Poste italiane SpA. Sped. in a.p. 70% - DCRB-Roma - Anno XXX - nuova serie - Periodico bimestrale - Supplemento al n. 107/108 della rivista il Ragazzo Selvaggio
CINEMA, TELEVISIONE E LINGUAGGI MULTIMEDIALI NELLA SCUOLA
107/108
SETTEMBRE-DICEMBRE 2014
Supplemento
Tutti i film
per la scuola
SOMMARIO
pagina
5
Belle &
Sébastien
E D ITO R IALE
01
Carlo Tagliabue
01
12 anni schiavo
A proposito di Davis / A spasso con i dinosauri
The Act of Killing / The Amazing Spider-Man 2 Il potere di Electo
Anita B. / Anni felici
Belle & Sébastien / Bling Ring
C’era una volta a New York / Il capitale umano
Capitan Harlock / Captain Phillips Attacco in mare aperto
Il castello magico / Cattivissimo Me 2
La città incantata / The Congress
I corpi estranei / Dallas Buyers Club
Disconnect / Father and Son
Foxfire - Ragazze cattive / Frozen - Il regno del ghiaccio
Fuoriscena / Giraffada
pagina 6
02
03
04
05
06
07
08
09
10
11
T U T T I I F I L M D E L L’A N N O P E R L A S C U O L A
12
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29
30
31
32
33
Principessa Mononoke / Pulce non c’è
Saving Mr. Banks / Smetto quando voglio
Snowpiercer / I sogni segreti di Walter Mitty
Solo gli amanti sopravvivono / Still Life
Storia di una ladra di libri / Il Sud è niente
Tutto sua madre / Vado a scuola
La vita di Adele / X-Men - Giorni di un futuro passato
pagina
C’era una volta a New York
14
15
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17
18
19
20
21
22
23
24
25
10
Dallas Buyers Club
Godzilla / Grand Budapest Hotel
Gravity / Hannah Arendt
Ida / In grazia di Dio
Incompresa / Un insolito naufrago nel tranquillo
mare d’Oriente
Jersey Boys / Jimmy P.
Khumba - Cercasi strisce disperatamente /
The Lego Movie
Lei / Locke
La mafia uccide solo d’estate / Maleficent
Maps to the Stars / La mia classe
Monuments Men / Mr. Peabody e Sherman
National Gallery / Il passato
Peppa, vacanze al sole e altre storie / Philomena
26 Piccola patria / La prima neve
pagina
11
Father and Son
AUTORI SCHEDE
m.a.
f.b.
p.c.
t.c.
l.c.
c.d.
d.d.g.
a.f.
m.gn.
g.g.
e.g.
s.g.
l.g.
a.l.
m.m.
pagina
Matteo Angaroni
Franco Brega
Patrizia Canova
Tullia Castagnidoli
Luisa Ceretto
Carla Delmiglio
Davide Di Giorgio
Anna Fellegara
Marzia Gandolfi
Giuseppe Gariazzo
Elio Girlanda
Silvio Grasselli
Leonardo Gregorio
Alessandro Leone
Minua Manca
5
a.ma.
m.mo.
a.m.
g.p.
m.g.r.
s.s.
f.s.
a.s.
c.t.
f.v.
c.m.v.
Angela
Mastrolonardo
Michele Moccia
Alessandra
Montesanto
Grazia Paganelli
Maria Grazia
Roccato
Silvia Savoldelli
Francesca Savino
Andreina Sirena
Carlo Tagliabue
Flavio Vergerio
Cecilia M. Voi
pagina
9
La città
incantata
Bling Ring
In copertina:
Maleficent
di Robert Stromberg
Usa 2014.
EDITORIALE
A N N U A R I O 2 0 14
N
onostante le ristrettezze economiche
abbiamo voluto mantenere anche
quest’anno l’appuntamento con
l’Annuario dei Film per la Scuola (Stagione
2013/2014), un servizio ai lettori che proponiamo
da una diecina d’anni.
Come l’anno passato lo mettiamo a disposizione
degli interessati solo in versione digitale (PDF),
supplemento al numero della Rivista 107/108.
È scaricabile gratuitamente dal Sito del Centro
Studi Cinematografici.
Oltre ai titoli e ai temi cui fanno riferimento i
film scelti - i quali confermano come il cinema
sia ancor oggi uno strumento particolarmente
utile per riflettere in ambito educativo su
argomenti importanti e attuali - ricordiamo che
nel corso dell’annata sono tornati in sala molti
film cosiddetti classici che possono essere
opportunamente visti e discussi nella scuola o in
altri ambienti culturali.
Tra i più interessanti, che abbiamo schedato nelle
pagine della nostra rivista da gennaio ad agosto,
ricordiamo:
Ninotchka di Ernst Lubitsch,
Il delitto perfetto di Alfred Hitchcock,
La febbre dell’oro di Charlie Chaplin,
Roma città aperta di Roberto Rossellini,
La grande illusione di Jean Renoir,
Hiroshima mon amour di Alain Resnais,
Chinatown di Roman Polanski,
Per un pugno di dollari di Sergio Leone.
L’8 dicembre arriverà anche Tempi moderni
di Charlie Chaplin.
CARLO TAGLIABUE
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
12 anni schiavo
12 Years a Slave
Nel 1841, prima della guerra di Secessione,
Solomon Northup, talentuoso violinista di
colore, vive libero nella contea di Saratoga
con la moglie Anne e i figli Margaret e
Alonso. Ingannato da due falsi agenti di
spettacolo, viene rapito, privato dei
documenti e portato in Louisiana dove
rimarrà in schiavitù fino al 1853,
cambiando per tre volte padrone e
lavorando principalmente nella
piantagione di cotone del perfido
schiavista Edwin Epps.
Nel dodicesimo anno della sua terribile
odissea l’incontro casuale con
l’abolizionista canadese Samuel Bass
rappresenta per lui la salvezza. Tornato a
casa, ritrova la moglie e i figli adulti.
Prima dei titoli di coda veniamo a
conoscenza delle sue inutili battaglie legali
contro i rapitori e dell’impegno
abolizionista che contraddistinse gli anni
successivi alla sua drammatica esperienza
da cui trasse il libro autobiografico
12 Years a Slave.
r. Steve McQueen or. Usa 2013 distr.
Bim dur. 133’
L
a storia descrive il passaggio dalla libertà alla schiavitù di Solomon Northup, che vive un’esperienza ancora più
drammatica, la differenza tra lui e chi
non ha mai conosciuto una vita normale. Una consapevolezza terribile che lo
pone di fronte a difficili scelte, a contraddizioni che lacerano l’anima: la crisi di identità (è costretto a cambiare nome), il tradimento, la brutalità dei rapporti, l’aggrapparsi alla fede per non soc-
combere. Con una sceneggiatura solida
ma tradizionale il regista non tralascia alcune sequenze di duro impatto: il piano
sequenza della tentata impiccagione di
Solomon, immersa in un silenzio ‘assordante’ rotto dal fruscio dei piedi inerti
dell’uomo sul terreno, mentre intorno
si svolge la normale vita di lavoro. O le
carni lacerate dalla frusta sulla nuda
schiena della schiava Patsey.
Ma tutto il film è percorso da uno
sguardo insistente su una violenza sottile e crudele, sullo strazio dei corpi e delle anime, una sofferenza insopportabile
perché vera, perché accaduta. Anche
l’ambiente esterno presenta aspetti insoliti: c’è qualcosa di inquietante nel rigoglio delle piantagioni, una prigione a cielo aperto dove, assenti gli animali, gli
schiavi fanno anche il lavoro del bestiame. La natura non può dare alcuna gioia. Ma non per questo è meno bella, nei
profili dei salici, nelle anse dei canali, nei
campi di cotone, nel verde intrico delle
canne, dove gli schiavi lavorano incessantemente, accompagnandosi con le loro struggenti canzoni. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p.18 e 19. m.m.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
1
DAI 14 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
A proposito di
Davis
Inside Llewyn Davis
DAGLI 8 ANNI
Greenwich Village, 1961. Llewyn Davis è
un giovane musicista folk che ha inciso un
disco ma non riesce a essere incisivo nella
vita. Afflitto da una sfortuna cosmica e
perduto dentro un rigoroso inverno
newyorkese, con un gatto rosso e
l’inseparabile chitarra in mano, Llewyn
dorme dove può e quasi sempre sui divani
di amici occasionali.
Stanco di barcamenarsi tra il manager e la
sorella, i Cafè del Village e un’ex amante
incinta, che lo vorrebbe morto e si mette
col tipo d’uomo che lui detesta di più (il
cantante ‘carrierista’), accetta un passaggio
per Chicago. Deciso a procurarsi
l’occasione che può cambiargli la vita, fa
un’audizione con l’impresario musicale
Bud Grossman. Ma il nostro (anti)eroe non
ha veramente alcuna speranza, tutto il
mondo lo disprezza e lo congeda (la sua
metà artistica si è suicidata dal ponte
sbagliato), condannandolo a un’erranza
che lo ricondurrà al punto di partenza.
2
r. Joel ed Ethan Coen or. Usa 2013 distr.
Lucky Red dur. 105’
N
ella New York del 1961 si muove un
musicista folk di indubbio talento e
sfacciata sfortuna che va ad allungare la
fila dei loser dei Coen. Lo spettatore lo
conosce sul retro del Gaslight Cafè, dove si fa picchiare e comincia la sua odissea in compagnia di una chitarra e di un
gatto rosso. Llewyn e Gatto espandono
la loro odissea oltre i confini della città
e dentro la parte più surreale del film, desaturata in una gamma di grigi bruni e
A spasso con
i dinosauri
Un ragazzino disinteressato a un
dentone di gorgosauro cambierà idea
quando un uccellino, un Alexornis, gli
racconterà l’incredibile storia di Patchi,
un pachyrinosauro vissuto 70 milioni
di anni fa. È fragile, ma sa lottare già
dal nido. Durante Il lungo inverno
s’incamminerà con la famiglia,
migliaia di dinosauri e la giovane
femmina Ginepro nella prima
migrazione verso sud.
Dovrà affrontare pericoli ambientali,
feroci predatori, le logiche di branco per
conquistare il dominio e il diritto alla
riproduzione. Separato da tutti, dovrà
crescere in fretta e imparare che non
basta la forza fisica per sopravvivere.
Dopo una serie di avventure, ritroverà
Ginepro e il fratello,con cui avrà un
ultimo scontro per conquistare la
femmina e diventare capo del branco.
E il ragazzino dell’inizio correrà d’ora in
poi al museo per fantasticare su ciò che
resta dei dominatori del pianeta.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Neil Nightingale, Barry Cook or. Usa/
Gran Bretagna/Australia 2013 distr. 20th
Century Fox dur. 87’
D
a una serie televisiva BBC di successo un film dalla natura non definibile, da ammirare per l’impianto visivo, il supporto scientifico e il chiarissimo obiettivo didattico, ma povero di
emotività, troppo semplice nell’impianto narrativo per catturare un pubblico
più ampio di quello infantile. È una classica storia di formazione inserita in un
contesto documentario, una contaminazione tra i due generi che può rafforzare l’efficacia educativa, attraverso la
prassi dell’insegnare divertendo, ma può
verdi smorzati. Un viaggio verso il Midwest raggelato che gli dirà (ancora) picche e lo restituirà ai fumosi locali del Village, bistrattato e sopraffatto da una relazione irrisolta col successo. Perché non
c’è crescita verticale nel cinema dei Coen, che non aspira a una consequenzialità evolutiva ma all’espansione orizzontale rivolta all’infinito.
Liberamente ispirato al memoir di
Dave Van Ronk (The Mayor of MacDougal Street), folk singer degli anni Sessanta, A proposito di Davis ricostruisce luoghi, atmosfere, rivalità e condizioni metereologiche del Village bohémien, prima del folk di Bob Dylan. Costruito come una canzone, strofa, refrain, strofa,
refrain, la commedia esistenziale e (musicale) dei Coen ci racconta la settimana
di un uomo condannato a errare dentro
un limbo di talento senza successo.
I registi mettono in scena il suo percorso con fluidità, emozionando, divertendo, confondendo le carte e restituendo con straordinaria acutezza una scena
musicale mossa nell’ombra e sotto cieli
gelati. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio
n. 104, p. 14 e 15. m.gn.
anche essere un punto di debolezza nei
confronti del prodotto film. Narrazione
e divulgazione si snodano in un contesto che non perde mai di vista un livello
impressionante di realismo che garantisce l’effetto immersione nel Cretaceo
dell’Alaska.
Fondali ripresi dal vivo, computer grafica, animazione, supportati dalle più
recenti scoperte paleontologiche. Le diverse specie sono presentate ciascuna
da cartelli descrittivi.
Un livello realistico e scientifico raffinati. Tante nozioni organizzate in una
vicenda che tuttavia non colpisce per
originalità. Quattro personaggi affrontano tremende avventure, in cui a volte
il dramma e la paura ancestrale prendono il sopravvento.
Un’ironia costante nel dialogo, trovate umoristiche per alleggerire, portano
avanti una vicenda saldamente ancorata alla realtà animale. Prevale il carattere documentario, l’intento educativo di
un film, che con leggerezza vuole accendere la curiosità, spingere i bambini al
museo. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n.104, p.34. ca.de.
DAI 12 ANNI
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
The Act of Killing
Il giovane Joshua Oppenheimer cerca i
protagonisti della repressione
anticomunista che tra il 1965 e il 1966
investì l’Indonesia dopo il fallimento di
un colpo di stato. Oppenheimer segue
tre dei più efferati assassini al soldo
dell’esercito, tuttora ritenuti eroi
nazionali e ancora coinvolti in violenze
e collusioni con i politici al governo e
con l’esercito; li segue mentre si
inoltrano in un dispositivo di
reviviscenza e rimemorazione
(reenactment) che li condurrà verso
esiti tutt’altro che prevedibili.
I tre sono invitati a partecipare da
interpreti protagonisti a una sorta di
mini-kolossal cinematografico che
ufficialmente deve ricostruire, tra
realismo truculento e metafora
grottesca, i riti di sangue compiuti
senza freno dalle milizie
anticomuniste. Lungo il percorso il
documentarista segue le vite dei tre
raccogliendone routine familiari,
racconti memoriali - per lo più
aneddoti tragici - e vita pubblica.
r. Joshua Oppenheimer or. Danimarca/
Norvegia/Gran Bretagna 2012 distr. I.
Wonder Pictures dur. 115’
P
adrini e coproduttori del film sono
Errol Morris e Werner Herzog. Nessuna meraviglia dunque che il giovane regista stabilisca con gli aguzzini suoi protagonisti un rapporto di reciproca fiducia e che poi lo gestisca con tanta scaltrezza e lucidità. Nessuna meraviglia
neppure che il giovane apprendista dimostri una così esatta consapevolezza
nell’uso della macchina cinema e un talento tanto vivace quanto rigoroso nella trasfigurazione del mondo.
The Amazing
Spider-Man 2
Il potere di Electro
The Amazing Spider-Man 2
Peter Parker comunica a Gwen di voler
troncare la loro relazione. Intanto Max
Dillon, progettista della Oscorp, resta
vittima di un incidente sul lavoro, che lo
rende Electro. Spider-Man riesce però a
fare in modo che sia rinchiuso nel
Ravencroft Institute. Poi Peter incontra
Harry Osborn, suo vecchio amico, che
guida la Oscorp dopo la morte del padre.
Harry ha la malattia di suo padre ed è
convinto di poter guarire grazie al sangue
di Spider-Man. Quando Peter rifiuta di
donarglielo, preoccupato delle
conseguenze che potrebbero essere mortali
per l’amico, Harry libera Electro, recupera
dalla Oscorp il siero degli esperimenti di
genetica del Dottor Parker e se lo inietta
diventando Goblin. Spider-Man deve
battersi contro Electro e contro Harry/
Goblin e riesce a sconfiggerli senza evitare
però che nello scontro perda la vita Gwen.
r. Marc Webb or. Usa 2014 distr. Sony
Pictures dur. 140’
I
l nuovo The Amazing Spider-Man 2 –
Il potere di Electro si apre come un film
di fantasmi e di ombre da dissolvere e di
cui liberarsi per continuare a vivere, per
potersi dare un’identità o per poter abbracciare una volta per tutte la propria
nello stesso mutamento del corpo.
Marc Webb filma le inquietudini e le
passioni di Peter guardando al cinema,
alle sue immagini (imagines: fantasmi,
Il film è un testo denso e intenso che
può e deve esser letto a più livelli: sul piano narrativo e visivo Oppenheimer costruisce una piccola epopea paradossale
e grandguignolesca, una ricostruzione
del passato impastata con le pratiche del
teatro contemporaneo e con la comunicazione televisiva (ma che gronda di riferimenti espliciti e diretti al cinema di genere del passato, dal musical al noir), una
tragedia grottesca in cui un epos rovesciato e corrotto fa da specchio al diario
di squallori esistenziali quotidiani.
A innervare questo edificio vasto e articolato c’è poi una riflessione che si fa
proprio mentre il cinema modifica la realtà, la rimastica, la costringe a uno spostamento: il cinema invita e decide la ripetizione ossessiva, la ricostruzione minuziosa, il ricordo, e li riproduce, li registra e li monta in una struttura che non
si limita a serie cumulativa ma che funziona come intreccio che mentre raccoglie e aumenta la tensione emotiva lungo una successione lineare, tesse relazioni e rimandi tra i materiali che sceglie
e riscrive. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102, p. 30. s.g.
ombre), e se ci si prova a raccontare di
fantasmi e di ombre non può essere altrimenti, basterebbe entrare nella camera di Peter che, da sola, è anche un omaggio al cinema, per rivivere quel senso di
invisibilità e il desiderio di voler, e volersi, vedere di più, come sembra raccontarci il poster di Blow-up di Michelangelo Antonioni.
Poi i colori si incupiscono e riprende
il furore della battaglia e della morte che
aveva chiuso il precedente film. E quando tutto sembra essersi risolto la prova
si fa ancora più dura nello scontro di Peter/Spider-Man contro Harry/Goblin
dentro la torre, tra gli ingranaggi del
grande orologio che sembra, anch’esso,
metaforicamente uno spettro, quello del
tempo che, di lì a poco, lascerà che si
consumi il dramma della morte di Gwen.
E un nuovo velo di ombre si stende
sulla storia e sembra arrestare il passare del tempo e delle stagioni, come nella sequenza di Peter fermo davanti alla
tomba di Gwen, oscurità che sembra voler avvolgere ogni atto di eroismo a venire. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio
n. 105, p. 4. m.mo.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
3
DAI 16 ANNI
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
4
Anita B.
Sopravvissuta ad Auschwitz dove ha
assistito alla morte dei genitori, Anita
viene ospitata dagli unici parenti
rimasti in un villaggio della
Cecoslovacchia. Si tratta della zia
Monika, sorella del padre, che vive con
il marito Aron, il figlioletto Roby e il
fratello di Aron, il giovane Eli. La
ragazza è accolta con freddezza, le
viene proibito di parlare dell’esperienza
trascorsa nel lager e di uscire di casa,
perché priva di documenti. Nel paese i
Cechi non vedono di buon occhio né gli
Ebrei, avversati dal neo-regime
comunista, né gli Ungheresi come la
famiglia di Anita, considerati
collaborazionisti dei nazisti.
Anita tuttavia desidera mantenere viva
la memoria del suo passato e, per
trovare sollievo, lo racconta di nascosto
con disegni e brevi storie a Roby, seppur
troppo piccolo per capire. Attratta da
Eli, oscuro e affascinante, inizia una
storia d’amore fatta di passione e
diffidenza.
r. R. Faenza or. Italia/Ungheria 2013
distr. Good Films dur. 88’
R
oberto Faenza riprende il racconto
dove l’aveva lasciato ai tempi di Jona che visse nella balena. A vent’anni di
distanza, troviamo la sedicenne Anita
che va incontro, piena di speranza e voglia di vivere, al futuro che la attende in
una famiglia, la sua, che dovrebbe amarla. Quello che trova è un altro inferno,
sottile e trattenuto, ma non meno crudele di quello al quale è scampata.
Anni felici
1974, Roma. Guido insegna
all’Accademia di Belle Arti ed è lui stesso
artista, con una forte attrattiva per i
movimenti avanguardisti. Nel suo
studio, però, crea oggetti di design che
vende alle gallerie d’avanguardia, senza
disdegnare la compagnia delle sue
modelle. Sua moglie Serena, figlia di una
solida famiglia di commercianti, lo ama
appassionatamente ma, insicura per la
gelosia, lo opprime facendolo spesso
sentire incompreso e intrappolato. I loro
figli, Dario e Paolo, rispettivamente di
dieci e cinque anni, sono i testimoni
involontari della loro irresistibile
attrazione fisica, ma anche dei loro
disastri, dei tradimenti, delle eterne
trattative amorose. Quando Guido è
chiamato per una performance alla
Triennale di Milano, Serena stringe
amicizia con la gallerista del marito che
la invita ad andare con lei in Francia
per una vacanza con un gruppo di
femministe. Uscirà trasformata da
questa esperienza, e così anche il suo
modo di stare con Guido.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Daniele Luchetti or. Italia/Francia
2013 distr. 01 dur. 106’
I
l titolo avrebbe dovuto essere Storia
mitologica della mia famiglia, con l’intenzione dichiarata di raccontare una
storia autobiografica nei modi e nelle
forme, non solo nei dettagli narrativi e
nella caratterizzazione dei personaggi,
anche e soprattutto nello sguardo. Nel
delineare la storia di un’estate nella vita
di Guido e Serena il regista adotta il punto di vista del figlio maggiore Dario, di
dieci anni, che osserva e segue da vicino
Sceneggiato dal regista insieme all’autrice del libro, realmente sfuggita ai campi, e al marito Nelo Risi, psichiatra e fratello di Dino, il film si concentra sulle dinamiche psicologiche del ritorno alla normalità. Il fatto è che di normale non c’è
più nulla, dopo che i confini dell’Europa
sono stati ridisegnati e nuovi oppressori,
i Russi, si fanno avanti. Questo spiega la
figura ben tratteggiata di Eli, ragazzo
sconvolto, privato di un’identità, che vive nella paura e la manifesta con l’aggressività e la repressione. Anita lo adora, lo
segue, lo supplica, ma dovrà rendersi conto, nel suo personale viaggio di scoperta
di sè, che questo non è amore.
La strenua volontà di ricordare assume allora un preciso valore di formazione: attraverso il ricordo della deportazione Anita comprende la necessità di sottrarsi a ogni forma di violenza, di sfruttamento, di sopraffazione. Un impegno
lodevole del cineasta torinese che si prodiga da tempo nel favorire la piena coscienza di quella Giornata della Memoria che, con un certo scandalo, suscita
ancora polemiche. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p 31. c.m.v.
le turbolenze di una coppia in rapida
trasformazione, con tutte le sfumature di
uno sguardo bambino, che sa cogliere i
particolari con candore, sempre al confine, però, con irriverenza e saggezza.
1974, l’anno del referendum per abrogare la legge che quattro anni prima aveva istituito il divorzio. Un momento storico importante, in cui il paese era attraversato da istanze vitali tali da alimentare un fervente dibattito attorno all’arte
contemporanea, ma anche all’interno
delle consuetudini famigliari e di coppia,
all’improvviso più aperte e libere.
Tuttavia, il personaggio che dà al film
l’impronta più forte è quello di Serena.
È lei che più di tutti ha saputo analizzare la realtà, assimilare i fermenti della
modernità sociale e farli propri, anche a
costo di sacrificare i valori della tradizione. Seguendo Serena ci rendiamo
conto di quanto il femminile in questo
film rappresenti la tavola su cui dipingere, la materia da plasmare e l’ossatura di
una costruzione che, proprio in virtù di
questo centro, non ha bisogno di specificazioni. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102, p.10 e 11. g.p.
DAI 14 ANNI
DAGLI 8 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Belle &
Sébastien
Ambientata a St. Martin, piccolo paese
dell’alta Savoia, nel giugno 1943, la
vicenda racconta la storia dell’amicizia
segreta fra Sébastien, un ragazzo
orfano che vive presso il “nonno” César
ed è accudito dalla nipote di lui,
Angelina, e la femmina di un cane
pastore tedesco, sfuggita alle sevizie di
un padrone crudele, a cui i valligiani
danno la caccia, credendola
responsabile di malefatte.
La relazione fra Sébastien e Belle nasce
da rispetto e affetto e crea un’alleanza
capace di aiuto reciproco. Non è Belle a
sgozzare le pecore, ma un branco di
lupi, che essa allontana.
In paese i nazisti sequestrano i viveri e
danno la caccia agli ebrei intenzionati
a varcare il confine con la Svizzera.
Sarà nel corso di una di queste
spedizioni, la notte di Natale del 1943,
che Sébastien, confortato dalla devota
fedeltà di Belle, raggiungerà la
maturità e l’autonomia.
r. Nicolas Vanier, or. Francia 2013 distr.
Notorius Pictures dur. 98’
F
in dall’incipit il film presenta i temi
fondamentali: la vita, la libertà, la relazione con la natura, il rapporto uomo/animale e uomo/uomo, la stigmatizzazione e il rifiuto della violenza che nasce da violenza subita, il rispetto dell’ambiente, l’opposizione vita/morte e il
rischio che la scommessa in favore della vita comporta.
Fra le modalità espressive adottate figurano parallelismi, analogie e simbologie; la natura stessa, mostrata in splen-
Bling Ring
Marc e Rebecca sono due adolescenti
che vivono in un quartiere benestante
di Los Angeles e diventano amici
inseparabili al liceo Indian Hills,
frequentato da ragazzi ricchi e
problematici.
Una sera Rebecca coinvolge Marc in
uno dei suoi passatempi notturni, il
“controllo auto”, che consiste nel provare
ad aprire gli sportelli delle auto lussuose
parcheggiate nel quartiere nella
speranza di trovarne aperta qualcuna, e
rubare soldi e borsette dimenticate.
Dal “controllo auto” al furto nelle case il
passo è breve: i due prima entrano nella
villa di un amico di Marc, che sanno
essere in vacanza con la famiglia; poi
iniziano a setacciare social network, siti
e riviste di gossip per scoprire quando i
personaggi famosi sono fuori, trovano
l’indirizzo su Google e si introducono
nelle loro ville.
Quando ai due ladri si uniscono anche
le amiche di Rebecca il gruppo finisce
per farsi prendere la mano e viene
scoperto.
r. Sofia Coppola or. Usa 2013 distr.
Lucky Red dur. 90’
S
ofia Coppola, giunta al suo quinto
lungometraggio, conferma la propria attenzione per il mondo dell’adolescenza; dopo Il giardino delle vergini
suicide e la giovane Scarlett Johansson
in crisi esistenziale in Lost in Translation, dopo il coloratissimo ritratto di
Maria Antonietta e la struggente solitudine di Cleo, protagonista di Somewhere, questa volta l’autrice figlia d’arte sceglie di raccontare la storia, ispirata a fatti realmente accaduti, di una banda di
dide immagini lungo l’arco di varie stagioni, nella sua generosa e molteplice
capacità di rifugio e di accoglienza, ha
carattere materno. Il maestoso volo di
un’aquila che ruota ad ampi giri sulle cime scoscese delle Alpi e che apre il film,
espressione del libero espandersi della
vita all’interno di una natura incontaminata, tornerà più volte lungo il testo a
significare libertà e vitalità. L’America e
la Svizzera al di là delle cime innevate
delle Alpi simboleggiano la vita vagheggiata come possibile, libera oltre il confine e si oppongono alla realtà locale, in
cui uomini e animali sono braccati a
morte. L’orologio dotato di bussola che
viene utilizzato nella traversata del
ghiacciaio è segno materiale della guida
interiore nell’itinerario di formazione
del piccolo, che attraverso mille difficoltà, confidando solo sul proprio sentire,
confortato dalla presenza di Belle, riesce
a trovare la strada della propria crescita.
Splendido nelle immagini, il film avverte anche che l’apparenza inganna e
invita a liberarsi dagli stereotipi in ogni
relazione. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 10 e 11. m.g.r.
ladruncoli ossessionati dalle celebrità e
dai social network.
Cambiando i nomi veri e modificando in parte gli eventi, ma costruendo la
sceneggiatura attraverso le trascrizioni
delle interviste e degli interrogatori, la regista compie un interessante rovesciamento di prospettiva rispetto ai luoghi
comuni del cinema di sempre: la mitica
collina di Hollywood e le principesche
dimore di Malibù vengono riviste infatti attraverso lo sguardo di un’indifferente gioventù attratta verso il nulla.
Il punto forte del film è il tocco lieve
della regista: la sfrontata noncuranza
delle possibili conseguenze delle azioni
da parte dei ragazzi, la mancanza di rimorsi e l’ossessione per soldi e fama sono raccontati senza mai giudicare i protagonisti, come se la Coppola, il cui
sguardo sembra sospeso tra pietà e ironia, si limitasse a mostrare, sempre un
passo indietro, questi piccoli criminali,
costretti, dopotutto, a muoversi in un
luccicante vuoto di valori, senza mai incontrare un adulto capace di schiudere
loro altri orizzonti. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102, p. 27. f.s.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
5
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
C’era una volta
a New York
The Immigrant
DAI 16 ANNI
New York, 1921. Ewa e Magda Cybulski
arrivano a Ellis Island dalla Polonia.
Divisa dalla sorella, trattenuta in
quarantena per sospetta tubercolosi, e
respinta dal marito della zia (già a New
York), Ewa si ritrova sola. Caduta nella rete
di Bruno, dai modi gentili ma sfruttatore
senza scrupoli di ragazze sprovvedute, è
costretta a lavorare in spettacolini di
terz’ordine e poi a prostituirsi.
Tuttavia Bruno s’innamora della ragazza
e la coinvolge nella sua passione, fatta di
lacrime e sangue, stenti e attacchi di
gelosia. Addirittura l’uomo, tra pentimenti
e confessioni in chiesa, medita di poterla
salvare dall’inferno che le ha procurato.
Invece la donna, pur mortificata dai sensi
di colpa, s’è impegnata solo a guadagnare
tanto, pur di ricongiungersi con la sorella.
L’incontro con Orlando, cugino di Bruno,
affascinante prestigiatore dal destino
tragico di cui s’innamora, l’aiuterà a
fuggire e a rifarsi una nuova vita.
6
r. James Gray or. Usa 2013 distr. Bim
dur. 120’
I
l film conferma le doti di originalità
drammaturgica dell’autore, nipote
d’immigrati ucraini giunti a Ellis Island
proprio negli anni rievocati dal film, oltre al suo interesse per i temi dell’integrazione degli immigrati e della fuga dalla
famiglia come del triangolo amoroso,
ma ne segnala qualche limite. Con una
dedica del film alla madre, Gray appare
coinvolto biograficamente in un’opera
Il capitale umano
Un racconto in cui si confrontano i
membri di due famiglie: Fabrizio e Carla
Bernaschi, benestanti, col figlio
Massimiliano; Dino Ossola e la
compagna Roberta Morelli,
medioborghesi arricchiti, con la figlia
Serena.
In Brianza, un cameriere in bicicletta è
investito da un Suv: la polizia bussa alla
porta dei protagonisti e tre di loro
esprimono il proprio punto di vista
sull’accaduto, facendo emergere le
miserie morali di un’Italia in crisi.
Dino, immobiliarista fallito, dichiara il
falso pur di migliorare la propria
condizione economica; Carla, moglie e
madre, è appiattita dai ruoli sociali e
sepolta sotto l’ipocrisia; Serena, fidanzata
di Massimiliano, come lui assorbe in sé il
fallimento educativo dei genitori.
È la più sospettata del gruppo riguardo
all’incidente, ma ripete di non sapere chi
fosse al volante del fuoristrada….
Il finale è amaro: il sorriso della ragazza
non lascia molto spazio alla speranza e
alla redenzione.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Paolo Virzì or. Italia/Francia 2014
distr. 01 Distribution dur. 109’
U
na sceneggiatura che ha l’impianto di un romanzo: quattro capitoli,
un finale, storie che si intersecano e costruiscono la narrazione. Un film ben
sceneggiato quest’ultima opera di Paolo Virzì. Anche il titolo, Il capitale umano, è originale e utile a svelare il significato - o meglio la sua mancanza - che si
dà oggi alla vita umana.
Dino, Carla e Serena sono i tre narratori, emblema, con gli altri, di un’“ita-
troppo ‘personale’ per poterci offrire uno
sguardo lucido sull’altra faccia dell’american dream.
Così, tra convenzioni di genere ribaltate (il villain che cerca di redimersi; anzi, che, migliorando per amore, finisce
come una vera eroina melodrammatica
per peggiorare la sua vita), il punto di vista femminile, come nella tradizione del
mélo americano Anni 30/40, e i rimandi
espliciti a Ladri di biciclette e Sciuscià,
oltre alla ricostruzione degli “autocromi”
d’inizio Novecento, il film è opera visivamente corretta. Come avviene con i rimandi alle opere di George Bellows, famoso per le sue vedute realistiche della
New York d’inizio secolo scorso, e ai quadri di Everett Shinn sul music-hall a Manhattan, fino alle Polaroid quadricromatiche di nudi dell’architetto Carlo Mollino
e al lavoro di Bresson per Il diario di un
curato di campagna). Tuttavia, nonostante la prova di fedeltà da parte di collaboratori, il film fa emergere un’elaborazione troppo raffinata di scrittura, a scapito di un sincero e pieno coinvolgimento
dello spettatore. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 20. e.g.
lietta” misera, debole e corrotta. Dino è
capace di svendere tutto pur di ottenere lo status sociale da sempre desiderato; Carla è la donna-ombra del marito,
idealista e insicura; Serena e Massimiliano sono la riproduzione di genitori e di
esempi fallimentari.
Ma protagonista del film è anche il
fuoristrada, che è il motore di una trama
sempre più disperata e disperante. Non
serve possedere un Suv per dimostrare di
essere persone perbene. Essere “perbene” significa essere onesti con gli altri, soprattutto con se stessi e in questo racconto pochi lo sono.
Virzì sceglie il registro del noir per criticare quello che siamo o siamo diventati. Solo Roberta la compagna-psicologa
di Dino, riesce a esprimere un po’ di
umanità ed è, infatti, lei a portare in
grembo due gemelli che, forse, faranno
ancora in tempo a salvarsi.
Il film ha un respiro cupo ma universale, che parla di disonestà, di desertificazione emotiva e valoriale, di una mentalità
mafiosa che induce le persone a comportarsi con prepotenza. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 28. a.m.
DAI 14 ANNI
DAI 12 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Capitan Harlock
2977. Dopo aver colonizzato lo spazio,
l’umanità ha cercato di tornare sulla
Terra, ma le autorità hanno dichiarato
il pianeta sacro e inviolabile. A
contrastare il regime della Gaia
Sanction è Capitan Harlock, il
coraggioso pirata dello spazio. La storia
ha inizio quando il giovane Yama
riesce a farsi arruolare nell’equipaggio
di Harlock, apparentemente per
servirlo, ma di fatto per eliminarlo,
come ordinatogli dalla Gaia Sanction.
Il pirata dichiara di voler salvare
l’universo facendo tornare indietro il
tempo, ma in realtà la Terra è stata
compromessa da un suo errore e ora il
suo vero intento è distruggere la
struttura stessa della realtà per
cancellare le sue colpe e gli sbagli
dell’umanità. Starà a Yama convincerlo
circa le decisioni giuste da prendere:
impresa complicata anche dal fatto che
il comandante delle truppe terrestri è
Ezra, il fratello maggiore dello stesso
Yama. I due campioni devono
proteggerla.
r. S. Aramaki or. Giappone 2013 distr.
Lucky Red dur. 115’
L’
Harlock del 2013 si pone in discontinuità rispetto all’originale: sulle
pagine del fumetto di Leiji Matsumoto (e
nella serie tv trasmessa dalla Rai alla fine degli anni Settanta) serpeggiava infatti una malinconia profonda, capace allo stesso tempo di tenere insieme l’utopia di quei decenni dove si bramava lo
spazio come possibile nuova frontiera
dell’umanità, e quel senso di innocenza
Captain Phillips
Attacco in mare aperto
Captain Phillips
Aprile 2009. La nave americana Maersk
Alabama, partita da Salalah (Oman)
carica di aiuti umanitari destinati
all’Africa, viene avvicinata da due barche
di pescatori somali. Il comandante della
nave, Richard Phillips, chiesta protezione,
adotta varie strategie per dissuaderli
(aumenta la velocità della nave, mette in
servizio gli idranti, fa chiudere i cancelli in
tutti i ponti e nasconde la ciurma nel
luogo più basso e nascosto, la sala
macchine). I pirati, riusciti a salire a bordo,
cercano i marinai e prendono in ostaggio
il capitano, offertosi in cambio della
ciurma. Attaccati da navi ed elicotteri
americani, essi cercano di fuggire verso la
costa su una scialuppa di plastica col
capitano come ostaggio, ripromettendosi
un forte riscatto, ma vengono bloccati dal
capillare intervento dei Navy Seals.
Il fatto, realmente accaduto, è stato narrato
dal capitano stesso nel libro Il dovere di un
capitano.
r. Paul Greengrass or. Usa 2013 distr.
Warner Bros. Pictures Italia dur. 134’
L
a sceneggiatura stringata, immagini
spettacolari, la magistrale prestazione di Tom Hanks, accanto al cast di attori africani non professionisti, capaci di
interpretare la propria parte con naturalezza, esprimendo, accanto alla sovraeccitata ferocia, l’angoscia di una costrizione psicologica, culturale e sociale, un
montaggio serrato, una regia asciutta
fanno di questo film un thriller capace di
far palpitare lo spettatore.
perduta tipico di chi già capiva la deriva
verso cui andava il mondo.
Per Shinji Aramaki l’innocenza è ormai
perduta, la spinta verso la nuova frontiera
è ripiegata in un ritorno a casa che pure
non smette di produrre conflitti e malcontenti, ma stavolta Harlock non è l’unico
baluardo dei vecchi principi utopici: al
contrario è egli stesso la causa del problema, e la sua missione non è ammantata
dall’idealismo, ma dal nichilismo di chi
vuole cancellare lo spazio e il tempo.
La missione del pirata, basata sulla
possibilità di rifondare il proprio universo, diventa così l’autentico principio
ispiratore di un progetto che guarda al
passato ma cerca di proiettarsi in un futuro dove l’unione di classicismo e modernità produca dinamiche di grande
respiro, ma anche personaggi tridimensionali, animati da passioni forti.
La maschera rimane dunque come
sfondo, direttrice ma non unico baluardo,
e come tale può infine anche passare di
mano per far restare il racconto nei consueti binari, mentre la ricombinazione degli elementi continua. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 30. d.d.g.
Illustra un effetto collaterale dell’economia globale. Due universi si oppongono, due opposte visioni del mondo: da
un lato il mondo occidentale capitalistico, ricco di mezzi; dall’altro la prospettiva disperata del terzo mondo. Tale contrapposizione si concreta nel faccia a
faccia fra il capitano Phillips e Muse, il
capo dei pirati, il cui rapporto di inimicizia e sfida si vena di sotterranea stima
e in qualche momento perfino di confidenza e quasi fiducia, per cui più che
l’assalto alla nave dei ricchi da parte dei
poveri è la relazione fra i due a rivelare gli
squilibri del mondo, all’interno dei quali entrambi sono prigionieri. Nonostante una sorta di nostalgia per una simpatetica intesa, il film mostra l’impossibilità per entrambi di oltrepassare il confine, venendo a una soluzione pacifica.
La soluzione infatti e la vittoria saranno di quella parte in gioco che, nonostante le apparenze, è la più forte, il
mondo occidentale, realizzate dall’intervento violento dei Navy Seals. E Muse, ingannato, perverrà in America in
manette. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 21. m.g.r.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
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DAGLI 8 ANNI
DAI 6 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
8
Il castello magico
Le manoir magique
Un gattino viene abbandonato e
inseguito da un feroce doberman. Il
primo riparo che trova è in una vecchia
abitazione che anche i cani temono: si
dice sia infestata dagli spiriti. In realtà il
proprietario è Lawrence, un illusionista
che vive con alcuni animali e dei
giocattoli animati.
Il micio suscita subito antipatia nel grosso
coniglio Jack e nell’aggressiva topolina
Maggie, viene invece accolto con affetto
da Lawrence che lo chiama Tuono perché
è arrivato in una notte di tempesta.
Ben presto tutti gli animali dovranno
vincere la loro diffidenza verso il gattino,
riconoscendolo come leader, perché
dovranno fronteggiare una comune
minaccia. Il nemico è Daniel, nipote del
mago, cinico agente immobiliare
intenzionato a vendere la casa e a sbattere
lo zio in ospizio. Urge scoraggiare
eventuali acquirenti e il modo migliore
per farlo è terrorizzarli come solo gli
abitanti dei castelli magici sanno fare.
r. Ben Stassen, Jeremy Degruson or. Belgio
2013 distr. Notorius Pictures dur. 90’
B
en Stassen e Jeremy Degruson dirigono un’opera con la struttura delle fiabe tradizionali, una grafica accurata e accattivante, una fotografia dai colori caldi e accesi, scene d’azione dotate di ritmo concitato.
Essendo il film destinato a un target
infantile, la vicenda è scorrevole, diretta e divertente ma, oltre a una connotazione educativa, ha momenti dotati di
una lieve componente horror che li rende affascinanti anche per un pubblico
adulto. Tutta la prima parte è girata con
Cattivissimo Me 2
Desplicable Me 2
Gru non è più cattivissimo.
Abbandonato il crimine, adesso è una
specie di imprenditore con tre figlie
adottive di cui occuparsi: Margo, Edith e
Agnes.
Il laboratorio segreto dei Minion è stato
trasformato in fabbrica e di essa si
occupa il dottor Nefario insieme ai
diligenti, ma spesso anche pasticcioni,
esseri giallastri. Però Nefario non riesce a
rinunciare alla cattiveria, per cui decide
di trasferirsi e di lavorare per un altro
padrone. Quando Gru viene contattato
dalla Lega Anti-Cattivi che gli chiede
aiuto per smascherare un supercriminale, che vorrebbe impadronirsi del
mondo, rifiuta per occuparsi della
famiglia. L’avvenente e bizzarra Lucy gli
fa ben presto cambiare idea.
La resa dei conti con il supercattivone
Edoardo arriverà solo dopo numerose
avventure che coinvolgeranno l’intera
famiglia di Gru, affiancato da Lucy. Tra
loro sboccerà l’amore.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Pierre Coffin, Chris Renaud or. Usa
2013 distr. Universal Pictures dur. 94’
I
l sogno di conquistare la luna è lontano: Mr. Gru adesso è buonissimo e,
per questo, ha forse perso un po’ di fascino. La sua megalomania è stata addomesticata dalla paternità e le sue giornate si
consumano tra infanzia e marmellate
prodotte industrialmente dai Minion,
soliti buffi soldatini tuttofare. Per Gru la
normalità è una chance di riscatto sociale. Così la trasformazione azzera il contrasto che costruiva uno dei più accattivanti personaggi animati su grande
schermo degli ultimi anni.
inquadrature soggettive attraverso il
punto di vista del protagonista. Il coprotagonista umano, Lawrence, è un
buffo prestigiatore d’altri tempi; tiene
spettacoli negli ospedali per i bambini
malati e ha sempre un incantesimo
pronto per far sorridere anche i più
scettici.
Tutto il film è immerso in un universo di animali parlanti e giochi vecchia
maniera, di quelli che ormai sembrano
far parte dell’antiquariato e del collezionismo, verso cui la pellicola nutre un’evidente e condivisibile nostalgia.
Spiccano alcune sequenze spettacolari, come la corsa di Lawrence in bicicletta, i tentativi di demolire la casa, gli
interventi di Tuono e degli altri abitanti
per contrastarli. Nel corso della vicenda
inoltre prendono risalto, senza enfasi né
forzature, oltre al dovere dell’accoglienza, il valore dell’amicizia e della solidarietà, con una declinazione davvero europea totalmente aliena dal chiasso e
dall’ossessione del successo che caratterizza i prodotti d’animazione d’oltreoceano. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 106, p. 63. s.s.
Il secondo capitolo di Cattivissimo
Me si pone come sequel naturale in un
universo speciale, dominato dalla presenza straordinaria di altri cattivi, meno
sorprendenti e poetici, comunque in grado di rivaleggiare per ambizione con il
vecchio alter-ego del nuovo Gru. Eduardo, che pare un wrestler latino, non punta alla luna ma a una più prosaica conquista del mondo.
Si ripropone quindi il conflitto tra bene e male, dove la posta in gioco è la pace collettiva e l’armonia familiare. Sarà
per questo che la missione proposta a
Gru per sabotare il piano di conquista di
Eduardo diventa l’occasione per affiancargli un quarto personaggio femminile:
non solo una spalla che rovescia in tutto
le caratteristiche di Gru (fisiche e psicologiche), ma soprattutto un potenziale
tassello che completi il quadro di una famiglia moderna. Il racconto fiorisce da
uno spunto banale con un intreccio ben
congegnato, capace di offrire il giusto spazio a ogni personaggio. L’empatia è spontanea, merito di dialoghi efficaci e di
un’animazione fluida. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n.101-102, p. 32. a.l.
DAI 10 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
La città incantata
Sen to Chihiro no
kamikakushi
DAI 16 ANNI
Una famiglia trasloca in campagna con
dispiacere della figlia Chihiro che porta
con sé un mazzo di fiori e un biglietto,
regali di addio degli amici. Guidando
verso la nuova casa, il padre sbaglia
strada e si trova all’ingresso di un tunnel
che li costringe a lasciare l’auto e ad
attraversarlo a piedi. Al di là si stendono
vasti prati e un villaggio abbandonato.
Attratti dal profumo di cibo, i tre
trovano un ristorante deserto, pieno di
succulenti piatti a disposizione. In attesa
che arrivi qualcuno i genitori iniziano a
mangiare, mentre Chihiro si allontana
per le vie solitarie; incontra Haku, un
ragazzo dai poteri magici che la invita
ad andarsene prima di notte. Quando la
bambina torna al ristorante, scopre che i
genitori sono stati trasformati in maiali.
Spaventata, fugge per riattraversare il
tunnel, ma il fiume ha isolato il
villaggio che, con il buio, si sta
popolando di spiriti.
r. H. Miyazaki or. Giappone 2001 distr.
Lucky Red dur. 125’
N
on si può restare indifferenti a questo mondo a colori vivaci, animato
in digitale, ma con tratti a mano, ricco di
dettagli di fiori, di foglie, di stoffe, di nastri; illuminato da file di lampioncini di
carta rossa; popolato da creature bizzarre, a volte amichevoli, a volte ostili, abitanti di un passato mitico che torna a
interpellare le coscienze: lo spirito di un
fiume che è stato prosciugato dall’edili-
The Congress
A 44 anni Robin Wright è un’attrice in
declino che vive ritirata con i figli.
L’agente di Robin, preoccupato per la
carriera di entrambi, le propone
l’offerta della Miramount: sottoporsi
alla scannerizzazione della propria
immagine per trasformarla in
personaggio digitale. Pianto, riso e
mimica saranno utilizzati dalla casa di
produzione per realizzare film in serie
nei quali gli attori non invecchiano
mai. L’eterna giovinezza, la fama e il
denaro in un unico contratto; in
cambio, l’impegno a non recitare più.
Robin firma l’accordo della durata di
vent’anni. Vent’anni dopo, al Congresso
per annunciare la fusione della
Miramount con un colosso
farmaceutico, si presenta una Wright
sessantenne per rinnovare o rifiutare il
contratto in scadenza. Vivrà
l’incredibile esperienza di vedersi
trasformata in disegno animato in una
realtà parallela che è il prodotto dei
desideri delle menti individuali.
r. Ari Folman or. Usa 2013 distr. Wider
Films dur. 122’
I
n Valzer con Bashir, terzo film di Folman, i ricordi di giovane soldato durante la Guerra del Libano del 1982, le paure,
i vuoti di memoria si trasferiscono sui personaggi, scarni volti in cerca del filo logico delle proprie azioni. L’animazione, paragonata al sogno, permette di mostrarci
l’interiorità meglio di quanto avrebbero
potuto fare attori in carne e ossa.
zia selvaggia non trova più la strada di casa. Ricorda solo una bambina piccola
che ha salvato dall’annegamento anni
prima; e ora lei, più grande ma ancora
piena di entusiasmo, gli salverà a sua
volta la vita restituendogli un’identità. È
un girotondo di scene accuratissime
questo capolavoro di animazione che,
con un nuovo doppiaggio e una nuova
distribuzione, è tornato nelle sale per tre
giornate speciali. Vincendo i pregiudizi
che di solito penalizzano i cartoni ai festival, La città incantata vinse nel 2002
l’Orso d’Oro a Berlino e l’Oscar nel 2003,
segnando la consacrazione del suo autore. Mette in scena un Giappone ricco e
disincantato che incontra e si scontra
con il suo stesso passato e con l’antica
spiritualità. Il titolo originale del film significa infatti “La sparizione di Sen e
Chihiro ad opera dei Kami”. I Kami sono
gli spiriti della religiosità shintoista che
appartengono a varie entità naturali un
tempo adorate come divinità. Il modernismo forzato della cultura nipponica
contemporanea non li riconosce più come sacri. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 106, p. 32. c.m.v.
La via che sceglie per The Congress è simile. Le sequenze animate illustrano un
futuro prossimo - il 2033 - popolato da
“reincarnazioni”: ciascuno sceglie di essere chi desidera: Gesù, Buddha, Clint Eastwood, Marylin Monroe. E poi danzatrici, soubrette, steward in livrea. Il paradiso
artificiale è ottenuto ingerendo una fiala
che trasforma gli uomini in cartoon; i personaggi hanno i tratti sperimentali dei Fratelli Fleischer, creatori, tra gli anni Venti e
Trenta, di Betty Boop, Braccio di Ferro e Superman. Non è un futuro del tutto negativo, come spesso narra la fantascienza,
perché si vive a contatto con la natura o in
metropoli colorate, sospese in un eterno
Carnevale. La gente sta insieme assistendo ai film dei propri eroi sempre giovani.
Le tematiche messe in scena da Folman sono complesse e sembra che, in
questa sua realtà animata, ci sia spazio
per tutto. La distopia di The Congress risiede infatti in un’alienazione visiva che
cattura lo spettatore e che costituisce il
fulcro della realtà virtuale e digitale dalla quale, è d’obbligo far notare, non si
torna indietro. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n. 106, p. 10 e 11. c.m.v.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
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DAI 16 ANNI
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
10
I corpi estranei
Antonio arriva a Milano col figlio di
pochi mesi per sottoporlo a un delicato
intervento chirurgico. In ospedale
incontra Jaber (15 anni), di origine
tunisina, che assiste un amico. Jaber
cerca di stabilire una relazione con
Antonio, ma questi è diffidente, non ha
simpatia per gli arabi ed evita ogni
approccio. Accetta l’aiuto del giovane
solo quando deve sostituire la batteria
della macchina.
La permanenza in ospedale si protrae e
Antonio è irrequieto. Le telefonate a casa
e le preghiere nella cappella non gli
riempiono le giornate né lo calmano. Per
occupare il tempo e racimolare qualche
soldo inizia a lavorare di notte al
mercato generale di frutta e verdura a
fianco di extracomunitari. Ma sembra
che nulla possa scalfire la corazza
dell’uomo che si muove silenzioso,
mantiene un atteggiamento urticante
con tutti. Solo quando apprende che di lì
a pochi giorni potrà lasciare l’ospedale
per ritornare col bimbo a casa, avviene
in lui una leggera apertura.
r. Mirko Locatelli or. Italia 2013 distr.
Strani Film in collaborazione con
Mariposa Cinematografica dur. 102’
A
l secondo lungometraggio Locatelli
conferma la capacità di indagare l’animo umano con tocco lieve. Non è un film
facile questo perché si svolge in spazi chiusi, non luoghi che sottolineano la precarietà e la sospensione temporale. Ma non è un
film sul dolore o la malattia. Quest’ultima
c’è, ma rimane sullo sfondo. È un film sull’integrazione, l’accettazione dell’altro e
di conseguenza sulla conoscenza di sé.
Dallas Buyers
Club
Ron Woodroof è un elettricista
appassionato di rodeo senza una fissa
relazione sentimentale e abituato a
rapporti occasionali. È il 1985 quando
scopre di aver contratto l’HIV, all’epoca
denominato malattia delle checche. I
medici gli danno trenta giorni di vita; gli
amici lo allontanano, convinti che lui
abbia sempre nascosto loro la sua
omosessualità. Per reazione, dopo l’iniziale
scoramento, decide di non arrendersi a un
destino che pare segnato. L’AZT,
sperimentato su larga scala da una grossa
industria farmaceutica, si rivela tossico.
Per questo Ron si reca in Messico, dove un
mix di altri farmaci è testato con successo
su un gran numero di pazienti.
Sulla falsariga di un gruppo di gay
californiani, crea un’associazione che
permette ai tesserati di accedere ai farmaci
non autorizzati dal governo statunitense.
Ron trova nuovi amici, tra cui Rayon,
trans tossicodipendente cui si lega in
maniera fraterna.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Jean-Marc Vallée or. Usa 2013 distr.
Good Films dur. 117’
L
a storia, con qualche concessione drammaturgica, è vera. Negli anni 80, quando si diffondevano notizie sul virus dell’HIV
e sull’AIDS, la sperimentazione non seguì
strade sinergiche in tutto il mondo ma, come spesso accade, le lobby farmaceutiche
si scatenarono imponendo ai governi le
proprie soluzioni ipotetiche e i test su migliaia di malati. Forte di un’attenzione alla
Antonio è un uomo chiuso in se stesso e nei pregiudizi, non riesce a interagire con il prossimo, ancor meno se si
tratta di extracomunitari. È impermeabile al dolore altrui, non vuole contaminazioni. Locatelli non lo giudica. Si fa
testimone delle sue difficoltà. Lo riprende spesso nella macchina ferma, perennemente sintonizzato sulle frequenze di
Isoradio, quasi alla ricerca di una direzione da prendere. Parimenti ci mostra gli
extracomunitari come sensibili compagni di viaggio, desiderosi di rendersi utili. Però non ne fa l’apologia. I suoi non
sono stranieri scevri da difetti.
Azzeccatissimo il titolo scelto dal regista perché può suggerire diverse letture. Corpo estraneo è il corpo che a nostra
insaputa si ammala, lo straniero che ci
sembra così diverso da noi, il figlio che
dobbiamo imparare ad accettare, accudire e amare. Corpo estraneo infine siamo noi stessi, quando, guardandoci con
sufficiente distacco, ci rendiamo conto
di quante distorsioni dobbiamo correggere per scegliere il giusto percorso. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105,
p. 19. f.b., t.c.
ricostruzione storica e all’atmosfera dell’epoca (Oscar ai costumi), la sceneggiatura bilancia pesi e misure, costruendo il racconto intorno a Ron, quasi sempre centrale in ogni segmento della vicenda, pura
energia vitale, che cresce a ogni giorno guadagnato dopo la certezza dei medici di una
fine prossima e senza scampo.
La parabola dell’eroe sgradevole che
scopre una sensibilità mai emersa è così
servita, all’americana diremmo, ma non
per questo scontata negli snodi narrativi.
Mai banale o, peggio, patetico, Ron non diventa un missionario generoso, ma si limita a coinvolgere nella sua lotta chi è nelle
sue stesse condizioni, cercando di sopravvivere con il contrabbando. Non offre nulla gratuitamente, non compie una trasformazione poco credibile per intercessione
della morte. Col mondo gay non ha nulla
a che fare, ma passa dal rifiuto alla tolleranza, nel senso di “vivi e lascia vivere”,
riconoscendo comunque l’umanità dietro
ciò che viene superficialmente etichettata come anomalia. Rayon, in particolare,
smette di essere “checca”, a vantaggio di un
rapporto che sa di adozione. Vedi anche in
Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 12 e 13. a.l.
DAI 16 ANNI
DAI 14 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Disconnect
Il film segue le vicende di personaggi
imprigionati nella rete e nelle trappole
che si nascondono nelle chat, nei siti di
incontri e nei social network.
Tre storie che si intrecciano
casualmente e che hanno lo stesso
comun denominatore.
Un investigatore privato, rimasto
vedovo, assume atteggiamenti
autoritari nei confronti del figlio,
spingendolo a comportamenti scorretti
nei confronti di un compagno di scuola
timido e introverso.
Una giornalista televisiva, dopo aver
scoperto una video chat per adulti,
contatta uno dei ragazzi coinvolti e lo
convince a farsi intervistare e diventare
il protagonista di un reportage che
riscuote molto successo. Infine, una
coppia in crisi cade vittima di un
hacker che clona le carte di credito dei
due e li deruba di tutti i risparmi.
Sono questi i protagonisti di una storia
composita, i cui personaggi sono
accomunati fra loro dall’illusione
della rete.
r. Henry Alex Rubin or. Usa 2012 distr.
Filmauro dur. 115’
Q
uanto siamo dipendenti da internet e da tutte le forme di comunicazione che ci offre? La domanda se la pone Henry Alex Rubin che con Disconnect ha voluto osservare i vizi di una forma di “socialità” ormai dilagante, e i rischi e le distrazioni che non ci dovremmo permettere. Cortocircuiti imprevedibili ma irreversibili. Errori di comunicazione, vuoti di senso di uno stare sovraesposti al contatto indiretto. L’ossessione
della comunicazione a senso unico è dilagante e finisce per estromettere gli in-
Father and Son
Due famiglie giapponesi, una di
estrazione borghese e una di umili
origini, vengono convocate in ospedale
dove apprendono che i rispettivi
bambini non sono in realtà i loro figli
biologici.
Scambiati alla nascita, Keita e Ryusei
hanno sei anni e una storia diversa
dietro le piccole spalle.
Keita è figlio unico di una madre
remissiva e di un padre ambizioso, che
cerca nel figlio la conferma di sé e dei
propri successi, Ryusei è il primo di due
fratelli, che crescono spensierati in una
famiglia frugale e lontana dagli
stereotipi borghesi.
Persuasi dagli avvocati e
dall’amministrazione ospedaliera a
‘regolarizzare’ la loro situazione, le
famiglie decidono per un’inversione
riparatoria.
Ricominceranno da sei, sei anni che
pesano come macigni e che li
definiranno, e ridefiniranno i loro
valori.
r. Hirokazu Kore-eda or. Giappone,2013
distr. Bim dur. 120’
S
ospeso tra sorriso e dramma, Father
and Son infila la strada della poesia e
filma con tenerezza lo sguardo che i
bambini pongono sugli adulti. Perché
Keita e Ryusei sono testimoni a carico,
miti e quasi muti ma qualificati ad attestare le prove di colpevolezza dei grandi. È il loro punto di vista che annulla le
falsità chic e le verità volgari che agitano i rispettivi genitori, ciascuno disperato alla sua maniera. Midori Nonomiya è
divorata dal senso di colpa per non aver
dividui dalla vita reale, isolandoli e relegandoli nella solitudine.
Con abilità e senso della misura, Rubin organizza il film a partire da una
struttura corale che si svela e si compone via via. In una città quasi sempre
notturna, i personaggi escono lentamente allo scoperto, spiati dalla macchina da presa di un regista che sceglie
un’immagine “sporca”, sgranata e irregolare. Il principio formale che condiziona il percorso narrativo sembra seguire una sorta di morale secondo cui
ogni gesto ha le sue conseguenze. Basta
poco per far cambiare una vita. Un semplice tasto e tutto sarà diverso. E non in
meglio. Il nodo cruciale si dibatte tra
realtà e verità. Nell’abbracciare i sui
protagonisti, Rubin riesce a sottolineare le distanze, ma mette anche in rilievo gli elementi di contatto, le vicinanze di uomini e donne troppo distratti
dalla comunicazione per riuscire a vederli. E non è un caso che nei diversi finali con cui il film si conclude a vincere siano per la prima volta fisicità e solitudine. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 8 e 9. g.p.
capito che il bambino che allevava non
era il suo, Yukari Saiki è decisa a lottare
per tenersi il bambino che ha cresciuto,
Yudai Saiki, sembra approfittare della situazione fantasticando su eventuali risarcimenti finanziari, prima di opporre
la sua fondamentale onestà all’avidità
di Ryota Nonomiya, quasi sollevato da
una scoperta che convalida la delusione
che sentiva per il figlio.
Kore-eda affronta la costellazione di
gravose questioni sociali con tatto e delicatezza, attraverso una messa in scena
precisa, minuziosa e paziente, che si
prende tutto il tempo per immergerci
nel cuore delle famiglie. L’autore descrive il loro quotidiano, il loro ambiente
sociale, i loro comportamenti, i loro gesti, ovvero la posizione che gli individui
occupano nello spazio sociale e che determina il loro punto di vista.
Premio della Giuria al festival di Cannes
2013, Father and Son è una lezione di modernità, che consegna un messaggio rivoluzionario: i bambini più felici e compiuti sono quelli che riconosciamo e non
quelli che (ri)produciamo. Vedi anche in Il
Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 10 e 11. m.gn.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
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DAI 16 ANNI
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Foxfire
Ragazze cattive
Foxfire
DAGLI 8 ANNI
Stato di New York, anni 50. Un gruppo di
ragazze quindicenni crea una loggia
segreta, chiamata Foxfire, nella quale si
entra con un patto di sangue, il tatuaggio
di una fiamma che arde che le ragazze si
fanno tatuare sulla schiena. Decidono di
andare a vivere insieme ma, col passar del
tempo le regole che sorreggono il gruppo
diventano più ferree e, anche per
un’interpretazione confusa dell’ideologia
comunista, l’agire si fa più violento, la
gang più criminale.
Legs è la più carismatica, sfrontata e senza
freni; è lei che decide il destino degli altri (e
il proprio). Le fa da contraltare Maddy, più
timida e riflessiva. Entrambe chiedono
giustizia e uguaglianza: ma la prima
sceglie la strada del Male e l’altra quella
del Bene. Legs verrà giudicata da un
tribunale e si ritroverà, per l’ennesima
volta, sola; l’amica, invece, diventerà una
donna che otterrà stima e rispetto senza
puntare la pistola.
12
r. Laurent Cantet or.
Francia/Canada/Gran Bretagna 2012
distr. Teodora Film dur. 143’
C
antet, con questo film torna a esplorare l’universo adolescenziale con
la sua rabbia mal incanalata, la sua confusione di ideali e le contraddizioni affettive tipiche di quell’età.
Decide di ambientare la storia negli
anni 50, l’epoca del perbenismo e delle
famiglie intatte, e di spostarla dalla vecchia e acculturata Europa all’America
del capitalismo e degli affari. E i riferimenti all’attualità sono evidenti.
Frozen
Il regno di ghiaccio
Nell’antica Scandinavia, le sorelle Elsa e
Anna sono molto legate fra loro: la
maggiore possiede il potere di congelare
ogni cosa con un semplice tocco, che si
rivela però un dono incontrollabile e
dunque pericoloso per chi le sta vicino.
Ciononostante, dopo la morte dei
genitori, Elsa diventa la nuova regina del
regno, ma in questo modo deve
mostrarsi al popolo, rivelando il suo
potere. Il paese viene così ricoperto dal
gelo e la colpa dell’accaduto fa apparire
la regina un mostro agli occhi dei
sudditi: perciò Elsa fugge sulle montagne
e Anna la insegue per aiutarla.
Nella sua impresa, Anna viene soccorsa
dal venditore di ghiaccio Kristoff e dal
pupazzo di neve Olaf, cui Elsa stessa ha
dato vita. Nel frattempo il regno viene
retto dal principe Hans delle isole del
Sud, apparentemente innamorato di
Anna e deciso a tutto pur di aiutarla,
ma in realtà interessato unicamente al
potere come un mostro.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Chris Buck e Jennifer Lee or. Usa 2013
distr. Walt Disney Pictures dur. 108’
F
rozen dimostra di voler innovare nel
segno della tradizione disneyana, con
una storia vagamente ispirata a un classico letterario, la protagonista Anna che attinge da celebri modelli femminili del passato (Biancaneve o Rapunzel) e una struttura narrativa con una classica cifra musical. Al contempo, però, Frozen si pone
nei confronti del passato in una prospet-
Il vecchio socialista predica alle ragazze: “ Si parla troppo di felicità in America,
la felicità sfugge via, la felicità è solo nel
movimento”: ed è vero. La felicità è quella chimera o utopia inseguita dalle giovani protagoniste che prima la individuano
nel liberarsi dai soprusi al maschile, poi
la interpretano come “faccio quello che
voglio” e, infine, la identificano con il potere sulla vita degli altri, scivolando in un
pericoloso delirio di onnipotenza.
I corpi delle ragazze “cattive” sono
sempre in movimento per esprimere
l’inquietudine costante che non permette loro di riflettere e il bisogno di agire per
avere l’impressione di fare qualcosa per
cambiare il mondo.
L’uso della cinepresa a mano e di una
fotografia sporca immerge le protagoniste in un inferno buio, dove si sono
perse le coordinate dell’etica e della morale. Una metafora di quel tunnel esistenziale in cui è caduto un Occidente alle prese con la ricerca del Dio-Denaro, in
un sistema di valori rovesciati come suggerisce la sequenza dell’industriale bigotto. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio
n. 101/102, p. 21. a.m.
tiva critica, senza timori reverenziali. Ne
sia prova il fatto che manca un antagonista di rilievo e l’intreccio si articola sulla dicotomia che oppone Anna alla sorella Elsa. Lo fa, però, senza attribuire alla seconda lo status di “cattiva” della situazione, ma
unicamente quello di vittima suo malgrado del suo potere.
Il “male”, insomma, non deriva tanto
dai sentimenti negativi di cui si fanno portatrici soprattutto le figure maschili, ma diventa una sfumatura di un più complesso spettro emozionale tutto interno alle figure femminili. Da questo punto di vista
Frozen compie una scelta coraggiosa perché abbraccia un punto di vista totalmente femminilizzato e sceglie protagonista e
antagonista all’interno della stessa fazione di genere. Si palesa dunque l’intento
metanarrativo di un’opera che vuole anche essere tributo e riflessione su una tradizione che sulle donne ha sempre puntato, attraverso figure quali Biancaneve,
Alice, Belle o Mulan e che è stata in tal
modo capace di comprendere le trasformazioni in atto nella società occidentale,
spesso anticipandole. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 12 e 13. d.d.g.
DAI 10 ANNI
DAI 14 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Fuoriscena
Il documentario racconta un intero
anno scolastico presso l’Accademia
Teatro alla Scala di Milano, scuola
riconosciuta a livello internazionale,
unica a formare tutte le figure
professionali del Teatro dell’Arte. La
frequentano ragazzi provenienti da
tutto il mondo che sognano di
diventare ballerini, cantanti lirici,
scenografi, costumisti. I registi li
seguono dalla domanda di ammissione
e, dopo la severa competente selezione,
alle quotidiane fatiche: lezioni di ballo,
canto, scenografia, preparazione di
costumi, ma anche di italiano e di
lingue straniere. Coinvolti
emotivamente nel percorso della loro
formazione li accompagnano tra ansie,
speranze, paure, desideri fino alle prove
in scena e al debutto al Piccolo Teatro o
alla Scala stessa.
Racconto corale, che mette in evidenza
alcuni personaggi, simboli emblematici
dell’impegno e dell’amore per l’arte di
tutti.
r. Massimo Donati, Alessandro Leone or.
Italia 2013 distr. GA&A dur. 82’
P
er la prima volta una cinepresa ha
varcato la soglia dell’Accademia del
Teatro alla Scala, tempio sacro dedicato
alla ricerca della perfezione nell’Arte.
Hanno osato avvicinarsi i due giovani
registi Donati e Leone con grande rispetto. Non hanno imposto la loro presenza.
Per alcuni mesi, senza macchina, hanno
solo osservato cercando di capire, di farsi accettare, di confondersi tra allievi e
docenti. Hanno raggiunto una tale em-
Giraffada
Yacine è il veterinario dello zoo di
Qalqilya in Cisgiordania. La cittadina
sorge presso il muro che divide i
territori della cosidetta West Bank
palestinese da Israele. Ziad, il figlio di
Yacine, nutre un profondo amore per le
due giraffe dello zoo, Rita e Brownie:
trascorre con loro intere giornate, le
accudisce e le nutre. Una notte, durante
un raid aereo, Brownie viene colpita e
muore. Rita inizia a lasciarsi morire,
rifiutando il nutrimento. Yacine deve
assolutamente trovare un nuovo
compagno per Rita, ma l’unico modo
per procurarsi un’altra giraffa è
trafugarla da uno zoo in Israele.
Pertanto Yacine, insieme a Ziad e Laura
- giornalista francese invaghita del
veterinario – intraprende un pericoloso
viaggio al di là del muro.
Il suo piano è di rapire una giraffa
maschio nello zoo dove lavora un suo
amico e di portarla a Rita.
Dopo due giorni rocamboleschi i tre
riescono a passare il confine con la
giraffa Romeo e a ritornare a casa.
r. Rani Massalha or. Italia/Francia/
Germania/Palestina 2014 distr.
Visionaria dur. 85’
T
ema dominante del film è il rapporto padre-figlio. Per Ziad avviene il
passaggio dall’infanzia a una prospettiva più matura: se all’inizio il padre è visto come un piccolo dio, capace di fare
miracoli, questa fiducia nei poteri del
genitore viene distrutta allorché Yacine
non riesce a salvare la vita a Brownie. La
reazione di Ziad è violenta, arriva persino a gridare “ti odio” al padre: è la fine
patia con l’ambiente da mimetizzarsi
con esso tanto da rendersi quasi invisibili. Questo ha permesso loro di fotografare la realtà senza dover inventare
storie e scene perché era già storia quella che si svolgeva davanti ai loro occhi.
Per raccontare hanno evitato una voce
fuori campo per far posto all’ascolto del
cicaleccio dei ragazzi nei momenti di
pausa o durante le telefonate alle famiglie lontane, facendo emergere la loro
vita privata e la loro ferrea volontà di riuscire senza competizione, ma con reciproca amicizia e collaborazione.
Emozionante l’intervento del famoso
baritono Bruson “aldilà delle doti vocali e della tecnica si raggiungono le vette
dell’arte quando si sa comunicare e commuovere chi ascolta”. È l’obiettivo dell’Accademia, vera protagonista del film.
Il documentario è stato presentato al
Festival di Torino e ha ricevuto il premio
speciale Nastro d’Argento perché “emoziona e sorprende raccontando dietro le
quinte un’Accademia che trasforma la
passione e il talento in un’eccellenza della Cultura italiana nel mondo”. Vedi anche
in Il Ragazzo Selvaggio n. 105 p. 24. a.f.
dell’infanzia e delle sue illusioni. Ma poi
vedrà quanto l’amore di un padre sia capace di fare ‘miracoli’, benché in un’accezione diversa. Quanto sappia mettersi in gioco completamente.
Yacine finirà in carcere. Giraffada non
ci regala un lieto fine, ma Yacine ci ricorda quanto leggiamo in un passo del Vangelo di Giovanni (15.13): “Nessuno ha
un amore più grande di questo: dare la
vita per i propri amici”.
Il regista ha detto: “Ogni moderna fiaba
che si rispetti non può che arricchirsi di
senso ed emozioni dalla presenza di animali: in questo caso sono due giraffe - animali bellissimi, esotici, delicati -, esposte
anche loro alla follia e alla violenza umana. Anzi esposte ancor più tragicamente
perché tali follie e violenze non possono
comprendere. E così le disavventure della
coppia di giraffe diventano una metafora
delle disavventure di noi umani. Così la
vulnerabilità delle giraffe è la nostra vulnerabilità, portata all’estremo: non hanno
voce per parlare, vivono in gabbie con sbarre ben visibili (ma il muro palestinese non
è forse una gabbia?). Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 107/108, p. 18. a.s.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
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DAI 14 ANNI
DAI 12 ANNI
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Godzilla
1999. Joe Brody è costretto a sacrificare
la vita di sua moglie per impedire la
contaminazione della città di Janjira
dopo l’attacco alla centrale nucleare.
Nei successivi 15 anni l’uomo indaga
su quanto è accaduto, certo com’è che
le cause del disastro siano state
nascoste.
Insieme a suo figlio Ford scopre così che
il responsabile è una creatura
preistorica, il MUTO, che si nutre di
radiazioni e che ha fatto il suo bozzolo
nella zona, costantemente monitorato
da una squadra comandata dallo
scienziato giapponese Serizawa.
Ma il MUTO non è solo: già nel 1954
Godzilla, un altro e più temibile
predatore, era stato individuato dalle
autorità.
Quando il MUTO infine si risveglia, la
sua attività esercita un richiamo che
riporta in superficie anche Godzilla.
Dopo la morte di Joe, Ford deve quindi
mettere le sue abilità al servizio
dell’emergenza globale e ricongiungersi
alla famiglia.
r. Gareth Edwards or. Usa/Giappone,
2014 distr. Warner Bros dur. 123’
I
n sessant’anni di attività, fra grande
schermo, tv, libri e fumetti, Godzilla
ha continuato a rappresentare un simbolo dell’inconscio collettivo e delle paure
connaturate alla cognizione che l’uomo
non è il reale centro dell’universo. Così,
le imprese dei mostri ritratti nel film
chiamano idealmente in causa il disastro
nucleare di Fukushima, lo tsunami nel
Grand Budapest
Hotel
1968. Uno scrittore trascorre un soggiorno
in un albergo fatiscente e conosce il
proprietario Zero Moustafa. Questi
racconta come sia entrato in possesso
dell’hotel.
Si torna a quando l’uomo era garzone in
prova e Gustave il concierge del Grand
Budapest Hotel, amato dagli ospiti. In
particolare da Madame D. che un giorno
gli rivela il presentimento che non si
rivedranno più. Poco dopo giunge la
notizia della morte della donna.
Gustave con Zero si reca a darle l’estremo
saluto. Presente alla lettura del
testamento, viene a sapere che Madame
D. gli ha lasciato in eredità un famoso
dipinto. Approfittando della confusione,
porta via il quadro. Nel frattempo le
indagini sull’assassinio di Madame D.
inducono a ritenere che sia lui il colpevole
ed è incarcerato. Ma riuscirà a provare la
propria innocenza e scoprirà una lettera
autografa della compianta che lo nomina
erede di tutti i suoi beni, incluso l’albergo.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Wes Anderson or. Usa 2014 distr.
20th Century Fox dur. 100’
A
nderson ci riporta alle atmosfere a
cavallo tra le due guerre. Omaggio a
un’Europa che ha i colori pastello di un
fondale scenografico, in cui l’autore ricrea l’universo affascinante dei grandi
alberghi del periodo.
Privilegia figure-simbolo che si confrontano con la Storia, pur senza rinunciare alle stravaganze e a quell’inconfondibile misto di ilare serietà e determinazione che ne caratterizza l’agire in una
trama che si dipana in un noir.
Sud-Est asiatico del 2004, gli attacchi cittadini dell’11 Settembre 2001, in una sorta di compendio dei traumi globali che
hanno minato (e allo stesso tempo foraggiato) l’immaginario del mondo a cavallo dei due millenni.
Ciò che più colpisce però è il doppio
passo di una pellicola che da un lato tenta quasi di sabotare l’elemento umano
per ridare centralità ai giganteschi mostri, solleticando in tal modo la cifra “mitica” su cui queste storie prosperano. A
questo fa da contrappunto una tendenza, poi, a stare su storie “piccole”, come
quella della famiglia Brody, che del film
è l’autentico cuore pulsante, di cui seguiamo le peripezie, le dinamiche filiali e i sentimenti contrastati, fra separazioni traumatiche e voglia di ricongiungimento.
Come a dire che, se da un lato il campo è tutto per i mostri, unici in grado di
determinare lo spazio nel quale l’uomo
possa permettersi di muoversi, dall’altro
sono i sentimenti a garantire alla martoriata umanità l’unica chiave di volta per
esserci nel mondo. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 5. d.d.g.
Dedicato a Stefan Zweig, autore le cui
opere furono bruciate dai nazisti, Grand
Budapest Hotel è ispirato a un profondo
pacifismo e quel suo prendere posizione
contro l’ottusità di chi ha obbedito ciecamente al nazismo è un monito nei confronti di ogni dittatura. Ma la vicenda non
ha nulla di realistico, i toni sono quelli di
una favola surreale a cui il regista imprime un dinamismo inatteso, con colpi di
scena a ritmo di slapstick comedy.
Grand Budapest Hotel ha una complessità compositiva che si esplica in un
gioco di scatole cinesi, dove una vicenda rimanda a un’altra avvenuta in epoca precedente, entrambe racchiuse da
una cornice che apre e chiude il film.
Stilisticamente il cineasta mette in
piedi un’imagerie coloratissima, a partire dalla composizione di ogni inquadratura, simile a un dipinto in movimento.
Costruito come un conte philosophique, il film sottolinea i valori dell’amicizia e della parola data, è un’avventura
visiva al sapore di un Courtesan au chocolat e dal profumo inconfondibile di
Air de panache. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 6 e 7. l.c.
DAI 16 ANNI
DAI 12 ANNI
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Gravity
La Dott.ssa Ryan Stone è per la prima
volta nello spazio per lavori di
manutenzione al telescopio Hubble.
Mentre si trova sul posto la sua
navicella viene colpita da uno sciame
di detriti causati dall’esplosione di un
satellite russo. Separata dai compagni e
costretta a seguire quanto ha imparato
nelle esercitazioni, la donna viene
guidata via radio dal pilota Matt
Kowalski, che però ben presto muore
nell’incredibile catena di disastri
generati dai detriti.
Ogni sforzo di riguadagnare il
controllo della situazione sembra
vanificato dall’incalzare degli eventi,
tanto che la sfortunata astronauta sarà
costretta dapprima a raggiungere la
Stazione Spaziale Internazionale e poi,
da lì, la stazione orbitante cinese
Tiangong 1.
L’avventura diventa per Ryan anche
un’occasione per riflettere sulle scelte
compiute nella sua vita, sui traumi
sepolti nel passato e sulla sua reale
voglia di vivere.
r. Alfonso Cuarón or. Usa/Gran Bretagna
2013 distr. Warner Bros dur. 90’
G
ravity staziona perennemente fra la
vastità e la ristrettezza dello spazio,
e fra la pregnanza di dialoghi che fissano punti fermi e gesti che invece evocano l’indeterminato.
Cuarón imbastisce un complesso
spettacolo dove la tecnica usata per riprodurre l’assenza di gravità genera nello spettatore una vertigine potentissima; ma lo fa per dare forma a un raccon-
Hannah Arendt
Scappata dagli orrori della Germania
nazista, la filosofa ebrea Hannah
Arendt nel 1940 si rifugia con il marito
e la madre negli Stati Uniti. Qui
diviene tutor universitario, attivista
della comunità ebraica di New York, e
collabora con alcune testate
giornalistiche.
Quando il Servizio segreto israeliano
rapisce Adolf Eichmann a Buenos Aires
e lo porta a Gerusalemme per
sottoporlo a giudizio, decide di
presenziare al processo in aula.
William Shawn, responsabile della
rivista New Yorker, si dimostra molto
favorevole alla sua partecipazione.
Hannah si ritrova così in tribunale a
seguire il dibattimento contro il
funzionario nazista Adolf Eichmann
(responsabile dei trasferimenti degli
ebrei nei campi) da cui prenderà
spunto per scrivere La banalità del
male, un libro che susciterà scandalo e
polemiche soprattutto negli Stati Uniti
e in Israele dove fu censurato da Ben
Gurion fino al 2002.
r. Margarethe von Trotta or.
Germania/Lussemburgo/Francia 2012
distr. Nexo Digital, Ripley’s Fi dur. 114’
M
argarethe von Trotta per il biopic di
Hannah Arendt si è documentata
sui libri, sulle lettere della giornalista, sulle testimonianze dirette scoprendo una
donna affascinante, spiritosa e piacevole,
un personaggio complesso e discusso all’epoca per i suoi scritti. La pellicola mostra la protagonista nel corso dei quattro
anni (dal 1961 al 1964) in cui assiste, scrive e affronta la reazione ai suoi articoli sul
criminale di guerra nazista Adolf Ei-
to “piccolo” e intimo, dove la distruzione spaziale esteriorizza un conflitto interno riconducibile comunque a una sola persona. Lo spazio che noi vediamo riprodotto sullo schermo, per quanto
scientificamente esatto nel mostrare
l’inerzia dei corpi alla deriva, è in realtà
un enorme schema metaforico che guarda al cuore di una donna indifesa.
Ecco dunque che la sfida più grande
che il film si pone è quella di trovare la
sintesi fra la meccanica e le regole inderogabili della fisica, e l’inafferrabilità dei
meccanismi cui è sotteso l’animo della
gente. La battaglia che Ryan deve affrontare per riuscire a guadagnare la propria
salvezza è dunque quella che la porti a riguadagnare una stabilità, sfruttando a
proprio vantaggio l’assenza di gravità.
Per certi aspetti è come se la donna sia
costretta a ricreare una propria gravità,
ponendosi dunque in una posizione che
non sia subalterna al caos che ha generato l’avventura, ma che anzi sfrutti lo
stesso assumendo un ruolo critico e consapevole rispetto a quanto accade. Vedi
anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102,
p. 8 e 9. d.d.g.
chmann, sostenuta dal marito e da una ristretta cerchia di amici.
Osservando il personaggio della Arendt
avvertiamo l’intensità della sua figura che il
film descrive con primissimi piani nel suo
affascinante mix di supponenza e vulnerabilità. La regista intreccia il pubblico e il privato di Hannah mostrandoci, attraverso
pochi ma importanti flashback, l’amore
giovanile per il suo maestro-amante Martin
Heidegger, seguace del nazismo. I fitti dialoghi con l’amica del cuore, la scrittrice Mary McCarty che la difende strenuamente.
Quindi moglie affettuosa, innamorata del
marito Heinrich, considerato “la sua casa”.
Nella seconda parte del film dedicata al
processo, rafforzano le tesi di Hannah immagini di repertorio, dove Eichmann, appare raffreddato e malconcio, inquadrato
dalle telecamere di tutto il mondo, un
omino che, tremolante, risponde alle domande del Procuratore generale. La
Arendt entra nell’ infuocato tribunale di
Gerusalemme aspettandosi di vedere un
mostro, ma scopre la sciatta mediocrità di
una persona che non coincide con la ferocia delle sue azioni. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 8 e 9. m.m.
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DAI 16 ANNI
DAI 16 ANNI
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Ida
1962, Polonia. Anna è una giovane
orfana cresciuta in convento. Quando
scopre di avere una zia, Wanda, è a un
passo dal prendere i voti. La Madre
Superiora le consiglia di raggiungere
Varsavia per conoscere la sua unica
parente ancora in vita, prima di
decidere definitivamente quale strada
intraprendere.
Wanda, sorella della madre defunta, è
un magistrato comunista, che in
passato ha combattuto con i gruppi
della Resistenza. Le rivela che il suo
vero nome è Ida, che la sua famiglia ha
origini ebree e che durante la guerra fu
vittima di persecuzioni, che costarono
la vita ai genitori della ragazza.
Recatesi nella vecchia fattoria dove la
sua famiglia si era nascosta durante la
guerra, scoprono che un contadino
locale li tradì causandone la morte.
Per Ida si apre un capitolo nuovo della
sua vita, un viaggio alla scoperta delle
sue radici, accompagnata da una
donna disillusa, che cela una
sofferenza dilaniante.
r. Pawel Pawlikowski or. Danimarca/
Polonia 2013 distr. Parthénos dur. 80’
I
viraggi di grigio e i neri foschi, il formato anacronistico dell’inquadratura
1,37:1, il posizionamento delle figure
umane all’interno del quadro stesso, rendono interessante dal punto di vista linguistico Ida, senza per altro eccedere in
estetismi. La retorica di Pawlikowski non
è pedante ma efficace nel definire racconto e psicologie. Anna, castigata nell’abito monacale, all’inizio è quasi marginalizzata all’interno dell’inquadratura,
come a esprimere la condizione esisten-
In grazia di Dio
Salento, Puglia. Costretta a chiudere
l’azienda di famiglia a causa dei debiti
dovuti all’assenza di clienti, Adele si
ritrova senza lavoro, senza soldi e senza
casa, con una famiglia da mantenere.
L’anziana madre propone di trasferirsi
nell’unica proprietà rimasta, una
piccola masseria con qualche ettaro di
terreno. Loro malgrado, le sorelle Adele
e Maria Concetta devono darsi da fare
per rimettere in sesto la campagna e
l’abitazione.
Adele baratta i prodotti faticosamente
coltivati con la benzina, il cibo, i
medicinali, la fornitura di energia
elettrica. Ma è sempre più stanca e
scontenta delle relazioni familiari, che
lasciano a lei tutto il peso della
gestione domestica ed economica di
quella situazione precaria.
È in particolare Ina, sua figlia, a darle
le maggiori preoccupazioni che
culminano in un duro scontro quando
la ragazza, molto mondana e poco
studiosa, annuncia di essere incinta.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Edoardo Winspeare or. Italia 2013
distr. Good Films dur. 127’
T
re generazioni stanno strette l’una
all’altra e celano la reciproca insofferenza in nome di un bene comune che
possiedono, l’azienda tessile alla cui gestione tutti partecipano. Quando i privilegi di città spariscono, divorati da un
sistema economico iniquo, in quella periferia di mondo l’equilibrio si rompe.
Vito, l’unico uomo di casa, emigra in
Svizzera e lascia la sorella Adele, la più
ziale di questa novizia che pare aver già
scelto quale strada percorrere (votarsi a
Cristo) senza aver di fatto conosciuto altro fuori dal convento.
La comparsa della zia, preludio alla
scoperta di una storia familiare inimmaginabile, la trasforma gradualmente.
Wanda, dipendente da fumo e alcol, le
restituisce il suo vero nome, Ida, e mentre indaga con lei nel tentativo di scoprire dove siano sepolti i suoi genitori, la assedia con proposte di vita audaci.
La dialettica che ne scaturisce definisce lentamente un viaggio verticale nelle due donne, mentre la vicenda del rinvenimento delle ossa di madre e padre
in una fossa vicina alla loro vecchia casa
perde di peso. Lo squallore della dinamica che trasformò un uomo cattolico in
criminale, colpevole di aver ucciso i coniugi per impossessarsi della loro casa
approfittando dei rastrellamenti ai danni degli ebrei, è un dettaglio in uno scenario terrificante: una pagina vergognosa in un’enciclopedia degli orrori quale fu
la Polonia conquistata e devastata dalla
seconda guerra mondiale. Vedi anche in
Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 12 e 13. a.l.
coinvolta nella conduzione dell’azienda, a cercare di sbrogliare la matassa di
burocrazia che si fa via via più complicata. Tutto deve riprendere dal punto zero:
la nonna Salvatrice propone di tornare in
campagna, in una piccola casa abbandonata.Niente di esaltante, soprattutto agli
occhi di Ina che non ne vuole sapere di
una vita così: la casa è isolata, i cellulari
prendono a stento, ma è l’unica possibilità di sopravvivenza.
Ci vengono mostrate una serie ben
calibrata di riprese di vita all’aria aperta,
schiette, vere, per nulla idilliache: l’alzarsi presto e il coricarsi senza luce, il
caldo, la polvere, la fatica di stare chini a
zappare, seminare, togliere le erbacce.
Inquadrature di viottoli di campagna che
conducono al nulla, in un paesaggio
splendido e rigoglioso - un uliveto che
guarda il mare - ma immobile e povero di
umanità. La povertà che le quattro donne vivono riflette la povertà morale dei
personaggi, le incomprensioni, la superficialità. Nessuno di loro è del tutto positivo, ciascuno cova un sordo rancore nei
confronti degli altri. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 14 e 15. c.m.v.
DAI 14 ANNI
DAI 14 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Incompresa
Aria (9 anni), vive stretta tra la sorella
maggiore, figlia di primo letto del padre
e l’altra di poco più giovane, frutto di
una precedente relazione della madre.
Lei è la figlia della pianista e dell’attore,
artisti centrati su di sé, incapaci di gesti
d’amore, saturi di un rapporto giunto al
capolinea.
Il film, ambientato nel 1984, racconta
un anno nella vita di Aria, quando deve
fare i conti con il nuovo assetto
familiare, dividendosi tra i due genitori
separati. Il suo è un faticoso girovagare
tra le due abitazioni alla vana ricerca di
un focolare dove essere accolta, unica
compagnia un gatto nero raccolto per
strada.
Crede di poter contare sull’amica del
cuore, ma ne rimarrà delusa. Si rifugia
nella scrittura, i suoi temi le fanno
guadagnare un pubblico
riconoscimento. Ma neanche i successi
scolastici sembrano toccare i suoi
genitori. Ad Aria non resta che meditare
un gesto estremo per conquistare
finalmente la loro attenzione.
r. Asia Argento or. Italia/Francia 2014
distr. Good Films dur. 106’
I
l film, pur narrando la tragica storia di
un’infanzia delusa e oltraggiata, sceglie
uno stile a tratti grottesco, surreale, spiazzante, dai toni esasperati. Aria racconta in
prima persona il mondo contraddittorio
nel quale è costretta a vivere. Abituata al benessere, deve fare i conti con l’ammirazione invidiosa dei compagni di scuola e con
la certezza che ai privilegi economici non
corrisponde un appagamento affettivo.
Il film sceglie una strada difficile, in cui
gli adulti agli occhi di una bambina arrabbiata, delusa e addolorata, sono maschere mostruose, pietrificate dall’insincerità e dall’assenza del sentimento.
Le due sorelle di Aria non conoscono il
piacere della complicità e della condivisione. Entrambe vivono il privilegio di essere le prescelte del padre e della madre.
Aria è la pecora nera, ha i capelli corti,
è magra, ha un mondo interiore ricco, è
sensibile e capace di sguardo critico. Vive
divisa tra il mondo dei coetanei e quello
degli adulti: è libera. Ingenua e smaliziata, ha bisogno di essere sostenuta e compresa almeno dalla sua amica del cuore,
che mette continuamente alla prova fino
a sentirsi rifiutata anche da lei.
Se gli adulti sono crudeli, pure i bambini lo sono, e uno scherzo di cattivo gusto arriva anche dai compagni di scuola.
Il film è stato girato in pellicola per dare alla fotografia una grana che assomigliasse alle istantanee delle Polaroid. La
colonna sonora, coinvolgente, si rende interprete degli stati d’animo di Aria. Vedi
anche in Il Ragazzo Selvaggio n, 106, p. 8
e 9. a.ma.
Un insolito
naufrago nel
tranquillo mare
d’Oriente
Jafaar rappresenta l’uomo comune,
costretto a vivere una vita dove ogni scelta individuale sembra essere vietata. Da
quando il maiale è entrato nella sua vita, l’unico pensiero è liberarsene. Paradossalmente invece, man mano che la
vicenda si dipana, la sua presenza conLe cochon de Gaza
sentirà di trovare dei punti di solidarietà tra le due parti in conflitto.
Jafaar è un pescatore palestinese che vive
Per la religione islamica il maiale è cocon la moglie lungo il muro della Striscia
sì impuro che non si può nemmeno tocdi Gaza. Sorvegliato dai militari israeliani,
care. Anche per l’ebraismo è lo stesso, gli
una mattina pesca un grosso maiale.
ebrei li allevano su assi sospese perché
Poiché l’animale è ritenuto impuro dalla
non tocchino il suolo sacro; quando il
r. Sylvain Estibal or. Francia/Germania/
religione islamica decide di sbarazzarsene.
maiale deve camminare su quello palestiBelgio 2011 distr. Parthénos dur. 99’
Ma non ci riesce. Nel frattempo scopre che
nese viene dotato di calzini.
vicino a lui i coloni ebrei allevano in gran
Virando dal sacro al profano, come
on questa commedia l’esordiente elemento comune tra palestinesi e israesegreto proprio dei maiali per la loro
Sylvain Estibal, scrittore e giornali- liani viene preso l’interesse per le telenocapacità di fiutare gli esplosivi.
Lungo il recinto della colonia conosce una sta franco-uruguayano, estraneo alle due velas, che diventano punto di partenza
giovane russa interessata alla potenzialità nazionalità in gioco nel film, invita a ri- per riflessioni sulla situazione politicoflettere su due fatti. Il primo è che, co- sociale. Questo prodotto televisivo apriproduttiva del maiale e così pensa di
aver trovato la soluzione ai suoi problemi munque la si pensi, la questione palesti- passiona, fa arrabbiare e commuovere
nese ha una rilevanza universale. Il se- uomini e donne, giovani e vecchi in ogni
economici e la risposta alle sue preghiere.
condo che il dramma di quei territori angolo della terra, quindi a buon diritQuando tutto sembra procedere per il
può essere raccontato anche con ironia to può trasformarsi in strumento di coverso giusto, un gruppo di terroristi
e leggerezza, ma non per questo con mi- municazione anche a Gaza. Vedi anche
integralisti lo recluta suo malgrado,
nore serietà.
mandando in aria l’affare e la sua vita.
in Il Ragazzo Selvaggio n. 106, p. 30. s.s.
C
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DAI 16 ANNI
DAI 14 ANNI
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Jersey Boys
New Jersey tra gli anni 50 e i primi anni
70. Anche qui gli italo-americani sono
spesso collusi con la mafia e i giovani
fanno dentro e fuori la galera. Come
Tommy, amico di Frankie, che ha la voce
in falsetto.
Frankie e Tommy, “sciupafemmine”
scapestrati, decidono di creare una band
alla quale si aggiungono Bob, di buona
famiglia e bravo compositore, e Nick,
figura minore ma essenziale.
I quattro hanno un successo strepitoso,
diventano i leggendari Four Season:
donne, soldi e potere. Ma nel gruppo
cominciano a formarsi le prime crepe e
Frankie inizia una carriera da solista
perché le vicende private dei “cattivi
ragazzi” segnano i volti e le anime:
Frankie si sposa troppo presto, muore la
sua figlia minore e lui si sentirà
responsabile. A questo punto si spezza il
difficile, ma forte legame con Tommy che
costringe la band a sobbarcarsi un debito
contratto con la criminalità organizzata.
Il mitico gruppo si scioglie.
Resta la musica.
r. Clint Easwood or. Usa 2014 distr.
Warner Bros Italia Dur. 134’
J
ersey Boys è il racconto della nascita di
una band musicale, un racconto biografico, ma è soprattutto il racconto di
un’epoca, un racconto che diventa universale.
L’epoca è quella in cui tutti i desideri
erano a portata di mano. L’epoca di Elvis e di Frank Sinatra: dell’alcol, della
droga, della vita vissuta al massimo, della gioventù. Ma la giovinezza è una del-
Jimmy P.
Alla fine della seconda guerra
mondiale Jimmy Picard, un nativo
indiano della tribù dei Blackfoot, inizia
a soffrire di terribili mal di testa,
attacchi di panico e intermittente
cecità. Ricoverato all’Ospedale militare
per veterani di guerra di Topeka, in
Kansas, specializzato in malattie
psichiatriche, Jimmy si chiude in se
stesso finché non è affidato a Georges
Devereux, un antropologo e
psicanalista francese, di origini
ungheresi, specializzato nello studio
delle culture altre da quelle
Occidentali, comprese quelle dei nativi
americani.
Georges è un uomo brillante, pieno di
entusiasmo e competenza; troverà in
Jimmy un interlocutore di grande
umanità, afflitto da un disagio
psicosociale che riuscirà a individuare
e guarire. Oltre alla dimensione
puramente medica, però, si instaura
tra i due un rapporto di profonda e
solida amicizia.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Arnaud Desplechin or. Usa/Francia
2013 distr. Bim dur. 114’
I
l primo film in lingua inglese di Arnaud
Desplechin è la vicenda travagliata di
una ricerca interiore e di un’amicizia. La
storia di un uomo silenzioso e intimamente dolente, ispirato alla vita vera di
Jimmy Picard, nativo americano il cui dolore nascosto è stato smosso dalla guerra e ora viene ricomposto dal racconto.
Non è cambiato il modo di esporre e filmare i sentimenti per il regista: i personaggi ce ne mostrano i cambiamenti sottili attraverso le espressioni del volto o la
le fasi dell’esistenza: dovrebbero seguire la maturità e la saggezza della vecchiaia. Forse i quattro protagonisti del
film sono rimasti eterni Peter Pan in cerca di leggerezza, anche se la vita ha presentato il conto. Interessante l’idea di
farli parlare in camera, in un dialogo diretto con lo spettatore, per uscire dal
personaggio/performer ed essere liberi
di raccontarsi da uomini tra gli uomini.
Lo stile di Eastwood è riconoscibile
nella scelta di una regia e di una composizione delle inquadrature sempre razionale e controllata come a voler contenere tutto l’eccesso che quella vita passata portava con sé. Infatti: spenti i riflettori, tolti i lustrini, suonata l’ultima nota, cosa resta? Dovrebbero rimanere i valori tanto cari a un uomo dell’età del regista, per di più americano fino all’osso:
la lealtà, l’amicizia, l’onore, il coraggio.
Non una parola in eccesso, un gesto,
un’azione inutile: tutto è calibrato per
farci conoscere da vicino i personaggi e
da dentro la band. La sceneggiatura può
sembrare banale, ma riesce comunque
ad affascinare il pubblico. Vedi anche in
Il Ragazzo Selvaggio n.106, p. 22. a.m.
forma delle parole. Nel lungo dialogo che
si estende per tutto il film Jimmy e il dottor Devereux raccontano e vivono grazie
alle parole ogni emozione. Devereux chiede al suo paziente la traduzione nella lingua del Blackfoot delle parole più importanti, per imparare e per rendere complice Jimmy della sua stessa vita.
C’è disequilibrio fecondo, però, nella messa in scena di Desplechin. Nella ripetizione e nella dilatazione dei tempi si
individua la necessità del dire e dell’essere detto. Salvo poi, fornirci solo indizi
sulla vita di Devereux, antropologo di
origine ungherese di cui, però, non si
può parlare, in fuga dall’Europa nonostante abbia “francesizzato” il suo nome, in polemica con l’ordine dei medici in quanto non propriamente medico,
e innamorato di una donna che, però,
non gli appartiene. I dettagli sono spiegazione per quel che riguarda Jimmy, si
infittiscono in una rete di omissioni per
quel che riguarda Devereux: osservatore “non osservabile”, alter ego del regista
che proietta nel film immagini di sé. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105,
p. 21. g.p.
DAI 6 ANNI
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Khumba
Cercasi strisce
disperatamente
Kumba
DAI 6 ANNI
Khumba è un cucciolo di zebra con le
strisce solo nella parte anteriore del corpo.
I suoi simili sono convinti che sia la causa
della siccità che ha colpito il loro territorio
e restano chiusi in una zona del deserto
per preservare l’unica pozza d’acqua.
Cresciuto, Khumba decide di avventurarsi
alla ricerca di una fonte magica che, come
gli ha detto la mamma prima di morire,
donerebbe le strisce alle zebre che vi si
immergono. Parte con Bradley, uno struzzo
artista, e Mama V, uno gnu protettivo.
Il gruppo, cui si aggiunge un branco di
antilopi, affronta vari pericoli: ad esempio
Phango, leopardo predatore, sempre però
meno degli umani che vogliono catturare
fotografie degli esemplari della giungla.
La tenacia e il coraggio di Khumba e gli
amici saranno di esempio per gli altri
animali e gli spettatori che capiranno
come la vera “fonte magica” sia la diversità
che rende unici.
r. Anthony Silverston or. Sudafrica 2013
distr. Eagle dur. 83’
V
arcare i confini, soprattutto quelli
imposti da altri, significa crescere:
ed è quello che fa Khumba, insegnandolo anche agli spettatori più piccoli.
Si viaggia nella foresta, luogo simbolo delle avventure fiabesche, dove gli eroi
sono costretti a mettersi alla prova, a superare pericoli e paure e dove, alla fine
del viaggio, ci si scopre più maturi.
Khumba, nel suo percorso di formazione, è aiutato da amici che rappresen-
The Lego Movie
Emmet, un operaio edile Lego, viene
erroneamente identificato come la
figura chiave per salvare il mondo. Si
troverà così a guidare una missione
epica per fermare il tirannico Presidente
Business, un malvagio imprenditore che
tenta, con difficoltà, di conciliare tutti i
dettagli della propria vita con una sete
di dominio mondiale. Una missione per
cui Emmet è impreparato, ma ad
aiutarlo ci saranno dei compagni di
avventura: Lucy, ‘dura come una roccia’;
Vitruvius, anziano saggio hippie con la
sua voluminosa barba bianca;
l’enigmatico Batman, fidanzato di Lucy;
Barbacciaio, spavaldo pirata in cerca di
vendetta nei confronti del Presidente
Business; la dolce e amabile Uni-Kitty
che guida il regno di Cloud Cuckoo
Land; Benny, l’uomo dello spazio
anni 80.
Riuscirà Emmet, impreparato, a portare
a termine la difficile missione sfuggendo
anche alle grinfie del fedele braccio
destro del Presidente, Poliduro/
Politenero?
r. Phil Lord, Christopher Miller, Chris
McKay or. Australia/Usa/Danimarca
2014 distr. Warner Bros dur. 100’
T
he Lego Movie è il film in 3D che ha
fatto registrare in Usa il maggiore incasso di fine 2013, un successo ripetuto
ovunque nel mondo. I motivi sono tanti,
a partire dalla trama, pur classica, che si
muove su due livelli di senso: uno per i più
piccoli, stimolati nella creatività dagli oltre 15 milioni di mattoncini utilizzati, l’altro per gli adulti, che ridono davanti a citazioni cinematografiche di quando i piccoli accompagnati al cinema erano loro e
vedevano per esempio Guerre stellari
tano altre forme di diversità oltre alla
propria: Bradley è una buffa macchietta, Mama V è lo gnu che diventa per
Khumba una figura materna.
Poi, nel suo cammino, la zebra incontra il cane selvatico, l’aquila nera e solitaria, e il branco di antilopi, loro sì tutte
uguali, ma capaci di essere bravissime
giocatrici di rugby e di estirpare staccionate. Tutti animali diversi, appunto; tutti con una peculiarità che può essere utile a ottenere il risultato finale.
Ma anche i limiti o i difetti possono
contribuire a creare armonia nel gruppo. Il protagonista è vittima di pregiudizio e quindi viene emarginato dalla sua
comunità, ma poi, grazie al coraggio e
all’intraprendenza, si renderà conto che
“essere diversi” può costituire un valore aggiunto sia per se stessi sia per la
stessa comunità da cui era stato allontanato.
Khumba diventerà consapevole del
fatto che non è importante il numero
delle strisce che colorano il suo manto,
ma che più dell’apparenza è importante l’interiorità. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n. 104, p. 35. a.m.
(1977) e personaggi dell’immaginario di
almeno due generazioni.
Il risultato è un’avventura dai ritmi
mozzafiato che certamente ha consapevolezza dell’operazione, ma è impossibile resistere alla presenza così familiare a
tutti, e nello stesso tempo sempre affascinante, dei mattoncini usati per tutto
ciò che si vede: acqua, fumo, rocce, supereroi, animali.
La cosa incredibile è che i veri pezzi Lego® arrivano solo dopo un’ora, quando
una scena dal vero mostra un ragazzino
che sta giocando con una città costruita
con i mitici pezzi. Solo allora si capisce
che la storia del film è concepita come se
un bambino e un adulto giocassero insieme: il bambino inventando situazioni improbabili e l’adulto divertendosi a fare
continue citazioni. Il finale riesce a intersecare il mondo dei Lego a quello umano:
chi vince non è l’adulto che vuole rendere gli scenari Lego definitivi attaccando i
mattoncini con una super colla, ma il
bambino che gli fa capire l’importanza
di poter distruggere e ricostruire situazioni sempre nuove. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 36. s.s.
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DAI 16 ANNI
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20
Lei
Her
Los Angeles, in un futuro non lontano.
Theodore lavora in una società
specializzata. Deluso dalla fine del
matrimonio con Catherine, s’interessa al
Sistema Operativo avanzato a controllo
vocale, dotato di coscienza, che promette
di essere un’entità unica e intuitiva.
Appena lo avvia, conosce Samantha,
brillante voce femminile che dimostra di
essere molto intelligente, sensibile e
spiritosa.
Man mano che i desideri dei due crescono,
la loro amicizia matura fino a diventare
amore. Pur comunicando regolarmente
con una coppia di amici, Amy e suo
marito, Theodore trova in Samantha, che
non vede mai, l’amour fou e un mentore
con la possibilità straordinaria di uscire
dalla solitudine. Così, ritrova anche la
gioia e la spensieratezza che riteneva
perdute.
Tuttavia le delusioni d’amore provate con
Samantha lo spingeranno a incontrare la
sua amica reale Amy, reduce nel frattempo
anch’ella da dolorosa separazione.
r. Spike Jonze or. Usa 2013 distr. Bim
dur. 120’
J
onze ci regala un’opera, dimessa
quanto preziosa, di fantascienza sull’amore come sui rapporti uomo-macchina o uomo-Intelligenza Artificiale.
I temi hollywoodiani dell’amore romantico e della “guerra dei sessi” si ribaltano con toni soft, con tratti ironici ma
scientificamente corretti e cenni che preludono all’umanesimo ibrido (postumano), composto di uomini e macchi-
Locke
Ivan Locke è un capocantiere che ama
il proprio lavoro e un premuroso padre
di famiglia. Alla vigilia di un impegno
imponente riceve la telefonata di un’ex
assistente con cui ha avuto una
relazione che, rimasta incinta, sta per
partorire. La donna non ha famigliari
e Ivan, anziché rientrare a casa, dove lo
aspettano la moglie e due figli, si sente
in dovere di andare ad assisterla, oltre
che di assumersi la paternità del
bambino.
Lungo il percorso per raggiungere
l’ospedale dove si trova la partoriente, a
bordo della propria auto l’uomo tenta
di spiegare la situazione alla consorte.
Al contempo deve fronteggiare la
delicata situazione lavorativa.
Anche di fronte alla minaccia di
licenziamento assicura al datore di
lavoro che la colata di cemento prevista
all’alba andrà a buon fine.
A tal proposito, infatti, contatta un
fidato assistente, a cui impartisce
ordini e verifiche per garantire che
tutto proceda come deve.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Steven Knight or. Usa/Gran Bretagna
2013 distr. Good Films dur. 85’
I
n Locke, sin dalle prime battute, non vi
è alcuna incertezza sulla scelta intrapresa dal protagonista e tuttavia si resta
incollati davanti allo schermo, testimoni di un’odissea umana.
Steven Knight, nel raccontare la vicenda di Ivan Locke firma una “scommessa” cinematografica. Un film sperimentale sul piano linguistico ed essenziale per come si spoglia di qualunque
orpello scenografico.
Il film è girato in tempo reale all’interno dell’abitacolo di un’automobile
ne interagenti (compreso il rimando al filosofo hippy Alan Watts che coniugò il
pragmatismo americano con lo zen giapponese). La morale sta nella permanenza dell’amore corrisposto, ieri e domani,
come crescita e maturazione, morte e
rinascita, ascolto e responsabilità tra le
persone, macchine comprese, soprattutto giovani. Theodore, come tutti e come l’amica che ritrova, più di ogni cosa
vuol essere “riconosciuto”. Come tutti
cerca un legame profondo, duraturo, ma
allo stesso tempo ne ha paura.
Il film si segnala per la creazione di un
“mondo” narrativo intimo quanto reale,
per le qualità del décor con una Los Angeles utopica e più “umana” (immaginata con lo studio architettonico-artistico
newyorchese Diller Scofidio+Renfro e in
parte girata a Shanghai), grazie ai colori
sull’arancione, gli ambienti omogenei, i
ritmi lenti dei movimenti dei personaggi,
come alla recitazione sincera e sincronizzata di Phoenix e Johansson, premiata al Festival di Roma come miglior attrice per le capacità vocali, mutevoli e molto seduttive. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102, p. 31. e.g.
in corsa. L’unico protagonista è inquadrato per lo più in primo piano. Il tessuto narrativo si alimenta delle telefonate
che via via fa e riceve. È infatti dal loro
susseguirsi e dal tono sempre più concitato e grave che si comprende quanto
è successo e, come in un flusso di coscienza emergono alcuni nodi irrisolti
della vita dell’uomo, in particolare il doloroso rapporto con il padre che lo ha
abbandonato. Un personaggio che il regista tratteggia volutamente pragmatico, che nella sua ordinarietà è esemplare, per quel suo rigore che lo rende assimilabile, si potrebbe azzardare, a un
eroe classico.
Locke è un intenso kammerspiel dal
ritmo serrato, un corto-circuito emotivo,
un film la cui originalità e forza espressiva risiedono nel felice connubio tra la
ricerca linguistica dei nuovi mezzi cinematografici digitali e l’asciuttezza compositiva che rimanda all’espressione teatrale, facendo proprie le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione e affidandosi alla forza recitativa del suo protagonista. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio
n. 105, p. 27. l.c.
DAI 10 ANNI
DAI 12 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
La mafia uccide
solo d’estate
Arturo è stato concepito a Palermo la
sera in cui Riina, Provenzano, Bagarella
e due affiliati del clan Badalamenti travestiti da agenti della Guardia di
Finanza - uccisero Michele Cavataio
dando inizio alle stragi di mafia. La sua
vita sarà segnata da quell’episodio e
dagli incontri con coloro che vissero quel
momento da entrambe le parti della
barricata: conoscerà il giudice Rocco
Chinnici e intervisterà il generale Dalla
Chiesa; deciderà anche di lavorare per la
campagna elettorale di Salvo Lima.
Arturo cresce tra reticenze e coraggio, ma
soprattutto con due passioni: quella per
il giornalismo e quella per Flora, di cui è
da sempre innamorato. Poi c’è Giulio
Andreotti che per Arturo è incarnazione
di giustizia, intelligenza e deus ex
machina di tutti i mali italiani.
La strage di Capaci sarà una
deflagrazione per le coscienze e allora
anche Arturo e Flora troveranno il
coraggio di ribellarsi.
r. Pif (Pierfrancesco Diliberto) or. Italia
2013 distr. 01 Distribution dur. 90’
P
if riaccende l’attenzione sul tema
della mafia attraverso gli occhi di Arturo, anima candida in una realtà crudele. Il regista viene dalla tv e questo emerge nel montaggio serrato e nel sarcasmo
che permea gran parte del film.
Arturo è innamorato di Flora, ma un
rivale disonesto ne anticipa le mosse;
teme che gli innamorati come lui vengano uccisi dalle cosche, ma il padre lo rassicura dicendogli che la mafia uccide solo d’estate; si domanda perché Andreotti non abbia partecipato al funerale di
Maleficent
Rivisitazione della fiaba della Bella
addormentata, angolata dal punto di
vista non della vittima, ma della strega
cattiva, della quale vengono mostrati
moti interiori ed evoluzione
psicologica.
Malefica, gentile creatura alata, dotata
di poteri magici, vive nella Brughiera,
un mondo in equilibrio ecologico con
la natura.
Ferita dal tradimento del giovane che
ama, si vendica con la nota magia:
Aurora, la figlia del re (appunto il
giovane traditore, divenuto tale)
crescerà in grazia e bellezza, ma entro
il sedicesimo compleanno si pungerà
con la punta dell’ago di un arcolaio e
cadrà in un sonno profondo, dal quale
potrà risvegliarla solo il “bacio del vero
amore”, che con stupore di tutti verrà
identificato dove nessuno se
l’aspettava.
Incoronata regina dei due regni
unificati, la giovinetta abbatterà la
barriera che li separava e governerà un
mondo pacificato e armonioso.
r. Robert Stromberg or. Usa 2014 distr.
Walt Disney Italia dur. 97’
M
alefica, non più icona del Male, ma
personaggio articolato, viene indagata nel suo dinamismo interiore, nel
Bene e nel Male che nelle fiabe vengono
mostrati in personaggi opposti.
Il Male è reazione a un torto subito e
l’odio amore cambiato di segno, quasi il
modo d’essere originario fosse quello
positivo e il Male conseguenza di interventi aggressivi.
Novità è l’interazione fra bambina e
strega, per cui Aurora non risulta vittima innocente di un odio assoluto, ma
Dalla Chiesa, ma l’uomo di Stato è amico degli amici e preferisce i battesimi.
Vive e cresce nella Palermo degli anni
70 e del ventennio successivo, anni di
paura, bombe, attentati. E di tanta indifferenza. Fa fatica quindi a comprendere
cosa significhi ribellarsi alla cultura del
silenzio, della raccomandazione e della
violenza.
Il finale del film si fa serio: dopo l’ennesimo assassinio, con i corpi straziati
dei giudici e della scorta, si leva il grido
di rabbia e di dolore di un popolo per
troppo tempo schiacciato dalla paura. I
palermitani urlano la loro indignazione, chiedono l’intervento dello Stato, di
non essere lasciati soli come quei martiri che hanno dato la vita per la pace e
la legalità. Nella folla, tra le lacrime e
l’esasperazione, Arturo e Flora si riconoscono nei nuovi valori e si baciano.
La vita si rinnova negli occhi del loro
figlio: quel bambino che i genitori accompagnano in un originale pellegrinaggio, sotto le targhe dedicate ai caduti per mafia e per l’ignavia delle istituzioni. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio
n.103, p. 19. a.m.
persona capace di orientamento e di
scelte, che sa intervenire sul proprio
destino. La fiaba antica si è modernizzata non solo nell’adozione dei mezzi
espressivi e figurativi, capaci di evocare con efficacia un mondo favoloso, ma
anche e soprattutto nello scavare fra
conscio e inconscio e nel mostrare
l’animo dei protagonisti assetato di relazione, soggetto a ripensamento, evoluzione e sviluppo. “Vero amore” si rivelerà quello materno, ambivalente e
vero di ogni donna che rispetti la scelta dell’altro.
La fiaba, narrata da Aurora, mostra due
donne - la fata e la bambina - capaci di crescita interiore e autonomia e le colloca
nell’ambiente magico, tipico di Disney,
popolato di esseri bizzarri e favolosi.
Presentando temi ecologici, psicologici e relazionali attuali, illustra l’immagine di donne ferme, capaci di forti sentimenti e di scelte autonome, accanto a
uomini violenti, avidi e fedifraghi; si giova della consueta ambientazione gotica,
evocata con i moderni strumenti espressivi del fantasy. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n. 106, p. 12 e 13. m.g.r.
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DAI 14 ANNI
DAI 18 ANNI
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Maps
to the Stars
Agatha Weiss, reduce da un incidente che
l’ha lasciata deturpata sul volto e alcune
parti del corpo e da un periodo trascorso
in un ospedale psichiatrico a seguito di
quegli eventi, torna a Los Angeles con
una missione da compiere: vendicarsi
dei genitori che la fecero rinchiudere. Si
fa assumere da Havana Segrand, attrice
in declino ossessionata dalla madre
Clarice Taggart, stella del cinema morta
in un incendio.
Havana è una paziente di Stafford Weiss,
psicologo new age affermato e
superficiale. Lentamente, Agatha mette
in pratica il suo piano ritrovando il
padre, la madre Cristina e il fratello
tredicenne Benjie, star della tv, drogato e
pieno di vizi. Cristina gli fa da manager.
Per tutti i personaggi i fantasmi di un
passato lontano o recente non smettono
di manifestarsi. E li conducono verso
l’unica libertà possibile in quel mondo
devastato da avidità, egoismi, sensi di
colpa: la morte.
r. D. Cronenberg or. Canada/Usa/Francia/
Germania 2014 distr. Adler
Entertainment dur. 111’
C
on Maps to the Stars David Cronenberg ha realizzato il suo “film sul cinema”, la sua visione scura e spietata,
intrisa di sferzante cinismo e humour
nero, dell’ambiente divistico hollywoodiano, delle sue manie. Inserendo - in
una complessa storia di incesti e vendette, fantasmi dei quali è impossibile liberarsi, cicatrici impresse sulla pelle tanto quanto nell’anima - le ossessioni che
abitano tutta la sua opera, con esemplare limpidezza formale.
La mia classe
In una scuola di Roma 17 studenti
adulti di nazionalità diversa si
riuniscono ogni sera per imparare la
lingua italiana. Valerio Mastandrea è
l’insegnante che ci accompagna dentro
questa classe meticcia e ci rende
partecipi delle storie dei suoi alunni che
mettono in scena se stessi. Provengono
da Paesi diversi e hanno scelto di tornare
tra i banchi per conseguire i documenti
necessari per restare nel nostro Paese e
apprendere meglio la lingua che
dovrebbe permettere loro una migliore
integrazione.
Il film, e in questo sta l’elemento di
originalità, si muove su due registri
narrativi. Da una parte ci mostra
l’insegnante alle prese con le lezioni di
grammatica, con tecniche e metodologie
attive usate per affrontare argomenti
vari. Dall’altra mette in scena la troupe
che si mostra nel proprio lavoro.
E mostra il regista che, in seguito a un
fatto reale accaduto durante la
lavorazione del film, decide di ‘doverci
mettere la faccia’.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Daniele Gaglianone or. Italia 2013
distr. Pablo dur. 92’
L
a mia classe nasce da un’inaspettata incursione della realtà nella finzione. All’inizio, come dichiara lo stesso Gaglianone, il film era stato concepito come la storia di un insegnante alle
prese con un gruppo di studenti stranieri che dovevano condividere le loro
esperienze. “ Ma a un certo punto la realtà con cui siamo entrati in relazione ci
è esplosa fra le mani. Allora, grazie anche a intense conversazioni con Valerio
e gli altri, abbiamo deciso di fare entra-
Scritto da Bruce Wagner (sceneggiatore e romanziere americano noto per il
suo sguardo acre sull’industria californiana), cui si deve anche, insieme a Cronenberg, l’adattamento della poesia Liberté di Paul Éluard, recitata da vari personaggi con funzione realista e simbolica, Maps to the Stars è un lungo, stratificato viaggio nelle zone più imperscrutabili della mente che generano fantasmi, sensi di colpa, violenze su di sé e
gli altri, memorie di innocenze perdute,
meditando azioni le cui conseguenze
non potranno che condurre verso una
totale purificazione mortale, una libertà ri-conquistata solo attraverso quel
passaggio.
Cronenberg chiede allo spettatore di
memorizzare indizi e dettagli perché verrà il momento in cui saranno indispensabili all’interno di una narrazione che
procede per accumulo e per scarti, come
in un puzzle dove le caselle si incastrano all’istante stabilito innescando, contemporaneamente, sempre nuove deviazioni oniriche in un intreccio già ben
poco realista. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n. 106, p. 6 e 7. g.g.
re a gamba tesa nel film tutto il disagio
che stavamo provando in quella circostanza.”
La mia classe è diventato “una sorta di
riflessione sulla natura duale dell’immagine che rimanda a due universi che
spesso vogliamo separati, ma che invece separati non lo possono essere quasi
mai”. Quando la realtà ha invaso la finzione ed è stata riproposta come tale,
nel suo “farsi”, ha costretto lo sguardo
degli spettatori non più e non solo a
prendere atto, ma a partecipare, prendere posizione, indignarsi.
I racconti toccanti dei diversi personaggi arrivano dritti alla coscienza e al
cuore, suscitano forte partecipazione
emotiva e colpiscono più di qualsiasi
statistica. Rendono ‘visibili’ i migranti, ne
tracciano storie e fisionomie e così facendo li trasformano in simboli universali e ci chiamano in causa, ci costringono a leggere le contraddizioni del nostro
Paese e a guardare negli occhi le dignità
offese e i desideri di riscatto. Una scelta,
davvero coraggiosa e intelligente quella
del regista! Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 32. p.c.
DAI 10 ANNI
DAI 14 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Monuments Men
The Monuments Men
Verso la fine del secondo conflitto
mondiale, l’avanzata degli alleati
angloamericani minaccia di distruggere
molti celebri monumenti e opere
artistiche europee, mentre i nazisti
cercano di impadronirsi di quadri e
statue che dovranno confluire nel folle
progetto dell’Hitler Museum che
dovrebbe sorgere in Austria. Negli Stati
Uniti il ricercatore e studioso Frank
Stokes presenta al Presidente tale
drammatica situazione, ottenendo la
creazione di un piccolo gruppo di forze
speciali che cerchi di preservare i
“conseguimenti” più preziosi della storia
umana.
Ecco così che un drappello di architetti,
accademici, restauratori e collezionisti
viene addestrato all’uso delle armi e della
diplomazia e poi disperso sulle linee di
combattimento. Per il gruppo di amici
l’impatto con la guerra nella sua crudeltà
e inutilità non sarà di poco conto, fino al
sacrificio della vita per due di loro.
r. George Clooney or. Usa/Gran
Bretagna/ Germania 2013 distr. 20th
Century Fox dur. 120’
D
opo pellicole incentrate su temi socio-politici, il divo George Clooney
si cimenta nella regia del genere classico di avventura per stupire e coinvolgere senza rinunciare a far pensare. Riunisce un cast eccezionale, nel quale spiccano l’amico Matt Damon, il protagonista di The Artist Jean Dujardin e l’affascinante Cate Blanchett.
Il film, senz’altro di buon livello e non
privo di spunti umoristici, tuttavia non
Mr. Peabody
e Sherman
Mr. Peabody è uno scienziato premio
Nobel, ricco e campione olimpionico. Ed
è un cane. Sentendosi solo, ha adottato
Sherman, un cucciolo d’uomo trovato in
un vicolo. Sono molto uniti. Per educarlo,
lo porta a spasso nella storia con la
Tornindietro, una macchina del tempo di
sua invenzione, dandogli modo di
conoscere i grandi del passato e di vivere
alcuni eventi epocali: la Rivoluzione
francese, la Guerra di Troia, l’Antico
Egitto e Leonardo, il genio del
Rinascimento alle prese con la Gioconda
e col problema del volo.
Ma quando il piccolo affronterà la scuola,
i servizi sociali tenteranno di dividerli.
Durante un tentativo di pacificazione la
compagna Penny costringerà Sherman
ad azionare la macchina sconvolgendo il
passato e mettendo a repentaglio il
futuro. Toccherà a Mr. Peabody riordinare
la storia salvando il mondo. Superando
inoltre il più difficile esame: essere un
buon padre.
r. Rob Minkoff or. Usa 2014 distr. 20th
Century Fox dur. 92’
D
a una serie televisiva americana anni 60 viene riproposta la storia del
distinto bassotto condannato alla solitudine dalla straordinaria genialità, che
trova una sera un neonato in fasce abbandonato e ne ottiene l’adozione. Si
crea così un rapporto esclusivo in cui il
padre erudisce il figlio facendolo interagire con i grandi del passato in pericolose avventure in cui diventano complici.
sembra riuscire a catturare del tutto il
pubblico. La tensione si diluisce nello
svolgersi delle vicende, mentre ci si
aspetterebbe un crescendo drammatico per una storia ricca di imprevisti.
Clooney ha il merito di far conoscere
un aspetto trascurato dalla storia ufficiale, cioè il traffico di opere d’arte durante il Terzo Reich, non meno ignobile
di quello di esseri umani: si intuisce infatti la spoliazione dei beni artistici delle famiglie ebree e si mostrano i furti di
due capolavori dal Belgio dove sono attualmente conservati: la Pala d’altare di
Gand e la Madonna col Bambino di Michelangelo, una scultura di marmo candido esposta in una chiesa di Bruges. Le
peripezie delle opere, riunite a Parigi,
poi nascoste nelle miniere tedesche, vanno di pari passo con le avventure del piccolo gruppo di amici che, in teoria troppo inesperto per indossare la divisa militare, arriva ad atti di vero coraggio per
salvare un bene comune, l’arte appunto,
che rischia di diventare prima proprietà privata del Führer, poi di sparire per
sempre. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 30. c.m.v.
Un rapporto che diventa il vero centro della narrazione e che le istituzioni
tenteranno di rompere, mettendone in
luce anche la fragilità. Il padre dovrà capire che non basta fornire la migliore
educazione possibile, bisogna rispettare l’originalità individuale; il figlio capirà che la ribellione aiuta a crescere.
Il film fa dell’intelligenza, del personaggio e del testo, la caratteristica dominante. Unita a un costante clima di leggerezza. Il tutto servito con un frenetico
ritmo avventuroso alla Indiana Jones che
permette all’obiettivo didattico di essere recepito senza intaccare il divertimento. L’interessante paradosso dell’incipit
veicola riflessioni come l’accettazione
della diversità e il mutamento del concetto di famiglia.
Una commedia frizzante, sorretta da
una narrazione schematica, semplice,
ma con riferimenti colti, dialoghi brillanti, un umorismo raffinato, ironia nella rappresentazione caricaturale delle
varie epoche, e una critica caustica verso le istituzioni. Un’infarinatura di storia
e risate intelligenti. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 29. ca.de.
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DAI 16 ANNI
DAI 16 ANNI
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National Gallery
Nella National Gallery di Londra
lavorano diversi professionisti: manager,
curatori, conservatori, storici,
restauratori, guide, ricercatori, docenti,
tecnici, operai, custodi e collaboratori
vari. Così come tutte le esperienze
umane sono rappresentate nelle opere.
Il film mostra i responsabili del museo e
i visitatori che dibattono tra loro di arte,
salvaguardia e conservazione.
S’inizia con una discussione tra i
manager sulla mission del museo. Si
prosegue documentando il lavoro delle
guide con tipi diversi di pubblico, le
sedute con artisti dilettanti e modelli in
posa, le lezioni con ciechi e bambini, gli
aggiornamenti dei restauratori, le
riflessioni tecniche intorno
all’organizzazione e all’allestimento
delle esposizioni temporanee, le decisioni
del consiglio di amministrazione sul
marketing e le eventuali
sponsorizzazioni. L’ultima sequenza
mostra un evento interartistico:
danzatori che si muovono tra due celebri
quadri di Tiziano.
r. Frederick Wiseman or. Francia/Gran
Bretagna/ 2014 distr. I Wonder Pictures
in collaborazione con Unipol Biograph
Collection e Sky Arte HD dur. 180’
I
l film prolunga le ricerche di Wiseman
sulle grandi istituzioni culturali. Ma
l’autore non fa un documentario d’arte
né tantomeno registra il funzionamento di un organismo complesso con milioni di visitatori. È un film-saggio, con
ambizioni divulgative quanto politiche,
sull’organizzazione della cultura in un
Paese civile e sulle diverse attività di intermediazione di cui essa ha bisogno per
diventare crescita civile, maturità sociale, sviluppo economico.
Il passato
Le passé
Ahmad arriva a Parigi da Teheran per
ufficializzare il divorzio dalla moglie
Marie. Anche se la relazione è finita da
quattro anni, il loro rapporto continua a
essere irrisolto.
Marie, madre dell’adolescente Lucie e
della piccola Léa, avute da due uomini
diversi prima di Ahmad, ha una storia
con Samir e lavora in una farmacia nella
cittadina di Sevran, poco distante da
Parigi, dove vive.
Samir, proprietario di una lavanderia, è
sposato con Céline e padre di un bambino,
Fouad. Céline è in coma da mesi dopo
avere tentato il suicidio, forse a causa della
depressione, forse della gelosia.
Ahmad assiste ai difficili rapporti
familiari. La notizia che Marie aspetta un
bambino da Samir crea ulteriori tensioni.
Lucie reagisce cercando riparo da
Shahryar, l’amico iraniano di Ahmad.
Quando Ahmad riparte le relazioni e il
futuro dei personaggi, come le molte
possibili verità, sono ancora sospese.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Asghar Farhadi or. Francia/Italia 2013
distr. Bim dur. 130’
C
on Il passato Asghar Farhadi riprende le dinamiche di Una separazione
per moltiplicarle, allargando la crisi di
una relazione a quella che coinvolge più
coppie e i loro figli, bambini e adolescenti. Con la stessa lucidità e crudeltà,
Farhadi confeziona, alla perfezione, un
altro “cul de sac” dei sentimenti, un feroce mosaico alimentato da progressive confessioni utilizzate come colpi di
scena nel momento in cui una qualsia-
Nell’incipit Wiseman ci mostra un
dialogo tra il direttore e una responsabile della comunicazione che propone di
potenziare il rapporto con il pubblico. La
risposta è: “Facciamo le grandi mostre
per milioni di visitatori ma facciamo anche quelle che possono fallire”.
È l’intenzione programmatica del museo e del film: le istituzioni culturali sono
per il pubblico, la comunità, passando
anche attraverso conservazione, restauro e tutela. Wiseman fa quindi del documentario uno strumento per l’attuale dibattito sui “beni comuni”: dalla salute all’istruzione pubblica, fino all’educazione e alla fruizione della cultura.
Il film mostra diversi tipi di operatori in un grande museo: dalla funzione
più alta alla più elementare, tutti hanno
uguale tasso di dedizione e professionalità. Poi emerge l’interesse interartistico
della mediazione: le guide parlano di
pittura con analogie per il cinema come
la musica, la letteratura e le altre arti. Infine i critici nel film rilevano corrispondenze tra il discorso sull’arte e quello
sulla cultura cinematografica. Vedi anche
in Il Ragazzo Selvaggio n. 106, p. 24. e.g.
si condizione di vita dei personaggi potrebbe sciogliersi. Il regista iraniano impedisce che la sceneggiatura concluda i
fatti, inserisce ogni volta altri elementi
necessari a far ripartire il testo, e i personaggi, verso nuove esplorazioni dei
conflitti interiori, dei rapporti, recenti o
passati, irrisolti e che non troveranno
riposo dalle inestricabili tensioni che li
abitano.
Il passato è un film corale che descrive i (dis)equilibri di due uomini, due
donne, due bambini, una ragazza, mentre la figura di un’altra donna, in coma,
vista solo nella scena finale, incombe sui
personaggi.
Il temporaneo ritorno di Ahmad scatena e fa riaffiorare memorie, gelosie,
rancori, così come complicità, affetti,
amicizie. E la casa di Marie, sottosopra
per via di alcuni lavori, è un “palcoscenico” ideale, precaria quanto i personaggi che ospita. In un film che sta fra il detto e il non detto, il visto e il non visto, la
costruzione maniacale delle inquadrature e la libertà del punto di fuga che ognuna di esse lascia intravedere. Vedi anche
in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 8 e 9. g.g.
DAI 4 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Peppa, vacanze
al sole e altre
storie
DAI 16 ANNI
Dieci episodi della sesta serie della
maialina inglese Peppa Pig e della sua
famiglia tra i quali spiccano le quattro
puntante nelle quali Peppa, George,
Mamma e Papà Pig vanno in vacanza in
Italia, il paese del sole. Mangiano la pizza
e comprano souvenir, mentre a casa, dove
piove sempre, i nonni si prendono cura
della pesciolina Goldie. Susie Pecora, la
migliore amica di Peppa, non vede l’ora
che Peppa torni.
Gli altri episodi sono ambientati come
sempre sulla ridente collina dove sorge la
casetta gialla con il tetto rosso, sogno di
molti bambini da dieci anni a questa
parte. Non mancheranno gite all’acquario,
passeggiate nel bosco, gare di sci e le
consuete mattinate all’asilo, sotto la guida
di Madame Gazzella, maestra del paese e
appassionata rockstar. Nel pomeriggio,
invece, tutti a casa dei compagni per
divertenti giochi all’aria aperta.
r. Philip Hall, Joris Van Hulzen or. Gran
Bretagna 2013 distr. Warner Bros dur.
50’
N
ata in Inghilterra nel 2003 a opera di
tre amici e trasmessa da noi in tv dal
2010, Peppa Pig ha saputo conquistare
spettatori di ogni età, benché si rivolga alla fascia prescolare. Formato da episodi
autoconclusivi di cinque minuti ciascuno,
il cartone animato condensa in breve
tempo una storia significativa, mantenendo stabile il gruppo dei protagonisti
principali e senza divagazioni di tempo e
luogo. Queste caratteristiche favoriscono la concentrazione dei piccoli.
Philomena
Irlanda, 1952. L’adolescente Philomena
viene cacciata dalla famiglia perché
incinta e ospitata presso un convento di
suore a Roscrea, dove partorisce un
bambino che verrà dato in adozione a
una coppia americana, essendo stata
indotta a firmare una rinuncia ai diritti
su di lui.
Nel 2002 la donna, sperando di
rintracciare il figlio, si rivolge a un
famoso giornalista che accetta di
aiutarla. Le suore dell’istituto, varie volte
consultate, dichiarano di non saperne
nulla, dal momento che vari sono stati
gli avvicendamenti nella direzione e un
incendio (peraltro da loro
intenzionalmente appiccato) ha distrutto
tutte le carte.
In America, attraverso varie
complicazioni, Philomena e il giornalista
riescono a rintracciare alcuni dati
sull’adozione e sulle esperienze di vita del
ragazzo, venendo a sapere che era gay,
che è morto nel 1995 e che, per tornare
presso la madre, si è fatto seppellire nel
giardino del convento di Roscrea.
r. Stephen Frears or. Gran Bretagna
2013 distr. Lucky Red dur. 94’
I
spirato al libro del giornalista Martin
Sixsmith The lost child of Philomena
Lee: a mother, her son and a 50 year search, pubblicato nel 2009, che narra un
fatto vero, il film presenta una donna
piena di coraggio e dignità, la quale, nonostante le sofferenze, le umiliazioni, le
angherie subite, non conserva rancore,
non cerca vendetta, né ha perso la fede,
ma, determinata nella sua scelta, vuole
conoscere la verità, andando fino in fondo, disposta ad accogliere anche indesiderate notizie.
All’interno di una cornice di visione
facilitata, Peppa Pig ha molti pregi, a partire da un tratto stilizzato che delinea figure orgogliosamente a due dimensioni,
con il classico “contorno” dei disegni infantili, e una coloritura uniforme. I dettagli che arricchiscono i fondali degli
ambienti e un’animazione accurata, soprattutto nella mimica dei musi, fanno
il resto.
La scelta di rendere protagonisti animali antropomorfi non è nuova, ma la
coesistenza di famiglie di ogni specie va
a formare il quadro di un paese multietnico che vive in armonia, ciascuno preservando le proprie abitudini abitative e
il proprio relax, perché ogni edificio è
situato in cima a una collina di proprietà privata. Peppa vive le giornate con
l’entusiasmo dei suoi quattro anni, applicando il proprio punto di vista di maialina-bambina al mondo che la circonda. Si stupisce per le ragnatele del giardino, si entusiasma per un gelato e non
vede l’ora di saltare su e giù nelle pozzanghere di fango, il suo passatempo
preferito. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 31. c.m.v.
La affianca un giornalista esperto delle cose del mondo, da lui indagate professionalmente e personalmente conosciute anche a proprie spese. I due, diversi per
cultura (lui esperto di storia russa, lei appassionata lettrice di libri rosa; lui lucidamente laico, lei credente), mossi da diversa curiosità e diverse motivazioni, affrontano questo “straordinario viaggio on the
road” e, nonostante la differenza di vedute, si stimano e si rispettano, stabiliscono un’alleanza costruttiva e, strada facendo, anche un’amicizia sincera.
La coppia insolita che cerca uno
scomparso, coinvolta a frugare fra le
ombre del passato e apparentemente
indirizzata verso la morte, in realtà finisce per muovere verso la vita, sostituendosi alla coppia madre-figlio, che entrambi vogliono ripristinare e che invece è destinata a non incontrarsi. Le
due figure, supportate dalla magistrale
interpretazione di Judi Dench e da quella egregia di Steve Coogan, manifestano densità di spessore umano, immediatezza, verità e credibilità. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102,
p. 24. m.g.r.
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DAI 14 ANNI
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 13
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Piccola patria
In un paese della provincia veneta due
ragazze disinibite, cameriere in un
albergo, desiderano fuggire. Luisa è
inquieta, trasgressiva, mal sopporta una
madre impotente e un padre secessionista;
Renata è cupa, in cerca d’amore, decisa a
vendicarsi di una violenza subìta.
Luisa usa il corpo del fidanzato Bilal, un
clandestino albanese, per marcare il suo
anticonformismo, Renata usa il corpo di
Luisa per muovere i fili della propria
vendetta.
Le ragazze, ossessionate dal denaro,
organizzano un ricatto ai danni di un
perverso amico di famiglia dalla
sessualità repressa e complessata, Rino,
che le frequenta regolarmente. Così,
inviano alcune foto compromettenti degli
incontri con l’uomo a sua sorella per
ricavarne denaro e poter iniziare una
nuova vita altrove.
Tutto sembra andare a buon fine. Ma il
gioco rischioso viene scoperto dal padre di
Luisa che pensa a Bilal come colpevole di
tutto. Così, pieno di rabbia, l’uomo prende
una pistola e va a cercare il ragazzo.
r. Alessandro Rossetto or. Italia 2013
distr. Istituto Luce Cinecittà dur. 111’
R
ossetto innesta lo sguardo (anche da
operatore) e la passione partecipi da
documentarista autentico per luoghi,
facce e corpi tra le maglie larghe del genere thriller. Così, egli può ridisegnare in
modo originale la mappa antropologica
La prima neve
Dani, un giovane africano scampato
alla guerra in Libia, è giunto in Italia e
ha trovato rifugio in una casaaccoglienza a Pergine, un paese
trentino.
Ha una figlia di un anno che non riesce
ad amare, bloccato da un profondo
dolore. Gli ricorda la moglie, morta di
parto appena sbarcata in Italia,
stremata dalla drammatica traversata
sul gommone.
Trova lavoro presso un anziano
falegname-apicoltore che vive con la
nuora e il nipote Michele, un ragazzo
undicenne traumatizzato
dall’improvvisa, recente morte
del padre.
Questi diserta la scuola per stare nel
bosco da solo o con qualche amico di
cui non condivide i passatempi. Con la
madre vive un rapporto conflittuale.
Dani e Michele si incontrano, lavorano
insieme nel bosco. Impareranno a
conoscersi, ad avere fiducia l’uno
nell’altro e finalmente a confidarsi
curando le proprie ferite.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Andrea Segre or. Italia 2013 distr.
Parthénos dur. 105’
C
ome documentarista Segre ha trattato temi sociali, riguardanti la migrazione e i problemi connessi: rapporti con la popolazione ospitante, difficoltà linguistiche, culturali e di integrazione. Così nel primo lungometraggio Io
sono Li è evidente l’emarginazione degli
abitanti nei confronti della cinese Li.
Non vi sono manifestazioni di razzismo
invece nel film La prima neve. La comunità del paese si stringe intorno a Dani
e alla sua bambina offrendo aiuto e lavo-
della provincia del Triveneto. Piccola patria riprogetta i confini di un fare cinema che in Italia si realizza sempre più
con coraggio.
L’autore si è avvalso della tecnica dell’improvising fiction (immersione in situazioni di realtà per sviluppare le scene ideate senza una precisa direzione
ma lasciando aperta la finzione alla fluidità del reale, quindi con provini e prove già in improvvisazione), comprensiva di dialetto con attori venetofoni e albanesi, come di un uso spiazzante della musica popolare.
Il risultato è coinvolgente e crudo, improvising cinema che attinge a teatro,
letteratura, fotografia e musica, su un
territorio devastato ma ricco di intrighi,
come si vede nel cinema di Leonviola.
Le attrici protagoniste, in particolare la
“ragazza selvaggia” Maria Roveran (performer-rivelazione, anche musicista: sue
due canzoni del film), assieme a “veterani” come Lucia Mascino e Giulio Brogi,
potenziano il disegno della regia, suturando le tentazioni teatrali nelle acrobazie di montaggio di Quadri. Vedi anche in
Il Ragazzo Selvaggio n. 105. p. 25. e.g.
ro. Qui il regista rivela l’emarginazione
nella profondità dell’animo di Dani,
chiuso nei confronti degli altri e di se
stesso, ripiegato su un dolore che sembra insuperabile e che lo priva della capacità di amare.
Anche Michele colpevolizza la madre
e sé per non essere riusciti a salvare il padre, vittima di una frana. Due storie simili, due personaggi con uno stesso problema, destinati a incontrarsi.
All’inizio un montaggio alternato sottolinea la distanza tra i due, descrive la loro vita. Poi si incontrano e il bosco, chiuso come il loro animo, diventa terzo attivo protagonista. Il dialogo scarno si fa via
via più confidente fino a svelare all’altro
il proprio celato dolore e il parlarne è il
primo passo per riuscire a superarlo.
Magica la fotografia di Luca Bigazzi
che fa vivere alla Natura i sentimenti dei
personaggi. Gli alberi svettano come
frecce verso uno spiraglio di cielo azzurro nel desiderio di una soluzione positiva. La conclusione è un’ampia panoramica sulle montagne assolate, bianche
per la prima neve. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 101/102 p. 23. a.f.
DAI 12 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Principessa
Mononoke
Mononoke-Hime
DAI 16 ANNI
Giappone, era Muromachi (XIV secolo). In
un remoto villaggio tra le montagne
Ashitaka, l’ultimo principe del quasi
estinto clan degli Emishi, è costretto a
uccidere un demone cinghiale che, in
preda a una maledizione, attacca la sua
gente. Durante la lotta, però, Ashitaka
entra in contatto con il demone, che
trasmette al principe il maleficio tramite
una ferita sul braccio: ciò gli concede una
forza sovrumana, ma nello stesso tempo lo
condanna a un’esistenza di atroci
sofferenze, in quanto il male è destinato a
estendersi in tutto il corpo, fino a divorarlo.
Consigliato dalla Saggia Madre del
villaggio, Ashitaka parte verso Ovest in
cerca di salvezza. Nel suo peregrinare trova
asilo nella Città del Ferro, assediata da un
branco di lupi giganti capitanati dalla
ruvida San, una ragazza umana
chiamata anche Mononoke, che vogliono
distruggere gli umani per il modo in cui
sfruttano le risorse della natura.
r. Hayao Miyazaki or. Giappone 1997
distr. Lucky Red dur. 137’
P
rincipessa Mononoke non è tra i capolavori del grande regista nipponico Miyazaki: tuttavia, pur essendo certamente inferiore, tanto per fare un esempio, al successivo La città incantata, è
importante perché rappresenta per
Miyazaki il film della svolta. Nonostante, infatti, molti tra i temi ivi trattati siano usuali nella sua cinematografia - l’attenzione all’ecologia, le difficoltà dell’uomo in un’epoca di cambiamenti, il
rapporto tra progresso e natura - a differenza di quanto non avviene nelle altre
Pulce non c’è
Margherita Camurati è una bambina
autistica. Ha nove anni e tutti la
chiamano Pulce. Le piacciono il
tamarindo e il tango. Margherita ha
una madre, un padre e una sorella
maggiore che si chiama Giovanna. In
casa Camurati si parla un linguaggio
diverso, fatto di immagini, di musica e
di gesti ripetuti. È un linguaggio
strano, che assomiglia a Pulce. Non è
facile, ma funziona. Una mattina come
le altre la mamma di Margherita va a
prenderla a scuola, ma sua figlia non
c’è. I servizi sociali l’hanno portata via,
perché sospettano che il padre abbia
abusato di lei. Margherita adesso è in
un istituto, e lì dovrà rimanere fino a
che non si scoprirà la verità. A casa
rimangono gli oggetti, come i segni di
quel linguaggio. E rimane Giovanna
che prova a capire e a raccontare che
cosa sta succedendo alla sua famiglia,
adesso che Pulce non c’è.
r. Giuseppe Bonito or. Italia 2012 distr.
Academy2 dur. 97’
U
no dei problemi più evidenti legati
all’autismo è la difficoltà di comunicare con il mondo esterno. Ma quello della comunicazione è un aspetto che coinvolge tutti. Bonito se ne dimostra consapevole, facendone la struttura portante
del film. Dal momento in cui Pulce viene
sottratta alla propria famiglia appare
chiaro come tutte le parti in causa abbiano un proprio linguaggio che diventa
presto una barriera tra sé e gli altri.
opere del Maestro, in Principessa Mononoke si respira un’atmosfera piena di
odio, dove violenza e crudeltà si manifestano con frequenza. Il messaggio ambientalista, poi, qui si fa duro e spietato
come non mai e dal film promana un
generale pessimismo, nonostante lo spiraglio di speranza finale.
Pur essendo, dunque, destinato a un
pubblico di adulti e di bambini non troppo piccoli, Principessa Mononoke è in
ogni caso un film di animazione da inserire in qualsiasi rassegna cinematografica scolastica: innanzitutto per i suoi contenuti innovativi con riferimenti espliciti all’animismo, allo shintoismo e alla
storia giapponese; in secondo luogo per
la complessità della struttura del racconto e della morale che lo pervade.
Infine, non si possono non menzionare le straordinarie animazioni accompagnate dalle superbe musiche di Joe Hisaishi e l’impostazione cinematografica
del film, non solo dal punto di vista iconografico - il film è zeppo di citazioni di
Akira Kurosawa - ma anche per i bellissimi carrelli e panoramiche. Vedi anche in
Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p. 28. f.s.
La ricerca di un linguaggio comune è
allora la ricerca di un equilibrio. Una trama sottile come la tela del ragno che tanto affascina Giovanna. Un reticolo delicato, dai fili fragili. Non sarà quindi un
caso se il colpo più duro per l’unità dei
Camurati arriva quando il padre decide
di chiudersi nel silenzio, interrompendo
il legame con i suoi e la loro capacità di
farsi forza a vicenda. È un’intuizione fortunata, che permette a Bonito di partire
da un aspetto peculiare della malattia
di Margherita per allargarlo a una scala
più ampia dove siamo coinvolti tutti.
A dare forza a queste scelte è un cast indovinato e sfruttato con abilità. Con l’energica chiassosità di Marina Massironi che
ben si bilancia agli ingombranti silenzi di
Pippo Del Bono. Le debuttanti Francesca
Di Benedetto (Giovanna) e Ludovica Falda, (Pulce) sono piacevoli sorprese.
Alle prese con un argomento delicato, Bonito centra l’obiettivo, tenendosi
al riparo dalla retorica e dal pietismo e
dimostrando una qualità rara per un
esordiente: un sorprendente equilibrio.
Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n.106,
p. 23. m.a.
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DAI 16 ANNI
DAI 10 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
28
Saving Mr. Banks
La scrittrice inglese P. L. Travers vola a
Los Angeles per discutere con Walt
Disney i termini dell’adattamento
cinematografico del suo romanzo Mary
Poppins. La donna ha bisogno del
denaro derivante dalla transazione, ma
è estremamente diffidente nell’affidare
la sua storia a un uomo che ritiene
superficiale e banale. La disputa per la
creazione del film si configura quindi
come un autentico braccio di ferro.
Contestualmente, veniamo messi a
parte della difficile infanzia della
Travers, del suo rapporto con un padre
affettuoso ma dedito all’alcool e di
come i suoi sentimenti per quegli anni
così intensi abbiano costituito
l’architrave della sua opera.
È in questa precisa correlazione fra la
vita e l’opera che si cela il segreto che
Disney deve riuscire a comprendere per
vincere finalmente le resistenze
dell’autrice. Alla fine, l’accordo
produrrà un immortale classico
cinematografico.
r. John Lee Hancock or. Usa/UK/
Australia 2013 distr. Walt Disney
Pictures dur. 126’
Q
uello fra Walt Disney e la scrittrice P.
L. Travers è uno scontro fra due modi distinti di intendere l’arte, cui è demandato l’arduo compito di far emergere il precipitato umano che naturalmente soggiace dietro ogni concezione artistica. Lo scontro creativo in atto, infatti,
non è quello fra la presunta frivolezza
americana di Disney e il pragmatismo
inglese di P. L. Travers, ma fra una capa-
Smetto
quando voglio
Pietro (37 anni), neurobiologo, è
ricercatore precario. Vive con Giulia,
psicologa in un centro di recupero per
tossicodipendenti. Sopravvive con
modesti assegni e lezioni private. Bocciato
al concorso per ricercatori stabilizzati,
mette a frutto la competenza in campo
molecolare per mettere sul mercato una
nuova droga non ancora proibita dalla
legge. Per produrla coinvolge sei
compagni ricercatori disoccupati o
impiegati in lavori incongrui rispetto alla
loro formazione.
Abbagliata dai soldi, la banda punta più
in alto, avvicinandosi al giro della
corruzione politica e dello spaccio della
droga. Messi alle strette da un mafioso di
quartiere, per procurarsi le sostanze di
base rapinano una farmacia, ma vengono
arrestati. Pietro si assume tutte le colpe e
finisce in carcere (ove fa l’insegnante dei
detenuti). I suoi compagni tornano alla
condizione di sottoccupati accettando i
lavoretti più umilianti.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Sidney Sibilia or. Italia 2014 distr. 01
Distribution dur. 100’
S
ibilia mette in scena con le armi del
paradosso e dell’ironia la storia di
una “banda degli onesti” che tenta di
sfuggire alla propria condizione di emarginazione utilizzando gli stessi strumenti di arricchimento delle classi influenti.
Ma la loro sostanziale onestà viene rivelata dall’incapacità di servirsi di quegli
strumenti.
Dietro la leggerezza e l’ironia, regista
e sceneggiatori sviluppano un quadro
cità di liberare l’arte per renderla universale e un’elaborazione incompleta
dei propri fermenti che si trasforma in un
senso del possesso sfrenato della propria opera.
Nel volgere degli eventi, infatti, Disney si spoglia della propria aura mitopoietica per farsi uomo e offrirsi a P. L.
Travers come un ex ragazzo che ha saputo superare le difficoltà del passato per
farsi artefice di una felicità condivisa. Lo
fa non ponendosi come figura predominante, ma come allievo che ha dovuto
imparare a fare a meno del proprio armamentario iconografico per comprendere i drammi dell’animo della donna, in
modo da permettersi finalmente di vincere la sua resistenza.
L’implicazione di un tale approccio è
naturalmente molto potente nel momento in cui mette in crisi lo stesso ottimismo
disneyano: la fantasia, infatti, perde il suo
status di creatrice di mondi e diventa
un’umanissima forma di resistenza alle
difficoltà della vita, rompendo il gioco
delle maschere per far emergere traumi
veri e dolorosi. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n. 104, p. 16 e 17. d.d.g.
sociologico in cui si colloca una vicenda
solo apparentemente svagata. L’emarginazione di un’intera generazione viene colta sin dalla definizione dei diversi
lavori cui sono costretti i ricercatori
espulsi dalle loro facoltà: condita di droga e di escort.
Il quadro sociale non viene interpretato alla luce di una qualche illusoria
chiave ideologica. I ricercatori falliti non
credono più in alcuna palingenesi o riscatto sociale. La situazione è così paradossale che il possibile messaggio solidaristico viene irriso e sbeffeggiato come
falso e retorico.
Oltre all’accuratezza della sceneggiatura il film offre un’insolita qualità nella messa in scena. Sin dalla prima sequenza (la rapina finale alla farmacia) il
regista dichiara i suoi riferimenti linguistici. Dotato di ritmo vivace e calibrato,
lontano da realismo e da amare “grandi
bellezze”, Sibilia presenta una Roma notturna “alla Hollywood”, tutta superfici
traslucide, in cui i colori saturi dell’arte
pop ironizzano sulle vuote apparenze
di una società dissociata. Vedi anche in
Il Ragazzo Selvaggio n. 105, p.23. f.v.
DAI 14 ANNI
DAI 14 ANNI
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Snowpiercer
2031. Per fermare il riscaldamento
globale, l’umanità provoca per errore
una nuova era glaciale. I pochi
superstiti vengono riuniti su un treno
che continua a muoversi senza sosta
lungo un percorso che attraversa tutto
il globo. All’interno vige una rigida
divisione in classi.
Il giovane Curtis vive nell’ultimo
vagone, dove sono asserragliati i poveri
e gli emarginati, ma si pone ben presto
a capo di una rivolta che lo porterà ad
attraversare l’intero convoglio nel
tentativo di rovesciare la situazione.
Nel corso della traversata, Curtis vedrà
amici cadere, conoscerà realtà del tutto
diverse dalla sua - che gli illustreranno
meglio la disequilibrata architettura del
sistema che regola la vita nel treno -,
affronterà svariati nemici, fino a
giungere alla locomotiva dove si trova
Wilford, l’uomo che ha creato quel
piccolo mondo. Il salvatore
dell’umanità, ma anche il suo
carnefice.
r. Bong Joon-ho or. Corea del Sud/Usa/
Francia/Repubblica Ceca 2013 distr.
Kock Media dur. 126’
I
nteressa il continuo gioco di elaborazioni visive messo in scena da Bong
Joon-ho, il passaggio dalla luce esterna
al buio delle gallerie che permettono alle battaglie di diventare frenetiche e indecifrabili, e i repentini cambi scenografici che connotano i vari “mondi” interni al convoglio.
L’autore coreano reinventa continuamente lo spazio unico del treno ampli-
I sogni segreti
di Walter Mitty
The Secret Life of Walter
Mitty
Ci sono momenti, troppi, in cui Walter
Mitty, responsabile dell’archivio
fotografico del magazine Life, abbandona
la realtà per tuffarsi nella sua ricca
immaginazione che lo trasforma in
persona sicura di sé o perfino in un eroe
dalle abilità sovrumane, capace anche di
conquistare l’amore della collega Cheryl.
Sarà l’imminente passaggio di Life dalla
versione cartacea a quella web, frutto di
una fusione societaria che mette a rischio
il futuro di Walter, Cheryl e altri colleghi,
a dargli l’occasione per diventare
protagonista della sua vita e non solo
della sua fantasia: per la copertina
dell’ultimo numero che verrà stampato
serve il negativo 25, quello che il grande
fotoreporter Sean O’Connell gli ha spedito
insieme a un regalo. Ma il negativo
sembra essere sparito...
La vera avventura comincia da qui.
r. Ben Stiller or. Usa 2013 distr. 20th
Century Fox dur. 114’
W
alter smette di fare l’eroe solo nella sua mente fervida di sconfinamenti e fughe dai rapporti con chi lo circonda e scopre che le sue imprese, quelle straordinarie, pericolosissime gesta
sono reali: combattere con uno squalo
assai poco accomodante nelle acque gelide e profonde della Groenlandia, attraversare sfrecciando a bordo di uno
skateboard le strade islandesi per raggiungere un vulcano dal nome impossibile da pronunciare, raggiungere il “Tet-
ficando la sensazione di un set “ampio”
e dinamico, sebbene costretto in una
struttura apparentemente molto rigida:
lo fa descrivendo traiettorie emotive e
fisiche molto precise, dove i corpi sono
ora radicati nella realtà concreta, ora freneticamente proiettati in virtuosismi funambolici nelle scene di lotta.
L’unica soluzione possibile diventa
quindi l’apertura del conflitto fra orizzontalità e verticalità abbattendo del tutto il
sistema e facendo deragliare il treno: presa di posizione assolutamente radicale,
utopistica e assurda vista l’ostilità dell’ambiente esterno, ma che, a ben guardare, appare come il più coerente gesto per
assicurare un senso ai termini della conservazione opposta alla rivoluzione.
Quello che Bong Joon-ho compie, insomma, è un lavoro di filtraggio espressivo che, dall’elaborazione del reale,
giunge alla purezza dell’immaginario, in
cui gli elementi del contendere tornano
finalmente a risplendere di una propria
nettezza. Un cinema che per questo è
etico e autenticamente rifondativo. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 104,
p. 22 e 23. d.d.g.
to del mondo”, le vette dell’Himalaya,
per portare a termine quella missione
per gli altri, che al contempo è missione
personalissima.
Scopre che tutto questo avviene nel
mondo vero. E scopre, così, se stesso, diverso da come si è sempre visto, o meglio, scopre in realtà ciò che lui è sempre
stato, dietro il suo fare impacciato, la timidezza, le poche parole.
C’è tanto cuore in questa quinta regia
di Ben Stiller, quella forse più personale, più intima, sebbene umori e suggestioni provengano in parte dall’omonimo racconto del 1939 di James Thurber,
già in passato diventato materiale per il
grande schermo.
Un film che è luogo di ironia e tenerezza, emozione, malinconia. E il passaggio
di Life dall’edizione cartacea a quella online con i conseguenti licenziamenti, diventa il racconto, la memoria dolce di un
mondo (analogico) che va svanendo, diventa quel “negativo 25”. C’è un lieto fine
che è lieto solo a metà. C’è l’amore per la
musica e quello per il cinema. Il cinema,
come sogno infinito. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 22. l.g.
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DAI 16 ANNI
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Solo gli amanti
sopravvivono
Only Lovers Left Alive
DAI 16 ANNI
Sullo sfondo di una desolata Detroit e
un’esotica Tangeri, Adam - musicista
underground, depresso ma legato a un
liuto rinascimentale e a una chitarra
elettrica vintage - si ricongiunge con
l’amante, Eve, apparentemente fra i 30 e i
40 anni, ma maggiore di lui di migliaia
d‘anni. Eve, che corrompe un medico per
avere sangue incontaminato senza
uccidere, ha il potere di risollevare l’umore
dell’amato. La loro storia d’amore dura da
secoli, ma l’idillio viene disturbato dalla
sorella minore di lei, Ava, che, fuggendo da
Los Angeles, manipola i due e ne mette in
pericolo la sopravvivenza.
A Tangeri, i due amanti incontrano il
poeta-drammaturgo Christopher Milton
che ha un bar con un amante marocchino
e fornisce il sangue in sacche agli amici.
Quando l’anziano muore, la vita dei due
vampiri sembra estinguersi.
Poi sulla strada incontrano un’altra
coppia, viva, che si ama con passione…
30
r. Jim Jarmusch or. Gran Bretagna/
Germania/Francia/Cipro/Usa 2013 distr.
Movies Inspired dur. 123’
I
n parte ispirato all’ultimo libro di
Mark Twain, I diari di Adamo ed Eva
(il riferimento è solo ai nomi dei protagonisti) e concepito per otto anni assieme a Tilda Swinton, il film è un racconto di viaggio che si fa “cinetour” nel rock
d’annata (la colonna sonora mescola
Still Life
John May è un funzionario che ha il
compito di rintracciare i parenti più
prossimi delle persone morte in
solitudine. Solo dopo aver verificato
tutte le piste e gli indizi possibili, ed
essere giunto alla constatazione che il
defunto non abbia più alcun familiare,
accetta di chiudere il caso e di assicurare,
a queste anime dimenticate un funerale
dignitoso.
Un giorno lo raggiunge in ufficio il
datore di lavoro per comunicargli che
l’ufficio malauguratamente verrà
ridimensionato e che il suo posto sarà
eliminato. John sembra non scomporsi
di fronte alla notizia del licenziamento,
tuttavia chiede l’autorizzazione di poter
portare a termine un caso: Billy Stoke,
un uomo che ha concluso i suoi giorni
alcolizzato, ma che in passato aveva
condotto un’esistenza esemplare. Dopo
varie ricerche, riesce finalmente a
rintracciare Kelly, la figlia che l’uomo
aveva abbandonato da piccola e con cui
non aveva più avuto rapporti…
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Uberto Pasolini or. Gran Bretagna
2013 distr. Bim dur. 87’
U
berto Pasolini, noto come produttore di Palookaville e più ancora di
Full Monty - Squattrinati organizzati di
Peter Cattaneo, firma con la sua seconda regia una preziosa e poetica riflessione sul senso della vita, sulla solitudine,
sulla disgregazione del nucleo familiare,
e più ancora sulla perdita di valori importanti come la solidarietà e il senso di
appartenenza sociale.
Still life prende spunto dalla lettura di
un articolo, da cui il suo autore ha appre-
Charlie Feathers, Bill Laswell e Wanda
Jackson, gli Hot Blood e i Black Rebel
Motorcycle Club, e altri musicisti noti e
meno noti) come nei film classici, di genere e d’autore, nei quadri (con trucco,
costumi e arredi) come nei libri, quelli
più amati dai protagonisti come dal regista stesso che confida: “Ai vampiri invidio l’estensione della conoscenza, la
vastità di esperienze, la profondità di
sentimento, dovute a secoli o millenni
d’esistenza”.
Così, oltre la linea narrativa che in
Jarmusch attinge sempre a fonti musicali e letterarie, lo stile stesso si fa ‘vampiresco’, malinconico quanto i protagonisti e i ‘fedeli’ spettatori. Similmente, Jarmusch ‘vampirizza’ il fantastico, sottraendolo ai mortiferi trionfalismi del marketing di Hollywood (la “zombie central”
da cui fugge Ava) e restituendolo ai territori arcaici della meraviglia e dell’intelligenza. Quell’intelligenza, come ricorda
Adam, che ”gli umani hanno sperperato perseguitando in ogni epoca i loro
scienziati migliori, da Pitagora a Tesla”.
Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 106,
p. 25. e.g.
so dell’esistenza di una categoria di funzionari incaricati di trovare i parenti più
prossimi di defunti scomparsi in solitudine. Una ricerca che quasi mai dà risultati positivi, talvolta sono gli stessi familiari a rifiutarsi di essere coinvolti e
di partecipare ai funerali.
Pur affrontando tematiche importanti, Still life non privilegia una trattazione
dai toni tragici, ma al contrario le tratteggia con una certà levità e humour, senza
con questo cercare facili soluzioni o scontati happy end. Similmente al suo protagonista, infatti, che sembra muoversi come un’ombra in uno scenario urbano dalle tinte cupe dei grigi, del blu e del marrone, salvo poi schiudersi alla vita grazie
a un viaggio liberatorio che gli permetterà di rompere la monotonia di schemi e
gesti ripetuti nel tempo, il film si “apre” via
via verso altre tonalità più vivaci.
Ottima la scelta del regista di affidare il ruolo del traghettatore di anime al
noto caratterista Eddie Marsan, che nel
recitare per sottrazione dà corpo a una
figura malinconica ma fiera. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio, n. 101/102,
p. 25. l.c.
DAI 14 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Storia di una
ladra di libri
The Book Thief
DAI 12 ANNI
Germania, poco prima della seconda
guerra mondiale. Liesel Meminger viene
lasciata dalla madre, perseguitata per le
idee politiche, ai coniugi Hans e Rosa
Hubermann. L’impatto con la nuova
famiglia le crea disagio ma, grazie a
Hans, Liesel impara a leggere e a coltivare
l’amore per i libri.
Una sera arriva in casa Hubermann Max,
giovane ebreo in fuga. Viene nascosto e il
suo soggiorno sarà fondamentale per la
crescita culturale e umana di Liesel:
attraverso gli insegnamenti di Max la
bambina apprende come la lettura e le
parole siano importanti per rendere
meno pesante l’esistenza. Dopo che Max
ha lasciato gli Hubermann, Liesel perde
tutti i suoi cari in un bombardamento.
Due anni dopo ritroverà Max, con il
quale conserverà un’amicizia per tutta la
vita, che terminerà a novant’anni, alla
fine di un’esistenza con figli e nipoti e una
carriera di scrittrice di successo mondiale.
r. Brian Percival or. Usa/Germania 2013
distr. 20th Century Fox Italia dur. 131’
T
ratto dal bestseller La bambina che
salvava i libri di Markus Zuzas, il film
segue le linee classiche del romanzo di
formazione che, in questo caso, avviene
in un periodo tra i più bui della storia
dell’umanità. Sua caratteristica è di avere un io narrante al di fuori degli schemi
tradizionali: la Morte che contrappunta
gli eventi più significativi della storia, divenendo essa stessa parte di una vicenda, nella quale viene coinvolta quasi suo
malgrado, come un elemento necessario
Il Sud è niente
Grazia aveva dodici anni quando il
fratello Pietro emigrò in Germania.
Non l’ha più rivisto. Il padre Cristiano
le disse che Pietro era morto e non ne
ha più riparlato.
Oggi Grazia ha diciassette anni e vive a
Reggio Calabria con il padre che vende
pescestocco. È cresciuta assumendo
sembianze maschili come a voler
riempire il vuoto lasciato dal fratello.
Una notte, dopo un litigio con il padre,
va in spiaggia ed entra in acqua: dal
fondo vede emergere una figura in cui
crede di riconoscere il fratello e decide
di cercarlo.
Intanto Cristiano riceve la visita del
capo malavitoso locale che gli impone
di cedergli casa e bottega. L’uomo
chiede un po’ di tempo fino all’esame
di maturità della figlia.
Poi Grazia incontra Carmelo, figlio di
giostrai, che l’aiuterà nell’impossibile
ricerca di Pietro, a rompere il silenzio
del padre e a scoprire la verità sul
fratello e su se stessa.
r. Fabio Mollo or. Italia/Francia 2013
distr. Istituto Luce Cinecittà dur. 90’
S
i possono coniugare in un film luoghi
reali e storia, geografia e sentimenti,
cronaca e morale? In fondo è questa la sfida che il cinema italiano da sempre si pone, almeno dal Neorealismo in poi. Sfida
che sembra vinta da questo piccolo lavoro. Grazie a un’ambientazione realistica e
insieme simbolica, con uno sguardo a volte documentaristico e a volte onirico, il
film mescola le convenzioni di racconto e
d’identità di genere per cercare di ribaltare i luoghi comuni sul Sud e l’omertà.
di un destino di cui si devono supinamente eseguire gli ordini. Al di là di questo, Storia di una ladra di libri ha un incedere tradizionale: le componenti della narrazione si susseguono ben calibrate, supportate anche da un impianto figurativo di ottimo livello.
Per quanto riguarda l’assunto ideale,
l’opera ribadisce alcuni concetti più volte ribattuti: l’importanza fondamentale
della parola e dei libri come fonti inesauribili di cultura e civiltà, inverando il tutto in un periodo storico in cui sia la cultura che la civiltà stavano per essere
spazzate via. Una delle frasi chiave del
film è quella che pronuncia Liesel al padre adottivo Hans, quando i due riflettono sui drammatici avvenimenti in cui
sono stati coinvolti e sul comportamento tenuto nell’affrontare emergenze tragiche: “Siamo stati umani”. Recuperare
la coscienza di essere umani è forse il
messaggio più forte che questo film ci
propone; il tutto senza elucubrazioni
complesse, ma giocando sulla forza dei
sentimenti e su una prova attoriale di
tutto rispetto. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n.105, p. 26. c.t.
Il regista ha detto: “La ribellione della protagonista, Grazia, passa anche attraverso il suo corpo e rappresenta la rivolta a un atteggiamento e a una mentalità di rassegnazione. Per anni ci hanno educato a pensare che il Sud fosse
inferiore, che fosse niente, ma le nuove
generazioni vogliono ribaltare questo
modo di pensare”.
Ecco il cambiamento che coinvolge i
singoli personaggi... Così avviene con
Grazia e l’amico-alleato. Anche con il
padre che ha sempre cercato di resistere ai malavitosi, chiedendo un po’ di
tempo pur di far diplomare la figlia, ma
che alla fine cede loro tutto per andare
a Torino: davanti alla figlia egli ha finalmente il coraggio di riconoscere la tragica verità sull’altro figlio.
Anche produttivamente il film è un
atto di coraggio contro l’indifferenza e il
lassismo, frutto, com’è, di un’équipe giovane. Ulteriore dimostrazione di come
non solo il Sud, ma il giovane cinema
italiano stesso si stia battendo contro il
silenzio e l’inerzia pur di prendere possesso del futuro. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 103, p. 18. e.g.
numero 107/108· settembre-dicembre 2014
31
DAI 16 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
Tutto sua madre
Les garçons et Guillaume,
à table!
DAI 12 ANNI
Guillaume adora la madre, fa di tutto per
assomigliarle. La sua sensibilità lo spinge
a prediligere conversazioni con le donne
piuttosto che a condividere l’amore per lo
sport e i viaggi avventurosi. Chiede alla
madre di poter trascorrere le vacanze in
Spagna e si ritrova alla Linea de la
Concepciòn, un paese sperduto di fronte a
Gibilterra. Lì conosce Paquì e la sua
famiglia ma, soprattutto, la “sevillana”,
danza che impara a ballare per la Feira.
Dopo due anni di nonnismo al collegio
maschile dei Fratelli delle Scuole Cristiane,
il ragazzo viene trasferito in un istituto
inglese, dove conosce Jérémy. Convinto di
essere intimamente una ragazza, dovrà
ricredersi e per di più sarà etichettato
come omosessuale. Il timore di dover
affrontare il servizio militare sarà tuttavia
scongiurato perché verrà riformato. Grazie
all’aiuto di uno psicoterapeuta e di un
foniatra riuscirà a superare le proprie
paure e a trovare se stesso.
32
r. Guillaume Gallienne or. Francia/Belgio
2013 distr. Eagle Pictures dur. 85’
I
l film ripercorre alcuni momenti dell’infanzia del protagonista, raccontando di una madre che lo distingueva dai
fratelli e di come sia cresciuto nella convinzione di non essere un vero maschio.
Vittima di un malinteso per il suo non essere incline a una virilità stereotipata,
nell’ostinazione di voler assecondare
quello che crede essere il desiderio materno.
Vado a scuola
Sur le chemin de l’école
Il film narra la storia di quatto bambini
del sud del mondo uniti dal bisogno di
andare a scuola, in una situazione dove
questo diventa un’avventura.
Jackson, 10 anni, percorre mattina e
sera 15 kilometri della savana del
Kenia, la sorellina Salome stretta per
mano, per arrivare in orario. Zahira,
berbera di 11 anni, affronta ogni lunedì
tre ore di faticoso cammino lungo i
tortuosi sentieri dell’Atlante
marocchino. Samuel, 12 anni,
poliomielitico, ogni giorno è trascinato
su una improvvisata carrozzina dai
suoi due fratelli minori per 8 kilometri
nel sud dell’India, e può considerarsi
fortunato. Carlito, 11 anni, attraversa
ogni giorno gli altipiani della Patagonia
per 25 kilometri, in sella al suo cavallo,
portando con sé la sorellina.
Niente ferma la volontà, unita a
un’incredibile gioia di vivere, di questi
piccoli per cui la scuola è l’unica
speranza di fuggire dalla povertà.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
r. Pascal Plisson or. Francia 2012 distr.
Academy2 dur. 75 minuti
P
ascal Plisson mantiene il suo stile in
questo documentario delicato e potente sui pericoli che quattro bambini
poveri affrontano ogni giorno nel percorso casa/scuola. Non è un lavoro didascalico: parte da dati oggettivi e li trasforma in spettacolo; cattura le vite dei
quattro piccoli cercando di lasciare intatta la loro naturalezza, e cerca immagini
belle, niente camera a spalla, inquadrature studiate e costruite. Bellezza, emo-
Tutto sua madre affronta il tema del
“genere”. Ma, oltre al valore documentale nel processo di riappropriazione di
sé e a essere un’intelligente e inusuale
dichiarazione d’amore verso la figura
materna e più in generale verso le donne “che lo hanno fatto sognare”, è soprattutto un omaggio all’universo teatrale, al potere demiurgico del teatro e
dell’arte recitativa. È infatti sul palcoscenico che trovano forma e spazio le
paure, i traumi, i vari ruoli e personaggi interpretati da Gallienne, a partire da
quello materno.
In Tutto sua madre, dove l’autore oltre a se stesso recita anche il ruolo della
madre (idea riuscita che rende al meglio
una certa sensazione di schizofrenia latente del personaggio), la scena teatrale è presente instancabilmente sin dalla
sequenza iniziale che si svolge per l’appunto nel camerino del teatro in cui Gallienne si sta preparando, per poi dirigersi lungo i corridoi del dietro le quinte, fino a fare ingresso in scena, intervallandosi con l’elegante architettura del film
e delle sue scenografie. Vedi anche in Il
Ragazzo Selvaggio n. 104, p. 27. l.c.
tività danno al tutto l’andamento di una
favola, con l’eroe che deve superare mille prove per raggiungere la meta.
E al momento del “tutti vissero felici
e contenti” la lezione può cominciare. La
dura realtà, affrontata con maturità, diventa poesia. Il keniota Jackson, la marocchina Zahira, l’argentino Carlito e
l’indiano Samuel partono alla conquista dell’istruzione, perfettamente consapevoli che saper leggere e scrivere è
l’unico mezzo per strappare se stessi e la
famiglia dall’isolamento.
Quattro storie intersecate in montaggio alternato per togliere al film il
possibile “effetto catalogo” e permettergli di trasmettere emozioni insieme
a informazioni. Non si resta indifferenti di fronte a realtà spaventose, che trasformano i bambini in personaggi di un
road movie o in cow boy da western, o
ancora, in donne in cerca di emancipazione. Nulla sembra incrinare il loro sogno: mente vivida e sorriso fiducioso, e
le vicende epiche che vivono come normalità si trasformano in un inno alla vita. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio
n. 101/102, p. 19. ca. de.
DAI 18 ANNI
A N N U A R I O 2 0 14
La vita di Adele
La Vie d’Adèle, chapitres
1 et 2
Adele ha quindici anni e un appetito
insaziabile di cibo e di vita. Leggendo della
Marianna di Marivaux si invaghisce di
Thomas, a cui si concede senza mai
accendersi davvero.
A innamorarla è invece una ragazza dai
capelli blu incontrata per caso e ritrovata
in un locale gay, dove si è recata con
l’amico di sempre. Un cocktail e una
panchina condivisa avviano una storia
d’amore appassionata e travolgente che
matura Adele, conducendola fuori
dall’adolescenza e verso l’insegnamento.
Perché Adele, che alle ostriche preferisce gli
spaghetti, vuole formare gli adulti di
domani, restituendo ai suoi bambini tutto
il bello imparato dietro ai banchi e nella
vita. Nella vita con Emma che studia alle
Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla
amata per ore. Traghettata da quel
sentimento impetuoso, Adele diventa
donna imparando molto presto che la vita
non è sempre un (bel) romanzo.
r. Abdellatif Kechiche or. Francia/Belgio/
Spagna 2013 distr. Lucky Red dur. 179’
E
ludendo il compiacimento dell’esibizione, il regista tunisino racconta
una stagione d’amore dolorosa e irripetibile, senza psicologismi e con una carnalità priva di morbosità. Al centro del
film due giovani donne che leggono la realtà con gli occhi del desiderio, il loro, che
esplode sullo schermo accordando i capitoli della loro esistenza.
Con un movimento dall’esterno verso l’interno, Kechiche realizza un film
che quanto più si distende nel tempo,
tanto più si stringe nello spazio di una
DAI 12 ANNI
X-Men
Giorni di un futuro
passato
2023. La guerra fra umani e mutanti ha
devastato il pianeta: braccati dalle
imbattibili Sentinelle, i mutanti sono
ormai allo stremo. Grazie ai poteri di
Kitty Pride, Wolverine viene quindi
inviato indietro nel tempo, fino al 1974,
e si allea con i giovani Xavier e Magneto
per fermare Mystica. La ragazza,
animata da un rancore incontrollabile
nei confronti del genere umano, sarà
infatti suo malgrado responsabile
dell’omicidio che permetterà la
costruzione delle prime Sentinelle,
progettate dallo scienziato Bolivar Trask.
L’impresa è complicata dal particolare
triangolo caratteriale esistente fra Xavier,
Magneto e Mystica: il primo infatti è
unito fin dall’infanzia alla ragazza da
un forte legame di amicizia, ma non è
stato capace di impedire la sua discesa
verso l’oscurità, sfruttata dal secondo per
compiacere le sue manie di dominio
sugli umani.
r. Bryan Singer or. Usa 2014 distr. 20th
Century Fox dur. 131’
L’
ago della bilancia della guerra mostrata nel film è Wolverine, personaggio immortale (e dunque fuori dal
tempo), in una vicenda tutta basata proprio sullo stravolgimento della linearità
temporale e sulla necessità di ripensare
il proprio rapporto con la Storia e le scelte compiute nel passato, tali da determinare le dinamiche del presente e del fu-
camera, di un’aula, di una cucina, placandosi nel ritmo e dentro un’appassionata ricerca di interiorità.
Adèle Exarchopoulos è l’Adele del titolo, colta nell’incandescenza di un sentimento fervidissimo e totalizzante per Emma e congedata con una raggiunta consapevolezza. Dentro un abito blu, la protagonista comprenderà di poter sopravvivere agli amori che non possiamo trattenere, preferendo le lacrime e lo struggente languore all’innaturale rimozione.
E la bellezza di La vita di Adele nasce
proprio nei momenti di frattura, chiavi
per aprire il futuro alla protagonista rimasta sola col suo sentimento infelice.
Come nei romanzi, tutti francesi, che divora da studentessa e poi da insegnante, Adele si cerca nel fondo del proprio
amore, sopportando una solitudine che
ha imparato a curare.
Incolpevole o colpevole di metodo e di
onnipotenza, Kechiche trova innegabilmente spazio, ragioni e ragione (del metodo di montaggio e della maniera singolare di lavorare avec ses comédiennes)
sullo schermo. Vedi anche in Il Ragazzo
Selvaggio n. 101/102, p. 4 e 5. m.gn.
turo. Lo scopo di Singer è chiaramente
quello di mostrare l’ostilità reciproca fra
umani e mutanti che si riflette nelle dinamiche che hanno animato la Storia del
ventesimo secolo, fra ascesa del nazismo,
contrapposizioni tra i blocchi e corsa agli
armamenti come palliativo per un presunto mantenimento dello status quo,
utile soltanto a esacerbare i contrasti già
presenti in fase embrionale.
Tutto il film si articola pertanto sul
doppio registro dato da un lato dalla
confusione umani/mutanti, simboleggiata dalla mutaforma Mystica, e dall’altro dalla profonda torsione dei sentimenti che legano i personaggi e che finiscono per definire le possibilità di salvezza e le irrazionalità egoistiche che
portano agli scontri. Singer riesce in questo modo a elevare i paradigmi del razzismo (da sempre presenti nella saga e
nella sua filmografia) a un livello globale, ma allo stesso tempo ne fa una materia molto personale e “intima”, che attinge al vissuto dei singoli personaggi e
a sentimenti atavici e incontrollabili. Vedi anche in Il Ragazzo Selvaggio n. 106,
p. 27. d.d.g.
numero 107/108 · settembre-dicembre 2014
33
ANNUARIO
dei film per la scuola
Annuario dei Film
per la Scuola 2013
selezionati dalla Redazione
tra quelli usciti in sala
nella Stagione 2012/2013.
Anche questo Annuario,
disponibile solo
in versione digitale (PDF),
è scaricabile gratuitamente dal
Sito del Centro Studi Cinematografici
www.cscinema.org
Bimestrale di cinema, televisione
e linguaggi multimediali nella scuola
Anno XXX, nuova serie, supplemento al n. 107/108
settembre-dicembre 2014
Direttore responsabile
Carlo Tagliabue
Direttore
Mariolina Gamba
Rivista del Centro Studi Cinematografici
Redazione
00165 Roma, Via Gregorio VII, 6
Massimo Causo, Luisa Ceretto,
Tel. e fax: 06 6382605
Davide Di Giorgio, Anna Fellegara,
www.cscinema.org · [email protected]
Elio Girlanda, Flavio Vergerio,
Giancarlo Zappoli
Centro
Studi
Cinematografici
©
Collaborazione alle ricerche iconografiche
In collaborazione con Centro Studi per
Giuseppe Foroni
l’Educazione all’Immagine di Milano
Segreteria di redazione
ISSN 1126-067X
Cesare Frioni
Un numero euro 6,00
Progetto grafico e impaginazione
Aut. Trib. di Bergamo n. 13 del 30 aprile 1999 jessica benucci · www.gramma.it
Alla rivista si collabora solo su invito della
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Finito di stampare: ottobre 2014
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Universitaria e della Ricerca) per quanto
riguarda la classe 11 (Scienze Storiche,
Filosofiche, Pedagogiche e Psicologiche).
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Ricordiamo che, grazie alla Direttiva
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