Inquinamento
Con il termine inquinamento ci si riferisce ad
un'alterazione di una caratteristica ambientale causata,
in particolare, da attività antropica: produzione
industriale, trasporti, agricoltura, pesca, eliminazione
dei rifiuti. L’aumento preoccupante dell’inquinamento
negli ultimi due secoli è stato il risultato
dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione e del rapido
aumento della popolazione del pianeta.
In origine l'uomo era un animale che, come
tutti gli altri, viveva delle risorse fornite
dal proprio ambiente affidando la propria sussistenza alle attività
della raccolta di vegetali, della caccia e della pesca. Con la scoperta
del fuoco e dell'agricoltura l'uomo passò dalla raccolta alla
produzione artificiale di cibo, acquisendo, nello stesso tempo, la
capacità di modificare il territorio in cui viveva, molto di più degli
altri animali .
Pur avendo esercitato enormi ripercussioni sullo sviluppo della
civiltà, le trasformazioni compiute nelle economie agricole del
passato (ad es. lo sfruttamento dell'energia animale, l'invenzione
rivoluzionaria della ruota, l'invenzione dell'aratro ecc.) avvenivano
in maniera assai lenta e graduale, lasciando alla natura il tempo di
adattarsi alle nuove condizioni ambientali imposte dall'uomo
(aumento dello sfruttamento dei suoli, aumento della popolazione
ecc.). Le economie agricole, inoltre, riuscivano a mantenere una
sorta di equilibrio naturale tra i materiali estratti dal suolo (sotto
forma di prodotti commestibili, legname, materie prime) e gli
“scarti” delle attività dell'uomo (rifiuti solidi, prodotti del
metabolismo umano ed animale). I rifiuti solidi, essendo
prevalentemente costituiti da materiale organico biodegradabile
(legno, pelle, fibre tessili animali e vegetali), potevano essere
interrati o semplicemente sparsi sul terreno e venivano rapidamente
degradati. Anche il problema delle acque reflue urbane, sorto con la
nascita delle prime grandi città, poteva essere risolto in passato
abbastanza efficacemente convogliando i liquami nei corsi d'acqua
e nei mari, dove essi venivano diluiti e trasformati in prodotti
innocui .
In effetti una vera frattura storica in quest’ambito si
verifica tra Ottocento e Novecento, allorchè sorge
l’industria chimica e siderurgica nel 1751 con la
rivoluzione industriale. L’affermarsi di questa nuova
dimensione della produzione industriale, quasi
sconosciuta in passato, segna infatti una svolta nella
storia della degradazione ambientale per mano
dell’uomo.
Intanto è la qualità
dell’inquinamento che
cambia:l’industria
chimica immette
nell’ambiente veleni
creati dall’uomo che
prima non esistevano.
Gli studiosi stimano
che a partire dal 1900
siano stati sintetizzati
sino ad oggi circa 10
milioni di composti
chimici, di cui almeno
150.000 sono
attualmente in
commercio.
Contaminazione del terreno
Fertilizzazione campagne
Deserto che avanza
Dust Bowl
Disboscamento
Piogge acide
Ddt
Smog
Ozono
Effetto serra
Piogge acide
Come conseguenza della combustione di
enormi quantità di combustibili fossili,
soprattutto carbone e petrolio, vengono
immessi ogni anno
nell’atmosfera oltre
100 milioni di tonnellate
di anidride solforosa (SO2)
e di ossidi di azoto(NOx).
I due principali inquinanti sono:
il biossido di zolfo (SO2)
il biossido di azoto (NO2)
Come risulta ormai da molte ricerche, oltre a provocare
l’impoverimento della fauna ittica in migliaia di laghi,
le precipitazioni acide possono ridurre il rendimento di
raccolti agricoli e la vitalità delle foreste. Inoltre queste
precipitazioni favoriscono la corrosione dei metalli e
contribuisco alla profonda alterazione dei manufatti in
pietra, particolarmente nei monumenti di marmo.
Nei materiali marmorei il carbonato di calcio
viene facilmente disciolto dagli acidi.
CaCO3(s) + 2H+(aq)
Ca2+(aq) + CO2(g) + H2O
Il biossido di zolfo si scioglie nell’acqua
formando idrati (SO2 nH2O), dove n
dipende dalla concentrazione, dalla
temperatura e dal PH.
Gli idrati sono in equilibrio con una certa
quantità di ione idronio e di ione
idrogenosolfito (HSO3- ), la cui presenza
viene ridotta semplicemente all’acido
solforoso H2SO3 .
È la prima ionizzazione dell’acido
solforoso che genera la quasi totalità
dello ione idrogeno che questo atomo può
produrre nell’acqua:
H2SO3(aq)
H+(aq)+HSO3-(aq)
Quando la pioggia preleva SO2
dall’atmosfera, l’acqua piovana diventa
acida. Inoltre sia l’ossigeno che l’ozono
presenti nello smog convertono una parte
dell’ SO2 in SO3 , soprattutto in presenza
della luce solare e della polvere. Quando
SO3 reagisce con l’acqua, si forma acido
solforico che è un’acido forte e come tale
contribuisce all’acidità dell’acqua.
Nei motori delle macchine, grazie alle alte
temperature e pressioni, è possibile la
combinazione diretta di azoto ed ossigeno:
N2+O2
alta temperatura
2NO
Quando il monossido di azoto appena
prodotto entra in contatto con l’aria esterna
più fredda reagisce ulteriormente con
l’ossigeno per dare il biossido di azoto, il gas
che conferisce allo smog il suo colore bruno
rossastro.
2NO + O2
2NO2
Nell’acqua NO2 reagisce per dare due acidi:
HNO3 e HNO2:
2NO2 (g) + H2O
HNO3(aq) + HNO2(aq)
Ddt
Il DDT è forse il più noto fra i POP, gli inquinanti organici
persistenti (persistent organic pollutants). I POP sono composti
organici di comprovata tossicità, che persistono lungamente
nell'ambiente (si degradano lentamente), e poiché hanno una certa
volatilità, si diffondono anche in regioni molto lontane da quelle in
cui sono stati utilizzati (long-range transport).
Scarsamente solubili in acqua,
tendono a concentrarsi nel
tessuto degli esseri viventi (bioaccumulo).
Per queste sue proprietà, il DDT
irrorato in passato nelle piantagioni
di cotone può ritrovarsi oggi nel latte
delle donne eschimesi.
Tradizionalmente i POP sono un gruppo
di dodici, fra composti e classi di
composti, noti come "la sporca dozzina"
(the dirty dozen), verso i quali la
comunità internazionale ha posto in
essere numerose azioni per ridurre o
eliminare il loro rilascio nell'ambiente.
Questo prodotto chimico, sintetizzato per la prima volta
nell’Ottocento in Svizzera, venne irrorato nel
dopoguerra in California per combattere le zanzare.
Esso venne spruzzato nell’acqua con una concentrazione
di un
cinquantesimo di parti per milione(ppm). Quando però
alcuni anni dopo si effettuarono le analisi, si scoprì che
nel plancton tale concentrazione era diventata 250 volte
superiore a quella dell’acqua, nelle rane maggiore di
2.000 volte, nei pesci di 12.000 volte e negli uccelli che si
nutrivano di pesci, di 80.000 volte.
Gli uccelli, avvelenati, smisero di riprodursi.Da
allora si cominciò a capire la terribile
pericolosità del ddt, bandito più tardi dagli
stati più progrediti insieme ai suoi undici
compari, ma non da tanti paesi in via di
sviluppo,
dove continua ad uccidere.
Oggi sappiamo che esso
costituisce uno dei veleni
più duraturi e persistenti
creati dagli uomini.
Una ricerca campione effettuata in
Germania occidentale sulla perdita di
ricchezza provocata dai danni inflitti
all’ambiente da questi prodotti, ha fatto
scoprire che nel 1985 si sono perduti circa
103 miliardi di marchi, pari al 5% del
prodotto interno lordo di quell’ anno!
Dust bowl
Il Dust Bowl (in inglese: catino di polvere) fu il risultato
di una serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati
Uniti centrali e il Canada dal 1931 al 1939,causate da
decenni di tecniche agricole inappropriate, con mandrie
di bufali che fertilizzarono il terreno destinato alla
coltivazione del grano, seguite da una grave siccità. Il
terreno fertile delle grandi pianure venne esposto
attraverso la rimozione dell'erba durante l'aratura.
Durante la siccità, il suolo si seccò
diventando polvere, e venne soffiato via
verso est, principalmente in grandi nuvole
nere. Talvolta queste nuvole di polvere
oscuravano il cielo fino a Chicago, e gran
parte della terra rimossa si perse
completamente nell’Oceano Atlantico.
Si pensi che nel solo marzo 1935 le
tempeste distrussero circa due milioni di
ettari di coltivazioni a frumento, mentre
incalcolabile fu la perdita di terreno
superficiale che si verificò nelle campagne
sia in quegli anni che nei periodi
successivi.
Il buco dell’ozono
Nella parte più bassa della stratosfera, tra
i 10 ed i 50 chilometri di altitudine, è
situato uno strato di ozono (O3) e che
rappresenta un vero e proprio schermo nei
confronti delle pericolose
radiazioni ultraviolette
(raggi UV) provenienti
dal sole.
Ogni anno, durante la primavera dell’emisfero
australe, la concentrazione dell’ozono
stratosferico nell’area situata in prossimità del
Polo Sud diminuisce a causa di variazioni
naturali. Purtroppo, a causa degli inquinanti
rilasciati in atmosfera, sin dalla metà degli anni
settanta questa periodica diminuzione è
diventata sempre più grande, tanto da indurre a
parlare del fenomeno come del “buco
dell’ozono”.
Si pensa che la principale causa della
diminuzione dell’ozono sia la presenza
nell’atmosfera di un gruppo di prodotti
chimici noti come clorofluorocarburi
(CFC); in molti paesi questi prodotti
chimici sono ancora utilizzati nei sistemi
di refrigerazione (frigoriferi, impianti per
l’aria condizionata), mentre in passato
venivano usati anche come propellente
nelle bombolette di aereosol.
Il problema è estremamente importante
in quanto una riduzione dell’effetto
schermante dell’ozono comporta un
conseguente aumento dei raggi UV che
giungono sulla superficie della Terra.
Nell’uomo l’eccessiva esposizione a
questi raggi è correlata ad un aumento
del rischio di cancro della pelle,
generato a seguito delle mutazioni
indotte nel DNA delle cellule epiteliali. I
raggi ultravioletti possono causare
inoltre una inibizione parziale della
fotosintesi delle piante, causandone un
rallentamento della crescita e, nel caso
si tratti di piante coltivate, una
diminuzione dei raccolti. I raggi UV
possono anche diminuire l’attività
fotosintetica del fitoplancton che si
trova alla base della catena alimentare
marina, causando di conseguenza uno
scompenso notevole a carico degli
ecosistemi oceanici.
L’ozono è una delle componenti
principali del cosiddetto smog
estivo
e in grandi concentrazioni può avere
effetti dannosi su persone e piante.
È durante le giornate estive molto
calde e poco ventilate che si
formano
le maggiori quantità d’ozono.
Quando tali condizioni perdurano
l’ozono si accumula nell’aria
raggiungendo
concentrazioni molto elevate. L’arrivo
del brutto tempo accompagnato
da piogge e vento riporta i valori
dell’ozono a livelli normali.
Durante i mesi estivi i limiti posti
dalla legislazione alle immissioni
d’ozono
sono spesso superati su tutto il
territorio cantonale.
Smog e
ozono
Nei motori delle macchine, grazie alle alte
temperature e pressioni, è possibile la
combinazione diretta di azoto ed ossigeno:
N2+O2
alta temperatura
2NO
Quando il monossido di azoto appena
prodotto entra in contatto con l’aria esterna
più fredda reagisce ulteriormente con
l’ossigeno per dare il biossido di azoto, il gas
che conferisce allo smog il suo colore bruno
rossastro.
2NO + O2
2NO2
La principale fonte di atomi di ossigeno è
la scissione delle molecole di NO2 resa
possibile dai raggi ultravioletti (UV).
NO2 + raggi UV
NO + O
L’ossigeno atomico così liberatosi si
combina con una molecola di ossigeno
formando l’ozono.
O + O2 + M
O3 + M
Dove M indica una molecola qualsiasi
come N2 o O2, che sia capace di
assorbire una parte dell’energia cinetica
che interviene nell’urto.
Generalmente la presenza di ozono nell’aria è circa 0,12
ppm (soglia massima consentita), in quanto lo stesso
monossido di azoto distrugge parte dell’ozono.
NO + O3
NO2 + O2
Questa reazione è quella mediante la quale si
elimina la maggior parte dell’ozono: ma altre
sostanze sono capaci di asportare NO dalla reazione
prima che venga usato per distruggere l’ozono.
Queste sostanze sono presenti esse stesse nei gas di
scarico dei veicoli: sono gli idrocarburi incombusti o
parzialmente ossidati che sostituiscono il residuo
della combustione incompleta del combustibile.
Con tassi di ozono fra120 e 180 μg/m3
alcune persone fra le più sensibili possono avere
dei disturbi quali bruciore agli occhi, irritazione
della gola, pressione sui polmoni e dolori quando
si respira intensamente. La reazione all’ozono varia
comunque da soggetto a soggetto e dipende dalla
concentrazione nell’aria e dalla durata
dell’esposizione.
In generale si distinguono le seguenti situazioni:
concentrazioni tra 120 e 180 μg/m3:
pochi soggetti risentono dell’inquinamento da
ozono;
concentrazioni comprese tra 180 e 240 μg/m3:
situazione critica per le persone più sensibili
come bambini fino ai 6 anni, anziani, asmatici,
allergici, …
concentrazioni superiori ai 240 μg/m3:
la fascia di popolazione interessata dagli effetti
dell’ozono aumenta col crescere dei valori
di ozono.
Il deserto che avanza
Si calcola che dal 1882 al 1952 i deserti
siano cresciuti a livello mondiale del
140%, passando da 11 a 26 milioni. Il
fenomeno è particolarmente accentuato in
taluni stati dell’Africa.
Il deserto tende ad avanzare per più cause:
innanzi tutto per effetto dei
disboscamenti, che vengono effettuati di
solito allo scopo di estendere le
coltivazioni o per far posto ai pascoli.
Accade inoltre che i contadini africani
abbandonino le pratiche agricole
tradizionali per dedicarsi alle
monoculture industriali.
Quando si rimuove un manto erboso,
l’energia solare, invece di essere assorbita
dagli alberi, viene riflessa dal terreno
nudo, aumentando le temperature,
inaridendo il suolo, creando polvere
nell’atmosfera e contribuendo a inibire la
formazione di nuvole di pioggia.
L’avanzate di terre sabbiose o comunque
sterili non è tuttavia un fenomeno solo
africano. La desertificazione sta infatti
avanzando nelle steppe asiatiche dell’ex
Urss, in Australia, negli Usa, in Cina, nel
Cile e perfino in alcune aree italiane. Ogni
anno circa 6 milioni di ettari di terra
fertile diventano sterili per le cause più
diverse.
Agricoltura: concimi
I possibili inquinamenti dovuti
all’impiego dei concimi
riguardano soprattutto le acque,
sia profonde che superficiali.
I danni maggiori si hanno con perdite
dal terreno di azoto (N) allo stato nitrico (nitriti e
nitrati) nel caso di concimazioni eccessive o irrazionali.
Le perdite di fosforo (P) sono invece molto limitate,
trattandosi di elemento pochissimo solubile.
Trascurabili gli inquinamenti per perdite di potassio (K)
e di altri elementi minerali contenuti nei concimi chimici
in genere.
Quando si distribuiscono dei fertilizzanti al terreno, si distribuisce
dell’azoto sotto diverse forme: organico (liquame, letame e concimi
organici ed organico-minerali), ureico (urea ed alcuni concimi
composti), ammoniacale (solfato ammonico, nitrato ammonico ed
alcuni concimi composti) o nitrico (nitrato di calcio, nitrato
ammonico ed alcuni concimi composti). L’azoto organico si
trasforma, più o meno lentamente, in azoto ammoniacale e quindi
nitrico. Lo stesso avviene per l’azoto ureico, ma con maggiore
velocità; e, ancor più rapidamente, per l’azoto ammoniacale. Dato
che queste trasformazioni dipendono dall’attività biologica dei
microrganismi del terreno, la loro velocità dipende molto dalle
condizioni ambientali ed è massima in presenza di temperature
elevate e buona umidità del suolo. In generale le trasformazioni
sono molto veloci in primavera e nella tarda estate, mentre
rallentano in inverno e durante i periodi di siccità, in assenza di
irrigazione. Alla fine di queste attività biologiche si ha sempre la
formazione di azoto nitrico che è assorbito da tutte le piante e, se in
eccesso rispetto alle esigenze di queste, viene trascinato dalle acque
di pioggia e di irrigazione che attraversano il terreno, con il
meccanismo definito "lisciviazione". Questo azoto nitrico
(contenuto nei nitrati) trascinato dall’acqua può provocare due
gravi forme di inquinamento.
I microrganismi usano gli amminoacidi per
fabbricare le proprie proteine e liberano l’azoto
in eccesso sotto forma di ammoniaca o di ione
ammonio (ammonificazione), poi molte specie
di comuni batteri sono in grado di ossidarli con
la seguente reazione (nitrificazione):
2NO3 + 3O2
2NO2- + 2H+ + 2H2O
Un altro gruppo di batteri ossida i nitriti
in nitrati
2NO2- + O2
2NO3-
Innanzi tutto l’acqua che percola in
profondità può raggiungere le falde
acquifere che alimentano i pozzi e le
sorgenti da cui sono tratte le acque
potabili, arricchendole di nitrati. Questi
ultimi, in certe condizioni, sono pericolosi
per la salute umana e pertanto la loro
presenza nelle acque le può
rendere non potabili.
Se invece le acque che trascinano i nitrati del terreno vanno nei corsi
d’acqua superficiali (fossi, canali, fiumi), possono provocare un
altro tipo di danno all’ambiente, sia negli stessi corsi d’acqua, che,
soprattutto, nei laghi, nelle lagune e nel mare, dove essi sfociano.
Infatti l’azoto nitrico è assorbito dalle alghe, che si sviluppano
molto rapidamente in presenza di nitrati. L’eccessivo sviluppo di
alghe, sia microscopiche che di grandi dimensioni, diminuisce la
trasparenza dell’acqua, rende difficile la vita per gli altri vegetali e
per gli animali negli strati più profondi e crea quindi una
complessiva grave alterazione dell’equilibrio ecologico delle acque.
Questo fenomeno è definito genericamente "eutrofizzazione" –
parola che deriva dal greco e che significa "buon nutrimento" – ed
indica proprio una situazione in cui sono presenti troppi elementi
nutritivi per le alghe. L’eutrofizzazione può assumere diverse
caratteristiche, ma è comunque un fenomeno negativo per
l’ambiente.
Disboscamento
Un aspetto specifico di alterazione degli
equilibri del suolo e del territorio riguarda
un particolare fenomeno: il
disboscamento.
La distruzione di boschi e foreste non
comporta soltanto una maggiore
esposizione del suolo ai processi di
erosione, ma ha effetti ambientali diretti
ed indiretti di enorme portata.
I boschi svolgono una vera e propria
funzione di serbatoi naturali dell’acqua
piovana. Grazie infatti al manto arboreo e
alle piante del sottobosco, le piogge non
solo non trascinano a valle il suolo, ma
vengono trattenute e filtrate nel terreno.
Al tempo stesso,
soprattutto le foreste
tropicali sono il luogo dove
si custodisce gran parte del patrimonio della
biodiversità botanica e zoologica dell’umanità.
Distruggere questi habitat significa anche
impoverire ulteriormente la terra di organismi
viventi, di una ricchezza di cui non conosciamo
neanche le potenzialità.
La stessa riduzioni delle loro superfici ha effetti
negativi non solo a livello locale ma sulla
salute complessiva del pianeta. Queste foreste,
infatti, rappresentano il grande superstite
polmone della terra. Sono i maggiori generatori
di ossigeno nella biosfera. Il loro progressivo
abbattimento, diminuendo la capacità di
assorbimento di anidride carbonica da parte
degli alberi, aumenta l’effetto serra che tende a
surriscaldare il pianeta.
Effetto serra
Alcuni dei gas presenti nell’aria, detti "gas serra", hanno la capacità
di assorbire il calore di quella quota di radiazioni solari che una
volta "rimbalzate" sulla superficie terrestre sfuggirebbero poi verso
lo spazio: più cresce la loro concentrazione, e più aumenta la
quantità di calore intrappolata nell’atmosfera e dunque,
tendenzialmente, la temperatura sul nostro pianeta. Sono "gas
serra’ l’anidride carbonica (CO2), i clorofluorocarburi (CFC), il
metano (CH4), l’ossido di azoto (NO2), l’ozono troposferico (O3). La
concentrazione dei “gas serra" nell’atmosfera cresce sia per
l’aumento delle emissioni sia, nel caso dell’anidride carbonica, per
la sistematica distruzione di milioni di ettari di foresta: gli alberi,
infatti, agiscono da veri e propri "accumulatori" di carbonio, e per
ogni ettaro di foresta bruciato cresce quindi di un po’ la quantità di
anidride carbonica liberata nell’aria, e con essa l’effetto serra.
A provocare l’effetto serra sono l’anidride carbonica, i clorofluorocarburi, il metano,
l’ossido di azoto, l’ozono troposferico: gas la cui concentrazione aumenta sempre di
più per una serie di cause tutte legate ad attività umane. Gran parte della
responsabilità per il progressivo riscaldamento del nostro pianeta va addebitata al
modello energetico dominante: l’80% delle emissioni di anidride carbonica, il
principale "gas serra", proviene dalla combustione del carbone, del petrolio e del
metano, dunque dall’attività delle centrali termoelettriche, dai fumi delle industrie,
dagli scarichi delle automobili. Ma sotto accusa ci sono anche i fertilizzanti azotati
usati in agricoltura, che oltre ad alimentare il fenomeno dell’eutrofizzazione che sta
uccidendo decine di laghi e mari, tra cui l’Adriatico, sono anche responsabili di
buona parte delle emissioni di ossido di azoto.
Infine altri due "imputati" di primo piano sono i clorofluorocarburi responsabili
della distruzione della fascia di ozono, la cui produzione per fortuna è in rapida
diminuzione, e la deforestazione, che nelle foreste tropicali procede al ritmo di un
campo di calcio al secondo.
Quanto alla parte di ‘colpa" delle varie aree geo-politiche del mondo, il dato che
salta subito agli occhi e che oltre la metà delle emissioni di anidride carbonica e
degli altri "gas serra" viene dai Paesi industrializzati - Stati Uniti, Unione europea,
Canada, Giappone, Australia - dove vive appena un quinto della popolazione
mondiale.
Se le emissioni dei "gas di serra" in atmosfera
proseguiranno ai ritmi attuali, dovremo
attenderci nei prossimi decenni un
riscaldamento globale del pianeta compreso tra
1 e 3,5 gradi centigradi. Le conseguenze di questo
aumento della temperatura sarebbero
catastrofiche a vari livelli.
• INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI
MARI
Il riscaldamento provocherebbe il parziale
scioglimento dei ghiacci e un’espansione
termica degli oceani, con un innalzamento
prevedibile del livello dei mari di 15-95cm.
• ALTERAZIONI CLIMATICHE
I periodi di siccità, che già in questi anni si sono estesi
dalle latitudini equatoriali a molte regioni temperate in
Europa e negli Stati Uniti, si moltiplicherebbero, e vaste
aree intensamente coltivate che oggi forniscono grano e
cibo a tutto il mondo, come le grandi pianure
nordamericane ma anche in parte la Pianura Padana,
potrebbero diventare zone aride non adatte
all’agricoltura. Al tempo stesso, l’aumento della
temperatura produrrebbe
un’intensificazione e una
maggiore estensione di
eventi meteorologici estremi
come alluvioni, inondazioni,
cicloni tropicali.
• DISTRUZIONE DELLE SPECIE ANIMALI
La febbre del pianeta accelererebbe l’estinzione di
migliaia di specie animali e vegetali, non più in grado
di sopravvivere nelle mutate condizioni climatiche.
Lo scioglimento dei ghiacci potrebbe compromettere
irrimediabilmente interi ecosistemi. Tra le specie più
a rischio orsi polari e pinguini, salmoni e trichechi,
foche e tigri, e poi ambienti già oggi fortemente
minacciati come le barriere coralline. Infine, si
assisterebbe alla crescente tropicalizzazione di mari
"temperati" come il Mediterraneo, dove la fauna e la
flora autoctone verrebbero progressivamente
soppiantate da specie provenienti dai mari del sud.
In base al Protocollo di Kyoto firmato nel 1997, le nazioni
industrializzate hanno preso l’impegno di ridurre le emissioni di
anidride carbonica di almeno il 5% entro il 2008-2012 rispetto ai
livelli del ’90: un obiettivo troppo timido, visto che molte delle
conseguenze previste in caso di riscaldamento del pianeta sono già
in parte una realtà, e in ogni caso un obiettivo che rimane
lontanissimo. In particolare l’Italia, che si è impegnata a ridurre del
6,5% entro il 2010 rispetto al ’90 le emissioni di CO2, finora ha fatto
assai poco per centrare l’obiettivo, tanto che al ’98 le nostre
emissioni erano addirittura cresciute di oltre il 5%. Un ritardo,
oltretutto, doppiamente autolesionista, perché quasi tutte le misure
utili ad abbattere le emissioni di CO2 servirebbero anche a
combattere l’inquinamento atmosferico e a ridurre la dipendenza
energetica del nostro Paese dal petrolio.
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