COMMISSIONE NAZIONALE DI STUDIO
PER LA FORMAZIONE ALLA POLITICA
SUGLI STRUMENTI DI PARTECIPAZIONE
PARTECIPAZIONE ED INFORMAZIONE
A cura di
Luigi Mariano Guzzo
Rappresentante dell’Assemblea Federale
1
In democrazia il popolo è sovrano. E al centro c’è la volontà popolare.
“Non c’è altra volontà che possa dar luogo al formarsi di una società
politica e quindi di uno Stato, se non quella di tutti i consociati, che,
per l’appunto, desiderano associarsi”, scrive Paolo Maddalena,
giudice della Corte Costituzionale (1).
La domanda che ci dobbiamo porre è la stessa che Karl Popper (19021994) ritiene essere il problema principale di una convivenza
democratica: “Come controllare chi comanda?”.
La risposta a molti potrebbe apparire semplice: il controllo di “chi
comanda” è affidato, in una democrazia, alla società civile.
Eppure la società civile è una realtà che non esiste, è una
semplicistica astrazione che risale alla civiltà greco-romana e ancora
alle culture precedenti (2).
Non si può affidare il controllo di chi comanda ad un qualcosa che
non esiste e che “non esistendo non può contrapporsi alla casta, alle
zone grigie e alla politica corrotta” (3).
La nostra società è un grande “contenitore” che raccoglie borghesi e
proletari, gente di destra e di sinistra, atei e cattolici, casta e malavita
organizzata, lobby potenti e fasce deboli, movimenti che rivendicano
il diritto al divorzio, all’eutanasia e all’unioni di fatto ed altri che si
oppongono categoricamente a queste rivendicazioni in nome di una
diversa concezione della vita, dell’uomo e del suo sviluppo.
Quindi non esiste la società civile in sé e per sé, oggettivamente
determinata, ma esistono delle persone che si uniscono insieme e
che diventano “coscienza della società reale”. Una coscienza vera,
reale, che vive, che si può toccare con mano e che permette di
contestare e rivendicare gli abusi del potere politico.
“Le persone che governano un Paese –scrive Giordano Muraro, padre
domenicano e docente di teologia morale con al suo attivo numerosi
saggi di carattere teologico, pastorale e sociale- non si danno il
Potere, ma lo ricevono dai cittadini, che eleggono i loro governanti, e
delegano ad essi la facoltà di esercitare il potere. Ma dopo averli
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eletti, i cittadini continuano a mantenere il potere e ad esercitarlo,
nel senso che conservano il diritto-dovere di verificare se coloro che
hanno eletto esercitano il potere in modo corretto, o se devono
apportare delle modificazioni, o addirittura se devono permettere o
meno che continuino a governare. Il cittadino non affida a una
fantomatica società civile il suo diritto-dovere, ma deve esercitarlo in
proprio. Per questo è essenziale educare i cittadini ad essere
consapevoli del potere che hanno e di esercitarlo, non diventano
sudditi, cioè persone passive nei confronti di chi li governa, ma
continuano a essere responsabili della propria vita e della
realizzazione del bene comune. Sono allo stesso tempo governati,
perché hanno delegato l’esercizio del potere a coloro che hanno
eletto, e governanti, perché devono verificare se le persone che
hanno eletto esercitano correttamente il potere”(4).
Ritorna dirompente, tradotto certo in altri termini, l’interrogativo di
Karl Popper: come verificare che le persone che abbiamo eletto
esercitino correttamente il potere?
Sicuramente non tutti i cittadini posseggono gli strumenti adeguati e
la giusta preparazione per avere un quadro reale della situazione
politica e sociale e venire così a conoscenza di crimini e di abusi, “ma
la libertà di stampa e di pensiero permettono ai cittadini
particolarmente preparati di fare queste ricerche e di denunciarle. In
questo modo aiutano i loro concittadini a formarsi un giudizio su
tutto ciò che avviene nella vita sociale […] Dalla conoscenza nasce
l’indignazione e dalla indignazione nasce l’azione per sanare la
situazione” (5).
Si comprende quindi l’importanza che ha la libertà di informazione in
una democrazia in quanto la stampa permette al cittadino di venire a
conoscenza della vera situazione della società in cui vive.
Negli anni venti del secolo scorso, il giornalista statunitense Walter
Lippman (1889-1974) sosteneva una concezione elitaria della
democrazia e delegava agli “esperti” il compito di attuare una politica
orientata agli interessi della società. Ma se gli esperti non hanno un
continuo confronto con la popolazione come possono
3
rappresentarne le esigenze? E’ il problema che si pone John Dewey,
nell’entrare in rotta di collisione con Lippman. Dewey (1859-1952) –
nel saggio pubblicato nel 1927 dal titolo “Comunità e potere”- mostra
come gli esperti possono avere solo delle conoscenze parziali tali da
aumentare la distanza dagli interessi collettivi: “Nessun governo di
esperti, nel quale le masse non abbiano la possibilità di informare gli
esperti in merito alle loro esigenze, può essere altro che un’oligarchia
diretta nell’interesse di pochi’. La democrazia, prosegue l’autore, non
è solo un sistema tecnico di governo definito dalle elezioni, o dal
suffragio universale che permette la scelta dei leader politici; la
democrazia circoscrive come gli uomini devono vivere, lavorare e
imparare reciprocamente in essa le persone devono far parte
integrante del processo politico e il governo deve essere al servizio
degli interessi dei cittadini. L’obbiettivo di una democrazia è creare le
condizioni affinché l’uomo moderno possa diventare un pubblico
partecipe e consapevole delle conseguenze e delle sue azioni, svolte
in qualità di forza politica e non di ‘fantasma’. E questo è possibile
solo attraverso un’educazione e delle condizioni sociali capaci di dar
vita a una ‘intelligenza efficiente” (6).
Ecco allora che la democrazia da sola non basta, ma è necessario un
effettivo controllo dei cittadini alla vita politica attraverso
l’informazione. Solo grazie ad una libera informazione i cittadini
hanno garantito il proprio diritto/dovere di reagire non solo
contestando ma proprio eliminando con il voto le persone che non
hanno esercitato bene il potere loro attribuitogli. L’informazione
riveste un ruolo di primo piano in una democrazia che di per sé non è
sufficiente a garantire le libertà dell’individuo.
“Lo Stato moderno –scrive Mario Caligiuri- si regge sul consenso,
tanto più che l’attività della pubblica amministrazione richiede di
essere maggiormente condivisa da parte dei cittadini. Per essere
condivisa l’attività amministrativa ha bisogno di essere
comprensibile” (7).
La stampa –estendo oggi tale termine non solo, come ovvio, al
giornale cartaceo, ma anche a radio, televisione, internet, e, perché
4
no, social network- , quindi, è vista dalle nuove democrazie come
una risorsa del potere democratico a patto che si conservi
pluralistica. Un quarto potere, insomma, senza il quale le democrazie,
quelle vere, quelle liberali, non potrebbero essere definite tali.
Tant’è che l’articolo 21 della nostra Carta Costituzionale – frutto di
tre grandi correnti ideologiche (8): quella marxista, quella cattolicosolidarista e quella liberale- nel primo comma recita: “tutti hanno
diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo
scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. E continua al secondo
comma: “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o
censure”.
La Costituzione insomma sancisce nella Repubblica italiana la libertà
di manifestazione del pensiero e, al suo interno, la libertà di stampa.
La libertà di stampa è una delle principali garanzie per una società
democratica. “L’essenza della libertà di stampa sta in ciò che
chiunque voglia pubblicare un libro, un giornale, un opuscolo, un
manifesto, un ciclostilato, ecc., non deve chiedere alcuna
autorizzazione (vale a dire un consenso preventivo alla
pubblicazione), è assolutamente libero di farlo; inoltre, una volta
stampato il libro, il giornale, il manifesto, ecc., prima di procedere alla
sua diffusione, non deve sottoporlo ad alcuna censura (vale a dire ad
una approvazione preventiva dello scritto)” (9). C’è da sottolineare a
riguardo che la registrazione della stampa periodica presso la
cancelleria del tribunale della circoscrizione dentro la quale si
effettua la pubblicazione (legge 47 del 1948, articolo 5), in cui è
necessario far risultare il nome ed il domicilio della persona (fisica o
giuridica) che esercita l’impresa giornalistica, l’editore, e del direttore
o vicedirettore responsabile (che deve essere iscritto all’elenco dei
Pubblicisti o dei Professionisti dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti),
non è una forma di censura preventiva, ma ha come fine
l’identificazione dei responsabili nel caso in cui siano commessi reati
a mezzo stampa (10).
All’informazione un compito è riconosciuto sopra ogni altro:
arricchire la cittadinanza e favorire una partecipazione attiva per la
5
realizzazione del bene comune.
Il ruolo sociale dell’informazione è molto più che un assunto giuridico
e normativo.
Herbert Simon (1916-2001), uno dei massimi teorici della
complessità, sostiene che nella società contemporanea o si è cittadini
informati o non si è cittadini. Simon, infatti, vede la libertà, in senso
positivo, come una abilità sostanziale di fare qualcosa e di essere
qualcuno, di scegliere e di decidere consapevolmente: necessario è
quindi l’accesso all’informazione (11). E non bisogna considerare
soltanto il diritto ad essere informati, ma pure il diritto ad informare
(ancora oggi in ben 127 paesi del mondo un giornalista non può
lavorare senza che abbia un’autorizzazione statale ovvero un visto di
lavoro).
Il 24 luglio del 2002, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi così si rivolgeva alle Camere: “il pluralismo e l’imparzialità
dell’informazione, così come lo spazio da riservare nei mezzi di
comunicazione dialettica delle opinioni sono fattori indispensabili di
bilanciamento dei diritti della maggioranza e dell’opposizione; questo
tanto più in un sistema come quello italiano, passato dopo mezzo
secolo di rappresentanza proporzionale alla scelta maggioritaria”. E
aggiungeva che “non c’è democrazia senza pluralità e imparzialità
dell’informazione” e che “il pluralismo e l’imparzialità
dell’informazione non potranno essere conseguenza automatica del
processo tecnologico” (12).
6
NOTE
(1) PAOLO MADDALENA, Quello che si deve sapere della Costituzione
della Repubblica Italiana, Jovene Editore, 2010
(2) GIORDANO MURARO, A chi spetta reagire?, in Vita pastorale,
Mensile per operatori pastorali, n. 4, aprile 2010
(3) GIORDANO MURARO, ibidem
(4) GIORDANO MURARO, ibidem
(5) GIORDANO MURARO, ibidem
(6) MASCIA FERRARI, Pushers di voti e opinione pubblica nelle
democrazie, in Desk, anno XV n. 3/2008
(7)MARIO CALIGIURI (a cura di), Le lobbies, queste sconosciute,
Rubbettino Editore, 2001, pp. 13-14
(8) Riguardo alle tre ideologie,“il compromesso raggiunto da queste
ideologie è verificabile in molte norme costituzionali e, in special
modo, in quelle contenute nel titolo terzo della parte prima della
Costituzione relativo ai rapporti economici”. Martines parla di
“compromesso”. Il compromesso è risultato di concessioni da
entrambi le parti, implica anche una certa limitazione per arrivare ad
un risultato comune. E’ per questo che c’è chi come Paolo Maddalena
preferisce parlare di “fusione” tra la corrente marxista, cattolica e
liberale. “Si trattò, non di un compromesso, come sovente si è detto,
ma di una fusione di diverse culture politiche, animate dalla comune
consapevolezza che la nuova democrazia dovesse avere, per
sopravvivere a lungo, natura e caratteristiche del tutto diverse
rispetto alle istituzioni liberali classiche. Ciò allo scopo di realizzare
7
con maggiore efficacia quegli argini allo strapotere di un uomo, di un
partito o di una maggioranza politica ritenuti indispensabili dagli
stessi
grandi
pensatori
liberali
che
stanno
alla
base
del
costituzionalismo moderno”.
(9) TEMISTOCLE MARTINES, Diritto Costituzionale, Undicesima
edizione interamente riveduta da Gaetano Silvestri, Giuffrè Editore,
Milano 2005.
(10) TEMISTOCLE MARTINES, ibidem
(11) FRANCO SIDDI, Nella libertà di informazione la qualità della
nostra democrazia, in Desk, anno XI n. 2/2005
(12) CARLO AZEGLIO CIAMPI, Messaggio alle Camere del Presidente
della Repubblica, 24 luglio 2002
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