Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 1
PARROCCHIA SAN PIO X
Pillole liturgiche
La Messa e alcuni momenti “forti”
dell’anno liturgico
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 2
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 3
Si parla di quanto sia importante la Messa
e di atteggiamenti orribili che la umiliano
Partecipare alla Messa è un obbligo per ogni cristiano battezzato. La
Chiesa ha sempre parlato chiaro e sorprende non poco sentire giovani
(e adulti) che – forse non per loro colpa – non “sanno” che la Messa
domenicale non è un “optional” ma un irrinunciabile dovere per ogni
cristiano.
La Chiesa non solo ricorda il dovere ma si sforza di accogliere i
cristiani che varcano la soglia dell’edificio attraverso alcune modalità, che
vedremo in seguito. Ciò affinché – come è naturale per l’essere umano –
dal “dovere” si possa passare al “piacere”. In tal senso, la Chiesa mai è
stata rigorista al punto da non comprendere che la Messa (si perdoni il
paragone: come una medicina), se va presa, va presa convintamente e,
dunque, oltre al rammentare un dovere, esiste una “persuasione”, che
non è certo nè occulta nè modifica il senso essenziale di ciò che stiamo
dicendo.
Pochi in genere pensano che il “problema” di una Messa ben
partecipata può venire “dall’alto” (da chi la presiede ovv. il sacerdote, i
lettori, i ministri dell’altare e via dicendo) ma può venire anche
“dal basso” ovvero da chi vi partecipa e lo fa malamente, egoisticamente,
rumorosamente, causando un senso di rifiuto o comunque la percezione
(specie in chi è debole nella fede) che a Messa tutto si possa fare e,
dunque, la Messa non sia così sacra come si dice.
Vediamo oggi alcuni di questi atteggiamenti “orribili” (letteralmente: che fanno orrore) di cui sopra:
1.
ARRIVARE TARDI. Talora – recitando il Rosario davanti alla sacrestia –
posso accorgermi che sempre le stesse persone arrivano tardi e che
sono puntualissime nel loro ritardo (sempre 10 o sempre 15 o sempre
20 minuti dopo...e mi fermo qui). Arrivare tardi è un’incredibile
maleducazione, poiché disturba chi si sta concentrando, specie in una
chiesa – come la nostra - con 6/7 entrate. Arrivare tardi vuol dire aver
deciso (in base a quale principio?) che la prima parte della Messa –
che prevede l’ascolto e che stimola la mente e il cuore – sia inutile o
superflua. Arrivare tardi è ancor più ineducato quando si pretende di
mettersi in un banco già occupato chiedendo a persone già sedute di
spostarsi.
2.
PARLARE, MA NON CON DIO. Sembra incredibile ma è così. Ci sono
persone che non riescono a stare zitte nemmeno in chiesa. Alcune
entrano parlando, alcune si salutano prima ancora di essersi rese
3
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 4
conto che andrebbe salutato Qualcun altro, alcune commentano,
altre ne profittano visto che almeno lì si sono incontrate. La sacralità
- tutta verticale – della Messa ne viene tanto umiliata. Mi domando
se sia necessario insistere su questo punto ma non lo farei se non
avessi io stesso udito persone devotissime, tutte le sere in chiesa, che
giustificano questo parlare col fatto che non fa male a nessuno.
Siamo alle solite: non ciò che “fa bene” ma solo “ ciò che non fa
male”! Non parliamo poi di quel che avviene nelle celebrazioni di
prime Comunioni o Cresime e che fa venir voglia a tanti parroci di
andarle a celebrare sul picco di un monte.
3.
PROFITTARE DEL TEMPO UTILE PER ALTRE DEVOZIONI. Tanto, visto
che ci stiamo..così almeno non ci torniamo! Ciò significa andare in
giro ad accendere candele (lo si può fare nei tempi tra una Messa e
l’Altra), recitare il S. Rosario (per il quale c’è un tempo specifico),
soddisfare la propria giusta devozione in qualche cappella laterale...
in tutto ciò tuttavia dimostrando che lo spazio-tempo della Messa –
che è concentratissimo ed essenziale – possa servire a fare un po’
tutto. La Messa, così, non è più una preghiera di ascolto e di
eucaristia, completa e arricchente, ma diventa l’occasione per uscire
da casa, entrare nel tempio con proprie intenzioni personali, proprie
devozioni... tutto proprio... e il popolo di Dio è sparito di fronte ai
miei personali bisogni
4.
FAR SQUILLARE MELODICHE SUONERIE... c’è bisogno che ne parli?
5.
NON CANTARE, NON RISPONDERE, SIBILARE LE PREGHIERE,
RECITARLE AL RITMO DEL MITICO JESSIE OWENS (l’atleta nero che
vinse 4 medaglie per la velocità di fronte a Hitler)... sul “non cantare”
preferisco tacere. Ma quando, uscendo dal confessionale, passando
mi accorgo che ci sono credenti che neanche aprono la bocca per dire
non dico il “Padre Nostro” ma le più comuni formule liturgiche, mi
domando se non le sappiano o se pensino di essere superiori ad esse.
La Messa è anche “parola”. Parola ascoltata e parola detta. Quando
uno prega da solo, prega a bassa voce o in silenzio, ma quando prega
a Messa, prega ad alta voce. E non si candida per il primo premio
della velocità! La tradizione monastica ricorda a tutti (anche ai non
monaci come noi) che il ritmo piano e contenuto è essenziale. Stesso
discorso per chi non si inginocchia alla consacrazione. Nella Vita di
San Francesco si dice che insegnò la genuflessione a una pecorella:
“Quando, nel corso della Messa, veniva elevato il sacratissimo corpo
di Cristo, essa si prostrava con le zampe piegate, come a rimproverare
i distratti per la loro irriverenza ed invitare i devoti di Cristo ad un più
intenso fervore verso il Sacramento”.
4
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 5
Si parla del nostro corpo durante la Messa
Il corpo è essenziale per la vita, poiché non siamo solo spirito. Ma è
essenziale anche al centro della fede cristiana, poiché Dio ha assunto
nell’Incarnazione il nostro corpo e - eccetto il peccato – ne ha
sperimentato la ricchezza, la debolezza, la fatica, le possibilità.
Anche la preghiera, sia privata che pubblica, risente del corpo. Se
siamo malati è più difficile pregare o partecipare alla Messa. Ma anche
quando stiamo molto bene, per es, siamo euforici, occorre sempre dare al
corpo che prega una dimensione di sobrietà ed equilibrio.
Il nostro corpo a Messa non dovrebbe essere rigido ma abbastanza
rilassato che però non vuol dire scomposto. Non dovrebbe essere
nemmeno troppo “scoperto” d’estate. Non sembra – di fronte a certi
sacrifici della vita – così sacrificante sopportare un pò di caldo e mettersi
calzoni lunghi, camicette non troppo scollate o ricoprirsi di una giacca
leggera. Normalmente chi soffre molto il caldo non prova certo gran
sollievo dal venire mezzo nudo (o mezza nuda). Se proprio non si resiste si
può usare un ventaglio, non i foglietti con le letture per farsi vento... uso
che direi “improprio” della Parola di Dio! Qualche volta è bene pensare al
sacerdote che anche d’estate si mette camice, stola e casula sui vestiti per
celebrare la Messa. Se ce la fa lui...
Inoltre occorre ricordare il senso e il quando delle posizioni
del corpo:
1.
Stare in piedi significa imitare la posizione di Cristo risorto, che sta in
piedi sul sepolcro per mostrare la vittoria sulla morte (pensiamo a
certi quadri o a certe statue che si portano in processione col Cristo
risorto). Si sta in piedi all’inizio, al Vangelo e a tutti i momenti della
liturgia eucaristica che lo prevedono. Ci si alza in piedi quando il
prete dopo aver detto “Pregate fratelli e sorelle perché il mio...” e
aver ricevuto la risposta, intona la preghiera sulle offerte. Solo in quel
momento (né prima né dopo) ci si alza in piedi.
2.
Si sta seduti durante la proclamazione delle letture prima del
Vangelo, durante l’omelia e – se lo si preferisce – dopo aver fatto la
Comunione, se c’è un po’ di tempo per il ringraziamento, anche se è
opportuno appena tornati al banco mettersi in ginocchio. In genere
c’è più silenzio dopo la Comunione nelle Messe feriali. Non si capisce
invece perché, anche quando in chiesa ci siano banchi liberi senza
stare troppo stretti, ci siano persone che preferiscano stare in piedi
tutto il tempo magari vicino a una colonna. Sono convinto che la
maggior parte lo faccia per rispetto a Dio, ma penso che sia meglio
prendere posto – quando c’è – nei banchi.
5
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 6
3.
Si sta in ginocchio appena suona il campanello, ovvero quando il
prete stende le mani sul pane e sul vino nel gesto della “epìclesi”
(invocazione dello Spirito Santo), e ciò dura almeno per tutto il
tempo della pronuncia delle parole del Cristo sul pane e sul vino.
Alcuni preferiscono rimanere in ginocchio fino al PER CRISTO, CON
CRISTO..., questo non è sbagliato ma normalmente la posizione da
genuflessi è propria del racconto dell’ultima cena e del momento
dopo la Comunione.
4.
Il corpo inoltre è chiamato a manifestare altri gesti propri del rispetto
verso Dio. Inchinare il capo quando si dà una benedizione solenne,
quando al Credo si pronunciano le parole E PER OPERA DELLO
SPIRITO SANTO SI È INCARNATO NEL SENO DELLA VERGINE MARIA.
A queste parole, nel giorno e nelle solennità del Natale, invece ci si
inginocchia. Quando si passa davanti al tabernacolo normalmente, se
il corpo lo permette, si fa la genuflessione che è più di un semplice
inchino. Quando ci sono liturgie e gesti solenni (il prete passa a
benedire con l’acqua o il vescovo benedice il popolo con le sue mani
o la croce processionale passa per la navata centrale) ci si fa il segno
della croce. All’atto penitenziale ci si batte il petto tre volte, come
all’inizio della proclamazione del Vangelo si fanno tre piccole croci
sulla fronte, sulla bocca e sul cuore, che hanno un bellissimo valore
simbolico. In genere riteniamo queste cose un formalismo ma lo
squallore dei gesti, anzi dei non-gesti di persone molto distratte, fa
rimpiangere la bellezza e la dignità delle forme. Basterebbe andare
ad una liturgia orientale (cattolica o ortodossa) per vedere quanto i
cristiani mantengono (maschi e femmine!) una grande dignità
nell’uso dei gesti e certo non se ne vergognano. A proposito, avete
insegnato a vostro figlio/nipote maschio che ci si toglie il cappello in
chiesa?
5.
Comprese queste cose ancor più ci si rende conto che una Messa nella
quale si vedano persone girare da tutte le parti, fare devozioni
private, usare la chiesa come luogo di passaggio da via Friggeri a
piazza Balduina e cose simili, dà la sensazione di una comunità
disordinata e scomposta e di cristiani che non sanno stare insieme
bene... proprio lo specchio di una società dove ognuno pensa a se
stesso e l’unità, anche quella di questo tipo , va a farsi benedire. E non
si dica, per favore, che queste cose le fanno prevalentemente i
ragazzi, perché non è proprio vero!
6.
Il Rosario durante la Messa va detto? Direi di no! Tempo addietro i
preti lo consigliavano per mantenere desta l’attenzione ed evitare la
6
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 7
distrazione della Messa in latino. Oggi la situazione è cambiata.
Recitare il Rosario nella Messa sa tanto di chi ne approfitta per fare
un po’ di tutto,così si è tolto il pensiero.
Si parla del primo momento essenziale della Messa: l’ascolto
Ascoltare è il primo dovere di chi partecipa alla Messa.
Usiamo il verbo “partecipare” più dei verbi: andare, venire, sentire o
– come spesso si dice nel Nord Italia – “prendere” la Messa. La Messa
infatti è il sacrificio di Cristo che viene riproposto ogni volta ai fedeli,
attraverso la Sua immolazione sull’altare per opera dell’ “alter Christus”,
ovvero del sacerdote. Ogni sacerdote celebra validamente la Messa –
qualunque sia la sua bravura o la sua esistenza o la sua coscienza – se lo fa
in modo giusto e con l’intenzione, che nasce dalla fede, di fare quello che
la Chiesa gli ha insegnato a fare. Ma la Messa è a- al tempo stesso – un
evento “ministeriale”, ovvero tutti hanno un compito nella Messa. Non
solo i chierichetti, i lettori, i ministri straordinari della Comunione, ma tutti
i fedeli. La loro presenza, il loro canto, le loro risposte, la loro interiore
convinzione e l’offerta delle loro intenzioni li rende parte attiva. Ecco
perché parliamo di partecipazione e non di fruizione passiva e (quasi)
inconsapevole.
Il primo modo di partecipare è ASCOLTARE. Forse anche per questo la
Messa va in crisi: subisce la crisi dell’ascolto. O perché tutti (troppi) parlano
o perché si “sentono” (non si ascoltano) troppe scemenze in giro... ecco
perché l’ascolto è in crisi quando riguarda cose forti, impegnative, che –
come dice l’autore della lettera agli Ebrei – sono vive, efficaci e più
taglienti di ogni spada a doppio taglio (Ebr 4,12).
Ascoltare le letture. A Messa non si legge Dante e nemmeno
Pirandello e neanche Paperoga ma la Parola di Dio. È chiamata così,
perché è parola umana ispirata da Dio e ha preso corpo nel canone
dell’Antico e del Nuovo Testamento. Si legge, insomma, la Bibbia. La
Bibbia non è facile da leggersi, perché risente del tempo, di diverse
culture, di un linguaggio che ha subìto molte traduzioni. Ognuno a casa
dovrebbe avere una Bibbia (completa). Dovrebbe anche avere il
calendario liturgico (costa 1 euro) e leggere, prima della Messa, le letture
seguendo le indicazioni del calendario. All’inizio è un po’ faticoso, poi ci si
prende la mano. Ma se si arriva a Messa avendo già letto le letture, è tutta
un’altra cosa. L’ascolto a Messa risente – in positivo o in negativo – della
qualità dei lettori (questione sempre problematica), dell’audio della
chiesa, dell’attenzione dei fedeli. Chi arriva regolarmente tardi ha già
deciso che delle letture (cioè di Dio che parla) non gli importa un tubo.
7
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 8
E vabbè. Chi non prende il foglietto (talora se ne trovano pochi, è vero) o
chi non ha il suo messale o chi non ha letto prima le letture, facilmente si
distrae. Ma non è detto. Potrebbe chiudere gli occhi e attivare le orecchie,
non gli sfuggirebbero alcune espressioni, o ritroverebbe nella memoria
alcuni ricordi. Invece chi si gira continuamente per vedere se la signora
Verdi ha messo la pelliccia o se la signora Neri ha messo le scarpe di pitone
o se il sig. Gialli oggi è venuto o ha saltato..di certo è uno il cui ascolto è
zero. È ovvio che l’ascolto è ordinariamente disturbato da molti fattori
– comprese le persone che chiacchierano o fanno commenti – ma bisogna
combattere dentro (e fuori) per attivarlo il meglio possibile. Non ascoltare
è non partecipare. È condannarsi a rimanere sempre ignoranti o
superficiali. È proprio questo che vogliamo?
Ascoltare l’omelia. Di omelie belle o brutte si parla da anni. Prima
non se ne parlava o perché erano tutte belle o perché i preti erano più
preparati o perché non si osava criticare il prete. L’omelia è necessaria.
Non so dire se la fede del popolo di Dio dipenda anche (o solo) dalle
omelie. Tendo a pensare di no, tuttavia ritengo che per un prete l’omelia
sia l’incontro più stimolante anzitutto con Cristo, se c’è prima dell’omelia
preghiera, meditazione, silenzio, richiesta della grazia..e non solo ricerca
su Internet o dinamiche di copia-incolla, sempre da Internet, oggi molto
facili. Poi è un incontro splendido con i fedeli, perché il prete vi appare per
quello che essenzialmente è: uomo di Dio, della parola e dell’Eucarestia,
ma sempre e comunque uomo di Dio e non politico o imbonitore o
professore. Se poi l’omelia fosse per i fedeli il più alto grado di purificazione nella pazienza e nella sopportazione, ebbene la si potrebbe vivere
così. Tutto sommato evita altre penitenze. La penitenza, poi, al momento
giusto, la sconterà il prete. Ma se il fedele vuole l’omelia come l’ha
pensata lui, se né il tono né il contenuto né lo stile gli vanno bene, se viene
apposta per criticare o se – peggio – partecipa alla Messa come ad un
comizio, allora è sicuramente fuori strada. Dall’omelia si deve uscire
arricchiti, sapendo qualcosa in più, avendo imparato a pregare meglio, e
questo non sembra impossibile in nessuna omelia. Per l’ascolto della
quale, d’altronde, valgono gli stessi princìpi suddetti per le letture.
Un altro antidoto a un buon ascolto è confessarsi durante la Messa.
Quando vi è necessità, è ovvio che lo si debba fare. Ma potendo
confessarsi in settimana – cosa da noi assolutamente possibile – diventa
più probabile il fatto di rimanere al proprio posto e di ascoltare con
attenzione autentica.
8
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 9
Si parla di cosa significhi la Messa come sacrificio e offerta
Molte formule che si usano durante la Messa parlano di “sacrificio”,
talora di sacrificio eucaristico. Si potrebbe pensare che la Messa sia un
sacrificio nel senso peggiore, cioè un dovere da compiere, offrendosi come
una “vittima” sacrificale. Niente di meno vero. La parola sacrificio va unita
alla parola offerta. I due termini, posti accanto l’uno all’altro, ci dicono
cosa è la Messa.
1.
la Messa ripropone realmente e sostanzialmente tutto il mistero
pasquale. Ovvero dall’inizio alla fine i gesti compiuti e le parole che li
accompagnano anzitutto ricordano che Cristo si è offerto
nell’Incarnazione sulla Croce e che il Padre lo ha risuscitato e
riportato accanto a Sè. Ma inoltre ripropongono realmente quello
che è avvenuto e questo si verifica nella preghiera eucaristica, che
cominica subito dopo il canto del “ Santo Santo..”. Nel momento in
cui il sacerdote prega e ripete sul pane e sul vino le parole dell’ultima
cena, avviene la cosiddetta transustanziazione, letteralmente azione
di mutamento della sostanza. Ciò non è solo il più grande e semplice
prodigio che Cristo ha affidato alla Chiesa ma è il mezzo attraverso il
quale – riproponendo la sua offerta – Cristo continua a salvare
l’umanità attraverso vie misteriose, cioè vere anche quando non si
vedono.
2.
dunque il sacrificio (il sacrum facere cioè il rendere sacro) significa
l’offerta di Cristo. Tale offerta, che noi possiamo credere e/o rileggere
nella Bibbia o in altri testi non biblici, a Messa invece la vediamo
realmente e ne mangiamo il frutto. Ecco perché stare a casa a
meditare estaticamente non vale nemmeno la millesima parte del
partecipare alla Messa e del comunicarsi al Corpo di Cristo. Ecco
perché non partecipare alla Messa è un peccato, nel senso che è un
volontario privarsi di un mezzo potente di salvezza che viene
rovesciato gratis su di noi.
3.
tutto questo non solo va creduto ma nella Messa è anche
concretamente significato. Per esempio la preghiera del prete
“Pregate... perché il mio e il vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre
onnipotente”, lo dice in maniera chiarissima. La Messa rende sacro, fa
sacra l’offerta di tutti noi. Quando il prete dice quelle parole ha
appena offerto il pane e il vino sull’altare (e in genere è appena sceso
a prenderli dalle mani dei fedeli che glieli hanno recati). Cosa
significa? Che il pane e il vino, pur essendo in realtà frutti del
frumento e dell’uva, simboleggiano l’offerta della vita di tutti noi. Se
uno è venuto in chiesa piangendo, offre le sue lacrime. Se si è portato
9
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 10
dietro il rancore, offre la sua rabbia, se ha da ringraziare Dio offre la
sua gratitudine. Nessuno di noi (dal prete all’ultimo fedele) viene solo
a prendere ma prende e dà. Prende la grazia di Dio e dà la sua vita
così come è, senza finzioni, dicendo: “Il Signore riceva dalle tue mani
questo sacrificio... per il bene nostro e di tutta la Chiesa”.
4.
le offerte in denaro che si danno sono un segno tangibile e materiale
di questa offerta ma non sono tutto. Spesso in alcune Messe non si
raccoglie denaro. Più di questo, conta l’offerta di se stesso. Dunque
dall’offertorio in poi inizia la parte eucaristica. È la parte nella quale,
dopo avere ascoltato e possibilmente portandosi dentro qualche
frase o qualche nuova intuizione, il fedele offre se stesso, si sacrifica,
viene reso sacro agli occhi di Dio, sia lui, sia i suoi pensieri, sia le sue
azioni, persino i suoi peccati. Offrire i peccati significa credere che Dio
mi vuol bene e con il Suo aiuto posso farcela a guarire.
5.
quale atteggiamento ci è dunque suggerito? Quello di una grande
attenzione nonché consapevolezza. Attenzione non solo disciplinare
ma concentrazione interiore. Se l’ascolto della Parola e/o dell’omelia
mi ha suggerito qualcosa, tanto meglio. Altrimenti è bene chiedersi:
cosa offro? E soprattutto: mi sto offrendo al Signore? Queste
difficoltà che vivo, queste speranze che avverto, queste attese che mi
logorano possono diventare la mia offerta al Signore? E su di esse
posso anche fondare la mia riconoscenza a Lui? Di questo parleremo
la prossima volta.
Si parla della Messa come Eucaristia
Nel linguaggio italiano (ed europeo) la celebrazione della domenica
si chiama Messa (The Mass in inglese, La Misse in francese, Die Messe in
tedesco e via dicendo). Il termine deriva dalla formula latina di congedo
dei fedeli: ITE MISSA EST, che la nuova liturgia traduce LA MESSA È FINITA
e aggiunge ANDATE IN PACE. La parola “Messa” viene dunque dal verbo
latino “mittere”, ovvero mandare. Letteralmente la formula latina del
congedo dei fedeli, si traduce: andate, le cose sono state mandate. Quali
cose? Probabilmente i doni, che al termine di ogni celebrazione venivano
inviati ai poveri e raccolti durante la celebrazione stessa. Le offerte in
denaro, che su usa raccogliere da noi, erano una volta anche offerte in
beni naturali. Si usa così ancora in Zambia. L’ho visto con i miei occhi tante
volte. C’è un momento in cui tutti si alzano dal posto (ovvero non c’è chi
raccoglie con i classici cestini) e vanno davanti all’altare in una processione
naturalissima, mentre si canta (e come si canta!) e depongono l’offerta in
10
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 11
denaro. C’è un altro momento nel quale invece alcuni si alzano e portano
offerte in natura: capretti, polli, verdure, pane, mais, uova e cibi cucinati,
che il parroco manda a i più poveri. Davvero bello! Da questa antica - e
ancora attuale - usanza deriva il nome MESSA.
In realtà dopo il Concilio Vaticano II si usa parlare di celebrazione
eucaristica o semplicemente di Eucarestia. Il termine, come sappiamo,
significa “rendimento di grazie”, o meglio azione di grazie. La Messa è
naturalmente un’azione liturgica, una celebrazione il cui nucleo naturale
è la riconoscenza verso Dio. Ci sono diversi orientamenti della preghiera,
soprattutto di quella personale. La Messa orienta principalmente a dire
grazie, senza escludere il chiedere, il domandare perdono, l’intercedere
per i lontani e i peccatori o per le necessità del mondo e via dicendo.
Poiché da soli – cioè quando preghiamo soli – diciamo poco grazie, la
Messa ci aiuta a farlo insieme. Diciamo che è il momento principale del
quale non possiamo fare a meno, proprio per dire grazie e, per giunta, con
voce di popolo. Il momento “tecnico” più adatto a capire questa
invocazione è il “prefazio”. Invito tutti domenica prossima a farci più
attenzione.
È quella preghiera che comincia con le parole “È veramente cosa
buona e giusta... rendere grazie a te Signore, Padre santo, Dio
onnipotente ed eterno”. Il sacerdote allarga le braccia e pronuncia parole
che sono senza equivoci di ringraziamento. Sono parole del linguaggio
teologico, trasportate nella liturgia. Non sono di facile comprensione.
Infatti alcuni prefazi “moderni” cercano di usare parole più adatte al
linguaggio popolare, vale a dire abbassando un po’ il tono del mistero.
Non è detto che questo sia ben fatto, tuttavia mi sembra naturale che la
gente - se è invitata a ringraziare – capisca anche ciò di cui si ringrazia.
Subito dopo si canta il SANTO SANTO SANTO, cioè il “Trisaghion”,
dalla parola greca che significa “tre volte santo”. Si magnifica il nome di
Dio, la sua potenza, la sua presenza nei cieli e sulla terra, lo si benedice in
abbondanza. L’Alleluia e il Santo sono le due parti della Messa che mai
dovrebbero restare senza canto, cioè bisognerebbe sempre cantarle. O il
prete o il popolo dovrebbero intonarle, a meno che non celebri un prete
che ha sempre dimenticato il fuoco acceso sotto l’acqua o il caffè e deve
correre, invariabilmente, ogni domenica.
Ma non è finita. Quando, dopo il Santo, inizia la preghiera eucaristica
(i sacerdoti ne hanno a disposizione diverse, tutte molto belle, ma tutte
assolutamente uguali quanto alle parole della consacrazione del pane e
del vino, che il sacerdote non può mai cambiare) ancora ci sono parti di
azione di grazie. Non dimentichiamo infatti che, poco prima di
pronunciare le suddette solenni parole, il prete ricorda che Gesù prese il
pane e rese grazie. E ancora che Gesù prese il calice del vino, “Ti rese
grazie con la preghiera di benedizione”, e soltanto dopo disse le parole
11
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 12
che la Chiesa ripete da duemila anni. Nonostante il contesto drammatico,
quello dell’ultima cena, Gesù compì, secondo la fede ebraica, una
celebrazione di grazie. Perché anche in vista della croce non si può non
ringraziare Dio.
Per noi cosa significa? Che la Messa è dir grazie. Certo, è proprio così.
Si deve dire grazie anzitutto della Messa stessa, del fatto che c’è un prete
che la celebri per noi e per se stesso. Diciamo per tutto il mondo.
Si dice grazie della vita, della salute, della fede, del lavoro, delle
fatiche, persino della croce che – non lo dimentichiamo – è vera quando
l’abbiamo non subìta, ma scelta. Cioè l’abbiamo volontariamente presa.
Pensate, se non ci fossero le persone che hanno fede (non solo i cristiani)
a dire grazie, il mondo toccherebbe il fondo del pessimismo. In certo
senso, la Messa domenicale e la certezza che ancora un buon numero la
frequenti è garanzia per il mondo sia del fatto che molti preghino ancora
e dunque siano convinti che il mondo lo manda avanti Dio, sia del fatto
che dalla bocca di molti si elevi la lode. Se non ci fosse la lode, ci sarebbe
solo il rammarico, il rancore, la tristezza, l’accidia. Di cosa ringraziamo
noi? O meglio, abbiamo un animo grato? Almeno a Messa giriamo
dall’altra parte il volto della tristezza, del malanimo, della lamentela e
presentiamo a Dio quello che sa riconoscere i suoi doni?
Si parla del grande miracolo della Messa
San Paolo, in una delle sue bellissime lettere, rimprovera i Giudei che
“chiedono i miracoli”, mentre i pagani cercano la sapienza umana, ma
entrambi rifiutano di credere al Cristo. Il Cristo, la sua Incarnazione, la sua
discesa “dalle stelle” alla realtà umana, è per Paolo il vero miracolo.
Miracolo viene dal greco “Sèmeion”, che in realtà significa segno. Cosa è
un segno? Nel linguaggio comune, significa che siamo in presenza di
qualcosa che rimanda a qualcos’altro. Fare un regalo – senza aggiungere
parole – è segno significante del bene che si vuole (così dovrebbe essere).
Gesù ha compiuto molti “segni”, che in italiano vengono tradotti
“miracoli”. Ma rimangono segni. Ovvero, non hanno lo scopo primario di
travolgere la realtà creata, naturale, anche perché creerebbero incertezza
su Dio che quelle leggi di natura ha pensato e realizzato nel momento
della creazione.
Anche nel linguaggio di Gesù i miracoli-segni vogliono dire: ti voglio
bene. Sono venuto, sono qui per te, ho accettato di assumere la tua stessa
carne, di soffrire il tuo stesso dolore, di parlare le tue parole. Sono qui
accanto a te. Ti voglio bene, ti amo. Perciò compio i miracoli, per farti
“vedere” (prima che capire) quanto mi sei caro. I miracoli raccontati nei
Vangeli non sono stati programmati da Gesù. Non erano parte di una
12
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 13
strategia rivelatoria della sua potenza. Se cerchiamo con attenzione
(è il caso della resurrezione di Lazzaro, cfr Gv 11,4) ci accorgiamo che
addirittura Gesù avrebbe evitato di esporsi così evidentemente. Perché?
Certamente per evitare un equivoco sul miracolo. Perché non diventasse
un fenomeno da baraccone. Perché non lo cercassero apposta per quello.
Lo dice lui stesso: “Vi dico che mi cercate non perché avete visto dei segni
ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” ( Gv 6,26). Un
Gesù che sazia lo stomaco, e anche qualcos’altro sarebbe l’ideale per far
credere tutti. Nessun ateo più al mondo. Che bellezza!
Anche noi ci accontentiamo poco. Siamo di bocca buona ed esigente.
Il più grande segno-miracolo è quello che avviene nella Messa. La Chiesa
lo ha definito la “transustanziazione”. Ha inventato un termine che, tutto
sommato, se spiegato bene, è molto chiaro. Ma non ha inventato quel che
avviene. La Chiesa non ha mai cambiato fede sul sacramento del Corpo e
del Sangue del Cristo. Come per tutti i sette sacramenti, esiste una
teologia specifica. Le teologie – cioè le riflessioni della ragione sul mistero
- non sono scritte nel Vangelo ma derivano da esso. La fede cristiana ha
preso sul serio quel che è avvenuto nell’Ultima cena di Gesù e lo ha
fedelmente compiuto nella storia, ricordando sempre quel “fate questo in
memoria di me” (Lc 22,19).
Che miracolo avviene? La Chiesa cattolica crede fermamente che nel
momento in cui un sacerdote validamente consacrato pronuncia le parole
fissate da secoli, il pane (che deve essere pane di frumento) e il vino (che
deve essere vino d’uva pura) si trasformano (cambiano-la-sostanza) nel
Corpo e nel Sangue del Cristo. In quale corpo? Non un corpo umano, non
avrebbe senso. Il sacramento del rimanere-con-noi non assicura
l’immanenza di un corpo umano. Il corpo umano del Cristo non esiste più.
È risorto per sempre e mai più lo vedremo.
È il corpo risorto. Cioè è un corpo celeste. È un corpo, cioè è concreto.
Si vede, si pesa, si odora, si gusta, si mangia. Ma è un corpo celeste. Non è
un astro, una stella, un meteorite. San Tommaso ha scritto di quel Corpo:
“Et si sensus deficit, ad firmandum cor sincerum, sola fides sufficit”.
Se i nostri sensi non lo riconoscono come corpo risorto, è sufficiente
la fede. Eppure i sensi riconoscono qualcosa. Nella trasformazione di
sostanza non cambiano le “species”, ovvero i caratteri umani: il peso,
l’odore, il sapore, il gusto. Queste caratteristiche noi le percepiamo
identiche a quelle di prima della Messa. Ma è impossibile chiedere ai sensi
di percepire una diversità dopo la Messa. Sola fides sufficit!
La fede cristiana ha mantenuto intatta questa certezza che Gesù ha
dato senza equivoci e che i Vangeli riportano senza grosse differenze. Il
Vangelo di Giovanni riporta un’altra tradizione sull’Eucarestia, non
raccontando l’ultima cena ma riportando la catechesi di Gesù sul pane di
vita (cfr Gv 6). Perché la Chiesa avrebbe dovuto cambiare questa fede?
13
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 14
In essa non c’è alcun potere umano. Non stiamo parlando del primato di
Pietro sulla chiesa o della potestà degli apostoli o del potere di scomunica
(anch’esso testimoniato nel Vangelo). Ma si parla della certezza di una
cosa piccola piccola. Che infastidisce solo gli anticlericali o quelli che
vogliono sovvertire la storia della formazione dei vangeli e della verità
cristiana.
La chiesa cristiana orientale (che ha chiamato se stessa “ortodossa”)
crede come la chiesa cattolica al sacramento dell’Eucarestia (anche se usa
termini differenti). Le chiese della Riforma (le chiese protestanti) hanno
modalità più complesse e differenti da cattolici e ortodossi ma affermano
di credere alla “presenza reale” del Cristo. E come si potrebbe d’altronde
cambiare il Vangelo? E che senso avrebbe?
Il cattolicesimo ha consolidato la fede nell’Eucarestia in molti modi. In
ogni chiesa c’è un tabernacolo, il quale – se accompagnato da una
lampada ardente – indica la presenza del Corpo di Cristo ivi conservata.
Nel cattolicesimo c’è grande devozione nelle processioni eucaristiche,
durante le quali il Corpo del Cristo viene mostrato ai fedeli e “viaggia”
passando accanto a loro. Nell’adorazione eucaristica, similmente capace di
dimostrare (e raccogliere) la fede e il silenzio dei credenti. Nel portare il
Sacramento ai malati. Quando dunque siamo a Messa, noi VEDIAMO il più
grande segno della fede cristiana. Quel vedere è più che capire. Non
richiede il ragionare ma casomai indica l’urgenza di un altro chiedere:
Signore, aumenta la mia fede!
Si parla della Quaresima
Sospendiamo per un po’le pillole sulla santa Messa per dedicarci al
tempo di Quaresima. Come ogni tempo “forte”, esso ha il colore della
penitenza: il viola. È un colore che un tempo non si usava negli abiti di un
certo livello, dunque indicava l’abito povero, ma anche oggi è rimasto a
indicare la sobrietà, la rinuncia, la volontaria assenza di piaceri.
La Quaresima dura quaranta giorni. Sono poco più di quaranta, in
realtà, perché i 40 scadono alla Domenica delle Palme. Con tale domenica
inizia la Settimana santa, che prolunga di sei giorni la Quaresima, che
effettivamente si conclude nella notte del Sabato Santo, notte della
resurrezione del Cristo.
Si può dire che l’ultimo vero giorno di Quaresima sia il Venerdì santo,
il giorno più triste dell’anno.
Il tempo di Quaresima ha piena cittadinanza nella liturgia cattolica.
Vi si celebrano liturgie molto belle. Si comincia dal Mercoledì delle Ceneri,
molto sentito dai credenti, che inizia con un incredibile segno (il capo
14
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 15
cosparso di cenere) per definire cosa siamo noi davanti a Dio. Non tanto
nel senso che non siamo “nulla” ma nel senso che “nulla possiamo senza
di Lui” ( cfr Gv 15,5). Altra liturgia molto partecipata è quella della Via
Crucis settimanale, fatta di storia evangelica e di devozione popolare, nel
senso che il contenuto delle 14 stazioni del cammino è un po’ adattato
rispetto alle narrazioni evangeliche, anche se è confermato dalle visioni di
alcuni mistici. Le domeniche quaresimali sono senza il canto del “Gloria”,
come in Avvento, con due sole eccezioni, in due solennità liturgiche che in
genere si celebrano in Quaresima, quella del 19 marzo, festa di san
Giuseppe, e quella del 25 marzo, festa dell’Annunciazione. La Messa ha
sempre la stessa liturgia, eppure ha alcune note di sobrietà. Non si canta
l’Alleluia, sostituito da una Lode a Dio, che però non echeggia – come nel
caso dell’Alleluia – l’annuncio della resurrezione. Nel canto gregoriano le
parti fisse della Messa non sono cantate “cum iubilo” ma con un tono
lievemente dimesso. Eppure ascoltiamo letture della Parola di Dio
straordinarie. Esse indicano tutte la conversione, o meglio, indicano la
guarigione. Indicano, cioè, che Dio scende in campo per salvarci. Che non
si rassegna alla disobbedienza dell’uomo, al suo perdersi dietro vanità e
sciocchezze, al suo lasciarsi legare da tentazioni gravi, da malefici, al suo
perdere coraggio di fronte al male e alla malattia. Indicano, in sostanza,
che nella lotta dell’uomo, Dio lotta con lui. Ecco perché la Quaresima è
tempo propizio (quanto mai) per la conversione. Proprio perché la
conversione non significa: divento bravo. Né significa: mi faccio santo. Ma
significa: credo fermamente – ancora un anno di più – che Dio è mio
alleato, che sta dalla parte mia e che – se qualche progresso ho fatto – è
grazie alla sua benevolenza che ha dato senso ai miei meriti.
Le celebrazioni più belle sono nella Settimana santa. Un mio amico
scambiava sempre la “santa” con la settimana bianca, e ne profittava per
farle coincidere. Di fatto tanti se ne vanno in quella settimana, come si
può anche capire, data la felice concomitanza di giorni festivi. Eppure ogni
parroco, anche se resta solo nella sua parrocchia – non è certo, grazie a
Dio, il caso mio – si dà anima e corpo a preparare quelle celebrazioni in
modo sopraffino. L’agonia del Cristo, che inizia il giovedì santo e si
conclude il venerdì con la sua morte, è il passaggio più forte e
commovente della fede cristiana. Abbiamo norme liturgiche che nessuno
si sognerebbe di cambiare perché esprimono la bellezza della
celebrazione cristiana, che passa dalla rievocazione dell’ultima Cena al
canto mesto del Venerdì (l’unico giorno dell’anno in cui è vietato
celebrare la Messa), ai canti esultanti del Sabato notte, passando attraverso le solenni Viae Crucis o rievocazioni del “Cristo morto”, come è d’uso
in certi paesi. Il culmine è la domenica della Resurrezione, vera domenica,
anzi l’unica vera domenica, perché la domenica (“dies dominica”, cioè
giorno del Signore) è la pasqua di ogni settimana.
15
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 16
Spesso in Quaresima nella Messa domenicale si sostituisce l’atto
penitenziale con il rito dell’aspersione del popolo con l’acqua
benedetta. È un rito di purificazione, di ricordo del Battesimo, che ha
cancellato il peccato originale e ha permesso all’uomo di rimettersi in
pista con Dio e di dare senso alla sua vita, non solo, ma anche di
accedere, per grazia, alla salvezza. Quel rito ci rimanda al sacramento
della Confessione. Questo sacramento – detto anche, e meglio, della
Riconciliazione – è il pronto soccorso di ogni cristiano. Forse è poco
praticato da molti, perché tutti chiedono il reparto di specializzazione
nella migliore clinica di Roma, col miglior primario, e dimenticano che
spesso la vita a molti viene salvata dal pronto soccorso. La pratica di
questo sacramento richiede semplicemente fede e fiducia. Fede per
avere la certezza che solo il gesto dell’assoluzione mi rimette
sicuramente i peccati e mi restituisce la piena comunione con Dio.
Questa non è sentimentale, cioè solo legata al nostro sentire interiore,
ma è anche oggettiva, cioè legata a gesti che sono uguali per tutti ma
che esprimono la verità di ciò che Dio vuole. Fiducia perché ogni volta
che pratico il sacramento sono certo di percorrere una via benedetta da
Dio, voluta da Lui, tanto più efficace per me quanto più la pratico con
umiltà, cioè – quando spesso serve – col sacerdote più sconosciuto,
nascosto, non appariscente, non “bravo”, almeno secondo i miei criteri.
Si parla del significato della Comunione
“Fare la Comunione” o “prendere la Comunione” sono ormai
espressioni che stanno nel lessico religioso. Quando si scrive Comunione
con la “C” maiuscola, si intende ovviamente l’atto del ricevere l’Ostia
consacrata durante la Messa. Il vocabolo “comunione” è comunque
bello anche nel linguaggio comune. Indica più di un contatto. Indica
una relazione profonda, fatta di intimità fisica o intellettuale o indica
ancora due anime che sono all’unisono, che si parlano anche senza
parole, con lo sguardo o – come anche si dice – guardando entrambe
nella stessa direzione. La Comunione con l’Ostia consacrata indica tutto
questo rapporto che si accende e si alimenta tra chi crede e Cristo.
Abbiamo già scritto in precedenza che Cristo si presenta nelle “specie”
eucaristiche, che non sono più pane e vino nella loro sostanza, pur
mantenendo l’odore, il sapore, il peso, il colore precedenti alla
consacrazione fatta sull’altare. Noi, facendo la Comunione, entriamo in
intimità con Cristo risorto e si tratta di un’intimità anzitutto fisica.
Questo avvalora il significato del corpo e l’importanza che gli dà il
cristianesimo (a differenza di quanto si pensa, quando si dice che il
buddhismo, per es., dà più importanza al corpo... è vero, il buddhismo
16
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 17
si basa anche – non solo – su una disciplina del corpo umano, che aiuta la
concentrazione e orienta all’assenza di passioni, ma si tratta di un corpo
umano e non dell’Incarnazione di Dio!). Insomma, tra il corpo di Cristo e il
mio avviene una vera comunione. Si accende un fuoco, inizia un amore. In
realtà l’amore continua o comunque si ravviva, quando questo è
necessario. Ciò comporta una serie di regole che la Chiesa ha posto a
difesa e a celebrazione di questo grande incontro:
•
si deve essere digiuni da almeno un’ora (l’ora deve essere iniziata
prima del momento della Comunione ma è bene che inizi almeno
prima dell’inizio della Messa), per digiuno si intende anche non
fumare, non bere se non per prendere medicine, ma certo vuol dire
anche astenersi da parolacce, parole inutili, discorsi vani, insomma
arrivare alla Messa con lo sforzo sincero di essersi purificati.
•
se si prende la Comunione nelle mani è opportuno non avere mani
sporche o piene di creme o cose simili... sembra banale, ma la
semplicità con cui vedevo i contadini quando – da piccolo – vivevo
molte estati al Nord mi sembra l’indicazione migliore: andavano a
casa, si lavavano le mani e venivano a Messa con un bel vestito:
significa non essere ricercati, ma essere belli e semplici per il Signore.
Altra questione è la preparazione remota o immediata alla
Comunione. Nell’immediato, quando si esce dal banco per andare a
riceverla, è opportuno iniziare a pregare. Si possono ripetere dentro le
parole di Tommaso quando vide Gesù risorto: “Mio Signore e mio Dio”
(Gv 21,28). Si possono ripetere preghiere come il Padre Nostro e l’Ave
Maria. Si può cantare il canto che viene proposto. Si dovrebbe evitare di
profittarne per guardare in giro, per salutare a destra e a manca le
persone che stanno qualche banco più in là, per distrarsi. Altrettanto
occorre fare quando si torna al proprio banco o al proprio posto in piedi.
Ci sono bellissime preghiere “dopo la Comunione” che scriverò presto su
queste pillole liturgiche. Quanto alla preparazione remota, la Chiesa
chiede che si sia ricevuto il perdono di Dio nella confessione sacramentale.
Oggi non solo si è perso il senso del peccato ma si è persa la differenza tra
peccato mortale e peccato veniale. La teologia l’ha più volte rielaborata
– e con ragione – soltanto per adattare una verità immortale (l’uomo è
peccatore) alla cultura attuale, che fa fatica a distinguere il grave dal lieve.
Nel tentativo pastorale (cioè pratico) di restituire un criterio giusto per la
Confessione, penso sia bene confessarsi almeno due volte al mese o un po’
meno, se non se ne ha realmente la possibilità. Quando ci si è confessati o
ci si confessa stabilmente, avendo compreso il senso del perdono di Dio e
del ricominciare in modo nuovo, allora ci si può accostare alla Comunione
anche se non ci si è confessati il giorno stesso. E’ bene essere lontani dai
17
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 18
rigorismi di chi si confessa una volta all’anno e altrettanta volta fa la
Comunione e i lassismi di chi non si confessa quasi mai perché dice di non
averne bisogno. Della Confessione, comunque, occorrerà riparlare. Per
stavolta è sufficiente avere ribadito che:
•
la Comunione richiede la fede. Chi non crede che si sta accostando
al corpo di Cristo “mangia e beve la propria condanna”. È
un’espressione durissima di Paolo in I Cor 11,29.
•
la Comunione richiede l’aver purificato in qualche modo (in realtà, in
modi molto chiari) la propria coscienza nutrendo il desiderio di essere
migliori.
•
la Comunione non è un portafortuna. Non si prende quando si ha un
esame, quando si deve affrontare l’ospedale ecc. La Comunione è
senz’altro una grande fortificazione in vista di una prova, ma essa dà
frutti di difesa solo se c’è la fede e se è stata coltivata.
Si continua a parlare della Comunione
Ci è abbastanza chiaro cosa significhi “fare la Comunione” e anche
quali siano le condizioni per riceverla. Ma quanto a ciò che chiamiamo
“condizioni” bisogna insistere su un punto essenziale: il Corpo di Cristo nel
sacramento è un dono, una pura grazia gratuitamente data. Nasce da un
Passione gratuitamente accettata. Così deve essere ricevuto: una grazia
che induce a dire “grazie”.
Non è dunque un merito. Non esistono persone che meritino i doni di
Dio. Per il semplice fatto che Dio è tanto grande, tanto “altro” dall’uomo
da non potersi pensare che ciò che da Lui proviene vada a finire in un
contenitore umano capace e meritevole di contenerlo. Questo è il grande
insegnamento della frase che la Chiesa ha posto nella liturgia prima di
ricevere la Comunione: “Domine, non sum dignus...”. Signore, non sono
degno! Ma dì soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita! Sono le
celebri parole che disse un pagano a Gesù, un centurione romano che non
voleva – pur avendogli chiesto la guarigione del servo – farlo entrare in
casa sua, perché non si riteneva degno. Gesù lo ammirò così tanto da
definirlo un esempio di fede mai vista. La Chiesa ha posto nella liturgia la
frase di un pagano, che si sentiva piccolo e così mostrò di credere non
tanto in se stesso quanto in ciò che Dio poteva fare anche da lontano. E
questa è la fede di chi si accosta all’Eucarestia: non me lo merito, ma sono
cosciente del dono.
Chiarito dunque che la vera condizione per fare la Comunione, prima
della purezza morale, è la fede, ovvero la fede forte di chi si fida del gesto
18
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 19
guaritore del Cristo, occorre aggiungere un secondo senso alla Comunione
sacramentale.
Attraverso di essa noi entriamo in comunione con Dio, comunione
fisica e reale, ma anche in comunione con tutta la Chiesa. La Chiesa è
comunione. La Chiesa non è il Vaticano, ma è la comunione di tutti i fedeli.
Lo stesso cibo viene imbandito su altari diversi, in tutto il mondo, e nutre
tutti i fedeli dimostrando, con un filo sottilissimo, che sono fratelli e
sorelle, anche se non si conoscono o hanno tra loro profonde differenze.
Essere in comunione con Cristo significa essere in comunione con tutti
quelli per i quali Cristo ha sofferto e “inventato” questo sacramento.
Anzitutto con coloro che hanno la stessa fede, i cattolici di tutto il mondo.
Tutti abbiamo provato una volta almeno a partecipare alla Messa in un
altro paese e a vedere che – anche con lingue e culture differenti – c’è in
comune il pasto dell’Eucarestia. Poi con i cristiani che non sono cattolici.
Non tutti celebrano l’Eucarestia come noi, non tutti hanno la stessa fede
nell’Eucarestia. Ma tutti i cristiani credono alla “presenza reale” di Cristo
in questo sacramento. Se un ortodosso ucraino prega e soffre, facendo la
Comunione prego e soffro con lui. Se un anglicano o un luterano sono in
ospedale, e il loro pastore li assiste con la preghiera o portando loro il
pane benedetto o consacrato, io sono accanto a ciascuno di loro.
In realtà facendo la Comunione ciascuno di noi è in comunione con
tutti coloro che credono, anche ebrei e musulmani, in un Dio unico, lo
venerano come grande e misericordioso e capace di donare segni all’uomo
che si affida a Lui e di guidare la sua vita. Non dimentichiamo che Edith
Stein, la donna di religione ebraica, che si convertì al cattolicesimo e morì
– suora carmelitana – ad Auschwitz, raccontò che il primo segno di
conversione fu quando, entrando in una chiesa, vide una signora anziana
raccogliersi profondamente davanti al tabernacolo. Quel segno di VITA
misteriosa e reale, che era ed è nel tabernacolo, affascinò un’ebrea già
poco credente, e per giunta poco abituata a segni sacramentali come
quelli cristiani.
E ancor più possiamo affermare che siamo in comunione con tutti gli
uomini e le donne del mondo. Cristo infatti è morto per tutti e vuole che
tutti – per la sua redenzione – arrivino alla conoscenza della verità. La
comunione sacramentale con Cristo rende il “comunicato” cittadino del
mondo e solidale con tutto il genere umano.
Da qui una serie di conseguenze facilmente leggibili. Si può fare la
Comunione e odiare qualcuno? Ci si può comunicare e, tornando al posto,
notando la presenza di qualcuno poco digeribile in chiesa, subito iniziare
a pensarne male? Ci si può dividere subito dopo avere ricevuto il più
grande segno di unità? Si può dire al Signore “non sono degno...” e poi
sentirsi un padreterno, capace di giudicare e liquidare chi non è come me
o non è d’accordo con me o non appartiene alla mia cultura?
19
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 20
Si parla dell’ Ite Missa est
La Messa è finita: andate in pace!
A giudicare dalla rapidità con cui alcuni (assolutamente una
minoranza) prendono sul serio quel “finita”, sembra quasi che ci siano
venuti solo per essere mandati a casa “in pace”!
Quando poi l’ ”ite missa est” è cantato in latino, bisogna – sempre per
alcuni – mettere le catene ai cancelli, come si faceva e si fa – nei tempi del
riflusso della politica – in certe scuole per far rimanere gli studenti alle
assemblee chieste dal comitato studentesco.
Eppure quell’andare in pace tutto significa meno che: andatevene
per i fatti vostri. Tutto è meno che un congedo – premio per le reclute. E’
proprio tutto il contrario.
Già fu spiegato in queste pillole che quel “Missa” (da cui “Messa”) è
il neutro plurale del supino del verbo latino “mittere”, ovvero mandare.
La Messa si conclude dunque con un invìo. Avete ricevuto dei doni –
sembra dire il linguaggio liturgico – ora potete andare e quei doni sono
stati mandati, inviati a chi non c’è proprio attraverso di voi.
Quel congedo è dunque proprio l’indicazione di una missione.
Analizziamolo brevemente:
•
La Messa è finita. Anche quando questa formula la si sostituisce
(legittimamente) con altra formula tipo “nel nome del Signore”,
oppure “glorificate il Signore con la vostra vita”, non si può negare
che l’annuncio sia chiaro: la Messa è proprio finita. Dunque la vita
non è, non può essere tutta una Messa. La Messa è un tempo
essenziale di preghiera. Direi che è un tempo essenziale di presenza.
O meglio, ancora: una rinnovazione dell’alleanza. È uno spazio di
stabilità, nel quale ci si ferma, si guarda il Signore, ci si lascia guardare
da Lui, ci si guarda tutti noi e poi si parte. Paradossalmente quel
“finita” dice l’assoluta importanza della Messa. Per alcuni infatti non
è finita perché mai è iniziata. E dunque ritorna la domanda: come fai
a portare qualcosa a qualcuno se prima non l’hai ricevuto? Da dove
pensi di trarre la bontà, l’intelligenza, la convinzione, il coraggio, se
prima non hai profittato di una situazione in cui queste cose si
possono prendere? Ora, per quanto si possa “rifiutare” la struttura
della Messa, o possa non piacere chi la celebra o i canti che vi si fanno,
è indubbio che la Messa annuncia qualcosa, anzi Qualcuno. E la
Chiesa è consapevole che l’annuncio formalmente a un certo punto
finisce. Sta a chi l’ha ascoltato di mantenerlo sempre nelle proprie
orecchie. Sempre nella propria vita. La Messa finisce, oltretutto,
perché essa possiede la dinamica del “lievito della terra”. Ovvero è
qualcosa che è molto piccolo. Il lievito non si sente eppure senza
20
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 21
lievito il pane non cresce e non è buono. Non si può cucinare un
pranzo a base di lievito. Il lievito serve al pranzo, non il pranzo al
lievito. Così la Messa serve alla vita e non il contrario. Ecco perché
occorre parteciparvi sempre e con attenzione e con la coscienza che
non devo perdermi assolutamente niente. La Messa infatti finisce e io
rimango solo. O meglio, esco (anche perché la chiesa chiude) e – una
volta uscito – devo fare i conti con me stesso.
•
Andate in pace. Pensate se il prete dicesse “andate in ansia”, o
“andate dall’analista”. È ovvio che la Messa deve dare la pace. E se
qualcuno ha bisogno dell’analista e del suo onesto lavoro è probabile
che gli dica che la Messa è un momento di pace. Ma quella pace non
è individuale, è la pace di tutti. È la pace per tutti. Dunque l’invito alla
pace non è un invito ad un’ulteriore gestione soggettivistica della
propria esistenza. È l’invito a portare pace. Quando la gente viene da
me dopo la Messa, anche solo per un abbraccio, uno scambio, una
risata, io ho capito che la Messa ha portato la pace. Quando invece
vedo gente che, uscita da Messa, nemmeno mi saluta – e non credo
proprio di essere uno sconosciuto – o nemmeno si salutano le persone
tra loro, allora la Messa non ha portato se non un pace effimera.
Della serie: la vita è mia e me la gestisco io, non mi disturbate troppo.
Sembra incredibile, ma è grossomodo lo stesso slogan che usavano gli
abortisti e le abortiste: l’utero è mio e me lo gestisco io. Qui non si
tratta di riservatezza o di timidezza – che non sono certo un peccato –
ma di incapacità cronica (e volutamente consapevole ) di creare anche
minime relazioni dopo avere ascoltato il Signore. Ma sarebbe il caso
di chiedersi: l’ho per davvero ascoltato?
Si parla dell’attesa della Pentecoste
Secondo la tradizione dei Vangeli, Gesù è risuscitato nella notte del
primo giorno dopo il sabato .
Quel giorno i cristiani l’hanno presto chiamato “domenica”, ovvero
giorno del Signore. I primi cristiani, provenienti dal giudaismo, dunque
ebrei e cristiani al tempo stesso, frequentavano il Tempio di Gerusalemme
e, al tempo stesso, spezzavano il pane a casa. Questo ce lo rivelano gli Atti
degli Apostoli 2,46. Significa che i primi cristiani avevano mantenuto la
religiosità ebraica ma avevano iniziato insieme a celebrare la liturgia
cristiana, ovvero la fractio panis, facendolo nelle case, perché non c’erano
le chiese. Questo lo facevano di domenica, ovvero il primo giono della
settimana ebraica, che presto divenne, nella coscienza collettiva dei
credenti, la domenica. Quando nella cittadina africana di Abitene
(nell’odierna Tunisia) sotto la persecuzione di Diocleziano, nel IV secolo
21
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 22
d.C., alcuni cristiani furono arrestati perché celebravano la liturgia
nelle case, si difesero rispondendo “Sine dominico non possumus”.
Il dominicum è l’unica loro ragion d’essere. E per averlo celebrato,
vengono torturati e messi a morte.
Sempre secondo i Vangeli e gli Atti degli Apostoli (cui uniamo la
preziosa testimonianza di Paolo in I Cor 15,3s) Gesù, dopo la Resurrezione,
apparve per quaranta giorni parlando del regno di Dio (Atti 1,3).
Evidentemente in 40 giorni Gesù ebbe modo d incontrare diverse persone,
quelle che voleva, quelle alle quali doveva rivolgere parole e
incoraggiamento. È indicativo che furono solo quaranta (un simbolismo
numerico che torna spesso nella Bibbia). Poi Gesù scomparve e ascese al
cielo. Il suo desiderio non era quello di rimanere per troppo tempo a
disposizione sulla terra. Gesù era il Cristo, il Cristo Risorto, che non aveva
ormai più niente a che fare non solo con la morte, ma nemmeno con
questa vita. La sua Incarnazione, decisa dentro la Trinità, era completa.
Aveva realizzato il fine per cui era avvenuta e si era saldata alla Passione
e alla Pasqua. Ora si trattava di non lasciare soli gli Apostoli, anzi tutti i
discepoli.
Nelle ultime parole a loro rivolte dise: “Avrete forza dallo Spirito
Santo che scenderà su du voi e mi sarete tesitmoni” (Atti 1,8). Era l’ora
dello Spirito Santo!
La Pasqua dunque naturalmente attende la Pentecoste. Solo a
Pentecoste si conclude il tempo liturgico della Pasqua. La vita di un
credente in Cristo è segnata da tempi. La vita di ogni uomo, d’altronde, è
segnata da tempi, ma sono tempi e cicli naturali. E non coincidono
necessariamente con sentimenti, azioni, pensieri, decisioni. Non è vero che
a primavera ci si innamora, nè è vero che in autunno si è tristi. Oramai
nemmeno è più vero che in inverno fa freddo o che in estate ci si riposa.
Invece è verissimo che in Quaresima si vive in pieno la tribolazione del
Cristo e ancor più vero è che a Pasqua si vive la forza della sua
Resurrezione.
Basta lasciarsi guidare dai tempi.
Perché la Pentecoste? Perché lo Spirito è la terza persona della Trinità.
Adesso è il suo turno, il suo grande momento. Il momento più lungo forse
no (no, se si considera i tempi dalla creazione in qua) ma certamente il
momento più difficile. Si tratta – da parte dello Spirito - di ricordare la
verità ai credenti, di ricordar loro tutto ciò che hanno udito e che già è
stato detto (Gv 16,15).
Lo Spirito è chiamato da Gesù anche il “ Consolatore”, colui che
incoraggia, consola, restituisce convinzione e forza. È detto il “Paraclito”
(da parakalòs, che significa avvocato). È colui che ci difende, che prende le
nostre parti, che ci dà l’arringa difensiva sulle labbra ,che ci permette di
non essere mai impreparati.
22
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 23
La Pentecoste sta arrivando, si tratta di attendere cinquanta giorni
dopo la Pasqua. Furono proprio 50 i giorni che ci vollero affinché lo Spirito
scendesse sugli apostoli, la costanza dei quali permise alla Trinità di
realizzare l’ultimo tassello del progetto.
Si parla ancora dell’attesa della Pentecoste
Lo Spirito Santo è il grande protagonista della Pentecoste. Stiamo
parlando della Pentecoste cristiana. Sappiamo che questa festa è nata
ebrea, come Gesù era ebreo. Presso gli ebrei è la festa di Shavuoth, ovvero
la festa delle sette settimane. Furono gli ebrei di lingua greca a chiamarla
“Pentecoste”, ovvero cinquanta giorni dopo la Pesah, cioè la festa di
Pasqua o del passaggio. Erano sette, infatti, nell’antico Israele, le
settimane della raccolta del grano, cominciando dalla mietitura dell’orzo
e concludendo con la mietitura del frumento. Col frumento in mano gli
ebrei salivano al tempio di Gerusalemme (Shavuoth è una festa di
pellegrinaggio) e offrivano i primi frutti del raccolto. Ovvero
“sacrificavano”, cioè a dire “rendevano sacri” i frutti regalandoli a Dio
nell’atrio del Tempio.
Quel giorno era giorno di grande festa. Si radunavano molti ebrei
della diaspora, ovvero gli ebrei che erano andati a vivere lontani dalla
terra promessa. Parlavano le lingue e i dialetti locali, mentre a
Gerusalemme si parlava l’aramaico. Fu allora che – secondo il racconto di
At 2,1-4 – avvenne il prodigio della discesa dello Spirito Santo. La Santa
Trinità – che non aveva certo dimenticato la predilezione per il poplo di
Mosè – scelse quel giorno per inviare lo Spirito Santo. Ora – come già
dicemmo – lo Spirito diventava il protagonista. Il Figlio era già disceso sulla
terra e lo aveva fatto assumendo la forma dell’uomo. Lo Spirito
discendeva, inviato dal Padre e dal Figlio ormai tornato al Padre, ma senza
una nuova incarnazione. Quando parliamo di “tempo dello Spirito” non
parliamo di una seconda incarnazione. Una seconda incarnazione non ci
sarà. C’è invece lo Spirito, lo pnèuma di Dio, il suo soffio. Dopo le Sue
parole dette in lingua umana, dopo la condivisione della sorte umana,
dopo il sangue del Cristo ovvero il sangue stesso di Dio che purifica le
colpe dell’uomo, ora c’è il soffo do di Dio. È dunque tempo in cui
continuano le grazie ed è tempo di attesa. Attesa di cosa? Della defintitiva
“ricapitolazione” di tutte le cose in Dio.
La liturgia cristiana usa per lo Spirito Santo parole bellissime.
Nell’inno “Veni creator Spiritus” lo Spirito è chiamato “fons vivus, ignis,
charitas et spiritalis unctio”. Quest’ultimo appellativo è essenziale.
Lo Spirito procura un’unzione. Dove e quando siamo unti, c’è lo Spirito.
Ciò avviene in molti sacramenti, come il Battesimo, la Cresima, L’Ordine
23
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 24
sacro, l’Unzione degli infermi. La Chiesa ha mantenuto questo segno
– tipicamente ebraico – dell’unzione (anche se in differenti modi, secondo
i sacramenti) per rammentare che la presenza di Dio è attraverso il suo
Spirito e che questi sacramenti assicurano, alcuni una unzione perenne e
irripetibile (i primi tre), altri (il quarto) una unzione ripetibile e dunque
una presenza ancora invocabile attraverso una nuova unzione.
Lo stesso bellissimo inno chiama lo Spirito “digitus paternae
dexterae”. Quel dito michelangiolesco che ha creato il mondo,
incontrandosi col dito dell’uomo, ricrea l’uomo continuamente. Il dito di
Dio indica la strada e tocca, avvicina, conforta, incoraggia. Tutto questo è
opera dello Spirito.
Dice ancora: “Sermone ditans guttura”. Ovvero, Tu che riempi la
bocca di sermoni! È proprio bello! È la promessa di Gesù: “Non
preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito
in quel momento... non sarete infatti voi a parlare ma è lo Spirito del
Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,20). Lo Spirito viene in aiuto alla
nostra debolezza di parola e di convinzione degli altri.
Ancora: “Hostem repellas longius... ductore sic te praevio, vitemus
omne noxium”. Il nemico di Dio e dell’uomo è lontano quando nel corpo
della fede vive lo Spirito. E con Lui, conduttore invincibile, eviteremo ogni
male. Cioè, non perderemo la nostra anima.
E infine: “Per te sciamus Patrem, noscamus atque Filium”. È lo Spirito
che ci permette di riconoscere il Padre e il Figlio. Lo Spirito dunque agisce
sulla conoscenza, illumina la testa, ci fa recuperare saggezza e
comprensione. L’ignoranza di Dio e delle cose di Dio dipende dal non
avere lo Spirito suo, ovvero dal non averlo chiesto e ottenuto.
Si parla dell’Ascensione
Una delle cose che meno frequentemente si insegnano è proprio
questa verità del Credo: “Et ascendit in coelum, sedet ad dexteram Patris”.
L’ascensione di Gesù al cielo non si capisce senza la Resurrezione, ma al
tempo stesso la Resurrezione non avrebbe senso senza l’Ascensione.
Infatti, risorgendo, Gesù non è andato in cielo ma è rimasto sulla
terra. In che senso? La sua unione o ri-unione al Padre e allo Spirito dopo
la Resurrezione rimane nel mistero. Non possiamo fare una radiocronaca
di cosa sia avvenuto in quegli attimi, fuori dal tempo e dallo spazio. Ma,
come abbiamo già detto nelle precedenti puntate, Gesù si è mostrato per
quaranta giorni a molti – che Lui aveva scelto – e solo dopo si è
definitivamente ricongiunto a Dio Padre.
Ecco perché i cristiani celebrano l’Ascensione prima della Pentecoste.
Un motivo è chiarissimo: prima di inviare lo Spirito Santo a Pentecoste
24
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 25
Gesù il Cristo doveva essere di nuovo, e per sempre, accanto al Padre.
Un altro motivo è altrettanto chiaro e semplicissimo. Gesù doveva e voleva
“fare spazio” allo Spirito, dunque doveva “togliersi di mezzo”. È rimasto
a colloquiare con i suoi discepoli e con Paolo, che aveva deciso di associare
al gruppo apostolico operando una delle più grandi conversioni nella
storia. È rimasto finché ha voluto. Ha parlato, non ha operato altri
miracoli, ha spezzato però il pane con i discepoli di Emmaus, ha dato la
missione a Pietro – ribadendo quella già data a Cesarea di Filippo –,
ha incoraggiato molti, ma le sue parole più belle le ascolteremo proprio il
giorno dell’Ascensione.
Luca – che ha scritto sia un Vangelo sia gli Atti degli Apostoli – ha due
versioni dell’evento. Nel Vangelo scrive che Gesù si trovava a Betània (la
città di Lazzaro, Marta e Maria) e sparì agli occhi dei discepoli alazando le
mani e benedicendoli. Prima aveva aperto il loro cuore all’intelligenza
delle Scritture (ovvero di quello che oggi chiamiamo l’Antico Testamento),
per far loro capire che tutto quello che l’AT diceva di lui era profeticamente vero. In seguito dice loro di restare in città (a Gerusalemme)
attendendo lo Spirito Santo. Ma subito, e senza attendere lo Spirito,
profetizza loro che il loro compito sarà di essere testimoni. Luca
ci racconta (Lc 24,44-53) che i discepoli erano felicissimi e lo adorarono nel
vederlo ascendere. Non c’è notizia di alcun rimpianto o di tristezza o di
lacrime nel vederlo andare via.
Gli Atti dello stesso Luca collocano la scena a Gerusalemme, alla
sommità del monte Sion, ove anche oggi è custodito un tempietto
(in mano ai musulmani, ma visitabile) che ricorda il luogo dell’Ascensione.
Parole molto simili da parte di Gesù, più brevi, con la promessa dello
Spirito Santo. Ma l’atteggiamento dei discepoli sembra un po’ cambiato,
sono perplessi e continuano a fissare il cielo. Forse qui Luca ha riportato
una seconda tradizione orale sull’evento, che ha voluto unire alla prima
per onestà di testimonianza.
Alla perplessità degli amici di Gesù reagiscono due uomini in bianche
vesti (simili a quelli che le donne videro al sepolcro, il mattino dopo il
sabato) che ci aggiungono una cosa essenziale. Perché state a guardare il
cielo? Gesù tornerà nello stesso modo!
Questa notazione è deteminante per due motivi. Primo perché ci
attesta che un atteggiamento sbagliato è quello di “guardare il cielo”,
come se – invece che contemplare di Dio, cosa santa, ma non è ciò di cui
qui si parla – i discepoli dovessero solo restare in un una memoria un po’
amara di cose ormai avvenute. Secondo, perché ci dice come Gesù tornerà.
Tornerà dal cielo, lo vedremo apparire e sicuramente lo attenderemo in
quel momento terribile e di liberazione, che ci sarà annunciato da segni
finali e inequivocabili, e tutti insieme. Sul “tutti” peraltro non mi allargo.
Chi lo attenderà? Chi pregherà consapevole che Gesù ci vuole pronti al suo
25
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 26
ritorno? Solo chi già lo prega e già lo attende. Ecco perché la Chiesa
evangelizza. Proprio perché desidera preparare le persone al ritorno di
Cristo. La Chiesa evangelizza se stessa, in realtà, perché in quel giorno
forse le sue gerarchie saranno meno importanti e tutti i credenti in Cristo
saranno coinvolti nell’attesa del giudizio. Tutti sullo stesso piano, secondo
la loro fede e i loro meriti. È in vista di quel tempo che forse lo stesso Luca,
unico fra gli evangelisti, ha introdotto nel Vangelo un detto terribile di
Gesù: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”
(Lc 18,8).
Non posso concludere questa nota senza citare ciò che mi ha detto di
recente, e con grande fede, una donna che, provata dalle sue malattie e
da quelle dei suoi figli, ha esclamato: “il Signore non è lassù nel cielo ma
qui sulla terra, accanto a me”.
Si parla del mese di Maggio
Il mese di maggio è senza dubbio uno dei più cari al popolo dei
credenti. Non solo al popolo cattolico ma anche a quello ortodosso orientale. La fede e la devozione nella Madonna è universale, è – per l’appunto –
cattolica. I protestanti in genere considerano Maria come la madre di
Gesù, accettano i dati del Concilio di Efeso (431 d C) che definì Maria la
“Theotokos”, ovvero la Madre di Dio, ma non hanno alcuna venerazione
né per Maria né per i santi, che non reputano intercessori presso Dio. A
questa credenza dei protestanti fanno eccezione gli anglicani (anche se
non tutti, il mondo protestante infatti è diviso) e ne fa fede una bellissima
vicenda che lega anglicani e cattolici nella devozione alla Vergine Maria,
attraverso una veneratissima immagine che si trova a Nettuno e che
originariamente era ad Ipswich Town, in una chiesa anglicana.
L’origine storica della devozione del mese di maggio è abbastanza
recente, risale infatti al settecento. La devozione deriva dal fatto che
maggio è in genere il mese di risveglio della natura attraverso i fiori,
soprattutto le rose. E Maria è per davvero il fiore più bello del giardino di
Dio. La liturgia della Parola, peraltro, non è particolarmente ricca di
riferimenti a Maria, in questo mese. Siamo infatti nel tempo di Pasqua e
gli annunci pasquali, come pure la vita della nascente Chiesa, sono al
centro della vita liturgica. Questo può dipendere anche dal fatto che
Maria è sempre stata molto silenziosa e riservata durante la vita di Gesù,
stando almeno ai dati dei Vangeli, che non avrebbero certo mancato di
mettere in luce i suoi interventi, se ce ne fossero stati di più. Eppure le
recenti riforme della liturgia permettono oggi di celebrare il culto di Maria
nella Messa attraverso un lezionario ed un messale specifici, chiamati
appunto mariani.
26
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 27
In essi troviamo decine di titoli attribuiti a Maria, come Maria madre
della Chiesa, Maria nella Resurrezione del Signore ecc. D’altronde la
consuetudine di chiamare Maria con diversi titoli è più antica. Dalla prima
metà del secolo XVI si cantavano nella santa casa di Loreto le litanie, dette
poi “lauretane”, che desiderano cantare e celebrare l’azione di Dio in
Maria, per far comprendere al credente non solo la grandezza della madre
ma anche l’azione stessa di Dio in ciascuno di noi. Papa Sisto V le approvò
nel 1587 e vengono recitate dopo il Rosario, ripetendo ogni volta “prega
per noi”. Sono una vera “oratio fidelium” semplicissima, accessibile a tutti,
una preghiera che non ha bisogno di particolari stati d’animo o di luoghi
specifici, ma che certo richiede un minimo di concentrazione poiché è
sempre – come ogni preghiera mariana – indirizzata alla Trinità. Il papa
Leone XIII chiese in particolare di recitarle nel mese di ottobre, mese
dedicato alla devozione del Rosario.
La devozione del Rosario fu resa popolare da san Domenico che ebbe
un’apparizione della Vergine nel 1214 e fu incrementata dal papa san Pio
V nell’anno della battaglia di Lepanto, il 1571, che permise attraverso una
vittoria avvenuta il 7 ottobre all’Europa di non essere conquistata dai
turchi ottomani e di rimanere cristiana.
Come vivere il mese di maggio è molto semplice. Il Rosario ne è l’arma
più sicura. Se non si conoscono i misteri (che sono attualmente venti) si
può acquistare un libretto da tenere sempre con sé. Ogni Rosario o ogni
mistero può essere dedicato ad un’intenzione particolare. Il Rosario è per
davvero una preghiera di intercessione, che ricorda quella di Abramo
verso Dio per salvare le città peccatrici di Sodoma e Gomorra. Quella
stupenda preghiera (Gen 18,22-33) è l’icona di ogni uomo che insiste
presso Dio per ottenere la misericordia,che va sempre chiesta per sé e per
tutti. Il Rosario si può recitare anche posponendo alla prima parte dell’Ave
Maria una frase biblica, da ripetere sempre, presa da un Salmo o dal
Vangelo del giorno. Questa piccola frase diventa una litania che esprime
noi stessi, il nostro momento, il nostro animo. Come un “mantra”
buddista, ovvero un piccola e segreta frase che ognuno di noi conosce, nel
senso che ne conosce la potenza su Dio e la capacità evocativa su se stessi,
in termini di amore, di serenità, di forza.
Il Rosario può diventare anche un gran momento di gratitudine.
Quando diciamo la frase “Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il
frutto del tuo seno”, noi pronunciamo una “euloghìa”, una benedizione.
Possiamo ogni volta pensare a un motivo per benedire il Signore. Ti
benedico per la vita, per la salute, per la fede, per i figli, per i doni che mi
hai dato. Così il mese di maggio diventa per davvero il mese in cui si
colgono i fiori più belli della nostra fede, che non può esistere senza
riconoscenza a Dio.
27
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 28
Si parla del Corpus Domini (e si finisce qui)
È l’ultima celebrazione liturgica di cui parliamo. È quasi sempre una
celebrazione estiva o primaverile, perché viene dopo la Pentecoste, e
proprio per questo è occasione di processioni all’aperto, di infiorate nei
paesi, di celebrazioni solenni. La più solenne a Roma è quella che porta da
piazza san Giovanni a piazza santa Maria Maggiore, presieduta dal Papa,
e restaurata a Roma per ferma volontà di Giovanni Paolo II, come mi disse
personalmente l’allora cardinale vicario Ugo Poletti. La festa fu istituita da
Urbano IV nel 1264. Solo un anno prima un sacerdote boemo, Pietro da
Praga, celebrò la Messa sull’altare di santa Cristina a Bolsena e vide –
afflitto com’era da dubbi sull’Eucarestia – sgorgare sangue dall’ostia
appena consacrata. Tanti fedeli videro la scena e il corporale, bagnato del
sangue sgorgato, ancora si conserva a Orvieto ed è portato in processione
nel giorno della festa. Io stesso, da seminarista, ebbi l’onore di fare un
breve tratto di strada portandolo sulle spalle.
Tanti altri miracoli eucaristici hanno segnato la storia della Chiesa
cattolica. Ciò che colpisce è l’intervento miracoloso di Dio per garantire la
presenza di suo Figlio nel sacramento e ciò che colpisce ancora di più è la
mancanza di fede dei preti, o meglio di alcuni preti. “Che cosa renderò al
Signore per quanto mi ha dato?”, ci fa dire il Salmo 115 proprio la sera del
Giovedi Santo.
In realtà già prima, qualche decina di anni prima, una mistica, la
beata Giuliana di Retìne, priora di un monastero presso Liegi, vedendo il
disco lunare risplendente, ma deformato da un parte da una zona
d’ombra, ebbe la grazia di capire che la Chiesa mancava ancora di una
solennità importante. Fu dunque il vescovo di Liegi, su richiesta del padre
spirituale della mistica, a istituire già nel 1246 una festa diocesana in
onore dell’Eucarestia. E, guarda caso, il papa Urbano IV era di Liegi e
conosceva la beata Giuliana.
Dio sa sempre come muoversi e come muovere la Chiesa.
Il Corpus Domini non può essere, nella fede cristiana, un qualunque
“accidens”. E’ qualcosa di essenziale. Il Concilio di Trento, che dopo anni
reagì alla quantità di eresie sul sacramento dell’Eucarestia, ribadì la fede
cattolica che mai la Chiesa ha messo in dubbio. Come potrebbe d’altronde,
se la Chiesa vive di Eucarestia? Ve l’immaginate una Messa senza il corpo
del Signore? Un popolo di fedeli denutrito e anoressico spiritualmente? Se
nel Giovedi santo si mette in luce l’istituzione del sacramento nell’ultima
cena, nella festa del Corpus Domini si proclama di più il legame tra
Eucarestia e Chiesa. La Chiesa è il corpo di Cristo – dice san Paolo – un
corpo di cui Cristo è il capo. Soffre nelle sue membra la croce stessa di
Cristo e la completa. E nel corpo sacramentale del Signore trova il suo
viatico. E’ bella questa parola: viatico. La si usa per le persone malate, per
28
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 29
indicare che la Comunione che si porta loro è una via di salvezza, di
perdono. Ma in realtà l’Eucarestia è un viatico per tutti. A patto di non
ritenersi troppo sani, cosa che Gesù stesso chiede di evitare, per non
diventare autoreferenziali persino davanti a Dio.
La bellissima definizione di Trento ci ricorda che in quel sacramento,
subito dopo la consacrazione, Cristo è presente in corpo, sangue, anima e
divinità. Vuol dire che di Lui ci resta – anzi ci è dato – tutto il corpo fisico,
tutta l’anima e tutto questo nella sua sostanza divina. Vuol dire che non è
un corpo umano, ovviamente, ma un corpo divino. Un corpo risorto. Vuol
dire che vi esiste una sostanza che va al di là delle “species”, cioè del peso,
del colore, del sapore, dell’odore, ovvero dell’immagine che ci appare.
Vuol dire in definitiva che gli occhi vedono, certo, ma vedono illuminati
dalla fede. Vuol dire ancora che occhi non illuminati dalla fede non
vedrebbero niente, non solo l’Eucarestia, ma nemmeno Dio stesso
all’opera nel mondo.
Ogni prete ritrova se stesso nel Corpus Domini. Il Giovedi Santo, con
il Vescovo, ogni prete rinnova le promesse della sua ordinazione
sacerdotale e risponde “si” a questa domanda: vuoi essere dispensatore
dei misteri di Dio per mezzo della santa Eucarestia? E quando,
ordinandolo prete, il Vescovo gli pone in mano il calice e la patena per la
prima Messa, gli dice: vivi il mistero che è posto nelle tue mani
e sii imitatore del Cristo immolato per noi. L’Eucarestia è il frutto
dell’immolazione del Signore.
Il prete si immola come il suo Signore. Non lo fa con gesti plateali, lo
fa nel servizio quotidiano, e lo fa celebrando quell’immolazione
sull’altare.
Grazie a tutti per l’attenzione e il gradimento di queste pillole
liturgiche. Come promesso ad alcuni, le riuniremo in un piccolo fascicolo
perché servano alla fede a alla preghiera di tanti. Grazie. (2010)
29
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 30
30
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 31
NOTE
1)
“MESSA” è il termine con cui nei riti latini viene chiamata la Celebrazione
liturgica dell’Eucaristia.
L’origine del nome deriva dall’acclamazione finale del rito: “Ite missa est”, che
letteralmente significa “Andate, (l’Eucarestia) è stata mandata”, con la quale si
congedavano i fedeli annunziando loro che l’Eucarestia era stata inviata ai
malati. Col tempo il participio passato “missa” è stato sostantivato in “Missa”,
sostantivo col quale si è poi usualmente chiamata tutta la celebrazione
eucaristica.
2)
Non è difficile comprendere perché la celebrazione Eucaristica venisse chiamata
da S. Agostino “Signum Unitatis”: per il fatto di unirsi in comune per la sua
celebrazione. Tuttavia, è difficile comprendere il motivo per cui sia prevalso fino
ad ora, un nome che indica un’azione contraria, quella di separarsi, disperdersi.
È il caso della parola che in latino e in tutte le lingue moderne dell’Occidente ha
sostituito tutti gli altri nomi: missa, messa. È chiaro quale sia il significato
primitivo della parola: missa = missio = dimissio e che significava “congedo” al
termine di un’udienza o riunione ed è con questo significato che si presenta la
parola già alla fine del sec. IV.
Dopo un rito funebre, per esempio, in ambiente romano, l’assemblea si
congedava con la parola Licet = ire licet o secondo alcune tavole di bronzo di
Iguvium (Gubbio) del I sec. a. C., che testimoniano come la benedizione del
popolo e la maledizione dei forestieri terminava con la frase “Itote Iguvini”.
Il Codice di Diritto Canonico al n° 1132 sotto il capitolo dei diversi modi con cui
si chiama il sacramento dell’Eucaristia dice: “Santa Messa”, perché la Liturgia,
nella quale si è compiuto il mistero della salvezza, si conclude con l’invito dei
fedeli (missio) affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana.
31
Pillole:Layout 1
12-09-2011
17:29
Pagina 32
Scarica

Pillole liturgiche - Parrocchia San Pio X