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Lunga vita ai Fab Four
Cinquant’anni fa la prima incisione ufficiale dei Beatles dava il via a una storia infinita e di un
mito destinato all’immortalità."
Antonio De Robertis
1962-1970: otto anni che hanno cambiato radicalmente il mondo della musica rock.
1962-2012: cinquant’anni dalla pubblicazione del primo singolo, ’Love Me Do” / “P.S. I Love
You’, oltre un miliardo di dischi venduti, una fama che non accenna ad appannarsi; anzi,
un’aura di eternità che alimenta il mito e l’adorazione di centinaia di milioni di fans sparsi per
l’orbe terracqueo. I Beatles, secondo la rivista Rolling Stone - la cui autorevolezza è fuori
discussione - sono “i più grandi artisti di tutti i tempi”. Qui bisogna aprire una parentesi: prima di
’Love Me Do’ – il 22, 23 e 24 giugno del 1961 - c’erano state le registrazioni di Amburgo
con Bert Kaempfert, grande direttore d’orchestra, come produttore. L’album ’First’, oltre a molte
esecuzioni di Tony Sheridan e i Beat Brothers, contiene anche le cover, di ’Ain’t She Sweet’ (i
Beatles da soli) , ’When the Saints Go Marchin’ In’, ’Why’, ’If You Love Me Baby’, ’Sweet
Georgia Brown’, ’My Bonnie’, ’Nobody’s Child’ (i Beatles con Tony Sheridan) ma – udite udite! –
anche una canzone originale: ’Cry for A Shadow’, firmata Harrison-Lennon. Ciò nonostante, la
discografia ufficiale non ne tiene conto perché alla batteria non c’era Ringo Starr ma Pete Best.
Da ’Love Me Do’ a ’Let It Be’: ventidue 45 giri e quattordici album. Una discografia assai
meno consistente, numericamente, di quella di molti altri; di Elvis Presley, ad esempio
(l’unico, peraltro, che contende ai Fab Four la palma di artista più venduto della storia). Ma c’è
ben altro negli studi di Abbey Road. Così sostiene Mark Hertsgaard, collaboratore di riviste
prestigiose come il New Yorker e il New York Times e autore di ’A day in the life – La musica e
l’arte dei Baetles’. Negli studi più famosi della Terra, ci sono, ben nascosti e custoditi, nelle
scatole bianche e rosse della BASF, i nastri integrali di tutte le registrazioni del quartetto: oltre
quattrocento ore di registrazione, contro le sole dieci ore e mezzo pubblicate. Facile immaginare
cosa accadrebbe se un giorno qualcuno decidesse di pubblicare tutto quanto, così com’è,
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Estratto ad uso rassegna stampa dalla pubblicazione online integrale e ufficiale reperibile al link http://www.lindro.it/cultura/2012-05-07/8546-lunga-vita-ai-fab-four
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grezzo, con le pause i commenti seri e quelli salaci, le discussioni, le liti registrate fra una nota e
l‘altra durante le sessioni, gli errori, i take two o anche three o four. Ci sarebbe l’assalto, una
febbre mondiale alimentata dal desiderio, dalla voglia irrefrenabile di ascoltare le loro voci ed
entrare, con un salto indietro nel tempo, nella loro vita quotidiana di musicisti. Saremmo tutti
partecipi dei loro pensieri, delle loro idee, ma assisteremmo anche alle loro discussioni e
scopriremmo anche quanto disaccordo serpeggiava nel gruppo. Il dualismo principe, quello fra
John e Paul, ha prodotto cose meravigliose ma ha anche posto fine a una favola che altrimenti
sarebbe durata molto più a lungo. Così, forse John non sarebbe andato a New York e sarebbe
ancora vivo. Così - se dobbiamo dar credito a chi, fra le altre cause, ne teorizza anche
un’origine psicosomatica - che ne sappiamo se il cancro non si sarebbe portato via George?
Ma non siamo qui per ipotizzare o a fare della fantastoria; e neppure per ripercorrere la storia,
quella reale, dei quattro baronetti di Liverpool. Ai fiumi d’inchiostro versati in cinquant’anni,
all’enorme quantità di siti web più o meno attendibili o accurati, spesso “copia e incolla”, non
intendiamo aggiungere una riga. Ci piace invece farci trasportare dall’onda delle emozioni
personali e dalla musica. Basta prendere ’Rubber Soul’ e riascoltare ’Michelle’ con la sua
semplice delicatezza bilingue, oppure farsi trasportare dall’armonia intrisa di dolcezza di “Girl”,
per evocare immagini altrimenti dimenticate, momenti legati alla spensieratezza adolescenziale
e giovanile.
Basta la sequenza senza soluzione di continuità (ma che delitto, che orrore, la versione Cd con
le tracce separate!) della facciata “B” di ’Abbey Road’, quel fluire ininterrotto di melodie, ritmi,
armonie – da ’Here Comes the Sun’ via via fino a ’Golden Slumbers’ e alla minimalista ’The
End’ con l’omaggio di chiusura alla regina - che hanno in sé la semplicità della tradizione e la
bellezza indescrivibile della scintilla creativa, per dimenticare i problemi che ci affliggono, gli
anni che corrono via veloci, la crisi, il lavoro che scarseggia, le ansie della vita quotidiana.
Districarsi nella discografia dei Beatles, fra incisioni ufficiali, i già citati ventidue singoli e
quattordici album, i bootleg, le raccolte, le antologie, i live come, tanto per citarne alcuni, quelli
al Budokan di Tokyo, alla Hollywood Bowl di Los Angeles o alla BBC (doppio album mono che
contiene ben sessantanove tracce) è impresa titanica. Ci piace qui citare, per i curiosi e i
collezionisti che privilegiano il contenuto all’oggetto, un cofanetto Cd preziosissimo, pubblicato
negli Stati Uniti dalla Capitol con etichetta Parlophone alcuni anni fa, che raccoglie
tredici “extended play” (così venivano chiamati i 45 giri con quattro tracce), più alcune tracce di
’Magical Mistery Tour’ in doppia versione, mono e stereo, corredate di libretto di trentadue
pagine. Un gioiellino da possedere.
La tramoggia del tempo, come il setaccio del cercatore d’oro, fa scivolare via attraverso il suo
filtro, la sabbia e trattiene le pepite. L’oro della musica dei Beatles splende ancora e continuerà
a illuminare i giorni delle generazioni a venire perché il genio ha in sé qualcosa di inspiegabile
che gli dona l’immortalità.
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