Sostenuti dai “fratelli” d’oltre frontiera, gli Uiguri irredentisti costituiscono una spina nel fianco per il Dragone asiatico. Che non è però disposto a rinunciare alle ricchezze presenti in questa regione, che è tra
Xinjiang, dove la Cina
fa i conti con il suo Islam
GLOBALIZZAZIONE 2
di Silvia Sartori
le più grandi del Paese e che fornisce il 75% dei minerali, il 33% del
carbone e il 30% del petrolio on-shore. Così, sotto una patina di calma
apparente...
ascio Shanghai all’alba di una domenica,
diretta a Kashgar (Kashi, in cinese). Per
arrivarci, è innanzitutto necessario volare fino ad Urumqi, il capoluogo della
Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Il
volo dura cinque ore abbondanti, la metà
circa di un volo normale diretto in Italia.
Già, perchè lo Xinjiang è la regione più a
ovest della Cina, una sorta di raccordo tra
l’Asia Centrale e l’Estremo Oriente.
All’imbarco, mi riconosco unica caucasica in
mezzo a una folla di cinesi che, curiosi quanto me, si accingono a esplorare questa misteriosa regione, teatro anche dell’esotico viaggio di Marco Polo nel XIII secolo.
Nel primo pomeriggio sbarco a Urumqi, con
l'impressione di essere arrivata in un avamposto del mondo arabo. Il paesaggio è del
tutto diverso dal panorama urbano, tipico
della Cina della costa orientale: nessun
palazzone, nessuna superstrada, ancor più
incredibilmente nessuna traccia di pesante
traffico cittadino né di folle di abitanti, a
piedi o in bicicletta. La città si presenta
calma, rilassata, distesa sulla sua piana semidesertica, dipinta di tinte ocra. La grafia
arabo-turca si accosta a quella cinese nelle
segnaletiche pubbliche, volti caucasici caratterizzano lo spaccato umano di questo curio-
L
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so pezzo di Cina in cui la macchina del
tempo sembra esser stata messa in stand-by.
Abituata alla frenesia imperversante nei centri nevralgici della “Cina sviluppata“, osservo stupita questo diverso ritmo di una vita
che è, pur sempre, anch’essa parte della Cina
odierna.
Trascorro qualche ora nei dintorni della città,
fra distese desertiche in cui pascolano, radi,
alcuni cammelli, qualche cavallo nero corvino e alcuni greggi di capre. L’orizzonte è
cinto dalla maestosa catena della Tianshan
(la Montagna del Cielo) che non lascia intravedere tracce di vita. Qua e là, qualche grande tenda, finemente ricamata, in cui abitano
le popolazioni rurali della zona.
In tutto questo, stento sempre più a credere
di essere davvero ancora in Cina.
La sensazione continua quando, qualche ora
più tardi, sono nuovamente all’aeroporto.
Questa volta a circondarmi sono uomini
dell’Asia Centrale avvolti in lunghi abiti
scuri e con un’aria grave, che mi scrutano
con sguardo indagatore. Non è il solito stupore, incantato e genuino, con cui abitualmente i cinesi fissano i laowai (come sono
definiti gli stranieri in Cina); ora mi sento
diversa, non in quanto straniera, ma in
quanto donna.
Grazia Neri_Document China
Un altro mosaico cinese
A notte fonda arrivo alfine a Kashgar, la
più occidentale delle città cinesi.
Qui, come in pochi altri punti della regione, i
cinesi di etnia han non costituiscono la maggioranza della popolazione. C’è da chiedersi
per quanto ancora sarà così, vista la continua
e rafforzata politica di assimilazione, voluta
da Pechino nei confronti di questa sua “provincia sovversiva“. La regione dello
Xinjiang, che conta 18 milioni di abitanti
circa, ospita ben 47 gruppi etnici.
Storicamente, la maggioranza della popolazione era costituita da Uiguri, gruppo di
etnia turca che professa il credo musulmano
sunnita. Con essi convivono, tra gli altri,
consistenti gruppi di Kirghisi, Tagiki e
Uzbeki. Se, però, nel 1953 gli Uiguri costituivano tre quarti della popolazione locale e
gli han non erano che un’esigua minoranza
(inferiore al 10%), dagli inizi degli anni
Novanta la proporzione è cambiata notevolmente: gli Uiguri sono circa il 40% della
popolazione della Regione, mentre gli han
sono divenuti il gruppo nettamente maggioritario. Si tratta di cinesi che il governo di
Pechino invia nei “Nuovi Territori“ (come si
traduce il termine Xinjiang) per accelerare
l'assimilazione di quelle etnie minoritarie
che potenzialmente minacciano lo status quo
su cui regge la delicata stabilità interna cinese. Gli Uiguri, e i loro concittadini di origine
centro-asiatica, preoccupano infatti il governo per la loro simpatia nei confronti dei fratelli arabi e musulmani.
Dopo diverse vicissitudini storiche, in cui
forme di indipendenza del Turkestan
Orientale si susseguirono a invasioni da
parte delle dinastie cinesi, lo Xinjiang venne
definitivamente annesso alla Cina nel 1884,
per divenirne poi Regione Autonoma nel
1955. La popolazione locale, che non si riconosce nella cultura cinese né tanto meno
nella sua politica, non ha mai cessato di
rivendicare forme di maggiore autonomia, se
non persino di indipendenza, anche attraverso episodi di violenza che il governo di
Pechino considera “azioni separatiste“ e
“terroristiche“.
Sostenuti dai fratelli d'oltre confine e, nel
caso di alcune frange estremiste, da organizzazioni quali quelle dei Talebani, gli Uiguri
irredentisti continuano a costituire una scomoda spina sul fianco per il Dragone asiatico
che, soprattutto in questa sua fase di rinascita, non accetta compromessi su questioni
etniche e secessioniste, per diverse ragioni.
Per prima cosa, la Cina non è affatto disposta
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XINJIANG, DOVE LA CINA FA I CONTI CON IL SUO ISLAM
delle minacce più serie che potrebbero
pesantemente compromettere quella corsa
sfrenata con cui Pechino, già da una decade,
sta inseguendo il traguardo del successo e
della modernizzazione, per quanto “con
caratteristiche cinesi“. Per questo, Pechino
ha approfittato della campagna internazionale contro il terrorismo, all’indomani dell’11
settembre, per poter ulteriormente stringere
la morsa contro la minoranza musulmana.
Agenzie internazionali lamentano la crescente violazione dei diritti umani nella
regione, mentre il governo accusa i gruppi
etnici locali di complicità con il terrorismo
internazionale. Dal febbraio 2002, sulla scia
della “campagna ideologica contro i separatisti etnici nazionalisti”, è cresciuto il numero
di Uiguri accusati di “azioni terroristiche”,
sono aumentati arresti e persecuzioni politiche e si è intensificata la politica di repressione religiosa e assimilazione culturale
(l’UNICEF ha di recente inserito l’uiguro tra
le 3000 lingue mondiali a rischio di estinzione).
A fare pendant con la questione musulmana
si inserisce, poi, il fattore, non certo marginale, della posizione strategica dello
Grazia Neri_Document China
a rinunciare alle ricchezze presenti nel
“Nuovo Territorio“. Lo Xinjiang, infatti,
oltre a essere la più vasta regione della Cina,
di cui ricopre un sesto del territorio nazionale, ne possiede il 75 % dei minerali e il 33%
del carbone. Ciò che più conta per il gigante
asiatico, affamato di energia, lo Xinjiang
attualmente offre il 30% del petrolio nazionale cinese on-shore, ma è previsto che
molto presto la produzione locale aumenterà, al punto da superare quella dello
Heilongjiang e fare così della Regione uigura
la prima fonte nazionale di petrolio. Non
solo, ma nella disperata ricerca cinese di
fonti energetiche alternative, i deserti dello
Xinjiang rappresentano un’allettante piattaforma per lo sfruttamento e il potenziamento dell’energia eolica.
In secondo luogo, la Cina del nuovo millennio non può permettersi fenomeni di instabilità interna e teme forme di terrorismo di
matrice islamica. Soprattutto all’indomani
degli attentati dell’11 settembre, il governo è
deciso a tenere strettamente sotto controllo
la comunità musulmana e le sue rivendicazioni, tanto autonomiste che, ancor più, indipendentiste. Gravi disordini sociali sono una
GLOBALIZZAZIONE 2
dei trasporti asiatici. Indicativo è il fatto, per
esempio, che la Repubblica Popolare Cinese e
il Kazakistan stiano progettando l’istituzione
di una zona di libero scambio vicino a
Korgas e alle città lungo il confine, per favorire le esportazioni verso l’Europa e l’Asia
centrale. Per consolidare anche la via dei trasporti su mare, Pechino ha offerto di finanziare una fetta consistente dell’investimento
di 1,16 miliardi di dollari per la costruzione
di un porto nel villaggio pakistano di
Gwadar. Questo rafforzerà l'accesso dello
Xinjiang al Pakistan, obiettivo per cui
Pechino ha peraltro investito 200 milioni di
dollari nella costruzione di una rete viaria
che colleghi Gwadar a Karachi.
A spiegare, poi, la mano pesante con cui il
governo cinese continua a trattare la “questione Xinjiang“, vi è il solito, temuto, effetto domino. Sul piatto della delicata politica
interna cinese, infatti, giacciono ancora,
aperte, le questioni di Taiwan, “provincia
ribelle“ e di quelle regioni, Tibet e Mongolia
interna in testa, che reclamano la propria
indipendenza e non accettano la presunta
“prevaricazione“ cinese. Cedere con gli
Uiguri vorrebbe dire scatenare una pericolo-
Grazia Neri_Document China
Xinjiang. Il territorio, che dista dalla capitale
cinese quasi quanto dall’Europa centroorientale, non solo occupa una posizione
centrale nel continente asiatico, ma confina
con Mongolia, Kazakistan, Kirghizstan,
Uzbekistan, Tadgikistan, Afghanistan,
Pakistan e India. Internamente, condivide
anche parte dei suoi confini con la regione
tibetana, a cui è accomunato anche dall’irrequietezza politica e culturale, benchè in
forme diverse. Svolge, quindi, un ruolo fondamentale nel dialogo e nella rinnovata cooperazione con Stati dell’Asia centrale e
dell’Asia meridionale. La posta in gioco, in
entrambi gli scacchieri, è tra quelle che più
stanno a cuore a Pechino: la corsa alle risorse
energetiche dell’Asia centrale, la coesione
politica locale per allentare l’influenza statunitense nell’area, la storica cooperazione con
il Pakistan, il timido dialogo e la crescente
competizione con l’India. Per consolidare e
garantire la sua presenza nell’area, la Cina
sta potenziando notevolmente le infrastrutture e le vie di comunicazione dello
Xinjiang, così da ripristinarne l’importanza
di cui godeva ai tempi della Via della Seta e
farne nuovamente un corridoio privilegiato
Grazia Neri_Document China
XINJIANG, DOVE LA CINA FA I CONTI CON IL SUO ISLAM
sissima ondata di ribellioni interne che
minerebbero velocemente la compattezza e
la stabilità dell'odierno impero cinese.
Pechino è ben consapevole di questo rischio
e non fa mistero di come la stabilità interna
sia, attualmente, il requisito più importante
per consentire alla Cina di emanciparsi e
recuperare l'agognato titolo di superpotenza
mondiale.
“Sono cinese”
Camminando per le strade di Kasghar,
osservo la tradizionale vita urbana di questo
affascinantissimo grande bazar, famoso per i
suoi tessuti, tappeti e coltelli. Nulla, qui,
lascia pensare alla Cina orientale, la Cina
moderna che si sta occidentalizzando. Molte
delle donne che incrocio per strada indossano pesanti veli scuri che ne coprono completamente il viso. I bambini, che giocano lungo
la via, non ci capiscono quando parliamo loro
in cinese e a stento sanno dirci qualche parola nella “lingua nazionale“. La popolazione
locale, infatti, parla e scrive uiguro. Certo, il
cinese rimane la lingua ufficiale ma, almeno
a Kashgar, si riesce a comunicare meglio con
un limitato inglese che ricorrendo al mandarino. È un po’ come la questione del tempo:
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_La popolazione locale parla e scrive uiguro. Il cinese rimane la lingua ufficiale, ma spesso per uno straniero è
più facile comunicare in inglese che ricorrendo al mandarino. Nella pagina a fianco una statua di Mao
benché lo Xinjiang sia a qualche meridiano
di distanza da Pechino, la Cina ha deciso di
omogeneizzare tutto il suo immenso territorio adottando lo stesso fuso orario in ogni
suo angolo. E così succede che, a Kashgar, si
esca a mattinata inoltrata per trovare ancora
un cielo buio e un sole che timidamente
sorge. La vita qui si accende e la città si
anima quando i cinesi di Pechino stanno oramai pranzando. Ed è curioso, poi, concordare
appuntamenti con la gente del luogo. Io uso
il Beijing shijian (l’orario di Pechino), ma
questo sembra mettere in difficoltà gli abitanti del luogo che si fermano un attimo a
pensare, fanno due calcoli, traducono la mia
indicazione nello Xinjiang shijian, così alla
fine ci capiamo. In tutto questo, la collega
cinese, che mi accompagna, rimane allibita,
quasi risentita, verso questi suoi stessi connazionali che non parlano la sua lingua e
non si esprimono con le sue coordinate.
Silvia Sartori
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Quando non riesco a comunicare, lei interviene automaticamente col suo cinese da
madrelingua ma, buffamente per me, il
risultato è lo stesso: loro non capiscono me,
col mio cinese elementare, come non capiscono lei, cinese han. Stesso problema con i
tassisti: indico loro la mia destinazione, su di
una piantina che riporta le indicazioni sia in
inglese che in cinese, ma entrambe sono
incomprensibili all'autista.
Un orafo ci racconta che lui, ventiduenne, ha
imparato il cinese, così come l’inglese, da
uno dei suoi dieci fratelli che è insegnante di
cinese e di inglese. Sta imparando un po’ di
hindi grazie ai film di Hollywood che la televisione trasmette continuamente, la stessa
televisione che trasmette programmi americani, cinesi, russi, ma non uiguri. Il suo
sogno? Riuscire a risparmiare abbastanza da
poter poi andare in Pakistan o, magari, in
Arabia Saudita. Gli Stati Uniti, la meta a cui
agognano folle di cinesi delle metropoli, non
gli interessano: lui desidera ricongiungersi ai
fratelli arabi. Gli chiediamo allora se si senta
veramente cinese, lui che ha gli occhi verdi,
la carnagione chiara e non riesce a comunicare in mandarino. Ci pensa qualche secondo, si guarda attorno, allarmato e sospettoso,
e risponde “certo, io sono cinese“, con una
voce e uno sguardo che tradiscono la sua
vera opinione. “Bin Laden, ne hai sentito
parlare?“, continuiamo. Dapprima finge di
non aver sentito, con aria distratta dice di
non sapere chi sia, poi si corregge e dice di
averne sentito parlare, ma di non sapere cosa
faccia esattamente e dove si trovi. La sua
bocca accenna a un sorriso ironico, al pensiero di quel Bin Laden che potrebbe nascondersi proprio a qualche centinaia di kilometri
da lì.
All’ora concordata, torno dall’artigiano a cui
avevo commissionato un bracciale. Nella sua
stanzetta, il tempo è scandito da un orologio
che batte l’ora dello Xinjiang. Di fianco a lui
ventiseienne, una moglie giovanissima e
bella che avevo incontrato qualche ora
prima. Quando ritorno al negozio, la donna
si affretta a coprirsi il viso con il velo, alla
vista di un amico che ora mi accompagna.
A qualche passo dal vicolo del negozio,
intanto, continua a troneggiare imperiosa
una delle più imponenti statue di Mao che la
Cina annoveri.
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