leggi, scrivi e condividi le tue 10 righe dai libri
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Scrivere bene
(o quasi)
Scrivere
bene
(o quasi)
di Elisabetta Perini
A Paolo, Emma e Lorenzo, come sempre.
E a Caterina che con me condivide la luce delle parole.
Ideazione, progetto e realizzazione
Elisabetta Perini
Responsabile editoriale
Roberto De Meo
Redazione
Alessandra Pelagotti
Revisione
Roberta Recanatini
Correzione bozze
Lucia Degiovanni
Impaginazione
Leonardo Di Bugno
www.giunti.it
© 2011 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia
Via Dante 4 - 20121 Milano - Italia
Prima edizione: settembre 2011
Ristampa
6 5 4 3 2 1 0
Anno
2015 2014 2013 2012 2011
Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A. - Stabilimento di Prato
Errare humanum est
Dedico questo libro a tutti coloro che, quando sbagliano, si sentono umani.
E a tutti quelli che, pur sentendosi umani, hanno
voglia di non sbagliare più.
Prefazione
Perché ho scritto Scrivere bene e non parlare bene? Perché la lingua parlata
ci è molto più amica di quella scritta: non ci sono accenti, né apostrofi, né
punteggiatura, e se sbagliamo una parola o un passato remoto, se ci dimentichiamo un bel congiuntivo, non è poi così grave! Quando scriviamo, invece,
ecco che vengono a galla tutti i dubbi e le incertezze: sta si scrive con l’accento? soddisfacente vuole la i? i numeri si scrivono in lettere o in cifre? cioè è
troppo “adolescenziale”? assolutamente troppo “modaiolo”? come li chiamo,
vigile o vigilessa? immigrato o migrante?
Siamo consapevoli che, mettendo nero su bianco le nostre parole, andiamo
incontro a errori d’ortografia, di punteggiatura, di sintassi o di scelta lessicale che possono compromettere la correttezza dei nostri testi e forse anche la
loro leggibilità.
La penna o la tastiera allora si fermano e inizia il classico tormento da testo
scritto. L’unica consolazione è che dubbi e incertezze si materializzano per
tutti, scrittori provetti e dilettanti: ognuno ha i suoi punti deboli!
(O quasi). La seconda parte del titolo è dedicata infatti alle debolezze e alle
difficoltà di chiunque si debba confrontare, o si confronti, con la scrittura.
Anche a me succede di fare degli errori quando scrivo (ne sanno qualcosa le
redattrici che hanno seguito il mio lavoro con tanta attenzione) e, lo confesso apertamente, mi capita di scrivere qual è con l’apostrofo: qual’è. Orrore...
non c’è niente da fare, ci casco anch’io. E non sono l’unica: conosco studiosi,
professori e giornalisti che fanno altrettanto (ma forse evitano di confessarlo, perché se ne vergognano). Questo non significa che possiamo comportarci in modo anarchico, dico proprio il contrario: la lingua va saputa usare, le
convenzioni sono importanti perché ci permettono di scrivere con un mezzo
uguale per tutti e dunque comprensibile a tutti. Le regole le dobbiamo conoscere bene e poi, se vogliamo, possiamo infrangerle, ma con cautela.
L’importante è essere consapevoli del fatto che la scrittura può essere piena
di trappole e richiede attenzione, approfondimento e revisione.
Scrivere correttamente non è semplice, perché non esiste un unico tipo di
scrittura. Esistono tanti modi di scrivere come esistono tanti modi di parlare.
E ognuno di questi può essere corretto se è il modo giusto per il momento
giusto. Ovviamente per scrivere bene in tante situazioni diverse dobbiamo
essere “competenti”; dobbiamo sapere che cosa è permesso e che cosa è vietato, dobbiamo conoscere gli usi e le convenzioni. Dobbiamo prenderci del
tempo per pensare, per scrivere e per rileggere. E forse quest’ultimo, il tempo,
7
è invece proprio l’elemento che meno abbiamo a disposizione nella vita frenetica di tutti i giorni.
Non condivido le visioni catastrofiche sullo stato della lingua italiana e sull’ignoranza dilagante. Non credo che sia la prospettiva giusta per guardare a
una lingua, che esiste da tanto tempo, e che si evolve naturalmente, come
sempre ha fatto nel corso dei secoli. Mi sembra invece positivo che un così
gran numero di persone si siano riavvicinate alla scrittura, anche solo per digitare “messaggini” al cellulare o per infilare una frase nella propria bacheca di
Facebook. O che gli adolescenti passino il tempo a chattare o a scriversi sms. In
una lingua che non è lingua, qualcuno potrebbe dire. Forse, ma state certi che
quando devono affrontare argomenti intensi come l’amore o le discussioni in
famiglia, o magari l’organizzazione di una manifestazione politica, ricorrono
alla lingua italiana, quella che hanno imparato a scuola. Non dobbiamo aver
paura e soprattutto non dobbiamo trasmettere alle generazioni future uno
sguardo così desolato sulla loro apparente incompetenza, ignoranza o incapacità. Vanno invece trovati i modi per stimolare la curiosità linguistica offrendo la possibilità di capire il senso delle regole, la bellezza di un’espressione corretta e soprattutto di un testo chiaro e leggibile.
Con questo libro spero di avervi portato un po’ di allegra curiosità. So di non
aver risposto a tutti i dubbi e di aver lasciato un bel po’ di incertezze, perché
ricordate: la grammatica non è una scienza esatta! Ci sono norme da seguire, suggerimenti, ma la lingua è molto più di regole ed eccezioni: la lingua
siamo noi. Spero comunque di aver risposto almeno alle domande più frequenti, prendendo spunto dalla parola o dall’espressione per accompagnarvi alle regole della grammatica, con le sue eccezioni e le sue oscillazioni, raccontandovi anche un po’ di storia, aneddoti e curiosità che forse vi aiuteranno a comprendere quanto è espressiva e vitale la nostra lingua.
Il mio consiglio è: scrivete, scrivete, scrivete! E poi rileggete e correggete: prendetevi sempre tutto il tempo che un atto così importante, qual è la comunicazione tra esseri umani, richiede.
Ringrazio i lettori della mia Grammatica italiana per tutti, gli amici, le collaboratrici, i bambini e le bambine che mi hanno sottoposto con entusiasmo i
loro dubbi, le loro curiosità, i loro errori e mi hanno così fornito il materiale
vivo, anzi “vivacissimo”, per poter scrivere questo libro.
8
Elisabetta Perini
Sommario
Prefazione
1
7
Punti, virgole...
e capoversi
Punto e basta!
Il capoverso
Il punto
La virgola
Il punto e virgola
I due punti
Il punto interrogativo
e il punto esclamativo
I puntini di sospensione
Tra parentesi
Trattini e lineette
Le virgolette
Il discorso diretto
Grassetto, corsivo
e sottolineato
Sil-la-ba-re
Gli elenchi
2
13
14
16
18
22
24
26
28
30
33
35
37
40
43
45
Parole latine,
parole straniere
Dove sta andando l’italiano? 47
Io bloggo e tu? I neologismi
48
I computer o i computers?
Il plurale delle parole straniere 50
I curriculum o i curricula?
Il plurale delle parole latine
51
Il tight in autogrill.
Gli anglicismi
53
Il whisky o l’whisky?
L’articolo con i nomi stranieri 54
Iugoslavia o Yugoslavia?
Le lettere straniere
56
Mando un e-mail o una e-mail?
Il genere delle parole straniere 58
Question time per l’election day.
Forestierismi in politica
60
Una location tutta italiana.
Forestierismi nella lingua
quotidiana
62
Un quintale di cotone.
Gli arabismi nella lingua italiana 64
Verba volant ma scripta manent!
I latinismi nella lingua italiana 66
Una vision per la mission.
Itangliano in azienda
70
9
3
Giusto o sbagliato?
Essere o non essere?
71
Ad, ed, od?
72
Aeroporto o aereoporto?
74
Caffè o caffé? Perché o perchè? 75
Cocomero o anguria?
78
D’accordo o daccordo?
80
L’Fbi o il Fbi, la SPD o l’SPD?
81
Dell’Aquila, di L’Aquila
o de L’Aquila?
82
Efficiente o efficente?
84
Entusiasta o entusiasto?
86
Ho scritto a degli amici
88
Io do, lei sa, lui dà: dove va
l’accento?
90
La forbice o le forbici?
92
L’altr’anno o l’altranno?
Tutt’uno o tuttuno?
94
Lo pneumatico o il pneumatico? 97
Ma però?
100
Nessun uomo o nessun’uomo? 102
Provincie o province?
Valigie o valige?
104
Qual è o qual’è?
106
Rubrìca o rùbrica?
108
Séguito o seguìto?
111
Sé stesso o se stesso?
112
Sia... sia o sia... che?
114
Stavolta gli dico o le dico...?
116
10
4
Modi di dire
Modi o mode?
Affatto
Assolutamente
Badante
Colf e migranti
“C’ha un bel sito”
Che tempo che fa
Cioè
Dimmi di sì
Doppie pericolose
Ecco!
Faccia a faccia
o a faccia a faccia?
Gratis o a gratis?
Io e te
La ministra, le ministre
Parole che ingannano
Piuttosto che
Un attimino
Vicino a Bergamo
o vicino Bergamo?
117
118
120
122
123
125
128
130
132
133
135
137
139
140
142
144
146
148
150
5
6
Verbi ribelli
Regole per gli “irregolari”?
Apersi o aprii?
Bagnamo o bagniamo?
Cossi e nocqui: remoti
e difficili
C’era o c’erano
un centinaio di migranti?
Congiuntivi in crisi
Devo o debbo?
Disdivo o disdicevo?
Essere o avere?
È dovuto andare
o ha dovuto andare?
È piovuto o ha piovuto?
Ha riflesso o ha riflettuto?
Il sole oggi splende, ma ieri?
Io vado, noi *vadiamo
Passato prossimo
o passato remoto?
Soddisfo o soddisfaccio?
Ti ho vista o ti ho visto?
Zittisco e zittirono
151
152
154
155
158
160
162
164
166
168
170
171
172
174
176
178
180
181
Come si scrive?
Fra trappole e convenzioni
Le abbreviazioni
Le sigle e gli acronimi
Maiuscole e minuscole
I numeri
L’ora
La data
La lettera formale
La lettera informale
L’email
7
183
184
187
190
195
198
200
202
206
208
Un pizzico di stile
Se scriviamo per farci capire...
Farsi capire
Il “burocratese”
La lingua nel web
Tempo di “netiquette”
È gradito l’abito scuro
Un po’ di retorica
Bibliografia
211
212
216
220
224
227
230
237
Indice analitico degli argomenti
e delle parole incerte
240
11
Avvertenza
Le forme e le espressioni scorrette, inesistenti o non attestate nella lingua italiana (o latina) sono precedute, dov’era necessario, dall’asterisco (io *cuocei).
12
Per i “consigli” dell’Accademia della Crusca si fa riferimento all’archivio delle
Domande ricorrenti e delle Risposte ai quesiti nella sezione Consulenza linguistica della Lingua in rete (vedi http://www.accademiadellacrusca.it) aggiornato al mese di luglio 2011.
1
PUNTI, VIRGOLE...
E CAPOVERSI
Punto e basta!
Che la punteggiatura sia importante ce lo dice perfino la lingua che parliamo tutti i giorni, dove il ricorso metaforico ai segni interpuntivi serve a rendere più espressive e incisive le nostre frasi: «allora siamo punto e a capo!»,
«non devi cambiare una virgola di come sei», «e questo te lo dico tra parentesi» e «puntini, puntini».
Eppure proprio la punteggiatura ispira tanti dubbi e tante incertezze, non
solo in chi ha poca confidenza con la pratica della scrittura, ma anche negli
scrittori provetti. I nostri “bisticci” con i segni interpuntivi sono talvolta ben
motivati, perché in effetti le norme che li regolano sono astruse e controverse, non soltanto per quanto concerne l’interpretazione di ciascun segno, ma
anche per la sua definizione e e la sua classificazione. La colpa non è loro,
ovviamente, ma della stratificazione di norme e di consuetudini che si sono
succedute e a volte sovrapposte nel tempo.
Rimane il fatto che, da qualsiasi punto di vista la guardiamo, la punteggiatura (insieme alla scelta dei caratteri e a una corretta suddivisione del testo in
capoversi) può contribuire in modo determinante alla chiarezza e alla leggibilità dei nostri testi: proviamo a riscoprirla insieme.
13
1. Punti, virgole... e capoversi
Il capoverso
In un testo scritto in prosa il capoverso è quella parte di testo compresa tra due
“a capo”. Il capoverso può essere segnalato in due modi:
l rientrando
l usando
di qualche battuta rispetto all’inizio della riga;
una riga bianca per separare il capoverso da quello precedente.
In poesia, invece, il capoverso indica il primo verso di una poesia o di una strofa.
Un capoverso contiene di solito più frasi e può essere lungo anche 10-20 righe
(meglio non esagerare in lunghezza, per non affaticare il lettore!). Le frasi di un
capoverso sono incentrate tutte intorno allo stesso argomento.
Uno strumento utile
Spesso sottovalutiamo l’importanza del capoverso e pensiamo che si tratti
semplicemente di un vezzo stilistico per abbellire i testi scritti oppure di uno
strumento antiquato privo di utilità.
Il capoverso può avere, invece, una funzione importante nella scrittura e può
rivelarsi uno strumento utile a rendere più leggibili e comprensibili i nostri testi.
Infatti, tramite questo espediente stilistico, possiamo suddividere il testo in piccole sezioni all’interno delle quali viene svolto un argomento. Quando l’argomento è completo si va a capo e si ricomincia con un altro ragionamento (e un
altro capoverso). Ogni capoverso è concatenato logicamente al capoverso successivo seguendo una traccia che corrisponde alla struttura del nostro testo. I
capoversi costituiscono, infatti, la struttura tematica del testo scritto.
Ogni capoverso, se ben articolato, dovrebbe corrispondere a un pensiero e
dovremmo poterlo sostituire con un titolo o una brevissima sintesi fatta di
poche parole. Quando un testo è ben suddiviso in capoversi l’argomentazione
sarà naturalmente più chiara e ben strutturata.
Esempi d’autore
14
In questo libro i capoversi vengono suddivisi con la riga bianca come spesso si fa
nei testi che contengono diversi elementi grafici, elenchi e tabelle o nei testi
scritti per il web. Nella prosa letteraria il capoverso è segnalato soprattutto dal
rientro.
Non so se mi crederete. Passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri
credono, e l’altra metà a credere in ciò che altri deridono.
Camminavo una notte in riva al mare di Brigantes, dove le case sembrano
navi affondate,immerse nella nebbia e nei vapori marini,e il vento dà ai rami
degli oleandri lente movenze di alga.
Non so dire se cercassi qualcosa, o se fossi inseguito:ricordo che erano tempi difficili ma io ero, per qualche strana ragione, felice.
Improvvisamente dal sipario del buio uscì un vecchio elegante, vestito di
nero, con una gardenia all’occhiello, e passandomi vicino si inchinò leggermente. Mi misi a seguirlo incuriosito. Andavo di buon passo ma faticavo a
stargli dietro, perché sembrava che procedesse volando a un palmo da terra,
e i suoi piedi non facevano rumore sul legno umido del molo. (Stefano Benni,
Il bar sotto il mare)
– Siete stati proprio bravi, – dice la signora Emenda. – In premio, oggi, vi
laverò i capelli.
Marco e Mirko preferirebbero un paio di schiaffi, ma sono troppo orgogliosi per mostrare il loro terrore. Ahimè, non tutte le cose della vita sono piacevoli come una caccia alla banda del borotalco. (Gianni Rodari, Novelle fatte a
macchina)
1. Punti, virgole... e capoversi
Ecco due esempi tratti da autori contemporanei:
Lo sapevate?
Il capoverso non va confuso con il paragrafo. Se il capoverso è quella parte di testo compresa fra due “a capo”, il paragrafo è invece una parte del
testo scritto, dotata di un’autonomia propria, all’interno del quale viene svolto un argomento completo. Il paragrafo può essere dunque composto anche da diversi capoversi. Il paragrafo è spesso una sottopartizione del capitolo. La struttura di un testo può quindi essere suddivisa in capitoli, paragrafi e capoversi.
Per i paragrafi viene generalmente usato il simbolo § o l’abbreviazione par.
Per i capoversi l’abbreviazione è cpv.
Nella terminologia informatica, invece, il paragrafo è quella parte di testo
inclusa tra due “invii”.
15
1. Punti, virgole... e capoversi
Il punto
Negli ultimi anni l’uso del punto, chiamato anche punto fermo, ha visto una
crescita esponenziale in tutti i tipi di testo scritto.
Un tempo, infatti, nella redazione di testi il punto veniva impiegato con una
certa parsimonia, mentre ora se ne fa un uso più nutrito, sia perché lo stile è
diventato più conciso, più diretto e si fa meno uso di subordinate e coordinate, sia forse per influenza dello stile giornalistico dove il punto è onnipresente, avendo sostituito virgole, punti e virgole e due punti.
È comunque sempre preferibile costruire un testo formato da frasi brevi (e
con più punti, dunque) piuttosto che provocare un attacco di ansia o di tedio
nel lettore sottoponendolo a periodi interminabili, dove il punto finale li
trova ormai tramortiti o totalmente distratti.
Tecnicamente il punto indica una pausa lunga e segnala un cambio di argomento oppure l’aggiunta di informazioni diverse sullo stesso argomento.
Se si vuole indicare uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va
a capo. In ogni caso, dopo il punto fermo si ricomincia con la lettera maiuscola.
Le norme che regolano l’uso del punto sono poche e semplici. Il punto va messo:
segnala la fine di una frase o di un periodo;
l nelle abbreviazioni: pag. “pagina”, per es. “per esempio”, cfr. “confronta”,
ecc. “eccetera”, dott. “dottore”, sig. “signore”; in questi casi si continua a scrivere con la lettera minuscola;
l nelle sigle: D.O.C. “Denominazione di Origine Controllata”, D.L. “Decreto
legge”, R.S.V.P. dall’acronimo francese “Répondez, s’il vous plaît” ovvero il
nostro “È gradita conferma”. Molto spesso, però, si tende a non usare il
punto, soprattutto nelle sigle più diffuse, come ad esempio, Arci
“Associazione Culturale e Ricreativa Italiana”, Onu “Organizzazione delle
Nazioni Unite” oppure nelle sigle dei partiti politici (Pd, PdL, Idv ecc.).
l quando
Parole e silenzi
16
Come dice bene Bice Mortara Garavelli nel suo Prontuario di punteggiatura, “il punto rappresenta il limite fra parola e silenzio” e come tale possiede una forza espressiva straordinaria che va ben al di là della regola grammaticale. Serve infatti a mettere in risalto alcune parti del testo rispetto ad
altre e si presta a sottolineare emozioni e sentimenti, quali l’indignazione,
la presa di distanza, l’amore, il trasporto, come si può vedere dagli esempi
che seguono.
Il lavoro come marchio indelebile, trasmesso di generazione in generazione.
Anche se, un tempo, il lavoro mancava. Ancor più di oggi, in certe fasi. Ma contava. Il lavoro manuale quanto quello intellettuale. Un lavoro per la vita, per
tutta la vita. Era la speranza e l’ambizione condivisa. Perché chi lavora c’è. Esiste. Ha un volto. Una identità. Appunto. (Ilvo Diamanti, La Repubblica,
07/04/2011)
Il rapporto tra parole e silenzi va però regolato con molto buon senso. Così
come un periodo troppo lungo, privo di pause, può risultare difficile da leggere e da capire, allo stesso modo un eccesso di punti può ottenere l’effetto
di frammentare esageratamente il discorso indebolendo la fluidità e la leggibilità del testo.
Un po’ di... etimologia
1. Punti, virgole... e capoversi
Il Presidente del Consiglio prende posizione e dice che la Costituzione va
cambiata. La Costituzione italiana. La nostra Costituzione.
Punto deriva dal latino PŬNCTU(M), participio passato del verbo PŬNGERE, ‘pungere’, che significava inizialmente ‘puntura’ e anche ‘forellino’, quindi ‘punto’. Dalla parola punto si dirama tutta la famiglia dei vocaboli relativi alla
punteggiatura: interpungere, interpunzione, l’antico interpuntare e quindi
anche punteggiatura.
Nelle iscrizioni latine il punto veniva usato come segno divisore tra parola
e parola, al posto del nostro spazio bianco, così da poter sfruttare al massimo la superficie disponibile per la scrittura: si trattava di un punto solo,
di forma triangolare, tonda o quadrata. Questo metodo lo ritroviamo ancora nei quaderni di prima dei bambini, quando imparano a scrivere e inseriscono, tra una parola e l’altra un punto, non avendo ancora la percezione completa dello spazio che divide tra di loro gli elementi del discorso.
Norme grafiche
1. Il punto segue la parola, senza spazio. Lo spazio va messo sempre dopo
il punto, prima della parola successiva.
2. Quando la frase finisce con una parola abbreviata (come ecc., per esempio), il
punto non viene ripetuto, essendo già presente nell’abbreviazione:
Alla conferenza erano presenti scrittori, cineasti, sceneggiatori ecc.
17
1. Punti, virgole... e capoversi
18
La virgola
Nei manuali di grammatica si dice che la virgola, uno dei segni più usati e
(ab)usati del mondo della punteggiatura, serve a indicare una pausa breve.
Non dobbiamo tuttavia pensare a una pausa reale o a un respiro, come quelli
che facciamo leggendo il testo ad alta voce. Se noi mettessimo la virgola in corrispondenza delle pause che effettivamente facciamo quando leggiamo,
sarebbe un tripudio di virgole.
Per esempio: Se noi mettessimo, la virgola, in corrispondenza delle pause, che
effettivamente facciamo, quando leggiamo, sarebbe un tripudio, di virgole. In
realtà la virgola, con quel suo interrompere brevemente la frase, è lo strumento grafico che ci permette – meglio di ogni altro – di segmentare il testo di una
frase nelle sue varie componenti, in modo da tracciarne e organizzarne la
struttura.
La virgola, tra i segni interpuntivi, è quella che gode di maggiore libertà. I
divieti sono molto pochi (ma decisivi: vedi oltre) e, in genere, viene usata con
una certa autonomia, seguendo il sentimento e la verve creativa di chi scrive.
Nonostante ciò, nelle grammatiche troviamo alcune indicazioni che ne
descrivono l’uso e che ci possono essere d’aiuto nello scrivere un testo.
Normalmente la virgola si impiega nei seguenti casi:
l nelle enumerazioni: ho invitato Paolo, Franco, Lorenzo, Silvia;
lnegli incisi di qualsiasi genere: Luca, andando in bicicletta, ha fatto una brutta caduta; mia nipote, che hai conosciuto l’anno scorso, si è laureata;
l prima e dopo un vocativo: non parlarmi così, Paolo!; Paolo, non parlarmi così!;
l prima e dopo un’apposizione: Roma, la capitale d’Italia; il sindaco di Firenze,
Matteo Renzi;
l per separare le proposizioni coordinate introdotte dalle congiunzioni avversative anzi, ma, però, tuttavia ecc.: sono impegnata, ma verrò lo stesso; sto
bene, anzi mi sento veramente in forma;
l per separare le proposizioni subordinate introdotte dalle congiunzioni benché, sebbene, anche se, poiché, mentre ecc.: ci fermammo a parlare, benché
fosse molto tardi; gli ho fatto un regalo, anche se non se lo meritava;
l nelle cosiddette “inversioni” (ovvero
ecc.
quando le frasi non sono costruite
con il classico ordine: soggetto, preNelle enumerazioni che terminano con ecc.,
dicato, complemento): lo legge
la virgola prima di ecc. può esserci oppure
Paolo, il giornale; ne ho viste di cose
no: pane, burro, miele ecc. oppure cani, gatinteressanti, io; l’anello, me l’ha regati, canarini, ecc.
lato Francesco; di soldi, non ne ho
più;
separare la proposizione principale dalle subordinate: se mangi tutto, ti
porto al parco.
Esistono però anche dei divieti da prendere seriamente. La virgola non deve
mai essere usata:
l tra soggetto e predicato; si scrive perciò: Elena balla; il sole brilla;
l tra predicato e complemento oggetto: Giovanna legge un libro; la nave solca
il mare;
l tra proposizione principale e proposizione soggettiva, oggettiva e interrogativa indiretta: è evidente che non hai studiato; penso che tu abbia ragione;
dimmi a che ora torni.
Lo sapevate?
La virgola, a causa del diminutivo e della sua supposta brevità, parrebbe un
segno interpuntivo debole, mentre invece è un segno capace di scompigliare i testi. Questo piccolo apostrofo terreno ha infatti una forza micidiale; basta leggere queste due frasi per capire come la virgola ne cambi completamente il significato:
Mentre Mario spolverava, il vaso cinese della nonna è caduto.
Mentre Mario spolverava il vaso cinese della nonna, è caduto.
Nel primo caso il costoso vaso cinese della nonna si è rotto in mille pezzi,
nel secondo Mario potrebbe essersi fatto male davvero (ma il vaso è salvo).
Vediamo un altro esempio. Se scrivo:
Emma lascia in pace Lorenzo o
Emma, lascia in pace Lorenzo!
intendo comunicare due cose molto diverse tra loro: nella prima frase constato e descrivo una situazione, nell’altra invece invito, ordino a Emma di
lasciare in pace Lorenzo.
1. Punti, virgole... e capoversi
l per
Queste sono le regole che trovate in ogni grammatica. In realtà l’uso della virgola, come abbiamo detto prima, è fortemente legato alla personale scelta
stilistica dell’autore, che ad esempio può usarla anche in modo “irregolare”,
per mettere in rilievo alcuni elementi rispetto ad altri o per dare un particolare ritmo narrativo al testo. Ci sono autori che hanno trasgredito perfino i
divieti, ma a noi, comuni mortali, conviene attenerci alle indicazioni di base e
usare questo segno con una certa “umiltà”, senza voler essere eccessivamente creativi.
19
1. Punti, virgole... e capoversi
La virgola e la congiunzione e
Fino a non troppo tempo fa le grammatiche consideravano l’uso della virgola
prima della congiunzione e un errore (troppo ridondante, si diceva), nonostante
se ne siano largamente serviti tanto Dante quanto Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.Ora questo uso non viene più considerato errato e,facendo attenzione, lo potete ritrovare spessissimo nei libri dei vostri autori preferiti,nei testi formali o negli articoli di giornale.
Virgola e congiunzione servono, infatti, sia a mettere in evidenza l’elemento
(parola o frase) che con la congiunzione si vuole inserire, sia a dare un ritmo
sostenuto e vivo al testo. Ecco qualche esempio:
Ricordatevi di lasciare a casa il telefonino, il computer e l’iPod, e ovviamente
anche il vostro iPad.
Poi, conoscendola a fondo, della grammatica ho capito anche un’altra cosa, e
cioè che è meno spigolosa di come la si dipinge e di come, in un certo senso, la
gente vorrebbe che fosse. (Andrea De Benedetti, Val più la pratica)
I linguisti conoscono due forme di creatività: quella che rispetta le regole e
quella che le infrange, e magari finisce per cambiarle. (Stefano Bartezzaghi,
L’elmo di Don Chisciotte)
A proposito dell’uso della virgola e della congiunzione per dare ritmo alla narrazione, vediamo questo intenso brano di Alessandro Baricco dal suo Omero, Iliade:
E di nuovo entrò nell’acqua e si mise ad ammazzare: Asteropeo, e Tersìloco, e
Midone, e Astìpalo, e Mneso, e Trasìo, ed Enìo, e Ofeleste. Era una mattanza. E
allora io mi misi a gridare.
La coppia virgola-congiunzione e è del tutto giustificata anche dopo gli incisi,
come nella seguente frase: Se ne andarono tutti, benché fosse ancora presto, e
lasciarono il locale a due a due, disciplinatamente.
Un po’ di... etimologia
20
Virgola deriva dal latino VĬRGULA(M), diminutivo di VĬRGA(M), ‘verga’. Significa quindi ‘piccola verga’. Questo segno interpuntivo ebbe una vita molto
movimentata, dall’inizio dell’uso della punteggiatura: da orizzontale a verticale e poi obliqua fino a prendere, finalmente, la sua definitiva forma e
collocazione.
I testi per il web vanno generalmente costruiti utilizzando una sintassi più
semplice rispetto ai testi destinati alla stampa cartacea. Una sintassi semplificata, adatta alla lettura su internet, presuppone un uso limitato degli incisi e
delle proposizioni subordinate e quindi, ovviamente, anche delle virgole.
Norme grafiche
La virgola va sempre attaccata alla parola che la precede e deve sempre essere
seguita da uno spazio. Questa regola andrebbe seguita ovunque, nelle comunicazioni formali, in quelle informali, nelle mail e nei social network. Altrimenti i
vostri testi, anche quelli personali e meno sorvegliati, risulteranno sciatti.
Quindi non si scriverà: Sono andata a scuola , ho visto Elena ,Luca e Gianni e li ho
invitati.
Ma si scriverà: Sono andata a scuola, ho visto Elena, Luca e Gianni e li ho invitati.
1. Punti, virgole... e capoversi
La virgola nel web
Dicono della virgola
“Tramare contro la virgola non paga mai. Bisogna invece amare la virgola sino alla virgolalatria, la virgola è pausa di ironia, è scalo del marinaio, è cielo in terra, la virgola ha umanizzato il mondo”. (Francesco Merlo, La Repubblica, 03/03/2004)
POTRESTI TROVARE INTERESSANTE ANCHE:
Cap. 7. La lingua nel web
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1. Punti, virgole... e capoversi
Il punto e virgola
Ecco forse l’elemento meno amato (e apprezzato) della punteggiatura: il punto e virgola. Quanti di noi ne fanno uso con regolarità? Pochi davvero, tant’è
che questo doppio segno sembra essere scomparso (ma è mai stato veramente usato?) dalle composizioni scolastiche, dalle tesine e dalle relazioni, perfino
dagli articoli di giornale o da tanta letteratura contemporanea. Per non parlare della scrittura del web, dove il punto e virgola pare non avere alcun diritto
di cittadinanza.
LA GRAMMATICA DICE
Nella norma grammaticale il punto e virgola indica, come dice il nome stesso,
una pausa intermedia tra il punto e la virgola: una pausa non forte e decisa
come il punto fermo e nemmeno leggera e delicata come la virgola.
Il punto e virgola può quindi essere usato:
dividere due o tre frasi collegate fra loro, ma troppo lunghe per essere
separate da una semplice virgola: oggi non mi sento troppo bene, anzi quasi
quasi me ne andrei a letto; passerei un pomeriggio leggendo, pensando e
riposando; e poi, alla fine, potrei di nuovo affrontare il mondo.
l Nel caso di enumerazioni complesse: le cause di tale complessità sono una
cattiva gestione della cosa pubblica che si ripercuote nel senso civico dei cittadini; l’incapacità politica e gestionale della dirigenza; il mutato clima
socio-culturale del paese.
l Per introdurre un cambiamento di soggetto in frasi coordinate: Luigi aveva
già deciso che si sarebbe laureato entro l’estate; a meno che Elena non fosse
partita con lui per sempre.
Questi sono solo due esempi,
Punti e virgola d’autore
ma il suo uso è davvero molto
legato alla personale scelta sti“Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo
listica di chi scrive. E soprattutraggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia
to alle capacità e competenze
grande”.
linguistiche, perché generalCollodi, Le avventure di Pinocchio, XV
mente si fa molta fatica a capire quando e come inserire il
“Ostero fece vedere come maneggiava con disinvolpunto e virgola: a volte ci risultura le meduse; la tirò a bordo con un remo, la mita più facile spezzare le frasi
se a pancia all’aria. La ragazza squittì, ma poco;
con un bel punto fermo o inseOstero ributtò la bestia in acqua”.
rire una virgola in più, piuttoItalo Calvino, L’entrata in guerra
sto che fermarci a riflettere se
un punto e virgola sarebbe
l per
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La Costituzione italiana
Come ci fa notare Bice Mortara Garavelli nel suo Prontuario di punteggiatura, un esempio
molto chiaro di come si possa usare il punto e virgola nei testi di carattere più formale (o
sorvegliato) è la nostra bellissima Costituzione, dove il punto e virgola non è evidentemente mero vezzo stilistico, ma ha la funzione di “separare i membri delle serie formate da frasi, anche perché in ciascuna di queste potrebbero occorrere delimitazioni di minor peso da
segnalare naturalmente con le virgole”.
Cito, dal Prontuario, l’articolo 5, dove si vede chiaramente come il punto e virgola suddivida le varie frasi che compongono l’articolo, mentre le virgole racchiudono, all’interno della
frase, una delucidazione, un inciso (“una e indivisibile”):
1. Punti, virgole... e capoversi
adeguato o meno. Le grammatiche e i manuali di scrittura esortano a intensificare l’utilizzo di questo bistrattato segno d’interpunzione, ma la scrittura
prevede una certa libertà nella costruzione sintattica che, come nell’architettura, costruisce e progetta i testi avvalendosi di stili diversi, che sono personali e adeguati al pensiero stesso dello scrivente. Il consiglio, quindi, è il seguente: leggete le regole e, quando avete tempo, provate a esercitarvi nell’uso del
punto e virgola. Senza esagerare, ovvio.
ART. 5
La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.
Ma vediamo anche un altro esempio:
ART. 11
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli
altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
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1. Punti, virgole... e capoversi
I due punti
Nella scrittura i due punti rappresentano uno strumento di comunicazione
straordinario, poiché non servono solo a indicare una pausa intermedia tra il
punto e la virgola, ma possono rivelarsi un valido aiuto nella costruzione sintattica di una frase.
Come segno di interpunzione hanno la funzione di introdurre o presentare
qualcosa e servono normalmente:
l per introdurre un elenco:
tutto gli sembrava insopportabile: parlare, scrivere, perfino telefonare;
l per introdurre un discorso diretto:
l’uomo chiese alla donna: «Quando tornerai?»;
l per introdurre una spiegazione:
Ma era pur bella così: bruna, sfavillante negli occhi, coi capelli nerissimi e
ondulati; le labbra fine, taglienti, accese. (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)
Inoltre possono essere usati in sostituzione delle congiunzioni che normalmente introducono una subordinata o una coordinata (come perché, poiché,
in quanto che ecc.) e rendere quindi il testo più sintetico e incisivo. Sono un
ottimo strumento, ad esempio, per evitare di scrivere due che o due perché
nella stessa frase:
I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se
ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero
pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. (Paolo Giordano, La solitudine
dei numeri primi)
Potremmo dire che i due punti svolgono una funzione che va oltre il testo e
la sintassi, poiché servono a risvegliare l’attenzione del lettore su quello che
segue e che può essere un elenco, una spiegazione o una delucidazione. È
come se dicessero al lettore: guarda, da qui in poi troverai parole o frasi che ti
aiuteranno a comprendere meglio il testo che precede.
I due punti possono anche creare una pausa nel discorso, un momento vuoto,
spesso ricco di aspettativa. Tant’è che il loro uso è frequente soprattutto nello
stile giornalistico dove si cerca sempre di mantenere alta l’attenzione del lettore introducendo un pizzico di suspence. Ecco alcuni esempi:
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Napolitano: «l’Italia sia sempre più fondata sul lavoro» (La Repubblica,
01/05/2011)
Da tre o quattro anni l’universo dei massmediologi è unanime nel considerare il giornalismo un pianeta moribondo: quotidiani in crisi di vendite,
testate che chiudono una dopo l’altra e un’intera generazione – quella sotto
i trent’anni – che non si avvicina a un’edicola nemmeno con la pistola alla
tempia. (L’Espresso, 11/04/2011)
Si possono usare i due punti per due volte nello stesso periodo o nella stessa frase? I pareri, riguardo a questa questione, non sono univoci. I manuali
di redazione, ma anche molte grammatiche, sconsigliano vivamente quest’uso. D’altra parte la prosa letteraria ci offre più di un esempio dei doppi
due punti usati nella stessa frase. Per non parlare della letteratura scientifica, dove l’uso reiterato dei due punti svolge una funzione esplicativa (la
spiegazione nella spiegazione o l’elenco all’interno della spiegazione) che
risulta essere molto importante per la chiarezza e la precisione del discorso specialistico.
Per quanto riguarda la nostra produzione letteraria, soprattutto per quella
più sorvegliata, suggerirei di farne un uso moderato e ponderato.
1. Punti, virgole... e capoversi
Fukushima come Chernobyl: l’agenzia giapponese per la sicurezza nucleare
ha innalzato al livello massimo di 7 la classificazione dell’incidente alla centrale nucleare giapponese danneggiata dal terremoto e dallo tsunami dello
scorso 11 marzo. (La Repubblica, 12/04/2011)
Lunedì vivace manifestazione nel centro di Roma: studenti e sindacati finalmente uniti in un’unica battaglia: la difesa della Costituzione.
Due punti che uccidono
Dimenticarsi i due punti può rivelarsi un errore gravissimo. Porto l’esempio di un titolo di giornale online, dove qualcuno aveva omesso i due punti, rovesciando completamente il senso della frase e creando una notizia falsa: Obama sepolto con rispetto.
Il titolo corretto doveva essere: Obama: sepolto con rispetto.
Una piccola dimenticanza e veniamo a sapere che Obama è stato seppellito (per fortuna con
rispetto). In realtà il titolo doveva riportare, in sintesi, ciò che il presidente Obama aveva riferito ai giornalisti durante una conferenza stampa: ovvero che Osama Bin Laden, dopo essere
stato ucciso, era stato sepolto con rispetto.
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1. Punti, virgole... e capoversi
Il punto interrogativo
e il punto esclamativo
Il punto interrogativo si mette alla fine di una domanda e quello esclamativo serve per chiudere un’esclamazione.
Il punto esclamativo e il punto interrogativo sono anche chiamati “marche
dell’intonazione” perché sono lì per indicarci come dobbiamo intonare la
frase che stiamo leggendo. Infatti la frase interrogativa va letta con tono
ascendente:
«Come ti chiami?»
«Che cosa fai?»
Mentre la frase esclamativa ha un’intonazione discendente:
che spavento!
vieni subito qui!
ahi!, ahimè!, uffa!
L’intonazione di questi due tipi di frase è davvero molto importante. Pensate
che la lingua spagnola la indica addirittura all’inizio della frase, con il punto
interrogativo e il punto esclamativo capovolti:
¿Cuál es tu nombre? e ¡Quién te has creído que eres!
E la maiuscola?
Dopo il punto interrogativo o esclamativo normalmente si ricomincia la frase con la lettera
maiuscola. Se però la domanda fa parte integrante della frase, allora può essere seguita
dall’iniziale minuscola.
Gli autori si comportano, in questo caso, in modo molto autonomo: c’è chi usa la minuscola e chi preferisce comunque la maiuscola.
“[…] mi hai sentito Paride?, e tu, Deìfobo, e voi Polite, Agatone, Eleno [...]?”
Alessandro Baricco, Omero, Iliade
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“- O Melampo dov’è? Dov’è il vecchio cane, che stava in questo casotto?
- È morto questa mattina.
- Morto? Povera bestia! Era tanto buono!...”
Collodi, Le avventure di Pinocchio, Cap. XXII
In italiano invece, dove i punti rovesciati all’inizio di frase non esistono, spesso succede che, leggendo un’esclamativa o un’interrogativa lunga, ci salviamo all’ultimo soffio con un improvviso cambio d’intonazione per finire con
tono ascendente o discendente a seconda del caso.
Con moderazione
Sia il punto interrogativo sia quello esclamativo non vanno usati in numero
maggiore di uno se non in casi particolarissimi. Al giorno d’oggi, specialmente i messaggi postati sui social network, sono invece conditi da innumerevoli !!!!! o ???? La regola del buon scrivere parla chiaro: l’uso reiterato di punti
esclamativi o interrogativi è sconsigliato nella prosa letteraria e negli scritti
formali, mentre è frequente nella pubblicità o negli scritti di carattere informale: bentornata a casa, Simona!!!; potresti non svegliarmi così presto,
mamma??? Consigliamo in ogni caso di usarli con moderazione.
1. Punti, virgole... e capoversi
Si tratta di un espediente grafico che permette, in caso di frasi particolarmente lunghe, di arrivare preparati per l’intonazione ascendente o discendente.
A volte il punto interrogativo e il punto esclamativo vengono usati insieme
(?!) per esprimere sorpresa e incredulità: davvero Claudio e Valeria hanno
deciso di divorziare?! Anche questo espediente grafico va usato con molta
cautela.
(?)(!)
Nei testi scritti è possibile trovare, non di rado, un punto esclamativo o un
punto interrogativo racchiusi tra parentesi. Questo impiego particolare dei
due segni interpuntivi ha la funzione di commentare le parole o le frasi scritte precedentemente:
l il punto di domanda (?) solitamente inserisce un dubbio (ma anche una
punta d’ironia) su ciò che è stato scritto in precedenza, parola o frase;
l il punto esclamativo (!), invece, si impiega stilisticamente per rimarcare un
errore, per sottolineare un’incongruenza, una stupidaggine oppure l’enormità di ciò che è stato detto. Eccone due esempi:
Il ministro per l’Economia ha promesso una riduzione drastica (?) della
pressione fiscale.
In Italia il tasso di occupazione femminile è al 48% (!) contro una media
Ocse del 59%.
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1. Punti, virgole... e capoversi
I puntini di sospensione
Ecco ciò che dicono le grammatiche su questo simpatico ed espressivo segno
di interpunzione.
I puntini di sospensione devono essere usati nel numero fisso di tre e servono a indicare:
lun discorso lasciato in sospeso (per convenienza, per imbarazzo, per reticenza o per alludere a qualcosa ecc.): si tratta di una persona un po’... strana; vorrei dirti una cosa... difficile da spiegare; ci sarebbe da pagare... un obolo al
funzionario;
lle pause e le interruzioni nel discorso proprie del parlato: – ... allora... mi sembra di capire che... te ne vorresti proprio… andare via?
l racchiusi tra parentesi tonde (...) o quadre [...] per indicare l’omissione di
una parte del testo che si vuole citare.
I puntini di sospensione ci piacciono molto, ammettiamolo… ci piacciono perché ci permettono di non sentirci del tutto responsabili di quello che diciamo.
Ci piacciono perché non trasformano pensieri, giudizi e opinioni in sentenze
inappellabili. Ci piacciono perché sono la perfetta trascrizione grafica delle
pause e delle esitazioni tipiche del linguaggio parlato.
Un noto giornalista e scrittore, Beppe Severgnini, sostiene che il “puntinismo” è una malattia moderna che ha colpito le generazioni dei cinquantasessantenni (la generazione politicamente, culturalmente e sessualmente
sospesa – così la chiama nel suo Imperfetto manuale di lingue). E anche le
generazioni tecnologiche, che scrivendo con il computer pigiano a più non
posso il tasto del punto fermo per creare orde di puntini di sospensione.
A dire il vero i puntini li hanno usati (con parsimonia, è vero) anche
Alessandro Manzoni e perfino Dante. Ora se ne fa un uso più massiccio soltanto perché la scrittura si è fatta molto più informale e serve soprattutto per
scrivere mail e post nella Rete, dove sentiamo tutti la necessità di stabilire un
rapporto di complicità e di intimità con i nostri interlocutori. I puntini di
sospensione sono l’arma strategicamente migliore per creare il terreno condiviso della comunicazione. Ovviamente, negli scritti più formali essi vanno
usati con grande, grandissima moderazione.
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I puntini di sospensione sono anche chiamati puntini di reticenza (dal latino
RETICĒRE che significa ‘tacere’). La reticenza è una vera e propria figura retorica
che consiste nel lasciare in sospeso una frase senza terminarla, lasciando
immaginare al lettore la parte finale che invece viene espressa con i tre pun-
Signor giudice,qui si sta parlando di un imputato… particolare,oserei dire. Lei
mi capisce…
Vorrei vedere che mi faceste....! Per amor del cielo! Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo
un buon parere.... eh! subito nelle furie. (Alessandro Manzoni, I Promessi
Sposi, Cap. II)
Norme grafiche
1. I puntini di sospensione non si usano in modo anarchico, una volta due,
una volta quattro: le regole della punteggiatura ne prevedono solo tre e
non di più. Grandi scrittori li hanno usati anche quattro alla volta, ma si
chiamavano Manzoni o Gadda, quindi… non facciamo paragoni e cerchiamo di attenerci alle regole!
2. I puntini devono essere attaccati alla parola che li precede e seguiti sempre
da uno spazio vuoto, cui segue il
resto del testo.
Per esempio...
3. Quando i puntini sono alla fine
della frase non occorre aggiun“Aspetta, è un pacco per la signora Rail,
gere il punto fermo.
è arrivato ieri e...
4. Dopo i tre punti si usa la maiu–
Allora, Pit...
scola solo quando si inizia una
– ... è arrivato ieri e...
nuova frase, altrimenti si conti– ... è arrivato ieri...
nua con la minuscola.
– ... è arrivato ieri e ha l’aria lontana,
5. Se i puntini di sospensione sono
ecco.
in principio di frase, si deve inizia– L’aria lontana? – Sì.”
re con la lettera minuscola, come
Alessandro Baricco, Castelli di rabbia
si può vedere dall’esempio nel
riquadro.
1. Punti, virgole... e capoversi
tini. Con questo espediente lo scrittore vuole dare l’impressione di non poter
o non voler proseguire, lasciando volutamente libero il lettore di trarre le sue
conclusioni o di intuire i contenuti non espressi direttamente:
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1. Punti, virgole... e capoversi
Tra parentesi
La regola sull’uso della punteggiatura dice che le parentesi tonde si usano
per gli incisi, come le virgole e le lineette. Servono quindi a inserire, in una
frase, una precisazione, una delucidazione, un commento:
Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in
sospetto e in curiosità dalla parolina all’orecchio, e dallo sparir della figlia,
era discesa a veder cosa c’era di nuovo. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. II)
L’Uzbekistan si allunga dalle falde occidentali del massiccio dell’Alaj (a est),
che inquadrano la valle del Fergana (una fossa di sprofondamento), sino alle
rive del vastissimo lago d’Aral (a ovest), residuo di un antico mare, a soli 53 m
di altitudine. (da Wikipedia)
Prendendo il caso di Siena (55mila abitanti), i ricercatori hanno confrontato
sei importanti produttori di acqua minerale rispetto all’acqua pubblica. (La
Repubblica, 21/04/2011)
Molto spesso possono anche essere sostituite dalle virgole o dalle lineette,
ma non sempre, perché una caratteristica delle parentesi tonde è di sottolineare una distanza più netta del contenuto dell’inciso rispetto al resto del
testo.
Un po’ di... etimologia
Parentesi deriva (attraverso il latino PARĔNTHESIS) dal greco parénthesis,
che significava ‘inserzione, interposizione’, composto di para (‘accanto’)en (‘in’)-tithénai, (‘porre’), quindi ‘inserire, frapporre’.
Le parentesi tonde ci forniscono inoltre uno strumento ideale per inserire,
all’interno del testo, una seconda voce narrante, creando diversi piani di narrazione che tanto possono offrire, in termini di espressività, ai nostri testi. Ne
sapeva qualcosa Alessandro Manzoni, che nei Promessi Sposi utilizza questo
straordinario espediente per inserire quelle annotazioni così vive e intense,
che paiono venire da un secondo narratore:
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Ho visto io più d’uno ch’era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non
sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un’ora a quattr’occhi col
Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici
dello stesso ,pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de’
frati. (Cap. III)
L’uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a tutti)
immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con
lo scilinguagnolo bene sciolto. (Cap. V)
Ma ci sono moltissimi altri esempi, nella nostra letteratura, classica e contemporanea:
Ma, fatti pochi passi, tornai indietro, e (per curiosità, via, non per altro!) con
quello stesso sorriso sdegnoso e di commiserazione su le labbra, entrai nella
bottega e comprai quell’opuscolo. (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)
Barbara e la madre di Nilowfer (è egiziana, non ricordo il suo nome) mi invitano a prender un caffè al bar, e io accetto. (Sandro Veronesi, Caos Calmo)
1. Punti, virgole... e capoversi
dottor Azzecca-garbugli (badate bene di non chiamarlo così!), l’ho visto,
dico, ridersene. (Cap. III)
L’uso delle parentesi è legato allo stile di scrittura personale, ma risente
molto anche degli altri espedienti grafici che usiamo per introdurre gli incisi
nel nostro testo. Se abbiamo già fatto ricorso a lineette e virgole, le parentesi
possono venirci in aiuto. Un esempio per tutti:
– Dirò il vero anche in questo, – proseguiva Attilio. – Da una parte, sapendo
quante brighe, quante cose ha per la testa il signore zio... – (questo, soffiando,
vi mise la mano, come per significare la gran fatica ch’era a farcele star tutte)
– s’è fatto scrupolo di darle una briga di più. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XVIII)
Norme grafiche
1. Si apre la parentesi e si scrive il testo senza inserire alcuno spazio, allo
stesso modo la parentesi che chiude l’inciso va posta immediatamente
dopo la fine dell’ultima parola (senza spazio).
2. Ricordate sempre di chiudere la parentesi che aprite e di non chiudere
una parentesi che non avete mai aperto: le parentesi sono una coppia
inseparabile.
3. I punti esclamativi o interrogativi vanno posti sempre all’interno delle
parentesi: i miei hanno deciso (finalmente!) di farmi uscire stasera. Invece,
gli altri segni di interpunzione (virgola, due punti, punto) vanno sempre
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1. Punti, virgole... e capoversi
dopo aver chiuso la parentesi e mai prima di aprirla: mi colse di sorpresa
(era già successo), ma non per questo evitai il suo sguardo.
4. Le parentesi servono anche per racchiudere le diciture N.d.T. (nota del
traduttore), N.d.A. (nota dell’autore) e simili.
Le parentesi quadre si usano molto raramente. Si adoperano soprattutto per
inserire un inciso all’interno delle parentesi tonde: (l’antica città [Pompei] fu
distrutta da un’eruzione vulcanica) oppure, con tre puntini al loro interno [...],
per segnalare che sono state omesse una o più parole o frasi in una citazione.
[...] Una volta al mese, il dottor Pardon e sua moglie invitavano i Maigret a
cena nella loro casa di boulevard Voltaire. Due settimane dopo, andavano
loro a cena in boulevard Richard-Lenoir. Le mogli ne approfittavano per
fare le cose in grande [...], mentre i mariti chiacchieravano tranquilli bevendo liquore di prugne o di lamponi. La cena era riuscita benissimo. La signora Maigret aveva preparato la faraona ripiena, e il commissario era andato in cantina a prendere una delle ultime bottiglie di Chàteauneuf-duPape [...]. (Georges Simenon, Maigret e l’informatore)
Lo sapevate?
Anche nelle scienze matematiche si usano le parentesi tonde, ma hanno delle regole d’utilizzo proprie che… sconfinano dai territori delle regole grammaticali!
Esistono anche le parentesi graffe e angolate (quelle ad angolo ottuso, per
intenderci) hanno usi molto specifici che rientrano nel linguaggio tecnico
della matematica, della geometria analitica e della filologia.
Ci sono poi le parentesi uncinate (o angolari) e sono a forma di angolo acuto e si usano soprattutto nell’informatica, come il linguaggio HTML, per
esempio. Nella redazione dei testi servono, nella citazione di indirizzi internet, a racchiudere la URL , cioè il nome del documento da ricercare nel web,
come ad esempio: < http://www.wordreference.com/it>
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Non è sempre facile distinguere (e soprattutto usare in modo appropriato)
questa coppia di segni che si differenziano soltanto per la loro lunghezza.
Neppure la scrittura al computer ci aiuta, perché spesso la tastiera non prevede la possibilità di usare il trattino lungo ma solo quello breve, mentre un
programma di scrittura come Word inserisce automaticamente il trattino
lungo solo se si digita una particolare combinazione di tasti (un po’ macchinoso, a volte).
D’altra parte, ai nostri giorni, il computer ci permette di creare dei testi che
formalmente sono uguali a quelli stampati in tipografia e che quindi devono
saper rispettare, alla perfezione, le regole grammaticali e grafiche della punteggiatura.
Molte persone ritengono che trattino e lineetta siano la stessa cosa, ma non
è proprio così.
1. Punti, virgole... e capoversi
Trattini e lineette
Il trattino si usa:
l per unire due parole che vengono collegate tra loro occasionalmente:
il volo Bologna-New Orleans; un dizionario italiano-francese; un corteo antiinceneritore;
l in alcune parole composte, anche se la tendenza è di scriverle senza trattino: auto-ironia, socio-linguistica (ma anche autoironia, sociolinguistica);
l nella suddivisione sillabica: pe-sca-to-re, fi-du-cia;
l a fine riga, per dividere una parola (invece del trattino, soprattutto nei testi
scritti a mano, si può usare anche il segno =).
Attenzione! Il trattino breve non va mai usato per delimitare un inciso.
I due trattini lunghi, detti lineette, si possono usare:
delimitare una proposizione incidentale in sostituzione della virgola e
delle parentesi:
La ragazza – a detta di tutti – era la migliore ballerina della città.
l per
Giunsi alla scuola,– avevo io la chiave,– entrai, feci un giro per le aule aprendo i vetri come m’avevano insegnato. (Italo Calvino, L’entrata in guerra)
l al
posto delle virgolette, per delimitare il discorso diretto:
– Dove stai andando? – chiese la ragazza al suo compagno di viaggio.
– Diavolo! par morta, – disse uno di coloro: – se fosse morta davvero?
(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XX)
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1. Punti, virgole... e capoversi
Norme grafiche
La distinzione grafica fra trattino e lineetta (breve il primo, lunga la seconda)
ci dovrebbe aiutare a non cadere in confusione:
1. il trattino (-) va sempre unito alla parola e non prevede spazi: il pensiero
giudaico-cristiano, la socio-linguistica, il va-e-vieni;
2. le lineette (– –), invece, richiedono uno spazio prima e uno dopo ciascuna
di esse:
Oggi i riferimenti tradizionali – i miti, gli dèi, le trascendenze, i valori –
sono stati erosi dal disincanto del mondo. (Franco Volpi, Il Nichilismo)
3. quando l’inciso, aperto da una lineetta, termina con il punto fermo, la lineetta non va ripetuta: visitarono insieme Venezia – come in sogno immersi nelle
brume novembrine.
Attenti all’inglese
Attenzione a non farsi influenzare dall’uso tipografico anglosassone – specialmente americano – che spesso non inserisce alcuno spazio tra la parola precedente e quella seguente la lineetta, chiamata in inglese em dash: “All four of them–Bob, Jeffrey, Jason, and
Brett–did well in college.”
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Le virgolette possono essere di diversi tipi: alte (“ ”), basse (« ») o semplici (‘ ’).
LA GRAMMATICA DICE
La regola, riguardo a questo segno grafico, è chiara e semplice da seguire,
basta solo ricordarsi che le virgolette, di qualsiasi tipo, una volta aperte vanno
sempre chiuse.
Normalmente le virgolette alte e le virgolette basse si usano:
lper delimitare un discorso diretto: la donna allora gli chiese: «Mi ami ancora?»;
l per
delimitare una citazione nella quale sono riportate le parole esatte di
qualcuno: il ministro ha detto chiaramente che “il governo ha fatto tutto il
possibile”;
l per evidenziare una o più parole o una frase intera, oppure per sottolinearne il significato particolare (parlando si dice, infatti, “tra virgolette”):
Luca è un “animale notturno”.
1. Punti, virgole... e capoversi
Le virgolette
Le virgolette semplici, dette anche apici, si usano spesso per indicare il significato di una parola: heart, in inglese, significa ‘cuore’; la parola diatriba significa ‘scritto o discorso polemico’ oppure ‘litigio, alterco’.
Le virgolette alte e basse, usate per le citazioni, si rivelano uno strumento
comunicativo di grande effetto, poiché introducono nel testo scritto (ma
anche in quello parlato, quando usiamo l’espressione “tra virgolette”) una
sorta di molteplicità di pensiero. Tramite queste piccole virgole appese in alto
possiamo riportare citazioni di pensieri altrui – condividendoli o prendendone le distanze – come in una “polifonia” (come la chiama Bice Mortara
Garavelli) che trasforma un testo monodico in un coro di voci chiamate in
causa da chi scrive.
Questo segno apparentemente leggiadro può – se dimenticato, o peggio, se
aggiunto inopportunamente – causare veri e propri incidenti diplomatici: ne
sanno qualcosa i giornalisti, che a volte ne fanno un uso davvero improprio.
Ho letto ultimamente su una pagina di giornale:
In Giappone arrivano gli esperti da tutto il mondo: «Fukushima come Chernobyl».
Poi, andando a leggere l’articolo, trovo che le virgolette sono misteriosamente sparite e non si sa più chi, o se qualcuno, abbia veramente pronunciato
quelle parole.
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1. Punti, virgole... e capoversi
Tra virgolette
Le virgolette servono anche per prendere le distanze da una parola o da una
frase che lo scrivente inserisce in un testo e, pur essendo sua, la “cita” per farci
sapere che la riporta con ironia o con sarcasmo. Spesso però vengono usate
con esagerazione, e si ha l’impressione che chi scrive non abbia il coraggio di
esprimere il suo pensiero con sincerità e coraggio e piuttosto abbia bisogno
di nascondersi dietro a un segno che vuole dirci: “qui lo dico e qui lo nego”.
Quando parliamo per segnalare che quello che stiamo dicendo è posto tra
virgolette, ci affidiamo a un tipo di intonazione particolare, molto ironica
oppure avvertiamo il nostro interlocutore dicendo “tra virgolette” e accompagnando spesso questa espressione con il – tanto criticato – gesto che le disegna nell’aria con entrambe le mani: Il cantante Michael Jackson continuerà
sempre a “essere vivo”, grazie all’amore incondizionato dei suoi milioni di fan.
Norme grafiche
1. Non ci deve essere spazio alcuno tra le virgolette di apertura e il testo che
segue, neppure tra il testo e le virgolette di chiusura:
“Va’ tu al tempio di Atena” le disse. (Alessandro Baricco, Omero, Iliade)
2. Il punto fermo va messo subito dopo le virgolette.
“Chi è là nel buio? Cosa cercate?”. (Alessandro Baricco, Omero, Iliade)
Sergenti
Le virgolette basse («») vengono chiamate anche “a sergente” o “caporali”, perché ricordano i gradi militari.
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Questo spazio è dedicato al discorso diretto, ossia a quegli strumenti linguistici ed espedienti grafici che ci permettono di inserire, all’interno di un testo
scritto, la riproduzione fedele (o presunta tale) di ciò che viene detto o è stato
detto, da altri o dal narratore stesso.
La lingua italiana ci offre, a questo scopo, diverse possibilità che possiamo
usare a seconda del nostro gusto e del modo in cui è strutturato un testo. Se
sfogliamo i libri vediamo che ogni casa editrice adotta generalmente una
modalità, tra quelle disponibili, per distinguere il discorso diretto.
I segni grafici che si possono impiegare per segnalare che all’interno della
narrazione si introduce un discorso parlato sono:
l le virgolette alte “ ”, precedute dai due punti;
l le virgolette basse « », precedute dai due punti;
l la lineetta – , senza i due punti.
1. Punti, virgole... e capoversi
Il discorso diretto
Le difficoltà maggiori nel riportare il discorso diretto riguardano l’uso della
punteggiatura, la presenza o meno di spazi e il mantenimento dell’uniformità nel loro eventuale impiego.
Esempi con virgolette alte:
Risposi:“Sono cose che capitano il giorno prima”.
“Il giorno prima di che?”
“Il giorno prima della felicità”. (Erri De Luca, Il giorno prima della felicità)
L’uomo abbassò lo sguardo. Poi disse piano: “Io sono Ulisse. Vengo da Itaca, e
lì, un giorno, tornerò”. (Alessandro Baricco, Omero, Iliade)
Esempi con virgolette basse:
«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi / li denti a dosso, non ti sia fatica /
a dir chi è, pria che di qui si spicchi». (Dante, Inferno, c. XXX, vv. 34 segg.)
«E chi dovrebbe sposare, secondo te?» domandò con una certa irritazione.
«Ma suo cugino, l’avvocato Rosello» rispose la vecchia fermandosi a scrutarlo in faccia.
«Perché proprio lui?».(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo)
Esempi con le lineette:
Uscendo dallo stabilimento, Jerry mi raggiunse tutto fiero. – L’ho baciata, – mi
disse. Era entrato nella cabina di lei, esigendo un bacio d’addio; lei non vole-
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1. Punti, virgole... e capoversi
va, ma dopo una breve lotta gli era riuscito di baciarla sulla bocca. – Il più è
fatto, ora, – disse Ostero. (Italo Calvino, L’entrata in guerra)
– Misericordia! cos’ha, signor padrone?
– Niente, niente, – rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul
suo seggiolone. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. I)
Norme grafiche
Le virgolette alte e basse
1. Le virgolette servono a distinguere il discorso parlato da quello narrato.
Quindi non possono mai sostituire la punteggiatura di un testo: significa
che, nel caso di incisi, verranno a sommarsi alle virgole dell’inciso e non a
sostituirle. Si scriverà quindi: «Non ne posso più», disse la donna, «del tuo
stupido egoismo» e non: «Non ne posso più» disse la donna «del tuo stupido
egoismo».
2. Se le virgolette chiudono la frase, il punto deve essere messo dopo le virgolette: «È una giornata bellissima», disse Anna, «vorrei visitare il castello».
3. Quando il discorso diretto termina con un punto interrogativo, esclamativo o con i puntini di sospensione, essi devono rimanere all’interno delle virgolette proprio perché sono elementi strettamente legati all’intonazione
del testo. Mentre il punto che chiude il discorso diretto andrà subito dopo le
virgolette:
“Chi è là nel buio? Cosa cercate?”.
“Andatevene via immediatamente. Tutti!”, disse sdegnato.
“Cerchi qualcuno da mandare nell’accampamento troiano, a spiare le loro
mosse? Non ti sarà facile trovarlo…” (Alessandro Baricco, Omero, Iliade)
La lineetta
1. La lineetta che chiude una battuta si mette soltanto se poi continua la narrazione:
– Il più è fatto, ora, – disse Ostero. (Italo Calvino, L’entrata in guerra)
2. Tra la lineetta e le parole, prima e dopo di essa, va sempre lo spazio:
– Guarda chi sta arrivando! – esclamò;
3. Se dopo il discorso diretto segue la narrazione, prima della lineetta va la virgola, o meglio: parola-virgola-spazio-lineetta:
– Niente, niente, – rispose don Abbondio. (Alessandro Manzoni, I Promessi
Sposi, Cap. I)
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Ho capito; – disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, – si vede che
quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare. (Collodi, Le
avventure di Pinocchio, I)
Il discorso diretto vale anche per i discorsi pensati o immaginati dal narratore o da uno dei personaggi. In questo caso di norma si usano le virgolette
alte, ma può anche accadere di vederlo, nei libri, racchiuso tra virgolette
basse o tra apici. Ovviamente sia in un caso che nell’altro il discorso “pensato” dovrà distinguersi da quello parlato usando segni interpuntivi del
discorso diretto diversi tra loro. Ecco qualche esempio:
«Quanto mi costerà tutto ciò?», pensavo tra me e me, «Una fortuna, di
sicuro!».
«Senti senti» disse: ma sollevato, quasi divertito. Il postino pensò ‘niente corna’. Domandò «E che è,una minaccia?». (Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo)
Pensai:“E se la baciassi?”. Invece la guardai negli occhi e dissi: «Hai mai letto
Proust?»
1. Punti, virgole... e capoversi
Il discorso diretto “pensato”
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1. Punti, virgole... e capoversi
Grassetto, corsivo
e sottolineato
Da quando usiamo il computer per redigere i nostri scritti (pubblici e privati), non dobbiamo soltanto preoccuparci di strutturare bene il nostro testo
nei suoi contenuti e di saperlo formulare al meglio dal punto di vista linguistico e grammaticale; siamo anche tenuti a occuparci della sua realizzazione
grafica. Per fare ciò esistono diversi strumenti, come la scelta del carattere e
dell’interlinea o il ricorso al grassetto, al corsivo e alla sottolineatura. Un
tempo gli unici a conoscere i segreti per la resa grafica di un testo erano i
tipografi; ai nostri giorni i programmi di videoscrittura ci hanno messo a
disposizione di mouse tutti gli strumenti adatti allo scopo. Ma ciò non significa che i nostri testi ne traggano sempre giovamento.
Il grassetto – detto anche neretto –, il corsivo e il sottolineato sono le principali tecniche grafiche per mettere in evidenza una parola o una frase in un
testo. A volte li usiamo un po’ a caso, pensando che siano soltanto degli
“abbellimenti” grafici e ignorando il fatto che esistono regole ferree anche
per il loro utilizzo. Vanno infatti usati con discernimento e soprattutto con
parsimonia.
La leggibilità di una pagina non aumenta se si adorna il testo – in modo creativo e personale – di grassetti, sottolineature e corsivi. Al contrario, un eccesso
di messa in rilievo può disorientare e confondere il lettore. Come sempre vale
la regola della chiarezza e della sobrietà: alla chiarezza di contenuti e di struttura deve corrispondere la chiarezza della presentazione grafica.
Istruzioni per l’uso
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Innanzitutto diciamo subito che è bene scrivere un testo in tondo (ovvero con
il carattere normale). Poi, in caso di bisogno, possiamo fare ricorso a questi
espedienti grafici:
l Il grassetto, chiamato anche neretto, serve a mettere in evidenza una parola
o una frase. Va usato con grande cautela. Si scrivono normalmente in grassetto: i titoli, i sottotitoli e le informazioni che devono immediatamente balzare agli occhi del lettore (una data importante per una riunione, una
somma da pagare, la parola-chiave intorno alla quale è stato costruito il
nostro ragionamento). Un testo è bello e leggibile anche senza parole evidenziate in grassetto!
l Il corsivo viene utilizzato per i termini tecnici, per le parole latine e le parole
straniere sentite ancora come estranee all’italiano (mission, no-fly zone ecc.)
Quando pubblichiamo un’intervista, è buona norma scrivere le domande in
grassetto (o in grassetto corsivo). Alcuni editori preferiscono invece usare
il semplice corsivo. Questi espedienti grafici servono sia per rendere l’idea
di un testo a “due voci”, sia per agevolare la lettura individuando con immediatezza quali sono le domande e quali le risposte.
“La vita è bella” a parte, a quale dei film per i quali ha scritto la colonna sonora è più legato o ricorda con maggiore nostalgia?
La nostalgia è variabile, di mese in mese, e rischia di farti vivere con la
testa girata all’indietro. La nostalgia è la vigilia del capolinea. Va tenuta a bada. Preferisco pensare a oggi, anzi, a domani: “La conquête”, un
film di Xavier Durringer che ho musicato di recente, in uscita a maggio
in Francia e la mia prossima opera da concerto: “Viaggi di Ulisse”. (Intervista a Nicola Piovani, MicroMega, 4 aprile 2011)
Una riga vuota è, invece, d’obbligo tra la risposta e la nuova domanda.
1. Punti, virgole... e capoversi
Lo sapevate?
e mai per quelle ormai entrate a far parte della nostra lingua (computer, film,
sport ecc.). In corsivo vanno anche quelle parole straniere o latine che sono
percepite come tecniche o specialistiche (de iure, ad maiora, default ecc.).
Web e internet vanno sempre scritte in tondo. Dal momento che il corsivo
deve essere usato per i termini tecnici o specialistici all’interno di contesti
non tecnici o specialistici, è ovvio che quando ci troviamo in ambito tecnico
non avremo bisogno di ricorrere al corsivo e potremo lasciare le parole in
tondo.
Il corsivo serve anche per le citazioni, i titoli di libri, gli articoli e le composizioni musicali.
Inoltre, come il grassetto, può essere utilizzato con valore enfatico, per evidenziare alcune parole all’interno di un testo, ma è consigliabile usare questa
modalità con grande parsimonia.
l Il sottolineato corrisponde al corsivo. Se si usa l’uno è bene evitare l’altro in
uno stesso testo. Inoltre, visto che sono equivalenti, non si dovrebbero usare
mai le due funzioni, corsivo e sottolineato, insieme; potremo allora scrivere
esempio o esempio, ma mai esempio.
Nel web
Un testo scritto per il web necessita di attenzione particolare sia alla scelta del
font (il carattere tipografico) sia alla sua formattazione. Questo perché la lettura
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1. Punti, virgole... e capoversi
a video risulta più faticosa di quella su carta. Il lettore si sofferma più brevemente sui testi e ha bisogno di essere guidato nella lettura, per questo può essere utile mettere in evidenza le parole o le frasi sulle quali vogliamo attirare l’attenzione
e attorno alle quali abbiamo costruito il nostro testo. A questo scopo l’utilizzo del
grassetto risulta molto efficace per facilitare la lettura di una pagina. Inoltre
esso focalizza l’attenzione dei motori di ricerca su ciò che vogliamo evidenziare, aiutandoci a strutturare un buon ipertesto. I motori di ricerca, infatti, spesso
utilizzano quelle marcate in grassetto come parole-chiave che identificano il
contenuto della pagina.
Il sottolineato nel web si inserisce invece per indicare il collegamento a un link
(per esempio: www.accademiadellacrusca.it). In tutti gli altri casi, è inopportuno, genera confusione proprio perché è ormai associato all’idea di collegamento ipertestuale.
Il carattere tipografico
Quando scriviamo al computer è importante saper scegliere il carattere tipografico con cui
redigere il nostro lavoro. Il carattere tipografico è chiamato anche, all’inglese, font e può aiutare a rendere più leggibile e comprensibile il nostro testo.
Esistono due tipi di caratteri (o font):
1. i caratteri con le grazie (detti anche romani o serif ), caratterizzati da piccole appendici
orizzontali, come il Times New Roman o il Bodoni, per intendersi;
2. i caratteri senza grazie (detti anche bastoni o sans serif ), come l’Helvetica o il Verdana.
I programmi di video-scrittura mettono a disposizione tanti tipi di carattere e spesso siamo
tentati di usare i caratteri più stravaganti (vedi l’irresistibile successo del Comic Sans SM).
D’altra parte, se la carta stampata usa soprattutto font “istituzionali” come il Times New Roman e l’Helvetica, qualcosa vorrà dire: si tratta infatti di caratteri sobri ed eleganti, che offrono un elevato livello di leggibilità e che rendono bene graficamente anche quando vengono declinati al grassetto, corsivo e sottolineato.
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Cap. 7. La lingua nel web
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A sillabare si inizia presto, fin dalla scuola primaria. Eppure ci rimane spesso
una sensazione di insicurezza quando, arrivati a fine riga, ci troviamo di fronte alla spezzatura di un vocabolo, soprattutto quando si tratta di parole più
complesse di quelle che usiamo normalmente. La scuola opera una forte censura nei confronti delle sillabazioni errate e, giustamente, non ammette giustificazioni di fronte a una s lasciata a fine rigo (ad esempio ris-torante).
Si scrive sempre meno a mano e quindi i problemi della suddivisione in sillabe e spezzatura delle parole dovrebbero essere meno frequenti. Invece, purtroppo, i programmi di scrittura che usiamo non sono sempre perfetti: a volte
si rifiutano (per ignoranza) di suddividere una parola e la rimandano tutta
intera alla riga successiva; altre volte si permettono di spezzare le parole in
modi non in linea con le regole della lingua italiana.
Vale la pena, dunque, rispolverare le care vecchie regole sulla divisione sillabica:
l una vocale o un dittongo iniziali di parola seguiti da una sola consonante,
costituiscono una sola sillaba: a-mo-re, au-tun-no, u-li-vo, e-sem-pio;
l le consonanti semplici (che non sono raddoppiate o unite ad altre consonanti) fanno sillaba con la vocale che segue: li-mo-ne, vo-la-re, pa-re-re;
lle consonanti doppie si dividono sempre tra due sillabe: mam-ma, sas-so, ferro, al-le-gro. Così anche il gruppo -cq(u)-: ac-qua, nac-que, ac-qui-sto;
l i gruppi di due o tre consonanti che possiamo trovare anche in principio di
parola (br, cr, tr, gr oppure bl, cl ecc.) non si dividono e fanno sillaba con la vocale seguente: a-bra-si-vo, sa-cro, ma-gro, te-a-tro, o-blò, eu-cli-de-o, a-tle-ta;
1. Punti, virgole... e capoversi
Sil-la-ba-re
Per esempio
Le norme che abbiamo fin qui elencato vanno applicate anche alle parole composte con i prefissi di origine latina dis, sub, super, trans. Dunque, secondo la regola, la parola transatlantico si dividerà in tran-sa-tlan-ti-co e non in trans-a-tlan-ti-co; allo stesso modo distrofia,
disonore, subaffittare, superattico saranno sillabate rispettivamente di-stro-fia, di-so-no-re,
su-baf-fit-ta-re, su-pe-rat-ti-co.
Nel tempo, infatti, l’uso quotidiano della lingua, che non è qualcosa di cristallizzato ma, come abbiamo già avuto modo di dire, un “essere” vivo in continua evoluzione, ha attenuato in
questi composti, fino a perderla, la distinzione fra il prefisso e la parola base.
C’è però chi sente ancora fortemente la presenza dell’antico prefisso latino ed è per questo
motivo che la sillabazione di parole come superattico o trasportare è spesso oggetto di appassionati scambi di idee fra studiosi e cultori della materia nei forum di prestigiosi siti web
interamente dedicati alla grammatica italiana.
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1. Punti, virgole... e capoversi
Lo sapevate?
Le regole della suddivisione in sillabe sono state codificate ufficialmente
soltanto nel 1969 dall’Ente Nazionale Italiano di Unificazione (norma UNI
6461-97). L’UNI è un’associazione privata senza fine di lucro, con sede a
Milano, fondata nel 1921 e riconosciuta dallo Stato e dall’Unione Europea,
che studia, elabora, approva e pubblica le norme tecniche – le cosiddette
“norme UNI” – in tutti i settori industriali, commerciali e del terziario.
li
gruppi di due o tre consonanti che invece non troviamo mai in principio di
parola (come bd, bs, cm, cn, dm ecc.) si dividono e la prima consonante va con
la vocale precedente, mentre l’altra o le altre con la vocale della sillaba
seguente: car-ta, cal-do, san-to, om-brel-lo, im-por-to, a-rit-me-ti-ca, sub-do-lo;
l la s seguita da una o più consonanti fa sillaba con le consonanti seguenti:
pa-sto-re, e-sco, mo-stro;
l digrammi e trigrammi non si dividono mai: pu-gno, la-scia, pe-sce, fo-glio;
l i dittonghi e i trittonghi non si dividono mai: pio-ve, pie-de, pau-sa, a-iuo-la;
l le vocali in iato si dividono in due sillabe diverse: vi-a-le, ma-e-stro, pa-e-se.
Se, nonostante le regole, doveste trovarvi in difficoltà nella spezzatura di una
parola, vi consigliamo di consultare un buon dizionario, dove accanto al
lemma viene normalmente riportata anche la sua suddivisione in sillabe.
L’apostrofo in fin di riga?
L’apostrofo in fin di riga è ammesso e spesso usato nei giornali. In genere,
però, si preferisce andare a capo prima o dopo l’apostrofo. Per esempio, stiamo scrivendo la frase: andrò dall’amico di Alice. Se ci troviamo in fin di riga
proprio dopo dall’, dall’amico si potrà dividere in dal-l’amico o dall’a-mico.
Evitiamo sempre di conservare la sillaba (dallo-amico): non rispetta l’uso normale della lingua e, quando riportiamo frasi altrui, non corrisponde sicuramente
alla volontà stilistica dell’autore.
L’Accademia della Crusca consiglia
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I linguisti dell’Accademia della Crusca consigliano, per evitare di incorrere in spiacevoli errori, di intervenire nella divisione delle parole solo quando è strettamente indispensabile. Buona norma è anche quella di evitare
di lasciare, in fondo o all’inizio del rigo, spezzoni di parola troppo brevi, composti magari da un’unica sillaba se non addirittura da un’unica vocale.
Capita spesso, quando scriviamo, di dover inserire un elenco, anche breve,
all’interno di un testo. Gli elenchi sono molto utili perché ci permettono di
“fare ordine” nelle cose che abbiamo da dire. Un elenco aiuta il lettore a comprendere anche testi complessi e articolati, perché presenta le enumerazioni
di parole o frasi sotto forma di una lista.
Anche gli elenchi hanno le loro convenzioni, che ne regolano l’uso. Ci sono tre
tipi di elenchi:
l gli elenchi che non esprimono un senso ordinato e progressivo e vengono
segnalati con un trattino o con un pallino (come nel nostro caso) oppure
con un altro segno grafico tra quelli a disposizione nella video-scrittura;
l gli elenchi che si inseriscono in un testo e sono preceduti da una frase che
termina con i due punti (stile testo);
l gli elenchi che invece costituiscono un periodo autonomo e completo, e le
voci vengono considerate come elementi indipendenti (stile elenco). Questo
elenco non è mai preceduto dai due punti.
1. Punti, virgole... e capoversi
Gli elenchi
Negli elenchi stile testo si devono rispettare le seguenti regole:
1. si usa l’iniziale minuscola se la voce prosegue la frase introduttiva che di
solito termina con due punti;
2. ogni voce dell’elenco termina con un punto e virgola o una virgola (a
seconda della lunghezza e della composizione della frase);
3. l’ultima voce si deve sempre chiudere con un punto fermo.
Anche gli elenchi stile elenco hanno le loro convenzioni.
a) Per ogni elemento dell’elenco si usa l’iniziale maiuscola.
b) Ogni frase dell’elenco finisce con un punto.
c) Se però le voci dell’elenco sono una lista di parole non organizzate in frasi,
il punto non si inserisce.
Ecco un esempio di lista “stile elenco” con il punto:
a) Riflettere bene sull’argomento prescelto prima di scrivere.
b) Costruire la struttura del testo (o scaletta).
c) Scrivere il titolo di ciascun paragrafo.
E un esempio di lista stile elenco senza punto:
Memorandum per l’aspirante scrittore.
a) Pensieri trasparenti
b) Cuore libero
c) Umiltà
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1. Punti, virgole... e capoversi
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Quando vogliamo inserire un secondo elenco all’interno di un elenco (in questo caso il secondo si chiamerà elenco di secondo grado) è bene usare una
numerazione diversa: lettere per il primo e numeri per il secondo o viceversa.
Prima di scrivere è bene:
1. procurarsi il materiale necessario:
a) quaderno per appunti
b) penne e matite (ben appuntate)
c) un computer (meglio se portatile);
2. controllare di avere sulla scrivania un vocabolario della lingua italiana e
un dizionario dei sinonimi e dei contrari;
3. acquistare un manuale affidabile di grammatica della lingua italiana.
Cifre o lettere?
Negli elenchi che vogliono esprimere un senso ordinato e progressivo si possono usare, a piacere, cifre arabe (1, 2, 3), cifre romane (I, II, III), lettere dell’alfabeto minuscole (a, b, c) o maiuscole (A, B, C).
Il numero o la lettera possono essere seguiti da un punto o da una parentesi che chiude: 1. oppure 1), a. oppure ancora a).
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