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uesta settimana
il menù è
DA NON SALTARE
Il dubbio
degli ebrei
“
Noi sappiamo che il nostro comandante
Chavez è salito fino a quelle altezze, che
ormai è faccia a faccia con Cristo.
Una qualche influenza ha avuto perché si
scegliesse un Papa sudamericano, una nuova
mano si è mossa e Cristo gli ha detto: “È arrivata
l’ora dell’America del Sud”
Campanini a pagina 2
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L’opera
in verde
Nicolas Maduro,
presidente ad interim del Venezuela
14 marzo 2013
Rosi a pagina 5
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La coerenza
di Ligabue
Vanni a pagina 6
LUCE CATTURATA
Que viva
Mexico!
RIUNIONE
DI FAMIGLIA
a pagina 4
Giani
in ottava
rima
SUlle
orme
di LIncoln
Gailli a pagina 9
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DA NON SALTARE
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di Saverio Campanini
[email protected]
S
averio Campanini, docente
della École Pratique des Hautes
Études di Parigi, ha tenuto la
conferenza che di seguito pubblichiamo su Il dubbio nell’Ebraismo,
nell’ambito del ciclo di incontri organizzati dall’Istituto Stensen di Firenze
“Dubito ergo sum. L’esperienza e l’intelligenza del dubbio”, il giorno 16 febbraio 2013.
La questione del dubbio nell’Ebraismo è certo troppo ampia per poter
essere affrontata seriamente qui, se
non con una buona dose di incoscienza, con qualche perplessità, insomma
con
qualche dubbio.
Non farò quindi
altro che affrontare
il tema in termini
soggettivi, da studioso dell’ebraismo
curioso di tutte le
sue sfaccettature. E’
buona cosa cercare
di partire dal linguaggio, dalla filologia: in ebraico,
tanto
moderno
quanto medievale,
dubbio si dice
safeq. Il termine
però non è attestato nella Bibbia.
Esiste per la verità la radice safaq,
che significa “battere le mani”, un
gesto di sconcerto, di lutto. Teniamo
a mente che le mani quando si battono sono due: ci torneremo sopra.
Esiste una variante grafica di un
hapax legomenon, cioè di un termine che appare una volta sola nella
Bibbia, in particolare nel libro di
Giobbe, ma in quel caso significa
“abbondanza”, “ricchezza”, un altro
termine che ci può essere utile. Oltre
alle due mani che battono, c’è questo
elemento di sovrabbondanza, di eccesso che abita qualunque possibile
idea di dubbio se cerchiamo di vederlo in ambito ebraico. Da quella
che si potrebbe chiamare la più presente eredità ebraica, vivente il suo
testatore, Baruk Hashem, penetra
maggiormente il linguaggio comune
la parola amen che sembra essere
proprio l’opposto del dubbio perché
essa indica la certezza, la verità salda,
stabile, immutabile. Se dobbiamo
dire però dubbio in ebraico, non ricorreremo tanto al termine moderno safeq (che però viene più
spesso utilizzata nella locuzione en
safeq, non c’è dubbio, quindi per negarlo), ad esempio nella letteratura
rabbinica, ci soccorrerà un termine
come qashiya, che viene dalla radice
qashe, che significa duro, difficile, e
indica dunque difficoltà, elemento inspiegabile nella dottrina. Ad esempio,
nella Torah, quando due dottrine
paiono contraddirsi il linguaggio
rabbinico e quindi l’interpretazione
di questa contraddizione che si cerca
di sanare, il termine è qashiya, diffi-
Il
Dubbio
del
popolo
eletto
René Magritte, Ceci n’est pas une pipe, 1926
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sabato 16 marzo 2013
coltà, problema. O anche, sempre rimanendo all’interno della letteratura
rabbinica, un altro termine che può
esprimere alcune delle dimensioni
presenti nel dubbio, è machloqet, che
deriva da chalaq che significa spezzare, spartire, dividere : machloqet significa dunque divisione, contrasto,
conflitto, punto insanabile di contraddizione ad esempio fra due scuole
rabbiniche; dunque, il dissidio più
che il dubbio. Non posso esimermi
dal precisare che la parola dubbio in
italiano deriva dalla parola due.
Molto più evidentemente in tedesco
Zweifel, che deriva dal numerale zwei
e collegata alla parola Zweig, ramo,
appunto biforcazione, che impone
una scelta e, di nuovo, due, bis. L’esitazione tra due corni che per definizione devono essere incompatibili.
E come, allora, collegare l’idea di
dualità che c’è dentro la dimensione
del dubbio con l’Ebraismo che, soggettivamente e oggettivamente, si fa
forte nella sua radice di una e una
sola idea, l’idea monoteista? E, dunque, l’idea che l’unità sia l’intima e
più profonda radice della Verità; che
ci sia una Verità, che ci sia un Dio, e
che il nostro Dio, Elohenu, sia Uno,
come recita l’Ebreo pio ripetutamente durante il giorno e soprattutto
nel momento dell’andare a dormire:
lo Shema’, la preghiera fondamentale
dell’Ebraismo, recita e si conclude
sulla parola Uno. Dunque non c’è
spazio per il dubbio. Il Due non può
che assumere allora la casella del
Male, della negatività, del dissidio,
della difficoltà e, dunque, dell’essere
fuori dall’Ebraismo. E in effetti, se
consideriamo il Talmud, la grande
raccolta di discussioni giuridiche che
si è cristallizzata verso il VI secolo
dopo Cristo, quindi in epoca alto
medievale o tardo antica (anche se
queste categorie non hanno molto significato in ambito orientale dove
sorge il Talmud), il dualismo è identificato con la dottrina mazdeista,
dunque persiana, che vede due principi il bene il male, l’Ahura Mazdā e
l’Ahriman: il dualismo è considerata
una pericolosa eresia, che deve essere
sradicata con ogni mezzo. In effetti
questo pericolo è stato corso fino alle
estreme conseguenze da grandi Rabbini, di cui il Talmud ci parla. Un pericolo che non riguarda gli uomini
semplici che possono essere tratti in
inganno dal fascino della dottrina
dualistica, bensì i grandi Rabbini,
come uno dei più grandi di tutti, Elisha ben Abuyah, che il Talmud
chiama eufemisticamente Acher, l’Altro (di nuovo il due, noi e l’altro). Elisha ben Abuyah ha violato la legge
andando a cavallo di Sabato e inoltre
ha dichiarato che ci sono in cielo due
Autorità: questo è il peccato più
grave di tutti, dire che ci sono due
Poteri, due Dei. Alcuni, per esempio
Peter Schäfer nel suo libro su Gesù,
associano una dichiarazione del genere ad un possibile Cristianesimo
camuffato, per cui non c’è solo Dio
ma c’è anche Cristo, allora sono due.
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Ma effettivamente si direbbe piuttosto che l’Altro stia parlando del dualismo mazdeista. A tal punto che,
racconta il Talmud, l’angelo Metatron, l’unico che ha il diritto di stare
seduto al cospetto di Dio perché è lo
scriba e dunque per la sua funzione
non può stare in piedi ma ha il diritto
di sedersi, viene frustato con il fuoco
da parte degli altri angeli perché
quando Elisha ben Abuyah ha contemplato la Corte divina, lo ha visto
seduto davanti a Dio anche lui seduto, ne ha dedotto che allora esistessero effettivamente due Poteri.
Metatron viene frustato benché non
abbia colpa, ma perché ha indotto in
errore il rabbino, l’ha indotto a pensare che ci sono due Autorità:
avrebbe dovuto invece alzarsi per
non ingannarlo. Sembra di poter affermare che c’è una radicale incompatibilità fra dubbio ed Ebraismo. E
qui restiamo sorpresi perché siamo
abituati quasi ad identificare il dubbio con l’Ebraismo. Dal punto di
vista non ebraico, il dubbio è una
delle accuse contro gli ebrei, in
quanto fattore corrosivo della società
poiché introduce il dubbio. In effetti,
se pensiamo che il monoteismo è incompatibile con il dubbio, allora
colui che dubita dovrebbe porsi fuori
dall’Ebraismo. In realtà le cose non
sono così semplici. Introduco almeno due possibili articolazioni del
dubbio (come vedete parlando del
dubbio si finisce per forza di cose ad
avere a che fare con realtà duali): c’è
il dubbio che concerne la fede che,
secondo Martin Buber, per l’Ebraismo è diversa dalla pistis o interiorità
credente del Cristianesimo, è invece
emunah, la stessa radice di amen che
significa fedeltà. Quindi il dubbio sarebbe semmai un problema, un’esitazione nella pratica dell’Ebraismo. Ma
c’è certamente anche il dubbio che riguarda la possibilità stessa della conoscenza, in altre parole lo
scetticismo, speso attribuito all’Ebraismo. In realtà si tratta di un’accusa molto recente. Riferisco una
barzelletta famosa in ambito
ebraico: quella del padre di famiglia
ebreo che è fiero di mandare il proprio figlio in una delle più prestigiose e costose scuole di New York,
una scuola cattolica. Il bambino
torna da scuola e dice “ma cosa è la
Trinità?” e lui risponde “Macché Trinità: esiste solo un Dio, e noi non ci
crediamo”. Questo però è un modo
di vedere gli ebrei che non corrisponde all’evidenza documentaria
dell’Ebraismo antico o medievale.
Che gli ebrei dal punto di vista Cristiano siano miscredenti, non ci
sono dubbi. Ma che l’altro che non
crede in ciò in cui credo io, non ne
fa ancora un miscredente; è un miscredente in ciò in cui credo io e tuttavia l’ebreo continua a credere in
ciò che per lui è vero. E non ci dicono molto sull’Ebraismo, quelli
chiamati da una certa apologetica
cristiana i Maestri del Dubbio,
spesso elencati in una filiera che
DA NON SALTARE
Prima parte della conferenza
di Saverio Campanini
all’Istituto Stensen di Firenze
nell'ambito del ciclo di incontri
“Dubito ergo sum”
Henrietta Rae, Dubbi, 1886
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parte da Spinoza e passa per Marx,
Freud, Einstein: ecco di questi 4 di
ebrei veri ce n’è semmai uno, cioè
Einstein e con qualche dubbio. Spinoza infatti era battezzato, un cristiano marrano; Marx era stato
battezzato da fanciullo, era evangelico; Freud si dichiara sì ebreo, ma
“senza Dio”. L’identificazione di dubbio ed Ebraismo è non soltanto un
fenomeno esterno cioè di chi guarda
l’Ebraismo dal di fuori, ma è un fenomeno che interessa l’ebraismo a
partire dall’emancipazione e quindi
dalla fine del Settecento. Perché
l’emancipazione mette in gioco
l’identità degli ebrei. Ora tornando
un momento al Medioevo la questione del dubbio, se
di fede o di conoscenza cioè se sia
possibile la conoscenza, si articola in
una maniera sorprendente per la sua
modernità, perché
ad esempio il libro
di Maimonide, “la
Guida dei perplessi”,
la guida di coloro
che dubitano, non è
una esortazione a
non dubitare della verità del giudaismo, piuttosto
la rappresentazione all’esterno di
un’altra forma di dogmatismo, quella
della ragione. Maimonide ci presenta il suo perplesso ideale come
colui che ha accettato la ragione
come guida di verità. La ragione secondo la dottrina aristotelica ci dice
che Dio non può avere un corpo, e
allora perché la Bibbia ci dice che
Dio agisce, auspica, spera, si pente,
desidera, che Dio più semplicemente parla? Per parlare occorre
avere un corpo. Quindi la messa in
dubbio del giudaismo a partire dal
dogma della ragione. Anche qui abbiamo un contrasto: crediamo nella
ragione o nella Bibbia? Maimonide
cerca di conciliare, di dimostrare che
non ci sono due verità.
Sorprende la modernità di Maimonide perché anche noi siamo spesso
confrontati con una ragione che si fa
dottrina inviolabile. E tuttavia che
cosa c’è di ebraico nel dubbio che la
ragione induce nella fede? Niente,
questo dubbio poteva venire anche
ad un cristiano: se la ragione ci dice
di non uccidere, perché non dovremmo farlo perché ce lo dice Dio?
In effetti la filosofia per sua natura è
universalista; aspira a verità universale. Viceversa l’ebraismo propugna
e pratica una miscela di vocazione
universalistica (il Dio unico, di tutti)
combinato con un radicamento particolaristico. Chi c’era davanti al
Sinai? Non tutti. Seicentomila persone, ma quelli, solo quelli possono
testimoniare la rivelazione per averla
vista. Questo popolo, questo figlio
(nel caso della scelta fra Giacobbe ed
Esaù), questa terra (non altra, la Palestina).
Fine prima parte - continua
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RIUNIONE DI FAMIGLIA
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LE SORELLE MARX
Giani
in ottava
rima
LO ZIO DI TROTSKY
Mentre si fa la calza, al canto del fuoco,
una delle nostre sorelle ci canta sempre
di poesia vi mandiamo un estratto delle
sue ottave in endecasillabili liberi sul
pluriamministratore Giani:
L’Immarcescibile Eugenio
Posti e poltrone meglio degli amori
con cortesia e senz’audacia io canto
del tempo politicante degli ardori
che alla nostra città nocquero tanto,
anni gl’eran di giovanil furori
ognun di lor menava grande vanto
il sopravvissuto a quei giorni sano
dei cancellier restato è gran decano.
In mille parti si disfa il Gian-presente
per non perder cene o gare di pallone
mai si dirà di lui che è stato assente, va dappertutto e suona il suo trombone.
Anziano del Comune e mai perdente
d’ogni partito è stato gran campione
sorride sempre e a tutti da la mano
a modo suo è un piccolo sovrano.
nata per quarant’anni dalla DC.
Tuttavia a voler dare credito a
quelle affermazioni o anche solo a
osservare il bisogno di doversi accreditare tramite un esperienza resistenziale (perdipiù indirettamente
vissuta), di tutti questi militanti un
problema politico serio a pensarci
bene, almeno per quelli del PD,
sorge. Dato che, come notato prima,
la maggior parte dei partigiani
erano di sinistra se oggi il PD elegge
o promuove quasi solo nipotini di
gente di sinistra l’incontro coi moderati, per il quale quel partito è nato,
dove è andato a finire?
Mai non perde una mostra di pittura
gran premiator d’ogni sportiva gara
politico median con pelle dura
ad ogni discorso fategli la tara,
parla di tutto con la voce pura
ma ad ascoltarlo però poco s’impara.
Non molla mai il Consiglio Comunale
e in quello Regional non ci sta male.
Registrazione del Tribunale di Firenze
n. 5894 del 2/10/2012
direttore
simone siliani
redazione
sara chiarello
aldo frangioni
rosaclelia ganzerli
michele morrocchi
progetto grafico
emiliano bacci
editore
Nem Nuovi Eventi Musicali
Viale dei Mille 131, 50131 Firenze
contatti
www.culturacommestibile.com
[email protected]
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www.facebook.com/
cultura.commestibile
“
“
Con la cultura
non si mangia
Giulio Tremonti
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I CUGINI ENGELS
Il nonno partigiano
Fateci caso, se siete frequentatori di
qualche movimento politico o sociale di sinistra non passerà riunione o intervista in cui qualche
giovane (o pretendente tale) per
presentarsi e sdoganarsi, non affermerà di avere avuto un nonno partigiano in famiglia.
Esemplari in questo senso le interviste e gli status sui socialnetwork di
molti neodeputati PD e SEL all’avvio di questa legislatura: tutti felici
per l’incarico, tutti a ringraziare
amici e parenti (pochissimi gli elettori, vista anche la legge elettorale)
e con un pensiero speciale per il
nonno partigiano quasi sempre defunto che quindi, li guarda da lassù.
Ora, a sommare tutti questi nonni
combattenti per la Libertà, vien da
chiedersi come sia potuto mai avvenire il fascismo in Italia e come,
visto che le brigate partigiane più
numerose erano quelle socialiste e
comuniste, l’Italia sia stata gover-
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“Io sono come Fëdor Dostoevskij”. L’incipit di Carta Canta di Antonio De Petris, appare
il più idiota che si possa immaginare: l’istinto sarebbe buttar via il volume, ma recensire
“oblige” e andiamo avanti. Il povero De Petris ci vuole con esso solo far sapere che, come
Dostoevskij quando scrisse “Il giocatore” , anch’egli è stato costretto a pubblicare questo
libro per pagare debiti. Storia vera di un disgraziato che fra gratta e vinci e slot machine
non passa al Casinò ma direttamente al casino, come recita il sottotitolo. La tristissima
vicenda non è ambientata nella termale Roulettenburg come il racconto dostoevskiano,
ma in una squallida sala giochi di periferia, sudicia e piena di pensionati avvinazzati, ragazzotti perdigiorno che fregano i soldi alla mamma e tossici di tutte le età. E pensare che
lo scrittore era entrato per indagare il fenomeno, per documentarsi, ah dimenticavo! De
Petris è un giornalista e doveva scrivere, per un quotidiano di provincia, un articolo sulla
ludodipendenza. Identificatosi troppo nel suo compito diventa in un batter d’occhio un
giocatore invasato al pari dei disperati che lo circondano e sperpera colà un patrimonio.
Chiude la sua opera dicendo: “Ho scritto questo racconto per racimolare qualche soldo,
altrimenti mi suiciderò”. Ci siamo sentiti in dovere non solo di fare la recensione, ma anche
di unirci alla catena di solidarietà in atto per salvarlo. Chi ci legge può inviare una libera
offerta ad Aldo Frangioni e Paolo della Bella, Casella postale 333 di Firenze, poi penseremo noi ad inoltrare il ricavato al malcapitato scrittore: ci potete scommetere.
Sulle orme
di Lincoln
Daniel Day-Lewis ha, giustamente, vinto il premio
Oscar come miglior attore protagonista per la sua interpretazione del grande
presidente Repubblicano nel film
Lincoln di Steven
Spielberg. Oltre
alla statuetta di Hollywood, l’attore ha portato a casa il
Golden Globe, il Premio BAFTA, lo
Screen Actors Guild Awards, il Critics’
Choice Movie Award, il Washington
DC Area Film Critics Association, il
San Diego Film Critics Society, il Boston Society of Film Critics, il New York
Film Critics Online e praticamente ogni
altro premio cinematografico dalla Est
alla West Coast. Ora, noi vorremmo
sollevare il nostro grido di protesta per
questa palese ingiustizia. E ci spieghiamo. Se avete visto il film avrete notato che tutta la vicenda ci concentra
intorno alle manovre, non tutte per la
verità cristalline, che il buon Abramo si
è inventato per conquistare il voto dei
membri del Congresso USA, soprattutto gli “schiavisti” (all’epoca) democratici), nel gennaio 1865 a favore del
XIII emendamento alla Costituzione
degli Stati Uniti d’America. Non è ben
chiaro se siano corsi soldi, ma certamente favori, minacce, promesse di
seggi per convincere i recalcitranti senatori democratici a votare quell’aulico e
coraggioso emendamento che inizia
così: “La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere
ammesse negli Stati Uniti...”. Una nobile e storica iniziativa che nasce, però,
nel sangue della guerra civile e nel lavacro della corruzione. Per questa storia
non proprio edificante sotto il profilo
dell’etica pubblica, raccontata in modo
realistico da Spielberg, il nostro Daniel
si è preso uno scatafascio di premi. Ecco
il motivo della nostra protesta: perché
mai, allora, il nostro Sergio De Gregorio, anche lui senatore (ma del Popolo
della Libertà) che ha ammesso di aver
ricevuto due milioni di euro in nero per
far cadere il governo Prodi, non è stato
neppur proposto per la nomination al
Napoli Film Festival o al Festival del
Cinema amatoriale di Posillipo sua
terra d’origine? Non ci sembra giusto. Si
dirà che c’è una differenza culturale fra
le due opere d’ingegno (il XIII emendamento e la caduta del Governo Prodi).
Forse, ma non certamente diverge la
statura culturale dei due protagonisti,
Lincoln e De Gregorio. Infatti, quest’ultimo è autore di libri fondamentali per
la cultura mondiale. Citiamo soltanto
due di queste opere per indicare l’eclettismo e l’enciclopedismo del Nostro: Tortora: morire d’ingiustizia (Napoli, Ed.
De Dominicis, 1988) e Diete dimagranti, diete ingrassanti (Imola, Ed.
Sarva, 1993).
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sabato 16 marzo 2013
di Angela Rosi
[email protected]
L’
Oeuvre au vert di Giovanni De
Gara alla Galleria La Corte è il
paradiso, in lingua persiana
giardino perché queste tele richiamano il verde e le decorazioni dell’Islam. Le opere di De Gara sono aiuole
composte a formare giardini che ricordano anche il Giappone, i ricami sul kimono, i dipinti sui paraventi, le stampe,
la leggerezza della carta di riso, gli ombrellini parasole. Giovanni lavora col
verde, unione di blu e giallo, dipinge la
speranza, la natura, l'autoaffermazione,
ma anche la rabbia, l'invidia, la mancanza. I precedenti campi da calcio da lui
pitturati sono stati nascosti da fiori ed
erba annunciatori di primavera e rinascita, una dichiarazione di serenità con
l’approdo a un bel giardino, dove tutto
diventa facile persino bello, dove la vita
scorre e noi ci lasciamo trasportare, dove
tutto è fluido e segue un suo percorso,
dove la vita stessa è danza. La Primavera
di Botticelli, trionfo della natura e della
bellezza, affiora. La natura è in galleria,
respiriamo il profumo e la freschezza primaverile, sentiamo la voglia di rinascere
e ricominciare, verdi, in erba, giovani
anche se non lo siamo più. Il verde è respiro e noi lo inspiriamo a pieni polmoni, l'aria verde entra e ci allarga ci
rende capienti e disponibili a essere diversi, più leggeri, più spontanei com’è la
natura. Il nostro verde risvegliato si allarga e invade territori che poco prima
erano “contaminati” rendendoli di
nuovo vergini, restituendoli alla natura e
alla vita, il verde li purifica per una nuova
nascita. Come fosse un ciclo delle messi,
c’è stata l’aratura, la semina e ora nascono
i primi teneri germogli, De Gara ci porta
dentro la ciclicità delle stagioni, dentro
la sua primavera e di conseguenza nella
nostra. Nella sua pittura la complessità
della vita, del mondo, l'oriente e l'occidente, egli ci insemina facendoci riflettere sugli Ufo che ci mandano messaggi
con i cerchi di grano ai quali noi rispondiamo con i nostri cerchi dei campi da
calcio perché la terra vista dallo spazio è
dominata da campi da calcio. Che cosa
diciamo con i nostri cerchi agli Ufo? Essi
cosa capiscono? Che dialogo ci può essere fra cerchi di diversa natura? In alcuni
suoi quadri l'occidente si estingue e le
geishe appaiono come bellissimi fiori di
papavero in mezzo a bidoni BP per cercare quello che oramai non c'è più, gioco
di parole tra il papa nero che segnerà la
fine del mondo e BP società britannica
del petrolio ma anche Black Pope. De
Gara ci invita a cercare e trovare il nostro
paradiso/giardino interiore e viverlo indipendentemente da ciò che accade
nella realtà perché ciò ci porta a fluire
con la vita, a divenire di volta in volta, ci
porta verso la pace interiore che spesso
cerchiamo all’esterno anche attraverso il
consumismo. L’Oeuvre au vert di Giovanni De Gara ci porta un appagamento
profondo senza il continuo bisogno di
riempire un vuoto, ci porta verso la pienezza della nostra vita e all’abbandono
delle sovrastrutture per la nostra vera natura.
L’opera
in
verde
Il paradiso
di Giovanni De Gara
alla Galleria La Corte
a Firenze
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sone si fa più consistente. Risale al 1961
la mostra della svolta alla Galleria La
Barcaccia di Roma dove ottiene vendite
e grandi consensi da parte di specialisti
ed esperti.
[…] La sua cosciente follia, la sua istintività primitiva, il suo lasciarsi trasportare da eccessi emotivi lo hanno reso
di Maurizio Vanni*
L
igabue nasce nel 1889 a Zurigo da
Elisabetta Costa, operaia emigrata
in Svizzera e da padre ignoto.
Dopo due anni Bonfiglio Laccabue, sposando la Costa, legittima il figlio
dandogli il proprio cognome. Dopo
poco tempo, il piccolo Antonio sarà
dato in affidamento a una coppia di coniugi svizzero-tedeschi che desideravano tanto avere un bambino. Di
carattere complicato ed esagitato, fin da
piccolo Ligabue deve convivere con una
corporatura affetta da rachitismo, due
grandi orecchie a sventola e un gozzo
talmente pronunciato che gli creerà, nel
corso della vita, non pochi problemi fisiologici e psicologici. A scuola, pur eccellendo nel disegno, fatica ad
assecondare la disciplina degli insegnanti, non tiene un comportamento
adeguato, non sopporta gli scherzi e le
prese di giro dei compagni e odia sentir
tossire. Allo studio, preferisce girovagare
per le campagne, da solo o in compagnia
di cani randagi o altri animali.
[…] Nel 1919 l’arrivo a Gualtieri ha un
impatto drammatico e triste. Non conosce la lingua, non riesce ad adattarsi alla
nuova realtà, vive tra vecchi malati ed
alienati mentali: cerca invano di ritornare in Svizzera. Una situazione che lo
porterà ad isolarsi sempre di più, ad allontanarsi dalla “civiltà”, ad acuire alcune
fobie e manie. Continua a reagire in
modo esagitato ai colpi di tosse e alla
voce alta delle persone. Atteggiamenti
che lo rendono bersaglio fin troppo facile di grandi e piccini. Le sue crisi depressive si fanno più frequenti e i boschi
del Po diventano i luoghi dove rifugiarsi,
dove esaltare un randagismo più vicino
agli animali che agli uomini, in quello
stato di libertà nel quale può sopportare
meglio il suo essere genio incompreso
che percepisce la propria diversità e che
si rifugia, per lenire il disagio, nei ricordi
e nella fantasia.
[…] È proprio nelle macchie del Po che
gli intenti artistici di Ligabue iniziano a
prendere consistenza. Ciò che si manifestava in modo sporadico in giovane
età inizia a rivelarsi attraverso un realismo diretto, relativamente semplice, in
parte deformato e fantastico in alcuni
aspetti, ma efficace nel trasmettere emozioni. Campi di grano, canneti, radure,
pioppeti e gruppi di cascine erano alternati al mondo animale che conosceva di
prima mano, che incontrava nelle sue
campagne, attraverso musei di scienze
naturali visitati in Svizzera, oppure belve
feroci viste al circo o nel film su Tarzan:
cavalli da tiro, cani da caccia, gatti, buoi,
rettili, volpi, animali da cortile, ma
anche rapaci, zebre, cinghiali, iene, scimmie, leoni, leopardi e tigri. Ne scaturiscono dipinti sempre legati a impulsi
interiori prepotenti di un artista che
spesso vede se stesso alla stregua di un
animale.
[…] Dalla seconda metà degli anni cinquanta iniziano ad arrivare grandi soddisfazioni da parte della critica e del
pubblico più selezionato. Le committenze aumentano e la stima delle per-
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Ligabue
coerente e fedele
a se stesso
unico nel panorama delle arti visive del
secolo scorso. Un artista coerente, fedele
solo a se stesso, capace di interagire,
senza doverle controllare, con il flusso
continuo, irregolare e talvolta estremo
delle emozioni che sentiva dentro di sé.
La sua lucida alterazione mentale lo
porta a violare ogni schema, ad andare
oltre ogni consuetudine, ad assecondare
in modo attivo le sue nevrosi.
*Testo tratto da Maurizio Vanni, “Antonio
Ligabue. Istinto, genialità e follia”, Silvana
Editoriale, 2013 al Lucca Center of Contemporary Art, fino al 9 giugno 2013
SU DI TONO
Il Sudamerica a Cerreto
di Francesca Merz
[email protected]
Musica popolare sudamericana per
una serata di festa dedicata all’arrivo
della primavera. Venerdì 22 marzo,
a partire dalle 20.30, nel maestoso e
magnifico scenario della Villa Medicea di Cerreto Guidi, immersa tra
le più belle colline Toscane, a pochi
passi da Vinci, va in scena La “Festa
di primavera. Maschere e musica
per festeggiare la fine dell’inverno e
l’arrivo della bella stagione”. Il programma della serata sarà dedicato
alla musica popolare sudamericana
(samba, cha cha, jongo, tango, vals,
milonga), con musiche tratte dal
ricco e suggestivo repertorio musicale di Piazzolla, Montes, Pujol e
altri autori, tutto rigorosamente dal
vivo grazie a due straordinari artisti
come Simona Miniati al flauto e
Antonello Scarpa alla chitarra.
A completare la serata, nella quale
ad ogni ospite sarà richiesto di portare un accessorio o un vestito in
tema primaverile, la Villa offrirà un
ricco aperitivo agli ospiti.
Il tutto nella suggestiva cornice di
una delle Ville Medicee più suggestive e sconosciute. Gioiello artistico edificato nel 1556 da Cosimo
I dei Medici come residenza di caccia e presidio territoriale, la Villa è
resa nota dal peculiare ingresso, a
opera del Buontalenti, caratterizzato da due rampe d’accesso “a scalera” in mattoni. Oltre ad essere tra
le poche Ville Medicee aperte stabilmente come museo, ospita all’interno i ritratti della famiglia Medici
e mobili di varia epoca e prove-
nienza. Inoltre, al primo piano, è allestito dal 2002 il Museo Storico
della Caccia e del Territorio, che
ospita una raccolta di armi, principalmente da caccia e da tiro dei secoli XVII-XIX.
L’evento fa parte del ricco calendario della prima stagione annuale di
eventi presso la suggestiva Villa Medicea di Cerreto Guidi, situata in
provincia di Firenze (via dei Ponti
Medicei, 7).
L’intento dell’iniziativa, che coinvolge varie realtà culturali del territorio, è promuovere e far conoscere
sempre più la villa, attraverso un
programma legato sia alle tradizioni
cerretesi, sia ad un modo moderno
di vivere il luogo, con eventi in
grado di coinvolgere pubblici trasversali, trasformandolo in un
luogo di condivisione e approfondimento per tutti.
Per info e prenotazioni
amicidellavillacerretoguidi@gmail.
com
tel 0571/55707
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a cura di Olivia Toscani
e Mauro Lovi
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unedì prossimo alle ore 18.30 la
Galleria Otto, di via Maggio presenta la sua ultima mostra “OttoconottO”; infatti dal 1 aprile,
dopo due anni di attività la galleria si
trasferisce e si trasforma. Con gli “8”,
realizzati dagli artisti della “scuderia” di
Olivia Toscani Rucellai, (opere tutte di
cm.20x20) si chiude un ciclo durato
due anni, per aprirne un altro; trasferendo la sede centrale nel Palazzo Rucellai, via della Vigna Nuova, 18 al
quarto piano. Le proposte espositive, i
nuovi oggetti e nuovi incontri saranno
ospitati in un appartamento nel Palazzo Lotteringhi della Stufa, Piazza
San Lorenzo, 5.
L’attività potrà essere monitorata in
una piccola vetrina di via de’ Palchetti,
sempre in Palazzo Rucellai, Via de’ Palchetti, 2. Nei due anni di vita la galleria
ha realizzato 22 mostre, ospitato 73 artisti, architetti, designer, fotografi e
anche scrittori di tutto il mondo. Questa attività ha permesso di raccogliere
una preziosa collezione di oggetti di
vari autori ai quali sarà data la giusta
promozione. Durante questo periodo
la Galleria Otto ha presentato opere
prodotte con le tecniche espressive antichissime e futuribili, il mosaico, il
ferro battuto, la falegnameria, la tappezzeria, la fusione a cera persa, ceramica, maiolica, terracotta, vetro,
ebanisteria, lavorazione del marmo, alluminio, lampade, fotografia, installazioni, pittura ad olio, acrilico, collage,
disegni ecc. Si sono così realizzati molti
oggetti come letti, sedie, tavoli, lampade, materassi, copriletto, caminetti
portabili, vasi, quadri, centrotavola,
specchiere, tavolinetti, pendole, cuscini, sottopiatti, tovaglie, sculture, modellini, fruttiere, comodini, librerie e
anche un libro per il comodino, ecc.
Nella Galleria Otto si sono confrontanti numerosi critici, storici dell’arte e
del design tra cui Cloe Piccoli, Isa Tutino, Philippe Daverio, Vanni Pasca,
Gianni Pettena, Alessandro Mendini,
Beppe Finessi, Maurizio Vanni, Ugo
La Pietra, Pasquale Persico, Maurizio
Corrado. Artisti presenti alla mostra
“OttoconOtto”: Adam Marelli, Aldo
Frangioni, Antonio LoPresti, Benvenuto Saba, Caterina Sbrana, Diego
Aringhieri, Elisabetta Nencini, Elisabetta Scarpini, Emiliana Martinelli,
Fausto Bertasa, Federica & Stefano
RossoRamina, Federico Caruso,
Franco Scuderi, Gabriele Mallegni,
Giuliano Toma, Gum design, Jisoo
Jung-Kopperud, JP Delaney, Liu YungJen, Livio Tessandori, Lorenzo Perrone, Marco Pace, Marina Calamai,
Matteo Appignani, Matthew Licht,
Mauro Bonocore, Mauro Lovi, Michele Martinelli, Monica Fossi, Naomi
Traina, Neal Barab, Nicola Perilli,
Paolo Mazzanti, Paolo Mazzanti, Pietro Finelli, Roberta Cipriani, Sabine
Korth, Simone Caldognetto, Stefano
Breschi, Studio Barberini-Gunnell,
Tarshito, Vincenzo Gialorenzi, Vincenzo Missanelli, Mimmo Di Cesare.
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Marco Pace – Monolit8 – olio su tela 20x20
con
Elisabetta Nencini, 8 in espansione 20x20
Ultima mostra
della Galleria Otto
prima del suo trasferimento
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di Sara Chiarello
[email protected]
Da giovedì presso la Tribuna Dantesca
della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (piazza dei Cavalleggeri, 1) si
aperta la mostra dedicata all’artista torinese Valeria Ciotti: nata a Torino nel
1931, frequenta il Liceo artistico e successivamente il corso di Scultura di Umberto Baglioni all’Accademia Albertina di
Belle Arti che termina nel 1952. Abbandona la scultura per dedicarsi al disegno
d’antiquariato. Nel 1965 riprende l’attività frequentando il corso di Enrico Paulucci, senza aver interrotto la pittura a
olio, l’acquarello e l’incisione, quest’ultima sotto la guida dell’amico Mario Calandri. Organizza numerose mostre
personali e partecipa a collettive in ambito nazionale e internazionale. Muore a
Torino nel 1995. La mostra, curata da
Francesca Merz e di Angelo Ciotti, propone 40 opere.
Valeria Ciotti ha realizzato grandi nudi
femminili di prorompente sensualità.
Dice la curatrice, Francesca Merz:
“L’opera di Valeria Ciotti mostra una genialità emotiva espressa con un candore
psicologico che denota straordinaria padronanza tecnica, di tutte le tecniche
espressive possibili. Non c’è niente di
macchinoso, artefatto, costruito. Esperienza e conoscenza artistica formatasi
sulla scultura, la Ciotti è stata in grado di
raccontare il suo universo interiore senza
la ricerca o la volontà di stupire, ed è proprio quando non si vuole stupire che si
stupisce, che le corde del cuore e dell’istinto si muovono e vengono toccate
con forza. Come negli accostamenti di
colori forti, intensi, quasi dissonanti negli
oli, la levigata pacatezza coloristica negli
acquerelli, o il tormentato ma equilibrato
profilo nelle sculture. Un universo variegato di forme e colori quello creato dalla
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sabato 16 marzo 2013
La Nazionale
si mette a nudo
Alla Biblioteca
una retrospettiva
di Valeria Ciotti
straordinaria personalità di quest’artista,
che si dedica a lungo anche alla pittura
informale; un’indagine sottile, quasi dimessa, lontana dai riflettori, un riservato
aprirsi al mondo. I rossi, i verdi, i gialli e
gli azzurri interagiscono con i chiari abbaglianti di ampio respiro e con i neri incisivi che lacerano e feriscono il supporto
pittorico. Vedrete un mondo fatto di soffici chiaroscuri così come di colori forti,
accecanti, primari, tonalità soffuse, macchie, intrecci”.La mostra rimane aperta
fino al 6 aprile a ingresso libero.
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di Francesco Gurrieri
I
segreti del dolore e gli accenti della
speranza: questa è la materia della
poesia a cui i versi di Sandro ci riconducono, lasciandoci con discrezione,
sulla soglia del complesso edificio dell’interrogazione esistenziale. Egli, architetto, sa
bene come si possa progettare un’architettura che risponda a tutti i requisiti del suo
statuto (firmitas, utilitas, venustas), ma sa
anche che, alla fine, è chi lo abita che lo
conforma a se stesso interpretandolo.
Qualcosa di simile accade per i versi, la cui
autografa carica emotiva non sempre corrisponde a quella del percettore. Ciò è particolarmente vero per questi paesaggi
lirici tracciati dall’autore, perché fra “I verbali dell’anima” e questi versi sono passati
cinque anni: anni estremamente importanti per la biografia di Sandro, che ha sottoposto ad un severo scrutinio etico e
culturale l’intera sua vita. Cinque anni impiegati a studiare l’ebraico, ad approfondire il greco, a “comparare” i testi della
Torah, dei Profeti, degli scritti della Bibbia
Ebraica a fronte della cultura niceno-costantinopolitana della fede cattolica, cioè
del credo romano. Un impegno, all’evidenza, non solo intellettuale ma anche di
“fede”, considerata l’educazione religiosa
giovanile che percorremmo insieme e che
anch’io ben conosco. Questo richiamo
non è secondario ed anzi è chiave di lettura di alcune delle liriche presenti (Lucerne, Halakhòt, Alétheia, per esempio);
mentre altre si sciolgono secondo il libero
scorrere dei sentimenti universali. E’ così
per Fiori, Amare, Specchi, Canzoni, ove
torna, intensa e prepotente, la vena del
poeta che conoscevamo; ove sono le registrazioni dei sentimenti, gli appunti del
dolore e della gioia. Ove, soprattutto, ritorna l’autenticità dei sentimenti che si fa
garante della liricità del verso:
Un fiore del campo,
se fiore si può chiamare ,
dalla vita breve.
Appassisce in un giorno
e anche quel giorno
presto finisce
nel rosso del tramonto
mentre la vita passa,
e tutto pare solo memoria.
Nel febbraio del 1945, con le macerie ancora calde, Enrico Falqui pubblicava il suo
primo Quaderno Internazionale di “Poesia”, rivolgendosi così al lettore: “Fondare
oggi una rivista internazionale di poesia
nuova ed antica, può apparire impresa azzardata, perfino assurda. Noi crediamo invece che sia impresa fra le più
indispensabili: ché proprio in epoche di
angoscia e disordine come questa, occorre
attingere alle essenziali verità del sentimento e dell’intelligenza, là dove l’arte si
manifesta e si afferma nei suoi valori più
durevoli”. Oggi, per comune opinione,
stiamo rivivendo una stagione di angoscia
e disordine: una stagione non facile. La
condizione del presente, che si è voluta
definire “liquida”, sembra più inutilmente
complessa di altre; più artefatta, carica
d’ira e di indifferenza, naturalmente contraddittoria, deideologizzata, caratterizzata dal permanere di quel “pensiero
debole” che ci marca da decenni. Siamo
ODORE DI LIBRI
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Un fiore
dalla
vita
breve
Le poesie
di Alessandro Dini:
professione architetto
tornati a toccare una nuova crisi ontologica. E allora perché non provare a riaffidare alla poesia – soprattutto a quella
lontana dalle competizioni letterarie come
questa di Sandro – la capacità di attraversamento della dimensione tragica dell’essere al mondo? Non sarà tutto, ma è pur
qualcosa.
SPIRITI DI MATERIA
La gente di San Frediano vista
da Piero Gronchi
di Franco Manescalchi
[email protected]
L’amico Alessandro Bencistà,
grande studioso di tradizioni popolari, pubblicò nel 1999 l’antologia
“Fiorentinacci, I’ novecento in vernacolo fiorentino” , dove, fra gli autori inclusi, propose testi di Piero
Gronchi, di cui trovò un libretto di
poesie in vernacolo proprio in San
Frediano, in mezzo a una catasta di
libri usati; con la dedica autografa
dell’autore: “Alla mia Città, che
simpaticamente mi ha tenuto a battesimo”.
Piero Gronchi fu personaggio versatile, così ce lo descrive Bencistà:
“per molti anni gestore del bar
Bonciani in via dei Panzani, poi incominciò a lavorare nel mondo dei
libri (era un ratealista) prima con la
Mondadori, poi con la Rizzoli e la
Treccani. Nel 1966 insieme ad Eugenio Cassin diresse la libreria Bookmarket in via Masaccio.
Incominciò a pubblicare le sue
poesie sul nuovo quotidiano fiorentino “La Città”, prima di riunirle
in un volume dalla veste tipografica
modesta, sicuramente autoprodotto: cento brevi liriche quasi interamente dedicate a tipi e
ambienti di una Firenze ormai sul
punto di scomparire ma che nel
quartiere d’Oltrarno resiste orgo-
gliosamente, ancorata alle sue tradizioni, alla sua lingua, alle sue abitudini di vita; un popolo non sempre
raffinato ed elegante ma vivo e autentico che i turisti ancora vengono
a scoprire e a fotografare come si fa
col Biancone in Piazza Signoria. È la
Firenze che fu di Rosai e di Pratolini
e che oggi stenta a sopravvivere in
quest’ultimo lembo di medioevo che
furono i “Camaldoli di S. Frediano”.”
In questa poesia Gronchi sembra infatti “dipingere”, al modo di Rosai,
un mondo che gli era caro perché,
nella vita quotidiana, familiare.
GENTE DI SAN FREDIANO
È pieno d’artigiani straordinari
d’ antiche cose gran restauratori,
valgano molto più de milionari
di Tornabuoni Strit passeggiatori.
C’è l’operai che vanno la mattina
Vers’ i’ llavoro con la tuta ‘n dosso,
tornan la sera, fan la partitina
a briscola bussand’ a più non posso.
I bottegai ti servono con carma,
tranquilli senz’ avere punta fretta,
è ‘nutile spiccialli, lor con flemma
ti devon anche dir la barzelletta.
Ci sono le comari che lì ‘n Borgo
si mettan ‘ a parlare raggruppate,
è naturale faccin ‘ un ingorgo
a rischio di finir anc’arrotate.
L’è verament’un popolo alla mano
E non per nulla e vive ‘n San Frediano.
Da “Gente, bozzetti-scenette di San
Frediano
e miscellanea in fiorentino”, Firenze,
1982
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sabato 16 marzo 2013
di Giacomo Gailli
[email protected]
L’
umanità – e per umanità intendo proprio gli esseri umani –
in queste fotografie di Andrea.
Biancalani è così: di passaggio...
Filippo Polenchi
Con queste parole viene presentata la
mostra Tierra! del fotografo Andrea
Biancalani(www.biancalanifoto.it), che
verrà inaugurata oggi alle 17.30, alla Biblioteca Comunale Lazzerini di Prato.
Perché il Messico?
Negli anni ’80 in Messico accompagnavo i turisti italiani e conobbi le
opere di Juan Rulfo. Adesso a distanza
di anni è nato il desiderio di ripercorrere i luoghi dei suoi racconti e delle
sue fotografie e vede cosa era cambiato,
sia a livello paesaggistico che umano.
Ora è tutto diverso. Quei paesi stanno
vivendo un progresso rapidissimo e votato in gran parte al consumismo. Eppure ci sono meccaniche umane che
non sono cambiate. Ad esempio: in
Messico non c’è integrazione tra cultura precolombiana e cattolica, ma
piuttosto sovrapposizione.
“Un’umanità di passaggio”, dice la presentazione...
E’ anche un omaggio a Rulfo. Nei suoi
scatti le persone non guardano mai
l’obiettivo, sono immersi nel momento.
La fotografia per me contiene sempre
qualcosa che non si vede, una suggestione che emerge e che può essere
espressa con le parole. Nella mostra infatti le didascalie saranno citazioni di
Rulfo stesso. Sarà anche proiettato un
video, realizzato da me, in omaggio alla
poetica visiva di Juan Rulfo e intitolato
Tierra de Luz.
Questo tuo interesse nel creare incontri tra
forme di arte e comunicazione differenti
da cosa deriva? In passato un’altra tua
mostra, Hic Sunt Leones si completava dei
testi di un autore...
Filippo Polenchi, sì. Io credo, ma questo
vale come percezione personale, riferita
al mio lavoro, che la parola completi la
fotografia. Proprio per dare voce a quel
qualcosa che non c’è ma che suggestiona l’immagine, la parola scritta diventa uno strumento prezioso. Filippo
fece un lavoro splendido con Hic Sunt
Leones, e infatti vorremmo collaborare
ancora per un progetto futuro.
Quanto è stato difficile realizzare la mostra? La cultura qui vive un momento
complesso.
Da noi manca la cultura dell’immagine.
Spesso anche chi lavora nel ramo della
cultura non sa esattamente cosa sta
trattando e di conseguenza non sa valutare se un progetto abbia potenzialità
o meno. Come finisce? Che si va solo
sul sicuro e si lascia poco margine alle
voci meno conosciute. Lo dico anche
e soprattutto per chi ha molti meno
anni di me.
Nel tuo caso?
Questo è un lavoro che risale al 2008.
A suo tempo preparai un progetto
complesso e articolato. Solo ora però,
riproponendo il lavoro in una veste più
semplice, ho incontrato la disponibilità
dell’Assessorato alla Cultura del Co-
Que viva Mexico!
mune di Prato e della Biblioteca Lazzerini che ospita la mostra. Anche “Estra”
ha finanziato una parte del progetto.
Tornando ai progetti futuri?
Stiamo lavorando, con Filippo Polenchi, a un lavoro fatto nei Balcani. Il tema
è l’indeterminatezza dell’essere, la capacità che “ciò si vede” e “ciò che è”
hanno di interferire tra loro e rendere
possibili più letture di uno stesso soggetto.
Come mai proprio i Balcani?
Perché sono la sublimazione di questo
concetto. Un luogo che non è più quel
che era prima e che non sa ancora cosa
diventerà. Esattamente come quella
parte di umanità che vorrei mostrare,
con foto e parole.
“teatro di azione” che fa perno su un
forte coinvolgimento del pubblico. In
anni più recenti la compagnia ha sviluppato grande interesse per scenografie in
cui si mescolano strutture metalliche e di
cemento a immagini interattive e virtuali
rese possibili dalle nuove tecnologie. Frequenti le collaborazioni con il teatro
d’opera e con il Maggio in particolare:
impossibile scordare il magnifico e visionario allestimento della tetralogia wagneriana tra il maggio del 2007 e il giugno
del 2009. Sul podio, allora come oggi, il
Maestro Zubin Mehta, che in prima persona ha fortemente voluto questa nuova
collaborazione. Di grande impatto e originalissima la rappresentazione: l’orchestra è schermata da un enorme telo
bianco circolare con immagini proiettate;
il soprano Angel Blue, il controtenore Ni-
cola Marchesini e il baritono Juha Uusitalo sul proscenio si elevano sul pubblico
grazie a macchinari metallici, si immergono in una vasca d’acqua che si tinge di
rosso o si muovono con estrema libertà
in platea, assieme agli attori; i giochi di
luci, il trucco e i costumi coloratissimi
fanno il resto. Da segnalare la buona acustica, frutto di un complesso lavoro dell’architetto Carlo Carbone, che ha
permesso di escludere l’amplificazione
per i cantanti, senza perdere alcunché in
forza e intensità, e di ampliare inoltre la
capienza dello spazio destinato al pubblico. Al tempo in cui i teatri riescono a
malapena a riempire le proprie sale trovarsi in mezzo a 6mila persone, tra vecchi
e giovani (molti, moltissimi giovani), fa
uno strano effetto. Gli stessi dipendenti
del Teatro del Maggio raccontano di essersi resi conto della portata dell’evento
soltanto nel corso delle prevendite, che
ha portato al sold out in pochissimi
giorni. Non di un sogno si tratta, ma di
una bellissima e concreta realtà. Una realtà ripetibile e da ripetere, per permettere alle generazioni giovani e meno
giovani di saldarsi attorno al miracolo
della musica, per permettere al Maggio
di superare la crisi che sta attraversando.
Auguriamoci cento di queste rappresentazioni. Ne abbiamo davvero bisogno.
SU DI TONO
Fura
di Maggio
di Dario Collini
Mi faccio largo tra la folla e prendo
posto in un Mandela Forum gremito di
persone. Il palco campeggia sul fondo
della struttura, come per un concerto
rock. Il programma della serata tuttavia
non prevede alcun cantante all’ultimo
grido, bensì l’allestimento dei Carmina
Burana di Carl Orff (1895-1982), cantata scenica in un atto su testo di medievali “canzoni profane per cantori e
cori da eseguire con il sussidio di strumenti e di immagini magiche”. Sul
palco l’Orchestra e il Coro del Maggio
assieme al Coro delle voci bianche
della Scuola di Musica di Fiesole. La
magia delle “immagini”, perfettamente
riuscita, è invece affidata alla compagnia teatrale catalana La Fura dels Baus,
per la regia di Carlos Padrissa. Rivelatasi nel 1983 con Acciones, performances ispirate alle tecniche acrobatiche
del circo, la Fura propone da sempre un
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sabato 16 marzo 2013
I confini della città
di Sandro Bini
www.deaphoto.it
Un racconto per immagini
dalla periferia fiorentina (2001-2013)
Sandro Bini - I Confini della Città - Cantiere Tramvia - Viale Talenti - Firenze 2008
MENÙ
di Barbara, cuoca di Pane e Vino
[email protected]
Questa volta non sarà una mia ricetta ad incuriosirvi ma un gioco letterario, altrettanto godurioso quanto
beffardo che passando dalle dosi e
descrizione di una minestra di porri
e patate, alza il sipario su un possibile “soggetto del cucinare” dove la
cucina rispecchia perfettamente il
luogo dove dal sacrificio alla gola,
tutto si ritrova. Marguerite Duras
riesce a scrivere una ricetta spostando la sua ragione neanche tanto
intrinseca: la decisione di mangiare.
Mangiare-Digiunare. Ancora
prima di scegliere, ci regala uno
spazio dove si muore, si uccide
magari il marito, magari per l’orrore degli intingoli grassi. Se il
destino della fame è quello di
non esser mai soddisfatta è ancor
più vero che la decisione di mangiare non sia ovvia. O il cibo non
c’è o c’è ma è regolato da “imposizioni” sociali e personali. E allora avanti signori, alzate il
sipario su questa versione dove
ho aggiunto dosi e omesso qualche ripetizione: “tutti credono di
saperla fare, sembra così semplice ma molto spesso viene trascurata. Deve cuocere non più di
Porri e patate a là Duras
15 minuti e bisogna dosare bene gli
ingredienti. 2 porri medi con un kg
di patate sbucciate, aggiungendoli
solo quando le patate bollono (in 1
litro d’acqua), rimarrà una minestra
più verde e più saporita. Nelle trattorie non è mai buona, troppo cotta,
troppo diluita, è triste, noiosa e finisce nel fondo comune delle minestre di verdura. Bisogna invece farla
con cura evitando così di perdere la
sua identità. Una volta cotta si serve
con burro o panna fresca e crostini
prima di scodellarla. Si chiamerà allora con un altro nome, se ne inventerà uno: i bambini la mangeranno
più volentieri se non le verrà appioppato il nome di minestra di
porri e patate. Ci vuol tempo per ritrovare il sapore di quella minestra,
imposta ai bimbi sotto vari pretesti...Sarà stata sicuramente inventata
in una contrada occidentale, da una
donna ancora giovane della borghesia locale che, quella sera, aveva orrore degli intingoli grassi-e forse di
qualcosa d’altro – ma ne era cosciente? Il corpo trangugia la minestra con letizia. Nessuna ambiguità
possibile: non è la minestra di verze
al lardo, la minestra per nutrirsi e
scaldarsi, no, è la minestra magra
che rinfresca; il corpo la trangugia a
grandi sorsate, viene pulito, purificato (verdura
primigenia), i muscoli se
ne imbevono. Nelle case,
il suo odore si sparge
molto rapidamente, fortissimo, volgare come il
cibo dei poveri, il lavoro
delle donne, il riposo
delle bestie, il vomito
dei neonati. Si può
anche avere voglia di far
niente e poi invece farla,
quella minestra; tra queste due scelte corre un
margine strettissimo,
sempre lo stesso, il suicidio.” (Parigi.1976)
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EX CAVO
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Il dubbio di Monte Giovi
Avamposto militare
o luogo di culto etrusco
Momenti di scavo: il recupero di reperti ceramici. Foto di Luca Cappuccini
fase di abbandono del sito, che lascia
supporre un evento distruttivo: evidenti tracce d’incendio sono visibili
sulle pietre del muro e, a confermare
l’ipotesi, numerosi sono i frammenti
di legno carbonizzato rinvenuti, probabili resti di una palificazione con
funzione di sostegno o comunque
ausiliaria alla muratura. Il recupero
di vari frammenti di bucchero, databili a un periodo compreso tra la
fine del VII e la prima metà del VI
secolo a.C., testimonia l’esistenza di
una più antica fase di frequentazione
del sito. La scelta di occupare la vetta
di Monte Giovi, sia essa da riferire a
un avamposto militare - data la presenza di mura difensive - oppure a
un luogo di culto - dati i ritrovamenti di statuette votive -, sembra
comunque da attribuire alle caratteristiche orografiche del luogo, che
ne facevano un punto strategico di
osservazione e controllo del territorio. Per informazioni più approfondite si rimanda all’articolo Il sito di
Monte Giovi nell’ager Faesulanus (L.
Cappuccini) in Aristonothos. Scritti
per il Mediterraneo antico, 5 (2012).
PUÒ ACCADERE
Firenze - Marzo 2013
Studi di Firenze sotto la direzione
del dott. Luca Cappuccini, docente
di Etruscologia e Archeologia Italica
presso lo stesso Ateneo. Le ricerche
hanno permesso di individuare i
resti di una fortificazione etrusca di
età ellenistica e tracce di una frequentazione riferibile a una fase più
antica. Sulla cima del monte (quota
992.60 metri s.l.m.) si apre un pianoro di forma pressoché rettangolare, esteso per circa 1300 mq, il cui
perimetro è caratterizzato da un profilo anomalo rispetto all’andamento
naturale del terreno: i margini sono
rilevati di circa un metro rispetto
all’interno e digradano con un declivio piuttosto pronunciato verso
l’esterno. Le indagini, concentratesi
su questa “anomalia”, hanno portato
alla luce nella zona sud-orientale,
sotto un poderoso strato di crollo, i
resti di una cinta muraria difensiva
dello spessore superiore ai due
metri. Questo muro è costruito con
la tecnica “a sacco”, consistente in
due paramenti di contenimento, realizzati con bozze d’arenaria locale
appena squadrate, che racchiudono
un getto di pietre di dimensioni minori frammiste a terra. Frammenti
ceramici rinvenuti all’interno del
sacco permettono di fissare al IV secolo a.C. la cronologia della struttura. In prossimità del paramento
interno è stata scoperta una sequenza stratigrafica, riferibile alla
11
Futuri
L
a vetta del Monte Giovi, che si
erge sul confine dei territori comunali di Borgo San Lorenzo e
Pontassieve e, in misura minore, di Vicchio, Dicomano e Rufina, è stata oggetto - nel triennio
2010-2012 - di regolari campagne di
scavo condotte dall’Università degli
[email protected]
[email protected]
di Susanna Stigler
di Alberto Favilli
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sabato 16 marzo 2013
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KINO&VIDEO
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di Ilaria Sabbatini
[email protected]
I
l 14 febbraio 2013 più di un miliardo
di persone in tutto il mondo hanno
data vita a un flashmob per dire
basta alla violenza contro le donne.
E a me torna in mente un pomeriggio di
fine anni ’80 quando, molto giovane, ma
già interessata al cinema andai a vedere
il mio primo film sullo stupro. Rispetto
a quel periodo, che ora sembra lontano
come una pellicola graffiata, molte consapevolezze sono andate perdute. Idee
No,
solo
Una riflessione cinefila sulla violenza
di genere
KINO&VIDEO
di Tommaso Alvisi
[email protected]
Lo so, molti di voi diranno “ no il dibattito no!” come nell’opera prima di
un famoso regista italiano. Sto parlando di Nanni Moretti che era al
“Verdi” di Firenze insieme al compositore Nicola Piovani e all’Orchestra
Regionale della Toscana. Si è trattato
di uno spettacolo unico dove si sono
fuse musica, immagini e monologhi
che hanno regalato la notorietà al regista. Lo spettacolo è iniziato con “Io
sono autartico” (1976),sua opera
prima, passando per Ecce Bombo,
Sogni D’Oro e Bianca. Tutti i film
sono contraddistinti dalla collaborazione di Moretti con il musicista
Franco Piersanti. Nel 1985 con “La
messa è finita”, entra in scena il compositore Nicola Piovani (premio
Oscar per le musiche de “La vita è
bella” di Benigni).
Fino al 2001 (con “La stanza del figlio”) è durata la simbiosi fra il regista e il musicista passando per opere
come Palombella Rossa, Caro diario
e Aprile. Moretti si è soffermato
molto su questa fase della sua carriera perché in questo periodo inizia
la crisi ideologica della sinistra italiana (la palombella è il gesto tecnico
del “pallonetto”) e la scissione permanente del Partito Comunista con
la svolta della “Bolognina” del 1991.
Il profeta
Moretti
al Verdi
Si parla della memoria perduta attraverso un riaffiorare di ricordi confusi
ed una realtà che non riesce a comprendere (il PD ne sa qualcosa…).
La conclusione della serata è stata affidata a due opere recenti e piuttosto
famose di Moretti: “Il caimvano” e
“Habemus Papam” che segnano il ritorno con Piersanti.
La prima riporta alla luce la figura di
Berlusconi attraverso i vizi degli italiani e il consumismo sfrenato definito come “berlusconismo.”
Nella sua ultima opera,terribilmente
attuale viste le dimissioni del Papa,
Moretti ha preferito glissare l’argomento raccontando quanto fosse difficile per un’artista raccontare la crisi
di una guida spirituale così importante.
In ogni caso è il tema dell’impegno
politico, del comunismo a fare da
leone in questa serata: non a caso
chiude con il finale de “Il caimano”
in cui afferma che la sinistra non
vince “perché è triste” e non ha dà
speranza ai suoi elettori.
Ecco che allora riecheggia il “noi
siamo una forza come le altre: siamo
uguali, anche se siamo diversi” di
“Palombella Rossa” dove Moretti ricorda a tutti di essere un artista difficile,estremamente critico,a volte
contorto, ma completo. Ricordatevi
che parla sinceramente a noi come
un amico: non a caso il cuore è a sinistra…
E i numerosi e fragorosi applausi finali confermano la mia tesi…
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n 21 PAG.
sabato 16 marzo 2013
No
conquistate con fatica oggi tornano ad
essere rimesse in discussione come se si
dovesse partire sempre da capo. E forse
è veramente così, forse ogni generazione
ha bisogno di sviluppare autonomamente il proprio sistema di valori. Ma in
nessuna occasione è tanto vero come nel
caso della violenza contro le donne. Era
il 1988 e nella sala semideserta io acquisivo una nuova consapevolezza dai dialoghi del film Sotto accusa, di Jonathan
Kaplan, che oggi sembrano antiquariato
cinefilo. Eppure quelle situazioni tornano oggi con la forza di una rivelazione
rinnovata poiché contengono un frammento della consapevolezza che ormai
abbiamo perso. Per la verità non lo ritengo un grandissimo film dal punto di
vista formale ma nonostante questo è
una delle riflessioni che ha maggiormente influenzato la mia idea sui rapporti di genere. La storia è ispirata ad un
fatto autentico, avvenuto nel Massachusetts nel 1983, di cui fu vittima Cheryl
Araujo che nel film diventa Sarah Tobias, interpretata dal premio Oscar Jodie
Foster. Cheryl aveva 21 anni quando fu
stuprata da quattro uomini su un tavolo
da biliardo mentre gli altri avventori
guardavano e incitavano la violenza. Ma
al di là di questa circostanza odiosa ricordo che fu la fase processuale, descritta nel film, a suscitare la mia
attenzione perché illustrava la dinamica
di colpevolizzazione della vittima, quella
stessa colpevolizzazione che oggi vediamo sempre più spesso insinuarsi nel
dibattito pubblico e politico. Il processo
di colpevolizzazione avviene quando la
vittima di un crimine è ritenuta parzialmente responsabile per l’aggressione da
lei stessa subita. È un processo che si attiva indipendentemente dal fatto che la
vittima abbia alcuna responsabilità reale
per il crimine. Tale comportamento si
sviluppa soprattutto in un contesto razzista, sessista o classista ma, come afferma uno studio del Bollettino
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, esiste in forma semiufficiale in
molti paesi del mondo occidentale. La
protagonista della storia veniva presentata come una donna contradditoria e
sessualmente provocatoria nei confronti
degli uomini che la avrebbero poi aggredita. Ciò che cominciai a capire in quel
cinema fu che una donna in qualsiasi
momento, anche a rapporto iniziato, ha
il diritto inalienabile di dire di no. Capii
che una donna seminuda, anche se
viene sanzionata per offesa al pubblico
pudore, mantiene il diritto di non essere
aggredita sessualmente. Capii che uno
stupro rimane uno stupro anche se la
vittima è ubriaca e drogata. Capii che
una scollatura generosa o una gonna
succinta sono un invito ad apprezzare il
corpo di una donna ma non una concessione a farne ciò che si desidera.
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Le storie di Pam
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NUVOLETTE
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www.martinistudio.eu
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ODORE DI LIBRI
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10 anni
di restauri
alla
di Giovanna Lazzi
[email protected]
L
a Biblioteca Riccardiana deve la
sua assoluta particolarità al rapporto imprescindibile tra lo
splendido patrimonio che conserva e il suo splendido contenitore, il
Palazzo Medici Riccardi.
I Riccardi, se non potevano vantare antiche origini nobiliari potevano tuttavia contare già nel XVI secolo su un
ottimo reddito a cui si univano interessi culturali vivaci, sostanziati da una
raffinata competenza. In virtù di queste felici congiunture si venne costituendo una delle più interessanti e
preziose collezioni fiorentine, che, pur
con alterne vicende, è giunta intatta
fino ai nostri giorni
Il momento di maggior prestigio fu
raggiunto nel 1659 con l’acquisto, per
40.000 scudi, del Palazzo Medici, oggetto subito di lavori di restauro e di
trasformazione, sotto la guida degli architetti Ferdinando Tacca, Pier Maria
Baldi, Giovan Battista Foggini, che si
avvicendarono dalla morte di Gabriello, nel 1675, all’arrivo di Francesco, che fece dipingere da Luca
Giordano la volta della biblioteca e il
soffitto del salone tra il 1682 e il 1685.
I due magnifici locali erano stati pensati insieme come un tutto unico, in
modo che il gusto artistico si coniugasse, attraverso il complesso programma illustrativo, con il sapere e la
conoscenza intellettuale. Quando già
il dissesto economico conduceva ad un
inevitabile declino, il desiderio di riunire le librerie personali di tutti i membri della famiglia spinse, infine,
Gabriello Riccardi ad ulteriori acquisti
di fabbricati che consentirono nel
1786 la costruzione dell’ultima sala
della biblioteca.
Nel corso dei delicati recenti restauri
conservativi, che hanno interessato le
scaffalature, sono emersi dettagli che
la polvere e il tempo avevano offuscato.
Nell’attuale Sala di studio, tornata a
splendere nella sua rigorosa bellezza
grazie alla riacquistata vivacità dell’oro,
la tinta rosa carico dei fondi recuperata
insperatamente, conferisce una nota di
elegante contrasto cromatico. Ancor
più sorprendente il restauro dell’attuale Sala di Direzione che ha consentito, dopo la pulitura, di poter
ammirare in tutta l’eleganza del nitore
classico le librerie tornate del color
marmo bianco di Carrara con tutte le
sue venature, in luminoso contrasto
con l’oro e i delicati toni pastello chiarissimi della volta.
Un momento nodale, anche per il suo
collegamento con il restauro attuale, fu
la riapertura al pubblico nel 1942. Proprio in piena guerra la Riccardiana, già
chiusa da molti anni, venne riaperta
con una solenne cerimoni alla presenza del ministro Bottai, dopo una
serie di interventi di veloce ripulitura,
atti, comunque, a conferire un aspetto
lindo e rinnovato agli ambienti. La vernice a spirito con olio stesa su tutte le
zone lignee ha provocato nel tempo
una patina giallastra, che ha alterato la
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Nella mostra si è voluto costruire un
percorso atto a testimoniare il prezioso
patrimonio custodito dalla Biblioteca.
Oltre a oggetti importanti provenienti
da collezioni private, sono presenti
anche il disegno preparatorio dell’affresco di Ercole al bivio e il bozzetto di
quello della Caduta dei Giganti, conservati presso la Biblioteca degli Intronati
di
Siena e la
Pinacoteca
senese, entrambi inediti.
Il
destino e le
fortune della famiglia Riccardi e della
città intera si leggono in filigrana nel
muto ma efficace linguaggio dei libri,
che spaziano in campi diversi dagli autografi eccellenti agli splendidi codici
miniati, rarità bibliografiche manoscritte e a stampa, codici orientali fino
alle curiose tavolette polinesiani.
Lungi dall’esser un pezzo da museo la
biblioteca è utilizzata ora come lo era
nella volontà dei Marchesi e il non aver
perduto la sua funzione è il grande motivo di interesse.
Riccardiana
leggibilità e la conservazione della delicata tinteggiatura originaria ed è stata
rimossa consentendo di recuperare appieno la raffinatezza dell’ambiente.
Nell’affresco con Ercole al bivio sono
stati rilevati danni evidenti dovuti all’umidità, che aveva provocato distacchi delle dorature e diffuse sgorature
sulle superfici pittoriche, dovute ai canali di scarico, forati o ostruiti, del Laboratorio appartenente all’Ufficio
Igiene e Profilassi della Provincia, poi
rimosso in altra parte dell’edificio.
ICON
Lucy Jochamowitz espone
alla 2.18 Gallery
a cura di Aldo Frangioni
[email protected]
La 2.18 Gallery ospita nuovamente
un’artista donna la quale ha trasformato
la bacheca in una galleria d’arte. Jochamowitz, non curante dello spazio esiguo a sua disposizione ha presentato
sei opere di formato e tecniche diverse.
Tre dipinti a olio su tela e tre sagome su
carta colorata. Lucy ci racconta “é la prima volta che
mi capita di esporre in strada, così mi è
parso naturale essere per prima il passante della strada.Camminare, vagabondare e perdersi e ritrovarsi.
Dove siamo diretti? La vita come viaggio, non come ricerca di un luogo geografico, non come nostalgia di un
posto, una attraversata alla scoperta...
sempre alla ricerca di se stessi. Alla do-
manda che pone Novalis ai camminanti, nell’ Enrico di Ofterdingen: dove
siete diretti? La risposta è sempre verso
casa.
Ancora una volta Lucy Jochamowitz
nota per le sue opere dalle gonne
ampie di dimensioni e materiali vari e
per la sua continua ricerca artistica che
sviluppa il tema della migrazione e
dell’esodo come processo di evoluzione umana ha saputo ispirare stupire
tutti coloro che per caso o per scelta
passano davanti alla piccola vetrina.
2.18 Gallery nasce da un’idea di Tommaso Mei e Andrea Belacchi. Lo spazio, di 114x64 cm, è una bacheca in
precedenza utilizzata per annunci immobiliari e pubblicitari. L’idea nasce
dall’esigenza di rispondere alla domanda: quanto spazio serve per contenere un’idea?
Occupare uno spazio per sua natura
commerciale e farlo diventare una galleria d’arte contemporanea, una possibilità per interpretare il concetto di
trasformazione. Una metamorfosi non
solo dello luogo, che acquista un altro
valore, ma anche dello stesso termine
"galleria". Infatti, questa sarà la linea curatoriale, dove ogni artista sarà tenuto a
realizzare formule ed idee differenti
per questo minuscolo spazio, affacciato
sul corso di una città di provincia, in cui
l’opera, proprio per la singolarità del
luogo sarà fruibile ventiquattro ore su
ventiquattro.
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ODORE DI LIBRI
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di Marco Pacioni
[email protected]
N
on tanto la vita come opera
d’arte, che in fondo è soltanto la
parodica continuazione di un itinerario etico e cioè di una vita
che si sforza di entrare in una forma, in
una perfezione. Per il personaggio del racconto fantastico del 1902 di Alfred Jarry,
Il supermaschio (trad. it. e postfazione di
Giorgio Agamben, prefazione di Sebastiano Vassalli, pp. 146, euro 16) è invece
in gioco un’arte – dunque una forma –
che vuole mimetizzarsi nella vita e, più
specificamente, nella vitalità senza la
Supermaschio
del padre della patafisica
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quali quelli di Jarry hanno molto in comune: di quella che si potrebbe definire,
con un’espressione presa dalla sperimentazione del gruppo francese dell’OuLiPo,
letteratura potenziale. Cioè quella che si
dà una forma per dilatarne gli estremi e
renderli intercambiabili; dove il riso diventa una cosa seria e il tragico ha la sua
catarsi in una risata.
Nella sua irrisolvibile ambiguità il personaggio di Jarry è da un lato l’estremo del
superuomo di Nietzsche e dall’altro
l’estremo del personaggio fumettistico di
Superman, come sottolinea Agamben
nella postfazione. Facendo il paragone
all’indietro, il Supermaschio può essere
però anche visto come una sorta di Prometeo senza più dèi ai quali opporsi e che
ora combatte con quella stessa energia,
tecnica, vigore con i quali la modernità
ha avuto ragione dei numi. Il Supermaschio, in altre parole, combatte contro se
stesso e fino alla morte.v
LA PAROLA
Aspettando il neo-medio-evo
di David Parrini
[email protected]
Voi che popolate questi luoghi
sappiate che la fine si avvicina a
grandi falcate...
l’odiato secolo dei lumi troverà fine
atroce
quale l’arte, proprio perché perfetta, ap-tornerà l’Oscurità.
pare morta. In questa storia, la vitalità èLe vostre anime fluttueranno nel
evocata dalla potenza sessuale che nessunnero inchiostro e nell’incertezza di
atto riesce definitivamente a concludere;non sapere
mentre la morte è esorcizzata dallo scuo-Il succo della lussuria dei vostri catimento del riso. Quelli di Jarry sono giàpezzoli sarà l’olio che alimenterà la
personaggi, attori in cerca di situazioni epira delle vostre anime
di persone in cui incarnarsi. (In tal sensola Paura figlia legittima dell’Oscuil riflesso autobiografico dei personaggirità, signora incontrastata del
di Jarry va cercato in senso inverso acreato, vi strapperà la coscienza e la
quello consueto dell’autobiografia e cioèdignità
dai personaggi allo scrittore, dalla possi-diventerete delle glabre e pallide
bilità alla realtà). Tutti i travestimenti dilarve in attesa del Tempo sotto un
Jarry e soprattutto del suo personaggioplumbeo cielo sulfureo
più presente e famoso della sua opera edimenticandovi il mondo com’era
cioè Ubu, tutte le performance sulla pagina e quelle fatte in società sono modi
PPUNTAMENTO
nei quali il protagonista vuole aprire la sua
forma ad una vitalità o energia che si
sciolgono nella vita stessa. Ed è per questo
che quelli di Jarry sono personaggi iperreali. Essi cioè non prendono atto della
realtà, ma fanno prendere realtà ai loro
atti. Nella prepotente entrata dell’arte Dal 16 marzo al 25
nella vita che propongono, l’esistenza di- mgggio La Galleria
venta un palcoscenico potenziale e con- Poggiali e Forconi
tinuo. Jarry, Ubu, Faustroll, e Marcueil (Via della Scala,
sono già personaggi costruiti che ormai 35/A Firenze) prenon possono tornare indietro dalla loro senta Deficit / The
forma che possono solo potenziare e dis- Lack, a cura di Gaia
sipare. Essi sono sempre interpreti di ciò Serena Simionati una
che accoglie anche l’opposto e che dun- mostra che mette in
que forza i propri confini. È in tal senso dialogo, in un proche Jarry è un precursore del surrealismo, getto appositamente
l’iniziatore della patafisica, il profanatore concepito, le opere di
della fisica e della metafisica.
Harun Farocky,
Ma di là della più scontata parentela con David Michalek e il
quelli del surrealismo, Bouvard e Pécu- giovanissimo Krzychet di Flaubert, Pinocchio, gli aiutanti stoz Klusik, che
del Castello di Kafka, Bartleby di Mel- espongono per la
ville, sono alcuni dei personaggi con i prima volta in Italia.
prima della catarsi.
Piangerete lacrime di sangue a
causa di nuovi e selvaggi dei che ri-
prenderanno forma dalla natura
e rimpiangerete amaramente il Dio
che avevate prima
i vostri bit, uno a uno, diverranno
punte arrugginite montate su collane che ghermiranno i vostri colli
vi dimenticherete della Storia e
dello scorrere del tempo vivendo la
vostra non vita in bianco e nero
come un eterno attimo senza fine e
senza futuro.
La vostra bellezza si conterà sulle
vostre costole
il soffio gelido della morte vi passerà vicino a monito delle vostre
città trasformate in vuoti, silenziosi
e ventosi colombari
segno di una nuova umanità che indicherà con dita scarne e rassegnate
la propria matrigna sorte
che ormai avrete imparato a chiamare per nome: Oscurità.
L’A
Poggiali e Forconi in Deficit
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ODORE DI LIBRI
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di Roberto Giacinti
[email protected]
G
iunto alla quarta edizione,
segno dell’interesse per l’iniziativa tra il ludico ed il serio, la
consegna del premio “Quarta
di copertina - Autori senza vergogna”, è
avvenuta il 21 febbraio al Teatro Cantiere Florida nel corso di una serata affollata e goliardica. La premiazione
moderata dall’urologo Nicola Mondaini, ideatore e presidente del premio,
e stata allegramente copresentata da
Antonio Cilotti e Franco Legni, quest’ultimo da alcuni giorni in libreria con
“Io Nichi Moretti” (Curiosando Editore) che si preannuncia come romanzo cult del 2013.
La quarta di copertina è la carta d’identità di un libro, la prima cosa che si
legge per capire il libro prima di comprarlo, spesso purtroppo è anche uno
specchietto per le allodole: ecco perché
il Premio affronta irriverentemente le
presentazioni del libro.
Il professor Giuseppe Benelli, già presidente del celebre Premio Bancarella,
ha sottolineato come “non sarà forse il
premio letterario più importante, ma è
senza dubbio il più divertente”.
Tre le giurie: quella “illetterata”, formata da professionisti che scherzosamente hanno dichiarato di non aver
acquistato nè letto un libro nell’ultimo
anno) presieduta dal radiologo Paolo
Lucibello; una “tecnica”, presieduta dal
professor Massimo Ruffilli; una di
“giornalisti”, presidente Andrea Vignolini (Lady Radio).
Gli autori, dopo una breve presentazione, si sono affrontati sul palco del
Teatro Cantiere Florida di Firenze, a
colpi di reciproche contumelie, cercando di convincere le giurie sfottendo
il libro avversario e mirando all’applauso più forte quale segno del gradimento del pubblico. L’ambito
riconoscimento è andato a Paolo Cammilli, esordiente giovane romanziere,
già semifinalista al Campiello, con il romanzo d’esordio Maledetta Primavera
(Portoseguro Editore).
Una vicenda ispirata ad un fatto reale,
un thriller sottile che sullo sfondo di
un’Italia che vuole apparire, credendo
che ciò che conta è solo essere giovani
e belli, disegna un’indimenticabile storia d’amore vissuta tra ferocia e dolcezza.
Ad assegnare il riconoscimento la
Onlus fiorentina Save The City - Firenze nel cuore, presieduta dall’avvocato Alessandro Tarducci che ha
dichiarato che l’incasso della serata sarà
devoluto al Comitato “Artisti Oltrarno”
con lo scopo di riqualificare Piazza
Santo Spirito con adeguate opere
d’arte.
Hanno partecipato con simpatia e
gioco altri sette finalisti.
Nella categoria ricette-culinarie è stato
premiato “Mangia Bene che Ti Passa”
(Sassoscritto Editore) di Valentina
Guttadauro, nutrizionista fiorentina
che simpaticamente si è battuta con il
curatore del volume fuori commercio
“I dolci della Compagnia di Babbo Na-
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Quarta copertina
il premio letterario
più divertente
CIAO PAOLO...
tale”, edito solo per finalità benefiche.
Per la Poesia vincitore l’avvocato Giuseppina Abbate con “Ad ogni lacrima
una gemma” (edizioni Carta e Penna).
...grazie per quanto hai fatto con la Galleria L’Indiano
Paolo Marini alla Mostra di Leopoldo Pasciscopi alla Palazzina Mangani a Fiesole (2003)– (foto Paolo della Bella)
ODORE DI LIBRI
Il potere è “creato” dai sudditi
a cura di Aldo Frangioni
[email protected]
Il libro di Francescomaria Tedesco
Eccedenza sovrana, pubblicato dall’editore Mimesis, è un percorso teorico nella sovranità moderna, con
l'orecchio teso a quei segnali critici
che nella storia hanno segnalato la
debolezza del potere, la sua fragilità,
il suo bisogno di riconoscimento da
parte dei sudditi prima e dei cittadini
poi.
Questi segnali sono come dei lampi
sinistri che hanno rischiarato, anche
solo per un attimo, le vicende del potere sovrano, hanno raccontato di
che lacrime grondi, e di che sangue,
lo scettro, come ricorda Ugo Foscolo
nei Sepolcri meditando a proposito
di Machiavelli. Ed è proprio il Segretario fiorentino, a cinquecento anni
dal Principe, uno dei protagonisti del
libro. Poiché egli, attraverso l’interpretazione che ne diedero prima gli
ugonotti francesi e poi gli inglesi
anche per il tramite del teatro elisabettiano, venne considerato come
l’arcidiavolo della politica, intesa
come Male, come truffa, come inganno: la rappresentazione plastica
di ciò che la politica non avrebbe dovuto essere. Da dove veniva quest’immagine? Anche dalla fama degli
italiani che Caterina de’ Medici si era
portata a corte, e che nella pubblicistica politica dell’epoca si diceva fossero responsabili di più morti di
quanti ne avessero fatti il veleno dei
serpenti, la crudeltà delle tigri, leopardi, coccodrilli, linci, orsi e altri
voraci animali in tutti i tempi dalla
creazione.
Ma quei lampi sinistri (come
l’Étienne de la Boétie autore del
Contr’Un) hanno messo in luce
tutto questo, e hanno anche indicato
una strada: il potere è tale perché
trova l’obbedienza dei propri subalterni, persino delle proprie vittime,
fino a quelle condannate a morte. Il
potere esiste solo nella misura in cui
viene ‘creato’ dai sudditi.
Tedesco chiama, prendendo a prestito una terminologia teologica e
fondendola con la politica, questo
meccanismo ‘teurgia politica’, perché
proprio come per la dottrina cabbalistica, ma anche gnostica e neoplatonica, della teurgia (insufflare
attraverso pratiche la divinità in un
essere inanimato), lo Stato esiste
solo nella misura in cui i cittadini gli
tributano gloria, lo glorificano. Se
Dio è pieno di gloria, perché glorificarlo? Se lo Stato è il potere sovrano superiorem non recognoscens,
perché esso necessita di consenso
perfino da parte delle vittime che
mette a morte con la pena capitale?
Queste alcune delle questioni trattate, per le quali l’autore si serve icasticamente di un personaggio di
Shakespeare, l'ubriacone e assassino
Barnardine di Misura per misura, il
quale – messo a morte – si rifiuta di
morire, e non morirà, consentendo a
Barnardine di farsi sovrano a sua
volta.
Questo libro di Tedesco tiene insieme teoria del diritto, filosofia, politica, letteratura, in un vorticoso
turbinio di suggestioni cui è sottesa
un filo comune: l’idea che l’individuo possa e debba farsi ‘sovrano’,
scegliendo la via dell’autonomia,
anche quando essa significhi mettere
in questione il potere dello Stato.
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ANGOLO PROUSTIANO
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di Francesco Rosetti
[email protected]
A
mante della pittura che punteggia continuamente con le sue
citazioni la Recherche, Proust
derivò buona parte della sua
sensibilità estetica nei confronti del
mondo dell’arte dallo studioso britannico John Ruskin, almeno in un primo
momento della sua produzione. Ruskin, di tutti i critici dell’800 è quello
che più insiste su una vera e propria
svolta etica della critica d’arte. È ovvio
che la prima sensibilità del critico inglese derivi dall’opera di Turner e
quindi dalla temperie romantica, ma
reinterpretata in una maniera affatto
nuova e personale. Il sentimento romantico di una nostalgia dell’infinito,
nel socialista utopico Ruskin si declina
in un sentimento etico della verità che
deve permeare di sé l’opera dell’artista.
Una verità si badi bene che per il cristiano Ruskin è spirituale e non semplicemente oggettuale. Dunque la grande
arte che il critico riconosce dall’architettura gotica alla pittura di Turner ai “primitivi” italiani si coniuga nel rapporto
tra la mimesi e l’imitazione e la spiritualizzazione. Riletta in termini proustiani
l’intuizione di Ruskin contrappone due
movimenti opposti nella costruzione
dell’opera d’arte. Da un lato la pittura
cristallizza il reale nell’imitazione manuale artigianale, dall’altro la mimesis
non è che il primo passo di un’operazione ben più creativa, metafisica. Il
vero dominio dell’arte non sta nel visibile, ma nell’invisibile, non nell’oggetto,
ma in quello che dell’oggetto sfugge alla
comprensione razionale dell’occhio. Lo
sguardo etico e spiritualista di Ruskin,
si trasforma nello sguardo tout court
spirituale di Proust, in un’accezione che
però non può più dirsi religiosa. Se di
venerazione può parlarsi nel corpus
proustiano lo si può fare solo in nome
di una religione dell’arte. È proprio
l’aspetto soggettivo della ricerca artistica
che schiude al pittore la scoperta di una
verità filosofia ed estetica che superi i limiti dell’oggetto. Non è un caso che
quasi tutti gli artisti citati da Proust nell’infinito corpo della Recherche siano o
grandi decoratori, come Ghirlandaio e
Carpaccio, oppure geni di una pittura
pura, come Vermeer, Turner, Chardin e
Wattaeu, esplicitino la loro sensibilità
più nel gesto pittorico che nella qualità
riproduttiva. È vero che Proust, col passare del tempo, si allontana da Ruskin,
ma almeno un elemento rimane consustanziale a entrambi. Una pittura del
soggetto spirituale non può prescindere
dall’oggetto che però si carica di valenze
intrinsecamente misteriose, di risonanze che lo collocano al di là della sua
esistenza spazio-temporale. La scrittura,
in questo senso, utilizza la pittura come
chiave per schiudere una porta sulla rivelazione che l’oggetto mantiene in sé
celata. Anche l’artificio di usare i nomi
degli artisti spesso come declinazioni
metaforiche o descrittive di un oggetto
significa per Proust aprire la via all’interpretazione spirituale e soggettiva
dell’oggetto stesso.
Il dominio dell’arte
sta nell’invisibile
Proust e Ruskin
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L’ULTIMA IMMAGINE
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Santa Clara University, Graduation Day 1972
[email protected]
Dall’archivio di Maurizio Berlincioni
Stesso giorno, stesso
evento, stesso Graduation Day! Dalla foto
d’insieme della settimana scorsa a un dettaglio non meno
importante! Alla fine
della cerimonia,
quando quasi tutti i
neolaureati, gli amici e
le rispettive famiglie si
sono spostati verso i tavoli del rinfresco, con la
coda dell’occhio noto
una coppia nera, madre
e figlio, che stanno posando per la foto ricordo che il padre sta
scattando. Sono un po’
in ritardo per i drink ma
registrare il momento è
importante. Il padre
scatta con metodo, si
capisce che dev’essere
un bravo fotoamatore.
La camera è una Nikon
F ultimo modello come
la mia e lui la maneggia
con maestria. Il figlio
guarda in macchina con
aria serena e rassicurante. La madre nota la
mia presenza e, dietro ai
suoi occhiali scuri
guarda me, un bianco
che sta immortalando il
momento di gloria di
suo figlio, certificazione
di un salto di qualità
che gli permetterà, almeno si spera, di accedere a un mondo
migliore e
meno discriminatorio.
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