PERIODICO DI IMPEGNO RELIGIOSO E SOCIO-CULTURALE DELL’ARCIDIOCESI DI BENEVENTO - Anno XIII N° 3 - Marzo 2010 Spedizione in abb. postale comma 20 - Articolo 2c Legge 662 del 1996 - FILIALE DI BENEVENTO 2 Marzo 2010 PER AMORE DEL MEZZOGIORNO di Ettore Rossi importante non lasciar cadere l’attenzione dell’opinione pubblica sul corposo e molto importante documento dei vescovi italiani Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, pubblicato lo scorso 24 febbraio, i cui contenuti hanno trovato solo uno spazio ridotto nei commenti e nelle pagine dei grandi quotidiani italiani. Il pronunciamento dell’Episcopato italiano viene offerto a vent’anni dalla pubblicazione di un altro storico documento che recava come titolo Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, in cui si diceva con forza che “il Paese non crescerà, se non insieme”. Oggi questo appello rimane valido anche perché, in forme diverse dal passato, il problema meridionale rimane nella sua gravità. Un Mezzogiorno che oggi, dal punto di vista socio-economico, si presenta in maniera differenziata e non uniforme, ma i cui problemi ed emergenze comuni spingono ancora ad affrontare in modo unitario le questioni legate al Sud del Paese. Una prima parte del testo è dedicata al Mezzogiorno alle prese con vecchie e nuove emergenze. Nel documento si parla esplicitamente di uno “sviluppo bloccato” rispetto al quale non sono serviti i nuovi sistemi di elezione diretta dei sindaci, presidenti di province e regioni, che avrebbero dovuto portare vantaggi in relazione ad una gestione del territorio contraddistinta da maggiore responsabilità; invece, il Mezzogiorno è stato “trasformato in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Vengono evidenziati gli effetti perversi del recepimento acritico della modernizzazione, che ha È determinato uno sradicamento di tanti da una civiltà contadina, la quale oggi in forme nuove potrebbe costituire un’occasione di un rapporto più equilibrato tra uomo e natura. L’incapacità progettuale del Mezzogiorno non ha consentito finora di cogliere le opportunità legate alla sua collocazione centrale nel Mediterraneo. L’assetto federale dello Stato, previsto dalla recente legislazione, viene visto come un’opportunità ma anche come una minaccia, qualora si creassero situazioni di differenziazioni regionali nel godimento dei diritti di cittadinanza fondamentali. Viene poi ribadita con grande determinazione la condanna più severa per la criminalità organizzata, un vero e proprio cancro cui si sono opposte figure esemplari di cristiani come don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana ed il giudice Rosario Livatino. Le mafie “avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. Si evidenzia come nel Mezzogiorno si concentri, in confronto al resto del Paese, il fenomeno della povertà di tante famiglie numerose monoreddito, in cui alcuni componenti sono spesso disoccupati. La situazione socioeconomica asfittica sta determinando, da alcuni anni, una forte emigrazione verso il Centro-Nord e l’estero, in gran parte costituita da giovani, che sta cambiando “i connotati della società meridionale, privandola delle risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze, soprattutto nei campi della sanità, della scuola, dell’impresa e dell’impegno politico”. Una seconda parte del documento, dopo l’esplicitazione dei mali, è propositiva ed ha come titolo “Per coltivare la speranza”. Un aspetto molto positivo, viene detto, è rappresentato dalla crescita della società civile che esprime un’inedita volontà e consapevolezza di poter cambiare le cose. In questo quadro un ruolo da protagonista lo svolgono i giovani con la loro voglia di associarsi e dar vita ad esperienze di volontariato e solidarietà, così come essi manifestano un coraggioso impegno contro le mafie. E poi, la Chiesa nel Sud che si fa compagna di strada di quanti si fanno portatori di questa voglia di riscatto e “luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena”. I vescovi rinnovano anche in questo documento l’invito ai cristiani e, in particolare ai giovani, ad abbracciare la politica come servizio necessario al bene comune e forma alta di carità sociale. Trova un meritato riconoscimento, tra i segnali di rinnovamento e di speranza che hanno come protagoniste le nuove generazioni, il Progetto Policoro che costruisce un modello riuscito di evangelizzazione, formazione e promozione dell’imprenditorialità a favore di tanti ragazzi del Sud che si dibattono nella ricerca di un lavoro. Proprio grazie a queste tante risorse umane inutilizzate, che rappresentano una ricchezza formidabile insieme ai beni comuni dell’ambiente, del territorio, dell’agricoltura e della cultura è possibile per il Mezzogiorno riconquistare un ruolo trainante. Molto importante è anche il riferimento alle risorse spirituali, morali e sociali della Chiesa e al rinnovamento sociale cristiano fondato sulla preghiera che, con le parole di Benedetto XVI, “dà la forza di credere e di lottare per il bene anche quando umanamente si sarebbe tentati di scoraggiarsi e di tirarsi indietro”. Lo sviluppo non può essere inteso come “politica delle opere pubbliche”, rivelatasi per di più sbagliata e dannosa, ma rimanda a dimensioni di carattere etico, culturale ed antropologico. Esso ha le sue basi più forti nell’educazione, che garantisce responsabilità ed efficacia nell’azione. Ma soprattutto, lo sviluppo si fonda sulle persone e sulla loro rettitudine, per dare vita ad iniziative auto-propulsive e realmente inclusive. Una proposta molto intrigante è far diventare il Mezzogiorno un laboratorio in cui sperimentare un pensiero nuovo e diverso rispetto a quello attualmente impostosi con i processi di modernizzazione. Adottare categorie coraggiose e diverse da quelle del pensiero unico come il gratuito, il bello, la giustizia e la santità in opposizione all’utilità, alla convenienza e all’opportunismo. Il documento è tutto intriso di sano ottimismo cristiano e contraddistinto dall’invito pressante alla speranza per evitare di cedere alla rassegnazione e al fatalismo, che possono rivelarsi molto dannosi per lo sviluppo più della carenza di mezzi e di risorse economiche. E’ un invito rivolto a tutti, ma prioritariamente ai giovani quali destinatari privilegiati del documento, ai quali i vescovi chiedono di mettere a disposizione il loro coraggio ed entusiasmo per risollevare le sorti della propria terra. Marzo 2010 3 ESSERE GENITORI OGGI COME IERI di Paola Costa uante volte si sente dire, “Ai miei tempi...”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, ”Questi giovani di oggi”; espressioni che rimandano ad un nostalgico ripensamento di tempi ormai storici, passati, vissuti. E’ forse proprio averli già vissuti dà quel senso di sicurezza rispetto a ciò che ancora deve venire, al futuro, a ciò che è incerto. Questa incertezza, affiancata da contingenze economiche di crisi e dal decadimento di valori condivisi, si è riversata con maggiore prepotenza negli ambiti di vita sociale, oggi chi ne risente maggiormente è la famiglia, insieme ai ruoli che ad essa sono connessi: quello della madre e quello del padre. Ciò che in passato era vissuto come ragione dell’esistenza stessa, avere una progenie, allargare il proprio nucleo familiare, oggi è sentito come un peso, una responsabilità troppo grande, una limitazione della propria libertà individuale in alcuni casi, in altri invece è la società stessa che non sostiene e non agevola la coppia a proseguire quello che dovrebbe essere il suo naturale cammino. Possiamo però rilevare che questo cambiamento, sebbene freni la naturale evoluzione dell’uomo, mette in evidenza un aspetto importante della genitorialità laddove questo percorso venga intrapreso, e per quanto riguarda lo specifico della paternità, si evidenzia una diversa Q consapevolezza del proprio ruolo, una maggiore compresenza con il ruolo della madre e un mutamento della stessa figura paterna. L’immagine della paternità sta cambiando. Da almeno una quindicina di anni è in atto un mutamento culturale.“Gli uomini hanno capito che cosa si perdono nel delegare l’educazione dei figli alle donne. Sono soprattutto i giovani a rendersi conto che per essere un buon papà non basta essere un buon lavoratore: creare un rapporto quotidiano con i bambini è il modo migliore per costruire un legame profondo quando saranno adulti”, lo afferma la sociologa Chiara Saraceno ed è e quanto possiamo rilevare da ricerche, statistiche e dati sempre più diffusi. Sicuramente oggi come ieri, essere padre non risulta semplice; come è possibile esercitare al meglio il mestiere del padre? Non esiste un libretto di istruzioni, non è sempre facile accompagnare i figli nel loro percorso di crescita e con la fase dell’adolescenza gli ostacoli sembrano aumentare; bisogna tenere a mente che quello che più conta per un bambino, futuro adulto responsabile, più di tante parole, sono i fatti concreti e l’esempio di vita. I figli percepiscono più di ciò che sembra, e soprattutto, osservano. Nella famiglia, il dialogo e il confronto, tra tutti i suoi componenti, rappresentano, un mezzo per creare senso di fiducia, affetto e senso di appartenenza. Il dialogo, l’ascolto, l’attenzione sono gli elementi fondamentali per la crescita, lo sviluppo e la maturità dei figli. E’ importante prestare attenzione alle loro emozioni e alle loro opinioni. E’ importante stabilire degli orientamenti, dopo averli discussi, cercando di arrivare a delle regole il più possibile condivise, senza imposizioni troppo rigide. A tutti i papà che si cimentano in questo non facile compito: auguri speciali per la festa del papà!, intesi come parola di benedizione, che diventa passione per la gioia dell’altro, affinché le cose belle della vita possano raggiungerlo. Attesa operosa, nella fiducia che “ciò che tarda, avverrà” (Abacuc 2,3). 4 Marzo 2010 NOTIZIE CHE PASSANO ...IN SORDINA di Paolo Palumbo La proposta di legge sul “divorzio breve” (25 gennaio 2010) La II Commissione (Giustizia) della Camera dei Deputati ha iniziato l’esame di tre proposte di legge (nn. 749, 1556 e 2325) che propone di abbreviare i tempi e di semplificare la procedura per l’ottenimento della pronunzia di divorzio. La Legge sul divorzio del 1 Dicembre 1970, n. 898, ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità di ottenere lo scioglimento del matrimonio in presenza di due condizioni, una di carattere soggettivo, l’altra di carattere oggettivo. Le condizioni soggettive consistono nell’accettare da parte del giudice che «la comunione di vita spirituale e materiale tra i coniugi non possa essere mantenuta o ricostituita […]» (art. 1). Quanto alle condizioni oggettive, riguardano ipotesi varie, fra cui il protrarsi da almeno tre anni della separazione tra coniugi. Già nel 1989 tale termine era stato ridotto da cinque a tre anni. Ora le tre proposte di legge in esame prevedono un’ulteriore riduzione. In particolare, la proposta n. 2325, che riprende il testo della proposta n. 2444 esaminata nel corso della XIV Legislatura, riduce, in via generale, da tre a un anno il periodo di tempo che deve trascorrere dalla comparizione dei coniugi davanti al giudice nel procedimento di separazione per poter proporre domanda di divorzio. Le proposte n. 749 e n. 1556 differenziano invece la durata del periodo ininterrotto di separazione in ragione della presenza e dell’età dei figli e del tipo di separazione (consensuale o giudiziale). In particolare, la proposta n. 749 stabilisce che nelle separazioni consensuali, in assenza di prole, le separazioni stesse devono essersi protratte ininterrottamente da almeno un anno decorrente dal momento dell’avvenuta comparizione dei coniugi dinanzi al presidente del Tribunale. Il termine breve si applica anche al caso in cui il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale o se siano state precisate dai coniugi conclusioni conformi. In tutti gli altri casi, rimane fermo il termine attuale di tre anni. Ancora più dirompente appare la proposta n. 1556 che riduce il periodo di separazione a sei mesi, in assenza di figli o in presenza di figli maggiori di 14 anni, ovvero a un anno se vi sono figli infraquattordicenni. Il termine di sei mesi si applica anche quando non sia stata pronunciata sentenza nel giudizio contenzioso o se questo si sia trasformato in consensuale. Tale proposta contiene anche una disciplina transitoria. In particolare stabilisce che i termini brevi sono applicabili anche alle separazioni contenziose i cui procedimenti si sono conclusi, anche con sentenza non definitiva, prima della data di entrata in vigore della legge e alle separazioni consensuali i cui procedimenti sono in corso, a condizione che i coniugi, prima che ne intervenga l’omologazione, dichiarino concordemente di volersene valere. Infine, le proposte n. 2325 e n. 749 con disposizione identica novellano l’art. 191 in materia di scioglimento della comunione legale dei coniugi. Dura condanna del Pontefice per chi viola i diritti dell’infanzia (9 febbraio 2010) Benedetto XVI è tornato a condannare quei membri della Chiesa che si sono macchiati di abusi sui minori. Le parole del Papa sono risuonate in occasione dell’udienza ai partecipanti alla XIX Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia. «La Chiesa – ha rammentato il Papa – lungo i secoli, sull’esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi». «Purtroppo – ha ammesso –, in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare» Il Pontefice è quindi passato a parlare della necessità di far crescere i bambini «in una famiglia unita e stabile». Secondo il Santo Padre «La famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è l’aiuto più grande che si possa offrire ai bambini. I figli vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione» Molte adolescenti inglesi abortiscono anche più volte in un anno (15 febbraio 2010) L’anno scorso 5.000 ragazze inglesi al di sotto dei 20 anni hanno abortito e per tutte quante era almeno la seconda volta. Sempre in Gran Bretagna fra le donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni le cosiddette “recidive” sono state più di 15.000. Queste sono alcune delle cifre snocciolate questa settimana dal dipartimento della Sanità in risposta a un’interrogazione parlamentare del ministro ombra della Salute, la conservatrice Anne Milton. La quale, dopo aver letto a novembre che la Gran Bretagna è al primo posto in Europa per aborti, soprattutto fra le più giovani, ha chiesto al governo di entrare nel dettaglio. Sono più di 62.000 le donne che nel 2008 hanno interrotto una gravidanza almeno per la seconda volta nella loro vita, ben un terzo del numero totale degli aborti. La maggior parte di loro (oltre 46.000) erano single di tutte le età e altre 9.500 erano sposate, cui si aggiungono le oltre 6.000 di cui non si conosce lo stato civile. Stando alle statistiche del sistema sanitario nazionale, in 3.800 lo avevano già fatto almeno altre quattro volte. Oggi in Gran Bretagna finisce così metà delle gravidanze delle teenager. La Spagna promuove la bestialità nelle scuole elementari (17 febbraio 2010) Le organizzazioni dei genitori, in Spagna, stanno protestando calorosamente contro la circolare del governo socialista che propone un corso di “Educazione per la vita cittadina”, dopo aver constatato che in una città della Spagna gli studenti cominciano a pensare che il sesso può essere praticato liberamente, anche con gli animali. D’accordo con l’organizzazione Professionali per l’Etica, gli studenti della terza elementare, in una scuola di Cordoba nel sud della Spagna, l’Andalusia, stanno partecipando a un corso la cui materia si intitola: “La natura ci ha dato il sesso e noi lo possiamo usare con un’altra ragazza, un altro ragazzo oppure con un animale”. Gruppi di genitori hanno detto che la materia indottrina i bambini, camuffa un programma pro-omosessualità e critica le norme ed i valori della morale. Nelle regioni di Castilla e di Leon, circa 500 alunni sono stati esonerati dalla partecipazione a questi corsi per ragioni di coscienza, mentre centinaia di altri, a Madrid e a Valencia, stanno aspettando la decisione della corte per sapere se saranno o meno obbligati a frequentarli. Marzo 2010 5 LA FESTA DEL PAPÀ COME VALORE DELLA FAMIGLIA L di Nicola Mastrocinque a prima ricorrenza della “Festa del Papà” viene celebrata nel 1908, nel Fairmont, in una località del West Virginia, nella cosiddetta Grande Mela. In Russia, la Festa del Papà, non esalta il ruolo del padre di famiglia, ma magnifica le incomparabili gesta dei difensori della patria. Inizialmente in Italia, la centralità del papà all’interno famiglia viene festeggiata nel mese di giugno, dal 1968, invece, è intimamente legata alla memoria liturgica di San Giuseppe, solennizzata dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo. La tradizione cristiana pone lo Sposo di Maria all’attenzione dei credenti, definito il padre putativo di Gesù, il modello ineguagliabile della casa di Nazaret, attento alle necessità familiari. Mons. Francesco Pedicini, Arcivescovo di Bari, scrive nel 1880, il testo dal titolo: “Il Patriarca S. Giuseppe”Proposto a Modello di Giustizia. Le copie si esauriscono rapidamente e viene immediatamente ristampata la seconda edizione dalla tipografia Cannone. L’opera, recensita dai più grandi giornali d’Italia, è tradotta in due lingue straniere, in tedesco e francese, per l’intrinseco valore teologico, argomentato con riflessioni profonde. L’Arcivescovo, richiama il ruolo di Giuseppe nella famiglia di Dio. Sua eccellenza mons. Pedicini ribadisce: ”Ed un tempio veramente era la casa del patriarca S. Giuseppe, in cui abitava la santità, e l’innocenza, e per trent’anni vi abitò il Figlio stesso di Dio. Gli Angeli ne custodivano la soglia, e mai non vi entrò il rimorso a turbarne la pace, né piede vi pose mai la colpa avvelenatrice di ogni vera letizia. Ed il santo Patriarca pregustò in terra le dolcezze ineffabili del cielo”. Il presule ancora sottolinea: “Quando Gesù era bambino, il Santo vecchio se lo stringeva ad ora ad ora al suo seno, e gli stampava sulla fronte devoti baci: quando il Divino fanciullo schiuse il labbro alle prime parole, che furon sempre parole di vita eterna, egli fu il primo a raccoglierle, conservandole nel suo cuore, come Maria sua sposa; sulle sue ginocchia del vecchio santo chi sa quante volte chinò gli occhi al sonno il Divin pargoletto?”. Nell’era contemporanea l’importanza della famiglia non assume più un valore oggettivo e si propugnano modelli diversificati, tendenti ad annientare le fondamenta di un’alleanza coniugale. Tra i temi-problemi dell’infanzia, richiamati nella pubblicazione curata dal pedagogista A.Bobbio, intitolata “I diritti sottili dei bambini”, si evince che la instabilità dei vincoli coniugali apre uno spaccato sul mondo dei figli disorientati e privati delle loro peculiarità, in particolare vivere in contesti sereni. La disgregazione della prima cellula domestica si manifesta nelle coppie, in un orizzonte storico-culturale, dominato dal relativismo etico. Il papà, oggi deve essere l’anello di congiunzione insieme alla sua consorte, per rilanciare la famiglia nel tessuto socio-economico, sostenuto dalla forza oblativa dell’amore che come una sorgente inesauribile si riversa nei figli. La preminenza educativa impone di evitare che le fragilità esistenziali, le insicurezze relazionali e le scelte irragionevoli dei genitori, compromettano il futuro dei nascituri, al fine di evitare i drammi e gli squilibri della psiche dei bambini. Il Beatissimo Padre Giovanni Paolo II, promulga il 2 febbraio 1994, la “Lettera alla Famiglia”. Al n. 4 di questo documento di grande importanza, il Papa esorta la famiglia a divenire “Chiesa domestica”. Il Pontefice con parole accorate bussa alla porta di ogni abitazione, per camminare insieme con l’uomo e per cercare le impronte di Dio. Il Vicario di Cristo di venerata memoria scrive:”Con la presente Lettera vorrei rivolgermi non alla famiglia «in astratto», ma ad ogni famiglia concreta di qualunque regione della terra, a qualsiasi longitudine e latitudine geografica si trovi e quale che sia la diversità e la complessità della sua cultura e della sua storia”. Il Papa incoraggia la famiglia ad invocare l’ausilio del Signore mediante la preghiera, per alimentare la forza dell’interiorità, baluardo insopprimibile per supplicare Cristo, l’unico mediatore tra Dio e l’uomo. CARTA D’IDENTITA’ DI SAN GIUSEPPE Giuseppe: sposo della Beata Maria vergine, padre putativo di Gesu' Bambino e custode del redentore del mondo. Professione: il termine greco "téktòn" e' stato interpretato in diversi modi. Gli studiosi ritengono che non solo ha svolto l'attivita' di falegname ma viene considerato anche un carpentiere Venerato: nella chiesa cattolica Memoria liturgica: 19 marzo ed il 1° maggio sotto il titolo di san Giuseppe lavoratore Attibuti nelle immagini: è rappresentato con un giglio e tra le braccia stringe Gesu' Bambino Patrono: della chiesa universale, dei padri, dei falegnami, dei carpentieri, dei lavoratori, dei moribondi, degli economi, dei procuratori legali. Tradizioni religiose: variano nelle diverse localita' della penisola italiana Tradizioni profane: festa del papa' Arte: grandi pittori hanno dipinto la figura di Giuseppe nelle loro tele. Vengono particolarmente ricordati "lo sposalizio della vergine"- il perugino, "il sogno di san Giuseppe"- jose' luzan, "san Giuseppe" - el greco. 6 Marzo 2010 UN VOLTO CHE PARLA AL CUORE DEGLI UOMINI N di Paolo Palumbo ella primavera del 2010, dopo 10 anni dall’Ostensione del Giubileo, la Sindone sarà nuovamente esposta nel Duomo di Torino dal 10 aprile al 23 maggio. Nel 2010 per la prima volta sarà possibile vedere direttamente la Sindone dopo l’intervento per la conservazione a cui è stata sottoposta nel 2002. Naturalmente per tante persone sarà impossibile partecipare allo straordinario evento a Torino. Ecco la motivazione che ha spinto l’Associazione culturale “la Conchiglia” di Benevento a programmare nella nostra città la mostra sulla Sindone che resterà aperta fino al 4 aprile 2010 presso la Sala del Crocifisso della Rocca dei Rettori di Benevento. L’evento è sponsorizzato dall’Arcidiocesi di Benevento, dall’Ufficio Caritas e dalla Provincia di Benevento e si svolge in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, il Centro Studi del Sannio, il Movimento Testimoni del Risorto, l’Unitalsi di Benevento, l’U.S. Rugby Benevento, l’Ufficio diocesano di Pastorale giovanile e l’Ufficio Scuola diocesano. La mostra è formata da 22 pannelli, composti con una grafica accattivante, che consentono di compiere un percorso che affronta: la storia della Sindone, la lettura delle impronte sul telo, le ricerche scientifiche principali e gli aspetti spirituali e pastorali. Centro della mostra è la riproduzione autentica a grandezza naturale della Sindone che è visibile nella Sala del Crocifisso della Rocca. Papa Giovanni Paolo II ha utilizzato espressioni indimenticabili in merito alla Sindone: “Una reliquia insolita e misteriosa, singolarissimo testimone - se accettiamo gli argomenti di tanti scienziati - della Pasqua, della passione, della morte e della risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente!”. “Una provocazione all’intelligenza”. Molti oggi sono gli argomenti che possono con certezza testimoniare che si tratti di un lenzuolo risalente al I secolo d.C. che ha avvolto un condannato alla morte di Croce che stando alle relazioni tra il racconto della Passione di Gesù e la Sindone stessa non può che essere il Figlio di Dio. Ecco gli argomenti principali: Un telo utilizzato a Gerusalemme In varie occasioni dalla superficie della Sindone è stato preso materiale con nastri adesivi. Questo materiale successivamente è stato studiato in diversi laboratori. Sul lenzuolo è stata riscontrata la presenza di cristalli di un tipo di carbonato di calcio, l’aragonite, con impurezze simili a quelle dell’aragonite trovata nelle grotte di Gerusalemme; inoltre sono state identificate aloe e mirra, le spezie funebri profumate usate dagli ebrei nel primo secolo, e una grande abbondanza di pollini del Medio Oriente che non esistono in Europa. La Gundelia Tournefortii, ad esempio, cresce solo in Medio Oriente; lo Zygophyllum Dumosum cresce soltanto in Israele, in Giordania occidentale ed al Sinai. Sulla Sindone sono stati identificati i pollini di 77 diversi tipi di piante, tre quarti delle quali non esistono in Europa e 13 delle quali sono tipiche ed esclusive del deserto vicino a Gerusalemme. Avinoam Danin, un botanico ebreo dell’università di Gerusalemme, usando un archivio di più di 90.000 siti di distribuzione delle piante, ha verificato che il luogo più adatto per tutte le specie di piante, i cui pollini sono stati identificati sulla Sindone, si trova in un raggio di 20 chilometri intorno a Gerusalemme. Macchiato di sangue umano non decomposto Le macchie di sangue e siero sul lino non sono riproducibili con mezzi artificiali. È sangue coagulatosi sulla pelle di un uomo ferito. Si è ridisciolto per fibrinolisi a contatto con la stoffa umida per un periodo di circa 36 ore. La fine del contatto è avvenuta senza causare un movimento che avrebbe alterato i bordi delle tracce di sangue. In altre parole, rimane inesplicabile come sia finito il contatto fra il corpo ed il lenzuolo senza alterare i trasferimenti ematici che avevano avuto luogo. La permanenza del cadavere nella Sindone per un periodo di tempo limitato può essere dedotta non soltanto dall’interruzione del processo fibrinolitico ma anche dall’assenza di qualsiasi segno di decomposizione. Stesso sangue dei miracoli eucaristici di Lanciano e Oviedo Si tratta di sangue umano maschile ricco di bilirubina: ciò significa che appartiene ad una persona che ha sofferto molteplici traumi. È sangue di gruppo AB. Questo è il gruppo sanguigno meno comune; soltanto il cinque per cento della popolazione appartiene a questo gruppo sanguigno. Un confronto interessante può essere fatto con i risultati della ricerca intrapresa sul miracolo eucaristico di Lanciano (Italia). Qui, nell’ottavo secolo, nella chiesa di San Legonziano, mentre era nelle mani di un monaco basiliano che dubitava della presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche, l’ostia, al momento della consacrazione, si è trasformata in carne e il vino è diventato sangue. I risultati delle indagini condotte nel 1970 da Odoardo Linoli, un docente di anatomia ed istologia patologica e di chimica e microscopia clinica all’università di Siena (Italia), hanno mostrato che la carne è vero tessuto miocardico di un cuore umano che si mantiene miracolosamente incorrotto e il sangue è autentico sangue umano del gruppo AB. Il sangue è anche dello stesso tipo di quello riscontrato sul Sudario conservato nella Cattedrale di Oviedo (Spagna), una tela di 83 x 52 cm che presenta numerose macchie di sangue simmetriche, passate da una parte all’altra mentre era piegata in due. La tradizione la definisce Santo Sudario o Sagrado Rostro, cioè Sacro Volto. La preziosa stoffa giunse ad Oviedo nel IX secolo, in un’Arca Santa di legno con altre reliquie, proveniente dall’Africa settentrionale. Il sangue presente sul Sudario è umano, appartiene al gruppo AB e il DNA presenta un profilo genetico simile a quello rilevato sulla Sindone. L’inspiegabile immagine Oltre al sangue, sulla Sindone c’è l’immagine del corpo che vi fu avvolto. Questa immagine, dovuta a degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali del lino, è paragonabile ad un negativo fotografico. È superficiale, dettagliata, termicamente e chimicamente stabile. È stabile anche all’acqua. Non è composta da pigmenti, è priva di direzionalità e non è stata provocata dal semplice contatto del corpo con il lenzuolo: con il contatto il telo o tocca o non tocca, non c’è via di mezzo. Invece sulla Sindone c’è immagine anche dove sicuramente non c’era contatto. I suoi chiaroscuri sono proporzionali alle diverse distanze esistenti fra corpo e telo nei vari punti di drappeggio. Sotto le macchie ematiche non esiste immagine del corpo: il sangue, depositatosi per primo sulla tela, ha schermato la zona sottostante mentre, successivamente, si formava l’immagine. Come un cadavere abbia potuto imprimere sul lenzuolo l’immagine fotografica di se stesso è un fenomeno unico ed ancora inspiegabile. L’immagine non è stata prodotta con mezzi artificiali. Non è un dipinto né una stampa: sulla stoffa è assente qualsiasi pigmento. Non è il risultato di una strinatura prodotta con un bassorilievo riscaldato: le impronte così ottenute non hanno caratteristiche paragonabili a quelle della Sindone. L’immagine esiste soltanto sulle fibrille superficiali del lino. Nessuna immagine è stata osservata sul retro. L’assenza di pigmenti è stata confermata dalla fotografia in luce trasmessa. Sul retro è possibile vedere soltanto il sangue, non l’immagine. Uno studio molto importante è stato realizzato da un medico statunitense, August Accetta, il quale ha condotto un esperimento su se stesso: ha iniettato nelle sue vene una soluzione di difosfato di metilene contenente tecnezio-99m, un isotopo radioattivo che decade rapidamente. Ogni atomo di tecnezio emette un unico raggio gamma che può essere registrato da una apposita apparecchiatura di rilevamento. Il Dr. Accetta intendeva realizzare un’immagine provocata da una radiazione emessa da un corpo umano. Secondo il Dr. Accetta, l’immagine sulla Sindone potrebbe essere stata causata dall’energia sprigionatasi all’interno del corpo di Cristo al momento della resurrezione. Le immagini ottenute dal Dr. Accetta sono molto simili a quelle che si osservano sulla Sindone e davvero questo esperimento arriva fin sulla soglia del mistero di quell’impronta che ci richiama il mistero centrale della fede. La formazione dell’immagine della Sindone potrebbe essere spiegata da un effetto fotoradiante collegato alla resurrezione. L’UOMO DELLA SINDONE IN MOSTRA A BENEVENTO Ormai prossimi alla Settimana Santa l’invito è a non perdere questa straordinaria occasione per poter contemplare l’Uomo della Sindone in mostra alla Rocca dei Rettori ed a partecipare nelle domeniche 21 e 28 marzo a due appuntamenti di alto valore scientifico che si svolgeranno alle ore 18.00 presso la Sala Consiliare della Rocca dei Rettori. Domenica 21 si terrà il convegno sul tema: Il Volto di Cristo nella letteratura, nell’arte e nella vita di Teresa Manganiello al quale interverranno il Prof. Michele Ruggiano, il Prof. Maurizio Cimino e la Prof.ssa Suor Daniela Del Gaudio e domenica 28 marzo, poi, si terrà il convegno sul tema La Sindone: segno del nostra tempo al quale interverranno il Prof. Alberto Di Giglio, sindonologo e documentarista ed il Prof. Giovanni Liccardo, docente di Storia della Chiesa. La mostra resta aperta nei giorni feriali dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00 e nei giorni festivi dalle 10.00-12.30 e dalle 16.00 alle 20.00. Solo per la prenotazione dei gruppi è necessario contattare il numero 349. 1398575. Marzo 2010 7 CARAVAGGIO ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE LA MOSTRA EVENTO DEL 2010 quattrocento anni dalla morte di Caravaggio, la città di Roma dedica una mostra al grande artista lombardo. E’ stata inaugurata il 20 febbraio alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e sarà aperta al pubblico fino al 13 giugno, la Mostra alle Scuderie del Quirinale intitolata “Caravaggio”, un progetto espositivo che intende richiamare l’attenzione del pubblico e della critica sul celeberrimo genio lombardo, secondo un’ottica innovativa e aggiornata. In mostra, provenienti da ogni parte del mondo, le opere più rappresentative dell’artista, come il Bacco dagli Uffizi, il Davide con la testa di Golia dalla Galleria Borghese, i Musici dal Metropolitan di New York e La Cena di Emmaus dalla National Gallery di Londra, che costituiscono nella loro presentazione contestuale, una sorta di omaggio all’unicità di Caravaggio. In anni recenti, il gran numero di ricerche e studi sulle vicende biografiche di Caravaggio ha confermato l’universale interesse intorno alle vicende artistiche del pittore e al suo ruolo cardine all’interno della storia dell’arte A degli ultimi 400 anni. E’ questo il clima in cui è nata l’idea di questa mostra, lineare ed emozionante, immaginata secondo un criterio rigoroso incentrato sulle sole opere “capitali”. La scelta di privilegiare l’autografia sicura dei dipinti ha indotto ad escludere la produzione variamente riferita alla sua “bottega”, così come sono state poste a margine, o per meglio dire sono state lasciate momentaneamente in sospeso, le ulteriori versioni e le questioni su cui la critica si è più volte confrontata, con pareri non sempre concordi. Il ricorso alle fonti letterarie e ad un’immensa mole di materiale documentario hanno permesso una severa indagine critica dei dipinti, la loro esatta collocazione cronologica, la provenienza e sistemazione originaria. Altri documenti, poi, riguardanti i collegamenti, la relazione tra l’artista e i suoi committenti, così come con le personalità più significative del suo tempo, hanno condotto a una disamina approfondita sul piano culturale del pittore e sulle valenze intrinseche alla sua complessa opera. La mostra delle Scuderie del Quirinale si pone, quindi, come un nuovo e appassionato momento di riflessione, un’occasione unica per penetrare l’essenza dell’arte del pittore “terribilmente naturale”, il suo rivoluzionario e sbalorditivo criterio di naturalismo, la sua ostinata deferenza al vero, irriducibile a schemi e a scuola, solitaria nella sua grandezza e poesia. UN VIAGGIO NELLA ROMA BAROCCA Per tutti gli appassionati di pittura o semplicemente per gli amanti del bello ed i curiosi, un appuntamento da non perdere alle Scuderie del Quirinale di Roma. Stiamo parlando di una mostra dedicata a Caravaggio, al genio dell’utilizzo sapiente di luci ed ombre. Questa mostra verte sulla produzione di Caravaggio ristretta alle opere la cui firma è storicamente accertata, escludendo quindi tutta la produzione attribuita in senso più generale alla sua “bottega”. Un percorso coerente e rigoroso, che si libera dai dibattiti storico artistici ancora in corso e permette così di contemplare l’opera del maestro concentrandosi unicamente sull’incredibile genio creativo del celebre pittore. Un’ occasione quindi da cogliere al volo, quella del 16 maggio che vuole essere un viaggio attraverso la Roma Barocca con il suo naturale approdo in quella che è ormai da tutti definita la mostra evento del 2010, la mostra che vede riuniti in un unico luogo i dipinti più rappresentativi del grande pittore. Per ulteriori informazioni e prenotazioni è possibile contattare la cooperativa “Vie del Mondo” allo 0824-1770928. TEMPI NUOVI - Periodico di Impegno Religioso e socio-culturale. Autorizzazione Tribunale di Benevento N° 204/96 del 20/12/1996. Direttore Responsabile: Nicola De Blasio; Ufficio Comunicazioni Sociali Benevento - Progetto Grafico e impaginazione: Daniele Leone - Direzione Redazione: P.zza Orsini, 33 (Bn) tel. 0824_323326 Fax 0824_323344 email: [email protected] web: www.diocesidibenevento.it. Stampa: Marina Press s.r.l. - Via E. Marelli (C/da Olivola - Benevento) TEMPI NUOVI può essere richiesto GRATUITAMENTE la settimana successiva all’uscita presso la libreria Giovanni Paolo II o l’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali 8 Marzo 2010 Marzo 2010 9 S. GIUSEPPE: IL PADRE CHE EDUCA di mons. Francesco Zerrillo* a paternità di San Giuseppe nei confronti di Gesù, pur non essendo di ordine biologico, non è riducibile ad una etichetta giuridica. L’evangelista Matteo sottolinea ripetutamente il ruolo di Giuseppe: a lui appare in sogno l’angelo per spiegare la maternità di Maria; a lui l’angelo affida il compito di imporre il nome voluto da Dio al bimbo che Maria porta in grembo; lui inserisce giuridicamente Gesù nella genealogia che ha Abramo per capostipite e, più in particolare, nell’ascendenza dinastica di Davide. Soprattutto, Giuseppe prende le grandi decisioni per la tutela del bimbo cercato a morte da Erode e per la scelta della dimora della Santa Famiglia. San Giuseppe ha subito un compito attivo vasto e complesso: un impegno intelligente, sagace e prudente. Ovviamente, Giuseppe compie tutti i suoi passi decisionali in solidale intelligen- L za d’amore con Maria. Tuttavia, particolarmente nella prima convulsa successione degli avvenimenti, il santo Patriarca, non può sottrarsi alla primaria responsabilità affidata a lui dalla legge e dalla tradizione. Da parte sua Maria si sente affidata allo sposo, è felice di essere da lui sorretta e protetta; lei, giovane Madre si fida di Giuseppe pienamente. D’altra parte Maria gioisce di poter condividere con lo sposo che Dio le ha dato i segreti riguardanti il bambino: con Giuseppe lo guarda con occhi stupiti e adoranti; con Giuseppe contempla i disegni di Dio e saluta ricca di certa speranza l’alba del nuovo mondo. Maria è consapevole delle cose grandi compiute da Dio in lei e sa che tutte le generazioni l’avrebbero chiamata beata. Sicuramente San Giuseppe è sintonizzato su Maria nella lode e nella riconoscenza a Dio; il suo “Magnificat” è tutto interiore e si confonde con le note gioiose del canto della sposa. Accanto a Maria e con Maria, Giuseppe ammira in Gesù tutto il bene di Dio, tutta la speranza dell’umanità; egli sa che nella famiglia appena composta con la nascita di Gesù, il cielo si è congiunto con la terra; più ancora: il cielo si è trasferito sulla terra. Maria e Giuseppe, ripiegati sul bimbo divino, sono affacciati sulla sorgente dell’umanità santa, da sempre voluta da Dio: questo Bimbo è il modello di ogni uomo elevato a perfezione. Maria sarà chiamata ed invocata “Madre di Dio”. I Padri e i Dottori della Chiesa sottolineeranno questa prerogativa della Vergine, ne spiegheranno il senso, ne difenderanno la verità. Giuseppe, sia pure nell’ordine dell’adozione, mai sarà chiamato “Padre di Dio”. Gesù ha difeso con gelosia la prerogativa unica del Padre celeste. La prima volta che Maria, nel tempio di Gerusalemme, ricordò a Gesù la sofferenza del papà san Giuseppe, Gesù disse subito il proprio principale riferimento al Padre celeste pur nulla togliendo al rispetto e all’affetto per Colui che il Padre celeste, aveva scelto come sua ombra di richiamo e di rappresentanza. Un giorno Gesù disse che coloro che facevano la volontà di Dio erano per Lui come Madre, fratelli e sorelle. Gesù non assimilò nessuno al Padre. Sta di fatto però che Gesù, nell’intimità della Santa Famiglia, tra i parenti e nella piccola comunità umana di Nazareth, si è rivolto tante volte a Giuseppe chiamandolo “Babbo”, così come faceva con il Padre celeste. Quando Giuseppe era chiamato con quel nome da Gesù, sicuramente era pervaso da tenerezza immensa; gli occhi dovevano tante volte imperlarsi di lacrime, il cuore sobbalzare. Forse Giuseppe, non potette resistere per troppi anni a queste esperienze di cielo. Per questo motivo portò a termine la sua missione in terra accanto a Gesù e a Maria. Accanto a Gesù però, Giuseppe non viveva solo un’esperienza di Paradiso; Egli compiva la missione paterna, resa possibile alla sua piccolezza umana dai doni dello Spirito. Come, infatti, lo Spirito discese su Maria, perché questa concepisse e così in Lei il Verbo si facesse carne, così, dobbiamo ritenere che, lo Spirito Santo discendesse su Giuseppe, per abilitarlo alla spirituale paternità. Lo Spirito Santo ha preso possesso di Giuseppe, in analogia a Maria. Giuseppe ha così avuto una intelligenza superiore delle cose di Dio; Giuseppe ha penetrato nella misura nota a Dio solo il mistero di Cristo; Giuseppe ha potuto tener alto il livello di padre umano e di maestro accanto a Gesù: lo istruiva, lo esortava, gli offriva i giusti consigli, gli raccontava le proprie esperienze, lo faceva partecipe della cultura e della spiritualità del vero Israele. Il compito di Giuseppe accanto a Gesù è stato eminentemente educativo. Gesù, umanamente parlando, siccome Egli ha scelto di partecipare a tutta l’esperienza umana, è debitore a Maria e a Giuseppe dell’educazione nelle cose umane. Grandissimo è stato il ruolo educativo di Maria accanto a Gesù; nessuno ci autorizza a sottovalutare il ruolo di Giuseppe; se Maria è la Madre anche carnale, con un ruolo perciò unico e impareggiabile, Giuseppe, pur limitato alla sfera spirituale, rimane unico nella scelta di Dio, si presenta come l’uomo di fiducia di Dio. Dobbiamo avvicinarci con riverenza e fiducia a San Giuseppe, perché il ruolo da lui esercitato accanto a Gesù, si estende necessariamente a beneficio di tutti i figli di Dio. Dovrà crescere la nostra devozione al Padre putativo di Gesù. Gesù si è affidato umanamente a lui; anche noi dobbiamo affidarci con sicurezza alle sue premure. La chiesa italiana sta per dedicare l’impegno pastorale, della seconda decade di anni del terzo millennio, al compito educativo. Negli ultimi tempi si è parlato con qualche preoccupazione di “emergenza educativa”. Sbandamenti e disordini sono sotto l’osservazione di tutti. E’ necessario che, a cominciare dalla famiglia che è la prima comunità educativa, ci si riappropri della responsabilità educativa. Ci troviamo dinanzi ad un compito immane. La chiesa e la società civile non possono non convergere in questa opera sublime. Il ritorno della festa liturgica di San Giuseppe, costituisce l’occasione opportuna per invocare la paternità educativa di San Giuseppe, perché sia esemplare e spronatrice per tutti. *vescovo emerito di Lucera -Troia DURANTE LA QUARESIMA “METTERSI IN GIOCO” L’arcivescovo mons. Andrea Mugione e i giovani hanno dato inizio al cammino quaresimale, con la concelebrazione eucaristica e il rito delle ceneri, presso la Basilica della Madonna delle Grazie. Durante l’omelia, imperniata sulla preparazione per accogliere il Mistero Pasquale come Via, Verità e Vita, il presule ha focalizzato gli aspetti del tempo favorevole e del tempo della interiorità. La penitenza non deve incutere timore, anzi è quel coraggio per combattere le tentazioni di una mentalità antropocentrica che ha messo l’uomo al posto di Dio. Il cammino quaresimale deve rappresentare il “mettersi in gioco” il convertirsi. La cultura contemporanea, infatti, ha generato una paura verso il futuro, spingendo a vivere esclusivamente l’oggi. Chi si sacrifica più per un ideale? Il vivere alla giornata non rappresenta il frutto dell’abbandono fiducioso nelle mani della Provvidenza, ma scadere nell’appagamento del piacere imme- diato. Il Metropolita non ha rinnegato la vita su questa terra, ma ha invitato a valorizzarla e a rispettarla seguendo l’esempio di Cristo. Certo, anche in un cammino di fede non mancano le cadute, ma non bisogna cedere allo scoraggiamento, occorre rimanere saldi nella fede per potersi rialzare, consapevoli della propria fragilità, ma forti in Cristo. Il Risorto ama e non abbandona chi si affida con cuore sincero. Il Presule ha richiamato alla mente la figura di S. Agostino quando, lasciata l’esperienza mondana per vivere la nuova esperienza spirituale, dichiara nelle “Confessioni”: “il mio cuore è stato inquieto fino a quando non ha riposato in Cristo”. La volontà di cambiare, secondo la pedagogia cristiana, è stata sottolineata dall’arcivescovo attraverso questi verbi: pregare, piantare, portare, progettare e perdonare. Antonella Fusco 10 Marzo 2010 TERESA MANGANIELLO RIFLESSO DELLA BELLEZZA DI DIO di suor Maria Matilde Napoletano sfi ello scenario della cultura odierna, a volte buio e privo di attrattiva, la Chiesa ci pone innanzi la figura luminosa della giovane Teresa che attraverso la testimonianza della sua vita semplice, ordinaria, poco appariscente ma ricca di senso riflette la “bellezza” di Dio che dimora in un cuore puro. Nata a Montefusco (Av) il 1° gennaio 1849 da una famiglia di contadini, undicesima di dodici figli, Teresa, sin da fanciulla, è avvezza al sacrificio, al timor di Dio, alla preghiera che si fa in famiglia ogni sera quando ci si ritrova dopo la fatica del giorno. La famiglia dei coronari: così erano chiamati i Manganiello, perché avevano tra le mani sempre la corona del rosario, anche quando lavoravano. A Teresa è affidata la cura della casa, il forno per il pane, la biancheria. Tutto svolge con soavità, grazia e sveltezza: “era svelta e giudiziosa e anche durante il lavoro pregava”. Adolescente comincia a sentire una forte attrazione verso le cose dello spirito tanto da confidare alle amiche che non intende sposarsi con un uomo ma con Dio. Intorno ai 18 anni, frequentando il convento dei padri Cappuccini di S. Egidio conosce P. Lodovico che subito intuisce le qualità e le aspirazioni della giovane. Partecipando agli incontri del Terz’Ordine Francescano la Sapiente Contadina di Montefusco si sente attratta dall’ideale di povertà, semplicità e fraternità. In cuor suo coltiva il desiderio di consacrarsi interamente al Signore. Si dona instancabilmente e a tempo pieno a Lui attraverso una forte pietà eucaristica. Tutta la giornata è intessuta di preghiera senza per questo trascurare i suoi doveri di figlia. Anche di notte prega ritirandosi in una grotta adibita a stalla. Di buon mattino, dopo l’apparente riposo, fa ben “tre infornate di pane” e poi si reca nella Chiesa di S. Egidio dove partecipa con fervore all’eucarestia. Le testimonianze dicono che sembrava un “serafino”, immersa totalmente in Dio. Una cognata dichiara che Teresa non si lasciava scoraggiare dal cattivo tempo: o nevicava o pioveva non poteva rinunciare all’appuntamento giornaliero. Una volta, a causa di un vento fortissimo, raggiunse la Chiesa camminando a carponi e aggrappandosi agli alberi. La preghiera di Teresa non è sterile ma partorisce Carità. Carità instancabile. Sotto l’albero di gelso o vicino al pozzo di casa accoglie i poveri, i pellegrini, gli ammalati; dedica tempo e cure: cura i corpi con erbe e unguenti da lei stessa preparati, cura le anime con parole di conforto, di incoraggiamento. L’impegno dell’Umile Contadina di Montefusco è di essere sempre e dovunque l’angelo della pace. “Convertiva con la sola presenza”: una donna di cattiva fama decise di cambiare vita e un sacerdote sospeso da molti anni rientrò in sé solo alla vista dell’ “Angelica Teresa”. Da vera francescana Teresa vive in modo notevole il distacco dalle cose materiali. Per se tiene l’indispensabile. Dopo la professione nel Terz’Ordine consegna tutto il corredo alla Mamma consapevole di aver trovato il vero “Tesoro”. Questo spirito di distacco la preparò a vivere santamente il trapasso da questa terra al cielo, che attendeva come il giorno delle nozze e che avvenne il 4 novembre 1876. Alla sua morte tutti la acclamarono santa! N PROGRAMMA BEATIFICAZIONE DI TERESA MANGANIELLO Domenica, 2 maggio 2010: Basilica S. Maria delle Grazie ore 21,30/22,30 - Veglia eucaristica mariana presieduta da P. Giuseppe Falzarano Animazione Liturgica: Suore Francescane Immacolatine Giovedì, 06 maggio 2010 – ore 18,00: Convegno: Una contadina maestra di vita Teresa Manganiello Auditorium Seminario Arcivescovile di Benevento Giovedì 13, Venerdì 14, Sabato 15 maggio 2010: Sant’Egidio - Montefusco (AV) Commemorazione della Professione di Teresa nel Terz’Ordine Lunedì, 17 maggio: Teresa terziaria francescana Parrocchie: Santa Rita, San Gennaro, Sacro Cuore ore 18,00: Via Crucis animata da P. Angelo Piscopo, ofm capp. ore 19,00: Santa Messa presieduta da S.E. Mons. Francesco Zerrillo Animazione Liturgica: Azione Cattolica della Parrocchia “Sacro Cuore” Martedì, 18 maggio: Teresa anima missionaria Parrocchie: San Modesto, Madonna Addolorata, Santa Maria degli Angeli, Sant’Anna e Sant’Antonio ore 18,30: Santa Messa presieduta da Don Nicola De Blasio ore 21,00: Adorazione animata da Don Salvatore Soreca e dai Seminaristi di Benevento Animazione Liturgica: Giovani della Parrocchia “San Modesto” Mercoledì, 19 maggio: Teresa anima orante Parrocchie: S. Maria Constantinopoli, San Giuseppe Moscati, Spirito Santo ore 18,00: Adorazione animata da P. Antonio Tremigliozzi, ofm ore 21,00: Santa Messa presieduta da Mons. Pompilio Cristino, Vicario Generale Animazione Liturgica: Suore Francescane Immacolatine, Coro Sora Acqua, Amici di Teresa Giovedì, 20 maggio: Teresa, come San Francesco, sposa del Crocifisso Parrocchie: Chiesa San Francesco, San Bartolomeo, Santa Sofia, Sant’Anna, Santa Maria della Verità e San Donato ore 17,15: Adorazione animata da Don Pietro Florio ore 18,30: S. Messa presieduta da P. Antonino Carillo, ofm conv. Animazione Liturgica: GIFRA e Gruppo Giovani delle Parrocchie Venerdì, 21 maggio: Teresa e la Vergine Maria. Teresa, come Gesù, pane spezzato per il prossimo Basilica S. Maria delle Grazie Sono tutti invitati, in particolare le Famiglie Francescane ore 19,00: Santa Messa presieduta dal M.R. Padre Sabino Iannuzzi, Ministro Provinciale Frati Minori del Sannio e dell’Irpinia Animazione Liturgica: Coro Musicae Cantores (San Giorgio del Sannio) Messa per i Giovani a cura dell’Ufficio Pastorale Giovanile ore 20,00: Confessione ore 21,00: Celebrazione Eucaristica presieduta da Don Renato Trapani Animazione Liturgica: Gruppo Giovani (Kiwi Band) Sabato, 22 maggio: Rito di BEATIFICAZIONE della Venerabile Serva di Dio Teresa Manganiello ore 16,00: Basilica Madonna delle Grazie (Viale San Lorenzo) - Benevento Celebrazione del Rito della Beatificazione della Venerabile Serva di Dio Teresa Manganiello presieduta da S.E. Mons. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, delegato di Sua Santità Benedetto XVI. Animazione Liturgica: Coro della Cattedrale e vari cori del Sannio e dell’Irpinia guidati dal maestro Don Lupo Ciaglia Domenica, 23 maggio – ore 10,30: Chiesa Parrocchiale “Maria SS. Annunziata” – Pietradefusi (AV) . Santa Messa presieduta da Mons. Luigi Porsi, Postulatore della Causa di Canonizzazione di Teresa Manganiello, e benedizione della sacra immagine destinata al culto devozionale. Mercoledì, 26 maggio: Pellegrinaggio a Roma Udienza Generale col Santo Padre Benedetto XVI - Celebrazione Eucaristica nella chiesa Spirito Santo in Sassia – Roma Venerdì, 28 maggio – ore 18,00: Chiesa “San Giovanni del Vaglio” – Montefusco (AV) Santa Messa presieduta da Mons. Luigi Porsi, Postulatore della Causa di Canonizzazione di Teresa Manganiello, e consegna della reliquia della Beata. Domenica, 30 maggio – ore 19,00: Chiesa Sant’Egidio – Montefusco (AV) Benedizione della statua della Beata e Celebrazione Eucaristica di Ringraziamento presieduta dall’Arcivescovo Metropolita di Benevento, Mons. Andrea Mugione Marzo 2010 11 SAN PIO E LA CONVERSIONE DI FRANCESCO RICCIARDI UNA GRANDE OPERA DEL FRATE di Donato Calabrese ra le grandi conversioni operate da Padre Pio, c’è sicuramente quella del dott. Francesco Ricciardi, di San Giovanni Rotondo. La vicenda risale al mese di dicembre del 1928. Francesco Antonio Ricciardi aveva preso, ormai, le distanze dai sentimenti di rispetto e venerazione del popolo di San Giovanni verso Padre Pio, considerandosi autosufficiente ed emancipato rispetto alla religione cristiana. Abitava in via San Donato, una strada stretta e lunga dell’antico borgo. Poiché il medico era, da tempo, affetto da un male incurabile, i parenti e gli amici cercavano insistentemente di persuaderlo a confessarsi. Ma lui resisteva alle pressioni, anche perché voleva apparire forte di fronte all’idea della morte, e, quindi, scevro da quella fede cristiana che lui aveva sempre ridimensionato come appartenente al mondo dei deboli, dei bambini e delle vecchiette.Pensando che la sua vita stesse velocemente declinando, i parenti e gli amici provarono in ogni modo a convincerlo di T avvicinarsi alla fede, almeno in extremis. Ma Ricciardi si mantenne duro di fronte alle proposte di coloro che gli erano vicini, ribadendo espressamente di non voler preti in casa sua. Del resto, da oltre trenta anni non conosceva né chiesa, né confessionale. Dopo molte e insistenti pressioni da parte di parenti e amici, il medico di San Giovanni Rotondo pensò ad un espediente per uscirne fuori: disse che si sarebbe confessato ad una sola, unica, condizione: che a ricevere la sua confessione fosse Padre Pio. La cosa non scoraggiò gli amici, anche se sapevano che il frate di Pietrelcina non usciva mai dal convento cappuccino di Santa Maria delle Grazie. E questo lo sapeva bene lo stesso medico Ricciardi, pensando, in cuor suo, Padre Pio non sarebbe venuto a casa sua, anche perché era già sotto osservazione delle autorità ecclesiastiche, e lui ci teneva a non venire meno agli ordini dei superiori. Ma le vie del Signore sono infinite, ed il nipote del medico ateo, insieme col medico dei cappuccini, Angelo Maria Merla, e con l’aiuto del podestà Francesco Morcaldi, tutti grandi amici e devoti di Padre Pio, organizzarono una salita al convento. Qui trovarono il religioso stigmatizzato intento a scaldarsi al fuoco comune: il grande focolare presente in ogni comunità cappuccina, dove i frati si riscaldano e si intrattengono a parlare. Padre Pio, ovviamente, fece presente che non poteva muoversi, a causa delle prescrizioni del Vaticano nei suoi confronti. Ma, trattandosi di un caso così importante, si rimise alla volontà del superiore. L’idea venne subito accolta dal superiore che, prendendo Padre Pio in custodia, insieme con gli altri, salì su una vettura affittata per l’occasione, dirigendosi, quindi, in via San Donato. Meravigliato, della visita di Padre Pio, il dott. Francesco Antonio Ricciardi lo ricevette al suo capezzale, lasciando, subito, cadere nel vuoto tutte le sue preclusioni nei confronti della fede cristiana. Si confessò, riconciliandosi con Dio e ricevendo anche gli altri santi sacramenti. Alla fine della confessione, salutando il medico, Padre Pio disse: “Dottò, arrivederci, ci vediamo ai cappuccini… arrivederci… al convento”. Parole profetiche. Infatti Francesco Antonio Ricciardi non morì in quell’occasione. Guarito dal male incurabile, cominciò a frequentare il convento dei Frati cappuccini, dove spesso si fermava a sostare in preghiera nella piccola chiesa conventuale. Ovviamente la popolazione di San Giovanni Rotondo gridò al miracolo. Ricciardi morì quattro anni dopo, e precisamente il 13 giugno del 1932, assistito dallo stesso superiore del convento: padre Raffaele da S. Elia a Pianisi. “FORTUNATAMENTE QUEST’ACQUA NON BAGNA” La signora Vairo era una delle convertite da Padre Pio e voleva seguire l’esempio dei grandi penitenti accorsi sul Gargano e rinati a nuova vita grazie alla santità del Frate di Pietrelcina. Dopo aver finalmente ritrovato la grazia di Dio, un mattino d’inverno la donna decise di andare in chiesa a piedi nudi. Il freddo impietoso del Gargano e la pioggia incessante misero a dura prova la resistenza della donna, mentre saliva lungo il sentiero pieno di sassi taglienti che conduceva al convento. Inzuppata fino alle ossa e con i piedi sanguinanti, a causa del dolore e del freddo pungente, la signora Vairo svenna sulla soglia della chiesa. Appena ritornò in sé, vide il volto di Padre Pio curvo su di lei. “Figlia mia – le disse il Padre – anche nella santa penitenza è necessario non oltrepassare i limiti”. Poi, toccandole dolcemente la spalla, aggiunse: “Fortunatamente quest’acqua non bagna…”. Quale non fu la meraviglia di tutti i presenti allorché si accorsero che, improvvisamente, i vestiti della donna era divenuti completamente asciutti. do.ca. 12 Marzo 2010 L’EDICOLA DI GESÙ BAMBINO DI PRAGA di Lilli Notari a Chiesa di San Filippo Neri, a Benevento è attualmente conosciuta come Santuario del Santo Bambino di Praga. Nello spazio recintato sulla sinistra della Chiesa, poggiata su di una colonna, si trova una statua in bronzo che raffigura Gesù Bambino di Praga. Si tratta di un’edicola popolare che rientra nella tipologia detta del capitello, non molto diffusa nelle zone meridionali, ma presente in gran numero nel nord est dell’Italia, particolarmente nel Veneto. In città sono presenti solo altre tre edicole di questo tipo: due, dedicate una al Sacro Cuore e l’altra a San Giovanni di Dio, nel giardino dell’Ospedale Fatebenefratelli ed una terza dedicata all’Immacolata, in uno dei giardinetti del quartiere di Capodimonte. L’edicola dedicata al Santo Bambino di Praga, progettata nella sua struttura dall’architetto Vincenzo Miccolupi, è formata da una base di marmo bianco, che poggia su due gradini, e da una colonna, la cui parte superiore arriva all’altezza del primo piano dell’edificio annesso alla Chiesa. Su tre lati della base si leggono delle iscrizioni in lettere di bronzo: in ricordo dell’anno della sua collocazione A/ GESU’ BAMBINO/ DI PRAGA/ PERCHE’ DONI PACE/ AL MONDO/ANNO DELLA FEDE 1968 L in ricordo dell’Anno Santo del 1975 GESU’/ A TE LA LODE/ DA OGNI CREATURA/ ANNO SANTO 1975 e recentemente in ricordo di suor Raffaellina Borruto, un suo scritto DA QUESTO SANTUARIO/ PARTANO SCINTILLE/ D’AMORE PER ILLUMINARE/ IL MONDO. LA LUCE/ RISPLENDA DOVE/ ANCORA NON E’ GIUNTA. / IL DIVINO PASTORE TUTTE/ LE PECORE RADUNA CON/ TENEREZZA SORPRENDENTE. Suor Raffaellina In cima alla colonna si trova la statuetta in bronzo del Gesù Bambino di Praga, realizzata dallo scultore Antonio Lebro, che venne solennemente inaugurata il 22 dicembre 1968 alle ore sedici alla presenza dell’allora Arcivescovo Raffaele Calabria e delle autorità civili. Anche se si trova nella zona recintata di una Chiesa, questa edicola è strettamente legata alla devozione ed al culto popolari: venne realizzata infatti con le offerte degli abitanti del rione raccolte da Suor Raffaellina Borruto, la religiosa che aveva portato il culto del Santo Bambino di Praga a Benevento nel maggio del 1950. La statua raffigura il Bambino Gesù in piedi su di una sfera che rappresenta la Terra; sul capo è poggiata una corona ed il viso, dai tratti quasi moreschi, è contornato da lunghi riccioli. L’abito è di foggia seicentesca, riccamente arabescato con motivi floreali ed ornato di pizzi al collo ed ai polsi. La mano sinistra stringe il globo sormontato dalla croce, tipica insegna imperiale, e tre dita della mano destra sono sollevate nell’atto di benedire l’umanità. Il culto del Bambino di Praga è legato ad una leggenda secondo la quale la statuetta originaria fu portata, nel 1574, dalla Spagna in Boemia, dalla nobildonna Maria Manriquez de Lara discendente dei principi italiani Pignatelli. La figlia, la principessa Polissena, la regalò ai Carmelitani Scalzi di Praga della Chiesa dedicata alla Madonna della Vittoria e furono, poi, proprio i Carmelitani a propagandarne il culto, dal XVIII secolo in poi, non solo in Boemia, ma in tutta Europa. C RO C E IN V IA L E G E S Ù BA M B IN O D I P R AG A Nei pressi del Santuario di Gesù Bambino di Praga (la Chiesa che Orsini aveva dedicato a San Filippo Neri), in un piccolo spazio recintato è stata posta un’alta croce di colore azzurro e bianca che di sera è completamente illuminata da una luce interna a neon. Si tratta di una costruzione moderna, del 2000, che si ricollega a delle visioni (non riconosciute dalla Chiesa) avute in un piccolo villaggio della Normandia (Francia), a Dozulé, tra il 28 marzo 1972 ed il 7 luglio 1978 da Maddalena Aumont, una popolana, moglie di un operaio e madre di cinque figli, ritornata alla pratica religiosa dopo un lungo periodo di lontananza. Le visioni avvengono per 48 volte e 36 di queste hanno luogo al posto del tabernacolo o dell’Ostensorio. Nella prima apparizione la donna vede formarsi in cielo una immensa Croce luminosa, denominata Croce Gloriosa. Questa apparizione si riproporrà altre 5 volte. Nella terza apparizione le viene richiesto che venga elevata sulla collina di Dozulé un’alta croce, ed ai suoi piedi sia edificato il Santuario della Riconciliazione. La grandezza della croce che si richiede sia costruita a Dozulé deve avere la stessa altezza che ha Gerusalemme nel punto del Calvario e cioè 738 metri. I bracci della croce dovranno essere di 123 metri ed in questo modo il rapporto tra il braccio verticale e quelli orizzontali sarebbe da tre a uno. Questa croce, nelle dimensioni richieste, non è stata costruita nel paesino francese. Successivamente, un’altra veggente che si fa chiamare Je Ne Suis Rien (Io Non Sono Niente - JNSR) dal 16 luglio 1996 chiede che in tutto il mondo vengano costruite delle Croci d’Amore che devono essere alte sette metri e trentotto centimetri rispettando il rapporto in scala da 1 a 100 con la, richiesta e non costruita, Croce Gloriosa di Dozulé. l.n. Foto a cura di Raffaele Notari Marzo 2010 13 I RITI DI INTRODUZIONE DELLA MESSA I L KYRIE di Francesco Melito* a celebrazione della Messa, dopo l’atto penitenziale, prevede il canto o la recita del Kyrie. Si tratta di un elemento liturgico che ha una sua storia articolata. Esso è certamente un’espressione eminentemente biblica che ritroviamo nella liturgia della chiesa greca (come le parole stesse testimoniano) e che è stata accolta nella liturgia romana non prima del V secolo. Tracce della sua antichità e della sua funzione sono rintracciabili in una testimonianza sicura del 400 d.C. Eteria, una pellegrina gallica, recandosi a Gerusalemme, nota che vi era una consuetudine alla fine dei vespri: il diacono recitava una serie di invocazioni e «mentre egli pronuncia i singoli nomi, vi è sempre una schiera di fanciulli che risponde Kyrie eleison, come noi diciamo: Signore abbi misericordia (miserere Domine); e le loro invocazioni non hanno fine» (AETHERIAE, Peregrinatio, c. 24, CSEL 39,72). Per non andare troppo per le lunghe, si tratta di invocazioni che, per intenderci, sono identificabili con quella che oggi chiamiamo preghiera universale o dei fedeli e che era formulata come una litania. Il Sinodo di Vaison (529), comunque, parla del Kyrie come di una novità liturgica ben accolta e presente nel Mattutino, nella Messa e nei Vespri. S. Gregorio Magno aggiunge un elemento ulteriore. Dovendosi difendere dall’accusa di aver introdotto a Roma usanze greche, in una L lettera al Vescovo Giovanni di Siracusa, spiega le differenze dell’uso del Kyrie a Roma. Esso, infatti, prevedeva un’alternanza tra il Kyrie eleison e il Christe eleison e anche una forma cosiddetta tropata (cioè con l’aggiunta di tropi, ovvero di piccole invocazioni, come quelle che troviamo nel terzo schema dell’atto penitenziale del nostro messale) che si ometteva nei giorni feriali. Tralasciando, per ragioni di sintesi, tutte le vicende storiche che hanno portato all’abolizione e alla successiva reintroduzione dei tropi nella celebrazione eucaristica, è certo che il Kyrie viene sposta- to all’inizio della Messa dal Messale di Pio V, facendo però perdere per circa quindici secoli la preghiera dei fedeli. La riforma liturgica attuata dal Vaticano II ha risistemato le cose. Perché nonostante tutto, allora, il Kyrie è rimasto all’inizio della Messa subito dopo l’atto penitenziale? L’ordinamento dell’attuale Messale aiuta a capirne il senso al di là delle travagliate vicende storiche: “E’ un canto con il quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia” (OGMR, 52). La liturgia, cioè, vuole condurre il fedele a non fermarsi a piangere sul proprio peccato ma a superare la caduta e ad acclamare al Kyrios, cioè al Signore risorto che ha vinto il peccato. Il canto del Kyrie aiuta a non abbattersi ma a confidare nel Signore che “rialza chiunque è caduto”. Dunque, il Kyrie, oltre ad essere una bella invocazione da utilizzare comunque come risposta nella preghiera dei fedeli, ha anche questa forte valenza di abbandono alla misericordia del Padre. E’ giusto che sia, di conseguenza, un’acclamazione fatta da tutta l’assemblea al Crocifisso. In una più sensibile “ars celebrandi” sarebbe bene sottolineare anche visibilmente questo fatto, facendo in modo, ad esempio, che se non tutti, almeno due o tre cantori si portino ai piedi della croce del Risorto e, anche senza l’uso del microfono, elevare la voce nuda (che orienta e sollecita di più l’attenzione dell’assemblea) verso il Signore a cui si chiede misericordia e perdono. Si potrebbe anche ipotizzare che il celebrante e i ministranti si orientassero tutti verso la croce o, nelle piccole assemblee, che tutti si spostassero verso di essa. Questo permetterebbe meglio di capire a chi è diretto il Kyrie e qual è oggi il significato più profondo di un elemento così antico della Chiesa. *Direttore Ufficio Liturgico Diocesano VIA CRUCIS IN SEMINARIO Venerdì 5 marzo, alle 20.30, si è tenuto il secondo appuntamento in seminario, nella cappella di Sant’Andrea, con la via crucis organizzata dai seminaristi, rivolta non solo ai giovani ma a tutti i fedeli. E’ un momento importante di condivisione tra clero e laici da vivere in questo periodo di quaresima, come tempo di preparazione alla festa della Pasqua, quale festa di salvezza. Desiderio della comunità del seminario è quello di voler condividere momenti di comunione e di preghiera, contemplando l’amore che si fa offerta totale, vita per le nostre vite. Attraverso le meditazioni di don Tonino Bello, che hanno accompagnato i presenti a vivere la passione di Cristo, è stato sottolineato come il cammino della croce sia un invito alla preghiera e alla gratitudine; scuola di misericordia, di umiltà e di carità. Al Golgota si va in corteo, dice don Tonino, pregando, lottando, soffrendo con gli altri. Non con arrampicate solitarie, ma solidarizzando con gli altri…. Infatti questi momenti sono anche un’occasione favorevole di preghiera, nell’anno a loro dedicato, per sacerdoti e seminaristi. Alla fine della via crucis ogni fedele si reca davanti all’altare per prendere un foglietto su cui è scritto il nome di un prete o un seminarista per il quale vanno la sua preghiera e i suoi sacrifici durante la settimana. Anche l’ambiente ha favorito il raccoglimento e la preghiera con luci soffuse, il crocifisso al centro dell’attenzione dei fedeli presenti, le musiche di Frisina. 14 Marzo 2010 DALLA PAROLA ALLA VITA I N E M O D A L L E D I VANGELI CA DOMENICA 14 MARZO In questa quarta domenica di Quaresima siamo invitati a valutare il grado del nostro cammino di conversione in prossimità della Pasqua. Ci è stato proposto il mistero di Gesù nella sua umanità, sottoposta alla prova delle tentazioni (prima domenica); ci è stato rivolto l’invito ad ascoltare la sua parola nell’episodio della trasfigurazione (seconda domenica); ci è stata ribadita la pazienza di Dio, che ci lascia ancora un tempo di conversione, con la parabola del fico infruttuoso (terza domenica). È ora il momento di aprirci alla prospettiva della riconciliazione e del perdono, suggerita dalla parabola odierna del “Padre misericordioso” e dall’episodio dell’adultera perdonata di domenica prossima. San Luca scrive: “Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro” (15,1-2). Cristo vuole che sia chiara una cosa: il Dio di cui ci parla è un Padre benevolo, che accoglie gioiosamente i peccatori pentiti. Per cui deve risultarci evidente che, pur potendo immedesimarci per la nostra inadeguata condotta di vita sia nel figlio prodigo che nel figlio maggiore, la nostra preoccupazione e il nostro impegno devono essere soprattutto quelli di diventare come il Padre: non si preoccupa di sé, non ha alcun desiderio di dominio su cose o persone; l’unica sua preoccupazione sono i figli: a loro vuole darsi completamente e su di essi riversare tutto il suo amore. E allora è necessario chiederci: sappiamo dare senza pretendere nulla in cambio, amare senza porre alcuna condizione al nostro amore? “L’amore non è amore se muta quando trova mutamenti”, afferma Shakespeare in un suo sonetto. L’amore di Dio non muta neanche dinanzi alla nostra ingratitudine! DOMENICA 21 MARZO Domenica scorsa siamo stati spronati a riflettere sull’amore misericordioso di Dio nei confronti di tutti i peccatori, di tutti noi. Oggi la liturgia, quasi per farci superare ogni dubbio e lasciarci vincere dalla dolcezza del Signore, ci presenta un caso concreto, un episodio emblematico: il perdono di una donna adultera colta in flagrante. Agli accusatori che l’hanno sorpresa “sul fatto” non interessa il peccato né la redenzione della donna, ma conoscere il giudizio di Gesù per vedere se concorda o meno con la prescrizione legale così da poterlo accusare come violatore della legge. Nel Decalogo infatti l’adulterio è proibito sia nell’atto che nel desiderio (cf. Es 20,14.17). La punizione è la morte per ambedue. In Ez 16,40 la pena è la lapidazione. Secondo Dt 17,7 l’esecuzione doveva essere iniziata dai testimoni: “La mano dei testimoni sarà la prima; poi la mano di tutto il popolo”. Cosa fare? Giudicare l’adultera con severità e ucciderla moralmente? Giudicarla secondo la legge mosaica e lapidarla? Gesù perdona e dona dignità: “Neanche io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). Cristo però invita prima gli astanti a pensare se la loro coscienza li proclama degni di essere giudici e condannatori: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (8,7). Dio odia il peccato ma ama il peccatore: perdona sempre e perdona tutto; chiede solo un sentimento di gratitudine da parte di chi è perdonato, il pentimento per aver peccato e il proposito di evitarlo per l’avvenire. DOMENICA 28 MARZO Questa domenica, detta delle Palme o della Passione, apre la settimana più santa dell’anno liturgico. La liturgia si sviluppa in due momenti intimamente collegati tra loro che evidenziano una stridente opposizione: gloria e umiliazione; applauso e rinnegamento; accoglienza festosa e rifiuto malevolo. Non possiamo staccare questi due momenti nella vita di Gesù, né nella vita dei suoi discepoli, nella vita nostra. La Settimana santa che oggi inizia ci offre la possibilità di vivere nella liturgia l’esperienza della morte di Gesù: non dobbiamo avere troppa fretta di “sciogliere” le campane di Pasqua! Dobbiamo salire anche noi la via del Calvario; sostare ai piedi della croce; accogliere tra le nostre braccia il corpo del Crocifisso, cioè accogliere e stare accanto a tutti i “crocifissi” della storia, in cui Egli si identifica. Così la nostra storia si intreccerà veramente con quella di Cristo; così, come simboleggiato nel nostro battesimo, moriremo davvero con Lui per risorgere con Lui a vita nuova. Ascoltando il racconto della Passione di Gesù non dobbiamo sentirci degli “spettatori”, come quando guardiamo un film. Siamo invece coinvolti come “attori”. L’evangelista Luca sottolinea in modo particolare la misericordia e il perdono. Non si preoccupa di cercare chi ha la colpa della condanna e della morte dell’Innocente: i giudei o i discepoli, i soldati o le autorità civili e religiose,… Gesù è colui che porta il perdono di Dio pagando con la propria vita: guarisce l’orecchio al soldato ferito; perdona Pietro che lo ha tradito; promette il paradiso al ladrone pentito… Persino due nemici, Erode e Pilato, tramite la sua vicenda si stringono nuovamente la mano. Nella passione Gesù prega e non impreca; prega e invita a pregare; rifiuta la violenza e concede il paradiso. DOMENICA 4 APRILE Gesù ha vinto la morte ed è risorto. La Pasqua è un mistero così grande, così rivoluzionario che la Chiesa sente il bisogno di dedicarvi ben cinquanta giorni, quelli del cosiddetto “Tempo Pasquale”. La Bibbia stessa attesta che la risurrezione è un fatto di difficile comprensione e accettazione. San Paolo deve ricordare ai cristiani di Corinto che se Cristo non è risorto la fede è senza un fondamento su cui appoggiare (cf. 1Cor 15,12). Le prime testimoni della risurrezione di Gesù sono le pie donne che lo hanno seguito nei suoi viaggi apostolici, e in particolare Maria di Magdala. Forse perché l’affetto e la sensibilità femminili sono più vivi di quelli degli apostoli, che tra l’altro si sono dati alla fuga davanti alla cattura di Gesù. Le donne sono più solerti a correre al sepolcro nel giorno di Pasqua. Tuttavia, non sembrano facili agli entusiasmi; al contrario, la tomba vuota le lascia perplesse; non le porta alla supposizione giusta. Occorre una parola chiarificatrice da parte di “due uomini in bianche vesti” che annunciano il Signore risorto. Le modalità della risurrezione non sono raccontate; è segnalato solo il “passaggio”. Le donne avevano visto il Cristo morto deposto nel sepolcro; Egli invece è vivo, perché nel frattempo si è verificata una metamorfosi nel suo essere corporeo che lo ha portato dal regno dei morti a quello dei vivi. Sono due modi di esistere che si contrappongono tra loro; dove uno finisce, l’altro comincia. Anche Gesù è morto per risorgere; se non avesse perso la prima esistenza non sarebbe mai entrato nella nuova. La risurrezione è il parametro della fede cristiana. Essa dà un senso all’esistenza terrena; offre una ragione per viverla, affrontandone le molteplici prove, amarezze e sofferenze. Per la Bibbia l’uomo è un essere “interminabile” e le sue aspirazioni vanno ben oltre il tempo cronologico. La fede nella risurrezione, però, non è soltanto attesa di un traguardo al termine dell’esperienza terrena, ma anche e soprattutto la scelta di un comportamento di vita terrena degno del mondo che deve venire (cf. Col 3,14). In definitiva, crede effettivamente nella risurrezione non chi si limita a pensare al paradiso, ma chi inizia a costruirlo qui sulla terra! Marzo 2010 15 Saperi scientifici di Massimiliano Del Grosso* ualche giorno fa alcuni archeologi a Gerusalemme hanno portato alla luce un muro lungo 70 metri e alto 6 risalente al X sec. a.C. L’opera, di eccellente tecnica edilizia, risalirebbe al tempo di re Salomone, un’epoca presentata dalla Scrittura come assai prospera per il popolo dell’alleanza. Una ennesima conferma, dunque, delle miriadi di notizie di carattere storico contenute in un libro da molti ritenuto testo sacro, sì, ma non scientifico (si consiglia la lettura di Werner Keller, La Bibbia aveva ragione, Garzanti). Un atteggiamento da neomodernisti, timorosi che dal confronto con il fatto storico, spietato giudice di ogni forma di ideologia, la fede ne possa uscire solo indebolita o sconfitta. Come sarebbe successo, ad esempio, con Galilei, uomo-passepartout della polemica anticlericale. Galilei era un uomo profondamente religioso e obbedì all’autorità della Chiesa in un’epoca (quella successiva alla Riforma) in cui non sarebbe stato difficile trovare protezione politica e aiuto economico da qualche principe d’oltralpe, desideroso di schiacciare ulteriormente il potere papale. E tuttavia il laicismo moderno ha trasformato il pisano – insieme ai vari Bruno e Campanella – in vittima dell’oscurantismo clericale, un novello Prometeo che avrebbe consegnato agli uomini, oppressi dalla superstizione religiosa, la luce liberante della ragione autonoma svincolata dalla fede. Oggi, pur se la scienza non è più ritenuta sapere assoluto e infallibile, si è comunque convinti che Q essa, nel marasma della precarietà di ogni conoscenza, appaia come il “male minore” a fronte di una filosofia tramutata in sofistica, e una religione ridotta a bisogno psicologico e moralismo. Insiste così un atteggiamento di religioso obsequiuum verso le affermazioni degli scienziati, a cui si affianca un ipercritico sospetto verso la religione “ufficiale”, quella garantita dalle gerarchie. Basta così una sola prova contraria (il famigerato test del radiocarbonio) per annullare del lino della sindone il peso di verità della miriade di altre prove, accuratamente e scientificamente vagliate, tutte convergenti ad avvalorare la tradizionale datazione del I secolo a.C. E dopo oltre un secolo di analisi al microscopio, radiografie, spettrografie, tagliuzzamenti vari, negli ambienti cosiddetti “scientifici” si parla ancora di un generico «uomo della sindone». Fondate e degne di rispetto sarebbero invece le furbesche afferma- zioni di un Dan Brown ne Il codice da Vinci. Ma c’è di peggio: Richard Dawkins, autore de L’illusione di Dio, un libro a metà tra pubblicazione scientifica (l’apparato critico è notevole) e libercolo da bancarella, edito dalla Mondadori, casa i cui proprietari si confesserebbero “cattolici”. Dawkins rappresenta il meglio sulla piazza: si laurea ad Oxford, dove consegue un dottorato in zoologia; muove i primi passi come assistente universitario a Berkeley, per poi tornare professore di zoologia ad Oxford. Qui le autorità accademiche, onorate di tanta genialità, creano ex novo tutta per lui la cattedra di Public Understanding of Science dove può liberamente insegnare le sue dottrine atee e antireligiose. È prudente non uscire dalle proprie competenze rischiando di dire pericolose sciocchezze, ma a uno scienziato come Dawkins si può concedere tutto. E così, nel libro citato, il nostro scienziato, commentando la «prima via» di san Tommaso, di fatto trasforma l’Aquinate in una sorta di deista del Seicento secondo cui Dio è quello che avrebbe dato il colpetto iniziale all’immane groviglio di fenomeni che accadono nell’universo. Ma, chi sa di filosofia, sa pure che questo non è il pensiero di Tommaso. È piuttosto il pensiero proprio dei “padri” di Dawkins, quelli che hanno generato le assurdità dialettiche che hanno portato alla sfiducia nel cogliere la verità dell’odierno relativismo. Difficile è però combattere questa falsa sapienza finquando resterà alleata alla mediocrità culturale che regna negli ambienti del business editoriale e mediatico. Agli uomini di buona volontà non resta che confidare in quel Dio che disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (Lc 1, 51) e che è luce del mondo (Gv 9, 5). * Vicedirettore Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali LA SFIDA EDUCATIVA ATTRAVERSO UN CICLO DI INCONTRI L’Arcidiocesi di Benevento ed il Centro di Cultura dell’Università Cattolica hanno organizzato la presentazione del rapporto-proposta della Conferenza Episcopale Italiana “La sfida educativa” attraverso un ciclo di incontri in programma a partire dal 17 marzo. La prima occasione di riflessione è fissata per il 17 marzo alle ore 18: il prof. Giuseppe Savagnone, editorialista di Avvenire e direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale culturale della diocesi di Palermo, relazionerà sul tema “Educazione e scuola”. Il 24 marzo, sempre alla ore 18, il tema oggetto di approfondimento sarà “Educazione e famiglia”, grazie al contributo della professoressa Lorenza Gattamorta, docente di Sociologia dei Processi culturali presso l’Università degli Studi di Bologna. Incontro conclusivo sarà la presentazione del volume “La sfida educativa” in programma venerdì 23 aprile prossimo. Interverranno l’arcivescovo, mons. Andrea Mugione, Fabio Zavattaro, vaticanista e giornalista RAI ed il professore Fabio Ferrucci, docente di Sociologia dei Processi culturali presso l’Università degli Studi del Molise. Scuola, famiglia, comunità cristiana, lavoro, impresa, mass media, spettacolo, tempo libero, sport sono i temi portanti de “La sfida educativa”, il Rapporto-Proposta curato dal Comitato per il progetto culturale della CEI ed edito dall’Editrice Laterza, oggetto della presentazione. Il volume ha l’ambizione di rivolgersi non solo alla Chiesa e ai cattolici ma al Paese nel suo complesso, in una prospettiva di sollecitudine per il bene comune, alla luce dell’antropologiacristiana. Il Rapporto-proposta sull’educazione, un volume di oltre 200 pagine, è articolato in un capitolo fondativo di taglio antropologico, nel quale vengono approfonditi il carattere e i requisiti essenziali del processo educativo.