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CULTURE SINDACALI I rapporti tra Cgil e mondo cattolico in un seminario della Fondazione Di Vittorio
Le polarità che si toccano
Storie diverse unite da esperienze comuni. La necessità di un confronto che vada oltre la contingenza immediata
La Cgil e il mondo cattolico
a cura di Carlo Ghezzi
prefazione di Emilio Gabaglio
ROMA, EDIESSE, 2008
pp. 96, euro 8,00
“C
numero
19
anno
2008
i siamo
reciprocamente
studiati e ascoltati
poco, e abbiamo dato per
scontato molto l’uno
dell’altro”. È in questa frase
di Giuseppe Casadio,
presidente dell’Associazione
per il Centenario Cgil, che
può essere sintetizzata la
cifra di questo volume,
frutto di un convegno
svoltosi a Roma nel febbraio
dello scorso anno.
La consapevolezza del solco
culturale tra movimento
sociale cristiano e
sindacalismo di matrice
socialista ha permesso però
un approccio più mirato alle
vicende di un secolo di
storia durante il quale si è
passati da stagioni di dura
contrapposizione tra le più
grandi forze sindacali
italiane ad una faticosa ma
costante ricerca di unità.
Un percorso simile, com’è
evidente, non si può fare se
ciascuno degli interlocutori
non è disposto a rimettere in
discussione qualcosa di se
stesso.
In questo senso, è ricca di
suggestioni la densa
riflessione di Adolfo Pepe. Il
direttore della Fondazione
Giuseppe Di Vittorio
ripercorre le tappe di
elaborazione della dottrina
sociale della Chiesa, risalendo
fino al concetto di giusta
mercede elaborato dalla
Scolastica e da san Tommaso.
Ed è proprio questa linea di
continuità, a differenza di
quanto avverrà con altri filoni
propri del pensiero moderno,
a rendere possibile un
confronto destinato a grandi
sviluppi, a partire dalla
pubblicazione dell’enciclica
Rerum Novarum. Questo pur
non negando, ovviamente,
tutti i limiti di una concezione
basata in larga misura anche
su corporativismo e
organicismo sociale, esaltati in
nome della negazione a priori
del conflitto sociale e delle sue
inevitabili asprezze.
Ma venendo ad anni più
vicini, è di notevole interesse
la ricostruzione che Carlo
Felice Casula, docente di
Storia contemporanea
all’Università Roma tre, fa
dell’esperienza delle Acli. Si è
trattato infatti di una sorta di
laboratorio che non ha
mancato di gettare semi
particolarmente fruttuosi
proprio in materia di
confronto tra culture diverse,
soprattutto durante la
presidenza di Livio Labor.
Come sottolinea Casula, in
quel passaggio degli anni 70, le
Acli “espressero un grande,
creativo impegno nel
tentativo di ripensare in Italia,
non solo dal punto di vista
storico-teorico, ma anche dal
punto di vista organizzativo,
un percorso di
ricomposizione, di ‘unità
sindacale’, come da slogan
ripetuti e ritmati da tanti cortei
operai e studenteschi”.
Particolarmente stimolante
anche la relazione di Andrea
Ciampani, docente di Storia
del movimento sindacale
all’Università Lumsa di Roma.
Se il primo problema
interpretativo che egli
individua (laicità della Cisl e
diverso approccio della Cgil al
mondo cattolico) è ormai
questione storicizzata, non
altrettanto si può dire per altri
due temi. Anzi, l’alternativa tra
sindacato generale e
associativo e il problema della
partecipazione alle decisioni
nelle relazioni industriali ci
rimandano direttamente
all’oggi, a veri e propri nodi
identitari di cui, allo stato, non
è possibile ipotizzare lo
scioglimento.
Eppure, la coscienza del
cammino percorso e
l’indubbia suggestione di
formule come quella del
“pluralismo convergente”
devono spingere a continuare
la ricerca.
L’approccio di Guglielmo
Epifani va proprio in questa
direzione. Il segretario
generale della Cgil invita
infatti a dare carattere
strategico alla riflessione su
questa materia. Il punto di
partenza per farlo c’è, ed è
ampiamente condiviso da tutti
gli interlocutori; i valori tipici
di un sindacato confederale
(dunque solidale e non
corporativo).
Senza rinunciare alla propria
cultura e storia, bisogna
cercare ancora. E forse,
lasciando da parte ogni
presunzione, si riuscirà a
costruire soluzioni inedite,
com’è avvenuto altre volte
nella storia del sindacato
italiano.
MARCO ROSSI
SARTORI/LEZIONI DI DEMOCRAZIA
“L
a crisi della democrazia è
magnificamente aiutata
dall’inconsistenza del sapere
che la dovrebbe capire e far capire”.
Far conoscere la democrazia in ogni sua
sfaccettatura, rendere accessibili gli
strumenti necessari per esercitare a pieno
i propri diritti: questo è ciò che tenta di
offrire, ad un cittadino poco avvezzo alla
scienza politica, in un libretto di neanche
cento pagine, Giovanni Sartori, politologo
tra i più autorevoli al mondo (La
democrazia in trenta lezioni, Milano,
Mondadori, 2008, pp. 128, euro 12,00).
Trenta brevi lezioni.
Il libro (curato da Lorenza Foschini,
giornalista Rai) è ambizioso, ed è
sicuramente difficile racchiudere un
argomento tanto vasto in uno spazio così
ridotto senza lasciar fuori dalla
trattazione temi importanti o scadere nel
mero nozionismo.
Sartori riesce nell’impresa, rendendo
comprensibili, nel modo più semplice e
pratico possibile, concetti, dilemmi e
funzioni della democrazia.
Dopo le prime lezioni introduttive
all’argomento, il lettore si troverà di
fronte un Sartori pronto a rimproverarlo
di indifferenza verso l’ideale
democratico. Il professore ci chiama alla
difesa della nostra libertà, ci invita a
conoscere chi riesce a garantire, appunto,
la democrazia. Esorta a criticarla (se
vogliamo) non screditandola a priori,
chiede di non ridurne il valore ad una
semplice procedura decisionale.
“Dobbiamo distinguere tra la macchina e
i macchinisti. I macchinisti sono i
cittadini, e non sono un granché. Però la
macchina è buona (…) Per costruire
questa macchina ci abbiamo messo quasi
duemila anni. Cerchiamo di non
perderla”.
Ma Sartori ne ha per tutti. Si scaglia
contro la globalizzazione che ha portato
ad uno “sviluppo non sostenibile”,
ignorato dagli economisti; contro il
multiculturalismo che, al contrario del
pluralismo, non crea integrazione; contro
l’aspirazione messianica di esportare la
democrazia, percepita sull’altro fronte
come un’aggressione culturale; contro le
ideologie, morte ma mai sepolte, che
ancora oggi agiscono come “pensieri
bloccanti”.
Interessante è, infine, l’analisi che il
politologo fa della “destra” e della
“sinistra”.
La sinistra, nelle intenzioni, è altruismo;
la destra è egoismo. Ma poi possono
intervenire conseguenze non previste: la
sinistra può perdere le sue virtù e una
volta al potere si espone maggiormente al
fallimento morale; la destra, al contrario,
attraverso l’egoismo può ottenere
comunque risultati di interesse collettivo.
Antonio Coletta
ECONOMIA/PUBBLICO E PRIVATO Un testo di Marco D’Alberti
La regolazione che cambia
Poteri pubblici, mercati
e globalizzazione
Marco D’Alberti
BOLOGNA, IL MULINO, 2008
pp. 168, euro 11,00
L
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a storia mostra che i pubblici
poteri si sono sempre occupati di
economia anche se, a seconda
dei periodi, con ampiezza e intensità
diverse. Una fase interessante si è
aperta a partire dal 1980, quando si è
consolidata la globalizzazione degli
scambi e il ruolo dei pubblici poteri
nell’economia è parso, secondo
diversi studiosi, in progressivo
declino.
L’analisi condotta da Marco D’Alberti
ripercorre storicamente i principali
andamenti del rapporto tra economia
e pubblici poteri (dall’età antica al
mercantilismo; dall’Ottocento ai
giorni nostri), giungendo a esaminare
la fase odierna, con uno sguardo
particolare ai soggetti pubblici che
assumono misure di disciplina
dell’economia, alle procedure
necessarie per la loro adozione e alle
diverse tipologie, ai nessi tra
regolazione e concorrenza.
L’autore non condivide le tesi più
radicali che considerano la fine o la
drastica riduzione degli interventi
pubblici una conseguenza della
liberalizzazione dei mercati.
Tesi secondo le quali, inoltre, la
deregolazione, la semplificazione
normativa e amministrativa e la
privatizzazione di beni e imprese
pubbliche sarebbero fenomeni che
“dimostrano il definitivo dominio
dell’autoregolazione dei mercati e
delle imprese economicamente più
forti, rispetto alla disciplina posta dai
pubblici poteri” e “il corrispondente
irreversibile dominio degli interessi
delle grandi imprese private e delle
logiche mercantili”.
Lo studio condotto da D’Alberti,
invece, sottolinea che, nonostante lo
sviluppo della globalizzazione e la
ripresa delle teorie sul liberalismo
economico,
“la regolazione pubblica persiste e
mantiene notevole ampiezza e
intensità, trovando anzi nuovi spazi
nella dimensione ultranazionale”.
Quel che cambia, infatti, è il modo in
cui i pubblici poteri regolano i
rapporti economici.
Se da una parte riemerge, dopo quasi
un millennio dalla sua prima
comparsa, la lex mercatoria – oggi
costruita soprattutto dalla maggiori
imprese multinazionali e dai loro
consulenti giuridici per favorire i
propri interessi – dall’altra permane
un ruolo importante delle imprese
pubbliche e persistono strumenti di
programmazione economica in
importanti settori come l’energia o i
trasporti.
Non solo. Anche se oggi i pubblici
poteri sono inclini a privatizzare
imprese pubbliche, a semplificare
molte regolamentazioni, ad adottare
raccomandazioni e altre forme di soft
law nei confronti di imprese, ciò non
toglie che permangano diverse
restrizioni al commercio, alle
liberalizzazioni, alla concorrenza “in
nome di pretesi valori pubblici o
sociali usati talora in maniera
strumentale dagli Stati per giustificare
scelte di neoprotezionismo e di
particolarismo”.
La globalizzazione, comunque, resta
oggetto di numerose critiche.
Motivo? L’eccessiva sproporzione a
vantaggio delle logiche di mercato,
della business community, e a scapito
degli interessi pubblici, dei valori
sociali, dei diritti umani. Una voce, ad
esempio, è quella dell’economista
Joseph Stiglitz che ha espresso un
duro giudizio sul Fondo monetario
internazionale e sulla Banca
Mondiale, colpevoli di aver adottato
una visione basata sul
“fondamentalismo di mercato”.
Conclusione? Secondo D’Alberti, “si
dovrà rafforzare il bilanciamento fra
libero mercato e valori non
economici, che è stato avviato dal
diritto comunitario, ispirato nelle
norme e nella giurisprudenza
all’economia sociale di mercato” e “si
dovranno attenuare le scelte
neoprotezionistiche e neocorporative
come controtendenze allo sviluppo
della concorrenza”.
G. CECILIA BERTONI
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