uscì nel 2008 in allegato alla rivista “Meridiani Montagne” con copyright “Fondazione Cineteca Italiana”. Altro destino toccò invece al documentario su Zoppè di Cadore che rischiò quasi di cadere nel dimenticatoio se nonché, nel 1995, si fece avanti il figlio del regista Vanzini proponendo al Comune di Zoppè di Cadore di acquistare una pellicola 16mm (chiamata in gergo cinematografico “pizza”) nella quale, tra le altre cose, vi era appunto anche il filmato su Zoppè. Il Comune, per questioni burocratiche, si disse indisposto all’acquisto della pellicola e passò la proposta all’Union de i Ladin de Zopè che, valutando il valore storico delle riprese, decise di acquistare il filmato per la bella somma di quattro milioni di lire. La pellicola venne portata poi in un laboratorio specializzato a Milano e convertita in formato digitale. E’ ora conservata negli archivi dell’ Union de i Ladin che ha reso disponibile la visione integrale del filmato sul sito www.museoetnografico zoppedicadore.com, nella speranza di poterne fare presto un dvd con altre riprese dell’epoca. Indubbia è infatti l’importanza di questi rari fotogrammi che oltre a raccontare il paese com’era, hanno impresso su di essi momenti di vita risalenti a quasi sessant’anni fa, volti e persone che adesso non ci sono più ma anche tanti zoppedini che, allora bambini, oggi possono raccontare quell’esperienza, di certo non all’ordine del giorno. CHI C’E’ NEI FOTOGRAMMI? Pompeo Livan (attuale presidente dell’ Union de i Ladin de Zopè) e Simone Simonetti c’erano sicuramente: sono infatti loro, assieme a Fausto Bortolot e Leone Pampanin, i bambini che nelle riprese del 1953 scendono velocemente giù dal prato per rincorrere una delle poche corriere che transitavano da quelle parti. E sono proprio Livan, Simonetti e Giulio Mattiuzzi a raccontarmi i giorni in cui Zoppè diventò un “set” cinematografico: grazie alla loro memoria storica possiamo oggi dare un nome ai volti in bianco e nero del filmato, a partire dai bambini che rincorrono la corriera, mentre la voce narrante parla di una Zoppè di Cadore popolata da ben 600 abitanti (oggi ridotti a poco più di 270). Le prime immagini ci mostrano la strada che conduce a Zoppè, una delle più ripide d’Italia. Simone Simonetti fa notare il cambiamento del paesaggio: “allora si vedeva il paese “pulito”, senza tutti gli alberi che ci sono adesso”. La corriera sale lenta e la strada, al suono del clacson, si deve obbligatoriamente fare “deserta” per permettere al grande mezzo di passare sulla strettissima carreggiata. E’ qui che compaiono i bambini già citati: non hanno molti CIAK, SI GIRA... Il paese divenne un set cinematografico per il filmato girato dalla RAI Della pellicola 16mm se ne persero le tracce, venne acquistata nel 1995 dallʼUnion de i Ladin de Zopè e convertita in forma digitale per farne un DVD Livan, Simonetti, Mattiuzzi raccontano... divertimenti e quindi si apprestano ad affrontare una “gara di velocità” sull’ultimo tratto del tragitto della corriera. L’inquadratura si sposta poi sulla via principale, di fronte al municipio che ospitava anche le scuole elementari. “A memoria d’uomo non si ricordano analfabeti”, recita la voce narrante. Intanto un uomo taglia la legna sul bordo della strada. “Si tratta di Dante Simonetti di Ughi”, ricorda Pompeo Livan. Su una ripida costa compaiono poi due donne, conosciute a Zoppè come “le doi Nine”, intente a portare il concime con il darlin. Erano delle belle ragazze e così furono scelte per interpretare quella parte. “In realtà non avevano mai fatto quel mestiere, spiega Mattiuzzi, infatti indossavano le scarpe basse”, evidentemente inadatte per il lavoro da svolgere. Preziosa è però l’inquadratura successiva: si scorge un ragazzo, Camillo Mattiuzzi di Zot, correre verso la fusina del Mache, andata completamente perduta nel 1966 (ne rimane solo qualche rudere sotto l’attuale cimitero). Nell’immagine si vede l’intera fusina e Primo De Nadal, ultimo fabbro di Zoppè nonché figlio del Mache, intento a realizzare “chiodi o più precisamente ferri cadorini da scarpe”. Mani più delicate vengono poi riprese mentre lavorano delle suole per scarpe: sono le mani di Tonia Simonetti, Colomba Bortolot e Pia Livan, a cui segue l’immagine della barista Franca Bortolot che porta da bere a un gruppo di uomini all’interno del vecchio bar Alto Cadore: tra questi ci sono Antonio De Nadal, “al Frizzo” e “al Gallo”. La voce narrante parla dell’emigrazione e in primo piano vediamo la figura di Bortolo Tomea, figlio di Antonio Tomea, pioniere assoluto della tradizione dei gelatai, il primo ad essere andato a Vienna. Dopo una serie di cartoline d’epoca che raccontano della “crema dei Tomea”, ricompaiono infine i bambini, questa volta con l’enorme stella del Verbum Caro (anche se siamo solo in autunno): sono Pompeo Livan, Leone Pampanin e Silvano Sagui. Cantano il Verbum Caro alla signora Giacoma Mattiuzzi detta Nina (moglie di Luigi Pampanin dei Criboi), impegnata a lavorare a maglia su di una vecchia scala di legno. La voce narrante, dopo 4 minuti di documentario, conclude descrivendo quello che sarà il futuro prossimo di Zoppé: l’inverno, il freddo, senza luce e senza telefono, quando “il Pelmo più che mai sembrerà un gelato di panna”. Irene Pampanin 4 minuti di documentario per descrivere i luoghi del paese e la sua gente 17 GIUGNO 18-19.qxd:FEBBR 18-19 5-06-2012 11:59 Pagina 2 Pittura - Musica 18 ANNO LX Giugno 2012 Intervista a Lionello Puppi, del Centro Studi Tiziano e Cadore MARTIRIO DI S. LORENZO DI TIZIANO IL CAPOLAVORO RITROVATO U n professore emerito di Ca' Foscari, membro autorevole di istituzioni scientifiche in Italia e all'estero, saggista e autore di innumerevoli studi sulla storia delle arti figurative e sulle problematiche critiche e metodologiche: parliamo di Lionello Puppi, membro inoltre del comitato scientifico della Fondazione Tiziano e Cadore, il Centro Studi che dalla sua sede di Pieve lavora da anni su scenari internazionali. Lo si può incontrare mentre attraversa la piazza del paese magari immerso in complessi pensieri e al riparo di una barba severa, dalla quale spunta però facilmente un sorriso cordiale e dialogante: ne abbiamo approfittato per interrogarlo brevemente intorno a una recente notizia, che ancora una volta ha portato il suo nome alla ribalta delle cronache dell'arte. Professore, lei avrà già capito che le chiediamo di parlarci del restauro del “Martirio di S. Lorenzo”, il capolavoro “ritrovato” di Tiziano, il pittore di cui lei è ritenuto unanimemente uno dei massimi esperti: come è stato il Suo coinvolgimento nella vicenda? “La segnalazione mi è giunta dal laboratorio di Nicola Restauri di Aramengo, con il quale sono in contatto da tempo, e con la segnalazione l'incarico di occuparmi della parte storica riguardante il dipinto.” Del “Martirio” Lei ha parlato come di uno dei capolavori del Maestro cadorino: cosa può aggiungere? “Certo la tela, conserva- La tela restaurata del “Martirio di S. Lorenzo” era conservata nella chiesa dei Gesuiti a Venezia ta nella chiesa dei Gesuiti a Venezia e realizzata su commissione di Lorenzo Massolo tra il 1547 e il 1557 circa, appartiene a pieno titolo al novero delle grandi opere di Tiziano. Avrei voluto esporre l’opera alla mostra di Belluno da me curata nel 2007 “Tiziano ultimo atto”, ma purtroppo la Soprintendente di allora non concesse il benestare allo spostamento; ridotta negli anni a una condizione di grave degrado, dopo mesi di uno straordinario lavoro di restauro è oggi tornata al suo splendore iniziale.” Come mai nell'operazione è inter venuta una Banca del Piemonte? “La Banca d'Alba, un paio di anni fa, aveva progettato di impreziosire l'inaugurazione della nuova sede facendo restaurare un'opera d'arte importante e si era rivolta a me, così la scelta è caduta sul dipinto tizianesco (anche nel nome di S.Lorenzo, patrono di Alba), riportato in mostra nel Palazzo omonimo.” Una particolare attenzione è stata riservata al cosiddetto autoritratto, il volto con tur- 6 INTERREG IV - Alfarè Lovo - Lonzi DRAVA - PIAVE l fiume Piave, il più I antico dei canali di comunicazione e di trasporto, quindi di unione fra i popoli, autentica strada che attraversa i territori da millenni. Sulle sponde dei fiumi l’uomo è cresciuto ha fatto dell’acqua un sostentamento per il suo sviluppo. Di qui l’interesse. Il volumetto, inserito in una elegante custodia che racchiude molteplici cartine di territori (Alto bellunese, Dobbiaco, Prealpi bellunesi, Trevigiano, Worthersee) e un DVD, nasce in partnership fra la Provincia di Belluno, la Provincia di Treviso, la Napoleonstradel Karntens Haus der Archittektur e l’Associazione turistica di Dobbiaco, e fa parte del progetto INTERREG “DRAVA PIAVE - Fiumi & Architetture”. L’intento dichiarato, è di rivalutare l’esistente architettonico facendo di esso un tesoro da preservare, nonché d’offri- re la possibilità di scoprire scorci ed angoli della natura che ancora non sono stati svelati. Il progetto è stato curato da Ivano Alfarè Lovo e da Letizia Lonzi, coordinato dal Servizio Cultura della Provincia di Belluno, e vi hanno collaborato Diego Battiston, Achille Carbogno, Francesco Cervo, Iolanda Da Deppo, Sara De March, Danilo De Martin, Fabio Padovan. Realizzazione e Stampa Grafiche Antiga spa. LA CORALE S. MARCO SI ESIBISCE A VIENNA Il Martirio di San Lorenzo di Tiziano durante il restauro nel laboratorio Nicola Restauri di Aramengo (Asti) bante che appare in un angolo basso del dipinto: qual è la sua opinione? E' una questione aperta e di non facile decifrazione, proprio anche a causa di quel turbante (potrebbe alludere a un coinvolgimento personale di Tiziano nel mondo della committenza). Occorrerà lavorarci sopra.” Tutta l’operazione avrà qualche seguito? Certamente, è in preparazione, anche grazie al sostegno dei Rotary del Veneto, un volume nel quale saranno af frontati e approfonditi tutti gli aspetti storici e tecnici relativi al recupero di questa fondamentale opera tizianesca.” In tempi di crisi come questi, una bella notizia! Ennio Rossignoli er la prima volta un coro P italiano si è esibito nella splendida cornice della Grosse Festsaal del Municipio di Vienna, nella 17a rassegna corale internazionale “Musica Sacra Uber die Grenzen 2012”. E’ la Corale S. Marco di Valle di Cadore che, pur col suo esiguo numero di coristi e nei dieci minuti consentiti dal programma per ognuno dei partecipanti, ha proposto in maniera superba alcuni pezzi contemporanei. Alla manifestazione del 22 aprile scorso erano presenti altri 6 cori: 2 austriaci, 3 della Repubblica Ceca, 1 della Repubblica Slovacca, questo per- ché la rassegna coinvolge tutti i territori che confinano con l’Austria nello spirito di amicizia e di scambio tra culture e popoli. La qualità dei cori era ad altissimo livello, citiamo per tutti il coro Campanula di Jihlava diretto dal maestro Pavel Jirak e il coro Magnificat di Bratislava. In chiusura, brano finale dei 250 cantori dei cori riuniti e accompagnati da strumentisti. La Corale S. Marco, nel luglio dell’anno scorso, aveva organizzato la rassegna gemella, “Musica Sacra uber die Bergen”, tenutasi a Valle e a Pieve di Cadore. GIUGNO 18-19.qxd:FEBBR 18-19 6 5-06-2012 11:59 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 19 anno cominciato a suonare H tutti presso la scuola musicale cadorina, “La Sorgente”, ed è lì che si sono conosciuti, suonando in uno dei gruppi dell’istituto, la Jazz Orchestra del maestro Marco Crestani. È un gruppo giovanissimo, nato a settembre, ma che si è già esibito in diverse occasioni, proponendo la musica Jazz degli anni ’50 e ‘60. Loro sono Matteo Festini Purlan, Luza Zanetti, Marco Antona, Daniele Baltieri e Alessio Sopracolle; in un unico nome, sono “La Sorgente Jazz Quintet”. Matteo, presentaci il vostro gruppo. “Ci siamo conosciuti quest’anno all’interno della nostra scuola musicale, “La Sorgente”. Uno dei nostri maestri, Marco Crestani, ci ha proposto di riunirci assieme e creare un gruppo. Siamo in cinque: il sottoscritto, Matteo, suono il sax e sono riconosciuto un po’ da tutti come il leader, semplicemente perché sono il più vecchio; ho ventitre anni e sono di Casamazzagno. Poi abbiamo Luca, flautista, diciotto anni di Pieve; Marco, bassista, diciassettenne di Tai; Daniele, chitarrista, sedicenne di Calalzo e, infine, Alessio, batterista, diciassette anni di Pieve.” Marco, parlaci del vostro genere. “Arriviamo tutti da generi diversi: chi dal rock, chi dal metal, però ora siamo riusciti a trovare una comune passione per il jazz. Personalmente, all’inizio, mi pia- Eʼ un gruppo giovanissimo, nato a settembre La Sorgente Jazz Quintet Matteo, Marco, Daniele, Luca hanno trovato una comune passione: il jazz. Lʼesordio al Caffè Tiziano di Pieve. Cavallo di battaglia “Blue Bossa” di Kenny Dorham. A luglio si esibiranno nellʼAlto Adige Jazz Festival ceva maggiormente il jazz più contemporaneo, come il “Fusion” e il “Funk”; poi, però, mi sono appassionato al jazz degli anni ’40’50-’60. È questo il genere che suoniamo; dallo “Swing” alla “Bossa Nova”, alla “Latino-Americana”. Il nostro cavallo di battaglia? Direi senza ombra di dubbio, “Blue Bossa” di Kenny Dorham. Una cosa molto importante che caratterizza il nostro genere, come tutto il mondo jazz, è l’ “improvvi- sazione”. Ogni brano ha una sua struttura base, che viene proposta all’inizio del pezzo; il corpo centrale è dedicato interamente all’improvvisazione delle varie componenti del gruppo e, nel finale, si ripropone nuovamente il tema base. Attraverso l’improvvisazione, ciascun musicista ha la possibilità di raccontarsi in quanto non è un pezzo scritto, ma un’espressione istantanea e originale. Non si tratta assolutamente di suonare note a caso; quello che uno suona deve bensì essere inserito in uno schema melodico ben preciso. ” Daniele, raccontaci delle vostre esibizioni. “Il nostro esordio è avvenuto il 4 marzo al Tiziano; abbiamo fatto “da spalla” ai nostri maestri che suonavano in quella occasione: Enrico Crosato e Marco Crestani. Poi abbiamo suonato nuovamente al Tiziano, il 2 aprile, in occasione di una mostra di quadri realizzati dai ragazzi della psichiatria di Pieve. Abbiamo suonato poi il 25 aprile al Bar Serenissima a Domegge ed infine ci siamo esibiti alla festa della nostra scuola di musica, sabato 5 maggio. È stata davvero una bella serata, in particolare quando tutti gli allievi, che nella scuola vengono divisi in tre gruppi la Jazz orchestra, di cui facciamo parte noi cinque, il coro Gospel e la Classic Ensemble, si sono esibiti contemporaneamente sul palco suonando e cantando alcuni pezzi dei Beatles.” Luca, progetti futuri? “Vorremmo organizzare diverse serate quest’estate perché la musica è la nostra passione e vorremmo divertirci a suonare assieme davanti ad un pubblico. Faremo molto probabilmente una serata dedicata al Latin e alla Bossa Nova, due generi che amiamo moltissimo. Ci esibiremo a luglio all’Alto Adige Jazz Festival; ci sarà poi un evento musicale dedicato al rifugio Cercenà ed infine andremo una settimana a Chioggia. Quest’ultimo, organizzato da “Veneto Jazz”, è un appuntamento davvero molto importante per gli amanti del genere. Avremmo la possibilità di frequentare dei corsi organizzati dalla “New School for Jazz and Contemporary Music” di New York e potremo esibirci in alcune serate organizzate nella città. Per noi rappresenta davvero una gran bella occasione per conoscere ancora più da vicino il nostro mondo!” Mario Da Rin Le formazioni Ensemble, Jazz Orchestra, Classic FESTA DELLA MUSICA Ensamble, Corale hanno proposto i loro repertori A DOMEGGE CON La “Sorgente è un centro musicale che conta oltre 350 allievi, molteplici le iniziative di LA “SORGENTE” diffusione della cultura musicale nelle scuole na vera festa della U musica quella organizzata per il sesto anno consecutivo alla sala San Giorgio di Domegge, dal Centro di Formazione Musicale "La Sorgente". Nell'occasione Rodolfo De Rigo Cromaro e i suoi collaboratori hanno anche celebrato il decennale di costituzione del Centro che conta oltre 350 allievi e molteplici iniziative di diffusione della cultura musicale nelle scuole. Quattro formazioni musicali con decine di musicisti tra cui molti giovanissimi, si sono esibite davanti ad un folto pubblico proponendo brani di vario genere: l'Ensemble con pezzi classici di Offenbach e Tchaikovsky; la Jazz Orchestra con un tributo al grande Duke Ellington; la Classic Ensamble con brani di Handel e Rossini e la formazione corale con due pezzi gospel. Momento clou della serata il premio alla carriera al violinista di fama internazionale Piero Raf faelli, romagnolo di nascita, ma or- mai cadorino di adozione, che si è esibito in alcuni pezzi virtuosistici anche con l'accompagnamento della meravigliosa voce del soprano Laura Lo Buono, che ha cantato la "Vergine degli angeli" tratta da "La Forza del destino" di Verdi. La Sorgente ha voluto anche segnalare gli ottimi risultati di otto allievi conseguiti presso vari Conservatori del Triveneto, con il dono di una pregiata litografia di Vico Calabrò che è stato lo stesso Maestro a consegnare sul palco della sala San Giorgio. Si tratta di Alice Pompanin, Francesca Comarella, Gaia Lacedelli, Elisabetta Candeago, Elena Quariglio, Francesco De Zolt, Giorgio Giacobbi, Francesco Pagni. Al maestro Rodolfo De Rigo Calabrò ha donato in segno di riconoscenza un violino, strumento che compare spesso negli affreschi e nelle opere dedicate al Cadore. Il tradizionale premio "Amico de La Sorgente" per chi collabora attiva- Premio alla carriera al violinista Piero Raffaelli, litografia di Calabrò a otto allievi e un violino al maestro Rodolfo De Rigo Consegnato il tradizionale premio “Amico della Sorgente” mente nelle attività di promozione della cultura musicale, è andato quest'anno al Comune di Cibiana, alla Regola di Dosoledo presente con Adriano Zandonella, all'Associazione Dino Ciani - ha ritirato il premio la sig.ra Caterina Ciani - e a Barbara Paolazzi di Radio Club 103. In chiusura di serata il gran fnale con tutte le formazio- evergreen dei Beatles, pubblico. Livio Olivotto ni de La Sorgente impegna- "Help" e "Yesterday" partite nella proposizione di due colarmente apprezzati dal Piero Raffaelli GIUGNO 20-21.qxd:FEBBR 20-21 5-06-2012 12:26 Pagina 2 ANNO LX Giugno 2012 20 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins TORNO A AURONZO al mar i a fatto tante viade D e stan le vignù su con la famea d’istiade. Il viado e stou longo ma no la fato nà fermada porcè che con la voia de tomà la fadia era pasada. Ma quanche ‘l rua alla diga e ‘1 vede i doi leoi nol vede l’ora de dì a ciatà i suoi. ‘L sencorde che le ciase le e ‘ntin cambiade e dall’ultima ota le par trasformade. Dendo inze i vien n’contro tante cese coi sante che vien preade da duto ‘1 paese. D’istiade por le strade le tanta confusion inveze e pòca dente nelle autre stagion. Gnante de passà a calchedun le porte ‘l và a ciatà de cimitero i suoi morte. ‘L camina daspò Pause n’cora n’tin 1’ passa il ponte e l’va inze por la Val da Rin. Da Ca’ se vedon le Marmarole che le ghe par sempro pì sole. I vece disiea che so mare da picenin l’avea portou ca inze col darlin. La inze por avè n’tin de formai e latte a pascolà le vace i fasea dì i tosate. A Rin e Pian de Serra il tempo nol passa mai porcè che i doi Criste de len i e vece sempro compai. Ma è lui che e cambiou e de seguro inveciou porcè che sulle erte no i vien pi l’fiou. Se passà por là e vedè un laurà chel là e so frà, che neta i bosche e sea i prà, le stou su strade disastrade su una moto il primo a ruà a Pian de Serra in tempo remoto. I vien ‘n mente quanche pì de sessanta ane gnante i se sentà dute la siera ‘n la casera col fuogo davante. ‘L lassa sto posto con malinconia por continuà il viado longo la via. Ma gnante de camignà ‘1 varda il Monte Ciastelin agnò che oto ane fa’ le morto Tiziano so cugin. Daspò Tornede, Palus e l’aga rossa ‘1 decide de dasse nà mossa. Noi sen corde del bivio por Cortina che le belo ruou su la piana de Mesorina. ‘L spetacol e sempro chel ancora no l’a mai visto ‘n posto pi bel. Fermase ‘ntin al lago Antorno mierta de vardase ‘n torno. L’ultima erta va alle Tre Zime de Lavaredo da agnò che par de tocià ‘1 ciel con un dedo. Vardando ‘ntin straco il Paterno ringrazia por duto che ‘1 che la visto il Padreterno. ‘L tempo delle vacanze è finiu i parente lo saluda e ‘I se siente ‘ntin aviliu. Mirto Vecellio Segate BARBA NIN ra le ciase de barba F Tino e la nostra, dièse metre pì avanti, stasèa barba Nin, no, no, chel de prima. Nota i “Antonio”, da piciol era “Tonin” e dopo Nin. So femena era nene Rosa. Se disèa na famea sioreta, gnente vacie o ciaure, i lauraa te la Cooperativa de generi alimentari ei vendèa anche robe par la ciasa: broschìn, strigie, scoe… Era na persona particolare barba Nin, diversa da chi del cianton, nol se vestia mai de negro, sora la ciamesa sempre n’tricò de lana, anche distade. Col ciapèl no lei mai visto, el se petenaa i ciavèi par da voi, lis lis, sempre n’pacade. Con noi tosate, quanche dugheone là n’torno la so ciasa, el se fermaa e lèra sempre soridente, mai na parola de rimprovero. Cre- do chel sarae stou volentiera a dugà con noi. Te botega no era pì lui, con tante no lavèa pazienza, forse anche con reson, ma …se sa che la reson e del cliente, ma bisogna considerà anche al laoro chel fasèa. I solde corenti, alora, era i libre, là i marcaa chel che se tolèa, ma no basta, i dovèa marcà anche sul registro, chel libron gran che era là n’ciou 6 AL VOCABOLARIO LADIN DE L OLTREPIAVE L E’ PRONTO ' stou finiu al laoro E che à npegnou dal 1980 Gianpiero De Donà e la Maestra Lina De Dona de Lorenzago. Ane eane par tole su le testimonianze, betele apede, zercà le parole pì vece, chele belo sparide da l parlà de ognì dì de la dente de ncuoi. N laoro fato co la pasion de chi che vo fei algo che reste par senpro a testimonià al ladin cadorin che se parla nte i paesi de l'Oltrepiave: Lorenzago, Vigo, Laio, Pelos e Pinié. Tanta la dente che à dou na man e i "informatori", vece e dovin che i é deste n zerca de i mode de dì de na ota. Molto bel l elenco a la fin de le piante e chela de le bestie coi nome ladin: algo che tanta dente à ormai desmenteou ma che torna n mente liedendo al vocabolario. Ernesto Maioni, diretor de l Istituto Ladin de la Dolomites se à dou da fei par ciatà i s-chei par stanpalo. La digitalisazion l é stada fata grazie a l Istituto Ladin de la Dolomites e a Denise Da Rin Vidal che co tanta pasion la à trascrito duto par parecià la stanpa (n laoro mostro). Daspo' la stanpa l é stada al banco, parchè calche dun credèa fose de moda ogni tanto perde el libro. Ogni tanto, se i vendea n’pas de legne, n’vedèl, o magare ruaa algo dai parente n’America, le femene dèa là a scurtà el conto e barba Nin i fasèa n’bèl soriso. Era ane de miseria! Te la so botega era na stanza che servia da magazin, sul sofito, con doi ganci de fèr, i avèa tacou doe stange scusade, bèle bianche, e là, me penso polito, i betèa su le scoe, i restièi, i pagada da la Fondazion Cariverona par al pì, da l' Union Ladina de l Cadore de Medo co fonde de la Region de l Veneto, da la Magnifica Regola de Vigo, Laio, Pelos e Pinié. Maria Teresa Vigolo e Enzo Croatto de l'Università de Padova i à dou na man a l interpretazion scientifica de le parole dorade che le vien da l Ladin Cadorin. I doi sienziati dis nte l introduzion che i spera che al vocabolario al serve par mantegnì viva la parlada nostrana. E chesto é l bel de l vocabolario: tante ote al dì de ncuoi se se desmentea de calche parola pì vecia e podé dà n ocio a chesto laoro parmete de fei tornà n mente chi modi de dì che se se sientia da tanto tenpo ma che fa parte de la nostra storia e podarae/dovarae ese dorade ancora. Savon che la contaminazion co l talian l é senpre pì forte parché no vivon pì isolade come na ota ma vedon television e bacalà, che se tolèa de spes, parchè i costaa puoco. Sote tei ganci era tacade le scarpe, leade n’sième coi cordoi, dute compagne. La diferenza era solo al numero del pè, che era stampou su la sòla. Dopo, a chi che volèa, i metèa su le brocie, che i vendèa anche chele. Quanche era spese grande da fèi, le femene dèa ele, i parìa che i tosate no sèpe rende conto. A comprà un pèr de scarpe no era na roba da puoco, prima se fasèa consiglio te ciasa. Sta femena e desta là, no era niente da sceglie, la dovèa solo sta atenta al numero. La vardou polito: 43 una e 43 anche chelautra. “Va ben, le tòlo” – e la ia sporto el libro. Barba Nin brontolaa soteos – “pazienza el pan, ma le scarpe”! E pasou dièse minuti, sta femena le tornada e la poeou le scarpe sul banco. “E adès che te mancia?”. “A dito al me on che una i va su polito, ma chelautra…” Barba Nin no a capiu pì niente –“dilo a to on che se là i pè storte el vade ai feise n’drezà, boea de un can!”. La dènte intanto vardaa le scarpe e ia visto che le era dute doe sinistre. “Varda Nin che sta femena a reson, forse là te magazin te as le doe destre!” – “Ma che destre o sinistre, ca e dute siore, varda se nota i dèa davoi ste arte ca, destre e sinistre, scarpe po’. Boea parlon senpre pì de spes par talian. Ma mantegnì la nostra mare lenga e nsegnala a i nostre fioi à da ese n modo par coltivà le nostre tradizion e la cultura de Cadoris ladin. Al dizionario l é nportante come testimonianza e come strumento par no desmentease de la nostra lenga. Granmarzé a dute chi che à laurou con pasion par feilo! Chi che lo vo lo può domandà ai comuni de Lorenzago e Vigo o all'Istituto Ladin de la Dolomites de Borcia. Francesca Larese Filon dun can, co e scarpe!”. Nautra ota era le oto da bonora, apena vèrto botega, e desto inte n’sior che avèa na giacheta con n’tìn de pelicia n’torno al col. Era dautono, fasèa fredo. “Bondì paron aveu…” – “Io no puoi fei niente, el spiete che rue el presidente”- a dito barba Nin. Chesto cà sa tirou là a vardà fora par finestra chi che pasaa te strada. Le stou n’tìn là, le girou par dilo algo ma no la podesto verde bocia- “A minuti le cà, no può fei chel rue”. Se vedèa che chesto on era davoi perde la pazienza, el continuaa a bete inte e fora le man de fonda. El sa a girou de scato e la dito forte: “Ma ese besuoi del presidente par guà na forfis?” . “Par guà chè?” – “Porco de sonona, can can chel porco, anche i guete adès gira co la pelicia, no sèi che te mondo che son!” Te la nostra famea reone quatro tosate e al tempo de la guèra el pan era sempre scarso, era la tessera e deone a tole el pan col bolìn. Barba Nin el me strucaa el ocio e el contaa un de pì, così aveone n’cora na pagnoca da fèi quatro parte. Verso n’boto el pasaa là te strada co la pipa chel dèa a ciapà n’tìn de aria. El nono dèa fora a dilo grazie. Me restou sempre n’bèl ricordo de barba Nin! Tita De Ina Antonio Osvaldo Benedetti, cl.1893, alpino, combattente nella Grande Guerra, decorato con Croce di Guerra. GIUGNO 20-21.qxd:FEBBR 20-21 6 5-06-2012 12:26 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 21 RACCONTO SERDES, IL RICORDO DI IERI di Osvaldo Palatini ’aria del mattino è frizzante, L il cielo imbianca. Impossibile distogliere lo sguardo dalle montagne, sfondo protettivo che circonda Serdes, piccola frazione di S. Vito, sul versante destro del Boite. Conclusi i lavori di raccolta del fieno de la vares in luglio, ci incamminiamo di buon mattino a far fieno sui prati più alti. La giornata è limpida e lo spettacolo della conca di Polentaia inondata dal sole è inebriante. Il massiccio del Pelmo colpito dal sole, comincia a vibrare, sinfonia di chiaroscuri e di lame di luce. Dalla cima di un larice un prispolone esegue volteggi e gorgheggia il suo pittoresco trillo mentre sale in alto e poi scende a parata nuziale. Mio padre, braccia robuste, continua a falciare, lasciandosi dietro sinuose righe di erba (gli andes). Mia madre e noi bambini stendiamo l’erba ancora bagnata al sole. La giornata scorre serena. E’ ora di caricare il carro da monte. Il fieno è ben stipato e l’asse in legno (luvion) è saldamente legato con funi che fissano anche robuste stanghe disposte lateralmente, a cui mio padre ha aggiunto lunghi rami di nocciolo. Attacchiamo il cavallo e scendiamo lungo la mulattiera a tratti incassata fra sponde boscose, raggiungendo così Rubinà e più a valle, Soragnè, antico pascolo a balconata sopra Serdes. Agganciate le ruote posteriori presso il meteinciariola, il carro avanza più dolcemente sulla strada. Posso stare disteso sul carro, sopra il fieno che ha un dolce profumo e guardare le nuvole che scorrono. I rami dei frassini disposti a filare, mi sfiorano e le foglie accarezzano il mio volto. E’ bello Serdes, con le case di eleganza dimessa ed i grandi fienili con le grosse travi in legno di larice, annerite dal tempo. Raggiungiamo la piazzetta adorna di fontana, che separa Vila de sora da Vila de sote, con l’antica chiesetta di S. Rocco, affacciata sulla piazza, che nell’ombra conserva piccoli tesori di pittura e di scultura. Sulla quella strada, nelle ore pomeridiane c’e’ un andirivieni di carri e cavalli che trasportano il fieno. Un ultimo sforzo, le narici fumanti e la groppa sudata, ed il cavallo entra nel fienile con il carro colmo. Liberato dai finimenti, lo abbeveriamo e gli diamo del fieno. La giornata non è finita; dobbiamo ancora sistemare il fieno sulla medena: una mansione affidata a noi ragazzi che agilmente ci sappiamo infilare sotto le travi del fienile ad ammassare il fieno. I cavalli fino agli anni ‘60 sono ancora abbastanza numerosi a RACCONTO te altre di questo insolito, tiepido autunno. Entro in classe quando la campana non è ancora suonata con l’intenzione di completare il registro almeno in alcune parti, per poi poter spiegare in pace. Conosco, infatti, questi ragazzi solo da settembre e le ore di latino sono sempre poche… “Prof, cominciamo con grammatica o con letteratura?” chiedono le avanguardie in arrivo. “Con mitologia! ” esclamo col tono di voce squillante e compiaciuto di chi sprizza improvvisamente gioia da tutti i pori, quella gioia che si prova quando s’incontra inaspettatamente un vecchio amico o si rinviene in modo del tutto fortuito un oggetto carissimo. È lì, proprio davanti a me, il “trono di Dio”, il Pelmo, abbandonato distrattamente in un angolo della cattedra in tutta la sua regale bellezza. Campeggia in una fotografia scelta per il mese d’ottobre 2011 per Serdes. Il cavallo roano di Silvio Zotelo sembra uscito da un quadro di Velàzquez, quello baio di Gelindo Botèr ha un incedere allo stesso tempo potente ed ingessato, come per una vecchia anchilosi; il sauro di Fedel De chi de Toful è più dimesso ma, attaccato al carro è insieme docile e sicuro. Il cavallo di zio Tonin riunisce le qualità più ricercate: è intelligente, docile e potente ed io ne vado orgoglioso. Zio Tonin ce lo presta spesso per i lavori agricoli. Talvolta però è troppo impegnato ed allora c’è sempre un vicino con un cavallo disponibile. A Serdes vi sono anche 2 muli color bianco-grigio, posseduti da Colussi e da Iani Codan. Un’estate, quando ancora si faceva fieno sui ripidi pendii di Tra- fies, mio padre aveva preso in prestito, il mulo bianco di Iani Codan, una bestia bizzosa e testarda, sempre pronta a sferrare calci. La salita fino a Trafies era stata tuttavia priva di incidenti. Mio padre aveva liberato il mulo lasciandolo pascolare liberamente come faceva sempre con i cavalli, per il tempo necessario a caricare il fieno. Finito di legare il carro con fune e luvion e raccolti gli arnesi, ci accingiamo a ritornare giù in paese. Non resta che riattaccare il mulo al carro, ma di far questo il mulo proprio, non ne vuole più sapere. Per quanto lo inseguiamo e lo esortiamo alla docilità, alternando suppliche mansuete e minacciose invettive, il mulo continua a trotterellare ribelle davanti a noi, giù per boschi e valli. Pro- segue testardo, senza farsi mai avvicinare nonostante i tentativi e le imprecazioni di mio padre, fino a giungere di nuovo a Serdes, dove con grande nostra rabbia e gran divertimento dei vicini, entra docilmente nella stalla di Iani Codan. Oggi questo ricordo sembra più una favola. Nonostante le grandi fatiche per campi e per boschi e l’ingiustizia provata da chi lavorava la terra ed allevava il bestiame con miseri guadagni, di pura sussistenza, ora ricordiamo quei tempi come un'epoca d'oro. E‘ un rammentare prezioso, perché riapprendiamo i tempi della sintonia con la natura, ora persi. Le stagioni che scandivano i lavori agricoli del secolo scorso, con le lunghe estati quando gran parte della gente era occupata nei campi. Anche sulle grandi rivoluzioni conviene meditare: sulle rivoluzioni economiche che hanno aumentato e diffuso il benessere. È allora infatti che il paese comincia a crescere a raggiera, con impeto e la campagna si frammenta e quasi scompare, costellata di nuovi edifici. Forse proprio per questo ne evochiamo il ricordo solo di rado. Dai tempi di Dante lo sappiamo: "Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria, e ciò sa 'l tuo dottore". ORIZZONTI SENZA FINE di Marina Daverio arese, Liceo “ManzoV ni” prima ora di lezione di una mattina come tan- Era bello Serdes, con le case di eleganza dismessa e i grandi fienili con le grosse travi in legno di larice, annerite dal tempo Allora le stagioni scandivano i lavori I cavalli, fino agli anni Sessanta, erano ancora abbastanza numerosi: il roano di Silvio Zotelo sembrava uscito da un quadro di Velàzques, poi cʼera quello baio di Gelindo Botèr, il sauro di Fedele De chi de Toful... un calendario in lingua tedesca. Apprendo poco dopo che è stato regalato alla classe dalla conversatrice di tedesco durante lo scorso anno scolastico e che, finito in un cassetto della cattedra, è misteriosamente riemerso dal dimenticatoio. La didascalia recita “Italien: Dolomiten, Selva di Cadore, Pescul gegen Monte Pelmo” ed in effetti ben sintetizza gli elementi portanti della superba immagine: il Pelmo si staglia netto contro il cielo terso autunnale e pare instaurare un muto, arcano colloquio con la chiesetta di Pescul. Il particolare taglio di luce gli conferisce, come scriverebbe Emily Dickinson, la solennità di una cattedrale: è un giorno pieno, nitido, travolgente, in cui le ombre si allungano, i dettagli prendono evidenza, i colori si accendono, come quelli degli stupendi larici dorati che fanno degna corona all’edificio. La montagna sembra proprio essersi appropriata del silenzio, della solitudine, del mito… E il mio pen- Lì sulla cattedra una fotografia, del Pelmo, il trono di Dio Eʼ gioia ed emozione come quando si ritrova un vecchio amico, ma anche ricordi di tragedia... Scrive S. Agostino: “non piangere se veramente mi ami” siero corre anche a Buzzati, al cui rapporto privilegiato con le Dolomiti nel periodo autunnale ho dedicato una lezione qualche giorno addietro rivolta ad altri allievi. L’ora passa velocemente nel migliore dei modi: ora i ragazzi sanno che, oltre alla mitologia greca e romana, esiste pure quella ladina e non è cosa da poco con i tempi che corrono in campo scolastico. Soddisfatti ed incuriositi (hanno pure appreso della mia passione per le Dolomiti), riappendono il calendario e mi dicono di prendere e tenere pure per me la bella immagine quando il mese sarà finito. Di lì a qualche giorno l’Oktober 2011 in versione dolomitica troneggia sulla mia scrivania come ospite di estremo riguardo. Ora, però, le mie emozioni sono differenti… Ad essere sincera, è da quando ho terminato quella mattina la spiegazione che non posso fare a meno di pensare che la splendida foto, talmente vivida e reale che mi basta guardarla solo qualche istante per ritrovarmi ai piedi della mia amata montagna, suscita però nel contempo in me anche una sottile inquietudine, la cui origine, inizialmente non ben qualificabile, mi si palesa presto in tutta la sua brusca evidenza. Altre immagini, che mi hanno vista tempo addietro spettatrice incredula e rattristata, scorrono nella mia mente, anzi mi si parano inesorabili davanti agli occhi: tragedia sulla parete del Pelmo, morte dei soccorritori, funerali a San Vito in una giornata in cui anche il cielo versa umide lacrime. La bella fotografia del calendario diventa un enigma e il muto colloquio fra il gigante e la chiesetta ancor più silenzioso ed inesplicabile. Assorta in questi pensieri, mentre lo stridente contrasto mi grava sul cuore, mi accingo comunque a controllare la posta ed altro materiale presente sulla scrivania per fare un po’ d’ordine: ho bisogno di spazio per appoggiare alcuni compiti in classe e, soprattutto, di ricreare delle precise gerarchie nel profondo del mio essere. C’è anche un pieghevole, che la parrocchia ha fatto per venire alle famiglie in relazione alle celebrazioni per i santi e per i defunti: ormai non serve più, anzi avrei potuto buttarlo prima, dato che ero per altra via già perfettamente informata in merito agli orari e alle varie iniziative. Noto, però, che vi è riportata una citazione e la leggo, anche perché è di un autore a me molto caro, Sant’Agostino: “Se conoscessi il mistero immenso del Cielo dove ora vivo, questi orizzonti senza fine, questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami. Sono ormai assorbito nell’incanto di Dio, nella sua sconfinata bellezza. Le cose di un tempo sono così piccole al confronto. Mi è rimasto l’amore per te, accompagno il tuo cammino con una tenerezza dilatata che tu neppure immagini. Non piangere se veramente mi ami.” Ora il taglio di luce della foto ha riacquistato la sua sconfinata bellezza… Se non possiamo ancora pienamente capire, sicuramente possiamo sperare ed amare! GIUGNO 22-23.qxd:FEBBR 22-23 22 5-06-2012 12:32 Pagina 2 SPORT ’ stata finora una stagione E fantastica quella della “Dolomiti Nuoto”, la squadra cadorina di nuoto allenata dall’istruttrice Silvia Vecellio presso la Piscina Sporting di Pelos. I ragazzi hanno ottenuto risultati davvero eccezionali, a partire dalle due giovani atlete che, per la prima volta, hanno portato il nuoto cadorino ai massimi livelli nazionali. Il 22 aprile, infatti, Martina Da Rin Perette, quattordicenne di Pelos, si è laureata campionessa italiana AICS nei 50 delfino, ha vinto l’argento nei 50 stile e il bronzo nei 100 stile. Eccezionale anche il piazzamento della coetanea Alessia Poclener di Lozzo, che, negli stessi campionati, vince il bronzo nei 50 e nei 100 metri rana. “Queste due fantastiche atlete, commenta l’istruttrice Silvia Vecellio, sono passate da due anni all’agonismo con la Nuoto Belluno, dopo aver gareggiato per diversi anni nella Dolomiti Nuoto. Ora si allenano due-tre volte a settimana a Belluno e il resto della preparazione lo fanno da noi a Pelos.” Altre due ragazze, anche loro quattordicenni, hanno fatto la stessa scelta, Anna Bombassei di Auronzo e Veronica Da Rin di Laggio, e pure loro hanno ottenuto ottimi risultati quest’anno. Nella staffetta femminile dei giochi della gioventù, infatti, assieme ad Alessia e Martina hanno sbaragliato tutte le avversarie e si sono qualificate al primo posto. Nella stessa competizione, ottimi risultati anche per i ragazzi dell’agonismo Federico Tonizzo, quattordicenne di Lozzo, e Davide Silvestro, tredici anni di Vallesella, oro nei 50 rana e oro nei 50 stile nella gara di Rovigo del 6 maggio. “La nostra piscina di Pelos, con- ANNO LX Giugno 2012 6 I ragazzi di Silvia Vecellio stanno ottenendo risultati eccezionali in questa stagione LA MIA PASSIONE FANTASTICA DOLOMITI NUOTO PER LʼHIP HOP Martina Da Rin di Pelos è campionessa italiana AICS nei 50 delfino, argento e bronzo nei 50 e 100 stile, mentre Alessia Poclener di Lozzo si aggiudica il bronzo nei 50 e 100 rana tinua Silvia Vecellio, ha due vasche corte; questo, se è vero che impedisce di nuotare sulla lunga distanza, però agevola moltissimo i nostri ragazzi nella virata. Sanno virare molto bene e questo consente loro di guadagnare secondi in gara sugli avversari.” Altro atleta cadorino che sta ottenendo buoni risultati nella gare provinciali di propaganda è Andrea Cabras, 15 anni di Calalzo. Il 5 maggio, ad Agordo, si è classificato primo in stile libero e delfino: anche lui il prossimo anno seguirà le orme degli altri agonisti e si tessererà a Belluno. “La Dolomiti nuoto è inserita, ormai da diversi anni, nel circuito di propaganda delle province di Belluno e Treviso. Queste gare sono bellissime per i più piccoli, perché hanno la possibilità di mettersi alla prova in una gara, ma allo stesso tempo di divertirsi tanto per il semplice fatto di partecipare ad una manifestazione importante e sentirsi parte di una squadra. Lo spirito del nostro gruppo è fantastico: ogni vittoria individuale viene vissuta come una grande vittoria di squadra.” I risultati della Dolomiti Nuoto sono stati superlativi anche per i più piccoli; in particolare ottime le prestazioni di Marta Valmassoi, Caterina Marengon, Marco De Candido e Greta De Zolt. “Abbiamo ottenuto grandissime soddisfazioni anche con i nostri allievi più piccoli, raggiungendo tantissimi primi posti, cosa davvero eccezionale per una squadra di montagna in confronto a tutte le altre squadre di pianura. Ora ci aspetta ancora un importante appuntamento, il 2 giugno, la Vascalonga di Belluno, alla quale parteciperemo con ben tre squadre da diciotto atleti l’una!” Mario Da Rin Ci tenevo a scusarmi per un errore (ripetuto) commesso nella stesura di un pezzo nel numero de “Il Cadore” di maggio, a pagina 23, “La mia passione per l’Hip Pop”. Ebbene, il genere di danza praticato dall’intervistata, Marta Bramezza, è l’ “Hip Hop”. Il primo, l’Hip Pop, è un genere musicale abbinato alla danza (che, tra l’altro, è proprio l’Hip Hop). Il secondo è invece il genere di danza di cui si tratta nell’articolo e che vanta, senza ombra di dubbio, ben altro riconoscimento a livello mondiale. Mi sento in dovere di scrivere queste righe non tanto per la semplice correttezza espositiva; ma perché, intervistando Marta come molti altri giovani, la passione che scaturisce dal loro cuore nel raccontare un pezzo importante della propria vita, come in questo caso la danza, è qualcosa di straordinario. Mi ferisce, quindi, di aver involontariamente urtato addosso a quella passione. Colgo l’occasione per ringraziare di cuore tutte le ragazze e i ragazzi che mi hanno dato l’opportunità di coltivare la mia di grande passione, il giornalismo; grazie per avermi concesso delle interviste anche quando ero ancora un diciassettenne alle primissime armi; grazie per quello che ciascuno di voi mi insegna nelle lunghe chiacchierate prima della stesura dell’articolo. Ringrazio, infine, il direttore de Il Cadore per la fiducia che mi ha dimostrato fin dal primo giorno. Mario Da Rin GIUGNO 22-23.qxd:FEBBR 22-23 6 5-06-2012 12:32 Pagina 3 ANNO LX Giugno 2012 che il futuro sia ro“ E sa”, stava scritto in una vetrina al centro di San Vito di Cadore il 24 maggio, giorno di partenza della 18° tappa del Giro d’Italia che ha toccato l’intero Cadore sfrecciando tra le frazioni di Borca, Vodo, Venas, Valle e Pieve di Cadore, fino a Perarolo, Macchietto, Ospitale e Termine di Cadore, attraversando, il giorno precedente 23 maggio, anche Selva di Cadore per imboccare il leggendario passo Giau con arrivo a Cortina d’Ampezzo. Due giorni indimenticabili per i cadorini che per l’occasione hanno tirato fuori tutto l’entusiasmo e l’accoglienza di cui sono capaci, tanto che l’organizzazione dello stesso Giro d’Italia ha confessato di non aver mai trovato, in nessun’altra tappa, un’ospitalità come quella ricevuta dai sanvitesi. LA PARTENZA A S. VITO DI CADORE A San Vito, a dire il vero, c’era tutto il Cadore pronto ad accogliere le centinaia di persone accorse per il Giro. Per tutta la mattinata, lungo la via principale, il paese si è animato con la sfilata del Corpo Musicale Valboite di Borca di Cadore, con i canti del Coro Sanvito, il gruppo dei Costumi Storici e dei Ladini d' Oltrechiusa, il tutto ripreso in diretta da RaiSport2 con l’inviato Paolo Belli “apprendista” corista durante il brano Lassù sulle montagne (e non solo). C’era anche il Comitato Turistico Valle di Cadore che ha allestito nella piazza del municipio una suggestiva rievocazione storica in costume tradizionale, con tanto di aula “a cielo aperto” ed alunni con calamaio, oltre che alla messa in scena di antichi mestieri con attrezzi originali e una moderna befana rosa impersonata da Savino da Cibiana di Cadore. Positivi i com- 23 Due giorni indimenticabili per il passaggio del Giro dʼItalia IL GIRO: L’EMOZIONE D’ESSERCI In centinaia a S. Vito per la partenza della 18a tappa del Giro Vera festa popolare, lʼorganizzazione ha funzionato al meglio San Vito di Cadore menti del gruppo di Valle e della presidente Marianna Hofer che ha evidenziato il forte afflusso turistico portato dal Giro d’Italia, specie di ospiti stranieri e appassionati. Un beneficio che non si è limitato all’area di San Vito ma si è propagato per tutto il Cadore, per un giorno al centro dell’attenzione mediatica, con le sue belle montagne Patrimonio dell’Umanità incoronate di rosa, dal Pelmo all’Antelao, testimoni silenziosi di una grande festa che da troppo tempo non si vedeva da quelle parti. Ci voleva il Giro: ma prima c’è voluta la forte collaborazione tra tutti i Comuni e quindi il protocollo d’intesa che si auspica continui a funzionare così bene, anche adesso che il Giro è finito, perché il Cadore unito ha dimostrato di poter puntare (e arrivare) alla “testa della corsa” (per rimanere in gergo ciclistico). Tra i vari stand c’erano anche quelli dell’Azienda Agricola dei fratelli Talamini di Vodo di Cadore, delle produzioni artigianali di Lui- gi De Lorenzo da Venas e dei Narli della Val Comelico, con la maschera del folletto da loro inventata. Tanti però anche i punti dedicati alla beneficenza e al volontariato: in particolare lo stand di “Insieme si può” a cui è particolarmente legato il ciclista Ivan Basso, il quale ha espresso la sua vicinanza e quella degli altri ciclisti, alla solidarietà. Non è mancato uno striscione rosa per Aldo ed Alberto, i due soccorritori scomparsi la scorsa estate sul Pelmo nel tentativo di salvare due escursionisti in difficoltà. A pochi minuti dalla partenza della carovana rosa, tra la gente si respirava l’emozione di essere così vicini ai campioni o più semplicemente di “esserci”, lì, in quel momento storico per San Vito. Oltre agli appassionati c’erano infatti quelle persone che magari di ciclismo non ne sapevano nulla ma contagiate dallo spirito della festa, si sono lasciate coinvolgere, perché un evento così “non si può perdere” e perché a San Vito, “ci voleva proprio”. In prima fila il sindaco Andrea Fiori, con cravatta rigorosamente rosa e fascia tricolore, emozionato sotto la partenza e quasi incredulo che tutto questo stesse accadendo davvero. “E’ andata veramente bene, ha commentato alla fine, è stata una cosa indescrivibile: l’organizzazione ha funzionato benissimo, tutto è andato per il meglio, anche gli eventi collaterali. Devo ringraziare davvero tutti: siamo entrati nelle case d’Italia. Grazie anche ai cittadini che hanno risposto con entusiasmo e partecipazione”. C’erano anche tanti giovani alla partenza, tra cui i ciclisti del gruppo sportivo Caprioli Bike e gli alunni delle scuole elementari di San Vito. In scia al Giro d’Italia, sono passati poi Gabriele Soravia da Venas con la carrozza trainata dai suoi pony Bianco e Nera e una ciclista in rosa alquanto particolare. Chissà che di questo bel giorno se ne custodisca lo spirito ancora per un bel po’ … DOMENICA 20 MAGGIO DA CORTINA A CALALZO SULLA LUNGA VIA DELLE DOLOMITI L A P E D A L ATA R O S A 500 ciclisti sono arrivati da tutto il Veneto, chi con bici da corsa o da passeggio, chi in costume ’ stata un successo. Per come è stata organizzata, per il clima festoso che l’ha contornata, E per la mobilitazione dei paesi attraverso i quali si snoda la ciclabile che ha ospitato la manifestazione, per il numero dei partecipanti che ha superato quota 500. Una festa che ha fatto promettere agli organizzatori di ripeterla e ai partecipanti di tornarci. Potremmo riassumere così la Pedalata tra Cortina e Calalzo di domenica 20 maggio. Pensata per animare l’atmosfera di vigilia del Giro d’Italia si è trasformata in occasione senza precedenti di promozione genuina per la pista ciclabile che, proprio grazie alla Carovana Rosa, ha fatto capolino sui mezzi di comunicazione di mezzo mondo. “Era questo che si cercava. Il Giro d’Italia passa ma la nostra ciclabile resta.” Così il sindaco di San Vito Andrea Fiori che, senza tanti giri di parole, ha fatto capire che le tappe del Giro a Cortina e in Cadore dovevano essere e sono state un importante strumento promozionale. Il Giro come palcoscenico per la pista ciclabile che i Comuni interessati dal percorso considerano sostanzialmente un’attrazione in più per richiamare nuovi turisti. E’ la carta che il Cadore e Cortina intendono giocarsi turisticamente da questa stagione. La pista non è nata ieri ma l’idea di promuoverla alla grande è di questi ultimi mesi. La scintilla è scoccata con l’opportunità di ospitare il Giro in vista del quale i Comuni di Calalzo, Pieve, Valle, Vodo, Borca, San Vito e Cortina si sono rimboccati le maniche e si sono mobilitati. La loro è stata un’esclamazione corale: questa è la volta buona. La pista ciclabile è diventata centrale e l’entusiasmo con cui è stata addobbata domenica 20 maggio ne è la dimostrazione più genuina. Ovviamente i primi ad apprezzare sono stati i ciclisti, arrivati da tutto il Veneto. Due veterani della bici e delle Dolomiti sono giunti anche da Bergamo. Sono stati loro, forti di una grande esperienza di ciclabili - hanno pedalato sulle più famose d’Europa - a definirla la più bella in assoluto tra quelle conosciute. Qualcuno ha pedalato in costume d’epoca, altri si sono mascherti, quattro intrepidi di San Vito (compreso il sindaco Fiori) in risciò, chi con la bici da corsa e chi con il monopattino. Sicuramente le protagoniste sono state le famiglie. Numerosissime. Antonio e Maria, di Belluno, con i quattro figlioletti ciclisti provetti. Tra quelle di casa nostra c’erano le famiglie del sindaco di Domegge e di quello di Cortina. Tante persone anziane, a dimostrazione della fruibilità del percorso, e numerosi i giovani sempre alla ricerca di nuove emozioni. A Calalzo il gran finale, a base di pastasciutta. E a Calalzo si sono intrecciati i giudizi euforici di tutti i pedalatori. Insieme hanno promosso l’iniziativa che, come dicevamo, sarà riproposta ogni anno per tenere vivo l’interesse sulla pista ciclabile che ha tutte le carte in regola per essere annoverata fra le più belle d’Europa con il promettente e un po’ leggendario nome di “Lunga via delle Dolomiti”. B. C. DA SELVA DI CADORE AL PASSO GIAU Anche Selva di Cadore si è preparata a dovere per accogliere il rapido passaggio del Giro d’Italia il 23 maggio, direzione passo Giau e quindi Cortina. I volontari della Pro Loco Val Fiorentina hanno lavorato un’intera giornata per addobbare Pescul, Santa Fosca e Selva con palloncini, striscioni e fiocchi rosa. Anche i paesani e i turisti giunti per l’occasione si sono dati da fare, esponendo su finestre e terrazzi magliette e cappellini. Quello che però ha destato la curiosità della carovana del Giro d’Italia (tanto che alcune auto si sono fermate a fare le fotografie), è stato l’asino rosa di “Attacca l’asino” sull’orlo della strada sopra Marin, accompagnato dalla musica di Luciano Gentili all’organetto e Mansueto Bonifacio con il Servizio e foto di Irene Pampanin “segon” che hanno suonato a ritmo di “giro” per tutto il tempo, con lo sfondo dell’enorme scritta bianca “W il Giro” sui prati in fiore. Tanti i selvani scesi in strada per fare il tifo o semplicemente per vedere i ciclisti passare, perché non capita certo tutti i giorni. Qualcuno ha preferito rimanere in casa e seguire la diretta dalla televisione (ma con un occhio fuori dalla finestra). Gli appassionati invece, quelli che seguono il Giro tappa per tappa e conoscono a memoria nomi di squadre e ciclisti, si sono dati appuntamento lungo il passo Giau, raggiunto in camper la sera prima o in bicicletta il giorno stesso: un passo leggendario per il Giro d’Italia per le sue salite costanti e impegnative. Giungerà primo sul passo il campione varesino Ivan Basso, seguito a ruota dalla maglia rosa Joaquin Rodrigues che si aggiudica in volata la tappa a Cortina d’Ampezzo. Selva di Cadore FOTO IN ULTIMA DI COPERTINA di Adriano Pampanin (1) - Tommaso Albrizio (2-3-4-6) Irene Pampanin (5) - Renato De Carlo (7)