Il Giornale del Pilo Albertelli di Roma - Mag/Giu 2011 - Numero 5 - Anno IV Memorie e confidenze della "Volpe Argentata" Intervista a Mario Fiorentini L ’incontro con il Prof. Mario Fiorentini si è svolto il 17 Maggio 2011 alle ore 10.30, presso la sua abitazione romana, dando esito alla promessa pronunciata dallo studioso durante la sua visita all’Albertelli in occasione dell’intitolazione dell’aula di scienze al giovane partigiano Giorgio Marincola. I brani che seguono costituiscono uno spezzone limitato, seppur significativo, dell’intervento di Fiorentini, di cui sarà presto disponibile sul sito dell’istituto una ben più corposa versione in video, a cura di Giorgia Currà (II B), autrice delle riprese. Cosa sarebbe stato Mario Fiorentini senza Lucia Ottobrini, la fedele e coraggiosa compagna di sempre? Certamente non il matematico che sono diventato. Lucia per me è stata la Provvidenza. La mia Lucia è diventata operaia a sedici anni e non ha avuto la possibilità di frequentare la scuola: è diventata colta leggendo libri, non studiando sui banchi di scuola. Anche io sono un autodidatta, se lei non m’avesse sostenuto, sia economicamente che psicologicamente, io non avrei potuto proseguire i miei studi, laurearmi e arrivare alla cattedra universitaria di matematica. Lei è stata, ed è, essenziale. La storia di Lucia sembra un romanzo. Ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza in Alsazia dove il padre, >> Palazzo delle Esposizioni, ore 21.00 pag. 8 La Convergenza pag. 7 L Eden dei Subsonica pag. 17 Gene sharp: il generatore di rivolte pag. 10 Maggio/Giugno 2011 molisano, era emigrato e aveva sposato una tedesca; perciò parla bene il tedesco e il francese, un po’ meno l’italiano. Con la Resistenza in Italia lei lasciò il paese per far ritorno alla sua terra d’origine, non parlava che tedesco e qualche parole in dialetto. Lucia visse un forte dissidio (lei partigiana, madre filotedesca). Senza di lei non sarei una persona civile: lei si occupa di me e mi cura amorevolmente e quotidianamente. Ci siamo accettati sempre per quello che eravamo, per questo conviviamo amandoci da 66 anni [lo hanno confessato entrambi in momenti differenti, e in assenza l’uno dell’altra n.d.r.]. E’ il destino che ci ha fatti incontrare. La mia Lucia dice di me: “Mario è un aquilone; io tengo i fili e lo riporto giù.” Sì, è esattamente così… Professore, com’è possibile che un partigiano, ed eroe della Resistenza, come lei abbia avuto un brillante futuro nel campo della geometria applicata? Le risparmio la domanda su come si diventa eroi, ma quella su com’è arrivato a diventare un genio della matematica a noi studenti del liceo classico, tradizionalmente avversi ai numeri, ce lo deve svelare. Può consigliarci un metodo? Innanzitutto, preferisco svincolarmi dalla definizione di “eroe” per quanto riguarda il periodo della Resistenza. Escludo l’eroismo per quanto riguarda la mia attività di partigiano. Il termine eroe si può associare alla mia persona solo riferendosi a un’affermazione di Lucio Lombardo Radice professore di matematica. Quando vinsi il concorso per la cattedra di geometria e matematica a Ferrara, io mi ero preparato da autodidatta senza spinte o raccomandazioni, e lui, per telefono nel recepire la notizia mi disse: “Mario, per quello che tu hai fatto, le tribolazioni subite, tu devi aver avuto una Volontà Eroica…” 2 Anno IV - Numero 5 In piena celebrazione unitaria le propongo lo stesso quesito che ho già esposto a Giancarlo De Cataldo in occasione dell’uscita del suo libro I Traditori. La Questione Meridionale, il secolare distacco tra governanti e governati, il settarismo leghista sono segnali che non forniscono l’idea di un’Unità consolidata. Non crede che l’Italia possa ritornare ai particolarismi preunitari, o addirittura, a essere divisa in 4-5 staterelli sovrani? Il problema dell’Italia divisa (vedi Bossi, o Miglio, il teorico del federalismo leghista) non riguarda, a mio parere, solo la penisola in quanto in Europa è in corso una trasformazione decisiva: si tende a passare dall’Europa delle nazioni all’Europa delle regioni a causa di importanti processi economici. Come sarà fra 20 anni? Questo non possiamo che immaginarlo in un’Italia mercato comune, o globale che dir si voglia, seppur organizzata in situazioni di federalismo. Quello che io chiedo e sostengo è che ognuno dovrebbe contribuire a renderla migliore, questa Italia, facendo sì che la sua Unità si concretizzi… Da bambina - avevo 9 anni - al Cinema Tibur di San Lorenzo ho assistito allo spettacolo di Ascanio Celestini “Radio Clandestina” e grazie a quel grande affabulatore ho preso coscienza del fatto che Roma e i romani hanno pagato durante l’occupazione tedesca un altissimo tributo di sangue alla barbarie nazifascista. Può ricordarci tra i molti caduti oggi nel dimenticatoio un episodio di quel periodo che l’ha particolarmente impressionata? Ricorderò la storia di Paolo Petrucci, già da me narrata nel numero 4 (2010) di “Historia Magistra”, rivista di storia critica diretta da Angelo D’Orsi. Il Pietrucci (Trieste 1917 Roma 1944), nel 1941 fu chiamato alle armi e spedito in Africa come ufficiale di complemento dei Granatieri di 3 Maggio/Giugno 2011 Sardegna, appena laureato in Lettere antiche. Rimpatriato per malattia, il giovane, al momento dell'armistizio si trovava nella Capitale. Durante l’occupazione nazista di Roma, assieme agli amici Paolo Buffa e Aldo Sanna, assunto il nome di battaglia di “Pietro Paolucci”, partì verso il Sud per promuovere la costituzione di un corpo di “Volontari per la libertà”. Vistosi nell’impossibilità di portare a compimento questo ardito progetto, Petrucci, con Buffa e Giaime Pintor, decise di tornare a Roma per organizzare i gruppi partigiani nel Lazio. Durante tale attività i giovani antifascisti finirono su un campo minato. Pintor perse la vita su una mina; gli altri decisero di tornare indietro. Do- Anno IV - Numero 5 po due settimane Petrucci e Buffa furono paracadutati su Monte Rotondo, da dove raggiunsero l’abitazione della comunista Enrica Filippini, della quale furono ospiti per quasi un mese, e dove ebbero la possibilità di organizzare azioni di propaganda antinazista. Il 14 febbraio 1944 le SS irruppero nell'abitazione della Filippini e vi arrestarono la padrona di casa, Cornelio e Vera Michelin-Salomon, Paolo Buffa e “Pietro Paolucci”. Nonostante Petrucci fosse stato assolto al processo, anche grazie allo stratagemma del nome, i tedeschi lo fecero rinchiudere a Regina Coeli, dal quale uscì soltanto per essere trucidato alle Fosse Ardeatine. Breve nota biografica di Mario Fiorentini (MF) N ato a Roma il 7 novembre 1918, matematico e docente universitario, pluridecorato al valor militare, MF era ancora studente quando cominciò a svolgere attività clandestina in “Giustizia e Libertà” e nel Partito Comunista alla fine degli anni Trenta. Diede vita, con altri antifascisti romani, alla formazione “Arditi del Popolo”. Il 9 settembre 1943 MF prese parte ai combattimenti contro i tedeschi a Porta San Paolo e nell'ottobre formò e diresse i Gap centrali “Antonio Gramsci” e “Carlo Pisacane”, con il nome di battaglia di “Giovanni”, operando nella IV Zona di Roma. In questo ruolo partecipò a numerose azioni, tra cui quelle di via Rasella e al carcere di Regina Coeli. Dopo la liberazione di Roma, si fece paracadutare al Nord. Operò in Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte, come ufficiale di collegamento dell’OSS, il servizio segreto americano. È stato decorato con tre medaglie d'argento al valor militare e tre croci di guerra al merito, e con la medaglia della Special Force (GB) e la medaglia Donovan dell’OSS (Usa). Autodidatta, nel dopoguerra iniziò, sostenuto dalla moglie, Lucia Ottobrini (un’antifascista conosciuta durante la clandestinità), gli studi liceali, e poi quelli universitari. MF è così diventato docente di Geometria Superiore all'Università di Ferrara. I suoi studi di matematica sono stati ripresi e approfonditi in tutto il mondo e hanno fatto dell'ex partigiano un matematico di fama internazionale. Maggio/Giugno 2011 4 Anno IV - Numero 5 Un'esperienza indimenticabile Una giornata alle fosse Ardeatine I l 24 del mese di Marzo la mia classe ed io ci siamo recati in visita scolastica alle Fosse Ardeatine. Quel giorno ricorreva anche il sessantaseiesimo anniversario dell’eccidio e vi era la cerimonia ufficiale con il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano. A molti è nota questa tragedia che io cercherò di raccontare in questo articolo attraverso le varie testimonianze raccolte. Sull’autobus, mentre ci recavamo sul luogo, abbiamo incontrato un signore di 81 anni, parente, fratello, figlio delle vittime della guerra. La sorella era morta il 19 Luglio del 1943, durante il primo bombardamento di Roma; la madre era stata mitragliata il giorno dopo da un aereo americano mentre cercava di mettere insieme un pasto con quel poco che c’era; il padre era stato arrestato i primi di Marzo, dopo aver partecipato ad una lotta alla stazione Termini di Roma, essendo lui ferroviere. Questo signore ha raccontato anche che sono morti molti ragazzi della no- stra età, che senz’altro avevano ben altre preoccupazioni che facebook, piuttosto che la versione di greco, o il compito di matematica. Purtroppo, l’eccidio non si è consumato solo alle Fosse Ardeatine, ma nello stesso anno al Forte Bravetta vi sono state altre 77 vittime. Venivano uccise due o tre persone al giorno tra cui Don Giuseppe Morosini, un importante presbitero e partigiano italiano. Man mano che li uccidevano, li seppellivano al disotto dei feretri delle salme già inumate, per nascondere i cadaveri, al Cimitero del Verano. Vi sono state anche 16 vittime fucilate in un porcile al quattordicesimo chilometro della via Cassia, tra cui l’onorevole Bruno Buozzi, sindacalista ed esponente del Partito Socialista Italiano. Tra le 330 vittime delle Fosse Ardeatine sono morti settantasette ebrei, dodici carabinieri, due presidi di scuola, e, per noi primo tra tutti, un insigne professore, nonché partigiano, da cui deriva il nome della nostra prestigiosa scuola: Pilo Albertelli. Ebbene, quel giorno siamo stati così fortunati da incontrare anche il Prof. Fernando Di Giacinto alunno di Pilo Albertelli e insegnante di lettere. Lui ci ha raccontato che Albertelli era un uomo molto “equilibrato e coraggioso” poiché parlava di argomenti molto rischiosi a quel tempo e che era un “trascinatore” nel senso che era “ uno che sapeva cercare e trovare le ragioni dell’esistenza”, cosa molto rara e difficile. Il professor Di Giacinto ha fatto il partigiano all’età di diciotto anni nelle Marche, di nascosto dalla famiglia e dandosi alla macchia e giungendo a Macerato dove fu organizzato un villaggio per fornire i partigiani di armi e materiali da guerra. Lui ci ha detto che gli fu consegnata una mitragliatrice con la quale si ripromise di non sparare mai e ci ha riferito che anche lui era un obiettore di coscienza quando non lo si poteva essere: durante il fascismo se avesse confessato lo avrebbero fucilato immediatamente. Infine, dopo aver espresso il desiderio di parlare di Pilo Albertelli con il Presidente emerito Azeglio Ciampi, poiché lo conoscevano entrambi, ci ha congedati con un epigramma greco di Simonide per i morti alle Termopili: 5 Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 « των εν Θερμοπύλαι̋ θανόντων ευκλεη̋ μεν α τυχα, καλο̋ δ'ο ποτμο̋, βωμο̋ δ'ο ταφο̋, προ γοων δε μναστι̋, ο δ'οικτο̋ επαινο̋· εταφιον δε τοιουτον ουτ'ευρω̋ ουθ'ο πανδαμάτωρ αμαυρωσει χρονο̋. ανδρων αγαθων οδε σηκο̋ οικέταν ευδοξιαν Eλλαδο̋ ειλετο· ερμαρτυρει δε και Λεωνιδα̋, Σπαρτα̋ βασιλευ̋, αρετα̋ μεγαν λελοιπω̋ κοσμον αεναόν τε κλεο̋. » Credo che personalità come queste siano dei patrimoni culturali viventi per tutta l’umanità e che, pertanto, noi giovani dobbiamo fare di tutto per divulgare il più possibile queste testimonianze in modo che ne si potrà usufruire anche tra molti anni. SuperNan Viaggio nell’arte dello sberleffo D opo Ecce Gnomo (2006) e il grande sfottò de Il Giulivo (dedicato al bonario Premier-mortadella, 2008) il temuto Nico Pillinini torna ad imperversare con la sua matita maligna e pungente nel mondo dell’editoria. Dopo tre anni di pur laborioso silenzio, periodo in cui ha puntualmente continuato a pubblicare una vignetta al giorno sul Corriere del Giorno, con la fedele casa editrice Dedalo, il disegnatore tarantino si rilancia sul suo argomento preferito: la satira contro l’intera corte del PDL. Ricomincia così il viaggio-documentario (preceduto da illustre prefazione a cura del Museo della Satira) attraverso la marcia politica italiana, dal terremoto in Abruzzo, al G8, agli epicentri (Bari e la villa di Arcore) dello scandalo delle escort e della droga, fino alle “scappatelle” del premier a Palazzo Grazioli e al bavaglio della stampa partendo da dove si era rimasti con il precedente volume: la molle caduta di Prodi. E’ quindi appropriato il titolo della post-prefazione che precede l’inizio del libro vero e proprio: “Dalla vignetta agli schiaffoni”, dato che Pillinini, con tanta materia prima in mano (sembra che il Berlusca le sue trovate per dar scandalo se le studi alla mattina), non risparmia né schiaffettini di sfida come a pagina 33 con “Berlusconi è tornato, la satira ringrazia”, né veri e propri ceffoni all’immagine pubblica del premier (ne è un esempio un’altra vignetta dove un Silvio in piedi sulle rovine dell’Aquila è sovrastato dal titolo “Catastrofe su catastrofe”). Ultimi avvisi per chi desidera farsi due risate o per i berlusconiani più fedeli (che rischierebbero un attacco di fegato), Pillinini mostra il Premier esattamente come lo vedono i suoi numerosi detrattori: basso, calvo (trapianto più, trapianto meno), sempre in doppio petto e con un ghigno non dissimile da quello del Gatto del Cheshire di Alice nel paese delle meraviglie che a volte volge più all’ira (a sentire i discorsi di Travaglio e tipi simili), a volte più al sorriso. Detto tutto su questo libro, obbligatorio per chi voglia informarsi divertendosi su scena e retroscena della politica italiana, non resta che il piccolo commento giornalistico: godetevi questo nuovo volume della saga di SuperNan, non importa che siate politicamente più mancini o di destra poiché il “Basilisco” Nico Pillinini sfotte dovunque ve ne sia possibilità e bisogno e non è infrequente nei suoi libri trovare anche vignette anticlericali o di politica estera, brevi intervalli alla serie di schiaffoni che il disegnatore regala ai politici dei vari partiti. Maggio/Giugno 2011 6 Anno IV - Numero 5 Colazione iperenergetica Nuove tecnologie al servizio della tavola e del pianeta C onoscete la leggenda metropolitana secondo cui con tre limoni si accende una lampadina? Ebbene possiamo cominciare a non considerarla più tale da quando qualcuno ha pensato di produrre veramente elettricità con la frutta. Il qualcuno (o meglio, il primo a mettere in pratica l’idea) si chiama Vittorio Schincaglia, l’”Archimede di Vado” come lo chiamano dalle sue parti che, a 66 anni e col solo diploma di terza media (coadiuvato dalla laurea ad honorem conquistata sul campo), dirige l’equipe del Politecnico di Torino addetta allo sviluppo delle tecnologie solari. Il prima- veril pomo che codesto cervellone ha affermato di aver riscoperto in chiave produttiva, è invece un po’ meno appariscente del nostro vivace limone: è il mirtillo, quella specie di bacca dal gusto un po’ particolare la cui marmellata, pur ottima per il primo pasto giornaliero, rimane in genere solitaria nello scaffale delle conserve. La molecola del mirtillo infatti, come quella di tutte le piante, produce energia dalla luce del sole attraverso il processo della fotosintesi, ma i suoi atomi, al contrario di quelli di altri frutti, si muovono più veloci delle particelle del silicio, comunemente usato per i pannelli solari. Così, ha spiegato lo scienziato a un articolista de “La Stampa”, tutta quella marmellata che altrimenti andrebbe persa, ovviamente diluita in una speciale soluzione, potrà costituire forse un giorno non troppo lontano, il film (ovvero la parte esterna) dei pannelli fotovoltaici di nuova generazione. Attualmente il progetto è ancora in fase sperimentale presso i laboratori dell’università del capoluogo piemontese per cercare di arginare il principale difetto del materiale, la deperibilità, ma presto, dato che si è già riusciti a produrre una cella da 1,5 watt di 20cm per 20, chissà che non ci si trovi a mangiare a colazione pane e pannello solare. A scuola con l' U.N.E.S.C.O. I l 12 maggio scorso alcune classi del Liceo Ginnasio Statale Pilo Albertelli, insieme ad altre tre scuole del Lazio, hanno partecipato a una conferenza organizzata dall’U.N.E.S.C.O per il progetto “A scuola con l’U.N.E.S.C.O”, accolto a braccia aperte da queste quattro scuole associate con questa organizzazione internazionale. Alla conferenza, durante la quale ci sarebbe dovuto essereun rinfresco, che alla fine non è stato organizzato e che ci ha costretti, nostro malgrado, a dover andare a prendere un gelato da Giolitti, hanno partecipato le classi VD, IID, IIC, IE, IA e IB del Liceo Albertelli, il Liceo Psicopedagogico Anco Marzio di Ostia, il Liceo Classico Francesco Vivona e il Liceo Scientifico Stanislao Cannizzaro, assieme alle rappresentanze dell’U.N.E.S.C.O (il presidente Giovanni Puglisi e il Vicepresidente Maria Adelaide Frabotta), dell’Istituto Dante Alighieri e del Dipartimento Del Turismo di Roma (architetto Caterina Ferraro Pelle). Dopo un breve saluto del Presidente Puglisi, le scuole presenti hanno mostrato il progetto che stanno realizzando. Il nostro liceo ha esposto il progetto sul Rione Esquilino, mostrando i vari luoghi interni del quartiere, partendo dal Liceo Albertelli, passando per Fassi e concludendo con Piazza Vittorio Emanuele II. Le presentazioni della nostra scuola, preparate in Power-Point, hanno mostrato il buon rapporto con l’informatica degli alunni del liceo e hanno suscitato la meraviglia e la commozione del Vicepresidente dell’U.N.E.S.C.O, Maria Adelaide Frabotta, nata nel rione presentato ed ex-alunna della scuola media Daniele Manin e del Liceo Albertelli. Infine l’architetto Ferraro Pelle ha invitato tutti alla conferenza che si terrà il prossimo settembre, in occasione della quale verranno esposti ai rappresentati dell’U.N.E.S.C.O i progetti in lingua inglese. 7 Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 La Convergenza Mafia e politica nella Seconda Repubblica “ A chi fa il suo dovere”. Cioè “alle minoranze istituzionali, civili e talora politiche che non si arrendono e che hanno finora impedito che sul pennone della Repubblica sventoli bandiera bianca”. A queste persone è dedicato “La Convergenza-Mafia e Politica nella Seconda Repubblica”, un saggio di 300 pagine edito da Melampo nel novembre 2010 e scritto dal prof. Nando dalla Chiesa. Già il nome dell’autore è sinonimo di garanzia dato che la persona che quel nome e cognome definiscono ha combattuto ,e tuttora combatte, le associazioni criminali sia da professore universitario che da scrittore, sia da uomo politico che da privato cittadino. Dopo questa premessa sull’ autore occorre addentrarsi subito nei meandri del libro, scritto con lessico semplice, diretto, efficace, che punta a spiegare e a raccontare la situazione italiana senza ornamenti stilistici o artifici retorici.“La Convergenza” punta, nelle sue 300 pagine, a individuare e spiegare le convergenze tra Mafia e Politica, iniziate (o continuate ) nella Seconda Repubblica, che, descritta agli albori come distacco totale dalla Prima troppo corrotta, non può sostenere di aver rappresentato e di rappresentare tuttora quell’allontanamento dalle vecchie cattive abitudini. Il libro comincia con l’apologo del cretino e l’apologo del mito del bue del filosofo greco Teofrasto, apparentemente staccati dal resto della trattazione, ma in realtà indispensabili per comprendere le dinamiche delle organizzazioni criminali. Il prof. dalla Chiesa continua, poi, ricostruendo la storia delle tre principali organizzazio- ni criminali italiane (mafia, camorra e ‘ndrangheta) ponendo come crocevia la data del 1989 (Caduta del Muro di Berlino): è lì che cambiano i rapporti, che si fa necessaria una nuova trattativa. Il libro si accinge così a trattare gli anni della Svolta, della Trattativa, le richieste del boss Riina al Parlamento Italiano e gli attentati a Roma, Firenze e Milano fino ad arrivare al 1994, anno dal quale alla guida del Paese si alternano nove governi di cui l’autore analizza i provvedimenti o i comportamenti che hanno portato vantaggio alle organizzazioni criminali. Il libro entra poi in una sezione più economica e sociologica e termina con il Decalogo dell’ Antimafia redatto dal Professore stesso, un elenco di dieci comportamentida tenereal fine di combattere con forza le organizzazioni criminali. L'intera trattazione è arricchita da riferimenti documentati, da una corposa bibliografia e da testimonianze personali dell’autore. Si tratta di un libro scomodo, rivoluzionario, di denuncia, e per questo poco pubblicizzato. Non fa sconti a nessuno: né a governi di destra né a quelli di sinistra, né al Nord né tantomeno al Sud. Portal 2 I l mercato attuale dei videogiochi non è certo una passeggiata. Non solo i programmatori si trovano di fronte ad aspettative sempre più alte, ma l'ingovernabile frenesia delle uscite e i tempi di sviluppo sempre più stretti rendono difficile creare esperienze capaci di distinguersi dalle pile di scatole che si accatastano sugli scaffali dei negozi. A volte, però, le idee migliori nascono in piccolo per espandersi a dismisura dopo aver stuzzicato il desiderio di esperienze interessanti che i giocatori stanno lentamente sacrifi- cando all'altare delle saghe annuali e dei remake in HD. È questo il caso di Portal, geniale puzzle-FPS affacciatosi sul mercato come semplice comparsa (per quanto succosa) all'interno della mai troppo lodata Orange Box, o come piccola perla scaricabile da finire in una notte e rigiocare mille e mille volte per il puro piacere di farlo. Dopo aver constatato il successo riscosso in tutto il mondo dal concetto del gioco in questione, i ragazzi di Valve si sono trovati di fronte al difficile compito di far crescere il proprio bambino prodigio per trasformarlo in un gioco completo, ricco e meritevole di un disco, una confezione, un libretto di istruzioni e una campagna marketing tutti per sé. Visto il fardello di aspettative che si portava dietro, infatti, Portal 2 non poteva certo essere sviluppato semplicemente creando nuovi test basati sulle stesse dinamiche del capitolo precedente! Per non deludere gli esigenti fan del primo episodio era necessario curare ogni singolo dettaglio, ampliando le ottime basi del gioco originale e arricchendole con la giusta Maggio/Giugno 2011 8 dose di elementi inediti. Considerando che stiamo parlando di Valve, eravamo certi che ci saremmo trovati fra le mani l'ennesimo capolavoro, ma dobbiamo ammettere che Portal 2 è andato ben oltre le nostre aspettative, rivelandosi semplicemente uno dei giochi più belli, geniali e completi degli ultimi anni. Di cosa aveva bisogno Portal per crescere? Di una maggior longevità? Fatto! Di una trama più ricca? Ok! Della varietà di ambientazioni? Sicuro! Di nuovi elementi di gameplay da affiancare all'uso dei portali e della fisica? Chiaro! In Portal 2 non si percorreranno unicamente i corridoi dei laboratori accompagnati dai commenti sarcastici di GLaDOS. gli sviluppatori hanno studiato attentamente la situazione e si sono impegnati per fare ben più del semplice compitino, tirando fuori dal cilindro un'esperienza che, per quanto ci riguarda, meriterebbe di occupare un posto speciale nel cuore di ogni giocatore. Prima di descrivere la novità più ovvia di Portal 2, ovvero la modalità multiplayer, vogliamo soffermarci sul single player visto che, sotto alcuni punti di vista, ha saputo stupirci più della divertentissima co-op fra le versioni robotiche di Stanlio e Ollio. I primi minuti di gioco, sono caratterizzati da un umorismo eccezionale, capace di accompagnare il giocatore verso una serie di test utili a rispolverare le dinamiche principali del caro vecchio Portal. La prima manciata di stanze dev'essere affrontata con l'ausilio di un solo portale, visto che la Portal Gun dedicata alla seconda apertura vie- Anno IV - Numero 5 ne scovata solo dopo che GLaDOS getta la protagonista (la stessa del primo capitolo) all'interno di una nuova area di test. Nonostante l'incredibile umorismo e l'ottimo lavoro di design fatto dal team, comunque, la prima ora del single player di Portal 2 non presenta particolari novità, tanto da spingere quasi a pensare di avere fra le mani il classico sequel privo di carattere. Palazzo delle esposizioni, ore 21.00 C i sono andato perché era gratis, partiamo da questo. Sono certo che altrimenti il pensiero di assistere a un concerto di questo genere non avrebbe mai neanche potuto sfiorare il più recondito anfratto del mio cervello da classicista. Sono per sonorità diverse, io. Tonde, armoniche, dolci. "Scusi quanto dura?" "Cinquantacinque minuti". Un'iniezione di fiducia: allora ce la posso fare, finisce anche prima del previsto. Roba che per poco non mi strozzavo con la pizza per correre qui, e sono già dieci minuti che guardo con insospettabile ansia il palco vuoto. Ma dov'è? Eccolo lì, il crucco, glielo si legge in faccia. Brinda con tre amiche in bicchieri di plastica trasparenti. E intanto gli "strumenti" giacciono privi di vita, in un groviglio di cavi. Alla buon'ora. ... Non so, forse hanno contribuito le strepitose poltrone grigie in similpelle, o il lucido alluminio del tavolo che aveva davanti: mi sembra la partenza del Millennium Falcon, sai quando Ian Solo ingrana l'iperguida e schizza via in mezzo a mille fasci di luci? Ecco. Il pilota si mette alla guida e i motori partono, prima cauti, poi sempre più stridenti, audaci. Schiacciato contro lo schienale mi sento sotto un fuoco spietato, continuo. Sono esposto, a nudo. Le note, i suoni si fanno più crudi. Il pilota danza, curvo sulla console, rapito dai raptus isterici delle manopole. Comincio ad acquistare tranquillità, lascio che le dita graffianti mi passino dentro, al setaccio. Sono entrato puritano della classica, esco fanatico dell'elettronica. Quello che ho sentito, o che ho visto, ho toccato, era una mistura di sensi, è il nuovo canto del terzo millennio, la sinfonia della metropoli. Nell'arte occorre coraggio, che si sia artisti o semplici fruitori. Questo ho percepito, questo mi teneva inchiodato alla sedia: il coraggio di note nuove, sussurri e fischi. Ad ogni epoca le sue forme d'arte, ad ogni epoca la sua musica. Bisogna rischiare qualcosa, spesso ne vale anche la pena... Si scopre un linguaggio diverso, fra contemporanei, ed è doveroso ascoltarlo. Precludersi questi mondi, asserragliarsi tra i confortanti pentagrammi dei soliti noti sarebbe come pretendere di andare al supermercato e parlare latino. Lo si può studiare, a volte apprezzare, perché no, anche azzardare qualche citazione. Ma se non parli l'italiano hai toppato di qualche secolo di troppo. Tutto perché era gratis, pensate un po'. Marc Weiser... E chi lo sentirà più? Ma questa notte ci siamo intesi. Allora torno a casa soddisfatto, orgoglioso del mio coraggio e della ricompensa che ne ho tratta. Mi siedo e faccio partire il cd, traccia due. Notturno op. 9, n. 2...Chopin. E ora lo capisco anche di più. Maggio/Giugno 2011 9 Anno IV - Numero 5 Gatta... ci cova! Eccoci di nuovo qui! Oggi iniziamo la nostra passeggiata da una chiesa lungo Corso Vittorio Emanuele II, Sant’Andrea della Valle che attribuisce il nome alla piazza antistante. Questa chiesa, risalente alla metà del ‘600 vanta la cupola più grande di Roma (dopo il “cuppolone”, naturalmente) realizzata da Carlo Maderno, autore anche della facciata, poi decorata da Carlo Rainaldi che, poco convinto della stabilità della chiesa, fece scolpire maliziosamente solo sul frontone sinistro un angelo con un’ala accostata alla schiena e l’altra spiegata e rasente la parete, come un puntello. Ma la vera ragione per cui manca l’angelo sul frontone opposto è che il primo fu aspramente criticato e così, lo scultore - alcuni dicono Giacomo Antonio Fancelli, altri Ercole Ferrata - si rifiutò di scolpire il secondo. La mordace satira popolare commentò poi per bocca di Pasquino: Continuando su Corso Vittorio, che diventa via del Plebiscito dopo Torre Argentina, ci si trova davanti a Palazzo Grazioli, oggi residenza romana del Presidente del consiglio e dei ministri, imponente palazzo nobiliare. Alla sua destra, un piccolo vicoletto, via della Gatta, prende il nome da una statuetta a grandezza naturale di una micia posta su di un cornicione dell’angolo tergale del palazzo. L’animaletto, che per essere sincera sembra più una lontra che un felino, faceva parte del grande tempio egiziano di Iside e Serapide che si trovava in quella zona. La leggenda vuole che gli occhi della gatta indichino il luogo dove è nascosto un grande tesoro: nei secoli nessun fortunato Indiana Jones è riuscito nell’impresa e il rinomato patrimonio aspetta paziente un possessore. Sulla sinistra si apre una viuzza, via Santo Stefano del Cacco che prende il nome dalla chiesa dove è conservata una statua di una divinità cinocefala, probabilmente proveniente dallo stesso tempio da cui proviene la gatta, che il popolo riconobbe come “macacco” di cui l’abbreviazione cacco. All’imbocco di questa strada un piedone di marmo calzato da un sandalo fa la sua maestosa apparizione sopra un piedistallo. Si tratta del resto di una statua facente parte dell’Arco di Carmigliano mai ritrovata, l’unico pezzo, per l’appunto questo piede, fu riportato alla luce nel XVII secolo nella via dove ancora oggi si trova. Proseguendo sempre dritti si approda alla piazza che ospita la grande chiesa di Sant’Ignazio, risalente al ‘500, che sorge proprio dove in precedenza si levava il tempio egizio di cui abbiamo già detto. All’interno si resta stupiti alla vista della finta cupola di padre Andrea Pozzo che va osservata dal disco di marmo indicato sul pavimento, altrimenti ci apparirà uno strano e distorto gioco di prospettive e linee. Un altro affresco su cui porre la nostra attenzione è quello che prende tutto il soffitto, trasformandolo in un cielo degno di quello di Hogwarts. Al centro campeggia Sant’Ignazio che ci guarda da una nuvola, mentre attorno a lui vari angeli e putti, si poggiano delicatamente alla nuvola. La chiesa era celebre anche perché tramite una sfera che scendeva su un palo sopra la facciata, dava il segnale al cannone del Gianicolo. Riscendendo via del Caravita, verso via del Corso, e ci troviamo via Lata, dove una particolare fontanella offre acqua fresca. Si tratta della fontanella del facchino, una delle statue parlanti di Roma assieme a Pasquino - la più celebre - situata dietro Piazza Navona; Marforio ora nei musei capitolini; Madama Lucrezia in piazzetta San Marco; Abate Luigi al lato di Sant’Andrea della Valle. Su questi personaggi venivano appese satire politiche, spesso anche sotto forma di dialoghi dove le statue si rispondevano tra loro. Si dice che questa fontanella sia dedicata a un certo Abbondio Rizio che una lapide ai suoi piedi ricorda così: 10 Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 Gene Sharp: l’ispiratore di rivolte. E sistono eroi di cui la gente non si interessa. Eroi che rimangono nell’ombra e non pretendono nemmeno di uscirci. Eroi che il caso non ha deciso di rendere immortali. Ma nonostante tutto esistono. Uno di questi è chiamato Gene Sharp, ora un ottantatreenne di Boston che lavora nell’Albert Einstein Institution, fondato da lui stesso nel 1983. Da molto tempo ormai i suoi scritti sulle forme di rivolta non violenta, in particolare “From dictatorship to democracy”, pubblicato nel 1993, ispirano e influenzano molti dei capi di rivoluzione in vari angoli del mondo. Infatti, proprio i suoi saggi sono stati alla base della Rivolta 8888 in Birmania, di quella in Bosnia, in Serbia, in Estonia, in Zimbabwe e addirittura anche quelle più recenti in Tunisia e in Egitto. Ahmed Maher, uno degli strateghi del movimento egiziano 6 Aprile, ha detto che, mentre i vari leader del gruppo consideravano “idee folli” per abbattere il governo, analizzando la storia del movimento serbo Otpor, si sono fortunatamente imbattuti in Gene Sharp. Così come Dalia Ziada, un’attivista egiziana che ha partecipato al seminario tenuto qualche hanno fa al Cairo dall’International center on nonviolent conflict, durante il quale sono state lette le “198 tecniche di azione non violenta” di Sharp, afferma che molti di quelli che hanno partecipato ai corsi, hanno poi contribuito alle rivolte di Tunisia ed Egitto. Spiega, inoltre, che alcuni militanti hanno tradotto in arabo brani estratti dalle opere di Sharp e sono stati molto influenzati dalla sua idea di “attaccare i dittatori nei loro punti deboli”. E ancora, Peter Ackerman, studioso che ha contribuito a fondare l’”International center on nonviolent conflict”, fu alunno di Sharp e parla del suo mentore come della personificazione della “forza delle idee”. Naturalmente, come tutti gli eroi, c’è chi lo ama e chi lo detesta. Nel 2008 Sharp, insieme al senatore dell’Arizona John McCain e al finanziere George Soros, è comparso in un video di propaganda iraniano che lo accusava di essere l’agente della Cia “responsabile delle infiltrazioni dell’America in altri paesi”. -Nella giungla leggevamo le opere di Gene Sharp a lume di candela. Quell’uomo ha avuto delle intuizioni straordinarie sulla società e sulle dinamiche del potere sociale – ha detto al contrario l’ex colonnello statunitense Robert L. Helvey, il quale collaborava come consulente dell’opposizione in un campo di ribelli birmani, dentro il quale lo stesso Sharp è riuscito ad entrare per protestare di persona, e stavolta non solo attraverso le sue idee. La politica di Sharp è semplice: analizzando l’esperienza di rivoluzionari come Gandhi, ha concluso che le proteste pacifiche sono le più efficaci, e questo non solo per ragioni morali, ma anche perché “se si usa la violenza, si scelgono le armi che il nemico sa usare meglio”. “Gandhi ce l’ha insegnato: se il popolo non ha paura della dittatura, la dittatura è nei guai”. Nestlè: mettiamo l'acqua in borsa I l presidente della multinazionale alimentare svizzera Nestlè, Peter Brabeck, ha dichiarato all’agenzia di stampa “Reuters” l’intenzione di creare una borsa per l’acqua. La ragione della proposta, ha spiegato l’imprenditore, sta nel voler salvaguardare l’uso del cosiddetto “Oro blu” grazie ai criteri della domanda e dell’offerta, evitando che la gente la sprechi. Però, secondo il Monastero del bene comune di Verona, in realtà, quella espressa da Brabeck è una scusa per poter annullare la concorrenza nell’utilizzo dell’acqua nella regione di Alberta, in Canada, dove si fronteggiano gli imprenditori agricoli della grande azienda alimentare con le società petrolifere che si occupano della estrazione del combustibile dalla sabba bituminosa. L’azienda elvetica ha anche l’appoggio del governo loca- le, che ha approvato una norma di distinzione fra possesso della terra e dell’acqua. Inoltre, Rosa Lembo, presidente del Comitato Italiano per il contratto mondiale sull’acqua, sostiene che un bene così importante non possa essere oggetto di speculazione ed in tal senso ha richiamato anche l’attenzione del popolo italiano sul referendum che avrà luogo il 12 e il 13 Giugno prossimi e che riguarda la pri- Maggio/Giugno 2011 vatizzazione dell’acqua in Italia. L’ONU, sottolinea la dirigente, ha riconosciuto l’acqua come un diritto umano e quindi rappresenta una sciocchezza avanzare una proposta come quella della Nestlè. Della stessa opinione è Riccardo Petrella, presidente dell’Istituto europeo di ricerca sulle politiche sull’acqua (di cui fa parte, peraltro, il Monastero del bene comune di Verona), che evidenzia l’ipocrisia della giustificazione usata dal presidente della società e dei suoi sostenitori che, ad avviso di Petrella, sono gli stessi che hanno provocato la penuria di questa risorsa grazie alle varie strategie economiche messe in atto, spesso economicamente aggressive e poco rispettose dell’ambiente. Quanto avvenuto è molto più importante di quanto si pensi: spesso l’uomo moderno occidentale crede che tutto ciò che gli accade introno e che non è alla portata della sua capacità di comprensione, non lo riguardi. Questo perché la nostra 11 società non c’è un concetto di solidarietà, né un ruolo civile abbastanza forte. Le parole di diritto e libertà sono spesso confuse: la prima con l’indifferenza verso i propri doveri, la seconda con l’egoismo. Questa, si sa bene in Italia, dove l’ingratitudine verso le conquiste sociali del passato non sono tenute in considerazione, e questo vale, ad esempio, per le norme dello Statuto dei Lavoratori, così come per la stessa Costituzione. Questa stessa Nazione- nella quale, attualmente, gli stessi abitanti non si riconoscono- sarà chiamata a chiedere con o specifico referendum se l’acqua sia un bene pubblico o da privatizzare. Si spera, di conseguenza, che questa possa diventare un’occasione per i cittadini di rendersi pienamente autonomi rispetto a scelte da cui di- Anno IV - Numero 5 pende la loro vita futura e che i dirigenti politici facciano la propria parte, incoraggiando questo percorso di autonomia, creando, così, i presupposti per il formarsi di una vera democrazia partecipativa in Italia. Un esempio di questo modello di cittadinanza partecipativa è la campagna di boicottaggio condotta contro la multinazionale svizzera nel 1994 nel nostro Paese dopo lo scandalo della produzione e distribuzione di latte in polvere per l’alimentazione dei neonati del Terzo mondo che ha causato gravi problemi alla salute, poiché il latte artificiale non fornisce gli anticorpi necessari alla difesa dell’organismo, proprietà di cui, invece, è ricco il latte materno. Sulla base di questa esperienza, è importante che il cittadino si renda responsabilmente conto di che cosa avviene nel mondo, soprattutto nell’epoca della globalizzazione, dove qualsiasi evento ha ricadute sulla politica. 12 e 13 giugno, Referendum: inutile dirlo, o no? O rmai tutti sanno cosa verrà stabilito dall’esito del voto, ma forse non tutti hanno riflettuto sui futuri effetti. Fra le altre cose, si deciderà se reintrodurre o meno il nucleare come fonte di elettricità. Ho sentito affermare da alcuni che il fatto di essere una delle rare Nazioni senza centrali faccia di noi uno Stato arretrato. Forse chi dice così non è a conoscenza di quanto segue: edificando una termonucleare ora, saremmo entro il 2020 membri di un ridottissimo numero di Paesi con reattori attivi all’interno del territorio. Quasi tutte le centrali funzionanti oggi, infatti, sono state elaborate tra il 1960 e il 1970, e sono sorte tra il 1970 e il 1980. Questo sarà causa dello smantellamento delle stesse entro il decennio. Quarant’anni (una volta trenta) è infatti il ciclo massimo in cui una termonucleare rimane attiva. Diversi studiosi del settore annunciano che, eliminate tali reattori, sarà finito il loro “momento”, in Italia come all’estero, in quanto l’utilizzarle cesserà di essere conveniente, a livello economico e non. C’è chi invita a non lasciarsi influenzare dalle emozioni, osservando i recenti avvenimenti di Fukushima. L’avversione nei confronti di tale fonte di elettricità non è tuttavia data soltanto dal timore di una fatale disfunzione della centrale (teoria tra l’altro non così remota) ma da altri “effetti collaterali”, tra cui la creazione di scorie radioattive, ora come ora ineliminabili. Quale sorte attenderebbe tali veleni in Italia? Finirebbero interrati o inabissati? I rifiuti tossici delle termonucleari chiuse sono ancora attivi e costano. L’uranio usato come combustibile all’interno dei reattori (U235) necessita di 740 milioni di anni soltanto affinché dimezzi la propria radioattività. Come ritenere realizzabile un contenitore tanto resistente? I carburanti fossili non dureranno all’infinito, verissimo, ma ormai ci si orienta verso fonti rinnovabili. Il nucleare, contrariamente a quanto alcuni affermano, non è rinnovabile. Infatti, nonostante sia teoricamente verosimile riutilizzare alcuni degli scarti delle reazioni, l’azione stessa è tanto rischiosa da non essere messa in atto. Qualsiasi sia l’idea, serve il voto di tutti, e non soltanto in materia di nucleare: se non si arriva all’affluenza del 50%+1 degli aventi diritto, il referendum viene annullato, nonostante il costo elevatissimo, lasciando inascoltate molte voci. Maggio/Giugno 2011 12 Anno IV - Numero 5 Settimana Azzurra “ Settimana azzurra, settimana che cattura”. Non è un semplice tentativo di rima ma lo slogan che meglio può riassumere l’esperienza della SETTIMANA AZZURRA, stage sportivo svoltosi a Policoro dal 2 al 6 Maggio che ha visto la partecipazione di 10 studenti del nostro liceo (prevalentemente del Ginnasio) accompagnati dalla prof.ssa Giuseppina Corpolongo e dal prof. Fernando Vantaggiato i quali hanno coordinato il progetto sin dall’inizio dell’anno scolastico. È stata realmente una settimana coinvolgente nella quale sono stati sempre presenti il contatto con la natura, lo sport e il divertimento. Non è certamente necessario descrivere il divertimento ed il senso di libertà che si provano a praticare sports in ambienti naturali come -ad esempio- sfrecciare (o passeggiare ) con la bicicletta in mezzo ai boschi compiendo oltre che l’attività di bici semplice anche l’attività di orienteering addentrandosi nei sentieri per poi ritornare al punto di partenza o al Circolo Velico, fulcro di tutte le attività della settimana. Come navigare a bordo di una barca a vela sulle acque del Mar Ionio o pagaiare in canoe singole/doppie sulle acque lucenti o ancora giocare sulla spiaggia a beach soccer e beach volley. Ma il fattore che ha reso ancora migliori e più significative queste attività è stato lo stare insieme, il partecipare tutti insieme e la condivisione da parte di tutti delle medesime attività. Tutti gli “albertelliani” andavano in bici in quel momento, come in barca a vela in un altro e – altro fattore che ha reso significativa l’esperienza- sempre con i professori che hanno condiviso ogni attività –dalla bici alla canoa passando per vela e equitazione – con gli alunni partecipanti. Tanto sport(vela,canoa,equitazione,bicicletta,beach soccer e beach volley,ping-pong e basket), tanto divertimento (le serate passate a ballare nella discoteca del Circolo) ma anche tanto intimismo e tanto spazio per le emozioni (provate -ad esempioad ammirare il fluttuare delle onde del mare sia di giorno sia di notte o a ballare- l’ultima sera- sulla spiaggia accanto al falò e sotto le stelle affiancate- per qualche momento-dai fuochi d’artificio). Tutto ciò è la Settimana Azzurra. Un’esperienza aperta a tutti, sportivi e meno sportivi, un’esperienza culturale (c’è stato spazio anche per la visita ai Sassi di Matera e al Bosco Naturale di Pantano che vanta piante rarissime come il ginepro “coccolone” oltre che varie specie di animali) un’esperienza,in poche parole, positiva. Si spera quindi che il nostro Liceo prosegua nel tempo quest’esperienza (avendo lasciato anche un buon ricordo dato che è stato premiato dagli organizzatori con una coppa e delle medaglie per la garbatezza, la partecipazione attiva e il rispetto che i suoi alunni/partecipanti hanno mostrato) e che sempre più numerosi gli “albertelliani” sperimentino in prima persona quanto è coinvolgente e interessante un’esperienza come la settimana azzurra. Maggio/Giugno 2011 13 Anno IV - Numero 5 L'Onda del progressive L a prima cosa che ci viene spontaneo chiedere è da quanto tempo suonate insieme? Dopo una breve discussione 10 The Wave nasce nel 2010 quando Giorgio arrivano tutti quanti a questa conclusione: Il progetto del gruppo (batteria) Fabrizio (chitarra) e Cristiano (basso), accomunati dalla loro passione per il progressive rock, decidono di mettere su un gruppo del medesimo genere. Giorgio decide di contattare Alessio (tastiera), con il quale aveva partecipato già ad altri progetti, il quale, dopo un po’ di insistenza, si lascia convincere. La vera fortuna del gruppo è stata quella di avere tra gli amici Federico (voce), un ragazzo con una grandissima passione per la musica e una gran voce, anche se non ne era consapevole. Convinto Federico a studiare canto, il progetto prende un’ottima piega, portando i ragazzi a suonare in molti locali e ad avere sempre più seguito… Vedendoli così uniti ci è sembrato normale chiedergli quali fossero i loro progetti e i loro sogni: a rispondere per primo è Federico, che dice: ”Divertirci, ma fondamentalmente anche crescere sia individualmente sia musicalmente e magari un giorno chissà…” , Alessio aggiunge: “sarebbe un ottimo traguardo arrivare alla registrazione di una Demo...” Dopodiché passiamo alla domanda successiva: cosa vi ha spinto a suonare? Alessio: “La passione per la musica, l’amicizia e l’intesa tra i vari membri del gruppo” Federico vuole aggiungere: ”Anche la voglia di dimostrare che la musica non è solo uno strumento per arrivare al successo e affermarsi nella società, ma è prima di tutto un modo per dare vita alle proprie passioni e - ridendo - per scroccare una birra al pub!” E perché avete scelto proprio questo genere, il progressive? Giorgio: “Molto probabilmente la scelta deriva dal fatto che Fabrizio e Alessio provengono da una formazione classica e il progressive è il connubio tra classica e rock… E poi è figo!” Quali difficoltà può incontrare un gruppo emergente? Cristiano: “Il problema principale è quello di portare tanta gente alle serate, far apprezzare tutti i pezzi proposti e scegliere bene le cover.” Federico sottolinea: "E fra queste attvità, ancor più complicato è comporli!” Un incoraggiamento a tutti gli studenti del Pilo... Alessio: "In bocca al lupo!" Federico: "Uniti è compatti fino all’esame! Scherzo, dateve finché siete in tempo!" Cristiano: "Fate sega ogni giorno in cui potete ed evitate la Sapienza..." Giorgio: "Se volete mettere su un gruppo fatelo con i vostri migliori amici, c’è più sintonia, ma... state LONTANO dai miei! (sghignazzando). Fabrizio: "Coltivate le vostre passioni e non sottovalutate la musica. Mai!" Le stelle danzanti C osì Gabriele D'Annunzio scriveva a Benito Mussolini l’11 Settembre 1919, iniziava l'impresa di Fiume. Fosse stato per me, mai mi sarei avvicinato ad un libro riguardante questo fatto storico, vuoi perché la storia contemporanea di certo non è la mia disciplina preferita, vuoi perché la mia ideologia è diametralmente opposta, nel tempo, nel concetto e nello spazio a quella dei giovani fiumani. Però il caso ha voluto che io mi trovassi tra le mani questo volume, Le Stelle Danzanti, scritto da Gabriele Marconi che è, come suggerisce il sottotitolo, il romanzo dell’impresa fiumana. Un po’ per sfida e un po’ per desiderio di conoscenza mi sono messo a leggere questo romanzo, con molti pregiudizi per la testa, lo confesso, e alla fine sono caduto anche io vittima del vortice di emozioni della vicenda. Perché protagonisti di questo romanzo non sono né D’Annunzio né HostVenturi, ma due giovani che hanno stretto amicizia dalle solide radici al fronte. La storia comincia il 5 Novembre 1918 a Trieste quando i due giovani vanno a trovare in ospedale Daria, una crocerossina per la quale si erano infatuati, ferita durante il conflitto. Tornati a casa, i duesono però segnati dalla guerra e non riescono a riprendere una vita normale. Marco, bergamasco e figlio dell’aristocra- Maggio/Giugno 2011 zia, ha un pesante litigio con il padre e lascia la casa natia. Giulio, romano di San Lorenzo, decide di emigrare in Argentina, ma a Napoli è vittima di alcuni eventi fortuiti e riesce a cavarsi d’impaccio solo grazie all’aiuto di un giovane ufficiale di marina con cui si reca a Fiume. Nel frattempo però, anche Marco e Daria hanno fatto la sua stessa scelta e i tre giovani si ritrovano a Fiume uniti come un tempo. E qui la storia e la finzione si uniscono. Alla fine della Grande Guerra i trattati di pace stabilirono che Fiume restasse in mano alla Jugoslavia ma un manipolo di volontari con a capo D’Annunzio , in nome di un’istanza di rivendicazione nazionale, occupò Fiume senza che le truppe Italiane di stanza opponessero resistenza all’improvvisato esercito. L’Italia viveva anni di grave crisi e instabilità interna. Migliaia di soldati, come i nostri protagonisti, rientrarono in patria e si accorgerono di non avere avuto alcun beneficio dagli anni passati al fronte: non c’era lavoro, la fame e la povertà dilagavano e le spinte rivoluzionarie e nazionaliste cominciavano a farsi sentire. L’intenzione di D’Annunzio era quella di spingere il governo italiano a ribadire la sua volontà di acquisire i territori istriani ma nessuna delle forze politiche allora più importanti, tra le quali anche Mussolini, prese in seria considerazione l’impresa. Da subito, per contro, la città diventò meta di una serie di eccentrici pellegrini: anarchici, socialisti, sbandati di guerra, 14 ex-aviatori, poeti, artisti e soprattutto tanti giovani come Marco e Giulio che vedevano in Fiume il seme di qualche cosa di nuovo. E i due, insieme a uno stuolo di variopinti e dinamici personaggi saranno al centro di queste vicende e combatteranno con il grido interiore di “O Italia, o morte”. Ho avuto il piacere di incontrare Gabriele Marconi presso i locali della nostra scuola per capire qualche cosa di più di questo libro … Allora signor Marconi anzitutto le 5W su questo romanzo. Chi, cosa, quando, dove e perché ? Vedi, io dirigo insieme ad un amico un mensile di cultura politica (Area ndr). Facciamo una riunione di redazione. Dieci anni fa era l’ottantesimo anniversario dell’impresa fiumana e io non ne sapevo molto come del resto tutti quelli che hanno studiato solo a scuola e che magari non avevano fatto storia all’università. Giano Accame, che era uno dei nostri maestri, propose di fare un focus, il nostro approfondimento mensile, sull’impresa fiumana. Io cominciai a documentarmi e a leggere articoli di collaboratori che ne sapevano qualche cosa. Mi entusiasmai per l’impresa, per lo spirito rivoluzionario e i giovani e mi resi conto che c’era materia per mille romanzi e cento film e così è nato Le Stelle Danzanti. Sapevo dove arrivare ma non conoscevo la strada, ho semplicemente lasciato che i personaggi e le storie prendessero vita da soli. Come sono nati i due protagonisti? Giulio e Marco hanno un ispirazione precisa, in particolare Marco è ispirato ad un mio carissimo amico e alla fine c’è molto di me e di lui in questi personaggi. Ovviamente il tutto filtrato dalla rete narrativa. Passioni e ideali ma anche sesso e amore il tutto condito da un linguaggio molto vivace. Romanzo di giovani per i giovani? Sì, è un romanzo rivolto soprattutto ai giovani. Il linguaggio moderno l’ho scelto per fare immedesimare. C’è un parlato quotidiano che è quello di quel periodo come il nostro in questo periodo e poi Marco e Giulio sono l’inizio dei giovani come li conosciamo noi... Giulio, Marco e Daria sono protagonisti di un triangolo amoroso, per colpa di un malinteso c’è una lotta tra amore e amicizia. Chi vince? Anno IV - Numero 5 L’amicizia viene sempre prima. E lei cosa sceglie tra amore e amicizia? Amicizia, l’ho sempre fatto. I giovani si sa, sono molto passionali. Una passione che può essere traviata da abili demagoghi … Secondo me in quel momento no. L’impresa fiumana nasce come istanza di rivendicazione nazionale. Come sogno da parte dei fiumani di unificarsi. Molti studenti arrivavano a Fiume da tutta Europa e si formò un laboratorio rivoluzionario in senso esplosivo. D’Annunzio aveva la visione di un futuro possibile che mise in atto nella carta del Carnaro. La capacità di volare dell’artista si fuse con quella dei ragazzi in una perfetta simbiosi. L’impresa di Fiume deve essere guardata come un faro per indicar una rotta possibile... Come un faro sì, ma anche come un fuoco di paglia lasciato a consumarsi da solo. Fiume è un simbolo. Non è una cosa circoscritta ad una città e diventa simbolo di un sentimento. Le rivoluzioni non le fanno i popoli ma le fanno le avanguardie e quella di fiume era un’avanguardia. L’entusiasmo non può essere calcolato in base alla possibilità di riuscita. Parti e vai seguendo il cuore e poi avviene la razionalizzazione. Tutti avevano tutto da perdere, e da guadagnare solo un sogno. Il sogno del fascismo? Sì, ma del fascismo del ’19, libertario e rivoluzionario. Fiume non è il prodromo del fascismo e viene solo in parte assimilato come istanza e in parte enfatizzato dal fascismo. Parliamoci chiaro, siamo di fronte ad un romanzo di parte? E’ di parte perché mostra quello che erano quei sentimenti dal mio punto di vista, non è di parte come svolgersi delle vicende storiche. Alla fine questo romanzo mi ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca. De Cataldo ha affermato che anche se il suo ethòs non coincide con il nostro questo non deve precluderci la possibilità di leggere un bel libro. Mi sento di concordare con questa definizione, è un libro che anche io non sconsiglierei. A proposito, che effetto le ha fatto la recensione di De Cataldo? Mi ha fatto molto piacere, lui è anche romanista, come me (ride). Sicuramente una bella recensione... 15 Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 One Nation, One Donation D al 2004 il 14 giugno viene festeggiata la Giornata mondiale del donatore di sangue, proclamata dalla Organizzazione mondiale della sanità. Questa data è stata scelta poiché giorno di nascita di Karl Landsteiner, scopritore dei gruppi sanguigni e co-scopritore del fattore Rhesus (RH). E per quest’anno lo slogan ufficiale, coniato dal ministero della salute argentino è “più sangue, più vita” che campeggia a caratteri cubitali anche sul manifesto ideato dall’AVIS (Associazione Volontari Italiani Sangue). A livello nazionale, sono davvero numerose le iniziative organizzate per sensibilizzare la popolazione alla donazione. Da segnalare in particolare il ritorno di "One Nation, One Donation", un appuntamento ormai divenuto tradizionale con Radio Deejay e il Trio Medusa, organizzato con la collaborazione delle Associazioni del CIVIS . Attraverso collegamenti telefonici diretti con centri di raccolta fissi e mobili di numerose città italiane, i tre conduttori del programma "Chiamate Roma Triuno Triuno" daranno spazio alle tante voci di donatori e volontari, veri protagonisti di questa giornata. In particolare a Roma le donazioni potranno essere effettuate presso la sede di Radio Deejay in Via Cristoforo Colombo, 90. Il sangue intero viene donato tramite una semplice procedura che prevede l’inserimento di un piccolo ago, come quello per fare le analisi, in una vena del braccio. Ovviamente la procedura è indolore, sicura e rapida. Bastano infatti una manciata di minuti, massimo un quarto d’ora, per portare a termine il prelievo di 450 ml ca. di sangue e per poter godere, dopo le procedure, di una buona colazione offerta dall’associazione donatori. Il sangue andare fieri, queste donazioni riscuotono davvero un grande successo e vedono una numerosa partecipazione di tutte le componenti della scuola. Donare il sangue è un atto di estremo senso civico: è come donare la vita stessa. Da sempre infatti sangue e vita sono concetti che vanno di pari passo e l’associazione è ovvia e facilmente sperimentabile: se perdo sangue mi indebolisco e se ne perdo troppo muoio. Prima che raccolto viene poi diviso nelle sue componenti la scienza ne chiarisse funzioni e (globuli rossi, globuli bianchi e buffy-coat ossia struttura, il sangue era protagonileucociti e piastrine). Oltre alla donazione di sta di una ritualità specifica. Forma sangue intero è possibile donare solamente alcuni tipica del sacrificio alla divinità era emocomponenti come il plasma e/o le piastrine infatti l'effusione del sangue di un che possono essere donati con una frequenza animale. Presso gli antichi Ebrei maggiore rispetto alla canonica donazione di ad esempio, con il sangue degli sangue intero. Ogni volta che si dona il sangue animali si ungevano le statue e le viene poi eseguito poi un screening completo per figure divine come a voler trale malattie emotrasmissibili (Epatite B, C, HIV e smettere loro la potenza vitale Sifilide) e un esame emocromocitometrico e per i dell'animale. Ancora gli Ebrei credonatori periodici sono anche previste altre tipo- devano che la nefeš (anima) logie di esami svolti annualmente come l’ecg. s'identificasse con il sangue. Come Donare il sangue permette quindi di controllare potere vivificante e sede di energia periodicamente il proprio stato di salute, un mo- il sangue è usato anche nel ritualitivo in più per farlo. Dipaniamo poi alcuni dubbi smo funebre per sorreggere le aniburocratici che potrebbero sorgere nel sentire me dei morti nella loro nuova vita parlare di diverse e numerose associazioni di do- di ombre, o per placarli, o per nunatori . Tutte queste associazioni aderiscono al trirli. Nel cristianesimo poi il CIVIS (Coordinamento Interassociativo Vo- sangue di Cristo assurge a simbolo lontari Italiani del Sangue) fondato a Perugia nel del sacrificio della croce e diventa 1995 che riunisce appunto le quattro principali segno di redenzione. Insomma il associazioni e federazioni di donatori di sangue sangue è per l'uomo, che lo possievolontari operanti sull'intero territorio nazionale de nella sua integrità, segno effica(AVIS, FIDAS, Fratres e CRI). E a proposito di ce di energia e di potenza e quindi FIDAS è opportuno, doveroso e oserei dire obbli- di vita. gatorio citare un’associazione di donatori ad essa Dopo questa digressione dai toni federata: l’associazione donatori “Carla Sandri”. misterici, dopo aver fatto l’ennesiAuspico al fatto che in tutti i lettori questo nome mo e sempre necessario appello e faccia suonare un campanello, anche remoto, dopo aver occupato una decina di nella mente in quanto l’associazione “Carla minuti del vostro tempo non mi Sandri” è l’associazione di donatori che opera resta che fare i complimenti e dire presso la nostra scuola e che organizza ogni anno un sincero grazie a tutti gli con la coordinazione della professoressa Rita albertelliani donatori e lanciare Renzi alcune giornate per la donazione del uno sguardo di biasimo e rimprosangue rivolte ai docenti, agli studenti, ai familiari vero a quanti potendo non donae a tutto il personale della scuola. E ogni anno, e no. Perdincibacco donate il questa è una cosa di cui dovremmo davvero sangue, donate LA VITA! Maggio/Giugno 2011 16 Anno IV - Numero 5 I KamaLeOnti L a Compagnia Teatrale KamaLeOnti è una Compagnia di recente formazione. Prima che nella realtà, ha preso vita nei miei sogni molti anni fa e, più precisamente, da quando ho iniziato a frequentare con Salvatore Cardone il corso di teatro che viene offerto gratuitamente agli studenti da quello che era il mio Liceo, e che ora è il vostro. Ho frequentato quel corso durante tutti gli anni del liceo e, se devo dirla tutta, col senno di poi, confesso che non è stato per me un corso finalizzato all’attività di “attrice” in senso stretto, quanto ad affinare la mia creatività di “regista”. Osservavo infatti con perizia come si muoveva e ascoltavo con attenzione i consigli che dava quel suddetto signore. Tutto ciò che ho accumulato in una formazione di cinque anni, ha trovato la forza di riversarsi sul piano fattuale appena un anno fa.Dopo essermi diplomata e dopo aver iniziato l’università ho avvertito forte in me la mancanza di qualcosa...ecco! Il Teatro! Grazie alle esperienze fatte negli anni precedenti ho conosciuto tante persone che avevano e hanno la mia stessa passione, perciò, per realizzare il mio sogno, la prima cosa che ho messo in atto è stata la “condivisione del sogno” con altre persone che si fossero dimostrate portatrici di quel Fuoco Sacro che solo una vera Passione può dare. Così, dopo qualche passaparola e qualche messaggio su Facebook, ecco che qualche schizzetto di materia esce dalla mia testa per andarsi a posare sul bianco foglio della storia. Il 2 maggio 2010 Nasce la Compagnia Teatrale Autogestita, ovverosia, la C.T.A. . La composizione iniziale lasciava tuttavia a desiderare dal momento che, come al solito in queste situazioni, la maggior parte dei componenti erano donne e tutto era stato preso molto alla leggera, perfino da me. Solo più tardi, intorno agli ultimi mesi dello stesso anno, la Compagnia ha trovato nei suoi componenti definitivi, una struttura solida che ha conferito al gruppo quell’affiatamento del quale io mi sono sempre compiaciuta. Insieme alla stabilità, la Compagnia, intensificando le riunioni in una modesta saletta tutt’altro che idonea al fine che si proponeva di raggiungere, trovò, nello stesso periodo, anche il nome definitivo di “KamaLeOnti” , termine evidentemente esistente, ma che, opportunamente modificato, rievocava un episodio divertente della vita della stessa Compagnia. Il testo scelto è stato, dopo qualche discussione, IL FANTASMA DI CANTERVILLE, il racconto di Oscar Wilde. Dopo mesi di lavoro sulla sceneggiatura, sulla regia, sulla messa in scena...e dopo qualche difficoltà burocratica [che in Italia è impossibile non incontrare, ahimè] , la Compagnia ha dispiegato le ali presentandosi, in occasione del primo anniversario, il 9 maggio 2011, al Liceo Pilo Albertelli con la rappresentazione di un TRAILER della durata di circa 20 minuti. Questo piccolo assaggio volevo fosse inteso come una sorta di lancio pubblicitario. Dopo poco i KamaLeOnti hanno spiccato il volo, nella Sala Convegni di Ciampino il 28 e 29 Maggio 2011. Per quanto sia ancora recente l’esperienza del debutto, posso già analizzarla e pesarla sulla mia mano. Oltre che la realizzazione di quel famigerato sogno di cui vi parlavo, è stata la conferma per tutti che siamo un gruppo affiatato, efficace, simpatico, comunicativo e originale...e che, in quanto tale, CE LA SI PUO’ FARE! La sorpresa più grande è stata trovare Salvatore Cardone e Shanna Rossi, seduti in platea alla nostra PrimissimaPrima. Entrambi, nei commenti che mi hanno riportato dopo lo spettacolo, erano entusiasti di vedere come, da una mia iniziativa, possa esser venuta su una Compagnia stabile, che “fa sul serio” e che non ha paura e ,anzi ha voglia, di farsi conoscere, di mettersi alla prova e misurarsi anche con coraggiose interpretazioni del testo, che grazie alla freschezza e alla passione che l’intero gruppo comunica, risultano vincenti. Come Capo [carismatico più che fattuale] del gruppo mi rendo conto che il lavoro da fare è tanto, sia individualmente che collettivamente. Allo stesso tempo, però, mi volto, guardo alle mie spalle e vedo che qualche gradino è già stato fatto, anche laddove le speranze di riuscire erano nulle o pressocchè nulle. Sono dell’idea che i giovani, e in special modo i giovani artisti, vadano sostenuti e incoraggiati a emergere dalla marea nera che inesorabilmente si fa avanti e inghiotte le nostre menti, tramutandole in accessorie e fastidiose clausole di un’apparenza, purtroppo elevata a sostrato. È per questo che chiedo, a coloro che abbiano trovato nella lettura di questo articolo qualche verità e qualche segno della passione enorme che mi porto dentro da sempre e che motiva ogni mio sacrificio, di sostenere questa giovane Compagnia. Maggio/Giugno 2011 17 Anno IV - Numero 5 L'Eden dei Subsonica S ono tornati e come ogni volta non hanno tradito le attese, i Subsonica non si smentiscono mai: la loro musica è un continuo reinventarsi senza mai essere monotona o ripetitiva. Il nuovo disco “EDEN” è uscito l’8 marzo a quattro anni dall’ultimo lavoro in studio “L’ECLISSI” ed è composto da 12 brani. L’album, il sesto della band torinese, non ha un filo conduttore e non è neanche inseribile in un genere musicale ben definito, ma si può senza alcun dubbio affermare che sia il più pop tra gli album dei Subsonica. Nel disco precedente erano presenti atmosfere cupe e pesanti che vengono in un certo qual modo superate in EDEN, sembra quasi che i Subsonica cerchino uno spiraglio di luce al quale aggrapparsi. Il primo singolo “ISTRICE” è una malinconica ballata, che sta avendo un enorme successo: il ritornello “chi ci ricorderà? chi ti farà ridere? per chi ti smarrirai?...” è uno dei più trasmessi su tutte le radio, anche quelle più commerciali, non a caso è il pezzo più pop dell’album. Il video di ISTRICE è stato censurato dalle tv perché troppo violento ed è visibile solo su YouTube. Il secondo singolo “IL DILUVIO” al contrario è un’esplosione di potenza ed energia, forse il pezzo più nello stile dei Subsonica e sicuramente il brano più trascinante dell’album. Il tema è quello delle manifestazioni di piazza e dei cortei giovanili dei quali i subsonica mettono in luce le due facce della medaglia: quella positiva, in quanto ti portano ad opporti contro “la ginnastica dell’obbedienza” e quella negativa perché a volte spinti ”dal diluvio di ogni adolescenza” si va in piazza senza neanche sapere il perché. Tra le canzoni più interessanti dell’album ci sono “Il prodotto interno lurido” e ”Benzina ogoshi”, il cui testo è stato scritto e composto direttamente dai fan del gruppo attraverso il sito internet della band. I Subsonica non sono il solito gruppo italiano che produce musica melodica sempre uguale e ripetitiva per raggiungere il successo: l’originalità è sempre stata la caratteristica fondamentale della band e anche per questo motivo è stata spesso criticata, perché forse I’Italia non è il luogo adatto alle libere sperimentazioni nel campo musicale. Il punto di forza della band sono sicuramente le esibizioni live dove riescono ad esprimersi a pieno e a coinvolgere il pubblico, l”EDEN TOUR” sta avendo un enorme successo facendo il tutto esaurito quasi ovunque: a Roma dopo l’ottimo risultato del primo concerto al Palalottomatica (biglietti introvabili anche molte settimane prima dell’evento), i Subsonica hanno fissato un nuovo concerto per il 30 giugno. La band ha anche partecipato al concertone del primo maggio e all’evento musicale organizzato per il sindaco di Milano, Pisapia. Il disco è stato accettato piuttosto positivamente dalla critica, nonostante qualcuno abbia storto il naso per le nuove sonorità espresse nell’ultimo lavoro. Le vendite stanno andando molto bene anche oltre le aspettative. Forse quello che manca a quest’album è la potenza di brani come “Abitudine”, uno dei più grandi successi della band, ma in generale questo disco dà un segnale importante: la musica italiana può anche andare oltre i canoni abbastanza monotoni espressi fino ad ora dalle band moderne e fare qualcosa di innovativo avendo allo stesso tempo successo. Maggio/Giugno 2011 18 Scatti da matti! I maturandi Anno IV - Numero 5 Maggio/Giugno 2011 19 Anno IV - Numero 5 Maggio/Giugno 2011 Maggio/Giugno 2011 16 20 Anno IV - Numero 5 L'Addio dei maturandi fulminante, qualche figuraccia imperdonabile. Tutto ciò fa parte delle grandi storie, e questa lo è stata. Ora è solo tempo di attendere per il brindisi finale, quando il confine tra "alunno" e "ex-alunno" sarà meno chiaro, quando, nonostante la "maturazione" appena avvenuta, ci sarà qualche minuto per guardarti dietro e emozionarti un po', prima di rimetterti in marcia, verso altre, altrettanto straordinarie, mete. La Posta del Pilo amiamo, ma sì dai. Ma forse siamo Chiara Lori e Ilar Fort Picca IV G non sbavate troppo dietro Dario To- pazzi di te. Ma forse sei la nostra acqua. Lo sai, senz'acqua non si vive massi e Giacomo Cuonzo II B quindi moriremmo disidratati d'amoDj Renda ora anche Elena drummer! re. Sei la stella che illumina il nostro cammino, una luce immensa che Ruote panoramiche smontare per ro- abbaglia i nostri animi e acceca i noteare all'infinito mentre scapperemo stri occhi. scegli chi tra noi due merita il tuo amore, siamo più vicini a te lontano con le lucciole che fanno strada. Prenderemo treni sempre in di quanto pensi e ti saremo vicini ritardo diretti da nessuna parte a ve- per sempre. Travis & David P.s. locità costante infinita, poi arrivere- ovviamente questi non sono i nostri veri nomi, ma soprannomi per tutelamosu isole che non esistono e re la nostra privacy. costruiremo castelli di carte che qualche tornado soffierà via. Stelle comete che diventeranno cadenti e Dario Tomassi: hai un c**o scolpito avremo desideri duraturi come la lo- che parla da solo e ogni volta che ro coda. Guarda il cielo, quello vero. passi attizzi in una maniera assurda! Eugenio Fanti: incrocio i tuoi occhi Ama me, quella - credo- giusta. e mi rendo conto che non c’è nulla di più meraviglioso di te! Edoardo per Supergirl Niki V E: Ma forse ti Cascarino: sei talmente stupendo che è impossibile descriverti! P.S. Però purtroppo siete tutti irraggiungibili… Edoardo Tittarelli, possibile che non hai mai uno sguardo per me??? By J.B. <3 Rettile, facciamo pace, che dici? Ju. L. A John Calboth: ho saputo che nell’ultima settimana hai composto 700 poesie. Meraviglioso! Ho letto “Io cerco me stesso” e l’ho apprezzata con tutto il mio cuore perché anch’io ho cercato me stessa… ma non l’ho ancora trovata! E con voi se ne va un pezzetto di me. M 21 Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 L'Addio dei maturandi >> che ti hanno condotto al liceo per mano, e hanno visto concretamente l’attuarsi di questo processo finiscono per instaurare un rapporto umano con gli studenti e perché no anche per accompagnarli in discoteca. Quindi eccomi qui a pochi giorni dall’inizio della fine a scrivere a voi, miei compagni di avventure del III A. Voi con i quali sono cresciuta, voi ai quali assocerò sempre la mia adolescenza fatta di sorrisi, di lacrime, poche per fortuna, scherzi, arrabbiature, improvvisazioni di canzoni scritte in pomeriggi troppo assolati per studiare e con le menti troppo occupate a pensare a divertirsi. Voi che avete visto il mio english che si “improvava” finalmente. Voi che avete condiviso con me i compiti in classe dell’ultima ora, i temi consegnati allo scadere della quarta ora, le lezioni di religione in cui si dice tutto anche se sembra non si giunga mai a una conclusione. Voi che avete “osato” nelle lezioni di educazione fisica. Voi con cui ci stiamo sentendo in storia o in filosofia? Voi che è eppesilon o ippeselon? Voi che continuate a dire che oggi si offrono Reali e Di Crosta. Voi che Ascer sempre nei nostri cuori. Voi sconvolti dell’addio improvviso di Canarezza senza un motivo né un perché. Voi che ancora ridete pensando a dove si trovi la Spagna. Voi con cui ci siamo gavettonati, buttati nelle fontane. Voi vestiti bene per le serate all’opera, per le feste di 18. Voi con tutti i camposcuola, i 100 giorni che proprio 100 non erano, con i Capodanno, con i sabati sera. Voi con i “che rate”, con i balletti improvvisati, con le canzoni stonate. Voi con le macchine e le piccole libertà, con le partite a zombie, i film strappalacrime, i pranzi fuori. Voi che mi avete riportato a casa sotto la pioggia, con il freddo. Voi che vi siete fermati a parlare per ore di tutto, di niente. Voi che nonostante il motorino mezzo rotto e le gambe doloranti siete corsi sotto casa mia. Voi con i cinque minuti di pausa dopo ogni ora doppia, voi con la giustificazione di massa. Voi che adesso forse vi state commuovendo, voi che mi avete sempre fatto tornare il sorriso e mi avete capita. Voi che ci siete sempre stati e voi che vi siete aggiunti. Voi, questo pochi lo ammetto, a cui basta un gesto, uno sguardo e niente più. Voi a cui ho dato affetto, amicizia e un po’ di me. E proprio a voi chiedo di condividere con me un’ultima cosa. Quando finirete di leggere questo mio crescendo Rossiniano rientrando in classe dalla ricreazione, mentre salirete le scale del cortile o mentre starete seduti ai vostri banchi cercando di fuggire la stanchezza delle ultime ore, guardatevi intorno e pensate a due nomi, due soli nomi che nel bene e nel bene sono stati il vostro Liceo. A quel punto vi accorgerete che tutto questo non è altro che una fine senza fin. ultima stazione S crivere un addio alla scuola quando una parte di me si sta chiedendo se e quando l'avventura albertelliana sia veramente iniziata. Sembra la solita vecchia frase da dire, ma 5 anni passano, volano, se ne vanno via senza che davvero tu te ne accorga, e quando inizi a sentirti un po' "a casa tua" tra quelle mura è già ora di andare via, di cambiare aria, di "maturare", di diventare adulto a tutti gli effetti.E' una sensazione strana, trovarsi a 2 settimane dalla fine dell'anno scolastico, per la prima volta senza conti alla rovescia da tenere, senza gavettoni da preparare, senza epiche giornate in spiaggia da programmare, senza i sorrisi e l'aria di tensione-trattino-grande-speranza che illuminava ogni viso a pochi giorni da quella sospirata campanella. Tutto ciò sostituito da facce che sembrano di "veterani di lunga data", che si stanno solo "facendo la galera", senza riuscire a vedere perfettamente la fine del tunnel. Perchè questa "maturità" va vista un po' come un atto di fede: sai che tutto finirà, che ti lascerà grandi ricordi, ma nel frattempo devi sopportare un po' la tensione, un po' gli inevitabili litigi che si verranno a creare, un po' la repulsione che ti viene fuori per i pomeriggi assolati che passi sui libri, tra la preoccupazione, la scelta dell'argomento per la tesina, in cui va a finire che rinunci sempre alle cose che tieni.Ma "maturare" è anche questo: bisogna imparare a affrontare qualche difficoltà senza piagnucolare troppo. ...E magari ripensare ai bei ricordi che ti stai lentamente lasciando alle spalle. E' come tornare in treno da un lungo viaggio: sei già entrati nella stazione, ma non sai quando questo treno si fermerà. E, per quanto snervante sia stato questo viaggio "di ritorno", sai benissimo che, non appena arriverai a casa, non farai a tempo a vedere qualche foto che sarai assalito dalla malinconia... E la lacrimuccia uscirà, uscirà eccome. Comunque vada quest'ultimo, fatidico mese, è stato un grande viaggio. Momenti che ti resteranno dentro, grandi vittorie e grandi delusioni, risate e pianti, periodi di entusiasmo e di sopportazione quotidiana, voti belli, voti brutti, qualche sguardo Maggio/Giugno 2011 22 Anno IV - Numero 5 L'Addio dei maturandi C he ginnasio significasse palestra l’ho imparato senza bisogno del vocabolario il 7 settembre di 5 anni fa quando, senza fiato, mi ritrovai in cima ai 118 gradini ( Si, li ho contati sul serio, grazie Michela per il sostegno) che mi avrebbero separato dalla mia classe per due anni a quella parte. Del mio primo giorno di scuola ricordo di come ero rimasta sorpresa di ritrovarmi in una classe vuota, fin quando non ho capito di essere entrata in 5 A e non in 4 come avrei dovuto. Il punto è che il Liceo classico ti mette alla prova subito e non solo fisicamente, ma anche mentalmente; voglio dire, dove mai si è visto che gli anni iniziano dal quarto e finiscono al terzo? E ricordo anche di essere entrata nella classe giusta quando di fronte al mio “Buongiorno classe!” ricevetti come risposta una cinquantina di occhi che mi guardavano con fare interrogativo. Alla fine quegli occhi sono diventati via via sempre più familiari catapultati anche loro in questa “palestra” che ci ha fatto stare ore intere in piedi alla cattedra a ripetere esasperati tutte le particolarità di tutte le declinazioni, tutti gli aoristi III irregolari, tutti i rotacismi, le labiali cadute, le nasali sostituite. Che ci ha fatto sopportare le situazioni climatiche più impervie come il freddo vento di gennaio obbedendo all’imperativo categorico dell’”Open the windows!”. Che ci ha messo a dura prova al ritmo martellante della bacchettina nera di plastica, dell’evidenziatore rosa ( che ora ci saluta dall’Australia), del lucchetto malefico. Che ha fatto rivoltare nella tomba il povero Alessandro Manzoni sentendo l’espressività con cui veniva decantato il suo romanzo “Oh la notte, no, no, la notte”. Che ci ha costretti a memorizzare il numero di barboni di New York e i semi resi da una pianta di grano annualmente nell’antico Egitto. Che ci ha fatto odiare quella matita rossa e blu, soprattutto la parte blu. Che ci ha portati a inneggiare al sei meno come ad un bellissimo voto. Che ci ha fatti diventare un po’ più studenti e che dopo i sorrisi, le lacrime per gli accenti e gli spiriti sbagliati, le versioni senza senso, che però se lette nel modo giusto il senso ce l’avevano eccome, ci ha condotti finalmente al liceo. Inutile negare come tutto cambi. Per prima cosa le rampe di scale diminuiscono. Il libro di inglese è interamente scritto in inglese. Geografia è soppiantata da filosofia. Lo studio è più interessante, utile e ogni piccolo sacrificio fatto per memorizzare le grammatiche greca e latina dà a poco a poco i suoi frutti. Ma non voglio stare qui a parlare di come gli studi condotti in questi cinque anni mi abbiano aperto la mente e di come, da brava studentessa del classico, mi facciano sentire orgogliosamente parte di quell’elitè di intellettuali che stanno lentamente scomparendo. Voglio invece dire di come il Liceo mi abbia fatto capire che in realtà la scuola non sono i freddi libri che si hanno davanti quanto le persone che si incontrano sul proprio cammino e dopo due anni di rapporti ci si comincia forse a rendere conto davvero di ciò. I professori nuovi si trovano davanti a persone più mature di quelle matricole intimorite e altri, >> Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 23 L'Addio dei maturandi O gni giorno è stato diverso in questi cinque anni, ogni giorno si sono susseguite prove su prove, a livello didattico e di rapporti con i compagni. Compagni... Un bel modo di definirli, perchè questo sono stati: mi hanno accompagnato quotidianamente in un viaggio che a volte si è dimostrato a difficile, ma da cui esco più combattiva, cresciuta e consapevole che mi mancherà. Ancora non riesco a credere che sia "finita", questa che per me rappresentava una sicurezza, un punto fermo, rispetto all'ignoto che mi aspetta. Ma è giusto così. E' bello così. Mi mancherà la succursale del Pilo, il bar di via Farini, e quel caffè e quella sigaretta fumata tra un ripasso della lezione e tante tante risate- Grazie al Pilo che mi ha dato la possibilità di fare viaggi meravigliosi: in Grecia, in Svezia, ad Istanbul, a San Pietroburgo; che mi ha fatto assistere a stupendi spettacoli a teatro, a lezioni interessanti ma anche a molte lezioni soporifere; e cosa P enso che una classe come il III E non ci sia mai stata all'Albertelli; non è un'affermazione esagerata, ma il risultato di un percorso durato cinque anni. E' difficile parlare della mia classe, che non è mai stata "tradizionale". Dal quarto ginnasio, da quella porta sono entrati (e in molti casi anche usciti) una miriade di compagni e professori che nessun altro abbia mai avuto. Il continuo cambiamento, in un primo momento, ci ha indeboliti, ma, arrivati a un mese dai fatidici esami, siamo diventati davvero una forza! E' come se in tutti questi anni, alunno dopo alunno, professore dopo professore, noi fossimo stati un gruppo in evoluzione, che non aveva una forma definita ma che invece adesso è più potente che mai! Ora sì che sembriamo una classe a tutti gli effetti... Dopo essere stati "orfani" di qualche professore, adesso non ci possiamo proprio lamentare; con i nostri attuali docenti si è instaurato un bel rapporto e tutto ciò è il frutto di anni e anni diespe- più importante mi ha fatto conoscere tante persone, tutte diverse... E le più belle sono diventate i miei amici, che spero continueranno ad accompagnarmi nel futuro. In bocca al lupo a tutti gli albertelliani per questa fine di anno scolastico... Soprattutto ai maturandi come me! Ciao, Pilo. rienza. Ma i veri atleti di questa lunga ed intensìa maratona sono loro: i miei carissimi compagni!!! Anche il rapporto tra di noi è sbocciato lentamente, ma ora la nostra unione e la nostra sintonia sono davvero invincibili! Mi mancheranno tantissimo le risate e i "disegnini" di Mauro, le battute "doppio senso" di Fabrizia, gli adorabili scherzi di Luca alias Ceres, l'eleganza di Francesca, la solarità di Irene, l'estrema gentilezza di Domitilla (scusami per tutte le gomme che ti ho scroccato), il caratterino di Beatrice, la parlantina di Giulia P. Ma mi mancheranno anche le entrate a qualsiasi ora di Eddy, le chiacchierate in bagno con Angela, l'ironia di Giorgia, l'intelligenza di Cecilia... Una cosa che mi mancherà moltissimo sarà girarmi e vedere Luisa e Livia che mangiano i Pavesini in qualsiasi momento, non importa che stiano sostenendo un'interrogazione o una simulazione di terza prova, loro mangiano comunque i loro Pavesini, è una certezza! Mi mancherà vedere Marco N. entrare ogni santo giorno con il foglietto del ritardo in mano anche quando arriva puntuale, mi mancherà infondere ansia a Giulia L. prima di un'interrogazione, mi mancherà vedere il cestino pieno di bicchieri di caffè bevuti da Giampaolo (da quando c'è lui a scuola la macchinetta del caffè è una miniera d'oro), mi mancherà chiedere: "Sai tutto?" a Niccolò, mi mancheranno i "bulli" dell'ultimo banco Gabriele e Marco S., mi mancherà vedere Celine prendere appunti anche quando la classe è in delirio, e soprattutto mi mancherà la mia quinquiennale compagna di banco Laura, che mi ha sopportato e supportato per tutto questo tempo. E naturalmente mi mancheranno anche loro, i professori! Mi mancherà proprio tutto di questa classe così speciale; manca solo un piccolo passo per tagliare il traguardo e concludere finalmente la nostra corsa: l'esame di maturità. In bocca al lupo a tutte le terze dell'Albertelli, e naturalmente, al III E! Maggio/Giugno 2011 24 Anno IV - Numero 5 L'Addio dei maturandi O rmai siamo agli sgoccioli, poche settimane ancora e tutto sarà finito. La paura per gli esami, le “note di classe”, i ritardi, le giustificazioni, saranno quasi un vago ricordo. Certo, questa è solo una magra consolazione, perché ciò che verrà dopo sarà molto più duro. Il liceo è soltanto l’inizio di un lungo processo di studio e di formazione che caratterizzerà tutta la nostra vita. Però, se ci ripenso, questi cinque anni sembrano davvero volati via: solo quando le cose giungono al termine ne assumi piena coscienza, non quando le vivi. Questi anni non sono stati soltanto un periodo di studio e apprendimento, sono anche serviti a farci crescere, ad insegnarci giusti valori, a renderci più responsabili, a prepararci a diventare maturi. L’esame appunto è la prova per vedere se, avendo imparato a dipendere sempre meno dagli altri, siamo in grado di muoverci da soli. Il liceo però è IL liceo; sono i diciotto anni, sono i compagni veri quelli che non scorderai mai, sono le persone che incontri lì per la prima volta e con le quali forse legherai per il resto della tua vita, sono le “cotte”, il campo scuola. Forse l’addio al liceo è difficile da accettare e da credere perché inizi a renderti conto che ora dovrai andare avanti con le tue gambe, dovrai cavartela da solo, ormai sei un adulto, una parola ancora forse troppo grande per noi. Detto ciò, credo proprio che lascerò con malinconia questa scuola, soprattutto perché ho avuto la fortuna di trovare una classe davvero unita e di conoscere persone fantastiche! I l liceo è un’esperienza fantastica: cinque anni passati dentro la stessa scuola, e quando esci non sei più la stessa persona che è entrata. Sono stato contento di essermi iscritto all’Albertelli, perché anche se all’inizio non ne ero convinto a causa della lontananza da casa, ho capito che è stata proprio la scuola che ha fatto per me, e dove ho incontrato compagni che – ne sono sicuro – mi staranno vicini per il resto della vita. Non dimenticherò mai le prime parole che la professoressa Ciacciarelli rivolse a noi quattordicenni impauriti: “Questa non è una scuola, questa è una caserma”. Potete immaginare le nostre reazioni. Come non dimenticherò mai che quel canguro nel corridoio degli animali imbalsamati: quando sono arrivato aveva ancora l’orecchio al suo posto – penzolante, certo, ma almeno non a terra. Dopo innumerevoli interrogazioni di grammatica, compiti in classe e un viaggio di istruzione in Sicilia, eccoci approdare al liceo, che sembrava a tutti un mondo nuovo… anche se in realtà non ci siamo mai spostati dal piano del ginnasio! La classe originaria ormai era dimezzata, ma l’arrivo di nuovi compagni non ha fatto altro che rendermi felice; mentre le persone si aggiungevano alla nostra classe, il tempo passava, e in un batter di ciglio ci siamo ritrovati in terzo liceo, pronti (?) a sostenere quello che probabilmente sarà uno deglie esami più importanti della nostra vita. E’ inutile mentire: quest’esame mi spaventa e in fondo sono felice e anche un po’ malinconico al pensiero che presto la mia esperienza al Pilo Albertelli volgerà al termine; dovrò lasciare questi corridoi che mi hanno aiutato a crescere, proiettandomi in un mondo che mi è parso sempre infinitamente lontano e che, invece, si fa sempre più vicino. Maggio/Giugno 2011 quiz patriottico Ausonia, Esperia, Enotria… con questi nomi, che probabilmente non vi dicono nulla, era conosciuta L’Italia dagli antichi; eppure, sicuramente non vi risulterà nuovo l’epiteto con cui gli antichi coloni greci denominavano il Bel Paese… definizioni 1) Fu federalista prima che si realizzasse l’Unità d’Italia. 2) Nome del secondo Re italiano. 3) L’ultima acclamata apparizione pubblica del Duce (luogo). 4) Fu una delle tre capitali. 5) Dove sbarcarono i 300 (non quelli di Leonida!!!). 6) Movimento politico fondamentale sia per la conquista dell’indipendenza sia per la Resistenza. 7) Primo Presidente della Repubblica. 8) “Mormorava calmo e placido al passaggio/Dei fanti il giorno 24 Maggio.” 25 Anno IV - Numero 5 Un saluto ai redattori che ci lasceranno... C ari lettori di Ondanomala, articolisti occasionali o ferventi collaboratori, studenti o professori, albertelliani nuovi e “stagionati”, un altro anno è prossimo alla fine, tra compiti in classe e interrogazioni e si sente ormai aria di vacanza, dopo questi circa nove mesi passati, pur con qualche interruzione, dentro la nostra ultracentenaria scuola. In questo lungo lasso di tempo noi della redazione, senza dimenticare il prezioso contributo dei vari reporter che hanno fatto pervenire i loro pezzi al giornalino, abbiamo cercato di valorizzare al meglio i lavori di tutti, scusandoci per eventuali imprecisioni o mancate pubblicazioni, sperando di regalare una felice giornata ai nostri compagni almeno una volta ogni due mesi. Come alla fine di un bel libro dunque, un volume ideale che raccolga tutte le riflessioni e i colpi di genio di quest’anno, è arrivato il momento di dedicare qualche pagina ai ringraziamenti, dovuti riconoscimenti alle persone più o meno straordinarie che ne hanno reso possibile la pubblicazione e che, purtroppo, non potranno più sostenere il nostro giornale, giunti come sono alla fine della loro permanenza all’Albertelli. Grazie quindi al nostro Paolo Marzioli che, fino a pochi numeri fa, era l’inappuntabile impaginatore di OndanomalA, sempre efficiente e pignolo al punto giusto, costretto poi, per cause di forza maggiore, a lasciare l’attività e dedicarsi allo studio a tempo pieno; grazie poi anche a Lorenzo Raffio, anche lui membro del III C, al quale la scuola deve il suo nuovo, elegante sito e voi lettori la mail del giornalino alla quale inviate i vostri articoli. Nella sezione D è infine da ringraziare l’impegno e la passione di Giuliano Toshiro Yajima , sempre pronto a colmare gli occasionali “buchi” nel numero successivo con un nuovo, appassionante articolo da aggiungere a quelli puntualmente inviati. Grazie a tutti, ragazzi, e in bocca al lupo! Maggio/Giugno 2011 26 Anno IV - Numero 5 Di catene carboniose è fatto il mondo Di catene carboniose è fatto il mondo, si muovono, cambiano, sono sempre le stesse. Quello che mi appartenne ora Ti appartiene. Quello che a te apparteneva ora lo posseggo. Ora sono aria. Sono anidride. La foglia mi trasforma. Torno mio, torno tuo. In un ciclo infinito. Eternità Non cementarti nelle tenebre della tua stanza: dalle compresse ferite della serranda sta filtrando l'Eternità... ...che danzi la tua mano nel carosello delle strade... Sudati Sudoku Direttrice: Cecilia Lugi - II B Impaginazione e grafica: Cecilia Lugi - II B Sito Web: Lorenzo Raffio - III C Redazione: Ilaria Catanzaro - I E Giorgio Colletti - II F Davide Galeotti - V A Andreas Iacarella - II D Paolo Marzioli - III C Gianmarco Perrone - II A Marcello Pieri - II B Lorenzo Raffio - III C Claudia Severa - I E Flavia Tiburzi - II B Valeria Tiburzi - I C Toshiro Yajima - II D Hanno collaborato: Vanessa Baglioni Flavia Berardi - III B Michele Bianchi - III A Paolo Bianchi - I A Federico Costantini - III F Giulio Francisci - I E Caterina Gatta - I C Arianna Gulino - III E Adriano Mamone - IV A Gianluca Murano - II B Giulia Parenti - V B Francesca Pasqualone - I B Maurizio Renda - III F Isabella Tristano - III A Arianna Turchini - V E Nova Express Ragazze del III D Maggio/Giugno 2011 Anno IV - Numero 5 27 Nel Pilo Albertelli Fiaba Nel liceo Pilo Albertelli un tale tormentava i bidelli, l'anonimo importunatore era in realtà un professore che con la storia e la filosofia portava i suoi studenti alla follia. a. Tra urla e risate diceva una marea di str****te e gli alunni dell'aula accanto di lui odiavano il canto. Con le sue eccentriche storielle provocava riso a crepapelle. Nonostante l'invadenza era apprezzata la sua presenza. E' inutile provare a recriminare, se lui è convinto di una cosa non c'è un ca**o da fare. Tuttavia a scuola è il migliore, è il Valente, "Buon giorno professore!!!" Mi guardo allo specchio e dico... Errori… quanti errori… Un passato di corruzione, malvagità e di oscurità… Oggi non si direbbe. Sei cresciuto prima… a 15 anni ne avevi 30 e adesso… Ti avvicini alla frontiera della verità… e sai che hai mentito a te stesso da sempre. Sei sporco. Pena o disgusto? Cosa dovremmo provare vedendoti in questo stato… Ora che cerchi te stesso? Sai che è troppo tardi… vuoi vivere ciò che non hai vissuto quando potevi… Quando era il tempo giusto… Sei come ti disse una tua cara amica… Un romantico folle che combatte i mulini a vento… Il tempo degli amori cortesi è finito come anche quello degli amori spontanei… Ora sei nel futuro dominato dai giovani del buio… dove si vive e si ama per mera necessità e mai per davvero… e si odia per sfizio senza esclusione di colpi. … che parte avrai in questo futuro? ... C ’era una volta, tanto tempo fa, in un regno molto lontano un saggio sovrano che governando una terra in tumulto riuscì a riportarvi la pace. Ogni angolo di quel lontano reame iniziò a rifiorire di un nuovo splendore. Le arti rinacquero e la terrà fu talmente tanto feconda che in ogni dove fiorivano alberi da frutto e nascevano nuovi germogli. I fiumi, brillanti, portarono un’acqua che mai era stata così limpida e splendente. Tuttavia, in quel regno, che sotto quell’illuminato sovrano aveva conosciuto la pace, un nemico insidioso incominciò ad avvelenare il cuore degli uomini. Resi schiavi della stessa abbondanza ognuno incominciò a desiderare per sè il maggior numero di ricchezze possibili. Le persone diventarono avide. Alla morte dell’illuminato regnante tutto il mondo cadde in una profonda crisi, la natura stessa venne contaminata da quell’orrida piaga che affliggeva gli animi di tutti gli uomini. Essa smise di dare frutti. La peste e ogni tipo di malattia conosciuta e non dilagarono in ogni dove. Il mondo che tanto roseo era diventato era di nuovo caduto in disgrazia, ma questa volta nessuno sarebbe stato in grado di fermare questa parabola discente perché troppo impegnato a salvare il salvabile e ad accumulare l’accumulabile. Ondanomala cerca sponsor ed è interessata a offrire spazi pubblicitari! Sosteneteci anche voi! Ricordatevi di mandare i vostri lavori alla nostra e-mail OndanomalA WANTS YOU! Liber Il dark side del giornale del Pilo Albertelli di Roma mente Frizzi, lazzi, poesie da ridere, comicità da piangere. Apparenti scemenze, latenti genialità: liberate la mente! ipse dixit Maieutica - Il duro mestiere dell'ostetrica Prof.ssa R. esasperata: "Socrate era un dilettante in confronto a me. Quest'interrogazione è divantata un parto plurigemellare!" storia e filosofia CON NONCICLOPEDIA Stessa Prof.ssa : "Capito? Voi dovete studiare Storia anche perchè pure i monumenti vi infinocchiano!" Il Rigorismo Kantiano. Critica della Ragion Pratica Prof.ssa R: Cosa intendiamo per rigore morale? Defla (dalle retrovie): "Er cucchiaio, prof!" Prof.ssa R : =.=' ... errata corrige Ci scusiamo con i lettori per una mancanza nel numero precedente. Nell'articolo di Andreas Iacarella in memoria dei personaggi dimenticati del Risorgimento è stato omesso il nome di Cristina Trivulzio, scrittrice e patriota (1808-1871). L'addio dei maturandi (Idioti delle pubblicità nel loro grande contributo al pensiero kantiano) (Nintendaro su Enrico VIII) (I cinesi che lo stavano aspettando) (Raffaello si pavoneggia vantando conoscenze importanti) pagg 24-20 (Dante dopo Fiorentina - Juve 3 - 0) (George W. Bush a Virgilio conclusa la lettura delle "Georgiche