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NUMERO VENTISEI
esprino
Il
Il diario
diario online
online del
del Lions
Lions Club
Club Palermo
Palermo dei
dei Vespri
Vespri
Lions Club International Palermo dei Vespri - Distretto 108 Y/b - Circoscrizione I - Zona 1
SOMMARIO
Vesprino Magazine
Editoriale
Editoriale di Febbraio
NIENTE CULTURA NIENTE SVILUPPO è la sfida del 2012?
Così pare se leggiamo il Domenicale del
Sole 24 ore del 19 febbraio. Sembrerebbe
una “rivoluzione copernicana” nel modo di
intendere la cultura, perché da “giacimento
di un passato glorioso “da mantenere diventa, grazie all’azione di governo, cioè di
tutti i ministeri, nel medio e nel lungo termine, mezzo di occupazione e produzione.
Si parla perciò di “Costituente” della cultura. L’idea sembra interessante anche perché punta sull’educazione come veicolo del
Gabriella Maggio
nuovo, infatti l’iniziativa dovrebbe trovare
collocazione in tutti i livelli educativi, dalle
elementari all’università, attraverso lo studio dell’arte e della storia per
rendere i giovani custodi del nostro patrimonio affinchè ne traggano impulso per la creatività del futuro. In particolare lo studio dell’arte dovrebbe essere integrato anche con pratiche creative, che avrebbero la
finalità di dare una marcia in più ai giovani, perché è dimostrato che gli
studenti impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati
in ambito scientifico. Questo progetto prevede anche la complementarità tra pubblico e privato sostenuto con provvedimenti legislativi che
prevedono sgravi fiscali per cui anche un biglietto d’ingresso al museo
potrebbe essere detraibile. Non si tratterebbe, quindi, soltanto di una
razionalizzazione delle risorse e delle competenze, ma di una vera assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo. Ma di fatto non resta
che attendere. Ci si rende conto che si fa fatica a cogliere il senso di queste proposte, infatti se in un primo momento la mente si slancia libera e
generosa verso un futuro meraviglioso, in un secondo momento subentra il disincanto di sempre. Ma non bisogna arrendersi.
Questa sera parliamo di Lions
Suoni e... parole a Palazzo Asmundo
E basta indignarsi? E ora che fare?
Le ricette letterarie di Marinella
Viaggiatori stranieri in Sicilia
Visita del Governatore del Distretto 108 YB
Hanno Partecipato a questo numero:
Gigliola Siragusa, Carmelo Fucarino, attilio Carioti,
Riccardo Carioti, Natale Caronia , Renata De Simone,
Ornella Correnti , Irina Tuzzolino, Raffaello Piraino ,
Lavinia Scolari, Luciana Pace, Marinella
Il giorno del ricordo delle foibe
Gabriella Maggio
Duecento anni fa nasceva Charles Dickens
Irina Tuzzolino
Le dolci creazioni fantastiche
Ornella Correnti
Intervista a Leda Melluso
Gabriella Maggio
14 febbraio 2012
Gabriella Maggio
Riccardo Carioti
Renata De Simone
Attilio Carioti
Raffaello Piraino
Attilio Carioti
Maschere di Carnevale
Gabriella Maggio
La “gaia scienza”
Carmelo Fucarino
Cosa è l’autismo?
Luciana Pace
Quale futuro?
Carmelo Fucarino
Natale Caronia
Tutta Parigi impazza
Carmelo Fucarino
Stratigrafia del Comune di Prizzi
Gabriella Maggio
Leo e Leoni in gita
2
Attilio Carioti
Tommaso Aiello
Un testimonio del nostro tempo
Comitato di redazione:
Gabriella Maggio (Direttore)
Mimmo Caruso • Renata De Simone
Carmelo Fucarino • Francesco Paolo Scalia
Daniela Crispo
Quei geniali architetti
che resero uniche le nostre città
Da Napoli a Palermo:
donne, intrighi, politica alla fine del Settecento
lionspalermodeivespri.wordpress.com
Marinella
Carmelo Fucarino
I vent’anni
incontriamoci in rete
Carmelo Fucarino
I diritti umani e un palermitano esemplare
Festa di Carnevale dei Lions Club di Palermo
VesprinoMagazine
Lavinia Scolari
Gabriella Maggio
Il testamento del vicerè
Commenta > Collabora > Scrivi
Attilio Carioti
SIGISMONDO D’INDIA,
vita e opere del musicista palermitano
I Lavori della Prima Circoscrizione
Visita > Leggi
Gabriella Maggio
Attilio Carioti
Città di mare
Gabriella Maggio
Con l’occhio dei bambini
Gabriella Maggio
Il Castello di Maredolce
Gigliola Siragusa
Lions Club
QUESTA SERA PARLIAMO DI LIONS
di Attilio Carioti
I
l 24 gennaio 2012, nel salone del Circolo Ufficiali di
Palermo, si è svolto un incontro di formazione lionistica, mirato alla riflessione su che cosa significa oggi
essere Lions, promosso dal L.C. Palermo Host con la partecipazione dei Club Normanna, Vespri, Mediterranea,
New Century Palermo, New Century Panormus, Federico
II, Libertà, Porta Nuova, Leoni, Monte Pellegrino, Conca
d’Oro Era presente il secondo Vice Governatore Gianfranco Amenta. Relatore sul tema è stato il Past Direttore
Internazionale Domenico Messina. Dopo il saluto dei
Presidenti dei Club, che hanno riferito le loro valutazioni,
nate dall’esperienza nella conduzione dei club, sulla crisi
dell’associazionismo ed in particolare sul mantenimento
dei soci, Gianfranco Amenta ha sottolineato che essere
lions equivale a fare una scelta di vita a cui bisogna restare
fedeli, operando concretamente nell’attuazione del we
serve nella realtà locale, soprattutto nelle zone più degradate. Domenico Messina ha posto l’accento sulla necessità
di selezionare con attenzione i soci sulla base di un’effettiva motivazione a servire, e sul loro coinvolgimento nelle
attività di club. Ai Presidenti, che rappresentano un im-
portante spaccato della società lionistica di Palermo, consiglia per non disperdere le energie, di organizzare attività comuni ai vari club per ottimizzare le risorse ed
implementare i risultati. Giuseppe Ingrassia, Direttore del
Centro studi distrettuale, comunica di avere predisposto
due questionari, che saranno inviati a tutti i Club del Distretto per rilevare dati utili ad evidenziare punti di forza
e punti di criticità per potere adeguatamente affrontare
il problema e proporre soluzioni.
3
Eventi
Suoni e… parole a Palazzo Asmundo
S
di Lavinia Scolari
abato 28 Gennaio 2012, nella splendida cornice
di Palazzo Asmundo, ha avuto luogo un evento letterario organizzato da SiciliAntica, in particolare
dall’attivissima Maddalena Gargano, e presentato
dal Gruppo Mediolanum.
L’incontro dal titolo “Suoni... e parole. Gli scrittori si raccontano tra armonie e discordanze” è stato coordinato da
Alfonso Lo Cascio, presidente regionale di SiciliAntica, e si
è articolato in diversi momenti, non solo letterari, ma anche
musicali e artistici, che hanno coniugato la presentazione di
due libri di genere opposto, eppure affini nelle tematiche
affrontate: Momenti di Parole di Paolo Baù e Il Suono
Sacro di Arjiam di Daniela Lojarro. In entrambi i generi
vengono dipinti dei personaggi che si interrogano sul senso
della loro vita e della vita in generale, in perenne anelito
verso una risposta che dischiuda il mistero della sofferenza
umana e apra la via verso la conoscenza della verità.
In primo luogo è spettato alla scrittrice partenopea Rosa
Gargiulo il compito impegnativo, ma di certo piacevole,
di presentare il romanzo di Baù, Momenti di Parole,
un’opera intimistica e riflessiva, in grado di delineare,
quasi in forma di moderno prosimetro, l’immaginario incontro con la “maschera” di Dio o di un’entità al quale lo
scrittore rivolge le sue domande, le sue perplessità, i suoi ricordi, fino a scoprire che non vi è risposta che possa giungere dal silenzio del Signor D., troppo intento a osservare
il suo bicchiere di latte, metafora del tempo che scorre inesorabile senza poter essere mai assaporato fino in fondo.
Rosa Gargiulo ha condotto un duetto con Baù evidenziando i punti focali del racconto e lasciando emergere i
turbamenti dell’animo e le amarezze del reale, quel sentire
fosco e cosciente del limite, che l’autore ha raccontato con
semplicità e chiarezza icastica.
Dopo uno dei momenti musicali, affidati a Tango Disiu musiche dei porti, è stata la volta di Daniela Lojarro, autrice de Il Suono Sacro di Arjiam, romanzo fantasy incentrato sulla musica e sul potere conoscitivo e spirituale
del suono. A introdurre la figura versatile della scrittrice,
Alessandro Iascy, creatore e amministratore del portale di
Letteratura fantastica TrueFantasy, e la sottoscritta. Dopo
aver presentato brevemente la carriera di Daniela, affermata cantante lirica, e dopo aver sottolineato l’importanza
della musica nella sua scrittura, le abbiamo rivolto alcune
domande sulla trama del romanzo e sulle tematiche universali che in esso sono intessute, come preziosi fili di un
arazzo: la perdita, il sacrificio, la ricerca del proprio ruolo
nel mondo e della propria identità. La Lojarro descrive i
suoi personaggi in un cammino iniziatico che sembra imperniarsi sulla necessità di trovare il giusto equilibrio fra
bene e male, amore e dovere, dolore e speranza. Lungi da
escludersi, gli opposti si completano e fondono in un ordine armonico che la Lojarro definisce felicemente con
uno suo stile fluido e rotondo.
Dopo un altro momento musicale, la serata si è chiusa con
due talentuosi danzatori di Tango che hanno allietato i
presenti prima di lasciare spazio all’aperitivo di chiusura.
Una serata suggestiva e ricca di piacevoli momenti, che
hanno avuto profondo risalto grazie all’impegno degli organizzatori e allo sfondo del meraviglioso Palazzo
Asmundo, di fronte alla cattedrale palermitana, a ricordarci
ancora una volta quanto Palermo sia vivace e pronta a raccogliere ogni fermento artistico, culturale e di scambio.
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Società
E basta indignarsi? E ora che fare?
di Carmelo Fucarino
U
n uomo di 95 anni, classe 1917, anno del primo disastro europeo, con lunga esperienza diplomatica, ex combattente della Resistenza francese, ex deportato di Buchenwald, ha vissuto inconsapevole nel circolo mediatico una folgorante incursione. Il giorno del suo compleanno (20 ottobre 2010) esce un piccolo pamphlet di 20 pagine dal titolo
esclamtivo, Indignez-vous !, sottotitolo (Pour une insurrection pacifique), Indigène éditions, in una collana dal nome profetico, "Ceux Qui Marchent Contre Le Vent", (Montpellier, traduzione italiana Indignatevi!, Add editore, Torino 2011). Ad
oggi certamente più di un milione di copie.
All’appello risposero le carovane del Movimento 15-M e gli Indignados di Puerta del Sol a Madrid, di Valladolid e Barcellona.
Anche la Big Apple rispose dalla celebre Wall Street e presto conobbero i manganelli dei policemen di Bloomberg e Obama.
Settecento arresti sul ponte di Brooklyn dei giovani di Occupy Wall Street
Questa la risposta in 32 pagine di un altro nobile antifascista del 1915
«Valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come
tali, inefficaci, in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro
corpo. Che l’indignazione possa supplire alla politica e, in primo luogo, alla creazione delle sue
forme efficaci è illusorio».
E poi «Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano, di ognuno di noi e della relazione con
l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo. La mia paura è che mi venga tolto non tanto
il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano. Vi prego, non permettete che la
domanda sull’essere umano venga cancellata».
E la contro risposta di Hessel con un altro pamphlet del 2011, Engagez-vous! (Impegnatevi!.
2011).Con i disastri e il baratro davanti al quale ci ha trascinato la finanza internazionale della
quale siamo ostaggi indifesi e non riscattabili: «E inoltre c’è un problema che riguarda indubbiamente il modo in cui siamo governati. Siamo governati da decenni dalla finanza, da gente che pensa solo ai profitti erodendo
diritti e certezze sociali a milioni di persone. L’insoddisfazione è enorme ma siamo ingannati dalla “felicità relativa”».
5
Cucina
Le ricette letterarie di Marinella
di Marinella
‘MPANATIGGHIE
Ingredienti:
Per l’impasto
Gr.500 di farina 00, gr.125 di
zucchero, gr.100 di strutto, 4 tuorli
d’uovo, 1 uovo intero, 1/2 bicchiere
di marsala secco, gr. 5 di ammoniaca
per dolci, un pizzico di sale.
Per il ripieno
Gr. 200 di filetto di manzo,
gr.250 di zucchero, gr. 200 di
mandorle, gr.100 di cioccolato
fondente, cannella, chiodi di
garofano in polvere, 4 albumi.
Leonardo Sciascia non è stato soltanto un autore di romanzi, ma anche
uno scrittore che raccontava per immagini attraverso le fotografie di
Giuseppe Leone. In questa narrazione parallela ha descritto anche la
cucina siciliana con particolare attenzione ai piatti più caratteristici come
le”’mpanatigghie della contea di Modica., ravioli dolci. Ecco le sue parole
evocatrici di sostanziosi sapori e storie lontane: “Fatti di una pasta
sottilissima e fragile contenente un sapiente impasto di carne e cioccolato
principalmente…un dolce nutrientissimo…si potrebbe dire un dolce da
viaggio. Da viaggio in Spagna , quando fu inventato…”
Preparazione della farcia
Rosolare in padella con olio di oliva la carne tritata, unendo lo zucchero i
chiodi di garofano e gli albumi, le mandorle.
Preparazione della pasta
Mescolare insieme gli ingredienti, ricavare dei dischetti di pasta e porre al
centro il ripieno. Sigillare il raviolo, forarlo prima di metterlo al forno a
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Lions Club
SIgISMONDO D’INDIA,
vita e opere del musicista palermitano
di Gabriella Maggio
Stemma della Famiglia India,
blasonato da Palizzolo Gravina
I
Lions Club Palermo Porta Nuova e Palermo New
Century il 31 gennaio 2012 nella Sala Martorana
di Palazzo Comitini hanno organizzato una conferenza sulla vita e le opere del musicista palermitano Sigismodo D’India. Relatore il Prof. Jeorge Morales
dell’Università Sorbonne di Parigi. Ha introdotto i lavori
il Presidente della Provincia Regionale di Palermo, ing.
Giovanni Avanti, che ha sottolineato l’importanza di promuovere lo studio e la divulgazione del patrimonio culturale siciliano. Erano presenti Alfredo Lo Faro,
coordinatore distrettuale del Service Made in Sicily, le eccellenze siciliane e Gabriella Giacinti, presidente della
Prima Circoscrizione. Poco si sa della biografia di questo
musicista, afferma Morales, tuttavia se incerto è il luogo
di nascita, Palermo o Napoli, per ammissione dello stesso
D’India, nella prefazione alle Musiche , la sua famiglia
appartiene alla nobiltà palermitana. Tale affermazione,
a parere di chi scrive, può trovare sostegno nel Villabianca
e anche nel Palizzolo Gravina, che nel Dizionario Storico-Araldico della Sicilia descrive e rappresenta lo
stemma della famiglia India.
Una congruenza emerge anche dalla ricerca negli elenchi telefonici italiani e nel noto portale Gens Labo, nei
quali si rileva che il cognome D’India è presente quasi
esclusivamente in qualche Comune del Palermitano.
Incerta è anche la prima formazione musicale del D’India, fatta eccezione per quello che lui stesso scrive nel
1609 nella prefazione alle Musiche :” ...insino dalla fanciullezza mi procurai di conversare con huomini intelligenti della Musica, et da suoi dotti discorsi imparare
ciò, che desideravo sapere sì del comporre a più voci,
come del cantar solo … Nella prefazione a Le musiche
da cantar solo... ( Milano 1606) Sigismondo d'India,
prende le distanze da quegli autori che creavano composizioni monotone e afferma:… ritrovai che si poteva
comporre nella vera maniera con intervalli non ordinarij, passando con più novità possibili da una consonanza all'altra, secondo la varietà de i sensi delle parole,
et che per questo mezo i canti havrebbono maggior affetto, et maggior forza nel mover gli affetti dell'animo di
quello, c'havessero potuto operare, se fossero tutte state
composte ad un modo con ordinarij movimenti...". Sigismondo d'India si è cimentato in tutte le forme musicali del suo tempo, tra Rinascimento e Barocco, quali
monodie, madrigali e mottetti, reinterpretando le suggestioni delle varie produzioni musicali, per esempio
quelle della Scuola veneziana e della Scuola romana,
quelle legate al tentativo di recuperare la musica della
classicità greca e allo sviluppo di una nuova forma musicale che sfocerà nel melodramma. Dalle opere ascoltate in registrazione è emerso il grande musicista, che
con la sua arte legittima pienamente l’interesse che ancora oggi si ha per le sue opere, mettendo in ombra le
lacune delle fonti storiche.
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Storia
I diritti umani e un palermitano esemplare
di Carmelo Fucarino
G
agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno
insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici
della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il
fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data
con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che
sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per
allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio» (cap, XXVIII). Pochi mesi fa dal Rapporto annuale
2011 di Amnesty International - La situazione dei diritti
umani nel mondo. Italia – Scheda paese -Tortura e altri maltrattamenti «A marzo e maggio, la corte d’appello di Genova
ha emesso verdetti di seconda istanza nei processi sulle torture
e altri maltrattamenti perpetrati da agenti delle forze di polizia e di sicurezza contro i manifestanti in occasione del G8 nel
2001. A fine anno rimaneva aperta l’opportunità di presentare ricorsi presso la Corte di Cassazione. A marzo la corte ha
riconosciuto che la maggior parte dei reati occorsi nel centro
di detenzione temporanea di Bolzaneto, tra cui lesioni personali gravi, ispezioni e perquisizioni arbitrarie, erano ormai prescritti, ma ha comunque ordinato a tutti i 42 imputati di
pagare un risarcimento civile alle vittime. Ha inoltre imposto
pene detentive fino a tre anni e due mesi nei confronti di otto
imputati. A maggio, la stessa corte ha ritenuto colpevoli etc.
Molte delle accuse sono cadute a causa della prescrizione. Tuttavia, se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel codice
penale, la prescrizione non si sarebbe potuta applicare»
(scheda completa nel sito). Convenzione di New York contro
la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti Normativa adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. il 10 dicembre 1984. Entrata in vigore il 27 giugno
1987. Stati che hanno depositato la dichiarazione di cui all'art. 22 al gennaio 2004: 54.Autorizzazione alla ratifica ed ordine di esecuzione in Italia: l. n. 489 del 3 novembre 1988.
«Articolo 1. 1. Ai fini della presente Convenzione, il termine
"tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da
una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per
un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei
o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per
qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un
agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso
espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle
sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti
a tali sanzioni o da esse cagionate». C’era un palermitano, 427
anni fa, che sapeva cosa fossero la tortura e la pena di morte,
perché vi era vissuto dentro, l’aveva subita, si suppone dalla
Santa Inquisizione anche in nome di Dio. Certo non in nome
di Cristo. Quanti delitti si compiono ancora in nome della religione e della libertà individuale e della sicurezza nazionale.
Palermo - Castello a mare - Porta Aragonese
iovedì 19 agosto 1593 alle 15 circa un fortissimo
boato fece tremare la zona della Cala e tutto il Cassaro basso. Si disse che al Castello a mare di Palermo «incappò foco a due dammusi di polveri ed
essendo vicine le carcere, tutte le scacciò». Ivi perì anche Argisto Giuffredi (1535-1593), poeta e socio fondatore dell’Accademia degli Accesi, nome “Contemplativo”, e socio di quella
dei Risoluti. Oltre a una raccolta di poesie in stile petrarchesco, scrisse anche gli Avvertimenti cristiani, sulla falsariga del
celebre Galateo (1551-1555) di monsignor della Casa e del
Cortegiano (1508-16) di Baldassar Castiglione, il diario della
vita palermitana della fine del Cinquecento, una società spompata e rassegnata e vuota di ideali. A parte alcuni consigli di
timorosa prudenza, egli fu, come osservò Sciascia (non pertanto scrisse la perla di Porte aperte, 1987) «la prima voce che
si sia levata nel mondo contro la tortura e la pena di morte»,
quando impartì al figlio Giovanni anche questo precetto, straordinario per tempi in cui la tortura era strumento di istruttoria, dalla semplice corda alle invenzioni più sofisticate e
strazianti: «Ma voglio ben dirti, Giovanni, e così lo dico agli
altri, che non condanniate mai nessuno ad essere frustato […]
e se non è per cosa più che grande, anzi, potendo, per qualsivoglia cosa non date mai morte a nessuno; […] questa vita che
è di Dio io la vorrei lasciar tor da lui». E lui stesso che aveva
assistito ai “tratti di corda” e aveva poi sperimentato sulla sua
schiena “sette tratti di corda”, come abituale procedura istruttoria, preparatoria dell’interrogatorio, in quell’orrendo carcere della Santa Inquisizione, ricordava di «venir quasi così
mal volentieri a dar altrui la corda, come a dargli morte; perciò che oltre al pericolo in che si pone uno, confessando, di
morire, si pone anche a pericolo di rompersi il collo, rompendosegli, come l’ho veduto io talvolta». Così intorno al 1585.
Poi nel 1764 il milanese Cesare Beccaria così lamentava in Dei
delitti e delle pene: «Una crudeltà consacrata dall’uso nella
maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si
forma il processo, o per constringerlo a confessare un delitto,
o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei
complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile
purgazione d’infamia, o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato» (cap. XVI).
«Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà
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Storia
Viaggiatori stranieri in Sicilia
Dominique Vivant Denon
di Daniela Crispo
D
ominique Vivant Denon è nato in Francia
nel 1747 , abile incisore e piacevole scrittore,
come diplomatico viaggia per l’Europa e
soggiorna sette anni a Napoli. Nel 1778
viaggia nell’Italia meridionale ed in Sicilia ed consegna
le sue impressioni al Voyage pittoresque ou description
des Royaumes de Naples et de Sicilie, stampato fra il
1781 ed il 1786 ed illustrato da 417 acqueforti. L’opera
costituisce la più bella rappresentazione della Sicilia di
fine Settecento. Denon è giunto in Sicilia il 2 giugno insieme agli architetti Jean Louis Desprez e Jean Augustin Renard ed il pittore Claude Louis Châtelet. Tutti
hanno un grande gusto per le antichità e per i paesaggi
sconosciuti in cui ricercano l’atmosfera preromantica
della natura aspra e selvaggia. La prima parte del viaggio si svolge tra Messina e Taormina e culmina l’11 giugno nell’ascensione sull’Etna, vissuta dai viaggiatori
nell’esaltazione della grandiosità dei luoghi e dell’avventura straordinaria che hanno intrapreso. L’interesse
antiquario dei viaggiatori, ragione prima del loro viaggio, viene soddisfatto a Catania dal museo Biscari.
Denon ed i suoi amici giungono a Palermo il 2 luglio in
tempo per assistere al Festino di Santa Rosalia. Denon lo
ritrae in molte tavole. Ma il suo interesse è rivolto soprattutto agli abitanti della città ed in particolare alle
donne che definisce intelligenti, maliziose ed affabili.
Ben accolto dall’aristocrazia, rimane, però, deluso, dalla
città. La Cappella Palatina gli sembra gelida, la Cattedrale ed i sarcofagi dei re gli sembrano di “mauvais
goût” . Considera il barocco delle chiese cittadine uno
stile decadente di cui condanna le ridondanze decorative, sebbene avverta a tratti la suggestione dell’imponenza delle strutture e la possanza delle masse. In questi
sentimenti contrastanti trascorre un mese nella città. Affascinato dall’archeologia con severo gusto di intenditore, ma anche con l’interesse per il pittoresco, riesce
ad interpretare il grande messaggio della Sicilia antica
davanti alla maestosità delle rovine di Selinunte e del
tempio di Giove a Girgenti nei quali coglie il segno della
titanica competizione tra uomini e dei. Al resto non fa
attenzione, contrariato dal pessimo stato delle strade.e
dalla sporcizia di molti luoghi come la mitica Fonte Aretusa. Da queste costatazioni prende spunto per indicare
i mali del latifondo, dell’aristocrazia neghittosa e parassitaria, dei causidici avidi e rapaci su cui si stende il velo
dell’apatia diffusa.
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Lions Club
Visita del governatore del Distretto 108 Yb
di Attilio Carioti
I
l 3 febbraio 2012 all’Hotel S.Paolo il Lions Club Palermo dei Vespri ha ricevuto, insieme ai Club Palermo
Leoni e Palermo Federico II, la tradizionale visita del Governatore del Distretto 108 YB, Nuccio Di Pietro. Nell’indirizzo di saluto il Governatore ha esortato tutti i Lions a perseverare nello spirito di servizio e nella coesione all’interno dei club; ha espresso, inoltre, a tutti i Presidenti il proprio
compiacimento per le numerose ed utili attività sin qui condotte nel territorio .
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Architettura
QUEI gENIALI ARCHITETTI CHE RESERO
UNICHE LE NOSTRE CITTà
3ª parte
di Tommaso Aiello
Loggiato dell’atrio dell’Università di Catania. Foto Aiello
C
queda. Allievo di Luigi Vanvitelli lo troviamo a Roma, su richiamo del cardinale Ottoboni,dove potè studiare le opere
del Bernini e del Borromini e frequentare l’accademia di San
Luca.L’esperienza romana lo manterrà comunque, vicino all’architettura berniniana. Il barocco del Vaccarini si può considerare rielaborazione delle forme e del ritmo classici,insieme
all’uso dei materiali e degli stilemi del repertorio tradizionale
catanese.Assai fecondo,le sue opere rappresentano molta
parte del paesaggio urbano. Il Palazzo Universitario del 1730
è la prima opera dell’architetto nella città che si va ricostruendo. L’edificio riprende,secondo il Boscarino”, il tipo a
blocco con cortile quadrato”.Il Vaccarini conferisce all’edificio una tra le sue più riuscite disposizioni architettoniche,erigendo il cortile quadrangolare su un doppio ordine di loggiati
che si sviluppano attorno all’elegante pavimentazione decorata da un ornato geometrico in pietra calcarea e lavica. Davanti al Palazzo Universitario sorge il Palazzo di Città,del
quale nel 1735, in sostituzione dell’antica Loggia,Vaccarini
modifica i prospetti,continuando l’ordine delle paraste a
bugne diamantate,con piatte lesene, e innalzando una regale
tribuna sul portone principale che è posto tra quattro colonne
di granito disposte a coppia. Tra le lesene che abbracciano i
due piani superiori e l’architrave,corre un mensolone a campanelle.Un classico timpano, tra le cui modanature primeggia un elegante gocciolatoio, corona l’edificio.La parte
superiore è ritmata dalle finestre, anch’esse semplici.
onsentitemi di riportare la premessa di Giovanni
Di Blasi ,nel secolo XIX,al suo “L’architettura in
Sicilia”,in quanto dà luce a questo mio tentativo
di evidenziare l’attività di alcuni architetti siciliani che lavorarono all’abbellimento delle nostre città.
“Mentre occupavami delle note al Lessico topografico di Vito
D’Amico,mi fu d’uopo di considerar la Sicilia,questa più volte madre
di civiltà,in tutti i suoi vanti,in tutte le sue glorie. E forte io stupiva
nel vederne oscura la fama nelle arti del bello sin dopo le classiche
epoche di Grecia e di Roma;mentre essa,dominando qui i musulmani,vide progredire maravigliosamente ogni maniera d’arte;indi
sotto i normanni precedette l’Italia nello sviluppo dell’arte ortodossa;e nel sestodecimo secolo spinse la sua scuola di pittura e di
scultura al rango quasi di quelle di Toscana e di Venezia.Parte per
nimicizia di fortuna,parte per trascuranza di noi stessi,o per traviamento dalle sane idee,pochissimo han detto di tanta virtù i nostri,gli stranieri han taciuto.Ma percorrendo per poco le diverse parti
dell’isola,tanti e tali artistici tesori si rinvengono dell’età moderne,che
lasciarle ancora in obblio reputerei delitto.In tal congiuntura ho fermato proposito di raddensar la materia che le arti siciliane riguarda,e
condurne la storia dall’eta dei normanni sino ai giorni presenti.Giudichino i miei leggitori questo primo periodo che io loro ne offro;ma
diamo bando alle idee preconcepite.Bastami allora che al mio ardire
giovanile siano indulgenti,poiché deriva dall’amore che io sento per
le arti di questa cara Sicilia.”
E allora continuiamo il nostro lavoro con una maggiore speranza che queste note possano far ritornare alla mente di chi
ci legge una non disprezzabile,se non talvolta artisticamente
grande,attività di alcuni nostri architetti. Parleremo in questo
capitolo di Giovanni Battista Vaccarini che sebbene fosse nato
a Palermo nel 1702 dall’intagliatore in legno Gerlando Vaccarini e da Francesca Mangialardo,si può considerare catanese d’adozione(ricevette infatti la cittadinanza onoraria nel
1735)perché contribuì alla ricostruzione della città dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693 che aveva devastato la maggior
parte delle città orientali dell’isola.Morì a Palermo l’11 marzo
1768 e venne sepolto nella chiesa dei Crociferi in Via Ma-
Palazzo comunale o senatorio
11
Architettura
QUEI gENIALI ARCHITETTI CHE RESERO UNICHE LE NOSTRE CITTà
L’idea dell’ordine architettonico,che nelle successive opere
non trova più ostacoli,è qui costretto a integrarsi a preesistenze di gusto decorativo enfaticamente barocco.Nella
corte interna è possibile ammirare le due carrozze del
XVIII secolo con le quali il giorno della processione(di
Sant’Agata)le autorità cittadine raggiungono la chiesa di
S.Biagio,in Piazza Stesicoro,per offrire i ceri alla Santa.
A 31 anni(a 29 secondo G.Policastro)gli fu assegnato il
prospetto della cattedrale di Catania.Il Vaccarini vi inserì
le colonne marmoree dell’Odeon greco e del Circo romano.Il problema
della facciata del
Duomo non è però
di semplice soluzione perché fin da
quando viene posta
la prima pietra,il
modello del Vaccarini venne contestato,tanto
che
l’architetto decide di
recarsi a Roma per
far giudicare il proCatania, il Duomo
spetto dagli accademici di S.Luca,dai quali ottiene l’approvazione,sostenuto
anche dall’amichevole consenso del Vanvitelli. I lavori interrotti per un lungo periodo,vengono ripresi e terminati,secondo il Boscarino(1986), nel 1757. Per altri invece
all’originario modello sarebbero state apportate delle modifiche, in seguito accettate,e nel gennaio del 1761 l’opera
sarebbe risultata quasi compiuta. Comunque la parte che
meglio mostra lo stile di Vaccarini, che contribuì all’esuberante tardo barocco siciliano, resta la facciata,movimentata,come abbiamo detto, da colonne e specchiature
alternate di marmo bianco e pietra lavica. L’aspetto massiccio sottolinea come il Duomo,iniziato dal conte Ruggero il Normanno e ripreso nel 1169, fosse concepito
come chiesa fortificata. Il lato nord presenta un bel portale
cinquecentesco, con una trabeazione ornata da putti;ma
è la facciata, come dicevamo,che è un capolavoro ed è una
delle cose migliori del Vaccarini. L’interno custodisce notevoli opere d’arte e accoglie celebri sepolture.Spiccano
l’ottocentesca tomba di Vincenzo Bellini e due sarcofagi,uno grandioso di età romana e l’altro gotico. Nell’abside destra si apre la cappella di Sant’Agata, nonché la
splendida porta a rilievi che immette al tesoro della Santa
che conserva pregevoli opere di oreficeria. La chiesa di
Sant’Agata è sicuramente l’espressione più grande delle
opere sacre realizzate dal Vaccarini; è evidente”la prodigiosa compenetrazione tra struttura e decorazione,tra
retta e curva,tra meccanica e poesia”. Il Vaccarini svolse
con originalità alcuni spunti borrominiani da Sant’Agnese
in Agone,evidenti nella pianta centrale sormontata da
un’alta cupola e nella delicata fronte mossa da leggere in-
crespature concave e convesse e caratterizzata da paraste
con originalissimi capitelli. Proprio la finezza dei dettagli
(cornici, balaustre, finestre) fu una caratteristica sempre
presente nella sua opera, anch’essa derivata dall’educazione romana dell’architetto. La chiesa della Badia di Sant’Agata,definita”gioiello prezioso della città”, ha pianta a
croce inscritta in un ovale.
Catania, particolare della chiesa della Badia di Sant’Agata. Foto Aiello
Sulla facciata,il portale a colonne binate,arretrato rispetto
ai due corpi convessi che lo fiancheggiano, è costituito da
elementi decorativi catanesi:le palme, la corona e i gigli
dei capitelli sono proprio i simboli di Sant’Agata, protettrice della città. Una cuspide corona il portale e segna il limite della parte inferiore in ombra e di quella superiore
illuminata. Sopra il massiccio attico concavo troneggia la
cupola. Un merletto di minuti intagli arabeschi corre tra
capitello e capitello.Staue di santi e fruttiere posate su pilastri e gli intagli su cui la luce gioca i contrasti, arricchiscono il prospetto dominato dalla massa centrale concava.
Il cuore di Catania, Piazza del Duomo, che è un concentrato di capolavori di età barocca,accoglie la FONTANA
DELL’ELEFANTE, ideata dal nostro Vaccarini e realizzata riutilizzando antichi elementi decorativi quali l’elefante in pietra lavica di epoca romana e l’obelisco egizio.
Questo piccolo elefante riassume 2000 anni di storia. Nel-
12
Architettura
QUEI gENIALI ARCHITETTI CHE RESERO UNICHE LE NOSTRE CITTà
l’antichità la statua apparteneva a un tempio, poi nei
primi secoli cristiani,l’elefantino venne messo in disparte
e solo nel ‘700 il Vaccarini progettò una fontana inserendovi al centro l’elefante sorreggente un obelisco egizio di
granito.Questa fontana rapprenta tre civiltà: la punica,
l’egizia, la cristiana. L’elefante è il simbolo della sconfitta
dei cartaginesi venuti a conquistare la città a cavallo degli
enormi pachidermi, l’obelisco, probabilmente portato a
Catania dall’Egitto al tempo delle Crociate, apparteneva
al Circo Massimo romano e rappresenta appunto la civiltà egizia; la croce, le palme ed il globo che coronano il
monumento rappresentano la civiltà cristiana. Il liotro deriva il nome forse da quello del mago Eliodoro-Liotru,che
avrebbe usato il pachiderma come cavalcatura. Il Vaccarini, su modello dell’Elefante di Minerva a Roma del Bernini,sistemò il liotro e l’obelisco,sormontandoli con stilemi
agatini e componendovi la fontana. La frenetica attività
di instancabile restauratore della città devastata lo vede
impegnato nella costruzione della Biblioteca e del Monastero dei Benedettini. Subito dopo,quasi sicuramente,iniziano i lavori di ristrutturazione del Palazzo del Marchese
di S. Giuliano che furono completati nel 1747.
Catania, l’elefante di Piazza Duomo. FotoAiello
L’edificio che presenta il prospetto semplice e ben distribuito porta il nome del Vaccarini e la datazione(1745) sul
concio della chiave del portone d’ingresso sulla
piazza,come scrive G.Policastro nel 1950.
Catania, Palazzo S. Giuliano. Foto Aiello
Subito dopo elabora i disegni
per la chiesa di S.Giuliano in
Via dei Crociferi,nel cuore
della Catania barocca. La
chiesa presenta una bella facciata convessa percorsa da un
loggiato a cui si può accedere.
La facciata dai chiaroscuri
marcati, è sormontata da un
tiburio ottagonale coronato
da una merlatura. Esso cela
una volta e non una cupola
come di solito per tale tipologia. L’illusione era, infatti, uno
dei temi tipici barocchi, tesi a
Catania, Chiesa di San Giuliano.
creare spazi scenografici e a
stupire per attrarre lo spettatore. Un movimento convesso
al centro coinvolge il prospetto, su cui si aprono i fittizi accessi alle navate laterali. Le fruttiere in cima ai pilastri sono
una decorazione tipica del maestro. Due statue di figure
femminili sono posate sul frontone spezzato. All’interno,ove
domina una solare luce dorata, l’uso della bicromia nell’altare,creata dal gioco di agate e lapislazzuli,mostra la raffinatezza del gusto dell’architetto. Sempre all’interno si trova
un prezioso crocifisso del XIV secolo posto all’altezza dell’altare maggiore. Contiene inoltre una tela di Oliviero
Sozzi,la Madonna delle Grazie. La chiesa di San Giuliano
viene considerata da molti un vero capolavoro dell’architettura barocca religiosa. Tra le altre sue opere ricordiamo
la costruzione di Palazzo Gioeni, la casa dello stesso Vaccarini,il Collegio Cutelli e nel 1760 il Palazzo Cutelli, opera
della sua maturità. La corte interna circolare è la manifestazione delle influenze stilistiche del suo maestro, l’architetto napoletano Luigi Vanvitelli.
(Segue la quarta parte:la piazza della città di Siracusa).
13
Storia
IL gIORNO DEL RICORDO DELLE FOIBE
di Gabriella Maggio
D
al 2004 il 10 febbraio ricordiamo “ le vittime delle orrende stragi delle foibe “ come ha detto il Presidente Giorgio Napolitano, esprimendo il sentimento di “ vicinanza” alle persone ed alle associazioni che “coltivano la memoria di quella tragedia e dell’esodo di intere popolazioni”. “ E’ in
Europa che dobbiamo trovare nuovi stimoli “ , ha continuato il Presidente, considerando che le minoranze che vivono nei vari Paesi “ sono una ricchezza da tutelare, un’opportunità da comprendere”. Traendo
lezione dalla storia, si deve guardare al futuro, impegnarsi a progettare “società più giuste e più solidali” per
le generazioni più giovani, che non hanno vissuto queste tristi esperienze, a queste noi dobbiamo offrire un
clima di riconciliazione e di riconoscimento.
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Storia
Duecento anni fa
nasceva Charles Dickens
di Irina Tuzzolino
C
harles Dickens, nasce cento anni fa, il 12 febbraio 1812 a Portsmouth, comincia la sua attività intellettuale come cronista parlamentare,
dopo essere stato in prigione per debiti ed avere
lavorato in fabbrica come operaio. Questa esperienza lo
segna profondamente e lo spinge a dedicarsi al romano
sociale nel quale esplora i quartieri degradati e le zone
malsane, dove abitano operai e persone prive di mezzi
economici. I suoi protagonisti vivono, tra rancore e ribellione, in maniera schiacciante il valore del denaro, le disuguaglianze sociali, la difficoltà di farsi avanti nella
società per trovare un posto onorevole e dignitoso. Ma la
vita frenetica della società metropolitana attanagliata nel
vortice della corsa al denaro è descritta in maniera sinistra. Nei primi romanzi, però, la vita dei quartieri operai non è in conflitto con i valori borghesi dell’età
vittoriana cioè la fede nella possibilità di una redenzione
individuale, la solidità dei valori familiari, la politica come
forza che contrasta l’ascesa vorticosa del capitalismo. Ben
presto il momento umanitario e filantropico si esaurisce
e Dickens assume un atteggiamento sempre più critico nei
confronti della borghesia e del suo sistema dei valori. In
Tempi difficili lo scrittore mette in luce i rapporti tra operai e padroni e le condizioni disumane dei sobborghi industriali. In Grandi speranze il desiderio di denaro
corrompe anche l’onesto protagonista Pip, che alla fine
riconosce l’importanza e la dignità di un lavoro umile.
Dickens non manca però di humour nel realismo delle
descrizioni e nelle ricostruzioni storiche, spesso intrecciato
a colpi di scena, perché pubblica i suoi romanzi a puntate sui quotidiani e quindi deve tenere alta l’attenzione
dei lettori.
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Cucina
Le dolci fantastiche creazioni
di Ornella Correnti
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Intervista
Intervista con la scrittrice Leda Melluso
di Gabriella Maggio
L
eda Melluso torna a parlare di Palermo nel suo secondo romanzo storico, pubblicato alla fine del
2011 con Piemme, “L’amante inglese” ; ancora una
volta ci guida con mano abile e ferma nella lettura
di una vicenda ricca di temi narrativi. Tra i tanti l’interessante
quadro storico della Sicilia ancien régime, colta nel paesaggio cittadino ed in quello campagnolo, con la proposta di
questioni che si possono leggere anche come antefatto del Risorgimento. Ho rivolto alcune domande alla scrittrice:
ll romanzo ha un titolo intrigante.
Chi è l’amante inglese?
È lady Emma. Figlia di un fabbro e cresciuta in una baracca della campagna inglese, attraverso una scalata senza
precedenti , diventa moglie dell’ambasciatore lord William
Hamilton , amante del famoso ammiraglio Orazio Nelson,
amica di Maria Carolina, regina di Napoli. Quella di Emma
è la storia delle donne di ogni tempo e ogni luogo che sfruttano la bellezza per soggiogare uomini di potere. Donne
che poi nella maggior parte dei casi finiscono male.
Perché il Settecento?
La storia che racconto è poco conosciuta ma molto significativa. Una riflessione sulle speranze che i siciliani spesso
nutrono nei confronti del potere. Si è scritto molto sulla Rivoluzione napoletana del 1799, finita tragicamente nel sangue, ma non su quello che accadde in Sicilia in quegli anni.
Quando re Ferdinando e Maria Carolina di Borbone, in
fuga da Napoli, sbarcano a Palermo, i siciliani li accolgono
con calore ma ben presto rimangono delusi. Ferdinando
pensa solo alla caccia e alle donne, Maria Carolina ai suoi
numerosi amanti. Entrambi, incuranti del benessere dei
sudditi, sperperano il denaro pubblico, impongono nuove
tasse, reprimono nel sangue i tentativi di rivolta. Anche l’ammiraglio Nelson, che ha il compito di proteggere i reali, cade
in un degrado impensabile. Follemente innamorato di
Emma, per assecondarla trascorre le notti al tavolo da gioco
facendo abuso di alcol. Un quadro desolante ma molto attuale: sesso e potere, una miscela esplosiva!
l’isola sembra destinata all’immobilismo . Vi è il cadetto
squattrinato che sposa le idee rivoluzionarie, la giovane destinata alla clausura che si ribella, la femminista ante litteram, pronta a morire per i suoi ideali. Vari filoni narrativi
che si intrecciano in una vicenda piena di colpi di scena.
Quali sono i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda?
Palermo, nei suoi aspetti più affascinanti: i quartieri popolari del Capo e della Kalsa, con voci e profumi inconfondibili, Villa Giulia sulla scia della descrizione di
Goethe, la Palazzina Cinese, acquisita proprio in quella
occasione dal re che ne fa la sua riserva di caccia, Villa
Palagonia, dove, sotto lo sguardo dei mostri, scoppia la
passione fra Emma e Orazio. Una Palermo incantevole!
Il prossimo romanzo sarà sempre ambientato a
Palermo?
Sì, sempre romanzo storico, ambientato in Sicilia alla fine
del Cinquecento durante la dominazione spagnola. Anche
qui le vicende della protagonista, offrono lo spunto per una
riflessione sul potere. Solo rileggendo la storia della nostra
isola si possono comprendere le cause dello sfruttamento
e del degrado in cui essa è caduta nei secoli.
Personaggi tutti negativi?
Una Sicilia senza possibilità di riscatto?
No. Nel romanzo si rappresenta l’aristocrazia passiva, improduttiva e ossequiosa nei confronti del potere ma anche il
popolo affamato che si ribella alle ingiustizie sotto la guida
della borghesia illuminata. In Sicilia, soffia il vento della rivoluzione, sta per irrompere il nuovo, anche se in apparenza
17
Società
14 febbraio 2012
di Gabriella Maggio
D
aFesta commerciale? Senza dubbio. Ma c’è sempre il bello nel brutto. Ed il bello è che qualcuno,
spinto dal martellamento pubblicitario, potrebbe anche cogliere l’occasione per fermarsi un momento e riflettere sui propri sentimenti, per investire un po’ di sé stesso nella considerazione o nel
ricordo di un amore. Propongo ai lettori una poesia inedita di Dante Maffia :
Pensarti
Pensarti è come entrare in un giardino incantato
dove la luce fa impazzire i colori.
Sento che il tempo passa e tu non mi hai dato
ancora che attese e furori.
Non fare che tutto si dissolva in una tempesta
di spine, in una bolla di sapone,
fa’ che i nostri corpi diventino una festa,
fa’ che i tuoi baci siano lieti come un aquilone.
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Lions Club
I lavori della prima circoscrizione
di Riccardo Carioti
D
omenica 12 febbraio nella sala riunioni
dell’Hotel S. Paolo di Palermo si sono svolti,
alla presenza del Vice Governatore Gianfranco Amenta, i lavori della Prima Circoscrizione , coordinati dalla Presidente Gabriella Giacinti,
sullo svolgimento e sulla realizzazione dei service distrettuali, nazionali ed internazionali a cui partecipano i club.
Erano presenti oltre ai Presidenti dei club i Presidenti di
zona Toti Cottone, Emilio Spataro , Pietro Sorce, M.C.
Innati Bonomo. Dopo una sintesi delle attività svolte dai
singoli club, si è affrontato il tema della crisi dell’associazionismo. Infatti gli ultimi dati rilevati mostrano una marcata flessione nel numero dei soci nel distretto. Tale
decremento è ascrivibile in primo luogo all’attuale crisi
economica, in secondo luogo ad una debole motivazione
ed anche al fraintendimento dell’etica lionistica e del
ruolo dell’associazione nella società.
Le soluzioni sono state individuate nei percorsi di formazione dei nuovi soci ed in occasioni di aggiornamento per
tutti gli altri, secondo il Responsabile del GMT, Giovanni
Germanà, del Responsabile del GLT, Salvatore Plescia e
dal Direttore del Centro studi Giuseppe Ingrassia. A
questi interventi è seguito un dibattito con i presenti, da
cui è emerso l’auspicio di ricercare nuovi criteri di misura
della vitalità del lionismo ed in particolare prescindere
dalla considerazione del mero numero degli iscritti, ricercando nuovi indicatori legati piuttosto alla qualità del
lavoro svolto.
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Storia
Il testamento del Viceré
di Renata De Simone
Ettore Pignatelli
I
notai, considerati personaggi di rilievo nella società odierna, possono vantare in Sicilia una
lunga tradizione che si vuol fare risalire ai tabelliones di epoca romana. Dagli antichi tabelliones, infatti, derivano direttamente i notarii
medievali: sono questi funzionari dotati di publica
fides delegati alla stesura e convalida di ogni atto
pubblico. Essi, per il delicato ruolo che svolgevano,
furono oggetto di particolare attenzione da parte dei
legislatori siciliani sin dall’epoca normanna, ma
solo a partire dalle Costituzioni fridericiane del
1231 l’ufficio del notariato e le competenze di questi funzionari vennero minuziosamente regolamentate. Il campo d’azione del notarius variava in base
alla licenza conseguita, che avveniva regia, imperiali o ecclesiastica autoctoritate; in questo modo si
stabiliva una gradualità nella competenza territoriale, la cosiddetta piazza di rogazione, che individuava il territorio entro il quale operare, limitato ad
una sola città, o esteso a tutto il regno e oltre.
Norme precise regolavano la sua formazione professionale, la prassi da seguire nei vari tipi di atti ro-
20
Storia
gati, l’obbligo di registrazione degli stessi. Presenti
nei momenti cruciali della vita di un individuo,i
notai ne attestano l’attività lavorativa, ne testimoniano la capacità finanziaria, ne certificano la volontà testamentaria. Più attivo in vita è un
personaggio, più intensa sarà la sua frequentazione
con il notaio a cui ha affidato i suoi interessi e la tutela dei suoi diritti. Scoprire il suo notaio di fiducia
significa seguire da vicino le vicende private di un
personaggio illustre. È ciò che è capitato ad una studiosa che, sfogliando i registri del notaio palermitano Giovanni de Marchisio, è incappata in un
personaggio di tutto rilievo nella Sicilia di metà Cinquecento. Nientemeno che Ettore Pignatelli, duca di
Monteleone, Luogotenente e Capitano Generale del
Regno durante il viceregno di Ugo Moncada, poi lui
stesso viceré di Sicilia dal 1517 al 1534. Molti gli atti
che interessano questo alto funzionario, legato alla
migliore nobiltà locale e con interessi a Malta e in
Calabria, dove possedeva il suo maggiore feudo,
Monteleone appunto, che è l’antico nome dell’odierna Vibo Valentia. E’ qui, dove si trova il suo
castello, che fonda la chiesa di S.Maria di Gesù, con
annesso Convento, commissionando allo scultore
Antonello Gagini ben cinque statue per la cappella,
tre delle quali, la Vergine con il Bambino, san Giovanni e la Maddalena sono visibili ancora oggi nella
cattedrale di Vibo; là decide di far costruire il suo
simulacro e là fa trasferire la salma di suo figlio Camillo. Al pittore Vincenzo da Pavia commissiona invece una tela che rappresenti i sette principi degli
Angeli, destinata alla Chiesa dei Sette Angeli fondata nel Cassaro di Palermo. Ma il documento, la
cui stesura dovette impegnare maggiormente il notaio de Marchisio fu certamente il suo testamento,
sottoscritto la prima volta nel 1527, modificato nel
1531, in quanto, morto il figlio, il viceré istituisce
suo erede universale il nipote Ettore; i codicilli, poi,
impegneranno per sette volte il notaio , gli ultimi redatti il 1° marzo 1535, pochi giorni prima della
morte del duca, avvenuta il 7 marzo dello stesso
anno. Molte le notizie d’interesse storico che emergono dai 10 registri notarili dedicati interamente
agli affari privati del viceré, ma che si intrecciano
con la storia locale dei territori direttamente amministrati dal ricco feudatario e con le vicende politiche siciliane. Per inciso tra le carte del registro si
incontrano atti relativi alla rivolta di Gianluca
Squarcialupo e ai risvolti patrimoniali legati all’eredità rivendicata dalla moglie Eloisa e dai figli del
funzionario ribelle. Ma ciò che affascina maggiormente anche un lettore distratto è il lungo elenco di
beni che forma l’inventario ereditario sollecitato al
notaio dal nipote del viceré morto, Ettore, in occasione del suo trasferimento in Calabria. Scorrono
davanti agli occhi del lettore arredi, vestiti e gioielli
del patrimonio ereditario pronti per essere stipati
nelle casse già predisposte all’occorrenza nelle
stanze del palazzo viceregio in attesa dell’imbarco,
dirette nella dimora calabrese del nuovo proprietario. Ci sono arredi sacri (Argentum, iogalia et ornamenta oratorii) tra cui una Madonna col bambino
in braccio con piedistallo pure in argento, del peso
di 5 libre e 5 onze, un S.Giovanni con il suo sgabello
del peso di 6 libre e 6 onze, due reliquari e un Crocifisso d’argento dorato, icone, candelabri e un
tondo con la Madonna , il Bambino e quattro Angeli del peso di circa sette libre, valutata dall’orefice
mastro Giovanni Mayolino circa 10 ducati d’oro.
Tra gli arredi della Cappella troviamo tovaglie di
tela d’Olanda, candelabri d’argento lavorato del
peso di 11 libre, ampollette di acqua e vino, un bauletto lavorato con impresse le armi dei Pignatelli.
Nel Riposto sono in argento piatti e piattelletti, scodelle, saliere, oviere, brocche e boccali, tazze e cucchiaretti (c’è quello per le uova, quello per il
midollo, per i granchi e per i babbaluchi) , oltre i soliti candelieri. È in argento il bacili per la barba e
perfino la cannella di cristeri. Si passa poi ai gioielli:
due anelli d’oro con grossi diamanti, uno con rubino, uno con zaffiro ; in un anello è incastonata una
medaglia antica, un altro ha uno smeraldo, però
falso, un altro è smaltato, un altro ancora in argento
con incise delle lettere, utilizzato per alleviare lo
male del fianco; molte le perle, tonde, a pero in lunghi fili (uno ne contiene 94) un solo quadretto è di
corallo misto ad oro. Pietre preziose erano usate per
guarnire cinture, fermagli d’oro e tessuti.
Gli indumenti elencati nell’inventario sono di raso,
velluto e cammello con fodera di agnello. Il raso e il
velluto sono neri. Il mantello lungo è foderato di
martora e di zibellino. Non mancano i tappeti, i
baldacchini di velluto guarniti con frange di seta,
cuscini, panni lavorati, tra cui uno si dice comprato
a Messina da Giovanni Faraone, ci sono anche molte
corone (paternostri) di corallo, avorio e legno con
pendagli in seta. Tra gli oggetti minuti, una bilancetta per pesare i denari, due balestre con arco, due
contenitori di cuoio per polvere da sparo, spicca
una lente d’ingrandimento :uno tondo de cristallo a
modo di uno specho che si tiene sulle lettere per fare
le lettere grosse. E di certo se ne serviva il duca, proprietario di una ricchissima biblioteca. Per quella,
pubblicata, si rimanda al lavoro di Carmen Salvo La
biblioteca del viceré-Politica, religione e cultura
nella Sicilia del Cinquecento Roma 2004.
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Lions Club
FESTA DI CARNEVALE
DEI LIONS CLUB DI PALERMO
di Attilio Carioti
I
l 16 febbraio in occasione del giovedì grasso i Lions Club di Palermo hanno festeggiato nei saloni del Mondello
Palace Hotel il Carnevale.
Alcuni hanno scelto come tema gli anni settanta, altri l’ever green lenzuolo bianco del fantasma , ma con effetti speciali di
luci e suoni inquietanti; altri si sono ispirati alla natura come la palma e l’ape maia . Organizzatore della serata Claudio
Carletta, presente non ostante il “grave incidente subito” (nella foto)
Uno spettacolo di cabaret e
danze orientali ha movimentato la divertente serata.
22
Letteratura
I vent’anni *
di Raffaello Piraino
C
hQualcuno dice che i ricordi legati ai vent’anni
non si cancellano mai. A quell’età mi affacciavo
al mondo dell’arte e avrei fatto incontri ed
esperienze che avrebbero lasciato profonde impronte nella mia formazione culturale e artistica. Il mio
professore di pittura, all’Accademia di Belle Arti di Palermo, aveva ricevuto dalla produzione cinematografica
del film il Gattopardo, l’incarico di eseguire i finti affreschi
di villa Boscogrande ed io non potevo lasciare intentata la
partecipazione, se non altro, per curiosare nell’affascinante mondo della celluloide. Lo convinsi che era necessario avere un assistente che gli porgesse i colori , le colle
e quanto altro potesse servirgli alla realizzazione delle decorazioni per le scene di massa, scivolavo inosservato
lungo i muri e dietro le colonne, guardavo quelle donne e
quegli uomini magnificamente abbigliati che rievocavano la ia trascorsa nell’aristocratica dimora. Dentro al
cast e al set di quello che sin dall’inizio si annunciò come
un capolavoro cinematografico era convenuto il mondo
intellettuale e artistico. Così alla fine dell’impresa non potevo neppure immaginare di essere escluso, seppur ignoto
ospite, dal mirabolante gran galà della prima del film, e
dal ricevimento a villa Igiea, che allargava la partecipa-
zione a tutto il mondo ufficiale della cultura italiana. Io,
avido di conoscenze l’aspettavo al varco. Tra le esperienze
di quella sera ricordo d’aver fatto persino fatto da scudo
al poeta Ungaretti, allora già quasi non vedente, proteggendolo da una caduta dallo scalone di accesso al Grand
Hotel; come pure si è impressa nella mia memoria la bellissima figura di Romy Schneider, fidanzata con Alain
Delon, seduta accanto a Visconti nell’attesa della cena.
Due giovani particolarmente ammirati, sostavano accanto
al regista : uno bruno, dalla figura slanciata e atletica,
poco più che una comparsa, si chiamava Giuliano
Gemma e l’altro, che però aveva avuto una piccola parte
, biondo e dai bellissimi occhi azzurri, sarebbe divenuto
famoso più tardi come Terence Hill. Elegante e abile sul
set si era mosso anche un ragazzo divenuto poi mio
amico, napoletano di nascita ma romano di adozione – si
era occupato di assistere il costumista Piero Tosi per la
sartoria - era quel Franco Folinea che da allora si sarebbe
trasferito a Palermo e al quale il Teatro Massimo avrebbe
dovuto, per oltre quarant’anni, la realizzazione di tanti
bei costumi per opere e balletti…..( continua)
* In “L’Airone bianco ed altri racconti” – Coppola editore
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Letteratura
Da Napoli a Palermo: donne, intrighi, politica alla fine del Settecento
di Attilio Carioti
N
ella sala degli specchi del Grand Hotel et
des Palmes , ieri 19 febbraio, il Lions Club
Palermo dei Vespri e l’Associazione Volo
hanno presentato “L’amante Inglese”, ed.
Piemme, di Leda Melluso. La scrittrice ha conversato
con Gabriella Maggio e Raffaello Piraino sulla trama
del libro e sulla moda maschile e femminile di fine Settecento. Nel nuovo romanzo, dice Leda Melluso, ha
voluto ricostruire le cronache di una Sicilia passata, ma
in alcune parti allusiva a quella di oggi, attratta soprattutto dalla figura di Emma Hamilton. Il romanzo storico, a cui oggi si dedicano molti scrittori, afferma
Gabriella Maggio, collegando l’opera alle tendenze
della narrativa contemporanea, è un efficace strumento
di divulgazione del nostro passato, soprattutto se si considera che si conosce poco la nostra storia. Sapiente è
l’uso della tecnica narrativa ad incastro, continua Gabriella, che consente di collegare abilmente i vari temi:
storico, erotico, popolare, sentimentale. Attraverso la
relazione tra Emma Hamilton e Nelson la scrittrice descrive i reali borbonici e gli aristocratici siciliani nei
loro vizi e limiti. Non c’è spazio per slanci sentimentali
e nobili gesti ben rappresentati invece nel precedente
romanzo storico” La ragazza dal volto d’ambra”. La
conversazione è stata puntualizzata da letture di pagine
significative, curate da Pietro Manzella . Raffaello Piraino ha arricchito l’incontro con note ed immagini
sulla moda del tempo.
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Curiosità
MASCHERE DI CARNEVALE
di Gabriella Maggio
M
aschera è parola d’origine incerta. La prima edizione del Vocabolario degli Accademici della
Crusca, 1612, riporta quanto segue:
MASCHERA.
Definiz: Faccia, o testa, finta di carta pesta, o di cosa simile.
Larva la dicono alcuni in latino.
Esempio: Bocc. n. 79. 39. Ordinò d'avere una di queste maschere, che usar si soleano a certi giuochi.
Esempio: E Bocc. nov. 32. 25. E misongli una catena in gola,
e una maschera in capo.
Esempio: E Bocc. num. 39. La maschera aveva viso di Diavolo, ed era cornuta.
Definiz: Diciamo in proverbio: Cavarsi la maschera, che vale
dire il suo parere a uno alla libera, e quasi con ira. Lat. aperte
iram evomere.
Definiz: E Mandare in maschera: trafugar nascosamente una
cosa. Lat. clàm surripe
La quinta edizione, 1863-1923, dello stesso dà l’etimologia
maskhara, dall’arabo, persona che fa ridere. Ne la “Storia
della mia vita” Giacomo Casanova (1725-1798) riferisce che
a Costantinopoli comici della Commedia dell’Arte, presi prigionieri e ridotti in schiavitù, recitavano i loro repertori. Pertanto maskhara, come persona che fa ridere, potrebbe
derivare a sua volta dall’italiano maschera/mascara. Interessante è il termine siciliano mascu riportato dal Traina e dal
Mortillaro col significato di fragile, caduco ( dal latino vascus, a, um, vano) e l’espressione esseri canna masca, essere
debole incostante. Il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortellazzo-Zolli, Zanichelli, rintraccia il tardo latino mascha. Il Dizionario della Lingua Italiana Treccani,
invece, la voce preindoeuropea masca, fuliggine, fantasma
nero. Tuttavia i dizionari concordano che maschera indica
“finto volto di cartapesta o altro materiale, riproducente lineamenti umani, animali, o del tutto immaginari” (Treccani). A carnevale si usa indossare una maschera o travestirsi
completamente per essere, per un giorno, una persona diversa dall’usuale, a cui è lecito dire quel che vuole, ma soprattutto suscitare il riso. Sul “Corriere della Sera” di ieri 20
febbraio Armando Torno lamenta la scomparsa delle maschere tradizionali italiane dall’immaginario collettivo e naturalmente dai negozi che vendono abiti di Carnevale e la
definisce una grave perdita della cultura popolare. Oggi le
maschere che piace indossare a Carnevale non sono legate
alle nostre tradizioni, a quello che Torno chiama “l’unico
vero federalismo che abbia conosciuto il Belpaese”, ma sono
ispirate da personaggi di moda che vengono dai cartoons,
dallo spettacolo, dalla politica. Questo, però, accade già da
qualche decennio, perchè è cambiato il senso del ridicolo e
per godere della salutare risata usiamo situazioni che poco
hanno a che fare col passato popolare dell’Italia. Questo passato era tenuto vivo dai ricordi degli anziani, dai libri di
scuola, dalla televisione che allora
era diversa. Basta
scorrere i palinsesti
televisivi
odierni e confrontarli con quelli del
passato per rendersi conto della
differenza. I ricordi nelle famiglie hanno poco
spazio, così come
la conversazione
se riflettiamo sul
fatto che rincasare ed accendere il televisore sono gesti che si
sovrappongono come automatismi. La scomparsa delle maschere italiane antiche, Colombina, Arlecchino, Gianduia,
Pulcinella ed altre, è un dato di fatto di cui dobbiamo prendere atto, secondo me, senza drammatizzare. È accaduto e
continua ad accadere, che elementi culturali scompaiano o
meglio si modifichino, basta scorrere con curiosità ed interesse l’ormai immenso volume della storia. Si può concedere
che oggi c’è una sempre più forte accelerazione di velocità
nel cambiamento, ma niente di più. Pazienza per Arlecchino,
Brighella, Pantalone, Colombina, che i nostri ragazzi non riconoscono più e non sentono vivi, perché nessun mezzo di
comunicazione forte li propone. Già questo è accaduto nel
Settecento quando alcuni di questi personaggi, popolari già
da almeno due secoli, sono stati sostituiti da altri. Penso all’operazione culturale realizzata da Carlo Goldoni che nelle
sue commedie sostituì Colombina con Mirandolina in La locandiera e Pantalone col Sior Todero in Il sior Todero
Brontolon . Anche allora si levò la protesta degli attori e del
pubblico abituati alla Commedia dell’Arte, spettacolo popolare, tanto quanto quei tempi permettevano. Si trattava di
una trasformazione delle maschere in caratteri , dettata dal
fatto che le maschere non parlavano più al cuore dell’autore
ed a quello dei suoi spettatori. Qualcuno può sicuramente
sollevare qualche obiezione: Carlo Goldoni è stato “Qualcuno” che lavorava per nobili fini artistici ed i “media” di
oggi, responsabili della scomparsa delle maschere tradizionali, sono piuttosto scadenti ed obbediscono a basse logiche
commerciali. Ammettiamo pure che sia così. Una soluzione
potrebbe essere quella di un’operazione culturale meditata e
di ampio respiro che s’impegni non solo a conservare per le
generazioni future questo patrimonio culturale, ma lo faccia
in maniera tale da suscitarne l’interesse, sfruttando i mezzi di
comunicazione e le tecnologie odierni. Insomma come diceva G.B. Vico la filologia deve essere unita alla filosofia. È
necessario che la cultura si apra con mentalità laica al presente, accogliendone le istanze, per mantenere salda la sua
funzione di tramandare quello che noi riteniamo sia parte
della nostra identità e costruendo nello stesso tempo il futuro.
25
In memoria
La “gaia scienza”
di Carmelo Fucarino
S
i può fare un
giro di danza
sul palcoscenico del festival
di Sanremo con la bellissima e dolce Laetitia
Casta in una serata di
canzonette, se si è un
virologo, genetista e
biologo di fama mondiale? E può fare questo affronto alla scienza paludata e seriosa, uno sberleffo
ai tanti parrucconi rinchiusi nelle loro torri di avorio,
che perciò storsero il muso o peggio, lo irrisero? E si può
se questo turbine di luci e suoni è affrontato da un vecchietto di 85 anni? Era allora il 1999 e Renato Dulbecco era nato nella desolata Calabria, a Catanzaro, il
22 febbraio 1914, a quasi tre mesi dallo scoppio di
quella catastrofe mondiale. Beffa del suo immenso
cuore che lo ha voluto tradire il 20 febbraio 2012 (strabiliante ricorrenza l’ultima serata del Festival il 18 febbraio), ad appena due giorni del suo 98° compleanno a
La Jolla in California, presso quella struttura che aveva
visto sorgere nel 1962 su idea di Jonas Salk, funzionale
anche nell’architettura all’esigenze dei ricercatori e dove
avrebbe vissuto dopo le ricerche di Glasgow l’esperienza
affascinante della genetica tumorale e del genoma
umano.
E ancora, poteva esibirsi sul palco allucinante di stelle
e stelline di musica leggera uno scienziato che nel 1975,
ad appena 61 anni, era stato insignito dal re Carl XVI
del premio Nobel per la medicina? Avrebbe potuto
Dario Fo, il clown, che lo ha ottenuto con sommo scandalo per i letterati che si incoronano nelle loro ermetiche consorterie autoreferenziali. Se si considera la
miserella sorte dell’ultimo festival schiacciato da farfalle
inguinali e banali nudità, ma soprattutto occupato, invece che dalle canzoni, dalle perfomance di parole in libertà del molleggiato, “un cretino di talento”, secondo
l’impareggiabile Giorgio Bocca, quel festival di Fabio
Fazio, oltre alla presenza dell’attrice cult del tempo,
ebbe anche la visita di Michail Gorbačëv. Eppure Dulbecco ai sorrisetti e al dileggio degli accademici, al clamore mediatico, rispose: «Non m'interessa un fico secco
di quello che i miei colleghi e i giornali hanno detto e
scritto della mia presenza a Sanremo: m'importa di fare
quello che io ritengo giusto e utile». Sì, se lo spirito della
vita si irradiava in quel sorriso dolce ed aperto, se si è
lottato per un’intera esistenza
alla ricerca di un’arma per
sconfiggere il male per antonomasia, come un tempo la
peste e il colera. C’era stato
un altro sberleffo più plateale
quella lingua divenuta simbolo di umanità di un altro
spiritoso ironico genio, Albert Einstein. Perché il genio sa restare bambino e osservare con l’occhio dello stupore infantile. Perciò voglio
per lui riutilizzare un’immagine di allegria, il dono divino delle anime candide come i poeti, quella formula
assiomatica, Die fröhliche Wissenschaft, La gaia
scienza, che Friedrich Nietzsche aveva recuperato nel
1882 dai trovatori: «il concetto provenzale della gaya
scienza, quell'unità di cantore, cavaliere e libero pensatore con cui la meravigliosa precoce cultura provenzale
si staglia su tutte le culture dell'ambiguità; e l'ultima
poesia "Al Mistral", una ballata sfrenata in cui, con permesso!, si danza al di sopra della morale, è un perfetto
provenzalismo» (da Ecce Homo). Perché dal suo sorriso
e dalla sua voglia di vivere nascesse una speranza per
gli odierni condannati a morte della natura impazzita,
dal quel volto da Mister Magoo, come lo vide Michele
Serra: «Divertirsi non è peccato, e poi mica vado a cantare. Darò una mano a Fazio a presentare qualche cantante», (Il Giornale). Quella stessa affabilità e solidarietà
laica che inonda il cuore di speranza davanti alla
chioma bianca di Rita Levi Montalcini (Torino, 1909),
offesa dalla truculenta becera ignoranza di una parte
politica, ma vicina a tutti coloro che amano la scienza,
quella realmente e veramente indirizzata alla vita.
Anche lei premio Nobel per la medicina nel 1986 per la
scoperta e l'identificazione del fattore di accrescimento
della fibra nervosa o NGF. Lei, prima donna e per di
più ebrea ad essere ammessa alla Pontificia Accademia
delle Scienze. Un giorno del 1947 si incontrarono su
una nave che li portava negli Stati Uniti, lei a St. Louis
alla Washington University, lui a Bloomington (Indiana)
all’istituto di Luria, e facendo lunghe passeggiate sul
ponte parlarono «del futuro, delle cose che volevamo
fare: lei alle sue idee sullo sviluppo embrionale e io alle
cellule in vitro per fare un mucchio di cose in fisiologia
e medicina».
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Medicina
COSA È L’AUTISMO?
di Dott. Luciana Pace - Medico Pediatra
È
un handicap la cui caratteristica principale è la
difficoltà di contatto con la realtà, ciò comporta
una grande difficoltà a comunicare e a mantenere un contatto funzionale con l’ambiente.
È un handicap gravissimo con tendenza all’isolamento, e che
coinvolge diverse funzioni cerebrali. La percentuale d’incidenza è a favore del sesso maschile con un rapporto di 4/1.
L’Autismo si definisce come “Disturbo Pervasivo dello
Sviluppo “e si caratterizza con alcuni sintomi che interessano le tre aree qui elencate:
• Compromissione qualitativa dell’interazione sociale
(spiccata tendenza all’isolamento).
indice di empatia, iperattività motoria grossolana, ritardo mentale o deficit cognitivo settorializzato per
specifiche funzioni).
La prognosi è quoad vitam, per cui non si parla di guarigione ma è possibile un significativo miglioramento della
qualità di vita attraverso la corretta somministrazione di
interventi educativi neuro –cognitivo – comportamentali.
È fondamentale la precocità di diagnosi ed avviare così
un iter abilitativo personalizzato per poter raggiungere
una maggiore integrazione sociale ed autonomia personale in ambito familiare ed extra familiare.
• Compromissione qualitativa e quantitativa della comunicazione (linguaggio povero, limitato all’uso di
poche parole ed una buona percetuale non raggiunge
la fase verbale).
Le persone con Autismo sono : asociali perché non consapevoli del mondo che li circonda, carenti nell’attenzione
con scarsa propensione all’imitazione. Gli autistici sono
incapaci di valutare gli effetti delle proprie azioni sugli
altri e presentano un ristretto campo d’interessi.
• Comportamenti, attività ed interessi ristretti ( l’immaginazione è povera, gli oggetti vengono usati in maniera inappropriata, ritualistica e stereotipata, basso
L’autistico è “solo” mentalmente, si concentra nel particolare trascurando l’insieme, evita lo sguardo ed ha difficoltà ad avere una postura adeguata.
27
In memoria
Un testimonio del nostro tempo
di Carmelo Fucarino
Dal suo album
F
ra due tappe, il primo reportage del 1955 e la
fondazione nel 1969 della Sellerio Editore, si
è sviluppata l’intesa sua vita, dedicata alla memoria. Perciò per i funerali laici di Enzo Sellerio non poteva esserci scrigno più adatto dell'Istituto
di Storia patria, luogo della memoria storica dell’isola, addossato al San Domenico, Pantheon dei Siciliani. Fotografia e parola, la prima a fermare il
tempo in uno scatto, l’altra volta a eternare il pensiero
meditato, ma sempre nell’accezione specifica della
“Memoria”. Questo il nome della gloriosa collana con
la quale sorse la casa editrice, fondata nel 1969 da
una chiacchierata con Leonardo Sciascia e Antonio
Buttitta, e per l’entusiasmo culturale ed operativo
della infaticabile Elvira. Quella collana con la copertina di un particolare blu, ove allora azzardai di dare
alla luce un mio romanzo, ma per contingenze, a ridosso dell’impegno di lancio di Bufalino, non se ne
fece niente. Sono state esse le due passioni che smentivano la fredda scienza del diritto, la scelta della sua
laurea in giurisprudenza e nel 1947 a 23 anni l’incarico di assistente di Istituzioni di Diritto Pubblico.
Primo in ordine cronologico era stato l’innamoramento per l’immagine e la scelta della fotografia,
come strumento di trascrizione della verità, l’arte ultima giunta e discussa e talvolta bistrattata. Anche
questa volta dietro incitamento di un osservatore eccezionale, uno straordinario lottatore e protagonista
della vita palermitana, quel Bruno Caruso, pittore e
incisore, ma anche uomo di cultura e di grande impegno civile. Sarà anche negli anni successivi la sua
attività prioritaria e a tempo pieno, con qualche fase
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Titolo
Un testimonio del nostro tempo
di abbandono, come avviene per tutti i grandi amori,
tra l’attesa del clik e la riflessione degli straordinari
album e libri d’arte. Sono essi monumenti allo scorrere della vita, a partire dall’esperienza iniziale, si può
dire neorealistica, senza richiamare fantasmi di esecrati indirizzi?
Fu per prima quel Borgo di Dio (1955). Sembra di risalire alla paleontologia nel ricordare gli anni della
Sicilia frastornata dalla rivoluzione sociale di Danilo
Dolci, gli anni dei grandi predicatori, voci nel deserto,
come pure il carismatico La Pira che mandava telegrammi a tutti i potenti. Qui tra Trappeto e Partinico
faceva scandalo l’attività del Gandhi italiano, che si
prometteva di “redimere” i derelitti dal degrado e
dalla mafia con la non-violenza. Stordì la sua immagine, sdraiato e avvolto in una coperta e quel Carlo
Levi accanto, quello di Cristo si è fermato a Eboli.
Che anni di grande vitalità spirituale, mentre i politici
erano conniventi con la mafia. Perciò l’ostilità, non
esclusa quella della Chiesa, gli arresti e i processi. Che
grandi uomini ebbe allora l’Italia del boom economico. Ora la miseria e il vuoto culturale sbalordiscono
se si rievocano quegli anni e quegli uomini. E quella
denuncia di Banditi a Partinico (1955). Furono gli
anni in cui su Rinascita si dibatteva su impegno e disimpegno. Che angoscia per il vuoto odierno, quando
il dibattito è intorno all’articolo 18 e alle false liberalizzazioni in un silenzio agghiacciante degli intellettuali. Ma ne esistono ancora?
Poi l’avventura editoriale, la scommessa vinta che non
solo a Milano, ma anche a Palermo poteva nascere e
divenire nazionale e mondiale una editoria seria,
senza le fughe di menti ad ingrassare l’industria culturale (?) del Nord, senza alibi di collocazione geografica (penso alla operosità di Mursia trapiantato).
Soltanto nel 2000 la prima sintesi completa dell’oggetto del suo primo amore, Fotografie (1950-1989) per
le edizioni Motta, e con altro lungo intervallo fino al
2007 con la consacrazione ufficiale nell’Olimpo della
fotografia nella prestigiosa Alinari, Fermo Immagine
(Alinari IDEA).
In mezzo Castelli e monasteri siciliani con testi di
Gioacchino Lanza Tomasi nel 1997. Poi la nascita
delle sue edizioni d’arte nel 1983, la chiarificazione
del rapporto con la vecchia editrice e con la sua vita
privata.
Fra i tanti “coccodrilli” di amici vicini e semplici conoscenti che hanno inondato con un magma di ricordi e professioni di intimità i media di questi giorni,
tra il “fotografo-intellettuale” di Michele Smargiassi o
“l’americano a Palermo” di Piero Violante, mi associo
a un ritratto di vitalità, il ricordo di un uomo che vive
ancora e vivrà sempre tra tutti i Palermitani: «era
bello come Majakovskij, leale come il gran Meaulnes,
geniale come un Groddeck trapiantato in Sicilia, con
radici allungate in mondi freddi e appassionati. Per
me Enzo era Palermo, e per Enzo Palermo era una
dannazione, da riscattare ogni giorno ironicamente o
furiosamente» (Adriano Sofri). E il sapore di altri
tempi, era nato nel 1924, ed episodi e personaggi romantici della sua vita. Il padre Antonio, radici a Geraci Siculo nelle Madonie, antifascista viscerale,
matematico e ingegnere, fondatore della facoltà di Architettura, ma soprattutto fisico estroso in impari concorrenza con via Panisperna, perché con mezzi
primitivi, uranio miseramente arricchito (al 20°) portato a dorso d’asino a Villa d’Orleans voleva creare il
suo reattore nucleare; la madre Olga Andres, ebrea
di Grodno, in Bielorussia con tutte le angosce negli
anni bui. E la sua ironia. Celebre l’invito al Cristo
Pantocratore, «Signor Pantocratore sorrida», durante
il suo straordinario servizio al Duomo di Monreale,
le sue didascalie esilaranti alle foto. La sua grande
umanità.
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Futuro
Quale futuro?
di Natale Caronia
I
n un recente articolo il giornalista Maurizio
Ricci ricorda come siano stati necessari ottomila
anni per passare dalla rivoluzione agricola a
quella industriale, centoventi anni per l’invenzione della lampadina, novant’anni per l’atterraggio
sulla luna, ventidue anni per l’invenzione di internet
e nove anni per leggere la sequenza del genoma
umano.
Oggi fa sorridere ricordare che Marco Polo impiegò
anni per rientrare a Venezia dal Catai.
Durante questa rapida accelerazione della tecnologia,
si è avuto lo spostamento progressivo dell’occupazione manuale dell’uomo che, grazie alla meccanizzazione, ha gradatamente abbandonato il pesante
lavoro dell’agricoltura, passando all’industria; ma
anche qui, robotica e digitalizzazione stanno riducendo l’impiego.
Nelle società post-industriali si osserva il travaso lavorativo nei servizi; ma anche qui la digitalizzazione
sta riducendo progressivamente il numero degli addetti: pensate ad esempio al ceck-in elettronico negli
aeroporti, alla possibilità di organizzare viaggi via internert, alle prenotazioni ed acquisto di biglietti e
beni di consumo con carte di credito per via digitale.
Anche la richiesta di documenti può essere evasa per
via elettronica e sorge l’idea che molti uffici pubblici
possano essere sostituiti da server, con vantaggio del
servizio in tempo reale risparmiando, seppure col
conseguente esubero di personale. Estrapolando tale
pensiero, sullo sfondo dell’incremento della digitalizzazione, si può ritenere che la stragrande maggioranza di uffici potrebbe essere sostituita da server ,
potrebbe esser ridotto il numero dei funzionari ad-
detti ai controlli, espletabili nel proprio domicilio, ed
abolizione degli spostamenti pendolari, limitando
l’uso di autovetture ed il consumo di carburante.
Ciò comporterebbe la riduzione delle vendite di autovetture e di carburanti, con ripercussioni negative
sulla richiesta e relativa riduzione degli addetti di
quelle produzioni.
Molti anni fa nacque un pensiero contrario all’evoluzione tecnologica perchè privava l’uomo del suo lavoro manuale; pensiero perdente perché non si può
fermare il progresso, soprattutto in un mondo globalizzato.
D’altro canto è stato stimato che negli USA, da quando è
stato spinto il processo di informatizzazione (1995), si è
osservato l’aumento della produttività del 2,5 – 3% l’anno
con lo stesso numero di lavoratori, ossia è aumentata la
ricchezza prodotta col 2 – 3% di lavoratori in meno. Cosa
fare? Osserviamo cosa fanno gli altri.
La Corea del Sud, superata la fase critica mondiale
del 2008, è portata ad esempio per la strategia di
uscita dalla crisi, per aver investito nell’istruzione, investimenti, stimoli fiscali, favorito i consumi, aumentata la spesa pubblica e svalutazione (30%) e,
soprattutto, con l’innovazione ponendosi all’avanguardia per numero di brevetti.
Sapremo noi fare qualcosa di simile, noi che riusciamo a spendere a malapena il 10% dei fondi europei assegnati? Sapremo scrollarci di dosso
incrostazioni, falsi problemi, bagarre per la gestione
di poltrone che ci condannano all’immobilismo?
Non abbiamo più molto tempo a disposizione e vorrei poter dare risposte ai miei nipotini che stanno crescendo.
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Teatro
«Tutta Parigi impazza... è carnevale...»
(La Traviata, Atto, III, scena III)
di Carmelo Fucarino
Primo proemio. Ancora una protesta per la gestione
artistica del Teatro Massimo e per gli sconquassi e il genocidio prodotti dalla legge Bondi (decreto sulle fondazioni liriche convertito in legge 2010 in una insolita seduta
parlamentare, convocata nel giorno della festa patronale
di San Pietro e Paolo a Roma, stilato dal ministro Sandro
Bondi, dimessosi o dimissionato il marzo 2011). Eppure
sul frontespizio vanamente si abbaia alla luna con il monito di Ernesto Basile del 1897: «L’arte rinnova i popoli e
ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a
preparar l’avvenire». C’è da dire che anche allora re Umberto, da buon nordista, ebbe a lamentare: «Palermo
aveva forse bisogno di un teatro così grande?». In effetti è
il più grande teatro lirico italiano per estensione e il terzo
in Europa.
Secondo Proemio. La prima avviene nell’ultimo giorno
di Carnevale. Senza allusione ai derelitti tempi moderni,
quando ancora per i furboni e pure per i poteri forti «tutta
Parigi impazza... è carnevale», mentre si preannunziano
Ceneri pesanti per il popolo italiano, in nome del quale si
governa e giudica, falcidiandolo con nuovi fantasiosi balzelli e con disoccupazione.
Serata da record per il Massimo di Palermo che dal debutto del 1856 ha raggiunto la 100° edizione, indice della
popolarità dell’opera. E non poteva mancare dopo il recente Il trovatore (18 ottobre 2011), essendo parte della
“trilogia popolare”. assieme al gettonatissimo Rigoletto.
Eppure il pasticcio romantico, tratto dall’altrettanto celebre pièce La dame aux camélias (La signora delle camelie) di Alexandre Dumas figlio, con la sua ascendenza
scapigliata per il tema bohemien della donna perduta e
della tisi redentrice (La bohème di Puccini, 1896), al suo
debutto alla Fenice di Venezia il 6 marzo 1853 fu una débâcle integrale, si disse per i mediocri interpreti o addirittura per il tema scabroso.
I patiti dell’opera ricorderanno la recente produzione palermitana del 23 febbraio 2007 con l’allestimento della
Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, la direzione
di Stefano Ranzani, con la regia di Cristina Comencini e
le scene di Paola Comencini.
Questa edizione, altra produzione della fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, che passerà alla storia del Massimo
31
Teatro
«Tutta Parigi impazza... è carnevale...» (La Traviata, Atto, III, scena III)
come ‘La Traviata degli specchi’, la parte del leone l’ha
fatta l’‘architetto dell’immagine’, il ceco Josef Svoboda,
morto nel 2002, che realizzò questa scenografia nel 1992
allo Sferisterio di Macerata, e vinse il Premio Abbiati dell’Associazione Nazionale Critici Musicali. Ora è riproposta con la regia del regista tedesco Henning Brockhaus,
osannato e premiato. Se si voleva strabiliare lo spettatore,
vi si è riusciti, anche se non so quanto frastornanti sia stati
questi stupendi piani riflettenti, le immagini dei fondali dipinti in un accavallarsi con quelle del sipario, specchio gigante inclinato di 45 gradi, che vorrebbe duplicare o
triplicare l'azione scenica con piani spaziali e esistenziali
diversi. Per la tecnica dello stupore l’intrecciarsi di realtà e
di immagine, di movimenti, di ritmi e di colori ha dovuto
sicuramente avere un grande impatto emotivo. Accurata e
possente la direzione del maestro Carlo Rizzi, come trascinante la realizzazione dei vibranti corali. Convincente
la Violetta della professionista di lungo corso, la soprano
Mariella Devia, come il Germont di Simone Piazzolla. Ma
è soprattutto l’azione che non dà respiro: l’opera è un susseguirsi ininterrotto e trascinante di incanto musicale,
tanto che sarebbe impossibile seguire tutti i movimenti. Si
può solo redigere un elenco sommario di temi che un certo
pubblico un tempo canticchiava, dal primo atto Libiamo
ne' lieti calici (Violetta, Alfredo e coro), Un dì felice, eterea
(Alfredo e Violetta), È strano! È strano...Follie! Delirio vano
è questo...Sempre libera (Violetta), dal II atto De' miei
bollenti spiriti (Alfredo), Pura siccome un angelo (Germont e Violetta), Che fai?/ Nulla / Scrivevi?... Amami Alfredo (Alfredo e Violetta), Di Provenza il mar, il suol
(Germont), Noi siamo zingarelle (Coro), Mi chiamaste?
Che bramate? (Alfredo e Violetta), dal III atto Teneste la
promessa (Violetta), Parigi, o cara (Alfredo e Violetta), Pa-
rigi, o cara Gran Dio! Morir sì giovane (Violetta). E l’ossessione del leit-motiv che rinnova incessante l’emozione e
la tenerezza nostalgica del preludio del terzo atto. Non c’è
un solo rigo musicale che non sia entrato nella fantasia comune e nei ritmi delle melodie mentali di tutti. Ed è sperabile che il pubblico si sia lasciato rapire da esse,
chiudendo qualche volta gli occhi, escludendo dal capolavoro il barocchismo delle trovate, soprattutto l’immagine
che in questo caso predomina ed esclude spesso la vera
protagonista che è la creazione musicale. Verdi era un
compositore di opere, lui è la geniale invenzione musicale,
anche al di fuori del libretto dell’esperto Francesco Maria
Piave, testo che mostra i suoi anni e i suoi ninnoli troppo
antiquati e perduti, la sua amistà, i fia e i pria. Eppure chi
ascolta quel mirabile inno simposiaco, che rievoca nell’attacco gli skolia greci, celebri quelli di Alceo e più tristi
quelli di Asclepiade, non bada alle parole impolverate:
Libiam ne' lieti calici
che la bellezza infiora,
e la fuggevol ora
s'inebri a voluttà.
Libiam ne' dolci fremiti
che suscita l'amore,
poiché quell'occhio al core
onnipotente va.
Poi alla fine a supremo stupore quel coup de théâtre di
un genio dello spettacolo che già mi preannunziava un fotografo, la completa sympatheia, la compartecipazione di
spettatori nella passione scenica, quando si fondevano
sullo sfondo del palcoscenico, la realtà degli attori e dell’orchestra, gli spettatori sotto le luci dell’anfiteatro dei
palchi, un abbraccio completo a 360° per suggellare
quella scena desolata di addio alla vita.
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Letteratura
Stratigrafia del Comune di Prizzi di Carmelo Fucarino
Il Novecento
di Gabriella Maggio
L
unedì 20 febbraio 2012 nella Sala delle Lapidi
del Comune di Palermo Carmelo Fucarino ha
presentato ad un numeroso e colto pubblico il
volume conclusivo della sua storia di Prizzi relativo al ‘900 ; relatori Alberto Campagna, presiedente
dell’assemblea consiliare dl Comune di Palermo, Antonino Garofalo, sindaco di Prizzi, Giovanni Ruffino linguista, Carlo Marino storico, Mario Centorrino,
assessore regionale per l'Istruzione e la Formazione professionale della Regione Siciliana. Parole di encomio
sono state pronunciate dai relatori per la ricca e dotta
opera giunta al traguardo dopo un lungo ed a volte impervio cammino percorso dallo storico prizzese, con pazienza instancabile ed acribia critica, raccogliendo ed
interpretando documento dopo documento le vicende
della Prixiensis Universitas, spesso lottando con la polvere del tempo e la difficoltà di consultazione dei documenti. Carlo Marino ha messo in risalto l’ampiezza
della costruzione dell’opera che non si mantiene sul
piano esclusivamente locale, ma si innesta tanto nella storia regionale e nazionale che si può definire una storia
della Sicilia considerata dal punto di vista di Prizzi. Giovanni Ruffino ha invece elogiato la scelta del termine
stratigrafia per indicare la storia perché in Sicilia i fatti
storici delle varie epoche si sono aggiunti gli uni sugli
altri. Col metodo annalistico di Tito Livio, storico la-
tino del I sec. a. C. autore di un ‘immensa opera storiografica “Ab urbe condita libri”, coniugato con l’indirizzo
storiografico dell’ Ècole des Annales Carmelo Fucarino
ha rivolto “somma attenzione al mutamento delle strutture socio-politiche ed all’uomo colto nella sua dinamica psicologica ed antropologica” ( Prefazione in forma
di commiato pp.10-11-Stratigrafia del Comune di Prizzi
vl. III). Ma più importante di ogni giudizio ed elogio dell’opera imponente nella mole è stata la commozione dell’autore non soltanto per il compimento dell’opera e per
l’amore che ha così mostrato per il suo paese e per i
compaesani ai quali ha fatto dono di tanti anni di lavoro,
ma per il luogo in cui è avvenuta la presentazione, simbolo della storia di Palermo. La presentazione ha acquistato così il sapore di un approdo, raggiunto dopo un
lungo desiderio ed un percorso partito da lontano e non
privo di difficoltà, a testimonianza inconfutabile dell’esserci nella storia per averla scritta, “fedelmente e con
onestà ( idem)” e pertanto vissuta tutta momento dopo
momento. Inevitabile il ricordo del poeta latino Orazio
:“ sume superbiam quaesitam meritis ” (assumi orgoglio
che i tuoi meriti ti guadagnarono - trad. di E. Turolla)
.Non credo che ci siano parole più penetranti di queste
che il poeta latino Orazio nell’ode XXX del III libro
dice di sè. Un autore è classico se riesce a parlarci sorprendendoci sempre.
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Lions Club
LEO E LEONI
IN gITA
D
di Attilio Carioti
omenica 26 febbraio 2012 i Leo ed i Lions di
Palermo dei Vespri si sono ritrovati all’agriturismo Casa Mia, nel territorio di Corleone,
per trascorrere una rilassante giornata all’aria
aperta e gustare buon cibo ed il buon vino delle cantine
Pollara.
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Letteratura
Città di mare - parte XIII
di Gabriella Maggio
S
sue mani -. - Aiutiamo Luigi, ci può essere utile-. Silvia ha ascoltato con attenzione, potrebbe essere il bandolo della sua matassa. Quando i due si allontanano li
segue, ma per poco. Salgono infatti su una macchina
che si accosta al marciapiede. Silvia memorizza la
targa automaticamente e decide di ritornare a casa ed
incontrare la vicina. Cammina veloce per le strade, di
tanto in tanto guarda una vetrina, nessuno la segue.
Entra nel portone di casa, facendolo sbattere per attirare la vicina. Indugia un po’ davanti alla porta fingendo di cerare le chiavi, poi entra. La casa è fresca.
Cerca una bottiglia di vino, ne trova una di un rosso
locale e se ne versa un bicchiere mentre si spoglia per
fare una doccia. Poi cucina un piatto di pasta e prepara il caffè; vuole andare dalla vicina per offrirle una
tazza di caffè. Bussa alla porta un paio di volte, ma
non risponde. Silvia è delusa, credeva di avere un bandolo della matassa, ma si è sbagliata…. avrebbe dovuto
avvicinarla subito. Accende il telefono e compone il numero. Nessun segnale, il telefono è muto. Ripete il tentativo un paio di volte, niente. L’hanno disattivato.
Una crisi di panico la prende a poco a poco. Si stende
sul letto e cerca di respirare piano e profondamente. In
fondo è meglio così. Vogliono che Draghinelli se ne
vada libero. Va benissimo…vada dove vuole, purchè
non la paghi io la sua fuga. A poco a poco Silvia si
calma. Riprova a telefonare. Ha ancora un po’ di
paura. Se fino a sera il telefono resta muto, domani
torno a Milano, vado da Gallina e lo convinco ad archiviare tutto.
ilvia non ha più dubbi. Draghinelli è vivo ed
abita lì, non molto distante da dove abitava
prima. Vuol dire che è sicuro di sé. Ora lei deve
riflettere sui fatti, solo sui fatti, solo quelli contano. Stare ad aspettare non le conviene, non c’è un riparo e sicuramente è stata notata. Quell’esitazione
cercando la chiave, …è un classico, roba da manuale.
Forse si è bruciata, come si dice in gergo. Torna meccanicamente al bar Centrale. Dà un’occhiata veloce all’interno. Ad un tavolo nota l’uomo con la barba che
ieri pomeriggio era al bar di Piazza dei Caduti; è con
altri due. Parlano. Silvia entra d’istinto e resta in piedi
a guardare le torte, sperando di potere ascoltare. - Non
mi potete negare il compenso, ho delle scadenze… mi
avevate assicurato – Sì- dice quello magro con i capelli
bianchi - non te lo neghiamo, Luigi, è vero Enrico?
Hai fatto un bel lavoro. Diglielo anche tu, ma i soldi
che abbiamo riscosso sono già impegnati servono per
un altro. E’ urgente. oggi parte. Il signor Saccone ci
tiene tanto a questo qui. Sai, gli ha fatto un grande favore - Ho capito, è la solita storia, .ma qualche volta
vi farò un po’ di paura anch’io - dice Luigi e si allontana scuotendo la testa. Ecco, ora Silvia sa che si
chiama Luigi. Lo rivedrà ? Degli altri due uno si
chiama Enrico e l’altro ? Ma anche questi … chi sono?
Probabilmente non c’entrano con la sua missione. Però
un dato è certo che il bar Centrale è un crocevia, uno
snodo… - E se facessimo uno sgarbo a questo vecchio
borioso? In fondo che cosa ce ne importa? Non se la
prenderà con Saccone, ha paura- . – Sì, Enrico, è nelle
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Bambini
Con l’occhio dei bambini
La Natura: un bene comune da difendere
di Gabriella Maggio
L’albero incatenato è un simbolo forte, soprattutto se ha alle spalle l’arcobaleno della pace. È
una catena quella dell’inquinamento che sembra molto salda e ben chiusa da un lucchetto, ma
la fantasia della giovane disegnatrice va dritto al nocciolo della situazione, non usa mezzi termini. Non sono infatti necessari. È necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutti.
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