C LINICA M A I ^ T T I f i
NERVOSE t MESTAI!
Voi. X X X IX
(Serie IV - Voi. X)
------------------------------------------------------------------------------------ ^i^toaa 6?0 8t a_______
W MU1
ARCHIVIO
mnàm MiUKin
DI
ANTROPOLOGIA CRIMINALE
PSICHIATRIA E MEDICINA LEGALE
fondato da CESARE LOMBROSO
REDATTORI
Pr o f .
MARIO
C A R R A R A , deU’Università di Torino
Dott. Gina Lombroso — Lattes Dott. L. — Mariani Dott. C. E.
Románese Dott. R. - Sacerdote Dott. A. - Tovo Dott. 0.
SOMMARIO
Dott. Prof. Leone Lattes, Aiuto neirjstitiito di Medicina Legale
deirUniversità di Torino — Sulla morte improvvisa per accesso
epilettico (con due t a v o l e ) ....................................................Pag. 321
Dott. Carlo De Sanctis, Capitano Medico - Ipoalgesia universale
» 338
e « Sintomo di Lombroso » ...................................................
Dott. Prof. Anselmo Sacerdote, Medico nel Manico:nio di Torino
— Un nuovo caso d i emicraniosi in alienato (con una tavola)
» 355
Prof. B. Prisco, Direttore del Manicomio Provinciale di Catanzaro
in Girifalco — Equivalente epilettico sotto forma di esposizione
accessuale del seno (esibizionismo) e consecutiva automasturbasione m am m aria (con una figura nel testo) .
.
.
.
» 361
Dott. R. Románese, Assistente nell’istituto di Medicina Legale dell’ Università di Torino — Un raro caso d i morte improvvisa
(con nna t a v o l a ^ ....................................................................
» 365
Documenti Criminologici — Giurisprudenza Medico-Legale
Bibliografia — R ivista delle Riviste
Notizie — Nuoce pubblicazioni — Necrologio
(nelle pagine interne della copertina)
FRATELLI
TORI NO
BOCCA, E D I T O R I
MILANO
—
1919
ROMA
DOCUMENTI CRIMINOLOGIOI
L’Antropologia Criminale e la guerra.
Questa immane conflagrazione guerresca di popoli che ha
avuto manifestazioni ed effetti così gravi, profondi e re­
moti, ha posto anche al necessario cimento della pratica la
nostra dottrina di Antropologia Criminale per quel che ri­
guarda sia la criminalità in generale che la criminalità mili­
tare propriamente detta ; mostrando la necessità di sceverare
nella complessità del fenomeno collettivo — il fattore indi­
viduale o antropologico e di valutarne l’influenza e il com­
portamento.
Quanto alla prima tutti ci siamo ripetutamente domandati
*come si sia comportata la criminalità diciamo così « bor­
ghese » durante la guerra, nelle sue varie forme di violenza
e di frode. Chè se raolte « energie » le sono state sottratte
dalle generose leve in massa che han mobilitato gli uomini
proprio nell’età meglio atta alle manifestazioni criminose,
in cambio la guerra ha scatenato attivi fermenti di indisci­
plina e di ribellione, ha rincrudite le condizioni economi­
che ed ha inscenato tristi esempi e non trascurabili abitu­
dini di violenza e di sangue.
Alcune di tali condizioni si sommano, ma altre si interfe­
riscono : e non è facile nè prudente di prevederne, e nep­
pure semplicemente di constatarne la definitiva risultante.
Una diminuzione numerica di reali di violenza certa­
mente si è avuta, pur valutata naturalmente in rapporto alla
riduzione di popolazione «borghese ». Ma dal punto di vista
antropologico si ha la impressione, se pur non possa ancora
essere sorretta e «dimostrata» da cifre statistiche, che ab­
biano commesso reati in numero proporzionalmente maggiore
che pel passato individui di debole resistenza psichica — i
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84
-
quali furono alienali o che alle alienazioni mentali e comunque
a disturbi psichici sono predisposti. Essi semhran dunque
esser state le prime vittime di fattori occasionali, quali sono
le condizioni sociali e psichiche atteggiate a violenza e le
condizioni economiche più difficili.
Qualche cosa dì simile avvenne anche dopo la guerra
del 1870 in Francia, secondo riferì di recente in un suo ar­
ticolo il Roux (1) ; e l’Abbott (2) sulla base di statistiche car­
cerarie ha accertata una diminuzione postbellica nella crimi­
nalità per l’Inghilterra, la Scozia e l’irlanda.
11 Comm. Liperi Pais, allora Procuratore Generale alla
Corte d’Appello di Torino, confrontando le cifre della crimi­
nalità nel 1915 pel Distretto Giudiziario di Torino, vi notava
in confronto al 1913 (chè il 1915 era stato anno di eccezionale
aumento di criminalità) una notevole diminuzione di reati
specialmente di rapina e di truffe : mentre erano aumentati
gli omicidi e le lesioni lievi e lievissime. Tale diminuzione
si è verificata anche nei reati di competenza pretoria.
L’« occasione » si è offerta specialmente peri reati contro
la proprietà, dei quali il numero non è certo diminuito in pro­
porzione con la diminuzione transitoria di popolazione pre-^
sente. Gli estremi rincari delle merci non solo han prodotto
difficoltà economiche di vita per l’acquis.to dei generi di
prima necessità, che sono anche dall’Antropologia Criminale
giudicate un elemento attivo nell’eziologia del delitto ; ma
han dato « valore » ad una quantità di piccoli oggetti e di ma­
terie prime o di prodotti secondari abbandonati per la primi­
tiva tenuità intrinseca del loro valore alla buona fede pubblica :
o di cui pel loro numero e l’uso che se ne fa riesce diffìcile
e sproporzionatamente costosa la custodia: vasi, bottiglie,
tubature, oggetti di vestiario, combustibili, grassi, prodotti
medicinali.... Ogni cosa per quanto modesta ha acquistato
apprezzabile valore ed ha quindi suscitato le cupidigie ladre­
sche anche di chi, in tempi normali, avrebbe probabilmente
resistito a stimoli meno intensi e meno facilmente appagabili.
L’« occasione» ingomma par avere avuto, com’era del resto
t
(1) Bevue politique et parlam entaire, Avril 1917.
(2) Journal of crim inal Low, IX , 1.
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-
da attendersi, più pronta e maligna influenza specialmente su
individui, anche lievemente, predisposti.
Ma come ho detto si tratta di un’« impressione » desunta
pressoché esclusivamente da esperienza personale e quindi
— per quanto diretta e genuina — necessariamente limitata
e parziale ; bisogna su questo campo, lasciar prima parlare
le statistiche penali.
Esperienza larga, pur troppo meglio documentata, s'è
fatta intorno ai problenù di Antropologia Criminale attinenti
alla guerra — che concernono cioè la criminalità militare
vera e propria.
Già al principio della guerra ci fu chi credette che questa
rappresentasse un utile « impiego » delle tendenze degenerate
e violente dei criminali. Non è la guerra stata definita da un
ostinato pacifìcista un assassinio collettivo? Senonchè con
un’implicita e irriducibile contraddizione si è creduto in­
sieme che la guerra — che doveva utilizzare le tendenze
criminali — le potesse anche correggere ! e i criminali ci
tornassero dalla fronte redenti e trasformati. Persino una
legge del iluglio 1915, su cui VArchivio (1915, pag. 561) ha
già espresse riserve, e che fu del resto assai limitatamente
applicata — (in nessun caso nel Distretto giudiziario di To­
rino !) — promette e permette una riabilitazione per merito
di guerra.
Ma presto l ’esperienza ha Fatto giustizia dell’una e dell’altra
illusione : e non è neppur necessario di trattenersi sull’ar­
gomento, se non dal punto di vista, dirò cosi, storico.
Presso di noi se ne fece propagatore l’Avellone pei mino­
renni ; in Francia il Ramell, deputato dei Pirenei Orientali
in un articolo dal signitìcativo titolo « Uomini che si pos­
sono ricuperare » propose senz’altro di aprire le porte del
carcere a coloro che domandano di andare alla fronte a com­
battere « perchè si riabilitassero con l’esempio quotidiano
della disciplina, dell’abnegazione, del dovere ».
In Germania, « au bout de ressources » umane, il 9 giugno
1918 il Bundesrath ha rinviato al Reichstag un progetto per­
mettente la mobilitazione di reggimenti di detenuti. 1 « for­
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-
zati » in corso di espiazione di pena o liberali dovevano essere
raccolli in reggimenti speciali.
Ci può essere stato bensì nella guerra qualche caso iso­
lato di coraggio, di altruismo in soldati criminali, sotto le armi :
nè starò a ripetere come la psicologia del coraggio si diffe­
renzi da questi impulsi o ciechi o criminali : più facilmente
ancora le tendenze feroci e impulsive di qualche individuo
o di qualche branca etnica han trovato in un attacco bellicoso,
in un periglioso corpo a corpo occasione propizia per passare
in atto con risultati « utili » per la collettività. Ma l’espe­
rienza generale meglio assodata e più inleiligentemenle in­
terpretata da capi e da gregari fu presto contraria a codesta
forma di « simbiosi » che offriva troppo pericolose possibilità
di ritorsione.
0
almeno anche qui doveva intervenire a regolare l’espe­
rimento il buon criterio antropologico discriminativo : quando
infatti si parla di delinquenti « sic et simpliciter » si in­
dica una categoria di individui che hanno di comune una
attività deviata, ma hanno profonde e numerose varietà di
carattere e di attitudini psichiche individuali, cosicché non
si può — senza cadere in rilevanti inesattezze ed in inevi­
tabili errori — prevedere in loro una identità di effetti per
cause, sia pur identiche, a cui essi, così in blocco, siano
sottoposti. Ora è ben possibile che rei di delitti « convenzio­
nali », occasionali, passionali specialmente, diventino buoni
soldati, capaci insieme di atti eroici e di attese pazienti e
disciplinate, di idealismi guerreschi e di tranquilla praticità.
Proprio in questi giorni ho rivisto come caporale coman­
dante il piccolo picchetto di soldati posto a guardia della
Carceri giudiziarie, un’antica conoscenza delle carceri stesse,
certo B., che nella sua prima giovinezza vi era stato accolto
più volle per furio, e vi aveva tenuto condotta pessima tanto
da dover essere più volte confinato nella cella di punizione...
Non aveva però nessun precedente morboso individuale nè fa­
miliare ; era tiglio di madre vedova e abbandonato a sè stesso.
L’esercito e la guerra han agito su di lui come i riformatori
agiscono sui loro ospiti migliori emendabili... Egli è ora un
ottimo soldato : mi ha raccontato che dopo la guerra libica ca­
duto malato gravemente per febbri malariche e in « punto
di morte » giurò alla ipadre, nell’ospedale di Pisa, di cambiar
—
87
—
vita... se fosse vissulo. E ha manlenuto la parola. Dopo d’allora non ha più awita una punizione ed ora custodisce fe­
delmente i suoi compagni d’un tempo!
Ma tutta la psicologia delle forme più gravi di delinquenti,
dei delinquenti nati, dei delinquenti abituali, dei recidivi, che
sono poi i pili temibili e quelli pei quali varrebbe la pena
di tentare codeste applicazioni derivatrici della loro crimina­
lità, contrasta fondamentalmente con un’utilizzazione guerre­
sca ; la quale non richiede soltanto qualità negative di disci­
plina passiva o rassegnata, come può sembrare ad un osser­
vatore superficiale e parziale, ma esige anche qualità etiche
« positive ».
Si tratta di compiere un dovere, e un dovere assai gravoso
per giunta. Sempre un dovere, quale che sia, presuppone
in chi lo compie attitudini psichiche — che son le medesime
tanto per i doveri civici che per quelli militari : chi ha
mancato agli uni per non esservi fondamentalmente adattato
e preparato, mancherà pure, secondo ogni ragionevole pre­
sunzione, agli altri.
Nella guerra odierna, guerra di popoli interi non di una
sola casta militare, guerra che fu in gran parte di trincea,
cioè tormentata da interminabili attese, da un ozio, almeno
in apparenza, vano sotto il tormento del continuato pericolo,
occorrono più che slanci incomposti e rapidi — inibizione vi­
gile e continuata, compostezza di sentimento, cosciente e te­
nace disciplina.
Proprio l ’opposto di quel che è la psicologia criminale
appunto nelle forme più gravi che ho detto : tutta a scatti, ad
impulsività e ad insofferenze, col suo aspetto tipicamente epilettoide... Onde dopo i primi slanci, talora pure in buona fede
e disinteressati — ecco l’accorata sfiducia, ecco le ribellioni
improvvise e sanguinarie, le fughe pressoché inconscie, le
diserzioni e i suicidi (1).
La medecina legale militare è tanto persuasa di codesta
irriduttibile incompatibilità, che allontana nella maniera più
larga e sommaria tutte le forme di neuro e di psicopatie —
(1) Cfr. L attes , questo Archivio,
(ibidem , voi. 39, pag. 29).
voi. 38, pag. 381 ; S a c c h w i
e quindi anche le criminali — dall’esercilo : le presenti, le
passate — anche se guarite ! — e, per quanto può, le future !
Possiam dire anzi che tale eliminazione degli elementi psi­
chicamente sospetti dall’esercito è una gloriosa conquista della
scuola lombrosiana.
Ghè il « misdeismo » non fece che attuare nella dolorosa
realtà quanto l’antropologia criminale aveva segnalato e pre­
veduto; il pericolo cioè di armare la mano di individui, cosi
pronti ad un’inconscia offesa, e di volerli sottoposti ad una
uniformità e ad un rigore di disciplina contro cui tutta la loro
organizzazione anomala e la loro personalità psichica si ribella.
Dopo Misdea e Seghetti (1) furon promossi, sotto la sugge­
stione della scuola lombrosiana, provvedimenti sanitari e
legislativi diretti a rimuovere ed a tener lontano — per quanto
può previsione umana — dalla compagine dell’esercito tali
minacciosi componenti. Nou dico soltanto gli « alienati » come
tali, il che riesce più facile e di più evidente ragione, ma
gli individui o epilettici o epilettoidi, cioè criminali in po­
tenza o addirittura palesemente criminali.
Pure quando esercito, come in quest’ultima guerra, di­
viene tutto un popolo, e quando la terribile potenza offensiva
e distruttiva delle armi moderne moltiplica il danno delle
stragi mortali — codesta eliminazione, che pur riusciva ef­
ficacemente protettiva per l’esercito, diventa disastrosa per
la collettività sociale, perchè essa costituisce, una selezione
invertita, in cui gli elementi, socialmente più dannosi vengono
risparmiati in danno degli elementi più sani e più utili, mag­
giormente sacrificati.
(1) A proposito del Seghetti : vieti diffuso a scopo di propaganda
confessionale persino tra i detenuti nelle carceri un libretto scritto
da un certo prete Audisio, intitolato « La morte del soldato G u­
stavo Seghetti», tirato nientemeno al centesimo migliaio in una
tipografìa di Savona (1916). È una sdolcinata narrazione di con­
fessioni, di « comunioni », di abbracciamenti e di genuflessioni,
con grandi elogi al caro, buon « Gustavo » coraggioso e devoto e
mite cristiano, salvo quell’ incidentello della «s p a ra la » , che del
resto il buon dio ha voluto « per ricliiaraare a sè u n ’anim a spersa ».
Testuale! È insomma u n ’apologia se non del reato... del delin­
quente. Come diavolo si lascia che i preti diffondano nelle carceri CQ’
4esta roba?
-
89
—
Uq mio amico e collega, deputato di un collegio politico
siciliano, mi dà questa prova di selezione invertita : i paesi
del suo collegio abitati almeno in prevalenza, da elementi cat­
tivi, criminali, mafiosi hanno avuto in guerra molto minori
perdite di uomini in confronto dei paesi abitati da elementi
moralmente e civicamente migliori.
Tale distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra, an­
che per l’ammissione nell’esercito di squilibrati e anormali
fu esplicitamente affermata ed adottata in Francia, che rico­
nobbe per bocca dell’Haury le supreme esigenze della guerra
attuale a masse mobilitate così enormi per un’opportuna uti­
lizzazione del maggior numero possibile di uomini: esigenze
vivaci specialmente in Francia per la deflcenza di popo­
lazione.
Tutti noi medici che o nel fitto delle battaglie o nei tran­
quilli ospedali, abbiamo visto codesta « selezione invertita » —
vi abbiam messo anzi noi mano ! — tutti noi dico ne abbiamo
anche sentita la suprema ingiustizia e l ’ incombente danno.
L’uno e l’altra aggravate dalla circostanza che, come veniva
largamente simulata l ’epilessia, neH’impressionante propor­
zione che in altra pagina VArchivio riporta, — allo scopo di
ottenere la riforma — così, e non nella sola Germania, ve­
nivano appositamente commessi reati perchè i loro autori
speravano di essere espulsi, come delinquenti, dall’esercito 1
Siamo dunque corsi ai ripari ; se non per rimuovere com­
piutamente tali dannosi effetti, almeno per attenuarli : e
l’Ottolenghi, e l ’Antonini e il Vidoni, in questo Archivio,
voi. 38, pag. 17 e 397), e il Giani, il Ferrando e A. Morelli e il
Pighini, e il Sarteschi e mille altri ed io pure tra i primi,
almeno in ordine cronologico, in una conferenza tenuta
alla Scuola di guerra nel 1916, c’ ingegnammo a dimostrare
che codesta selezione non poteva piìi farsi cosi assoluta e
totale, ma si doveva atteggiare alle nuove necessità ed alle
inattese condizioni create dalla guerra mondiale. Piìi radicale
e più pratico di tutti l’Agostini affrontò la questione se gli
« epilettici», e sappiamo bene quante forme di criminalità si
associano a tale forma morbosa, potessero essere in qualche
modo utilizzati in corpi speciali disarmati, con particolare
sorveglianza e trattamento.
B con viva compiacenza VArchivio riferì a suo tempo
—
90
—
(Voi. 38, p. 431) di una interrogazione deU’on. De Capitani
che con felice iniziativa e con concezione e « forma » antropologico-criminale proponeva appunto per essi reparti spe­
ciali o case di lavoro sotto sorveglianza medica, la quale li
rendesse istituti di terapia del delitto e strumenti di efficace
protezione sociale.
Non si seppe mai -se e che cosa il Ministero ha risposto
all’on. De Capitani !
1
maggiori contrasti a tali proposte vennero dagli ufficiali
medici eifettivi : si capisce bene come l’organizzazione e il
reggimento di tali reparti speciali, così tristamente costi­
tuiti, avrebbero richiesto una somma di nuove responsabilità,
uno spirito di iniziativa, una faticosa organizzazione un trat­
tamento individualizzato, secondo il buon metodo antropologico, che sono troppo remoti dalle abitudini routinières
della alta burocrazia anche militare, anche sanitaria. Non se
ne fece naturalmente nulla. E ormai la guerra è finita e
speriamo che malgrado le bramosie conquistatrici degli scogli
Dalmati ce se ne risparmierà una seconda prova: di guisa
che anche dei corpi speciali per epilettici, frenastenici e cri­
minali, è inutile parlare, se non, come ho detto, per scrupolo
di cronista!
*
H
<»
La guerra è finita e la pace si sta laboriosamente compo­
nendo : ma di tutte le migliaia di soldati condannati — mol­
tissimi addirittura all’ergastolo — che cosa conta di fare
l ’autorità militare?
Anche tutti codesti « delinquenti » costituiscono, come di­
cevo più sopra, un materiale umano parecchio disforme.
Disformità che ha tanta maggiore concludenza e significato
antropologico che il loro « reato » è invece per la gran mag­
gioranza il medesimo: o insubordinazione o diserzione (1).
Probabilmente l’autorità militare in idilliaco accordo con
l ’autorità civile ricorrerà ad uno di quei provvedimenti di
amnistia così spesso adottati, perchè grazie alla loro indiffe(t) S acg hin i, Archivio, Voi. 38, p.
—
91
—
lenziata uniformità costano poca fatica alla burocrazia e
rappresentano bene la olimpica indifferenza per ogni varietà
psicologica degli individui che han commesso il reato. Si amni­
stia, dirò, piuttosto il reato, che non l ’individuo che l’ha com­
messo, di cui nessuno si cura.
Pure in quest’occasione della guerra è così palese la enorme
ingiustizia e l ’inescusabile danno che si procaccerebbe trat­
tando nello stesso modo tutti quelli che han commesso uno
stesso reato — poniamo il reato di diserzione — che l’opi­
nione pubblica si è già preventivamente commossa. Non dico
soltanto i medici e gli ufficiali che son più direttamente
minacciali, nelle loro conoscenze scientifiche e nel loro senti­
mento di giustizia e di ordine — da un provvedimento così
empiricamente sommario. Ne han parlato di recente il Gian­
nini e il Tului (1). Ma ho ricevuto lettere anche da Direttori
di Carceri che han visto passare dinnanzi a loro codesta
folla di disertori — e han saputo e potuto apprezzare le sue
profonde varietà psico antropologiche pur soltanto dalle diver­
sità di contegno dei disertori : ora muti e doloranti; ora tran­
quilli su quel che han fatto e sul loro destino che dalla nota
patria indulgenza s’attendono ben mite ; ora cinici e, sod­
disfatti di « avergliela fatta»... E mi scrivono che prima di
liberare tutta quella folla (già tutti s’attendono a ciò !) sia
fatta almeno in essa una scelta, che riesca a distinguere
1’« animus » con cui il reato fu commesso -- e ad esso adatti
e proporzioni il trattamento penale e l’indulto:
« Chi ha veduto passare » mi si scrive « dinanzi a sè centi­
naia di ergastolani o condannati a gravissime pene ordinarie,
provenienti dalla zona di guerra e freschi di condanna; chi
ha avuto occasione di trattenerli per qualche tempo prima di
inoltrarli alle varie carceri ove erano destinati; chi ha avuto
occasione di averne centinaia e centinaia per lungo tempo alla
propria dipendenza, potrà ben consentire che si restituiscano
nel tripudio della gioia alla libertà coloro che vollero sottrarsi
ai pericoli della guerra, ma vorrà che si distingua e si clas­
sifichi, si selezioni e si cataloghi. Non si faccia come ha fatto
il Ministero che ordinò tutti indistintamente fossero fotogra-
_______
✓
(l) Rivista di discipline carcerarie, 1918.
fati come se si trattasse di un’accozzaglia di delinquenti; ma
si distingua diserzione semplice da diserzione di fronte al ne­
mico, assenza prolungata da assenza occasionale, recidivi in
diserzione da recidivi penalmente, rapinatori e pregiudicati
da semplici disertori : quando pur si voglia addivenire ad
una mitigazione delle pene inflitte dai tribunali di Guerra,
che hanno condannato ed ubbidito ai Bandi Cadorna e Diaz
senza niente altro considerare ».
« Ignoro quanti siano i condannati all’ ergastolo ed a
gravi pene ordinarie, ma se debbo giudicare da quanti ne
sono passati dalle carceri da me dirette, carceri eminente­
mente di transito, debbo ritenere siano qualche migliaio ».
Come si vede è una spontanea e significativa invocazione
al trattamento penale individuale o di categoria preconizzato
dall’Antropologia Criminale...
Anche parecchi deputati, il Petrillo a Napoli, il Galimberti,
che molto si è occupato anche professionalmente della crimina­
lità militare e il Soleri a Torino — reclamano un diverso
trattamento pei disertori che sono stati detti « impropri » cioè
che hanno semplicememte ritardata la propria presentazione.
Un altro deputato, l’on. Cotugno, propone addirittura la revi­
sione di tutte le sentenze pronunciate pel reato di diserzione.
Il ohe pare persino eccessivo.
In verità codesti disertori sono stati mossi al reato da « mo­
venti » ben diversi. Ci son le forme di normalità o quasi nor­
malità: contadini e operai deboli e pigri, ma incensurati, sono
stati trattenuti facilmente qualche giorno di più a casa dalle
insistenze, inconsciamenti crudeli, dei parenti, della moglie,
da esagerati se pur non inesistenti pretesti di malattie, da va­
nitose ostentazioni sentimentali. Si vergognano un po’ della
loro debolezza e della condanna, e s’affannano sempre a se­
gnalare la tenuità della colpa e la sua scusa affettiva...
Altri invece han disertato — ma dal loro « corpo », vicino
o lontano che fosse dal nemico : senza alcuna adeguata ra­
gione che essi stessi non san neppure pretestare : eran già
morti «due fratelli» in guerra: gli è girata la testa... già
ne avevano abbastanza »...
Ci sono tra questi anche dei malati, talora con forme di fughe
patologiche, di natura epilettica: di solito facilmente ricono­
scibili anche dalla semplice anamnesi, dai caratteri di auten­
-
93
—
tica veridicità che scaturiscono dal racconto semplice é
schietto.
Ma più spesso son criminali, pregiudicati che han vio­
lato la disciplina militare come avevan mancato prima ai
doveri civili, per una costituzionale anomalia psico-antropolo­
gica. La percentuale loro tra i disertori è — almeno secondo
le mia esperienza peisonale fatta nell’Ospedale Militare prin­
cipale e nel Carcere Giudiziario, ove i disertori condannati
son passati a frotte per andare alle Case di Pena istituite nei
forti qui intorno a Torino — enorme ; raggiungerebbe l’80
al 90 0[0 ! Ma io vi includo anche coloro nei quali il mio amico
Prof. G. C. Ferrari, con una delle sue ingegnose e brillanti
« boutades » ha scoperto una diatesi psicopatica particolare —,
il pellandronismo — cui egli ha ingiustamente elevato agli
onori — e quindi all’impunità — di una forma pressoché mor­
bosa. Che i mani di Caporetto gli perdonino !
Si tratta dunque di sceverare tra tutta codesta cosi disforme
massa d’uomini coloro, ai quali sia giusto e pietoso concedere
un condono della pena, e quelli invece pei quali anche dal
puro punto di vista della difesa sociale s’impone un più se­
vero trattamento. Per essi la diserzione — e potrei ripetere
l ’argomentazione per l ’altro reato altrettanto frequente e di
significato psicologico cosi affine — l’insubordinazione, ma­
gari con vie di fatto — non è stato che un episodio che s’è
ricollegato agli altri precedenti criminali della loro vita, un
altro reattivo rivelatore della loro costituzione antropologica
abnorme.
Si doveva già fare tale distinzione diagnostica e pratica —
non sembri eccessiva esigenza il ricliiederlo ! — prima di
condannarli tutti ad una così terribile uniforme gravità di
pena forse già preveduta vana.
Ma dacché non è stato fatto prima, provvediamo ora che
l ’agio dell’esame è maggiore, e concordi e avvedute voci ciò
richiedono da più lati — ora che maggiore è il pericolo di
rimettere ciecamente in circolazione elementi torbidi e so­
spetti.
Per mio conto ho chiesto ed ottenuto dall’Autorità-Militare
di poter esaminare i condannati nelle case di pena militari
esistenti in questo Corpo d’Armata e pronunciare un giudizio
sulla loro costituzione « antropologica ». Si tratta cioè, e il
-
94
—
più elementare buon senso lo suggerisce (non è un torto
delle dottring^cientifiche di trovarsi una volta tanto d’accordo
col buon senso !), di investigare la costituzione psichica e fi­
sica individuale, l’anamnesi individuale familiare, specialmente i precedenti psicopatici e criminali, i moventi del reato,
la condotta al reggimento e in carcere...
Altrettanto si dovrebbe fare e si farà in altre regioni. Ma
certo converrebbe dare norme uniformi a questo lavoro di
selezione perchè si svolga con procedimenti scientifici e ga­
ranzie di competenza e dargli specialmente autorità e valore
pratico « ufficiale » in confronto dei provvedimenti successivi.
M a r io C a r r a r a .
Proprio mentre esce il fascicolo dell’« Archivio * è pub­
blicato il preveduto decreto di amnistia nella temuta forma
che continua le lamentate tradizioni di grossolana, indiffe­
renziata uniformità di disposizioni — appunto in un campo e
in argomento in cui ogni osservatore constata la maggior va­
rietà individuale di condizioni.
Non parliamo dell’amnistia ai detenuti diciamo così « po­
litici »; da tempo e pur troppo invano l’Antropologia Grimi
naie va predicando che il delitto detto « politico » non è
altro che la forma esteriore in cui si foggiano, consciamente
o no, delitti « comuni ».
Anche qui il movente più appariscente e proclamato non
è sempre il vero: per es. tra gli autori dei «fatti di To­
rino » dell’agosto 1917 — specialmente delle depredazioni ai
negozi e degli incendi al materiale di medicazione ! — e dei
brutali e rovinosi saccheggi nella Chiesa di S. Bernardino ove
la « folla criminale » spiegò ancora una volta la sua pazzesca
violenza — c’era ben da scegliere ! alle povere donne occa­
sionalmente trascinate dalla furia collettiva e dall’avidità
a rubare... scarpe scompagnate, niuno avrebbe negato un
atto di larga e indulgente clemenza...
Si tratta di provvedimenti politici, ai quali resta estraneo
ogni argomento di ragione dottrinale, salvo forse questo: che
anche per noi le condanne « politiche » che hanno puro fon­
damento in un istinto, in un diritto di difesa quando urge il
pericolo, non han più ragione di permanere quando questo è
passato. Quando però sia realmente passato...
Ma per l’amnistia « militare» codeste ragioni riprendono —
o dovrebbero riprendere - il loro imperio. E’ .stata dunque con­
cessa amnistia per qualsiasi reato salvo alcuni di particolare
gravità, ai militari comunque decorati, posteriormente al
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tìà
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éòmmesso reato o dichiarati invalidi o che abbian commesso
reati punibili con pena non superiore ai tre anni di carcere
e per reati colposi.
Benché con qualche riserva, che si riferisce alle conside­
razioni sopra svolte, ma su cui non pare opportuno ora insi­
stere, tali provvedimenti si possono pur approvare anche dal
junto di vista dell’Antropologia Criminale : appunto perchè il
egislatore si è almeno preoccupato di avere, nella condotta
del soldato dopo il reato, una garanzia che questi non risponda
ad una preesistente, « disposizione » criminale ma provenga
piuttosto da un’accidentale occasionalità.
Meno fondata e meno approvabile è la riduzione di pena anche
di tre anni concessa (art. 4) a tutti i soldati : non si sa per
quali ragioni, certo senza alcuna « garanzia >. L’art. 8 s’ac­
contenta nel commutare e ridurre la pena, che i soldati ab­
biano « servito con fedeltà » e tenuto « lodevole condotta ! »
Per poco che uno sia pratico di cose militari sa con che im­
pudente larghezza sia riconosciuto nei fogli matricolari che
il soldato ha servito «con fedeltà ed onore». Io ho trovata
la preziosa annotazione concessa a individui, sottoposti al
mio giudizio peritale, imputati recidivi di reati comuni.
Non costituisce insomma garanzia di sorta. Previdente­
mente tuttavia questo stesso articolo 8 minaccia la cessazione
della sospensione di pena se il condannato commetterà altri
reati entro cinque anni, come in una vera e propria condanna
condizionale. E così anche è approvabile l’art. 10 che concede
il condono già proposto dalle autorità militari ai soldati che
abbian serbafa « irreprensibile condolta >>, comechè nell’e­
norme confusione della mobilitazione i giudizi sulla « con­
dotta » sian spesso cervellottìci ed arrischiati. Ma peggio è,
come prevedevamo, pel reato di diserzione, intorno a cui le
disposizioni del decreto d’amnistia non potrebbero essere più
empiriche e più cieche : nessun accenno è fatto ai precedenti
penali dei disertori ! La diserzione diventa pel legislatore un
episodio criminale per sè stante, che non si riallaccia in alcun
modo alla precedente attività deirìndividuo, da cui pure prende
invece, come abbiam visto, luce e carattere !
Inoltre (art. 11) è concessa amnistia ai disertori sapete
perchè? quando i relativi procedimenti penali in virtù di
qualsiasi disposizione son rimasti sospesi I Non possiamo giu­
dicare il valore giuridico della disposizione, ma certo essa si
riferisce ad un puro formalismo procedurale, che può aver
avute infinite, lecite ed illecite, cagioni, ma non ha natural­
mente alcun fondamento antropologico. E che merito e ga­
ranzia può rappresentare l’aver prestato servizio per 18 mesi
in « reparti mobilitati ? ».
E cosi non è buon criterio per giudicare del significato anti­
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giuridico ed immorale della diserzione 11 numero di volte per
cui essa si è ripetuta : chè in questo reato sopra tutti gli altri
la recidiva fa sospettare un fondamento psicopatologico. E
neppure la durata della diserzione ne impronta la minor gra­
vità « morale » : è ammistiata quella che non è persistita oltre
i 15 giorni ; ma ho visto io disertori scoperti dopo mesi
mentre lavoravano per mantenere le loro famiglie, a cui pure
ogni giudice avrebbe concesso ogni attenuante.
II
decreto ha un accenno implicito ai moventi sentimentali
non vili — quelli stessi che abbiamo su rammentati al n. 3
dell’art. 12 — quando amnistia i disertori che non si siano
presentati allo scadere di una licenza o al cessare di un eso­
nero. Ma appunto è ingiusto trattare questi disertori alla stessa
stregua di altri spinti al delitto da moventi di natura senti­
mentale affatto diversa... che per es. possono avere animato
i disertori a presentarsi... prima del 31 ottobre 1918 (num. 1
dell’art. 12) quando già non si combatteva più ! Oh l’inge­
nuità legislativa!
Insomma senza insistere in quest’esame analitico par giu­
sto rilevare che anche codesta amnistia, — come quelle che
l’han preceduta, ma in modo più grave e deplorevole attesa
la enorme frequenza del reato e perchè da tempo e da più
parti erano venuti all’autorità militare e civile ammonimenti
e consigli dei quali non s’è tenuto alcun conto — ha ancora
una volta considerata la diserzione come un episodio crimi­
nale per sè stante, avulso dalla vita, dalle abitudini e dalle
tendenze del soldato : nè ha valutato i precedenti di questo,
e i momenti che l’hanno spinto a disertare e «he a volta a
volta imprimono e tolgono importanza e gravità alla diserzione
stessa.
Chè mentre avremmo applaudito la più larga indulgenza
per gli uni, sarebbe stata consigliabile una prudente « asten­
sione » per quelli, pei quali la diserzione non è che una nuova
manifestazione della loro criminalità individuale, un aggrava­
mento della loro i pericolosità sociale.
Allora soltanto la pietà indulgente e « pacificatrice » non
sarebbe risultata un’atroce offesa a quelli che han fatto dolo­
rando il proprio dovere, e la cui opera, ironia delle cose,
l ’amnistia vuol appunto celebrare.
m. c.
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