G
ALLURA
&
Periodico della Diocesi di Tempio-Ampurias fondato nel 1927
NGLONA
N. 14 - Anno XVI - 28 luglio 2008 - Nuova serie - Spedizione in abbonamento postale art. 2 comma 20/b L. 662/96 - Sassari - € 1,00
PER NON DIMENTICARE
Proprietà: Archivio Ninni Carreras
di Nicola Deriu
28 luglio1983: una data che a Tempio è ancora impressa nella memoria della comunità. Sono trascorsi 25 anni da quel pomeriggio di inferno dove le fiamme, sospinte dal vento che improvvisamente si mise a soffiare sul canale di “La Fumosa”, raggiunse immediatamente il versante occidentale di Curraggja, la collina
che domina la città.
L’incendio ha un fronte vastissimo, spaventoso
per quanto è veloce. Sulla collina ci sono circa
500 uomini (forestali e volontari) che presto si
trovano di fronte a qualcosa che non possono
certo prevedere. I forestali, attrezzati discretamente, hanno anche i vaporizzatori che però
presto esplodono per l’altissima temperatura; i
volontari sono armati … di frasche e buona volontà.
Di fronte alle fiamme che divorano tutto avvicinandosi all’abitato c’è stata una mobilitazione
generale. All’appello hanno risposto a centinaia. E mentre le campane delle chiese suonano a distesa, Radio Tele Gallura trasmette un
accorato appello del vice-sindaco Giovanni Azzena. I volontari si riversano in massa…..
Il fuoco supera ben presto la strada panoramica, dove i volontari, guidati dagli uomini della
forestale, sono appostati nel tentativo di fermarlo prima che raggiunga la pineta di San Lorenzo, il cuore verde della città.
Gli uomini lottano fino allo stremo, poi cedono.
Una forte raffica di vento spinge verso la squadra di volontari un fumo denso e soffocante seguito da una divorante esplosione di fuoco. È la
fine.
Un gruppo resta intrappolato. Qualcuno, cercando di scappare attraverso il filo spinato resta
bloccato dalle fiamme, altri muoiono asfissiati,
altri restano orribilmente bruciati. Il bilancio (in
quel momento soltanto provvisorio, purtroppo)
è allucinante e per i soccorritori lo spettacolo è
terribilmente impressionante. A terra restano
quattro corpi carbonizzati: Antonio Manconi, 50
anni, segretario della Comunità Montana n. 3,
Tonuccio Fara, 36 anni, muratore, Salvatore Pala, 40 anni, comandante del nucleo antifuoco
delle Guardie Forestali di Tempio e Mario Ghisu, 35 anni, di Alà dei Sardi, operaio forestale,
mentre in ospedale ne muoiono altri due, il Maresciallo della Forestale Diego Falchi, 43 anni e
l’operaio Silvestro Manconi, 44 anni. Il Vigile
4
Missioni
Un mese in
Africa.
Appunti e
considerazioni
8
Urbano Claudio Migali, 37 anni muore mentre
con un DC-9 dell’aeronautica Militare viene trasportato verso il centro grandi ustionati di Torino e Gigi Maisto, operaio edile di 24 anni, morirà nel lettino della clinica del capoluogo piemontese.
Negli ospedali di Tempio e Sassari vengono ricoverati 15 feriti in condizioni preoccupanti.
Gli aerei dei soccorsi, chiamati dalle 7,30 del
mattino e ripetutamente per tutta la giornata,
(al C.O.R. di Cagliari fino alle 19,40 sono pervenute ben 12 chiamate) sono giunti sul posto
solo verso le 20. Due aerei C-130 hanno scaricato qualche bomba d’acqua sul fuoco e una
robusta dose di ritardante sulla pineta di Rinaggiu, ma purtroppo la tragedia si è già consumata.
Le «Fonti di Rinaggiu» sono trasformate da orgoglio cittadino in un monumento di cenere e
carbone dall’idiozia di criminali senza scrupoli.
Il 30 luglio si svolgono i funerali alla presenza
del Presidente del Senato Francesco Cossiga,
del ministro della Protezione Civile Loris Fortuna e delle massime autorità civili e militari della Sardegna.
In cattedrale la messa di suffragio viene concelebrata dal vescovo eletto della diocesi, Mons.
Speciale
Curraggia
Memoria e
impegno per
il futuro
13
Pietro Meloni e dai tre parroci delle altrettante
parrocchie cittadine. Gran parte della folla, davvero imponente e commossa, non ha trovato
posto nella chiesa e ha seguito la cerimonia dall’esterno. Significative le parole pronunciate, all’omelia, da Mons. Pietro Meloni che ha parlato
per la prima volta ai fedeli della Diocesi. «Noi
siamo vivi – ha detto Mons. Meloni, strappando
un lungo applauso, - perché loro sono morti. Ci
hanno difeso anche quelli che sono rimasti
ustionati, i forestali, i carabinieri, la polizia, i vigili del fuoco e tutta la schiera dei volontari civili e militari.»
A seguito delle ferite riportate nell’incendio, dopo un paio di anni muore Sebastiano Visicale,
impiegato di 32 anni, portando così a 9 il numero totale dei morti.
Il 24 luglio del 2007, dopo 24 anni dal tragico
incendio, il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano conferisce alla memoria la Medaglia
d’oro al Valor Civile ai 9 Caduti di Curraggia. Il
28 luglio a Tempio, nel corso della “Prima Giornata Europea di sensibilizzazione contro gli incendi boschivi – In memoria dei caduti nella
lotta al fuoco”, il Prefetto di Sassari Dott. Salvatore Gullotta consegna le medaglie alle famiglie
delle vittime.
Spiritualità
È ancora attuale
il linguaggio
delle parabole?
14
L’intervista
Dal miracolo
Geomag alla
Cassa
Integrazione
ALLURA
&AGNGLONA
dibattito
Anno XVI
n. 14
28 luglio
2008
Nuova Serie
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del 21 - 12 - 1960
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Diocesi di
Tempio-Ampurias
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Gavino Fancellu
Direttore responsabile:
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Redazione:
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Franco Fresi
Andrea Muzzeddu
Marianna Micheluzzi
Giuseppe Pulina
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Tomaso Panu
Gavino Fancellu
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Questo numero di Gallura & Anglona
è stato consegnato alle Poste, per la
spedizione, il 28 luglio 2008.
ANGLICANI
Uno “strappo” all’unità
Il sì della Chiesa di Inghilterra alle donne-vescovo
La maggioranza degli anglicani di Inghilterra è
favorevole alla ordinazione episcopale delle donne. Un
passo successivo a quello compiuto dalla Comunione
anglicana nel 1994 che aveva aperto alle donne la
strada del sacerdozio. La decisione – presa dal Sinodo
Generale della Chiesa di Inghilterra che si è riunita a
York dal 4 all’8 luglio - ha provocato una serie di prese
di posizioni contrarie da parte delle frange più
tradizionaliste del mondo anglicano, del Vaticano e
della Chiesa ortodossa russa.
Il card.
Ivan Diaz
LE SFIDE DELLA EVANGELIZZAZIONE
N
el suo intervento ai vescovi anglicani riuniti per
la 14ma Lambeth Conference, il card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per la
evangelizzazione dei popoli, ha
delineato il contesto e “le sfide”
della evangelizzazione oggi. Tra
queste ha citato il secolarismo
“che cerca di costruire una società senza Dio”, “l’indifferenza
spirituale, che è insensibile ai
valori trascendentali” e il “relativismo” che “è contrario alla dottrina permanente del Vangelo”.
Queste tendenze – ha proseguito il cardinale - favoriscono la
diffusione di una “cultura della
morte”. Il card. Dias ha quindi
parlato di “aborto volontario (o
di massacro di bambini innocenti non nati)”, di “divorzio,
che uccide il vincolo sacro del
matrimonio benedetto da Dio)”,
di “ingiustizie sociali, economiche e politiche”. Ed ha aggiunto:
“i due istituti della società umana” che sono particolarmente
vulnerabili” a questa cultura sono “la famiglia e i giovani”.
Di fronte ad un tale contesto –
ha poi detto il cardinale – i cristiani non possono stare in panchina e assistere da spettatori
passivi”. “Fedeli alla nostra chiamata ad essere sale della terra e
luce del mondo dobbiamo essere attivi nel leggere i segni dei
tempi”. La testimonianza dei cristiani è “ciò di cui il mondo oggi ha bisogno”, ha sottolineato
Dias aggiungendo che “i nostri
contemporanei credono di più
ai testimoni che agli insegnanti”.
L’unità e la coesione tra i membri della Chiesa, tra loro e i loro
pastori e soprattutto tra i pastori stessi” è prerogativa necessaria perché lo Spirito Santo possa
ancora oggi operare per diffondere il Vangelo nel mondo. Se
invece “la diversità degenera in
divisione, essa diventa controtestimonianza e danneggia
seriamente l’immagine e l’impegno” delle Chiese per diffondere la Buona notizia. Intervenendo alla sessione plenaria della
Lambeth Conference dedicata al
tema “Proclamare la Buona
Notizia: il vescovo e l’evangelizzazione”, il card. Ivan Dias,
prefetto della Congregazione
per la evangelizzazione dei popoli, ha lanciato un appello all’unità. “Si parla molto oggi – ha
detto il cardinale – delle malattie come l’Alzheimer e il Parkinson. Per analogia, i loro sintomi
possono essere trovati anche
nelle nostre comunità cristiane.
Per esempio, quando viviamo in
modo miope radicati nel presente passeggero, dimentichi
della nostra eredità passata e
delle tradizioni apostoliche, potremo soffrire di Alzheimer spirituale. E quando ci comportiamo in maniera disordinata, procedendo in modo eccentrico sul
nostro cammino senza alcuna
coordinazione con il capo o con
gli altri membri della nostra comunità, potrebbe essere un Parkinson ecclesiale”.
Istituto Euromediterraneo
Istituto Superiore di Scienze Religiose
Euromediterraneo
Scuola internazionale di formazione
specializzazione e ricerca
L’Istituto Euromediterraneo, per l’Anno Accademico 2008-2009,
propone ai laureati e ai diplomati la partecipazione al corso di
laurea in Scienze Religiose, della durata di tre anni e, a chi fosse
già in possesso dei requisiti, l’iscrizione ai corsi di laurea specialistica, della durata di due anni, negli indirizzi PedagogicoDidattico, Dialogo interreligioso e mediazione interculturale e
Pastorale (teologia, cultura, spiritualità).
Per informazioni:
Tempio Pausania, Viale don Sturzo, 41;
Olbia, Via Vittorio Veneto, 51; Tel: 079 631883; Cell: 3494077241.
messaggi
Anno XVI
n. 14
28 luglio
2008
ALLURA
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GMG Le cinque parole
Entusiasmo Rinnovamento
Ecologia Perdono Giovani
di Fabio Zavattaro
C
onsegnata alla storia la XXIII Giornata
mondiale della gioventù e messa in agenda la data della prossima, Madrid terza
settimana di agosto del 2011, proviamo a leggere questo avvenimento di Sydney attraverso alcune parole.
E la prima non può che essere entusiasmo. Quello dei ragazzi, sicuramente. Ma anche quello della gente australiana e, ovviamente di Papa Benedetto. Si perché proprio il Papa, lasciando la città,
ai volontari ha detto: è stata una splendida esperienza, “in questi giorni siamo stati testimoni diretti della gioia che trovano nella propria fede tante migliaia di giovani... Abbiamo potuto gustare il
calore e la generosità dell’ospitalità australiana, e
insieme gettare uno sguardo sullo splendido paesaggio di questo bel continente”. L’entusiasmo del
Papa è stato contagioso; i giovani lo hanno capito e seguito in questa prima Gmg voluta e pensata da lui. Se qualcuno, prima del 12 luglio, pensava che la formula fosse ormai da mettere in soffitta, Benedetto XVI ha risposto imprimendo il
proprio stile, rivolgendo ai giovani discorsi complessi, non difficili ma impegnativi. E i ragazzi,
hanno compreso cosa il Papa voleva da loro; hanno camminato con lui per le strade di Sydney.
“Quanti buoni semi sono stati seminati in questi
pochi giorni”, ha detto il Papa ai benefattori e allo staff organizzativo della Gmg. Di qui l’auspicio
che “l’investimento di speranza” che molti hanno
posto nei giovani, “porti frutto nelle loro esistenze, per la vita della chiesa di Cristo e per il futuro
del mondo”.
La seconda parola, allora, è un verbo: rinnovare.
Più volte il Papa ha chiesto ai giovani di “rinnovare la faccia della terra”. Come Papa Wojtyla che
GIORNATA MONDIALE
DELLA PACE
Vincere la povertà
Il tema scelto dal Papa per l’appuntamento
del 1° gennaio 2009
I
l messaggio di Benedetto XVI per la celebrazione della 42a Giornata Mondiale della
Pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2009,
avrà come titolo: “Combattere la povertà,
costruire la pace”. Il tema scelto intende sottolineare la necessità di una risposta urgente della
famiglia umana alla grave questione della
povertà, intesa come problema materiale, ma
prima di tutto morale e spirituale. Anche di
recente, Benedetto XVI ha denunciato lo scandalo della povertà nel mondo: «... come si può
li chiamava speranza della Chiesa, del mondo,
“mia speranza”. Benedetto XVI è ancora più esigente: non sono solo la sua speranza, questi giovani venuti da tutto il mondo; ma sono i possibili artefici di un cambiamento, di un mondo nuovo dove pace, giustizia, amore non siano solo parole usate e abusate. E chi pensava che atti liturgici come l’adorazione eucaristica fossero cose
“sorpassate”, certamente sarà rimasto impressionato da quei 250 mila ragazzi in ginocchio, in silenzio. O dal vederli attorno ad un sacerdote, per
una messa mattutina celebrata sopra una panchina, nella zona di Darling Harbour, tra ristoranti affacciati sulla baia e negozi, con i grattacieli di
Sydney come sfondo.
La terza parola è ecologia. Già nel primo discorso il Papa aveva voluto parlare del viaggio come
occasione per arrivare a capire i doni del creato.
Ma il vertice della creazione è l’uomo. E, dunque, per papa Benedetto non basta impegnarsi a
favore della natura e dell’ambiente se poi “lo
spazio umano più mirabile e sacro, il grembo
materno, diventa luogo di violenza indicibile”. Sì
la creazione di Dio è unica ed è buona. Le
preoccupazioni per la non violenza, lo sviluppo
sostenibile, la giustizia e la pace, la cura del nostro ambiente sono di vitale importanza per
l’umanità. “Le ferite che segnano la superficie
della terra: l’erosione, la deforestazione, lo sperpero delle risorse minerali e marine per alimentare un insaziabile consumismo” non devono
farci perdere di vista che “non solo l’ambiente
naturale, ma anche quello sociale, l’habitat che ci
creiamo noi stessi, ha le sue cicatrici; ferite che
stanno ad indicare che qualcosa non è a posto”.
È nelle nostre comunità, nelle vite personali, che
possiamo anche incontrare ostilità a volte pericolose; un veleno che minaccia di corrodere ciò
che è buono, riplasmare ciò che siamo e distorcere lo scopo per il quale siamo stati creati. “Libertà e tolleranza sono così spesso separate dalla verità”. Questo è un altro campo dell’impegno
dei giovani per il rinnovamento, per costruire
una civiltà dell’amore.
La quarta parola è perdono. L’impegno della
Chiesa verso le vittime degli abusi sessuali non
può non partire da questa parola. Insieme alla
vergogna che il Papa esprime per queste “ferite”
che alcuni preti hanno portato alla fiducia che
giovani e famiglie hanno nei confronti dei sacerdoti e della Chiesa. Così non può lasciare Sydney
il Papa, senza incontrare quattro vittime, due uomini e due donne, un “gesto paterno”, un atto
concreto per esprimere i sentimenti già più volte
manifestati sul dramma degli abusi sessuali. Con
loro ha pregato, ha ascoltato le loro storie, ha manifestato dolore e vicinanza.
L’ultima parola non può che essere: giovani. Sono stati loro a fare di questa Giornata “un evento
ecclesiale globale, una grande celebrazione della
gioventù, una grande celebrazione di ciò che deve essere la Chiesa, il Popolo di Dio in mezzo al
mondo, unito nella fede e nell’amore e reso capace dallo Spirito di recare la testimonianza del
cristo risorto sino ai confini della terra”. Con una
piccola aggiunta: la gioia. La pronuncia più volte
il Papa, la parola gioia. La ribadisce quando ricorda l’incontro con i giovani che hanno avuto esperienze difficili: “È stato un momento di gioia e di
grande speranza, un segno che Cristo ci può sollevare dalle situazioni più difficili, ridandoci la nostra dignità e permettendoci di guardare avanti,
verso un futuro migliore”. L’appuntamento di
Sydney ha mostrato “che la Chiesa può rallegrarsi dei giovani di oggi e essere colma di speranza
per il mondo di domani”.
rimanere insensibili agli appelli di coloro che,
nei diversi continenti, non riescono a nutrirsi a
sufficienza per vivere? Povertà e malnutrizione
non sono una mera fatalità, provocata da situazioni ambientali avverse o da disastrose calamità naturali … le considerazioni di carattere
esclusivamente tecnico o economico non debbono prevalere sui doveri di giustizia verso
quanti soffrono la fame» (alla Fao, 2 giugno
2008). Lo scandalo della povertà manifesta
l’inadeguatezza degli attuali sistemi di convivenza umana nel promuovere la realizzazione
del bene comune (Gaudium et spes, 69). Ciò
rende necessaria una riflessione sulle radici
profonde della povertà materiale, quindi anche
sulla miseria spirituale che rende l’uomo indifferente alle sofferenze del prossimo. La risposta
va allora cercata prima di tutto nella conversione del cuore dell’uomo al Dio della carità (Deus
caritas est), per conquistare così la povertà di
spirito secondo il messaggio di salvezza annunciato da Gesù nel Discorso della Montagna:
“Beati i poveri in Spirito, perché di essi è il
regno dei cieli”.
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Anno XVI
n. 14
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2008
UN MESE IN AFRICA
appunti e considerazioni
di suor Luigia Leoni FdGC
La Madre Placidia Oggiano e Suor Luigia
Leoni hanno visitato le comunità della
Congregazione Missionaria delle Figlie di
Gesù Crocifisso che operano nella Rep.
Democratica del Congo e accompagnato Sr
Marie Cathèrine Zando e Suor Antoinette
Gbelekwa rientrate in patria dopo il lungo
periodo di formazione e di studio.
N
on è facile condensare in un articolo di
giornale l’esperienza, le emozioni, le
sensazioni, i volti, le cose, le case, le attività, i luoghi di un mondo lontano e diverso,
ricco di colori, di suoni, ma anche di tante contraddizioni.
L’arrivo a Kinshasa, con l’aeroporto senza energia elettrica per ore, ci ha costretto
a file lunghissime e bloccato l’uscita
all’esterno dei passeggeri stranieri,
perché non era possibile controllare
la documentazione, ci ha fatto immergere da subito nella realtà africana, o meglio di un paese che ancora non è del tutto uscito dalla
guerra.
Il calore delle sorelle che, con ansia
attendevano di abbracciarci, ci ha ripagato della lunga sosta all’aeroporto, stipate tra la gente, in un caldo
opprimente.
Varietà di colori e di culti
Arrivando in Africa ciò che colpisce
immediatamente è il colore, o meglio i colori di una vegetazione rigogliosa e i colori degli abiti della
gente che accentuano il colore caratteristico della pelle degli abitanti,
e che, assieme alla musica assordante, al ritmare dei tamburi, accompagnato o non dai canti,
mostra subito un’altra caratteristica di questo
paese: l’esistenza di un numero altissimo di luoghi di culto di ogni tipo, dai protestanti ai musulmani, alle sette numerosissime. Tutti si affannano a dimostrare che esistono e sono efficienti anche se, molto spesso, dietro tanto
chiasso, se sbirci tra porte e finestre semichiuse, ci sono soltanto due o tre persone. Desiderio di trascendenza? Evasione da una realtà
inaccettabile? Ricerca di forme di sussistenza?
Te lo chiedi soprattutto quando, passando per
le vie di Kinshasa, in tutte le strade è un alternarsi di rivendite di medicinali (chiamarle farmacie mi sembra esagerato) e luoghi di culto.
Una ricerca di salute fisica e contemporaneamente anche di qualcosa che trascenda la realtà? È un interrogativo che mi ha accompagnato
per tutto il mese, a cui non sono riuscita a dare risposte esaustive anche perché capire la
realtà non è facile in un paese dove
l’informazione passa soprattutto attraverso il
tam tam più che per la carta stampata o i media, anche se dove arriva l’energia elettrica, è
sempre presente la TV con programmi che più
che informare stordiscono. La lettura dei fatti è
molto di parte ed è espressione di uno stato
non libero di esprimersi, che risente della divisione razziale, della guerra non del tutto sopita
e ha i limiti imposti dall’orgoglio africano tout
court che non ti consente di scandagliare fino
in fondo la realtà.
A Kinshasa, megalopoli, dicono, di 12 milioni di
abitanti (ma il numero esatto chi lo conosce?) si
nota un certo fermento, qualche novità nella ricerca di rimuovere i cumuli di immondizia diventati montagne, nella trasformazione in orti o
giardini di luoghi centrali degradati. Il tutto sussiste accanto alle strade ricche, anche le più importanti, di buche in cui le macchine rischiano
di rimanere, a palazzi distrutti dalla guerra e dal
saccheggio, mentre qua là appare qualcosa di
nuovo che dà adito alla speranza. Rimane immutata la folla che si accalca nelle strade, sem-
pre in marcia verso??!???, il traffico disordinatissimo e caotico soprattutto nelle vie del centro,
con macchine che ti chiedi come facciano a
camminare stipate fino all’inverosimile di persone e cose.
La gioia dell’incontro con le nostre cinque
comunità
È un contrasto di emozioni quello che ti pervade. La gioia dell’incontro delle nostre cinque
comunità presenti nella Rep. Democratica del
Congo in cui ferve l’attività del servizio nella
scuola, nella sanità e nella evangelizzazione,
dove cogli soprattutto la gioia dell’appartenenza e dell’impegno per Cristo nella nostra famiglia è un balsamo che incoraggia e dà motivazioni per continuare nell’impegno anche difficile. Comunità giovani e impegnate, tutte, dove le
suore italiane costituiscono punto di riferimento e stimolo ad un dono senza riserve. Ti commuove la generosità e l’incarnazione.
A Kinshasa Limete, abbiamo trascorso qualche
giorno con le sorelle della casa di studio e di
impegno apostolico, a Mont Gafula, un sobborgo della periferia di Kinshasa, nella casa del
missioni
Noviziato e del costruendo centro di promozione per la donna, dove i lavori vanno avanti con
il ritmo africano e per noi occidentali estenuante. L’incitamento ad accelerare il ritmo cade nel
vuoto e deve fare i conti con il rispetto di persone diverse da noi e che hanno meno resistenze e mezzi, a volte anche meno competenze, ma se vuoi promuoverle devi saper attendere….
A Gemena, nella zona dell’equatore, che abbiamo raggiunto con il volo di linea bisettimanale,
quando c’è, abbiamo visitato la bella realtà del
Liceo Esengo con circa 1500 alunni: un liceo
scientifico e pedagogico a cycle long, che consente l’accesso all’università, con tre corsi specifici che danno anche una qualifica professionale: taglio e cucito, biochimica e nutrizione. Le
iscrizioni sono in continua crescita ( siamo partite con 45 alunni e siamo arrivate a circa 1500!)
anche se gli spazi non sono sufficienti per tale
numero. Poiché la scuola funziona bene, in
molti, anche da lontano, la preferiscono ad altre. Si investe molto sulla scuola perché solo
con la cultura si può avere speranza di cambiamento. Gli alunni hanno un comportamento
che avrebbe molto da insegnare ai nostri giovani. In classi superaffollate “bevono” le spiegazioni degli insegnanti e cercano di memorizzare perché i libri non sempre ci sono e neppure tutto ciò che per noi
è ovvio. Per gli studenti ciò che
conta è imparare. Hanno capito il
valore della scuola, la sentono loro
e la hanno difesa anche da parte dei
coetanei che, in momenti di ribellione, di rivolta, avrebbero voluta
distruggerla. La hanno custodita per
giorni, anche di notte, nei momenti
difficili. Questo è un segno significativo che ripaga dei sacrifici e dà
speranza in un cambiamento.
A Gemena il 31 maggio abbiamo
condiviso con la comunità nella parrocchia di Bokuda Moke, Cristu Mokonzi, retta dai Padri del S. Cuore di
Scheut, di origine belga, la Professione perpetua di suor Marie Cathérine Zando, che, conclusi gli studi in
Italia, è tornata in patria dove sarà
impegnata nella comunità di formazione a Kinshasa. Suor Maria Caterina ha voluto dire il suo si per sempre al Signore nella sua
terra anche per condividere con i suoi parenti e
i numerosi amici la gioia della consacrazione
nella nostra famiglia religiosa. I primi voti li
aveva pronunciati in Italia perché, a causa della guerra, aveva trascorso qui il periodo della
sua formazione.
La celebrazione solenne, presieduta dal vescovo di Lisala e Amministratore della diocesi di
Molebe, in cui si trova Gemena, per le dimissioni per motivi di salute di Mons. Ignace Matondo, S.E. Mons. Louis Kenge, dei padri di
Scheut, concelebrata da 11 sacerdoti, altri erano
tra la folla, ha visto la partecipazione di una folla immensa ed è stata caratterizzata dalle danze
e dai canti tipici della liturgia africana. Suor Maria Caterina era raggiante, come lo erano i suoi
parenti e i tantissimi amici. La celebrazione è
durata oltre 4 ore. Nel giardino della nostra casa, attigua alla chiesa, si sono svolti il pranzo e
la festa con canti e balli tipici. Solo la pioggia
giunta in serata ha posto fine al raduno.
È stato un tripudio di gioia, di canti, di colori,
di danze, espressione di un culto che è soprat-
missioni
tutto lode e venerazione.
Da Gemena con il fuoristrada, attraverso una
strada-pista (discreta per i locali, per noi, meno), dopo cira 5 ore di viaggio, abbiamo raggiunto Yakamba, la seconda casa aperta dalla
Un momento
di danza
congolese
Congregazione in RDC nel 1976, in visita alla
comunità dove le suore sono impegnate con i
laici sui consueti fronti in cui è impegnata la
Chiesa: catechesi, educazione, salute. Significativi: il villaggio dei catechisti, e l’ospedale. Nel
primo vengono formati i catechisti per le comunità e le loro famiglie. La famiglia intera, per
anno, si trasferisce nel villaggio dove ogni nucleo familiare ha la sua casetta e dove tutti ricevono nozioni di fede e di vita. Approfondiranno le loro conoscenze teologiche, apprenderanno a commentare la Bibbia nelle comunità, a guidare il culto, a sminuzzare l’annuncio
del messaggio di Cristo, perché il sacerdote solo di rado e per l’amministrazione dei sacramenti, sarà presente in esse. Le donne impareranno a tenere la casa, gli elementi basilari per
una cucina che risponda in modo più equilibrato alle esigenze di tutti, sfruttando ciò che la
natura tramite l’impegno del lavoro offre. Impareranno anche a ricamare, cucire, e tante
norme pratiche di economia domestica. La donna, soprattutto, prenderà coscienza della sua dignità e parità con l’uomo con cui condividerà
tutto l’onere della famiglia, ma anche l’impegno
di vita per un annuncio che sia fatto anche attraverso la vita quotidiana di tutta la famiglia.
Da quest’anno nel centro per catechisti sarà impegnata Suor Antoinette Gbelekwa, che ha appena concluso gli studi presso l’Istituto Euromediterraneo ISSR di Tempio e che con noi ha
raggiunto la missione.
L’eccellenza dell’ospedale Roberto Bazzoni
e Antonio Sircana
L’ospedale Roberto Bazzoni e Antonio Sircana
in questi anni ha raggiunto livelli di eccellenza
per quei posti, non paragonabile, né assolutamente valutabile secondo i nostri parametri. Si
sono potuti raggiungere questi livelli grazie all’Associazione Roberto Bazzoni ONLUS, che ha
costruito e arredato la chirurgia e la sala operatoria e dà un cospicuo contributo annuale per
il funzionamento dell’ospedale, che è stato intitolato ai due volontari morti in Kosovo; al dott.
Agostino Inzaina e signora, che da Governatore Lions del 18° distretto Italia, ha donato con
la moglie la nuova sala parto; alla generosità di
Operazione Africa della Sardegna e ai tanti amici della congregazione che sostengono l’opera.
All’ospedale, la cui fama travalica il territorio, si
rivolgono in tanti anche da lontano per cui non
bastano più i letti per il ricovero di tutti e, nei
periodi di emergenza o di presenza di specialisti, gli ammalati sono costretti a condividere il
Anno XVI
n. 14
28 luglio
2008
letto sistemandosi in due o anche in tre in un
letto e ricorrendo anche a sistemazioni di fortuna. S’impone la necessita di costruire un nuovo
padiglione per la chirurgia e l’assunzione di altri medici, così come con l’arrivo dei macchinari per la radiologia, grazie agli amici medici e
tecnici della Sardegna che collaborano con la
Caritas, vengono richiesti tecnici e materiali
specifici.
È commovente la gratitudine della gente che riconosce di aver ricevuto e di ricevere un dono
importante e ripone speranze per un futuro migliore nei missionari, perché, dicono. “lo Stato
per noi sono i missionari”.
A Yakamba mancano ancora cose indispensabili per il cui acquisto ci si rivolge ancora alla generosità dei tanti amici e benefattori. Urge anche la presenza di specialisti, soprattutto oculisti, dentisti e…. per un supporto a chi opera sul
posto e anche per uno scambio di tecniche che
arricchisca gli operatori locali.
Non siamo invece potute andare a Ndage dove
le suore operano nell’ospedale di zona e nella
scuola e, naturalmente, nell’evangelizzazione.
Recentemente, grazie alla famiglia Barmina di
Orune, è stata costruita la scuola materna “Mamam Elena e Giovannina Barmina”. Continua il
sostegno di Operazione Africa e dei tanti amici
della diocesi di Lanusei e della congregazione.
La situazione economica è disastrosa e i bisogni
sono infiniti. La strada è impraticabile per cui le
stesse suore, venute a Gemena per la professione di Suor Maria Caterina, per salutarci e stare con noi, hanno sconsigliato il viaggio. La situazione non è di molto cambiata dall’ultima visita, soltanto la strada è peggiorata per la mancanza di manutenzione e per i danni causati
dalla recente guerra. Le suore sono ammirevoli
per l’impegno che profondono e per lo spirito
di sacrificio e adattamento.
Siamo rientrate a Kinshasa col volo di linea partito col solito ritardo perché in mattinata era
servito per riportare a Kinshasa i ministri riuniti a Bandundu! C’est l’Afrique! I ritardi e gli imprevisti sono un fatto normale.
Una valigia di ringraziamenti e di richieste
Siamo rientrate la Madre Placidia ed io ( le due
giovani sorelle, suor Denise e suor Chantal, che
sarebbero dovute venire in Italia con noi sono
rimaste a Kinshasa perché il passaporto, richiesto da quasi un anno, ancora non è stato rilasciato e non si sa quando lo sarà. Pare siano in
40.000 ad attendere…) con il cuore gonfio di
emozioni, con un bagaglio di ringraziamenti e
di richieste di aiuto. Siamo rientrate in Italia con
meno chili nelle valigie, ma cariche di ricordi,
gioie e pene, richieste da trasmettere.
Alcune le voglio condividere con i lettori di
Gallura e Anglona, con la diocesi da cui 32 anni orsono sono partite le suore in Africa, così
come nel 1966 quelle per il Brasile, dietro richiesta dell’allora vescovo di Tempio, Mons.
Giovanni Melis. È giusto che la Chiesa di origine ne sia messa a parte.
Mi porto dietro la ricchezza dei tanti incontri,
dei tanti volti, dei numerosissimi giovani desiderosi di costruirsi con lo studio un futuro migliore. Li ho visti attentissimi e impegnati anche
in aule con 110 alunni. I risultati si vedono dagli esami superati, dalla coscienza acquisita, ma
mancano libri, computer, modalità di ricerca.
Riusciamo noi ad immaginare una università
senza biblioteca o computer e addirittura carta?
È nella cultura la potenzialità del riscatto, la co-
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struzione di un domani diverso. Lo hanno capito anche i meno giovani che non si vergognano di frequentare la scuola con i figli….Siamo
rientrate con una valigia di ringraziamenti, ma
anche di richieste. Possiamo fare qualora per
loro? Credetemi, nel vedere tanta gente priva
del necessario, non solo ci si sente spinti all’essenzialità e alla riscoperta del valore delle cose,
ma si prova anche un’angoscia profonda: Non
vi nascondo che ho anche pianto pensando a
queste moltitudine senza futuro, che si accontenta di poco e che è felice di esistere.
Mi rimane dentro il pianto dei bambini per fame e la rassegnazione delle mamme dal volto
indurito dalla fatica e dalla sofferenza, così come a Kinshasa i bambini abbandonati sulla strada perché ritenuti portatori di malocchio, i
bambini appesi alle finestre della scuola da cui
erano stati cacciati perché non avevano potuto
pagare il minervale (la quota trimestrale che lo
Stato chiede). E sono implacabili gli insegnanti,
esattori dello Stato: non tollerano il ritardo di
un giorno. Mi rimane il ricordo dei tanti ammalati che, bisognosi di cura, nell’ospedale pubblico ricevono l’elenco delle medicine e del materiale per la cura, che devono acquistare e
consegnare assieme alla retta richiesta se vogliono ricevere assistenza. E chi non può? E
questo non solo all’interno, ma anche nella capitale. Ma resta viva anche la gratitudine per ciò
che i missionari fanno per loro e ad ogni livello. Gratitudine che tutti dimostrano in ogni occasione fin quasi a farti sentire in imbarazzo.
Mi
porto
dentro
anche
l’impotenza,
l’impossibilità a dare risposte, la vista dell’inefficienza statale, ma anche la mancanza di sforzi da parte della gente per cambiare la situazione.
Mi chiedo con insistenza: sono passati quasi 50
anni dall’indipendenza dal Belgio, cosa ha fatto
il potere locale per cambiare in meglio la situazione? Le lotte tribali sopite ora riemergono e
appaiono con molta evidenza le ferite della
guerra non ovunque conclusa.
Nonostante tutto la speranza in un domani migliore rimane viva perché la gioia di vivere è
grande in tutti, come è grande nei giovani la
voglia di cambiare, di costruire con le proprie
mani un paese diverso. I canti, i colori, la gioia
nonostante tutto danno corpo alla speranza,
speranza che è viva nei tanti, soprattutto missionari, impegnati ad annunciare che Dio è Padre di tutti e non può dimenticare nessuno dei
suoi figli. Lo dicono con le parole, con i fatti e
soprattutto con la vita totalmente spesa per il
Regno, nonostante l’età, le malattie, le difficoltà
di ogni giorno. E tutto nella condivisione piena
della vita della gente.
Madre Placidia Oggiano in visita alle
comunità del Congo
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figure
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UN TESTIMONE E UN PROFETA
ANCHE PER I NOSTRI GIORNI
di Marianna Micheluzzi
Ernesto Balducci, sacerdote e pubblicista,
che i meno giovani di certo ricorderanno,
parlando della sua Firenze, diceva che era
cambiata molto dai tempi della sua gioventù.
Tuttavia, incontrando le nuove leve, intorno
a quel cenacolo fiesolano che era “Testimonianze”, la rivista da lui fondata, avvertiva il
piacere di dialogare con le giovani generazioni, che comunque gli trasmettevano
l’appello delle coscienze e il respiro sempre
nuovo del mondo. È trascorso ormai circa
mezzo secolo dalla nascita di “Testimonianze”, eppure si sente ancora oggi, con il mondo ulteriormente cambiato, il bisogno
d’avvicinarsi alla sua “sorgente”. Ecco allora
P. Ernesto
Balducci
che la redazione della rivista ha pubblicato
un’antologia degli scritti di padre Balducci,
dal titolo: “Ascoltare il respiro del mondo”.
Curatore della raccolta è Maurizio Bassetti. Rileggere Balducci
vuol dire ai nostri giorni appunto respirare qualcosa della
“novità di quegli anni (primi
anni ’60) e poter cogliere in lui
l’audacia evangelica mista ad
un grande amore per la Chiesa.
Nata nel Natale del 1957, sul finire del pontificato di Pio XII e allo scadere
del primo mandato di Giorgio La Pira come
sindaco di Firenze, “Testimonianze” e, quindi padre Balducci, ha offerto ai
suoi lettori durante il Concilio
Vaticano II e nelle stagioni successive uno strumento di approfondimento per comprendere quanto stava avvenendo
nella Chiesa e nella società italiana, europea e mondiale del
tempo. Non solo. Ha suggerito
piste per essere in grado di cogliere la portata profetica di
quella nuova Pentecoste, che è
stato il Vaticano II, voluto da
Giovanni XXIII e portato a termine da PaoloVI.
Riferendosi alla novità del Concilio, Balducci ne esalta la freschezza della
sua fantasia religiosa e, parlando del Papa di
Sottalmonte, sottolinea il suo impegno a rin-
giovanire la nostra fede, piuttosto “avvezza
invece a sonnecchiare tra le cortine del formalismo”. Parole forti che, ancora oggi, invitano a riflettere. Seguendo il
percorso spirituale di Ernesto
Balducci ci rendiamo agevolmente conto di quanto, alla luce degli insegnamenti del Vangelo, il nostro pensare, il nostro parlare ed il nostro agire
possano assumere davvero le
dimensioni dell’ “uomo planetario”. Essi favoriscono la “cultura del dialogo” e ci guidano verso un “nuovo umanesimo” per la progettazione della “città del domani”. Impresa non impossibile perché la “santità”- come ricordava più volte- è per tutti.
Nella sezione dedicata ai “grandi testimoni della fede”, in
apertura del volume, ecco allora che chi legge può così aggiungere anche il Nostro, perché egli, lasciandosi interpellare dalla Parola e dai bisogni dei
fratelli e delle sorelle in umanità, ha non solo saputo ascoltare il respiro del mondo ma sopratutto cogliervi il soffio dello
Spirito.
Senza mai dimenticare che
ogni persona, quindi ognuno di noi, è parte
di quel cammino che Dio compie ogni giorno tra se stesso e l’umanità.
Brevi dal mondo
BALCANI - Nonostante una pioggia battente, a Sarajevo gli abitanti hanno festeggiato tutta
la notte l’arresto di Radovan Karadzic, ritenuto l’artefice dell’assedio della città bosniaca da
parte delle forze serbe, dal 1992 al 1995. Arrestato a Belgrado (Serbia) dove viveva sotto una
falsa identità, Karadzic era ricercato da 13 anni e sarà presto trasferito presso il Tribunale penale internazionale (Tpi), dove sarà processato per crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio.
FRANCIA – Con un unico voto di scarto è stata approvata dalle due camere del Parlamento riunite in congresso a Versailles la riforma della Costituzione promossa dal presidente Nicolas Sarkozy. Fra le novità adottate, il Parlamento guadagna qualche potere rispetto al governo e diventa necessaria la sua approvazione in caso di intervento militare all’estero di
una durata di oltre quattro mesi; il presidente della Repubblica non presiede più il Consiglio nazionale della magistratura. La nuova Carta favorisce la parità di accesso, fra uomini e
donne, alle responsabilità professionali e sociali.
ANCORA MORTI PER FAME NEL CARCERE DI MBUJI-MAYI
Almeno 26 morti per “severa e acuta malnutrizione” da febbraio, quattro solo negli ultimi
dieci giorni: denunciate già all’inizio dell’anno e definite “catastrofiche”, le condizioni dei detenuti nella prigione centrale di Mbuji-Mayi, nella provincia del Kasai Orientale, continuano
a peggiorare, secondo gli investigatori della Missione dell’Onu in Congo (Monuc). Visitando
il carcere, costruito per ospitare 200 reclusi ma che ne accoglie in realtà 425, una delegazione della Monuc ha constatato che almeno altri 20 prigionieri versano in stato critico per
mancanza di cibo; le ultime vittime, inoltre, sono risultate detenuti in attesa di giudizio a cui
sarebbe stata negata l’assistenza sanitaria. “Abbiamo constatato che molti deceduti erano di
fatto presunti innocenti ancora in attesa di essere processati a causa della lentezza della macchina giudiziaria” ha detto il responsabile dell’ufficio per i diritti umani dei ‘caschi blu’ Assiongbon Tettekpoe, deplorando l’assenza di misure urgenti da parte dell’amministrazione
locale “nonostante l’alto numero di vittime”.
Karadzic
è accusato
di crimini
di guerra
notizie dal territorio
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Il Cardinale Vanhoye a Porto Cervo In Anglona si susseguono
Nella stupenda chiesetta di Stella Maris a Porto Cervo, la domenica 27
le feste patronali
luglio 2008, alle ore 18.00, S. Em. Cardinale Vanhoye, Priore Generale
dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, ha presieduto la celebrazione
eucaristica, con il Vescovo mons. Sanguinetti, alla presenza dei Principi
Borbone. Il porporato gesuita, già Segretario della Pontificia Commissione
Biblica, ha tenuto quest’anno le riflessioni al Papa e alla Curia attorno al
tema “Accogliamo Cristo nostro Sommo Sacerdote”, ispirato alla Lettera
agli Ebrei. Durante la cerimonia sono state conferite alcune onorificenze.
Simulacro di
S. Margherita
a Laerru
La piccola comunità di Martis, con un comitato già da tempo operante,
ha voluto solennizzare la festa patronale in onore di San Pantaleo, invitando il Vescovo mons. Sanguinetti a presiedere l’eucaristia. A Martis esiste una chiesa dedicata al santo martire, alla periferia del paese, in stile
romanico con influssi gotici e aragonesi, costruita tra il 1300-1325. Il
complesso musicale dei Tazenda ha arricchito il programma della festa.
Nello stesso giorno il Vescovo è stato impegnato anche a Porto Cervo
per la celebrazione e a San Pantaleo per la festa patronale (19.30).
Anche la comunità di Perfugas si prepara a celebrare con il Vescovo e
con il parroco don Paolo Pala, di rientro dalla GMG di Sydney con un
gruppo di giovani, la festa patronale in onore di Santa Maria degli
Angeli il 2 agosto.
.
Omaggio a Fabrizio de André
La PFM, mitica formazione che opera ormai da almeno 40 anni, ha
aperto a Tempio il festival “Faber suoni e parole cangianti”, in memoria di Fabrizio de André che a Tempio aveva deciso di fissare la residenza in località l’Agnata. La band storica ha richiamato un pubblico
numeroso e accanto agli spettatori sulle tribune un folto gruppo di giovani e meno giovani si è riunito proprio sotto il palco partecipando al
concerto con trasporto, cantando e ballando. Non poteva mancare al
termine del concerto il brano forse più conosciuto della storica band
“Impressioni di Settembre”. Il giorno successivo, in Piazza Gallura i
Malinda Mai, hanno ripercorso i brani più conosciuti del repertorio di
De André, alla presenza di Dori Grezzi che al termine del concerto ha
voluto abbracciare il cantante che ha una rassomiglianza vocale straordinaria con il maestro De André. Il terzo giorno l’omaggio nel Teatro
Carmine con il Trio Elisa Carta e il Duo Mari e Billi e un saggio di danza
con Daniela Tamponi.
Dori Ghezzi con
Fabrizio De André
Laerru festeggia Santa Margherita
Il 20 luglio la comunità di Laerru ha celebrato la festa della patrona Santa
Margherita di Antiochia, detta in oriente anche Marina, fu vergine e martire al tempo di Diocleziano (307). Una giornata davvero calda, secondo
tradizione, vissuta dalla comunità e dai numerosi emigrati che per
l’occasione hanno fatto rientro in paese. La celebrazione è stata presieduta da don Gianni Sini, dopo una lunga processione che ha attraversato quasi tutto il paese, dal rione San Pietro a Crabileddu. Per il santo si
può fare questo sacrificio.
Tempio commemora Giulio Cossu
Nella salone dell’attuale Pro Loco, è stata ricordata la figura di Giulio
Cossu, poeta, scrittore, narratore, insegnante e preside, simbolo della
cultura gallurese. Per commemorare l’insigne studioso si sono dati
appuntamento il prof. Manlio Brigaglia, Tomaso Panu, Lina Rosa Antona,
Antonella Fresi, Piero Canu e Franco Fresi che ha coordinato la serata.
Con viva soddisfazione non solo l’uditorio, ma la popolazione tempiese
ha appreso dall’avv. Mario Quargnenti, a nome di tutti i parenti, della
volontà di donare al comune l’abitazione del prof. Giulio Cossu con tutti
gli arredi. La casa, posta nel centro storico in via Roma, ha valore non
solo architettonico, ma per il patrimonio culturale che essa contiene
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speciale
MEMORIACurraggia
E IMPEG
ventic
di mons. Pietro Meloni
R
icorre il 25° anniversario della tragedia di
Curraggia avvenuta il 28 luglio 1983 a
Tempio e rinasce il desiderio di non dimenticare quel triste giorno della storia della
Sardegna, perché avvenga la trasfigurazione del
dolore che è ancora vivo nelle spose, nelle madri, nei figli dei caduti nel fuoco, e di tutti quelli che da vicino hanno vissuto quei momenti di
sofferenza.
Anch’io sono stato chiamato dalla Provvidenza
in quel tempo - nominato vescovo da pochi
giorni - a vivere insieme ai sacerdoti e alla comunità civile quella grande tragedia. E nel primo anniversario dissi queste parole: “È trascorso un anno e il fuoco di Curraggia pare ardere
ancora. Il 28 luglio 1983 è una data che è tragicamente entrata nella storia della Gallura e della Sardegna. È dinanzi agli occhi di tutti
l’immagine delle fiamme devastatrici che hanno
inghiottito otto giovani vite nelle tenebre della
morte, facendo sprofondare nel pianto le loro
famiglie e l’intera comunità. Per questo la comunità doveva essere convocata nel giorno anniversario: oggi ricordiamo la morte per celebrare la vita”. Qualche tempo dopo morì il
nono tra gli uomini ustionati a Curraggia. Ricordiamo i nomi dei nove morti per l’incendio
di Curraggia: Diego Falchi, Salvatore Pala, Nino
Manconi, Mario Ghisu, Tonuccio Fara, Silvestro
Manconi, Claudio Migali, Gigi Maisto, Nino Visicale.
Nel giorno della morte tutti facemmo sincere
promesse ai figli e alle famiglie, alle quali siamo e saremo sempre vicini. E sappiamo che
nessuno mai potrà dimenticare, anche se per
l’uomo dimenticare rimane abbastanza facile: “I
figli dei nostri morti sono da questo momento i
nostri figli, sono i figli delle loro famiglie e della famiglia più grande che è la comunità, nella
quale deve irradiarsi un respiro nuovo di unità,
di armonia, al di là di ogni idea diversa; una
concordia e una solidarietà per il futuro dell’uomo, per la vicinanza a queste famiglie, a
queste madri, a queste spose e soprattutto a
questi ragazzi e ragazze, a questi bambini, dai
quali sta venendo l’esempio della fede e del coraggio”.
Nel pomeriggio del 28 luglio 1983, appena tornato da Roma, dove dinanzi ai rappresentanti
del Santo Padre avevo prestato il giuramento di
fedeltà alla Chiesa come nuovo vescovo nominato per la Diocesi di Ampurias e Tempio, io
fui raggiunto a Sassari da una telefonata di don
Gavino Falchi, parroco di Castelsardo: “brucia
la Gallura, brucia Tempio, alcuni giovani sono
già morti bruciati, alcuni altri stanno per essere
condotti all’ospedale di Sassari”. Mi precipitai
nelle sale di rianimazione dell’ ospedale e potei
parlare con alcuni di loro, anche con quelli che
qualche ora dopo non erano più in vita. Posso
ricordare la prima parola di Giuseppe Sotgiu al
mio ingresso alla rianimazione: “Spiremu di tiranni la peddi”. Sempre lo ha ricordato lui con
commozione, poiché è tra quelli che hanno
avuto la fortuna di salvare la pelle, che per altro era ustionata al settanta per cento. E cinque
nostri amici che andarono a Torino al Centro
Grandi Ustionati furono salvati, Giuseppe Sotgiu, Mario Marchesi, Vanni Bisson, Antonello
Forteleoni, Antonello Azara, mentre morì Claudio Migali lungo il viaggio, e dopo una settimana a Torino morì Gigi Maisto. Alla celebrazione
per la sua morte io raccolsi proprio le parole
che lui disse alla madre uscendo quella sera incontro al fuoco: “dobbiamo andare tutti, dobbiamo salvare la gente, dobbiamo difendere la
vita”. Non riuscirono a fermarli quei generosi.
Poi la gente cominciò a domandarsi: furono degli imprudenti o degli eroi?
Una risposta io cercai di trovarla, anche guidato da Mons. Mario Careddu che aveva proposto
di chiamare la collina di Curraggia la collina degli eroi: “Noi siamo convinti che loro siano andati incontro alla morte consapevoli di offrire il
loro sacrifico a favore di tutta la comunità”. La
Gallura e la Sardegna fecero ala al passaggio
delle vittime accompagnandole con un applauso di riconoscenza unito dalla preghiera. Tutti
quel giorno hanno fermamente creduto che il
loro sangue avrebbe portato il suo frutto. All’indomani mattina del 28 luglio io corsi a Tempio, e accompagnato dal Vicario , dai parroci
delle tre comunità parrocchiali cittadine, andai
ad abbracciare le famiglie in ogni casa e ad abbracciare i morti bruciati, che sembravano alberi rinsecchiti. Mi ritrovai a piangere senza parole insieme alle spose, alle madri, ai figli.
Il giorno dopo il 30 luglio celebrammo l’ Eucaristia, che era tutta una lacrima, ma insieme era
anche un germoglio di speranza e un impegno
per tutta la comunità: Per non dimenticare! È
uno slogan che si valorizza tante volte. E forse
è sempre troppo poco. Noi pensavamo che fosse utile per costruire una nuova società nella
concordia, con la possibilità di attrezzare meglio la custodia della gente nel difendere la vita. La bellezza della natura della nostra terra ci
ammalia, ma è la vita delle persone che ci sta a
cuore. Le promesse si orientavano verso tre
obiettivi.
Il primo obiettivo era la solidarietà alle famiglie
e agli scampati. Dicemmo: le famiglie ci domandano che il sacrificio dei loro cari non rimanga senza frutto, ma faccia germogliare uno
slancio nuovo di fraternità. I caduti così non rimarranno vivi solo nella memoria, ma nella vita nuova della collettività. I giovani scampati alla morte attendono di sentirsi pienamente accolti nella società, non solo per trovare una collocazione in un’attività che dia sicurezza a loro
e ai familiari, ma per tornare a vivere da protagonisti nella costruzione della società. Nel loro
cuore c’è oggi il percorso di questi venticinque
anni, un cammino di solidarietà ma insieme di
tanta amarezza, dimenticanza, abbandono. Personalmente ho cercato di essere sempre loro vicino. E con affetto quelli che dovevano celebrare il matrimonio mi hanno fatto l’onore di
celebrarlo, Mario Marchesi, Vanni Bisson e Antonello Forteleoni. Io mi accorgevo che dovevamo tutti fare di più, perché dalla sofferenza
poteva nascere, e doveva nascere, un nuovo
progresso umano, sociale e anche ecologico
della nostra terra.
Il secondo obiettivo era proprio questo, ed io a
quel tempo facevo vibrare la preghiera di San
Francesco per la “nostra madre terra che ne sostenta et governa”. E dicevo: “Insegniamo ai no-
stri figli, nella famiglia e nella scuola, a voler
bene agli alberi per voler bene agli uomini.
Guidiamo la mano dei nostri bambini e dei nostri giovani a piantare un seme, a coltivare una
pianta, a desiderare una terra pulita affinché sia
limpida e onesta l’anima dei suoi abitanti … Il
fuoco inesorabile che, seminato dal cuore crudele di uomini dissennati, ha soffocato la vita
dei nostri fratelli, serva a purificare i cuori da
ogni focolaio di ingiustizia, e il suo ricordo risvegli in noi l’ardore della concordia e dell’amore”. Posso testimoniare che c’è stata una ga-
curraggia
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GNO PER IL FUTURO
inque anni dopo
ra di generosità e i bambini e i giovani si sono
distinti in questa gara. In moltissime scuole, anche guidati da sapienti insegnanti, i ragazzi
hanno preparato i temi sul fuoco e sulla difesa
dal fuoco. E conservo con grande affetto un fascio di opere d’arte, di disegni, di pitture, soprattutto dei bambini, una delle quali scelsi come copertina di un libretto- ricordo, quando al
quinto anniversario raccolsi le principali testimonianze sul fuoco di Curraggia. Era di una
bambina di una terza elementare, Luciana
Brundu, con la sua preghiera semplice: “Povero figlio, povero fratello, povero marito, povero
padre, povero figlio di Dio. Grazie, sei morto
anche per me”
Il terzo obiettivo era quello di preparare nuove
strutture per la prevenzione degli incendi e la
cura degli ustionati. Combattemmo allora per
costituire in Sardegna il “Centro Grandi Ustionati”, che a Sassari nell’ospedale aveva già una
sua attrezzatura. E venne per qualche incontro
quel celebre professore del Centro Ustionati di
Torino, il Prof. Teich Alasia, che aveva salvato
i nostri amici. Li aveva salvati anche la Madonna, perché ogni giorno i familiari a Torino andavano a pregare soprattutto al Santuario della
Consolata. E c’era grande entusiasmo e desiderio per la istituzione del Centro Grandi Ustionati vicino a dove era avvenuta la tragedia più
grande. Questi incendi della Sardegna sono la
tragedia più grande, nel loro genere, di tutta la
storia italiana. Io cercavo di seminare luce e
speranza, ma scrivevo anche con tremore una
triste profezia: il fuoco tornerà, teniamoci
pronti! E tornò il fuoco. Penso sia bene ricordare, insieme ai nove morti di Tempio di venticinque anni fa, i tre morti dei primi giorni di
agosto del 1988: Antonio Tanca a Bessude, Sebastiana Mamia a Tungoni, e qualche giorno
dopo Ciriaco Orunesu di Bitti, che era stato trasportato al Centro Grandi Ustionati di Palermo.
E il 1° agosto 1989 vi furono cinque morti, due
a Porto San Paolo e tre a Monti Canu fra Arzachena e Palau: Quirico Cudoni con il figlio Giacomo, Anna Compagnone, Giuseppe Lo Curcio, Annie Marabini . L’anno più tragico fu il
1989: furono 14 i morti nell’incendio di Milmeggiu a Portisco di San Pantaleo il 28 agosto
del 1989: Giovanni Deiana e sua moglie Francesca Pileri, Erica Salis, Maria Pia Lo Muscio,
Paola Vitelli con sua madre Anna Romano e i
suoi due figli Barbara e Filippo Secchia, Guido
Ardizzone, Elisabetta Ungerer e suo marito
Helmut Heinz, Mariolina Sessa D’Amato con il
figlio di due anni Giuseppe e la creatura che
nel suo grembo sbocciava alla vita. Nell’agosto
1989 in 28 giorni ci furono 23 morti, dal 1° al
28 agosto.
Avevo rinunziato ad andare a Santiago di Compostella con i giovani alla Giornata Mondiale
della Gioventù proprio perché era tutto un fuoco in Sardegna. E poi la Provvidenza mi consentì di partire all’ultimo istante per Santiago e
attraversai la Galizia, che bruciava in tutte le
parti, mentre il Papa infiammava d’amore
l’anima dei giovani in quel meraviglioso Santuario. Feci in tempo a tornare e nei giorni in
cui la Chiesa di Tempio celebrava il suo Convegno Diocesano, tutti dovemmo correre a San
Pantaleo per la Santa Messa dei morti nell’incendio. I giornali parlavano di 13 morti in quei
giorni, ma non erano soltanto 13, perché la giovane signora Mariolina D’ Amato, che fuggiva
per salvare dal fuoco il suo bambino di due anni tenendolo tra le braccia, custodiva nel suo
grembo il germoglio di una nuova vita. Questo
lo sapemmo solo dopo: tredici vittime e una
quattordicesima che stava per sbocciare nel
grembo di una mamma, la quale morì insieme
ai suoi bambini in quel giorno.
È triste la memoria. Il poeta Virgilio dice che ricordare è tremendo. Poi dice che ricordare può
essere bello. E infine dice: ricordare è necessario. Un ricordo può far rinascere la tristezza e
un altro ricordo anche la gioia e la speranza.
Ma ricordare è un dovere. Un dovere perché
tutte le promesse siano mantenute e così cresca
la comunità e si lenisca il dolore. Il tempo è una
medicina che può far guarire il dolore, anche se
chi lo ha vissuto dal di dentro, soprattutto la famiglia, sa che il dolore cresce col tempo. Ma sa
anche che nella fede, nella fede umana per alcuni e ancor più nella fede cristiana, il dolore
viene trasfigurato in una gioia pasquale, in un
passaggio dalla morte alla risurrezione, dalla tristezza alla serenità, se è accompagnato dall’amore. La vera risurrezione è il passaggio dall’egoismo all’amore. Questa trasfigurazione è
chiamato a viverla ogni uomo, e può viverla anche tutta la comunità. Soprattutto la comunità
cristiana, che celebra nel pane di Cristo il mistero della Pasqua di morte e risurrezione, annunzio di una nuova vita e una nuova speranza. E può viverla anche la comunità civile, se
cresce nella concordia costruendo un futuro migliore per i suoi figli.
Sarebbe bello ricordare tanti altri particolari di
quei giorni. Forse si può anche giungere, come io ho sempre sognato, a scrivere in un libro la vicenda di tutti quelli che sono caduti
nei viaggi aerei di soccorso e negli innumerevoli incendi della storia della Sardegna. Ce ne
sono stati tanti, mai però così tragici come
questi ultimi. Ce ne fu uno nell’immediato dopo guerra nelle campagne vicino ad Anela dove morirono molte persone. Io ne ho vissuto
tanti nella Diocesi di Tempio e alcuni nella
Diocesi di Nuoro: Salvatore Porcu il 5 luglio
1993 nelle campagne di Sarule, Antonio Sanna
il 7 agosto 1993 nelle campagne tra Nuoro e
Orune, Angelo Falconi il 18 luglio 1996 nelle
campagne di Olzai, Graziano Deledda nel luglio 2002 a San Francesco di Lula, Gianfranco
Cossellu il 26 agosto 2004 nelle campagne di
Bitti. E un uomo, Francesco Catgiu di Nuoro,
era morto il 26 agosto 1971 quando bruciò tutto il Monte Ortobene. Nell’incendio del 7 agosto1993 a Sos Aranzos di Golfo Aranci persero
la vita tre turisti: Francesco Benedetto e Bruno
Bei con la moglie Maddalena Malfetti. E in
quel mese morì a Nuraminis l’agricoltore Giuseppe Paschina.
Tutte le vittime noi dobbiamo ricordare sempre per nome, cercando di sostenere le loro famiglie nel cammino della speranza,sentendo
viva anche la vicinanza del Papa e il suo paterno messaggio:“Nell’apprendere la triste notizia dei gravi incendi che in questa regione hanno provocato la morte di alcune persone generosamente accorse in aiuto di altri fratelli,
Sommo Pontefice esprime ai familiari degli
scomparsi e a quanti soffrono conseguenze di
tale calamità il suo vivo cordoglio, mentre assicura preghiere e suffragi nella luce di supreme
speranze annunciate da Cristo”.
Curraggia 25
Spettri
e lingue di fuoco
omicide
nell’argentea memoria
dell’arsa collina.
Lamenti
e voci severe
dagli arbusti
urlanti
e dai sassi anneriti.
Nel vento l’incubo
e il rimorso
di vite bruciate
e di domani
spenti.
Paolo Sanna
Luglio 2008
speciale
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La collina degli eroi.
Curragghja,
28 luglio 1983
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2008
di Franco Fresi
LA CAMPAGNA
L’autunno del 1983 si presentò
nelle campagne dell’alta Gallura con una livrea insolita di
piante e di erbe. Gli incendi
dell’estate, numerosi e devastanti più che in altri anni, avevano avuto il loro epilogo in
quel tragico 28 luglio sulla collina di Curragghja, a Tempio,
che resterà nella storia della città come simbolo di morte e di
devastazione. Colpiva soprattutto il verde delle foglie, che
stavano rivestendo a fatica gli
alberi scorticati dal fuoco. Non
era il verde tenero del virgulto,
né quello più scuro della pianta adulta. Era un verde tenue e
sottile, eppure festoso, come se
fosse stato inventato lì per lì
con pochi mezzi, per necessità
di sopravvivenza, da creature
asfittiche per mancanza di respiro: un po’ come i colori che
tornano sul viso del convalescente non ancora sicuro della
guarigione. L’erba aveva una
tinta meno timida forse per
contrasto con i cumuli di cenere nera dai quali spuntava come a sfida. Vista da lontano, la
campagna offriva comunque
un’immagine nuova, suggestiva
e persino attraente, con tutto
quel contrasto tra il nero e il
verde, a testimonianza dell’eterna lotta tra la vita e la morte.
Da vicino, però, andando per i
campi intorno a Tempio, soprattutto a ovest e a nord-ovest,
la scena era ben diversa. Innumerevoli le piante morte del
tutto, i muri divisori tra le tanche crollati, le siepi incenerite,
sorgenti risucchiate dal terreno,
altre venute su da crepe di roccia dove non c’erano mai state.
Le case abbandonate, senza tetto, offrivano al cielo la loro nudità quasi impudica, svuotate
una volta per tutte da ogni residuo di secolare intimità dome-
stica. Nello stazzo di Altura, sulle colline granitiche di Padulo,
le fiamme avevano bruciato
non solo le travi del tetto e gli
infissi, ma anche la calce delle
pareti. In un armadio a muro,
su un lastra di pietra, una serie
di fiaschi di vetro, deformati dal
calore, avevano preso strane
forme convulse; e alcuni, sigillati dal fuoco, conserveranno
per sempre, se nessuno li romperà, l’aria rarefatta di quell’estate di tregenda.
LA CITTÀ
Anche lungo la panoramica che
costeggia la collina di Curragghja, ribattezzata da poco
“Viale dei caduti di Curragghja”,
la vita vegetale stava nascondendo il lutto di una morte che
aveva portato via in un turbine
di fiamme vite di piante e persone. Ancora non c’erano i cippi e l’enorme pietra tombale
con incisi i nomi dei caduti,
opera di pregio dello scultore
tempiese Tore Pintus, che segnano oggi il punto dove nove
persone tra cittadini comuni e
guardie forestali non erano riusciti, fuggendo davanti al fuoco basso e tenace della brughiera, a raggiungere la strada
che avrebbe offerto loro una linea tagliafoco dove potersi salvare. Il maestrale tirato che veniva su cedendo il passo, a tratti, a folate di ponente, in una
diabolica fornace a misura
d’uomo, sembrava spinto da
una volontà antica quanto inspigabile in cui l’uomo e
l’elemento naturale si trovano
avversari. Basta soffermarsi un
po’ tra questi cippi e chiudere
gli occhi: per un sortilegio di
flash back il pietoso belletto
dell’autunno del 1983 e la sistemazione odierna di quel tratto
di strada sul quale un eroico
manipolo di uomini senza pau-
curraggia
Anno XVI
n. 14
28 luglio
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UNA RAPIDA
TESTIMONIANZA
ra proibì, a costo della vita,
l’assalto del fuoco alla città, lasciano il posto al ricordo di
quella data ormai lontana ma
sempre vicinissima: pomeriggio
del 28 luglio 1983.
QUEL GIORNO
Nella sarabanda dei ricordi di
quel giorno che ancora arde
nella memoria uno è legato al
poeta nuorese Franceshino Satta: un ricordo che nessun altro
può avere, vista la sua irripetibile rarirà. È legato a un suo libro, la sua prima raccolta di
poesie, Cantos de Amistade. Lo
tengo sul mio tavolo, come un
portafortuna. Ha un piccolo
cratere al centro che dalla copertina arriva a pagina 34: un
marchio impresso a fuoco da
una scintilla o da una foglia ardente volata nel mio studiolo
sottotetto mentre intorno alla
casa si scatenava l’inferno di
quel 28 luglio omicida in lotta
contro uomini che avevano
osato sfidarlo l’incendio a mani
nude. <<Corri a Tempio, la tua
casa sta per bruciare>>. Mi
avevano chiamato allo stazzo,
nelle campagne di Luogosanto,
alcuni amici tempiesi. E in
quella casa che stava per bruciare, a due passi dalla panoramica, c’era rimasta mia figlia
che non aveva ancora diciotto
anni. Avevamo lasciato un figlio da mia madre ed eravano
corsi a Tempio. Mia moglie
aveva in braccio il più piccolo.
Ci avevano impedito di arrivare a casa: <<Ci sono dei morti,
lì>>. Mia moglie era rimasta in
casa di un’amica nella parte
della città meno minacciata dal
fuoco. Sulle case incombevano
alte montagne di fumo e scintille. Come nuvole di temepesta attraversate da lampi. Sulle
strade innevate di cenere rovente si lasciavano orme pro-
fonde. I rintocchi delle campane a martello venivano giù come un peso fisico che ti veniva
spontaneo scansare con un
cambio di passo. Fu l’amico
Paoletto, il capo improvvisato
di uno dei tanti gruppi di volontari soccorritori, in camionetta e tuta gialla, a darmi una
tuta anche a me e farmi posto
nella macchina. Sulle fonti di
Rinaggiu un canadair scaricava
acqua. Intorno alla mia casa
qualcuno ne aveva sparso a
profusione con una pompa.
Dentro, mia figlia non c’era.
Sulla porta un chiodino con un
foglietto accartocciato: <<Tranquilli, sono da zia Silvana. Ho
bagnato tutto intorno alla casa,
ho chiuso il gas, staccato la luce e spostata la macchina di
Emilio>>. Al sicuro. Lontana da
fuoco e dalla morte. La casa
era intera; solo un sottile filo di
fumo usciva dalla finestra senza vetri del mio studiolo.
Aprendo la porta di casa eravamo stati scaraventati per terra,
io e Paoletto, da un flusso
d’aria né calda né fredda che ci
aveva investito dall’interno.
Quel filo di fumo veniva da un
buco del libro chiuso sul tavolo: una piccola fossa conica
con in fondo un minuscolo
frammento ardente che non
era ancora riuscito a far scaturire una piccola fiammella.
Lungo la panoramica stavano
portando via i morti. L’aria piena di fumo e di odori indecifrabili, lasciava poco spazio allo
sguardo. Ognuno faceva quel
che poteva, tutti davano una
mano alle guardie forestali, neri
di dolore e di fuliggine. Da quel
giorno so che il calore di un incendio può deformare il volto
di una vittima fino a dare a una
smorfia di dolore la sembianza
di un sorriso. Mia moglie alla
notizia che nostra figlia era al
sicuro lasciò cadere la tensione
in un pianto dirotto.
Giuseppe Sorgiu, uno dei tempiesi che sono sopravvissuti
quasi miracolosamente per merito anche delle cure prestategli
al Centro Grandi Ustionati di
Torino, ricorda: <<Il calore diventò improvvisamente insopportabile; nessuna parola può
descriverlo. Prima di essre investito dalle fiamme che venivano
su dal fondo valle ho avuto come la visione di una gabbia di
fuoco che stava per chiudersi
su di me. Ho fatto appena in
tempo a seppellirmi per quanto
ho potuto sotto un cumulo di
sabbia. Intorno, oltre la barriera
dell fiamme, il fumo era acre e
soffocante; in mezzo si sentivano urla di dolore. Ci sono giorni, pensandoci, che non riesco
a dormire>>.
CURRAGGIA, 30 LUGLIO 1983
Le colline
non hanno più forma.
I prati, odorano
di barbarie contemporanee.
Dove sono i paesaggi?
Si cammina, fra gli scheletri
delle antiche colonne
che i secoli hanno scolpito
sulle terre del silenzio.
Gli occhi si chiudono.
Chini, si toccano le ferite.
È la nostra terra che ora geme
e urla, impazzita dal dolore.
E voi, chi siete?
Le strida mi hanno lacerato
l’udito e il cuore.
Le madri, i figli, le anime.
Vi sono dei cadaveri, nel campo
uomini in fuga
nel tentativo di salvarsi
e di salvare.
Le madri hanno smarrito
i primogeniti
e le lacrime.
Qual è il tuo dolore, o donna?
Quello che soffia dai graniti
o quello che s’inarca tra le rovine
dei templi, nuragici?
Non ha più importanza, lo so!
E le colline
non hanno più forma.
Sandro Serreri
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ALLURA
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teatro
Anno XVI
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Sa carrera
che ‘ogada su sambene
di Antonella Lentinu
U
n rinnovato successo per la compagnia teatrale “Figurantes” di Luras che
sabato 19 luglio, nella sala convegni,
ha messo in scena la sua ultima opera. Si tratta di una commedia brillante in tre atti scritta
e diretta da Gianni Pola, che ha per titolo: “In
carrela”. Per chi vive in città è difficile comprendere il senso di questa parola, tradurla
con “strada” o “quartiere” è quanto mai riduttivo e, con questa commedia, Gianni Pola ha
voluto tracciare una sintesi di quello che in
realtà è “sa carrera”, vale a dire quel microcosmo di vicinanza e quotidianità che lega le famiglie della porta accanto con un rapporto
che è fatto di confidenze, condivisione di
gioie e dolori, talvolta di invidie e pettegolezzi ma soprattutto di grande familiarità e umanità. Non per nulla a Luras è consuetudine il
detto “Sa carrera che ‘ogada su sambene”, a
significare che gli affetti che si intrecciano nel
vicinato sono spesso superiori a quelli che si
hanno con i parenti più prossimi.
E tutto viene enfatizzato, naturalmente in
chiave comica, in questa commedia che vede
ben quindici interpreti sul palco a rappresentare vizi e virtù di questo piccolo mondo. Ci
sono due giovani innamorati il cui amore è
osteggiato dai genitori, una coppia di truffatori che approfitta dell’ingenuità dei protagonisti, due personaggi inizialmente ambigui
che come una sorta di “deus ex machina” risolvono ogni situazione, fino alla conclusione nella quale l’amore trionfa e i truffatori
vengono raggirati. Il tutto recitato con vivacità, rapidi cambi di scena e una piacevole varietà di linguaggi, l’italiano affidato ai personaggi “continentali”, il lurese, il gallurese e
l’italiano “maccheronico” che spesso colora il
parlare delle persone semplici. Il tutto infarcito di battute e modi di dire tipici del terri-
torio che hanno suscitato l’ilarità del numeroso pubblico. Davvero bravi gli attori, tutti dilettanti naturalmente, che hanno saputo però
caratterizzare i personaggi con la verve e la
disinvoltura di veri professionisti. Molto lusinghieri i commenti dopo lo spettacolo, tante le richieste di una nuova rappresentazione
che, infatti, sarà replicata a fine agosto.
“Sarebbe molto bello -dice l’autore - poter
rappresentare la commedia in una delle piazze del paese, utilizzando come scenario naturale uno dei tanti angoli così suggestivi di
Luras. Sarà però necessario un impegno finanziario molto maggiore per poter far fronte ai problemi di luci e suoni, che per ora
l’associazione non è in grado di sostenere.”
Speriamo allora che questa realtà presente e
attiva a Luras, che riesce a coinvolgere e impegnare tanti giovani possa essere sostenuta
e aiutata a crescere ancora.
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2008
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spiritualità
Anno XVI
n. 14
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È ancora attuale il linguaggio
delle parabole?
Leopardi
scriveva
che Dio è
distrutto
di Delia Floris
P
er tanti secoli gli uomini che vivevano in
società permeate di cristianesimo hanno
cercato la Verità, quella eterna, immutabile, che può essere colta dal pensiero dell’uomo
come nei fenomeni della natura. Per tanto tempo l’agire dell’uomo comune è stato guidato da
quella saggezza contenuta nelle parabole di
Gesù, comprensibili ed incomprensibili allo
stesso tempo, che hanno illuminato il suo cuore per fargli intendere il paradosso che la sapienza di Dio è stoltezza per gli uomini e la
stoltezza è sapienza agli occhi di Dio. Ma per
l’uomo di oggi le parabole sono ancora attuali?
L’uomo del ventunesimo secolo, che vive in
un’epoca post moderna, in cui non vi sono più
ideologie, non vi sono più certezze filosofiche,
in cui sembra che la Verità, qualora esistesse,
non sia più raggiungibile dalla mente umana,
può ancora capire il senso delle parabole, tipico modo di esprimersi di Gesù di Nazareth, vis-
suto duemila anni fà? Da quando Nietzsche ha
teorizzato la morte di Dio, come necessità angosciante e insieme liberatrice per affermare
l’uomo, il pensiero è andato prevelentemente
in quella direzione. Già Leopardi, almeno sessant’anni prima, scriveva che Dio è distrutto.
Per molti uomini Dio è stato sostituito dalla
scienza, che per certi versi si oppone al principio di Verità assoluta e quindi all’idea di Dio. La
morte di Dio è inseparabile dalla morte della
Verità e questo fatto viene inteso come sapienza definitiva ed incontrovertibile. Non esiste la
Verità, ma esistono le verità, ed ogni verità è in
fieri, è modificabile dagli eventi o dalle scoperte scientifiche o dalle applicazioni della tecnologia. Ma ciò che è sapienza dell’uomo è stoltezza agli occhi di Dio. La tecnologia sembra
soddisfare hic et nunc (qui ed ora, subito) le
esigenze più profonde, le aspirazioni dell’essere umano: la ricchezza, il potere, il piacere, la
felicità. La tecnologia permette di sostituirsi a
Dio addirittura nel dare la vita o nel porre fine
alla stessa. Non è più vero in assoluto che la vita sia un bene in sé; è bene solo se l’uomo la
considera tale; il caso della giovane Eluana, in
coma vegetativo da molti anni per la quale i genitori chiedono insistentemente di staccare i
macchinari per l’alimentazione che la tengono
in vita, ci fà riflettere. Ma nonostante la confusione nella quale viviamo, le parabole di Gesù
mantengono immutato il loro fascino. Nonostante la crisi di identità dell’uomo, quantunque egli non voglia accettare che esiste una verità immutabile alla quale conformare la propria
esistenza, si avverte il desiderio di comprendere un linguaggio non semplice, rivolto ad un
ascoltatore, che non può essere distratto o poco accorto, da un Maestro che ripone una grande fiducia in lui, nelle sue capacità, nel suo desiderio di comprendere malgrado tutto. Dopo
tutto, come Gesù ci insegna, il grano e la zizzania cresceranno sempre insieme e niente verrà estirpato dal contadino fino al raccolto per-
ché non accada che insieme al loglio si perda il
grano buono. Ognuno di noi è contemporaneamente grano e zizzania, ha in sé il desiderio
di Verità e la negazione di essa, ma per fortuna
Dio sa attendere, non ha fretta nel portare a
compimento la sua opera. Le parabole di Gesù
insegnano dunque, anche all’uomo di oggi, che
nonostante la grossa crisi di identità nella quale spesso cadiamo, nonostante tutti i dubbi esistenziali che attanagliano il nostro cuore e la
nostra mente, la Verità è sempre davanti a noi,
celata spesso ai nostri occhi, ma presente, pronta a svelarsi non appena riusciremo a far cadere i veli che oscurano la nostra mente ed il nostro cuore.
Nietzsche
teorizzò
la morte
di Dio
Ordinazione
sacerdotale
Il diacono Cristian Garau annuncia con gioia alla
comunità diocesana che sabato 13 settembre 2008, alle ore
19.00, nella chiesa di Cristo Re a Valledoria, sarà ordinato
sacerdote da Mons. Sanguinetti.
La domenica 14 settembre, alle ore 11.00, sempre nella
chiesa di Valledoria, presiederà la prima Messa.
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ALLURA
l’intervista
&AGNGLONA
L’idea di creare qualcosa di nuovo
Anno XVI
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Dal miracolo Geomag alla cassa integrazione
Intervista a Edoardo Tusacciu della Plastwood
televisione. La pubblicità fa comprare i prodotti, anche quelli che non sono di qualità. Gli
stessi negozianti per mettere un prodotto in vetrina ti chiedono se è in televisione. Nel 2000
facemmo circa tre miliardi di lire di fatturato. Il
boom l’abbiamo avuto nel 2001. La macchina
era sempre quella a mano che lavorava per 24
ore al giorno, con sei-sette dipendenti che si
alternavano nei turni. A volte attingevamo anche dai dipendenti della fabbrica di sughero.
Nel 2001 l’azienda diventava sempre più importante, mentre il sugherificio sempre meno.
Le banche non ci davano nessun credito ed
erano spaventate dalla nostra attività. Anche i
miei amici di infanzia scongiuravano questa
cosa perché avevano paura che io mi rovinassi. Nel 2001 l’azienda fa davvero un passo in
avanti passando da 3 miliardi di lire a 16 milioni di euro. Arriva la prima macchina automatica che da 6.000 barrette al giorno ne produce 50.000, poi le nuove macchine ci consentirono di produrne anche 100.000 al giorno.
Oggi abbiamo una potenzialità di 1.800.000
barrette al giorno. Questa azienda può sviluppare un fatturato di 800 milioni di euro con circa 200 dipendenti. Possono sembrare tanti, ma
in piena produzione il numero dei dipendenti
diventerebbe esiguo rispetto al fatturato. Visto
Edoardo Tusacciu
di Giovanni Sini
D
ella famiglia numerosa con nove figli
dei Tusacciu sono rimasti in tre. Avevano iniziato con un’azienda sugheriera nel 1985, azienda ereditata da uno zio negli anni ’70. Uno di quegli opifici sottocasa,
per cui quando lo zio si trasferì nella zona industriale fu considerato quasi come un pioniere. Nella ZIR di Tempio c’erano pochissime
aziende: Ganau e Deidda, e qualche capannone. Erano gli anni ’70, periodo in cui prendere la macchina per andare a lavorare era
quasi un’impresa. Noi, afferma Edoardo Tusacciu, avevamo allora un’officina meccanica
e già mia madre aveva capito che quel genere di attività non avrebbe potuto avere uno
sviluppo importante perché la concorrenza
era notevole. Io diventai quindi un sugheraio
attento agli aspetti innovativi più che a quelli tradizionali.
Poi ad un certo momento la conversione.
Dal sughero si passa ad una nuova attività
L’idea non venne a me, ma ad un ragazzo che
lavorava in azienda con me. Un giorno mi mostrò una pallina recuperata da cuscinetti vecchi
dell’azienda insieme a dei tubi di aria compressa che si trovano nelle aziende e mi fece vedere questa pallina che stava attaccata ad una calamita. Inizialmente non mi convinse affatto, ma
quando mi diede in mano una decina di pezzi,
allora sviluppai la mia creatività. Già nel contesto del sughero avevo inventato diverse macchine. Capii quindi che era un gioco che poteva diventare redditizio nel mondo. Dopo cinque minuti gli chiesi di vendermelo. Era il 1998.
E per affermarvi poi nel mercato internazionale come avete fatto?
Da neofita totale nel mondo del giocattolo ho
tentato di portare in casa delle persone che potessero darmi una mano. Ho incontrato a Roma
un ragazzo che si occupava di marketing e, a
un prezzo anche importante, lo portai in Sardegna. Con lui lavoravamo 20 ore al giorno
scegliendo ragazzi neolaureati del territorio
che avevano attitudini sulla grafica, sul marketing, sulla commercializzazione, e abbiamo iniziato a fare una ricerca di mercato. A quell’epoca internet si stava affacciando e non lo abbiamo utilizzato tantissimo. Si è lavorato tanto
sulle statistiche e nel frattempo il sugherificio
andava avanti. In una stanzetta la Plastwood
iniziava a fare i primi passi. Nel 1999 abbiamo
incontrato un altro signore che aveva ideato
una pressa particolare e che ci realizzò una
macchina per costruire le prime barrette che all’epoca si chiamavano Geomag. Fu molto difficile entrare nel mercato, perché forse ci presentavamo nel modo meno idoneo: la fretta di
uscire anche quando l’azienda ancora non esisteva e il desiderio di vedere l’impatto dell’idea
sul mercato.
In che anno avete raggiunto il massimo della produzione e anche come presenza di
operai?
Nel 1999 vendemmo poche scatole di materiale e alcuni negozi di Calangianus lo esponevano anche forzatamente. Il vero lancio fu nel
2000. Allora andai da Publitalia e pianificai una
campagna pubblicitaria di 350 milioni di lire su
un fatturato che stava ancora nascendo. Lì capimmo che c’era bisogno di fare pubblicità in
il successo, iniziammo ad ordinare delle macchine per le quali occorreva attendere anche
sei mesi prima dell’arrivo. Allora l’azienda iniziava ad uscire nei giornali diventando sempre
più credibile. Le banche si sono aperte e abbiamo iniziato a costruire nuovi capannoni. Nel
2002 chiudemmo il sugherificio e lo unimmo
all’azienda nuova. Qui passammo da 16 milioni di euro a 27 milioni di euro di fatturato.
l’intervista
Questo è stato il fatturato più bello con utili
spaventosi. Riuscimmo a raggiungere circa 7
milioni di utile netto. Il prodotto era caro, ma
le mamme erano contente di comperare un
prodotto per i figli perché di grande qualità e
didatticamente valido. Nel 2003 il fatturato passò a 37 milioni di euro, ma è stato anche l’anno
dove noi dovevamo capire che qualche cosa
stava cambiando. Prima di tutto il contratto che
io feci con chi ideò Geomag non era un contratto di acquisto, ma di licenza e io in buona
fede lo firmai. L’inventore alzò le pretese e non
riuscimmo a trovare un accordo. I miei avvocati, esperti di brevetti industriali e intellettuali,
mi dissero che avevo due strade: andare avanti con Geomag, oppure inventare un nuovo
prodotto. Io che conoscevo benissimo i pregi,
ma anche i limiti, decisi per la seconda strada.
Andai in Cina con mia figlia che conosce il cinese, avendo dimorato per un anno a Pechino,
e laureata in lingue a Londra, e inventai Supermag. Questo prodotto è completamente diverso perché mi consente di costruire qualunque
cosa. Così denunciai l’inventore di Geomag e
nel gennaio del 2003 presentai alla Fiera di MiAngela Cannas con una delle sue
creazioni, la Torre Eiffel
lano Supermag. In questo anno ho perso il
marchio, il prodotto sul quale avevo investito
diversi milioni di euro e che avevo portato in
tutto il mondo, e a metà anno del 2003 mi fu
ritirata la licenza di Geomag. Allora immisi nel
mercato Supermag. Noi sottovalutammo la cosa perché non pensavamo che in così breve
tempo i concorrenti riuscissero ad organizzare
l’azienda. Trovarono come distributore in Italia,
Francia, Spagna, Germania un azienda importantissima: Giochi Preziosi, che in Italia ha il
monopolio. Questo era un mio cliente l’anno
precedente e passò senza problemi alla concorrenza. Siamo stati costretti a investire di più
e abbiamo fatto ricorso alle banche. Ma mentre
i produttori conoscevano Plastwood, i consumatori conoscevano Geomag. Per far conoscere il nuovo prodotto dovevamo fare una campagna pubblicitaria che ci è venuta a costare
tre o quattro volte tanto. Contemporaneamente in America nasce Magnetix. Prodotto molto
Anno XVI
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ALLURA
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Edoardo Tusacciu
all’interno degli stabilimenti
Plastwood
simile, ma molto diverso. In America eravamo
in ascesa nel mercato, ma la presenza di questo prodotto, copiato e pericoloso, ci ha creato
danno. Quel prodotto però arrecò rovina anche ai clienti per l’approssimazione del processo costruttivo e ad un certo punto ha causato
la morte di un bambino. L’attività di plagio era
chiara e pericolosa. Purtroppo quel prodotto
costava molto meno e siamo stati scalzati dal
mercato americano. Così, invece di capitalizzare, abbiamo continuato ad investire come se
niente fosse: capannoni nuovi, nuove filiali (in
Germania, a New York, a Dubai, a Pechino, in
Irlanda, a Londra) dove volevamo vendere da
soli. Allora le banche ci davano tutto quello
che volevamo. Queste hanno molta responsabilità perché ci hanno dato credito senza approfondire le cose. Nel 2004 aumentò ancora il
fatturato ma aumentò male. Infatti, se prima
avevamo un fatturato spalmato in vari paesi,
nel 2004 il 70% del fatturato lo abbiamo realizzato in soli due paesi. Questo era un segnale.
Negativo, ma non sono stato aiutato a capire
dal mio collaboratore. Nel 2005, poi, il fatturato è sceso a 17 milioni. Non ci aspettavamo
una crisi così forte e una caduta verticale. Licenziai il responsabile del marketing e nel
2006, preso atto della situazione, convocai le
banche e dissi che non potevo fare rientro a
una serie di prestiti che ci avevano fatto. Cercammo di capire cosa fare, studiando nuovi
prodotti, utilizzando il materiale a disposizione. Prodotti sicuri per utilizzare i milioni di magneti in giacenza. Oggi abbiamo inventato un
prodotto per bambini piccoli di un anno che
verrà messo nel mercato nel prossimo anno.
Sto cercando di posizionare l’azienda in modo
da entrare nel mercato non con un solo prodotto, ma con più prodotti. Devo essere sincero, né la Regione, né i politici hanno mostrato
un grosso interesse per la crisi dell’azienda e
per le famiglie che vi lavoravano. Il 10 ottobre
ci è stato concesso un concordato di ristrutturazione con il quale si abbatte il 70% dei debiti che l’azienda ha soprattutto con le banche.
L’azienda ritorna in bonus, ma ha bisogno di
un finanziamento. Stiamo cercando questo finanziamento per rilanciare l’azienda. Abbiamo
prodotti nuovi, il magazzino pieno con un va-
lore enorme. Oggi sono occupati solo una decina di dipendenti. Gli operai sono in cassa integrazione e in mobilità. Se l’azienda riprende
e cresce inizierò a riprendere i dipendenti.
Questa è un’azienda che ha dato tanto alla Sardegna, ha sponsorizzato eventi sportivi e culturali di grande portata e ora si ritrova senza un
aiuto.
L’ansia per molte famiglie continua.
La “statua
della libertà”
realizzata
con le barre
magnetiche
16
ALLURA
&AGNGLONA
varie
Anno XVI
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La Caritas Diocesana conclude il Percorso
educativo “Crescere Insieme”
di p. Giuseppe Piga
D
urante l’anno pastorale 2007/2008, la
Caritas diocesana di Tempio - Ampurias si è fatta promotrice di un percorso educativo dal titolo “Crescere Insieme”, offrendo molteplici e significativi stimoli che si
pongono come sfida alla attuale “urgenza educativa”. Giovedì 10 Luglio, a Tempio, presso il
Salone della Parrocchia di San Giuseppe, vi è
stata la conclusione del percorso educativo, caratterizzato dalle relazioni della Dott.ssa Silvia
Della Morte. La Caritas, dunque, vive il suo momento ecclesiale, in un continuo e attento legame con il territorio; con la cultura di ogni
luogo e tempo e in un proficuo legame in rete
con le istituzioni.
Dalla lettura del territorio con i suoi disagi e le
sue risorse, la Caritas, a nome della Chiesa,
vuole aiutare ogni uomo a prendere coscienza
di sé e del ruolo educativo che ciascuno è chiamato ad esercitare nel contesto concreto in cui
vive. Il percorso proposto (realizzato grazie al
patrocinio della Provincia Olbia - Tempio) ha
coinvolto tutto il nostro territorio, ponendosi
come “segno”, per ogni zona della Diocesi da
Tempio all’Anglona a Olbia, suscitando interesse e provocando domande e nuove attese. Abbiamo concluso il percorso, ripartendo con la
certezza che il ruolo educativo è una “vocazio-
ne” rivolta a d ogni persona, ma in modo particolare alla famiglia, alla Chiesa, alle istituzioni e non per ultime le scuole, nella consapevolezza di essere chiamati a collaborare per “tirare Fuori” dal cuore di ogni uomo, il meglio
che porta con se, per il suo futuro e per quello della società.
In questo ultimo incontro sono stati restituiti i
dati rilevati nei precedenti incontri tramite la
somministrazione all’assemblea di un questionario che chiedeva di classificare alcune voci di
diversi ambiti della vita sociale, affettiva, intellettiva, fisica e morale di un uomo ed è emerso che il futuro figlio, alunno, atleta viene “visto” da grande come un uomo che:
-
sta bene con se stesso;
sa ragionare correttamente;
ha uno stile di vita sano;
è onesto;
ha una coscienza sociale sviluppata.
Ma questo uomo ideale lo vogliamo creare noi
attraverso il nostro Sapere…Saper Fare, ma soprattutto il nostro Saper Essere. Non bastano le
conoscenze teoriche, non basta saper fare tante cose…ma serve “saper essere” e comunicare
con il linguaggio nuovo e incisivo il nostro essere più profondo contagiando l’Amore per
l’uomo, ponendosi nel territorio come strumento di crescita e promozione per un rinno-
La dottoressa
Silvia Della Morte
vato cammino e lavoro in rete con tutti coloro
che servono la responsabilità educativa e vogliono rispondere a tale sfida.
Estate:
129 mln di veicoli in movimento
Medde,
sciopero generale
a settembre
Anche da soli, dice il segretario
generale della Cisl sarda
L
a scelta di uno sciopero generale il prossimo settembre e’
‘’irreversibile’’. Lo ribadisce Mario Medde. Lo sciopero - dice il leader della Cisl sarda - e’ per sollecitare a Roma e in Sardegna un profondo cambiamento nelle politiche del lavoro e dello sviluppo. E
lascia intendere che il sindacato e’ determinato a percorrere anche da
solo la strada della mobilitazione, ‘non di sabato - chiarisce - e non in
forma atipica quale e’ stata il 1/o dicembre 2007’
Tutto pronto sulla rete autostradale
per l’esodo estivo 2008
T
utto pronto per l’esodo estivo 2008. Autostrade per l’Italia si prepara ad accogliere 129 milioni di veicoli. Per garantire un viaggio sicuro a coloro che si sposteranno dal 18 luglio al 7 settembre la societa’ in
collaborazione con Polizia stradale, Anas, Ministero delle Infrastrutture e
Trasporto, Rai ha predisposto un massiccio piano d’azione che coinvolge 6 mila addetti su strada, oltre 2 mila telecamere e 900 pannelli a messaggio variabile sparsi nella rete.
Quasi il 33% dei sardi
percepisce la pensione
Inps: l’importo medio mensile
è di circa 600 euro
La Sardegna
deve stare
attenta a non
perdere il
treno dello
sviluppo e del
lavoro
I
sardi che percepiscono la pensione sono quasi un terzo, pari a 433.192
persone per un ammontare complessivo di 3,375 mld di euro.
L’importo medio mensile e’ di 599,34 euro. Sono alcuni dei dati forniti
dall’Inps in una conferenza stampa per presentare il consuntivo 2007 in
Sardegna. La gestione di cassa dell’anno 2007 si riassume in 1.716 mln di
riscossioni e 3.950 mln di pagamenti. Le riscossioni hanno avuto un
incremento del 10,07% rispetto al 2006.
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Gallura & Anglona, 28 Luglio 2008