ALI
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Inf orm
Associazione Laureati Industrial Design
c/o POLI.design
via Durando 38/A
20158 Milano
www.alidesign.net
[email protected]
03
Ottobre 2002
Sommario
L’Editoriale:
Il desin è morto!
Evviva il design
Il Politecnico di Milano
Un ponte tra università
e lavoro nel mondo
del design
Un saluto:
Grazie Augusto
Le interviste:
Giancarlo Iliprandi:
“Design: L’ambizioso
progetto di equlibrio
tra forma, funzione
e innovazione”
Salvatore Gregorietti:
“Cosa c’è di più piacevole
e gratificante del superfluo?”
Il design è morto!
Evviva il design
Pensieri semiseri sul mondo del progetto
A tutti i nuovi lettori di
InformALI un benvenuto, mi
rivolgo a voi in quanto, finalmente, dopo un anno di pubblicazioni, siamo riusciti ad avere
una diffusione ben più ampia
rispetto al ristretto ambito milanese. Ma anche perché, a Milano
stessa, abbiamo incrementato i
nostri punti di distribuzione nella
città credendo fermamente che
sia ora che si parli veramente,
nella città ma anche nel resto
d’Italia, di design.
Ma se ne parli in un modo che
esuli dalla consueta cornice patinata delle riviste del settore e
dalla ancora più effimera attenzione che si vede rivolta al nostro
campo da parte dei periodici
femminili (gli unici che al di fuori
delle pubblicazioni per gli addetti
ai lavori si occupano in qualche
modo di design).
Speriamo di risultare interessanti
e di non essere colti come
presuntuosi.
Ma come persone che, laureatesi
tempo fa, continuano a porsi
domande e a cercare risposte del
proprio essere e del proprio fare.
Il numero che avete tra le mani
è particolare per tutta una serie
di motivi: il numero di pagine,
doppio rispetto al progetto originale, rende in qualche modo
ragione del ritardo con cui viene
presentato al pubblico. Ma
anche la carta è diversa, più
adatta ad ospitare parole di
personaggi ben più importati e
conosciuti di noi.
Il contenuto, soprattutto, è
diverso: meno parole nostre e più
parole di altri.
Ogni tanto tacere serve tanto
quanto parlare.
I più curiosi ed impazienti tra voi
avranno già visto una seconda
copertina presente all’interno.
Il numero è stato concepito
inizialmente dal sottoscritto e dal
responsabile del progetto grafico
e, successivamente, è entrato
nelle menti di tutto il gruppo. La
domanda posta dal titolo è sintomatica ed è stata, per uno
scherzo del destino, quanto mai
sentita da tutti noi.
Vuoi per l’insoddisfazione ed il
bisogno di chiarezza che
sentiamo profondo nel nostro
vivere, sia per la scomparsa di
uno dei personaggi più importanti della cultura italiana e del
design più in particolare.
Era anche nostro socio onorario:
stiamo parlando di Augusto
Morello. Troverete un nostro
sentito ricordo all’interno della
rivista, un piccolo ricordo per
uno degli uomini che più ci
hanno aiutato nel periodo della
nostra formazione universitaria,
regalandoci momenti indimenticabili.
L’interrogativo però è pressante,
e a fronte dei cambiamenti in
atto, si fa imperativo.
Si può definire morto il design?
E se è morto è stato sostituito da
qualcosa d’altro o lo deve ancora
essere?
Bene. Lo abbiamo chiesto ad una
serie di personaggi afferenti alla
cultura progettuale, ad imprenditori, a critici , a product e
graphic designer, ma anche a chi
di design non vive.
L’interrogativo ha avuto risposte
non univoche e tutte da indagare ed analizzare compiutamente e magari con un po’ più
di freddezza che, al momento di
stendere questo editoriale, non
può essere nostra, vista la vicinanza temporale.
Visto che il materiale raccolto
esula dalla quantità di pagine a
disposizione, la risposta, che ci
aspettiamo assolutamente non
definitiva, sarà rimandata di un
numero o due a seconda degli
sviluppi futuri e dei contatti che
stiamo prendendo in questi
giorni.
Ma anche perchè ci aspettiamo
di sollevare un po’ di interrogativi in molti di quelli che ci leggeranno. Magari anche di ricevere
comunicazioni pesanti alle nostre
provocazioni.
Insomma la risposta nascerà
dentro di voi se già non avete
una opinione al riguardo.
Il risultato di questo lavoro non
si conclude certo con questo
numero.
Nel progetto iniziale l’editoriale
doveva anche proporre messaggi
positivi che affermassero la salute
del design e del suo essere.
Preparando il terreno per la
controrisposta del controeditoriale, che si configurasse come
“lato oscuro”, come negativo e
pessimista.
Ma la iniziale visione manichea,
oggi così poco attuale ed attuabile, è stata sostituita da un più
prudente, ma non meno
scomodo atteggiamento di bilanciamento.
Tuttavia, essendo anche una
introduzione, ritengo importante
richiamare i valori che hanno
sorretto il design o la progettazione artistica per l’industria.
Valori che parlano di miglioramento della qualità di vita attraverso l’estetizzazione della vita
stessa e degli oggetti che
compongono la nostra cultura
materiale. Estetizzazione artisticizzante, a volte, ma anche
tecnica e con una attenzione alla
funzionalità e alla usabilità degli
oggetti di impiego quotidiano.
Valori di eticità della produzione,
del miglioramento delle condizioni di chi produce e di chi
vende, di chi acquista, in una
sorta di utopia totalizzante in cui
un oggetto è investito da tutta
una serie di supervalenze o
master-valenze.
Ben oltre il puro utilizzo dell’artefatto o il puro fatto commerciale ed economico.
Il design parla di arte e come tale
è critico o lo è stato nei confronti
dell’esistente.
Adesso è ancora così? Quanto
di questo superlavoro concettuale viene poi essenzialmente
colto dall’utilizzatore finale?
Quanto di questo sforzo viene a
raggiungere gli obiettivi che si è
prefissato?
Chi, in un contesto di commercializzazione dell’impossibilmente commerciabile, ancora
opera in tal senso?
Domande non banali, a cui ci
sentiamo di trovare, ricercare e
scovare una risposta fuggevole
e da troppi evitata.
Perchè, figlio della rivoluzione
industriale e della risposta materiale ai bisogni personali, il design
è legato a doppio filo con la crisi
della cultura occidentale che ha
fatto del materialismo il suo
essere.
Ne condivide perciò le sorti ed i
cambiamenti come attore attivo
e spettatore passivo, variabile tra
le variabili di un sistema culturale oltre che complesso.
Non è quindi peregrino chiedersi: il design è morto?
Davide Hubert Perone
pagina 2 - numero 03 - ottobre 2002
Politecnico di Milano
Un ponte tra università
e lavoro nel mondo del design
Forse qualche lettore di ALIdesign ricorda la pagina
centrale del numero di dicembre 2001, dedicata ai
bandi aperti per la partecipazione a quattro Corsi
di master universitari del Fondo Sociale Europeo
e del Dipartimento InDACo (allora DITec). Forse
qualche lettore ha partecipato alle selezioni per
accedere agli stessi master, forse qualche altro è tra
la rosa di prescelti che ora sta giungendo alla fine
del percorso. Per questi e per tutti gli altri abbiamo
pensato di tirare un po’ le somme di quest’esperienza, che promette di ripetersi ancora più ricca
nel 2003 e abbiamo chiesto a Sabina Pangrazzi di
farci luce sulle anticipazioni.
I Master attivati nel 2002
Alcune parole di contorno per introdurre il
contesto operativo. Alla fine dello scorso
millennio il Fondo Sociale Europeo ha attivato
un Programma atto a contribuire e ad accrescere l’occupabilità della popolazione in età
lavorativa e la riqualificazione delle risorse
umane e favorire i processi di ammodernamento e di innovazione dei sistemi di istruzione, formazione e lavoro, da realizzarsi nel
periodo 2000-2006.
Tra i diversi obiettivi che caratterizzano i
cinque assi di intervento previsti dal progetto
vi è quello di promuovere un’offerta adeguata
di formazione superiore.
Nell’ambito di questo progetto il Politecnico
di Milano ha ottenuto e fatto rientrare ottenuto nel 2002, attraverso l’azione promotrice
di diversi dipartimenti, il cofinanziamento del
Fondo Sociale Europeo, della Regione
Lombardia e del Ministero del Lavoro e delle
Politiche Sociali per l’attivazione di dodici corsi.
Questi, in seguito all’emanazione di uno specifico regolamento di Ateneo inserito nel quadro
della riforma universitaria, sono divenuti Corsi
di Master Universitari del Politecnico di
Milano.
Il programma di cofinanziamento è un’occasione importante poiché offre l’opportunità ai
destinatari dei corsi di accedere gratuitamente
a attività formative che sul mercato vengono
proposte a costi nell’ordine delle decine di
migliaia di Euro.
Inoltre tale programma è stato e presumibilmente sarà per i prossimi tre anni un’ulteriore
incentivo per il Politecnico al completamento
della propria offerta post-lauream, dando sfogo
a progetti formativi già pensati e strutturati
come naturale conseguenza delle numerose
attività di studi e ricerche maturate in seno
all’Ateneo ed in particolar modo all’interno
della giovane Facoltà del Design.
Nel 2002 sono state stipulate decine e decine
di convenzioni con nuove aziende interessate ad ospitare tirocini degli studenti dei
Corsi di Master (FSE e non), i dati degli interessati ai corsi sono stati inseriti in un database di potenziali candidati che supera le
duecento unità, sono stati elaborati ben
Il primo anno di esperienza
è stato all’insegna soprattutto del Design di
prodotto, con Corsi di
Master su temi/prodotti
“specifici” come quello in
“Progettazione per la
Nautica” (Dipartimento
InDACo) e quello in
“Transportation Design e
Management” (InDACo) e
altri su temi più “trasversali” rispetto alle tipologie
di prodotti, come il Corso
di Master in “Prototipazione digitale del
Prodotto
Industriale”
(InDACo), “Sicurezza del
Prodotto
Industriale”
(InDACo) e “Ergonomia”
(Dipartimento BEST).
L’attivazione dei corsi ha
suscitato grande interesse
sia da parte di aziende, enti
e istituzioni che hanno
appoggiato l’iniziativa con
patrocini e/o dando la loro
disponibilità ad accogliere
tirocinanti, che da parte di
dodici progetti di Corsi di Master che puntano ad
ottenere il cofinanziamento FSE.
Tra questi, oltre ai cinque dello scorso anno, ve ne
sono altri in ambito di prodotto, ma anche di comunicazione, moda e design di interni. Ora è solo
questione di attendere che il tempo dia merito
del lavoro svolto.
potenziali destinatari del corso.
La rosa dei candidati (e dei selezionati) è stata molto ampia: dai
“neolaureati” (studenti che
avevano conseguito la laurea
nelle due/tre sessioni precedenti), in buona parte raggiunti
- per quanto riguarda i corsi del
Dipartimento InDACo - attraverso l’Associazione Laureati del
Politecnico, ai professionisti in
cerca di aggiornamento o di una
“riconversione” della loro attività lavorativa.
Questi dati sono indicatori sintomatici di una necessità di
colmare un gap tra l’iter di studi
universitari e il mondo del
lavoro, attraverso un’attività di
formazione più mirata alle
professioni e alle esigenze del
mercato.
Denotano inoltre una sentita
esigenza di una formazione specifica e adeguata per affrontare
l’attività professionale in maniere
competitiva. Ciascuno dei Corsi
di Master attivati prevedeva circa
ottocento ore di attività,
Nel frattempo chi volesse ricevere via posta elettronica i bandi dei Corsi di Master del Dipartimento
InDACo nel momento in cui verranno aperte le
iscrizioni, scriva a [email protected]
(tel. 02-2399.5966), oppure contatti direttamente
il Corso di Master di interesse all’indirizzo indicato
nella seguente tabella.
INDACO Milano
Bio Design
Alessandro Ubertazzi
NDACO
Milano
comprendenti didattica di tipo
frontale, esercitazioni progettuali
e/o workshop e un tirocinio finale.
L’attività didattica si è avvalsa di
docenti universitari interni ed
esterni al Politecnico e di numerosi professionisti, che hanno
messo a disposizione la loro esperienza sia nell’impartire lezioni
teoriche che nell’applicare i
contenuti di tali lezioni in esercitazioni progettuali. Le esercitazioni hanno avuto anche il
supporto dei laboratori del
Dipartimento (come il Laboratorio Modelli e Media Digitali) e
dei tecnici specializzati.
Numerosi i contributi e le suggestioni esterne: partecipazione a
convegni e seminari sui temi del
corso, visite a musei tematici, a
fiere specializzate e ad aziende
impegnate nel settore di interesse.
Solo per citare una delle numerose esperienze connesse ai Corsi
di Master: il tema di una delle
esercitazioni del master in
“Progettazione per la Nautica” è
[email protected]
Design e management dei beni culturali
Alberto Seassaro
[email protected]
INDACO Milano
Design e tecnologie della luce
Alberto Seassaro
[email protected]
INDACO Milano
Design per l'industria degli apparecchi domestici
Francesco Trabucco
INDACO Milano
Digital Prototyping
Marco Gaiani
[email protected]
INDACO Milano
Ergonomia
Sebastiano Bagnara
[email protected]
INDACO Como
Fashion Desing
A.Dell'Acqua Bellavitis
[email protected]
INDACO Como
Furniture Design
A.Dell'Acqua Bellavitis
[email protected]
BEST
Ideazione, progettazione e gestione creativadel nuovo habitat
O.Tronconi e M. Pillan
[email protected]
INDACO Milano
Movie Design:
Marisa Galbiati
[email protected]
INDACO Milano
Progettazione per la Nautica - II edizione
Silvia Piardi
[email protected]
INDACO Milano
Tecnico della sicurezza del Prodotto Industriale (Safety Design)
Cesira Macchia
[email protected]
Milano
[email protected]
Spazio alle opinioni
Sono inoltre presenti molti dei corsi dello scorso anno
Laura, studentessa del master in “Prototipazione
Digitale”
[…] per me, architetto interessato al design industriale, il Master in prototipazione rapida digitale
ha rappresentato la possibilità di “scoprire” e fare
mie conoscenze che non vengono normalmente
fornite durante il corso di laurea e che mi consentono di affrontare l’attività professionale con strumenti adeguati alle nuove tecnologie che trovano
sempre più diffusione. […]
Silvia Piardi, direttore del master
“Progettazione per la Nautica” e coordinatore
dei Corsi di Master FSE del Dipartimento
InDACo
[…] Una esperienza, anzi due. Ho diretto il
Master in Progettazione per la nautica e ho
coordinato con Sabina Pangrazzi tutti i
Master del nostro Dipartimento. Un flusso
di energia notevole, che ha consolidato e
sviluppato alcuni centri di interesse scientifico e culturale, ha formato nuove faculty,
mettendo in contatto docenti provenienti da
diverse sedi universitarie e dalle professioni,
ha costituito nuovi gruppi di masterizzati in
grado di inserirsi con competenza sul mercato
del lavoro. Il bilancio è assolutamente positivo, nonostante le notevolissime fatiche
delle burocrazie […]
Stefano, studente del master in “Progettazione per la
Nautica”
[…] Le conoscenze acquisite durante l’attività
didattica del corso di Master sono state fondamentali: l’esperienza di tirocinio mi ha permesso
di applicarle praticamente, approfondirle e di
trovare immediatamente lavoro presso la stessa
azienda in cui ho svolto il tirocinio ancor prima
di conseguire il titolo di master attraverso l’esame
finale. […]
Piero, studente del master in “Progettazione per la
Nautica”
[…] È stato una specie di anno sabbatico per la
mia attività di architetto, un modo di integrare le
mie conoscenze teoriche per perfezionarmi nella
pratica della progettazione nautica, ambito verso
cui volevo orientare maggiormente la mia professionalità.
Alessandro , studente del master in “Transportation
Design e Management”
[…] man mano che il corso proseguiva iniziavo a
cogliere il senso, le finalità di quelle esercitazioni
che inizialmente mi avevano lasciato tanto
perplesso. Il lavoro finale è stato davvero coinvolgente e mi ha dato grande soddisfazione a livello
di risultato raggiunto. […]
Dieci semplici considerazioni
Aspettando il 2003
Il contesto
Corsi di Master Universitari FSE della Facoltà del Design del Politecnico di Milano
Sabina Pangrazzi
stato la progettazione e la realizzazione di un prototipo a vela
lungo un piede che partecipasse
alla Ticinese Cup, regata di
modelli sulla Darsena dei Navigli
a Milano.
Sono circa un centinaio gli
studenti che ora stanno svolgendo l’attività di tirocinio
presso aziende in tutta Italia.
Nonostante l’attività di stage non
sia ancora conclusa, già si
vedono i primi risultati: ad alcuni
tirocinanti sono già arrivate le
prime proposte di assunzione e
di prolungamento della collaborazione da parte delle aziende.
La sensazione e le prospettive
relative a questi Corsi di Master
sono quindi molto buone, anche
se si dovrà attenderne la conclusione per avere una cognizione
più attendibile dei risultati in
termini di efficacia della didattica, risultati dei candidati, tipologia e possibilità di sbocchi
occupazionali.
Flaviano Celaschi, direttore del Dipartimento
InDACo della Facoltà del Design.
L’eccezionale sviluppo che sta avendo la
formazione di alto livello nel campo del design
può essere generata da diverse situazioni in
concorso tra loro:
•ci sono molti laureati in architettura, ingegneria e altre discipline che quando si sono
iscritti non avevano la possibilità di specializzarsi in design ed oggi non vogliono perdere
l’occasione per qualificarsi in questo settore;
•è un settore dove creatività, tecnologia,
metodo e organizzazione registica si fondono,
per cui ognuno può leggervi la propria vocazione senza difficoltà;
•ci sono professioni nuove all’interno del
vasto campo del design che richiamano nuovi
profili o specialisti di nicchia. In tutti questi
casi la formazione attraverso un master è e
rimane un eccezionale opportunità di
ingresso nel mondo del lavoro dalla porta
principale, quella della formazione e della
ricerca mirata. Il grande problema è costituito dalla ricerca dell’ente o dell’organizzazione affidabile a cui riferirsi. Penso che
occorrano alcune scaltrezze:
•scegliere chi fa formazione professionalmente (e non imprese che svolgono anche
formazione, o enti appena nati per sfruttare
qualche finanziamento, o soggetti improvvisati sul campo);
•accertarsi che ci sia un tirocinio sostanzioso
all’interno del master;
•accertarsi che sia un master universitario
capace di erogare crediti formativi convalidabili in tutta Europa;
•evitare di pagare cifre fuori range (un buon
master può costare intorno agli 8-12.000 euro,
non di più);
•accertarsi che il master sia l’occasione per
svolgere anche attività di ricerca e di progetto
e non solo lezioni frontali di tipo tradizionale;
•che ci sia l’attrezzatura e la sede adeguata;
•che sia possibile parlare con ex allievi che
hanno frequentato master organizzati da
quella struttura
pagina 3 - numero 03 - ottobre 2002
Un saluto
Per non dimenticare “l’uomo”
dietro il “professore”
Grazie Augusto
Oggi, ritornato a casa dopo una giornata di lavoro
iniziata presto, in attesa di consumare la meritata
cena, sfoglio un quotidiano e mi imbatto in una
notizia di quelle che colpiscono. Leggo, incredulo
e, di momento in momento, sempre più dispiaciuto,
vedo le foto, interpreto i commenti e le dichiarazioni più o meno di rito e riconosco, rammento,
ricordo.
Eh, sì, proprio lui, non ci sono dubbi: Augusto
Morello è venuto a mancare.
Ancora non riesco a dare la dimensione della cosa:
nella mia mente si affollano, solo per cadere subitaneamente, le centinaia di idee e di progetti che
covavo e che vedevano in lui un referente, una
guida, un metro di paragone, anche solo ideale,
beninteso, non millantiamo quello che non esiste,
atteniamoci ai fatti.
Ma è indubbio che la cosa mi turbi profondamente,
per questo mi metto a scrivere, per dire la mia,
certo, ma anche per dare visione di cosa sia stato
per noi Augusto Morello.
Augusto Morello. Archivio ADI
Su altri commenti scritti o siti web troverete altre
e ben diverse rimembranze. A me personalmente
interessa ben altro.
Senza appuntamento
Ospitiamo con piacere il ricordo di uno dei collaboratori più stretti
di Augusto Morello
Caro professore,
è strano questo nostro colloquio senza appuntamento, senza i faticosi rinvii imposti dai
suoi incessanti impegni, nonostante i quali riusciva comunque a trovare il tempo da
dedicarci per immaginare qualche progetto e verificare come il mondo delle possibilità
fosse più ricco del mondo reale.
Come l’ultimo progetto non realizzato a cui abbiamo lavorato, insieme ad altri collaboratori: “Terra 2”, per una possibile mostra alla Triennale, che doveva dimostrare come
stesse finendo la prima vita del pianeta e se ne aprisse un’altra determinata sempre più
dall’artificio dell’uomo che non dalla natura primordiale e della quale si potessero fare
delle congetture sui possibili futuri. Mi piace immaginare che ora abbia scelto “Terra
2” come sua nuova dimora, un pianeta definito da una sola dimensione: quella del
pensiero che lo ha pensato.
Lo stesso pensiero che usava come unità di misura mettendolo a confronto con le altre
misure, i pensieri degli altri, per avere uno strumento sempre più preciso per misurare
il mondo e allargarne i limiti. E il rigore e la precisione con cui svolgeva questo compito,
poteva a volte essere dagli altri interpretato come intransigenza per le persone di opinione
avversa, ma era verso il pensiero degli altri che era intransigente, come lo era col suo,
non verso la loro persona, perché il pensiero va contrastato, confutato, messo a dura
prova per essere convincente, come il metodo scientifico richiede a un uomo di scienza.
Per questo è riuscito a essere un desiger del pensiero, dove il pensiero del design era
una delle sue applicazioni.
Da lei ho cercato di imparare a essere metodicamente creativo e a disegnare nuove
prospettive per guardare le cose, sperimentando il metodo attraverso una tesi di laurea
che durò tre anni e che solo adesso è purtroppo finita, perché era il nostro pretesto per
raccogliere, classificare e rielaborare la conoscenza. E da allora conservo nei suoi confronti
la devozione del discepolo per il maestro, devozione che mi ha sempre impedito di darle
del “tu”, come ripetutamente mi aveva chiesto e come un “antico studente” avrebbe
potuto fare. Ma in questo ultimo saluto mi sforzerò di essere confidenziale, come lo
erano effettivamente i nostri rapporti: “Ciao Augusto”, caro professore.
Marco Migliari
6 settembre 2002
Proprio 8 anni fa, durante il primo anno del neonato
e fragile Corso di Laurea in Disegno Industriale del
Politecnico di Milano, lì risale il mio primo incontro con quello che, fin dall’inizio, mi fu chiaro essere
un personaggio fuori dal comune. Portamento
distinto, elegante, dalla voce tonante, sicura;
“Sicuramente un uomo con del carattere pensai.”
E le cose che poi venimmo a sapere sul suo conto
confermavano la prima impressione. Il Suo curriculum è noto, meno noto o forse meno interessanti
per i più, sono gli aspetti meno eclatanti del
docente, professore, presidente.
I suoi modi di fare, decisi, la sua presenza autoritaria, ma la contemporanea disponibilità massima
a scommettere su chiunque ritenesse valido, la
stessa disponibilità che lo rendeva prodigo di consigli per le menti di giovani designer in cerca di una
identità.
Chi ricorda lo stile delle lezioni che era solito
tenere? Del suo modo di raccontare il design ed i
macrosistemi economici con la semplicità con cui
si potrebbe spiegare un algoritmo di addizione aritmetica? Chi ha avuto la fortuna di averlo come
docente lo sa, lo può ricordare. Complessità ridotta
a semplicità; visione globale ed efficacia locale.
Certo sentirete molti studenti, addetti ai lavori e
altri che lo definirebbero ingombrante, accentratore, e quant’altro (magari adesso taceranno, per
pudore di fronte alla mancanza, anche se, a mio
parere darebbero il segno dell’importanza di un
personaggio, che, come si sa, non può andare a
genio a tutti e nemmeno può mettere tutti d’accordo).
Personalmente, invece mi piace ricordarlo per due
motivi.
Il primo è l’averlo conosciuto meglio grazie ad una
delle manifestazioni sul design da lui organizzate e
che, ancora oggi, rimane a mio parere ineguagliata:
I dialoghi di Milano. Per me studente del primo
anno del CdL in Disegno industriale è stata una
occasione unica,una sorta di masterlezione sul design
con intervenuti dai più disparati campi di afferenza.
Un’occasione per conoscere il design secondo un
aspetto più operativo, sicuramente, per guardare la
futuro con ottimismo ma con realismo, imparando
che si può fare del design una attività di crescita
personale e ricerca della comprensione.
Il secondo motivo è personale, Lo ricordo per una
lezione, una delle ultime di quel primo anno memorabile. Una singola lezione che è unica nel suo
genere: una lezione che mi ha fatto capire chi avevo
di fronte. Arrivò in ritardo, di corsa come sempre,
disceso da chissà quale aereo o, più semplicemente,
sfuggito dagli impegni “altri” rispetto alle lezioni in
università.
Posò borsa portadocumenti e soprabito sulla cattedra, indi, con piglio deciso, iniziò a parlarci di
Camillo Olivetti e della saga della famiglia e della
azienda omonime. Una lezione a braccio, anzi,
meglio, un racconto, attinto solo dai suoi ricordi
personali, quelli vissuti in prima persona, gli stessi
ricordi che, sul finire, gli ruppero la voce, gli inumidirono gli occhi, e ci mostrarono che, in fondo,
anche lui era umano, di quell’umanità che crede
nei sogni e che si dispera quando questi finiscono.
Grazie Augusto, che le possibilità e le opportunità
che tu ci hai insegnato a riconoscere nel progetto
così come nella vita, non finiscano.
Davide Hubert Perone
In un periodo in cui il villaggio
globale è la prospettiva futura, i
dialetti si perdono per lasciare posto
al bilinguismo lingua locale/inglese,
ha ancora senso parlare di design
italiano?
Il villaggio globale più che una
prospettiva futura pare essere
una costrizione globalmente
attuale. Capace di generare
affermazioni tipiche quali
“think local, act global” che,
per via del suo intrinseco
valore, potrebbe anche suonare
“think global, act local” tanto
funziona comunque. I dialetti,
purtroppo messi in disparte, si
perderanno per lasciare posto
ad un bilinguismo (lingua
locale/inglese) che durerà
fintantoché la lingua locale non
andrà assumendo l’aspetto di
un qualsiasi dialetto, destinato
a scomparire. Perché alla fine
Mister Hyde ha il sopravvento
sul nostro Dottor Jekyll. O
sbaglio? Tutto ciò potrebbe
verificarsi tra qualche mese,
piuttosto che tra qualche
secolo, se il design inteso come
concetto (come concezione,
come concepimento progettuale) potesse essere assimilato
ad un qualsivoglia linguaggio
codificabile e/o modificabile in
quanto tale.
Ma il design è soltanto un
concetto? Poi quali sono, in
ogni caso, le varianti contestuali oppure contestuanti che
ci autorizzano a parlare di
design italiano piuttosto che di
design all’italiana?
Design: l’ambizioso progetto di equilibrio tra forma, funzione, innovazione
ratorio di comunicazione presso la
facoltà del Design del Politecnico
di Milano.
In campo associativo è stato eletto
quattro volte nel comitato direttivo
dell’ADI servendo due volte come
vice-presidente e quale presidente
nel triennio 1999-2001.
È stato inoltre presidente dell’Art
Directors Club Milano, del Beda,
Bureau of European Designers
Associations,
dell’Icograda,
International Council of Graphic
Design Associations e persino, pro
tempore, della Fondazione ADI per
il design italiano.
Il suo impegno nella pubblicistica
di settore ha prodotto quattro
quaderni di linguaggio grafico, sei
dispense di storia della comunicazione visiva, altrettante opere con
autori vari, più quasi cinquecento
tra articoli, commenti, presentazioni ed interventi a congressi e
convegni, nonché editoriali su
pubblicazioni delle quali è stato
responsabile.
Tutta questa sua opera dedicata al
riconoscimento, alla valorizzazione,
alla promozione della via italiana
della progettazione grafica e del
design, nella accezione più completa
del termine, non hanno rallentato
la affermazione dello studio professionale nel campo della comunicazione aziendale, della comunicazione editoriale e della comunicazione ambientale.
Lo studio Iliprandi e la Iliprandi
Associati hanno collaborato con la
RAI, Montecatini, ENI, la
ALIdesign: All’affermazione: “ Il design è morto”, Lei come risponderebbe? Propenderebbe per darlo per defunto e sostituito da qualcos’altro,
la cui definizione sembra sfuggevole, o lo sente ancora vitale e con lo spirito
che lo ha visto nascere circa 50 anni fa?
Iliprandi: Il design è morto? Niente affatto. Ma si spera muoia presto
l’abuso del termine. In quanto allo spirito che lo ha visto nascere,
meglio che lo ha fatto nascere, presumo risalga ad almeno cinquecento anni fa (Magari sotto altro nome tipo “invenzione dei caratteri mobili” et cetera).
ALIdesign: Per un momento allontaniamoci dai paludamenti, dalle formalità e dalle definizioni da biblioteca: Alla signora massaia che chiedesse
spiegazioni, come definirebbe il “design”?
Iliprandi: L’editrice Abitare Segesta ha pubblicato, anni fa, un esauriente libretto sull’argomento. Allontanandomi dalle formalità e dalle
definizioni da biblioteca, come da vostro desiderio, qualora malauguratamente incappassi nel cosiddetto “uomo della strada” desideroso di capire, potrei solo ridicolmente tentare di arrampicarmi sugli
specchi di un qualsivoglia funambolismo verbale.
Purtroppo, per deformazione professionale, per me design rimane l’ambizioso progetto di equilibrio tra forma, funzione, innovazione. Però
all’uomo della strada evitiamo l’ambizioso, il progetto, l’equilibrio.
Ed a noi stessi risparmiamoci il dovere di essere banali.
ALIdesign: Nell’epoca della multidisciplinarietà il modus operandi progettuale è stato condiviso con i settori più disparati, tanto che oggi tutto può
essere considerato progettato, pensato estetizzato. Tuttavia, cosa, a Suo
parere, non può essere detto “design”
speranza?
Iliprandi: Biocompatibile, ecocompatibile e termini similari sono
spesso attribuzioni di comodo. La qualità è un dato di fatto più tangibile. La cultura del prodotto è una strada lunga e tortuosa. Al disopra di ogni compatibilità, sarebbe opportuno sapere a chi spetta, per
competenza, il compito di coltivare tale cultura.
ALIdesign: Al Salone Internazionale del Mobile di Milano ed in qualsiasi altra fiera dei prodotti di largo consumo si parla di design, le aziende
si riempiono la bocca con tale parola, Cosa è prodotto di “design”, secondo
Lei?
Iliprandi: Posso tentare l’inverso. Talvolta non è prodotto di design
ciò che è inutile, superfluo, volgare, ridondante, malfatto, sgradevole,
scomodo, ingombrante, presuntuoso, supponente, arrogante, caduco,
irriproducibile, inutilizzabile, antiestetico, offensivo, ripetitivo, ridisegnato, copiato, imitato e chissà quanto altro ancora. Tutto il resto
può essere prodotto di design, qualche volta.
ALIdesign: Cosa a sua avviso fa percepire ad un acquirente la qualità di
un prodotto? Il livello tecnologico, l’inusualità della forma, l’impiego di un
determinato materiale o la semplicità d’uso?
Iliprandi: L’acquirente percepisce la qualità per istinto di sopravvivenza, per preparazione culturale, per esperienza acquisita, per informazioni recepite, per un atto d’amore. La semplicità d’uso è senza
dubbio un fattore accattivante.
ALIdesign: Dal lato della provocazione: Serve ancora lo sforzo progettuale nei confronti di alcune categorie merceologiche che hanno fatto la
cosiddetta “Storia del Design”? Se sì non crede che sia solo per un vacuo
e dannoso aspetto commerciale? Se no, non crede che sarebbe ora di dire
no alle inutilità?
Iliprandi: Servirebbe uno sforzo progettuale per modificare certi parametri che hanno fatto la cosiddetta “Storia del design”. Ma, a parte
ogni più che doveroso aspetto commerciale, il rogo pubblico delle
inutilità presenti non ci salverebbe dalle futilità future. Ogni società
Rinascente, Standa, Grancasa,
Fiat, Olivetti, Stanley, Pirelli,
Honeywell, Ankerfarm, Roche,
Arflex, Stilnovo, RB Rossana,
Edisport,
Electa,
Popular
Photography, Bompiani, per citare
solo alcune delle imprese che sono
state committenti. La quantità e
varietà degli interventi si spiega con
una sua naturale irrequietezza la
quale unisce il bisogno di sperimentazione, e ricerca, alla insofferenza più totale nei rigaurdi dei
condizionamenti e del compromesso.
ha il design che si merita.
Serie di 24 alfabeti per stampanti seriali della Honeywell ISI
1981/1984. Percezione e leggibilità sono i parametri che hanno portato
alla progettazione di questi font condizionati dalle difficoltà tecniche
peculiari del dot-matrix printing. L’innovazione consisteva nell’uscire
dalla convenzione ripetitiva dei caratteri per macchine da scrivere
per entrare nella più vasta area culturale del carattere di tradizione
Iliprandi: Il fatto che una proposta, anche qualora demenziale, possa
essere comunque esaltata purché proveniente da un progettista al
culmine della propria notorietà, non pare possa essere giudicato positivo né per il progettista né per gli esaltatori.
Per dirla in parole povere “una vaccata rimane una vaccata”, pure se
proposta da un designer maturo (attenti che non la sia troppo) ed
esaltata da esaltatori che potrebbero meglio definirsi leccapiedi,
volendo restare nei limiti della decenza.
Un buon progetto è frutto anche di attenta capacità critica o meglio
autocritica.
ALIdesign: Qual è a suo avviso la gratificazione maggiore che può ricevere un designer?
Iliprandi: Incontrare uno sconosciuto che sta prendendo in considerazione un prodotto progettato da lui il quale, senza sapere di essere
al cospetto del progettista, cerchi di convincerlo della bellezza formale,
della utilità funzionale, della unicità innovativa di questo progetto.
Facendogli riscoprire entusiasmi assopiti.
ALIdesign: Cosa ne pensa della necessità di scoprire nuovi e antichi
bisogni al fine di ridare l’identità agli oggetti che ci circondano?
Iliprandi: Necessità indispensabile.
ALIdesign: Il vasto settore della progettazione dei prodotti industriali ha
raggiunto la cosiddetta “pace dei sensi”, riducendosi ad un continuo restyling?
Iliprandi: Il superfluo, pure quando è adorabile. Stiamo affogando
nel superfluo.
Iliprandi: Questo sostengono gli osservatori pessimisti e gli operatori
privi di idee. Se così fosse potremmo chiudere le Università invitando
studenti e docenti ad un bagno purificatore sulle rive del Gange come
predicato, a suo tempo, da un indiscusso personaggio.
ALIdesign: Quando un designer maturo raggiunge il culmine della propria
notorietà può permettersi di proporre qualsiasi cosa, anche la più demenziale, perché sa che sarà comunque esaltata. Crede che questa affermazione sia vera o dubita che un noto designer possa permettersi di sfruttare
e giocare con la propria notorietà?
ALIdesign: Pensa che la cultura del prodotto ecocompatibile sia seriamente presa in considerazione dalle aziende? Soprattutto, secondo Lei,
quale tipo di azienda può permettersi una politica siffatta in termini finanziari e di risorse interne? La sfida può essere italiana o la frammentazione
particellare delle nostre unità produttive non lascia molto spazio alla
Foto di: Aldo Ballo
Giancarlo Iliprandi
è approdato alla comunicazione
visiva seguendo un iter formativo
abbastanza complesso.
Dopo aver frequentato una scuola
di lingue ed avere sostenuto la
maturità scientifica si iscrive alla
facoltà di medicina e chirurgia
dell’Università di Milano.
Giudicando quel piano di studi interessante sul piano scientifico ma
totalmente carente su quello culturale entra all’Accademia di Brera
che frequenta per otto anni diplomandosi in pittura e scenografia.
In quel periodo è alla HBK di
Berlino con una borsa di studio e
per due volte a presentare l’arte
italiana al Salzburg Seminar in
American Studies.
Apre uno studio di progettazione
nel 1953 iniziando a collaborare
con gli Architetti A e PG
Castiglioni e con l’ufficio pubblicità
della Rinascente. Nel 1961 è chiamato ad insegnare in un famoso
corso per assistenti grafici della
Società Umanitaria, nel 1962 entra
nell’ADI, nel 1965 pubblica il
primo dei suoi Quaderni di linguaggio grafico. Si chiarisce in quegli
anni il retroterra di impegno culturale che farà da supporto all’attività professionale.
Iliprandi, dopo l’Umanitaria, ha
insegnato alla Scuola Superiore di
Pubblicità, all’ISIA di Urbino (dove
ha fatto parte per dieci anni del
Comitato Scientifico Didattico)
all’Istituto Europeo di Design ed è
attualmente incaricato di un labo-
Il villaggio globale
Foto di: Guy Schockaert
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 4 - numero 03 - ottobre 2002
tipografica.
Cucina Isola RB Rossana 1969. Blocco centrale.
Aspetto essenziale, pure se vagamente totemico. Funzionalità sperimentata. Propone un modo innovativo di cucinare e di concepire la
cucina come centro aggregante del vivere la casa in maniera conviviale.
Manifesto “Basta una pillola” 1967. Aspetto estetico riconducibile
ad esperienze pop non ancora diffuse in Italia. Funzione informativa
precisa accentuata dal gusto della provocazione. All’epoca la vendita
degli anticoncezionali era vietata in Italia.
Dimenticavo. Nessuna delle opere citata ha mai vinto un premio
Foto di: Toni Nicolini
pagina 5 - numero 03 - ottobre 2002
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 6 - numero 03 - ottobre 2002
Salvatore Gregorietti
Diplomato alla Kunstgewerbeschule
di Zurigo, vive e lavora a Miano.
Dai primi anni ‘60 fino al 1990 è
stato socio dello Studio Unimark
International con Massimo Vignelli
e Bob Noorda. Nel 1990 apre lo
studio Gregorietti Associati.
Opera nel campo della grafica in
relazione a progettii di immagine
coordinata, packaging, comunicazioni istituzionali e commerciali per
industrie e enti, e nel campo del
design per complementi di arredo,
ristrutturazioni e stands. Tra i
clienti più importanti : Ercole
Marelli; Gilardini e Comind,
(FIAT componenti); Gruppo
Merloni Ariston, elettrodomestici;
Farmacotone, farmaceutici; SNIA
BPD e consociate, (SNIA FIBRE,
TECNOPOLIMERI, NOVACETA).
Per quindici anni ha collaborato
con i soci dello Studio Unimark al
programma di immagine totale
dell’AGIP e del gruppo ENI, design
di prodotto e packaging per:
ATKINSONS, profumi e cosmetici; packaging per: MOTTA;
design totale del packaging per:
FARMITALIA CARLO ERBA;
attuale logotipo e marchi di prodotto
per: PIRELLI, pneumatici; grafica
commerciale e design di prodotto
per: VALENTI, lampade; Sirrah,
lampade; STATUS, lampade. Ha
curato l’immagine di industrie nel
campo dell’arredo come Cassina,
Il design è:
Il design è la disciplina che deve
dare forma ad un concetto.
Fino a non molto tempo fa si
sarebbe detto: forma ad una
funzione.
Credo che ormai nel concetto
che sta alla base della genesi di
un prodotto, alla funzione si
siano accostati parecchi altri
vocaboli. Poetica, tecnologia,
sensorialità, comunicazione,
citazione, mercato e altro sono
aspetti presenti e spesso
sorprendenti.
Le priorità, nella sequenza di
questi vocaboli, dipendono
dalla cultura progettuale del
richieste più o meno fasulle del mercato. È sempre, comunque, un’arma
a doppio taglio. C’è, nel mercato, una buona dose di cinismo e impietosità che non guarda in faccia nessuno.
designer e dalla sensibilità del
committente.
Con la fine dell’International
Style e l’avvento delle
“tendenze”, la frammentazione
stilistica dei prodotti ha reso
sempre più difficile definire il
design con una frase lapidaria
conclusa. Anche se ci ho
provato, sento che manca qualcosa. Per esempio, una chiave
per una lettura critica che aiuti
a distinguere tra la genericità
prodotta dal facile uso delle
nuove tecnologie e una solida
cultura di progetto.
L’inflazione dell’uso della parola
design porta il grande pubblico
di consumatori a definire così
tutto ciò che non è “in stile”.
Il risultato perverso è la nascita
di un “stile design” come lo
“stile Biedermeier” o lo “stile
Chippendale”.
Forse, l’unica cosa di cui bisognerebbe essere tutti consapevoli è che il design non è uno
stile.
Gregorietti: “Cosa c'è di più piacevole e gratificante del superfluo?”
ALIdesign: Qual’è a suo avviso la gratificazione maggiore che può
ricevere un designer?
Gregorietti: Guadagnare una quantità abnorme di denaro. Potrebbe
sembrare un’affermazione violentemente prosaica, ma, è evidente,
che non c’è guadagno se un progetto non raggiunge alti livelli di
diffusione e quindi di accettazione da parte del pubblico e quindi
di notorietà.
Posso fare un esempio personale che però contraddice la prima affermazione. Mi è capitato, lavorando per il gruppo Motta negli anni
‘70, di disegnare il contenitore della “Coppa del nonno”. Nella sua
semplicità, questo progetto ha richiesto la soluzione di problemi
non indifferenti legati alla produzione altamente industrializzata,
all’economicità e all’ergonomia dell’oggetto. Praticamente nessuno
sa chi è l’autore del progetto e il mio guadagno si è perso nei meandri di una generica consulenza. Nonostante questo credo di non
essere mai stato così fiero di un progetto che, tranne qualche lieve
aggiustaggio, è rimasto immutato nel tempo e che ha raggiunto dei
numeri di produzione che faccio molta fatica a ipotizzare.
Tecno, De Padova, Molteni, Alias,
Schiffini. Dalla metà degli anni ‘60
per dieci anni è stato consulente per
l’immagine dei grandi magazzini La
Rinascente ottenendo per tre anni
consecutivi premi dell’Art Directors
Club.
Da 22 anni è responsabile della
grafica e della comunicazione
pubblicitaria del gruppo PRENATAL. Dal 1989 é consulente di
UNITED
COLORS
OF
BENETTON di cui ha curato
l’immagine grafica: pubblicità, cataloghi, bilanci ecc. e la progettazione
delle grandi mostre della comunicazione Benetton nel mondo. È
attualmente coordinatore dell’ufficio grafico con sede a FABRICA,
centro di ricerca sulla comunicazione.
Nel campo dell’editoria ha collaborato con Sansoni, Emme
Edizioni, Milano Libri Edizioni.
Per cinque anni art director del
gruppo Bompiani-Sonzogno-Etas
Libri. Per sei anni art director della
Feltrinelli Editore, di cui ha rifatto
ex novo l’immagine editoriale. Nel
campo dei periodoci ha impostato
la grafica delle riviste: Linus, Corto
Maltese, Capital, AutoCapital.
Dal 1973 al 1992 è stato art director della rivista Casa Vogue e dal
1969 al 1988 della rivista
Ottagono per la quale ha ottenuto
il premio “Compasso d’oro” nel
1979. Ha curato l’immagine coor-
ALIdesign: In un periodo in cui il villaggio globale è la prospettiva futura,
i dialetti si perdono per lasciare il posto al bilinguismo lingua locale/inglese,
ha ancora senso parlare di design italiano?
Gregorietti: Prima di dire che il villaggio globale è la prospettiva
futura credo che bisognerebbe capire bene quale villaggio. Il Global
Village degli anni ‘70, basato sul colonialismo di una cultura ritenuta
egemone, ha mostrato velocemente tutti i suoi punti deboli. Modelli
e stili, che in passato vivevano nell’affascinante lontananza dell’esotismo e dell’etnologia, oggi si affollano in una contemporaneità dominata dai mezzi di comunicazione. E i “pezzi” celebrati come archetipi
di design universale, riempiono le stanze dei musei e le vetrine dei
collezionisti. Il villaggio globale che ci si presenta adesso è più identificabile in un supermarket globale dove il bilinguismo ha una funzione
più pratica che ideologica. Se il muro di Berlino ha trascinato nel suo
crollo il concetto di ideologia ha anche acuito fondamentalismi e
particolarismi.
Quindi credo che non si possa affermare che il design italiano sia
scomparso a causa della “globalizzazione”, perché, probabilmente,
non è mai esistito.
Penso che il design sia più un fatto individuale che nazionale. Certo,
nella cultura di ogni designer c’è una parte legata al paese d’origine,
ma stiamo parlando di design e non di artigianato e i designer dovrebbero essere, almeno idealmente, cittadini del mondo, liberi di attingere da culture diverse e di proporre un proprio percorso formale e
di contenuti slegato da qualsiasi nazionalismo. Se ci sono stati periodi
in cui alcuni designer italiani si sono particolarmente affermati, questo
fa parte del gioco dei flussi e riflussi.
ALIdesign: All’affermazione: “Il design è morto”, lei come risponderebbe?
Propenderebbe per darlo per defunto e sostituito da qualcos’altro, la cui
definizione sembra sfuggevole, o lo sente ancora vitale e con lo spirito che
lo ha visto nascere circa 50 anni fa?
Gregorietti: Se ci si riappropria del significato della parola design
come disciplina progettuale e non come esercizio di stile, credo che
sia tutt’altro che morto. La progettazione, negli ultimi decenni, ha
usufruito di una evolzione delle tecnologie impressionante. Sia negli
strumenti in mano al designer, sia nei materiali e nei processi produttivi. Questa evoluzione ha generato, sicuramente, nuovi stimoli e
ALIdesign: Cosa ne pensa della necessità di scoprire nuovi e antichi bisogni
al fine di ridare l’identità agli oggetti che ci circondano?
Gregorietti: L’identità di un oggetto è un tema molto dibattuto e
controverso. Quando si può dire che un oggetto possiede un’identità? Quando comunica esplicitamente la sua funzione? Quando le
sue qualità formali dichiarano la sua appartenenza ad una certa
tendenza progettuale? Quando i colori e i materiali gratificano la
sensorialità del consumatore? Anche in questo caso non credo sia
possibile arrivare ad una definizione che accontenti tutti. E neanche
penso che l’identità di un oggetto possa essere legata al fatto che esso
personalizzi nuovi o antichi bisogni. I nuovi bisogni vengono generati da chi gestisce da una parte i trend della moda e dall’altra l’evoluzione tecnologica. Spesso gli oggetti che rappresentano i nuovi bisogni hanno un’identità indefinibile perché sono oggetti senza storia e
la loro identità se la creano sul campo. Gli antichi bisogni, come
dice la parola stessa, sono antichi e quindi noti. Gli oggetti appartenenti a questo mondo più che scoperti possono essere rivisitati, forse
non tanto per ritrovarne l’identità quanto per costruirne una nuova
legata all’uso di nuove tecnologie o poetiche progettuali che consentano il loro inserimento nella contemporaneità.
E che dire dei non bisogni?
dinata per: Istituto Bancario
Sanpaolo di Torino, Banca di
Trento e Bolzano, Banca del Monte
di Bologna, Confindustria, Abeille
Assicurazioni e l’immagine della
Biennale di Venezia negli anni dal
‘68 al ‘72 e dell’ENTE BIENNALE DI VENEZIA nel ‘73/’74.
Dal 1980 al 1986 è statodocente
di progettazione grafica all’Accademia di Belle Arti di Carrara e ha
tenuto corsi di progettazione
all’Istituto Europeo di Design.
Ha pubblicato presso la casa
editrice Feltrinelli il libro “La forma
della scrittura”.
anche un diverso approccio al progetto. Il problema più evidente,
soprattutto per le nuove generazioni, è la difficoltà nel gestire correttamente le nuove tecnologie ed evitare di essere, da queste, gestiti.
Nello spirito che anima un nuovo progetto dovrebbe esserci anche
la sfida per non consentire, alla macchina, di condizionare o di interrompere il flusso cervello-mano. Da un certo punto di vista, per affrontare in modo corretto la violenza delle novità, credo che si debba
agire con un atteggiamento neopioneristico: curiosità e attenta e
consapevole indagine.
ALIdesign: Quando un designer maturo raggiunge il culmine della propria
notorietà può permettersi di proporre qualsiasi cosa, anche la più demenziale, perchè sa che sarà comunque esaltata. Crede che questa affermazione sia vera o dubita che un noto designer possa permettersi di sfruttare
e giocare con la propria notorietà?
Gregorietti: Non c’è dubbio che il successo possa produrre effetti
perversi su chiunque, non solo nel campo del design. Credo, però, che
ci sia, alla base, un problema di attitudine, di comportamento che
appartiene alla sfera caratteriale del designer.
Se il percorso professionale di un progettista ha, come una delle
componenti, la provocazione, l’ironia, la sfida, è piuttosto facile che,
una volta arrivati al successo, ci sia la voglia di verificare quale sia il
punto di rottura della propria credibilità. Questo può avvenire coscientemente o per un abbrivio, difficilmente controllabile, generato da
ALIdesign: Pensa che la cultura del prodotto ecocompatibile sia seriamente
presa in considerazione dalle aziende? Sprattutto, secondo lei, quale tipo di
azienda può permettersi una politica siffatta in termini finanziari e di risorse
interne? La sfida può esere italiana o la frammentazione particellare delle
nostre unità produttive non lascia molto spazio alla speranza?
Gregorietti: Questo è un campo intensamente minato. Penso che per
diventare veramente e seriamente ecocompatibili dovremmo interrompere all’istante qualsiasi tipo di produzione e ricominciare tutto
da zero o quasi. È ovvio che questo non è possibile. Allora tutto quello
si può fare e cercare di limitare i danni. E anche questo è estremamente problematico. Ancora oggi, nonostante la ricerca abbia fatto
qualche passo, nel momento in cui si pensa di produrre con materiali la cui origine o il cui smaltimento non sia aggressivo per l’ambiente, non sempre si ottengono risultati accettabili e i costi lievitano in modo impressionante. Problema vero? Falso problema gestito
dalle lobby dei materiali tradizionali? Forse la causa è il ritardo cosmico
con cui questo tema è stato affrontato. So, anche per esperienza
diretta, che molte aziende, nei settori più disparati, hanno fatto e
stanno facendo esperimenti. Poco su prodotti leader, di più su prodotti
a piccola diffusione. La logica dell’economia di mercato è sempre
vincente e limitare i rischi è un must per tutti. Per non parlare dello
sfruttamento, a livello comunicazione, del concetto di ecocompatibilità su prodotti che, in quel senso, sono delle vere bufale. Al di là
della frammentazione produttiva, non credo che la sfida possa essere
solo italiana. Dovrebbe essere mondiale o, quanto meno, europea.
Non ho grandi speranze.
ALIdesign: Dal lato della provocazione: serve ancora lo sforzo progettuale nei confronti di alcune categorie merceologiche che hanno fatto la
cosiddetta “Storia del Design”? Se sì, non crede che sia solo per un vacuo
e dannoso aspetto commerciale? Se no, non crede che sarebbe ora di dire
no alle inutilità?
Gregorietti: Se pensiamo all’evoluzione che c’è stata, in relativamente poco tempo, dall’abat-jour ai led luminosi e quanto questo tipo
di evoluzione possa influenzare l’approccio progettuale e quindi il
risultato finale, credo che non esista oggetto per il quale non ci sia
la possibilità di una rivisitazione tecnico-formale. Ovviamente non
è solo la tecnologia a provocare nuovi stimoli. Gli stili di vita, il
costume, le mode e le tendenze si modificano rapidamente e la tirannia progettuale legata all’oggetto-funzione ha sempre meno senso.
L’aspetto commerciale è vacuo e dannoso solo quando diventa l’unica
e forzata spinta ai cambiamenti. Credo, tuttavia, che se non ci fosse
anche l’aspetto commerciale, il mestiere del designer, perderebbe
completamente senso.
Per chi e per cosa dovremmo progettare? Per mettere le nostre operine
in un museo o in una galleria d’arte? Per quanto riguarda le inutilità,
dal lato della provocazione mi chiedo: cosa c’è di più piacevole e
gratificante del superfluo?
Salvatore Gregorietti
pagina 7 - numero 03 - ottobre 2002
pagina 8 - numero 03 - ottobre 2002
Questa volta pubblichiamo quella di:
Alberto Cei
Pubblicazione periodica
rientrante nello scopo
dell’Associazione
Diretta da
Davide Hubert Perone
Di volta in volta le migliori lattine pervenuteci
Progetto grafico
e impaginazione
Alberto Cei
Hanno collaborato
a questo numero:
Davide Hubert Perone
Interventi di:
Salvatore Gregorietti
Giancarlo Iliprandi
Sabina Pangrazi
Ringraziamenti:
Dario Moretti
Touring Club Italiano
Stampa
SIE spa
Via Missioni Africane, 17
38100 Trento (TN)
...Immaginate un luogo dove poter parlare di design, dove
potersi confrontare con altri colleghi della stessa nazione ma distanti geograficamente,
dove poter condividere esperienze, ma anche poter trovare risposte ai quesiti
che senz'altro affollano la vostra mente di creativi.
Un luogo dove sia possibile confrontarsi con chi di design vive ma anche con chi non necessariamente si
trova a progettarlo, ma lo sente proprio.
Un luogo dove poter costruire una associazione pi˘ solida che pesi di pi˘ e possa venire incontro alle
vostre esigenze pi˘ pratiche offrendovi un servizio pi˘ consono...
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03
Ottobre 2002
Sommario
L’Editoriale:
Il design è morto?
Se è vivo non è certo
in buona salute
Le interviste:
Francesco Filippi:
“Il design è come la teoria
delle superfici minime”
Luca Gafforio:
“Parecchio design è molto
meglio regalarlo che
possederlo”
Bob Noorda.
Il fondatore della Corporate
Identity in Italia
Silvano Coletti:
“L’economia al servizio dell’ambiente”
Anty Pansera:
“Il design è una cosa
troppo seria per lasciarla
ai designer”
Il design è morto?
Se è vivo non è certo
in buona salute
Pensieri pessimisti sul mondo del progetto.
Controeditoriale. Parola che
suona un po’ scomoda: perché fa
da contrappunto all’editoriale
della prima copertina e anche
perchè è contro.
Contro che cosa? La risposta è
ovvia dopo aver letto parte delle
interviste e delle introduzioni
alle stesse. Ho io il compito di
introdurvi a quella che inizialmente era pensata come la faccia
oscura del giornale, che raccoglieva gli interventi di coloro che
dicevano senza tema alcuna: “Il
design è morto”.
In realtà nessuno si è espresso
con chiarezza in tale punto,ma
l’idea di contrappuntare è rimasta.
Bene, iniziamo senza indugio e
caliamoci nel vortice.
Consideriamo per un momento
il mondo della produzione di
oggetti. Quanti di questi
vengono prodotti come cloni,
riedizioni forzate e forzose di
archetipi già esistenti? Quante
energie mentali, fisiche, psichiche e quante risorse ambientali
vengono sprecate in questo
tentativo di innovare per
rapporti incrementali minimi?
La struttura produttiva e progettuale è oggigiorno talmente
aderente alle innovazioni tecnologiche che queste, appena si
profilano, escono dal campo
della ricerca applicata e vengono
commercializzate,
vengono
assorbite in modo istantaneo dal
comparto produttivo affamato di
novità e di spunti di differenziazione. Da un lato ciò porta ad
una introduzione reale e veloce
delle innovazioni tecnologiche
(quando queste vengono viste
come tali ed implementabili
perché vediamo decine di innovazioni tecnologiche assolutamente rivoluzionarie tenute ai
margini della coscienza progettuale e produttiva), ma porta
altresì ad avere un effetto collaterale.
L’introduzione è così rapida che
se ne perde il controllo. Non si
capisce più cosa sia lecito o meno
fare. Il gioco del progetto è oggi
quello di rendere fattibile ciò che
ieri era infattibile dal solo punto
di vista della liceità etica.
Un parallelo illuminante viene
dal mondo della pubblicità:
rammento un episodio che sentii
tempo fa. Negli anni ‘60, prima
era della televisione italiana, uno
dei programmi più seguiti,
trasmise una coreografia del
corpo di ballo femminile in cui
le calze delle danzatrici erano
“color carne”. All’indomani ci fu
una polemica infuocata, negli
organismi di controllo della televisione pubblica, per il semplice
fatto che, visto in bianco e nero,
il balletto era sembrato ai telespettatori eseguito da ballerine
con le gambe scoperte. Evito di
rammentarvi come siano oggi le
figure femminili proposte anche
solo dagli spot televisivi.
Bene consideriamo solo per un
momento cosa sia stato definito
“di design” negli ultimi anni. Io
rammento volentieri il caso di
Alessi, tanto per non fare nomi.
Intere famiglie di prodotti
venduti come gadget, come
l’inutile del superfluo. Con tutto
il rispetto che posso avere per le
scelte commerciali di una
azienda leader nel settore della
lavorazione dell’acciaio, penso
che definire design certe cose, sia
del tutto fuorviante.
Design oggi deve tornare a significare la punta ultima della
cultura materiale, innovazione
tecnologica estrema, ma soprat-
tutto eticità e rappresentazione
dei più alti valori della nostra
cultura materiale e non.
Quello che viene fatto con altri
intenti non dovrebbe essere
considerato tale. Altrimenti ha
ragione Gafforio quando dice
che parecchio design è meglio
regalarlo che riceverlo.
Con buona pace di chi disegnò
per migliorare la vita di tutti.
La responsabilità della produzione deve essere ripresa e accettata anche da chi prende decisioni progettuali definitive.
Uno dei nostri maggiori critici
del design che abbiamo intervistato, evita, ma non certo per
mancanza di competenza, di
toccare l’argomento e alla
domanda precisa: “Serve ancora
progettare…”, utilizza, emblematicamente, una sintassi futura
e condizionale. Segno che molto
di ciò che viene realizzato oggi
ha il senso della inutilità totale,
del gioco poco istruttivo.
Il sistema non ha più, come
motore, la ricerca, ma il sistema
stesso. La mortale autoreferenzialità: la nemesi delle strutture
di pensiero più evolute è qui e
presente. Prova ne è che lo scontento è strisciante e la produzione è oggi vista come ineluttabilmente necessaria: una risposta data come migliore di altre.
Ma lo è veramente? L’atmosfera
è quella della calma prima della
tempesta in cui i passanti non
osano alzare gli occhi al cielo per
non avere conferma di quello
che sentono arrivare con i tuoni
lontani.
Il design sempre definito anarchico è oggi puro strumento del
sistema che ha creato e ne perpetra gli schemi perversi in modo
acritico, povero di soluzioni e di
soddisfazioni.
Oggi, di fatto è anarchico solo di
nome e l’unico effetto destabilizzante che può avere è quello
di far esplodere, per la troppa
autoreferenzialità, il suo substrato di supporto.
Ed è sufficiente parlare con gli
espositori al tanto decantato
Salone Internazionale del Mobile
di Milano per accorgersene. Non
fermatevi alle riviste di settore
o, peggio ancora, alle comunicazioni ufficiale delle imprese:
andate a parlare con chi il design
lo vende e lo compra (o
dovrebbe farlo).
Con gli agenti, e gli stessi
imprenditori che, a telecamere
spente, vi diranno cose di tutt’altra risma.
Il design, quindi, oggi ha perso,
a mio giudizio, tutta la possibilità che aveva in passato, di dare
segnali positivi. Questo perché
il miglioramento della qualità
della vita oggi si ha agendo su
fattori a tale macroscala che il
singolo prodottino, pur intelligente ,ben fatto ed innovativo,
non riesce a raggiungere.
Oggi le esigenze vere ed ultime
della gente sono altre.
Basta, quindi, allo spettacolo, al
mondo “falsamente” dorato,
all’autoreferenzialità: il design è
oggi di fronte alla propria distruzione e non fa nulla se non quella
di compiacersi di come è ed è
stato.
Dimenticando soprattutto, come
indicano alcune interviste, che
ciò che è stato, è stato per sentimento della crisi e dell’etica.
Il design senza etica e senza principi morali è strumento del
marketing e quindi della falsità
ideologica della società dei
consumi. Il design è morto?
Davide Hubert Perone
Paragonerei il design alla teoria
delle superfici minime.
Immergete una forma geometrica come un anello o un cubo
formato solo da lati, in un
vaschetta piena di acqua saponata.
Quello che ne uscirà sarà un
anello con una superficie piana
e un telaio cubico tra i lati del
quale si saranno formati dei veli
intrecciati di acqua saponata
che hanno la proprietà di avere
superfici minime rispetto a
tutte quelle possibili, in modo
che l’energia che le forma e le
mantiene sia quella minima.
Francesco Filippi
Francesco Filippi nasce a Milano
nel 1956 dove vive e lavora.
Fondatore della KREO srl progetta
e produce dal 1993, con il marchio
ONIRIS, oggetti che ama definire
di “design emozionale” grazie alla
forte carica emotiva che tali progetti
suscitano nel pubblico. Ingegnere
meccanico, Master in Business
Administration, scultore, progettista e designer è da sempre attratto
da progetti contaminati da processi
di comunicazione differenti come
cinema, pubblicità, moda, arte e
design.
Oggetti sperimentali, contaminati,
che ben rispondono allo stato di
continua trasformazione e mutazione delle cose e degli eventi. Nella
sua carriera consegue un grande
numero di premi di design e riconoscimenti, essendo i suoi progetti
esposti in vari musei e gallerie di
arte moderna nel mondo. Nasce
così nel 1988 EOS il primo mobile
rotondo mobile nel mondo del
design, che rappresenta l’universo
e la terra insieme ai suoi elementi:
il cielo e il mare. Nel 1991 viene
progettata e prodotta la forbice
rotonda CUTFISH per destri e per
mancini presente al “Design
Museum of London”, al “Museo
delle Lame” a Solingen e in altri
musei di design e di arte moderna
nel mondo, nota per la particolarità della sua forma e del suo
packaging irriverente. Seguono:
MARECAPOVOLTO (1991)
divano meccanico a forma di onda
che riproduce i movimenti del mare;
WINBUSTER (1992) ventilatore
rotondo mobile; GIROGIROTONDO (1992) gioco di grandi
dimensioni per parchi in polipropilene per bambini; BOLLICINA
(1994) sapone galleggiante; PESCI
(1995) coltello a lama retrattile;
PROVO A VOLARE (1996)
taglia uovo a forma di uccellino;
SPECCHIO DI BIANCANEVE
(2000) specchio olografico a due
lati con l’ologramma di un viso di
una giovane donna; SKYCUBES
(2001) piccola scultura cubica
scomponibile in legno. Alla base del
suo lavoro emerge prepotentemente
l’invenzione come motore primario
dei suoi oggetti sia di design che
d’arte.
Affascinato dal movimento, in
quanto anima delle cose, è naturalmente portato a progettare
oggetti e sculture mobili che incantano l’osservatore, sottolineandone
la presenza di vita. Nel 2002 apre
i siti www.oniris.it (design) e
www.francescofilippi.it (arte). È
pubblicato sui libri di design: “50
PPROGETTI”, “50 LETTI”; e su
molti magazine di design e tecnologie dei materiali come:
DOMUS, MODO,
OTTAGONO, INTERNI,
L’ARCA, AREA, ABITARE,
XOFFICE, DDN, GB
PROGETTI, CASA VOGUE,
PROGETTARE, MATERIE
PLASTICHE, ACCIAIO
INOSSIDABILE, GAP CASA,
FASCICOLO.
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 10 - numero 03 - ottobre 2002
Il design è:
tale affermazione abbia o abbia avuto dei riscontri plausibili nella realtà commerciale, o dubita che un noto designer possa permettersi di sfruttare e giocare con la propria notorietà?
Questo dovrebbe essere il
design: un equilibrio di forme
e di contenuti che esiste come
inconscio collettivo nell’aria
che respiriamo, che si adatta
alle esigenze che di volta in
volta esprimiamo e che solo
pochi riescono a tradurre in
oggetti assoluti.
A questo non dobbiamo
aggiungere niente. Il resto sono
solo errori compiuti da noi:
troppe righe, troppe ombre,
pochi simboli, materiali
sbagliati, un segno troppo artistico o troppo tecnico, scolpi-
ture eccessive, volumi non
equilibrati o problemi di costi.
Siamo alla fine noi che,
fruendo dell’oggetto con le
nostre isterie e i nostri dubbi,
conduciamo la produzione di
prodotti che forse non
andranno bene a tutti.
Siamo ancora noi che adoriamo
artisti famosi anche quando
fanno qualcosa di mal riuscito
o forse non ce ne accorgiamo
perché affetti da Sindrome di
Stendhal. Ma questo è normale
perdonare una persona geniale
anche se qualche volta sbaglia.
Filippi: “Il design è come la teoria
delle superfici minime”
Filippi: Non si possono fare sempre opere d’arte. Bisognerebbe avere
il coraggio di buttare via le cose venute male. A volte non si può per
ragioni di tempo, a volte dipende dai costi. Può non essere colpa del
progettista che un prodotto esca male. È certo più difficile criticare
un designer bravo per i successi acquisiti quando questo sbaglia. Siamo
noi che decretiamo il successo di un prodotto con la nostra capacità
critica. Ma siamo sicuri che non è influenzata dalla pubblicità? E poi
siamo tutti diversi con possibilità economiche e gusti diversi.
È anche vero che sono i prodotti che creano tendenza. A forza di
vedere oggetti normali può essere difficile accettare un prodotto molto
designizzato ma è anche vero il contrario. Vivremmo oggi in una casa
dell’800 o guideremmo un macchina di inizio secolo?
ALIdesign: Pensa che la cultura del prodotto ecocompatibile sia seriamente
presa in considerazione dalle aziende? Soprattutto , secondo Lei, quale tipo di
azienda potrebbe permettersi una politica siffatta?
Filippi: Anche qui dipende dal prodotto e da quello che deve fare.
Sollecitazioni e prestazioni particolari, come la scelta dei materiali
impediscono al prodotto di essere ecocompatibile. Quante industrie
si possono permettere di progettare un’auto riciclabile?
ALIdesign: La qualità percepita di un prodotto industriale, da parte del possibile acquirente, in quale aspetto è oggi riscontrabile? Nel livello tecnologico,
nell’inususalità dell’impiego del materiale o, invece, nella semplicità d’uso?
Filippi: La qualità del prodotto è riscontrabile a diversi livelli percettivi. Inizialmente da come è disegnato e da quanto costa ma subito
dopo deve essere confortato dai materiali usati, dalla semplicità d’uso
e dalla durata.
ALIdesign: Secondo Lei: serve ancora sforzarsi a progettare alcuni oggetti
che hanno fatto la cosiddetta storia del design? Se sì non crede che sia solo per
un vacuo e dannoso aspetto commerciale?
Filippi: Spero che chi fa questo sia spinto dalla voglia di non perdere
negli anni oggetti splendidi che servono ancora e che meglio non si
potrebbero ideare. C’è però che sa fare solo questo e lo fa bene. In
più le generazioni cambiano e non tutti si accorgono che quell’oggetto è degli anni cinquanta rivisitato. Ma questo vale in tutti i campi
anche nel cinema. Rifare il film “Mission Impossible” vent’anni dopo
ha tutto un altro sapore con le tecnologie di effetti speciali di oggi.
Ma cosa uscirebbe se si volesse rifare “2002 Odissea nello Spazio”?
Non tutto è rifacibile. Alcune cose nascono assolute.
ALIdesign: Secondo Lei: il designer come lo si è sempre inteso serve ancora a qualcosa oggi?
Filippi: Il designer dovrebbe essere un condensato di equilibrio delle
forme, di conoscenze tecniche e di marketing per potere rispondere
in modo flessibile alle richieste di un mercato sempre più esigente.
ALIdesign: Dopo aver letto queste domande senz’altro avrà in testa molte
idee? Che progetto da Lei realizzato accosterebbe per associazione mentale?
Filippi: Non mi vengono in mente progetti già fatti ma progetti nuovi.
Quelli già fatti hanno un sacco di errori.
Comunque penso sempre al mio primo oggetto: la forbice rotonda
per destri e per mancini CUTFISH che nel tempo vedo ha mantenuto valori assoluti di equilibrio delle forme e inventiva, destando
sempre molto stupore in chi la vede per la prima volta.
ALIdesign: Asserire con estrema certezza che il design italiano attuale possa
essere relegato in due ben distinte correnti di pensiero: cioè di coloro i quali
sono favorevoli e di coloro i quali sono contrari alla sua essenza non è cosa
facile, ma lei da quale parte si schiererebbe? Presume che il design d’oggi possa
ancora definirsi tale o al contrario non lo è più?
ALIdesign: Se Lei dovesse spiegare in modo sintetico ad una persona “non
addetta ai lavori” chi o che cosa è il designer, in che termini si esprimerebbe?
Filippi: Ecco il solito dubbio sulla necessità di designizzare tutto o
niente e di appartenere ad uno schieramento o aderire ad una
tendenza, per degli oggetti la cui colpa è stata solo quella di avere
deciso di essere disegnati dalla mano di un designer famoso piuttosto
che di uno sconosciuto che di design non sa niente. Sì perché sono
gli oggetti che decidono la paternità del progettista o dell’esecutore
in virtù di un concetto che vede il design o l’arte che lo contraddistingue presenti nell’aria. Tutto è design anche noi siamo stati disegnati dal tempo, dall’evoluzione genetica e se guardiamo le foto di
cinquant’anni fa ce ne accorgiamo. Per gli oggetti il processo è lo
stesso. C’è qualcuno - il designer - che più di altri è sensibile alle
trasformazioni che riguardano la forma e i contenuti trasformati dal
tempo e dopo averli metabolizzati traduce questi parametri in nuove
idee. Capta, ascolta, scarta le forme già note, le dimensioni obsolete,
studia le tecnologie esistenti, le nuove microdimensioni dell’elettronica, osa per qualche forma un po’ eccessiva, sceglie colori, assorbe
le tendenze, crea ombre improbabili e alla fine shakerando tutto fa
il miracolo. Come fare ora per decidere se siano più quelli d’accordo
che quelli contro, e soprattutto chi ha ragione? Per quanto riguarda
il design siamo ancora in una fase di assestamento in cui sono convinto
che la maggioranza è per il design, forse non eccessivo e troppo vistoso,
forse non per tutti i luoghi e non per tutte le occasioni. Un albergo
totalmente designizzato è freddo, ma se introduciamo qualche
elemento classico più romantico, e qualche colore o materiale meno
tecnologici, tutto si addolcisce rispettando ritmi visivi e mentali da
cui non possiamo prescindere. Per le automobili vale lo stesso, ma
non sempre tutti possono permetterselo. Il design costa!
ALIdesign: Presume che l’oggetto industriale sia oggi spoglio dell’identità
propria per cui è stato progettato, cioè per soddisfare uno specifico bisogno, e
che, viceversa, se ne esalti eccessivamente il suo lato ludico e giocoso?
Filippi: Gli farei vedere un oggetto ad occhi chiusi facendoglielo
toccare dicendogli: “Senti e stacca il cervello per un attimo”.
Filippi: Dipende dall’oggetto. Identità propria e ludicità possono
anche coesistere. Può accadere invece che per ragioni produttive e
di costi l’oggetto finito non rispecchi l’identità con cui è stato progettato e in più non essere giocoso.
ALIdesign: Non crede che la sperimentazione dei nuovi materiali nella progettazione del prodotto industriale possa indurre molti giovani designer, spinto dall’impeto di emergere ed essere notati nel vasto mondo del design, a trascurare la funzione primaria dell’oggetto esaltando eccessivamente le peculiarità del materiale a scapito della funzionalità?
Filippi: Di solito quando si usa un nuovo materiale è perché questo
materiale aiuta a risolvere problemi funzionali e produttivi che prima
era impossibile risolvere. Chi usa il materiale fine a sé stesso fa brutta
figura.
ALIdesign: Il vasto settore della progettazione dei prodotti industriali ha raggiunto una saturazione consolidatasi negli anni riducendosi alla ri-progettazione di forme con funzioni differenti rispetto all’ispiratore?
ALIdesign: Che definizione darebbe di design?
Filippi: È sempre più difficile progettare oggetti nuovi o inventarne
di nuovi. Forse riprogettando un pezzo che ha attraversato gli anni,
questo può non avere più quelle caratteristiche che erano indispensabili vent’anni prima ma averne di nuove. A volte rimane solo l’involucro.
Filippi: Il design è quel qualcosa che è nell’aria e che solo qualcuno
è in grado di tradurre in simboli siano essi di forme, colori, materiali,
funzioni.
ALIdesign: “Quando un designer raggiunge il culmine della propria notorietà può permettersi di proporre qualsiasi cosa, anche la più demenziale, che
ne verrà ugualmente esaltato il pregio e l’eleganza progettuale”. Crede che
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 11 - numero 03 - ottobre 2002
Il design è:
È necessaria una premessa:
definire il design, come disciplina univoca, è impossibile.
Non lo è né in termini d’approccio teorico, né di precisi
ambiti d’attività e difatti, nel
tempo, si sono andate affermando, in seguito trasformandosi e specializzandosi, un gran
numero di distinzioni possibili
più o meno in reciproca correlazione. Product e industrial
design, design primario, dei
materiali, dei servizi, dell’arredo urbano; interior design,
fashion design, interaction
design, car design; graphic e web
design, design della comunica-
zione, CAD e digital design…
per arrivare al design strategico,
tanto ideale quanto teorica
chiusura del cerchio con quell’industria che da sempre, nel
bene e nel male, è il partner
pragmatico e irrinunciabile del
“fare design” così come, d’altra
parte, per molto tempo il design
è stato inteso quale anima
critica del sistema economicoindustriale.
Ora, è innegabile che questa
parola, ormai vuota di un vero
significato, si sia trasformata in
una specie di joker linguistico:
tutti “fanno design”, dalle
grandi, organizzate design facto-
ries, d’origine soprattutto
americana e molto business
oriented, in cui coesistono
ingegneri, designer ed esperti di
marketing, attraverso i teorici
della filosofia del progetto industriale alla ricerca dei dogmi
perduti, fino ai microscopici
studi di progettazione tecnica
che offrono servizi di “design”
quale generico “stile di
prodotto”, solitamente carrozzerie, pelli superficiali. In molti
di questi casi il rischio è quello
di produrre “fiction design”, un
design anodino, simulacro e
caricatura di se stesso. La fine,
insomma.
Gafforio: “Parecchio design è molto meglio regalarlo
che possederlo”
“Fortune”, mostrava il presidente di un consiglio d’amministrazione
di una fabbrica di dolci affermare: “Gentlemen, I am convinced that
our next new biscuit must be styled by Norman Bel Geddes”. Una
divertente esagerazione? Un paradosso? Nella realtà Bel Geddes
non ha mai disegnato dolci, tuttavia Giugiaro, negli anni ‘80, ha disegnato la Marilla, un tipo di pasta per la Voiello, che per molti motivi
considero uno dei punti più controversi della storia del design italiano.
ALIdesign: Per un momento allontaniamoci dalle formalità e dalle definizioni da biblioteca: all’uomo della strada che chiedesse spiegazioni, come
definirebbe il “design”?
Luca Gafforio
Architetto e Master in Fashion
Design alla Domus Academy di
Milano, vanta numerose esperienze
sia didattiche e di formazione sia
professionali, in particolare come
designer e consulente aziendale a
proposito di beni di consumo.
È partner in imprese di produzione
Personalmente non ho risposte
e definizioni, tuttavia sono
convinto che la chiave contemporanea e proiettiva risieda (e
nella sostanza abbia sempre
risieduto) nella capacità del
designer di “dirigere il
progetto”, dunque in un
approccio
propositivo
e
fattuale, inevitabilmente non
solo connesso al mondo degli
oggetti. In questo senso credo
che i più grandi designer potenziali siano in realtà imprenditori senza un sistema produttivo alle spalle e partner paritetici con chi detiene le altre
chiavi del sistema economico
e servizi tecnologici, essenzialmente
connessi all’ideazione e alla realizzazione di progetti innovativi.
Tra gli altri, ha collaborato per la
CEE, per il governo coreano
(KOTRA), il governo taiwanese
(CETRA) e per i distretti industriali di Fukui e Gifu (Giappone).
ALIdesign: In un periodo in cui il villaggio globale è la prospettiva futura,
i dialetti si perdono per lasciare posto al bilinguismo lingua locale/inglese,
ha ancora senso parlare di design italiano?
Gafforio: Non v’è dubbio che un particolare modo d’intendere il
design può essere così definito, come d’altra parte si possono identificare, storicamente, diverse scuole di pensiero e approcci progettuali.
Quello che noi intendiamo per design italiano d’alto livello, e che
tende a sovrapporsi all’idea del Made in Italy, ha la propria forza, e
al tempo medesimo il limite, nell’essere patrimonio di specifici settori
industriali, a basso contenuto di tecnologia e, peraltro, sempre gli
stessi da molti anni. Inevitabilmente, oggi, molto design “italiano”
appartiene al lavoro di designers internazionali, o quanto meno fa
parte del loro modus progettuale, così come altre esperienze hanno
contaminato la scuola italiana. Non mi spaventa l’idea di un neolinguaggio internazionale, anche se alcune peculiarità potrebbero e
dovrebbero essere mantenute. Non dipenderà da noi, comunque. Un
esempio, tanto per cambiare al di fuori dei soliti circuiti di riferimento:
uno dei maggiori successi mondiali di design italiano degli ultimi anni
è rappresentato dalla Ducati, storico marchio di motociclette. Bene,
la Ducati è sì materialmente assemblata in Italia -almeno per ora- ma
appartiene ad una finanziaria americana e il responsabile del design
è francese. E questo è un esempio semplice.
ALIdesign: All’affermazione: “ Il design è morto”, Lei come risponderebbe? Propenderebbe per darlo per defunto e sostituito da qualcos’altro,
la cui definizione sembra sfuggevole, o lo sente ancora vitale e con lo spirito
che lo ha visto nascere circa 50 anni fa?
Gafforio: Ne abbiamo già parlato, credo che il design non possa essere
morto esattamente perché è non-definibile, e qualunque cosa sia ha
dimostrato grandi capacità d’adattamento. Io confido su questa caratteristica -non secondaria e molto utile oggigiorno- per pronosticargli una lunga vita, anche se non so quanto felice e degna di essere
vissuta. A proposito, per quale motivo la nascita è fatta risalire a 50
anni fa? Sia pure considerando la prima edizione del Compasso d’Oro
come una specie di pietra miliare, l’esperienza italiana va necessariamente posta in relazione con quanto è successo in precedenza…
se è vero che dagli anni ‘50 in poi il mondo occidentale si è andato
strutturando così com’è ora, anche il periodo precedente è stato fondamentale e di grande interesse. L’esperienza americana tra le due
guerre, di solito poco considerata almeno nel confronto con la contemporanea cultura europea (e archiviata con un definitorio “i maghi
dell’estetica”, riferendosi al temperamatite aerodinamico di Loewy),
ha posto alcune delle premesse del punto d’arrivo attuale del design
“estetico”. Con curiose dimostrazioni: nel 1932 una vignetta satirica
di Kemp Starret pubblicata da “The New Yorker” e poi ripresa da
Gafforio: Un uomo della strada dell’opulento Occidente, immagino…, a costui, per semplicità, parlerei di una precisa tipologia d’oggetti, i più visibili e a lui probabilmente ben noti nel panorama
complessivo, e cioè i prodotti “design oriented”, quelli ad alto contenuto di cultura progettuale, distribuiti da marchi di consolidato prestigio e molto ben comunicati al volgo. Dunque, gli racconterei che
sono “meta-oggetti”, quindi ben più che semplici pezzi di plastica
e/o metallo, ideati grazie ad una disciplina esoterica, la cui conoscenza
e pratica è riservata ad eletti fortemente motivati e convinti della
propria missione, che è quella di ri-pensare aggeggi d’uso comune.
In alcuni casi queste rivisitazioni rendono difficili operazioni in precedenza molto semplici ma, d’altra parte, risolvono brillantemente il
problema di regali per inviti a cena e per il matrimonio di amici,
soprattutto nei casi in cui si vuole passare, senza rischi, per gente
raffinata. Dal che si evince, per inciso, che parecchio “design” è molto
meglio regalarlo che possederlo.
ALIdesign: Nell’epoca della multidisciplinarietà il modus operandi progettuale è stato condiviso con i settori più disparati, tanto che oggi tutto può
essere considerato progettato, pensato, estetizzato. Tuttavia, cosa, a Suo
parere, non può essere detto “design”?
industriale: marchi, distribuzione, comunicazione, produzione. Produzione che per
inciso non sembra più così
importante, risiedendo il nuovo
Capitale non in beni oppure
denaro, ma in idee e nella capacità di realizzarle (secondo le
proporzioni di Edison) e soprattutto nel saper gestire la
complessità. Parafrasando e
ribaltando la famosa frase di
J.F.Kennedy: non chiediamoci
più cosa possiamo fare per le
aziende, cerchiamo di capire
cosa possono fare loro per
noi….
tazioni tecnologiche, laddove è possibile, oppure con innovazioni
produttive, distributive, di comunicazione. Insomma di gestione d’impresa. Dobbiamo renderci conto che non tutto ruota intorno al design
e ai prodotti fisici, anche se ci piace pensarlo.
ALIdesign: Pensa che la cultura del prodotto ecocompatibile sia seriamente presa in considerazione dalle aziende? Soprattutto, secondo Lei,
quale tipo d’azienda può permettersi una politica siffatta in termini finanziari e di risorse interne? La sfida può essere italiana o la frammentazione
particellare delle nostre unità produttive non lascia molto spazio alla
speranza?
Gafforio: Il sistema economico-industriale, quello vero, affronterà
quest’argomento con la necessaria determinazione solo quando non
potrà farne a meno, il che significa quando sarà obbligato da fattori
esterni non disattendibili. Per esempio leggi e regolamentazioni necessariamente a livello mondiale- non evitabili con produzioni in
aree geografiche accondiscendenti. Oppure a causa di precise e ferme
richieste a valle, da parte del pubblico. Solo a quel punto la “cultura
del prodotto ecocompatibile” entrerà far parte del modus operandi
complessivo, trasformandosi in un vantaggio competitivo.
ALIdesign: Quale progetto da lei realizzato sintetizza maggiormente, o
comunque rende visibile ai più, i “principi” del design?
Gafforio: In termini di “progetto”, dunque non di prodotto, le cose
che più mi hanno dato soddisfazione sono attività quasi impossibili
da definire. Hanno a che fare con l’organizzazione e la gestione delle
conoscenze quale connessione tra aziende, marchi e nuove opportunità di mercato.
ALIdesign: Quale oggetto studiato da un suo collega avrebbe voluto progettare lei? Perché?
Gafforio: Sempre se si parla d’oggetti e funzioni, la tecnologia realmente utile, quella che fa funzionare le cose e migliora la nostra
vita, spesso nascosta sotto involucri temporaneamente considerati
“belli”.
Gafforio: Se parliamo di “oggetti”, la linea Bombo di Stefano
Giovannoni per Magis. È una delle icone del nostro tempo e, con un
po’ di fortuna, sarà uno dei classici del futuro. Che altro pretendere
da una sediolina di plastica?
ALIdesign: Che differenza c’è tra il giovane designer degli anni ‘60 e il
giovane designer del 3° millennio? Esiste ancora qualcosa da innovare?
Lo spirito che animava i primi designer sarebbe oggi anacronistico?
ALIdesign: Al Salone Internazionale del Mobile di Milano ed in qualsiasi altra fiera dei prodotti di largo consumo si parla di design, le aziende
si riempiono la bocca con tale parola. Cosa è prodotto di “design”, secondo
Lei?
Gafforio: La differenza risiede nella complessità delle variabili in
gioco, nella capacità di gestire queste incognite e nella propria convinzione del ruolo del design. Negli anni ‘60 e ‘70 molte cose erano agli
inizi, l’entusiasmo derivava da questa consapevolezza e dal ruolo culturalmente critico, nei confronti dell’etica industriale e del consumo.
Semmai l’errore è stato nel non capire che nessuna operazione di
design, per quanto intelligente, poteva salvare dal fallimento la
Brionvega oppure l’Olivetti, non era la qualità ergonomia o la raffinatezza formale degli oggetti in discussione, ma la loro tecnologia, e
anziché accettare questa sfida molti settori sono stati semplicemente
abbandonati, a parte attività secondarie sulle interfacce uomomacchina. Un esempio molto chiaro è avvenuto nell’automobile,
che ha specializzato il proprio design nella direzione dello stile di
prodotto. Eppure è stato un designer, Mario Bellini, che con l’automobile Kar-a-Sutra, ha anticipato di quindici anni le tendenze di quel
mondo.
ALIdesign: Quando un designer maturo raggiunge il culmine della propria
notorietà può permettersi di proporre qualsiasi cosa, anche la più demenziale, perché sa che sarà comunque esaltata. Crede che quest’affermazione
sia vera o dubita che un noto designer possa permettersi di sfruttare e
giocare con la propria notorietà?
Gafforio: Può succedere, ma sarà esaltata all’interno del “sistema
design”, dunque produrrà danni relativi. Resta una cosa in famiglia,
per così dire… per quanto assurdo, un portaombrelli non cambierà i
destini del mondo e poi, se ci preoccupiamo noi, che dovrebbero dire
gli architetti? Il Millennium Dome di Londra non puoi mica metterlo
nello sgabuzzino di casa, quando ti viene a noia, oppure riciclarlo
come regalo. “Giocare con la propria notorietà”… uno dei piaceri
dell’essere famosi, perché negarlo ad un designer? Le nuove generazioni hanno capito molto bene che il successo significa soprattutto
comunicazione di se stessi, prima che del proprio lavoro, che le regole
sono quelle dello star system e che non è indispensabile apparire come
un pensieroso demiurgo alle prese con i destini del mondo.
ALIdesign: Il vasto settore della progettazione dei prodotti industriali ha
raggiunto la cosiddetta “pace dei sensi”, riducendosi ad un continuo restyling?
Gafforio: Formalmente può darsi, anche se si dovrebbe distinguere
settore per settore. Tuttavia molto si è lavorato in profonde ri-proget-
Gafforio: Troppo spesso il valore (presunto) del “design” risiede in
un valore aggiunto teorico -una specie di business booster di rara efficacia- che permette, se riconosciuto, di vendere con alte redditività
oggetti necessari alla nostra quotidiana rappresentazione, dunque
formalmente importantissimi ma sostanzialmente inutili. Uno degli
assiomi della moda. A proposito, nel “se riconosciuto”, condizione
indispensabile perché la ruota giri, risiede e si giustifica l’insieme della
comunicazione “sul” design che ne alimenta il sistema: esperti, giornalisti, critici, biografi, premi, scuole, riviste, quest’intervista….
ALIdesign: Cosa, a suo avviso, fa percepire ad un acquirente la qualità
di un prodotto? Il livello tecnologico, l’inusualità della forma, l’impiego di
un determinato materiale o la semplicità d’uso?
Gafforio: Dipende dal settore merceologico e dal prodotto, dal suo
tasso d’utilità -simbolica o reale- dal tipo d’acquirente e dai suoi desideri, dalle aspettative che sono originate dalla comunicazione e dal
marchio…, a meno di tentare improbabili e accademiche definizioni,
in cui utilizzare parole in apparenza omnicomprensive ma senza senso,
se tolte da contesti precisi, come bellezza estetica, originalità, comfort,
benessere, prestazione. È quasi impossibile generalizzare, oppure identificare un denominatore “qualitativo” assoluto e valido per ogni cosa.
Ciò che è vero per un’automobile non lo è per un frullatore, nello
stesso settore ciò che è indispensabile per un marchio è del tutto
secondario per un altro, a meno che qualcuno non se la senta di smentirmi affermando che chi acquista un Rolex lo fa per avere l’ora esatta.
ALIdesign: Dal lato della provocazione: serve ancora lo sforzo progettuale nei confronti di alcune categorie merceologiche che hanno fatto la
cosiddetta “Storia del Design”? Se sì non crede che sia solo per un vacuo
e dannoso aspetto commerciale? Se no, non crede che sarebbe ora di dire
no alle inutilità?
Gafforio: Questione mal posta. Sarebbe come chiedere allo show
business di Hollywood di smetterla di produrre film in cui la forma,
la confezione estetica, supera e annulla il contenuto del film in sé,
nel migliore dei casi assente. Nel bene o nel male questi sono modelli
per un pubblico vastissimo, disposto ad alimentare, in vari modi,
questi sogni collettivi. Solo la presenza di una forte ideologia può
tentare di dividere, d’imperio, l’utile e l’essenziale dall’inutile e superfluo, e di porre la questione in termini etici e comportamentali. C’è
qualcuno che vuole provare?
Nel 1961 diventa Art Director
della Società Pirelli. Negli anni
1962-65 è insegnante al corso
tecnico artistico per grafici della
Società Umanitaria di Milano.
Insegna progettazione grafica al
Corso Superiore di Disegno
Industriale di Venezia negli anni
pio Marco Zanuso, Vico
Magistretti.
Allora i produttori collaboravano soprattutto con il designer
per cercare nuovi materiali,
nuove possibilità di produzione,
e così, in stretta collaborazione,
è nato il design italiano. Il
proprietario
dell’azienda
contattava l’allora design, o per
meglio definire l’architetto o
l’ingegnere, e gli commissionava un progetto specifico
lasciandogli molta libertà
progettuale. Non era estremamente importante che il designer usasse materiali utilizzati
dell’azienda commissionatrice
del lavoro. L’interesse maggiore
era incentrato sull’innovazione
di nuove forme allora inconsuete. La ricerca di nuove
forme poneva in secondo piano
l’utilizzo di materiali di cui
disponeva l’azienda.
Bob Noorda. Il fondatore
della Corporate Identity in Italia
1964-65. Dal 1963 fino agli anni
90 è consulente didattico per l’imballaggio alla rinascente/Upim. Art
Director del Touring Club Italiano
dal 1979 fino al 1992.
Dal 1980 è coordinatore e insegnante all’Istituto Europeo del
Design di Milano. Professore a
contratto alla facoltà di
Architettura, nel Corso di Laurea
in Disegno Industriale al Politecnico
di Milano per la comunicazione
visiva nel periodo 1996-2001.
ALIdesign: Che differenza c’è tra il giovane designer degli anni ‘60 e il
giovane designer del 3° millennio? Esiste ancora qualcosa da innovare?
Noorda: Una differenza sostanziale tra i designer di anni fa e quelli
di oggi, è riscontrabile nella specializzazione in settori specifici della
produzione industriale. Oggi il designer è più specializzato in singole
competenze, per esempio c’è chi si specializza nella produzione del
mobile e chi in quella degli elettrodomestici bianchi. Prima il designer si occupava di molti settori della produzione industriale.
Mi ricordo che quando lavoravo nella sede Americana della Unimark
Iternational, la figura del designer era nettamente differente da quella
italiana. Il progettista americano disegnava l’oggetto fino alla definizione più minuziosa del dettaglio trascurando spesso il valore concettuale che esisteva alle origini della progettazione del prodotto stesso.
Il produttore voleva unicamente il progetto finito e risolto nel più
piccolo dettaglio; non gli importava null’altro. I designer italiani formulavano, invece, progetti a volte carenti in alcuni aspetti puramente
tecnologici di minuziosità dei particolari, ma caricavano i prodotti
di aspetti più puramente concettuali.
Il mobile d’arredamento ancora oggi permette maggior libertà d’espressione per la ricerca di nuove forme e di nuovi contenuti.
ALIdesign: Per un momento allontaniamoci dai paludamenti, dalle formalità e dalle definizioni da biblioteca: Alla signora massaia che chiedesse
spiegazioni, come definirebbe il “design”?
Noorda: Un buon progetto di design è l’oggetto che risponde idoneamente ad uno specifico bisogno.
ALIdesign: Il vasto settore della progettazione dei prodotti industriali ha
raggiunto la cosiddetta “pace dei sensi”, riducendosi ad un continuo restyling?
Noorda: No! Dire che non è più possibile innovare è troppo facile,
si deve sempre lasciare la strada aperta a nuove soluzioni progettuali,
anche per oggetti che sembra non abbiano più strade nuove da percorrere. Anche la posata stessa può essere fonte di innovazione.
Attenzione però che il rischio è quello di creare qualcosa che non
risponda più nemmeno alla funzione primaria.
ALIdesign: Non crede che la sperimentazione dei nuovi materiali nella
Noorda: Molti dei marchi che ho progettato sono ancora adesso
molto validi, non risentono del trascorrere del tempo. Un buon
progetto di design non deve essere influenzato dalle mode del momento,
ma deve poter durare il più possibile.
Noorda: Un’agenzia di pubblicità fa e crea progetti che durano poco.
Per quanto una campagna pubblicitaria ottenga molto successo, per
quanto sia fatta bene ha sempre un tempo di vita molto limitato. Un
lavoro di immagine coordinata, invece, realizzato da uno studio di
grafica, se è ben progettato, dura esponenzialmente molto di più.
L’immagine coordinata è nata per risolvere una necessità. Le grandi
società che lavoravano in tutto il mondo reclamavano la necessità
di una loro identità che le rendesse riconoscibili anche all’estero ed
è nato così il manuale di immagine coordinata. È nato proprio con
la Foord negli anni settanta quando nella sede americana della
Unimark International è stato affrontato il grosso progetto di identità della casa automobilistica.
ALIdesign: Quale progetto da lei realizzato sintetizza maggiormente, o
comunque rende visibile ai più, i “principi” del design?
Noorda: Gli anni sessanta sono stati molto importanti per la grafica
in Italia. In quegli anni sono stato tra i primi ad introdurre il concetto
di immagine coordinata. Adesso parlano tutti di immagine coordinata. Quando sono venuto in Italia, mi sono portato un bagaglio
culturale di educazione razionalista ricevuta dagli insegnanti del
Bauhaus ed ho cercato di trasferirla nella mia professione.
Ho sempre lavorato non come grande artista, ma come razionalista
concettuale da cui sono usciti i miei 120 ed oltre marchi. Marchi
che sono sempre stati ragionati in base al cliente a cui si indirizzavano e non influenzati da una eventuale mia personale espressione
artistica. Non esiste un progetto che mi abbia dato maggior soddisfazione rispetto ad un altro, per me il lavoro ha tutto lo stesso livello
di importanza. Che sia un libro, un marchio, un imballaggio o una
segnaletica, la passione progettuale rimane sempre costante.
Design della segnaletica:
Metropolitana Milanese;
Metropolitana di New York;
Metropolitana di San Paulo del
Brasile;
Metropolitana di Napoli;
Sede IBM di Milano;
Centro Direzionale di Napoli;
Segnaletica “Dentro Venezia”;
Segnaletica castello Sforzesco
di Milano.
Design degli esterni ed interni
dei supermercati COOP in
Italia. Design degli interni per
gli uffici del Grattacielo Pirelli
a Milano, sede della regione
Lombardia. Design nel negozio Nazareno Gabrielli a
Milano con Ornella Noorda.
Design della libreria Garzanti.
Design show-room COM
Mobili per ufficio a Milano.
Immagine grafica della XVIII
Triennale di Milano; Coordinamento immagine grafica
della XIX Triennale di Milano.
ALIdesign: Il fatto che molti dei marchi da Lei realizzati siano ancora
oggi attualissimi, certifica la qualità della sua professionalità e giustifica
l’affermazione di molti che la definiscono “un mito della grafica”.
ALIdesign: Qual’è la differenza sostanziale che distingue uno studio di
grafica da un’agenzia pubblicitaria?
Noorda: Esporrò alcuni lavori di significativo interesse progettuale
tra cui la segnaletica delle metropolitane di New York e di Milano e
il progetto di design “Modulo 3”.
Medaglia d’Oro a Rimini per
l’attività nel campo del design;
Medaglia d’Oro per l’immagine coordinata della Biennale
di Ljubjana;
Diploma medaglia d’Oro XIII
Triennale di Milano;
Segnalato per il Compasso
d’Oro ADI per il sistema di
mobili per ufficio Modulo 3;
Premio Industrial Design
SMAU per il sistema di mobili
per ufficio Modulo 3;
Premio Bodoni nel 1965 e nel
1967 per l’editoria;
Compassi d’Oro
Le cariche elettive
•Membro ADI dal 1961;
•Membro del Comitato;
Direttivo 63/64 e 64/65;
•Membro AGI (Alliance
Graphique International)
Segretario Generale 69/70
Presidente Nazionale dal 79;
•Membro Commissione per
la ricerca di comunicazione
visiva dell’ICISID 1968/70;
•Membro del comitato scientifico didattico all’Istituto per
il design di Urbino dal
1975.
Un buon progetto di design si
intuisce dalla sua durata nel
tempo. Un buon prodotto di
design non rispecchia le mode
del momento, ma risulta
sempre ed inequivocabilmente
valido per parecchi anni. Una
definizone chiara di design non
è cosa semplice. Non legherei
il concetto di design a parametri ben definiti. Quei progetti
di design che vengono ancor
oggi definiti “I classici
moderni” erano pensati da
personaggi che non erano
propriamenti designer, ma
erano architetti come ad esem-
fare anche grossi sbagli progettuali. Se poi le si considera ugualmente
eccelse solo perchè fatte da un noto personaggio del settore, quello
non dipende dal designer ma dal mercato che vuole che sia così.
Principali premi
Bob Noorda
Nato ad Amsterdam. Diplomato
ad Amsterdam all’Istituto di
Design, Rietveld Accadamie. Svolge
la propria attività nel campo della
comunicazione visiva, programma
di immagine aziendale (corporate
identity), imballaggio e design del
prodotto, design degli interni ed
esposizioni.
Nel 1965 Co-fondatore e senior
Vice President della Unimark
International for design and marketing. Nel 1985 fonda la Noorda
Design. Si occupa del coordinamento del progetto architettonico
e d’immagine.
Il design è:
Alcune tra le principali realizzazioni
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 12 - numero 03 - ottobre 2002
•Compasso d’Oro
per la Segnaletica della
Metropolitana Milanese;
•Compasso d’Oro
per il design del simbolo
della Regione Lombardia;
•Compasso d’Oro
per l’immagine coordinata
della Fusital;
•Compasso d’Oro
alla carriera
Minister of Trade & Industry
Award for packaging design of
Shiseido.
progettazione del prodotto possa indurre molti designer (giovani e non) a
trascurare la funzione primaria dell’oggetto esaltando eccessivamente le
peculiarità del materiale a scapito della funzionalità?
Noorda: C’è ancora spazio per l’innovazione e il materiale può essere
una possibile strada da percorrere. I nuovi materiali sono sempre fonte
di sperimentazione di nuove forme. In questo caso è il materiale che
porta ad ottenere nuove forme per il prodotto di design. Molti nuovi
materiali nelle loro applicazioni possono alterare le forme originarie
di progetti storici del design.
ALIdesign: Qual è a suo avviso la gratificazione maggiore che può ricevere un designer?
Noorda: La notorietà viene da sé. Se si lavora con passione la notorietà è proporzionata alla qualità del progetto. Non credo però che
si debba percorrere unicamente la strada della notorietà. Buttarsi
completamente nella professione che scelta e impegnarsi il più possibile. Questa, credo, sia già una grossa gratificazione.
ALIdesign: Cosa a sua avviso fa percepire ad un acquirente la qualità di
un prodotto? Il livello tecnologico, l’inusualità della forma, l’impiego di un
determinato materiale o la semplicità d’uso?
Noorda: Il fattore economico. L’acquirente tende ancora oggi ad effettuare le proprie scelte in base al prezzo. L’esempio più significativo
riguarda il settore dei Mobili. Esistono molti mobili italiani di elevata
qualità progettuale simboli unici del design italiano nel mondo ma di
altrettanto costosi. L’utente dirige le proprie scelte d’acquisto verso
mobili stoccati in grossi centri commerciali tanto in voga oggi, rendendosi conto solo successivamente della bassa qualità.
ALIdesign: Quando un designer maturo raggiunge il culmine della propria
notorietà può permettersi di proporre qualsiasi cosa, anche la più demenziale, perché sa che sarà comunque esaltata. Crede che questa affermazione sia vera o dubita che un noto designer possa permettersi di sfruttare
e giocare con la propria notorietà?
Noorda: Può succedere. Raggiungere la perfezione di progetto non
è sempre garantito. Non sempre si creano cose perfette, si possono
Segnaletica /Metropolitana.
Quando si è trattato di realizzare il progetto della segnaletica della
metropolitana milanese con l’Arch. Albini - che era stato incaricato
di aspetti più specificatamente architettonici - si è proceduto sin dall’inizio con una attiva collaborazione progettuale, attenta che le soluzioni dell’uno non fossero incoerenti con quelle dell’altro. Purtroppo
molte volte succede, invece, che prima l’architetto realizza il progetto
e poi chiamano il grafico a risolvere problemi di viabilità pedonale.
Molti grafici erroneamente formulano progetti di segnaletica basandosi unicamente sull’aspetto grafico. L’importante non è solo la grafica
in se, ma lo è molto anche il supporto, il contesto urbano limitrofe e
gli aspetti architettonici stessi. La segnaletica fa parte dell’ambiente
e ne è parte integrante.
Prima del mio intervento, la metropolitana di New York era un grande
caos. Negli anni 50/60 c’erano tre diverse compagnie che gestivano
differenti linee metropolitane e costruivano indipendentemente le
une dalle altre fino a quando è stato rilevato tutto dal comune che
ha cercato di collegare stazioni concorrenti per creare un unico reticolo viabilistico. Da quel momento è nato un gran caos. Si è quindi
creata la necessità di realizzare una segnaletica unica ed il comune,
essendo a conoscenza della mia esperienza per la metropolitana di
Milano, mi ha contattato e mi ha dato l’incarico. Mi sono state fornite
le indicazioni di quattro stazioni più problematiche e sulla base di
quelle ho realizzato un sistema logico che potesse funzionare anche
per l’applicazione delle oltre 120 stazioni. La segnaletica è ancora
attualmente usata.
Un progetto di design: “Modulo 3”.
Il “Modulo 3” è nato dalla volontà di un produttore della brianza che
desiderava un nuovo tavolo per l’ufficio. Io e l’Arch. Franco Mirenzi
abbiamo quindi raccolto l’invito. Un tavolo essenzialmente razionale
nelle forme e un giunto particolare studiato dall’architetto Franco
Mirenzi rendevano unico l’intero progetto. Un progetto nel qual ho
trasferito le mie nozioni di razionalismo della grafica nel design del
prodotto.
pagina 13 - numero 03 - ottobre 2002
Arnaldo Mondadori Editore
Casa Editrice Feltrinelli
AEM Milano
Metropolitana di Milano
Ermenegildo Zegna
Fusital maniglie
AGIP
ENI
Simbolo self service AGIP
33° Biennale di Venezia
Galleria l’Elefante
Segnaletica “Dentro Venezia”
Nuratex pannelli componibili
Banca Commerciale Italiana
Banco di Desio
ADI Index Design
18° Triennale
19° Triennale
Regione Lombardia
Italtel
Pirelli. Punti vendita
Pirelli Superga
ATP Provincia di Milano
The Brighton Marina UK
Consiglio Nazionale
Commercialisti - Ragionieri
Gilbey Vintners
Automedicazione responsabile
Dialogo nel buio
Rhodiatoce
Moteltours Agip
Japan Cargo Airlines
Stella Artois Beer
Columbus 500 Genova
Associazione bambini
in Romania
Lega Coop
Supermercati Coop
Zeta Zucchi
SGS
Euroclub
Editoriale Lotus
lenti a contatto Hydron
Leal Upim
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 14 - numero 03 - ottobre 2002
Silvano Coletti: “L’economia al servizio dell’ambiente”
Silvano Coletti
Nato a Roma (Italia) il 7 settembre 1969.
Executive MBA alla Harvard
Business School (Cambridge,
Massachusetts). Silvano Coletti,
dopo aver frequentato la facoltà di
ingegneria presso il Politecnico di
Milano, ha studiato ed effettuato
ricerche presso l’Istituto Solvay a
Bruxelles quale collaboratore del
Premio Nobel Ilya Prigogine.
Prima di fondare ed amministrare
ECOSQUARE, Coletti è stato
consulente ambientale presso la
società italiana CGSS S.r.l.
Network” in collaborazione con
l’Agenzia Ambientale Europea con
sede a Copenhagen in Danimarca.
È stato invitato a presentare le
proprie aziende ed i propri progetti
durante i più importanti congressi
ed eventi mondiali dal World
Summit for Sustainable Development (Johannesburg 2002), World
Economic Forum, Bureau of
International Recycling, International Solid Waste Association,
European Environmental Agency,
Centro Nazionale Ricerche di
Palermo (Italia) e Wall Street
Journal.
Dal 1996 è anche Presidente della
stessa società di cui è divenuto principale azionista. Coletti ha lavorato
quale consulente ed auditor per i
sistemi di gestione ambientale per
importanti aziende quali ad esempio Roche Farmaceutici ed Asea
Brown Boveri.
Nel 1997, in collaborazione con la
“Banca Commerciale Italiana”, ha
introdotto i primi strumenti finanziari italiani dedicati al “green
credit” per le piccole e medie
imprese.
I più importanti quotidiani e riviste internazionali hanno scritto di
lui: Herald Tribune, Financial
Times, Wall Street Journal, Dow
Jones, Washington Post, Il Sole 24
Ore, Il Corriere della Sera, Capital,
Class.
È attualmente membro della
Unione InterAfricana per i Diritti
dell’Uomo (Burkina Faso, West
Africa), Bureau of International
Recycling (Bruxelles, Belgio),
International Society for Industrial
Ecology (Yale University, USA),
Associazione Alunni di Harvard.
Tornando comunque alla nostra teoria iniziale, la “chiusura del ciclo”
non si può compiere adeguatamente senza che sia annullata la distanza
tra consumatore e produttore. È uno dei ruoli molteplici del designer.
ALIdesign: Intende dire che i due estremi della catena produttiva devono
in qualche modo dialogare? Ma è possibile un modello comunicativo che
vede azioni su un canale mono - multi e una retroazione su un canale multi
- mono?
Coletti: No, una applicazione di un modello comunicativo siffatto
non è pensabile è invece, pensabile, come già succede da anni, che
sia il progettista a fare da tramite tra i due mondi.
Pensiamo alla teoria del “design for disassembling”. I prodotti disegnati in maniera sostenibile permettono il riutilizzo ei loro componenti o delle parti assemblate, anche per più di una volta.
Ciò permette di avvicinare il cliente alla sfera del produttore in quanto
quest’ultimo, per rispondere alle normative di prossima promulgazione, dovrà farsi carico reale dei costi di fine ciclo di vita di un
prodotto. Ciò ripeto, è possibile “alterando” progettualmente la sorte
di un prodotto, non solo dal punto di vista materico ma anche e
soprattutto dal punto di vista di vendita e commercializzazione. Le
scelte fatte saranno nel codice genetico del prodotto fino al suo
rientro e riprocessazione.
ALIdesign: Mi perdoni, Le chiedo due cose: la prima è di farci un esempio di progetto che includa questo modus operandi, la seconda è di aiutarci
ad individuare i limiti di questa strategia e discuterne insieme.
Coletti: Rispondo prima alla seconda domanda e poi, se vuole, le
posso dare un estratto di un mio intervento che tratta proprio di
questo argomento prendendo come esempio i toner delle fotocopiatrici. Mi perdonerà se le chiedo un ulteriore chiarimento circa i limiti
di cui accennava, mi incuriosisce..
Nel 1998 Coletti ha ricevuto premi
e patrocini dalle Nazioni Unite e
dal Governo Italiano.
Nel 1999 inizia il progetto pilota
“Waste Stock Exchange” da cui nel
2000 fonda la società per azioni
ECOSQUARE.
Nel 2001 ha fondato il gruppo di
lavoro “Reverse Logistics Data
Il “mestiere” del designer sta cambiando e, negli interventi che abbiamo
fin qui visto, ci siamo fatti una idea di certi aspetti cruciali per tale cambiamento. Ne manca, a nostro avviso uno alla lista: la problematica ambientale. Abbiamo contattato e lo ringraziamo per averci concesso il suo tempo
il dott. Silvano Coletti Presidente di Ecosquare.
ALIdesign: La questione è a parole semplice. Io vedo, ad una prima
occhiata critica, un aumento dei trasporti e dei flussi, perché sappiamo che,
solo in rarissimi casi di nuova concezione, gli impianti industriali che potrebbero beneficiare di un processo di input output descritto non sono così
vicini…
avere dettagli, sicurezze, garanzie e liquidità di mercato. Esattamente
come alla borsa valori.
ALIdesign: Avremo modo di parlare più diffusamente della cosa, in futuro.
Per il momento, parliamo un po’ di come vede Lei, da “esterno culturale”
il mestiere del designer.
Alcune domande di rito giusto per introdurre l’argomento:
ALIdesign: Presidente ci parli di Ecosquare
Coletti: Ecosquare è un progetto al quale ho lavorato per anni a
partire da quando collaboravo con Gunter Pauli a Ginevra ben noto
per il libro “Zero Emissioni”. Il concetto che da il titolo a questo
volume è un sogno che da anni orami sto cercando di concretizzare
con tecnologie sempre più sofisticate ed avanzate (vedi ad esempio
la possibilità di utilizzare l’idrogeno quale futuro carburante) ma anche
con ottimizzazioni strategiche del ciclo di vita di molti prodotti. In
effetti molti scarti di produzione o prodotti a fine vita potrebbero a
livello teorico, dopo alcune trasformazioni non inquinanti, trovare
una ricollocazione nella catena produttiva.
Per fare questo ho cercato di contribuire anche con la mia ultima
iniziativa imprenditoriale, Ecosquare. Un mercato parallelo specializzato in sottoprodotti industriali, materiali riciclabili e rifiuti.
ALIdesign: Più in dettaglio?
Coletti: Il mercato è in effetti il responsabile di molti dei mali oggi
esistenti nel mondo avanzato. Il consumismo è stato causato dal
mercato, la più antica istituzione sociale che con il meccanismo della
domanda e dell’offerta ha accelerato lo sperpero di molte risorse. La
mia idea è stata innanzitutto quella di capire se lo stesso tipo di istituzione avesse mai potuto contribuire al processo inverso. Ecosquare,
come una piazza affari aiuta compratori e venditori a caratterizzare i
materiali, a garantire le controparti e quindi a determinare il prezzo
del materiale. Ritengo che questo sia un passaggio fondamentale
anche per raggiungere quel sogno umano - sviluppato in molti sistemi
naturali - di raggiungere sistemi a zero emissioni. Pensate in effetti
ad aziende potenzialmente interessate ad investire in nuovi prodotti
realizzati da materie prime seconde. È fondamentale per queste aziende
Coletti: Essendo un viaggiatore internazionale assiduo (purtroppo
molto spesso solo per motivi lavorativi il lavoro del designer sinora
l’ho potuto apprezzare solo dagli affascinanti prodotti e beni che
riescono a proporre al consumatore interessanti per estetica e per
funzionalità.
Il lavoro che voi, ALIdesign, state svolgendo mi sembra assolutamente interessante e fondamentale. La formazione universitaria e poi
l’attenzione poliedrica che da più parti può essere proposta all’attenzione del pubblico sono un vanto e non fanno che aumentare il
prestigio delle nostre università, delle accademie e non ultimo del
“Made in Italy” nel mondo intero.
Vedo i progettisti come importanti attori della scena in generale e poi
fondamentali anche per le azioni che mi sono proprie: la rivisitazione
delle modalità di progettazione del prodotto finalizzato anche al riuso
di molti componenti.
Conosco casi di aziende per cui la ri-progettazione di un prodotto,
partendo dal concetto stesso di utilizzo finale, ha significato molto
in termini di resa sia economica sia ambientale.
ALIdesign: Ci potrebbe fare un esempio?
Coletti: L’ecologia industriale ci dice che gli aspetti economici devono
essere affrontati anche considerando gli aspetti e gli impatti ambientali. Come accennavo prima l’output di un processo può essere l’input di un altro completamente diverso. Fino ad ora nessuno ha mai
ritenuto necessario mimare in modo così spinto la Natura ma risulta
oramai urgente la risoluzione di problemi legati alla raccolta, allo
smaltimento, alla trattazione dei rifiuti e soprattutto al reperimento
di materie prime. A Johannesburg, durante il summit mondali di
alcune settimane fa dove ero delegato alle Nazioni Unite da un’organizzazione internazionale si è parlato anche di questo dai vari
Capi di Stato.
Coletti: Questo è vero, ma anche qui bisogna fare attenzione a quello
che si trova nella realtà di tutti i giorni. Sappiamo che le cose non
sono certo ideali, ma questo non significa che mai lo saranno, o che,
molto più pragmaticamente, non siano migliorabili. Questo, da un
lato, ci dà la prospettiva di porre gli interventi su un asse temporale
più interessante e meno paralizzante. Dall’altro, invece, ci dice che
è irrealistico pensare di cambiare le cose di punto in bianco. Io credo
che il sistema economico e le regole di mercato potranno realmente
cambiare lo status del mondo, ecco perché è nato il progetto
Ecosquare. Il vero problema, semmai, è la negoziazione dei diritti di
sfruttamento delle risorse e dei diritti di inquinamento. Ma preferirei per ora lasciare ad altri la discussione sociale e soprattutto politica..
ALIdesign: Bene ringrazio il presidente di Ecosquare, oltre che per la sua
disponibilità, anche per il materiale che ha offerto alla riflessione di tutti
e che riportiamo nel riquadro.
Coletti: grazie a voi per l’interessante chiacchierata, buon lavoro.
Discussioni, pareri e punti di vista sul design e la progettazione del nuovo millennio con
personaggi del mondo professionale.
Le interviste
pagina 15 - numero 03 - ottobre 2002
Il design è:
Personalmente mi sento di riferirmi, in quanto ancora attuale
e completa, alla definizione che
utilizza Gillo Dorfles in:
“Enciclopedia
Universale
dell’Arte Venezia-Roma, 1958”
(e che qui di seguito riportiamo
(NDR): se si parla di Disegno
industriale in senso stretto. Se
si allarga il campo, in certi casi
ritengo anche opportuno
andare a recuperare, senza
inibizioni, termini che in Italia
sono caduti in disuso, come
Arti applicate e “progettazione
artistica per l’industria”.
[...]”il disegno industriale è
quella particolare categoria di
progettazione per l’industria
(ossia per gli oggetti da prodursi
in serie atfraverso metodi e
sistemi industriali) dove al dato
tecnico si unisca un elemento
estetico. È implicito, infatti, nel
concetto di disegno industriale,
che già il disegno creato dal
progettista contenga in sè (sia
pure allo stato latente ma del
tutto potenziabile) quella qualità
di unicità e di individuabilità
artistica che lo distinguerà da
ogni altro disegno e che viene a
costituire la sua vera identità”.[...]
Pansera: “Il design è una cosa troppo seria
per lasciarla ai designer”
Anty Pansera
Laureata in storia della critica
d’arte, teorico e storico del design,
è autore di numerosi studi su questi
temi e di numerose mostre/manifestazioni
Dal 1996-1997 insegna “Teoria
e Storia del Disegno Industriale”
alla III Facoltà di Architettura di
Milano e dal 2000-2001 “Storia
delle Arti decorative e applicate e
del disegno industriale” all’Accademia di Brera di Milano.
È consulente di istituzioni pubbliche (Ente Triennale di Milano,
Civiche Raccolte d’Arte Applicate
del Castello Sforzesco; CASVA) e
aziende private (Italtel, Columbus,
Alessi, gruppo Guzzini..) per l’organizzazione di archivi (reali e
virtuali).
Tra le pubblicazioni: 1978 Storia
e cronaca della Triennale,
Longanesi; 1980 Atlante del design
italiano 1940-1980, con A.Grassi,
Fabbri; 1990 Il design del mobile
italiano, Laterza; 1993 Storia del
disegno industriale italiano,
Laterza; 1996 Design esemplare.
Milano e la Lombardia: il motore
del disegno industriale/ Navigando
nel design (audiovisivo e cd rom,
per la Regione Lombardia);
L’anima dell’industria.
delle variabili materiche. Da non
sottovalutare, tuttavia, la nascita
di nuove esigenze, dalla problematica comportamentale introdotta dalla raccolta differenziata
dei rifiuti al cambiamento dei
supporti di stoccaggio informazioni (CD, DVD ecc.).
Certamente che, a mio parere, il
massimo per un designer è inventare un oggetto che non esiste,
fino ad immaginarsi famiglie di
prodotti, come fa Beghelli, solo
per citare il più eclatante in tal
senso.
Un secolo di disegno industriale nel
Milanese, Skira ; 2000 Natura &
Artificio (EditorialeDomus); 2001
La Galleria Storica della Triennale,
ALIdesign: Per un momento allontaniamoci dai paludamenti, dalle formalità e dalle definizioni da biblioteca: Alla signora massaia che chiedesse
spiegazioni, come definirebbe il “design”?
Pansera: È un bel match, Le faccio un esempio: sto seguendo una
mostra itinerante che è, al momento a Catania: il termine design io
non lo uso in questo contesto: non verrei capita, preferisco usare disegno industriale e, quando parlo del mio lavoro parlo, prendendola
alla lontana, di Cultura materiale. La parola design oggi significa tutto
anche il lavoro del che si anglicizza in Hair designer…
Bisognerebbe riprendere il significato originario di Disegnare, progettare,e financo, intrigare, soprattutto perché il design è nato in ambito
anglosassone e a tale mondo occorre in qualche modo riferirsi per
questioni terminologiche.
ALIdesign: All’affermazione: “Il design è morto”, lei come risponderebbe?
Propenderebbe per darlo per defunto e sostituito da qualcos’altro, la cui
definizione sembra sfuggevole, o lo sente ancora vitale e con lo spirito che
lo ha visto nascere circa 50 anni fa?
Pansera: Che un sottotitolo ironico potrebbe essere: il design è una
cosa troppo seria per lasciarla ai designer.
Detto questo, l’idea di parlare di cosa sia design oggi, soprattutto
nell’ottica individuata da voi, implica il considerare un cambiamento
avvenuto nella autocoscienza di chi opera nel campo.Il design italiano
è sempre stato un design etico, design all’insegna della crisi, della critica
e, soprattutto, un design che teneva a manifestare per certi versi la
propria inadeguatezza di fronte al mondo e alle problematiche si andavano delineando, si pensi agli anni ‘60 e ‘70: crisi e autocritica per
crescere…. Anni in cui si è consolidato il prestigio del design italiano
e che hanno visto il boom e la crescita del settore. Oggi, paradossalmente, in piena crisi economica e di contrazione del settore da più
punti di vista, viene, invece, proclamata la salute e la buona riuscita
del progetto e delle realizzazioni.
Pare quasi che il design abbia poca consapevolezza del cambiamento
della situazione ed è come se ne fosse schiavo. Si pensi ad un tavolo
da biliardo, una volta c’erano X palle, ma di numero limitato e gestibile dove le loro azioni potevano avere delle reazioni prevedibili e
controllabili. Oggi bisogna giocare con un numero esorbitante di
variabili: e si gioca quasi senza regole o con regole che forse non si
capiranno mai. Se si pensa alle proiezioni e alle visioni del futuro, la
crisi viene all’occhio. Le esercitazioni e proposte progettuali in proiezione hanno sempre interessato il campo del design: si pensi alla
Casa Elettrica della Triennale del ‘30 e alla Casa Telematica dell’83.
Charta; 2002, Dal merletto alla
motocicletta, artigiane/artiste/designer del XX secolo, Silvana ed.
Nel ‘30 la Casa elettrica ha indicato, anche visto con il senno del poi,
una reale aderenza con il futuro prossimo, mentre forse già la Casa
Telematica ha mostrato quanto discutibile fosse la previsione.
Senz’altro il fenomeno di globalizzazione ha inciso in modo notevole
su questa situazione, soprattutto distruggendo quelle forze di controllo
locali che si sono storicamente evolute in un preciso contesto. Nella
gestione dei progetti, anche in ambiti molto diversi dal design ciò ha
effetti evidenti.
Oggi un prodotto è decisamente marketing oriented e ciò modifica
realmente le valenze progettuali considerabili e, poi, di fatto, considerate. In Italia, non dimentichiamolo, sta inoltre avvenendo un
cambio generazionale anche nei comparti produttivi: i vecchi industriali che andavano ad orecchio, a sensazione, sono sostituiti, quando
va bene, dai figli o gli eredi che si sono formati in contesti totalmente
differenti. Pensi al contesto storico: dalla necessità di riconvertire
l’industria bellica ad industria civile, ambito in cui nasce il design
italiano ed in cui l’italica “arte di arrangiarsi” viene messa “geneticamente alla prova”, ad un contesto in cui sono i bocconiani e la loro
formazione a stabilire le regole del gioco e le variabili di ambiente su
cui lavorare.
ALIdesign: Che differenza c’è tra il giovane designer degli anni ‘60 e il
giovane designer del 3° millennio? Esiste ancora qualcosa da innovare?
Pansera: Non posso che muovere dalla mia esperienza come docente
al C.dL del politecnico di Milano. I ragazzi non si rendono conto
dell a necessità di operare scelte progettuali allargate, e che, chiusi
nel progettare secondo le loro idee e con scarsa curiosità, andranno
poco lontano.
Il designer deve essere curioso, andare in giro con gli occhi aperti,
soprattuto perché ha la fortuna di esercitare una professione che dà
la capacità di vivere la propria vita nel pieno delle sue potenzialità.
Soltanto e semplicemente andando in giro può assorbire idee e sensazioni utili per i progetti che sviluppa.
ALIdesign: Secondo Lei: serve ancora sforzarsi a progettare alcuni oggetti
che hanno fatto la cosiddetta storia del design? Se sì non crede che sia solo per
un vacuo e dannoso aspetto commerciale?
Pansera: Io credo che ci siano due tipi di discorsi da fare al riguardo.
Uno concerne lo sviluppo e la ricerca di nuovi materiali. Questi sono
da sempre, ma oggi ancora di più, considerata la varietà di apporti al
mondo del progetto, una molla di innovazione stabile e sicura.
Quindi si può parlare di innovazione formale legata ai cambiamenti
ALIdesign: Dal lato della provocazione: Serve ancora lo sforzo
progettuale nei confronti di alcune
categorie merceologiche che hanno
fatto la cosiddetta “Storia del
Design”? Se sì non crede che sia
solo per un vacuo e dannoso aspetto
commerciale? Se no, non crede che
sarebbe ora di dire no alle inutilità?
Pansera: L’innovazione tecnologica - ma non solo - ben giustifica uno sforzo progettuale continuo. E presumo di poter dire che
ci sarà sempre l’invenzione che
possa aprire nuove strade.
Pensiamo agli apparecchi illuminanti e alle sorgenti luminose.
Queste ultime sono state protagoniste, negli ultimi tempi, di
grosse evoluzioni e cambiamenti
per venire incontro a tutte le
esigenze che si sono profilate nel
mercato. Ma anche il modo di
vivere diverso e le dimensioni
delle abitazioni potrebbero essere
molle di innovazione perché
mutano i contesti in cui si sono
progettate le forme precedenti.
Anche il cambio delle normative
e delle leggi è oggi uno dei punti
che maggiormente mutano i
parametri su cui lavorare.
Poi tutto è dipendente dal campo
di applicazione e il settore di
commercializzazione. Il settore
automobilistico, ad esempio, pur
mostrando segni di involuzione,
resta uno di quelli in cui l’innovazione tecnologica è ben al di
sotto del raggiungimento della
maturità del prodotto.
Direi quindi che il problema
necessità dell’innovazione non è
ascrivibile al solo contesto in cui
ci sia una tecnologia in evoluzione. Il forniture rientra in
questo anche solo parzialmente.
Si pensi poi , ad esempio, alla
problematica. Certe cose non
sono mai state viste dalla
contemporaneità e la cultura
materiale, in quanto cultura, è
anche ripresa della storicità.
ALIdesign: Pensa che la cultura
del prodotto ecocompatibile sia seriamente presa in considerazione dalle
aziende? Soprattutto, secondo Lei, quale tipo di azienda può permettersi
una politica siffatta in termini finanziari e di risorse interne? La sfida può
essere italiana o la frammentazione particellare delle nostre unità produttive non lascia molto spazio alla speranza?
Pansera: Moltissimo dipende dlla legislazione vigente. Per una azienda
fare ricerca è costoso e rischioso. Se la legislazione in qualche modo
livella? Presumo che sia un dovere morale ed etico per le aziende
adottare tali politiche. Non so dirLe quanto questo sia da considerare come fattore e di innovazione e di distinzione, tuttavia. Anche
perché il design, sempre collocatosi “a sinistra”, dovrebbe essere etico.
Ma il problema dell’eticità non è un problema solo del design, ma di
tutti, anche del medico.
Penso di poter dire che ci sia un problema di numeri e di quantità di
attori in gioco. Quanti designer c’erano un tempo? E quanti oggi? E,
visto che mi sto rivolgendo ad un pubblico giovane: quanto qualunquismo esiste tra i giovani? Chiedere eticità al qualunquismo mi pare
un po’ improbabile.
E, come sempre, si ritorna al bagaglio personale. Chi ha etica produce
e si comporta di conseguenza, anche se, dal punto di vista delle
aziende, esiste forse un solo tipo di eticità: quella che, agendo sulla
riduzione e sul famoso slogan “less is more”, riduce i costi e quindi
incrementa i margini di guadagno o li mantiene tali nel tempo a fronte
di recessioni e congiunture economiche sfavorevoli.
ALIdesign: Quando un designer maturo raggiunge il culmine della propria
notorietà può permettersi di proporre qualsiasi cosa, anche la più demenziale, perché sa che sarà comunque esaltata. Crede che questa affermazione sia vera o dubita che un noto designer possa permettersi di sfruttare
e giocare con la propria notorietà?
Pansera: Credo che chiunque debba sempre mostrarsi attento. Anche
perchè, di fatto, sto vedendo che, sempre di più si va verso quello
che potremmo definire “designer condotto”, utilizzando per traslato
il significato attribuito al medico di famiglia di un tempo. Oggi questa
figura di designer è richiestissima in azienda, perché i grandi nomi che
portano la loro esperienza di azienda in azienda come api di fiore in
fiore, saranno sempre meno e sempre meno richiesti, almeno proporzionalmente parlando. I designer famosi, lo star system, forse diminuirà … e i designer saranno sempre più inglobati nella azienda e forse
si potranno permettere pochissimi colpi di testa o follie autocelebrative.
pagina 16 - numero 03 - ottobre 2002
Marketing, promozione, produzione, distribuzione:
come collocare la propria idea nel mercato?
Finanziamenti, flussi di liquidit‡, business angel:
come trovare finanziamenti per le proprie idee?
Brevetto, copyright, diritto d'autore:
come proteggere i propri progetti dalle copie illecite?
Bilanci, fisco, amministrazione:
come organizzare un'attivit‡ imprenditoriale?
Un corso di specializzazione post laurea rivolto ai giovani designer che vogliono
dare alla loro attivit‡ creativa una struttura per portare direttamente i loro
progetti sul mercato.
Che vogliono partecipare con consapevolezza ed efficienza al lavoro dei gruppi
Che vogliono gestire con successo i propri rapporti con le imprese produttrici.
I
M
P
R
E
Design di
i m p re sa
S
IMPRESA
Impresa I G
di design
Creare impresa di design
Pubblicazione periodica
rientrante nello scopo
dell’Associazione
Diretta da
Davide Hubert Perone
Progetto grafico
e impaginazione
Alberto Cei
Hanno collaborato
a questo numero
Davide Hubert Perone
Interventi di:
Silvano Coletti
Francesco Filippi
Luca Gafforio
Bob Noorda
Anty Pansera
Ringraziamenti:
Touring Club Italiano
Stampa
SIE spa
Via Missioni Africane, 17
38100 Trento (TN)
Il Cestec organizza, in associazione temporanea di scopo con il Politecnico di Milano e Agenzia Sviluppo Nord
Milano, un corso di specializzazione post laurea con l'obiettivo di formare giovani - laureati oppure non laureati
con almeno 3 anni di esperienza - alla realizzazione di imprese aventi come core competence il design. Tale
corso, organizzato con gli stanziamenti del Fondo Sociale Europeo (Obiettivo 3 (2000 - 2006) - Misura D4 Prog. N.
34550) partir‡ dall'analisi dell'organizzazione di studio di design o dal caso del singolo libero professionista che
offre servizi di progettazione, e arriver‡ a trattare il caso di imprese realizzatrici di idee (editing di prodotti),
affrontando
aspetti
manageriali,
produttivi,
fiscali,
finanziari,
gestionali,
legislativi.
Verranno trattati tra l'altro i temi della gestione fiscale di base, della tutela giuridica della propriet‡ intellettuale
nel settore del design, del reperimento di fondi di investimento pubblici o privati e della gestione
della fase di start-up aziendale.
Un'opportunit‡ unica per approfondire concretamente le problematiche della libera professione per chi vuole
intraprenderla.
Figura professionale e finalit‡
Il progetto, rivolto a laureati e professionisti con competenze nel campo del design, intende creare figure
professionali altamente competitive in campo imprenditoriale e mira ad accrescere l'efficacia dell'innovazione nel
Paese favorendo rapporti pi˘ stretti tra il mondo del design e quello delle imprese. Obiettivo del progetto Ë
attivare la creazione di nuove start up d'impresa.
Caratteristiche del corso
Il corso Ë cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo, dal Ministero del Lavoro e dalla Regione Lombardia.
LA PARTECIPAZIONE » GRATUITA
Destinatari
Laureati, borsisti, dottorandi, ricercatori e giovani professionisti con almeno 3 anni di esperienza
Durata dei corsi
Prima edizione da novembre 2002 a febbraio 2003
Seconda edizione da gennaio 2003 ad aprile 2003
Per un totale di 200 ore per ciascuna edizione suddivise tra teoria ed esercitazioni. Il calendario delle lezioni
prevede un impegno di due giorni alla settimana.
La frequenza Ë obbligatoria.
La partecipazione sar‡ certificata da un attestato di frequenza rilasciato dalla Regione Lombardia ai corsisti che
saranno stati presenti almeno al 75% del monte ore.
Informazioni tecniche
Per tutte le altre informazioni si prega di rivolgersi ai seguenti recapiti:
Prof. Paola Bernasconi
Facolt‡ del Design Via Durando 38/A 20158 Milano
fax 02 2399 5992 E-mail [email protected]
Dott. Gloria Sironi
Segreteria di ALIdesign c/o POLIdesign Via Durando
38/A 20158 Milano
fax 02 2399 5977 E-mail [email protected]
1€
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