uisTimes
Periodico trimestrale registrato il 9/2/2010 presso il Tribunale di Ferrara al numero 4
N.
7 Dicembre 2014
Prepararsi ad una
buona senescenza si può!
Idratazione e
corretta alimentazione
migliorano lo stato di salute e la qualità della vita
degli anziani
Caro Diario...
I racconti di Eva
Difendersi dall’Alzheimer
a tavola con gli omega 3
Un cane per sorridere ancora…
La pet-therapy nelle strutture per anziani
Case famiglia
Opportunità o rischio?
Patto per la salute:
vera
riforma
della
sanità
Intervista al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin
uisTimes
Trimestrale - Anno 2014
Mese Dicembre - Numero 7
Sommario
Direttore Responsabile
Marco Fasolino
[email protected]
Art Director e Progetto Grafico
Massimo Zizi
[email protected]
Segreteria di Redazione
Maria Rosa Milani
[email protected]
Hanno collaborato a questo numero
Luciana Baraccani, Claudia Brattini, Antonio Calvisano, Marina Casciani, Giuliano Fasolino, Costanza Genna, Andrea Isidoro, Marco Marchetti, Eva
Merola, Paola Milani, Maria Angela Molinari, JuriOri,
Gianluigi Pirazzoli, Elena Seksich, fr. Piero Vivoli
Stampa
Litografia Fabbri
Ufficio Distribuzione
Ufficio commerciale di distribuzione
Editore
Sirte Srl
P.zza Bassani 1, 44020 - Ostellato (Ferrara)
Direzione Editoriale
Consorzio Sollievo
Immagini e Foto
Alcune immagini sono state acquisite da
album privati. Si ringraziano i proprietari
Pubblicità
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editoriale di Marco Fasolino
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vera riforma della sanità
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Dott.ssa Maria Angela Molinari
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a tavola con gli omega 3
Cari lettori
Patto per la salute
Intervista al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin
Prepararsi ad una buona senescenza si può!
Difendersi dall’Alzheimer
Dott.ssa Claudia Brattini
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Le Iene
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Vita dei tempi andati
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Un cane per sorridere ancora…
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intervistano Marco Marchetti
Educatore Professionale
di Luciana Baraccani
Dott.ssa Marina Casciani
La sedia di Lulù
Un legame prezioso e unico tra un cane
e la sua pradrona disabile
17
Una rete di servizi nei settori
Dott. Gianluigi Pirazzoli
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socio-assistenziale e socio-sanitario residenziali per anziani
Poggio al Vento
Storia di un convento cappuccino
diventato residenza per anziani
fr. Piero Vivoli
L’importanza della disinfezione
nelle strutture socio sanitarie
di Ori Juri e Isidoro Andrea
22
Case Famiglia
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Caro Diario
26
Il ruolo del logopedista
28
di Giuliano Fasolino
L’angolo di Eva
nelle strutture residenziali per anziani
Dott.ssa Costanza Genna
Il Benessere della Persona inizia con
una corretta igiene e prevenzione dermatologica
Dott. Antonio Calvisano
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Idratazione e corretta alimentazione
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34
Domande agli esperti di Terzaeta.com
Dott.ssa Seksich Elena
La dignità del paziente demente
Dott.ssa Paola Milani
Editoriale
Cari Lettori,
tra le grandi necessità che emergono dalla società odierna, la cura degli anziani, in particolar modo
quella ai non autosufficienti, rappresenta una delle maggiori sfide da sostenere per il prossimo
futuro.
Nel 1992 in Italia vi erano 1 milione 978 mila anziani ultra 80enni, nel 2010 sono diventati 3 milioni
500mila, con un aumento di circa il 76%, il tutto in un quadro di notevole difficoltà dello Stato Sociale, dovuto alle scarse risorse destinate all’assistenza che, oltre ad essere insufficienti, sono anche
in continua diminuzione.
Marco Fasolino
Direttore Responsabile
[email protected]
Siamo dunque in una fase delicata, in cui è percezione diffusa tra gli operatori dei servizi sociosanitari (e i primi dati disponibili lo confermano, ad es. l’azzeramento delle liste d’attesa nelle case
di riposo), che la crisi ha delle serie ripercussioni sulla vita delle singole persone e su quella delle
famiglie.
Queste nuove condizioni portano le famiglie, e in particolar modo le donne over50 che faticano a
ricollocarsi nel mondo del lavoro, a farsi carico di genitori anziani molto più che fino a qualche anno
fa, in cui si registrava un’inversione di tendenza.
Dunque, da un lato, la riduzione dell’intervento pubblico e l’inevitabile aumento dei costi dei servizi
residenziali spostano la ricerca di soluzioni sulla badante, dall’altro, la crisi nei bilanci familiari e le
difficoltà economiche portano le famiglie a trovare al proprio interno le soluzioni più adeguate. Ne
è testimonianza il fatto che per la prima volta è diminuito il numero delle badanti che lavorano nelle
case degli anziani bisognosi: 4mila in meno. Sono i segnali di una inversione di tendenza rispetto
a un fenomeno consolidato nel lungo periodo, per cui le risorse familiari hanno compensato una
offerta del welfare pubblico che si riduceva.
Ma sappiamo bene che badare non basta. Non basta perché ci vogliono capacità e impegno nell’assistere un anziano non autosufficiente. Non basta in quanto ogni intervento individuale finisce per
rivelarsi insufficiente, una lotta solitaria tra infinite difficoltà.
Quello di cui c’è bisogno sono, dunque, politiche mirate: rifinanziamento del Fondo per la non autosufficienza (aumento da 250 a 400 milioni di euro annui previsto dalla legge di Stabilità), ridefinizione dei livelli essenziali di assistenza (lea) e una equa riforma dell’indennità di accompagnamento, legge oramai vecchia di oltre 30 anni (Legge 18 del 1980), rivelatasi una misura iniqua e poco
efficace in termini di aiuto concreto alla non autosufficienza. Notevole in termini di copertura del
bisogno (ne beneficia più del 10% degli anziani), ma completamente disgiunta dalla rete dei servizi
territoriali, sociali e socio-sanitari.
Servirebbe una misura nuova che aumenti gradualmente i benefici erogati in relazione a livelli diversi di non autosufficienza e di reddito, e che incentivi l’utilizzo delle risorse per usufruire di servizi. Concorrendo così, e non è cosa da poco, sia alla regolarizzazione del mercato sommerso delle
badanti, sia allo sviluppo occupazionale dei servizi alla persona.
Patto per la
salute:
vera riforma della sanità
Inter vista al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin
più grande. C’è poi un’altra cosa che mi ha toccato
profondamente il cuore: la tenerezza che ho scoperto
tra gli anziani, il loro bisogno di essere e di sentirsi
ancora utili e attivi. Mi fanno riflettere sulla mia vita,
ma anche sull’importanza dell’umanizzazione delle
cure, di quello che si può fare anche con un semplice
gesto quotidiano come una carezza. Un’altra cosa di
cui sono fiera, è quella di aver firmato con le Regioni
il Patto per la salute, una vera riforma della sanità,
attesa da sei anni, finalizzata a migliorare la qualità
dei servizi, a promuovere l’appropriatezza delle prestazioni e a garantire l’unitarietà del sistema in modo
che non ci siano più regioni di serie A e regioni di serie
B.»
Buongiorno Ministro Lorenzin, lei così giovane occupa uno dei Dicasteri, quello della Sanità, tra i più
importanti del Governo italiano? Come ci si sente?
«Sono onorata di essere stata nominata, e poi riconfermata, alla guida della Salute e sento molto forte la
responsabilità che questo comporta. Guidare la salute significa fare scelte che incidono sulla vita di circa
60 milioni di persone, una responsabilità enorme che
ho affrontato sin dal primo momento con serietà e
rigore. Non nascondo che spesso non riesco a dormire
la notte. Mi sveglio alle quattro del mattino, assalita
da pensieri o nuove idee. Ma sono contenta: che cosa
potrei fare di più, cosa c’è di più importante di tutelare la salute delle persone?»
La sua più grande soddisfazione da ministro?
«Sono più di una. Innanzitutto quella di avere la possibilità di dare risposte concrete alle storie di solitudine,
speranza e paura raccolte durante le mie visite negli
ospedali e nelle strutture sanitarie italiane. E poi essere ministro nel momento in cui viene scoperto un
farmaco in grado di sconfiggere in quattro settimane di cura una malattia come l’epatite C, che colpisce
ogni anno centinaia di migliaia di persone, ed avere
la possibilità di incidere sulle scelte per erogarlo gratuitamente a tutti, salvando la vita di coloro che ne
sono colpiti. Credo che questa sia la soddisfazione
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
A proposito di Patto per la salute. Come cambierà il
Sistema Sanitario Nazionale? Quali sono i punti focali di questa riorganizzazione?
«Innanzitutto con l’Accordo firmato abbiamo messo in
sicurezza il sistema sanitario italiano per le prossime
generazioni e abbiamo gettato le basi per donare un
nuovo volto alla nostra sanità. È stato il mio obiettivo
sin dal principio del mio mandato. Abbiamo dato un
budget certo per i prossimi tre anni e sancito il principio che le risorse recuperate dalla lotta agli sprechi
e dalla “spending review” interna siano reinvestite in
sanità.»
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l’efficienza delle strutture e delle prestazioni, con la
possibilità di avere un controllo diretto su eventuali
criticità presenti e poter intervenire tempestivamente
quando conti o livelli di assistenza non sono adeguati.»
Ci faccia qualche esempio concreto.
«Con il Patto abbiamo affrontato i grandi temi della sanità. Dalla programmazione triennale dei costi
standard e dei fabbisogni regionali, che consente di
avviare e implementare politiche di innovazione del
SSN sul territorio, alla revisione del sistema di compartecipazione (ticket), alla definizione degli standard
relativi all’assistenza ospedaliera, che, unitamente
all’assistenza sanitaria transfrontaliera, all’aggiornamento dei LEA ed alla reale promozione dell’assistenza territoriale, costituiscono i pilastri su cui fondare
tutte le iniziative necessarie per garantire la tutela
della salute a tutti i cittadini uniformemente sul territorio nazionale. Se dovessi indicare due novità, la
prima sono le centrali uniche di acquisto che permetteranno di risparmiare un sacco di soldi alle regioni,
la seconda, è che vogliamo togliere alla politica le nomine dei direttori generali e dei primari che devono
essere fatte in base a competenze accertate. Il Patto
sarà governato da una Cabina di regia che ne garantirà il monitoraggio costante e verificherà l’attuazione
di tutti i provvedimenti, avvalendosi di un apposito
Tavolo tecnico, istituito presso l’Agenas.»
Ministro Lorenzin, parliamo anche di ECM e di formazione a distanza: un tema importante per la sanità di domani?
«L’aggiornamento costante dei professionisti della salute è fondamentale affinché essi possano rispondere
ai bisogni dei pazienti, alle esigenze del Servizio sanitario nazionale e al proprio sviluppo professionale.
Tutti noi condividiamo la convinzione che ciascun operatore sanitario debba garantire ai pazienti la migliore offerta di servizi possibili: la formazione continua in
medicina ci aiuta a rendere possibile il raggiungimento di questo obiettivo.»
C’è qualcosa che invidia a qualche suo collega europeo? C’è qualche modello sanitario a cui ispirarsi?
«No. Siamo così abituati a parlare male dell’Italia che
non conosciamo le nostre eccellenze. Bloomberg recentemente ci ha indicati come il primo Sistema sanitario d’Europa per efficienza dei servizi e il terzo al
mondo. Prima di noi ci sono soltanto Hong Kong e Singapore, due Paesi piccoli con un grande investimento
in sanità. Questo riconoscimento all’efficienza del sistema sanitario italiano non ci stupisce perchè siamo
stati per decenni in vetta alle classifiche dell’Oms. Ora
dobbiamo impegnarci per tornare ad essere il numero 1. Per farlo occorre efficienza nella gestione delle
risorse e puntare a qualità e trasparenza del sistema.
Il Patto per la salute che abbiamo approvato è uno
strumento per farlo, ora insieme alle Regioni bisogna
però renderlo operativo.»
L’invecchiamento della popolazione, la medicina
personalizzata, rendono necessaria una riorganizzazione di una rete d’assistenza più efficiente e capillare. Cosa si sta facendo in tal senso?
«È sempre il Patto della salute che è in grado di rispondere a queste sfide: la riorganizzazione degli
ospedali, la sanità digitale, il potenziamento del territorio e dell’assistenza domiciliare, il ruolo più forte
per i medici di base e il coinvolgimento delle farmacie
quali erogatrici di servizi, l’umanizzazione delle cure,
daranno un nuovo volto al sistema sanitario e all’assistenza.»
Recentemente ha affermato che sarà l’e-health a salvare la Sanità. È cosi?
«L’e-health rappresenta sicuramente uno strumento
per poter contribuire alla sostenibilità del Sistema sanitario. La sanità elettronica è fondamentale perchè
offre una maggiore vicinanza al cittadino e consente,
attraverso la disponibilità dei dati, di avere una maggiore trasparenza. La disponibilità di dati consente
infatti di avere una sanità “misurata” e che possa essere trasparente e nell’ottica della lotta agli sprechi.
Mettere in rete tutte le strutture sanitarie, gli ospedali, i medici, le asl, le cliniche, permetterà di monitorare
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Marco Fasolino
Direttore Responsabile Quis Times
Nata a Roma il 14 ottobre 1971,
l’on. Beatrice Lorenzin è Ministro
della Salute nel Governo Renzi dal
22 febbraio 2014. Ha guidato il
Ministero della Salute anche nel
Governo presieduto da Enrico Letta,
dal 28 Aprile del 2013 fino alla nascita del nuovo Governo. Nel 2008
è eletta alla Camera dei deputati
nella lista PdL. Alle elezioni politiche
del 24-25 febbraio 2013 è stata
riconfermata deputata alla Camera.
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Prepararsi ad una buona
senescenza si può!
Crearsi nell’arco della propria vita una “riserva cognitiva”
attraverso una intensa vita intellettuale, attività fisica, buona
vita sociale, niente sostanze alcoliche e/o psicoattive e
riduzione dei fattori di rischio cardiovascolare, aiuta a vivere
una vecchiaia serena.
Ogni mattina ci basta aprire gli occhi per avere la piena consapevolezza di ciò che siamo, degli impegni
della giornata, dei progetti e dei desideri che ci appartengono: per ciascuno di questi momenti di vita la
maggior parte di noi non possiede nessuna consapevolezza delle operazioni che il cervello deve svolgere
per assolvere a questi compiti. Fino a quando qualche
meccanismo che sovrintende a tutte queste attività
non si rompe, come accade nelle Demenze. In questi
quadri clinici attività semplici, scontate, che abbiamo
svolto senza alcuno sforzo, diventano lentamente,
ma in modo inesorabile, complesse, confuse, richiedono un impegno sempre maggiore. Nelle patologie
dementigene (Alzheimer, demenze fronto-temporali,
demenze correlate a patologie extrapiramidali, ect…)
i meccanismi che producono una alterazione del funzionamento cerebrale sono molteplici. Nell’Alzheimer,
per esempio, riguardano la perdita di cellule cerebrali
(neuroni), che determina il quadro di atrofia cerebrale, associata al formarsi di placche anomale extracellulari, determinata dall’accumulo di frammenti di una
proteina (ß amiloide) e dalla costituzione di grovigli
all’interno dei neuroni di una forma anomala della
proteina Tau.
In relazione alle aree cerebrali interessate da questi processi patologici si manifestano deficit diversi.
Infatti ogni abilità cognitiva (memoria, linguaggio,
attenzione, orientamento nello spazio e nel tempo,
capacità di risolvere problemi, di pianificare le azioni)
ha sede in un’area del cervello o più frequentemente,
è il frutto dell’attività di un network neuronale (Immagine 3).
I diversi quadri di Demenza differiscono tra loro in
Immagine 1: A sinistra un cervello normale a
destra un cervello atrofico
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Immagine 2: A sinistra una sezione coronale
del cervello di un paziente con Alzheimer e a
destra di un soggetto sano
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Abilità gestuale
(vestirsi, organizzare
sequenze motorie)
Orientamento spazio-temporale
Calcolo
Comportamento,
Ragionamento,
Attenzione,
Emozioni,
Problem Solving
Riconosce
oggetti e volti
Immagine 3
Linguaggio e
Memoria
funzione dei meccanismi cellulari che le determinano, delle aree cerebrali e delle funzioni che vengono
perdute e della loro evoluzione che è sempre ingravescente; in tutte le manifestazioni cliniche l’esito è di
una perdita progressiva di tutte le funzioni cognitive
e la conseguente necessità di supervisione dapprima
per le attività più complesse (gestione finanziaria) e
successivamente di accudimento anche per le attività
più semplici della vita quotidiana (igiene personale).
Nelle Demenza di Alzheimer, la più frequente, il disturbo iniziale è di tipo mnestico: il paziente dimentica eventi accaduti recentemente, ma ricorda perfettamente ciò che è avvenuto molti anni prima. Ha
difficoltà a ricordare impegni, è ripetitivo nelle richieste, poiché non ricorda di averle già formulate, né il
contenuto delle risposta che gli è stata fornita.
Quella che comunemente definiamo memoria è distinta in diverse componenti: esistono infatti, tra le
altre, una memoria episodica, semantica, autobiografica e procedurale che si disgregano in questo ordine
nel processo dementigeno.
Ricordare esattamente dove abbiamo trascorso questa estate le nostre vacanze è una competenza di
tipo episodico, mentre riferire qual è la capitale della
Francia, chi era Napoleone o che le ciliegie contengono il nocciolo, impegna la memoria semantica. Rievocare il nome della nostra maestra delle elementari
richiede l’attivazione della memoria autobiografica e
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
di quella procedurale quando ad esempio decidiamo
di andare in bicicletta.
Ma la memoria non è la sola funzione che viene danneggiata. Chi ha esperienza con questi pazienti avrà
certamente notato che anche il linguaggio non è indenne. Una delle caratteristiche del loro eloquio è la
difficoltà a mantenere il filo del discorso, a recuperare
le parole, per cui spesso sono evidenti degli inceppi o
la produzione di vocaboli che sostituiscono il termine
desiderato, avendo o meno attinenza con quest’ultimo, a comprendere il contenuto delle conversazioni
che a volte devono essere ripetute, riformulate in
modo più semplice e chiaro. Il processo attraverso il
quale siamo in grado di comprendere una parola, di
leggerla o di scriverla prevede diversi passaggi: comprendiamo per esempio la parola “cane” indipendentemente dal modo in cui è scritta (CANE, cane, cane),
ne recuperiamo automaticamente i suoni (ad esempio la “c” di cane non è uguale alla “c” di chiesa), il
significato (animale, ha quattro zampe, ha la coda,
abbaia) e, se dobbiamo scriverla, i singoli grafemi che
dobbiamo produrre.
In alcuni tipi di Demenza, le Afasie Primarie Progressive, è proprio il linguaggio ad essere, contrariamente
a quanto accade nell’Alzheimer, la prima funzione ad
essere alterata.
In altri casi il processo dementigeno inizia nelle aree
frontali e si manifesta con modificazioni del carattere
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e della personalità, per cui il paziente appare ai familiari diverso da quello che è sempre stato. Persone
tranquille, accomodanti, pazienti, rispettose delle regole sociali, divengono lentamente irritabili, in contesti pubblici hanno comportamenti inadeguati, modificano le loro abitudini alimentari (mangiano cibi che
prima non amavano, si alimentano con le medesime
pietanze, diventano voraci) e/o sessuali, il rapporto
con il denaro, il ritmo sonno-veglia o ancora manifestano il desiderio di collezionare/conservare oggetti
di scarsa utilità; in altri casi invece le modificazioni
del comportamento di una demenza in fase iniziale
possono esprimersi con l’apatia, l’inerzia, una perdita della motivazione di entità tali da mimare una depressione.
Ai disturbi del comportamento di origine frontale
possono associarsi in qualche occasione anche alterazioni cognitive peculiari: il paziente può non essere in grado di rispondere in modo efficace a nuove
richieste dell’ambiente, pianificare azioni, prendere
decisioni, svolgere in modo corretto più azioni contemporaneamente. Spesso in questi quadri clinici
uno degli elementi caratterizzanti è che i pazienti
non hanno alcuna consapevolezza né delle manifeste
difficoltà cognitive, né delle alterazioni del comportamento, rendendo quindi particolarmente difficile
per i familiari sia l’inizio di un percorso diagnosticoterapeutico che di gestione del malato.
In alcuni casi l’evoluzione di queste patologie determina anche la manifestazione di particolari deficit: il
mancato riconoscimento di oggetti o di volti. Il processo attraverso il quale riconosciamo un volto, gli
attribuiamo la corretta etichetta verbale (nome) e ne
rievochiamo le informazioni è piuttosto complesso.
Discriminare i volti, che hanno tutti gli stessi elementi
costituenti (occhi, naso, bocca) è per il genere umano fondamentale. Infatti un’area del nostro cervello, il
giro fusiforme, è deputata all’elaborazione di questo
tipo di stimoli. Quando ci troviamo di fronte ad una
nuova persona della quale dobbiamo conservare in
memoria il viso, è necessario costruirne una immagine mentale che ci permetterà di riconoscerlo sempre
di profilo, di fronte, con i capelli lunghi o raccolti, con
un’espressione triste o felice, attribuire a quel viso il
nome corretto e tutte le informazioni che lo riguardano. Lo stesso processo avviene in modo simile per
gli oggetti, sebbene le aree cerebrali coinvolte siano
diverse e, per questa classe di stimoli, sia necessario
recuperare altre informazioni: come si usa e a che
cosa serve l’oggetto. In alcuni casi i pazienti non solo
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
non riconoscono più le persone con cui hanno rapporti sporadici ma, nelle fasi avanzate della malattia,
non riconoscono più i familiari, né sono in grado di
utilizzare gli oggetti nel modo corretto.
La perdita progressiva di abilità cognitive, ed in particolare di quelle che hanno un forte impatto sulla vita
quotidiana ed il sentimento di impotenza, di frustrazione avvertito dai familiari dei pazienti, rende la demenza una patologia “familiare”. Prendersi cura di
un paziente impone, nelle fasi diverse della malattia,
un continuo adattamento strategico ai sintomi che
si manifestano. Dalle fasi iniziali in cui è necessaria
una supervisione di tutte le attività per evitare che
il paziente si smarrisca, che compia azioni nocive o
pericolose per sé o per gli altri o per indurlo a svolgere attività che rifiuta (lavarsi), si giunge nelle fasi
avanzate ad occuparsi del paziente che deve essere
completamente accudito.
Nel 1999 la Regione Emilia-Romagna ha deliberato il
Progetto Regionale Demenze, che prevedeva la costituzione di percorsi diagnostici preferenziali, la creazione di Consultori dedicati per una diagnosi precoce
e di una rete di servizi integrati socio-sanitari. In questi 14 anni di applicazione, ciascuna delle 8 aziende
USL della nostra Regione ha applicato questa delibera
in modo differente, ma certamente deve essere riconosciuta all’ente locale la capacità di aver colto la necessità di dedicare attenzione e risorse ad una patologia estremamente diffusa, destinata a crescere negli
anni futuri a causa dell’aumento medio dell’aspettativa di vita, l’invecchiamento costituisce infatti il maggior fattore di rischio. Nonostante sia dimostrato che
nell’età avanzata alcune abilità cognitive tendano a
deteriorarsi (difficoltà ad apprendere nuove informazioni, ad elaborarle rapidamente, ad adottare risposte
adeguate in contesti inusuali) è altrettanto vero che ci
si può preparare ad una buona senescenza. Creare,
nel corso di tutto l’arco di vita una “riserva cognitiva” con una intensa vita intellettuale, attività fisica,
buona vita sociale, curiosità intellettuale, astinenza
dall’assunzione di sostanze alcoliche e/o psicoattive
e ridurre i fattori di rischio cardiovascolare (ipertensione, diabete, colesterolo), determina la formazione
di nuove connessioni neuronali che garantiscono una
elevata resilienza in caso di danno neuronale.
Dott.ssa Maria Angela Molinari
Responsabile Ambulatorio di Neuropsicologia
AUSL di Modena
mail: [email protected]
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Difendersi dall’Alzheimer
a tavola con gli omega 3
IL
morbo di Alzheimer è forse la forma più
comune di demenza degenerativa della
popolazione anziana che colpisce progressivamente le cellule cerebrali fino a causare un deterioramento delle capacità cognitive.
La malattia si può contrarre dopo i 65 anni di età, ma
il rischio cresce con l’avanzare degli anni. Infatti si stima che circa il 20% delle persone sopra gli ottantacinque anni ne sia afflitta. Spesso l’esordio è insidioso e difficilmente riconoscibile dalle persone vicine al
paziente.
A poco a poco l’individuo colpito dalla malattia perde la capacità di ricordare avvenimenti recenti fino a
avvertire uno stato di confusione, la difficoltà di linguaggio, l’irritabilità e la perdita della memoria a lungo termine. Il quadro clinico interessa quindi sintomi
cognitivi, funzionali e comportamentali.
La causa sembra riconducibile ad un accumulo di una
proteina chiamata beta amiloide che nel cervello
causa la progressiva morte dei neuroni.
Sebbene ancora non sia stata trovata una terapia risolutiva, la scienza ha fatto enormi passi avanti. Una
buona notizia arriva dalle ultime ricerche effettuate
alla Columbia University di New York, sembra infatti
che mangiando frutta secca oleosa e il pesce si assumono quantità di omega-3 in grado di ridurre nel
sangue i tassi della proteina beta-amiloide.
Lo studio ha testato più di mille persone a cui è stato
chiesto di compilare un questionario inerente la propria alimentazione e dopo otto anni è emerso che gli
individui che assumevano elevate quantità di omega-3 avevano le funzioni cerebrali meno compromesse. La dieta selezionata dallo studio ha evidenziato anche che gli omega 3 provenivano da pasti che
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includevano pesce, carne di pollo, insalata e frutta.
L’alimentazione dunque ci offre la possibilità di proteggere il nostro cervello, ritardandone l’invecchiamento. Ma poiché è stato provato l’effetto protettivo
degli omega 3 per il morbo di Alzheimer, quali forme
e in quali quantità li possiamo assumere?
Fermo restando che la dieta mediterranea si conferma la migliore per prevenire malattie cognitive, puntiamo la nostra attenzione sugli acidi grassi essenziali
omega 3 e 6. Questi preziosi alleati si trovano nel pesce, soprattutto il salmone, le acciughe, il pesce spada e lo sgombro, ma anche nella frutta secca come
le noci, le mandorle e i pistacchi, negli olii vegetali,
come ad esempio l’olio di semi di lino e di nocciola.
Una manciata di 5 - 6 frutti secchi al giorno è in grado di assicurarci un introito adeguato di omega 3, pur
con una attenzione all’apporto calorico, non superando le 200 calorie.
A questo punto la scelta dipende da noi. L’attenzione con cui scegliamo cosa mangiare può difenderci
da svariate malattie, anche dalle più temute come il
morbo di Alzheimer.
Dott.ssa Claudia Brattini
Farmacista
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...
Marco Marchetti
Educatore Professionale
intervistano
di Quisisana Ostellato (Ferrara)
“Il mio nome è Lorena…. Lorena Bonsi!”.
55 anni, un marito, due figli che la adorano. Una vita non sempre facile, ma sempre affrontata con il sorriso e la
dolcezza (“Lorena Bon-Bon”). Non le mancano però il caratterino e la nota grinta della signora di casa ferrarese di
sani princìpi, pronta a rimettere presto in riga chi non si comporta bene!
Meticolosa e precisa, per passione realizza lavoretti di precisione come le collanine multicolor che poi regala a tutti
e…. se non hai una collanina di L. non sei del CSRR!
Furba, attenta, affettuosa, dal suo personale tavolo di lavoro tiene tutto sotto controllo e, se la vista non è il massimo, l’udito è però eccezionale: a lei NULLA sfugge…. anche perché Lorena… non dorme mai!
Per tutti questi motivi Lorena si è dimostrata degna erede del titolo di Iena CSRR, all’altezza del grande vuoto
lasciato dalla nostra cara Milva, Iena CSRR fino al 2013. Questo articolo ci ha dato l’ennesima occasione di ricordarla, tra vecchie fotografie e aneddoti, per la sua spontaneità e simpatia travolgenti.
Giancarlo Zucconelli, di Codigoro, fu uno dei primi ingressi all’apertura del CSRR nel 2009 e fu Iena fin dalla prima
intervista del Quis Times.
Abituato alla vita di paese, Giancarlo anche in struttura ha messo a frutto la sua abilità nel socializzare con tutti
rendendosi sempre pronto a collaborare. Una figura davvero impagabile... ma se proprio volete pagare, un caffè è
sempre ben accetto! E inoltre: allenamento sportivo, lavoro nell’orto, canile, attore di spicco del nostro laboratorio
teatrale, sono i suoi impegni settimanali.
Veloce, agile, curioso e anche un po’ vanitoso, se riuscite a fermarlo vedrete che.... nessuno è perfetto, ma qualcuno è di certo la nostra Iena perfetta!
D: Ciao Marco, in struttura ti occupi di farci “giocare”,
ma il tuo lavoro è far giocare la gente?
mory, in realtà ogni attività che svolgo qui dentro ha un
senso più specifico, più profondo.
R: Teoricamente no, uso il gioco come leva per motivare le
persone ad impegnarsi durante la giornata.
D: Cosa vuol dire “specifico e profondo”?
R: Significa che uso la mia preparazione di Educatore Professionale per motivare ogni attività con un secondo fine.
Ad esempio: i giochi come Memory o le frasi che si compongono guardando delle figure, riconoscerle e inserirle
in una frase di senso compiuto, fanno parte di attività cognitive tese a stimolare la mente, tenerla viva ed elastica
per pensare, formulare frasi e domande, tenerla allenata,
come la palestra allena il corpo, queste attività servono ad
allenare la mente, soprattutto la memoria mantenendola
vigile e attenta. Altri giochi come i birilli, servono a dimo-
D: Cosa intendi per motivare?
R: Vedete, ci sono ospiti che per patologia non sono più in
grado di compiere molte azioni, altri per un senso di “abbandono” (come vivono loro il concetto di struttura) per
non essere più nella loro casa tendono a lasciarsi andare,
isolandosi; il compito dell’animatore è quello di ANIMARE,
cioè dare anima, per evitare di perdere il senso del tempo,
il senso della vita e soprattutto il senso di sé stessi. A volte
sembra stupido vedere le persone giocare a birilli o a Me-
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
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D: Le attività si svolgono solo all’interno della struttura?
strare se esiste ancora o se è venuta meno la coordinazione mente-braccio; guardare i birilli, prendere la mira,
muovere il braccio e lasciare andare la palla, sono azioni
di coordinamento che spesso vengono a mancare soprattutto se si è stati colpiti da alcune malattie. Questi giochi
più “fisici” servono a mantenere attive le capacità residue
e stimolarle continuamente.
R: Sì, per la maggior parte, esistono però momenti ad hoc
in cui sono programmate uscite al mercato, vacanze al
mare e cene con i propri familiari al ristorante. Questi sono
momenti di confronto con il mondo esterno, fondamentale
mantenere il contatto con esso per evitare la “ghettizzazione” di essere chiusi in un luogo di sofferenza, da un lato;
dall’altro, le cene permettono di vivere momenti intimi con
i propri parenti come facevano un tempo, quando si usciva
tutti insieme.
D: Come fai a programmare le attività che dobbiamo
seguire?
R: Creo una programmazione delle giornate molto semplice, divisa tra mattina e pomeriggio, ogni giorno è diverso
dall’altro, da un lato si crea un routine necessaria all’ospite
per mantenersi orientato nel tempo, e si svolgono sempre
negli stessi luoghi mantenendo così l’orientamento spaziale.
D: Qual è il tuo colore preferito?
R: Il Celeste.
D: Da quanto fai questo lavoro?
R: Mi sono laureato nel 2000 e ho cominciato subito a lavorare, quindi sono 14 anni.
D: Tutti possono partecipare alle attività che organizzi?
D: Noi ti vediamo sempre sorridente, hai mai momenti tristi? Come li superi?
R: Certo, tutti, anche se vi è una differenza sostanziale su
chi partecipa e a cosa. Ad esempio, il gioco della tombola o la lettura del quotidiano sono aperte a chiunque desideri prendervi parte; ci sono attività educative, invece,
che sono mirate alle capacità e potenzialità di ogni singolo
ospite. Le persone non hanno bisogno di fare tutti le stesse cose, ogni persona è diversa e ha difficoltà diverse, per
questo vengono create attività mirate per ognuna di loro,
come il decoupage o da quest’anno la Pet Therapy, creando piccoli gruppi di persone con caratteristiche simili; questo permette di fornire agli ospiti ciò che hanno bisogno, o
per lo meno, ci si avvicina il più possibile, fino alla creazione di progetti individuali per far fronte alle loro necessità
più peculiari.
R: I momenti tristi li abbiamo tutti, e ovviamente spesso
li ho anch’io, ma è normale. Come li supero? Cercando di
sorridere, il più possibile.
D: E ci riesci?
R: Il più delle volte.
D: Tu ci insegni sempre tanto, ma c’è qualcosa che tu
hai imparato dagli ospiti?
R: Se ripenso alla mia carriera in 14 anni ho toccato diverse realtà di sofferenza, dal carcere, la tossicodipendenza,
alla disabilità; da tutte queste esperienze ho imparato ad
accettare la vita con tutte le difficoltà che mette sul mio
cammino, apprezzare quello che ho, cercando sempre di
migliorarmi e restituendo in tutto quello che posso a chi,
per qualsiasi motivo ha avuto meno e si trova a vivere condizioni di disagio.
D: E se una persona non vuole partecipare come ti
comporti?
R: Mai forzarla. Quando si svolge questo lavoro è necessario riuscire a capire l’ospite, entrare in empatia, ovvero
capire se il suo rifiuto è legato alla malattia, ad un senso
di solitudine, o semplicemente ad una scarsa voglia di partecipare; una volta capita questa differenza si mettono in
pratica gli atteggiamenti più adeguati: lo si lascia tranquillo rispettando la sua decisione, oppure lo si stimola facendo leva sul fatto che si potrà divertire, provando una volta,
e se sente che non è un’attività a lui/lei gradita, può sempre tornare in camera o non parteciparvi più la prossima
volta. Gli ospiti sentendosi ascoltati e vedendo una possibilità di “fuga” si sentono più liberi di decidere e soprattutto
si sentono rispettati nella loro volontà.
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Marco Marchetti
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VITA
dei
TEMPI ANDATI
Luciana Baraccani
Le cose che vi racconterò potrebbero sembrarvi favole,
sono invece fatti di vita realmente accaduti, nella Romagna di 60 anni fa. Io ero una bambina piccola, ma recepivo molto facilmente
tutto ciò che sentivo e che facevo. Quello
che ora scriverò sono cose accadute a
me nella casa in cui sono nata e cresciuta con i miei genitori, i miei zii, le
mie cugine e mio nonno.
Eravamo una cosiddetta famiglia allargata, come del resto tutte le altre famiglie della vallata.
Ci conoscevamo tutti e quasi tutti legati da qualche parentela. Tutti sapevamo ciò che accadeva in ogni
famiglia. Si condividevano i problemi, le gioie, le feste,
i lavori nei campi. Se ti mancava qualcosa c’era
sempre qualcuno che te lo prestava. Se avevi
bisogno c’era sempre qualcuno che ti aiutava. A raccontarlo sembra proprio una
favola, ma era realtà. Non voglio dire
con questo che non ci fossero dissapori,
ma si risolvevano nel bisogno o alla
domenica quando si andava a Messa,
perche lì ci trovavamo tutti e c’era sempre qualcuno che faceva da paciere, tra
cui il prete.
Però una bella scazzottata era sempre motivo
di divertimento per tutti, tranne che per chi se le dava.
La sfujareia
bambini. E subito dopo cena aveva inizio il lavoro.
Le foglie venivano separate dalle pannocchie, andando a formare due mucchi distinti, con un’attenzione particolare: le foglie
più verdi e morbide venivano messe da parte, per diventare, in
seguito, l’imbottitura di materassi.
Per la verità, noi piccoli non aiutavamo molto, anche se era
quello che i grandi si aspettavano da noi. Ci limitavamo a saltare sulla catasta di mais, oppure ascoltavamo le tante storie
che raccontavano gli adulti.
Infine, ci divertivamo a spiare i giovanotti e le ragazze che approfittavano dell’occasione per incontrarsi e lanciarsi sguardi
languidi e furtivi. Per attirare l’attenzione della ragazza su cui
In Romagna, la sfujareia è l’attività di fine estate che consiste
nello sfogliare le pannocchie di mais, per separare le foglie dal
frutto.
Per noi bambini era una festa, anche se dovevamo lavorare
tutto il giorno con i grandi. Andavamo nel campo con i nostri
genitori, zii e cugini e staccavamo dal gambo le pannocchie
più basse e correvamo a metterle nel carro, trainato da una
coppia di mucche. Uno di noi, a turno, doveva precederle, tenendole per la cavezza e stare attenti a che non si muovessero
finché il carro non fosse stato pieno.
Di solito il sole stava tramontando quando l’ultimo carro entrava nell’aia e tutte le pannocchie accatastate venivano
scaricate sopra il mucchio che durante il giorno era andato
formandosi.
Noi bambini eravamo più buoni del solito; del resto, la punizione per chi non si fosse comportato bene, sarebbe stata di
essere mandati a letto e, dunque, non poter prendere parte
alla “sfujareia” con i grandi.
Cenavamo in silenzio, ma l’euforia era tangibile perché ci attendeva una serata speciale. Per l’occasione, le donne di casa
avevano preparato la ciambella e gli uomini stappavano fiaschi di buon vino.
Sarebbero venuti da tutte le case dei dintorni, uomini, donne e
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avevano posato gli occhi, alcuni ragazzi le lanciavano una
pannocchia, e noi ci divertivamo a vedere le occhiate truci
delle mamme e delle zie accompagnatrici.
A fine lavoro, due piccole colline troneggiavano nell’aia: da
una parte le foglie scricchiolanti e dall’altra, le pannocchie
gialle.
Gli adulti erano un po’ alticci per il vino bevuto, mentre per noi
bambini si era fatta l’ora di andare a letto.
La stessa scena si ripeteva di casa in casa, finché tutto il
mais era stato sfogliato e messo ad essiccare per essere poi
sgranato.
Ma questa è un’altra storia!
Il Natale
Il Santo Natale non era una festa che si celebrava allo stesso modo
di oggi. Per tutti era una festa puramente religiosa, per cui non c’erano
addobbi, nè luminarie. Niente corsa affannosa ai regali, niente consumismo portato alle forme estreme di oggi.
Era una festa rigorosamente religiosa... e con cibo un po’ più buono del
solito: cappelletti in brodo, bollito con patate e, a volte, la ciambella.
Tutti andavano alla Santa Messa, i grandi a quella di mezzanotte, noi
bambini al mattino, accompagnati dalla mamma o dalla zia.
Si indossavano gli abiti migliori: una camiciola ricavata da una vecchia camicia del nonno o del babbo, una maglia di lana di pecora,
che dovevano proteggerci dagli spifferi di aria gelida della notte di
Natale.
Quasi sempre c’era la neve, per cui, d’obbligo, erano i calzettoni di
lana di pecora che mia mamma filava e lavorava ai ferri accanto
al fuoco nelle lunghe sere d’inverno o nelle sere di veglia nella stalla
accanto alle mucche.
A completare il nostro abbigliamento natalizio, un cappotto riadattato
da una vecchia giacca, che di solito, copriva sì e no le ginocchia
nude e fredde, e gli zoccoli chiodati legati ai piedi con stringhe di
cuoio.
La chiesa presidiava la cima di un collina, dove il vento soffiava anche
in piena estate. Noi bambini eravamo incuranti del freddo, che riempiva
le mani di geloni e ci faceva battere forte i piedi, per staccare la neve
che rendeva pesante e faticoso il nostro cammino.
Perché sapevamo che alla fine della Messa, saremmo stati chiamati davanti all’altare a recitare una poesia sul Santo Natale davanti a tutti.
E il premio per una recita ben fatta sarebbe stata una caramella, dono
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prezioso e gradito nella mia infanzia!
Avevo tre anni quando recitai la mia prima poesia: me l’aveva insegnata mia cugina, di qualche anno più grande di me. Ricordo di essere
stata emozionata, ma non intimorita: non ero timida, ma piuttosto vivace e spavalda! Finita la mia recita, ricevetti non una, ma tre caramelle
da un prete, di solito burbero e severo, ma che in quella occasione,
sfoggiò un’ombra di sorriso.
Al colmo della felicità, corsi dietro all’altare dal mio babbo (all’epoca,
in Chiesa, gli uomini stavano dietro all’altare e le donne nella navata)
per mostrargli le caramelle. Presa dall’emozione, però, mi sbagliai e mi
aggrappai alle gambe di un altro uomo! Me ne accorsi però solo
quando tutti si misero a ridere!
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Un cane per sorridere ancora…
stica che ha sede a Santa Maria CodiFiume a Ferrara.
ChiaraMilla si occupa da oltre 12 anni di attività assististe con gli animali, grazie alla collaborazione e cooperazione di diverse figure professionali. In particolare, per questo progetto, viene messo in campo uno
staff composto da operatori cinofili di I e di II livello,
una pedagogista, una psicologa e un educatore cinofilo, che collaborano e si interfacciano con gli educatori
ed il personale sanitario della struttura.
Nello specifico gli incontri in struttura tra anziani e
animali si suddividono in due parti: la prima è principalmente ludico-ricreativa, e mira a garantire il beneficio emozionale che l’animale porta, tramite la cura
e il lato epimeleico, incentrandosi quindi sul contatto
per mirare al beneficio emozionale, alla rilassatezza
psicofisica, al miglioramento dell’attenzione, al controllo dell’aggressività e dell’emotività e all’aumento
di empatia; nella seconda parte, invece, si ha una
maggiore interattività che mira al raggiungimento di
specifici obbiettivi negli ambiti emozionale, relazionale, motorio e cognitivo.
La seconda parte vede lo svolgersi di giochi mirati
all’attenzione, alla capacità di sostenere tempi di attesa, al favorire la comunicazione e la conversazione,
alla disponibilità e propensione a prendere parte a
giochi ed attività di gruppo, assumendo ruoli sociali,
alla capacità di presa e di rilascio, alla movimentazione degli arti superiori e del busto, all’equilibrio sulla
carrozzina, alla relazione tra utenti e con il personale
G
Dott.ssa Marina Casciani
razie alla continua ricerca da parte dell’Azienda USL di Ferrara, rivolta al miglioramento della condizione di vita dell’anziano, la Residenza Socio Sanitaria Quisisana
Ostellato è stata inserita per il distretto Sud Est della Provincia di Ferrara come struttura capofila di un
nuovo progetto di Pet Therapy dal nome “Un cane per
sorridere ancora”.
Con il termine Pet Theraphy si fa riferimento ad una
“terapia dolce”, basata sull’integrazione tra uomo e
animale, in particolare si evidenziano gli effetti benefici derivanti da interventi condotti con la presenza di
animali da affezione correttamente preparati e guidati nella relazione con l’utente.
Questo progetto, in particolare, è svolto dagli operatori di “ChiaraMilla”, associazione sportivo dilettanti-
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L’associazione ChiaraMilla ha svolto numerosi progetti presso ospedali, scuole, centri di igiene mentale,
case protette e centri per l’Alzheimer o la Sindrome
di Down, collaborando con il personale di struttura
verso il raggiungimento di obiettivi personalizzati, riguardanti questi ambiti di applicazione.
Tutti i cani che fanno parte di ChiaraMilla sono in possesso di regolare libretto sanitario che ne accerta le
vaccinazioni (tra cui l’antirabbica) e lo stato di buona
salute.
I cani che si “occupano” degli ospiti di Quisisana
Ostellato sono:
Pepita e Pollo (due femmine di Jack Russel Terrier),
Dakar, Kenya e Garret (Hovawart), George e Mimma (Golden Retriever) e sono affiancati da Eleonora
(istruttore cinofilo ed operatore pet therapy di I livello), Giorgia (Psicologa ed operatore per therapy di
II livello), Lisa e Silvia (operatrici di I livello) e Greta
(operatore in formazione).
I risultati? Le foto si commentano da sole!!!
di struttura, e anche – e non meno importante – a
garantire una parentesi di svago e divertimento, di
distrazione.
L’animale diventa un vero e proprio tramite tra paziente ed operatore e anche tra pazienti stessi. Favorendo le relazioni sociali e dimostrandosi un forte
stimolo e catalizzatore di attenzione. La presenza di
un animale distrae, diverte ed incentiva la partecipazione dell’attività, sia individuale che di gruppo, agisce positivamente sull’umore e consente di svolgere
attività ludico/ricreative.
L’animale si propone in affiancamento alla terapia
farmacologica tradizionale, in aiuto al personale sanitario; è infatti in grado di catturare l’attenzione favorendo e facilitando così l’ingresso del paziente in una
stanza, la disponibilità di sottoporsi ad una visita, la
volontà di utilizzare un macchinario e così via.
L’animale in questo caso è concepito come un Aiuto al
Medico, al Fisioterapista o allo Psicologo per raggiungere l’utente che mostra difficoltà o reticenza.
Numerosissime sono le esperienze che ci confermano
quanto il cane possa essere un facilitatore e mediatore sociale.
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Dott.ssa Marina Casciani
Pedagogista Associazione ChiaraMilla
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Un legame prezioso e unico tra un cane
e la sua pradrona disabile.
La vita di Alessandra ha subito una brusca frenata: l’incidente, la disabilità.
Poi arriva l’incontro con Lulù, un cane
meticcio incrocio fra papà labrador e
mamma pastore tedesco.
Un’amicizia straordinaria che permette
ad Alessandra di riappropriarsi della sua
vita, della sua gioia, del suo sorriso...
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Una rete di servizi nei settori socio-assistenziale
e socio-sanitario residenziali per anziani
Associazione Nazionale Strutture Terza Età - ANASTE
dell’azienda, non più focalizzata soltanto al profitto, ma ormai
parte integrante e attiva di un contesto sociale ed ambientale
nell’ambito del quale esplica la propria funzione “collettiva”,
intrattenendo rapporti permanenti con i propri interlocutori.
Ogni soggetto economico, soprattutto se operante nel settore
socio sanitario assistenziale, è responsabile degli effetti che
la propria azione o attività produce nei confronti dei propri
interlocutori e della comunità: la misurazione della performance
di un’organizzazione non può prescindere dal contesto sociale
e ambientale in cui opera.
Il Bilancio Sociale è lo strumento attraverso cui le imprese rispondono a tali esigenze: si tratta di un documento volontario
e consuntivo, redatto con periodicità annuale e rivolto agli
interlocutori istituzionali (stakeholder), con il quale esporre in
maniera trasparente le azioni intraprese in campo sociale e
ambientale, azioni che devono essere coerenti con i valori etici
espressi dall’organizzazione stessa e condivisi dalla comunità
in cui essa opera.
La rendicontazione sociale è un processo di responsabilità e
trasparenza che ANASTE E.R. ha deciso di praticare in forma
aggregata allo scopo di misurare e valutare meglio i principali
effetti sociali ed economici derivanti dall’operare delle strutture
sul territorio e sul mercato. Per il Settore Socio Sanitario Assistenziale dei servizi per la Terza Età ciò significa adottare una
modalità innovativa sia di rappresentare e comunicare con
dati oggettivi e verificabili la capacità del Settore di agire in
modo responsabile e integrato, sia di entrare in relazione con
gli altri Attori del Sistema che operano con l’obiettivo comune
di aumentare il benessere dei cittadini e delle comunità.
Le sfide che la persona fragile ci lancia, in tutte le sue manifestazioni, sono innumerevoli. Stiamo assistendo ad una evoluzione dell’invecchiamento che richiede risposte che coniughino
efficacia ed efficienza.
L’ Anaste è l’Associazione nazionale che rappresenta le
imprese private di assistenza
residenziale agli anziani, sia
auto che non autosufficienti.
L’Anaste ha sede nazionale
a Roma e sedi periferiche in
quasi tutte le Regioni: si configura quindi come una struttura a due livelli, in grado di
affrontare sia i grandi problemi di carattere generale, che riguardano l’intera categoria,
sia le problematiche locali.
ANASTE Emilia Romagna è stata tra le prime regioni a costituirsi
con atto notarile nel 1991 ed aderire alla Associazione Nazionale Strutture Terza Età (ANASTE); attualmente rappresenta 40
strutture residenziali per la Terza Età (Case di Riposo e CRA)
sparse sul territorio, alcune accreditate con il Servizio Sanitario
Regionale, altre solo con i Comuni di competenza ed infine
altre che si rivolgono ad utenti privati.
ANASTE ha da sempre nei propri obiettivi la tutela degli Associati, degli anziani ospitati e dell’immagine della categoria, persegue questi scopi attraverso la crescita professionale
degli operatori, la formazione e riqualificazione del personale
in accordo con la Regione, i Comuni e le Organizzazioni sindacali per le rispettive competenze istituzionali. La chiarezza
e la trasparenza con cui ANASTE ha sempre operato ha fatto
sì che la Regione Emilia Romagna scegliesse il CCNL ANASTE
quale contratto di riferimento del settore per l’individuazione
dei costi del personale.
Inoltre, ANASTE ha sottoscritto con la Regione un accordo “Per
una rete di servizi di qualità nei Socio Assistenziali e Socio
Sanitari Residenziale per Anziani”: con questo si è aperta una
nuova fase di confronto con le Istituzioni e le Aziende private
associate ANASTE che hanno scelto di giocare un ruolo attivo
nel sistema dei servizi alla terza età.
La Regione E.R. riconosce ANASTE come interlocutore ufficiale e
i nostri rappresentanti siedono ai tavoli tecnici, collaborando
alla stesura delle regole concernenti il settore di riferimento.
Per proseguire sul cammino della chiarezza e della trasparenza
verso le istituzioni, i cittadini, gli Ospiti ed i loro familiari, ANASTE
E.R. ha deciso, prima regione Anaste in Italia, di pubblicare il
Bilancio Sociale.
L’evoluzione dell’attività di impresa ha modificato l’orientamento
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Chiudo con una citazione non mia: “Ora che sono vecchio, e
stanco, e solo, se mi guardo indietro mi sembra che la mia vita
sia la vita di un altro. Le persone che amavo non ci sono più,
una dopo l’altra sono state inghiottite dagli anni. Mi restano
solo i ricordi, ma non bastano. Sono ricordi vuoti che la memoria non riesce a ritrovare con l’intensità di un tempo”.
Dott. Gianluigi Pirazzoli
Presidente Anaste Emilia Romagna
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Poggio al Vento
Storia di un convento cappuccino diventato residenza per anziani
N
on è infrequente ai nostri giorni sentir parlare
di un convento, o di un
seminario, oppure di
un monastero trasformato, sotto
il peso del tempo, magari di secoli,
in una casa per ferie, in un albergo, in un pensionato universitario,
o in una residenza per anziani. È
il destino comune di tante strutture, consegnateci dalla storia e
che, se il lento scorrere degli anni
ha pian piano svuotato degli antichi abitanti, tuttavia hanno per lo
più conservato la loro originaria
vocazione, di luoghi a servizio della gente, del popolo, spesso dei
più poveri.
È la storia di tanti conventi, ed è
la storia di Poggio al Vento, nato
quasi un secolo e mezzo fa sulle
macerie di uno sconcertante flagello, che per la seconda volta si
era abbattuto, in Italia, sugli ordini religiosi: le soppressioni! Prima quella napoleonica nel 1810,
e poi quella dello Stato italiano,
nel 1866, con la quale tutti i beni
degli istituti religiosi soppressi,
venivano da questo incamerati,
perché pochi anni dopo, fossero
poi riacquistati e le casse statali
rimpinguate. Nel 1866 i Cappuccini si trovavano a Siena ormai da
secoli, anche se avevano già cambiato convento. Ora si trovavano a
Porta Camollia, più vicini alla città,
rispetto all’antica dimora, che fu
loro dal 1536, presso il monastero
di Montecelso. E fu proprio a Porta Camollia che la soppressione
li colse, costringendoli ad abbandonare il piccolo convento, nuovamente pellegrini e forestieri in
questo mondo, come Francesco
di Assisi tante volte aveva chiesto
di vivere ai propri frati. Del triste
evento fa memoria p. Egidio da
Cortona, già Ministro generale
dei Cappuccini, che in una lettera
autografa annota: “La religiosa famiglia nel subito venne ricoverata
dalla quanto Illustre e altrettanto
vera divota Baronessa Sig.ra Giulia Spannocchi nei Sergardi, nella
sua vasta Villa, parrocchia di Marciano, distante circa due miglia da
Siena, ove quei religiosi 18 o 20 di
numero per tre anni si trattennero
in vita comune, sperando di trovare nelle vicinanze altro luogo onde
ristabilirvisi permanentemente,
non potendo riavere il vecchio
Convento, stante la malvagità
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
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dei tempi”. In realtà l’attesa non
fu così breve, poiché solamente
nel 1880, ovvero il 15 giugno di
quell’anno, si poté porre la prima
pietra della nuova chiesa, dedicata all’Immacolata Concezione e
a San Francesco, esattamente là
dove si trova oggi, poco distante
dalla vasta Villa della Baronessa
Giulia Spannocchi nei Sergardi,
accovacciata sul colle detto di
Poggio al Vento, quasi a custodia
della città di Siena, la cui sagoma
si staglia sull’altura difronte.
Quattordici anni di attesa per riavere una casa che si adattasse alle
esigenze dei frati, venti anni per
riavere accanto al convento, ricavato da un edificio preesistente, la
piccola chiesa con le sue cappelle
e i suoi altari, le sue balaustre ed il
suo coro, luogo del silenzio e della
preghiera.
Iniziò così, la “terza volta” dei Cappuccini a Siena, nella semplicità
della vita fraterna, nell’impegno
della predicazione, nel servizio
delle confessioni, nel ministero,
allora così vitale, della “cerca” del
grano, del vino, dell’olio, per il sostentamento quotidiano dei frati.
Pochi anni passarono e una nuova
esperienza coinvolse il convento di Poggio al Vento. I
superiori della Provincia religiosa lo vollero come luogo di formazione dei futuri frati, e in particolare per
lo studio della filosofia. Fu questo un periodo lungo e
fecondo, che vide l’avvicendarsi di tanti giovani, il progressivo arricchimento della biblioteca, il concentrarsi di numerosi frati, i cosiddetti “lettori”, gli insegnanti
di allora, a dare un tono di umile sapienza ad un ambiente comunque scevro da umane pretese. Tanto fu
il fervore di quegli anni che, i superiori di allora, decisero di ristrutturare il convento e così, non contenti
di ampliare le piccole celle in più confortevoli stanze,
vollero anche rialzare di un piano la struttura, per dargli l’aspetto esteriore che anche oggi si può riconoscere. Siamo nel 1957, ed i lavori dureranno fino al 1959.
Ma si sa, le vie dell’uomo a volte sono meno lungimiranti di quel che si pensi e ciò che un tempo pareva
un segno di speranza, qualche anno dopo sarebbe diventato l’immagine di una possibile imprudenza. Dal
1959 il convento visse ancora alcuni anni di grande
vigore. Nel 1969 la chiesa conventuale fu eretta in
Parrocchia, mentre vari angoli dell’edificio venivano
attrezzati come “Osservatorio sismico-meteorologico-astronomico”. Furono piazzati vari apparecchi per
la rilevazione dei terremoti, una stazione per la misurazione dei parametri meteo, una cupola per l’osservazione notturna con annesso telescopio, meta di
scolaresche, di curiosi e di senesi per i quali Poggio
al Vento - anche per questo - fu motivo di lustro. Poi
le cose cambiarono: nel 1980 fu chiuso il liceo pari-
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
tario, aperto qualche anno prima, e alcuni decenni
dopo l’osservatorio. Rimasero i frati - pochi per la verità - lassù, in cima alla stretta strada dei Cappuccini,
a presidiare il colle e a pascere il piccolo gregge della Parrocchia, consapevoli della necessità di doversi
nuovamente reinventare, per rispondere ai tempi,
ma soprattutto per non lasciare che un patrimonio
di storia, di spiritualità e di fatiche umane, andasse
perduto.
L’occasione propizia arrivò nel 1996 e le porte ad una
nuova esperienza furono puntualmente spalancate.
Questa volta si trattava di impiantare qualcosa di più
strutturato e stabile: era giunto il tempo di edificare la casa per anziani di Poggio al Vento. Il tempo di
raccogliere quanto la storia aveva consegnato ai frati,
perché diventasse patrimonio di chi avrebbe potuto
trasformare ciò che pareva affievolirsi, in una nuova e
feconda opportunità. D’altra parte c’erano gli spazi, la
serenità necessaria e una comunità accogliente.
Oggi tutto questo è ancora vivo e operante, con i suoi
circa settanta anziani ospitati nella struttura, con i circa cinquanta dipendenti al loro servizio e con il desiderio che quanto fin qui realizzato, possa crescere
ancora, nella consapevolezza, che anche un convento
senza frati, a servizio dell’uomo, potrà comunque rimanere nel futuro un segno inequivocabile della speranza e della Provvidenza.
fr. Piero Vivoli
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L’importanza della disinfezione
nelle strutture socio sanitarie
Igiene: sano, salutare,
curativo; è il ramo della
medicina che tratta le interazioni tra l’ambiente e
la salute umana. Elabora
criteri, esigenze e misure
riguardanti lo stato ambientale ed il comportamento
individuale e collettivo.
Scopi: prevenzione primaria
onde evitare e combattere
malattie e promozione del
benessere e dell’efficienza
umana.
N
elle strutture socio sanitarie tali condizioni acquistano una valenza assolutamente peculiare, in quanto i due concetti si fondono. Si unisce cioè ad un aspetto di gradevolezza e di
comfort, un aspetto di garanzia sanitaria e di sicurezza, di cui nessuna struttura sanitaria può
fare a meno. Anzi, considerando che spesso in questi anni la mancanza d’igiene è stata la
causa di eventi gravi sul piano delle conseguenze sanitarie, l’elemento pulizia e igiene, è quello che più
di tutti coniuga strettamente il comfort con il risultato sanitario di un ricovero.
La prevenzione delle infezioni nosocomiali richiede la conduzione di efficaci attività di pulizia e sanificazione delle superfici e degli arredi con cui può venire a contatto il paziente.
Le strutture socio sanitarie sono ambienti ad alto rischio di trasmissioni infettive; tale problematica
estremamente complessa, articolata e di valenza assoluta è fonte di continui studi, controlli ed approfondimenti da parte delle istituzioni e degli organi di controllo che ne assicurano la qualità del “pulito”, ma
anche dagli operatori e dirigenti stessi che sono a capo della gestione di queste strutture.
Per dettagliare in modo efficace quanto appena sottoposto alla vostra attenzione riportiamo di seguito
dati ufficiali relativi alle infezioni nosocomiali:
A monte di moltissime infezioni c’è il contatto della
cute del paziente con i tessuti delle divise degli operatori non adeguatamente
pulite e sanificate. Da qui
si evince come sarebbe
d’uopo avere dei camici di
ricambio puliti e sanificati in struttura, per potersi
cambiare in caso di contatto con materiale biologico.
Altra fonte di trasmissione
e contagio è dovuta al contatto mani operatore – paziente; molti batteri e virus
vengono infatti propagati
dalle mani infette e non pulite del personale.
Infezioni ospedaliere di origine batterica
Decessi
Nord
30%
Centro
22%
Sud
48%
Uomini
Donne
39%
SORGENTI DI CONTAMINAZIONE BATTERICA:
Flora cutanea residua
+++
Tessuti infetti / contaminati
+++
Cateteri – drenaggi
++
Infezioni nelle rsa alle vie urinarie (vu) sono stimate tra 7 - 10 %
Buona norma sarebbe quella di utilizzare sempre
guanti puliti e procedere ad un’accurata e approfondita disinfezione delle mani.
I risultati degli studi eseguiti che hanno portato ai
dati sopracitati sono sufficientemente preoccupanti; diretta conseguenza dell’analisi di quanto visto ha
portato, sta portando e porterà sempre più all’obiettivo unico e comune di ridurre per poi risolvere queste
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
10 % di cui
3 % delle infezioni
problematiche.
La gestione delle pulizie e della disinfezione in queste strutture rimane una sfida importante per tutti gli
operatori del pulito.
La complessità degli argomenti trattati non è risolvibile
con un attrezzo e o con un prodotto disinfettante, ma
l’unico modo per venirne a capo è gestire il problema
a 360°.
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attivi anfoteri, alcool e poliammine.
La sanificazione degli arredi dovrà essere effettuata
con panni in microfibra, utilizzando il codice colore e
la metodologia delle “8 parti”, così da poter disinfettare sempre con una superficie in microfibra pulita.
La metodologia di lavoro corretta prevede la pulizia
dal punto più pulito al quello più sporco. Per gli arredi
la disinfezione dovrà avvenire con disinfettanti pronti
all’uso a base di alcool e triclosan o a base di cloro
stabilizzato o di sali quaternari d’ammonio.
Per ottenere un’ottima sanificazione della struttura in
genere è importante concentrare l’attenzione anche
sulla lavanderia. Corretti sistemi di lavaggio gestiti da
una centralina elettronica assicurano la giusta quantità di detergenti e sanificanti sbiancanti nei giusti cicli
del lavaggio. Se la lavatrice è di nuova generazione,
si possono pre-impregnare le frange di lavaggio per i
pavimenti direttamente in lavatrice.
Per ultimo, ma non certo per importanza, massima
attenzione su un concetto chiave e fondamentale: la
formazione del personale.
È importante sviluppare piani di lavoro con le giuste
attrezzature, con il giusto mix di detergenti e disinfettanti e con un piano dettagliato e strutturato di formazione al personale.
Alla base di tutto è necessario uno studio preventivo
dell’ambiente da disinfettare, che porterà quindi alla
realizzazione del progetto e del piano di lavoro.
Sarà importante tenere anche conto delle dimensioni
delle stanze e degli ingombri per valutare quali macchinari ed attrezzature siano più congeniali per ogni
struttura.
Dettagliando procedure e metodologie di lavoro i
risultati che si otterranno saranno immediati e gratificanti. Rivolgersi ad aziende specializzate e specialistiche del settore sarà di fondamentale importanza
per cercare oltre che un semplice fornitore un vero e
proprio partner di lavoro.
Da non dimenticare lo studio dei materiali con cui è
stata costruita ed arredata la struttura per verificare i
più adeguati ed idonei principi attivi.
Importante sarà l’utilizzo di attrezzature e carrelli di
ultima generazione con plastica anti-batterica, frange
di lavaggio in microfibra pre-impregnate, preparate
nei secchi e o nelle lavatrici; procedure chiare e dettagliate per trattenere ogni tipo di sporco e batteri
senza possibilità di trasportare cariche microbiche da
una stanza all’altra.
I formulati tra cui scegliere per il trattamento delle
frange sono disinfettanti specifici a base di sali quaternari d’ammonio o di cloro stabilizzato o di tensio-
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Juri Ori
direttore commerciale Firma
Andrea Isidoro
direttore marketing Firma
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uisTimes
CASE FAMIGLIA
Opportunità o Rischio?
I cambiamenti sempre più significativi che stanno caratterizzando la popolazione anziana, aggravati da una contrazione delle
disponibilità economiche, sia
pubbliche che delle famiglie, inducono ad una riflessione sull’adeguatezza delle risposte ai nuovi bisogni che avanzano, sia in termini quantitativi che qualitativi.
Diversi soggetti propongono attività indirizzate prevalentemente alla prevenzione della non autosufficienza, ciò consolida e qualifica la rete degli interventi
strutturati a favore delle persone non autosufficienti,
o comunque con un discreto fabbisogno sanitario e
non solo sociale. L’aumento della popolazione anziana e l’aumento delle aspettative di vita inducono da
una parte a pensare che il nostro Paese è un Paese che
sta invecchiando, ma anche che la qualità di vita è migliorata, pertanto i servizi si sono pian piano adeguati
ad un repentino cambiamento nell’ultimo ventennio,
dando risposte adeguate soprattutto all’aumento
della non autosufficienza, anche se quest’ultima si è
spostata avanti nell’età anagrafica. Resta comunque
una parte della popolazione anziana che ha un fabbisogno lieve, un bisogno solo di natura sociale e non di
una non autosufficienza.
Sappiamo che la non autosufficienza lieve può essere
gestita in Case di Riposo, e solo se non ci sono fabbisogni sanitari che inducono a trasferimenti in Case
Protette o RSA.
L’assistenza domiciliare copre una parte importante
del fabbisogno sociale, nonostante tutto, i servizi di
ADI in presenza di fabbisogno sanitario, spesso sono
sufficienti a tenere l’anziano a casa.
Si sono poi inserite figure di assistenza domiciliare, a
volte non proprio legali, di cui abbiamo in precedenza abbondantemente parlato (vedi Quis Time n. 3 del
Settembre 2010 “La Selva oscura del badantaggio”);
oggi stanno prendendo una larga diffusione le “Case
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Famiglia” che assumono una particolare rilevanza fra
queste esperienze innovative e alternative ai servizi
ormai strutturati.
Preso atto dei vincoli legislativi attualmente in vigore,
in particolare: legge 241/1990, legge 328/2000 e le
varie Normative su scala Regionale tra cui la DGR n.
564/2000 della Regione Emilia Romagna, queste realtà sono una valida risposta ai casi di bisogni sociali,
non possono essere però confuse o “scambiate” per
piccole case di riposo o addirittura per “piccole case
protette”.
Partiamo da un principio (etico) molto diffuso nella
nostra cultura: “l’anziano autosufficiente o parzialmente autosufficiente “gestibile”, deve quanto più
possibile essere tenuto nel suo ambiente familiare,
a casa propria!”. Detto questo, sappiamo che ci sono
passaggi e gradi successivi che non permettono di tenere a casa il proprio familiare e, a questo punto, si
fa ricorso ai servizi alternativi al domicilio. Come può
inserirsi una Casa Famiglia in questa logica di gestione
dell’anziano? Come mai il termine “Casa Famiglia”?
Innanzitutto non dobbiamo confondere la normativa
ben specifica sopra riportata con un “ipotetico vuoto
normativo”. Le case famiglie, ed è nel termine stesso il significato ed il ruolo che le stesse devono avere
nella rete dei servizi socio sanitari, non sono da equiparare alle case di riposo e non possono sostituirsi ad
esse. Un anziano non autosufficiente non è gestibile
in una casa di riposo (la normativa lo vieta) e ci sono
controlli giustamente severi a riguardo, non possiamo lontanamente parlare di trasferire un anziano non
autosufficiente o anche parzialmente non autosufficiente in una Casa Famiglia. Soffermandoci sulla somministrazione di farmaci per i quali ci sono regole ben
precise, pensando ai parametri di assistenza necessari in una Casa di Riposo, alle normative sulla logistica
che regolano queste Strutture, non sarebbe normale
autorizzare un ricovero in Casa Famiglia di un utente
da Casa di Riposo, oppure non sarebbe logico dare
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uisTimes
parametri e regole così restrittive ad una Casa di Riposo e zero (o più o meno zero) regole ad una Casa
Famiglia.
Le Casa famiglia sono ormai un’attività imprenditoriale a tutti gli effetti e necessitano di essere regolamentate. Sono probabilmente delle risorse, ma non
è possibile che non necessitino di un’autorizzazione
all’esercizio dell’attività, non si può continuare con
semplici comunicazioni unilaterali. Non è possibile
che la logistica deve essere “come casa propria”. A
casa propria non vi è “uno scambio di danaro”, una
vendita di servizi. Non è possibile che non vi sia un
Albo Regionale che sia a conoscenza dell’esistenza di
queste realtà e non vi siano commissioni di controllo
periodico come avviene “per qualunque attività imprenditoriale”.
Comunicazione di inizio attività
Il soggetto gestore che intende avviare una struttura “Casa Famiglia”
per anziani, ove possono essere accolti fino ad un massimo di sei
ospiti, è tenuto ai sensi dell’art. 19 della legge 241/1990 e delle
varie direttive Regionali a dare segnalazione certificata di inizio
attività al Comune di appartenenza comunicando:
•
la denominazione e l’indirizzo esatto della sede in cui si
svolge l’attività;
•
la denominazione, la natura giuridica e l’indirizzo del
soggetto gestore;
•
il numero massimo degli utenti che si intendono ospitare
(non più di sei) e le caratteristiche dell’utenza prevista;
•
il numero e le qualifiche del personale che vi opera;
•
le modalità di accoglienza dell’utenza;
•
la retta richiesta agli ospiti e/o ai familiari;
•
dichiarazione di essere in regola con la normativa HACCP;
Le Case Famiglia per anziani si impegnano a:
•
a rispettare il numero degli ospiti previsti dalla normativa
vigente;
•
ad accogliere solo persone che rientrano nelle tipologie
autosufficenti;
È un’iniziativa privata di assistenza per il singolo anziano e si
caratterizza in prestazioni quali ad esempio:
Volendo, chiunque “può aprire” una Casa Famiglia e
gestire persone, reclutandole addirittura dalla pubblicità, quindi non familiari, allora famiglia sta per creare
un nucleo familiare o un ambiente familiare? Allora,
se è semplicemente una caratteristica di un’attività
imprenditoriale, come tale va assolutamente regolamentata. Non possiamo scandalizzarci quando veniamo a conoscenza di abusi sugli ospiti, in questi casi
talvolta i media parlano impropriamente di Case di
Riposo non percependone la differenza.
Esempi di mancanza di controllo su queste attività
sono evidenti quando si sono verificati casi di più
Case Famiglie all’interno dello stesso complesso, o
addirittura sullo stesso piano di un fabbricato, per
aggirare la norma di un numero massimo di 6 ospiti,
realizzando in questo modo delle Case di Riposo “non
autorizzate”. Questo non deve più accadere, è quanto
mai urgente e necessaria una capillare prevenzione e
regolamentazione delle stesse.
•
Aiuto per l’igiene personale ed il bagno,
•
Aiuto nella gestione della continenza,
•
Aiuto nella vestizione,
•
Aiuto nella preparazione e somministrazione dei pasti;
•
Aiuto nella mobilizzazione,
•
Accompagnamento per disbrigo pratiche,
•
Accompagnamento ai presidi sanitari,
•
Attività di socializzazione,
•
Quant’altro può contribuire al benessere dell’anziano e al
mantenimento delle sue capacità residue.
Possono accedere alle case famiglia persone Autosufficienti o
al massimo rimanervi qualora il livello di non autosufficienza sia
compatibile con un’adeguata gestione assistenziale della Casa
Famiglia.
Sono escluse le persone affette da gravi disturbi del comportamento
o con caratterialità incompatibili con la vita di comunità.
Giuliano Fasolino
Presidente Residenze Quisisana
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uisTimes
Caro Diario...
L’ANGOLO DI
EVA
tica!! Poi utilizzavamo la corriera che consegnava direttamente i sacchi al mulino. Mi ricordo ancora che il
primo anno con 52 giornate di lavoro ho guadagnato
800 Lire di stipendio, e domeniche pagate come straordinario, che soddisfazione!!
Durante la guerra mi trovavo nei magazzini a lavorare
il tabacco raccolto da altri lavoratori. Nel magazzino
ci occupavamo di legare le piante in alto e accendevamo il fuoco per farle asciugare. Una volta secche,
per poterle lavorare, utilizzavamo in macchinario che
produceva umidità, poi facevamo mazzolini da 10
piante e li lasciavamo riposare dentro ad una botte.
Tutto a mano, sapete, mica come adesso che ci sono i
macchinari a fare tutti i lavori!
Sembrava di lavorare in mezzo alla nebbia, in più il
tabacco per fare sigari e sigarette emetteva cattivo
odore, al contrario del tabacco macedone (che si usava per pipe e sigarette leggere) che era molto profumato.
Ricordo che le casse erano pesate per controllare
quanto se ne produceva, e spesso ci sgridavano perchè le nostre casse erano più leggere delle altre. Un
giorno mia sorella e una sua collega scoprirono che le
casse delle altre operaie erano più pesanti poiché al
loro interno venivano nascoste delle pietre sotto alle
piante. Segnalato al responsabile venne poi licenziata
la “capa” del turno che organizzava il lavoro, dato che
si scoprì che era proprio lei ad imbrogliare sul peso
delle casse.
Ho lavorato il tabacco dall’inverno alla primavera fino
all’età di 26 anni, in estate invece lavoravo in risaia a
Vercelli (ero proprio una mondina io!).
Avevo 23 anni (era il 1945), quando i tedeschi vennero a prenderci di notte per andare a lavorare il riso,
nessuno ci voleva andare! Ci lasciarono in un convento di suore che non sapevano nemmeno dove poterci
sistemare per dormire: eravamo 52 persone e abbia-
Nel
1922, prima
della Seconda Guerra Mondiale, a causa della mancanza
di lavoro e di cibo ci si nutriva
solo di polenta, ci si ammalava di pellagra e spesso
si veniva separati dai genitori per avere la possibilità di poter crescere. Io ero la prima di 5 tra fratelli
e sorelle, sono andata a vivere dalla nonna all’età di
6 anni, mio fratello invece che ne aveva solo 5 è andato a vivere dalla zia fino al momento del servizio
militare. Cominciato il lavoro nelle risaie a 12 anni, il
padrone del terreno, un uomo buono, si è occupato
di noi “piccoline” insegnandoci il lavoro, cosa che le
veterane non vollero fare. Andavamo a lavorare sul
treno che si usava per caricare i sacchi di riso, una fa-
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uisTimes
mo dormito per terra per due giorni. Erano i giorni
in cui il Duce venne ucciso a Milano, quindi noi che
ci trovavamo lì rimanemmo bloccate, finché dopo
due giorni ci lasciarono finalmente libere di tornare
a casa. Durante il viaggio di rientro a Badia Polesine
(Rovigo, ndr), siamo state bloccate da un gruppo di
Tedeschi. Quanta paura abbiamo avuto! Fortunatamente anche in quell’occasione siamo state fortunate e grazie alla mediazione delle polizia locale siamo
finalmente ripartite verso casa. Pensate che nel mio
paese due tedeschi si nascosero dentro ad un forno,
erano spaventati e in lacrime, chiesero aiuto a mia
madre e lei indicò loro la strada per scappare. Non
so che fine abbiano fatto, so solo che non avevano
nemmeno vent’anni e che facevano tenerezza; erano
stati arruolati, come tanti altri soldati, del resto, senza
nemmeno saperne il motivo.
La Guerra l’ho sempre vissuta da vicino, mio padre ne
fece quattro anni durante la Prima Guerra Mondiale; nella Seconda rimase d’istanza a Venezia e dopo
un anno gli fu permesso di tornare a casa, dato che
aveva 5 figli. Non essendo registrato come Fascista,
durante il suo ritorno a casa gli squadroni lo fermarono, gli ruppero la bicicletta e gli fecero bere un litro di
olio. Stette male tutta la notte, credevo sarebbe morto, che paura abbiamo avuto!
Di quel periodo ricordo soprattutto la mancanza di
cibo. Non veniva distribuito equamente nemmeno il
cibo che doveva essere destinato ai poveri, perché gli
addetti alla distribuzione, in realtà, lo davano in gran
parte ai loro familiari ed amici, lasciando così senza le
famiglie più bisognose.
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Alla fine della guerra i partigiani radunarono nel campo sportivo del paese questi addetti alla distribuzione
del cibo per vendicarsi. Ne approfittò anche mia madre, che si prese la sua vendetta per quell’ingiustizia:
infatti lei fu proprio una delle donne che ebbe il coraggio di schiaffeggiare il maestro della scuola (anche
lui addetto) che durante la distribuzione aveva favorito i propri amici invece di distribuirlo equamente.
Erano tempi duri quelli, ricordo che mia madre mi
aveva regalato una maglietta rossa; un giorno il padrino di mia sorella mi vide in piazza a Trecenta (in
provincia di Rovigo, ndr) e volle costringermi a spogliarmi a causa del colore della mia maglia. Fu solo grazie all’intervento di un signore del paese che riuscii a
tornare a casa sana e salva e, soprattutto, vestita! Il
padrino di mia sorella morì di lì a poco a causa di un
errore durante un intervento chirurgico.
Mi sono sposata dopo la fine della Guerra. Mi sono
sposata in tutta fretta alle 6 del mattino e quello stesso giorno sia io che mio marito siamo andati di corsa
a lavorare fino a tarda sera.
Lentamente e con grandi sacrifici siamo riusciti a costruirci la nostra casa a Bando, grazie anche all’aiuto
manuale dei fratelli di mio marito. Ho sempre vissuto
in quella casa dal 1954 al 2010, quando sono arrivata
nella struttura per anziani Quisisana Ostellato.
Ora quella casa è abitata da mio nipote e da sua moglie. Una casa piena di ricordi, di vita che continua,
teatro di momenti di vita passata, presente e futura
della mia famiglia.
Eva Merola
Ospite Residenza Quisisana Ostellato
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Il ruolo del
logopedista
nelle strutture
residenziali
per anziani
D
Uno dei motivi della scarsità di dati epidemiologici sui disturbi
della deglutizione è il fatto che la disfagia non è una malattia,
ma come precedentemente affermato un sintomo o un segno
clinico; questo non facilita quindi gli studi retrospettivi basati
sugli archivi pubblici o di ospedali, in cui è riportata la patologia ed eventualmente i sintomi associati (Schindler, Borghi &
Ginocchio; 2008).
Approfondendo l’argomento è possibile rilevare che le cause
di alterata deglutizione nell’anziano dipendono prevalentemente da:
- patologie organiche: flogosi, neoplasie, compressioni esterne (struma tiroideo), radioterapia, chemioterapia e diverticoli
esofagei;
- patologie neuromuscolari: incidenti cerebrovascolari acuti,
demenze, malattia di Parkinson, SLA;
- altro: trauma cranico, farmaci ecc.
Le disfagie che si riscontrano più frequentemente negli anziani
istituzionalizzati sono le disfagie neurogene, cioè disturbi della
deglutizione che conseguono a malattie neurologiche (Scalco
& Scutari; 2009). Nella disfagia neurologica solitamente è interessata la fase orale e/o faringea, raramente quella esofagea
della deglutizione, per cui si può parlare di disfagia orofaringea.
Conseguenze importanti del disturbo possono essere: malnutrizione e disidratazione (a cui si possono associare disturbi del
comportamento), penetrazione/aspirazione tracheo-bronchiale, polmonite ab ingestis, qualità di vita limitata e morte.
Sintetizzando quanto riportato da numerosi autori per il paziente disfagico - al fine di evitare conseguenze dannose - è
necessario un intervento tempestivo all’ingresso dell’ospite in
struttura costituito da Screening dell’eventuale disturbo deglu-
a
un’analisi
critica della letteratura
inerente le cure da
attuare in una struttura residenziale per anziani
emerge come il Logopedista
possa svolgere un ruolo importante (Linee Guida sulla
gestione del paziente disfagico, 2007). Il Logopedista, in
quanto operatore sanitario
specializzato nella prevenzione e nel trattamento riabilitativo
delle patologie del linguaggio e della comunicazione sia in
età evolutiva che adulta e geriatrica, è coinvolto anche nella
presa in carico dei pazienti con disturbi della deglutizione
come la disfagia. Quindi, di fatto, il Logopedista, all’interno
delle residenze per anziani, si occupa della valutazione e
trattamento dei disturbi comunicativi acquisiti ma anche - e
soprattutto - di problemi come la sopramenzionata disfagia.
La disfagia (intesa come rallentato o difficoltoso passaggio
di solidi o liquidi dalla bocca allo stomaco) è un sintomo se
avvertita dal paziente o un segno se evidenziata dal clinico:
come sintomo ha una prevalenza nella popolazione generale intorno al 3-5% (Lindgren & Janzon, 1991) e aumenta fino
al 16% nei soggetti con età superiore a 85 anni (Bloem et
al., 1990), come segno clinico ha una prevalenza variabile
a seconda della modalità con cui viene indagata e della
popolazione che viene presa in considerazione, nelle strutture
residenziali per anziani la prevalenza della disfagia orofaringea raggiunge valori compresi fra il 40% e il 60% (Kaiser-Jones,
1999).
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
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uisTimes
Se il paziente quindi è disfagico, viene attivato
il Protocollo per la gestione della disfagia: il
Logopedista informa l’Infermiere Professionale,
Caposala, OSS, dei provvedimenti alimentari
e posturali da effettuare e dove necessario il
counseling con il Caregiver. Il Medico richiede
la dieta a consistenza modificata (semisolidasemiliquida-liquida) in base alle indicazioni del
Logopedista, il modulo viene inviato al Servizio
Cucina (eventuale counseling del Logopedista)
dove le diete vengono preparate.
Inoltre la pianificazione e l’integrazione tra i vari
stadi di cura e di intervento sul paziente con
difficoltà deglutitorie può consentire:
- lo screening accurato della disfagia prima del
fallimento di tentativi di alimentazione o dell’insorgenza delle complicanze;
- la presa in carico precoce;
- la prevenzione delle complicanze broncopolmonari ab ingestis e della malnutrizione (Beatrici,
Rusca & Panella, 2008);
Per tali motivi è fondamentale che l’equipe che
segue il paziente in questo delicato percorso,
condivida un comune linguaggio e comuni strategie operative, definisca, sulla base delle risorse disponibili in ciascun contesto, il ruolo di ciascun operatore,
evitando sovrapposizioni di ruoli o peggio, vuoti di gestione.
Il passaggio delle informazioni tra i vari professionisti coinvolti
nella presa in carico del paziente disfagico quindi deve manifestarsi attraverso una metodologia di lavoro condivisa e
accessibile in egual misura e in qualsiasi momento dalle figure
sanitarie mediche, tecniche-riabilitative, infermieristiche e assistenziali con la necessaria completezza, correttezza e aggiornamento, senza la dispersione di tempi e risorse.
In Italia la presenza della disfagia nella popolazione adulta,
nelle strutture per acuti così come nei centri di riabilitazione
per malati in fase post acuta, nelle strutture residenziali e a
domicilio, è elevata e destinata ad aumentare parallelamente
al prolungamento della vita e all’evoluzione delle tecniche rianimatorie. Negli U.S.A. il 47% dei logopedisti lavora con persone
disfagiche; negli ospedali e nelle strutture residenziali questa
proporzione sale rispettivamente al 92% e al 100% (ASHA,
2001).
In conclusione, sia considerando la realtà Italiana che quella
Americana, possiamo dedurre che l’approccio interdisciplinare
e multiprofessionale che caratterizza il percorso e la permanenza di un paziente con patologie neurologiche acquisite
all’interno di una residenza per anziani rende indispensabile il ruolo e le funzioni del Logopedista. L’assunzione orale di
alimenti deve essere sempre iniziata previa valutazione logopedica con l’obiettivo riabilitativo di un recupero e/o mantenimento di una deglutizione funzionale e il raggiungimento
di uno stato di nutrizione ottimale. Solo la stesura di un serio
programma valutativo, riabilitativo e nutrizionale permette di
nutrire e non “dare da mangiare”.
titorio e valutazione clinica seguita, qualora il caso lo richieda,
da accertamenti strumentali.
Come riportato nelle Linee Guida sulla gestione del paziente
disfagico (2007) lo Screening è fortemente raccomandato per
identificare ed evidenziare i pazienti a rischio di disfagia e per
impostare una presa in carico multidisciplinare, con lo scopo di
prevenire i sintomi e ridurne i rischi.
Le procedure di Screening per la deglutizione includono:
- osservazione iniziale del livello di coscienza dell’ospite (vigilanza, attenzione e orientamento);
- osservazione del grado di controllo posturale;
- osservazione dell’igiene orale;
- osservazione delle secrezioni orali;
- test del bolo d’acqua.
In base ai risultati ottenuti allo Screening si procede con
una valutazione clinica standardizzata al letto del paziente
(bedside assessment) che comprende:
- anamnesi generale e specifica;
- osservazione del paziente;
- esame clinico della deglutizione.
Tale valutazione stabilisce la necessità di altri test clinici e/o
accertamenti strumentali e raccoglie informazioni utili alla stesura del piano di trattamento per favorire la gestione multidisciplinare del paziente disfagico.
Al fine di ottenere un passaggio di informazioni corretto è necessario che il personale coinvolto nella cura della persona
disfagica abbia alcune conoscenze di base comuni con particolare attenzione a:
- modificazioni posturali e dietetiche;
- scelta degli alimenti;
- gestione del comportamento e dei fattori ambientali;
- esecuzione dell’igiene orale;
- gestione della preparazione del cibo.
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Dott.ssa Costanza Genna
Logopedista – Poggio al Vento (Si)
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Il Benessere della Persona inizia con
una corretta igiene e prevenzione
dermatologica
Meno di un caffè a settimana: questo il costo di un trattamento completo di eccellenza in grado
di assicurare il massimo benessere dermatologico per l’Ospite più fragile e complesso.
“
La pelle dell’Anziano - precisa il Dott. Borroni, direttore
dei Laboratori Farmodermatologici Farmoderm - è in
assoluto la pelle più fragile, quindi
deve essere trattata con prodotti
che la rispettano e, dove possibile,
che ne migliorino lo stato di integrità e di salute”.
“Ancora oggi - spiega - molti Ospedali fanno ampio uso di manopole
saponate perché si ritiene siano
“molto pratiche”; invece, per la
presenza di tensioattivi irritanti, andrebbero sempre diluite con molta
acqua e la zona trattata andrebbe
abbondantemente risciacquata; essendo utilizzate in modo improprio,
spesso gli Operatori lamentano di
riscontrare varie problematiche cutanee (arrossamenti, irritazioni, in
alcuni casi anche ulcere); se usate
correttamente, queste manopole
risulterebbero “non economiche” e
“poco pratiche””.
Per le Strutture per Anziani, Hospice e Disabili, un’innovativa metodica (Certificata ISO 9001:2008), mediante l’utilizzo di pochi prodotti,
assicura un trattamento completo
di Igiene, Prevenzione e Benessere
per l’Ospite complesso:
- per il momento dell’Alzata, dove
qualunque dermatologo consiglia
una igiene con l’utilizzo di acqua,
propone un Dermodetergente tutto-corpo anallergenico da solubilizzare a basso dosaggio in acqua;
“I frequenti casi di arrossamenti, irritazioni, sensibilizzazioni o pruriti presenti su cuti di Soggetti fragili, quali l’Anziano,
non sono da imputare solo alle caratteristiche fisiologiche
dell’apparato cutaneo, ma, quasi sempre, alla mancanza di
prevenzione dermatologica ed all’utilizzo di detergenti generici aggressivi”
utilizzando il formulato (brevettato)
ad una corretta concentrazione,
non necessita di risciacquo e vanta
marcate attività dermoprotettive,
riacidificanti, antibatteriche, antiodoranti.
- con il Primo Cambio del pannolone, propone una esclusiva morbidissima Pasta Barriera Protettiva allo
Zinco che, grazie alla formulazione
traspirante (brevettata), si applica
una sola volta al giorno in quanto
non richiede la sua asportazione; il
suo uso quotidiano previene ogni
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rischio di patologie cutanee, tra cui
macerazione, arrossamenti, eritemi, ecc., riducendo sensibilmente i
costi curativi.
- per i Cambi Intermedi o per l’Igiene di zone con patologie cutanee,
la Metodica prevede una esclusiva
Crema Fluida (brevettata) che vanta una marcata attività dermodetergente e da utilizzare senza acqua
e senza risciacquo; associa una
azione antimicotica e antibatterica; essendo il formulato ad elevato
contenuto lipidico (oli ed estratti
naturali) vanta una marcata attività idratante, emolliente, nutriente, desarrossante, antiprurito.
- per il Bagno Assistito, può essere
utilizzato uno Shampoo Delicato,
da usarsi anche quotidianamente,
nel cui formulato sono stati inseriti attivi ad azione curativa nei
confronti delle varie patologie del
cuoio capelluto, dermatiti seborroiche in primis; il formulato consente di essere utilizzato anche
per l’Igiene di tutto il corpo.
“Sebbene abbiamo realizzato oltre 200 formulati specifici per la
cute fragile dell’Anziano – sottolinea il Dott. Borroni – con questi
quattro prodotti copriamo tutte le
esigenze dermatologiche dell’Ospite ad un costo inferiore al costo
di 1 caffè alla settimana”.
Come evidenziato nel corso del
Convegno ForumNA del 20 novembre 2014, dai dati statistici
di settore risulta che le risorse
economiche dedicate all’igiene
dell’Ospite incidono non oltre lo
0,5% del costo giornaliero, mentre il Benessere Dermatologico
incide per oltre il 30% sulla “Qualità di Vita Percepita dall’Ospite”;
tradotto: “basso costo – alta Qualità di Vita”.
“Eppure – evidenzia sempre il
Dott. Borroni – pochi Economi si
soffermano ad analizzare questo
dato; spesso si vuole comunque
ridurre il costo per l’igiene, portandolo il più possibile vicino allo
zero, senza tenere conto che ridurre i costi per l’igiene e la prevenzione dermatologica significa
aumentare sensibilmente i costi
per curare le varie patologie cutanee che inevitabilmente si verificheranno. Non disponendo di
una contabilità analitica e mancando un dialogo tra Economi e
Personale Sanitario risulta difficile
monitorare questi costi indiretti.
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Il Mercato propone una miriade
di prodotti cosmetici, purtroppo
molti dei quali aggressivi e dannosi per la cute fragile e sensibile; molti sono proposti da Aziende
che operano nel Settore Ambientale (pulizia pavimenti) e senza alcuna conoscenza dermatologica,
altri addirittura non a norma con
i nuovi Regolamenti emanati dal
Ministro della Sanità”.
Quindi, al di là del semplice costo
di acquisto, gli Economi dovrebbero avere una minima conoscenza della specializzazione del
Fornitore, mentre i Coordinatori
dovrebbero disporre di migliori
conoscenze
cosmetico-dermatologiche dei prodotti in uso o in
procinto di utilizzare.
Dott. Antonio Calvisano
Geriatra Direttore Sanitario RSA
Idratazione e
corretta
alimentazione
migliorano lo stato di salute e la qualità della vita degli anziani
U
na corretta alimentazione influisce positivamente sullo
stato di salute e quindi sulla qualità della vita; ciò
vale anche per gli anziani che, in ragione degli inevitabili cambiamenti a carico dell’organismo, hanno
particolari esigenze alimentari.
L’invecchiamento comporta:
•
CLASSIFICAZIONE DELLE DISIDRATAZIONI
diminuzione del metabolismo basale (quota energetica
necessaria per lo svolgimento delle funzioni vitali a riposo)
e del fabbisogno energetico giornaliero;
•
modificazione dei comportamenti corporei, con riduzione
della massa “magra” e dell’acqua totale ed aumento della
massa “grassa”;
•
Riduzione della capacità di digestione e di assorbimento
dei micro-nutrienti (Sali minerali e vitamine):
•
Perdita di calcio;
•
Riduzione della funzionalità di organi ed apparati (reni,
fegato, intestino, etc...);
•
Alterazione del gusto e della sede;
•
Altri fattori possono poi accompagnarsi alle modificazioni
fisiologiche proprie di quest’età ed influenzare le scelte
alimentari quantitative e qualitative dell’anziano:
DIPENDENTI DALL'
INDIVIDUO
DIPENDENTI DALL'
AMBIENTE
PATOLOGICA
Masticazione
inadeguata
Digestione
difficoltosa
Intolleranze
alimentari
Diete particolari
Malattie croniche
Assunzione di molti
farmaci
Scarsa vita all’aperto
Inadeguata attività
fisica
Ambiente di vita
malsano
PSICOLOGICA
Depressione, lutto
Demenza
Difficoltà a
socializzare
Rifiuto di alcuni cibi
per errate abitudini
alimentari
Vita in comunità
Lontananza o
disinteresse dei
parenti, amici,
operatori
Scarse proposte di
attività ricreative
Isolamento sociale
Scarsità di mezzi
finanziari
Scarsa educazione
alimentare
Diete condizionate
da scelte razziali o
religiose
Insufficiente
assistenza al pasto
SOCIO-ECONOMICA
mito, nelle stagioni calde e nei climi afosi, tali quantità possono essere anche raddoppiate. Si raccomanda che le persone
anziane, con buona funzionalità renale e cardiaca, bevano
in abbondanza acqua naturale, non fredda. È consigliato alternare acqua oligominerale diuretica, a basso residuo fisso
In condizioni normali, il fabbisogno idrico è di circa 30 ml per
kg di peso corporeo oppure di 1 ml ogni caloria assunta; in
pratica, circa un litro e mezzo al giorno deve essere assunto
con le bevande, mentre la restante parte va introdotta con
gli alimenti. In situazioni particolari, quali febbre, diarrea, vo-
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
MODIFICAZIONI DI
NATURA
30
uisTimes
ca condimenti (olio, burro), salse (panna da cucina, maionese,
besciamella), panna montata, gelati, zucchero, miele, marmellate, sciroppi, succhi di frutta e come fonte proteica latte, anche
in polvere o condensato, formaggio, uova.
Se non sufficienti queste strategie seguirà l’utilizzo di integratori
che le recenti Linee Guida ESPEN 4 definiscono come prodotti
a formulazione definita, da utilizzare come supporto nutrizionale (integratori) dell’alimentazione comune. Questa strategia ha
la finalità di fornire, a pazienti ancora in grado di alimentarsi
per via naturale, una quota aggiuntiva di nutrienti sufficiente
a coprire i fabbisogni nutritivi, impedendo il ricorso a tecniche
di supporto nutrizionale più invasive quali la nutrizione enterale
(Sondino Naso Gastrico o PEG) o parenterale.
Gli integratori orali possono essere utili in soggetti malnutriti
o a rischio di malnutrizione in cui la supplementazione (food
fortification) mediante cibi naturali sia risultata inefficace ma
che siano ancora in grado di assumere con gli alimenti naturali
almeno la metà dei loro fabbisogni, quando cioè si verifichi una
riduzione complessiva delle ingesta valutabile in circa la metà
della quantità di carboidrati e proteine abitualmente assunte
nel periodo precedente quello dell’evento in causa. Nel corso
degli ultimi anni la gamma degli ONS è andata ampiamente allargandosi, in termini sia di composizione bromatologica,
sia di varianti gustative con migliore palatabilità dei diversi
prodotti. Questo ha permesso un impiego nutrizionalmente più
mirato e ha favorito la compliance dei pazienti nell’assunzione
prolungata.
(quantità di Sali contenuta in un litro d’acqua fatto evaporare
a 180°C), con acqua medio-minerale, a residuo fisso di 500800 mg/dl, prevalentemente calcica o bicarbonato – calcica,
per assicurare un’adeguata idratazione ed un elevato apporto di calcio.
Il mantenimento dell’apporto calorico adeguato invece per un
anziano istituzionalizzato si realizza:
garantendo una corretta quantità di cereali e derivati;
assicurando un adeguato apporto proteico, fornito da alimenti di origina animale e vegetale. L’apporto di sostanze plastiche, quali le proteine, è sempre importante, sia in condizioni di
autosufficienza (anziano con attività fisica anche moderata),
sia negli allettati, dove è necessario prevenire o curare decubiti o infezioni;
mantenendo costanti l’apporto quantitativo di frutta, verdure e
ortaggi, alimenti ricchi in Sali minerali, vitamine e fibra;
riducendo o evitando l’uso di zuccheri semplici;
limitando la quantità di grassi (soprattutto di origine animale).
In generale nei soggetti anziani l’apporto energetico dovrebbe stabilirsi intorno alle 30 kcal per kg di peso corporeo al
giorno.
La ripartizione giornaliera ottimale dei nutrienti (percentuale
del fabbisogno calorico giornaliero, espresso in Kcal/die) è la
seguente: 15% proteine, 25% grassi, 60% carboidrati.
Significativa importanza ha anche la ripartizione delle calorie
nella giornata e precisamente dovrebbero essere consumati 5
pasti distribuendo il 15% delle calorie per la colazione, il 5%
per lo spuntino di metà pomeriggio e per la merenda, il 40 %
per il pranzo e il restante 35% per la cena.
Tralasciando tutte quelle disfunzioni che possono condurre o
contribuire ad una grave alterazione dello stato nutrizionale
(es: cachessie o stati di grave consunzione organica, obesità
severa) le principali forme derivanti da errori alimentari possono essere: l’insufficienza da cibo, che comporta uno stato di
malnutrizione o di denutrizione oppure l’eccesso di cibo, che
provoca sovrappeso e obesità
La malnutrizione è una condizione che si realizza quando non
sono soddisfatte tutte le esigenze nutritive in termini di qualità
e/o di quantità di un organismo o quando sussiste un alterato
metabolismo delle stesse. Ad una forma di malnutrizione primaria possono associarsi una o più malnutrizioni secondarie
(disfagia, difetti di assorbimento).
In caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo nutrizionale
per via orale è necessario ricorrere alla nutrizione artificiale
enterale (NE) e/o parenterale (NP).
Gli obiettivi che si pone la NE nel paziente geriatrico sono
quelli di fornire una sufficiente quantità di energia, proteine e
micronutrienti; mantenere o migliorare lo stato nutrizionale, le
funzioni, l’attività, le capacità riabilitative e la qualità di vita;
ridurre la morbilità e la mortalità.
Lo scopo terapeutico della NE nel paziente geriatrico si differenzia rispetto al paziente giovane in quanto il mantenimento
delle funzioni e della qualità di vita è prioritario rispetto alla
riduzione della morbilità e della mortalità. Considerata la ridotta capacità adattativa e rigenerativa dell’anziano, la NE
dovrebbe essere intrapresa più precocemente e durare più a
lungo rispetto al soggetto giovane.
La NP è indicata e permette una nutrizione adeguata nei pazienti che non riescono a coprire i loro fabbisogni nutrizionali
attraverso la via enterale; dovrebbe essere limitata ai casi in
cui la NE sia controindicata o scarsamente tollerata. Sia la
nutrizione parenterale centrale che periferica possono essere
utilizzate nei pazienti geriatrici.
La via sottocutanea è possibile per la somministrazione di liquidi al fine di correggere una lieve o moderata disidratazione
ma non per somministrare altri nutrienti.
È opportuno che, nell’instaurarsi un caso di malnutrizione, venga proposto un percorso di valutazione nutrizionale finalizzato a verificare la possibilità di un’alimentazione per via orale,
al fine di correggere e potenziare l’apporto proteico-calorico
mantenendo gli alimenti naturali, e avvalendosi di consigli nutrizionali, fortificazione degli alimenti e uso di integratori.
Se prevalgono inappetenza, precoce ripienezza gastrica e
precoce affaticamento nell’assunzione del cibo, un primo intervento nutrizionale consiste nell’indirizzare il paziente ad assumere una dieta frazionata, in pasti di piccolo volume, almeno
4 o 5 nella giornata, ad alta densità calorica, allo scopo di
fornire molte calorie e proteine in un volume ridotto.
Può essere utile suggerire ai propri pazienti di arricchire l’apporto proteico-calorico dei cibi utilizzando come fonte calori-
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
Dott.ssa Elena Seksich
Dietista
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uisTimes
persecutorie e diurne con movimento continuo delle mani per eliminare oggetti “inesistenti” quali briciole, filamenti...). Ha cominciato a non
Come si svolge una visita geriatrica?
dormire per nulla per due giorni di seguito. È intervenuta la guardia me-
Vorrei portare mia madre di 96 anni a fare una visita generale dal geria-
dica che con un’iniezione l’ha fatta dormire per 20 ore. Sono seguiti altri
tra, ma non ho capito in cosa consista esattamente la sua attività? Come
tre giorni di insonnia con successivo intervento della guardia medica e
si svolge una visita dal geriatra? E in cosa potrebbe essere utile ad una
la solita iniezione. È intervenuto poi un neurologo che le ha prescritto
persona di questa età? La ringrazio e saluto cordialmente.
per la sera 5 gocce di Neuleptil e una compressa di Farganesse. Per una
Maria
settimana, pur restando sveglia la notte, dormiva di giorno 7/8 ore. Da
una settimana (nonostante la terapia ultima indicata) ha ripreso a stare
Gent.ma Maria,
sempre sveglia per due o tre giorni consecutivi in compagnia delle sue al-
essere geriatri oggi significa - a mio parere - interpretare
lucinazioni e con un aspetto fisico terrificante. Ci sono cause individuabili
nel modo migliore le trasformazioni demografiche, sociali
di questo comportamento e soprattutto terapie adeguate? La ringrazio di
e sanitarie in corso. Il geriatra non è, infatti, semplicemente
cuore per eventuali consigli.
lo specialista nella cura degli ultrassessantacinquenni, ma un medico che
Silvana
pone al centro della propria attività professionale il paziente con la sua
globalità e la sua complessità. Il geriatra frequentemente utilizza scale di
Gent.ma Sig.ra Silvana,
valutazione multidimensionale e, raramente, limiterà la propria attenzio-
non mi ha detto se sua madre in questi ultimi anni ha pre-
ne al singolo organo o apparato e, invece, di regola, coglierà le relazioni
sentato un deterioramento cognitivo, nè se presenta altre
fra la polipatologia e il pluritrattamento. La visita medica non sarà mol-
patologie o assume altri farmaci. Le terapie farmacologi-
to diversa da una visita tradizionale, ma non potrà sfuggirle l’attenzione
che, soprattutto se multiple, in pazienti anziani ed in particolare in grandi
del tutto particolare che il geriatra porrà nell’inquadrare il paziente e nel
anziani, cioè soggetti di età superiore ad 85 anni, possono avere effetti
definire un percorso assistenziale che tenda alla corretta riabilitazione e
collaterali severi. In ogni caso, considerato che sua madre continua a non
a mantenere il più a lungo possibile l’autosufficienza. È, invero, un fatto
dormire ed a presentare allucinazioni e visto che le terapie farmacologi-
culturale e, pertanto, l’intervento diagnostico e terapeutico al di là delle
che da lei riportate non hanno sortito alcun effetto, io penso innanzitutto
problematiche del singolo individuo, non può non riguardare un po’ tut-
che sia legato ad un deterioramento cognitivo globale (a 98 anni è un fe-
ti, associazioni, familiari e medici di medicina generale e specialisti delle
nomeno parafisiologico!). Personalmente somministrerei un farmaco ce-
varie branche ed istituzioni, tutti un po’ più sensibili e sensibilizzati non
rebroattivo al mattino, in quanto se persiste questa inversione del ritmo
solo ad allungare la vita ma soprattutto ad aggiungere vita agli anni.
sonno-veglia qualsiasi terapia è destinata a fallire. Lasciare una piccola
Cordiali saluti.
luce notturna, inoltre, potrebbe avere efficacia. Poiché non è consigliabile
Dott. Domenico Di Vincenzo - Geriatra
numerosi effetti collaterali extrapiramidali (ad es. aumenta la rigidità,
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provoca tremori), personalmente aumenterei il dosaggio del Talofen (10
Mia madre di 98 anni ha gravi disturbi del sonno!
Egr. Dottore, ho la mamma di 98 anni (usa la sedia a rotelle) che da circa
un mese ha gravi disturbi del sonno (allucinazioni notturne con visioni
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
somministrare farmaci come l’aloperidolo, ottimo allucinolitico, ma con
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gtt la sera), associando la melatonina (3mg), sostanza naturale che ha un
ottimo effetto sul sonno. Ne parli con il medico curante, eventualmente la
faccia visitare da un geriatra. Cordiali saluti.
Dott. Pietro Gareri - Geriatra
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uisTimes
Come fare accettare l’ingresso in casa
di riposo?
Buongiorno, ho 72 anni ed ho vissuto una vita molto intensa, perchè nei
Salve, mia madre di 85 anni è stata da poco dimessa per una ischemia
lavori che ho svolto ho dovuto imparare da me stesso cosa e come fare.
laterale orecchio dx, oggi è in casa sua con la badante in quanto inconti-
Ho sofferto di esaurimento nervoso che sono riuscito a dominare con
nente e con catetere. Lei soffre di diverse patologie: diabetica, ipertesa,
tanta forza di buona volontà, adesso posso dire che non soffro più di que-
una forma di Parkinson che le ha indurito le gambe, ecc. La mia domanda
sto male se non raramente ed in forma certamente meno grave di prima.
è più un consiglio su come farle accettare l’idea di entrare in una casa di
Il mio problema attuale è quello di avere sempre meno memoria e faccio
riposo. Grazie.
fatica a ricordarmi fatti, nomi e persone che riesco a ricordare dopo un
Roberto
La mia memoria vacilla col tempo
po’ di tempo. Avevo tanta passione nel leggere e scrivere, ora mentre
leggo penso altre cose e non riesco a memorizzare cosa ho letto. Tale
Salve,
cosa mi inibisce anche e soprattutto nell’apprendimento di cose piacevoli
indubbiamente è un problema di non facile gestione quan-
quali ad esempio, imparare la musica per suonare in modo professionale
do si deve cercare di convincere un proprio familiare, in
il mandolino. Certamente non è questo il problema che mi assilla di più,
particolare se anche anziano, a farsi ricoverare. Posso ma-
se non il fatto di intuire che man mano che passa il tempo la mia me-
gari suggerirvi di rivolgervi inizialmente ad un centro diurno e solo suc-
moria vacilla sempre di più. Posso avere un aiuto? Quanto può incidere
cessivamente passare ad una completa residenzialità. Magari accetterà
questa mia situazione nel futuro, considerato che ho in vita mia mamma
in maniera meno traumatica il distacco dall’ambiente familiare. Distinti
che ha compiuto da poco 97 anni, vive bene perchè non soffre di nulla,
saluti.
ma non mi riconosce più e quindi vegeta soltanto? Grazie per i consigli
Dott. David Puggioni - Geriatra
che spero potrò ricevere.
Francesco R.
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Sincope vaso vagale: è necessario
l’impianto di un pace-maker?
Buongiorno Francesco,
nella sua lettera ci sono molti elementi e molte informazioni da tenere in considerazione. Cercherò di dare una ri-
Salve. Ho da sottoporle il caso di mio padre, 71enne. Dopo un episodio
sposta, ove possibile, o per lo meno, darle qualche spunto
di perdita di coscienza abbastanza importante, tanto da provocargli una
di riflessione. Con il passare dell’età è fisiologico che emergano modifica-
frattura all’osso mastoideo a causa della caduta, siamo giunti alla conclu-
zioni o difficoltà legate all’apprendimento ed alla memorizzazione verba-
sione che si sia trattato di sincope vaso vagale (non è la prima volta che
le, mentre permangono solitamente inalterate le capacità di vocabolario
gli accade, ma in modo così grave sì). Ritiene sia necessario l’impianto di
e di effettuare operazioni logiche. Per quanto riguarda l’apprendimento
un pace-maker? Grazie
è possibile continuare ad imparare utilizzando metodi diversi, cioè se da
Lettera non firmata
giovani si utilizzava il meccanismo della memorizzazione, da meno giovani si può utilizzare una strategia diversa, ossia l’azione: imparare facen-
Gentile lettore,
do. Se la memoria non funziona più come in passato, si possono utilizzare
a 71 anni è molto probabile che la caduta, conseguente
strategie di recupero delle informazioni e piccoli aiuti, come per esempio
alla perdita di conoscenza (che noi medici chiamiamo sin-
annotare: la lista della spesa, gli impegni, le cosa da fare durante la gior-
cope) sia dovuta ad un problema serio. Ancora di più per-
nata, etc, per non dimenticare elementi o appuntamenti importanti. Il
ché non è la prima volta che suo padre cade e considero che doveva già
fatto di scrivere aiuta anche a memorizzare meglio le informazioni. Non
avere una diagnosi e la giusta terapia senza aspettare che si rompesse un
bisogna dimenticare, però, che l’emotività e l’affettività giocano un ruolo
osso del cranio... In base alle informazioni che mi fornisce, non posso dire
importante nel memorizzare e nel recuperare le informazioni. Nella sua
se è giusto o no impiantare un pacemaker. Quello che posso dire è che la
lettera parla anche di sua madre, che ha appena compiuto 97 anni e “vive
probabilità che la causa della sincope sia dovuta ad un severo rallenta-
bene”, ma “vegeta soltanto” e non la “riconosce più”: mi paiono elementi
mento dei battiti cardiaci è molto alta e se è così, allora sicuramente il
un po’ in contraddizione tra loro! Quando ha iniziato ad avere problemi di
pacemaker è la terapia giusta. Porti suo padre con urgenza da un aritmo-
memoria? Da quanto tempo persiste questa situazione? Esiste una pato-
logo che risolverà il problema.
logia in atto per cui possa esserci un certo grado di familiarità?
Dott. Vladimir Guluta - Cardiologo
Rimango a sua disposizione. Cordiali saluti
Dott.ssa M. Mazzucato – Psicologa
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Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
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uisTimes
LA DIGNITÀ DEL
PAZIENTE DEMENTE
aspetti etici e filosofici
N
ei giorni scorsi, a Firenze si è tenuto uno dei
più importanti convegni nazionali riguardanti le Demenze. In tale contesto,
oltre agli aspetti innovativi della
ricerca sulla farmacologia e sugli
aspetti genetici e diagnostici, si è
tenuto un simposio sulla dignità
della persona affetta da demenza. Pertanto propongo di seguito
alcune delle riflessioni che sono
emerse durante il simposio. Interessante è vedere come la filosofia può dare un suo contributo a
questioni estremamente critiche
e finora considerate appannaggio
della medicina, come ad esempio
la valutazione della razionalità e
della consapevolezza di una persona con demenza.
L’agire umano consiste nel conoscere le ragioni del proprio agire
e nel renderle comprensibili ad
altri, pertanto una persona è considerata capace, se non solo agisce ma sente di avere ragioni per
agire ed è in grado di comunicarle, questa definizione implica che
le azioni del singolo individuo per
essere considerate razionali, necessitano di ragioni consapevoli
alla persona che le compie e socialmente comprensibili agli altri.
In parole povere, per valutare se
un’azione è ragionevole, non basta il vissuto di chi la compie, ma
serve l’approvazione di più persone che sono spettatori. Pertanto
agire razionalmente presuppone
che l’agente possieda le capacità
di farsi rappresentazioni affidabili ed accurate della realtà esterna
ed interna, le sappia integrare e
concatenare in un processo chiamato pensiero ed infine utilizzare per realizzare i propri scopi ed
interessi, tenendo conto di quelli
degli altri.
La demenza, come peraltro molte
altre patologie, è in grado di ostacolare questo percorso, impedendo il riconoscimento sociale della
razionalità delle azioni. Per contro, è valido il primo presupposto,
ovvero la persona con demenza
ritiene le proprie azioni adeguate, perciò non vi è conflitto tra
intenzione ed azione. Facciamo
un esempio pratico: se un malato
mette il portafogli in frigo assieme alla spesa, per lui può essere
un comportamento adeguato,
in quanto la sua dipendenza ambientale fa sì che deponga tutto
ciò che ha in mano all’interno del
frigo senza fare differenze, mentre questo stesso comportamento
ingenera parecchia preoccupazione nei familiari che vedono tutta
l’irrazionalità dell’azione.
Possiamo pertanto ipotizzare che
nel malato di demenza, non è tanto il riconoscimento del proprio
Quis Times - Anno 2014 - Mese Dicembre - Numero 7
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uisTimes
agire ad essere carente, ma ci si
trova di fronte ad un disturbo del
ragionamento sociale: come ad
esempio la capacità di anticipare
mentalmente le conseguenze future delle nostre azioni, l’assunzione di punti di vista alternativi,
la formulazioni di ipotesi e deduzioni alternative, la formulazione
di giudizi di natura morale, che
sono tutte componenti della razionalità necessaria per cavarsela
nel contesto sociale.
Pertanto, considerato che il rispetto per l’autonomia è universalmente ritenuto un principio
etico fondamentale, come possiamo garantire perciò la massima
autonomia decisionale della persona malata di demenza quando
questa non è più in grado di manifestare un agire razionale? Ad
esempio, promuovendo il ricorso
a strumenti giuridici come le dichiarazioni o direttive anticipate
di trattamento, l’analisi dei suoi
convincimenti, il suo stile di vita,
l’indicazione di un fiduciario per
le decisioni mediche e la nomina
di un amministratore di sostegno,
possibilmente tra le persone che
hanno conosciuto la persona con
demenza durante la sua vita precedente alla malattia.
Dr.ssa Paola Milani
Psicologa
Gestione Residenze
Socio-Sanitarie
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