Nome file
991120SC_GBC1.pdf
data
20/11/1999
Contesto
ENC
Relatore
GB Contri
Liv. revisione
Trascrizione
Lemmi
Alighieri, Dante
Comando
Economia
Imperativo
Investimento
Lacan, Jacques
Lingua
Miseria
Miseria della psicopatologia
Principio di Guadagno
Ricchezza
CORSO DI STUDIUM ENCICLOPEDIA 1999-2000
RICCHEZZA E POVERTÀ
IL LEGAME SOCIALE E IL SUO DISSESTO
20 NOVEMBRE 1999
Prolusione
LA POSSIBILITÀ DI ESISTENZA DELL’HOMO OECONOMICUS O IL
PRINCIPIO DI GUADAGNO VERSUS COMANDO IN S. FREUD
L’ESPLORAZIONE DEL COMANDO IN J. LACAN
GIACOMO B. CONTRI
Benvenuti. La formula unica, la frase da cui muove tutto ciò che diciamo e che facciamo è una
formula di benvenuto. Comincia subito con la parola «bene»: il bene non si tratta di farlo, ma si tratta di
operare, ossia lavorare, affinché risulti come un prodotto per mezzo della divisione del lavoro con un Altro.
Il bene di questa frase è dunque il bene di un concetto economico di beni. È un concetto di ricchezza.
Il bene-valore, il bene platonico, il bene assoluto, il bene absolutus, è soltanto un concetto di tirannia e di
esautorazione del nostro intelletto nel giudizio, perché il bene — farlo — è sottratto al giudizio.
Bene sia dunque solo un concetto economico.
Non mi dilungo sulle dottrine, che trovo peraltro assai povere, intorno a Ricchezza e povertà. Negli
scorsi anni, quando abbiamo parlato in qualche sede di economia, sempre politica com’è l’economia,
manifestavamo insoddisfazione per le dottrine economiche. Dicevamo che l’ homo oeconomicus di cui si è
discettato a lungo deve ancora cominciare ad esistere.
1. A chi ha sarà dato…
Ho ritenuto di dover iniziare con questa frase:
A chi ha sarà dato.
A chi non ha sarà tolto anche quello che ha [1].
È nota a tutti. La considero simultaneamente la frase, l’epigrafe che può essere posta all’atto di
nascita dell’uomo economico. Al tempo stesso è una di quelle frasi che si possono chiamare gravi. È
gravissima questa frase, una delle frasi più gravi che siano mai state pronunciate nella storia e comprendo
benissimo che chi sia o fosse contro lo abbia voluto morto. Se un altro è contro, può soltanto volere morto
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chi dice una frase del genere. Proprio come si dice «Non si può permettere a nessuno di andare in giro a dire
cose del genere».
Solo recentemente sono arrivato a comprendere un po’ di più di questa frase. Frase benevola e
benefica per gli amici di essa; frase neanche ostile, ma a cui essere ostili, per i nemici di essa.
Non faccio il predicatore; come sempre parlo dal posto del miscredente e ho preso una frase come avrei
potuto prendere una frase di Keynes se l’avesse detta lui.
È a tutti noto che diversi personaggi che vengono chiamati servi, ma servi di una certa specie, servi
d’alto bordo — per essere capace di far funzionare il capitale finanziario bisogna sapere fare — e nella
seconda versione della parabola le persone che ricevono il mandato di amministrare e far fruttare il capitale
sono dieci, mentre nella prima, quella di San Matteo, sono tre; nella seconda sono dieci e ricevono tutti la
stessa somma. Quindi non è rilevante che taluno riceva una somma maggiore e un altro una somma minore.
L’ultimo della serie è quello che scava un buco da qualche parte e seppellisce la somma avuta. Allorché il
capitalista ritorna è con quest’ultimo che se la prende e pronuncia la frase di cui sopra.
Fra l’altro è notevole che nella seconda versione, quella di Luca, la vicenda si svolge all’interno di
una vicenda più vasta in cui il protagonista che viene chiamato «un uomo» è qualcuno che dovrebbe
prendere possesso di un certo regno. E dato che incontra quei nemici, che si oppongono al conferimento della
regalità, dopo aver pronunciato questa frase si fa anche comparire di fronte gli ostili al conferimento del
titolo regale a lui e li fa scannare sotto i suoi occhi. Bisogna dire che ci vuole tutta per parlare di mitezza
evangelica. Il verbo greco usato è proprio «scannare».
Io non sto facendo una predicazione sanguinaria, ma mi fermo sulla motivazione, che ho capito solo
recentemente, dell’ultimo servo che non fa nulla, che non fa alcuna mossa economica riguardo al capitale di
partenza. Dice al signore, a colui che gli aveva affidato il capitale, «So che sei un uomo duro — skleròs in
greco — che raccogli dove non hai seminato». Usciamo dalla metafora: cosa vuol dire raccogliere dove non
si è seminato? Vuol dire che c’è stato profitto. Il concetto di profitto comporta quello di lavoro, ma come
mettevamo già in luce il lavoro di uno non produce mai il profitto, la ricchezza; occorre una suddivisione,
divisione del lavoro perché vi sia produzione di ricchezza. Dicevamo che bisogna essere almeno due,
lavoranti a due momenti distinti del lavoro, perché ci sia produzione con profitto. Noi lo traduciamo anche
con la parola soddisfazione.
Che cosa significa l’obiezione — parola che nei nostri discorsi ha già assunto rilievo e lo riassumerà
fra poco —, che cos’è l’obiezione del non operatore, dell’obiettore all’ operare, dell’obiettore a compiere il
lavoro che avrebbe potuto compiere con proprio vantaggio? Sottolineo: il proprio vantaggio.
«Sei uno che raccoglie dove non hai seminato», ossia vuoi il profitto. Guadagnarci tu, ma sapendo
che avremmo guadagnato in due. La situazione che ho appena descritto ha nella tradizione linguistica un
nome principale, anche se ci sono sinonimi, e questo nome o parola è la parola «invidia». L’invidia non è
volere i beni dell’altro, ma è volere, proprio come «Volli, sempre volli, fortissimamente volli» che nessuno
profitti, che non ci sia guadagno per nessuno. È una volontà di miseria universale, produttrice di miseria.
Dunque a proposito di ricchezza e povertà, che è il tema generale del nostro Corso di quest’anno,
l’invidia è l’operatore sul versante della povertà. Faccio anche osservare che in questa frase tolta dal
Vangelo, è anche configurata anche la patologia, perché l’invidia è patologica. È questa frase medesima nel
proprio discorso economico a configurare nell’insieme del proprio discorso economico la patologia — che è
il tema della patologia delle patologie, in gergo freudiano l’avversione al principio di piacere — e la
patologia è sanzionata con una sanzione che è una sanzione da logica giuridica. Fatto un patto, vi è stata
disdetta di un patto e di un patto avente come meta la soddisfazione di ambedue i contraenti all’interno del
patto. Ho detto «all’interno» come finezza: un patto non è un contratto. Tutta la storia del pensiero moderno
si è dibattuta anche a questo riguardo.
2. Investimento, ovvero economia
Il secondo cenno introduttivo è questo: tutta la nostra psicologia — parola che usiamo pochissimo,
stante la quasi irrecuperabile bastardaggine cui è stata consegnata questa parola, anche se a mio parere è
meglio cercare di non lasciarla nel pessimo e miserabile stato in cui il nostro secolo l’ha portata, perché dopo
tutto essa meriterebbe di continuare a essere trattata come parola nobile. Ma per tradurla noi abbiamo usato
altre parole. Abbiamo parlato di competenza economica, competenza giuridica, per definire la psicologia.
Abbiamo parlato di facoltà di giudizio — asserisce che tutto, intendo tutto per ciò che riguarda il titolare
della psicologia, cioè ciascuno e basta — abbiamo anche scritto un libretto per dire che è una iniquità la
concessione che la psicologia sia consegnata a qualsivoglia distanza superiore all’individuo, foss’anche la
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scienza, e peraltro con il tradimento della scienza medesima. La scienza predice, non comanda. La psicologia
del nostro secolo è comandante, non scientifica, non è predicente. Salvo il trucco di una scienza predicente
gli effetti di comando e questo è un trucco maligno, che equivale a una scienza della tortura. Certamente si
può produrre una scienza produttiva sugli effetti che si otterranno torturando la gente. Spero che la
corruzione dei nostri intelletti non arrivi ai concorsi a cattedra in Scienza della tortura — quindi tutto ciò che
riguarda la psicologia o psiche, vetuste parole che comunque eguagliamo perché se si tratta di competenza
non c’è là la psiche e là la psicologia, tutto nasce dall’essersi dato investimento su quel soggetto, ossia che
tutto ciò che è psicologico è concetto economico.
Per anni abbiamo insistito piuttosto sull’essere concetti giuridici, con il nostro più importante
concetto o adagio che dice che la vita psichica è vita giuridica. Il passo di quest’anno è a quest’altra frase,
che forse non è neppure l’altra faccia della stessa medaglia, che la vita psichica è una vita economica.
Allora tutto, per quanto riguarda il soggetto, nasce dall’investimento e questo tutto si presta a essere
analizzato in una lista: pensiero, universo, giudizio; sentimento: non esistono i sentimenti in natura e l’hanno
scorso mi sono fermato sul seguente punto, che non solo in natura non esistono i sentimenti, ma nella
patologia i sentimenti o affetti sono ridotti alla sopravvivenza o al di sotto di essa. Solo il sano ha dunque
sentimenti. E allora che cosa si fa? Si fa quello che fanno tutti: in mancanza di sentimenti si va a comprarli
sul mercato. Si compra di volta in volta la maschera affettiva che serve. E allora si rivestirà un giorno la
facies melanconica, un giorno la facies allegra, la facies da scena isterica, le facies di ogni specie.
Il più bravo di tutti è stato Dürher allorché a disegnato la più celebre facies melanconica di tutta la
storia dell’arte. È da lì che abbiamo estratto la nostra clessidra. E anzi quanto a un concetto che viene dato
almeno lui come naturale da tutte le ideologie e psicologie, quello di bisogno, e proprio il bisogno bisogno,
da caduta degli zuccheri nel sangue: ebbene no. Il bisogno stesso non esiste naturalmente. E la prova di
questo non va ricercata in chissà quale deduzione: è sufficiente l’osservazione. Nell’anoressia il bisogno di
mangiare è scomparso. È l’anoressica il dimostratore che nella natura umana il bisogno deve essere stato
generato attraverso un investimento perché si manifesti nella sua parte materiale biologica o naturale.
Nell’uomo il bisogno stesso esiste solo allo stato di umanità, non allo stato di naturalità. E l’uomo
non è una realtà naturale.
Consideriamo tutto questo un primo insieme introduttivo. Quella frase è l’investimento da cui nasce
tutto ciò che ci riguarda. Quello che chiamiamo il pensiero di natura, che altro non è che tutto ciò che può
essere sviluppato a partire dalla frase che il bene non si tratta di farlo, ma di operare in modo che si produca
nella divisione del lavoro con l’operare di un Altro, ossia la produzione di ricchezza, allora il pensiero di
natura altro non è un patto, sviluppando arriverei a dire ―il‖ patto, che altro patto non esiste.
Io direi persino che la parola «patto» quale ricorre biblicamente, o «alleanza», è questo patto, con
tutta la laicità con cui lo dico. Pensiero miscredente. Ed è un patto di lavoro e non c’è patto che come patto di
lavoro. Il concetto di tale è il medesimo di quello di rapporto. Io devo moltissimo al mio maestro Lacan per il
fatto di non avere fatto altro che dire che la patologia è il non darsi dei rapporti, il non darsi del partner.
Il disegno di tale legge è il disegno di due posti, tanto logici o meglio giuridici, quanto fisici, come si
dice «posto a sedere». Il posto del beneficiario e il posto del partner, anch’esso beneficiario.
Di Lacan parleremo un’altra volta ma al momento è utile, anche illustrativamente, riferirne qualcosa.
Lacan in un certo seminario si ferma molto sulla scommessa di Pascal, su quella disonestà, come diceva
Voltaire, che era la scommessa di Pascal. In tempi successivi si è anche chiamata «teoria dei giochi» o anche
strategia.
Scommessa circa l’esistenza di Dio — e su questo punto Lacan stava certamente con Voltaire e non
certo con Pascal; Voltaire non si scandalizza, ma si arrabbia. Non era un tipo molto scandalizzabile.
Scandalizzarsi è più passivo —: Pascal dice che Dio o esiste o non esiste; però vediamo di ottimizzare le
nostre scelte economiche con queste conseguenze. Se scommettiamo che esiste e poi non esiste, niente di
perduto. Ma se scommettiamo che non esiste e poi esiste, abbiamo perso tutto. Aveva ragione Voltaire ad
arrabbiarsi e a dire che è disonesto. Ma Lacan fa un passo oltre e dice che in questa storia di Pascal in verità
non si tratta dell’esistenza di Dio, ma si tratta dell’esistenza o meno del partner. E a questo punto, si tratta di
sapere se ancor prima dell’esistenza del partner, se esiste il posto del partner come la condizione del
beneficio. Ma allora la questione è quella anche dell’esistenza del posto di beneficiario. Se esiste l’uno o
l’altro posto non abbiamo bisogno di passare per alcuna scommessa, ossia per un’esistenza paranoica.
Esisterà… Non esisterà l’altro… Che cosa penserà nella sua non certa esistenza… Cosa direte di me… Cosa
state dicendo… Cosa state pensando di me… Il cosiddetto «mondo che ci circonda», frase in se stessa
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paranoica, è la frase della paranoia — il che non significa che tutti quelli che la usano siano dei paranoici
clinici — ma è la frase della paranoia, della diseconomia paranoica, perché nella misura in cui il mondo è il
mondo che mi circonda e in cui traffico con l’Altro a seconda della pericolosità che può rappresentare per me
è del tutto ovvio che non c’è rapporto e che non partirà alcuna economia da ciò. In fondo anche la
dimensione paranoica è la dimensione della povertà e dell’invidia, cioè della povertà prodotta, non della
povertà come Malthus e tanti altri della penuria iniziale delle risorse; molto comodo, o dis-comodo,
impostare una dottrina economica sulla sufficienza o insufficienza delle risorse, insufficienza come dato
iniziale, che è già un discorso sul potere umano, perché tutto il discorso economico in questo caso è il seguito
della comune espressione «Si fa quello che si può». Mentre qui si tratta di povertà prodotta e c’è un discorso
che la produce. La patologia è il produttore della povertà.
A proposito del verbo «esistere», vedete un po’ voi, arrangiatevi riguardo all’«esiste» a proposito di
Dio. Ma noi per il solo fatto di porre la frase che diciamo, Soggetto&Altro, un lavoro, un secondo lavoro,
che compirà il primo con produzione di ricchezza, soddisfazione e godimento, noi partiamo dalla certezza
dell’esistenza del posto del beneficiario e del posto del partner. Dunque, la prima mossa da cui partiamo è la
mossa della certezza dell’esistenza di questi due posti.
Starà a ogni soggetto andare a prendere posto o non andare a prenderlo, ma il non andare a prenderlo
altro nome non ha che il nome di patologia. Può esservi utile — a me lo è stato — per intendere la parola
psicopatologia, che ancora tutti gli sforzi illustrativi che si possono fare, nei nostri intelletti designa un
ambito per specialisti, un campo, che certamente esiste, che suscita problemi, ma che pur sempre riguarda un
gruppo di operatori.
Fate l’operazione linguistica inversa, della quale siamo debitori a Lacan. Semplicemente scomponete
la parola patologia e dite che la patologia è logo-patia: il male, malessere di ogni nostro discorrere, di ogni
nostro discorso. E ogni discorso include, importa la propria azione. La parola discorso è composta di
pensiero, parola e atti, secondo una morale nota; e anche di omissioni.
Il pensiero di natura è un patto, un patto di lavoro, un patto per la produzione.
C’è poi un’entità di persone, che poi è quella che promuove una riunione come questa od altre
ancora, che si chiama Studium Cartello che è un tale patto di lavoro. Il nocciolo è che non è nient’altro che
un tale patto di lavoro per la produzione di ricchezza.
Mi sono accorto che quando — anche fra di noi i temporali e le nuvole esistono — allorché ne
esistono, ci sono disagi, incertezze, equivoci, quello che si dice «In tutte le famiglie…», ritengo di non
sbagliare nel dire che ogni qualvolta un disagio o una tempesta si produce è perché da qualche parte si è
potuto ritenere che in una certa congrega di persone che hanno questo patto in comune si faccia anche
dell’altro al di fuori di questo patto: non è vero. Potrebbe essere che io stesso possa compiere degli errori, io
stesso che mi trovo a presiedere questa entità, ma sarebbe un errore mio. E l’unico vero errore è ritenere che
in questo patto si faccia qualche cosa d’altro che lavorare a questo patto.
È anche conveniente aggiungere — un paio di volte avevo già insistito su questo — che il pensiero
di natura non è una teoria. Abbiamo già cominciato a fare il processo alla parola teoria ed è un processo da
spingere oltre. In ogni caso questa non è una teoria, e tanto meno è la teoria di Giacomo B. Contri, che ha
semplicemente, avendo scritto un libro con questo titolo, cominciato a scrivere la carta, come si dice una
Magna Charta, una carta costituzionale, ha cominciato a scrivere un pezzo di tale carta, non di teoria
trattandosi. È stato possibile, persino facile, un giorno fare osservare che per scrivere quei due posti, S e A,
quei due posti di lavoro il rapporto fra i quali — e non c’è rapporto che come rapporto di lavoro, e come
rapporto di lavoro produttivo; per la prima volta in vita mia mi sono sentito di spendere la parola «amore».
Amore è soltanto uno dei nomi possibili allorché si danno quei due posti realmente occupati da due soggetti
trattandosi di lavoro e di lavoro produttivo, ossia di soddisfazione. Non c’è rapporto che come rapporto di
lavoro, non c’é amore che come rapporto di lavoro —…
È stato un giorno abbastanza facile fare osservare che il pensiero di natura risulta da annotazioni, dalla
notazione del pensiero infantile, ossia della premeditazione infantile di certe mosse, per il beneficio in quanto
prodotto attraverso un giro per mezzo di un Altro, il pensiero di natura risulta dall’annotazione di quello che
chiamo, neanche l’uomo sano, neanche l’uomo guarito, ma quello che chiamo l’uomo «in guarigione»,
proprio come si dice «essere in salute». «Essere in salute» è una frase che si chiarisce meglio se ci si accorge
che si tratta di essere in guarigione, come si dice «essere in viaggio».
Poi questo pensiero di natura è quello che risulta dall’annotazione di quello che accade all’uomo,
donna compresa, sul divano di Freud. Avevo poi fatto osservare — ma oggi lo faccio in modo più parziale —
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che esiste un altro pensiero come quello lì scritto che è indubbiamente pensiero di natura. La frase che ho
scritto, annotandola si vede che è una frase di ciò che chiamiamo correttamente pensiero di natura, perché è
un pensiero effettivamente pensato; è quell’unico caso di pensiero in cui il soggetto grammaticale e
individuo giuridico sono il medesimo soggetto. E il pensiero di natura è quel caso in cui non esiste divisione
del soggetto. Divisione del soggetto è uno dei concetti della patologia. Alla lettera è la parola «schizofrenia»,
non anzitutto quella clinica.
Dunque il momento di oggi è anche un momento per cui per bocca mia — e potrebbe essere anche
per bocca d’altri e mi piacerebbe che un giorno qualcuno assolvesse alla funzione che svolgo, e una funzione
non è un posto. Vi sarà capitato, o attraverso il ricordo di voi stessi da bambini piccoli o nell’osservazione
del comportamento di bambini piccoli, vuoi il primo giorno della scuola materna, vuoi il primo giorno delle
elementari, vuoi in caso di trasloco della famiglia, che comporta per il bambino il trovarsi da solo rispetto a
partner coetanei, cosa fa il bambino, entrato nella nuova situazione? Lo vedrete operare con il pensiero di
natura. Intanto comincia premeditando le mosse che subito farà. Più lentamente, più circospettamente, più
rapidamente. Farà le mosse atte a procurarsi dei compagni, a procurarsi dei partner. Dal suo posto di soggetto
opererà in modo tale ma neanche di procurarsi dei compagni per avere qualcuno vicino. È notevole che il
bambino non ha il problema della solitudine. Bisogna avere fatto degli errori intellettuali psicologici negli
anni dopo per inventarsi, come hanno fatto gli esistenzialisti, il problema della solitudine. Il bambino non
mira anzitutto ad avere dei compagni. Il bambino mira innanzitutto alla produzione di beneficio, solo che ha
già imparato che il beneficio si produce per mezzo del partner. Non c’è la distinzione fra compagnia e
beneficio, fra partnership e beneficio. Ecco perché questa legge è una legge ricchissima nella sua
articolazione interna stessa.
Non c’è il cercarsi i compagni e il cercarsi il beneficio.
La definizione di salute psichica è l’essere centrati sul beneficio. È l’unica definizione. E l’unica
definizione di patologia è che la patologia cerca la povertà, rifiuta il beneficio.
Per quanto riguarda per esempio la scrittura di quelle pagine che sono il Pensiero di natura io ho
operato esattamente come il bambino molto reale degli esempi anzidetti. Ho fatto un primo passo lasciando
che altri compia — con mia e sua soddisfazione — questa prima mossa.
Vorrei dire una parola sulla prima mossa. Il pensiero di natura è quell’ordine universale, giuridico,
un primo diritto — vita psichica come vita giuridica — quella predisposizione di un ordine universale, quella
premeditazione di un ordine universale — Kant sarebbe d’accordo su come mi sto esprimendo: è il concetto
stesso della sua legge morale; semplicemente la sua legge morale è il nemico di questa altra predisposizione
— grazie al quale non si aspetta più, non si attende più che la realtà mondana faccia lei la prima mossa. La
prima mossa, se c’è soggetto occupante quel posto dell’iniziativa, la prima mossa, quale che sia la realtà
mondana, o la realtà, sarà sempre possibile che sia compiuta dal soggetto. In diverso caso, se non si occupa
quel primo posto, il posto dell’iniziativa, affinché il beneficio sia procurato a mezzo della partnership di un
altro, non si farà altro che passare il tempo a protestare contro l’iniquità del mondo.
Fin qui ho un po’ — neppure quanto basta — introdotto il lavoro del Corso di questo anno, in quanto
così come negli anni prima avevamo esplorato il pensiero di natura — io stesso mi sono accorto di non
conoscere tutte le proprietà di tale pensiero: ogni tanto ne sbuca una nuova; nelle parole che ho detto prima
mi sono accorto che ne è sbucata una nuova nel filo di quanto andavo dicendo — come pensiero giuridico.
Nel corso degli ultimi due anni lo abbiamo esplorato come pensiero sciente, anche riguardo alla scienza,
comunemente o non comunemente detta. Quest’anno lo esploriamo, con i nostri mezzi maggiori o minori, e
con un numero di incontri indubbiamente limitato, come pensiero economico.
Nel costruire questa serie — esplorazione come pensiero giuridico, esplorazione come pensiero
sciente, o competente quanto al sapere, esplorazione come pensiero economico — in un primo momento, nei
miei appunti, avevo scritto, e ora non lo faccio più, che questo pensiero l’hanno esplorato anche come amore
e anche come cura. Mi ero accorto ieri sera che qualcosa non andava nel collocare amore e cura nella
medesima lista: no, non è la medesima lista! Anzi, perché possa dirsi amore, pronunciarsi competentemente
la parola amore e non l’innamoramento, perché possa pronunciarsi con competenza la parola cura, senza
essere dei sadici, — la bella battuta di Freud: «Io mettermi a curare la gente? Mai stato così sadico» [2]; a un
certo punto mi sono anche messo a curare la gente perché sull’onda di ciò che mi importava di afferrare mi
sono trovato anche a declinare, a coniugare quello che andavo pensando anche come cura — ecco dunque
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che amore e cura, che peraltro almeno nella radice latina sono pressoché sinonimi, non sono altro che i nomi
e i risultati del darsi pensiero di natura come pensiero giuridico, nomi e risultati del darsi pensiero di natura,
ossia personale, come pensiero sciente, e nomi e risultati del darsi pensiero di natura come pensiero
economico. Amore e cura non sono delle sfere, degli ambiti additivi rispetto a pensiero giuridico, pensiero
sciente, pensiero economico, in quanto a loro volta non sono delle partizioni di una trattazione, ma sono
svolgimenti dello stesso pensiero a seconda di ciò che si accentua in un momento temporale dato di quel
pensiero, precisamente come ogni oggetto può essere descritto in un suo punto piuttosto che in un altro.
produzione
soddisfazione
godimento
volere
labora
O
S
appuntamento
Au
D
Ora
potere
In termini più scolastici potrei dire che ho cercato di introdurre all’idea di un incremento dei fattori
della ricchezza. Qualsiasi manuale dirà che i fattori della ricchezza, generalmente considerati, sono due: i
beni e i servizi. Ho proposto che i fattori della ricchezza sono tre: beni, servizi, pensiero di natura o
competenza individuale o facoltà del giudizio, sovranità individuale. Diciamo così che non possiamo che
manifestare insoddisfazione per lo stato delle scienze economiche e delle scienze giuridiche per il fatto, per
così dire, di continuare a fare i conti senza l’oste, l’oste abitante, il singolo del pensiero di natura.
Certo, che è a ogni singolo di farsi avanti circa l’averlo e il coltivarlo. Per così, gli assenti hanno
sempre torto. Ecco un’altra ragione per considerare del tutto inadeguato, nonché errato, il passare il tempo a
protestare dell’iniquità del mondo. L’assente, chi non prende il posto del beneficiario, avrà sempre torto,
perché sarà sempre assente. Proprio la risposta «Presente!» dell’interrogazione in classe, o di altre specie di
appelli nominali. L’atto di presenza è uno e uno soltanto: l’occupazione di quel posto. Facile occupazione. È
solo la patologia ad essere produttrice di difficoltà. Quante volte parlando a insegnanti ho fatto osservare che
il concetto di difficoltà scolastica, su cui è stato scritto tanto, si sono mossi i ministeri, se n’é fatte di tutti i
generi, è un concetto falso. Non esiste in natura, nella natura dei nostri intelletti, la difficoltà scolastica. La
difficoltà scolastica è un fatto inibitorio, un fatto patologico. È tanto sbagliato il concetto di difficoltà
scolastica o altre specie di difficoltà, quanto è un delitto del nostro secolo avere introdotto un concetto di
intelligenza distinta dal pensiero in atto, o pensiero di natura, in atto per il beneficio. Esiste una sola specie di
intelligenza: quella che coincide con tale pensiero.
Uno dei modi per fare ammalare i bambini piccoli è mettergli in testa l’alternativa fra essere
intelligente e non essere intelligente, come qualità o facoltà distinta dal pensiero che il bambino già ha.
È un crimine il concetto di intelligenza di tutti quelli del nostro secolo che hanno lavorato
sull’intelligenza, fino poi necessariamente arrivare al balordissimo concetto di intelligenza artificiale. Hanno
scritto libri per criticarla. Non servono i libri, basta una battuta. Ecco un’ulteriore punto. Gli altri che tocco
ora saranno aggiunte intorno a quel po’ di osso che ho cercato di disporre prima.
Anzitutto ho scarabocchiato la formula dei due posti. In mezzo ho scritto «appuntamento»: si può
parlare del primo diritto del regime giuridico dell’appuntamento. Ricordo che lo opponevo al pensiero di
Santi Romano — che Dio lo perdoni — in quel punto particolare in cui dice che l’amicizia non è
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giuridicamente rilevante. Salvo l’idea che l’amicizia sono quelle persone che ogni tanto vedo chiacchierando
insieme ogni tanto, dopo tutto il concetto di amicizia non può subire limitazioni. Fino a includere quello di
joint-venture, di partnership comunque intesa ed estesa.
Anche qui si tratta di iniquità concettuale, un illecito concettuale, una menzogna. A chi spetterebbe
di fissare i limiti qualitativi, in quanto a prerogative, nonché quantitativi dell’amicizia? Una volta tolta l’idea
che qualcuno possa fissare i limiti del concetto di amicizia, il concetto di amicizia assume o può assumere la
massima, fino a costernante, rilevanza giuridica.
Le proprietà di quella formula risultano a poco a poco. Ad esempio, questo che chiamo regime
dell’appuntamento non presuppone già scritta la lista dei miei invitati. La lista è aperta. Chi risponde alla mia
prima mossa entra nella lista degli invitati: non sono io a stabilire i miei invitati, ma nemmeno la mia amante.
La mia amante è colei che alla prima mossa si fa incontro, alla mia domanda si farà incontro con una propria
offerta.
Io non scelgo i miei compagni, non scelgo le mie amanti. Non scelgo neppure di avere dei compagni.
I compagni sono il risultato di aver fatto quella prima mossa, cioè del puro occupare il posto di beneficiario.
Che dunque non è il posto nemmeno di una solitudine potenziale: non si darà occupando quel posto il caso
dell’andar male. Ed è l’unico posto che sia esente dall’angoscia. È l’abbandono di quel posto che ha come
immediato risultato l’angoscia.
Non è diverso dall’occupare il posto a destra, perché chi sa occupare il posto a sinistra farà la spola
facilissimamente da un posto all’altro.
C’è un’altra cosa che in quella formula si può fare osservare a proposito del pensiero di natura come
pensiero economico. Al solo vedere la formula così come è scritta essa fa vedere che in questo caso si tratta
di una legge — noi siamo partiti dal concetto di moto di legge dei corpi — i punti della quale legge sono
occupati realmente da soggetti in carne ed ossa. Non c’è da un lato la legge e dall’altro lato soggetti che con
essa colludono, si oppongono, aderiscono, modificano, la fanno, la disfano. Il soggetto è articolo della stessa
legge.
Mi piace dire un’altra cosa ancora. A me è capitato e lo ripeto come mia testimonianza personale, di
dire che io sono un benedettino. Per certi aspetti della questione, faccio da me, mi arrangio io. Ma
benedettino in «Ora et labora», laicissimamente detto. È una coppia di termini di perfetta laicità. «Ora et
labora» sono i due momenti della prima mossa, del Soggetto nel posto del beneficiario. «Ora» si chiama il
pensiero nel momento della premeditazione dell’atto. E il «labora» è l’atto meditato per il beneficio.
Lo chiamo «Ora» perché il lessico economico, assodatissimo, e non contestato da alcuna parte si
chiama anche domanda quando dall’altra parte c’è l’offerta. Perciò, se fosse vero che il benedettinismo è
risolvibile nella coppia di termini che ho tradotto in concetti, allora ha torto tutta quella specie di pensiero,
specialmente noto da Umberto Eco ne Il nome della rosa, che il benedettinismo sarebbe una cosa da civiltà
rurale, agricola. Sto parlando della civiltà della metropoli più vasta e più inquinata.
Siate comunque metropolitani, perché è solo il metropolitano che può guarire. La provincia è
incurabile. C’è solo una malattia incurabile, che si chiama provincia. Anche se abitate in provincia potete
essere metropolitani. È la sola patologia che non si possa curare.
Lo dico in un altro modo affinché non sembrino battute o allusioni a qualcosa di non dichiarato.
Sapete cos’è il provincialismo di cui abbiamo sempre parlato? Si chiama «sessualità»: è il fare della vita dei
sessi una provincia a se stante. Freud la chiamava «fase fallica». È lo stesso: si provincializza un punto.
Devo dire che su quella formula io avrei desiderio che tanti altri di noi lavorassero riguardo alle tre
parole scritte in alto: produzione, soddisfazione, godimento. Diciamo che non siamo andati molto avanti lì.
Forse non sono stato abbastanza chiaro quando ho detto che questa legge è giuridica, economica, ed è
composta nei suoi articoli da persone in carne ed ossa. Quindi che non c’è relazione di esteriorità alla legge:
il soggetto la compone ed è questo a fare la giuridicità di tale legge e la singolarità di essa, e la non
privatezza.
Il concetto classico di ricchezza è beni più servizi. Il pensiero di natura si aggiunge nella mia
proposizione di oggi come terzo fattore della ricchezza; anche fattore nel senso etimologico, che fa.
Qual è la natura di questo fattore? Anch’esso è servizi. Si tratta di servizi. È il servizio apportato dal
produttore di una materia prima affinché un secondo lavoratore la porti a termine.
Prima mi annotavo che il problema della servitù o schiavitù contemporanea sta in questo: in questa
posizione di servizio della domanda — nulla a che vedere con il volontariato, con gli spiritualismi sul
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servizio — chi non serve in quella posizione si asserve. Ecco una delle ragioni per cui sono partito dal «A chi
ha sarà dato…». Il sanzionato è quello che finisce per asservirsi per non avere servito il profitto dell’altro
con proprio profitto. La sovranità si esercita dalla posizione del soggetto, cioè di quel servire, incluso il non
prestabilimento dell’esserci dei partner, di chi saranno i partner, di quanti saranno i partner.
Qui c’è tutto un capitolo che poi è tanti capitoli. Se si desse il tempo procederei a una serie di
definizioni, diciamo di grandi realtà storiche, presenti o passate, del nostro secolo, a ripartire dal pensiero di
natura. Un beneficio che si vede è che esso consente di conoscere, riconoscere, ridefinire, capitalismo,
comunismo, psicopatologia. Li ho messi sullo stesso piano.
Vorrei come penultimo passaggio caratterizzare che cos’è la logo-patia — o la patologia o
psicopatologia — come il fattore della povertà.
Di Lacan riparleremo, ma diciamo che il mio mefistofelico maestro ha dato un nome molto preciso alla logopatia, o psicopatologia, o regno — si fa per dire — della miseria. L’ha chiamata «il simbolico». Piuttosto
mefistofelico, perché uno di fronte alla parola «simbolico» si immaginerebbe che comunque si tratti di
qualcosa di abbastanza celestiale, un po’ divino, magari. Un livello arpeggiante. Anche a me c’è voluto del
tempo per capire che è Lacan stesso in certe pieghe del discorso a dire che ciò che lui chiama «il simbolico»
è l’inferno.
Per esempio il suo bravo nodo lo chiama «La mia trinità infernale» e altri passaggi.
La patologia, cioè il simbolico, è l’ambito della coincidenza di povertà e patologia. Piuttosto. Il
patologico è l’ordine, il disordine, il mal-ordine — e qui sono obbligato a una formula troppo rapida — del
regime del comando invece del regime del diritto. Queste cose le abbiamo dette molto altrove e poi abbiamo
sempre detto che per cogliere ciò che chiamiamo regime del diritto, bisogna saperne pensare due: il primo e
il secondo. Ebbene, l’ordine infernale della povertà e della patologia, è l’ordine o disordine del comando in
quanto questo ordine del comando è fatto di veri e propri comandi. Si tratta solo di andarli a scoprire. I tre
imperativi categorici — proprio come Kant ha chiamato «categorico» il suo imperativo, peraltro anche lui
con tre formulazioni distinte — o tre formule distinte del medesimo imperativo categorico, sono collegabili,
se non sovrapponibili, a quelli kantiani. Ma ora lasciamo Kant.
Gli imperativi sono tre. Imperativi infernali. Anzi, io stesso aderisco, faccio mio, anzi sono io a fare
questa definizione, vi sto dando la definizione di inferno, anche se da buon miscredente non credessi
all’inferno che verrà. L’inferno è il regime di questi tre imperativi.
1° imperativo: siate insoddisfatti
Il primo si formula così: siate insoddisfatti. C’è già un implicito facilmente esplicitabile. Non c’è
l’insoddisfazione se non in quanto venga prodotta imperativamente. Non è un dato di partenza,
l’insoddisfazione. Non è neanche il risultato di un insuccesso. Il dolore e l’insoddisfazione non vanno
confusi. La sofferenza e l’insoddisfazione non sono la medesima esperienza. L’insoddisfazione è il prodotto
di un comando. L’insoddisfazione è quello che si chiama fare questioni di principio. Tutto di infernale, nulla
di — ahimè — di strano, perché lo si osserva vistosamente in ogni patologia. È lì da vedere: non si dimostra
ciò che è lì da vedere.
Siate insoddisfatti o siate invidiosi. È l’imperativo della soddisfazione. «Non ti darò la soddisfazione
di vedermi soddisfatto», «Non ti darò la soddisfazione di avermi soddisfatto».
2° imperativo: fate obiezione
Il secondo imperativo, anch’esso è contenuto nella conclusione della parabola: fate obiezione, partite
dal fare obiezione. Ossia, abbiate come prima mossa un’obiezione di principio, ovunque essa sia
rintracciabile l’occasione per l’obiezione di principio.
3° imperativo: non giudicate
La terza formula dell’imperativo categorico è: non giudicate. La formula è completa solo che la si
completi con «non giudicate l’imperativo stesso».
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Al primo, al secondo e al terzo imperativo faccio corrispondere tre frasi. Una è presa da Kierkegaard,
autore infernale. Leggete Kierkegaard se volete imparare qualche cosa su cos’è l’inferno, comunque presente
se anche foste miscredenti su quello futuro.
Se penso che i cristiani l’hanno quasi beatificato e presto arriverà qualcuno che lo proporrà per la
beatificazione. Ci siamo già. Alcuni conoscono già questi passi.
Sposatevi, ve ne pentirete. Non sposatevi, ve ne pentirete ancora. O che questo, o che quest’altro, ve
ne pentirete in ogni caso. Fidatevi di una ragazza, ve ne pentirete. Non fidatevi di essa, ve ne pentirete.
O che vi fidiate o che non vi fidiate, ve ne pentirete in ogni caso. Impiccati: te ne pentirai. Non
impiccarti: te ne pentirai ancora. O che ti impicchi o che non ti impicchi, te ne pentirai in ogni caso.
E notate come in forma antitetica designi la prima mossa:
Io non faccio movimento alcuno.
È notevole: è quella stessa formula descritta dall’avversario di quella formula.
La mia partenza eterna è la mia fermata eterna.
Per il secondo imperativo, «fate obiezione»: non sono stato a esplicitare che il punto strategico del
fare obiezione riguarda i sessi, la provincializzazione dei sessi in una sfera. Non vi racconto di nuovo il
passo incredibile di Sant’Agostino nella Città di Dio.
Ora si tratta di Shakespeare nel Macbeth. Monologo di Lady Macbeth nel momento della
premeditazione del regicidio, dell’attacco alla sovranità. Una volta individuato che l’attacco maligno è alla
sovranità, possiamo anche pensare che non occorre l’atto fisico, la liquidazione fisica del soggetto; è
sufficiente la sottrazione ad esso della sovranità. Si chiama anche eziopatogenesi della patologia infantile e
non solo di questa.
Venite pensieri che attentate ai pensieri.
Sono io che ho tradotto così. La prima parola da me tradotta «pensieri» è spirits. E la seconda volta è
thoughts.
Venite pensieri che attentate ai pensieri.
Venite pensieri anti-economici, e anti-giuridici e anti-amorosi. Ma ormai per poter pronunciare la
parola «amore» bisogna prima aver pronunciato la parola «economia» e la parola «giuridico».
Venite pensieri che attentate ai pensieri. Asessuatemi. Venite ai miei seni e prendete latte per fiele.
Sembra Melanie Klein, sputato. Il giorno che le cose le si riconoscono, appena ti viene chiaro che
quella cosa lì si chiama con quel nome, poi le nebbie se ne vanno. Un esempio di nebbia, prima di
concludere, ve la mostrerò in Dante.
Ministri assassini, ovunque, nelle vostre sostanze fuori vista,
i tre imperativi non individuati e non giudicati come tali
attendete al misfatto di natura.
L’espressione è notevole: contrapponete l’espressione «misfatto di natura» e l’espressione «pensiero
di natura» e vedrete che nell’ostilità si corrispondono.
La frase che segue è il rinnegamento dell’atto, quello che Freud chiamava con la parola
Verleugnung.
Che il mio affilato pugnale non veda la ferita che esso produce.
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Avvenuto tutto questo, questo monologo nella premessa, adesso vediamo il monologo nella
conclusione.
Nulla di fatto, tutto sprecato.
Il rilievo economico della parola «spreco» non può non balzare all’intelletto. Notate che non è affatto
il momento della sconfitta militare di Macbeth, ma è il momento della conquista ottenuta con l’usurpazione.
Nulla di fatto, tutto sprecato, quando il desiderio è andato senza soddisfazione. Dubbio godimento.
La terza frase, credo che sia in nota, la prendo da Oliver Saks, L’uomo che scambiò sua moglie per
un cappello. È il titolo del volume di questa prima raccolta di racconti. Saks è anche un neurologo, valido, e
si occupa anche di malati neurologici. In particolare ha appena narrato il caso di uno cui viene fatto vedere
un guanto. Questa persona si profonde in parole di bravura nel descrivere la forma, nel dare una descrizione
morfologicamente perfetta di questo guanto che ha davanti agli occhi. Ma non sa dire che è un guanto, non sa
dare il giudizio, perché chiamare una cosa con il suo nome è un giudizio.
Ecco il passo:
C’era quindi anche una agnosia interiore. Era evidente che in questo caso egli non riusciva a formulare
un giudizio cognitivo pur essendo in grado di produrre numerosi ipotesi cognitive. Ed era precisamente
questa assurda astrazione a renderlo incapace di giudizio.
È curioso come la neurologia e la psicologia non parlino quasi mai di giudizio.
Noi in questi anni non facciamo che fare questa osservazione. Al di fuori di noi non le fa nessuno;
almeno per una volta c’è uno che fa le osservazioni che facciamo noi, trattandosi peraltro di ovvietà. La
scomparsa del giudizio dal nostro mondo, anzitutto dalle scienze, è un dato di osservazione.
Il giudizio è la nostra facoltà più importante. Il giudizio, senz’altro, la prima facoltà di una vita, è ignorato
o male interpretato dalla neurologia classica. Le nostre scienze cognitiviste soffrono anch’esse di una
agnosia essenzialmente simile a quella del dottor P. Il quale può dunque servire da monito e da
parabola mostrando che cosa succede a una scienza che rifugga dal giudizio.
Quest’ultima frase avrebbe potuto essere messa in testa al nostro Corso dell’anno passato sulle
scienze.
Abbiamo contrapposto il regime del diritto-economia, della ricchezza, al regime del comando come
produttore di povertà e insoddisfazione.
Ahimè, anche il nostro Dante, non è dalla parte giusta. Quale che sia il mio rapporto attuale con il
cristianesimo, fu fra ginnasio e liceo che avevo già tirato impietosamente la conclusione che se il
cristianesimo fosse stato quello di Dante, io non desideravo averci nulla a che fare.
Purgatorio, XIX, parla Virgilio:
«Vedesti» disse «quell’ antica strega
Virgilio strappa la veste dal corpo della donna:
fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
È l’obiezione di principio al rapporto.
«Vedesti» disse «quell’antica strega
che sola sovra noi omai si piagne;
vedesti come l’uom da lei si slega.
Questa in Dante è apologia di divorzio per principio fra uomo e donna: ti ho appena insegnato come
si fa a separare l’uomo dalla donna. Ti ho appena fatto l’apologia del non rapporto.
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Bastiti, e batti a terra le calcagne:
Questo ti basti. Un commentatore osserva che battere a terra i calcagni è l’atto del soldato che si
mette sull’attenti. È battere i tacchi. Ci siamo già alla militarizzazione del paradiso. Mettiti sull’attenti. E ciò
che aggiungo ora perfeziona.
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne.»
«Lo rege etterno» è Dio che fa girare il sole e le altre stelle, e gli uomini come il sole e le stelle —
terrificante confusione tra realtà umana e realtà fisica — che fa muovere le cose umane per mezzo del
logoro.
Il logoro è un’immagine di uccello che il falconiere mostra al falco perché obbedisca. È l’istinto,
l’automatismo, è l’ordine dato al falcone perché obbedisca e si posi sul braccio del falconiere. Questo
è
l’ordine del comando. La perfezione eterna sarebbe la perfezione di un ordine di puro comando: non c’è più
economia, non c’è più rapporto, non c’è più uomo, non c’è più donna, non c’è più niente; c’è puro comando.
A Dio in quanto agita il logoro come il falconiere.
Volevo leggervi questo passaggio solo per dare anche una misura storica alle cose che andiamo
dicendo. Dante è sette secoli fa. Il genere di inferno di cui stiamo parlando, o di regime avverso, data come
terminus cronologico ad quo almeno da tale epoca. Diciamo che ho appena accennato a un possibile libro di
storia che qualcuno potrebbe scrivere.
Finisco solo informando che il nostro patto, che è il patto stesso del pensiero di natura, che è il patto
di produrre pensiero, ognuno con i suoi mezzi, con il suo tempo, tante volte controvoglia, in questa entità che
ci può considerare come operai: questa entità è un patto fra operai produttori di pensiero. Questo è il nostro
lavoro, almeno quello che si dà sotto questa denominazione.
E vi ho detto che vi rinvito tutti oggi a questa riedizione del patto che riunisce un certo numero di
persone qui presenti.
Di ciò che ho appena detto ho anche fatto argomento di conversazione personale con qualcuno che
ovviamente non nomino. In questo rinfrescamento di questo patto, oggi a cinque anni di distanza di esistenza
dello Studium Cartello.
Questa operaità, questo lavoro operaio nel pensiero di natura, che in ogni caso è già stato largamente
elaborato da tanti, aldilà del mio primo lancio, lo possiamo anche chiamare con un’espressione semplice:
rifare la lingua. In questo senso, istruttivi per quelli di noi che provano a essere curanti di altri, a essere
partner di altri — viene prima il concetto di partner rispetto a quello di cura, diversamente da quello della
medicina, che mette prima quello di cura, dopo di che il medico è meglio che si guardi bene dal diventare il
mio partner: cosa c’entra? Giù le mani! — potremmo tutti, anche chi non fa il curante di certe casistiche,
prendere lezione da tutte quelle psicopatologie che sono mutaciche, come si dice, ossia il soggetto non parla,
perché almeno su un punto ci aiuta.
Noi pensiamo di aiutare i nostri pazienti, ma guardate che se il lavoro con i pazienti non sta
risultando indicare qualche cosa all’intelletto o al cuore, come preferite, del curante il curante non curerà
mai. Deve essere il curante a sentire un beneficio in ciò di cui si sta occupando. Il curato se ne accorge, eh? E
continua con il suo mutismo. Mutismo silenzioso per l’orecchio o mutismo rimbombante di chi parla senza
dire nulla, strepito, in fondo sarebbe bene accorgersi che i due fenomeni si assomigliano molto di più di
quanto sembri. Silenzio assoluto e rimbombo assordante in verità sono solo i due estremi della medesima
cosa. Quindi gli afasici potrebbero esserci di indicazione a cogliere che noi stessi abbiamo da rifare la nostra
lingua.
In termini di assetto ufficiale, ma anche reale, pratico, abbiamo chiamato questo lavoro
Enciclopedia: stiamo facendo una nuova enciclopedia.
Si può chiamarlo anche in un altro modo; rifare la lingua è anche un’altra definizione dell’amore.
Adesso che ci penso, San Tommaso definiva la fede per auditum. È attraverso l’udito che avviene questo
fenomeno. Noi potremmo dire che anche amor è per auditum. A lingua non rifatta amor non corrisponde.
Risulta una ulteriore definizione: rifare la lingua è anche una definizione del guarire.
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NOTE
[1] Mt. 25,29 – Lc. 19,26 – Mc. 4,25
[2] Poscritto del 1907 a La questione dell’analisi laica.
© Studium Cartello – 2007
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Prolusione, 20 novembre 1999