FEBB 1 .QXD:FEBBR 1 8-02-2011 8:54 oveva essere un approD fondimento sulle motivazioni della secessione di Sappada ed invece l'intervento di Max Pachner alla trasmissione televisiva su Antenna3 ha scatenato l'attacco del fronte per il Friuli contro l'ex sindaco che danneggerebbe la causa. Cosa succede a Sappada? Dopo il referendum che ha sancito la volontà della popolazione alla secessione dal Veneto, ora i ripensamenti? “Quest'idea di trasferire Sappada in Friuli non è nuova – ricorda Pachner -. Già negli anni 1967-68 c'era stato un tentativo di agganciarci ad una regione a statuto speciale mediante l'intervento di alcuni parlamentari del Friuli - Venezia Giulia, però allora la legge che normava il passaggio tra regioni poneva condizioni (e scandisce bene la parola) insormontabili. Siamo andati avanti per una decina d'anni senza alcun risultato. Anche nel 1977 in un convegno a Sappada fu chiesto al se- Pagina 1 A TU PER TU Max Pachner I PAESI DEL CADORE SAPPADA NON PUO’ VENDERSI DEVONO DIVENTARE PIU’ BELLI “Il referendum per il passaggio dal Veneto al Friuli ha una motivazione economica, comprensibilissima, non ha per nulla una giustificazione storico-culturale” natore Mitterdorfer della Sudtiroler Volkspatei di far entrare in qualche modo quest'isola linguistica affine con la provincia di Bolzano. Ma la SVP aveva trovato una sua nicchia e non voleva sconvolgimenti; il senatore rispose che sarebbe stato estremamente dif ficile tutelare Sappada anche perché non era confinante e comunque non si potevano modificare le norme del trattato di Parigi. Da tempo quindi i sappadini cercano un modo per superare il disagio d'essere penalizzati dalle Regioni a statuto speciale e dalle province autonome.” Allora, perché oggi lei si è smarcato dai referendari? Ci faccia capire? “Il motivo del voler cambiare regione è sempre stato economico. Anche il referendum di adesso ha una motivazione economica, comprensibilissima, io la rispetto fino in fondo. Tuttavia, personalmente sono uno dei quarantuno che hanno votato contro il passaggio di Sappada in Friuli, e l'ho fatto per intima convinzione, conoscendo ben bene la cultura e le tradizioni del mio paese. Bisogna sapere che Sappada, turisticamente parlando, è stata valorizzata dalla gente di Trieste nel primo dopoguerra, quando in città c'erano gli americani e quindi un'economia molto fiorente e i triestini venivano a Sappada specialmente in periodo invernale per praticare lo sci. E' normale che oggi si cerchino in Friuli quegli incentivi economici che solo una regione a statuto speciale può (segue a pag.7) dare. LE RAGIONI DEL Cadore ‘Regno delle ciaspe’ REFERENDUM Un progetto esempio di modello ideativo Sono decenni che si chiede la provincia autonoma di Belluno, inutilmente n comitato trasverU sale senza nessun colore politico associato è riuscito a raccogliere ben 18.000 firme in tutta la provincia di Belluno in tre mesi di gazebo ed entusiasmo che ha coinvolto tutta la gente che ha aderito alla proposta referendaria facendo anche un grosso tam tam che è riuscito a far uscire dalla vita schiva e riservata anche i Cadorini più abituati a lavorare e a tacere che a farsi valere. Un entusiamo che ha coinvolto tutto il gruppo di giovani e meno giovani che si sono avvicendati ai gazebo e che hanno raccolto firme in giro per le nostre vallate. Il quesito referendario che chiede di staccare la provincia di Belluno dal Veneto per diventare la terza provincia autonoma nella regione Trentino Alto Adige ha fatto sorgere innumerevoli discussioni tra la gente: qualcuno ha detto che voleva l'autonomia ma restando in Veneto, qualch'un altro ha ricordato la lunga storia che ci univa alla Serenissima Repubbica di Venezia, ma che allora lasciava autonomia al territorio del Cadore in cambio del ROMA SALE IN CADORE l 2011 sarà un anno decisivo per le I Dolomiti Patrimonio dell’Umanità. Istituita e organizzata la Fondazione è già iniziato il lavoro di elaborazione e verifica dei contenuti che andranno a caratterizzare i progetti. Nei prossimi mesi l’Unesco valuterà se il percorso che porta all’iscrizione definitiva delle Dolomiti sia stato intrapreso correttamente. Si tratta di un esame molto importante al quale il segretario generale Giovanni Campeol guarda con attenzione e impegno. Ma c’è chi fa notare che dopo la “fiammata” iniziale, che ha fatto seguito alla proclamazione, la tensione per i Patrimonio Dolomitico si è un po’ affievolita per lasciare posto alle polemiche legate al logo e alla sede. Il professor Campeol invita a guardare lontano. (segue a pag. 6) Bepi Casagrande INTERVISTA AL SEGRETARIO GENERALE FONDAZIONE DOLOMITI-UNESCO SPORT Alla Comelgo Loppet di Padola più di 400 atleti Piller Cottrer e Kostner assieme al traguardo SERVIZIO ALLA PAG. 22 Servizio alla pag. 21 legname. La via ad una provincia autonoma di Belluno nella regione Veneto risulta essere impossibile: sono decenni che i nostri rappresentanti chiedono al Veneto una qual specificità per il nostro territorio adducendo le usuali motivazioni (zona periferica. montana, isolata, senza servizi, con tanta neve, poca gente e tanto territorio) ma nulla è stato ottenuto nonostante le firme di buone intenzioni e vari incontri fra l'ex governatore e i nostri rappresentanti provincia(segue a pag. 2) li. Francesca Larese STORIA DEL POPOLO CADORINO onde veniamo, chi sono i nostri D padri, cosa avranno mai combinato in queste valli? Diamo una veloce rilettura della “Storia del Popolo Cadorino” di Giuseppe Ciani, che certamente apprezzerà, come anche coloro che se la sono dimenticata. Orbene, questo territorio fu abitato dai Taurisci, saliti per la valle Danubiana, probabilmente nell’età del ferro (1000 anni a.C.). Sulle vette e sui dossi dei monti costruirono delle baite, anguste e miseri abituri, che li accogliessero stanchi e li difendessero dai nembi e dalla furia dei venti. Che fossero i primi qui pervenuti è una congettura che si basa su analogie storiche dei popoli, ma da qualcuno si doveva pur partire. Razza indocile, paziente alla fatica, intrepida, ispida, selvaggia, quasi uscita dai tronchi dei faggi, a poco a poco si distesero per le valli del Cadore. Tempo dopo, giunse un drappello di Euganei rifugiati nella valle Bellunese, che, entrati nelle gole del Piave fondarono più rocche tra il Tudaio e il Piedo, compresa Euganea detta Agonia (circa VI sec. a.C.). Giunsero quindi i Caturigi saliti anch’essi lungo il Piave e si concentrarono sui monti dove costruirono delle roccaforti, monti che così da essi si chiamano ancora: Cadorini. Passarono i romani e sottomisero i Caturigi che caddero in granparte nella difesa della patria, cosicché rimasero qui i veterani di Augusto che si divisero la terra come bottino (115 a.C.): gli antichi possessori furono cacciati dalle case e dai campi, dai templi e dai sepolcri, e le terre partite per Centurie. Fu un gran rimescolamento di popoli e non è agevole ritrovare il Dna. Comun- que, aggiunti nuovi abitanti agli antichi, questi si fusero a poco a poco con essi e formarono un solo popolo. I Cadorini (chiamiamoli ora così) instaurarono un proprio Municipio e furono iscritti alla tribù Claudia; molti i Vici e i villaggi sparsi sul suo ampio Territorio, da Valle a Lozzo a Auronzo, con centro a Pieve. Fin da allora si diedero ad esportare legname lungo la Plave, il quale commercio significava anche relazioni e benessere. Erano pagani ovviamente, come ben certificano i reperti della stipe votiva di Lagole, finché dal Passo Mauria non giunse Ermagora verso il III sec. d. C. ad evangelizzarli al cristianesimo: e sorsero chiese, forse la prima sul Montericco ove era un tempio di Marte, e dipesero sia civilmente che ecclesiasticamente da Julium Carnicum (V sec. d.C.). (1 - continua) FEBB 2 .QXD:FEBBR 3 8-02-2011 8:56 Pagina 1 ANNO LIX Febbraio 2011 2 LE RAGIONI DEL REFERENDUM dalla prima pagina Francesca Larese Filon Parole a cui non sono seguiti i fatti anche perchè la provincia di Belluno rappresenta il 5% della popolazione del Veneto e quindi non ha potere politico di contrattazione. A questo va aggiunta la richiesta di specificità per le zone di minoranza linguistica presenti sul nostro territorio: una delibera promossa dalla FedePerchè non è possibile avere una condizione di autonomia nell'ambito di una regione a statuto ordinario come la regione del Veneto. La nostra regione ha richiesto da anni un'autonomia allo Stato Italiano ma è alquanto difficile che vi possa essere una soluzione di questo genere anche perchè il Veneto contribuisce allo Stato Italiano in maniera molto importante, mentre riceve molto poco. Un "residuo fiscale" che va alle altre regioni Italiane e fa del Veneto il 4o dopo Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna come contribuente procapite e il penultimo quanto a ritorno pro capite. Insomma grazie al Veneto vivono molte altre regioni Italiane del Sud principalmente. Inoltre un'autonomia nell'ambito della Regione del Veneto sarebbe comunque molto limitata rispetto a quella presente nelle regioni vicine che hanno capacità razione tra le Unioni Culturali Ladine del Veneto è stata approvata nella maggioranza dei comuni della provincia e mandata in regione per chiedere un riconoscimento nello statuto e una specificità per tutelare lingua, tradizioni, residezialità, servizi contro l'abbandono del nostro territorio. La delibera richiedeva anche un “UN SOGNO? FORSE MA LE DECISIONI SONO PRESE DAGLI UOMINI” rappresentante delle minoranze linguistiche nell'ambito del governo del Veneto, ma anche queste richieste non hanno avuto seguito. Si sta ora discutendo di statuto del Veneto ma in questo ambito non si riesce ad inserire la specificità tanto promessa per la provincia di Belluno e per le aree a minoranza linguistica. Speria- mo che in questa fase di discussione sia finalmente riconosciuto il disagio ed i gravi problemi che oggi si trovano ad affrontare i giovani che decidono di continuare a vivere in un territorio disagiato come il nostro. Sarebbe un segnale, anche se flebile, di riconoscimento di valli belle ma che rischiano lo spopolamento. I PERCHE’ DELLA SCELTA DI CONFLUIRE NELLA REGIONE TRENTINO ALTO ADIGE nostri giovani oggi sembra l'unica strategia possibile di fronte ad un progressivo calo di abitanti nel Cadore che vanno a lavorare in pianura. Al contrario la provincia di Bolzano, retta con leggi autonome e saggezza, è la prima provincia italiana per natalità e si colloca bene come punto di riferimento non solo italiano ma europeo. Si tratta di un ottimo esempio di buona gestione delle risorse, di mantenimento dell'ambiente, di sviluppo sostenibile che guarda all'autosufficenza energetica, di mantenimento dell'attività rurale in montagna con benefici dal punto di vista ambientale. Il tutto con una valorizzazione del territorio a scopo turistico che rende l'Alto Adige la zona con i più belli alberghi d'Europa associati ad una natura ben tenuta per i residenti ed i turisti. Scelte di sviluppo economico che devono essere un esempio per tutti. legislativa specifica e gestiscono autonomamente scuola e sanità. A questi fattori va ad aggiungersi l'aspetto costituzionale: un comune o una provincia può chiedere di cambiare regione attraverso un referendum. Per questo l'unica strada possibile per un'autonomia della provincia di Belluno è quella di un referendum di questo tipo. Inoltre la regione Trentino Alto Adige è un contenitore quasi vuoto dove troviamo le province autonome di Trento e Bolzano che hanno potere legislativo e gestiscono 2 a tutti gli effetti il territorio. Per questo la provincia di Belluno non intende afferire a queste due province ma semplimente diventare la terza provincia autonoma in una regione dolomitica che conterrebbe le tre province autonome. Un sogno? Forse sì, ma le scelte e le decisioni sono prese dagli uomini e non da dio: questa è sicuramente la possibilità migliore per dare alla gente di una provincia montana con grandi problemi di spopolamento una prospettiva di mantenimento degli abitanti e della residenzialità. Per i fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 - EMail: [email protected] Sito: www.il-cadore.it Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore - Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 UNA COPIA € 2.10 - ARRETRATI: il doppio TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA € 25,00 - ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI € 34.00 SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su COME ABBONARSI UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) VAGLIA POSTALE a ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento” DALL’ITALIA: UNCRITB1D41 Codice IBAN IT21I0200861230000000807811 DALL’ESTERO: UNCRITB1M90 codice IBAN IT21I0200861230000000807811 TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa. La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti. Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta. Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 4.2.2011 FEBB 3 .QXD:FEBBR 3 2 8-02-2011 9:00 Pagina 1 ANNO LIX Febbraio 2011 3 CONOSCI LA MAGNIFICA COMUNITA’ STUDI TIZIANESCHI Nuovo Numero D opo un inter vallo di quasi due anni, Studi Tizianeschi si ripresenta con questo numero VI-VII: un volume doppio, che propone una scelta ampia e variegata di saggi, riflessioni e commenti sulla figura e le opere di “Tiziano e dintorni”, a cura di studiosi di differenti età, nazionalità e background metodologico. Il primo saggio reca la firma di Heiner Borggrefe, esperto di cultura artistica rinascimentale in Europa, fra la Germania e Venezia, che fornisce una lettura iconologica delle Età dell’uomo di Tiziano a Edimburgo. Seguono, a cura di due giovani studiosi italiani, Elia D’Incà e Gabriele Matino, tre contributi interconnessi sulla figura di Francesco Vecellio, fratello (maggiore o minore?) del grande cadorino. Di fondamentale importanza risulta il regesto completo dei documenti su Francesco, che costituisce la vera pièce de résistance del volume. Il saggio di Paul Joannides, autorevole specialista di Tiziano e collaboratore consolidato della nostra rivista, ripercorre le intricate vicende della Venere del Pardo del Louvre, arrivando a nuove ipotesi di datazione. Giorgio Fossaluzza si concentra su due dipinti di Andrea Schiavone che costituiscono varianti del grande Ecce Homo D’Anna di Tiziano, ora a Vienna, rintracciandone contesti e provenienze. Al giovane studioso inglese Simon Oakes spetta una breve ma informatissima nota in cui riesamina il numero (W. I) 137 del fondamentale catalogo ragionato delle opere religiose tizianesche, raccogliendo e riaggiornando le notizie che riguardano la Salomè della Galleria Doria Pamphilj e, soprattutto, le sue numerose copie, varianti e derivazioni. Sempre a Giorgio Fossaluzza spetta un notevole saggio su Damiano Mazza, collaboratore di Tiziano, e un soffitto inedito segnalato dalle fonti. Gli ultimi due contributi rientrano invece in un campo di studio relativamente trascurato, che è quello della “mitizzazione” di Tiziano l mese di gennaio ha I visto tra le prime attività della Magnifica Co- nell’Ottocento. Ranieri Varese presenta un nuovo bozzetto per il sepolcro di Tiziano nella basilica veneziana dei Frari, progettato da Antonio Canova, mentre Cristina Beltrami si focalizza sul monumento al maestro sulla piazza principale di Pieve, ben noto a tutti i nostri sostenitori cadorini. Segue, nella seconda parte, una nutrita serie di recensioni – come sempre riflessioni critiche piuttosto che semplici segnalazioni – di libri di recente pubblicazione su Tiziano e temi collegati, che si chiude con la consueta review dei saggi più interessanti – o controversi – dell’ultimo biennio, a cura di Michele Di Monte. Beverly Louise Brown, infine, riflette sulle due versioni – Boston e Parigi – della mostra sui “rivali veneziani”: Tiziano, Tintoretto e Veronese, mentre la stessa studiosa statunitense si esprime, in chiusura del volume, sulla rassegna sul ritratto rinascimentale presentata – in due diverse redazioni – a Madrid e Londra nel 2008-2009. Bernard Aikema Direttore della rivista Studi tizianeschi munità la presentazione della tesi di laurea da parte del dott. Massimiliano Stiz di Pieve di Cadore riguardante una disquisizione sul sistema carcerario degli Sati Uniti d’America. La serata ha visto la partecipazione del presidente prof. Renzo Bortolot, alcune tra le autorità locali, il presidente dell’Ordine degli avvocati della Provincia di Belluno e molti rappresentanti del mondo della scuola e dell’informazione locale. La Magnifica Comunità di Cadore, attraverso il coordinamento attento dell’assessore Giulia De Mario, ha provveduto all’organizzazione dell’evento, attraverso l’invio di inviti e la pubblicità attraverso locandine e gli organi di stampa locale. La serata si è conclusa con un breve rinfresco organizzato presso il Gran Caffè Tiziano. Il sito internet dell’Ente, è sempre più assiduamente frequentato dai laureati che intendono iscriversi e segnalarsi per la presentazione della loro Tesi. Sono inoltre intercorsi, sempre durante la prima fase del mese, prodromi alla conferma dell’incarico per la gestione del sito internet dell’Ente, alcuni in- AGENDA contri per definire le modalità operative attraverso le quali gestire questo tipo di comunicazione. Inoltre, sono stati intrapresi anche una serie di ragionamenti, volti a sviluppare ed aggiornare il totem a video presente presso il Book Shop al Gran Caffè Tiziano, che diffonde alcune informazioni circa le attività della Magnifica Comunità di Cadore. Il 15 gennaio, si è dunque riunita la Giunta Comunitativa, per deliberare circa alcuni adempimenti di carattere gestionale. Sono stati infatti rinnovati alcuni incarichi e attuati dei provvedimenti di impegno di spesa relativi al 2011. Relativamente poi ad alcuni progetti in itinere, si è provveduto a prendere contatti con il broker assicurativo incaricato alla revisione della situazione assicurativa dell’Ente, oltre che ad alcuni sopralluoghi tecnici presso i musei dell’Ente, anche attraverso la supervisione della compe- tente Soprintendenza Archeologica. Si è provveduto inoltre alla verifica della disponibilità di alcuni lotti in Gogna da concedere in locazione temporanea alle ditte che in questi giorni stanno facendo pervenire le loro richieste. Il 30-1, si sono riuniti, convocati dal Presidente dell’Ente presso la Storica Sala Consiliare, i cori del Cadore, per valutare alcune azioni da intraprendere in maniera unitaria a favore delle celebrazioni per il 150 anniversario dell’unità d’Italia. Gli uffici di segreteria, nello stesso periodo, sono stati impegnati nel ricevere gli abbonati al mensile Il Cadore, edito dall’Ente, che provvedevano al rinnovo, oltre naturalmente ai visitatori, agli studiosi e appassionati di storia locale ai quali è stato garantito un costante accesso al Palazzo della Magnifica, presso il quale, la mostra sul Castello di Pieve stà riscuotendo un ottimo successo in termini di presenze. Marco Genova RENAULT MÉGANE. LASCIATI GUIDARE DAI TUOI DESIDERI. 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CONCESSIONARIA RENAULT DAL PONT – BELLUNO – TEL. 0437 915050 VIA DEL BOSCON n. 73 CARROZZERIA - OFFICINA - SERVIZIO REVISIONI - MCTC N. 42 FEBB 4-5 .qxd:FEBBR 4-5 8-02-2011 9:03 Pagina 2 ANNO LIX Febbraio 2011 4 orenzago di Cadore L capolinea della Via dei Papi. La notizia, rimbalzata di casa in casa, di associazione in associazione, dopo essere stata accolta a braccia aperte ed avvalorata dall’Amministrazione comunale, entra ora nella fase della riflessione operativa. Il primo a mobilitarsi è stato il sindaco Mario Tremonti che al progetto ha creduto fin dall’inizio e per il suo coronamento sta lavorando da tempo. “E’ stato proprio un bel regalo. L’importante ora è gestire bene il progetto che potrebbe rafforzare, e di molto anche, la vocazione turistica di Lorenzago e del Cadore”. Il sindaco non ha dubbi sulle positive potenzialità dell’iniziativa. La Giunta regionale del Veneto ha stanziato 750 mila euro. “Saranno investiti a Lorenzago e a Canale d’Agordo – sottolinea il consigliere regionale Dario Bond – che sono le due località di partenza del tracciato.” A Canale è nato Giovanni Paolo I, a Lorenzago sono venuti in vacanza Benedetto XVI e soprattutto Giovanni Paolo II. Ecco spiegato perchè la ‘Via dei Papi’ coinvolge Cadore e Agordino. “Senza dimenticare – evidenzia Mario Tremonti – che nel bellunese è nato anche un altro pontefice che con l’attuale ha in comune il numero progressivo: Gregorio XVI.” E proprio per questo alla ‘Via dei Papi’ è stato conferito il compito di valorizzare anche altre localitàsimbolo di una religiosità che affonda le radici nell’identità bellunese. Pensiamo alla Certosa di Vedana, al Centro di Santa Giu- Due importanti iniziative serviranno a promuovere il turismo culturale e religioso a Lorenzago e in Cadore LORENZAGO CAPOLINEA LA VIA DEI PAPI La ‘Via dei Papi’ con i suoi 300 km ha il compito di valorizzare le località simbolo in provincia stina, ad Agordo, a Feltre con il santuario dedicato a Vittore e Corona e al santuario del Nevegal. Adesso è importante studiare bene come investire i soldi stanziati dalla Regione. “Non si tratta di costruire nulla di nuovo sul piano della viabilità – precisa il sindaco Mario Tremonti –. La ‘Via dei Papi’, di fatto, c’è già. In provincia di Belluno si articola lungo 300 chilometri di sentieri e piste ciclabili, di stradine e di viottoli. Si tratta di riordinare, organizzarlo strutturalmente e segnalato bene. Di fatto l’itinerario è già pronto. La vera sfida è rappresentata invece dall’accoglienza. Dalle strutture per ospitare chi intende percorrere a piedi o in bicicletta la Via dei Papi.” E sì. Ha ragione il sindaco Tremonti. La vera sfida è rappresentata dalla risposta che Lorenzago, il Cadore e il bellunese sapranno dare in termini di accoglienza ai pellegrini che, per motivi religiosi, culturali o turistici decideranno di intraprendere il cammino verso Roma lungo la Via dei Papi. Quanti saranno? Potrebbero essere proprio tanti se si pensa che i pellegrini che ogni anno si incamminano IL SINDACO MARIO TREMONTI “Ora la vera sfida è rappresentata dall’accoglienza, dalle strutture che dovranno ospitare chi percorrerà a piedi o in bicicletta la ‘Via dei Papi’ ” verso San Giacomo di Compostela sono migliaia e sta lievitando anche il numero di coloro che intraprendono le altre vie medioevali a cominciare da quella Franchigena che diventerà parte integrante della Via dei Papi per chi è diretto a Roma. Dicevamo dell’accoglienza. È chiaro che il turismo alimentato da questa iniziativa è diverso da quello che guarda alle stelle degli alberghi. L’attenzione sarà riposta sugli affittacamere, sugli agriturismo e i bed&breakfast. Tutti servizi ricettivi sui quali è legittimo puntare e dai quali viene naturale aspettarsi oggettive occasioni di lavoro. “Si tratta di un tipo di turismo che può creare quell’economia dif fusa di cui ha bisogno la nostra montagna.” La nota positiva di Tremonti è caratterizzata dalla convinzione che a rafforzare il messaggio ci penseranno anche 2 le Dolomiti dell’Unesco. “Del resto – sottolinea il sindaco di Lorenzago – bisogna ricordare che Giovanni Paolo II aveva scelto di trascorrere le vacanze qui per assaporare proprio queste nostre Dolomiti che lo af fascinavano e che amava tanto. L’attrazione delle Dolomiti influirà sicuramente anche sulla scelta di molti tra coloro che sceglieranno di percorrere la Via dei Papi. Le potenzialità sono enormi. Dobbiamo valorizzare al massimo questa grande occasione.” E dal momento che valorizzare significa promuovere sarà importantissimo adottare gli strumenti giusti ed intraprendere campagne specializzate e consone a questo tipo di turismo. Un contributo notevole in questo senso sarà garantito dalle agenzie religiose che operano in stretto contatto con l’Opera romana pellegrinaggi, uno dei maggiori tour-operator mondiali. Lorenzago plaude e aspetta con fiducia. “Ma non si tratta di una fiducia campata per aria – precisa Mario Tremonti – perché possiamo dire che le fondamenta sono già state tracciate. E poi, proprio in sintonia con la Via dei Papi, sta muovendo passi importanti anche il Museo d’Arte Sacra che sorgerà proprio qui a Lorenzago. La soddisfazione è grande e ancor più grande è la consapevolezza che mai abbinamento fu più appropriato e potenzialmente più forte sul piano della promozione culturale e turistica.” Bepi Casagrande ‘CARLO E CAMILLA’, GLI YAK COMELIANI i tiene per amore e L ha dato loro un nome da Vip: “Carlo” e “Camilla”. Sono i due yak che s’incontrano proprio all’inizio dell’abitato di Padola, a lato della strada, e che calamitano subito l’attenzione per la maestosità del portamento e la tenerezza dello sguardo. Paolo De Martin li sta foraggiando e loro si lasciano coccolare e fotografare. Pensavamo che questi possenti buoi tibetani vi- vessero solo sul Rite, a diretto contatto del loro estimatore l’alpinista Messner che aveva voluto portarseli dietro, ecco invece che gli yak ci hanno preso gusto a stare perfino in Comelico. “Amano il freddo e rifiutano talvolta la stalla, sono abituati anche a trovarsi il cibo per i boschi, tanto che un giorno se ne sono andati su per le piste da sci. Cosa fanno qui? Fanno un po’ di ‘colore’, di paesag- gio...”, sorride Paolo che contrariamente a quel che pensavo fa tutt’altro mestiere che l’allevatore. “Non sono né da carne né da latte, non servono a niente, però piacciono, soprattutto ai turisti. E sono di poca spesa.” Cosa ne pensino Carlo e Camilla non ci è dato sapere, ma certamente mangiano il fieno con vera etichetta. Tony Cardel FEBB 4-5 .qxd:FEBBR 4-5 2 8-02-2011 9:03 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 5 Era il 1960 quando fu fondata la Sezione di Lozzo CINQUANT’ANNI DI DONAZIONI E’ UN TRAGUARDO IMPORTANTE PER I VOLONTARI DEL SANGUE DI LOZZO Consegnate dal segretario della sezione Plinio Bridda le medaglie d’oro per donazioni a Candido Calligaro, Annibale Martini, Franco De Martin (nella foto da sx a dx) a sezione dei donatori L volontari del sangue di Lozzo compie 50 anni. I membri del circolo si sono così ritrovati per celebrare l’importante traguardo. Una ricorrenza che ha spinto il direttivo a restaurare e rinnovare, come segno di ringraziamento, il monumento dei volontari defunti presente nel cimitero comunale. Un gesto che la sezione cadorina ha potuto sostenere grazie al contributo del Consorzio Bim Piave e grazie all’aiuto giunto da Cirillo Grandelis, attuale segretario dell’associazione. Durante la messa commemorativa il parroco don Osvaldo Belli ha voluto ricordare l’importanza del volontariato all’interno della comunità stimolando i giovani a limitare l’uso di pratiche troppo virtuali e astratte per impegnarsi invece in azioni concrete e generose. Al termine della cerimonia il gruppo si è spostato in cimitero dove è stato benedetto il nuovo manufatto realizzato in memoria di tante manifestazioni d’altruismo e amore per il prossimo. Le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario si sono concluse con un pranzo presso il ristorante Ai Pellegrini di Lozzo al quale hanno partecipato tantissimi soci e amici. Un appuntamento felice e spensierato durante il quale sono state consegnate alcune benemerenze e medaglie per meriti nel numero delle donazioni. Era dunque il lontano 1960 quando fu fondata la sezione di Lozzo dei donatori di sangue grazie agli sforzi profusi da Rino Zanella, Vitale Calligaro, Vincenzo Calligaro, Angelo Calligaro e Luigi De Meio. All’epoca le richieste di donazioni erano molto frequenti e la sensibilità dimostrata dai fondatori è stata fondamentale per salvare molte vite. Il circolo, fra i primi nati in Cadore, ha riunito negli anni persone anche molto diverse ma tutte profondamente convinte nella bontà e nell’importanza del donare. Sono molte infatti le Un invito ai giovani e ai meno giovani a far parte della grande famiglia dei donatori foto conservate che testimoniano l’attaccamento a questo tipo di iniziativa. Vanno sicuramente ricordati tra gli altri il primo segretario dell’associazione che fu Rino Zanella il quale rimase in carica fino al 1963, a seguire poi Angelo Calligaro, Bettina Lovarini, Gianluigi Nardei, Valentino Marta, Ernesto Da Pra, Luciana Martini e Cirillo Grandelis, tutt’ora in carica. Una storia intensa e partecipata che racconta dei primi prelievi avvenuti nell’ambulatorio municipale, poi trasferiti nella sede degli alpini e infine all’autoemoteca. “Un ringraziamento particolare va fatto a tutti i segretari con i rispettivi direttivi che si sono succeduti in questi 50 anni - afferma l’attuale direttivo - e un grazie di cuore a Cirillo Grandelis che accettando l'incarico ha permesso alla nostra sezione di non essere inglobata in un’altra, giungendo quindi a questo importante traguardo del cinquantenario. Ringraziamo di cuore tutti coloro che ci sostengono e soprattutto tutti i donatori che, in questi cinquanta anni hanno contribuito con il semplice gesto della donazione. Invitiamo infine, giovani e meno giovani, a far parte della nostra ‘grande famiglia’ perché donare il sangue è donare la vita! Nel piccolo gesto della donazione infatti è racchiuso il grande senso dell’altruismo verso il prossimo”. Ogni anno, tra l’altro, la sera del 10 agosto per festeggiare il patrono di Lozzo, la sezione per riportare e incrementare l’attenzione sul tema si impegna organizzando una simpatica tombola aperta a tutta la cittadinanza. Daniele Collavino FEBB - 6-7.qxd:FEBBR 6-7 8-02-2011 15:40 Pagina 2 6 segretario generale Fondazione Dolomiti dalla prima pagina ’ ottimista il professorE Giovanni Campeol, segretario generale della Fondazione DOLOMITI - UNESCO e non perde occasione per sottolineare quegli aspetti culturali che possono coinvolgere gli abitanti delle valli dolomitiche impegnando tutti a velocizzare quella acquisizione di qualità che consentirà una promozione fruttuosa. “Perché – sostiene Campeol – il marchio Unesco ha la forza per promuovere turismo. Sarebbe un peccato non approfittarne.” L’operazione però non è affatto scontata. E anche in questo Campeol è stato chiarissimo nel corso del suo intervento a Lozzo di Cadore in occasione della rassegna “Una montagna da vivere”. Gli abbiamo chiesto di riproporci quelle considerazioni in merito alla necessità di metter mano all’edilizia pubblica e privata e all’arredo urbano. Ecco cosa ci ha detto: “Non possiamo certo dire che i nostri paesi, che si trovano in area dolomitica, offrano un’immagine favore- 2 NON SOLO MONTAGNE MA CASE E PIAZZE PIU’ BELLE, NEL CADORE DELL’UNESCO Il segretario Campeol invita a guardare lontano Giuseppe Pais Becher Giovanni Campeol ANNO LIX Febbraio 2011 “I paesi del Cadore devono diventare più belli” per consentire di entrare nel volano della promozione turistica mondiale vole ad una campagna internazionale di promozione turistica. E questo vale sia per gli edifici pubblici che per quelli privati.” E allora? “Allora è indispensabile rimboccarci le maniche per rimediare il prima possibile ad una situazione che deve essere aggiustata per il bene della nostra montagna e per non perdere un’occasione promozionale importantissima come quella offerta dall’ Unesco.” Quali sono i suggerimenti che si sente di indirizzare al Cadore? “Ha fatto bene a parlare di suggerimenti perché la Fondazione consiglia, suggerisce, aiuta, coordina. Il fare spetta ai Comuni, alle Province, alle Regioni e allo Stato. Per questo specifico problema la Fondazione può, ad esempio, aiutare ad elaborare strumenti riguardanti la riqualificazione urbanistica degli spazi pubblici. Penso alle piazze che fino a non moltissimi anni fa caratterizzavano tutti i paesi del Cadore e che poi sono state trascurate, abbandonate, svilite. Anche la qualità architettonica degli interventi edilizi e di quelli finalizzati all’arredo urbano può essere materia di confronto con la Fondazione. Noi vorremmo – insomma – metterci a disposizione di tutti quei Comuni che desiderano rilanciare l’immagine dei propri paesi.” E se i suggerimenti non dovessero essere colti? “Sarebbe un male perché il divario qualitativo tra la nostra montagna e quella trentina o altoatesina si accentuerebbe sempre più. C’è il rischio che il Cadore diventi il rappresentante di serie B delle Dolomiti Patrimonio del- Cooperativa Cooperativa VitoVito di Cadore di San di San di Cadore Tel.Tel. 0436 91179117 0436 Cooperativa Outdoor Store Store Cooperativa Outdoor di San VitoVito di Cadore di San di Cadore Tel.Tel. 0436 99229 0436 99229 House Market e Ferramenta House Market e Ferramenta di San VitoVito di Cadore di San di Cadore Tel.Tel. 0436 890421 0436 890421 Minimarket Cooperativa Minimarket Cooperativa di Auronzo di Cadore di Auronzo di Cadore Tel.Tel. 0435 400814 0435 400814 Market Cooperativa Market Cooperativa di Borca di Cadore di Borca di Cadore Tel.Tel. 0435 482662 0435 482662 Market Cooperativa Market Cooperativa di Calalzo di Cadore di Calalzo di Cadore Tel.Tel. 0435 501708 0435 501708 Market Cooperativa Market Cooperativa di Cibiana di Cadore di Cibiana di Cadore Tel.Tel. 0435 540162 0435 540162 Market Cooperativa Market Cooperativa di Laggio di Cadore di Laggio di Cadore Tel.Tel. 0435 77073 0435 77073 Market Cooperativa Market Cooperativa di Selva di Cadore di Selva di Cadore Tel.Tel. 0437 720613 0437 720613 Minimarket Cooperativa Minimarket Cooperativa di Santa Fosca di Santa Fosca Tel.Tel. 0437 720140 0437 720140 Market Cooperativa Market Cooperativa di Zoldo AltoAlto di Zoldo Tel.Tel. 0437 788560 0437 788560 Market Cooperativa Market Cooperativa di Valle di Cadore di Valle di Cadore Tel.Tel. 0435 30188 0435 30188 Abbigliamento & Arredocasa Abbigliamento & Arredocasa di Valle di Cadore di Valle di Cadore Tel.Tel. 0435 501534 0435 501534 l’Umanità. Mentre altre aree sarebbero le rappresentanti di serie A. E questo, ovviamente, genererebbe anche un divario sul piano turistico ed economico.” Ma l’Unesco tollererebbe, all’interno dello stesso ambito geografico, una simile disparità? “Assolutamente sì. Perché se gli obiettivi sono quelli della tutela del patrimonio e della sua fruizione le disparità dovrebbero stimolare una qualche forma di sana competizione. La Fondazione stessa ha il compito di stimolare i territori più deboli ad emulare quelli più forti. E quelli più forti a migliorare sempre più.” L’esigenza di compiere questo salto di qualità strutturale e d’immagine cozza però con le ristrettezze economico-finanziarie degli enti pubblici. Lei sa bene che le prospettive non sono rosee. Viene spontaneo allora chiedersi dove cercare le risorse per concretizzare gli interventi necessari. “Credo sia importante ribadire che la presenza del sito Unesco ha la forza per agevolare qualsiasi richiesta di fondi finalizzati a progetti inerenti la tutela e la fruizione del patrimonio. Alla luce di questo poi è indispensabile che gli operatori locali si organizzino per un’azione di autopromozione che faccia crescere quell’autorevolezza e quell’intraprendenza che devono accompagnare anche gli investimenti locali. Questo per ribadire che appartenere ad un sito Unesco non significa incrementare il livello di assistenzialità ma piuttosto significa prendere coscienza della propria potenzialità.” L’abbiamo sentita ribadire che il salto di qualità deve essere strutturale ma anche e soprattutto culturale. Anche qui però il sentiero è tutto in salita dal momento che ci sono aree della nostra montagna che con l’insediamento delle industrie hanno rimosso o modificato radicalmente la cultura della gestione del paesaggio, della cura del territorio e del bello finalizzata al turismo. In questo senso il Cadore può essere preso ad esempio. “Ogni epoca storica ha avuto la propria economia e quindi la propria interpretazione del paesaggio. Mi permetto anche di dire che la bellezza di ieri non è detto che sia quella di oggi. Il riconosci- mento dell’Unesco però ha portato a guardare con maggiore attenzione alle questioni della monumentalità e della forza di questi nostri meravigliosi paesaggi montani. In questo contesto si aprono interessanti opportunità legate al rinnovo dei “vuoti urbani” sia di tipo funzionale che di tipo architettonico enfatizzando quei manufatti di alto valore e ricostruendo quelli di basso valore. Il Cadore, che grazie alla produzione di occhiali ha conseguito traguardi economici lusinghieri ed importanti forme di ricchezza, adesso che il manifatturiero si è ridimensionato, ha una sola strategia a disposizione. Una strategia articolata su due binari. Il primo le consentirebbe di far transitare la fase industriale matura verso una fase post industriale attraverso i processi di innovazione tecnologica e ricerca scientifica applicata. Il secondo binario passa attraverso un salto di qualità architettonico e paesaggistico per arrivare ad una valorizzazione turistica di alto profilo.” Professor Campeol, lei ha invitato gli enti pubblici e anche i privati cittadini a fare proposte, a presentare idee e progetti finalizzati alla valorizzazione del Patrimonio Unesco. Di che tipo? “Prendiamo le Amministrazioni comunali, potrebbero elaborare una serie di progetti pilota sulla riqualificazione delle aree pubbliche. Le associazioni degli albergatori potrebbero presentare idee e propositi per riqualificare la tipologia architettonica dei loro alberghi. Comuni, industriali e commercianti potrebbero progettare forme innovative di gestione dello smaltimento dei rifiuti. Le Guide alpine e il Cai hanno già suggerito interventi qualitativi per rilanciare, all’insegna della sicurezza, la fruizione dei sentieri e delle vie alpinistiche sulle Dolomiti. Tutti devono mettersi in moto. Perché i benefici che possono arrivare dalle Dolomiti Patrimonio dell’Unesco sono per tutti.” Qual è il risultato più ambizioso che spera di raggiungere, per le Dolomiti, grazie al riconoscimento dell’Unesco? “La mia grande aspirazione è legata al rafforzamento del sistema rete che le cinque Province che compongono la Fondazione hanno cominciato a sviluppare. Solo così è ipotizzabile un rafforzamento del sistema montagna attrezzandolo per essere competitivo rispetto ad altri siti geografici in nome delle ricchezze e delle bellezze naturali che sono uniche al mondo e in nome di una qualità di immagine e di servizi che devono crescere velocissimamente. Se il sistema rete, fortemente voluto dalla Fondazione, funzionerà, sul territorio dolomitico faranno capolino anche centri di ricerca ad alta innovazione tecnologica che non hanno nulla di incompatibile con la montagna. Questo è il mio grande sogno. Bepi Casagrande FEBB - 6-7.qxd:FEBBR 6-7 2 8-02-2011 15:40 Pagina 3 7 ANNO LIX Febbraio 2011 A TU PER TU Max Pachner dalla prima pagina SAPPADA NON PUO’ VENDERSI “Le secessioni sono velleitarie, serve più capacità politica. Serve una defiscalizzazione per tutti coloro che abitano in montagna” qualità sul nostro territorio.” Ma chi può spingere verso questa autonomia amministrativa? “Ci vuole una unione dei Comuni, anche cercando di accorpare i Comuni con certe affinità. Ci vuole ’ normale dunque che si cerchino nel confinante E Friuli quegli incentivi economici che solo una regione a statuto speciale può dare. “Sì, ma non adducendo motivazioni come un legame col Friuli di tipo storico-culturale o di affinità che non c’è mai stato: assolutamente. Pur essendo Sappada un’isola etnica tedesca, c’è sempre stato invece un legame con il Cadore: abbiamo fatto parte del Patriarcato di Aquileia dal 1077 fino al 1420 quando è subentrata la Repubblica Veneta fino al 1796, come tutto il Cadore; dopo gli anni del periodo napoleonico siamo passati all’impero austro ungarico, durante il quale fu trasferito il catasto che allora era a Rigolato ad Auronzo nel 1852. Se andiamo a vedere la storia, e l’Associazione Plodar ha pubblicato tutta una serie di volumi, – sottolinea Pachner - a dirimere le liti con i paesi confinanti del Cadore è sempre stata Venezia. Poi nel 1866 quando il Veneto è passato al Regno Sabaudo, i 263 capifamiglia chiamati a votare se volevano andare in provincia di Belluno oppu- Chi può spingere verso l’autonomia amministrativa? “Ci vuole una unione dei Comuni e una grande maturazione, da parte di tutte le amministrazioni e della popolazione”, risponde Max Pachner re no, all’unanimità hanno scelto Belluno. Questa è la storia.” Lei Pachner di battaglie per le autonomie e contro le diseguaglianze ne ha fatte parecchie, sia LA GRANDE NEVICATA Mostra fotografica a Sappada L e eccezionali immagini che documentano la grande nevicata a Sappada dell’inverno 2008-2009, quasi un migliaio di foto, sono state proiettate a Sappada nel tardo pomeriggio del 22 gennaio all’apertura della mostra fotografica che comprende anche oltre 50 gigantografie, una documentazione unica da tramandare alle future generazioni. La fatica (e soddisfazione) di allestire questa poderosa raccolta è dell’associazione Plodar, in collaborazione con l’associazione Sappada Svelata e tecnicamente montata dalla “Tormen e Audiovideo” di Belluno. Piacevolmente impressionati i presenti per queste eccezionali immagini che documentano con i ben 11 metri di precipitazioni nevose un inverno paragonabile solo a quello del 1951 e che sarà ricordato a Sappada come l’anno del crollo del Palazzetto dello sport e del grande impegno di tutti i sappadini nel liberare i tetti delle case dall’enorme massa nevosa. L’evento è stato presentato dal presidente dell’associazione Plodar Max Pachner, presenti il vicesindaco Gianluca Cian, l’assessore Flavio Piller Hoffer e la referente culturale del Comune di Sappada Marcella Benedetti. Ora, l’associazione Plodar terrà aperta la mostra presso la sala municipale tutti i giorni dalle ore 17 alle ore 18.30 e fino al 18 febbraio 2011, dove si potrà assistere alla proiezione continua delle foto digitali inviate dai tanti “artisti”. nel periodo che fu sindaco di Sappada che da assessore provinciale con Oscar De Bona e poi al suo fianco in Regione. C’è stato qualche risultato? “Ho sempre cercato di trovare il sistema affinché Sappada non perda la propria identità. La prima battaglia che feci fu nel 1977 e chiesi assieme all’associazione internazionale AIDLCM che trovasse attuazione l'art. 6 della Costituzione che recita: ‘Lo Stato italiano tutela le minoranze linguistiche con apposite norme’. Ci sono voluti ben 50 anni, solo nel 1999 è stata approvata la L. 482 che tutelava tutte le minoranze linguistiche. Dico questo per evidenziare come già allora notavo grande diseguaglianza tra noi sappadini e chi risiedeva tre chilometri più sotto. Negli anni che fui assessore in Provincia, trovando d’accordo il presidente De Bona e gran parte del Consiglio provinciale, iniziammo una battaglia per far riconoscere la specificità della provincia di Belluno, volendo però andare anche più in là, nel chiedere una autonomia. Una delle iniziative concrete che portammo avanti nel 1995 fu quella sulla riduzione del prezzo del gasolio da riscaldamento, coinvolgendo i cadorini; col risultato dopo tre anni di veder ridotto di 200 lire al litro il prezzo. La seconda battaglia fu quella di coin- volgere province anologhe a Belluno, quali Verbano-Cusio-Ossola e Sondrio, sì da ottenere più forza mediante una autonomia, visto che eravamo incuneati tra regioni e province a statuto speciale. Venne firmato un protocollo d’intesa nel 2003 sui sovracanoni e trasferimenti, a seguito dell’emendamento Paniz, poi il tutto si bloccò; così allora spostammo il tiro chiedendo alla Regione Veneto che venisse riconosciuta la specificità della Provincia di Belluno. La Regione deliberò in tal senso ma non diramò mai i criteri attuativi e demandò il tutto all'approvazione dello Statuto, che in 5 anni non è giunto ad approvazione.” Forse proprio da questa inattività legislativa nasce oggi la protesta con la richiesta di referendum secessionistici. Che fare in alternativa? “La parola di moda in questo momento è ‘federalismo fiscale’, però non lo credo sufficiente e dalle prime proiezioni viste sarebbero ben pochi i comuni delle terre alte ad essere favoriti dal federalismo fiscale, altri rimarrebbero addirittura penalizzati. Bisogna avere il coraggio di dire in ogni sede che la montagna è diversa dalla pianura, tutta la montagna; quindi ha bisogno d'essere governata dai valligiani con possibilità di risorse che lo permettano. Ci vuole una grossa defiscalizzazione per tutti coloro che vivono in montagna, e non solo per chi investe. Viceversa, aumenterà lo spopolamento e quindi non ci saranno più delle comunità vive. Solo l’autonomia amministrativa potrà permettere un decollo economico e mantenere dei servizi di una grande maturazione da parte di tutte le amministrazioni, e anche da parte della popolazione, comprendendo che solo unendosi e diventando forza politica trasversale, cercando alleanze anche all'esterno di questa provincia, si possono raggiungere dei risultati.” Meno azioni velleitarie dunque e più capacità politica... “Il Cadore aveva una sua grande autonomia, la Repubblica Veneta gli aveva lasciato l’autonomia gestionale. Se noi andiamo a perdere questa identità forte che il cadorino ha nel suo dna andiamo a perdere una parte di noi stessi. Se viceversa la portiamo avanti con orgoglio, ricordando che la battaglia va fatta tutti uniti, in prospettiva di rientrare a godere di quelle autonomie per decidere quale è il futuro della nostra gente, allora, in quel momento saremo di nuovo padroni di noi stessi e della nostra storia. Non possiamo venderci per quattro lire in più” Il richiamo identitario che è di molti, pensa possa passare anche a Sappada e a Cortina? “Se guardiamo alle singole comunità sotto l’aspetto socio-culturale, vediamo che il sistema di vita da Cortina a Sappada non è (e non era) poi granché diverso. Sappada può rivendicare di avere una parlata diversa, può vantare di avere qualche tradizione diversa, Però la vita è identica. Allora, invece di dividerci, cerchiamo i motivi per i quali possiamo unirci.” Non è la conclusione di un discorso questa di Max Pachner, sembra piuttosto l’inizio d’un nuovo impegno. Renato De Carlo FEBB 8-9 .qxd:FEBBR 8-9 8-02-2011 9:08 Pagina 2 8 2 ANNO LIX Febbraio 2011 Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni UN CARO SALUTO A RITA “I NOSTRI PRIMI 60 ANNI” - I COSCRITTI CLASSE 1950 DEL CENTRO CADORE SI RITROVANO AFFEZIONATA LETTRICE Caro Direttore, l’altro giorno è passata qui in Magnifica la signora Rita Giavi. E’ un’affezionata lettrice de Il Cadore, devi sapere che puntualmente ogni anno, allo scadere dell’abbonamento, passa in ufficio per pagarlo personalmente. E quest’anno addirittura è venuta a piedi da Tai di Cadore, accompagnata. A più di 91 anni, ha una lucidità mentale im- pressionante e legge il giornale che attende con tantissima trepidazione. Ora ci manda questa foto per salutare la Redazione e tutti i lettori della nostra storica pubblicazione. Annalisa Ricambiamo i saluti a Rita più che volentieri e le auguriamo di tenersi sempre in forma come ha saputo fare fino ad oggi. E’ passato del tempo dalla festicciola che abbiamo fatto in occasione dei nostri "primi" 60 anni, ma per l'esortazione di alcune "coscritte", AUGURI - AUGURI - AUGURI Continuiamo a ricevere gli Auguri inviatici durante le festività, che ricambiamo sentitamente. In particolare, ricordiamo Tina De Lorenzo Schori da Rumlang SVIZZERA, Pierre Ciliotta da Nizza FRANCIA, Nilla Marinello Fombor dalla più vicina Belluno. E li ringraziamo per il contemporaneo invio della quota d’abbonamento, che per il mensile è una goccia di vita. AUGURIO A SORPRESA PER ILVA E ANGELO NEL 50° DI NOZZE Cari mamma Ilva (Bal- 50° Anniversario di Nozze dissarutti, di S. Stefano di da tutti noi. Cadore) e papà Angelo, Valeria, Paola, Franco, Daniela - Milano tanti auguri per il vostro invio una foto di gruppo (eseguita da Baggiofotostudio) sull'incontro conviviale avvenuto il 4 dicembre scorso, a Tai di Cadore presso "Il Ristorantino", tra coscritti possibile pubblicarla. del 1950 dei comuni di Valle Osvaldo De Lorenzo di Cadore, Pieve di Cadore, Certamente. E’ sempre belCalalzo, Domegge. lo ritrovarsi e documentare Saremmo felici se fosse questo giro di boa della vita. BIBLIOTEQUE DE FRANCE PARLA DEL CADORE NEL RICORDO DI MARIO BRUNO CIOTTI SOCIO ONORARIO DEL GRUPPO RAGNI DI PIEVE DI CADORE Mario Bruno, ti ricorderemo sempre per il tuo carattere energico, combattivo e a volte impulsivo. Sei stato un generoso Alpinista, un soccorritore sempre presente nel bisogno, sacrificando il tempo e non solo, sei sempre stato un “conastro”, testardo e tenace nelle proprie convinzioni e a volte anche molto audace: Egr.Direttore, trovo su un sito della Comunità Europea delle foto riguardanti carte topografiche del Cadore, queste sono conservate presso la Bibliothèque nationale de France. Una mi pare d'averla già vista, la seconda mi pare che sia qualcosa di nuovo. Nello stesso sito ci sono delle belle foto e bei filmati. Chiedo a Lei o ai Suoi collaboratori un parere. Grazie per l'attenzione, distinti saluti. Armando Deppi tanti aggettivi che calzano perfettamente per ricordare un Buon Amico. La tua invidiabile forza di volontà non è stata suf ficiente per questa tua ultima scalata, sarai sempre nei nostri pensieri. Ciao Mario Il Gruppo Ragni Pieve di Cadore Domegge LA CHIUSURA DELLA CASA DI RIPOSO DI CALALZO NON PIACE AI CITTADINI Signori, siete a conoscenza che vogliono chiudere la Casa di riposo di Calalzo un pezzo della nostra memoria? Voi avete l’autorità per intervenire con i Sindaci e le autorità. Grazie Nilde Ferri Pozzale di Cadore Sul medesimo argomento abbiamo ricevuto anche delle telefonate da parte di cittadini allarmati per l’inten- zione dell’amministrazione di Calalzo di chiudere la Casa di riposo. Noi, come giornale, possiamo solo commentare il fatto, mentre forse questa lettera avrebbe un più autorevole interlocutore nel presidente della Magnifica. E’ risaputo che i Comuni sono alle prese con una diminuzione dei trasferimenti da parte dello Stato e la necessità conseguente di ridurre le spese. L’amministrazio- Grazie della segnalazione, fa piacere trovare il Cadore, anche se di vecchia data, sul sito di una così prestigiosa biblioteca. Vi sono carte, foto di paesi, quadri, da noi comunque conosciuti e pubblicati. Ne riparleremo. ne di Calalzo evidentemente ha ritenuto non fosse produttiva la locale Casa di riposo, chiedendone la chiusura e il trasferimento dei pochi ospiti alla struttura di Tai. I motivi li ha spiegati il sindaco sui giornali. La lettrice sottolinea che così si perde una pezzo di memoria: lo sforzo di una comunità di costruire una casa di riposo e quello del volontariato di farla vivere. Nè si migliora l’aspettativa del futuro: ci dicono che saremo sempre più una popolazione di vecchi, sempre più soli. Perché allora disfarsi di una struttura che è stata da poco rimodernata ed ampliata (dalla precedente amministrazione) e non renderla invece attiva come pensionato per anziani? L’ambiente intorno è splendido, con parco e vista sulle Marmarole, perché non fare un investimento? FEBB 8-9 .qxd:FEBBR 8-9 2 8-02-2011 9:08 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 9 Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni EVELINO CASANOVA E’ SCOMPARSO A POZZALE E’ SEMPRE GRADITO FU DEPORTATO A FLOSSENBURG L’APPUNTAMENTO CON LA BEFANA Ogni estate, la prima domenica di agosto, era puntualmente lì, alla chiesetta di Pramaiò a Costalta, per ricordare i tanti compagni deportati che non ebbero la sua fortuna, quella di tornare miracolosamente a casa. Evelino Casanova Borca, piccolo grande uomo del Comelico ci ha lasciato lo scorso 8 gennaio. Aveva solo 17 anni allorché fu catturato durante una retata nazista e portato prima nel lager di Bolzano e quindi a Flossenburg. Era il 26 ottobre 1944 ed i tedeschi cercavano da tempo il padre di Evelino, cosicché lui, unico maschio presente della famiglia, si ritrovò con 40 giovani di Costalta al cinema Piave di S. Stefano per essere interrogato. Non volle dire dove fosse nascosto il padre per cui, dopo 17 giorni, venne trasferito a piedi a Calalzo e da qui in treno a Bolzano. In Alto Adige lavorò in galleria per tre mesi a ritmo disumano e poi, il 19 gennaio ’45, su un vagone bestiame con altri 5 compaesani fu trasferito a Flossenburg, dove venne accolto dai bambini tedeschi che gli lanciavano contro pezzi di ghiaccio e palle di neve. In quel campo, che conteneva circa 17.000 prigionieri, assistette ad ogni atrocità possibile, finché fu trasferito con una squadra di circa 500 uomini a Pordorf, per togliere rotaie e caricarle su battelli sull’Elba. Resistette fino all’aprile del ’45, allorché, disteso su un lettino e divorato dalla febbre e dai pidocchi, venne liberato dai Russi. Pesava 32 chili e dovette rimanere a lungo in un ospedale, assistito da un caro compagno, Guido Pradetto. Rimessosi, dovette camminare 17 giorni per tornare in Comelico, festeggiato da tutti i paesani ed accolto come un redivivo. Eppure le difficoltà non erano finite: ottenere lavoro e dignità non fu facile, tanto che il nostro commentava: “C’era la speranza di vivere in una società più giusta, invece ho toccato con mano l’ingiustizia e l’emarginazione… Ho dovuto attendere 31 anni per ricevere una misera pensione e per poter vivere, negli anni ’60, ho dovuto andare in Germania come emigrante, chiedendo lavoro alle persone che 20 anni prima ti massacravano di vergate…”. Evelino faceva parte dell’ANIED e il 31 marzo 1985 fu ricevuto dal Presidente Pertini al Quirinale. Della sua esperienza scrisse in un libretto di memorie intitolato “Gli anni dell’orrore”, edito circa 30 anni fa e poi ripubblicato nel 1994. I funerali si sono svolti domenica 9 gennaio a Costalta. w.m. - g.d.d. UNA PERAROLO SFAVILLANTE CON IL SUO PRESEPIO NEL PARCO VILLA LAZZARIS Caro Direttore, ho pensato di inviare questa foto, scattata da DAMOS nella notte del 7/1/2011 dall'amico FEDERICO COSMI, che a mio avviso esprime in modo eloquente la magia natalizia più di tante parole. Renzo Zangrando La foto di Perarolo in notturna natalizia è veramente bella e unica, magica. Avrei voluto adoperarla per la copertina secondo il suo suggerimento, purtroppo il tipo di foto non consente una buona definizione. Suggestiva anche la foto notturna del presepio collo- cato nel Parco di Palazzo Lazzaris, con più di 40 personaggi a dimensioni umane e quel gregge di pecore (vere) che rendono più realistica l’ambientazione. Un presepio giunto alla settima edizione e che giustamente è diventato l’orgoglio del paese di Perarolo. A Pozzale, la sera del 5 Gennaio, si è rinnovato l'appuntamento con la manifestazione organizzata dal Gruppo Corale Pozzale e Dal Gruppo Donne In Canto. Il consueto giro delle fontante è stato anche quest'anno un grande successo, con moltissima gente, nonostante le temperature rigidissime. I cori sia maschile che femminile, diret- ti dal maestro Sandro Sepulcri e accompagnati da Andrea da Cortà e Sandro Del Duca hanno allietato la sosta ad ogni Fontana con i canti e il caratteristico suono della Cornamusa. Gli abitanti di ogni contrada con l'aiuto prezioso degli affezionati turisti di Pozzale, hanno dato il meglio di sé nell'allestire la propria fontana e nel preparare manicaretti dolci e sa- lati da offrire agli ospiti, locali e non. Non sono mancate la cioccolata, il thè e il vin brulè; alla fine in piazza Margherita la befana ha letto il suo testamento, a volte spiritoso a volte provocatorio, senza risparmiare niente e nessuno, e poi via al falò, augurando a tutti un 2011 migliore. Un grazie a tutti e appuntamento al prossimo anno. N.A. FEBB 10-11 .qxd:FEBBR 10-11 8-02-2011 9:14 Pagina 2 10 ANNO LIX Febbraio 2011 2 Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni I V.I.P. DI CALALZO: IN CADORE E’ GIUNTO IL MOMENTO DELL’IMPEGNO COLLETTIVO “A sessant’anni punto e a capo. Si ricomincia con l’età verde.” Ed è ‘Età Verde’ il bando con il quale la Regione Veneta e il comune di Calalzo mettono a disposizione degli over sessanta il contributo di 12.000 euro da spendersi in progetti per la valorizzazione del territorio. E’ piena adesione dell’associazione V.I.P. ‘Volontari in Pensione’ che dall’inizio del 2005 si occupano appunto di cura, manutenzione del territorio e di costruzione di piccole opere pubbliche. “Stiamo già adoperando parte di queste risorse” affermano i responsabili dell’associazione alla quale è andato quasi l’intero contributo. “A fine primavera 2010, spiegano i volontari, abbiamo completato il progetto ‘Il Verde è di Tutti’, finalizzato alla sistemazione della strada che porta alle acque termali di Lagole e la costruzione lungo il percorso di un’area picnic con panorama sul lago del centro Cadore e sulle ferrovia CalalzoBelluno. Da allora il chiodo fisso è diventato la ristrutturazione di via Cortina che è una delle strade più antiche del paese, la riqualificazione dei boschi che la dividono dalla frazione la Molinà ed il ripristino del sentiero Ria Mulin. Fa parte di questo progetto anche la costruzione di un collegamento, definito ‘Collegamento Salvavita’ che unisce la parte bassa di via Cortina al ponte della Molinà e di conseguenza tutti i numerosi sentieri che si intrecciano sul versante sinistro del torrente omonimo. Per la realizzazione di questo complesso progetto, pur aven- do come sempre l’appoggio ed il benestare del nostro Comune, affermano i volontari, abbiamo chiesto per la realizzazione di parte di esso un contributo al C.S.V. di Belluno ed alla Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina e delle Dolomiti che in passato non ci hanno negato il sostegno.” Certo è che fatti e rifatti i conti per la realizzazione del tutto, la coperta risultava sempre corta. “Ora con parte di questo contributo abbiamo potuto iniziare il primo stralcio dei lavori che dal 21 ottobre si sono protratti fino alle prime nevicate. In questi ultimi giorni inoltre, poichè abbiamo ricevuto la buona notizia che conferma la concessione di contributi,(...) possiamo tranquillamente affermare che il proseguo dei lavori avverrà quanto prima e continuerà fino ad ultimazione dell’intero progetto.” “Noi, affermano i pensionati, siamo convinti che sia importante avere un territorio curato ed accogliente onde incentivare economie alternative al mamfatturiero ed è per questo che dal 2005 ci muoviamo in questa direzione”. Da allora coltivano la speranza che ognuno capisca che pensare ad un miracolo che rovesci la situazione nella quale destano i paesi di montagna è solo tempo perso. “Dobbiamo acquisire la consapevolezza che siamo noi gli artefici del nostro futuro e muoverci di conseguen- za. Abbiamo vissuto decenni di crescita economica e di benessere, l’industria manifatturiera dell’occhiale ha dato lavoro a tutti ed ha forgiato bravi lavoratori. Ora i tempi sono cambiati. I vertici dell’imprenditoria hanno delocalizzato le aziende e noi abbiamo assistito impotenti e sbigottiti al crollo del manifatturiero. Occorre improvvisarsi piccoli imprenditori in altri settori non per ultimo quello del turismo. C’è la necessità di aguzzare l’ingegno e guardarsi attorno con fiducia ed un po’ di ottimismo! Sono doti importantissime, aiutano a costruire e a vivere meglio. Crediamoci! (...) E’ una scommessa che il Cadore non può permettersi di perdere.” Livio Peruz Presidente ‘Volontari in Pensione’ di Calalzo CON I “RAGNI” SPETTACOLARE FIACCOLATA E SKI-CRONO DA POZZALE AL RIFUGIO ANTELAO Spettacolare fiaccolata dalla cima del Tranego nella serata del 30 dicembre promossa dal Gruppo Ragni di Pieve di Cadore, prodromo della Ski-Crono Tiziano di domenica 9 gennaio alla sua 2a edizione, gara non competitiva di sci alpinismo che ha visto il via al mattino a Pozzale (m. 1.050) e salita lungo il Tranego con arrivo finale al Rifugio Antelao (m. 1.800). Massiccia la presenza di atleti, 97 partecipanti del Veneto, Friuli e Alto Adige che si sono sfidati nelle rispettive categorie: Per i seniores m. vince Ivan Sommacal - Linea Verticale in 0:50:10; seniores f. vince Cecilia De Filippo - Dolomiti SkiAlp in 1:03:13; juniores m. vince Andrea Pavanello Dolomiti SkiAlp in 0:54:49; juniores f. vince Gloria Toma Dolomiti SkiAlp in 1:16:46. La classifica assoluta vede in testa Ivan Sommacal - Linea Verticale con 0:50:10, seguito da Alberto Gerardini GS Lorenzago con 0:50:11 e da Olivo Da Prà - Vigili del Fuoco con 0:50:44. Fiaccolata sul Tranego FEBB 10-11 .qxd:FEBBR 10-11 2 8-02-2011 9:14 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 LA MISERIA DELLA CULTURA Qualcosa ci dice che per la cultura questo è un momentaccio: oddio, di tempeste ne ha attraversate parecchie, specialmente a causa delle difficoltà di convivere con il potere, ovvero con un sistema costituzionalmente refrattario alla autonomia delle idee. Dai roghi dell'imperatore Tiberio a quelli del nazismo di Goebbels – uno a cui il solo nome faceva mettere mano alla pistola – le opere dell'uomo non “in linea” ebbero spesso una sorte infausta; certo oggi non ci sono fuochi né pistole da impugnare, ma da noi le pene della cultura non mancano, soprattutto per l'agitarsi del suo ministro che tra tagli di spesa, nomine trasversali (che ci fa un esperto di tricofilia agli Uffizi?) e ribaltoni contrattuali, sembra avere assunto proprio la parte del classico elefante nel negozio di cristalli. L'antico sogno platonico di uno Stato in cui i filosofi governino o i governanti filosofeggino, uno Stato guidato dagli intellettuali sembra dunque più che mai lontano dalla sua realizzazione: ammesso e non concesso che si tratterebbe di una soluzione felice. E' stato infatti già Julien Benda, nel suo famoso pamphlet sul ruolo degli intellettuali della società contemporanea, a criticare la subordinazione del pensiero agli interessi del sistema, difendendo la loro immagine di “custodi dei valori”, dei quali l'attività dovrebbe pertanto rivolgersi esclusivamente al servizio della ragione, della verità e della giustizia, senza mettersi al servizio della politica, e in particolare della classe dominante. La verità è che la cultura costituisce pur sempre un corpo estraneo nell'organismo del potere, perché offre i presupposti di una predisposizione alla libertà intellettuale, fornendo insieme gli strumenti del giudizio; perché “è conquista di una coscienza superiore” e perciò rifugge, o dovrebbe, da ogni forma di intruppamento politico e di appiattimento delle opinioni nel solco tracciato dal governo in carica, o dalla ideologia prevalente. Così, bando all'”intellettuale organico” di gramsciana memoria, e bando ai “traditori” della funzione che la vera cultura impone! E oggi? (...) Oggi, di fronte all'incalzare delle necessità prodotte dalla crisi mondiale, la prima a venire colpita è la cultura, evidentemente ritenuta dalla attuale classe politica una componente del tutto secondaria della macchina sociale. Dalle scuole ai teatri alle fondazioni, è tutto un ridimensionare, un ridurre, un impoverire e spogliare il Paese degli organi essenziali alla sua vita e al suo progresso: ha scritto una volta un uomo di governo inglese, che la cultura rende un popolo facile da guidare ma difficile da trascinare; facile da governare ma impossibile a ridursi in schiavitù. Potrebbe essere un avvertimento utile anche oggi. Ennio Rossignoli 11 LAUREE Cristiana De Luca di Cortina D’Ampezzo ha conseguito lo scorso 29 gennaio presso l’Ateneo Salesiano di Roma, a conclusione del corso di studi della Scuola Superiore in Psicologia clinica SSPC IFREP, il diploma di specializzazione in Psicoterapia e Analisi Transazionale. Congratulazioni da parenti e amici. Alessia Fedon di Domegge ha brillantemente conseguito lo scorso 22.11. 2010 presso l’Università di Trieste la laurea in igiene dentale, discutendo la tesi: “Valutazione nel tempo dell’influenza dei fattori di rischio nella progressione clinica della malattia parodontale.” Relatore Dott. Gaetano Castronovo Congratulazioni vivissime dai genitori Angelo e Antonia Spina, parenti e amici. Sara Fedon di Vallesella di Cadore ha conseguito lo scorso 15.12. 2010 presso l’Università di Trieste la laurea in Scienze della Formazione Primaria- indirizzo Scuola dell’Infanzia, discutendo la tesi in Pedagogia generale: “L’avviamento alla lettura nella Scuola dell’Infanzia. Analisi comparativa tra Italia e Francia.” Relatore Prof. Paolo Sorzio. Congratulazioni e felicitazioni dai famigliari e dagli amici. Massimo Ruffato di Pieve di Cadore si è brillantemente laureato in Matematica il 20.12.2010 presso l’Università di Udine, discutendo la tesi: “La trasformata di Burrows Wheeler con applicazioni al pattern matching”, relatore Prof. Alberto Policriti. Al neo dottore magistrale le congratulazioni di papà, mamma e Francesca. IN MAGNIFICA COMUNITA’ I LAUREATI PRESENTANO LE LORO LAUREE MASSIMILIANO STIZ : “IL SISTEMA PENITENZIARIO AMERICANO” Devo ammettere che nel momento in cui ho appreso di poter presentare la mia tesi specialistica dal titolo: il sistema penitenziario americano: evoluzione storica e prospettive future, ho aderito con gioia all'iniziativa. Grazie a questo programma sviluppato attraverso l'intensa partecipazione e impegno della Commissione “giovani e premi di studio” presieduta da Giulia De Mario, si dà la possibilità a noi, neo laureati appena terminato il lungo e impegnativo ciclo di studi universitari, di presentare la nostra “creatura” che durante l'ultimo anno di università ci è costata grandi sacrifici, grande impegno oltre naturalmente tempo e denaro. Personalmente ritengo che questa straordinaria opportunità di parlare in una sala ricca di storia come quella della Magnifica Comunità nel palazzo di Pieve di Cadore, davanti ad amministratori, amici, parenti o anche semplici curiosi desiderosi di ascoltare il “prodotto” di mesi o, in alcuni casi anni di lavoro, può in parte ripagare i sacrifici che tutti noi abbiamo fatto. Per quanto concerne la mia esposizione riguardante il sistema carcerario statunitense, conscio di trovarmi di fronte ad un pubblico di “non tecnici” di diritto penitenziario, ho cercato di modulare il discorso, contrariamente a quanto fatto durante la discussione di laurea, mettendo in evidenza gli aspetti di cui si sente maggiormente notizia dai mass media e che, almeno su di me, hanno sempre esercitato un notevole fascino e curiosità ma che sfortunatamente, per la totale mancanza di pubblicazioni in lingua italiana, non sono mai riuscito a soddisfare. In particolare ho voluto concentrare la mia attenzione, dopo una breve parentesi sull'origine storica e lo sviluppo delle carceri negli Stati Uniti d'America sul recente movimento volto alla privatizzazione sia della costruzione che della gestione degli stabilimenti penitenziari americani. Infine ho trattato dell'evoluzione dal punto di vista costruttivo e gestionale di strutture “speciali” per detenuti “speciali” ossia i Supermax; penitenziari ideati per “incapacitare” i detenuti più pericolosi del sistema penitenziario statunitense, coloro che non possono essere gestiti nemmeno nelle strutture di massima sicurezza e che richiedono un utilizzo massiccio di tecnologia per ottenere condizioni di isolamento impensabili fino a pochi anni or sono. Così facendo spero di aver delineato un quadro quanto più preciso possibile sulle modalità con le quali una democrazia liberale come gli Stati Uniti gestisce il proprio sistema carcerario, di come si stia evolvendo e di come ciò potrebbe avere ripercussioni anche sul sistema europeo. Colgo inoltre l'occasione per ringraziare tutti i membri della Magnifica Comunità e tutti coloro che hanno partecipato all'evento. Massimiliano Stiz FEBB 12-13 .qxd:FEBBR 12-13 8-02-2011 15:42 Pagina 2 ANNO LIX Febbraio 2011 12 LA L GRANDEZZA DEL uigi (1883 - 1954) era figlio di Giovanna De Lotto e di Tomaso Fiori Monego di San Vito. La famiglia aveva quel soprannome perché aveva esercitato da più generazioni la professione del sagrestani della parrocchiale, in dialetto moneghe. La casa avita i trovava quasi adiacente alla chiesa, verso il torrente, lungo la via della Difesa. Ma è andata interamente distrutta da un incendio all’inizio del secolo scorso, quando Tomaso decise di ricostruirla più a valle, là dove oggi vive appunto la sua vasta famiglia con le numerose attività artigiane e commerciali. Luigi aveva dieci fratelli, fra i quali ricordiamo Giuseppe (1882), morto per un incidente sul lavoro a Torino mentre, assieme ad una squadra di carpentieri sanvitesi costruiva un padiglione alla grande Esposizione universale del 1905; Matteo (1885) prima emigrante in USA e poi primo panettiere a San Vito; Angelo (1890), arcidiacono del Cadore; Angelica (1892) sposata a Giuseppe Belli de Toful più volte sindaco; Antonietta (1895) sposata ad Abramo Da Vià da Domegge. Luigi scelse di andare in seminario. Ma era quasi una tradizione di famiglia. Infatti fra i fratelli del padre Tommaso c’era già stato un sacerdote di nome Giovanni Matteo (1839-1933). Un secondo sacerdote di nome pure Matteo (1845-1907) c’era fra i suoi cugini, figli di Giovanni Vito. Infine un terzo religioso di nome Tomaso (1825-1877), era fratello del bisnonno Giuseppe. Luigi venne ordinato sacerdote a Belluno nel 1905 e subito inviato come cappellano a Valle di Cadore che peraltro lasciò dopo appena un anno, per salire a Selva di Cadore novello parroco. In quella parrocchia ai confini con l’Austria rimase per nove anni e sarebbero sta- CADORE Monsignor Luigi Fiori di Mario Ferruccio Belli ti di più se non gli fosse piovuta addosso una inchiesta militare, ridicola quanto pericolosa, mossagli per presunto disfattismo. Qui va tenuto presente che a pochi minuti di strada c’era Colle S. Lucia, allora paese austriaco, con il quale c’era un notevole scambio di gente e di affare. Ma le borgate, a parte la politica, erano (e sono) in tutto simili sia per il dialetto sia soprattutto per l’economia montana. Senza dire che stante la breve distanza il suono delle campane era udito reciprocamente dalle due parti. Così bastava uno scampanio più prolungato, o fuori dal consueto, per allarmare la stazione dei reali carabinieri di Selva. In quegli anni immediatamente precedenti la prima guerra era normale nutrire sospetti quasi i rintocchi nascondessero messaggi in codice trasmessi con chissà quale alfabeto segreto. Tuttora viene raccontato che essendo le due popolazioni cattoliche accadeva spesso che gente di Selva si recasse a pregare e fare le devozioni a Colle e viceversa. Pensiamo alla copertura che offriva il segreto del confessionale dove poteva celarsi qualche malintenzionato o, addirittura, una spia. Il tranello era facile e il gioco sin troppo tentatore. “Padre, se mi chiamano a fare il soldato come mi devo comportare?” Per evitare incidenti diplomatici e per troncare la difficile situazione la curia di Belluno, dove questo era noto, decise il suo spostamento a Sospirolo come cooperatore. Era il 1914. L’anno dopo don Luigi ricevette la cartolina di precetto e dovette partire per il servizio militare e quindi per la grande guerra nei reparti della sanità, dove incontrò il fratello Angelo, anche lui sacerdote. Congedato nel 1919, quando pensava di ritornare a Selva dov’e- ESEMPLARE PER LAVORO E DEDIZIONE Don Luigi Fiori di San Vito mostrò saggezza unita ad un forte senso dell’economia, fu fra i primi nella diocesi a creare una casa di riposo e un asilo per i bimbi ra molto amato (ancora oggi lo si ricorda con affetto) il vescovo lo inviò invece a Sedico quale delegato vescovile (?). La ragione? C’era urgenza di rifare quella chiesa parrocchiale malridotta che minacciava di cadere. Gli venne detto che lui era l’uomo adatto e frattanto gli arrivò anche la nomina ufficiale ad arciprete quando stava iniziando i lavori del grandioso tempio che oggi si ammira. Come tutti nella famiglia dei Moneghe, chi più chi meno, mons. Luigi aveva un carattere riservato per non dire ruvido. Lo ricordano coloro che più gli sono stati vicini. Fra tutti i giovani seminaristi, oggi anziani sacerdoti, che trattava senza smancerie forse per nascondere l’affetto che nutriva per loro. Ma così lo ricordano pure i tanti collaboratori laici nelle attività parrocchiali. Peraltro di lui tutti, senza eccezione, anche i cosiddetti irreligiosi, concordano su due qualità meritevoli d’essere ricordate. La vita morale ineccepibile, da vero uomo di chiesa. Gli faceva il paio l’assoluta assenza di ogni frivolezza o vanità di cui, a volte, sono affetti pure dignitosi prelati. Quando da Roma gli arrivò la nomina a cappella- no del papa e monsignore, col diritto a portare calze rosse, berrette scarlatte, abiti rutilanti, paramenti speciali, ecc. ecc. mai ne fece uso. Per tutta la sua lunga vita indossò unicamente la veste talare e, in testa, il tricorno nero. La provvidenza gli aveva dato saggezza unita a forte senso dell’economia, divenuto proverbiale, nel governo quotidiano della parrocchia e dei suoi beni. Sedico era allora un borgo esclusivamente agricolo, ben lontano dall’opulenza odierna che lo fa il comune più benestante della provincia. C’era di conseguenza una forte emigrazione stagionale. Avveniva così che la gran parte degli emigranti mandasse le rimesse non alle poste, ma all’arciprete con le istruzioni. “Sior pioan, per favore, dia questi soldi a mia moglie; il resto lo porti in banca”. Aveva aperto un libro mastro su cui tutto era diligentemente annotato. Settimanalmente si recava a Belluno, per miglior riservatezza, dove compilava libretti e depositi. Era accolto con tacita ammirazione. Ovviamente mai nessun dimenticanza o disguido. Don Luigi Fiori fu tra i primi ecclesiastici della diocesi di Belluno a prendersi cura degli an- AEREI NELLA GRANDE GUERRA el 1990, nel corso N delle nostre ricerche sulla Grande Guerra avevamo raccolto la testimonianza dell’amico Carlo Fanton di Calalzo, (1910-2002) che ci aveva descritto la situazione logistica di Calalzo durante il primo conflitto mondiale, imperniata attorno alla stazione ferroviaria, vero cordone ombelicale del fronte dolomitico. Era stato Carlo che ci aveva spiegato come sui prati di Vallesella, in loc. “Noai”, esistesse un rudimentale aeroporto d’emergenza dove, da ragazzino, era stato testimone dell’atterraggio di un nostro velivolo in difficoltà, che nel- l’impatto si era seriamente danneggiato. Egli ricordava come, planando dalla Val d’Oten, il mezzo si era diretto verso il “campo di Noai” indicato da una vistosa croce in gesso quale segnale d’atterraggio. I due occupanti il velivolo, un sergente pilota e un’osservatore ex bersagliere, erano rimasti contusi, ma salvi, perché pochi istanti prima di toccare terra si erano lanciati dall’apparecchio. Quindi per noi, in questi 20 anni, l’episodio era circoscritto alla sola testimonianza di un allora ragazzino di 6-7 anni, senza alcun riscontro oggettivo. Oggi, grazie alle ricerche 2 del ten. pilota Paolo Turchetto di S. Pietro di Cadore e alla associazione “Cime e Trincee” siamo riusciti a risalire all’episodio con un riscontro storico sul fatto. L’atterraggio avvenne giovedì 28 giugno 1917, protagonisti furono il serg. pilota Gennaro Panagia e il suo mitragliere, appartenenti alla 35a Squadriglia S.P. 3 di Belluno. Con il loro Morice Farman, un aereo ormai superato per il volo in montagna, erano partiti il giorno prima dall’aeroporto di Ghedi (BS) per trasferirsi a S. Giustina di Feltre, ma per la foschia e un “panne” al motore avevano dovuto atterrare al campo di Padova. Da qui erano ripartiti il giorno dopo per S. Giustina, ma causa lo sbaglio di rotta e quindi per un nuovo “panne” al motore dovettero atterrare forzatamente, dice il diario della squadrigia, “nei pressi di Pieve di Cadore fracassando l’apparecchio. Né pilota né mitragliere subiscono nell’incidente danni fisici”. Questa fu l’unica occasione per il “campo” di Noai di essere utilizzato. Dall’altra parte gli austriaci, attenti osservatori del nostro territorio grazie ai loro ricognitori lo avevano più volte segnalato e fotografato. Walter Musizza Giovanni De Donà ziani, per i quali creò una casa di riposo. In quella le donne portavano anche per la sola giornata i vecchi impotenti, per potersi poi recare ai lavori della campagna. Successivamente, sempre allo scopo di rendere libere le mamme di cercarsi un guadagno, aveva pensato anche ai loro bambini ai quali diede un asilo molto apprezzato. Tutt’oggi è fra i più frequentati della provincia. L’amore per la gente era diventato un occhio di riguardo per i più deboli in un ecclesiastico che ha onorato il suo paese e la provincia. E’ mancato nel 1954, assistito dalla sorella Maria Giuditta (1888), per tutta la vita sua fedele perpetua. Monsignore aveva avuto un unico cruccio che confidava solo ai più intimi. Egli era dotato di eccellente cultura sia religiosa che generale. Argomentava dettagliato e preciso, soprattutto spiegando con chiarezza le sacre scritture e la dottrina. Purtroppo non era oratore come il fratello più giovane, don Angelo, famoso nella diocesi per l’eloquio scintillante. Don Luigi invece parlava con tono monotono, quasi soporifero. Un neo oppure un vanto in un personaggio che Sedico ricorda con nostalgia? Quel rudimentale campo di atterraggio a Noai di Vallesella esisteva nel 1917 Per un ‘panne’ l’aereo del serg. Panagia si fracassò sui campi FEBB 12-13 .qxd:FEBBR 12-13 2 8-02-2011 15:42 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 13 STORIA ’ davvero sottile il discriminante su cui corE rono determinate scelte del- di Walter Musizza Giovanni De Donà le nostra vita, affidate come sono spesso alla fortuna, al caso, o magari a qualcuno che, per bontà o interesse, posa su di te il suo aiuto. Oggi, come del resto anche nel passato, definiamo un trampolino di questo genere con parole come favoritismo o nepotismo, ma nel caso di Aurelio De Martin Topranin l’aiuto esterno risultò davvero provvidenziale, tempestivo e soprattutto meritato. Il nostro era il quinto dei 7 figli nati dal matrimonio di Giulio De Martin Topranin di Padola di Cadore, classe 1897, combattente nella Grande Guerra, e della bellunese Carmela Dall’Asen, sposatisi nel 1921. Il padre fu arruolato nella Milizia Forestale e quindi dovette adattarsi a vari spostamenti, tra cui Forni Avoltri, dove nel 1930 nacque Aurelio, Prato Carnico, Tolmezzo e S. Candido. Fu proprio quest’ultimo trasferimento, nel 1936, in una regione turisticamente evoluta e caratterizzata dai Grand Hotel di Dobbiaco e Braies, frequentati dalla Regina Elena e Re Vittorio Emanuele, oltre che da industriali ed importanti personaggi dell’aristocrazia, come i Duchi Acquarone e la Principessa Caracciolo, a consentire ad Aurelio di gettare le basi per un brillante futuro. A S. Candido il nostro frequentò le scuole elementari che gli diedero anche una preparazione professionale con lavori di falegnameria e rilegatura di libri e gli permisero di praticare dello lo sci di fondo. “Fu qui, una domenica durante la S. Messa ci racconta - che la nostra famiglia fu notata dalla Principessa Caracciolo, la quale volle conoscerci e si offrì per aiutarci. Proprio in quel mese di agosto avevo appena sostenuto gli esami di ammissione alle scuole medie di Brunico, così mia madre chiese alla Contessa se fosse possibile farmi studiare come mio fratello Nilo, che ancora a Prato Carnico con una borsa di studio dal Duce era andato al collegio Dante Alighieri di Gorizia. Dopo alcuni giorni arrivò da Roma una lettera del Ministero nella quale mi si proponeva la scelta tra un collegio di Vittorio Veneto o il convitto Dante Alighieri di Gorizia, dove già si trovava mio fratello. Scelsi quest’ultimo, cosicché io finii in prima media, mentre Nilo era all’ultimo anno di Liceo. Intanto arrivò la guerra con tutte le sue nefaste conseguenze. Mi è rimasto impresso soprattutto quanto accaduto a S. Candido a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Dopo la caduta del fascismo del 25 luglio il Governo Badoglio aveva concentrato in Val Pusteria un forte contingente di truppe. Con l’arrivo dei tedeschi più di 7000 di questi poveri soldati furono catturati e caricati sui vagoni bestiame nella stazione di S. Candido per essere poi de- portati in Germania. Per sfamarli la mia famiglia spese tutti i bollini delle tessere annonarie, offrendo loro un po’ di pane. Con l’arrivo dei tedeschi di colpo la situazione cambiò, tutta la popolazione fu contro noi italiani, tanto che poco tempo dopo mio padre L’avventurosa carriera di Aurelio De Martin Topranin ingegnere ed esperto di ricerche petrolifere Anni ’60 M. Sequtah - USA L’INGEGNERE COSMOPOLITA Fu Mattei ad avviare De Martin alla ricerca e produzione di idrocarburi; fu in USA, Persia, Libia, Tunisia, e infine in Congo Quando venne il tempo della pensione Aurelio scelse il Cadore fu arrestato e deportato in Germania, da dove ritornò un anno dopo profondamente provato. Venimmo poi a sapere, da un Commissario Politico, che mio fratello Nilo era ricercato, così dovette fuggire e riparare a Montebelluna da una sorella. A questo punto tutta la famiglia fece ritorno a Padola nella casa del nonno ed io ritornai a Gorizia. Sempre per la guerra gli studi furono sospesi tra il 1944 e il 1945, per cui io tornai in Cadore, ad Auronzo, dove mio padre era stato assegnato come comandante della locale Milizia Forestale. In Auronzo mio fratello Nilo e dei suoi amici organizzarono per noi dei corsi di studio e alla fine del 1944 scesi in una Treviso distrutta dai bombardamenti aerei alleati per dare gli esami. Quelli furono mesi difficili per Auronzo, divisa fra partigiani e tedeschi… Ricordo anche l’uccisione di “Tigre” e i suoi funerali. Finita la guerra tornai a scuola a Gorizia, dove frequentai il Liceo Scientifico. Nel 1945 la città viveva una situazione drammatica con i titini che la volevano a tutti i costi e le truppe anglo-americane che la pattugliavano. Per 2 anni ci furono manifestazioni di piazza e si arrivò al 1949 con gli accordi che sancivano la Zona A e la Zona B. A sancire l’italianità della città giunse in visita il Presidente Einaudi e io fui immortalato in una fotografia mentre transitava in auto. La famiglia intanto era tornata in Pusteria a Villabassa e nel 1949 io terminavo il Liceo. Dopo due anni trascorsi con la famiglia nel 1951 mi iscrissi all’Università di Ferrara, dove frequentai il biennio di fisica ed ingegneria, quindi all’Università di Bologna, dove mi laureai in ingegneria industriale meccanica. Ero appassionato di motori e frequentavo l’officina di Enzo Ferrari che conoscevo di persona assieme al suo staff tecnico, tanto che “l’Ingegnere” mi propose di De Martin con i colleghi a Odessa - USA - 1959 andare a lavorare con lui. In quel periodo, ovvero negli anni 1957-57, conobbi anche Enrico Mattei, Presidente dell’AGIP: veniva spesso a pescare in Pusteria, dove aveva acquistato i diritti di pesca sul fiume Aurino e sul lago di Anterselva. Tramite mia sorella più giovane, Edda, che lavorava come indossatrice in Francia, Mattei volle conoscere la nostra famiglia. Era un personaggio davvero eccezionale, quando ti guardava ti spogliava letteralmente con gli occhi. Gli raccontai della mia intenzione di andare alla Ferrari – “Sei pazzo, vieni piuttosto con me, il nostro dovere è procurare all’Italia quelle energie e materie prime che non abbiamo…”. Mi fece la corte e alla fine mi convinse. Iniziai nel 1957 con l’apprendistato ed una “borsa” di 62.000 Lire al mese, una “scuola di vita” che mi portò in tutta Italia per imparare come funzionasse la ricerca e produzione di idrocarburi. Nel 1959, assieme ad un altro compagno, fui mandato negli Stati Uniti, ad Odessa nel West Texas, per un corso sui petroli curato dalla Texas University. Qui in 7 mesi imparai l’inglese e nuove tecnologie petrolifere che noi italiani non conoscevamo, come la perforazione ad aria compressa. Terminato il corso, ritornai in Italia e fui subito mandato in Persia, dove Mattei aveva appena fatto degli accordi con lo Scià. La prima missione importante iniziò nel gennaio 1960 sul monte Sequtah a 2700 metri di quota, dove insegnai al personale la nuova tecnica di perforazione imparata negli USA. Dopo questa prima avventura, fui richiamato a Milano e poi nel 1962 inviato a Bengasi in Libia, dove l’AGIP, tramite la società CORI, aveva avuto in concessione 30.000 chilometri quadrati di deserto. Rimasi in Libia 4 anni, abitando a Bengasi in una bellissima casa e di quegli anni ricordo il particolare della visita nel deserto dell’Ambasciatore Alverà, probabilmente originario di Cortina. Intanto il 27 ottobre 1962 era morto Enrico Mattei: la notizia mi fu portata nel deserto dall’amico Sandro. Si è molto parlato della sua morte, con diverse ipotesi su chi avesse sabotato il suo aereo, ed io sono dell’opinione che a toglierlo di mezzo siano stati gli italiani, poiché era un personaggio che dava troppo fastidio, troppo potente, teneva in pugno sia la destra quanto la sinistra. Tra il 1964 e il 1965 fui in Tunisia dove, in qualità di supervisore di perforazione, contribuii alla scoperta del grande giacimento di El-Borma, il più importante di quel paese. Nel 1964 mi sposai con Luisa Meneghini ma dopo qualche mese ero di nuovo in Persia, per un nuovo lavoro di ricerca nel Golfo Persico. Qui dal 1965 al 1970 mi occupai per diversi anni di esplorazione e produzione di idrocarburi in mare e qui nacquero le prime due figlie Giuliana e Francesca. Terminato il lavoro nel Golfo tornai a Milano, dove nel 1971 nacque la terza figlia, Samantha. Nel frattempo però, cioè nel 1970, io ero stato inviato di nuovo in Tunisia come Direttore Generale dell’AGIP Tunisia e Responsabile del coordinamento delle attività dell’ENI, compito che sostenni per 5 anni fino al 1975, quando decisi di rientrare in Italia per favorire gli studi delle mie figlie. In patria iniziò per me un nuovo capitolo professionale: non più questioni tecniche, bensì attività relative ai negoziati minerari, quindi alla continua ricerca di nuove acquisizioni di permessi di ricerca con delle joint ventures con società americane ed europee. Il nuovo lavoro mi risultò congeniale e mi diede tante soddisfazioni, come ad esempio nell’ex Congo Francese (Brazzaville), dove presi in mano una partita già data per persa e alla fine l’AGIP si ritrovò in mano il suo maggiore giacimento. Nel 1981 mancò mia moglie Luisa ed io decisi di lasciare l’ENI e di creare con alcuni soci una società di perforazione, la “Cleim Drill”, e in seguito l’“IPER” (Italiana Perforazioni Ricerche). Mi trasferii a Roma con le tre figlie e conobbi Roberta Giacobbi, anche lei con tre figli: ci sposammo e formammo una bella famiglia di 8 persone. Purtroppo perdemmo Aldo, uno dei figli di Roberta. Nel 1992 sono andato in pensione e sono tornato in Cadore, a Tai, dove vivo”. Se tutto questo non vi basta - aggiungiamo noi - fatevi raccontare il resto dall’ing. Aurelio in persona. Vi assicuriamo che all’ombra delle sue Marmarole ha tante altre cose da raccontare e che lo fa sempre con vivo piacere. Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] FEBB 14-15 .qxd:FEBBR 14-15 8-02-2011 15:43 Pagina 2 ANNO LIX Febbraio 2011 14 ono trascorsi 70 annil (lo scorso 10 dicemS bre) dalla scomparsa del ca- Il governatore della Libia Italo Balbo nominò nel 1940 il calaltino capitano Omero Giacomelli comandante della base aerea di Cufra e gli conferì il comando di un largo territorio del sud libico laltino capitano Pilota Omero Giacomelli, morto eroicamente in Libia nello spazio aereo sovrastante il mare di Cirenaica. Gli studi sul culto pubblico dei caduti nei due dopoguerra mondiali vengono sviluppati nei decenni successivi in Italia, ed ancora oggi, attraverso produzione di memorie, epistolari, diari e testimonianze, seppur constatando che molta più attenzione nelle analisi è riservata ai protagonisti dell’epopea della vittoriosa Grande Guerra, con ricerche e menzioni di tombe, cippi commemorativi, ossari, chiese votive e sacrari, tenuto conto anche del più limitato scenario di teatro bellico. Il secondo dopoguerra turba non poco ancora gli animi, sovente anche per revisionismi storici grossolani o disinvolti. La grande responsabilità dell’Italia nell’aver perpetrato una guerra di aggressione in più svariati fronti che portò a rovinosa sconfitta non sminuisce la stima affettuosa dovuta ai caduti tralasciando remore e distinguo di natura ideologica. Base aerea di Cufra - Libia, 1940 Sto leggendo un recente Il capitano Giacomelli accoglie il libro, Per non morire mai governatore Italo Balbo (in alto) della ricercatrice storica Liil capitano Omero Giacomelli (a sx) sa Bregantin edito dal Poligrafo di Padova, che tratta della percezione della morte in guerra e del culto dei caduti nel primo conflitto mondiale. Tuttavia se si considera la memorialistica dei nostri combattenti in ragione della loro ostinata resistenza e coesione in condizioni di sofferenza e sacrificio ritengo si possa accomunare onorevolmente la memoria dei caduti di entrambi i conflitti. “(...) esistono svariati studi sui monumenti ai Tripoli, 3 luglio 1940, funerali di Italo Balbo caduti, sulla loro diffusione, il capitano Omero Giacomelli in testa al reparto sulle cerimonie che vi si consumano attorno, ma su chi siano i commemorati, su do- mento in città o in paese è veramente che i monumenti non associare alla parola cave si trovino (...) è più diffi- scambiato per la tomba dei custodiscano dei resti, ma duti dei corpi reali, che il cile sapere. Spesso il monu- caduti, non perché si creda perché è tale l’abitudine di monumento diventa a tutti PER NON MORIRE MAI gli effetti una tomba; e lo fu, in realtà, una tomba simbolica per molte famiglie che non potevano raggiungere i cimiteri lontani dove riposavano figli, fratelli, mariti, padri” Omero Giacomelli è ricordato a Roma congiuntamente a tutti i nominativi dei caduti dell’Aeronautica nelle due guerre mondiali, incisi nel travertino dei tre archi di facciata del palazzo del Ministero dell’Aeronautica recentemente restaurato, costruito nel 1929 su iniziativa di Italo Balbo in viale Castro Pretorio. E’ un gioiello architettonico che nasconde capolavori del fu- Omero Giacomelli già medaglia d’argento uscì in volo di ricognizione, non facendo più ritorno alla base Il suo nome è inciso nel travertino sul palazzo del Ministero dell’Areonautica a Roma turismo. Parte dell’edificio è adibito a caserma e come tale inaccessibile al pubblico. Siccome quel palazzo restaurato parla di arte e di ingegneria più che di fascismo il FAI (Fondo ambientale italiano) lo ha inserito tra i palazzi di Roma da aprire al pubblico in determinate occasioni. Spero un giorno di accedervi. Ritengo sia l’unico monumento dove è ricordato. Dal libro di Paolo Caccia Dominioni El Alamein 19331962, pubblicato da Longanesi nel 1962, apprendiamo che nel periodo 1950-1958 Omero Giacomelli risultava 2 compreso in un elenco di militari italiani irreperibili, caduti nelle acque o nel territorio tra Egitto e Libia, e che vennero ricercati senza successo. I nomi erano riportati sopra una croce “alla memoria” nel Campo degli Irreperibili del cimitero di Quota 33, poi sostituito il cimitero dal sacrario attuale. Non sono mai stato ad El Alamein, da una ricerca su Internet non risulta più presente il suo nominativo. Le immagini fotografiche rivestono valore storico. Riferiscono di una visita di Italo Balbo, Governatore della Libia e Capo delle Forze Armate dell’Africa Settentrionale, all’Aeroporto dell’oasi di Cufra nel gennaio 1940, dopo aver nominato il capitano Omero Giacomelli comandante di quella base aerea, comandante della Compagnia Avio-Sahariana ed avergli conferito il comando di una sottozona del territorio libico del sud grande come l’italia. Il 28 giugno 1940 Italo Balbo fu abbattuto sui cieli di Bengasi dalla contraerea italiana che aveva scambiato il suo aereo per un bombardiere inglese. Due foto ritraggono i funerali del governatore e degli otto componenti l’equipaggio sul lungomare di Tripoli il 3 luglio 1940. In una compare Omero Giacomelli comandare il reparto di formazione che rende l’onore al comandante. Nel settembre 1940 Mussolini spedisce dalla Libia in Belgio i migliori caccia, i G50, perché desidera partecipare alla battaglia d’inghilterra. Nei giorni della improvvisa offensiva inglese bombardieri e ricognitori italiani volano senza protezione. E’ “per non morire mai” che si esce volontariamente in volo di ricognizione per una azione particolarmente rischiosa e lontana dalla base non facendo più ritorno. Giorgio Cecchinato FEBB 14-15 .qxd:FEBBR 14-15 2 8-02-2011 15:43 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 15 La Regola di Amos (oggi Namòs) estendeva le proprietà da Cima Gogna verso il Comelico Il primo riferimento è del 25 novembre 1362 IL LAUDO DI AMOS sue proprietà a Cima Gogna, a nord della strada nazionale per il Comelico e comprendeva Col Cortàs, le Prese e i Piani di Namòs con i prati di Chieva. Il primo riferimento alla Regola è datato 25 novembre 1362 e, di conseguenza, la Regola era assai antica. Giovanni Fabbiani, che pubblicò il Laudo nel 1966, si rifà ad una traduzione italiana del notaio Antonio Palatini, che esercitò tra il 1564 ed il 1573. Lo stesso notaio riferì di non aver potuto rilevare la data di stesura del primo Laudo perché la pergamena originale era mal ridotta e fece seguire alla traduzione una serie di deliberazioni della Regola fatte dal 1484 al 1564. Vi è una certa somiglianza tra il Laudo di Amos e quello di Caradiés (Comelico Superiore) in quanto la successione degli articoli è quasi la stessa e pressoché identico ne è anche il contenuto. Questi motivi hanno portato Giandomenico Zanderigo Rosolo a formulare un’ipotesi: “La somiglianza ci fa supporre non solo che derivino materialmente l’uno dall’altro o da un medesimo archetipo, bensì che la regola di Amos fosse originariamente fusa con Caradiés. Il laudo è da attribuirsi ad una data non lontana da quello di Caradiés. Ricordo che il Laudo di Caradiés è del 1382. Il Laudo di Amos è conservato nell’archivio comunale di Auronzo e consta di 45 articoli dei quali, la prima parte, è sicuramente quella più antica e va dall’articolo 1 al 34 ed è presumibile che sia del 1300. Mi riferisco all’articolo n° 34 che merita di essere letto: “Parimenti fu stabilito in detta regola dalli regolieri et consorti della medema che li predetti possano et vogliano pignorare qualunque chi appo di pecore et capre ogni volta che sarà trovato in detta regola, et anco tutte quelle che vanno vagando cioè buò, vacche, cavalli, cavalle, muli, mule, asini, asine, porchi et porche dell’uno e dell’altro sesso, che pascolassero nei fuochi per detto comune ordinati infra gior- OSVALDO MONTI RITROVATO IN BIBLIOTECA a fortunata scoperta, curiosamente avveL nuta nella sua stessa bi- Auronzo - sull’Ansiei a Regola di Amos, che oggi è conosciuta coL me Namòs, estendeva le Preziosi lavori dell’artista cadorino scoperti dal conte Damiano Miari Fulcis Nell’art. 34 i regolieri sottolineano come nessuno potesse far pascolare degli animali nei prati circostanti alle abitazioni dopo la monticazione ni otto dal giorno ch’avevano cominciato a pascolare, quello o quella, quelli o quelle possano pignorare secondo li laudi et ordini soprascritti et se quello o quelli sopra dei quali il marico, laudadori o saltaro hanno avuto sospetto, et che per tal sospetto d’haver pascolato in detti luoghi non volessero dare il pegno al saltano, o noncio d’essa regola, ch’in quel caso il manco, ovvero li laudadori debbano farli citare avanti il Sig Vicario et farli giurare di dire la verità, et se diranno d’haver loro pascolato nel tal luoco dentro il tal tempo, et se saranno rei, che la giustizia li costringa a pagarli li pegni perduti con li danni e spese fatte in detta causa, da esser risarcite al detto comune, overo al marico.” Di quest’articolo non so proprio cosa m’ha colpito di più perché molti sono i motivi che mi interessano. Non so se sia la lunghezza dell’articolo mediante la quale, i regolieri di quel tempo, volevano assolutamente sottolineare la necessità che nessuno potesse far pascolare degli animali nei prati circostanti le abitazioni dopo che era avvenuta l’obbligatoria monticazione e questo divieto assoluto conferiva ad ogni regoliere la facoltà di prendere pegni e di conseguenza denunciare alle Autorità chiunque fosse stato trovato ad agire in disobbedienza alle leggi consortive. Non so neanche se prendere con malcelato sorriso il fatto che nell’elencazione dei singoli animali interdetti al pascolo, ognuno specificamente considerato sia di sesso maschile come di sesso femminile, si sia sentito il dovere di aggiungere dell’uno e dell’altro sesso come se non fosse stata sufficiente l’esemplificazione già fatta. Ed infine non so se siano stati davvero perspicaci i regolieri tutti, i quali, a sostegno di quanto il marigo, laudadori o saltaro avevano affermato quando dissero di sospettare che qualcuno avesse fatto pascolare gli animali già sopra ricordati ma, non avendo testimoni o prove, permisero di ricorrere al Vicario, a Pieve di Cadore, e far sottoporre il malcapitato al giuramento. Se andava bene per i regolieri e cioè che lo sventurato ammettesse la colpa, allora potevano essere gratificati perché oltre al pagamento dei danni e delle spese fatte per la causa in questione potevano ottenere maggior prestigio nei confronti della stessa Comunità. Ma, dato che si trattava soltanto di sospetto, il presunto disgraziato poteva ammettere di non aver commesso il fatto ed allora tutta la Regola doveva, amaramente, pagare con il suo tutte le spese fatte. Marcello Rosina blioteca, ha consentito al conte bellunese Damiano Miari Fulcis, di far venire alla luce 99 tavole inedite del cadorino Osvaldo Monti. L'opera, da poco uscita, è edita da Dolomiti Stampa. L’artista era figlio di Galeazzo Monti, pregevole ritrattista, protagonista dell’arte bellunese dell’Ottocento. Questi era a sua volta figlio dell’avvocato Osvaldo Monti, personaggio che rivestì un ruolo di primo piano nelle vicende legate al Cadore napoleonico. Il valente autore (18191904) - noto per aver illustrato con belle vignette le Poesie - di Arnaldo Fusinato - i cui lavori sono stati felicemente ritrovati, tra il 1890 e il 1891 illustrava con straordinaria efficacia le vicende rocambolesche contenute in un poema eroicomico seicentesco del fiorentino Lorenzo Lippi. Titolo dell’opera Il Malmantile raquistato: storia di un castello toscano perduto e poi riconquistato dalla legittima proprietaria, che ne era stata ingiustamente spodestata. Il tratto preciso dell'inchiostro del Monti è pronto a rendere anche i particolari più minuti dei personaggi e delle situazioni. E' colto poi costantemente lo spirito comico presente nei cantari del poema. La stessa eroina e protagonista Celidora, per esempio, è rappresentata con morbide forme ma nell'atto di brandire la spada in un campo di cavoli. Di grande vivacità è la galleria di disegni dei belligeranti: i ca- Nelle 99 tavole inedite di “Baldone” i personaggi sono ben caratterizzati e splendidamente resi dal tratto preciso di Osvaldo Monti pitani di Baldone sono autentiche caricature che esprimono spavalderia unita a infingardaggine. Sempre sciocca baldanza rivelano anche i volti dei capitani di Bertinella , che sono invece raccolti in un’unica e ben congegnata illustrazione. La satira dell’artista si fa ancora più pungente quando ad essere illustrate sono le gesta di diavoli e di streghe che popolano la storia. Non solo dunque perizia estrema nel tratto eseguito a penna con inchiostro nero, ma anche grande capacità inventiva. Splendidamente rese anche le figure mitologiche come Amore e Psiche che chiudono la serie delle illustrazioni: Amore, appunto perché, come era prevedibile, l’opera si chiude col trionfo dell'amore di Celidora. Curiosamente, nell’ultimo disegno compare lo stesso Monti, che si ritrae con barba e cappello, come spesso faceva. Le tavole, rimaste inedite per 120 anni, vengono pubblicate oggi, fedeli all'originale, in un’edizione limitata ed esclusiva, grazie all’intraprendenza di Miari Fulcis, coadiuvato da Leonisio Doglioni, curatore del testo e autore dei commenti e da Dario De Marco, che illustra motivazioni che hanno indotto alla pubblicazione dell’opera. Infatti il pregevole lavoro vanta anche una lodevole finalità: il ricavato sarà devoluto alla comunità di San Gregorio nelle Alpi, a ricordo dei tanti minatori morti di silicosi. Sono le “lampade spente” cui è significativamente dedicata una via del paese. E di San Gregorio nelle Alpi il conte mecenate Damiano Miari Fulcis è orgogliosamente cittadino onorario. Bruno De Donà FEBB 16-17 .qxd:FEBBR 16-17 8-02-2011 9:20 Pagina 2 ANNO LIX Febbraio 2011 16 Come don Natale Talamini vedeva nel marzo 1866 l’Italia (non ancora unita) “Non l’odio allo stranier: piuttosto imita le sue virtudi e il tuo destin matura” 150° DELL’UNITA’ NAZIONALE S’E’ FATTA L’ITALIA, MA NON SI FANNO GLI ITALIANI N el mese di marzo 1866, don Natale Talamini, di cui monsignor Angelo Fiori, arcidiacono del Cadore (1937-1972) disse una volta: “Oso chiamarlo il Padre della nostra piccola e non ignobile Patria”, accetta i ripetuti inviti dei Pampanini, agiata famiglia sanvitese, che disponeva anche di una campagna in Cozzuolo di Vittorio Veneto, e per alcuni giorni rimane ospite della loro casa di Chiapuzza. Il rapporto di amicizia era nato, in particolare, con don Antonio, di qualche anno più giovane di lui, capitano nel I Corpo franco nel 1848, e col membro dello stesso, il fratello Andrea, all'epoca già deceduto, nonno di Renato (1875-1949), come lo stesso illustre botanico ricorda nel suo La difesa nel 1848 a S. Vito del Cadore, Forlì, 1945 (in Documenti di storia, a cura di Aldo Belli, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 1978, pag. 94, nota). Durante questa, per lui inusitata, vacanza, compone dei sonetti dedicati all'Italia e al popolo italiano, definiti “ricette di salute”, a suo giudizio necessarie ad entrambi, che troviamo a conclusione della silloge di 47 sonetti politici, nel volume Poesie di Natale Talamini (a cura di Antonio Ronzon, L. Cogliati, Milano, 1897, ristampa 1976, centenario della morte, di Nuovi sentieri editore). Non preoccupa l'autore il fatto che il Veneto sia rimasto (soltanto per pochi mesi ancora, ma non lo sa, né lo può prevedere) ai margini del Regno appena costituito, poiché, secondo lui, da una parte siamo in ogni caso Italia, per definizione storica, piaccia o non piaccia al principe di Metternich ed alla sua celebre nozione riduttiva (“L'Italie est une expression géographique”), dall'altra nemmeno l'unità politica è da considerare un risultato, se continua a mancare quella consapevolezza civile di appartenenza che è il fondamento di un vero stato. L'importante è guarire dal secolare torpore in cui è caduta la coscienza nazionale. Talamini tiene naturalmente ferma la lezione del Petrarca (“vertù contra furore / prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: / ché l'antiquo valore ne l'italici cor' non è anchor morto” - All'Italia, 93-96); del Machiavelli, che la riprende, citando il passo a conclusione de Il principe; del Leopardi (“Dove sono i tuoi figli? […] In estranie contrade / pugnano i tuoi figliuoli. Attendi, Italia, attendi” - All'Italia, 41, 43-45); del Manzoni (“Tornate alle vostre superbe ruine, / all'opere imbelli dell'arse officine, / ai solchi bagnati di servo sudor. / Il forte si mesce col vinto nemico, / col novo signore rimane l'antico; / l'un popolo e l'altro sul collo vi sta” - Adelchi, atto III, coro, 58-66); ma si richiama soprattutto a quanto predicava l'immediato predecessore di Cavour alla guida del governo sabaudo, Massimo d'Azeglio (“Il primo bisogno d'Italia è che si formino italiani dotati di alti e forti caratteri” - I miei ricordi). Convinto, di là dai facili entusiasmi, che restava ancora da compiere un difficile processo di educazione comune, allorché, nonostante la duplice sconfitta Per i tuoi peccati di gola L’AMORE PER LA PROPRIA TERRA italiana in terra e in mare, mercé l'alleata Prussia anche il Veneto sarà annesso, non esiterà a distinguere, impietosamente (“Piccolo è l'uomo, quanto Italia è grande; a noi Custoza, ai barbari Sadova” - L'uomo d'Italia – 1866”, 13-14). Ne riportiamo alcuni, con relativa 'parafrasi'. *** N. 1 - All'Italia A che l'Austria di tanta ira far segno / perché ti grava del suo ferreo impero? / Non contro lei, ma contro te lo sdegno, / se brami libertà, se intendi il vero. / L'armi non furon già dello straniero, / ma i nostri vizi che gli han dato il regno; / fu la discordia che gli aprì il sentiero / e la patria commise a giogo indegno. / Questa combatti che ogni forza atterra; questa distruggi che ogni dì ti assale; e vincerai, sii pur coll'orbe in guerra. / Se l'ire ami di parte e non risani, / se il codardo egoismo in te prevale, / oggi gli scacci e torneran domani. (Perché fare bersaglio l'Austria una così grande ira? Perché ti pesa il suo ferreo comando? Non contro di essa, se aspiri alla libertà, se tendi alla verità, ma contro te medesima rivolgi lo sdegno. Non sono state già le armi dello straniero, ma i nostri vizi che gli hanno assicurato la sovranità; è stata la discordia che gli ha aperto il varco ed ha sottoposto la patria ad un giogo indegno. Combatti questa, che vanifica ogni forza, distruggi questa, che ti aggredisce ogni giorno, e sarai vincente, quand'anche tu sia in guerra con tutto il mondo. Se ami le ire partigiane e non guarisci, se in te prevale l'egoismo codardo, oggi puoi riuscire a ricacciare i nemici, ma inevitabilmente tornerano domani). N. 2- Al popolo italiano Questo il pensier sovrano. Iddio là scrive / e libra il bene e il mal e poi risolve: /se il ben prevale alla tenzon, son polve / l'armi nemiche e la nazion rivive. / Se il mal soverchia, Iddio da stranie rive / suscita i forti ed ogni cuor dissolve, / e seco il nembo la nazione avvolve, / qual atomo d'arena e più non vive. / A che sperar nel franco e nel brittanno? / A che invocarli a tua salvezza ognora? / Nelle tue mani e vita e morte stanno. / Più che il milion d'armati, o popol mio, / amor, virtù sia la tua forza, allora / il tuo alleato son la natura e Dio. (Questo è il pensiero fondamentale. Lassù Dio scrive e soppesa il bene e il male e poi decide: se nel confronto prevale il bene, le armi nemiche sono come polvere e la nazione rivivrà. Se invece prevale il male, Dio suscita i forti da terre straniere e dissolve ogni coraggio e il turbine travolge con sé la nazione, come atomo di polvere, sicché essa non vivrà più. A che giova confidare ora nella Francia, ora nell'Inghilterra? A che invocarle sempre a tua salvezza? Vita e morte sono riposte nelle tue mani. Più che il milione in armi, popolo mio, siano la tua forza l'amore reciproco, la virtù civica, e allora tuo alleato saranno la natura e Dio). PASTICCERIA CAFFETTERIA NEL SEGNO DELL’ ACCOGLIENZA N. 3 - Allo stesso Non l'odio allo stranier: piuttosto imita / le sue virtudi e il tuo destin matura: / guarda l'Europa e dove un raggio invita, / ivi ti slancia; e te, con lei, misura. / Pensa il genio di Francia e l'alma ardita / ed Albïon che libertà sol cura; / pensa la ferrea del german natura / che trae dalle sconfitte e forza e vita. / Se te in concordia e in sacrifici avanza, / se men di te è corrotto ed ha più cuore, / a che sperar? fra noi porrà sua stanza. / Qui la grand'opra, che ogni gloria aduna: / superarli in virtù, sapienza, amore; / allor l'Italia è fatta, amante ed una. (Non avvilirti in uno sterile odio per lo straniero, piuttosto imitane le virtù e fa' maturare il tuo destino. Guarda all'Europa, avventurati là dove ti invita un raggio della sua luce e confrontati con essa. Rifletti sul genio coraggioso della Francia, sulla priorità che in Inghilterra hanno le libertà civili, sulla natura del tedesco, che sa ritrarre forza vitale anche dalla sconfitta. Se ti superano in concordia e in spirito di sacrificio, in minore corruzione, in maggior cuore, a che gioverà sperare? Li avremo sempre tra piedi. Qui sta la grande sfida che riunisce ogni gloria possibile: superarli in valore, sapienza, amore; solo allora Italia sarà fatta, concorde e realmente una). N. 4 - Allo stesso Finché qua dentro libero non sei, / finché non hai di te l'arbitrio intero, / finché l'uom ti comanda e non il vero, / sei d'altri sempre e tu servir sol déi. / Sciolgano pur i ceppi tuoi gli dei, / né sia pur l'ombra di nemico impero; / vana speranza! Se mancò il primiero, / altro signore di tua man ti crei. / Uso al giogo, Israel sospira ancora / le cipolle d'Egitto, il nume obblia / e libertade ed un vitello adora; / Perseo sconfitto libertà dié Roma / invan; la Grecia ritornò qual pria, / dai vizi e dalla vile anima doma. (Fintantoché non sei libero nei tuoi confini, finché non disporrai in pienezza della tua libertà di decisione, finché ti comanderà un uomo e non già la verità, rimarrai sempre schiavo di altri e non ti rimarrà altro che servire. Anche se una forza superiore ti sciolga dalle catene e non ci sia più nemmeno l'ombra di una sovranità nemica, ogni speranza è vana. Venuto meno uno, ti creerai un altro padrone con le tue mani. Così come l'Ebreo, abituato alla schiavitù, rimpiange ancora le cipolle d'Egitto e, dimenticando il suo Dio, adora un vitello d'oro. Così come la Grecia già decaduta, pur “liberata”, ad opera dei Romani, dall'ultimo re dei Macedoni, ricadde, piegata dai suoi vizi e dalla sua viltà d'animo). Giuseppe De Sandre IL MISTERO DEL TIZIANO DI TZINTZUNTAN L a proposta di ricerca suggerita da Giuseppe De Sandre nell'ultimo numero del mensile Il Cadore è sicuramente stata un’azione utile. La Fondazione si attiverà per verificare la notizia e per rintracciare dove si trovi il dipinto. Ma, beninteso, non ci si dovrà aspettare molto perché in casi analoghi sono corse voci di opere di maestri del Rinascimento, soprattutto amati dagli esponenti della monarchia spagnola, i cui dipinti si sarebbero trovati nelle chiese sperdute delle colonie. In realtà, a lume di logica, è un'eventualità accettabile ma, nei termini concreti non lo è, perché a raggiungere le colonie non anda- vano i rampolli delle grandi famiglie, ma eventualmente cadetti o persone non coinvolte direttamente. Per quanto riguarda il tema della Deposizione, come quello dell’opera in questione,Tiziano l'ha affrontato più volte, muovendo dalla celeberrima opera di Raffaello, manipolandone l'impostazione, tuttavia mantenendo uno schema iconografico unitario. In ogni caso l'osservazione potrebbe essere un interessante suggerimento e dare il via a un tema di ricerca che il Centro Studi potrebbe affrontare. Lionello Puppi Il Centro Studi Tiziano e Cadore interessato alla notizia di una ‘Deposizione’ sperduta su un altipiano messicano ‘Deposizione’ al Museo del Prado Il dolce di produzione propria, la ricerca esclusiva di nuove mète del gusto. Prodotti che coniugano esperienza e innovazione confezionati artigianalmente per ritrovare i sapori di una volta Anche da asporto e su ordinazione In un ambiente confortevole potrai trascorrere momenti indimenticabili assaporando bevande di Tuo maggior gradimento Dosoledo di Comelico Superiore (BL) - Borgata” Sacco Via Roma, 18 - Tel. 0435 68376 2 “Tiziano ha affrontato più volte il tema della Deposizione” FEBB 16-17 .qxd:FEBBR 16-17 2 8-02-2011 9:20 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 17 LIBRI IL PRIMO LIBRO FOTOGRAFICO DELL’ INTERA PROVINCIA E’ firmato dalla fotografa veneziana Sara Ventura, commentato da M. F. Belli E ’ nelle vetrine da pochi giorni il primo libro fotografico dedicato per intero alla provincia di Belluno. L’occasione non poteva essere più felice, vista la concomitanza con la protezione data dall’Unesco alle Dolomiti, di cui la nostra provincia possiede la parte più importante. Il volume di 272 pagine con i testi in italiano ed inglese, ha il taglio grande, cm 25x30, quello appunto delle strenne. Le oltre duecento immagini a colori, fra cui numerose a tutta pagina, sono state curate dalla celebre fotografa veneziana Sara Ventura, che, dopo essersi laureata a Cà Foscari si è dedicata professionalmente alla macchina fotografica. Fra le sue numerose pubblicazioni citiamo l’ultimo lavoro intitolato “Caorle, la luce attorno”; che più si avvicina a questo volume dedicato alla provincia delle Dolomiti, appunto per la ricerca esasperata e perfettamente riuscita della luce. L’orografia durante le diverse ore della giornata, le montagne innevate, l’ambiente delle foreste, i personaggi che compaiono nei primi piani, siano animali selvatici, cavalli del Polo, donne intente alla quotidianità, artigiani al lavoro, atleti impegnati sui campi di neve rendono, senza bisogno di grandi discorsi, la temperie e i colori del nostro mondo fatato. Il ritratto di una realtà unica al mondo, che l’Unesco ha voluto dichiarare patrimonio dell’umanità trova poi il commento puntuale di Mario Ferruccio Belli, nelle veloci didascalie e, più ancora, nella descrizione sintetica della provincia. Il suo affresco che assomiglia più ad un inno alla bellezza del Bellunese parte lontano con il racconto dell’uomo di Mondevbal “ Un cacciatore”, subito seguito da “Le Montagne di Dolomieu”, per concludere la fase della preistoria con un cenno veloce su “Paleoveneti, Reti, Romani”. Le sei parti in cui Belli ha idealmente diviso il territorio partono dal capoluogo intitolato “A Belluno con Flavio Ostilio”; seguito da una carrellata sulla Val Belluna. Spostatosi a San Vittore sul Miesna scende poi a trattare Feltre l’orgogliosa. Ora la trama prende la forma della conchiglia. Compare poi il territorio di Agordo con San Lucano e San Simon; valicato il Falzarego il lettore scende a Cortina con l’interrogativo Cenerentola o Regina? Il Cadore occupa una parte centrale ed è presentato con quattro veloci lampi di luce: La gloria e i colori, La famiglia Vecellio, Il Cadore diverso, Profumo d’incenso. L’ultima parte è dedicata a Longarone e Zoldo con due titoli: I bimbi e la tragedia, La neve attorno alla Civetta. La conclusione è un grazie che quanti scoprono la nostra provincia ed il suo mondo intriso di mito, storia e bellezze del creato mandano inconsciamente al Creatore con le parole del poeta. “ Signore che azioni lodevoli abbiamo fatto e poi dimenticato perché ci donassi questo mondo d’incanto? (Red) Il Cadore è stato presentato con quattro veloci lampi di luce Dionisio Da Pra, affermato scrittore e critico d’arte Vincitore di premi DOVEVA NASCERE... A LOZZO letterari fin dagli anni ’ un personaggio dell’attualità, Novanta, E un cadorino “de fora” che ha daha nel romanzo to e dà lustro alla nostra terra quale scrittore e critico d’arte. Dionisio Da ‘Il Velluto di Utrecht’ Pra è nato a Lozzo il 28.4.1935 ed a lui mi lega un sentimento di stima e di il suo capolavoro amicizia che ha le sue radici nella comunanza di vita delle nostre famiglie. Il padre, Giacomo, lozzese doc, volle che la moglie, valdostana, in prossimità del parto, giungesse a Lozzo al fine di consentire che il figlio fosse da considerare cadorino a tutti gli effetti, non solo secondo il principio dello ‘ius-sanguinis’ ma anche secondo quello dello ‘ius-soli’. Ed alle proprie origini cadorine Dionisio si è sempre sentito particolarmente legato sia per i ricordi dei lunghi periodi della sua infanzia trascorsi in quel di Lozzo, sia perchè è viva in lui la memoria dei propri congiunti, in particolare della nonna Maddalena (conosciuta in paese come ‘Nena de Nisio’) la quale, forse, da autodidatta amante del bello scrivere, delle belle letture ed autrice di poesie dalla rima scorrevole, colorita, azzeccata e persino rispettosa delle regole della ‘metrica’, gli ha sicuramente istillato la passione per la letteratura e la narrativa. Quella dei Da Pra Scola è famiglia assai nota in paese, gente di sani principi, di solida e salda dirittura civile e morale; su queste colonne, tempo fa, ho tratteggiato la figura del grande invalido e superdecorato Apollonio Da Pra Scola, uscito proprio da questa “progenie”. L’idea di scrivere di Dionisio è nata durante le nostre frequenti passeggiate estive serali ed il tutto ebbe un seguito spontaneo, quasi si fosse trattato di una intervista senza pretese, fatta fra una chiacchiera e l’altra, nella frescura, sulla strada per Loreto. Dionisio, per inciso, ha una bella famiglia, la moglie Piera è una dolcissima e bella signora della ‘vallée’, che gli ha dato ben cinque figli (due maschi e tre femmine) ed ora i coniugi annoverano ben nove nipoti. La serenità della sua vita famigliare deve aver certamente influito ed inciso sulla sua produzione letteraria, tanto che egli, scherzando, spesso afferma di aver scritto tanti libri quanti sono i suoi nipoti (anche se la produzione complessiva è certamente più numerosa). Sulle linee ispiratrici alla base della propria produzione letteraria, afferma categorico: “Sono convinto che l’opera di chi scrive romanzi, quando rimane lontana dall’ispirazione degli scrittori che raccontano le proprie vicende, credendole esemplari, trova radice, molto spesso, non tanto nell’ambiente fisico desumibile dalle notizie biografiche, quanto nell’universo spirituale, creato dalle esperienze interiori, ovvero dagli Dionisio con la moglie Piera sua prima lettrice e ‘musa’ interessi culturali, dalle letture, dalle fantasie, dalla capacità di osservare uomini e donne e di introiettarne atteggiamenti ed esperienze. Potrei continuare l’elenco delle fonti di ispirazioni indipendenti dalla vita esteriore. L’opera, ribadisco, il più delle volte è priva di correlazioni biografiche ed esige, pertanto, di essere valutata per sè stessa”. I ricordi sulla evoluzione della propria ‘produzione’ spaziano dagli anni della fanciullezza e della pubertà fino a quelli della completa maturità artistica. Dionisio ricorda di aver iniziato a comporre poesie fino ai 14-15 anni ma già a 12-13 anni si era cimentato su di un trattatello teologico essendo egli mosso dalla ambizione di spiegare il mistero della “S.S.Trinità”. I due generi erano, in qualche modo, l’indizio delle sue principali esigenze espressive: dare voce ai suoi stati interiori e cimentarsi con le astrazioni. Da studente ginnasiale, Da Pra ha collaborato a qualche periodico con scritti di prevalente carattere letterario, mentre da studente universitario Dionisio si è cimentato in veri e propri saggi di filosofia, pedagogia e didattica (“Diana scolastica”, “Didattica moderna” ecc.). Nel contempo, non pochi pittori sono ricorsi alla capacità di Dionisio di analizzare i meccanismi formativi dell’arte pittorica e così il nostro si è trovato a mettere su carta i profili critici da inserire nei cataloghi o su riviste e giornali. Tra le mostre degne di citazione per la ‘critica’ svolta dal nostro, vanno ricordate una a Parigi di un noto artista valdostano ed una in Romania da parte di un modernissimo ed originale pittore di quel paese. Va infine ricordata la collaborazione a “Contemporart”. Tornando alla narrativa ed alla scrittura di romanzi, va precisato che Da Pra ha, dapprima, usato una serie di pseudonimi, mentre dal 1990 l’attività artistica ha ottenuto pieno dispiegamento e successo ed il nostro ha iniziato ad usare nome e cognome anagrafici. Al primo periodo è da ascrivere il romanzo Le vacanze di suor Angelica, scritto sotto lo pseudonimo di “Augusto Zefferino”(nome che ricorda quello del secondo marito di nonna “Nena”), opera che ha avuto un certo successo ed ampi riconoscimenti, e ciò nonostante la contestualità dell’uscita del libro con le vicende legate alla morte del titolare delle “Edizioni dell’Ippocampo” di Milano. Il successo arride a Dionisio con gli anni ’90 ed invero il suo palmares risulta, da allora, assai ricco e variegato: vince per ben tre volte il primo premio “Giovanni Gronchi” alla rassegna-concorso internazionale di Pontedera, il Gran Premio città di Roma (in Campidoglio), il Gran Premio città di Avellino, il Premio di S. Margherita Ligure e tanti altri ancora. Ricordiamo qui soltanto le principali opere pubblicate: Il velluto di Utrecht (forse il suo capolavoro), Alla mia gatta piace Beethoven, Io, Maddalena?, Picchio Spada, Tonga Tonga, Il bandolo e l’enigma, L’incubo del ritrattista. Le lusinghiere recensioni ed i positivi giudizi da parte di critici, letterati, colleghi scrittori, membri di giurie di vari premi sono unanimi nel definire lo stile di Dionisio originalissimo e meritevole di plauso. Unanime e concorde è la sottolineatura che “Da Pra ha il dono inestimabile di ‘costringere’ alla lettura fino all’ultima riga dell’ultima pagina... Le vicende si dipanano in una trama affascinante, quasi seducente, di parole e frasi e periodi che sembrano collegati dal senso profondo della necessità letteraria di uno stile personale ed originale”. Dionisio però, fra tutti questi riconoscimenti, ci tiene soprattutto ad uno: quello della moglie, sua prima lettrice, sua vera ‘musa’, attenta ad ogni sfumatura, ed il cui positivo giudizio è sempre stato anticipatore e foriero di quelli venuti dopo, pur autorevoli e meritati. Giuseppe Zanella FEBB - 18-19.qxd:FEBBR 18-19 8-02-2011 15:51 Pagina 2 ANNO LIX Febbraio 2011 18 ROCCE DI CONFINE “AURONZO DI SCENA” BRILLA LA STELLA DI OTTAVIA PICCOLO Interessante ricerca di Giandomenico Zanderigo Rosolo sull’archeologia montana della nostra provincia ul finire dello scorso anno è uscito sulla riS vista scientifica Geo-Archeologia, periodico semestrale n. 2010/1, fondato nel 1968, a Roma, 00187, Foro Traiano 1/a, un saggio che merita il plauso di quanti amano la nostra piccola regione, intitolato semplicemente “Rocce di confine”. In tutto una quarantina di pagine, fitte di testo e con dieci foto in bianco e nero. Ne è autore lo studioso e amico Giandomenico Zanderigo Rosolo, professore di filosofia, insegnante e cultore di storia del Cadore. Come dice il titolo la ricerca si rivolge ai confini di questa piccola parte d’Italia che va dalla Carnia al Cadore, soprattutto ai quattro segmenti del Comelico con Sesto e l’Austria, di Auronzo con Dobbiaco, di San Vito con Ampezzo e del Cadore orientale con Agordo. Perché i confini che l’autore elenca partendo dalle tre iscrizioni romane sul Civetta, alla vistosa muraglia di Giau, all’anello misterioso sul monte Minoias ad oriente della malga Campo di Vigo a tutti gli altri “antichi segni sulle rocce conservati con straordinaria costanza fino ad oggi”? Anzitutto perché sono testimoni di una millenaria e, generalmente pacifica, convivenza dei nostri antenati con i vicini. Per secondo perché “continuano a svolgere una importante funzione per l’identità comunitaria nell’epoca della globalizzazione”. Qualche citazione nella ricca serie di scoperte storiche in funzione dei confini del Cadore? Partiamo dalle ragioni della sua unità territoriale, di lunghissima durata e persistenza anche nell’Alto Me- dioevo, che Zanderigo indica nella pieve (religiosa) appartenente ad Aquileia, peraltro riunificata dopo la frammentazione antecedente al Mille, “ad opera dei feudatari Caminesi”. A questo punto entra nella storia anche la curiosa appendice di “Caprile, già giurisdizione ecclesiastica brissinese, ma poi pervenuto nell’amministrazione cadorina come loro possedimento minerario.” Ancora, la notissima vicenda di Giau, noto per “la particolare bellezza dei luoghi e per la vistosità della sua demarcazione e le secolari ed animose controversie tra le comunità di San Vito e di Cortina. Zanderigo, dopo averne connesso l’antico significato con la scoperta ottocentesca della stele venetica sul monte Pore, e quella più recente della lastra di arenaria in Mondeval, analizza la muraglia di Giau costruita dai sanvitesi, in novanta giorni, fra il 15 giugno e il 15 settembre 1753. Ed ecco la folgorazione: il suo andamento rettilineo non è casuale ma anzi fa pensare ad una precedente “terminazione romana”. Più esattamente “il confine non appare tracciato con la flexuosa et inaequalis finitio delle frontiere medievali bensì con un rigor che presuppone una autorità ed una tecnica superiori alle comunità dei pastori ”. Con ciò l’eccezionale manufatto, tuttora adorno di quattro stupende lapidi e ben otto cippi numerati e datati, che gli specialisti della Soprintendenza archeologica del Veneto hanno preso sotto la loro cura, costringe a riscrive la storia di questa parte del Cadore, portandola indietro di forse mille anni e più. Un nuovo enig- ma immerso nel mistero! Anche il segmento di Misurina e delle Tre Cime di Lavaredo riserva sorprese. Zanderigo lo introduce con una affermazione che di per sé sconvolge quanto finora scritto dai ricercatori. “ Le ragioni di Aronzo erano fondate sul possesso ab immemorabili; quelle di Dobbiaco su una dubbia lettura di alcuni documenti e sul principio dello spartiacque”. Concludiamo questa purtroppo breve recensione con i confini del Comelico sull’antico valico Montis Crucis dove oggi l’attenzione si è fatta più dinamica, dopo i recenti accordi frontalieri per lo sviluppo turistico invernale. Zanderigo, che la conosce anche per ragioni familiari, ci fa noto che su quei territori che sono una displuviale fra la Dava che sfocia nel Danubio e il Tagliamento - Piave che scendono nell’Adriatico le liti per i confini sono state le più aspre di tutte quelle prese in esame. Anzi l’unico confine dove è stato fatto scorrere il sangue, con “razzie ed omicidi fino ai primi decenni del Quattrocento”. La povertà di segni confinari ancora in loco, e la scomparsa totale di tutte le lapidi di Maria Teresa e del doge Loredan sono un’ulteriore prova delle lotte per il possesso dei pascoli fra i Comeliani ed i Tedeschi. Si pensi alle discordanze a proposito del capitello, nato come cippo costruito a spese comuni, e finito come edicola religiosa “per la devozione privata del daziere tedesco”, che è tutt’oggi racchiuso nel territorio di Sesto. Conclude Zanderigo che quel inquieto confine non può essere attribuito al semplice, seppure violen- 2 Successo della stagione teatrale nche la stagione 20102011 di "Auronzo di sceA na", iniziativa organizzata da to, dibattito fra i pastori delle opposte comunità; ma che dovrebbe essere ipotizzato invece “quale confine tra il Noricum e la Venetia e, più tardi, fra i Latini ed i Tedeschi”. Ancora una volta la grande storia che si sovrappone alla piccola storia del Cadore, al tempo dei nostri antenati pastori. Nel segnalare ai nostri lettori la preziosa ricerca osiamo suggerire all’autore, al quale va la nostra ammirazione, una ulteriore e più allargata pubblicazione ad uso di un più vasto pubblico che non siano gli studiosi locali. Magari arricchita di un congruo numero di immagini a colori, appunto perché riguarda le Dolomiti la cui bellezza non ha eguali al mondo. Il rigore di questa vasta ricerca storica e archeologica, ma pure le precedenti, tutte con uno stile asciutto privo di inutili fronzoli, la scrittura essenziale, ma tutt’altro che arida, indicano nel professor Giandomenico Zanderigo il più degno successore dei grandi storici cadorini monsignor Giovanni De Donà, Antonio Ronzon e Giovanni Fabbiani. (M.F. Belli) Tib Teatro, per la direzione artistica di Daniela Nicosia, con il Comune di Auronzo di Cadore, la Fondazione Teatri delle Dolomiti, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la collaborazione del Consorzio Turistico Auronzo-Misurina, ha riscosso notevole successo. Tre spettacoli di punta e una serie di appuntamenti per le scuole e le famiglie che hanno offerto occasioni di approfondimento, cultura e svago. Su tutte ha brillato la stella di Ottavia Piccolo, protagonista assoluta con lo spettacolo "Donna non rieducabile" che ha chiuso la stagione teatrale. Il testo di Stefano Massini, giovane scrittore e regista fiorentino già noto al pubblico e alla critica per la sua notevole produzione teatrale, ha appassionato e commosso il folto pubblico che ha gremito il Kursaal. Un omaggio alla memoria della giornalista russa Anna Politkovskaja, assassinata nell’androne del suo portone il 7 ottobre 2006, mentre stava rincasando. Una morte annunciata, una morte violenta a cui la stessa Anna sapeva di andare incontro ogni giorno della sua vita, solo per aver svolto bene il suo lavoro. Anna non era una militante politica, era una giornalista senza alcuna mira di potere o altro, se non quello di portare avanti, con determinazione, il proprio mestiere. Il suo fu uno sguardo aperto, senza prevenzioni né compromessi, su quanto avveniva nel suo paese, partendo dagli orrori nella lontana Cecenia, per arrivare a incontrare i momenti più terribili della recente storia russa. La bravissima Ottavia Piccolo ha dato voce allo smarrimento, all’orrore, alla dignità e anche all’ironia di una donna indifesa e tenace, con il rigore e l’intensa partecipazione di una attrice che in quei valori di libertà si identifica fino in fondo. Costruito come una serie di istantanee, il percorso seguito da Anna, scandito in modo eccellente dall’intervento dell’arpa di Floraleda Sacchi, che diventa volta per volta l’eco della guerra, lo spappolarsi dell’inno sovietico, un rumore di ferraglia inquietante, viene ricreato dall’attrice, in simbiosi con quanto visto e vissuto dalla giornalista. Con alcune considerazioni sorprendentemente attuali sull'etica della professione giornalistica e sulla necessità di separare questa dalla politica. “Se hai una tessera di partito” dice la Piccolo nei panni di Anna “non sei un gionalista, sei un portavoce”. Al termine applausi scroscianti con molteplici chiamate alla ribalta per Ottavia Piccolo e Floraleda Sacchi. Hanno completato il programma della stagione altri due spettacoli di successo: un classico goldoniano come "Il burbero benefico" con Mariano Rigillo e la rievocazione della cultura popolare veneta di "Storie de na olta". Livio Olivotto LA STAGIONE TEATRALE DEL GRUPPO CULTURALE DI VALLE COMPIE VENT’ANNI Continuerà fino al 14 maggio L a stagione teatrale di Valle di Cadore festeggia quest’anno un importante traguardo: i vent’anni di attività, caratterizzati da una variegata e sempre interessante continuità di proposte. Il cartellone ha preso avvio in gennaio con una delle più celebri e godibili commedie goldoniane, “Sior Todero brontolon”, portata in scena dalla compagnia “Tremilioni”. Ha proposto le vicende di una famiglia rigidamente patriarcale, all’interno della quale la taccagneria del protagonista viene vanificata dall’astuzia delle presenze femminili. Todero rappresenta un tipo umano universale, quello delle persone egoiste e brontolone che esistono un po’ dovunque: proprio per questo, grazie all’abilità del divertente intreccio goldoniano, la commedia, portata in scena la prima volta a Venezia nel 1762, riesce ogni volta a coinvolgere a fondo l’interesse degli spettatori. Come di consueto, gli spettacoli di Valle si svolgono al teatro Antelao con inizio alle 21, e sono organizzati dal locale Gruppo Culturale in collaborazione con il Comune. Per il 19 febbraio è in calendario una commedia proposta dalla compagnia Tarvisium, “Le bugie hanno le gambe corte”, imperniata su un’esilarante e ininterrotta serie di equivoci a sfondo coniugale. In marzo, sempre il 19, andrà in scena un originale spettacolo dal titolo “Nel bosco della luce”. Si tratta di un atto unico di A. e C. Caniato, che ripercorre l’ultima fase della vita di Tiziano, tormentata dalle preoccupazioni della vecchiaia e dal difficile rapporto con il figlio Pomponio. “Nello scontro tra padre e figlio – si legge nel programma di sala – viene evidenziato il Tiziano uomo, con le sue convinzioni radicate, preoccupato di preparare per i figli un futuro di tranquillo benessere, tralasciando di capire le loro vere esigenze, interpretate come mere ribellioni”. L’interpretazione è affidata alla compagnia teatrale “CostrettiOltreconfine”. “Torna a casa Leslie” di Ray Cooney, in programma per il 16 aprile, è una commedia basata sull’intensità dei colpi di scena e sul susseguirsi degli equivoci, originati stavolta dalla inaspettata “comparsa” di un figlio di cui il protagonista, un medico in carriera, ignorava l’esistenza. Uno spettacolo dedicato prevalentemente ai bambini, “Il gatto con gli stivali”, chiuderà la stagione il 14 maggio, riproponendo in versione teatrale la celebre fiaba del vecchio mugnaio che, in punto di morte, lascia in eredità al figlio minore quello che in apparenza sembra il bene più insignificante: il suo gatto. Ma sarà proprio il piccolo e scaltro animale a fare la fortuna del ragazzo. Maria Giacin FEBB - 18-19.qxd:FEBBR 18-19 2 8-02-2011 15:51 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 19 a sala polifunzionale di Dosoledo ha ospitato il CONCERTO DEDICATO L concerto di Orazio Longo, giovane musicista catanese residente in Comelico, durante il quale è stato presentato il suo ultimo Cd Landscape. In apertura un toccante omaggio alla giovane di Dosoledo, scomparsa improvvisamente nelle settimane scorse. “Questo concerto è dedicato all'amica Bianca Costa” ha detto Orazio visibilmente comosso, tra gli applausi del pubblico. Il suo “Concerto fra le Dolomiti” ha consentito di apprezzare brani tratti dal nuovo Cd Landscape e da altre raccolte. Sono proprio dei ‘paesaggi’ interiori quelli che propone il giovane musicista, accompagnato da una band formata da ottimi elementi come Samyr Guar- A BIANCA COSTA Orazio Longo ha presentato a Dosoledo il suo nuovo Cd "Landscape" rera al sax, Angelo Celso alle percussioni, Giancarlo Scar vaglieri alla chitarra classica, Salvo Inzerilli alla chitarra elettrica. Dieci tracce nelle quali vengono proposte emozioni interiori, in un processo evocativo che trasforma le note in colori, con un approccio che spazia dal jazz al rock e che lascia campo a momenti luminosi e intensi, come a riflessioni più sommesse e inquietanti. Senza dimenticare il rapporto tra l'uomo, la natura e gli animali, troppo sbilanciato a IL RACCONTO ’era una volta un naC netto silvano veramente singolare: i suoi occhietti neri e vispi sembravano leggere nell’anima altrui e, come tutti i suoi simili, possedeva il dono dell’ubiquità. Pensate, bambini: poteva stare contemporaneamente nella cameretta di uno di voi, ma anche nei magici boschi ai piedi del Pelmo, al cospetto del trono di Dio di cui i nani si prendevano cura in Sua assenza. Il suo nome, quello sì, non era proprio speciale: ultimo di sette fratelli, era stato chiamato Pisolo per desiderio della mamma, che era una fan sfegatata dei nani di Biancaneve e non aveva voluto neppure sentire ragioni contrarie. Pisolo aveva due curiose abitudini: portare come copricapo una pigna più grande di lui e, cosa ritenuta veramente assurda e pericolosa dai suoi pari, stare in autunno seduto bel bello sul cappello di una sfavillante amanita, che lo attraeva per il colore e per la comodità. Quell’anno l’amanita di turno si era inizialmente alquanto spazientita, ma poi aveva cominciato a provare simpatia per quel nanetto birichino, tanto che un giorno, mentre Pisolo si accomodava ancora una volta sull’inusuale poltrona, gli disse: «Nonostante tutto, non mi offendo… Il tuo cuore è buono ed hai il coraggio di avvicinarti a me, al contrario di quanto fanno gli altri nani, senza pensare che anch’io ho diritto d’esistere abbellendo il bosco con i miei gai colori. Sarò tua amica e, se necessario, ti aiuterò!» Pisolo, che doveva ancora crescere ed era un po’ ingenuo, apprezzò quelle parole, favore del primo. “Nello sguardo sconfitto di una balena o di un elefante - dice Longo - possiamo intuire che un destino analogo potrebbe capitare all'uomo, se continua a ignorare l'importanza di un approccio corretto con la natura”. Nascono cosi le due parti di Glasses il brano dedicato a questo tema ambientalista. Ma Orazio Longo propone tra l'altro, anche una riflssione sul tempo che passa sempre troppo in fretta, o sui colori di Parigi, visti nello stile e nell'impronta di Renoir. Landscape giunge a due anni dal precedente lavoro Suite Paragem, nostalgioco omaggio dedicato al Fado portoghese, dopo un viaggio a Lisbona, e dopo il felice esordio del 2005 con Lynotape feuilletons sans mot. Molti brani sono eseguiti solo da Longo alla tastiera e da Scarvaglieri alla chitarra classica, con un binomio particolarmente affiatato ed efficace. Ma di impatto sono anche i pezzi con la band al completo dove risalta il limpido sax di Samyr Guarrera. Al termine del concerto organizzato in collaborazione con il Comitato di gestione della Biblioteca Comunale di Comelico Superiore, la Regola di Dosoledo e lo "Skay" di Padola, applausi convinti da parte del folto pubblico che ha riempito la sala polifunzionale. Livio Olivotto ALL’IMPROVVISO UNO SQUARCIO D’AZZURRO... anche perché la vita in quel periodo gli sembrava complicata. Da non molto, infatti, era ospite in una casa, anzi in una statuetta che era indubbiamente la sua sosia, dato che i nani silvani possono vivere pure in oggetti apparentemente inanimati, ma cari a chi è in difficoltà, per recare aiuto e protezione. Essa era stata regalata a Sofia, una bambina molto piccola che viveva in quell’abitazione con i genitori e la sorellina Silvia. Quest’ultima, nata da pochi giorni, aveva purtroppo subito manifestato problemi di salute, che erano motivo d’apprensione per tutti. Per questa ragione Pisolo era molto triste. Un giorno, facendo visita all’amanita, si confidò con lei. «Capisco, amico, e provo anch’io dispiacere!» disse il fungo con tono pensieroso e sconsolato. Dopo un attimo d’esitazione, però, esclamò: «Ho un’idea! Consulta il re del bosco, il grande abete bianco che sta qui vicino. È come un padre per noi ed ha sempre una soluzione pronta per tutto!» L’albero ascoltò pazientemente il nanetto, poi sentenziò: «Il problema è complesso e non è facilmente risolvibile. La mia autorità non basta: occorre l’intervento di Dio!» Pisolo, che aveva sempre sentito dire dai suoi genitori che Dio non poteva essere disturbato, ma solo pregato, lì per lì rimase perplesso, ma poi la sua generosità e l’affetto per le bambine gli fecero superare qualsiasi timore, spingendolo ad agire. Giunse trafelato sulla sommità del Pelmo, quel giorno C’era un nanetto dagli occhi neri e vispi, poteva stare contemporaneamente nella cameretta dei bimbi come nei boschi ai piedi del Pelmo. Un giorno salì sulla sommità del monte per parlare a Dio. Voleva salvare Silvia... immersa nella nebbia, che impediva di vedere al di là del proprio naso e si poteva tagliare col coltello. Il nanetto avanzava quasi a tentoni, chiedendosi come mai avrebbe fatto a vedere Dio, quando sentì una risata simile a quella del suo caro nonno ed una voce autorevole esclamare: «Pisolo, con quella pigna in testa più grande di te non vedi nulla! Se continuerai a camminare sul lembo del mio mantello, finirai per sporcarlo interamente e non basterà tutta l’acqua del Boite per ripulirlo!» «Scusa,» ribatté il nanetto per nulla intimorito, anzi rassicurato dal tono per lui familiare, «ma io non faccio apposta: non vedo nulla non tanto per la pigna, quanto per il nebbione. Piuttosto avrei bisogno di parlare con Dio. Sai dove posso incontrarlo? È urgente!» «Non ne ho idea,» disse l’ignoto interlocutore «ma di una cosa sono certo: sei impertinente a volerlo disturbare e facilmente verrai punito!» «Non importa,» concluse Pisolo «purché ottenga quello che desidero! La felicità della famiglia che voglio aiutare mi farà superare qualsiasi difficoltà, anche la punizione più tremenda!» In quel mentre un bagliore improvviso squarciò la nebbia, che lasciò il posto, proprio sopra la testa del nanetto, ad uno splendido azzurro, quell’azzurro grazie al quale le crode si stagliano più eleganti e nette nel cielo. Pisolo cadde a terra e rimase alcuni istanti come stordito. La prima cosa che percepì riprendendo i sensi fu la voce della mamma di Sofia e Silvia che esclamava felice: «Finalmente la mia bambina sta bene! Non mi sembra vero! Le mie preghiere sono state ascoltate!» Solo in quel momento capì: senza saperlo aveva incontrato Dio, che aveva esaudito il suo fortissimo desiderio, non punendolo, anzi conversando con lui. Da allora i nani silvani rispettano le amanite e non hanno più paura di disturbare Dio, ma, salendo sulla sommità del Pelmo, portano sempre con loro una borraccia piena d’acqua del Boite ed un potente smacchiatore! Marina Daverio FEBB 20-21 .qxd:FEBBR 20-21 8-02-2011 15:45 Pagina 2 2 ANNO LIX Febbraio 2011 20 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins AL BRENTE DE VILA VECIA Era na specie de fontana de aga, la servia par rifornì dute le ciase là atorno e anca par da da le vacie e ai ciavai de la contrada Inera stó portó a Bolzano epò in Germania zal beeà,adavante la ciasa de vo”, parlon dei ane ’40 de sto ranta litre. Che che avèa una lager de Flossemburg. Co l é tornó a ceda, iné du L Nin de Benedeti, onde secolo pasòu. Me penso che al sola podèa anche contentala che adès e al parchegio par le primo che a avù l’aga n’te cia- co dòe bèle see de aga, ma chi a inparà a föi formai pla lataria d Costauta machine, era un brente, na sa n’te la nostra contrada, e che avèa zinche o siè, o come VELINO LO RICORDARON SENPRO elino da Boi, Evelino Casanova Borca, da V Costauta, é sindù gheto i prim dis dl ön, forse passön par Pramaió a saludé l ultma ota Sant Ana, zla gediola ch l avee fat su par ricordà i amighe mazade zi lager todösse e ringrazié propio la patrona d Costauta da esse podù tornà a ceda, dopo avöi ciapó al tifo e esse rivó a 30 chile d peso. Li inclota dal 1944 avee 17 ane, un todel ciapó inze zla guera pi granda e pi mata ch i omin avössa mai consù, secuestró dai soldade todösse ch avee circondó al pöis d Costauta, burdó nasché cede par vendichesse di partigiane ch avee fat un atentato e mazó un d löre. Aped etre omin, ma li al pi dogn, inera stó portó a Bolzano epò in Germania zal lager de Flossemburg. Li avee contó sul giornalin “Da Postauta a Giò Auto” e dopo publicó zal libruto “Gli anni dell’orrore” li esperienze ch l avee padù. Ne n avee nanch vint ane co l é tornó a ceda, l ité ch se desmöintia fazile, ch s à voia da lorà, da vive, da föi algo d novo. E csi, come ch i möide dal lager fossa stade desmantiede, Velino iné du a inparà al mistiör dal mistro e à tacó a föi formai pla lataria d Costauta. E dopo inà maridò Santina da San Colò e contaa ch da moros al dee a cetala dadsöra a pé e tornaa vi pla nöte co la paura a passà al bosco di Piatois, parcheche i parii da vöde onbrii d mortes, com inclota ch l à cardù d avöi visto l onbria de Stefin, un dogn com li, morto apöna tornò a ceda, a gauda dla malatia ciapada zal lager. Ma dopo avöi avù tröi rede e esse zla dificolté da cetà laoro par mantgnì la famöia, Velino a scognù decidse da emigré, da dì in Germania a lorà. “Stössa strada d inclota, stössa lönga intossieda, col desprezio d naitetre taliögn” cianta na canzon dal Grupo musical d Costauta, intitoleda “La storia n insögna”, e dedicheda a li. I ane dla lontananza dal pöis, dle umiliaziogn, dla fadia da böt vi algo par tornà con pi siguröza e fiduzia. Dopo nasché ane, ch anch in Italia el robe dee möio e in Comelgo nsun n ciapaa pi la valis, Velino avee tornó a tol su al mistiör dal mistro. Al so onto e l so formai era considrede no snoma da cöi ch portaa al late in lataria, ma anche foravia da chi ch avee ocasion da zarciöi. Era i ane Setanta, i ult- me dna agricoltura ormai ribandoneda. Ma a Londo, zl istede dal 1974, dopo un inverno gno ch era gnuda d una grön lavina, ch avee descuarciò un bocon de cuerto e desfato al conduto, inere stade montiede pi d zento vace, ch avee inpù i doi stalogn, Velino avee savù organisé al laoro di pastores, di fogheres, com un capo esperto, forse l ultmo vöro mistro dna generazion sconparida. Apöna ch l à ciapó la pension e i sode dla Germania pi prisoniöre di lager, Velino à volù dà sodisfazion a cöl ch li ciamaa un “voto a Sant Ana”: na gediola par ringrazié e ricordà i amighe dal Comelgo morte zi lager. Dal 1994 finamai al 2008, cuön ch la salute avee tacó a scantiné, Velino inà organisó la prima dmönia d agosto na zerimonia, con rosario e nasché parole d ricordo, lassù a Pramaió, zal capitel d sant Ana. Forse era li e pöce etre che cardee zl inportanza e l significato de sta zerimonia a Pramaió. Ma lo ricordaron senpro, ilò arente, co l so portamöinto bulo, al fazlöto a righe biönce e nögre intorn le spale, come un guardiön dla libarté, par contà a duce cuanto tristo ch è l òn e cuanto ch iné da stà in vaita par che n sozeda da novo i mazeles dl odio e dle guere. Sane, Velino, anche se n sarà pi la prima dmönia d agosto, s cetaron senpro a Pramaió. Lucio Eicher Clere specie de fontana de aga, longa 3 metre par 1,80 e auta un metro, lavèa un solo corno d’aga. La servia par rifornì dute le ciase là atorno e anche par da da bee a le vacie e ai ciavai de la contrada. Al tarén era n’tin n’pendenza così te la parte pi a monte la vasca era pì basa par la comodità de le mande e de le vedèle. Par le vacie e i ciavai dea ben la parte pi auta. Doe sbare de fèr, parallele, distante tra de ele 20 schei, le era metude par travès e n’tel medo de la vasca e le servia par poià le see de aga da rienpì sote al corno. Le see era portade a ciasa a spala da le femene, col zempedòn, co tanta maestria che no le lasaa desgore gnanche na goza de aga. L’aga era preziosa e nisun te ciasa avea chesta comodità. No areone mia n’tel “medioe- stou Leo Ronzon, e dute, grande e picui, iè deste a vede sto “miracolo”. Bisogna savè che quasi dute le nostre ciase par metà le era destinade a stala par le bestie e tabià par al fien, insoma vacie, fede e ciaure era de ciasa. Era rare chi che non avèa almanco na vacia, calchidun avèa tre, zinche e anche de pì. Se le guarnaa doe ote al dì, da bonora da le siè a le sète, e da de sera, da le zinche al le siè (17-18). Era orarie precise par dopo portà al late te lataria che dopo chela ora i la seraa. Sta fontana, che adès no e pì, par ane e ane la ne a dòu la vita, co sto ben prezioso par noi e le nostre bestie. Ma parlon n’tin de ele: savòn che le vacie quan che le magna al fièn le può bee anche vinti litre de aga, e bonora e sera fa qua- mè pare che avèa nuove, te as vuoia de portà aga! Al problema i lo a risolto tel modo che ogni stala molaa fora le so vacie a un zerto orario e così le bestie le dea tranquile a beverase al brente. Le pi anziane guidaa le pi dovene che ogni tanto sautaa e mateaa e dopo che le aèa beesto le tornaa da sole al so posto n’te stala e al paron bastaa solo leai la ciadena. Chesto era al sistema mèo, parchè se evitaa che le bestie de stale diverse le se n’cornase tra de ele. I ciavai invenze si dasèa da bee tei rins aonde che i era a laurà o te le fontane aonde che capitaa. N’tel nostro brente i se beveraa tel di de riposo, era chei de Piano e de Gigi, e me penso che i ruaa sempre de corsa, al galoppo. Tita de Ina TABIAS, N LIBRO PAR COGNOSELI MEO abiàs: al libro fato da Nani De DiaT na e Danilo De Martin Benci de Loze e publicou da l'Union Ladina de l Cadore de Medo al ne fa vede da visin e l ne ida a studià le beleze de cheste costruzion fate de len e de pera che ncuoi i resta a testimonianza de na vita de na ota. Ades tante i è deste dobas parché nisun li dorea pì, tante i vien dorade par le feste, calchedun tien inte dei e luoide, restel e fau che na ota vegnia dorade e ncuoi no No serve pì a nuia o a poco. I tabias i é l segno de n modo de vive ntin pi da vesin de la natura, cuanche i nostre vece pasea tante ore de l dì a laurà ntorno. Luore ne conta tante storie leade a cheste stanze agno' che se betea l fien e se pausea se fora piovea e se dormia de nuote. Tante i resta ngiro par l paese e fora. Nte l libro vien censiu duto l patrimonio de tabias de l comun de Loze con tante foto e al soranome de le famee che lo avea fato su'. Inte se ciata anche le informazion su come feili, come che fasea i nostre vece e tante foto le descrive particolari che servia par feili deventà unici. L tabià l é n toco unico: fato su a man co la pasion de chi che savea che avarae pasou tante ore inte e ntorno. N savé fei che sta desparendo man a man che i nostre vece ne lasa: par chesto al libro nase par testimonià le beleze senpre ntin trascurade de cheste costruzion che le ne par senpre pì bele man a man che le oservon pulito. A la fin de l libro se ciata na cartina co la distribuzion de dute i tabià de Loze e n itinerario visin de l paese par vede le varie costruzion: chele de len, chele de pere e len, chele solo de pera, chele cola stala davisin e chele co la ciasuta par feise da magnà. Vo' doe ore de caminada par dì a vardà tante de i nostre tabià e la guida la spiega algo su come che i é stade fate e dorade. Al libro é nautra ocasion par cognose meo le nostre tradizion e l é fato par dute i nostre dovin e i foreste pacrhé i posé nparà algo de pì. I nostre vece, savon, che i sa duto su par i tabias e i é i sole che i sarae boi de feili su ancora. F.L.F. FEBB 20-21 .qxd:FEBBR 20-21 2 8-02-2011 15:45 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 21 I rifugi aperti e gli itinerari battuti hanno richiamato in Cadore escursionisti dal Veneto e dal Friuli CONSENSO E PARTECIPAZIONE PER IL REGNO DELLE CIASPE A desso è fondamentale tenere il passo. Un imperativo condiviso da tutti. L’iniziativa degli itinerari escursionistici invernali da percorrere con le ciaspe è diventata una lezione per l’intero Cadore. Ha dimostrato che quando c’è unità di intenti le cose funzionano. Quando in montagna ci si mette insieme a perseguire un traguardo, la vittoria è garantita. Per chi non l’avesse ancora capito stiamo parlando del progetto “Cadore Regno delle Ciaspe”. Un’idea per promuovere il territorio cadorino durante la stagione invernale quando, oltre alle meraviglie paesaggistiche delle Dolomiti promosse dall’Unesco, l’unica vera ricchezza è rappresentata dalla neve. Senza però avere quegli impianti sciistici che per numero e per importanza consentono ad altri comprensori montani di gestire significative partite turistiche alquanto vantaggiose per l’economia locale. Bisognava inventarsi un qualcosa di confacente alla conformazione territoriale del Cadore. Ecco allora le ciaspe, lo sci-alpinismo e lo sci-escursionismo. Tre proposte ludico-sportive da praticare lungo quei sentieri affacciati ai meravigliosi scenari dolomitici che durante l’estate richiamano tanto interesse. Bisognava trovare un modo per far sì che l’offerta estiva funzionasse anche vestita di bianco. Le idee vincenti sono state quelle dei rifugi aperti e degli itinerari battuti e segnalati. E’ stato un successo. “Il rifugio aperto - ci ha detto un’escursionista che abbiamo incontrato salendo a Pian dei Buoi dalla Val Da Rin - rappresenta una méta. L’idea di trovare un luogo riscaldato dove rifocillarsi aiuta a superare anche la fatica e il freddo che comporta camminare con le ciaspe sulla neve.” E le testimonianze positive raccolte dai nostri cronisti lungo i venti percorsi proposti dal progetto sono veramente tante. “Credo che nel giro di pochi anni - ci ha detto Rodolfo di Mogliano Veneto - il Regno delle Ciaspe possa diventare un richiamo importante per l’intero Nord-Est. L’idea di abbinare le piste battute ai rifugi aperti favorirà di sicuro la promozione del Cadore come area ideale alla pratica dell’escursionismo con le ciaspe, accessibile a tutti, in alternativa alla sempre più costosa frequentazione delle piste da sci.” Pareri lusinghieri raccolti lungo gli itinerari del Regno delle Ciaspe che testimoniano la bella novità cadorina. La scossa è stata data e i primi risultati sono stati quantificati dai gestori. Livio De Bernardo dell’Eremo Romiti sopra Domegge snocciola con entusiasmo i numeri. “E’ stato un successo. Non pensavamo tanta gente. Questo ci stimola a programmare l’apertura anche per il prossimo inverno e a far meglio sul piano dell’organizzazione della struttura che non era certo pensata per restare aperta d’inverno.” Il rifugio Antelao non è nuovo all’esperienza di apertura invernale. “Grazie al progetto “Cadore Regno delle Ciaspe” devo dire che quest’anno sono arrivati in rifugio molti più escursionisti.” La valutazione della famiglia Da Forno è tutta positiva. E di risultato positivo parlano anche Filippo Baldan del rifugio Fabbro a Casera Razzo ed Enzo Dal Pont del rifugio Ciareido. Sono i gestori dei rifugi la più importante cartina al tornasole dell’iniziativa. Il risultato? Un successo in tutti i sensi. CADORE REGNO DELLE CIASPE a collaborazione del Consorzio Bim Pia“L ve con il Progetto “Cadore Regno delle Ciaspe” continuerà alla grande perché grazie ai risultati conseguiti abbiamo capito non solo che può diventare un promotore turistico importante per quest’area ma può essere preso ad esempio come modello ideativo e gestionale per altre iniziative utili alla montagna.” Le parole del presidente del Consorzio Bim Piave Giovanni Piccoli hanno il sapore della promozione per gli animatori del Progetto “Cadore Regno delle Ciaspe”. Sono state pronunciate all’inizio di febbraio, nella grande sala della Magnifica a Pieve, dove si sono ritrovati quasi tutti i soggetti che hanno collaborato a far partire l’iniziativa. C’erano i sindaci del Cadore, i presidenti o i rappresentanti delle sezioni cadorine del Cai, le Guide alpine, Pro loco ed operatori economici e turistici di ogni ordine e grado. Ed è stato a questo variegato ma unitario insieme di soggetti che ha fatto riferimento il presidente Giovanni Piccoli. Il successo del Progetto infatti deve essere riconosciuto proprio alla consapevolezza che soltanto insieme il Cadore può guardare al futuro con ottimismo. Su questa lunghezza d’onda è stato prospettato l’indi- spensabile allargamento del Progetto all’intero territorio del Cadore. “Solo così – ha sottolineato il sindaco di Lozzo Mario Manfreda – è possibile dare nuovo vigore e anche valenza politica al Progetto. Un allargamento che potrebbe diventare propedeutico per tante altre azioni da intraprendere per il bene della nostra montagna.” E’ stato applaudito Mario Manfreda. Anche la proposta del presidente della Comunità montana Centro Cadore Pierluigi Svaluto di far partecipare alla gestione del Progetto anche i privati è piaciuta. Nel corso del dibattito, oltre ad illustrate le fasi operative che hanno avviato l’iniziativa, gli interventi di tanti a cominciare da quelli del sindaco di Santo Stefano Alessandra Buzzo, e del presidente del Cai di San Vito Renato Belli, hanno sottolineato l’opportunità che il Progetto sia di tutto il Cadore. In questa direzione si muoverà ora il gruppo di lavoro incaricato a preparare il terreno per la stagione invernale 2011 – 2012. Intanto qualcuno sta pensando anche ad una promozione estiva con percorsi da far conoscere e trekking di più giorni sulle Dolomiti Cadorine da mettere a punto. E’ tutto un fermento di idee e di proposte che, partendo dalle ciaspe e passando per lo sci-alpinismo arriverà, durante la prossima estate a rivalutare gli antichi e sempre nuovi meravigliosi sentieri del Cadore, si focalizzerà sulle Vie classiche di roccia che le Guide alpine stanno rivitalizzando e sulla miriade di salite in falesia per ricongiungersi, con il prossimo inverno, alle amate ciaspe. Troppa carne al fuoco? Assolutamente no. E’ tutto questo e tanto altro ancora la nostra montagna. Bepi Casagrande Fotoservizio di Tommaso Albrizio UN PROGETTO CHE SI VA ALLARGANDO A TUTTO IL TERRITORIO DEL CADORE “Bisognava inventarsi qualcosa”. Soddisfazione è stata espressa in sala della Magnifica da tutti i soggetti che hanno collaborato all’iniziativa Il Progetto “Cadore Regno delle Ciaspe” continuerà, assicura Giovanni Piccoli presidente del Consorzio BIM Piave, e potrà diventare modello ideativo e gestionale per altre iniziative utili alla montagna Interventi dei rappresentanti Cai, Guide Alpine, operatori economici FEBB 22-23 .qxd:FEBBR 22-23 8-02-2011 15:48 Pagina 2 ANNO LIX Febbraio 2011 22 a seconda edizione della Rossignol Race L Comelgo Loppet” svoltasi a Padola e dedicata alla memoria di Riccardo De Martin, ha visto un finale davvero entusiasmante. Florian Kostner, vincitore nella gara dell'anno scorso e il collega carabiniere Pietro Piller Cottrer, sono giunti insieme sul traguardo (1.11.17) dopo trenta combattuti chilometri a tecnica classica. I due azzurri nel finale hanno fatto forcing staccando Cristian Zorzi e Bruno Debertolis. Tra le donne, dopo un piccolo incidente in partenza Antonella Confortola della Forestale ha recuperato lo svantaggio sulle sorelle De Martin Pinter andando a vincere con un significativo margine (1.23.46) sulle due atlete di casa. Tanti gli appassionati al via, quasi 400, in una giornata fredda e con qualche nube che però non ha coperto le splendide cime dolomitiche del Gruppo Pòpera. Affascinante la partenza in gruppo, data dall'intramontabile ‘Grillo’ Maurilio De Zolt, con i 400 in lotta dai primi metri per conquistarsi un posto in testa al gruppo, ma fin da subito finanzieri, carabinieri e alpini hanno messo in chiaro le proprie intenzioni. È stato il giovane Matteo Ceol ad accendere la miccia trascinandosi appresso Cristian Zorzi, Florian Kostner, Bruno Debertolis, Pietro Piller Cottrer e Simone Paredi. Molto lungo il serpentone che si è incanalato nella Val Grande, con un bel colpo d’occhio, mentre tra le don- Al via 400 atleti per la COMELGO LOPPET di PADOLA PILLER COTTRER E KOSTNER INSIEME AL TRAGUARDO Fra le donne vince Antonella Confortola sulle sorelle Veronica e Marlene De Martin Pinter La Comelgo Loppet è tra le competizioni di maggior interesse nel calendario nazionale 2 lavoro dei giudici, ma anche il fotofinish dava il salomonico pareggio. Tra le donne Antonella Confortola aumentava il ritmo e si presentava sola sul traguardo, con Veronica De Martin Pinter a 2’.15, in ogni caso soddisfatta. E ancora più soddisfatta la giovanissima Marlene De Martin Pinter, abituata alle distanze più brevi, terza a 4’.51. Intramontabile la russa Bitchougova, quarta davanti a Yasmin Pocchiesa, altra giovane padolese. Soddisfazione quindi per Roberto De Zolt, organizzatore dell'evento con l'associazione Comelico Nordic Ski. Il bilancio della Rossignol Race Comelgo Loppet Memorial Riccardo De Martin chiude con un netto segno positivo, e la gara entra di diritto tra le competizioni di maggior interesse nel calendario nazionale. Livio Olivotto Padola 23.1.2011 ne, Antonella Confortola era costretta a fermarsi, per la perdita di un bastoncino, riprendendo in coda al gruppo. Così Veronica De Martin Pinter, la dominatrice del 2010, non si faceva certo pregare e balzava al comando tallonata dalla sorella Marlene, in gara anche per ricordare il fratello Riccardo, scomparso tragicamente lo scorso anno ed al quale è stata intitolata la manifestazione. Dopo un primo giro di at- tesa, con il gruppo dei migliori in testa, a metà del secondo giro Piller Cottrer e Florian Kostner davano uno scossone al gruppetto, allungavano ed era l’azione decisiva, perché dietro Zorzi e Bruno Debertolis non riuscivano a tenere la scia. Nel frattempo, già alla fine del primo giro Antonella Confortola arrivava alle spalle di Veronica De Martin Pinter e proprio al passaggio nello stadio si metteva davanti a dettare il ritmo. Tanta l’attesa del folto pubblico dentro lo stadio del fondo di Padola per gli arrivi. Piller Cottrer e Kostner con il loro ritmo indiavolato facevano il vuoto alle loro spalle e piombavano appaiati nei due binari ghiacciati. KillerPiller cercava di scrollarsi di dosso il commilitone, ma ogni tentativo era vano ed i due carabinieri tagliavano appaiati il traguardo, entrambi in spaccata. Gran Le vecchie glorie comeliane Marcello Pomarè, Maurilio De Zolt, Bruno Pomarè, con Cristian Zorzi (3° da sx) VANNO SEMPRE FORTE I RAGAZZI DELLA USG PIEVE DI CADORE I ragazzi di De Monte nel pattinaggio di velocità hanno portato a casa da Baselga ben cinque coppe e il titolo italiano con Luca Zammichieli FEBB 22-23 .qxd:FEBBR 22-23 2 8-02-2011 15:48 Pagina 3 ANNO LIX Febbraio 2011 opo la straordinaria vittoria di Simone D Bertazzo a Lake Placid del dicembre scorso, il Cadore ha rispolverato la passione per il bob, uno sport che fino a pochi anni fa era affermato in tutto il territorio con ben sette bob-club. Oggi, fatta eccezione per quello di Cortina, di bob-club ne è rimasto solo uno in Cadore, quello di Pieve, di cui fa parte il campione cadorino. Oltre a lui, vi è un altro giovane atleta, promessa futura del bob cadorino e italiano, Simone Fontana, diciannovenne di Santo Stefano, arrivato al bob proprio grazie a Bertazzo. Simone, un giorno magari avrai la possibilità di gareggiare con Bertazzo… “Lui è un campione che con i suoi risultati sta portando in alto il nome del bob azzurro. Io sono agli esordi della mia carriera, quindi penso che dovrò allenarmi parecchio prima di poter avere questa opportunità. Di certo sarebbe un sogno che si realizza: io amo guidare il bob, ma pur di fare una gara con lui, farei il frenatore tutta la vita! Anche perché, se oggi sono nella nazionale di bob, lo devo a lui.” A questo proposito, raccontaci come è iniziata la 23 BOB - SIMONE FONTANA, GIOVANE PROMESSA Ha partecipato a Coppa Europa come pilota nel bob a due e aggregato alla squadra nel quattro Il diciannovenne di Santo Stefano sogna di arrivare alla Coppa del Mondo. Simone è determinato tua passione. “Tutto è cominciato nel maggio 2009, in circostanze del tutto casuali. Essendo ben preparato a livello fisico, soprattutto per i diversi anni dedicati allo sci di fondo, a scuola venivo sempre scelto per partecipare alle gare di atletica. Un giorno, la lezione di educazione fisica fu spostata d’orario e questa fu la mia fortuna. Alla pista di atletica di Longarone, dove ci recavamo per testare le varie gare di corsa, trovammo Simone Bertazzo, lì per allenarsi. Fatta la sua conoscenza, ebbi la possibilità di mettere in mostra le mie doti nei cento metri, fondamentali nella fase di spinta del bob. Bertazzo mi chiese dunque se volevo provare a lanciarmi in questo sport. Il primo anno non se ne fece nulla, perché mi ero infortunato alla spalla con il fondo e così passai un anno ad allenarmi da solo. Il primo raduno fu a Vipiteno dove provammo la fase di spinta sulle rotaie; seguirono poi altri raduni simili, dove si effettuavano vari test fisici.” Poi hai iniziato le discese vere e proprie… “Esatto, la prima è stata l’ottobre scorso, sulla pista di Altenberg, vicino a Praga. Il test è andato bene e così, al ritorno, mi hanno comunicato che avrei potuto prendere parte ad un corso per diventare pilota. Io accettai di buon grado e così di lì a poco sono seguite le prime gare di coppa Europa con il bob a due; sono stato a Saint Moritz in Svizze- ra, a Winterberg in Germania, a Cesana, vicino a Torino e a Innsbruck in Austria. Nel corso dei test fisici, è emerso che pure in fase di spinta andavo forte e così sono stato aggregato anche ad una squadra di bob a quattro, con la quale ho partecipato a tre gare, sempre di Coppa Europa.” Quali sono i tuoi progetti per il futuro? “Innanzi tutto ho intenzione di allenarmi duramente quest’estate per migliorare la fase di spinta, soprattutto per quanto concerne la tecnica. Tutti i miei compagni di squadra arrivano dall’atletica, che ha molto in comune con la spinta del bob, soprattutto nello stile di corsa. Io arrivo dallo sci di fondo, quindi il mio modo di correre va rivisto. Nelle prossime settimane, invece, essendo finite le gare per quest’anno, mi concentrerò sul miglioramento della guida.” I sogni da realizzare? “Mi piacerebbe moltissimo riportare la passione per questo sport in Cadore e in Comelico. Una volta il bob era popolare dalle nostre parti, grazie alla pista di Cortina, che purtroppo oggi non è più in attività. Per fare questo, in occasione della tradizionale festa “Vita nelle vie” a Santo Stefano, ho deciso di organizzarmi per fare un’esibizione con gli altri miei compagni di nazionale della fase di spinta, in modo da fare conoscere da vicino questo splendido sport anche a chi non ne ha mai sentito parlare. Un altro mio desiderio è quello di partecipare alla Coppa del Mondo; forse non sarà il prossimo anno, ma confido di farlo fra due. Un ultimo grande sogno, forse il sogno più grande per uno sportivo, sarebbe quello di partecipare alle olimpiadi. Le prossime si terranno in Russia, nel 2014, ed io farò di tutto per esserci!” Mario Da Rin La presidente Cristina Marchi: “Va premiato il costante impegno” dore si colori dell'Unione Sportiva Ghiaccio di Pieve di Cad sono fatti notare conquistando molte volte il podio, dando così lustro all'unica società di pattinaggio di velocità della provincia di Belluno. Gli atleti cadorini, seguiti dal loro allenatore Maurizio De Monte, tecnico del Corpo Forestale dello Stato e della Nazionale Junior, hanno portato a casa ben cinque coppe tra le quali il titolo italiano conquistato da Luca Zammichieli nella categoria Junior D che ha sbaragliato la concorrenza sulle quattro distanze con tre primi posti e un secondo posto. Nella stessa categoria ha ben figurato con un sesto posto anche William Porta. Nella categoria Junior C femminile terza piazza e meritatissima medaglia di bronzo per Laura De Candido mentre Greta Tabacchi ha ottenuto un onorevole settimo posto impreziosito da record personali. Seconda nella categoria Junior B e quindi medaglia d'argento per Anna Da Fies. Sempre nella Junior B ma in campo maschile ottimo recupero dopo un periodo negativo di Pietro Bertolani che ha conquistato un buon quinto posto. Nella Junior A grande prestazione per Paola Simionato giunta seconda e con la medaglia d'argento al collo. L’atleta cadorina ha dimostrato di essere in grande forma e pronta per raggiungere prestigiosi traguardi. Paola ha guadagnato anche il terzo posto nella classifica assoluta alle spalle della sorella Chiara che ha così conquistato l'ennesimo titolo Italiano nella specialità. Nella stessa categoria maschile una sorprendente quanto inaspettata medaglia di bronzo è arriva da Davide Zangrando, che ha saputo sfruttare un paio di cadute dei suoi immediati predecessori: quando si dice bravo e fortunato. Il tutto per un totale di 18 podi sulle singole distanze e 6 generali. Un bottino di tutto rispetto pensando soprattutto che questi atleti sono orfani del loro stadio di allenamento, quello di Tai di Cadore ove sono in atto i lavori per la costruzione della copertura, e costretti a numerose trasferte anche fino a Baselga per poter pattinare e mantenere ottimi livelli. Sempre a gennaio, si sono svolti a Pontebba in provincia di Udine anche i campionati italiani di Short Track (pattinaggio velocità su pista corta) a cui hanno partecipato altri cinque atleti dell’Unione Sportiva Ghiaccio di Pieve di Cadore. I ragazzi allenati da Alessandro Mazzoleni Ferracini sono Andrea Pietrobon, Carlotta Ciotti, Marianna Fabrizi, Giorgia De Bettin e Marco Belfi, i quali hanno gareggiato nelle rispettive categorie di appartenenza Junior D ed E. Questa manifestazione non ha regalato piazzamenti di rilievo per la società cadorina, soprattutto a causa delle limitate possibilità di allenamento cui sono costretti gli atleti per le vicende legate al rifacimento dello stadio del ghiaccio di Tai. “Tuttavia va premiato il loro costante impegno e dedizione - ha affermato il presidente dell’USG Cristina Marchi, presente alla competizione nazionale - in attesa del prossimo anno quando sarà nuovamente fruibile il pattinaggio”. Un’ulteriore motivo di orgoglio per la società di Pieve è stato dato dalla presenza fra gli starter ufficiali della gara di Roberto Bertolani, da anni componente dello staff nazionale. Daniele Collavino Informazione pubblicitaria. Le condizioni e i fogli informativi sono a disposizione del pubblico in tutte le nostre filiali, presso i nostri consulenti o su www.bancapopolare.it. i sono svolti a metà gennaio sull'anello di Baselga di PiS nè in provincia di Trento i Campionati Italiani Sprint di pattinaggio velocità su ghiaccio. Per l'ennesima volta i porta- sms b@nking, la banca in un palmo di mano: ricarica cellulare, richiesta saldo e movimenti… basta un SMS! Informazioni presso la tua filiale oppure su www.smsbanking.it www.bancapopolare.it