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ISSN 1830-6349
Ottobre 2011/8 — Edizione speciale IT
CESE info
EDITORIALE
Cari lettori,
la crisi dell’euro è solo l’ultimo di una serie di avvenimenti che stanno seriamente intaccando la fiducia dell’opinione pubblica nel progetto europeo. La
moneta unica, simbolo della potenza e della maturità
dell’Unione, non sembra in grado di resistere alle
manovre speculative di mercati sempre più orientati
verso profitti a breve termine e indifferenti alle prospettive di medio e lungo periodo. I
cittadini si sentono sempre meno partecipi della costruzione europea, anche perché nel
dibattito politico in corso nei loro paesi spesso è proprio l’Europa a venire messa sotto
accusa e indicata come causa della più grave crisi sociale ed economica che il nostro
continente abbia mai conosciuto.
Una risposta parziale a questo crollo della fiducia può venire da una migliore comunicazione sull’Europa, che metta l’accento su tutto ciò di buono che essa offre a ciascuno
di noi nella vita di ogni giorno e sui tanti problemi che ha già risolto o contribuito
a superare. Ma non basta: dobbiamo anche ristabilire un rapporto sincero e diretto
con i cittadini europei, essere più in sintonia con le loro aspirazioni e più ricettivi alle
loro richieste. Ritengo che sia essenziale, in questo processo, rivolgere tutta la nostra
attenzione ai giovani: è attraverso di loro, infatti, che dobbiamo tradurre concretamente
in realtà il concetto di democrazia partecipativa che il trattato di Lisbona ha posto a
fondamento della nuova Europa.
È partendo da queste premesse che ho lanciato, insieme al vicepresidente del Parlamento europeo Gianni Pittella, un’iniziativa che mi ha tenuto impegnata negli ultimi
mesi e di cui sono particolarmente orgogliosa: «5 idee per un’Europa più giovane».
Il progetto nasce dall’interesse per le giovani generazioni che mi unisce a Gianni
Pittella e dalla nostra comune convinzione che l’Europa debba essere più vicina ai
giovani, i quali possono imprimere un nuovo slancio alla costruzione europea.
L’iniziativa prevede una serie di visite presso le università dell’UE per incontrare
studenti iscritti ai corsi di scienze politiche e di comunicazione: le riflessioni, le aspettative, le preoccupazioni e le speranze emerse nelle discussioni con questi giovani europei
costituiranno la materia prima di «5 idee per un’Europa più giovane», che verrà poi
condensata e raffinata per sottoporla al vaglio del Parlamento europeo e del Comitato
economico e sociale europeo.
La prima tappa del nostro viaggio ha toccato Leeds il 10 ottobre scorso. L’incontro è
stato una stimolante applicazione dell’approccio «dall’alto verso il basso», un incontro
durante il quale abbiamo avuto modo di ascoltare con grande interesse dalla viva voce
dei giovani studenti dell’università britannica quale sia la loro visione dell’Europa.
Abbiamo incontrato ragazze e ragazzi che credono nei valori europei e sono pronti
a partecipare alla costruzione dell’Europa, se gliene viene offerta davvero l’occasione.
I giovani non sono il futuro dell’Europa: sono il suo presente. Per questo la nostra
società deve lasciare a loro e alle loro idee tutto lo spazio che meritano.
Comitato economico
e sociale europeo
un ponte tra l’ Europa e la società civile organizzata
L’Europa deve fare quadrato
per sostenere la Carta sociale europea
del Consiglio d’Europa
pietra di paragone e l’indicatore in base
a cui misurare l’importanza che diamo
ai diritti sociali».
Il Consiglio d’Europa, il Consiglio economico, sociale e ambientale francese
(ESEC) e il Comitato economico e
sociale europeo (CESE) hanno tenuto
insieme un convegno, il 23 settembre a Parigi presso la sede dell’ESEC,
sul tema La Carta sociale europea a
50 anni dalla sua adozione: quale
futuro?, per commemorare il 50° anniversario del documento, sottoscritto nel
1961. Al convegno hanno partecipato
rappresentanti degli ambienti giuridici
e del mondo accademico, dei sindacati,
delle associazioni padronali e delle
organizzazioni della società civile.
I partecipanti hanno analizzato
come la Carta sociale europea è stata
applicata nei 50 anni della sua esistenza, e come potrebbe essere utilizzata meglio per contribuire a una
soluzione della crisi economica in
corso. Nell’ultima sessione, che ha visto
una massiccia presenza dei membri del
CESE, si è riflettuto in particolare su
come la Carta sociale europea, la Carta
dei diritti fondamentali dell’Unione
europea e la Carta comunitaria dei
diritti sociali fondamentali dei lavoratori possano integrarsi a vicenda per
costruire un’Europa più sociale.
Il presidente del CESE Staffan
Nilsson ha sottolineato in apertura
dei lavori che: «La crisi finanziaria attuale e i conseguenti problemi
sociali in Europa richiedono misure
coraggiose, non soltanto in termini di
governance economica europea, ma
anche di maggiore solidarietà sociale
europea. È fondamentale che la dimensione sociale dell’Europa rimanga un
fattore visibile e credibile di garanzia
e stabilità della democrazia sociale. La
società civile deve fare la sua parte e,
ora più che mai, le due Carte sociali,
quella del Consiglio d’Europa e quella
della Comunità europea, rimangono la
Pur sottolineando l’alto grado di
completezza della Carta sociale europea rivista nel 1996, i partecipanti
hanno ammesso che la sorveglianza
sulla sua applicazione dovrebbe essere
migliorata in questi tempi di crisi
economica, per evitare l’insorgere di
una vera e propria crisi sociale e per
proteggere i più deboli. Essi inoltre
hanno raccomandato di ricorrere
ad un nuovo «programma di azione
sociale» per dare attuazione alle Carte,
e di combinare meglio dialogo sociale,
dialogo civile e iniziativa dei cittadini
europei al momento di avanzare proposte di atti legislativi europei nei settori in cui le Carte si applicano.
Il convegno ha segnato l’inizio di
una riflessione comune sui metodi e gli
strumenti atti a costruire una cultura
dei diritti sociali in Europa. Chiudendo
i lavori, il presidente dell’ESEC francese Jean-Paul Delevoye ha proposto
di tenere ogni anno una riunione congiunta delle tre istituzioni per valutare
e portare avanti la campagna paneuropea di promozione dei diritti sociali
●
fondamentali. (mjb)
Il volontariato fa bene all’economia
Anna Maria Darmanin
Vicepresidente
DATE DA RICORDARE
IN QUESTO NUMERO
7 e 8 novembre 2011
2
3
4
5
6
7
Il volontariato fa bene
all’economia
8
Il CESE organizza un
seminario sulla libertà
dei media
Porto, Portogallo / Tavola
rotonda UE-Brasile
16-18 novembre 2011
Istanbul, Turchia / Vertice
Euromed dei Comitati economici
e sociali e istituzioni analoghe
24 e 25 novembre 2011
Cracovia, Polonia / Seminario sui
media
1 e 2 dicembre 2011
Monaco, Germania / Tavola
rotonda UE-Cina
Colpita dalla crisi, l’Europa
attira meno immigrati
Buona governance e stabilità
Partenariato orientale e diritti
dei lavoratori
Finanziamenti insufficienti
Il gioco d’azzardo online
nell’ambito del mercato
interno: perché è necessario
un intervento europeo
Il 30 settembre nel palazzo presidenziale di Varsavia il Comitato economico e sociale europeo ha tenuto un
convegno ad alto livello inteso a propugnare il valore economico del volontariato e promuoverlo quale strumento
per creare un’Europa della solidarietà.
Ospitato dal presidente polacco Bronislaw Komorowsky e organizzato dal
gruppo Attività diverse del CESE, di
cui è presidente Luca Jahier, il convegno ha affrontato l’impegnativa questione dell’eliminazione degli ostacoli
al volontariato in Europa.
I partecipanti hanno analizzato
come meglio coinvolgere nella promozione del volontariato le pubbliche
autorità e come rendere più favorevoli
al volontariato le norme esistenti. Esso
è stato presentato come un’attività
per ogni età e ceto sociale: se infatti
il volontariato giovanile contribuisce a formare giovani con una forte
coscienza sociale, come ha suggerito
uno degli oratori, al tempo stesso
acquista sempre maggiore popolarità
il concetto dell’«invecchiamento attivo
attraverso il volontariato».
Nel corso dei lavori, apertisi con
gli interventi del presidente del CESE
Staffan Nilsson, di László Andor, commissario per l’Occupazione, gli affari
sociali e l’integrazione, e di Jolanta
Fedak, ministro polacco del Lavoro e
della politica sociale, sono stati valutati
i risultati conseguiti finora dall’Anno
europeo del volontariato.
A conclusione del convegno si è
tenuto un dibattito con le organizzazioni della società civile dei paesi del
partenariato orientale sulle prospettive
di sviluppo del volontariato nei loro
●
paesi. (mb)
Mentre CESE Info stava andando in
stampa è giunta la triste notizia della
scomparsa prematura di Mario Sepi,
già Presidente del CESE e presidente
del II gruppo. Alla sua figura sarà dedicato un articolo nel numero di dicembre di CESE Info.
www.eesc.europa.eu
1
La società civile organizzata chiede
a UE e Turchia di andare avanti
con il processo di adesione
Simposio CESE-Euromed
Da sinistra a destra: Ahmed Galai [vicepresidente della Lega tunisina per i diritti umani
(LTDH)], Dimitris Dimitriadis e Sandy Boyle (membri del CESE),
Guy Harrison (segretariato del CESE)
Da sinistra a destra: Staffan Nilsson, Arno Metzler e Mustafa Kumlu [copresidenti del comitato consultivo misto (CCM) UETurchia],
Egemen Bağış (ministro turco degli Affari europei e capo negoziatore della Turchia nei negoziati per l’adesione all’UE)
e Rifat Hisarcıklıoğlu [presidente dell’Unione delle camere di commercio e delle borse (TOBB)]
Una delegazione del CESE e delegazioni
di organizzazioni della società civile turca,
riunitesi ad Istanbul il 15 e 16 settembre, hanno adottato una dichiarazione
comune in merito all’imminente riforma
della Costituzione turca. Il messaggio
fondamentale della dichiarazione è che
tale riforma dovrebbe garantire la libertà
di espressione e rafforzare la libertà dei
mezzi d’informazione e l’indipendenza
delle organizzazioni di categoria.
Alla riunione hanno partecipato
principalmente membri del comitato
consultivo misto (CCM) UETurchia,
un organo che rappresenta sia la società
civile turca che quella dell’UE, articolate
nei rispettivi vari gruppi d’interesse economici e sociali, e in particolare Staffan
Nilsson, presidente del Comitato economico e sociale europeo, ed Egemen Bağış,
ministro turco degli Affari europei e capo
negoziatore della Turchia nei negoziati
per l’adesione all’UE. Riallacciandosi a
uno dei fili conduttori della riunione, il
presidente Nilsson ha dichiarato di essere
fiducioso che, nonostante la crisi, la capacità di leadership e la visione politica che
orientano l’azione dell’UE da 60 anni a
questa parte finiranno per prevalere, ma
anche che l’UE continuerà a insistere
affinché in tale visione rientri l’adesione
della Turchia. Al riguardo il CCM ha
auspicato che l’«agenda europea» costituisca una priorità assoluta anche per il
nuovo governo turco, così come l’adesione turca per l’Unione europea, ed
espresso soddisfazione per la trasformazione del segretariato generale turco per
gli Affari europei in un vero e proprio
ministero.
strare il più alto tasso di crescita tra i
paesi dell’OCSE, e l’impatto positivo che
essa avrebbe sull’economia dell’UE se la
Turchia fosse più vicina all’adesione,
considerate in particolare le grandi
opportunità di esportazione offerte
dalla forte espansione dei consumi privati turchi.
Un altro aspetto saliente evidenziato
dalla dichiarazione comune è la buona
tenuta dell’economia turca, che nella
prima metà di quest’anno ha fatto regi-
La prossima riunione del CCM UETurchia si terrà nell’Unione europea nel
primo semestre del 2012 e verterà principalmente sui diritti sindacali. (asp)●
Il CCM ha infine affrontato la questione del settore energetico, dapprima
prendendo atto degli accordi di sostegno
al progetto Nabucco, salutati come un
valido esempio di cooperazione in materia, e poi sottolineando gli sforzi compiuti da ambo le parti nella transizione
verso un’economia a basso consumo di
carbonio.
Il 9 settembre 2011 il Comitato economico e sociale europeo ha ospitato
a Bruxelles oltre 25 ONG provenienti
dai paesi della sponda sud del Mediterraneo e dall’Unione europea, riunite in un simposio al quale ha preso
parte un’ampia rappresentanza di
organizzazioni tunisine, egiziane,
marocchine, palestinesi, libanesi e
algerine.
L’incontro è stato dedicato a
un’analisi approfondita dei cambiamenti che le rivolte nei paesi arabi
hanno portato con sé, analisi da cui
è emerso subito con chiarezza che
l’obiettivo principale degli attori
sul terreno è costruire in quei paesi
società nuove, democratiche e partecipative.
I partecipanti al dibattito si sono
trovati d’accordo su una constatazione
fondamentale: la transizione democratica nella regione non può essere
data per scontata, neppure nei paesi in
cui tale processo è già in corso, come
dimostrano, a giudizio degli intervenuti al simposio, diversi casi di violazioni dei diritti individuali segnalati.
Secondo un’opinione largamente
condivisa emersa nelle discussioni, la
società civile deve avere voce in capitolo
nel processo di cambiamento e l’UE deve
proseguire il lavoro di monitoraggio
della situazione al fine di consolidare i
primi risultati acquisiti sul terreno della
democrazia.
Allo scambio di idee sulla cooperazione tra le società civili non hanno
contribuito soltanto esponenti di ONG e
membri del CESE, ma anche rappresentanti dell’Organizzazione internazionale
del lavoro (OIL) e del Servizio europeo
per l’azione esterna (SEAE). I partecipanti al simposio hanno quindi affrontato i temi trattati in una prospettiva
interdisciplinare, adottando un approccio concreto e realistico, e la conclusione
principale alla quale sono giunti è che
non possiamo permetterci di riposare
sugli allori proprio adesso. (asp) ●
LA SESSIONE PLENARIA IN SINTESI
Il CESE ai blocchi di partenza per il vertice RIO+20
Proprio lo stesso giorno in cui
il commissario europeo per
l’Ambiente Janez Potočnik
ha discusso con i membri
del CESE i preparativi per il
vertice della Terra Rio+20,
il Comitato ha adottato una
Janez Potočnik,
serie di pareri di grande attuacommissario europeo per l’Ambiente
lità, dal momento che le proposte che vi sono presentate
contribuiranno a definire la posizione istituzionale dell’UE durante
il vertice. Uno dei pareri, elaborato da Hans-Joachim Wilms (gruppo
Lavoratori, Germania), chiede che la conferenza Rio+20 porti alla
creazione di una struttura di governance più efficiente per innescare
il processo di transizione verso una nuova economia.
In un altro documento, di cui è relatore Lutz Ribbe (gruppo Attività diverse, Germania), il CESE affronta la questione dell’efficienza
energetica e invita a ripensare l’attuale modello di benessere della
nostra società, basato sull’impiego di energie a basso costo e su un utilizzo e un ricambio non efficiente di materiali. Riflessioni dello stesso
tipo figurano anche nel parere a cura del relatore Richard Adams
(gruppo Attività diverse, Regno Unito) e del correlatore Josef Zbořil
(gruppo Datori di lavoro, Repubblica ceca) sulla tabella di marcia verso
un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050: a
loro avviso, non si dovrebbe fare eccessivo affidamento sulla tecnologia
per mitigare i cambiamenti climatici, poiché modificare il nostro stile
di vita è altrettanto importante. Il testo invoca inoltre una riduzione
del 25 % delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020. (mb) ●
Diritti fondamentali per tutti
Nel corso della sessione plenaria di settembre, il CESE ha dato il
via libera ai pareri sulla Strategia europea sulla disabilità 2010-2020
(SOC/403) e sulla strategia per la Carta dei diritti fondamentali
(SOC/401). Entrambi i testi hanno per oggetto la lotta alla discriminazione e all’esclusione sociale in Europa e la difesa dei diritti
fondamentali dei cittadini dell’UE.
Il CESE intende rafforzare la cultura dei diritti fondamentali a
livello UE e garantire che la Carta venga rispettata anche a livello
nazionale, in particolare per quanto riguarda i diritti sociali. L’obbligo giuridicamente vincolante di promuovere i diritti fondamentali deve tradursi in azioni concrete, e i cittadini dovrebbero essere
consapevoli dei loro nuovi diritti acquisiti in virtù della legislazione
europea.
Per quanto riguarda il modello economico, il concetto di base
sarà quello della sostenibilità, da realizzarsi anzitutto sviluppando
le aree rurali, e poi promuovendo abitudini di consumo diverse e le
energie rinnovabili. Questi due filoni, che faranno da fondamento per
un nuovo modello di crescita, sono stati analizzati rispettivamente
in una relazione informativa e in un parere esplorativo adottati alla
●
474a sessione plenaria. (asp)
Inoltre, il CESE è determinato a estendere la protezione giuridica
dei diritti delle persone disabili ad altre sfere oltre a quella dell’occupazione. Nell’elaborazione e nell’applicazione della legislazione e
delle politiche sociali occorre tenere sempre conto delle questioni
●
legate alla disabilità. (ail)
Il Cielo unico europeo non decollerà senza
un impegno e una leadership più convinti
Democrazia e crescita sostenibile
nella regione Euromed
Gli ultimi avvenimenti in Africa settentrionale e nel Medio Oriente hanno indubbiamente segnato una svolta storica, facendo
emergere una domanda di cambiamento
sociale sentita da tutti gli strati della popolazione e da numerose organizzazioni
della società civile. Lungi dal rimanere in
Dimitris Dimitriadis,
disparte, il CESE ha adottato due pareri e
membro del CESE
una relazione in cui espone le sue riflessioni
sulle democrazie emergenti in quei paesi e su un nuovo modello
economico per la regione.
Il parere Promuovere la rappresentatività delle società civili nella
regione euromediterranea propone di elaborare un nuovo quadro
europeo per la cooperazione con i rappresentanti indipendenti della
società civile dei vari paesi. Basandosi sulla sua esperienza nel settore
del dialogo sociale, il relatore del parere ed ex presidente del CESE,
Dimitris Dimitriadis, ha auspicato un ruolo attivo per il Comitato. Il
prossimo passo in questa direzione sarà la presentazione del parere
in occasione del vertice euromediterraneo dei consigli economici e
sociali (Istanbul, novembre 2011).
Jacek Krawczyk,
vicepresidente del CESE
Il pacchetto Cielo unico europeo (SES) II
è stato adottato nel 2009 per accrescere la
sicurezza, l’efficienza e l’ecocompatibilità
dei voli, oltre che per ridurre i ritardi. Da
allora sono trascorsi due anni e il pacchetto
non è stato ancora attuato; secondo il CESE,
ciò è dovuto non solo allo scarso impegno
degli Stati membri, ma anche alla mancanza
di leadership da parte della Commissione
europea.
«Appigliarsi alla questione delle frontiere nazionali nello spazio
aereo significa fraintendere il concetto di sovranità nazionale», ha
affermato Jacek Krawczyk, vicepresidente del CESE (gruppo Datori
di lavoro) e relatore del parere sul SES II, riferendosi alla frammentazione dello spazio aereo europeo, che costa all’UE 5 miliardi di
euro l’anno e impedisce di ridurre del 12 % le emissioni di CO2. Per
eliminare questa frammentazione, il pacchetto ha introdotto i blocchi
funzionali di spazio aereo (FAB), organizzati sulla base di obiettivi di
performance, che non tengono conto dei confini nazionali. Tuttavia,
i progressi compiuti finora su questi blocchi sono stati discontinui e
troppo lenti a causa della scarsa cooperazione tra i diversi prestatori
nazionali di servizi di navigazione aerea.
Su invito della presidenza polacca dell’UE, Krawczyk presenterà
il parere del CESE a Varsavia il 28 novembre prossimo. All’evento
parteciperanno il ministro polacco alle Infrastrutture Cezary Grabarczyk e il commissario europeo ai Trasporti Siim Kallas. (mb) ●
Per ulteriori informazioni : http://www.eesc.europa.eu/?i=portal.en.opinions
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Ottobre 2011/8 — Edizione speciale IT
CESE info
EDITORIALE
Più Europa,
un’Europa migliore
Comitato economico
e sociale europeo
un ponte tra l’ Europa e la società civile organizzata
Colpita dalla crisi,
l’Europa attira meno immigrati
più trafficato verso l’UE, nonché uno di
quelli più utilizzati anche da chi entra
legalmente.
I tempi sono difficili. L’Europa si dibatte in una crisi
che mina i suoi valori fondamentali di solidarietà. Le
voci dei cittadini che faticano ad arrivare alla fine del
mese rimangono spesso inascoltate. Abbiamo visto i
giovani e gli anziani scendere in strada a protestare,
ad Atene e in altre città.
Abbiamo visto alcuni Stati membri prendere
decisioni difficili, tagliare la spesa e i programmi sociali, persino reintrodurre i controlli alle
frontiere. E nel frattempo chiediamo ai nostri partner in Armenia, Azerbaigian, Bielorussia,
Georgia, Repubblica di Moldova e Ucraina di adottare gli standard di governance dell’UE e di
dimostrare la loro adesione a valori quali i diritti umani, la solidarietà e la ricerca della felicità.
All’Europa occorrono più integrazione, più solidarietà e politiche in grado di garantire
un futuro a tutti noi. La presidenza polacca dell’UE, che ha messo il partenariato orientale
al centro del suo programma, lavora per promuovere l’integrazione europea come motore
della crescita. Per questo dobbiamo dimostrare ai nostri partner orientali che l’integrazione
e la cooperazione regionale comportano vantaggi per tutti. Dobbiamo dimostrare di saper
parlare con una sola voce e agire di concerto per una causa comune, perché la dignità è un
diritto umano e non soltanto qualcosa cui rendere omaggio a parole.
Il partenariato orientale sta ancora muovendo i primi passi, e in due anni di esistenza ha
prodotto risultati che si possono definire modesti. È un’iniziativa dotata di un grandissimo
potenziale per il rafforzamento della democrazia e la diffusione della prosperità tra i cittadini
dei paesi che vi partecipano. È giunto il momento di realizzare questo potenziale.
Non sottolineeremo mai abbastanza il ruolo cruciale della società civile e delle parti sociali
nella promozione del dialogo con i governi nazionali, dialogo che è in effetti una condizione
imprescindibile di una società democratica. Nel suo primo parere sul partenariato orientale,
elaborato nel 2009, il CESE ha sottolineato la necessità di introdurre programmi per lo
sviluppo delle capacità della società civile. I recenti eventi in Africa settentrionale hanno
dimostrato quanto questa proposta sia pertinente. Perché la società civile dei paesi vicini possa
contribuire ad avvicinare tali paesi ai valori europei, sono finalmente state lanciate iniziative
quali lo Strumento per la società civile e il Fondo europeo per la democrazia.
Noi del CESE abbiamo l’esperienza e i mezzi per favorire lo sviluppo della società civile
nei paesi del partenariato orientale. Per poter chiedere conto ai governi delle loro azioni,
sappiamo che gli accordi di associazione e di libero scambio devono includere meccanismi
per il monitoraggio da parte della società civile. Siamo anche pronti a impegnarci in un Forum
della società civile del partenariato orientale che sia attivo e rappresentativo e che dia voce
anche alle parti sociali. E vogliamo che la società civile organizzata in tutti i paesi del partenariato orientale diventi un ponte dalle fondamenta saldamente ancorate nella solidarietà e
possa a sua volta essere fonte di ispirazione per l’Unione europea.
© Konstantin Grozdev
Missione dell’UE di assistenza alla frontiera tra Moldova e Ucraina (EUBAM)
Alcuni cittadini dei paesi del partenariato orientale riescono a immigrare illegalmente nell’Unione europea: attratti
dal miraggio di un lavoro retribuito,
molti affrontano i rischi di un simile
viaggio. La crisi economica però ha
ridotto le possibilità di lavoro, costringendo i potenziali emigranti a cercare
altre fonti di reddito nei paesi d’origine.
«Crediamo che il motivo principale per cui gli ingressi illegali sono
notevolmente calati a tutti i confini
esterni dell’UE, dai paesi mediterranei
a quelli est-europei, risieda nella crisi
economica, che ha inciso pesantemente
sul numero di posti di lavoro tradizionalmente occupati dai lavoratori
immigrati», ha dichiarato a CESE info
Izabella Cooper, portavoce di Frontex.
Nel 2010, Frontex, l’agenzia dell’UE
incaricata di coordinare la collaborazione operativa fra Stati membri nel
campo della sicurezza dei confini esterni,
ha registrato 1 042 passaggi illegali delle
frontiere UE in provenienza dai paesi del
partenariato orientale, con un netto calo
rispetto agli anni precedenti.
Ha anche aggiunto che molti
immigrati sono lavoratori stagionali
nell’agricoltura, nelle costruzioni e nei
servizi domestici: tutti settori colpiti
dalla crisi economica, col conseguente
calo della domanda di manodopera a
basso costo.
Nel 2009 l’agenzia aveva registrato
1 399 passaggi, contro i 2 653 del 2008.
La metà dei casi scoperti lo scorso anno
riguardava cittadini delle ex repubbliche sovietiche, il resto era composto
principalmente da rifugiati afghani,
somali e palestinesi.
La maggior parte dei casi di immigrazione illegale individuati nel 2010
si è verificata lungo la frontiera tra la
Slovacchia e l’Ucraina, col 40 % dei
passaggi clandestini delle frontiere
esterne europee. Il confine terrestre fra
Polonia e Ucraina è invece il passaggio
«Il numero relativamente elevato
di respingimenti è dovuto semplicemente all’alto numero di persone che
attraversa quel confine, un fatto che va
tenuto presente», ha ricordato la Cooper, aggiungendo che il motivo più
frequente per negare l’ingresso lungo
tutta la frontiera orientale dell’UE è la
mancanza di un visto valido, seguita
dalla mancanza di motivazioni reali
per il soggiorno e dall’insufficienza dei
mezzi di sostentamento indicati. I casi
di passaporti e visti falsi sono invece
molto rari.
Frontex dispone di una dotazione
operativa di 2,5 milioni di euro per
tutte le frontiere terrestri, dalla Finlandia alla Romania. Questa cifra rappresenta il 4 % circa dell’intero bilancio
dell’agenzia e, secondo la portavoce, i
costi operativi per le frontiere terrestri
sono considerevolmente più bassi di
quelli connessi alle operazioni riguardanti i confini aerei e marittimi.
Il CESE si sta adoperando per agevolare il rilascio dei visti per studenti,
uomini d’affari, viaggiatori abituali e
familiari di immigrati già residenti, ma
la possibilità di arrivare a una liberalizzazione dei visti per i paesi del partenariato orientale resta lontana: di tutti i
paesi interessati, solo Ucraina, Moldova
e Georgia hanno sottoscritto con l’UE
accordi e piani d’azione per la sempli●
ficazione del rilascio dei visti.
Sandy Boyle
Presidente della sezione Relazioni esterne del CESE
In attesa del raccolto
La presidenza polacca dell’UE intende rafforzare il partenariato orientale (PO) dando
la priorità ad accordi di associazione (AA)
come gli accordi di libero scambio globali
e approfonditi (DCFTA). Intende inoltre
porre l’accento sulla cooperazione tra tutti
i paesi interessati. L’obiettivo degli accordi
di libero scambio globali e approfonditi è
di creare una zona di libero scambio nella
regione, il che, secondo Seppo Kallio, membro del CESE e relatore del parere sul tema
Partenariato orientale e dimensione orientale
delle politiche UE, è essenziale per il progresso del PO.
«Per far progredire il PO vi è bisogno di
concludere un accordo con l’Ucraina», ha
affermato Kallio, aggiungendo che l’agricoltura ucraina costituisce un incentivo
importante per la creazione da parte della
Polonia di una zona di libero scambio nella
regione. Nel 2008 l’Ucraina era l’ottavo
maggior produttore mondiale di cereali e il
settimo esportatore di tale prodotto (con una
produzione annua di cereali compresa tra 40
e 50 milioni di tonnellate), mentre gli altri
cinque paesi del partenariato producevano
CESE info — Ottobre 2011/8 — Edizione speciale
complessivamente circa 15 milioni di tonnellate all’anno. Il principale partner commerciale di Armenia, Azerbaigian, Georgia,
Moldova e Ucraina è l’UE.
«Una dimensione importante del partenariato è costituita dalla “pista bilaterale”
il cui obiettivo è quello di realizzare l’associazione politica e di concludere i negoziati
sulla DCFTA con l’Ucraina», ha dichiarato in luglio Radoslaw Sikorski, ministro
polacco per gli Affari europei. A differenza
degli altri paesi del PO, i negoziati sulla
DCFTA con l’Ucraina sono quasi completi
e, secondo alcuni, l’accordo finale dovrebbe
essere siglato entro la fine dell’anno. Anche
la Georgia e la Moldova potrebbero avviare
i negoziati a breve, mentre per la Bielorussia e l’Azerbaigian l’avvio dei negoziati è
subordinato all’adesione di questi due paesi
all’OMC, adesione che costituisce un prerequisito essenziale ai fini della conclusione
degli accordi di libero scambio globali e
approfonditi.
Tuttavia, secondo Kallio, la prospettiva di
concludere tali accordi con l’Ucraina appare
improbabile. «Il calendario stabilito a questo fine appare estremamente ambizioso e
poco realistico», ha affermato il membro
del CESE, aggiungendo che in Ucraina continuano a sussistere problemi amministrativi interni. Kallio ha tuttavia evidenziato
l’enorme potenziale del settore alimentare
in Ucraina, sottolineando l’importanza
dell’agricoltura per lo sviluppo complessivo
del paese.
«L’Ucraina è desiderosa di intensificare le
relazioni commerciali con l’UE ma stenta a
rispettare le rigorose norme europee in materia di qualità. Il paese deve quindi investire
maggiormente nelle misure di controllo della
qualità», ha dichiarato Kallio, aggiungendo
che un accordo di libero scambio globale e
approfondito andrebbe a vantaggio dell’agricoltura tanto polacca che ucraina. La Polonia presenta un settore agricolo importante
che conta 1,3 milioni di agricoltori, molti
dei quali coltivano una superficie inferiore
ai 20 ettari. Le competenze disponibili in
Polonia potrebbero contribuire ad accrescere la produzione di cereali in Ucraina e
ad allargare il mercato unico dell’UE. ●
3
Buona governance e stabilità
Disordine pubblico
Statua di Lenin e bandiera della Bielorussia a Minsk
Nella prima metà del 2011 abbiamo assistito alla stupefacente caduta dei regimi
autocratici di buona parte del mondo arabo.
Il sollevamento di interi popoli contro l’élite
di governo, e le loro rivendicazioni di trasparenza, democrazia e Stato di diritto,
hanno avuto un forte impatto sui paesi del
partenariato orientale.
di 30 milioni di euro, a favore dell’Ucraina,
destinato anch’esso a promuovere la buona
governance e lo Stato di diritto. Le risorse
per questi due pacchetti sono state attinte
dal bilancio UE del 2011 per lo strumento
europeo di vicinato e partenariato (ENPI),
che rappresenta la principale fonte di sostegno dell’UE al partenariato orientale.
«La “primavera araba” ha rafforzato le
aspettative di riforma della governance in
tutti i paesi limitrofi all’Europa. L’impatto
esercitato da questi cambiamenti sugli
Stati del partenariato orientale, compresa
l’Armenia, non può essere ignorato», ha
affermato il 13 luglio 2011 il commissario
per l’Allargamento e la politica di vicinato
Štefan Füle.
Se i paesi partner sono incoraggiati a
sviluppare e migliorare le loro istituzioni
per rafforzare in questo modo la buona
governance, il rispetto dei diritti umani
fondamentali e la libertà di associazione
sono anch’essi essenziali per raggiungere
questo obiettivo. Mentre ogni paese partner ha realizzato, seppure in misura diversa,
riforme politiche, sociali ed economiche, la
maggior parte di essi continua a non tenere
conto del ruolo importante che svolgono la
società civile e le parti sociali, ad esempio
i sindacati.
La dichiarazione del commissario è
stata seguita dall’adozione di un pacchetto
di 19,1 milioni di euro per l’Armenia, volto
a rafforzare le capacità tecniche e amministrative delle principali istituzioni del paese.
Lo stesso giorno, l’UE ha annunciato il
varo di un pacchetto analogo, per un valore
«I datori di lavoro, i sindacati e altre
organizzazioni socioeconomiche (agricoltori, consumatori) a livello nazionale non
sono coinvolti, o lo sono solo in misura
limitata, nelle attività delle piattaforme
nazionali», ha rilevato il membro del Comitato economico e sociale europeo Gintaras
Morkis nel parere di cui è stato relatore nel
2011 in merito al partenariato orientale.
La prima delle quattro piattaforme
tematiche del partenariato orientale è intitolata «Democrazia, buona governance e
stabilità». Tali piattaforme costituiscono
la base del partenariato orientale e ne
individuano l’obiettivo generale nel rafforzamento della cooperazione politica e
dell’integrazione economica con l’Unione
europea.
Il Comitato economico e sociale
europeo partecipa alla piattaforma per la
democrazia ma, come si afferma nel succitato parere sul partenariato orientale, si
rammarica per il limitato coinvolgimento
della società civile e delle parti sociali nel
costruire la democrazia, promuovere il
buon governo e garantire la stabilità. ●
Pagine che scottano
sono di gran lunga più interessati
all’accordo di associazione. Ne
consegue che televisioni, radio
e giornali sono ancora in gran
parte monitorati e controllati dal
governo.
La commissione nazionale
armena per la TV e la radio
(NCTR) è un organo di regolamentazione incaricato di concedere e revocare autorizzazioni
che spesso però fa anche opera di
censura, afferma Navasardian. I
membri della commissione vengono designati dal presidente e
dalla coalizione al governo. Nel
2002, il governo chiuse il canale
televisivo A1+, critico nei suoi
confronti. La richiesta di autorizzazione è stata negata ad A1+
una dozzina di volte, nonostante
la sentenza del 2008 della Corte
europea dei diritti dell’uomo,
secondo la quale era stato violato
il diritto della società a diffondere
informazioni.
Secondo Boris Navasardian, presidente del Club della stampa di Erevan
in Armenia, il ruolo svolto dal partenariato orientale (PO) nel migliorare
la libertà di stampa è quasi inesistente.
Navasardian lavora come giornalista
per la carta stampata e per la televisione
dal 1974.
4
«A quanto ho potuto constatare, il
PO non ha mai affrontato alcun tema
riguardante da vicino i diritti umani o
i media» ha detto Navasardian a CESE
info. «I media e la libertà di espressione
non sono una priorità del partenariato»
ha aggiunto, spiegando che la Commissione europea e il governo del suo paese
«È difficile fare giornalismo indipendente in Armenia» continua Navasardian. «Ma almeno la situazione è diversa
da quella di altri paesi postsovietici, dove
è praticamente impossibile». Di recente,
l’Armenia ha votato delle leggi che depenalizzano i reati di calunnia e diffama-
L’indipendenza e la trasparenza del potere
giudiziario sono tra i presunti pilastri dei
partenariati europei. Ma la società civile
e le parti sociali del partenariato orientale
(PO) stentano ad avviare una seria riforma
giudiziaria e a promuovere la trasparenza
nei rispettivi paesi.
Nel 2008 alcuni alti funzionari in Georgia, tra i quali il presidente Saakashvili e il
capo della Corte suprema, hanno rilasciato
alcune dichiarazioni promettenti sulla promozione di una «nuova ondata di riforme
democratiche».
Riforme che miravano, tra l’altro, a
rafforzare l’indipendenza del potere giudiziario. Sebbene la Georgia abbia attuato
quasi la metà delle riforme, restano ancora
in sospeso importanti questioni, secondo
Tamar Khidasheli, membro del consiglio
dell’Associazione dei giovani avvocati georgiani (GYLA), una ONG con sede a Tbilisi, impegnata nella promozione dei diritti
umani e dello Stato di diritto in Georgia.
Khidasheli sostiene che, nel complesso,
le misure adottate finora — introduzione
dei processi con una giuria, nomina a vita
dei giudici e modifiche alla legge sulle
norme relative alla comunicazione con i
giudici — sebbene siano viste in generale
come sviluppi positivi, non sono tuttavia
sufficienti per soddisfare i presupposti
fondamentali per l’indipendenza e l’imparzialità del sistema giudiziario. Sempre
secondo Khidasheli, devono essere ancora
interamente affrontati alcuni problemi
sistematici che riguardano la composizione
del Consiglio superiore della giustizia della
Georgia, le procedure per la nomina dei
giudici, la garanzia di continuità del man-
dato, taluni aspetti relativi all’indipendenza
interna, nonché il trasferimento, la revoca
dell’incarico e le procedure disciplinari
applicabili ai giudici.
In una comunicazione congiunta sulla
politica europea di vicinato (PEV) diffusa a
maggio, l’Alto rappresentante dell’Unione
per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, e la Commissione europea si impegnano a adeguare
il livello di sostegno dell’UE ai partner in
funzione dei progressi conseguiti in materia
di riforme politiche e consolidamento della
democrazia.
Tra gli obiettivi dichiarati figurano la
garanzia dello Stato di diritto esercitato
da un potere giudiziario indipendente e il
diritto a processo equo. La comunicazione
auspica l’adozione di un approccio che consenta l’ingresso dei partner nel settore non
regolamentato del mercato interno delle
merci per i partner della PEV che hanno
una magistratura indipendente pienamente
funzionante, un’amministrazione pubblica
efficiente e hanno fatto progressi significativi nella riduzione della corruzione.
Khidasheli si rammarica per il fatto che
in questa fase il ruolo della società civile
nell’attuazione delle riforme risulta piuttosto limitato ma, facendo riferimento alla
comunicazione congiunta, aggiunge che
la maggiore enfasi dell’UE sul ruolo della
società civile nel partenariato orientale
offre alcuni margini di speranza e che il
nuovo approccio adottato dall’UE sosterrà
gli appelli della società civile a favore di
un’autentica riforma e di una più concreta
●
partecipazione alla sua attuazione.
zione. I giornalisti, tuttavia, sono ancora
nel mirino dell’élite politica e imprenditoriale, che li denuncia per danni morali e
chiede il rimborso delle spese processuali.
quando abbiamo cominciato a pubblicare i pareri del Consiglio, le sentenze dei
giudici hanno cominciato a essere più in
linea con gli standard europei».
Nonostante in Armenia le leggi sui
media siano migliorate, il numero di
giornalisti denunciati è aumentato vertiginosamente. Prima del 2010, si limitava
a due il numero di quelli denunciati per
diffamazione. Oggi sono sedici i giornalisti che sono stati portati in tribunale.
Inizialmente, i tribunali emettevano
puntualmente sentenze a favore di chi
li denunciava. Ma le cose stanno cambiando.
Secondo l’IREX, un’organizzazione
per lo sviluppo con sede a Washington
che valuta il livello della libertà di stampa,
in Armenia essa sarebbe la migliore della
regione. La relazione dell’IREX, pubblicata qualche mese fa, ha lodato la libertà
di espressione presente oggi nel paese
«principalmente a seguito della depenalizzazione dei reati di calunnia e diffamazione».
A maggio, Navasardian e altri quattro
esperti del settore media hanno costituito
il Consiglio per le controversie in materia
di informazione. Tale organismo fornisce
analisi e relazioni sulle cause di diffamazione intentate contro i giornalisti, che
vengono poi diffuse pubblicamente. «Da
La valutazione positiva ha colto del
tutto di sorpresa Navasardian e i suoi
colleghi. «L’affermazione dell’IREX sulla
depenalizzazione è solo una promessa,
un obiettivo da raggiungere in futuro. La
realtà dei fatti è completamente diversa».
●
CESE info — Ottobre 2011/8 — Edizione speciale
Voci perdute in cerca
di un sentiero comune
Stesse finalità, mezzi diversi
rendersi conto di quali fossero le OSC davvero indipendenti». In Azerbaigian le organizzazioni sindacali sono saldamente legate
al governo di Baku ed in Armenia sono residui dell’epoca sovietica, dotati di ben poca
influenza, mentre in Georgia i sindacati
«non allineati» sono in aperto conflitto con
il governo di Tbilisi.
© Solidarnosc 2011
Andrzej Adamcyk durante una manifestazione di protesta a Budapest
(sull’estrema destra, con la sciarpa rossa)
Per preparare il parere del CESE sui piani
d’azione della politica europea di vicinato
nei paesi sudcaucasici, il relatore Andrzej
Adamczyk si è recato in Armenia, in Azerbaigian ed in Georgia. Il parere, pubblicato nel
2009, conteneva una valutazione del ruolo,
purtroppo assai limitato, della società civile
in ciascuno di quei paesi, segnalando in particolare le difficoltà ivi incontrate dalle organizzazioni sindacali. Limitazioni e difficoltà
che — aggiunge il relatore — permangono
ancora oggi.
Il parere traeva quindi una serie di conclusioni al riguardo, evidenziando il grave
deficit democratico in una regione del
mondo segnata da una diffusa povertà, da
una forte chiusura al mondo esterno e dal
persistere di conflitti «congelati». La dubbia
natura di alcune organizzazioni della società
civile (OSC) sudcaucasiche e i colloqui avuti
personalmente da Adamczyk con pubblici
funzionari dei paesi della regione hanno contribuito a rafforzare le perplessità del relatore
nei confronti del Forum della società civile
del partenariato orientale, che si riunisce ogni
anno per promuovere i contatti tra le OSC e
agevolare il dialogo con le autorità pubbliche.
«Si tratta di un Forum piuttosto caotico,
ma che potrebbe comunque costituire una
valida piattaforma per i contatti interpersonali. Purtroppo, però, esso non contribuisce
in maniera molto costruttiva al partenariato
orientale» osserva Adamczyk, aggiungendo
che la Commissione europea ha commesso
l’errore iniziale di selezionare per il Forum,
perlopiù composto da ONG e think tank, dei
partner che non sono realmente rappresentativi della società civile organizzata.
«Abbiamo avuto la possibilità di incontrare esponenti di OSC in tutti e tre i paesi
della regione, ma tali incontri sono stati di
assai difficile valutazione» continua Adamczyk. «La posizione di alcuni partecipanti,
infatti, esprimeva chiaramente quella dei
rispettivi governi, cosicché non era facile
Adamczyk ha anche incontrato un membro del governo armeno che gli avrebbe confidato che la corruzione non solo è endemica,
ma è un sistema consolidato che induce a
candidarsi per un seggio in Parlamento. «Un
estremo cinismo, il suo, del quale però non
rimaneva traccia nelle sue dichiarazioni pubbliche» osserva il relatore del CESE.
A due anni di distanza dal parere del
CESE, nei paesi del Caucaso meridionale
il ruolo della società civile e dei sindacati
nell’ispirare e attuare le riforme influenzando
la classe politica rimane controverso. Spesso,
infatti, sindacati e altre OSC indipendenti
vengono ignorati ed emarginati.
«In Georgia esistono sindacati indipendenti, ma il presidente Saakashvili si rifiuta
di considerarli suoi interlocutori», aggiunge
Adamczyk. La normativa liberista georgiana, ad esempio, non garantisce un salario
minimo.
«La Georgia è il paese più democratico
della regione e i sindacati sono perlopiù
indipendenti, ma nel corso degli anni sono
state imposte restrizioni giuridiche alla loro
attività ed è stata resa più rigida la normativa
sul lavoro. Una situazione, questa, che rende
●
molto difficile il dialogo sociale».
Partenariato orientale e diritti dei lavoratori
Intrico di binari nella notte
Non è mai stato facile promuovere
le pur necessarie riforme economiche, politiche e sociali nei paesi del
partenariato orientale (PO), ma la
persistente carenza di cooperazione
regionale impone adesso di rivedere
gli accordi multilaterali in seno al partenariato stesso.
La dimensione multilaterale del
PO si basa su quattro temi principali
(democrazia, integrazione economica,
sicurezza energetica e contatti tra i cittadini) e ha come finalità un dialogo
aperto, una cooperazione rafforzata e
la condivisione delle migliori pratiche.
«La cooperazione regionale è un
campo nel quale il PO non ha dato
molti risultati significativi», dichiara
Ivan Voleš, membro del CESE e relatore del parere esplorativo sul tema
Partecipazione della società civile al
partenariato orientale. «L’obiettivo
dichiarato della cooperazione multilaterale, ossia la creazione di una zona
di libero scambio tra i paesi del PO, è
ancora lontano, e il motivo è che non
ci sono sufficienti contatti bilaterali tra
i paesi del partenariato.
Secondo il CESE, le chiavi per
la riuscita del partenariato sono le
riforme economiche e un mercato che
funzioni correttamente, ma istituire
un’efficace zona di libero scambio tra
i paesi interessati si sta rivelando difficile, anche perché diversi di essi non
sono membri dell’OMC.
«Essere membri dell’OMC agevola la liberalizzazione degli scambi a
livello regionale tra i paesi del partenariato orientale», osserva ancora Voleš.
Se tutti i paesi del partenariato aderissero all’OMC, la cooperazione economica tra di essi, a livello sia bilaterale
La creazione di una zona di libero
scambio estesa a tutti i paesi del partenariato orientale (PO) è un obiettivo
che finora si è dimostrato irrealizzabile.
Il retaggio sovietico di istituzioni statali
obsolete e la tendenza a seguire immutate le vecchie pratiche non sono di
grande aiuto nella rimuovere le barriere
agli scambi commerciali, promuovere
la convergenza normativa, incoraggiare
la concorrenza e rispettare i diritti dei
lavoratori.
Malgrado la diffusa aspirazione ad
attuare una zona di libero scambio
globale e approfondita (DCFTA), la
Commissione europea e l’Alto rappresentante per la politica estera, nel loro
riesame strategico della politica europea di vicinato, pubblicato lo scorso
maggio, hanno riconosciuto lo scarso
successo del partenariato orientale.
La Commissione considera la
DFCTA come «lo strumento principale
per sviluppare relazioni commerciali
più strette». Si prevede che l’Ucraina
porterà a termine i negoziati per la
DCFTA entro la fine dell’anno, mentre la Moldova li ha iniziati a maggio. I
restanti paesi devono ancora soddisfare
determinate condizioni preliminari, tra
le quali l’adesione all’OMC.
Nel parere esplorativo del CESE
sul tema Partenariato orientale e
CESE info — Ottobre 2011/8 — Edizione speciale
dimensione orientale delle politiche
UE, il relatore Seppo Kallio spiega che,
pur essendo le DFCTA determinanti
per i negoziati bilaterali, anche i diritti
dei lavoratori sono di fondamentale
importanza e devono essere osservati
e rispettati. A volte tuttavia, in qualche
paese del partenariato orientale, i diritti
dei lavoratori, volti a creare opportunità
per uomini e donne di trovare un lavoro
dignitoso e produttivo, sono ignorati,
quando non addirittura assenti.
orientale per sviluppare i diritti sociali,
i diritti dei lavoratori e il mercato del
lavoro. Evgueni Davydov, direttore del
gruppo di supporto tecnico sul lavoro
dignitoso e dell’ufficio per l’Europa
orientale e l’Asia centrale dell’OIL ha
dichiarato a CESE info che far rispettare
i diritti dei lavoratori in tutta l’area del
partenariato orientale resta una sfida.
L’Organizzazione internazionale
del lavoro (OIL), la quale supervisiona
ed elabora le norme internazionali che
disciplinano il lavoro, sta collaborando
con i paesi membri del partenariato
«In alcuni paesi ci sono seri problemi di natura politica che risalgono
a prima dell’attuale crisi economica.
Possono essere visti come problemi
strutturali o problemi di transizione.
che multilaterale, probabilmente ne
trarrebbe beneficio.
Sono comunque stati avviati diversi
progetti di cooperazione regionale, di
cui l’esempio più eclatante è forse il
programma East Invest. Si tratta di
un’iniziativa comune di Eurochambres e dei membri del PO, finanziata
per la maggior parte dalla Commissione europea e intesa ad agevolare
gli scambi regionali e a promuovere
lo sviluppo economico e gli investimenti. Al programma hanno aderito
finora 21 camere di commercio di
Stati membri dell’UE, che assistono
i partner del PO nell’integrazione
economica e nella convergenza con
le politiche dell’UE.
«L’auspicio è che il progetto consegua gli obiettivi dichiarati e fornisca
un reale contributo alla realizzazione
delle finalità del partenariato orientale», scrive Gintaras Morkis nel
parere del CESE da lui elaborato su
questo tema nel 2011.
Rimangono tuttavia non poche
questioni irrisolte. In Bielorussia
l’economia è ancora in larga parte
nelle mani dello Stato. L’Ucraina
pare destinata a entrare nella sfera
di influenza economica della Russia. La Georgia guarda all’Europa,
ma non ha ancora risolto le dispute
territoriali riguardanti l’Abkhazia
e l’Ossezia meridionale. Anche la
Moldova guarda a occidente, ma ha
il PIL più basso d’Europa, e, se è vero
che l’Armenia sta compiendo notevoli progressi sul piano economico,
rimane tuttora irrisolto il conflitto
con l’Azerbaigian per la regione del
●
Nagorno-Karabakh.
Certo è che la turbolenza economica
attuale tende a peggiorarli» ha affermato il presidente, aggiungendo che
la crisi economica non ha indebolito i
diritti dei lavoratori nei paesi del partenariato orientale, è stata invece un
ostacolo in più per la loro applicazione.
Parlando del ruolo dell’OIL nella
promozione dei diritti dei lavoratori
nei paesi partner, Davydov ha sottolineato che «per un dialogo sociale efficace occorrono partner forti, dotati di
visione strategica e capaci di rappresen●
tare i loro membri».
5
Obiettivi e realtà
al vertice e tramite il Forum della società
civile, istituito dalla Commissione europea nel novembre del 2009 con il compito di creare piattaforme nazionali per
migliorare il dialogo con i governi dei
paesi aderenti. Tuttavia, tali piattaforme
e le iniziative faro che le accompagnano
non sempre vengono prese nella dovuta
considerazione dai governi del Partenariato e di alcuni Stati membri.
Complesso del castello di Mir, in Bielorussia
Il Partenariato orientale (PO) intende
avvicinare i paesi interessati dall’iniziativa (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia,
Georgia, Moldova e Ucraina) agli standard di governance europei attraverso
riforme politiche, sociali ed economiche.
L’idea della creazione di un PO fu
ventilata per la prima volta dal ministro
degli Esteri polacco in un discorso pronunciato nel 1998, alla vigilia delle trattative per l’adesione della Polonia all’UE.
La Polonia ripropose l’idea nel giugno
del 2001 e, di nuovo, nel febbraio del
2003. Ma la mancanza di volontà politica e di interesse da parte di alcuni Stati
membri più grandi ritardò il progetto.
Per il suo decollo si dovette attendere il
maggio del 2009, quando il PO fu finalmente inaugurato a Praga.
Due anni dopo, gli scarsi progressi
compiuti uniti a una persistente assenza
di volontà politica in alcuni Stati membri e in paesi aderenti al Partenariato
rischiano di compromettere la stabilità
politica a lungo termine e l’integrazione
economica della regione. Tuttavia,
nonostante i difficili compiti da affrontare e i deleteri problemi di bilancio, il
Partenariato orientale resta un esempio
notevole di come sia possibile sfruttare
meccanismi sia bilaterali che multilaterali per avviare e attuare riforme indispensabili.
La dimensione bilaterale corrobora
gli strumenti della politica europea di
vicinato esistenti e comprende Accordi
di associazione non giuridicamente vincolanti (AA). In tali accordi vengono
delineati i principi dell’associazione
politica e dell’integrazione economica.
Il loro elemento distintivo è costituito
dai cosiddetti «accordi di libero scambio globale e approfondito», che liberalizzano i mercati e contribuiscono ad
armonizzarli agli standard europei.
La dimensione multilaterale intende
promuovere la cooperazione regionale
con l’organizzazione di eventi e incontri
Le iniziative faro, come quelle relative
allo strumento per le PMI e alla buona
governance ambientale, sono volte a conferire al PO maggior sostanza e visibilità.
Ma in Azerbaigian e in Bielorussia, ad
esempio, manca il quadro giuridico e
finanziario necessario per una società
civile attiva. Il CESE, tuttavia, è in una
posizione privilegiata per fornire, grazie alla sua esperienza, un contributo
prezioso.
«Il CESE parteciperà alle piattaforme
intergovernative e potrebbe fornire
al Forum della società civile del PO le
informazioni esaminate durante gli
incontri di tali piattaforme, che potrebbero essere utili per valutare l’attuazione
delle iniziative faro», ha spiegato Gintaras Morkis, membro del CESE e relatore del parere del CESE sul Partenariato
orientale. «Il CESE può davvero offrire
un valore aggiunto in alcune iniziative
faro, come quella a favore delle PMI o
quella per la promozione della buona
governance ambientale», ha aggiunto.
Secondo Morkis, il problema è che il
PO tende a privilegiare troppo la dimensione interna dei paesi vicini, trascurando l’apporto che potrebbero dare le
parti sociali europee e le organizzazioni
●
europee della società civile.
Rompere il ghiaccio
orientale, facendo leva anche sul contributo
del PO.
© EC/ECHO/Daniela Cavini
Persone sfollate all’interno del paese, Georgia
Il partenariato orientale (PO) si propone di
migliorare le relazioni politiche ed economiche tra i sei paesi che vi partecipano. Un
compito, questo, che risulta però particolarmente difficile per le due regioni secessioniste della Georgia, l’Ossezia meridionale e
l’Abkhazia: due focolai di conflitti «congelati» che soffocano lo sviluppo e la stabilità
della Georgia.
osservatori dell’OSCE nel 2009, la missione
di osservazione dell’UE è rimasta l’unica
presenza internazionale nell’area. Vi è un
deficit di sicurezza nel Caucaso meridionale, e l’UE, in quanto attore relativamente
neutrale, si trova nella posizione adatta per
colmarlo. Tuttavia, malgrado l’introduzione
del PO nel 2008, l’UE continua a incontrare
difficoltà nell’assolvere questo compito.
Se la situazione politica in Georgia in
riferimento alle due regioni secessioniste è
relativamente stabile, non si registra però
ancora alcun progresso verso la reintegrazione di quest’ultime nella Georgia,
mentre l’intransigenza mostrata da tutte le
parti coinvolte rende improbabile, almeno a
breve termine, qualsiasi vero cambiamento
di rilievo. Ciò nonostante, dopo il ritiro degli
Il soft power rientra senz’altro tra gli strumenti della politica estera europea, ma l’UE
ha adesso un’opportunità di sviluppare un
approccio più mirato di quello consentito
dal PO, il quale non ha alcun mandato in
materia di sicurezza. La scorsa presidenza
ungherese e l’attuale presidenza polacca,
peraltro, hanno cercato e cercano di spostare l’attenzione dell’UE verso l’Europa
6
L’assenza di combattimenti recenti in
Abkhazia, in Ossezia meridionale e negli
altri focolai di conflitti congelati (NagornoKarabakh e Transnistria) non indica necessariamente un miglioramento in termini di
sviluppo socioeconomico di queste regioni.
La fragilità delle istituzioni democratiche è
un fattore comune dei conflitti congelati ed
è spesso accompagnata da disordini politici
diffusi. Di qui l’importanza del partenariato
orientale per rafforzare le fondamenta
democratiche ed economiche indispensabili
a una transizione senza scosse.
Il Forum della società civile, istituito
dalla Commissione nel 2009, svolge un
ruolo importante in questo processo, permettendo al PO di procedere in maniera
realmente multilaterale.
Un ruolo, questo, messo in evidenza dal
CESE nel suo parere del giugno scorso sul
partenariato orientale (REX/323), in cui il
relatore Gintaras Morkis sottolineava come
«il rafforzamento del dialogo tra i governi
e la società civile a livello nazionale rappresenti un prerequisito per la democratizzazione delle società nei paesi orientali
limitrofi e per la loro convergenza con i
valori europei».
Finanziamenti
insufficienti
Lo strumento europeo di vicinato e partenariato (ENPI) costituisce la principale fonte
di finanziamento del partenariato orientale
(PO). Tuttavia, secondo una relazione estremamente critica stilata dalla Corte dei conti
europea nel 2010, l’utilità di questo strumento rischia di essere pregiudicata dalla
scarsa chiarezza e da una carente definizione
delle priorità dell’assistenza fornita dall’UE.
Facendo esplicito riferimento all’Armenia, all’Azerbaigian e alla Georgia, la Corte
dei conti ha rilevato che l’ENPI non ha
ancora dimostrato di essere uno strumento
appropriato per il risanamento economico
e il rafforzamento della fiducia. La pressione
sul partenariato orientale perché produca
risultati concreti è molto forte. Il PO ha una
dotazione finanziaria di 2 miliardi di euro
circa fino al 2013, dopodiché sarà necessario
creare una nuova linea di bilancio.
«I fondi non vengono spesi in maniera
ottimale», ha affermato Sandy Boyle, membro del CESE e presidente della sezione specializzata Relazioni esterne del Comitato.
«Si deve spendere molto per ottenere tutto
sommato risultati modesti e ciò avviene
perché non è possibile vedere immediatamente il prodotto finale», ha osservato Boyle,
aggiungendo che la ripartizione dei fondi e
la mancanza di finanziamenti destinati alla
società civile costituiscono dei grossi problemi. Fin dal 2009, anno di pubblicazione
del suo parere intitolato Partecipazione della
società civile al partenariato orientale, il CESE
ha ribadito la sua richiesta di destinare finanziamenti adeguati alla società civile.
Tuttavia la Commissione europea, pur
avendo predisposto un bilancio per creare
il Forum della società civile (FSC) del PO,
non ha previsto finanziamenti da destinare
allo sviluppo istituzionale e alla creazione di
capacità delle organizzazioni della società
civile nei paesi partner. Al momento della sua
istituzione, il PO ha ricevuto una dotazione
di 600 milioni di euro, di cui 200 milioni
circa erano riservati al programma globale
di rafforzamento istituzionale inteso a sostenere alcune riforme, tra cui le misure intese
a rafforzare la fiducia. La società civile, che
svolge un ruolo fondamentale nella creazione
di un clima di fiducia, non viene contemplata
da questo programma.
Con lo sviluppo del Forum della società
civile, è risultata chiara la necessità di istituire
un segretariato per favorire la sua evoluzione.
Visto che non sono stati accordati fondi a tal
fine, l’FSC ha dovuto chiedere finanziamenti
separati a diversi Stati membri.
Tuttavia, questa situazione potrebbe
cambiare. Nella comunicazione sulla politica
europea di vicinato (PEV) presentata congiuntamente nel maggio 2011 dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri
e la politica di sicurezza Catherine Ashton e
dalla Commissione europea, si afferma che
l’UE accrescerà la sua collaborazione con la
società civile e le parti sociali. Nella comunicazione si chiede altresì di procedere alla
creazione di uno strumento per la società
civile nonché di un Fondo europeo per la
democrazia, che finora non hanno ancora
visto la luce.
«Abbiamo bisogno di più fondi, non
necessariamente nel senso di un aumento
globale del bilancio del PO, bensì in quello
di una migliore ripartizione e di un orientamento più mirato dei fondi. Dobbiamo
disporre di risultati misurabili, e non bisogna
ridurre i fondi per lo sviluppo della società
civile», ha dichiarato Boyle riguardo ai finanziamenti post 2013, aggiungendo che anche
le ONG europee che partecipano al Forum
della società civile del PO devono avere
●
accesso a tali fondi.
Avviso ai lettori
Nell’ultima edizione del CESE info il gruppo di collegamento del CESE con le
organizzazioni e le reti europee della società civile è stato erroneamente definito
«gruppo di collegamento CESE/PE», «un organismo congiunto di cui fanno parte
il CESE, il Parlamento europeo e gli attori sociali».
Il gruppo di collegamento comprende soltanto rappresentanti del CESE, tra cui
il presidente, e delle principali organizzazioni e reti europee della società civile.
Esso ha il compito, da un lato, di fornire un quadro per il dialogo politico tra il
CESE e tali organizzazioni e reti e, dall’altro, di creare le condizioni necessarie per
l’adozione da parte del CESE di un approccio coordinato nei loro confronti e per
sviluppare delle forti sinergie su temi di interesse comune.
w.e
Per maggiori informazioni sul gruppo di collegamento: http://www.eesc.europa.
●
eu/?i=portal.en.liaison-group.
Alla luce di queste considerazioni, la
società civile è pronta ad assumere in futuro
un ruolo più incisivo per individuare soluzioni ai conflitti congelati persistenti. ●
CESE info — Ottobre 2011/8 — Edizione speciale
Il gioco d’azzardo online nell’ambito del mercato interno:
perché è necessario un intervento europeo
normative nazionali interne in tema di tutela
dei consumatori esponga questi ultimi a truffe
e altri comportamenti illeciti. Per sua natura,
infatti, il gioco d’azzardo online non conosce confini, cosicché è logico che l’UE debba
intervenire per tutelare i consumatori europei.
Sul mercato interno dell’UE sono sorte
nuove tecnologie informatiche, accanto ad
altre attività economiche ancora prive di una
disciplina appropriata. È il caso del gioco
d’azzardo online, la cui popolarità è cresciuta
in maniera esponenziale negli ultimi anni.
Nell’UE i proventi di tale attività, che nel
2010 hanno superato gli 8 miliardi di euro
lordi, sono in costante crescita. In questo
settore, tuttavia, non esiste ancora alcuna
regolamentazione europea; e, se è vero che
spetta a ciascuno Stato membro disciplinare
la concessione delle licenze nazionali, non si
può negare che la coesistenza di 27 diverse
Secondo il libro verde della Commissione,
in questo settore esiste attualmente un mercato nero di vaste proporzioni, in cui si stima
che circa l’85 % di tutti i siti web sia privo di
licenza: un dato, questo, che rende ancor più
evidente la necessità di un intervento a livello
europeo. Il gioco d’azzardo online, del resto,
potrebbe non solo porre problemi di tutela
dei consumatori, ma anche configurare reati
di truffa o di riciclaggio.
In seguito al libro verde della Commissione sul gioco d’azzardo, il Comitato
economico e sociale europeo ha deciso di
istituire un gruppo di studio e di elaborare
una propria posizione in merito a un tema
importante come questo. Nel quadro di tale
processo, il 6 settembre scorso si è svolta al
CESE un’audizione pubblica, che ha visto la
partecipazione di numerose parti interessate
e offerto ai membri del Comitato l’opportunità di incontrare rappresentanti del Parlamento europeo e della Commissione, nonché
esponenti di associazioni di categoria (operatori del settore) e di altre organizzazioni
pertinenti.
Nel corso dell’audizione oltre 100 partecipanti hanno discusso il futuro del gioco
d’azzardo online e il CESE ha potuto comprendere meglio gli interessi dei diversi soggetti coinvolti. Stefano Mallia, relatore per
il parere del CESE sul gioco d’azzardo, ha
presentato le sue proposte per la tutela degli
utenti online e la messa al bando dei prodotti
e servizi illegali e non autorizzati. «Nell’UE il
gioco d’azzardo online è caratterizzato dalla
frammentazione delle legislazioni nazionali,
da una copiosa giurisprudenza della Corte di
giustizia, da un mercato nero di vaste proporzioni e da una carenza di dati pertinenti
su scala europea. Una situazione, questa, che
espone i consumatori a gravi rischi, cosicché — ha osservato Mallia — è inaccettabile
che si possa continuare a lasciarla immutata».
L’audizione pubblica ha consentito di
raccogliere alcune informazioni di grande
utilità. Nel settore in oggetto, infatti, uno
dei principali problemi consiste proprio
nella mancanza di dati e informazioni sul
settore stesso nonché sulle questioni sociali
che esso implica, come quella del «gioco
d’azzardo problematico». Ad esempio, una
delle domande da porsi è se il gioco d’azzardo online abbia per gli utenti effetti più
negativi di quello tradizionale (ad esempio,
mediante slot machines). Alcune eccellenti
presentazioni effettuate nel corso dell’audi-
zione hanno fornito al riguardo importanti
delucidazioni; inoltre, è stata affrontata la
delicata questione dei rapporti tra il settore
delle scommesse online e le organizzazioni
sportive da cui tali scommesse dipendono.
Il gruppo di studio del CESE raccomanda
pertanto che, oltre a instaurare in materia un
quadro normativo unionale a protezione dei
consumatori, l’UE introduca uno specifico
marchio europeo di tutela («gioco d’azzardo
sicuro»), una struttura formalizzata di cooperazione a livello UE e una «white list» degli
operatori autorizzati. Da ultimo, ma non per
importanza, Mallia propone di ampliare la
direttiva antiriciclaggio e di unire e moltiplicare gli sforzi per il monitoraggio delle
scommesse sportive.
Il progetto di parere predisposto da Mallia sarà votato dal CESE nella sessione plena●
ria di ottobre. (ail)
Il CESE dichiara: più Europa nei cieli per proteggere i passeggeri
Su richiesta del Parlamento europeo,
il CESE sta elaborando un parere sulla
revisione dei diritti dei passeggeri del
trasporto aereo che prenderà in esame
le carenze rilevate nell’applicazione dei
diritti esistenti. Prima di dare l’ultimo
tocco al documento, il Comitato ha riunito i rappresentanti delle compagnie
aeree, delle società aeroportuali, delle
associazioni di consumatori e dei centri
di gestione del traffico, per ascoltare la
loro opinione.
Il vicepresidente del CESE
Jacek Krawczyk ha dato il via
all’audizione raccontando che di
recente la sua famiglia è rimasta
bloccata in un aeroporto europeo ed è stata lasciata senza la
minima assistenza dal personale
dell’aeroporto e della compagnia
aerea con cui volava. Alla sua
testimonianza hanno fatto eco le avvilenti
statistiche presentate da Nuria Rodríguez
Murillo, consulente giuridica presso l’Ufficio europeo delle unioni di consumatori
(BEUC), secondo cui la maggior parte
dei passeggeri che subiscono ritardi o
cancellazioni di voli afferma di non aver
avuto accesso alle informazioni necessarie e di non aver ricevuto vitto e alloggio
nonostante l’obbligo esplicito imposto alle
compagnie aeree dalla normativa europea:
serve dunque una migliore applicazione
delle norme in vigore — ha affermato la
Rodríguez Murillo — che deve essere uniforme in tutti gli Stati membri.
aeroportuali) e dalla mancanza di chiarezza
su cosa debba effettivamente intendersi con
espressioni quale, ad esempio, «circostanze
straordinarie».
A parere del rappresentante dell’Associazione delle aerolinee europee Athar
Husain Khan, però, l’onere del risarcimento non deve gravare solo sulle compagnie: nel 2010, solo il 5 % dei voli è stato
cancellato per responsabilità dei vettori.
Husain Khan è stato molto chiaro nel definire «ingiusto» l’obbligo di fornire un risarcimento e un’assistenza illimitati nel caso
di avvenimenti che non dipendono dalla
volontà delle compagnie aeree. Si tratta
di uno squilibrio ulteriormente aggravato dalle difficoltà incontrate dai vettori
nell’ottenere un risarcimento dalle parti
da cui dipendono (ad esempio le società
Gunta Anča, membro lettone del CESE
e attivista per i diritti delle persone con
disabilità, ha illustrato le «inutili difficoltà»
incontrate dai passeggeri disabili. Lei stessa
si muove in sedia a rotelle e, in base alla
sua esperienza personale, è giunta alla conclusione che, quando si tratta del trasporto
aereo, le persone come lei non hanno la
stessa libertà degli altri cittadini: costi supplementari, assenza di una politica comune
in materia di sicurezza, insufficiente qualificazione del personale, mancanza di
informazioni appropriate e altre lacune
nell’applicazione delle norme causano nella
pratica una serie di discriminazioni.
Marjeta Jager, direttore presso la Commissione europea, ha affermato che la sua
istituzione affronterà presto il tema delle
discrepanze di applicazione da un paese
all’altro (dovute in parte alla poca chiarezza
nell’interpretazione delle norme) e cercherà
di raggiungere una ripartizione degli oneri
più equilibrata fra i diversi operatori del
settore aereo. Inoltre, la Commissione non
lascerà nulla di intentato per far conoscere
meglio i diritti dei passeggeri.
Keith Taylor, membro del Parlamento
europeo e relatore sui diritti dei passeggeri
del trasporto aereo, ha affermato che il PE
insisterà per ridurre i disagi dei viaggiatori disabili e chiederà nuove disposizioni
chiare, semplici, trasparenti ed eque. (mb)
●
Concorso Design Eleven: design senza età — Il CESE premia il design sostenibile
Il 21 settembre 2011, nel quadro della
seconda edizione del concorso indetto
dal CESE Design Eleven sono stati premiati i migliori progetti in materia
di design e imballaggio innovativi e
sostenibili. La cerimonia è stata condotta da Anna Maria Darmanin, vicepresidente del CESE.
Gli studenti e i professionisti di design
di tutti i 27 Stati membri dell’UE, nonché i designer europei che vivono fuori
dall’Unione, sono stati invitati a concentrarsi sull’importante tema della solidarietà
intergenerazionale in un’epoca di invecchiamento demografico, creando soluzioni
specifiche e innovative in materia di design
senza età, mediante un processo partecipativo (cui cioè partecipano gli utilizzatori
finali) e/o di «co-design» (una forma di
team-building transgenerazionale frutto
della collaborazione tra giovani designer
e professionisti ormai affermati).
I progetti vincitori. KEEP Cool è
un frigorifero alternativo creato con
materiale ecologico e riciclabile, in un
design del tutto slegato da tecnologie
destinate a divenire obsolete nel giro di
qualche anno. Con il vaso di terracotta
viene infatti reinventato un sistema di
raffreddamento archetipico per tutte le
generazioni, in un design e con materiali
senza età. Al progetto è andato il primo
premio di 7 000 euro. L’autore, Vincent
Gerkens, nato e residente a Bruxelles,
lavora a Liegi (Belgio).
Il secondo premio, di 4 000 euro, è
stato assegnato al progetto ORTOgether
creato dai tre designer romani Francesco
di Luzio, Giulia Bartolucci e Sonia Fornea. Basato sull’esperienza nel coltivare
la terra e l’esigenza di uno stile di vita
più sano, questo progetto unisce tutte le
generazioni, fornendo tutto il necessario
per creare il proprio orto di famiglia in
modo divertente ed ecologico.
Il terzo premio, di 2 000 euro, è stato
conferito al progetto Darning Pear delle
due estoni Mari Korgesaar e Liina Tiidor: uno strumento in legno utilizzato
per rammendare gli indumenti, all’insegna quindi di uno stile di vita parsimonioso, per ricordare ai giovani le vecchie
tradizioni e spingerli a riutilizzare gli
oggetti quotidiani. (sb)
●
Going local a Berlino
La vicepresidente del CESE Anna Maria Darmanin,
insieme a Renate Heinisch e ad altri tre membri del
Comitato, si è recata a Berlino per una discussione
sull’importanza dell’istruzione e della formazione professionale cui hanno partecipato più di 100 rappresentanti di organizzazioni governative e non governative.
Matthias Petschke, Renate Heinisch,
Anna-Maria Darmanin
Il seminario, organizzato in cooperazione con
la rete «Europäische Bewegung Deutschland», si
è basato sul parere esplorativo del CESE sul tema
L’istruzione e la formazione professionale post
secondaria come alternativa attraente all’istruzione
superiore.
CESE info — Ottobre 2011/8 — Edizione speciale
Il commissario europeo per l’Energia, Günther
Oettinger, ha aperto i lavori con un intervento videotrasmesso e ha incoraggiato il CESE a proseguire gli sforzi in
questo campo, lodando il contributo indispensabile del
Comitato nel quadro istituzionale dell’Unione europea.
Tre membri del CESE, Johannes Kleemann per il
gruppo Datori di lavoro, Alexander Graf von Schwerin
per il gruppo Lavoratori e Bernd Schlüter per il gruppo
Attività diverse, hanno presentato le loro vedute nel
quadro di brevi interventi introduttivi, che hanno dato
il via a una discussione molto vivace e interessante
con i partecipanti.
Sono stati discussi fra l’altro il ruolo e le difficoltà
dell’istruzione e della formazione professionale per
la futura competitività dell’UE, l’importanza della
formazione professionale e gli ostacoli alla mobilità,
nonché l’esigenza di uniformare gli orientamenti in
materia di istruzione e formazione professionale.
Per ulteriori informazioni e documenti di riferimento, consultare la pagina http://www.eesc.europa.
●
eu/going-local-berlin/ (bk)
7
Al convegno parteciperanno esperti
di media provenienti dalle organizzazioni
della società civile e dalle istituzioni europee
e nazionali, oltre ad un’ampia rappresentanza di giornalisti di tutta Europa. Considerata la funzione cruciale che svolgono una
società civile dinamica e una stampa libera
per la difesa della democrazia, il CESE,
nella sua qualità di portavoce della società
civile organizzata nel quadro del processo
decisionale dell’UE, può apportare un contributo di grande interesse al dibattito sulla
libertà dei mezzi di comunicazione.
Secondo un celebre aforisma di Albert
Camus, «Una stampa libera può essere di
buona o cattiva qualità, ma una stampa
senza libertà non può che essere pessima» (Une presse libre peut être bonne
ou mauvaise, mais une presse sans liberté
ne peut être que mauvaise). Va sottolineato, però, che la libertà di stampa non
è soltanto il requisito indispensabile
per un giornalismo di buona qualità,
ma è prima di tutto una condizione
imprescindibile per l’esistenza stessa
della democrazia. Sulla base di queste
premesse, il 24 e 25 novembre 2011 il
Comitato economico e sociale europeo organizza a Cracovia il suo quinto
seminario annuale sulla libertà dei media
nell’UE e nei paesi vicini.
Il seminario sarà dedicato tra l’altro alle
crescenti pressioni da parte di ambienti
politici e finanziari cui i giornalisti devono
far fronte nel loro lavoro quotidiano, e
alle conseguenze che ciò comporta per la
qualità del giornalismo e della democrazia.
Verranno messi a confronto vari esempi di
clientelismo nella sfera dei media, con affiliazioni a partiti politici o al mondo imprenditoriale, e verrà preso in esame il ruolo
delle organizzazioni della società civile.
I sommovimenti sociali e politici verificatisi in Europa e in altre regioni negli
ultimi mesi hanno portato alla ribalta il
ruolo dei media sociali e le possibilità che
Nuove pubblicazioni del CESE
1. La tua guida all’iniziativa
dei cittadini europei
Il CESE ha pubblicato un nuovo opuscolo
intitolato La tua guida all’iniziativa dei
cittadini europei, oggi disponibile in 22 lingue. A partire dal 1o aprile 2012 tutti i cittadini europei potranno lanciare un’iniziativa
di questo tipo: la guida elaborata dal Comitato
spiega, in nove tappe, quali sono i passi da
compiere per avvalersi di questo nuovo meccanismo. Potete scaricare l’opuscolo all’indirizzo http://www.eesc.europa.eu/resources/
docs/eesc-2011-23-it.pdf o chiederne una
copia cartacea inviando una ee-mail a citizen●
[email protected]..
essi offrono ai loro utenti di organizzarsi,
inscenare manifestazioni di protesta ed
esprimere le loro opinioni. È però ancora
poco chiaro quale possa essere l’effettiva
incidenza di questi nuovi media nel processo di democratizzazione: sono davvero
uno strumento di democrazia o non fanno
altro che accelerare mutamenti sociali e
politici che erano già in corso? I partecipanti al convegno affronteranno questi e
molti altri temi.
Dal momento che non ci può essere
vera democrazia senza emittenti pubbliche
forti e indipendenti, il seminario analizzerà
il ruolo che spetterà in futuro al sistema
radiotelevisivo pubblico in quest’era digitale in rapida trasformazione. Se le sfide
che attendono l’emittenza pubblica nell’immediato sono a tutti ben note, il dibattito
verterà altresì sul suo futuro più a lungo
termine e sui vantaggi che il sistema pubblico comporta per l’avvenire delle nostre
democrazie.
Il seminario rientra nel programma di
eventi ufficiali della presidenza polacca del
Consiglio dell’UE ed è organizzato con il
patrocinio della rappresentanza della Commissione europea in Polonia. (mb) ●
IN BREVE
2. Edilizia sostenibile:
un glossario multilingue
La domanda crescente di edilizia sostenibile ha dato vita a nuovi concetti, termini ed
espressioni che sono ormai di uso corrente nel settore dell’edilizia in tutta Europa.
La pubblicazione di questo nuovo glossario, ora disponibile in 22 lingue, risponde
all’esigenza di un linguaggio comune in questo campo. Il glossario è stato redatto dal
CESE in collaborazione con due federazioni europee di parti interessate, a seguito del
grande successo ottenuto dal Lessico europeo della bicicletta, ormai giunto alla terza
edizione. Questo eccellente prodotto offre ai cittadini uno strumento concreto e di
facile uso su un tema, quello dell’edilizia sostenibile, di cui ormai si parla ovunque
ma la cui terminologia resta spesso ambigua o confinata nel linguaggio specializzato.
c.e
Per ulteriori informazioni consultare la pagina http://www.eesc.europa.
●
eu/?i=portal.en.publications.
Prossimamente al CESE
Proteggiamo i nostri bambini!
Sapevate che, in Europa, 1 bambino su 5 è vittima di abusi sessuali almeno una volta
nella vita?
Fortunatamente sono numerose le iniziative volte a prevenire questo terribile fenomeno: diverse ONG e agenzie statali hanno infatti istituito hotline e lanciato campagne
di sensibilizzazione destinate ai bambini nelle scuole, su Internet ecc. A questo proposito
ricordiamo la campagna intitolata la Regola del Quinonsitocca (www.quinonsitocca.it),
lanciata dal Consiglio d’Europa con il contributo del CESE per la traduzione dei testi.
Madi Sharma, relatrice del parere Misure preventive per la protezione dei minori
contro gli abusi sessuali (SOC/412), ha proposto di riunire tutte le buone pratiche in
un’unica banca dati. La banca dati, che contiene 40 esempi provenienti da tutta l’UE,
sarà presentata in una conferenza stampa nel quadro della sessione plenaria di ottobre
e sarà disponibile sul sito del CESE al seguente indirizzo: www.eesc.europa.eu/prevent●
child-abuse. (bw)
La ONG spagnola Asila ha assegnato al CESE il suo premio più importante,
il Galardón de Oro Institucional, per gli sforzi dedicati al miglioramento della
condizione degli immigrati in Europa. Asila è un’importante organizzazione con
sede a Valencia che collabora con le comunità latino-americane. Ogni anno conferisce una serie di riconoscimenti a organismi e singole personalità impegnate
nella difesa dei diritti degli immigrati.
La cerimonia di premiazione si è tenuta il 10 settembre a Torrevieja, Valencia,
durante il Festival della cultura latina. A ritirare il premio è stato Luis Miguel
Pariza Castaños, presidente del gruppo di studio permanente Immigrazione
e integrazione (IMI) e membro dell’ufficio di presidenza del Forum europeo
●
dell’integrazione. (ail)
CESE info
Il 31 gennaio 2012 il CESE organizzerà, in collaborazione con il centro di riflessione La nostra Europa, una conferenza ad alto livello sul tema Il coinvolgimento
della società civile nella creazione della futura Comunità europea dell’energia, in
seguito al trattamento di tale tema nella sessione plenaria del prossimo dicembre.
La conferenza, alla quale parteciperanno rappresentanti di una vasta gamma di
organizzazioni della società civile, adotterà una dichiarazione della società civile in
favore di una gestione politica delle questioni energetiche nell’UE. Il progetto della
Comunità europea dell’energia è stato elaborato da La nostra Europa sulla base di
un’idea del suo presidente onorario Jacques Delors, nell’ottica di preparare l’UE
alle grandi sfide energetiche e di dare un nuovo impulso alla costruzione politica
dell’Europa. In tale contesto il CESE chiede una guida politica forte in Europa, in
linea con le aspettative della società civile. Jacques Delors onorerà il CESE della
●
sua presenza in occasione della conferenza. (ac)
La sicurezza nucleare dopo Fukushima:
qual è la situazione in Europa?
Al CESE il premio Asila Galardón de Oro Institucional 2011
Luis Miguel Pariza Castaños, membro del CESE
La futura Comunità europea dell’energia
in discussione al CESE
Il 12 dicembre il CESE, in cooperazione con la Commissione europea, organizzerà
un convegno dedicato alle preoccupazioni e agli interrogativi della società civile
europea in materia di sicurezza delle centrali nucleari. Il convegno si terrà subito
dopo la pubblicazione della relazione intermedia dell’UE sugli stress test delle
centrali. Si discuterà anche dei rischi, della comunicazione e dei differenti punti
di vista su questa questione nell’UE, e sarà introdotto il tema della possibilità che
l’energia nucleare abbia un futuro come componente di un mix energetico a basse
emissioni di carbonio, tema che sarà al centro di un importante forum delle parti
●
interessate organizzato dal CESE a metà 2012. (ac)
Il CESE info è inoltre disponibile in 22 lingue, in formato PDF,, sul sito Internet del CESE: http://www.eesc.europa.eu/?i=portal.en.eesc-info
CESE info viene pubblicato nove volte l’anno in occasione delle sessioni plenarie del CESE.
Ottobre 2011/8 — Edizione speciale
Antoine Cochet (ac)
Karin Füssl (kf)
Barbara Walentynowicz (bw)
Tomasz Jasiński — Rappresentante dei membri del
Maria Judite Berkemeier (mjb)
CESE nel comitato editoriale (gruppo Lavoratori, Polonia)
Le versioni a stampa di CESE info in inglese, francese e tedesco possono essere ottenute gratuitamente presso
il servizio Stampa del Comitato economico e sociale europeo.
Hanno collaborato a questo numero:
Nadja Kačičnik
URL: http://www.eesc.europa.eu/?i=portal.en.eesc-info
Indirizzo:
CESE info non può essere considerato come un resoconto ufficiale dei lavori del Comitato. A tal fine si rimanda
alla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea o ad altre pubblicazioni del Comitato.
Caporedattrice:
Maciej Bury (mb)
Raffaele De Rose (rdr)
Antonio Santamaria Pargada (asp)
Guy Harrison (gh)
Tzonka Iotzova (tz)
Nadja Kačičnik (nk)
Sylvia Binger (sb)
Patrick Feve (pf)
Alejandro Izquierdo Lopez (ail)
Bernhard Knoblach (bk)
Coordinamento generale:
Comitato economico e sociale europeo
Edificio Jacques Delors,
Rue Belliard/Belliardstraat 99,
1040 Bruxelles/Brussel, Belgique/België
Tel. +32 25469396 o 25469586
Fax +32 25469764
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Internet: http://www.eesc.europa.eu/
CESE info è inoltre disponibile in 22 lingue, in formato PDF, sul sito Internet del CESE:
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(a condizione di inviare una copia alla redazione).
Tiratura: 15 500 copie.
Prossimo numero: dicembre 2011
QE-AA-11-008-IT-N
Il CESE organizza un seminario
sulla libertà dei media
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