Circolo dei Magi
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Bibbona, 24 Agosto 2011
CARTELLA STAMPA GUIDA
“BIBBONA DA SCOPRIRE”
L’idea della Guida
La Guida nasce grazie alla felice intuizione dell’Assessore Stefania Brunetti che nel corso del 2010
richiese la sua realizzazione a Marco Andrenacci che da diversi anni si occupa di studiare il
territorio di Bibbona.
La necessità di Stefania Brunetti fu quella di incuriosire non solo i cittadini di Bibbona ma anche, e
soprattutto, le molte migliaia di turisti che ogni anno frequentano le nostre località in modo da
stimolarne una maggiore conoscenza del nostro territorio non limitandosi quindi alla sola fascia
costiera.
Ben presto Carla Maria Moretti, un’altra appassionata del nostro territorio, divenne coautrice di
questa pubblicazione.
La guida “Bibbona da Scoprire” è stata patrocinata sia dal Comune di Bibbona che dalla Provincia
di Livorno.
La sua pubblicazione è merito del direttore della Banca di Credito Cooperativo di Castagneto
Carducci Fabrizio Mannari che ha creduto in quest’opera consentendone il finanziamento della
intera opera in occasione dell’anniversario della nascita della banca.
La guida è stata presentata al pubblico il 29 luglio 2011.
La guida Bibbona da Scoprire ha permesso anche la nascita del comitato culturale “Circolo dei
Magi” www.circolodeimagi.it [email protected] che ha come obiettivo primario la
valorizzazione e la tutela del patrimonio artistico e culturale del territorio del Comune di Bibbona.
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La Prefazione della guida a cura di Stefania Brunetti (Assessore alle Attività Produttive del
Comune di Bibbona)
Questa pubblicazione nasce come amichevole benvenuto a coloro che vogliono sapere qualcosa di più dello splendido
territorio di Bibbona. Il suo obiettivo è quello di offrire una traccia, un’indicazione, uno spunto, qualcosa che
incuriosisca e induca ad approfondire.
E’ indirizzata ai turisti ospiti di questa parte della Toscana ma anche a coloro che abitano questa terra, affinché possano
meglio conoscerla e conoscendola la amino e ne conservino le bellezze.
Le descrizioni storiche, le curiosità, i percorsi ed il corredo fotografico intendono essere un invito a far conoscere
Bibbona non solo per il mare e le spiagge.
Al centro di questi itinerari, oltre agli Etruschi, determinanti per questi luoghi, non poteva non esserci la Chiesa di S.
Maria della Pietà, a tutt’oggi oggetto di studi che la collegano a Leonardo da Vinci; altrettanto stimolante il riferimento
ai Templari, che hanno lasciato le loro tracce scolpite sulle pietre.
Il turista, lo studioso, il curioso potranno nella visita godere di un territorio che è giunto sino a noi conservando il suo
fascino perché ha conservato il fondamentale equilibrio tra uomo e natura.
Per questo primo, importante passo ringrazio in modo particolare gli autori, Marco Andrenacci e Carla Maria Moretti,
che con tanta disponibilità e pazienza si sono sottoposti a questa fatica; Simone Biscottino e Marco D’Agliano che
hanno realizzato le foto; Fabrizio Mannari della Banca di Credito Cooperativo di Castagneto Carducci che ha creduto
nel progetto; Marco Burgassi che si è occupato della grafica e tutti coloro che ci hanno dato una mano.
L’introduzione a cura degli autori Marco Andrenacci e Carla Moretti
Avanguardistici ricercatori già si sono occupati della storia di Bibbona. Fondamentale, ad esempio, la Guida ai Beni
Storici e Artistici di Bibbona pubblicata nel 1994 dalla Provincia di Livorno: ad oggi, l’unico pregevole tentativo di
effettuare uno studio sistematico delle testimonianze artistiche di Bibbona, con il solo difetto che poco o nulla del
periodo etrusco-romano è stato trattato; e il limite che alcuni monumenti come l’arco di Bacco ed il podere S. Giovanni,
che solo recentemente sono tornati al centro dell’attenzione degli studiosi, vi risultano profilati in modo piuttosto
sommario.
Per il periodo arcaico, invece, il 1995 è stato l’anno del primo tentativo di catalogare in modo organico le notizie dei
ritrovamenti archeologici avvenuti nel nostro territorio. All’epoca venne infatti effettuato un censimento archeologico
che però, purtroppo, fino ad oggi è rimasto fine a sé stesso. La ricognizione fu condotta dal Gruppo Archeologico della
Bassa Val di Cecina, il quale si premurò di verificare sui luoghi le notizie dei numerosi affioramenti di materiale
archeologico oltre che, ovviamente, riepilogare quanto era stato scoperto e pubblicato in precedenza.
Un’altra fonte importante, se non essenziale, è il lavoro del bibbonese Pietro Rapezzi a cui va il merito di avere
effettuato, a cavallo degli anni 1960-1970, il primo studio-censimento dei manufatti di epoca etrusca ritrovati nella Val
di Cecina, con particolare attenzione alla zona di Bibbona. Rapezzi ebbe infatti l’opportunità di svolgere le sue indagini
archeologiche in un periodo in cui le notizie orali dei rinvenimenti di numerosi bronzetti, facilitati dall’avvento della
meccanizzazione in agricoltura, erano ancora vive; e tanto più di farlo in un’epoca in cui l’ambiente non era stato
ancora violentato dai denti delle escavatrici della successiva urbanizzazione di massa.
Lo studio di Paola Ircani Menichini, Chiese e castelli dell'Alto Medioevo in Bassa Val di Cecina e in Val di Fine, è
invece il riferimento obbligato per lo studio della toponomastica medievale del nostro Comune. All’autrice è andato il
merito di essere stata una delle poche, se non l’unica, a pubblicare i risultati dello spoglio dei registri del nostro archivio
storico comunale.
Sfortunatamente a questi lavori non è mai seguito uno studio organico del territorio, tale da produrre una visione
d’insieme della Bibbona antica.
Quello appena descritto è il succinto, relativamente a numero di pubblicazioni, patrimonio degli studi esistenti su
Bibbona. D’altronde gli scriventi, nel presentare questa guida che definiscono “romanzata”, non hanno la pretesa di
aggiungere elementi alla storiografia ufficiale; salvo pochi casi, in cui i dati riportati sono frutto delle ricerche degli
ultimi anni. Questo è infatti il compito degli storici che, si spera, potranno comprendere presto la ricchezza dei nostri
monumenti accorrendo numerosi a produrre nuovi studi.
La mancanza di studi sistematici del territorio è uno dei prezzi da pagare per essere in Italia, paese in cui l’enorme
numero di siti e reperti storici non consente la loro valorizzazione. Tutto è lasciato all’iniziativa delle singole
amministrazioni locali che tra mille ristrettezze economiche devono attrezzarsi per valorizzare i propri monumenti. La
presente opera, pubblicata con il patrocinio del Comune di Bibbona, ne rappresenta una viva testimonianza.
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Esempio emblematico di questa particolare situazione è l’Arco di Bacco. Su di esso la ricerca ufficiale ha scritto ben
poco: circa mezza pagina, nella Guida già citata, in cui se ne profila succintamente la datazione, tra il XII° e il XIV°
secolo, e si accenna appena alla presenza di alcuni simboli che vi sono scolpiti. Nonostante ciò proprio l’Arco di Bacco
è al centro, ormai da una decina di anni, delle dissertazioni di molti appassionati che vi hanno elaborato, in virtù di quei
misteriosi simboli, teorie interessanti e che dovrebbero, secondo noi, stimolare ad approfondirne ulteriormente lo studio.
In attesa che questo accada ci sembra utile dare voce a tutti coloro che, studiosi o semplici appassionati, negli ultimi
anni hanno avuto qualcosa da dire su Bibbona. Non ce ne voglia il lettore: il nostro scopo, oltre a quello di incuriosirlo
spingendolo a visitare il nostro territorio, è anche tentare di raccogliere in un'unica pubblicazione tutte le teorie che sono
state avanzate in questi ultimi anni di appassionate ricerche storiche; prima che nuovamente il tempo le disperda.
Non possiamo garantirvi che quello che leggerete in questa guida sia sempre comprovato ufficialmente; ma vi
assicuriamo che è frutto di persone che amano Bibbona e le hanno dedicato tempo ed amore con i loro studi e le loro
ricerche.
La guida si articola in capitoli in ordine cronologico (in fondo alla guida si trova il nostro suggerimento per percorrere
un itinerario alla scoperta dei luoghi descritti). I primi due percorsi, in particolare, si basano sulle informazioni storiche
che abbiamo raccolto personalmente negli ultimi anni e sulle ricerche fornite dall’associazione Fufluns – Accademia
degli Etruschi di Bibbona; l’itinerario sui Templari si basa invece quasi interamente sui convegni che si sono tenuti
1
negli ultimi anni da Anna Giacomini ed Alberto Cavazzoli .
L’itinerario longobardo trova le sue fondamenta sul prezioso libretto La Badia de’ Magi di Bibbona, opera del canonico
Gaetano Righi, gentilmente messo a disposizione dalla famiglia Barbetti. La sezione su Leonardo da Vinci si basa sulle
ricerche di Carlo Pedretti, universalmente riconosciuto come il suo principale studioso. Infine, il percorso incentrato sul
periodo napoleonico si giova del materiale pubblicato da Ilio Nencini, la cui opera è stata una delle poche che hanno
trattato della storia di Bibbona dopo il periodo granducale.
I Capitoli
1 - Bibbona Etrusca
2 - Rutilio Namaziano ed Albino Cecina
3 - Arriva il Medioevo: la leggenda di Adelina e dello Sparviero
4 - I Templari a Bibbona
5 - Leonardo da Vinci e i miracoli di Bibbona
6 - Arriva Napoleone
Appendice 1 Bibbona, la terra e l’anima (Giovanni Feo)
Appendice 2 Via delle Mura (Luciano O- Campatelli)
1
I due ricercatori hanno dato avvio alla divulgazione delle loro ricerche su Bibbona con un primo convegno
tenutosi il 24 maggio 2006 presso il Forte di Bibbona; da allora si sono svolti diversi cicli di conferenze su
tematiche affini, di cui nulla però al momento è stato pubblicato.
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La Copertina della guida
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La Carta del territorio (creata da Andrea Rossi)
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I fatti salienti…
I Templari a Bibbona
Il monumento più importante per ricostruire la presenza templare a Bibbona è l’Arco di Bacco.
Le notizie “ufficiali” su di esso sono sostanzialmente quelle presenti nella Guida ai beni storici e archeologici di
2
Bibbona , dove si legge ben poco oltre a un’ipotesi di datazione, tra XIII° ed il XIV° secolo. Della sua originaria
funzione non v’è alcun ragguaglio, anche a causa della difficoltà data dai notevoli rimaneggiamenti che l’arco ha subito
nei secoli.
Incuriositi dai numerosi simboli che vi sono presenti alcuni appassionati hanno però cercato, negli ultimi anni, di
decifrare la vera natura di questo singolare monumento. C’è chi pensa che l’arco di Bacco sia stata solo una copertura
eretta sulla fonte naturale che da tempi remoti riforniva di acqua il castello e chi invece ha elaborato un’affascinante
teoria che propone di vedervi una delle porte di accesso di un’antica fortezza oggi scomparsa.
Quest’ultima ipotesi è stata avanzata da Alberto Cavazzoli in una serie di articoli e di conferenze tenute in Bibbona con
la collaborazione del Comune. In questi suoi appuntamenti lo studioso ha evidenziato in primo luogo come le
proporzioni dell’arco bibbonese siano molto simili a quelle della porta di ingresso del Torrione del Rivellino a
Piombino che, contrariamente al nostro, si sviluppa in altezza per circa 10 m; ebbene, è facile ipotizzare come anche
l’arco di Bacco sia solo la parte terminale di un grande portale, oggi interrato, avente in origine un’altezza simile. A
quale fortezza poteva consentire l’accesso una simile struttura?
Lo possiamo forse dedurre guardando il
particolare di un dipinto del 1580
(Sant’Ilario e San Bartolomeo di Alessandro
Sei, conservato nella Chiesa di Sant’Ilario in
Bibbona) nel quale, dietro alle immagini dei
due santi, si scorge una testimonianza
significativa: una rappresentazione del paese
di Bibbona tra le colline. Ebbene, proprio qui
è ben visibile come vicino al paese, in
prossimità dell’arco di Bacco, vi fosse un
tempo una piccola rocca nella quale si
individuano chiaramente almeno due
costruzioni, delle quali una mostra le fattezze
di un chiesa.
L’arco di Bacco poteva quindi dare accesso a
un edificio fortificato posto accanto al paese.
L’esame dei segni in esso scolpiti suggerisce
l’ipotesi che la costruzione, oggi perduta,
potesse essere in qualche modo legata
all’Ordine dei Cavalieri del Tempio, i
Alessandro Sei, S.Ilario e S.Bartolomeo, 1580: particolare con il paese di Bibbona.
cosiddetti Templari, fondato intorno
al 1120 e brutalmente soppresso il venerdì 13 ottobre del 1307.
Ad Anna Giacomini, appassionata studiosa dei misteri di Bibbona, dobbiamo alcune delle teorie più interessanti
sull’arco di Bacco (oltre che sul Podere San Giovanni e sulla Chiesa di Sant’Ilario) che hanno avuto il merito,
congiuntamente alle ricerche del Cavazzoli, di accendere i riflettori sulla Bibbona templare, in occasione di un fortunato
3
convegno tenutosi il 24 giugno 2006 .
Il simbolo più importante che possiamo scorgere sull’arco è riportato sulla chiave di volta. Esso può essere interpretato,
nell’ipotesi di questa studiosa, proprio come uno stilema relativo ai Milites Templi: una croce patente contenuta in un
sole raggiante che si erge sulla cima di uno stilizzato albero frondoso.
2
Landolfi Winspeare, 1994.
3
Gli enigmi di Bibbona: dai templari a Leonardo da Vinci
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Arco di Bacco
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Sulla parete di fondo del vano, inoltre, è stato da poco scoperto un affresco molto interessante, databile alla fine del
duecento: in esso è raffigurato un giglio accompagnato da altre figure che, allo stadio attuale, si decifrano con difficoltà.
E’ noto come il giglio sia l’emblema di Firenze; ma a quell’epoca il castello di Bibbona apparteneva alla giurisdizione a
Pisa, da sempre in guerra con lo stato fiorentino proprio per motivi territoriali. E’ perciò impensabile che il giglio
rappresentasse l’emblema del nemico. Più verosimilmente, dunque, si trattava del giglio di Francia, proprio quel
simbolo che i Templari apponevano frequentemente sulle loro costruzioni; come possiamo ad esempio constatare
visitando il portale di Santo Stefano a Cennano, nel senese.
Nella prigione di Chinon, dove nel 1308 furono imprigionati il Maestro dell’ordine ed i suoi dignitari, tra i vari graffiti
che costoro lasciarono incisi sulle pareti è frequente il fleur de lys, cioè il giglio. Il rapporto tra i Templari e il simbolo
del giglio è però tutto da chiarire. Perché mai, infatti, costoro avrebbero dovuto rappresentare il simbolo della
monarchia francese, se proprio dal re Filippo il Bello venivano, in quel momento, imprigionati e accusati?
E’ facile supporre che il rapporto tra i Templari e il giglio abbia qualcosa a che vedere con l’esistenza del mitico
Priorato di Sion, società segreta che sarebbe sopravvissuta per secoli alla distruzione dell’Ordine del Tempio e il cui
emblema principale era, appunto, il flor de lys. L’effettiva esistenza del Priorato di Sion è però argomento troppo
dibattuto perché in questa sede se ne discuta oltre: lasciamo ai lettori il compito di immaginare quale ruolo potesse
avere il dipinto di un grande giglio stilizzato su un portale di accesso, oggi interrato per più di metà della sua altezza,
quale è appunto l’arco di Bacco.
Continuando ad analizzare il portale possiamo scorgervi anche un secondo affresco, non ancora restaurato e assai
malamente conservato. In ogni modo, con un po’ di sforzo, può esservi intravisto un cavaliere inginocchiato. Potrebbe
sembrare che il giglio, aggiunto posteriormente, sia andato a coprire metà della figura originaria del cavaliere.
Su un capitello della struttura, in cattive condizioni di
conservazione, si legge ancora, nei caratteri semionciali usati
nelle epigrafi medievali: MCCCS X ian; ossia, 10 gennaio
1306. Forse la data della fine di una ristrutturazione
dell’edificio, assai prossima alla festa di sant’Ilario e
comunque precedente a quella della soppressione
dell’Ordine.
Una serie di indizi può dunque portarci a ipotizzare che in
questo luogo fosse presente una rocca, dalle dimensioni non
trascurabili, non solo alla fine del 1500, epoca del dipinto in
Sant’Ilario, ma già forse nei secoli precedenti.
§ - La presenza templare a Bibbona ci viene suggerita anche
dall’esistenza, a breve distanza dal castello, di un antico
ospitale denominato “San Giovanni su Poggio Romeo”, che
come ci suggerisce il nome doveva essere posto sulla via che
portava i pellegrini a Roma. I resti di questo antico ospizio
sono oggi stati individuati nel podere San Giovanni.
Da documenti ufficiali risulta che l’edificio passò, nel corso del 1400, ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme,
noti anche come Cavalieri di Malta. Detto ordine monastico fu proprio quello che ereditò tutti i beni dei Templari dopo
la soppressione dell’Ordine: è quindi ipotizzabile che anche l’antico ospitale potesse, in origine, esservi appartenuto.
Podere San Giovanni e particolare della due teste
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Ma la cosa più interessante la scopriamo se pensiamo che i Templari erano particolarmente devoti a San Giovanni
Battista e San Giacomo Maggiore, entrambi santi morti decollati. Guardando proprio sotto il tetto dell’attuale podere
San Giovanni, nell’angolo di sud-ovest, sono ben visibili due teste umane scolpite in una lastra di pietra: si tratta di una
simbologia molto diffusa, nel Medioevo, proprio per indicare la venerazione ai due santi decollati (un altro importante
esempio di queste teste è presso la chiesa di san Gionanni a Campiglia Marittima che rappresenta un altro luogo
caratterizzato da una forte presenza grazie anche alla fortezza di San Silvestro).
§ - Le testimonianze che ci rimandano ai Cavalieri Templari sono però ancora molte e ci conducono in primo luogo alla
Chiesa di Sant’Ilario, posta proprio al centro del castello: anche qui, sopra
la facciata ed il muro di destra, che senz’altro appartengono alla struttura
più antica, sono presenti simboli molto interessanti.
Il primo di questi particolari è una croce graffita sulla sinistra del portale
di ingresso. La collocazione è già di per sé significativa perché indica a
chi era affidata la gestione dell’edificio sacro. Unitamente alla comunità
bibbonese, infatti, curava le necessità della chiesa anche qualcuno che si
segnala con una croce i cui bracci terminano con una sorta di tridente,
ossia con la patte d’oie simbolo della Languedoc. Lo stilema è
significativamente identico a quello di molti graffiti ritrovati nelle
prigioni che ospitarono i Templari in attesa della condanna e si trova
anche sui resti di qualche magione in Francia. Anche in questo caso il
collegamento con l’Ordine del Tempio sembra inevitabile. Parrebbe
quindi che nella pieve di Bibbona operasse un contingente di monacicavalieri di diretta provenienza francese. Da rilevare inoltre che, sullo
stesso muro esterno, a breve distanza, troviamo un altro simbolo
importante: si tratta del Golgota o “Monte della passione”, un
semicerchio sormontato da una croce con due bracci. Siamo in presenza,
anche in questo caso, di un’iconografia ampiamente diffusa nei luoghi
frequentati dai Cavalieri Templari.
Chiesa di Sant’Ilario
Altro elemento che ci riconduce alla presenza dei Templari all’epoca
della chiesa è proprio il fatto che quest’ultima sia dedicata a due santi: Ilario e Bartolomeo. Infatti, come ha rilevato la
Giacomini in accordo con la Menichini, il Sant’Ilario della chiesa di Bibbona
sembra proprio coincidere con Sant’Ilario di Poitiers, protettore dei Templari perché festeggiato il 14 gennaio: lo stesso
giorno del 1128, infatti, era stata approvata la regola dell’ordine monastico. Ebbene, il 14 gennaio è anche la ricorrenza
ufficiale del Sant’Ilario festeggiato a Bibbona! Non solo: abbiamo un resoconto, scritto nel 1284, in cui il nome della
pieve è annotato con la y, secondo l’uso francese (“donata da Sant’Ylario”).
A tutto ciò si aggiunge il culto che i monaci-cavalieri attribuivano proprio a San Bartolomeo, di cui possedevano il
braccio traslato in Occidente dopo la sconfitta di Acri. L’abbinamento nello stesso edificio sacro dei due santi, che altro
collegamento non hanno se non la devozione templare, parrebbe costituire un indizio significativo del ruolo dei
Templari nella dedicazione della chiesa e di conseguenza una prova significativa della loro presenza nel territorio di
Bibbona.
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Ma le sorprese proseguono anche all’interno della pieve. Subito dopo l’entrata, infatti, si trova un’acquasantiera in
marmo, databile ai primi del XIV secolo, che ci mostra una singolare forma ottagonale. Occorre anzitutto riflettere sul
valore simbolico dell’ottagono: esso è la figura di mezzo tra il quadrato ed il cerchio, che vuol dire che per ottenere la
famosa quadratura del cerchio, matematicamente impossibile ma realizzabile in architettura con una certa
approssimazione, bisogna passare attraverso l’ottagono. Il cerchio rappresenta lo spirito e il quadrato la materia:
l’ottagono, quindi, simboleggia l’ascensione della materia verso lo spirito. Le cupole delle chiese rinascimentali si
basavano, ad esempio, su un ottagono che coronava l’intersezione della navata con il transetto. L’ottagono inoltre, per la
sua approssimazione al cerchio, è simbolo dell’infinito.
Delle otto facce dell’acquasantiera due sono
decorate da protomi leonine. Nelle restanti
sei facce troviamo un volto di uomo barbuto
cui corrisponde un volto glabro e una rosa a
cinque petali. Quest’ultima è il simbolo di
San Giovanni Battista e del solstizio
d’estate: dunque la faccia glabra può essere
ovviamente identificata proprio con San
Giovanni Battista, che spesso viene
rappresentato in giovane età.
La faccia barbuta può essere invece
associata a San Giovanni Evangelista,
sovente raffigurato in età avanzata. E’
possibile vedere in tutto ciò un ben preciso
significato. Entrambi i santi erano infatti
profondamente legati al culto templare.
L’Evangelista rappresentava la fine mentre
il Battista alludeva al principio. La loro
effigie sull’oggetto liturgico ha significato
di ciclicità e di rinnovamento in Cristo.
Un’altra faccia dell’acquasantiera è dedicata a un leone passante, anch’esso un simbolo ricorrente nella storia dei
Templari. Se si legge la Regola dell’Ordine si scopre che ne era vietata la caccia; il cavaliere-monaco poteva combattere
contro un leone solo senza armi, secondo il motto biblico: “Le braccia di ogni uomo contro le zampe del leone e le
zampe del leone contro le braccia di ogni uomo”. L’animale è raffigurato in molte delle chiese templari rimaste integre
e simboleggia che il nemico va affrontato ad armi pari.
Un’altra iconografia prediletta dai Templari che troviamo in questa eccezionale acquasantiera è l’Agnello crocifero, che
pare riprodotto in evidente contrasto con il leone: la mitezza dell’agnello sacrificato contro la forza brutale, ovvero
Cristo contro il peccato. Nell’ultima faccia troviamo forse la cosa più interessante: un simbolo che sembra una ruota ma
in realtà, se ben esaminato, si
rivela essere una croce patente
in seguito spianata per non
apparire più come tale. Quindi,
il simbolo per eccellenza
dell’Ordine, presente nel loro
vessillo.
§ - Su una lastra di marmo posta
a coronare un pilastro della
navata sinistra è inoltre possibile
notare, con un po’ di attenzione,
un blocco di pietra che ospita
delle
sculture
molto
danneggiate, al punto da
sembrare volutamente alterate.
Sulla faccia più piccola è
rappresentato un leone; su
quella più lunga si scorge
l’interessante immagine di un
cavaliere che sembra porgere
qualcosa a una figura umana
posta davanti al cavallo:
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iconografia che ci rimanda ai Templari e al loro tradizionale ruolo di assistenza ai pellegrini.
E’ possibile che questo rilievo, inserito in una parte della chiesa edificata nel 1400, provenisse in realtà da una muratura
più antica, smontata durante i restauri. Forse le immagini scolpite mostravano qualche dettaglio iconografico
chiaramente riconducibile all’Ordine Templare, motivo per cui la scultura è stata alterata scalpellandone i particolari
(“damnatio memoriae”), pur non essendo stata eliminata perché appartenente a un edificio sacro.
§ - Tirando le fila del nostro percorso legato alla scoperta della presenza dei Templari possiamo profilare un ipotetico
scenario in cui Bibbona, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV sec., fu oggetto dell’insediamento di un cospicuo
contingente di monaci-cavalieri di diretta provenienza francese, i quali occuparono almeno due centri fuori dalle mura.
Il primo poteva senz’altro essere la misteriosa rocca presente nel dipinto del Sei, cui dava accesso il portale dell’arco di
Bacco. Il secondo era l’ospitale di San Giovanni su Poggio Romeo. I Templari, nella loro colonizzazione del territorio
bibbonese, furono inoltre attivi protagonisti della storia della pieve di Sant’Ilario, di cui stabilirono probabilmente la
dedicazione ai due santi.
Gli etruschi a Bibbona
Senza entrare nel dettaglio è possibile affermare con certezza che a Bibbona ci sia stata una fortissima presenza etrusca.
Ne sono una dimostrazione i numerosi reperti rinvenuti ed i sepolcri e tombe di cui è costellato il territorio comunale. Il
centro storico di Bibbona è stato letteralmente forato dagli etruschi come un groviera per realizzare i sepolcri per i
propri morti. Anche l’arco o meglio la fonte di Bacco con il vicino tempio etrusco ipogeo rappresentano una continuità
“spirituale” che oramai dura da quasi tremila anni e che potrebbe avere “stimolato” i fatti miracolosi sotto descritti oltre
alla presenza templare nel medioevo.
È infatti accertato archeologicamente che nel territorio di Bibbona doveva essere presente almeno un tempio etrusco
grazie alla fortunata posizione geografica di questo centro etrusco posto sul tracciato di quella che sarebbe diventata la
romana via Aurelia che collegava le etrusche Vada Volterrana (il porto di Volterra) e Populonia.
Leonardo da Vinci e i miracoli di Bibbona
Tu senti mille segni,
A Prato e a Bibona;
E perché tu non degni
Di credere a persona,
La mente tua è prona
A ogni vizio
Girolamo Savonarola
4
La devozione dei bibbonesi per la Madonna, come abbiamo
visto, sembra affondare le proprie origini addirittura nel
periodo longobardo, quando si dice sia avvenuta la conversione
del feroce Agilulfo per grazia dell’immagine della Vergine
dipinta sulle rocce, fuori dal castello. La leggenda di questa
miracolosa edicola rappresenta probabilmente uno dei più
antichi indizi di culto mariano arrivato fino a noi: è infatti solo
dopo il concilio di Efeso, avvenuto nel 431, che la figura della
Madonna venne riconosciuta ufficialmente come “madre di
Dio”, aprendosi così la strada alla sua venerazione.
Chiesa di Santa Maria della Pietà
Spostiamoci adesso negli ultimi due decenni del 1400,
quando il culto mariano di Bibbona si riaccende di nuova
devozione in virtù di alcuni fatti miracolosi attribuiti
all’immagine della Madonna. Come annota Luca Landucci nel
5
1482, nel suo Diario fiorentino :
“in questo tempo molto si parlava d’una divozione di Nostra
Donna trovato a Bibbona, d’un tabernacolo fuora di Bibbona,
un trarre di balestro; ch’è una Vergine Maria a sedere con
Cristo in braccio come si levo di croce, come si dipingono l’altre Piatà. La quale cominciò insino a di 5 d’aprile 1482,
la quale si trasfigurava, cioè diventava d’azzurra rossa, e di rossa poi nera e di diversi colori. E questo dicono avere
4
Savonarola, Poesie – Anche a Prato esiste una Chiesa a croce greca…..
5
Landucci, Diario fiorentino
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fatto molte [volte] insino questo dì, e sanato diversi infermi e fatto molti miracoli e di molte paci, intanto che vi andava
tutto il mondo. Ed non si dice altro in questo tempo; [chio] o parlato a molti che dicono di veduta averla […]
trasfigurare, in modo ch’egli è necessario a crederlo”
Due anni dopo, nel 1484, altri miracoli accaddero a Prato, tanto da spingere fra’ Girolamo Savonarola a comporre una
rima interpretando i prodigi avvenuti tra Bibbona e Prato come ammonimento per la comunità cristiana.
Lo scalpore suscitato da questi fatti fu talmente alto da spingere le autorità ecclesiastiche a decidere di far edificare, in
entrambe le cittadine, due chiese a croce greca per commemorare i miracolosi eventi; nel caso di Bibbona la grandezza
dell’edificio fu evidentemente sovradimensionata rispetto alle capacità economiche del comune, dimostrando così il
grande impatto emotivo che questi fatti avevano avuto sulla popolazione.
Il progetto e la realizzazione dell’edificio bibbonese furono affidati a Vittorio di Lorenzo Ghiberti e a Ranieri di Jacopo
Tripalle, che lo completarono nel 1492. Sia il Ghiberti che il Tripalle erano artisti noti nel panorama fiorentino dove,
fino alla primavera del 1482, era ancora presente Leonardo da Vinci, che sarebbe partito proprio durante la primavera di
quell’anno alla volta di Milano, per entrare nella corte di Ludovico il Moro.
§ - Secondo Carlo Pedretti, considerato il più grande studioso di Leonardo da Vinci, quest’ultimo fu senza ombra di
dubbio direttamente o indirettamente coinvolto nel progetto di costruzione della chiesa di S. Maria della Pietà a
6
Bibbona . Le ragioni che spingono il Pedretti a questo collegamento, espresso in un’intervista del 1996 su un quotidiano
locale, sono molteplici.
In primo luogo, negli anni tra il 1480 e il 1490 Leonardo fu letteralmente travolto dalla passione per lo studio degli
edifici a pianta centrale la cui forma, basata sulla quadratura del cerchio, era ritenuta simbolo di la perfezione. Anche la
chiesa di Bibbona è un bell’esempio di pianta centrale, ben confrontabile con gli studi e i disegni di Leonardo che ci
rimangono nel noto Manoscritto B.
Progetto di una chiesa di Leonardo
Pianta della Chiesa di Santa Maria della Pietà
Aggiunge il Pedretti che Leonardo da Vinci, nel periodo di gestazione del progetto, fu in stretto rapporto proprio con
Bonaccorso Ghiberti, figlio di Vittorio Ghiberti progettista della nostra chiesa.
Ma la cosa più importante fu scoperta da Pedretti nel 1957, quando ottenne l’incarico dalla regina Elisabetta di
catalogare tutte le opere leonardiane in possesso dei Windsor. Fu proprio in quell’occasione che si accorse che in una
sua Carta della Toscana Occidentale Leonardo aveva disegnato, con dovizia di particolari, la chiesa di Santa Maria
della Pietà accanto al castello di Bibbona. E c’era di più: quella, a ben vedere, era l’unica chiesa presente in tutta la
mappa!
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Francalacci, 1996.
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Leonardo da Vinci, Carta della Toscana occidentale: particolare.
La carta fu realizzata intorno al 1503. Leonardo era rientrato da Milano per un periodo errabondo che lo aveva portato
anche a Piombino, dove aveva progettato la cinta difensiva. È quindi evidente come in questo periodo Leonardo abbia
soggiornato anche a Bibbona dove, da una posizione sopraelevata, ha avuto modo di osservare e disegnare la chiesa che
forse una ventina di anni prima aveva contribuito a progettare.
Qualche tempo dopo la pubblicazione dell’articolo cui abbiamo fatto riferimento il Pedretti svelò un ulteriore tassello di
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questa trama : nel retro di una pagina del Codice Atlantico, in una sezione di studi dedicati alle chiese a pianta centrale,
compare la seguente dedica, non di Leonardo: “benedictus de benedictis de pisis amicus Leonardj deuincj de florientie”.
Benedetto Benedetti, lo scrivente, è stato individuato come uno studente in legge all’Università di Pisa, dove si laureò
nel 1491, ovvero l’anno prima del completamento della chiesa di Bibbona. È quindi probabile che Benedetti fosse
informato sui progetti di costruzione delle chiese nel territorio pisano, nei quali forse aveva coinvolto lo stesso
Leonardo. Infine, è noto come uno dei principali progetti giovanili di Leonardo fosse stata la rettificazione dell’Arno tra
Firenze e Pisa: Pedretti è convinto che il girovagare lungo la Toscana nord-occidentale, per lo studio propedeutico di
questo progetto mai realizzato, lo abbia portato anche a visitare il luogo dove alcune decine di anni dopo sarebbe sorta
la chiesa.
Ma i collegamenti tra Bibbona e Leonardo continuano, secondo Pedretti, perché questi itinerari giovanili fecero
innamorare Leonardo dei dolci paesaggi collinari delle nostre zone tanto da usarli come sfondi in alcune sue opere; e in
particolare, nella Vergine delle Rocce detta Cheramy, dietro la Madonna si distingue, in lontananza, un edificio di culto
dalle forme snelle, tipiche di una chiesa a pianta centrale come quella di Bibbona.
7
Pedretti, 1996.
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Vergine delle Rocce “Cheramy”, particolare con una chiesa sullo sfondo
Possiamo concludere con ragionevole certezza che Leonardo da Vinci, oltre ad aver probabilmente contribuito al
progetto della chiesa di Santa Maria della Pietà, deve avere trascorso un po’ di tempo presso il castello di Bibbona,
intorno al 1503, epoca del suo rientro da Milano; e dal castello o da altri luoghi sopraelevati ha avuto modo di
contemplare l’edificio, riportandone con precisione i particolari nella mappa della Toscana occidentale.
§ - Ma la nostra chiesa è diventata oggetto di studio anche
per una serie di altre particolarità. Esaminiamo in primo
luogo la scritta che è posta sull’architrave del portale sud:
“TERRIBILIS EST LOCUS ISTE ETS”
Questa frase, dal suono apparentemente oscuro, costituisce
in realtà la citazione di un famoso passo della Genesi, il
sogno di Giacobbe:
“Questo è un luogo venerabile: è la casa di Dio e la porta
8
del cielo” .
Solo alcuni edifici sacri, in Italia, hanno la particolarità di
recare questa iscrizione; ma la cosa più sorprendente è che
le stesse parole si possono leggere nella chiesa di un piccolo
paese della Francia meridionale, Rennes-le-Chateau,
diventato famoso in seguito al rinnovato interesse per il
mistero dei Templari e la ricerca del Santo Graal nella
9
letteratura recente . Le parole furono fatte incidere sul
capitello di una colonna durante alcuni lavori di restauro che
il parroco della piccola chiesa, Bérenger Saunière, fece eseguire tra il 1887 e il 1897. Fin qui il dato accertato. V’è però
una vivace fascia di studiosi e di appassionati che sostengono che Saunière avesse trovato, durante i restauri della
chiesa, alcuni manoscritti o addirittura un favoloso tesoro, la qual cosa gli apportò una grande ricchezza economica. La
leggenda di Rennes-le-Chateau è profondamente legata a quella dei Templari e del Santo Graal, che si tramanda fosse
sotto la loro custodia. Vale la pena ricordare come esista una tradizione che afferma come lo stesso Leonardo da Vinci
sarebbe stato, tra il 1510 e il 1519, il dodicesimo Gran Maestro del Priorato di Sion.
8
“Terribilis est locus iste. Haec domus dei est et porta coeli”. Genesi, XXVIII, 12-17.
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Tra cui è superfluo citare il Codice Da Vinci di Dan Brown.
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A buon intenditor, poche parole: lasciamo al volenteroso lettore il compito o il piacere di fare ulteriori ipotesi sul
significato della presenza di Leonardo da Vinci a Bibbona, forse sede di magioni templari prima della brutale
soppressione dell’Ordine; e di come tutto ciò possa correlarsi al progetto della chiesa di S. Maria della Pietà, sulla cui
fronte compare una scritta tanto particolare e che ci riporta ancora una volta al mistero dei Templari.
§ - All’interno della chiesa si trova un’altra testimonianza interessante quanto enigmatica. Siamo nel 1644: Leonardo da
Vinci e i Templari sono ormai realtà cronologicamente lontane ma Bibbona continua ad essere un centro frequentato da
personaggi di singolare rilievo. Tale, almeno,
pare essere quello commemorato nell’epigrafe
tombale che si trova sul pavimento di S. Maria
della Pietà e comunemente chiamato, a
Bibbona, il Cavaliere del Tau.
Secondo una diffusa tradizione locale, infatti,
in questa lastra marmorea si commemora un
personaggio
di
nome
Raspollinius,
proveniente da Terranova Bracciolini nel
Valdarno Superiore, diventato poi “chirurgo”
a Bibbona dove, in seguito a morte precoce, fu
sepolto. Tale ipotesi, infatti, sembrano
espressamente indicare le parole BIBBONE
CHRURG incise nell’epigrafe. Nello stemma
rappresentato sulla lastra possiamo inoltre notare un sole con i raggi inclinati in senso antiorario, la qual cosa sembra
riferirsi alla negazione della luce, ovvero alle tenebre. Questo simbolo è stato interpretato come il sol niger degli
10
alchimisti, con evidente collegamento alla professione del defunto . Chi praticava la medicina, a quei tempi, aveva
infatti conoscenze che spesso afferivano al mondo della stregoneria e della magia.
Ma chi fu, dunque, questo personaggio che secondo la tradizione avrebbe operato, con le sue pratiche, verosimilmente
miste di medicina e alchimia, proprio in Bibbona? Il simbolo sottostante ha offerto lo spunto per collegare il defunto
con l’Ordine dei Cavalieri del Tau, il più antico ordine religioso cavalleresco, formatosi ad Altopascio, in provincia di
Lucca, e poi diffusosi in tutta Europa. I Cavalieri del Tau, che nello stemma e nel mantello recavano il simbolo della
lettera greca tau, erano all’avanguardia nel praticare cure mediche e si dedicavano in particolar modo all’assistenza dei
pellegrini che transitavano lungo la via Francigena, detta anche Romea.
Sappiamo inoltre che in quel periodo, accanto alla chiesa di Santa Maria della Pietà, si trovava un convento dedicato a
San Pietro dove dimorava una congregazione di monaci di regola agostiniana, i quali si occupavano di esorcismi,
seppellivano i morti e curavano tutte le pratiche che dovevano consentire all’essere umano di raggiungere con
tranquillità l’eterno riposo. E’ verosimile però che la congregazione monastica ai suoi scopi nobilissimi unisse alcune
usanze che la chiesa cattolica non trovò ortodosse; tant’è che nel 1653 venne sciolta con l’accusa di eresia e pratiche
stregonesche.
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Recentemente però è stata proposta un’altra lettura dell’epigrafe che determinerebbe un’interpretazione molto diversa,
addirittura opposta, della natura di questo personaggio. Questa seconda ipotesi si basa sulla diversa lettura della parola
CHRURG che viene analizzata come CHR(ISTO) URG(ENTE), ovvero: “per volere ineluttabile di Cristo”;
un’espressione insolita coniata su quella, più comune, di DEO URGENTE. Il testo traslitterato e tradotto potrebbe
essere perciò il seguente:
Marco Antonio Raspollinio, proveniente da Terranova nel Valdarno Superiore, nominato al tempo di Gherardo
cancelliere del Santo Ufficio, durante il suo 24esimo anno di età a Bibbona per volere ineluttabile di Cristo si dipartì
da questa vita, il giorno prima delle calende di novembre, ed è qui molto tristemente sepolto dal padre Tommaso.
Vale la pena notare come il Santo Ufficio di cui Raspollinius sarebbe stato cancelliere altro non è che l’Inquisizione; per
cui costui, ben lungi dall’essere un chirurgo-stregone, sarebbe stato invece un rappresentante dell’istituzione che più
accanitamente contro la stregoneria si era scagliata. La testimonianza rimane in entrambi i casi di grande interesse,
perché anche il fatto stesso che a Bibbona fosse presente un Inquisitore ci testimonia la necessità della Chiesa di
estirpare, in zona, una tradizione di pratiche magiche e stregonesche; con ogni probabilità proprio all’interno di quel
convento che fu sciolto, pochi anni dopo, con questa accusa.
In fondo all’epigrafe si leggono infine tre versi dal contenuto particolarmente interessante:
CORPOREO SI CORPUS CALCATUR
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Anna Giacomini.
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Roberto Russo
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CALCANS INCORPOREUS CORPUS
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TAMEN LAETATUR
“Anche se adesso il suo corpo è schiacciato
Dal vostro cammino
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tuttavia il suo corpo incorporeo
gioisce perché finalmente è libero di camminare”
Chi ha scritto questo singolare epitaffio funebre ha dichiarato espressamente la credenza che nell’uomo esista una parte
materiale e soggetta alla fine, il corpo, e una incorporea e immortale che al momento della morte torna a essere libera,
l’anima. Un simile dualismo tra corpo e anima ci riporta alle credenze del neoplatonismo e sembra in qualche modo
collegarsi ancora una volta al convento di agostiniani presente all’epoca dietro la chiesa, perché S. Agostino fu colui
che accolse in ambito cristiano le teorie neoplatoniche.
La lastra tombale di Santa Maria della Pietà evoca, comunque sia, un mondo magico-alchemico ben presente ancora alla
fine del 1600 e ci attesta una lunga tradizione di monaci e “maghi” che abbiamo visto fiorire per la prima volta
novecento anni prima, con l’abate Mauro e la Badia de’ Magi. Una tradizione che in qualche modo possiamo persino
simbolicamente ricollegare, adesso che siamo giunti al termine del percorso, alla presenza dell’antico santuario etrusco,
luogo magico per eccellenza ove al cospetto di elementi naturali, divini e salvifici, i devoti hanno portato, per secoli,
forse per millenni, le loro offerte.
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Gli scriventi propongono una lettura dell’epigrafe alquanto diversa da quella che è stata data in Landolfi
Winspeare, 1994. La differenza più evidente consiste nel fatto che, dopo un esame diretto della lastra, risulta
chiaramente come l’ultima parola, che nel testo citato è stata letta con una i finale (LAETATURI), ne sia
invece priva (LAETATUR): il segno che vi si scorge sembra piuttosto un taglio dovuto a cause incidentali.
Solo così, infatti, la frase risulta sintatticamente comprensibile e prende un senso pienamente valido al
contesto in cui si trova.
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L’anima.
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Chiesa di Santa Maria della Pietà, pianta.
Bibbona la Rennes Le Chateau italiana
A Bibbona non manca niente per essere considerata la Rennes Le Chateau italiana, c’è una chiesa, S. Maria della Pietà,
progettata dal più grande genio di tutti i tempi, Leonardo da Vinci, con un portale con la scritta “Terribilis est locus
iste”, proprio come nella chiesa dedicata alla Maddalena nella cittadina francese.
C’è un antico popolo che è alle origini della sua edificazione, gli Etruschi, mentre a Rennes troviamo i Goti.
Ci sono i Templari, che in forze si sono insediati a Bibbona, perché, come dice Umberto Eco nel “Pendolo di Foucolt”:
“…i Templari c’entrano sempre…”.
Uno studioso sostiene che sopra Bibbona ci sia la Costellazione del Capricorno proprio come sopra Rennes.
Mancava solo il prete, vista l’importanza che ha rivestito nella storia di Rennes il suo parroco: Berengiere Sauniere.
Ma sembra che anche a Bibbona sia passato don Piazzi, un parroco definito da alcuni “molto strano”. Così strano che
nel 1957 (perciò in epoca in cui le storie di Rennes e del suo parroco non si erano ancora diffuse) organizzò una gita in
Francia per visitare alcune chiese fra cui quella di Rennes Le Chateau, della quale era a conoscenza della scritta sul
portale uguale a quella posta nella chiesa della sua parrocchia.
E qui si aprono una serie di quesiti:
 Perché don Piazzi era considerato da alcuni suoi parrocchiani una persona “strana” ?
 Come poteva essere a conoscenza, con i mezzi di informazione degli anni Cinquanta, che in uno sperduto
paesino della Linguadoca francese esisteva una chiesa che portava la stessa scritta presente in S. Maria della
Pietà a Bibbona ?
 Perché organizzò una gita a Rennes portando con sé i suoi parrocchiani ?
 Chi era veramente don Piazzi ? una persona colta oppure qualcuno che era a conoscenza di molte cose ?
 E come ci era finito a Bibbona ? Aveva chiesto lui il trasferimento nel paese della Maremma Livornese ?
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