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Nucleare civile
I TA L I A
c
on scienza e democrazia
L’
I n t e r v i s t a a V. B a l z a n i s u l l e d e c i s i o n i
del nostro futuro energetico
3 maggio 2011.
appuntamento è fissato
nel suo ufficio al Dipartimento di chimica «G.
Ciamician» dell’Università di Bologna. Mi attende il professor Vincenzo Balzani, docente ordinario di Chimica generale dal
1972, ora emerito dopo una vita dedicata
all’insegnamento e alla ricerca nei laboratori dello stesso dipartimento. Curriculum ricchissimo tra esperienze di studio, collaborazioni di ricerca, partecipazione ad associazioni scientifiche, riconoscimenti di vario genere (compresa
una laurea honoris causa e la nomina a
grand’ufficiale della Repubblica italiana
per meriti scientifici). Tutto questo nascosto da una grande semplicità, un tratto
schivo, quasi modesto come l’ufficio in cui
mi riceve; occorre uno sforzo per ricordare che – con oltre 550 pubblicazioni
scientifiche – è ancora oggi tra i 100 chimici più citati al mondo.
Nel suo piccolo gruppo di lavoro – dedicato a fare ricerca negli ambiti della fotochimica, della chimica supramolecolare,
delle macchine molecolari e delle nanotecnologie – si respira aria di famiglia. Balzani è da sempre interessato al tema
dell’energia (nel 2008 ha pubblicato per
Zanichelli, insieme a Nicola Armaroli, il
libro Energia per l’astronave Terra); è coordinatore di un appello rivolto al governo
su «Le scelte energetiche per il futuro dell’Italia» (www.energiaperilfuturo.it).
Divulgatore infaticabile, sullo schermo
del computer le slides di una conferenza
tenuta la sera prima. Me le mostra e inizia
la nostra intervista. A pochi giorni dal previsto referendum sul nucleare si parte dall’attualità.
Dopo Fukushima
non ci possiamo fidare
– Prof. Balzani, che cosa ci insegna l’incidente nucleare giapponese a 25 anni da
quello di Chernobyl?
«Anzitutto, che la sicurezza assoluta
non esiste mai; ma per il nucleare non si
tratta di un tema da poco. Aumentare la
sicurezza degli impianti nucleari significa
moltiplicare i controlli, tutti molto costosi.
Di solito i costi per la sicurezza di una tecnologia diminuiscono col tempo. Col nucleare no: i controlli rimangono costosi e
nel tempo sono destinati ad aumentare di
numero, sia per l’invecchiamento degli
impianti sia per le crescenti richieste di sicurezza.
Poi ci insegna che un incidente nucleare, se è un incidente grave, riguarda
comunque tutto il mondo. L’aria, infatti, è
globalizzata e se le sostanze radioattive
vanno a finire nell’aria – come è successo
a Chernobyl – qualcun altro ne farà le
spese in modo imprevedibile (dipende dai
venti, dalle piogge, ecc.).
Una terza lezione, che già sapevamo,
è che non c’è trasparenza nella gestione
di tali emergenze. Non ci viene mai
detta la verità, non sappiamo mai esattamente cosa succede. Le notizie filtrano
solo se gli incidenti sono gravi, altrimenti
non se ne sa nulla. La TEPCO – proprietaria della centrale di Fukushima –
era già stata costretta a chiudere nel
2001 alcuni reattori risultati fuori
norma. Insomma, non è mai possibile
fidarsi fino in fondo».
– La sicurezza non è il solo, e forse nemmeno il maggiore, dei problemi. Quali sono
le altre questioni in gioco nello sviluppo del
nucleare?
«Iniziamo dal problema economico.
Nei paesi a libero mercato, dove è la gente
a investire e decidere, il nucleare non è
competitivo. L’agenzia Moody’s abbassa
di regola il rating di una compagnia elettrica che investe nel nucleare. La Citigroup ha recentemente dichiarato che
partire oggi col nucleare non è economicamente sostenibile per uno stato.
Gli Stati Uniti, che hanno 110 centrali
attive, affermano di voler rilanciare il nucleare, almeno a parole. Le ultime due
amministrazioni, Bush e Obama, hanno
creato condizioni molto favorevoli alle società elettriche affinché investissero, ma
nonostante questo il nucleare non è ancora ripartito.
Che l’energia nucleare sia in forte sviluppo in tutto il mondo non è affatto vero.
Il parco impianti è molto datato e nei prossimi dieci anni le centrali che entreranno
in funzione saranno molte meno di quelle
che dovranno essere spente per ragioni di
età. La quota nucleare di potenza elettrica installata in Europa è scesa dal 24%
nel 1995 al 16% nel 2008. Nel 2000, ben
prima di Fukushima, la Germania aveva
già deciso di chiudere progressivamente le
sue centrali senza costruirne di nuove.
Lo scorso 19 marzo il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, concludendo un forum a Cernobbio, ha detto
che il nucleare ha influssi benefici sul PIL
soltanto se il calcolo – come di fatto accade
– non tiene conto dei costi di decommissioning, ovvero di quanto costerà la gestione delle scorie, la sicurezza e lo smantellamento degli impianti a fine vita. Se si
ricalcola il PIL dei paesi che hanno il nucleare considerando anche tali costi, ci si
accorge che molti stati con un PIL supe-
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In alto: Chernobyl.
In basso: Fukushima.
riore all’Italia stanno in realtà peggio di
noi. Infatti, il debito di uno stato è composto di tre parti: il debito pubblico, il debito privato e, per i paesi che utilizzano
l’energia nucleare, anche il “debito atomico”. Tremonti stesso, dunque, conferma
che partire oggi col nucleare non è sensato».
– Diverso è il caso di chi il nucleare ce lo
ha già.
«Se una nazione ha già delle centrali
che funzionano, come la Germania o gli
Stati Uniti, allora il discorso è diverso,
perché tanto i problemi ci sono già tutti:
conviene quindi sfruttare al massimo la
tecnologia. Ma questo non è il caso dell’Italia dove, peraltro, non siamo all’altezza di realizzare grandi opere in tempi
brevi, e le centrali nucleari lo sono. Ci
viene detto che saranno realizzate in 4-6
anni; ma in questi tempi noi facciamo fatica a costruire una scuola o un ospedale.
Le faccio un esempio recente. La
ditta francese Areva, la stessa che dovrebbe fornire all’ENEL i reattori per
l’Italia, ha venduto nel 2005 un reattore
in Finlandia. Il contratto prevedeva di
realizzarlo in 4 anni per un costo totale
di 3 miliardi di euro. Trascorsi 4 anni, si
sono accorti di essere in ritardo di almeno tre anni e mezzo. I costi, intanto,
erano aumentati da 3 a 5,3 miliardi. Un
successivo controllo delle autorità di sicurezza ha imposto nuove modifiche che
hanno ancora aggravato i costi e allungato i tempi. Oggi, 7 anni dopo l’inizio
dei lavori, il reattore non è ancora terminato. Il nucleare è famoso per questo:
nessun preventivo è mai reale; il costo e
i tempi aumentano sempre e in maniera
imprevedibile».
– Ci dicono che il nucleare è necessario,
perché in Italia non ci sarebbe abbastanza
energia elettrica.
«La verità è che attualmente, con le
centrali già installate (a petrolio, a gas,
idroelettriche ecc.), abbiamo a disposizione una potenza di circa 110 GW,
quando al massimo ne utilizziamo – a luglio, con tutti i condizionatori accesi – soltanto la metà. Oggi molte di queste
centrali sono spente, ma disponibili. Dunque, non è vero che rischiamo un black-out
per deficit di potenza elettrica.
Piuttosto, in un mercato in cui c’è un
eccesso di potenza disponibile, se si aggiunge un’altra fonte energetica dev’essere
competitiva. Ma come può esserlo il nucleare coi costi che abbiamo visto? Infatti,
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l’ENEL procederà col nucleare solo ricevendo garanzie dal governo che tutta
l’energia prodotta verrà utilizzata e pagata
a prezzo remunerativo. Questa non è
competizione, ma regime di privilegio; a
queste condizioni il nucleare non entra affatto in un libero mercato. Che senso ha
tutto questo economicamente?».
Dall’uranio alle scorie:
costi e pericoli
– Veniamo a un’altra questione importante: il combustibile.
«Fare le centrali non basta. Serve
l’uranio per farle funzionare. Ma in Italia
non ne abbiano nemmeno un grammo.
Sul sito del ministero dello Sviluppo economico si legge che il nucleare garantirà
“l’indipendenza energetica, mentre l’Italia ora importa l’83% dell’energia consumata, spesso da aree geopolitiche instabili
ed esposte a rischi”. Si tratta di una solenne bugia.
Saremo, infatti, costretti a importare
l’uranio esattamente come oggi importiamo il petrolio. Quindi non sarebbe un
passo verso l’indipendenza energetica;
caso mai verso la diversificazione delle
fonti di energia. Anziché comprare petrolio dalla Libia, compreremo uranio da chi
ce lo vende e anche questo non è senza
problemi.
Chi ha l’uranio? Canada, Australia,
Kazakistan, Niger… nessuno in Europa
ce l’ha. Per averlo a condizioni favorevoli
la Francia ha in pratica “ricolonizzato” il
Niger. L’uranio non è più “innocente” del
petrolio. Si dice che noi lo compreremo
dal Canada, una nazione attendibile. Ma
chi garantisce che le condizioni non cambieranno in futuro? Inoltre, non solo non
abbiamo la materia prima, non abbiamo
neppure la filiera per raffinarla: l’uranio,
infatti, va lavorato, purificato, arricchito.
Noi dovremo comprare il prodotto “finito”.
L’uranio è una risorsa limitata e concentrata in pochissime zone, come il petrolio. In caso di forte sviluppo del
nucleare, sarebbe disponibile per un periodo di tempo molto limitato, più breve
della vita media di una centrale che
entri in funzione fra 10 anni. Come oggi
si fanno le guerre per il petrolio, domani
non è difficile prevedere quelle per l’uranio».
– Entrare nel nucleare ha costi elevati.
Uscirne?
«Se entrare è difficile, uscirne è praticamente impossibile. Facciamo due conti.
Occorrono da 3 a 5 anni per individuare
un sito. Una decina d’anni per fare la centrale (in un paese efficiente come Germania o Stati Uniti). La centrale deve
funzionare 50-60 anni per essere remunerativa. A questo punto siamo già a 65-70
anni, che significa tramandare i problemi
non più ai figli, ma ai nipoti. Ma non è finita. Dopo il periodo di servizio la centrale, che invecchia e si usura, va spenta e
smantellata. Smantellare una centrale, lo
capite bene, è un’impresa piuttosto difficile, perché tutto il materiale è radioattivo.
Di solito si rimanda l’operazione. In Inghilterra, ad esempio, dopo aver spento
una centrale si aspetta che siano trascorsi
100 anni, affinché la radioattività sia in
parte decaduta. A quel punto il problema
è di qualcun altro».
– In un dépliant dell’ENEL che pubblicizza il nucleare è scritto che il sito di una
centrale spenta può essere completamente ripristinato e trasformato in un giardino
(green field). Si sostiene, inoltre, che i «rifiuti» (così definiti) verranno «inviati a depositi». Dove sono tali depositi per «rifiuti»
nucleari?
«A tale proposito è interessante il caso
di una piccola centrale americana, quella
di Yankee Rowe. È stata smantellata in
dieci anni (nel 2000) e sul sito è stato ef-
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fettivamente realizzato un giardino. Ma a
quali costi? Impiantata per 39 milioni di
dollari nel 1960, lo smantellamento è durato 10 anni ed è costato 508 milioni di
dollari. Un giardino un po’ costoso, direi.
Sono questi i costi, di cui parlava Tremonti, che non vengono mai presi in considerazione quando si parla del nucleare.
Il problema è che non possiamo sapere
esattamente prima quanto ci costerà…
motivo per cui non ha senso fare paragoni
oggi con il costo di altre forme di energia.
A Yankee Rowe, inoltre, c’è una sorpresa. Basta spostarsi di 500 metri e, nascosti da un boschetto, si trovano 43
giganteschi contenitori in cemento contenenti il combustile “spento” e parti del reattore. Il problema è stato solo spostato di
pochi metri. Si tratta di materiale radioattivo di cui deve occuparsi il governo (per
una legge dell’amministrazione Bush) e
che non si sa dove mettere».
– Siamo così entrati nella terza grande
questione dopo quelle dei costi e del combustibile: il problema delle scorie e dei depositi
«permanenti».
«Il problema dello stoccaggio e della
messa in sicurezza delle scorie nucleari appare oggi tanto insormontabile quanto
lontano da una possibile soluzione. Per gli
Stati Uniti, che producono continuamente
scorie, il problema è particolarmente urgente. Ma l’unico deposito permanente
che era in costruzione, quello di Yucca
Mountain nel Nevada, è stato abbandonato nel 2009 dopo aver speso invano
circa 10 miliardi di dollari. Nessuno, infatti, è stato in grado di garantire che le
scorie, una volta messe in questo deposito,
sarebbero state al sicuro per tempi compresi tra i 10.000 e i 100.000 anni. Nel
frattempo, le scorie si accumulano in siti
superficiali vicino alle centrali, come a
Yankee Rowe.
I nuclearisti sostengono che le scorie si
possono riciclare. In effetti, è una possibilità, ma è costosissima (in Francia lo
fanno). Non solo. Il processo di riciclo aumenta la proliferazione di armi nucleari,
perché produce altre sostanze radioattive
– in particolare il plutonio-239 – che si utilizzano per fabbricare le armi. Non è un
problema da poco, basti pensare alla vicenda iraniana: la stessa tecnologia permette di produrre l’elettricità e di fare le
bombe. Se aumentano nel mondo i paesi
che sviluppano il nucleare, il rischio che
oggi corriamo con l’Iran non potrà che
moltiplicarsi».
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Efficienza energetica
e fonti rinnovabili
– Come si risolve allora il problema energetico?
«Le alternative ai combustibili fossili
che stanno finendo sono due: il nucleare,
da un lato; l’energia solare e le fonti rinnovabili (geotermica, eolica, idroelettrica),
dall’altro.
Il nucleare è un’energia che richiede
conoscenze e tecnologia non banali, dunque rimarrà una risorsa nelle mani di
pochi paesi ricchi a cui gli altri, meno sviluppati, dovranno affidarsi. Ma questo significa che, in un mondo già attraversato
da fortissime disuguaglianze, si andrà
verso nuove forme di colonizzazione e dipendenza dei paesi meno sviluppati.
Il problema energetico va risolto, perché è urgente. Ma va risolto in modo democratico, quindi non col nucleare.
Anzitutto col risparmio e l’efficienza. Le
risorse del pianeta sono limitate, vanno
utilizzate meglio e si deve risparmiare
energia. Le quattro centrali previste nel
piano del governo produrranno appena il
14% del fabbisogno di energia elettrica,
pari a un modesto 3,2% del fabbisogno
energetico del paese. Ridurre il consumo
di elettricità del 14% è alla portata di qualsiasi piano di risparmio ed efficienza energetica, a costi infinitamente inferiori e
senza i danni che porterà l’energia nucleare.
La crisi energetica si può realmente risolvere, tenendo conto che sull’“astronave
Terra” dobbiamo starci tutti e possibilmente dobbiamo starci in pace, solo individuando e sviluppando una fonte di
energia che sia abbondante, inesauribile,
ben distribuita, non pericolosa per l’uomo
e per il pianeta (né oggi, né in futuro), capace di favorire lo sviluppo economico, di
colmare le disuguaglianze e favorire la
pace. Sembrerebbe un sogno, ma basta
dare un’occhiata all’energia solare per accorgersi che ha tutte queste caratteristiche.
L’Italia non ha petrolio, non ha carbone,
non ha uranio, ma ha un sacco di sole:
usiamolo e usiamolo bene. Possibile che
oggi sia utilizzato di più e meglio in Alto
Adige che in Sicilia?».
La Chiesa dovrebbe esprimersi
– Due questioni per concludere. Anzitutto, l’opuscolo Energia per il futuro allegato a diversi settimanali diocesani nel
quale si voleva far credere, in modo ingannevole, che la Chiesa cattolica avesse preso
ufficialmente posizione a favore dell’uso civile dell’energia nucleare. La seconda, il
tentativo del governo di sospendere il referendum sul nucleare per evitare una possibile, clamorosa bocciatura. In entrambi i
casi viene sottratta, alla comunità ecclesiale
e ai cittadini, la possibilità di un serio dibattito sul tema dell’energia per poter esprimere un consenso informato e responsabile.
«Sulla prima questione, insieme a un
gruppo di professori universitari e scienziati cattolici, abbiamo scritto una lettera
aperta denunciando il fatto, lettera che la
vostra rivista ha pubblicato (cf. Regno-att.
12,2010,429). In essa chiedevamo che
l’istituzione ecclesiastica facesse chiarezza
sull’episodio e auspicavamo che su un
tema così delicato venisse data ai fedeli la
possibilità di un’informazione “competente e non viziata da slogan pubblicitari”. Purtroppo, alla nostra iniziativa non
è seguita alcuna risposta, né alcuna presa
di distanza ufficiale. Come cattolico sono
convinto che la Chiesa dovrebbe prendere posizione su un tema così importante. Dovrebbe farlo se non altro perché
le scelte sul futuro sviluppo energetico
coinvolgono questioni delicate come la
democrazia, l’ingiustizia sociale, gli armamenti e la pace.
Nel caso del referendum si tratta invece di una mossa politica che ha di mira
l’astensione, così da far fallire anche gli
altri referendum. Inoltre, dopo l’incidente
di Fukushima, sono molto aumentate le
possibilità di una bocciatura del programma di sviluppo energetico, che il governo vuole evitare. Il presidente del
Consiglio ha dichiarato apertamente che
l’annullamento del referendum non corrisponderebbe a una rinuncia al nucleare,
ma a una semplice moratoria.
Come scienziati chiediamo da tempo
al governo che, prima di prendere decisioni sulla questione energetica, venga
aperto un tavolo di lavoro per sentire
anche il nostro parere. Per ora non siamo
stati ascoltati. Sentiamo l’urgenza di dire
alla gente che la crisi energetica c’è ed è
una cosa seria; di dire che bisogna cambiare le abitudini, risparmiare e non sprecare energia. Infine, di dire a tutti che il
problema energetico non si risolverà col
nucleare, ma investendo le nostre risorse
economiche e intellettuali nello sviluppo
dell’energia solare e rinnovabile».
a cura di
Marco Bernardoni
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