magazine NUMERO VENTISEI esprino Il Il diario diario online online del del Lions Lions Club Club Palermo Palermo dei dei Vespri Vespri Lions Club International Palermo dei Vespri - Distretto 108 Y/b - Circoscrizione I - Zona 1 SOMMARIO Vesprino Magazine Editoriale Editoriale di Febbraio NIENTE CULTURA NIENTE SVILUPPO è la sfida del 2012? Così pare se leggiamo il Domenicale del Sole 24 ore del 19 febbraio. Sembrerebbe una “rivoluzione copernicana” nel modo di intendere la cultura, perché da “giacimento di un passato glorioso “da mantenere diventa, grazie all’azione di governo, cioè di tutti i ministeri, nel medio e nel lungo termine, mezzo di occupazione e produzione. Si parla perciò di “Costituente” della cultura. L’idea sembra interessante anche perché punta sull’educazione come veicolo del Gabriella Maggio nuovo, infatti l’iniziativa dovrebbe trovare collocazione in tutti i livelli educativi, dalle elementari all’università, attraverso lo studio dell’arte e della storia per rendere i giovani custodi del nostro patrimonio affinchè ne traggano impulso per la creatività del futuro. In particolare lo studio dell’arte dovrebbe essere integrato anche con pratiche creative, che avrebbero la finalità di dare una marcia in più ai giovani, perché è dimostrato che gli studenti impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati in ambito scientifico. Questo progetto prevede anche la complementarità tra pubblico e privato sostenuto con provvedimenti legislativi che prevedono sgravi fiscali per cui anche un biglietto d’ingresso al museo potrebbe essere detraibile. Non si tratterebbe, quindi, soltanto di una razionalizzazione delle risorse e delle competenze, ma di una vera assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo. Ma di fatto non resta che attendere. Ci si rende conto che si fa fatica a cogliere il senso di queste proposte, infatti se in un primo momento la mente si slancia libera e generosa verso un futuro meraviglioso, in un secondo momento subentra il disincanto di sempre. Ma non bisogna arrendersi. Questa sera parliamo di Lions Suoni e... parole a Palazzo Asmundo E basta indignarsi? E ora che fare? Le ricette letterarie di Marinella Viaggiatori stranieri in Sicilia Visita del Governatore del Distretto 108 YB Hanno Partecipato a questo numero: Gigliola Siragusa, Carmelo Fucarino, attilio Carioti, Riccardo Carioti, Natale Caronia , Renata De Simone, Ornella Correnti , Irina Tuzzolino, Raffaello Piraino , Lavinia Scolari, Luciana Pace, Marinella Il giorno del ricordo delle foibe Gabriella Maggio Duecento anni fa nasceva Charles Dickens Irina Tuzzolino Le dolci creazioni fantastiche Ornella Correnti Intervista a Leda Melluso Gabriella Maggio 14 febbraio 2012 Gabriella Maggio Riccardo Carioti Renata De Simone Attilio Carioti Raffaello Piraino Attilio Carioti Maschere di Carnevale Gabriella Maggio La “gaia scienza” Carmelo Fucarino Cosa è l’autismo? Luciana Pace Quale futuro? Carmelo Fucarino Natale Caronia Tutta Parigi impazza Carmelo Fucarino Stratigrafia del Comune di Prizzi Gabriella Maggio Leo e Leoni in gita 2 Attilio Carioti Tommaso Aiello Un testimonio del nostro tempo Comitato di redazione: Gabriella Maggio (Direttore) Mimmo Caruso • Renata De Simone Carmelo Fucarino • Francesco Paolo Scalia Daniela Crispo Quei geniali architetti che resero uniche le nostre città Da Napoli a Palermo: donne, intrighi, politica alla fine del Settecento lionspalermodeivespri.wordpress.com Marinella Carmelo Fucarino I vent’anni incontriamoci in rete Carmelo Fucarino I diritti umani e un palermitano esemplare Festa di Carnevale dei Lions Club di Palermo VesprinoMagazine Lavinia Scolari Gabriella Maggio Il testamento del vicerè Commenta > Collabora > Scrivi Attilio Carioti SIGISMONDO D’INDIA, vita e opere del musicista palermitano I Lavori della Prima Circoscrizione Visita > Leggi Gabriella Maggio Attilio Carioti Città di mare Gabriella Maggio Con l’occhio dei bambini Gabriella Maggio Il Castello di Maredolce Gigliola Siragusa Lions Club QUESTA SERA PARLIAMO DI LIONS di Attilio Carioti I l 24 gennaio 2012, nel salone del Circolo Ufficiali di Palermo, si è svolto un incontro di formazione lionistica, mirato alla riflessione su che cosa significa oggi essere Lions, promosso dal L.C. Palermo Host con la partecipazione dei Club Normanna, Vespri, Mediterranea, New Century Palermo, New Century Panormus, Federico II, Libertà, Porta Nuova, Leoni, Monte Pellegrino, Conca d’Oro Era presente il secondo Vice Governatore Gianfranco Amenta. Relatore sul tema è stato il Past Direttore Internazionale Domenico Messina. Dopo il saluto dei Presidenti dei Club, che hanno riferito le loro valutazioni, nate dall’esperienza nella conduzione dei club, sulla crisi dell’associazionismo ed in particolare sul mantenimento dei soci, Gianfranco Amenta ha sottolineato che essere lions equivale a fare una scelta di vita a cui bisogna restare fedeli, operando concretamente nell’attuazione del we serve nella realtà locale, soprattutto nelle zone più degradate. Domenico Messina ha posto l’accento sulla necessità di selezionare con attenzione i soci sulla base di un’effettiva motivazione a servire, e sul loro coinvolgimento nelle attività di club. Ai Presidenti, che rappresentano un im- portante spaccato della società lionistica di Palermo, consiglia per non disperdere le energie, di organizzare attività comuni ai vari club per ottimizzare le risorse ed implementare i risultati. Giuseppe Ingrassia, Direttore del Centro studi distrettuale, comunica di avere predisposto due questionari, che saranno inviati a tutti i Club del Distretto per rilevare dati utili ad evidenziare punti di forza e punti di criticità per potere adeguatamente affrontare il problema e proporre soluzioni. 3 Eventi Suoni e… parole a Palazzo Asmundo S di Lavinia Scolari abato 28 Gennaio 2012, nella splendida cornice di Palazzo Asmundo, ha avuto luogo un evento letterario organizzato da SiciliAntica, in particolare dall’attivissima Maddalena Gargano, e presentato dal Gruppo Mediolanum. L’incontro dal titolo “Suoni... e parole. Gli scrittori si raccontano tra armonie e discordanze” è stato coordinato da Alfonso Lo Cascio, presidente regionale di SiciliAntica, e si è articolato in diversi momenti, non solo letterari, ma anche musicali e artistici, che hanno coniugato la presentazione di due libri di genere opposto, eppure affini nelle tematiche affrontate: Momenti di Parole di Paolo Baù e Il Suono Sacro di Arjiam di Daniela Lojarro. In entrambi i generi vengono dipinti dei personaggi che si interrogano sul senso della loro vita e della vita in generale, in perenne anelito verso una risposta che dischiuda il mistero della sofferenza umana e apra la via verso la conoscenza della verità. In primo luogo è spettato alla scrittrice partenopea Rosa Gargiulo il compito impegnativo, ma di certo piacevole, di presentare il romanzo di Baù, Momenti di Parole, un’opera intimistica e riflessiva, in grado di delineare, quasi in forma di moderno prosimetro, l’immaginario incontro con la “maschera” di Dio o di un’entità al quale lo scrittore rivolge le sue domande, le sue perplessità, i suoi ricordi, fino a scoprire che non vi è risposta che possa giungere dal silenzio del Signor D., troppo intento a osservare il suo bicchiere di latte, metafora del tempo che scorre inesorabile senza poter essere mai assaporato fino in fondo. Rosa Gargiulo ha condotto un duetto con Baù evidenziando i punti focali del racconto e lasciando emergere i turbamenti dell’animo e le amarezze del reale, quel sentire fosco e cosciente del limite, che l’autore ha raccontato con semplicità e chiarezza icastica. Dopo uno dei momenti musicali, affidati a Tango Disiu musiche dei porti, è stata la volta di Daniela Lojarro, autrice de Il Suono Sacro di Arjiam, romanzo fantasy incentrato sulla musica e sul potere conoscitivo e spirituale del suono. A introdurre la figura versatile della scrittrice, Alessandro Iascy, creatore e amministratore del portale di Letteratura fantastica TrueFantasy, e la sottoscritta. Dopo aver presentato brevemente la carriera di Daniela, affermata cantante lirica, e dopo aver sottolineato l’importanza della musica nella sua scrittura, le abbiamo rivolto alcune domande sulla trama del romanzo e sulle tematiche universali che in esso sono intessute, come preziosi fili di un arazzo: la perdita, il sacrificio, la ricerca del proprio ruolo nel mondo e della propria identità. La Lojarro descrive i suoi personaggi in un cammino iniziatico che sembra imperniarsi sulla necessità di trovare il giusto equilibrio fra bene e male, amore e dovere, dolore e speranza. Lungi da escludersi, gli opposti si completano e fondono in un ordine armonico che la Lojarro definisce felicemente con uno suo stile fluido e rotondo. Dopo un altro momento musicale, la serata si è chiusa con due talentuosi danzatori di Tango che hanno allietato i presenti prima di lasciare spazio all’aperitivo di chiusura. Una serata suggestiva e ricca di piacevoli momenti, che hanno avuto profondo risalto grazie all’impegno degli organizzatori e allo sfondo del meraviglioso Palazzo Asmundo, di fronte alla cattedrale palermitana, a ricordarci ancora una volta quanto Palermo sia vivace e pronta a raccogliere ogni fermento artistico, culturale e di scambio. 4 Società E basta indignarsi? E ora che fare? di Carmelo Fucarino U n uomo di 95 anni, classe 1917, anno del primo disastro europeo, con lunga esperienza diplomatica, ex combattente della Resistenza francese, ex deportato di Buchenwald, ha vissuto inconsapevole nel circolo mediatico una folgorante incursione. Il giorno del suo compleanno (20 ottobre 2010) esce un piccolo pamphlet di 20 pagine dal titolo esclamtivo, Indignez-vous !, sottotitolo (Pour une insurrection pacifique), Indigène éditions, in una collana dal nome profetico, "Ceux Qui Marchent Contre Le Vent", (Montpellier, traduzione italiana Indignatevi!, Add editore, Torino 2011). Ad oggi certamente più di un milione di copie. All’appello risposero le carovane del Movimento 15-M e gli Indignados di Puerta del Sol a Madrid, di Valladolid e Barcellona. Anche la Big Apple rispose dalla celebre Wall Street e presto conobbero i manganelli dei policemen di Bloomberg e Obama. Settecento arresti sul ponte di Brooklyn dei giovani di Occupy Wall Street Questa la risposta in 32 pagine di un altro nobile antifascista del 1915 «Valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci, in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro corpo. Che l’indignazione possa supplire alla politica e, in primo luogo, alla creazione delle sue forme efficaci è illusorio». E poi «Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano, di ognuno di noi e della relazione con l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo. La mia paura è che mi venga tolto non tanto il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano. Vi prego, non permettete che la domanda sull’essere umano venga cancellata». E la contro risposta di Hessel con un altro pamphlet del 2011, Engagez-vous! (Impegnatevi!. 2011).Con i disastri e il baratro davanti al quale ci ha trascinato la finanza internazionale della quale siamo ostaggi indifesi e non riscattabili: «E inoltre c’è un problema che riguarda indubbiamente il modo in cui siamo governati. Siamo governati da decenni dalla finanza, da gente che pensa solo ai profitti erodendo diritti e certezze sociali a milioni di persone. L’insoddisfazione è enorme ma siamo ingannati dalla “felicità relativa”». 5 Cucina Le ricette letterarie di Marinella di Marinella ‘MPANATIGGHIE Ingredienti: Per l’impasto Gr.500 di farina 00, gr.125 di zucchero, gr.100 di strutto, 4 tuorli d’uovo, 1 uovo intero, 1/2 bicchiere di marsala secco, gr. 5 di ammoniaca per dolci, un pizzico di sale. Per il ripieno Gr. 200 di filetto di manzo, gr.250 di zucchero, gr. 200 di mandorle, gr.100 di cioccolato fondente, cannella, chiodi di garofano in polvere, 4 albumi. Leonardo Sciascia non è stato soltanto un autore di romanzi, ma anche uno scrittore che raccontava per immagini attraverso le fotografie di Giuseppe Leone. In questa narrazione parallela ha descritto anche la cucina siciliana con particolare attenzione ai piatti più caratteristici come le”’mpanatigghie della contea di Modica., ravioli dolci. Ecco le sue parole evocatrici di sostanziosi sapori e storie lontane: “Fatti di una pasta sottilissima e fragile contenente un sapiente impasto di carne e cioccolato principalmente…un dolce nutrientissimo…si potrebbe dire un dolce da viaggio. Da viaggio in Spagna , quando fu inventato…” Preparazione della farcia Rosolare in padella con olio di oliva la carne tritata, unendo lo zucchero i chiodi di garofano e gli albumi, le mandorle. Preparazione della pasta Mescolare insieme gli ingredienti, ricavare dei dischetti di pasta e porre al centro il ripieno. Sigillare il raviolo, forarlo prima di metterlo al forno a 6 Lions Club SIgISMONDO D’INDIA, vita e opere del musicista palermitano di Gabriella Maggio Stemma della Famiglia India, blasonato da Palizzolo Gravina I Lions Club Palermo Porta Nuova e Palermo New Century il 31 gennaio 2012 nella Sala Martorana di Palazzo Comitini hanno organizzato una conferenza sulla vita e le opere del musicista palermitano Sigismodo D’India. Relatore il Prof. Jeorge Morales dell’Università Sorbonne di Parigi. Ha introdotto i lavori il Presidente della Provincia Regionale di Palermo, ing. Giovanni Avanti, che ha sottolineato l’importanza di promuovere lo studio e la divulgazione del patrimonio culturale siciliano. Erano presenti Alfredo Lo Faro, coordinatore distrettuale del Service Made in Sicily, le eccellenze siciliane e Gabriella Giacinti, presidente della Prima Circoscrizione. Poco si sa della biografia di questo musicista, afferma Morales, tuttavia se incerto è il luogo di nascita, Palermo o Napoli, per ammissione dello stesso D’India, nella prefazione alle Musiche , la sua famiglia appartiene alla nobiltà palermitana. Tale affermazione, a parere di chi scrive, può trovare sostegno nel Villabianca e anche nel Palizzolo Gravina, che nel Dizionario Storico-Araldico della Sicilia descrive e rappresenta lo stemma della famiglia India. Una congruenza emerge anche dalla ricerca negli elenchi telefonici italiani e nel noto portale Gens Labo, nei quali si rileva che il cognome D’India è presente quasi esclusivamente in qualche Comune del Palermitano. Incerta è anche la prima formazione musicale del D’India, fatta eccezione per quello che lui stesso scrive nel 1609 nella prefazione alle Musiche :” ...insino dalla fanciullezza mi procurai di conversare con huomini intelligenti della Musica, et da suoi dotti discorsi imparare ciò, che desideravo sapere sì del comporre a più voci, come del cantar solo … Nella prefazione a Le musiche da cantar solo... ( Milano 1606) Sigismondo d'India, prende le distanze da quegli autori che creavano composizioni monotone e afferma:… ritrovai che si poteva comporre nella vera maniera con intervalli non ordinarij, passando con più novità possibili da una consonanza all'altra, secondo la varietà de i sensi delle parole, et che per questo mezo i canti havrebbono maggior affetto, et maggior forza nel mover gli affetti dell'animo di quello, c'havessero potuto operare, se fossero tutte state composte ad un modo con ordinarij movimenti...". Sigismondo d'India si è cimentato in tutte le forme musicali del suo tempo, tra Rinascimento e Barocco, quali monodie, madrigali e mottetti, reinterpretando le suggestioni delle varie produzioni musicali, per esempio quelle della Scuola veneziana e della Scuola romana, quelle legate al tentativo di recuperare la musica della classicità greca e allo sviluppo di una nuova forma musicale che sfocerà nel melodramma. Dalle opere ascoltate in registrazione è emerso il grande musicista, che con la sua arte legittima pienamente l’interesse che ancora oggi si ha per le sue opere, mettendo in ombra le lacune delle fonti storiche. 7 Storia I diritti umani e un palermitano esemplare di Carmelo Fucarino G agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio» (cap, XXVIII). Pochi mesi fa dal Rapporto annuale 2011 di Amnesty International - La situazione dei diritti umani nel mondo. Italia – Scheda paese -Tortura e altri maltrattamenti «A marzo e maggio, la corte d’appello di Genova ha emesso verdetti di seconda istanza nei processi sulle torture e altri maltrattamenti perpetrati da agenti delle forze di polizia e di sicurezza contro i manifestanti in occasione del G8 nel 2001. A fine anno rimaneva aperta l’opportunità di presentare ricorsi presso la Corte di Cassazione. A marzo la corte ha riconosciuto che la maggior parte dei reati occorsi nel centro di detenzione temporanea di Bolzaneto, tra cui lesioni personali gravi, ispezioni e perquisizioni arbitrarie, erano ormai prescritti, ma ha comunque ordinato a tutti i 42 imputati di pagare un risarcimento civile alle vittime. Ha inoltre imposto pene detentive fino a tre anni e due mesi nei confronti di otto imputati. A maggio, la stessa corte ha ritenuto colpevoli etc. Molte delle accuse sono cadute a causa della prescrizione. Tuttavia, se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel codice penale, la prescrizione non si sarebbe potuta applicare» (scheda completa nel sito). Convenzione di New York contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti Normativa adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. il 10 dicembre 1984. Entrata in vigore il 27 giugno 1987. Stati che hanno depositato la dichiarazione di cui all'art. 22 al gennaio 2004: 54.Autorizzazione alla ratifica ed ordine di esecuzione in Italia: l. n. 489 del 3 novembre 1988. «Articolo 1. 1. Ai fini della presente Convenzione, il termine "tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate». C’era un palermitano, 427 anni fa, che sapeva cosa fossero la tortura e la pena di morte, perché vi era vissuto dentro, l’aveva subita, si suppone dalla Santa Inquisizione anche in nome di Dio. Certo non in nome di Cristo. Quanti delitti si compiono ancora in nome della religione e della libertà individuale e della sicurezza nazionale. Palermo - Castello a mare - Porta Aragonese iovedì 19 agosto 1593 alle 15 circa un fortissimo boato fece tremare la zona della Cala e tutto il Cassaro basso. Si disse che al Castello a mare di Palermo «incappò foco a due dammusi di polveri ed essendo vicine le carcere, tutte le scacciò». Ivi perì anche Argisto Giuffredi (1535-1593), poeta e socio fondatore dell’Accademia degli Accesi, nome “Contemplativo”, e socio di quella dei Risoluti. Oltre a una raccolta di poesie in stile petrarchesco, scrisse anche gli Avvertimenti cristiani, sulla falsariga del celebre Galateo (1551-1555) di monsignor della Casa e del Cortegiano (1508-16) di Baldassar Castiglione, il diario della vita palermitana della fine del Cinquecento, una società spompata e rassegnata e vuota di ideali. A parte alcuni consigli di timorosa prudenza, egli fu, come osservò Sciascia (non pertanto scrisse la perla di Porte aperte, 1987) «la prima voce che si sia levata nel mondo contro la tortura e la pena di morte», quando impartì al figlio Giovanni anche questo precetto, straordinario per tempi in cui la tortura era strumento di istruttoria, dalla semplice corda alle invenzioni più sofisticate e strazianti: «Ma voglio ben dirti, Giovanni, e così lo dico agli altri, che non condanniate mai nessuno ad essere frustato […] e se non è per cosa più che grande, anzi, potendo, per qualsivoglia cosa non date mai morte a nessuno; […] questa vita che è di Dio io la vorrei lasciar tor da lui». E lui stesso che aveva assistito ai “tratti di corda” e aveva poi sperimentato sulla sua schiena “sette tratti di corda”, come abituale procedura istruttoria, preparatoria dell’interrogatorio, in quell’orrendo carcere della Santa Inquisizione, ricordava di «venir quasi così mal volentieri a dar altrui la corda, come a dargli morte; perciò che oltre al pericolo in che si pone uno, confessando, di morire, si pone anche a pericolo di rompersi il collo, rompendosegli, come l’ho veduto io talvolta». Così intorno al 1585. Poi nel 1764 il milanese Cesare Beccaria così lamentava in Dei delitti e delle pene: «Una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per constringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d’infamia, o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato» (cap. XVI). «Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà 8 Storia Viaggiatori stranieri in Sicilia Dominique Vivant Denon di Daniela Crispo D ominique Vivant Denon è nato in Francia nel 1747 , abile incisore e piacevole scrittore, come diplomatico viaggia per l’Europa e soggiorna sette anni a Napoli. Nel 1778 viaggia nell’Italia meridionale ed in Sicilia ed consegna le sue impressioni al Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie, stampato fra il 1781 ed il 1786 ed illustrato da 417 acqueforti. L’opera costituisce la più bella rappresentazione della Sicilia di fine Settecento. Denon è giunto in Sicilia il 2 giugno insieme agli architetti Jean Louis Desprez e Jean Augustin Renard ed il pittore Claude Louis Châtelet. Tutti hanno un grande gusto per le antichità e per i paesaggi sconosciuti in cui ricercano l’atmosfera preromantica della natura aspra e selvaggia. La prima parte del viaggio si svolge tra Messina e Taormina e culmina l’11 giugno nell’ascensione sull’Etna, vissuta dai viaggiatori nell’esaltazione della grandiosità dei luoghi e dell’avventura straordinaria che hanno intrapreso. L’interesse antiquario dei viaggiatori, ragione prima del loro viaggio, viene soddisfatto a Catania dal museo Biscari. Denon ed i suoi amici giungono a Palermo il 2 luglio in tempo per assistere al Festino di Santa Rosalia. Denon lo ritrae in molte tavole. Ma il suo interesse è rivolto soprattutto agli abitanti della città ed in particolare alle donne che definisce intelligenti, maliziose ed affabili. Ben accolto dall’aristocrazia, rimane, però, deluso, dalla città. La Cappella Palatina gli sembra gelida, la Cattedrale ed i sarcofagi dei re gli sembrano di “mauvais goût” . Considera il barocco delle chiese cittadine uno stile decadente di cui condanna le ridondanze decorative, sebbene avverta a tratti la suggestione dell’imponenza delle strutture e la possanza delle masse. In questi sentimenti contrastanti trascorre un mese nella città. Affascinato dall’archeologia con severo gusto di intenditore, ma anche con l’interesse per il pittoresco, riesce ad interpretare il grande messaggio della Sicilia antica davanti alla maestosità delle rovine di Selinunte e del tempio di Giove a Girgenti nei quali coglie il segno della titanica competizione tra uomini e dei. Al resto non fa attenzione, contrariato dal pessimo stato delle strade.e dalla sporcizia di molti luoghi come la mitica Fonte Aretusa. Da queste costatazioni prende spunto per indicare i mali del latifondo, dell’aristocrazia neghittosa e parassitaria, dei causidici avidi e rapaci su cui si stende il velo dell’apatia diffusa. 9 Lions Club Visita del governatore del Distretto 108 Yb di Attilio Carioti I l 3 febbraio 2012 all’Hotel S.Paolo il Lions Club Palermo dei Vespri ha ricevuto, insieme ai Club Palermo Leoni e Palermo Federico II, la tradizionale visita del Governatore del Distretto 108 YB, Nuccio Di Pietro. Nell’indirizzo di saluto il Governatore ha esortato tutti i Lions a perseverare nello spirito di servizio e nella coesione all’interno dei club; ha espresso, inoltre, a tutti i Presidenti il proprio compiacimento per le numerose ed utili attività sin qui condotte nel territorio . Visita > Leggi Commenta > Collabora > Scrivi VesprinoMagazine incontriamoci in rete lionspalermodeivespri.wordpress.com 10 Architettura QUEI gENIALI ARCHITETTI CHE RESERO UNICHE LE NOSTRE CITTà 3ª parte di Tommaso Aiello Loggiato dell’atrio dell’Università di Catania. Foto Aiello C queda. Allievo di Luigi Vanvitelli lo troviamo a Roma, su richiamo del cardinale Ottoboni,dove potè studiare le opere del Bernini e del Borromini e frequentare l’accademia di San Luca.L’esperienza romana lo manterrà comunque, vicino all’architettura berniniana. Il barocco del Vaccarini si può considerare rielaborazione delle forme e del ritmo classici,insieme all’uso dei materiali e degli stilemi del repertorio tradizionale catanese.Assai fecondo,le sue opere rappresentano molta parte del paesaggio urbano. Il Palazzo Universitario del 1730 è la prima opera dell’architetto nella città che si va ricostruendo. L’edificio riprende,secondo il Boscarino”, il tipo a blocco con cortile quadrato”.Il Vaccarini conferisce all’edificio una tra le sue più riuscite disposizioni architettoniche,erigendo il cortile quadrangolare su un doppio ordine di loggiati che si sviluppano attorno all’elegante pavimentazione decorata da un ornato geometrico in pietra calcarea e lavica. Davanti al Palazzo Universitario sorge il Palazzo di Città,del quale nel 1735, in sostituzione dell’antica Loggia,Vaccarini modifica i prospetti,continuando l’ordine delle paraste a bugne diamantate,con piatte lesene, e innalzando una regale tribuna sul portone principale che è posto tra quattro colonne di granito disposte a coppia. Tra le lesene che abbracciano i due piani superiori e l’architrave,corre un mensolone a campanelle.Un classico timpano, tra le cui modanature primeggia un elegante gocciolatoio, corona l’edificio.La parte superiore è ritmata dalle finestre, anch’esse semplici. onsentitemi di riportare la premessa di Giovanni Di Blasi ,nel secolo XIX,al suo “L’architettura in Sicilia”,in quanto dà luce a questo mio tentativo di evidenziare l’attività di alcuni architetti siciliani che lavorarono all’abbellimento delle nostre città. “Mentre occupavami delle note al Lessico topografico di Vito D’Amico,mi fu d’uopo di considerar la Sicilia,questa più volte madre di civiltà,in tutti i suoi vanti,in tutte le sue glorie. E forte io stupiva nel vederne oscura la fama nelle arti del bello sin dopo le classiche epoche di Grecia e di Roma;mentre essa,dominando qui i musulmani,vide progredire maravigliosamente ogni maniera d’arte;indi sotto i normanni precedette l’Italia nello sviluppo dell’arte ortodossa;e nel sestodecimo secolo spinse la sua scuola di pittura e di scultura al rango quasi di quelle di Toscana e di Venezia.Parte per nimicizia di fortuna,parte per trascuranza di noi stessi,o per traviamento dalle sane idee,pochissimo han detto di tanta virtù i nostri,gli stranieri han taciuto.Ma percorrendo per poco le diverse parti dell’isola,tanti e tali artistici tesori si rinvengono dell’età moderne,che lasciarle ancora in obblio reputerei delitto.In tal congiuntura ho fermato proposito di raddensar la materia che le arti siciliane riguarda,e condurne la storia dall’eta dei normanni sino ai giorni presenti.Giudichino i miei leggitori questo primo periodo che io loro ne offro;ma diamo bando alle idee preconcepite.Bastami allora che al mio ardire giovanile siano indulgenti,poiché deriva dall’amore che io sento per le arti di questa cara Sicilia.” E allora continuiamo il nostro lavoro con una maggiore speranza che queste note possano far ritornare alla mente di chi ci legge una non disprezzabile,se non talvolta artisticamente grande,attività di alcuni nostri architetti. Parleremo in questo capitolo di Giovanni Battista Vaccarini che sebbene fosse nato a Palermo nel 1702 dall’intagliatore in legno Gerlando Vaccarini e da Francesca Mangialardo,si può considerare catanese d’adozione(ricevette infatti la cittadinanza onoraria nel 1735)perché contribuì alla ricostruzione della città dopo il terremoto dell’11 gennaio 1693 che aveva devastato la maggior parte delle città orientali dell’isola.Morì a Palermo l’11 marzo 1768 e venne sepolto nella chiesa dei Crociferi in Via Ma- Palazzo comunale o senatorio 11 Architettura QUEI gENIALI ARCHITETTI CHE RESERO UNICHE LE NOSTRE CITTà L’idea dell’ordine architettonico,che nelle successive opere non trova più ostacoli,è qui costretto a integrarsi a preesistenze di gusto decorativo enfaticamente barocco.Nella corte interna è possibile ammirare le due carrozze del XVIII secolo con le quali il giorno della processione(di Sant’Agata)le autorità cittadine raggiungono la chiesa di S.Biagio,in Piazza Stesicoro,per offrire i ceri alla Santa. A 31 anni(a 29 secondo G.Policastro)gli fu assegnato il prospetto della cattedrale di Catania.Il Vaccarini vi inserì le colonne marmoree dell’Odeon greco e del Circo romano.Il problema della facciata del Duomo non è però di semplice soluzione perché fin da quando viene posta la prima pietra,il modello del Vaccarini venne contestato,tanto che l’architetto decide di recarsi a Roma per far giudicare il proCatania, il Duomo spetto dagli accademici di S.Luca,dai quali ottiene l’approvazione,sostenuto anche dall’amichevole consenso del Vanvitelli. I lavori interrotti per un lungo periodo,vengono ripresi e terminati,secondo il Boscarino(1986), nel 1757. Per altri invece all’originario modello sarebbero state apportate delle modifiche, in seguito accettate,e nel gennaio del 1761 l’opera sarebbe risultata quasi compiuta. Comunque la parte che meglio mostra lo stile di Vaccarini, che contribuì all’esuberante tardo barocco siciliano, resta la facciata,movimentata,come abbiamo detto, da colonne e specchiature alternate di marmo bianco e pietra lavica. L’aspetto massiccio sottolinea come il Duomo,iniziato dal conte Ruggero il Normanno e ripreso nel 1169, fosse concepito come chiesa fortificata. Il lato nord presenta un bel portale cinquecentesco, con una trabeazione ornata da putti;ma è la facciata, come dicevamo,che è un capolavoro ed è una delle cose migliori del Vaccarini. L’interno custodisce notevoli opere d’arte e accoglie celebri sepolture.Spiccano l’ottocentesca tomba di Vincenzo Bellini e due sarcofagi,uno grandioso di età romana e l’altro gotico. Nell’abside destra si apre la cappella di Sant’Agata, nonché la splendida porta a rilievi che immette al tesoro della Santa che conserva pregevoli opere di oreficeria. La chiesa di Sant’Agata è sicuramente l’espressione più grande delle opere sacre realizzate dal Vaccarini; è evidente”la prodigiosa compenetrazione tra struttura e decorazione,tra retta e curva,tra meccanica e poesia”. Il Vaccarini svolse con originalità alcuni spunti borrominiani da Sant’Agnese in Agone,evidenti nella pianta centrale sormontata da un’alta cupola e nella delicata fronte mossa da leggere in- crespature concave e convesse e caratterizzata da paraste con originalissimi capitelli. Proprio la finezza dei dettagli (cornici, balaustre, finestre) fu una caratteristica sempre presente nella sua opera, anch’essa derivata dall’educazione romana dell’architetto. La chiesa della Badia di Sant’Agata,definita”gioiello prezioso della città”, ha pianta a croce inscritta in un ovale. Catania, particolare della chiesa della Badia di Sant’Agata. Foto Aiello Sulla facciata,il portale a colonne binate,arretrato rispetto ai due corpi convessi che lo fiancheggiano, è costituito da elementi decorativi catanesi:le palme, la corona e i gigli dei capitelli sono proprio i simboli di Sant’Agata, protettrice della città. Una cuspide corona il portale e segna il limite della parte inferiore in ombra e di quella superiore illuminata. Sopra il massiccio attico concavo troneggia la cupola. Un merletto di minuti intagli arabeschi corre tra capitello e capitello.Staue di santi e fruttiere posate su pilastri e gli intagli su cui la luce gioca i contrasti, arricchiscono il prospetto dominato dalla massa centrale concava. Il cuore di Catania, Piazza del Duomo, che è un concentrato di capolavori di età barocca,accoglie la FONTANA DELL’ELEFANTE, ideata dal nostro Vaccarini e realizzata riutilizzando antichi elementi decorativi quali l’elefante in pietra lavica di epoca romana e l’obelisco egizio. Questo piccolo elefante riassume 2000 anni di storia. Nel- 12 Architettura QUEI gENIALI ARCHITETTI CHE RESERO UNICHE LE NOSTRE CITTà l’antichità la statua apparteneva a un tempio, poi nei primi secoli cristiani,l’elefantino venne messo in disparte e solo nel ‘700 il Vaccarini progettò una fontana inserendovi al centro l’elefante sorreggente un obelisco egizio di granito.Questa fontana rapprenta tre civiltà: la punica, l’egizia, la cristiana. L’elefante è il simbolo della sconfitta dei cartaginesi venuti a conquistare la città a cavallo degli enormi pachidermi, l’obelisco, probabilmente portato a Catania dall’Egitto al tempo delle Crociate, apparteneva al Circo Massimo romano e rappresenta appunto la civiltà egizia; la croce, le palme ed il globo che coronano il monumento rappresentano la civiltà cristiana. Il liotro deriva il nome forse da quello del mago Eliodoro-Liotru,che avrebbe usato il pachiderma come cavalcatura. Il Vaccarini, su modello dell’Elefante di Minerva a Roma del Bernini,sistemò il liotro e l’obelisco,sormontandoli con stilemi agatini e componendovi la fontana. La frenetica attività di instancabile restauratore della città devastata lo vede impegnato nella costruzione della Biblioteca e del Monastero dei Benedettini. Subito dopo,quasi sicuramente,iniziano i lavori di ristrutturazione del Palazzo del Marchese di S. Giuliano che furono completati nel 1747. Catania, l’elefante di Piazza Duomo. FotoAiello L’edificio che presenta il prospetto semplice e ben distribuito porta il nome del Vaccarini e la datazione(1745) sul concio della chiave del portone d’ingresso sulla piazza,come scrive G.Policastro nel 1950. Catania, Palazzo S. Giuliano. Foto Aiello Subito dopo elabora i disegni per la chiesa di S.Giuliano in Via dei Crociferi,nel cuore della Catania barocca. La chiesa presenta una bella facciata convessa percorsa da un loggiato a cui si può accedere. La facciata dai chiaroscuri marcati, è sormontata da un tiburio ottagonale coronato da una merlatura. Esso cela una volta e non una cupola come di solito per tale tipologia. L’illusione era, infatti, uno dei temi tipici barocchi, tesi a Catania, Chiesa di San Giuliano. creare spazi scenografici e a stupire per attrarre lo spettatore. Un movimento convesso al centro coinvolge il prospetto, su cui si aprono i fittizi accessi alle navate laterali. Le fruttiere in cima ai pilastri sono una decorazione tipica del maestro. Due statue di figure femminili sono posate sul frontone spezzato. All’interno,ove domina una solare luce dorata, l’uso della bicromia nell’altare,creata dal gioco di agate e lapislazzuli,mostra la raffinatezza del gusto dell’architetto. Sempre all’interno si trova un prezioso crocifisso del XIV secolo posto all’altezza dell’altare maggiore. Contiene inoltre una tela di Oliviero Sozzi,la Madonna delle Grazie. La chiesa di San Giuliano viene considerata da molti un vero capolavoro dell’architettura barocca religiosa. Tra le altre sue opere ricordiamo la costruzione di Palazzo Gioeni, la casa dello stesso Vaccarini,il Collegio Cutelli e nel 1760 il Palazzo Cutelli, opera della sua maturità. La corte interna circolare è la manifestazione delle influenze stilistiche del suo maestro, l’architetto napoletano Luigi Vanvitelli. (Segue la quarta parte:la piazza della città di Siracusa). 13 Storia IL gIORNO DEL RICORDO DELLE FOIBE di Gabriella Maggio D al 2004 il 10 febbraio ricordiamo “ le vittime delle orrende stragi delle foibe “ come ha detto il Presidente Giorgio Napolitano, esprimendo il sentimento di “ vicinanza” alle persone ed alle associazioni che “coltivano la memoria di quella tragedia e dell’esodo di intere popolazioni”. “ E’ in Europa che dobbiamo trovare nuovi stimoli “ , ha continuato il Presidente, considerando che le minoranze che vivono nei vari Paesi “ sono una ricchezza da tutelare, un’opportunità da comprendere”. Traendo lezione dalla storia, si deve guardare al futuro, impegnarsi a progettare “società più giuste e più solidali” per le generazioni più giovani, che non hanno vissuto queste tristi esperienze, a queste noi dobbiamo offrire un clima di riconciliazione e di riconoscimento. Visita > Leggi Commenta > Collabora > Scrivi VesprinoMagazine incontriamoci in rete lionspalermodeivespri.wordpress.com 14 Storia Duecento anni fa nasceva Charles Dickens di Irina Tuzzolino C harles Dickens, nasce cento anni fa, il 12 febbraio 1812 a Portsmouth, comincia la sua attività intellettuale come cronista parlamentare, dopo essere stato in prigione per debiti ed avere lavorato in fabbrica come operaio. Questa esperienza lo segna profondamente e lo spinge a dedicarsi al romano sociale nel quale esplora i quartieri degradati e le zone malsane, dove abitano operai e persone prive di mezzi economici. I suoi protagonisti vivono, tra rancore e ribellione, in maniera schiacciante il valore del denaro, le disuguaglianze sociali, la difficoltà di farsi avanti nella società per trovare un posto onorevole e dignitoso. Ma la vita frenetica della società metropolitana attanagliata nel vortice della corsa al denaro è descritta in maniera sinistra. Nei primi romanzi, però, la vita dei quartieri operai non è in conflitto con i valori borghesi dell’età vittoriana cioè la fede nella possibilità di una redenzione individuale, la solidità dei valori familiari, la politica come forza che contrasta l’ascesa vorticosa del capitalismo. Ben presto il momento umanitario e filantropico si esaurisce e Dickens assume un atteggiamento sempre più critico nei confronti della borghesia e del suo sistema dei valori. In Tempi difficili lo scrittore mette in luce i rapporti tra operai e padroni e le condizioni disumane dei sobborghi industriali. In Grandi speranze il desiderio di denaro corrompe anche l’onesto protagonista Pip, che alla fine riconosce l’importanza e la dignità di un lavoro umile. Dickens non manca però di humour nel realismo delle descrizioni e nelle ricostruzioni storiche, spesso intrecciato a colpi di scena, perché pubblica i suoi romanzi a puntate sui quotidiani e quindi deve tenere alta l’attenzione dei lettori. 15 Cucina Le dolci fantastiche creazioni di Ornella Correnti Visita > Leggi Commenta > Collabora > Scrivi VesprinoMagazine incontriamoci in rete lionspalermodeivespri.wordpress.com 16 Intervista Intervista con la scrittrice Leda Melluso di Gabriella Maggio L eda Melluso torna a parlare di Palermo nel suo secondo romanzo storico, pubblicato alla fine del 2011 con Piemme, “L’amante inglese” ; ancora una volta ci guida con mano abile e ferma nella lettura di una vicenda ricca di temi narrativi. Tra i tanti l’interessante quadro storico della Sicilia ancien régime, colta nel paesaggio cittadino ed in quello campagnolo, con la proposta di questioni che si possono leggere anche come antefatto del Risorgimento. Ho rivolto alcune domande alla scrittrice: ll romanzo ha un titolo intrigante. Chi è l’amante inglese? È lady Emma. Figlia di un fabbro e cresciuta in una baracca della campagna inglese, attraverso una scalata senza precedenti , diventa moglie dell’ambasciatore lord William Hamilton , amante del famoso ammiraglio Orazio Nelson, amica di Maria Carolina, regina di Napoli. Quella di Emma è la storia delle donne di ogni tempo e ogni luogo che sfruttano la bellezza per soggiogare uomini di potere. Donne che poi nella maggior parte dei casi finiscono male. Perché il Settecento? La storia che racconto è poco conosciuta ma molto significativa. Una riflessione sulle speranze che i siciliani spesso nutrono nei confronti del potere. Si è scritto molto sulla Rivoluzione napoletana del 1799, finita tragicamente nel sangue, ma non su quello che accadde in Sicilia in quegli anni. Quando re Ferdinando e Maria Carolina di Borbone, in fuga da Napoli, sbarcano a Palermo, i siciliani li accolgono con calore ma ben presto rimangono delusi. Ferdinando pensa solo alla caccia e alle donne, Maria Carolina ai suoi numerosi amanti. Entrambi, incuranti del benessere dei sudditi, sperperano il denaro pubblico, impongono nuove tasse, reprimono nel sangue i tentativi di rivolta. Anche l’ammiraglio Nelson, che ha il compito di proteggere i reali, cade in un degrado impensabile. Follemente innamorato di Emma, per assecondarla trascorre le notti al tavolo da gioco facendo abuso di alcol. Un quadro desolante ma molto attuale: sesso e potere, una miscela esplosiva! l’isola sembra destinata all’immobilismo . Vi è il cadetto squattrinato che sposa le idee rivoluzionarie, la giovane destinata alla clausura che si ribella, la femminista ante litteram, pronta a morire per i suoi ideali. Vari filoni narrativi che si intrecciano in una vicenda piena di colpi di scena. Quali sono i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda? Palermo, nei suoi aspetti più affascinanti: i quartieri popolari del Capo e della Kalsa, con voci e profumi inconfondibili, Villa Giulia sulla scia della descrizione di Goethe, la Palazzina Cinese, acquisita proprio in quella occasione dal re che ne fa la sua riserva di caccia, Villa Palagonia, dove, sotto lo sguardo dei mostri, scoppia la passione fra Emma e Orazio. Una Palermo incantevole! Il prossimo romanzo sarà sempre ambientato a Palermo? Sì, sempre romanzo storico, ambientato in Sicilia alla fine del Cinquecento durante la dominazione spagnola. Anche qui le vicende della protagonista, offrono lo spunto per una riflessione sul potere. Solo rileggendo la storia della nostra isola si possono comprendere le cause dello sfruttamento e del degrado in cui essa è caduta nei secoli. Personaggi tutti negativi? Una Sicilia senza possibilità di riscatto? No. Nel romanzo si rappresenta l’aristocrazia passiva, improduttiva e ossequiosa nei confronti del potere ma anche il popolo affamato che si ribella alle ingiustizie sotto la guida della borghesia illuminata. In Sicilia, soffia il vento della rivoluzione, sta per irrompere il nuovo, anche se in apparenza 17 Società 14 febbraio 2012 di Gabriella Maggio D aFesta commerciale? Senza dubbio. Ma c’è sempre il bello nel brutto. Ed il bello è che qualcuno, spinto dal martellamento pubblicitario, potrebbe anche cogliere l’occasione per fermarsi un momento e riflettere sui propri sentimenti, per investire un po’ di sé stesso nella considerazione o nel ricordo di un amore. Propongo ai lettori una poesia inedita di Dante Maffia : Pensarti Pensarti è come entrare in un giardino incantato dove la luce fa impazzire i colori. Sento che il tempo passa e tu non mi hai dato ancora che attese e furori. Non fare che tutto si dissolva in una tempesta di spine, in una bolla di sapone, fa’ che i nostri corpi diventino una festa, fa’ che i tuoi baci siano lieti come un aquilone. 18 Lions Club I lavori della prima circoscrizione di Riccardo Carioti D omenica 12 febbraio nella sala riunioni dell’Hotel S. Paolo di Palermo si sono svolti, alla presenza del Vice Governatore Gianfranco Amenta, i lavori della Prima Circoscrizione , coordinati dalla Presidente Gabriella Giacinti, sullo svolgimento e sulla realizzazione dei service distrettuali, nazionali ed internazionali a cui partecipano i club. Erano presenti oltre ai Presidenti dei club i Presidenti di zona Toti Cottone, Emilio Spataro , Pietro Sorce, M.C. Innati Bonomo. Dopo una sintesi delle attività svolte dai singoli club, si è affrontato il tema della crisi dell’associazionismo. Infatti gli ultimi dati rilevati mostrano una marcata flessione nel numero dei soci nel distretto. Tale decremento è ascrivibile in primo luogo all’attuale crisi economica, in secondo luogo ad una debole motivazione ed anche al fraintendimento dell’etica lionistica e del ruolo dell’associazione nella società. Le soluzioni sono state individuate nei percorsi di formazione dei nuovi soci ed in occasioni di aggiornamento per tutti gli altri, secondo il Responsabile del GMT, Giovanni Germanà, del Responsabile del GLT, Salvatore Plescia e dal Direttore del Centro studi Giuseppe Ingrassia. A questi interventi è seguito un dibattito con i presenti, da cui è emerso l’auspicio di ricercare nuovi criteri di misura della vitalità del lionismo ed in particolare prescindere dalla considerazione del mero numero degli iscritti, ricercando nuovi indicatori legati piuttosto alla qualità del lavoro svolto. 19 Storia Il testamento del Viceré di Renata De Simone Ettore Pignatelli I notai, considerati personaggi di rilievo nella società odierna, possono vantare in Sicilia una lunga tradizione che si vuol fare risalire ai tabelliones di epoca romana. Dagli antichi tabelliones, infatti, derivano direttamente i notarii medievali: sono questi funzionari dotati di publica fides delegati alla stesura e convalida di ogni atto pubblico. Essi, per il delicato ruolo che svolgevano, furono oggetto di particolare attenzione da parte dei legislatori siciliani sin dall’epoca normanna, ma solo a partire dalle Costituzioni fridericiane del 1231 l’ufficio del notariato e le competenze di questi funzionari vennero minuziosamente regolamentate. Il campo d’azione del notarius variava in base alla licenza conseguita, che avveniva regia, imperiali o ecclesiastica autoctoritate; in questo modo si stabiliva una gradualità nella competenza territoriale, la cosiddetta piazza di rogazione, che individuava il territorio entro il quale operare, limitato ad una sola città, o esteso a tutto il regno e oltre. Norme precise regolavano la sua formazione professionale, la prassi da seguire nei vari tipi di atti ro- 20 Storia gati, l’obbligo di registrazione degli stessi. Presenti nei momenti cruciali della vita di un individuo,i notai ne attestano l’attività lavorativa, ne testimoniano la capacità finanziaria, ne certificano la volontà testamentaria. Più attivo in vita è un personaggio, più intensa sarà la sua frequentazione con il notaio a cui ha affidato i suoi interessi e la tutela dei suoi diritti. Scoprire il suo notaio di fiducia significa seguire da vicino le vicende private di un personaggio illustre. È ciò che è capitato ad una studiosa che, sfogliando i registri del notaio palermitano Giovanni de Marchisio, è incappata in un personaggio di tutto rilievo nella Sicilia di metà Cinquecento. Nientemeno che Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, Luogotenente e Capitano Generale del Regno durante il viceregno di Ugo Moncada, poi lui stesso viceré di Sicilia dal 1517 al 1534. Molti gli atti che interessano questo alto funzionario, legato alla migliore nobiltà locale e con interessi a Malta e in Calabria, dove possedeva il suo maggiore feudo, Monteleone appunto, che è l’antico nome dell’odierna Vibo Valentia. E’ qui, dove si trova il suo castello, che fonda la chiesa di S.Maria di Gesù, con annesso Convento, commissionando allo scultore Antonello Gagini ben cinque statue per la cappella, tre delle quali, la Vergine con il Bambino, san Giovanni e la Maddalena sono visibili ancora oggi nella cattedrale di Vibo; là decide di far costruire il suo simulacro e là fa trasferire la salma di suo figlio Camillo. Al pittore Vincenzo da Pavia commissiona invece una tela che rappresenti i sette principi degli Angeli, destinata alla Chiesa dei Sette Angeli fondata nel Cassaro di Palermo. Ma il documento, la cui stesura dovette impegnare maggiormente il notaio de Marchisio fu certamente il suo testamento, sottoscritto la prima volta nel 1527, modificato nel 1531, in quanto, morto il figlio, il viceré istituisce suo erede universale il nipote Ettore; i codicilli, poi, impegneranno per sette volte il notaio , gli ultimi redatti il 1° marzo 1535, pochi giorni prima della morte del duca, avvenuta il 7 marzo dello stesso anno. Molte le notizie d’interesse storico che emergono dai 10 registri notarili dedicati interamente agli affari privati del viceré, ma che si intrecciano con la storia locale dei territori direttamente amministrati dal ricco feudatario e con le vicende politiche siciliane. Per inciso tra le carte del registro si incontrano atti relativi alla rivolta di Gianluca Squarcialupo e ai risvolti patrimoniali legati all’eredità rivendicata dalla moglie Eloisa e dai figli del funzionario ribelle. Ma ciò che affascina maggiormente anche un lettore distratto è il lungo elenco di beni che forma l’inventario ereditario sollecitato al notaio dal nipote del viceré morto, Ettore, in occasione del suo trasferimento in Calabria. Scorrono davanti agli occhi del lettore arredi, vestiti e gioielli del patrimonio ereditario pronti per essere stipati nelle casse già predisposte all’occorrenza nelle stanze del palazzo viceregio in attesa dell’imbarco, dirette nella dimora calabrese del nuovo proprietario. Ci sono arredi sacri (Argentum, iogalia et ornamenta oratorii) tra cui una Madonna col bambino in braccio con piedistallo pure in argento, del peso di 5 libre e 5 onze, un S.Giovanni con il suo sgabello del peso di 6 libre e 6 onze, due reliquari e un Crocifisso d’argento dorato, icone, candelabri e un tondo con la Madonna , il Bambino e quattro Angeli del peso di circa sette libre, valutata dall’orefice mastro Giovanni Mayolino circa 10 ducati d’oro. Tra gli arredi della Cappella troviamo tovaglie di tela d’Olanda, candelabri d’argento lavorato del peso di 11 libre, ampollette di acqua e vino, un bauletto lavorato con impresse le armi dei Pignatelli. Nel Riposto sono in argento piatti e piattelletti, scodelle, saliere, oviere, brocche e boccali, tazze e cucchiaretti (c’è quello per le uova, quello per il midollo, per i granchi e per i babbaluchi) , oltre i soliti candelieri. È in argento il bacili per la barba e perfino la cannella di cristeri. Si passa poi ai gioielli: due anelli d’oro con grossi diamanti, uno con rubino, uno con zaffiro ; in un anello è incastonata una medaglia antica, un altro ha uno smeraldo, però falso, un altro è smaltato, un altro ancora in argento con incise delle lettere, utilizzato per alleviare lo male del fianco; molte le perle, tonde, a pero in lunghi fili (uno ne contiene 94) un solo quadretto è di corallo misto ad oro. Pietre preziose erano usate per guarnire cinture, fermagli d’oro e tessuti. Gli indumenti elencati nell’inventario sono di raso, velluto e cammello con fodera di agnello. Il raso e il velluto sono neri. Il mantello lungo è foderato di martora e di zibellino. Non mancano i tappeti, i baldacchini di velluto guarniti con frange di seta, cuscini, panni lavorati, tra cui uno si dice comprato a Messina da Giovanni Faraone, ci sono anche molte corone (paternostri) di corallo, avorio e legno con pendagli in seta. Tra gli oggetti minuti, una bilancetta per pesare i denari, due balestre con arco, due contenitori di cuoio per polvere da sparo, spicca una lente d’ingrandimento :uno tondo de cristallo a modo di uno specho che si tiene sulle lettere per fare le lettere grosse. E di certo se ne serviva il duca, proprietario di una ricchissima biblioteca. Per quella, pubblicata, si rimanda al lavoro di Carmen Salvo La biblioteca del viceré-Politica, religione e cultura nella Sicilia del Cinquecento Roma 2004. 21 Lions Club FESTA DI CARNEVALE DEI LIONS CLUB DI PALERMO di Attilio Carioti I l 16 febbraio in occasione del giovedì grasso i Lions Club di Palermo hanno festeggiato nei saloni del Mondello Palace Hotel il Carnevale. Alcuni hanno scelto come tema gli anni settanta, altri l’ever green lenzuolo bianco del fantasma , ma con effetti speciali di luci e suoni inquietanti; altri si sono ispirati alla natura come la palma e l’ape maia . Organizzatore della serata Claudio Carletta, presente non ostante il “grave incidente subito” (nella foto) Uno spettacolo di cabaret e danze orientali ha movimentato la divertente serata. 22 Letteratura I vent’anni * di Raffaello Piraino C hQualcuno dice che i ricordi legati ai vent’anni non si cancellano mai. A quell’età mi affacciavo al mondo dell’arte e avrei fatto incontri ed esperienze che avrebbero lasciato profonde impronte nella mia formazione culturale e artistica. Il mio professore di pittura, all’Accademia di Belle Arti di Palermo, aveva ricevuto dalla produzione cinematografica del film il Gattopardo, l’incarico di eseguire i finti affreschi di villa Boscogrande ed io non potevo lasciare intentata la partecipazione, se non altro, per curiosare nell’affascinante mondo della celluloide. Lo convinsi che era necessario avere un assistente che gli porgesse i colori , le colle e quanto altro potesse servirgli alla realizzazione delle decorazioni per le scene di massa, scivolavo inosservato lungo i muri e dietro le colonne, guardavo quelle donne e quegli uomini magnificamente abbigliati che rievocavano la ia trascorsa nell’aristocratica dimora. Dentro al cast e al set di quello che sin dall’inizio si annunciò come un capolavoro cinematografico era convenuto il mondo intellettuale e artistico. Così alla fine dell’impresa non potevo neppure immaginare di essere escluso, seppur ignoto ospite, dal mirabolante gran galà della prima del film, e dal ricevimento a villa Igiea, che allargava la partecipa- zione a tutto il mondo ufficiale della cultura italiana. Io, avido di conoscenze l’aspettavo al varco. Tra le esperienze di quella sera ricordo d’aver fatto persino fatto da scudo al poeta Ungaretti, allora già quasi non vedente, proteggendolo da una caduta dallo scalone di accesso al Grand Hotel; come pure si è impressa nella mia memoria la bellissima figura di Romy Schneider, fidanzata con Alain Delon, seduta accanto a Visconti nell’attesa della cena. Due giovani particolarmente ammirati, sostavano accanto al regista : uno bruno, dalla figura slanciata e atletica, poco più che una comparsa, si chiamava Giuliano Gemma e l’altro, che però aveva avuto una piccola parte , biondo e dai bellissimi occhi azzurri, sarebbe divenuto famoso più tardi come Terence Hill. Elegante e abile sul set si era mosso anche un ragazzo divenuto poi mio amico, napoletano di nascita ma romano di adozione – si era occupato di assistere il costumista Piero Tosi per la sartoria - era quel Franco Folinea che da allora si sarebbe trasferito a Palermo e al quale il Teatro Massimo avrebbe dovuto, per oltre quarant’anni, la realizzazione di tanti bei costumi per opere e balletti…..( continua) * In “L’Airone bianco ed altri racconti” – Coppola editore 23 Letteratura Da Napoli a Palermo: donne, intrighi, politica alla fine del Settecento di Attilio Carioti N ella sala degli specchi del Grand Hotel et des Palmes , ieri 19 febbraio, il Lions Club Palermo dei Vespri e l’Associazione Volo hanno presentato “L’amante Inglese”, ed. Piemme, di Leda Melluso. La scrittrice ha conversato con Gabriella Maggio e Raffaello Piraino sulla trama del libro e sulla moda maschile e femminile di fine Settecento. Nel nuovo romanzo, dice Leda Melluso, ha voluto ricostruire le cronache di una Sicilia passata, ma in alcune parti allusiva a quella di oggi, attratta soprattutto dalla figura di Emma Hamilton. Il romanzo storico, a cui oggi si dedicano molti scrittori, afferma Gabriella Maggio, collegando l’opera alle tendenze della narrativa contemporanea, è un efficace strumento di divulgazione del nostro passato, soprattutto se si considera che si conosce poco la nostra storia. Sapiente è l’uso della tecnica narrativa ad incastro, continua Gabriella, che consente di collegare abilmente i vari temi: storico, erotico, popolare, sentimentale. Attraverso la relazione tra Emma Hamilton e Nelson la scrittrice descrive i reali borbonici e gli aristocratici siciliani nei loro vizi e limiti. Non c’è spazio per slanci sentimentali e nobili gesti ben rappresentati invece nel precedente romanzo storico” La ragazza dal volto d’ambra”. La conversazione è stata puntualizzata da letture di pagine significative, curate da Pietro Manzella . Raffaello Piraino ha arricchito l’incontro con note ed immagini sulla moda del tempo. 24 Curiosità MASCHERE DI CARNEVALE di Gabriella Maggio M aschera è parola d’origine incerta. La prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1612, riporta quanto segue: MASCHERA. Definiz: Faccia, o testa, finta di carta pesta, o di cosa simile. Larva la dicono alcuni in latino. Esempio: Bocc. n. 79. 39. Ordinò d'avere una di queste maschere, che usar si soleano a certi giuochi. Esempio: E Bocc. nov. 32. 25. E misongli una catena in gola, e una maschera in capo. Esempio: E Bocc. num. 39. La maschera aveva viso di Diavolo, ed era cornuta. Definiz: Diciamo in proverbio: Cavarsi la maschera, che vale dire il suo parere a uno alla libera, e quasi con ira. Lat. aperte iram evomere. Definiz: E Mandare in maschera: trafugar nascosamente una cosa. Lat. clàm surripe La quinta edizione, 1863-1923, dello stesso dà l’etimologia maskhara, dall’arabo, persona che fa ridere. Ne la “Storia della mia vita” Giacomo Casanova (1725-1798) riferisce che a Costantinopoli comici della Commedia dell’Arte, presi prigionieri e ridotti in schiavitù, recitavano i loro repertori. Pertanto maskhara, come persona che fa ridere, potrebbe derivare a sua volta dall’italiano maschera/mascara. Interessante è il termine siciliano mascu riportato dal Traina e dal Mortillaro col significato di fragile, caduco ( dal latino vascus, a, um, vano) e l’espressione esseri canna masca, essere debole incostante. Il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortellazzo-Zolli, Zanichelli, rintraccia il tardo latino mascha. Il Dizionario della Lingua Italiana Treccani, invece, la voce preindoeuropea masca, fuliggine, fantasma nero. Tuttavia i dizionari concordano che maschera indica “finto volto di cartapesta o altro materiale, riproducente lineamenti umani, animali, o del tutto immaginari” (Treccani). A carnevale si usa indossare una maschera o travestirsi completamente per essere, per un giorno, una persona diversa dall’usuale, a cui è lecito dire quel che vuole, ma soprattutto suscitare il riso. Sul “Corriere della Sera” di ieri 20 febbraio Armando Torno lamenta la scomparsa delle maschere tradizionali italiane dall’immaginario collettivo e naturalmente dai negozi che vendono abiti di Carnevale e la definisce una grave perdita della cultura popolare. Oggi le maschere che piace indossare a Carnevale non sono legate alle nostre tradizioni, a quello che Torno chiama “l’unico vero federalismo che abbia conosciuto il Belpaese”, ma sono ispirate da personaggi di moda che vengono dai cartoons, dallo spettacolo, dalla politica. Questo, però, accade già da qualche decennio, perchè è cambiato il senso del ridicolo e per godere della salutare risata usiamo situazioni che poco hanno a che fare col passato popolare dell’Italia. Questo passato era tenuto vivo dai ricordi degli anziani, dai libri di scuola, dalla televisione che allora era diversa. Basta scorrere i palinsesti televisivi odierni e confrontarli con quelli del passato per rendersi conto della differenza. I ricordi nelle famiglie hanno poco spazio, così come la conversazione se riflettiamo sul fatto che rincasare ed accendere il televisore sono gesti che si sovrappongono come automatismi. La scomparsa delle maschere italiane antiche, Colombina, Arlecchino, Gianduia, Pulcinella ed altre, è un dato di fatto di cui dobbiamo prendere atto, secondo me, senza drammatizzare. È accaduto e continua ad accadere, che elementi culturali scompaiano o meglio si modifichino, basta scorrere con curiosità ed interesse l’ormai immenso volume della storia. Si può concedere che oggi c’è una sempre più forte accelerazione di velocità nel cambiamento, ma niente di più. Pazienza per Arlecchino, Brighella, Pantalone, Colombina, che i nostri ragazzi non riconoscono più e non sentono vivi, perché nessun mezzo di comunicazione forte li propone. Già questo è accaduto nel Settecento quando alcuni di questi personaggi, popolari già da almeno due secoli, sono stati sostituiti da altri. Penso all’operazione culturale realizzata da Carlo Goldoni che nelle sue commedie sostituì Colombina con Mirandolina in La locandiera e Pantalone col Sior Todero in Il sior Todero Brontolon . Anche allora si levò la protesta degli attori e del pubblico abituati alla Commedia dell’Arte, spettacolo popolare, tanto quanto quei tempi permettevano. Si trattava di una trasformazione delle maschere in caratteri , dettata dal fatto che le maschere non parlavano più al cuore dell’autore ed a quello dei suoi spettatori. Qualcuno può sicuramente sollevare qualche obiezione: Carlo Goldoni è stato “Qualcuno” che lavorava per nobili fini artistici ed i “media” di oggi, responsabili della scomparsa delle maschere tradizionali, sono piuttosto scadenti ed obbediscono a basse logiche commerciali. Ammettiamo pure che sia così. Una soluzione potrebbe essere quella di un’operazione culturale meditata e di ampio respiro che s’impegni non solo a conservare per le generazioni future questo patrimonio culturale, ma lo faccia in maniera tale da suscitarne l’interesse, sfruttando i mezzi di comunicazione e le tecnologie odierni. Insomma come diceva G.B. Vico la filologia deve essere unita alla filosofia. È necessario che la cultura si apra con mentalità laica al presente, accogliendone le istanze, per mantenere salda la sua funzione di tramandare quello che noi riteniamo sia parte della nostra identità e costruendo nello stesso tempo il futuro. 25 In memoria La “gaia scienza” di Carmelo Fucarino S i può fare un giro di danza sul palcoscenico del festival di Sanremo con la bellissima e dolce Laetitia Casta in una serata di canzonette, se si è un virologo, genetista e biologo di fama mondiale? E può fare questo affronto alla scienza paludata e seriosa, uno sberleffo ai tanti parrucconi rinchiusi nelle loro torri di avorio, che perciò storsero il muso o peggio, lo irrisero? E si può se questo turbine di luci e suoni è affrontato da un vecchietto di 85 anni? Era allora il 1999 e Renato Dulbecco era nato nella desolata Calabria, a Catanzaro, il 22 febbraio 1914, a quasi tre mesi dallo scoppio di quella catastrofe mondiale. Beffa del suo immenso cuore che lo ha voluto tradire il 20 febbraio 2012 (strabiliante ricorrenza l’ultima serata del Festival il 18 febbraio), ad appena due giorni del suo 98° compleanno a La Jolla in California, presso quella struttura che aveva visto sorgere nel 1962 su idea di Jonas Salk, funzionale anche nell’architettura all’esigenze dei ricercatori e dove avrebbe vissuto dopo le ricerche di Glasgow l’esperienza affascinante della genetica tumorale e del genoma umano. E ancora, poteva esibirsi sul palco allucinante di stelle e stelline di musica leggera uno scienziato che nel 1975, ad appena 61 anni, era stato insignito dal re Carl XVI del premio Nobel per la medicina? Avrebbe potuto Dario Fo, il clown, che lo ha ottenuto con sommo scandalo per i letterati che si incoronano nelle loro ermetiche consorterie autoreferenziali. Se si considera la miserella sorte dell’ultimo festival schiacciato da farfalle inguinali e banali nudità, ma soprattutto occupato, invece che dalle canzoni, dalle perfomance di parole in libertà del molleggiato, “un cretino di talento”, secondo l’impareggiabile Giorgio Bocca, quel festival di Fabio Fazio, oltre alla presenza dell’attrice cult del tempo, ebbe anche la visita di Michail Gorbačëv. Eppure Dulbecco ai sorrisetti e al dileggio degli accademici, al clamore mediatico, rispose: «Non m'interessa un fico secco di quello che i miei colleghi e i giornali hanno detto e scritto della mia presenza a Sanremo: m'importa di fare quello che io ritengo giusto e utile». Sì, se lo spirito della vita si irradiava in quel sorriso dolce ed aperto, se si è lottato per un’intera esistenza alla ricerca di un’arma per sconfiggere il male per antonomasia, come un tempo la peste e il colera. C’era stato un altro sberleffo più plateale quella lingua divenuta simbolo di umanità di un altro spiritoso ironico genio, Albert Einstein. Perché il genio sa restare bambino e osservare con l’occhio dello stupore infantile. Perciò voglio per lui riutilizzare un’immagine di allegria, il dono divino delle anime candide come i poeti, quella formula assiomatica, Die fröhliche Wissenschaft, La gaia scienza, che Friedrich Nietzsche aveva recuperato nel 1882 dai trovatori: «il concetto provenzale della gaya scienza, quell'unità di cantore, cavaliere e libero pensatore con cui la meravigliosa precoce cultura provenzale si staglia su tutte le culture dell'ambiguità; e l'ultima poesia "Al Mistral", una ballata sfrenata in cui, con permesso!, si danza al di sopra della morale, è un perfetto provenzalismo» (da Ecce Homo). Perché dal suo sorriso e dalla sua voglia di vivere nascesse una speranza per gli odierni condannati a morte della natura impazzita, dal quel volto da Mister Magoo, come lo vide Michele Serra: «Divertirsi non è peccato, e poi mica vado a cantare. Darò una mano a Fazio a presentare qualche cantante», (Il Giornale). Quella stessa affabilità e solidarietà laica che inonda il cuore di speranza davanti alla chioma bianca di Rita Levi Montalcini (Torino, 1909), offesa dalla truculenta becera ignoranza di una parte politica, ma vicina a tutti coloro che amano la scienza, quella realmente e veramente indirizzata alla vita. Anche lei premio Nobel per la medicina nel 1986 per la scoperta e l'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF. Lei, prima donna e per di più ebrea ad essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Un giorno del 1947 si incontrarono su una nave che li portava negli Stati Uniti, lei a St. Louis alla Washington University, lui a Bloomington (Indiana) all’istituto di Luria, e facendo lunghe passeggiate sul ponte parlarono «del futuro, delle cose che volevamo fare: lei alle sue idee sullo sviluppo embrionale e io alle cellule in vitro per fare un mucchio di cose in fisiologia e medicina». 26 Medicina COSA È L’AUTISMO? di Dott. Luciana Pace - Medico Pediatra È un handicap la cui caratteristica principale è la difficoltà di contatto con la realtà, ciò comporta una grande difficoltà a comunicare e a mantenere un contatto funzionale con l’ambiente. È un handicap gravissimo con tendenza all’isolamento, e che coinvolge diverse funzioni cerebrali. La percentuale d’incidenza è a favore del sesso maschile con un rapporto di 4/1. L’Autismo si definisce come “Disturbo Pervasivo dello Sviluppo “e si caratterizza con alcuni sintomi che interessano le tre aree qui elencate: • Compromissione qualitativa dell’interazione sociale (spiccata tendenza all’isolamento). indice di empatia, iperattività motoria grossolana, ritardo mentale o deficit cognitivo settorializzato per specifiche funzioni). La prognosi è quoad vitam, per cui non si parla di guarigione ma è possibile un significativo miglioramento della qualità di vita attraverso la corretta somministrazione di interventi educativi neuro –cognitivo – comportamentali. È fondamentale la precocità di diagnosi ed avviare così un iter abilitativo personalizzato per poter raggiungere una maggiore integrazione sociale ed autonomia personale in ambito familiare ed extra familiare. • Compromissione qualitativa e quantitativa della comunicazione (linguaggio povero, limitato all’uso di poche parole ed una buona percetuale non raggiunge la fase verbale). Le persone con Autismo sono : asociali perché non consapevoli del mondo che li circonda, carenti nell’attenzione con scarsa propensione all’imitazione. Gli autistici sono incapaci di valutare gli effetti delle proprie azioni sugli altri e presentano un ristretto campo d’interessi. • Comportamenti, attività ed interessi ristretti ( l’immaginazione è povera, gli oggetti vengono usati in maniera inappropriata, ritualistica e stereotipata, basso L’autistico è “solo” mentalmente, si concentra nel particolare trascurando l’insieme, evita lo sguardo ed ha difficoltà ad avere una postura adeguata. 27 In memoria Un testimonio del nostro tempo di Carmelo Fucarino Dal suo album F ra due tappe, il primo reportage del 1955 e la fondazione nel 1969 della Sellerio Editore, si è sviluppata l’intesa sua vita, dedicata alla memoria. Perciò per i funerali laici di Enzo Sellerio non poteva esserci scrigno più adatto dell'Istituto di Storia patria, luogo della memoria storica dell’isola, addossato al San Domenico, Pantheon dei Siciliani. Fotografia e parola, la prima a fermare il tempo in uno scatto, l’altra volta a eternare il pensiero meditato, ma sempre nell’accezione specifica della “Memoria”. Questo il nome della gloriosa collana con la quale sorse la casa editrice, fondata nel 1969 da una chiacchierata con Leonardo Sciascia e Antonio Buttitta, e per l’entusiasmo culturale ed operativo della infaticabile Elvira. Quella collana con la copertina di un particolare blu, ove allora azzardai di dare alla luce un mio romanzo, ma per contingenze, a ridosso dell’impegno di lancio di Bufalino, non se ne fece niente. Sono state esse le due passioni che smentivano la fredda scienza del diritto, la scelta della sua laurea in giurisprudenza e nel 1947 a 23 anni l’incarico di assistente di Istituzioni di Diritto Pubblico. Primo in ordine cronologico era stato l’innamoramento per l’immagine e la scelta della fotografia, come strumento di trascrizione della verità, l’arte ultima giunta e discussa e talvolta bistrattata. Anche questa volta dietro incitamento di un osservatore eccezionale, uno straordinario lottatore e protagonista della vita palermitana, quel Bruno Caruso, pittore e incisore, ma anche uomo di cultura e di grande impegno civile. Sarà anche negli anni successivi la sua attività prioritaria e a tempo pieno, con qualche fase 28 Titolo Un testimonio del nostro tempo di abbandono, come avviene per tutti i grandi amori, tra l’attesa del clik e la riflessione degli straordinari album e libri d’arte. Sono essi monumenti allo scorrere della vita, a partire dall’esperienza iniziale, si può dire neorealistica, senza richiamare fantasmi di esecrati indirizzi? Fu per prima quel Borgo di Dio (1955). Sembra di risalire alla paleontologia nel ricordare gli anni della Sicilia frastornata dalla rivoluzione sociale di Danilo Dolci, gli anni dei grandi predicatori, voci nel deserto, come pure il carismatico La Pira che mandava telegrammi a tutti i potenti. Qui tra Trappeto e Partinico faceva scandalo l’attività del Gandhi italiano, che si prometteva di “redimere” i derelitti dal degrado e dalla mafia con la non-violenza. Stordì la sua immagine, sdraiato e avvolto in una coperta e quel Carlo Levi accanto, quello di Cristo si è fermato a Eboli. Che anni di grande vitalità spirituale, mentre i politici erano conniventi con la mafia. Perciò l’ostilità, non esclusa quella della Chiesa, gli arresti e i processi. Che grandi uomini ebbe allora l’Italia del boom economico. Ora la miseria e il vuoto culturale sbalordiscono se si rievocano quegli anni e quegli uomini. E quella denuncia di Banditi a Partinico (1955). Furono gli anni in cui su Rinascita si dibatteva su impegno e disimpegno. Che angoscia per il vuoto odierno, quando il dibattito è intorno all’articolo 18 e alle false liberalizzazioni in un silenzio agghiacciante degli intellettuali. Ma ne esistono ancora? Poi l’avventura editoriale, la scommessa vinta che non solo a Milano, ma anche a Palermo poteva nascere e divenire nazionale e mondiale una editoria seria, senza le fughe di menti ad ingrassare l’industria culturale (?) del Nord, senza alibi di collocazione geografica (penso alla operosità di Mursia trapiantato). Soltanto nel 2000 la prima sintesi completa dell’oggetto del suo primo amore, Fotografie (1950-1989) per le edizioni Motta, e con altro lungo intervallo fino al 2007 con la consacrazione ufficiale nell’Olimpo della fotografia nella prestigiosa Alinari, Fermo Immagine (Alinari IDEA). In mezzo Castelli e monasteri siciliani con testi di Gioacchino Lanza Tomasi nel 1997. Poi la nascita delle sue edizioni d’arte nel 1983, la chiarificazione del rapporto con la vecchia editrice e con la sua vita privata. Fra i tanti “coccodrilli” di amici vicini e semplici conoscenti che hanno inondato con un magma di ricordi e professioni di intimità i media di questi giorni, tra il “fotografo-intellettuale” di Michele Smargiassi o “l’americano a Palermo” di Piero Violante, mi associo a un ritratto di vitalità, il ricordo di un uomo che vive ancora e vivrà sempre tra tutti i Palermitani: «era bello come Majakovskij, leale come il gran Meaulnes, geniale come un Groddeck trapiantato in Sicilia, con radici allungate in mondi freddi e appassionati. Per me Enzo era Palermo, e per Enzo Palermo era una dannazione, da riscattare ogni giorno ironicamente o furiosamente» (Adriano Sofri). E il sapore di altri tempi, era nato nel 1924, ed episodi e personaggi romantici della sua vita. Il padre Antonio, radici a Geraci Siculo nelle Madonie, antifascista viscerale, matematico e ingegnere, fondatore della facoltà di Architettura, ma soprattutto fisico estroso in impari concorrenza con via Panisperna, perché con mezzi primitivi, uranio miseramente arricchito (al 20°) portato a dorso d’asino a Villa d’Orleans voleva creare il suo reattore nucleare; la madre Olga Andres, ebrea di Grodno, in Bielorussia con tutte le angosce negli anni bui. E la sua ironia. Celebre l’invito al Cristo Pantocratore, «Signor Pantocratore sorrida», durante il suo straordinario servizio al Duomo di Monreale, le sue didascalie esilaranti alle foto. La sua grande umanità. 29 Futuro Quale futuro? di Natale Caronia I n un recente articolo il giornalista Maurizio Ricci ricorda come siano stati necessari ottomila anni per passare dalla rivoluzione agricola a quella industriale, centoventi anni per l’invenzione della lampadina, novant’anni per l’atterraggio sulla luna, ventidue anni per l’invenzione di internet e nove anni per leggere la sequenza del genoma umano. Oggi fa sorridere ricordare che Marco Polo impiegò anni per rientrare a Venezia dal Catai. Durante questa rapida accelerazione della tecnologia, si è avuto lo spostamento progressivo dell’occupazione manuale dell’uomo che, grazie alla meccanizzazione, ha gradatamente abbandonato il pesante lavoro dell’agricoltura, passando all’industria; ma anche qui, robotica e digitalizzazione stanno riducendo l’impiego. Nelle società post-industriali si osserva il travaso lavorativo nei servizi; ma anche qui la digitalizzazione sta riducendo progressivamente il numero degli addetti: pensate ad esempio al ceck-in elettronico negli aeroporti, alla possibilità di organizzare viaggi via internert, alle prenotazioni ed acquisto di biglietti e beni di consumo con carte di credito per via digitale. Anche la richiesta di documenti può essere evasa per via elettronica e sorge l’idea che molti uffici pubblici possano essere sostituiti da server, con vantaggio del servizio in tempo reale risparmiando, seppure col conseguente esubero di personale. Estrapolando tale pensiero, sullo sfondo dell’incremento della digitalizzazione, si può ritenere che la stragrande maggioranza di uffici potrebbe essere sostituita da server , potrebbe esser ridotto il numero dei funzionari ad- detti ai controlli, espletabili nel proprio domicilio, ed abolizione degli spostamenti pendolari, limitando l’uso di autovetture ed il consumo di carburante. Ciò comporterebbe la riduzione delle vendite di autovetture e di carburanti, con ripercussioni negative sulla richiesta e relativa riduzione degli addetti di quelle produzioni. Molti anni fa nacque un pensiero contrario all’evoluzione tecnologica perchè privava l’uomo del suo lavoro manuale; pensiero perdente perché non si può fermare il progresso, soprattutto in un mondo globalizzato. D’altro canto è stato stimato che negli USA, da quando è stato spinto il processo di informatizzazione (1995), si è osservato l’aumento della produttività del 2,5 – 3% l’anno con lo stesso numero di lavoratori, ossia è aumentata la ricchezza prodotta col 2 – 3% di lavoratori in meno. Cosa fare? Osserviamo cosa fanno gli altri. La Corea del Sud, superata la fase critica mondiale del 2008, è portata ad esempio per la strategia di uscita dalla crisi, per aver investito nell’istruzione, investimenti, stimoli fiscali, favorito i consumi, aumentata la spesa pubblica e svalutazione (30%) e, soprattutto, con l’innovazione ponendosi all’avanguardia per numero di brevetti. Sapremo noi fare qualcosa di simile, noi che riusciamo a spendere a malapena il 10% dei fondi europei assegnati? Sapremo scrollarci di dosso incrostazioni, falsi problemi, bagarre per la gestione di poltrone che ci condannano all’immobilismo? Non abbiamo più molto tempo a disposizione e vorrei poter dare risposte ai miei nipotini che stanno crescendo. 30 Teatro «Tutta Parigi impazza... è carnevale...» (La Traviata, Atto, III, scena III) di Carmelo Fucarino Primo proemio. Ancora una protesta per la gestione artistica del Teatro Massimo e per gli sconquassi e il genocidio prodotti dalla legge Bondi (decreto sulle fondazioni liriche convertito in legge 2010 in una insolita seduta parlamentare, convocata nel giorno della festa patronale di San Pietro e Paolo a Roma, stilato dal ministro Sandro Bondi, dimessosi o dimissionato il marzo 2011). Eppure sul frontespizio vanamente si abbaia alla luna con il monito di Ernesto Basile del 1897: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». C’è da dire che anche allora re Umberto, da buon nordista, ebbe a lamentare: «Palermo aveva forse bisogno di un teatro così grande?». In effetti è il più grande teatro lirico italiano per estensione e il terzo in Europa. Secondo Proemio. La prima avviene nell’ultimo giorno di Carnevale. Senza allusione ai derelitti tempi moderni, quando ancora per i furboni e pure per i poteri forti «tutta Parigi impazza... è carnevale», mentre si preannunziano Ceneri pesanti per il popolo italiano, in nome del quale si governa e giudica, falcidiandolo con nuovi fantasiosi balzelli e con disoccupazione. Serata da record per il Massimo di Palermo che dal debutto del 1856 ha raggiunto la 100° edizione, indice della popolarità dell’opera. E non poteva mancare dopo il recente Il trovatore (18 ottobre 2011), essendo parte della “trilogia popolare”. assieme al gettonatissimo Rigoletto. Eppure il pasticcio romantico, tratto dall’altrettanto celebre pièce La dame aux camélias (La signora delle camelie) di Alexandre Dumas figlio, con la sua ascendenza scapigliata per il tema bohemien della donna perduta e della tisi redentrice (La bohème di Puccini, 1896), al suo debutto alla Fenice di Venezia il 6 marzo 1853 fu una débâcle integrale, si disse per i mediocri interpreti o addirittura per il tema scabroso. I patiti dell’opera ricorderanno la recente produzione palermitana del 23 febbraio 2007 con l’allestimento della Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, la direzione di Stefano Ranzani, con la regia di Cristina Comencini e le scene di Paola Comencini. Questa edizione, altra produzione della fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, che passerà alla storia del Massimo 31 Teatro «Tutta Parigi impazza... è carnevale...» (La Traviata, Atto, III, scena III) come ‘La Traviata degli specchi’, la parte del leone l’ha fatta l’‘architetto dell’immagine’, il ceco Josef Svoboda, morto nel 2002, che realizzò questa scenografia nel 1992 allo Sferisterio di Macerata, e vinse il Premio Abbiati dell’Associazione Nazionale Critici Musicali. Ora è riproposta con la regia del regista tedesco Henning Brockhaus, osannato e premiato. Se si voleva strabiliare lo spettatore, vi si è riusciti, anche se non so quanto frastornanti sia stati questi stupendi piani riflettenti, le immagini dei fondali dipinti in un accavallarsi con quelle del sipario, specchio gigante inclinato di 45 gradi, che vorrebbe duplicare o triplicare l'azione scenica con piani spaziali e esistenziali diversi. Per la tecnica dello stupore l’intrecciarsi di realtà e di immagine, di movimenti, di ritmi e di colori ha dovuto sicuramente avere un grande impatto emotivo. Accurata e possente la direzione del maestro Carlo Rizzi, come trascinante la realizzazione dei vibranti corali. Convincente la Violetta della professionista di lungo corso, la soprano Mariella Devia, come il Germont di Simone Piazzolla. Ma è soprattutto l’azione che non dà respiro: l’opera è un susseguirsi ininterrotto e trascinante di incanto musicale, tanto che sarebbe impossibile seguire tutti i movimenti. Si può solo redigere un elenco sommario di temi che un certo pubblico un tempo canticchiava, dal primo atto Libiamo ne' lieti calici (Violetta, Alfredo e coro), Un dì felice, eterea (Alfredo e Violetta), È strano! È strano...Follie! Delirio vano è questo...Sempre libera (Violetta), dal II atto De' miei bollenti spiriti (Alfredo), Pura siccome un angelo (Germont e Violetta), Che fai?/ Nulla / Scrivevi?... Amami Alfredo (Alfredo e Violetta), Di Provenza il mar, il suol (Germont), Noi siamo zingarelle (Coro), Mi chiamaste? Che bramate? (Alfredo e Violetta), dal III atto Teneste la promessa (Violetta), Parigi, o cara (Alfredo e Violetta), Pa- rigi, o cara Gran Dio! Morir sì giovane (Violetta). E l’ossessione del leit-motiv che rinnova incessante l’emozione e la tenerezza nostalgica del preludio del terzo atto. Non c’è un solo rigo musicale che non sia entrato nella fantasia comune e nei ritmi delle melodie mentali di tutti. Ed è sperabile che il pubblico si sia lasciato rapire da esse, chiudendo qualche volta gli occhi, escludendo dal capolavoro il barocchismo delle trovate, soprattutto l’immagine che in questo caso predomina ed esclude spesso la vera protagonista che è la creazione musicale. Verdi era un compositore di opere, lui è la geniale invenzione musicale, anche al di fuori del libretto dell’esperto Francesco Maria Piave, testo che mostra i suoi anni e i suoi ninnoli troppo antiquati e perduti, la sua amistà, i fia e i pria. Eppure chi ascolta quel mirabile inno simposiaco, che rievoca nell’attacco gli skolia greci, celebri quelli di Alceo e più tristi quelli di Asclepiade, non bada alle parole impolverate: Libiam ne' lieti calici che la bellezza infiora, e la fuggevol ora s'inebri a voluttà. Libiam ne' dolci fremiti che suscita l'amore, poiché quell'occhio al core onnipotente va. Poi alla fine a supremo stupore quel coup de théâtre di un genio dello spettacolo che già mi preannunziava un fotografo, la completa sympatheia, la compartecipazione di spettatori nella passione scenica, quando si fondevano sullo sfondo del palcoscenico, la realtà degli attori e dell’orchestra, gli spettatori sotto le luci dell’anfiteatro dei palchi, un abbraccio completo a 360° per suggellare quella scena desolata di addio alla vita. Visita > Leggi Commenta > Collabora > Scrivi VesprinoMagazine incontriamoci in rete lionspalermodeivespri.wordpress.com 32 Letteratura Stratigrafia del Comune di Prizzi di Carmelo Fucarino Il Novecento di Gabriella Maggio L unedì 20 febbraio 2012 nella Sala delle Lapidi del Comune di Palermo Carmelo Fucarino ha presentato ad un numeroso e colto pubblico il volume conclusivo della sua storia di Prizzi relativo al ‘900 ; relatori Alberto Campagna, presiedente dell’assemblea consiliare dl Comune di Palermo, Antonino Garofalo, sindaco di Prizzi, Giovanni Ruffino linguista, Carlo Marino storico, Mario Centorrino, assessore regionale per l'Istruzione e la Formazione professionale della Regione Siciliana. Parole di encomio sono state pronunciate dai relatori per la ricca e dotta opera giunta al traguardo dopo un lungo ed a volte impervio cammino percorso dallo storico prizzese, con pazienza instancabile ed acribia critica, raccogliendo ed interpretando documento dopo documento le vicende della Prixiensis Universitas, spesso lottando con la polvere del tempo e la difficoltà di consultazione dei documenti. Carlo Marino ha messo in risalto l’ampiezza della costruzione dell’opera che non si mantiene sul piano esclusivamente locale, ma si innesta tanto nella storia regionale e nazionale che si può definire una storia della Sicilia considerata dal punto di vista di Prizzi. Giovanni Ruffino ha invece elogiato la scelta del termine stratigrafia per indicare la storia perché in Sicilia i fatti storici delle varie epoche si sono aggiunti gli uni sugli altri. Col metodo annalistico di Tito Livio, storico la- tino del I sec. a. C. autore di un ‘immensa opera storiografica “Ab urbe condita libri”, coniugato con l’indirizzo storiografico dell’ Ècole des Annales Carmelo Fucarino ha rivolto “somma attenzione al mutamento delle strutture socio-politiche ed all’uomo colto nella sua dinamica psicologica ed antropologica” ( Prefazione in forma di commiato pp.10-11-Stratigrafia del Comune di Prizzi vl. III). Ma più importante di ogni giudizio ed elogio dell’opera imponente nella mole è stata la commozione dell’autore non soltanto per il compimento dell’opera e per l’amore che ha così mostrato per il suo paese e per i compaesani ai quali ha fatto dono di tanti anni di lavoro, ma per il luogo in cui è avvenuta la presentazione, simbolo della storia di Palermo. La presentazione ha acquistato così il sapore di un approdo, raggiunto dopo un lungo desiderio ed un percorso partito da lontano e non privo di difficoltà, a testimonianza inconfutabile dell’esserci nella storia per averla scritta, “fedelmente e con onestà ( idem)” e pertanto vissuta tutta momento dopo momento. Inevitabile il ricordo del poeta latino Orazio :“ sume superbiam quaesitam meritis ” (assumi orgoglio che i tuoi meriti ti guadagnarono - trad. di E. Turolla) .Non credo che ci siano parole più penetranti di queste che il poeta latino Orazio nell’ode XXX del III libro dice di sè. Un autore è classico se riesce a parlarci sorprendendoci sempre. 33 Lions Club LEO E LEONI IN gITA D di Attilio Carioti omenica 26 febbraio 2012 i Leo ed i Lions di Palermo dei Vespri si sono ritrovati all’agriturismo Casa Mia, nel territorio di Corleone, per trascorrere una rilassante giornata all’aria aperta e gustare buon cibo ed il buon vino delle cantine Pollara. 34 Letteratura Città di mare - parte XIII di Gabriella Maggio S sue mani -. - Aiutiamo Luigi, ci può essere utile-. Silvia ha ascoltato con attenzione, potrebbe essere il bandolo della sua matassa. Quando i due si allontanano li segue, ma per poco. Salgono infatti su una macchina che si accosta al marciapiede. Silvia memorizza la targa automaticamente e decide di ritornare a casa ed incontrare la vicina. Cammina veloce per le strade, di tanto in tanto guarda una vetrina, nessuno la segue. Entra nel portone di casa, facendolo sbattere per attirare la vicina. Indugia un po’ davanti alla porta fingendo di cerare le chiavi, poi entra. La casa è fresca. Cerca una bottiglia di vino, ne trova una di un rosso locale e se ne versa un bicchiere mentre si spoglia per fare una doccia. Poi cucina un piatto di pasta e prepara il caffè; vuole andare dalla vicina per offrirle una tazza di caffè. Bussa alla porta un paio di volte, ma non risponde. Silvia è delusa, credeva di avere un bandolo della matassa, ma si è sbagliata…. avrebbe dovuto avvicinarla subito. Accende il telefono e compone il numero. Nessun segnale, il telefono è muto. Ripete il tentativo un paio di volte, niente. L’hanno disattivato. Una crisi di panico la prende a poco a poco. Si stende sul letto e cerca di respirare piano e profondamente. In fondo è meglio così. Vogliono che Draghinelli se ne vada libero. Va benissimo…vada dove vuole, purchè non la paghi io la sua fuga. A poco a poco Silvia si calma. Riprova a telefonare. Ha ancora un po’ di paura. Se fino a sera il telefono resta muto, domani torno a Milano, vado da Gallina e lo convinco ad archiviare tutto. ilvia non ha più dubbi. Draghinelli è vivo ed abita lì, non molto distante da dove abitava prima. Vuol dire che è sicuro di sé. Ora lei deve riflettere sui fatti, solo sui fatti, solo quelli contano. Stare ad aspettare non le conviene, non c’è un riparo e sicuramente è stata notata. Quell’esitazione cercando la chiave, …è un classico, roba da manuale. Forse si è bruciata, come si dice in gergo. Torna meccanicamente al bar Centrale. Dà un’occhiata veloce all’interno. Ad un tavolo nota l’uomo con la barba che ieri pomeriggio era al bar di Piazza dei Caduti; è con altri due. Parlano. Silvia entra d’istinto e resta in piedi a guardare le torte, sperando di potere ascoltare. - Non mi potete negare il compenso, ho delle scadenze… mi avevate assicurato – Sì- dice quello magro con i capelli bianchi - non te lo neghiamo, Luigi, è vero Enrico? Hai fatto un bel lavoro. Diglielo anche tu, ma i soldi che abbiamo riscosso sono già impegnati servono per un altro. E’ urgente. oggi parte. Il signor Saccone ci tiene tanto a questo qui. Sai, gli ha fatto un grande favore - Ho capito, è la solita storia, .ma qualche volta vi farò un po’ di paura anch’io - dice Luigi e si allontana scuotendo la testa. Ecco, ora Silvia sa che si chiama Luigi. Lo rivedrà ? Degli altri due uno si chiama Enrico e l’altro ? Ma anche questi … chi sono? Probabilmente non c’entrano con la sua missione. Però un dato è certo che il bar Centrale è un crocevia, uno snodo… - E se facessimo uno sgarbo a questo vecchio borioso? In fondo che cosa ce ne importa? Non se la prenderà con Saccone, ha paura- . – Sì, Enrico, è nelle 35 Bambini Con l’occhio dei bambini La Natura: un bene comune da difendere di Gabriella Maggio L’albero incatenato è un simbolo forte, soprattutto se ha alle spalle l’arcobaleno della pace. È una catena quella dell’inquinamento che sembra molto salda e ben chiusa da un lucchetto, ma la fantasia della giovane disegnatrice va dritto al nocciolo della situazione, non usa mezzi termini. Non sono infatti necessari. È necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutti. Visita > Leggi Commenta > Collabora > Scrivi VesprinoMagazine incontriamoci in rete lionspalermodeivespri.wordpress.com 36