UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA
“LA SAPIENZA”
Facoltà di Scienze politiche
LA GUERRA RUSSO GIAPPONESE (1904-1905) ATTRAVERSO LE
TESTIMONIANZE DEI CORRISPONDENTI DELLA STAMPA E DEGLI
ADDETTI MILITARI ITALIANI
Tesi del Dottorato di Ricerca in:
“Storia d'Europa” XXIV ciclo
A. A. 2010-2011
Tutor: Prof. Antonello Biagini
Coordinatore: Prof. Giovanna Motta
Candidato: Dr. Andrea Crescenzi
Roma, 18 gennaio 2012
ANDREA CRESCENZI
THE RUSSO-JAPANESE WAR (1904-1905) THROUGH THE TESTIMONY OF
PRESS CORRESPONDENTS AND ITALIAN MILITARY OFFICERS.
The work focuses on the Russo-Japanese war, and intends to attempt to achieve a
synthesis between the technical military aspects and those concerning with the political,
economic, administrative and social reality-in the period between the late ‘800 and early
new century-of Russia and Japan as those directly involved in the conflict, and China,
as holder of the territorial and colonial interests of contention. This study is, therefore,
an attempt at innovation, as it wants to propose an organic reading of two integrated and
inextricably linked realities yet treated, almost always, separately.
Overall, the examination of archival documents and literature (also derived from other
scientific fields than military historiography, such as the history of photography, of
narrative, or of mass communication) has confirmed the initial assumptions. The
admission into the search for “enrichments” relating to different conflicts and
disciplinary areas, has been the subject of long consideration, not wanting to slip into
digressions that lead the development of the work away from the initial intent. It is
therefore conducted in a supervised way, strictly maintained in the channel of the topic
and, ultimately, subordinate to purposes of functionality.
In the selection and analysis of primary sources, the report on the Anglo Boer War of
Major Domenico Gentilini has proved to be of particular interest. It was therefore
decided to place it in cross-sectional connection with the almost contemporary RussoJapanese war. Despite the profound differences of structure, of context, techniques and
of conduct of military operations, the substantial comparative insights help to highlight
peculiar aspects and critical issues of the conflict protagonist of this study.
With regard, however, sources and literature “borrowed” from the history of
photography, from narrative and from social sciences, they complete the reference
framework of research and, in some cases, provide data to submit to analysis (think of
the visual and literary materials, both for official propaganda, and for personal use,
related to the Russo-Japanese War).
The general structure imposed to the work, is structured into four chapters. The first,
after an introductory part, addresses the historical and political background of the
conflict. In the first three paragraphs (on China, on Russia and on Japan) we set out to
I
outline the historical, political, economic and social situation of the countries under
review, in order to provide the necessary elements to understand the causes that led to
conflict. These last are examined in more detail in the fourth paragraph. The technical
military aspects are developed in the fifth, sixth and seventh paragraph, which
examines: the location, the number and types of forces in the field; the weapons, the
strategies and the tactics used during the conflict; the strategic planning on conduct of
the military operations by the General Staffs of the belligerent powers. The eighth
paragraph, finally, is dedicated to a brief excursus at the visual and literary materials
used for propaganda purposes. I considered that, in examining all aspects of the conflict,
it was necessary one, although brief, verification on what I have called the war of
images, since representations of other nations produced by a Country are largely
instrumental in mobilizing the public opinion, and take on such importance that cannot
be neglected in considering the system of the balances of international relations.
The second chapter focuses exclusively on military operations, both ground and
maritime. According to the chronological order of the conflict. In the first analysis the
ground one, to pass then to the maritime one through the major battles that have
characterized it and with particular attention to the strategic and tactical aspects and to
the use of new technologies of war.
The third chapter examines the activities of the Italian press officer (Luigi Barzini), the
Italian military officers
(Filippo Camperio and Enrico Caviglia), and the military
officer at the Italian Embassy at St. Petersburg (Paolo Ruggeri Laderchi), in order to
better understand the important political implications, through the War reports, the
memoranda, or the military-diplomatic correspondence with the Italian General Staff.
Those documents have been reported, selected in their most intense and significant
parts, compared and discussed.
The fourth chapter contains the conclusions.
II
ANDREA CRESCENZI
La guerra russo-giapponese (1904-1905) attraverso le testimonianze dei
corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani.
Il lavoro è incentrato sul conflitto russo-giapponese, ed intende realizzare un tentativo di
sintesi tra gli aspetti tecnici militari e quelli concernenti la realtà politica, economica,
amministrativa e sociale - nel periodo a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del nuovo
secolo - di Russia e Giappone in quanto soggetti direttamente coinvolti nel conflitto;
nonché della Cina, in quanto titolare degli interessi territoriali e coloniali oggetto della
contesa. Questo studio costituisce, dunque, un tentativo di innovazione, in quanto
desidera proporre una lettura organica ed integrata di due realtà indissolubilmente
legate eppure trattate, quasi sempre, in maniera separata.
Complessivamente, la disamina di atti d’archivio e letteratura (anche derivata da settori
scientifici altri dalla storiografia militare, quali quello della storia della fotografia,
della narrativa, o della comunicazione di massa) ha confermato le ipotesi iniziali.
L’ammissione nella ricerca di “arricchimenti” pertinenti differenti conflitti e ambiti
disciplinari, è stata oggetto di lunga considerazione, non desiderando scivolare in
divagazioni che conducano lo svolgimento del lavoro lontano dagli intenti iniziali. È
pertanto condotta in maniera sorvegliata, mantenuta strettamente nell’alveo del tema
trattato e, in definitiva, subordinata a scopi di funzionalità.
Nella selezione ed analisi di fonti primarie, si è rivelato di particolare interesse il
resoconto sulla guerra anglo boera del maggiore Domenico Gentilini. Si è pertanto
deciso di porlo in relazione trasversale con il pressoché contemporaneo conflitto russogiapponese. Nonostante le profonde diversità strutturali, di contesto, tecniche e di
condotta delle operazioni militari, i sostanziali spunti di riflessione comparativa
consentono di porre in risalto peculiari aspetti e criticità del conflitto protagonista di
questo studio.
Per quanto concerne, invece, fonti e letteratura prese “a prestito” dalla storia della
fotografia, dalla narrativa e dalle scienze sociali, esse completano il quadro di
riferimento della ricerca e, in alcuni casi, apportano dati da sottoporre ad analisi (si
pensi ai materiali visuali e letterari, sia di propaganda ufficiale, sia di uso personale,
relativi alla guerra russo-giapponese).
La struttura generale imposta al lavoro, è articolata in quattro capitoli. Il primo, dopo
una parte introduttiva, affronta le premesse storiche e politiche del conflitto. Nei primi
III
tre paragrafi (sulla Cina, sulla Russia e sul Giappone) ci si è proposto di delineare la
situazione storico-politico-economica e sociale dei Paesi in esame, allo scopo di fornire
gli elementi necessari a comprendere le cause che portarono al conflitto. Queste ultime
sono più dettagliatamente esaminate nel quarto paragrafo. Gli aspetti tecnici militari
sono svolti nei paragrafi quinto, sesto e settimo, in cui si esaminano: la dislocazione, il
numero e la tipologia delle forze in campo; gli armamenti, le strategie e le tattiche
utilizzate durante il conflitto; la pianificazione strategica sulla condotta delle operazioni
militari da parte degli Stati Maggiori delle potenze belligeranti. L’ottavo paragrafo,
infine, è dedicato ad un breve excursus ai materiali visuali e letterari utilizzati a scopo
propagandistico. Ho ritenuto che, nell’esaminare tutti gli aspetti del conflitto, fosse
necessario una, seppur breve, verifica di quella che ho definito la guerra delle
immagini, poiché le rappresentazioni di altre nazioni prodotte da un Paese sono
largamente strumentali nella mobilitazione dell’opinione pubblica, ed assumono
un’importanza tale che non possono essere trascurate nel considerare il sistema di
equilibri delle relazioni internazionali.
Il secondo capitolo verte esclusivamente sulle operazioni militari, sia terrestri sia
marittime, secondo l’andamento cronologico del conflitto. In prima analisi quello
terrestre, per passare successivamente a quello marittimo attraverso le principali grandi
battaglie che lo hanno caratterizzato e con particolare attenzione agli aspetti tattico
strategici ed all’utilizzo delle nuove tecnologie belliche, senza tralasciare, in ultima
analisi, le conseguenze politico militari mondiali della sconfitta russa.
Il terzo capitolo esamina l’attività degli addetti stampa italiani (Luigi Barzini), degli
addetti militari italiani (Filippo Camperio ed Enrico Caviglia), e dell’addetto militare
presso l’ambasciata italiana a Pietroburgo (Paolo Ruggeri Laderchi), al fine di meglio
comprendere le importanti implicazioni politiche, attraverso i War reportage, i
memoriali, o la corrispondenza diplomatico-militare con lo Stato Maggiore italiano.
Detti documenti sono stati riportati, selezionati nello loro parti più intense e
significative, raffrontati e commentati.
Il quarto capitolo ospita le conclusioni.
IV
Indice
INDICE
pag. 1
Introduzione.
Capitolo I. Premesse storico politiche.
I. 1
La Cina.
pag. 7
I. 2
La Russia.
pag. 11
I. 3
Il Giappone.
pag. 19
I. 4
Le motivazioni storico-politiche del conflitto.
pag. 28
I. 5
Le forze in campo.
pag. 38
I. 6
Armamenti, strategie e tattiche d’impiego utilizzate.
pag. 40
I. 7
Disegni e piani.
pag. 54
I. 8
La guerra delle immagini.
pag. 57
Capitolo II. Le operazioni belliche.
II. 1
Le prime operazioni.
pag. 62
II. 2
Operazioni nel Mar Giallo ed in Corea.
pag. 65
II 3
La battaglia dello Yalu (1.5.1904).
pag. 66
II. 4
Operazioni nel Liao-tung meridionale.
pag. 67
II. 5
La battaglia di Nan-shan (26.05.1904).
pag. 68
II 6
La battaglia di Telissù (Wa-Fang-Kou) (14.06.1904-15.06.1904).
pag. 70
II. 7
L’avanzata concentrica dei giapponesi verso la penisola del Liao-yang:
le battaglie di Ta-Shih-Kiao (24-25 luglio 1904), Hsi-Mu-Ceng (30
luglio 1904), e Mo-tien-ling (26 giugno e 17 luglio 1904).
pag. 72
II. 8
La battaglia di Liao-yang (24.8.1904-4.9.1904).
pag. 74
II. 9
La controffensiva russa.
pag. 78
II. 10
La battaglia dello Sha-ho (15-18 ottobre 1904).
pag. 78
II. 11
L’inverno 1904-05.
pag. 79
V
Indice
II. 12
La caduta di Port Arthur (1.1.1905).
pag. 80
II. 13
La battaglia di Mukden e le ultime operazioni terrestri.
Pag. 83
II. 14
La battaglia di Mukden (19.02.1905-12 03.1905).
pag. 84
II. 15
Le operazioni navali.
pag. 87
II. 16
La battaglia di Tsushima (27-28 maggio 1905).
pag. 98
II. 17
Verso la pace.
pag. 103
II. 18
Le conseguenze della sconfitta russa sulla politica mondiale.
pag. 105
Capitolo III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli
addetti militari italiani.
III. 1
L’attività di Luigi Barzini-Cenni biografici.
pag. 107
III. 2
Il corrispondente Luigi Barzini.
pag. 108
III. 3
Il generale Enrico Caviglia-Cenni biografici.
pag. 122
III. 4
L’attività di addetto militare straordinario presso le truppe giapponesi.
pag. 124
III. 5
Il tenente di vascello Filippo Camperio-Cenni biografici.
pag. 142
III. 6
L’attività di addetto militare presso le truppe russe in Manciuria.
pag. 144
III. 7
Il tenente colonnello Paolo Ruggeri Laderchi-Cenni biografici.
pag. 156
III. 8
L’attività di addetto presso la regia ambasciata a S. Pietroburgo durante
il conflitto russo-giapponese.
III. 9
pag. 157
Considerazioni di carattere generale sui corrispondenti della stampa e
addetti militari italiani.
pag. 163
Capitolo IV. Conclusioni.
IV. 1
Considerazioni generali sulla situazione in Russia.
pag. 168
IV. 2
Considerazioni generali sulla condotta delle operazioni in mare.
pag. 169
IV. 3
Considerazioni generali sulla condotta delle operazioni terrestri.
pag. 171
IV. 4
Considerazioni finali.
pag. 176
VI
Indice
pag. 178
Appendici.
Da F. THIESS Tsu-shima, il romanzo di una guerra navale,
traduzione di W. Pini, Einaudi, Torino, 1942.
pag. 179
Da L. BARZINI, Dai campi di battaglia, Treves, Milano 1916.
pag. 182
Da L. BARZINI, La battaglia di Mukden, Treves, Milano 1907.
pag. 185
Da E. CAVIGLIA, Il segreto della Pace-guerra russo giapponese, a
cura di M. ZINO, Farigliano, Milano 1968.
pag. 188
Da F. CAMPERIO, Al campo russo in Manciuria. Note di un
marinaio, Tecnografica, Milano 1907.
pag. 189
Da F. CAMPERIO, Al campo russo in Manciuria. Note di un
marinaio, Tecnografica, Milano 1907.
pag. 190
Da P. RUGGERI LADERCHI, corrispondenza dell’addetto militare a S.
Pietroburgo ed il Comandante in seconda del Corpo di Stato
Maggiore, 1903, F. G-29, Addetti Militari, b. 83.
pag. 194
Da P. RUGGERI LADERCHI, corrispondenza dell’addetto militare a S.
Pietroburgo ed il Comandante in seconda del Corpo di Stato
Maggiore, 1905, F. G-29, Addetti Militari, b. 83.
pag. 195
Da P. RUGGERI LADERCHI, corrispondenza dell’addetto militare a S.
Pietroburgo ed il Comandante in seconda del Corpo di Stato
Maggiore, 1905, F. G-29, Addetti Militari, b. 83.
pag. 196
Bibliografia.
pag. 199
Fonti archivistiche.
pag. 200
Fonti a stampa.
pag. 200
Memorialistica.
pag. 200
Bibliografia contemporanea al conflitto russo-giapponese.
pag. 202
Bibliografia generale.
pag. 202
Periodici ed articoli.
pag. 206
Risorse elettroniche.
pag. 206
VII
RINGRAZIAMENTI.
La mia riconoscenza va alle numerose persone che in questi anni hanno contribuito
attivamente al progredire di questa ricerca. Costoro mi hanno generosamente fornito
notizie,
materiali,
accesso
alle
fonti,
spunti,
sostegno,
consigli,
critiche,
incoraggiamenti, punti di riferimento, ispirazione. E’ senza dubbio un’impresa difficile
nominare tutti coloro verso i quali sono debitore. In ordine rigorosamente sparso, e in
un elenco largamente incompleto, desidero ringraziare: il colonnello Antonino Zarcone,
in qualità di Capo dell’Ufficio Storico dello S.M.E., per avermi consentito un accesso
pressoché illimitato alle fonti ivi contenute, ed a tutto il personale dell’Archivio, con un
cenno di particolare gratitudine al tenente colonnello Stefano de Angelis, al sergente
Arturo Ietri ed al Sig. Gianni Milo, per la generosità, la disponibilità e l’amicizia con le
quali hanno supportato le mie ricerche; il Professore Antonello Biagini e la Prof.ssa
Giovanna Motta, impareggiabili guide, e i Dott.ri Alessandro Vagnini e Alberto
Becherelli per l’assistenza e l’aiuto; il tenente colonnello Francesco Quacquarelli,
Direttore della Biblioteca Militare Centrale, e tutto il personale alle sue dipendenze, per
l’aiuto, la cortesia e la disponibilità manifestatami durante le ricerche bibliografiche ivi
svolte. I miei ringraziamenti particolari vanno senza dubbio: al Dr. Alessandro
Gionfrida, ispiratore e primo ideatore di questo progetto, amico, preziosa guida, ed utile
consigliere; all’amico Dr. Paolo Nardelli, che per primo partecipò all’ideazione del
lavoro, e ne vide una prima stesura; al tenente colonnello Filippo Cappellano, che con la
sua amicizia e grande competenza tecnica, mi ha aiutato nei primi passi, fornendomi
ampi spunti bibliografici; alla Dr.ssa Ludovica de Courten per la sua gentilezza e
disponibilità nel mettere a mia disposizione il frutto delle sue ricerche, bibliografiche ed
archivistiche, svolte in precedenti lavori in materia; al Dr. Paolo Formiconi per la sua
generosa collaborazione nel fornirmi prezioso materiale iconografico e cartografico,
che, pur non essendo stato possibile introdurre nel presente lavoro, è stato egualmente
utilissimo ai fini di un approfondimento tout court sulla materia; ed infine ultima, ma
non per importanza, la Dr.ssa Marina Del Dottore che, attraverso le sue già profonde
conoscenze della materia frutto dei suoi precedenti lavori ed in virtù delle sue doti di
ricercatrice, ha fornito una fondamentale ed insostituibile collaborazione nella
realizzazione del lavoro.
VIII
One eye-witness, howewer dull and prejudiced, is worth a
wilderness of sentimental historians
William Ernest Henley
IX
Introduzione
INTRODUZIONE
Il presente lavoro è incentrato sul conflitto russo-giapponese ed intende realizzare un
tentativo di sintesi tra gli aspetti militari, dal punto di vista strategico-tattico (con una
certa attenzione all’approfondimento più squisitamente tecnologico dell’impiego
delle nuove armi e tecnologie belliche, finora esclusivo patrimonio delle opere
riservate ad un pubblico di “addetti ai lavori” e usate quasi sempre a scopo
didattico nelle accademie militari), e quelli concernenti la realtà politica, economica,
amministrativa e sociale nel periodo a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del nuovo
secolo, della Russia e del Giappone, in quanto soggetti direttamente coinvolti nel
conflitto, nonché della Cina, come oggetto della contesa.
Questo studio costituisce quindi un tentativo di innovazione, in quanto desidera
proporre una lettura organica ed integrata di due realtà indissolubilmente legate
eppure trattate, quasi sempre, in maniera del tutto separata. L’autore di un lavoro di
sintesi deve basarsi comunque in maniera ampia-e forse a volte un po’ spregiudicata-su
opere e ricerche di altri. Il debito verso costoro è riconosciuto sia nelle note sia nella
bibliografia.
La guerra tra Russia e Giappone fu un grande avvenimento per l’epoca, del quale
Porth Arthur, Mukden, Tsushima furono altrettanti episodi cruciali. Essa
rappresentò un grande conflitto di movimento e di posizione, manovre di Grandi
Unità, e grandi battaglie navali con aspetti epici; fu una guerra in cui per la prima voltà la
tecnica dilaniò senza pietà l’eroismo dei singoli1.
Se è sostanzialmente vero che la guerra di secessione americana fu quasi sconosciuta
in Europa negli anni precedenti alla grande guerra, lo stesso non può dirsi della guerra
russo-giapponese che, più e meglio di quella, seppe mostrare i caratteri di una
moderna guerra di posizione.2
Sin dall’inizio del secolo la memorialistica italiana relativa alla guerra russo-giapponese,
ed in generale sulla conoscenza del mondo slavo, fu particolarmente attenta e nutrita.
Questa prolifica produzione era stimolata da un lato dalle alte sfere militari che vollero
avere informazioni sull’esercito russo, dall’altro, è la portata stessa dell’evento a
sollecitare la redazione di resoconti, articoli e saggi.
A riprova dell’interesse dell’opinione pubblica internazionale ed italiana, il “Corriere
della Sera” inviò come proprio corrispondente Luigi Barzini, a cui sarà dedicato
1
2
Cfr. F. THIESS, Tsu-shima. Il romanzo di una guerra navale, Einaudi, Torino 1942, pag. 162.
Cfr. F. BERETTA, L’esperienza inutile. I conflitti anglo-boero e russo-giapponese e l’impreparazione
italiana alla guerra di trincea, Prospettiva, Roma 2008, pagg. 64-65.
-1-
Introduzione
ampio spazio in seguito, autore di una vasta produzione letteraria sul conflitto; a New
York gli articoli del corrispondente militare del “Times” furono raccolti e pubblicati in
volumi dal titolo “The War in the Far East, 1904-1905”; a Londra F. McKenzie pubblico
una raccolta di lettere dal titolo “From Tokyo to Tiflis: Uncesored letters from the war”.
Tra coloro che si avventurarono in Oriente per descrivere il conflitto vi furono alcuni
dei più noti e stimati corrispondenti di guerra del periodo; fra i rappresentanti della carta
stampata statunitense che meglio descrissero questo conflitto, spicca il famoso scrittore
e giornalista americano Richard Harding Davis che raccolse e pubblicò, nel 1910, le sue
impressioni in“Note di un corrispondente di guerra”, ma il più conosciuto e dotato di
vivida personalità fu Jack London3, che temerariamente ed illegalmente raggiunse la
Corea prima degli altri inviati della stampa accreditati dai giapponesi4. Le sue cronache
di guerra redatte per l’”The Examiner” di San Fransisco, furono raccolte nel volume “La
Corea in fiamme”.
L’importanza politica, militare e navale del conflitto, attrasse un gran numero di
osservatori militari stranieri, maggiore che in qualunque guerra precedente5. La
moltitudine di osservatori (addetti militari) inviati da tutto il mondo rende
immediatamente l’idea del forte interesse militare internazionale che la guerra in
Manciuria fu capace di focalizzare; nel luglio 1904, poco più di 5 mesi dopo l’inizio
delle ostilità, vi erano 25 addetti militari e 6 addetti navali presso le truppe russe;
analoga la situazione presso le truppe giapponesi6. In totale, ben 83 osservatori da 15
paesi ebbero l’opportunità di essere testimoni del conflitto. Tutte le maggiori nazioni
europee furono rappresentate insieme agli Stati Uniti (che ebbero 4 osservatori per
esercito, quindi più di ogni altra nazione). Anche altri paesi inviarono osservatori,
incluso l’Argentina, il Cile ed il Canada.7.
L’Italia, a conferma dell’interesse suscitato dal conflitto negli ambienti governativi,
oltre che nell’opinione pubblica, inviò due ufficiali come osservatori militari, l’uno
presso l’esercito russo (il tenente di vascello Filippo Camperio) e l’altro presso l’esercito
giapponese (il maggiore Enrico Caviglia). Insieme a Barzini, attraverso le loro
3
4
5
6
7
London, malgrado i suoi orientamenti socialisti, aborrì i giapponesi e non nascose la sua avversione; fu
arrestato tre volte in 4 mesi e fu espulso dalla Manciuria per aver percosso un portatore giapponese
dopo averlo accusato di furto di foraggio. Cfr. C. T. PAYNE, op. cit. pag. 15, 16.
Cfr. R. O’CONNOR, Jack London: a biography, vol. I , Little Brown & Co., Toronto 1964, pagg. 208209, cit. in C. T. PAYNE, op. cit. pag. 15.
Cfr. J. T. GREENWOOD, The american military observers of the Russo-Japanese war (1904 – 1905), Ph.
D. diss., Kansas State University, 1971, pag. 108 cit. in C. T. PAYNE, The Russo – Japanese war,
impact of western military though prior to 1914, Champbell University, 1985, pag. 12.
Cfr. Ivi, pag. 13.
Ibidem.
-2-
Introduzione
testimonianze, entrambi costoro figurano come protagonisti in questo lavoro. All’epoca
l’invio di osservatori faceva parte di una visione politico-militare piuttosto diffusa fra
tutte le grandi Potenze, che avevano necessità di avere notizie sulle strategie e tattiche
di guerra e sugli armamenti sempre più tecnologicamente avanzati adottati nella
varie esigenze dei diversi fronti d’impiego. In italia la figura di addetto militare era stata
creata con il R. D. n° 6090 del 29 novembre 1870 8. Dal 1870 al 1917 il Governo
italiano inviò più di 30 “addetti temporanei” per missioni speciali, e molti di costoro in
qualità di osservatori per le operazioni militari in varie campagne di guerra 9. Importante,
per meglio comprendere le implicazioni politiche, anche l’opera dell’addetto
militare italiano a S. Pietroburgo, Paolo Ruggeri Laderchi, che nei suoi carteggi10,
qui esaminati e riportati nei punti più significativi, esprimeva pareri più che
lusinghieri nei confronti di Camperio: «ufficiale colto, di criterio, ardito, di buon
carattere, aveva saputo guadagnarsi sul teatro di guerra la simpatia e la stima di
tutti i colleghi […] concorrendo così a tenere alto all’estero e in circostanze
difficili il buon nome dell’ufficiale italiano»11.
La guerra russo giapponese rivestì un carattere particolare non solo come avvenimento
militare, ma anche perché finì per aggravare indirettamente le cause che avrebbero
portato alla rivoluzione in Russia: la debacle subita in Manciuria, la guerra lontana e non
eccessivamente sentita, accentuarono la crisi interna all’Impero zarista che si
manifestò con l’insurrezione contadina, con gli scioperi generali e con gli ammutinamenti
nella flotta e nell’esercito.
La politica estera zarista si era volta ad est cioè verso l’Oceano Pacifico, dopo che il
congresso di Berlino del 1878 aveva definitivamente sbarrato la strada alla penetrazione
russa nei Balcani verso Costantinopoli e per una concatenazione di cause a cui non erano
estranei gli interessi economici personali della dinastia Romanov e dei capitalisti
occidentali ad essa legati attraverso la costituzione, nel 1895, della Banca RussoCinese12.
Essa rappresentò per la prima volta la sconfitta sul campo di battaglia di un esercito
“bianco” da parte di un esercito “non bianco”. In questo senso la guerra non fu
8
Conservato in copia presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME), nel Fondo
L-3, b. 295.
9
Presso l’AUSSME, Fondo L-3, b. 295/2, è conservato il Registro dei Signori Ufficiali che furono
Addetti Militari o che ebbero missioni speciali a partire dall’anno 1870.
10
Conservati nell’Archivio dell’AUSSME, Fondo G-29 Addetti Militari, b. 83.
11
Ivi, b. 44, cit. in A. BIAGINI, Documenti italiani sulla guerra russo-giapponese (1904-1905), SME
Ufficio Storico, Roma 1977, pag. IX.
12
Cfr. A. BIAGINI, op. cit., pag. IV.
-3-
Introduzione
solo un episodio clamoroso, fu anche una specie di appello alla riscossa
anticolonialista ed anti europea in tutta l’Asia.
In realtà il conflitto fu voluto dal ministro Plehve13, per distrarre l’attenzione popolare
dalle idee rivoluzionarie che gia cominciavano a serpeggiare14. Fu preparata da un
gruppo di speculatori altolocati ed altri avventurieri di peggior stampo, come li definì
il ministro Witte15, che riuscirono a convincere lo zar. Esso fu lo scontro, in un epoca
13
Vjaceslav Konstantinovic von Plehve. Uomo politico. Nato in un piccolo villaggio lituano nel 1846,
studiò dapprima a Varsavia poi a Pietroburgo. dove iniziò la sua carriera diplomatica. In occasione
delle investigazioni seguite all’uccisione dello Zar Alessandro II richiamò l’attenzione del
nuovo Zar Alessandro III. Fu Direttore della Polizia e tenne la carica alcuni anni. Nel 1889 fu
nominato segretario di Stato ed ebbe l’incarico della politica di russificazione in Polonia, in
Lituania ed in Finlandia. Nel 1902 successe a Sipjagin come ministro degli Interni suscitando
l’odio negli ambienti rivoluzionari e liberali. Fu assassinato il 28 luglio 1904. Cfr. E. LO GATTO,
Plehve, Vjaceslav Konstantinovic von in Enciclopedia Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana,
Rizzoli, Milano 1937 (ad vocem)
14
Il Ministro Witte, nelle sue Memorie, afferma che il principale sostenitore di questa idea era stato il suo
avversario Plevhe, al quale mette in bocca queste precise parole: «Abbiamo bisogno di una piccola
guerra vittoriosa per arrestare la marea rivoluzionaria». Cfr. E. BIAGI, La Rivoluzione russa, Vol. I,
pag. 2.
15
Sergej Jul’evic Witte. Nato il 17.06.1849 a Tiflis, morto il 13 marzo 1915 a Pietroburgo. Entrato
nell’amministrazione delle ferrovie di Odessa, nel 1885 fece parte della commissione imperiale per
lo studio del problema ferroviario. Nel febbraio 1892 fu nominato ministro delle Comunicazioni. L’11
settembre dello stesso anno succedette al Vysnegradskij nella carica di ministro delle Finanze. La
sua nomina iniziò “l’era Witte” nella storia dell’economia russa. In qualità di ministro delle
Finanze, del Commercio e delle Industrie, Witte con una sistematica politica economica e
finanziaria avviò lo stato agrario russo al primo stadio del capitalismo, consolidando la potenza
dello Stato all’interno, sì da consentirgli di resistere alla prima rivoluzione del 1905. I mezzi usati
dal Witte furono la riorganizzazione dei dazi doganali protettivi, la facilitazione dell’afflusso dei
capitali esteri sotto forma di prestiti o con la promozione di industrie estere, l’istituzione di nuove
entrate statali. Famosa anche la sua riforma monetaria che sostituì alla base cartacea quella aurea
(1897), con corso del rublo parificato all’interno ed all’estero. La politica finanziaria del Witte,
provocò violenti attacchi della stampa. L’industrializzazione ebbe come conseguenza la
formazione di un proletariato urbano industriale incline alle influenze socialiste e rivoluzionarie, creando
così l’humus ideale per la rivoluzione. Il Witte vide nell’alleanza franco-russa un mezzo per far collaborare la
borsa di Parigi al risanamento delle finanze russe ed alla costituzione di un’industria forte ed
autonoma, allo sviluppo della rete ferroviaria ed ad una politica coloniale in Estremo Oriente. Come
strumenti atti all’affermazione politico-militare in Estremo Oriente si avvalse: della banca russocinese per la realizzazione della ferrovia siberiano-manciuriana e di quella della Cina Orientale;
della corruzione per ottenere la cessione di Porth Arthur da parte della Cina. Dopo il veto russo
alla pace di Shimoneseki, la politica di espansione in Estremo Oriente entrò in una fase risolutiva con la
decisione di costruire il tratto orientale della ferrovia, facendo attraversare il territorio cinese in Manciuria
settentrionale. Per ragioni di sicurezza interna e della frontiera occidentale, Witte fu contrario ad una
guerra con il Giappone. Cedette di fronte alla pressione degli oppositori, favorevoli ad una politica
attiva in Estremo Oriente, tra cui lo stesso Plehve, che spingevano alla guerra, occupando
militarmente la Corea. A causa di ciò Witte lasciò la sua carica nel 1903, ma l’esito infelice del
conflitto lo riportò in primo piano. Acquistò il favore dell’opinione pubblica statunitense per sé e
per la sua abilità di plenipotenziario russo; consentì infatti alla Russia di conservare, con la pace di
Portsmouth (05.09.1905) a conclusione del conflitto, la posizione preminente in Estremo Oriente
evitando anche il pagamento dei danni di guerra. Fu nominato conte ed assunse la Presidenza del
Consiglio, tuttavia per le sue idee conservatrici ed assolutiste, nello spirito di Alessandro III, non
riuscì a trasformare il regime zarista in un regime costituzionale. Nonostante la rotta del conflitto col
Giappone e la crescente tensione interna Witte riuscì comunque ad ottenere un grande prestito francese che
impedì il fallimento economico dello Stato. Il 3 maggio 1906 lo zar Nicola II lo licenziò, per
antipatie personali, nominandolo membro del consiglio dell’Impero, e designando come successore
Goremykin. Cfr. F. E PSTAIN, Witte, Sergej Jul’evic in Enciclopedia Italiana, (ad vocem), op. cit.
-4-
Introduzione
di colonialismo esasperato, tra due imperialismi diversi, ma non per questo meno accesi,
che si disputavano l’egemonia navale del Pacifico ed il possesso di alcune province cinesi.
Rappresentò il grande avvenimento di un’epoca anche per l’Italia che usciva da una quasi
casalinga modestia di impressioni e di ricordi, per cui tragiche realtà, come Adua ed il
regicidio di Monza, lavoravano per anni nella fantasia, ed avvenimenti minori, di modeste
proporzioni come di cronaca di provincia, si inserivano nella memoria lasciando tracce
indelebili. Non v’è da stupirsi se Porth Arthur, Mukden e Tsushima rappresentarono nella
mente dei contemporanei
«scosse ben profonde: guerra di movimento e di posizione, affossamento nelle trincee, manovre di grandi
unità, raids di cavalleria, soprese di attacchi navali alla giapponese, l’immenso viaggio dal Baltico all’Estremo
Oriente della flotta russa, Togo a Tsushima, l’ammiraglio russo che salva da una estrema terribile prova la sua
vita e l’onore militare del suo popolo, perdendo la battaglia, per tornare a casa, come si legge nel romanzo di
16
una guerra navale di Thiess, osannato dal popolo e dimenticato dal Governo» ,
(anch’esso considerato fonte bibliografica di grande interesse ed alcune brevi parti, più
intense e drammatiche, sono riportate in appendice del presente lavoro).
«Ed ancora Stoessel, eroe puro per molti e per altri eroe maculato a Port Arthur, l’indefinito dei nuovi
paesaggi e delle strade millenarie cosi splendidamente rappresentato dalle cronache di Barzini, il valore della
vita umana davanti alla grande ecatombe nel nome del Mikado, e i generali giapponesi, che ritroviamo nei
ricordi di Caviglia, così impassibili a Tokyo, così gravi e intimamente turbati sul campo di battaglia, dopo il
successo. Una guerra ricca, lineare e potente, momento di transizione tra l’antico ed il moderno, tra Moltke ed
Hindeburg, dove ancora la terra acquista pieno significato di contrasti e di vicende e dove per l’ultima volta il
cielo è ancora deserto nella sua immensità e purezza o è solcato solo, in lento silenzioso volo, da qualche
17
falco o da una solitaria aquila vagante» .
Nessuna guerra nella storia precedente è stata osservata così attentamente, o
documentata in così tanti formati, come la guerra russo-giapponese. Certamente, nei
conflitti precedenti, i comandanti e gli stessi addetti militari avevano redatto i loro
rapporti, illustratori e fotografi (già dalla metà dell’800) avevano creato immagini
che erano state poi pubblicate in libri, giornali e riviste. Ma solo con la guerra russogiapponese, narrazioni scritte ed immagini, furono riunite insieme e diffuse su vasta
scala e con una rapidità senza precedenti. Infatti il progresso tecnologico portò
16
E. CAVIGLIA, Il Segreto della Pace-guerra russo giapponese, a cura di M. ZINO, Farigliano, Milano
1968, pag. LXXVI.
17
Ivi, pag. LXXVII.
-5-
Introduzione
insieme nuove energie di mercato e fece conoscere al mondo, per la prima volta, la
produzione a gettito continuo di materiali bellici. Se non fosse stato per le due
guerre mondiali che seguirono, il presente conflitto sarebbe rimasto quello più
documentato nella storia. Al di la delle vittorie sul campo di battaglia, è indiscutibile
che il Giappone vinse anche nel campo della propaganda. Detto in parole povere,
artisti ed editori giapponesi furono abilissimi nell’orientare l’opinione pubblica
mondiale in modi che la controparte russa non padroneggiò mai. Al livello interno,
le immagini che produssero, inculcarono nella coscienza collettiva del Paese un
potente spirito di orgoglio nazionalistico che avrebbe spinto i soldati giapponesi su
altri campi di battaglia anche molto tempo dopo che il trattato di Portsmouth fu
concluso18.
18
Cfr. F. A. SHARF, A much recorded war, in F. A. SHARF-S. DOBSON-A. MORSE NISHIMURA, A much
recorded war. The Russo-Japanese War in history and imagery, Museum of Fine Arts Publications,
Boston 2005, pag. 2.
-6-
Cap. I. Premesse storico politiche
CAPITOLO I
PREMESSE STORICO POLITICHE
I. 1 La Cina
Sin dall’età remote la Cina restava assai lontana dai popoli gravitanti verso il bacino del
Mediterraneo, estesa su territori dai limiti politici ed etnici ben definiti, rivolta verso i mari
dell’Estremo Oriente. Nel corso dei secoli sviluppò un civiltà ben progredita, con
un‘importante letteratura e con condizioni di vita ed un progresso tecnologico che nella
stessa Europa si ebbero, in maniera del tutto indipendente, solamente molto più tardi.
Verso la fine del XVIII secolo colonie europee si erano stabilite nella vicina India ed in
Indonesia, mentre l’Impero russo aveva annesso aree della Cina settentrionale. Durante
le guerre napoleoniche la Gran Bretagna tentò di forgiare un’alleanza con la Cina,
spedendo una flotta ad Hong Kong con doni per l’imperatore, inclusi esempi delle
ultime tecnologie e arti europee. Quando l’ambasciata britannica ricevette una lettera da
Pechino che spiegava che la Cina non era impressionata dagli sviluppi raggiunti
dall’Europa e che Giorgio III era benvenuto nel rendere omaggio alla corte cinese, il
Governo britannico, altamente offeso, rinunciò a qualsiasi tentativo successivo di
riconciliare le relazioni con il regime dei Qing. Quando poi le guerre napoleoniche
finirono nel 1815, il commercio mondiale aumentò rapidamente e la vasta popolazione
cinese offrì mercati illimitati per le merci europee. Questa aumentata portata degli
scambi commerciali, tuttavia, condusse ad un’ostilità crescente tra governi europei e il
regime dei Qing. Già nel 1793 il regime dei Qing aveva stabilito ufficialmente che la
Cina non aveva bisogno dei manufatti europei. In seguito i principali mercanti cinesi
accettarono soltanto lingotti d’argento per il pagamento delle loro preziose e ricercate
merci. Alla fine del 1830 i governi di Gran Bretagna e Francia erano profondamente
preoccupati per l’accumulo dei metalli preziosi e cercarono schemi commerciali
alternativi con la Cina, il più estremo dei quali consisteva essenzialmente nel rendere la
Cina dipendente dall’oppio. Quando, nel 1838, il regime dei Qing cercò di bandire la
tratta di oppio, la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Cina. La prima guerra dell’oppio
rivelò lo stato fatiscente dell’esercito cinese. Sebbene quest’ultimo superasse di gran
lunga quello britannico per numero, la tecnologia e le tattiche erano inadeguate per una
guerra contro la potenza mondiale dominante proprio dal punto di vista tecnologico. La
marina, composta interamente da giunche di legno non poteva competere contro le navi
da guerra corazzate a vapore della Royal Navy. I soldati britannici, usando fucili
-7-
Cap. I. Premesse storico politiche
moderni e artiglieria, superavano per manovra e per potenza le forze cinesi nelle
battaglie di terra. I Qing si arresero nel 1842 e ciò inferse un colpo decisivo e umiliante
alla Cina. Il Trattato di Nanchino, che richiedeva pagamenti di riparazione di danni di
guerra, permise l’accesso senza restrizioni agli europei nei porti cinesi (cinque porti:
Canton (Guangzhou), Shanghai, Xiamen, Fuzhou, Ningbo); in virtù di esso la Cina
cedette l’isola di Hong Kong alla Gran Bretagna, e permise la fondazione di
“concessioni” straniere a Shanghai, rivelando molte inadeguatezze nel Governo Qing e
provocando ribellioni sparse contro il regime. Le potenze occidentali, ampiamente
insoddisfatte del Trattato di Nanchino, diedero solo un appoggio superficiale al
Governo Qing durante le ribellioni del Taiping19 e dei Nian. Le rendite cinesi
precipitarono durante le guerre mentre vaste aree agricole furono distrutte, milioni di
persone persero la vita ed eserciti senza numero si sollevarono e si armarono per lottare
contro i ribelli. Nel 1854 la Gran Bretagna tentò di negoziare di nuovo il Trattato di
Nanchino inserendo clausole che permettessero l’accesso commerciale ai fiumi cinesi e
la creazione di un’ambasciata britannica permanente a Pechino. Quest’ultima clausola
oltraggiò il regime dei Qing che si rifiutò di firmare provocando così un’altra guerra
contro la Gran Bretagna. La seconda guerra dell’oppio terminò con un’ulteriore cocente
sconfitta cinese, mentre il Trattato di Tiensin (Tianjin) (26 giugno 1858) conteneva
clausole che ne insultavano ampiamente la dignità, quali la richiesta che tutti i
documenti ufficiali venissero scritti in inglese e una provvigione che garantisse alle navi
19
Nel 1840 scoppiò la I guerra con la Gran Bretagna (guerra dell’oppio), in seguito alla distruzione di
rilevanti quantità di oppio che gli Inglesi importavano a Canton. Se anche non fosse sorta questa
ragione, la guerra era inevitabile, poiché la Cina non voleva riconoscere il principio della sovranità
delle nazioni europee, dell’uguaglianza diplomatica e della libertà di commercio. Dopo tre anni di
guerra, la Cina fu costretta alla pace ed al trattato di Nanchino, col quale si aprivano al commercio 5 porti ed
Hong-kong veniva ceduto alla Gran Bretagna. Nel 1844 la Francia e gli Stati Uniti firmavano
altri trattati con la Cina. La religione cattolica, vietata da oltre un secolo, era nuovamente tollerata
e si costruivano chiese nei porti aperti al commercio. Cominciò nel 1849 una terribile rivolta, che prese il
nome di Taiping e durò fino al 1864, ben 14 anni. Essa aveva avuto origine nella regione del
Kwang-si, dove il suo capo Hung Hsiuchiuan (1812-1864), contadino Hakka, aveva frequentato
per qualche tempo la missione battista in Canton ed aveva letto la Bibbia. Acceso d’entusiasmo
religioso e mistico, per distruggere l’idolatria, si pose a capo dei rivoltosi, chiamati anche ch’angmao (capelli lunghi). La rivolta si estese, Nanchino fu occupata e divenne la sua capitale fino al
1864. Egli assunse il titolo di “re celeste”. Nel frattempo scoppiò una seconda guerra con la Gran
Bretagna, nel 1856, alla quale si associò anche la Francia nel 1857. Fu presa Canton e distrutta la flotta
cinese. Gli alleati occuparono Tien-tsin, dove fu firmato un trattato il 26 giugno 1858. Ma l’anno
successivo i ministri delle potenze furono assaliti a tradimento a fucilate. Le flotte alleate ritornarono a
Shangai e continuarono la guerra. L’imperatore, a seguito di ulteriori sconfitte fuggì a Jehol e suo
fratello il principe Kung firmò una convenzione il 24 ottobre 1860. Un ministro britannico ebbe diritto a
risiedere a Pechino, Tien-tsin fu aperta al commercio, Kow-lung fu ceduta alla Gran Bretagna insieme ad otto
milioni di taels come indennità di guerra. La Francia ottenne importanti concessioni, la religione
cattolica fu dichiarata tollerata e protetti i cristiani convertiti. La rivolta fu soffocata solo nel 1864,
dopo che furono assoldati vari europei per organizzare un esercito contro i Taiping. Un inglese, il maggiore
Gordon, riuscì a conquistare Su-chow, finché le truppe imperiali riconquistavano Nanchino ed il “re celeste” si
avvelenava. Cfr. D. VARÈ, Guerra dell’Oppio in Enciclopedia Italiana, (ad vocem). op. cit.
-8-
Cap. I. Premesse storico politiche
da guerra britanniche accesso illimitato a tutti i fiumi navigabili cinesi20.
La penetrazione occidentale fece emergere
le profonde contraddizioni che
caratterizzavano il Paese. Da un lato, infatti, sembrava emergere un desiderio di
adeguarsi in breve tempo al modello di sviluppo occidentale, dall’altro permaneva
pervicacemente la volontà di rifiutare ogni cambiamento che era visto come minaccia
alla propria identità nazionale ed alla propria cultura. In realtà la Cina, chiudendosi
all’influenza del mondo occidentale, rimaneva saldamente legata alle tradizioni della
propria millenaria civiltà ritenuta superiore a tutte le altre, non accettando neppure la
rielaborazione dell’esempio occidentale. La stessa classe dirigente cinese difendeva il
mondo mistico della sua spiritualità, mantenendo un atteggiamento sprezzante nei
confronti degli invasori stranieri ai quali era in grado di opporre solamente un
atteggiamento passivo di tolleranza. Se si esamina, attraverso un lungo periodo la storia
della Cina, essa ci testimonia la sua tendenza all’isolamento e una forte propensione alla
chiusura verso tutto ciò che poteva essere considerato “straniero”, nella profonda
convinzione di una propria originaria superiorità. I sudditi del Celeste Impero avevano
vissuto per secoli in una sorta di isolamento, alimentando così la mai sopita convinzione
della propria superiorità culturale sdegnando tutto ciò che non fosse cinese. I primi
europei, giunti nei mari d’Oriente, avevano mostrato rispetto ed interesse per
l’imperatore, per le idee e tradizioni del Paese, ma, di fronte ai modelli di vita locali che
manifestavano tutto
l’immobilismo
della società cinese,
mutarono
l’iniziale
atteggiamento sostituendolo con una sdegnosa superiorità. Nel 1873, per la prima volta
nella storia e dopo numerosi tentativi infruttuosi, i rappresentanti degli Stati europei
furono ammessi alla presenza dell’Imperatore, senza però risolvere il problema di fondo
della difficile convivenza con gli occidentali. Infatti, negli anni seguenti continuarono a
verificarsi episodi di violenza ai danni dei missionari; contemporaneamente si
accentuavano le pressioni delle potenze europee per ottenere nuove concessioni mentre
l’Impero si trovava ad affrontare rivolte interne che mettevano a rischio la sua stessa
sopravvivenza. Il Giappone-al cui un rapido e imprevisto sviluppo forniva le risorse per
iniziare, al pari delle altre potenze occidentali, un’ambiziosa politica di espansione20
«Il trattato di Tianjin-concluso in seguito alle pressioni militari franco-inglesi e che dunque riguarda
anche la Francia-amplia lo svolgimento del libero commercio, al punto che due anni dopo vi
aderiranno anche gli Stati Uniti d’America, la Convenzione di Pechino (Beijing) (24 ottobre 1860)
segna il definitivo consolidamento della presenza britannica con il raddoppio delle indennità e il diritto
di potere utilizzare nelle colonie la mano d’opera cinese. La Francia da parte sua ottiene (25 ottobre
1860) il doppio delle indennità come l’Inghilterra, la restituzione delle proprietà dei missionari e il
riconoscimento per loro di nuove concessioni con il diritto di una particolare “protezione” per i
cattolici». A. BIAGINI-G. MOTTA, La Memoria della Cina, fonti archivistiche italiane sulla storia della
Cina, a cura di A. VAGNINI-SUNG GYUN CHO, Nuova Cultura, Roma 2008, pagg. VI-VII.
-9-
Cap. I. Premesse storico politiche
rappresentava la maggiore minaccia agli interessi cinesi. Nel 1894 il conflitto cinogiapponese diede inizio ad una nuova fase nella storia dell’Asia orientale. La disastrosa
sconfitta della Cina, costretta a chiedere la pace, muterà la stabilità politica dello
scenario asiatico. Le lunghe e laboriose trattative si conclusero con il trattato di
Shimonoseki che obbligava la Cina a pagare una forte indennità di guerra, a riconoscere
l’indipendenza della Corea e a cedere le isole Pescadores, Formosa, nonché la penisola
di Liao-tung (Liaodong) con la piazzaforte di Port Arthur21.
Alla fine del XIX secolo era frattanto emerso un nuovo capo: l’imperatrice Cixi,
concubina dell’imperatore Xianfeng (1850-1861), madre dell’imperatore bambino
Tongzhi e zia dell’imperatore Guangxu; ella riuscì con successo a controllare il
Governo Qing e fu di fatto leader della Cina per 47 anni. Per detronizzare la reggenza
condotta da Sushun, nominato dall’ultimo imperatore, inscenò un colpo di stato per
impedire qualsiasi ipotesi di riforme interne cercando un punto di raccordo con la base
popolare rappresentata da un movimento xenofobo e tradizionalista come quello dei
Boxers che aveva conquistato ampio consenso nel Paese. I membri di questa società
segreta si accanivanono contro stranieri, missionari, diplomatici, mercanti, e soprattutto
contro ogni simbolo dell’influenza occidentale. La tensione crebbe fino a giungere
all’assedio del quartiere delle legazioni di Pechino (Beijing)-luogo emblematico della
presenza straniera; ciò determinò il decisivo intervento delle truppe straniere che
mossero da Tiensin (Tianjin) il 14 agosto e avanzarono lentamente verso la capitale
rompendo, al loro arrivo, l’assedio che si era protratto per circa due mesi. A seguito
degli avvenimenti di Pechino, il successivo protocollo imposto al Governo cinese
avrebbe aperto il Paese a una massiccia penetrazione occidentale. La corte dei Qing, nel
tentativo di arginare il declino della dinastia, tentò, nel decennio seguente, di attuare una
serie di riforme istituzionali, amministrative e militari. Questa politica di riforme non
riuscì però ad aumentare i consensi nei confronti della dinastia. Sul piano sociale la
novità più interessante di quegli anni fu la nascita di una nuova borghesia degli affari
che si sviluppò proprio nelle aree dove più forte era l’influenza degli occidentali. Ormai
le potenze straniere erano sempre più libere di agire a proprio piacimento, in piena
legalità formale all’interno del territorio imperiale. Lo sviluppo industriale del Paese
costituisce, in tal senso, il dato più significativo: il capitale straniero controllava la quasi
totalità delle nuove attività produttive; ma l’imprenditoria europea era condizionata, non
più da fattori legati all’intolleranza cinese nei confronti degli occidentali, ma da rivalità
21
Cfr. Ivi, pagg. III-VIII
- 10 -
Cap. I. Premesse storico politiche
e fattori legati all’equilibrio tra le grandi potenze; tutto ciò favorì la nascita di un’accesa
rivalità economica e commerciale. Le regioni periferiche del Celeste Impero divennero,
perciò, teatro dello scontro tra le grandi potenze. La guerra russo-giapponese fu il
conflitto più importante: scoppiata proprio per il controllo della Manciuria, avrebbe
avuto radicali effetti sia sulla classe dirigente cinese sia sulle nascenti ambizioni
imperialistiche del Giappone22.
I. 2 La Russia
«Numerose antiche culture si svilupparono sull’immensa area compresa entro i confini “storici” della
Russia. Quelle che fiorirono nella Transcaucasia e nell’Asia centrale, tuttavia, esercitarono un’influenza
soltanto marginale sulla storia russa poiché quei territori entrarono a far parte dello Stato russo soltanto
nel XIX secolo. Per accostarci alla storia russa propriamente detta dobbiamo volgerci alla sponda
settentrionale del Mar Nero ed alla steppa che si stende alle sue spalle. Questi vasti spazi di terre
rimasero per secoli ai margini del mondo antico greco, romano e bizantino. Di fatto, per il tramite delle
colonie greche che presero ad apparire nel sud della Russia fin dal VII secolo a. C. ed attraverso contatti
commerciali e culturali in genere, le popolazioni delle steppe meridionali russe parteciparono della
23
civilizzazione classica» .
Lo Stato di Kiev viene considerato il più antico stato russo. La sua storia politica viene
divisa in tre parti: la prima dall’882 fino al 980, periodo in cui i signori di Kiev
riunirono sotto il loro scettro le diverse tribù degli Slavi orientali; il secondo periodo
che si conclude nel 1054 con la morte del re Jaroslav il saggio, fu quello di maggior
sviluppo, ottendo prosperità, stabilità e vittorie; il terzo ed ultimo periodo, quello della
decadenza e del crollo, è cronologicamente il più incerto. Lo si fa iniziare con la morte
di Jaroslav il saggio e finire con la presa ed il saccheggio di Kiev nel 1169, anche se
alcuni storici rivendichino la data del 1240, quando la città, ormai un’ombra della
primitiva grandezza, fu completamente distrutta dai Mongoli, che conquistarono la
Russia e vi stabilirono il loro dominio. L’eredità di Kiev fu proficua per i Russi. Essa
comprendeva una religione unificata, una lingua e una letteratura comuni e in genere
un’arte e una cultura comuni, pur nelle numerose varianti regionali e locali. Un
retaggio altrettanto ricco sussisteva nel campo economico, sociale e politico. Come il
metropolita di Kiev era a capo di tutta la Chiesa, così il gran principe, pure da Kiev,
deteneva il potere temporale dello Stato. Queste due dignità sopravvissero per
secoli alla società che le aveva create e conservarono entrambe grande importanza
22
23
Cfr. Ivi, pagg. IX-X.
N. V. RJASANOVSKIJ, Storia della Russia, Garzanti, Milano 1967, pag. 16.
- 11 -
Cap. I. Premesse storico politiche
nella storia russa, nonostante il cambiamento di sede e le lotte per il primato fra i
diversi rami dello sterminato clan principesco. Allo stesso modo la concezione di
una “terra russa” comune, così cara agli scrittori e ai predicatori di Kiev, resistette
nella coscienza dei russi. Questi legami si dimostrarono di importanza decisiva
nell’età di divisioni e di disfatte che seguì al crollo di Kiev e specie durante i primi
cento anni di tenebre successivi alla conquista dei Mongoli, vale a dire grosso modo
dalla metà del XIII secolo alla metà del XIV. In quel periodo soltanto il persistere di
questi legami permise ai russi di sopravvivere come grande popolo, rendendo possibile
più tardi la loro funzione storica di primo piano. Il potente principato di Mosca che
sorse alfine nelle pianure dell’Europa orientale apparve, e spesso lo era, ben diverso dal
suo predecessore kievano. Ciononostante, quanto meno per lo storico, la Russia
moscovita resta per molti versi collegata alla Russia di Kiev, con vincoli di maggiore o
minore importanza. E conservò e custodì gelosamente una parte almeno dell’eredità
kievana.
I due grandi pericoli che avevano insidiato la Russia kievana, il disgregamento
all’interno e l’invasione dall’esterno, divennero concreti nel periodo che seguì al crollo
dello Stato di Kiev. La nuova età prende nome dal termine undel o appannaggio, il
dominio personale di un principe; gli appannaggi infatti si moltiplicarono in
quell’epoca. Di norma, il sovrano nel suo testamento divideva il principato fra i figli,
creando così con un unico decreto diverse nuove entità politiche. Alle divisioni
seguivano ulteriori suddivisioni, mentre la tenue unità politica del territorio si andava
dissolvendo24. La Russia dell’età feudale fu contrassegnata non solo dal frazionamento e
da differenziazioni all’interno, ma anche da una debolezza nei suoi rapporti con
l’esterno che portò addirittura all’occupazione straniera. Il dominio dei Mongoli, con
alterne vicende si protrasse dal 1240 al 1480. Col regno di Ivan IV il Terribile
(1533-1584) l’età degli appannaggi divenne un ricordo del passato, e si affermò
in pieno l’assolutismo moscovita. Ivan IV fu il primo principe di Mosca ad essere
incoronato «zar»-cioè «cesare» della Terza Roma (la seconda era stata
Costantinopoli, caduta in mano turca nel 1453)-ed a vedere sanzionato il suo atto
dai patriarchi della Chiesa d’Oriente e ad usare regolarmente e ufficialmente rapporti
con l’estero. Con l’appellativo di autocrate intese poi ribadire il suo potere
assoluto all’interno e sottolineare la sovranità assoluta della sua monarchia. Ma
furono le sue azioni ancora più che i suoi titoli o le sue vedute a dare la
24
Cfr. Ivi, pag. 73.
- 12 -
Cap. I. Premesse storico politiche
stupefacente dimostrazione del nuovo potere dei sovrani di Mosca e di tutta la
Russia. Per quanto lo abbiano seguito sovrani autoritari come Pietro il Grande,
Paolo I o Nicola I, Ivan il Terribile rimane la classica figura del tiranno russo 25.
Il tempestoso e tragico regno di Ivan il Terribile è stato oggetto di valutazioni e di
interpretazioni diverse. In genere gli storici si dividono a questo proposito in due
gruppi: quelli che pongono l’accento sul carattere patologico addirittura sulla pazzia
dello zar, e quelli che tendono a spiegare le sue azioni in base alle esigenze e ai
problemi fondamentali dello Stato moscovita, attribuendogli quindi una partecipazione
più cosciente e più meditata alla storia del suo tempo. Con il regno di Pietro il Grande,
la Russia inaugura una nuova era della propria storia, chiamata anche “età imperiale”
(1682-1917) dal nuovo titolo del sovrano e della nazione, oppure “era di Pietroburgo”
dal nome della sua nuova capitale, od ancora “periodo pan russo” dal fatto che lo Stato
venne a comprendere un gran numero di popolazioni diverse dai grandi russi, cioè dagli
antichi moscoviti. Questa età ebbe una durata di quasi due secoli e si concluse
bruscamente nel 1917 con la rivoluzione. Pietro fu proclamato zar a soli 10 anni nel
1682 e associato al trono con il fratellastro Ivan, ma solo con la morte della madre,
avvenuta nel 1694, e nel 1696 con la morte di Ivan, Pietro fu sovrano unico ed assoluto
della Moscovia. 26
In questo periodo si completa l’espansione, peraltro già iniziata qualche decennio prima,
dello Stato nelle regioni dell’Asia con la sottomissione dei regni Tartari di Kazan ed
Astrakan e con l’occupazione della Siberia occidentale, progredendo dal fiume Ob
per quasi 5.000 Km fino al Pacifico; fra le altre notevoli imprese si ricordano le
spedizioni nel bacino dell’Amur e la penetrazione nella penisola di Kamcatcka,
nel 1696 e negli anni immediatamente seguenti. Nella regione dell’Amur i russi si
scontrarono con i cinesi. La convenzione di Nercinsk fissava la linea di confine fra i
due stati al corso del fiume Argun e Gorbiza ed allo spartiacque dei monti Stanovoi.
Questo accordo resterà in vigore fino al 1858.
Da quel momento in poi si ebbe una lunga pausa nell’espansionismo russo in Estremo
Oriente ripresa solo agli inizi dell’800, quando la Russia cercò di ottenere dalla
Cina la libera navigazione del fiume Amur. Nel 1807 i russi occuparono le isole
Curili27, fondandovi proprie colonie; nel 1854 nacque la città di Nicolaievsk. In
25
Cfr. Ivi, pag. 163.
Cfr. Ivi, pag. 245.
27
In giapponese le Curili (nome che ha origine dalla parola ainu kur (cioè “uomo”) sono note come “isole
Chishima” (“l’arcipelago delle mille isole”). Le isole Curili furono abitate dagli ainu da tempo
immemorabile, finché essi non vennero cacciati dalla parte settentrionale dell’arcipelago dai russi. Cfr.
26
- 13 -
Cap. I. Premesse storico politiche
seguito, i russi, durante la guerra di Crimea, si impadronirono, nonostante le
proteste cinesi, di numerose basi militari lungo la costa dell’Amur28.
Mentre la Cina era impegnata a reprimere la già citata rivolta dei Taiping venne
concluso ad Aigun, nel 1860, un trattato con il quale la stessa cedeva alla Russia tutto il
territorio a nord dell’Amur (circa 173.000 miglia quadrate) e due anni dopo,
approfittando della presenza delle truppe anglo-francesi a Pechino, la Russia riuscì ad
estorcere tutta la costa mancese tra l’Ussuri ed il mare (600 Km di coste) dove poi fu
costruito il porto di Vladivostok 29 (Dominatore dell’est). In seguito con l’inizio della
costruzione della ferrovia Transiberiana, iniziata nel 1891, la Russia aumentò la sua
presenza, con la richiesta di attraversare la Manciuria settentrionale, per motivi legati
alla progettazione della ferrovia. Di fatto fu occupata militarmente nel 1896.
Nel frattempo la Russia aveva iniziato a rafforzare le basi militari sul pacifico,
fortificando Vladivostok ed ammassando truppe sull’Amur. Nel 1898, visto l’inutilità
durante i mesi invernali del porto di Vladivostok, il tracciato ferroviario fu cambiato,
avendo ottenuto dalla Cina la concessione di Port Arthur (anche nota come Lushun
e Ryojun) e di Talienvan (o Liu-shu-tung), ribattezzata dai russi Dalny30 (l’odierna
Dalian)31. Port Arthur divenne fortezza militare, base della flotta del Pacifico, mentre
Talienvan (Dalny) divenne porto commerciale espandendo in questo modo il mercato
dell’industria russa. Così la Russia cominciò ad interessarsi della Corea, dividendone
l’influenza con il Giappone.
Il viaggio intrapreso da Nicola II nel 1890-91, allora solo principe ereditario, nel corso
del quale toccò Cina e Giappone, era stato consigliato dall’idea che l’Impero russo
fosse destinato ad allargarsi dalla Siberia all’Estremo Oriente. Gli sforzi fatti dalla
Isole Curili. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 7 dicembre 2010, 10:22 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Isole_Curili&oldid=36818482.
28
Cfr. A BIAGINI, op. cit. pag. X.
29
Situata nell’estremo est della Russia, sulla costa del Mar del Giappone, è vicina al confine con la Cina e
con la Corea del Nord. È posta nell’estremità meridionale della penisola di Murav’ev-Amurskij.
Vladivostok venne fondata nel 1859 dal conte Nikolay Muravyov-Amursky, subito i Russi, compresa
l’importanza strategica dell’insediamento, fortificarono la città. Nel 1871 venne aperta la linea
telegrafica che la univa con Shanghai e Nagasaki, sempre in quell’anno venne aperto il porto, dato il
trasferimento da Nikolaevsk-na-Amure del quartier generale della Flotta del Pacifico. Nove anni dopo
le venne garantito lo status di città, mentre nel 1883 venne adottato come stemma cittadino la tigre
siberiana. Nel 1903 Vladivostok vide finalmente l’arrivo della ferrovia Transiberiana che le permise di
collegarsi con Mosca (la linea ferroviaria che la collega alla capitale è lunga 9.302 km) e l’Europa. Cfr.
Vladivostok, Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 29 maggio 2011,14:17 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Vladivostok&oldid=40540255.
30
La città russa di Dalny, sorgeva, in realtà, a 4/5 miglia di distanza da Talienvan, l’antica città cinese
regina di questo golfo, che fu eclissata, come centro commerciale, dalla città russa sorta in soli otto
anni, tanto che fu chiamata dagli inglesi “città fungaia”. La breve distanza che le separava permise, con
l’espansione commerciale di fonderle praticamente in un’unica località. Cfr. L. BARZINI, Dai Campi di
Battaglia, Treves, Milano 1916, pagg. 23-24.
31
Cfr. Getty Thesaurus of geographic names on line.
- 14 -
Cap. I. Premesse storico politiche
Russia per impadronirsi di Costantinopoli e degli Stretti erano falliti da ultimo nel
1878. Essa decise quindi di staccarsi dal Mar Nero e di rivolgere le proprie aspirazioni al
Mar del Giappone ed al Mar Giallo. Nel 1896 Nicola II avrebbe infatti dichiarato al
Kaiser Guglielmo II «Non mi curo affatto di Costantinopoli, il mio sguardo si volge
alla Cina»32. La convinzione di dominare i popoli asiatici giungeva però troppo tardi,
e non poteva attuarsi ormai senza contrasti.
Nicola Aleksandrovic, destinato ad essere l’ultimo zar, era nato a Pietroburgo il 6
(18) maggio 1868. Fu elevato al trono il 20 ottobre (1° novembre) 1894 all’età di 26
anni alla morte del padre Alessandro III, avvenuta in seguito alle ferite riportate in un
precedente
deragliamento
ferroviario
probabilmente
non
accidentale 33.
Di
costituzione delicata, di mediocri doti spirituali, di scarsa forza di volontà, aveva
ricevuto un’educazione accurata che tuttavia non ne aveva elevato lo spirito ai livelli
auspicabili per un sovrano reggitore di un impero34. La sua mentalità restò quella
limitata di un piccolo borghese che non s’accordava troppo bene con le idee di
grazia di Dio e d’autocrazia che gli aveva inculcate il Pobedonostsev35, da molti
contemporanei definito il «Torquemada russo»36. Come erede al trono fu incapace
di contraddire la volontà del padre, e più tardi, zar, quella della madre o della
moglie. Infine, sarà la figura del taumaturgo Rasputin a influenzare e guidare le
scelte dello zar 37. Nicola II ed Alessandra erano suggestionabili e estremamente
32
V. GITERMANN, Storia della Russia - II Vol., La Nuova Italia, Firenze 1978, pag. 462.
Il 17 (29) ottobre 1888 Alessandro III a causa del deragliamento del treno imperiale presso Borki,
riportò una ferita ai reni. All’inizio del 1894 si ammalò di influenza le cui complicazioni condussero ad
una grave infiammazione renale. A Livadia, in Crimea dove l’imperatore si era recato in cerca di
guarigione, morì il 20 ottobre (1° novembre) dello stesso anno. Cfr. Ivi, pag. 436.
34
Conosceva bene l’inglese, il francese ed il tedesco; gli erano stati impartiti rudimenti di economia
politica, di scienza del diritto e di storia, complessivamente con risultati mediocri. A 22 anni aveva
fatto, a bordo di un incrociatore russo, un grande viaggio, recandosi in Grecia, in Egitto,
nell’Indostan, nell’Indocina, nel Giappone. A Kyoto un funzionario di polizia, che nei russi vedeva i
nemici mortali del Giappone, eseguì un attentato contro l’allora zarevic, ferendolo pericolosamente alla
testa con una sciabolata. Per questo motivo Nicola II avrebbe poi sofferto per tutta la vita d’emicrania.
Cfr. Ivi, pagg. 437-438.
35
Kostantin Petrovic Pobedonostsev. (Mosca 1827-Pietroburgo 1907) Giureconsulto ed uomo
politico, professore di diritto civile dal 1859 presso l’Università di Mosca, si trasferì, nel 1865 a
Pietroburgo chiamato ad insegnare diritto ai figli di Alessandro II; nel 1872 fu nominato
membro del consiglio dell’Impero e nel 1880 procuratore superiore del Santo Sinodo. Difensore
deciso della teoria autocratica, del diritto divino e dell’unità e preponderanza della Chiesa russa,
si oppose accanitamente ad ogni idea liberale, ad ogni tolleranza in fatto di religione o di sette,
in pieno accordo con la politica reazionaria inaugurata da Alessandro II nei suoi ultimi anni di
regno e proseguita da Alessandro III e da Nicola II. In particolare su questi ultimi due zar egli
esercitò, appunto per il pieno accordo di idee e di propositi, una larga influenza. Cfr. F.
CATALANO Pobedonostsev, Kostantin Petrovic in Grande Dizionario Enciclopedico, UTET,
Torino 1957, (ad vocem).
36
F. THIESS, op. cit., pag. 341.
37
«Anche quando riconosceva giusti i motivi che dovevano indurlo ad agire in una data maniera, gli
mancava l’energia di trarne le conseguenze corrispondenti, non appena ciò potesse ferire o
33
- 15 -
Cap. I. Premesse storico politiche
superstiziosi. Episodi come la catastrofe spaventosa avvenuta nel campo di
Chodynka a Mosca il 18 (30) maggio del 1896 durante i festeggiamenti per
l’incoronazione imperiale, avvenuta quattro giorni prima, in cui persero la vita non
meno di 3.000 persone, o la “Domenica di Sangue”, gravavano alla maniera di una
maledizione sulla famiglia imperiale e fatti come l’emofilia dell’agognato erede
maschio sembravano confermare i più oscuri timori38. La vita della corte di
Pietroburgo si svolgeva dunque in un clima di intenso misticismo primitivo, da
mugik, che le crescenti difficoltà nel governo del Paese non facevano che rendere
più acceso. La maledizione, in un certo senso, esisteva veramente ma era di natura
storica, frutto di secoli di assolutismo che da Ivan il Terribile e Pietro il Grande,
artefici della creazione della nazione russa al prezzo della sistematica
eliminazione di ogni opposizione, e l’oppressione del popolo a scudisciate,
giungeva fino al XX secolo. Per il suddito, dunque, il sovrano era il supremo
giudice su questa terra, e doveva, quindi, guardare allo knut 39 come ad uno
strumento di giustizia, sentendosi persino onorato di ricevere una punizione,
perché essa era il segno dell’attenzione sovrana, irrogata «per purgarlo delle sue
colpe, per salvarlo dai suoi bassi istinti, per elevarlo» 40. La personalità debole
di Nicola II, per quanto personalmente non incline alla violenza, lo induceva
comunque a proseguire anacronisticamente nel solco tracciato dai suoi antenati e con
contrastare con la volontà di persone da cui si sentiva in cuor suo dipendente. In un’età difficile,
gravida di conflitti vedeva presentarglisi dinanzi compiti e decisioni alle quali non era adatto,
perché gli mancavano l’ampiezza delle vedute, l’energia, le cognizioni, le attitudini dell’uomo
di stato; tutto ciò ingenerava in lui un perenne stato d’animo malinconico e favoriva la sua
propensione a procurarsi con mezzi magici la protezione e l’assistenza di poteri soprannaturali,
sia pure a mezzo di ciarlatani» V. GITERMANN, op. cit., pagg. 437-438.
38
Il regno di Nicola II si era aperto con un incidente del tutto fortuito, dal quale però sia il
popolo sia il sovrano, ugualmente superstiziosi, avevano tratto i più neri auspici. Durante i
festeggiamenti per l’incoronazione si era adunata, nel campo di Chodynka, una folla di circa 300.000
persone per partecipare, secondo la tradizione, alla distribuzione dei doni al popolo. Mentre la folla
era in attesa, credendo che fosse iniziata la distribuzione, un’ondata di panico dilagò; migliaia di
persone si accalcarono con tale impeto da schiacciarne e calpestarne quasi tremila, causandone la
morte. Inizialmente la tragedia fu tenuta nascosta al monarca per non turbare la festa, cosicchè,
nonostante il gravissimo lutto per il Paese, lo zar partecipò ugualmente al ricevimento dato, la sera
stessa, in suo onore presso l’ambasciata francese. (Cfr. Ivi, pag. 441). L’episodio ossessionò per tutta
la vita lo zar, mentre lo lasciarono indifferente altri episodi ben più significativi, che accaddero
più tardi nel suo regno e nei quali la sua responsabilità, come supremo reggitore dello stato, era
evidente, come la “Domenica di sangue”, per esempio, o i processi politici e le deportazioni.
Ma l’incidente della tribuna fu interpretato come il segno di una maledizione, come il sintomo
dell’ira divina, confermato poco dopo dalla nascita di un figlio, l’unico maschio, malato di
emofilia. Cfr. E. BIAGI, op. cit., pag. 66.
39
Knut. Scudiscio largamente usato nella Russia zarista per le punizioni corporali sia tra la
popolazione civile che nelle Forze Armate imperiali.
40
E. BIAGI, op. cit., pag. 66.
- 16 -
Cap. I. Premesse storico politiche
questo malinteso fondamentale tra l’autorità ed i cittadini, alimentava lo
scontento che andava montando in tutti gli strati della popolazione.
«“Lo scontento in Russia è generale” scriveva un viaggiatore inglese nel 1902 “e contro il quale
è diretto non conosce altro modo di affrontarlo che reprimere le manifestazioni. Ogni successivo
atto di oppressione indebolisce lo stato e, come è dimostrato dai ricorrenti tumulti studenteschi,
41
scioperi, insurrezioni contadine, accresce il pericolo di una rivolta aperta e organizzata”» .
La classe possidente, la sola favorita dalla situazione e interessata a conservarla,
non superava l’otto per cento della popolazione, nonostante ciò, non tutti i
membri di quest’ultima prendevano le parti del Governo in ogni occasione. Persino
nella casta militare, che costituiva il cinque per cento, si segnalavano persone che
simpatizzavano
segretamente
con
il
popolo.
La
repressione
arrivava
a
manifestazioni parossistiche, riportate dai giornali occidentali, con particolare
puntualità da quelli inglesi. La stampa francese era più cauta in ragione dell’alleanza
franco-russa. A titolo di esempio: si vietava per ragioni di sicurezza una biblioteca
circolante in un villaggio contadino; si impediva ad una dama di carità la creazione di un
«illegale assembramento di bambini», ossia di un nido d’infanzia per i figli di
operaie. Dure le punizione per gli studenti che avessero manifestato idee liberali,
coscritti, deportati in Siberia e costretti ai lavori forzati come accadde al giovane
Dostojevski42. Per i contadini poco rispettosi dell’autorità c’erano la prigione, la
fustigazione, la fucilazione. I sindacalisti erano deliberatamente equiparati ai terroristi,
e deportati a migliaia. Nella Russia dei primi del novecento, il livello di vita di
certi strati della popolazione è veramente molto basso. Alessandro II aveva
41
42
Ivi, pag. 67.
Il celebre autore, figlio di un medico militare, nacque a Mosca l’11 novembre (30 ottobre) 1821 e morì
a San Pietroburgo il 28 gennaio (17 gennaio) 1881. Egli aveva fin dal 1843 compiuto studi di
ingegneria militare, ma nel 1846 si era dedicato alla carriera letteraria affermandosi come scrittore.
«Accostatosi intanto al circolo dei giovani, generosi utopisti, più che veri rivoluzionari, riuniti intorno
al Petrascveski, il nuovo scrittore vi aveva declamato una sera la famosa lettera aperta del critico
Bielinski al Gogol, in cui si flagellava l’autocrazia: tanto bastò perché il tribunale militare lo
condannasse, con gli altri, alla fucilazione. Ma questa doveva risolversi in una macabra farsa,
giacché, quando i condannati, avvolti in bianchi lenzuoli, già erano legati ai pali in attesa del comando
fatale, venne loro partecipata la commutazione della pena nei lavori forzati in Siberia. Questa farsa
zaresca, che costò la perdita della ragione a uno dei condannati, lasciò indenne la mente del
Dostojevski, anche se gli aggravò quell’epilessia di cui egli già soffriva, e che lo avrebbe perseguitato
per tutta la vita. Anzi, dalla successiva terribile prova - i quattro anni trascorsi nella “casa morta” di
Omsk, fra gli uomini in catene, obbrobriosamente marchiati, vestiti e rasi - egli uscirà temprato nel
corpo e nello spirito, artista maturo, scrittore infaticabile, esploratore senza uguali del cuore e del
subcosciente umano». A. POLLEDRO in F. M. DOSTOJEVSKI, Memorie di una casa morta, Rizzoli,
Milano 1950, pagg. 5-6 e cfr. V. GITERMANN, op. cit., pagg. 216-218.
- 17 -
Cap. I. Premesse storico politiche
avviato timide ed inefficaci riforme 43 che avevano paradossalmente peggiorato le
condizioni di vita già miserrime degli strati più bassi della popolazione ed in
particolare dei contadini che erano la grande maggioranza.
La conoscenza dei fatti, l’educazione stessa diventavano sospette; si giunse persino
ad abolire dai programmi l’insegnamento delle scienze naturali e a dichiarare
obbligatoria la cultura classica. È superfluo dire come dai giornali e dalle riviste
fosse bandita ogni discussione sui problemi di attualità 44. La difficoltà o per meglio
dire l’impossibilità di trattare avvenimenti, di commentare la realtà politica e sociale del
Paese, ebbero un’influenza profonda anche nel pensiero impedendo la formazione di
una coscienza politica e sociale; la necessità di dovere parlare sempre in senso astratto e
in termini di carattere generale, crearono una sorta di abitudine alle teoria a scapito della
realtà, facendo così della Russia dei primi del novecento il «paese dei dottrinari e degli
utopisti45». «Come diceva Saltikov-Scedrin, il commediografo: “Si, nel nostro
Paese ci si può occupare di politica, ma a patto che nessuno se ne accorga”»46.
Per lungo tempo la storiografia sulla Russia ha considerato eminentemente
questioni quali l’arretratezza culturale ed economica, la questione agraria, il conflitto
sociale e l’utopistica impazienza dei rivoluzionari. Tuttavia alcuni autori lungimiranti già
all’inizio del ‘900 avevano appuntato la propria attenzione anche sulle istituzioni ed il
personale di Governo come elementi largamente responsabili del decorso degli eventi
nella storia russa. Non a caso fu detto che la Russia era un
43
Nel 1861 i contadini erano stati formalmente liberati dalla servitù feudale della gleba, dallo zar
Alessandro II, con l’emanazione dello «Statuto dei contadini liberi» che per giudizio unanime
degli storici, peggiorò di fatto la situazione.
44
«Il giornalismo in Russia non ha una posizione legale; è semplicemente tollerato. Non vi sono leggi
sulla stampa, essa non è ufficialmente riconosciuta, vi sono soltanto dei “regolamenti provvisori”. […]
Nelle due capitali i giornali hanno la scelta fra la censura preventiva o la sottomissione alle penalità
amministrative in caso di pubblicazioni incriminali. […] C’è una lista di argomenti che è vietato
trattare. In certi casi il Governo notifica alla stampa ciò che “non si deve dire” intorno a determinate
opinioni; così avvenne per gli affari di Cina e per l’alleanza franco-russa. Le punizioni ai giornali
variano a seconda dei casi. Vi è l”’avvertimento”-la più leggera-che è piuttosto un’ammonizione. Al
terzo avvertimento il giornale può essere soppresso. Vi è la sospensione per tre mesi, per sei mesi, per
un anno; […] V’è la proibizione della vendita al soldo e in pubblico. Vi è la proibizione di pubblicare
annunzi (la presa per fame). In ultimo l’esecuzione capitale del giornale: la soppressione assoluta. […]
Le soppressioni sono decretate in una adunanza dei ministri dell’Interno, della Giustizia e della
Istruzione insieme al Procuratore del Santo Sinodo. […] Queste condanne sono senza appello. […] La
Russia non ha più di seicento pubblicazioni periodiche e la tiratura del giornale più diffuso oscilla
dalle cinquantamila alle sessantamila copie. Con la carta che adopera in un giorno il “Daily
Telegraph” si possono stampare tutti i giornali quotidiani russi». L. BARZINI, Dall’Impero del Mikado
all’Impero dello Zar, La Bodoniana, Piacenza 1916, pagg. 211-215.
45
Ivi, pag. 213.
46
E. BIAGI, op. cit., pagg. 68.
- 18 -
Cap. I. Premesse storico politiche
«vecchio che va in bicicletta perché anche se, spontaneamente o costrettavi dalle circostanze, adotta
mezzi moderni, non abbandona gli altri mezzi. Pur di mantenere il proprio posto in gara, il vecchio
sarà pronto ad inforcare una bicicletta, ma continuerà a portare con sé il suo bastone da passeggio e
continuerà ad indossare la palandrana; in una corsa a piedi, continuerà a calzare i suoi stivaloni, senza capire che un
giovane vuole e deve correre libero da questi impedimenti»47.
Dunque in uno studio generale e completo sulla storia russa nel periodo tra il 1881 e lo
scoppio della rivoluzione del 1917, finalizzato alla ricerca delle cause più profonde che
permisero tali eventi, è necessario tenere in debito conto la grande influenza avuta dalla
natura e la condotta del Governo nel modo di percepire i problemi della Russia. In un
certo senso quella russa fu una crisi di autorità con molte cause, ma manifestatasi nel
declino del rispetto per le norme stabilite e per quelli che le imponevano 48. Il rispetto
della legalità dipendeva in ultima analisi dal volere e dalle intenzioni del monarca e dei
suoi rappresentanti. Questo faceva, ovviamente un Governo di uomini piuttosto che di
leggi, anzi in realtà di un solo uomo. Il fatto stesso che alcuni monarchi non fossero
stati all’altezza del loro compito (e lo stesso Nicola II era di carattere debole ed
ambiguo, dotato di scarsa fiducia nelle proprie capacità, tanto da diffidare dei suoi
ministri) questo era sufficiente a dubitare sia dell’autocrate, sia del sistema. Molti,
comprendendo i difetti di un tale sistema di Governo che lasciava così grandi spazi al
criterio ereditario ed al personalismo, cominciarono a pensarlo49. In questo clima si
educarono gli uomini e nacquero i movimenti politici che dovevano distruggere il
regime zarista; in questo clima operarono coloro che condussero l’esercito russo alle
disfatte militari ed alla fine dell’Impero degli zar.
I. 3 Il Giappone
I primi abitatori del Giappone noti sono gli Ainu, parenti delle tribù siberiane più vicine,
cui si sovrapposero in successive ondate migratorie genti provenienti dalla Corea e
dalla Cina e dalla Malesia. Queste popolazioni erano organizzate per lo più in clan
vivendo in uno stato semiprimitivo. Il principale impulso all’avanzamento della
civiltà venne dalla Cina, la cui influenza culturale fu veicolata dal buddismo. Dalla
Cina i giapponesi derivarono il sistema di scrittura, la letteratura, la scienza e la
legislazione. Lo Stato prese forma civile grazie a leggi e ad una forma ordinata di
47
W. GERRARE, Greater Russia, the continental Empire of the Old world, The Macmilillan & Co, New
York-London 1903. Cit in E. BIAGI, op. cit., pag. 78.
48
H. ROGGER, La Russia pre-rivoluzionaria, 1881-1917, Il Mulino, Bologna 1992, pagg. 9-29.
49
Ibidem.
- 19 -
Cap. I. Premesse storico politiche
amministrazione. All’inizio il Giappone risentì molto del fenomeno imitativo, ma poi le
istituzioni adottate si svilupparono e modificarono, creando una civiltà originale.
L’applicazione del principio dell’ereditarietà nella trasmissione delle cariche pubbliche,
conferirete alle famiglie con un titolo di trasmissibilità, condusse alla nascita del
feudalesimo, in luogo dell’adozione del sistema del mandarinato cinese. In ragione
della separazione, secondo l’uso cinese, delle funzioni civili da quelle militari, si
formarono due importanti caste sociali: quella dei nobili civili (cugé), e quella dei nobili
militari (daimyo) attorno a quest’ultima si agglutinò una casta guerriera, quella dei
samurai50 completamente distinta dal resto della popolazione. Nel tempo il potere
militare ebbe il sopravvento su quello civile, rinsaldando le radici del feudalesimo,
che assumeva forma analoga a quello europeo, con la differenza che il capo dei nobili
non era il sovrano, bensì lo Shogun51. Nel corso dei secoli in cui fu in vigore il
regime feudale, il Giappone si trovò immerso, analogamente alla Germania
medievale, in uno stato di continua istabiltà interna dovuta alle lotte fra i daimyo.
Questa lunga fase di instabilità interna terminò solo nel XVI secolo, quando ad
opera di tre capi militari, Nobunaga Oda
50
52
, Jeyasu Tokugawa53, Hideoyschi
Il samurai era un militare del Giappone feudale, appartenente ad una classe nobile. Il nome deriva
sicuramente da un verbo, saburau, che significa servire o tenersi a lato e letteralmente significa colui
che serve. Un termine più appropriato sarebbe bushi letteralmente: guerriero), che risale al periodo
Edo. Attualmente il termine viene usato per indicare proprio la nobiltà guerriera (non, ad esempio, gli
ashigaru o i fanti). I samurai che non servivano un daimyō perché era morto o perché ne avevano perso
il favore, erano chiamati rōnin. I samurai costituivano una casta colta, che oltre alle arti marziali,
direttamente connesse con la loro professione, praticava arti zen come il cha no yu o lo shodō. Col
tempo, durante l’era Tokugawa persero gradualmente la loro funzione militare. Verso la fine dell’era
Tokugawa, i samurai erano essenzialmente burocrati dello shōgun, e la loro spada veniva usata soltanto
per scopi cerimoniali. Con il Rinnovamento Meiji (tardo XIX secolo) la classe dei samurai fu abolita in
favore di un esercito nazionale in stile occidentale. Ciò nonostante, il bushidō, rigido codice d’onore dei
samurai, è sopravvissuto ed è ancora, nella società giapponese odierna, un nucleo di principi morali e di
comportamento che parallelamente, nelle società occidentali, è costituito da principi etici di derivazione
religiosa. Cfr. Samurai. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 5 ottobre 2010, 08:25 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Samurai&oldid=35145829.
51
Comando militare che veniva conferito al capo di una spedizione di guerra: il titolo corrispondente a
quello di “generalissimo” era provvisorio ed aveva valore solo nel caso della spedizione per la quale
esso era attribuito. Nel 1192 l’imperatore conferì a Minamoto-no-Yoritomo, appartenente ad una delle
due grandi famiglie militari di quel tempo, il titolo di Sei-i-tai-shogun (gran generale). Da allora il titolo
divenne ereditario e gli Shogun divennero così potenti da rappresentare il potere temporale del
Giappone di fianco al potere spirituale del Mikado. Il titolo ed il potere relativo furono aboliti nel 1868.
Cfr. G. CORRADI Shogun in Grande Dizionario Enciclopedico, (ad vocem). op. cit.
52
Oda Nobunaga (Nagoya, 23 giugno 1534-Kyoto, 21 giugno 1582) è stato un condottiero giapponese.
Figlio di Oda Nobuhide, un daimyo (feudatario) minore della provincia di Owari, condusse una serie di
campagne militari che lo portarono a conquistare gran parte del Giappone prima del suo assassinio nel
1582. Cfr. Oda Nobunaga. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 5 ottobre 2010, 08:28 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Oda_Nobunaga&oldid=34215961.
53
Tokugawa Ieyasu, (provincia di Mikawa, 31 gennaio 1543-Edo, 1º giugno 1616) è stato un condottiero
giapponese, fondatore dello shogunato Tokugawa nel 1603, sebbene governasse già non ufficialmente
il Giappone dal 1600, anno della battaglia di Sekigahara (21 ottobre). Il suo Governo si concluse
ufficialmente nel 1605 quando abdicò in favore del figlio Hidetada, ma continuò ad esercitare il suo
- 20 -
Cap. I. Premesse storico politiche
Toyotomi54, fu depressa la feudalità a vantaggio di un potere centrale forte,
producendo un cambiamento simile a quello avvenuto in Europa con Luigi XI55.
Proprio nel ‘500 il Giappone venne in contatto con i primi europei, i portoghesi. L’amore
per le novità favorì gli scambi; i giapponesi accolsero con favore i prodotti occidentali,
specialmente le armi da fuoco, accogliendo anche benevolmente la religione cristiana. In
questo stesso periodo vi fu il passaggio alla dittatura militare. I capi militari
summenzionati videro nella propaganda dei missionari e nell’attività dei mercanti europei
un pericolo, credendoli precursori di flotte ed eserciti invasori. Lo shogunato Tokugawa
(di cui Jeyasu fu il fondatore) significò per il paese anche la chiusura quasi assoluta
verso l’esterno secondo il principio del Sakoku ossia del “Paese chiuso”. Non solo si vietò
ai giapponesi di uscire dal paese o di rientrarvi qualora fossero all’estero pena la morte, ma
iniziarono persecuzioni contro il cristianesimo ed i suoi seguaci, fino ad arrivare
all’espulsione anche dei mercanti occidentali identificati con essi ed ad imporre forti
limitazioni alle relazioni commerciali finendo per chiudere ermeticamente il Paese, e
lasciando, solo ad olandesi, coreani e cinesi, il permesso di approdo esclusivamente nel
porto di Nagasaki. Così, per quasi duecentocinquant’anni, il Giappone rimase immobile
dal punto di vista politico, sociale e morale, ed intatto dalle influenze esterne. Verso la fine
del XVIII secolo, però altri Paesi (Russia, Stati Uniti ed Inghilterra) cominciarono a fare
pressione sul Giappone affinché aprisse i porti al commercio. L’8 luglio 1853 un’azione
della flotta americana, per conto del Presidente Fillmore e ricordata in seguito come le
“navi nere” (“Mississippi”, “Plymouth”, “Saratoga”, e “Susquehanna”), comandata dal
commodoro Matthew Perry56, ancorò nel porto di Edo, l’attuale Tokio, intimando al
potere fino alla sua morte. Cfr. Tokugawa Ieyasu. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 5 ottobre
2010, 08:30 da http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Tokugawa_Ieyasu&oldid=32827964.
54
Toyotomi Hideyoshi (Nagoya, 2 febbraio 1536-18 settembre 1598) è stato un condottiero giapponese.
Fu famoso samurai e daimyo del periodo Sengoku, fondò il Clan Toyotomi e riunificò il Giappone,
succedendo al suo precedente signore Oda Nobunaga. È conosciuto anche per l’invasione della Corea.
Durante il suo periodo iniziò molte modifiche culturali, tra cui la restrizione legale che permetteva ai
soli membri della classe dei samurai di portare armi. Il periodo del suo Governo viene spesso detto
periodo Momoyama, dal nome del castello di Toyotomi. Durò dal 1582 fino alla sua morte nel 1598 o
(secondo alcuni studiosi) fino a che Tokugawa Ieyasu non assunse il potere dopo la Battaglia di
Sekigahara nel 1600. Nella storiografia tradizionale giapponese, comunque, si preferisce in genere
indicare l’epoca di Oda Nobunaga e di Toyotomi come un unico periodo, che prende il nome di periodo
Azuchi-Momoyama. Cfr. Toyotomi Hideyoshi. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 5 ottobre
2010, 16:28 da http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Toyotomi_Hideyoshi&oldid=35119980.
55
COMANDO CORPO DI STATO MAGGIORE-UFFICIO STORICO, La guerra russo-giapponese, Comando
Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, Roma 1908, pagg. 2-5.
56
Commodoro Matthew Calbraith Perry (10 aprile 1794-New York 4 marzo 1858). Figlio del capitano
della Marina Christopher R. Perry e fratello minore di Oliver Hazard Perry, Matthew si arruolò nella
Marina nel 1809, diventandone uno dei promotori della modernizzazione, non casualmente fu chiamato
“Il padre della Marina a vapore”. Una volta promosso a capitano, supervisionò la costruzione della
seconda fregata a vapore della marina statunitense, la USS “Fulton”, della quale ebbe il comando dopo
che fu terminata. Organizzò i primi corpi di ingegneri navali americani, e diresse la prima scuola di
- 21 -
Cap. I. Premesse storico politiche
Giappone, con la minaccia di un conflitto, di aprire le sue frontiere al commercio con
l’estero. L’anno seguente, con la Convenzione di Kanagawa (31 marzo 1854), Perry,
costrinse lo Shogun a firmare un trattato di pace ed amicizia con gli Stati Uniti. Si
giunse così, nel 1858 alla firma di trattati commerciali con cinque Paesi stranieri: oltre a
quelli già citati anche Francia ed Olanda e, tra i nuovi porti aperti al commercio, vi fu
anche quello di Yokohama. Allora un villaggio di pescatori, quest’ultimo, nel volgere di
pochi anni si trasformò nel più importante porto commerciale del Paese57. Fu proprio
durante questo lungo periodo, durato oltre due secoli, che maturarono gli eventi che
portarono ad una rivoluzione interna simile a quella francese che condusse alla fine
dell’istituzione politica dello shogunato58. Il Giappone dell’epoca Meiji era una nazione
che usciva da una secolare condizione di isolamento, la cui classe dirigente aveva
l’ambizione di ammodernarsi e mettersi al passo con il progresso tecnologico
occidentale; quindi «mentre americani e prussiani ponevano le basi dei loro rispettivi
artiglieria navale mentre era al comando della “Fulton”. Ricevette il titolo di Commodoro nel giugno
1840. Nel 1845 partecipò alla guerra contro il Messico al comando della USS “Mississippi”; partecipò
anche ad azioni di guerra sulla terraferma guidando personalmente un contingente di sbarco di 1173
uomini e attaccando la città di Tabasco da terra. Nel 1852, Perry salpò da Norfolk, in Virginia, per il
Giappone, al comando di una squadra, con lo scopo di ottenere un trattato commerciale con i
giapponesi. A bordo di una fregata a vapore macchiata di nero (black-hulled), fece approdare le navi al
suo comando nel porto di Uraga presso Edo (moderna Baia di Tokyo) l’8 luglio 1853. Si incontrò con
rappresentanti dello shogunato Tokugawa che gli imposero di spostarsi a Nagasaki, dove c’era un
commercio limitato con i Paesi Bassi e che all’epoca era l’unico porto giapponese aperto agli stranieri.
Perry si rifiutò e domandò il permesso di presentare una lettera da parte del Presidente degli Stati Uniti
Millard Fillmore, minacciando una prova di forza se ciò gli fosse stato negato. Le forze militari
giapponesi non potevano resistere ai moderni armamenti; le “Navi Nere” sarebbero divenute, in
Giappone, un minaccioso simbolo della tecnologia occidentale. Il governo giapponese fu forzato a
lasciare approdare Perry per evitare un bombardamento navale che avrebbe causato molte vittime.
Tornato una seconda volta per avere una risposta alle richieste presentate nella lettera presidenziale, nel
febbraio 1854 firmò la Convenzione di Kanagawa il 31 marzo dello stesso anno. Quando Perry tornò
nel 1855 negli Stati Uniti, il Congresso votò per assegnargli una ricompensa di 20.000 dollari per il suo
lavoro in Giappone. Perry usò parte del denaro per preparare e pubblicare un rapporto sulla spedizione
in tre volumi, intitolato: Racconto della spedizione di uno squadrone americano in Cina e in Giappone.
Fu inoltre promosso al grado di contrammiraglio in pensione come ricompensa per i suoi servigi in
Estremo Oriente. Morì il 4 marzo 1858 a New York, di cirrosi epatica. I suoi resti furono portati
all’Island Cemetery a Newport, in Rhode Island il 21 marzo 1866, insieme con quelli della figlia Anna,
che era morta nel 1839. Cfr. Matthew Perry (ufficiale navale). Wikipedia, L'enciclopedia libera.
Trattoil22aprile2011,12:19dahttp://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Matthew_Perry_(ufficiale_naval
e)&oldid=39303428.
57
Cfr. R. MENEGAZZO, Giappone, Mondadori Electa, Milano 2007, pag. 170.
58
«nel febbraio del 1867, morì il Tenno e gli successe Mutsushito (Meiji Tenno, 1867 - 1912), un ragazzo
di 15 anni. I daimios, aprofittando della possibilità offerta da una vecchia regola, si sollevarono contro
lo Shogun e lo costrinsero ad abdicare, provocando così la rivoluzone del 1868, che abolì lo
Shogunato e riattribuì il potere al Tenno, che fu proclamato imperatore del Giappone. […] Nel 1869,
tutti i 237 daimios consegnarono i loro feudi al Tenno; nel 1870, fu pubblicato il primo giornale, a
Yokohama; nel 1871, il feudalesimo fu abolito e due milioni di samurai furono posti in pensione. La
professione delle armi, fino a quel momento privilegio dei samurai, fu estesa a tutto il popolo; fu
introdotto il servizio militare obbligatorio» J. F. C. F ULLER , Le battaglie decisive del mondo
occidentale e le loro influenze sulla storia, Vol. III, Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Storico,
Roma 1988, pagg. 136-137.
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Cap. I. Premesse storico politiche
imperi, il Giappone emerse dalla sua cortina di bambù ed imboccò la stessa strada»59;
anche sul piano politico e dell’assetto dello Stato si assisteva ad un radicale mutamento,
il Paese si stava lasciando alle spalle il regime feudale con tutte le implicazioni sociali e
culturali che esso comportava. Per rendere moderno il Giappone non sarebbe bastata
un’imitazione formale, bisognava bensì introdurre riforme radicali di impronta
occidentale. Oltre alla soppressione del feudalesimo (1871), dei privilegi dei nobili e
della casta guerriera, fu costituito un Governo 60 sotto l’assoluta autorità dell’imperatore
e furono introdotte nel Paese arti, scienze ed industrie occidentali. Il prestigio
dell’imperatore garantì tale operato, favorendo l’accettazione delle riforme senza gravi
turbamenti sociali. In un breve periodo di tempo, metodi di produzione, istituzioni
militari, civili, amministrative, finanziarie e politiche si modellarono all’europea, con
tale pertinacia da costituire una nuova e duratura fase nella storia culturale del popolo
giapponese. Il Giappone si accingeva all’organizzazione di un esercito moderno: nel
1887 nacque la prima accademia militare61, le nuove gerarchie militari si formarono
nelle migliori accademie europee, dove numerosi giovani della nobiltà e della ricca
borghesia si recarono a studiare. La questione dell’ammodernamento tecnologico fu
parimenti affrontata guardando ad occidente. Il Governo giapponese inviò all’estero
molte missioni per studiare ad uno ad uno tutti i differenti problemi connessi con la
preparazione militare del Paese. Queste missioni, dopo aver esaminato un determinato
problema presso tutti gli eserciti che avevano portato su di esso la loro attenzione,
presentavano nelle loro relazioni proposte per invitare quegli ufficiali stranieri che al loro
parere avevano meglio studiato il problema stesso, a prestare la loro opera in Giappone.
Tre ufficiali italiani, i generali Grillo62 e Braccialini ed il colonnello Quaratesi, ed alcuni
capi tecnici, si recarono in tal modo in Giappone fra il 1884 ed il 1894. Il generale Grillo,
allora maggiore, fu invitato in seguito alla visita fatta in Europa dal generale Oyama63
59
Ivi, pag. 135.
«Benché nel 1889 venisse introdotto un embrionale sistema parlamentare, l’esercito e la marina furono
posti al di fuori del suo controllo» Ivi, pag. 137.
61
Cfr. E. PRESSEIN, Before aggression, european prepare the Japanese Army, University of Arizona,
Tucson 1965, pag. 9-11, cit. in J. D. SISEMORE, The russo-japanese war, lessons not learned, Forth
Leavenworth, Kansas 2003.
62
La figura del generale Grillo viene ricordata anche nell’opera di E. CAVIGLIA, Il segreto della Paceguerra russo giapponese, a cura di M. ZINO, Farigliano Stampa, Milano 1968, pag. 89.
63
Ivao Oyama. Maresciallo. Nato a Satsuma nel 1842, morto a Tokio nel 1916. Dopo aver preso parte
attiva al rinnovamento politico-sociale del Mikado (1868) fu inviato per studi militari in Europa.
Trovandosi in Francia allo scoppio della guerra del 1870, ne colse occasione per studiare sul posto le
operazioni militari. Assimilati i procedimenti della guerra moderna si adoperò per introdurli in
Giappone, che grazie a lui, nel volgere di pochi anni , ebbe un esercito armato ed addestrato alla
maniera europea, o più esattamente alla tedesca. Dopo aver contribuito a domare nel 1877
l’insurrezione reazionaria, fu sottosegretario di stato agli interni, poi capo della polizia dell’Impero (1879):
60
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Cap. I. Premesse storico politiche
che aveva lo scopo di studiare il modo di rendere il Paese indipendente dall’industria
straniera nei riguardi della fabbricazione delle artiglierie, fino ad allora acquistate in
Francia ed in Germania. Tenendo conto che il Giappone non possedeva stabilimenti per
la produzione dell’acciaio, il Governo decise di adottare i cannoni di bronzo, sul sistema
seguito allora in Italia ed in Austria. Data poi l’analogia fra Italia e Giappone in relazione
all’estensione delle coste ed alle esigenze di difesa costiera richiedente armi analoghe, la
missione di Oyama propose al Governo di chiamare in patria tecnici italiani. Così il
maggiore Grillo venne a prestare la sua opera presso l’arsenale di Osaka, provvedendo
dapprima alla costruzione di tutti gli impianti occorrenti, e quindi alla fabbricazione dei
cannoni di bronzo da 70 mm, sia da campagna sia da montagna; di quelli da costa e
d’assedio da 90, 120 e 240 mm; degli obici da 90, 150, 240 e 280 mm. Il maggiore Grillo
fu, inoltre, il direttore del progetto che portò alla realizzazione del primo impianto di un
cannone da 280 mm in cupola corazzata che fu impiantato nella fortezza di Kannonkazi
all’imboccatura della baia di Tokyo, avvenimento che suscitò grande interesse nel Paese
al punto che l’opera appena completata fu visitata dal Capo del Governo. I cannoni da
campagna e da montagna e quelli d’assedio costruiti dal maggiore Grillo furono, nel
ventennio successivo, impiegati nelle guerre con la Cina e con la Russia; gli obici da
280, dopo aver avuto parte importante nella caduta di Port Arthur e nella distruzione
della flotta russa, dovevano poi richiamare l’attenzione di tutti gli eserciti quando
fornirono, nella battaglia di Mukden (attualmente Shenyang), il primo esempio di
impiego di artiglieria pesante usata contro fortificazioni campali. Il maggiore Grillo
rimpatriò nell’aprile del 1888 al termine del contratto ed in sua vece venne il maggiore
Quaratesi che rimpatriò dopo circa un anno di permanenza. Il generale Braccialini, allora
maggiore, fu invece chiamato in seguito alle proposte presentate dalla missione
presieduta dal generale Ishimoto. Questa missione era stata inviata in Europa per lo
studio di tutti i problemi inerenti la difesa costiera. Nella sua relazione il generale
Ishimoto aveva ribadito la necessità di adottare per le artiglierie costiere un telemetro,
strumento allora completamente ignoto in Giappone, ed aveva fatto presente che il
migliore fra quelli esistenti era il telemetro Braccialini. In relazione a questo, il Ministero
l’anno seguente fu nominato ministro della Guerra e nel 1882 capo di Stato Maggiore
dell’esercito. Nel 1884 ritornò in Europa in missione a scopo di studi militari. Scoppiata la guerra
cino-giapponese ebbe il comando di un corpo d’armata e fu suo merito la vittoria di Port Arthur.
Conclusa la guerra ebbe il grado di Maresciallo dell’Impero. Allo scoppio del conflitto con la
Russia gli fu affidato il comando in capo dell’esercito operante. Alternando secondo le circostanze, offensiva
e difensiva strategica, riportò le vittorie di Liao-yang, dello Sha-ho, battè il nemico a Mukden.
Dopo la guerra accolto in trionfo a Tokyo, tenne ancora per 4 anni la carica di Capo di S. M. dell’esercito
dalla quale si ritirò per dimissioni volontarie. Cfr. A. BALDINI, Ivao Oyama in Enciclopedia Italiana,
(ad vocem). op. cit.
- 24 -
Cap. I. Premesse storico politiche
della guerra decise di invitare in Giappone il maggiore di artiglieria Braccialini, tanto più
che lo stesso vi era già noto per la sua pubblicazione sulla balistica, (che era giunta nella
traduzione tedesca). Il maggiore fu così inviato nel 1892 e destinato al comitato di
artiglieria. Non potendo, ovviamente, consegnare il tipo originale di telemetro da lui
studiato per l’Esercito italiano, allora strettamente segreto, ne studiò un altro basato sugli
stessi principi. Oltre agli studi della difesa costiera, al maggiore Braccialini fu affidato
l’insegnamento della balistica per un corso di sei mesi presso la scuola di artiglieria e
genio. Intanto egli proseguiva i lavori e, nel 1893, impiantò i primi telemetri nelle
fortezze costiere del Giappone. Ammalatosi, rimpatriò nella primavera del 1894, prima
della scadenza del contratto. I telemetri da lui studiati e realizzati per l’esercito
nipponico, furono impiegati per lungo tempo. Presso la scuola di artiglieria e genio fu
conservato e mostrato per lungo tempo il testo italiano originale di balistica del
Braccialini con la dedica scritta di suo pugno64.
Tra il 1894 ed il 1904, il Giappone si era inoltre dotato di un’imponente forza
navale, sia con costruzioni nei cantieri interni sia ricorrendo ad industrie straniere.
Fra le navi fornite da quest’ultime vi erano due incrociatori corazzati del tipo
“Garibaldi”65, armati con cannoni da 203, 152, e 76 mm e 4 lanciasiluri, commissionati
ai cantieri Ansaldo di Sestri tra il 1902 ed il 1903 dalla Marina argentina con il nome di
“Rivadavia” e “Moreno” e poi da quest’ultima rivenduti al Giappone; con il nome di
“Kasuga” e “Nissin” essi furono tra i protagonisti del conflitto con la Russia ed in
particolare dello scontro di Tsushima. L’Ansaldo ne fece il proprio cavallo di battaglia
nella propaganda svolta per imporre i propri prodotti all’estero ed all’interno. A
proposito di queste due navi italiane, è d’uopo ricordare che Lorenzo d’Adda,
ingegnere navale lombardo e rappresentante dei Cantieri Navali Ansaldo, e
corrispondente de “Il Secolo” di Milano, in qualità di osservatore a Port Arthur, nel
luglio del 1904 riferiva di averle viste «belle e superbe»66 e di averne ricevuto i
complimenti dello stesso ammiraglio Togo a bordo del “Mikasa”, la sua nave
ammiraglia. Il giudizio ufficiale giapponese era tale: «Queste due navi formano
l’orgoglio e la nobiltà della casa che le ha costruite e dell’Italia»67. Altri complimenti
64
Cfr. E. FRATTINI, Opera svolta da ufficiali italiani in Giappone, in AUSSME, fondo L-3, b. 35/1.
Navi da battaglia di 2 a classe (incrociatori corazzati); lunghezza 104,86, larghezza 18,20,
dislocamento 7.350 tonn; macchine da 13.500 HP; equipaggio 28 ufficiali, 489 marinai. Cfr.
Garibaldi in Enciclopedia Militare, Istituto Editoriale Scientifico S. A., Milano 1933 (ad vocem).
66
Gli escursionisti a bordo del Mikasa. Una dichiarazione pel Kasuga e pel Nishin in “Il Secolo XIX”,
22 luglio 1904 cit. in P. H ERT ENER , Storia dell’Ansaldo dai Bombrini ai Perrone 1903-1914,
Laterza, Milano 1996, pag. 72.
67
“Il Secolo XIX”, 3 luglio 1904 cit. Ivi, pag. 88.
65
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Cap. I. Premesse storico politiche
erano già stati espressi dal Kaiser Guglielmo II, fautore dei “piani navali illimitati” di
potenziamento della flotta da guerra tedesca, nei confronti delle nostre due unità al
Console generale di Germania a Genova nel 190368.
Anche nelle infrastrutture e nei servizi furono conseguiti risultati eccezionali se si
pensa alla brevità del tempo di realizzazione. Questo Paese, fino al 1872, non aveva
ferrovie, nel 1893 ne aveva già oltre 3.000 Km; la rete telegrafica aveva raggiunto uno
sviluppo di 15.000 Km; il servizio postale, prima inesistente o quasi, organizzato
all’europea, funzionava in modo soddisfacente anche secondo i canoni degli esigenti
occidentali. Il commercio con l’estero ebbe uno straordinario sviluppo; anche nelle
industrie erano avvenuti simili progressi: le miniere di carbone, d’oro, di stagno e
di rame avevano triplicato il rendimento dopo il 1882. Decuplicato quello del petrolio.
Le stesse cifre dell’aumento della popolazione danno un’idea del miglioramento netto
della qualità della vita, infatti dal 1883 al 1893 la popolazione era salita da 37.450.000 a
41.090.000; un incremento di un decimo in 10 anni. La Cina fu la prima a risentire
della crescita del Giappone: con la sua debolezza la rendeva una facile preda delle mire
espansionistiche nipponiche.
La Corea fu il teatro e la causa della guerra cino-giapponese. Questa penisola, benché
attaccata alla Manciuria costituendo quasi un protendimento di quest’ultima verso
l’Oceano, era divisa dal Giappone solo da un piccolo braccio di mare: di qui la naturale
rivalità fra le due nazioni vicine per il predominio su questa regione. Il vassallaggio della
Corea nei confronti del Giappone iniziò nel III secolo, ebbe termine nel VI secolo
d.C., e solo alla fine del 1500 il Giappone tornò ad invadere la Corea con il già sopra
citato generale Hideyoschi Toyotomi (da molti definito il Napoleone giapponese)
devastandola da una capo all’altro. Dopo sei anni di lotte, il Giappone giunse ad un
accordo con la Cina, alla quale i coreani si erano rivolti per ottenere aiuto. Tale accordo
prevedeva un pagamento, da parte della Corea, di un tributo annuo sia a Pechino sia
a Tokyo. Divenuto in seguito una formalità, costituì però il precedente storico a cui il
Giappone si appigliò nel secolo XIX per giustificare le sue pretese. Infatti, vivificato dal
contatto con l’Europa, esso pose di nuovo lo sguardo sulla Corea, spingendo la Cina
ad accettare l’apertura dei porti di Gensan (Wonsan) e Chemulpo (ora parte della
città di Incheon in Corea). Da qui iniziò una lenta infiltrazione in Corea: tra il 1876
ed il 1882 i giapponesi si assicurarono il monopolio del commercio coreano impiantando
68
Cfr. Ivi, pag. 72.
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Cap. I. Premesse storico politiche
stabilimenti, magazzini, basi militari, e suscitando la reazione dei cinesi che guardavano
con preoccupazione all’affermazione della presenza nipponica sul continente69.
Dunque, i giapponesi, in silenzio, avevano creato un’industria attiva, un esercito potente
e ben disciplinato, una eccellente flotta, e presero ad assalire la Corea posta sotto la
sovranità cinese. Il re della Corea, Li-hui, incoraggiato dall’invio in suo aiuto di truppe
imperiali cinesi, respinse le richieste dei giapponesi che consistevano in agevolazioni
doganali, concessioni per la costruzione di ferrovie, e cessione dell’isola di Quelpart70
(Jejudo-Corea del Sud). I giapponesi allora, senza preventiva dichiarazione di guerra,
aprirono le ostilità contro la Corea e la Cina. Quest’ultima, ancora prigioniera di
antiche tradizioni e provvista di soli armamenti da gran lunga superati, subì una serie di
sconfitte. Nel novembre del 1894 caddero nelle mani dei giapponesi le città di Talienvan e
di Porth Arthur nella penisola di Liao-tung (Liaodong). L’Inghilterra, inizialmente
intervenuta a favore della Cina, riconobbe che meglio di quest’ultima il Giappone sarebbe
stato in grado di fermare le mire espansionistiche russe in Estremo Oriente. Mutò quindi
atteggiamento: nella primavera del 1895 il Governo britannico dichiarò ufficialmente di
riconoscere le conquiste giapponesi nella Manciuria meridionale. Il Giappone dettò la
pace di Shimonoseki (17 aprile 1895), in virtù della quale la Cina, sconfitta, era
costretta a cedere l’isola di Formosa e la penisola di Liao-tung; a riconoscere la Corea
stato indipendente, da incorporarsi quindi nella sfera d’interessi del Giappone; ad
aprire nuovi porti al commercio giapponese a condizioni di favore ed a pagare un
forte risarcimento, (200 milioni di Tael), per i danni di guerra. Finita la campagna
cino-giapponese iniziò un’epoca decisiva nella storia del Giappone che, visti i
successi ottenuti, si spinse con maggiore alacrità sulla via del progresso. Il Governo
concepì un piano gigantesco, noto sotto il nome di Programma “Post Bellum” per
elevare il Giappone alla pari delle grandi potenze occidentali incrementando lo sviluppo
della ferrovia, delle forze di terra e di mare, dei telegrafi, dei telefoni; creando università
come quella di Kyoto, numerose scuole superiori e banche; adottando misure per
incoraggiare il commercio, l’industria e l’agricoltura. Ovviamente questo progetto
richiese ingenti investimenti (oltre 531 milioni di yen) a cui si fece fronte, sia con
l’indennità di guerra che con prestiti all’interno e con aumenti di imposte. Il numero
degli effettivi dell’esercito aumentò; in tempo di pace crebbe a 145.000 unità, che
69
70
Cfr. A. BIAGINI, op. cit. pag. VI.
Il nome Quelpart deriverebbe dalla prima nave europea ad attraccare sull’isola, l’olandese “Quelpaert”.
Cfr. Jeju-do in Wikipedia, l'enciclopedia libera. 09: 44, 5 Ottobre 2010, dal
http://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Jeju-do&oldid=388026591
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Cap. I. Premesse storico politiche
potevano arrivare in tempo di guerra a 520.000; la flotta comprese 67 navi con uno
spostamento complessivo di 260.000 tonn, oltre ad 11 cacciatorpediniere e 115
torpediniere. La rete ferroviaria fu portata da 3.500 Km a 7.200. La flotta mercantile da
745 vapori e 722 velieri, arrivò ad 1.766 vapori e 3.944 velieri; le linee telegrafiche da
15.000 Km giunsero a 30.000; i telefoni da 700 a 4.700 Km. Non minore fu lo sviluppo
industriale. Assieme ad un così rapido avanzamento vennero nuove esigenze e problemi.
Il Paese doveva infatti conciliare i portati residui della propria tradizione culturale, mai
radicalmente rimossi, con le novità tanto repentinamente introdotte. A fronte dei disagi
che qualunque rapido cambiamento porta con se, il Giappone guadagnava però una nuova
coscienza della propria forza e delle proprie potenzialità espansionistiche, alla quale
conseguirono le iniziative militari che la nazione assunse nel XX secolo. Tra quelli che
videro il Giappone protagonista, la guerra russo-giapponese fu uno dei conflitti che
meglio esprimono gli effetti del nuovo corso del Paese del Sol Levante, nonché uno dei
più gravidi di conseguenze sul piano internazionale ed interno.
I. 4 Le motivazioni storico-politiche del conflitto
Alla travolgente avanzata giapponese si oppose ovviamente la Russia, la quale già da
qualche anno mirava a stabilirsi sulle coste del Pacifico ad una latitudine libera
dai ghiacci. Pertanto il Governo russo protestò vivamente contro le condizioni imposte
alla Cina dalla pace di Shimonoseki; la sostenevano la Francia e la Germania, entrambe
in perenne contrasto con la politica estera britannica. La Russia affermava infatti che se la
Cina si era dimostrata debole, non doveva approfittarne il solo Giappone, ma dovevano
partecipare alla spartizione anche le potenze europee. La pressione esercitata dalla Russia,
dalla Francia e dalla Germania sortì il suo effetto. Il 5 maggio 1895 il trattato di
Shimonoseki fu annullato e sostituito da quello di Tokyo: fu restaurata l’alta sovranità
cinese sulla Corea, il Giappone dovette rinunciare all’annessione della penisola di
Liao-tung, ottenendo un aumento dell’indennità di guerra; Formosa rimase ai
giapponesi. Ovviamente Russia, Francia e Germania si fecero pagare a caro prezzo
l’assistenza data alla Cina. La Banca russo-cinese, fondata nel 1895 a Pietroburgo dal
Principe Uchtmoskij, attingendo a crediti francesi, fece al Governo cinese un prestito
nominale per metterlo in condizioni di pagare il debito di guerra. La Russia, con
la Francia in qualità di creditrice, si fece riconoscere il diritto di un più stretto controllo
sulle entrate doganali della Cina. Intanto il Witte riuscì, nel 1896 a concludere un
accordo russo-cinese, nel quale la Russia si obbligava ad intervenire a protezione della
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Cap. I. Premesse storico politiche
sovranità territoriale cinese, autorizzata in compenso a costruire la linea ferroviaria
Transiberiana, tra Chita e Vladivostok, attraverso la Manciuria settentrionale e a farla
presidiare da truppe russe71. La ferrovia ebbe il nome di “Ferrovia cinese orientale”, per
mantenere una parvenza di sovranità e, allo stesso scopo, fu posta sotto
l’amministrazione della banca russo-cinese. Quest’ultima ottenne inoltre, per 80 anni la
concessione dello sfruttamento di miniere ed altre imprese industriali sul suolo mancese.
La Germania, spronata da questi successi russi, e cogliendo a pretesto l’uccisione di due
missionari tedeschi della Missione Steyler (la cui protezione era stata garantita dal Reich
già sette anni prima) avvenuta a Kiao-chow o Tsin-tao (l’odierna Jiaozhou) il 1º
novembre 1897, autorizzò l’occupazione militare della baia omonima. Il 7 novembre,
ancor prima che al Governo cinese giungesse notizia dell’omicidio, il viceammiraglio
Otto von Diederichs, capo dell’Ostasiengeschwader, ebbe l’ordine di occupare Kiaochow; il 14 novembre le truppe di fanteria di marina, 1.200 uomini sbarcati dal
piroscafo “Darmstadt”, presero possesso del territorio senza incontrare alcuna
resistenza, mentre dal lato cinese si tentava invano di far ritirare le truppe tedesche con
gli strumenti della diplomazia. Le trattative tra cinesi e tedeschi iniziarono il 20
novembre 1897 e giunsero ad un epilogo il 15 gennaio 1898. Pochi mesi dopo, il 6
marzo, l’Impero germanico ottenne in concessione dal Governo di Pechino la baia di
Kiao-chow per 99 anni, e il 27 aprile successivo la stessa fu posta ufficialmente sotto
“protezione” tedesca. Come risultato della negoziazione la Cina assegnò alla Germania
tutti i diritti all’interno della concessione (della quale tuttavia non faceva parte la città) e
riconobbe una zona neutrale di 50 km intorno alla stessa. Il Governo cinese assegnò alla
Germania anche concessioni per la costruzione di due linee ferroviarie, e per
l’estrazione di carbone dalle miniere locali: fu così che anche le zone limitrofe alla
nuova concessione ricaddero nella sfera di influenza tedesca.
Nel dicembre dello stesso anno, la flotta russa entrò a Port Arthur col pretesto di volervi
svernare; tre mesi dopo il Governo di Pechino fu costretto a sottoscrivere un accordo72
secondo il quale la Russia veniva autorizzata a prendere in affitto per 25 anni le città
di Port Arthur e di Talienvan ed a congiungere Vladivostok con Port Athur mediante
71
72
Cfr. V. GITERMANN, op. cit., pag. 464.
Nella convenzione di Pechino, del 15 marzo 1898, inerente la cessione in affitto alla Russia della
regione del Kwang-tung (l’odierno Guangdong) all’articolo VI fu stabilito che Port Arthur, in qualità di
porto esclusivamente militare, sarebbe stato utilizzato esclusivamente dalle navi da guerra russe e
cinesi, rimanendo chiuso per tutte le altre nazioni. Per quanto concerne Talienvan, ad eccezione di una
sola baia interna riservata alla marina da guerra russa e cinese, sarebbe stato considerato aperto al
commercio straniero con libero accesso alle navi mercantili di tutte le nazioni. Cfr. S. J. WITTE, La guerra
col Giappone, S.T.E.N., Torino 1913, pagg. 52-53.
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Cap. I. Premesse storico politiche
ferrovia. La Russia spese non meno di 90 milioni di rubli per l’adattamento del porto di
Porth Arthur a fortezza militare e sede della flotta del Pacifico. Si trattava, come già
detto, di un porto libero dai ghiacci, distante solo 20 miglia dal grande porto mercantile
di Talienvan. Quest’ultimo rimase porto franco; trattandosi di un porto strategico,
ancoraggio sicuro protetto dalla vicina Port Arthur e collegato dalla ferrovia cinese
orientale, lo zar investì 16 milioni di rubli d’oro per la realizzazione delle sue
infrastrutture. Port Arthur rappresentava per i Russi una reale possibilità di crescita
commerciale su grande scala, in quanto si trovava in una posizione che assicurava gli
scambi con i territori assai ricchi del litorale del golfo della Corea. La morfologia del
porto offriva una serie di ulteriori vantaggi tecnici di non poco conto: navi che pescavano
attorno ai nove metri potevano entrarvi in ogni momento senza il bisogno di piloti;
vi erano efficaci protezioni frangiflutti contro i marosi; le merci potevano essere
agilmente trasportate da nave a nave o scaricate, utilizzando i binari che giungevano fino al
molo.
Anche l’Inghilterra volle ottenere un punto d’appoggio in Estremo Oriente. Nel 1898
occupò la città portuale di Wei-hai-wei (oggi Weihai73), con il proposito di porre un
freno alle mire espansionistiche russe.
La Francia si “accontentò” dei possedimenti cinesi nel Tonchino, di acquisire nelle
province cinesi meridionali concessioni minerarie e ferroviarie, di favorevoli
condizioni commerciali e di ottenere in affitto il porto di Kwang-cho-wan74.
Gli unici che uscivano danneggiati in questa corsa alla spartizione dei territori e delle
risorse della Cina, paradossalmente, erano proprio coloro che sul Celeste Impero
avevano ottenuto una schiacciante vittoria militare: le truppe giapponesi avevano
occupato Talienvan, Port Arthur, e la Manciuria, ma i frutti della vittoria passavano nelle
mani di altre potenze, e principalmente della Russia. L’imperialismo giapponese, non
73
Nel 1898 l’impero britannico ottenne dalla Cina la cessione di Wehaiwei. Sotto il nome di Port Edward
rimase una base per la flotta britannica fino al 1923 e godè dello status di libero porto; gli inglesi vi
rinunciarono volontariamente nel 1930 dopo che Weihaiwei fu restituito all’amministrazione cinese. Fu
occupato dai giapponesi dal 1938 al 1945. Dal 1949 è di nuovo una base della marina cinese. Cfr.
Weihai. In Wikipedia, The Free Encyclopedia. Retrieved 09:52, October 5, 2010, from
http://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Weihai&oldid=381411839
74
Kwang-cho-wan, un territorio di 325 miglia quadrate (poco più di 84.000 ettari) e che includeva due baie e
due grandi isole, fu annesso alla Francia il 26 maggio 1898 come Territoire de Kouang-Tchéou-Wan, per
fronteggiare il crescente potere della britannica Hong Kong e della portoghese Macao. La sua influenza
commerciale fu relativa, me ebbe una grande importanza strategica. La sua capitale, Zhanjiang, fu
ribattezzata dai francesi Fort Bayard. Il territorio fu invaso dai giapponesi nel febbraio del 1943, ridato
alla Francia nel 1945, per essere infine restituito alla sovranità cinese l’anno successivo, quando fu
ripristinato dal Governo l’originario nome di Zhanjiang. Cfr. Kwangchowan. (2011). In Encyclopedia
Britannica Retrieved from http://www.britannica.com/EBchecked/topic/325809/Kwangchowan e Cfr.
Guangzhouwan. In Wikipedia, The Free Encyclopedia.Retrieved16: 27, May 29, 2011, from
http://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Guangzhouwan&oldid=421328868
- 30 -
Cap. I. Premesse storico politiche
meno aggressivo di quello delle grandi potenze europee, non intendeva rimanere
escluso nella spartizione delle ricchezze cinesi; il Giappone pose dunque mano ad una
riorganizzazione delle proprie forze armate; nel 1899 il numero di effettivi era
raddoppiato rispetto al 1896. L’Inghilterra, sempre preoccupata dall’espansionismo
della Russia, si era persuasa che dopo la Manciuria avrebbe potuto impadronirsi di tutta
la Cina e di lì minacciare il dominio inglese sull’India; pertanto, la politica estera
britannica incoraggiava il rafforzamento militare del Giappone, che si auspicava
sarebbe stato capace di contenere la dilatazione della sfera di influenza russa. La
stessa Germania vedeva di buon occhio un conflitto russo-giapponese, poiché avrebbe
permesso, con la dislocazione di truppe russe in Estremo oriente, di avere mano libera
contro la Francia. A Pietroburgo la capacità combattiva del Giappone era largamente
sottovalutata. Nel 1900 l’addetto militare russo a Tokyo, Sergej Petrovich
Vannovskij75, riferiva al Ministero della guerra che l’esercito giapponese non
sarebbe stato in grado, ancora per moltissimo tempo, di competere con gli eserciti
europei. Il generale Ivanov, capo di Stato Maggiore del I corpo d’armata siberiano,
giudicava gli ufficiali nipponici di Stato Maggiore non all’altezza del loro compito,
non possedendo né conoscenza, né qualità militari, né intelligenza del mestiere della
guerra76. Quanto queste affermazioni fossero inesatte, purtroppo per i russi, lo
dimostrarono i fatti77. Nel frattempo, il Governo russo si preoccupava di doversi
cimentare contemporaneamente in un conflitto contro il Giappone ed in uno europeo: la
75
S. P. Vannovskij, (S. Pietroburgo, 29 gennaio 1869-Lemberg, 3 settembre 1914). Tenente generale
dell’esercito imperiale, eroe della prima guerra mondiale. Di nobile famiglia si arruolò nel Reggimento
della Guardia “Preobraženskij” ed nell’agosto del 1891 fu promosso luogotenente. Dal maggio 1893 al
gennaio 1894, fu distaccato presso la sede del distretto militare del Turkestan, partecipando alla
campagna afghana. Per il suo comportamento fu insignito dell’ordine di S. Anna di terza classe (17
aprile 1894). Dal giugno 1894 all’agosto del 1895, fu a S. Pietroburgo per “per studiare la parte tecnica
del servizio di cavalleria”. Nel dicembre del 1898 fu promosso al grado di tenente colonnello. Fu in
Estremo Oriente e prese parte alla campagna contro i Boxers. Fu addetto militare presso l’ambasciata
russa in Giappone. Durante il conflitto russo-giapponese, partecipò alla battaglia di Liao-yang e dello
Sha-ho. Nel gennaio 1905 fu ferito durante il raid di Miscenko nella battaglia di Yingkou. A seguito dei
suoi eroici comportamenti fu decorato più volte. Nel settembre 1910 venne promosso maggior
generale. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, fu posto al comando di una divisione di cavalleria.
Ferito gravemente allo stomaco, durante uno scontro l’8 agosto, il 10 fu trasferito presso un ospedale
militare austro ungarico, dove morì il 3 settembre. Dopo la morte ricevette l’ordine di S. Giorgio per
l’azione eroica in cui perse la vita ed l’11 maggio 1916 ricevette la nomina a tenente generale. Cfr.
Ванновский, Сергей Петрович. (2011, июнь 28). Википедия, свободная энциклопедия. Retrieved
10:19, июля 20, 2011 from http://ru.wikipedia.org/?oldid=35664427.
76
Cfr. F. THIESS, op. cit., pag. 28, e cfr. V. GITERMANN, op. cit., pag. 467.
77
Di opposta tendenza erano invece le considerazioni del nostro Stato Maggiore. Nel Bollettino redatto
dal Reparto Operazioni per il Capo di Stato Maggiore (Cfr. in AUSSME, Fondo L-3, b. 198, f. 1, del
Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni, Ufficio Coloniale, Bollettino n. 1, pag. 21),
l’esercito giapponese viene definito al pari degli eserciti occidentali meglio organizzati, dotato di ottimi
capi supremi ed eccellenti ufficiali di stato maggiore; non vengono lesinati apprezzamenti anche per il
soldato, di ottimo livello e dotato di un istruzione militare molto curata.
- 31 -
Cap. I. Premesse storico politiche
possibilità che scoppiasse una guerra franco-tedesca si faceva, infatti, sempre più
concreta. Contemporaneamente, le innovazioni tecnologiche del materiale d’armamento
correvano veloci in Europa, mentre la Russia era ben lungi dal tenerne il passo. Perciò il
Ministro degli Esteri conte Muravev convocò una conferenza internazionale per il
disarmo (Conferenza de l’Aja)78 con il duplice scopo di prendere tempo prima di
misurarsi col Giappone, e di pervenire ad una distensione e sgravio dagli obblighi
imposti dalla corsa agli armamenti. La conferenza si tenne nel 1899, ed ebbe risultati
pressoché inconsistenti: non si addivenne ad accordi per il disarmo, che non erano
veramente voluti da nessuno. Nel frattempo le grandi potenze continuavano la loro
politica imperialista: in Sud Africa gli inglesi combattevano una lunga e sanguinosa
guerra coloniale contro i boeri. La Cina, soprattutto, sentì più forte il peso
dell’imperialismo europeo. Le continue violazioni della sovranità territoriale cinese,
78
La Conferenza de L’Aja fu proposta per il 24 agosto del 1898, ma ebbe luogo solamente l’anno
successivo, dal 18 maggio al 29 luglio 1899. Muravev indirizzò ai rappresentanti diplomatici
accreditati a Pietroburgo una circolare in cui affermava che «le vedute umanitarie e magnanime» del suo
sovrano erano rivolte a favorire il mantenimento della pace ed una possibile riduzione degli armamenti,
che apparivano «come l’ideale verso cui avrebbero dovuto tendere gli sforzi di tutti i governi»;
aggiungeva che lo sviluppo degli organismi militari fino a proporzioni precedentemente sconosciute,
aveva imposto ai vari Paesi carichi finanziari sempre crescenti, che intaccavano le fonti stesse della
ricchezza, distraendo capitale e lavoro dalle loro naturali applicazioni produttive; concludeva invitando
i vari governi ad una conferenza, incaricata di studiare il problema. Le difficoltà che l’argomento
presentava, tennero la questione in sospeso per qualche mese. Solo il 30 dicembre 1898 il Governo russo
comunicò il programma della conferenza, che comprendeva: impegno di non aumentare, per un periodo
da definire, gli effettivi di mare e di terra; divieto di adoperare in guerra nuove armi e nuovi esplosivi
nonché torpediniere sottomarine o sommergibili; estensione delle regole della Croce Rossa alla guerra
marittima; revisione della dichiarazione delle leggi e delle consuetudini della guerra, elaborata dalla
Conferenza di Bruxelles nel 1874 e non ancora ratificata; accettazione dell’uso della
mediazione e dell’arbitrato facoltativo per prevenire i conflitti armati. Fu deciso di tenere la conferenza
all’Aja. Essa iniziò i lavori il 18 maggio 1899 e rimase in attività sino al 29 luglio dello stesso anno. Vi
parteciparono 26 Stati (Austria-Ungheria, Belgio, Bulgaria, Cina, Danimarca, Francia, Germania,
Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Lussemburgo, Messico, Montenegro, Paesi Bassi,
Portogallo, Rumenia, Russia, Serbia, Siam, Spagna, Svezia e Norvegia, Stati uniti, Svizzera, Turchia).
Il Papa, Leone XIII, fece passi ufficiali per esservi ammesso, ma alcune potenze acattoliche ed anche
l’Italia, che ebbe come suo delegato Costantino Nigra, formularono obiezioni, riuscendo ad
estrometterlo. In realtà non si venne ad accordi per il disarmo, che non erano veramente voluti da
nessuno. Non si ottenne né la limitazione né l’impegno a non aumentare gli armamenti, si fece solo una
platonica dichiarazione “che la limitazione dei pesi militari, che gravavano sul mondo, era vivamente
desiderabile per l’incremento del benessere materiale e morale dell’umanità”. Si vietarono il gettito di
proiettili o di esplosivi dai palloni, l’uso dei proiettili che emanassero gas asfissianti o deleteri o che si
deformassero nel corpo umano (le famigerate pallottole dum-dum largamente usate nel conflitto in Sud
Africa dagli Inglesi, nonostante la Gran Bretagna avesse sottoscritto la Convenzione dell’Aja, e dai
boeri; quest’ultimi peraltro non parteciparono alla conferenza, non sottoscrivendone gli accordi). Si
stabilì l’estensione della Croce Rossa alla guerra marittima e si definirono alcuni punti del diritto di guerra
come la situazione dei belligeranti e dei prigionieri, apertura delle ostilità, trattamento delle spie, diritti dei
parlamentari, armistizi. L’opera più importante fu senza dubbio la creazione della convenzione per il
regolamento pacifico dei conflitti internazionali, che non stabilì l’obbligo di seguire le vie pacifiche, ma
creò alcuni istituti di cui i contendenti potevano servirsi, se si accordavano per ricorrervi, quali: Buoni
Uffici o Mediazioni, Commissione internazionale d’inchiesta, Arbitrato internazionale. Ma già la seconda
guerra anglo-boera e quella russo-giapponese, che seguirono da presso la prima conferenza,
dimostrarono quanto il mondo fosse ancora lontano dalle idealità umanitarie. Cfr. F. TOMMASINI, Aja in
Enciclopedia Italiana, (ad vocem). op. cit.
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Cap. I. Premesse storico politiche
scatenarono nel popolo un’indignazione crescente che cominciò a divampare nell’impero
con manifestazioni xenofobe che, nel maggio del 1900, sfociarono nella rivolta dei
Boxers 79, elementi xenofobi, capitanati dal principe Tuan, cugino dell’imperatore Kuangshu. Tuan si mise quindi a capo della rivolta scatenando il popolo e le società segrete, che
da secoli pullulavano in Cina, contro gli stranieri; la più potente fra queste società era
appunto quella dei Boxers. Già nel maggio dell’anno precedente si ebbero i primi atti di
violenza, che colpirono in particolar modo i cinesi cristianizzati, le missioni, e le
costruzioni di linee ferroviarie e telegrafiche. Gli ambasciatori chiesero alle rispettive
nazioni una dimostrazione armata e chiamarono a difesa i marinai imbarcati sulle navi
che stazionavano nei porti cinesi (circa 400 uomini, tra cui 40 italiani della nave “Elba”80).
Nel giugno 1900 gli insorti entrarono a Pechino, massacrando circa 70 occidentali, tra
cui anche alcuni missionari; il 10 giugno il cancelliere di legazione giapponese
Sugiyama fu ucciso, il 17 le truppe imperiali cinesi si unirono ufficialmente ai Boxers, il
19 giugno il Governo cinese ingiunse agli ambasciatori occidentali di lasciare Pechino
entro 24 ore; il giorno successivo, scaduto l’ultimatum, i soldati regolari cinesi
fucilarono l’ambasciatore tedesco Clemens von Ketteler81, sulla pubblica strada e
sottoposero tutte le Legazioni ad un lungo assedio che durò circa due mesi (55 giorni).
79
Il nome dei Boxer comparve in occidente alla fine del 1899; designava i membri di una società segreta,
nata dalla società del Loto Bianco, che reclutava milizie dalle campagne, nel nordest della Cina,
principalmente nella regione del Hebei-Shandong. I Boxer rifiutavano quasi del tutto di usare le armi da
fuoco, preferendo le armi bianche, e si dedicavano a un’arte marziale fondata su esercizi di scherma e
di lotta tradizionale, una boxe rituale, sacra, da cui derivava il loro nome, sorta nello Sciantung
(Shandong). Il fondatore di questa società, Li-Ping-Heng, già governatore dello Sciantung, trasse a sé i
giovani delle più svariate classi sociali, infiammandoli di odio verso “i barbari d’occidente” a cui
imputava tutti i mali della patria ed impartendogli un addestramento che era uno strano miscuglio di
pratiche militari e riti misteriosi. Ogni gruppo di 500 elementi formava una compagnia. Vestivano tutti
con camicie e pantaloni azzurri, alte calzature; cingevano la testa, i fianchi, i polsi e le caviglie con
fasce rosse; le armi consistevano in vecchie alabarde, coltellacci, larghe scia bol e e vecchi
cannoni, ma la loro arma peggiore era il fanatismo. Cfr. R. BORGHESE, In Cina contro i
Boxers, Ardite, Roma 1936.
80
Filippo Camperio, imbarcato sulla R. N. “Elba” dal 1898, e rimpatriato a bordo della R.N. “Liguria”
appena poche settimane prima dello scoppio della rivolta dei Boxer (in ragione di un incidente di
caccia) mancò il fatidico appuntamento con la storia. Se ne lamenta nei suoi diari di Campagna, in cui
esprime in maniera colorita ed inequivocabile tutto il suo corruccio. Il 15 giugno 1900 Camperio annota
nel giornale di viaggio: ‹‹Il nostro console ci porta notizie emozionanti sui fatti di Cina. Pare che i
nostri marinai abbiano fatto le fucilate coi Boxers, che hanno assalito il loro treno che dirigeva su
Pekino (sic). Ci sono morti e feriti. E noi, gli eroi comici, eroi di San [Marco] siamo qua a bere le
bibite ghiacciate! Ah! Giuda porco. Proprio sta (sic) campagna è stata un mucchio di disillusioni. Pare
che partano dall’Italia dei bastimenti per la Cina››. Camperio, Filippo Il mio giornale di bordo sulla R.
N. Elba, (1898-1900). Biblioteca Civica del Comune di Villasanta, Fondo Camperio, b. 18, f. 3. Cit. in
M. DEL DOTTORE Viaggio, esplorazione, guerra nella fotografia e nei documenti di una casata
borghese tra Ottocento e Novecento. Catalogazione e studio del Fondo Fotografico Camperio, Tesi di
Dottorato di Ricerca in Storia dell’Arte, XXII Ciclo, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”,
2010, pag. 32.
81
Ketteler, pochi giorni prima, durante i disordini, aveva ucciso un ragazzo, sparandogli, senza motivi
apparenti; la sua uccisione, sembra, avvenne per vendetta. Cfr. R. B. EDGERTON, Warriors of the rising
sun: a history of the Japanese military. W. W. Norton & Company. 1997, pagg.70, 82.
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Cap. I. Premesse storico politiche
Le grandi potenze reagirono con un intervento armato, rifiutando la proposta
britannica di affidare al solo Giappone il ristabilimento dell’ordine; si concordò
pertanto di inviare in Cina una spedizione punitiva al comando del maresciallo
tedesco Alfred von Waldersee82; in attesa che questa giungesse in loco, furono le truppe
già presenti sul territorio ad intervenire83. Intanto, durante l’assedio delle legazioni,
alcune unità russe approfittarono delle situazione per penetrare in Manciuria, dove
furono responsabili di atti di barbarie e di tremende atrocità. Nell’estate del 1900, il
Governo cinese intimò un vero e proprio ultimatum, imponendo la sospensione dei lavori
ferroviari, se non espressamente autorizzati per ogni singola opera. L’ultimatum
fu seguito da sintomi di agitazione. I civili russi furono evacuati dal territorio insieme
agli operai ed ai cinesi convertiti, inseguiti dai Boxers fin dentro il territorio russo. Questa
situazione diede alla Russia l’occasione che cercava. Era iniziata la conquista militare
della Manciuria. Dopo la conclusione delle operazioni più importanti, la linea ferroviaria
fu provvista di una cospicua guarnigione militare; fu costruito un forte, furono piazzate
stazioni di cosacchi e posti di blocco a poca distanza l’una dall’altra, specialmente nella
regione del Kingan. Si discusse molto, dal punto di vista del diritto internazionale, se i
distaccamenti di truppe regolari cinesi oltre alle bande armate (Boxers) che
ingaggiavano scontri con le truppe russe potessero usufruire dei diritti dei belligeranti.
In realtà ci si domandava anche se la Russia fosse o no in guerra con la Cina nella
Manciuria o se i russi stessero solo domando una rivolta. In molti casi il trattamento
che riservarono agli indigeni fu, a dir poco, barbaro, come nei massacri perpretati a
Blagovescensk dove migliaia di civili inermi furono fatti affogare nell’Amur84. Quando
prendevano un villaggio, o ne occupavano uno dove non vi era stata resistenza, gli
abitanti erano comunque fatti prigionieri. Sembra anche che giustiziassero un uomo ogni
82
Conte Alfred Heinrich Karl Ludwig Graf von Waldersee. Feldmaresciallo (Potsdam, 8 aprile 1832Hannover, 5 marzo 1904). Proveniente dall’arma d’artiglieria, dove era entrato nel 1850, passò nel
1866 nello Stato Maggiore e fece la campagna di Boemia dello stesso anno come aiutante di
campo del generale di artiglieria principe Federico Carlo di Prussia, al cui fianco fu alla battaglia di
Königgrätz. Nel 1870 prese parte alla guerra franco-prussiana come aiutante di campo del Kaiser
Guglielmo I e nel 1876 fu promosso maggior generale; nel 1881 venne nominato sottocapo di S. M.
dell’esercito e nel 1888, promosso tenente generale, sostituì il maresciallo von Molkte nella
carica di capo di S. M. dell’esercito. Nel 1899 andò in Cina come comandante in capo della
spedizione europea contro i boxers. Nel 1900 fu nominato feldmaresciallo. Cfr. Waldersee, Conte
Alfred von Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
83
Gli Inglesi che operavano sotto il comando dell’ammiraglio Seymour, forte di un contingente di circa
2.000 uomini raccolti da tutte le navi straniere (tra cui 40 italiani della nave “Calabria”), liberarono Tientsin (Tianjin); un contingente russo comandato dal generale Linevic marciò contro Pechino e per
primo entrò nella città liberata dopo 14 giorni di scontri, sbloccando il quartiere delle Legazioni e
mentre gli alleati entravano da un lato, dall’altro la Corte imperiale fuggiva. Nel frattempo
venivano liberati anche 3.500 persone assediate nella cattedrale di Pechino, protette per tutta la durata
dell’assedio da da un sottile velo di truppe: 30 marinai francesi ed 11 italiani.
84
Cfr. L. BARZINI, Dall’Impero del Mikado all’Impero degli Zar, op. cit., pagg. 91-93.
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Cap. I. Premesse storico politiche
dieci od uno su cento come esempio. I russi si sforzarono insomma, di spargere il terrore
tra la popolazione mancese con ogni mezzo immaginabile e vi riuscirono. La popolazione
inerme, al loro approssimarsi, fuggiva terrorizzata, quelli che diventavano fuggitivi
erano poi perseguitati e trattati come ribelli. Con simili metodi ben presto la rivolta fu
domata e la Manciuria fu sotto la dominazione russa, benché le leggi e l’esecutivo fossero
nominalmente cinesi85. Tornando alla rivolta dei Boxers, la spedizione del Waldersee
giunse a ribellione ormai domata e si distinse, specialmente la componente
giapponese e tedesca, per la durezza barbarica. Pechino fu saccheggiata ed il tesoro di
Stato trafugato in Giappone86. A seguito anche delle minacce delle varie potenze
occidentali di procedere ad imprese di più vasto respiro, riluttanti solo Russia e
Stati Uniti, la Corte imperiale, nel febbraio 1901, fu piegata e costretta ad applicare
sanzioni contro i principali colpevoli, ed ad accettare la pace col trattato di Pechino del 7
settembre 1901. La Russia nel frattempo, con il pretesto di sorvegliare la ferrovia cinese
orientale non ancora terminata, impose per richiamare le proprie truppe dalla Manciuria
un prezzo elevatissimo, affichè la Cina non fosse in grado di pagarlo, per poi poter
giustificarne la ulteriore presenza. Il Giappone, che intendeva assicurarsi il possesso della
Corea, della Manciuria e dei possedimenti russi in Estremo Oriente, aveva intenzione
di iniziare una eventuale guerra prima che i russi potessero utilizzare la ferrovia
cinese orientale. Tentò quindi di assicurarsi l’assistenza della Gran Bretagna,
sicché il 30 gennaio 1902 fu siglata tra Inghilterra e Giappone un’alleanza, in
forza della quale i due Stati si promettevano neutralità e anche aiuto militare, nel caso
uno dei due fosse stato coinvolto in una guerra con almeno due avversari, a motivo degli
interessi cinesi o coreani. Tale trattato fu oggetto di svariati commenti da parte della
stampa britannica ed estera destando l’interesse e la preoccupazione degli ambienti
diplomatici delle maggiori potenze mondiali; è da tenere presente, infatti, che l’Inghilterra
non aveva più legato il Paese con altre potenze sin dalla Santa Alleanza, e fu un segno dei
tempi nuovi che essa si realizzasse con un Paese asiatico posto a 12.000 miglia di
distanza. Poco prima della stipula dell’alleanza con l’Inghilterra, nel tentativo di
ottenere un ritiro incruento delle truppe russe dalla Manciuria, il Giappone aveva
inviato il marchese Ito a Pietroburgo per trattare. Anche questo episodio,
considerato alla luce della successiva stipula dell’alleanza anglo-nipponica, fu
oggetto di congetture: sembra infatti che Ito al suo passaggio per Pietroburgo
avesse ricevuto proposte analoghe dal Governo russo e che, giunto in
85
86
Cfr. W. GERRARE, op. cit., cit in E. BIAGI, op. cit., pag. 45.
Cfr. V. GITERMANN, op. cit., pag. 470.
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Cap. I. Premesse storico politiche
Inghilterra, se ne fosse valso per forzare una decisione del Gabinetto britannico
che fino ad allora era parso titubante ad accettarle per proprio conto 87. Non
sorprende quindi che, nell’aprile dello stesso anno, la Russia dichiarasse di volere
ritirare le truppe dalla Manciuria a scaglioni, entro termini stabiliti e non oltre l’ottobre
del 1903, ma che questo proposito non fosse realizzato88. Nella politica estera russa
convivevano due tendenze opposte. Da una parte il ministro delle Finanze Witte e
quello della guerra Kuropaktin 89 mettevano in guardia lo zar sconsigliandolo dal
provocare con leggerezza una prova sanguinosa di forza dagli esiti incerti, e dall’altra il
ministro degli Interni Plevhe, fautore della teoria che una piccola guerra vittoriosa era
urgentemente necessaria per mettere fine alle correnti rivoluzionarie nell’Impero. Con
le stesse motivazioni Plevhe istigò dei pogrom antiebraici, nella «speranza di affogare la
rivoluzione
nel
sangue
ebraico.
Ottenne
solo
di
far
ingrossare
l’ondata
rivoluzionaria»90. La difficile situazione interna della Russia è testimoniata nella
relazione del 15 marzo 1901 del nostro ambasciatore a Pietroburgo, Morra di Lavriano,
inviata al ministro degli Esteri Prinetti. Essa evidenzia una realtà di scontri tra esercito e
polizia da una parte e dimostranti dall’altra, ed una situazione ormai prossima alla
rivoluzione91. Sui carboni della guerra soffiava anche un gruppo di capitalisti molto
87
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI-COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI,
I Documenti diplomatici italiani, Terza Serie 1896-1906, Vol. VI, Istituto Poligrafico e Zecca dello
Stato, Roma 1985, pag. 142.
88
Nelle sue Memorie, Kuropatkin ricorda come, secondo la convenzione stipulata con la Cina il 26 marzo
1902, la Russia avrebbe dovuto ritirare le proprie truppe, ad eccezione di quelle necessarie alla
protezione della ferrovia, dalla Manciuria, sia meridionale che settentrionale, entro termini temporali
ben stabiliti. I piani per il trasferimento erano già approvati, gli spostamenti già iniziati, Mukden già
evacuata, quando pervenne l’ordine di sospensione dell’evacuazione della Manciuria meridionale.
Questa sospensione, nota ancora Kuropatkin, coincise con il primo viaggio di Bezobrazov in Estremo
Oriente. Cfr. A. N. K UROPAT KIN , Memorie, Treves, Milano 1991, pag. 152-153.
89
Aleksej Nikolaevic Kuropatkin. Nato nel governatorato russo di Pskov nel 1848, morto a Mosca nel
1921. Arruolatosi a 16 anni, a 26 era già nello Stato Maggiore, dopo essere stato in missione
presso il comando francese in Algeria. Nel 1876 partecipò alle operazioni militari in Turkestan
dove si distinse nella conquista di Ashkabad, alla guerra turco russa (1877-78); fu capo di Stato Maggiore del
generale Skobelev. Ebbe fama di studioso e di critico per la traduzione in molte lingue di un suo scritto sulle
operazioni russe nella guerra balcanica. La sua fama di uomo d’armi salì pari a quella di studioso.
Insegnò quindi all’Accademia militare di Pietroburgo e si occupo della riorganizzazione dell’Esercito. Fu
promosso maggior generale (1882) e nel 1890 tenente generale e Governatore delle regioni transcaucasiche.
Nel 1898 fu ministro della Guerra. Allo scoppio delle ostilità con il Giappone, lasciò il Ministero per il
comando in capo delle operazioni in Manciuria. A seguito dei ripetuti insuccessi militari russi, fu
sostituito dal Linevic ma diede comunque prova di grande nobiltà d’animo chiedendo comunque
un posto di combattimento in sottordine al nuovo comandante in capo. Durante il I conflitto
mondiale ebbe dapprima il comando di un corpo d’armata, poi il Governo militare del
Turkestan. Allo scoppio della rivoluzione bolscevica, gli fu offerto, ed accettò, un posto di
consigliere tecnico dell’esercito rivoluzionario. Dopo la sua morte il Governo sovietico ha
pubblicato il suo “Diario”, tratto dagli Archivi segreti del Ministero della Guerra. Cfr. A. BALDINI,
Kuropatkin, Aleksej Nikolaevic in Enciclopedia Italiana (ad vocem). op. cit.
90
L. KOCHAN, Storia della Russia moderna dal 1500 ad oggi, Einaudi, Torino 1968, pag. 236.
91
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI-COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI,
op. cit., Vol. V, pag. 69.
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Cap. I. Premesse storico politiche
influenti presso la corte dello zar, che aveva ottenuto sul fiume Yalu92, alla frontiera
russo-coreana, concessioni promettenti93 e voleva allargare la sfera delle imprese a cui
partecipava lo stesso Nicola II94. Sotto la spinta e l’influsso di questi speculatori senza
scrupoli, che nonostante l‘impreparazione dell’esercito, ritenevano sicura una vittoria
contro il Giappone, Nicola II ordinò di sospendere l’evacuazione di truppe dalla
Manciuria e di presentare alla Cina una richiesta di esclusiva sugli invest imenti in
Manciuria riservata ai capitali russi. Nel frattempo il Giappone, che si stava
preparando ad un conflitto militare con la Russia già da tempo, come
evidenziato nel marzo 1901 nella corrispondenza tra il Ministro degli Esteri
Prinetti ed il nostro ambasciatore a Tokyo Cobianchi 95, protestò vivamente,
assecondato ovviamente dall’Inghilterra, e dagli Stati Uniti. Lo zar ignorò tutte le
proteste e licenziò il ministro delle Finanze Witte (sembra anche perché gli fu riferito
di certe espressioni irrispettose circa la scarsa intelligenza del sovrano usate
dal ministro in circoli privati). Kuropatkin abbandonò conseguentemente le proprie
resistenze in merito ad un eventuale conflitto con il Giappone, per non finire
anch’egli estromesso. Intanto l’ammiraglio Alekseev fu nominato dallo zar
Luogotenente per l’Estremo Oriente (12 agosto 1903), investito di speciali poteri, con
l’incarico di assicurare l’egemonia russa nel Pacifico. I giornali reazionari russi, come il
“Novoe Vremja” (Tempi Nuovi) scrivevano che il Giappone non avrebbe osato una
guerra contro la Russia, poiché «avrebbe voluto dire suicidarsi». Nel tentativo di una
92
Il fiume Yalu (cinese) o fiume Amnok (coreano), segna il confine tra la Cina e la Corea del Nord. Il
nome cinese deriva da un termine Manciù che significa “il confine tra due paesi”. Il termine in lingua
coreana deriva dalla pronuncia in lingua coreana degli stessi caratteri cinesi. Cfr. Fiume Yalu.
Wikipedia,
L'enciclopedia
libera.
Tratto
il
5
ottobre
2010,
10:01
da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Fiume_Yalu&oldid=34795840
93
«Un mercante russo di Vladivostok nel 1896 aveva avuto dal governo coreano la concessione di
sfruttare a scopo industriale i boschi situati alla foce dello Yalu. Qualche anno dopo comparve
nell’Asia orientale un uomo senza scrupoli, il consigliere di Stato Bezobrazov (da non confondere con
l’ammiraglio omonimo), al quale il debole Nicola aveva concesso la sua protezione. […] Comprò per
80.000 rubli la concessione dei boschi, costruì sulla riva sinistra dello Yalu, ossia nella zona
d’influenza giapponese, una segheria, e fondò la Compagnia dello Yalu, chiamata anche Società
industriale dell’Asia orientale. Naturalmente non impiegò denaro suo, ma quello dell’«ambiente
patriottico» di Pietroburgo. Tutti cercavano le sue azioni. Nicola stesso fu uno dei principali azionisti,
e nonostante l’opposizione di Witte, il governo russo dovette appoggiare l’impresa di Bezobrazov con
due milioni di rubli. […] Naturalmente Witte ed il conte Lamsdorff avevano ragione di schierarsi
contro la Compagnia dello Yalu, tuttavia Aleksejev appogiò Bezobrazov che era protetto anche dal
ministro dell’interno Plehwe, comprò anche lui delle azioni» F. THIESS, op. cit., pagg. 36-37.
94
A questa corrotta cerchia, che Kuropatkin chiamava “banda di ladri”, che aveva dato vita alla Compagnia
di sviluppo dell’Asia orientale, di cui persino lo Zar era azionista, appartenevano: Bezobrazov,
ricco proprietario di segherie sul fiume Yalu e segretario di stato al servizio personale dello Zar;
l’ammiraglio Alekseev, comandante di Port Arthur; il consigliere di stato conte Ignatev; il principe
Jusupov; il conte Gendrikov, grande scudiere della zarina; l’ammiraglio Abaza, segretario dello
Zar per gli affari dell’Estremo Oriente.
95
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI-COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI,
op. cit., Vol. V, pag. 93.
- 37 -
Cap. I. Premesse storico politiche
conciliazione, il Giappone si mostrò disposto a lasciare la Manciuria ai Russi, a
condizione di un riconoscimento ufficiale sulla Corea. Bezobrazov che, come
favorito dello zar, aveva sostituito il conte Lambsdorf in qualità di ministro degli Esteri,
spingeva per un rifiuto ad oltranza con Tokyo, sforzandosi di guadagnare tempo per
concentrare truppe in Estremo Oriente. Anche ai giapponesi questa tattica dilatoria
conveniva: infatti, a metà gennaio del 1904, certi ormai della loro preparazione bellica,
intimarono al Governo russo di prendere posizione in merito alla proposta di
delimitazione delle sfere d’interesse. Non avendo avuto risposta, due settimane dopo
rinnovarono l’ultimatum, fissando come scadenza la fine di gennaio o i primi di
febbraio. Pietroburgo, a causa dell’indeterminatezza della data, non credette alla serietà
dell’ultimatum; il 6 febbraio Tokyo ruppe le relazioni diplomatiche dandone
motivazione in un messaggio ufficiale in cui si sosteneva che il Giappone riteneva «di
essere nel giusto nel perseguire una linea indipendente di azione […] per
salvaguardare i propri interessi e diritti»96. Due giorni dopo i giapponesi lanciarono un
attacco alla flotta russa del Pacifico in Port Arthur.
I. 5 Le forze in campo
Al momento dell’aggressione a Port Arthur il Giappone schierava una consistente forza
navale, realizzata anche con l’acquisto di naviglio estero; la Marina era forte di 8
corazzate, 25 incrociatori, 16 cannoniere, 4 avvisi97, 94 siluranti, per un totale di circa
150 navi e per una stazza superiore alle 260.000 tonn. con 20.000 uomini di equipaggi.
Le forze di terra constavano di un esercito di 400.000 fanti, 70.000 elementi di cavalleria,
1.368 cannoni, oltre ai depositi e alle riserve. In totale nel 1904 vi erano 4 armate
(generali: Kuroki98, Oku99, Nogi100, Nozdu101); altre due si aggiunsero più tardi. Il
96
R. ASAKAWA, The Russo-Japanese conflict, its causes and issues, Houghton Mifflin Company, Boston,
1904, pagg. 337, 339-342, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 8.
97
Fino dal 1895 si chiamava “avviso” un tipo speciale di nave leggera, molto veloce per i tempi, che
disimpegnava il servizio di esplorazione della flotta. L’avviso poteva definirsi il tratto di unione tra
la fregata delle navi a vela ed il più moderno esploratore del tempo. La voce andò poi in disuso, sostituita da tutte
le marine da guerra. Questo tipo di nave aveva una stazza di circa 1.000 tonn., una velocità di
oltre 20 miglia marine; l’armamento era composto da di massima: un cannone da 120 mm e 4/5 da 57. In quel
periodo sia la marina militare italiana che quella britannica e francese avevano in operatività
navi di questa tipologia, con caratteristiche simili, tutte varate tra il 1887 ed il 1889. Cfr. Avviso
in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
98
Conte Tametomo Kuroki, (1844-1923). Nato da famiglia di antica nobiltà di Satsuma, morto a Tokyo
il 14 febbraio 1923. Passato nello Stato Maggiore, fu a capo di una sezione centrale. Partecipò alla guerra
cino-giapponese, al comando della 6^ divisione agli ordini del generale Oyama. Nel 1903 fu
generale d’armata e nel 1904 membro del consiglio superiore di guerra. Allo scoppio delle ostilità
con la Russia ebbe il comando della I armata. In Manciuria operò all’ala destra dell’esercito
contro le forze russe a Mukden. In compenso dei suoi servigi fu creato prima barone poi conte. Nel
1909 venne collocato nella riserva. Cfr. Kuroki Tametomo in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
- 38 -
Cap. I. Premesse storico politiche
maresciallo Oyama fu nominato comandante in capo dell’esercito, mentre per la flotta fu
scelto l’ammiraglio Togo102. La direzione suprema delle operazioni di guerra dipendeva
dal maresciallo Yamagata103. L’esercito russo operante nel conflitto era costituito dalle
truppe dell’Asia Orientale, formanti la XIII circoscrizione militare (I e II
99
Barone Jasakuta Oku. (1849-1930). Capitano nel 1832, si distinse due anni dopo nella repressione
della rivolta reazionaria. Generale nel 1885, fu inviato l’anno dopo in Europa per studi militari ed al ritorno
promosso generale di divisione. Nella guerra contro la Cina ebbe il comando della 1^ divisione che
operò con successo in Manciuria, ottenendo così il titolo di barone ed il comando della Guardia
imperiale. Nel 1903 fu generale d’armata; nella guerra contro i russi il comando della II armata
che sbarcò a Chemulpò ai primi di maggio del 1904. Si distinse alla battaglia di Liao-yang. Anche in
quella di Mukden sferrò audaci e tenaci attacchi contro l’ala destra russa per dare tempo all’armata di
Nogi, che veniva da Port Arthur, di attuare la sua manovra aggirante all’ala nemica. Cfr. Oku
Jasakuta in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
100
Maresuke Kiten Nogi. (Shosu 1849-Tokyo 1911). Si dedicò sin da giovanissimo alla carriera militare,
a 20 anni era già comandante di battaglione e a 23 insegnante di strategia e storia militare alla scuola di
guerra. Generale a 36 anni, fu inviato in Europa a scopo di studio. Si distinse per condotta eroica nella
guerra cino-giapponese; fu poi governatore di Formosa, dopo averla pacificata. Allo scoppio della
guerra con la Russia ebbe il comando dell’armata destinata ad investire da terra Port Arthur. La
condotta eroica della sua armata, i cui uomini si lanciarono come proiettili umani, contro i
parapetti della difesa, fu l’elemento determinante della caduta della piazza. Dopo Port Arthur, la
sua armata raggiunse, con una lunga marcia aggirante la destra russa del Kuropatkin, contribuendo in
maniera decisiva alla disfatta. Si uccise con il Karakiri, insieme alla moglie, il giorno dei funerali
dell’imperatore Mutsushito; nelle lettera che lasciò addusse come motivazione al suo gesto
l’espiazione per le migliaia di morti durante l’assedio di Port Arthur. Donò il suo corpo alla scienza.
Cfr. Nogi Kiten in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
101
Marchese Michitsura Nozdu. (1841-1908). A 30 anni era maggiore, quando le riforme militari gli
aprirono la strada ad ancora più rapida carriera. Colonnello a 33 anni, generale a 37 dopo avere
servito nello Stato Maggiore, accompagnò il Ministro della Guerra Oyama in un viaggio (1881)
di istruzione in Europa. Si distinse nella campagna contro la Cina durante la quale ebbe,
interinalmente, il comando della I armata. Promosso generale d’armata per merito di guerra nel
1900 fu nominato ispettore generale dell’esercito. Nella guerra contro la Russia gli fu affidato il
comando della IV armata, organizzata con formazioni di riserva. Ebbe parte importante nella
battaglia di Liao-yang e nella battaglia di Mukden, dove operò al centro dello schieramento
giapponese. Dopo la guerra (1906) gli fu conferito il grado di maresciallo ed il titolo di Marchese.
Cfr. Nozdu Michitsura in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
102
Heiachiro Togo. Nato nel 1847 nella provincia di Kagoshima, nell’isola di Kyushu, entrò in
marina a 18 anni e studiò in Inghilterra dal 1871 al 1878. Comandante dell'incrociatore “Naniwa”
durante la guerra contro la Cina, fu contrammiraglio nel 1895 e viceammiraglio nel 1900.
Comandante in capo della flotta durante la guerra con i Russi, venne promosso ammiraglio nel
1904 e capo di Stato Maggiore della marina nel 1905. Divenuto di colpo famoso in tutto il
mondo per aver distrutto la flotta russa del Baltico a Tsushima (27 maggio 1905). Nel 1907 venne
creato conte. Membro del consiglio superiore di guerra nel 1909, ammiraglio di flotta nel 1912, fu
istruttore dell’imperatore Hirohito. Morì il 30 maggio 1934. Cfr. Togo Heiachiro in Enciclopedia
Militare (ad vocem). op. cit.
103
Aritomo Yamagata. Uomo politico. Figlio di un samurai, nacque a Hagi il 14 giugno del 1838 e
dopo aver ricevuto un’educazione conveniente, fece parte sin da giovane dell’amministrazione del
feudo del proprio signore. Nel 1858 si fece allievo di Yoshida Shoin, famoso patriota avversario
dello Shogun. Nel movimento che portò alla restaurazione imperiale, ebbe parte principalissima e fu una
delle menti acute e lungimiranti che riorganizzarono il Paese dopo la sua apertura agli stranieri. Il suo
maggior merito sta nell’aver creato l’esercito giapponese, opera che iniziò nel 1872 quando, al ritorno da una
missione in America ed in Europa incominciata nel 1869 con l’ordine governativo di studiare ed
apprendere i sistemi militari occidentali, introdusse la coscrizione obbligatoria. Ministro della guerra
dal 1873 al 1881, diresse lo stato maggiore dal 1881 al 1885. Come Ministro della Difesa, Yamagata
si adoperò per la creazione del Supremo Consiglio di Guerra giapponese. Ministro dell’Interno, primo
ministro, ministro della Giustizia e poi di nuovo della Guerra, organizzò la guerra contro la Cina, ottenendone
il bastone di maresciallo. Fu anche presidente del Consiglio privato. Come riconoscimento dei suoi
servigi, venne creato conte, poi marchese ed infine duca. Morì il 2 febbraio 1922. Cfr. M. MUCCIOLI, Yamagata
Aritomo in Enciclopedia Italiana (ad vocem). op. cit.
- 39 -
Cap. I. Premesse storico politiche
Corpo siberiano, alcune brigate autonome e truppe da fortezza), in totale,
all’inizio delle ostilità, circa 150.000 uomini dei quali 80.000 ripartiti tra i vari
presidi; quelle mobilitate furono circa 230.000. In complesso 3 corpi d’armata, ma ne
furono, in seguito, messi in campo altri 7. Tali forze dell’Estremo Oriente, all’inizio del
conflitto, dipendevano dall’ammiraglio Alekseev, che col titolo di viceré, aveva la propria
sede a Port Arthur; la marina era agli ordini dell’ammiraglio Stark, subito sostituito (il
17 febbraio) poco dopo l’inizio delle ostilità, (sembra per essersi lasciato
sorprendere dalla flotta giapponese l’8 febbraio, ma ufficialmente per motivi di
salute) dal viceammiraglio Makarov104, giunto a Port Arthur l’8 marzo. Appena
indetta la mobilitazione, alle forze citate si aggiunsero il III ed il IV Corpo siberiano ed il
comando supremo delle truppe in Manciuria fu assunto temporaneamente dal generale
Linevic, sostituito (il 27 marzo) dal generale Kuropatkin, già Ministro della guerra, che
con una grande lentezza105 riuscì a mettere in campo un numero di truppe comunque
inferiore a quello dei giapponesi106.
I. 6 Armamenti, strategie e tattiche d'impiego utilizzate.
Nel corso degli anni novanta del XIX secolo la fanteria russa era stata equipaggiata con il
fucile Mosin-Nagant107, in nulla inferiore alle altre armi europee dell’epoca; nonostante
104
Stepan Osipovic Makarov. Nato a Kiev l’8 gennaio (29 dicembre del calendario gregoriano) 1849,
morto a Port Arthur il 14 aprile 1904. Dopo aver a lungo prestato servizio nella flotta del Pacifico
tornò in Europa. Nel 1872 l’ammiraglio Popov, ministro della Marina, lo chiamò al ministero dove
completò i suoi studi tecnici nel ramo tecnico-navale. Nel 1877/78 si batté contro i Turchi e in quella campagna
ideò nuovi dispositivi atti a fare servire dei semplici battelli come porta torpedini. Svolse in seguito importanti
campagne oceanografiche nel Mar Nero e nel Mediterraneo (1881/82) e nell’Oceano Pacifico (1886/89).
Nominato contrammiraglio nel 1890, ispettore dell’artiglieria navale. Ideò un tipo di proietto
rivestito, atto a penetrare le corazze, creò le navi rompighiaccio e brevettò un “turafalle” che
porta il suo nome. Nel 1899 fu prefetto marittimo di Kronstadt. Nel 1901 condusse una crociera
verso la terra di Francesco Giuseppe sulla nave rompighiaccio “Jermak”. All’inizio del conflitto
russo-giapponese venne nominato comandante in capo della squadra del Pacifico; peri
nell’affondamento della “Petropavlosk” a Port Arthur. Fu autore dell’opera “Questioni di tattica
navale” che fu tradotta in varie lingue. Cfr. M. VOCINO, Makarov, Stepan Osipovic in Enciclopedia
Italiana (ad vocem). op. cit.
105
Prima del completamento del tratto ferroviario sul lago Baikal, il tempo medio per un battaglione russo
per giungere da Mosca a Port Arthur (5.500 miglia) era di un mese. Cfr. J. F. C. F ULLER , op. cit.,
pagg. 141.
106
«Il nostro esercito si concentrò con enorme lentezza, e nei primi mesi della guerra, cioè nei più
importanti, non potè essere pronto ad azioni offensive non solo per il suo piccolo numero, ma anche
per la mancanza di artiglieria da montagna e di mezzi di trasporto. Esso era incatenato alla linea
ferroviaria e non potè da essa allontanarsi, senza paura di restare privo di vettovaglie e di munizioni»
A. N. K UROPATKIN , op. cit., pag. 376.
107
Fucile a ripetizione. Il primo modello fu realizzato nel 1891, in calibro 7,62 mm, ed adottato
dalla Russia. L’otturatore era stato inventato dal colonnello S. I. Mosin, mentre il caricatore era
stato ideato dal belga Nagant. Sostituì il fucile Berdan mod. 1871. Come funzionamento complessivo del
meccanismo di chiusura può essere considerato simile al fucile Lebel mod. 1896. Il meccanismo di ripetizione era
a serbatoio fisso, centrale prontamente caricabile con caricatore a lamina. Ne venne costruito anche una
versione per cavalleria. Cfr. Mosin-Nagant in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
- 40 -
Cap. I. Premesse storico politiche
ciò, permaneva pervicacemente l’uso della baionetta secondo l’insegnamento del
generale Suvorov108, ed era sottovalutata l’importanza che il fuoco andava sempre più
acquistando nella battaglia; va però detto, a parziale merito, che i russi in numerose
occasioni respinsero molti attacchi nemici proprio impiegando quest’arma; in numerosi
scontri, infatti, contrastarono con successo violenti assalti giapponesi proprio grazie ad
un pronto contrattacco all’arma bianca109; ne fecero, quindi in sostanza, un miglior uso
della controparte, particolarmente nei combattimenti notturni110; le statistiche
108
Per il quale il robusto soldato russo non aveva eguali nell’uso della baionetta. Famosa la sua
massima tratta dall’opera La tecnica della vittoria: come vincere. Una conversazione con i soldati nel
loro linguaggio, scritta nel 1797: «The bullet’s a fool, the bayonet’s a fine lad» (Cfr B. W. MENNING,
Train Hard, Fight Easy: the Legacy of A. V. Suvorov and his “Art of Victory” in
http://www.airpower.maxwell.af.mil/airchronicles/aureview/1986/nov- dec/menning.html).
Aleksandr Vasil’evič Suvorov (Mosca, 24 novembre 1729-San Pietroburgo, 18 maggio 1800) Conte di
Suvorov di Rymnik, Principe d’Italia. È tuttora considerato uno fra i più grandi strateghi dei tempi
moderni. Figlio unico di Vasilij Ivanovič Suvorov ed appartenente ad una nobile famiglia originaria di
Novgorod, il 3 novembre 1742 Aleksandr entrò a far parte del Reggimento della Guardia Semënovskij.
Combatté contro i prussiani nella guerra dei sette anni (1756-1763). Distintosi in battaglia, divenne
colonnello nel 1762. In seguito Suvorov combatté in Polonia e prese Cracovia (1768), preparando la
strada alla prima spartizione della Polonia e raggiungendo il grado di maggior generale. Nella guerra
contro l’Impero Ottomano tra il 1773 e il 1774, soprattutto con la battaglia di Kozluca (Turchia), il
generale iniziò a consolidare la propria reputazione. Dal 1777 al 1783, Suvorov servì in Crimea e nel
Caucaso, divenendo tenente-generale nel 1780, e generale di fanteria nel 1783, alla conclusione della
campagna. Dal 1787 al 1791 lottò nuovamente contro i turchi durante la guerra russo-turca del 17871792 ed ottenne due grandi vittorie a Focsani e sul fiume Rymnik. Immediatamente dopo la firma della
pace coi turchi, Suvorov fu trasferito nuovamente in Polonia, dove assunse il comando di uno dei corpi
d’armata che presero parte alla Battaglia di Maciejowice, nella quale catturarono il comandante in capo
polacco Tadeusz Kościuszko. Il famoso Maresciallo di Campo rimase in Polonia fino al 1795, quando
ritornò a San Pietroburgo. Ma la sua sovrana ed amica Caterina morì nel 1796 ed il suo successore
Paolo I lo licenziò, facendolo cadere in disgrazia. Suvorov visse allora alcuni anni ritirato nella sua
proprietà di Konchanskoe, vicino a Novgorod. Dopo aver aderito alla seconda coalizione e promesso un
forte contingente militare, lo zar Paolo I aveva convocato il vecchio generale per affidargli il comando.
La scelta era stata favorita dalla pressante richiesta degli alleati di avere Suvorov quale comandante
delle forze austro-russe nella campagna d’Italia. Nel febbraio del 1799, lo Zar reintegrò Suvorov nei
ranghi dell’esercito. La campagna cominciò con una serie di vittorie di Suvorov, a Cassano d’Adda,
sulla Trebbia, a Novi, nelle quali inflisse gravi perdite all’esercito francese comandato dal generale
Joubert (che morì in combattimento) e poi da Moreau costringendo i francesi alla ritirata generale delle
forze presenti in Italia. In seguito a queste vittorie, il re di Sardegna concesse a Suvorov il rango di
Principe di Casa Savoia. Quando Suvorov si fece strada attraverso le cime innevate delle Alpi, il suo
esercito si vide sottoposto ad una dura prova, benché non fosse stato sconfitto. Per una così grande
ritirata strategica Suvorov venne elevato al rango, senza precedenti, di Generalissimo. Gli venne
promesso ufficialmente che gli sarebbero stati tributati gli onori militari al suo ritorno in Russia, ma gli
intrighi della corte portarono l’Imperatore Paolo a cancellare la cerimonia. Agli inizi del 1800, Suvorov
tornò a San Pietroburgo. Paolo I rifiutò di riceverlo in udienza e, ferito e malato, il vecchio comandante
morì dopo alcuni giorni, il 18 maggio del 1800 nella capitale. Secondo i suoi desideri, sul suo sepolcro
venne posta una semplice iscrizione: «Qui giace Suvorov». Ma un anno dopo la sua morte, lo zar
Alessandro I eresse una statua alla sua memoria nel Campo di Marte di San Pietroburgo. Cfr. Aleksandr
Vasil’evič Suvorov. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 1 maggio 2011, 10:10 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Aleksandr_Vasil%27evi%C4%8D_Suvorov&oldid=4012124
6.
109
Cfr. C. T. PAYNE, op. cit., pag. 46.
110
«Di notte, in specie, l’arma bianca ha segnato il suo trionfo; bastera per convincersene ricordare che
la conquista notturna della collina Putilov (17 ottobre), lasciò sul campo 1.300 cadaveri [giapponesi]
colpiti da baionetta» V. CARPI, Considerazioni militari sulla guerra russo-giapponese, Tipografia
“Roma” di Armani & W. Stein, Roma 1907, pag. 48 e cfr. F. SERRAO DE GREGORY, Sintesi della
Guerra russo-giapponese (1904-1905), Prudente, Savona 1907, pag. 128.
- 41 -
Cap. I. Premesse storico politiche
dimostrarono, paradossalmente, che le perdite inflitte dall’arma bianca furono pressoché
equivalenti a quelle dell’artiglieria111. La fanteria giapponese, viceversa, forte degli
insegnamenti tattici appresi anche dalla guerra anglo-boera, manteneva un giusto
rapporto tra fuoco ed urto112.
Per entrambi gli schieramenti il fuoco, alle medie distanze, effettuato con le nuove armi
automatiche, dimostrò la sua efficacia, tanto da rendere difficile qualsiasi movimento
regolare di reparti; si rivelò però insufficiente per risolvere il combattimento:
infatti alle distanze minime (sotto ai 150 metri) incideva notevolmente il
nervosismo che impediva una disciplina accurata del tiro. I fatti dimostrarono che
il tiro collettivo, realizzato concentrando in una determinata zona un fuoco rapido
collettivo, fu più efficace del tiro mirato individuale 113. Il tiro collettivo, se da un
lato si dimostrò più efficace di quello singolo mirato, dall’altro cagionò uno dei più gravi
inconvenienti della campagna, quello cioè di un consumo enorme di munizioni, tanto che
spesso molti reparti ne rimasero sprovvisti114. Ciò fu dovuto, senza dubbio, anche
da una cattiva disciplina del fuoco, motivata dalla novità di impiego delle armi
automatiche, giacché sia i russi che i giapponesi fecero sia in difensiva che in
offensiva un enorme spreco di munizioni. I dati statistici115 riportano, ad esempio, che il
9° reggimento siberiano tra l’11 ed il 12 ottobre consumò 400 cartucce per soldato, il
138° nei 5 giorni di ottobre sullo Sha-ho ne consumò circa 2.000.000, cifra per quei
tempi veramente incredibile116.
111
«Sopra a 100 perdite 85 dovute al fuoco di fucileria, 8 all’artiglieria e 7 all’arma bianca» Ibidem.
La fanteria giapponese era dotata del modernissimo fucile Arisaka a ripetizione; il modello 1897,
adottato nel 1899, chiamato anche tipo 30, venne in seguito modificato e migliorato nel 1901, nel 1905 e nel
1907. Pesava 4 Kg, lungo 127 cm, aveva un calibro di 6,5 mm; la canna era di acciaio al nichelio,
con sei rigature a passo costante, alzo a cursore con un puntamento da un minimo di 200 m. ad un massimo di
2.000 m. Il meccanismo di ripetizione era pressoché identico a quello del Mauser tedesco mod. 1898
e camerava una cartuccia “semirimmed” [quando il fondello presenta un collarino di diametro superiore a quello
del corpo del bossolo si parla di cartucce “rimmed”, ma con un rilievo del collarino stesso poco saliente rispetto al
corpo del bossolo, abbiamo il tipo “semirimmed”] poiché questo tipo di cartuccia facilita il sistema di
alimentazione nelle armi a ripetizione semiautomatica; il serbatoio era posto centralmente in verticale con una
capacità di 5 cartucce. Il proiettile, del peso di 10,5 gr., era in piombo indurito, rivestito di acciaio
placcato. Cfr. Arisaka in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
113
La contraddizione con quanto accadeva nella pressoché coeva seconda guerra anglo-boera (ossia la
grande efficacia dimostrata del tiro singolo dei boeri) è solo apparente, infatti in quest’ultimo
conflitto, fece la differenza la eccezionale capacità di tiro dimostrata dai Boeri, di gran lunga superiore
a quella del soldato medio di fanteria inglese. Cfr. D. GENTILINI, Rapporto riassuntivo sulla guerra
anglo-boera, Roma 1901, in AUSSME, Fondo G-33, b. 42, f. 484, pag. 20.
114
Il fante giapponese disponeva, di pronto impiego, normalmente di circa 500 cartucce che, in prossimità
dei combattimenti, venivano aumentate a 700; poteva disporre inoltre di un efficiente e ben organizzato
sistema di rifornimento continuo che veniva assicurato da portatori, che riuscivano a trasportare fino a
700 cartucce ciascuno. Cfr. F. SERRAO DE GREGORY, op. cit., pag. 116.
115
Cfr. V. CARPI, op. cit., pag. 43.
116
Il generale Kuropatkin, nelle sue Memorie, sottolinea l’enorme consumo delle munizioni, tanto che in
alcune situazioni scarseggiarono quelle per i fucili, ma fatto ancora più grave le artiglierie furono, in
112
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Cap. I. Premesse storico politiche
I giapponesi dimostrarono una maggiore capacità di gestione del consumo delle
munizioni, dovuto ad un migliore ed accurata preparazione della fanteria, che era stata
ben addestrata, nei poligoni, ad ingaggiare il bersaglio, quando visibile, con un solo
colpo alla volta117.
La sempre crescente importanza acquistata dal fuoco, impose alle truppe di fanteria la
necessità di coprirsi, di sfruttare il terreno e di manovrare in formazioni sottili, elastiche
e poco dense 118. Quando giapponesi e russi trasgredirono a questa regola, pagarono
un altissimo tributo di vite. La posizione coricata divenne usuale e l’unica praticabile in
terreno scoperto. Anche gli ufficiali impararono ad adottare la posizione a terra,
abbandonando la consuetudine di scoprirsi attirando su di sé il fuoco nemico; gli
ufficiali russi restii ad adeguarsi a queste innovazioni subirono maggiori perdite
dei giapponesi, i quali avevano imparato la lezione meglio e più in fretta dei propri
nemici, che cominciarono a modificare il loro regolamento solo nella primavera del 1905.
Sotto il profilo della disposizione delle truppe sul campo se si confronta la guerra russogiappone con il conflitto anglo-boero, che si era recentemente concluso, risulta di
immediata evidenza come ci si trovi di fronte a due modalità belliche estremamente
diverse: tra i molti aspetti diseguali vi è quello del diverso grado di dissoluzione delle
truppe. Mentre nella seconda guerra anglo boera la rarefazione assurge a livelli altissimi
e per l’epoca inusuali119, nella Guerra russo-giapponese i reparti furono quasi sempre alla
mano dei capi e progredirono a scaglioni, a gruppi ed anche individualmente, ma sempre
in forma disciplinata, agli ordini dei comandanti.
Per quanto concerne l’artiglieria, quella russa era armata con materiale di tipologia
variegata, e con tecnica di fuoco restia all’uso di tiri da posizione coperte. I cannoni da
campo a fuoco rapido vennero introdotti alla fine del secolo; però l’industria bellica e le
finanze del Paese erano stati in grado di ri equipaggiare con nuove armi, entro il 1904,
solo un terzo dell’artiglieria da campo. Le stesse mitragliatrici comparvero solo nel 1902,
alcuni casi, impossibilitate al fuoco. Egli riporta tali dati inerenti ai consumi: per un battaglione di
fanteria la media giornaliera era di 21.000 cartucce, con una oscillazione da un minimo di 300 ad un
massimo di 400.000. La media per un reggimento, su 4 battaglioni, era di 800.000 cartucce giornaliere
utilizzate. Ugualmente molto alto il consumo per l’artiglieria: una batteria da campagna a tiro rapido
consumò una media giornaliera di 55 colpi, con una oscillazione minima di 4 e massima di 522 proietti.
Cfr. A. N. K UROPATKIN , op. cit., pag. 493.
117
Cfr. D. WARNER-P. WARNER, The Tide at Sunrise: A History of the Russo-Japanese War, 1904-1905,
Charterhouse, New York 1974, pag. 181, 182, cit. in J. D. SISEMORE, op cit., pag. 12.
118
Nel luglio 1904, i giapponesi adottarono una nuova formazione estesa, con ufficiali e sottufficiali che
usavano i fischietti per controllare sezioni da 15 a 20 uomini che avanzavano a sbalzi. Durante queste
avanzate, una sezione sparava mentre l’altra sezione avanzava. Cfr. E. POTTINGER, op. cit., pag. 78, 79,
cit. in J. D. SISEMORE, pag. 67.
119
Cfr. D. GENTILINI, op. cit., pag. 23.
- 43 -
Cap. I. Premesse storico politiche
quando i russi acquistarono dalla britannica Vickers la licenza di costruzione nei loro
impianti. Allo scoppio del conflitto le truppe russe presenti in Estremo Oriente
avevano a disposizione non più di 175 pezzi d’artiglieria da campo ed 8
mitragliatrici. Telefoni e telegrafi dovettero essere importati e comunque molte unità
russe ne rimasero sprovviste. C’era inoltre carenza di binocoli, telescopi e telemetri.
La necessaria riforma dell’esercito russo fu impedita dal fatto che i pochi generali che
avevano preso parte a un combattimento, che risaliva alla guerra con la Turchia,
avevano un’età media di 70 anni. Ciò ingenerò, insieme ad una sfiducia ideologicamente
“indotta” verso le innovazioni straniere, anche un’inerzia della burocrazia ed un riguardo
eccessivo per i diritti di anzianità. Infatti i vecchi generali120, specialmente quelli in
servizio presso le accademie, avevano sminuito o contrastato il ruolo delle mitragliatrici,
delle artiglierie a fuoco rapido, del fucile con caricatore d’alimentazione e dei
paraschegge di protezione per i cannoni, sia perché considerati cieche imitazioni degli
occidentali, sia perché a loro dire diminuivano lo spirito aggressivo delle truppe121. Il
Giappone invece aveva maggiore uniformità di tipi, faceva largo uso di tiri indiretti123;
120
Sulle capacità e sull’età media dei comandanti dei corpi d’armata russi è illuminante la relazione
contenuta nei rapporti forniti dal nostro addetto militare presso l’ambasciata di S. Pietroburgo, Ruggeri
Laderchi, custodita in AUSSME Fondo L-3, b. 198, f. 1, Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto
Operazioni, Ufficio Coloniale, Bollettino n. 10, pagg. 4-6.
121
«[…] le idee del vecchio Dragomirov dominavano ancora sopra una parte molto ampia dei militari
russi! Occorre soffermarsi un momento per esaminare il grado di preparazione in cui si trovava
l’esercito russo. Certamente Dragomirov fu uno dei migliori generali che la Russia abbia posseduto,
ma apparteneva al tempo della guerra contro la Turchia ed i suoi concetti erano ormai sorpassati. I
russi entrarono in guerra senza mitragliatrici perché Dragomirov, nemico giurato della tecnica, aveva
dichiarato: “Considero la mitragliatrice come inadatta per un esercito costituito in forma normale per
operare sul terreno”. Un esercito del genere non avrebbe dovuto servirsi né di telegrafo, né di
telefono, perché si trattava di “mezzi ausiliari” che “non potevano mai avere il valore dei messaggi
personali”. Dragomirov considerava come un incitamento alla pusillanimità i concetti moderni che
prescrivevano alle truppe di distendersi su linee sottili, e di cercare protezione negli avallamenti del
terreno. Il bravo soldato doveva andare all’attacco sempre in piedi! Il fuoco celere era un lusso ed uno
spreco di munizioni. Il vecchio generale predicava: puntare esattamente, con calma e con cura;
soltanto allora premere il grilletto. Meglio non sparare se non si può puntare bene» F. THIESS, op. cit.,
pagg. 61-62.
123
Il tiro indiretto veniva effettuato tramite l’impiego di ufficiali di artiglieria addetti all’osservazione del
tiro, che da posizioni sopraelevate dirigevano l’azione di fuoco dei propri pezzi, consentendo così di
tenere quest’ultimi invisibili al nemico e pertanto più difficilmente neutralizzabili; il tiro diretto, già
durante il conflitto in esame largamente superato, veniva, invece, effettuato piazzando le batterie in
posizioni tali da consentire l’azione di fuoco rimanendo in vista degli obiettiva da battere; tale tecnica
aveva un enorme svantaggio: consentiva una pressoché immediata individuazione da parte nemica, e
quindi esponeva le batterie, dopo poche salve, ad un pronto fuoco nemico di controbatteria, ed ad una
immediata distruzione.
- 44 -
Cap. I. Premesse storico politiche
grazie sia ai nuovi mortai Krupp124 sia ai mortai da trincea, effettuava tiri di
“sfondamento”, utilizzando la capacità degli stessi di effettuare l’azione di fuoco con il
secondo arco di traiettoria125, specialmente contro un nemico ben trincerato in difesa; la
sua azione di fuoco veniva sempre effettuata da posizioni mascherate; aveva personale
meglio addestrato e portò sul campo di battaglia le artiglierie pesanti, fino ad allora non
usate. L’artiglieria giapponese disponeva sostanzialmente di tre modelli di materiale da
campagna: il più antico era costituito da materiale rigido con cannone in bronzo di tipo
Krupp Uchatius da 80 mm, mentre la quasi totalità delle batterie era armata con materiale
Arisaka a tiro accelerato da 75 mm126; aveva inoltre acquisito materiale Krupp munito di
scudi127. Lo stesso materiale Arisaka, aveva comunque il cannone d’acciaio, affusto
rigido con freni di rinculo. Esso era stato interamente studiato in Giappone dal generale
Arisaka, anche se la fabbricazione vera e propria era avvenuta presso la ditta Krupp,
sotto la supervisione dei giapponesi. Anche il materiale da montagna era stato ideato
sugli stessi principi dell’Arisaka e provveduto in Europa, completato però, anch’esso
in Giappone; il suo calibro era, ugualmente, di 75 mm. Quanto agli obici da
campagna, presenti in numero ristretto, erano da 120 e da 150 mm, incavalcati su
affusti rigidi.
Una particolare menzione va fatta in merito all’uso dei mortai da trincea. Queste
armi, di fabbricazione artigianale, variavano in diametro da 5 a 7 pollici, ed erano
costruite in bambù o con cilindri di legno avvolti con filo metallico come rinforzo. La
carica era composta usualmente, da una barattolo di latta o da colpi inesplosi
impacchettati con esplosivi e lanciata da una piccola quantità di polvere nera. Il raggio
d’azione per queste armi variava da 250 a 450 yard128.
Per quanto riguarda l’impiego dell’artiglieria, nel conflitto essa confermò la sua
importanza come mezzo ausiliario del combattimento: impiegata con nuovi metodi,
124
peraltro in dotazioni anche alle unità russe solo dal 1905.
Il tiro col secondo arco di traiettoria, è caratterizzato da una modesta velocità iniziale, traiettorie molto
curve ed angoli di caduta del proietto prossimi agli 80°/90°; pertanto il fuoco di queste armi risulta
particolarmente idoneo al tiro di sfondamento, utilizzato, proprio grazie ai suoi elevati angoli di caduta,
per colpire dall’alto fortificazioni campali, trincee, ed ogni tipologia di ripari od appostamenti per la
fanteria. Cfr. STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO-ISPETTORATO DELLE ARMI, Armi-Tiro-Mezzi,
Ispettorato delle Armi, Roma 1992, pag. 4.
126
In AUSSME Fondo L-3, b. 198, f. 1, Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni, Ufficio
Coloniale, Bollettino n. 1, pag. 20.
127
Il paraschegge divenne così popolare tra gli artiglieri giapponesi, che sui vecchi pezzi d’artiglieria che
ne erano sprovvisti, i serventi improvvisarono scudi metallici o di legno e li attaccarono agli affusti.
Cfr. Reports of Military Observers, Part V, Cfr. EDWARD J. MC CLERNAND and WILLIAM V. JUDSON,
cit. in C. T. PAYNE, op. cit., pag. 70.
128
Cfr. W. SMITH, The Siege and Fall of Port Arthur, Eveleigh Nash , London 1906, pag. 217, cit. in J. D.
SISEMORE, op. cit., pag. 34.
125
- 45 -
Cap. I. Premesse storico politiche
leggera e mobile, a tiro lungo, fatto preferibilmente a shrapnel129, impegnò e guidò il
combattimento della fanteria. L’esperienza maturata sul campo di battaglia confermava,
inoltre, la necessità del fuoco da posizioni mascherate. Il conflitto segnò, dunque, la fine di
un’era, dimostrando chiaramente che i duelli d’artiglierie in campo aperto erano ormai
vestigia del passato130. Le operazioni notturne, per l’artiglieria come per la fanteria,
assunsero importanza fondamentale131.
L’esercito russo vantava una cavalleria senza dubbio superiore per numero, per qualità
di cavalli 132, e per abilità di cavalieri, rispetto a quella avversaria; tuttavia non
ebbe modo di valersene appieno. Vi furono infatti numerosi e reiterati errori
metodologici, cosicché quest’arma ebbe scarse occasioni di farsi valere, e non
sempre sfruttate appieno dai comandanti133. Poco e male utilizzata, la cavalleria russa fu
troppo spesso sparpagliata; e se alla scoppio delle ostilità molti addetti militari si
aspettavano che essa dominasse il campo e facesse strage di quella nemica134, le loro
attese rimasero deluse. A dispetto dei punti deboli della cavalleria nipponica, ed in
ragione dei succitati errori dei russi, i giapponesi ottennero risultati più che accettabili
contro un nemico che possedeva la superiorità numerica ed una grande reputazione per
129
Granata a pallottola. Dal nome del colonnello inglese che nel 1803 fece a Motbay i primi
esperimenti di proiettili sferici a mitraglia, ossia di proietti che contenevano al loro interno oltre
alla carica di scoppio, anche delle pallottole, o pallette, di piombo, da fucile. La loro forma
divenne in seguito cilindro-ogivale e la disposizione interna della carica e delle pallette subì
successive modificazioni. Solo però con i progressi tecnologici delle spolette a tempo, che
superavano gli inconvenienti riscontrati in precedenza, introdotti nella seconda metà dell’800, ne
permisero un uso sicuro ed efficace. Cfr. Shrapnel in Enciclopedia Militare (ad vocem). op. cit.
130
Cfr. C. T. PAYNE, op. cit., pag. 65.
131
Cfr. Ivi, pag. 66.
132
«il cavallo giapponese è mediocre, la popolazione cavallina assai scarsa (33 cavalli su 1000 Km2). In
caso di mobilitazione generale sarà assai difficile trovare tutti i cavalli necessari. I migliori sono quelli
della regione del Nord ed è appunto in questa parte che essi sono più numerosi» in AUSSME Fondo L3, b. 198, f. 1, del Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni, Ufficio Coloniale,
Bollettino n. 1, pag. 14.
133
In tutte le principali battaglie del conflitto, dello Yalu, di Telissù, di Liao-yang, sul fiume Sha e di
Mukden, la cavalleria russa fu poco e male utilizzata, spesso fu fatta smontare da cavallo e combattere
a piedi. Quella giapponese non ha fatto né poteva fare di più; durante tutta la campagna, raramente si è
spinta in profondità oltre 10 km dalle proprie armate e quando è venuta a contatto con la cavalleria
nemica ha rifiutato sempre il combattimento ritirandosi, tanto che venne detto che “restò sempre sotto
le gambe della propria fanteria”. Si può dire quindi che la cavalleria sul campo di battaglia, prima,
durante e dopo i combattimenti e durante tutto il conflitto ebbe un ruolo piuttosto modesto. Tutto ciò fu
dovuto all’evoluzione delle nuove armi da fuoco automatiche ed al largo uso delle mitragliatrici, delle
trincee e dei nuovi tipi di munizionamento delle artiglierie ed all’evoluzione delle artiglierie stesse. Già
durante il conflitto fu capito che, in un certo senso l’epoca delle grandi cariche di cavalleria era finito
per sempre, che gli scontri tra le truppe di fanteria sarebbero stati sempre più frequenti e che la
cavalleria, solo se impiegata in grandi masse, avrebbe potuto mantenere un ruolo di supporto alla
fanteria ed all’artiglieria, vere protagoniste ormai delle battaglie, nello svolgimento di compiti di
sicurezza e di ricognizione. Cfr. PEDOYA, La cavalerie dans la guerre russo-japonaise et dans l’avenir,
H. C. Lavauzelle, Paris 1906, pagg. 10, 19, 36, 80-81.
134
La cavalleria era di fatto l’arma più debole dell’esercito nipponico; le sue truppe non erano
particolarmente note per la loro abilità, e come per l’artiglieria, i cavalli usati tendevano ad essere
fisicamente inadatti.
- 46 -
Cap. I. Premesse storico politiche
l’eccellenza dei suoi cavalieri. Infatti, adottando adeguate misure strategiche, studiate
appositamente per controbilanciare il vantaggio numerico dei russi (come quella di
rifiutare il combattimento quando non conoscevano esattamente la forza del nemico e la
abituale combinazione di operare con truppe di fanteria distaccate unitamente a
pattuglie montate), i giapponesi riuscirono ad impiegare al meglio le proprie risorse.
Conseguentemente, il risultato fu che i tradizionali scontri a cavallo, largamente
preconizzati dagli addetti militari occidentali, si verificarono raramente135.
Per quanto riguarda i materiali tecnici, ne furono impiegati con successo molti di nuova
concezione, come i proiettori elettrici ampiamente utilizzati sia nell’assedio di Port
Arthur, sia nella guerra campale, prestando efficace servizio nel rischiarare le
operazioni notturne. A completamento dei proiettori furono impiegate anche bombe e
razzi illuminanti che, irradiando di luce diffusa, riuscivano ad abbracciare un’ampia zona
di terreno.
La mitragliatrice che, dopo il conflitto anglo-boero riconfermava indiscutibili qualità,
merita una trattazione a parte. Entrambi gli eserciti ne fecero largo uso, nella guerra
d’assedio come in quella campale. I giapponesi utilizzavano principalmente
mitragliatrici Maxim136 e Gatling137, riunite dapprima in batterie di 6 pezzi, poi in
gruppi di batterie, di cui alcune trainate, poi trasportate a basto. Anche i russi, oltre ad
una propria produzione su licenza Vickers, impiegarono le Maxim. La mitragliatrice
diventò l’arma per eccellenza della fanteria138; sulla sua micidiale efficienza basti
ricordare che fu definita dai soldati russi «l’innaffiatoio del diavolo»139. Un’altra arma,
che secondo i criteri dell’epoca può essere classificata come materiale tecnico, e che
135
Cfr. C. T. PAYNE, op. cit., pagg. 95-96.
Hiram Maxim. Ingegnere statunitense (1840-1916). Fu l’inventore e costruttore di una
mitragliatrice che prese il suo nome. Il primo modello apparve nel 1884; fu poi perfezionato, nel
1893, dimostrandosi adatto come arma da guerra. Fu questo il modello usato sia nel conflitto
anglo-boero, che in quello russo-giapponese. La canna era ordinaria, da fucile, collegata
all’armatura, coperta da una fodera metallica contenente acqua necessaria al raffreddamento della
canna stessa. Cfr. Maxim in Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit..
137
Richard Gatling. Meccanico statunitense (1818-1903). Ideò una mitragliatrice che poteva avere 4, 6,
8, 10 canne, e che da lui prese il nome. E’ la mitragliatrice più antica ma subì modifiche e
perfezionamenti tali da stare al passo con le altre mitragliatrici ideate successivamente. Appartiene
alle mitragliatrici a tiro semplice, continuo, con movimento a rotazione. Calibro, da quello minimo dei fucili
fino al massimo di 25 mm, quest’ultima versione poteva sparare oltre la normale cartuccia,
anche un tipo a mitraglia, contenente 15 pallette di piombo. La rapidità di tiro col tipo più potente
era di 1000/1200 colpi al minuto. L’arma era incavalcata su affusto a ruote o su treppiede, a
seconda dell’impiego. Cfr. Gatling in Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit.
138
J. Taburno, un ingegnere civile russo ed inviato speciale per il giornale russo “Novoe Vremja” che
descrisse le operazioni in Manciuria, ebbe a dire che «There is no doubt that machine guns play an
important role, especially in the defence-one machine gun being equal to a company of soldiers». Cfr.
J. TABURNO, The truth about the war, trans. VICTORIA VON KREUTER Franklin Hudson Publishing,
Kansas City, M. O. 1906, pag. 16, cit. in C. T. PAYNE, op. cit., pag. 50.
139
F. SERRAO DE GREGORY, op. cit., pag. 149.
136
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Cap. I. Premesse storico politiche
largamente usata ebbe una vera e propria “resurrezione”, fu la granata a mano. Ciò
destò non poche sorprese nel mondo militare: già la guerra d’assedio combattuta
attorno a Port Arthur aveva riportato le granate in auge 140, ma poi la necessità di
trovare nuovi mezzi di distruzione da opporre al riparo della trincea spinse russi e
giapponesi ad usarle anche in combattimenti campali. Nella fase offensiva furono
impiegate contro le trincee, allo scopo di determinare spazi vuoti su cui dirigere l’attacco;
nella difensiva venivano gettate contro l’assalitore nel momento immediatamente
precedente allo sbalzo finale. Ne furono realizzati vari tipi: solitamente si utilizzava
materiale reperibile, specialmente proiettili vuoti, caricati a polvere a cui si univa una
miccia. I russi usarono anche gli shrapnels giapponesi inesplosi, scatole di latta, o
vecchie granate141. Dal punto di vista dei risultati reali, complessivamente l’effetto fu
scarso; dal punto di vista psicologico esse produssero grande impressione, anche a causa
delle ferite dilaniatrici che producevano.
Anche l’impiego del genio ebbe una grande importanza, basti pensare quanti fiumi
furono superati da enormi eserciti, quale sviluppo prese, dopo l’esempio boero, la
fortificazione campale, quale importanza assunse il collegamento telefonico ed
ottico, specialmente a scopo informativo del combattimento. Particolarmente pregevole
fu l’opera dei pontieri sia da un lato che dall’altro, nell’attraversare gli impetuosi
torrenti e fiumi mancesi. I giapponesi ne avevano una compagnia per divisione; i russi
ne erano maggiormente deficitari non disponendo che di 5 compagnie, portate ad 11 a
fine conflitto. Anche il genio ferrovieri svolse un attivo lavoro da entrambe le parti. I
russi ne ebbero inizialmente 20 compagnie portate in seguito a 32; compirono un enorme
lavoro sulla Transiberiana, creando nuovi tronchi. Per i giapponesi il lavoro più duro fu
quello di adattare le vie ferrate russe, di dimensione diverse, al loro materiale rotabile,
riducendone lo “scartamento”142. Va anche ricordato, nell’ambito degli strumenti
utilizzati dal genio, nella guerra d’assedio attorno a Port Arthur e nell’ultimo periodo
della guerra campale in Manciuria l’uso degli scudi metallici. Queste attrezzature, fatte
di lamiera di ferro dello spessore di circa 6 mm e del peso di circa 3 Kg, furono usate
dagli zappatori incaricati di tagliare i reticolati o di eseguire lavori di forzamento delle
opere difensive sotto il fuoco nemico, dando ottimi risultati.
140
Un ufficiale russo, coinvolto nei brutali combattimenti per la “collina 203” intorno a Port Arthur,
sottolineò come i suoi uomini ad un certo punto persero fiducia nei loro fucili durante un attacco
violento e ricorsero alle granate, consumandone 7.000 in un giorno. Cfr. STAFF-CAPTAIN KOSTIUSHKO,
The final struggle for 203 meter hill at Port Arthur, trans. Professional Memoirs, F. E. G. SKEY 1911,
pag. 95, cit. in C. T. PAYNE, op. cit., pag. 52.
141
Cfr. L. BARZINI, Dai campi di battaglia, Treves, Milano 1916, pag. 288.
142
Distanza fra le rotaie delle strade ferrate, misurata dall’uno all’altro dei lati interni.
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Cap. I. Premesse storico politiche
Importante anche l’opera dei telegrafisti; in quel campo la Russia si trovò nella necessità
di aumentare il numero delle compagnie da 2 a 17. I giapponesi ne avevano, invece, in
organico una ogni comando superiore ed il loro servizio in guerra fu essenziale e svolto in
maniera mirabile, prova ulteriore della previdenza e della completa preparazione
dell’esercito giapponese. Specialmente il telefono ebbe uno sviluppo straordinario.
Fondadamentale fu l’uso degli apparecchi radio, allora conosciuti come “telegrafi senza
fili”, poco usati nelle operazioni terrestri, ma fautori delle vittorie navali nipponiche.
Nella battaglia di Tsushima ogni nave giapponese, a differenza di quelle russe143, era
munita di apparato radio perfettamente efficiente, potendo così aggiornare in tempo reale
l’ammiraglio Togo. Le comunicazioni, così come la potenza di fuoco, si rivelarono
dunque cruciali nella conduzione di una guerra moderna.
Per quanto riguarda gli aerostieri, i russi ne fecero un migliore uso dei giapponesi; questi
reparti in talune circostanze fornirono preziose informazioni, sia circa i movimenti
nemici, sia circa il posizionamento di trincee ben dissimulate, altrimenti invisibili. Tale
servizio fu svolto sia di giorno che di notte, elevandosi a circa un migliaio di metri, per
potere coprire un fronte di circa 8 Km. Scarsi di risultati furono i tentavi di
abbattimento da parte dell’artiglieria in quanto i palloni costituivano un bersaglio
troppo piccolo.
Ancora relativamente all’introduzione di nuove tecnologie nell’uso bellico, le fonti
fanno scarsa menzione dell’adozione da parte nipponica di gas venefici. Frustrati
dall’impossibilità di avere ragione delle fortificazioni esterne di Port Arthur, in talune
occasioni (come la presa del forte Chi-kuan144) i giapponesi si risolsero ad impiegare
vapori di arsenico in combinazione con l’utilizzo di alcune potenti mine. Fu un successo
sin dal primo tentativo145. Da parte russa, invece, una delle più interessanti innovazioni
nell’ambito di nuove tecnologie a scopo difensivo fu l’uso dei recinti elettrificati
durante l’assedio di Port Arthur. Agli accessi più esterni dei campi trincerati, fu stesa
una linea elettrica davanti alla difese costituite dal filo spinato, e caricata con una
143
La 2a squadra del Pacifico, prima della partenza, fu dotata, in tutta fretta, di apparati per le
comunicazioni radio, forniti dalla ditta tedesca Slaby-Arco, che si era aggiudicata la fornitura ad un
prezzo bassissimo; queste stazione radio, però, non riuscirono mai a funzionare in maniera
soddisfacente, nonostante la presenza a bordo di ingegneri mandati dalla ditta stessa. Gli unici apparati
perfettamente funzionanti di cui la squadra di Rojdestvenski potè disporre, furono alcune stazioni radio
Marconi, che diedero un’ottima prova, di piccola potenza con una portata non superiore alle 90 miglia ed
istallate solo su poche unità. Cfr. F. THIESS, op. cit., pagg. 323-324.
144
Cfr. J. F. C. F ULLER , op. cit., pagg. 166.
145
Cfr. E. K. NOJINE, The truth about Port Arthur, trans. A. B. LINDSAY, Dutton & Co., New York, 1908,
pag. 274, cit. in C. T. PAYNE, Op. cit., pag. 54 Cfr. F. SERRAO DE GREGORY, op. cit., pag. 82.
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Cap. I. Premesse storico politiche
corrente di 3.000 volts146, a cui i giapponesi «contrapposero il cotone fulminante,
portato in cima a lunghe pertiche di bambù»147.
Nel contesto delle tattiche d’impiego, merita sicuramente un approfondimento l’analisi
su alcuni servizi che, pur non avendo ovviamente un’azione diretta sul combattimento,
ebbero tuttavia grande influenza nella guerra.
Il servizio sanitario fu il più trascurato dai corrispondenti; Camperio, che non era
nemmeno un ufficiale medico, fu tra i pochi ad interessarsi di questo argomento,
infatti nel suo memoriale si soffermò sovente su questo aspetto148. In principio della
campagna solamente i giapponesi avevano un servizio regolare militare ben
completato da una perfetta organizzazione della Croce Rossa. I russi si lagnarono più
volte della deficienza assoluta di medici ed ambulanze, e solo a conflitto avanzato il
servizio assunse regolarità ad opera della Croce Rossa moscovita. Il servizio
sanitario sul campo era assicurato in entrambi gli eserciti da una successione di mezzi
sostanzialmente simili. I feriti erano dapprima raccolti dalle squadre di portaferiti,
coadiuvati da carovane di coolies149 muniti di barelle, carrette, slitte, sacchi, e tutti i
materiali che era possibile improvvisare o requisire sul posto. Le carovane di feriti
erravano sul campo di battaglia anche durante il combattimento, ma intensificavano
la loro opera durante le ore notturne. In inverno i russi si servivano di slitte formate da
sci accoppiati. I giapponesi, che non disponevano di sci, usarono altri espedienti,
come quello di trascinare i feriti passando una corda sono le braccia. Queste carovane
di portatori facevano capo ai posti di medicazione; i giapponesi ne avevano una per ogni
battaglione, 3 per ogni divisione oltre ad un ospedaletto da campo; i russi ne avevano una.
Come nella guerra anglo-boera, anche in questo conflitto fu constatato che le ferite
riportate dai nuovi fucili di piccolo calibro provocavano lesioni tali da rendere
immediatamente la vittima inabile al combattimento a causa della copiosa e rapida
perdita di sangue, pur senza determinarne la morte150. Una conferma in tal senso,
viene dai rapporti sia dei medici russi, sia americani; quest’ultimi prestarono la
146
Cfr. TETTAU, Freihen, Trans. Port Arthur, The Authorized German Translation from the Russian
General Staff Account, Vol. 5, Unknown, Buttgenbach Berlin 1910, part. II, pag. 5, cit. in J. D.
SISEMORE, op. cit., pag. 31
147
F. SERRAO DE GREGORY, op. cit., pag. 82.
148
Cfr. F. CAMPERIO, Al campo russo in Manciuria. Note di un Marinaio, La Tecnografica, Milano 1907,
pagg. 347-348. Una volta rientrato in Italia Camperio tenne numerose conferenze a sostegno della
Croce Rossa.
149
Termine derivato dalla lingua inglese con cui si indicava il servitore indigeno dell’Estremo Oriente,
cioè il portatore.
150
Cfr. D. GENTILINI, op. cit., pagg. 19-21.
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Cap. I. Premesse storico politiche
loro opera nelle file nipponiche, sia in Manciuria che in Giappone 151, lodando
anche l’efficienza del servizio sanitario nipponico 152, e constatando, in accordo
con i colleghi russi, la bassa mortalità (intorno al 3%) prodotta dai fucili di
piccolo calibro. Si è detto che l’ambito clinico fu poco considerato dagli
osservatori militari, tra i quali peraltro non erano numerosi gli ufficiali medici;
tra questi vale la pena ricordare il capitano americano R. L. Richards che
analizzò il trattamento delle vittime psicologiche durante la guerra153. L’esercito russo
del 1905 fu il primo nella storia a determinare che il collasso mentale era una
conseguenza dello stress da combattimento, ed a considerarlo come un puro fatto
clinico. Fu anche il primo esercito a trattarlo e a tentare di prevenirlo 154. I giapponesi
curarono molto anche l’igiene precauzionale delle truppe: malattie come la peste, il
colera, la dissenteria, il tifo, che avevano in passato decimato gli eserciti più dei
combattimenti, non incisero pesantemente; nell’esercito giapponese non si superò il
rapporto di 1/3 rispetto ai feriti. Questi risultati furono raggiunti grazie ad una minuta
campagna informativa tra le truppe ed alla rigorosa applicazione di norme
igienico sanitarie, che si spinsero fino a distribuire persino un manuale di igiene
personale che ogni soldato doveva scrupolosamente seguire. I russi, che non
adottarono le stesse precauzioni, furono colpiti da molte malattie epidemiche. Altro
aspetto importante ed innovativo dei servizi fu quello relativo all’equipaggiamento. I
giapponesi avevano al seguito lo zaino; i russi, invece, usavano due tasche a bandoliera,
con grande svantaggio per la comodità e praticità. Per contro lo zaino, del peso
complessivo di circa 25 Kg, in combattimento rappresentava un elemento di incomodo
per cui spesso fu abbandonato, specialmente negli assalti. Esso si dimostrò comunque,
151
Nel 1904 la Società della Croce Rossa giapponese aveva circa un milione di membri. Questa crescita
fenomenale era in gran parte dovuta al coinvolgimento personale della famiglia imperiale e dei membri
della nobiltà nipponica. La leadership fornita dall’aristocrazia aveva creato diverse organizzazioni: la
”Ladies Volunteer Nursing Association”, dedicata ad accrescere il numero di infermiere in Giappone;
la “Ladies Patriotic Association”, che organizzava centri di accoglienza per i treni delle truppe che si
spostavano in tutto il paese; e l’ “Imperial Relief Association”, che raccoglieva fondi per le famiglie
dei soldati e dei marinai uccisi o feriti in combattimento. La Dr. Anita Newcomb McGee (1864-1940) e
il suo team di infermieri non erano il solo personale medico occidentale in Giappone durante il conflitto
con la Russia, ma furono gli unici che prestarono la loro opera in un ospedale giapponese. Infatti la
maggior parte del personale medico occidentale erano osservatori, addetti militari che erano stati
autorizzati a recarsi sul fronte di battaglia ad ammirare la competenza della medicina giapponese. Cfr.
F. A. SHARF, Dr. Anita Newcomb McGee and the Russo-Japanese war (1904-1905), in Us Army
Medical
Department-Office
of
Medical
History
in
http://history.amedd.army.mil/ANCWebsite/McGeeWHMSpecial/McGee_in_Japan.html
152
In AUSSME Fondo L-3, b. 198, f. 1, del Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni,
Ufficio Coloniale, Bollettino n. 14, pagg. 27-29.
153
Cfr. R. L. RICHARDS, Mental and nervous diseases during the Russo-Japanese war, The military
Surgeon XXVI, 1910, pagg. 177-193, cit. in C. T. PAYNE, op. cit., pag. 122.
154
Cfr. R. A. GABRIEL, No more heroes: madness and psichiatry, Hill and Wang, New York, 1987, pag.
109, cit. in C. T. PAYNE, op. cit., pag. 122.
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Cap. I. Premesse storico politiche
per la sua versatilità e per la copertura impermeabile, sicuramente superiore
all’equipaggiamento russo. Anche il vestiario ebbe un ruolo importante: quello
giapponese155, con copertura color khaki che lo rendeva invisibile da lontano, fu migliore
di quello russo, troppo visibile. Notevole fu anche l’uso di coprire le sciabole e
rendere ogni distintivo il meno appariscente possibile; i giapponesi dimostrarono una
particolare abilità nel sapersi mascherare a seconda del terreno: di notte usavano
mantelli scuri, sulla neve coperture bianche, e così via. I russi invece erano maggiormente
visibili-dunque vulnerabili-ed in special modo gli ufficiali. Anche il loro
armamento si mostrò inadatto: molti ufficiali russi, (tra cui il capitano Soloviev156 autore
di un famoso memoriale sulla guerra col Giappone) ebbero a lamentarsene: la pistola157,
sparati i 6 colpi, era inservibile perché si era nell’impossibilità di ricaricarla
immediatamente mentre la sciabola, in difesa, non poteva competere con la baionetta 158.
Questa posizione critica nei confronti delle armi in dotazione agli ufficiali non era
una novità assoluta: Sir Arthur Conan Doyle 159, che aveva prestato servizio come
ufficiale medico nel conflitto anglo-boero, aveva fatto simili osservazioni,
consigliando l’uso del fucile anche per l’ufficiale e l’abolizione della sciabola, arma
inutile e dannosa nei moviment i (adeguamento peraltro poi realizzata dalle
truppe britanniche 160).
155
«[…] Bisogna ammirare il corredo invernale del quale sono stati forniti, il più completo e più pratico
che io conosca. Sull’uniforme ordinaria indossano un corpetto di pelliccia, come ne portano i pastori
della campagna romana, corto e senza maniche, che tiene caldo e non impedisce i movimenti; su
questo un cappottone khaki, spesso, morbido e leggero, il cui grande bavero di pelliccia copre il viso:
poi hanno una cuffia di lana che protegge le orecchie, un cappello circasso le cui code a stola
s’incrociano sul petto; alle mani guantoni di lana e sopragguanti di feltro, ai piedi soprascarpe
egualmente di feltro. Così confezionati i soldati giapponesi traversano cantando l’anticamera della
Siberia». L. BARZINI, Dai campi di battaglia, Treves, Milano 1916, pag. 238.
156
Il capitano Soloviev del 34° reggimento Tiratori della Siberia Orientale (T.S.O.), che fece la campagna
in Manciuria scrisse un libro (Impressioni d’un comandante di compagnia), denso di considerazioni di
ordine pratico su aspetti fondamentali del combattimento e su come condurre in battaglia piccoli
reparti.
157
Mod. Nagant 1895 in calibro 7,62 mm. Pistola a rotazione, chiamata anche revolver, a più colpi
posizionati su un cilindro rotante, basata sul principio di funzionamento inventato e brevettato da Samuel
Colt, colonnello americano (1814-1862) nel 1842, su cui ancora oggi si basa il funzionamento di tutte le
pistole a rotazione. La Nagant fu prodotta sia in versione a singola che a doppia azione, e ne venne
realizzata una variante di minori dimensione destinata alla Polizia. Ne fu prodotta anche una versione in
calibro 22 da addestramento. Cfr. Nagant in Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit..
L’esercito giapponese adottava invece il Revolver Tipo 26 (1893) in calibro 9 mm in dotazione dal
1893. Arma con castello apribile aveva 2 particolarità: la cartuccia da 9 mm, con risalto, non fu mai
impiegata per nessun’altra arma, ed un congegno di scatto solo a doppia azione. Fu sostituita
come arma d’ordinanza da una pistola automatica nel 1925, anche se rimase largamente utilizzata fino
alla seconda guerra mondiale. Cfr. Revolver tipo 26 in Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit..
158
Cfr. V. CARPI, op. cit., pag. 62.
159
Cfr. A. C. DOYLE, Great Boer War, cit. in T. PAKHENAM, La guerra anglo-boera, Rizzoli, Milano
1982, pag. 459.
160
Cfr. D. GENTILINI, op. cit., pag. 24.
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Cap. I. Premesse storico politiche
Il vettovagliamento non presentò particolarità eccezionali. L’esercito russo superò alcune
deficienze dovute alla lentezza dei trasporti con le requisizioni. I giapponesi, per contro,
furono avvantaggiati dalle migliori comunicazioni, anche se dopo Mukden fecero
uso anche loro delle requisizioni. La razione del soldato russo161 era senza dubbio
migliore e più ricca di quella giapponese 162. L’impiego delle cucine mobili,
specialmente da parte russa, caratterizzò tale settore, assicurando un ottimo servizio.
Anche i giapponesi disponevano di fornelli mobili (quattro ogni battaglione). Grazie
a questi sistemi, i due eserciti ebbero pasti caldi, anche per i reparti più avanzati ed in
prima linea.
Nel contesto delle strategie e tattiche impiegate nel conflitto, il terreno assunse grande
importanza, anche grazie alle nuove armi e specialmente nell’offensiva. Va senza
dubbio precisato che, dal punto di vista europeo, nessun teatro operativo avrebbe
potuto essere tanto lontano quanto quello della Manciuria e pochi altri così poco
adatti all’impiego di eserciti dotati dei più moderni mezzi. Infatti la Manciuria era
una zona della Cina assolutamente primitiva, pressoché priva di strade; una
cospicua parte occupata da alte catene montuose, con le valli riccamente coltivate a
kaoliang163, che raggiungeva altezze di 4/5 metri, e che le trasformava in fitte
giungle 164. L’errore fondamentale dell’epoca era stato di considerae il terreno solo
sotto l’aspetto passivo della copertura, senza valutarne il valore attivo, qualora sfruttato e
piegato alle esigenze dell’offensiva. La stessa guerra anglo-boera confermò tale tesi. Sir
Arthur Conan Doyle aveva criticato gli inglesi per non essersene serviti a sufficienza
contro i boeri, che invece erano maestri in tale arte. La guerra russo-giapponese dimostrò
largamente la validità del principio, dando alla misura delle distanze, allo sgombero del
campo del tiro, all’allestimento delle vie di comunicazione, un valore pari a quello della
trincea, unico impiego artificiale del terreno fino ad allora applicato. In questo ambito i
giapponesi riuscirono meglio dei russi; ad esempio, in Manciuria, le sopracitate
coltivazione del kaoliang con le loro altissime spighe servirono più volte per preparare al
161
«La razione fondamentale del russo era composta di 400 grammi di carne, generalmente fresca,
sostituita talvolta da carne congelata, oltre la carne si distribuiva 700 grammi di pane e pasta o riso.
Caffè, the, acquavite e tabacco; la pasta o il riso durante il combattimento erano sostituiti da 100
grammi di carne in più. » V. CARPI, op. cit., pag. 63.
162
«La razione del soldato giapponese era composta da 1 chilogrammo di riso, 100 grammi di carne, che
durante la campagna furono portati a 400, di legumi, zucchero, the e tabacco; la carne veniva
generalmente intercettata sul posto o nei territori chinesi viciniori; gli altri generi venivano dal
Giappone approdando dopo Liao-yang, nell’ampia base di Nen-chang » Ibidem e Cfr. E. CAVIGLIA, op.
cit. pag. 125.
163
Il kaoliang (grano alto), della famiglia dei sorghi, corrisponde alla penicillaria spicata, detta anche dai
francesi millet à chandelle, originaria delle Indie Orientali. Cfr. L. DAL VERME, op. cit., pag. 20.
164
Cfr. J. F. C. F ULLER , op. cit., pag. 141.
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Cap. I. Premesse storico politiche
coperto gli assalti, coprire l’avanzata, occultare la sorpresa. Durante la guerra, dunque,
le enormi piantagioni furono, di caso in caso, utilizzate come riparo o, viceversa,
abbattute, incendiate, distrutte per adattare la situazione del terreno agli scopi bellici.
I. 7 Disegni e piani
Lo Stato Maggiore giapponese, facendo affidamento sul dominio del Mar Giallo, si
propose di portare in Manciuria forze che per lungo tempo sarebbero state
numericamente superiori a quelle russe. Al contempo, ragioni politiche imponevano
l’occupazione della Corea, e ragioni strategiche consigliavano di occupare la piazza
marittima di Port Arthur; da ciò conseguiva una separazione iniziale delle forze. Queste
forze, con quelle di Port Arthur e della Corea, avrebbero poi marciato concentricamente
verso nord contro la massa principale russa. All’infuori del teatro primario delle
operazioni, si era stabilito di attaccare Vladivostok ed occupare l’isola di Sachalin. Si può
quindi riassumere l’intera strategia bellica nipponica ad alcuni fattori cardine: i
rifornimenti russi, finchè non fosse stato completato il tratto ferroviario sul Baikal,
sarebbero stati lentissimi, quindi era necessario per i giapponesi infliggere le maggiori
perdite nel minor tempo, al fine di mantenere una costante superiorità numerica sul
nemico; Vladivostok era inagibile per il ghiaccio durante i mesi invernali mentre Port
Arthur era accessibile tutto l’anno; quindi, era necessario occupare quest’ultimo
possibilmente prima dell’inverno, lasciando le navi russe senza basi d’appoggio,
soprattutto qualora fosse intervenuta immediatamente la squadra del Baltico (cosa che
avrebbe consentito alla marina russa, grazie ad una schiacciante superiorità numerica, di
capovolgere a proprio favore gli esiti degli scontri navali); i giapponesi dovevano ad ogni
costo impossessarsi di Port Arthur per poter poi concentrare tutte le forze terrestri in una
battaglia decisiva che avrebbe indotto l’avversario a ritirarsi dal conflitto; infine, il
Governo giapponese era conscio che una vittoria totale era quasi impossibile da ottenere. Il
suo scopo era quello di combattere vittoriosamente per raggiungere vantaggiosi
compromessi165.
Di contro lo Stato Maggiore russo, poco prima che iniziasse il conflitto, aveva concepito
due disegni strategici in piena antitesi: uno, sostenuto da Kuropaktin, che prevedeva la
soluzione del conflitto con un scontro terrestre, e l’altro, propugnato da Alekseev sul mare.
Preso il comando della armate di Manciuria, Kuropaktin adottò il suo piano, ma poiché fu
165
Cfr. Ivi, pag. 142.
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Cap. I. Premesse storico politiche
deciso dallo zar, consigliato dal principe Alekseev di tenere la flotta a Port Arthur, egli fu
costretto a sostanziali modifiche. Infatti, Kuropatkin, invece di concentrare le truppe presso
Harbin o nei dintorni come avrebbe voluto, fu costretto ad una dispersione sia su Liaoyang che su Port Arthur. I giapponesi adattarono i propri piani a questa situazione
strategica delle forze russe, prevedendo: di impegnare subito la flotta nemica,
possibilmente bloccandola dentro Port Arthur; sbarcare tre armate, che si sarebbero dovute
dirigire su Liao-yang ed agire in copertura di una quarta che doveva sbarcare nel Liao-tung
per conquistare l’importante base di Port Arthur166.
Sin dal principio ebbe importanza decisiva il fatto che l’esercito nipponico fosse
preparato nella migliore maniera possibile alla imminente guerra: l’Inghilterra aveva
messo a sua disposizioni crediti; la Germania armi moderne della Krupp, specialmente
artiglierie, e numerosi ufficiali istruttori. Anche psicologicamente le forze giapponesi
erano state preparate da lungo tempo, e con una chiara visione dello scopo della guerra
con la Russia; era cioè stata inculcata loro la convinzione che tale politica di conquista
fosse una vitale necessità per la patria
167
. Nell’esercito russo mancavano analoghe
condizioni materiali e psicologiche per una condotta vittoriosa delle operazioni.
L’opinione pubblica vedeva nel conflitto solo una guerra coloniale di poca
importanza, e non una risposta ad una concreta minaccia per l’Impero. Lo stesso
contadino russo, che obbediva all’ordine di mobilitazione per il fronte della
Manciuria, non sapeva nemmeno di cosa si trattasse, non riusciva a capire gli scopi della
guerra e non si sentiva quindi interessato ad essa168. Anche da considerazioni sommarie,
emerge dunque che, che pur essendo entrambi gli eserciti composti da coscritti, il cui
servizio durava in Giappone tre anni ed un periodo variabile fino ad un massimo di sei in
Russia169, tra di loro vi era un abisso incolmabile. Nel soldato giapponese la lealtà, il
166
Cfr. Ivi, pagg. 148-149.
Cfr. V. GITERMANN, op. cit., pag. 473.
168
«questa è stata una guerra popolare per i giapponesi. Per noi non lo è stata affatto. Gli scopi che noi
perseguivamo in Estremo Oriente non erano capiti dall’ufficiale e dal soldato russo. Il malcontento
generale che regnava in tutte le popolazioni della Russia prima della guerra servì soltanto a far
diventare la guerra odiosa. […] L’indifferenza della Russia per la lotta sanguinosa che i suoi figli
combattevano in territorio straniero e per interessi poco chiari, non poteva non far titubare l’animo
perfino dei forti soldati. Dato il contegno della loro patria verso di loro, essi non potevano né avere
alto il morale né sentirsi attratti all’eroismo» A. N. K UROPATKIN , op. cit., pagg. 410-411.
169
Antecedentemente alle riforme operate da Alessandro II, il soldato russo che aveva la sorte di essere
chiamato alle armi, rimaneva sotto le bandiere imperiali per ben 25 anni, ed era sottoposto ad un
trattamento durissimo con un sistema di punizioni feroce. Una prima riforma del ministro della guerra
D. A. Miljutin, dovuta alla politica riformatrice dello zar Alessandro II, in seguito anche
all’inadeguatezza degli eserciti imperiali manifestatasi già nella disastrosa guerra di Crimea, ammorbidì
i rigori della vita militare e ridusse la durata della leva a 16 anni. Miljuitin, impressionato dal successo
della guerra franco-prussiana, dette vita ad un’ulteriore riforma nel 1874, che di fatto introduceva la
coscrizione obbligatoria di massa, lasciando coloro che erano in soprannumero, comunque richiamabili
167
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Cap. I. Premesse storico politiche
patriottismo e la dedizione fino all’estremo sacrificio erano considerati dei valori fondanti,
vere e proprie virtù civili e militari; tali valori nell’esercito russo erano, specialmente per i
riservisti, pressoché sconosciuti, ed in generale scarsamente considerati. Da ciò conseguiva
che il soldato giapponese «obbediva agli imperativi dell’onore e del dovere»171. Sul campo
opposto, Kuropaktin, si lamentava dell’impossibilità del mantenimento della disciplina su
una massa di uomini avulsi dal rispetto per l’autorità, la quale temeva coloro che doveva
governare172; comandava un esercito inefficente ed afflitto da vuoti morali e spirituali.
Anche l’armamento dei russi era insufficiente per le esigenze di un moderno conflitto.
Sin dalle prime operazioni si patì la mancanza di cannoni, mitragliatrici, munizioni, e la
marcia dell’esercito di Kuropaktin si compì con grande lentezza. Tanto la ferrovia
cinese orientale che la siberiana erano ad un solo binario, quindi con scarsa
capacità. La stessa siberiana non era completata, quindi le truppe, nella zona del
lago Baikal, dovevano scendere e percorrere un tratto di circa 60 Km sul ghiaccio,
o farsi trasportare da navi rompighiaccio. Questo stato delle cose, cui si sommava
una serie continua di rovesci militari ingenerò nel soldato russo un stato d’animo di
depressione crescente. Il fatto che il generale Kuropatkin facesse distribuire tra le truppe
interi vagoni d’icone di santi, invece che di materiale bellico, ne acuì il malcontento. «Se
le preghiere fossero bastate a vincere le guerre, l’esito di quella russo-giapponese
sarebbe stato deciso sin dall’inizio; una ondata di misticismo ufficiale pervase il
Paese. La tradizionale religiosità delle masse contadine, che formavano il nerbo della
fanteria russa, fu sfruttata fino alle conseguenze più estreme»173. L’importanza decisiva
che il conflitto ebbe per l’evoluzione interna del Paese venne però ben compresa dalla
classe dirigente. Le dame della nobiltà furono patriotticamente mobilitate per cucire
indumenti ai soldati. Interi saloni del principeschi palazzi dell’aristocrazia russa, furono
trasformati in laboratori di cucito da parte di signore della buona società. La
per l’anno successivo. La stessa riforma del 1874 ridusse la durata della leva a sei anni (per coloro che
avevano frequentato una scuola di distretto, a tre anni; per i possessori di diploma di maturità a due; per
chi era in possesso di cultura universitaria, a sei mesi. Se costoro si presentavano volontariamente,
prima della chiamata, servivano solo per un periodo di tre o sei mesi); per altri nove anni i soldati dello
zar appartenevano alla milizia territoriale, da cui uscivano all’età di 40 anni. In virtù di questa riforma
la forza in piede di pace fu stabilita su 770.000 unità. Cfr. V. GITERMANN, op. cit. pagg. 250-252.
171
T. SAKURAI, a cura di B. Balbi, Proiettili umani, episodi dal vero dell’assedio di Port Arthur,
Tipografia italo-orientale, Grottaferrata (RM) 1913, cit. nella versione in lingua inglese in J. F. C.
F ULLER , op. cit., pag. 145.
172
Cfr. A. N. KUROPAKTIN, The Russian army and the Japanese War, Cit. in J. F. C. F ULLER , op. cit.,
pag. 145.
173
E. BIAGI, op. cit., pag. 48.
- 56 -
Cap. I. Premesse storico politiche
granduchessa Maria Pavlonvna Romanova (figlia maggiore del granduca Pavel
Aleksandrovič Romanov, fratello dello zar, e della sua prima moglie la granduchessa
Aleksandra Georgievna) affittò addirittura un treno della Transiberiana per inviare al
fronte le confezioni ai combattenti. Altrettanto poco giovarono le caricature ed i motti
beffardi della stampa patriottica, che assunsero un aspetto via via più grottesco,
considerate le continue sconfitte subite dai russe. E proprio in seguito alle sconfitte, fu
ritenuto necessario evocare un’atmosfera bellica in tutto il Paese. Anche il mite ma
decorativo zar fu costretto a presentarsi a cavallo, con posa marziale, in tutte le
cerimonie ufficiali174.
I. 8 La guerra delle immagini
Nell’esaminare tutti gli aspetti che riguardarono il conflitto russo-giapponese, non
poteva mancare una verifica di quella che si potrebbe definire la “guerra delle
immagini”, giacché le rappresentazioni di altre nazioni (siano esse visuali o testuali,
ma le prime particolarmente dotate di immediatezza comunicativa), prodotte da un
Paese sono largamente strumentali nella mobilitazione dell’opinione pubblica. Ne
deriva che questa attività di figurazione e definizione dell’identità dell’altro
nell’immaginario collettivo, assume un peso ed una forza che non possono essere
trascurati nel considerare il sistema di equilibri delle relazioni internazionali.
Prima del conflitto, in Giappone l’idea che si aveva della Russia comprendeva molte
nozioni, anche in contraddizione fra loro, e che dunque denotano una percezione
polivalente dell’identità dell’Impero zarista. Esso era di volta in volta indicato come
una minaccia, o un vasto Paese arretrato ma retto da un saggio sovrano, o popolato da
persone buone. Nella vignettistica ante guerra la Russia veniva comunque
generalmente rappresentata da un orso o da una tigre, dunque animali grandi e forti,
ma non particolarmente intelligenti.
In Russia l’immagine dominante del Giappone, come del resto anche in altri Stati
occidentali, era quella di un Paese grazioso, abitato da persone ben educate e gentili.
Solo dopo la guerra cino-giapponese e la repressione della rivolta dei Boxers, i russi, e
non solo, iniziarono a comprendere con un certo stupore gli straordinari progressi
realizzati dai nipponici nella modernizzazione industriale, e ad intuirne la potenziale
minaccia. Tuttavia, nonostante le visioni quasi profetiche di alcuni, il Giappone era
174
Cfr. Ivi, pag. 41
- 57 -
Cap. I. Premesse storico politiche
presentato all’opinione pubblica russa non come un possibile nemico, ma addirittura
come un eventuale alleato nell’Estremo Oriente. I discorsi sul “Pericolo Giallo” e
sulla superiorità della razza bianca, in quel periodo antecedente il conflitto già molto
popolari in Occidente, furono assunti nella propaganda russa solo durante la guerra
russo-giapponese; anzi per la verità, solo nell’ultima parte di essa175. Inizialmente, la
propaganda russa non adottò tali tematiche soprattutto in considerazione dell’identità
combinata (al contempo asiatica ed europea) delle popolazioni e della realtà
geopolitica di un impero che incorporava ben 95 distinti gruppi etnici. Inoltre, in quel
periodo in Russia aveva preso piede una scuola di pensiero cosiddetta “Orientalista”
che ammantava le brame imperialiste di misticismo e principi di armoniosa
integrazione panasiatica (all’interno della quale, ovviamente, l’identità russa aveva un
innato ruolo di leader). Pertanto, l’espansionismo russo verso Est era proposto non
come un’occupazione, bensì come una sorta di naturale assimilazione culturale e
spirituale. Si asseriva, inoltre, che la missione storica del Paese era quella di fondersi
con l’Oriente, categoria tanto vasta e generica, quanto comoda, appunto, per un uso di
giustificazione propagandistica. Dopo la rivolta dei Boxers, durante l’occupazione
russa della Manciuria, fu coniato dalla stampa più nazionalistica, l’espressione di
“Russia Gialla” 176. Durante la guerra russo-giapponese, la propaganda nipponica,
molto più abile di quella zarista nell’orientare l’opinione pubblica mondiale a proprio
favore, si mobilitò in tutti i campi, ed ogni sorta di media ed oggetti d’uso quotidiano
furono utilizzati come veicolo per la promozione delle vittorie giapponesi177. Ad
esempio, capi di vestiario ed accessori della più varia natura erano ornati con la
raffigurazione di scene di guerra navale e terrestre. Questa efficace strategia di
divulgazione si rivelò vincente nel mobilitare a proprio favore l’opinione pubblica
mondiale. In Occidente era molto diffusa la paura del “Pericolo Giallo”, e tutti gli
175
Cfr. Y. MIKHAILOVA, Japan and Russia: mutual images, 1904-39, The 8th Conference of the
European Association for Japanese Studies, Budapest 1997 in http://www.intl.hiroshimacu.ac.jp/~yulia/publications., pag. 1.
176
Cfr. Ivi, pag. 2.
177
«Lanterne di ogni forma rotonde, oblunghe, grosse e rigonfie […] tutta una agitazione multicolore di
gioia e di tanto in tanto, grandi trasparenti portati a spalla pieni di scritti, di disegni, di allegorie, di
caricature […]. Sopra uno di essi è dipinta un’aquila passata da una spada: la spada dritta nel mezzo,
rigida, implacabile, penetra nel petto dell’aquila rovesciata, che starmazza con le grandi ali distese, e
attanaglia gli artiglia alla lama, tentando di strapparsela dalla ferita. […] Una caricatura raffigura il
blocco di Porto Arturo: un marinaio che ridendo chiude un russo in una bottiglia. Un’altra pittura
rappresenta delle navi in fondo al mare, rovesciate e spezzate in mezzo ad un intreccio d’alghe ed ad
una folla di quei pesci che sono una specialità dell’arte giapponese; sul quadro alcuni caratterini
ideografici dicono questa cosa feroce: “Battelli sottomarini della Russia”. Fra le lanterne uno
sventolare di bandiere di ogni forma e di ogni colore, […] bandiere di guerra col sole raggiante». L.
BARZINI, Il Giappone in armi, Stabilimento tipografico “l’Arte Bodoniana”, Piacenza 1916, pagg. 108109.
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Cap. I. Premesse storico politiche
sforzi del Paese asiatico in lotta con il grande Impero russo, furono volti a presentare
sé stesso come una nazione moderna e civile, ponendo particolare cura nel mitigare il
senso di estraniamento accentuato dalla propria tradizione iconografica, tanto
riconoscibilmente diversa da quella occidentale. In questo senso era stato compiuto
qualche importante passo già con la diffusione delle immagini iniziata dieci anni
prima con la guerra cino-giapponese. Il Giappone aveva saputo essere lungimirante
anche sotto questo aspetto della comunicazione, avendo scelto già nel corso di questo
conflitto di abbracciare parte delle modalità illustrative e visuali occidentali, e
iniziando a diffondere una nuova iconografia sul modello di quella europea per le
proprie immagini militari di propaganda in Occidente. L’opinione pubblica europea,
maggiormente a proprio agio con questa modalità figurativa, accettava più facilmente
le illustrazioni ed il messaggio da esse veicolato178. Durante il conflitto con la Russia,
i soggetti che predominarono nelle vignette e nelle satire giapponesi furono
essenzialmente tre: nel primo gli autori mostrarono che il Giappone era coinvolto in
una guerra giusta contro una Russia aggreditrice, sebbene fosse stato il Giappone ad
attaccare per primo (costretto, però, da una Russia definita “diabolica mangia uomini”
e che non faceva altro che soffiare sui carboni della guerra); nel secondo denigrarono i
russi come sciocchi codardi che avevano sottovalutato i giapponesi; nel terzo
dipinsero la Russia come un paese lacerato da lotte intestine. Pertanto i russi furono
rappresentati nelle vignette e nelle satire sempre come aggressori, incapaci di
sconfiggere un nemico a loro superiore. Anche lo zar divenne bersaglio prediletto
della satira nemica; in una vignetta famosa egli era rappresentato con un piccolo corpo
dal volto spaventato in lotta con le acque del Mar del Giappone mentre supplicava
l’aiuto del presidente americano. Al contrario, i giapponesi si autorappresentavano
sempre in pose solenni, piene di dignità e di orgoglio nazionalistico179. La propaganda
russa ebbe, invero, vita dura. I vignettisti e giornalisti russi dovevano confrontarsi con
la difficile impresa di: tessere le lodi di un esercito e di una marina che non riuscivano
a vincere nemmeno una battaglia, e trovare argomenti persuasivi per tentare di
mobilitare a proprio favore l’opinione pubblica nazionale ed internazionale. In assenza
di risultati tangibili positivi cui appellarsi, la propaganda russa poteva affidarsi solo
alla denigrazione: il nemico era perciò apostrofato come ladro, saccheggiatore, che era
in grado di battere i russi, «semplici, ma onesti individui»180, solo ricorrendo
178
Cfr. F. A. S HARF -S. D OBSON -A. M ORSE N ISHIMURA , op. cit., pagg. 33-34.
Cfr. Y. MIKHAILOVA, op. cit., pagg. 2-3.
180
Ivi, pag. 4, trad. propria.
179
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Cap. I. Premesse storico politiche
all’inganno. Veniva ridicolizzato il coraggio dei giapponesi, la loro moderna
tecnologia presa a prestito dalla cultura occidentale. Nelle caricature sui giornali, il
Giappone era raffigurato come un geisha con fattezze maschili del volto che, con
inutili sforzi sovrumani, tentava di sollevare un enorme pietra sulla sommità di una
montagna. Nella metafora si vedeva l’impossibilità del Giappone nel sostenere il peso
del conflitto. I giornali russi, sapendo che le autorità giapponesi non permettevano
facilmente ai reporters di avvalersi di informazioni dirette dal fronte, affermavano che
le notizie delle vittorie giapponesi erano solo fandonie. Ma lo strumento più
ricorrentemente utilizzato dalla propaganda russa, durante il conflitto, fu quello del
razzismo. Visto l’esito sempre più infausto dell’andamento del conflitto per le proprie
armi, la tematica razzista era adottata, nel tentativo di strutturare le paure sul “Pericolo
Giallo”, peraltro già ampiamente diffuse in Occidente, accattivandosi l’opinione
pubblica internazionale. Pertanto, secondo questo nuovo filone, il conflitto non si
configurava più come un mero scontro tra due Nazioni per il dominio su alcuni
territori, ma come una «necessaria conseguenza al risveglio della razza gialla dal
lungo sonno»182; in questa minacciosa visione, il Giappone incarnava l’idea del Pan
Mongolismo, l’unificazione cioè di tutti i popoli di razza gialla contro quelli di razza
bianca. La Russia, pertanto, si contrapponeva automaticamente come il baluardo posto
a difesa dell’Europa dall’invasione gialla, il primo ostacolo a tale realizzazione. Nel
tentativo di influenzare le coscienze nazionali delle classi colte furono mobilitati, sulla
tematica razziale, anche intellettuali e autorevoli universitari. Emblematica in tal
senso fu la dichiarazione di un docente dell’Università S. Vladimiro di Kiev, che
arrivò a definire la guerra con il Giappone una missione di pulizia biologica del ceppo
mongolo 183. Se gli articoli di giornale, le conferenze, le dichiarazioni pseudo
scientifiche di docenti universitari, indirizzarono un pubblico colto, raffinato e ben
educato, il condizionamento mentale delle classi sociali più umili, che costituivano in
Russia la stragrande maggioranza della popolazione, avvenne attraverso tutte le forme
grafiche di rappresentazione. Così le stampe popolari, litografie realizzate con la
tradizionale arte lubki184, e vignette politiche che comparivano sulle più popolari
182
Ibidem.
Ibidem.
184
I lubki sono stampe popolari russe ad uso delle classi popolari, trattanti racconti e notizie sotto forma
di vignette provviste di didascalie. La loro origine è associata alla tradizionale raffigurazione della
storia biblica presente nell’iconostasi che si inquadra nel più ampio contesto figurativo russo
direttamente originatosi dalla tradizione iconodula bizantina. Si tratta di tavolette piane in legno sulle
quali viene impressa la stampa che vengono successivamente leggermente colorate. L’importanza dei
lubki come strumento secolare di comunicazione scritta presso le classi contadine trova la sua massima
183
- 60 -
Cap. I. Premesse storico politiche
riviste satiriche, che spuntarono come funghi contemporaneamente a S. Pietroburgo ed
a Mosca, divennero lo strumento più utilizzato. La copertina della Budilnik, una delle
riviste più note, diffuse una vignetta che ridicolizzava l’ammiraglio Togo,
rappresentato come una scimmia brutta e pelosa e dall’espressione sciocca, intenta a
scrivere telegrammi con “quattro mani”, il sottotitolo diceva che solo un cervello da
macaco avrebbe prodotto falsi rapporti per ottenere aiuti finanziari dall’Occidente.
Un’altra vignetta della stessa rivista, aveva disegnato una fantasiosa scala evolutiva
della razza umana, ponendo il “civilizzato pelle gialla” sotto “l’africano selvaggio”.
Fu sfruttato, per volere del ministro degli Interni Plevhe che istigò dei pogrom
antiebraici, anche l’antisemitismo in chiave anti nipponica. Nella vignetta, che in quel
periodo ebbe notevole diffusione, nota con il nome di Zhelthaya Opasnost (Pericolo
Giallo), il Giappone era rappresentato come una strega che spaventava la comunità
europea tenendo in mano una tazza di veleno. Elemento inquietante, ed assolutamente
nuovo, era che la strega non aveva sembianze asiatiche, bensì semitiche. Da quel
momento la Russia abbandonava le parte asiatica della propria identità nazionale,
disconoscendola per quella europea, enfatizzando il suo ruolo di potenza di primo piano
nel consesso europeo e occidentale185.
espressione con l’invasione napoleonica della Russia. Questo avvenimento segna un’evoluzione dei
lubki, che in precedenza non avevano mai raffigurato soggetti reali, ma solamente personaggi delle
Sacre Scritture o dei racconti. Si afferma nel periodo 1812-1814 l’impiego dei lubki come strumento
propagandistico, che descrive con tratti fortemente caricaturali Napoleone e il suo esercito, esaltando
dall’altro lato la figura del patriottico e fiero contadino russo, delineato come un vero e proprio esempio
di coraggio e rettitudine. Lubki. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 27 ottobre 2011,
http//it.wikipedia.org/w/index.php?title=Lubki&oldid=44046423.
185
Cfr. Ivi, pag. 5.
- 61 -
Cap. II. Le operazioni belliche
CAPITOLO II
LE OPERAZIONI BELLICHE
II. 1 Le prime operazioni
«In un certo senso la guerra scoppiò di sorpresa, mentre il comandante della base
russa di Port Arthur, generale Stoessel186, stava dando un ballo. Fu una specie di Pearl
Harbour ante litteram, perché, nonostante la scadenza dell’ultimatum e la rottura
delle relazioni diplomatiche, non vi fu una formale dichiarazione di guerra»187; del resto i
giapponesi avevano già dato prova, nella guerra con la Cina, di interpretare
“liberamente” le norme del diritto internazionale. «Il ballo del generale fu un po’ il
simbolo della allegra impreparazione con cui gli eserciti imperiali affrontarono la
guerra, forti quasi esclusivamente della convinzione che l’immenso Paese alle loro
spalle non poteva essere sconfitto»188. Inoltre non era mai accaduto che un esercito
“bianco” fosse sconfitto sul campo di battaglia da un esercito “non bianco”. La
piazza marittima di Port Arthur ebbe già una prima pagina di storia nel 1894 nella guerra
con la Cina; prese il nome da un luogotenente di vascello della marina britannica, Arthur,
che al comando dello sloop189 “Algerino”, nel giugno 1860, fu il primo che ancorasse,
con una nave europea, in quel luogo dove sorgeva la città di Li-sciun-koi. Port Arthur era
poi stata fortificata da ingegneri tedeschi per conto della Cina, ed era caduta in mano ai
giapponesi nel 1894. I soldati del Mikado tennero però la fortezza meno di un anno,
sino all’inizio del 1896, quando dovettero abbandonare la penisola che in base al trattato
di Scimoneseki sarebbe spettata al Giappone. I russi, che ne presero possesso prima in
maniera informale, poi con un contratto di locazione di 25 anni estorto alla Cina, avevano
trasformato ed aumentato le fortificazioni, e costruito magazzini e caserme190. La
186
Anatolij Stoessel. (1848-1915). Partecipò alla guerra contro la Turchia nel 1877/78: colonnello nel 1899 e
maggior generale nel 1899, prese parte, l’anno seguente, alla spedizione in Cina. Col grado di tenente generale
ebbe, durante il conflitto russo-giapponese, il comando di Port Arthur. Avendo negoziato la resa per risparmiare
un inutile spargimento di sangue, al suo ritorno in Patria fu accusato di essersi lasciato corrompere dal
nemico. Condannato a morte, gli fu poi commutata la pena in dieci anni di fortezza. Cfr. Stoessel in
Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit..
187
E. BIAGI, op. cit. pag. 35.
188
Ibidem.
189
Nella marina velica era detto anche “battello bermudiano”, in uso specialmente nelle marine inglesi e
statunitense. Era una piccola nave da commercio da 20 a 100 tonn.; ne furono costruiti anche di
dimensioni maggiori armati con cannoni (da 6 a 1) per uso militare. In epoca più moderna
l’Inghilterra ne costruì alcuni per il servizio coloniale, a 2 alberi, a vapore, di stazza da 700 a 1.300 tonn., 18 nodi
di velocità, armati con due cannoni da 100 mm. Questa nave è del tipo “dragamine”, ma con caratteristiche
di “avviso”; fu destinata al servizio di scorta dei mercantili. Cfr. Sloop in Enciclopedia Militare (ad
vocem) op. cit..
190
La difesa dal mare consisteva in 27 postazioni di batterie costiere in posizioni fortificate. Le batterie
montavano cannoni di calibro da 4,1 a 11 pollici. Inoltre, alcune postazioni non solo erano fortificate,
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Cap. II. Le operazioni belliche
piazza, che si prestava benissimo ad una difesa da terra191 in quanto contornata da
colline, presentava però gravi inconvenienti per la difesa dal mare: la ristrettezza dello
specchio d’acqua nel quale ancorare le grosse navi, il canale troppo angusto per cui il
naviglio doveva necessariamente transitare per entrare od uscire, ed ancora la scarsa
profondità delle acque che impediva, a bassa marea, alle navi da battaglia di manovrare
liberamente nel canale e nei bacini interni, (addirittura, quelle di la classe potevano uscire
una sola volta al giorno). I russi effettuarono, a dire il vero, ingenti lavori di dragaggio
del fondo, ma il passaggio del canale rimase comunque angusto. Tre giorni dopo la rottura
delle relazioni diplomatiche avvenuta con il richiamo da parte del Giappone del proprio
ambasciatore da Pietroburgo, l’8 febbraio 1904 una squadra giapponese, partita dalla
madre patria il 6 (lo stesso giorno della rottura delle relazioni diplomatiche) al comando
dell’ammiraglio Togo e forte di sei navi da battaglia, quattro incrociatori corazzati (o di la
classe), quattro di 2a classe, dodici cacciatorpediniere ed un numero elevato di
torpediniere, giungeva alle isole Elliot, da doveva muoveva immediatamente, a lumi
spenti, all’attacco delle navi avversarie. Quantunque l’ammiraglio Stark fosse ancora
ignaro della situazione politica192, accettò la lotta; l’azione durò circa un’ora e non ebbe
grandi effetti; furono danneggiate 4 navi russe e meno gravemente tre giapponesi. Nella
stessa notte la flotta russa riparò nella rada interna, e Togo fece rotta per il Giappone.
L’ammiraglio Togo, al pari degli altri ufficiali giapponesi della sua generazione, si era
formato presso le migliori scuole militari europee. Era infatti stato allievo del Thames
Nautical College ed aveva compiuto il tirocinio navale a bordo di una nave da guerra
della squadra della Manica. Egli apprese la sua tecnica di “attacco preventivo” dalle
massime della scuola inglese193. Paradossalamente il know how bellico della nascente
ma erano dotate di ascensori elettrici per portare il munizionamento ai cannoni dai depositi munizioni
protetti, posti sotto il livello del terreno. Cfr. Reports of Military Observer attached to the Armies in
Manchuria during the Russo-Japanese War, part. 3, Governement Printing Office, Washington 1906,
pagg. 171-176 cit. in J. D. SISEMORE, op. cit. pag. 29.
191
La progettata difesa terrestre di Port Arthur, consisteva di due linee difensive. La linea più esterna
aveva sei forti permanenti (ognuno protetto ed armato con cannoni da 150 mm), 9 piccole fortificazioni
(con fortini e posizioni coperte per la fanteria), e 6 posizioni fortificate per l’artiglieria. Le sei opere
permanenti e molti dei forti semi permanenti furono preparate con fossati o scarpate scavati sulla parte
frontale. Cfr. COMMITTEE OF IMPERIAL DEFENSE, op. cit., vol. 3 pag. 38 cit. in J. D. SISEMORE, op. cit.
pag. 30.
192
«Comandante della squadra di Port Arthur era allora il vice ammiraglio Starck, un vecchio signore
molto affabile, amato dagli ufficiali e dagli equipaggi. Era però in pessime condizioni col Luogotenente
[Alekesjev]. Non sapeva proprio nulla della rottura delle relazioni diplomatiche col Giappone» F.
THIESS, op. cit., pag. 47.
193
Basti citare quello che scrisse in merito all’apertura delle ostilità senza una formale dichiarazione di
guerra, cosa che comunque allora divise l’opinione pubblica e la stampa europea, l’autorevole rivista
militare inglese Proceedings of the R. United Service del 1893 in uno studio premiato
dall’Ammiragliato che si ritiene interessante riportare: «Allorché le potenze navali dei due belligeranti
presso a poco si equivalgono, prima di impegnare la battaglia che deve decidere della supremazia del
- 63 -
Cap. II. Le operazioni belliche
potenza orientale derivava direttamente dalla migliore tradizione occidentali per poi
ritorcersi contro di essa.
Sfruttando la particolarità del fondale marino, Togo contava di chiudere la quasi totalità
della flotta russa del Pacifico nella baia di Port Arthur, rendendola inoperante. A questo
scopo decise di ostruire alla navigazione il canale di accesso, che era largo non più di
300 metri, facendovi colare a picco delle navi cariche di pietre e materiale
incendiario. I tentativi iniziarono in marzo. I russi si difendevano disperatamente,
cercando di far affondare le navi giapponesi al largo, prima cioè che giungessero al
canale. Sparavano con i cannoni delle flotta e con quelli delle fortificazioni
terrestri, creavano ogni notte nuovi campi minati. Così trascorse tutto il mese di aprile.
Il 3 maggio Togo fece entrare nel canale ben otto navi, che continuarono ad attaccare
finché non furono colate a picco. Gli equipaggi perirono ed a questo prezzo il
passaggio fu quasi del tutto bloccato, almeno per le navi di maggior tonnellaggio.
In questa prima fase della battaglia per Port Arthur, il 14 aprile, i russi persero la loro
maggiore corazzata, la “Petropavlosk” che saltò su tre mine (o come si diceva allora
“torpedini da blocco”), la cui deflagrazione causò anche quella della “S. Barbara”
della nave. Nel disastro perì buona parte dell’equipaggio tra ufficiali e marinai, tra
cui lo stesso ammiraglio Makarov. A bordo si trovava anche il corrispondente di
guerra del “Novoe Vremja” che si salvò e descrisse così la scena:
“ La Petropavlosk aveva diminuito la velocità. Poi di colpo fu presa da un grande tremore. Si udì una esplosione formidabile.
Mi sembrò che venisse da sotto il ponte. La nave prese ad inclinarsi su un fianco. Uscii all'aperto attraverso
un oblò. Sul ponte di comando scorsi l'ammiraglio Makarov sdraiato sul ventre, immerso nel suo sangue. Corsi per
sollevarlo, ma la nave incominciò ad affondare negli abissi. Schegge e rottami piovevano in ogni direzione, fumo e
fiamme uscivano da ogni parte con getti spaventosi. Mi afferrai a qualcosa e fui proiettato in acqua. In quello
stesso momento degli alberi crollarono”194.
I tecnici dibatterono a lungo intorno alle cause che avevano condotto alla perdita della
corazzata ammiraglia di 11.354 tonnellate; i russi asserivano che la nave aveva urtato
una torpedine amica, mentre l’ammiraglio giapponese si attribuiva il merito
mare, bisogna sforzarsi di ottenere sin da principio la superiorità numerica sull’avversario, cercando di
piombare improvvisamente su di una parte delle sue forze e di distruggerli così una o due navi. Gli si
verrà per tal modo ad infliggere una perdita irreparabile per tutta la durata della guerra [...] Per
essere certi della riuscita in questo genere particolare di attacco, si potrebbe impiegarlo come
dichiarazione di apertura d’ostilità, non appena rotte le relazioni diplomatiche». Sembra che
Togo abbia seguito alla lettera tale insegnamento. Cfr. L. DAL VERME, op. cit., pag. 6, e cfr. L.
GIANNITRAPANI, La guerra russo-giapponese nell’anno 1904, Voghera, Roma 1905, pag. 56. Del resto
i giapponesi applicheranno contro gli Stati Uniti a Pearl Harbour la stessa tecnica di “attacco
preventivo”.
194
E. BIAGI, op. cit., pag. 36.
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Cap. II. Le operazioni belliche
dell’affondamento. La discussione finì col responso di una Commissione d’inchiesta
nominata dal Luogotenente dello zar, che confermava l’asserzione di Togo. Grave fu
la perdita della nave, ma gravissima quella delle vite umane: 25 uomini dello Stato
Maggiore, 575 dell’equipaggio. Solamente 7 ufficiali si salvarono, fra cui il comandante
ed il granduca Cirillo, cugino dello zar, e 73 marinai. Perì anche il celebre pittore di
battaglie Vassili Verestchagin195. La perdita più grave fu senza dubbio quella
dell’ammiraglio Makarov.
II. 2 Operazioni nel Mar Giallo ed in Corea
I giapponesi, mentre bloccavano Port Arthur e paralizzavano la flotta russa, procedevano
contemporaneamente ad operazioni di sbarco in vari punti della Corea. A Chemulpo
(Inchon) un loro corpo di sbarco, di ben 80 piroscafi, protetto da un distaccamento
navale al comando dell’ammiraglio Uriu, sorprendeva l’incrociatore “Variag”, la
cannoniera “Koreiez” ed il trasporto “Sungari” in rada (l’8 e 9 febbraio); le tre navi russe,
non avevano ricevuto la notizia della rottura delle relazioni diplomatiche col
Giappone. Uriu aveva imposto alle navi nemiche di uscire, in caso contrario le avrebbe
195
Vasily Vasielivich Vereschagin (Cherepovets, Governatorato di Novgorod, Russia, 26 ottobre 1842Port Arthur 13 aprile 1904). Fu uno dei più famosi pitturi russi di battaglie ed uno dei primi artisti ad
essere famosi all’estero. La rappresentazione così realistica dei suoi soggetti, impedì, per la crudezza
delle scene rappresentate, la diffusione dei suoi dipinti per lungo tempo. Figlio di un proprietario
terriero di nobili origini, e secondo di tre figli maschi, ad 11 anni entrò nel corpo dei cadetti della
Marina a S. Pietroburgo, compiendo il suo primo viaggio nel 1858. Prestò servizio sulla fregata
“Kamchatka”. Pur distinguendosi alla scuola navale, abbandonò il servizio per iniziare approfonditi
studi sul disegno. Ricevette un premio dopo solo 2 anni, nel 1863, dall’Accademia di S. Pietroburgo.
L’anno successivo si recò a Parigi, dove approfondì la sua preparazione artistica sotto la guida di Jean
Leon Gerone, sebbene fosse in disaccordo con i suoi metodi di insegnamento. Nel 1868 accompagnò il
generale Kaufman in Turkestan, dove fu perfino decorato con la Croce di S. Giorgio per l’eroismo
dimostrato durante l’assedio di Samarcanda. Fu un viaggiatore instancabile: ritornò a S. Pietroburgo nel
1868, a Parigi nel 1869, di nuovo a S. Pietroburgo l’anno successivo, e poi di nuovo nel Turkestan sul
finire dello stesso anno. Nel 1871 fondò un suo atelier a Monaco ed allestì una sua mostra personale a
Londra nel 1873. Ne allestì, nel 1874, una successiva a S. Pietroburgo, dove presentò uno dei suoi
capolavori, L’apoteosi della guerra. Nello stesso anno partì per un lungo viaggio, durato 2 anni,
attraverso l’Himalaya, l’India ed il Tibet, tornando a Parigi nel 1876. Con lo scoppio della guerra russoturca, lasciò Parigi e ritornò in servizio attivo nell’esercito imperiale. Partecipò ai fatti d’arme al passo
di Shipka ed all’assedio di Plevna, dove perse il fratello; fu gravemente ferito durante un azione di
guerra nell’attraversamento del Danubio vicino Rustchuk. Dopo il conflitto tornò a Monaco, dove
iniziò una rapida produzione. I sensazionali soggetti dei suoi quadri ed i chiari scopi propagandistici a
favore della pace, attraverso una cruda rappresentazione degli orrori della guerra, attrassero una larga
fetta di pubblico che usualmente non era interessata al suo genere pittorico, con una serie di mostre
internazionali svolte a Parigi, Londra, Berlino, Dresda, Vienna. Nel 1882-83 fu nuovamente in India.
Un soggiorno in Siria e Palestina, l’anno seguente, fornì nuovi spunti per soggetti ispirati a temi del
Nuovo Tesatamento. Fu in Estremo Oriente durante la guerra cino-giapponese, con le truppe americane
nelle Filippine durante il conflitto ispano-americano, e con le truppe russe in Manciuria. Durante la
guerra col Giappone, fu invitato dall’ammiraglio Makarov a bordo dell’ammiraglia Petropavlosk dove
trovò la morte il 13 aprile 1904. Il suo ultimo lavoro, una pittura raffigurante un consiglio di guerra
presieduto dall’ammiraglio Makarov, fu recuperato dal naufragio, pressoché intatto. Cfr. Vasily
Vereshchagin. In Wikipedia, The Free Encyclopedia. Retrieved 09:57, May 26, 2011, from
http://en.wikipedia.org/w/index.php?title=Vasily_Vereshchagin&oldid=423868162
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Cap. II. Le operazioni belliche
attaccate in porto, nonostante fossero all’ancora in mezzo a navi da guerra inglesi,
francesi, italiane, americane e coreane196. Alle 11 del 9 febbraio le due navi da
battaglia, guidate dal comandante Rudnòv, salparono verso il nemico incontro al loro
destino; intorno alle tre del pomeriggio rientrarono con i ponti ingombri di cadaveri
dilaniati, ripiegando sulla costa. In loro soccorso giunsero le imbarcazioni delle navi
estere per trarre in salvo l’equipaggio. Due ore dopo, quando a bordo non vi era
più nessuno la cannoniera “Koreiez” saltava in aria auto affondandosi insieme
all’incrociatore “Variag”. Dell’equipaggio del “Variag”, che era di 535 uomini, un
ufficiale e 40 marinai perirono, 4 ufficiali e 64 marinai riportarono ferite. Dei superstiti
vennero presi a bordo dalla nave italiana “Elba” (sei ufficiali e 172 marinai, di cui 14
feriti) e trasportati nel porto inglese di Hong Kong (oggi Xianggang).
Una volta sbarcati197, i giapponesi stabilirono la base di partenza per le
operazioni di terra, nella città di Sin-ui ju (attualmente Sinuiju in Corea del Nord),
situata alla foce dello Yalu.
Il loro obiettivo era di isolare Port Arthur anche da terra e di tagliare il Liao-tung (cioè
penisola del Liao, oggi Lyiaodong) alla base. A questo scopo la prima armata
giapponese, al comando del generale Kuroki, ultimate le operazioni di sbarco per la fine
di marzo, avanzò sulla strada di Feng-Wang-Cheng (Fengcheng), impegnando il grosso
delle truppe russe al comando del generale Kuropatkin, con l’intento di forzare il
passo del fiume Yalu e prendere posizioni sulle alture della riva destra del fiume,
rimanendovi fino a sbarco compiuto della II armata nella penisola del Kwang
(Guang).
I russi avevano però sullo Yalu un grosso distaccamento di copertura, composta da
due divisioni e due brigate di cavalleria cosacca. Si impegnò battaglia ed i russi dovettero
ripiegare (1° maggio).
II. 3 La battaglia dello Yalu (1.5.1904)
Fu la prima grande battaglia della guerra. Combattuta il 1° maggio 1904, vi furono
impegnate: da parte giapponese la I armata di Kuroki (9 divisioni di fanteria e la divisione
della Guardia, circa 40.000 uomini), da parte russa un distaccamento, comandato dal
196
«I comandanti delle cinque navi straniere (americana, inglese, francese, italiana e coreana) che si
trovavano a Chemulpo, fecero una nota di protesta a Uriu, qualificando il suo contegno come “grave
infrazione alla neutralità”» F. THIESS, op. cit., pag. 52.
197
«In cifra tonda, dall’8 febbraio al 1° marzo compreso, sbarcarono 22.500 uomini (17.000 combattenti
e 5.500 portatori) con 5.000 cavalli, 36 pezzi ed un’immensa quantità di viveri e munizioni». In
AUSSME Fondo L-3, b. 198, f. 1, del Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni, Ufficio
Coloniale, Bollettino n. 7, Annesso n. 2, pag. 1.
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Cap. II. Le operazioni belliche
generale Zasulic, composto, come già detto, da due divisioni di fanteria e due
brigate di cavalleria. (18.000 fanti e 7.000 cavalieri). L’armata di Kuroki, sbarcata nei
porti della Corea, aveva il compito di attaccare il distaccamento russo in posizione
sulla riva destra del basso Yalu, alla confluenza con l’Hai-ho, prima che
ricevesse rinforzi. Superate le difese russe al confine coreano-mancese, l’armata
giapponese doveva penetrare nella Manciuria meridionale ed attendere in buona
posizione sui monti che un’altra armata giapponese, in corso di trasporto, sbarcasse
sulla costa della Manciuria; tutte le forze dovevano poi procedere insieme verso
nord, obiettivo Liao-yang (Lyiaoyang).
Un tale piano d’invasione della Manciuria per via di terra, comportava perciò come
primo atto importante un combattimento sullo Yalu. Appena giunto a Wi-ju (Uiju in
Corea del Nord), Kuroki fece occupare le isole del fiume per agevolare la costruzione
dei ponti militari a monte della confluenza con l’Hai-ho, ed inviò una divisione a
nord per passare lo Yalu risalendone il corso per 15 Km. L’operazione fu compiuta
senza una seria resistenza dei russi e il distaccamento giapponese poté prendere
posizione sul gruppo montuoso del Kusan, da dove fu in grado di proteggere l’azione
frontale del grosso dell’armata. L’attacco iniziò il 30 aprile con un duello di
artiglierie in cui quella russa fu soccombente. Nella notte seguente fu preparato
l’attacco frontale delle fanterie, che iniziò all’alba del 1° maggio; così, dopo ben
due giorni di fuoco di preparazione d’artiglieria Kuroki poteva attaccare la sinistra russa
che si vide minacciata di aggiramento, perché anche il distaccamento giapponese inviato
a nord era sceso dal Kusan, aveva passato eroicamente l’Hai-ho allo scoperto ed a
guado, con l’acqua fino alla gola dei soldati, ed era giunto a Wi-ju, incombendo sul
fianco dello schieramento russo. Zasulic non credé opportuno impegnare le riserve ed
ordinò la ritirata che fu coperta da resistenze di retroguardie. Così brillantemente
l’armata di Kuroki iniziava la campagna198.
II. 4 Operazioni nel Liao-tung meridionale
Nel frattempo, la II armata giapponese del generale Oku il 5 maggio ultimò lo sbarco
attorno a Pu-lan-tien199 (Pulandian, provincia di Liaoning situata nella penisola del
Liadong nella R.P.C.), sorprendendo i russi che non si aspettavano tale mossa, e che non
198
Cfr. A. BALDINI, Yalu in Enciclopedia italiana (ad vocem). op. cit.
«Pu-lan-tien (Port Adam dei russi), consiste in una stazione ferroviaria con un contorno di tre o
quattro caserme russe. Sulla carta geografica Port Adam (Pu-lan-tien dei cinesi) ha l’onore di essere
rappresentata da un grosso circoletto - quello delle città importanti. E’ una semplice adulazione od un
augurio?» L. BARZINI, Dai campi di battaglia, Treves, Milano 1916, pag. 43.
199
- 67 -
Cap. II. Le operazioni belliche
la impedirono. Contro di essi i giapponesi inviarono un distaccamento di osservazione,
dirigendo invece il grosso delle forze contro Port Arthur, mentre, a difesa estrema della
piazza forte, i russi occuparono salde posizioni nell’istmo di Nan-shan. I giapponesi
attaccarono e fra il 25 ed il 28 maggio, ebbero ragione della difesa, così Port Arthur
rimase bloccata anche da terra. Alla fine di maggio, Stoessel si trovò con Oku che lo
attaccava alle spalle da terra e Togo, di fronte, dal mare.
II 5 La battaglia di Nan-shan (26.05.1904)
Nel 1900, durante la rivolta dei Boxers, la collina di Nan-shan200 era stata fortificata dai
russi per proteggere Port Arthur dai rivoluzionari cinesi. Dopo la ribellione, questi siti
vennero abbandonati. Quando li rioccuparono, nell’aprile del 1904, erano in completo
abbandono. Nei mesi seguenti la rioccupazione, la Russia assunse 5.000 lavoratori
cinesi per riparare ed approntare le difese201. Nella parte più stretta dell’istmo di Nanshan i russi avevano erette 10 opere e costruite profonde trincee; inoltre a destra delle
proprie posizioni, nella baia di Hand (oggi baia di Huang), avevano collocato una
cannoniera; mentre un fitto reticolato copriva una vasta zona di terreno davanti alle
opere.
Al momento della battaglia, queste posizioni incorporavano molte tecniche difensive
moderne, integrate con tre file di trincee, campi minati, oltre 5.000 metri di filo spinato,
e 2 riflettori per la sorveglianza notturna. Queste difese erano considerate ”pressoché
inespugnabili” 202.
La posizione, estremamente forte, era difesa, teoricamente, da circa 20.000 russi, al
comando del general Fock, con 68 cannoni di grosso calibro, 16 a tiro rapido e 10
mitragliatrici. La collina di Nan-shan (Nanshan 360 m.s.l.m.), a sud della città di
Kincow (anche Chinchow o Kinchou o Kinceu, oggi Jinzhou), e quella di Nau-kua-ling, a
sud ovest della precedente, erano i punti maggiormente fortificati. Fra le due colline, in un
avvallamento, correva la ferrovia che univa Talienvan, o come la chiamavano i russi,
Dalny (l’odierna Dalian) e Porth Arthur a Mukden. Il generale Oku, procedendo con
molta circospezione e dopo numerose ricognizioni (21 e 22 maggio), riuscì in tre giorni
di piccoli combattimenti ad occupare Kincow e le alture a nord est di questa
200
«Da scian o san «monte» e nan «sud»; quindi «monte al sud» forse riferibilmente alla città di Kinceu» L.
DAL VERME, op. cit., pag. 8.
201
Cfr. N. TRETYAKOV, My experiences
at Nan Shan and Port Arthur with the fift east Siberian rifles,
Hugh Rees Ltd., London 1911, pagg. 8-9, 18, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 22.
202
Cfr. C. ROSS, An Outline of the Russo-Japanese War 1904,1905. Vol. 1, Macmillan and Co., Ltd
London 1912, pagg. 158-159, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 22.
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Cap. II. Le operazioni belliche
(05.30 del mattino del 25 maggio). Padrone di queste posizioni e dopo una
ricognizione del fronte nemico, il mattino del 26 maggio avanzò con tre divisioni.
All’azione cooperò anche la marina con quattro cannoniere, che dalla baia di Kincow
batterono la sinistra della posizione russa; tuttavia gli sforzi energici e ripetuti della
fanteria giapponese riuscirono infruttuosi e l’avanzata fu sospesa. Nel pomeriggio dello
stesso giorno 26 il generale Oku, tentando uno sforzo supremo, fece riprendere il
bombardamento della posizione nemica e contemporaneamente ordinò l’avanzata
delle tre divisioni. La 4^ divisione giapponese del generale Osaka, passando per una
zona paludosa, poco battuta dalle opere russe, perché ritenuta impraticabile, poté forzare
la destra nemica. Le cause del successo dell’azione giapponese sono da ricercare
soprattutto nell’incompetenza del generale Fock, che decise di impiegare un solo un
reggimento, il 5° fanteria siberiano con 3.800 uomini, per difendere Nan-shan203. A quel
successo, la 1^ e la 3^ divisione si slanciarono all’assalto, obbligando i russi, già esausti
dal lungo combattimento, ad abbandonare le posizioni (ore 19.00 del 26 maggio).
Quest’ultimi persero circa 1.500 uomini (tra morti e feriti cioè il 40% della forza
schierata), tra cui 75 ufficiali, tutta la grossa artiglieria (68 cannoni) e le 10 mitragliatrici,
molti fucili ed una grande quantità di munizioni. I giapponesi persero 750 uomini ed
ebbero 3.650 feriti.
La vittoria dei giapponesi, per quanto pagata a caro prezzo, ebbe un grande risultato:
tagliare fuori Port Arthur con l’armata di Stoessel, impedendo così qualsiasi
combinazione di forze con gli assediati204.
La presa della collina di Nan-shan fu una chiara dimostrazione della letalità delle armi
moderne usate in una difesa accuratamente preparata. Durante questa battaglia, un solo
reggimento, ben trincerato in posizione difensiva, fu in grado di bloccare l’avanzata di
tre divisioni giapponesi per oltre 12 ore. Se il generale Fock avesse impiegato maggiori
forze ed altra artiglieria, questa battaglia, sin dal principio, avrebbe ritardato i piani
giapponesi per diverso tempo205 ed avrebbe potuto cambiare il corso dell’intera
campagna. In questo solo combattimento, i giapponesi consumarono più munizioni di
quelle che avevano utilizzato in tutto il conflitto cino-giapponese 10 anni prima206. La
maggior deficienza del piano difensivo russo, fu il piazzamento dell’artiglieria. In
questa fase del conflitto, la Russia ancora utilizzava la tattica del posizionamento delle
203
Cfr. N. TRETYAKOV, op. cit. pag. 49, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 21.
Cfr. F. SERRAO DE GREGORY, op. cit. pag. 35.
205
Cfr. N. TRETYAKOV, op. cit. pag. 39.
206
Cfr. M. HARRIES-S. HARRIES, Soldier of the Sun, the rise and fall of the imperial Japanese army,
Random House, New York 1991, pag. 85, cit. in. J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 20.
204
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Cap. II. Le operazioni belliche
artiglierie sul punto più alto per effettuare l’osservazione del tiro diretto in appoggio alle
proprie unità di manovra207. Questo errore strategico di piazzamento, costò alla Russia
la perdita delle proprie artiglierie, distrutte dal fuoco di controbatteria, sin dalle 9 del
mattino del primo giorno dell’attacco giapponese208.
Le forze della II armata nipponica furono ridistribuite, andando a costituire una III
armata (al comando del generale Nogi), incaricata di operare contro Port Arthur. Alla
II fu affidato, invece, il compito di accorrere in supporto delle operazioni verso nord.
Mentre il generale Kuroki giungeva a Feng-Kwang-Cheng, tra la fine di maggio e
l’inizio di giugno la IV armata del generale Kawamura209 iniziava lo sbarco a Ta-kushan (Gushan, penisola del Liaodong). Il 30 maggio venne occupata Talienvan;
quest’ultima, dopo la sconfitta di Nan-shan fu abbandonata dai russi che evacuarono
precipitosamente la città, abbandonandone i magazzini e le banchine, pressoché intatte.
Questo fu un grave errore; Dalny avrebbe dimostrato poi la sua importanza
fondamentale nel rifornire le truppe giapponesi210 durante l’assedio di Port Arthur ed
anche nel supportare le armate nipponiche che operavano a nord211.
II. 6 La battaglia di Telissù (Wa-Fang-Kou) (14.06.1904-15.06.1904)
Dopo la sconfitta a Nan-shan, il Viceré Alekseev incominciò a fare pesanti pressioni per
effettuare un’avanzata al fine di prevenire il completo accerchiamento di Port Arthur.
Kuropatkin, disapprovava questo piano, che riteneva temerario e pericoloso; avrebbe
preferito attendere a Mukden i rinforzi che riteneva necessari per la sua offensiva.
L’argomento venne affrontato il 27 maggio 1904, quando il Viceré Alekseev convocò
Kuropatkin a Mukden. I due discussero accanitamente offendendosi a vicenda e senza
concludere nulla, e la decisione fu demandata a S. Pietroburgo212. Lo zar decise in
favore del Viceré, e il generale Kuropatkin fu costretto, pur riluttante, a prepare
207
Cfr. E. POTTINGER, The Russo-Japanese war, in The Journal of the United Service Institution of India,
(January 1905), pag. 158, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 22.
208
Cfr. B. VINCENT, Artillery in the Manchurian Campaign, in The Journal of the Royal United Service
Institution (January 1905), pag. 359, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 22.
209
Visconte Kagheaki Kawamura. (1850-1926). Durante la guerra cino-giapponese tenne il comando di
una brigata; durante quella russo-giapponese dapprima comandò la 10^ divisione, poi il V corpo alla
destra dello schieramento dell’esercito giapponese in Manciuria per la battaglia di Mukden. Cfr.
Kawamura in Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit..
210
«Dalny è lo stomaco della guerra. Tutto quanto essa divora passa di qui». L. BARZINI, Dai campi di
battaglia, Treves, Milano 196, pag. 225.
211
Cfr. COMMITTEE OF IMPERIAL DEFENSE, op. cit., vol. 3, pag. 39, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag.
25.
212
«Questi due uomini non si erano mai amati. Quando Aleksejev spingeva ad agire, Kuropatkin
preferiva aspettare. Quando Aleksejev accennava alla necessità di prendere al più presto delle misure
di carattere militare, Kuropatkin diceva allo Zar che Aleksejev era un ammiraglio e non capiva nulla
di certe cose» F. THIESS, op. cit., pagg. 20-21.
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Cap. II. Le operazioni belliche
un’offensiva che da Liao-yang avrebbe mosso in direzione di Port Arthur. Il tenente
generale Stakelberg al comando del 1° Corpo Siberiano fu inviato verso sud per tentare
di riaprire l’istmo di Nan-shan al fine di rompere l’accerchiamento di Port Arthur. Oku,
avutone sentore, prese l’offensiva, ed a Wa-Fang-Kou (120 Km a N.O. di Port Arthur in
un borgo oggi noto come Delisizhen, situato a Nord di Wafangdian, nella provincia di
Lianoning in R.P.C.) fu combattuta una cruenta battaglia (14-15 giugno), nota anche
come battaglia di Telissù, che si concluse sfavorevolmente per i russi. La battaglia si
svolse fra truppe della II armata giapponese del generale Oku ed il Corpo russo del
generale Stackelberg, composto da due divisioni di Cacciatori, due brigate ed un
reggimento Siberiano, 4 batterie (in totale circa 30.000 uomini di fanteria e 98 cannoni213)
ed una brigata di cavalleria (circa 2.500 uomini al comando del generale Simonov). Il 14
giugno i russi erano schierati sopra una linea di alture presso il villaggio di Wa-FangKou, posto sulla linea ferroviaria Port Arthur - Mukden, dove avevano spiegato le
divisioni Cacciatori in 1° linea. Le divisioni giapponesi, spiegatesi verso le ore 12,
iniziarono il fuoco di artiglieria a due riprese, intensificandolo contro la sinistra russa,
senza risultati positivi. La notte interruppe l’azione. All’alba Oku decise di lanciare
l’attacco principale; ma il caso volle che anche Stakelberg avesse deciso che la mattina
del 15 giugno sarebbe stata la data decisiva del suo contrattacco. Incredibilmente, però,
Stakelberg aveva impartito solo verbalmente i suoi ordini ai comandanti delle divisioni
e lasciando sul vago l’ora dell’attacco. I singoli comandanti, non sapendo cosa fare, e
senza alcun ordine scritto, iniziarono l’attacco separatamente. Così solo un terzo della
1° divisione di fanteria Siberiana, al comando del generale Gerngross, si slanciò
all’attacco sorprendendo la 3° divisione giapponese, ma senza avere la meglio. Ma
Stakelberg, già prima dell’inizio del contrattacco, aveva ricevuto rapporti allarmati su
un forte attacco giapponese sul fianco destro del suo schieramente. I russi iniziarono ad
arretrare, abbandonando la loro preziosa artiglieria. Stakelberg diede l’ordine di ritirata
alle 11.30 ma duri combattimenti continuarono fino alle 14.00. Ironia della sorte volle
che i rinforzi russi arrivassero con il treno proprio nel momento che l’artiglieria
giapponese iniziava il bombardamento della stazione ferroviaria. Alle 15.00 Stakelberg
rischiò il totale annientamento; solo una pioggia torrenziale limitò gli effetti della
sconfitta evitando l’inseguimento delle truppe russe, ormai quasi circondate, in ritirata
verso Mukden. L’esercito zarista ebbe ingentissime perdite, circa 7.000 uomini tra morti,
213
Il nuovo cannone da campagna russo, il Putilov M-1903, ebbe il battesimo del fuoco in questa
battaglia, ma ebbe scarso successo, sia per la mancanza di addestramento dei cannonieri che per le
concezioni di impiego degli ufficiali d’artiglieria.
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Cap. II. Le operazioni belliche
feriti e prigionieri cioè il 20% degli effettivi; i giapponesi 7 ufficiali e 210 soldati
morti, e 43 ufficiali e 903 soldati feriti. Ingente fu il bottino dei giapponesi: i russi
lasciarono sul campo 16 cannoni, 46 carri, 958 fucili, munizioni e provviste. La battaglia
di Telissù non ebbe al momento risonanza come quella dello Yalu o di Nan-shan, eppure,
non solo per il numero delle truppe impiegate, ma soprattutto per l’importanza strategica
che rivestì, fu uno scontro cruciale. Se i giapponesi fossero stati sconfitti, le intere sorti
del conflitto avrebbero potuto mutare; i russi sarebbero potuti giungere in soccorso di Port
Arthur, rompendo così l’assedio e costringendo i giapponesi a rifugiarsi a Nan-shan, dove
avrebbero subito gli attacchi nemici su due fronti: davanti le truppe di Stackelberg, alle
spalle la guarnigione di Port Arthur.
II 7 L’avanzata concentrica dei giapponesi verso la penisola del Liao-tung: le battaglie
di Ta-Shih-Kiao (24-25 luglio 1904), Hsi-Mu-Ceng (30 luglio 1904), e Mo-tienling (26 giugno e 17 luglio 1904).
Dopo queste prime operazioni, la II armata giapponese a sinistra, la I a destra e la IV al
centro, iniziarono l’avanzata concentrica contro il grosso delle forze russe. Da
questo momento la strategia giapponese si sviluppò con ancora maggiore
complessità di mezzi e di manovre.
La II armata procedette lungo l’asse della ferrovia trans-mancese, segnando alcuni tempi
d’arresto, resi necessari dal coordinamento dell’avanzata di concerto con le altre armate
e per organizzare al meglio la logistica. Il 7 luglio il generale Oku aveva il grosso delle
truppe a sud di Kai-Chow (Puyang, provincia di Hanan, R.P.C.) a contatto tattico con la
difesa russa che attaccò e respinse due giorni dopo in condizioni simili a quelle di WaFang-Kou. Stakelberg prese una nuova posizione a Ta-Shih-Kiao214 (l’odierna
Dashiqiao, 25 Km a S.O. della città di Haicheng215, oggi è un quartiere della città di
Liaoning) il cui controllo era essenziale per limitare ulteriori progressi delle truppe
giapponesi verso Liao-yang e Mukden; anche qui fu attaccato da Oku, che si era
proposto di agevolare con questa azione lo sblocco dai monti della IV armata di Nozdu.
La forte pressione tattica di Oku, svoltasi il 24-25 luglio diede luogo alla battaglia di TaShih-Kiao; il giorno seguente, per ordine superiore i russi ripiegarono nella regione di
Hai-ceng (Haicheng). La battaglia, iniziata alle 05.30 del 24 con un lungo duello
214
«Ta-sci-ciao equivale a «gran ponte in pietra» L. DAL VERME, op. cit., pag. 19.
«Hai-ceng significa «città (o castello) al mare» quantunque oggi disti più di 45 chilometri dalla
spiaggia» Ibidem.
215
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Cap. II. Le operazioni belliche
d’artiglierie, proseguì con attacchi giapponesi a partire dalle 12.00; tuttavia alle 17.30
nonostante le ingenti perdite subite dall’artiglieria russa, i giapponesi non erano riusciti a
far recedere i difensori dalle loro posizioni; lo scontro fu determinato da un attacco
notturno, svoltosi alle ore 22.00 del 24 da parte della 5^ divisione nipponica; nel
pomeriggio del giorno seguente la città era in mano giapponese. Stakelberg ancora una
volta era riuscito a far ripiegare le proprie truppe sotto il fuoco nemico. Per quanto
riguarda le perdite, ci sono diversi conteggi, ma un consenso storico generale le indica
in circa un migliaio per parte. Con l’occupazione della città i giapponesi si
impadronirono di un eccellente porto di incalcolabile utilità come nuova base di
approvvigionamenti.
Intanto la IV armata (al centro del dispositivo della grande manovra giapponese),
ricevette, il 28 luglio, l’ordine del comandante in capo generale Oyama di attaccare le
posizioni russe a Hsi-Mu-Ceng (Ximuzhen, distretto di Haicheng, provincia del
Liaonin). L’attacco fu eseguito il 30 luglio dopo la riunificazione avvenuta con l’armata
del generale Oku. La battaglia durò due giorni. La sera del 31 luglio l’ala destra
russa soltanto aveva ripiegato, ma Kuropatkin ordinò, anche in questo caso, il
ripiegamento su Hai-cheng.
In queste stesse settimane sul fronte coreano si assistè all’avanzata delle truppe
giapponesi ed ad un arretramento della linea del fronte russo verso Liao-yang, ed alla
cruciale battaglia sul passo di Mo-tien-ling216 (Motianling, 2.220 mt. s.l.m.) sulle alpi
mancesi. La I armata, che dopo la vittoria allo Yalu si era raccolta nella conca di Fengkwang-cheng, dove aveva ricevuto i rinforzi ed organizzato al meglio i servizi, il 24
giugno aveva ripreso l’avanzata in direzione nord-ovest attraverso un aspra zona
montuosa che i russi difendevano con un forte distaccamento agli ordini del generale
Keller.
Nonostante ciò i giapponesi riuscirono ad occupare il passo di Mo-tien-ling (26 giugno),
chiave della difesa, situato sulla strada tra Feng-Kwang-Cheng e Liao-yang,
sostando per alcuni giorni a causa di piogge abbondanti, che, compromettendo i
rifornimenti, indussero Kuroki a disporre una drastica riduzione delle razioni viveri ed a
rinviare indietro una divisione.
In questa situazione i russi contrattaccarono riuscendo a rioccupare il passo per
breve tempo, perdendolo, però, subito dopo. Un secondo contrattacco russo con
forze molto superiori fu respinto (17 luglio). Da questo momento, in questo
216
«Ling, che si ritrova così sovente nei nomi propri della Manciuria, significa colle o passo, […];
Motien-ling «passo che tocca il cielo» Ivi, pag. 5.
- 73 -
Cap. II. Le operazioni belliche
settore del teatro delle operazioni di guerra dei giapponesi, vi fu una tregua, in
attesa dell’arrivo delle truppe del generale Oku e dei rinforzi. Da parte russa si
approfittò della pausa per rinforzare le truppe del fronte orientale. Kuroki, conscio
che i nemici, avendo ricevuti rinforzi, stavano per rinnovare con alte probabilità di
successo gli attacchi, decise di prevenirli, contrattaccando a sua volta ed attuando una
profonda offensiva (30 e 31 luglio). In successive battaglie, quindi, i russi furono battuti
ed al principio di agosto Kuroki si trovava in una situazione tale da poter muovere su
Liao-yang al primo cenno del comando supremo. Da parte giapponese dai primi di agosto,
vi fu un periodo di sosta nelle operazioni, dovuto alle pioggie ed alle difficoltà logistiche di
afflusso dei rifornimenti ai vari eserciti; anche da parte russa non vi furono movimenti
importanti, limitandosi al rafforzamento dell’ala sinistra dello schieramento russo, cioè del
fronte ad est di Liao-yang. Questo periodo durò dal 5 al 23 agosto, quando ricominciarono
azioni da ambo le parti; accaniti scontri si svolsero nelle giornate del 26 e del 28, ed i russi
furono costretti, tanto sul fronte est che su quello sud, a ripiegare su Liao-yang. La prima
fase della battaglia per Liao-yang era iniziata. La difesa della città, considerata la capitale
militare russa della Manciuria, era stata preparata con grande cura, con opere in terra di
grande consistenza. Attorno alla città erano dislocate sei corpi d’armata e due grossi
nuclei di cavalleria.
II. 8 La battaglia di Liao-yang. (24.8.1904-4.9.1904)
Fin dall’inizio delle ostilità, nel febbraio 1904, la città era stata fortificata dai russi, che
in ragione della sua importanza come centro commerciale e nodo stradale, ne avevano
fatto una zona di raccolta delle grandi unità operanti e l’avevano protetta con robusti
trinceramenti. Il disegno strategico giapponese del maresciallo Oyama era quello di
tagliare le comunicazioni russe tra Liao-yang e Mukden, il che si poteva ottenere più
facilmente aggirando con la destra giapponese (l’armata di Kuroki) dato che le strade
ordinaria e ferroviaria per Mukden avevano per un buon tratto orientamento verso nord
est217 . Da sud ad est di Liao-yang correva un anfiteatro collinoso. Il generale Kuropatkin
aveva organizzato la posizione su tre linee fortificate da una serie di posizioni
avanzate in collina, con occupazioni spinte sulla destra del fiume Tang. A meno di tre
chilometri dall’abitato, la città era cinta da undici forti sul tipo dei profili 218
217
Cfr. A. BALDINI, Liao-yang in Enciclopedia italiana (ad vocem) op. cit.
Nella fortificazione il “Profilo” è la rappresentazione della sezione fatta in un determinato fronte
con un piano verticale, normale alla linea di fuoco. Il profilo di un opera fortificata pone in
buone condizioni offensive o difensive ogni singola arma, considerata indipendentemente dalla
218
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Cap. II. Le operazioni belliche
campali dell’epoca. Lo schieramento delle forze era il seguente: i russi
disponevano di 120.000 uomini di fanteria, 13.000 di cavalleria, 480 cannoni; i
giapponesi di 120.000 uomini di fanteria, 4.550 di cavalleria, 550 cannoni. La battaglia
presenta un carattere strategico-tattico tale da poterla suddividere in tre fasi.
la fase (24-28 agosto 1904): sulla destra giapponese, la I armata avanzò il 24 su tre
colonne: a destra la 12^ divisione contro le posizioni russe, che attaccò il 25 e prese il
26, con grande sforzo. Il X Corpo d’armata russo, temendo aggiramenti, ripiegò
resistendo per tutto il 27, ma il 28 venne richiamato da Kuropatkin sulla linea retrostante,
dove la 12^ divisione giapponese varcò, quindi, il fiume Tang senza difficoltà. La 2^
divisione giapponese s’impadronì il 25, nel frattempo, delle posizioni avanzate russe del
III Corpo siberiano, mentre la Guardia scacciò i russi dalle loro posizioni. Gli
attacchi procederono per tutto il 26, ma ad onta di enorme spreco di munizioni, non
riuscirono, al punto che i russi contrattaccarono con successo il 27. Necessità di
coordinazione richiamarono nella notte anche il III siberiano su linee retrostanti.
Al centro, la IV armata giapponese con la sua destra (10^ divisione) aveva
cooperato all’azione della Guardia, cosicché la IV, ormai sicura sulla destra, poté
avanzare verso la posizione russa principale.
A sinistra la II armata procedé, il 24 agosto, su un fronte a cavallo della ferrovia e riuscì
a sloggiare i russi, dopo accaniti combattimenti, ricacciandoli indietro e stabilendosi
su di una linea più avanzata. Nel frattempo forti retroguardie russe, sostenute dalla
cavalleria, trattennero l’avversario dando modo al grosso delle forze di arretrare, in un
terreno reso assai difficile dalla piogge. In quattro giorni di combattimenti i russi
persero tutte le posizioni avanzate, che caddero in mano giapponese, i quali nel
frattempo continuarono a premere sulle retroguardie destinate a coprire il
concentramento sulla linea esterna della posizione principale di Liao-yang.
2a fase (29-31 agosto 1904): Un vivace duello di artigliere fece da preludio alla ripresa
delle azioni e si protrasse durante tutta la fase. Sulla sinistra giapponese, la sera del 30 la
II armata, coadiuvata dalla 6^ divisione della IV, attaccò ripetutamente il settore russo
occidentale e pur subendo gravi perdite a causa dell’artiglieria nemica, si impadronì di
importanti posizioni. Nella notte e nel giorno seguente l’offensiva riprese, sostenuta
dalle intere due armate (II e IV), con un fuoco violentissimo ed attacchi avvolgenti ma il
I Corpo siberiano fu incrollabile. A sera, con grande meraviglia dei giapponesi, i russi
altre; le sue parti caratteristiche sono: il fosso, la massa coprente o rialzo, il terrapieno interno.
Cfr. Profilo in Enciclopedia Militare (ad vocem) op. cit.
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Cap. II. Le operazioni belliche
sgomberarono le posizioni dietro ordine del Kuropatkin, che raccolse le forze per parare
la minaccia addensatasi alla sinistra in seguito all’azione della I armata giapponese.
Al centro, frattanto, il concorso alle azioni laterali aveva diminuito le forze
giapponesi, cosicché il 30 di fronte al settore centrale russo si trovò solo la Guardia,
una brigata della II armata e reparti della 10^ divisione, che svolsero azione a sé.
Conquistate il 30 le posizioni avanzate, il 31 a stento poterono sostenervisi di fronte a
fieri contrattacchi e violento cannoneggiamento dei russi, dei quali fu interrotto lo slancio
solo per l’ordine generale di ripiegamento, che li costrinse a sgombrare le posizioni. I
reparti della 2^ e 10^ divisione giapponese raggiunsero allora le unità rispettive e la
Guardia avanzò nel settore centrale. Sulla destra la I armata giapponese aveva
iniziato fin dal 29 il movimento di aggiramento dell’ala avversaria con la 12^ divisione.
Passato con difficoltà il fiume Taitzi (Taizi), nella notte tra il 30 ed il 31 agosto, la 12^ fu
raggiunta da distaccamenti della 2^ divisione, mentre un brigata di riserva si dirigeva
verso le miniere di Yentai (oggi la località è collocabile nei pressi della città di Dengta).
Fu appunto questa la minaccia che indusse il generale Kuropatkin a ritirare la destra ed il
centro per contrattaccare con la sinistra.
3a fase (1-4 settembre 1904): Nella notte tra il 1° ed il 2 settembre, ricevuti rinforzi,
Kuropatkin, sicuro della resistenza delle sue truppe sul fronte meridionale ed
occidentale, scatenò una vasta offensiva riconquistando, dopo una serie di
disperati combattimenti, le posizioni precedentemente perdute. Ma la notte
successiva, cioè dal 2 al 3 settembre, Kuroki, ricevuti a sua volta rinforzi, attaccò
di nuovo le posizioni nemiche con successo. I russi furono quindi costretti a
ritirarsi sulle posizioni tenute dalle loro retroguardie. Dalle posizioni sgombrate
dai nemici i giapponesi bombardarono la città, la stazione ferroviaria e la testa di
ponte. Solo la sera del 3 fu conquistata una delle opere esterne. Le retroguardie
sgomberarono solo nel pomeriggio del 4, dopo aver salvato tutti i materiali trasportabili,
facendo saltare i ponti. Le avanguardie giapponesi occuparono la città e la stazione
ferroviaria, sostandovi esauste e quasi prive di munizioni. A nord del Taitzi,
intanto, per parare alla minaccia sulla sinistra, Kuropatkin aveva riunito presso
Sa-hou-touen (oggi Shahuzhen) il XVII Corpo, in attesa dell’arrivo dei corpi I, II e
X siberiani, della brigata Orlow, della 55a divisione di riserva e del I europeo, arrivato
per ferrovia, coi quali contava di effettuare un movimento controffensivo, facendo perno
a Sa-hou-touen, per stringere la I armata giapponese contro il fiume. Il generale
Kuroki, che disponeva solo della 12^ divisione e di metà della 2^ la sera del 1°
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Cap. II. Le operazioni belliche
settembre si trovò in posizione critica. Informato dei successi giapponesi contro Liaoyang, Kuroki riuscì ad impadronirsi delle alture presso Sa-hou-touen. I russi, consci
dell’importanza strategica della posizione, dedicarono l’intera giornata del 2 settembre a
operarne la riconquista, avvenuta solo verso sera. La situazione era piuttosto
confusa: i russi avevano sofferto perdite non significative, i giapponesi esausti,
vettovagliati a fatica, non ancora sostenuti dalle riserve, si trovavano in gravi condizioni di
inferiorità numerica e tattica; l’occasione sarebbe stata propizia alla controffensiva russa.
Ma così non la pensò Kuropatkin, che decise la ritirata generale il 3 settembre, su
Mukden, gia in parte iniziata il giorno precedente. Il I Corpo europeo ed i Cosacchi del
Samsonow ebbero il compito di prendere posizione presso le miniere di Yentai per
proteggere lo sfilamento verso nord del I e III siberiano. Il XVII protesse il movimento
del X e gli si accodò, lasciando una retroguardia a Sa-hou-touen sino al pomeriggio del
giorno 4. Nella notte seguitò la ritirata russa sotto la protezione di retroguardie di
cavalleria; solo al mattino del 4 la retroguardia del I Corpo siberiano fu attaccata a nord
delle miniere di Yentai, che abbandonò al nemico dopo il mezzogiorno. I reparti
giapponesi spinti innanzi in quel pomeriggio procedettero con poco ordine e solo il
mattino del 5 si constatò la ritirata generale dell’avversario. Mancò ogni
inseguimento: sulla destra per esaurimento di forze e tardo orientamento sulla
situazione; sulla sinistra per mancanza di ponti sul Taitzi.
Le perdite ammontarono a 17.539 giapponesi ed a 15.000 russi (tra morti e feriti, tra cui
6 generali). I giapponesi si impadronirono a Liao-yang di ingenti armamenti ed
equipaggiamenti abbandonati dai russi (70 cavalli, 3.578 fucili, 200 carri da munizioni,
7.456 proiettili d’artiglieria, 750.000 cartucce) nonché rilevanti quantità di viveri,
combustibili e merci varie lasciate alla stazione ferroviaria219. A determinare la sconfitta
russa si sommarono molteplici cause: insufficiente addestramento delle unità inferiori,
scarsa iniziativa e limitato spirito offensivo dei comandanti, incompleta fiducia di
Kuropatkin nelle forze a disposizione. Difficilmente la superiorità numerica può
compensare difetti di tale natura220.
219
Dal rapporto del Maresciallo Oyama in AUSSME, Fondo L-3, b. 198, f. 1, del Comando Corpo di
Stato Maggiore, Riparto Operazioni, Ufficio Coloniale, Bollettino n 12, pag. 13.
220
Cfr. A. BALDINI, Liao-yang in Enciclopedia italiana (ad vocem) op. cit.
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Cap. II. Le operazioni belliche
II. 9 La controffensiva russa.
La situazione per le forze russe in Estremo oriente, dopo la sconfitta di Liao-yang,
divenne sempre più difficile; lo zar era determinato a salvare Port Arthur, e cosa molto
più importante, a salvare, ad ogni costo, l’onore delle armi russe; così ordino a
Kuropatkin di risollevare le sorti della guerra. Kuropatkin progettò, quindi, una
controffensiva con larghi mezzi, infatti dopo Liao-yang Nicola II aveva decretato la
costituzione di una II armata di Manciuria, ed a fine settembre era giunto nel teatro
d’operazioni un nuovo Corpo d’armata (75.000 uomini e 170 pezzi d’artiglieria). La
controffensiva si sarebbe realizzata con un’avanzata di due grossi gruppi, dell’est e
dell’ovest, con un terzo di riserva, oltre al distaccamento cosacco di Miscenko. Il
movimento iniziò il 4 ottobre, ma solo l’11 il gruppo est iniziò l’attacco. I giapponesi,
però, già erano stati allertati dalla imprudenza della stampa russa e non solo, che dava per
certa una manovra offensiva, infatti il proposito proclamato, nel famoso Pricas
(Ordine del giorno) n. 687 del (19 settembre) 22 ottobre, da Kuropatkin all’esercito
di Manciuria, fu reso di pubblico dominio, così che ne apparve il testo in tutte le lingue
su tutti i giornali del mondo221. L’insolito documento suscitò lo stupore nella stampa
mondiale. L’annunzio dato in modo così solenne al nemico della offensiva
imminente, non fu certamente uno splendido esempio di condotta di una guerra
moderna, sembrò quasi un ritorno ai costumi cavallereschi di un tempo. Da dove scaturì
l’iniziativa di pubblicare un simile proclama non si seppe mai; alcuni storici ritengono che
il fatto avvenne in seguito alle forti pressione fatte dallo zar per operare la pronta rottura
dell’assedio di Port Arthur e che tali pressioni costrinsero Kuropaktin alla pubblicazione
del documento. Avuto prontamente cognizione dell’Ordine del Giorno nemico e
delineatasi la ripartizione delle forze russe sul fronte d’attacco, Oyama stabilì che
Kuroki prevenisse l’attacco del gruppo russo dell’est, sui monti, e che le altre due
armate (Oku e Nozdu) operassero sul piano contro il gruppo ovest.
II. 10 La battaglia dello Sha-ho (15 - 18 ottobre 1904)
Il 5 ottobre l’esercito russo, per un totale di 210.000 uomini attaccò in un’offensiva
generale a nord di Liaoyang. Le forze giapponesi consistevano nella I armata comandata
dal generale Kuroki, la II armata comandata dal generale Oku e la IV comandata dal
generale Nozdu, per un totale di 170.000 uomini. La sera del 10 ottobre il generale
221
A riscontro del clamore suscitato dall’insolita pubblicazione del documento, Camperio, dopo averlo
tradotto, lo riporta integralmente. Cfr. F. CAMPERIO, op. cit., pagg. 253-255. Rinviamo all’Appendice
per l’estratto antologico del Proclama di Kuropaktin (pagg. 188-189).
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Cap. II. Le operazioni belliche
Oyama ordinò una controffensiva principale per colpire il fianco destro russo. Dal 13
ottobre i giapponesi riuscirono ad interrompere l’avanzata russa nelle montagne a nord
est di Liao-yang e minacciarono il centro russo a sud del fiume Sha222. La lotta si
protrasse ininterrottamente per quattro giorni (15-18 ottobre), con entrambe le parti che
erano determinate a non indietreggiare. Così dopo due settimane di combattimenti, lo
scontro si concluse in maniera, per così dire, “inconcludente”; nonostante le opportunità
create con l’apertura della ferrovia Transiberiana, Kuropatkin non era riuscito ad
avanzare, indipendentemente dal numero delle perdite, e si ritirò verso Mukden, ed
anche i giapponesi non erano stati capaci di sfruttare appieno le pause nell’azione; dal
punto di vista strategico, però, la battaglia del fiume Sha sancì il fallimento dell’offensiva
russa.
La battaglia dello Sha-ho fu combattuta su di un fronte di oltre 60 Km, e fu fino a quel
momento, la battaglia campale più vasta e sanguinosa del conflitto. Le perdite russe
ammontarono a 44.351 tra morti (circa 42.000), feriti e dispersi in azione. Le perdite
giapponesi furono di 20.345 tra morti (circa 16.000), feriti e dispersi; il fronte si
consolidò davanti alle difese di Mukden.
Dopo il 20 ottobre, lo Sha-ho segnò il limite fra i campi opposti, la massa russa gravitò
intorno a Mukden, quella giapponese intorno a Liao-yang.
II. 11 L'inverno 1904-1905.
Per le azioni risolutive, i giapponesi attendevano che Port Arthur, ancora assediata,
cadesse, in modo da poter disporre anche della III armata del generale Nogi. I russi a
loro volta, attendevano che il lento arrivo delle nuove grandi unità conferisse loro la
superiorità numerica ritenuta necessaria per una strategia audace. Nell’attesa, fu
progettata dai russi una grande scorreria, agli ordini del generale cosacco Miscenko a cui
fu data una forza corrispondente a circa tre brigate di cavalleria, due di cosacchi ed una di
dragoni, (60 squadroni, 22 cannoni e 4 mitragliatrici), per un totale di circa 6.000 uomini.
Partendo dai pressi di Mukden, la scorreria doveva passare al largo ad ovest di Liaoyang e raggiungere la base giapponese di Ying-tsou sul golfo del Liao-tung (oggi
Yingkou, provincia di Liaoning, città portuale sul mare di Bohai) per paralizzarne
l’attività; si diresse, quindi, verso sud su tre colonne comandate rispettivamente dai
generali: Samsonov, Abramov e Tyeleschov. Durante il percorso avrebbe dovuto
danneggiare e distruggere opere d’arte della ferrovia e della strada ordinaria,
222
«Scia-ho in cinese vuol significare un fiume che scorre nella sabbia, da ho fiume e scia sabbia» L.
op. cit., pag. 5.
DAL VERME,
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Cap. II. Le operazioni belliche
incendiare magazzini, attaccare i convogli di rifornimenti. Con un percorso
giornaliero di 40 Km, impresa notevole per una massa di oltre 7.000 cavalli su
strade gelate, la scorreria, partita il 9 gennaio 1905 giunse il 12 a Ying-tsou; il 16, a
seguito di una minaccia di aggiramento, ripassava il Liao-ho ad occidente di Mukden, ma
il successo strategico fu limitato, quello materiale fu, pressoché nullo; essa mancò sia di
sorpresa, sia di velocità, essendosi, Miscenko, lasciato attirare da piccole resistenze e dal
desiderio di distruggere piccoli approvvigionamenti, dando così il tempo ai giapponesi di
accorrere con la fanteria a difendere l’importante base di Ying-tsou, la cui distruzione
era il vero scopo dell’azione.
Pochi giorni dopo (24 gennaio) Kuropatkin tentava con la II armata (4 corpi d’armata)
di attaccare l’armata giapponese del generale Oku ed aggirarla. La prima linea
giapponese cedette, ma il grosso resistette per tre giorni, finché il 28 gennaio, avendo i
giapponesi ricevuto i rinforzi da Oyama, mossero al contrattacco, che i russi non attesero
perché ordini superiori prescrissero il ritiro.
II. 12 La caduta di Port Arthur (1.1.1905).
Sin dalla metà di settembre i giapponesi avevano messo in batteria i primi obici da
280 mm223, riuscendo così a bombardare la città e l’arsenale224. Furiosi attacchi
giapponesi furono compiuti il 17 e 18 settembre senza grandi risultati. I giapponesi,
dal 10 ottobre in poi, compirono nuovi violenti attacchi a cui rispondevano disperati
contrattacchi russi, con gravissime perdite da entrambe le parti. Sempre più numerosi
furono gli incendi nella città. Violente offensive furono portate durante tutto il mese
di novembre, dai giapponesi contro le opere difensive russe nei settori nord e nord
ovest. Dalla parte del mare, i marinai russi, dopo aver fatto saltare le ostruzioni
giapponesi, tentarono una sortita disperata. Togo reagì prontamente: l’ammiraglio
Vitheft cadde in combattimento, le navi “Zarevic”, “Novik” e “Diana” affondarono.
L’ammiraglio Uchtomski ricondusse in porto, molto danneggiate, le altre unità
superstiti. Intanto l’inverno non arrestò le operazioni. Il 30 novembre i giapponesi
223
Questi cannoni erano stati rimossi dai forti della difesa costiera in Giappone per supportare l’attacco di
Port Arthur. Un totale di 11 obici da 280 mm sarebbero stati usati nell’assalto. Dopo il loro arrivo a
Dalny, questi pezzi vennero trasportati per ferrovia al fronte e vennero letteralmente portati a mano
nello loro posizioni di tiro. Cfr. H. HAWTHORNE, Heavy Caliber Cannon in the Field. in Journal of the
United States Artillery 1 (March-April 1908), pagg. 137-151, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 39.
224
«Gli obici da 280 mm avevano una gittata di 9 km ed utilizzavano granate da 250 kg. Contro Port
Arthur furono sparati un milione e mezzo di colpi, di cui 36.000 da 280 mm., che furono
soprannominate “granate treno” per il rumore che producevano durante la traiettoria» J. F. C.
F ULLER , op. cit., pagg. 158-159.
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Cap. II. Le operazioni belliche
occuparono la “quota 203” o “Montagna alta”, che i russi chiamavano “Vysokaja”225,
una collina che domina il porto e vani furono i tentativi dei russi di riconquistarla
nelle giornate successive, ostacolati anche da violente bufere di neve; la presa
della “quota 203” costò a Nogi la vita di 11.000 soldati nipponici 226. Da qui, dal 6
dicembre, il bombardamento227 diventò continuo, diretto principalmente sulle navi russe
e sulle batterie di difesa costiera. Durante il mese di dicembre caddero, nonostante
l’eroica e disperata difesa dei russi, uno ad uno i forti posti a difesa della città. Il 15
dicembre morì, sotto i cannoneggiamenti giapponesi, l’animatore della difesa disperata,
il generale Kondratenko; Stoessel lo rimpiazzò con il generale Fock, il responsabile della
sconfitta di Nan-shan. Fu la fine. A Pietroburgo, se non un prolungamento della difesa, si
aspettavano un gesto eroico, un supremo sacrificio. Ve ne era bisogno per il morale
della gente, per acquietare il malcontento degli operai. Ma Stoessel deluse; non
ebbe la stoffa dell’eroe: il 1° gennaio alle ore 21.00 inviò una missiva al generale Nogi con
cui chiedeva la resa.
L’assediò durò 329 giorni. I giapponesi persero 91.000 uomini228, approssimativamente
il 10% degli effettivi in Manciuria. I russi ebbero 11.000 morti in combattimento, 8.000
per malattia, 16.000 feriti, 48.000 prigionieri, tra costoro circa un migliaio di ufficiali (tra
cui 8 generali e 4 ammiragli). Le cinque navi da guerra rimaste, vennero affondate dagli
equipaggi; la 1a squadra del Pacifico non esisteva più.
L’eco della caduta di Port Arthur fu enorme in tutto l’impero, anzi in tutto il mondo.
Mentre in Russia un periodo di scioperi, dimostrazioni e disordini si aprì con la
“Domenica di sangue” (9 gennaio 1905) 229, nelle cancellerie di tutto il mondo si
incominciò a pensare che in fondo la guerra i russi avrebbero potuto anche perderla.
225
Cfr. F. THIESS, op. cit., pag. 241.
Cfr. Ivi, pag. 249. Tra le perdite subite dai giapponesi nella presa della“collina 203”vi fu anche
uno dei due figli entrambi caduti in combattimento durante il conflitto.
227
Questi cannoni avrebbero significativamente ridotto le difese dei russi. I fortini, inizialmente costruiti
per resistere alle granate d’artiglieria da 150 mm, furono pesantemente danneggiati dagli obici da 280
mm. Cfr. K. RIGGS, Lectures: Russo-Japanese War, Seventh Lecture, 3, Professional notes, operations
of the artillery and engineers at the siege of Port Arthur, Special Collections, Combined Arms
Research Library, Fort Leavenworth, Kansas, pag. 208, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 39.
228
Questo numero comprende 57.780 caduti, feriti o dispersi, e 33.769 soldati colpiti da varie patologie.
Cfr. D. WARNER-P. WARNER, op. cit., pag. 479, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 45.
229
Il 22 gennaio (secondo il calendario giuliano, il 5 secondo quello gregoriano) 1905 l’ex prete Gapon
(agente segreto della polizia politica e rivoluzionario allo stesso tempo), si mise a capo di una
gigantesca deputazione di operai davanti al palazzo d’inverno per consegnare allo zar una memoria che
avrebbe dovuto illuminarlo sui bisogni del popolo e chiedergli aiuto. Il corteo era pacifico, senza armi e
portava immagini sacre. Lo zar nel frattempo si era recato a Tsakrkoje Selo presso la culla del piccolo
erede Alessio, nato da poco. Davanti al palazzo erano state schierate le truppe con l’ordine di agire
senza nessuna trattativa. Mentre la folla avanzava cantando inni sacri, portando immagini dello zar e
guardando speranzosa le finestre della residenza imperiale, fu dato l’ordine di far fuoco. Più di 1.000
persone, tra cui molte donne e bambini, persero la vita. Cfr. F. THIESS, op. cit., pagg., 342-343.
226
- 81 -
Cap. II. Le operazioni belliche
Particolarmente esplicativa per la situazione interna del Paese dopo la caduta di Port
Arthur è la relazione inviata, il 4 febbraio 1905 dall’ambasciatore a Pietroburgo
Melegari, al Ministro degli Esteri Tittoni230. Tra coloro che fecero di tutto per
convincere l’opinione pubblica che questo sarebbe stato l’inevitabile esito, vi era
Luigi Barzini, inviato del “Corriere della Sera” presso i giapponesi, che mandava in
quel periodo una serie di corrispondenze che erano una continua esaltazione delle virtù
militari degli eserciti del Sol Levante. Il blocco e la caduta di Port Arthur, dove era
concentrata la maggior parte della flotta del Pacifico, ad eccezione della squadra
ancorata a Vladivostok, diede ai nipponici il dominio incontrastato del mare. Per
porre rimedio a questa situazione, il comando russo avevo già preso nell’aprile del 1904,
una decisione, a dir poco, azzardata e comunque ormai tardiva: ordinò alla flotta russa
del Baltico di partire per l’Estremo Oriente231. Dato che era inverno, gli unici
percorsi disponibili erano il transito da Suez o la circumnavigazione dell’Africa.
230
«La caduta di Porto Arturo e le critiche condizioni interne della Russia non sembrano,
apparentemente almeno, aver sensibilmente modificato le disposizioni dell’imperatore e del suo
Governo riguardo alla continuazione della guerra, che ora come dianzi affettasi qui di ritenere
indispensabile per il prestigio delle armi russe.[…] Ammettonsi qui apertamente e senza reticenze i
continuati successi giapponesi tanto nelle operazioni di terra che di mare; riconosconsi le qualità
militari dei sudditi del mikado, pur affettando (più che altro allo scopo di continuare nell’usata
tattica di agitare dinanzi all’Europa lo spettro spaventoso di un pericolo giallo) di attribuire queste
qualità più che a vero coraggio ad un fanatismo semi-barbaro e ad un inveterato odio di razza;
ammettesi finalmente la difficoltà per le armi russe di uscire vittoriose dalla situazione attuale. [...] Di
fronte a questa attitudine della Russia ufficiale sta tutta la grande maggioranza della popolazione
dell’Impero che avversa apertamente la guerra, reclama altamente la sua cessazione e prorompe,
con una violenza veramente sorprendente per una Nazione abituata da secoli ad una passiva
rassegnazione, contro l’attuale regime in manifestazioni ed atti ostili, di cui i recenti moti di
Pietroburgo non saranno probabilmente fra gli ultimi né meno gravi fenomeni. Più ancora forse che
dal bisogno di proteggere dinnanzi al mondo il prestigio delle armi russe e del nome russo parmi
che la necessità di continuare la guerra venga imposta dalle condizioni dello spirito pubblico. […] Il
maggior pericolo della situazione parmi consistere appunto nel fatto che le condizioni politiche
interne vanno sempre esercitando sull’azione militare russa [sic]. Sotto l’impressione causata in lui
dall’effervescenza e dall’irritazione popolare, l’imperatore appare sempre disposto a subordinare
le operazioni delle sue truppe in Manciuria alle fluttuazioni dello spirito pubblico in Paese.
Vedemmo già nel corso della guerra attuale lo tsar a due riprese, allo scopo di dar soddisfazione
all’opinione pubblica che reclamava la liberazione di Porto Arturo, ordinare al generale
Kuropatkine inopportuni movimenti di offensiva che ogni volta finirono con una sconfitta. Ed oggi
ancora, a quanto mi fu assicurato da questo ambasciatore d’Inghilterra, sarebbe stato anzitutto allo
scopo di produrre un qualche diversivo inteso a calmare l’effervescenza e l’indignazione causate
dagli ultimi eccidii di Pietroburgo, che l’imperatore sarebbe stato spinto a reclamare al suo
generalissimo in Manciuria un movimento in avanti che condusse al recente insuccesso sul Hunho».
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI-COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI,
op. cit., Vol VIII, pagg. 748-749.
231
Dopo soli tre giorni dalla morte di Makarov, lo zar presiedette una riunione durante la quale fu presa la
fatale decisione, che fu comunicata a tutto il mondo il 30 aprile, per mezzo di un proclama
dell’ammiraglio Aleksej. Come nel già citato Pricas di Kuropatkin in merito all’imminente offensiva,
anche in questo caso sarebbe stato meglio tacere. Tale dichiarazione ufficiale ottenne solo di far
mutare proposito ai giapponesi in merito alle sorti di Port Arthur. Onde evitare il congiungimento
delle flotte russe che avrebbero così impedito il predominio marittimo giapponese, il Consiglio
Supremo di guerra nipponico decise che Port Arthur dovesse essere presa il prima possibile a
qualunque costo e che la sua flotta fosse distrutta. Cfr. F. T HIESS, op. cit., pagg. 85-87.
- 82 -
Cap. II. Le operazioni belliche
Parte delle navi seguirono la prima rotta, parte la seconda. La flotta del Baltico era
composta da: 8 corazzate, 4 incrociatori pesanti, 6 leggeri, 12 torpediniere, 3
cannoniere, più un certo numero di navi appoggio per il rifornimento di carbone. Gli
equipaggi assommavano a 14.000 uomini. Le unità iniziarono la drammatica
odissea il 13 ottobre 1904 al comando dell’ammiraglio Rojdestvenski232.
II. 13 La battaglia di Mukden e le ultime operazioni terrestri.
Dopo la conclusione dell’offensiva russa chiusasi con la battaglia sul fiume Sha, dal 3
febbraio ci fu una breve sosta nelle operazioni. Il generale Grippemberg venne destituito
dal comando della II armata e rimpatriato, ed al suo posto venne nominato il generale di
cavalleria Kaulbars; il generale Miscenko, ferito, fu sostituito dal generale Rennenkamp.
Sempre meditando azioni offensive, ma in realtà con scarsa decisione, Kuropatkin si
convinse, il 19 febbraio, a muovere l’intero esercito (tre armate in prima linea ed un
gruppo di riserva) da Mukden in direzione meridionale per respingere il nemico a sud
del Taitzi-ho. Il movimento doveva iniziarsi il 25 febbraio, ma Oyama anche questa volta
lo prevenne. Infatti Oyama, appena raggiunto dall’armata di Nogi reduce dall’assedio
di Port Arthur, che nel frattempo era caduta il 1° gennaio, aveva risoluto di
impegnare battaglia a fondo, con tutte le cinque armate (la V era stata costituita da
riserve giunte dal Giappone233). Il 19 febbraio si verificarono i primi scontri della battaglia
di Mukden, che durò fino al 12 marzo, concludendosi con la ritirata dell’intero esercito
232
A. Zinovij Petrovic Rojdestvenski. Nato 1’11 settembre 1848, morto a Pietroburgo il 14 gennaio
1909. Entrato nella scuola navale nel 1865, si specializzò negli studi sull’artiglieria di marina.
Nel 1877/78, col grado di capitano di corvetta, partecipò alla guerra russo-turca e si comportò
valorosamente ad Odessa e a Costantinopoli. Da capitano di fregata e da capitano di vascello
ebbe lunghi periodi di comandi navali. Con quest’ultimo grado fu addetto all’Ambasciata di Londra.
Nel 1898 fu promosso contrammiraglio e negli anni successivi fu nominato direttore generale
dell’artiglieria navale. Ebbe il comando di una divisione della squadra russa del Baltico, e ovunque diede prova
di ardimento e coraggio. Capo di Stato Maggiore della marina., nel 1904 fu promosso al grado di
viceammiraglio e nello stesso anno ottenne il comando della flotta russa del Baltico, destinata a
recarsi a Port Arthur per tentarne la liberazione. Durante la battaglia di Tsushima, in cui la flotta
russa venne annientata, numerosi episodi di grande valore si verificarono su molte unità russe e l’onore fu
salvo. Il viaggio dalla Russia al Giappone che, nonostante l’immensa distanza e le notevoli
difficoltà, fu superato, è certamente l’esempio più rischioso d’impresa logistica che sia mai
stato compiuto, per quei tempi, nel campo marittimo. Fu un notevole merito di Rojdestvenski
quello di tenere riunita un’accozzaglia di navi tanto disparate, equipaggiate con personale
raccogliticcio, poco addestrato e conscio della sconfitta inevitabile. Rojdestvenski fu ferito
gravemente sin dall’inizio della battaglia, fu poi fatto prigioniero dai giapponesi. Ritornato in Patria
dopo la pace, subì un processo, ma fu assolto. Cfr. G. ALMAGIÀ, Rojdestvenski, A. Zinovij Petrovic in
Enciclopedia Italiana (ad vocem). op. cit.
233
Insieme ai rinforzi della 3° armata, alcune brigate Kobi, giunsero in Manciuria per rinforzare le truppe
giapponesi. Con queste forze addizionali, il maresciallo Oyama costituì la V armata. Cfr. The Official
German Account of the Russo-Japanese War, Between San-de-pu and Mukden, trans. Karl Donat, Hugh
Rees, London 1908), pagg. 114-116, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 75.
- 83 -
Cap. II. Le operazioni belliche
russo verso Harbin. 234 I giapponesi, stanchissimi, inseguirono debolmente;
raggiunsero Tieh-ling (Tieling provincia di Liaonin) il 17 marzo235.
II. 14 La battaglia di Mukden (19 febbraio-12 marzo 1905).
Nel 1905, la città di Mukden era la più grande della Manciuria, con una popolazione di
200.000 abitanti. Dislocata lungo il fiume Hun a circa 260 miglia a nord est di Port
Arthur, era la tradizionale residenza della dinastia regnante della Cina236.
La battaglia di Mukden fu lo scontro più vasto combattuto durante la guerra e fu anche
la più grande battaglia combattuta nella storia fino a quel momento237; oltre 600.000
combattenti si affrontarono su un fronte superiore ai 100 Km. Per supportare questa
forza di almeno 325.000 soldati, i giapponesi impiegarono 900 pezzi d’artiglieria
campale e 170 pesante, inclusi alcuni degli 11 obici da 280 mm, che erano stati spostati
a nord da Port Arthur con la ferrovia. Le forze giapponesi includevano anche 200
mitragliatrici che usarono in attacco238. Le forze totali russe, relativamente uguali a
quelle del Giappone, si assommavano, approssimativamente oltre i 300.000 uomini.
Queste erano supportate da 1.200 pezzi d’artiglieria (inclusi 250 pezzi d’artiglieria
pesante) e 88 mitragliatrici239.
I russi, a difesa della città, disponevano di tre armate e di un gruppo di corpi d’armata di
riserva, oltre a reparti di protezione inviati da Kuropatkin lungo le linee di
comunicazione dell’esercito, che erano continuamente sotto la minaccia di
incursioni da parte della cavalleria giapponese.
Mentre Kuropatkin intendeva prevenire il nemico con un ripresa offensiva verso
sud, Oyama, rinforzato, come accennato, da una V armata e dall’armata di Nogi,
libera dall’assedio dopo la caduta di Port Arthur, si disponeva all’attacco. Ognuno
234
Ancora oggi il nome è rimasto immutato e sulla sua origine sussiste tuttora un dibattito. Sin dal 1897,
Harbin venne usata come centro per la costruzione della Ferrovia Centro-orientale da cui iniziarono i
lavori. Dopo la sconfitta russa nella guerra col Giappone, l’influenza russa si indebolì. Dopo il 1918,
divenne la città con più russi fuori dai propri confini, conosciuta anche con il nome di “Mosca
d’oriente”. Cfr. Harbin. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 7 dicembre 2010, 10:18 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Harbin&oldid=36716931.
235
Cfr. A. BALDINI, Mukden in Enciclopedia italiana (ad vocem) op. cit.
236
Cfr. WAR DEPARTMENT: Office of the Chief of Staff, Epitome of the Russo-Japanese War, Part 1,
Reports of Military Observers Attached to the Armies in Manchuria During the Russo-Japanese War,
Government Printing Office, Washington 1906, pagg. 229-230, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag.74.
237
Cfr. DE NÉGRIER, Lessons of the Russo-Japanese War, Hugh Rees Ltd., London 1906, pag. 7, cit. in J.
D. SISEMORE, op. cit., pag. 64.
238
Cfr. K. LANCERS, A Precis of a Study of the Russo-Japanese War by “Chasseur,” in The Journal of
the United Services Institution of India (April 1906), pag. 154, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 76.
239
Cfr. M. MACOMB, The Russian Infantry Soldier, in The Journal of the Royal United Service Institution
(August 1906), pagg. 101-102, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 78.
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Cap. II. Le operazioni belliche
degli avversari intendeva manovrare alla propria destra; la cosa portava i russi a
compiere lo sforzo principale nel settore ovest del campo di battaglia (Piana dell’Hun-ho
a valle di Mukden) ed i giapponesi a compierlo nel settore est (alture della riva sinistra
dell’Hun-ho, a monte di Mukden). Le armate del sol levante, essendo più leggere di
quelle russe (Oyama aveva forze nettamente inferiori; russi: 375 battaglioni, 140
squadroni, 1.400 bocche da fuoco; giapponesi: 265 battaglioni, 65 squadroni, 900
bocche da fuoco) furono pronte per prime ed iniziarono la battaglia il 20 febbraio nella
regione collinosa di Ta-ling, dove vi era un distaccamento russo (al comando del
generale Alekseev) non molto numeroso ma ben ancorato al suolo, ciò permise una
resistenza di tre giorni agli impetuosi attacchi dell’armata giapponese di destra,
comandata dal generale Kawamura. Kuropatkin, in luogo di alleggerire indirettamente
la pressione contro la propria sinistra per mezzo di un’accelerazione della progettata
azione all’ala destra (comandata dal generale Kaulbars), ordinò ad una parte di questa di
spostarsi con marce forzate ad est ed inviò un altro distaccamento, appositamente
costituito al comando del generale Rennenkampf, sulle colline di Ta-ling. Ciò non impedì
alle due armate giapponesi di destra, comandate dai generali Kuroki e Kawamura, di
progredire in quel settore, mentre Oyama ordinava all’armata proveniente da Port
Arthur, quella di Nogi, di operare un largo aggiramento della destra nemica a occidente
con l’intento di piombare alle spalle dei russi marciando celermente fra l’Hun ed il Liao.
Informato solo il 1° marzo dell’audace mossa del nemico, Kuropatkin fu costretto ad
ordinare un ripiegamento all’indietro, fronte ad ovest della II armata russa del generale
Kaulbars, che dovette compiere il movimento retrogrado in condizioni sfavorevoli,
perché gia era iniziat a la pressione nemica. Con parziali controffensive i russi
riuscirono a guadagnare tempo, ma nelle sue linee complessive la lotta si rivelò, già ai
primi di marzo, favorevole ai giapponesi. Il 4 marzo Kuropatkin ordinò una
controffensiva di ampio respiro con 120 battaglioni nel settore occidentale del campo di
battaglia, quando però ormai le truppe cominciavano a risentire degli effetti deprimenti
della lunga lotta sfortunata. Al 5 marzo l’esercito russo era ridotto in una situazione
difficile: tenuto fermo al centro, respinto sulla sinistra e completamente aggirato sulla
destra ed intanto la battaglia proseguiva senza interruzione; Kuropatkin intanto
cominciava a far ripiegare verso Mukden tutte le unità che poteva, decidendo, l’8 marzo,
di ritirare il suo centro e la sua sinistra dietro la linea difensiva dell’Hun e di attaccare le
armate di Nogi e di Oku con tutte le truppe disponibili. Nonostante la situazione
pressoché disperata del suo esercito, Kuropatkin operò un brillante tentativo per farsi
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Cap. II. Le operazioni belliche
largo nello schieramento nemico conducendo di persona un’attacco di 65 battaglioni,
preceduto da un’altro di 40. Questi sforzi arrestarono l’avanzata delle armate di Oku e
Nogi. Nonostante ciò i giapponesi riuscirono il 9 marzo, a forzare la linea difensiva russa
portando a nord del fiume Hun, un centinaio di battaglioni. Kuropatkin, resosi conto che il
minimo ritardo avrebbe causato l’intera distruzione o cattura della II e III armata per via
dell’accerchiamento che il nemico stave per completare, dovette abbandonare Mukden e
ripiegare a nord in direzione di Harbin.
Un numero considerevole di truppe russe, a causa della manovra avvolgente dei
giapponesi, era rimasta isolata all’interno della città, e nonostante che le truppe
nipponiche entrassero in Mukden la mattina del 10, reparti russi continuarono il
combattimento casa per casa. Soltanto l’armata del generale Linevic mantenne le sue
formazioni ripiegando con ordine riuscendo a proteggere la ritirata di ciò che rimaneva
delle altre armate. Il 12 marzo le truppe russe avevano sgomberato tutto il territorio nel
raggio di 26 miglia a nord della città; le armate di Manciuria, sbaragliate, erano in piena
ritirata.
La battaglia costò ai russi 96.500 uomini, approssimativamente un terzo delle forze
originali240. Inizialmente le perdite giapponesi furono riportate in 41.000 uomini, cioè
un ottavo delle forze che attaccarono Mukden241. Dopo la guerra, questo numero fu
incrementato a 71.000 quindi il 22% delle forze attaccanti. La seconda armata
giapponese ebbe il più alto numero di morti, perdendo 22.000 uomini nei suoi assalti
frontali contro l’ala destra dello schieramento russo. La terza armata ebbe il secondo
posto per numero di caduti, perdendone 18.000 in combattimento nei contrattacchi del 6
e 7 marzo242.
Kuropatkin fu esonerato dal comando supremo e sostituito dal generale Linevic. Le
operazioni in Manciuria sostarono ed i giapponesi diedero corso, dopo aver
costituito a tal scopo una VI armata, ad operazioni contro Vladivostok.243
I resoconti degli osservatori della battaglia di Mukden illustrarono chiaramente che la
letalità delle armi usate a Port Arthur non furono un anomalia. Le stesse armi vennero
usate ancora a Mukden per fornire la decisiva potenza di fuoco nei punti critici. Durante
lo scontro, entrambi, difensori ed attaccanti, usarono mitragliatrici, bombe a mano,
240
Tra cui vanno inclusi 2.457 ufficiali (10 dei quali erano generali). Cfr. M. KINAI, The Russo-Japanese
War (Official Reports), vol. 2, Kegan Paul, Trench, Taubner & Co., Ltd., London n.d., pag. 115, cit. in
J, D. SISEMORE, op. cit., pag. 89.
241
Cfr. Ivi, pag. 115.
242
Cfr. The Russo-Japanese war, Reports from British Officers Attached to the Japanese Forces in the
Field, vol 2, pag. 252, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 89.
243
Cfr. A. BALDINI, Mukden in Enciclopedia italiana (ad vocem) op. cit.
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Cap. II. Le operazioni belliche
mortai, ed artiglieria, per supportare la manovra. Fu dimostrato chiaramente l’efficacia
delle mitragliatrici anche nelle fasi offensive della battaglia. Per la fine della guerra,
ogni reggimento dell’esercito giapponese ebbe assegnate ben sei mitragliatrici244.
II. 15 Le operazioni navali.
Nell’esaminare le operazioni navali, dobbiamo fare un passo indietro; dopo le prime,
gia accennate azioni a Chemulpo ed a Port Arthur, l’ammiraglio Togo divise le forze:
distaccò l’ammiraglio Kanimura nel Mar del Giappone per sorvegliare gli incrociatori
nemici di Vladivostok e restò col grosso nel Mar Giallo per continuare i tentativi
di distruzione delle unità russe di Port Arthur. Una nuova operazione contro questo
porto venne tentata nella notte dal il 13 ed il 14 febbraio. Imperversava una bufera di
neve, il mare era agitato e la temperatura era di -10 gradi. In queste condizioni proibitive
una flottiglia di torpediniere giapponesi navigava verso Port Arthur con l’intento di
colpire la corazzata “Revitsan”, già arenata nella rada esterna. Ma in quelle condizioni di
tempo e di mare solo due navi giunsero all’imboccatura del porto la “Asaghi” alle tre e la
“Hayatori” alle cinque del mattino. Lanciarono i siluri senza però essere certi del
bersaglio. Fallito il tentativo di distruggere la “Revitsan” sempre incagliata dal primo
attacco dell’8, Togo ricorse ad un altro espediente di guerra e durante la notte tra il 24
ed il 25 febbraio mandò cinque vecchi piroscafi nel canale di accesso alla rada interna
destinati ad essere affondati per ostruirne il passaggio. Ma l’operazione,
fortemente contrastata dai russi, grazie anche alla posizione avanzata della
“Revitsan”, non riuscì. Il primo atto dell’ammiraglio Makarov, appena giunto a Port
Arthur, fu di mandare in ricognizione notturna un forte gruppo di cacciatorpediniere, i
quali incontrarono i cacciatorpedinieri nemici, facenti parte dell’avanguardia di
Togo, che si dirigeva a Port Arthur. Durante il violento combattimento
l’ammiraglio Makarov, uscito per dare soccorso con due incrociatori fu costretto, di
fronte alle preponderante forza nemica, a rientrare in porto. Era la prima volta che il
valente ammiraglio, destinato dalla fiducia pressoché incondizionata del Sovrano a
sostituire lo Stark, dopo solo trentasei ore dal suo arrivo entrava in azione. Il suo
intervento non riuscì a salvare la “Steregusctki” che affondava con quasi tutto
l’equipaggio. Nella notte del 22 marzo i giapponesi tentarono ancora di penetrare nella
rada interna, ma furono respinti dal fuoco delle batterie costiere. Di nuovo nella
244
Cfr. The Russo-Japanese war, Reports from British Officers Atttached to the Japanese Forces in the
Field, vol 2, pag. 273-274, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 89.
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Cap. II. Le operazioni belliche
notte del 27, dopo un’azione dimostrativa di cacciatorpediniere, tentarono ancora
l’imbottigliamento di Port Arthur con quattro vecchi piroscafi scortati da torpediniere,
ma le unità russe, appoggiate dalle batterie costiere li affondarono prima del tempo. Nei
giorni seguenti, moltiplicandosi le uscite delle unità russe, Togo richiamò l’ammiraglio
Kanimura dal Mar Giallo. Mentre l’ammiraglio giapponese replicava i suoi attacchi
contro Port Artur (dal 9 febbraio al 27 marzo ne effettuò ben otto), alternandoli con
tentativi di imbottigliamento, contemporaneamente le divisioni dell’esercito
giapponese sbarcavano in Corea. La notte del 13 aprile un posamine nipponico,
approfittando di una tempesta di neve, affondò, non visto, un banco di mine (torpedini da
blocco) nel canale di accesso; all’alba del 13 avvenne un primo scontro, la torpediniera
russa “Bezstraskni” venne affondata. Uscì l’incrociatore “Bayan” che però fu
costretto a rientrare in porto, inseguito dalla flotta giapponese dell’ammiraglio Dewa.
Uscirono allora altri incrociatori: il “Novik”, “Askold”, il “Diana” e le corazzate
“Pobieda”, “Poltava” e l’ammiraglia “Petropavlosk”; poco dopo sopraggiunsero la
“Peresviet” e la “Sebastopol” ed iniziò lo scontro finché apparve la squadra delle
corazzate giapponesi; fu questo il momento per la squadra russa, ormai in inferiorità, di
ritornare. Fu proprio in questa fase dello scontro che la “Petropavlosk” venne affondata.
Anche un’altra corazzata, la “Pobieda” fu seriamente danneggiata da una torpedine da
blocco, ma sebbene sbandata rientrò in porto. Il 3 maggio Togo effettuò un ulteriore
tentativo di imbottigliamento di Port Arthur con dodici piroscafi destinati ad
affondare, scortati dalle cannoniere “Akagi” e “Ciokai” e da due squadriglie di
torpediniere. C’era un forte vento ed il comandante Ayashi, capo della spedizione, aveva
rimandato l’attacco, ma i segnali non furono visti e le navi giunsero all’imboccatura del
porto alle due del mattino accolte dal fuoco delle batterie costiere, non appena scoperte
dai riflettori. Il colpo riuscì solo parzialmente: solo due dei quattro piroscafi persi, furono
affondati nei pressi dell’imboccatura esterna del porto, senza peraltro ostruirla del tutto.
I giapponesi comunque pagarono un duro prezzo: 22 ufficiali morti, sommersi con i
loro piroscafi, uno ucciso prima di affondare; di 125 marinai, se ne salvarono solo 36, di
cui 15 feriti. Tutti gli ufficiali vennero decorati. Finalmente l’ammiraglio Togo poté
allora iniziare le operazioni di sbarco delle truppe e cominciò l’agonia della flotta russa,
che fu costretta a sbarcare la maggior parte delle sue artiglierie per rafforzare la
difesa del fronte di terra. Né valse a ridestarne l’attività la perdita di una corazzata
nipponica, la “Hatsuse”, classe “Majestic” di fabbricazione britannica di 14.990 tonn. e
che era considerata una delle più potenti al mondo, e di un incrociatore lo “Yoscino”
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Cap. II. Le operazioni belliche
affondate entrambe il 15 maggio, l’una per scoppio di mine poste dal posamine russo
“Amur”, e l’altra per la collisione con il “Kasuga” a causa di una fitta nebbia. In
pochi minuti, in quell’occasione, i giapponesi persero, senza nemmeno combattere,
797 annegati di cui 50 ufficiali.
Nel frattempo le navi russe di stanza a Vladivostok, tre incrociatori il “Gromoboi” ed
il “Rossia” di 12.000 tonnellate ed il “Rurik” di 11.000, al comando del vice
ammiraglio Bezobrazov, partite il 12 giugno, piombarono dopo una corsa di 900 miglia
sulla rotta dei convogli giapponesi; il primo incontrato fu, il 15 giugno, “l’Izumi-maru”245
di 3.300 tonnellate che aveva a bordo solo pochi feriti e malati. All’ordine di fermarsi il
comandante del piroscafo obbedì ed equipaggio e passeggeri scesero nelle scialuppe ed
abbandonarono la nave; il “Gromoboi” però tirò sulle scialuppe uccidendo 8 uomini e
ferendone 35; “l’Izumi” venne poi affondato. La stessa squadra avvistò poco dopo
“l’Itasci-maru” e il “Sado-maru” di 6.000 tonnellate; inutile fu il tentativo dei giapponesi
di fuggire; in pochi minuti gli incrociatori russi iniziarono l’inseguimento. Cominciò il
fuoco che colpì “l’Hitasci” direttamente sulle macchine uccidendo e ferendo quasi
tutti e facendolo affondare di li a poco; aveva a bordo 600 riservisti destinati a colmare i
vuoti della 1^ divisione che aveva combattuto a Nan-scian. Il “Sado” allora decise di
arrendersi. Aveva a bordo 800 uomini, militari e civili, materiale ferroviario vario. La
nave ebbe 40 minuti di tempo per essere abbandonata, i civili scesero nelle scialuppe
mentre i militari decisero di rimanere a bordo. Fu lanciato un siluro e solo allora
parecchi dei rimasti a bordo si gettarono in acqua. Subito dopo le navi russe si rivolsero
all’”Hitasci” per finirlo; senza intimazioni ulteriori aprirono il fuoco con le
mitragliatrici sul cui ponte stavano ammassati i riservisti, compiendo una
carneficina. Il comandante della truppa si suicidò insieme a svariati ufficiali e
sottufficiali. Diversi soldati si gettarono in acqua. Dei 1.800 uomini complessivi dei due
trasporti, se ne salvarono solamente 480. La “Sado” riuscì poi ad incagliarsi su un isola.
Nello stesso giorno dell’attacco russo alla rotta dei convogli giapponesi, un piroscafo
giapponese il vecchio “Mandgjur” di 3.000 tonnellate, catturato dai giapponesi
all’inizio delle ostilità a Nagasaki e ribattezzato “Manciu-maru”, solcava le acque
conducendo uomini politici ed addetti militari, tra cui il nostro generale Caviglia, a
visitare la Corea ed il Liao-tung. Questa escursione sul teatro di guerra fu una
novità, introdotta per compensare coloro che, tra cui Caviglia, avevano atteso per
mesi l’autorizzazione a recarsi in zona d’operazioni. Fu solo un caso, grazie alla visita
245
«In Giappone, l’aggiunta del vocabolo maru al nome di un bastimento, indica che il medesimo non è
da guerra ma appartiene alla marina mercantile» L. DAL VERME, op. cit., pag. 12.
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Cap. II. Le operazioni belliche
non programmata all’arsenale di Kurè ed al luogo di internamento dei prigionieri a
Matsuyama, che il “Manciu-maru” ritardò l’uscita dallo stretto di Scimonoseki, evitando
così per poco la squadra russa di Bezobrazov ed il conseguente sicuro affondamento, e
riuscì così a raggiungere Chemulpo.
Intanto, il 27 giugno altri due piroscafi giapponesi furono affondati dalle stesse navi. Ed il
7 luglio, attraversato il Mar del Giappone per lo stretto di Tsugaru, la squadra russa uscì
nel Pacifico, navigando per cinque giorni, indisturbata, lungo le coste nemiche.
Nel frattempo la flotta volontaria russa iniziava la campagna contro il contrabbando di
guerra in Mar Rosso. Questa flotta era sorta, per effetto di sottoscrizioni volontarie, sul
finire della guerra russo-turca nel 1878 ed essendo adibita a tale servizio ausiliario della
marina russa, ovviamente le sue navi issavano la stessa bandiera di guerra; il 15
luglio lo “Smolemsk” arrestò il piroscafo tedesco “Prinz Eugen” del Lloyd tedesco e si
fece consegnare 65 sacchi della posta diretta in Giappone. Due giorni dopo un altro
incrociatore della flotta volontaria il “Peterburg” catturò il “Malacca” della
Peninsulare inglese e lo condusse a Suez. Il mondo commerciale marittimo fu scosso
ed iniziarono vivaci proteste dei giornali tedeschi; più alti clamori furono sollevati da
quelli inglesi capitanati dallo “Standard” e dal “Times”, che nei loro infuocati articoli
chiedevano che tali azioni commesse dalla flotta volontaria russa venissero considerate
atti di pirateria, in quanto lo “Smolemsk” ed il “Peterburg” provenivano dal porto di
Odessa, sede della flotta volontaria, e per recarsi nel Mar Rosso, passando per il
Bosforo e per i Dardanelli, dovettero issare la bandiera commerciale, perché in forza
dei trattati246 allora vigenti, non avrebbero potuto transitare per gli Stretti con
bandiera da guerra. Fu questo il punto in cui la stampa britannica insistè a
richiamare l’attenzione: se lo “Smolemsk” ed il “Peterburg” erano navi da guerra non
avrebbero potuto transitare per gli Stretti, se invece erano dei bastimenti
commerciali, non potevano commettere atti di guerra senza essere accusati, dal
diritto marittimo internazionale, di pirateria. Da parte russa la stampa si mobilitò per
difendere la posizione della flotta volontaria e nonostante le polemiche infuocassero
la stampa internazionale, le imprese della flotta volontaria continuarono: lo “Smolensk”
246
«Il passaggio delle navi da guerra attraverso il Bosforo e i Dardanelli, regolato dall’art. 1° della
Convenzione di Londra del 1841, fu oggetto, alla fine della guerra di Crimea, di una separata
convenzione, in aggiunta al Trattato di Parigi del 1859, fra Austria, Francia, Gran Bretagna, Prussia e
Sardegna da una parte, e il Sultano dall’altra, nella quale, rinnovati i patti del 1811, venne
riconosciuto al Sultano il diritto di accordare il passaggio a navi da guerra leggiere in servizio presso
le missioni estere. Infine, il Trattato di Londra del 1871 abrogò quanto si conteneva in quello di Parigi
in riferimento alla neutralizzazione del Mar Nero, mantenne all’art. 2° il principio della chiusura degli
Stretti, e mantenne pure il diritto al Sultano, il quale, ad evitare arbitri, aveva fissato come limiti
massimi delle “navi leggiere” 50 metri di lunghezza e 800 tonnellate di stazzamento». Ivi, pag. 24.
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Cap. II. Le operazioni belliche
intimò il fermo al piroscafo inglese “Ardova” diretto a Manila, “l’Ardova” fu
abbordato, ammainata la bandiera britannica, sostituita con quella russa ed inviato a
Suez; stessa cosa fu fatta dal “Peterburg” nei confronti dello “Scandia” di proprietà
della Hamburg-americana. Ripresero le proteste della stampa a Londra ed anche a
Berlino, a cui si aggiunsero quelle statunitensi che si sentivano minacciati nel traffico
sul Pacifico.
Quasi contemporaneamente la flotta di Vladivostok, a 100 miglia da Yokohama,
catturò il 22 luglio, “l’Arabia” sempre della Hamburg-americana, con carico di farine e
materiale ferroviario, che fu sequestrato e mandato a Vladivostok. Il giorno dopo, a 75
miglia a S. E. di Yokohama, fu avvistato un piroscafo, il “Knight Kommander”
proveniente da New York e diretto alla baia di Tokyo con carico di materiale ferroviario
e fu bloccato. Poiché non era possibile condurlo al più vicino porto russo, a causa
dell’insufficienza del combustibile, venne affondato, dopo aver trasbordato l’equipaggio
e le carte di bordo. Il 24 venne fermato il “Thea”, piroscafo tedesco carico di pesce ed
anche esso fu affondato ed ancora il 25 venne catturato e condotto a Vladivostok il
“Calchas” della Ocean Steam Ship Company che era diretto a Yokohama con carico
misto di materiale ferroviario macchine ed altre merci ritenute, dai russi, di
contrabbando di guerra. L’incursione del Pacifico della squadra russa di Vladivostok ,
che poté rientrare il 1° agosto alla propria base, ebbe un discreto successo. Furono
affondati in totale 7 piroscafi, con risultati disastrosi per i giapponesi: 200.000 tonn.
di merci trattenute, molti milioni di Yen i danni arrecati. Il mondo marittimo protestò
ancor più violentemente di quanto avesse fatto per le scorrerie della flotta
volontaria in Mar
Rosso.
L’affondamento del “Knight
Kommander” fu
stigmatizzato da quasi tutta la stampa delle potenze neutrali; dai giornali inglesi fu
considerato un atto di pirateria e nella Camera dei Lords, lord Landsnowe,
sottosegretario alla Guerra, si espresse considerando tali atti una violazione del diritto
internazionale, appartenendo il “Knight Kommander” ad una nazione neutrale.
Intanto a Port Arthur, l’ammiraglio V. K. Vitheft, nuovo comandante delle forze navali
russe, subentrato al caduto Makarov, ordinate le sue navi (6 corazzate, 5 incrociatori e
16 cacciatorpediniere), uscì a lento moto il 25 giugno per affrontare Togo. Ma, in vista
della notevole superiorità delle forze giapponesi, ripiegò rientrando in Port Arthurt,
contentandosi di impedire alle siluranti nemiche di colpire le unità in rada. I giapponesi
ripresero il blocco e i russi decisero allora di tentare di nuovo di uscire per unirsi con le
navi di Vladivostok. Il 10 agosto alle ore 9 la flotta russa, composta da 6 navi da
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Cap. II. Le operazioni belliche
battaglia, 4 incrociatori, ed otto cacciatorpedini ed ordinata su tre colonne, si mise in
rotta per Vladivostok. Lo “Zarevich”, nave ammiraglia, in testa di fila era seguita dalle
corazzate “Revitsan”, “Pobieda”, “Peresviet”, “Sebastopol”, “Poltava” e quindi dagli
incrociatori “Askold”, “Diana” e”Pallade”.
Sul fianco sinistro navigavano gli otto cacciatorpediniere, dietro cui seguiva il piccolo
incrociatore “Novik”; a distanza seguiva la nave ospedale “Mongolia” con bandiera
della Croce Rossa. Alle 12 furono avvistate dai giapponesi le navi russe. La squadra
russa tentò di defilarsi, ma invano; le prime salve furono sparate circa 30 minuti dopo.
L’inseguimento continuò ed alle 17.00 la distanza si ridusse a 7.000 metri, quando alla
corazzata russa “Peresviet” vennero portati via gli alberi e contemporaneamente un altro
colpo raggiungeva la nave ammiraglia “Mikasa” scoppiando sotto il ponte di
comando; l’ammiraglio Togo rimase miracolosamente illeso. La distanza fra le due
squadre diminuì ancora fino a 2.800 metri quando alle 17.37 un colpo da 280 mm («i
famigerati “bauli” giapponesi»247) colpì l’ammiraglia russa sulla torretta di comando
così da impedirle di governare. L’ammiraglio Vitheft fu colpito e ferito gravemente
(morirà poco dopo in seguito alle gravissime ferite riportate) e fu costretto a cedere il
comando al contrammiraglio principe Ucktomsky. L’ammiraglia uscì di fila dalla
parte opposta del nemico; le altre corazzate che seguivano la imitarono; la squadra
perse la formazione e si sbandò. Togo ne approfittò per concentrare il fuoco a 3.500
metri sulle navi russe che senza comandante in capo obbedivano ai comandanti in
sottordine che non sapevano cosa fare, ed intanto si erano raggruppate, presentando un
facile bersaglio al nemico.
Nel frattempo giungevano altri rinforzi giapponesi, una nave da battaglia di la
classe, una di 2a, preda bellica della guerra con la Cina, e due guardacoste. Tutte e dodici
le navi giapponesi mantennero un fuoco costante dalle 6.37 alle 8 contro le dieci navi
russe. Intanto il contrammiraglio Ucktomskij, sulla “Peresviet” disalberata, si dirigeva su
Port Arthur con altre 4 corazzate, 1 incrociatore e 3 caccia tutti danneggiati, mentre una
corazzata “l’Askold” raggiungeva Shanghai dove il contrammiraglio Reitzestein inviava
un primo rapporto allo zar; 3 caccia, e l’incrociatore “Novik” raggiunsero il porto
tedesco di Kiao-chow, un altro incrociatore, il “Diana” quello di Saigon. Tutte queste
unità furono internate e rimasero cancellate per l’intera durata della guerra, ad
eccezione del “Novik” che riprese il mare il giorno dopo essere approdato nel porto
neutrale di Tsing-tao (oggi Qingdao, provincia dello Sciangdong) per rifornirsi di
247
F. THIESS, op. cit., pag. 120.
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Cap. II. Le operazioni belliche
carbone allo scopo sia di sottrarsi all’obbligo del disarmo sia di tentare di ritornare a
Vladivostok; il 20 agosto riuscì a raggiungere il porto russo di Korsakov, a rifornirsi di
carbone ed a ripartire nel pomeriggio dello stesso giorno, per Vladivostok. Fu proprio
durante questa navigazione che, combattendo nel mare di Sachalin in un violento scontro
con lo “Tsushima”, (un incrociatore protetto di 2.700 tonn. e che fu costretto a
ritirarsi in seguito alle avarie subite dal “Novik”), riportò gravi danni che lo
costrinsero a tornare a Korsakov; sapendo di essere inseguito da presso, all’alba
del giorno successivo fu costretto ad incagliare e fu abbandonato dall’equipaggio; il
giorno dopo raggiunto, mentre era già arenato e semi affondato sulla spiaggia,
dall’altro incrociatore protetto giapponese (il “Cimose”) mandato all’inseguimento,
fu affondato248; così finiva la gloriosa storia del “Novik”249, la nave prediletta
dell’ammiraglio Makarov. Il “Pallade” ritornò a Port Arthur. La sorte del naviglio
torpediniero fu vario: degli 8 cacciatorpediniere che presero parte allo scontro, tre
seguirono il “Novik” a Tsing-tao, uno andò con “l’Askold” a Shanghai, altri 3
rientrarono a Port Arthur ed uno venne affondato dal proprio equipaggio sulla costa della
Cina, non lontano dal porto inglese di Wei-hai-wei; nessuna delle navi raggiunse mai
Vladivostok.
L’ammiraglio Iessen, comandante delle navi russe a Vladivostok, avvertito del tentativo
e non sapendo nulla dell’esito del combattimento del 10 agosto, uscì con le sue navi e
si diresse verso lo stretto della Corea. Il 14 agosto la divisione russa si incontrò con le
forze navali di Kamimura, comprendendo quindi che il tentativo di Vitheft era fallito e,
trovandosi il nemico in posizione tale da impedirgli il ripiegamento su Vladivostok,
decise di dare battaglia per aprirsi un varco. L’ammiraglio Kamimura disponeva di 4
potenti incrociatori corazzati: “l’Izumo” “l’Azuma”, il”Tokiva” “l’Ivate” tutti della
medesima classe, varati tra il 1898 ed il 1900 quindi molto recenti, di 9.500 tonn., con
velocità di 22 nodi. Iessen disponeva di incrociatori corazzati e veloci, ma erano solo 3:
il”Gromoboi” il “Rossia” di 12.000 tonn. ed il “Rurik” di 11.000, quest’ultimo però
meno recente e meno veloce, varato nel 1892 e capace di soli 18 nodi di velocità.
Quando la squadra fu avvistata dai giapponesi, essa era già troppo inoltrata nel canale
orientale, fra Tsushima e la costa coreana, per potere evitare il combattimento che iniziò
248
Il relitto semi affondato del “Novik” fu rimesso a galla e rimorchiato via dai giapponesi, convinti che
ne potessero ricavare ancora qualcosa di utile. Cfr. F. THIESS, op. cit., pag. 359.
249
Il “Novik” era un incrociatore di 2a classe di 3.000 tonn., varato in Germania nel 1900, che nelle prove
in mare aveva raggiunto l’incredibile, per quei tempi, velocità di 25,5 nodi (Cfr. L. DAL VERME, op. cit.,
pag. 17). Dall’epoca in cui aveva portato l’insegna di Makarov e dopo la sua morte, il “Novik” si era
fatto onore in una dozzina di scontri, tanto da meritare la fama di essere la nave più ardita e veloce della
flotta di Port Arthur. Cfr. F. THIESS, op. cit., pag. 111.
- 93 -
Cap. II. Le operazioni belliche
alle 5.25; si aprì il fuoco con un nutrito scambio di salve ad una distanza di 8.000 metri; la
distanza venne ridotta a meno di 5.000 metri ed il “Rurik” più lento rimase indietro. Fatto
facile bersaglio e colpito all’asse del timone, iniziò a girare su sé stesso senza poter più
avanzare, mentre su gli altri due incrociatori, colpiti, iniziarono gli incendi. I 2
incrociatori russi allora si avvicinarono al “Rurik” per difenderlo dal fuoco concentrato. Il
tutto si era sviluppato in meno di 4 ore. Alle 9 Iessen dovette cambiare unità ed
abbandonare il “Rurik” al suo destino, ed approfittò di un momento favorevole per
aprirsi un varco per Vladivostok. I giapponesi, che nel frattempo avevano ricevuto
rinforzi da parte di due incrociatori protetti di 3.700 tonn.: il”Naniva” ed il
“Takachiho” a cui Kamimura lasciò il compito di finire il “Rurik”, iniziarono
l'inseguimento, ma dovettero desistere, dopo aver percorso 20 miglia inutilmente, a
causa della stanchezza del personale, della scarsezza di munizioni e per le avarie riportate.
Così gli incrociatori russi riuscirono a raggiugere, gravemente danneggiati, la loro base.
Dell’equipaggio del “Rurik” si salvarono 613 uomini dei quali un terzo feriti; poco dopo
mezzogiorno il “Rurik” si inabissava tra le onde. Iessen rientrò a Vladivostok il 16
agosto con i due incrociatori, malandati e pesantemente danneggiati, con gli equipaggi
ridotti e con le infermerie di bordo stracolme; il “Gromoboi” aveva 6 falle, 3
fumaioli del “Rossia” erano crivellati. Degli equipaggi: 1 ufficiale morto e 6 feriti; 135
marinai morti e 307 feriti. Il ritorno di una squadra sconfitta.
Come la battaglia del 10 agosto nelle acque di Port Arthur, così nel combattimento del
14 nello Stretto di Corea e nel duello tra il “Novik” e lo “Tsushima” il 19 nel mare
di Sachalin, si fece palese la grande superiorità nel tiro dei cannonieri giapponesi in
confronto agli avversari. Nelle tre azioni navali occorse nel termine di 10 giorni,
l’unico elemento di lotta fu il cannone; questo dimostrò indubbiamente l’abilità nel
maneggio e nel tiro con le artiglierie da parte degli equipaggi giapponesi, di contro i
minor danni subiti dagli stessi dimostrarono l’insufficienza sia degli ufficiali che dei
marinai russi nell’impiego delle loro armi.
Nei mesi successivi i giapponesi intensificarono le operazioni attorno a Port Arthur.
Caduta il 1° gennaio, l’ammiraglio Togo, dopo essere riuscito a rendere dei rottami,
grazie alle artiglierie terrestri, tutte le navi russe rimaste in porto, che saranno poi
affondate dagli equipaggi, poté muovere il blocco e far dirigere le navi verso le sue basi
per rimettere la squadra in efficienza in attesa dello scontro con la flotta del Baltico.
Egli si recò in Patria, sbarcato a Sasebo insieme al contrammiraglio Kamimura giungeva a
Tokyo il 30 dicembre. Ricevuti coi massimi onori alla stazione ferroviaria, furono
- 94 -
Cap. II. Le operazioni belliche
accolti da un onda di popolo festante al grido di “banzai” e di fuochi d’artificio e
nuvoli di bandiere e così scortati giunsero al Palazzo Imperiale.
Intanto la squadra russa di soccorso, la flotta del Baltico o come fu poi chiamata la
2a squadra del Pacifico, comandata dall’ammiraglio Rojdestvenski250, aveva lasciato il
golfo di Finlandia dal porto di Libau il 15 ottobre. Parte di essa, come già accennato,
passò per la via del Capo di Buona Speranza al comando di Rojdestvenski con il
naviglio più pesante e parte per il Canale di Suez al comando del contrammiraglio
Botrovosky con il naviglio di minor pescaggio; erano 28 navi da guerra seguite da una
moltitudine di navi onerarie, che si accingevano ad un viaggio di poco meno di 20.000
miglia negli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico avendo come meta finale Port Arthur e
qualora fosse caduta prima, Vladivostok.
La squadra dell’ammiraglio Rojdestvenski era composta da: sette navi da battaglia o
corazzate, di cui quattro nuove, paragonabili alle corrispondente moderne delle altre
nazioni, o addirittura migliori delle inglesi classe “Canopus”. Queste erano: il
“Suvarov”, “l’Orel”, il “Borodino” e “l’Alessandro III”, tutte da 13.500 tonnellate,
con velocità tra 17 e 18 miglia ed armate di 4 cannoni da 300 mm, “l’Oslabia”
seguiva in ordine di stazza e di armamento, pur essendo una nave da battaglia per
quei tempi moderna. Erano invece antiquate e poco adatte alla navigazione
oceanica le corazzate “Sissoi” e “Navarino”, da 10.000 tonnellate che facevano 16
miglia, erano però armate potentemente come le precedenti quattro. I nove incrociatori
250
Già capo di Stato Maggiore della Marina dal 1903, il contrammiraglio Rojdestvenski (promosso vice
ammiraglio solo dopo la partenza della squadra) si era guadagnato un timoroso rispetto non privo di
antipatia che sempre ispirano i lavoratori intelligenti, integri e dotati di spirito critico; il 5 maggio 1904
lo zar lo nominò comandante della squadra di soccorso. Ivi, pag. 130.
252
Nei riguardi dell’incidente di Hull, mancano elementi sicuri che permettano di stabilire con chiarezza i
fatti, ma molti indizi mostrano che i giapponesi vi ebbero parte. La relazione ufficiale compilata
dall’Ammiragliato giapponese riferisce su questo episodio in forma molto breve e sobria, ma ciò non
esclude una eventuale segreta estraneità. Rimane il fatto che la nave officina “Kamchatka”, rimasta in
coda per avarie alle macchine, la sera tra il 20 ed il 21 ottobre, intorno alle 22.00 comunicò
all’ammiraglia “Suvorov” di essere seguita da diverse torpediniere di nazionalità sconosciuta. Inoltre
tutti i rapporti redatti, dopo l’incidente, dai vari comandanti delle unità russe, dicevano,
indipendentemente l’uno dall’altro, che dietro ai pescherecci avvistati, avevano scorto le sagome delle
torpediniere. Ulteriori conferme della presenza di almeno un’unità giapponese verrebbero dal fatto che
i pescatori inglesi dichiararono che una torpediniera non identificata era rimasta sino all’alba sul luogo
dell’incidente senza prestare soccorso. Rojdestvenski, venuto a conoscenza delle conseguenze
internazionali dell’incidente solo alcuni giorni più tardi, durante lo scalo nel porto di Vigo, dal console
russo, negò recisamente che la nave in questione appartenesse alla sua squadra facendo ricadere tutta
la responsabilità del mancato soccorso alla nave non identificata. E’ evidente che solo se si fosse
trattato di una o più unità giapponesi, il mancato soccorso dei naufraghi avrebbe avuto piena
spiegazione: se la torpediniera avesse rivelato la sua vera identità avrebbe suscitato un conflitto
internazionale nei confronti del proprio paese. La stessa relazione del capitano di fregata Vladimir
Semionov, conferma questa ipotesi: egli dichiara che durante la sua prigionia a Sasebo, in Giappone,
mentre erano già in corso le trattative per la pace a Portsmouth, un ufficiale della marina nipponica
avrebbe indirettamente ammesso la sua presenza a bordo di unità navali giapponesi nella zona
dell’incidente di Hull. Cfr. Ivi, pagg. 191-192, 197-202 e 207-208.
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Cap. II. Le operazioni belliche
di vari tipi, di cui tre soli corazzati, il “Dimitri Donskoi” ed il “Kornilov” di 5.800
tonnellate ed il “Nakhimov” di 8.500, tutti con velocità di 16 nodi. I rimanenti erano
solo protetti e cioè: “l’Aurora” e “l’Oleg” di 6.600 tonnellate, il “Gemciug” e
“l’Izrund” di 3.000, questi ultimi due molto veloci, ma poco difesi; “l’Almaz” di 3.000,
meno veloce e la “Svietlana” di 3.800 che era una vecchia nave di mediocre valore. Vi
erano poi dodici cacciatorpediniere nuovi, che alle prove in mare raggiunsero la velocità
di ben 27 nodi. Mentre tutto il mondo seguiva con interesse l’incredibile viaggio di una
così imponente forza navale, giunse la notizia di un grave incidente internazionale. Il 20
ottobre le navi russe avevano fatto fuoco per errore nel Mare del Nord contro
pescherecci inglesi; uno di essi, il “Grane”, era colato a picco; altri due il “Moulmein”
ed il “Mino”, avevano riportato gravi danni ed il comandante del “Craine” ed il
secondo erano morti e molti pescatori erano rimasti feriti. La flotta russa252, secondo la
versione ufficiale, durante la notte, navigando almeno 30 miglia più a ponente della rotta
ordinaria seguita dalle navi, era entrata nelle acque del Dogger Bank (zona di mare
pescosa situata sul 55° parallelo, fra la costa orientale dell’Inghilterra e quella
occidentale della Danimarca), nelle quali stava pescando la flottiglia di Hull, costituita da
60 pescherecci nel raggio di 10 miglia, che fu scambiata per la flotta giapponese,
nonostante i battelli da pesca inglesi, i trawlers, avessero i segnali luminosi previsti per
quel tipo di imbarcazione; pur tuttavia il fuoco russo durò circa dieci minuti. La notizia
eccitò la stampa di tutto il mondo anglo-sassone, il re d’Inghilterra Edoardo VII,
nell’esprimere le sue condoglianze alle famiglie delle vittime, definì ingiustificabile
l’azione commessa. I grandi giornali inglesi gridarono indignati. I conservatori si
lasciarono trasportare ad insolite intemperanze di linguaggio. La “S. James
Gazette” giunse a definire Rojdestvenski un “ammiraglio degno di comandare l’Arca
di Noè”253. Nel frattempo lord Lansdnowne faceva a Pietroburgo energiche
rimostranze chiedendo: le scuse per l’oltraggio, una indennità per i famigliari delle
vittime, una adeguata punizione per gli ufficiali responsabili, e garanzie per
l’avvenire. La risposta dello zar non soddisfece il Governo britannico che ordinò
alla flotta di portarsi nelle acque spagnole per intercettare i russi. Quando la
situazione sembrava ormai vicina alla rottura, il conte Lamsdorf propose di
sottoporre la contesa ad una Commissione internazionale d’inchiesta, sulle basi della
recente Convenzione dell’Aia. La Commissione254 che ebbe sede a Parigi, iniziò i lavori il
253
Cfr. L. DAL VERME, op. cit., pag. 13.
composta da 5 ammiragli: un inglese, Sir L. Beaumont, per la Francia Fournier, poi presidente della
Commissione, Dubassof per la Russia, Davis per gli Stati Uniti ed il quinto per l’Austria-Ungheria
254
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Cap. II. Le operazioni belliche
19 gennaio. Il pericolo di una guerra con l’Inghilterra fu scongiurato anche se non
mancarono conservatori insoddisfatti dell’esito della controversia.
Nel frattempo venne costituita una 3a flotta del Pacifico, rimettendo in grado di prendere il
mare la vecchia corazzata “Nicola I” insieme ad altre navi di mediocre valore, che partì il
15 febbraio. Tutte le unità si riunirono a Sumatra e proseguirono per il teatro delle
operazioni. La notizia nel frattempo della caduta di Port Arthur, il lunghissimo viaggio e
la scarsa efficienza del naviglio 256, formato per la maggior parte da vecchie navi,
fecero comprendere all’ammiraglio la quasi assurdità dell’impresa. Ma ligio al
dovere continuò la sua missione. Dopo alcune soste nei porti francesi dell’Indocina
(che risuscitarono in Giappone quei sospetti sulla complicità della Francia alleata che già
si erano elevati durante la lunga sosta nelle acque del Madagascar tali da indurre il
Governo a presentare regolari proteste per via diplomatica), la squadra fu raggiunta da
altre vecchie navi russe di rinforzo (due incrociatori leggeri, tre guardacoste,
barone de Spaun (Cfr. Ivi, pag. 14). La commissione potè risolvere pacificamente la controversia: la
Russia pagò all’Inghilterra 65.000 sterline come indenizzo per i danni subiti. Cfr. F. SERRAO DE
GREGORY, op. cit., pag. 94.
256
«Queste decrepite corazzate costiere erano relitti natanti costruiti fra l’80 ed il ’90, che sotto alle
granate esplosive giapponesi si sarebbero incendiate come mucchi di fieno. Erano gli incrociatori
corazzati General Admiral Apraksin, Admiral Senjavin, Ukakòv, la nave di linea Imperator Nikolaj I,
ed i piccoli incrociatori ammuffiti Vladimir Monomach e Kornilov. Egli [Rojdestvenski] dichiarò che
con quelle «auto affondatrici» in nessun caso sarebbe partito da Libava. […] Se tutto questo doveva
dare preoccupazioni, molto più grave era quello che cominciò a venir fuori dopo l’approntamento
delle navi di linea nuove. Esse pescavano due piedi e mezzo più di quanto non fosse previsto nel
progetto. Che cosa si poteva fare? Non si poteva mica ricostruire! […] E così lasciarono le cose come
stavano. La stabilità peggiorata non avrebbe rappresentato un pericolo, se si fosse trattato soltanto di
passeggiate nel Baltico, ma quelle superbe bellezze, la Knjaz Suvorov, l’Imperator Aleksandr III, la
Borodino e la Orjol, dovevano invece percorrere una metà del globo! Potevano venire a trovarsi in
mezzo a cicloni, tifoni, uragani e per giunta non possedevano nessuna base per far carbone e nessun
porto come punto d’appoggio per eventuali riparazioni. Invece di imbarcare poco carbone, come
sarebbe stato opportuno, era necessario imbarcarne più del normale. Ma se già il carico normale le
metteva in condizioni di pericolo, che cosa poteva avvenire col sovraccarico imposto dalle lunghe
traversate? […] Tutti sapevano cià che sarebbe successo, ma non metteva conto parlarne» F. THIESS,
op. cit., pagg. 147-149.
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Cap. II. Le operazioni belliche
una vecchia corazzata ed un vecchio incrociatore) dell’ammiraglio Negobatov. Era il 14
maggio 1905, tutti partirono coraggiosamente per il loro ultimo destino. Il 20 maggio la
flotta russa entrò nel Mare Orientale della Cina, e diresse per lo stretto della Corea, in
direzione di Vladivostok, dato che non era arrivato in tempo per salvare Port Arthur.
Togo, ben informato, li attese e riunì il grosso delle forze (cinque corazzate, otto
incrociatori pesanti, diciassette incrociatori leggeri, ed un’adeguata scorta di caccia) in
modo da incontrare i russi. Il 24 maggio Rojdestvenski, lasciò libertà di manovra ai
piroscafi affinché raggiungessero Shanghai e regolò l’andatura delle sue navi in modo da
giungere al passaggio di Tsushima a mezzogiorno del 27.
II. 16 La battaglia di Tsushima (27-28 maggio 1905).
La squadra russa era così dislocata: precedevano tre incrociatori; seguiva il grosso su
due colonne: quella di sinistra, comandata dall’ammiraglio Negobatov sul “Nicola I”,
composta da quattro corazzate, sei incrociatori e quattro caccia, quella di dritta dallo
stesso Rojdestvenski con otto corazzate; seguiva poi il resto della squadra, costituito da
cinque caccia; in coda vi erano nove navi ausiliarie e due navi ospedale. La squadra
giapponese, comandata dall’ammiraglio Togo, aveva in esplorazione cinque incrociatori
e cinque navi ausiliarie, al comando dell’ammiraglio Kataoka; al coperto dell’isola di Iki
stava il grosso della flotta, composta da quattro corazzate e due incrociatori (1a squadra,
Togo) e da sei incrociatori (2a squadra, Kamimura), numerose torpediniere e caccia
erano anche con il grosso. I russi disponevano di quarantacinque cannoni da 305 e 254
mm e di centosettananove cannoni da 152 mm; i giapponesi di sedici cannoni da 305, uno
da 254 mm, duecentodiciassette da 152 mm. Le navi giapponesi erano nel complesso
più veloci di quelle russe, più leggere. Ma la maggior protezione delle corazzate russe si
dimostrò
solo
apparente257.
Nella
corruzione
generale
che
dilagava
sotto
l’amministrazione zarista, certe corazze non erano né dello spessore né del tipo di acciaio
previsti258. I proiettili giapponesi le bucarono come cartone259. La notte del 27 maggio
257
«Erano lì le grandi corazzate, il nerbo della flotta. Avrebbero dovuto avere piastre di corazza spesse
14 pollici e mezzo. Perché ne avevano di 10 e 12 pollici soltanto? Le navi da battaglia giapponesi ne
avevano una di 14 pollici e tre quarti. E neanche questa era stata sufficiente. […] Le torri da 12 pollici
delle nuove navi di linea sotto un urto di questo genere non avrebbero potuto resistere meglio di una
parete di mattoni durante un terremoto. Dove erano gli equipaggi capaci di sopportarlo? Che fiducia
si poteva riporre in essi, dato che non avevano fatto nessun addestramento pratico? […] la maggior
parte di questi marinai proveniva da famiglie di contadini». Ivi, pag. 152.
258
Dalla relazione dell’ammiraglio Rojdestvenski risulta chiaramente la situazione gravissima che portò la
flotta russa alla disfatta: le corazze di qualità inferiore alle specifiche richieste, la cattiva qualità delle
caldaie, ancora la cattiva qualità delle granate che spesso rimasero inesplose, l’assenza di telemetri cosa
che rendeva assai difficile la precisione del tiro, il pessimo addestramento dei cannonieri; durante la
traversata avvennero ben due ammutinamenti nella flotta di Nebogatov che portarono alla fucilazione di
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Cap. II. Le operazioni belliche
l’esploratore giapponese “Shinano-Maru”, in crociera di vigilanza, alle ore 4.45
antimeridiane del 27 maggio riferì: «La flotta nemica è in vista nella sezione 203. Sembra
si diriga verso il canale orientale»260. La stessa notte, all’1.45, l’ammiraglio Togo
aveva segnalato a tutta la flotta il seguente messaggio:«La sorte dell’impero dipende
da noi: ognuno compia il proprio dovere nel migliore modo»261. Alle ore 9 la divisione
dell’ammiraglio Kataoka, formata di corazzate, apparve sulla sinistra dei russi ed alle
10, Rojdestvenski, ritenendo ormai prossimo l’incontro con la principale forza nemica,
fece assumere alle sue navi la formazione di combattimento (linea di fila) sperando di
ingannare i giapponesi, approfittando di un densa nebbia calata già dalla notte precedente;
ma mentre la linea russa eseguiva la manovra, la foschia si diradò e si scorsero sulla dritta
gli incrociatori giapponesi. L’intera squadra russa ad eccezione della “Suvorov”, aprì il
fuoco che durò sino alle 12. Dopo una breve pausa di nuovo comparvero gli incrociatori
nemici della 3a divisione dell’ammiraglio Dewa insieme ai cacciatorpedinieri della 4a.
Rojdestvenski diede allora l’ordine alla 1a divisione di accostare per contromarcia di 90° a
dritta262, ma l’”Alessandro III” capì male il segnale e si mise su posizioni errate
trascinandosi dietro anche la “Borodino” e la “Oriel”. La situazione che ne derivò dette
luogo ad una formazione imprevista, su due colonne diversa, però da quella tenuta
precedentemente al mattino; Rojdestvenski che si rese immeditamente conto del pericolo
di questo errore di manovra dell’”Alessandro III” diede immediatamente ordine di
disporre tutta la flotta su una linea di fila unica; mentre la squadra russa eseguiva la
manovra sopraggiunse Togo con la 1a divisione ed i sei incrociatori di Kanimura; anche
egli fu costretto, dall’imprevista posizione della squadra russa, ad una rapida e pericolosa
manovra ad accostare per contromarcia a sinistra. Così, dopo aver manovrato, le due
squadre, procedettero affiancate nella più classica delle formazioni di combattimento;
alle 14.08 a 6.700 metri di distanza Rojdestvenski ordino l’apertura del fuoco: era
iniziata la battaglia. Subito si rivelò, ancora una volta, l’efficacia del tiro giapponese,
14 marinai, ed anche durante lo scontro le navi di Nebogatov si rifiutarono di aprire il fuoco; solo dopo
la minaccia di essere affondati gli equipaggi presero parte allo scontro, ed in ultimo l’infelice scelta di
dipingere di bianco parti delle navi russe, le rese un ottimo bersaglio per i cannonieri nemici, mentre le
navi giapponesi, dipinte di grigio, rimasero quasi invisibili contro lo sfondo del mare e della nebbia.
Cfr. AUSSME Fondo L-3, b. 198, f. 1, del Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni,
Ufficio Coloniale, Bollettino n 18, pag, 19.
259
E. BIAGI, op. cit., pag. 38.
260
AUSSME Fondo L-3, b. 198, f. 1, del Comando Corpo di Stato Maggiore, Riparto Operazioni, Ufficio
Coloniale, Bollettino n 18, pag, 1.
261
Cfr. H. TOGO, La battaille de Tsushima, rapport de l’amiral Togo, Berger-Levrault &, Paris 1905, pag.
8.
262
«Accostare per contromarcia: ciascuna nave continua a marciare nelle acque di quella che la precede,
ed accosta poi quando giunge sul punto in cui la nave di testa ha iniziato l’accostata» F. THIESS, op.
cit. pag. 468.
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Cap. II. Le operazioni belliche
tre volte più veloce di quello russo. In testa alla colonna di dritta stavano le quattro
corazzate moderne, seguite dagli incrociatori corazzati; a capo dell’altra c’era
“l’Oslabia”, venivano dietro il “Sissoi-Veliki”, il “Navarin”, il “Nakimov” ed il “Nicola
I”, tutti di 2a classe; in coda i tre guardacoste. Navigavano in mezzo alle due colonne i
rapidi incrociatori protetti, “Gemciug” e “Izumrud”. Seguivano poi le rimanenti navi
da guerra con le ausiliarie. Non appena le corazzate giapponesi furono sopra alla testa
della colonna russa ed a 6.000 metri, iniziarono un fuoco concentrato sulle due
corazzate di testa, la “Suvorov” a destra e “l’Oslabia” a sinistra, subito quest’ultima uscì
in fiamme dalla linea; i giapponesi raddoppiarono il fuoco man mano che diminuiva la
distanza fino a 2.500 metri quando iniziarono a sparare anche gli incrociatori con effetti
immediati. Alle 14.40 Togo poteva infine concentrare, con tutta la loro efficacia, sulla
“Suvorov”, sia il tiro delle medie che delle grosse artiglierie. Sia la nave ammiraglia
russa, pesantemente colpita (lo stesso Rojdestvenski venne gravemente ferito e
dovette cedere il comando all’ammiraglio Nebogatov), sia la “Alessandro III” che
seguiva dietro, entrambe con incendio a bordo, abbandonarono la battaglia. Le linee
furono così rotte, anche a causa della nebbia che era calata di nuovo. Il fuoco venne
sospeso; il breve ma aspro combattimento fra le maggiori navi dei due schieramenti,
durato appena 37 minuti, aveva deciso della giornata. Le tre corazzate russe più
moderne, fra cui l’ammiraglia, non erano più in grado di combattere, mentre il nemico
aveva subito solo lievi danni: solo l’incrociatore “Asama”, colpito a poppa da tre
colpi, era stato danneggiato al timone, ed aveva dovuto ritirarsi. Intanto Togo proseguì
l’inseguimento; poco dopo le ore 3, avvolta dalle fiamme, affondava la corazzata
“Oslabia”; la “Suvorov”, disalberata, sbandata, con incendi a bordo, era in balia dei
flutti: Le altre navi russe volgevano a levante (verso Vladivostok) con “l’Alessandro
III” in testa per coprire la “Suvorov” e la “Borodino”. L’azione continuò sino alle
4,40. I russi non vedendo vie di scampo a nord, volsero a sud per uscire dallo stretto e
salvarsi. Iniziò l’inseguimento. Alle ore 5 fu avvistato il piroscafo ausiliario “Ural” e
fu subito colato a picco. Più tardi vennero trovate sei delle otto maggiori navi che
fuggivano; Togo si portò allora a tiro e riprese il fuoco fino al cadere della notte. La
corazzata “Oriel” (Aquila), una delle migliori, fortemente danneggiata, fu costretta
ad uscire di formazione. In testa rimase la “Borodino”, già in avaria, che si prese tutto
il fuoco nemico ed al tramonto, avvolta dalle fiamme, affondò263. L’ammiraglio
Rojdestvenski, gravemente ferito al capo, poiché la sua nave minacciava di affondare, fu
263
«Dei 900 uomini dell’equipaggio, uno solo, venendo fuori da una cannoniera, riuscì a portarsi a
galla. Fu ricuperato tre ore più tardi da un cacciatorpediniere giapponese» Ivi, pag. 535.
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Cap. II. Le operazioni belliche
trasportato, intorno alle ore 7 di sera, con il suo Stato Maggiore, sul cacciatorpediniere
“Biedory”. Mentre la squadra giapponese principale mandava a picco la “Borodino”
l’altra squadra, quella di Kamimura, vedeva affondare anche “l’Alessandro III”264.
Per quanto riguarda l’azione delle navi minori, cioè gli incrociatori protetti, sin dalle ore
2 gli ammiragli Kataoka, Dewa, Uriu ed il capitano di vascello Togo, figlio
dell’ammiraglio, avevano ricevuto l’ordine di fare rotta a sud per tagliare la via al
nemico, incominciando a minacciare le navi in coda alla colonna, “l’Oleg”, “l’Aurora”,
la “Svietlana”, “l’Almaz” incrociatori protetti, e poi le due corazzate “Dimitri
Donskoi” e “Vladimir Monomach”. Dopo soli 30 minuti di combattimento erano in
preda al disordine. Alle 4,30 giunse allora sul luogo l’ammiraglio Kataoka ed il
capitano di vascello Togo, e tutti insieme iniziarono ad inseguire le navi
nemiche e le ausiliarie che ancora galleggiavano. Comparvero in quel torno di
tempo a sud le corazzate di 3a classe dell’ammiraglio Nebogatov, ed impegnarono
l’azione con gli incrociatori giapponesi. Fu in questo scontro che i giapponesi,
paradossalmente, subirono i maggiori danni, ma ad eccezione del “Kasagi” su cui era
l’ammiraglio Dewa, e del “Nanaiva” che dovettero abbandonare il conflitto, le altre
furono comunque in grado di proseguire. Nel frattempo la squadra di Kamimura
raggiungeva la squadra degli incrociatori protetti in tempo per cooperare
all’inseguimento. Venne avvistata la “Suvorov”, già sin dall’inizio della battaglia
gravemente danneggiata, insieme all’ausiliaria “Kamchatka”, che venne affondata
poco dopo dal figlio dell’ammiraglio Togo. Intanto la squadriglia di torpediniere
dell’ammiraglio Fujimoto fu addosso all’ammiraglia russa che oppose debole resistenza
con un piccolo cannone di poppa, fu colpita da due siluri e colò a picco. Questo
accadeva circa 20 minuti dopo il trasbordo dell’ammiraglio Rojdestvenski. Così finiva la
battaglia tra le grandi navi al tramontare del sole, ma ne cominciava un’altra,
quella delle torpediniere. I giapponesi iniziarono l’attacco notturno alle 8,15; i russi si
difesero disperatamente con i riflettori e le poche artiglierie rimaste, ma gli assalitori
erano troppi e da ogni lato. Cosicché alle 11 la flotta russa era sbandata e le navi
vagavano senza formazione. Il “Sissoi”, il “Nakimov” ed il “Monomach”, colpiti dai
siluri, non potendo governare, cessarono il combattimento. I giapponesi, nell’attacco
notturno durato circa tre ore, persero tre torpediniere, quattro cacciatorpediniere e due
torpediniere dovette abbandonare il combattimento. Poco prima di mezzanotte la flotta
264
Della “Alessandro III”, dato che non si salvò nessuno dell’equipaggio, si sa solo che, crivellata di
colpi, avvolta dalle fiamme, combatteva senza interruzione anche dopo essere uscita dalla linea. Cfr.
Ivi, pag. 533.
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Cap. II. Le operazioni belliche
russa era dispersa, ed i giapponesi continuarono la caccia; alle 2 del mattino scovarono la
“Navarino” e la mandarono a fondo. All’alba del 28 alle 5.30 Togo avvistò la squadra
nemica degli incrociatori protetti. Così alle 12,38 a circa 200 miglia di distanza dal luogo
dove era iniziata la battaglia, i russi si trovarono circondati; disponevano di sei navi: le
corazzate “Oriel” e “Nicola I” ed i guardacoste “Apraxin” e “Seniavin” e
l’incrociatore protetto “Izumrud”, ed il sesto “l’Almaz” che però forzando le
macchine al massimo riuscì a rompere l‘accerchiamento nemico e poté entrare a
Vladivostok. Le cinque navi, già danneggiate si trovarono circondate da ben 27 unità
nemiche, cosicché appena Togo iniziò il fuoco, Nebogatov segnalò di essere pronto alla
resa; nel frattempo anche “l’Izumrud” era riuscito a fuggire e riparare sulla costa dove,
arrivato a notte fonda aveva urtato uno scoglio e così temendo che la nave potesse
cadere in mano nemica, fu sbarcato l’equipaggio e la nave venne distrutta. Intanto
che Nebogatov si arrendeva, la squadra di Uriu rintracciava l’incrociatore
“Svietlana” insieme ad un cacciatorpediniere il “Buistry”, il primo fu affondato ed il
secondo si incagliò sulla spiaggia e venne distrutto. Alle 3 anche l’incrociatore russo
“Uciakov” attaccato da due potenti incrociatori nemici venne affondato. Mezz’ora
dopo vennero arrestati due cacciatorpedinieri russi che subito dopo i primi colpi si
arresero: erano il “Bravy” ed il “Biedovy” su cui fu rinvenuto l’ammiraglio
Rojdestvenski con il suo stato maggiore; nella confusione ne approfittò il “Bravy”che
riuscì a fuggire e con l’aiuto di un piroscafo inglese a farsi rimorchiare fino a Shanghai.
Ma le sciagure per la flotta russa non erano finite, perché alle 5 una squadra
giapponese incrociò il”Dimitri Donskoi” che poté però sfuggire, fino al mattino
seguente quando fu trovato spiaggiato e fu distrutto. Meno sfortunate le navi
dell’ammiraglio Enquist, di cui tre trovarono scampo nel porto di Manila. Il mattino del
28 affondava il “Sissoi Veliki”, il “Nakhimov” ed il ”Monomach”.
Riepilogando: delle 37 navi russe, 20 affondarono, 6 vennero catturate, 2 perirono nella
fuga, 6 disarmate in porti neutrali, 1 rilasciata dopo presa, 2 giunsero salve a Vladivostok.
I prigionieri furono 7.282, fra i quali due ammiragli, Rojdestvenski e Nebogatov, i morti
oltre 3.500. La flotta russa era distrutta. I giapponesi persero 3 torpediniere ed ebbero
116 morti e 538 feriti. La grande battaglia avvenuta in questa località segnò la sconfitta
totale della flotta russa, benché equipaggi e comandanti avessero dato prova di fulgido
valore e di eroismo senza pari.
Le operazioni sul mare erano così terminate.
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Cap. II. Le operazioni belliche
II. 17 Verso la pace
Con la vittoria navale di Tsushima, acquistata di fatto la totale padronanza del mare, il
Giappone decise di procedere con l’invasione dell’isola di Sachalin, allo scopo di
riprendere possesso di quei territori che aveva ceduto alla Russia, in cambio
dell’arcipelago delle isole Curili, con il trattato del 7 maggio 1875. Questa decisione era
stata invocata insistentemente dall’opinione pubblica, sia per la facilità con cui
l’invasione si sarebbe potuta realizzare essendo l’isola presidiata da scarse truppe (poco
più di 4.000 uomini, tra volontari e regolari), sia soprattutto perché il popolo giapponese
non si rassegnava all’idea di aver perso quei possedimenti. L’opinione pubblica,
fomentata dalla propaganda, riteneva che la perdita dell’isola di Sachalin fosse il
risultato di un’abile raggiro della diplomazia russa265. Così, nella notte tra il 6 ed il 7
luglio un convoglio di navi giapponesi effettuò lo sbarco di un contingente di truppe.
Dopo accaniti combattimenti durati oltre 20 giorni, il 30 all’alba un parlamentare russo,
a nome del generale Liapunov comandante della piazza, chiedeva al comandante delle
truppe nipponiche la resa. Il giorno successivo la guarnigione di Sachalin (70 ufficiali e
3.200 uomini), con in testa il comandante, depose le armi accettando le condizioni
imposte dal nemico. Già dalla metà del mese di giugno, mentre il Giappone procedeva
all’occupazione dell’isola di Sachalin, i russi, dietro mediazione del presidente degli
Stati Uniti Theodore Roosevelt, s’indussero ad avviare trattative di pace. Le sconfitte
di Mukden e di Tsushima convinsero i dirigenti russi che era necessario concludere la
fine delle ostilità266. Il fronte interno minacciava di crollare: una nuova ondata di scioperi
e di insurrezioni si abbatté su città e campagne, la monarchia era in grave pericolo267. Gli
265
«L’ora è suonata: Oh Sakhalin! - isola usurpata a noi, sii vendicata ». La strofa è tratta da un canto
patriottico reso popolare dal giornale giapponese Nisci Nisci scimbun, ed esprime chiaramente il
sentimento nazionale in merito alla perdita dell’isola. Cfr. L. BARZINI, Il Giappone in armi, op. cit.,
pag. 110.
266
Nelle Memorie di Kuropatkin viene tristemente fatto notare che proprio quando la guerra avrebbe
dovuto essere iniziata, terminava. Egli annota che nel settembre 1905 l’esercito russo era riuscito a
concentrare sul fronte orientale un milione di uomini, completamento forniti di equipaggiamenti e
mezzi che avrebbero consentito la vittoria. Ed ancora «La pace prematura, resa necessaria dai
disordini interni in Russia, privò il nostro esercito della possibilità di battersi fino ad un esito
vittorioso» Cfr. A. N. K UROPATKIN , op. cit., pagg. 125-126 e 134.
267
Il più celebre di questi episodi fu l’ammutinamento della corazzata “Potemkin”, ammiraglia della
flotta del Mar Nero, che avvenne il 14 giugno 1905; poiché i marinai si erano rifiutati di mangiare
carne guasta, un ufficiale ne uccise uno che protestava, Giorgio Vakulinciuk, con un colpo di pistola.
Ne seguì la rivolta e tutti gli ufficiali furono buttati in mare. L’unità, che era in navigazione, issò la
bandiera rossa e fece rotta su Odessa. Proprio in quel momento nella grande città portuale del Mar Nero
erano in corso scioperi e disordini e le autorità temettero che la solidarizzazione tra operai e marinai
portasse ad una vera e propria insurrezione. I marinai del “Potemkin”, sbarcati, portarono sul molo il
corpo del compagno ucciso e subito una grande folla iniziò a rendegli omaggio. Le autorità, sempre più
intimorite dalla piega degli eventi, inviarono reparti dell’esercito con l’ordine di sparare sulla folla, con
risultati tragici. L’episodio culminante del massacro, reso celebre in tutto il mondo dalle immortali
sequenze cinematografiche del regista sovietico Eisenstein nel film “la corazzata Potemkin”, si svolse
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Cap. II. Le operazioni belliche
americani già dai primi insuccessi russi incominciavano a guardare con sospetto
l’affermazione della potenza navale giapponese nel Pacifico, difatti avevano
presentato ben due volte, nel corso del 1904, la richiesta di una convocazione di un
conferenza di pace, sistematicamente rifiutata dalla Russia, di questo abbiamo
testimonianza nella corrispondenza intrattenuta dal Ministro degli Esteri Tittoni con le
ambasciate di Berlino, Londra, Parigi e Vienna nel novembre 1904268; il mondo intero
cominciò a chiedersi, con preoccupazione, quale posizioni occupasse il Giappone
nel rango delle potenze mondiali terrestri ed ancor più, marittime. Gli americani
vollero infatti fermare la guerra prima che facesse altri danni agli interessi collettivi
delle grandi potenze occidentali in Estremo Oriente.
La pace fu conclusa a Portsmouth, piccola stazione balneare americana a 92 Km a nord di
Boston, nello stato del New Hampshire. A capo della delegazione russa vi erano due
personaggi che avevano messo in guardia lo zar contro il conflitto con i giapponesi, il
ministro russo Witte, riabilitato da Nicola II dopo l’estromissione, ed il barone Rosen,
anche se inizialmente come capo delegazione era stato scelto Muraveev, ambasciatore
presso il Quirinale, che però declinò l’incarico, ufficialmente per motivi di salute.
Il capo delegazione del Giappone fu il marchese Komura.
Inizialmente fu chiesto alla Russia una sensibile riduzione degli armamenti in Estremo
Oriente, la cessione dell’isola di Sachalin, (anche se di fatto posta dal 30 giugno sotto
l’amministrazione militare giapponese), nonché della penisola del Liao-tung con Port
Arthur, Ta-lien-van, lo sgombero della Manciuria, la consegna delle navi da guerra russe
ancorate in porti neutrali, il pagamento di un’indennità di guerra di 1.200 milioni di yen
(600 milioni di dollari dell’epoca). Witte rifiutò recisamente il pagamento
dell’indennità di guerra, avendo su questo punto l’appoggio di Roosevelt ed i
giapponesi desistettero. Witte rifiuto anche la cessione dell’isola di Sachalin. I giapponesi
stavano per rinunciarvi, quando appresero che lo zar, in un telegramma a Roosevelt, si
era dichiarato disposto, in caso estremo, a cederne la metà.
La Russia perdeva quindi, con gli accordi di Portsmouth, il Liao-tung con Port Arthur,
che ritornavano alla Cina, alla quale cedeva inoltre circa 700 Km di ferrovia mancese
da Harbin a Port Arthur, Talienvan. La Russia cedeva inoltre al Giappone la metà
sulla monumentale scalinata che unisce la città al porto. La reazione dei marinai insorti, su incitamento
dei dirigenti operai fu altrettanto violenta: il “Potemkin” iniziò il bombardamento della città. L’episodio
del “Potemkin” si concluse nel porto rumeno di Costanza dove la nave si era poi diretta con gli insorti e
dove quest’ultimi, arresisi, furono internati. Cfr. E. BIAGI, op. cit., pag, 4.
268
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI-COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI,
op. cit., Vol. VIII, pag. 600.
- 104 -
Cap. II. Le operazioni belliche
meridionale dell’isola di Sachalin (che fu ribattezzata Karafuto - nome dell’isola in
lingua Ainu - e che verrà ripresa dai russi al termine della seconda guerra mondiale con
la disgregazione dell’Impero del Sol Levante), e si impegnava a lasciar mano libera al
Giappone nella Corea ed a sgomberare le proprie truppe dalla Manciuria
settentrionale. I giapponesi ottennero inoltre ampi diritti di pesca nelle acque russe da
Vladivostok allo stretto di Bering.
Tanto la vinta Russia che il vincitore Giappone, si impegnarono, inoltre, a parità di
condizioni, ad “adoperare soltanto per fini commerciali ed industriali, non già a scopi
strategici”, le loro ferrovie manciuriane269. Il Trattato, che reca la firma dei quattro
plenipotenziari, fu firmato il 5 (23 agosto) settembre alle ore 1,47 pomeridiane
nei locali dell’edificio dei Depositi della Marina, posti a disposizione dal Governo
statunitense.
Così, in tal modo il tentativo dello zarismo di raccogliere l’eredità di Genghis-Khan e di
mettersi alla testa dei popoli d’Oriente, cosa che l’avrebbe reso inattaccabile in Europa
e gli avrebbe procurato vantaggi materiali al fine di accelerare la propria trasformazione
in un grande impero industriale e commerciale, terminava con una disfatta lacrimevole.
Le perdite complessive in vite umane furono, da parte giapponese di circa 380.000
uomini e di 180.000 da parte russa 270. Le spese causate all’esercito russo da questa
avventura ammontarono a oltre 3 miliardi di rubli (circa 5 miliardi di lire dell’epoca),
di cui circa la metà anticipata dalla Borsa di Parigi all’interesse del 5%. L’abilità
dispiegata dal Witte aveva salvato il salvabile: a riconoscimento lo zar gli tributò il titolo
di conte.271
II. 18 Le conseguenze della sconfitta russa sulla politica mondiale.
La vittoria giapponese ebbe ripercussioni enormi sulla politica internazionale nel delicato
gioco degli equilibri mondiali. La Russia usciva sconvolta, non solo per la disfatta militare
in se, ma soprattutto perché il virus della rivoluzione che era rimasto in incubazione per
lunghissimo tempo, esplose in tutta la sua violenza. La Germania, ormai sicura sulle sue
frontiere orientali, poteva concentrarsi sull’Europa, rompendo così il già fragile equilibrio di
forze e costringendo la Gran Bretagna ad abbandonare la sua politica di isolamento che
aveva costituito la base della Pax Britannica, ed a indirizzare le sue simpatie verso il
secolare nemico francese, nel tentativo di riequilibrare l’ago della bilancia. Inoltre la vittoria
269
Cfr. V. GITERMANN, op. cit., pag. 480.
Cfr. F. SERRAO DE GREGORY, op. cit., pag. 166.
271
Cfr. Ivi., pag. 480.
270
- 105 -
Cap. II. Le operazioni belliche
giapponese, vista, come già più volte detto, come la vittoria contro la razza bianca, indebolì,
non solo in Asia ma anche in Africa, il prestigio delle grandi potenze colonialiste europee.
Tale fenomeno non fu immediatamente compreso anche se taluni storici contemporanei272
valutarono l’effetto, per i popoli asiatici, della rivoluzione del 1905 (della quale ne fu causa
la sconfitta subita dalla Russia) alla stregua di quella francese per l’Europa. Tutto ciò
accadde per un conflitto combattutto in un estremo lembo dell’Asia, pressoché sconosciuto
alla gran parte dell’opinione pubblica mondiale, come del resto era avvenuto circa 450 anni
prima, all’estremità orientale dell’Europa. La resa di Port Arthur, come la caduta di
Costantinopoli in mano turca ad opera di Maometto II il 29 maggio 1453, può essere
annoverata come uno dei grandi eventi della storia273.
272
273
M. PAVLOVICH, cit. in J. F. C. F ULLER , op. cit., pag. 166.
Cfr. J. F. C. F ULLER , op. cit, pagg. 166-168.
- 106 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
CAPITOLO III
L’ATTIVITA’ DEI CORRISPONDENTI DELLA STAMPA E DEGLI ADDETTI
MILITARI ITALIANI
III. 1 L'attività di Luigi Barzini-Cenni biografici
Luigi Barzini, nacque ad Orvieto il 7 febbraio 1874. Fu il primo redattore viaggiante
italiano e la sua fama varcò presto i confini nazionali; come emerge chiaramente dalla
breve nota biografica che segue, fu specialmente attivo dai teatri bellici di tutto il mondo.
Interruppe gli studi per divenire redattore del “Fanfulla” di Roma; nel giugno del 1898,
dopo essere stato notato da Eugenio Torelli Violler, al termine della sua direzione, e da
Luigi Albertini, futuro successore, passò al “Corriere della Sera”, dove rimase per 25
anni. Già il conflitto anglo-boero lo pose in vista come inviato speciale. Da allora in poi
ogni grande avvenimento internazionale lo vide in prima fila pronto a descriverlo in
corrispondenze acute, colorite e vivaci. Fu a Parigi per l’Esposizione del 1900, in Cina
per la guerra dei Boxers, in Giappone, in Russia, in Corea, in Siberia. Una sua inchiesta
sulle disperate condizioni degli emigranti italiani in Argentina ebbe vastissima eco.
Durante la guerra russo-giapponese telegrafò al proprio giornale un articolo di ben 14.000
parole sulla resa di Port Arthur. Nel 1906 assisté alla Conferenza di Algesiras. Nel 1908
trasmise la prima corrispondenza via radio dall’America. Seguì la guerra di Libia, la
rivoluzione messicana, la prima guerra mondiale sia sul fronte italiano che su quello
francese274.
Tutto ciò fece di Barzini il più famoso giornalista italiano del primo Novecento, al
punto da creare una sorta di fenomeno imitativo, il cosiddetto “barzinismo”. I colleghi
più giovani presero a copiare il suo stile; obbligati a sveltirsi nelle forme narrative ed a
sprovincializzarsi nel costume. Tuttavia, Barzini rimaneva unico nel suo genere,
riuscendo a combinare insieme visione e concisione: uno stile diretto applicato
all’immagine narrata, in cui traspare lo scrupolo del vero cronista nel rendere conto al
suo pubblico di lettori di quanto era stato testimone. Per un quarto di secolo Barzini fu
l’uomo di punta del giornale, colui che era disposto ad essere catapultato in ogni
momento in qualsiasi parte del globo, pronto a rischi e fatiche di ogni tipo pur di
riuscire a raccontare le vicende di cui era stato testimone. Neppure i legami familiari
(nel 1908 ebbe un figlio a cui diede il suo stesso nome, Luigi Barzini Junior, e che
divenne anch’egli un affermato giornalista soprattutto negli Stati Uniti) o le malattie
274
J. JACOBELLI, Luigi Barzini in Enciclopedia Italiana (ad vocem). op. cit..
- 107 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
riuscirono a tenerlo lontano dal cuore degli avvenimenti più importanti del primo
Novecento, rappresentando un modello, quasi da missionario del giornalismo. Dopo
l’avvento al potere di Mussolini, e le conseguenti dimissioni di Luigi Albertini nel 1925,
suo mentore e “storico” direttore del “Corriere” sin dal 1900, Barzini ne sposò
l’ideologia, sottoscrivendo, nello stesso anno, il Manifesto degli intellettuali fascisti.
Lasciò “il Corriere” nel 1922 per fondare a New York “Il Corriere d’America”, una
sorta di organo portavoce del regime. Tornato in Italia assunse nel 1932 la direzione
del “Mattino” di Napoli, che, a seguito della sua nomina a senatore voluta
personalmente da Mussolini, lasciò l’anno seguente. Il suo ultimo servizio fu dalla
Spagna durante la guerra civile. Dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), accettò la
presidenza della Stefani, l’agenzia di stampa organo ufficiale della repubblica di
Salò. Una scelta che gli costò la perdita della carica al Senato, subito dopo la
guerra, e la morte, avvenuta a Milano nel 1947, da ostracizzato e dopo aver vissuto gli
ultimi anni in condizioni di indigenza276.
III. 2 Il corrispondente Luigi Barzini.
Con Barzini il giornalismo assume connotazioni letterarie, pur rimanendo i suoi
“pezzi” sempre concreti e fedeli al principio di cronaca. Egli era noto per la elevata
qualità dei suoi articoli di genere bellico277, nei quali emergeva la sua capacità di
comprendere e riferire i movimenti e le tattiche degli eserciti, tanto che i suoi
reportage furono talvolta utilizzati nelle accademie militari europee. Eppure, non
mancavano nel suo stile occasionali pennellate di letteratura. Un’immagine, una
riflessione, la descrizione di un luogo, di un personaggio, diventavano lo strumento
per cogliere i sentimenti dell’animo umano e aspetti più reconditi delle vicende
sociali, politiche e culturali del tempo. Affascinato dagli eventi bellici, e da quanto gli
faceva da quotidiana cornice, (le marce, le divise, la disciplina), e pienamente in linea
con i sentimenti non pacifisti prevalenti all’epoca, restava tuttavia profondamente
umano, e lo troviamo sconcertato, addirittura ossessionato, dai massacri, dalle
276
L. CREMONESI, Dai nostri inviati. Inchieste, guerre ed esplorazioni nelle pagine del Corriere della
Sera, Fondazione Corriere della Sera-RCS Libri spa, Milano 2008, pag. 92.
277
Le sue corrispondenze migliori sono raccolte in volumi, quasi tutti pubblicate a Milano, che ebbero
larghissima fama; particolarmente noti Dall’Impero del Mikado all’Impero dello Zar, 1904;
Guerra russo-giapponese degli anni 1904-1905; La metà del mondo vista da un automobile
(resoconto del raid Roma-Pechino 1908).
- 108 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
trincee grondanti sangue, dai cadaveri dei fanti «impigliati come mosche»278 nelle
ragnatele dei fili spinati279. Ben lungi dall’essere un fanatico militarista, ha una
capacità critica, che trova una solida base sulle sue competenze in ambito bellico, e
che è espressa in molti punti delle sue opere in cui contesta campagne mal condotte e
le conseguenti inutili carneficine.
La scrittura di Barzini significò per l’Italia l’entrata nel giornalismo moderno e
ironicamente ci fu chi disse che, come per il cristianesimo, si doveva parlare, per la
carta stampata, di un a.B. e di un p.B.: un ante e un post. Come noterà nel 1912
Giuseppe Prezzolini, «lo stile bravo, energico, immediato. Il Kodak della penna che
sorprende la gente che cammina con i piedi in aria. Un impressionismo da fotografia,
tutto neri e bianchi e disegno netto».
Fu un grande ed appassionato estimatore del mondo orientale, forse perché, in
coincidenza anche con contingenti e decisivi eventi storici a lui contemporanei, esso
aveva potuto rappresentare un osservatorio privilegiato della “condizione umana” di
proporzioni grandiose ed assolute. I suoi reportage della spedizione in Cina per la rivolta
dei Boxers, avevano offerto un quadro veritiero degli eventi e delle dure reazioni
occidentali, sottolineando pesantemente anche l’inadeguatezza e la mancanza di mezzi
delle nostre truppe, con la denuncia del “saccheggio legale” perpetrato nella capitale
devastata da parte di tutte le potenze “soccorritrici”. Ciò gli costerà attacchi e critiche
della stampa nazionale, provocando persino interpellanze parlamentari280. Proprio
durante questi eventi storici, qualche anno prima dell’esperienza presso il fronte
nipponico, che Barzini ammira le doti del soldato giapponese. Nell’entrare nel forte
di Taku, appena conquistato, ebbe modo di dire: «i soldati giapponesi si sono dimostrati
i migliori del mondo. Ufficiali italiani, ufficiali russi ed ufficiali inglesi, con i quali ho potuto
parlare a Tien-tsin, mi hanno confermato questo apprezzamento»281. Lo stesso tenente
colonnello Tommaso Salsa, comandante il battaglione di fanteria italiano inviato in Cina,
278
L. BARZINI, Dai campi di battaglia, op. cit., pag. 161.
Cfr. L. CREMONESI, op. cit., pag. 73.
280
Vds l’interpellanza rivolta al ministro della Guerra Ponza di S. Martino dal deputato repubblicano
Gustavo Chiesi sulla spedizione italiana in Cina (Atti parlamentari Camera dei deputati, legislazione
XXIII, I sessione, Discussioni, tornata dell’11 marzo 1901, pagg. 2367-2372). L’interpellanza fu
provocata proprio dagli articoli scritti da Barzini da Pechino ed apparsi sul “Corriere della Sera” dell’8
marzo 1901. Nella sua interpellanza Chiesi attaccava il Governo per la leggerezza e l’impreparazione, a
cui non era nuovo, con cui aveva affrontato la spedizione in Estremo Oriente, ricordando a tale
proposito le varie infauste spedizioni in Eritrea nel 1887-88. Cit. in L. DE COURTEN, Italiani in Estremo
oriente: i due Barzini, in Rivista “Giornale di Storia Contemporanea”, anno IV n. 1-giugno 2001 pag.
8.
281
L. BARZINI Sulla via di Pechino, in L. BARZINI JR. a cura di, Avventure in Oriente, Milano, 1959 pagg.
12-15, cit. in L. DE COURTEN op. cit. pag. 5.
279
- 109 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
aveva modo di definire in lettere private, in linea con quanto espresso da Barzini,
l’ammirazione per «i piccoli giapponesini, sempre in ordine, sempre puliti e sempre
disciplinati; organizzati splendidamente. Sono quelli che a detta di tutti hanno combattuto
con maggiore slancio e valore. Sono essi che hanno contribuito maggiormente alla presa
di Tien-tsin... Marciano al fuoco come se fossero in piazza d’armi, senza curarsi
nemmeno di rispondere»282.
Barzini stesso avrà modo di definirli anni più tardi, già dopo l’inizio del secondo conflitto
mondiale:
«esatti, cronometrici e formali. Non fanno una guerra senza dichiararla, ma la dichiarano nello stesso
minuto in cui la cominciano [...] Fra i due inizi, quello di Port Athur e quello di Pearl Harbur, vi è un
perfetto parallelismo di strategia militare e politica. In tutti e due i casi il segreto, la forza e la sorpresa sono stati
utilizzati per dare la prima mazzata sulla testa dell'avversario. Quando egli è stordito, il resto è più
facile [..] Il Giappone ha adottato tutto il meglio di tutti, di colpo. Ma non per ammirazione e simpatia.
Per necessità. Per rimanere libero. […] Il Giappone ha sempre difeso gelosamente la sua
indipendenza»283.
Come inviato speciale sul teatro delle operazioni del conflitto russo-giapponese,
quel senso compatto di nazione al quale era evidentemente sensibile, lo spingeva a
sottolineare «la mirabile unità, la disciplina perfetta del popolo giapponese»284.
Interessante notare le sua capacità di analisi; nell’esaminare quelle doti del popolo
nipponico che hanno consentito al Giappone di trasformarsi così rapidamente, pur senza
perdere la propria identità, egli identifica i giapponesi come un popolo di assimilatori,
capace però di prendere il meglio dall’Occidente, adattandolo in modo originale alle
necessità della società e dei costumi propri. In questa disamina, Barzini (in antinomia con
Caviglia che, come vedremo in seguito, definisce a sua volta i giapponesi assimilatori, ma
intendendoli come meri imitatori, privi cioè di una propria identità), dimostra di possedere
capacità di giudizio meno condizionate dai luoghi comuni e dalle correnti di pensiero
prevalenti nell’opinione pubblica occidentale.
«Un popolo così fatto si muove col massimo d’energia [...] 44 milioni di persone spinte da una sola
volontà formano una potenza incalcolabile [...] Il Giappone non ha perduto troppo tempo a demolire il
vecchio per far posto al nuovo; ecco un altro segreto della rapidità. Esso non è stato imitatore quanto
282
E. CANEVARI-G. COMISSO, Il Generale Tommaso Salsa e le sue campagne coloniali. Lettere e
documenti, Milano, 1935, pagg. 330-331, cit. in L. DE COURTEN op. cit. pag. 6.
283
L. BARZINI, Perché il Giappone vince. I giapponesi sono esatti, cronometrici e formali, Roma, [1942],
pagg. 5-7, cit. in L. DE COURTEN op. cit. pag. 6.
284
Cfr. L. DE COURTEN, op. cit., pag. 7.
- 110 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
assimilatore. Non ha preso tutto dall’occidente; ha preso il meglio e lo ha trasformato a seconda delle
esigenze […] Dalla modernità sono stati presi i mezzi e la forza, dall’antico, la forma. L’anima
giapponese è sempre la stessa. E’ un’anima completamente orientale, complessa; impenetrabile,
misteriosa; strana. Nella mente del giapponese più colto, ed il più “europeizzato” vi è sempre un
impenetrabile sacrario di vecchie idee, di vecchie credenze, un forte inespugnabile dove tutto l’antico
Giappone si rinserra. […] Noi non possiamo immaginare quale culto abbia ogni giapponese per il
Mikado. [..] Mutsu Hito è il centoventunesimo regnante di una discendenza ininterrotta! L’imperatore
non un individuo, è “l’Imperatore” una cosa reputata eterna. Nella mitologia giapponese i Mikado sono
anche i fondatori della razza; ogni suddito pretende di avere nelle vene un pò del sangue imperiale; la
Nazione viene rappresentata come un albero del quale il tronco sia l’imperatore, i rami siano i principi
e le foglie il popolo. Da tutto questo deriva un’unione indissolubile, una vera solidarietà di sangue con
il sovrano, una devozione assoluta ed eroica, una sottomissione religiosa, un’amore filiale verso il
Mikado ed un invidiabile, ma bene spesso troppo cieco, orgoglio in tutto il popolo 285. […] La vera
religione qui è il culto degli eroi e il culto della Natura; nell’Imperatore si venera l’eterno capostipite
della razza: tutto ciò non è che il Giappone messo sull’altare e adorato. […] Sopra l’altare dei tempii
scintoisti, nel centro, sta uno specchio; voi andate per guardare l’immagine della divinità, e vedete
invece la vostra immagine. Chi sa se ciò non sia proprio il simbolo di questa religione poetica e terrena.
Ciò che nel Giappone sembra fanatismo è dunque fede in sé, e ciò che sembra fatalismo è coscienza di
sé»286.
«La disciplina dell’esercito giapponese è speciale e non potrebbe esistere altrove. La raffinata
educazione del popolo permette di fare a meno dei rigori che regolano le posizioni fra inferiori e
superiori negli altri eserciti, rigori codificati in un vero e proprio cerimoniale. Il giapponese ha innato il
sentimento del dovere e il sentimento della gerarchia; la disciplina è mantenuta soltanto da questa forza
invisibile sotto un’apparente eguaglianza. […] Ma egli sa d’istinto quale sono i suoi doveri verso l’uno
e verso l’altro. E’ nella vita privata che questo istinto si forma, è nella famiglia, dove esistono i gradi
come nell’esercito, dove il padre è il comandante riconosciuto e ubbidito devotamente anche se i figli
hanno i capelli bianchi. Nell’esercito il comandante è un po’ il padre» 287.
Barzini in poche righe, con pochi tratti essenziali, riesce a descrivere un popolo e la
sua anima, con i suoi pregi e difetti, usando uno stile arguto, velato sempre da una
sottile ironia. Egli sa esprimere sentimenti ed idee che ci offrono la possibilità di una
comprensione profonda degli eventi di cui fu testimone.
«Il Governo giapponese dà, ai suoi soldati, col fucile e la giberna, un ventaglio. È il ventaglio
regolamentare, il ventaglio d’ordinanza; tutto bianco col sole rosso in mezzo. Simbolico ed elegante. Se
non lo portano in mano i soldati lo tengono infilato nel taschino o in una cinghia dello zaino. Questo
piccolo oggetto è quanto rimane dell’antico armamento dei Samurai. Una volta c’era il ventaglio del
285
L. BARZINI, Il Giappone in armi, op cit, pagg. 47-49.
Ivi, pag. 93-94.
287
L. BARZINI, Dai campi di battaglia, op. cit., pag. 211.
286
- 111 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
comando per gli ufficiali, faceva vento e conferiva autorità. Ora non c’è che il ventaglio dei soldati, cioè il
ventaglio dell’obbedienza, che fa vento soltanto. Ma per noi occidentali è strano lo spettacolo d’uno
sfarfallio di ventagli fra l’oscillare ritmico delle canne dei fucili sopra un battaglione che passa! Da noi è
troppo un’arma femminile il ventaglio per non stupire di vederlo alla guerra. C’è un contrasto al quale
non possiamo fare l’abitudine. Ed è bene così; in mezzo ad un esercito, dove tutto sembra europeo, il
ventaglio militare ci ricorda che le idee, i sentimenti non sono europei, che l’anima è pur sempre
giapponese288».
Particolarmente interessante è la riflessione sulle diversità, così estreme e prive di
sfumature intermedie, tra i due popoli in lotta, individuate nei più vari aspetti
(attitudinali, fisici, sociali, culturali…) osservati dal giornalista ed offerti come
metonimie rappresentative delle caratteristiche fondanti delle due civiltà. È la grande e
generale dicotomia che nel pensiero comune opponeva Oriente e Occidente che trova
una minuziosa esposizione, ed una conferma avvalorata dall’esperienza diretta che si
offre come dimostrazione empirica della veridicità della tesi sostenuta, nel brano di
seguito riportato:
«Non si potevano trovare due popoli più diversi e farli combattere. La guerra presente si direbbe quasi
un mostruoso esperimento inteso a provare sul campo di battaglia la tempra di due opposte razze
umane: uno spettacolo che una volontà misteriosa e perversa abbia sapientemente organizzato con
quella raffinatezza romana che faceva lottare l’elefante ed il leopardo nel circo. Da una parte scendono
in campo gli uomini più grossi del mondo, dall’altra i più piccoli. Da una parte una forza immensa ma
lenta, una volontà superba ma cieca, dall’altra un’audacia sorridente una risolutezza geniale, una chiara
ed ordinata visione del momento, ed una decisione fulminea nell’approfittarne. Uomini che adorano il
cielo contro uomini che adorano la terra: uomini melanconici contro uomini lieti; biondi contro bruni,
vellosi contro imberbi. Alle spalle degli uni uno sterminato continente piano, grigio, freddo;
invulnerabile, spopolato, selvaggio; alle spalle degli altri un gruppo di montagne emergenti
dall’infinito azzurro dell’Oceano tiepide, fiorite, gaie; gremite di un popolo industre ed artista che le
rende più belle. Il contrasto è in tutto. Mentre il colosso moscovita s’esalta e rugge il piccolo Giappone
mostra una calma ed un ordine che fa dimenticare la guerra. […] Non c’è giapponese che non sappia
cosa avviene e non ne comprenda tutta la gravità; ma in quest’ora solenne della sua vita nazionale il
popolo non tralascia il pellegrinaggio annuale ai ciliegi in fiore. […] La Russia ha rinunciato a
partecipare ufficialmente all’esposizione di S. Louis, il Giappone vi ha ampliato le sue istallazioni. A
Pietroburgo sono stati sospesi i balli di corte, qui il Mikado ha voluto allargare fino a noi,
corrispondenti stranieri, gli inviti alla festa dei fiori nel parco imperiale. Ma che uomini sono mai
questi?289»
288
289
Ivi, pag. 72.
L. BARZINI, Il Giappone in armi, op. cit., pagg. 71-73.
- 112 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Molto interessanti e ricche, come sempre, di acute analisi storiche e lucide riflessioni
politiche queste pagine in cui esprime il suo pensiero in merito al “Pericolo giallo”, il
bieco razzismo, che fomentato dalla propaganda russa, in quegli anni invadeva
l’Occidente:
Spogliamoci dei nostri pregiudizi di razza e giudichiamo serenamente. Il Giappone offre al mondo uno spettacolo
meraviglioso. […] Se questa gente avesse la pelle bianca potremmo anche riconoscere che veramente si batte per
la sua vita, e che il suo unico torto è quello di non essersi battuta prima, ma la sua pelle non è bianca e ciò è grave.
C’è il “pericolo giallo!” Una strana solidarietà di colore induce tanta parte dell’Europa a non comprendere che la
Russia padrona dell’Estremo Oriente significa veramente l’Asia, compatta ed armata ai confini dell’Europa;
significa proprio il “pericolo giallo” alle porte di casa. Perché spaventa tanto che il Giappone possa essere un
ipotetico organizzatore futuro di una unione asiatica, e non spaventa l’idea che questo organizzatore immediato sia
la Russia, quando gli effetti per noi sarebbero gli stessi, anzi infinitamente più sicuri prossimi e gravi? Il colore
della pelle ha una importanza impreveduta nella politica mondiale. - Il “pericolo americano” è assai più
minaccioso di tutti i pericoli colorati della terra messi insieme ma non si grida l’allarme»290.
Le riflessioni di Barzini dimostrano una grande lungimiranza nel cogliere i potenziali
sviluppi della politica estera americana che si concretizzarono a partire dal mandato di
Roosevelt. Dopo la sua elezione al seggio presidenziale (1901), prima con Hay e poi
con Root come segretari di Stato, la politica estera americana iniziò a rivolgersi sia
verso i nuovi possidementi insulari e di Panama, conseguenza del conflitto ispanoamericano, sia verso l’ascesa del Paese al ruolo di grande potenza mondiale. In questa
cornice politica internazionale vanno inserite alcune iniziative personali di Roosevelt:
l’offerta di mediazione fatta nel 1905 per mettere fine al conflitto russo-giapponese; la
partecipazione a pieno titolo degli Stati Uniti alla conferenza di Algesiras, addirittura
per dirimire le controversie tra Francia e Germania per i porti ed i privilegi marocchini.
Già qualche anno prima dell’inizio del mandato di Roosevelt, gli Stati Uniti si erano
avviati verso una fase di crescita nel ruolo di potenza mondiale interessata all’ordine,
alla pace, e alla prosperità delle nazioni. Infatti, la dottrina Monroe, l’espansione
commerciale sui mercati mondiali, e dopo il 1899, l’appoggio dato alla politica estera al
principio della “Open Door”291 in Estremo Oriente che aveva individuato la Cina come
uno dei paesi più promettenti per un’invasione commerciale americana dei mercati
290
Ivi, pagg. 73-74.
Il principio della “Porta Aperta” in Estremo Oriente, svolta dagli Stati Uniti, constava di una politica
tesa ad impedire una spartizione della Cina tra le potenze e favorevole ad una libera competizione fra le
rispettive forze economiche. La “Porta Aperta” corrisponedeva altresì agli interessi della Gran
Bretagna, che era sempre più allarmata dai propositi malcelati di espansione e conquista da parte della
Russia, della Germania e della Francia. In luogo dell’antica ostilità presistente, si creò una sempre più
stretta convergenza di interessi fra Stati Uniti ed Inghilterra. Cfr. G. SPINI, Disegno storico della civiltà,
Vol. III, Ed. Cremonese, Firenze 1980, pagg. 289-290.
291
- 113 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
mondiali, presupponevano mari dominati da potenze “amanti della libertà”. Gli Stati
Uniti si avvicinarono alla Gran Bretagna ed alla sua politica internazionale292.
Il problema della impossibilità di individuare un’unica identità per l’intero, immenso
Impero Russo che, lo ricordiamo, raccoglieva entro i suoi confini un centinaio di etnie,
era sentito dallo stesso governo zarista. Si individua un chiaro sintomo di questa
ambigua consapevolezza nel variare dei temi della propaganda che volgeva la
polivalenza dell’identità nazionale a proprio vantaggio alternando, secondo convenienza
e mutamenti di orientamento ideologico, la rappresentazione dell’Impero ora come
grande potenza occidentale, ora come naturale epicentro di un ideale panasiatico e,
conseguentemente, come unificatore designato del continente.
Questo senso di indefinitezza è immediatamente evidente anche per Barzini.
«Ma è poi veramente giusto considerare il russo come un rappresentante dell’Europa? […] Gli slavi mescolati di
finnici, di tartari, di mongoli si sono creati una civiltà loro, singolare, che è così lontana dalla nostra quanto lo è
quella antica civiltà giapponese […] La Russia ed il Giappone hanno subito un eguale processo di
europeizzamento […] Ciò che vi è d’europeo, negli uni come negli altri, è una sovrapposizione. […] Questi due
popoli sono in eguale misura estranei a noi. Soltanto si sono armati di armi nostre e di nostre idee. Se c’è una
guerra nella quale noi non possiamo sentire affinità di razza verso alcuno dei belligeranti, è proprio la guerra
attuale»293.
Molto belle e caratterizzate dalla caustica ironia tipica della prosa barziniana, le
pagine, apparse sul “Corriere della Sera” del 9 maggio 1904, in cui descrive i suoi
“colleghi” ed il loro modo di fare giornalismo visto in contrapposizione al suo,
sempre concreto e fedele al principio di cronaca. Barzini non risparmia accese critiche
al loro modo di gonfiare o addirittura inventare le notizie.
Tokio, 29 marzo
Il salone dei biliardi dell’”Imperial Hotel” a Tokio attraversa un periodo di gloriosa attività senza
precedenti nella sua breve storia. Dalla mattina alla sera, e anche dalla sera alla mattina, è pieno di fumo
e di gente. Vi si agita una folla d’uomini d’ogni nazione, calzata di stivaloni, di gambali, di putties,
speronata, vestita di tuniche dal taglio militare, di blouses stravaganti, d’abiti da cacciatori di leoni, di
pantaloni da cavallerizzi, sormontata dai più inusuali copricapo, da cappelloni boeri, da berretti
sportivi, da elmi tropicali; in tutte le bocche v’è una pipa accesa il cui fumo sale a buffate verso il
soffitto, annebbiando tutto. Le apparenze potrebbero farla prendere per una folla di allevatori di
cavalli, di piantatori, di cercatori d’oro, di rough-riders, di cow-boys al seguito di qualche Buffalo
292
293
Cfr. A. NEVINS-H. S. COMMAGER, Storia degli Stati Uniti, Einaudi, Torino 1960, pagg. 399-417.
L. BARZINI, Il Giappone in armi, op. cit., pagg. 73-74.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Bill. Niente di tutto questo: si tratta di giornalisti. Ma non bisogna chiamarli così, “giornalisti”
senz’altro; se ne avrebbero quasi a male. Essi sono “corrispondenti di guerra”-war correspondents-e
tengono moltissimo a questo titolo dalla sonorità suggestiva. Con tutto il loro terribile esteriore
questi corrispondenti di guerra si direbbero adunati nella capitale del Giappone per un concorso
internazionale di carambola. Da due mesi non conoscono altro campo che il tappeto verde, altri
proiettili che le palle d’avorio, altre armi che le stecche. Talvolta un cameriere arriva di corsa, gridando:Telefono chiama! - La sala si vuota precipitosamente; un minuto dopo il battaglione dei corrispondenti
di guerra, allocato in lunghe file di rickshas, corre a ricevere le “ultime notizie”. I comunicati ufficiali
sono esposti in una sala “riservata alla stampa” nel Ministero degli esteri; un impiegato ha l’incarico di
telefonare quando c’è qualche cosa di nuovo. Dopo qualche ora dei dispacci d’inverosimile lunghezza (e
fosse la sola lunghezza inverosimile in essi!) sono telegrafati in tutte le parti del mondo. La censura
militare, severissima e proibitiva per ciò che riguarda i movimenti di truppe, le operazioni di sbarco,
i preparativi giapponesi, le forze poste in campo, è viceversa indulgente per tutti i prodotti della
fantasia giornalistica, la quale in certi colleghi è di una prodigiosa attività potendo produrre senza
sforzo apparente anche due battaglie al giorno confezionate accuratamente fino all’ultimo
dettaglio»294.
Nonostante le aspre critiche Barzini mostra, altresì, un grande rispetto per un’altra
tipologia di giornalisti: veterani ed ex combattenti, per lo più britannici, che hanno
conosciuto veramente la guerra in prima persona e che al termine del servizio,
spesso in colonia, hanno scelto la carriera del war reporter295.
Barzini si scaglia anche contro i cartelli dell’informazione a difesa dell’indipendenza di
giudizio, e della capacità di condurre un’inchiesta in maniera originale e personale.
Così, mentre i suoi colleghi inventano, egli è sempre in grado di descriverci ciò che ha
visto e vissuto in prima persona.
[...] Non si sa quando si va, né dove si va. Siamo tutti corrispondenti del mistero. In fondo però il
Giappone non ha tutti i torti; uno degli elementi del successo è il segreto durante il periodo
preparatorio. Ma il mistero sconcerta poco alcuni war-correspondents, i quali - mentre la guerra sul
294
Ivi, pagg. 59-60.
«Molti corrispondenti sanno veramente che cosa è la guerra. Si vedono tipi di vecchi soldati dai
grandi baffi, corpi solidi, fisionomie rigide e serie. Vi sono numerosi reduci dal Transvaal, molti
seguirono anche la campagna del Sudan, qualcuno viene dal Somaliland. Certi sono deturpati da
ferite; uno di essi (Knight del Morning Post) ha perduto il braccio destro a Pretoria: scrive a
macchina con la mano rimastagli. Fra i corrispondenti inglesi si aggira un ometto sui
cinquantacinque anni, calvo, dalla barba bianca tagliata alla Francesco Giuseppe, sempre allegro,
sorridente, saltellante. È il veterano dei corrispondenti di guerra. Lo chiamano il Nonno,- GrandPa -;
ha dodici medaglie guadagnate in altrettante campagne; dalla guerra russo-turca non ne ha lasciata
più una. Egli è il noto disegnatore dell’lllustrated London News, Melton Prior. Quando si veste in
marsina per qualche cerimonia ufficiale, mette tutte le medaglie e tutte le decorazioni: pare il
presidente d’una repubblica sudamericana. Ma le decorazioni non gl’impediscono di esternare la
sua allegria inesauribile con dei fantastici passi di danza, che improvvisamente interrompe con la
più comica gravità fra gli applausi dei colleghi. Non c’è nonno più amato del nostro» Ivi, pagg. 6061.
295
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
continente non è ancora cominciata - spediscono resoconti di combattimenti terribili ad arma bianca e
a fuoco vivo. I lettori non immaginano certo che quei telegrammi sono partiti da un grande albergo
moderno, e sono stati scritti fra due poules ad un dollaro la posta. Alcuni americani-non potevano essere
che americani!-hanno formato un trust per le notizie ”sensazionali”. Si sa, una notizia che compare sopra
un solo giornale è “dubbia”; se è riportata da due giornali è “d’accettarsi con riserva”; da tre è
”attendibile”; da quattro è ”confermata”; da più di quattro poi è ”inconfutabile”. Un trust di cinque
giornalisti può imporsi alla posterità; può creare la verità senza che sia vera; può far vincere delle battaglie
memorabili senza che abbiano luogo. Quando si dice la forza del giornalismo moderno»296.
E ancora pagine nelle quali Barzini, pur ammirando entusiasticamente la società
giapponese, sente altresì la grande ed incolmabile distanza che la separa dalla realtà
occidentale, facendo così emergere anche una struggente melanconia per tutto ciò che
ha lasciato dietro di sé: il proprio Paese con i suoi usi e costumi così diversi, la propria
casa, la famiglia.
Il senso di tutto ciò che vediamo e che ascoltiamo ci sfugge; si vive in un sogno inesplicabile che finisce
per divenire penoso. Fra noi e questo mondo vi è un abisso che non si colmerà mai. Quando la prima
meraviglia s’è sopita, quando la curiosità ammirativa s’è saziata, noi sentiamo tutto l’imbarazzo e la
tristezza d’essere inesorabilmente estranei; ci sentiamo isolati, chiusi fuori da questa festa che è fatta per
noi, come ci sentiamo chiusi fuori da tutto questo Paese che ci accoglie. Ci assale una melanconia
infinita, i nostri sguardi si volgono verso il buio del parco in un inconscio desiderio di fuga, quasi che
dopo una lunga corsa nella notte fiorita ci fosse dato di giungere trafelati alle nostre case lontane297».
Ed ancora pagine ricche di emozioni dove le descrizioni, spesso crude si alternano a
momenti di lirismo che prendono il sopravvento sulla cronaca di guerra, esprimendo
l’orrore provato di fronte a tanti massacri. Contro le inutili ecatombe, Barzini oppone
la sua indignata e dolente testimonianza che riportiamo di seguito in ampi stralci
dall’articolo apparso sul “Corriere della Sera” del 29 novembre 1904:
«LA BATTAGLIA DI LIAO-YANG. Attorno a Su-sam-po’. 30 agosto, mattina. Abbiamo lasciato Anshan-tien alle quattro. Il passaggio delle truppe ha tracciato innumerevoli sentieri che fanno giri
capricciosi fra i campi. Sono strade ingannevoli. […] Alle sei e mezza udiamo il cannone, lontano.
Affrettiamo il passo.[...] Dopo alcuni minuti scorgiamo degli shrapnels che scoppiano in alto, sugli alberi. Il
cannoneggiamento è vasto; l’eco tuona tutto intorno. Una grande battaglia è ingaggiata. […] Più avanti
due reggimenti di fanteria aspettano con le armi al piede. […] È la prima volta che marcio fra i soldati. Da
quattro giorni continuamente si battono questi uomini, e sorridono. Tanti di loro non vedranno la
sera; ma questo pensiero non passa per le loro menti. In mezzo ad essi tutta la parte terribile della guerra
296
297
Ivi, pagg. 61-62
Ivi, pag. 64.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
si dimentica. Si dimentica la guerra. Mi pare di seguire delle truppe in una grande manovra. Non una nube
di tristezza o di preoccupazione nei loro occhi, non un segno d’emozione sui loro visi; e neppure
un’espressione ardita d’entusiasmo o d’eccitazione. No, sono come li vedevo a Tokio passare per le
vie, sereni e tranquilli. Guardano con sorpresa e con compiacenza questo straniero che marcia nelle loro
file, e sorridono tirandosi in disparte per lasciarlo passare. Gli ufficiali rispondono al mio saluto con
gentilezza, e se parlano inglese mormorano un “Good bye” cerimonioso. Fra il tintinnare delle armi si
leva un mormorio di conversazione dietro di me, della quale comprendo d’essere il soggetto. E vanno
al fuoco! Mi pare che fra questi soldati io marcerei fino all’assalto. Vi è nella loro indifferenza una
forza che si comunica. Comprendo l’eroismo delle masse. […] Un capitano al quale mi rivolgo mi dice
che questa è la IV divisione, e mi spiega cortesemente che alla nostra sinistra avanza la VI divisione, alla
destra la III. Apre una carta topografica per mostrarmi la disposizione delle truppe; gettandovi uno
sguardo non posso trattenere un’esclamazione di sorpresa: è una carta russa. È una parte dei rilievi per la
ferrovia mancese; per le regioni traversate dalla strada ferrata è la carta più esatta che vi sia e il
Giappone l’adopera»298.
Da questi passi tratti dalla lunghissima descrizione della battaglia di Liao-yang, emergono
atteggiamenti contrastanti: nella prima parte traspare chiaramente il Barzini affascinato
dalle battaglie, dall’eroismo delle masse che si fa prendere la mano dalla retorica; nella
seconda parte ci appare un Barzini sconvolto dai massacri, che egli stesso definisce
continui, spaventosi ed atroci. Queste descrizioni così potenti, incisive sono dettate da una
chiara volontà di impressionare il lettore con l’accurata descrizione degli aspetti più
orrendi della guerra.
«LA BATTAGLIA DI LIAO-YANG. Sul campo di battaglia. Su-sam-po, 1 settembre. Quanti morti
ho visto? Non so, migliaia; la visione del massacro è continua, spaventosa, atroce, e la mente non ha
più la freddezza di fare un calcolo, di contare, di precisare le perdite della battaglia come si precisano
quelle d’una partita giuocata. Poiché nei dispacci, nei resoconti, sui giornali, di fronte al mondo, tutta
questa carne e questo sangue non sono che perdite, pedine buttate nel giuoco della guerra. E non si
pensa, quando si legge questa parola, non si pensa che cosa significa; il senso esatto e vero ci sfugge
come ci sfugge il senso di tutto ciò che noi non abbiamo mai veduto, mai provato, mai sentito. Da
lontano scorgevo ai piedi delle colline tanti gruppi di cose gettate in terra, e mi domandavo che
potessero essere, quando, arrivatovi in mezzo, ho riconosciuto che erano dei morti, un’infinita
ecatombe umana. […] Ogni Corpo, come un orologio spezzato, ridice il momento della sua morte […]
E sui volti terrei ed insanguinati gli occhi sono aperti: vitrei sguardi che agghiacciano l’anima. Le
bocche spalancate e contorte si direbbe che emettano sempre un inaudibile grido di guerra il fantasma
di un grido. […] Ma perché? Perché? - viene fatto di chiedersi - tanto sangue qui, e tanto pianto
laggiù nelle casette di legno fra i boschi di bambù, tutte piene della vita, dei ricordi, degli affetti di
questi morti? […] Vi è un’assurdità scellerata così evidente, e pure così insanabile, che si rimane
298
L. BARZINI, Dai campi di battaglia, op. cit., pagg. 118-122.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
accasciati dalla rivelazione di questo gran male che non si cura; l’ingiustizia è la gran legge
dell’umanità, totale inesorabile, eterna»299
Barzini, dal 19 febbraio al 13 marzo 1905, fu l’unico giornalista europeo a restare al
seguito dell’esercito giapponese300. Il suo stile di vita non cambiò rispetto alle
campagne dell’estate precedente: notti in tenda, anche con temperature oltre i 10
gradi sotto lo zero, lunghe cavalcate al seguito delle truppe, articoli scritti per
telegrafo sempre in lotta con le maglie della censura301.
A questa seconda fase appartengono le pagine relative alla campagna della II armata
nipponica per la presa di Port Arthur, ricche di notizie fondamentali per la
comprensione tecnica del conflitto. Vi ritornano comunque note di profonda amarezza
per la devastazione, il massacro e la totale distruzione, ma nello stesso tempo ricche di
ammirazione per l’eroismo di entrambi i contendenti che si sono battuti sino
all’estremo sacrificio, sino allo stremo delle forze302.
PORTO ARTURO DOPO LA RESA. LA “DEBACLE”. A venti miglia da Porto Arturo già la via è
tutta ingombra da un tumultuoso riflusso d’armi e d’uomini. […] Alla stazione di Nan-kua-lin incontro
il primo treno di prigionieri. […] fra di loro vigilano le piccole sentinelle giapponesi delle quali non si
scorgono che le baionette sulle teste dei russi. […] Hanno tutti delle uniformi nuove; la guarnigione ha
indossato i migliori abiti prima di arrendersi. […] Molti di essi appaiono stanchi e sofferenti; immobili
e assorti hanno l’aria di riposarsi ancora della gran lotta. […] Il treno dei prigionieri si allontana in
direzione di Dalny, ed io proseguo il viaggio verso la fortezza conquistata. […] A Liu-sciu-tung, in
questa serata gelida, nuvolosa e tempestosa, mi si offre uno spettacolo sinistro. Nella pianura sono
ammassati a centinaia carriagi e cannoni spezzati, affusti contorti, mortai somantati, mitragliere rotte e
rovesciate le une sulle altre, mescolanti le manovelle, le ruote, gli ingranaggi. […] Vedo un mucchio di
granate a mano cariche, dalle quali esce la breve miccia bianca che i soldati, che scherzano d’ogni
cosa, hanno soprannominato l’ombelico. Le forme dell’antica guerra tornano tutte, proprio quando si
credevano morte per sempre, fra le granate fatte con vecchi bossoli, con scatole da conserva, con
proiettili inesplosi, ne vedo alcune di ferro rotonde; sono le classiche granate a mano, con la maniglia o
con la corda per gettarle a fionda. […] Si ha l’impressione che un’immensa bufera abbia confuso e
trascinato i due eserciti nemici in uno stesso turbine ed abbia rigettato nei bordi della via, nei fossati,
per i campi tutti i rottami della spaventosa debacle. […] Fra ampie tende coniche […] nereggia una
gran folla. Sono prigionieri. Intravedo uniformi di tutti i generi, una confusione di cappotti e di
mantelli, di colbacchi di caschi, di berretti a piatto. […] Ognuno porta un sacco o un involto. Si sente
299
Ivi, pagg. 159-164.
Soltanto due corrispondenti americani dell’agenzia Reuter saranno presenti, in questa fase conclusiva
delle operazioni terrestri, presso le truppe giapponesi: uno con Barzini presso la II armata e l’altro
presso la I armata. Cfr. Ivi, pag. 249.
301
Cfr. L. CREMONESI, op. cit., pag. 122-123.
302
Rinviamo all’Appendice per ulteriori estratti antologici.
300
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
che questi uomini vestiti da soldati non sono più soldati. Pare una folla di emigranti, disordinata,
silenziosa e triste. […] Una sentinella appoggiata col gomito alla bocca del fucile vigila questa gran
mandria, dalla quale esce una sola voce, ed è la voce d’un bambino che piange fra le braccia d’un
sottufficiale» 303.
Anche negli articoli relativi alla campagna della II armata, Barzini pone in evidenza la
diversità del carattere del soldato giapponese da quello occidentale indicando,
implicitamente, in essa la causa principale della sconfitta russa; nella descrizione del
suo incontro con il generale Nogi, già vincitore a Port Arthur, pervasa da un misto di
ammirazione e di sconcerto, Barzini sottolinea l’umiltà dell’alto ufficiale e la sua
straordinaria forza di carattere, il senso del dovere superiore agli stessi affetti
familiari, senza in ultimo dimenticare però le sue umane fragilità.
«Mi affretto a raggiungere il villaggio di Liu-sciu-tung dove potrò passare la notte. […] Liu-sciu-tung è
la residenza dello Stato Maggiore del terzo esercito. […] Il mio arrivo era preannunciato e trovo
l’alloggio pronto in una capanna vicina. Un interprete mi guida. Poco dopo egli mi conduce alla
presenza del generale Nogi. Il trionfatore di Porto Arturo vive in una misera casa cinese, una delle
poche rimaste in piedi. La piccola camera dove egli dorme è completamente nuda; due sciabole in un
angolo e delle coperte gettate sul kang. Una cosa sola è appesa ad una parete come ornamento: è la
pelle di una grande aquila, cadente giù floscia con le larghe ali mezze aperte e abbandonate. Si dice che
al mattino del primo dell’anno, il giorno della resa, quest’aquila venisse dal mare a gettarsi tra le file
dei giapponesi; fu presa e posta in una gabbia dove morì qualche giorno dopo. […] Il generale Nogi,
con la sua barba corta, rotonda e grigia, il volto scarno illuminato da uno sguardo vivace e penetrante,
ha qualche cosa che ricorda la fisionomia di Mazzini. […] Mentre mi parla io penso se le soddisfazioni
della vittoria possono compensare quest’uomo che ha sofferto e soffre. Egli aveva due figli ufficiali:
[…] Uno dei figli è morto a Ki-ciau, l’altro è morto sulla collina 203, ed egli, il vecchio soldato, è
rimasto solo. Quando il 4 dicembre gli portarono la notizia della morte del suo secondo figlio, egli
presiedeva un Comitato di Stato Maggiore. Rimase alcuni istanti silenzioso, col mento sul petto, poi
sollevò il viso e disse: ”Continuiamo”. Il sentimento del dovere era più forte del dolore. Da cinque
mesi quest’uomo non ha avuto riposo; a tutte le ore del giorno e della notte doveva ricevere e mandare
ordini e messaggi. […] Alla notte era l’ultimo a coricarsi sul kang. Allora, allora soltanto, quando
credeva che tutti dormissero intorno a lui, si nascondeva il volto fra le mani e piangeva. Sono tutti così
questi uomini»304.
303
L. BARZINI, Dai campi di battaglia, op. cit., pagg. 286-289.
Ivi, pagg. 290-293.
308
Rinviamo all’Appendice per ulteriori estratti antologici inerenti la battaglia di Mukden.
304
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Più tecnica, ancora senza perdere di vista l’espressione dell’eroismo dei combattenti di
entrambe gli schieramenti e mantenendo un ritmo incalzante che fa il paio con quello
dell’artiglieria, la descrizione degli ultimi giorni della lunga battaglia di Mukden308.
«Nella notte dell’8 un altro distaccamento di cavalleria rinnova il tentativo di far saltare la ferrovia. I
cavalli hanno le zampe fasciate e non sono uditi dalle sentinelle russe lungo la linea, le quali di sorpresa
vengono massacrate a colpi di sciabola. 20 metri di rotaie e 100 metri di filo telegrafico sono troncati dagli
esplosivi. Ma in 8 ore i russi riparano il danno. I treni continuano a passare. L’esercito russo inizia la sua ritirata
generale e sfila a 4.000 metri dal fronte giapponese. Nogi vicino a Mukden si trova nell’identica situazione in
cui si era trovato Kuroki a Liao-yang, quella cioè di essere vicino alle retrovie del nemico da assistere alla sua
ritirata, ma di trovarsi impotente a muovere più oltre. La battaglia continua con accanimento; i più noti eroi di
Port Arthur cadono in questa giornata. Santaitsu, un villaggio vicino a Peilin, è attaccato nella notte e vi si
rinnovano quasi le scene di Likampu; si combatte casa per casa con granate a mano. Il villaggio è
conquistato a metà, perduto, ripreso per intero, riperduto. Peilin stesso, dove sono in posizione molte
artiglierie russe, è assalito al mattino del 9 ed un reggimento vi perde la metà dei suoi uomini. La battaglia
si accanisce sotto al tremendo uragano che solleva la sabbia. Pare che in questo giorno terra e cielo si
sconvolgano. All’assalto d’un villaggio, Ungantsu, un reggimento della sinistra perde due terzi degli uomini e
tutti gli ufficiali. Le batterie sono senza cavalli. Nella bufera non si scorge nulla a dieci passi di distanza. I russi
contrattaccano con masse poderose; una brigata della prima divisione nemica dà indietro, perde terreno,
deve abbandonare delle mitragliatrici; è una confusione infernale. Non si possono trasmettere gli ordini; non si
sa quello che avvenga: in alcuni punti si ha l’impressione che la battaglia sia irrimediabilmente
perduta. Soltanto un grande spirito di sacrificio e di disciplina regge i soldati. Il quartiere generale di
Nogi, tempestato dalle bombe, si incendia e le fiamme spinte dal vento furibondo si propagano a tutto il
villaggio. Il nemico arriva addosso improvvisamente alla divisione di sinistra, coperto dai densi nembi di sabbia.
E’ una tempesta mostruosa di terra e di fuoco e di uomini. Vi sono lotte feroci alla baionetta, e ritirate che
sembrano fughe. I russi inseguono fin sulle bocche dei cannoni, rinculano sotto il fuoco delle
artiglierie, ritornano più forti. La sinistra di Nogi sta per essere sopraffatta. Una sua brigata,
comandata dal generale Nakamura, ha perduto 8.000 uomini. Il generale Idà annuncia laconicamente a Nogi: “Sto
per essere circondato, non ho più uomini, posso resistere 4 ore”. Allora la nona divisione riceve l’ordine di portarsi
immediatamente dal centro alla sinistra per parare l’accerchiamento, e la undicesima deve spostarsi a riempire il
vuoto lasciato dalla nona. Quando il movimento comincia, i soldati di Oshima sono digiuni da 22 ore. Marciano in
quel caos, nel quale si scatena tutta la ferocia degli uomini e delle cose. Alla sera rientrano nella lotta. Il giorno 10 la
battaglia continua qui, ma è cessata al sud. Essa fiancheggia la ritirata russa verso Tielin. Mukden è
occupata dall’esercito di Oku. Soltanto alle 6 della sera i soldati di Nogi riescono a giungere alla
ferrovia, dopo un ultimo assalto. Ma è troppo tardi; il grosso dell’armata russa è sfuggito al nord. Dei
corpi nemici contrattaccano ancora per tenere a bada la nona divisione, la più avanzata e perciò la più pericolosa
per loro. Il combattimento dura tutta la notte. Il generale Oshima ha il cavallo ucciso mentre
comanda le truppe. Soltanto al mattino dell’11 la battaglia si acquieta. L’esercito dell’ala sinistra si
è congiunto a quello dell’ala destra. L’armata giapponese ha compiuto il suo abbraccio, ma esso non stringe che
Mukden silenziosa e intorno a lei pochi corpi russi ritardatari o sperduti. 30.000 prigionieri invece di
300.000. I russi sono battuti ma non sconfitti. La battaglia di Mukden è finita, ma la guerra continua.[…]
- 120 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Cominciano le rese. Colonne di prigionieri scendono alla sera verso Mukden, illuminata dai riflessi d’un
immenso incendio. La città russa arde.[...] All’alba del 10, il generale Okubo traversa anch’egli
l’Hun, dietro alle sue truppe. Giunto al letto del fiume gira l’occhio mesto sui mucchi di cadaveri
che macchiano di vermiglio il tetro candore del ghiaccio. Erano i suoi soldati questi corpi che il gelo
ha impietrito, contorti in un supremo gesto di lotta, ancora con le armi al pugno, le livide bocche
aperte quasi gridando ancora un inaudibile grido. E’ stato l’ultimo massacro della battaglia, questo. Mukden
è conquistata. Il generale si ferma, comanda “l’alt”, scende da cavallo, mentre il suo stato maggiore
lo imita in silenzio. Poi si toglie il berretto con solenne riverenza e rivolgendosi alla tragica folla dei
morti, egli dice: “ il nemico è vinto. Io vi ringrazio per la vostra morte. La vittoria è vostra! Addio!”. Gli
ufficiali si scoprono; i soldati presentano le armi. Riprendendo la marcia, tutti si volgono ai caduti e salutano:
Addio! Rimane una misteriosa, tremenda e pure dolce intimità fra i vivi ed i morti, fra l’oggi e
l’ieri: ogni soldato marciando sulla terra conquistata ha l’anima tutta piena di figure scomparse; egli
ascolta voci care che parlano alla sua memoria; in ogni vuoto delle file assottigliate egli rivede
compagni ora spariti; le schiere insanguinate cadute sul campo risorgono così e marciano in folla
intorno a lui; egli si sente gomito a gomito con dei fantasmi e parla loro: Addio! Esulta il popolo lontano,
ebbro di gioia per le vie pavesate, nel giorno della vittoria. Ma è un mesto giorno questo nei campi di
battaglia 309».
Nel brano che descrive l’ingresso nella città di Mukden delle vittoriose truppe
nipponiche, Barzini, che tratteggia l’opportunismo dei cinesi che si «genuflettono ad
un nuovo padrone» con gioia e naturalezza, anzi «con la vile festosità dei deboli», si
dimostra molto vicino alle idee di Caviglia, come vedremo in maniera più esplicita nel
paragrafo seguente, laddove esprime il concetto della pace armata, così fermamente
presente anche negli scritti del nostro addetto militare. Nella sorte dei deboli cinesi ora
assoggettati ad un nuovo padrone, Barzini, vede tutti quei «paesi che gettano la
spada», che rifiutano quindi di difendere la propria identità, la proprio Nazione e
quindi in ultima analisi la propria pace.
«Il giorno dopo Mukden rinasceva ad una nuova vita; era addobbata, pavesata con bandiere cinesi e
giapponesi, ornata di nastri rossi, gaia, rumorosa, trasformata senza più una taverna né una scritta
russa. I cinesi andavano in folla a vedere i grandi e neri armenti di prigionieri russi accampati fuori
delle porte, e correvano a salutare i giapponesi che entravano ancora, irreggimentati dietro le loro
bandiere stracciate ed annerite. La vecchia città aveva dimenticato i suoi eserciti tartari che essa
lanciava una volta alla vittoria; aveva dimenticato che essa vide il più grande impero del mondo
conquistato e prostrato alla sua volontà, che dalla Siberia alle falde dell’Himalaya, dalla Corea al Pamir
i suoi imperatori avevano imposto la volontà loro; aveva dimenticato che in lei sorse il sogno della
309
L. BARZINI, La battaglia di Mukden, op. cit., pagg. 264-270.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
conquista dell’Asia, quando l’Asia era per lei tutto il mondo. Ora si genufletteva ad un nuovo padrone,
con la vile festosità dei deboli. E’ la sorte dei paesi che gettano la spada» 310.
Le idee di Barzini sono senza dubbio figlie del suo tempo, condizionate dall’epoca in
cui l’autore visse ed operò, già intrise di quella retorica che vide la sua esaltazione
fino alle estreme conseguenze, nel trentennio successivo con la nascita e l’involuzione
della dittatura fascista in Italia, e di quella nazista in Germania. Tuttavia, pur tenendo
conto di ciò, le sue opere rimangono essenziali sia per la comprensione del conflitto
poiché cronache fedeli di un’attento, intelligente e competente testimone oculare, sia
anche per alcuni aspetti che potremo definire di “sostanza”: nell’esaltazione della
civiltà giapponese, Barzini afferma che le virtù morali, spirituali di un popolo, il
«modo di sentire, giudicare, di comprendere la vita privata e collettiva, con i suoi
doveri, i suoi diritti, le sue bellezze312», cioè tutti quegli elementi che ne costituiscono
e formano la civiltà, ne creano la forza e la compattezza, anche nella volontà del
supremo sacrificio per la patria. Quindi, le Nazioni che, come il Giappone,
posseggono una maggiore saldezza interiore, un maggiore senso di identità nazionale,
hanno tutti gli strumenti per prevalere sui Paesi, come la Russia zarista, afflitta da una
latente e cronica debolezza dello Stato e da un popolo che abbia scarsa coscienza della
propria identità nazionale e dei valori fondanti della propria civiltà. Le sconfitte
militari sono quasi sempre le dirette conseguenze delle debolezze interne di uno Stato.
III. 3 Il generale Enrico Caviglia-Cenni biografici
Enrico Caviglia (1862-1945) fu Maresciallo d’Italia, Ministro, Senatore del Regno.
Nacque a Finalmarina, nel circondario di Albenga il 4 maggio 1862 da Pietro e da
Antonia Saccone. Allievo dal 1° ottobre 1877 del Collegio militare di Milano, il 1°
ottobre 1880 venne ammesso ai corsi della Regia Accademia di Torino ed il 19 luglio
1883 nominato sottotenente d’artiglieria. Con il grado di tenente, il 14 ottobre 1888, fu
destinato alla brigata cannonieri del Corpo Speciale d’Africa, partendo due giorni
dopo da Napoli per l’Eritrea. Partì nuovamente per l’Africa, con il grado di capitano, il
6 febbraio 1896 partecipando alle operazioni contro i Dervisci e ricevendo un encomio
solenne per il suo comportamento. Il 18 ottobre dello stesso anno, rientrò in Italia, e
310
Ivi, pagg. 288-289.
L. BARZINI, Perché il Giappone vince. I giapponesi sono esatti, cronometrici e formali, op. cit., pag.
10.
312
- 122 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
venne assegnato come addetto allo Stato Maggiore del 3° Corpo d’armata di Milano,
dove partecipò alle operazioni per il controllo della sommossa del maggio 1898. Il 16
maggio 1903 venne nominato maggiore e destinato al 47° reggimento di fanteria in
Roma, per il periodo di comando. Il 31 marzo 1904 fu collocato a disposizione del
Ministero della Guerra, poiché nominato addetto militare straordinario a Tokyo per
«seguire eventualmente le operazioni di guerra nell’Estremo Oriente presso le truppe
giapponesi»313. Trasferito il 20 aprile 1905 nel Corpo di Stato Maggiore, nell’agosto
dello stesso anno, mentre era già al seguito delle truppe giapponesi in Manciuria,
ricevette la nomina di Regio Addetto Militare a Tokyo e Pechino ed il 1° marzo 1906
quella di Aiutante di Campo onorario del re Vittorio Emanuele III. Promosso il 22
settembre 1908 tenente colonnello, l’11 marzo 1911 cessò dall’incarico di Addetto
militare a Tokyo e Pechino e l’11 maggio dello stesso anno divenne addetto allo Stato
Maggiore del comando del X Corpo d’armata. Il 2 luglio 1912 partì da Siracusa per
Tripoli, al seguito del comando d’occupazione della Tripolitania ed il 6 febbraio 1913,
rientrato in Italia, fu trasferito presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze ed il 1°
febbraio 1914, promosso al grado di colonnello, ne fu nominato direttore in 2^. Il 23
maggio 1915 partì per il fronte giulio ed il 18 agosto seguente venne promosso generale
di brigata e posto al comando della brigata di fanteria “Bari”, alla cui guida guadagnò
una Croce dell’Ordine Militare di Savoia ed il 29 agosto 1916, incaricato delle funzioni
del grado superiore, divenne comandante della 29^ divisione. Promosso, dal 14 luglio
1917, tenente generale per merito di guerra, l’8 luglio seguente fu nominato
comandante del 24° Corpo d’armata mobilitato ed in tale veste e per il suo
comportamento nella ritirata di Caporetto, ottenne una decorazione al valore. Nominato il
25 giugno 1918 comandante dell’VIII armata, il Comando Supremo lo nominò
comandante d’armata per merito di guerra, ottenendo, poi, una seconda Croce
dell’O.M.S. Il 19 gennaio 1919 venne nominato Ministro per la Guerra e poi Senatore
del Regno. Promosso, dal 21 novembre 1919, generale d’Esercito per merito di guerra, il
1° giugno 1926 conseguì la promozione a Maresciallo d’Italia. Il 10 settembre 1943
assunse per pochi giorni il comando militare di Roma cercando di porre riparo al caos dei
vertici militari privi di direttive. Morì a Finale Ligure il 22 marzo 1945314.
313
314
AUSSME, Fondo Biografie, b. 81, pag. 1.
Cfr. AUSSME, Fondo Biografie, b. 15, f. 56 e b. 81, pagg. 1-3.
- 123 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
III. 4 l’attività di addetto militare straordinario presso le truppe giapponesi.
Durante la permanenza dell’allora maggiore Caviglia al 47° fanteria nella caserma Macao
a Roma, un giorno di fine novembre del 1903, il re Vittorio Emanuele III, da pochi anni
sul trono, andò a visitare il reggimento. Le reclute agli ordini del giovane ufficiale
eseguirono nel cortile movimenti ordinati alla presenza del sovrano. Il re congedandosi
ebbe modo di congratularsi con Caviglia. Il comandante del reggimento, intuendone la
carriera futura, gli disse: «caro maggiore, temo che lei non rimarrà molto al 47°»315. Due
mesi più tardi, infatti, Caviglia fu convocato dal Capo di Stato Maggiore, generale
Saletta, che gli comunicò l’ordine di partenza per il Giappone, con l’incarico di seguire
le operazioni militari contro i russi. Partì il 18 febbraio sul piroscafo “Hamburg”, della
Nord Deutscher Lloyd. Dopo oltre un mese di viaggio e gli scali di Porto Said, Aden,
Colombo, Penang, Singapore, Hong Kong, Shanghai, Nagasaki, finalmente giunse a
Tokyo.
Nel suo libro Il segreto della Pace, scritto tra il 1943 ed il 1944, descrive da vicino le sorti
della guerra russo-giapponese e dei rapporti umani instaurati durante questo periodo.
Al libro, che inizialmente chiamò Romanzi nomadi: note autobiografiche e frammenti di una
civiltà allo zenit, lavorò solo negli ultimi anni di vita, sulla scorta dei suoi fedelissimi diari,
rivivendo ambienti, colori e lineamenti. Scritto nei giorni amari del secondo conflitto
mondiale tra le mille sofferenze dell’Italia dilaniata dalla guerra e dall’occupazione tedesca,
egli fa un triste parallelismo tra la Cina di allora, aggredita dai russi e giapponesi, e l’Italia
percorsa dai tedeschi ed anglo-americani. La sua morale è quella della Roma antica: se un
popolo vuole vivere in pace deve essere forte nell’animo, essere civile, dignitoso, ma anche
armato; secondo Caviglia il segreto della pace infatti non sta nel pacifismo, poiché esso
causa vuoti di potere, debolezze civiche e militari, bensì nella pace armata. Il titolo definitivo
all’opera venne da alcune riflessioni sul popolo cinese: «tra giapponesi, puri soldati, ed i
russi, espressione di una società in sfacelo, i cinesi che cominciano a riarmarsi per esistere e
resistere, sentono ed apprezzano, in misura eminente, il segreto della pace»316. Egli infatti si
definirà soldato che ha sempre vissuto la guerra aspirando alla pace. Da queste riflessioni
traspare il fascino potente che l’Oriente esercitò sul suo animo; il popolo cinese, mai
compreso fino in fondo, lo sorprese, lo incuriosì, lo affascinò. Definì la Cina come «un
grande mare di cui gli uomini occidentali conoscono solo qualche punto della riva». Con
analogo sentimento di fascinazione e mistero guardava al Giappone, e non dimenticò mai gli
anni vissuti in Estremo Oriente tornando spesso col pensiero a quei giorni:
315
316
Cfr. P. P. CERVONE, Enrico Caviglia l’anti Badoglio, Mursia, Milano 1992, pag. 31.
E. CAVIGLIA, op. cit., pagg. LXXV, LXXVI.
- 124 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
«Quando ripensava, dopo molti anni alla sua vita in Manciuria, il maggiore italiano constatava nella sua
memoria il ricordo costante d’un benessere fisico generale e continuo. Forse era il parco
regime nutritivo giapponese, la vita semplice, frugale e attiva, l‘ospitalità primitiva e agricola dei
villaggi o piccole città, fra le montagne e le colline mancesi. La razione del soldato giapponese (un litro di
riso) comune a tutti gli ufficiali e soldati - era, per gli osservatori esteri, rinforzata talvolta da polli, uova
o legumi, trovati sul posto. In pochi mesi essi avevano perduto la parte ingombrante e inutile del loro peso;
erano ritornati sottili e in perfetta forma, come i fantini per le corse dei cavalli. Da Marina ricordava una
distribuzione di salumi, come scorta da servire durante i giorni della manovra avvolgente dell’armata di
Kuroki nella battaglia di Liao Yang. Ognuno ne ebbe due. “Italian sausage”; gridava con qualche
entusiasmo uno degli ufficiali inglesi, come se vantasse le proprietà di una rara, apprezzata leccornia.
Intanto si svolgeva la lunga campagna di guerra: fasi di avvicinamento dei nipponici agli avamposti russi,
esame minuzioso delle posizioni e dei lavori difensivi, tasteggiamenti e attacchi. Lo svago era dato da
lunghe passeggiate in montagna a cavallo o a piedi; scoprire sorgenti di acqua fresca pura, che si beveva
avidamente, perché la bevanda, ordinariamente usata nei pasti quotidiani, era acqua bollita con
foglie di thè. Il bisogno di bere acqua fresca si faceva mordente tutte le volte che si trovava una limpida
polla sorgente dalle rocce»317.
L’opera di Caviglia è ricchissima di osservazioni e di approfondite disamine su tutto ciò che
lo circonda: dai compagni di viaggio agli addetti militari delle altre Nazioni, al popolo
giapponese ed ai suoi governanti, ai cinesi - vere vittime del conflitto - ai fatti d’arme.
«Ciò che sorprendeva gli occidentali, giunti al Giappone, era il contegno delle autorità
giapponesi. Sembrava che Tokio, benché fosse la capitale di un impero impegnato in una guerra
formidabile, non pensasse ad altro che a ricevimenti e passatempi. A Shiba Richiú, Villa
Imperiale a Tokio, un pomeriggio, in giardino, era invitato tutto il personale delle legazioni,
oltre agli addetti militari e ai giornalisti. V’erano vari principi imperiali e le piú alte autorità
militari e politiche giapponesi. Tutti avevano l’aria serena e tranquilla di chi non ha
preoccupazioni di sorta e vuole godere la bellezza della festa in una magnifica villa. Caviglia
pensava: “Il Giappone attraversa un periodo eroico, si è imposta una grande missione, e se
potrà compierla, i nomi di non pochi di questi uomini saranno affidati alla venerazione dei
posteri. Ad essi la razza innalzerà monumenti”. […] Il piccolo generale Kodama, dalla pelle chiara e
dalle fattezze europeizzanti, sottocapo di Stato Maggiore di Oyama, di carattere allegro e di buon
umore, chiese notizie del colonnello d’artiglieria Grillo, che era stato al Giappone per
impiantarvi un arsenale e una fabbrica d’armi. Kodama lo ricordava come uomo duro, di
poche parole, nemico dei complimenti, cosicché ebbe serie questioni con gli ufficiali giapponesi, i
quali però lo stimavano come lavoratore eccezionale, che voleva ad ogni costo fare il suo dovere
verso il Giappone. […] I vecchi ufficiali giapponesi avevano occhi neri, piccoli e brillanti che
rivelavano facilmente simpatia e cordialità. Quanto diversi dagli occhi dei giovani ufficiali, che il
317
Ivi, pag. 125.
- 125 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
giorno prima Da Marina aveva conosciuto in una visita al primo reggimento di fanteria della guardia
imperiale! Erano occhi ostili che evitavano ogni conversazione spirituale e rivelavano una razza che
rifiuta i contatti con altre razze, che non teme, e di cui non si fida: che sente nemiche. La
giovane generazione di ufficiali giapponesi ha educazione diversa dai vecchi samurai accoglienti e
cortesi. Forse questi hanno un’arte di piú, sanno dissimulare meglio i loro sentimenti. I giovani
non si danno pena di nasconderli»318.
Già da queste pagine del suo resoconto, percepiamo chiaramente il senso di
stupore e di una velata ammirazione per il Giappone, nelle descrizioni di pace e
serenità che regnano in questa nazione pur impegnata in una guerra di vitale
importanza per il futuro del Paese; tuttavia Caviglia non tralascia di annotare lo
spirito di diffidenza, di ostilità malcelata, specialmente delle giovani generazioni,
nei confronti degli stranieri ed in generale di altre razze, logica conseguenza del
secolare isolamento da cui il Giappone era appena uscito.
Nelle pagine successive (riportate in nota) Caviglia descrive l’inizio del suo viaggio
verso il fronte coreano, ed offre, non senza ammirazione, alcuni spunti interessanti
per la comprensione dello spirito del popolo giapponese; nei loro Banzai di
commiato ai soldati in partenza per la guerra c’è tutta l’anima del Giappone: «anime
pronte a ricevere freddamente ogni notizia, rocce contro gli attacchi del fato». Da
uomo lungimirante, giungendo a Shimonoseki, non risparmia critiche alle potenze
occidentale che, con l’omonimo trattato avevano «iugulato» la vittoria nipponica nel
conflitto con la Cina, e che avevano provocato così il risentimento del Giappone nei
confronti dell’occidente, sottolineando, quasi in modo profetico, che la Russia, nel
presente conflitto, sarebbe stata solo la prima di una lunga lista di nazioni
occidentali a pagarne il prezzo319.
318
Ivi, pag. 90.
«La partenza del primo gruppo di quattordici addetti militari fu, per il mondo diplomatico
di Tokio, un memorabile avvenimento. […] Gli addetti militari, già abbastanza affiatati nel
comune destino, si scambiavano qualche impressione. […] A ogni stazione si imbarcano
plotoni di riservisti. Tutti gli abitanti dei villaggi vengono a salutarli. […] Vi sono villaggi, rimasti
forse per lungo tempo segregati prima della costruzione della ferrovia, dove tutti gli abitanti si
rassomigliano, come se appartenessero a una sola famiglia. Il loro banzai finale, con le palme alzate e
rivolte ai partenti, è definitivo: anime pronte a ricevere freddamente ogni notizia, rocce contro gli
attacchi del fato. Si passa lungo la base del Fugjama. […]. La cima è coperta di nuvole, ma un colpo di
vento disperde rapidamente il grigio sipario e l’alto cono appare coperto di neve, illuminato dal sole
contro il cielo azzurro. Ricorda le maestose linee dell’Etna. Il colonnello Satow, mentore degli Ufficiali
esteri, esclama: “Il Fugjama ha gridato banzai. Buon augurio”. In una stazione il treno si ferma venti
minuti. Vengono giovinette a danzare, cantando, e le signore fanno inchini e auguri ai “nobili ufficiali
esteri”. In questo Paese in guerra tutto è preparato con cura minuziosa, perché gli ufficiali esteri non
abbiano l’impressione di attraversare un Paese sofferente per la guerra. “Che le sofferenze ci siano,
oppure no, non riguarda voi, ma noi soli”: è il monito per gli ospiti esteri. […] Si arrivò a Shimonoseki e
319
- 126 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Nelle pagine che si riferiscono ad eventi occorsi poco dopo l’arrivo degli addetti militari a
Chemulpo, Caviglia rileva l’atteggiamento ambiguo nei confronti del Giappone, nel gioco
dei delicati equilibri della politica internazionale, da parte anche dei Paesi che si
dichiaravano schierati a fianco del paese del Sol Levante, evidenziando una certa misura di
razzismo, e la convinzione della superiorità della razza bianca da parte di alcuni suoi colleghi
occidentali.
«Gli ufficiali esteri sbarcarono sopra un ponte di galleggianti costruito dai Giapponesi e furono
alloggiati sotto ottime tende. Dopo di loro sbarcarono i cavalli. Prima di notte ebbero la notizia
che le truppe giapponesi avevano occupato Fen-wan-ceng, capoluogo della provincia sud orientale
della Manciuria. Il colonnello giapponese Satow, nel comunicare questa notizia, non dette alcun
segno di compiacimento; solo disse che la notizia era attesa, perché i russi si erano ritirati verso
Liao-Yang, lasciandosi dietro una fitta cortina di cavalleria in retroguardia a loro protezione. Gli
ufficiali esteri andarono verso il villaggio. Per la strada si uní ad essi il colonnello Hume, ed
insieme videro un centinaio di capanne luride e puzzolenti: “Quale differenza!”, disse uno degli
ufficiali esteri, “fra la Corea. e il Giappone; eppure la civiltà della Corea è piú antica. Oggi la
Corea è in decadenza, mentre il Giappone è in ascesa!”. “A me”, disse il colonnello Hume,
“piace piú la Corea. Io giudico come uomo della razza bianca, che cerca di spingere lo sguardo
nell’avvenire. “Il Giappone si è assimilati i mezzi della nostra civiltà, non per collaborare con
noi, ma per combatterci”. “Santo Dio, Hume!” esclamò l’interlocutore. “Ma non siete alleato dei
nostri ospiti in una loro guerra contro una nazione di razza bianca?”. Hume sorrise: “Sed ruit
hominis hora”, soggiunse»320.
A causa della forzosa lontananza dai combattimenti voluta dallo Stato Maggiore
nipponico, sia per motivi di segretezza nella pianificazione delle strategie belliche (a
dimostrazione della scarsa fiducia nei confronti dell’imparzialità degli addetti militari
stranieri), sia per garantire comunque l’incolumità degli addetti stessi, Caviglia può dare
libero sfogo alla sua anima di viaggiatore e di narratore. Segue così una lunga parte
descrittiva nella quale narra la sue impressioni sull’Oriente in generale ed in particolare
sul popolo coreano, evidenziando le sue peculiari differenze caratteriali con quello
mancese, descrivendo i suoi abitanti pacifici e quasi indifferenti all’atrocità che li
circonda.
gli ufficiali esteri furono alloggiati negli alberghi giapponesi locali. Col trattato che porta il nome di
Shimonoseki le potenze europee firmatarie avevano iugulato la vittoria giapponese in Cina. Esse
sconteranno col tempo questa offesa fatta al Giappone: ora tocca alla Russia che ne ha ricevuto i
principali vantaggi. Quella stessa sera giunse la notizia della vittoria giapponese sullo Yalu. […] Era
il primo urto delle armi del nuovo Giappone contro forze di razza bianca, e fu la prima vittoria. […] La
Corea, non piú contesa, era in mano ai giapponesi» Ivi, pag. 95-97.
320
Ivi, pagg. 100-101.
- 127 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
«Solo pesa su tutto una minaccia inesorabile come il fato, la guerra, alla quale gli abitanti non possono
sottrarsi. E’ per loro che si combatte questa guerra, ma essi ne ignorano le ragioni, e vi sono estranei. La
guerra è per essi, come nella Bibbia, un flagello mandato da Dio, un flagello come la peste e la fame. I
russi e i giapponesi si sforzano a dimostrare alla gente civile che la ragione è dalla loro parte, e che sono
obbligati a fare la guerra. La diplomazia assicura che il torto è dall’altra parte, e la ragione dalla propria;
ma questa povera gente non sa nulla degli interessi dei russi e dei giapponesi, e farebbe volentieri a meno
della loro presenza»321.
Caviglia, come si è detto, affascinato dalla cultura e dalla società giapponese non manca
di esprimere le sue idee anche su aspetti che oggi verrebbero definiti beceri luoghi
comuni, definendo i giapponesi un popolo di assimililatori e non di creatori. Nonostante
le sue indiscusse capacità, le interpretazioni di Caviglia della realtà culturale e sociale
giapponese debbono essere, per così dire “filtrate” attraverso gli strumenti ed i pregiudizi
culturali dell’epoca in cui egli visse e di cui, in parte, è portatore; tuttavia queste
considerazioni, proprio perché figlie della loro epoca, risultano di grande interesse322.
321
Ivi, pagg. 137-138.
«I giapponesi sono un popolo di assimilatori non di creatori. Il tenente Macinò aveva accompagnato
gli ufficiali esteri a Motienlin. Egli aveva notato un attendamento presso una foresta al di là della
cittadina di Towand, e ne informò il comando della divisione. L’interprete Matsuò ne fu
meravigliato. “Non è compito suo”, disse. “Egli deve solo accompagnare gli ufficiali esteri”. Questo
parere fu sentito dal capitano svedese Hegardt e dal maggiore italiano. “Non capisce niente di cose
militari”, disse Hegardt. Da Marina rispose: “Vedete, Hegardt, Matsuò è il vero giapponese comune,
ed è fatto come la grande maggioranza dei giapponesi. Essi sono abitudinari. Ognuno ha il suo
compito e si occupa solo di quello. Voi sapete meglio di me che i nipponici, in genere, non sono inventori,
non sono creatori, sono assimilitori. Essi hanno imparato l’arte della guerra europea, si sono ripartiti
i vari compiti, e oguno fa sempre una cosa coscienziosamente, perfezionandola con l’esperienza:
dal comandante supremo all’ultimo ufficiale. Matsuò è interprete mediocre, se volete, che non si occupa
d’altro, e fa quello che può”.Hegardt che stava caricando la pipa, se la mise in bocca, l’accese e
sorridendo disse: “Avete ragione. Il piano d’operazione di questa campagna è uguale a quello della
campagna contro i cinesi nel 1894”. L’italiano riprese a dire: “Probabilmente i nostri ospiti
ritenevano che Port Arthur con i russi avrebbe resistito più che non abbia resistito con i cinesi, ma non
calcolavano sopra una resistenza cosí lunga. “Sono ormai sei mesi che quella base navale resiste, ed essi
hanno aspettato per due mesi la resa di Port Arthur per marciare a forze riunite con l’armata di
Nogi contro Kuropatkine. Ora sanno che l’assedio si prolungherà ancora per parecchi mesi; perciò
si sono decisi ad avanzare con la 2a e 1a armata soltanto. Ma sono pieni di vigore e di forza di volontà, e la
spunteranno ugualmente contro Kuropatkine, sebbene egli abbia arrestato la 2a armata, diretta verso
Liao Yang. “La manovra per arrivare a Liao Yang, sarà la ripetizione della manovra dello Yalu. Ossia,
mentre la seconda armata attaccherà di fronte, la 1a armata farà l’avvolgimento a destra. Cosí come
fece la 12a divisione sullo Yalu, mentre la Guardia e la 2a divisione attaccavano di fronte”.
“Durante l’ultimo combattimento, quello del 17 luglio”, disse Payeur che si era avvicinato, “io mi
trovavo alla divisione della Guardia. […] Adunque il 17 luglio il comando della Guardia dette i suoi
ordini, ma poiché non erano stati preparati con tutto il tempo necessario, non furono compresi,
dettero luogo a contrattempi, sbagli di luogo, di riunione. I giapponesi vogliono fare tutto con
l’orologio alla mano, e vi impiegano molto tempo, che spesso perdono in particolari. Se la
situazione non si modifica, essi perfezionano gradatamente il proprio piano di azione. […] Se la
situazione cambia improvvisamente, i giapponesi rimangono disorientati, ma dopo pochi giorni si
raccapezzano, si organizzano, si ripartiscono il lavoro. Se i comandi non hanno il tempo per
prepararsi, vi rimediano le truppe con il loro valore e la loro tenacia. “Secondo me”,
concluse Da Marina, “chi vince questa guerra è la truppa giapponese, perché è assecondata
322
- 128 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
In poche righe Caviglia ci offre un giudizio stringente sulla motivazione delle
continue sconfitte russe; esso risiede nella debolezza interna, nella scarsa coesione
di un popolo, nella mancanza di un intento comune che riesca a fondere insieme le
energie positive di una nazione.
«Piú morale che tecnica la debolezza dei russi. […] Ma nel gruppo di Da Marina si riteneva che la
debolezza dei russi fosse piú morale che tecnica. Essi hanno le stesse armi, fors’anche migliori dei
giapponesi; hanno all’incirca gli stessi regolamenti tattici e li applicano allo stesso modo. Eppure
sono vinti! È la preoccupazione per la loro linea di ritirata? Il timore di essere tagliati dal lung o
filo transiberiano che li unisce alla Russia? Da una parte c’è tutto un popolo che vuole la guerra per
uno scopo supremo per tutti: un popolo concorde, animato da una sola passione che fonde tutte le
qualità, fa trovare i migliori mezzi di azione, fa sembrare lievi tutte le fatiche e tutti i sacrifici.
Invece, dall’altra parte, i russi pare non abbiano scopo, né guida. Si direbbe che i loro capi
sappiano di doversi ritirare. - Che vale resistere? - sembra pensare il comando russo. - Noi
sappiamo che dovremo arrivare a Mukden, se non piú a nord, per avere la grande superiorità delle
forze. Ritirandoci, noi aumentiamo le nostre divisioni, che continuano a venire dalla Russia. I
giapponesi, avanzando, debbono lasciare distaccamenti, e diminuiscono le loro forze -. Questa
convinzione, o qualcosa di analogo, può aver impedito ai generali russi di accorgersi che la 12 a
divisione era isolata e distante da trenta a quaranta chilometri dal resto della l a armata, e che
perciò poteva essere facilmente schiacciata, concentrando rapidamente le forze, per prenderla in una
morsa» 323.
Significativi i passaggi in cui Caviglia esprime chiaramente il suo pensiero sulla pace
armata, la Pax Romana in grado di salvaguardare la dignità dei popoli. Queste
riflessioni vengono riportate nel suo diario nell’agosto del 1944 nell’Italia ostaggio
degli occupanti tedeschi, in riferimento alla situazione del nostro Paese umiliato,
sconfitto ed in mano ad eserciti stranieri che si fronteggiano distruggendo, incendiando
dalla inattività e dalla mancanza di indirizzo russo. Kuropatkine è preoccupato per la sua linea
di ritirata. E’ attaccato alla Russia con un filo, lungo oltre cinquemila chilometri; e se gli
tagliano quel filo, non può fare altro che arrendersi. Perciò, ogni manovra, che minacci quel
filo, avrà successo. Non so perché i giapponesi mi facciano venire in mente i bachi da seta. Essi
sono come i filugelli che, quando hanno fatto le loro quattro dormite, precedute dalle quattro
mangiate, cercano il posto opportuno per appiccarvi il primo cavo del bozzolo e quando
l’hanno trovato non debbono essere disturbati. Per questa ragione la ripartizione del lavoro deve
essere fatta accuratamente. Ognuno fa sempre la stessa cosa, e la fa attentamente, come il
filugello fa il suo bozzolo, ed è tranquillo. Per questo Matsuò non approva il tenente
Macinò”. Gli ufficiali esteri osservarono come tutti i portaferiti, conducenti, e portamunizioni
facessero bene il loro compito. Fanno il loro umile mestiere come se fosse il piú nobile:
tutti sanno di concorrere con i loro sforzi a vincere i russi. Con uomini siffatti non doveva
essere facile fissare un piano prestabilito e studiato in tutti i particolari. Cambiare il piano
per improvvisa necessità di orientamento doveva essere problema difficile da risolvere, come
cambiare le leggi geometriche della cristallizzazione. Lo stratega deve tenerne conto». Ivi, pagg.
142-144.
323
Ivi, pagg. 146-147.
- 129 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
e saccheggiando.
«Il giorno dopo, 28 agosto (era domenica), si partì dal villaggio per tempo. […] Un reggimento cominciò
a passare, e ci si arrestò per lasciargli la strada. Seguì il quartier generale. Una trentina di cinesi - donne e
bambini con pochi uomini - ritornavano al loro villaggio fra le risa e il dileggio dei soldati. Da Marina
sentiva una profonda pietà e uno stringimento di cuore, pensando alla uguale sorte crudele che patirono per
secoli gli italiani. Dover fuggire dalla propria casa, dal proprio Paese; esporre le donne agli insulti, alla
violenza, e i bambini ai pericoli, alla fame, allo spavento, e tutto ciò per essere imbelli, per essere pacifici.
Due eserciti stranieri si contendono le vostre case, i vostri campi, i vostri oggetti perché non avete armi, le
avete lasciate da secoli, e ora sono pesanti per voi. È molto comodo dire: “Ora siamo in pace, pensiamo al
ventre”. È una pace che i figli scontano sempre a caro prezzo, se non organizzate una forza sempre pronta a
rintuzzare ogni insulto. E’ doloroso doverlo ammettere, ma è cosí. Tutte le buone idee di cosmopolitismo, di
pacifismo sono deleterie e pericolose, perché non impediranno mai ai popoli armati di contendersi i paesi
imbelli. Anzi proprio i paesi imbelli sono causa di guerra fra i popoli forti. Tutta la storia lo dimostra
e, non di meno, gli imbelli, i vili consentono sempre, contro tanta esperienza, ai ragionamenti e ai
desideri insensati prodotti dalla pigrizia morale e dalla viltà»324.
Nella parte successiva egli esprime la sua anima di soldato interessato alle novità tattiche e
strategiche del conflitto: all’uso dell’artiglieria, all’impiego innovativo della fanteria
giapponese, non mancando di dispensare critiche all’utilizzo sconsiderato della stessa, da
parte dello Stato Maggiore nipponico: «moneta che si deve spendere con parsimonia:
è preziosa». Infatti, i continui successi di quest’ultima ingenerarono in molti eserciti la
convinzione che gli attacchi da parte di una fanteria dotata di alte qualità morali, forte
sentimento nazionale e spirito offensivo, potevano avere comunque successo anche
contro un nemico ben trincerato e con opere di difesa ben preparate, senza tenere, però,
in alcun conto il tasso di perdite subite326. Quanto queste dottrine fossero applicabili
solo in situazioni strategiche particolari, come nel conflitto russo-giapponese, lo
dimostrarono le orrende carneficine del primo conflitto mondiale. Caviglia invece
sembra aver compreso, dai fatti di cui fu testimone, l’equivoco di fondo.
«A Fenshan Da Marina andava per lo piú a prendere i suoi pasti nella casa dove abitavano gli
ufficiali francesi, lo svedese e l’austro-ungarico. […] In quella casa, alla sera, generalmente, si
parlava di tattica. Si constatava che tanto dalla parte dei russi come dei giapponesi, la
cooperazione dell’artiglieria e della fanteria era continua e bene organizzata. La cavalleria, salvo i
servizi di sorveglianza e di perlustrazione, non aveva potuto compiere altre operazioni. L‘artiglieria
324
Ivi, pag. 161.
Cfr. S. H. COX, “A Lecture on the Some Moral Aspects of Modern War,” The Journal of the United
Service Institution of India 175 (April 1909), pag. 151, cit. in J. D. SISEMORE, op. cit pag. 110.
326
- 130 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
russa era superiore a quella giapponese per qualità balistiche, mentre quella nipponica aveva un
maggior numero di batterie. Queste erano impiegate con prudenza. Prendevano posizione alla
massima distanza del loro tiro, ossia a 4500 metri, perché, anche per le batterie russe, non era
facile a quella distanza regolare il tiro sopra una linea di pezzi ben piazzati. Se l’artiglieria russa
riusciva a regolare il tiro, i giapponesi ritiravano i serventi dai pezzi e aspettavano che le batterie
nemiche tacessero. Allora spostavano le batterie, e ricominciavano a sparare. Il tiro rapido non fu mai
fatto dai moscoviti contro l’artiglieria nemica, la quale avrebbe ritirato i serventi al sicuro e atteso
che la raffica finisse. Però, se una batteria si fosse presentata allo scoperto per levare o rimettere
gli avantreni, allora alcune rapide scariche sarebbero state bene applicate. Analogamente si
sarebbe regolata, se uno squadrone di cavalleria si fosse presentato allo scoperto. Un reggimento
di Kobe (riserva) in formazione densa in un campo di caolion fu soggetto a poche scariche rapide;
si disperse, ma soffrí forti perdite. In complesso i giapponesi, malgrado la superiorità numerica,
impiegavano l’artiglieria con molta prudenza. I russi invece sacrificavano la loro artiglieria fino
all’ultimo, specialmente nelle ritirate. Spesso non ebbero tempo di ritirare le batterie e, talvolta,
di inutilizzarle. La tattica della fanteria giapponese è molto semplice. Nascondersi, avanzare in
formazioni piú o meno rade, secondo i casi: avanzare sempre. Se ci sono ostacoli aggirarli.
Contro posizioni senza reticolati o altri ostacoli la fanteria giapponese arriva sempre sull’obiettivo.
Allora essa si dispone come il caso consiglia o impone. Con una fanteria come la giapponese, in
questa guerra, si possono fare miracoli, ma è una moneta che si deve spendere con parsimonia: è
preziosa. Invece i generali giapponesi ne abusano; come un cavaliere inesperto abusa di un
buono e generoso cavallo, che gli sia dato di montare»327.
Caviglia non perde occasione per porre in rilievo, con un sentimento misto di
ammirazione e di desiderio, quegli aspetti del combattente nipponico che più lo
colpiscono perché così diversi e lontani dalla realtà dei suoi soldati, pur rimarcando con
sarcastica amarezza lo sciupìo di vite umane compiuto dal Giappone nei confronti dei
propri uomini.
«Viaggio di esplorazione nell’inverno manciuriano. Arriva alla stazione di Endai un treno carico di
soldati, armati, equipaggiati e vestiti a nuovo, con le coperte rosse fiammanti sullo zaino. Sono i
complementi per riempire i vuoti in un reggimento di fanteria. Sorridono soddisfatti e si
divertono un mondo a guardare gli ufficiali esteri in divisa. Fanno le loro cose tranquillamente, e
senza ricevere ordini, si mettono in riga. Nel frattempo vengono dagli ospedali soldati feriti, che
sono subito sistemati sul treno. I nuovi arrivati non vanno a interrogarli per sapere il come e il
perché sono stati feriti; né questi cercano di attirare l’attenzione degli altri, per la
soddisfazione di narrare le proprie gesta e di essere ammirati o lodati, come accadrebbe tra
soldati europei. Qui non ci si fa caso. Il treno che era arrivato carico di soldati giovani e forti,
se ne va carico di feriti. Ecco tutto. Il Giappone è ricco di uomini e può dare con larghezza il
327
E. CAVIGLIA, op. cit., pagg. 180-183.
- 131 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
suo tributo di sangue»328.
Nella descrizione dei festeggiamenti per la caduta di Port Arthur, Caviglia stigmatizza
ancora la politica internazionale dei paesi occidentali; ed in particolare quella
dell’Inghilterra, che ha scelto di allearsi con il Giappone piuttosto che con la Russia. Il
nostro valuta negativamente questa risoluzione, che considera estremamene pericolosa in
quanto favoriva l’espansionismo giapponese. Il tempo gli diede ragione. Gli imperi
coloniali persero presto le loro acquisizioni nel sud-est asiatico. Inoltre, secondo
l’ufficiale italiano, il conflitto stesso, ed il suo altissimo tributo di giovani vite, altro non
erano che frutti malati degli errori della diplomazia europea.
«Nell’ambiente militare di Endai il Natale passò inosservato. La notte della vigilia era gelida,
plenilunare e limpida. […] Una batteria russa verso la mezzanotte sparò qualche salve, non certo per
augurare il buon Natale, perché il Natale russo è 13 giorni dopo il nostro, e perché ai giapponesi il
25 dicembre non dice nulla. Invece la notte della fine d’anno fu emozionante. Era finito il
pranzo con qualche bicchiere di champagne. La maggior parte degli ufficiali si era ritirata. […] A
un tratto un gran colpo spalancò l’uscio e violentemente entrò Saigo spiritato, urlando come
un ossesso. Lanciò cinque urli incomprensibili, afferrò una bottiglia di champagne, la alzò al
cielo, la mise in bocca come se volesse inghiottirla e scomparve. I presenti credevano fosse
diventato pazzo, ma Da Marina ebbe un ’intuizione: «E’ caduto Port Arthur”. Il colonnello
Hume lanciò tre urrà ai vincitori di Port Arthur, e Satow tre banzai. In seguito Hume gridò tre banzai
e Satow tre urrà. Anche ad essere neutrali e disinteressati, si sentiva che in quella unione di esaltazioni e
di voci, si nascondeva qualcosa di irregolare, come se la razza bianca tradisse se stessa e che il
tradimento celasse nel suo seno un germe di vendetta. […] V’era una sensibile differenza fra i loro banxai
e i loro urrà e quelli dei giapponesi. I primi erano evviva di prammatica, ufficiali, gli altri erano
l’esplosione della gioia dell’anima. Nel 1895, col trattato di Shimonosecki, l’Europa (rappresentata dalla
Francia, dalla Germania, dalla Russia) impose al Giappone di cedere Port Arthur alla Russia. Dopo dieci
anni il Giappone se lo riprendeva ma non lo riprendeva solamente alla Russia bensí anche all’Europa. La
Russia era la guardia europea di Port Arthur. […] L’anno terminava con una data storica, di grande
importanza per la razza gialla. Appena giorno, Da Marina andò a fare un giro fra gli accampamenti. […] Da
Marina ritornò in casa pensando che intorno a Port Arthur giacevano i cadaveri di quaranta mila
giovani eroi che si erano slanciati contro le bocche dei cannoni per un errore della diplomazia europea.
In questa gioia furiosa dei giapponesi viveva la espressione della rivincita dell’Asia sull’Europa. Vi era
un’energia in potenza, che doveva gradatamente svilupparsi, dapprima ai danni della Germania a Kiao-Ciao,
poi della Francia nel Tonkino, poi dell’Inghilterra. Il semicircolo della colonia cinese tedesca sparirà dalla
carta dell’Asia dopo dieci anni; poi verrà la volta degli altri. E la Russia rimarrà indifferente»329.
328
329
Ivi, pag. 201.
Ivi, pagg. 213-215.
- 132 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Poco dopo la caduta di Port Arthur, Caviglia ottiene l’autorizzazione per recarvisi insieme
agli altri ufficiali; il viaggio, durato 22 ore ed in condizione disagiate, compiuto in treno
insieme all’amico Barzini, si conclude in un piccolo villaggio a 18 Km da Port Arthur. Il
racconto prosegue con la visita alla città. Nella descrizione della distruzione, compiuta dai
cannoneggiamenti, che aleggia dovunque, Caviglia mostra di interessarsi maggiormente alla
tragicità delle singole vicende umane che agli aspetti militari della vicenda. Nella descrizione
che colpisce per la vivacità narrativa priva di retorica, pur nella drammaticità, egli mostra
un’affinità d’animo con Barzini sia nel cogliere gli aspetti più umani e tragici, sia nel
manifestare, pur essendo uomo d’arme, orrore per gli inutili massacri sia, infine, nel rimanere
affascinato dal valore e dall’eroismo dei combattenti330.
E’ singolare notare che Caviglia, come Barzini, riporta l’episodio di suicidio rituale di un
piccolo gruppo di marinai giapponesi durante l’assedio di Port Arthur: essi preferiscono darsi
la morte piuttosto che sottostare al disonore della prigionia. Da questo fatto il nostro addetto
prende spunto per delle considerazioni sullo spirito del combattente nipponico e sul modo
particolare di affrontare la guerra.
«L'onta della prigionia. Da Marina ricordò un episodio. Una delle navi che doveva essere colata a picco
in mezzo al canale, calò al fondo alquanto distante da esso. Il capitano e l’equipaggio scesero
in una lancia e si avvicinarono alla riva; ma videro i russi venire loro incontro senza atti ostili,
come per accoglierli amichevolmente. Essi allora respinsero la lancia in mare e, in presenza dei
330
«Visita a Port Arthur. […] Fra nuvoli di polvere s’incontravano i carri della gente bianca, russi e
tedeschi in maggioranza, che emigravano da Port Arthur verso il porto di Dalny, dove li attendevano i
piroscafi per la Russia. Uomini a piedi seguivano i carri colmi di casse e di sacchi, e qua e là
qualche signora stava sui carri. […] E dietro ai carri seguivano altri signori, altri operai, altre
donne del popolo, con la loro andatura pesante da bestie da lavoro e da riproduzione. I giovani d’ambo i
sessi, riuniti in gruppi, erano, gai, lieti di uscire da Port Arthur. Per i giovani le speranze sono sempre
vive e splendenti negli infiniti orizzonti. Le persone di età camminavano gravi, preoccupate, con le braccia
pendenti, la testa inchinata verso terra. Lasciavano la città dove avevano lavorato per fondare la
prosperità della loro famiglia. Le loro speranze erano frustrate, il loro lavoro disperso, il loro
avvenire incerto; bisognava ricominciare da capo, ricostruire una nuova vita. Nella loro mente
rimuginavano visibilmente le vie da scegliere, i parenti e gli amici ai quali chiedere consiglio o
soccorso. Gli addetti militari entrarono nella città semideserta. Le porte erano chiuse, i tetti
sfondati; qualche abitante si affannava a sgombrare mobili e casse per caricare tutto su carri. Qualcuno
entrava e usciva dai fabbricati, chiudendo dietro di sé accuratamente la porta. Le navi da guerra nel
porto erano affondate e rivelavano la loro presenza perché spuntavano le cime degli alberi. Il porto
orientale era allietato da una lunga fila di navi della Croce Rossa. Sulla calata passavano i carri
militari e qualche troika con gli alti collari ad arco sul collo dei cavalli e i conducenti col
pesante berretto di pelliccia di capra nera. I soldati e gli operai giapponesi visitavano la città;
guardavano tutto, toccavano ed esaminavano tutto, per calcolare il valore e il modo di utilizzare
le varie cose per proprio conto, con un atteggiamento strano che li faceva simili a scimmie
entrate nelle abitazioni umane. […] Dappertutto sventolava la bandiera del Sol Levante. Sulle
due rive dell’imboccatura del porto si notavano gli avanzi delle navi lanciate colà un anno prima
da Togo per imbottigliarvi la flotta russa. Ma i russi, prima della resa, avevano colato alcuni
bastimenti a picco in mezzo all’imboccatura per ostruirla. Una piccola barca a vapore scivolava
cautamente a piccola velocità, davanti alla bocca del porto per ripulirlo dalle mine russe. »
Ivi, pagg. 226-228.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
russi si tagliarono la gola. Questo episodio dà la misura dello stato d’animo dei giapponesi. Alcuni
addetti militari andarono a visitare l’ospedale principale dove li aspettava il generale medico
Balascioff, capo dei servizi della Croce Rossa. […] Ancora si chiese al generale se i soldati
giapponesi, trovati prigionieri a Port Arthur, essendo liberati dalla prigionia, erano contenti di
ritornare al Giappone. “Pochi vi ritorneranno”, disse il generale. “Nei loro villaggi sarebbero
segnati a dito per non avere fatto karakiri. E’uno stato d’animo che voi non potete capire. Non
basta battersi bene, bisogna non subire l’onta della prigionia. […] Molti ufficiali sono convinti che
il karakiri è un sacrificio inutile, pure essi lo farebbero ugualmente. Nei soldati però si diffonde l’idea
della inutilità di quel sacrificio. Essi sono contadini e non s a m u r a i e, quando hanno fatto il
loro dovere come soldati, credono che basti; ma l’opinione giapponese è contraria ad essi. Il
generale sapeva, ma non lo disse, che dopo vari attacchi inutili contro un forte di Port Arthur, vi
furono truppe giapponesi che si rifiutarono di ripeterlo un’ultima volta e alzarono le braccia sulle
controscarpe del fosso e si arresero prigionieri331. Le migliori truppe del mondo si ribellano
davanti ai sacrifici giudicati sterili (Da Marina nel 1915-17 sul Carso ricordò i giapponesi di Port
Arthur).
La morte del generale Kondratenko offre a Caviglia lo spunto per manifestare con
salace ironia il suo dissenso di fronte alle distruzioni ed ai massacri che giudica «idioti»,
ed inutilmente contornati dai grandi eroismi di entrambe le parti.
«Stoessel o Kondratcenko? Tutto ciò che finisce dà malinconia: così anche la fine di Port Arthur.
Ma la tristezza profonda di Da Marina venne dallo spettacolo della idiota distruzione, prodotta
dalla guerra; intorno a lui non v’erano che incendi e rovine. Quanti episodi ignoti e fulgenti di
eroismo si svolsero in quell’assedio! Non si può dire da che parte il valore militare fosse piú
ammirevole. Ma i soldati russi non erano guidati da generali e ufficiali decisi e pronti a ogni
sacrificio per vincere, come lo erano i giapponesi. Balascioff, conversando con Da Marina, e
sentendo ciò che egli pensava di Stoessel, gli disse: “Debbo “disinfettare” le vostre idee.
Stoessel e Fog erano due incapaci per pusillanimità. Il vero difensore di Port Arthur fu
Kondratcenko. Morto lui, l’animo dei capi cadde. […]. “Come mori Kondratcenko?” domandò
Da Marina. “Una mattina Kondratcenko riuní nel forte numero 3 il colonnello del genio, il quale
era con lui l’anima della difesa, il comandante del forte e altri ufficiali superiori allo scopo di
dar loro alcune direttive per migliorare la linea di difesa. Li condusse sotto una casamatta e disse:
“Credo che questo sia l’unico posto del forte dove noi possiamo lavorare al sicuro”. Il
colonnello del genio soggiunse: “Non dica questo, che porta sfortuna”. In quel mentre un
331
Un reggimento di riserva giapponese, proveniente da una città manifatturiera, si rifiutò a Port
Arthur di eseguire un attacco; a nulla valsero le minacce e le preghiere degli ufficiali. Il maggiore,
loro comandante, ritenendo il suo sacrificio di esempio, si espose al fuoco del nemico e fu ucciso,
inutilmente. Il generale Nogi dispose che il reggimento fosse condotto dietro l’altura del Lupo e
dopo averlo messo in quarantena, impiegò gli uomini come operai. Presso il campo di questo
reggimento fu elevata una cappella in onore dello spirito del maggiore sacrificatosi, al quale ogni
giorno le compagnie erano condotte per udire un sermone che dimostrava quanto fosse stata eroica l’opera del
maggiore e vile quella della truppa. Dopo sei settimane il reggimento chiese di essere mandato in
linea. Cfr. V. CARPI, op. cit., pag. 104.
- 134 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
proiettile da 280 sfondò la casamatta e scoppiò, uccidendoli tutti meno uno che fu lanciato fuori,
forse perché potesse raccontare ciò che era accaduto”. Da Marina disse: “Il colonnello del genio
fece iettatura”. E subito si congedò. Poi pensando alle accuse del colonnello medico su Stoessel
disse a se stesso: “Ecco, le solite contumelie contro i capi! Cosí è accaduto in tutte le
sconfitte”» 332.
Caviglia, nell’esaminare tutti gli aspetti inerenti l’assedio di Port Arthur, non lesina
critiche a Stoessel, pur riconoscendo che, dopo la morte del generale Kondratenko
vera anima della difesa, la situazione della città assediata, ormai alla fame, piena di
donne vecchi e bambini, era insostenibile. Nonostante tutto ciò, a suo dire, avrebbe
dovuto resistere ancora, permettendo così al raid di Miscenko ed alla controffensiva
russa sullo Sha-ho di avere maggiori risultati.
«Non poteva Stoessel resistere piú a lungo? Ma la resa di Port Arthur lasciò disponibili tutte le forze
assedianti, le quali subito furono portate al nord a disposizione del maresciallo Oyama dandogli
una notevole superiorità di forze su Kuropaktine. Non poteva la piazza resistere ancora qualche
settimana, perché il raid di Mitcensko e l’attacco alla sinistra giapponese sullo Sha-ho dessero
risultati migliori di quelli ottenuti? Potrà il tribunale deciderlo? […] Se poteva resistere ancora,
fossero pure pochi giorni, egli doveva farlo. Anche nelle condizioni accettate per la resa vi sono
debolezze da parte di Stoessel, soprattutto per aver accettato che i soldati rimanessero prigionieri,
mentre gli ufficiali, e lui stesso, erano liberi. […] Le fortificazioni di Port Arthur non erano complete e
avevano molti difetti, ma hanno resistito agli attacchi di viva forza della prima fase dell’assedio.
Payeur e Da Marina ragionavano su l‘articolo del Matin, il quale esagerava le debolezze di quella
piazzaforte russa»333.
Nelle pagine relative agli eventi che precedono la sanguinosa battaglia di
Mukden, Caviglia dialogando con il capitano Payeur, ci offre un interessante
resoconto generale sugli aspetti tattici in merito all’impiego dell’artiglieria. Il
nostro addetto inoltre, si dimostra convinto che nel prossimo futuro, a causa
dell’evoluzione delle opere difensive, le guerre sarebbero state sempre più di
posizione a scapito del movimento, specialmente se gli eserciti belligeranti
fossero stati costretti ad operare in spazi più esigui di quelli disponibili in
Manciuria. Su questo argomento sembra profetizzare la terribile guerra di trincea
che caratterizzò, dopo un’iniziale breve periodo di guerra di movimento, il primo
conflitto mondiale. Il dialogo con il capitano Payeur riveste un’importanza
fondamentale poiché, dopo alcune interessanti digressioni sull’impiego delle
332
333
E. CAVIGLIA, op. cit., pagg. 231-232.
Ivi, pagg. 239-240.
- 135 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
artiglierie, da parte di entrambe i belligeranti, Caviglia si dilunga in digressioni
che ci consentono di comprendere appieno le motivazioni delle sconfitte russe; il
nostro infatti, ci dice che il sistema militare tedesco, applicato alla lettera
dall’esercito giapponese, pur risultando vincente, è particolarmente adatto ad
operare «in anima vili», cioè contro eserciti condotti da capi dotati di scarsa
volontà ed energia, rassegnati a subire le iniziative nemiche, e che esso aveva
avuto largo successo nella campagna contro l’Austria (1866) e contro la Francia
(1870) solo perché, pur trattandosi di eserciti di buona qualità, quest’ultimi
erano guidati da comandanti di scarsa abilità ed energia. Non si potrebbe
definire in maniera più sintetica e nel contempo esaustiva l’intera strategia
bellica con cui fu portata avanti la campagna da parte russa. Caviglia dimostra
di possedere doti militari non comuni intuendo che, pur risultando vincente, il
difetto principale della strategia impiegata dai giapponesi risiedeva nel fatto
che essa poteva avere completo successo a due sole condizioni: che il nemico
subisse l’iniziativa, e quindi operasse «in anima vili»; e che il Giappone, tenendo in
nessun conto l’altissimo tasso di perdite di vite umane, risolvesse il conflitto in tempi
relativamente brevi334.
334
«Dalla guerra di movimento alla guerra di trincea. Gli ufficiali esteri andarono a cavallo verso il
Comando supremo, […] Lungo il tragitto Da Marina diceva al capitano Payeur - ufficiale
d’artiglieria come lui: “Il presidente Roosevelt parla di artiglieria, e proclama la necessità di
avere molti cannoni e di grosso calibro. Anche in Inghilterra sono dello stesso parere e
vogliono adottare per l’artiglieria da campagna cannoni da 95 mm a tiro rapido con proiettili
lunghi quattro calibri”. Payeur, dopo aver acceso la pipa, esclamò: “Come artigliere sono un
po’ smontato sugli effetti dell’artiglieria da campagna in questa guerra. Abbiamo visto che
l’artiglieria russa, nonostante le sue qualità balistiche superiori a quelle delle batterie
giapponesi, non ottiene risultati notevoli. Il colonnello Sanchiz, pure artigliere, diceva
[…]“Come voi ben sapete allo Yalu, la prima battaglia di questa guerra, i giapponesi avevano
diciotto batterie da montagna e da campagna contro tre batterie russe. Data l’enorme loro
superiorità, avrebbero potuto non aspettare l’arrivo delle batterie pesanti: avrebbero vinto lo
stesso. Invece perdettero dieci giorni per attenderle. Questo fatto, che ha impressionato gli
americani e gli inglesi, spiega il discorso di Roosevelt”. Da Marina annuiva come chi
comprende tutto il valore delle idee udite. “Infatti”, disse, “qui sullo Sha-ho i giapponesi
hanno portato e stanno portando le batterie pesanti impiegate a Port Arthur. La degenerazione
dell’arte della guerra di movimento progredisce e non si tarderà a giungere alla guerra di
assedio. I reticolati di filo di ferro, difesi dalle mitragliatrici e da tutte le armi automatiche,
arrestano l’avanzata della fanteria. Perciò bisogna che l’artiglieria distrugga prima le difese
nemiche, per poi arrivare a lanciare le fanterie. Se questa guerra continuasse a lungo vedremo
l’attaccante avvicinarsi alla posizione nemica avanzando alla zappa come contro opere
permanenti”. “Se vi ho ben compreso”, disse Payeur, “voi trovate che le difese attuali
costringono a fare una guerra di posizione”. “Tatticamente sí, ma qui in Manciuria lo spazio è
molto grande rispetto alla forza disponibile. Vi è modo di manovrare strategicamente. “La
strategia qui permette ancora la guerra di movimento. […] Continuò Da Marina: “Oggi tutte
le potenze militari del mondo, studiano gli ordinamenti dell’esercito tedesco e ne imitano
l’organizzazione e i metodi. A me pare, tuttavia, che il sistema militare tedesco sia uno
strumento adatto per operare in anima vili, contro forze guidate da capi senza volontà e senza
energia, preparati a subire le imposizioni tedesche. Infatti nel 1866 in Boemia, nel 1870 in
Francia, ebbero di fronte buoni eserciti, ma guidati da capi con scarsa energia e scarsa abilità,
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Nel dialogo con l’addetto militare statunitense, avvenuto durante lo svolgimento della
battaglia di Mukden, Caviglia dimostra di essere dotato di competenze anche nelle
strategie della guerra sul mare (e di una buona dose di lungimiranza politica)
affrontando la questione dell’imminente scontro tra la flotta russa di Rojdestvenski e
quella di Togo.
«Dalla vittoria navale verrà la pace. Voi credete che Togo vincerà la flotta di Rotjenwensky?”
domandò Crowder. “Sí, ne sono sicuro. La flotta del Baltico sta per ricevere il rinforzo della 3 a
squadra; dopo ciò navigherà contro la flotta giapponese. Gli esperti della marina fanno, come
sapete, tutti i calcoli. I russi hanno piú cannoni di grosso calibro, i giapponesi ne hanno piú di
medio calibro. Questi hanno piú incrociatori protetti, gli altri piú incrociatori corazzati. Pare che
le due flotte, come materiale, si equivalgano e che i giapponesi abbiano piú torpediniere. Io non ho
elementi per giudicare quale delle flotte sia più forte, ma scommetterei qualunque somma che la
flotta russa sarà battuta. Tutto il contegno di questa flotta mi pare imposto dalla coscienza della sua
inferiorità e dalla sua debolezza di fronte alla flotta giapponese”. “La partenza annunciata molte
volte e sempre differita, l’incidente di Hull, indizio di gravi preoccupazioni e di mancanza di
calma, l’arrivo e la lunga permanenza a Madagascar, indicano che la spedizione non è stata ben
preparata, ben ponderata”. “Quando un comandante di flotta o di truppa ha da compiere
un’operazione, prepara le sue navi, le sue forze. In base a quello e con la conoscenza del nemico,
si prepara un piano d’azione chiaro e semplice. Parte e si dirige subito sull’obiettivo, senza se, senza
ma, deciso, marcia avanti diretto allo scopo, finché non incontra il nemico. Perché fare aspettare
la flotta del Baltico tanto tempo a Madagascar? Non era meglio che aspettasse nei porti della
Russia? Che partisse al completo? Tutto ciò che è accaduto indica che si è fatto per fare, senza la
veduta chiara dello scopo da raggiungere, senza la sicurezza della propria superiorità, senza un’idea
offensiva rapida e sicura. I russi sono scorati. La lunga attesa a Madagascar li ha scorati ancora
di piú, li ha demoliti certamente nella disciplina e nel morale, come combattività. Eppure quella
flotta non può tornare indietro; diventerebbe il ludibrio, il ridicolo della storia. Essa ormai è
condannata a battersi in una battaglia che non vuole. E si batterà e sarà battuta. “Solo un uomo
nuovo, potente, forte, giovane e ardito potrebbe portarla alla vittoria, sia egli l’ammiraglio o il
capo di Stato maggiore”, concluse Da Marina, “perciò non si potrà avere la pace finché la flotta
russa non sarà battuta”. Crowder approvava fumando il sigaro, poi disse: “Questa guerra è
stata imbastita male e continua ad essere regolata male dalla politica russa, oggi troppo
influenzata dalla necessità di guadagnar tempo per indurre il popolo russo a sperare nella
vittoria». “Vedete”, soggiunse Da Marina, “un mio compaesano che sta a Tokio, il capitano
Limo, autore di un libro che ha avuto molto successo, mi ha scritto domandandomi cosa penso
cosí che le guerre germaniche appaiono esperimenti in anima vili. “Pare strano, ma anche qui
Kuropaktine si comporta come una cavia, un’enorme cavia di fronte ai giapponesi. Questi
operano senza tener conto dello stato morale di Kuropaktine e delle sue truppe e applicano perciò solo
la parte umana dell’arte militare, non ne intuiscono la parte divina. A Liao Yang e allo Sha-ho
vinsero, ma ancora non hanno capito Kuropaktine, il quale ha una gran voglia di finire la
guerra e ritornarsene in Russia”. Cosí discutendo, arrivarono al quartier generale di Oyama e
scesero da cavallo». Ivi, pagg. 247-249.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
sul dominio del mare. Ho risposto a Limo dicendogli che il dominio del mare ha un valore
provvisorio e diverso per le varie nazioni, secondo le loro condizioni geografiche, economiche e
politiche. “Ha un valore massimo per l’Inghilterra e per il Giappone, minimo per un Paese
continentale, che possegga nel suo territorio quanto è necessario per vivere. “Per esempio in una
guerra europea la Russia non avrebbe bisogno del dominio del mare; né gli Stati Uniti
d’America ne avrebbero bisogno in una guerra contro il Messico”. […] La battaglia continuava
salendo di tono335.
Una volta conclusasi la battaglia di Mukden, ed ancora in attesa dello scontro
decisivo sul mare, Caviglia esamina la situazione strategica e politica della Russia,
sempre più sconvolta dai moti rivoluzionari, e quella del Giappone che pur
continuando a vincere battaglie non riesce a risolvere militarmente il conflitto:
«Rapporti di forze tra i due eserciti. Quale sarà il seguito delle operazioni? Prima della battaglia di
Mukden, Kuropaktine aveva trecentoquarantamila uomini di prima linea. Nella battaglia lasciò
venticinquemila uomini sul terreno e cinquantamila prigionieri. Perdette molto materiale e
impianti indispensabili, e viveri ed armi. Doveva ritirarsi almeno di duecento chilometri e aveva
bisogno di sei mesi di tempo, per affrontare una battaglia come quella di Mukden. In Russia i
moti rivoluzionari erano sempre piú minacciosi. D’altra parte cosa potevano fare i giapponesi?
Avanzare di altri duecento chilometri? Ma non avrebbero terminato la guerra, pur vincendo
un’altra battaglia. I russi si sarebbero ritirati ancora, e cosí di seguito. Ma avanzando in Manciuria
i giapponesi dovevano lasciare sulle retrovie delle forze. Per avere in prima linea la superiorità
combattente, bisognava che aumentassero il numero complessivo delle organizzazioni e degli
uomini, e tutto ciò indefinitamente. I russi si erano arrestati sullo Tsungari. I giapponesi pure
erano fermi per far avvicinare i servizi. Era venuto il momento in cui la diplomazia doveva far
sentire la sua opera, cominciando ad accostare gli uomini adatti dalle due parti, per iniziare le
trattative di pace
336
.
L’attento esame della situazione di stallo raggiunta dal conflitto prosegue nel
335
Ivi, pagg. 256-257.
Ivi, pagg. 271-272.
338
«La battaglia navale di Tsushima. Qualcuno pensava che la flotta russa si fosse divisa in due
parti, di cui una diretta a oriente delle isole giapponesi, e l’altra a occidente. Cosí una delle due parti
aveva probabilità di raggiungere Wladivostock: Le notizie erano da ritenere incomplete; presto si
sarebbe saputo assai di piú. Togo aspettava da tempo la flotta russa nello stretto tra la Corea e
il Giappone e aveva mandato qualche incrociatore rapido a sud delle isole giapponesi per
sapere in tempo se Rotjenwenskj sarebbe passato a oriente o a occidente del Giappone. Togo doveva
essersi detto: “Se fossi al posto di Rotjenwenskj passerei fra il Giappone e la Corea”, e colà
aspettò il suo nemico. L’ammiraglio russo si decise per la via piú breve e trovò Togo che
l’aspettava con tutte le sue forze in linea. Le notizie arrivarono a spizzico nei giorni successivi, e fu solo
alla fine di maggio che si poté riassumere l‘andamento della battaglia. La flotta russa veniva
dal sud e voleva forzare lo stretto di Tsushima. Togo impediva il passaggio. Vi fu lo scontro. I
giapponesi colarono a picco ventidue navi russe e ne catturarono nove. Non si conoscevano i
danni dei giapponesi, ma si sapeva che erano relativamente lievi. Da Marina e Hegardt andarono a
336
- 138 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
paragrafo, immediatamente successivo, dedicato alla battaglia di Tsushima 338.
Nella parte conclusiva del suo racconto sulle esperienze della guerra, Caviglia,
prendendo a spunto la visita alla città di Mukden dopo la conquista giapponese, ha
modo di esprimere pienamente il suo pensiero sul popolo nipponico, capace di amare
così intensamente il proprio Paese e di saperlo liberare da qualsiasi influenza
coercitiva, riaffermando ancora una volta il suo concetto di pace armata. Egli, nella
sua visione sui futuri equilibri politici internazionali, riesce a profetizzare il ruolo del
Giappone di «arbitro dell’estremo Oriente» un ruolo, però, che avrebbe potuto
trascinarlo, qualora avesse seguito il proprio egoismo nazionale nel considerare la
Cina terra di conquista, verso la rovina, portandolo a scontrarsi con l’Europa e gli
Stati Uniti, come di fatto avvenne poco meno di 40 anni più tardi.
trovare Fuji per chiedergli come mai vi fosse una cosí forte differenza fra le perdite delle due
flotte. Fuji li accolse cordialmente. Essi si congratularono per la vittoria giapponese e poi gli
domandarono ciò che si erano proposti di sapere. Fuji disse che Rotjenwenskj aveva tutte le
sue navi in linea di fila per andare a Vladivostock. Era una formazione di rotta e non di battaglia,
mentre Togo aveva tutte le sue navi in linea di fronte. Di mano in mano che le navi arrivavano a tiro
tutte le artiglierie delle navi giapponesi a buona portata vi concentravano il fuoco. Ai due
ufficiali il contegno dell’ammiraglio russo, se il racconto era esatto, appariva incomprensibile.
Pure eseguendo l’ordine ricevuto, l’ammiraglio russo doveva mettersi nelle migliori condizioni
per adempiere al proprio dovere. Quando vide la via sbarrata dalla flotta giapponese pronta
alla battaglia doveva comprendere che, per andare a Wladivostock, non c'era che aprirsi la strada,
ossia affrontare la battaglia. Allora egli avrebbe dovuto spiegare tutta la sua flotta sulle navi di
testa, cosí che ogni unità potesse mettere la prua addosso a una nave giapponese. Forse avrebbe
perduto ugualmente la battaglia, ma con minori perdite e causando maggiori danni alle navi
di Togo. Se le notizie sono esatte la flotta giapponese è stata fortunata per questo errore
dell’ammiraglío russo. Fuji sorrideva: “Rotjenwenskj si comportò personalmente con molto
valore”. Non dette altri particolari, forse perché non sapeva altro. Rotjenwenskj aveva compiuto
il sacrificio, dopo averlo ritardato quanto piú era possibile. Doveva essere esatto il testo di un
telegramma allo Czar a lui attribuito. “D’ora in avanti non avrete piú mie notizie, finché non sarò
vincitore o vinto. Nel primo caso vi telegraferò io, nel secondo lo saprete dall’ammiraglio Togo”.
[…] La battaglia di Tsushima lasciava immutata la situzione generale politico-militare. Il
Giappone continuava ad avere il dominio del mare estremo orientale e la guerra poteva
continuare per terra indefinitamente. Se il Giappone sperava di finire la guerra per ragioni
specialmente economiche e finanziarie, la Russia anelava alla pace, perché aveva la rivoluzione in
casa. Ma pur avendo vinto tutte le battaglie, il Giappone non aveva vinto la guerra cosí da
imporre le condizioni di pace che avrebbe voluto stabilire. Soprattutto si parlava di un
indennizzo, oltre il possesso della Corea, della Manciuria e di Sakalien» Ivi, pagg. 285-287.
- 139 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
«Il soffio della libertà e il progresso in Cina. “Io ammiro”, continuò Da Marina, “tutti i popoli che
amano il loro Paese e sanno liberarlo da ogni influenza coercitiva, come fanno i giapponesi. Se essi faranno sí
che tutta l’Asia sia animata dal soffio primaverile della libertà e dell’indipendenza; se l’uragano che ne
nascerà, porterà gli asiatici a una vita nuova progressiva; se ne scaturirà una civiltà dinamica, tale da
consentire lo sviluppo delle loro qualità, ben venga l’uragano. Esso porterà un progresso dell’umanità, o
almeno, se voi non ammettete il progresso, produrrà un maggior senso di rispetto di se stessi, un aumento
della dignità umana in tutti i popoli”. […] Ma il Giappone non ha acquistato soltanto ciò che perde la
Russia, ha guadagnato assai piú. È diventato l’arbitro dell’estremo Oriente; è alla testa della rinascita
dell’Asia. Nelle questioni internazionali per l’Asia orientale il suo parere sulla bilancia politica avrà un
valore decisivo. Tutta l’Asia è percossa dalle sue vittorie, e vibra come un gong colpito dal martello. Sotto
questo colpo la Cina si risveglia e il Giappone può essere il suo leader, il suo condottiero. Due vie gli
si presentano. La prima è di mettere i suoi uomini a disposizione dell’Impero celeste,
disinteressatamente, per aiutarne l’organizzazione alla maniera occidentale, come esso aveva fatto per se
stesso. Il Giappone ne avrebbe enormi vantaggi, senza dare ombra alle potenze europee gelose. Unito con
la Cina bene organizzata, potrebbe affrontare qualsiasi tempesta nell’avvenire. L’altra via può attrarlo piú
fortemente. L’egoismo nazionale può spingerlo a considerare la Cina come terra di conquista, da
invadere a suo piacimento, con le stesse passioni e con gli stessi metodi degli occidentali. Questa potrebbe
diventare la via della sua rovina, perché gli solleverebbe contro non solo l’Europa e l’America, ma la stessa
Cina. Da solo non potrebbe sperare di vincere l’Occidente, di imporsi alla razza bianca in estremo Oriente. E
finirebbe con l’essere oppresso. Dalla sua decisione dipende il suo destino»339.
Dopo la pace siglata a Portsmouth, Caviglia è nominato addetto militare presso
l’ambasciata di Tokyo e Pechino sino al 1911; egli ci descrive lo stato d’animo
dell’opinione pubblica giapponese, alimentata dalla propaganda del Governo. Al
suo rientro a Tokyo assisterà agli incidenti ed al malcontento del popolo che, dopo tanti
sacrifici in vite umane dei suoi figli, si sente tradito dagli esiti del trattato341 e si sfoga
339
Ivi, pagg. 302-310.
A Tokyo, a Yokoama, a Nagasaki, a Sasebo si ebbero gravi disordini. Il 12 settembre la “Mikasa”, la
nave di bandiera di Togo, affondò nel porto di Sasebo in seguito ad una esplosione con centinaia di
marinai annegati. Se fu una disgrazia od un voluto atto contro il Governo non fu mai chiarito. Cfr. F.
THIESS, op. cit., pag. 583. L’esplosione uccise 339 uomini, il triplo delle perdite di Tsushima. Furono
attuati numerosi sforzi per riportarla a galla, che infine riuscirono l’8 agosto 1906. Dopo due anni di
riparazioni la “Mikasa” venne rimessa in servizio attivo, armata con nuovi cannoni da 305 mm.
Durante la seconda guerra mondiale venne bombardata diverse volte durante i raid americani. In
seguito alla sconfitta giapponese le forze d’occupazione statunitensi confiscarono la “Mikasa”,
smantellandone i suoi cannoni e lasciandola in cattivo stato. Il governo dell’Unione Sovietica avanzò la
richiesta che, in quanto simbolo dell’umiliazione russa durante la guerra russo-giapponese, fosse
completamente distrutta. La richiesta venne ritirata quando l’ambasciatore russo visitò la nave e ne
constatò il pessimo stato di conservazione. Un movimento per la sua conservazione nacque nel 1958,
con il supporto finanziario degli Stati Uniti e la partecipazione diretta dell’ammiraglio Chester Nimitz.
Il restauro venne completato il 27 maggio 1961 e costò 180 milioni di yen. Attualmente è conservata
come nave museo a Yokosuka. Oggigiorno la “Mikasa” è l’ultima nave da battaglia dell’epoca predreadnought ancora esistente. Cfr. Mikasa (nave da battaglia). Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto
il16novembre2011,15:56dahttp//it.wikipedia.org/w/index.php?title=Mikasa_(nave_da_battaglia)&oldid
=43140212.
341
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
bruciando la casa del ministro Komura, il plenipotenziario giapponese che aveva
firmato la pace. Altre manifestazioni ostili si ripetono anche nei confronti degli
americani, considerati complici del boicottaggio della vittoria giapponese, gettando così i
primi semi dell’anti americanismo che sfocerà, quaranta anni dopo, nell’attacco di Pearl
Harbour. Caviglia è stato uno dei pochi europei che hanno saputo in partenza dare un
senso e una direzione alle oscure vicende in preparazione dei primi anni ’40. Ripete più
volte «La tragedia del pacifico è già cominciata e gli Stati Uniti, che vi hanno una parte
principale, non se ne sono ancora accorti»343. Profetiche le sue considerazioni sulla
politica internazionale. «La sconfitta della Russia di fronte al Giappone», ci dice il
nostro addetto, «è la sconfitta anche dell’Europa, del suo prestigio, della sua
sapienza, della sua civiltà. Un errore che in futuro darà i suoi frutti avvelenati»344. Il
lungo soggiorno in Cina ed in Giappone lascerà profonde tracce in lui. Il soldato esce più
maturo, più esperto dopo aver studiato quelle tattiche e quelle strategie utilizzate dai
giapponesi in Manciuria ed in Corea (come l’attraversamento dei fiumi sui ponti di
barche che applicherà alla perfezione nelle battaglie della Bainsizza e di Vittorio Veneto).
Nei suoi resoconti egli è e rimane un soldato, ma è anche un grande viaggiatore animato da
uno spirito romantico e da un forte desiderio di scoperta, che coglie aspetti del costume, della
natura, del folklore, cioè tutti quegli elementi che meglio rappresentano la civiltà di un
popolo, pur rimanendo attratto dalla guerra, dalle manovre e dalla strategia. Vale la pena
ricordare che alla fine del suo periodo di permanenza in Oriente, nel marzo 1911, nel tornare
in Italia scelse di traversare l’Asia da solo, a cavallo, con due sacchi di riso e di té appesi alla
sella, attraverso la Siberia e la Russia sulla mitica Via della Seta, assecondando quella parte
della sua anima affascinata dai viaggi, dagli orizzonti sconfinati, dal mistero. In questa sua
completezza di soldato ma anche di viaggiatore attratto dal nuovo, dal mistero ed in
particolare dall’Oriente, risulta essere molto vicino all’anima ed al pensiero di Barzini che,
per inciso, pochi anni prima aveva partecipato, insieme al Principe Scipione Borghese, al
raid Pechino-Parigi con un automobile italiana, la Itala, proprio attraverso la Siberia e la
Russia. Tra i due uomini, conosciutisi sul fronte della guerra russo-giapponese, nacque,
non casualmente, una profonda stima ed una solida e lunga amicizia.
343
344
Cfr. E. CAVIGLIA, op. cit., pag. LXXIV, cit. in P. P. CERVONE, op. cit., pag. 41.
Cfr. P. P. CERVONE, op. cit., pag. 42.
- 141 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
III. 5 Il tenente di vascello Filippo Camperio-Cenni biografici
Filippo Camperio nacque a Milano il 27 novembre 1873, figlio del celebre Manfredo345e
Marie Siegfried. Di corporatura robusta e di carattere originale, fin da piccolo fu
abituato dai genitori a lunghe escursioni in montagna ed all’estero. Per interessamento
del padre, a dieci anni fu ammesso nel Collegio militare di S. Celso a Milano, dove
rimase fino al 1886, passando poi all’Accademia navale di Livorno ove vi entrò come
allievo il 20 ottobre 1888. Fu nominato guardiamarina nel Corpo di S.M. Generale
della Marina il 2 luglio 1893. Durante la sua lunga carriera militare, terminata nel
giugno del 1935 col grado di contrammiraglio, fu decorato di una medaglia d’argento
al valor militare per aver dato prova di coraggio nella repressione della pirateria al
comando di una squadra, in particolare per aver salvato i suoi quattro sambuchi
dall’assalto dei pirati, concentrati nella Baia di Medi, nella guerriglia combattuta lungo
la costa arabica del Mar Rosso (Medi 28.10.1902). Fu imbarcato su diverse unità da
guerra della Marina a partire dal luglio 1889 sino al settembre 1915, avendone il
comando, in seconda ed in seguito in prima. In questo lungo periodo di tempo ebbe
anche diverse ed importanti destinazioni a terra. Partecipò alla Campagna
d’Africa del 1894. A causa di un incidente di caccia avvenuto in Giappone, e delle
relative ripercussioni giudiziarie, Camperio fu obbligato a rientrare in Italia dalla
campagna navale 1898-1900 anticipatamente; fu poi raggiunto, il 15 giugno 1900, dalla
notizia della rivolta dei Boxers, mentre si trovava a Suez a bordo della Regia Nave
“Liguria” in rotta verso l’Italia; questa scoperta accrebbe il suo malcontento, espresso
345
Manfredo Camperio fu viaggiatore, scrittore, uomo politico, nato a Milano il 30.10.1826, morto a
Napoli 11.12.1899. Studiò a Dresda ed a Graz e ritornato in patria, a Milano; deportato a Linz e trasportato a
Milano per il processo, fu liberato dal popolo insorto nei moti del 1848 (5 giornate), distinguendosi
nell’assalto del Palazzo del Genio. Proseguì la campagna con i volontari e l’anno seguente
combatté a Novara come soldato nel reggimento Savoia cavalleria. Dopo aver tentato di recarsi in
Ungheria, riparò a Londra e quindi in Australia ed infine in Malesia, da dove, subite varie vicende,
rimpatriò nel 1857 e prese parte alle campagne del 1859, combattendo di nuovo in Savoia cavalleria, e del
1866, col grado di capitano. Lasciò l’esercito e si recò a Celyon e in India, che percorse
largamente, e rientrato in Italia si adoperò perché, aperto il canale di Suez, la società
“Rubattino” attivasse una linea di navigazione per l’India. Fu eletto deputato nel 1874 per il
collegio di Pizzighettone, ma si ritrasse presto dalla vita politica. Nel 1877 assunse la direzione del periodico
geografico con indirizzo commerciale e coloniale che intitolò “L’esploratore”, intorno a cui raccolse
una nutrita schiera di collaboratori e corrispondenti anche stranieri. L’anno seguente costituì la
Società di esplorazione commerciale in Africa, della quale “L’Esploratore” divenne l’organo. Fu
fra i primissimi a richiamare l’attenzione dell’Italia sulle coste della Libia, organizzando
missioni di studio alle quali partecipò personalmente, visitando nel 1880 la Tripolitania e nel
1881 la Cirenaica, che traversò per due volte in senso inverso riferendone ampiamente nel suo
giornale. Lasciata nel 1884 la direzione dell’Esploratore, proseguì con ardore la sua opera di
propaganda nella quale ravvisava la futura fortuna dell’Italia, compiendo ripetuti viaggi in Eritrea,
in India scrivendo in riviste e giornali e mantenendosi in contatto continuo con uomini politici,
viaggiatori e studiosi. Cfr. A. MORI, Camperio, Manfredo in Enciclopedia Italiana, (ad vocem). op.
cit.
- 142 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
con forza nelle pagine di diario scritte in quei giorni346. Circa un anno dopo,
insofferente dell’immobilità cui era costretto dagli ordini di servizio, Filippo Camperio
riprese il mare, diretto verso una meta quanto mai lontana; decise di cumulare licenze
per intraprendere in veste privata un secondo giro del mondo. Rientrato in servizio, fu,
in seguito, distaccato in Cina come comandante, dal 7 agosto 1903, del forte
italiano a Shan-hai-kuan (oggi Shanhaiguan, a N.E. della città di Qìnhuagdao,
provincia di Hebei), occupato dagli italiani in occasione della spedizione
internazionale contro i Boxers; cessò dall’incarico il 12 aprile 1904 per essere inviato
come addetto militare presso l’Esercito russo in Manciuria, durante le operazioni di
guerra, fino al 3 dicembre 1905; per questa missione fu decorato della medaglia
commemorativa e del nastrino della Campagna in Estremo Oriente. Rientrato in patria,
nel 1907 viaggiò attraverso l’Italia tenendo numerose conferenze sull’operato della
Croce Rossa durante la guerra in Manciuria. Fu a Milano presso la Società del
Giardino, a Firenze, Genova, La Spezia, Roma. Questa attività era svolta soprattutto in
supporto all’apostolato della sorella Sita che operava sia in favore della Croce Rossa
che nella formazione delle infermiere. Nominato Cavaliere dell’Ordine dei SS.
Maurizio e Lazzaro, fu addetto navale presso la regia ambasciata italiana a Washington
dal 1 novembre 1908 al 16 ottobre 1910 e nominato Cavaliere della Corona d’Italia il
2 giugno 1910. Nel 1911 sposò l’americana Eleanor Terry347, dalla quale ebbe quattro
figli: Manfredo, Luisa Maria, Terry Dalmazia e Giulio. Decorato della Croce d’Oro per
anzianità di servizio fu anche nominato Ufficiale della Corona d’Italia e dei SS.
Maurizio e Lazzaro. Si distinse, durante il conflitto italo-turco, al comando di una
silurante adempiendo le missioni affidategli con bravura ed intelligenza. Nominato
aiutante di campo onorario del re, fu inviato in missione a Gibilterra ed a Madrid dal 5
dicembre 1915 al 4 novembre 1918. Partecipò anche al primo conflitto mondiale
dove fu al comando della piazza di Grado ed entrò nella città con Rizzo, al quale lasciò
volentieri il titolo di conte di Grado. Una via della città è tuttora dedicata a Filippo
Camperio. Divenuto ammiraglio e insignito della Legion d’Onore di Francia, fondò a
Milano, sua residenza ufficiale, l’Istituto Navale e fu presidente della Lega Navale
Italiana. Lasciato il servizio attivo in marina dopo la prima guerra mondiale, lavorò per
la società CO2 e per la Sperry Gyroscope Company. Donò al Comune di Villasanta i
terreni utilizzati per l’allargamento della via Garibaldi, per la costruzione del
monumento ai caduti e per l’erezione del nuovo palazzo comunale. Fu nominato Grande
346
347
M. DEL DOTTORE, op. cit., pag. 131.
figlia del contammiraglio Silas Wright Terry della Marina militare statunitenense.
- 143 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Ufficiale della Corona d’Italia per sovrano “motu proprio” il 22 dicembre 1932348. Con lo
pseudonimo di Flikety scrisse vari articoli sulla Rivista Cinegetica, tra i quali si
ricordano Il dingo cane selvaggio d’Australia, La caccia in house-boat nei canali dello
Ianzekiang, La coda del Pointer. Figura eclettica, sostenitore del regime fascista,
Filippo Camperio si spense a Villasanta il 21 aprile 1945; le sue ceneri sono conservate
nella cappella di famiglia349.
III. 6 L’attività di addetto militare presso le truppe russe in Manciuria
L’ammiraglio Filippo Camperio, partecipò, in qualità di osservatore militare italiano,
presso l’esercito russo alla guerra russo-giapponese; da questa esperienza trasse un
volume, pubblicato a Milano nel 1907 con il titolo Al campo russo in Manciuria. Note
di un marinaio. Il “Diario di campagna”350 di Camperio, lavoro ponderoso di cui la
sopracitata opera letteraria è una sintesi, invece fu compilato con il precipuo scopo di
fornire un supporto cartaceo di una certa consistenza alla sua attività di osservatore
militare, di mettere, quindi l’esperienza vissuta a disposizione «di chi può trarre gli
insegnamenti della guerra terrestre moderna»351. Esso si compone di 17 volumi per un
totale di 3.191 pagine manoscritte352; redatto sotto forma di diario giornaliero, esso è
corredato da numerose ed inedite fotografie dell’epoca (975)353, carte, schemi
illustranti le operazioni militari (123) e da documenti originali ricevuti direttamente dagli
ufficiali russi (16).
Come, ancora lui stesso ci dice, nel periodo imminente l’attacco giapponese a Port
Arthurt, era comandante del forte italiano a Shan-hai-kuan, distante solo 100 miglia
da Port Arthur, quando ebbe l’ordine, da parte dell’ammiraglio Grenet comandante della
divisione oceanica italiana, subito dopo l’inizio delle ostilità, di seguire le operazioni in
Manciuria come osservatore militare. Presentatosi alla legazione italiana a Pechino, il 12
aprile 1904 giungeva sul teatro di guerra con l’ordine diretto del Ministro della Marina
348
AUSSME, Fondo Biografie, b. 94.
Cfr. P. ZOCCHI, http://www.lombardiabeniculturali.it/archivi/soggetti-produttori/persona/MIDC0002C0
350
Custodito nell’ AUSSME, Fondo L-3, bb. 190-196.
351
A. BIAGINI, op. cit., pag. IX.
352
Nella sua narrazione degli avvenimenti, Camperio riporta, come peraltro veniva fatto in molti
documenti ufficiali dell’epoca, la doppia datazione, rispettivamente, secondo il calendario giuliano e
quello gregoriano; il calendario giuliano fu in uso in Russia sino al 1918.
353
Le fotografie realizzate ed acquistate da Camperio nel corso del conflitto russo-giapponese sono
conservate anche presso il Fondo Camperio, Biblioteca Civica del Comune di Villasanta, e sono state
catalogate con “scheda F” a cura di M. DEL DOTTORE e pubblicate sul sito della Regione Lombardia,
dedicato ai beni culturali. www.lombardiabeniculturali.it. Cfr. M. DEL DOTTORE, op. cit.
349
- 144 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
di «mantenere, esattamente al corrente il giornale di campagna, corredando ogni
avvenimento con le relative mie riflessioni e considerazioni»354.
«(31 marzo) 13 aprile 1904 - Bel tempo. Inkon è stato abbandonato da quasi tutti gli europei. In
città si aspetta una sorpresa giapponese. Sono rimasti i consoli, gli impiegati della banca russocinese e quelli della dogana, più qualche mercante. Tutti gli uffici di questo “porto aperto” sono ora
occupati dai russi; dei soldati perlustrano le strade; vedo dei cosacchi dei Transbaical e dei
“Tiratori della Siberia Orientale” (T.S.O.). Alle ore dieci e trenta mi reco dal console russo per
ricevere ordini; sino a quell’ora non mi fu possibile di essere ricevuto da alcuna autorità,
comprese quelle militari. Riesco ad avere qualche informazione sulle truppe presenti in Inkon,
ma esse non sono attendibili perché le cifre furono dai russi esagerate a bella posta. […] La
bocca del Liao è sbarrata con torpedini. La cannoniera russa “Siric” è a monte del Settlement
europeo ed ancora nel suo bacino di fango scavato per lo sverno sulla riva sinistra del fiume.
Nel pomeriggio non posso fare alcuna visita ufficiale poiché le autorità dormono ed un incontro in
istrada col signor Grosse mi fa conoscere che non posso ancora partire. In Inkon si trovano
riuniti in gran numero dei corrispon denti di giornali di tutto il mondo. Essi non hanno ancora
il permesso di recarsi presso l’esercito russo operante. I soldati russi che si vedono per le strade
sono tutti armati di fucicile e la baionetta è sempre inastata. Cerco senza risultato di fare una visita
d’arrivo al generale Condratovic. […] Vengo a conoscenza di un piccolo scontro avvenuto fra
russi e giapponesi sopra una delle isole alla foce dello Yalù. Notizie completamente false girano
fra gli europei compresi i russi»355.
La narrazione prosegue riprendendo dal 14 aprile da Inkon dove Camperio ricevette
l’autorizzazione a proseguire per Mukden. Il viaggio, effettuato in treno, durò fino
alla sera del 15 aprile. Da lì si diresse a Liao-yang per riunirsi con gli altri addetti
militari, dove giunto, venne ricevuto dal conte Ignatiev, per incontrarsi poi con gli
addetti di Germania, Austria, Inghilterra, Svezia e Norvegia, seguiti il giorno successivo
da quelli di Francia e Spagna.
Nelle pagine seguenti Camperio riporta gli avvenimenti relativi all’affondamento
dell’ammiraglia “Petropavolsk” presso Port Arthur e le impressioni suscitate in Patria
dalla morte dell’ammiraglio Makarov. Precisiamo che Camperio non era presente agli
eventi che riferisce per amore di completezza.
«Catastrofe della corazzata “Petropav ,lovsk”. La catastrofe della nave “Petropavlovsk” che costò la
vita del più grande ammiraglio russo, Makarov, avvenne il (31 marzo) 13 aprile 1904. Durante la campagna
in Manciuria ebbi più volte occasione di parlare con ufficiali di marina; secondo essi l’ammiraglio
Makarov, comandante della squadra di Port Arthur, sin dall’apertura delle ostilità mostrò un’agitazione
354
355
F. CAMPERIO, op. cit., pag. 6.
AUSSME, Fondo L-3, b. 190, f. 2, vol. I, pag. 1.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
strana per il suo carattere. Ogni volta che la squadra si muoveva egli, sulla nave ammiraglia, faceva alzare
moltissimi segnali ed ordini; non stava tranquillo a bordo, ogni sera si recava sulla piccola nave
vedetta del porto e passava le notti insonni. Questo mi fu ripetuto anche dal granduca Boris
Vladimirovic che lo sapeva dal fratello Cirillo, ufficiale del “Petropavlovsk”. […] Racconta il granduca
Cirillo che il “Petropavlovsk” rientrava da una breve azione in mare; mentre stava riguadagnando il porto,
avvenne un’esplosione verso la prora; la poppa della nave si alzò, un’elica girò in aria, poi la nave affondò.
Questo ebbe luogo in un minuto e mezzo. Lo stesso (31 marzo) 13 aprile durante l’azione contro la
squadra giapponese, una torpediniera russa fu catturata e lo “Zarevic” e 1’”Askold” furono danneggiati ma
non seriamente. Il “Morskoi-Sbornik” del giugno 1905 si occupa dei dati sull’affondamento di navi
russe e giapponesi: “Fra le perdite russe, la più triste durante la presente campagna fu senza dubbio la
tragica fine dell’ammiraglio Makarov sulla nave da battaglia “Petropavlovsk”, quando questa urtò contro
tre torpedini galleggianti”[…] Le torpedini furono gettate dai giapponesi la notte prima dell’uscita della
nostra squadra da Port Arthur e attraverso alla rotta abituale delle nostre navi. Quando il
“Petropavlovsk” urtò colla prora sul cavo di collegamento delle torpedini attirò queste al suo bordo
ed esse avvolsero così la nave da ambo i fianchi. Una certamente scoppiò presso il bordo a sinistra e
due al bordo di destra. La scossa del terribile scoppio produsse quello del materiale da mina di
bordo poiché la corazzata colò a picco esattamente in due minuti»356.
Le considerazioni sulla disciplina dell’esercito russo, e soprattutto sui rapporti degli
ufficiali nei confronti della truppa, sono di grande interesse, poiché rispecchiano la realtà
sociale e politica dell’Impero zarista. L’imposizione dell’autocrazia attraverso la
sopraffazione con l’uso della violenza e delle punizioni corporali; l’utilizzo dello
scudiscio, del knut, o per meglio dire in questo caso della nagaika cosacca, esprime
meglio di qualunque altro esempio un rapporto di stampo medievale, del tutto
anacronistico in un Europa di inizio secolo, tra il potere assoluto del sovrano ed i suoi
sudditi.
«(9) 22 luglio 1904-[...] Le tende del generale Keller e dello Stato Maggiore sono presso a quelle
dello Stato Maggiore della 5° Divisione C.S.O.: due soldati si prendono a pugni ed insultano; uno è un
sott’ufficiale anziano, tutti e due sono ubriachi. Il generale Keller grida ed ordina loro di cessare; essi
continuano ed allora il generale corre a loro e strappa le spalline al sott’ufficiale, fa quindi fustigare i
litiganti con 35 colpi. Rapporto ciò che scrivo perché mi fece profonda impressione; un picchetto si
avanza e la punizione è inflitta da un soldato in mezzo alle due file del picchetto armato, ed alla presenza
di un ufficiale d’ordinanza del generale Il soldato è battuto sulle cosce nude con una «nagaika» cosacca
(frusta con corto manico di legno). Questo succede a pochi passi dalla mia tenda e mi lascia perplesso. Alla
sera le truppe hanno ripreso i loro posti di ieri mattina»358.
356
358
AUSSME, Fondo L-3, b. 190, f. 2 vol. I, pagg. 5, 6.
Ivi, pagg. 327-328.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Il brano che segue, relativo alla morte del generale Keller, mette in evidenza l’inefficacia
e l’anacronismo dell’atteggiamento dei comandanti russi. Camperio esprime la sua
ammirazione per l’eroismo dell’alto ufficiale, a cui in seguito dedicherà l’opera «Al
campo russo in Manciuria. Note di un marinaio». Allo stesso tempo manifesta
perplessità per la sua condotta e quella dei comandanti russi in generale, che preferiscono
mostrare il proprio valore personale solo per qualche onorificenza in più, senza tenere in
alcun conto le ripercussioni negative del loro operato sull’andamento del conflitto.
«(18) 31 luglio 1904- […] Tutti gli ufficiali che circondano il generale Keller cascano a terra con lui in una
nuvola di polvere; dopo qualche secondo tutti si rialzano fuorché il generale Keller che, crivellato da
schegge, giace. Egli non può parlare e spira dopo qualche momento al punto di medicazione della
Croce Rossa [...]. L’uccisione del generale conte Keller era da prevedersi poiché egli durante le
battaglie era sempre nei luoghi ove il fuoco era più intenso e ciò per ispirare fiducia nei suoi
soldati e forse per essere presente là dove temeva che le armi russe cedessero»360.
Relativamente all’umore delle truppe nelle righe seguenti, Camperio riesce ad esprimere
chiaramente lo stato d’animo con cui le armate imperiali avevano affrontato la campagna
in Manciuria. La mancanza di un convinto spirito offensivo, spesso imputato al solo
Kuropatkin, è evidentemente presente anche nello stato Maggiore Generale, come
retaggio di strategie belliche antiquate ed inadatte ad una guerra moderna.
Come notazioni a margine rileviamo che tali lacune si erano già palesate in maniera
chiara durante il conflitto russo-turco del 1877/78, dimostrando, nelle strategie di
impiego, la scarsa attitudine offensiva dell’esercito russo, che, già in quel conflitto,
risultò essere ottimo difensore e mediocre assalitore.
«( 29 luglio) 11 agosto 1904-[…] Desidero qui far osservare come tutti i piani, tutti i movimenti,
tutte le misure si prendono, gli ordini si danno per «che non avvenga una ritirata disordinata»
che ci si possa «ritirare in ordine»; «che non si perdano cannoni», «che si respingano gli
attacchi», etc. Mai l’idea offensiva è base dei piani, mai l’dea di un attacco! Si aspetta sempre che
i giapponesi attacchino domani e si spera poter telegrafare che «tanti e tanti attacchi furono
respinti». La frase «ataki atbiti» (attacchi respinti) rimpiazza già fra i russi in Manciuria la parola
«vittoria» e si tessono lodi delle truppe che «respingono mol t i att acc hi ». Decisamente lo
360
Ivi, pagg. 351-352.
- 147 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
spirito offensivo è nel soldato russo, non nell’ufficiale e neanche nello Stato Maggiore
Generale» 361.
Poco più avanti Camperio riflette sugli aspetti disciplinari e sul “materiale umano” ed
individua la vera debolezza dell’esercito russo: quella morale. La debolezza, cioè, che
scaturisce da una scarsa coesione interna di un popolo a cui ancora non appartiene il
concetto di identità nazionale, che non riconosce nei propri soldati i suoi figli migliori.
La stessa mancanza di rispetto del superiore nei confronti dell’inferiore, come fa ben
notare il nostro addetto, evidenzia rapporti di “casta” di stampo medievale che
esistevano tra l’aristocrazia zarista, le cui file componevano quasi esclusivamente il
ruolo degli ufficiali, ed il popolo dei mugiki che costituiva la spina dorsale
dell’esercito russo.
«(31 lug1io) 13 agosto 1904-[…] Penso al nuovo principe e vorrei convincermi che la sua venuta fra
il popolo russo porterà un cambiamento di scena nelle cose di Manciuria, ma ho già visto tanto
vivendo fra i soldati ed ufficiali che l’orizzonte non mi si presenta chiaro e libero; il materiale uomo è
eccellente, lo vedo ogni giorno, il materiale inanimato buonissimo, il denaro non manca, la
ferrovia lavora egregiamente, la costanza e pazienza è nell’animo di tutti, ma c’è qualche cosa che non
cammina ed è quasi imponderabile. Questo “qualcosa” va cercato nella parte morale di chi sta in
alto, nell’ambiente delle persone che per protezione occupano un posto ove possono comandare.
L’impressione generale che io riporto da quel che vedo e sento è un senso di tristezza per
un popolo forte e pieno di doti e per un soldato valoroso che è considerato come un animale
qualunque, lodato come si loda un cavallo o cane che ha fatto bene quel che doveva fare, salutato ad
ogni momento affinché creda che lo si ama e considera, mentre io vedo che nella disciplina, la
percentuale dei doveri e rispetto del superiore verso l’inferiore, che pure è, cosa capitale, è
piccolissima o nulla! » 362
Nell’episodio seguente, evidenziato nella narrazione dallo stesso Camperio, è
compendiata tutta l’anima della società zarista, dove il senso del paradosso è sempre
presente nella vita del popolo russo: l’ufficiale, disposto a picchiare o frustare a sangue il
proprio combattente per minime mancanze, si preoccupa di assistere il ferito del nemico,
offrendogli personalmente del tè.
«(7) 20 agosto 1904-Al mattino sono a Ciniertungu. Allo Stato Maggiore del “Distaccamento”
arrivano due feriti giapponesi. Uno ha quattro ferite. Essi destano la curiosità di tutti gli ufficiali che li
fotografano più volte. Dopo 6 mesi di campagna mi fa veramente impressione di veder una folla di
361
362
AUSSME, Fondo L-3, b. 191, f. 1, vol. III, pagg. 407-408.
Ivi, pagg. 423-424.
- 148 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
ufficiali e soldati osservare due giapponesi da vicino. Ne sentii quasi un senso di vergogna. Il
generale Ivanoff dà loro ripetutamente del the e dello zucchero»363.
La descrizione della ritirita dopo la battaglia di Liao-yang, esprime al meglio lo stato di
confusione e disordine che regna nelle file dell’esercito russo, e la pressoché totale
mancanza di un’adeguata preparazione al conflitto.
«(21) 3 settembre 1904 - .Quello che ho visto oggi è roba veramente triste; nessuno conosce le
strade, si gira alla cieca facendoci guidare dai cinesi; ho una vera confusione in testa di linee
ferroviarie, feriti che muoiono, macchinista che vende alcool, suore che assistono feriti nei carri
bagaglio, bivacchi disordinati, treni, Stato Maggiore del comandante in capo, campi calpestati,
cinesi fuggenti…un vero caos. Il fatto è che non sapevamo dove era il generale comandante in
capo e come raggiungerlo. Alla fine arrivammo in un villaggio incognito dove il generale
Kuropaktin riposava mentre tutti gli ufficiali del suo seguito erano riuniti intorno ad un enorme
«samovar»364.
(23 agosto) 5 settembre 1904-[…] Ecco come un Corpo d’armata stava andando in mezzo ai
giapponesi mentre doveva invece ritirarsi; la causa ne è chiara. Nessuna preparazione alla guerra,
mancanza di carte, nessuna cognizione del terreno, poco aiuto da parte degli indigeni sempre
maltrattati e derubati, quindi cattivi risultati.
Un altro episodio ci fa comprendere la situazione interna dell’esercito che, peraltro,
riflette fedelmente la situazione sociale e culturale del Paese. Una classe dirigente,
politica e militare, che detiene le leve del potere esclusivamente per meriti dinastici, ed i
cui rappresentanti dimostrano, spesso, mediocri capacità quando non rasentano la più
incredibile stupidità, od abiezione morale.
(17) 30 settembre 1904-Cielo coperto. E’ Santa Vera e Nadiesgda, il nome di molte donne
russe, e i bivacchi sono in festa. Sono invitato a colazione dagli amici del 2° parco d’artiglieria
e devo assistere alle tristi scene del comandante che, ubriaco, tormenta i soldati che suonano e
cantano in coro per onorare le Vere e Nadiesgde degli ufficiali!! Tutti i comandi di
quell’ufficiale ubriaco fradicio vengono eseguiti dai soldati con serietà perfetta, essi lo aiutano
ogni volta che sta per cadere, e quando dice loro una cosa aggradevole rispondono in coro
“Rasdarazza vasce visoko blagorodie” (contenti di far questo per Vostra Signoria). Io sono una
volta di più indignato di questa condotta in vicinanza del nemico. Il tempo passa, ma pare che
l’uomo non voglia cambiare in Russia; aveva ben ragione il grande Moltke quando disse che «il
363
364
Ivi, pag. 456.
AUSSME, Fondo L-3, b. 192, f. 1, vol. V, pagg. 801-802.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
soldato russo obbedisce ciecamente all’ufficiale che ha accompagnato la sera prima a casa
perché ubriaco»365.
Nell’esame del Diario di Camperio ho voluto dare maggior spazio alle sue
riflessioni sulla realtà sociale, politica e militare della Russia, piuttosto che alla
sola narrazione degli avvenimenti bellici di cui fu testimone. Questa scelta è
stata motivata soprattutto dalla capacità di Camperio di cogliere, spesso in
poche righe, l’essenza del problema. Particolarmente significative sono, infatti,
le pagine seguenti nelle quali descrive lo sfacelo interno della società russa, la
sua corruzione, la sua totale mancanza di un sistema meritrocatico.
«(21 settembre ) 4 ottobre 1904-[…] Il capitano principe Bebutoff m’intrattiene sull’istruzione degli
ufficiali russi; essi hanno generalmente un’istruzione limitatissima tale che, se dovessero coprire
una carica civile non guadagnerebbero più di 15 rubli al mese! L’ufficiale è poco pagato, ma in
compenso i suoi figli vengono educati dal Governo e sono messi nelle Scuole dei cadetti e di lì non
escono che militari. Il Governo ha un grande appoggio nel militarismo che egli stesso crea per
difendersi. Il principe Bebutoff mi dice che già nei giornali si parla di cose che non sarebbero
mai state pubblicate sino ad oggi. Molte voci dicono che S.M. l’imperatore non sa quel che
succede fra il suo popolo! Il popolo è ignorante, pochi sono i letterati ed enorme il numero degli
analfabeti! La popolazione non forma quindi una massa vivente d’uomini, ma di brutti
selvaggi! Il principe ripete che è contento di non dover vivere al reggimento con ufficiali che
formano un’ambiente punto intelligente; è venuto in Manciuria per battersi perché, questa guerra
avrà una grande importanza per la Russia e bisogna prendervi parte e vederla se si è giovani e
militari; egli crede infine che qualche cosa dovrà succedere dopo la guerra, questa situazione in
Russia non può continuare. Pensa alla terra che quest’anno non darà raccolto. Con furberia si
prendono i riservisti per mandarli qua, e si leva così un elemento pericoloso dalle mura di casa e
lo si manda a farsi ammazzare per... difendere il Paese, mentre la gioventù gagliarda, forte,
non di riserva; sta pronta in caserma, a casa... per ogni evenienza366!! Quanto agli ufficiali russi, si
ripete sempre ridendo nei circoli di essi che “il figlio più intelligente lo si mette al ministero delle Vie e
Comunicazioni, quello d’intelligenza media o prete o impiegato civile; quello che è proprio cretino se
ne fa un ufficiale!”. Questi discorsi fatti nello scherzo e che si ripetono centinaia di volte (come io li sentii)
hanno sempre nel loro fondo qualcosa di vero, e quel “qualcosa” ebbi abbastanza tempo per misurarlo,
vivendo 18 mesi fra ufficiali e soldati russi. Il Bebutoff è disgustato da tutto ciò che vede e sente durante il
disimpegno delle sue funzioni di aiutante di campo è destinato alle «proposte per onorificenze».
365
Ivi, pagg. 899-900.
«Come il capitano Bebutoff, così decine di ufficiali di istruzione superiore alla media, mi intrattennero
sulle cose del loro paese; era facile accorgersi che si parlava della guerra più come cosa importante
per le sue conseguenze in Russia che pei suoi risultati in Estremo Oriente. Del nemico non si parlava
mai!»
366
- 150 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Dall’impiegato civile della posta, sino ai colonnelli, tutti vanno da lui per vedere se si può avere una
decorazione o un’altra di classe superiore a quella già ricevuta!!»367
Comunque, anche nella descrizione di eventi bellici Camperio non manca mai di
evidenziare la incredibile incapacità degli ufficiali russi, che sfocia spesso nella
totale stupidità, tanto difficile da credere al punto da spingere lo stesso Camperio a
dire: «Ho quasi vergogna e paura di scrivere queste cose, perché esse sono
talmente madornali che inviteranno al sospetto ed all’incredulità». E’
interessante, altresì, sottolineare la spontanea ammirazione che Camperio prova
nel vedere, seppure da lontano ed in veste di “nemici”, quei soldati giapponesi
così «svelti al lavoro, […] che preparavano la difesa del loro Paese,
coll’alacrità di chi ama!». Pur solidarizzando cameratescamente con i russi non
può fare a meno di sottolineare che i giapponesi sono più pronti, più motivati, meglio
comandati.
«(26 settembre) 9 ottobre 1904-[...] Son o tr oppo agi ta t o per star e in quel l ’a m bi en t e, e
m i r eco su un a col l ina in a van t i per vedere qualcosa!
Mi arrampico su una collina a nord della strada dei Tre Colli ove combatte il generale
Rennenkampf. Col binocol o studio le alture a S.W. e specialmente la grande montagna che i
cinesi mi hanno detto chiamasi Lao-ta-laza (montagna dei cervi). Quale non è la mia
meraviglia e stupore quando vedo che lungo tutta la cresta del Lao-ta-laza, dei piccoli
soldati lavorano alacremente a sca var trincee e t rasportar materiale!! Son o propri o i
gi appon esi che si preparano a di fendere questa fort e lin ea di montagne; son o l oro che
hanno deci so si curamente di comin ciare qui la resistenza. Essi si guardano bene dallo
sparare. Sono a non più di 2 1/2 verste dall’enorme nostro bivacco, lo potrebber o riempir e di
«shrapnel» ma non lo fanno, perché cert o aspettano rinforzi e non domandano di meglio
che i russi bevano del thè! Io vorr ei veder e t utta la l inea ad un t empo col mi o bin oc olo,
sono in un vecchio buco o trincea solo e penso a come si fa la guerra sotto ai miei occhi. Ho quasi
vergogna e paura di scrivere queste cose, perché esse sono talmente madornali che inviteranno
al sospetto ed all’incredulità. Resto a contemplare quei soldati, svelti al lavoro, sino al
tramonto e poi scendo a Iogon, ove gli ufficiali forse giuocano a carte! Fui neutrale com e
me l o comandano i mi ei ordini; non par lai. ma appena sdraiato sul «kang» nella capanna del
maniscalco tutta nera di fum o, a vendo l o st omaco un po’ vuot o, pensai per lunghe ore al
bell’effetto di luminaria che doveva fare il nostro bi va cco a notte, sott o gli occhi (non
parliamo del tiro) degli ufficiali e soldati del Mikado, che preparavano la difesa del loro Paese,
coll’alacrità di chi ama!»368.
367
368
Ivi, pagg. 953-954.
Ivi, pagg. 954-955.
- 151 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Anche i colleghi di Camperio rilevano lo stato di sfacelo e di disorganizzazione che
regna nell’esercito russo di Manciuria.
«(12) 25 ottobre 1904 –[…] I1 generale francese Silvestre mi parla di ciò che ha visto nei giorni
passati; dice essere il soldato russo famoso, ma tutto il resto non vale nulla. Non si sa manovrare, non
si sa muoversi; una battaglia ben sviluppata non ci fu mai... Non ha fiducia nell’avvenire... Non vi è
legamento fra le unità e per lo sviluppo di un problema tattico si riuniscono frazioni di
differenti Corpi; non vi è comando e non vi è organizzazione logistica! »369
Gli ufficiali russi sfoggiano un vasto repertorio di incapacità come Camperio
evidenzia, con una punta di risentito sarcasmo peraltro più che giustificata,
nell’episodio riportato per «spiegare cosa erano gli ufficiali a cui si affidarono le
sorti della patria russa in Manciuria».
«(21 ottobre) 3 novembre 1904-[...] L’ufficiale di Stato Maggiore che fa generalmente i rapporti sulle
battaglie pel generale il capitano in 2° Galiefski, sta ora lavorando per la relazione della battaglia di
Benzikhtiè. Per una combinazione qualunque ho potuto vedere il lucido del piano che ha disegnato per
allegarlo alla relazione e ho avuto la soddisfazione di accorgermi che era una copia del mio e
non un’ingrandimento suo. Ecco ora la spiegazione del perché un amico cosacco, buon disegnatore, mi
domandò giorni fa il mio piano per copiarlo pel suo giornale particolare! Riferisco questo perché ci
si faccia un’idea esatta e vera di ciò che rappresentano gli ufficiali di S.M. russo e lo S.M. di un Corpo
d’armata. L’ufficiale di Stato Maggiore del grande esercito russo, per la relazione di una battaglia,
copia lo schizzo, senza pretensione, dell’ufficiale della piccola Marina italiana (Io insisto nel raccontare
questi fatti personali perché sono gli unici che possono spiegare cosa erano gli ufficiali a cui si
affidarono le sorti della patria russa in Manciuria!)»370.
Sul fronte tecnico riprendiamo la lunga descrizione relativa alla battaglia di Mukden
tratta dalla pubblicazione Al campo russo in Manciuria. Note d’un marinaio, e che
riporta l’attenzione sui combattimenti dando ampio spazio alle tattiche e strategie
adoperate da entrambi i contendenti371. Camperio, pur nella grande complessità di
svolgimento degli eventi della battaglia più vasta e sanguinosa mai combattuta fino a
quel momento nella storia372, riesce con estrema chiarezza e brevità a riassumerne i
369
AUSSME, Fondo L-3, b. 192, f. 2, vol. VI, pag. 1056.
Ivi, pag. 1080.
371
Rinviamo all’Appendice per ulteriori estratti antologici.
372
Ricordiamo che si sviluppò su di un fronte di oltre 100 km sul quale si fronteggiarono oltre 600.000
combattenti dal 19 febbraio al 12 marzo 1905.
370
- 152 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
tratti fondamentali. Nelle sue descrizioni pone anche l’accento sugli aspetti eroici del
soldato russo, che combatte, pur mal comandato, con tenacia e determinazione.
Il nostro ha modo di soffermarsi sulla descrizione del soldato giapponese e dei suoi
rapporti con gli ufficiali, comparandoli con quelli così radicalmente diversi da quelli in
uso presso l’esercito zarista:
Della disciplina giapponese sappiamo pochissimo. I soldati giapponesi non sono «molto» umili davanti
agli ufficiali, non si osserva in essi quel «mangiami con gli occhi», ma vi è qualcosa di più prezioso che
io chiamerei il rispetto reciproco tra il soldato e l’ufficiale375. I loro rapporti sono più semplici, più
cordiali. […] Gli ufficiali camminano tutto il tempo coi soldati, discorrono continuamente o fumano con
essi, i pasti si fanno in comune; non si odono gridi d’ordini da parte degli ufficiali come da noi, e chi non
conosce i distintivi non può dire se in un certo gruppo vi è o no un ufficiale, visto i suoi rapporti coi
soldati. Debbo ancora aggiungere un’osservazione sul come è apprezzato il soldato giapponese. Durante
la nostra permanenza a Mukden, non abbiamo visto mai un soldato impiegato a lavori manuali. […] I
soldati giapponesi formano la sola scorta, […] si direbbe che i soldati giapponesi non abbiano altra carica,
che quella del servizio militare. […] Uno dei nostri interpreti ci disse che «nel loro esercito tutto si fa per i
soldati»376.
Per contrasto, sull’onda emotiva di quanto già evidenziato, Camperio trova spunto da un
altro aneddoto per raccontare, con sdegno e disgusto, lo stato di degrado dei rapporti
sociali, la prevaricazione e la violenza ed in ultimo, la totale mancanza di dignità
personale nella società zarista.
«Sono scoraggiato del poco utile che rende il genere non fisico ma morale di vita che faccio; trovo
inopportuno seccare con interrogazioni gli ufficiali e i generali che hanno molto da fare e decido di
allontanarmi per qualche giorno dal Corpo d’Armata e recarmi alla ricerca del mio bagaglio di cui non
conosco ancora la sorte. Alle ore 17 parto per Khersù; la strada Mandarina è in cattivissima condizione e
polverosissima. Ad un certo punto il controllore del 3° Corpo di Siberia (con grado di colonnello) mi
offre un posto nella piccola carrozza che trasporta la sua persona di circa 120 chili dal principio della
guerra; mi rincrese di avere accettato l’invito poiché quell’ufficiale avvinazzato […] durante tutto il
tragitto insulta e batte il soldato cocchiere, con la sua sciabola non sfoderata gli dà dei pugni e all’arrivo
375
«Questa giustissima osservazione è fatta purtroppo da un dottore ossia da una persona per la quale
non si ha alcuna considerazione nell’ambiente degli ufficiali russi e quindi sarà criticata ma essa
dimostra ancora una volta la superiorità d’istruzione e di sentire dei medici russi tanto buoni e così
poco considerati».
376
AUSSME, Fondo L-3, b. 194, f. 2, vol. VI, pag. 1852.
- 153 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
in Khersù per finire 5 o 6 schiaffi. Quest’orribile scena mi fa inorridire come altre a cui fui presente ed
aumenta la mia ferma convinzione che le armi russe non potranno mai avere ragione su quelle di un
popolo che per l’amore alla terra ove nacque e devozione alle istituzioni ha un altissimo sentimento di
disciplina e dignità personale»377.
Nella parte seguente, inerente le trattative ormai in corso per la cessazione delle ostilità
e la stipula di un trattato di pace, si coglie pienamente la natura antiretorica e realistica
della rappresentazione della guerra del nostro addetto.
«(3) 16 gi ugno 1905-Bel tempo. Arriva la notizia che il 13 giugno si è cominciato a
corrispondere ufficialmente fra i governi di Washington, Pietroburgo e Tokyo per stabilire le
regole per l’incontro di plenipotenziari russi e giapponesi. Pace! Questa parola è cara a molte
migliaia d’uomini in Manciuria; la sua importanza è capita a fondo da chi ha fatto la guerra.
Da qualche giorno si vedono numerosi gruppi di soldati che ascoltano la lettura del giornale,
altri che si salutano ed abbracciano; ogni mattina c’è una ressa di gente presso il vagone ove
si stampa il «Messaggero dell’esercito di Manciuria»! E’ facile capire che tutti godono
pensando alla sola probabilità della pace!» 378
Siamo ormai alle pagine finali del lunghissimo Diario, nelle quali Camperio,
non senza una sottile vena di malinconia si separa dai molti amici acquisit i
durante la lunga campagna di guerra.
(14) 27 se tte mbre 1905-E’il giorno della mia partenza ed il mio bagaglio è.pronto. […] Mi reco in
visita di congedo dai generali Blagovescenskij, Okaciagorovic, Korevo e Sacharov; da loro apprendo
che i primi reggimenti a partire saranno quelli di cosacchi. Il generale Linievic vorrebbe mandare subito a
casa i riservisti, ma il suo Stato Maggiore gli è contrario, ora si aspetta una risposta da Pietroburgo.
Alle 21,19 lascio Gungiulin salutato dai generali russi e da tutti gli ufficiali esteri che partiranno domani o
dopo per la via di Siberia. E’ così che lascio molti amici che mi colmarono di gentilezze durante la
guerra.
Camperio esponendo le sue considerazioni finali, ancora una volta mostra il suo
atteggiamento realistico (scevro dalla retorica che invece pervade il pensiero di Barzini),
non più solamente sulla rappresentazione della guerra, ma anche sulla sue finalità
utilitaristiche.
(18 settembre) 1 ottobre 1905-M’imbarco sul piroscafo norvegese Folsje. Al capitano del quale dò 50 rubli
perché non trovi obiezioni al mio imbarco. Sono con me: il colonnello Wolff ed il corrispondente della “LokalAnzeiger”, ufficiale di Stato Maggiore, signor Ubrich. A piccolo moto usciamo fra gli sbarramenti pilotati
377
378
AUSSME, Fondo L-3, b. 194, f. 2, vol. X, pag. 1865.
AUSSME, Fondo L-3, b. 195, f. 1, vol. X, pag. 2468.
- 154 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
da due ufficiali di marina. Faccio qualche fotografia dei forti. […] Dalla plancia del Folsje il giorno (4) 21
ottobre, mentre la nave lottava senza avanzare contro la corrente dello stretto di Corea ovest, io
contemplavo muto verso il levante là, dove si svolse la più gran battaglia navale dei tempi moderni, e dove
con la fine della squadra russa tutti i marinai da guerra del mondo hanno imparato che la vittoria si ottiene
solo ponendo la massima attenzione alla preparazione del combattimento, non per un breve lasso di tempo,
ma durante le 24 ore del giorno e per lunghissimi anni. Questo è il più grande e il più profondo
ammaestramento che ricavo dalle infinite osservazioni fatte con gravi sacrifici che l’entusiasmo mi
faceva apparire leggerissimi. Se dovessi dire in poche parole il mio più profondo convincimento, direi
che in Italia noi non conosciamo quale meteora sia la guerra, e come essa possa essere la più grande
rovina d’una nazione, se perduta, ma il più grande impulso alla vita economica, sociale, morale, politica,
se vittoriosa. Facciamo dunque come i giapponesi …Salutiamo il soldato che passa!! »379.
Sin dalle prime pagine, si percepisce che i suoi resoconti sono improntati alla gioia
dell’esplorazione e della scoperta, e all’autogratificazione per la fortuna di poter
viaggiare, cosa peraltro non comune in quei tempi, in luoghi così lontani e per così lungo
tempo in un età ancora giovanile. «I viaggi di Filippo Camperio, privati e professionali,
hanno per molti versi il carattere dell’esplorazione; l’atteggiamento, però, non è più
quello pionieristico del padre. I tempi sono cambiati, il ruolo del viaggio è mutato,
diversa è pure la carriera»380. Il suo non è mai un occhio di un osservatore indifferente,
e non cerca mai di simulare un visione professionale “esterna”, piuttosto egli possiede
una visione di uno spettatore sensibile e privilegiato, rimanendo esterno alla mischia
della battaglia ma mai estraneo, condividendo con l’esercito russo disagi ed angosce ed
orrori del conflitto. I suoi scritti, riflettono ovviamente la sua personalità, infatti egli
stesso si definisce «Non un corrispondente di giornali […]; non sono un fabbricatore di
avventure di viaggi e di guerra; provo perciò un certo naturale imbarazzo, onde invoco
l’indulgenza del lettore. […] La mia penna non è libera come quella di un reporter […]
Il mio vuol essere sopra tutto un libro di vita vissuta e di cose vedute per quasi due anni,
con la massima intensità di impressioni e con la maggior oggettività possibile di giudizi
ed apprezzamenti»381, la sua personalità è tutta in queste poche righe. Egli, nel riferirsi ad
i suoi scritti, sente il bisogno di richiamare, non senza polemica, le opere di Barzini, che
in quegli anni godeva di grande fama; nella versione letteraria del suo resoconto, egli ci
dice: «Né il pubblico si rallegri, perché non troverà qui delle pagine vive ed interessanti
come quelle del Barzini, poiché mentre egli non sa virar di bordo alla vela, io non so
consumar convenientemente l’inchiostro sulla carta e col nero sul bianco far rivivere un
379
AUSSME, Fondo L-3, b. 195, f. 2, vol. XIV, pagg. 2853-2857.
M. DEL DOTTORE, op. cit., pag. 108.
381
F. CAMPERIO, op. cit., Prefazione.
380
- 155 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
quadro e rinascere un’emozione!»382. L’onestà intellettuale di Camperio è uno dei tratti
di fondo delle sue narrazioni. Nei suoi resoconti traspare però anche lo sguardo tecnico,
da militare; riesce perfettamente a capire perché i russi perdono ed i giapponesi vincono.
Egli nel raccontare la realtà che lo circonda, è in grado di disegnare molto bene un
quadro sociale che già, nei suoi scritti, preconizza la vicina rivoluzione del 1905 e gli
sconvolgimenti futuri che porteranno la Russia nel baratro della rivoluzione del 1917.
III. 7 Il tenente colonnello Paolo Ruggeri Laderchi-Cenni biografici
Nacque a Bergamo il 12 febbraio 1862 (da Cesare Ruggeri e dalla contessa Caterina
Laderchi). Allievo dal 1° ottobre 1875 del Collegio Militare di Milano, il 1° ottobre
1878 venne ammesso ai corsi della Regia Accademia Militare di Torino e l’11
luglio 1880 nominato sottotenente nello Stato Maggiore dell’Arma di Artiglieria.
Frequentò con successo il Corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra di Torino nel
1885. Il 12 maggio 1886 sposò la signorina Elena Vetehinina di Gapowo, ma, rimasto
vedovo nel 1890, il 28 agosto 1895 si risposò con la baronessa Alessandrina de Stael
Kolstein. Dal 16 ottobre 1896 al 14 aprile 1897 ricoprì l’incarico di addetto militare
straordinario per l’occupazione di Creta presso la regia ambasciata d’Italia a
Costantinopoli, nelle cui funzioni guadagnò la decorazione di una medaglia d’argento
al Valor Militare. Rientrato in Italia, il 29 aprile 1897 venne nominato conte con Regio
Decreto “motu proprio” del re Umberto I ed il 20 maggio seguente venne autorizzato
ad aggiungere al proprio cognome quello materno di “Laderchi”. Il 19 dicembre 1901 fu
promosso al grado di tenente colonnello e impiegato presso il comando del Corpo di
Stato Maggiore a Roma a disposizione del ministro della Guerra come addetto presso la
regia ambasciata di S. Pietroburgo dal marzo del 1902, e l’8 agosto dello stesso anno
divenne Aiutante di Campo onorario del re Vittorio Emanuele III. Il 3 febbraio 1907 fu
promosso al grado di colonnello ed il 10 maggio dell’anno seguente cessò dall’incarico
di addetto a S. Pietroburgo e rientrò in Italia. Il 18 ottobre 1911 partì da Napoli per la
Libia quale addetto al comando del regio corpo di spedizione italiano. Rientrò in Italia
il 17 novembre 1911 a Napoli. Fu nuovamente in missione a S. Pietroburgo per la
guerra italo-turca dal 26 novembre al 24 dicembre 1912 ed il 16 maggio dello stesso
anno - promosso al grado di maggior generale - venne nominato comandante della
brigata di fanteria “Basilicata”, incarico che lasciò il 14 febbraio 1915 ed il 23 maggio
seguente, allo scoppio della prima guerra mondiale, divenne capo di Stato Maggiore
382
Ivi, pag. 37.
- 156 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
della 1^ armata mobilitata. Nominato, dall’11 agosto 1915, comandante della 12^
divisione in operazioni, in tale veste guadagnò l’Ordine Militare di Savoia ed il 1°
ottobre 1915 conseguì la promozione al grado di tenente generale. Incaricato dal 30
giugno 1916 delle funzioni di comandante dell’8° Corpo d’armata mobilitato, il 7
dicembre seguente passò a disposizione del Comando Supremo ed il 20 marzo 1917
assunse il comando del 9° Corpo d’armata mobilitato, che mantenne fino al 7
marzo 1918, e nel cui incarico guadagnò una seconda Croce dell’Ordine Militare di
Savoia. Il 18 settembre 1924 ricevette la nomina a generale di corpo d’armata
nell’ausiliaria e dal 12 febbraio 1934 transitò nella riserva per limiti d’età. Collocato,
dal 12 febbraio 1940, in congedo assoluto morì a Sanremo il 6 luglio dello stesso
anno383.
III. 8 L’attività di addetto presso la Regia Ambasciata a S. Pietroburgo durante il
conflitto russo-giapponese.
Nei suoi numerosi rapporti, che venivano regolarmente inoltrati al Comandante in 2a del
Corpo di Stato Maggiore del Regio Esercito, Laderchi, sin dal 1903, diede ai vertici
militari a Roma una visione alquanto riduttiva della pericolosità della situazione;
parlava di incidenti di frontiera e si illudeva che, malgrado i contrasti, «la guerra sarà
evitata», nella convinzione che il Giappone non avrebbe osato attaccare la Russia.
Questa era, come ben sappiamo, l’opinione corrente a San Pietroburgo, sospinta in gran
parte dalla propaganda reazionaria. Senza dubbio il nostro addetto risentì della corrente
del pensiero politico e militare imperante non solo nella Russia zarista ma anche nel
resto d’Europa e soprattutto nell’ambiente diplomatico che non credeva possibile una
vittoria nipponica; lo stesso ambasciatore a Berlino, Lanza il 15 luglio 1903, scriveva al
Ministro degli Esteri Morin, che il Governo tedesco riteneva improbabile un conflitto
fra Russia e Giappone384; in tal senso anche il Governo cinese era dello stesso avviso e
solo alla luce di evidenti sintomi di preparazione da parte giapponese, iniziò per la
prima volta ad ammettere la possibilità di uno scontro armato, così come traspare dalle
pagine dei rapporti diplomatici inviati, nel luglio 1903, dall’ambasciatore Gallina al
Ministro degli Esteri385.
383
AUSSME, Fondo Biografie, b. 102, f. 53.
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI-COMMISSIONE PER LA PUBBLICAZIONE DEI DOCUMENTI DIPLOMATICI,
op. cit., Vol. VII, pag. 465.
385
Ivi pag. 460.
384
- 157 -
Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Nelle pagine seguenti tratte dal rapporto del dicembre 1903386, Laderchi, come già accennato
in precedenza, pur certo che «probabilmente la guerra sarà evitata», mostra altresì una
acuta e lucida capacità di analisi della situazione politica internazionale. Ritengo di grande
interesse riportare alcune parti di questo breve “trattato di politica intenazionale”. Laderchi
identifica tutti gli aspetti in gioco: l’espansionismo russo verso l’Estremo Oriente,
cominciando dalla Cina; il tentativo della Russia di porsi come potenza marittima
nel Pacifico, mettendo in evidenza gli aspetti economici, le tendenze accaparratrici
ed anche l’aspetto razzista sottolineando «la previdente difesa contro il famoso
“pericolo giallo”»; come è evidente anche Laderchi viene influenzato dalla corrente
razzista imperante in Occidente, che identificava la Russia come baluardo
dell’Europa contro l’espansionismo della “razza gialla.”
«Le relazioni tra la Russia e il Giappone, a seconda di quanto annunciano i giornali meglio informati e di
quanto risulta a chi segue davvicino gli avvenimenti nei due paesi, sono in questi ultimi tempi
estremamente tese e tali da poter lasciar supporre anche essere l’inizio di altre e più gravi
complicazioni internazionali. […] Al punto in cui sono le cose, più che di Manciuria, di Corea, di
zone d’occupazione e d’influenza, di porti aperti o no al commercio mondiale, si tratta in
realtà di una questione di natura assai più vasta e profonda: della preminenza cioè delle Russia
nell’Oceano Pacifico, di quella specie d’ipoteca che essa intende di porre su tutto l’Impero Cinese e
dell’interesse che altre Potenze ed in primissima linea il Giappone, hanno di opporsi a ciò. La
gravità della situazione dipende appunto dalla gravità ed importanza degli interessi morali e
materiali che sono in gioco. Tacendo, per ora, dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti
(che hanno preso un’attitudine di aspettativa), per quanto concerne il Giappone sono le
tradizioni storiche, le condizioni sue geografiche, etniche, economiche, finanziarie e sociali,
che gli fanno considerare la questione come vitale pel suo avvenire, che gli infondono e gli
impongono l’audacia di opporsi, anche solo, ai progetti grandiosi della sua potente rivale. E
per quanto riguarda la Russia, non si tratta soltanto d’amor proprio, degli interessi di
qualche grande e potente affarista, delle tradizionali tendenze espansioniste ed accaparratrici,
ma altresì (e ciò ha ben maggior valore per essa), della previdente difesa contro il famoso
“pericolo giallo”, del desiderio di giustificare e far fruttare le somme ingenti profuse in questi
ultimi anni nella ferrovia Siberiana e nell’Asia Orientale e della necessità di sboccare e
spadroneggiare, alla fin fine, sopra un mar libero».
Nella parte seguente del succitato rapporto, Laderchi, convinto sostenitore della tesi
di un accomodamento diplomatico anche se non come situazione definitiva della
questione, ci fornisce considerazioni di carattere politico e militare sulla situazione
386
AUSSME, Fondo G-29, b. 83, lettera prot n. 245 del 18 dicembre 1903.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
in Russia di un certo interesse sia per la comprensione delle opinioni circolanti nel
Paese sia per la profondità di alcune sue considerazioni387.
Di particolarmente interesse anche le considerazioni sulla politica delle altre potenze
legate alla situazione in Estremo Oriente. Laderchi, nonostante abbia scritto questo
rapporto quasi un anno prima dello scoppio delle ostilità, riesce ad inquadrare i possibili
scenari della situazione internazionale con grande nitidezza.
3. Come già dissi, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, le potenze cioè più direttamente interessate in
Estremo Oriente dopo il Giappone e la Russia, hanno preso un’attitudine di aspettativa nella vertenza
attuale. E così pure ha fatto la Cina, il povero malato itterico, il quale, […] viene sempre
considerato come lo sfondo del quadro. Ma quale sarebbe la linea di condotta di tali nazioni se le
ostilità dovessero davvero scoppiare? La Francia vede certamente di malocchio un aumento di potenza
del Giappone, il quale, […] può diventare una minaccia per la sua colonia dell’Indocina. Di
più, anche indipendentemente da ciò, può desiderare di aiutare la sua alleata, la Russia. Ma
non può farlo. Pur non tenendo conto del suo accordo di quest’ottobre coll’Inghilterra, a causa del
trattato tra questa ed il Giappone389 non può intervenire senza provocare alla sua volta
l’intervento del’Inghilterra stessa. […] Ora la Francia sa troppo bene che la flotta franco-russa non
potrebbe resistere efficacemente a quella anglo-giapponese e che col voler prender quindi parte
al dissidio rischierebbe di perdere i suoi ricchi possedimenti in Estremo Oriente, senza alcun
vantaggio della Russia. L’Inghilterra probabilmente si asterrebbe essa pure dall’intervenire nel
conflitto. Ciò è consono alle sue abitudini egoistiche ed utilitarie ed è nello spirito di quei concetti che le
hanno ispirato il già citato trattato dello scorso anno col Giappone. […] Naturalmente non
mancherebbe di aiutare sottomano i giapponesi finché gli apparissero i più deboli, e si
terrebbe in ogni caso pronta ad intervenire per impedire all’uno o all’altro dei contendenti il
conseguimento di quei vantaggi che non convengono. Intanto, per non perder l’abitudine di profittar
sempre delle buone occasioni, avanza nel Tibet. Gli Stati Uniti d'America (esuberanti di forza ed
energia rapidamente e progressivamente crescenti), stanno sostituendo, come è noto alla formula
“l’America degli americani” quella “Drang nach Osten” e si preparano virilmente a sostenerla. […]
Gli Stati Uniti, con qualche garanzia d’indole commerciale, si manterranno probabilmente
neutrali durante un eventuale conflitto tra la Russia e il Giappone, ma non potendo considerare
con indifferenza l’affacciarsi sul Pacifico di quella formidabile nazione che fino a poco tempo fa
era relegata nel porto per sei mesi gelato di Vladivostok, non mancheranno certamente di far valere le
loro ragioni alla stretta dei conti. […] Quantunque la Germania e l’Italia e l’Austria siano estranee
387
Rinviamo all’Appendice per ulteriori estratti antologici.
Il 30 gennaio 1902 fu siglata tra Inghilterra e Giappone un’alleanza, in forza della quale i due
Stati si promettevano neutralità e anche aiuto militare, nel caso uno dei due fosse stato coinvolto in una
guerra con almeno due avversari, a motivo degli interessi cinesi o coreani.
389
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
al’attuale dibattito, tuttavia, per quella specie di “accorrere al cannone... politico” per parte
delle grandi potenze dovunque esso tuoni (che caratterizza l’attuale momento storico), non è
possibile trascurarle interamente. La Germania, per bocca del suo cancelliere ha detto
ultimamente di non avere alcun interesse da salvaguardare nella questione d’Estremo Oriente
e, pertanto, solo gli avvenimenti ulteriori possono decidere dell’attitudine che vorrà prendere […].
L'Italia, nella questione stessa, appare essa pure libera delle sue azioni; […] Essa quindi si
disinteresserebbe probabilmente in principio, come la Germania, della questione. […] L'Austria,
infine, preoccupata della situazione interna sua e dall’Oriente vicino, non si è mai curata di quello
lontano. Altrettanto continuerà a fare probabilmente, salvo che trovi inopportuno, in un eventuale
concerto di tutte o quasi tutte le grandi potenze, il far tacere la sua voce.
4. Un’altra ragione che sembra debba altresì trattenere la Russia dall’avventurarsi in una guerra, è
quella dovuta alla situazione finanziaria sua, che non è brillante. La direzione intelligente ed
oculata del Vitte, […] le ha permesso di attuare imprese colossali e grandiose, di dare un
potente impulso alle industrie e di risorgere economicamente. Ma la Russia non potrebbe però (e
lo sa) intraprendere una guerra lunga e costosa in Estremo Oriente e mantenersi egualmente in
condizioni favorevoli in caso di complicazioni in Europa».
Nel rapporto successivo, redatto nel gennaio del 1905390, ormai con il conflitto già
avviato verso la sconfitta russa, Laderchi ci descrive i tesissimi rapporti tra lo stato
Maggiore russo e il Ministro della guerra nei confronti del generale Kuropaktin,
identificato come unico responsabile dei rovesci militari, sia dall’opinione pubblica che
dallo stesso zar.
[…] Secondo alcune informazioni particolari fornitemi da persona in grado di trovarsi al corrente di
quanto riguarda l’esercito russo operante in Manciuria, sembra quanto segue:
1. Il generale Kuropatkin sarebbe furibondo contro il ministro della guerra Sacharov e contro lo Stato
maggiore generale, che non assecondano le sue domande, che gli fanno anzi continuamente picche e
dispetti, i quali rendono ancor più difficile la situazione nella quale si trova. Egli ha dichiarato che,
colle forze di cui dispone e col nemico che ha di fronte, non si sente in grado di poter prender
l’offensiva; che gli occorrono nuove truppe, nuove artiglierie e una linea ferroviaria meglio
sistemata con un maggior numero di treni giornalieri. Viceversa, lo stato maggiore russo non lesina le
critiche al Kuropatkin, benché non le esprima altamente. Esso dice che il comandante delle truppe operanti
in Manciuria ha delle esigenze straordinarie, che vorrebbe gli trasportassero e gli nutrissero sul teatro
della guerra l’esercito russo intero, che le forze che egli aveva chiesto prima di partire, sono ormai
da un pezzo oltrepassate e che egli manca di coraggio morale.
[…] 3. L’azione temporeggiante del Kuropatkin, il non aver egli ancora ottenuto un solo successo
neppure parziale di qualche importanza, la guerra spietata che gli muovono, sia il ministro della
guerra generale Sakharov, come già accennai in altri rapporti sia il viceré Alekseev, che trovasi qui
a Pietroburgo e desidera certamente di fargli scontare la mortificazione che per lui ebbe non è molto a
390
AUSSME, Fondo G-29, b. 83, lettera prot. n. 162 del 22 gennaio 1905.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
subire, gli tolgono, poco alla volta, non solo la fiducia del pubblico, che, dopo averlo portato alle stelle,
comincia a dubitare di lui, […] ma anche quella dell’imperatore. […] Ora, l’ultima scena tra il
Kuropatkin e il Grippenberg nella quale sembra che quest’ultimo abbia accusato il primo, oltreché di
incapacità, anche di invidia, comunicando direttamente, nella sua qualità di generale aiutante di
campo, tale sua impressione all’imperatore, pare che abbia deciso lo zar a richiamare il Kuropatkin
e a nominare un nuovo comandante in capo.
[…] 4. I soldati sembra che continuino ad avere fiducia in Kuropatkin, che tutti conoscono almeno
di fama e che sa parlar loro, ma, a quanto sembra, gli ufficiali che si trovano sul teatro della
guerra, anche di alto grado, non si peritano di criticarlo acerbamente forte e di ripetere che
manca di slancio e di fuoco sacro. […] La persuasione di non riuscire a spuntarla contro i
giapponesi, col Kuropatkin e con un’altro comandante qualsiasi, non solo a forze eguali, ma anche
con forze in parte superiori, comincia a farsi strada. I disagi senza fine, le sconfitte, la lontananza
dalla patria e dalle notizie e soprattutto la poca speranza di un vero successo per terra o per mare,
abbatte gli uomini e fa si che soldati ed ufficiali anelano la pace e, malgrado le batoste subite,
salterebbero con gioia il giorno in cui essa fosse conchiusa.
Nel successivo rapporto del marzo 1905 391, Laderchi ci fornisce ancora un quadro
dettagliato della situazione interna del Paese dopo la disastrosa battaglia di
Mukden; l’enorme impatto che essa ebbe sull’opinione pubblica e le disillusioni,
sulla inevitabile sorte del conflitto, e le diatribe che causò 392;
Come per la battaglia di Mukden, anche dopo la disastrosa sconfitta navale di
Tsushima, Laderchi ci descrive nel suo resoconto394 la situazione interna del paese.
Egli ci dice che l’impressione della disfatta fu immensa, ancora più che dopo Mukden,
ma qualora uno straniero fosse giunto in Russia, in parte per la distanza enorme dal
luogo della scontro e per la mancanza di immediate conseguenze, in parte per
l’ignoranza e l’incoscienza in cui versava la gran parte del popolo russo cosa che non
gli consentiva di percepirne la gravità, ed in ultimo per il fatalismo ed apatia che lo
caratterizzava, conseguenze della realtà sociale e culturale del Paese, non si sarebbe
accorto, dall’atteggiamento del Governo, delle classi intellettuali o dal popolo stesso,
della grave sciagura che si era abbattuta sul Paese.
[…] La battaglia navale di Tzusima ha confermato ciò. Non starò a riassumere qui le fasi della
battaglia stessa, di cui i pochi particolari finora conosciuti sono certamente più noti a Roma che
a Pietroburgo, dove la censura trattiene, modifica ed inventa le notizie, ma accennerò invece, […]
391
AUSSME, Fondo G-29, b. 83, lettera prot. n. 22 del 3 marzo 1905.
Rinviamo all’Appendice per ulteriori approfondimenti ed estratti antologici.
394
AUSSME, Fondo G-29, b. 83, lettera prot. n. 70 del 30 maggio 1905.
392
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
all’impressione ed alle conseguenze dell’immane disastro navale. […] Immensa fu l’impressione
prodotta in Russia dal risultato della battaglia di Tzusima che, indipendentemente dal rendere
inattuabile ogni idea di prossima rivincita sul Giappone, riduce ormai pressoché al nulla la potenza
marittima russa. Anche i più pessimisti, i quali affermavano che la flotta del Rozestvenskij era
votata al sacrificio, contavano per altro che una parte delle sue navi sarebbe pervenuta a giungere
a Vladivostok e di là avrebbe potuto con scorrerie audaci minacciare le comunicazioni dei
giapponesi. Ora invece a Vladivostok (dove sembra che il Gromovoi abbia toccato una mina e subìto
serie avarie) non vi si trova che l’ncrociatore Rossija e l‘ex-yacht del viceré: Almaz, ossia forze
insufficienti per qualsiasi operazione anche modesta. Intanto tutte le disposizioni per la partenza
della 4a Squadra del Pacifico sono state sospese; […] Ho detto più sopra che l’impressione della
grave disfatta subita dalla flotta russa fu immensa nell’impero degli zar. Immensa, sì, ma non
disastrosa. Un po’ per la grande distanza alla quale ha avuto luogo l’avvenimento, e per la
nessuna conseguenza dannosa immediata nel Paese non tocco nelle sue parti vitali, un po’ per ignoranza ed
incoscienza che non consentono di ben percepire la gravità del fatto, un po’ per fatalismo ed
apatia, fatto sta che il forestiero che venisse a Pietroburgo o percorresse la Russia non si
accorgerebbe dall’atteggiamento del popolo, della società intellettuale e delle autorità, della
grave sciagura che ha colpito la nazione. Ciò è sconsolante dal punto di vista sociale, ma
potrebbe essere una grande forza in mano di un Governo abile. Il guaio però è che il Governo
non è abile! Voci di pace intanto ripetono i giornali: quelle chiacchierate che a fior di labbro
sembra fossero state iniziate poco dopo la battaglia di Mukden, sono state riprese, auspice il
Presidente Roosevelt, che sembra abbia ottenuto dalla Russia e dal Giappone di nominare dei
rappresentanti incaricati di scambiarsi direttamente delle idee sulla possibilità di venire ad un
accordo che faccia cessare le ostilità.
Le pagine successive395 fanno parte del rapporto396 datato 4 settembre 1905 (l’ultimo preso
in esame nel presente lavoro), e redatto per la conclusione del conflitto e la stipula del trattato
di pace di Portsmouth. In queste pagine Laderchi, commentando la situazione politica
internazionale, riesce ad intravedere i futuri scenari politici, sottolineando che la sconfitta
subita dalla Russia in Estremo Oriente l’aveva allontanata definitivamente da quegli scenari,
rigettandola in Europa, con un aggravamento però dei già fragili equilibri interni, con una
sensibile diminuzione di prestigio nelle relazioni internazionali e con una situazione
economica disastrosa, creando così un grave mutamento degli equilibri di forze in Europa.
395
Rinviamo all’Appendice per l’estratto antologico.
AUSSME, Fondo G-29, b. 83, lettera prot. n. 105 del 4 settembre 1905.
398
Henley William Ernest (Gloucester 1849-Londra 1903) Poeta e giornalista inglese. Si dedicò al
giornalismo, e divenne direttore di parecchie riviste: “The Magazine of Arts” (1882-86), “The Scots (poi
National) Observer” (1888-1893), “The New Rewiew” (1893-98). Cfr. A. GROSSO Henley, William
Ernest in Grande Dizionario Enciclopedico, UTET, Torino 1957, (ad vocem).
396
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
III. 9 Considerazioni di carattere generale sui corrispondenti della stampa e degli
addetti militari italiani.
La lettura e lo studio dei memoriali, dei diari, dei resoconti e dei rapporti di coloro che
furono testimoni del conflitto, offre, ancora oggi una visione di “prima mano”,
privilegiata, degli avvenimenti, ed in tal senso è quanto mai esplicativo menzionare un
motto di William Ernest Henley398: «One eye-witness, howewer dull and prejudiced, is
worth a wilderness of sentimental historians399» posto, come monito al lettore, a
prefazione dell’opera di Sir Ian Hamilton400.
Ciò nonostante, va tenuto in debito conto che la narrazione degli eventi, avviene sempre
attraverso una “rielaborazione” personale, più o meno involontariamente causata dai
condizionamenti culturali e sociali imposti dall’epoca in cui essi vissero ed operarono.
Per qualcuno di loro tale condizionamento appare più forte, più radicato; in altri, che
posseggono una visione più libera, pur restando comunque figli della propria epoca,
traspare una maggiore ampiezza di pensiero, una capacità di riflessione maggiormente
scevra da condizionamenti e da luoghi comuni. Nonostante tale doverosa premessa, gli
scritti di costoro rimangono pur sempre fondamentali per una trattazione completa,
omogenea ed esaustiva del conflitto in esame.
Nel presente paragrafo si è deciso di mettere a confronto tra loro le fonti (esaminate
singolarmente nel corso del capitolo, Barzini, Caviglia e Camperio), al fine,
nell’individuarne affinità e differenze, di porre l’accento su aspetti che ho ritenuto di
particolare interesse.
Dai resoconti si percepisce chiaramente come l’amore per i viaggi, per le scoperte, per
l’esplorazione sia un fattore comune a tutti loro.
Per Barzini la passione che lo portò a viaggiare per buona parte della vita, si fonde con
la guerra: guerra ed avventura, conflitti e viaggi d’esplorazione; due momenti chiave del
399
«Un testimone oculare, per quanto tardo e parziale, val meglio di una falange di storici immaginosi»
Cfr. I. HAMILTON, a cura di A. MOLA, Impressioni sulla guerra russo-giapponese dal taccuino di un
addetto militare inglese, Casa Editrice Italiana, Roma 1908, pag. 1.
400
Sir Ian Hamilton, (Corfù 16 gennaio 1853-Londra 12 ottobre 1947). Passò gran parte della sua carriera
e della sua vita nelle colonie inglesi, in Asia ed in Africa. Ufficiale stimato e capace, personalità
notevole ed eccentrica, partecipò nel 1878-1880 alla guerra contro gli Afghani; poi alla spedizione in
Egitto. Nel 1895, come colonnello, diresse la spedizione di soccorso al Chitral e negli anni 1897-98 fu
comandante di brigata nella campagna del Tibet. Prese parte alle campagne del sud Africa dal 1899 al
1902, dove divenne amico del giovane Winston Churchill, e, come comandante di brigata fu a
Ladysmith. Promosso maggior generale fu capo di Stato Maggiore di Lord Kitchener; poi comandò le
colonne mobili nel Transvaal occidentale. Seguì le operazioni della guerra russo-giapponese nel 19041905, pubblicando poi le sue pregevoli «Impressioni sulla guerra russo-giapponese». Nella prima
guerra mondiale fu comandante di divisione nel 1914-1915. Comandante in capo della spedizione di
Gallipoli del 1915, divenne il capro espiatorio del fallimento di questa campagna. Hamilton, esonerato
dall’incarico, non ebbe più mansioni di rilievo. Cfr. Hamilton Ian in Enciclopedia Militare (ad vocem).
op. cit.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
mestiere di inviato in un periodo storico nel quale questa professione veniva percepita in
chiave “romantica”.
Per Camperio questa tensione verso l’esplorazione e la scoperta è ancora più forte, tanto
da poterla considerare una vera e propria “gioia nel poter viaggiare”; la famiglia
Camperio faceva parte dell’alta borghesia imprenditoriale e Manfredo, padre di Filippo,
aveva iniziato a viaggiare molto presto, andando in esilio perché coinvolto nei moti
patriottici. Non smetterà praticamente più; tutta la vita di Manfredo è un continuo
viaggio, sovente in compagnia dei figli, tra Africa, Asia, e India. Filippo fu
profondamente influenzato dalla figura paterna che gli trasmise questo amore per la
scoperta, il pragmatismo dell’impresa, e la fascinazione per le avventure. Il nostro
giunge in Estremo Oriente appena ventenne. Il suo primo giro del mondo, svolto tra
novembre 1894 e febbraio 1895, lo conduce, tra l’altro, in India e Giappone. A distanza
di pochi anni da questa importante esperienza, una seconda occasione per visitare il
Giappone fu offerta dalla campagna navale transoceanica a bordo della Regia Nave
“Elba”. Filippo ritorna, dunque, in Estremo Oriente, toccando Cina e Corea, e visitando
nuovamente il Paese del Sol Levante401. Nel 1901 Camperio compie un secondo giro
del mondo. L’itinerario comprendeva India, Australia, Nuova Zelanda e Sud
America402.
In Caviglia questo amore per i viaggi e le avventure, è meno evidente; nei suoi rapporti
rimane principalmente un soldato.
Un’altro elemento che accomuna i testimoni italiani del conflitto russo-giapponese è il
sentimento del patriottismo che, pur nelle doverose distinzioni, è fortemente presente in
ognuno di loro. Tutti e tre sono, ovviamente, figli della propria epoca, un’epoca che
esaltò il concetto di identità nazionale come senso di appartenenza alla Patria, e che
consacrò sui campi di battaglia, nel nome della sua unificazione ed indipendenza, tre
generazioni di giovani. In Barzini il sentimento nazionale, il patriottismo, pur
sinceramente sentito ed espresso in uno stile unico ed inimitabile, è già intriso e
contaminato da quella stessa retorica che irretirà le masse in Italia ed in Germania. Non
casualmente Barzini aderì al fascismo, diventando per volontà stessa di Mussolini,
Senatore, poi direttore della Stefani, sposando anche la causa della Repubblica di Salò.
In Camperio il patriottismo è di uno stampo ottocentesco, reca i segni dell’epoca
romantico risorgimentale, di un secolo di fervore e di ottimismo positivista e politicopatriottico. Nato in una famiglia di grandi tradizioni patriottiche e da protagonisti dei
401
402
Cfr. M. DEL DOTTORE, op. cit., pag. 110.
Cfr. Ivi, pag. 131.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
moti risorgimentali, ma non di cultura democratico-egualitaria, il suo amor di Patria lo
spinge verso il fascismo; Camperio vive un dualismo rappresentato da una parte da
casa, famiglia e patria; e dall’altra da un mondo vasto di viaggi e di ignoto.
Anche in Caviglia il patriottismo è di stampo ottocentesco, ma pure nei momenti più bui
della storia d’Italia, egli rimane sempre un osservatore critico ed intelligente, separato
dai fiancheggiatori del potere, sapendo scindere l’amore di Patria dall’adulazione e dalla
vuota retorica finalizzata al cursus honorum. E’ un uomo attratto dalla vita pubblica ma
non diventa mai un generale “politico”.
Un aspetto che, sempre presente nei loro resoconti, li accomuna è quello del grande
fascino subito dal mondo orientale, un vera e propria passione. In Barzini il fascino
dell’Oriente, ed in particolare del Giappone, è fortissimo; le sue opere letterarie, tratte
dagli articoli redatti durante le sue esperienze di viaggio, sono intrise di una vera e
propria esaltazione del Giappone e del suo popolo, e soprattutto dei suoi soldati; non
scorre una pagina senza che Barzini non trovi modo di esaltare le virtù del combattente
nipponico.
Anche Caviglia subisce potentemente il fascino del mondo orientale. A differenza di
Barzini, concentrato quasi esclusivamente sul Giappone, Caviglia è parimenti attratto
dal restante mondo orientale. In particolar modo sente l’attrazione per la Cina, e per il
suo popolo che lo sorprende, lo incuriosisce, lo affascina più degli altri popoli orientali.
Non a caso, come già accennato, il titolo definitivo dell’opera scaturisce da alcune sue
riflessioni proprio sul popolo cinese.
In Camperio la passione ed il fascino del mondo orientale inizia molto prima del conflitto.
Già durante il suo primo viaggio in Giappone nel 1894, subisce una vera folgorazione;
rimane immediatamente affascinato da questa realtà. Del resto il “giapponismo”, di
derivazione vicina all’”orientalismo”, era, in quegli anni, un fenomeno culturale profondo
che ebbe vasta eco anche nell’arte europea. Questa sua ammirazione e profonda attrazione
traspare qua e là nel suo resoconto. Pur osservando il conflitto a fianco dei russi con i
quali solidarizza cameratescamente, e quindi avendo scarsi contatti col combattente
nipponico, non può fare a meno di sottolineare che i giapponesi sono più pronti, più
motivati, meglio comandati; che i soldati giapponesi «preparavano la difesa del loro
Paese, coll’alacrità di chi ama!».
Ancora un ultimo elemento di grande interesse da porre in comparazione tra i nostri, è
quello del modo di percepire la guerra.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Barzini è profondamente attratto dagli eventi bellici; nelle descrizioni potenti e
tremende degli orrori più vivi dello scontro, traspare l’uomo affascinato dalle folle di
combattenti, innamorato della guerra vista come esaltazione dell’eroismo in battaglia,
che porta inevitabilmente al supremo sacrificio. Anche se, passata l’enfasi del momento,
in lui, quasi per un senso di colpa, subentra una tristezza infinita per lo smisurato
numero dei caduti, per lo sciupio di vite umane. Le due anime di Barzini prevalgono
continuamente una sull’altra, generando un contrasto indissolubile che pervade ogni suo
scritto di un velo di melanconia.
Senza esserne mai un amante, Caviglia vive la tragedia della guerra con un animo
diverso, da soldato che ne conosce tutti gli orrori; egli si definisce soldato che ha sempre
vissuto la guerra aspirando alla pace; questa frase racchiude il suo pensiero. Vive pertanto la
sua esperienza di addetto allo scopo di documentare, con implacabile spirito d’osservazione
che sempre lo contraddistingue, quanto accade davanti ai suoi occhi; talvolta capita che si
lasci andare a sentimentalismi ed a notazioni personali, ma è solo un attimo, poi l’occhio
critico ed impersonale ha di nuovo il sopravvento.
Per Camperio la percezione della guerra e delle sue tragedie è sempre chiara e nitida. Non si
dimentica mai di essere in mezzo ad uomini; sa sempre, in ogni momento, che la guerra non
è una tragica ed ineluttabile fatalità, ma un avvenimento esclusivamente umano, una scelta
consapevole, pur senza essere un osservatore passivo, anzi mantenendo sempre uno sguardo
pietoso. In lui non c’è mai l’esaltazione della guerra e dello scontro in quanto tale, come in
Barzini. Anche lui, come Caviglia, vive la sua missione di addetto in maniera realistica, di
fatto demistificante, con l’intento di documentare con onestà umana ed intellettuale questo
tragico fenomeno, allo scopo di suscitare una autentica riflessione sia sulla sua natura che sui
suoi effetti.
Altro aspetto che potremmo incorporare nel filone della guerra e del suo modo di essere
percepita dai nostri, è quello legato al concetto di pace armata. E’ singolare come tutti e
tre i nostri «eye-witness» del conflitto, giungano alle stesse conclusioni.
Barzini nel descrivere «la vile festosità dei deboli» che si «genuflettono ad un nuovo
padrone» all’ingresso delle truppe giapponesi in una Mukden pavesata a festa in onore
dei giapponesi vincitori, vede tutti quei paesi che, rifiutandosi di combattere per la
propria libertà ed indipendenza, non fanno altro che passare da un padrone all’altro,
sacrificando la propria identità, il proprio Paese ed in ultimo la pace stessa,
diventando continui “oggetti” di contese.
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Cap. III. L’attività dei corrispondenti della stampa e degli addetti militari italiani
Caviglia esprime ancora più chiaramente questo concetto, riprendendo la morale della
Roma antica, affermando che il “segreto della pace” non sta nel pacifismo, bensì nella pace
armata. Per comprendere appieno le affermazioni di Caviglia è necessario tenere altresì
presente che l’opera in esame è stata comunque redatta da un Caviglia testimone dello
sfacelo politico e militare di una Italia occupata dagli stranieri e dilaniata anche dagli orrori
di una guerra civile.
Camperio arriva addirittura ad esportare “in toto” la locuzione latina «“Si vis pacem
para bellum!” ». Nelle sue riflessioni sulla tragicità della guerra afferma che essa,
proprio perché è, seppur elemento tragico, una scelta umana e non una ineluttabile
fatalità, «bisogna tenersi preparatissimi e forti per evitarla».
Laderchi è volutamente lasciato fuori da questa analisi comparata; egli, pur essendo
contemporaneo al conflitto e pur occupando una posizione privilegiata che gli consente
una conoscenza non comune degli eventi di interesse, non è un «eye-witnes ». I suoi
rapporti dall’ambasciata di S. Pietroburgo risentono pesantemente, almeno nella fase
iniziale del conflitto, delle opinioni e delle convinzioni imperanti in Russia e negli
ambienti diplomatici. Pur tuttavia i suoi rapporti, non privi spesso di profonde analisi,
hanno rivestito un certo interesse nel presente lavoro, nel fornire un accurato esame
della situazione politica, militare, sociale e culturale della Russia, prima, durante e dopo
il conflitto.
- 167 -
Cap. IV. Conclusioni
CAPITOLO IV
CONCLUSIONI
Scopo del presente studio, si è detto nell’introduzione, è proporre, una lettura organica e
completa del conflitto russo-giapponese, analizzando in maniera integrata due aspetti
indissolubilmente interdipendenti - ossia quello tecnico militare e quello politico,
economico e sociale - delle nazioni coinvolte, utilizzando come fonti primarie le opere e
la documentazione prodotte dai nostri inviati presso i fronti.
Per un corretto inquadramento del problema non si possono omettere alcune
considerazioni di carattere generale. Anzitutto deve essere esaminata la situazione
interna dell’Impero Russo, così talmente destabilizzato dalla sconfitte militari subìte, da
essere ormai sul baratro della rivoluzione. La debolezza politica, sociale ed economica
della Russia condizionò in misura importante l’andamento della guerra anche sul campo
di battaglia, sotto il profilo tattico e strategico. I fallimenti metodologici della Russia
sono da ascriversi in misura determinante alle disastrose condizioni interne del Paese.
IV. 1 Considerazioni generali sulla situazione in Russia
Non si avverò la speranza di Plehve, fatto saltare in aria con la sua carrozza il 28 luglio
1904 in circostanze mai chiarite403, «di potere dominare con “una piccola guerra
vittoriosa” le correnti minacciose della rivoluzione. Avvenne purtroppo esattamente il
contrario: le sconfitte sofferte fecero divampare l’incendio della rivoluzione»404. Il
colosso russo dimostrò a tutto il mondo la sua debolezza. Alcuni contemporanei
crederono che tanta umiliazione fosse stata causata da una sfortunata congiuntura,
che fosse cioè un fenomeno passeggero. Altri invece, si accorsero che il regime zarista
era condannato.
Buona parte delle
cause
risiedevano
proprio
nell’eredità
dell’autocrazia zarista e nell’arretratezza sociale: nell’eredità del knut. La Russia di
Nicola II era uno stato di polizia nel quale l’uso dello scudiscio e delle punizioni
corporali incarnava l’espressione di un rapporto, tra il potere sovrano ed i sudditi, ancora
di stampo medievale. «Nell’anno 1900 apparve a Pietroburgo un opuscolo intitolato
La Russia alla vigilia del XX secolo. Il suo autore si nascondeva sotto lo
pseudonimo di “Un patriota russo”, il che faceva supporre che si trattasse di un
403
Le responsabilità ultime dell’attentato rimangono ancora oggi oscure, perché il capo
dell’organizzazione terroristica responsabile, era un certo Azev, che risultava iscritto ai ruoli della
Okrhana (Difesa), la famigerata polizia zarista, con la qualifica di agente speciale, cioè di agente
provocatore. Azev si difese dicendo, contro ogni evidenza, di essere rimasto all’oscuro delle intenzioni
dei suoi uomini. Così i responsabili potrebbero essere stati non tanto i rivoluzionari, ufficialmente
incolpati dell’assassinio, quanto gli avversari politici del ministro. Cfr. E. BIAGI, op. cit., pag. 3.
404
V. GITERMANN, op. cit., pag. 480.
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Cap. IV. Conclusioni
funzionario, magari di qualche importanza. Questi esecutori della volontà della
autocrazia non erano, a volte, privi di intelligenza e acume. Quello che loro
mancava più spesso era la volontà e il coraggio. Ma conoscevano la realtà della
situazione in cui si dibatteva il Paese, e sapevano trarne le inevitabili conclusioni.
L’opuscolo faceva una specie di bilancio degli aspetti positivi (pochi) e di quelli
negativi (molti) con cui il grande impero si preparava ad affrontare il nuovo
secolo, i nuovi problemi dell’età industriale. Il bilancio non era affatto
incoraggiante e l’opuscolo si chiudeva con questa acuta osservazione: «Una
improvvisa catastrofe catalizzerà nel modo più inaspettato il processo dello
scontento interno». In altre parole: basterà una sconfitta militare o una situazione
di emergenza per intaccare definitivamente il già scosso prestigio del regime
zarista e provocare un sollevamento delle masse. Era precisamente quello che
stava per accadere»405.
IV. 2 Considerazioni sulla condotta delle operazioni in mare
Non erano ancora giunte in Europa le relazioni sulla grande battaglia di Tsushima, che già
si moltiplicarono i commenti più disparati. Si disse che la catastrofe di tante navi era
dovuta al cannone, dunque esso aveva vinto sulla corazza; più tardi si disse che era stato
merito del siluro che aveva mandato a picco le corazzate.
Gli scontri del 27-28 maggio dimostrarono inoltre l’inutilità dello sperone406 (spiegata sia
dall’azione lontana delle artiglierie che da quella vicinissima dei siluri), la cui
realizzazione a bordo delle navi aveva comportato, fino ad allora, una spesa enorme in
tonnellate di peso a detrimento della corazzatura sui fianchi, di un maggior calibro delle
artiglierie o di una maggiore velocità.
La relazione ufficiale dell’ammiraglio Togo mise in evidenza che fu il cannone il più
delle volte a mettere fuori uso le navi russe con incendi a bordo, il siluro diede loro
solo il colpo di grazia, pertanto si può dire che entrambi fecero il loro lavoro. Infatti le
navi russe, così come era accaduto per quelle cinesi nel 1894, abbandonarono la
battaglia per spegnere gli incendi a bordo dovuti al cannoneggiamento, incendi
405
E. BIAGI, op. cit., pag. 66.
L’antico rostro delle navi a remi divenne lo sperone delle prime navi corazzate: Il concetto di farle
servire all’urto fu rimesso in voga con le navi a vapore e fu adottato per la prima volta, nell’epoca
moderna, nella guerra di secessione americana. Alla ruota di prua della corazzata venne data una
forma sporgente dai 3 ai 4 metri sotto al galleggiamento. Questo fu lo sperone. L’urto doveva
avvenire nelle parti immerse della nave avversaria. Il primo esempio di tale ritorno al rostro fu
quello delle corazzate francesi “Magenta” e “Solferino”. Cfr. Sperone in Enciclopedia Militare (ad vocem) op.
cit..
406
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Cap. IV. Conclusioni
dovuti solo in parte alla negligenza degli equipaggi, nel non aver eliminato del tutto
(nonostante gli ordini tassativi ricevuti in merito da Rojdestvenski) le sovrastrutture in
legno, allora ancora molto diffuse nelle navi, ma soprattutto agli effetti devastanti prodotti
dalle esplosioni dei proietti nemici. Nella battaglia di Tsushima i giapponesi adottarono per
la prima volta, nella guerra sul mare, lo Schimose407 combinato con un nuovo esplosivo di
fabbricazione statunitense, inventato da un colonnello americano, di cui avevano
comprato il brevetto. E’ pur vero che riuscirono a dotarne solo i calibri più grossi delle
divisioni di navi corazzate, pur tuttavia ciò fu sufficiente a determinare danni terrificanti
sulle unità russe408. Certamente la migliore qualità delle corazzature, il maggior numero dei
cannoni (51) e la qualità del munizionamento nipponico (a parità di calibro le granate
giapponesi erano sette volte più potenti di quelle russe), trasformarono la sconfitta in una
disfatta409.
In realtà i giapponesi non inventarono gran che di nuovo per conseguire tali risultati; è pur
vero che risolsero il problema fondamentale in guerra: quello di vincere sempre in mare
ed in terra.
Da parte dei russi la preparazione fu lunga perché la 2a squadra del Pacifico cominciò
l’allestimento nell’aprile del 1904, ma nonostante ciò la costituzione presentò molti
difetti, per la mancanza di omogeneità nelle divisioni, insufficienza del naviglio
torpediniero e, soprattutto, per la qualità molto scadente degli equipaggi, messi insieme
affrettatamente e la cui scarsa preparazione, specialmente nel tiro coi grossi calibri,
ebbe effetti determinanti. Vi furono delle voci, da parte russa, al momento della
partenza della 2a squadra del Pacifico, che ebbero il coraggio di proclamare che essa,
così come era sarebbe stata inutile, facendo risalire così la colpa del disastro di
Tsushima all’Ammiragliato ed al Governo, ma rimasero isolate ed inascoltate. Alla
partenza da Libau all’ammiraglio Rojdestvenski, fu dato, dal comitato tecnico, al posto
degli auguri di vittoria, l’avvertimento che, navigando negli Oceani, le sue corazzate più
moderne (a causa dei già citati in nota, “difetti di fabbricazione”, divergenti dai progetti
iniziali) potevano capovolgersi. La cosa più importante che si poté desumere fu che tutte
407
Nel 1885, sulla base delle ricerche di Hermann Sprengel, un chimico francese, Eugene Turpin,
brevettò l’uso di acido picrico pressato e disteso per cariche esplosive e proiettili d’artiglieria. Nel 1887
il governo francese lo adottò sotto il nome di melinite, con l’aggiunta di nitrocellulosa. Dal 1888, la
Gran Bretagna iniziò a produrre una miscela molto simile a Lydd, nella regione del Kent, con il nome
di lyddite. Il Giappone trovò un composto ugualmente simile con una formula migliorata nota come
schimose. Cfr. Acido picrico. Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 18 novembre 2010, 16:43 da
http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Acido_picrico&oldid=36219470.
408
Cfr. F. THIESS, op. cit., pagg. 484-485.
409
Cfr. Ivi, pag. 517.
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Cap. IV. Conclusioni
le navi dovessero essere ben comandate, con ufficiali ed equipaggi dai quali il comandante
in capo fosse in grado di trarre il massimo rendimento.
IV. 3 Considerazioni generali sulla condotta della operazioni terrestri.
La causa principale, continua ed assoluta dei fallimenti russi è senza dubbio da
ricercare nel modo di funzionamento dei comandi. Lo stesso ordinamento russo ebbe
una costituzione fantasmagoricamente mutevole, a differenza di quello giapponese
praticamente immutabile. La continuità nell’indirizzo era, ed è tuttora, una necessità
imprescindibile; l’instabilità, la mutevolezza creano invece incertezza che va ad intaccare
il buon andamento delle operazioni belliche. Nell’esercito giapponese, vi era
un’incrollabile fiducia nel gruppo di uomini che erano ai vertici militari, sicuramente via
via rafforzata dai successi. Fiducia del resto ben riposta, anche perché il Giappone
aveva effettuato una scelta accurata e ben ponderata nella formazione dei quadri
dirigenti, selezionando coloro che avevano brillanti precedenti nelle guerre della
restaurazione, dell’unione e del conflitto cino-giapponese. I giapponesi fecero la guerra
sostanzialmente con un fucile ed un cannone da campagna che portano entrambi il nome
dell’inventore: Arisaka; a Port Arthur adottarono un nuovo esplosivo di fabbricazione
autoctona, che fu inventato da Schimose. Va dunque dato merito alla tecnologia bellica
giapponese di aver messo a disposizione delle proprie truppe armi moderne ed efficienti;
pur tuttavia la guerra non è una scienza esatta, e le innovazioni tecnologiche, anche in
campo bellico, non costituiscano di per sé un indiscutibile primato che assicuri,
aprioristicamente, la risoluzione positiva dei conflitti. Le operazioni furono condotte in
maniera accorta e lungimirante. Per esempio, i giapponesi adottarono un Comando a
“distanza”, criterio senza dubbio per quei tempi di grande modernità410; infatti la guerra,
già allora non richiedeva più che il comandante presenziasse le operazioni dirigendole sul
posto. Con i mezzi di comunicazione allora esistenti, come il telegrafo, gli era
consentito di esercitare le sue funzioni sicuramente con calma e ponderazione, lontano
dal campo di battaglia dove le passioni ostacolavano una chiara percezione
dell’andamento degli scontri. Di contro ai russi mancava un’uniformità nell’educazione
militare che i giapponesi invece possedevano. I comandanti giapponesi, ispirati ad
410
La guerra russo-giapponese, viene considerata, insieme al conflitto anglo-boero, la prima guerra
moderna combattuta tra Europei (la prima in senso assoluto è quella di secessione americana).
L’uso delle nuove armi e delle nuove tecnologie a loro applicate, le nuove strategie sulla
conduzione delle campagne di guerra, le nuove tattiche di combattimento, il movimento di masse
enormi di truppe, quindi guerra di movimento e contemporaneamente di posizione, i grandi scontri navali, e
purtroppo i costi altissimi in termini di vite umane, ne fanno un’assoluta anticipazione di quello che sarà il
primo conflitto mondiale.
- 171 -
Cap. IV. Conclusioni
un’armonia di intenti, non avevano egoismi, ma operavano secondo un metodo.
Attendevano al loro compito, senza attriti, senza che le ambizioni personali
compromettessero l’esito delle operazioni411. I comandanti russi, invece spesso erano più
preoccupati del proprio prestigio personale che dell’interesse generale. Da qui nacquero
malintesi, atti di ribellione, con generali che si rifiutarono di obbedire ad alcuni
comandanti supremi412. I generali russi erano più vecchi di anni che di esperienza militare;
erano certamente valorosi soldati, che però ebbero maggiormente a cuore la propria
gloria personale, sacrificando inutilmente la propria vita e privando l’esercito della loro
opera preziosa nel momento di maggiore bisogno413. La guerra già allora non richiedeva
più tali teatralità; infatti, con un raggio d’azione così vasto nella rarefazione della
dislocazione delle truppe durante un combattimento, non c’era più bisogno di simili azioni
personali. Regolando invece le operazioni da lontano, i russi sarebbero stati capaci di
avere una visione più nitida degli eventi, al pari dei giapponesi, che avevano
perfettamente chiaro tutto ciò. Il generale Oyama, durante tutta la battaglia di Mukden,
non si mosse dal suo quartier generale posto in una casa del villaggio di Suli-ho 15 Km
dietro le linee, e guidò la battaglia da una carta movendo le sue pedine. Kuropatkin,
invece, fu spesso in prima linea coinvolto nei combattimenti (anche se ciò accadde, in
misura pressoché esclusiva, per l’incapacità dei comandanti in sott’ordine), perdendo così
la visione chiara dell’insieme. I giapponesi avevano appreso e meditato i concetti
generali della strategia di conduzione, non considerando propria l’esecuzione materiale,
vista come parte secondaria che spettava alle truppe, riuscendo perfettamente a
distinguere fra organi direttivi ed esecutivi, ed implicando di conseguenza l’abbandono
dell’eroismo personale da parte dei comandanti supremi. La sorpresa dell’attacco di Port
Arthur fu certamente grande, se nonostante le lunghe trattative diplomatiche la Russia
non riuscì a concentrare in Estremo Oriente un numero sufficiente di uomini, poiché
quasi subito superati in numero dallo sbarco giapponese in Corea. Probabilmente la
Russia non credeva la guerra così prossima, facendo di ciò il primo errore strategico
commesso. Tale colpa non può non imputarsi che al Viceré Alekseev, che non volle o non
411
« […] ogni generale e ogni ammiraglio non è il rivale naturale di tutti i suoi colleghi, come mai la
marina non disprezza l’esercito e l’esercito non detesta la marina, e la cavalleria non disdegna la
fanteria, e l’artiglieria non si reputa superiore a tutte le altre armi, come mai sono tutti concordi,
modesti, disciplinati, pronti, come mai la flotta ha il numero di navi necessarie, del tipo che ci voleva,
adatte in tutto alla speciale guerra che combatte, al mare in cui opera, […] i servizi logistici sono
inappuntabili, e come mai infine, navi, cannoni e trasporti costano al paese meno di quello che
vengono pagati dalle altre nazioni […]» L. BARZINI, Il Giappone in armi, op. cit., pagg. 133-134.
412
Cfr. V. CARPI, op. cit., pagg. 7-10.
413
Cfr. Diario di Campagna di Filippo Camperio in AUSSME, Fondo L-3, b. 190, f. 2, vol. I, pagg. 170171.
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Cap. IV. Conclusioni
fu in grado di tenere conto della situazione politica nel preparare l’esercito al conflitto.
Stava proprio in questo l’errore strategico fondamentale da parte dei russi, cioè di non
aver provveduto e prevenuto; nell’aver accettato il conflitto in una situazione,
assolutamente favorevole al nemico e per contro assolutamente sfavorevole per
loro, sia nella dislocazione delle truppe e della flotta, che nell’insufficienza di
truppe. I giapponesi invece iniziarono le operazioni con assoluta sicurezza, con un
perfetto accordo strategico e sinergico fra terra e mare, frutto di una
impareggiabile ed accurata preparazione militare414. Il Giappone entrò nel conflitto
preparato a combattere una guerra totale per prendere il controllo della Corea. La Russia
entrò in guerra impreparata a combattere in Asia e desiderosa di combattere un conflitto
limitato impegnando solo il minimo indispensabile delle forze per vincere la guerra415.
Pertanto vennero a trovarsi di fronte due avversari: l’uno, quello giapponese, a breve
distanza dal teatro di operazioni, preparate con calma da tempo, con appoggi
diplomatici e che disponeva di tutte le forze necessarie, e l’altro che si doveva ancora
organizzare, senza un vero piano certo anzi con piani contradditori, senza una sicura
mobilitazione, senza grande convinzione del popolo, e con un sola risorsa, la ferrovia.
Anche i giapponesi commisero degli errori strategici, principalmente: nel ritardo
frapposto ad operazioni immediate ed energiche finché l’avversario era sia inferiore
di forze che in preda allo stupore, senza preoccuparsi più di tanto del conseguimento
dell’obiettivo strategico immediato; la divisione di forze che, per quanto
spiegabile, non è stata fatale solo perché fu un errore inferiore a quello primitivo dei
russi, cioè l’impreparazione. Restava così provato ancora una volta che come disse
Napoleone: «In guerra vince chi commette meno errori». Anche nel campo più ristretto
della strategia non mancarono ragioni di critica. La persistente ritirata delle armate zariste,
fu inizialmente attribuita, non solo dall’opinione pubblica interna ma anche negli ambiti
internazionali, al piano d’azione russo; non si pensò invece che essa era dovuta anche
all’inferiorità numerica delle truppe e soprattutto all’eccellenza dei giapponesi. Nella
battaglia dello Sha-ho i russi ebbero la prima opportunità di passare al contrattacco, ma
non fu adeguatamente sfruttata. I giorni di duri combattimenti attorno a Mukden, dopo
tanti rovesci e nonostante i russi avessero anche la superiorità numerica, confermarono
che essi avevano scarse capacità offensive e che i mesi di guerra non avevano influito
nello spirito della truppa ed ancor meno nell’animo dei comandanti. Tutta la
responsabilità fu attribuita a Kuropatkin; certamente nelle sue determinazioni non si
414
415
Cfr. V. CARPI, op. cit. pagg. 13-14
Cfr. J. D. SISEMORE, op. cit., pag. 12.
- 173 -
Cap. IV. Conclusioni
mostrò mai ardito stratega, anche se in alcune situazioni, come a Liao-yang ed a Mukden
si dimostrò un’abile manovratore. Specialmente in due situazioni esso rivelò la sua
riluttanza al combattimento offensivo: a Liao-yang, quando il generale Kuroki si trovava
isolato con due divisioni di fronte a forze di gran lunga superiori e la seconda a Mukden,
quando due “strappi” piuttosto ampi nella linea giapponese che si era assottigliata per
l’estensione del dispositivo, gli sfuggirono come punti vulnerabili per il conseguimento di
un brillante successo. Quando ordinò l’offensiva Kuropatkin non fu in grado o non volle
essere ardito ed energico, dando ordini e contrordini che dimostrarono
l’irresolutezza del comando 416. Per questo egli fu “crocifisso” dalla stampa
contemporanea. Egli sicuramente mancò essenzialmente nell’energia offensiva,
soprattutto perché mancava di tale caratteristica
l’organizzazione stessa
dell’esercito russo, e dunque non vi era preparato neppure il comandante in capo;
del resto un esercito è sempre l’espressione dei suoi quadri. Pertanto la colpa è
più del metodo educativo degli ufficiali che del singolo comandante; tale metodo infatti
aveva già dimostrato, nel conflitto russo-turco del 1877/78, che i russi erano ottimi
difensori e mediocri assalitori. La tattica giapponese di contro, come del resto la
strategia, non fu un opera geniale, bensì l’applicazione rigorosa di un concetto offensivo
pre studiato, applicato in modo assoluto da uno strumento inflessibile e docile. Tutti i
principi della scuola tedesca furono messi in pratica e le teorie di Clausewitz, Scharnost,
Moltke furono brillantemente applicate all’ambiente, al terreno, al personale, assicurando
eccellenti risultati, sempre, altresì, tenendo presente che tali eccellenti risultati furono
ottenuti soprattutto grazie alla mancanza di spirito di iniziativa e di grandi capacità di
comando da parte russa. Va anche detto però che i giapponesi riuscirono addirittura, in un
certo senso, a migliorare o quanto meno ad evolvere, tali concetti: nell’impiego delle
riserve e nei combattimenti notturni. Si può imputare alla tattica giapponese una sola
deficienza, quella del mancato inseguimento. Ciò avvenne in parte per la stagione, il
terreno veramente impervio, la stanchezza delle truppe combattenti, e principalmente
per la carenza nipponica di cavalleria. Così i frutti di brillanti vittorie furono
raccolti solo parzialmente. Ciò dimostra come la tattica sia un prodotto di molti fattori
e soprattutto di un lungo studio, che impronta il metodo e che assicura la vittoria o la
sconfitta417. L’esercito russo dimostrò, invece, di mancare anche di capacità evolutiva, di
416
Va comunque detto che il generale Kuropatkin si è sempre difeso da tali accuse. I primi tre volumi
della sua relazione sono improntati alla difesa dall’accusa di avere manifestato un carattere esitante in
qualità di Capo delle truppe russe in Estremo Oriente. Cfr. A. N. K UROPATKIN , op. cit., pag. 416.
417
Cfr. V. CARPI, op. cit. pag. 19.
- 174 -
Cap. IV. Conclusioni
cui diedero prova i giapponesi, accettando i consigli dei numerosi addetti militari inviati
ad assistere alle guerre combattute negli ultimi tempi in special modo quella anglo-boera.
L’impiego del terreno, divenuto un’arte per la guerra moderna, rimase per i russi un
riparo, per i giapponesi un appoggio. Così i generali russi furono sacrificati al metodo,
e si infransero nella polvere i nomi di Kuropatkin, Stackelberg, Kondratenko, Keller,
Rennenkampf e sul mare Makarov, Starck, Vitheft. I nomi più famosi ed illustri
dell’epoca della Russia militare. La stessa idea, imperante in quegli anni, che un esercito
che doveva attraversare il mare ne avesse uno svantaggio, fu, in questo conflitto,
completamente ribaltata. Già la guerra in Sud Africa aveva sollevato dubbi sulla
validità di questo assioma, vista la rapidità con cui la Gran Bretagna aveva trasferito
le truppe in Transvaal (in totale oltre 250.000 uomini), ad una distanza di ben oltre due
settimane di navigazione. Lo stesso conflitto boero aveva dimostrato, altresì, l’enorme
quantità di forze necesserie da impiegare nella difesa di una ferrovia che attraversava
un territorio nemico, o quantomeno non del tutto sicuro. Kitchener, infatti, in Sud
Africa impiegò i tre quarti delle truppe per mantenere le linee di comunicazione e di
rifornimento assicurate dalla ferrovia ed un solo quarto per combattere. Questo dimostrò
da un lato che, se la ferrovia rendeva più facili gli imbarchi ed i trasporti a grandi
distanze, dall’altro aveva lo svantaggio di imporre a queste grandi distanze una difesa; il
mare invece, se sgombro, consentiva ai trasporti di andare e venire con qualche scorta e
la difesa di qualche artiglieria costiera. Tali insegnamenti non furono appresi dai
russi che ebbero grosse difficoltà nel mantenere i costanti rifornimenti alle truppe
operanti attraverso la Transiberiana. Inoltre i giapponesi ebbero il vantaggio, rispetto
ai britannici in Sud Africa, di essere molto più vicini, rispetto a quest’ultimi, dalle loro
basi al teatro d’operazioni, potendovi quindi portare, con due o tre giorni di
navigazione, agevolmente uomini e mezzi. Pertanto a confronto con quella giapponese,
marittima, facile, relativamente libera e breve, troviamo la linea logistica russa, lunga
10.000 Km interrotta almeno per una buona parte del conflitto, come già accennato, da
un lago gelato, il Baikal, obbligata ad attraversare il territorio cinese comunque
malsicuro, e difesa da ben 8.000 uomini, che ovviamente non poterono partecipare
attivamente alle operazioni di guerra. Inoltre la ferrovia russa era di scarsa capacità,
aveva infatti un solo binario, (potendo gestire così solo 10 treni al giorno); disponendo
poi di sole 300 locomotive, si formarono convogli di oltre 80 vagoni, creando
inconvenienti anche agli scambi non adatti a gestire siffatti convogli. Furono costruite
nuove stazioni, nuovi scambi, nuovi piani di caricamento per le truppe e le merci con
- 175 -
Cap. IV. Conclusioni
grande impegno del genio ferrovieri. I russi riuscirono in breve tempo a portare la
produttività della linea a 18 treni al giorno, poi con la costruzione del tratto Baikal il
trasporto divenne più regolare, ma fu comunque inutile. La conclusione che si poté trarre
è che quando la linea logistica dei rifornimenti diveniva troppo lunga, la ferrovia non
poteva essere l’unico modo per concentrare le truppe, pur conservando, essa stessa, una
grande importanza per agevolare i rifornimenti e ridurre al minimo l’impiego dei
carreggi. Ciò avrebbe dovuto spingere i russi a mantenere a qualunque costo il
predominio del mare, potendo così accelerare il concentramento delle truppe418, ma così
non fu.
IV. 4 Considerazioni finali.
In conclusione si può dire che una fra le due nazioni in lotta aveva in sé il germe della
sconfitta perché, come diceva Montesquieu:
«Non è la fortuna che domina il mondo. […] Esistono cause generali, sia morali sia fisiche, che agiscono
in tutte le monarchie, le innalzano, le conservano o le fanno rovinare. Tutti gli accidenti dipendono da
cause e se il caso di una battaglia, cioè una causa particolare, ha fatto rovinare uno Stato, esisteva una
418
Cfr. Ivi, pag. 25.
C. L. MONTESQUIEU, Considérations sur les causes de la grandeur et de la décadence des Romains,
Amsterdam 1734, cit. in R. ARON, Le tappe del pensiero sociologico, CDE, Milano 1984.
433
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Cap. IV. Conclusioni
causa generale per la quale questo Stato doveva perire per una sola battaglia. In una parola, l’andamento
generale trascina con sé tutti gli accidenti particolari»433.
Questo germe fatale era riscontrabile, in Russia, nella impreparazione politica e militare
conseguente ad una latente debolezza dello Stato, ed al perpetuarsi dei cascami di un
retaggio culturale feudale arretrato che permeava la vita della nazione a tutti livelli434.
L’ascesa o la decadenza di un popolo sono manifestazioni della sua volontà di vita.
La condotta della guerra da parte dei giapponesi, invece, dimostrò che il Paese del Sol
levante, con la sua coesione interna impenetrabile, non era inferiore al resto del mondo,
come gli occidentali avevano inizialmente creduto, bensì il contrario; tale coesione
interna diede il carattere al concetto di sviluppo di quella nazione per un lungo periodo,
proprio mentre l’Europa si avviava, attraverso il baratro del primo conflitto mondiale,
alla caduta ed al disgregamento dei vecchi imperi continentali435.
L’autorappresentazione del popolo russo, o meglio, della sua classe dirigente, la
definizione della propria identità e dei valori che la supportavano e delineavano,
condizionò fatalmente la vita politica e sociale del Paese, riflettendosi inevitabilmente
anche sulla componente militare. L’esercito non è che un mezzo a disposizione dei
governi; allora non si poteva, come non si può tuttora, attribuire a lui solo il merito
esclusivo della vittoria o della sconfitta; al contrario, funzionando esso secondo
regolamenti che sono anche espressione della mentalità di un popolo, le sue azioni,
per proprietà transitiva, ne sono una manifestazione: «Lo scheletro di uno Stato è
rappresentato dal suo esercito, e lo spirito dei militari in tutti gli Stati ed in tutti i
tempi fu sempre lo stesso. Se esso è in dedacedenza, la rivoluzione è inevitabile»437.
Gli eserciti moderni, non più formati da una casta ristretta di uomini animata da
interessi egoistici e tesa a perseguire i propri obiettivi personali invece di quelli
dello Stato che servono, sono un prodotto non solo dell’evoluzione scientifica e
tecnologica, ma anche e soprattutto, di quella politica, economica e sociale; essi
compendiano tutti gli elementi della società che li produce, quindi chi vince o perde non
sono gli eserciti ma le nazioni.
434
Kuropatkin nelle sue Memorie afferma infatti, che il motivo principale della sconfitta, fu da attribuirsi
alla mancata conoscenza dello spirito patriottico e guerriero con il quale si era sviluppata l’educazione
della nazione giapponese e quindi con quale amore per la Patria si era formato il futuro soldato
nipponico, arrivando perciò alla conclusione che la reale forza del Giappone era data dalla completa
unione del popolo con l’esercito ed il governo. Cfr. A. N. KUROPAT KIN , op. cit., pag. 190, 191.
435
Cfr. F. THIESS, op. cit., pag. 426.
437
Ivi, pag. 335.
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Appendici
APPENDICI
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Appendici
Da F. THIESS Tsu-shima, il romanzo di una guerra navale, traduzione di W. Pini,
Einaudi, Torino, 1942.
Riportiamo alcuni passi tra i più significativi e drammatici tratti dall’opera di Frank Thiess
Tsu-shima, il romanzo di una guerra navale. L’autore, con grandi visioni d’insieme,
squarci e primi piani, ripropone le varie fasi dello scontro navale, mettendo in luce
antefatti, particolari, mosse politiche e diplomatiche, strategie e gesta individuali di
grande eroismo:
L’ammiraglio guida di nuovo la sua nave. La condurrà fino a quando la notte della morte non coprirà lui
e la “Suvorov”. Col cranio scheggiato, con le spalle che sanguinano, con un nervo strappato, impartisce
tranquillamente ordini su ordini. Ma le comunicazioni con la centrale sono interrotte, le trasmissioni, i
portavoce, gli indicatori elettrici, i telefoni sono distrutti. Da qualche recesso profondo, in mezzo al
fumo asfissiante, un uomo governa sul mare quella carcassa di corazzata. Ed il mare continua ad irrompere
attraverso le falle, spazza i ponti, fa spegnere la luce e giuoca con la nave come le rapide di un fiume
giuocano con le foglie morte. L’ammiraglio allora comprende che non c’è piú nessuna speranza,
non può piú trasmettere nessun ordine. Le sue parole sono diventate vuote, e la sua forza, che seppe
condurre una squadra per 20.000 miglia, non riesce piú nemmeno a farlo uscire dal ristretto spazio
di quella piccola torre. Il velo pesante di uno svenimento gli cade sul capo, e così, seduto sulla
riservetta, si immerge finalmente nell’oscurità dell’incoscienza…[...] Anche le distruzioni hanno i
loro limiti, ed i colpi giapponesi non potevano piú che gettare per aria o sgretolare i rottami
esistenti. Ma nei ponti inferiori che puzzavano di fumo e di sangue, dove si trovavano i feriti gravi
ed i moribondi, e più abbasso, ancora, nel Corpo della nave, dove in un’aria irrespirabile alcuni
esseri umani lavoravano instancabilmente per otturare le falle, l’inferno aveva un’altra faccia. Nessuno sa
se fosse peggiore dell’altra. Su quella nave era ormai giunta la fine del mondo, e gli ultimi rimasti la
sopportavano con la forza misteriosa di coloro che si sentono gli ultimi, e che in questa sensazione
trovano motivo per un vago sorriso e per un certo orgoglio. Chi bolle nei calderoni dell’inferno
non guarda piú in alto con bramosia verso le nuvole luminose. Oramai non vede più quell’altro
mondo. Se entra nella sua coscienza, gli sembra piatto e monotono. La sofferenza più terribile può
trovare un appoggio nella convinzione di aver raggiunto ormai il limite sopportabile, oltre il
quale la morte appare accogliente come una madre. L’ammiraglio Rojdestvenski era stato ferito per
la quarta volta, e gli uomini attorno a lui che spegnevano gli incendi o sparavano od andavano in
soccorso di compagni, erano ridotti come lui a resti sanguinolenti di figure umane, ma non
davano più alcun ascolto al dolore, ed alcuni raccontarono poi che in quelle ore realmente
avvertivano appena le loro sofferenze.
[…] E venne allora il momento solenne in cui videro un cacciatorpediniere russo che si avvicinava:
il “Bujnyj”! In coperta brulicava di uomini che sembravano cadaveri e che erano stati ricuperati dal
mare: erano i 270 superstiti dell’”Oslabia”. Il “Bujnvyj” si avvicinò sul fianco della “Suvorov”
ed il suo comandante, Kolomejtsev, gridò col megafono: “Avete un battello per trasbordare
l’ammiraglio? lo non ne ho nessuno”. Ecco dunque qualcuno che si proponeva di salvare l’ammiraglio!
Anche nell’inferno esistono i miracoli. […] II “Bujnyj” saliva in alto sulle onde e precipitava
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abbasso come l’altalena di una fiera. Sulla sinistra, era già molto immersa, non era possibile avvicinarsi
perché masse di fumo vi restavano addossate. Sulla dritta la murata era così alta sul mare, che non si
poteva concepire di fare un salto per discenderne. Su questo fianco poi la nave aveva degli squarci immensi, i
cannoni sporgevano, i bagli di ferro e le piastre di corazza sfaldate spuntavano dalla carena come sciabole o
lance troncate. Il piccolo cacciatorpediniere, da un momento all’altro, poteva essere sbattuto dalle onde
contro quelle sporgenze e schiacciato come un moscerino. “Dov’è l’ammiraglio? Andate a prendere
l’ammiraglio!” gridavano gli ufficiali. Semionov si arrampicò nella torre da 15 cm come un alpinista e
trovò Rojdestevenski quasi disteso sulla riservetta. La testa era avvolta in un fazzoletto tutto imbevuto di
sangue e gli stava appoggiata sul petto in pieno abbandono. Semjonov gli riferì che era venuto un
cacciatorpediniere per trasbordarlo sopra un'altra nave. Sembrò che Rojdestevenski riflettesse, poi volle
vedere Filippovskij, l’ufficiale di rotta della squadra. Disse che non voleva lasciarsi portare via per
mettersi in salvo, ma voleva riprendere il comando della squadra. Il suo svenimento era soltanto la
disperazione dell’inerme. Voleva andare su un’altra nave efficiente, avrebbe fatto vedere che sapeva
combattere ancora. Ma quando fece per alzarsi, stramazzò all’indietro; si scosse con un gesto come se
volesse difendere la testa. Le sue forze erano esaurite.[…] L’ammiraglio alzò la testa e guardò
Semjonov senza parlare. Allora lo avvolsero in una tela e lo sollevarono. Egli emise un gemito e
perdette conoscenza. Era necessario portarlo fuori dalla torre. Ma come fare, Dio mio? La porta
corazzata era in catasta. Tirano, spingono, trascinano il ferito attraverso uno squarcio, qualche cosa
rimane attaccato alle sporgenze, la sua giacca è stracciata, ma finalmente è fuori. Lo vogliono legare
sulla zattera e filarlo abbasso, ma ecco una granata giapponese che cade in mare, gli spruzzi arrivano
in coperta, le onde sollevano il cacciatorpediniere come se fosse un pesce volante e lo lasciano
poi ricadere abbasso. Trascinano l’ammiraglio piú oltre, attraverso un passaggio stretto come un
camino, lungo la paratia rovente della batteria alta, lo trascinano dalla coperta a poppa alla coperta a
prora. Le granate giapponesi fischiano sulle loro teste. Adesso sono là in alto! Molto sotto a loro c'è
il cacciatorpediniere, brulicante di spettrali esseri bagnati che guardano in su con occhi sbarrati. L’onda
solleva i l “Bujnyj”. Kolomejtsev grida: “Gettatelo giù!”. Mantenendosi in equilibrio sopra una
cannoniera aperta, gli ufficiali afferrano l’ammiraglio, lo sollevano in alto, lo fanno oscillare e lo
gettano sul “Bujnyj”. Kolomejasev e due uomini lo ricevono sulle braccia. “Hurrà!” grida
Werner von Kurssel: “l’ammiraglio è sul cacciatorpediniere!”. E tutta la gente della “Suvorov”, quella
del “Bujnyj” ed i naufraghi dell’”Oslabia” gridano “hurrà”, agitandosi e ridendo come ebeti.
L’ammiraglio è salvo... […] Gli uomini che sono sul “Bujnyj” non sanno staccare gli occhi dalla
“Suvorov”. È ormai tanto sbandata che si vede la parte inferiore della carena dipinta dì rosso. Si
muove con pesantezza sul mare mosso, come respirasse con fatica e soffrisse grave dolore. Attraverso i
fori prodotti dai proietti nemici, si vede il fuoco che arde nelle viscere della nave. I giapponesi
continuano a sparare. Sulla coperta della “Suvorov” si vede ancora un paio di uomini che fa cenni al
“Bujnyj” ormai lontano. Rojdestvenski è disteso sopra una barella, immobile, pallido, dissanguato.
L’infermiere Pietro Kudinov lo visita, poi si solleva, si rivolge al capo di stato maggiore
Clappier de Colomb e scuote la testa: poveretto! non potrà piú condurre la sua squadra. [...] Il
capitano di corvetta Fujimoto, che aveva assestato il colpo di grazia alla nave ammiraglia russa,
scrisse un rapporto sulla sua impresa, forse dimenticando che ad un ufficiale di marina il sentimento
in guerra non si addice molto. Ma era un soldato cavalleresco che aveva vissuto a lungo a bordo.
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Forse aveva già visto affondare qualche nave, ma nel caso della “Suvorov” non era stato un
affondamento, era stata la morte di una nave. Egli scrisse: “La Suvorov era tutta coperta di
incendi e bruciava ancora; aveva sostenuto innumerevoli attacchi, e possedeva oramai soltanto un
cannone a poppa, rimasto intatto per caso. Eppure con questo cannone aperse il fuoco, ben risoluta
a difendersi fino a quando avesse ancora galleggiato; fino al suo ultimo momento. Finalmente
verso le 19 affondò dopo due attacchi dei nostri cacciatorpediniere”. (pagg. 504-529)
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Da L. BARZINI, Dai campi di battaglia, Treves, Milano 1916.
Il brano seguente descrive la campagna della II armata nipponica per la presa di Port
Arthur. Nella descrizione della città distrutta dagli incessanti bombardamenti, della
rovina che avvolge ogni cosa, ritroviamo il Barzini sconcertato, ossessionato e
profondamente colpito dagli aspetti più tragici della guerra.
Porto Arturo, gennaio.[…] Porto Arturo ha subito centosette giorni di bombardamento intermittente. Gli
ultimi venticinque sono stati i più terribili. Nella Città Vecchia non v’è casa che non abbia ricevuto il suo
colpo. […] la città vecchia aveva due fatali vicini: l’Arsenale e la Flotta. E ne ha condiviso la sorte. I
proiettili cadevano per tutto. Sulle strade e sulle piazze, scavavano in terra larghe buche, vi scoppiavano
dentro, e frammenti d’acciaio sfondavano i muri, traversavano le cose, andavano a configgersi lontano.
[…] La maggior parte della popolazione fuggì nel febbraio, ai primi assalti della flotta giapponese. […]
Di ventimila abitanti non ne rimasero quattromila durante l’assedio. […] L’arsenale è distrutto. […]
Intorno intorno, sulle rive tutto è rovina. Una deserta rovina. Il silenzio è tale che s’ode l’eco dei passi.
[…] I magazzini sono bruciati, e sui ruderi si legge ancora qua e là annerita dal fumo degli incendi questa
scritta che pare uno scherzo feroce :”E’ proibito di fumare”. Per tutto sono scoppiati i proiettili […] hanno
strappato i binari dalle traverse nelle ferrovie […] hanno abbattuto potenti gru […] hanno fatto crollare
tettoie, scoronato muraglie, demolito, disperso, annientato. […] Pochi passi ancora e si è fuori
dell’arsenale. Si è sul porto. Uno spettacolo grandioso e sinistro s’apre allo sguardo. E’ la visione del
mostruoso naufragio di tutta una squadra all’ancora. Le ultime navi che rimanevano della superba flotta
russa del pacifico, sono qui, fredde e immobili come isole di ferro. Devastate e prigioniere. […]
Giacciono tutte a pochi metri dalla riva. […] La flotta non poteva salvarsi. Era incatenata per le ancore al
suo supplizio. Doveva sciogliersi! […] Forse sarebbe perita lo stesso, ma fra morte e morte quale
differenza! […] Si vorra ricercare su chi grava la tremenda responsabilità dell’immenso disastro navale?
In Russia questi processi non si fanno. Ma li fa la storia. […] Il fuoco delle batterie giapponesi ha colpito
tutto. Dentro la cerchia delle rive è stato un inferno! […] Per le due città si aggirano soldati russi e soldati
giapponesi. Vinti e vincitori vivono assieme per un tacito accordo. E i primi sono più numerosi. […] Ogni
cinque o seicento passi si incontra una sentinella giapponese, vicino alla quale passano a frotte i russi con
l’aisance di chi si muove per luoghi familiari. […] Un colonnello giapponese a cavallo percorre la via
osservando curiosamente; le sentinelle presentano le armi, i soldati russi si fermano e salutano
rigidamente. A passo lento, assorto e pensoso, […] un giovane ammiraglio dalla barbetta biondastra
passeggia sopra un punto solitario della spiaggia. Da lontano lo guardano e mormorano il suo nome:
Uktomsky. Ecco ciò che si vede, ecco l’agonia della Porto Arturo slava». (pagg. 267-285)
Anche nelle pagine inerenti ai terribili giorni dell’assedio di Port Arthur, tratte da
un’intervista ad un generale russo di cui Barzini non vuole fare il nome, traspare il suo
amore per il giornalismo di cronaca, basato su fatti vissuti, testimonianze dirette degli
avvenimenti.
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Entrez, entrez! - grida una voce. Subito dopo una porta si spalanca gettando un fiotto di luce
nell’anticamera buia dove aspetto, e nel vano compare un vecchio generale […]. Mi fa passare nel suo
studio, mi sbarazza egli stesso del berretto e dei guanti che tengo in mano, e dopo avermi offerto una
sedia depone davanti a me sul tavolo il portasigarette aperto – la prima cortesia d’ogni russo. Intanto mi
parla con l’affabilità seria d’un amico, […] e mi sento subito scaldato da questa confidenza. […] Se non
fosse per questa quiete troppo profonda , potrei credere che a Porto Arturo nulla sia cambiato, come nulla
è cambiato dentro queste pareti. Inquadrato in una cornice d’oro, sormontata dalla corona imperiale, un
grande ritratto dello Zar pare ci guardi con l’occhio chiaro e melanconico. […] Voi siete il primo europeo
che vedo dopo … dopo il disastro.-Eravate isolati dal mondo?-E’ la parola. Fuori dell’Umanità. L’ultima
lettera giunta a Porto Arturo fu portata da una giunca il 9 ottobre (22 ottobre). Era di Kuropatkin. Ci
diceva: “ Abbiamo di fronte tre eserciti giapponesi, mi preparo ad attaccarli….” Fu l’ultima speranza
nostra. Aspettammo, aspettammo!...-Attaccò infatti.-Purtroppo! Lo sappiamo ora. Fino dal maggio
Kuropatkin ci diceva di venire in nostro soccorso! […] Il generale tace sospirando, ed io provo quasi il
rimorso di risvegliare in lui un dolore che nessuna parola potrebbe confortare.-E’ stata una lotta gloriosa!
– mormoro. - Ah! - esclama egli vivacemente - si sono battuti da leoni! Andavano al fuoco come alla
manovra e ne tornavano decimati. […] Se li aveste veduti alle trincee! […]-E quanti uomini aveva
veramente Porto Arturo al principio dell’assedio? - chiedo.-Trentotto mila prima di Nan-shan, ma quando
la difesa fu ridotta ai soli forti erano già diminuiti a ventiseimila. E avevano ventisei verste di fronte da
custodire. […] Gondurin, Tretiakof, Irmank, questi nomi il mondo non li conosce, sono ignoti, resteranno
ignoti. Non sempre la gloria scende su chi la merita! Il colonnello Tretiakof comandava la sinistra. Fu lui
che difese la Grande Montagna (la collina 203). Ha portato i suoi uomini quarantadue volte all’assalto.
Quando non ne potevano più si metteva alla loro testa. E’ stato ferito due volte. E’ ancora qui,
nell’ospedale della Croce Rossa. […]-E quale è stato il momento di più grande emozione?-Quando
scomparve Makarof. Ah! Che giornata terribile! Sul porto v’era una folla incredula e costernata. Pareva
impossibile! […] Fu un gran colpo, quello! Un colpo mortale per la flotta. Rimase senza capo….povera
flotta nostra! […] Avete osservato queste cose?-mi domanda. […] Vedo degli oggetti giapponesi trovati
sui morti, delle coppe d’alluminio, delle bussole. […] - E questo?-domando sollevando un fregio da
canotto della marina giapponese, una specie di disco di legno scolpito […] che orna la prora delle lance di
bordo.-Ah! Quello ricorda un episodio orrendo! L’ultima volta che i giapponesi tentarono di bloccare
l’entrata del porto, si vide un’imbarcazione con sopra un ufficiale ed una quindicina di marinai dirigersi a
gran colpi di remo verso la spiaggia, invece di prendere il largo. I nostri marinai accorsero lungo la riva
per aiutarli. Oh, non avremmo fatto loro alcun male! Li avremmo onorati come essi si meritavano per il
loro eroismo. Ma quando videro i nostri appressarsi, essi respinsero il canotto dalla spiaggia che aveva già
raggiunta, si levarono in piedi, e si tagliarono la gola, tutti. Furono sepolti con gli onori militari. Quel
disco ornava la loro barca. Ma che temevano…più della morte?-La prigionia.-Ciò è fanatismo. Non oso
contraddire. […] E pensare che tutti i loro eroismi, tutti i lro sacrifici di otto mesi sono stati distrutti in
otto ore!...Abbiamo sofferto più nel momento di questa resa che in tutto il tempo dell’assedio! […] E sia
pure-mi dice rispondendo a mie parole-e sia pure-. La resa era necessaria. Io credo che si dovesse
resistere ancora, poiché nulla si salvava cedendo, credo che si dovesse arrivare fino in fondo, ma
convengo che la resa potesse essere necessaria. Lo scurbuto, il freddo, la dissenteria, la cattiva nutrizione,
e soprattutto la fatica […] La disperazione s’era infiltrata in ogni cuore. […] Non v’erano quasi più
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ufficiali giovani e s’erano date le spalline ai sergenti. […] E allora, la resa. Ma arrivati a questo punto si
doveva distruggere navi e cannoni, e incrociare le braccia. Non si discute, non si mettono firme a certi
documenti, non si fanno contratti. […] Per arrenderci così, era inutile aver versato tanto sangue! Questa
capitolazione è un’onta che ricade su chi ne è responsabile. […] Sentivamo da tempo che la fine era
prossima, ma non la credevamo così! Da quando furono uccisi il generale Condratienko e il colonnello
Rascievski mancò l’anima della difesa.-E Stoessel? - chiedo sorpreso.-Stoessel non era né artigliere, né
ingegnere. Era un generale amministrativo, un governatore, non un uomo di guerra. Non ha avuto alcuna
nessuna parte nella difesa. […] andava sulle posizioni il giorno dopo d’un combattimento a dire bravi agli
uomini. Era come un re costituzionale che regna e non governa. Stoessel non aveva alcun talento militare,
era nell’esercito quello che Alexeif era nella marina: un generale e un ammiraglio da gabinetto, o da
salotto. […] Il vero capo della difesa era Condratienko, nel quale Stoessel aveva una grande fiducia. […]
Era adorato da tutti, godeva una confidenza cieca. Quando arrivava sotto le difese le truppe lo
acclamavano. Il colonnello del genio Rascievski era il braccio destro. […] Una bomba li ha ammazzati
tutti e due. Il 14 dicembre Condratienko, Rascievski e Namnenko si trovavano in una casamatta del forte
N.3 a intenti a studiare il piano. […] Vi erano tredici ufficiali intorno a loro. I giapponesi bombardavano.
Riascevski eslamò scherzando: “ Ecco il solo posto dove si stia al coperto!” “Non dite questo”-gli rispose
Condratienko, “non dite questo che portate la disgrazia!” Queste parole non erano finite di pronunciare
che una granata da ventotto, sfondato il tetto di grosse travi, scoppiava in mezzo a loro. Sette ufficiali
furono uccisi, otto feriti. Uno solo che stava presso l’ingresso, fu sbalzato fuori dall’esplosione e restò
incolume, tutto stordito. La difesa restò decapitata. Non mancavano generali, no. […] Ma Stoessel
nominò invece Fok, e Fok non aveva né il talento né il coraggio del suo predecessore. […] Fok
comandava a Kin-ciau e sapete come fu battuto. […] Subito dopo cominciammo a subire i più gravi
disastri. […]…Tanto sangue per nulla!...Battuti!...Battuti qui, al nord, sul mare, per tutto…battuti! […]
Almeno la sciagura scuotesse la Russia, giovasse a farle riorganizzare le sue immense forze, a guarirla da
questo nostro male che è il fatalismo!.[…] Io penso fra me che la Russia si scuote infatti, ma che il suo
vasto risveglio non è certo quale lo sogna la mente di questo fedele servo dell’Autocrazia. Penso che il
sangue di tutto Porto Arturo non sarà versato invano, se a seimila miglia da qui potrà far schiudere le
vecchie porte d’un Impero alla Libertà. Sarà la fine d’un’altro assedio, un assedio secolare che costa più
vittime della guerra. Sarà un’altra capitolazione, e più gloriosa. P. S:-Non posso dire il nome del mio
ospite per un sentimento di delicatezza più forte d’ogni vanità professionale. […] Non mi ha chiesto la
discrezione, ma ha dimenticato che ero un giornalista, e debbo dimenticarlo un po’ anche io. […] Le sue
parole perciò hanno un singolare valore, ed io le ho riferite, perché mi sembra che gettino una luce nuova
su questa terribile pagina di storia che è stata appena voltata. (pagg. 311-327)
Significative per la comprensione della travagliata anima di Barzini sono queste righe
conclusive della sua pubblicazione sulla battaglia di Mukden, in cui ci descrive il
senso di sollievo, con il quale viene accolta la notizia dell’armistizio. Dopo tanto
orrore, dopo tanto sangue versato finalmente la pace, il bene più grande.
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DOPO LA CONCLUSIONE DELLA PACE. Un grido di entusiasmo partito da un piccolo gruppo di
uomini da un albergo di Portsmouth, appena conosciuto la grande notizia, si è propagato subito per il
mondo. “La pace è fatta!” In ogni lingua queste parole si ripetono oggi per tutto; […] Nessun’anima
può restare insensibile alla grande notizia e non provare sollievo e consolazione per questo dissiparsi
improvviso dell’atroce incubo della guerra, il quale grava sui cuori come un rimorso. […] La curiosità
e il fascino crudeli ma istintivi che ogni uomo provava per la guerra, forse per atavico istinto di lotta, si
sono presto dissipati. E’ rimasto l’orrore. […] Al principio il mondo era diviso nei desideri di vittoria e
parteggiava; [… ] Poi troppo sangue abbiamo visto; abbiamo riconosciuto il valore e l’eroismo da una
parte e dall’altra, abbiamo assistito a sacrifici immensi sopportati con eguale virtù, ma allo spettacolo
delle immani ecatombe ci siamo accorti che la vittoria sopra i due belligeranti era di una terza potenza
dimenticata nella prima esaltazione: la morte. […] Dei soldati battutisi nei primi scontri quasi nessuno
è rimasto. […] E’ come se se fossero scomparsi dal mondo tutti i maschi giovani di una città come
Parigi. Ecco perché le ragioni che ci sembravano giuste al principio della guerra ci sembrano
sproporzionate e minuscole seguendo gli eserciti sul campo di battaglia. […] Ci sentiamo lieti al
pensare che il cannone tace, che laggiù i soldati nemici si salutano da lontano, agitando i berretti sulle
baionette ormai inutili, e che echeggiano banzai ed urrah per la prima volta come gridi di pace; […]
Oggi è il giorno della vittoria più grande. La pace è così gran bene, che ci sembra ancora
incomprensibile. (pagg. 362-366)
Da L. BARZINI, La battaglia di Mukden, Treves, Milano 1907.
È però nel descrivere la battaglia di Mukden, a cui dedicò in seguito un’intera
pubblicazione, che Barzini mostra chiaramente la sua anima; non casualmente mandò
uno dei dispacci più lunghi per i paramentri del giornalismo di allora, oltre 5000
battute. Nelle descrizioni potenti, tremende dello scontro si percepisce, ancora più
che nelle pagine dedicate ad altre battaglie seppur epiche, l’uomo affascinato dalle
folle di combattenti, figlio di un’epoca di esaltazione nazionalistica delle masse. Il
suo stile è pervaso di una retorica, anch’essa figlia del suo tempo, e di un’era che,
sotto alcuni aspetti come quelli dell’esaltazione dell’identità nazionale, del senso di
appartenenza alla Patria, dell’eroismo in battaglia che inevitabilmente conduce al
supremo sacrificio, precede e prepara le adunate delle masse oceaniche di Piazza
Venezia e dello stadio di Berlino, ma anche i massacri di Caporetto e di Verdun438.
Ma passata l’enfasi del momento di gloria, subentra poi la tristezza infinita, lo
scoramento per le pile smisurate dei cadaveri o le fosse comuni contenenti migliaia di
caduti o per l’odore di carne bruciata dei combattenti cremati, che «ammorba l’aria».
Forse da questo insanabile contrasto tra le due anime, quella dello scrittore amante
438
Cfr. L. CREMONESI, op. cit., pag. 121.
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delle battaglie, del valore, dell’eroismo e quella dell’uomo che viene schiacciato
dall’orrore e dall’angoscia di fronte alla visione di una sorte orribile di tanti suoi
simili, che nasce la melanconia di cui le sue pagine sono sempre intrise. La sontuosa
descrizione della battaglia di Mukden condensa tutte le caratteristiche, anche
contrastanti, dello stile di Barzini: potenza narrativa, lirismo, cronaca, competenza
tecnica, idealismo ed umana compassione, fascinazione per il valore militare e gli atti
eroici.
Nel villaggio di Likampu, dal mattino i due nemici si trovano lontani un tiro di sasso. Si battono con granate a
mano da casa a casa. La vicinanza li salva dal bombardamento; le artiglierie, che ignorano le fasi della lotta, si
astengono dal far fuoco, nel timore di colpire i propri compagni. In nessun posto le granate a mano
hanno fatto più grande massacro. Ogni esplosione distrugge tutto a 5 metri di raggio. Degli uomini
sono annientati, ridotti a brandelli: dei muri sono abbattuti. La lotta si sposta nel villaggio e lascia
dietro di sé macerie e sangue. Non si trova un angolo dove rifugiare i feriti: le bombe sfondano e squarciano le
deboli casupole di fango, i cui tetti di stoppia si accendono. Le fiamme diventano ora una difesa, ora
un ausilio all’attacco; i giapponesi bruciano fasci di kaoliang, per celare i loro movimenti dietro al fuoco e al
fumo. Una casa, dove erano stati ricoverati una ventina di feriti, si incendia; nessuno di essi si salva; il tetto crolla
sui cadaveri carbonizzati. I giapponesi attaccano disperatamente e guadagnano terreno. A mezzogiorno,
due terzi del villaggio sono conquistati. Una strada larga 5 metri li separa dai russi. Le granate cadono dall’alto
dei muri con traiettorie bizzarre, rotolano giù dai tetti, escono ed entrano per le griglie delle finestre sfondandole.
I soldati si celano; sulla strada fumosa e devastata non vi sono che cadaveri e carogne di cani. Ma di
tanto in tanto è un urlio, ed una folata di soldati si precipita; succede un tumulto spaventoso, rapido,
una mischia serrata e violenta; poi i soldati balzano al di là dei muri, e sulla strada deserta vi sono altri morti. Il
furtivo lancio delle bombe ricomincia. La fucilata è intermittente, scroscia dai coronamenti dei recinti,
da dietro gli alberi, da trincee improvvisate negli orti e nei grandi cortili rustici. I russi aumentano sempre.
Dopo mezzogiorno cominciano ad assumere l’offensiva. Le folate di uomini vengono ora dalla
loro parte; essi usano pure i cannoni di legno, che sembravano una specialità giapponese. Il
reggimento Takeuchi cerca di fortificare la sua porzione di villaggio, ma non può estendere il suo
fronte per mancanza di forze; non può impedire ai russi di operare vasti movimenti sui fianchi,
intorno a Likampu, di attaccarlo da tre lati, di circondarlo quasi con masse soverchianti, che la gran
falce della morte non riesce a diradare. Alle tre del pomeriggio le perdite del reggimento sono
spaventose. Un po’ del villaggio è dovuto abbandonare con tutti i feriti, che non si possono
trasportare per mancanza di braccia. La difesa deve restringersi. Il colonnello Takeuchi è ferito alla
gamba sinistra, poi alla mano sinistra, poi alla spalla dello stesso lato, e comanda i suoi uomini sostenuto dalla
sua ordinanza. Come lui, nessuno dei colpiti ha meno di due o tre ferite, perché nessuno si ritira dal
combattimento alla prima ferita. Chi può sollevarsi si trascina e spara da terra. Chi si regge ancora
in piedi corre a ricacciarsi nella mischia. Anche i russi dimostrano un eroismo inaudito. Preceduti dai
trombettieri e dai tamburini, che inermi marciano impavidi suonando disperatamente la carica, i soldati
si abbattono sul nemico, incuranti della morte. Sulle brecce dei muri si formano grappoli d’uomini
lottanti, e vi rimangono mucchi di cadaveri. In certi punti i corpi ostruiscono il passaggio; bisogna valicarli
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come barricate di carne; e da questi atroci cumuli cola il sangue, che fuma al freddo intenso e si gela. Varie volte il
colonnello Takeuchi invia dei soldati a chiedere rinforzi. Uno solo riesce ad arrivare allo stato maggiore, e fatto il
suo rapporto, torna alle posizioni. Il generale Nambu non ha più riserve e se ne avesse non potrebbe
mandarne; perché le comunicazioni sono tagliate. La guarnigione di Likampu e quasi isolata ormai. E’
abbandonata alla sua sorte. Alle 5 le munizioni sono esaurite e una gran parte dei fucili sono ridotti inservibili,
guastati e spezzati. Si raccolgono i fucili e le munizioni dei nemici morti, e si mantiene la difesa così. Il
colonnello Takeuchi con voce roca grida continuamente queste due sole parole ai suoi uomini :”Shinà madè” che
significano “fino alla morte”. (pagg. 251-253)
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Da E. CAVIGLIA, Il segreto dell Pace-guerra russo giapponese, a cura di M. ZINO,
Farigliano, Milano 1968.
Nelle righe che seguono, vergate dopo aver visto lo scempio dei campi di battaglia di
Liao yang, Caviglia vuole sottolineare la peculiarità dello spirito indomito del soldato
giapponese, che calmo ed indifferente, pur in situazioni disperate e decimato dal fuoco
nemico, porta a termine sempre e comunque il suo compito, riuscendo a mascherare e a
controllare le proprie emozioni sia durante i combattimenti più sanguinosi che nelle
celebrazioni delle vittorie.
Dopo la battaglia di Liao Yang l’esercito giapponese si riorganizzava ricostituendo le sue
divisioni in tutta la loro forza organica. Gli ufficiali esteri della 1a Armata andarono un giorno a visitare
il generale Oku, comandante della 2° Armata, e il 2° gruppo di ufficiali esteri, addetti a
quell’Armata. Il generale Oku li condusse tutti sul campo di battaglia. […] Un reggimento aveva
perduto 1600 uomini e tutti gli ufficiali, meno uno che ora comandava il reggimento. Il capo di
Stato maggiore di Oku spiegò agli ufficiali esteri le varie fasi della battaglia. Aveva appena finito di
parlare, che si presentò, marciando, la testa del reggimento di fanteria […]. Le compagnie da 250
uomini erano ridotte a 60, qualcuna a 80, una sola a 100. L’unico ufficiale rimasto camminava
in testa; salutò, dette l’attenti a destra. Passavano i soldati a passo sciolto, con quell’aria tranquilla,
quasi apatica, propria del soldato giapponese, che sembra non si commuova di nulla, perfettamente
insensibile. Il generale Oku si accese una sigaretta, rivolto dall’altra parte, e continuò a parlare con
un suo ufficiale. Era veramente singolare il contegno del generale Oku. Un generale europeo
fermerebbe il reggimento, lo passerebbe in rivista e direbbe ai soldati brevi parole di elogio, per
elevarne il morale all’altezza del loro merito. Oku pareva non degnare nemmeno di uno sguardo i
suoi eroici soldati, assumendo l’aria píú indifferente, per mostrare la superiorità morale, in guerra,
della razza gialla sulla bianca, quasi volesse dirci: - Simili sacrifici sono per noi normali. Possono
impressionare voi bianchi ma lasciano indifferenti noi giapponesi -. Fors’anche voleva farci capire
che è meglio essere amici che nemici del Giappone. Egli era noto per essere apertamente
antioccidentale, e voleva mostrarsi diverso da noi. In questa guerra, dopo le sue prime vittorie, il
Giappone si palesa piú orgogliosamente giapponese che mai. I soldati, calmi e indifferenti, si fanno
ammazzare ma arrivano nelle trincee nemiche. Le truppe russe lo sanno ormai, e, quando scavano
le trincee, sono già rassegnati ad abbandonarle. Noi vediamo i soldati giapponesi capaci di
conservare nelle piú sanguinose battaglie e nella vittoria tanta padronanza di loro medesimi da
nascondere le proprie emozioni». (pagg. 177-179).
- 188 -
Appendici
Da F. CAMPERIO, Al campo russo in Manciuria. Note di un marinaio, Tecnografica,
Milano 1907.
Ho ritenuto interessante riportare questo insolito documento; non va, infatti dimenticato,
che esso riscosse in quei giorni l’attenzione del mondo intero. Uno studio accurato dello
stesso può essere di grande utilità ai fini di una maggiore comprensione, sia, dal punto di
vista psicologico, nei confronti dell’uomo che comandava le truppe russe in Manciuria, sia
delle difficili relazioni che intercorrevano tra quest’ultimo ed il Governo. Inoltre, un
attento esame dell’Ordine del Giorno, avendo cura di leggere tra le righe, fa nascere il
fondato dubbio che colui che lo ha firmato non sia la stessa persona che lo ha concepito, o,
in caso contrario, che Kuropatkin fosse spinto a tale passo da “ragioni esterne” molto
particolari e pressanti.
«Pricas del generale Kuropatkin:
Mukden, (19 Settembre) 22 Ottobre N. 687.
Son già sette mesi che il nemico, prima di dichiarare la guerra, disonestamente piombò su noi a PortArthur! Da quel giorno, le truppe russe fecero molti atti gloriosi in mare ed in terra; di essi la
nostra Patria può vantarsi. Ma il nemico non è ancora annientato (reso polvere) si crede più forte del vero e
pensa ancora di riuscire completamente vittorioso su noi. Le truppe dell’esercito di Manciuria furono
sempre forti di spirito, ma finora non erano in numero tale da poter battere gli eserciti giapponesi.
C’é voluto molto tempo per superare le difficoltà e render più forte 1’esercito combattente sino a
poterlo mettere in condizioni di operare con successo e gloria. Ecco perché non ho badato alle nostre
vittorie di Tasciciao, Landiansan e sulle posizioni di Liaojang ed ho sempre dato 1’ordine della
ritirata. Voi avete abbandonato le posizioni che eroicamente difendeste, lasciando mucchi di cadaveri
giapponesi, voi le avete lasciate senza essere disturbati dal nemico e, sempre pronti per una nuova
battaglia, retrocedeste su nuove posizioni già preparate. Dopo cinque giorni di battaglia a Liaojang,
infliggendo ai Giapponesi grosse perdite, ritenendo con successo sia le posizioni esterne che interne,
vi siete ritirati a Mukden in condizioni difficilissime a causa dell’Armata di Kuroki che ci
minacciava e ci attaccava di fianco. Voi avete superato la difficilissima marcia nel fango terribile,
combattendo giorno e notte, tirando a mano cannoni e carri e vi siete ritirati sino a Mukden
senza lasciar nelle mani nemiche né un cannone né un prigioniero, avete portato con voi tutti i
feriti e non avete perso materiale da treno. Io vi ho ordinato di ritirarvi col dolore in cuore,
mentre truppe di rinforzo arrivavano, ma l’ho giudicato opportuno e salutare per riportare a suo
tempo una decisiva vittoria sul nemico. Il supremo volere dello Czar ha destinato le forze bastanti
per battere il Giappone. Tutte le difficoltà per inviare queste forze a diecimila verste di distanza sono
state vinte dall’energia e dal talento degli uomini russi di ogni ministero e di ogni grado
destinati a questo lavoro che non figurava ancora, colle sue enormi difficoltà, nella storia
militare. La fiumana dei treni, delle centinaia di migliaia d’uomini, molte decine di migliaia di
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Appendici
cavalli e carriaggi, dei milioni di pud 439 di peso si riversa da sette mesi dalla Russia Europea e dalla
Siberia in Manciuria: durante questo tempo il fiume si fa più veloce e più largo. Se le truppe
inviate sono troppo poche, altre ne verranno, ma la volontà dello Czar di battere il nemico, sarà
fatta. Sinora, il nemico essendo superiore in forza e numero, ci abbracciava coi suoi eserciti e
poteva scegliere le migliori posizioni e il tempo più opportuno per attaccarci. Ma ora il
desiderato giorno di marciare contro il nemico è venuto, atteso da tutto l’esercito. É tempo di
far obbedire i Giapponesi, perché le forze dell’esercito sono bastanti per attaccare. Sappiate però
sempre che, per ottenere la vittoria su un forte e bravo nemico, è necessario una grande forza
d’animo da parte di tutti i componenti l’esercito, dai grandi ai piccoli, senza fare attenzione a
tutte le controversie che si possono avere. Siate convinti che la vittoria della Russia è importante:
rammentatevi sopratutto ch e essa ci è necessaria per aiutare i nostri fratelli di Port Arthur i
quali tengono eroicamente la fortezza a loro affidata da ben sette mesi! Il nostro esercito é forte
per 1’unità collo Czar e la Russia, durante tutte le nostre guerre esso fece cose gloriose per
il trono e la Patria, ottenendo gloria fra tutti i popoli. Rammentatevi ogni ora, che per volontà
dell’Imperatore, vi è ora confidata la tutela dell’onore della Russia e dei suoi diritti in Oriente.
Rammentatevi ogni ora, che dalla fiducia dell’Imperatore, vi è confidato di sostenere l’onore e
la gloria di tutto l’esercito russo. Il Sire della terra russa prega con tutta la Russia, per noi e ci
benedice nei nostri atti di sacrificio. Forti di questa preghiera e della responsebilità che ci é
data, dobbiamo andare avanti senza tremare, con gran volontà di compiere il nostro dovere sino alla
fine senza pensare alla vita.
E sia la volontà di Dio su tutti noi!» (pagg. 253-255).
Il Comandante dell’esercito
Genenerale Aiutante
KUROPATKIN
Da F. CAMPERIO, Al campo russo in Manciuria. Note di un marinaio, Tecnografica,
Milano 1907.
Ho trovato di particolare significato una piccola notazione sulla tragicità della guerra,
che proprio in quanto tale, ci dice Camperio, «bisogna tenersi preparatissimi e forti per
evitarla! “Si vis pacem para bellum!”440». Vediamo dunque come il concetto di pace
armata di Camperio largamente coincida con quello espresso da Caviglia ed anche da
Barzini nelle loro opere.
Quando cominciò la battaglia di Mukden io ero a Khailansai collo stato maggiore del 3° corpo d’armata
di Siberia e siccome l’ala sinistra di questo corpo fu la prima ad essere attaccata dai giapponesi sul
439
Pud, misura russa uguale a sedici chili.
Famosissima locuzione latina tratta da alcune frasi memorabili contenute nel libro III dell’Epitoma rei
militaris di Vegezio.
440
- 190 -
Appendici
Kautulin, io mi recai subito dietro a quel colle e vi stetti dal (13) 26 febbraio sino al (22) 7
marzo dormendo poco e rifugiandomi quando potevo nella piccola «zemlianka» ove si erano messi
gli artiglieri. […] Il secondo giorno di battaglia i giapponesi che assalivano il 3° Corpo riuscirono a
conquistare il più alto e più poderoso dei forti costruiti dai nostri tiratori, un vero baluardo
situato davanti al centro della nostra posizione fortificata e che dominava i fianchi degli
assalitori. Il nemico, appena ebbe in mano il forte principale ne conquistò altri meno importanti
situati sull’ala sinistra. Dopo quattro giorni di battaglia sei degli otto forti dell’ala sinistra erano
perduti, ma ciò non bastò ai giapponesi per riuscire a far cedere il 3° Corpo; i bravi tiratori di Siberia
resistettero tenacemente stando nelle trincee scavate sulla cresta principale del Kautulin, tirando spesso
contro i fortini costruiti da loro stessi e che dopo presi erano stati armati dal nemico. Al principio
della battaglia vi era una sola- batteria da campagna presso il Kautulin, ma dopo qualche giorno
ne arrivarono due in rinforzo. La 2° batteria della 6° brigata fece dei veri miracoli ed i suoi
cannonieri sanno oggi benissimo cosa significhi un cannone a tiro rapido! Il giorno (18) 3
marzo la batteria sparò 4034 colpi!! Il colonnello Lessunoff, comandante di quei cannoni, aveva
saputo mascherarli assai bene e dirigeva il loro fuoco da una collina ove io mi recai per assistere
allo svolgimento dell’azione. [...] La ritirata fu lunga e faticosa, ma il 3° Corpo, come quasi tutta
la prima armata, la fece nel massimo ordine senza perdere un carriaggio. Così non fu alla destra ove
le altre due armate si frammischiarono e vi furono dei giorni dolorosi per la storia militare russa.
Durante la battaglia di Mukden i feriti ebbero a patire moltissimo per la bassissima temperatura. Questa
volta il servizio d’avviamento dei feriti verso le retrovie fu bene organizzato; vidi centinaia di carri
cinesi al lavoro e molte barelle coi muli. Sui carri si ammucchiavano i feriti che non potevano
camminare. Da mane a sera si dava sepoltura ai cadaveri. Tutti i cadaveri erano come pietrificati e
conservavano pose strane! […] Ritirandomi vidi persino un mucchio di terra sul quale era piantata una
croce con la seguente scritta: “Qui giacciono tre ufficiali dei quali non si conosce il nome!” Poveretti!
Ecco cosa può la guerra! Dunque bisogna tenersi preparatissimi e forti per evitarla! «Si vis pacem para
bellum». […] Per dare un’idea dello svolgimento della battaglia scriverò, in riassunto, come si svolse la
grande azione a sud di Mukden. Dopo l’avanzata fatta dall’esercito russo nel mese di settembreottobre 1904 e la sua poco felice riuscita, l’esercito russo si ritirò e fortificò una linea di posizioni
scelta sulla riva destra del fiume Sciakhè; […] La cattiva riuscita delle operazioni d’attacco consigliò
l’esercito russo a costruire fortificazioni di un profilo molto piú forte e poderoso di quelle sin allora
fatte e prepararsi alla “difensiva”. […] Durante tutti i mesi di novembre e dicembre arrivarono dalla
Russia truppe di fanteria ed artiglieria, ma specialmente in gran numero soldati in sostituzione delle
perdite subite. Sul fronte, oltre alle fortificazioni ordinarie, si costruirono trincee per grosse batterie
d’assedio, e per il loro rifornimento furono posate varie strade ferrate a scartamento ridotto. […]
Mentre le truppe russe svernarono presso la linea delle fortificazioni, si preparò una rete di
magazzini la di cui linea avanzata era sul fronte stesso e il centro in Mukden e Tielin. […] Alla metà
di gennaio queste operazioni d’attacco dovevano iniziarsi e cominciarono infatti con una avanzata
dell’estrema ala destra. Colà si radunarono le truppe di maggior fama e grande numero di cannoni.
Esse avanzarono nella regione di Sandepú e dopo qualche giorno di combattimento accanito, reso ancor
piú crudele dai patimenti causati dall’intenso freddo, dovettero ritirarsi e il «grande attacco» cessò appena
incominciato. Il generale comandante in capo non desistette dai suoi piani offensivi e tutto fu
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Appendici
preparato per una seconda prova da incominciarsi il (12) 25 febbraio, ma il movimento dei russi fu
prevenuto dal loro nemico, perché i giapponesi, il giorno (9) 22 febbraio, nella regione montagnosa
situata di fronte all’estrema sinistra russa, cominciarono ad avanzare risolutamente e obbligarono i
russi a ritirarsi ogni giorno di un buon numero di verste! Alla sinistra russa erano allora poche
truppe agguerrite e poca artiglieria, poiché le truppe che avevano miglior fama erano alla destra
estrema; i generali che conoscevano il terreno montagnoso di quella regione erano pure alla destra ed in
complesso si era poco preparati ad un attacco in montagna sull’ala sinistra. Incominciata l’avanzata
giapponese, furono subito dati ordini per un concentramento di truppe russe sull’ala sinistra e si
credette dover sostenere là la lotta principale. […] La battaglia è già bene impegnata presso il colle
Kautulin (sinistra) e piú a levante, […] quand’ecco che il (14) 27 febbraio una colonna assai forte di
giapponesi passa il fiume Khung e marcia verso il nord fuori del fianco destro russo, oltrepassa il
prolungamento della linea di difesa russa ed arrivata all’altezza di Mukden prende un fronte a
levante e marcia verso la città. L’aggiramento giapponese obbliga il comandante in capo dell’esercito
russo ad inviare delle truppe sul terreno situato fra il Khung e la strada mandarina Mukden-Sinmintin
che è poco conosciuto, senza troppo sguarnire il fronte meridionale fortificato. Per far questo, egli
richiama dall’estrema sinistra le truppe stanche del 1° Corpo di Siberia e le invia all’estrema destra,
oltre al far ripiegare le truppe situate a ponente della strada ferrata. […] Il generale decide di
contrattaccare il nemico a ovest di Mukden e dà la direzione di quell’operazione al comandante della
2° armata, generale Kaulbars. I russi attaccheranno su quattro colonne, non contemporaneamente ma
ciascuna aspettando il risultato di quella immediatamente al nord; si dovrà eseguire una specie di
conversione e respingere gli assalitori del fianco destro russo, prima verso ponente e poi verso sud.
Gli ordini sono dati, ma non eseguiti con precisione, poiché alcune truppe arrivano in ritardo ai
punti di riunione. Sia per la poca energia nel contrattacco, sia per la tenace resistenza del nemico, che è
maestro nel trasformare lestamente i villaggi cinesi in veri fortini ai quali appoggiar le sue catene di
fanteria, queste operazioni non riescono e le colonne meridionali aspettano inoperose il risultato della
colonna situata al nord. Passano così le ore ed i giorni mentre dietro alla «cortina» giapponese
nuove truppe di fanteria si spingono al nord ed il generale giapponese Oyama con cavalleria e
artiglieria a cavallo si reca al nord-ovest di Mukden e minaccia gravemente le due arterie delle retrovie
russe, la ferrovia e la strada mandarina. Al fianco destro russo le truppe sono assai frammischiate e
l’ordine incomincia a diminuire; le riserve sono impiegate ben presto e l’attitudine dei russi diventa
difensiva. Il comandante in capo dell’esercito russo decide di rinforzare le truppe che ha concentrato
al fianco destro, e per far ciò diminuisce la lunghezza del fronte meridionale ordinando il giorno (22) 7
marzo alla 1° e 3° armata di retrocedere sino alle posizioni già fortificate sulla riva destra del fiume
Khung. Questo indietreggiamento è eseguito in buon ordine e permette al generale Kuropatkin di dare al
generale Zarubaieff 48 battaglioni per passare con essi a nord-ovest di Mukden e prendere parte ad un
energico contrattacco sui giapponesi che saranno allora molto inferiori in numero. II distaccamento
Zarubaieff non si è ancora radunato, quando alcune sezioni di fanteria giapponese riescono a rompere
la linea di difesa russa a levante di Mukden, presso Kiusan e spingersi verso nord-ovest minacciando le
grandi strade di comunicazione e la 2a e 3a armata. Le condizioni dell’esercito russo si fanno ogni di
peggiori. Alla sinistra la maggior parte della 1° armata combatte ordinatamente e tiene testa al
nemico, ma alla destra non si riesce ad eseguire un’energica operazione offensiva. […] L’energia colla
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Appendici
quale i giapponesi continuano a combattere dopo tanti giorni di battaglia e marcia, e la situazione assai
critica della 2° e 3° armata, causano l’or dine del generale Kuropatkin di ritirar tutte le truppe
verso nord. La città di Mukden è abbandonata il mattino del (25) 10 marzo 1905. La gran
ritirata è eseguita in buon ordine dalla 1° armata, ma le terribili condizioni nelle quali si
devono ritirare la 2° e 3° armata causano un gran disordine al fianco destro, che si trasforma talvolta in
panico. E facile capire quale sia la difficoltà di salvare due armate che sono racchiuse in un cerchio,
aperto soltanto sopra un piccolissimo settore come quello che comprende a nord di Mukden la strada
Mandarina e la via ferrata. Io credo che, tenuto conto di queste condizioni, si possa ancor
concludere che il generale Kuropatkin riuscì assai bene a salvare il suo esercito. […] Le condizioni
morali dell’esercito, ma specialmente il disordine nella 2° e 3° armata, consigliarono il generale
Kuropatkin a non tentare di difendere le poderose fortificazioni costruite durante l’inverno presso
Tielin e le alture che sono a levante di esso. Con l’abbandono di Mukden, l’esercito russo uscì dal
reticolato di magazzini principali e secondari, i quali furono in parte distrutti dal fuoco ed in parte
presi dal nemico; il rifornimento di viveri diventò difficilissimo per le truppe allontanate dalla
ferrovia, ma esse poterono aiutarsi coi generi offerti dalla contrada. […] Io non sono in grado di poter
giudicare l’operato dei generali che combatterono la battaglia di Mukden, ma credo che il
maresciallo Oyama abbia ottenuto una brillante vittoria strategica e tattica. Tanto a Mukden
quanto alla fine della battaglia di Liaoiang, la situazione rispettiva degli eserciti era tale da
permettere ai giapponesi un risultato molto superiore a quello che seppero ricavarne, ma non si
deve dimenticare che l’uomo non è un pezzo di ferro e che le forze fisiche di soldati che
combattono attaccando e marciando durante più di 12 giorni, talvolta possono essere tanto
diminuite da non poter dare l’ultimo e decisivo colpo coll’energia necessaria per raccogliere il frutto
delle fatiche precedenti. La ritirata durò sino al giorno 21 marzo 1905; le truppe si fermarono
all’altezza del parallelo 43° e 10° che taglia la strada ferrata mancese presso la stazione di Sipingai. Colà si
cominciarono subito i lavori di fortificazione ed è su quelle posizioni che arrivò, molti mesi
dopo, la notizia della pace. (pagg. 380-391).
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Appendici
Da P. RUGGERI LADERCHI, corrispondenza dell’addetto militare a S. Pietroburgo
ed il Comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore, 1903, F. G-29, Addetti
Militari, b. 83.
Di interesse le considerazioni del nostro addetto a S. Pietroburgo, sull’eventualità
non trascurabile che pur «pupazzettando» lo scontro tra Russia e Giappone come
quello dell’elefante e del topolino, il piccolo Giappone avrebbe potuto «creare non
pochi, né lievi imbarazzi al colossale pachiderma» russo, sottolineando la superiorità
numerica e qualitativa della marina da guerra giapponese, e dell’esercito
«assolutamente moderno, giovane, pieno di slancio, avido di gloria, imbaldanzito da
successi relativamente recenti, persuaso di difendere la giusta causa e l’esistenza
stessa della patria»:
[…] Eppure, malgrado ciò, è mio avviso, che la guerra sarà evitata. Non già che un’intesa
cordiale fra le due Nazioni sia tra le eventualità probabili […] A giustificazione della detta
opinione, che cioè «probabilmente la guerra sarà evitata e che in ogni caso non sarà la Russia a dichiararla»
(opinione fondata sulla conoscenza dell’ambiente locale, ma che per altro, dato il carattere autocratico
dell’impero nel quale le più opposte tendenze possono rapidamente succedersi, ha un valore del tutto
relativo), esporrò qui riassuntivamente alcune considerazioni, il che mi fornirà oltre tutto il destro di
accennare alla situazione militare della Russia nella circostanza di cui trattasi, nonché alla sua
situazione politica, che con quella militare assolutamente si compenetra.
1. Sua Maestà l’Imperatore, com’è ben noto, per le tendenze dell’animo e dell’indole sua buona e
mite, desidera sinceramente la pace. […] Soltanto quando entrassero in campo l’onore e
g’interessi vitali della Russia, da altri conculcati, potrebbe lasciarsi trascinare a dichiarare una
guerra. Ora, per quanto in politica la favola del lupo e dell’agnello trovi sovente la sua applicazione e
per quanto gli sciovinisti russi (e non son pochi) ed il partito militare in Russia ed in Asia, siano
animati da sentimenti bellicosi e parlino di prepotenze e sopraffazioni del Giappone e della secolare
rivale celata fra le quinte: l’Inghilterra, non è probabile tuttavia che l’arrendevolezza del sovrano
giunga al punto di lasciarsi veramente persuadere che il Giappone vuole umiliare la Russia e che questa
è vittima delle cupidige di quello.
2. La guerra tra la Russia e il Giappone può essere simboleggiata e pupazzettata in Russia ed
altrove, come la lotta tra l’elefante ed il topolino, ma non per ciò quest’ultimo […] sarebbe
nell’impossibilità, all’atto pratico, di creare non pochi, né lievi imbarazzi al colossale pachiderma.
La Russia, invero, può bensì disporre di risorse infinitamente superiori a quelle del Giappone, ma non
può far affidamento su tutte o sulla maggior parte di esse, in caso di conflitto con quest’ultimo.
Quelle che contano, sono le forze che già si trovano in Estremo Oriente, sul teatro d’operazione e
quelle altre che le sarà dato di trasportarvi dopo aperte le ostilità.
D’altra parte, le prime fasi della lotta fra le due nazioni si svolgerebbero per mare e la Russia
stessa ammette di non essere certa di avere colà il sopravvento.
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Appendici
[…] La flotta giapponese dunque ha una superiorità numerica incontestabile su quella russa e se a
ciò si aggiunge: maggior omogeneità, velocità più grande, migliore armamento, numero superiore di
stazioni di rifornimento, maggior abilità dei marinai che, praticissimi dei luoghi, combatterrebbero sulle
acque sovente infide del loro mare, si comprende come qualcuno, sintetizzando tutto ciò, abbia detto
che le forze navali giapponesi stanno in questo momento a quelle russe che le si contrappongono,
come 4 sta a 3. I russi, a dir vero, non ammettono tale proporzioni svantaggiosa per loro e dicono
che il compenso è ristabilito dalle migliori qualità tecniche dei loro ufficiali e soprattutto dei comandanti
superiori: la cosa però è per lo meno assai dubbiosa. […] In quanto alle operazioni in terra ferma,
mentre occorre escludere subito, per mancanza di mezzi, la possibilità di un’offesa russa portata sul
territorio giapponese, è noto che da lungo tempo i giapponesi si sono preparati all’eventualità di
dover ricorrere ad uno sbarco di Corea, a poche ore dai loro porti militari. […] A tal proposito, occorre
tener presente che il Giappone dispone di un esercito assolutamente moderno, giovane, pieno di slancio,
avido di gloria, imbaldanzito da successi relativamente recenti, persuaso di difendere la giusta causa e
l’esistenza stessa della patria» (lett. prot. n. 245 del 31 dicembre) .
Da P. RUGGERI LADERCHI, corrispondenza dell’addetto militare a S. Pietroburgo
ed il Comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore, 1905, F. G-29, Addetti
Militari, b. 83.
Per la prima volta Laderchi ci riferisce che l’opinione pubblica russa comincia a
rendersi conto che non è possibile sconfiggere il nemico, che la vera motivazione
delle sconfitte russe risiede in una superiorità materiale e soprattutto morale del
popolo giapponese, anche se, ci dice ancora Laderchi, l’onnipresente censura sulla
stampa e «un esagerato amor proprio nazionale, la lontananza del teatro della guerra,
la preoccupazione pei disordini interni e l’indole stessa del popolo russo un po’
indifferente a tutto» limitassero le manifestazioni esterne di cordoglio e di dolore»:
«I particolari che giungono in Russia direttamente dalla Manciuria e quelli più numerosi che recano i
giornali esteri, fanno sempre più apparire la battaglia di Mukden come un vero disastro per i
russi. E ciò non tanto per la quantità di morti, feriti, prigionieri e dispersi, che collocano per
altro la battaglia stessa tra le principali che conti la storia, quanto per le gravi conseguenze
materiali e morali che essa non può mancare di arrecare. Finora i russi davano, se non proprio
come giustificazione, per lo meno come causa essenziale di loro insuccessi, l’impreparazione
primitiva, dovuta alle loro tendenze pacifiche e la temporanea inferiorità numerica, dipendente
dalla lontananza tra il centro d’azione e quello delle risorse. […] Ora, dopo le battaglie di
Mukden, la cosa cambia d’aspetto: quivi i russi avevano fatto pressoché il massimo degli sforzi loro
consentiti dalle speciali condizioni della guerra attuale, […] Se malgrado ciò, se malgrado
l’importanza da essi attribuita al possesso della capitale della Manciuria e ad un successo anche minimo,
che per contraccolpo avrebbe reso più facile la situazione interna del vasto impero, o facilitato eventuali
trattative di pace e se malgrado infine le alte capacità militari del comandante Kuropatkin (che ha
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Appendici
certamente dei difetti, ma che sarà ben difficile sostituire in meglio), non fu possibile ai russi resistere
all’impeto del loro nemico giallo, difficilmente essi potranno, […] spostare sensibilmente, in seguito,
quei successi, che sembrano ormai definitivamente avvinti alle armi giapponesi. Il dilemma, insomma,
dopo le battaglie di Mukden, che ebbero luogo a tredici mesi dall’inizio della guerra, sembra che
s’imponga chiaramente: o i russi, anche quando sono superiori in numero ai giapponesi, non
posseggono nella guerra attuale quella somma di fattori materiali e morali che possono loro
consentire di batterli; oppure, date le condizioni del teatro della guerra, essi non sono in grado di
conseguire sopra dei giapponesi la superiorità numerica. […] L’impressione prodotta in Russia
dall’esito sfortunato delle battaglie di Mukden e dalla ritirata al nord di Tichin fu grande e superiore
certamente a quella cagionata dalla battaglia navale del 10 agosto dello scorso anno, dalla ritirata da
Liao-iang e dalla caduta di Port Arthur. […] Grandi furono quindi le disillusioni e le querimonie e le ricerche
delle cause degli insuccessi. Grandi, ma non immense, ché la censura sulla stampa, un esagerato amor
proprio nazionale, la lontananza del teatro della guerra, la preoccupazione pei disordini interni e l’indole
stessa del popolo russo un po’ indifferente a tutto, limitarono le manifestazioni esterne di cordoglio e di
dolore. La vita del Paese seguì il suo corso solito e lo straniero, a Pietroburgo o a Mosca o in
provincia, non si sarebbe accorto certamente, tra i teatri e le feste del carnevale, che la Russia stava
scrivendo una delle pagine meno belle e più dolorose della sua storia». (lett. prot. n. 22 del 16
marzo).
Da P. RUGGERI LADERCHI, corrispondenza dell’addetto militare a S. Pietroburgo
ed il Comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore, 1905, F. G-29, Addetti
Militari, b. 83.
Laderchi, nell’esaminare le clausole del trattato, (pur riconoscendo che la Russia era riuscita
a salvare le sole apparenze, cioè la dignità, nel cedere di fatto al vincitore Giappone la
sostanza, la supremazia in Oriente), si dimostra incapace di comprendere come le stesse
clausole, anche per volontà del presidente Roosevelt, avessero in realtà, (penalizzando per la
seconda volta dopo Shimonoseki le pretese dei vincitori), piantato, nella coscienza del
popolo giapponese, ancora più profondamente i semi dell’anti occidentalismo ed in
particolare, anche per lo scontrarsi degli stessi interessi politici, commerciali e militari nel
Pacifico, dell’anti americanismo. Egli, infatti definisce la pace raggiunta «onesta» e «che
non contiene in sé germi evidenti ed attivi di future discordie e non si lascia
dietro lo strascico fatale di rancori inestinguibili». Di sicuro interesse notare
come Laderchi identifichi i mali della societa russa nella negazione degli «errori
commessi», nella mancanza di una chiara volontà di un radicale cambiamento
politico e sociale, e nella pervicace convinzione di continuare a procedere nella
stessa direzione:
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Appendici
La notizia dell’esito felice delle trattative di Portsmounth, sparsasi in un baleno nei due mondi, […]
sorprese in gran parte governanti, banchieri, diplomatici, giornalisti e popoli. Ritenevano gli uni
che il Giappone, insuperbito, inebriato ed avido, non rinuncerebbe alle sue esigenze pecuniarie e
territoriali, gli altri che la Russia, testarda, boriosa ed illusa, rifiuterebbe qualsiasi accomodamento,
sperando in un cambiamento nella sorte delle armi. Eppure, dopo l’accettazione ad intavolare
trattative e dopo la nomina del Vitte a plenipotenziario russo, un .enorme passo sulla via
della pace era stato fatto, come pure, allo stato reale delle cose, quale appare a chi studia
la questione da tutti i suoi lati, la pace, a condizioni oneste, era la migliore decisione che
potessero prendere i governanti dei due paesi. […] La pace è stata dunque conchiusa. Il suo annuncio ha
generato disordini a Tokio e malumori a Pietroburgo nel partito della guerra a fondo e ad ogni
costo, ma, in complesso, mentre probabilmente in Giappone gli spiriti si calmeranno presto, dopo
l’esame sereno e profondo dei vantaggi conseguiti, in Russia la maggioranza si dimostra già
contenta e come sollevata da un incubo terribile ed angoscioso. Non v’ha quindi dubbio che la
pace, come fu firmata dai plenipotenziari, sarà ratificata dai due imperatori, non solo, ma anche dai
popoli, ché se il Giappone ricavò vantaggi tali da soddisfare ogni sua più legittima ambizione, la
Russia, malgrado diciannove mesi di disastri ed insuccessi immani, ottenne, a compenso della
bravura dei suoi soldati, una pace veramente onorevole […] Ciò posto, se ben addicesi
l’appellativo di “onesta” dato alla pace attuale che non contiene in sé germi evidenti ed attivi di
future discordie e non si lascia dietro lo strascico fatale di rancori inestinguibili, d’altra parte,
ai tirar dei totali la Russia deve ben accorgersi, come essa salvi solo la dignità, ossia l’apparenza,
mentre il Giappone guadagna un’impero coloniale, ossia la sostanza e come non sia poco quanto essa ha
perso in realtà per non aver saputo proporzionare, a suo tempo, le aspirazioni politiche e le pretese
diplomatiche alla forza necessaria per sostenerle. La guerra ora finita era la lotta per la
supremazia nel Pacifico occidentale, per l’egemonia della Cina, […] ormai la Russia deve
rinunciare a tutto ciò: la retrocessione della Manciuria e la perdita del Liaotung l’espellono dal Mar
Giallo, e Vladivostok viene a trovarsi nel mar del Giappone nelle stesse condizioni di Kronstadt
nel Baltico o di Odessa nel Mar Nero, ossia in un mare chiuso. La Russia, in conclusione, viene
rigettata in Europa. Ma non basta. Al bilancio delle perdite occorre aggiungere, e non è poco, il
tanto sangue inutilmente versato; l’annientamento della potenza marittima; l’indebolimento di
quella militare con la seguente diminuzione d’importanza nelle questioni europee e mondiali; le
somme sperperate, superiori certamente ai due miliardi; le condizioni dolorose ed immiserite del
Paese a causa delle varie mobilitazioni e del contraccolpo degli insuccessi; lo spettacolo disgustoso
dato al mondo intero di ruberie e magagne d’ogni genere. Saprà la Russia, tormentata anche da una
crisi politica interna gravissima, rialzarsi presto e facilmente? […] Non tanto ci pregiudicano gli errori
che commettiamo quanto la condotta che teniamo dopo aver errato, […] ma è certo però, che per
approfittare delle conseguenze dei propri errori, a fine d’imparare come evitarli in avvenire,
occorre anzitutto riconoscerli realmente e lealmente e questo non sembra che avvenga ora in
Russia, o, per lo meno, che avvenga in tal misura da promettere una vera rigenerazione.
Indubbiamente, le lezioni subite non sono andate tutte perdute: […] ma la percezione chiara e sicura
dei gravi e numerosi errori commessi e la franchezza di ammetterli, manca, almeno finora, ed
impedisce quindi l’attuazione di quei provvedimenti radicali che pur sarebbero indispensabili. Ad ogni
- 197 -
Appendici
modo, molto dipenderà dalla soluzione che verrà data alla questione interna, che ora occupa e preoccupa
la Russia intera ed, in ogni caso, occorrerà certamente qualche anno perché la Russia possa, per
la sua importanza militare, tornare a pesare sulla bilancia della politica in ternazionale quanto
pesava prima della guerra attuale. (lett. prot. n. 105 del 4 settembre).
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