La clemenza di Tito - Wikipedia
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La clemenza di Tito
La clemenza di Tito
Tito
(Museo del Louvre, Parigi)
Lingua
Italiano
originale
Genere opera seria
Wolfgang Amadeus Mozart
Musica
(partitura online)
Caterino Mazzolà
Libretto
(libretto online)
Fonti melodramma del 1734 di
letterarie Pietro Metastasio.
due
Atti
Prima
6 settembre 1791
rappr.
Teatro Teatro degli Stati di Praga
Personaggi
Tito Vespasiano, Imperatore di
Roma (tenore)
Vitellia, figlia dell'Imperatore Vitellio
(soprano)
Servilia, sorella di Sesto, amante
d'Annio (soprano)
Sesto, amico di Tito, amante di
Vitellia (mezzosoprano)
Annio, amico di Sesto, amante di
Servilia (contralto)
Publio, prefetto del pretorio
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(baritono)
Coro
Partitura (incompleta):
Berlino, Staatsbibliothek
Stiftung Preußischer
Autografo
Kulturbesitz. Frammenti, N.2,
11 e 12: Cracovia, Biblioteca
Jagiellońska
La clemenza di Tito (K 621) è il titolo di un'opera seria in due atti di Wolfgang
Amadeus Mozart - l'ultimo lavoro del genio salisburghese - musicata su libretto di
Caterino Mazzolà, a sua volta basato su un melodramma del 1734 di Pietro
Metastasio.
La prima rappresentazione si tenne al Teatro degli Stati di Praga il 6 settembre 1791 in
occasione dei festeggiamenti per l'incoronazione di Leopoldo II a re di Boemia.
L'opera reca il numero 621 del Catalogo Köchel.
Genesi dell'opera
L'opera fu scritta come parte dei festeggiamenti organizzati dagli Stati Boemi nel 1791
per l'incoronazione di Leopoldo II d'Asburgo a re di Bohemia.
La scelta del libretto fu dell'impresario del Teatro degli Stati di Praga, Domenico
Guardasoni, che si recò a Vienna per contattare il poeta di corte. L'avvicendamento al
trono di Leopoldo II, succeduto al fratello Giuseppe II, non aveva risparmiato il
mondo musicale viennese: il poeta Lorenzo da Ponte, autore della memorabile
"trilogia" mozartiana (Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte), era stato
licenziato nella primavera del 1791. Poeta di corte era diventato al suo posto Giovanni
Bertati.
Guardasoni per la musica contattò Mozart, che accettò subito l'offerta. Certa però è la
notizia secondo cui Guardasoni avrebbe prima contattato Antonio Salieri, e solo dopo
il diniego di costui, si sarebbe rivolto (come per ripiego) a Mozart. Infatti in una
lettera al conte Anton Estheràzy (agosto 1791) Salieri scrive che l'impresario praghese
lo aveva cercato cinque volte, con la supplica di comporre un'opera per
l'incoronazione a Praga. Salieri però, paradossalmente, rifiutò col pretesto che egli
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poteva lavorare solo per il teatro della corte viennese. A quel punto Guardasoni si
rivolse a Mozart, ben sapendo che era l'unico compositore capace di scrivere un'opera
in un tempo così ristretto. Secondo le testimonianze dell'epoca, Mozart avrebbe
impiegato "diciotto giorni" per scrivere la musica, ospitato a Villa Bertramka assieme
alla moglie Constanze da amici, la famiglia della cantante Josepha Duschek; in realtà
nel 1959 è stato scoperto da Tomislav Volek il contratto che, sia pure l'8 luglio 1791, fu
stipulato tra la commissione teatrale degli stati boemi e l'impresario Guardasoni, fatto
questo che smentisce la nota storia secondo cui l'opera sarebbe stata commissionata
direttamente a Mozart e mette in serio dubbio la leggenda dei soli 18 giorni utili per la
stesura. Alcuni dei recitativi obbligati furono scritti dall'ultimo allievo di Mozart,
Franz Xavier Süssmayr; ma vennero comunque controllati e migliorati da Mozart.
L'opera fu rappresentata al Teatro Nazionale la sera del 6 settembre 1791. La risposta
del pubblico fu piuttosto fredda: la moglie di Leopoldo, Maria Luisa di Borbone, si
espresse in modo colorito dicendo che era
« una porcheria tedesca in lingua italiana »
Il giudizio era forse anche una osservazione sul fatto che la mano del librettista di
Longarone, Caterino Mazzolà appunto, non si era limitata ad "ammodernare" il
vecchio libretto di Metastasio: lo aveva in alcune parti del tutto stravolto, al punto da
rendere irriconoscibile il dramma, agli orecchi di chi per esempio era abituato alle
versioni musicali di Antonio Caldara, Gluck o Hasse.
Ma le numerose trascrizioni di inizio ottocento sono testimoni di un interesse che
invece fu costante, paragonabile quasi al successo del Don Giovanni. Nella seconda
metà dell'Ottocento pesò invece il giudizio negativo di Wagner: delle due opere
mozartiane del 1791, il Flauto magico e la Clemenza di Tito appunto, la prima è
rimasta famosa fino ai giorni nostri, la seconda invece è caduta pian piano nell'oblio
che ha coperto molta della produzione seria del '700.
In epoca contemporanea si è ricuperato un certo interesse nei confronti di questa
opera, in Italia grazie alla predilezione che il maestro Riccardo Muti ha costantemente
dimostrato per quest'opera. Il 27 gennaio 2010 l'opera ha inaugurato la stagione lirica
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del Teatro San Carlo di Napoli con la regia di Luca Ronconi e la direzione di Jeffrey
Tate. I giudizi critici rimangono però discordanti: da un lato, coloro che vedono nella
Clemenza di Tito un'opera drammaturgicamente incompleta, alla quale si imputa una
scrittura "frettolosa", dipingendo un Mozart che, sotto la pressione dei creditori,
avrebbe concesso di malavoglia il ritorno a un genere nel quale non scriveva dal 1781
(anno dell'Idomeneo). Altri critici vedono nella Clemenza di Tito una soluzione
personalissima e geniale alla decadenza dell' opera seria metastasiana degli ultimi
decenni del Settecento.
Alcuni luoghi dell'opera sono in ogni caso illuminati dal migliore genio di Mozart: in
particolare destò l'ammirazione dei contemporanei l'affascinante concertato della fine
del primo atto, che ha la potenza dell'ultima scena del Don Giovanni e le stesse
atmosfere sovrannaturali del Flauto magico.
Il libretto
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Il libretto originale è di Pietro Metastasio: è una tipica opera seria celebrativa, scritta
per l'onomastico dell' imperatore Carlo VI nel 1734, e portata sulla scena per la prima
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volta da Antonio Caldara. Il dramma ebbe un successo enorme nel corso del
Settecento, e fu musicata tra gli altri da Leonardo Leo (1735), Hasse (1735), Gluck
(1752), Jommelli (1753), Galuppi (1760). Il dramma è incentrato sulla figura di Tito,
imperatore di Roma, che miracolosamente scampa a una congiura, scopre i traditori,
li condanna, ma alla fine, con un atto di clemenza inaspettato, perdona a tutti:
"... Sia noto a Roma/ ch'io son l'istesso, e ch'io/ tutto so, tutti assolvo e tutto oblio."
Le realizzazioni in musica dopo il 1760 diventano però sempre più rare: segno della
decadenza che l'opera seria di impianto metastasiano stava soffrendo, a vantaggio
invece dell'opera buffa che invece godeva di sempre maggiore successo. A questo
scopo, dal 1780 in poi, ci furono varie iniziative di riforma, più o meno vicine ai
modelli di Gluck, a cui invece Mozart rimase sostanzialmente indifferente. Quando
però ricevette la commissione per la Clemenza, Mozart dovette essere cosciente del
fatto che il dramma di Metastasio andasse sostanzialmente rivisto. Ne è
testimonianza il fatto che Mozart stesso (cosa abbastanza rara) annota sul catalogo
delle sue opere, in data 5 settembre 1791:
« "La clemenza di Tito" opera seria in due atti per l'incoronazione di S.M. l'imperatore Leopoldo
II, ridotta a vera opera dal Sig.re Mazzolà, Poeta di S.A. l'Elettore di Sassonia[1] »
Se Mozart si sbilancia a dire che Mazzolà lo ridusse a vera opera, significa che non
riteneva che il dramma originale potesse essere portato sulle scene così come era. Il
libretto fu quindi riscritto con tutta probabilità grazie alla collaborazione fra Mazzolà
e Mozart, la quale dovette essere molto intensa, del tipo che Mozart ebbe con Da
Ponte. L'opera di taglio e revisione di Mazzolà è infatti vistosa: il dramma passa da tre
a due atti, molte scene vengono tagliate, i recitativi secchi ridotti all'osso. Mozart
mantiene invece la vecchia consuetudine barocca di numerare i pezzi non recitati. La
revisione di Mazzolà non risparmia nemmeno luoghi divenuti celebri, come il
recitativo di Tito (Atto III, Sc.7) già elogiato da Voltaire. Tuttavia, Mazzolà è molto
abile nel riadattare il materiale preesistente: solo due arie sono scritte ex novo, le
parti rivedute sono comunque rielaborazioni di materiale già presente nell'originale di
Metastasio.
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La maggiore novità impressa da Mazzolà e Mozart sta nell'introduzione nell'opera
seria di concertati, completamente assenti nell'originale mestastasiano, che prevedeva
invece la consueta alternanza di recitativi e arie, disposte secondo una gerarchia
d'affetti per ogni personaggio dell'opera. Tuttavia, è un po' riduttivo pensare che tutti i
concertati della "Clemenza" siano tipici dell'opera buffa. Il concitato Terzetto
Vengo...aspettate (No 10, Atto I, Sc. 9) in cui Vitellia apprende da Publio di essere
stata scelta come moglie da Tito, mentre Sesto è già andato al Campidoglio per
realizzare la congiura ordita da Vitellia stessa, è tutto fuorché un tipico concertato
"buffo": il disegno ossessivo dei violini si accompagna alla vocalità arcaica, quasi da
aria "di tempesta" di Vitellia, mentre l'intervento in assieme del basso (Publio) e del
secondo soprano (Annio) sottolineano solo la drammaticità della linea melodica di
Vitellia.
Questo Terzetto si salda poi in un tutto unico con il successivo Recitativo
accompagnato (scena 10, No 11) e al celebrato finale del primo atto (No 12), in modo
da costituire un assieme musicale di quasi venti minuti, molto simile di forma ai finali
delle opere buffe. Ma anche qui la somiglianza è solo formale. Il recitativo
accompagnato di Sesto (No 11, Atto I, Sc. 10) è un piccolo capolavoro che esprime la
titubanza di Sesto di fronte all'imminente tradimento, ed è quindi al confine fra opera
seria e buffa. Se fossimo in un'opera seria, ci si aspetterebbe che un recitativo di
queste dimensioni sfociasse in un'aria solista: ed è così che sembra incominciare il
quintetto con coro, con Sesto che canta (da solista) Deh conservate o Dei / a Roma il
suo splendor. Ma quasi subito s'inseriscono Annio, poi Servilia, e infine il coro che
canta lugubre in lontananza, unendosi ai corni e alle trombe, commentando l'incendio
al Campidoglio.
Trama
Atto I
L'azione si svolge nell'antica Roma. L'opera si apre con un recitativo che vede in scena
Vitellia, figlia dell'ex Imperatore Vitellio, e Sesto, amico di Tito e amante della stessa.
La principessa cospira nei confronti del nuovo Imperatore, del quale è in realtà
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innamorata, seppur non ricambiata, e approfitta dell'amore che Sesto prova per lei
per imporgli di aiutarla a organizzare una congiura. (No 1, duetto: "Come ti piace
imponi"). I dubbi di Sesto, diviso fra l'amore per Vitellia e la fedeltà a Tito, suscitano
le ire di Vitellia (No 2, aria:"Deh, se piacer mi vuoi"). Partita Vitellia, Annio e Sesto si
confermano l'amicizia, e la suggellano con un delizioso duettino (No 3, duetto:"Deh,
prendi un dolce amplesso").
Cambia scena: nel Campidoglio, splendidamente addobbato, fa comparsa
l'imperatore Tito e la corte (No 4, Marcia; No 5, Coro:"Serbate, oh Dei, custodi").
Tito annuncia che ha rinunciato a sposare Berenice, una principessa barbara, poiché
vuole unirsi con una donna romana. Sesto si avvicina a Tito insieme ad Annio, per
chiedere il suo beneplacito alle nozze fra Annio stesso e Servilia, sorella di Sesto.
Tuttavia entrambi scoprono con amara sorpresa che la donna romana che Tito vuole
sposare è proprio Servilia (No 6, Aria: "Del più sublime soglio"). Annio in particolare
rimane sbalordito, ma per amore di Servilia, è disposto anche a perderla, ed esprime i
suoi sentimenti in un magnifico duetto con Servilia (No 7, Duetto: "Ah, perdona al
primo affetto"). Servilia però confessa all'Imperatore l'amore che la lega ad Annio;
Tito allora, in tutta la sua bontà, ammira la sincerità dei due giovani e rinuncia alle
sue nozze con lei (No 8, Aria: "Ah se fosse intorno al trono").
Vitellia intanto, non essendo a conoscenza del rifiuto di Servilia al trono, diventa
furiosa dalla gelosia e ordina a Sesto di dar fuoco al Campidoglio e di assassinare Tito;
Sesto, accecato dall'amore per Vitellia, le obbedisce e si dichiara pronto a uccidere
l'amico (No 9, Aria con clarinetto obbligato: "Parto, ma tu ben mio"). Non appena
questi è partito, giungono da Vitellia Annio e Publio, prefetto del Pretorio, i quali la
informano che Tito ha scelto lei come sua sposa: la principessa rinsavisce e tenta
invano di richiamare Sesto (No 10, Terzetto: "Vengo...Aspettate...Sesto!"). Sesto,
benché tormentato da continui rimorsi e indecisioni, è tuttavia risoluto nel soddisfare
Vitellia, e riesce infine a svolgere il compito che gli è stato assegnato (No 11, recitativo
accompagnato: "Oh dei che smania è questa!"). L'incendio del Campidoglio e la
notizia della congiura chiamano tutti i personaggi e la folla sulla scena. Il primo atto si
conclude con il celebre concertato in cui il coro dei Romani e gli amici piangono la
morte dell'amato Imperatore (No 12, Quintetto con coro: "Deh, conservate oh dèi").
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Atto II
Nella prima scena, Annio informa Sesto che Tito in realtà è sopravvissuto alla
congiura. Sesto, pentito e oppresso dai sensi di colpa, confessa all'amico il suo
tradimento e si dichiara deciso a fuggire in esilio, ma Annio lo invita a confidare nella
clemenza dell'Imperatore (No 13, Aria: Torna di Tito a lato). Ma Sesto è stato
scoperto: giunge Publio coi soldati ad arrestarlo mentre egli assicura a Vitellia la sua
fedeltà (No 14, Terzetto: "Se al volto mai ti senti").
Cambia scena, gran sala delle udienze: Tito appare in pubblico; il popolo e i patrizi
cantano un coro di ringraziamento agli dèi per avere risparmiato Tito nella fallita
congiura (No 15, cavatina con coro: "Ah, grazie si rendano"). Tito è convinto
dell'innocenza di Sesto, ma Publio gli fa notare che chi non è capace di tradire, non si
rende conto quando è tradito (No 16, Aria: "Tardi s'avvede"). Tito viene dunque
informato che Sesto in persona ha confessato la sua congiura al Senato, e quest'ultimo
ha già emesso la condanna a morte, a cui manca solo la firma dell'imperatore.
Compare Annio a perorare la causa dell'amico, confidando nella clemenza e nel gran
cuore di Tito (No 17, Aria: "Tu fosti tradito"). L'Imperatore però, incredulo, è quasi
sul punto di firmare la condanna a morte, ma infine decide di vedere di persona Sesto
prima di prendere qualunque decisione (Recitativo accompagnato: Che orror! Che
Tradimento!"). I due si vedono, e sono colti da grande emozione (No 18, Terzetto:
"Quello è di Tito il volto"); Tito è deciso a perdonare il traditore, ma questi, pur di non
tradire Vitellia, non vuole confessare il motivo per cui ha attentato alla sua vita e
dichiara di meritarsi la morte, anche se continua a nutrire sentimenti di amicizia
verso Tito e ne implora il perdono (No 19, Rondò con clarinetto obbligato, "Deh, per
questo istante solo"). L'Imperatore, adirato, lo condanna alle fiere; ma, nella celebre
scena cara a Voltaire, dopo avere firmato la condanna, la straccia: "E se accusarmi il
mondo vuol pur di qualche orrore / m'accusi di pietà, non di rigore". Davanti a Publio
afferma però che la condanna è stata sottoscritta, e canta la sua aria in cui esalta la
figura del principe illuminato (No 20, Aria: "se all'impero, amici dèi").
Vitellia nel contempo è angosciata dalla sorte di Sesto; Servilia la implora di chiedere,
in qualità di futura sposa, la grazia per il fratello condannato. Tuttavia, di fronte
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all'indecisione di Vitellia, Servilia si stizzisce, e critica la sua ambiguità (No 21, Aria:
"S'altro che lacrime"). A questo punto, colpita dalle parole di Servilia, Vitellia decide
di rinunciare al trono e alle nozze confessando la sua congiura all'Imperatore. (No 22,
Recitativo accompagnato: "Ecco il punto, o Vitellia"; No 23, Rondò con corno di
bassetto obbligato: "Non più di fiori").
Cambia scena: nell'anfiteatro il popolo celebra la grandezza di Tito (No 24, Coro: "Che
del ciel, che degli dèi"). Proprio mentre Tito sta per condannare Sesto, giunge Vitellia
che rivela di essere la seduttrice del suo amico e la mandante del delitto.
L'Imperatore, rimasto stupefatto dalle nuove rivelazioni, decide tuttavia di perdonare
tutti (No 25, Recitativo accompagnato: "Ma che giorno è mai questo!"), e termina
con una magnifica azione di clemenza: "Sia noto a Roma ch'io son lo stesso, e ch'io
tutto so, tutti assolvo e tutto oblio". L'opera si chiude con i protagonisti e il popolo
romano che lodano la clemenza di Tito, anche se Sesto non riesce ancora a perdonarsi
il suo tradimento (No 26, Sestetto con coro: "Tu, è ver, m'assolvi, Augusto").
Organico orchestrale
L'organico orchestrale prevede l'utilizzo di
2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, (I anche clarinetto di bassetto e corno di bassetto), 2
fagotti
2 corni, 2 trombe
timpani
archi.
Il basso continuo nei recitativi secchi è garantito dal clavicembalo e dal violoncello
Struttura musicale
Ouverture
Atto primo
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N. 1 Duetto Come ti piace imponi (Vitellia, Sesto)
N. 2 Aria Deh se piacer mi vuoi (Vitellia)
N. 3 Duettino Deh prendi un dolce amplesso (Sesto, Annio)
N. 4 Marcia
N. 5 Coro Serbate, oh Dei custodi
N. 6 Aria Del più sublime soglio (Tito)
N. 7 Duetto Ah perdona al primo affetto (Servilia, Annio)
N. 8 Aria Ah, se fosse intorno al trono (Tito)
N. 9 Aria Parto, ma tu ben mio (Sesto)
N. 10 Terzetto Vengo... aspettate... (Vitellio, Annio, Publio)
N. 11 Recitativo accompagnato Oh Dei, che smania è questa (Sesto)
N. 12 Quintetto con coro Deh conservate, oh Dei (Vitellia, Servilia, Sesto, Annio,
Publio, Coro)
Atto secondo
N. 13 Aria Torna di Tito a lato (Annio)
N. 14 Terzetto Se al volto mai ti senti (Vitellia, Sesto, Publio)
N. 15 Coro Ah grazie si rendano
N. 16 Aria Tardi s'avvede (Publio)
N. 17 Aria Tu fosti tradito (Annio)
N. 18 Terzetto Quello di Tito è il volto (Sesto, Tito, Publio)
N. 19 Rondo Deh per questo istante solo (Sesto)
N. 20 Aria Se all'impero, amici Dei (Tito)
N. 21 Aria S'altro che lacrime (Servilia)
N. 22 Recitativo accompagnato Ecco il punto, oh Vitellia e
N. 23 Rondo Non più di fiori vaghe catene (Vitellia)
N. 24 Coro Che del ciel, che degli Dei
N. 25 Recitativo accompagnato Ma che giorno è mai questo? (Tito)
N. 26 Sestetto con coro Tu, è ver, m'assolvi Augusto (tutti)
Note
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1. ^ R. Landon, L'ultimo anno di Mozart - 1791, Garzanti, Milano, 1989, pag. 114.
Discografia
Anno Cast (Tito, Sesto, Vitellia, Annio, Publio, Servilia) Direttore
Etichetta
Werner Krenn, Teresa Berganza, Maria Casula, Brigitte
István
1967
Decca
Fassbaender, Tugomir Franc, Lucia Popp
Kertész
Stuart Burrows, Yvonne Minton, Janet Baker, Frederica von
1976
Colin Davis Philips
Stade, Robert Lloyd, Lucia Popp
Peter Schreier, Teresa Berganza, Júlia Várady, Marga
Deutsche
1978
Karl Böhm
Schiml, Theo Adam, Edith Mathis
Grammophon
Uwe Heilmann, Cecilia Bartoli, Della Jones, Diana
Christopher
1991
Decca
Montague, Gilles Cachemaille, Barbara Bonney
Hogwood
Philip Langridge, Ann Murray, Lucia Popp, Delores Ziegler, Nikolaus
1993
Teldec
László Polgár, Ruth Ziesak
Harnoncourt
Mark Padmore, Bernarda Fink, Alexandrina Pendatchanska,
Harmonia
2005
René Jacobs
Marie-Claude Chappuis, Sergio Foresti, Sunhae Im
Mundi
Bibliografia
Edward J. Dent, Il teatro di Mozart (ed. originale: Mozart's operas, Oxford
University Press, London 1913), a cura di Paolo Isotta, trad. di Luigi Ferrari,
Rusconi, Milano 1979, p. 299-303. ISBN 978-88-18-70086-2
Hermann Abert, Mozart - La maturità 1783-1791 (ed. originale: W. A. Mozart –
Zweiter Teil 1783-1791, Breitkopf und Härtel, Lipsia 1955), trad. it. di Boris
Porena e Ida Cappelli, Il Saggiatore, Milano 1985, pp. 611 sgg., 628-645. ISBN
978-88-428-0726-1
H. C. Robbins Landon, L'ultimo anno di Mozart - 1791 (ed. originale: 1791 Mozart's Last Year, Thames and Hudson, Londra 1988), Garzanti, Milano, 1989
(DE) Articolo "La clemenza di Tito" di Ludwig Finscher, in Pipers Enzyklopädie
des Musiktheaters, a cura di Carl Dahlhaus, vol.4, Piper, Monaco di Baviera e
Zurigo, 1991, p.334-341 ISBN 3-492-02414-9
Mozart, Tutti i libretti d'opera, a cura di Piero Mioli, Newton Compton, Roma
1996, vol. 2 pp. 210-232. ISBN 978-88-541-0590-4
Elvio Giudici, L'opera in CD e video, il Saggiatore, Milano, 1ª ed. 1999 pp. 847853 ISBN 88-428-0721-4
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Collegamenti esterni
Partitura e commento critico della Neue Mozart-Ausgabe
Sito sul librettista Caterino Mazzolà
Libretto dell'opera
Videoscenografie per l'opera di Mozart di Guido Villa
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