Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 1 PARROCCHIA SAN PIO X Pillole liturgiche La Messa e alcuni momenti “forti” dell’anno liturgico Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 2 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 3 Si parla di quanto sia importante la Messa e di atteggiamenti orribili che la umiliano Partecipare alla Messa è un obbligo per ogni cristiano battezzato. La Chiesa ha sempre parlato chiaro e sorprende non poco sentire giovani (e adulti) che – forse non per loro colpa – non “sanno” che la Messa domenicale non è un “optional” ma un irrinunciabile dovere per ogni cristiano. La Chiesa non solo ricorda il dovere ma si sforza di accogliere i cristiani che varcano la soglia dell’edificio attraverso alcune modalità, che vedremo in seguito. Ciò affinché – come è naturale per l’essere umano – dal “dovere” si possa passare al “piacere”. In tal senso, la Chiesa mai è stata rigorista al punto da non comprendere che la Messa (si perdoni il paragone: come una medicina), se va presa, va presa convintamente e, dunque, oltre al rammentare un dovere, esiste una “persuasione”, che non è certo nè occulta nè modifica il senso essenziale di ciò che stiamo dicendo. Pochi in genere pensano che il “problema” di una Messa ben partecipata può venire “dall’alto” (da chi la presiede ovv. il sacerdote, i lettori, i ministri dell’altare e via dicendo) ma può venire anche “dal basso” ovvero da chi vi partecipa e lo fa malamente, egoisticamente, rumorosamente, causando un senso di rifiuto o comunque la percezione (specie in chi è debole nella fede) che a Messa tutto si possa fare e, dunque, la Messa non sia così sacra come si dice. Vediamo oggi alcuni di questi atteggiamenti “orribili” (letteralmente: che fanno orrore) di cui sopra: 1. ARRIVARE TARDI. Talora – recitando il Rosario davanti alla sacrestia – posso accorgermi che sempre le stesse persone arrivano tardi e che sono puntualissime nel loro ritardo (sempre 10 o sempre 15 o sempre 20 minuti dopo...e mi fermo qui). Arrivare tardi è un’incredibile maleducazione, poiché disturba chi si sta concentrando, specie in una chiesa – come la nostra - con 6/7 entrate. Arrivare tardi vuol dire aver deciso (in base a quale principio?) che la prima parte della Messa – che prevede l’ascolto e che stimola la mente e il cuore – sia inutile o superflua. Arrivare tardi è ancor più ineducato quando si pretende di mettersi in un banco già occupato chiedendo a persone già sedute di spostarsi. 2. PARLARE, MA NON CON DIO. Sembra incredibile ma è così. Ci sono persone che non riescono a stare zitte nemmeno in chiesa. Alcune entrano parlando, alcune si salutano prima ancora di essersi rese 3 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 4 conto che andrebbe salutato Qualcun altro, alcune commentano, altre ne profittano visto che almeno lì si sono incontrate. La sacralità - tutta verticale – della Messa ne viene tanto umiliata. Mi domando se sia necessario insistere su questo punto ma non lo farei se non avessi io stesso udito persone devotissime, tutte le sere in chiesa, che giustificano questo parlare col fatto che non fa male a nessuno. Siamo alle solite: non ciò che “fa bene” ma solo “ ciò che non fa male”! Non parliamo poi di quel che avviene nelle celebrazioni di prime Comunioni o Cresime e che fa venir voglia a tanti parroci di andarle a celebrare sul picco di un monte. 3. PROFITTARE DEL TEMPO UTILE PER ALTRE DEVOZIONI. Tanto, visto che ci stiamo..così almeno non ci torniamo! Ciò significa andare in giro ad accendere candele (lo si può fare nei tempi tra una Messa e l’Altra), recitare il S. Rosario (per il quale c’è un tempo specifico), soddisfare la propria giusta devozione in qualche cappella laterale... in tutto ciò tuttavia dimostrando che lo spazio-tempo della Messa – che è concentratissimo ed essenziale – possa servire a fare un po’ tutto. La Messa, così, non è più una preghiera di ascolto e di eucaristia, completa e arricchente, ma diventa l’occasione per uscire da casa, entrare nel tempio con proprie intenzioni personali, proprie devozioni... tutto proprio... e il popolo di Dio è sparito di fronte ai miei personali bisogni 4. FAR SQUILLARE MELODICHE SUONERIE... c’è bisogno che ne parli? 5. NON CANTARE, NON RISPONDERE, SIBILARE LE PREGHIERE, RECITARLE AL RITMO DEL MITICO JESSIE OWENS (l’atleta nero che vinse 4 medaglie per la velocità di fronte a Hitler)... sul “non cantare” preferisco tacere. Ma quando, uscendo dal confessionale, passando mi accorgo che ci sono credenti che neanche aprono la bocca per dire non dico il “Padre Nostro” ma le più comuni formule liturgiche, mi domando se non le sappiano o se pensino di essere superiori ad esse. La Messa è anche “parola”. Parola ascoltata e parola detta. Quando uno prega da solo, prega a bassa voce o in silenzio, ma quando prega a Messa, prega ad alta voce. E non si candida per il primo premio della velocità! La tradizione monastica ricorda a tutti (anche ai non monaci come noi) che il ritmo piano e contenuto è essenziale. Stesso discorso per chi non si inginocchia alla consacrazione. Nella Vita di San Francesco si dice che insegnò la genuflessione a una pecorella: “Quando, nel corso della Messa, veniva elevato il sacratissimo corpo di Cristo, essa si prostrava con le zampe piegate, come a rimproverare i distratti per la loro irriverenza ed invitare i devoti di Cristo ad un più intenso fervore verso il Sacramento”. 4 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 5 Si parla del nostro corpo durante la Messa Il corpo è essenziale per la vita, poiché non siamo solo spirito. Ma è essenziale anche al centro della fede cristiana, poiché Dio ha assunto nell’Incarnazione il nostro corpo e - eccetto il peccato – ne ha sperimentato la ricchezza, la debolezza, la fatica, le possibilità. Anche la preghiera, sia privata che pubblica, risente del corpo. Se siamo malati è più difficile pregare o partecipare alla Messa. Ma anche quando stiamo molto bene, per es, siamo euforici, occorre sempre dare al corpo che prega una dimensione di sobrietà ed equilibrio. Il nostro corpo a Messa non dovrebbe essere rigido ma abbastanza rilassato che però non vuol dire scomposto. Non dovrebbe essere nemmeno troppo “scoperto” d’estate. Non sembra – di fronte a certi sacrifici della vita – così sacrificante sopportare un pò di caldo e mettersi calzoni lunghi, camicette non troppo scollate o ricoprirsi di una giacca leggera. Normalmente chi soffre molto il caldo non prova certo gran sollievo dal venire mezzo nudo (o mezza nuda). Se proprio non si resiste si può usare un ventaglio, non i foglietti con le letture per farsi vento... uso che direi “improprio” della Parola di Dio! Qualche volta è bene pensare al sacerdote che anche d’estate si mette camice, stola e casula sui vestiti per celebrare la Messa. Se ce la fa lui... Inoltre occorre ricordare il senso e il quando delle posizioni del corpo: 1. Stare in piedi significa imitare la posizione di Cristo risorto, che sta in piedi sul sepolcro per mostrare la vittoria sulla morte (pensiamo a certi quadri o a certe statue che si portano in processione col Cristo risorto). Si sta in piedi all’inizio, al Vangelo e a tutti i momenti della liturgia eucaristica che lo prevedono. Ci si alza in piedi quando il prete dopo aver detto “Pregate fratelli e sorelle perché il mio...” e aver ricevuto la risposta, intona la preghiera sulle offerte. Solo in quel momento (né prima né dopo) ci si alza in piedi. 2. Si sta seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo, durante l’omelia e – se lo si preferisce – dopo aver fatto la Comunione, se c’è un po’ di tempo per il ringraziamento, anche se è opportuno appena tornati al banco mettersi in ginocchio. In genere c’è più silenzio dopo la Comunione nelle Messe feriali. Non si capisce invece perché, anche quando in chiesa ci siano banchi liberi senza stare troppo stretti, ci siano persone che preferiscano stare in piedi tutto il tempo magari vicino a una colonna. Sono convinto che la maggior parte lo faccia per rispetto a Dio, ma penso che sia meglio prendere posto – quando c’è – nei banchi. 5 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 6 3. Si sta in ginocchio appena suona il campanello, ovvero quando il prete stende le mani sul pane e sul vino nel gesto della “epìclesi” (invocazione dello Spirito Santo), e ciò dura almeno per tutto il tempo della pronuncia delle parole del Cristo sul pane e sul vino. Alcuni preferiscono rimanere in ginocchio fino al PER CRISTO, CON CRISTO..., questo non è sbagliato ma normalmente la posizione da genuflessi è propria del racconto dell’ultima cena e del momento dopo la Comunione. 4. Il corpo inoltre è chiamato a manifestare altri gesti propri del rispetto verso Dio. Inchinare il capo quando si dà una benedizione solenne, quando al Credo si pronunciano le parole E PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO SI È INCARNATO NEL SENO DELLA VERGINE MARIA. A queste parole, nel giorno e nelle solennità del Natale, invece ci si inginocchia. Quando si passa davanti al tabernacolo normalmente, se il corpo lo permette, si fa la genuflessione che è più di un semplice inchino. Quando ci sono liturgie e gesti solenni (il prete passa a benedire con l’acqua o il vescovo benedice il popolo con le sue mani o la croce processionale passa per la navata centrale) ci si fa il segno della croce. All’atto penitenziale ci si batte il petto tre volte, come all’inizio della proclamazione del Vangelo si fanno tre piccole croci sulla fronte, sulla bocca e sul cuore, che hanno un bellissimo valore simbolico. In genere riteniamo queste cose un formalismo ma lo squallore dei gesti, anzi dei non-gesti di persone molto distratte, fa rimpiangere la bellezza e la dignità delle forme. Basterebbe andare ad una liturgia orientale (cattolica o ortodossa) per vedere quanto i cristiani mantengono (maschi e femmine!) una grande dignità nell’uso dei gesti e certo non se ne vergognano. A proposito, avete insegnato a vostro figlio/nipote maschio che ci si toglie il cappello in chiesa? 5. Comprese queste cose ancor più ci si rende conto che una Messa nella quale si vedano persone girare da tutte le parti, fare devozioni private, usare la chiesa come luogo di passaggio da via Friggeri a piazza Balduina e cose simili, dà la sensazione di una comunità disordinata e scomposta e di cristiani che non sanno stare insieme bene... proprio lo specchio di una società dove ognuno pensa a se stesso e l’unità, anche quella di questo tipo , va a farsi benedire. E non si dica, per favore, che queste cose le fanno prevalentemente i ragazzi, perché non è proprio vero! 6. Il Rosario durante la Messa va detto? Direi di no! Tempo addietro i preti lo consigliavano per mantenere desta l’attenzione ed evitare la 6 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 7 distrazione della Messa in latino. Oggi la situazione è cambiata. Recitare il Rosario nella Messa sa tanto di chi ne approfitta per fare un po’ di tutto,così si è tolto il pensiero. Si parla del primo momento essenziale della Messa: l’ascolto Ascoltare è il primo dovere di chi partecipa alla Messa. Usiamo il verbo “partecipare” più dei verbi: andare, venire, sentire o – come spesso si dice nel Nord Italia – “prendere” la Messa. La Messa infatti è il sacrificio di Cristo che viene riproposto ogni volta ai fedeli, attraverso la Sua immolazione sull’altare per opera dell’ “alter Christus”, ovvero del sacerdote. Ogni sacerdote celebra validamente la Messa – qualunque sia la sua bravura o la sua esistenza o la sua coscienza – se lo fa in modo giusto e con l’intenzione, che nasce dalla fede, di fare quello che la Chiesa gli ha insegnato a fare. Ma la Messa è a- al tempo stesso – un evento “ministeriale”, ovvero tutti hanno un compito nella Messa. Non solo i chierichetti, i lettori, i ministri straordinari della Comunione, ma tutti i fedeli. La loro presenza, il loro canto, le loro risposte, la loro interiore convinzione e l’offerta delle loro intenzioni li rende parte attiva. Ecco perché parliamo di partecipazione e non di fruizione passiva e (quasi) inconsapevole. Il primo modo di partecipare è ASCOLTARE. Forse anche per questo la Messa va in crisi: subisce la crisi dell’ascolto. O perché tutti (troppi) parlano o perché si “sentono” (non si ascoltano) troppe scemenze in giro... ecco perché l’ascolto è in crisi quando riguarda cose forti, impegnative, che – come dice l’autore della lettera agli Ebrei – sono vive, efficaci e più taglienti di ogni spada a doppio taglio (Ebr 4,12). Ascoltare le letture. A Messa non si legge Dante e nemmeno Pirandello e neanche Paperoga ma la Parola di Dio. È chiamata così, perché è parola umana ispirata da Dio e ha preso corpo nel canone dell’Antico e del Nuovo Testamento. Si legge, insomma, la Bibbia. La Bibbia non è facile da leggersi, perché risente del tempo, di diverse culture, di un linguaggio che ha subìto molte traduzioni. Ognuno a casa dovrebbe avere una Bibbia (completa). Dovrebbe anche avere il calendario liturgico (costa 1 euro) e leggere, prima della Messa, le letture seguendo le indicazioni del calendario. All’inizio è un po’ faticoso, poi ci si prende la mano. Ma se si arriva a Messa avendo già letto le letture, è tutta un’altra cosa. L’ascolto a Messa risente – in positivo o in negativo – della qualità dei lettori (questione sempre problematica), dell’audio della chiesa, dell’attenzione dei fedeli. Chi arriva regolarmente tardi ha già deciso che delle letture (cioè di Dio che parla) non gli importa un tubo. 7 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 8 E vabbè. Chi non prende il foglietto (talora se ne trovano pochi, è vero) o chi non ha il suo messale o chi non ha letto prima le letture, facilmente si distrae. Ma non è detto. Potrebbe chiudere gli occhi e attivare le orecchie, non gli sfuggirebbero alcune espressioni, o ritroverebbe nella memoria alcuni ricordi. Invece chi si gira continuamente per vedere se la signora Verdi ha messo la pelliccia o se la signora Neri ha messo le scarpe di pitone o se il sig. Gialli oggi è venuto o ha saltato..di certo è uno il cui ascolto è zero. È ovvio che l’ascolto è ordinariamente disturbato da molti fattori – comprese le persone che chiacchierano o fanno commenti – ma bisogna combattere dentro (e fuori) per attivarlo il meglio possibile. Non ascoltare è non partecipare. È condannarsi a rimanere sempre ignoranti o superficiali. È proprio questo che vogliamo? Ascoltare l’omelia. Di omelie belle o brutte si parla da anni. Prima non se ne parlava o perché erano tutte belle o perché i preti erano più preparati o perché non si osava criticare il prete. L’omelia è necessaria. Non so dire se la fede del popolo di Dio dipenda anche (o solo) dalle omelie. Tendo a pensare di no, tuttavia ritengo che per un prete l’omelia sia l’incontro più stimolante anzitutto con Cristo, se c’è prima dell’omelia preghiera, meditazione, silenzio, richiesta della grazia..e non solo ricerca su Internet o dinamiche di copia-incolla, sempre da Internet, oggi molto facili. Poi è un incontro splendido con i fedeli, perché il prete vi appare per quello che essenzialmente è: uomo di Dio, della parola e dell’Eucarestia, ma sempre e comunque uomo di Dio e non politico o imbonitore o professore. Se poi l’omelia fosse per i fedeli il più alto grado di purificazione nella pazienza e nella sopportazione, ebbene la si potrebbe vivere così. Tutto sommato evita altre penitenze. La penitenza, poi, al momento giusto, la sconterà il prete. Ma se il fedele vuole l’omelia come l’ha pensata lui, se né il tono né il contenuto né lo stile gli vanno bene, se viene apposta per criticare o se – peggio – partecipa alla Messa come ad un comizio, allora è sicuramente fuori strada. Dall’omelia si deve uscire arricchiti, sapendo qualcosa in più, avendo imparato a pregare meglio, e questo non sembra impossibile in nessuna omelia. Per l’ascolto della quale, d’altronde, valgono gli stessi princìpi suddetti per le letture. Un altro antidoto a un buon ascolto è confessarsi durante la Messa. Quando vi è necessità, è ovvio che lo si debba fare. Ma potendo confessarsi in settimana – cosa da noi assolutamente possibile – diventa più probabile il fatto di rimanere al proprio posto e di ascoltare con attenzione autentica. 8 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 9 Si parla di cosa significhi la Messa come sacrificio e offerta Molte formule che si usano durante la Messa parlano di “sacrificio”, talora di sacrificio eucaristico. Si potrebbe pensare che la Messa sia un sacrificio nel senso peggiore, cioè un dovere da compiere, offrendosi come una “vittima” sacrificale. Niente di meno vero. La parola sacrificio va unita alla parola offerta. I due termini, posti accanto l’uno all’altro, ci dicono cosa è la Messa. 1. la Messa ripropone realmente e sostanzialmente tutto il mistero pasquale. Ovvero dall’inizio alla fine i gesti compiuti e le parole che li accompagnano anzitutto ricordano che Cristo si è offerto nell’Incarnazione sulla Croce e che il Padre lo ha risuscitato e riportato accanto a Sè. Ma inoltre ripropongono realmente quello che è avvenuto e questo si verifica nella preghiera eucaristica, che cominica subito dopo il canto del “ Santo Santo..”. Nel momento in cui il sacerdote prega e ripete sul pane e sul vino le parole dell’ultima cena, avviene la cosiddetta transustanziazione, letteralmente azione di mutamento della sostanza. Ciò non è solo il più grande e semplice prodigio che Cristo ha affidato alla Chiesa ma è il mezzo attraverso il quale – riproponendo la sua offerta – Cristo continua a salvare l’umanità attraverso vie misteriose, cioè vere anche quando non si vedono. 2. dunque il sacrificio (il sacrum facere cioè il rendere sacro) significa l’offerta di Cristo. Tale offerta, che noi possiamo credere e/o rileggere nella Bibbia o in altri testi non biblici, a Messa invece la vediamo realmente e ne mangiamo il frutto. Ecco perché stare a casa a meditare estaticamente non vale nemmeno la millesima parte del partecipare alla Messa e del comunicarsi al Corpo di Cristo. Ecco perché non partecipare alla Messa è un peccato, nel senso che è un volontario privarsi di un mezzo potente di salvezza che viene rovesciato gratis su di noi. 3. tutto questo non solo va creduto ma nella Messa è anche concretamente significato. Per esempio la preghiera del prete “Pregate... perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre onnipotente”, lo dice in maniera chiarissima. La Messa rende sacro, fa sacra l’offerta di tutti noi. Quando il prete dice quelle parole ha appena offerto il pane e il vino sull’altare (e in genere è appena sceso a prenderli dalle mani dei fedeli che glieli hanno recati). Cosa significa? Che il pane e il vino, pur essendo in realtà frutti del frumento e dell’uva, simboleggiano l’offerta della vita di tutti noi. Se uno è venuto in chiesa piangendo, offre le sue lacrime. Se si è portato 9 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 10 dietro il rancore, offre la sua rabbia, se ha da ringraziare Dio offre la sua gratitudine. Nessuno di noi (dal prete all’ultimo fedele) viene solo a prendere ma prende e dà. Prende la grazia di Dio e dà la sua vita così come è, senza finzioni, dicendo: “Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio... per il bene nostro e di tutta la Chiesa”. 4. le offerte in denaro che si danno sono un segno tangibile e materiale di questa offerta ma non sono tutto. Spesso in alcune Messe non si raccoglie denaro. Più di questo, conta l’offerta di se stesso. Dunque dall’offertorio in poi inizia la parte eucaristica. È la parte nella quale, dopo avere ascoltato e possibilmente portandosi dentro qualche frase o qualche nuova intuizione, il fedele offre se stesso, si sacrifica, viene reso sacro agli occhi di Dio, sia lui, sia i suoi pensieri, sia le sue azioni, persino i suoi peccati. Offrire i peccati significa credere che Dio mi vuol bene e con il Suo aiuto posso farcela a guarire. 5. quale atteggiamento ci è dunque suggerito? Quello di una grande attenzione nonché consapevolezza. Attenzione non solo disciplinare ma concentrazione interiore. Se l’ascolto della Parola e/o dell’omelia mi ha suggerito qualcosa, tanto meglio. Altrimenti è bene chiedersi: cosa offro? E soprattutto: mi sto offrendo al Signore? Queste difficoltà che vivo, queste speranze che avverto, queste attese che mi logorano possono diventare la mia offerta al Signore? E su di esse posso anche fondare la mia riconoscenza a Lui? Di questo parleremo la prossima volta. Si parla della Messa come Eucaristia Nel linguaggio italiano (ed europeo) la celebrazione della domenica si chiama Messa (The Mass in inglese, La Misse in francese, Die Messe in tedesco e via dicendo). Il termine deriva dalla formula latina di congedo dei fedeli: ITE MISSA EST, che la nuova liturgia traduce LA MESSA È FINITA e aggiunge ANDATE IN PACE. La parola “Messa” viene dunque dal verbo latino “mittere”, ovvero mandare. Letteralmente la formula latina del congedo dei fedeli, si traduce: andate, le cose sono state mandate. Quali cose? Probabilmente i doni, che al termine di ogni celebrazione venivano inviati ai poveri e raccolti durante la celebrazione stessa. Le offerte in denaro, che su usa raccogliere da noi, erano una volta anche offerte in beni naturali. Si usa così ancora in Zambia. L’ho visto con i miei occhi tante volte. C’è un momento in cui tutti si alzano dal posto (ovvero non c’è chi raccoglie con i classici cestini) e vanno davanti all’altare in una processione naturalissima, mentre si canta (e come si canta!) e depongono l’offerta in 10 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 11 denaro. C’è un altro momento nel quale invece alcuni si alzano e portano offerte in natura: capretti, polli, verdure, pane, mais, uova e cibi cucinati, che il parroco manda a i più poveri. Davvero bello! Da questa antica - e ancora attuale - usanza deriva il nome MESSA. In realtà dopo il Concilio Vaticano II si usa parlare di celebrazione eucaristica o semplicemente di Eucarestia. Il termine, come sappiamo, significa “rendimento di grazie”, o meglio azione di grazie. La Messa è naturalmente un’azione liturgica, una celebrazione il cui nucleo naturale è la riconoscenza verso Dio. Ci sono diversi orientamenti della preghiera, soprattutto di quella personale. La Messa orienta principalmente a dire grazie, senza escludere il chiedere, il domandare perdono, l’intercedere per i lontani e i peccatori o per le necessità del mondo e via dicendo. Poiché da soli – cioè quando preghiamo soli – diciamo poco grazie, la Messa ci aiuta a farlo insieme. Diciamo che è il momento principale del quale non possiamo fare a meno, proprio per dire grazie e, per giunta, con voce di popolo. Il momento “tecnico” più adatto a capire questa invocazione è il “prefazio”. Invito tutti domenica prossima a farci più attenzione. È quella preghiera che comincia con le parole “È veramente cosa buona e giusta... rendere grazie a te Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno”. Il sacerdote allarga le braccia e pronuncia parole che sono senza equivoci di ringraziamento. Sono parole del linguaggio teologico, trasportate nella liturgia. Non sono di facile comprensione. Infatti alcuni prefazi “moderni” cercano di usare parole più adatte al linguaggio popolare, vale a dire abbassando un po’ il tono del mistero. Non è detto che questo sia ben fatto, tuttavia mi sembra naturale che la gente - se è invitata a ringraziare – capisca anche ciò di cui si ringrazia. Subito dopo si canta il SANTO SANTO SANTO, cioè il “Trisaghion”, dalla parola greca che significa “tre volte santo”. Si magnifica il nome di Dio, la sua potenza, la sua presenza nei cieli e sulla terra, lo si benedice in abbondanza. L’Alleluia e il Santo sono le due parti della Messa che mai dovrebbero restare senza canto, cioè bisognerebbe sempre cantarle. O il prete o il popolo dovrebbero intonarle, a meno che non celebri un prete che ha sempre dimenticato il fuoco acceso sotto l’acqua o il caffè e deve correre, invariabilmente, ogni domenica. Ma non è finita. Quando, dopo il Santo, inizia la preghiera eucaristica (i sacerdoti ne hanno a disposizione diverse, tutte molto belle, ma tutte assolutamente uguali quanto alle parole della consacrazione del pane e del vino, che il sacerdote non può mai cambiare) ancora ci sono parti di azione di grazie. Non dimentichiamo infatti che, poco prima di pronunciare le suddette solenni parole, il prete ricorda che Gesù prese il pane e rese grazie. E ancora che Gesù prese il calice del vino, “Ti rese grazie con la preghiera di benedizione”, e soltanto dopo disse le parole 11 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 12 che la Chiesa ripete da duemila anni. Nonostante il contesto drammatico, quello dell’ultima cena, Gesù compì, secondo la fede ebraica, una celebrazione di grazie. Perché anche in vista della croce non si può non ringraziare Dio. Per noi cosa significa? Che la Messa è dir grazie. Certo, è proprio così. Si deve dire grazie anzitutto della Messa stessa, del fatto che c’è un prete che la celebri per noi e per se stesso. Diciamo per tutto il mondo. Si dice grazie della vita, della salute, della fede, del lavoro, delle fatiche, persino della croce che – non lo dimentichiamo – è vera quando l’abbiamo non subìta, ma scelta. Cioè l’abbiamo volontariamente presa. Pensate, se non ci fossero le persone che hanno fede (non solo i cristiani) a dire grazie, il mondo toccherebbe il fondo del pessimismo. In certo senso, la Messa domenicale e la certezza che ancora un buon numero la frequenti è garanzia per il mondo sia del fatto che molti preghino ancora e dunque siano convinti che il mondo lo manda avanti Dio, sia del fatto che dalla bocca di molti si elevi la lode. Se non ci fosse la lode, ci sarebbe solo il rammarico, il rancore, la tristezza, l’accidia. Di cosa ringraziamo noi? O meglio, abbiamo un animo grato? Almeno a Messa giriamo dall’altra parte il volto della tristezza, del malanimo, della lamentela e presentiamo a Dio quello che sa riconoscere i suoi doni? Si parla del grande miracolo della Messa San Paolo, in una delle sue bellissime lettere, rimprovera i Giudei che “chiedono i miracoli”, mentre i pagani cercano la sapienza umana, ma entrambi rifiutano di credere al Cristo. Il Cristo, la sua Incarnazione, la sua discesa “dalle stelle” alla realtà umana, è per Paolo il vero miracolo. Miracolo viene dal greco “Sèmeion”, che in realtà significa segno. Cosa è un segno? Nel linguaggio comune, significa che siamo in presenza di qualcosa che rimanda a qualcos’altro. Fare un regalo – senza aggiungere parole – è segno significante del bene che si vuole (così dovrebbe essere). Gesù ha compiuto molti “segni”, che in italiano vengono tradotti “miracoli”. Ma rimangono segni. Ovvero, non hanno lo scopo primario di travolgere la realtà creata, naturale, anche perché creerebbero incertezza su Dio che quelle leggi di natura ha pensato e realizzato nel momento della creazione. Anche nel linguaggio di Gesù i miracoli-segni vogliono dire: ti voglio bene. Sono venuto, sono qui per te, ho accettato di assumere la tua stessa carne, di soffrire il tuo stesso dolore, di parlare le tue parole. Sono qui accanto a te. Ti voglio bene, ti amo. Perciò compio i miracoli, per farti “vedere” (prima che capire) quanto mi sei caro. I miracoli raccontati nei Vangeli non sono stati programmati da Gesù. Non erano parte di una 12 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 13 strategia rivelatoria della sua potenza. Se cerchiamo con attenzione (è il caso della resurrezione di Lazzaro, cfr Gv 11,4) ci accorgiamo che addirittura Gesù avrebbe evitato di esporsi così evidentemente. Perché? Certamente per evitare un equivoco sul miracolo. Perché non diventasse un fenomeno da baraccone. Perché non lo cercassero apposta per quello. Lo dice lui stesso: “Vi dico che mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” ( Gv 6,26). Un Gesù che sazia lo stomaco, e anche qualcos’altro sarebbe l’ideale per far credere tutti. Nessun ateo più al mondo. Che bellezza! Anche noi ci accontentiamo poco. Siamo di bocca buona ed esigente. Il più grande segno-miracolo è quello che avviene nella Messa. La Chiesa lo ha definito la “transustanziazione”. Ha inventato un termine che, tutto sommato, se spiegato bene, è molto chiaro. Ma non ha inventato quel che avviene. La Chiesa non ha mai cambiato fede sul sacramento del Corpo e del Sangue del Cristo. Come per tutti i sette sacramenti, esiste una teologia specifica. Le teologie – cioè le riflessioni della ragione sul mistero - non sono scritte nel Vangelo ma derivano da esso. La fede cristiana ha preso sul serio quel che è avvenuto nell’Ultima cena di Gesù e lo ha fedelmente compiuto nella storia, ricordando sempre quel “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). Che miracolo avviene? La Chiesa cattolica crede fermamente che nel momento in cui un sacerdote validamente consacrato pronuncia le parole fissate da secoli, il pane (che deve essere pane di frumento) e il vino (che deve essere vino d’uva pura) si trasformano (cambiano-la-sostanza) nel Corpo e nel Sangue del Cristo. In quale corpo? Non un corpo umano, non avrebbe senso. Il sacramento del rimanere-con-noi non assicura l’immanenza di un corpo umano. Il corpo umano del Cristo non esiste più. È risorto per sempre e mai più lo vedremo. È il corpo risorto. Cioè è un corpo celeste. È un corpo, cioè è concreto. Si vede, si pesa, si odora, si gusta, si mangia. Ma è un corpo celeste. Non è un astro, una stella, un meteorite. San Tommaso ha scritto di quel Corpo: “Et si sensus deficit, ad firmandum cor sincerum, sola fides sufficit”. Se i nostri sensi non lo riconoscono come corpo risorto, è sufficiente la fede. Eppure i sensi riconoscono qualcosa. Nella trasformazione di sostanza non cambiano le “species”, ovvero i caratteri umani: il peso, l’odore, il sapore, il gusto. Queste caratteristiche noi le percepiamo identiche a quelle di prima della Messa. Ma è impossibile chiedere ai sensi di percepire una diversità dopo la Messa. Sola fides sufficit! La fede cristiana ha mantenuto intatta questa certezza che Gesù ha dato senza equivoci e che i Vangeli riportano senza grosse differenze. Il Vangelo di Giovanni riporta un’altra tradizione sull’Eucarestia, non raccontando l’ultima cena ma riportando la catechesi di Gesù sul pane di vita (cfr Gv 6). Perché la Chiesa avrebbe dovuto cambiare questa fede? 13 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 14 In essa non c’è alcun potere umano. Non stiamo parlando del primato di Pietro sulla chiesa o della potestà degli apostoli o del potere di scomunica (anch’esso testimoniato nel Vangelo). Ma si parla della certezza di una cosa piccola piccola. Che infastidisce solo gli anticlericali o quelli che vogliono sovvertire la storia della formazione dei vangeli e della verità cristiana. La chiesa cristiana orientale (che ha chiamato se stessa “ortodossa”) crede come la chiesa cattolica al sacramento dell’Eucarestia (anche se usa termini differenti). Le chiese della Riforma (le chiese protestanti) hanno modalità più complesse e differenti da cattolici e ortodossi ma affermano di credere alla “presenza reale” del Cristo. E come si potrebbe d’altronde cambiare il Vangelo? E che senso avrebbe? Il cattolicesimo ha consolidato la fede nell’Eucarestia in molti modi. In ogni chiesa c’è un tabernacolo, il quale – se accompagnato da una lampada ardente – indica la presenza del Corpo di Cristo ivi conservata. Nel cattolicesimo c’è grande devozione nelle processioni eucaristiche, durante le quali il Corpo del Cristo viene mostrato ai fedeli e “viaggia” passando accanto a loro. Nell’adorazione eucaristica, similmente capace di dimostrare (e raccogliere) la fede e il silenzio dei credenti. Nel portare il Sacramento ai malati. Quando dunque siamo a Messa, noi VEDIAMO il più grande segno della fede cristiana. Quel vedere è più che capire. Non richiede il ragionare ma casomai indica l’urgenza di un altro chiedere: Signore, aumenta la mia fede! Si parla della Quaresima Sospendiamo per un po’le pillole sulla santa Messa per dedicarci al tempo di Quaresima. Come ogni tempo “forte”, esso ha il colore della penitenza: il viola. È un colore che un tempo non si usava negli abiti di un certo livello, dunque indicava l’abito povero, ma anche oggi è rimasto a indicare la sobrietà, la rinuncia, la volontaria assenza di piaceri. La Quaresima dura quaranta giorni. Sono poco più di quaranta, in realtà, perché i 40 scadono alla Domenica delle Palme. Con tale domenica inizia la Settimana santa, che prolunga di sei giorni la Quaresima, che effettivamente si conclude nella notte del Sabato Santo, notte della resurrezione del Cristo. Si può dire che l’ultimo vero giorno di Quaresima sia il Venerdì santo, il giorno più triste dell’anno. Il tempo di Quaresima ha piena cittadinanza nella liturgia cattolica. Vi si celebrano liturgie molto belle. Si comincia dal Mercoledì delle Ceneri, molto sentito dai credenti, che inizia con un incredibile segno (il capo 14 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 15 cosparso di cenere) per definire cosa siamo noi davanti a Dio. Non tanto nel senso che non siamo “nulla” ma nel senso che “nulla possiamo senza di Lui” ( cfr Gv 15,5). Altra liturgia molto partecipata è quella della Via Crucis settimanale, fatta di storia evangelica e di devozione popolare, nel senso che il contenuto delle 14 stazioni del cammino è un po’ adattato rispetto alle narrazioni evangeliche, anche se è confermato dalle visioni di alcuni mistici. Le domeniche quaresimali sono senza il canto del “Gloria”, come in Avvento, con due sole eccezioni, in due solennità liturgiche che in genere si celebrano in Quaresima, quella del 19 marzo, festa di san Giuseppe, e quella del 25 marzo, festa dell’Annunciazione. La Messa ha sempre la stessa liturgia, eppure ha alcune note di sobrietà. Non si canta l’Alleluia, sostituito da una Lode a Dio, che però non echeggia – come nel caso dell’Alleluia – l’annuncio della resurrezione. Nel canto gregoriano le parti fisse della Messa non sono cantate “cum iubilo” ma con un tono lievemente dimesso. Eppure ascoltiamo letture della Parola di Dio straordinarie. Esse indicano tutte la conversione, o meglio, indicano la guarigione. Indicano, cioè, che Dio scende in campo per salvarci. Che non si rassegna alla disobbedienza dell’uomo, al suo perdersi dietro vanità e sciocchezze, al suo lasciarsi legare da tentazioni gravi, da malefici, al suo perdere coraggio di fronte al male e alla malattia. Indicano, in sostanza, che nella lotta dell’uomo, Dio lotta con lui. Ecco perché la Quaresima è tempo propizio (quanto mai) per la conversione. Proprio perché la conversione non significa: divento bravo. Né significa: mi faccio santo. Ma significa: credo fermamente – ancora un anno di più – che Dio è mio alleato, che sta dalla parte mia e che – se qualche progresso ho fatto – è grazie alla sua benevolenza che ha dato senso ai miei meriti. Le celebrazioni più belle sono nella Settimana santa. Un mio amico scambiava sempre la “santa” con la settimana bianca, e ne profittava per farle coincidere. Di fatto tanti se ne vanno in quella settimana, come si può anche capire, data la felice concomitanza di giorni festivi. Eppure ogni parroco, anche se resta solo nella sua parrocchia – non è certo, grazie a Dio, il caso mio – si dà anima e corpo a preparare quelle celebrazioni in modo sopraffino. L’agonia del Cristo, che inizia il giovedì santo e si conclude il venerdì con la sua morte, è il passaggio più forte e commovente della fede cristiana. Abbiamo norme liturgiche che nessuno si sognerebbe di cambiare perché esprimono la bellezza della celebrazione cristiana, che passa dalla rievocazione dell’ultima Cena al canto mesto del Venerdì (l’unico giorno dell’anno in cui è vietato celebrare la Messa), ai canti esultanti del Sabato notte, passando attraverso le solenni Viae Crucis o rievocazioni del “Cristo morto”, come è d’uso in certi paesi. Il culmine è la domenica della Resurrezione, vera domenica, anzi l’unica vera domenica, perché la domenica (“dies dominica”, cioè giorno del Signore) è la pasqua di ogni settimana. 15 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 16 Spesso in Quaresima nella Messa domenicale si sostituisce l’atto penitenziale con il rito dell’aspersione del popolo con l’acqua benedetta. È un rito di purificazione, di ricordo del Battesimo, che ha cancellato il peccato originale e ha permesso all’uomo di rimettersi in pista con Dio e di dare senso alla sua vita, non solo, ma anche di accedere, per grazia, alla salvezza. Quel rito ci rimanda al sacramento della Confessione. Questo sacramento – detto anche, e meglio, della Riconciliazione – è il pronto soccorso di ogni cristiano. Forse è poco praticato da molti, perché tutti chiedono il reparto di specializzazione nella migliore clinica di Roma, col miglior primario, e dimenticano che spesso la vita a molti viene salvata dal pronto soccorso. La pratica di questo sacramento richiede semplicemente fede e fiducia. Fede per avere la certezza che solo il gesto dell’assoluzione mi rimette sicuramente i peccati e mi restituisce la piena comunione con Dio. Questa non è sentimentale, cioè solo legata al nostro sentire interiore, ma è anche oggettiva, cioè legata a gesti che sono uguali per tutti ma che esprimono la verità di ciò che Dio vuole. Fiducia perché ogni volta che pratico il sacramento sono certo di percorrere una via benedetta da Dio, voluta da Lui, tanto più efficace per me quanto più la pratico con umiltà, cioè – quando spesso serve – col sacerdote più sconosciuto, nascosto, non appariscente, non “bravo”, almeno secondo i miei criteri. Si parla del significato della Comunione “Fare la Comunione” o “prendere la Comunione” sono ormai espressioni che stanno nel lessico religioso. Quando si scrive Comunione con la “C” maiuscola, si intende ovviamente l’atto del ricevere l’Ostia consacrata durante la Messa. Il vocabolo “comunione” è comunque bello anche nel linguaggio comune. Indica più di un contatto. Indica una relazione profonda, fatta di intimità fisica o intellettuale o indica ancora due anime che sono all’unisono, che si parlano anche senza parole, con lo sguardo o – come anche si dice – guardando entrambe nella stessa direzione. La Comunione con l’Ostia consacrata indica tutto questo rapporto che si accende e si alimenta tra chi crede e Cristo. Abbiamo già scritto in precedenza che Cristo si presenta nelle “specie” eucaristiche, che non sono più pane e vino nella loro sostanza, pur mantenendo l’odore, il sapore, il peso, il colore precedenti alla consacrazione fatta sull’altare. Noi, facendo la Comunione, entriamo in intimità con Cristo risorto e si tratta di un’intimità anzitutto fisica. Questo avvalora il significato del corpo e l’importanza che gli dà il cristianesimo (a differenza di quanto si pensa, quando si dice che il buddhismo, per es., dà più importanza al corpo... è vero, il buddhismo 16 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 17 si basa anche – non solo – su una disciplina del corpo umano, che aiuta la concentrazione e orienta all’assenza di passioni, ma si tratta di un corpo umano e non dell’Incarnazione di Dio!). Insomma, tra il corpo di Cristo e il mio avviene una vera comunione. Si accende un fuoco, inizia un amore. In realtà l’amore continua o comunque si ravviva, quando questo è necessario. Ciò comporta una serie di regole che la Chiesa ha posto a difesa e a celebrazione di questo grande incontro: • si deve essere digiuni da almeno un’ora (l’ora deve essere iniziata prima del momento della Comunione ma è bene che inizi almeno prima dell’inizio della Messa), per digiuno si intende anche non fumare, non bere se non per prendere medicine, ma certo vuol dire anche astenersi da parolacce, parole inutili, discorsi vani, insomma arrivare alla Messa con lo sforzo sincero di essersi purificati. • se si prende la Comunione nelle mani è opportuno non avere mani sporche o piene di creme o cose simili... sembra banale, ma la semplicità con cui vedevo i contadini quando – da piccolo – vivevo molte estati al Nord mi sembra l’indicazione migliore: andavano a casa, si lavavano le mani e venivano a Messa con un bel vestito: significa non essere ricercati, ma essere belli e semplici per il Signore. Altra questione è la preparazione remota o immediata alla Comunione. Nell’immediato, quando si esce dal banco per andare a riceverla, è opportuno iniziare a pregare. Si possono ripetere dentro le parole di Tommaso quando vide Gesù risorto: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 21,28). Si possono ripetere preghiere come il Padre Nostro e l’Ave Maria. Si può cantare il canto che viene proposto. Si dovrebbe evitare di profittarne per guardare in giro, per salutare a destra e a manca le persone che stanno qualche banco più in là, per distrarsi. Altrettanto occorre fare quando si torna al proprio banco o al proprio posto in piedi. Ci sono bellissime preghiere “dopo la Comunione” che scriverò presto su queste pillole liturgiche. Quanto alla preparazione remota, la Chiesa chiede che si sia ricevuto il perdono di Dio nella confessione sacramentale. Oggi non solo si è perso il senso del peccato ma si è persa la differenza tra peccato mortale e peccato veniale. La teologia l’ha più volte rielaborata – e con ragione – soltanto per adattare una verità immortale (l’uomo è peccatore) alla cultura attuale, che fa fatica a distinguere il grave dal lieve. Nel tentativo pastorale (cioè pratico) di restituire un criterio giusto per la Confessione, penso sia bene confessarsi almeno due volte al mese o un po’ meno, se non se ne ha realmente la possibilità. Quando ci si è confessati o ci si confessa stabilmente, avendo compreso il senso del perdono di Dio e del ricominciare in modo nuovo, allora ci si può accostare alla Comunione anche se non ci si è confessati il giorno stesso. E’ bene essere lontani dai 17 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 18 rigorismi di chi si confessa una volta all’anno e altrettanta volta fa la Comunione e i lassismi di chi non si confessa quasi mai perché dice di non averne bisogno. Della Confessione, comunque, occorrerà riparlare. Per stavolta è sufficiente avere ribadito che: • la Comunione richiede la fede. Chi non crede che si sta accostando al corpo di Cristo “mangia e beve la propria condanna”. È un’espressione durissima di Paolo in I Cor 11,29. • la Comunione richiede l’aver purificato in qualche modo (in realtà, in modi molto chiari) la propria coscienza nutrendo il desiderio di essere migliori. • la Comunione non è un portafortuna. Non si prende quando si ha un esame, quando si deve affrontare l’ospedale ecc. La Comunione è senz’altro una grande fortificazione in vista di una prova, ma essa dà frutti di difesa solo se c’è la fede e se è stata coltivata. Si continua a parlare della Comunione Ci è abbastanza chiaro cosa significhi “fare la Comunione” e anche quali siano le condizioni per riceverla. Ma quanto a ciò che chiamiamo “condizioni” bisogna insistere su un punto essenziale: il Corpo di Cristo nel sacramento è un dono, una pura grazia gratuitamente data. Nasce da un Passione gratuitamente accettata. Così deve essere ricevuto: una grazia che induce a dire “grazie”. Non è dunque un merito. Non esistono persone che meritino i doni di Dio. Per il semplice fatto che Dio è tanto grande, tanto “altro” dall’uomo da non potersi pensare che ciò che da Lui proviene vada a finire in un contenitore umano capace e meritevole di contenerlo. Questo è il grande insegnamento della frase che la Chiesa ha posto nella liturgia prima di ricevere la Comunione: “Domine, non sum dignus...”. Signore, non sono degno! Ma dì soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita! Sono le celebri parole che disse un pagano a Gesù, un centurione romano che non voleva – pur avendogli chiesto la guarigione del servo – farlo entrare in casa sua, perché non si riteneva degno. Gesù lo ammirò così tanto da definirlo un esempio di fede mai vista. La Chiesa ha posto nella liturgia la frase di un pagano, che si sentiva piccolo e così mostrò di credere non tanto in se stesso quanto in ciò che Dio poteva fare anche da lontano. E questa è la fede di chi si accosta all’Eucarestia: non me lo merito, ma sono cosciente del dono. Chiarito dunque che la vera condizione per fare la Comunione, prima della purezza morale, è la fede, ovvero la fede forte di chi si fida del gesto 18 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 19 guaritore del Cristo, occorre aggiungere un secondo senso alla Comunione sacramentale. Attraverso di essa noi entriamo in comunione con Dio, comunione fisica e reale, ma anche in comunione con tutta la Chiesa. La Chiesa è comunione. La Chiesa non è il Vaticano, ma è la comunione di tutti i fedeli. Lo stesso cibo viene imbandito su altari diversi, in tutto il mondo, e nutre tutti i fedeli dimostrando, con un filo sottilissimo, che sono fratelli e sorelle, anche se non si conoscono o hanno tra loro profonde differenze. Essere in comunione con Cristo significa essere in comunione con tutti quelli per i quali Cristo ha sofferto e “inventato” questo sacramento. Anzitutto con coloro che hanno la stessa fede, i cattolici di tutto il mondo. Tutti abbiamo provato una volta almeno a partecipare alla Messa in un altro paese e a vedere che – anche con lingue e culture differenti – c’è in comune il pasto dell’Eucarestia. Poi con i cristiani che non sono cattolici. Non tutti celebrano l’Eucarestia come noi, non tutti hanno la stessa fede nell’Eucarestia. Ma tutti i cristiani credono alla “presenza reale” di Cristo in questo sacramento. Se un ortodosso ucraino prega e soffre, facendo la Comunione prego e soffro con lui. Se un anglicano o un luterano sono in ospedale, e il loro pastore li assiste con la preghiera o portando loro il pane benedetto o consacrato, io sono accanto a ciascuno di loro. In realtà facendo la Comunione ciascuno di noi è in comunione con tutti coloro che credono, anche ebrei e musulmani, in un Dio unico, lo venerano come grande e misericordioso e capace di donare segni all’uomo che si affida a Lui e di guidare la sua vita. Non dimentichiamo che Edith Stein, la donna di religione ebraica, che si convertì al cattolicesimo e morì – suora carmelitana – ad Auschwitz, raccontò che il primo segno di conversione fu quando, entrando in una chiesa, vide una signora anziana raccogliersi profondamente davanti al tabernacolo. Quel segno di VITA misteriosa e reale, che era ed è nel tabernacolo, affascinò un’ebrea già poco credente, e per giunta poco abituata a segni sacramentali come quelli cristiani. E ancor più possiamo affermare che siamo in comunione con tutti gli uomini e le donne del mondo. Cristo infatti è morto per tutti e vuole che tutti – per la sua redenzione – arrivino alla conoscenza della verità. La comunione sacramentale con Cristo rende il “comunicato” cittadino del mondo e solidale con tutto il genere umano. Da qui una serie di conseguenze facilmente leggibili. Si può fare la Comunione e odiare qualcuno? Ci si può comunicare e, tornando al posto, notando la presenza di qualcuno poco digeribile in chiesa, subito iniziare a pensarne male? Ci si può dividere subito dopo avere ricevuto il più grande segno di unità? Si può dire al Signore “non sono degno...” e poi sentirsi un padreterno, capace di giudicare e liquidare chi non è come me o non è d’accordo con me o non appartiene alla mia cultura? 19 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 20 Si parla dell’ Ite Missa est La Messa è finita: andate in pace! A giudicare dalla rapidità con cui alcuni (assolutamente una minoranza) prendono sul serio quel “finita”, sembra quasi che ci siano venuti solo per essere mandati a casa “in pace”! Quando poi l’ ”ite missa est” è cantato in latino, bisogna – sempre per alcuni – mettere le catene ai cancelli, come si faceva e si fa – nei tempi del riflusso della politica – in certe scuole per far rimanere gli studenti alle assemblee chieste dal comitato studentesco. Eppure quell’andare in pace tutto significa meno che: andatevene per i fatti vostri. Tutto è meno che un congedo – premio per le reclute. E’ proprio tutto il contrario. Già fu spiegato in queste pillole che quel “Missa” (da cui “Messa”) è il neutro plurale del supino del verbo latino “mittere”, ovvero mandare. La Messa si conclude dunque con un invìo. Avete ricevuto dei doni – sembra dire il linguaggio liturgico – ora potete andare e quei doni sono stati mandati, inviati a chi non c’è proprio attraverso di voi. Quel congedo è dunque proprio l’indicazione di una missione. Analizziamolo brevemente: • La Messa è finita. Anche quando questa formula la si sostituisce (legittimamente) con altra formula tipo “nel nome del Signore”, oppure “glorificate il Signore con la vostra vita”, non si può negare che l’annuncio sia chiaro: la Messa è proprio finita. Dunque la vita non è, non può essere tutta una Messa. La Messa è un tempo essenziale di preghiera. Direi che è un tempo essenziale di presenza. O meglio, ancora: una rinnovazione dell’alleanza. È uno spazio di stabilità, nel quale ci si ferma, si guarda il Signore, ci si lascia guardare da Lui, ci si guarda tutti noi e poi si parte. Paradossalmente quel “finita” dice l’assoluta importanza della Messa. Per alcuni infatti non è finita perché mai è iniziata. E dunque ritorna la domanda: come fai a portare qualcosa a qualcuno se prima non l’hai ricevuto? Da dove pensi di trarre la bontà, l’intelligenza, la convinzione, il coraggio, se prima non hai profittato di una situazione in cui queste cose si possono prendere? Ora, per quanto si possa “rifiutare” la struttura della Messa, o possa non piacere chi la celebra o i canti che vi si fanno, è indubbio che la Messa annuncia qualcosa, anzi Qualcuno. E la Chiesa è consapevole che l’annuncio formalmente a un certo punto finisce. Sta a chi l’ha ascoltato di mantenerlo sempre nelle proprie orecchie. Sempre nella propria vita. La Messa finisce, oltretutto, perché essa possiede la dinamica del “lievito della terra”. Ovvero è qualcosa che è molto piccolo. Il lievito non si sente eppure senza 20 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 21 lievito il pane non cresce e non è buono. Non si può cucinare un pranzo a base di lievito. Il lievito serve al pranzo, non il pranzo al lievito. Così la Messa serve alla vita e non il contrario. Ecco perché occorre parteciparvi sempre e con attenzione e con la coscienza che non devo perdermi assolutamente niente. La Messa infatti finisce e io rimango solo. O meglio, esco (anche perché la chiesa chiude) e – una volta uscito – devo fare i conti con me stesso. • Andate in pace. Pensate se il prete dicesse “andate in ansia”, o “andate dall’analista”. È ovvio che la Messa deve dare la pace. E se qualcuno ha bisogno dell’analista e del suo onesto lavoro è probabile che gli dica che la Messa è un momento di pace. Ma quella pace non è individuale, è la pace di tutti. È la pace per tutti. Dunque l’invito alla pace non è un invito ad un’ulteriore gestione soggettivistica della propria esistenza. È l’invito a portare pace. Quando la gente viene da me dopo la Messa, anche solo per un abbraccio, uno scambio, una risata, io ho capito che la Messa ha portato la pace. Quando invece vedo gente che, uscita da Messa, nemmeno mi saluta – e non credo proprio di essere uno sconosciuto – o nemmeno si salutano le persone tra loro, allora la Messa non ha portato se non un pace effimera. Della serie: la vita è mia e me la gestisco io, non mi disturbate troppo. Sembra incredibile, ma è grossomodo lo stesso slogan che usavano gli abortisti e le abortiste: l’utero è mio e me lo gestisco io. Qui non si tratta di riservatezza o di timidezza – che non sono certo un peccato – ma di incapacità cronica (e volutamente consapevole ) di creare anche minime relazioni dopo avere ascoltato il Signore. Ma sarebbe il caso di chiedersi: l’ho per davvero ascoltato? Si parla dell’attesa della Pentecoste Secondo la tradizione dei Vangeli, Gesù è risuscitato nella notte del primo giorno dopo il sabato . Quel giorno i cristiani l’hanno presto chiamato “domenica”, ovvero giorno del Signore. I primi cristiani, provenienti dal giudaismo, dunque ebrei e cristiani al tempo stesso, frequentavano il Tempio di Gerusalemme e, al tempo stesso, spezzavano il pane a casa. Questo ce lo rivelano gli Atti degli Apostoli 2,46. Significa che i primi cristiani avevano mantenuto la religiosità ebraica ma avevano iniziato insieme a celebrare la liturgia cristiana, ovvero la fractio panis, facendolo nelle case, perché non c’erano le chiese. Questo lo facevano di domenica, ovvero il primo giono della settimana ebraica, che presto divenne, nella coscienza collettiva dei credenti, la domenica. Quando nella cittadina africana di Abitene (nell’odierna Tunisia) sotto la persecuzione di Diocleziano, nel IV secolo 21 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 22 d.C., alcuni cristiani furono arrestati perché celebravano la liturgia nelle case, si difesero rispondendo “Sine dominico non possumus”. Il dominicum è l’unica loro ragion d’essere. E per averlo celebrato, vengono torturati e messi a morte. Sempre secondo i Vangeli e gli Atti degli Apostoli (cui uniamo la preziosa testimonianza di Paolo in I Cor 15,3s) Gesù, dopo la Resurrezione, apparve per quaranta giorni parlando del regno di Dio (Atti 1,3). Evidentemente in 40 giorni Gesù ebbe modo d incontrare diverse persone, quelle che voleva, quelle alle quali doveva rivolgere parole e incoraggiamento. È indicativo che furono solo quaranta (un simbolismo numerico che torna spesso nella Bibbia). Poi Gesù scomparve e ascese al cielo. Il suo desiderio non era quello di rimanere per troppo tempo a disposizione sulla terra. Gesù era il Cristo, il Cristo Risorto, che non aveva ormai più niente a che fare non solo con la morte, ma nemmeno con questa vita. La sua Incarnazione, decisa dentro la Trinità, era completa. Aveva realizzato il fine per cui era avvenuta e si era saldata alla Passione e alla Pasqua. Ora si trattava di non lasciare soli gli Apostoli, anzi tutti i discepoli. Nelle ultime parole a loro rivolte dise: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su du voi e mi sarete tesitmoni” (Atti 1,8). Era l’ora dello Spirito Santo! La Pasqua dunque naturalmente attende la Pentecoste. Solo a Pentecoste si conclude il tempo liturgico della Pasqua. La vita di un credente in Cristo è segnata da tempi. La vita di ogni uomo, d’altronde, è segnata da tempi, ma sono tempi e cicli naturali. E non coincidono necessariamente con sentimenti, azioni, pensieri, decisioni. Non è vero che a primavera ci si innamora, nè è vero che in autunno si è tristi. Oramai nemmeno è più vero che in inverno fa freddo o che in estate ci si riposa. Invece è verissimo che in Quaresima si vive in pieno la tribolazione del Cristo e ancor più vero è che a Pasqua si vive la forza della sua Resurrezione. Basta lasciarsi guidare dai tempi. Perché la Pentecoste? Perché lo Spirito è la terza persona della Trinità. Adesso è il suo turno, il suo grande momento. Il momento più lungo forse no (no, se si considera i tempi dalla creazione in qua) ma certamente il momento più difficile. Si tratta – da parte dello Spirito - di ricordare la verità ai credenti, di ricordar loro tutto ciò che hanno udito e che già è stato detto (Gv 16,15). Lo Spirito è chiamato da Gesù anche il “ Consolatore”, colui che incoraggia, consola, restituisce convinzione e forza. È detto il “Paraclito” (da parakalòs, che significa avvocato). È colui che ci difende, che prende le nostre parti, che ci dà l’arringa difensiva sulle labbra ,che ci permette di non essere mai impreparati. 22 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 23 La Pentecoste sta arrivando, si tratta di attendere cinquanta giorni dopo la Pasqua. Furono proprio 50 i giorni che ci vollero affinché lo Spirito scendesse sugli apostoli, la costanza dei quali permise alla Trinità di realizzare l’ultimo tassello del progetto. Si parla ancora dell’attesa della Pentecoste Lo Spirito Santo è il grande protagonista della Pentecoste. Stiamo parlando della Pentecoste cristiana. Sappiamo che questa festa è nata ebrea, come Gesù era ebreo. Presso gli ebrei è la festa di Shavuoth, ovvero la festa delle sette settimane. Furono gli ebrei di lingua greca a chiamarla “Pentecoste”, ovvero cinquanta giorni dopo la Pesah, cioè la festa di Pasqua o del passaggio. Erano sette, infatti, nell’antico Israele, le settimane della raccolta del grano, cominciando dalla mietitura dell’orzo e concludendo con la mietitura del frumento. Col frumento in mano gli ebrei salivano al tempio di Gerusalemme (Shavuoth è una festa di pellegrinaggio) e offrivano i primi frutti del raccolto. Ovvero “sacrificavano”, cioè a dire “rendevano sacri” i frutti regalandoli a Dio nell’atrio del Tempio. Quel giorno era giorno di grande festa. Si radunavano molti ebrei della diaspora, ovvero gli ebrei che erano andati a vivere lontani dalla terra promessa. Parlavano le lingue e i dialetti locali, mentre a Gerusalemme si parlava l’aramaico. Fu allora che – secondo il racconto di At 2,1-4 – avvenne il prodigio della discesa dello Spirito Santo. La Santa Trinità – che non aveva certo dimenticato la predilezione per il poplo di Mosè – scelse quel giorno per inviare lo Spirito Santo. Ora – come già dicemmo – lo Spirito diventava il protagonista. Il Figlio era già disceso sulla terra e lo aveva fatto assumendo la forma dell’uomo. Lo Spirito discendeva, inviato dal Padre e dal Figlio ormai tornato al Padre, ma senza una nuova incarnazione. Quando parliamo di “tempo dello Spirito” non parliamo di una seconda incarnazione. Una seconda incarnazione non ci sarà. C’è invece lo Spirito, lo pnèuma di Dio, il suo soffio. Dopo le Sue parole dette in lingua umana, dopo la condivisione della sorte umana, dopo il sangue del Cristo ovvero il sangue stesso di Dio che purifica le colpe dell’uomo, ora c’è il soffo do di Dio. È dunque tempo in cui continuano le grazie ed è tempo di attesa. Attesa di cosa? Della defintitiva “ricapitolazione” di tutte le cose in Dio. La liturgia cristiana usa per lo Spirito Santo parole bellissime. Nell’inno “Veni creator Spiritus” lo Spirito è chiamato “fons vivus, ignis, charitas et spiritalis unctio”. Quest’ultimo appellativo è essenziale. Lo Spirito procura un’unzione. Dove e quando siamo unti, c’è lo Spirito. Ciò avviene in molti sacramenti, come il Battesimo, la Cresima, L’Ordine 23 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 24 sacro, l’Unzione degli infermi. La Chiesa ha mantenuto questo segno – tipicamente ebraico – dell’unzione (anche se in differenti modi, secondo i sacramenti) per rammentare che la presenza di Dio è attraverso il suo Spirito e che questi sacramenti assicurano, alcuni una unzione perenne e irripetibile (i primi tre), altri (il quarto) una unzione ripetibile e dunque una presenza ancora invocabile attraverso una nuova unzione. Lo stesso bellissimo inno chiama lo Spirito “digitus paternae dexterae”. Quel dito michelangiolesco che ha creato il mondo, incontrandosi col dito dell’uomo, ricrea l’uomo continuamente. Il dito di Dio indica la strada e tocca, avvicina, conforta, incoraggia. Tutto questo è opera dello Spirito. Dice ancora: “Sermone ditans guttura”. Ovvero, Tu che riempi la bocca di sermoni! È proprio bello! È la promessa di Gesù: “Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento... non sarete infatti voi a parlare ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,20). Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza di parola e di convinzione degli altri. Ancora: “Hostem repellas longius... ductore sic te praevio, vitemus omne noxium”. Il nemico di Dio e dell’uomo è lontano quando nel corpo della fede vive lo Spirito. E con Lui, conduttore invincibile, eviteremo ogni male. Cioè, non perderemo la nostra anima. E infine: “Per te sciamus Patrem, noscamus atque Filium”. È lo Spirito che ci permette di riconoscere il Padre e il Figlio. Lo Spirito dunque agisce sulla conoscenza, illumina la testa, ci fa recuperare saggezza e comprensione. L’ignoranza di Dio e delle cose di Dio dipende dal non avere lo Spirito suo, ovvero dal non averlo chiesto e ottenuto. Si parla dell’Ascensione Una delle cose che meno frequentemente si insegnano è proprio questa verità del Credo: “Et ascendit in coelum, sedet ad dexteram Patris”. L’ascensione di Gesù al cielo non si capisce senza la Resurrezione, ma al tempo stesso la Resurrezione non avrebbe senso senza l’Ascensione. Infatti, risorgendo, Gesù non è andato in cielo ma è rimasto sulla terra. In che senso? La sua unione o ri-unione al Padre e allo Spirito dopo la Resurrezione rimane nel mistero. Non possiamo fare una radiocronaca di cosa sia avvenuto in quegli attimi, fuori dal tempo e dallo spazio. Ma, come abbiamo già detto nelle precedenti puntate, Gesù si è mostrato per quaranta giorni a molti – che Lui aveva scelto – e solo dopo si è definitivamente ricongiunto a Dio Padre. Ecco perché i cristiani celebrano l’Ascensione prima della Pentecoste. Un motivo è chiarissimo: prima di inviare lo Spirito Santo a Pentecoste 24 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 25 Gesù il Cristo doveva essere di nuovo, e per sempre, accanto al Padre. Un altro motivo è altrettanto chiaro e semplicissimo. Gesù doveva e voleva “fare spazio” allo Spirito, dunque doveva “togliersi di mezzo”. È rimasto a colloquiare con i suoi discepoli e con Paolo, che aveva deciso di associare al gruppo apostolico operando una delle più grandi conversioni nella storia. È rimasto finché ha voluto. Ha parlato, non ha operato altri miracoli, ha spezzato però il pane con i discepoli di Emmaus, ha dato la missione a Pietro – ribadendo quella già data a Cesarea di Filippo –, ha incoraggiato molti, ma le sue parole più belle le ascolteremo proprio il giorno dell’Ascensione. Luca – che ha scritto sia un Vangelo sia gli Atti degli Apostoli – ha due versioni dell’evento. Nel Vangelo scrive che Gesù si trovava a Betània (la città di Lazzaro, Marta e Maria) e sparì agli occhi dei discepoli alazando le mani e benedicendoli. Prima aveva aperto il loro cuore all’intelligenza delle Scritture (ovvero di quello che oggi chiamiamo l’Antico Testamento), per far loro capire che tutto quello che l’AT diceva di lui era profeticamente vero. In seguito dice loro di restare in città (a Gerusalemme) attendendo lo Spirito Santo. Ma subito, e senza attendere lo Spirito, profetizza loro che il loro compito sarà di essere testimoni. Luca ci racconta (Lc 24,44-53) che i discepoli erano felicissimi e lo adorarono nel vederlo ascendere. Non c’è notizia di alcun rimpianto o di tristezza o di lacrime nel vederlo andare via. Gli Atti dello stesso Luca collocano la scena a Gerusalemme, alla sommità del monte Sion, ove anche oggi è custodito un tempietto (in mano ai musulmani, ma visitabile) che ricorda il luogo dell’Ascensione. Parole molto simili da parte di Gesù, più brevi, con la promessa dello Spirito Santo. Ma l’atteggiamento dei discepoli sembra un po’ cambiato, sono perplessi e continuano a fissare il cielo. Forse qui Luca ha riportato una seconda tradizione orale sull’evento, che ha voluto unire alla prima per onestà di testimonianza. Alla perplessità degli amici di Gesù reagiscono due uomini in bianche vesti (simili a quelli che le donne videro al sepolcro, il mattino dopo il sabato) che ci aggiungono una cosa essenziale. Perché state a guardare il cielo? Gesù tornerà nello stesso modo! Questa notazione è deteminante per due motivi. Primo perché ci attesta che un atteggiamento sbagliato è quello di “guardare il cielo”, come se – invece che contemplare di Dio, cosa santa, ma non è ciò di cui qui si parla – i discepoli dovessero solo restare in un una memoria un po’ amara di cose ormai avvenute. Secondo, perché ci dice come Gesù tornerà. Tornerà dal cielo, lo vedremo apparire e sicuramente lo attenderemo in quel momento terribile e di liberazione, che ci sarà annunciato da segni finali e inequivocabili, e tutti insieme. Sul “tutti” peraltro non mi allargo. Chi lo attenderà? Chi pregherà consapevole che Gesù ci vuole pronti al suo 25 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 26 ritorno? Solo chi già lo prega e già lo attende. Ecco perché la Chiesa evangelizza. Proprio perché desidera preparare le persone al ritorno di Cristo. La Chiesa evangelizza se stessa, in realtà, perché in quel giorno forse le sue gerarchie saranno meno importanti e tutti i credenti in Cristo saranno coinvolti nell’attesa del giudizio. Tutti sullo stesso piano, secondo la loro fede e i loro meriti. È in vista di quel tempo che forse lo stesso Luca, unico fra gli evangelisti, ha introdotto nel Vangelo un detto terribile di Gesù: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Non posso concludere questa nota senza citare ciò che mi ha detto di recente, e con grande fede, una donna che, provata dalle sue malattie e da quelle dei suoi figli, ha esclamato: “il Signore non è lassù nel cielo ma qui sulla terra, accanto a me”. Si parla del mese di Maggio Il mese di maggio è senza dubbio uno dei più cari al popolo dei credenti. Non solo al popolo cattolico ma anche a quello ortodosso orientale. La fede e la devozione nella Madonna è universale, è – per l’appunto – cattolica. I protestanti in genere considerano Maria come la madre di Gesù, accettano i dati del Concilio di Efeso (431 d C) che definì Maria la “Theotokos”, ovvero la Madre di Dio, ma non hanno alcuna venerazione né per Maria né per i santi, che non reputano intercessori presso Dio. A questa credenza dei protestanti fanno eccezione gli anglicani (anche se non tutti, il mondo protestante infatti è diviso) e ne fa fede una bellissima vicenda che lega anglicani e cattolici nella devozione alla Vergine Maria, attraverso una veneratissima immagine che si trova a Nettuno e che originariamente era ad Ipswich Town, in una chiesa anglicana. L’origine storica della devozione del mese di maggio è abbastanza recente, risale infatti al settecento. La devozione deriva dal fatto che maggio è in genere il mese di risveglio della natura attraverso i fiori, soprattutto le rose. E Maria è per davvero il fiore più bello del giardino di Dio. La liturgia della Parola, peraltro, non è particolarmente ricca di riferimenti a Maria, in questo mese. Siamo infatti nel tempo di Pasqua e gli annunci pasquali, come pure la vita della nascente Chiesa, sono al centro della vita liturgica. Questo può dipendere anche dal fatto che Maria è sempre stata molto silenziosa e riservata durante la vita di Gesù, stando almeno ai dati dei Vangeli, che non avrebbero certo mancato di mettere in luce i suoi interventi, se ce ne fossero stati di più. Eppure le recenti riforme della liturgia permettono oggi di celebrare il culto di Maria nella Messa attraverso un lezionario ed un messale specifici, chiamati appunto mariani. 26 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 27 In essi troviamo decine di titoli attribuiti a Maria, come Maria madre della Chiesa, Maria nella Resurrezione del Signore ecc. D’altronde la consuetudine di chiamare Maria con diversi titoli è più antica. Dalla prima metà del secolo XVI si cantavano nella santa casa di Loreto le litanie, dette poi “lauretane”, che desiderano cantare e celebrare l’azione di Dio in Maria, per far comprendere al credente non solo la grandezza della madre ma anche l’azione stessa di Dio in ciascuno di noi. Papa Sisto V le approvò nel 1587 e vengono recitate dopo il Rosario, ripetendo ogni volta “prega per noi”. Sono una vera “oratio fidelium” semplicissima, accessibile a tutti, una preghiera che non ha bisogno di particolari stati d’animo o di luoghi specifici, ma che certo richiede un minimo di concentrazione poiché è sempre – come ogni preghiera mariana – indirizzata alla Trinità. Il papa Leone XIII chiese in particolare di recitarle nel mese di ottobre, mese dedicato alla devozione del Rosario. La devozione del Rosario fu resa popolare da san Domenico che ebbe un’apparizione della Vergine nel 1214 e fu incrementata dal papa san Pio V nell’anno della battaglia di Lepanto, il 1571, che permise attraverso una vittoria avvenuta il 7 ottobre all’Europa di non essere conquistata dai turchi ottomani e di rimanere cristiana. Come vivere il mese di maggio è molto semplice. Il Rosario ne è l’arma più sicura. Se non si conoscono i misteri (che sono attualmente venti) si può acquistare un libretto da tenere sempre con sé. Ogni Rosario o ogni mistero può essere dedicato ad un’intenzione particolare. Il Rosario è per davvero una preghiera di intercessione, che ricorda quella di Abramo verso Dio per salvare le città peccatrici di Sodoma e Gomorra. Quella stupenda preghiera (Gen 18,22-33) è l’icona di ogni uomo che insiste presso Dio per ottenere la misericordia,che va sempre chiesta per sé e per tutti. Il Rosario si può recitare anche posponendo alla prima parte dell’Ave Maria una frase biblica, da ripetere sempre, presa da un Salmo o dal Vangelo del giorno. Questa piccola frase diventa una litania che esprime noi stessi, il nostro momento, il nostro animo. Come un “mantra” buddista, ovvero un piccola e segreta frase che ognuno di noi conosce, nel senso che ne conosce la potenza su Dio e la capacità evocativa su se stessi, in termini di amore, di serenità, di forza. Il Rosario può diventare anche un gran momento di gratitudine. Quando diciamo la frase “Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno”, noi pronunciamo una “euloghìa”, una benedizione. Possiamo ogni volta pensare a un motivo per benedire il Signore. Ti benedico per la vita, per la salute, per la fede, per i figli, per i doni che mi hai dato. Così il mese di maggio diventa per davvero il mese in cui si colgono i fiori più belli della nostra fede, che non può esistere senza riconoscenza a Dio. 27 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 28 Si parla del Corpus Domini (e si finisce qui) È l’ultima celebrazione liturgica di cui parliamo. È quasi sempre una celebrazione estiva o primaverile, perché viene dopo la Pentecoste, e proprio per questo è occasione di processioni all’aperto, di infiorate nei paesi, di celebrazioni solenni. La più solenne a Roma è quella che porta da piazza san Giovanni a piazza santa Maria Maggiore, presieduta dal Papa, e restaurata a Roma per ferma volontà di Giovanni Paolo II, come mi disse personalmente l’allora cardinale vicario Ugo Poletti. La festa fu istituita da Urbano IV nel 1264. Solo un anno prima un sacerdote boemo, Pietro da Praga, celebrò la Messa sull’altare di santa Cristina a Bolsena e vide – afflitto com’era da dubbi sull’Eucarestia – sgorgare sangue dall’ostia appena consacrata. Tanti fedeli videro la scena e il corporale, bagnato del sangue sgorgato, ancora si conserva a Orvieto ed è portato in processione nel giorno della festa. Io stesso, da seminarista, ebbi l’onore di fare un breve tratto di strada portandolo sulle spalle. Tanti altri miracoli eucaristici hanno segnato la storia della Chiesa cattolica. Ciò che colpisce è l’intervento miracoloso di Dio per garantire la presenza di suo Figlio nel sacramento e ciò che colpisce ancora di più è la mancanza di fede dei preti, o meglio di alcuni preti. “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?”, ci fa dire il Salmo 115 proprio la sera del Giovedi Santo. In realtà già prima, qualche decina di anni prima, una mistica, la beata Giuliana di Retìne, priora di un monastero presso Liegi, vedendo il disco lunare risplendente, ma deformato da un parte da una zona d’ombra, ebbe la grazia di capire che la Chiesa mancava ancora di una solennità importante. Fu dunque il vescovo di Liegi, su richiesta del padre spirituale della mistica, a istituire già nel 1246 una festa diocesana in onore dell’Eucarestia. E, guarda caso, il papa Urbano IV era di Liegi e conosceva la beata Giuliana. Dio sa sempre come muoversi e come muovere la Chiesa. Il Corpus Domini non può essere, nella fede cristiana, un qualunque “accidens”. E’ qualcosa di essenziale. Il Concilio di Trento, che dopo anni reagì alla quantità di eresie sul sacramento dell’Eucarestia, ribadì la fede cattolica che mai la Chiesa ha messo in dubbio. Come potrebbe d’altronde, se la Chiesa vive di Eucarestia? Ve l’immaginate una Messa senza il corpo del Signore? Un popolo di fedeli denutrito e anoressico spiritualmente? Se nel Giovedi santo si mette in luce l’istituzione del sacramento nell’ultima cena, nella festa del Corpus Domini si proclama di più il legame tra Eucarestia e Chiesa. La Chiesa è il corpo di Cristo – dice san Paolo – un corpo di cui Cristo è il capo. Soffre nelle sue membra la croce stessa di Cristo e la completa. E nel corpo sacramentale del Signore trova il suo viatico. E’ bella questa parola: viatico. La si usa per le persone malate, per 28 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 29 indicare che la Comunione che si porta loro è una via di salvezza, di perdono. Ma in realtà l’Eucarestia è un viatico per tutti. A patto di non ritenersi troppo sani, cosa che Gesù stesso chiede di evitare, per non diventare autoreferenziali persino davanti a Dio. La bellissima definizione di Trento ci ricorda che in quel sacramento, subito dopo la consacrazione, Cristo è presente in corpo, sangue, anima e divinità. Vuol dire che di Lui ci resta – anzi ci è dato – tutto il corpo fisico, tutta l’anima e tutto questo nella sua sostanza divina. Vuol dire che non è un corpo umano, ovviamente, ma un corpo divino. Un corpo risorto. Vuol dire che vi esiste una sostanza che va al di là delle “species”, cioè del peso, del colore, del sapore, dell’odore, ovvero dell’immagine che ci appare. Vuol dire in definitiva che gli occhi vedono, certo, ma vedono illuminati dalla fede. Vuol dire ancora che occhi non illuminati dalla fede non vedrebbero niente, non solo l’Eucarestia, ma nemmeno Dio stesso all’opera nel mondo. Ogni prete ritrova se stesso nel Corpus Domini. Il Giovedi Santo, con il Vescovo, ogni prete rinnova le promesse della sua ordinazione sacerdotale e risponde “si” a questa domanda: vuoi essere dispensatore dei misteri di Dio per mezzo della santa Eucarestia? E quando, ordinandolo prete, il Vescovo gli pone in mano il calice e la patena per la prima Messa, gli dice: vivi il mistero che è posto nelle tue mani e sii imitatore del Cristo immolato per noi. L’Eucarestia è il frutto dell’immolazione del Signore. Il prete si immola come il suo Signore. Non lo fa con gesti plateali, lo fa nel servizio quotidiano, e lo fa celebrando quell’immolazione sull’altare. Grazie a tutti per l’attenzione e il gradimento di queste pillole liturgiche. Come promesso ad alcuni, le riuniremo in un piccolo fascicolo perché servano alla fede a alla preghiera di tanti. Grazie. (2010) 29 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 30 30 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 31 NOTE 1) “MESSA” è il termine con cui nei riti latini viene chiamata la Celebrazione liturgica dell’Eucaristia. L’origine del nome deriva dall’acclamazione finale del rito: “Ite missa est”, che letteralmente significa “Andate, (l’Eucarestia) è stata mandata”, con la quale si congedavano i fedeli annunziando loro che l’Eucarestia era stata inviata ai malati. Col tempo il participio passato “missa” è stato sostantivato in “Missa”, sostantivo col quale si è poi usualmente chiamata tutta la celebrazione eucaristica. 2) Non è difficile comprendere perché la celebrazione Eucaristica venisse chiamata da S. Agostino “Signum Unitatis”: per il fatto di unirsi in comune per la sua celebrazione. Tuttavia, è difficile comprendere il motivo per cui sia prevalso fino ad ora, un nome che indica un’azione contraria, quella di separarsi, disperdersi. È il caso della parola che in latino e in tutte le lingue moderne dell’Occidente ha sostituito tutti gli altri nomi: missa, messa. È chiaro quale sia il significato primitivo della parola: missa = missio = dimissio e che significava “congedo” al termine di un’udienza o riunione ed è con questo significato che si presenta la parola già alla fine del sec. IV. Dopo un rito funebre, per esempio, in ambiente romano, l’assemblea si congedava con la parola Licet = ire licet o secondo alcune tavole di bronzo di Iguvium (Gubbio) del I sec. a. C., che testimoniano come la benedizione del popolo e la maledizione dei forestieri terminava con la frase “Itote Iguvini”. Il Codice di Diritto Canonico al n° 1132 sotto il capitolo dei diversi modi con cui si chiama il sacramento dell’Eucaristia dice: “Santa Messa”, perché la Liturgia, nella quale si è compiuto il mistero della salvezza, si conclude con l’invito dei fedeli (missio) affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana. 31 Pillole:Layout 1 12-09-2011 17:29 Pagina 32