PERIODICO
DI IMPEGNO RELIGIOSO E SOCIO-CULTURALE
DELL’ARCIDIOCESI DI
BENEVENTO - Anno XIII N° 3 - Marzo 2010
Spedizione in abb. postale comma 20 - Articolo 2c Legge 662 del 1996 - FILIALE DI BENEVENTO
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Marzo 2010
PER AMORE
DEL MEZZOGIORNO
di Ettore Rossi
importante non lasciar cadere l’attenzione
dell’opinione pubblica sul corposo e molto
importante documento dei vescovi italiani
Per un Paese solidale. Chiesa italiana e
Mezzogiorno, pubblicato lo scorso 24 febbraio, i cui contenuti hanno trovato solo
uno spazio ridotto nei commenti e nelle
pagine dei grandi quotidiani italiani. Il pronunciamento
dell’Episcopato italiano viene offerto a vent’anni dalla
pubblicazione di un altro storico documento che recava come titolo Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, in cui si diceva con forza che “il
Paese non crescerà, se non insieme”. Oggi questo
appello rimane valido anche perché, in forme diverse
dal passato, il problema meridionale rimane nella sua
gravità. Un Mezzogiorno che oggi, dal punto di vista
socio-economico, si presenta in maniera differenziata
e non uniforme, ma i cui problemi ed emergenze
comuni spingono ancora ad affrontare in modo unitario le questioni legate al Sud del Paese.
Una prima parte del testo è dedicata al Mezzogiorno
alle prese con vecchie e nuove emergenze. Nel
documento si parla esplicitamente di uno “sviluppo
bloccato” rispetto al quale non sono serviti i nuovi
sistemi di elezione diretta dei sindaci, presidenti di
province e regioni, che avrebbero dovuto portare vantaggi in relazione ad una gestione del territorio contraddistinta da maggiore responsabilità; invece, il
Mezzogiorno è stato “trasformato in un collettore di
voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Vengono evidenziati gli effetti perversi del
recepimento acritico della modernizzazione, che ha
È
determinato uno sradicamento di tanti da una civiltà
contadina, la quale oggi in forme nuove potrebbe
costituire un’occasione di un rapporto più equilibrato
tra uomo e natura. L’incapacità progettuale del
Mezzogiorno non ha consentito finora di cogliere le
opportunità legate alla sua collocazione centrale nel
Mediterraneo. L’assetto federale dello Stato, previsto
dalla recente legislazione, viene visto come un’opportunità ma anche come una minaccia, qualora si
creassero situazioni di differenziazioni regionali nel
godimento dei diritti di cittadinanza fondamentali.
Viene poi ribadita con grande determinazione la condanna più severa per la criminalità organizzata, un
vero e proprio cancro cui si sono opposte figure
esemplari di cristiani come don Pino Puglisi, don
Giuseppe Diana ed il giudice Rosario Livatino. Le
mafie “avvelenano la vita sociale, pervertono la
mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. Si evidenzia come nel Mezzogiorno si concentri, in confronto
al resto del Paese, il fenomeno della povertà di tante
famiglie numerose monoreddito, in cui alcuni componenti sono spesso disoccupati. La situazione socioeconomica asfittica sta determinando, da alcuni anni,
una forte emigrazione verso il Centro-Nord e l’estero, in gran parte costituita da giovani, che sta cambiando “i connotati della società meridionale, privandola delle risorse più importanti e provocando un
generale depauperamento di professionalità e competenze, soprattutto nei campi della sanità, della
scuola, dell’impresa e dell’impegno politico”.
Una seconda parte del documento, dopo l’esplicitazione dei mali, è propositiva ed ha come titolo “Per
coltivare la speranza”. Un aspetto molto positivo,
viene detto, è rappresentato dalla crescita della
società civile che esprime un’inedita volontà e consapevolezza di poter cambiare le cose. In questo quadro un ruolo da protagonista lo svolgono i giovani con
la loro voglia di associarsi e dar vita ad esperienze di
volontariato e solidarietà, così come essi manifestano
un coraggioso impegno contro le mafie. E poi, la
Chiesa nel Sud che si fa compagna di strada di
quanti si fanno portatori di questa voglia di riscatto e
“luogo sicuro dove educare alla speranza per una
convivenza civile più giusta e serena”. I vescovi rinnovano anche in questo documento l’invito ai cristiani
e, in particolare ai giovani, ad abbracciare la politica
come servizio necessario al bene comune e forma
alta di carità sociale. Trova un meritato riconoscimento, tra i segnali di rinnovamento e di speranza che
hanno come protagoniste le nuove generazioni, il
Progetto Policoro che costruisce un modello riuscito
di evangelizzazione, formazione e promozione dell’imprenditorialità a favore di tanti ragazzi del Sud che
si dibattono nella ricerca di un lavoro. Proprio grazie
a queste tante risorse umane inutilizzate, che rappresentano una ricchezza formidabile insieme ai beni
comuni dell’ambiente, del territorio, dell’agricoltura e
della cultura è possibile per il Mezzogiorno riconquistare un ruolo trainante. Molto importante è anche il
riferimento alle risorse spirituali, morali e sociali della
Chiesa e al rinnovamento sociale cristiano fondato
sulla preghiera che, con le parole di Benedetto XVI,
“dà la forza di credere e di lottare per il bene anche
quando umanamente si sarebbe tentati di scoraggiarsi e di tirarsi indietro”.
Lo sviluppo non può essere inteso come “politica
delle opere pubbliche”, rivelatasi per di più sbagliata
e dannosa, ma rimanda a dimensioni di carattere
etico, culturale ed antropologico. Esso ha le sue basi
più forti nell’educazione, che garantisce responsabilità ed efficacia nell’azione. Ma soprattutto, lo sviluppo
si fonda sulle persone e sulla loro rettitudine, per
dare vita ad iniziative auto-propulsive e realmente
inclusive.
Una proposta molto intrigante è far diventare il
Mezzogiorno un laboratorio in cui sperimentare un
pensiero nuovo e diverso rispetto a quello attualmente impostosi con i processi di modernizzazione.
Adottare categorie coraggiose e diverse da quelle del
pensiero unico come il gratuito, il bello, la giustizia e
la santità in opposizione all’utilità, alla convenienza e
all’opportunismo. Il documento è tutto intriso di sano
ottimismo cristiano e contraddistinto dall’invito pressante alla speranza per evitare di cedere alla rassegnazione e al fatalismo, che possono rivelarsi molto
dannosi per lo sviluppo più della carenza di mezzi e
di risorse economiche. E’ un invito rivolto a tutti, ma
prioritariamente ai giovani quali destinatari privilegiati
del documento, ai quali i vescovi chiedono di mettere
a disposizione il loro coraggio ed entusiasmo per
risollevare le sorti della propria terra.
Marzo 2010
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ESSERE GENITORI
OGGI COME IERI
di Paola Costa
uante volte si sente dire, “Ai miei
tempi...”, “Si stava meglio quando si
stava peggio”, ”Questi giovani di
oggi”; espressioni che rimandano ad
un nostalgico ripensamento di tempi
ormai storici, passati, vissuti. E’ forse
proprio averli già vissuti dà quel senso
di sicurezza rispetto a ciò che ancora deve venire, al futuro, a ciò che è incerto. Questa incertezza,
affiancata da contingenze
economiche di crisi e dal
decadimento di valori
condivisi, si è riversata
con maggiore prepotenza negli ambiti di
vita sociale, oggi chi
ne risente maggiormente è la famiglia, insieme ai
ruoli che ad essa
sono connessi:
quello
della
madre e quello
del padre. Ciò che
in passato era vissuto come ragione
dell’esistenza
stessa, avere una
progenie, allargare il proprio nucleo
familiare, oggi è sentito come un peso,
una responsabilità
troppo grande, una
limitazione della propria libertà individuale in alcuni casi, in
altri invece è la
società stessa che
non sostiene e non
agevola la coppia a
proseguire
quello
che dovrebbe essere
il suo naturale cammino. Possiamo però rilevare che questo cambiamento, sebbene freni la naturale evoluzione dell’uomo, mette in
evidenza un aspetto importante
della genitorialità laddove questo
percorso venga intrapreso, e per
quanto riguarda lo specifico della
paternità, si evidenzia una diversa
Q
consapevolezza del proprio ruolo, una maggiore compresenza con il ruolo della madre e un
mutamento della stessa figura paterna.
L’immagine della paternità sta cambiando. Da
almeno una quindicina di anni è in atto un mutamento culturale.“Gli uomini hanno capito che
cosa si perdono nel delegare l’educazione dei
figli alle donne. Sono soprattutto i giovani a rendersi conto che per essere un buon papà non
basta essere un buon lavoratore: creare un rapporto quotidiano
con
i
bambini è il modo migliore per costruire un legame profondo quando saranno adulti”, lo afferma
la sociologa Chiara Saraceno ed è e quanto
possiamo rilevare da ricerche, statistiche e dati
sempre più diffusi. Sicuramente oggi come ieri,
essere padre non risulta semplice; come è possibile esercitare al meglio il mestiere del padre?
Non esiste un libretto di istruzioni, non è sempre
facile accompagnare i figli nel loro percorso di
crescita e con la fase dell’adolescenza
gli ostacoli sembrano aumentare;
bisogna tenere a mente che quello
che più conta per un bambino, futuro adulto responsabile, più di tante
parole, sono i fatti concreti e
l’esempio di vita. I figli percepiscono più di ciò che
sembra, e soprattutto,
osservano. Nella famiglia,
il dialogo e il confronto, tra
tutti i suoi componenti,
rappresentano,
un
mezzo
per
creare
senso di fiducia, affetto e senso di appartenenza. Il dialogo, l’ascolto, l’attenzione
sono gli elementi
fondamentali per la
crescita, lo sviluppo
e la maturità dei figli.
E’ importante prestare attenzione alle
loro emozioni e alle
loro opinioni. E’
importante stabilire
degli orientamenti,
dopo averli discussi,
cercando di arrivare a
delle regole il più possibile condivise, senza
imposizioni troppo rigide.
A tutti i papà che si
cimentano in questo non
facile compito: auguri speciali per la festa del papà!,
intesi come parola di
benedizione, che
diventa passione
per la gioia dell’altro, affinché le
cose belle della
vita possano raggiungerlo. Attesa operosa,
nella fiducia che “ciò che tarda,
avverrà” (Abacuc 2,3).
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Marzo 2010
NOTIZIE CHE PASSANO
...IN SORDINA
di Paolo Palumbo
La proposta di legge sul “divorzio breve” (25
gennaio 2010)
La II Commissione (Giustizia) della Camera dei
Deputati ha iniziato l’esame di tre proposte di
legge (nn. 749, 1556 e 2325) che propone di
abbreviare i tempi e di
semplificare la procedura per l’ottenimento
della pronunzia di
divorzio. La Legge
sul divorzio del 1
Dicembre 1970, n.
898, ha introdotto nel nostro
ordinamento
la
possibilità di ottenere lo
scioglimento del matrimonio in
presenza di due condizioni, una di carattere soggettivo, l’altra di carattere oggettivo. Le
condizioni soggettive consistono nell’accettare da
parte del giudice che «la comunione di vita spirituale e materiale tra i coniugi non possa essere
mantenuta o ricostituita […]» (art. 1). Quanto alle
condizioni oggettive, riguardano ipotesi varie, fra
cui il protrarsi da almeno tre anni della separazione tra coniugi. Già nel 1989 tale termine era stato
ridotto da cinque a tre anni. Ora le tre proposte di
legge in esame prevedono un’ulteriore riduzione.
In particolare, la proposta n. 2325, che riprende il
testo della proposta n. 2444 esaminata nel corso
della XIV Legislatura, riduce, in via generale, da
tre a un anno il periodo di tempo che deve trascorrere dalla comparizione dei coniugi davanti al giudice nel procedimento di separazione per poter
proporre domanda di divorzio. Le proposte n. 749
e n. 1556 differenziano invece la durata del periodo ininterrotto di separazione in ragione della presenza e dell’età dei figli e del tipo di separazione
(consensuale o giudiziale). In particolare, la proposta n. 749 stabilisce che nelle separazioni consensuali, in assenza di prole, le separazioni stesse
devono essersi protratte ininterrottamente da
almeno un anno decorrente dal momento dell’avvenuta comparizione dei coniugi dinanzi al presidente del Tribunale. Il termine breve si applica
anche al caso in cui il giudizio contenzioso si sia
trasformato in consensuale o se siano state precisate dai coniugi conclusioni conformi. In tutti gli
altri casi, rimane fermo il termine attuale di tre
anni. Ancora più dirompente appare la proposta n.
1556 che riduce il periodo di separazione a sei
mesi, in assenza di figli o in presenza di figli maggiori di 14 anni, ovvero a un anno se vi sono figli
infraquattordicenni. Il termine di sei mesi si applica
anche quando non sia stata pronunciata sentenza
nel giudizio contenzioso o se questo si sia trasformato in consensuale. Tale proposta contiene
anche una disciplina transitoria. In particolare stabilisce che i termini brevi sono applicabili anche
alle separazioni contenziose i cui procedimenti si
sono conclusi, anche con sentenza non definitiva,
prima della data di entrata in vigore della legge e
alle separazioni consensuali i cui procedimenti
sono in corso, a condizione che i coniugi, prima
che ne intervenga l’omologazione, dichiarino concordemente di volersene valere. Infine, le proposte
n. 2325 e n. 749 con disposizione identica novellano l’art. 191 in materia di scioglimento della comunione legale dei coniugi.
Dura condanna del Pontefice per chi viola i
diritti dell’infanzia (9 febbraio 2010)
Benedetto XVI è tornato a condannare quei membri della Chiesa che si sono macchiati di abusi sui
minori. Le parole del Papa sono risuonate in occasione dell’udienza ai partecipanti alla XIX
Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la
Famiglia. «La Chiesa – ha rammentato il Papa –
lungo i secoli, sull’esempio di Cristo, ha promosso
la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in
molti modi, si è presa cura di essi». «Purtroppo –
ha ammesso –, in diversi casi, alcuni dei suoi
membri, agendo in contrasto con questo impegno,
hanno violato tali diritti: un comportamento che la
Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e
di condannare» Il Pontefice è quindi passato a
parlare della necessità di far crescere i bambini «in
una famiglia unita e stabile». Secondo il Santo
Padre «La famiglia, fondata sul matrimonio tra un
uomo e una donna è l’aiuto più grande che si
possa offrire ai bambini. I figli vogliono essere
amati da una madre e da un padre che si amano,
ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere
insieme con ambedue i genitori, perché le figure
materna e paterna sono complementari nell’educazione»
Molte adolescenti inglesi abortiscono anche
più volte in un anno (15 febbraio 2010)
L’anno scorso 5.000 ragazze inglesi al di sotto dei
20 anni hanno abortito e per tutte quante era almeno la seconda volta. Sempre in Gran Bretagna fra
le donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni le
cosiddette “recidive” sono state più di 15.000.
Queste sono alcune delle cifre snocciolate questa
settimana dal dipartimento della Sanità in risposta
a un’interrogazione parlamentare del ministro
ombra della Salute, la conservatrice Anne Milton.
La quale, dopo aver letto a novembre che la Gran
Bretagna è al primo posto in Europa per aborti,
soprattutto fra le più giovani, ha chiesto al governo
di entrare nel dettaglio. Sono più di 62.000 le
donne che nel 2008 hanno interrotto una gravidanza almeno per la seconda volta nella loro vita, ben
un terzo del numero totale degli aborti. La maggior
parte di loro (oltre 46.000) erano single di tutte le
età e altre 9.500 erano sposate, cui si aggiungono
le oltre 6.000 di cui non si conosce lo stato civile.
Stando alle statistiche del sistema sanitario nazionale, in 3.800 lo avevano già fatto almeno altre
quattro volte. Oggi in Gran Bretagna finisce così
metà delle gravidanze delle teenager.
La Spagna promuove la bestialità nelle scuole
elementari (17 febbraio 2010)
Le organizzazioni dei genitori, in Spagna, stanno
protestando calorosamente contro la circolare del
governo socialista che propone un corso di
“Educazione per la vita cittadina”, dopo aver constatato che in una città della Spagna gli studenti
cominciano a pensare che il sesso può essere praticato liberamente, anche con gli animali.
D’accordo con l’organizzazione Professionali per
l’Etica, gli studenti della terza elementare, in una
scuola di Cordoba nel sud della Spagna,
l’Andalusia, stanno partecipando a un corso la cui
materia si intitola: “La natura ci ha dato il sesso e
noi lo possiamo usare con un’altra ragazza, un
altro ragazzo oppure con un animale”. Gruppi di
genitori hanno detto che la materia indottrina i
bambini, camuffa un programma pro-omosessualità e critica le norme ed i valori della morale. Nelle
regioni di Castilla e di Leon, circa 500 alunni sono
stati esonerati dalla partecipazione a questi corsi
per ragioni di coscienza, mentre centinaia di altri,
a Madrid e a Valencia, stanno aspettando la decisione della corte per sapere se saranno o meno
obbligati a frequentarli.
Marzo 2010
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LA FESTA DEL PAPÀ COME
VALORE DELLA FAMIGLIA
L
di Nicola Mastrocinque
a prima ricorrenza della “Festa del
Papà” viene celebrata nel 1908, nel
Fairmont, in una località del West
Virginia, nella cosiddetta Grande Mela.
In Russia, la Festa del Papà, non esalta
il ruolo del padre di famiglia, ma magnifica le incomparabili gesta dei difensori
della patria. Inizialmente in Italia, la centralità del
papà all’interno famiglia viene festeggiata nel
mese di giugno, dal 1968, invece, è intimamente
legata alla memoria liturgica di San Giuseppe,
solennizzata dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo. La
tradizione cristiana pone lo Sposo di Maria all’attenzione dei credenti, definito il padre putativo di
Gesù, il modello ineguagliabile della casa di
Nazaret, attento alle necessità familiari. Mons.
Francesco Pedicini, Arcivescovo di Bari, scrive nel
1880, il testo dal titolo: “Il Patriarca S. Giuseppe”Proposto a Modello di Giustizia. Le copie si esauriscono rapidamente e viene immediatamente
ristampata la seconda edizione dalla tipografia
Cannone. L’opera, recensita dai più grandi giornali
d’Italia, è tradotta in due lingue straniere, in tedesco e francese, per l’intrinseco valore teologico,
argomentato con riflessioni profonde.
L’Arcivescovo, richiama il ruolo di Giuseppe nella
famiglia di Dio. Sua eccellenza mons. Pedicini
ribadisce: ”Ed un tempio veramente era la casa
del patriarca S. Giuseppe, in cui abitava la santità,
e l’innocenza, e per trent’anni vi abitò il Figlio stesso di Dio. Gli Angeli ne custodivano la soglia, e
mai non vi entrò il rimorso a turbarne la pace, né
piede vi pose mai la colpa avvelenatrice di ogni
vera letizia. Ed il santo Patriarca pregustò in terra
le dolcezze ineffabili
del cielo”. Il presule
ancora sottolinea:
“Quando Gesù era
bambino, il Santo
vecchio se lo stringeva ad ora ad ora
al suo seno, e gli
stampava sulla fronte devoti baci: quando il Divino fanciullo
schiuse il labbro alle
prime parole, che
furon sempre parole
di vita eterna, egli fu
il primo a raccoglierle, conservandole
nel suo cuore, come
Maria sua sposa;
sulle sue ginocchia
del vecchio santo
chi sa quante volte
chinò gli occhi al
sonno il Divin pargoletto?”. Nell’era contemporanea l’importanza della famiglia non assume più un
valore oggettivo e si propugnano modelli diversificati, tendenti ad annientare le fondamenta di un’alleanza coniugale. Tra i temi-problemi dell’infanzia,
richiamati nella pubblicazione curata dal pedagogista A.Bobbio, intitolata “I diritti sottili dei bambini”, si
evince che la instabilità dei vincoli coniugali apre
uno spaccato sul mondo dei figli disorientati e privati delle loro peculiarità, in particolare vivere in
contesti sereni. La disgregazione della prima cellula domestica si manifesta nelle coppie, in un orizzonte storico-culturale, dominato dal relativismo etico. Il papà, oggi deve essere l’anello
di congiunzione insieme alla sua consorte, per rilanciare la famiglia nel tessuto
socio-economico, sostenuto dalla forza
oblativa dell’amore che come una
sorgente inesauribile si riversa nei
figli. La preminenza educativa impone di evitare che le fragilità esistenziali, le insicurezze relazionali e le
scelte irragionevoli dei genitori, compromettano il futuro dei nascituri, al
fine di evitare i drammi e gli squilibri
della psiche dei bambini. Il
Beatissimo Padre Giovanni Paolo II,
promulga il 2 febbraio 1994, la “Lettera
alla Famiglia”. Al n. 4 di questo documento di grande importanza, il Papa esorta la
famiglia a divenire “Chiesa domestica”. Il
Pontefice con parole accorate bussa alla porta di
ogni abitazione, per camminare insieme con l’uomo e per cercare le impronte di Dio. Il Vicario di
Cristo di venerata memoria scrive:”Con la presente Lettera vorrei rivolgermi non alla famiglia «in
astratto», ma ad
ogni famiglia concreta di qualunque
regione della terra,
a qualsiasi longitudine e latitudine
geografica si trovi e
quale che sia la
diversità e la complessità della sua
cultura e della sua
storia”. Il Papa
incoraggia la famiglia ad invocare
l’ausilio del Signore
mediante la preghiera, per alimentare la forza dell’interiorità, baluardo
insopprimibile per
supplicare Cristo,
l’unico mediatore
tra Dio e l’uomo.
CARTA D’IDENTITA’
DI SAN GIUSEPPE
Giuseppe: sposo della Beata Maria vergine,
padre putativo di Gesu' Bambino e custode del
redentore del mondo.
Professione: il termine greco "téktòn" e' stato
interpretato in diversi modi. Gli
studiosi ritengono che non
solo ha svolto l'attivita'
di falegname ma
viene considerato
anche un carpentiere
Venerato:
nella chiesa
cattolica
Memoria liturgica: 19 marzo
ed il 1° maggio
sotto il titolo di
san
Giuseppe
lavoratore
Attibuti nelle immagini: è rappresentato con un
giglio e tra le braccia stringe
Gesu' Bambino
Patrono: della chiesa universale, dei padri, dei
falegnami, dei carpentieri, dei lavoratori, dei
moribondi, degli economi, dei procuratori legali.
Tradizioni religiose: variano nelle diverse
localita' della penisola italiana
Tradizioni profane: festa del papa'
Arte: grandi pittori hanno dipinto la figura di
Giuseppe nelle loro tele. Vengono particolarmente ricordati "lo sposalizio della vergine"- il
perugino, "il sogno di san Giuseppe"- jose'
luzan, "san Giuseppe" - el greco.
6
Marzo 2010
UN VOLTO CHE PARLA
AL CUORE DEGLI UOMINI
N
di Paolo Palumbo
ella primavera del 2010, dopo 10 anni
dall’Ostensione del Giubileo, la Sindone sarà
nuovamente esposta nel Duomo di Torino dal
10 aprile al 23 maggio. Nel 2010 per la prima
volta sarà possibile vedere direttamente la
Sindone dopo l’intervento per la conservazione a cui è stata sottoposta nel 2002.
Naturalmente per tante persone sarà impossibile partecipare allo straordinario evento a Torino. Ecco la motivazione
che ha spinto l’Associazione culturale “la Conchiglia” di
Benevento a programmare nella nostra città la mostra sulla
Sindone che resterà aperta fino al 4 aprile 2010 presso la
Sala del Crocifisso della Rocca dei Rettori di Benevento.
L’evento è sponsorizzato dall’Arcidiocesi di Benevento,
dall’Ufficio Caritas e dalla Provincia di Benevento e si svolge in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, il
Centro Studi del Sannio, il Movimento Testimoni del
Risorto, l’Unitalsi di Benevento, l’U.S. Rugby Benevento,
l’Ufficio diocesano di Pastorale giovanile e l’Ufficio Scuola
diocesano. La mostra è formata da 22 pannelli, composti
con una grafica accattivante, che consentono di compiere
un percorso che affronta: la storia della Sindone, la lettura
delle impronte sul telo, le ricerche scientifiche principali e
gli aspetti spirituali e pastorali. Centro della mostra è la
riproduzione autentica a grandezza naturale della Sindone
che è visibile nella Sala del Crocifisso della Rocca. Papa
Giovanni Paolo II ha utilizzato espressioni indimenticabili in
merito alla Sindone: “Una reliquia insolita e misteriosa, singolarissimo testimone - se accettiamo gli argomenti di tanti
scienziati - della Pasqua, della passione, della morte e
della risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo
sorprendentemente eloquente!”. “Una provocazione all’intelligenza”. Molti oggi sono gli argomenti che possono con
certezza testimoniare che si tratti di un lenzuolo risalente al
I secolo d.C. che ha avvolto un condannato alla morte di
Croce che stando alle relazioni tra il racconto della
Passione di Gesù e la Sindone stessa non può che essere
il Figlio di Dio. Ecco gli argomenti principali:
Un telo utilizzato a Gerusalemme
In varie occasioni dalla superficie della Sindone è stato
preso materiale con nastri adesivi. Questo materiale successivamente è stato studiato in diversi laboratori. Sul lenzuolo è stata riscontrata la presenza di cristalli di un tipo di
carbonato di calcio, l’aragonite, con impurezze simili a
quelle dell’aragonite trovata nelle grotte di Gerusalemme;
inoltre sono state identificate aloe e mirra, le spezie funebri
profumate usate dagli ebrei nel primo secolo, e una grande
abbondanza di pollini del Medio Oriente che non esistono
in Europa. La Gundelia Tournefortii, ad esempio, cresce
solo in Medio Oriente; lo Zygophyllum Dumosum cresce
soltanto in Israele, in Giordania occidentale ed al Sinai.
Sulla Sindone sono stati identificati i pollini di 77 diversi tipi
di piante, tre quarti delle quali non esistono in Europa e 13
delle quali sono tipiche ed esclusive del deserto vicino a
Gerusalemme. Avinoam Danin, un botanico ebreo dell’università di Gerusalemme, usando un archivio di più di
90.000 siti di distribuzione delle piante, ha verificato che il
luogo più adatto per tutte le specie di piante, i cui pollini
sono stati identificati sulla Sindone, si trova in un raggio di
20 chilometri intorno a Gerusalemme.
Macchiato di sangue umano non decomposto
Le macchie di sangue e siero sul lino non sono riproducibili
con mezzi artificiali. È sangue coagulatosi sulla pelle di un
uomo ferito. Si è ridisciolto per fibrinolisi a contatto con la
stoffa umida per un periodo di circa 36 ore. La fine del contatto è avvenuta senza causare un movimento che avrebbe alterato i bordi delle tracce di sangue. In altre parole,
rimane inesplicabile come sia finito il contatto fra il corpo
ed il lenzuolo senza alterare i trasferimenti ematici che
avevano avuto luogo. La permanenza del cadavere nella
Sindone per un periodo di tempo limitato può essere
dedotta non soltanto dall’interruzione del processo fibrinolitico ma anche dall’assenza di qualsiasi segno di decomposizione.
Stesso sangue dei miracoli eucaristici di Lanciano e
Oviedo
Si tratta di sangue umano maschile ricco di bilirubina: ciò
significa che appartiene ad una persona che ha sofferto
molteplici traumi.
È sangue di gruppo AB. Questo è il gruppo sanguigno
meno comune; soltanto il cinque per cento della popolazione appartiene a questo gruppo sanguigno.
Un confronto interessante può essere fatto con i risultati
della ricerca intrapresa sul miracolo eucaristico di Lanciano
(Italia).
Qui, nell’ottavo secolo, nella chiesa di San Legonziano,
mentre era nelle mani di un monaco basiliano che dubitava
della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche, l’ostia, al momento della consacrazione, si è trasformata in
carne e il vino è diventato sangue.
I risultati delle indagini condotte nel 1970 da Odoardo
Linoli, un docente di anatomia ed istologia patologica e di
chimica e microscopia clinica all’università di Siena (Italia),
hanno mostrato che la carne è vero tessuto miocardico di
un cuore umano che si mantiene miracolosamente incorrotto e il sangue è autentico sangue umano del gruppo AB.
Il sangue è anche dello stesso tipo di quello riscontrato sul
Sudario conservato nella Cattedrale di Oviedo (Spagna),
una tela di 83 x 52 cm che presenta numerose macchie di
sangue simmetriche, passate da una parte all’altra mentre
era piegata in due. La tradizione la definisce Santo Sudario
o Sagrado Rostro, cioè Sacro Volto. La preziosa stoffa
giunse ad Oviedo nel IX secolo, in un’Arca Santa di legno
con altre reliquie, proveniente dall’Africa settentrionale. Il
sangue presente sul Sudario è umano, appartiene al gruppo AB e il DNA presenta un profilo genetico simile a quello
rilevato sulla Sindone.
L’inspiegabile immagine
Oltre al sangue, sulla Sindone c’è l’immagine del corpo
che vi fu avvolto. Questa immagine, dovuta a degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali
del lino, è paragonabile ad un negativo fotografico.
È superficiale, dettagliata, termicamente e chimicamente
stabile. È stabile anche all’acqua. Non è composta da pigmenti, è priva di direzionalità e non è stata provocata dal
semplice contatto del corpo con il lenzuolo: con il contatto il
telo o tocca o non tocca, non c’è via di mezzo. Invece sulla
Sindone c’è immagine anche dove sicuramente non c’era
contatto. I suoi chiaroscuri sono proporzionali alle diverse
distanze esistenti fra corpo e telo nei vari punti di drappeggio.
Sotto le macchie ematiche non esiste immagine del corpo:
il sangue, depositatosi per primo sulla tela, ha schermato
la zona sottostante mentre, successivamente, si formava
l’immagine. Come un cadavere abbia potuto imprimere sul
lenzuolo l’immagine fotografica di se stesso è un fenomeno unico ed ancora inspiegabile. L’immagine non è stata
prodotta con mezzi artificiali. Non è un dipinto né una
stampa: sulla stoffa è assente qualsiasi pigmento. Non è il
risultato di una strinatura prodotta con un bassorilievo
riscaldato: le impronte così ottenute non hanno caratteristiche paragonabili a quelle della Sindone. L’immagine esiste soltanto sulle fibrille superficiali del lino. Nessuna immagine è stata osservata sul retro. L’assenza di pigmenti è
stata confermata dalla fotografia in luce trasmessa. Sul
retro è possibile vedere soltanto il sangue, non l’immagine.
Uno studio molto importante è stato realizzato da un medico statunitense, August Accetta, il quale ha condotto un
esperimento su se stesso: ha iniettato nelle sue vene una
soluzione di difosfato di metilene contenente tecnezio-99m,
un isotopo radioattivo che decade rapidamente. Ogni
atomo di tecnezio emette un unico raggio gamma che può
essere registrato da una apposita apparecchiatura di rilevamento. Il Dr. Accetta intendeva realizzare un’immagine
provocata da una radiazione emessa da un corpo umano.
Secondo il Dr. Accetta, l’immagine sulla Sindone potrebbe
essere stata causata dall’energia sprigionatasi all’interno
del corpo di Cristo al momento della resurrezione. Le
immagini ottenute dal Dr. Accetta sono molto simili a quelle
che si osservano sulla Sindone e davvero questo esperimento arriva fin sulla soglia del mistero di quell’impronta
che ci richiama il mistero centrale della fede. La formazione dell’immagine della Sindone potrebbe essere spiegata
da un effetto fotoradiante collegato alla resurrezione.
L’UOMO DELLA SINDONE IN MOSTRA A BENEVENTO
Ormai prossimi alla Settimana Santa l’invito è a non perdere questa straordinaria occasione per poter contemplare l’Uomo della Sindone in mostra alla
Rocca dei Rettori ed a partecipare nelle domeniche 21 e 28 marzo a due appuntamenti di alto valore scientifico che si svolgeranno alle ore 18.00 presso la Sala Consiliare della Rocca dei Rettori. Domenica 21 si terrà il convegno sul tema: Il Volto di Cristo nella letteratura, nell’arte e nella vita di Teresa
Manganiello al quale interverranno il Prof. Michele Ruggiano, il Prof. Maurizio Cimino e la Prof.ssa Suor Daniela Del Gaudio e domenica 28 marzo, poi,
si terrà il convegno sul tema La Sindone: segno del nostra tempo al quale interverranno il Prof. Alberto Di Giglio, sindonologo e documentarista ed il
Prof. Giovanni Liccardo, docente di Storia della Chiesa. La mostra resta aperta nei giorni feriali dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00 e nei giorni festivi dalle 10.00-12.30 e dalle 16.00 alle 20.00. Solo per la prenotazione dei gruppi è necessario contattare il numero 349. 1398575.
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CARAVAGGIO ALLE SCUDERIE
DEL QUIRINALE
LA MOSTRA EVENTO DEL 2010
quattrocento anni dalla morte di
Caravaggio, la città di Roma dedica
una mostra al grande artista lombardo. E’ stata inaugurata il 20
febbraio alla presenza del
Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, e sarà aperta al
pubblico fino al 13 giugno, la Mostra alle
Scuderie del Quirinale intitolata
“Caravaggio”, un progetto espositivo che
intende richiamare l’attenzione del pubblico
e della critica sul celeberrimo genio lombardo, secondo un’ottica innovativa e aggiornata.
In mostra, provenienti da ogni parte del
mondo, le opere più rappresentative dell’artista, come il Bacco dagli Uffizi, il Davide con
la testa di Golia dalla Galleria Borghese, i
Musici dal Metropolitan di New York e La
Cena di Emmaus dalla National Gallery di
Londra, che costituiscono nella loro presentazione contestuale, una sorta di omaggio
all’unicità di Caravaggio.
In anni recenti, il gran numero di ricerche e
studi sulle vicende biografiche di Caravaggio
ha confermato l’universale interesse intorno
alle vicende artistiche del pittore e al suo
ruolo cardine all’interno della storia dell’arte
A
degli ultimi 400 anni.
E’ questo il clima in cui è nata l’idea di questa mostra, lineare ed emozionante, immaginata secondo un criterio rigoroso incentrato
sulle sole opere “capitali”.
La scelta di privilegiare l’autografia sicura
dei dipinti ha indotto ad escludere la produzione variamente riferita alla sua “bottega”,
così come sono state poste a margine, o per
meglio dire sono state lasciate momentaneamente in sospeso, le ulteriori versioni e le
questioni su cui la critica si è più volte confrontata, con pareri non sempre concordi.
Il ricorso alle fonti letterarie e ad un’immensa mole di materiale documentario hanno
permesso una severa indagine critica dei
dipinti, la loro esatta collocazione cronologica, la provenienza e sistemazione originaria.
Altri documenti, poi, riguardanti i collegamenti, la relazione tra l’artista e i suoi committenti, così come con le personalità più
significative del suo tempo, hanno condotto
a una disamina approfondita sul piano culturale del pittore e sulle valenze intrinseche
alla sua complessa opera.
La mostra delle Scuderie del Quirinale si
pone, quindi, come un nuovo e appassionato
momento di riflessione, un’occasione unica
per penetrare l’essenza dell’arte del pittore
“terribilmente naturale”, il suo rivoluzionario
e sbalorditivo criterio di naturalismo, la sua
ostinata deferenza al vero, irriducibile a
schemi e a scuola, solitaria nella sua grandezza e poesia.
UN VIAGGIO NELLA ROMA BAROCCA
Per tutti gli appassionati di pittura o semplicemente per gli amanti del bello ed i curiosi, un appuntamento da non perdere alle Scuderie del Quirinale di Roma. Stiamo parlando di una mostra dedicata a Caravaggio, al genio dell’utilizzo sapiente di luci ed
ombre. Questa mostra verte sulla produzione di Caravaggio ristretta alle opere la cui
firma è storicamente accertata, escludendo quindi tutta la produzione attribuita in
senso più generale alla sua “bottega”. Un percorso coerente e rigoroso, che si libera
dai dibattiti storico artistici ancora in corso e permette così di contemplare l’opera del
maestro concentrandosi unicamente sull’incredibile genio creativo del celebre pittore.
Un’ occasione quindi da cogliere al volo, quella del 16 maggio che vuole essere un
viaggio attraverso la Roma Barocca con il suo naturale approdo in quella che è ormai
da tutti definita la mostra evento del 2010, la mostra che vede riuniti in un unico luogo
i dipinti più rappresentativi del grande pittore. Per ulteriori informazioni e prenotazioni
è possibile contattare la cooperativa “Vie del Mondo” allo 0824-1770928.
TEMPI NUOVI - Periodico di Impegno Religioso e socio-culturale. Autorizzazione Tribunale di Benevento N° 204/96 del 20/12/1996.
Direttore Responsabile: Nicola De Blasio; Ufficio Comunicazioni Sociali Benevento - Progetto Grafico e impaginazione: Daniele
Leone - Direzione Redazione: P.zza Orsini, 33 (Bn) tel. 0824_323326 Fax 0824_323344 email: [email protected] web: www.diocesidibenevento.it. Stampa: Marina Press s.r.l. - Via E. Marelli (C/da Olivola - Benevento)
TEMPI NUOVI può essere richiesto GRATUITAMENTE la settimana successiva all’uscita
presso la libreria Giovanni Paolo II o l’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali
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S. GIUSEPPE: IL PADRE CHE EDUCA
di mons. Francesco Zerrillo*
a paternità di San Giuseppe nei
confronti di Gesù, pur non essendo
di ordine biologico, non è riducibile
ad una etichetta giuridica.
L’evangelista Matteo sottolinea
ripetutamente il ruolo di Giuseppe:
a lui appare in sogno l’angelo per
spiegare la maternità di Maria; a lui l’angelo
affida il compito di imporre il nome voluto da
Dio al bimbo che Maria porta in grembo; lui
inserisce giuridicamente Gesù nella genealogia
che ha Abramo per capostipite e, più in particolare, nell’ascendenza dinastica di Davide.
Soprattutto, Giuseppe prende le grandi decisioni per la tutela del bimbo cercato a morte da
Erode e per la scelta della dimora della Santa
Famiglia.
San Giuseppe ha subito un compito attivo vasto
e complesso: un impegno intelligente,
sagace e prudente. Ovviamente,
Giuseppe compie tutti i suoi passi
decisionali in solidale intelligen-
L
za d’amore con Maria. Tuttavia, particolarmente
nella prima convulsa successione degli avvenimenti, il santo Patriarca, non può sottrarsi alla
primaria responsabilità affidata a lui dalla legge
e dalla tradizione. Da parte sua Maria si sente
affidata allo sposo, è felice di essere da lui sorretta e protetta; lei, giovane Madre si fida di
Giuseppe pienamente. D’altra parte Maria gioisce di poter condividere con lo sposo che Dio
le ha dato i segreti riguardanti il bambino: con
Giuseppe lo guarda con occhi stupiti e adoranti;
con Giuseppe contempla i disegni di Dio e saluta ricca di certa speranza l’alba del nuovo
mondo. Maria è consapevole delle cose grandi
compiute da Dio in lei e sa che tutte le generazioni l’avrebbero chiamata
beata. Sicuramente
San Giuseppe è
sintonizzato su
Maria nella
lode e nella
riconoscenza a Dio; il suo “Magnificat” è tutto
interiore e si confonde con le note gioiose del
canto della sposa. Accanto a Maria e con
Maria, Giuseppe ammira in Gesù tutto il bene di
Dio, tutta la speranza dell’umanità; egli sa che
nella famiglia appena composta con la nascita
di Gesù, il cielo si è congiunto con la terra; più
ancora: il cielo si è trasferito sulla terra. Maria e
Giuseppe, ripiegati sul bimbo divino, sono
affacciati sulla sorgente dell’umanità santa, da
sempre voluta da Dio: questo Bimbo è il modello di ogni uomo elevato a perfezione. Maria
sarà chiamata ed invocata “Madre di Dio”. I
Padri e i Dottori della Chiesa sottolineeranno
questa prerogativa della Vergine, ne spiegheranno il senso, ne difenderanno la verità.
Giuseppe, sia pure nell’ordine dell’adozione,
mai sarà chiamato “Padre di Dio”. Gesù ha difeso con gelosia la prerogativa unica del Padre
celeste. La prima volta che Maria, nel tempio di
Gerusalemme, ricordò a Gesù la sofferenza del
papà san Giuseppe, Gesù disse
subito il proprio principale riferimento al
Padre celeste pur
nulla togliendo al rispetto e all’affetto per Colui
che il Padre celeste, aveva scelto come sua
ombra di richiamo e di rappresentanza.
Un giorno Gesù disse che coloro che facevano
la volontà di Dio erano per Lui come Madre, fratelli e sorelle. Gesù non assimilò nessuno al
Padre. Sta di fatto però che Gesù, nell’intimità
della Santa Famiglia, tra i parenti e nella piccola
comunità umana di Nazareth, si è rivolto tante
volte a Giuseppe chiamandolo “Babbo”, così
come faceva con il Padre celeste. Quando
Giuseppe era chiamato con quel nome da
Gesù, sicuramente era pervaso da tenerezza
immensa; gli occhi dovevano tante volte imperlarsi di lacrime, il cuore sobbalzare. Forse
Giuseppe, non potette resistere per troppi anni
a queste esperienze di cielo. Per questo motivo
portò a termine la sua missione in terra accanto
a Gesù e a Maria. Accanto a Gesù però,
Giuseppe non viveva solo un’esperienza di
Paradiso; Egli compiva la missione paterna,
resa possibile alla sua piccolezza umana dai
doni dello Spirito. Come, infatti, lo Spirito discese su Maria, perché questa concepisse e così in
Lei il Verbo si facesse carne, così, dobbiamo
ritenere che, lo Spirito Santo discendesse su
Giuseppe, per abilitarlo alla spirituale paternità.
Lo Spirito Santo ha preso possesso di
Giuseppe, in analogia a Maria. Giuseppe ha
così avuto una intelligenza superiore delle cose
di Dio; Giuseppe ha penetrato nella misura nota
a Dio solo il mistero di Cristo; Giuseppe ha
potuto tener alto il livello di padre umano e di
maestro accanto a Gesù: lo istruiva, lo esortava, gli offriva i giusti consigli, gli raccontava le
proprie esperienze, lo faceva partecipe della
cultura e della spiritualità del vero Israele. Il
compito di Giuseppe accanto a Gesù è stato
eminentemente educativo. Gesù, umanamente
parlando, siccome Egli ha scelto di partecipare
a tutta l’esperienza umana, è debitore a Maria e
a Giuseppe dell’educazione nelle cose umane.
Grandissimo è stato il ruolo educativo di Maria
accanto a Gesù; nessuno ci autorizza a sottovalutare il ruolo di Giuseppe; se Maria è la Madre
anche carnale, con un ruolo perciò unico e
impareggiabile, Giuseppe, pur limitato alla sfera
spirituale, rimane unico nella scelta di Dio, si
presenta come l’uomo di fiducia di Dio.
Dobbiamo avvicinarci con riverenza e fiducia a
San Giuseppe, perché il ruolo da lui esercitato
accanto a Gesù, si estende necessariamente a
beneficio di tutti i figli di Dio. Dovrà crescere la
nostra devozione al Padre putativo di Gesù.
Gesù si è affidato umanamente a lui; anche noi
dobbiamo affidarci con sicurezza alle sue premure. La chiesa italiana sta per dedicare l’impegno pastorale, della seconda decade di anni del
terzo millennio, al compito educativo.
Negli ultimi tempi si è parlato con qualche
preoccupazione di “emergenza educativa”.
Sbandamenti e disordini sono sotto l’osservazione di tutti. E’ necessario che, a cominciare
dalla famiglia che è la prima comunità educativa, ci si riappropri della responsabilità educativa. Ci troviamo dinanzi ad un compito immane.
La chiesa e la società civile non possono non
convergere in questa opera sublime. Il ritorno
della festa liturgica di San Giuseppe, costituisce
l’occasione opportuna per invocare la paternità
educativa di San Giuseppe, perché sia esemplare e spronatrice per tutti.
*vescovo emerito di Lucera -Troia
DURANTE LA QUARESIMA “METTERSI IN GIOCO”
L’arcivescovo mons. Andrea Mugione e i giovani hanno dato inizio
al cammino quaresimale, con la concelebrazione eucaristica e il rito
delle ceneri, presso la Basilica della Madonna delle Grazie.
Durante l’omelia, imperniata sulla preparazione per accogliere il
Mistero Pasquale come Via, Verità e Vita, il presule ha focalizzato
gli aspetti del tempo favorevole e del tempo della interiorità. La
penitenza non deve incutere timore, anzi è quel coraggio per combattere le tentazioni di una mentalità antropocentrica che ha messo
l’uomo al posto di Dio. Il cammino quaresimale deve rappresentare
il “mettersi in gioco” il convertirsi. La cultura contemporanea, infatti,
ha generato una paura verso il futuro, spingendo a vivere esclusivamente l’oggi. Chi si sacrifica più per un ideale? Il vivere alla giornata non rappresenta il frutto dell’abbandono fiducioso nelle mani
della Provvidenza, ma scadere nell’appagamento del piacere imme-
diato. Il Metropolita non ha rinnegato la vita su questa terra, ma ha
invitato a valorizzarla e a rispettarla seguendo l’esempio di Cristo.
Certo, anche in un cammino di fede non mancano le cadute, ma
non bisogna cedere allo scoraggiamento, occorre rimanere saldi
nella fede per potersi rialzare, consapevoli della propria fragilità,
ma forti in Cristo. Il Risorto ama e non abbandona chi si affida con
cuore sincero. Il Presule ha richiamato alla mente la figura di S.
Agostino quando, lasciata l’esperienza mondana per vivere la
nuova esperienza spirituale, dichiara nelle “Confessioni”: “il mio
cuore è stato inquieto fino a quando non ha riposato in Cristo”. La
volontà di cambiare, secondo la pedagogia cristiana, è stata sottolineata dall’arcivescovo attraverso questi verbi: pregare, piantare,
portare, progettare e perdonare.
Antonella Fusco
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TERESA MANGANIELLO
RIFLESSO DELLA BELLEZZA DI DIO
di suor Maria Matilde Napoletano sfi
ello scenario della cultura odierna, a volte buio e privo di attrattiva, la Chiesa ci pone innanzi la
figura luminosa della giovane
Teresa che attraverso la testimonianza della sua vita semplice,
ordinaria, poco appariscente ma
ricca di senso riflette la “bellezza” di Dio che dimora in un cuore
puro. Nata a Montefusco (Av) il 1° gennaio 1849 da una famiglia
di contadini, undicesima di dodici figli, Teresa, sin da fanciulla, è
avvezza al sacrificio, al timor di Dio, alla preghiera che si fa in famiglia ogni sera quando ci si ritrova dopo la fatica del giorno. La
famiglia dei coronari: così erano chiamati i Manganiello, perché
avevano tra le mani sempre la corona del rosario, anche quando
lavoravano. A Teresa è affidata la cura della casa, il forno per il
pane, la biancheria. Tutto svolge con soavità, grazia e sveltezza:
“era svelta e giudiziosa e anche durante il lavoro pregava”.
Adolescente comincia a sentire una forte attrazione verso le cose
dello spirito tanto da confidare alle amiche che non intende sposarsi con un uomo ma con Dio. Intorno ai 18 anni, frequentando il
convento dei padri Cappuccini di S. Egidio conosce P. Lodovico
che subito intuisce le qualità e le aspirazioni della giovane.
Partecipando agli incontri del Terz’Ordine Francescano la Sapiente
Contadina di Montefusco si sente attratta dall’ideale di povertà,
semplicità e fraternità. In cuor suo coltiva il desiderio di consacrarsi
interamente al Signore. Si dona instancabilmente e a tempo pieno
a Lui attraverso una forte pietà eucaristica. Tutta la giornata è
intessuta di preghiera senza per questo trascurare i suoi doveri di
figlia. Anche di notte prega ritirandosi in una grotta adibita a stalla.
Di buon mattino, dopo l’apparente riposo, fa ben “tre infornate di
pane” e poi si reca nella Chiesa di S. Egidio dove partecipa con
fervore all’eucarestia. Le testimonianze dicono che sembrava un
“serafino”, immersa totalmente in Dio. Una cognata dichiara che
Teresa non si lasciava scoraggiare dal cattivo tempo: o nevicava o
pioveva non poteva rinunciare all’appuntamento giornaliero. Una
volta, a causa di un vento fortissimo, raggiunse la Chiesa camminando a carponi e aggrappandosi agli alberi. La preghiera di
Teresa non è sterile ma partorisce Carità. Carità instancabile.
Sotto l’albero di gelso o vicino al pozzo di casa accoglie i poveri, i
pellegrini, gli ammalati; dedica tempo e cure: cura i corpi con erbe
e unguenti da lei stessa preparati, cura le anime con parole di conforto, di incoraggiamento. L’impegno dell’Umile Contadina di
Montefusco è di essere sempre e dovunque l’angelo della pace.
“Convertiva con la sola presenza”: una donna di cattiva fama decise di cambiare vita e un sacerdote sospeso da molti anni rientrò in
sé solo alla vista dell’ “Angelica Teresa”. Da vera francescana
Teresa vive in modo notevole il distacco dalle cose materiali. Per
se tiene l’indispensabile. Dopo la professione nel Terz’Ordine consegna tutto il corredo alla Mamma consapevole di aver trovato il
vero “Tesoro”. Questo spirito di distacco la preparò a vivere santamente il trapasso da questa terra al cielo, che attendeva come il
giorno delle nozze e che avvenne il 4 novembre 1876. Alla sua
morte tutti la acclamarono santa!
N
PROGRAMMA BEATIFICAZIONE
DI TERESA MANGANIELLO
Domenica, 2 maggio 2010: Basilica S. Maria
delle Grazie
ore 21,30/22,30 - Veglia eucaristica mariana
presieduta da P. Giuseppe Falzarano
Animazione Liturgica: Suore Francescane
Immacolatine
Giovedì, 06 maggio 2010 – ore 18,00:
Convegno: Una contadina maestra di vita
Teresa Manganiello
Auditorium Seminario Arcivescovile di
Benevento
Giovedì 13, Venerdì 14, Sabato 15 maggio
2010: Sant’Egidio - Montefusco (AV)
Commemorazione della Professione di
Teresa nel Terz’Ordine
Lunedì, 17 maggio: Teresa terziaria francescana
Parrocchie: Santa Rita, San Gennaro, Sacro Cuore
ore 18,00: Via Crucis animata da P. Angelo
Piscopo, ofm capp.
ore 19,00: Santa Messa presieduta da S.E.
Mons. Francesco Zerrillo
Animazione Liturgica: Azione Cattolica della
Parrocchia “Sacro Cuore”
Martedì, 18 maggio: Teresa anima missionaria
Parrocchie: San Modesto, Madonna
Addolorata, Santa Maria degli Angeli,
Sant’Anna e Sant’Antonio
ore 18,30: Santa Messa presieduta da Don
Nicola De Blasio
ore 21,00: Adorazione animata da Don
Salvatore Soreca e dai Seminaristi di
Benevento
Animazione Liturgica: Giovani della Parrocchia
“San Modesto”
Mercoledì, 19 maggio: Teresa anima orante
Parrocchie: S. Maria Constantinopoli, San
Giuseppe Moscati, Spirito Santo
ore 18,00: Adorazione animata da P. Antonio
Tremigliozzi, ofm
ore 21,00: Santa Messa presieduta da Mons.
Pompilio Cristino, Vicario Generale
Animazione Liturgica: Suore Francescane
Immacolatine, Coro Sora Acqua, Amici di
Teresa
Giovedì, 20 maggio: Teresa, come San
Francesco, sposa del Crocifisso
Parrocchie: Chiesa San Francesco, San
Bartolomeo, Santa Sofia, Sant’Anna, Santa
Maria della Verità e San Donato
ore 17,15: Adorazione animata da Don Pietro
Florio
ore 18,30: S. Messa presieduta da P. Antonino
Carillo, ofm conv.
Animazione Liturgica: GIFRA e Gruppo Giovani
delle Parrocchie
Venerdì, 21 maggio: Teresa e la Vergine
Maria. Teresa, come Gesù, pane spezzato
per il prossimo
Basilica S. Maria delle Grazie
Sono tutti invitati, in particolare le Famiglie
Francescane
ore 19,00: Santa Messa presieduta dal M.R.
Padre Sabino Iannuzzi, Ministro Provinciale
Frati Minori del Sannio e dell’Irpinia
Animazione Liturgica: Coro Musicae Cantores
(San Giorgio del Sannio)
Messa per i Giovani a cura dell’Ufficio
Pastorale Giovanile
ore 20,00: Confessione
ore 21,00: Celebrazione Eucaristica presieduta
da Don Renato Trapani
Animazione Liturgica: Gruppo Giovani (Kiwi
Band)
Sabato, 22 maggio:
Rito di BEATIFICAZIONE della Venerabile
Serva di Dio Teresa Manganiello
ore 16,00: Basilica Madonna delle Grazie (Viale
San Lorenzo) - Benevento
Celebrazione del Rito della Beatificazione della
Venerabile Serva di Dio Teresa Manganiello presieduta da S.E. Mons. Angelo Amato, Prefetto
della Congregazione delle Cause dei Santi,
delegato di Sua Santità Benedetto XVI.
Animazione Liturgica: Coro della Cattedrale e
vari cori del Sannio e dell’Irpinia guidati dal maestro Don Lupo Ciaglia
Domenica, 23 maggio – ore 10,30: Chiesa
Parrocchiale “Maria SS. Annunziata” –
Pietradefusi (AV) . Santa Messa presieduta da
Mons. Luigi Porsi, Postulatore della Causa di
Canonizzazione di Teresa Manganiello, e benedizione della sacra immagine destinata al culto
devozionale.
Mercoledì, 26 maggio: Pellegrinaggio a Roma
Udienza Generale col Santo Padre Benedetto
XVI - Celebrazione Eucaristica nella chiesa
Spirito Santo in Sassia – Roma
Venerdì, 28 maggio – ore 18,00: Chiesa “San
Giovanni del Vaglio” – Montefusco (AV)
Santa Messa presieduta da Mons. Luigi Porsi,
Postulatore della Causa di Canonizzazione di
Teresa Manganiello, e consegna della reliquia
della Beata.
Domenica, 30 maggio – ore 19,00: Chiesa
Sant’Egidio – Montefusco (AV)
Benedizione della statua della Beata e
Celebrazione Eucaristica di Ringraziamento
presieduta dall’Arcivescovo Metropolita di
Benevento, Mons. Andrea Mugione
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SAN PIO E LA CONVERSIONE
DI FRANCESCO RICCIARDI
UNA GRANDE OPERA DEL FRATE
di Donato Calabrese
ra le grandi conversioni operate
da Padre Pio, c’è sicuramente
quella del dott. Francesco
Ricciardi, di San Giovanni
Rotondo. La
vicenda
risale al
mese di dicembre del
1928. Francesco
Antonio Ricciardi
aveva preso, ormai,
le distanze dai sentimenti di rispetto e
venerazione del
popolo di San
Giovanni verso Padre
Pio, considerandosi
autosufficiente ed
emancipato rispetto
alla religione cristiana. Abitava in via
San Donato, una
strada stretta e lunga
dell’antico borgo.
Poiché il medico era,
da tempo, affetto da un male incurabile, i
parenti e gli amici cercavano insistentemente di persuaderlo a confessarsi. Ma
lui resisteva alle pressioni, anche perché
voleva apparire forte di fronte all’idea
della morte, e, quindi, scevro da quella
fede cristiana che lui aveva sempre ridimensionato come appartenente al mondo
dei deboli, dei bambini e delle vecchiette.Pensando che la sua vita stesse velocemente declinando, i parenti e gli amici
provarono in ogni modo a convincerlo di
T
avvicinarsi alla fede, almeno in extremis.
Ma Ricciardi si mantenne duro di fronte
alle proposte di coloro che gli erano vicini, ribadendo espressamente di non voler
preti in casa sua. Del resto, da oltre trenta anni non conosceva né chiesa, né confessionale. Dopo
molte e insistenti
pressioni da parte
di parenti e amici, il
medico di San
Giovanni Rotondo
pensò ad un espediente per uscirne
fuori: disse che si
sarebbe confessato
ad una sola, unica,
condizione: che a
ricevere la sua confessione fosse
Padre Pio. La cosa
non scoraggiò gli
amici, anche se
sapevano che il
frate di Pietrelcina
non usciva mai dal
convento cappuccino di Santa Maria delle Grazie.
E questo lo sapeva bene lo stesso medico Ricciardi, pensando, in cuor suo,
Padre Pio non sarebbe venuto a casa
sua, anche perché era già sotto osservazione delle autorità ecclesiastiche, e lui ci
teneva a non venire meno agli ordini dei
superiori.
Ma le vie del Signore sono infinite, ed il
nipote del medico ateo, insieme col medico dei cappuccini, Angelo Maria Merla, e
con l’aiuto del podestà Francesco
Morcaldi, tutti grandi amici e devoti di
Padre Pio, organizzarono una salita al
convento. Qui trovarono il religioso stigmatizzato intento a scaldarsi al fuoco
comune: il grande focolare presente in
ogni comunità cappuccina, dove i frati si
riscaldano e si intrattengono a parlare.
Padre Pio, ovviamente, fece presente
che non poteva muoversi, a causa delle
prescrizioni del Vaticano nei suoi confronti. Ma, trattandosi di un caso così importante, si rimise alla volontà del superiore.
L’idea venne subito accolta dal superiore
che, prendendo Padre Pio in custodia,
insieme con gli altri, salì su una vettura
affittata per l’occasione, dirigendosi, quindi, in via San Donato. Meravigliato, della
visita di Padre Pio, il dott. Francesco
Antonio Ricciardi lo ricevette al suo
capezzale, lasciando, subito, cadere nel
vuoto tutte le sue preclusioni nei confronti
della fede cristiana. Si confessò, riconciliandosi con Dio e ricevendo anche gli
altri santi sacramenti. Alla fine della confessione, salutando il medico, Padre Pio
disse: “Dottò, arrivederci, ci vediamo ai
cappuccini… arrivederci… al convento”.
Parole profetiche. Infatti Francesco
Antonio Ricciardi non morì in quell’occasione. Guarito dal male incurabile, cominciò a frequentare il convento dei Frati
cappuccini, dove spesso si fermava a
sostare in preghiera nella piccola chiesa
conventuale. Ovviamente la popolazione
di San Giovanni Rotondo gridò al miracolo. Ricciardi morì quattro anni dopo, e
precisamente il 13 giugno del 1932, assistito dallo stesso superiore del convento:
padre Raffaele da S. Elia a Pianisi.
“FORTUNATAMENTE QUEST’ACQUA NON BAGNA”
La signora Vairo era una delle convertite da Padre Pio e voleva seguire l’esempio dei
grandi penitenti accorsi sul Gargano e rinati a nuova vita grazie alla santità del Frate di
Pietrelcina. Dopo aver finalmente ritrovato la grazia di Dio, un mattino d’inverno la donna
decise di andare in chiesa a piedi nudi. Il freddo impietoso del Gargano e la pioggia
incessante misero a dura prova la resistenza della donna, mentre saliva lungo il sentiero pieno di sassi taglienti che conduceva al convento. Inzuppata fino alle ossa e con i
piedi sanguinanti, a causa del dolore e del freddo pungente, la signora Vairo svenna
sulla soglia della chiesa. Appena ritornò in sé, vide il volto di Padre Pio curvo su di lei.
“Figlia mia – le disse il Padre – anche nella santa penitenza è necessario non oltrepassare i limiti”. Poi, toccandole dolcemente la spalla, aggiunse: “Fortunatamente quest’acqua non bagna…”. Quale non fu la meraviglia di tutti i presenti allorché si accorsero che,
improvvisamente, i vestiti della donna era divenuti completamente asciutti.
do.ca.
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Marzo 2010
L’EDICOLA DI GESÙ
BAMBINO DI PRAGA
di Lilli Notari
a Chiesa di San Filippo Neri, a Benevento è
attualmente conosciuta come Santuario del
Santo Bambino di Praga. Nello spazio
recintato sulla sinistra della Chiesa, poggiata su di una colonna, si trova una statua in
bronzo che raffigura Gesù Bambino di
Praga. Si tratta di un’edicola popolare che
rientra nella tipologia detta del capitello, non molto diffusa nelle zone meridionali, ma presente in gran numero
nel nord est dell’Italia, particolarmente nel Veneto. In
città sono presenti solo altre tre edicole di questo tipo:
due, dedicate una al Sacro Cuore e l’altra a San
Giovanni di Dio, nel giardino dell’Ospedale
Fatebenefratelli ed una terza dedicata all’Immacolata, in
uno dei giardinetti del quartiere di Capodimonte.
L’edicola dedicata al Santo Bambino di Praga, progettata nella sua struttura dall’architetto Vincenzo Miccolupi, è
formata da una base di marmo bianco, che poggia su
due gradini, e da una colonna, la cui parte superiore
arriva all’altezza del primo piano dell’edificio annesso
alla Chiesa. Su tre lati della base si leggono delle iscrizioni in lettere di bronzo:
in ricordo dell’anno della sua collocazione
A/ GESU’ BAMBINO/ DI PRAGA/ PERCHE’ DONI
PACE/
AL MONDO/ANNO DELLA FEDE 1968
L
in ricordo dell’Anno Santo del 1975
GESU’/ A TE LA LODE/ DA OGNI CREATURA/
ANNO SANTO 1975
e recentemente in ricordo di suor Raffaellina Borruto, un
suo scritto
DA QUESTO SANTUARIO/ PARTANO SCINTILLE/
D’AMORE PER ILLUMINARE/ IL MONDO. LA LUCE/
RISPLENDA DOVE/ ANCORA NON E’ GIUNTA. / IL
DIVINO PASTORE TUTTE/ LE PECORE RADUNA
CON/ TENEREZZA SORPRENDENTE.
Suor Raffaellina
In cima alla colonna si trova la statuetta in bronzo del
Gesù Bambino di Praga, realizzata dallo scultore Antonio
Lebro, che venne solennemente inaugurata il 22 dicembre 1968 alle ore sedici alla presenza dell’allora
Arcivescovo Raffaele Calabria e delle autorità civili.
Anche se si trova nella zona recintata di una Chiesa, questa edicola è strettamente legata alla devozione ed al
culto popolari: venne realizzata infatti con le offerte degli
abitanti del rione raccolte da Suor Raffaellina Borruto, la
religiosa che aveva portato il culto del Santo Bambino di
Praga a Benevento nel maggio del 1950.
La statua raffigura il Bambino Gesù in piedi su di una
sfera che rappresenta la Terra; sul capo è poggiata una
corona ed il viso, dai tratti quasi moreschi, è contornato
da lunghi riccioli. L’abito è di foggia seicentesca, riccamente arabescato con motivi floreali ed ornato di pizzi al
collo ed ai polsi.
La mano sinistra stringe il globo sormontato dalla croce,
tipica insegna imperiale, e tre dita della mano destra sono
sollevate nell’atto di benedire l’umanità. Il culto del
Bambino di Praga è legato ad una leggenda secondo la
quale la statuetta originaria fu portata, nel 1574, dalla
Spagna in Boemia, dalla nobildonna Maria Manriquez de
Lara discendente dei principi italiani Pignatelli. La figlia, la
principessa Polissena, la regalò ai Carmelitani Scalzi di
Praga della Chiesa dedicata alla Madonna della Vittoria e
furono, poi, proprio i Carmelitani a propagandarne il culto,
dal XVIII secolo in poi, non solo in Boemia, ma in tutta
Europa.
C RO C E IN V IA L E G E S Ù
BA M B IN O D I P R AG A
Nei pressi del Santuario di Gesù Bambino di Praga (la
Chiesa che Orsini aveva dedicato a San Filippo Neri), in un
piccolo spazio recintato è stata posta un’alta croce di colore azzurro e bianca che di sera è completamente illuminata da una luce interna a neon.
Si tratta di una costruzione moderna, del 2000, che si ricollega a delle visioni (non riconosciute dalla Chiesa) avute in
un piccolo villaggio della Normandia (Francia), a Dozulé,
tra il 28 marzo 1972 ed il 7 luglio 1978 da Maddalena
Aumont, una popolana, moglie di un operaio e madre di
cinque figli, ritornata alla pratica religiosa dopo un lungo
periodo di lontananza.
Le visioni avvengono per 48 volte e 36 di queste hanno
luogo al posto del tabernacolo o dell’Ostensorio. Nella
prima apparizione la donna vede formarsi in cielo una
immensa Croce luminosa, denominata Croce Gloriosa.
Questa apparizione si riproporrà altre 5 volte. Nella terza
apparizione le viene richiesto che venga elevata sulla collina di Dozulé un’alta croce, ed ai suoi piedi sia edificato il
Santuario della Riconciliazione.
La grandezza della croce che si richiede sia costruita a
Dozulé deve avere la stessa altezza che ha Gerusalemme
nel punto del Calvario e cioè 738 metri. I bracci della croce
dovranno essere di 123 metri ed in questo modo il rapporto tra il braccio verticale e quelli orizzontali sarebbe da tre
a uno. Questa croce, nelle dimensioni richieste, non è
stata costruita nel paesino francese.
Successivamente, un’altra veggente che si fa chiamare
Je Ne Suis Rien (Io Non Sono Niente - JNSR) dal 16 luglio
1996 chiede che in tutto il mondo vengano costruite delle
Croci d’Amore che devono essere alte sette metri e trentotto centimetri rispettando il rapporto in scala da 1 a 100
con la, richiesta e non costruita, Croce Gloriosa di Dozulé.
l.n.
Foto a cura di
Raffaele Notari
Marzo 2010
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I RITI DI INTRODUZIONE
DELLA MESSA
I L KYRIE
di Francesco Melito*
a celebrazione della Messa, dopo
l’atto penitenziale, prevede il canto o
la recita del Kyrie. Si tratta di un elemento liturgico che ha una sua storia articolata.
Esso è certamente un’espressione
eminentemente biblica che ritroviamo nella liturgia della chiesa greca (come le
parole stesse testimoniano) e che è stata
accolta nella liturgia romana non prima del V
secolo. Tracce della sua antichità e della sua
funzione sono rintracciabili in una testimonianza sicura del 400 d.C. Eteria, una pellegrina gallica, recandosi a Gerusalemme, nota
che vi era una consuetudine alla fine dei
vespri: il diacono recitava una serie di invocazioni e «mentre egli pronuncia i singoli nomi,
vi è sempre una schiera di fanciulli che
risponde Kyrie eleison, come noi diciamo:
Signore abbi misericordia (miserere Domine);
e le loro invocazioni non hanno fine»
(AETHERIAE, Peregrinatio, c. 24, CSEL
39,72).
Per non andare troppo per le lunghe, si tratta
di invocazioni che, per intenderci, sono identificabili con quella che oggi chiamiamo preghiera universale o dei fedeli e che era formulata come una litania. Il Sinodo di Vaison
(529), comunque, parla del Kyrie come di una
novità liturgica ben accolta e presente nel
Mattutino, nella Messa e nei Vespri.
S. Gregorio Magno aggiunge un elemento
ulteriore. Dovendosi difendere dall’accusa di
aver introdotto a Roma usanze greche, in una
L
lettera al Vescovo Giovanni di Siracusa, spiega le differenze dell’uso del Kyrie a Roma.
Esso, infatti, prevedeva un’alternanza tra il
Kyrie eleison e il Christe eleison e anche una
forma cosiddetta tropata (cioè con l’aggiunta
di tropi, ovvero di piccole invocazioni, come
quelle che troviamo nel terzo schema dell’atto penitenziale del nostro messale) che si
ometteva nei giorni feriali. Tralasciando, per
ragioni di sintesi, tutte le vicende storiche che
hanno portato all’abolizione e alla successiva
reintroduzione dei tropi nella celebrazione
eucaristica, è certo che il Kyrie viene sposta-
to all’inizio della Messa dal Messale di Pio V,
facendo però perdere per circa quindici secoli la preghiera dei fedeli. La riforma liturgica
attuata dal Vaticano II ha risistemato le cose.
Perché nonostante tutto, allora, il Kyrie è
rimasto all’inizio della Messa subito dopo l’atto penitenziale? L’ordinamento dell’attuale
Messale aiuta a capirne il senso al di là delle
travagliate vicende storiche: “E’ un canto con
il quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia” (OGMR, 52). La
liturgia, cioè, vuole condurre il fedele a non
fermarsi a piangere sul proprio peccato ma a
superare la caduta e ad acclamare al Kyrios,
cioè al Signore risorto che ha vinto il peccato.
Il canto del Kyrie aiuta a non abbattersi ma a
confidare nel Signore che “rialza chiunque è
caduto”. Dunque, il Kyrie, oltre ad essere una
bella invocazione da utilizzare comunque
come risposta nella preghiera dei fedeli, ha
anche questa forte valenza di abbandono alla
misericordia del Padre.
E’ giusto che sia, di conseguenza, un’acclamazione fatta da tutta l’assemblea al
Crocifisso. In una più sensibile “ars celebrandi” sarebbe bene sottolineare anche visibilmente questo fatto, facendo in modo, ad
esempio, che se non tutti, almeno due o tre
cantori si portino ai piedi della croce del
Risorto e, anche senza l’uso del microfono,
elevare la voce nuda (che orienta e sollecita
di più l’attenzione dell’assemblea) verso il
Signore a cui si chiede misericordia e perdono. Si potrebbe anche ipotizzare che il celebrante e i ministranti si orientassero tutti
verso la croce o, nelle piccole assemblee,
che tutti si spostassero verso di essa. Questo
permetterebbe meglio di capire a chi è diretto
il Kyrie e qual è oggi il significato più profondo di un elemento così antico della Chiesa.
*Direttore Ufficio Liturgico Diocesano
VIA CRUCIS IN SEMINARIO
Venerdì 5 marzo, alle 20.30, si è tenuto il secondo appuntamento in
seminario, nella cappella di Sant’Andrea, con la via crucis organizzata dai seminaristi, rivolta non solo ai giovani ma a tutti i fedeli. E’
un momento importante di condivisione tra clero e laici da vivere in
questo periodo di quaresima, come tempo di preparazione alla festa
della Pasqua, quale festa di salvezza. Desiderio della comunità del
seminario è quello di voler condividere momenti di comunione e di
preghiera, contemplando l’amore che si fa offerta totale, vita per le
nostre vite. Attraverso le meditazioni di don Tonino Bello, che hanno
accompagnato i presenti a vivere la passione di Cristo, è stato sottolineato come il cammino della croce sia un invito alla preghiera e
alla gratitudine; scuola di misericordia, di umiltà e di carità. Al
Golgota si va in corteo, dice don Tonino, pregando, lottando, soffrendo con gli altri. Non con arrampicate solitarie, ma solidarizzando con
gli altri…. Infatti questi momenti sono anche un’occasione favorevole di preghiera, nell’anno a loro dedicato, per sacerdoti e seminaristi. Alla fine della via crucis ogni fedele si reca davanti all’altare per
prendere un foglietto su cui è scritto il nome di un prete o un seminarista per il quale vanno la sua preghiera e i suoi sacrifici durante
la settimana. Anche l’ambiente ha favorito il raccoglimento e la preghiera con luci soffuse, il crocifisso al centro dell’attenzione dei
fedeli presenti, le musiche di Frisina.
14
Marzo 2010
DALLA PAROLA ALLA VITA
I
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L
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I VANGELI
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DOMENICA 14 MARZO
In questa quarta domenica di Quaresima siamo invitati a valutare il grado del nostro cammino di conversione in prossimità della Pasqua.
Ci è stato proposto il mistero di Gesù nella sua umanità, sottoposta alla prova delle tentazioni (prima domenica); ci è stato rivolto l’invito ad ascoltare la sua parola
nell’episodio della trasfigurazione (seconda domenica); ci è stata ribadita la pazienza di Dio, che ci lascia ancora un tempo di conversione, con la parabola del fico
infruttuoso (terza domenica). È ora il momento di aprirci alla prospettiva della riconciliazione e del perdono, suggerita dalla parabola odierna del “Padre misericordioso” e dall’episodio dell’adultera perdonata di domenica prossima. San Luca scrive: “Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei
e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro” (15,1-2). Cristo vuole che sia chiara una cosa: il Dio di cui ci parla è un Padre benevolo, che
accoglie gioiosamente i peccatori pentiti. Per cui deve risultarci evidente che, pur potendo immedesimarci per la nostra inadeguata condotta di vita sia nel figlio prodigo che nel figlio maggiore, la nostra preoccupazione e il nostro impegno devono essere soprattutto quelli di diventare come il Padre: non si preoccupa di sé, non
ha alcun desiderio di dominio su cose o persone; l’unica sua preoccupazione sono i figli: a loro vuole darsi completamente e su di essi riversare tutto il suo amore.
E allora è necessario chiederci: sappiamo dare senza pretendere nulla in cambio, amare senza porre alcuna condizione al nostro amore?
“L’amore non è amore se muta quando trova mutamenti”, afferma Shakespeare in un suo sonetto. L’amore di Dio non muta neanche dinanzi alla nostra ingratitudine!
DOMENICA 21 MARZO
Domenica scorsa siamo stati spronati a riflettere sull’amore misericordioso di Dio nei confronti di tutti i peccatori, di tutti noi.
Oggi la liturgia, quasi per farci superare ogni dubbio e lasciarci vincere dalla dolcezza del Signore, ci presenta un caso concreto, un episodio emblematico: il perdono di una donna adultera colta in flagrante.
Agli accusatori che l’hanno sorpresa “sul fatto” non interessa il peccato né la redenzione della donna, ma conoscere il giudizio di Gesù per vedere se concorda o
meno con la prescrizione legale così da poterlo accusare come violatore della legge.
Nel Decalogo infatti l’adulterio è proibito sia nell’atto che nel desiderio (cf. Es 20,14.17). La punizione è la morte per ambedue. In Ez 16,40 la pena è la lapidazione. Secondo Dt 17,7 l’esecuzione doveva essere iniziata dai testimoni: “La mano dei testimoni sarà la prima; poi la mano di tutto il popolo”.
Cosa fare? Giudicare l’adultera con severità e ucciderla moralmente? Giudicarla secondo la legge mosaica e lapidarla?
Gesù perdona e dona dignità: “Neanche io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). Cristo però invita prima gli astanti a pensare se la loro coscienza li proclama degni di essere giudici e condannatori: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (8,7).
Dio odia il peccato ma ama il peccatore: perdona sempre e perdona tutto; chiede solo un sentimento di gratitudine da parte di chi è perdonato, il pentimento per
aver peccato e il proposito di evitarlo per l’avvenire.
DOMENICA 28 MARZO
Questa domenica, detta delle Palme o della Passione, apre la settimana più santa dell’anno liturgico.
La liturgia si sviluppa in due momenti intimamente collegati tra loro che evidenziano una stridente opposizione: gloria e umiliazione; applauso e rinnegamento; accoglienza festosa e rifiuto malevolo. Non possiamo staccare questi due momenti nella vita di Gesù, né nella vita dei suoi discepoli, nella vita nostra.
La Settimana santa che oggi inizia ci offre la possibilità di vivere nella liturgia l’esperienza della morte di Gesù: non dobbiamo avere troppa fretta di “sciogliere” le
campane di Pasqua! Dobbiamo salire anche noi la via del Calvario; sostare ai piedi della croce; accogliere tra le nostre braccia il corpo del Crocifisso, cioè accogliere e stare accanto a tutti i “crocifissi” della storia, in cui Egli si identifica. Così la nostra storia si intreccerà veramente con quella di Cristo; così, come simboleggiato nel nostro battesimo, moriremo davvero con Lui per risorgere con Lui a vita nuova. Ascoltando il racconto della Passione di Gesù non dobbiamo sentirci degli
“spettatori”, come quando guardiamo un film. Siamo invece coinvolti come “attori”. L’evangelista Luca sottolinea in modo particolare la misericordia e il perdono.
Non si preoccupa di cercare chi ha la colpa della condanna e della morte dell’Innocente: i giudei o i discepoli, i soldati o le autorità civili e religiose,…
Gesù è colui che porta il perdono di Dio pagando con la propria vita: guarisce l’orecchio al soldato ferito; perdona Pietro che lo ha tradito; promette il paradiso al
ladrone pentito… Persino due nemici, Erode e Pilato, tramite la sua vicenda si stringono nuovamente la mano.
Nella passione Gesù prega e non impreca; prega e invita a pregare; rifiuta la violenza e concede il paradiso.
DOMENICA 4 APRILE
Gesù ha vinto la morte ed è risorto. La Pasqua è un mistero così grande, così rivoluzionario che la Chiesa sente il bisogno di dedicarvi ben cinquanta giorni, quelli
del cosiddetto “Tempo Pasquale”. La Bibbia stessa attesta che la risurrezione è un fatto di difficile comprensione e accettazione. San Paolo deve ricordare ai cristiani di Corinto che se Cristo non è risorto la fede è senza un fondamento su cui appoggiare (cf. 1Cor 15,12). Le prime testimoni della risurrezione di Gesù sono le
pie donne che lo hanno seguito nei suoi viaggi apostolici, e in particolare Maria di Magdala. Forse perché l’affetto e la sensibilità femminili sono più vivi di quelli
degli apostoli, che tra l’altro si sono dati alla fuga davanti alla cattura di Gesù. Le donne sono più solerti a correre al sepolcro nel giorno di Pasqua. Tuttavia, non
sembrano facili agli entusiasmi; al contrario, la tomba vuota le lascia perplesse; non le porta alla supposizione giusta. Occorre una parola chiarificatrice da parte di
“due uomini in bianche vesti” che annunciano il Signore risorto. Le modalità della risurrezione non sono raccontate; è segnalato solo il “passaggio”. Le donne avevano visto il Cristo morto deposto nel sepolcro; Egli invece è vivo, perché nel frattempo si è verificata una metamorfosi nel suo essere corporeo che lo ha portato dal
regno dei morti a quello dei vivi. Sono due modi di esistere che si contrappongono tra loro; dove uno finisce, l’altro comincia. Anche Gesù è morto per risorgere; se
non avesse perso la prima esistenza non sarebbe mai entrato nella nuova. La risurrezione è il parametro della fede cristiana. Essa dà un senso all’esistenza terrena; offre una ragione per viverla, affrontandone le molteplici prove, amarezze e sofferenze.
Per la Bibbia l’uomo è un essere “interminabile” e le sue aspirazioni vanno ben oltre il tempo cronologico. La fede nella risurrezione, però, non è soltanto attesa di
un traguardo al termine dell’esperienza terrena, ma anche e soprattutto la scelta di un comportamento di vita terrena degno del mondo che deve venire (cf. Col 3,14). In definitiva, crede effettivamente nella risurrezione non chi si limita a pensare al paradiso, ma chi inizia a costruirlo qui sulla terra!
Marzo 2010
15
Saperi scientifici
di Massimiliano Del Grosso*
ualche giorno fa alcuni archeologi a
Gerusalemme hanno portato alla luce
un muro lungo 70 metri e alto 6 risalente al X sec. a.C. L’opera, di eccellente tecnica edilizia, risalirebbe al
tempo di re Salomone, un’epoca presentata dalla Scrittura come assai
prospera per il popolo dell’alleanza. Una ennesima conferma, dunque, delle miriadi di notizie di
carattere storico contenute in un libro da molti
ritenuto testo sacro, sì, ma non scientifico (si
consiglia la lettura di Werner Keller, La Bibbia
aveva ragione, Garzanti). Un atteggiamento da
neomodernisti, timorosi che dal confronto con il
fatto storico, spietato giudice di ogni forma di
ideologia, la fede ne possa uscire solo indebolita
o sconfitta. Come sarebbe successo, ad esempio, con Galilei, uomo-passepartout della polemica anticlericale. Galilei era un uomo
profondamente religioso e
obbedì all’autorità della
Chiesa in un’epoca (quella
successiva alla Riforma) in cui
non sarebbe stato difficile trovare protezione politica e aiuto
economico da qualche principe d’oltralpe, desideroso di
schiacciare ulteriormente il
potere papale. E tuttavia il laicismo moderno ha trasformato
il pisano – insieme ai vari
Bruno e Campanella – in vittima dell’oscurantismo clericale,
un novello Prometeo che
avrebbe consegnato agli uomini, oppressi dalla
superstizione religiosa, la luce liberante della
ragione autonoma svincolata dalla fede. Oggi,
pur se la scienza non è più ritenuta sapere assoluto e infallibile, si è comunque convinti che
Q
essa, nel marasma della precarietà di ogni conoscenza, appaia come il “male minore” a fronte di
una filosofia tramutata in sofistica, e una religione ridotta a bisogno psicologico e moralismo.
Insiste così un atteggiamento di religioso obsequiuum verso le affermazioni degli scienziati, a
cui si affianca un ipercritico sospetto verso la
religione “ufficiale”, quella garantita dalle gerarchie. Basta così una sola prova contraria (il famigerato test del radiocarbonio) per annullare del
lino della sindone il peso di verità della miriade
di altre prove, accuratamente e scientificamente
vagliate, tutte convergenti ad avvalorare la tradizionale datazione del I secolo a.C. E dopo oltre
un secolo di analisi al microscopio, radiografie,
spettrografie, tagliuzzamenti vari, negli ambienti
cosiddetti “scientifici” si parla ancora di un generico «uomo della sindone». Fondate e degne di
rispetto sarebbero invece le furbesche afferma-
zioni di un Dan Brown ne Il codice da Vinci. Ma
c’è di peggio: Richard Dawkins, autore de
L’illusione di Dio, un libro a metà tra pubblicazione scientifica (l’apparato critico è notevole) e
libercolo da bancarella, edito dalla Mondadori,
casa i cui proprietari si confesserebbero “cattolici”. Dawkins rappresenta il meglio sulla piazza:
si laurea ad Oxford, dove consegue un dottorato
in zoologia; muove i primi passi come assistente
universitario a Berkeley, per poi tornare professore di zoologia ad Oxford. Qui le autorità accademiche, onorate di tanta genialità, creano ex
novo tutta per lui la cattedra di Public
Understanding of Science dove può liberamente
insegnare le sue dottrine atee e antireligiose. È
prudente non uscire dalle proprie competenze
rischiando di dire pericolose sciocchezze, ma a
uno scienziato come Dawkins si può concedere
tutto. E così, nel libro citato, il nostro scienziato,
commentando la «prima via» di san Tommaso,
di fatto trasforma l’Aquinate in una sorta di deista
del Seicento secondo cui Dio è quello che
avrebbe dato il colpetto iniziale all’immane groviglio di fenomeni che accadono nell’universo. Ma,
chi sa di filosofia, sa pure che
questo non è il pensiero di
Tommaso. È piuttosto il pensiero proprio dei “padri” di
Dawkins, quelli che hanno
generato le assurdità dialettiche che hanno portato alla sfiducia nel cogliere la verità
dell’odierno relativismo.
Difficile è però combattere
questa falsa sapienza finquando resterà alleata alla
mediocrità culturale che regna
negli ambienti del business
editoriale e mediatico. Agli
uomini di buona volontà non
resta che confidare in quel
Dio che disperde i superbi nei
pensieri del loro cuore (Lc 1, 51) e che è luce
del mondo (Gv 9, 5).
* Vicedirettore Ufficio Diocesano
Comunicazioni Sociali
LA SFIDA EDUCATIVA ATTRAVERSO UN CICLO DI INCONTRI
L’Arcidiocesi di Benevento ed il Centro di Cultura dell’Università Cattolica hanno organizzato la presentazione del rapporto-proposta della
Conferenza Episcopale Italiana “La sfida educativa” attraverso un ciclo di incontri in programma a partire dal 17 marzo. La prima occasione di
riflessione è fissata per il 17 marzo alle ore 18: il prof. Giuseppe Savagnone, editorialista di Avvenire e direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale culturale della diocesi di Palermo, relazionerà sul tema “Educazione e scuola”. Il 24 marzo, sempre alla ore 18, il tema oggetto di approfondimento sarà “Educazione e famiglia”, grazie al contributo della professoressa Lorenza Gattamorta, docente di Sociologia dei Processi culturali
presso l’Università degli Studi di Bologna. Incontro conclusivo sarà la presentazione del volume “La sfida educativa” in programma venerdì 23
aprile prossimo. Interverranno l’arcivescovo, mons. Andrea Mugione, Fabio Zavattaro, vaticanista e giornalista RAI ed il professore Fabio Ferrucci,
docente di Sociologia dei Processi culturali presso l’Università degli Studi del Molise. Scuola, famiglia, comunità cristiana, lavoro, impresa,
mass media, spettacolo, tempo libero, sport sono i temi portanti de “La sfida educativa”, il Rapporto-Proposta curato dal Comitato per il progetto
culturale della CEI ed edito dall’Editrice Laterza, oggetto della presentazione. Il volume ha l’ambizione di rivolgersi non solo alla Chiesa e ai cattolici ma al Paese nel suo complesso, in una prospettiva di sollecitudine per il bene comune, alla luce dell’antropologiacristiana. Il Rapporto-proposta sull’educazione, un volume di oltre 200 pagine, è articolato in un capitolo fondativo di taglio antropologico, nel quale vengono approfonditi
il carattere e i requisiti essenziali del processo educativo.
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DELL`ARCIDIOCESI DI BENEVENTO - Anno XIII N° 3