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Numero ottantotto – Giugno 2013
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Mensile di cultura e conversazione civile diretto da Salvatore Veca
Direttore responsabile Sisto Capra
STORIE PAVESI / GLI ARTIGIANELLI
D IALOGO
Due settimane fa il
vecchio Socrate è
stato invitato a un dialogo. Gli hanno detto
che avrebbe dovuto
discutere del rapporto
fra cittadinanza democratica e ruolo della ricerca e della formazione universitaria.
Come al solito, il Sileno aveva tergiversato
un po’, ma alla fine si
è arreso e ha accettato. Dopo tutto, Atene
e l’Accademia erano
temi del suo repertorio, anche se aveva
avuto un bel po’ di
problemi sia con la
polis sia con le pratiche della educazione
superiore, ai suoi
tempi. Il suo interlocutore era un grande sapiente indiano, il premio Nobel 1998 Amartya Sen,
una delle figure torreggianti nel paesaggio intellettuale contemporaneo. Il vecchio Socrate
era incuriosito e il fatto
che il dialogo era promosso dalla Fondazione
Campus di Lucca, cui
sono molto affezionato,
e avrebbe avuto luogo
nella bella sala del Conservatorio Boccherini,
con l’accompagnamento
di musiche sapienti, alla
fine l’aveva proprio convinto. Il Sileno e il Nobel
hanno discusso a lungo
a appassionatamente.
E, fra i molti punti in discussione, ce n’è uno
che ha colpito la platea.
Se ho capito bene, la
faccenda è questa: si
sta consolidando qua e
là per il mondo l’idea
che la formazione uni-
CON
A MARTYA S EN
di SALVATORE VECA
Ragazzi
e mestieri
all’Istituto
Pavoniano
Pier Vittorio Chierico e Lucia Resegotti
DA PAGINA 2 A PAGINA 5
versitaria debba essere
incentrata sulla produzione e sulla trasmissione di sapere utile, preferibilmente di breve termine. Il sapere utile è grosso modo un repertorio di
tecniche e arti miranti al
problem solving. È un
repertorio ricco e variegato di mezzi e di tecnologie che promettano di
risolvere i problemi che
socialmente sono classificati come rilevanti. Il
sapere utile ha, in questo senso, un benefico
impatto sociale e occupa
tutto lo spazio della formazione di persone
competenti e attrezzate
nel maneggio di metodi
e strumenti teorici e tecnologici che promettano,
appunto, la soluzione
dei problemi. Va bene,
ma è tutto qui? ha chiesto a un certo punto il
Sileno al suo appassionato e autorevole inter-
della letteratura e
AMARTYA SEN.
dell’interpretazione
NELLA FOTO PICCOLA: di un enorme e vaIL CONFRONTO
riegato repertorio di
DEL NOBEL
testi, icone e monuCON SALVATORE VEmenti. Insomma, un
CA A LUCCA
grande palinsesto
che induca persone
con la mente aperta
a making sense of
humanity. Il vecchio
Socrate ha acchiappato la palla al balzo
e si è chiesto se per
caso, usando il gerlocutore. Non ti sembra
go di noi contemporanei,
che manchi qualcosa
i saperi delle cose umaper formare cittadini e
ne non abbiano anche
cittadine mature e reloro il loro specifico imsponsabili?
patto sociale. E,
Amartya Sen ha ricornell’attesa ormai calda
dato le grandi esperiendel Simposio, il Sileno
ze e istituzioni orientali
ha tessuto un eloquente
dell’educazione superio- elogio della ghirlanda
re che hanno preceduto, luminosa di tutti i saperi,
nei tempi alle nostre
utili e inutili, che si inspalle, la gloriosa avven- contrano e si intersecatura nel nostro Medio
no, si interrogano, si
Evo delle Università euprendono l’un l’altro sul
ropee. E ha lasciato inserio, nell’avventura mai
travvedere il ruolo che
finita della conoscenza e
può e deve avere una
dei suoi tortuosi percorformazione che lasci
si. Un’avventura che dospazio ad altro tipo di
vrebbe coinvolgere i citsaperi. Saperi, per così
tadini del mondo. Il diadire, inutili, che risponlogo col grande Sen era
dono a domande a profinito, ma Socrate ormai
posito di chi noi siamo e
non lo fermava più nescome siamo divenuti chi
suno. Lo hanno praticasiamo nel tempo. Domente portato via alletmande che chiamano in
tandolo con un buon
causa i saperi della stoverre de vin. In fondo, si
ria e della filosofia,
è detto il Sileno, in vino
dell’arte e delle culture,
veritas.
la Feltrinelli a Pavia,
in via XX Settembre 21.
Orari:
Lunedì - sabato 9:00-19:30
Domenica 10:00-13:00 / 15:30-19:30
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Adalberto
Piazzoli
ALLE PAGINE
6-7
Elogio
delle donne
birmane
FONDAZIONE
SARTIRANA
ARTE
Arte pavese
alla
Farnesina
***
AUNG SAN SUU KYI
Marta Ghezzi
A PAGINA 8
R come
Roberta
GIORGIO FORNI
PAGINE 9-10-11
Numero ottantotto - Giugno 2013
Pagina 2
GLI ARTIGIANELLI
STORIE PAVESI
La gloriosa storia
dell’Istituto Pavoniano
Artigianelli di Pavia
(1892-1967) raccontata
da Pier Vittorio Chierico
e Paola Resegotti
Un volume edito dalla
Pime. Le vicende della
Associazione. Fondata
a Brescia a metà ‘800
la Congregazione
dei Figli di Maria
DAL DESIDERIO DI MONS. AGOSTINO RIBOLDI ALL’OPERA DEI PAVONIANI
di PIER VITTORIO CHIERICO
per dotare l’Istituto delle
prime infrastrutture. A
seguito di un intenso
scambio epistolare fra il
vescovo di Pavia e p.
Luigi Redaelli, Ministro
generale della Congregazione, fu affittato un
immobile in vicolo San
Gregorio che poi fu acquistato il 25 maggio
1892. Nelle memorie
della Casa si può leggere che fu fr. Antonio Riva, in qualità di cuciniere, a mettere piede per
primo in quello che poi
sarebbe
divenuto
l’Istituto Artigianelli di
Pavia, seguito da fr. Giuseppe Passoni con il
compito
di
curare
l’ortaglia.
Nella
seconda metà
dell’Ottocento la Congregazione dei Figli di
Maria, fondata a Brescia
dal canonico Lodovico
Pavoni, consolidò la sua
presenza sul territorio
con l’apertura di alcuni
istituti, che avevano come obiettivo la diffusione
dell’istruzione professionale attraverso scuole di
arti e mestieri. In Trentino e nel milanese il nome ufficiale della Congregazione veniva abitualmente sostituito con
un altro, vero e affettuoso al tempo stesso: Artigianelli, i piccoli artigiani
assistiti dai Figli di Maria. La fondazione della
Casa di Pavia è strettamente legata a un altro
Istituto pavoniano, quello di Ala, località
dell’allora Trentino austriaco. La «Casa del
miracolo», perché aperta dopo gli eventi bellici
della tragica Terza
Guerra d’Indipendenza,
fu inaugurata nel 1869
con l’annessa tipografia,
grazie ad un decreto del
governo austriaco che
accordava il permesso
di esercizio della stamperia; vi era anche un
piccolo convitto per
l’accoglienza
e
l’assistenza degli alunni
bisognosi.
Dopo
una ventina di
anni le prospettive di
All’inizio
lavoro diminuirono sempre di più e così cominciò a delinearsi l’idea
della chiusura della Casa di Ala, eventualità
che si concretizzò nel
1895 con la vendita dei
fabbricati. Nel frattempo,
già dal 1892, le macchine della tipografia furono
trasferite con tempestività presso il primo nucleo
di ciò che poi sarebbe
diventato l’Istituto Artigianelli di Pavia.
Tutto questo fu possibile grazie al cardinale
Agostino Gaetano Riboldi, che portò a Pavia i
Figli di Maria Immacolata, ovvero i Pavoniani.
Agostino Riboldi conosceva l’opera dei pavoniani sin dal tempo in cui
aveva insegnato nel Seminario di Monza, città
che ospitava la sede
generalizia della Congregazione dei Figli di
Maria Immacolata e un
Istituto Artigianelli, ove
l’allora giovane sacerdote si recava spesso, apprezzandone l’opera silenziosa e caritatevole.
Nominato vescovo di
Pavia nel 1877, mons.
Agostino Riboldi, fedele
al ricordo dell’opera pastorale dei pavoniani nei
confronti della gioventù
orfana e derelitta, iniziò
subito le pratiche affinché fosse aperto un Istituto degli Artigianelli anche a Pavia. Fece più
volte pressione sul Superiore generale p. Salvatore Zappa per ottenere che gli Artigianelli di
Monza si stabilissero
nella nostra città. Tale
richiesta all’inizio non
ebbe riscontro positivo,
ma per niente scoraggiato il presule insistette
sino a quando non vide
realizzato il suo sogno.
Tra
la fine del 1891 e
l’inizio del 1892 furono
intraprese tutte le azioni
Il giornale di Socrate al caffè
Direttore Salvatore Veca
Direttore responsabile Sisto Capra
Editore: Associazione “Il giornale di Socrate al caffè”
(iscritta nel Registro Provinciale di Pavia delle Associazioni senza scopo di lucro, sezione culturale)
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Antonio Sacchi, Dario Scotti.
Autorizzazione Tribunale di Pavia n. 576B del Registro delle Stampe Periodiche in data 12 dicembre 2002
Ecco dove viene distribuito gratuitamente
“Il giornale di Socrate al caffè”
di luglio il superiore dei Padri pavoniani giunse a Pavia per
presentare al vescovo il
rettore dell’Istituto, p.
Giuseppe Peverelli. In
tale occasione mons.
Riboldi fece la proposta
di accogliere il primo
alunno di Pavia, Luigi
Montanari di 11 anni, il
cui padre era morto tragicamente in un incendio: ai sette ragazzi
giunti dalla Casa di Ala
si univa così il piccolo
pavese. Non era trascorso neanche un mese
dagli eventi quando il
vescovo di Pavia fece
un atto coraggioso affidando agli Artigianelli la
(Continua a pagina 3)
Numero ottantotto - Giugno 2013
Pagina 3
GLI ARTIGIANELLI
(Continua da pagina 2)
stampa del bisettimanale cattolico “Il Ticino” con
lo scopo principale di
ridurre i costi di produzione. L’uscita del primo
numero del giornale cattolico, stampato sino ad
allora dallo Stabilimento
tipografico Successori
Bizzoni, risaliva al 14
novembre 1891: nemmeno un anno era trascorso dal cambio di
rotta. Il numero 77 del
giornale “Il Ticino”, stampato per la prima volta
dalla tipografia del Privato Istituto Artigianelli,
venne pubblicato il 3
agosto 1892.
addetto alla conduzione
delle
officine
e
all’educazione dei giovani, mentre ai Religiosi
sacerdoti spettava anche la direzione spirituale, disciplinare e ammini-
STORIE PAVESI
vita collegiale era cadenzata da azioni e
comportamenti, con orari ben definiti, attraverso
i quali si sviluppava la
strategia di crescita dei
ragazzi. Ogni momento
Per
volontà dei Pavoniani i maestri e gli educatori dell’Istituto erano
religiosi, perché solo
così si pensava di trasmettere ai ragazzi valori e principi tali da consentire scelte responsabili e rispettose, valida
garanzia per il futuro. La
Congregazione dei Figli
di Maria Immacolata ancora oggi è composta da
due ordini di fratelli: i
Sacerdoti e i Laici professi (Fratelli), posti sullo
stesso
piano
d’importanza, ma con
mansioni diversificate.
Nella Casa di Pavia il
Fratello coadiutore era
funzionanti presso la Casa di Pavia primeggiò
sempre la tipografia con
annessa legatoria; dotata
di mezzi adeguati e attrezzature moderne, comprendeva la composizione
NELLA FOTO GRANDE DELL’ALTRA PAGINA:
PIER VITTORIO CHIERICO E PAOLA RESEGOTTI, AUTORI DEL VOLUME
“L’ISTITUTO PAVONIANO ARTIGIANELLI DI PAVIA (1892-1967) STORIE DI RAGAZZI E DI MESTIERI”.
IN QUESTA PAGINA, IMMAGINI PROVENIENTI DALL’ARCHIVIO DEI FIGLI
DI MARIA IMMACOLATA DI TRADATE,
TRATTE DAL LIBRO CURATO DA CHIERICO E RESEGOTTI.
IN ALTO A SINISTRA:
LABORATORIO DI FALEGNAMERIA, ANNI TRENTA;
IN ALTO A DESTRA: REPARTO STAMPERIA, ANNI TRENTA;
QUI A SINISTRA: LABORATORIO DI SARTORIA, ANNI TRENTA.
Dopo p. Peverelli e Luigi Montanari, rispettivamente primo rettore e
primo allievo pavese
dell’Istituto Artigianelli,
per settantacinque anni
si sono ininterrottamente
susseguiti educatori e
ragazzi che hanno dato
vita nella nostra città,
anno dopo anno, a una
splendida esperienza
umana di cui probabilmente le nuove generazioni conoscono poco o
nulla.
na e, al termine, ricreazione; ore 20.45 - Studio; ore 21.15 - Camerata, orazioni, pulizia, notte. Ai ragazzi che frequentavano l’Istituto venivano insegnati i principi
strativa dell’Istituto.
Scopo dell’Istituto pavoniano era dare ricovero
ai fanciulli disagiati e
bisognosi, istruendoli
nell’apprendimento delle
arti. Ai minori, che avevano alle spalle una situazione di forte disagio
sociale e di abbandono
familiare, veniva offerta
l’intera pensione, nello
stile educativo e formativo proprio del fondatore.
Al momento del loro ingresso negli Istituti pavoniani, i ragazzi dovevano avere un’età non
inferiore agli otto anni,
anche se questo limite
veniva spesso trascurato per meglio rispondere
alle situazioni di precarietà dei richiedenti. I
termini di età previsti dal
regolamento erano raramente rispettati non solo
per il limite inferiore, ma
anche per quello superiore. L’età di uscita era
fissata al 18° anno. La
era soppesato e valutato
in modo autonomo e
non venivano mai ignorati cedimenti, così come non mancavano mai
lo
sprone
e
l’incitamento. Il fine ultimo era aiutare gli adolescenti a diventare uomini capaci di autodifendersi, in una società che
nulla concedeva, sia nel
mondo del lavoro, che in
quello sociale. La giornata veniva suddivisa in
tre momenti fondamentali: camerata, scuola,
officina. L’orario era così
determinato: ore 6.30 Sveglia, segno della croce, pulizia personale,
orazioni; ore 7.00 - S.
Messa e, al termine, colazione; ore 8.00 - Studio; ore 8.45 - Officina;
ore 12.00 - Pranzo e, al
termine, ricreazione; ore
13.45 - Officina; ore
16.00 - Merenda e ricreazione; ore 16.30 Scuola; ore 19.15 - S.
Rosario; ore 19.30 - Ce-
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Perito della Camera di Commercio di Pavia dal 1988 C.T.U. del Tribunale di Pavia
 Perizie in arte e antiquariato
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fondamentali del messaggio pavoniano, quelle Regole che dovevano essere
rispettate dall’alunno nei
vari momenti della formazione. Si era in collegio
principalmente per attendere alla propria formazione spirituale e morale,
ma anche per istruirsi
nella scuola e nell’arte
scelta. La secondarietà
della formazione scolastica e professionale era
peculiare e propositiva
della scuola pavoniana
nei confronti delle altre.
L’attività nelle cinque officine (tipografia-legatoria,
falegnameria, sartoria,
calzoleria e meccanica)
era guidata dai religiosi
che, in un secondo momento, furono coadiuvati
da esperti operai regolarmente assunti. Le officine
non solo costituivano un
valido strumento educativo, ma rappresentavano
la principale forma di autofinanziamento
dell’Istituto. Tra le officine
a mano, la composizione
meccanica (con la linotype), la stamperia. I Maestri possedevano un ricco
bagaglio didattico e metodologico che in pochi anni
portò il laboratorio a essere considerato tra i migliori di Pavia. Raggiunse subito un tale grado di perfezione da congedare, in
ogni periodo considerato,
numerosi e validi operai.
La tipografia era in grado
di eseguire qualsiasi lavoro di stampato ordinario e
di lusso, ma si era anche
specializzata in lavori editoriali e commerciali. Tra i
maggiori
pregi
dell’officina la puntualità
e i prezzi modici.
Con
il trascorrere del
tempo i fabbricati della
Casa di Pavia invecchiarono a dispetto della dedizione caritativa e la
passione educativa offerta dai Religiosi pavoniani. Negli anni Sessanta la Congregazione
dei Figli di Maria Imma-
colata affrontò le nuove
sfide dei tempi, ma alla
Casa di Pavia, in particolare,
occorrevano
nuove strategie e adattamenti per sopravvivere
di fronte alle esigenze
educative dell’epoca.
Era un tardo pomeriggio
dell’agosto 1966 quando
il Superiore generale
della Congregazione
convocò nel suo studio
p. Silvio Menghini: «Vai
all’Istituto di Pavia e vedi
di chiudere alla meglio:
è la volontà del recente
capitolo generale. Così
com’è non può continuare, ne va di mezzo il
buon nome della Congregazione e degli stessi
alunni: la decisione può
dispiacere ma non ce ne
sono altre». Padre Menghini giunse a Pavia la
mattina del 15 settembre
1966 e in meno di un
anno, non senza polemiche, sbrigò il compito
assegnatogli. Il mattino
del 13 luglio 1967 p. Silvio Menghini, ultimo rettore della Casa di Pavia,
si chiudeva alle spalle
con un rumore sinistro il
pesante
portone
dell’Istituto e i suoi 75
anni di storia. Nelle sue
parole risuona l’eco del
rimpianto:
Nell’attraversare il ponte
sul Ticino, abbassai
il finestrino e gettai
le chiavi in fiume:
una protesta? No,
ma un affido, pensando
che il fiume
potesse essere il luogo
più adatto
per conservare i ricordi
che mi si affollavano
in mente e nel cuore.
Addio, amata Pavia,
addio!
Pier Vittorio Chierico
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Numero ottantotto - Giugno 2013
GLI ARTIGIANELLI
STORIE PAVESI
di PAOLA RESEGOTTI
Tra le numerose pubblicazioni riguardanti gli
edifici storici di Pavia
merita di essere recensito il volume L’Istituto Pavoniano Artigianelli di
Pavia (1892-1967). Storie di ragazzi e di mestieri, scritto da Pier Vittorio Chierico e Paola
Resegotti, docenti della
scuola media “Leonardo
da Vinci” e presentato
sabato 18 maggio presso la scuola, che ora
occupa l’edificio già se-
de degli Artigianelli. Oltre a descriverne la storia e le caratteristiche
architettoniche, il libro
ripercorre le vicende
dell’Istituzione assistenziale pavese degli
“Artigianelli”, del suo
ruolo educativo e di avviamento alla professione, evidenziando un aspetto della storia di Pavia fondato sulla solidarietà e sul “fare il bene”.
Il volume è strutturato in
tre parti: i capitoli intro-
duttivi illustrano le vicende del monastero benedettino di San Gregorio,
le cui origini risalgono
all’ VIII secolo. La fondazione della chiesa e del
monastero si fanno risalire all’epoca longobarda
ad opera di Adelinda,
figlia di Burningo, influente nobiluomo alla corte di re Liutprando. Posta sotto il giuspatronato
delle monache del Senatore, che officiavano il
culto e alla cui badessa
spettava di diritto la nomina del rettore, la chiesa godeva diritti parrocchiali già a partire dal
XIII secolo. Nel 1317 era
presente una Confraternita secolare addetta al
pio ufficio di trasporto e
sepoltura dei morti poveri, poi soppressa alla
fine del XVIII secolo. Nel
1549 il benefattore cremonese Girolamo Pellizzari, protonotario apostolico al servizio del
duca di Milano Francesco II Sforza e cappellano del monastero benedettino del Senatore,
istituì un ricovero per le
fanciulle orfane e le convertite della città, alle
quali fece dono della
sua casa, situata nella
parrocchia di San Gregorio. Ebbero così origine due monasteri: quello
delle orfane di San Gregorio, che durò fino alla
soppressione napoleonica (1799) e quello delle
convertite di Santa Maria Maddalena (1785).
Una data significativa è
il 1565, quando la chiesa parrocchiale di San
Gregorio venne concessa alle orfane e da allora
l’antico oratorio comune
restò alle convertite. Una paratia di legno suddivideva le due parti: la
chiesa esterna, ove erano celebrate le Messe e
quella interna, riservata
alla preghiera delle monache e delle orfane.
L’opera nacque all’inizio
per le sole fanciulle orfane e solo più tardi le
persone addette alla loro cura cominciarono a
vestire l’abito religioso.
Le monache vivevano in
comune, non avevano a
disposizione celle particolari, osservavano il
silenzio in coro e a tavola, ascoltavano in refettorio la lettura di testi
spirituali. Le converse
uscivano dal monastero
a due a due per la questua. Accanto alle monache e sotto la loro cura vivevano le orfane.
Ognuna poteva scegliere se abbracciare la vita
monastica e consacrarsi
restando nel convento
oppure lasciare la casa
per la vita secolare. In
favore di queste ultime
la nobile famiglia pavese
Mezzabarba costituì una
dote di cinquanta scudi
d’oro.
Passato al Demanio, il
fabbricato fu venduto e
adibito a uso profano.
Tra il 1810 e il 1828 si
segnalano vari passaggi
di proprietà, finché nel
1828 il monastero venne
acquistato dalla famiglia
De Filippi.
Nel 1852 il complesso
ritornò alla sua primitiva
funzione grazie all’opera
di una donna intrepida
nell’impegno sociale, la
Beata Benedetta Cambiagio, fondatrice della
Congregazione delle
Benedettine della Provvidenza, che qui espresse la sua passione educativa come madre, guida e maestra. Il 3 giugno 1852 la Cambiagio
comprava per 15.000
lire milanesi il residuato
dell’antico monastero
cinquecentesco: una
casa con porticato, giardino e orto in vicolo San
Gregorio 422. Nascevano così le Benedettine di
San Gregorio. Madre
Benedetta si dedicò a
questa nuova opera con
fervore straordinario:
aprì una scuola gratuita
ove le figlie del popolo
ricevevano un’adeguata
istruzione, poi un educandato interno per le
fanciulle di condizione
civile, infine una sezione
per chi volesse consacrarsi al Signore. Morta
la Cambiagio nel 1858,
l’opera continuò grazie
all’eredità che il nobile
piemontese Dassi lasciò
al canonico Angelo Rossi.
(Continua a pagina 5)
Pagina 5
Numero ottantotto - Giugno 2013
GLI ARTIGIANELLI
STORIE PAVESI
IN QUESTE PAGINE, IMMAGINI PROVENIENTI DALL’ARCHIVIO DEI FIGLI DI MARIA IMMACOLATA DI TRADATE,
TRATTE DAL LIBRO CURATO DA CHIERICO E RESEGOTTI
NELLA PAGINA ACCANTO, IN ALTO A SINISTRA:
VEDUTA DELLA CAPPELLA DELL’ISTITUTO ARTIGIANELLI DI PAVIA NEGLI ANNI TRENTA;
IN ALTO A DESTRA: LA CAMERATA DEI MEZZANELLI, PRIMO PIANO DEL FABBRICATO LUNGO VIA FRATELLI
CREMONA, 1930; IN BASSO A DESTRA: LA DIVISA ESTIVA DELL’ISTITUTO
CON BASCO, SANDALI, MAGLIETTA AZZURRA E PANTALONI NERI, ANNI TRENTA.
QUI SOPRA: LA COMUNITÀ RELIGIOSA DELL’ISTITUTO ARTIGIANELLI NEL 1935. DA SX SEDUTI: fr. Fellini,
p. Brambilla, p. Zani, p. Marini, p. Gnudi, fr. Brioschi. IN SECONDA FILA: fr. Canavesi, fr. Colombo,
fr. Mariani. IN TERZA FILA: fr. Consonni, fr. Molina, fr. Boisio, fr. Polo, fr. Paolini. Fr. Della Betta.
IN QUARTA FILA: fr. Rossi, fr. Volpi, fr. Borzaga, fr. Ferrari, fr. Ducati, fr. Abram, fr. Paoli.
IN ALTO A DESTRA: ESIBIZIONE GINNICA NEGLI ANNI TRENTA. A DX IL PADIGLIONE SAN GIUSEPPE.
QUI A FIANCO: FOTO DI GRUPPO IN OCCASIONE DELLA CHIUSURA DELL’ANNO SCOLASTICO 1933/34.
PRIMA FILA DA SX: fr. Consonni, fr. Canavesi, fr. Fellini, p. Varisco, p. Zani, fr. Polo, fr. Boisio,
fr. Zanol. LATO SX DALL’ALTO: fr. Manfredini, fr. Fontana, fr. Frizzera, fr. Mariani, fr. Rossi,
fr. Brioschi. LATO DX DALL’ALTO: fr. Volpi, fr. Dallabetta, fr. Andreatta, fr. Paoli.
NELL’IMMAGINE ACCANTO AL TITOLO (ANCH’ESSA TRATTA DAL LIBRO DI CHIERICO E RESEGOTTI):
VIA FRATELLI CREMONA CON L’INGRESSO DELLA LIBRERIA DELL’ISTITUTO ARTIGIANELLI, 1927,
IN UNA CARTOLINA POSTALE DEL COLLEZIONISTA GIULIO ASSORBI.
(Continua da pagina 4)
Nel 1877 il nuovo vescovo di Pavia, mons.
Agostino Riboldi, pensò
di unire le suore della
Cambiagio alle suore
della venerabile Capitanio della Casa madre
milanese. Il 1°novembre
1883 le Gregoriane furono così ammesse al noviziato delle suore di carità e pronunciarono i
voti religiosi, ricevendo
dalle mani del Riboldi il
Crocefisso. Nel 1884 il
vescovo affidò la Pia
casa delle Derelitte alle
Figlie della Capitanio,
poiché l’opera stava attraversando un periodo
di decadenza e difficoltà
economiche. Divergenze di vedute e di metodi
mettevano le figlie di
Benedetta Cambiagio
nell’impossibilità di conservarla sulle tracce della fondatrice e, piuttosto
che venir meno alle materne tradizioni, preferirono lasciarne la direzione.
Nel 1888 la Casa di
San Gregorio venne
chiusa definitivamente e
le ultime religiose passarono tra le suore di
Maria Bambina in una
casetta attigua alla chiesa di San Giorgio
(attuale omonimo Istituto
di via Bernardino da Feltre). Ritornato di nuovo
libero, il fabbricato
dell’ex convento di San
Gregorio passò a privati
sino al 25 maggio 1892
allorché subentrarono gli
Artigianelli, sotto la direzione dei Padri pavoniani: in esso riprendeva e
continuava l’opera caritativa per la gioventù
maschile inaugurata da
Benedetta Cambiagio
per la gioventù femminile.
La seconda parte del
libro illustra le vicende
legate a 75 anni di presenza dei Religiosi pavoniani a Pavia, al ruolo
educativo e di formazione professionale svolto
dai Padri e dai Fratelli
della Congregazione,
fino agli avvenimenti che
portarono al passaggio
di proprietà del fabbricato dai Pavoniani al Comune di Pavia. I 75 anni
di vita dell’Istituto Artigianelli sono stati ricostruiti attraverso fonti
d’archivio per lo più inedite: la maggior parte
dei documenti e delle
immagini provengono
dall’archivio della Congregazione dei Figli di
Maria Immacolata Pavoniani di Tradate, ove è
confluito il materiale dopo la chiusura
dell’Istituto di Pavia.
La terza e ultima parte,
una corposa serie di
scritti e documenti di cui
molti pubblicati per la
prima volta, tratta argomenti vari: dalla storia
dell’associazione degli
ex allievi ancora attiva in
città a figure indimenticabili di Religiosi, ma
anche di laici e personaggi illustri in visita
all’Istituto. Altre pagine
sono dedicate alle ricorrenze e alle feste patronali, così come alle attività sportive, culturali e
ricreative che coinvolgevano periodicamente i
giovani allievi.
Ma l’Istituto era soprattutto una scuola e dunque ampio spazio viene
dedicato alle annuali
relazioni sull’andamento
didattico-disciplinare e
professionale degli allievi. Particolarmente curiosa e divertente la let-
tura delle osservazioni
mensili sugli alunni:
“L’alunno…X…
chiacchiera dappertutto,
sembra che abbia
lasciato il cervello
e tutto il buon senso
nelle più alte sfere
dei cieli ed è sincero
come l’acqua torbida”.
Il capitolo conclusivo del
libro è dedicato alla
scuola media “Leonardo
da Vinci”: significativi
due episodi che testimoniano il passaggio da
collegio religioso a istituto scolastico statale. Il
primo nel 1965, anno in
cui la scuola venne intitolata a Leonardo, con
la celebrazione del rito
della Santa Pasqua nella palestra della scuola
“Carducci”, che allora
ospitava la scuola media
in attesa del completamento dei lavori di ristrutturazione
dell’edificio. Il secondo
nell’aprile 1967: 150 alunni, accompagnati dal
preside Sturini e dal vescovo mons. Allorio, furono ricevuti in udienza
da papa Paolo VI a Roma, al quale recarono in
dono un camice ricamato e alcuni scritti.
Paola Resegotti
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Pagina 6
Quanto dura un decimilionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di mi
È appena il caso di osservare
che il nostro tema non è il tempo atmosferico, bensì il tempo
come dimensione temporale,
sotto il profilo fisico, filosofico,
biologico, psicologico. Insomma, non das Wetter, ma die
Zeit. Sotto qualunque profilo, il
tempo è da tutti, non solo da
poeti e letterati, considerato
enigmatico e sfuggente anche
se, dopo la relatività e lo spaziotempo, non si vede perché il
tempo debba intrigare, persino i
fisici, più dello spazio. Ma cos’è
il tempo? Forse nessuno lo sa,
nemmeno S. Agostino, che lo
confessò con la sua celebre
frase che suona più o meno
così: “Se nessuno me lo chiede
lo so, ma se me lo chiedete non
lo so più!”. Tentiamo ugualmente una definizione: “Il tempo è
quella cosa misurata da un orologio”, ma cos’è l’orologio?
“L’orologio è quella cosa che
misura il tempo”. Sembra uno
scherzo, ma non è proprio detto
che lo sia e fa il paio con la definizione di Fisica data da Fermi: “La Fisica è ciò che fanno i
fisici”. Peccato che, come vedremo, non è sempre un orologio a misurare il tempo. Intanto,
sarà bene ricordare che il primo
orologio meccanico da torre
installato a Parigi nel 1300 aveva una precisione di… 2 ore al
giorno (era molto meglio una
meridiana), un moderno buon
orologio di 1 secondo al giorno
e un orologio atomico 1 secondo ogni… miliardo di anni.
1
2
5
1 - SANT’AGOSTIN
2 - IL BIG B
35 - ALBERT EINSTEIN; 6 7 - OROLOGIO DEL 13
7
Il
grande fisico J. A. Wheeler
ebbe a scrivere: “Il tempo è un
espediente della natura per evitare che avvenga tutto in un
colpo” e Einstein, in una lettera
di condoglianze alla famiglia
per la morte del suo grande
amico Michele Besso, ebbe a
scrivere. “Egli mi ha preceduto
di un poco nel congedarsi da
questo strano mondo. Non significa niente. Per noi che crediamo nella Fisica la divisione
passato-presente-futuro ha solo
il valore di un’ostinata illusione”.
La lettera è datata 21 marzo
1955 e Einstein morirà venti
giorni dopo, il 18 aprile.
8
Ma, il tempo trascorre?
O siamo noi che … trascorriamo? A
che velocità trascorrerebbe? 1
secondo al secondo? Questa
non è una velocità, in nessun
senso. Forse il trascorrere del
tempo è solo un’illusione, o una
percezione. Un’ora gradevole è
da tutti percepita come più breve di un’ora sgradevole; nel
sonno, o in anestesia totale, il
tempo percepito non trascorre
più . E quello di tempo percepito è un concetto che ha la sua
legalità, almeno a livello psicologico. Forse nessuno riesce a
percepire, diciamo, 1 millesimo
di secondo, eppure una gara di
Formula Uno di qualche tempo
fa è stata vinta per 2 millesimi
di secondo, cioè per 20 cm.
Ecco: se non riesco a percepire
direttamente 2 millesimi di secondo, ci riesco perfettamente
se penso che in quel tempo
un’auto da corsa percorre 20
cm. E 1 nanosecondo, che è
poi 1 miliardesimo di secondo?
In questo tempo la luce percorre 30 cm! Ma con i tempi grandissimi, invece che piccolissimi,
il gioco non funziona più. Pensare che in 1 miliardo di anni (1
milione di millenni!) la luce percorre 1 miliardo di anni luce
lascia proprio il … tempo che
trova. E forse non tutti hanno
riflettuto sulla seguente scala
dei tempi che ora proponiamo.
Supponendo che l’età
dell’universo sia un anno, che il
Big Bang sia avvenuto alle ore
zero di un 1°gennaio e che adesso siano le ore 24 del successivo 31 dicembre, le cose
sarebbero andate così: al 31
agosto si formano il Sole e la
Terra, alle 19,50 del 31 dicembre si estinguono i dinosauri,
alle 23,59 compare l’Homo Sapiens e Gesù nasce quando
mancano 3 decimi si secondo a
mezzanotte. Per il tempo la Fisica usa una sola unità di misura che è il secondo (che d’ora
in avanti indicheremo con il
simbolo s) la cui definizione
però non è più quella di una
volta (la 86.400-esima parte del
giorno solare medio) ma è ben
più rigorosa e legata alle frequenze delle transizioni atomiche. La Fisica usa anche le potenze di dieci, che non devono
proprio spaventare nessuno,
perché basta un solo esempio:
10 alla 6 significa 1 seguito da
sei zeri, cioè 1 milione; 10 alla
meno 6 significa 1 diviso 10 alla
6, cioè 1 milionesimo. Ora possiamo tranquillamente usare
anche qui le potenze di 10. I
tempi con cui la Fisica ha a che
fare vanno da 10 alla meno 43
s dopo il Big Bang (“Epoca di
Planck”), a 10 alla meno 23 s
(la vita media di molte particelle
instabili), a 10 alla 18 s (l’età
dell’universo), a 10 alla 32 anni
(il limite inferiore del sospettato
decadimento del protone). Eccetto il primo, gli altri sono stati
sperimentalmente misurati, ma
non con orologi, bensì indirettamente.
Il tempo ha avuto un inizio? La
moderna cosmologia pensa
che sia iniziato col Big Bang e
che quindi l’espressione “prima
del Big Bang” non abbia senso.
Pare che il solito S. Agostino
l’avesse intuito perché a chi gli
chiedeva cosa facesse Dio prima di creare il mondo rispose:
“La domanda non ha senso,
perché insieme con il mondo
Dio creò anche il tempo”.
Altra
domanda, decisamente
bizzarra, potrebbe essere:
“Sicuro che il tempo è lineare,
cioè che 2s siano il…doppio di
1s ? Supponiamo di trovarci su
un isola deserta e che volessimo realizzare una sorta di orologio meccanico. L’unica possibilità realistica sarebbe un pendolo, ma come potremmo verificarne l’isocronia, cioè che due
oscillazioni durano il doppio di
una? Ci vorrebbe un … orologio: un altro pendolo?
E ancora: perché non utilizzare
una scala logaritmica ed esprimere il tempo in decibel come
si fa con l’intensità sonora? Ci
spieghiamo. Assunto come riferimento l’Epoca di Planck, la
nostra è di 61 decibel, perché
10 alla 18, che è l’età
Pagina 7
iliardesimo di secondo: il fascino del Big Bang nella lezione di un professore di fisica
3
4
nemmeno si deve pensare che
queste sono solo teorie, ma
che in pratica… . Non tutti sanno che il paradosso dei gemelli
è stato verificato con orologi al
cesio posti su aerei di linea:
dopo 30 ore di volo questi avevano perso 50 milionesimi di
secondo rispetto al tempo terrestre. E ancora, per fare bene il
suo mestiere un GPS deve tener conto di una correzione relativistica di 38 milionesimi si
secondo al giorno, come previsto dalla teoria, perché il satellite geostazionario con cui parla
è in moto e sta più in alto (36
mila km).
Non
6
NO NELLO STUDIO, DIPINTO DI VITTORE CARPACCIO;
BANG IN UNA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA;
IL CRONOVISORE; 4 - ENRICO FERMI;
STEPHEN HAWKING: ESPERIENZE DI VOLO A GRAVITÀ ZERO;
370 ALLA CONCIERGERIE DI PARIGI; 8 - J. A. WHEELER
I TEMPI
DELLA FISICA
10 alla meno 43
secondi
dopo il Big Bang:
Epoca di Planck
10 alla meno 23
secondi:
la vita media di molte
particelle instabili
10 alla 18 secondi:
l’età dell’Universo
10 alla 32 anni:
il limite inferiore
del sospettato
decadimento
del protone
di ADALBERTO PIAZZOLI
dell’universo, diviso 10 alla meno 43,che è l’Epoca di Planck
fa 10 alla 61, il cui logaritmo è
61! Elegante, ma succedono
cose turche in questa scala,
perché il logaritmo di zero è
meno infinito e allora il Big
Bang, in questa scala temporale, … non c’è mai stato!
Questi
sono argomenti conviviali che rasentano la fantascienza, ma considerazioni un
poco più serie si possono fare
sulla reversibilità del tempo. Se
in un‘equazione qualunque
contenente il simbolo t (tempo)
di un qualunque libro di Fisica,
cambiamo il segno a t, otteniamo un’equazione ugualmente
legale, che descrive cioè un
fenomeno esistente in natura,
per esempio il moto di una pallina a ritroso nel tempo. Ma se
proiettassimo un film di Fellini
al contrario otterremmo qualcosa di innaturale e di mai visto,
con le persone che camminano
all’indietro e cocci di tazzine
che si ricompongono sul pavimento e risalgono sul tavolo.
Allora, solo nel mondo macroscopico il tempo è irreversibile
e l’argomento delle tazzine segnala che c’è in agguato il 2°
Principio della Termodinamica
con il concetto di entropia
(quasi sinonimo di disordine):
l’entropia di qualunque sistema
isolato va aumentando nel tempo. E allora le tazzine… possono rompersi, ma mai più possono ricomporsi.
(domani l’universo sarà più
grande di oggi); la freccia termodinamica
(domani l’universo sarà più disordinato di oggi); la freccia
psicologica (posso ricordare
ieri, ma non …domani). Però la
freccia cosmologia potrebbe
ribaltarsi e l’universo ricontrarsi
e allora, dice Hawking, hai visto
mai che si ribaltino anche le
altre due? E continua Hawking
con una feroce banalizzazione
del 2° Principio: “Noi diciamo
che il disordine aumenta nel
tempo, solo perché abbiamo
convenuto di misurare il tempo
nella direzione in cui il disordine
aumenta”.
Ma
Come sarà noto a tutti, la Teo-
Stephen Hawking ha portato il suo provocatorio argomento delle “Tre frecce del
tempo”: la freccia cosmologica
ria della Relatività ha rivoluzionato il concetto di tempo sotto
due profili: a bordo di
un’astronave il tempo passa
più lentamente che a terra (al
suo ritorno, l’astronauta è più
giovane del suo gemello rimasto a terra); alla base di un palo
il tempo passa più lentamente
che in cima, perché il campo
gravitazionale è un poco più
intenso, tanto che in un buco
nero il campo è così intenso
che il tempo … non passa più e
il gemello più giovane è questa
volta quello più in basso (fatto
noto come Il Paradosso dei Gemelli). Si deve fare attenzione
che questi apparenti paradossi
accadono solo quando si confrontano i tempi in due diversi
sistemi di riferimento e che nulla di rilevabile accade agli orologi delle astronavi e a i loro
passeggeri, finché non si confrontano con quelli a terra. E
rimane da fare che qualche commento sulla cosiddetta
Macchina del Tempo, che molto affascina tanta gente e non
solo scrittori di fantascienza. Si
tratta di un’ipotetica macchina
che permetterebbe a una o più
persone, che potremmo chiamare temponauti, di compiere
viaggi nel tempo: viaggi nel
passato, perché quelli nel futuro sono, almeno concettualmente … banali, però sarebbero viaggi di sola andata, come
lo
sarebbe
quello
dell’astronauta che va nel futuro del suo gemello ma senza
ritorno. I viaggi nel passato presentano però gravi problemi di
logica, come il Paradosso del
nonno e il Paradosso della Divina Commedia, che si possono
così riassumere: se torno indietro di 80 anni e uccido (si fa per
dire) mio nonno ancora fanciullo, impedisco la mia venuta al
mondo e allora chi ha ucciso il
nonno? E se torno indietro di
800 anni e consegno a Dante
ancora fanciullo una Divina
Commedia e lui la ricopia, chi
ha scritto la Divina Commedia?
Qualcuno ha pensato
all’esistenza di una sorta di
censura cosmica che impedirebbe al temponauta di modificare il passato in modi contradditori col presente, ma non ha
convinto proprio nessuno. Stephen Hawking ha fatto un curioso esperimento: ha diramato
via internet migliaia di inviti a un
lussuosissimo party (ostriche,
champagne, conigliette di Playboy e via discorrendo) in un
famoso locale, ma la data del
party era due mesi prima
dell’invito. Ebbene non si è presentato nessuno, ma se qualcuno avesse avuto una macchina del tempo… .
Circola però l’informazione che
nei sotterranei del Vaticano ci
sarebbe, se non proprio una
macchina del tempo, un cronovisore inventato da un frate benedettino negli anni ‘50 con la
collaborazione di Fermi e di …
Padre Gemelli. Nel cronovisore
si può vedere nel passato, per
esempio la cerimonia di incoronazione di Carlo Magno nella
notte di Natale nell’anno 800.
Ma qui siamo oltre la fantascienza!
Numero ottantotto - Giugno 2013
Pagina 8
Ritratti di coraggio al femminile nell’attuale Myanmar (ex-Birmania)
di MARTA GHEZZI
Tutti conoscono Aung San
Suu Kyi, leggendaria lady birmana, premio Nobel per la
pace che ha vissuto venti anni
prigioniera prima in carcere poi
agli arresti domiciliari, dimostrando forza, coraggio, perseveranza nelle sue idee progressiste e non violente. Figlia di un
eroe della liberazione, trucidato
da militari, è vissuta venti anni
in Inghilterra dove ha sposato
un inglese e ha avuto due figli.
Tornata in patria per salutare la
madre morente e viste le condizioni del suo paese si è rifiutata
di tornare dalla sua famiglia a
Londra ed è rimasta per continuare a testimoniare le sue
idee di libertà e giustizia già
patrocinate dal padre, vincendo
tutte le ostilità e il boicottaggio
al suo percorso di leader politica. Eletta in Parlamento non ha
comunque alcun potere perché
in Myanmar continua a imperversare la dittatura dei militari
corrotti, nonostante alcune
deboli aperture e parvenze di
democrazia. Meno conosciuta,
oltre i cliché delle donne asiatiche, è la bellezza, l'eleganza,
la gentilezza non affettata, la
dignità della donna birmana.
Gentili senza essere invadenti,
attente ma discrete, pazienti
ma indomabili, coraggiose,
forti, tenaci, determinate.
Avendo ospitato per un anno
una giovane birmana studentessa a Pavia allo Iuss per un
master sulla cooperazione internazionale, ho avuto modo di
apprezzare in lei le doti che poi
ho riscontrato in un breve viaggio in Myanmar incontrando
diverse donne, di città e di
campagna, moderne e tradizionaliste nel contempo. Ho visto
quindi che Nyein è rappresentativa delle donne del suo pae-
se per intelligenza, perseveranza, determinazione, tenacia,
serietà e anche per il suo sorriso affascinante, senso dell'umorismo e un fondo di allegria.
Non so se ciò dipende da una
cultura atavica, ma sicuramente conta il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione è buddista e proprio della
filosofia buddista fa parte la
tolleranza, la non violenza,la
capacità di sopportazione, l'adattamento alle difficoltà, la
pazienza, la gentilezza, il rispetto per tutti, persone, animali, piante, fiori, terra. Le condizioni di vita sono per lo più
pesanti non solo per la dittatura
militare nonostante alcune concessioni democratiche (elezioni
dirette, riapertura di giornali
d'opposizione). Economia arretrata, invadenza della Cina che
sta occupando delle terre con
la complicità del Governo scacciando i contadini costretti a
emigrare, modello neoliberista
dominante, conflitti etnici, non
hanno cancellato la giovialità,
la voglia di far festa, e di scherzare. Amanti della danza e
della musica, le donne birmane
sanno suonare strumenti con
grazia, cantare, muoversi con
dignità e stile impeccabile a
prescindere dalla classe di
appartenenza. Commovente è
la fede e la devozione con cui
frequentano quotidianamente
le innumerevoli pagode portando ai Budda dorati collane di
gelsomini, fiori destinati a sfiorire subito dopo per il caldo,
cospargendo di acqua il volto
delle migliaia di statue. Straordinario è il numero di pagode
antiche e nuove esistenti in
Nyanmar. Solo in Bagan antica
capitale se ne contano oltre
due mila tra grandi e piccole,
AUNG SAN SUU KYI.
SOTTO: ISTANTANEE DEL VIAGGIO DI MARTA GHEZZI
dorate o di mattone rosso ,
costruite da re o ricchi che si
vogliono salvaguardare da
reincarnazioni negative. Sono
soprattutto le donazioni copiose dei fedeli più umili e poveri
che garantiscono l'autonomia
dei monasteri, con offerte in
denaro o cibo gestite dai bonzi.
Significativo è il rispetto e la
venerazione che tutti hanno
verso i monaci questuanti che
ogni giorno girano per strade e
case raccogliendo offerte di
ogni tipo. Per gli uomini peraltro è obbligatoria all'età di otto
anni almeno un mese e sette
giorni la permanenza in un
monastero, facendosi tosare e
indossando la tipica tunica
rossa, gialla o marrone mentre
è libera scelta la permanenza
oltre tale periodo. Per le donne
monache (che indossano una
tunica rosa) la permanenza in
monastero è facoltativa. Sia gli
uomini che le donne sono dediti alla raccolta itinerante delle
offerte, alla meditazione e alla
preghiera. Commovente è l'offerta di collane di fiori. Niente
come la collana di gelsomini
che appassiscono subito simboleggia la bellezza, il profumo
e la precarietà della vita .
L'esperienza del noviziato
monacale segna per il resto
della vita. In una esistenza
problematica e infelice serve
una buona dose di umanità e di
moralità per sopravvivere. Imparano a rapportarsi con l'altro,
interessarsi agli altri, favorire il
dhamma (il bene, il buono, il
giusto, la legge buddista). I
monaci provengono spesso da
famiglie povere, a volte anche
misere. Conoscono il male,
l'avversità. Imparano fin dalla
tenera età a rispettare valori
universali come l'amore e la
bontà, la compassione, che
sono i beni più preziosi di questa vita. Il buddismo contrappone la tolleranza alla violenza, la
clemenza, il concetto del perenne cambiamento e della
costante ricerca della verità.
All'infuori della capitale, Yan-
goon e di Mandalay che hanno
un aspetto quasi moderno, tra
grattacieli e fogne a cielo aperto, la maggior parte delle città è
di tipo rurale, caratterizzate da
lunghe file di baracchenegozio, mercati, bar e ristoranti modesti con tavoli all'aperto e sedie minuscole dove tutti
a tutte le ore, consumano i loro
pasti, fatti prevalentemente di
riso, verdure, pollo, maiale o
capre. I birmani non mangiano
carne di manzo non per motivi
religiosi ma perché considerano gli escrementi di bovini dei
fertilizzanti utili per i campi
L'agricoltura è la grande risor-
sa del paese mentre le ingenti
risorse minerarie e di pietre
preziose sono oggetti di speculazione straniera che sfrutta
con metodi schiavistici la mano
d'opera locale. Il lavoro in generale, e soprattutto quello
minorile, non prevede forme di
regolamentazione, sicurezza, e
igiene. Ho visto su un giornale
d'opposizione una manifestazione di piccoli proprietari cacciati col proprio bestiame dai
loro campi, danneggiati da
prodotti chimici per dare spazio
a fabbriche di cuoio gestite da
cinesi. popolo non amato dai
birmani, che foraggiano i governanti corrotti, loro complici.
Io sono stata ricevuta con molte gentilezze dalla famiglia di
Nyein a Mandalay. Arrivata il
giorno del mio compleanno,
hanno fatto a mio nome donazioni ai monaci. Mi hanno por-
tato in una casa di bellezza per
manicure, pedicure, trucco
facciale, regalato vestiti, mango, fiori. Ma non potevano ospitarmi perché è divieto del regime ospitare stranieri. Così mi
hanno pagato l'albergo nella
loro città. Le spie sono in agguato ovunque si possa stabilire un contatto tra birmani e
stranieri. La trasmissione di
informazioni, per quanto banali,
può far finire qualcuno in prigione e creare enormi problemi
alla sua famiglia e ai suoi cari. I
generali sanno di essere così
vulnerabili che immaginano
complotti ovunque.
Il padre di Nyein , giornalista e
oppositore del regime, accettando di parlare con stranieri sa
a cosa si espone, e quando lo
fa, fa una scelta consapevole,
rischiosa. In questo clima orwelliano, il solo fatto di pensare
diventa un atto eroico. Evidentemente gli oppositori birmani
sono impregnati di umiltà e non
si sentono dei paladini della
democrazia. Una delle ragioni
è che non hanno mai conosciuto un regime in cui vigesse la
libertà di opinione e quelli che
sopravvivono all'oppressione
sono ben lungi dal vantarsene:
sono contenti di essere ancora
vivi, si ostinano nel silenzio e
nell'ombra, andando avanti a
passo di formica.
Mentre era agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi scriveva: “Non è il potere che corrompe ma la paura”, spiegando
ai birmani che la peggior forma
di corruzione è la paura, fonte
di altre forme di corruzione. Di
fatto l'avarizia non è forse provocata dalla paura della mancanza, la paura di perdere l'amore e la benevolenza di chi si
ama? Scrive sempre Aung San
Suu Kyi: “Non possiamo evitare
le sofferenze ma abbiamo la
capacità di dimostrare che non
siamo succubi della paura. È il
modo migliore per superare il
dolore, è una ricompensa per il
nostro coraggio. Le nostre teste sanguineranno ma noi non
le abbasseremo. Nessun potere dittatoriale può sopravvivere
quando le teste, anche se insanguinate, si sollevano”.
Nella lotta per la democrazia
e la libertà d'espressione la
letteratura, la poesia è una
straordinaria compagna. I monaci hanno poi dato il loro
importante contributo: essi
costituiscono il ponte tra passato e futuro, tra le persone
comuni e i politici, uomini e
donne, che aspirano a fare
della Birmania un paese libero
e in pace. La violazione dei
diritti umani è documentata
non solo dalla assoluta mancanza di leggi sindacali
(tranne gli impiegati, nessuno
fa ferie) ma dal fatto che niente è accessibile senza mance
cospicue a chi detiene una
qualche forma di potere. Nei
laboratori artigianali (tutto viene fatto a mano, dai tessuti
alle lacche) nei ristoranti e
alberghi, nelle cave, la manovalanza è composta da giovanissimi e giovanissime che
lavorano indefessamente,
senza soste, con l'immancabile sorriso mite. Non ho visto
nessuno gridare, imprecare,
arrabbiarsi,
discutere animatamente. Sono
sicura , questo è l'impegno
che ha preso per la mia donazione, che Nyein si batterà
sempre per i diritti delle donne, degli animali, dell'ambiente.
Pagina 9
Numero ottantotto - Giugno 2013
Come non eravamo soliti
da anni, abbiamo deciso,
dato il periodo di penuria
di risorse, e in particolare
come gesto di omaggio
cordiale a Emma Bonino,
nuovo Ministro degli Affari Esteri, di concedere
alla Farnesina una cinquantina di opere della
nostra collezione di arte
contemporanea. Per il
piano nobile del palazzo,
quello del Ministro, che
incontrammo in modo a
dir poco singolare in Qatar anni or sono, a Doha,
dove accompagnava il
Presidente Napolitano in
Visita di Stato (vedi nostra foto). Ma anche per
le pareti dei "corridoi dei
passi … perduti", come
chiamo quelli, il quarto
soprattutto, dove si affacciano le stanze dei
funzionari apc, gli addetti
culturali delle Ambasciate. In partenza o tornati
dalle sedi direzionali degli
Istituti di Cultura. Il pensiero è stato: si scontreranno costoro prima o poi
con le didascalie delle
opere, con la nostra Fondazione riportata come
prestatrice ... Dite pure
che è una marchetta, ma
almeno concedete l'eleganza dell'amo lanciato
...! Prima o poi qualcuno
dovrà ben abboccare ...
Anche perché le opere,
dipinti e sculture, sono
importanti e belle.
Vado ad enumerarne gli
autori, che Socrate vi
presenterà con alcune
riproduzioni dei lavori inviati. La
speranza/fiducia/progetto
è che possano essere in
futuro oggetto di mostre
in capitali estere. Ovviamente … con un ritorno
anche economico per la
nostra Fondazione!
FONDAZIONE
SARTIRANA
ARTE
GIORGIO FORNI
CON EMMA BONINO,
OGGI MINISTRO
DEGLI ESTERI, A DOHA
Da Sartirana a Roma
di GIORGIO FORNI
ALBERTO BARBIERI
GABRIELE AMADORI
FULVIO BELMONTESI
BRUNO MUNARI
STEFANO BOSCHETTI
MARIO NIGRO
Una prima serie di essi è
databile tra gli anni ‘40 e
‘70 del secolo passato.
Alcuni nomi? Guttuso e
Vedova, Ballocco e Bozzola, Melotti e Consagra,
Merz e Cascella (Andrea),
Benevelli e Ghinzani,
Carmi e Maioli, Scanavino
e Milani, Capogrossi, Licini e Music, e Cavaliere …,
Mo e Alberti, nostri.
ANGELO BOZZOLA
MARCO CASCELLA
LORENZO MAZZA
RENATO GUTTUSO
Un secondo gruppo di
opere è più recente, frutto di donazioni e acquisizioni da artisti "pavesi" o
naturalizzati tali per la
lunga frequentazione del
nostro castello. Forgioli e
Pirro, Belmontesi e Di
Fonzo, Zompì, Tenconi e
Lodola, Cristiani e Barbieri, Bertoglio e Fra, Leonardelli e Rinaldi, Tonello
e Boschetti, Nicola e Pellitta, Parea e Gagliardi,
Levenson e Bressani. E
ancora Alberti e Ghinzani,
ma non solo, in aggiunta
alle proprie foto straordinarie, dalla generosità
senza pari dell'amico Ugo
Reitano.
ALEX
CORNO
TIZIANA
DI FONZO
SANDRA
TENCONI
FRANCESCHINI
Insomma, Emma ci dirà
ancora (a Doha lo disse)
che siamo "quasi piemontesi"... per operosità generosa?
PIERO
DORAZIO
GIOVANNA
FRA
CRISTIANI
LEONARDELLI
MARCO LODOLA
PIRRO
Pagina 10
Numero ottantotto - Giugno 2013
FONDAZIONE
SARTIRANA
ARTE
di GIORGIO FORNI
Mentre
acquistavo all’asta
parte della collezione di borse (piccoli capolavori) di Giuliana Coen, in arte Roberta
di Camerino, ho ricevuto in
dono da un’amica genovese
un libro delizioso su di Lei,
stampato dall’allora Arnoldo
Mondadori
nel
1981.
Volume/intervista a cura di
Marco Mascardi, genovese,
che ringrazio insieme allo
storico editore per la messe
di preziose notizie ricavate
dalla piacevole lettura del
“libretto rosso” di cui Socrate
offre ai suoi lettori anche
l’aletta di presentazione.
“Tutto cominciò tanti anni fa
quando, per bisogno, vendetti, una mattina la mia
bella borsa …”.
QUI E NELLA PAGINA ACCANTO:
FUNZIONE SVILUPPO DI FORMA
CONCRETA, DI ANGELO BOZZOLA,
1956, LA SCULTURA COLLOCATA
NEL GIARDINO DELLA TRIENNALE
DI MILANO
Così inizia il volumetto introvabile scritto con penna felice dal genovese Marco Mascardi, un tempo inviato speciale a “Il Giorno” e in seguito redattore a “Grazia”. Lo
cercherò, sperandolo ancora
tra noi, per complimentarmi.
La storia che scrisse più di
trenta anni or sono, somiglia
davvero a una favola, anche
se attraversa i tempi bui delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale. Ma
come ogni favola, in mezzo
alle tempeste della storia e
agli accadimenti della cronaca, … arriva sempre il lieto
fine.
Così
è stato per Giuliana,
nata Coen e sposata Camerino, la “deliziosa fanciulla”
che ci viene presentata nel
lungo e avvincente tranche
de vie. A rebours, partendo
da una serata a New York, a
casa sua, dopo uno dei tanti
cocktails da Lei organizzati.
Dopo gli spaghetti di mezzanotte, quando le stanze si
svuotano
e
Giuliana
(Roberta) si ritrova sola con
l’amica attrice Farrah Fawcett e il futuro autore del
libro, quando tra le ultime
chiacchiere, oserei dire “della
staffa”…, emerge l’idea di
raccontare cosa ci sia stato
dietro il successo internazionale della stilista. La sua storia bellissima e sconosciuta,
drammatica. “La più bella
che ho mai sentito in vita
mia” dice Mascardi. Una storia da scrivere … come avvenne, proprio partendo da
quel fine-party newyorkese
nel cuore di Manhattan. Dalla prima giovinezza nella
magica
Venezia
e
dall’espulsione (Giuliana era
GIULIANA (ROBERTA)
CAMERINO, VENEZIA 1950
ebrea) dal liceo Marco Polo;
dalla maturità sostenuta da
privatista, dopo aver studiato a casa da sola, sino
all’incontro con Guido Camerino. Con fiori e versi di Paul
Valery “io vissi nell’attesa di
te ed il mio lento cuore non
era che i tuoi passi”. Storia
infarcita anche di gelosie feroci, con tentativo di assalto
al vetriolo da parte di
un’amante abbandonata da
Guido per Lei, dal tifo di Venezia per Giuliana; dal matrimonio (in Balenciaga) prima in municipio e poi a casa
con il rabbino che benedice
gli sposi sotto il baldacchino
tra i nobili amici di famiglia,
mescolati a gondolieri, panettieri e fruttivendoli …,
senza neppure un brindisi,
però …
Poi il 1943, le retate, la fuga
a Mogliano e poi quella rocambolesca (come per tanti
altri ebrei che si salvarono
fortunosamente) verso la
Svizzera; con il marito Guido
… vestito da suora. A Milano
in treno, poi a Como con il
figlioletto Ugo ancora in fasce. E con una sola valigia.
Gendarmeria svizzera, campo di raccolta, ospedale italiano di Lugano, umiliazioni.
Infine libertà su cauzione e
riunione con altri rifugiati.
Tutto questo a soli 20 anni e
senza una lira in tasca. Pure
con il magone per un pacco
di indumenti usati offertole
con imbarazzata gentilezza.
Un giorno Giuliana viene avvicinata per strada da una
signora che Le chiede di venderle la sua borsa. Un bel
secchiello di pelle, uno degli
ultimi acquisti veneziani di
(Continua a pagina 11)
Pagina 11
Numero ottantotto - Giugno 2013
GIULIANA (ROBERTA) CAMERINO,
ANNI ‘60
GIULIANA
(ROBERTA)
CAMERINO,
PALAZZO ZEN,
VENEZIA 1983
FONDAZIONE
SARTIRANA
ARTE
ROBERTA
DI CAMERINO
INTRECCIATA, PELLE
NERA, PICCOLO
MANICO, PER ANNA
MAGNANI
BAGONGHI PATCHWORK
RIGHE PER LA SERA
GRIGIA-AZZURRA, A VENTAGLI,
MANICO RIGIDO DI OTTONE,
PER VALENTINA CORTESE
BAULETTO HORSES
(Continua da pagina 10)
un altro tempo felice. E Giuliana la vende, rimanendo
anche senza una borsa. Non
trova nulla di abbastanza a
buon prezzo per ricomprarla.
E decide di farsene una da
signora che fa le borsette”
diventa in un baleno una celebrità.
Con
l’aiuto del pellettiere
Greco e di Elsa Barberis (la
Christian
Dior
svizzera
dell’epoca) Giuliana inizia la
BLUE
HOOK
BAGONGHI
sola. Si fece un modello con
dei giornali, comprò pelle,
ago curvo e filo, un gomitolo
di spago, anelli di ottone e
corda per la
tracolla.
Un
nuovo
sec- BAGONGHI
chiello in soli
tre giorni di
lavoro. Di lì a
poco però riceve una farsesca denuncia “per contrabbando”
r i v o l t a l e
dall’acquirente della sua borsa che, vedendoLa con quella autoprodotta, fece un esposto alla gendarmeria. Intervento del professor Carnelutti, esule come Lei; spiegazione e soluzione del
dramma. Ma i giornali divulgano la notizia che girava tra
la colonia dei rifugiati e “la
sua carriera di creatrice autodidatta e inizia a guadagnare qualche franco commercializzando i propri prodotti. E iniziano le più strambe richieste
di collaborazione, guadagnate
con
l ’i m m e d i a t o
riconoscimento
del
suo gusto e
della sua abilità. Persino
per una collezione di uova
di cioccolato!
E
finalmente arrivano i vestiti, con la riflessione intelligente sui modi possibili per
risparmiare tempo (e denaro) con soluzioni innovative
per il taglio e la confezione.
Giuliana lavorava e guadagnava… poi finalmente la
guerra finì.
Notte
26 aprile 1945. La
barca, il lago, i partigiani,
Como. Poi in camion sino a
Mestre e finalmente a Venezia a casa, in Campo Santa
Maria Formosa. Casa deru-
CON PENDENTE R
BAG
VELVET
BAG
bata di tutto, piena di materassi pulciosi ma riscaldata
dal “siete vivi, siete vivi” dei
vicini accorsi che “portano
ciò che hanno a chi non ha
più niente”.
ricominciare,
magari mettendo a frutto
più richiesta. Fu quella di
stampare sui suoi tessuti oltre al marchio, R di Roberta,
anche cinturini e fibbie e tasche, sì proprio gli accessori
che non dovevano essere
fatti a parte e poi cuciti, ma
RED SILK
POLICOLOR
Bisognava
ri e i tessitori grazie alla loro
antica e stratificata, secolare
abilità nel creare bellezza,
sin dai tempi gloriosi della
Serenissima Repubblica. Velluti e broccati di seta dai colori mai visti per le sue borse
ROBERTA
DI CAMERINO
R COME
ROBERTA
l’apprendistato di Lugano e
le prime esperienze lavorative là coronate dall’insperato
successo. La storia continua
a tappe progressive e a stupefacenti colpi di scena, tutti
legati alle lucide innovazioni
intuitive di Giuliana e ai suoi
rapporti felici con la città e i
suoi artigiani. Con i pellettie-
e cinture, chiusure gioiello
tanto perfetto quanto preziose
e
diverse
per
le
“bagonghi”, la borsa amata
da Grace di
Monaco
e
Nancy
Reagan,
dalle
attrici di Hollywood
…,
così apprezzate tanto da
Christian Dior
(che Le fece
l’abito con cui
ricevette
l’oscar della
moda), quanto da Coco Chanel sua amica di/da una vita.
La nostra Giuliana era geniale anche nelle intuizioni, non
solo nel gusto.
che si trovavano già belli e
pronti stampati sulle pelli,
sul jersey, le lanette, le sete
o i velluti con cui Giuliana
faceva a questo punto confezionare abiti e borse, cinture
e valigie. Dopo un articolo di
Elsa Robiola, direttrice della
rivista “Bellezza”, bibbia della moda di allora e dopo il
successo della prima morbida borsa da tenere in mano,
esposta in vetrina nel famoso negozio veneziano di Vogini, fu infatti necessario
passare da 2 a 3 lavoranti …
e pensare a un quarto.
Era
iniziata l’avventura fantastica di una delle protagoniste della moda italiana.
Ricordo
dei tempi magri di
Lugano
fu
pure
un’invenzione strategica per
abbattere in seguito i costi
di una produzione sempre
Giorgio Forni
Pagina 12
MO YAN
SORGO ROSSO
EINAUDI
La
storia
epica,
grandiosa di questo
capolavoro della letteratura cinese
contemporanea si staglia sullo sfondo
degli sconfinati campi di sorgo “che in
autunno scintillano come un mare di
sangue”. Dal banditismo degli anni
Venti, alla cruenta invasione giapponese degli anni Trenta e Quaranta, fino al
periodo che precedette la Rivoluzione
culturale, Sorgo rosso racconta le avventure e gli amori del bandito Yu
Zhan’ao e della sua famiglia, in un affresco che ritrae un intero popolo, tutto un Paese. Un Paese dalle campagne
brulicanti di anime sperdute - contadini, soldati, monaci buddisti, maghi taoisti - in cui “un vento maschio spazza
una terra femmina” e il sangue versato
è “morbido e liscio come piume
d’uccelli”. Da questo romanzo Zhang
Yimou ha tratto il film omonimo, Orso
d’Oro al Festival di Berlino nel 1988.
MAURO SANGIORGI
NON È UNA CITTÀ PER AVVOCATI
ROBIN EDIZIONI
Marcello Prati è un avvocato pavese
che ha superato i quaranta. Vive la
professione con disincanto e amarezza, trascinandosi fra le incombenze di
studio, il bar dove è solito consumare i
suoi pasti e il rimpianto per la fidanzata che lo ha lasciato per un calciatore
molto più giovane di lui. Quando la
ragazza viene uccisa insieme al nuovo
compagno, Prati viene accusato degli
omicidi e capisce che l’unica occasione
che gli rimane per salvare se stesso e
il suo studio è quella di indagare personalmente per scoprire il vero assassino. La ricerca della verità si rivela
difficile e a Marcello viene in soccorso
,
Numero ottantotto - Giugno 2013
Claudia, suo difensore, che lo aiuta nel
tentativo di fare luce
sull’intricata vicenda.
Attraverso
puntate
nell’Oltrepò pavese e
imprevisti ritorni a un passato più felice, la matassa verrà infine sciolta. Ma
la salvezza faticosamente conquistata
non sarà in grado di lenire l’amarezza
lasciata da una storia dove, in fondo, a
vincere non sono i buoni.
BIANCA GARAVELLI
LE TERZINE PERDUTE DI DANTE
BALDINI & CASTOLDI
Parigi, 1309. Dante, stanco e spaventato, sta attraversando un ponte sulla
Senna. Sente dei passi minacciosi alle
sue spalle, teme siano quelli di uno dei
suoi molti nemici. In realtà è Marguerite Porete, mistica accusata di eresia su
cui grava un peso terribile. Con lei il
sommo poeta riesce a sentirsi a casa
anche in esilio, ma ben presto scoprirà
di essere finito al centro di una guerra
spietata fra due ordini che agiscono
nell’ombra. In gioco c’è un grande segreto. Una profezia di cui l’Alighieri è il
depositario prescelto e che dovrà essere trasmessa alle generazioni future
per salvarle dalla minaccia di chi cerca
di violare il mistero della creazione.
Oggi. Riccardo Donati è un cultore di
filologia medievale e un insegnante
frustrato, eppure in lui arde ancora la
scintilla della curiosità. Studiando un
antico manoscritto si imbatte in quella
che ha tutta l’aria di essere la firma
autografa di Dante. Da questa scoperta prende il via una caccia all’uomo in
cui sarà coinvolta anche Agostina, attraente e determinata ragazza. I due
saranno costretti a una fuga che li porterà fino a Parigi, dove li attende la
soluzione di un enigma che dura da
settecento anni...
1928-2013
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