FEBB 1 .QXD:FEBBR 1
8-02-2011
8:54
oveva essere un approD
fondimento sulle motivazioni della secessione di
Sappada ed invece l'intervento
di Max Pachner alla trasmissione televisiva su Antenna3
ha scatenato l'attacco del fronte per il Friuli contro l'ex sindaco che danneggerebbe la
causa. Cosa succede a Sappada? Dopo il referendum che
ha sancito la volontà della
popolazione alla secessione
dal Veneto, ora i ripensamenti?
“Quest'idea di trasferire Sappada in Friuli non è nuova – ricorda Pachner -. Già negli anni 1967-68 c'era stato un tentativo di agganciarci ad una regione a statuto speciale mediante l'intervento di alcuni
parlamentari del Friuli - Venezia Giulia, però allora la legge
che normava il passaggio tra
regioni poneva condizioni (e
scandisce bene la parola) insormontabili. Siamo andati
avanti per una decina d'anni
senza alcun risultato.
Anche nel 1977 in un convegno a Sappada fu chiesto al se-
Pagina 1
A TU PER TU
Max Pachner
I PAESI DEL CADORE
SAPPADA NON PUO’ VENDERSI DEVONO DIVENTARE
PIU’ BELLI
“Il referendum
per il passaggio
dal Veneto al Friuli
ha una motivazione
economica,
comprensibilissima,
non ha per nulla
una giustificazione
storico-culturale”
natore Mitterdorfer della Sudtiroler Volkspatei di far entrare
in qualche modo quest'isola linguistica affine con la provincia
di Bolzano. Ma la SVP aveva
trovato una sua nicchia e non
voleva sconvolgimenti; il senatore rispose che sarebbe stato
estremamente dif ficile tutelare
Sappada anche perché non era
confinante e comunque non si
potevano modificare le norme
del trattato di Parigi. Da tempo
quindi i sappadini cercano un
modo per superare il disagio
d'essere penalizzati dalle Regioni a statuto speciale e dalle province autonome.”
Allora, perché oggi lei si
è smarcato dai referendari?
Ci faccia capire?
“Il motivo del voler cambiare
regione è sempre stato economico. Anche il referendum di adesso ha una motivazione economica, comprensibilissima, io la
rispetto fino in fondo. Tuttavia,
personalmente sono uno dei
quarantuno che hanno votato
contro il passaggio di Sappada
in Friuli, e l'ho fatto per intima
convinzione, conoscendo ben bene la cultura e le tradizioni del
mio paese.
Bisogna sapere che Sappada,
turisticamente parlando, è stata valorizzata dalla gente di
Trieste nel primo dopoguerra,
quando in città c'erano gli americani e quindi un'economia
molto fiorente e i triestini venivano a Sappada specialmente
in periodo invernale per praticare lo sci. E' normale che oggi
si cerchino in Friuli quegli incentivi economici che solo una
regione a statuto speciale può
(segue a pag.7)
dare.
LE RAGIONI DEL Cadore ‘Regno delle ciaspe’
REFERENDUM
Un progetto esempio di modello ideativo
Sono decenni che si chiede
la provincia autonoma di
Belluno, inutilmente
n comitato trasverU
sale senza nessun
colore politico associato
è riuscito a raccogliere
ben 18.000 firme in tutta
la provincia di Belluno in
tre mesi di gazebo ed entusiasmo che ha coinvolto tutta la gente che ha
aderito alla proposta referendaria facendo anche
un grosso tam tam che è
riuscito a far uscire dalla
vita schiva e riservata anche i Cadorini più abituati a lavorare e a tacere
che a farsi valere. Un entusiamo che ha coinvolto
tutto il gruppo di giovani
e meno giovani che si sono avvicendati ai gazebo
e che hanno raccolto firme in giro per le nostre
vallate.
Il quesito referendario
che chiede di staccare la
provincia di Belluno dal
Veneto per diventare la
terza provincia autonoma
nella regione Trentino Alto Adige ha fatto sorgere
innumerevoli discussioni
tra la gente: qualcuno ha
detto che voleva l'autonomia ma restando in Veneto, qualch'un altro ha ricordato la lunga storia
che ci univa alla Serenissima Repubbica di Venezia, ma che allora lasciava
autonomia al territorio
del Cadore in cambio del
ROMA SALE IN CADORE
l 2011 sarà un anno decisivo per le
I
Dolomiti Patrimonio dell’Umanità.
Istituita e organizzata la Fondazione è
già iniziato il lavoro di elaborazione e verifica dei contenuti che andranno a caratterizzare i progetti. Nei prossimi mesi l’Unesco valuterà se il percorso che
porta all’iscrizione definitiva delle Dolomiti sia stato intrapreso correttamente.
Si tratta di un esame molto importante
al quale il segretario generale Giovanni
Campeol guarda con attenzione e impegno. Ma c’è chi fa notare che dopo la
“fiammata” iniziale, che ha fatto seguito
alla proclamazione, la tensione per i Patrimonio Dolomitico si è un po’ affievolita per lasciare posto alle polemiche legate al logo e alla sede. Il professor
Campeol invita a guardare lontano.
(segue a pag. 6)
Bepi Casagrande
INTERVISTA
AL SEGRETARIO GENERALE
FONDAZIONE DOLOMITI-UNESCO
SPORT
Alla Comelgo
Loppet di Padola
più di 400 atleti
Piller Cottrer e
Kostner assieme
al traguardo
SERVIZIO ALLA PAG. 22
Servizio alla pag. 21
legname. La via ad una
provincia autonoma di
Belluno nella regione Veneto risulta essere impossibile: sono decenni che i
nostri
rappresentanti
chiedono al Veneto una
qual specificità per il nostro territorio adducendo
le usuali motivazioni (zona periferica. montana,
isolata, senza servizi, con
tanta neve, poca gente e
tanto territorio) ma nulla
è stato ottenuto nonostante le firme di buone intenzioni e vari incontri fra
l'ex governatore e i nostri
rappresentanti provincia(segue a pag. 2)
li.
Francesca Larese
STORIA DEL POPOLO CADORINO
onde veniamo, chi sono i nostri
D
padri, cosa avranno mai combinato in queste valli? Diamo una veloce
rilettura della “Storia del Popolo Cadorino” di Giuseppe Ciani, che certamente apprezzerà, come anche coloro
che se la sono dimenticata.
Orbene, questo territorio fu abitato
dai Taurisci, saliti per la valle Danubiana, probabilmente nell’età del ferro
(1000 anni a.C.). Sulle vette e sui dossi
dei monti costruirono delle baite, anguste e miseri abituri, che li accogliessero
stanchi e li difendessero dai nembi e
dalla furia dei venti. Che fossero i primi
qui pervenuti è una congettura che si
basa su analogie storiche dei popoli,
ma da qualcuno si doveva pur partire.
Razza indocile, paziente alla fatica, intrepida, ispida, selvaggia, quasi uscita
dai tronchi dei faggi, a poco a poco si
distesero per le valli del Cadore. Tempo dopo, giunse un drappello di Euganei rifugiati nella valle Bellunese, che,
entrati nelle gole del Piave fondarono
più rocche tra il Tudaio e il Piedo, compresa Euganea detta Agonia (circa VI
sec. a.C.). Giunsero quindi i Caturigi
saliti anch’essi lungo il Piave e si concentrarono sui monti dove costruirono
delle roccaforti, monti che così da essi
si chiamano ancora: Cadorini.
Passarono i romani e sottomisero i
Caturigi che caddero in granparte nella difesa della patria, cosicché rimasero
qui i veterani di Augusto che si divisero
la terra come bottino (115 a.C.): gli antichi possessori furono cacciati dalle
case e dai campi, dai templi e dai sepolcri, e le terre partite per Centurie. Fu
un gran rimescolamento di popoli e
non è agevole ritrovare il Dna. Comun-
que, aggiunti nuovi abitanti agli antichi,
questi si fusero a poco a poco con essi e
formarono un solo popolo. I Cadorini
(chiamiamoli ora così) instaurarono un
proprio Municipio e furono iscritti alla
tribù Claudia; molti i Vici e i villaggi
sparsi sul suo ampio Territorio, da Valle a Lozzo a Auronzo, con centro a Pieve. Fin da allora si diedero ad esportare legname lungo la Plave, il quale
commercio significava anche relazioni
e benessere. Erano pagani ovviamente,
come ben certificano i reperti della stipe votiva di Lagole, finché dal Passo
Mauria non giunse Ermagora verso il
III sec. d. C. ad evangelizzarli al cristianesimo: e sorsero chiese, forse la prima sul Montericco ove era un tempio
di Marte, e dipesero sia civilmente che
ecclesiasticamente da Julium Carnicum (V sec. d.C.).
(1 - continua)
FEBB 2 .QXD:FEBBR 3
8-02-2011
8:56
Pagina 1
ANNO LIX
Febbraio 2011
2
LE RAGIONI
DEL REFERENDUM
dalla prima pagina
Francesca Larese Filon
Parole a cui non sono
seguiti i fatti anche perchè
la provincia di Belluno rappresenta il 5% della popolazione del Veneto e quindi
non ha potere politico di
contrattazione. A questo va
aggiunta la richiesta di specificità per le zone di minoranza linguistica presenti
sul nostro territorio: una delibera promossa dalla FedePerchè non è possibile
avere una condizione di autonomia nell'ambito di una
regione a statuto ordinario
come la regione del Veneto.
La nostra regione ha richiesto da anni un'autonomia allo Stato Italiano ma è alquanto difficile che vi possa
essere una soluzione di questo genere anche perchè il
Veneto contribuisce allo Stato Italiano in maniera molto
importante, mentre riceve
molto poco. Un "residuo fiscale" che va alle altre regioni Italiane e fa del Veneto il
4o dopo Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna come
contribuente procapite e il
penultimo quanto a ritorno
pro capite. Insomma grazie
al Veneto vivono molte altre
regioni Italiane del Sud principalmente.
Inoltre un'autonomia nell'ambito della Regione del
Veneto sarebbe comunque
molto limitata rispetto a
quella presente nelle regioni vicine che hanno capacità
razione tra le Unioni Culturali Ladine del Veneto è stata approvata nella maggioranza dei comuni della provincia e mandata in regione
per chiedere un riconoscimento nello statuto e una
specificità per tutelare lingua, tradizioni, residezialità,
servizi contro l'abbandono
del nostro territorio. La delibera richiedeva anche un
“UN SOGNO? FORSE
MA LE DECISIONI SONO
PRESE DAGLI UOMINI”
rappresentante delle minoranze linguistiche nell'ambito del governo del Veneto,
ma anche queste richieste
non hanno avuto seguito.
Si sta ora discutendo di
statuto del Veneto ma in
questo ambito non si riesce
ad inserire la specificità tanto promessa per la provincia
di Belluno e per le aree a minoranza linguistica. Speria-
mo che in questa fase di discussione sia finalmente riconosciuto il disagio ed i gravi
problemi che oggi si trovano ad affrontare i giovani
che decidono di continuare
a vivere in un territorio disagiato come il nostro. Sarebbe un segnale, anche se flebile, di riconoscimento di
valli belle ma che rischiano
lo spopolamento.
I PERCHE’
DELLA SCELTA DI
CONFLUIRE NELLA
REGIONE TRENTINO
ALTO ADIGE
nostri giovani oggi sembra
l'unica strategia possibile di
fronte ad un progressivo calo di abitanti nel Cadore che
vanno a lavorare in pianura.
Al contrario la provincia di
Bolzano, retta con leggi autonome e saggezza, è la prima provincia italiana per natalità e si colloca bene come
punto di riferimento non solo italiano ma europeo. Si
tratta di un ottimo esempio
di buona gestione delle risorse, di mantenimento dell'ambiente, di sviluppo sostenibile che guarda all'autosufficenza energetica, di
mantenimento dell'attività
rurale in montagna con benefici dal punto di vista ambientale. Il tutto con una valorizzazione del territorio a
scopo turistico che rende
l'Alto Adige la zona con i più
belli alberghi d'Europa associati ad una natura ben tenuta per i residenti ed i turisti. Scelte di sviluppo economico che devono essere un
esempio per tutti.
legislativa specifica e gestiscono
autonomamente
scuola e sanità. A questi fattori va ad aggiungersi l'aspetto costituzionale: un comune o una provincia può
chiedere di cambiare regione attraverso un referendum. Per questo l'unica strada possibile per un'autonomia della provincia di Belluno è quella di un referendum di questo tipo. Inoltre
la regione Trentino Alto
Adige è un contenitore quasi vuoto dove troviamo le
province autonome di Trento e Bolzano che hanno potere legislativo e gestiscono
2
a tutti gli effetti il territorio.
Per questo la provincia di
Belluno non intende afferire
a queste due province ma
semplimente diventare la
terza provincia autonoma in
una regione dolomitica che
conterrebbe le tre province
autonome. Un sogno? Forse
sì, ma le scelte e le decisioni
sono prese dagli uomini e
non da dio: questa è sicuramente la possibilità migliore
per dare alla gente di una
provincia montana con
grandi problemi di spopolamento una prospettiva di
mantenimento degli abitanti
e della residenzialità. Per i
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
Livio Olivotto
REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
Editrice
Magnifica Comunità di Cadore
Presidente
Renzo Bortolot
Cancelliere
Marco Genova
Segreteria
Annalisa Santato
Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore
tel. 0435.32262 fax 0435.32858 - EMail: [email protected]
Sito: www.il-cadore.it
Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40%
Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore - Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore
Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956
UNA COPIA € 2.10 - ARRETRATI: il doppio
TARIFFE ABBONAMENTO
ITALIA € 25,00 - ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI € 34.00
SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su
COME ABBONARSI
UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore
POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327
intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL)
VAGLIA POSTALE a
”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia
BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL)
intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento”
DALL’ITALIA: UNCRITB1D41
Codice IBAN IT21I0200861230000000807811
DALL’ESTERO: UNCRITB1M90
codice IBAN IT21I0200861230000000807811
TARIFFE INSERZIONI
(per un centimetro di altezza, base una colonna):
12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20;
a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa.
La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti.
Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta.
Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 4.2.2011
FEBB 3 .QXD:FEBBR 3
2
8-02-2011
9:00
Pagina 1
ANNO LIX
Febbraio 2011
3
CONOSCI LA
MAGNIFICA COMUNITA’
STUDI TIZIANESCHI
Nuovo Numero
D
opo un inter vallo di quasi due anni,
Studi Tizianeschi si ripresenta con
questo numero VI-VII: un volume doppio, che
propone una scelta ampia e variegata di saggi, riflessioni e commenti sulla figura e le opere di “Tiziano e dintorni”, a cura di studiosi di
differenti età, nazionalità e background metodologico.
Il primo saggio reca la firma di Heiner
Borggrefe, esperto di cultura artistica rinascimentale in Europa, fra la Germania e Venezia, che fornisce una lettura iconologica delle
Età dell’uomo di Tiziano a Edimburgo. Seguono, a cura di due giovani studiosi italiani,
Elia D’Incà e Gabriele Matino, tre contributi interconnessi sulla figura di Francesco
Vecellio, fratello (maggiore o minore?) del
grande cadorino. Di fondamentale importanza risulta il regesto completo dei documenti
su Francesco, che costituisce la vera pièce de
résistance del volume.
Il saggio di Paul Joannides, autorevole
specialista di Tiziano e collaboratore consolidato della nostra rivista, ripercorre le intricate vicende della Venere del Pardo del Louvre,
arrivando a nuove ipotesi di datazione. Giorgio Fossaluzza si concentra su due dipinti di
Andrea Schiavone che costituiscono varianti
del grande Ecce Homo D’Anna di Tiziano,
ora a Vienna, rintracciandone contesti e provenienze.
Al giovane studioso inglese Simon Oakes
spetta una breve ma informatissima nota in cui
riesamina il numero (W. I) 137 del fondamentale catalogo ragionato delle opere religiose tizianesche, raccogliendo e riaggiornando le notizie che riguardano la Salomè della Galleria
Doria Pamphilj e, soprattutto, le sue numerose
copie, varianti e derivazioni. Sempre a Giorgio
Fossaluzza spetta un notevole saggio su Damiano Mazza, collaboratore di Tiziano, e un
soffitto inedito segnalato dalle fonti.
Gli ultimi due contributi rientrano invece in
un campo di studio relativamente trascurato,
che è quello della “mitizzazione” di Tiziano
l mese di gennaio ha
I
visto tra le prime attività della Magnifica Co-
nell’Ottocento. Ranieri Varese presenta un
nuovo bozzetto per il sepolcro di Tiziano nella basilica veneziana dei Frari, progettato da
Antonio Canova, mentre Cristina Beltrami
si focalizza sul monumento al maestro sulla
piazza principale di Pieve, ben noto a tutti i
nostri sostenitori cadorini.
Segue, nella seconda parte, una nutrita serie di recensioni – come sempre riflessioni
critiche piuttosto che semplici segnalazioni –
di libri di recente pubblicazione su Tiziano e
temi collegati, che si chiude con la consueta
review dei saggi più interessanti – o controversi – dell’ultimo biennio, a cura di Michele
Di Monte. Beverly Louise Brown, infine,
riflette sulle due versioni – Boston e Parigi –
della mostra sui “rivali veneziani”: Tiziano,
Tintoretto e Veronese, mentre la stessa studiosa statunitense si esprime, in chiusura del
volume, sulla rassegna sul ritratto rinascimentale presentata – in due diverse redazioni
– a Madrid e Londra nel 2008-2009.
Bernard Aikema
Direttore della rivista Studi tizianeschi
munità la presentazione
della tesi di laurea da parte del dott. Massimiliano
Stiz di Pieve di Cadore riguardante una disquisizione sul sistema carcerario
degli Sati Uniti d’America.
La serata ha visto la partecipazione del presidente
prof. Renzo Bortolot, alcune tra le autorità locali, il
presidente dell’Ordine degli avvocati della Provincia
di Belluno e molti rappresentanti del mondo della
scuola e dell’informazione
locale. La Magnifica Comunità di Cadore, attraverso il coordinamento attento dell’assessore Giulia
De Mario, ha provveduto
all’organizzazione dell’evento, attraverso l’invio di
inviti e la pubblicità attraverso locandine e gli organi di stampa locale. La serata si è conclusa con un
breve rinfresco organizzato presso il Gran Caffè Tiziano. Il sito internet dell’Ente, è sempre più assiduamente frequentato dai
laureati che intendono
iscriversi e segnalarsi per
la presentazione della loro
Tesi.
Sono inoltre intercorsi,
sempre durante la prima
fase del mese, prodromi
alla conferma dell’incarico
per la gestione del sito internet dell’Ente, alcuni in-
AGENDA
contri per definire le modalità operative attraverso
le quali gestire questo tipo
di comunicazione. Inoltre,
sono stati intrapresi anche
una serie di ragionamenti,
volti a sviluppare ed aggiornare il totem a video
presente presso il Book
Shop al Gran Caffè Tiziano, che diffonde alcune informazioni circa le attività
della Magnifica Comunità
di Cadore.
Il 15 gennaio, si è dunque riunita la Giunta Comunitativa, per deliberare
circa alcuni adempimenti
di carattere gestionale. Sono stati infatti rinnovati alcuni incarichi e attuati dei
provvedimenti di impegno
di spesa relativi al 2011.
Relativamente poi ad alcuni progetti in itinere, si
è provveduto a prendere
contatti con il broker assicurativo incaricato alla revisione della situazione assicurativa dell’Ente, oltre
che ad alcuni sopralluoghi
tecnici presso i musei dell’Ente, anche attraverso la
supervisione della compe-
tente Soprintendenza Archeologica. Si è provveduto inoltre alla verifica della
disponibilità di alcuni lotti
in Gogna da concedere in
locazione temporanea alle
ditte che in questi giorni
stanno facendo pervenire
le loro richieste.
Il 30-1, si sono riuniti,
convocati dal Presidente
dell’Ente presso la Storica
Sala Consiliare, i cori del
Cadore, per valutare alcune azioni da intraprendere
in maniera unitaria a favore delle celebrazioni per il
150 anniversario dell’unità
d’Italia.
Gli uffici di segreteria,
nello stesso periodo, sono
stati impegnati nel ricevere gli abbonati al mensile
Il Cadore, edito dall’Ente,
che provvedevano al rinnovo, oltre naturalmente
ai visitatori, agli studiosi e
appassionati di storia locale ai quali è stato garantito
un costante accesso al Palazzo della Magnifica,
presso il quale, la mostra
sul Castello di Pieve stà riscuotendo un ottimo successo in termini di presenze.
Marco Genova
RENAULT MÉGANE. LASCIATI GUIDARE DAI TUOI DESIDERI.
BERLINA, SPORTOUR E COUPÉ
CON CLIMA, RADIO MP3, ESP E FLEXWHEELS A
14.700*€
TRE MÉGANE, UN’OFFERTA. SCEGLI LA TUA.
* Mégane Berlina, SporTour e Coupé 1.6 16V 110CV. Prezzo scontato chiavi in mano, IVA inclusa, IPT esclusa, grazie agli "Ecoincentivi Renault" a fronte di qualsiasi usato anche da rottamare e di proprietà del cliente da almeno 6 mesi. Esempio di
finanziamento: anticipo zero; 72 rate da € 252 comprensive di Finanziamento Protetto e Pack service a € 99 che include 4 anni di assicurazione Furto e Incendio Renassic. TAN 3,99%; TAEG 5,23%; spese gestione pratica € 300 + imposta di bollo in
misura di legge. Offerta calcolata per i clienti residenti nelle province di RM e MI. Salvo approvazione FINRENAULT. Fogli informativi in sede e sul sito www.finren.it; messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Foto non rappresentative del prodotto.
Offerta valida fino al 28/02/2011. Emissioni CO2: da 106 a 163 g/km. Consumi ciclo misto: da 4,1 a 7,1 l/100km.
CONCESSIONARIA RENAULT DAL PONT – BELLUNO – TEL. 0437 915050
VIA DEL BOSCON n. 73
CARROZZERIA - OFFICINA - SERVIZIO REVISIONI - MCTC N. 42
FEBB 4-5 .qxd:FEBBR 4-5
8-02-2011
9:03
Pagina 2
ANNO LIX
Febbraio 2011
4
orenzago di Cadore
L
capolinea della Via
dei Papi. La notizia, rimbalzata di casa in casa, di
associazione in associazione, dopo essere stata accolta a braccia aperte ed
avvalorata dall’Amministrazione comunale, entra
ora nella fase della riflessione operativa. Il primo a
mobilitarsi è stato il sindaco Mario Tremonti che al
progetto ha creduto fin
dall’inizio e per il suo coronamento sta lavorando
da tempo. “E’ stato proprio
un bel regalo. L’importante
ora è gestire bene il progetto che potrebbe rafforzare,
e di molto anche, la vocazione turistica di Lorenzago e del Cadore”.
Il sindaco non ha dubbi
sulle positive potenzialità
dell’iniziativa. La Giunta
regionale del Veneto ha
stanziato 750 mila euro.
“Saranno investiti a Lorenzago e a Canale d’Agordo – sottolinea il consigliere regionale Dario Bond –
che sono le due località di
partenza del tracciato.” A
Canale è nato Giovanni
Paolo I, a Lorenzago sono
venuti in vacanza Benedetto XVI e soprattutto
Giovanni Paolo II. Ecco
spiegato perchè la ‘Via dei
Papi’ coinvolge Cadore e
Agordino. “Senza dimenticare – evidenzia Mario
Tremonti – che nel bellunese è nato anche un altro
pontefice che con l’attuale
ha in comune il numero
progressivo: Gregorio XVI.”
E proprio per questo alla
‘Via dei Papi’ è stato conferito il compito di valorizzare anche altre localitàsimbolo di una religiosità
che affonda le radici nell’identità bellunese. Pensiamo alla Certosa di Vedana, al Centro di Santa Giu-
Due importanti iniziative serviranno a promuovere il
turismo culturale e religioso a Lorenzago e in Cadore
LORENZAGO CAPOLINEA
LA VIA DEI PAPI
La ‘Via dei Papi’ con i suoi 300
km ha il compito
di valorizzare le località
simbolo in provincia
stina, ad Agordo, a Feltre
con il santuario dedicato a
Vittore e Corona e al santuario del Nevegal. Adesso è importante studiare
bene come investire i soldi stanziati dalla Regione.
“Non si tratta di costruire
nulla di nuovo sul piano
della viabilità – precisa il
sindaco Mario Tremonti
–. La ‘Via dei Papi’, di fatto, c’è già. In provincia di
Belluno si articola lungo
300 chilometri di sentieri e
piste ciclabili, di stradine e
di viottoli. Si tratta di riordinare, organizzarlo strutturalmente e segnalato bene. Di fatto l’itinerario è
già pronto. La vera sfida è
rappresentata invece dall’accoglienza. Dalle strutture per ospitare chi intende percorrere a piedi o in
bicicletta la Via dei Papi.”
E sì. Ha ragione il sindaco Tremonti. La vera sfida
è rappresentata dalla risposta che Lorenzago, il
Cadore e il bellunese sapranno dare in termini di
accoglienza ai pellegrini
che, per motivi religiosi,
culturali o turistici decideranno di intraprendere il
cammino verso Roma lungo la Via dei Papi. Quanti
saranno? Potrebbero essere proprio tanti se si
pensa che i pellegrini che
ogni anno si incamminano
IL SINDACO MARIO TREMONTI
“Ora la vera sfida è rappresentata
dall’accoglienza, dalle strutture
che dovranno ospitare chi
percorrerà a piedi o in bicicletta
la ‘Via dei Papi’ ”
verso San Giacomo di
Compostela sono migliaia
e sta lievitando anche il
numero di coloro che intraprendono le altre vie
medioevali a cominciare
da quella Franchigena
che diventerà parte integrante della Via dei Papi
per chi è diretto a Roma.
Dicevamo dell’accoglienza. È chiaro che il turismo
alimentato da questa iniziativa è diverso da quello
che guarda alle stelle degli alberghi. L’attenzione
sarà riposta sugli affittacamere, sugli agriturismo e i
bed&breakfast. Tutti servizi ricettivi sui quali è legittimo puntare e dai quali
viene naturale aspettarsi
oggettive occasioni di lavoro. “Si tratta di un tipo
di turismo che può creare
quell’economia dif fusa di
cui ha bisogno la nostra
montagna.” La nota positiva di Tremonti è caratterizzata dalla convinzione
che a rafforzare il messaggio ci penseranno anche
2
le Dolomiti dell’Unesco.
“Del resto – sottolinea il
sindaco di Lorenzago – bisogna ricordare che Giovanni Paolo II aveva scelto
di trascorrere le vacanze
qui per assaporare proprio
queste nostre Dolomiti che
lo af fascinavano e che
amava tanto. L’attrazione
delle Dolomiti influirà sicuramente anche sulla
scelta di molti tra coloro
che sceglieranno di percorrere la Via dei Papi. Le potenzialità sono enormi.
Dobbiamo valorizzare al
massimo questa grande occasione.” E dal momento
che valorizzare significa
promuovere sarà importantissimo adottare gli
strumenti giusti ed intraprendere campagne specializzate e consone a questo tipo di turismo. Un
contributo notevole in
questo senso sarà garantito dalle agenzie religiose
che operano in stretto
contatto con l’Opera romana pellegrinaggi, uno
dei maggiori tour-operator mondiali.
Lorenzago plaude e
aspetta con fiducia. “Ma
non si tratta di una fiducia
campata per aria – precisa
Mario Tremonti – perché
possiamo dire che le fondamenta sono già state tracciate. E poi, proprio in sintonia con la Via dei Papi,
sta muovendo passi importanti anche il Museo d’Arte
Sacra che sorgerà proprio
qui a Lorenzago. La soddisfazione è grande e ancor
più grande è la consapevolezza che mai abbinamento
fu più appropriato e potenzialmente più forte sul piano della promozione culturale e turistica.”
Bepi Casagrande
‘CARLO E CAMILLA’, GLI YAK COMELIANI
i tiene per amore e
L
ha dato loro un nome da Vip: “Carlo” e “Camilla”. Sono i due yak che
s’incontrano proprio all’inizio dell’abitato di Padola, a lato della strada, e
che calamitano subito l’attenzione per la maestosità
del portamento e la tenerezza dello sguardo. Paolo De Martin li sta foraggiando e loro si lasciano
coccolare e fotografare.
Pensavamo che questi
possenti buoi tibetani vi-
vessero solo sul Rite, a diretto contatto del loro estimatore l’alpinista Messner che aveva voluto portarseli dietro, ecco invece
che gli yak ci hanno preso
gusto a stare perfino in
Comelico.
“Amano il freddo e rifiutano talvolta la stalla, sono
abituati anche a trovarsi il
cibo per i boschi, tanto che
un giorno se ne sono andati su per le piste da sci. Cosa fanno qui? Fanno un
po’ di ‘colore’, di paesag-
gio...”, sorride Paolo che
contrariamente a quel che
pensavo fa tutt’altro mestiere che l’allevatore.
“Non sono né da carne
né da latte, non servono a
niente, però piacciono, soprattutto ai turisti. E sono
di poca spesa.”
Cosa ne pensino Carlo e
Camilla non ci è dato sapere, ma certamente mangiano il fieno con vera etichetta.
Tony Cardel
FEBB 4-5 .qxd:FEBBR 4-5
2
8-02-2011
9:03
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
5
Era il 1960 quando fu fondata la Sezione di Lozzo
CINQUANT’ANNI DI DONAZIONI E’ UN
TRAGUARDO IMPORTANTE PER I
VOLONTARI DEL SANGUE DI LOZZO
Consegnate dal
segretario della
sezione Plinio
Bridda le medaglie
d’oro per donazioni
a Candido Calligaro,
Annibale Martini,
Franco De Martin
(nella foto da sx a dx)
a sezione dei donatori
L
volontari del sangue di
Lozzo compie 50 anni. I
membri del circolo si sono
così ritrovati per celebrare
l’importante traguardo. Una
ricorrenza che ha spinto il
direttivo a restaurare e rinnovare, come segno di ringraziamento, il monumento
dei volontari defunti presente nel cimitero comunale.
Un gesto che la sezione cadorina ha potuto sostenere
grazie al contributo del Consorzio Bim Piave e grazie all’aiuto giunto da Cirillo
Grandelis, attuale segretario dell’associazione.
Durante la messa commemorativa il parroco don
Osvaldo Belli ha voluto ricordare l’importanza del volontariato all’interno della
comunità stimolando i giovani a limitare l’uso di pratiche troppo virtuali e astratte
per impegnarsi invece in
azioni concrete e generose.
Al termine della cerimonia il
gruppo si è spostato in cimitero dove è stato benedetto
il nuovo manufatto realizzato in memoria di tante manifestazioni d’altruismo e
amore per il prossimo. Le
celebrazioni per il cinquantesimo anniversario si sono
concluse con un pranzo
presso il ristorante Ai Pellegrini di Lozzo al quale hanno partecipato tantissimi soci e amici.
Un appuntamento felice e
spensierato durante il quale
sono state consegnate alcune benemerenze e medaglie
per meriti nel numero delle
donazioni. Era dunque il lontano 1960 quando fu fondata
la sezione di Lozzo dei donatori di sangue grazie agli
sforzi profusi da Rino Zanella, Vitale Calligaro,
Vincenzo Calligaro, Angelo Calligaro e Luigi De
Meio. All’epoca le richieste
di donazioni erano molto frequenti e la sensibilità dimostrata dai fondatori è stata
fondamentale per salvare
molte vite. Il circolo, fra i primi nati in Cadore, ha riunito
negli anni persone anche
molto diverse ma tutte profondamente convinte nella
bontà e nell’importanza del
donare. Sono molte infatti le
Un invito
ai giovani e ai
meno giovani
a far parte della
grande famiglia
dei donatori
foto conservate che testimoniano l’attaccamento a questo tipo di iniziativa. Vanno
sicuramente ricordati tra gli
altri il primo segretario dell’associazione che fu Rino Zanella il quale rimase in carica
fino al 1963, a seguire poi Angelo Calligaro, Bettina Lovarini, Gianluigi Nardei,
Valentino Marta, Ernesto
Da Pra, Luciana Martini e
Cirillo Grandelis, tutt’ora
in carica.
Una storia intensa e partecipata che racconta dei primi prelievi avvenuti nell’ambulatorio municipale, poi
trasferiti nella sede degli alpini e infine all’autoemoteca. “Un ringraziamento particolare va fatto a tutti i segretari con i rispettivi direttivi che si sono succeduti in
questi 50 anni - afferma l’attuale direttivo - e un grazie
di cuore a Cirillo Grandelis
che accettando l'incarico ha
permesso alla nostra sezione
di non essere inglobata in
un’altra, giungendo quindi a
questo importante traguardo
del cinquantenario. Ringraziamo di cuore tutti coloro
che ci sostengono e soprattutto tutti i donatori che, in questi cinquanta anni hanno
contribuito con il semplice
gesto della donazione. Invitiamo infine, giovani e meno
giovani, a far parte della nostra ‘grande famiglia’ perché
donare il sangue è donare la
vita! Nel piccolo gesto della
donazione infatti è racchiuso
il grande senso dell’altruismo
verso il prossimo”.
Ogni anno, tra l’altro, la
sera del 10 agosto per festeggiare il patrono di Lozzo, la sezione per riportare e
incrementare l’attenzione
sul tema si impegna organizzando una simpatica tombola aperta a tutta la cittadinanza.
Daniele Collavino
FEBB - 6-7.qxd:FEBBR 6-7
8-02-2011
15:40
Pagina 2
6
segretario generale
Fondazione Dolomiti
dalla prima pagina
’ ottimista il professorE
Giovanni Campeol, segretario generale della Fondazione DOLOMITI - UNESCO e non perde occasione
per sottolineare quegli aspetti culturali che possono coinvolgere gli abitanti delle valli
dolomitiche impegnando tutti a velocizzare quella acquisizione di qualità che consentirà una promozione fruttuosa. “Perché – sostiene
Campeol – il marchio Unesco ha la forza per promuovere turismo. Sarebbe un
peccato non approfittarne.”
L’operazione però non è affatto scontata. E anche in
questo Campeol è stato chiarissimo nel corso del suo intervento a Lozzo di Cadore
in occasione della rassegna
“Una montagna da vivere”.
Gli abbiamo chiesto di riproporci quelle considerazioni
in merito alla necessità di
metter mano all’edilizia
pubblica e privata e all’arredo urbano. Ecco cosa ci
ha detto: “Non possiamo certo dire che i nostri paesi, che
si trovano in area dolomitica,
offrano un’immagine favore-
2
NON SOLO MONTAGNE MA CASE E PIAZZE
PIU’ BELLE, NEL CADORE DELL’UNESCO
Il segretario Campeol
invita a guardare lontano
Giuseppe Pais
Becher
Giovanni
Campeol
ANNO LIX
Febbraio 2011
“I paesi del Cadore devono diventare più belli” per consentire
di entrare nel volano della promozione turistica mondiale
vole ad una campagna internazionale di promozione turistica. E questo vale sia per gli
edifici pubblici che per quelli
privati.”
E allora?
“Allora è indispensabile
rimboccarci le maniche per rimediare il prima possibile ad
una situazione che deve essere
aggiustata per il bene della nostra montagna e per non perdere un’occasione promozionale importantissima come
quella offerta dall’ Unesco.”
Quali sono i suggerimenti che si sente di indirizzare al Cadore?
“Ha fatto bene a parlare di
suggerimenti perché la Fondazione consiglia, suggerisce,
aiuta, coordina. Il fare spetta
ai Comuni, alle Province, alle
Regioni e allo Stato. Per questo specifico problema la Fondazione può, ad esempio, aiutare ad elaborare strumenti
riguardanti la riqualificazione urbanistica degli spazi
pubblici. Penso alle piazze che
fino a non moltissimi anni fa
caratterizzavano tutti i paesi
del Cadore e che poi sono state trascurate, abbandonate,
svilite. Anche la qualità architettonica degli interventi
edilizi e di quelli finalizzati
all’arredo urbano può essere
materia di confronto con la
Fondazione. Noi vorremmo –
insomma – metterci a disposizione di tutti quei Comuni
che desiderano rilanciare
l’immagine dei propri paesi.”
E se i suggerimenti non
dovessero essere colti?
“Sarebbe un male perché il
divario qualitativo tra la nostra montagna e quella trentina o altoatesina si accentuerebbe sempre più. C’è il rischio che il Cadore diventi il
rappresentante di serie B delle Dolomiti Patrimonio del-
Cooperativa
Cooperativa
VitoVito
di Cadore
di San
di San
di Cadore
Tel.Tel.
0436
91179117
0436
Cooperativa
Outdoor
Store Store
Cooperativa
Outdoor
di San
VitoVito
di Cadore
di San
di Cadore
Tel.Tel.
0436
99229
0436
99229
House
Market
e Ferramenta
House
Market
e Ferramenta
di San
VitoVito
di Cadore
di San
di Cadore
Tel.Tel.
0436
890421
0436
890421
Minimarket
Cooperativa
Minimarket
Cooperativa
di Auronzo
di Cadore
di Auronzo
di Cadore
Tel.Tel.
0435
400814
0435
400814
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Borca
di Cadore
di Borca
di Cadore
Tel.Tel.
0435
482662
0435
482662
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Calalzo
di Cadore
di Calalzo
di Cadore
Tel.Tel.
0435
501708
0435
501708
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Cibiana
di Cadore
di Cibiana
di Cadore
Tel.Tel.
0435
540162
0435
540162
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Laggio
di Cadore
di Laggio
di Cadore
Tel.Tel.
0435
77073
0435
77073
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Selva
di Cadore
di Selva
di Cadore
Tel.Tel.
0437
720613
0437
720613
Minimarket
Cooperativa
Minimarket
Cooperativa
di Santa
Fosca
di Santa
Fosca
Tel.Tel.
0437
720140
0437
720140
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Zoldo
AltoAlto
di Zoldo
Tel.Tel.
0437
788560
0437
788560
Market
Cooperativa
Market
Cooperativa
di Valle
di Cadore
di Valle
di Cadore
Tel.Tel.
0435
30188
0435
30188
Abbigliamento
& Arredocasa
Abbigliamento
& Arredocasa
di Valle
di Cadore
di Valle
di Cadore
Tel.Tel.
0435
501534
0435
501534
l’Umanità. Mentre altre aree
sarebbero le rappresentanti di
serie A. E questo, ovviamente,
genererebbe anche un divario
sul piano turistico ed economico.”
Ma l’Unesco tollererebbe, all’interno dello stesso ambito geografico, una
simile disparità?
“Assolutamente sì. Perché
se gli obiettivi sono quelli della tutela del patrimonio e della sua fruizione le disparità
dovrebbero stimolare una
qualche forma di sana competizione. La Fondazione stessa
ha il compito di stimolare i
territori più deboli ad emulare quelli più forti. E quelli più
forti a migliorare sempre
più.”
L’esigenza di compiere
questo salto di qualità strutturale e d’immagine cozza
però con le ristrettezze economico-finanziarie degli enti
pubblici. Lei sa bene che le
prospettive non sono rosee.
Viene spontaneo allora
chiedersi dove cercare le
risorse per concretizzare
gli interventi necessari.
“Credo sia importante ribadire che la presenza del sito
Unesco ha la forza per agevolare qualsiasi richiesta di fondi finalizzati a progetti inerenti la tutela e la fruizione
del patrimonio. Alla luce di
questo poi è indispensabile
che gli operatori locali si organizzino per un’azione di
autopromozione che faccia
crescere quell’autorevolezza e
quell’intraprendenza che devono accompagnare anche gli
investimenti locali. Questo
per ribadire che appartenere
ad un sito Unesco non significa incrementare il livello di
assistenzialità ma piuttosto significa prendere coscienza
della propria potenzialità.”
L’abbiamo sentita ribadire che il salto di qualità
deve essere strutturale
ma anche e soprattutto
culturale. Anche qui però il
sentiero è tutto in salita dal
momento che ci sono aree
della nostra montagna che
con l’insediamento delle industrie hanno rimosso o modificato radicalmente la cultura della gestione del paesaggio, della cura del territorio e del bello finalizzata al turismo. In questo senso il Cadore può essere preso ad
esempio.
“Ogni epoca storica ha avuto la propria economia e
quindi la propria interpretazione del paesaggio. Mi permetto anche di dire che la bellezza di ieri non è detto che
sia quella di oggi. Il riconosci-
mento dell’Unesco però ha
portato a guardare con maggiore attenzione alle questioni
della monumentalità e della
forza di questi nostri meravigliosi paesaggi montani. In
questo contesto si aprono interessanti opportunità legate al
rinnovo dei “vuoti urbani” sia
di tipo funzionale che di tipo
architettonico enfatizzando
quei manufatti di alto valore
e ricostruendo quelli di basso
valore. Il Cadore, che grazie
alla produzione di occhiali ha
conseguito traguardi economici lusinghieri ed importanti forme di ricchezza, adesso
che il manifatturiero si è ridimensionato, ha una sola strategia a disposizione. Una strategia articolata su due binari.
Il primo le consentirebbe di
far transitare la fase industriale matura verso una fase
post industriale attraverso i
processi di innovazione tecnologica e ricerca scientifica applicata. Il secondo binario
passa attraverso un salto di
qualità architettonico e paesaggistico per arrivare ad
una valorizzazione turistica
di alto profilo.”
Professor Campeol, lei
ha invitato gli enti pubblici
e anche i privati cittadini a
fare proposte, a presentare idee e progetti finalizzati alla valorizzazione del
Patrimonio Unesco. Di
che tipo?
“Prendiamo le Amministrazioni comunali, potrebbero elaborare una serie di progetti pilota sulla riqualificazione delle aree pubbliche. Le
associazioni degli albergatori
potrebbero presentare idee e
propositi per riqualificare la
tipologia architettonica dei loro alberghi. Comuni, industriali e commercianti potrebbero progettare forme innovative di gestione dello smaltimento dei rifiuti. Le Guide alpine e il Cai hanno già suggerito interventi qualitativi per
rilanciare, all’insegna della
sicurezza, la fruizione dei sentieri e delle vie alpinistiche
sulle Dolomiti. Tutti devono
mettersi in moto. Perché i benefici che possono arrivare
dalle Dolomiti Patrimonio
dell’Unesco sono per tutti.”
Qual è il risultato più
ambizioso che spera di
raggiungere, per le Dolomiti, grazie al riconoscimento dell’Unesco?
“La mia grande aspirazione è legata al rafforzamento
del sistema rete che le cinque
Province che compongono la
Fondazione hanno cominciato a sviluppare. Solo così è
ipotizzabile un rafforzamento
del sistema montagna attrezzandolo per essere competitivo rispetto ad altri siti geografici in nome delle ricchezze e
delle bellezze naturali che sono uniche al mondo e in nome di una qualità di immagine e di servizi che devono crescere velocissimamente. Se il
sistema rete, fortemente voluto dalla Fondazione, funzionerà, sul territorio dolomitico
faranno capolino anche centri di ricerca ad alta innovazione tecnologica che non
hanno nulla di incompatibile
con la montagna. Questo è il
mio grande sogno.
Bepi Casagrande
FEBB - 6-7.qxd:FEBBR 6-7
2
8-02-2011
15:40
Pagina 3
7
ANNO LIX
Febbraio 2011
A TU PER TU
Max
Pachner
dalla prima pagina
SAPPADA NON PUO’ VENDERSI
“Le secessioni sono velleitarie, serve più capacità politica. Serve
una defiscalizzazione per tutti coloro che abitano in montagna”
qualità sul nostro territorio.”
Ma chi può spingere verso
questa autonomia amministrativa?
“Ci vuole una unione dei Comuni, anche cercando di accorpare i
Comuni con certe affinità. Ci vuole
’ normale dunque che si
cerchino nel confinante
E
Friuli quegli incentivi economici che solo una regione a statuto speciale può dare.
“Sì, ma non adducendo motivazioni come un legame col Friuli di
tipo storico-culturale o di affinità
che non c’è mai stato: assolutamente. Pur essendo Sappada un’isola
etnica tedesca, c’è sempre stato invece un legame con il Cadore: abbiamo fatto parte del Patriarcato
di Aquileia dal 1077 fino al 1420
quando è subentrata la Repubblica
Veneta fino al 1796, come tutto il
Cadore; dopo gli anni del periodo
napoleonico siamo passati all’impero austro ungarico, durante il
quale fu trasferito il catasto che allora era a Rigolato ad Auronzo nel
1852. Se andiamo a vedere la storia, e l’Associazione Plodar ha pubblicato tutta una serie di volumi, –
sottolinea Pachner - a dirimere le
liti con i paesi confinanti del Cadore è sempre stata Venezia. Poi nel
1866 quando il Veneto è passato al
Regno Sabaudo, i 263 capifamiglia
chiamati a votare se volevano andare in provincia di Belluno oppu-
Chi può spingere verso l’autonomia
amministrativa?
“Ci vuole una unione dei Comuni e
una grande maturazione, da parte di
tutte le amministrazioni e della
popolazione”, risponde Max Pachner
re no, all’unanimità hanno scelto
Belluno. Questa è la storia.”
Lei Pachner di battaglie per le
autonomie e contro le diseguaglianze ne ha fatte parecchie, sia
LA GRANDE NEVICATA
Mostra fotografica
a Sappada
L
e eccezionali immagini che documentano la grande nevicata a
Sappada dell’inverno 2008-2009, quasi un migliaio di foto, sono
state proiettate a Sappada nel tardo pomeriggio del 22 gennaio all’apertura della mostra fotografica che comprende anche oltre 50 gigantografie, una documentazione unica da tramandare alle future
generazioni.
La fatica (e soddisfazione) di allestire questa poderosa raccolta è
dell’associazione Plodar, in collaborazione con l’associazione Sappada Svelata e tecnicamente montata dalla “Tormen e Audiovideo” di
Belluno.
Piacevolmente impressionati i presenti per queste eccezionali immagini che documentano con i ben 11 metri di precipitazioni nevose
un inverno paragonabile solo a quello del 1951 e che sarà ricordato a
Sappada come l’anno del crollo del Palazzetto dello sport e del grande impegno di tutti i sappadini nel liberare i tetti delle case dall’enorme massa nevosa.
L’evento è stato presentato dal presidente dell’associazione Plodar
Max Pachner, presenti il vicesindaco Gianluca Cian, l’assessore Flavio Piller Hoffer e la referente culturale del Comune di Sappada
Marcella Benedetti. Ora, l’associazione Plodar terrà aperta la mostra
presso la sala municipale tutti i giorni dalle ore 17 alle ore 18.30 e fino al 18 febbraio 2011, dove si potrà assistere alla proiezione continua delle foto digitali inviate dai tanti “artisti”.
nel periodo che fu sindaco di Sappada che da assessore provinciale
con Oscar De Bona e poi al suo
fianco in Regione. C’è stato qualche risultato?
“Ho sempre cercato di trovare il
sistema affinché Sappada non perda la propria identità. La prima
battaglia che feci fu nel 1977 e chiesi assieme all’associazione internazionale AIDLCM che trovasse attuazione l'art. 6 della Costituzione che
recita: ‘Lo Stato italiano tutela le
minoranze linguistiche con apposite norme’. Ci sono voluti ben 50 anni, solo nel 1999 è stata approvata
la L. 482 che tutelava tutte le minoranze linguistiche. Dico questo per
evidenziare come già allora notavo
grande diseguaglianza tra noi sappadini e chi risiedeva tre chilometri
più sotto.
Negli anni che fui assessore in
Provincia, trovando d’accordo il
presidente De Bona e gran parte
del Consiglio provinciale, iniziammo una battaglia per far riconoscere la specificità della provincia di
Belluno, volendo però andare anche più in là, nel chiedere una autonomia. Una delle iniziative concrete che portammo avanti nel
1995 fu quella sulla riduzione del
prezzo del gasolio da riscaldamento, coinvolgendo i cadorini; col risultato dopo tre anni di veder ridotto di 200 lire al litro il prezzo. La
seconda battaglia fu quella di coin-
volgere province anologhe a Belluno, quali Verbano-Cusio-Ossola e
Sondrio, sì da ottenere più forza
mediante una autonomia, visto che
eravamo incuneati tra regioni e
province a statuto speciale. Venne
firmato un protocollo d’intesa nel
2003 sui sovracanoni e trasferimenti, a seguito dell’emendamento
Paniz, poi il tutto si bloccò; così allora spostammo il tiro chiedendo
alla Regione Veneto che venisse riconosciuta la specificità della Provincia di Belluno. La Regione deliberò in tal senso ma non diramò
mai i criteri attuativi e demandò il
tutto all'approvazione dello Statuto, che in 5 anni non è giunto ad
approvazione.”
Forse proprio da questa inattività legislativa nasce oggi la
protesta con la richiesta di referendum secessionistici. Che fare in
alternativa?
“La parola di moda in questo
momento è ‘federalismo fiscale’, però non lo credo sufficiente e dalle
prime proiezioni viste sarebbero
ben pochi i comuni delle terre alte
ad essere favoriti dal federalismo fiscale, altri rimarrebbero addirittura penalizzati. Bisogna avere il coraggio di dire in ogni sede che la
montagna è diversa dalla pianura,
tutta la montagna; quindi ha bisogno d'essere governata dai valligiani con possibilità di risorse che lo
permettano. Ci vuole una grossa
defiscalizzazione per tutti coloro
che vivono in montagna, e non solo
per chi investe. Viceversa, aumenterà lo spopolamento e quindi non
ci saranno più delle comunità vive.
Solo l’autonomia amministrativa
potrà permettere un decollo economico e mantenere dei servizi di
una grande maturazione da parte
di tutte le amministrazioni, e anche da parte della popolazione,
comprendendo che solo unendosi e
diventando forza politica trasversale, cercando alleanze anche all'esterno di questa provincia, si possono raggiungere dei risultati.”
Meno azioni velleitarie dunque e più capacità politica...
“Il Cadore aveva una sua grande
autonomia, la Repubblica Veneta
gli aveva lasciato l’autonomia gestionale. Se noi andiamo a perdere
questa identità forte che il cadorino
ha nel suo dna andiamo a perdere
una parte di noi stessi. Se viceversa
la portiamo avanti con orgoglio, ricordando che la battaglia va fatta
tutti uniti, in prospettiva di rientrare a godere di quelle autonomie
per decidere quale è il futuro della
nostra gente, allora, in quel momento saremo di nuovo padroni di
noi stessi e della nostra storia. Non
possiamo venderci per quattro lire
in più”
Il richiamo identitario che è
di molti, pensa possa passare
anche a Sappada e a Cortina?
“Se guardiamo alle singole comunità sotto l’aspetto socio-culturale, vediamo che il sistema di vita
da Cortina a Sappada non è (e
non era) poi granché diverso. Sappada può rivendicare di avere una
parlata diversa, può vantare di
avere qualche tradizione diversa,
Però la vita è identica. Allora, invece di dividerci, cerchiamo i motivi per i quali possiamo unirci.”
Non è la conclusione di un discorso questa di Max Pachner,
sembra piuttosto l’inizio d’un nuovo impegno.
Renato De Carlo
FEBB 8-9 .qxd:FEBBR 8-9
8-02-2011
9:08
Pagina 2
8
2
ANNO LIX
Febbraio 2011
Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
UN CARO SALUTO A RITA “I NOSTRI PRIMI 60 ANNI” - I COSCRITTI CLASSE
1950 DEL CENTRO CADORE SI RITROVANO
AFFEZIONATA LETTRICE
Caro Direttore, l’altro
giorno è passata qui in Magnifica la signora Rita Giavi. E’ un’affezionata lettrice de Il Cadore, devi sapere che puntualmente ogni
anno, allo scadere dell’abbonamento, passa in ufficio per pagarlo personalmente. E quest’anno addirittura è venuta a piedi da
Tai di Cadore, accompagnata. A più di 91 anni, ha
una lucidità mentale im-
pressionante e legge il
giornale che attende con
tantissima trepidazione.
Ora ci manda questa foto per salutare la Redazione e tutti i lettori della nostra storica pubblicazione.
Annalisa
Ricambiamo i saluti a Rita più che volentieri e le auguriamo di tenersi sempre
in forma come ha saputo fare fino ad oggi.
E’ passato del tempo dalla
festicciola che abbiamo fatto
in occasione dei nostri "primi" 60 anni, ma per l'esortazione di alcune "coscritte",
AUGURI - AUGURI - AUGURI
Continuiamo a ricevere
gli Auguri inviatici durante le festività, che ricambiamo sentitamente.
In particolare, ricordiamo Tina De Lorenzo
Schori da Rumlang SVIZZERA, Pierre Ciliotta da
Nizza FRANCIA, Nilla
Marinello Fombor dalla
più vicina Belluno.
E li ringraziamo per il
contemporaneo invio della
quota d’abbonamento, che
per il mensile è una goccia
di vita.
AUGURIO A SORPRESA
PER ILVA E ANGELO
NEL 50° DI NOZZE
Cari mamma Ilva (Bal- 50° Anniversario di Nozze
dissarutti, di S. Stefano di da tutti noi.
Cadore) e papà Angelo, Valeria, Paola, Franco,
Daniela - Milano
tanti auguri per il vostro
invio una foto di gruppo
(eseguita da Baggiofotostudio) sull'incontro conviviale
avvenuto il 4 dicembre scorso, a Tai di Cadore presso "Il
Ristorantino", tra coscritti possibile pubblicarla.
del 1950 dei comuni di Valle
Osvaldo De Lorenzo
di Cadore, Pieve di Cadore, Certamente. E’ sempre belCalalzo, Domegge.
lo ritrovarsi e documentare
Saremmo felici se fosse questo giro di boa della vita.
BIBLIOTEQUE
DE FRANCE
PARLA DEL
CADORE
NEL RICORDO DI
MARIO BRUNO CIOTTI
SOCIO ONORARIO
DEL GRUPPO RAGNI
DI PIEVE DI CADORE
Mario Bruno, ti ricorderemo sempre
per il tuo carattere
energico, combattivo
e a volte impulsivo.
Sei stato un generoso Alpinista, un
soccorritore sempre
presente nel bisogno,
sacrificando il tempo
e non solo, sei sempre stato un “conastro”, testardo e tenace nelle proprie convinzioni e a volte anche molto audace:
Egr.Direttore, trovo su un sito della Comunità Europea delle foto riguardanti carte topografiche del Cadore, queste sono conservate presso la Bibliothèque nationale de France.
Una mi pare d'averla già vista,
la seconda mi pare che sia
qualcosa di nuovo. Nello stesso
sito ci sono delle belle foto e
bei filmati. Chiedo a Lei o ai
Suoi collaboratori un parere.
Grazie per l'attenzione, distinti saluti.
Armando Deppi
tanti aggettivi che
calzano perfettamente per ricordare un
Buon Amico.
La tua invidiabile
forza di volontà non è
stata suf ficiente per
questa tua ultima
scalata, sarai sempre
nei nostri pensieri.
Ciao Mario
Il Gruppo Ragni
Pieve di Cadore
Domegge
LA CHIUSURA DELLA CASA DI RIPOSO
DI CALALZO NON PIACE AI CITTADINI
Signori, siete a conoscenza che vogliono chiudere la Casa di riposo di
Calalzo un pezzo della nostra memoria?
Voi avete l’autorità per
intervenire con i Sindaci e
le autorità.
Grazie
Nilde Ferri
Pozzale di Cadore
Sul medesimo argomento
abbiamo ricevuto anche delle telefonate da parte di cittadini allarmati per l’inten-
zione dell’amministrazione
di Calalzo di chiudere la
Casa di riposo.
Noi, come giornale, possiamo solo commentare il
fatto, mentre forse questa
lettera avrebbe un più autorevole interlocutore nel presidente della Magnifica.
E’ risaputo che i Comuni
sono alle prese con una diminuzione dei trasferimenti
da parte dello Stato e la necessità conseguente di ridurre le spese. L’amministrazio-
Grazie della segnalazione, fa
piacere trovare il Cadore, anche
se di vecchia data, sul sito di
una così prestigiosa biblioteca.
Vi sono carte, foto di paesi, quadri, da noi comunque conosciuti
e pubblicati. Ne riparleremo.
ne di Calalzo evidentemente
ha ritenuto non fosse produttiva la locale Casa di riposo, chiedendone la chiusura e il trasferimento dei
pochi ospiti alla struttura di
Tai. I motivi li ha spiegati il
sindaco sui giornali.
La lettrice sottolinea che
così si perde una pezzo di
memoria: lo sforzo di una
comunità di costruire una
casa di riposo e quello del
volontariato di farla vivere.
Nè si migliora l’aspettativa
del futuro: ci dicono che saremo sempre più una popolazione di vecchi, sempre
più soli.
Perché allora disfarsi di
una struttura che è stata da
poco rimodernata ed ampliata (dalla precedente
amministrazione) e non
renderla invece attiva come
pensionato per anziani?
L’ambiente intorno è splendido, con parco e vista sulle
Marmarole, perché non fare
un investimento?
FEBB 8-9 .qxd:FEBBR 8-9
2
8-02-2011
9:08
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
9
Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
EVELINO CASANOVA E’ SCOMPARSO A POZZALE E’ SEMPRE GRADITO
FU DEPORTATO A FLOSSENBURG L’APPUNTAMENTO CON LA BEFANA
Ogni estate, la prima domenica di agosto, era puntualmente lì, alla chiesetta
di Pramaiò a Costalta, per ricordare i tanti compagni deportati che non ebbero la
sua fortuna, quella di tornare miracolosamente a casa.
Evelino Casanova Borca,
piccolo grande uomo del
Comelico ci ha lasciato lo
scorso 8 gennaio.
Aveva solo 17 anni allorché fu catturato durante
una retata nazista e portato
prima nel lager di Bolzano e
quindi a Flossenburg. Era il
26 ottobre 1944 ed i tedeschi cercavano da tempo il
padre di Evelino, cosicché
lui, unico maschio presente
della famiglia, si ritrovò con
40 giovani di Costalta al cinema Piave di S. Stefano
per essere interrogato. Non
volle dire dove fosse nascosto il padre per cui, dopo 17
giorni, venne trasferito a
piedi a Calalzo e da qui in
treno a Bolzano. In Alto Adige lavorò in galleria per tre
mesi a ritmo disumano e
poi, il 19 gennaio ’45, su un
vagone bestiame con altri 5
compaesani fu trasferito a
Flossenburg, dove venne
accolto dai bambini tedeschi che gli lanciavano contro pezzi di ghiaccio e palle
di neve.
In quel campo, che conteneva circa 17.000 prigionieri, assistette ad ogni atrocità
possibile, finché fu trasferito con una squadra di circa
500 uomini a Pordorf, per
togliere rotaie e caricarle su
battelli sull’Elba. Resistette
fino all’aprile del ’45, allorché, disteso su un lettino e
divorato dalla febbre e dai
pidocchi, venne liberato dai
Russi. Pesava 32 chili e dovette rimanere a lungo in un
ospedale, assistito da un caro compagno, Guido Pradetto. Rimessosi, dovette
camminare 17 giorni per
tornare in Comelico, festeggiato da tutti i paesani ed accolto come un redivivo.
Eppure le difficoltà non
erano finite: ottenere lavoro
e dignità non fu facile, tanto
che il nostro commentava:
“C’era la speranza di vivere
in una società più giusta, invece ho toccato con mano
l’ingiustizia e l’emarginazione… Ho dovuto attendere 31
anni per ricevere una misera
pensione e per poter vivere,
negli anni ’60, ho dovuto andare in Germania come emigrante, chiedendo lavoro alle
persone che 20 anni prima ti
massacravano di vergate…”.
Evelino faceva parte dell’ANIED e il 31 marzo 1985
fu ricevuto dal Presidente
Pertini al Quirinale. Della
sua esperienza scrisse in un
libretto di memorie intitolato “Gli anni dell’orrore”, edito circa 30 anni fa e poi ripubblicato nel 1994. I funerali si sono svolti domenica
9 gennaio a Costalta.
w.m. - g.d.d.
UNA PERAROLO SFAVILLANTE CON IL SUO
PRESEPIO NEL PARCO VILLA LAZZARIS
Caro Direttore, ho pensato di inviare questa foto,
scattata da DAMOS nella
notte del 7/1/2011 dall'amico FEDERICO COSMI,
che a mio avviso esprime
in modo eloquente la magia natalizia più di tante
parole.
Renzo Zangrando
La foto di Perarolo in notturna natalizia è veramente
bella e unica, magica. Avrei
voluto adoperarla per la copertina secondo il suo suggerimento, purtroppo il tipo di
foto non consente una buona definizione.
Suggestiva anche la foto
notturna del presepio collo-
cato nel Parco di Palazzo
Lazzaris, con più di 40 personaggi a dimensioni umane e quel gregge di pecore
(vere) che rendono più realistica l’ambientazione. Un
presepio giunto alla settima
edizione e che giustamente è
diventato l’orgoglio del paese di Perarolo.
A Pozzale, la sera del 5
Gennaio, si è rinnovato
l'appuntamento con la manifestazione organizzata
dal Gruppo Corale Pozzale e Dal Gruppo Donne In Canto.
Il consueto giro delle fontante è stato anche quest'anno un grande successo, con moltissima gente,
nonostante le temperature
rigidissime. I cori sia maschile che femminile, diret-
ti dal maestro Sandro Sepulcri e accompagnati da
Andrea da Cortà e Sandro
Del Duca hanno allietato la
sosta ad ogni Fontana con i
canti e il caratteristico suono della Cornamusa.
Gli abitanti di ogni contrada con l'aiuto prezioso
degli affezionati turisti di
Pozzale, hanno dato il meglio di sé nell'allestire la
propria fontana e nel preparare manicaretti dolci e sa-
lati da offrire agli ospiti, locali e non. Non sono mancate la cioccolata, il thè e il
vin brulè; alla fine in piazza
Margherita la befana ha letto il suo testamento, a volte
spiritoso a volte provocatorio, senza risparmiare niente e nessuno, e poi via al falò, augurando a tutti un
2011 migliore.
Un grazie a tutti e appuntamento al prossimo anno.
N.A.
FEBB 10-11 .qxd:FEBBR 10-11
8-02-2011
9:14
Pagina 2
10
ANNO LIX
Febbraio 2011
2
Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
I V.I.P. DI CALALZO: IN CADORE E’ GIUNTO
IL MOMENTO DELL’IMPEGNO COLLETTIVO
“A sessant’anni punto e a
capo. Si ricomincia con l’età
verde.” Ed è ‘Età Verde’ il
bando con il quale la Regione Veneta e il comune di Calalzo mettono a disposizione
degli over sessanta il contributo di 12.000 euro da spendersi in progetti per la valorizzazione del territorio.
E’ piena adesione dell’associazione V.I.P. ‘Volontari in
Pensione’ che dall’inizio del
2005 si occupano appunto di
cura, manutenzione del territorio e di costruzione di
piccole opere pubbliche.
“Stiamo già adoperando
parte di queste risorse” affermano i responsabili dell’associazione alla quale è
andato quasi l’intero contributo. “A fine primavera
2010, spiegano i volontari,
abbiamo completato il progetto ‘Il Verde è di Tutti’, finalizzato alla sistemazione della
strada che porta alle acque
termali di Lagole e la costruzione lungo il percorso di
un’area picnic con panorama sul lago del centro Cadore e sulle ferrovia CalalzoBelluno. Da allora il chiodo
fisso è diventato la ristrutturazione di via Cortina che è
una delle strade più antiche
del paese, la riqualificazione
dei boschi che la dividono
dalla frazione la Molinà ed il
ripristino del sentiero Ria
Mulin.
Fa parte di questo progetto anche la costruzione di un
collegamento, definito ‘Collegamento Salvavita’ che
unisce la parte bassa di via
Cortina al ponte della Molinà e di conseguenza tutti i
numerosi sentieri che si intrecciano sul versante sinistro del torrente omonimo.
Per la realizzazione di questo
complesso progetto, pur aven-
do come sempre l’appoggio ed
il benestare del nostro Comune, affermano i volontari, abbiamo chiesto per la realizzazione di parte di esso un contributo al C.S.V. di Belluno
ed alla Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina e delle Dolomiti che in passato non ci
hanno negato il sostegno.”
Certo è che fatti e rifatti i
conti per la realizzazione del
tutto, la coperta risultava
sempre corta. “Ora con parte di questo contributo abbiamo potuto iniziare il primo
stralcio dei lavori che dal 21
ottobre si sono protratti fino
alle prime nevicate. In questi
ultimi giorni inoltre, poichè
abbiamo ricevuto la buona
notizia che conferma la concessione di contributi,(...)
possiamo tranquillamente affermare che il proseguo dei
lavori avverrà quanto prima
e continuerà fino ad ultimazione dell’intero
progetto.”
“Noi, affermano i pensionati,
siamo convinti
che sia importante avere un territorio curato ed
accogliente onde
incentivare economie alternative al mamfatturiero ed è
per questo che dal 2005 ci
muoviamo in questa direzione”. Da allora coltivano la
speranza che ognuno capisca che pensare ad un miracolo che rovesci la situazione nella quale destano i paesi di montagna è solo tempo
perso. “Dobbiamo acquisire
la consapevolezza che siamo
noi gli artefici del nostro futuro e muoverci di conseguen-
za. Abbiamo vissuto decenni
di crescita economica e di benessere, l’industria manifatturiera dell’occhiale ha dato
lavoro a tutti ed ha forgiato
bravi lavoratori. Ora i tempi
sono cambiati. I vertici dell’imprenditoria hanno delocalizzato le aziende e noi abbiamo assistito impotenti e
sbigottiti al crollo del manifatturiero. Occorre improvvisarsi piccoli imprenditori in
altri settori non per ultimo
quello del turismo. C’è la necessità di aguzzare l’ingegno e
guardarsi attorno con fiducia
ed un po’ di ottimismo! Sono
doti importantissime, aiutano a costruire e a vivere meglio. Crediamoci! (...)
E’ una scommessa che il
Cadore non può permettersi
di perdere.”
Livio Peruz
Presidente ‘Volontari
in Pensione’ di Calalzo
CON I “RAGNI” SPETTACOLARE FIACCOLATA E
SKI-CRONO DA POZZALE AL RIFUGIO ANTELAO
Spettacolare fiaccolata dalla cima del
Tranego nella serata
del 30 dicembre promossa dal Gruppo
Ragni di Pieve di Cadore, prodromo della Ski-Crono Tiziano
di domenica 9 gennaio alla sua 2a edizione, gara non
competitiva di sci alpinismo che ha visto
il via al mattino a
Pozzale (m. 1.050) e
salita lungo il Tranego con arrivo finale
al Rifugio Antelao
(m. 1.800).
Massiccia la presenza di atleti, 97 partecipanti del Veneto,
Friuli e Alto Adige
che si sono sfidati
nelle rispettive categorie: Per i seniores
m. vince Ivan Sommacal - Linea Verticale in 0:50:10; seniores f. vince Cecilia
De Filippo - Dolomiti SkiAlp in 1:03:13;
juniores m. vince Andrea Pavanello Dolomiti SkiAlp in
0:54:49; juniores f.
vince Gloria Toma Dolomiti SkiAlp in
1:16:46. La classifica
assoluta vede in testa
Ivan Sommacal - Linea Verticale con
0:50:10, seguito da
Alberto Gerardini GS Lorenzago con
0:50:11 e da Olivo
Da Prà - Vigili del
Fuoco con 0:50:44.
Fiaccolata
sul Tranego
FEBB 10-11 .qxd:FEBBR 10-11
2
8-02-2011
9:14
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
LA MISERIA
DELLA CULTURA
Qualcosa ci dice che per la cultura questo è un momentaccio: oddio, di tempeste
ne ha attraversate parecchie, specialmente a causa delle difficoltà di convivere con
il potere, ovvero con un sistema costituzionalmente refrattario alla autonomia
delle idee. Dai roghi dell'imperatore Tiberio a quelli del nazismo di Goebbels –
uno a cui il solo nome faceva mettere mano alla pistola – le opere dell'uomo non
“in linea” ebbero spesso una sorte infausta; certo oggi non ci sono fuochi né pistole da impugnare, ma da noi le pene
della cultura non mancano, soprattutto
per l'agitarsi del suo ministro che tra tagli
di spesa, nomine trasversali (che ci fa un
esperto di tricofilia agli Uffizi?) e ribaltoni
contrattuali, sembra avere assunto proprio la parte del classico elefante nel negozio di cristalli. L'antico sogno platonico
di uno Stato in cui i filosofi governino o i
governanti filosofeggino, uno Stato guidato dagli intellettuali sembra dunque più
che mai lontano dalla sua realizzazione:
ammesso e non concesso che si tratterebbe di una soluzione felice. E' stato infatti
già Julien Benda, nel suo famoso pamphlet sul ruolo degli intellettuali della società contemporanea, a criticare la subordinazione del pensiero agli interessi del sistema, difendendo la loro immagine di
“custodi dei valori”, dei quali l'attività dovrebbe pertanto rivolgersi esclusivamente al servizio della ragione, della verità e
della giustizia, senza mettersi al servizio
della politica, e in particolare della classe
dominante. La verità è che la cultura costituisce pur sempre un corpo estraneo
nell'organismo del potere, perché offre i
presupposti di una predisposizione alla libertà intellettuale, fornendo insieme gli
strumenti del giudizio; perché “è conquista di una coscienza superiore” e perciò
rifugge, o dovrebbe, da ogni forma di intruppamento politico e di appiattimento
delle opinioni nel solco tracciato dal governo in carica, o dalla ideologia prevalente. Così, bando all'”intellettuale organico” di gramsciana memoria, e bando ai
“traditori” della funzione che la vera cultura impone! E oggi? (...)
Oggi, di fronte all'incalzare delle necessità prodotte dalla crisi mondiale, la prima a venire colpita è la cultura, evidentemente ritenuta dalla attuale classe politica una componente del tutto secondaria
della macchina sociale. Dalle scuole ai
teatri alle fondazioni, è tutto un ridimensionare, un ridurre, un impoverire e spogliare il Paese degli organi essenziali alla
sua vita e al suo progresso: ha scritto una
volta un uomo di governo inglese, che la
cultura rende un popolo facile da guidare
ma difficile da trascinare; facile da governare ma impossibile a ridursi in schiavitù.
Potrebbe essere un avvertimento utile
anche oggi.
Ennio Rossignoli
11
LAUREE
Cristiana De Luca di
Cortina D’Ampezzo ha
conseguito lo scorso 29
gennaio presso l’Ateneo Salesiano di Roma, a conclusione del corso di studi della Scuola Superiore in Psicologia clinica SSPC IFREP, il diploma di specializzazione in Psicoterapia e
Analisi Transazionale.
Congratulazioni da parenti e amici.
Alessia Fedon di Domegge ha brillantemente
conseguito lo scorso 22.11.
2010 presso l’Università di
Trieste la laurea in igiene
dentale, discutendo la tesi:
“Valutazione nel tempo dell’influenza dei fattori di rischio nella progressione clinica della malattia parodontale.” Relatore Dott. Gaetano Castronovo
Congratulazioni vivissime
dai genitori Angelo e Antonia Spina, parenti e amici.
Sara Fedon di Vallesella
di Cadore ha conseguito lo
scorso 15.12. 2010 presso
l’Università di Trieste la
laurea in Scienze della Formazione Primaria- indirizzo
Scuola dell’Infanzia, discutendo la tesi in Pedagogia
generale: “L’avviamento alla lettura nella Scuola dell’Infanzia. Analisi comparativa tra Italia e Francia.”
Relatore Prof. Paolo Sorzio.
Congratulazioni e felicitazioni dai famigliari e dagli
amici.
Massimo Ruffato di Pieve di Cadore si è brillantemente laureato in Matematica il 20.12.2010 presso l’Università di Udine, discutendo la tesi: “La trasformata di
Burrows Wheeler con applicazioni al pattern matching”, relatore Prof. Alberto Policriti.
Al neo dottore magistrale
le congratulazioni di papà,
mamma e Francesca.
IN MAGNIFICA COMUNITA’ I LAUREATI
PRESENTANO LE LORO LAUREE
MASSIMILIANO STIZ : “IL SISTEMA PENITENZIARIO AMERICANO”
Devo ammettere che nel momento in cui ho appreso di poter presentare la mia tesi specialistica dal titolo: il sistema penitenziario americano: evoluzione storica e prospettive future, ho aderito con gioia all'iniziativa. Grazie a questo programma sviluppato attraverso l'intensa partecipazione e impegno della Commissione “giovani e premi di studio” presieduta da Giulia De Mario, si dà la possibilità a noi, neo laureati appena terminato il lungo e impegnativo ciclo di studi universitari, di presentare la nostra “creatura” che durante l'ultimo anno di università ci è costata grandi sacrifici, grande impegno oltre naturalmente tempo e denaro. Personalmente ritengo che questa straordinaria opportunità di parlare in una
sala ricca di storia come quella della Magnifica Comunità nel palazzo di Pieve di Cadore, davanti ad amministratori, amici, parenti o anche semplici curiosi desiderosi di ascoltare il “prodotto” di mesi o, in alcuni casi anni di lavoro, può in parte ripagare i sacrifici che tutti noi abbiamo fatto.
Per quanto concerne la mia esposizione riguardante il sistema carcerario statunitense, conscio di trovarmi di fronte ad
un pubblico di “non tecnici” di diritto penitenziario, ho cercato di modulare il discorso, contrariamente a quanto fatto durante la discussione di laurea, mettendo in evidenza gli aspetti di cui si sente maggiormente notizia dai mass media e che,
almeno su di me, hanno sempre esercitato un notevole fascino e curiosità ma che sfortunatamente, per la totale mancanza di pubblicazioni in lingua italiana, non sono mai riuscito a soddisfare. In particolare ho voluto concentrare la mia attenzione, dopo una breve parentesi sull'origine storica e lo sviluppo delle carceri negli Stati Uniti d'America sul recente
movimento volto alla privatizzazione sia della costruzione che della gestione degli stabilimenti penitenziari americani. Infine ho trattato dell'evoluzione dal punto di vista costruttivo e gestionale di strutture “speciali” per detenuti “speciali” ossia i Supermax; penitenziari ideati per “incapacitare” i detenuti più pericolosi del sistema penitenziario statunitense, coloro che non possono essere gestiti nemmeno nelle strutture di massima sicurezza e che richiedono un utilizzo massiccio di tecnologia per ottenere condizioni di isolamento impensabili fino a pochi anni or sono.
Così facendo spero di aver delineato un quadro quanto più preciso possibile sulle modalità con le quali una democrazia
liberale come gli Stati Uniti gestisce il proprio sistema carcerario, di come si stia evolvendo e di come ciò potrebbe avere ripercussioni anche sul sistema europeo. Colgo inoltre l'occasione per ringraziare tutti i membri della Magnifica Comunità e tutti coloro che hanno partecipato all'evento.
Massimiliano Stiz
FEBB 12-13 .qxd:FEBBR 12-13
8-02-2011
15:42
Pagina 2
ANNO LIX
Febbraio 2011
12
LA
L
GRANDEZZA DEL
uigi (1883 - 1954) era figlio di
Giovanna De Lotto e di Tomaso Fiori Monego di San Vito. La
famiglia aveva quel soprannome
perché aveva esercitato da più generazioni la professione del sagrestani della parrocchiale, in dialetto
moneghe. La casa avita i trovava
quasi adiacente alla chiesa, verso il
torrente, lungo la via della Difesa.
Ma è andata interamente distrutta
da un incendio all’inizio del secolo
scorso, quando Tomaso decise di
ricostruirla più a valle, là dove oggi
vive appunto la sua vasta famiglia
con le numerose attività artigiane e
commerciali.
Luigi aveva dieci fratelli, fra i quali
ricordiamo Giuseppe (1882), morto
per un incidente sul lavoro a Torino
mentre, assieme ad una squadra di
carpentieri sanvitesi costruiva un
padiglione alla grande Esposizione
universale del 1905; Matteo (1885)
prima emigrante in USA e poi primo
panettiere a San Vito; Angelo
(1890), arcidiacono del Cadore; Angelica (1892) sposata a Giuseppe
Belli de Toful più volte sindaco; Antonietta (1895) sposata ad Abramo
Da Vià da Domegge. Luigi scelse di
andare in seminario. Ma era quasi
una tradizione di famiglia. Infatti fra
i fratelli del padre Tommaso c’era
già stato un sacerdote di nome Giovanni Matteo (1839-1933). Un secondo sacerdote di nome pure Matteo (1845-1907) c’era fra i suoi cugini, figli di Giovanni Vito. Infine un
terzo religioso di nome Tomaso
(1825-1877), era fratello del bisnonno Giuseppe. Luigi venne ordinato
sacerdote a Belluno nel 1905 e subito inviato come cappellano a Valle di
Cadore che peraltro lasciò dopo appena un anno, per salire a Selva di
Cadore novello parroco. In quella
parrocchia ai confini con l’Austria rimase per nove anni e sarebbero sta-
CADORE
Monsignor Luigi Fiori
di Mario Ferruccio Belli
ti di più se non gli fosse piovuta addosso una inchiesta militare, ridicola quanto pericolosa, mossagli per
presunto disfattismo. Qui va tenuto
presente che a pochi minuti di strada c’era Colle S. Lucia, allora paese
austriaco, con il quale c’era un notevole scambio di gente e di affare.
Ma le borgate, a parte la politica,
erano (e sono) in tutto simili sia per
il dialetto sia soprattutto per l’economia montana. Senza dire che stante
la breve distanza il suono delle campane era udito reciprocamente dalle
due parti. Così bastava uno scampanio più prolungato, o fuori dal consueto, per allarmare la stazione dei
reali carabinieri di Selva. In quegli
anni immediatamente precedenti la
prima guerra era normale nutrire
sospetti quasi i rintocchi nascondessero messaggi in codice trasmessi
con chissà quale alfabeto segreto.
Tuttora viene raccontato che essendo le due popolazioni cattoliche accadeva spesso che gente di Selva si
recasse a pregare e fare le devozioni
a Colle e viceversa. Pensiamo alla
copertura che offriva il segreto del
confessionale dove poteva celarsi
qualche malintenzionato o, addirittura, una spia. Il tranello era facile e
il gioco sin troppo tentatore. “Padre,
se mi chiamano a fare il soldato come mi devo comportare?”
Per evitare incidenti diplomatici
e per troncare la difficile situazione
la curia di Belluno, dove questo era
noto, decise il suo spostamento a
Sospirolo come cooperatore. Era il
1914. L’anno dopo don Luigi ricevette la cartolina di precetto e dovette partire per il servizio militare
e quindi per la grande guerra nei
reparti della sanità, dove incontrò il
fratello Angelo, anche lui sacerdote. Congedato nel 1919, quando
pensava di ritornare a Selva dov’e-
ESEMPLARE PER
LAVORO E DEDIZIONE
Don Luigi Fiori di San Vito mostrò
saggezza unita ad un forte senso
dell’economia, fu fra i primi nella
diocesi a creare una casa di riposo
e un asilo per i bimbi
ra molto amato (ancora oggi lo si ricorda con affetto) il vescovo lo inviò invece a Sedico quale delegato
vescovile (?). La ragione? C’era urgenza di rifare quella chiesa parrocchiale malridotta che minacciava di cadere. Gli venne detto che
lui era l’uomo adatto e frattanto gli
arrivò anche la nomina ufficiale ad
arciprete quando stava iniziando i
lavori del grandioso tempio che oggi si ammira.
Come tutti nella famiglia dei Moneghe, chi più chi meno, mons.
Luigi aveva un carattere riservato
per non dire ruvido. Lo ricordano
coloro che più gli sono stati vicini.
Fra tutti i giovani seminaristi, oggi
anziani sacerdoti, che trattava senza smancerie forse per nascondere
l’affetto che nutriva per loro. Ma
così lo ricordano pure i tanti collaboratori laici nelle attività parrocchiali. Peraltro di lui tutti, senza eccezione, anche i cosiddetti irreligiosi, concordano su due qualità
meritevoli d’essere ricordate. La vita morale ineccepibile, da vero uomo di chiesa. Gli faceva il paio l’assoluta assenza di ogni frivolezza o
vanità di cui, a volte, sono affetti pure dignitosi prelati. Quando da Roma gli arrivò la nomina a cappella-
no del papa e monsignore, col diritto a portare calze rosse, berrette
scarlatte, abiti rutilanti, paramenti
speciali, ecc. ecc. mai ne fece uso.
Per tutta la sua lunga vita indossò
unicamente la veste talare e, in testa, il tricorno nero.
La provvidenza gli aveva dato
saggezza unita a forte senso dell’economia, divenuto proverbiale, nel
governo quotidiano della parrocchia e dei suoi beni. Sedico era allora un borgo esclusivamente agricolo, ben lontano dall’opulenza odierna che lo fa il comune più benestante della provincia. C’era di conseguenza una forte emigrazione stagionale. Avveniva così che la gran
parte degli emigranti mandasse le
rimesse non alle poste, ma all’arciprete con le istruzioni. “Sior pioan,
per favore, dia questi soldi a mia
moglie; il resto lo porti in banca”.
Aveva aperto un libro mastro su cui
tutto era diligentemente annotato.
Settimanalmente si recava a Belluno, per miglior riservatezza, dove
compilava libretti e depositi. Era accolto con tacita ammirazione. Ovviamente mai nessun dimenticanza
o disguido. Don Luigi Fiori fu tra i
primi ecclesiastici della diocesi di
Belluno a prendersi cura degli an-
AEREI NELLA GRANDE GUERRA
el 1990, nel corso
N
delle nostre ricerche
sulla Grande Guerra avevamo raccolto la testimonianza dell’amico Carlo Fanton
di Calalzo, (1910-2002) che
ci aveva descritto la situazione logistica di Calalzo
durante il primo conflitto
mondiale, imperniata attorno alla stazione ferroviaria,
vero cordone ombelicale
del fronte dolomitico.
Era stato Carlo che ci
aveva spiegato come sui
prati di Vallesella, in loc.
“Noai”, esistesse un rudimentale aeroporto d’emergenza dove, da ragazzino,
era stato testimone dell’atterraggio di un nostro velivolo in difficoltà, che nel-
l’impatto si era seriamente
danneggiato. Egli ricordava come, planando dalla Val
d’Oten, il mezzo si era diretto verso il “campo di
Noai” indicato da una vistosa croce in gesso quale segnale d’atterraggio. I due
occupanti il velivolo, un
sergente pilota e un’osservatore ex bersagliere, erano rimasti contusi, ma salvi, perché pochi istanti prima di toccare terra si erano
lanciati dall’apparecchio.
Quindi per noi, in questi 20
anni, l’episodio era circoscritto alla sola testimonianza di un allora ragazzino di 6-7 anni, senza alcun
riscontro oggettivo.
Oggi, grazie alle ricerche
2
del ten. pilota Paolo Turchetto di S. Pietro di Cadore
e alla associazione “Cime e
Trincee” siamo riusciti a risalire all’episodio con un riscontro storico sul fatto.
L’atterraggio
avvenne
giovedì 28 giugno 1917, protagonisti furono il serg. pilota Gennaro Panagia e il suo
mitragliere, appartenenti alla 35a Squadriglia S.P. 3 di
Belluno. Con il loro Morice
Farman, un aereo ormai superato per il volo in montagna, erano partiti il giorno
prima dall’aeroporto di
Ghedi (BS) per trasferirsi a
S. Giustina di Feltre, ma per
la foschia e un “panne” al
motore avevano dovuto atterrare al campo di Padova.
Da qui erano ripartiti il
giorno dopo per S. Giustina, ma causa lo sbaglio di
rotta e quindi per un nuovo
“panne” al motore dovettero atterrare forzatamente,
dice il diario della squadrigia, “nei pressi di Pieve di
Cadore fracassando l’apparecchio. Né pilota né mitragliere subiscono nell’incidente danni fisici”.
Questa fu l’unica occasione per il “campo” di Noai di
essere utilizzato. Dall’altra
parte gli austriaci, attenti
osservatori del nostro territorio grazie ai loro ricognitori lo avevano più volte segnalato e fotografato.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
ziani, per i quali creò una casa di riposo. In quella le donne portavano
anche per la sola giornata i vecchi
impotenti, per potersi poi recare ai
lavori della campagna. Successivamente, sempre allo scopo di rendere libere le mamme di cercarsi un
guadagno, aveva pensato anche ai
loro bambini ai quali diede un asilo
molto apprezzato. Tutt’oggi è fra i
più frequentati della provincia. L’amore per la gente era diventato un
occhio di riguardo per i più deboli
in un ecclesiastico che ha onorato il
suo paese e la provincia. E’ mancato
nel 1954, assistito dalla sorella Maria Giuditta (1888), per tutta la vita
sua fedele perpetua.
Monsignore aveva avuto un unico cruccio che confidava solo ai più
intimi. Egli era dotato di eccellente
cultura sia religiosa che generale.
Argomentava dettagliato e preciso,
soprattutto spiegando con chiarezza le sacre scritture e la dottrina.
Purtroppo non era oratore come il
fratello più giovane, don Angelo, famoso nella diocesi per l’eloquio
scintillante. Don Luigi invece parlava con tono monotono, quasi soporifero. Un neo oppure un vanto in
un personaggio che Sedico ricorda
con nostalgia?
Quel rudimentale campo di
atterraggio a Noai di Vallesella
esisteva nel 1917
Per un ‘panne’ l’aereo del serg.
Panagia si fracassò sui campi
FEBB 12-13 .qxd:FEBBR 12-13
2
8-02-2011
15:42
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
13
STORIA
’ davvero sottile il discriminante su cui corE
rono determinate scelte del-
di Walter Musizza Giovanni De Donà
le nostra vita, affidate come
sono spesso alla fortuna, al
caso, o magari a qualcuno
che, per bontà o interesse,
posa su di te il suo aiuto. Oggi, come del resto anche nel
passato, definiamo un trampolino di questo genere con
parole come favoritismo o
nepotismo, ma nel caso di
Aurelio De Martin Topranin
l’aiuto esterno risultò davvero provvidenziale, tempestivo e soprattutto meritato.
Il nostro era il quinto dei 7
figli nati dal matrimonio di
Giulio De Martin Topranin
di Padola di Cadore, classe
1897, combattente nella
Grande Guerra, e della bellunese Carmela Dall’Asen,
sposatisi nel 1921. Il padre
fu arruolato nella Milizia Forestale e quindi dovette
adattarsi a vari spostamenti,
tra cui Forni Avoltri, dove
nel 1930 nacque Aurelio,
Prato Carnico, Tolmezzo e
S. Candido.
Fu proprio quest’ultimo
trasferimento, nel 1936, in
una regione turisticamente
evoluta e caratterizzata dai
Grand Hotel di Dobbiaco e
Braies, frequentati dalla Regina Elena e Re Vittorio
Emanuele, oltre che da industriali ed importanti personaggi dell’aristocrazia, come i Duchi Acquarone e la
Principessa Caracciolo, a
consentire ad Aurelio di gettare le basi per un brillante
futuro.
A S. Candido il nostro frequentò le scuole elementari
che gli diedero anche una
preparazione professionale
con lavori di falegnameria e
rilegatura di libri e gli permisero di praticare dello lo
sci di fondo. “Fu qui, una domenica durante la S. Messa ci racconta - che la nostra famiglia fu notata dalla Principessa Caracciolo, la quale
volle conoscerci e si offrì
per aiutarci. Proprio in quel
mese di agosto avevo appena sostenuto gli esami di
ammissione alle scuole medie di Brunico, così mia madre chiese alla Contessa se
fosse possibile farmi studiare come mio fratello Nilo,
che ancora a Prato Carnico
con una borsa di studio dal
Duce era andato al collegio
Dante Alighieri di Gorizia.
Dopo alcuni giorni arrivò
da Roma una lettera del Ministero nella quale mi si proponeva la scelta tra un collegio di Vittorio Veneto o il
convitto Dante Alighieri di
Gorizia, dove già si trovava
mio fratello. Scelsi quest’ultimo, cosicché io finii in prima media, mentre Nilo era
all’ultimo anno di Liceo.
Intanto arrivò la guerra
con tutte le sue nefaste conseguenze. Mi è rimasto impresso soprattutto quanto
accaduto a S. Candido a seguito dell’armistizio dell’8
settembre 1943. Dopo la caduta del fascismo del 25 luglio il Governo Badoglio
aveva concentrato in Val Pusteria un forte contingente
di truppe. Con l’arrivo dei
tedeschi più di 7000 di questi poveri soldati furono catturati e caricati sui vagoni
bestiame nella stazione di S.
Candido per essere poi de-
portati in Germania. Per sfamarli la mia famiglia spese
tutti i bollini delle tessere
annonarie, offrendo loro un
po’ di pane.
Con l’arrivo dei tedeschi
di colpo la situazione cambiò, tutta la popolazione fu
contro noi italiani, tanto che
poco tempo dopo mio padre
L’avventurosa carriera di Aurelio De Martin Topranin
ingegnere ed esperto di ricerche petrolifere
Anni ’60
M. Sequtah - USA
L’INGEGNERE COSMOPOLITA
Fu Mattei ad avviare
De Martin alla ricerca
e produzione di
idrocarburi; fu in USA,
Persia, Libia, Tunisia,
e infine in Congo
Quando venne il tempo
della pensione Aurelio
scelse il Cadore
fu arrestato e deportato in
Germania, da dove ritornò
un anno dopo profondamente provato. Venimmo poi a
sapere, da un Commissario
Politico, che mio fratello Nilo era ricercato, così dovette
fuggire e riparare a Montebelluna da una sorella. A
questo punto tutta la famiglia fece ritorno a Padola
nella casa del nonno ed io ritornai a Gorizia.
Sempre per la guerra gli
studi furono sospesi tra il
1944 e il 1945, per cui io tornai in Cadore, ad Auronzo,
dove mio padre era stato assegnato come comandante
della locale Milizia Forestale. In Auronzo mio fratello
Nilo e dei suoi amici organizzarono per noi dei corsi
di studio e alla fine del 1944
scesi in una Treviso distrutta dai bombardamenti
aerei alleati per dare gli esami. Quelli furono mesi difficili per Auronzo, divisa fra
partigiani e tedeschi… Ricordo anche l’uccisione di
“Tigre” e i suoi funerali. Finita la guerra tornai a scuola
a Gorizia, dove frequentai il
Liceo Scientifico. Nel 1945
la città viveva una situazione
drammatica con i titini che
la volevano a tutti i costi e le
truppe anglo-americane che
la pattugliavano. Per 2 anni
ci furono manifestazioni di
piazza e si arrivò al 1949 con
gli accordi che sancivano la
Zona A e la Zona B. A sancire l’italianità della città giunse in visita il Presidente Einaudi e io fui immortalato in
una fotografia mentre transitava in auto.
La famiglia intanto era tornata in Pusteria a Villabassa
e nel 1949 io terminavo il Liceo. Dopo due anni trascorsi con la famiglia nel 1951
mi iscrissi all’Università di
Ferrara, dove frequentai il
biennio di fisica ed ingegneria, quindi all’Università di
Bologna, dove mi laureai in
ingegneria industriale meccanica. Ero appassionato di
motori e frequentavo l’officina di Enzo Ferrari che conoscevo di persona assieme al
suo staff tecnico, tanto che
“l’Ingegnere” mi propose di
De Martin con i colleghi a Odessa - USA - 1959
andare a lavorare con lui.
In quel periodo, ovvero
negli anni 1957-57, conobbi
anche Enrico Mattei, Presidente dell’AGIP: veniva
spesso a pescare in Pusteria, dove aveva acquistato i
diritti di pesca sul fiume Aurino e sul lago di Anterselva.
Tramite mia sorella più giovane, Edda, che lavorava come indossatrice in Francia,
Mattei volle conoscere la
nostra famiglia. Era un personaggio davvero eccezionale, quando ti guardava ti
spogliava letteralmente con
gli occhi. Gli raccontai della
mia intenzione di andare alla Ferrari – “Sei pazzo, vieni
piuttosto con me, il nostro dovere è procurare all’Italia
quelle energie e materie prime che non abbiamo…”. Mi
fece la corte e alla fine mi
convinse.
Iniziai nel 1957 con l’apprendistato ed una “borsa” di
62.000 Lire al mese, una
“scuola di vita” che mi portò
in tutta Italia per imparare
come funzionasse la ricerca e
produzione di idrocarburi.
Nel 1959, assieme ad un altro compagno, fui mandato
negli Stati Uniti, ad Odessa
nel West Texas, per un corso
sui petroli curato dalla Texas
University. Qui in 7 mesi imparai l’inglese e nuove tecnologie petrolifere che noi italiani non conoscevamo, come la perforazione ad aria
compressa.
Terminato il corso, ritornai in Italia e fui subito
mandato in Persia, dove
Mattei aveva appena fatto
degli accordi con lo Scià. La
prima missione importante
iniziò nel gennaio 1960 sul
monte Sequtah a 2700 metri
di quota, dove insegnai al
personale la nuova tecnica di
perforazione imparata negli
USA. Dopo questa prima avventura, fui richiamato a
Milano e poi nel 1962 inviato a Bengasi in Libia, dove
l’AGIP, tramite la società
CORI, aveva avuto in concessione 30.000 chilometri
quadrati di deserto. Rimasi
in Libia 4 anni, abitando a
Bengasi in una bellissima casa e di quegli anni ricordo il
particolare della visita nel
deserto dell’Ambasciatore Alverà, probabilmente originario di Cortina.
Intanto il 27 ottobre 1962
era morto Enrico Mattei: la
notizia mi fu portata nel deserto dall’amico Sandro. Si è
molto parlato della sua morte, con diverse ipotesi su chi
avesse sabotato il suo aereo,
ed io sono dell’opinione che a
toglierlo di mezzo siano stati
gli italiani, poiché era un
personaggio che dava troppo
fastidio, troppo potente, teneva in pugno sia la destra
quanto la sinistra.
Tra il 1964 e il 1965 fui in
Tunisia dove, in qualità di
supervisore di perforazione,
contribuii alla scoperta del
grande giacimento di El-Borma, il più importante di quel
paese.
Nel 1964 mi sposai con
Luisa Meneghini ma dopo
qualche mese ero di nuovo in
Persia, per un nuovo lavoro
di ricerca nel Golfo Persico.
Qui dal 1965 al 1970 mi occupai per diversi anni di
esplorazione e produzione di
idrocarburi in mare e qui
nacquero le prime due figlie
Giuliana e Francesca.
Terminato il lavoro nel
Golfo tornai a Milano, dove
nel 1971 nacque la terza figlia, Samantha. Nel frattempo però, cioè nel 1970, io ero
stato inviato di nuovo in Tunisia come Direttore Generale dell’AGIP Tunisia e Responsabile del coordinamento delle attività dell’ENI,
compito che sostenni per 5
anni fino al 1975, quando
decisi di rientrare in Italia
per favorire gli studi delle
mie figlie.
In patria iniziò per me un
nuovo capitolo professionale:
non più questioni tecniche,
bensì attività relative ai negoziati minerari, quindi alla
continua ricerca di nuove acquisizioni di permessi di ricerca con delle joint ventures
con società americane ed europee. Il nuovo lavoro mi risultò congeniale e mi diede
tante soddisfazioni, come ad
esempio nell’ex Congo Francese (Brazzaville), dove presi
in mano una partita già data per persa e alla fine l’AGIP si ritrovò in mano il suo
maggiore giacimento.
Nel 1981 mancò mia moglie Luisa ed io decisi di lasciare l’ENI e di creare con
alcuni soci una società di
perforazione, la “Cleim
Drill”, e in seguito l’“IPER”
(Italiana Perforazioni Ricerche). Mi trasferii a Roma
con le tre figlie e conobbi Roberta Giacobbi, anche lei con
tre figli: ci sposammo e formammo una bella famiglia
di 8 persone. Purtroppo perdemmo Aldo, uno dei figli di
Roberta. Nel 1992 sono andato in pensione e sono tornato in Cadore, a Tai, dove
vivo”.
Se tutto questo non vi basta - aggiungiamo noi - fatevi
raccontare il resto dall’ing.
Aurelio in persona. Vi assicuriamo che all’ombra delle
sue Marmarole ha tante altre cose da raccontare e che
lo fa sempre con vivo piacere.
Fontana
Arreda
Santo Stefano di Cadore
Ambientazioni personalizzate anche su misura
Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected]
FEBB 14-15 .qxd:FEBBR 14-15
8-02-2011
15:43
Pagina 2
ANNO LIX
Febbraio 2011
14
ono trascorsi 70 annil
(lo scorso 10 dicemS
bre) dalla scomparsa del ca-
Il governatore della Libia Italo Balbo nominò nel
1940 il calaltino capitano Omero Giacomelli
comandante della base aerea di Cufra e gli conferì
il comando di un largo territorio del sud libico
laltino capitano Pilota Omero Giacomelli, morto eroicamente in Libia nello spazio
aereo sovrastante il mare di
Cirenaica. Gli studi sul culto
pubblico dei caduti nei due
dopoguerra mondiali vengono sviluppati nei decenni
successivi in Italia, ed ancora oggi, attraverso produzione di memorie, epistolari,
diari e testimonianze, seppur constatando che molta
più attenzione nelle analisi è
riservata ai protagonisti dell’epopea della vittoriosa
Grande Guerra, con ricerche e menzioni di tombe,
cippi commemorativi, ossari, chiese votive e sacrari, tenuto conto anche del più limitato scenario di teatro
bellico. Il secondo dopoguerra turba non poco ancora gli animi, sovente anche
per revisionismi storici
grossolani o disinvolti. La
grande responsabilità dell’Italia nell’aver perpetrato
una guerra di aggressione
in più svariati fronti che portò a rovinosa sconfitta non
sminuisce la stima affettuosa dovuta ai caduti tralasciando remore e distinguo
di natura ideologica.
Base aerea di Cufra - Libia, 1940
Sto leggendo un recente
Il capitano Giacomelli accoglie il
libro, Per non morire mai
governatore Italo Balbo (in alto)
della ricercatrice storica Liil capitano Omero Giacomelli (a sx)
sa Bregantin edito dal Poligrafo di Padova, che tratta
della percezione della morte in guerra e del culto dei
caduti nel primo conflitto
mondiale. Tuttavia se si
considera la memorialistica
dei nostri combattenti in ragione della loro ostinata resistenza e coesione in condizioni di sofferenza e sacrificio ritengo si possa accomunare onorevolmente la memoria dei caduti di entrambi
i conflitti. “(...) esistono svariati studi sui monumenti ai
Tripoli, 3 luglio 1940, funerali di Italo Balbo
caduti, sulla loro diffusione,
il capitano Omero Giacomelli in testa al reparto
sulle cerimonie che vi si consumano attorno, ma su chi
siano i commemorati, su do- mento in città o in paese è veramente che i monumenti non associare alla parola cave si trovino (...) è più diffi- scambiato per la tomba dei custodiscano dei resti, ma duti dei corpi reali, che il
cile sapere. Spesso il monu- caduti, non perché si creda perché è tale l’abitudine di monumento diventa a tutti
PER NON MORIRE MAI
gli effetti una tomba; e lo fu,
in realtà, una tomba simbolica per molte famiglie che non
potevano raggiungere i cimiteri lontani dove riposavano
figli, fratelli, mariti, padri”
Omero Giacomelli è ricordato a Roma congiuntamente a tutti i nominativi dei caduti dell’Aeronautica nelle
due guerre mondiali, incisi
nel travertino dei tre archi
di facciata del palazzo del
Ministero dell’Aeronautica
recentemente restaurato,
costruito nel 1929 su iniziativa di Italo Balbo in viale
Castro Pretorio. E’ un
gioiello architettonico che
nasconde capolavori del fu-
Omero Giacomelli
già
medaglia d’argento
uscì in volo
di ricognizione,
non facendo più
ritorno alla base
Il suo nome è
inciso nel travertino
sul palazzo
del Ministero
dell’Areonautica
a Roma
turismo. Parte dell’edificio è
adibito a caserma e come tale inaccessibile al pubblico.
Siccome quel palazzo restaurato parla di arte e di ingegneria più che di fascismo il FAI (Fondo ambientale italiano) lo ha inserito
tra i palazzi di Roma da aprire al pubblico in determinate occasioni. Spero un giorno di accedervi. Ritengo sia
l’unico monumento dove è
ricordato.
Dal libro di Paolo Caccia
Dominioni El Alamein 19331962, pubblicato da Longanesi nel 1962, apprendiamo
che nel periodo 1950-1958
Omero Giacomelli risultava
2
compreso in un elenco di
militari italiani irreperibili,
caduti nelle acque o nel territorio tra Egitto e Libia, e
che vennero ricercati senza
successo. I nomi erano riportati sopra una croce “alla
memoria” nel Campo degli
Irreperibili del cimitero di
Quota 33, poi sostituito il cimitero dal sacrario attuale.
Non sono mai stato ad El
Alamein, da una ricerca su
Internet non risulta più presente il suo nominativo.
Le immagini fotografiche
rivestono valore storico. Riferiscono di una visita di Italo Balbo, Governatore della
Libia e Capo delle Forze Armate dell’Africa Settentrionale, all’Aeroporto dell’oasi
di Cufra nel gennaio 1940,
dopo aver nominato il capitano Omero Giacomelli comandante di quella base aerea, comandante della Compagnia Avio-Sahariana ed
avergli conferito il comando
di una sottozona del territorio libico del sud grande come l’italia. Il 28 giugno 1940
Italo Balbo fu abbattuto sui
cieli di Bengasi dalla contraerea italiana che aveva
scambiato il suo aereo per
un bombardiere inglese.
Due foto ritraggono i funerali del governatore e degli
otto componenti l’equipaggio sul lungomare di Tripoli
il 3 luglio 1940. In una compare Omero Giacomelli comandare il reparto di formazione che rende l’onore al
comandante.
Nel settembre 1940 Mussolini spedisce dalla Libia in
Belgio i migliori caccia, i
G50, perché desidera partecipare alla battaglia d’inghilterra. Nei giorni della
improvvisa offensiva inglese bombardieri e ricognitori italiani volano senza protezione. E’ “per non morire
mai” che si esce volontariamente in volo di ricognizione per una azione particolarmente rischiosa e lontana dalla base non facendo
più ritorno.
Giorgio Cecchinato
FEBB 14-15 .qxd:FEBBR 14-15
2
8-02-2011
15:43
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
15
La Regola di Amos (oggi Namòs) estendeva
le proprietà da Cima Gogna verso il Comelico
Il primo riferimento è del 25 novembre 1362
IL LAUDO DI AMOS
sue proprietà a Cima Gogna, a nord della strada nazionale per il Comelico e
comprendeva Col Cortàs,
le Prese e i Piani di Namòs
con i prati di Chieva. Il primo riferimento alla Regola
è datato 25 novembre 1362
e, di conseguenza, la Regola era assai antica.
Giovanni Fabbiani, che
pubblicò il Laudo nel 1966,
si rifà ad una traduzione italiana del notaio Antonio Palatini, che esercitò tra il
1564 ed il 1573.
Lo stesso notaio riferì di
non aver potuto rilevare la
data di stesura del primo
Laudo perché la pergamena originale era mal ridotta
e fece seguire alla traduzione una serie di deliberazioni della Regola fatte dal
1484 al 1564.
Vi è una certa somiglianza tra il Laudo di Amos e
quello di Caradiés (Comelico Superiore) in quanto la
successione degli articoli è
quasi la stessa e pressoché
identico ne è anche il contenuto. Questi motivi hanno portato Giandomenico
Zanderigo Rosolo a formulare un’ipotesi: “La somiglianza ci fa supporre non
solo che derivino materialmente l’uno dall’altro o da
un medesimo archetipo,
bensì che la regola di Amos
fosse originariamente fusa
con Caradiés. Il laudo è da
attribuirsi ad una data non
lontana da quello di Caradiés.
Ricordo che il Laudo di
Caradiés è del 1382.
Il Laudo di Amos è conservato nell’archivio comunale di Auronzo e consta di
45 articoli dei quali, la prima parte, è sicuramente
quella più antica e va dall’articolo 1 al 34 ed è presumibile che sia del 1300.
Mi riferisco all’articolo
n° 34 che merita di essere
letto: “Parimenti fu stabilito
in detta regola dalli regolieri et consorti della medema
che li predetti possano et vogliano pignorare qualunque
chi appo di pecore et capre
ogni volta che sarà trovato
in detta regola, et anco tutte
quelle che vanno vagando
cioè buò, vacche, cavalli, cavalle, muli, mule, asini, asine, porchi et porche dell’uno
e dell’altro sesso, che pascolassero nei fuochi per detto
comune ordinati infra gior-
OSVALDO MONTI RITROVATO
IN BIBLIOTECA
a fortunata scoperta,
curiosamente avveL
nuta nella sua stessa bi-
Auronzo - sull’Ansiei
a Regola di Amos, che
oggi è conosciuta coL
me Namòs, estendeva le
Preziosi lavori dell’artista cadorino
scoperti dal conte Damiano Miari Fulcis
Nell’art. 34 i regolieri sottolineano
come nessuno potesse far pascolare
degli animali nei prati circostanti
alle abitazioni dopo la monticazione
ni otto dal giorno ch’avevano cominciato a pascolare,
quello o quella, quelli o
quelle possano pignorare secondo li laudi et ordini soprascritti et se quello o quelli sopra dei quali il marico,
laudadori o saltaro hanno
avuto sospetto, et che per tal
sospetto d’haver pascolato in
detti luoghi non volessero
dare il pegno al saltano, o
noncio d’essa regola, ch’in
quel caso il manco, ovvero li
laudadori debbano farli citare avanti il Sig Vicario et
farli giurare di dire la verità, et se diranno d’haver loro pascolato nel tal luoco
dentro il tal tempo, et se saranno rei, che la giustizia li
costringa a pagarli li pegni
perduti con li danni e spese
fatte in detta causa, da esser
risarcite al detto comune,
overo al marico.”
Di quest’articolo non so
proprio cosa m’ha colpito
di più perché molti sono i
motivi che mi interessano.
Non so se sia la lunghezza dell’articolo mediante la
quale, i regolieri di quel
tempo, volevano assolutamente sottolineare la
necessità che nessuno
potesse far pascolare degli animali nei prati circostanti le abitazioni dopo che era avvenuta l’obbligatoria monticazione
e questo divieto assoluto
conferiva ad ogni regoliere la facoltà di prendere pegni e di conseguenza denunciare alle Autorità chiunque fosse stato
trovato ad agire in disobbedienza alle leggi consortive.
Non so neanche se
prendere con malcelato
sorriso il fatto che nell’elencazione dei singoli
animali interdetti al pascolo, ognuno specificamente considerato sia di
sesso maschile come di
sesso femminile, si sia
sentito il dovere di aggiungere dell’uno e dell’altro sesso come se non
fosse stata sufficiente l’esemplificazione già fatta.
Ed infine non so se siano stati davvero perspicaci i regolieri tutti, i
quali, a sostegno di
quanto il marigo, laudadori
o saltaro avevano affermato quando dissero di sospettare che qualcuno
avesse fatto pascolare gli
animali già sopra ricordati
ma, non avendo testimoni o
prove, permisero di ricorrere al Vicario, a Pieve di
Cadore, e far sottoporre il
malcapitato al giuramento.
Se andava bene per i regolieri e cioè che lo sventurato ammettesse la colpa, allora potevano essere gratificati perché oltre al pagamento dei danni e delle
spese fatte per la causa in
questione potevano ottenere maggior prestigio nei
confronti della stessa Comunità.
Ma, dato che si trattava
soltanto di sospetto, il presunto disgraziato poteva
ammettere di non aver
commesso il fatto ed allora
tutta la Regola doveva,
amaramente, pagare con il
suo tutte le spese fatte.
Marcello Rosina
blioteca, ha consentito al
conte bellunese Damiano
Miari Fulcis, di far venire
alla luce 99 tavole inedite
del cadorino Osvaldo
Monti. L'opera, da poco
uscita, è edita da Dolomiti
Stampa.
L’artista era figlio di Galeazzo Monti, pregevole ritrattista, protagonista dell’arte bellunese dell’Ottocento. Questi era a sua volta figlio dell’avvocato
Osvaldo Monti, personaggio che rivestì un ruolo di
primo piano nelle vicende
legate al Cadore napoleonico.
Il valente autore (18191904) - noto per aver illustrato con belle vignette le
Poesie - di Arnaldo Fusinato - i cui lavori sono stati
felicemente ritrovati, tra il
1890 e il 1891 illustrava
con straordinaria efficacia
le vicende rocambolesche
contenute in un poema
eroicomico seicentesco
del fiorentino Lorenzo Lippi. Titolo dell’opera Il Malmantile raquistato: storia
di un castello toscano perduto e poi riconquistato
dalla legittima proprietaria, che ne era stata ingiustamente spodestata.
Il tratto preciso dell'inchiostro del Monti è pronto a rendere anche i particolari più minuti dei personaggi e delle situazioni. E'
colto poi costantemente lo
spirito comico presente
nei cantari del poema. La
stessa eroina e protagonista Celidora, per esempio,
è rappresentata con morbide forme ma nell'atto di
brandire la spada in un
campo di cavoli. Di grande
vivacità è la galleria di disegni dei belligeranti: i ca-
Nelle 99 tavole inedite di “Baldone”
i personaggi sono ben caratterizzati
e splendidamente resi dal tratto
preciso di Osvaldo Monti
pitani di Baldone sono autentiche caricature che
esprimono
spavalderia
unita a infingardaggine.
Sempre sciocca baldanza
rivelano anche i volti dei
capitani di Bertinella , che
sono invece raccolti in
un’unica e ben congegnata
illustrazione. La satira dell’artista si fa ancora più
pungente quando ad essere illustrate sono le gesta
di diavoli e di streghe che
popolano la storia. Non solo dunque perizia estrema
nel tratto eseguito a penna
con inchiostro nero, ma
anche grande capacità inventiva.
Splendidamente rese anche le figure mitologiche
come Amore e Psiche che
chiudono la serie delle illustrazioni: Amore, appunto perché, come era prevedibile, l’opera si chiude col
trionfo dell'amore di Celidora.
Curiosamente, nell’ultimo disegno compare lo
stesso Monti, che si ritrae
con barba e cappello, come spesso faceva.
Le tavole, rimaste inedite per 120 anni, vengono
pubblicate oggi, fedeli all'originale, in un’edizione
limitata ed esclusiva, grazie all’intraprendenza di
Miari Fulcis, coadiuvato
da Leonisio Doglioni, curatore del testo e autore
dei commenti e da Dario
De Marco, che illustra motivazioni che hanno indotto alla pubblicazione dell’opera. Infatti il pregevole
lavoro vanta anche una lodevole finalità: il ricavato
sarà devoluto alla comunità di San Gregorio nelle
Alpi, a ricordo dei tanti minatori morti di silicosi. Sono le “lampade spente” cui
è significativamente dedicata una via del paese. E di
San Gregorio nelle Alpi il
conte mecenate Damiano
Miari Fulcis è orgogliosamente cittadino onorario.
Bruno De Donà
FEBB 16-17 .qxd:FEBBR 16-17
8-02-2011
9:20
Pagina 2
ANNO LIX
Febbraio 2011
16
Come don Natale Talamini vedeva nel
marzo 1866 l’Italia (non ancora unita)
“Non l’odio allo stranier: piuttosto imita
le sue virtudi e il tuo destin matura”
150° DELL’UNITA’ NAZIONALE
S’E’ FATTA L’ITALIA, MA
NON SI FANNO GLI ITALIANI
N
el mese di marzo
1866, don Natale Talamini, di cui monsignor
Angelo Fiori, arcidiacono
del Cadore (1937-1972) disse una volta: “Oso chiamarlo il Padre della nostra piccola e non ignobile Patria”,
accetta i ripetuti inviti dei
Pampanini, agiata famiglia
sanvitese, che disponeva
anche di una campagna in
Cozzuolo di Vittorio Veneto, e per alcuni giorni rimane ospite della loro casa di
Chiapuzza. Il rapporto di
amicizia era nato, in particolare, con don Antonio, di
qualche anno più giovane
di lui, capitano nel I Corpo
franco nel 1848, e col membro dello stesso, il fratello
Andrea, all'epoca già deceduto, nonno di Renato
(1875-1949), come lo stesso illustre botanico ricorda
nel suo La difesa nel 1848 a
S. Vito del Cadore, Forlì,
1945 (in Documenti di storia, a cura di Aldo Belli, Istituto bellunese di ricerche
sociali e culturali, 1978,
pag. 94, nota). Durante
questa, per lui inusitata, vacanza, compone dei sonetti
dedicati all'Italia e al popolo
italiano, definiti “ricette di
salute”, a suo giudizio necessarie ad entrambi, che
troviamo a conclusione della silloge di 47 sonetti politici, nel volume Poesie di Natale Talamini (a cura di Antonio Ronzon, L. Cogliati,
Milano, 1897, ristampa
1976, centenario della morte, di Nuovi sentieri editore).
Non preoccupa l'autore il
fatto che il Veneto sia rimasto (soltanto per pochi mesi ancora, ma non lo sa, né
lo può prevedere) ai margini del Regno appena costituito, poiché, secondo lui,
da una parte siamo in ogni
caso Italia, per definizione
storica, piaccia o non piaccia al principe di Metternich ed alla sua celebre nozione riduttiva (“L'Italie est
une expression géographique”), dall'altra nemmeno
l'unità politica è da considerare un risultato, se continua a mancare quella consapevolezza civile di appartenenza che è il fondamento di un vero stato. L'importante è guarire dal secolare
torpore in cui è caduta la
coscienza nazionale. Talamini tiene naturalmente
ferma la lezione del Petrarca (“vertù contra furore /
prenderà l'arme, et fia 'l
combatter corto: / ché l'antiquo valore ne l'italici cor'
non è anchor morto” - All'Italia, 93-96); del Machiavelli, che la riprende, citando
il passo a conclusione de Il
principe; del Leopardi
(“Dove sono i tuoi figli?
[…] In estranie contrade /
pugnano i tuoi figliuoli. Attendi, Italia, attendi” - All'Italia, 41, 43-45); del Manzoni (“Tornate alle vostre superbe ruine, / all'opere imbelli dell'arse officine, / ai
solchi bagnati di servo sudor. / Il forte si mesce col
vinto nemico, / col novo signore rimane l'antico; / l'un
popolo e l'altro sul collo vi
sta” - Adelchi, atto III, coro,
58-66); ma si richiama soprattutto a quanto predicava l'immediato predecessore di Cavour alla guida del
governo sabaudo, Massimo d'Azeglio (“Il primo bisogno d'Italia è che si formino italiani dotati di alti e
forti caratteri” - I miei ricordi). Convinto, di là dai facili
entusiasmi, che restava ancora da compiere un difficile processo di educazione
comune, allorché, nonostante la duplice sconfitta
Per i tuoi
peccati di gola
L’AMORE PER
LA PROPRIA TERRA
italiana in terra e in mare,
mercé l'alleata Prussia anche il Veneto sarà annesso,
non esiterà a distinguere,
impietosamente (“Piccolo è
l'uomo, quanto Italia è
grande; a noi Custoza, ai
barbari Sadova” - L'uomo
d'Italia – 1866”, 13-14). Ne
riportiamo alcuni, con relativa 'parafrasi'.
***
N. 1 - All'Italia
A che l'Austria di tanta
ira far segno / perché ti grava del suo ferreo impero? /
Non contro lei, ma contro te
lo sdegno, / se brami libertà,
se intendi il vero. / L'armi
non furon già dello straniero, / ma i nostri vizi che gli
han dato il regno; / fu la
discordia che gli aprì il sentiero / e la patria commise a
giogo indegno. / Questa
combatti che ogni forza atterra; questa distruggi che
ogni dì ti assale; e vincerai,
sii pur coll'orbe in guerra. /
Se l'ire ami di parte e non
risani, / se il codardo egoismo in te prevale, / oggi gli
scacci e torneran domani.
(Perché fare bersaglio l'Austria una così grande ira?
Perché ti pesa il suo ferreo
comando? Non contro di essa, se aspiri alla libertà, se
tendi alla verità, ma contro
te medesima rivolgi lo sdegno. Non sono state già le
armi dello straniero, ma i
nostri vizi che gli hanno assicurato la sovranità; è stata
la discordia che gli ha aperto il varco ed ha sottoposto
la patria ad un giogo indegno. Combatti questa, che
vanifica ogni forza, distruggi questa, che ti aggredisce
ogni giorno, e sarai vincente, quand'anche tu sia in
guerra con tutto il mondo.
Se ami le ire partigiane e
non guarisci, se in te prevale l'egoismo codardo, oggi
puoi riuscire a ricacciare i
nemici, ma inevitabilmente
tornerano domani).
N. 2- Al popolo italiano
Questo il pensier sovrano.
Iddio là scrive / e libra il bene e il mal e poi risolve: /se
il ben prevale alla tenzon,
son polve / l'armi nemiche e
la nazion rivive. / Se il mal
soverchia, Iddio da stranie
rive / suscita i forti ed ogni
cuor dissolve, / e seco il
nembo la nazione avvolve, /
qual atomo d'arena e più
non vive. / A che sperar nel
franco e nel brittanno? / A
che invocarli a tua salvezza
ognora? / Nelle tue mani e
vita e morte stanno. / Più
che il milion d'armati, o popol mio, / amor, virtù sia la
tua forza, allora / il tuo alleato son la natura e Dio.
(Questo è il pensiero fondamentale. Lassù Dio scrive e
soppesa il bene e il male e
poi decide: se nel confronto
prevale il bene, le armi nemiche sono come polvere e
la nazione rivivrà. Se invece prevale il male, Dio suscita i forti da terre straniere e
dissolve ogni coraggio e il
turbine travolge con sé la
nazione, come atomo di polvere, sicché essa non vivrà
più. A che giova confidare
ora nella Francia, ora nell'Inghilterra? A che invocarle sempre a tua salvezza?
Vita e morte sono riposte
nelle tue mani. Più che il
milione in armi, popolo
mio, siano la tua forza l'amore reciproco, la virtù civica, e allora tuo alleato saranno la natura e Dio).
PASTICCERIA
CAFFETTERIA
NEL SEGNO
DELL’ ACCOGLIENZA
N. 3 - Allo stesso
Non l'odio allo stranier:
piuttosto imita / le sue virtudi e il tuo destin matura:
/ guarda l'Europa e dove
un raggio invita, / ivi ti
slancia; e te, con lei, misura. / Pensa il genio di
Francia e l'alma ardita /
ed Albïon che libertà sol cura; / pensa la ferrea del german natura / che trae dalle sconfitte e forza e vita. /
Se te in concordia e in sacrifici avanza, / se men di
te è corrotto ed ha più cuore, / a che sperar? fra noi
porrà sua stanza. / Qui la
grand'opra, che ogni gloria
aduna: / superarli in virtù,
sapienza, amore; / allor l'Italia è fatta, amante ed
una. (Non avvilirti in uno
sterile odio per lo straniero,
piuttosto imitane le virtù e
fa' maturare il tuo destino.
Guarda all'Europa, avventurati là dove ti invita un
raggio della sua luce e confrontati con essa. Rifletti
sul genio coraggioso della
Francia, sulla priorità che
in Inghilterra hanno le libertà civili, sulla natura
del tedesco, che sa ritrarre
forza vitale anche dalla
sconfitta. Se ti superano in
concordia e in spirito di sacrificio, in minore corruzione, in maggior cuore, a che
gioverà sperare? Li avremo
sempre tra piedi. Qui sta la
grande sfida che riunisce
ogni gloria possibile: superarli in valore, sapienza,
amore; solo allora Italia sarà fatta, concorde e realmente una).
N. 4 - Allo stesso
Finché qua dentro libero
non sei, / finché non hai di
te l'arbitrio intero, / finché
l'uom ti comanda e non il
vero, / sei d'altri sempre e tu
servir sol déi. / Sciolgano
pur i ceppi tuoi gli dei, / né
sia pur l'ombra di nemico
impero; / vana speranza! Se
mancò il primiero, / altro
signore di tua man ti crei. /
Uso al giogo, Israel sospira
ancora / le cipolle d'Egitto,
il nume obblia / e libertade
ed un vitello adora; / Perseo
sconfitto libertà dié Roma /
invan; la Grecia ritornò
qual pria, / dai vizi e dalla
vile anima doma. (Fintantoché non sei libero nei tuoi
confini, finché non disporrai
in pienezza della tua libertà
di decisione, finché ti comanderà un uomo e non
già la verità, rimarrai sempre schiavo di altri e non ti
rimarrà altro che servire.
Anche se una forza superiore ti sciolga dalle catene e
non ci sia più nemmeno
l'ombra di una sovranità nemica, ogni speranza è vana.
Venuto meno uno, ti creerai
un altro padrone con le tue
mani. Così come l'Ebreo,
abituato alla schiavitù,
rimpiange ancora le cipolle
d'Egitto e, dimenticando il
suo Dio, adora un vitello
d'oro. Così come la Grecia
già decaduta, pur “liberata”, ad opera dei Romani,
dall'ultimo re dei Macedoni,
ricadde, piegata dai suoi vizi e dalla sua viltà d'animo).
Giuseppe De Sandre
IL MISTERO DEL TIZIANO
DI TZINTZUNTAN
L
a proposta di ricerca suggerita da
Giuseppe De Sandre nell'ultimo
numero del mensile Il Cadore è sicuramente stata un’azione utile. La Fondazione si attiverà per verificare la notizia
e per rintracciare dove si trovi il dipinto.
Ma, beninteso, non ci si dovrà aspettare molto perché in casi analoghi sono
corse voci di opere di maestri del Rinascimento, soprattutto amati dagli esponenti della monarchia spagnola, i cui
dipinti si sarebbero trovati nelle chiese
sperdute delle colonie. In realtà, a lume
di logica, è un'eventualità accettabile
ma, nei termini concreti non lo è, perché a raggiungere le colonie non anda-
vano i rampolli delle grandi famiglie,
ma eventualmente cadetti o persone
non coinvolte direttamente.
Per quanto riguarda il tema della Deposizione, come quello dell’opera in
questione,Tiziano l'ha affrontato più
volte, muovendo dalla celeberrima opera di Raffaello, manipolandone l'impostazione, tuttavia mantenendo uno
schema iconografico unitario.
In ogni caso l'osservazione potrebbe
essere un interessante suggerimento e
dare il via a un tema di ricerca che il
Centro Studi potrebbe affrontare.
Lionello Puppi
Il Centro Studi Tiziano e Cadore
interessato alla notizia di una ‘Deposizione’
sperduta su un altipiano messicano
‘Deposizione’
al Museo del Prado
Il dolce di produzione propria, la ricerca esclusiva di nuove mète
del gusto. Prodotti che coniugano esperienza e innovazione
confezionati artigianalmente per ritrovare i sapori di una volta
Anche da asporto e su ordinazione
In un ambiente confortevole potrai trascorrere momenti
indimenticabili assaporando bevande di Tuo maggior gradimento
Dosoledo di Comelico Superiore (BL) - Borgata” Sacco
Via Roma, 18 - Tel. 0435 68376
2
“Tiziano ha affrontato più volte
il tema della Deposizione”
FEBB 16-17 .qxd:FEBBR 16-17
2
8-02-2011
9:20
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
17
LIBRI
IL PRIMO LIBRO
FOTOGRAFICO DELL’
INTERA PROVINCIA
E’ firmato dalla fotografa
veneziana Sara Ventura,
commentato da M. F. Belli
E
’ nelle vetrine da pochi giorni il primo libro fotografico dedicato per intero alla provincia di
Belluno. L’occasione non poteva essere più felice, vista la concomitanza con la protezione data dall’Unesco alle Dolomiti, di cui la nostra provincia possiede
la parte più importante.
Il volume di 272 pagine con i testi in italiano ed inglese, ha il taglio grande, cm 25x30, quello appunto
delle strenne. Le oltre duecento immagini a colori,
fra cui numerose a tutta pagina, sono state curate
dalla celebre fotografa veneziana Sara Ventura, che,
dopo essersi laureata a Cà Foscari si è dedicata professionalmente alla macchina fotografica. Fra le sue
numerose pubblicazioni citiamo l’ultimo lavoro intitolato “Caorle, la luce attorno”; che più si avvicina a
questo volume dedicato alla provincia delle Dolomiti, appunto per la ricerca esasperata e perfettamente
riuscita della luce. L’orografia durante le diverse ore
della giornata, le montagne innevate, l’ambiente delle foreste, i personaggi che compaiono nei primi piani, siano animali selvatici, cavalli del Polo, donne intente alla quotidianità, artigiani al lavoro, atleti impegnati sui campi di neve rendono, senza bisogno di
grandi discorsi, la temperie e i colori del nostro mondo fatato.
Il ritratto di una realtà unica al mondo, che l’Unesco ha voluto dichiarare patrimonio dell’umanità trova poi il commento puntuale di Mario Ferruccio Belli, nelle veloci didascalie e, più ancora, nella descrizione sintetica della provincia. Il suo affresco che assomiglia più ad un inno alla bellezza del Bellunese
parte lontano con il racconto dell’uomo di Mondevbal “ Un cacciatore”, subito seguito da “Le Montagne
di Dolomieu”, per concludere la fase della preistoria
con un cenno veloce su “Paleoveneti, Reti, Romani”.
Le sei parti in cui Belli ha idealmente diviso il territorio partono dal capoluogo intitolato “A Belluno con
Flavio Ostilio”; seguito da una carrellata sulla Val
Belluna. Spostatosi a San Vittore sul Miesna scende
poi a trattare Feltre l’orgogliosa. Ora la trama prende
la forma della conchiglia. Compare poi il territorio di
Agordo con San Lucano e San Simon; valicato il Falzarego il lettore scende a Cortina con l’interrogativo
Cenerentola o Regina? Il Cadore occupa una parte
centrale ed è presentato con quattro veloci lampi di
luce: La gloria e i colori, La famiglia Vecellio, Il Cadore diverso, Profumo d’incenso. L’ultima parte è dedicata a Longarone e Zoldo con due titoli: I bimbi e la
tragedia, La neve attorno alla Civetta. La conclusione
è un grazie che quanti scoprono la nostra provincia
ed il suo mondo intriso di mito, storia e bellezze del
creato mandano inconsciamente al Creatore con le
parole del poeta. “ Signore che azioni lodevoli abbiamo fatto e poi dimenticato perché ci donassi questo
mondo d’incanto?
(Red)
Il Cadore è stato presentato
con quattro veloci lampi
di luce
Dionisio Da Pra, affermato scrittore e critico d’arte
Vincitore di premi
DOVEVA NASCERE... A LOZZO letterari
fin dagli anni
’ un personaggio dell’attualità,
Novanta,
E
un cadorino “de fora” che ha daha nel romanzo
to e dà lustro alla nostra terra quale
scrittore e critico d’arte. Dionisio Da
‘Il Velluto di Utrecht’
Pra è nato a Lozzo il 28.4.1935 ed a lui
mi lega un sentimento di stima e di
il suo capolavoro
amicizia che ha le sue radici nella comunanza di vita delle nostre famiglie.
Il padre, Giacomo, lozzese doc, volle
che la moglie, valdostana, in prossimità del parto, giungesse a Lozzo al fine
di consentire che il figlio fosse da considerare cadorino a tutti gli effetti, non
solo secondo il principio dello ‘ius-sanguinis’ ma anche secondo quello dello
‘ius-soli’. Ed alle proprie origini cadorine Dionisio si è sempre sentito particolarmente legato sia per i ricordi dei
lunghi periodi della sua infanzia trascorsi in quel di Lozzo, sia perchè è viva in lui la memoria dei propri congiunti, in particolare della nonna Maddalena (conosciuta in paese come ‘Nena de
Nisio’) la quale, forse, da autodidatta
amante del bello scrivere, delle belle
letture ed autrice di poesie dalla rima
scorrevole, colorita, azzeccata e persino rispettosa delle regole della ‘metrica’, gli ha sicuramente istillato la passione per la letteratura e la narrativa.
Quella dei Da Pra Scola è famiglia assai nota in paese, gente di sani principi,
di solida e salda dirittura civile e morale; su queste colonne, tempo fa, ho tratteggiato la figura del grande invalido e
superdecorato Apollonio Da Pra Scola,
uscito proprio da questa “progenie”.
L’idea di scrivere di Dionisio è nata durante le nostre frequenti passeggiate
estive serali ed il tutto ebbe un seguito
spontaneo, quasi si fosse trattato di
una intervista senza pretese, fatta fra
una chiacchiera e l’altra, nella frescura,
sulla strada per Loreto. Dionisio, per
inciso, ha una bella famiglia, la moglie
Piera è una dolcissima e bella signora
della ‘vallée’, che gli ha dato ben cinque figli (due maschi e tre femmine)
ed ora i coniugi annoverano ben nove
nipoti. La serenità della sua vita famigliare deve aver certamente influito ed
inciso sulla sua produzione letteraria,
tanto che egli, scherzando, spesso afferma di aver scritto tanti libri quanti
sono i suoi nipoti (anche se la produzione complessiva è certamente più
numerosa). Sulle linee ispiratrici alla
base della propria produzione letteraria, afferma categorico: “Sono convinto
che l’opera di chi scrive romanzi, quando rimane lontana dall’ispirazione degli
scrittori che raccontano le proprie vicende, credendole esemplari, trova radice,
molto spesso, non tanto nell’ambiente fisico desumibile dalle notizie biografiche,
quanto nell’universo spirituale, creato
dalle esperienze interiori, ovvero dagli
Dionisio con la moglie Piera
sua prima lettrice e ‘musa’
interessi culturali, dalle letture, dalle
fantasie, dalla capacità di osservare uomini e donne e di introiettarne atteggiamenti ed esperienze. Potrei continuare
l’elenco delle fonti di ispirazioni indipendenti dalla vita esteriore. L’opera, ribadisco, il più delle volte è priva di correlazioni biografiche ed esige, pertanto, di
essere valutata per sè stessa”.
I ricordi sulla evoluzione della propria ‘produzione’ spaziano dagli anni
della fanciullezza e della pubertà fino a
quelli della completa maturità artistica.
Dionisio ricorda di aver iniziato a comporre poesie fino ai 14-15 anni ma già a
12-13 anni si era cimentato su di un
trattatello teologico essendo egli mosso dalla ambizione di spiegare il mistero della “S.S.Trinità”. I due generi erano, in qualche modo, l’indizio delle sue
principali esigenze espressive: dare voce ai suoi stati interiori e cimentarsi
con le astrazioni. Da studente ginnasiale, Da Pra ha collaborato a qualche periodico con scritti di prevalente carattere letterario, mentre da studente universitario Dionisio si è cimentato in veri e propri saggi di filosofia, pedagogia
e didattica (“Diana scolastica”, “Didattica moderna” ecc.). Nel contempo,
non pochi pittori sono ricorsi alla capacità di Dionisio di analizzare i meccanismi formativi dell’arte pittorica e così il
nostro si è trovato a mettere su carta i
profili critici da inserire nei cataloghi o
su riviste e giornali. Tra le mostre degne di citazione per la ‘critica’ svolta
dal nostro, vanno ricordate una a Parigi di un noto artista valdostano ed una
in Romania da parte di un modernissimo ed originale pittore di quel paese.
Va infine ricordata la collaborazione a
“Contemporart”.
Tornando alla narrativa ed alla scrittura di romanzi, va precisato che Da
Pra ha, dapprima, usato una serie di
pseudonimi, mentre dal 1990 l’attività
artistica ha ottenuto pieno dispiegamento e successo ed il nostro ha iniziato ad usare nome e cognome anagrafici. Al primo periodo è da ascrivere il romanzo Le vacanze di suor Angelica,
scritto sotto lo pseudonimo di “Augusto Zefferino”(nome che ricorda quello del secondo marito di nonna “Nena”), opera che ha avuto un certo successo ed ampi riconoscimenti, e ciò
nonostante la contestualità dell’uscita
del libro con le vicende legate alla morte del titolare delle “Edizioni dell’Ippocampo” di Milano. Il successo arride a
Dionisio con gli anni ’90 ed invero il
suo palmares risulta, da allora, assai
ricco e variegato: vince per ben tre volte il primo premio “Giovanni Gronchi”
alla rassegna-concorso internazionale
di Pontedera, il Gran Premio città di
Roma (in Campidoglio), il Gran Premio città di Avellino, il Premio di S.
Margherita Ligure e tanti altri ancora.
Ricordiamo qui soltanto le principali
opere pubblicate: Il velluto di Utrecht
(forse il suo capolavoro), Alla mia gatta piace Beethoven, Io, Maddalena?,
Picchio Spada, Tonga Tonga, Il bandolo
e l’enigma, L’incubo del ritrattista.
Le lusinghiere recensioni ed i positivi giudizi da parte di critici, letterati,
colleghi scrittori, membri di giurie di
vari premi sono unanimi nel definire lo
stile di Dionisio originalissimo e meritevole di plauso. Unanime e concorde
è la sottolineatura che “Da Pra ha il dono inestimabile di ‘costringere’ alla lettura fino all’ultima riga dell’ultima pagina... Le vicende si dipanano in una trama affascinante, quasi seducente, di
parole e frasi e periodi che sembrano
collegati dal senso profondo della necessità letteraria di uno stile personale
ed originale”. Dionisio però, fra tutti
questi riconoscimenti, ci tiene soprattutto ad uno: quello della moglie, sua
prima lettrice, sua vera ‘musa’, attenta
ad ogni sfumatura, ed il cui positivo
giudizio è sempre stato anticipatore e
foriero di quelli venuti dopo, pur autorevoli e meritati.
Giuseppe Zanella
FEBB - 18-19.qxd:FEBBR 18-19
8-02-2011
15:51
Pagina 2
ANNO LIX
Febbraio 2011
18
ROCCE DI CONFINE
“AURONZO DI SCENA”
BRILLA LA STELLA DI
OTTAVIA PICCOLO
Interessante ricerca di Giandomenico
Zanderigo Rosolo sull’archeologia
montana della nostra provincia
ul finire dello scorso
anno è uscito sulla riS
vista scientifica Geo-Archeologia, periodico semestrale n. 2010/1, fondato
nel 1968, a Roma, 00187,
Foro Traiano 1/a, un saggio che merita il plauso di
quanti amano la nostra piccola regione, intitolato
semplicemente “Rocce di
confine”. In tutto una quarantina di pagine, fitte di testo e con dieci foto in bianco e nero.
Ne è autore lo studioso e
amico Giandomenico Zanderigo Rosolo, professore
di filosofia, insegnante e
cultore di storia del Cadore. Come dice il titolo la ricerca si rivolge ai confini di
questa piccola parte d’Italia che va dalla Carnia al
Cadore, soprattutto ai quattro segmenti del Comelico
con Sesto e l’Austria, di Auronzo con Dobbiaco, di
San Vito con Ampezzo e
del Cadore orientale con
Agordo. Perché i confini
che l’autore elenca partendo dalle tre iscrizioni romane sul Civetta, alla vistosa
muraglia di Giau, all’anello
misterioso sul monte Minoias ad oriente della malga Campo di Vigo a tutti gli
altri “antichi segni sulle
rocce conservati con
straordinaria costanza fino
ad oggi”? Anzitutto perché
sono testimoni di una millenaria e, generalmente pacifica, convivenza dei nostri antenati con i vicini.
Per secondo perché “continuano a svolgere una importante funzione per l’identità comunitaria nell’epoca della globalizzazione”. Qualche citazione nella ricca serie di scoperte
storiche in funzione dei
confini del Cadore? Partiamo dalle ragioni della sua
unità territoriale, di lunghissima durata e persistenza anche nell’Alto Me-
dioevo, che Zanderigo indica nella pieve (religiosa)
appartenente ad Aquileia,
peraltro riunificata dopo la
frammentazione antecedente al Mille, “ad opera
dei feudatari Caminesi”. A
questo punto entra nella
storia anche la curiosa appendice di “Caprile, già
giurisdizione ecclesiastica
brissinese, ma poi pervenuto nell’amministrazione
cadorina come loro possedimento minerario.”
Ancora, la notissima vicenda di Giau, noto per “la
particolare bellezza dei
luoghi e per la vistosità della sua demarcazione e le
secolari ed animose controversie tra le comunità di
San Vito e di Cortina. Zanderigo, dopo averne connesso l’antico significato
con la scoperta ottocentesca della stele venetica sul
monte Pore, e quella più
recente della lastra di arenaria in Mondeval, analizza
la muraglia di Giau costruita dai sanvitesi, in novanta
giorni, fra il 15 giugno e il
15 settembre 1753. Ed ecco la folgorazione: il suo
andamento rettilineo non è
casuale ma anzi fa pensare
ad una precedente “terminazione romana”. Più esattamente “il confine non appare tracciato con la flexuosa et inaequalis finitio
delle frontiere medievali
bensì con un rigor che presuppone una autorità ed
una tecnica superiori alle
comunità dei pastori ”. Con
ciò l’eccezionale manufatto, tuttora adorno di quattro stupende lapidi e ben
otto cippi numerati e datati,
che gli specialisti della Soprintendenza archeologica
del Veneto hanno preso
sotto la loro cura, costringe
a riscrive la storia di questa
parte del Cadore, portandola indietro di forse mille
anni e più. Un nuovo enig-
ma immerso nel mistero!
Anche il segmento di Misurina e delle Tre Cime di
Lavaredo riserva sorprese.
Zanderigo lo introduce con
una affermazione che di
per sé sconvolge quanto finora scritto dai ricercatori.
“ Le ragioni di Aronzo erano fondate sul possesso ab
immemorabili; quelle di
Dobbiaco su una dubbia
lettura di alcuni documenti
e sul principio dello spartiacque”.
Concludiamo
questa
purtroppo breve recensione con i confini del Comelico sull’antico valico Montis
Crucis dove oggi l’attenzione si è fatta più dinamica,
dopo i recenti accordi frontalieri per lo sviluppo turistico invernale. Zanderigo,
che la conosce anche per
ragioni familiari, ci fa noto
che su quei territori che
sono una displuviale fra la
Dava che sfocia nel Danubio e il Tagliamento - Piave
che scendono nell’Adriatico le liti per i confini sono
state le più aspre di tutte
quelle prese in esame. Anzi l’unico confine dove è
stato fatto scorrere il sangue, con “razzie ed omicidi
fino ai primi decenni del
Quattrocento”. La povertà
di segni confinari ancora in
loco, e la scomparsa totale
di tutte le lapidi di Maria
Teresa e del doge Loredan
sono un’ulteriore prova
delle lotte per il possesso
dei pascoli fra i Comeliani
ed i Tedeschi. Si pensi alle
discordanze a proposito
del capitello, nato come
cippo costruito a spese comuni, e finito come edicola
religiosa “per la devozione
privata del daziere tedesco”, che è tutt’oggi racchiuso nel territorio di Sesto. Conclude Zanderigo
che quel inquieto confine
non può essere attribuito al
semplice, seppure violen-
2
Successo della stagione teatrale
nche la stagione 20102011 di "Auronzo di sceA
na", iniziativa organizzata da
to, dibattito fra i pastori delle opposte comunità; ma
che dovrebbe essere ipotizzato invece “quale confine tra il Noricum e la Venetia e, più tardi, fra i Latini
ed i Tedeschi”. Ancora una
volta la grande storia che si
sovrappone alla piccola storia del Cadore, al tempo
dei nostri antenati pastori.
Nel segnalare ai nostri lettori la preziosa ricerca osiamo suggerire all’autore, al
quale va la nostra ammirazione, una ulteriore e più
allargata pubblicazione ad
uso di un più vasto pubblico che non siano gli studiosi locali. Magari arricchita
di un congruo numero di
immagini a colori, appunto
perché riguarda le Dolomiti la cui bellezza non ha
eguali al mondo.
Il rigore di questa vasta
ricerca storica e archeologica, ma pure le precedenti, tutte con uno stile asciutto privo di inutili fronzoli, la
scrittura essenziale, ma tutt’altro che arida, indicano
nel professor Giandomenico Zanderigo il più degno
successore dei grandi storici cadorini monsignor
Giovanni De Donà, Antonio Ronzon e Giovanni
Fabbiani.
(M.F. Belli)
Tib Teatro, per la direzione artistica di Daniela Nicosia, con
il Comune di Auronzo di Cadore, la Fondazione Teatri delle
Dolomiti, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la collaborazione del Consorzio Turistico Auronzo-Misurina, ha
riscosso notevole successo.
Tre spettacoli di punta e una
serie di appuntamenti per le
scuole e le famiglie che hanno
offerto occasioni di approfondimento, cultura e svago.
Su tutte ha brillato la stella
di Ottavia Piccolo, protagonista assoluta con lo spettacolo
"Donna non rieducabile" che
ha chiuso la stagione teatrale.
Il testo di Stefano Massini,
giovane scrittore e regista fiorentino già noto al pubblico e
alla critica per la sua notevole
produzione teatrale, ha appassionato e commosso il folto
pubblico che ha gremito il
Kursaal. Un omaggio alla memoria della giornalista russa
Anna Politkovskaja, assassinata nell’androne del suo portone il 7 ottobre 2006, mentre
stava rincasando. Una morte
annunciata, una morte violenta a cui la stessa Anna sapeva
di andare incontro ogni giorno
della sua vita, solo per aver
svolto bene il suo lavoro. Anna
non era una militante politica,
era una giornalista senza alcuna mira di potere o altro, se
non quello di portare avanti,
con determinazione, il proprio
mestiere. Il suo fu uno sguardo aperto, senza prevenzioni
né compromessi, su quanto
avveniva nel suo paese, partendo dagli orrori nella lontana Cecenia, per arrivare a incontrare i momenti più terribili della recente storia russa. La
bravissima Ottavia Piccolo ha
dato voce allo smarrimento,
all’orrore, alla dignità e anche
all’ironia di una donna indifesa
e tenace, con il rigore e l’intensa partecipazione di una attrice che in quei valori di libertà
si identifica fino in fondo. Costruito come una serie di
istantanee, il percorso seguito
da Anna, scandito in modo eccellente dall’intervento dell’arpa di Floraleda Sacchi, che
diventa volta per volta l’eco
della guerra, lo spappolarsi
dell’inno sovietico, un rumore
di ferraglia inquietante, viene
ricreato dall’attrice, in simbiosi con quanto visto e vissuto
dalla giornalista. Con alcune
considerazioni sorprendentemente attuali sull'etica della
professione giornalistica e sulla necessità di separare questa
dalla politica. “Se hai una tessera di partito” dice la Piccolo
nei panni di Anna “non sei un
gionalista, sei un portavoce”.
Al termine applausi scroscianti con molteplici chiamate alla ribalta per Ottavia Piccolo e Floraleda Sacchi.
Hanno completato il programma della stagione altri
due spettacoli di successo: un
classico goldoniano come "Il
burbero benefico" con Mariano
Rigillo e la rievocazione della
cultura popolare veneta di
"Storie de na olta".
Livio Olivotto
LA STAGIONE TEATRALE
DEL GRUPPO CULTURALE DI VALLE
COMPIE VENT’ANNI
Continuerà fino al 14 maggio
L
a stagione teatrale di Valle di Cadore festeggia quest’anno un importante traguardo: i vent’anni di attività, caratterizzati da una variegata e sempre interessante continuità di proposte.
Il cartellone ha preso avvio in gennaio con una delle più celebri e godibili
commedie goldoniane, “Sior Todero
brontolon”, portata in scena dalla compagnia “Tremilioni”.
Ha proposto le vicende di una famiglia rigidamente patriarcale, all’interno
della quale la taccagneria del protagonista viene vanificata dall’astuzia delle
presenze femminili. Todero rappresenta un tipo umano universale, quello delle persone egoiste e brontolone che esistono un po’ dovunque: proprio per questo, grazie all’abilità del divertente intreccio goldoniano, la commedia, portata in scena la prima volta a Venezia nel
1762, riesce ogni volta a coinvolgere a
fondo l’interesse degli spettatori.
Come di consueto, gli spettacoli di
Valle si svolgono al teatro Antelao con
inizio alle 21, e sono organizzati dal locale Gruppo Culturale in collaborazione
con il Comune.
Per il 19 febbraio è in calendario una
commedia proposta dalla compagnia
Tarvisium, “Le bugie hanno le gambe
corte”, imperniata su un’esilarante e
ininterrotta serie di equivoci a sfondo
coniugale.
In marzo, sempre il 19, andrà in scena
un originale spettacolo dal titolo “Nel bosco della luce”. Si tratta di un atto unico
di A. e C. Caniato, che ripercorre l’ultima
fase della vita di Tiziano, tormentata dalle preoccupazioni della vecchiaia e dal
difficile rapporto con il figlio Pomponio.
“Nello scontro tra padre e figlio – si
legge nel programma di sala – viene evidenziato il Tiziano uomo, con le sue
convinzioni radicate, preoccupato di
preparare per i figli un futuro di tranquillo benessere, tralasciando di capire
le loro vere esigenze, interpretate come
mere ribellioni”.
L’interpretazione è affidata alla compagnia teatrale “CostrettiOltreconfine”.
“Torna a casa Leslie” di Ray Cooney,
in programma per il 16 aprile, è una
commedia basata sull’intensità dei colpi
di scena e sul susseguirsi degli equivoci, originati stavolta dalla inaspettata
“comparsa” di un figlio di cui il protagonista, un medico in carriera, ignorava
l’esistenza.
Uno spettacolo dedicato prevalentemente ai bambini, “Il gatto con gli stivali”, chiuderà la stagione il 14 maggio, riproponendo in versione teatrale la celebre fiaba del vecchio mugnaio che, in
punto di morte, lascia in eredità al figlio
minore quello che in apparenza sembra
il bene più insignificante: il suo gatto. Ma
sarà proprio il piccolo e scaltro animale a
fare la fortuna del ragazzo.
Maria Giacin
FEBB - 18-19.qxd:FEBBR 18-19
2
8-02-2011
15:51
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
19
a sala polifunzionale di
Dosoledo ha ospitato il CONCERTO DEDICATO
L
concerto di Orazio Longo,
giovane musicista catanese
residente in Comelico, durante il quale è stato presentato il suo ultimo Cd Landscape. In apertura un toccante omaggio alla giovane di
Dosoledo, scomparsa improvvisamente nelle settimane scorse. “Questo concerto è
dedicato all'amica Bianca
Costa” ha detto Orazio visibilmente comosso, tra gli applausi del pubblico.
Il suo “Concerto fra le Dolomiti” ha consentito di apprezzare brani tratti dal nuovo Cd Landscape e da altre
raccolte. Sono proprio dei
‘paesaggi’ interiori quelli che
propone il giovane musicista, accompagnato da una
band formata da ottimi elementi come Samyr Guar-
A BIANCA COSTA
Orazio Longo ha presentato a Dosoledo
il suo nuovo Cd "Landscape"
rera al sax, Angelo Celso
alle percussioni, Giancarlo
Scar vaglieri alla chitarra
classica, Salvo Inzerilli alla
chitarra elettrica. Dieci tracce nelle quali vengono proposte emozioni interiori, in
un processo evocativo che
trasforma le note in colori,
con un approccio che spazia
dal jazz al rock e che lascia
campo a momenti luminosi e
intensi, come a riflessioni
più sommesse e inquietanti.
Senza dimenticare il rapporto tra l'uomo, la natura e gli
animali, troppo sbilanciato a
IL RACCONTO
’era una volta un naC
netto silvano veramente singolare: i suoi occhietti neri e vispi sembravano leggere nell’anima altrui e, come tutti i suoi simili, possedeva il dono dell’ubiquità. Pensate, bambini: poteva stare contemporaneamente nella cameretta di uno di voi, ma anche
nei magici boschi ai piedi
del Pelmo, al cospetto del
trono di Dio di cui i nani si
prendevano cura in Sua assenza. Il suo nome, quello
sì, non era proprio speciale: ultimo di sette fratelli,
era stato chiamato Pisolo
per desiderio della mamma, che era una fan sfegatata dei nani di Biancaneve
e non aveva voluto neppure
sentire ragioni contrarie.
Pisolo aveva due curiose
abitudini: portare come copricapo una pigna più grande di lui e, cosa ritenuta veramente assurda e pericolosa dai suoi pari, stare in autunno seduto bel bello sul
cappello di una sfavillante
amanita, che lo attraeva per
il colore e per la comodità.
Quell’anno l’amanita di
turno si era inizialmente alquanto spazientita, ma poi
aveva cominciato a provare
simpatia per quel nanetto birichino, tanto che un giorno,
mentre Pisolo si accomodava ancora una volta sull’inusuale poltrona, gli disse:
«Nonostante tutto, non mi offendo… Il tuo cuore è buono
ed hai il coraggio di avvicinarti a me, al contrario di
quanto fanno gli altri nani,
senza pensare che anch’io ho
diritto d’esistere abbellendo il
bosco con i miei gai colori.
Sarò tua amica e, se necessario, ti aiuterò!»
Pisolo, che doveva ancora
crescere ed era un po’ ingenuo, apprezzò quelle parole,
favore del primo. “Nello
sguardo sconfitto di una balena o di un elefante - dice Longo - possiamo intuire che un
destino analogo potrebbe capitare all'uomo, se continua a ignorare l'importanza
di un approccio corretto con
la natura”. Nascono cosi le
due parti di Glasses il brano
dedicato a questo tema ambientalista.
Ma Orazio Longo propone
tra l'altro, anche una riflssione sul tempo che passa sempre troppo in fretta, o sui colori di Parigi, visti nello stile
e nell'impronta di Renoir.
Landscape giunge a due anni
dal precedente lavoro Suite
Paragem, nostalgioco omaggio dedicato al Fado portoghese, dopo un viaggio a Lisbona, e dopo il felice esordio del 2005 con Lynotape feuilletons sans mot.
Molti brani sono eseguiti
solo da Longo alla tastiera e
da Scarvaglieri alla chitarra
classica, con un binomio particolarmente affiatato ed efficace. Ma di impatto sono anche i pezzi con la band al
completo dove risalta il limpido sax di Samyr Guarrera.
Al termine del concerto organizzato in collaborazione
con il Comitato di gestione
della Biblioteca Comunale di
Comelico Superiore, la Regola di Dosoledo e lo "Skay"
di Padola, applausi convinti
da parte del folto pubblico
che ha riempito la sala polifunzionale.
Livio Olivotto
ALL’IMPROVVISO UNO SQUARCIO D’AZZURRO...
anche perché la vita in
quel periodo gli sembrava complicata. Da
non molto, infatti, era ospite
in una casa, anzi in una statuetta che era indubbiamente la sua sosia, dato che i nani silvani possono vivere pure in oggetti apparentemente inanimati, ma cari a chi è
in difficoltà, per recare aiuto
e protezione. Essa era stata
regalata a Sofia, una bambina molto piccola che viveva
in quell’abitazione con i genitori e la sorellina Silvia.
Quest’ultima, nata da pochi
giorni, aveva purtroppo subito manifestato problemi di
salute, che erano motivo
d’apprensione per tutti. Per
questa ragione Pisolo era
molto triste.
Un giorno, facendo visita
all’amanita, si confidò con
lei. «Capisco, amico, e provo
anch’io dispiacere!» disse il
fungo con tono pensieroso e
sconsolato. Dopo un attimo
d’esitazione, però, esclamò:
«Ho un’idea! Consulta il re
del bosco, il grande abete
bianco che sta qui vicino. È
come un padre per noi ed ha
sempre una soluzione pronta
per tutto!»
L’albero ascoltò pazientemente il nanetto, poi sentenziò: «Il problema è complesso
e non è facilmente risolvibile.
La mia autorità non basta:
occorre l’intervento di Dio!»
Pisolo, che aveva sempre
sentito dire dai suoi genitori
che Dio non poteva essere
disturbato, ma solo pregato,
lì per lì rimase perplesso, ma
poi la sua generosità e l’affetto per le bambine gli fecero
superare qualsiasi timore,
spingendolo ad agire.
Giunse trafelato sulla sommità del Pelmo, quel giorno
C’era un nanetto dagli occhi neri e vispi, poteva stare contemporaneamente
nella cameretta dei bimbi come nei boschi ai piedi del Pelmo.
Un giorno salì sulla sommità del monte per parlare a Dio. Voleva salvare Silvia...
immersa nella nebbia, che
impediva di vedere al di là
del proprio naso e si poteva
tagliare col coltello. Il nanetto avanzava quasi a tentoni,
chiedendosi come mai
avrebbe fatto a vedere Dio,
quando sentì una risata simile a quella del suo caro nonno ed una voce autorevole
esclamare: «Pisolo, con quella pigna in testa più grande
di te non vedi nulla! Se continuerai a camminare sul lembo del mio mantello, finirai
per sporcarlo interamente e
non basterà tutta l’acqua del
Boite per ripulirlo!»
«Scusa,» ribatté il nanetto
per nulla intimorito, anzi rassicurato dal tono per lui familiare, «ma io non faccio apposta: non vedo nulla non
tanto per la pigna, quanto
per il nebbione. Piuttosto
avrei bisogno di parlare con
Dio. Sai dove posso incontrarlo? È urgente!»
«Non ne ho idea,» disse l’ignoto interlocutore «ma di
una cosa sono certo: sei impertinente a volerlo disturbare e
facilmente verrai punito!»
«Non importa,» concluse
Pisolo «purché ottenga quello
che desidero! La felicità della
famiglia che voglio aiutare
mi farà superare qualsiasi
difficoltà, anche la punizione
più tremenda!»
In quel mentre un bagliore improvviso squarciò la
nebbia, che lasciò il posto,
proprio sopra la testa del nanetto, ad uno splendido azzurro, quell’azzurro grazie
al quale le crode si stagliano
più eleganti e nette nel cielo.
Pisolo cadde a terra e rimase alcuni istanti come
stordito. La prima cosa che
percepì riprendendo i sensi
fu la voce della mamma di
Sofia e Silvia che esclamava
felice: «Finalmente la mia
bambina sta bene! Non mi
sembra vero! Le mie preghiere sono state ascoltate!»
Solo in quel momento capì: senza saperlo aveva incontrato Dio, che aveva
esaudito il suo fortissimo desiderio, non punendolo, anzi
conversando con lui.
Da allora i nani silvani rispettano le amanite e non
hanno più paura di disturbare Dio, ma, salendo sulla
sommità del Pelmo, portano
sempre con loro una borraccia piena d’acqua del Boite
ed un potente smacchiatore!
Marina Daverio
FEBB 20-21 .qxd:FEBBR 20-21
8-02-2011
15:45
Pagina 2
2
ANNO LIX
Febbraio 2011
20
Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
AL BRENTE DE VILA VECIA
Era na specie de fontana de aga, la servia par
rifornì dute le ciase là atorno e anca par da da
le vacie e ai ciavai de la contrada
Inera stó portó a Bolzano epò in Germania zal beeà,adavante
la ciasa de vo”, parlon dei ane ’40 de sto ranta litre. Che che avèa una
lager de Flossemburg. Co l é tornó a ceda, iné du L Nin de Benedeti, onde secolo pasòu. Me penso che al sola podèa anche contentala
che adès e al parchegio par le primo che a avù l’aga n’te cia- co dòe bèle see de aga, ma chi
a inparà a föi formai pla lataria d Costauta
machine, era un brente, na sa n’te la nostra contrada, e che avèa zinche o siè, o come
VELINO LO RICORDARON SENPRO
elino da Boi, Evelino
Casanova Borca, da
V
Costauta, é sindù gheto i
prim dis dl ön, forse passön par Pramaió a saludé l
ultma ota Sant Ana, zla gediola ch l avee fat su par ricordà i amighe mazade zi
lager todösse e ringrazié
propio la patrona d Costauta da esse podù tornà a ceda, dopo avöi ciapó al tifo e
esse rivó a 30 chile d peso.
Li inclota dal 1944 avee 17
ane, un todel ciapó inze zla
guera pi granda e pi mata
ch i omin avössa mai consù, secuestró dai soldade
todösse ch avee circondó
al pöis d Costauta, burdó
nasché cede par vendichesse di partigiane ch
avee fat un atentato e mazó
un d löre. Aped etre omin,
ma li al pi dogn, inera stó
portó a Bolzano epò in
Germania zal lager de
Flossemburg. Li avee contó sul giornalin “Da Postauta a Giò Auto” e dopo
publicó zal libruto “Gli anni dell’orrore” li esperienze ch l avee padù. Ne n
avee nanch vint ane co l é
tornó a ceda, l ité ch se desmöintia fazile, ch s à voia
da lorà, da vive, da föi algo
d novo. E csi, come ch i
möide dal lager fossa stade
desmantiede, Velino iné du
a inparà al mistiör dal mistro e à tacó a föi formai
pla lataria d Costauta. E dopo inà maridò Santina da
San Colò e contaa ch da
moros al dee a cetala dadsöra a pé e tornaa vi pla nöte co la paura a passà al bosco di Piatois, parcheche i
parii da vöde onbrii d mortes, com inclota ch l à cardù d avöi visto l onbria de
Stefin, un dogn com li,
morto apöna tornò a ceda,
a gauda dla malatia ciapada
zal lager. Ma dopo avöi avù
tröi rede e esse zla dificolté
da cetà laoro par mantgnì
la famöia, Velino a scognù
decidse da emigré, da dì in
Germania a lorà. “Stössa
strada d inclota, stössa lönga intossieda, col desprezio d naitetre taliögn” cianta na canzon dal Grupo
musical d Costauta, intitoleda “La storia n insögna”,
e dedicheda a li. I ane dla
lontananza dal pöis, dle
umiliaziogn, dla fadia da
böt vi algo par tornà con pi
siguröza e fiduzia. Dopo
nasché ane, ch anch in Italia el robe dee möio e in
Comelgo nsun n ciapaa pi
la valis, Velino avee tornó a
tol su al mistiör dal mistro.
Al so onto e l so formai era
considrede no snoma da
cöi ch portaa al late in lataria, ma anche foravia da
chi ch avee ocasion da zarciöi. Era i ane Setanta, i ult-
me dna agricoltura ormai
ribandoneda. Ma a Londo,
zl istede dal 1974, dopo un
inverno gno ch era gnuda
d una grön lavina, ch avee
descuarciò un bocon de
cuerto e desfato al conduto, inere stade montiede pi
d zento vace, ch avee inpù i
doi stalogn, Velino avee savù organisé al laoro di pastores, di fogheres, com un
capo esperto, forse l ultmo
vöro mistro dna generazion sconparida. Apöna ch
l à ciapó la pension e i sode
dla Germania pi prisoniöre
di lager, Velino à volù dà
sodisfazion a cöl ch li ciamaa un “voto a Sant Ana”:
na gediola par ringrazié e
ricordà i amighe dal Comelgo morte zi lager. Dal
1994 finamai al 2008, cuön
ch la salute avee tacó a
scantiné, Velino inà organisó la prima dmönia d agosto na zerimonia, con rosario e nasché parole d ricordo, lassù a Pramaió, zal capitel d sant Ana. Forse era
li e pöce etre che cardee zl
inportanza e l significato
de sta zerimonia a Pramaió. Ma lo ricordaron
senpro, ilò arente, co l so
portamöinto bulo, al fazlöto a righe biönce e nögre
intorn le spale, come un
guardiön dla libarté, par
contà a duce cuanto tristo
ch è l òn e cuanto ch iné da
stà in vaita par che n sozeda da novo i mazeles dl
odio e dle guere. Sane, Velino, anche se n sarà pi la
prima dmönia d agosto, s
cetaron senpro a Pramaió.
Lucio Eicher Clere
specie de fontana de aga, longa 3 metre par 1,80 e auta un
metro, lavèa un solo corno d’aga. La servia par rifornì dute
le ciase là atorno e anche par
da da bee a le vacie e ai ciavai
de la contrada. Al tarén era n’tin n’pendenza così te la parte
pi a monte la vasca era pì basa
par la comodità de le mande e
de le vedèle. Par le vacie e i
ciavai dea ben la parte pi auta.
Doe sbare de fèr, parallele, distante tra de ele 20 schei, le
era metude par travès e n’tel
medo de la vasca e le servia
par poià le see de aga da rienpì
sote al corno. Le see era portade a ciasa a spala da le femene,
col zempedòn, co tanta maestria che no le lasaa desgore
gnanche na goza de aga.
L’aga era preziosa e nisun te
ciasa avea chesta comodità.
No areone mia n’tel “medioe-
stou Leo Ronzon, e dute, grande e picui, iè deste a vede sto
“miracolo”. Bisogna savè che
quasi dute le nostre ciase par
metà le era destinade a stala
par le bestie e tabià par al fien,
insoma vacie, fede e ciaure era
de ciasa.
Era rare chi che non avèa almanco na vacia, calchidun
avèa tre, zinche e anche de pì.
Se le guarnaa doe ote al dì, da
bonora da le siè a le sète, e da
de sera, da le zinche al le siè
(17-18). Era orarie precise par
dopo portà al late te lataria
che dopo chela ora i la seraa.
Sta fontana, che adès no e
pì, par ane e ane la ne a dòu la
vita, co sto ben prezioso par
noi e le nostre bestie. Ma parlon n’tin de ele: savòn che le
vacie quan che le magna al
fièn le può bee anche vinti litre
de aga, e bonora e sera fa qua-
mè pare che avèa nuove, te as
vuoia de portà aga!
Al problema i lo a risolto tel
modo che ogni stala molaa fora le so vacie a un zerto orario
e così le bestie le dea tranquile
a beverase al brente. Le pi anziane guidaa le pi dovene che
ogni tanto sautaa e mateaa e
dopo che le aèa beesto le tornaa da sole al so posto n’te stala e al paron bastaa solo leai la
ciadena.
Chesto era al sistema mèo,
parchè se evitaa che le bestie
de stale diverse le se n’cornase tra de ele. I ciavai invenze si
dasèa da bee tei rins aonde
che i era a laurà o te le fontane
aonde che capitaa. N’tel nostro brente i se beveraa tel di
de riposo, era chei de Piano e
de Gigi, e me penso che i ruaa
sempre de corsa, al galoppo.
Tita de Ina
TABIAS, N LIBRO
PAR COGNOSELI MEO
abiàs: al libro fato da Nani De DiaT
na e Danilo De Martin Benci de
Loze e publicou da l'Union Ladina de l
Cadore de Medo al ne fa vede da visin e
l ne ida a studià le beleze de cheste costruzion fate de len e de pera che ncuoi
i resta a testimonianza de na vita de na
ota. Ades tante i è deste dobas parché
nisun li dorea pì, tante i vien dorade par
le feste, calchedun tien inte dei e luoide,
restel e fau che na ota vegnia dorade e
ncuoi no No serve pì a nuia o a poco. I
tabias i é l segno de n modo de vive ntin
pi da vesin de la natura, cuanche i nostre vece pasea tante ore de l dì a laurà
ntorno. Luore ne conta tante storie leade a cheste stanze agno' che se betea l
fien e se pausea se fora piovea e se dormia de nuote. Tante i resta ngiro par l
paese e fora. Nte l libro vien censiu duto
l patrimonio de tabias de l comun de Loze con tante foto e al soranome de le famee che lo avea fato su'. Inte se ciata anche le informazion su come feili, come
che fasea i nostre vece e tante foto le descrive particolari che servia par feili deventà unici. L tabià l é n toco unico: fato
su a man co la pasion de chi che savea
che avarae pasou tante ore inte e ntorno. N savé fei che sta desparendo man a
man che i nostre vece ne lasa: par chesto al libro nase par testimonià le beleze
senpre ntin trascurade de cheste costruzion che le ne par senpre pì bele
man a man che le oservon pulito.
A la fin de l libro se ciata na cartina co
la distribuzion de dute i tabià de Loze e
n itinerario visin de l paese par vede le
varie costruzion: chele de len, chele de
pere e len, chele solo de pera, chele cola
stala davisin e chele co la ciasuta par feise da magnà. Vo' doe ore de caminada
par dì a vardà tante de i nostre tabià e la
guida la spiega algo su come che i é stade fate e dorade.
Al libro é nautra ocasion par cognose
meo le nostre tradizion e l é fato par dute i nostre dovin e i foreste pacrhé i posé
nparà algo de pì. I nostre vece, savon,
che i sa duto su par i tabias e i é i sole
che i sarae boi de feili su ancora.
F.L.F.
FEBB 20-21 .qxd:FEBBR 20-21
2
8-02-2011
15:45
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
21
I rifugi aperti e gli itinerari
battuti hanno richiamato
in Cadore escursionisti
dal Veneto e dal Friuli
CONSENSO
E PARTECIPAZIONE PER
IL REGNO DELLE CIASPE
A
desso è fondamentale
tenere il passo. Un imperativo condiviso da tutti.
L’iniziativa degli itinerari
escursionistici invernali da
percorrere con le ciaspe è
diventata una lezione per
l’intero Cadore. Ha dimostrato che quando c’è unità
di intenti le cose funzionano.
Quando in montagna ci si
mette insieme a perseguire
un traguardo, la vittoria è garantita. Per chi non l’avesse
ancora capito stiamo parlando del progetto “Cadore Regno delle Ciaspe”. Un’idea
per promuovere il territorio
cadorino durante la stagione
invernale quando, oltre alle
meraviglie paesaggistiche
delle Dolomiti promosse
dall’Unesco, l’unica vera ricchezza è rappresentata dalla
neve. Senza però avere quegli impianti sciistici che per
numero e per importanza
consentono ad altri comprensori montani di gestire
significative partite turistiche alquanto vantaggiose
per l’economia locale.
Bisognava inventarsi un
qualcosa di confacente alla
conformazione territoriale
del Cadore. Ecco allora le
ciaspe, lo sci-alpinismo e lo
sci-escursionismo. Tre proposte ludico-sportive da praticare lungo quei sentieri affacciati ai meravigliosi scenari dolomitici che durante
l’estate richiamano tanto interesse. Bisognava trovare
un modo per far sì che l’offerta estiva funzionasse anche vestita di bianco.
Le idee vincenti sono state quelle dei rifugi aperti e
degli itinerari battuti e segnalati. E’ stato un successo. “Il rifugio aperto - ci ha
detto un’escursionista che
abbiamo incontrato salendo
a Pian dei Buoi dalla Val Da
Rin - rappresenta una méta.
L’idea di trovare un luogo riscaldato dove rifocillarsi aiuta a superare anche la fatica
e il freddo che comporta
camminare con le ciaspe sulla neve.” E le testimonianze
positive raccolte dai nostri
cronisti lungo i venti percorsi proposti dal progetto
sono veramente tante. “Credo che nel giro di pochi anni
- ci ha detto Rodolfo di Mogliano Veneto - il Regno delle Ciaspe possa diventare un
richiamo importante per
l’intero Nord-Est. L’idea di
abbinare le piste battute ai
rifugi aperti favorirà di sicuro la promozione del Cadore
come area ideale alla pratica dell’escursionismo con le
ciaspe, accessibile a tutti, in
alternativa alla sempre più
costosa frequentazione delle
piste da sci.” Pareri lusinghieri raccolti lungo gli itinerari del Regno delle Ciaspe che testimoniano la bella novità cadorina. La scossa è stata data e i primi risultati sono stati quantificati
dai gestori.
Livio De Bernardo dell’Eremo Romiti sopra Domegge snocciola con entusiasmo i numeri. “E’ stato un
successo. Non pensavamo
tanta gente. Questo ci stimola
a programmare l’apertura
anche per il prossimo inverno
e a far meglio sul piano dell’organizzazione della struttura che non era certo pensata
per restare aperta d’inverno.”
Il rifugio Antelao non è
nuovo all’esperienza di apertura invernale. “Grazie al
progetto “Cadore Regno delle
Ciaspe” devo dire che quest’anno sono arrivati in rifugio molti più escursionisti.”
La valutazione della famiglia Da Forno è tutta positiva. E di risultato positivo parlano anche Filippo Baldan
del rifugio Fabbro a Casera Razzo ed Enzo Dal Pont
del rifugio Ciareido. Sono i
gestori dei rifugi la più importante cartina al tornasole dell’iniziativa. Il risultato?
Un successo in tutti i sensi.
CADORE REGNO DELLE CIASPE
a collaborazione del
Consorzio Bim Pia“L
ve con il Progetto “Cadore
Regno delle Ciaspe” continuerà alla grande perché
grazie ai risultati conseguiti
abbiamo capito non solo che
può diventare un promotore
turistico importante per quest’area ma può essere preso
ad esempio come modello
ideativo e gestionale per altre iniziative utili alla montagna.” Le parole del presidente del Consorzio Bim
Piave Giovanni Piccoli
hanno il sapore della promozione per gli animatori
del Progetto “Cadore Regno
delle Ciaspe”.
Sono state pronunciate all’inizio di febbraio, nella
grande sala della Magnifica
a Pieve, dove si sono ritrovati quasi tutti i soggetti che
hanno collaborato a far partire l’iniziativa. C’erano i sindaci del Cadore, i presidenti
o i rappresentanti delle sezioni cadorine del Cai, le
Guide alpine, Pro loco ed
operatori economici e turistici di ogni ordine e grado.
Ed è stato a questo variegato ma unitario insieme di
soggetti che ha fatto riferimento il presidente Giovanni Piccoli. Il successo del
Progetto infatti deve essere
riconosciuto proprio alla
consapevolezza che soltanto insieme il Cadore può
guardare al futuro con ottimismo.
Su questa lunghezza d’onda è stato prospettato l’indi-
spensabile allargamento del
Progetto all’intero territorio
del Cadore. “Solo così – ha
sottolineato il sindaco di
Lozzo Mario Manfreda – è
possibile dare nuovo vigore e
anche valenza politica al
Progetto. Un allargamento
che potrebbe diventare propedeutico per tante altre azioni
da intraprendere per il bene
della nostra montagna.” E’
stato applaudito Mario Manfreda. Anche la proposta del
presidente della Comunità montana Centro Cadore Pierluigi Svaluto di far
partecipare alla gestione del
Progetto anche i privati è
piaciuta. Nel corso del dibattito, oltre ad illustrate le
fasi operative che hanno avviato l’iniziativa, gli interventi
di tanti a cominciare da quelli del sindaco di Santo Stefano Alessandra Buzzo, e
del presidente del Cai di
San Vito Renato Belli, hanno sottolineato l’opportunità
che il Progetto sia di tutto il
Cadore. In questa direzione
si muoverà ora il gruppo di
lavoro incaricato a preparare
il terreno per la stagione invernale 2011 – 2012. Intanto
qualcuno sta pensando anche ad una promozione estiva con percorsi da far conoscere e trekking di più giorni
sulle Dolomiti Cadorine da
mettere a punto.
E’ tutto un fermento di
idee e di proposte che, partendo dalle ciaspe e passando per lo sci-alpinismo arriverà, durante la prossima
estate a rivalutare gli antichi
e sempre nuovi meravigliosi
sentieri del Cadore, si focalizzerà sulle Vie classiche di
roccia che le Guide alpine
stanno rivitalizzando e sulla
miriade di salite in falesia
per ricongiungersi, con il
prossimo inverno, alle amate ciaspe. Troppa carne al
fuoco? Assolutamente no. E’
tutto questo e tanto altro ancora la nostra montagna.
Bepi Casagrande
Fotoservizio di
Tommaso Albrizio
UN PROGETTO CHE SI VA ALLARGANDO
A TUTTO IL TERRITORIO DEL CADORE
“Bisognava inventarsi qualcosa”. Soddisfazione è
stata espressa in sala della Magnifica da tutti i
soggetti che hanno collaborato all’iniziativa
Il Progetto “Cadore Regno delle Ciaspe” continuerà, assicura Giovanni
Piccoli presidente del Consorzio BIM Piave, e potrà diventare modello
ideativo e gestionale per altre iniziative utili alla montagna
Interventi dei rappresentanti Cai, Guide Alpine, operatori economici
FEBB 22-23 .qxd:FEBBR 22-23
8-02-2011
15:48
Pagina 2
ANNO LIX
Febbraio 2011
22
a seconda edizione della Rossignol Race
L
Comelgo Loppet” svoltasi a Padola e dedicata alla memoria
di Riccardo De Martin, ha visto un finale davvero entusiasmante. Florian Kostner,
vincitore nella gara dell'anno
scorso e il collega carabiniere
Pietro Piller Cottrer, sono
giunti insieme sul traguardo
(1.11.17) dopo trenta combattuti chilometri a tecnica classica. I due azzurri nel finale
hanno fatto forcing staccando
Cristian Zorzi e Bruno Debertolis. Tra le donne, dopo
un piccolo incidente in partenza Antonella Confortola
della Forestale ha recuperato
lo svantaggio sulle sorelle De
Martin Pinter andando a
vincere con un significativo
margine (1.23.46) sulle due
atlete di casa.
Tanti gli appassionati al
via, quasi 400, in una giornata fredda e con qualche nube che però non ha coperto le splendide cime dolomitiche del Gruppo Pòpera. Affascinante la partenza in
gruppo, data dall'intramontabile ‘Grillo’ Maurilio De
Zolt, con i 400 in lotta dai primi metri per conquistarsi un
posto in testa al gruppo, ma
fin da subito finanzieri, carabinieri e alpini hanno messo
in chiaro le proprie intenzioni. È stato il giovane Matteo
Ceol ad accendere la miccia
trascinandosi appresso Cristian Zorzi, Florian Kostner,
Bruno Debertolis, Pietro Piller Cottrer e Simone Paredi.
Molto lungo il serpentone
che si è incanalato nella Val
Grande, con un bel colpo
d’occhio, mentre tra le don-
Al via 400 atleti per la COMELGO LOPPET di PADOLA
PILLER COTTRER E KOSTNER
INSIEME AL TRAGUARDO
Fra le donne
vince Antonella
Confortola sulle
sorelle Veronica
e Marlene
De Martin Pinter
La Comelgo
Loppet è tra le
competizioni di
maggior interesse
nel calendario
nazionale
2
lavoro dei giudici, ma anche
il fotofinish dava il salomonico pareggio. Tra le donne
Antonella Confortola aumentava il ritmo e si presentava
sola sul traguardo, con Veronica De Martin Pinter a
2’.15, in ogni caso soddisfatta. E ancora più soddisfatta
la giovanissima Marlene De
Martin Pinter, abituata alle
distanze più brevi, terza a
4’.51. Intramontabile la russa
Bitchougova, quarta davanti
a Yasmin Pocchiesa, altra
giovane padolese.
Soddisfazione quindi per
Roberto De Zolt, organizzatore dell'evento con l'associazione Comelico Nordic
Ski. Il bilancio della Rossignol Race Comelgo Loppet
Memorial Riccardo De Martin chiude con un netto segno positivo, e la gara entra
di diritto tra le competizioni
di maggior interesse nel calendario nazionale.
Livio Olivotto
Padola 23.1.2011
ne, Antonella Confortola era
costretta a fermarsi, per la
perdita di un bastoncino, riprendendo in coda al
gruppo. Così Veronica De
Martin Pinter, la dominatrice del 2010, non si faceva
certo pregare e balzava al comando tallonata dalla sorella
Marlene, in gara anche per
ricordare il fratello Riccardo,
scomparso tragicamente lo
scorso anno ed al quale è stata intitolata la manifestazione. Dopo un primo giro di at-
tesa, con il gruppo dei migliori in testa, a metà del secondo giro Piller Cottrer e
Florian Kostner davano uno
scossone al gruppetto, allungavano ed era l’azione decisiva, perché dietro Zorzi e
Bruno Debertolis non riuscivano a tenere la scia. Nel
frattempo, già alla fine del
primo giro Antonella Confortola arrivava alle spalle di Veronica De Martin Pinter e
proprio al passaggio nello
stadio si metteva davanti a
dettare il ritmo.
Tanta l’attesa del folto pubblico dentro lo stadio del fondo di Padola per gli arrivi.
Piller Cottrer e Kostner con
il loro ritmo indiavolato facevano il vuoto alle loro spalle
e piombavano appaiati nei
due binari ghiacciati. KillerPiller cercava di scrollarsi di dosso il commilitone, ma ogni tentativo era vano ed i due carabinieri tagliavano appaiati il traguardo,
entrambi in spaccata. Gran
Le vecchie glorie comeliane Marcello Pomarè, Maurilio
De Zolt, Bruno Pomarè, con Cristian Zorzi (3° da sx)
VANNO SEMPRE FORTE
I RAGAZZI DELLA USG
PIEVE DI CADORE
I ragazzi di De Monte nel pattinaggio
di velocità hanno portato a casa da
Baselga ben cinque coppe e il titolo
italiano con Luca Zammichieli
FEBB 22-23 .qxd:FEBBR 22-23
2
8-02-2011
15:48
Pagina 3
ANNO LIX
Febbraio 2011
opo la straordinaria
vittoria di Simone
D
Bertazzo a Lake Placid del
dicembre scorso, il Cadore
ha rispolverato la passione
per il bob, uno sport che fino a pochi anni fa era affermato in tutto il territorio con
ben sette bob-club. Oggi,
fatta eccezione per quello di
Cortina, di bob-club ne è rimasto solo uno in Cadore,
quello di Pieve, di cui fa parte il campione cadorino. Oltre a lui, vi è un altro giovane atleta, promessa futura
del bob cadorino e italiano,
Simone Fontana, diciannovenne di Santo Stefano, arrivato al bob proprio grazie a
Bertazzo.
Simone, un giorno magari avrai la possibilità di
gareggiare con Bertazzo…
“Lui è un campione che con
i suoi risultati sta portando in
alto il nome del bob azzurro.
Io sono agli esordi della mia
carriera, quindi penso che dovrò allenarmi parecchio prima di poter avere questa opportunità. Di certo sarebbe
un sogno che si realizza: io
amo guidare il bob, ma pur di
fare una gara con lui, farei il
frenatore tutta la vita! Anche
perché, se oggi sono nella nazionale di bob, lo devo a lui.”
A questo proposito, raccontaci come è iniziata la
23
BOB - SIMONE FONTANA, GIOVANE PROMESSA
Ha partecipato a Coppa Europa
come pilota nel bob a due e
aggregato alla squadra nel quattro
Il diciannovenne di Santo Stefano
sogna di arrivare alla Coppa del
Mondo. Simone è determinato
tua passione.
“Tutto è cominciato nel
maggio 2009, in circostanze
del tutto casuali. Essendo ben
preparato a livello fisico, soprattutto per i diversi anni dedicati allo sci di fondo, a scuola venivo sempre scelto per
partecipare alle gare di atletica. Un giorno, la lezione di
educazione fisica fu spostata
d’orario e questa fu la mia
fortuna. Alla pista di atletica
di Longarone, dove ci recavamo per testare le varie gare di
corsa, trovammo Simone Bertazzo, lì per allenarsi. Fatta
la sua conoscenza, ebbi la possibilità di mettere in mostra le
mie doti nei cento metri, fondamentali nella fase di spinta
del bob. Bertazzo mi chiese
dunque se volevo provare a
lanciarmi in questo sport. Il
primo anno non se ne fece
nulla, perché mi ero infortunato alla spalla con il fondo e
così passai un anno ad allenarmi da solo. Il primo raduno fu a Vipiteno dove provammo la fase di spinta sulle
rotaie; seguirono poi altri raduni simili, dove si effettuavano vari test fisici.”
Poi hai iniziato le discese vere e proprie…
“Esatto, la prima è stata
l’ottobre scorso, sulla pista di
Altenberg, vicino a Praga. Il
test è andato bene e così, al ritorno, mi hanno comunicato
che avrei potuto prendere parte ad un corso per diventare
pilota. Io accettai di buon grado e così di lì a poco sono seguite le prime gare di coppa
Europa con il bob a due; sono
stato a Saint Moritz in Svizze-
ra, a Winterberg in Germania, a Cesana, vicino a Torino e a Innsbruck in Austria.
Nel corso dei test fisici, è
emerso che pure in fase di
spinta andavo forte e così sono stato aggregato anche ad
una squadra di bob a quattro,
con la quale ho partecipato a
tre gare, sempre di Coppa Europa.”
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Innanzi tutto ho intenzione di allenarmi duramente
quest’estate per migliorare la
fase di spinta, soprattutto per
quanto concerne la tecnica.
Tutti i miei compagni di
squadra arrivano dall’atletica, che ha molto in comune
con la spinta del bob, soprattutto nello stile di corsa. Io arrivo dallo sci di fondo, quindi
il mio modo di correre va rivisto. Nelle prossime settimane,
invece, essendo finite le gare
per quest’anno, mi concentrerò sul miglioramento della
guida.”
I sogni da realizzare?
“Mi piacerebbe moltissimo
riportare la passione per questo sport in Cadore e in Comelico. Una volta il bob era popolare dalle nostre parti, grazie alla pista di Cortina, che
purtroppo oggi non è più in
attività. Per fare questo, in occasione della tradizionale festa “Vita nelle vie” a Santo
Stefano, ho deciso di organizzarmi per fare un’esibizione
con gli altri miei compagni di
nazionale della fase di spinta,
in modo da fare conoscere da
vicino questo splendido sport
anche a chi non ne ha mai
sentito parlare.
Un altro mio desiderio è
quello di partecipare alla
Coppa del Mondo; forse non
sarà il prossimo anno, ma
confido di farlo fra due. Un
ultimo grande sogno, forse il
sogno più grande per uno
sportivo, sarebbe quello di
partecipare alle olimpiadi. Le
prossime si terranno in Russia, nel 2014, ed io farò di tutto per esserci!”
Mario Da Rin
La presidente Cristina Marchi:
“Va premiato il costante impegno”
dore si
colori dell'Unione Sportiva Ghiaccio di Pieve di Cad
sono fatti notare conquistando molte volte il podio, dando così
lustro all'unica società di pattinaggio di velocità della provincia
di Belluno.
Gli atleti cadorini, seguiti dal loro allenatore Maurizio De
Monte, tecnico del Corpo Forestale dello Stato e della Nazionale Junior, hanno portato a casa ben cinque coppe tra le quali il titolo italiano conquistato da Luca Zammichieli nella categoria Junior D che ha sbaragliato la concorrenza sulle quattro distanze con tre primi posti e un secondo posto. Nella stessa categoria ha ben figurato con un sesto posto anche William Porta. Nella categoria Junior C femminile terza piazza e
meritatissima medaglia di bronzo per Laura De Candido
mentre Greta Tabacchi ha ottenuto un onorevole settimo posto impreziosito da record personali. Seconda nella categoria
Junior B e quindi medaglia d'argento per Anna Da Fies. Sempre nella Junior B ma in campo maschile ottimo recupero dopo un periodo negativo di Pietro Bertolani che ha conquistato un buon quinto posto. Nella Junior A grande prestazione
per Paola Simionato giunta seconda e con la medaglia d'argento al collo. L’atleta cadorina ha dimostrato di essere in
grande forma e pronta per raggiungere prestigiosi traguardi.
Paola ha guadagnato anche il terzo posto nella classifica assoluta alle spalle della sorella Chiara che ha così conquistato
l'ennesimo titolo Italiano nella specialità. Nella stessa categoria maschile una sorprendente quanto inaspettata medaglia di
bronzo è arriva da Davide Zangrando, che ha saputo sfruttare un paio di cadute dei suoi immediati predecessori: quando
si dice bravo e fortunato.
Il tutto per un totale di 18 podi sulle singole distanze e 6 generali. Un bottino di tutto rispetto pensando soprattutto che
questi atleti sono orfani del loro stadio di allenamento, quello
di Tai di Cadore ove sono in atto i lavori per la costruzione della copertura, e costretti a numerose trasferte anche fino a Baselga per poter pattinare e mantenere ottimi livelli. Sempre a
gennaio, si sono svolti a Pontebba in provincia di Udine anche i campionati italiani di Short Track (pattinaggio velocità
su pista corta) a cui hanno partecipato altri cinque atleti dell’Unione Sportiva Ghiaccio di Pieve di Cadore. I ragazzi allenati da Alessandro Mazzoleni Ferracini sono Andrea Pietrobon, Carlotta Ciotti, Marianna Fabrizi, Giorgia De
Bettin e Marco Belfi, i quali hanno gareggiato nelle rispettive categorie di appartenenza Junior D ed E. Questa manifestazione non ha regalato piazzamenti di rilievo per la società
cadorina, soprattutto a causa delle limitate possibilità di allenamento cui sono costretti gli atleti per le vicende legate al rifacimento dello stadio del ghiaccio di Tai. “Tuttavia va premiato il loro costante impegno e dedizione - ha affermato il presidente dell’USG Cristina Marchi, presente alla competizione nazionale - in attesa del prossimo anno quando sarà nuovamente fruibile il pattinaggio”. Un’ulteriore motivo di orgoglio per la società di Pieve è stato dato dalla presenza fra gli
starter ufficiali della gara di Roberto Bertolani, da anni componente dello staff nazionale.
Daniele Collavino
Informazione pubblicitaria. Le condizioni e i fogli informativi sono a disposizione del pubblico in tutte le nostre filiali, presso i nostri consulenti o su www.bancapopolare.it.
i sono svolti a metà gennaio sull'anello di Baselga di PiS
nè in provincia di Trento i Campionati Italiani Sprint di
pattinaggio velocità su ghiaccio. Per l'ennesima volta i porta-
sms b@nking,
la banca in un palmo di mano:
ricarica cellulare, richiesta saldo e movimenti… basta un SMS!
Informazioni presso la tua filiale oppure su www.smsbanking.it
www.bancapopolare.it
Scarica

febb 1 .qxd:febbr 1