L’avvento della Regione in Italia
• E’ stato osservato che l’avvento dell’ordinamento
regionale nel nostro Paese ebbe il significato di
una rivoluzione destinata a segnare una nuova
era nella storia dello Stato italiano. Ponendo
mano alla redazione del progetto di costituzione i
costituenti se ne mostrarono pienamente
consapevoli fin dalle prime sedute plenarie della
Commissione dei 75, quando la questione delle
autonomie venne identificata, immediatamente
con la questione stessa della struttura dello Stato,
e pertanto, devoluta alla seconda
sottocommissione.
• Va ancora sottolineato come il dibattito preliminare,
svoltosi fra il luglio e l’agosto del 1946, rivelasse la
sostanziale coincidenza, nel pensiero dei costituenti,
fra il problema delle autonomie e quello della
Regione. Nell’approccio ai lavori della costituente
occorre soffermarsi sul periodo di redazione del
progetto di costituzione per capire come si arriva alla
redazione del titolo V.
• Va sottolineato, ancora, come la commissione dei 75
non si limitò a svolgere un’attività meramente
tecnico-giuridica, ma fu un organo essenzialmente
politico, che riproduceva la composizione partitica
dell’ASSEMBLEA.
• Fin dalle prime sedute lo schieramento
politico che la questione regionale determina,
risulta articolato sia fra i diversi partiti, sia
all’interno degli stessi: sotto questo profilo si
riproduce la situazione del periodo
precostituente
Formazione della II sottocommissione
13 componenti
3
Unione
democra
tica naz.
7
3
5
2
3
1
Blocco naz.
Libertà
1
• Nella Dc, accanto alla
maggioranza
impersonata da
Gaspare Ambrosini,
orientata verso una
regione dotata di
potestà legislativa,
esiste una minoranza
che preferisce insistere
sul concetto di
decentramento
amministrativo
• Rimaneva isolato
e inascoltato il
costituzionalista
Costantino
Mortati che
sollecitava un
approfondimento
del rapporto
pianificazioneregioni
• Il PCI sembra concorde nell’accettare la
Regione ma nel rifiutarle sia la piena
autonomia finanziaria, sia la potestà legislativa
primaria. Non mancano, tuttavia,all’interno
del partito, coloro che si schierano contro la
regione, nella convinzione che il
decentramento burocratico amministrativo sia
sufficiente.
• Dei 5 socialisti che fanno parte della
sottocommissione, 2 sono per l’ampliamento
delle autonomie amministrative, ma contrari
all’istituzione della regione.
• Fra i repubblicani
l’idea di regione è
condivisa ma c’è chi
parte dalla
considerazione della
massima autonomia ai
comuni per arrivare
alla regione, c’è chi,
come Tommaso
Perassi, aderisce
all’impostazione di
Ambrosini
• Nel Partito Liberale,
confluito
nell’Unione
democratica
nazionale, Luigi
Einaudi è
ragionalista,
• Aldo Bozzi parla di
regione facoltativa
• L’azionista Emilio Lussu
ribadisce il suo
federalismo…
• …mentre il leader del
movimento indipendentista
siciliano, Andrea Finocchiaro
Aprile parla di una
confederazione italiana
• L’orientamento della maggioranza, si rivelò, in
seno alla seconda sottocommissione, a favore
del regionalismo. Ciò dipese dalla circostanza
che nella Commissione dei 10 incaricata di
redigere lo schema sull’ordinamento
regionale, siciliani, sardi e valdostani fossero 4
su 10…
• Se non esistevano dubbi sulla necessità della
creazione dell’ente regionale, molte erano
invece le incertezze circa i poteri del nuovo
ente e il dibattito si polarizzava intorno ai temi
del federalismo e del mero decentramento.
• Emergeva in quel contesto, quale posizione
capace di contemperare entrambe le esigenze,
e dunque quale soluzione di compromesso, la
proposta di Gaspare Ambrosini dello Stato
regionale.
Lo Stato regionale di Ambrosini
• La tesi di Ambrosini comportava che
l’ente regione fosse dotato di potestà
legislativa primaria. Essendo corrente
l’opinione che fra tale soluzione e il
federalismo non vi fosse troppa
differenza i federalisti, vistisi in
minoranza, vi aderirono, seguiti dai
repubblicani e dagli azionisti.
• Comunisti e socialisti erano invece
disposti ad ammettere
esclusivamente una potestà legislativa
delegata, sollevando il plauso dei
liberali.
I lavori del Comitato dei 10
• Sulle prime sembrò che si potesse giungere facilmente
ad una soluzione condivisa, tuttavia, già nel Comitato le
sinistre presentarono progetti che rilanciavano la tesi
della propria parte politica. Nel Comitato l’impostazione
di Ambrosini prevalse, ma nella seconda
sottocommissione l’esame dell’argomento richiese ben 2
sedute, perché in alternativa al progetto del Comitato
veniva proposto un emendamento contrario alla potestà
esclusiva e favorevole soltanto a quella integrativa.
L’iniziativa faceva perno su comunisti e socialisti, ma
aveva accolto singole adesioni fra i liberali ed esponenti
di altri gruppi.
La Commissione dei 75
• Il 17 gennaio del 1947, nella seduta
plenaria della Commissione dei 75, si
constatò che il PCI era contrario
anche all’ipotesi di una potestà
legislativa integrativa. Fu lo stesso
Togliatti a prendere la parola contro il
testo votato dalla II
sottocommissione, asserendo che,
delle due concezioni possibili, il
federalismo e il decentramento
amministrativo, mentre del primo
rimanevano nel progetto “profonde
tracce”, del secondo non si faceva
cenno, circostanza che lo rendeva
inaccettabile….
• Togliatti presentava un ordine del giorno che prevedeva il
decentramento amministrativo e un regime di ampia
autonomia per le isole e le zone mistilingui, per il resto
rifiutava l’introduzione, nella Costituzione, di elementi “anche
indiretti ed attenuati di federalismo”.
• Nonostante pochi fossero disponibili a seguire il leader
comunista, in seno alla seconda sottocommissione la
maggioranza più autonomista prevalse per soli due voti. La
stessa sottocommissione ridusse il numero delle materie nelle
quali la potestà legislativa poteva essere esercitata,
eliminando settori importanti come agricoltura e foreste,
turismo, caccia, antichità e belle arti. Per collocare tali
materie, la sottocommissione fu costretta ad enucleare la
potestà legislativa concorrente.
Alcune considerazioni….
Un elemento che emerge chiaramente dall’analisi delle vicende
che portarono all’introduzione del regionalismo
nell’ordinamento italiano è il carattere politico della questione
regionale. Nel periodo compreso tra la caduta del fascismo e
la presentazione alla costituente del progetto costituzionale,
la regione è politica, come idea e come fatto. Proprio per tale
circostanza le vivcende dell’approvazione del titolo V non
potevano non essere influenzate da fatti contingenti. In
particolare la crisi politica del maggio-giugno 1947 e
l’esclusione delle sinistre dal governo esercitò un’influenza
determinante sulle sorti del titolo V.
• Nella fase che va dalla fine di gennaio alla fine
del maggio del 1947 DC e PRI assumono la
difesa dell’ordinamento regionale previsto dal
progetto, mentre le altre forze politiche, e in
particolare le sinistre, manifestano tutto il loro
malumore.
• Nel momento in cui, fra maggio e giugno del
1947 vengono estromesse dal governo, le
sinistre italiane trovano nelle regioni
prospettive di nuova lotta politica assumendo
come proprio quel garantismo che aveva
caratterizzato la posizione della DC.
Nel luglio del 1947 si
affronta il problema di
fondo, quello della potestà
legislativa esclusiva,
integrativa e concorrente. Si
rinunciava alla legislazione
esclusiva e si concentravano
in una sola figura la
legislazione concorrente e
quella integrativa.
In sostanza, la DC si era
accordata con il PCI
Costituzione della Repubblica italiana
• Art. 5.
• La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le
autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il
più ampio decentramento amministrativo, adegua i principi
ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia
e del decentramento.
• Art. 114.
• La Repubblica si riparte in Regioni, Provincie e Comuni.
Costituzione della Repubblica italiana
• Art. 128.
• Le Provincie e i Comuni sono enti autonomi nell’ambito dei
principi fissati da leggi generali della Repubblica, che ne
determinano le funzioni.
• Art. 129.
• Le Provincie e i Comuni sono anche circoscrizioni di
decentramento statale e regionale.
• Le circoscrizioni provinciali possono essere suddivise in
circondari con funzioni esclusivamente amministrative per un
ulteriore decentramento.
Costituzione della Repubblica Italiana 1948
Disposizioni transitorie e finali
VIII.
Le elezioni dei Consigli regionali e degli organi elettivi delle amministrazioni
provinciali sono indette entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione.
Leggi della Repubblica regolano per ogni ramo della pubblica
amministrazione il passaggio delle funzioni statali attribuite alle Regioni. Fino
a quando non sia provveduto al riordinamento e alla distribuzione delle
funzioni amministrative fra gli enti locali restano alle province ed ai comuni le
funzioni che esercitano attualmente e di cui le Regioni deleghino loro
l’esercizio. Leggi della Repubblica regolano il passaggio alle Regioni di
funzionari e dipendenti dello Stato anche delle amministrazioni centrali, che
sia reso necessario dal nuovo ordinamento. Per la formazione dei loro uffici le
Regioni devono, tranne che in casi di necessità, trarre il proprio personale da
quello dello Stato e degli enti locali.
IX.
La Repubblica, entro tre anni dall’entrata in vigore della Costituzione, adegua
le sue leggi alle esigenze delle autonomie locali e alla competenza legislativa
attribuita alla Regione
Roberto Segatori
Le debolezze identitarie del regionalismo italiano
La traduzione operativa degli articoli costituzionali suddetti (a partire dall’art. 122
riguardante il sistema d’elezione degli organi elettivi) è rimessa ad apposite leggi di
attuazione. Così, mentre prende progressivamente il via l’attività legislativa e
amministrativa delle Regioni a statuto speciale, sulle Regioni a statuto ordinario si abbatte
una specie di rimozione che durerà per circa un ventennio. Infatti, dopo due leggi di rinvio
(la 1465/1948 e la 762/1949), la legge 63/1953 sulla costituzione e il funzionamento degli
organi regionali rimane lettera morta per volontà della maggioranza di governo.
A questo punto l’iniziale posizionamento ideologico dei partiti (per semplificare: la DC
regionalista, il PCI centralista) muta, fi no a capovolgersi, per effetto di due eventi
(relativamente) contingenti, che sono costituiti dall’estromissione delle sinistre dal governo
nel maggio-giugno 1947 e dalle elezioni politiche dell’aprile 1948. La DC, verifi cato
che l’esito elettorale attribuisce ad essa la maggioranza relativa nel paese, mette la sordina
alle spinte autonomistiche. All’opposto, il PCI passa da “una posizione oscillante tra
l’antiregionalismo e il regionalismo moderato” a “una posizione di regionalismo avanzato”
che sembra doversi attribuire, più che ad alcune pregresse indicazioni filoautonomistiche
sul regionalismo siciliano e sardo e ad un richiamato continuismo con alcuni testi di Antonio
Gramsci, ad una valutazione più aggiornata dei nuovi equilibri di potere maturati in Italia tra
il giugno 1947 e l’aprile 1948.
La terza stagione del regionalismo si svolge tra il 1968 e il 1977 e consiste
nell’attuazione delle previsioni del dettato costituzionale fi no ad allora ignorate.
Formalmente la fase prende avvio da una serie di provvedimenti legislativi che si
protrae per un decennio. Si inizia con la legge 108/1968 che detta norme per le
elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario e con la legge
281/1970 che determina le assegnazioni finanziarie necessarie al funzionamento
delle stesse. Si prosegue con le prime elezioni regionali del 1970 e la redazione
degli statuti autonomi, la cui approvazione si conclude nel 1971. Si arriva infine
abbastanza lentamente al trasferimento delle competenze: dopo i primi limitati
decreti di delega del 1972, occorre arrivare al 1977 perché si realizzi con il d.P.R.
616 il trasferimento della maggior parte delle funzioni sulle materie previste
dall’art. 117 e delle deleghe di cui all’art. 118 della Costituzione.
Al di là del piano normativo – necessario per dare vita alle Regioni a statuto
ordinario, ma farraginoso nei tempi e nei modi –, l’intera sequenza è preceduta
dall’intenso dibattito sulla programmazione e sulla riforma dello Stato che segna
i governi di centro-sinistra degli anni ’60 e si conclude con il nuovo clima sociale
determinato dalle tumultuose dinamiche della popolazione e dalla stagione dei
movimenti a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, continuando a mantenere alcuni limiti
di fondo.
• Sul finire degli anni ’60 l’Italia è infatti
interessata da un vasto e profondo
processo di riassestamento societario
dovuto ad una forte crescita della
popolazione (che aumenta di 3,5 milioni
di unità
• tra il 1961 e il 1971), ad ondate di
migrazione interna nella direzione SudNord (cambiano residenza ogni anno
circa 1,45 milioni di individui) e ad
un’urbanizzazione disordinata, specie
nelle città del Nord- Ovest.
• I movimenti di protesta che si
originano da tali dinamiche (su
• tutti quelli degli studenti e
degli operai, ma anche quelli
dei “cattolici del dissenso”,
degli operatori delle
“istituzioni totali”, delle
femministe e dei residenti
delle nuove aree abitative
prive di servizi) provano a
scaricare la loro tensione sulle
istituzioni centrali dello Stato
e, in primis, sul governo.
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Da qui nasce probabilmente il convincimento delle forze politiche di cercare di
“frammentare” l’ondata di protesta e di dirottare e canalizzare il potenziale
eversivo delle mobilitazioni verso i territori e i decisori locali. Le nascenti
Regioni sono in qualche modo (e ambiguamente) favorite da tale strategia,
proprio perché finiscono col diventare funzionali a dare risposte decentrate di
welfare, specie quando si completano i trasferimenti del d.P.R. 616.
La stagione del regionalismo degli anni ’70 non è però così lineare
come potrebbe sembrare in riferimento ai suddetti fattori d’apertura.
In maniera del tutto indipendente dal senso politico del processo in
atto (centrato sulle parole d’ordine del decentramento, della partecipazione
e delle riforme sociali da realizzare nelle Regioni), tra il 1971
e il 1973 viene a compimento l’iter normativo di una riforma dall’opposta
valenza politica, vale a dire la centralizzazione del sistema tributario.
Ciò che insomma lo Stato concede con una mano (l’autonomia
su molte politiche sociali), viene strozzato sul fronte delle risorse
(la negazione dell’autonomia impositiva). Infatti la legge 825/1971
delega al governo il riordino dell’intero sistema tributario italiano, che
si completa attraverso una serie di decreti legislativi emanati nel 1972
(per le imposte indirette) e nel 1973 (per le imposte dirette).
Le conseguenze di tali input ambivalenti sono doppiamente pesanti.
In primo luogo scoppia una specie di guerra tra poveri tra Regioni
ed enti locali subregionali (Province e Comuni). Infatti, di fronte alle
resistenze con cui lo Stato procede al reale decentramento di uffi ci e
risorse, le Regioni – venendo meno al rispetto di un criterio costituzionalmente
sancito – non si limitano a svolgere un ruolo legislativo,
ma si mettono anche ad esercitare molte funzioni amministrative che
avrebbero dovute essere delegate agli enti locali. E ciò fa sì che per i
Comuni le Regioni si rivelino frequentemente “un nemico più vicino
e quindi più invadente dello stesso Stato”. In secondo luogo, almeno
per i primi decenni (fino a quando cioè non arriverà l’“ossigeno”
aggiuntivo dei fondi strutturali dell’Unione europea), stenta a nascere
una vera e propria arena politica regionale con una classe politica forte
ed autonoma. Chi scrive questa nota ha potuto peraltro verificare
in una ricerca su un caso specifico (l’Umbria) lo stato di “asfissia del
ceto politico regionale” ancora nel 1992.
• Per le prime tre stagioni del dibattito sul
decentramento in Italia non c’è dunque da fare un
bilancio lusinghiero. In centocinquant’anni di storia
nazionale si registra sì un progressivo avanzamento
istituzionale del ruolo degli enti locali e delle Regioni.
Ma dal punto di vista sostanziale, fino all’ultimo
decennio del secolo scorso, per le Regioni a statuto
ordinario non solo ci si trova in presenza di un
regionalismo debole, ma appare decisamente
un’astrazione e una velleità fare riferimento
• all’idea di federalismo.
• Nel 1970 finalmente si poterono svolgere
le prime elezioni per le regioni a statuto
ordinario. Due anni più tardi venivano
emanati i decreti per il trasferimento alle
regioni delle competenze amministrative
e legislative.
• Il lungo e complesso processo di
attuazione delle regioni a statuto
ordinario si concludeva nel 1975, anno nel
quale il Paese è attraversato da numerose
polemiche sui caratteri e gli sviluppi che
avrebbe dovuto avere in Italia il
regionalismo.
• Tali polemiche scoppiarono alla fine del
1975, in seguito di un’intervista a Guido
Fanti, presidente della regione EmiliaRomagna, pubblicata sulla Stampa di
Torino il 6 novembre di quell’anno.
•
•
Bolognese il 27 maggio 1925. Si iscrive alla
facoltà di Scienze biologiche ma abbandona gli
studi a causa della Seconda Guerra mondiale.
Chiamato alle armi nel novembre del 1943,
abbandonerà l'esercito e poco dopo aderirà
alla Resistenza partigiana. Il 21 aprile del 1945
si iscrive al Pci, del quale diventerà segretario
provinciale e regionale. Consigliere comunale
dal 1957, il 2 aprile 1966 viene eletto sindaco
di Bologna.
Nel 1970 si dimette dall'incarico di primo
cittadino e si candida alle elezioni regionali,
diventando il primo presidente della Regione
Emilia-Romagna. Viene eletto presidente della
Giunta regionale il 23 luglio 1970.
Nel 1975 viene confermato presidente della
Giunta.
Si dimetterà l'8 maggio del 1976 e verrà eletto
prima al Parlamento nazionale quindi a quello
europeo, di cui diverrà vicepresidente.
Muore nel 2012
Il 6 novembre del 1975 su La Stampa compare un articolo di
Francesco Santini dal titolo “Ma nascerà davvero la super
regione della Padania? Fanti spiega la sua proposta per una
grande Lega del Po”. È una intervista esplosiva al comunista
Guido Fanti, primo presidente della Regione Emilia Romagna,
che descrive il suo progetto di aggregazione delle cinque
regioni ordinarie della Valle padana, per coordinare e rendere
più efficienti alcune funzioni e servizi che superano la
dimensione regionale, ma in realtà anche per dare più forza al
Nord nel confronto con lo Stato centrale e per rimediare ad
alcuni degli squilibri con il Sud nella gestione e distribuzione
complessiva delle risorse. La Padania di Fanti viene concepita
come modello geopolitico funzionale, di organizzazione di
interessi socio-economici rispetto a un centro politico
governato dalla Dc, in coerenza con l’idea pluralista di Europa
delle regioni tratteggiata in quegli anni da Denis de
Rougemont.
• “Alla vigilia dell’incontro Governo-Regioni fissato a Roma per metà
novembre, Guido Fanti Presidente della Giunta dell’Emilia Romagna,
rilancia con il tema Padania il ruolo dell’area del Po e giudica
improcrastinabile un accordo tra Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto ed
Emilia per superare la crisi che ha colpito il Paese.
• C’è sul tavolo del governo Moro il piano di intervento a medio termine e
Guido Fanti propone la partecipazione delle Regioni al dialogo per il
rilancio economico.
• Chiede perciò che al discorso con i Sindacati, il Governo affianchi in
parallelo quello con le Regioni impegnate in queste settimane ad attuare i
decreti anticongiunturali e a preparare i bilanci del prossimo anno.
• “E’ un’occasione che il Paese non può perdere – dice – un appuntamento
al quale gli Enti locali, proprio per le funzioni loro attribuite, non possono
mancare”.
• Inserisce su questo punto il progetto di un accordo tra le cinque Regioni
dell’area del Po e subito aggiunge che la proposta non nasconde l’insidia di
scaricare una nuova forza sul governo centrale: vuole al contrario,
“convogliare l’apporto coordinato di un’area geografica che ha in comune
un groviglio di problemi irrisolti, di scelte non fatte”.
“
• Nessuno vuole indebolire il governo Moro – dice – anzi
la nostra è una proposta di sostegno” e liquida i timori
di una aggregazione tra Regioni forti, fatalmente
contrapposte ad un Mezzogiorno debole, chiarendo:
“Nel Centro-Nord la crisi economica non si è tradotta
come al Sud, in crisi sociale: quindi in un discorso
ampio di programmazione, la strategia di intervento
non si deve risolvere sulla testa del Meridione d’Italia,
anzi le cinque Regioni del Po sono chiamate a incidere
come fattore di equilibrio”.
• (..) Il Presidente della Giunta emiliana, individua nel
superamento delle vecchie strutture dello Stato
centralistico e nella rapida attuazione del nuovo Stato
decentrato, “la via d’uscita per il Paese”.
• “Le Regioni – dice Fanti – rifiutandosi di chiudersi in se stesse, sono
chiamate a svolgere il ruolo di protagoniste della politica nazionale e il
consolidarsi dei rapporti permanenti, nell’area padana, rappresenta un
contributo decisivo”.
• Le singole realtà regionali sono per Fanti limitate e i grandi temi, da quello
dell’industrializzazione e dell’occupazione a quello degli investimenti “si
estendono su aree geografiche ben più vaste; le risorse potenziali del Po
sono disperse e inutilizzate, la crisi dell’agricoltura investe pesantemente
anche le zone padane tradizionalmente più avanzate. Il patrimonio
zootecnico si depaupera di giorno in giorno mentre il più grande fiume
italiano è oggi una minaccia naturale, non una fonte di ricchezza”.
• Il progetto di aggregazione per le Regioni della Valle Padana è in
formazione e si annunciano i primi contatti tra i Presidenti delle Giunte
regionali. Fanti individua i punti al primo posto e le Regioni padane, nel
tentativo di collaborare debbono tenere presenti essenzialmente, con gli
sbocchi professionali dei giovani, il lavoro nelle campagne.
• (..) Dall’agricoltura passa all’industria: “C’è da tener
conto della domanda sociale, ma è necessario
individuare tutti insieme, gli sbocchi sui mercati interni
e su quelli esteri, ecco la necessità del confronto fra le
Regioni del Po. Non si può ignorare la politica delle
localizzazioni industriali, per uno sviluppo equilibrato
del territorio”.
• (..) Questa della Padania, è per Fanti una proposta
essenzialmente politica. Ne ha parlato a Bruxelles, la
settimana scorsa in sede CEE con il Presidente Ortoli e
dice: “E’ inutile andare a Bruxelles a chiedere soldi per
le Regioni quando non ci sono: la nostra proposta è
stata diversa: chiediamo piuttosto che siano le Regioni
e non la Cassa per il Mezzogiorno a gestire i fondi
riservati in sede comunitaria, alle aree depresse del
nostro Paese”.
• Il suo progetto per la nascita della Padania trova scarso favore; con
l’eccezione del presidente della Liguria, tutto il mondo istituzionale
manifesta forte opposizione: partono subito il coro dei patrioti e
l’ostensione delle icone tricolori. Il repubblicano Francesco
Compagna stigmatizza – con poca originalità - i pericoli per l’unità,
vedendo nel “mito della Padania” la “premessa, se non di una
scissione dell’Italia, certo di una erosione della sua unità”, oltre al
pericolo che “si potesse innestare il separatismo del Nord, armato
di interessi ben più consistenti di quelli che operavano nell’arcaico
retroterra del separatismo siciliano”.
• Negli stessi giorni, la Montedison organizza un convegno sul tema
per discutere “la proposta, di particolare rilevanza sotto il profilo
politico-istituzionale, di dar vita ad una forma di coordinamento tra
le regioni padane”. É ancora Compagna che si incarica di contrastare
l’iniziativa, attribuendo alla Montedison di Cefis (e a Miglio, che ne
è il consigliere) l’intenzione di sganciarsi dal Sud. Gli argomenti che
utilizza sono i soliti del piagnisteo meridionalista.
• Ma sono anche gli stessi comunisti che osteggiano Fanti.
Togliatti era infatti stato fin troppo chiaro quando in un
discorso in preparazione dell’Assemblea costituente
pubblicato su L’Unità del 30 dicembre 1945, aveva scritto:
“Noi non siamo federalisti, noi siamo contro il federalismo,
noi riteniamo che lo Stato italiano deve essere organizzato
come uno stato unitario (..). Uno Stato federalistico sarebbe
una Italia nella quale risorgerebbero tutti gli egoismi e
particolarismi locali ostacolando la soluzione di tutti i
problemi nazionali nell’interesse di tutta la collettività. Una
Italia federalistica su base regionale sarebbe un’Italia nella
quale in ogni regione finirebbero per trionfare delle forme
di vita economica e politica arretrate, vecchi gruppi
reazionari”.
• Su questa iniziativa Fanti si gioca la sua carriera politica. E
perde.
Fra i pochissimi che comprendono la portata del
progetto e che lo difendono c’è Gianfranco Miglio,
che, con un articolo su Il Corriere della Sera del 28
dicembre 1975, ripropone il tema delle tre Italie:
“Considerata la pietosa esperienza dello Stato
“nazionale-unitario” (..) l’unica esperienza alternativa
da tentare è quella costituita dalla consapevole
integrazione tra grandi aggregazioni geoeconomicamente omogenee: il Nord, il Centro, il Sud
(più le due isole autonome)”.
Sia Fanti che Miglio hanno perfettamente compreso
che le Regioni nascono vecchie e che devono essere
superate da aggregazioni con ben diversa valenza
socio-economica e identitaria: così come sono
concepite, esse infatti riproducono tutti i mali dello
Stato centrale, e rischiano di diventare la parte più
conservatrice del vecchio e corrotto apparato
unitario, e – per queste ragioni – di trovare
nell’opinione pubblica o l’indifferenza o un giudizio
francamente spregiativo.
Decalogo federalista della Lega
1993
• Art.1. L’unione italiana è una libera associazione della Repubblica Padana,
Repubblica di Etruria e della Repubblica del Sud. All’Unione aderiscono le
regioni autonome di Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e
Friuli Venezia Giulia.
• Art. 2. Nessun vincolo è posto alla circolazione e all’attività dei cittadini
delle Repubbliche sul territorio dell’Unione. Tale libertà può essere limitata
soltanto per motivi di giustizia penale.
• Art.3. Le Repubbliche sono costituite dalle relative Regioni a statuto
ordinario. Plebisciti definiranno l’area rispettiva delle tre Repubbliche.
• Art.4.Ogni Repubblica conserva il diritto di stabilire e modificare il proprio
ordinamento interno, ma la funzione esecutiva deve spettare ad un
governatore eletto direttamente dai cittadini della Repubblica stessa.
• Art.5. La Dieta provvisoria di ogni Repubblica è composta da 100 membri,
tratti a sorte tra i consiglieri regionali. Secondo la Costituzione definitiva la
Dieta sarà eletta direttamente dai cittadini
• Le Diete riunite e integrate dai rappresentanti delle Regioni autonome
formano l’assemblea politica dell’Unione. La funzione legislativa spetta
esclusivamente ad un altro collegio rappresentativo, formato da 200
membri, eletto dai cittadini dell’Unione.
• Art.6. Il governo dell’Unione spetta a un primo ministro eletto direttamente
dai cittadini. Egli esercita le sue funzioni coadiuvato e controllato da un
Direttorio composto dai governatori delle tre Repubbliche
Roberto Segatori
Le debolezze identitarie del regionalismo italiano
Il passaggio istituzionale che stanno attualmente attraversando le Regioni
italiane è sicuramente il più importante nei 150 di storia nazionale. Due
sollecitazioni normative hanno infatti costretto a ridefinire in senso sostanziale
il ruolo e i poteri dell’istituto regionale: da un lato, la riforma del Titolo V della
Costituzione e il federalismo fi scale; dall’altro, la progressiva spinta dell’UE (dai
piani Delors 1 e 2, all’Agenda 2000, alla programmazione 2007-2013) per
l’adozione di criteri sempre meno approssimativi e più rigorosi nella defi izione
dei progetti regionali di coesione e di sviluppo/competitività. Le Regioni
italiane sono oggi al centro di un gigantesco processo di verifica della
consapevolezza del proprio ruolo da parte della relativa classe politica e del
senso di appartenenza regionale dei cittadini,
atteso che le ultime statistiche ne rivelano un peso inferiore al 15%
nell’efficacia e nell’efficienza della stessa spesa pubblica regionale.
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L`avvento della Regione in Italia